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1418.- I separatismi buoni e quelli cattivi. Dal Kosovo alla Catalogna

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Madrid “commissaria” la Catalogna.  Le rivendicazioni indipendentiste in Catalogna hanno motivazioni che risalgono al primo medioevo: dalla sconfitta dei mori nell’801 d.C. all’indipendenza finita con la conquista di Barcellona da parte dei Borboni nel 1714.

l ministero dell’Interno spagnolo ha deciso di assumere il coordinamento delle forze di sicurezza in Catalogna per impedire la celebrazione del referendum del 1 ottobre, dichiarato illegale da una sentenza della Corte costituzionale. Il governo della Generalitat guidato da Carles Puigdemont fa appello ai Paesi democratici: “Eʼ una lotta tra libertà e autoritarismo”. L’Ue, per bocca di Tajani: “io sto con Madrid”. Il corpo dei Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana, dipendente dalle autorità regionali, è finito sotto la tutela del Ministero dell’Interno spagnolo. Il governo Rajoy lo ha annunciato dopo aver comunicato al consigliere per gli affari interni della Generalitat, Joaquim Forn, l’invio in Catalogna di unità della Policia Nacional e della Guardia Civil “in appoggio” ai Mossos d’Esquadra. Attesi fino a 4mila agenti.

Il comandante operativo dei Mossos, il maggiore Josep Lluis Trapero, criticato per un “atteggiamento blando” verso gli indipendentisti, teme a questo punto di essere esautorato e avrebbe già informato gli agenti alle sue dipendenze che non accetterà la disposizione comunicata dalla procura. Anche le autorità catalane, l’amministrazione regionale di Barcellona, non si sono fatte attendere: il consigliere per gli affari interni, Joaquim Forn, ha respinto l’imposizione di Madrid sostenendo che è “intollerabile che lo Stato diriga le operazioni di polizia in Catalogna attraverso un alto dirigente del Ministero”. I servizi giuridici regionali stanno studiando la misura per stabilire se possa essere contestata per vie legali.

In realtà, dopo l’offensiva lanciata negli ultimi giorni dallo Stato centrale, con il sequestro di milioni di schede, il blocco dell’invio per posta delle lettere destinate ai componenti dei seggi elettorali, l’ondata di arresti di funzionari dell’amministrazione e la minaccia di una multa di 12mila euro al giorno per i membri della giunta elettorale, neppure il governo della Generalitat guidato da Carles Puigdemont è più in grado di garantire che i catalani possano davvero andare alle urne. Però, almeno questo è certo, il 1 ottobre si trasformerà in una grande giornata di mobilitazione del fronte secessionista, con non pochi problemi per il mantenimento dell’ordine pubblico. Da qui la decisione, presa su richiesta della procura, di affidare il coordinamento delle forze dell’ordine alla Segreteria di Stato per la Sicurezza, dipendente dal Ministero dell’Interno.

Ma dal governo centrale si assicura che non verranno sottratte competenze ai Mossos, ai quali già erano state affidate le delicate indagini e le operazioni di polizia seguite agli attentati jihadisti di Barcellona e Cambrils dell’agosto scorso. Madrid sostiene che la legge del 1986 che regola le forze di sicurezza dello Stato è molto chiara: all’articolo 38 prevede l’intervento di polizia e Guardia civile per il mantenimento dell’ordine pubblico in Catalogna in appoggio ai Mossos d’Esquadra. Ai quali spetta questo compito con “carattere prioritario”, ma senza pregiudizio per la partecipazione delle altre forze di sicurezza quando “lo ritengano opportuno le autorità statali competenti”. Ed è ovvio che, mai come in questo momento, il governo Rajoy lo ritiene opportuno.

L’argomento è di attualità in Veneto, dopo le giornate per l’indipendentismo celebrate a Venezia con i catalani e alle soglie del referendum da 14milioni pompato dalla Lega. Ennio Remondino, dal suo blog, si chiede perché esistano separatismi buoni e separatismo cattivi. Leggiamolo:

avatar2-150x150   Ennio Remondino

“Le nuove statualità in Europa, dopo la seconda guerra mondiale

 
La caduta del Muro di Berlino sgretola antichi confini di schieramento che coinvolgono e stravolgono l’ex mondo comunista. Poi la caduta della Jugoslavia coronata da tre mesi di bombardamenti Nato sulla Serbia per il Kosovo. Prima guerra in casa dopo quella mondiale per un Kosovo Stato indipendente per due terzi dei Paesi Onu. Non riconoscono ancora oggi l’indipendenza del Kosovo 5 dei 27 Stati dell’Ue, Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro.
Elenco rivelatore: Paesi che hanno in casa grandi problemi di unità nazionale e di spinte separatiste.

Domanda scontata ma priva di risposta credibile in casa occidentale: perché una guerra vera per il Kosovo e repressioni e guerre minacciate contro altre spinte separatiste? Qual’è la differenza tra separatismi leciti e quelli da reprimere?

Per oggi parliamo soltanto di storia.

Dal 1945 al 1989 i confini interni in Europa non sono cambiati, ma varie e antiche questioni non per questo si sono risolte da sole e alla fine sono ricomparse con prepotenza tra le rovine del muro di Berlino. Dal 1989 in poi si può dire quindi che ci sia stata un’accelerazione nei cambiamenti di frontiere che spesso ha portato a dolorosi conflitti, soprattutto dove queste antiche questioni si ritenevano dimenticate. La dissoluzione jugoslava degli anni Novanta è stata la prima a riportarle in luce e indubbiamente, per drammaticità e complessità delle vicende, sarà ricordata ancora a lungo come una delle crisi peggiori. A seconda dei punti di vista la nascita di un nuovo stato era ritenuta una secessione (o anche un tradimento bello e buono), oppure il compimento di un sogno nazionale atteso e auspicato da tempo.

Tra i primi in ordine di tempo a proclamare la propria indipendenza in Europa nordorientale furono i paesi baltici. L’Estonia, approfittando del progressivo indebolimento dell’Unione Sovietica, iniziò già prima del novembre 1989 a promulgare proprie leggi sulla lingua ufficiale, sull’indipendenza economica e sul sistema elettorale per ammettere al voto solo i residenti estoni. L’11 marzo 1990 fu la Lituania a proclamarsi indipendente, seguita il 4 maggio 1990 dalla Lettonia. Tuttavia, per ottenere la piena sovranità, fu necessario attendere la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’autunno del 1991, ma le ultime truppe russe si ritirarono definitivamente nel 1993. Questi avvenimenti non si limitarono all’area del mar Baltico, perché altri ne seguirono a sud nell’area del mar Nero: nello stesso periodo della crisi del 1991 infatti anche la Moldavia si staccò dall’Unione Sovietica, ma l’anno successivo subì la secessione della Transnistria filorussa che ancora oggi resta irrisolta.

L’indipendenza del Kosovo

Cosa accadde nel decennio balcanico è noto, essendo tra l’altro più vicino a noi. Nel gennaio 1990 la Slovenia e la Croazia, che fino a quel momento erano parte dello stato federale jugoslavo, ritirarono le proprie delegazioni dal congresso della Lega dei comunisti. A giugno, nel corso delle prime elezioni, il successo andò a quei partiti che non intendevano più conservare la vecchia Jugoslavia. Il 23 dicembre in Slovenia si tenne un referendum per l’indipendenza a favore della quale si espresse quasi il 90% dei votanti. In mezzo a forti tensioni e difficili trattative si arrivò al 25 giugno 1991, quando il parlamento sloveno proclamò l’indipendenza. Nel corso della seduta inoltre era giunto anche un telegramma da Zagabria che annunciava che la stessa decisione era stata presa anche in Croazia, visti i risultati del referendum che si era tenuto il 19 marzo 1991. Anche qui però, già nel mese di aprile, la Krajina -una parte del nuovo stato- aveva dichiarato di non accettare le decisioni prese, e ad essa si era unita la Slavonia.

Nel cuore della Mitteleuropa asburgica si svolse invece l’unica vicenda che forse ebbe un andamento normale e senza strappi, frutto cioè di trattative politiche e dibattiti parlamentari. La separazione tra Slovacchia e Repubblica ceca, che già nel 1990 avevano creato con lungimiranza uno stato federale, si svolse in maniera consensuale e la proclamazione dell’indipendenza slovacca avvenne il 1° gennaio 1993. Anche in Slovacchia però, con il passare del tempo, si formò una corrente politica nazionalista che vedeva nella minoranza ungherese un elemento di disturbo alla vita del nuovo stato. Di fatto, poiché essa si trova suddivisa tra quattro diverse province della Slovacchia, non sembra possibile immaginare una secessione territoriale, ma sono tuttora frequenti i contrasti sull’applicazione di una legge ungherese che considera tali anche propri cittadini residenti all’estero come nel caso della Slovacchia.

Giovanni Punzo

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1414.- KOSOVO: Di nuovo premier dopo dodici anni. Chi è Ramush Haradinaj? e dove va il Kosovo?

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Ramush Haradinaj nuovamente primo ministro del Kosovo

Ho lasciato il Kosovo nel 2001, dopo un anno e mezzo di via vai con quasi dieci mesi tutti filati e, prima ancora, dopo un altro anno e mezzo trascorso a Tirana e ho conosciuto quest’uomo e diversi capi dell’UCK. Il comandante più feroce fu una donna, imponente e più alta di me. La verità? Fecero strage dei serbi. Furono ricambiati. Ancora a 2000 piedi, dall’elicottero, sentivi l’odore di morte. Nuvole di corvi inzuppavano il becco nei loro cadaveri; colonne di auto dei serbi bruciate con le famiglie dentro e le loro masserizie; cadaveri nelle cisterne del vino, nelle celle frigorifere, nella piscina di un albergo; l’ultimo piano inagibile: sangue e morti ovunque, e le mine! Nelle strade regnava un silenzio spettrale: un branco di cavalli sperduti, solo il fruscio del vento. Poi, dopo 5 missioni così, arrivarono le nostre truppe. Erano due Leopard con le torrette una in avanti, l’altro, in ritirata. Un’apparizione fredda, metallica, ma era un altro giorno. Fu una sporca guerra, scoppiata in Europa alla vigilia della nascita dell’€uro, molto temuta dal dollaro. A Tirana ne vidi i fatti prodromici: i convogli di armi che partivano per il Nord, ancora in pace, caricati sotto la sorveglianza di esperti di agricoltura americani distaccati, come me, presso il governo albanese. Peccato che, oltre che di agricoltura, fossero molto esperti di elicotteri Apache e di cisterne volanti, che conosco anch’io. Dove andrà il Kosovo, lo chiederei a loro. 

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Di nuovo premier dopo dodici anni. Chi è Ramush Haradinaj?

Sono passati più di dodici anni dall’8 marzo 2005, giorno in cui Ramush Haradinaj si dimetteva da primo ministro del Kosovo, allora sotto protettorato ONU. Probabilmente il ricordo di quella giornata gli è tornato alla mente mentre assumeva nuovamente l’incarico di premier del suo paese, lo scorso 9 settembre. Su di lui, la sua storia, esistono tante versioni: aldilà della dicotomia tra criminale di guerra, come è considerato in Serbia, ed eroe nazionale, come lo reputano in molti in Kosovo, la sua figura è complessa. Chi è veramente Ramush Haradinaj?

Dalle armi alla politica

Come altri futuri esponenti dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK), Haradinaj aderisce alla causa indipendentista kosovara in Svizzera, dove, da emigrato, lavorava come buttafuori. Nel 1998, torna in Kosovo ed entra nelle fila dell’UÇK della regione occidentale del Dukagjini/Metohija. A seguito di cruente battaglie contro l’esercito serbo, diventa un leader e si guadagna il soprannome di Rambo. Molti testimoni lo descrivono come un uomo violento, che non lesina brutalità contro i suoi uomini.

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Finita la guerra, Haradinaj entra in politica. Invece di seguire il grosso dei veterani dell’UÇK nel Partito Democratico del Kosovo di Hashim Thaçi, con cui intercorre una forte rivalità, fonda un proprio partito, Alleanza per il futuro del Kosovo (AAK). Nonostante la sua figura sia già controversa (nel 2000 partecipa ad una sparatoria e nel 2002 il fratello Daut viene condannato per l’uccisione di quattro albanesi di un gruppo rivale) con questa scelta diventa per gli USA la pedina per superare la separazione tra ex-UÇK e sostenitori del pacifista Ibrahim Rugova: così, dopo le elezioni del 2004, Rugova, presidente del Kosovo, nomina Haradinaj primo ministro.

La prima avventura di Haradinaj premier dura solo cento giorni. Molti osservatori internazionali considerano quell’esperienza come una delle migliori in termini di attivismo del governo. Ad interromperla è la notizia che Haradinaj è indagato dal Tribunale dell’Aja per crimini di guerra. Il premier si dichiara innocente, ma decide di dimettersi e di consegnarsi alle autorità. Inizia così la fase giudiziaria della vita di Haradinaj, anche questa piena di sospetti.

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La vicenda giudiziaria

L’accusa per Haradinaj ed i suoi uomini è quella di aver costituito un’impresa criminale congiunta per consolidare il potere dell’UÇK tramite violenze a danno di civili serbi, albanesi e rom, accusati di collaborare con il nemico. Decine di serbi sarebbero stati non solo espulsi ma anche uccisi, alcuni dei quali all’interno del campo di prigionia di Jablanica. Il processo si conclude nel 2007 con un’assoluzione completa: i crimini sono stati commessi, ma non ci sono prove per dichiarare gli imputati colpevoli.

Su tutto il processo, però, aleggia una brutta aria: la sentenza stessa riconosce difficoltà nel garantire la sicurezza dei testimoni, molti dei quali non si sono presentati. Alcune fontiparlano di 19 testimoni morti durante il processo, dati smentiti dal Tribunale. In ogni caso, la Camera d’Appello sancisce che il processo è da rifare. Rambo torna all’Aja, ma nel 2012 ottiene una nuova assoluzione. Ad alimentare i sospetti questa volta è l’arresto in pieno processo del braccio destro di Haradinaj, accusato di aver creato il fondo per la difesa con del denaro sporco. Le reazioni alla seconda assoluzione sono diverse: molti vi trovano la conferma che i leader dell’UÇK godono di protezione internazionale; altri ritengono che il processo si sia basato fin dall’inizio su un numero insufficiente di prove.

Nel novembre 2012 Haradinaj torna in patria e riprende l’attività politica, ponendosi all’opposizione. Per due volte viene fermato all’estero a causa del mandato di arrestoemesso dalla Serbia, ma viene rilasciato. Durante il suo fermo, nelle città del Kosovo vengono issati enormi manifesti dall’eloquente slogan “Haradinaj è il Kosovo”. Si arriva così ai giorni nostri, con la nascita del secondo governo Haradinaj. La questione su cui ci si interroga ora è il rapporto con la Serbia. Come procederà il processo di normalizzazione dei rapporti tra le due parti? Un dato che fa riflettere è il paradosso che, mentre la Serbia minaccia di arrestarlo nel caso entrasse nel paese, dall’altro il suo governo si regge anche sui voti dellaLista Serba, partito controllato da Belgrado. I deputati della LS sono cruciali, tanto che Haradinaj, nel primo discorso al parlamento, si è rivolto a loro e ai loro elettori parlando in serbo.

Gli interrogativi, dunque, non mancano: dopo dodici anni, una nuova fase della vita di Haradinaj è appena cominciata.

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E il Kosovo non è ancora in pace.

(vedi anche il nostro n.ro 916)

1175.- Il Congresso degli USA indaga su Soros.

 

Il Washington Times titolava tre mesi fa, “il dipartimento di Stato infetto da Soros gioca in Albania
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Hoyt Brian Yee

Il presidente del comitato sulla giustizia del Congresso, il repubblicano Bob Goodlatte (R-VA), guida una delegazione di 15 membri in una missione urgente in Grecia, Bosnia, Albania, Macedonia, Kosovo e Italia, per testimonianze sul favoritismo dell’era Obama che continua a danno di cittadini, istituzioni e stabilità regionali. La delegazione del Congresso (noto come codel) è partita il 6 maggio per un’indagine congressuale di dieci giorni. Un addetto dell’ufficio giustizia del Congresso rifiutava di commentare citando preoccupazioni sulla sicurezza. Anche se sei dei nove membri sono repubblicani, come i conservatori Steve King (IA) e Tom Marino (PA), la natura della missione estera del Congresso, Codel, dipende dal dipartimento di Stato; dove gli ambasciatori in ogni Paese sono nominati dall’amministrazione Obama che continuano ad attuarne le politiche. È difficile immaginare che la delegazione riceva informazioni imparziali dalle ambasciate assai invadenti nella politica locale, secondo le comunità dirigenti di ogni Paese.

Procuratore Generale dell’Albania contro ambasciata USA a Tirana
Quest’anno si verificò una brutta emergenza tra il Procuratore Capo dell’Albania, un’entità nazionale politicamente neutrale, e l’ambasciatore cino-statunitense Donald Lu. “Il primo ministro Edi Rama, sostenuto dall’ambasciatore statunitense, ha distrutto l’indipendenza della nostra giustizia”, dichiarava un procuratore di Tirana all’American Spectator. “Sotto la bandiera della riforma giudiziaria, c’è la politicizzazione”. Edi Rama, vecchio capo del Partito Socialista, è un amico fidato di George Soros, la cui rete è profondamente presente in Albania e collabora con l’ambasciata degli Stati Uniti su numerosi progetti, tra cui uno dell’USAID da 8,8 milioni di dollari su… s’indovini, la riforma giudiziaria. “Quando abbiamo espresso opinioni professionali diverse dall’ambasciata statunitense, opinioni professionali su diversi approcci, Lu si arrabbiò”, affermava il procuratore, non disposto ad essere nominato. Spiegò che la Commissione di Venezia dell’Unione Europea, concepita per adeguare le proposte di riforma rispettando la legislazione europea, ha spesso affiancato i procuratori albanesi in queste controversie tecniche. Il procuratore aggiunse che il suo ufficio ha cercato di dare priorità al traffico di droga e criminalità, questioni importanti in Albania, mentre l’ambasciata statunitense ha rigettato la massiccia coltivazione ed esportazione di cannabis come “non un problema statunitense”. Le priorità divergenti tra autorità giuridiche albanesi e ambasciata degli Stati Uniti sono confermate dal sito indipendente Exit.al. Donald Lu ha punito i procuratori e i giudici che non sono d’accordo con lui revocando i visti per gli USA, già concessi, a circa 70 giudici e procuratori, secondo il procuratore capo Adriatik Llalla. In risposta, Llalla avvertì l’ambasciatore Lu accusandolo di manipolazione e ricatto in una lettera pubblicata sul sito dell’ufficio e in una conferenza stampa, a febbraio. Llalla ha anche accusato Lu di cercare d’impedire al suo ufficio d’indagare sulla corruzione di una grande società cinese, Bankers Petroleum. Come titolava Washington Times su questo conflitto, riassunto tre mesi fa, “il dipartimento di Stato infetto da Soros gioca in Albania”.

Crisi politica in Macedonia
Non soddisfatto dal danneggiare il proprio Paese, Edi Rama ha colpito la vicina Macedonia provocando profonde instabilità nel tentativo aggressivo di aiutare socialisti ed albanesi musulmani. L’ambasciata statunitense è ampiamente considerata una base del partito socialista in Macedonia come in Albania. Rama convocava una riunione dei tre partiti politici macedone-albanesi (il 15-20% della Macedonia è albanese) e ha elaborato la cosiddetta “Piattaforma di Tirana”, un documento pericolosamente separatista che mina l’identità della Macedonia. Questi partiti albanesi quindi si sono coalizzati con i socialisti macedoni e chiedono il diritto di formare un nuovo governo, contro il partito conservatore VMRO-DPMNE, che fino all’attuale crisi ha gestito l’economia di libero mercato più riuscita nei Balcani. In tutto il Paese, i macedoni protestano contro la piattaforma di Tirana e contro l’ambasciatore Jess Baily, ritenuto pregiudizievole verso il VMRO. Ultimamente, il conflitto è esploso nel parlamento. Ancora una volta, la maggior parte dei funzionari locali ha priorità diverse rispetto all’ambasciata: i macedoni hanno subito secoli di incursioni dai vicini. Sono preoccupati soprattutto per la sicurezza, mentre gli statunitensi finanziano le ONG su “mobilitazione” e “attivismo”. Come il leader macedone-statunitense Bill Nicholov scrisse a fine aprile: “Il dipartimento di Stato e l’ambasciata statunitensi in Macedonia sono… s’ingannano sugli affari interni della Macedonia, provocando sconvolgimenti e attacchi all’origine etnica e alla sovranità dei macedoni”. Nicholov invita il presidente Trump a cambiare strada sul piccolo Paese a nord della Grecia.

Crisi nella crisi in Grecia
Proprio come in Albania e Macedonia, il governo degli Stati Uniti appoggia apertamente il giovane leader di sinistra in Grecia che implementa politiche polarizzanti come il primo ministro e capo del partito Syriza (coalizione dei partiti radicali di sinistra). Durante il suo ultimo tour europeo, il presidente Barack Obama visitava Atene per vedere il primo ministro greco Alex Tsipras, coerente marxista cui gli Stati Uniti si concedono: istituti multilaterali di prestito sarebbero gentili con il suo governo. Obama è stato solidale e protettivo con Tsipras quanto Bill Clinton quando il primo ministro visitò New York per partecipare a un’iniziativa della Clinton Global Initiative nel settembre 2015. Eppure, l’immediata liberalizzazione della politica d’immigrazione quando prese il potere nel 2015 è il fattore più importante della crisi dei rifugiati che travolge e mette in pericolo l’Europa. A pochi mesi dalla presa del potere, un ministro di Syriza annunciò che il governo avrebbe trasformato le strutture di detenzione dei rifugiati in centri di accoglienza ed interrotto la politica aggressiva di identificazione e deportazione dei migranti clandestini. Nei quattro mesi successivi alla dichiarazione del governo, nell’aprile 2015, secondo cui i profughi siriani avrebbero ricevuto documenti di viaggio per l’Europa, gli arrivi aumentarono del 721%. Ancora oggi i migranti continuano ad arrivare dalla Turchia, Paese che non ha ancora la situazione finanziaria in ordine. Può l’ambasciatore statunitense ricevere fiducia dal rapporto del congressista Goodlatte del Codel sulla disastrosa crisi che colpisce la Grecia? Probabilmente no. L’ambasciatore Geoffrey Pyatt fu inviato ad Atene lo scorso anno, dopo tre anni a Kiev, dove fu ampiamente considerato agente di coloro che promossero il colpo di Stato, tra cui George Soros. Pyatt è meglio noto, forse, per essere l’interlocutore sulla telefonata “si fotta l’Europa!” dell’assistente segretaria Victoria Nuland. Anche se Nuland si è dimessa dopo l’elezione del presidente Donald Trump, il suo vicesegretario aggiunto per gli affari europei e eurasiatici Hoyt Brian Yee rimane responsabile della politica del dipartimento di Stato nei Balcani. Continua a viaggiare spesso nei Balcani, anche se solo poche settimane prima il presidente macedone si rifiutasse d’incontrarlo, sconvolto dalla manipolazione statunitense del proprio Paese.

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Geoffrey Pyatt

Kosovo
Yee è stato accolto con entusiasmo dai funzionari in Kosovo, dove la pressione statunitense e i bombardamenti crearono la piccola nazione di 1,8 milioni di persone. (La giornalista balcanica Masha Gessen indica come il bombardamento NATO della Serbia nel 1999, senza consultare la Russia, creò il precedente per l’intervento della Russia in Crimea secondo il governo russo). Tuttavia, anche in Kosovo, i funzionari locali reagiscono alle direttive statunitensi, regolarmente svolte in pubblico piuttosto che discrete o per via diplomatica. Per esempio, Yee s’è recato a Pristina a fine marzo per ordinare ai capi nazionali, che contemplavano la decisione di trasformare la forza di sicurezza della nazione in un esercito formale, di “escludere la legge”. Se gli Stati Uniti non vogliono che Pristina crei un esercito, perché diavolo li abbiamo addestrati e incoraggiati per anni? È facile per l’ambasciatore statunitense Greg Delawie pubblicare video sconvolgenti su YouTube in cui appare come un clown mentre discute dei piani anticorruzione, ma la sicurezza non è uno scherzo per chi vive nei Balcani.

Scommettere in Bosnia
Un altro ambasciatore statunitense che sembra preferire la diplomazia amatoriale degli #hashtag sui media sociali e gli scontri pubblici con funzionari nazionali, è l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Bosnia Erzegovina Maureen Cormack, altro Paese che gli Stati Uniti hanno contribuito a creare e a cui i contribuenti statunitensi versano 1,6 miliardi di dollari di aiuti. A una settimana dall’arrivo nel Paese nel 2015 postò un blog sull’istruzione della Bosnia, accusandola di essere discriminatoria ed etnicamente divisiva. Mi scusi, ambasciatrice Cormack, ma il governo degli Stati Uniti ha creato una nazione sulla divisione etnica secondo gli accordi di Dayton, così … benvenuta al suo posto. Quest’anno, la sconvolgente incuria verso il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, presidente della regione autonoma serba, la Repubblica Srpska, problema nel problema nell’accordo sul Paese, ha raggiunto nuove altezze: fece imporre al Tesoro degli Stati Uniti le sanzioni al presidente per aver celebrato una festa serba ortodossa il 9 gennaio, giorno di Santo Stefano. In risposta, la dichiarò “nemica dei serbi, sgradita nella Repubblica serba”. Bel lavoro.
Nel complesso, gli ambasciatori dell’era Obama sono riusciti a favorire la tensione etnica (in particolare in Macedonia e Bosnia), promuovendo favoriti politici recuperati, soprattutto socialisti e membri della rete di George Soros (Albania, Grecia, Macedonia), che reputano di sapere cosa sia meglio per il proprio Paese (Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia). Il segretario di Stato Rex Tillerson annunciava la scorsa settimana che gli Stati Uniti non imporrano più agli altri Paesi l’adozione dei valori statunitensi. Le nostre ambasciate nei Balcani chiaramente non hanno ricevuto il memo.

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Maureen Cormack
“Kurir – The American Spectator 10 maggio 2017 (Aurora). Traduzione di Alessandro Lattanzio

1035.- Il Kosovo si arma, ira di Belgrado. Fallimento o ipocrisia della NATO?

La regione del Kosovo e Metohija (o Kosmet) torna in balia degli spettri del passato. Preludio di una nuova escalation ai danni della minoranza serba o è solo la crescita in tutto il Paese del Partito Radicale Serbo (SRS) che innervosisce Priština?  Le attenzioni della comunità internazionale sono troppo spesso lontane da questa terra dove sopravvivono le criticità di una guerra difficile da dimenticare. Sta di fatto che i dissapori tra Belgrado e Pristina rallentano a dismisura sia il processo di integrazione europea per Serbia e Kosovo sia la stabilizzazione dei Balcani, minacciata anche dal fenomeno Isis. Qualche anno fa, ad esempio, dalla capitale kosovara era stato promesso di concedere maggiore autonomia alle municipalità serbe nel Nord del Paese, riconoscendo loro un presidente, un parlamento, una bandiera. Il progetto, denominato “Associazione delle municipalità serbe”, non è mai decollato e ha trovato strenua opposizione negli ambienti politici di Pristina. La netta linea di demarcazione che separa serbi e kosovari è del resto ancora oggi tracciata a livello fisico: simbolo di tutte le divisioni resta il ponte sul fiume Ibar, che spezza in due la città di Mitrovica. I serbi vivono a nord del fiume, gli albanesi a sud. Periodicamente viene tentata la riapertura al traffico automobilistico del ponte. Puntualmente, il tentativo fallisce perché minacce, granate e colpi d’arma interrompono quello che la buona volontà di alcuni cerca di ottenere. Intanto Bruxelles aspetta. Anche perché lo stesso Kosovo ha avanzato le sue istanze circa l’entrata nella Ue e, ovviamente, non ha nessuna intenzione di rinunciare a quell’indipendenza autoproclamata e riconosciuta da molti Stati della comunità internazionale, ma non da tutti. L’imbarazzo dei vertici europei inizia ad essere palese. Portare in Europa un conflitto mai risolto non gioverebbe ad una Ue già debole e, parimenti, ignorare le richieste di chi vuole entrare non si può. Vi sono anche altri aspetti che rendono problematico l’ingresso del Kosovo nell’Ue. A partire dalla situazione occupazione, con un dato ufficiale di disoccupazione che, per i giovani tra i 25 ed i 35 anni, ha raggiunto il 65%. Il ricorso al lavoro nero è sempre più abituale mentre cresce la voglia dei giovani di abbandonare il Kosovo per andare a cercare la fortuna all’estero. Mentre le rimesse di chi è già emigrato ed ha trovato lavoro all’estero, servono per mantenere le famiglie rimaste in Kosovo ed a tamponare le falle delle finanze kosovare.Di fronte a tutto questo, il processo di integrazione è impantanato.  Non è ancora tutto. Nel 2015, la Kosovo Police ha investigato 28 casi legati al terrorismo jihadista, arrestando 21 persone. Ma per 15 casi le indagini sono state chiuse con l’assoluzione di 46 persone. Per il tenente colonnello Nexhmi Krasniqi, comandante della Kosovo Police di Prizen (cittadina graziosa, musulmana nel sud del Paese Balcanico), sono state introdotte pene severe, sino all’ergastolo, per i foreign fighters. Lo stesso comandante, però, ammise con l’inviato del Nodo di Gordio Luca Tatarelli, che tre jihadisti provenienti dalla zona di Prizen erano morti in Siria. Ancora più preoccupante fu la dichiarazione successiva: “La notizia è arrivata ai parenti ma non a noi”.

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La Serbia, sempre più attratta dalla prospettiva europeista, è disposta a compiere tutti i passi che le vengono richiesti, tranne uno. “Non riconosceremo mai l’indipendenza del Kosovo”, ha confermato l’ufficio del presidente serbo Tomislav Nicolic e Stanislava Pak, consigliere del Capo di Stato serbo, ha ribadito che il presidente “non violerà mai la Costituzione”. Come ben si sa, la Costituzione elenca il Kosovo tra le province della Serbia.

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Il Kosovo potrebbe presto avere un suo esercito. Questo è il messaggio lanciato negli ultimi giorni da Pristina, ed è una chiamata alle armi che desta preoccupazione non soltanto nei Balcani, ma anche, inevitabilmente, in Europa e fra tutte le potenze interessate al quadro politico balcanico, in primis Stati Uniti e Russia.

La volontà di creazione di un esercito regolare per il Kosovo non è un’idea nata negli ultimi giorni, ma è un progetto che il governo di Pristina aveva già ampiamente valutato nel 2014, anno in cui furono molteplici i comunicati dell’allora primo ministro Thaçi, oggi Presidente della Repubblica, con i quali era stato affermato non soltanto il desiderio dell’istituzione di un ministero della Difesa per il Kosovo, ma anche la formazione, nell’arco di un quinquennio, di un esercito regolare. Già da allora, le velleità belliche di Pristina avevano destato notevoli preoccupazioni sia fra i suoi avversari che fra i suoi alleati.

In particolare, sul fronte alleato, la Nato, alleata della neonata repubblica kosovara ma soprattutto artefice della stessa nascita della repubblica, aveva da subito bloccato l’istituzione di un esercito regolare che sostituisse la Forza di Sicurezza del Kosovo, in quanto avrebbe rappresentato un cambiamento radicale nell’operatività di quest’ultima, posto che la Ksf doveva rappresentare una forza non militare, di polizia, utile nella stabilizzazione del territorio kosovaro. Una forza quindi nata con l’obiettivo di costituire la forza di sicurezza della repubblica e che avrebbe dovuto rappresentare una possibilità di integrazione per le diverse minoranze entiche in una forza dell’ordine dotata di poteri più ampi.

Il tutto, ovviamente, sotto la guida e le protezione della Nato, che si sarebbe impegnata nella sua costituzione e nel suo addestramento, ma che avrebbe in sostanza mantenuto il controllo militare sul territorio e sul confine con la Serbia. Sul fronte avversario, la Serbia ha naturalmente sempre condannato in maniera ferma l’idea kosovara di un esercito regolare. I motivi sono chiaramente dettati da due fattori: in prima battuta, la ferrea volontà di Belgrado di non riconoscere l’indipendenza del Kosovo, autoproclamatosi indipendente dalla Serbia senza al cuna legittimazione da parte di quest’ultima; ma soprattutto, la creazione di un esercito regolare avrebbe portato ad una rivoluzione nelle relazioni con Pristina e negli accordi con i quali Serbia e Nato si erano accordati per il mantenimento di una sudata pace.

Ora, dopo tre anni da quelle dichiarazioni, il problema è tornato a farsi sentire con forza. Il governo kosovaro ha annunciato l’attivazione del processo di regolarizzazione delle forze di sicurezza kosovare, piano che potrebbe iniziare già nella seconda metà del 2017. Questa scelta, secondo Pristina, è stata dettata dalla necessitò di costituire una difesa in grado di tutelare la repubblica dalle operazioni congiunte sul territorio serbo di truppe di Belgrado e russe. Fonti kosovare hanno infatti dato ampio risalto alle manovre svolte sul territorio serbo dall’aeronautica di Mosca, ed hanno fatto sì che fossero queste manovre a diventare la leva su cui fondare le rinnovate pretese belliche. Durissime le reazioni da parte di tutti gli schieramenti. La Nato, con le parole del segretario Stoltenberg, ha immediatamente chiesto al presidente Thaçi di fermare qualsiasi decisione per la formazione di un esercito regolare, minacciando lo stesso impegno della Colazione Atlantica sul territorio in caso di proseguimento del progetto. Belgrado ha immediatamente chiesto l’intervento della comunità internazionale per bloccare qualsiasi tentativo di regolarizzazione della KFS. Per il governo serbo, questo atto rappresenterebbe senza alcun dubbio la fine di ogni tentativo di normalizzazione delle relazioni con Pristina, nonché il primo passo verso un’escalation di tensione che comporterebbe anche il ritorno di uno scontro bellico fra serbi e kosovari. La Russia, dal canto suo, ha tutto l’interesse a tutelare l’alleato serbo, in quanto pedina fondamentale nello scacchiere balcanico. Se il Kosovo ha rappresentato la vittoria territoriale più importante della NATO nei Balcani, in quanto ha sradicato una parte i territorio al più importante alleato di Mosca nella regione, adesso, la decisione di Pristina di negare validità alla risoluzione della comunità internazionale con cui si limitavano i compiti della KSF potrebbe essere un grandioso trampolino di lancio per rafforzare non soltanto la solidità dell’alleanza con Belgrado, ma anche un punto a favore fondamentale nella guerra diplomatica fra Washington e Mosca. Il governo serbo ha infatti chiesto subito l’intervento di Unione Europea, Stati Uniti e Russia per fermare sul nascere questa tragica scelta kosovara, e Putin potrebbe sfruttare immediatamente la debolezza della geopolitica americana per riaffermare come sia un fedelissimo alleato atlantico a voler interrompere il difficile processo di pace nei Balcani, rivelandosi ancora una volta come guida nella pacificazione dei conflitto in cui è coinvolta la Nato.