Archivio mensile:gennaio 2017

932.-Uscita dall’euro e svalutazione: quelli che “il marco passò da 1880 lire a 1500 lire”.

Chi meglio di Prodi, di Amato e D’Alema sa che questa faccia da kapò ci sfrutta grazie alla sottovalutazione del marco sull’€uro: da 1880 a 1500 Lire ? Cosa disse Alberto Bagnai?

Ma mentre tutti si preoccupano per le opinioni, ai fatti, ai poveri, nudi fatti, chi ci pensa? È lecito tutelare un’opinione, quando questa stupra i fatti?

In fondo, anche il maniaco sessuale “opina” che portare a termine il suo progetto sia un suo diritto, e anche il maniaco sessuale vive in democrazia, come del resto le sue potenziali vittime. A chi ritenesse il paragone eccessivo, e mi facesse notare che la violenza sessuale è un crimine punito dall’articolo 609 bis del Codice Penale, farei notare che secondo il Testo Unico della Finanza (TUF) anche la violenza contro i fatti economici è un crimine, punito dall’art. 185 TUF, il quale recita: “Chiunque diffonde notizie false o pone in essere operazioni simulate o altri artifizi concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro ventimila a euro cinque milioni”. Ne abbiamo sentite, ultimamente, di notizie false! Ad esempio, il preteso default dello Stato italiano a novembre 2011 era vero quanto le “armi di distruzione di massa” irachene che tanto preoccupavano Blair (il nuovo compagno di merende del nostro premier). Per chi si fosse distratto, ricordo che le armi di distruzione di massa in Iraq non c’erano, e non c’era nemmeno il default in Italia, anche se l’austerità fatta col pretesto di evitarlo ha aggravato la nostra situazione distruggendo i nostri redditi, e questo ormai lo ammettono tutti.

I magistrati hanno cose più serie da fare, ma siccome alterazione del mercato ci fu, chissà, magari fare un giretto sui giornali di tre anni fa potrebbe aprire loro interessanti prospettive.

Non va meglio in televisione, dove trasmissioni trash ci propongono una variopinta corte dei miracoli eurista che scambia la libertà di opinione per libertà di menzogna. Ieri, 30 novembre 2014, data da segnare albo lapillo negli annali della lotta di liberazione del nostro paese, se n’è avuta una plastica illustrazione nel dibattito fra Claudio Borghi Aquilini e Gianluca Brambilla alla Gabbia.

Notate un dato significativo: ormai che l’euro sia un problema lo ammettono tutti. Zingales, il più scaltro fra gli economisti dell’establishment, lo va dicendo dal 2010! Queste ammissioni hanno un ovvio motivo: il redde rationem si avvicina e chi vuole rimanere in sella deve smettere di mentire. Ne consegue che a mentire vengono mandati personaggi di secondo o terzo rango, personaggi “expendable”, sacrificabili, come si direbbe in gergo militare, accomunati da due tratti caratteristici:
– mentono sui fatti più elementari, e:
– sono in un palese conflitto di interessi.

Cominciamo dalla menzogna.

È significativo il passaggio in cui il Brambilla dice: “La svalutazione che ho vissuto sulla mia pelle, era il 13 settembre del 1992, il marco tedesco passò dalla sera alla mattina da 880, ehm, 1880 lire a praticamente 1500 lire il giorno dopo”. Una perla di proporzioni inaudite, meglio: un autentico diamante, del quale vi guiderò, per vostra edificazione, ad apprezzare le molteplici sfaccettature.

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Cominciamo dai dati. In figura vedete i dati settimanali del cambio lira/marco, espresso in lire per marco, cioè come costo del marco in lire italiane (i dati sono tratti da questo sito). Ho cerchiato in rosso l’episodio del 1992 che infiniti lutti addusse al Brambilla.

Notate che l’imprenditore comincia quasi bene, nel senso che dice una cosa solo lievemente imprecisa, situando a 880 lire il valore del marco prima della svalutazione del 1992. In effetti prima della svalutazione il marco era a 764 lire. Fra 880 e 764 la differenza è “solo” del 15%: un po’ troppo, mi direte, per uno che pretende di essere del settore e di ricordare bene l’episodio. Ma nulla in confronto alla castroneria immediatamente seguente: il Brambilla infatti si corregge, e parla di 1880 lire per marco, con successiva “svalutazione” a 1500. E qui abbiamo altre due sfaccettature:
– il marco non è mai arrivato a 1880 lire, come tutti ricordiamo e come la figura mostra. La massima svalutazione ci portò poco sopra 1200 lire per marco (nel 1995). Non voglio dire che Brambilla menta o sia ignorante. Sicuramente, se dice di aver acquistato un marco a 1880 lire, sarà vero e io gli credo. Ciò implica che qualcuno sia riuscito a venderglielo a quel prezzo. Al venditore propongo di erigere un monumento: è evidentemente un genio (del male), come il partenopeo che è riuscito a collocare in Germania una banconota da 300 euro. Preciso, per il signor Brambilla, che la banconota da 300 era falsa (non si sa mai).
– Se veramente il marco fosse passato da 1880 a 1500 lire, significa che sarebbe costato di meno (tutti capiamo, vero, che una cosa che costava 1500 lire costava meno di una che ne costava 1880, no?). Quindi nel caso prospettato dal Brambilla sarebbe stato il marco a costare di meno, cioè a svalutarsi, di circa il 25%, non la lira! E in una notte!

La domanda sorge spontanea: come può fare impresa uno che pensa di rimetterci acquistando una cosa quando costa di meno? Beati i suoi fornitori! Scusate, vi lascio: vado a fare l’imprenditore…

Le cose andarono in tutt’altro modo. Fra il 13 settembre 1992 la lira cedette del 7% (non del 25%), cioè il prezzo del marco aumentò da 764 a 818 lire. Una prima cuspide di svalutazione venne raggiunta, come il grafico mostra, molto dopo, nella settimana del 30 marzo 1993: il marco arrivò a costare 990 lire, cioè il 30% di più rispetto al valore pre-svalutazione. Ma c’erano voluti più di 200 giorni per arrivare a questo, non una singola notte, come sostenuto dal Brambilla. Fra l’altro, il mercato corresse immediatamente questa sottovalutazione della lira, che si riprese, per poi cedere nuovamente e attestarsi intorno alle 1000 lire per marco (vicino al valore di ingresso nell’euro).

Ricapitolando:
– violenza ai fatti (il valore del marco era un altro);
– violenza alla logica (svalutazione della lira significa che il marco costa di più, non di meno);
– violenza al dato storico (per quello che il Brambilla enuncia ci vollero 200 giorni, non uno).

La domanda è: perché tanta violenza?

La carità cristiana ci esorta ad essere misericordiosi con il carnefice come con le vittime, a intuirne e compatirne le ragioni. E Claudio Borghi le ragioni del Brambilla le intuisce, e gliele spiattella in faccia, suscitando una meritatissima standing ovation: il Brambilla è un importatore. Non un imprenditore che crea valore in Italia, dando lavoro a italiani, ma un commerciante che fa campare imprenditori esteri, acquistando i loro beni per venderli a noi, dando lavoro a cittadini esteri.

Intendiamoci: non siamo per l’autarchia. Lo scambio (incluso quello del Dna) è una naturale e salutare pulsione della natura umana, che ci evita il compito di provvedere da noi a tutti i nostri bisogni: già Robinson Crusoe ebbe le sue difficoltà, come ricorderete, in un tempo di bisogni relativamente rudimentali. Pensate oggi! Come faremmo a costruirci da soli uno smartphone? E poi, se il global warming rende possibile vinificare in Inghilterra, in Groenlandia ancora non si può, e proprio perché nel Mediterraneo stanno arrivando i barracuda, è difficile che ci si possa pescare il merluzzo bianco: quindi, se agli italiani piace il baccalà, e ai groenlandesi il vino, commerciare aumenterà il benessere: è nella logica dei fatti, prima che in ogni libro di testo.

Non c’è quindi nulla di male nell’essere importatore, anzi!, come del resto non c’è nulla di male nell’esportare, e in generale nel difendere i propri interessi. Il problema, come spiego nel mio ultimo libro, è un altro, è il capitalismo straccione e bancarottiere del “testa vinco io, croce perdi tu”: questo è il vero cancro del nostro paese e del nostro continente.

È lecito che un importatore preferisca un mercato falsato da una moneta troppo forte. Nel breve periodo ne trae vantaggi: acquistare all’estero gli costa meno, e i suoi margini di profitto aumentano. Nel frattempo, però, le imprese che esportano chiudono, e alla fine chiude anche l’importatore, perché dopo aver beneficiato di una moneta forte che gli ha assicurato margini alti (mentre comprimeva quelli degli esportatori), alla fine si accorge che il paese è morto, e che le cose che lui compra all’estero grazie alla moneta forte, all’interno nessuno ha più i soldi per comprarle.

Ho incontrato spesso simili imprenditori. La trama è sempre questa: arriva uno che si preoccupa dell’uscita dall’euro, della svalutazione. Tu gli chiedi: “Scusi, lei che fa”, lui ti risponde: “Io importo”. Allora gli dici: “Certo nel 1992 deve essere stata dura, all’inizio, ma nel 1991 le cose come andavano?”, e lui: “Malissimo, il paese era fermo, acquistavo bene ma non vendevo”, e tu: “Ah, ecco, e invece nel 1993?”, e lui: “Be’, l’economia è ripartita, finalmente riuscivo a vendere le cose che importavo, e anche se mi costavano di più, il mio fatturato era in crescita”.

Ogni volta la stessa storia, perché è Storia, perché le cose sono andate così, e non come dice il Brambilla (più che dimostrarvelo dati alla mano non posso fare).

Agli imprenditori italiani dobbiamo chiedere lo sforzo di pensare in un’ottica di sistema, e di non vivere un giorno alla volta. Lo so: è difficile, in questo periodo di enormi tensioni economiche, nel quale loro, più di altri, sono in trincea. Ma a queste tensioni ci siamo arrivati anche per l’egoismo e la miopia dei singoli. L’importatore che teme perdite future, oggi sta facendo profitti perché il mercato dei cambi è falsato a suo vantaggio. Non può andare sempre bene, e il mercato si vendica di chi lo falsa. Capirlo rapidamente e trarne le debite conclusioni è interesse di tutti. Chi pensa solo a se stesso in un simile momento di crisi per il nostro paese è amico dei propri interessi e nemico del nostro paese, cioè, alla fine, nemico anche dei suoi stessi interessi (che lo capisca o meno).

Ah, scusatemi, una lieve imprecisione l’ho detta anch’io. Non è vero che il Brambilla sia solo un importatore. Lui esporta anche, o meglio, vorrebbe esportare una merce molto particolare. Quale? I nostri anziani, per i quali, in caso di problemi che richiedano lunghe degenze, propone la deportazione in Nord Africa, dove tutto costa meno. Nulla di nuovo: com’è noto, questo è il modello tedesco. Ho sincera compassione di Brambilla: gli auguro dal profondo del mio cuore di non dover sperimentare lo strazio del sovvenire ai bisogni di un parente anziano e malato, in un paese nel quale la crisi causata dagli egoismi individuali sta distruggendo lo stato sociale. Ma io non conto nulla: decide nostro Signore. L’unica cosa che posso fare per il Brambilla, quindi, è ricordarlo nelle mie preghiere, e certo non mancherò di farlo, come credo molti di voi. “Verrà un giorno…”.

abagnai-thumb   Alberto Bagnai a Il fatto ,
Professore associato di Politica economica, Facoltà di Economia, Uni. G.D’Annunzio, Pescara
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931.- Isolare la Russia è una perdita di tempo e denaro.

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Con Donald Trump verso un’europa russocentrica. Salutiamo la politica di Obama. Un quarto di secolo di politica americana rovesciato in un giorno. Se Donald Trump dovesse mantenere la promessa di cancellare il Ttip nelle prime 24 ore di permanenza alla Casa Bianca, non salterebbe solo un accordo commerciale colossale. Salterebbe l’intera impostazione della politica estera americana plasmata all’indomani del crollo del Muro di Berlino. Un processo più che ventennale, il cui compimento può essere considerato il discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato da Barack Obama nel gennaio del 2015. Forte dei successi diplomatici dell’apertura con Cuba e dell’imminente accordo sul nucleare con l’Iran, Obama tratteggiò un quadro degli equilibri internazionali che aveva come fulcro la Partnership Transpacifica, concretizzatasi pochi mesi fa con il Trattato che ora Trump ha spazzato via. Immaginiamo, finalmente, un Europa russocentrica, capace di attrarre gli investimenti e di valorizzare la complementarità delle economie russo tedesca: il grande mercato russo da una parte e la capacità produttiva e tecnologica della Germania. Più o meno quello che sarebbe potuto accadere per l’Italia se avessimo mantenuto e investito nelle nostre risorse industriali. In una sintesi pessimista, un altro motivo di probabile diseguaglianza all’interno dell’Unione europea e, con l’arretramento del globalismo e la fine degli antagonismi di questa seconda guerra fredda, un problema di riconfigurazione della politica in generale per russi e americani. Vedremo la politica di Trump agire a 360°, senza sostanziali arretramenti, NATO compresa, ma con più libertà di manovra della amministrazione democratica di Obama. Piuttosto, è probabile che l’annunciato minor impegno militare e il maggior ricorso alla diplomazia, non potrà escludere sempre le opzioni militari e che la necessità di contenimento della spesa, porti Trump a condividere le politiche di Merkel, anche se gli USA non si sono impiccati a Maastritch. Insomma, Trump e Putin devono entrambi contenere il gigante cinese che si espande dal Mar Cinese Meridionale all’Oceano Artico, all’Africa, senza rispettare le regole degli scambi economici e finanziari. Il pericolo giallo di mussoliniana memoria bussa alla porta; ma non tutti i mali vengono per nuocere.

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Cosa scrive  James Rickards:

Il presidente Obama ha condotto la politica estera più deleteria rispetto a qualsiasi altro presidente degli Stati Uniti dai tempi di Woodrow Wilson.
Ciò non è dovuto solo ad un ambasciatore morto per le strade di Bengasi, ad una falsa linea rossa in Siria che ha portato a 400,000 morti, 2 milioni di feriti e due milioni di profughi, a perdere l’Egitto nei confronti dei radicali islamici, o ad aver dato potere ad un regime terrorista in Iran.

Solo questi sviluppi sono sufficienti a classificare Obama tra i peggiori presidenti in politica estera. Ma l’errore madornale di Obama è stato solamente uno: la sua incapacità di cogliere le dinamiche della bilancia del potere tra Stati Uniti, Russia e Cina. Ciononostante, l’errore di Obama ha favorito l’apertura di Trump per salvare la politica estera dalla tomba e l’occasione per gli Stati Uniti di ripristinare la loro leadership nel mondo.

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Donald Trump, presidente degli Stati Uniti d’America, Xí Jìnpíng, presidente della Repubblica popolare cinese e Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa 

Ci sono tre potenze principali nel mondo: Stati Uniti, Russia e Cina. Tutte le altre nazioni sono alleati secondari o terziari. In un sistema a tre potenze, l’oggetto della politica estera di una potenza principale è quello di allinearsi con una delle altre a scapito della terza.

Una grande potenza che non persegue questa politica diventa la vittima di un’alleanza tra le altre due. Una simile alleanza non deve essere permanente; si può cambiare, come è avvenuto con l’apertura di Nixon nei confronti della Cina, la quale mise la Russia sulla difensiva e portò infine alla caduta dell’Unione Sovietica.

Questa dinamica non è difficile da capire. Coloro che giocano a Risiko! sanno che mentre il gioco inizia con sei giocatori, non passa molto prima che rimangano solo in tre. A quel punto è imperativo che due giocatori si alleino e distruggano il terzo, attaccandolo sistematicamente e rinunciando ad attaccarsi a vicenda. La vittima viene rapidamente cancellata dal tabellone.

Naturalmente la geopolitica è più complessa del Risiko!. È raro che i giocatori vengano rimossi dal tavolo; sono solo temporaneamente avvantaggiati o svantaggiati nel perseguire i loro obiettivi nazionali. Ma la dinamica “due contro uno” è fondamentalmente la stessa. Bismarck lo sapeva ieri e Kissinger lo sa oggi. Solo Obama pare proprio non saperlo.

Obama ha aderito ad un’ideologia mondialista che, al di fuori delle aule delle facoltà universitarie e dei saloni di Georgetown, non trova aggancio col mondo reale. Nella visione del mondo di Obama, gli stati nazionali sono un problema, non una soluzione.

Gli obiettivi globali su questioni come il cambiamento climatico, il commercio, il programma fiscale mondiale dell’OCSE e il programma del FMI riguardo una moneta mondiale, richiedono istituzioni globali. Gli stati nazionali sono impedimenti temporanei ad una governance globale, la quale può essere costruita attraverso istituzioni transnazionali non democratiche.

Nel frattempo la Russia e la Cina non hanno mai perso di vista i loro interessi nazionali. Mentre i loro leader partecipano diligentemente ai vari avvenimenti multilaterali, come il G20 ed i vertici regionali, hanno costantemente messo la Russia e la Cina al primo posto. Per la Russia e la Cina il mondo è un posto pericoloso in cui l’interesse nazionale è la sola cosa che conta; non la fantasia globalista di Obama di un ordine mondiale.

Questo realismo che non scende a compromessi da parte di Russia e Cina, combinato con una mancanza di realismo da parte di Obama, ha portato al peggior risultato possibile per gli Stati Uniti: Russia e Cina si sono alleate e stanno costruendo un’alternativa di lunga durata al sistema basato sul dollaro degli Stati Uniti

Queste iniziative Russia/Cina comprendono una cooperazione tra i paesi BRICS, lo Shanghai Cooperation Organisation, l’Asia Infrastructure and Investment Bank, la Nuova Via della Seta, e sforzi comuni per allestire sistemi bellici ed aerospaziali.

Negli ultimi dieci anni la Russia ha aumentato le sue riserve d’oro del 203%, mentre la Cina ha aumentato le sue del 570%. Tali accumuli d’oro hanno lo scopo di gettare le basi per un sistema monetario internazionale non più basato sul dollaro. Nessuna grande potenza ha prevalso a lungo senza una grande valuta. Quando la fiducia nel dollaro sbiadirà, il potere degli Stati Uniti sbiadirà con esso.

Obama ha commesso un errore grossolano, in quanto ha permesso a Russia e Cina di perseguire la dinamica del “due contro uno”. Per fortuna non è troppo tardi per invertire questa dinamica. I segni della nuova amministrazione Trump sono incoraggianti. Le prime azioni e gli appuntamenti suggeriscono che egli capisce la posizione precaria degli Stati Uniti, e si sta già muovendo per cambiare lo status quo.

La Russia è un alleato più naturale degli Stati Uniti che della Cina. La Russia è un sistema parlamentare, anche se con sfumature autocratiche; la Cina è una dittatura comunista. La Russia ha la Chiesa ortodossa, mentre la Cina è ufficialmente atea. La Russia sta incoraggiando una crescita della popolazione, mentre la politica del figlio unico e degli aborti selettivi in Cina ha provocato la morte di oltre venti milioni di bambine.

Questi aspetti culturali — le elezioni, il cristianesimo e la formazione della famiglia — forniscono alla Russia una naturale affinità con le nazioni occidentali. La Russia è anche superiore alla Cina dal punto di vista militare, nonostante i recenti progressi cinesi. Tutto ciò rende la Russia l’alleato più desiderabile in qualsiasi scenario “due contro uno”.

L’argomento più potente per stringere la mano alla Russia e dare scacco matto alla Cina, è l’energia. Gli Stati Uniti e la Russia sono i due produttori di energia più grandi del mondo. La produzione di energia negli Stati Uniti è destinata ad espandersi, soprattutto con l’appoggio dell’amministrazione Trump.

Anche la produzione russa si espanderà, grazie in parte alle iniziative guidate da Rex Tillerson di Exxon, che presto diventerà Segretario di Stato. La Cina ha poche riserve di petrolio e di gas naturale, e si basa molto su forme sporche di carbone ed energia idroelettrica. Il resto del fabbisogno energetico della Cina è soddisfatto attraverso le importazioni.

Un’alleanza tra Stati Uniti e Russia, sostenuta dall’Arabia Saudita, potrebbe mettere in pericolo l’economia cinese e, per estensione, la posizione del Partito comunista cinese. Questa minaccia è sufficiente a garantire la conformità della Cina con gli obiettivi degli Stati Uniti.

Un’intesa USA/Russia potrebbe anche portare alla riduzione delle sanzioni economiche occidentali sulla Russia. Ciò aprirebbe la porta ad una alleanza tra la Germania e la Russia. Queste due economie hanno quasi una perfetta complementarità, poiché la Germania è ricca dal punto di vista tecnologico e povera dal punto di vista delle risorse naturali, mentre la Russia è esattamente l’opposto.

Isolare la Russia è una perdita di tempo e denaro. La Russia è la dodicesima economia più grande del mondo, ha la più grande estensione di terra di qualsiasi altro paese del mondo, è una potenza nucleare, ha abbondanti risorse naturali, ed è una destinazione fertile per gli investimenti esteri. La cultura russa è altamente resistente alle pressioni esterne, ma aperta alla cooperazione estera.

Proprio come cinquant’anni di sanzioni imposte dagli Stati Uniti non sono riuscite a cambiare il comportamento di Cuba, le sanzioni degli Stati Uniti nei confronti della Russia non ne cambieranno il comportamento. Un accordo è il corso migliore che possono prendere gli eventi, non lo scontro. La nuova amministrazione Trump pare proprio capirlo.

Le voci statunitensi come quelle di John McCain, Mitch McConnell e Lindsey Graham sono pronte a dire: “La Russia non è nostra amica.” Perché no? Potrebbe essere perché il presidente Obama è stato pubblicamente umiliato da Vladimir Putin quando ha detto che era “come un bambino annoiato all’ultimo banco della classe”?

Potrebbe essere perché Obama ha proclamato che la Russia governata da Putin è “dalla parte sbagliata della storia”? In realtà il senso della storia di Putin risale a Pietro il Grande. Per Obama pare non esistere niente più indietro del 1991.

La maggior parte delle tensioni tra Stati Uniti e Russia hanno origine dalle invasioni della Crimea e dell’Ucraina orientale nel 2014. Ma l’invasione russa della Crimea non doveva essere accolta come una sorpresa. I servizi segreti statunitensi e britannici e le ONG estere hanno destabilizzato il governo filo-russo a Kiev nel primi mesi del 2014, causando la fuga in Russia del presidente ucraino Yanukovich.

L’Ucraina non è mai stata adatta per entrare nella NATO e nell’UE. Sarebbe stato meglio lasciarla come nazione “quasi neutrale” tra est ed ovest piuttosto che mettere il suo status in gioco. L’Ucraina è sempre stata culturalmente divisa. Ora è anche politicamente divisa.

La mano della Russia sull’Ucraina è stata forzata dagli interventi occidentali miopi di Obama e David Cameron. Obama presto lascerà la scena; Cameron l’ha già lasciata. Putin invece è ancora al comando, non una sorpresa per un uomo le cui attività comprendono le arti marziali e gli scacchi.

Per fortuna non è troppo tardi per ristabilire un equilibrio di potere che favorisca gli Stati Uniti. La Cina è una potenza egemone nascente che dovrebbe essere limitata. La Russia è un alleato naturale che dovrebbe avere potere. Gli Stati Uniti hanno commesso un errore grossolano nella loro politica estera degli ultimi otto anni.

La nuova amministrazione Trump ha l’opportunità di correggere questi errori costruendo ponti con la Russia.
Saluti,

di James Rickards, traduzione di Francesco Simoncelli

930.- Qualcuno spieghi a Trump che l’Iran non c’entra nulla con il terrorismo

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La politica estera di Trump comincia a prendere forma. In pratica, l’immigrazione dai paesi arabi è consentita soltanto da quelli che hanno rapporti commerciali con gli USA. L’inclusione dell’Iran fra i paesi esclusi da Donald Trump dall’immigrazione negli USA, invece, non ha nulla a che vedere con la lotta al terrorismo, ma, se mai, con le politiche che originano il terrorismo e che fanno capo ai petrolieri, notoriamente, vicini a Trump e alla lobby sionista americana. Insomma, in Medio Oriente, Israele ha la sua voce in capitolo e, sullo sfruttamento dei grandi giacimenti nelle acque siriane,  Netanyahu ha preso i suoi accordi con Putin. Alla Casa Bianca, pure, finora, la ha avuta per mezzo della lobby che, fingendo di appoggiare Israele, in realtà, persegue un disegno di dominio sul mondo, Stati Uniti compresi, ma ha appoggiato apertamente e ha votato la Clinton e non Trump. Sia o non sia vero, l’Iran non si meritava quest’altro colpo e vedremo come agirà Putin e se l’argomento sarà fra quelli dell’annunciato incontro fra i due potenti leader.

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Sabato 28 gennaio 2017, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha registrato nel suo diario una serie di telefonate. Così, ha parlato con il primo ministro giapponese Abe, con il Presidente russo Putin e, per la prima volta, con il cancelliere tedesco Angela Merkel. Con Merkel, Trump ha parlato di una serie di questioni, tra cui la NATO, la situazione in Medio Oriente e in Nord Africa, le relazioni con la Russia e la crisi Ucraina. Entrambi i leader hanno ribadito l’importanza fondamentale della NATO per le relazioni transatlantiche generali e il loro ruolo nel garantire la pace e la stabilità della nostra comunità del Nord-Atlantico.

Putin e Trump, nel loro primo colloquio telefonico di questi giorni, si sono dichiarati favorevoli a unire le forze nella lotta contro il terrorismo internazionale, che significa che vogliono chiudere la partita siriana e tutte quelle aperte nella regione, dall’IRAQ ai Curdi. Rivedranno anche le relazioni economiche tra i loro paesi per rilanciare e stabilizzare le relazioni reciproche. Le sanzioni degli Stati Uniti contro la Russia non sono state menzionate nella dichiarazione e i due leader hanno anche discusso la situazione in Ucraina, ma non risulta che abbiano parlato dell’Iran. L’Iran è consapevole delle mire israeliane e occidentali e si è opportunamente associato alla Russia nella lotta all’ISIS, per questo, alla luce della futura collaborazione USA – Russia nella lotta contro il terrorismo, la decisione di Trump stride. Infine, i paesi di quel mondo che meriterebbero l’ostracismo dell’Occidente sono l’Arabia Saudita e il Qatar. I Paesi presi di mira da Trump sono, invece, Iran, Iraq, Siria, Yemen, Libia.

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Prima conseguenza della decisione del presidente americano Donald Trump di sospendere gli ingressi da sette Paesi musulmani sarà l’assenza agli Oscar del regista Asghar Farhadi e dell’attrice Taraneh Alidoosti. Entrambi infatti sono iraniani e proprio l’Iran è finito nella black list dell’inquilino della Casa Bianca. A darne notizia su Twitter è il presidente del Consiglio nazionale irano-americano, Trita Parsi, il regista non parteciperà alla cerimonia dove il suo film ‘Il Cliente’ corre come miglior film straniero. Il regista ha già vinto un Oscar, nel 2012, con la pellicola ‘Una separazione’. Due giorni fa l’attrice iraniana Taraneh Alidoosti, co-protagonista del film di Farhadi, aveva annunciato su Twitter la sua decisione di non partecipare alla cerimonia in segno di protesta contro la decisione di Trump, già anticipata dalla stampa: “Non parteciperò agli AcademyAwards 2017 per protesta”, aveva scritto. E oggi, a ordine esecutivo firmato dal presidente, ha scritto: “Nessun iraniano è stato accusato di aver attaccato l’America… gli attentatore dell’11 settembre erano cittadini di Paesi non presenti nella lista”.

Il titolo e l’articolo che segue sono di Simone Zoppellaro.

Incredulità, paura, disgusto. Queste le reazioni degli iraniani in queste ore al decreto firmato ieri da Trump. (Ma anche la mia, che in quel Paese ho trascorso cinque anni straordinari della mia vita, e standoci molto bene). Un’umiliazione disumana, oltraggiosa, dettata unicamente dalla volontà di confermare in qualche modo i proclami farneticanti della campagna elettorale. Altro che post-verità, qui siamo alla post-politica, ridotta a ciancia da postribolo, quando non al puro turpiloquio. Un decreto che, anziché colpire i finanziatori del terrorismo internazionale – i Paesi del Golfo in primis – sbaglia clamorosamente mira. Colpisce chi – pur fra contraddizioni e compromessi – aveva cercato di proporre un ordine alternativo nella regione, l’Iran, e soprattutto chi patisce nel modo più drammatico le conseguenze di una guerra foraggiata in larga parte dall’esterno, l’Iraq e la Siria. Fra i sette Paesi musulmani interessati dallo stop all’immigrazione firmato ieri da Trump ci sono anche loro, insieme a Libia, Somalia, Sudan e Yemen. Una strategia che punisce le vittime anziché i carnefici, ammesso che la parola strategia si adatti ancora alle magnifiche sorti e progressive dell’epoca di Trump.

Incredulità, paura e disgusto, dicevamo. Chi non ha vissuto in Iran negli anni di Ahmadinejad non potrà mai capire la vergogna e la frustrazione – pane quotidiano di milioni di cittadini – di un Paese piegato dalle sanzioni e dipinto dai media e dalla politica internazionale come la fonte di tutti i mali. Chi non ha vissuto in Iran non potrà neppure capire come questa immagine sia lontana, anzi antitetica rispetto alla realtà. Una società naturalmente aperta all’Occidente, da sempre curiosa nei confronti delle altre culture, attenta a farci sentire a proprio agio, anche permettendoci in quanto stranieri di avere libertà che molti iraniani non si sono mai potuti permette.

Un Iran che aveva accolto come un trionfo prima l’ascesa di Rohani, poi l’accordo sul nucleare che sembrava porre fine a un isolamento ultradecennale. E quando dico un trionfo, intendo migliaia di persone scese a ballare in strada di notte dalla gioia. Letteralmente: io c’ero, nel primo dei due casi, e non oso neppure immaginare l’umiliazione e la frustrazione di chi, in quelle ore, aveva così tanto sperato, guardando agli USA e all’Europa come a un riferimento. Altro che lotta all’ISIS, se quello iraniano non fosse un popolo assai più civile e colto di tanti altri (incluso quello a stelle e strisce) da un atto come quello di Trump rischierebbero di nascere intere generazioni di terroristi. E invece la reazione di Rohani, come dei suoi concittadini, è stata assolutamente pacata. Il tutto mentre si separano intere famiglie, a cui viene in queste ore improvvisamente negato l’ingresso negli USA, anche se in possesso di visto o green card. Ingresso che sarà negato – a quanto riporta la stampa iraniana – anche a Asghar Farhadi, regista il cui film è candidato agli Oscar come migliore film straniero. Neanche il cinema e i suoi sogni ormai hanno più posto nell’America di Trump.

«The horror! The horror!», le parole pronunciate da Kurtz in Cuore di tenebra di Conrad mi martellano alle tempie mentre scrivo queste righe. Il tutto mentre un’agenzia batte che vengono fermati al Cairo prima dell’imbarco per New York sei iracheni e uno yemenita, e mentre iniziano ad affiorare le prime storie di traumi e separazioni nate da questo decreto. Chi non conosce l’umiliazione di vedersi rifiutato l’ingresso in un Paese non potrà capire. Il fatto che tutto questo sia propagandato come guerra al terrore rende ancora tutto più disgustoso e grottesco. Certo, Trump non è un nuovo Hitler, ma ciò non toglie che quanto avviene oggi non sia meno pericoloso. La politica mutilata, priva di ogni fondamento logico, e resa pure pulsione, emozione o rabbia, può condurre facilmente a una nuova catastrofe. Su quegli iraniani e musulmani improvvisamente privati della libertà di movimento pesa il macabro ricordo delle leggi razziali e della Shoah.

929.- Srebrenica: esce fuori la verità, il massacro fu compiuto da tagliagole bosniaci musulmani

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L’avvocato Slobodan Milošević, accusato di ‘crimini contro l’umanità’, principalmente per una sua presunta regia del massacro di Srebrenica, ha sempre proclamato la sua innocenza, ma venne arrestato e condotto in carcere all’Aja, dove morì in circostanze mai chiarite nella sua cella l’11 Marzo 2006. Oggi, finalmente emerge la verità su Srebrenica: i civili non furono uccisi dai Serbi, ma dagli stessi musulmani bosniaci per ordine di Alija Izetbegovic, presidente dei musulmani bosniaci, d’accordo con Bill Clinton. Una operazione, come le bombe di mortaio sul mercato di Sarajevo, per incolpare i serbi e bombardarli.

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Un po’ come il gas nervino in Siria, trovato nei depositi di bombe dell’ISIS.

(Nicola Bizzi) – Dopo la confessione shock del politico bosniaco Ibran Mustafić, veterano di guerra, chi restituirà la dignità a Slobodan Milošević, ucciso in carcere, aRadovan Karadžić e al Generale Ratko Mladić, ancora oggi detenuti all’Aja?

Lo storico russo Boris Yousef, in un suo saggio del 1994, scrisse quella che ritengo una sacrosanta verità: «Le guerre sono un po’ come il raffreddore: devono fare il loro decorso naturale. Se un ammalato di raffreddore viene attorniato da più medici che gli propinano i farmaci più disparati, spesso contrastanti fra loro, la malattia, che si sarebbe naturalmente risolta nel giro di pochi giorni, rischia di protrarsi per settimane e di indebolire il paziente, di minarlo nel fisico, e di arrecare danni talvolta permanenti e imprevedibili».

Yousef scrisse questa osservazione nel Luglio del 1994, nel bel mezzo della guerra civile jugoslava, un anno prima della caduta della Repubblica Serba di Krajina e sedici mesi prima dei discussi accordi Dayton che scontentarono in Bosnia tutte le parti in campo, imponendo una situazione di stallo potenzialmente esplosiva. E ritengo che tale osservazione si adatti a pennello al conflitto jugoslavo. Un lungo e sanguinoso conflitto che, formalmente iniziato nel 1991, con la secessione dalla Federazione delle repubbliche di Slovenia e Croazia, era stato già da tempo preparato e pianificato da alcune potenze occidentali (con in testa l’Austria e la Germania), da diversi servizi segreti, sempre occidentali, da gruppi occulti di potere sovranazionali e transnazionali (Bilderberg, Trilaterale, Pinay, Ert Europe, etc.) e, per certi versi, anche dal Vaticano.

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La Jugoslavija, forte potenza economica e militare, da decenni alla guida del movimento dei Paesi non Allineati, dopo la morte del Maresciallo Tito, avvenuta nel 1980, era divenuta scomoda e ingombrante e, di conseguenza, l’obiettivo geo-strategico primario di una serie di avvoltoi che miravano a distruggerla, a smembrarla e a spartirsi le sue spoglie.

Si assistette così ad una progressiva destabilizzazione del Paese, avviata già nel biennio 1986-87, destabilizzazione alla quale si oppose con forza soltanto Slobodan Milošević, divenuto Presidente della Repubblica Socialista di Serbia, e che toccò il culmine con la creazione in Croazia, nel Maggio del 1989, dell’Unione Democratica Croata (Hrvatska Demokratska Zajednica o HDZ), partito anti-comunista di centro-destra che a tratti riprendeva le idee scioviniste degli Ustascia di Ante Pavelić, guidato dal controverso ex Generale di Tito Franjo Tuđman.

Sarebbe lungo in questa sede ripercorrere tutte le tappe che portarono al precipitare degli eventi, alla necessità degli interventi della Jugoslosvenska Narodna Armija dapprima in Slovenia e poi in Croazia, alla definitiva scissione dalla Federazione delle due repubbliche ribelli e all’allargamento del conflitto nella vicina Bosnia. Si tratta di eventi sui quali esiste moltissima documentazione, la maggior parte della quale risulta però essere fortemente viziata da interpretazioni personali e di parte degli storici o volutamente travisata da giornalisti asserviti alle lobby di potere mediatico-economico europee ed americane. Giornalisti che della Jugoslavija e della sua storia ritengo che non abbiano mai capito niente.

Come ho scritto poc’anzi, ritengo che la saggia affermazione di Boris Yousef si adatti molto bene al conflitto civile jugoslavo. A prescindere dal fatto che esso è stato generato da palesi ingerenze esterne, ritengo che sarebbe potuto terminare ‘naturalmente’ manu militari nel giro di pochi mesi, senza le continue ingerenze, le pressioni e le intromissioni della sedicente ‘Comunità Internazionale’, delle Nazioni Unite e di molteplici altre organizzazioni che agivano dietro le quinte (Fondo Monetario Internazionale, OSCE, UNHCR, Unione Europea e criminalità organizzata italiana e sud-americana). Sono state proprio queste ingerenze (i vari farmaci dagli effetti contrastanti citati nella metafora di Yousef) a prolungare il conflitto per anni, con la continua richiesta, dall’alto, di tregue impossibili e non risolutive, e con la pretesa di ridisegnare la cartina geografica dell’area sulla base delle convenienze economiche e non della realtà etnica e sociale del territorio.

Ma si tratta di una storia in buona parte ancora non scritta, perché sono state troppe le complicità di molti leader europei, complicità che si vuole continuare a nascondere, ad occultare. Ed è per questo che gli storici continuano ad ignorare che la Croazia di Tuđman costruì il suo esercito grazie al traffico internazionale di droga (tutte quelle navi che dal Sud America gettavano l’ancora nel porto di Zara, secondo voi cosa contenevano?). È per questo che continuano a non domandarsi per quale motivo tutto il contenuto dei magazzini militari della defunta Repubblica Democratica Tedesca siano prontamente finiti nelle mani di Zagabria.

Si tratta di vicende che conosco molto bene, perché ho trascorso nei Balcani buona parte degli anni ’90, prevalentemente a Belgrado e a Skopje. Parlo bene tutte le lingue dell’area, compresi i relativi dialetti, e ho avuto a lungo contatti con l’amministrazione di Slobodan Milošević, che ho avuto l’onore di incontrare in più di un’occasione. Sono stato, fra l’altro, l’unico esponente politico italiano ad essere presente ai suoi funerali, in una fredda giornata di Marzo del 2006.

 

Sono stato quindi un diretto testimone dei principali eventi che hanno segnato la storia del conflitto civile jugoslavo e degli sviluppi ad esso successivi. Ho visto con i miei occhi le decine di migliaia di profughi serbi costretti a lasciare Knin e le altre località della Srpska Republika Krajina, sotto la spinta dell’occupazione croata delle loro case, avvenuta con l’appoggio dell’esercito americano.

Ho seguito da vicino tutte le tappe dello scontro in Bosnia, i disordini nel Kosovo, la galoppante inflazione a nove cifre che cambiava nel giro di poche ore il potere d’acquisto di una banconota. Ho vissuto il dramma, nel 1999, dei criminali bombardamenti della NATO su Belgrado e su altre città della Serbia. Ed è per questo che non ho mai creduto – a ragione – alle tante bugie che riportavano la stampa europea e quella italiana in primis. Bugie e disinformazioni dettate da quell’operazione di marketing pubblicitario (non saprei come altro definirla) pianificata sui tavoli di Washington e diLangley che impose a tutta l’opinione pubblica la favoletta dei Serbi ‘cattivi’ aguzzini di poveri e innocenti Croati, Albanesi e musulmani bosniaci. Favoletta che ha però incredibilmente funzionato per lunghissimo tempo, portando all’inevitabile criminalizzazione e demonizzazione di una delle parti in conflitto e tacendo sui crimini e sulle nefandezze delle altre.

La guerra, e a maggior ragione una guerra civile, non è ovviamente un pranzo di gala e non vi si distribuiscono caramelle e cotillon. In guerra si muore. In guerra si uccide o si viene uccisi. La guerra significa fame, sofferenza, freddo, fango, sudore, privazioni e sangue. Ed è fatta, necessariamente, anche di propaganda. Durante il lungo conflitto civile jugoslavo nessuno può negare che siano state commesse numerose atrocità, soprattutto dettate dal risveglio di un mai sopito odio etnico. Ma mai nessun conflitto, dal termine della Seconda Guerra Mondiale, ha visto un simile massiccio impiego di ‘false flag’, azioni pianificate ad arte, quasi sempre dall’intelligence, per scatenare le reazioni dell’avversario o per attribuirgli colpe non sue. Ho già spiegato il concetto di ‘false flag’ in numerosi miei articoli, denunciando l’escalation del loro impiego su tutti i più recenti teatri di guerra.

Fino ad oggi la più nota ‘false flag’ della guerra civile jugoslava era la tragica strage di civili al mercato di Sarajevo, quella che determinò l’intervento della NATO, che bombardò ripetutamente, per rappresaglia, le postazioni serbo-bosniache sulle colline della città. Venne poi appurato con assoluta certezza che fu lo stesso governo musulmano-bosniaco di Alija Izetbegović a uccidere decine di suoi cittadini in quel cannoneggiamento, per far ricadere poi la colpa sui Serbi.

E quella che io ho sempre ritenuto la più colossale ‘false flag’ del conflitto, ovvero il massacro di oltre mille civili musulmani avvenuto a Srebrenica, del quale fu incolpato l’esercito serbo-bosniaco comandato dalGenerale Ratko Mladić, che da allora venne accusato di ‘crimi di guerra’ e braccato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja fino al suo arresto, avvenuto il 26 Maggio 2011, si sta finalmente rivelando in tutta la sua realtà. In tutta la sua realtà, appunto, di ‘false flag’.

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I giornali italiani, che all’epoca scrissero titoli a caratteri cubitali per dipingere come un ‘macellaio’ ilGenerale Mladić e come un folle criminale assetato di sangue il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić, anch’egli arrestato nel 2008 e sulla cui testa pendeva una taglia di 5 milioni di Dollari offerta dagli Stati Uniti per la sua cattura, hanno praticamente passato sotto silenzio una sconvolgente notizia. Una notizia a cui ha dato spazio nel nostro Paese soltanto il quotidiano Rinascita, diretto dall’amico Ugo Gaudenzi, e fa finalmente piena luce sui fatti di Srebrenica, stabilendo che la colpa non fu dei vituperati Serbi, ma dei musulmani bosniaci.

Ibran Mustafić, veterano di guerra e politico bosniaco-musulmano, probabilmente perché spinto dal rimorso o da una crisi di coscienza, ha rilasciato ai media una sconcertante confessione: almeno mille civili musulmano-bosniaci di Srebrenica vennero uccisi dai loro stessi connazionali, da quelle milizie che in teoria avrebbero dovuto assisterli e proteggerli, durante la fuga a Tuzla nel Luglio 1995, avvenuta in seguito all’occupazione serba della città. E apprendiamo che la loro sorte venne stabilita a tavolino dalle autorità musulmano-bosniache, che stesero delle vere e proprie liste di proscrizione di coloro a cui «doveva essere impedito, a qualsiasi costo, di raggiungere la libertà».

Come riporta Enrico Vigna su Rinascita, Ibran Mustafić ha pubblicato un libro, Caos pianificato, nel quale alcuni dei crimini commessi dai soldati dell’esercito musulmano della Bosnia-Erzegovina contro i Serbi sono per la prima volta ammessi e descritti, così come il continuo illegale rifornimento occidentale di armi ai separatisti musulmano-bosniaci, prima e durante la guerra, e – questo è molto significativo – anche durante il periodo in cui Srebrenica era una zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite.

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Mustafić racconta inoltre, con dovizia di particolari, dei conflitti tra musulmani e della dissolutezza generale dell’amministrazione di Srebrenica, governata dalla mafia, sotto il comandante militare bosniaco Naser Orić. A causa delle torture di comuni cittadini nel 1994, quando Orić e le autorità locali vendevano gli aiuti umanitari a prezzi esorbitanti invece di distribuirli alla popolazione, molti bosniaci fuggirono volontariamente dalla città. «Coloro che hanno cercato la salvezza in Serbia, sono riusciti ad arrivare alla loro destinazione finale, ma coloro che sono fuggiti in direzione di Tuzla ( governata dall’esercito musulmano) sono stati perseguitati o uccisi», svela Mustafić. E, ben prima del massacro dei civili musulmani di Srebrenica nel Luglio 1995, erano stati perpetrati da tempo crimini indiscriminati contro la popolazione serba della zona. Crimini che Mustafić descrive molto bene nel suo libro, essendone venuto a conoscenza già nel 1992, quando era fuggito da Sarajevo a Tuzla.

«Lì – egli scrive – il mio parente Mirsad Mustafić mi mostrò un elenco di soldati serbi prigionieri, che furono uccisi in un luogo chiamato Zalazje. Tra gli altri c’erano i nomi del suo compagno di scuola Branko Simić e di suo fratello Pero, dell’ex giudice Slobodan Ilić, dell’autista di Zvornik Mijo Rakić, dell’infermiera Rada Milanović. Inoltre, nelle battaglie intorno ed a Srebrenica, durante la guerra, ci sono stati più di 3.200 Serbi di questo e dei comuni limitrofi uccisi».

Mustafić ci riferisce a riguardo una terribile confessione del famigerato Naser Orić, confessione che non mi sento qui di riportare per l’inaudita credezza con cui questo criminale di guerra descrive i barbari omicidi commessi con le sue mani su uomini e donne che hanno avuto la sventura di trovarsi alla sua mercé. Ma voglio citare il racconto di uno zio di Mustafić, anch’esso riportato nel libro: «Naser venne e mi disse di prepararmi subito e di andare con la Zastava vicino alla prigione di Srebrenica. Mi vestii e uscii subito. Quando arrivai alla prigione, loro presero tutti quelli catturati precedentemente a Zalazje e mi ordinarono di ritrasportarli lì. Quando siamo arrivati alla discarica, mi hanno ordinato di fermarmi e parcheggiare il camion. Mi allontanai a una certa distanza, ma quando ho visto la loro furia ed il massacro è iniziato, mi sono sentito male, ero pallido come un cencio. Quando Zulfo Tursunović ha dilaniato il petto dell’infermiera Rada Milanovic con un coltello, chiedendo falsamente dove fosse la radio, non ho avuto il coraggio di guardare. Ho camminato dalla discarica e sono arrivato a Srebrenica. Loro presero un camion, e io andai a casa a Potocari. L’intera pista era inondata di sangue».

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Da quanto ci racconta Mustafić, gli elenchi dei ‘bosniaci non affidabili’ erano ben noti già da allora alla leadership musulmana ed al Presidente Alija Izetbegović, e l’esistenza di questi elenchi è stata confermata da decine di persone. «Almeno dieci volte ho sentito l’ex capo della polizia Meholjić menzionare le liste. Tuttavia, non sarei sorpreso se decidesse di negarlo», dice Mustafić, che è anche un membro di lunga data del comitato organizzatore per gli eventi di Srebrenica. Secondo Mustafić, l’elenco venne redatto dalla mafia di Srebrenica, che comprendeva la leadership politica e militare della città sin dal 1993. I ‘padroni della vita e della morte nella zona’, come lui li definisce nel suo libro. E, senza esitazione, sostiene: «Se fossi io a dover giudicare Naser Orić, assassino conclamato di più di 3.000 Serbi nella zona di Srebrenica (clamorosamente assolto dal Tribunale Internazionale dell’Aja!) lo condannerei a venti anni per i crimini che ha commesso contro i Serbi; per i crimini commessi contro i suoi connazionali lo condannerei a minimo 200.000 anni di carcere. Lui è il maggiore responsabile per Srebrenica, la più grande macchia nella storia dell’umanità».

Ma l’aspetto più inquietante ed eclatante delle rivelazioni di Mustafić è l’ammissione che il genocidio di Srebrenica è stato concordato tra la comunità internazionale e Alija Izetbegović , e in particolare tra Izetbegović e il presidente USA Bill Clinton, per far ricadere la colpa sui Serbi, come Ibran Mustafić afferma con totale convinzione.
«Per i crimini commessi a Srebrenica, Izetbegović e Bill Clinton sono direttamente responsabili. E, per quanto mi riguarda, il loro accordo è stato il crimine più grande di tutti, la causa di quello che è successo nel Luglio 1995. Il momento in cui Bil Clinton entrò nel Memoriale di Srebrenica è stato il momento in cui il cattivo torna sulla scena del crimine», ha detto Mustafić. Lo stesso Bill Clinton, aggiungo io, che superò poi se stesso nel 1999, con la creazione ad arte delle false fosse comuni nel Kosovo (altro clamoroso esempio di ‘false flag’), nelle quali i miliziani albanesi dell’UCK gettavano i loro stessi caduti in combattimento e perfino le salme dei defunti appositamente riesumate dai cimiteri, per incolpare mediaticamente, di fronte a tutto il mondo, l’esercito di Belgrado e poter dare il via a due mesi di bombardamenti sulla Serbia.

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Come sottolinea sempre Mustafić, riguardo a Srebrenica ci sono inoltre state grandi mistificazioni sui nomi e sul numero reale delle vittime. Molte vittime delle milizie musulmane non sono state inserite in questo elenco, mentre vi sono stati inseriti ad arte cittadini di Srebrenica da tempo emigrati e morti all’estero. E un discorso simile riguarda le persone torturate o che si sono dichiarate tali. «Molti bosniaci musulmani – sostiene Mustafić – hanno deciso di dichiararsi vittime perché non avevano alcun mezzo di sostentamento ed erano senza lavoro, così hanno usato l’occasione. Un’altra cosa che non torna è che tra il 1993 e il 1995 Srebrenica era una zona smilitarizzata. Come mai improvvisamente abbiamo così tanti invalidi di guerra di Srebrenica?».

Egli ritiene che sarà molto difficile determinare il numero esatto di morti e dei dispersi di Srebrenica. «È molto difficile – sostiene nel suo libro – perché i fatti di Srebrenica sono stati per troppo tempo oggetto di mistificazioni, e il burattinaio capo di esse è stato Amor Masović, che con la fortuna fatta sopra il palcoscenico di Srebrenica potrebbe vivere allegramente per i prossimi cinquecento anni! Tuttavia, ci sono stati alcuni membri dell’entourage di Izetbegović che, a partire dall’estate del 1992, hanno lavorato per realizzare il progetto di rendere i musulmani bosniaci le permanenti ed esclusive vittime della guerra».

Il massacro di Srebrenica servì come pretesto a Bill Clinton per scatenare, dal 30 Agosto al 20 Settembre del 1995, la famigerata Operazione Deliberate Force, una campagna di bombardamento intensivo, con l’uso di micidiali bombe all’uranio impoverito, con la quale le forze della NATO distrussero il comando dell’esercito serbo-bosniaco, devastandone irrimediabilmente i sistemi di controllo del territorio. Operazione che spinse le forze croate e musulmano-bosniache ad avanzare in buona parte delle aree controllate dai Serbi, offensiva che si arrestò soltanto alle porte della capitale serbo-bosnica Banja Lukae che costrinse i Serbi ad un cessate il fuoco e all’accettazione degli accordi di Dayton, che determinarono una spartizione della Bosnia fra le due parti (la croato-musulmana e la serba). Spartizione che penalizzò fortemente la Republika Srpska, che venne privata di buona parte dei territori faticosamente conquistati in tre anni di duri combattimenti.

Alija Izetbegović, fautore del distacco della Bosnia-Erzegovina dalla federazione jugoslava nel 1992, dopo un referendum fortemente contestato e boicottato dai cittadini di etnia serba (oltre il 30% della popolazione) è rimasto in carica come Presidente dell’autoproclamato nuovo Stato fino al 14 Marzo 1996, divenendo in seguito membro della Presidenza collegiale dello Stato federale imposto dagli accordi di Dayton fino al 5 Ottobre del 2000, quando venne sostituito da Sulejman Tihić. È morto nel suo letto a Sarajevo il 19 Ottobre 2003 e non ha mai pagato per i suoi crimini. Ha anzi ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali, fra cui le massime onorificenze della Croazia (nel 1995) e della Turchia (nel 1997). E ha saputo bene far dimenticare agli occhi della ‘comunità internazionale’ la sua natura di musulmano fanatico e fondamentalista ed i suoi numerosi arresti e le sue lunghe detenzioni, all’epoca di Tito, (in particolare dal 1946 al 1949 e dal 1983 al 1988) per attività sovversive e ostili allo Stato.

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Nella sua celebre Dichiarazione Islamica, pubblicata nel 1970, dichiarava: «non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche» e che «il movimentoislamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico». E ha mantenuto fede a queste sue promesse, precipitando la tradizionalmente laica Bosnia-Erzegovina, luogo dove storicamente hanno sempre convissuto in pace diverse culture e diverse religioni, in una satrapia fondamentalista, con l’appoggio ed i finanziamenti dell’Arabia Saudita e di altri stati del Golfo e con l’importazione di migliaia di mujahiddin provenienti da varie zone del Medio Oriente, che seminarono in Bosnia il terrore e si resero responsabili di immani massacri.

Slobodan Milošević, accusato di ‘crimini contro l’umanità’ (accuse principalmente fondate su una sua presunta regia del massacro di Srebrenica), nonostante abbia sempre proclamato la sua innocenza, venne arrestato e condotto in carcere all’Aja. Essendo un valente avvocato, scelse di difendersi da solo di fronte alle accuse del Tribunale Penale Internazionale, ma morì in circostanze mai chiarite nella sua cella l’11 Marzo 2006. Sono insistenti le voci secondo cui sarebbe stato avvelenato perché ritenuto ormai prossimo a vincere il processo e a scagionarsi da ogni accusa, e perché molti leader europei temevano il terremoto che avrebbero scatenato le sue dichiarazioni.

Radovan Karadžić, l’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, e il Generale Ratko Mladić, comandante in capo dell’esercito bosniaco, sono stati anch’essi arrestati e si trovano in cella all’Aja. Sul loro capo pendono le stesse accuse di ‘crimini contro l’umanità’, fondate essenzialmente sul massacro di Srebrenica.

Adesso che su Srebrenica è finalmente venuta fuori la verità, dovrebbe essere facile per loro arrivare ad un’assoluzione, a meno che qualcuno non abbia deciso che debbano fare la fine di Milošević.

Ma chi restituirà a loro e al defunto Presidente Jugoslavo la dignità e l’onorabilità? Tutte le grandi potenze occidentali, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dovrebbero ammettere di aver sbagliato, ma dubito sinceramente che lo faranno.

Fonte: press.russianews.it

928.- Il Voucher: quanto vale, come funziona e perché c’è chi lo vuole abolire

La competitività nel mondo, che ispira i trattati europei, cancella i nostri diritti: il lavoro, la salute, il welfare. Invade la nostra terra. Ci riporta indietro di due secoli a ridiventare massa, non più individui di un popolo sovrano, come vuole la Costituzione, ma masse da gestire, l’una contro l’altra. La novità del lavoro per i nostri giovani sono i voucher, i buoni lavoro per retribuire in modo regolare i piccoli lavori saltuari e/o stagionali che possono fare anche i migranti. Per ora, il ricorso ai buoni lavoro è limitato al rapporto diretto tra prestatore e utilizzatore finale, mentre è escluso che un’impresa possa reclutare e retribuire lavoratori per svolgere prestazioni a favore di terzi. Per ora, ma poi? In pratica, da una parte s’introduce una disciplina per un rapporto di lavoro precario  che non dà diritti alla vita e, dall’altra, si ammette che per gli italiani, ma anche per la forza lavoro che importiamo ogni giorno, come bestie, il rapporto di lavoro a tempo indeterminato è una chimera. Ecco, perciò, noi a far massa da una parte e i migranti dall’all’altra.

Vogliamo essere individui e coltivare la nostra identità. Non vogliamo tornare a essere massa e non vogliamo masse. Vedete individui in quella massa di neri che importano ? Noi non vogliamo bestie con cui competere per un salario da fame! Non vogliamo una società dove si viva a carità. Non ci serve l’elemosina di cittadinanza. Vogliamo essere cittadini lavoratori. La Costituzione ci da diritto a di più:

Articolo 38.

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L’assistenza privata è libera.

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Cosa scrive Antonio Graziano Grimaldi.

I voucher rimangono al centro della discussione, e vengono polemicamente dibattute le statistiche e le ipotesi di modifiche alla normativa. Sempre più diffusi nel mondo del lavoro, i voucher, o ‘buoni lavoro’ sono, come riporta il sito dell’INPS, «una particolare modalità di prestazione lavorativa la cui finalità è quella di regolamentare quelle prestazioni lavorative, definite appunto ‘accessorie’, che non sono riconducibili a contratti di lavoro in quanto svolte in modo saltuario, e tutelare situazioni non regolamentate».

Voucher: copertura previdenziale e assicurativa garantita.

Il valore netto di un voucher da dieci euro nominali, in favore del lavoratore, è di 7,50 euro e corrisponde al compenso minimo per un’ora di prestazione. Fa eccezione il settore agricolo, a causa della sua specificità, nel quale invece si valuta il contratto di categoria. Sono garantite la copertura previdenziale presso l’INPS e quella assicurativa presso l’INAIL. Sempre il sito dell’INPS spiega «che lo svolgimento di prestazioni di lavoro accessorio non dà diritto alle prestazioni a sostegno del reddito dell’INPS (disoccupazione, maternità, malattia, assegni familiari ecc.), ma è riconosciuto ai fini del diritto alla pensione».

I vantaggi per i committenti e per i lavoratori (‘prestatori’).

Riportando le spiegazioni del sito INPS, l’agenzia Adnkronos mette in evidenza quelli che dovrebbero essere i vantaggi per il committente e per il lavoratore. Il primo «può beneficiare di prestazioni nella completa legalità, con copertura assicurativa INAIL per eventuali incidenti sul lavoro, senza rischiare vertenze sulla natura della prestazione e senza dover stipulare alcun tipo di contratto» mentre il secondo «può integrare le sue entrate attraverso queste prestazioni occasionali, il cui compenso è esente da ogni imposizione fiscale e non incide sullo stato di disoccupato o inoccupato. È, inoltre, cumulabile con i trattamenti pensionistici e compatibile con i versamenti volontari». Più nel dettaglio, la categoria dei committenti, «cioè coloro che impiegano prestatori di lavoro accessorio», comprende «famiglie; enti senza fini di lucro; soggetti non imprenditori; imprese familiari; imprenditori agricoli; imprenditori operanti in tutti i settori; committenti pubblici». Quella dei prestatori comprende «pensionati; titolari di trattamento pensionistico in regime obbligatorio; studenti nei periodi di vacanza; cassintegrati, titolari di indennità di disoccupazione ASpI, disoccupazione speciale per l’edilizia e i lavoratori in mobilità; lavoratori in part-time; titolari di contratti di lavoro a tempo parziale (che possono svolgere prestazioni lavorative accessorie nell’ambito di qualsiasi settore produttivo, con esclusione della possibilità di utilizzare i buoni lavoro presso il datore di lavoro titolare del contratto a tempo parziale); inoccupati, titolari di indennità di disoccupazione Mini-ASpI e Mini-ASpI 2012, di disoccupazione speciale per agricoltura, lavoratori autonomi, lavoratori dipendenti pubblici e privati».

Compatibilità e incompatibilità con il lavoro accessorio. I compensi.

Tuttavia l’INPS precisa che «il ricorso ai buoni lavoro è limitato al rapporto diretto tra prestatore e utilizzatore finale, mentre è escluso che un’impresa possa reclutare e retribuire lavoratori per svolgere prestazioni a favore di terzi, come nel caso dell’appalto o della somministrazione» ed evidenzia inoltre che il ricorso all’istituto del lavoro accessorio non è compatibile con lo status di lavoratore subordinato (a tempo pieno o parziale), se impiegato presso lo stesso datore di lavoro titolare del contratto di lavoro dipendente». Per quanto riguarda i compensi complessivamente percepiti dal prestatore non possono superare per il 2015, 7000 euro netti (9.333 euro lordi) nel corso di un anno civile (si intende per anno civile il periodo dal 1 gennaio al 31 dicembre di ogni anno), con riferimento alla totalità dei committenti. Il committente ha l’obbligo di verificare il non superamento del limite economico da parte del prestatore.

Lavoratori cittadini extracomunitari.

L’INPS precisa inoltre che i cittadini extracomunitari «possono svolgere attività di lavoro accessorio se in possesso di un permesso di soggiorno che consenta lo svolgimento di attività lavorativa, compreso quello per studio, o – nei periodi di disoccupazione – se in possesso di un permesso di soggiorno per attesa occupazione». Per questi ultimi il compenso da lavoro accessorio viene incluso ai fini della determinazione del reddito necessario per il rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno, caratterizzandosi per la sua funzione esclusivamente integrativa.

L’eccezione costituita dal lavoro agricolo.

Secondo la normativa vigente è possibile utilizzare i buoni lavoro in tutti i settori di attività e per tutte le categorie di prestatori. Fa eccezione il settore agricolo in cui il lavoro accessorio è ammesso per aziende con volume d’affari superiore a 7.000 euro esclusivamente tramite l’utilizzo di specifiche figure di prestatori e – per l’anno 2014 – soggetti percettori di misure di sostegno al reddito, per lo svolgimento di attività agricole di carattere stagionale. Il lavoro accessorio è ammesso anche in aziende con volume d’affari inferiore a 7.000 euro che possono utilizzare qualsiasi soggetto in qualunque tipologia di lavoro agricolo, anche se non stagionale purché non sia stato iscritto l’anno precedente negli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli.

La CGIL propone un referendum abrogativo.

Lillo Montaldo Monella – sul “Piccolo” – rileva dai dati aggiornati di Istat, Inps, Inail e del Ministero del Lavoro «come non si fermi la corsa dei voucher». Aggiunge “Repubblica” che nei primi nove mesi del 2016 ne sono stati venduti 109,5 milioni, cioè quasi il 35% in più dell’anno prima. Ma i nuovi aggiornamenti dell’Inps evidenziano «un nuovo record: 121,5 milioni di ticket, da gennaio a ottobre, un terzo in più del 2015. Ma non è tutto oro quel che luccica, e infatti la Cgil contesta la validità di questo strumento e propone un referendum abrogativo. C’è inoltre una pagina Facebook, Storie di Voucher, che vuole costruire un’inchiesta collettiva sul fenomeno, raccogliendo delle testimonianze autentiche e reali.

927.-Con l’ “italicum corretto” non si va alle elezioni

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La sentenza della Consulta sull’Italicum non ha creato un vuoto legislativo e non l’avrebbe potuto perché avrebbe impedito al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere. Pure se la Corte Costituzionale ha dichiarato che «all’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione», in realtà, ha ritagliato una legge elettorale, solo apparentemente, utilizzabile da subito per il voto. Ha salvato un elemento maggioritario: il premio di maggioranza alla Camera, per chi raggiungerà il 40% (la sentenza n. 1/2014 sul Porcellum lo eliminò perché non era agganciato a una soglia di voti) e ha salvato i capilista bloccati, che sono uno strumento molto importante per i segretari dei partiti; ha dichiarato incostituzionale, invece, il ballottaggio perché viola il principio di eguaglianza e perché il voto non sarebbe diretto e ha bocciato la possibilità di opzione per il capolista eletto in più collegi, nelle candidature multiple, che, ora, dovranno essere eletti nel collegio in cui la loro lista ha ricevuto più voti. In caso di plurielezione, resta anche  il criterio residuale del sorteggio del collegio, previsto dall’ultimo periodo. Questa possibilità non era stata censurata nelle ordinanze di rimessione;  ciò non toglie che il “sistema casuale” del ricorso al sorteggio, per la scelta del collegio dove farsi eleggere, non sembra, francamente, democratico.

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Commento di Giuseppe Palma sul Giornale d’Italia

Quanto alla diversità tra le leggi: quella per la Camera e quella per il Senato, “si tratta di due leggi armonizzate. Due leggi omogenee, come voleva il Presidente e a forte impianto proporzionale, ma con soglie diverse tra Camera e Senato, con il premio di maggioranza contemplato per un ramo del Parlamento e non per l’altro, con le coalizioni previste in un sistema e nell’altro no.

Dopo vent’anni di maggioritario e di primato della governabilità sulla rappresentatività, la Corte ci restituisce un sistema proporzionale, ma con un premio impossibile da raggiungere, che rende inevitabile il ricorso alle “larghe intese”, costringe i partiti a ragionare in termini maggioritari. Infatti, chi corresse da solo, anche ricorrendo ad una lista-coalizione, si condannerebbe a un ruolo secondario, perché non potrebbe partecipare alla corsa per il premio (che garantisce il 55% dei seggi, pari a 340) e non avrebbe la maggioranza assoluta, perciò, servirà un “governo di coalizione”. Inoltre, sembra passata la tesi della Avvocatura generale dello Stato, “la Costituzione non vincola il legislatore in modo totale al proporzionale puro”. Tuttavia, il premio è previsto solo alla Camera, mentre al Senato “le soglie (all’8% per chi non è alleato) potrebbero produrre un effetto maggioritario, ma difficilmente tale da dare una maggioranza assoluta”.  In pratica, anche provando a mettere insieme delle alleanze, il premio di maggioranza sarà difficile da ottenere. Questo, mette in fuori gioco chi non mostra la capacità politica di creare accordi e, perciò, gioca a favore di Berlusconi e Renzi.

Bersani: “il Parlamento si deve esprimere”. E spiega: “Abbiamo avuto una legge votata con la fiducia, ora c’è la Consulta… “. La totale difformità tra il sistema elettorale della Camera dei deputati e quello del Senato necessita un deciso intervento parlamentare per armonizzare i due sistemi di voto in un testo concordato.

Nell’attesa, che prevedo lunga, si rafforza il ruolo di Gentiloni e andrà impallidendo la stella di Renzi. Questo frattempo giocherebbe a favore di Berlusconi se, come è probabile, potrà essere riabilitato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo entro il 2017. Attendiamo che, a metà febbraio, siano depositate le motivazioni della sentenza, per sapere se – comè probabile – saranno accompagnate da richieste di armonizzazione, per esempio, se verranno date indicazioni sulle soglie di sbarramento per il Senato, oppure, anche sulle candidature multiple dei capilista: sono troppi 10 collegi in cui è possibile presentarsi, sempre che il Parlamento voglia reintrodurle.

926.-Il Papa e l’Ordine di Malta: una vittoria di Pirro?

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(di Roberto de Mattei)

Le dimissioni del Gran Maestro dell’Ordine di Malta Matthew Festing, imposte il 23 gennaio da Francesco, rischiano di essere per quest’ultimo una vittoria di Pirro. Papa Bergoglio ha infatti ottenuto ciò che voleva, ma ha dovuto usare la forza, facendo violenza sia al diritto che al buon senso. E ciò è destinato ad avere pesanti conseguenze non solo all’interno dell’Ordine di Malta, ma tra i cattolici del mondo intero, sempre più perplessi e disorientati per il modo in cui Francesco governa la Chiesa.

Il Papa sapeva di non avere nessun titolo giuridico per intervenire nella vita interna di un Ordine sovrano e tanto meno di esigere le dimissioni del suo Gran Maestro. Sapeva anche che lo stesso Gran Maestro non avrebbe potuto resistere alla pressione morale di una richiesta di dimissioni, per quanto illegittima.

Agendo in tal modo, Papa Bergoglio ha esercitato un atto di imperio apertamente contrastante con lo spirito di dialogo che ha costituito il leit-motiv dell’anno della misericordia. Ma, ciò che è più grave, l’intervento è avvenuto per “punire” la corrente che nell’Ordine è più fedele al Magistero immutabile della Chiesa e per sostenere invece l’ala secolarista, che vorrebbe trasformare i Cavalieri di Malta in una ONG umanitaria, distributrice “a fin di bene”, di profilattici e abortivi. La prossima vittima designata appare il cardinale patrono Raymond Leo Burke, che ha la duplice colpa di avere difeso l’ortodossia cattolica all’interno dell’Ordine e di essere uno dei quattro cardinali che hanno criticato gli errori teologici e morali della Esortazione bergogliana Amoris laetitia.

Nel suo incontro con il Gran Maestro, papa Francesco gli ha annunziato la sua intenzione di “riformare” l’Ordine, cioè della volontà di snaturarne il carattere religioso, anche se è proprio in nome della autorità pontificia che egli vuole avviarne l’emancipazione dalle norme religiose e morali. Si tratta di un progetto di distruzione dell’Ordine che, naturalmente, potrà avvenire solo grazie alla resa dei Cavalieri, i quali purtroppo sembrano aver perso lo spirito militante che li distinse sui campi delle Crociate e nelle acque di Rodi, di Cipro e di Lepanto. Così facendo, però, Papa Bergoglio ha perso molta della sua credibilità agli occhi non solo degli stessi Cavalieri, ma di un numero sempre maggiore di fedeli che rilevano la contraddizione tra il suo modo di parlare, accattivante e mellifluo, e quello di agire, intollerante e minaccioso.

Dal centro passiamo alla periferia, che però per papa Bergoglio è più importante del centro. Pochi giorni prima delle dimissioni del Gran Maestro dell’Ordine di Malta, un’altra notizia che va nella stessa linea ha scosso il mondo cattolico. Mons. Rigoberto Corredor Bermùdez, vescovo di Pereira in Colombia, con decreto del 16 gennaio 2017, ha sospeso a divinis il sacerdote Alberto Uribe Medina, perché, secondo il comunicato della diocesi, avrebbe “espresso pubblicamente e privatamente il suo rifiuto del magistero dottrinale e pastorale del Santo Padre Francesco, soprattutto per quanto riguarda il matrimonio e l’eucarestia”. Il comunicato della diocesi aggiunge che a causa della sua posizione il sacerdote “si è separato pubblicamente dalla comunione con il Papa e con la Chiesa”.

Don Uribe dunque è stato accusato di essere eretico e scismatico per avere rifiutato quelle indicazioni pastorali di papa Bergoglio che, agli occhi di tanti cardinali, vescovi e teologi, sono in odore di eresia, proprio perché sembrano allontanarsi dalla fede cattolica. Il che significa che il sacerdote che rifiuta di amministrare la comunione ai divorziati risposati o agli omosessuali praticanti viene sospeso a divinis o scomunicato, mentre chi rifiuta il Concilio di Trento e la Familiaris consortio viene promosso vescovo, e magari nominato cardinale, come attende probabilmente mons. Charles Scicluna, arcivescovo di Malta, uno dei due vescovi maltesi che autorizzano la comunione ai divorziati risposati che vivono more uxorio. Il nome della piccola isola del Mediterraneo sembra comunque avere uno strano legame con il futuro di papa Bergoglio, meno tranquillo di quanto si possa immaginare.

Chi è oggi ortodosso, e chi è eretico e scismatico? E’ questo il grande dibattito che si delinea all’orizzonte. Uno scisma di fatto, come lo ha definito il quotidiano tedesco Die Tagespost, ossia una guerra civile nella Chiesa, di cui la guerra in atto all’interno dell’Ordine di Malta è solo una pallida prefigurazione. (Roberto de Mattei)

 

Il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, nella lettera rivolta il 25 gennaio ai Membri del Sovrano Consiglio dell’Ordine, che si riuniranno a Roma, nella sede di via Condotti, il 28 gennaio, comunica che Papa Bergoglio:
– nominerà un “delegato pontificio”, figura assolutamente irrituale per l’Ordine di  Malta;
– dà per avvenute le dimissioni del Gran Maestro, che invece non saranno tali finché non saranno ratificate dal Sovrano Consiglio;
– si attribuisce il potere di rendere nulli e validi, tutti gli atti del Gran Maestro e del Sovrano Consiglio compiuti dopo il 6 dicembre 2016, reintegrando dunque Albrecht von Boeselager e destituendo il nuovo Gran Cancelliere Fra John Critien.
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Dal Vaticano. 25 gennaio 2017
N.338.217
Distinti Membri del Sovrano Consiglio.
mi premuro di informaVi che S.A.E. Fra ‘ Matthew Festing, Gran Maestro dell’Ordine, in data 21 gennaio 2017 ha rassegnato le Sue dimissioni nelle mani del Santo Padre Francesco, il quale le ha accettate. Come la Carta Costituzionale dell’Ordine prevede all’art . 17 § I. il Gran Commendatore assumerà la responsabilità del governo ad interim. A norma dell’art. 143 de l Codice Melitense, Egli provvederà ad informare i Capi degli Stati con i quali l’Ordine mantiene relazioni diplomatiche e le diverse organizzazioni melitensi. Per aiutare l’Ordine nel processo di rinnovamento che si vede necessario. il Santo Padre nominerà un Suo Delegato personale con i poteri che definirà nello stesso atto di nomina.
Il Gran Commendatore, nella funzione di Luogotenente lnterinale, eserciterà i poteri di cui all’art. 144 dello Statuto Melitense finché non sarà nominato il Delegato Pontificio.
Il Santo Padre, sulla base dell’evidenza emersa dalle informazioni da Lui assunte, ha determinato che tutti gli atti compiuti dal Gran Maestro dopo il 6 dicembre 2016 sono nulli e invalidi. Così anche quelli del Sovrano Consiglio, come l’elezione del Gran Cancelliere ad interìm.
Il Santo Padre, riconoscendo i grandi meriti dell’Ordine nel realizzare tante opere per la difesa della fede e al servizio dei poveri e degli ammalati, esprime tutta la sua sollecitudine pastorale verso di esso e auspica la collaborazione di tutti in questo momento delicato e importante per il futuro. Il Santo Padre benedice tutti i membri. volontari e benefattori dell’Ordine e li sostiene con la Sua preghiera .
Pietro Cardinale Parolin
Segretario di Stato
_______________________________
Ai Membri del Sovrano Consiglio
del Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta
ROMA

 

Il Vaticano ha vinto la sua battaglia dentro l’Ordine di Malta. Ottenendo quanto voleva: le dimissioni del Gran maestro, Matthew Festing, e il reintegro del barone Albrecht Freiherr von Boeselager (nella foto) estromesso il 6 dicembre. Ma la saga continua, in una vicenda dove probabilmente c’è in gioco molto più di quanto appare.

MOTUS IN FINE VELOCIOR

La capitolazione di Festing si è consumata in un battibaleno. Martedì 24 viene ricevuto da Bergoglio che gli chiede di dimettersi. Lui obbedisce. Sono dimissioni che da Costituzione melitense non andavano né invocate né accettate dal Papa. Il giorno seguente il segretario di Stato, Pietro Parolin, scrive all’Ordine. Dà per già definite le dimissioni del Gran maestro. Così non è: manca il via libera del Sovrano consiglio. Lo stesso giorno, infatti, una secca nota dell’Ordine dà conto che il Consiglio a norma della Costituzione è convocato per sabato 28 per accettare la rinuncia del Gran maestro. Ultima, orgogliosa precisazione sulla sovranità dell’Ordine. Ma in Vaticano hanno già deciso. Venerdì 27 è il Papa in persona a scrivere al Gran commendatore e mette le mani avanti chiamandolo già “Luogotenente interinale”. Una carica che venerdì ancora non ha: può assumerla solo una volta che il Consiglio abbia ratificato le dimissioni del Gran maestro. E questo avviene sabato. Era un avvertimento al Sovrano consiglio perché non pensasse neppure a rigettare le dimissioni di Festing? Comunque sia, pare evidente la pressione della Santa Sede affinché la settimana si chiudesse secondo i suoi desiderata.

I CAVALIERI CONTRO

Secondo un’indiscrezione raccolta dal National Catholic Register, una “manciata” di membri del Sovrano consiglio ha comunque votato per respingere le dimissioni di Festing. Del Consiglio fanno parte dieci membri più il Gran maestro. A cose fatte, sabato pomeriggio, un comunicato stampa dell’Ordine, richiamando la Costituzione, informa che “il Gran commendatore, Fra’ Ludwig Hoffmann von Rumerstein, ha assunto la carica di Luogotenente interinale e rimarrà a capo del Sovrano Ordine di Malta fino all’elezione del successore del Gran maestro”. C’è poi un passaggio che in quelle concitate ore nei saloni del palazzo magistrale di via Condotti deve essere sfuggito. O che, invece, nel felpato linguaggio di cavalieri abituati alla diplomazia, fa intendere qualcosa. Si dice infatti che “successivamente” all’accettazione della rinuncia di Festing, “il Sovrano Consiglio presieduto dal Luogotenente interinale ha revocato i decreti con le procedure disciplinari e la sospensione dall’Ordine di Albrecht Boeselager, che riassume la carica di Gran Cancelliere”. Ma il Papa nella sua lettera di venerdì disponeva diversamente. Scrive Francesco: “Essendo nulli e invalidi tutti gli atti compiuti dal Gran maestro dopo il 6 dicembre 2016, il barone von Boeselager è da considerare un membro del Sovrano consiglio e quindi da questo momento deve essere invitato a tutte le riunioni dello stesso Consiglio; in caso contrario, la riunione sarebbe nulla”.

DELEGATO PONTIFICIO E UN CARDINALE IN PANCHINA

La prossima mossa spetta ancora al Papa, che nella sua lettera di venerdì chiarisce che il suo delegato “curerà specificamente il rinnovamento spirituale e morale dell’Ordine e, in particolare dei membri che hanno professato i voti di obbedienza, castità e povertà”. E annuncia che “avrà il compito di essere il mio esclusivo portavoce durante il periodo del suo mandato per tutto ciò che riguarda le relazioni dell’Ordine con la Santa Sede”. Il mandato durerà fino alla conclusione del Capitolo straordinario che dovrà eleggere il nuovo Gran maestro. Ed è uno sgambetto al cardinale patrono, Raymond Burke. Da Costituzione, è lui che dovrebbe occuparsi “degli interessi spirituali dell’Ordine” e dei rapporti con la Santa Sede. Francesco ancora una volta dispone diversamente. Un’altra testa sta per rotolare? Ne è convinto il vaticanista Sandro Magister:

“La decapitazione inflitta da papa Francesco all’Ordine di Malta è doppia. Perché a cadere non è solo la testa del Gran Maestro Festing, ma anche, di fatto, quella del cardinale patrono Raymond Leo Burke”. Diversa l’analisi di Andrea Tornielli: “Non sembrano esserci all’orizzonte decisioni riguardanti il ruolo del cardinale patrono” che, per il vaticanista della Stampa è “protagonista dell’intera vicenda”. Una rimozione di Burke, commenta, probabilmente era invece auspicata “da quei suoi sostenitori che speravano potesse diventare un «martire» politico del pontificato”.

CHI SARÀ IL PORTAVOCE DEL PAPA?

Nelle prossime ore scopriremo chi sarà il delegato pontificio. Da quando è scoppiato il caso, mai è stata citata un’altra figura religiosa presso l’Ordine, il prelato, anch’esso di nomina pontificia. Attualmente ricopre l’incarico di superiore religioso del clero cavalleresco il vescovo Jean Laffitte. Bergoglio potrebbe mandare all’Ordine il nunzio Silvano Tomasi, già a capo del gruppo di informazione creato poco prima di Natale per indagare sul disordine interno? L’arcivescovo era stato contestato da Festing che, senza citarlo direttamente, aveva notato “conflitti di interesse” di tre membri di quel gruppo a indagare nell’Ordine sulla cacciata di von Boeselager. I tre e lo stesso barone sarebbero stati coinvolti nella vicenda di un lascito ereditario di 120 milioni di franchi conservato in un trust svizzero.

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Albrecht von Boeselager

SI CANCELLA UN MESE DI STORIA

Nell’autodafé che si è consumato nel palazzo magistrale di via Condotti sabato pomeriggio, anche un deciso restyling del sito web dell’Ordine. Cancellati tutti i comunicati dell’ex Gran maestro delle scorse settimane, nei quali difendeva il suo diritto a decidere della posizione del Gran cancelliere Boeselager e rifiutava il Gruppo pontificio di indagine interna (es: qui e qui). Descrivono bene il nuovo corso dell’Ordine queste righe della nota stampa diffusa sabato 28: “Il Sovrano Ordine di Malta è estremamente grato a Papa Francesco e al Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin per la sollecitudine e il sostegno dato all’Ordine. L’Ordine di Malta esprime il suo ringraziamento al Santo Padre perché le sue decisioni sono state tutte prese nel pieno rispetto dell’Ordine con l’obiettivo di rafforzare la sua sovranità”. Insomma, tutti i timori di ingerenza vaticana espressi da Festing, ufficialmente finiscono in valigia e se ne vanno con lui. Ufficialmente, perché non tutti sembrano gradire quanto accaduto nelle ultime ore. Come riporta il vaticanista Edward Pentin: c’è chi parla di rischio di fine dell’Ordine fondato quasi mille anni fa. Chi evoca lo scenario di un Anschluss dell’Ordine alla Santa Sede.

RAPPORTI DI POTERE VERSO IL “CONCLAVE”

Se non si può ancora parlare di vittoria della componente tedesca su quella inglese – questo lo vedremo al conclave maltese che dovrà eleggere il nuovo Gran maestro –, di certo un elemento balza agli occhi. È la presenza dei membri laici tra le più alte cariche. La Costituzione lo prevede, ma specifica che sarebbe preferibile che Gran cancelliere (ministro Esteri e Interno), Ricevitore del comun tesoro (ministro delle Finanze) e Grande ospedaliere (ministro dell’Azione umanitaria) fossero eletti tra i cavalieri professi. Ad oggi quei ruoli sono invece tutti ricoperti da cavalieri di obbedienza. Cioè, laici. Due su tre dei nobilissimi ministri sono tedeschi: il barone von Boeselager (Gran cancelliere) e il conte János Esterházy de Galántha (alle Finanze). È invece nato in Francia il principe Dominique de La Rochefoucauld-Montbel (Grande ospedaliere). Austriaco e religioso, il Luogotenente che dovrà guidare la transizione, Fra’ Ludwig Hoffmann von Rumerstein.
Sarebbero i tedeschi a lavorare per una modernizzazione dell’Ordine e per un maggior potere rispetto a chi prende i voti religiosi a cui, da Costituzione, spetta la reggenza dei cavalieri. Ma tra i tedeschi al momento non risultano esserci cavalieri pronti per il ruolo. Che si vada verso una modifica della Costituzione riformata appena nel 1997?

925.- I punti della legge elettorale su cui si sta esprimendo la consulta

Alla base del problema della legge elettorale c’è che i partiti, come si sono andati conformando, sono divenuti centri di potere e di interessi diversi, estranei all’interesse comune, perciò, non sono adeguati a rappresentare i cittadini, come prescrive l’art. 49 e come precisa l’art. 67 della Costituzione. In particolare, per l’art. 67, il vincolo di mandato è necessario che sia previsto nelle elezioni amministrative, perché risulta coerente e non vi si vedono ostacoli alla sua legittimità. Ma, l’evolversi della morale comune, in senso negativo, purtroppo, renderebbe auspicabile la sua adozione anche per gli eletti alle politiche. E’,infatti, sempre più difficile riuscire a coniugare e a giustificare i cambiamenti di casacca degli eletti con il supremo interesse della Nazione. Tentare di risolvere i problemi della governabilità senza prendere atto di queste realtà e senza affrontare una riforma radicale dei partiti è perfettamente inutile.

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La camera di consiglio dei giudici della corte costituzionale si è aperta alle 9.30, dal 24 gennaio i giudici stanno esaminando l’Italicum. La corte è stata interpellata da cinque tribunali – Trieste, Torino, Messina, Genova e Perugia – che hanno sollevato alcune questioni di legittimità per la possibile violazione di numerosi articoli della costituzione, tra cui, in particolare, quelli sulla sovranità popolare, sull’uguaglianza e sul diritto al voto. I ricorsi riguardano nove punti della legge, tra cui il ballottaggio, la soglia di sbarramento e il premio di maggioranza. La decisione è attesa in tarda mattinata tra le 13 e le 13.30, secondo quanto annunciato il 24 gennaio dalla stessa corte.

Che succede stamattina. La consulta è riunita in camera di consiglio dal 24 gennaio ed emetterà la sentenza entro oggi.Le motivazioni della sentenza della corte saranno depositate tra il 15 e il 28 febbraio, ed è probabile che la consulta chieda al parlamento di approvare una nuova legge elettorale che recepisca le sue indicazioni.
Relatore è il giudice Nicolò Zanon. Vincenzo Nunziata è il vice avvocato generale dello stato che difende l’Italicum per conto della presidenza del consiglio, ma in aula c’è anche l’avvocato generale Massimo Massella Ducci Teri che ha chiesto l’inammissibilità del ricorso, perché l’Italicum non è mai stato usato. In udienza ci sono anche i legali che hanno presentato il ricorso contro l’Italicum.

La corte è stata interpellata da cinque tribunali – Trieste, Torino, Messina, Genova e Perugia – che hanno sollevato alcune questioni di legittimità per la possibile violazione di numerosi articoli della costituzione, tra cui, in particolare, quelli sulla sovranità popolare, sull’uguaglianza e sul diritto al voto. I ricorsi riguardano nove punti della legge, tra cui il ballottaggio, la soglia di sbarramento e il premio di maggioranza. La consulta avrebbe dovuto esaminare la legge elettorale il 4 ottobre, ma il 19 settembre ha deciso di far slittare la sentenza a una data successiva al referendum costituzionale del 4 dicembre.

Cosa prevede l’Italicum. È un sistema elettorale proporzionale che prevede una correzione maggioritaria con doppio turno, soglia di sbarramento e un premio di maggioranza. La legge istituisce cento collegi elettorali plurinominali, con capolista bloccati. Dal secondo candidato in poi ci sono le preferenze. Ogni elettore potrà esprimere al massimo due preferenze: in questo caso dovrà votare per una donna e per un uomo, pena l’annullamento della seconda preferenza.

La lista o il partito che ottiene più del 40 per cento al primo turno (o che vince al ballottaggio) prende il premio di maggioranza: 340 seggi su 630. I 290 seggi rimanenti sono assegnati agli altri partiti. Se nessuno riesce a superare il 40 per cento al primo turno si procede al ballottaggio tra i due partiti o liste che hanno ottenuto il maggior numero di voti.

La soglia di sbarramento per entrare in parlamento è fissata al 3 per cento. Al momento la legge elettorale Italicum (entrata in vigore nel luglio del 2016) è valida solo per l’elezione dei deputati, perché è stata scritta presumendo che la riforma costituzionale sarebbe stata approvata dagli elettori nel referendum del 4 dicembre, e i senatori non sarebbero più stati eletti a suffragio universale.

Quali sono i punti contestati. La corte dovrà stabilire se siano legittimi il premio di maggioranza, il ballottaggio, i capolista bloccati, la possibilità per il capolista di candidarsi in più collegi e di scegliere in quale collegio essere eletto, in caso di vittoria in più di un collegio.

Il premio di maggioranza, secondo i critici, sarebbe troppo alto, e non garantirebbe l’indipendenza del potere legislativo dal potere esecutivo e un’adeguata rappresentatività dell’opposizione. Il ballottaggio è stato criticato perché si terrebbe tra le due forze più votate indipendentemente dai voti presi. Quindi anche un partito che ottiene il 20 per cento dei voti al primo turno potrebbe andare al ballottaggio e ottenere la maggioranza assoluta dei seggi.

La legge elettorale è stata criticata anche perché i capolista sono bloccati e sono scelti dal partito e non dagli elettori. Inoltre l’Italicum è valido solo per la camera: se il ballottaggio restasse e non fosse approvata una nuova legge elettorale, al senato si voterebbe con un sistema a turno unico, alla camera con il doppio turno. Un impianto non omogeneo in contrasto con il bicameralismo paritario previsto dalla costituzione italiana.

Le proposte di riforma. Nel Partito democratico (Pd) ci sono diversi progetti per riformare la legge elettorale, ma starà al Pd, che ha 301 seggi alla camera e 113 seggi al senato, fare una proposta per riformare la legge con la quale si andrà a votare alle prossime elezioni. Prima del referendum c’era stata una proposta da parte della corrente renziana per cambiare l’Italicum come richiesto dalla minoranza del partito. La modifica prevedeva una riduzione del premio di maggioranza.

Altre proposte dello schieramento democratico sono il ritorno al Mattarellum (appoggiato dai bersaniani) e una modifica dell’Italicum proposta dalla corrente dei giovani turchi (premio di 90 seggi alla lista più votata ed eliminazione del secondo turno). Per modificare la legge il Pd dovrà trovare un accordo con gli altri partiti che al momento hanno posizioni abbastanza diverse sulla legge elettorale.

Il Movimento 5 stelle (91 deputati e 35 senatori), che ha sempre criticato l’Italicum, ora sembra più interessato ad andare a votare nel più breve tempo possibile, quindi propone di andare al voto con due leggi elettorali diverse per camera e senato, dopo la decisione della corte costituzionale sull’Italicum. Posizione che condivide con la Lega nord (19 deputati e 12 senatori) che non sembra interessata alla riforma della legge elettorale per il momento, ma che con pochi rappresentanti in parlamento non avrà molta voce in capitolo. Mentre saranno determinanti le scelte di Sinistra italiana (31 deputati e dieci senatori) da una parte e di Forza Italia (con 50 deputati e 42 senatori) e Nuovo centrodestra (30 deputati e 29 senatori) dall’altra. Forza Italia sembra orientata verso un sistema proporzionale con soglie di sbarramento e un piccolo premio di maggioranza, che gli garantirebbe di non dover fare coalizioni con la Lega nord.

924.-L’urlo d’allarme dal Vaticano: “Sotto attacco”. Ratzinger: La lectio magistralis, il documento profetico sull’Islam

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Dove ci porta l’ epoca Trump? Scrive Antonio Socci:

I documenti usciti da Wikileaks «svelano aspetti nascosti di Hillary Clinton e del suo staff», per esempio «una lettera del 2012» (al tempo di Benedetto XVI) da cui «emerge una certa attenzione nei confronti della Chiesa cattolica».

La pistola fumante – il professor Germano Dottori, docente di Studi Strategici presso l’ Università Luiss di Roma e consigliere scientifico di Limes, interrogato fra l’ altro su quei documenti Wikileaks  ha risposto: «Sono saltati fuori documenti in cui emerge una forte volontà dello staff di Hillary di suscitare una rivolta all’ interno della Chiesa, per indebolirne la gerarchia. Si sarebbero serviti di associazioni e gruppi di pressione creati dal basso, seguendo uno schema consolidato nell’ esperienza delle rivoluzioni colorate“Pur non avendo alcuna prova» ha aggiunto Dottori “ho sempre pensato che Benedetto XVI sia stato indotto all’ abdicazione da una macchinazione complessa, ordita da chi aveva interesse a bloccare la riconciliazione con l’ ortodossia russa, pilastro religioso di un progetto di progressiva convergenza tra l’ Europa continentale e Mosca”. Oggi – nell’ epoca Trump – questa prospettiva torna attualissima anche per la Chiesa (oltreché per l’ Europa). E l’ incontro di Francesco col Patriarca Kirill sarebbe stato un primo passo se Francesco non si fosse affrettato subito a “ridimensionare” quanto aveva firmato.”

“È quasi impossibile, ma sarebbe una svolta straordinaria se Bergoglio adesso gettasse via l’ Agenda Obama (e l’ Agenda Scalfari) per far sua l’ Agenda Ratzinger, accettando la mano (fraterna e correttiva) che Benedetto XVI gli ha più volte teso per scongiurare deviazioni dottrinali e un’ implosione della Chiesa.”

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Quando l’allora Pontefice Benedetto XVI nel 2006 aveva tenuto una lectio magistralis parlando di Islam e della vera natura del Corano, a decine si erano sollevati per accusarlo di islamofobia. Dopo appena dieci anni, l’esercito di intellettualoni politicamente corretti deve almeno un sms di scuse all’ex Papa, alla luce delle barbarie degli ultimi anni messe in campo nel nome di Allah e quanto Ratzinger avesse provato a metterci in guardia. Il Giornale riporta l’intera lectio magistralis con la quale si riconosceva già allora quanto l’Occidente fosse sotto attacco, “da molto tempo minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione”. Durante il suo viaggio apostolico in Baviera, Ratzinger aveva anche citato un dialogo tra un dignitario persiano e l’imperatore bizantino del XII-XIII secolo, nel quale si affrontava “l’irrazionalità” della guerra di religione voluta da Maometto, fermamente convinto che la Fede debba essere difesa solo con la spada. Un discorso articolato e complesso che porta anche all’apertura sulla critica “della ragione moderna” ma che non “includa assolutamente che si debba tornare indietro”.

L’islam usa la spada non la ragione. Così Ratzinger ci aveva avvertiti

La lectio magistralis tenuta dall’allora Pontefice nel 2006 aveva squarciato il velo sulla vera natura del Corano Benedetto XVI fu accusato dalla stampa di islamofobia, ma dieci anni dopo le sue parole appaiono profetiche.

Pubblichiamo ampi stralci della lectio magistralis «Fede, ragione e università – Ricordi e riflessioni». L’orazione è stata tenuta da papa Benedetto XVI il 12 settembre 2006 all’università di Regensburg (Ratisbona) durante il suo viaggio apostolico in Baviera. Un discorso profetico nel quale il Pontefice toccava i temi del rapporto tra il cristianesimo e l’islam, parlando anche di jihad. Citando un teologo e la sua analisi di un dialogo tra un dignitario persiano e l’imperatore bizantino del XII-XIII secolo, si parla dell’«irrazionalità» della guerra di religione propugnata da Maometto. La lezione provocò molto clamore e scatenò dure polemiche nei confronti di Ratzinger, ma aprì uno squarcio sulla natura dei rapporti tra le due religioni e sulla vera essenza del Corano.

Un documento che risulta ancora più attuale ed efficace.

 

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Illustri Signori, gentili Signore!

È per me un momento emozionante stare ancora una volta sulla cattedra dell’Università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l’Istituto superiore di Freising, iniziai la mia attività di insegnante accademico all’università di Bonn. Era nel 1959 ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari.

(…)

L’Università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch’esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del «tutto» dell’universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra Università c’era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva. Di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell’insieme dell’Università, era una convinzione indiscussa.

Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d’inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi probabilmente l’imperatore stesso ad annotare, durante l’assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non le risposte dell’erudito persiano. Il dialogo si estende su tutto l’ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull’immagine di Dio e dell’uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le «tre Leggi»: Antico Testamento, Nuovo Testamento e Corano. Vorrei toccare in questa lezione solo un argomento piuttosto marginale nella struttura del dialogo che, nel contesto del tema «fede e ragione», mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.

Nel settimo colloquio (controversia) edito dal professor Khoury, l’imperatore tocca il tema della jihad (guerra santa). Sicuramente l’imperatore sapeva che nella sura 2,256 si legge: «Nessuna costrizione nelle cose di fede». È una delle sure del periodo iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il «Libro» e gli «increduli», egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava». L’imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. «Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione (logos) è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte».

L’affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. Theodore Khoury commenta: per l’imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest’affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un’opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazn si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l’uomo dovrebbe praticare anche l’idolatria.

Qui si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: «In principio era il verbo», ovvero il logos. È questa proprio la stessa parola che usa l’imperatore: Dio agisce con logos. Logos significa insieme ragione e parola: una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l’evangelista. L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di San Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell’Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: «Passa in Macedonia e aiutaci!» (cfr At 16,6-10), questa visione può essere interpretata come una «condensazione» della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l’interrogarsi greco.

In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato da molto tempo.

(…)

Con questa nuova conoscenza di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità che sono soltanto opera delle mani dell’uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta la durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che volevano ottenere con la forza l’adeguamento allo stile di vita greco e al loro culto idolatrico, la fede biblica, durante l’epoca ellenistica, andava interiormente incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda letteratura sapienziale. Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell’Antico Testamento – la «Settanta», realizzata in Alessandria – è più di una semplice (da valutare forse in modo poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero ellenistico fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: non agire «con il logos» è contrario alla natura di Dio.

Per onestà bisogna annotare a questo punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano. In contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista iniziò con Duns Scoto una impostazione volontaristica, la quale alla fine portò all’affermazione che noi di Dio conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe la libertà di Dio, in virtù della quale Egli avrebbe potuto creare e fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che, senz’altro, possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazn e potrebbero portare fino all’immagine di un Dio-Arbitrio, che non è legato neanche alla verità e al bene. La trascendenza e la diversità di Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più un vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni effettive. In contrasto con ciò, la fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l’analogia e il suo linguaggio (cfr Lat IV). Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore. Certo, l’amore «sorpassa» la conoscenza ed è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso rimane l’amore del Dio-logos, per cui il culto cristiano è logike latreia, un culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr Rm 12,1).

Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l’interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell’Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l’Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa.

Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una parte integrante della fede cristiana, si oppone la richiesta della dis-ellenizzazione del cristianesimo: una richiesta che dall’inizio dell’età moderna domina in modo crescente la ricerca teologica. Visto più da vicino, si possono osservare tre onde nel programma della dis-ellenizzazione: pur collegate tra di loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro obiettivi sono chiaramente distinte l’una dall’altra.

La dis-ellenizzazione emerge dapprima in connessione con i postulati fondamentali della Riforma del XVI secolo. (…) Così la fede non appariva più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un sistema filosofico. Il «sola Scriptura» invece cerca la pura forma primordiale della fede, come essa è presente originariamente nella Parola biblica. La metafisica appare come un presupposto derivante da altra fonte, da cui occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa. Con la sua affermazione di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede, Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole l’accesso al tutto della realtà.

La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una seconda onda nel programma della dis-ellenizzazione: di essa rappresentante eminente è Adolf von Harnack. Durante il tempo dei miei studi, come nei primi anni della mia attività accademica, questo programma era fortemente operante anche nella teologia cattolica. Come punto di partenza era utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. (…)Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno al semplice uomo Gesù e al suo messaggio semplice, che verrebbe prima di tutte le teologizzazioni e, appunto, anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe questo messaggio semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo religioso dell’umanità. Gesù avrebbe dato un addio al culto in favore della morale. In definitiva, Egli viene rappresentato come padre di un messaggio morale umanitario. Lo scopo di ciò è in fondo di riportare il cristianesimo in armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la fede nella divinità di Cristo e nella trinità di Dio. In questo senso, l’esegesi storico-critica del Nuovo Testamento sistema nuovamente la teologia nel cosmo dell’Università: teologia, per Harnack, è qualcosa di essenzialmente storico e quindi di strettamente scientifico. Ciò che essa indaga su Gesù mediante la critica è, per così dire, espressione della ragione pratica e di conseguenza anche sostenibile nell’insieme dell’Università. In sottofondo c’è l’autolimitazione moderna della ragione, espressa in modo classico nelle «critiche» di Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali.

(…)

Per il momento basta tener presente che, in un tentativo alla luce di questa prospettiva di conservare alla teologia il carattere di disciplina «scientifica», del cristianesimo resterebbe solo un misero frammento. Ma dobbiamo dire di più: è l’uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del «da dove» e del «verso dove», gli interrogativi della religione e dell’ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla «scienza» e devono essere spostati nell’ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la «coscienza» soggettiva diventa in definitiva l’unica istanza etica. In questo modo, però, l’ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell’ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l’umanità: lo constatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione, patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell’ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un’etica partendo dalle regole dell’evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente insufficiente.

Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira tutto questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente alla terza onda della dis-ellenizzazione che si diffonde attualmente. In considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il Nuovo Testamento, infatti, e stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco, un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura.

Con ciò giungo alla conclusione. Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte della decisione di fondo dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell’università e nel vasto dialogo delle scienze.

Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’Universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare, alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: «Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell’irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull’essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell’essere e subirebbe un grande danno». L’Occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così può subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza: è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica entra nella disputa del tempo presente. «Non agire secondo ragione (con il logos) è contrario alla natura di Dio», ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all’interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’Università.

Regensburg, 12 settembre 2006

923.-Costituzione e diritti negati: salute, lavoro, istruzione, pensione, risparmio, partecipazione alla politica e, ora, anche la sicurezza.

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Chi viola costantemente la Costituzione chiederà sempre di cambiarla; ma noi, già sostenitori del NO, come vorremmo aggiornarla? Insieme a Stefano Alì, elenchiamo alcuni articoli che, sicuramente, avrebbero avuto e hanno la precedenza sulla riforma del Senato. Comincerei dall’articolo 81 sul “pareggio di bilancio”, perché la mancanza di risorse condiziona facilmente l’applicabilità dell’intera trama dei principi costituzionali, lasciandone intatto, ma vuoto di contenuti, l’impianto normativo.

L’articolo 81 della Costituzione: il “pareggio di bilancio”.

Il pareggio di bilancio, quello che “hanno” inserito in Costituzione con legge Costituzionale, non dico “potrebbe essere”, è incostituzionale. Fra i tanti perché, determina lo smantellamento dello Stato sociale e incide sulla sicurezza.

Il 16 Dicempre 2016 la Corte Costituzionale si è appena pronunciata su una legge della Regione Abruzzo, che aveva condizionato il contributo per il trasporto degli studenti disabili alle risorse stanziate in bilancio. Sempre in Abruzzo, le carenze che stanno ostacolando l’opera della Protezione Civile sono davanti agli occhi di tutti. Certamente, l’assetto della Protezione Civile deve essere rivisto, sopratutto per la parte operativa; ma il pareggio di bilancio (vigente per Stato e Regioni) e il “patto di stabilità interno” che ne deriva (per i Comuni) incideranno, comunque, sulle risorse da destinarvi.

Costituzione e diritti negati: : La solidarietà.

Articolo 38 della Costituzione

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L’assistenza privata è libera.
Eppure, in risposta si inventano l’«APE» per cui per andare in pensione devi chiedere un prestito in banca coperto da una assicurazione.

E se la pensione non ti permette di campare, puoi sempre ipotecare la casa e la banca benevola ti fa un prestito. Non è più lo Stato a garantire la sopravvivenza, ma banche e assicurazioni private dietro lauto compenso.  Bene, il prestito vitalizio ipotecario è sintomatico della progressiva contrazione dell’area di intervento delle istituzioni pubbliche a fronte delle crescenti difficoltà economiche delle famiglie.

Costituzione e diritti negati: La salute.

Articolo 32 della Costituzione

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.
Avete letto: “Fondamentale”? E’ l’unica volta che la Costituzione definisce fondamentale un diritto. Invece, tutto parte dal momento in cui è stato deciso di trasformare il Servizio Sanitario Nazionale in “aziende”.

Tagli alla sanità, chiusure degli ospedali, tagli ai posti letto, aumento dei ticket, prestazioni diagnostiche e cliniche fondamentali non sono più in assistenza gratuita.

Guardando meglio, però, si vede che si tratta quasi sempre di interventi per patologie tipiche di persone anziane. Dunque, più che al risparmio, si punta al rapido degrado delle condizioni di vita di questa fascia di età, favorendone la “riduzione delle aspettative di vita”. (contropiano.org)
Undici milioni di italiani non si curano più per ragioni economiche!

Ovviamente a tutto vantaggio delle strutture private. Oltre alle tasse specifiche con cui viene già pagato il servizio sanitario nazionale, infatti, i ticket eguagliano e talvolta superano il costo presso privati.

Costituzione e diritti negati: L’istruzione

Articolo 34 della Costituzione

La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.
Le scuole pubbliche cadono a pezzi e i nostri ragazzi non sono neppure al sicuro. Contributi “facoltativi” che in realtà sono obbligatori. Detersivi, carta igienica e cancelleria fornita dai genitori. Insegnanti esiliati da una parte all’altra dell’Italia, i ragazzi sbandati. In poche parole la scuola pubblica ridotta in macerie mentre vengono elargiti “fiumi di soldi alle private“.

Con buona pace anche dell’articolo 33 della Costituzione

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
E’ prescritto un esame di Stato per la ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.
Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

Costituzione e diritti negati: La tutela del risparmio.

Articolo 47 della Costituzione

La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.
Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.
È sufficiente ricordare le decine di migliaia di famiglie espropriate dei risparmi di una vita per salvare alcune banche (tra cui quella del papà della Boschi)?

È sufficiente ricordare che mentre gente comune teme per suoi risparmi, il fondo Blackrock festeggia i profitti che derivano dalla crisi?

Costituzione e diritti negati: Il lavoro.

Vi dico: “Non c’è dignità senza il lavoro e non c’è libertà senza la dignità.” Ecco gli Articoli 1, 3, 4, 35, 38: 

Articolo 1

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Articolo 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Articolo 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Articolo 35

La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.

Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.

Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero.

e, ancora, il 38.

Al lavoro Alì ha dedicato un intero post perché c’è la “pistola fumante”.

Ciò che hanno spacciato come “politiche per il lavoro” e “politiche contro il precariato” aveva, invece, il fine di agevolare i licenziamenti e far esplodere precariato e crollo dei salari. Lo ha messo nero su bianco il Ministero per lo Sviluppo Economico.

Lo ha scritto in una brochure destinata agli “investitori esteri”. Qui il post con la brochure in download: Il successo del Jobs Act.

E che dire dell’accordo tra Miur e McDonald’s in “alternanza scuola lavoro”? La scuola dovrebbe formare uomini e donne. L’Alternanza scuola-lavoro, l’accordo tra Miur e McDonald’s. è la reintroduzione a norma di legge dello sfruttamento del lavoro minorile.

Costituzione e diritti negati per favorire mercati e investitori privati

Solo e soltanto interventi a favore degli investitori privati, sulla pelle dei diritti sanciti dalla Costituzione.

Costituzione e diritti negati: limiti all’iniziativa economica privata

Articolo 41 commi 1 e 2

L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
E a stuprare la Costituzione sono proprio coloro che sostengono la necessità di modificarla. Per liberarsi ulteriormente le mani!

Ma c’è un perché a tutto questo e sta nei partiti che hanno consentito e approvato lo stravolgimento della Costituzione fino a raggiungere il punto di non ritorno ed è questa la prima riforma che chiederei:

Costituzione e diritti negati:: partecipazione alla politica

Articolo 49

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale [cfr. artt. 18, 98 c. 3, XII c. 1].

Il costituente afferma il diritto di ciascuno di costituire partiti in quanto esso è espressione del diritto di libertà dei singoli ed i partiti, espressione di pluralismo, rappresentano una delle basi dell’ordinamento democratico. Ma, appunto, com metodo democratico sconosciuto alle cerchie, ai cerchi e ai gigli magici, alle congreghe delle gerarchie difficilmente penetrabili dei partiti, dove prevalgono arroganza, ignoranza e interessi privati, favoriti dal troppo denaro e dal troppo potere che la decantata Costituzione ha messo in mano alla politica. Come sottolinea la disposizione, una delle principali funzioni dei partiti è di partecipare alla politica nazionale attraverso un confronto reciproco basato sulla democrazia. Nei fatti, stabilito un proprio programma, essi procedono ad individuare coloro che intendono proporre come candidati e, attraverso le campagne elettorali, a diffondere nei cittadini il proprio pensiero, al fine di attirare consensi. Dal punto di vista della struttura, essi sono associazioni private non riconosciute e organizzate stabilmente. Manca, nella Costituzione, una norma che ne imponga un’organizzazione democratica, ciò che solleva più di qualche dubbio circa la libertà di cui godono gli aderenti.
Attorno al profilo delle risorse economiche che li sostengono, gravita una delle questioni più accese della politica italiana sin dal dopoguerra ad oggi, quella del finanziamento pubblico ai partiti. Sulla riforma dei partiti, è stato depositato un progetto di legge che abbiamo esaminato e che giace al Senato. Vuole introdurre il requisito della trasparenza, specialmente sui finanziamenti e, aggiungerei, il requisito dell’alternanza, fondamentale per un assetto democratico.