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1003 .-L’occidente privilegia il radicalismo sunnita e mente su chi fomenta il terrorismo

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La menzogna sembra essere ciò che guida le relazioni internazionali. La menzogna ha conseguenze, deteriora la vita, svilisce l’umano, fa essere rinunciatari, fa perdere l’interesse per la politica, tende ad essere cinici. Ha anche conseguenze pratiche. Uno dei più grandi problemi ‘nascosti’ dai governi occidentali è la loro propensione a stringere accordi economici con i paesi del Golfo, quei paesi che esportano la forma più radicale e violenta dell’Islam.

L’occidente ha assecondato questa forma di islam per due ragioni: la prima è il petrolio e i soldi, la seconda è per polverizzare il medioriente. Ne ha parlato padre Cervellera direttore di Asia News intervenuto il 12 febbraio a Roseto in un incontro che ha portato a tema gli attuali scenari politici nel medio oriente. L’incontro è stato organizzato dalla locale ‘Associazione Culturale Goccia nell’oceano’.

Il sacerdote si è soffermato soprattutto nel racconto della grande testimonianza di fede dei cristiani e del loro desiderio di non lasciare la terra di Gesù. Tuttavia, ha denunciato le difficoltà che essi devono affrontare a causa per la politica di sbriciolamento del medio oriente che le potenze occidentali hanno iniziato dall’ Ottocento. Quest’opera di permanente destabilizzazione è portata avanti a vantaggio di Israele tramite i principali alleati regionali, i regnanti sauditi.

Chi cerca di contrastare questo progetto rompendo le uova nel paniere, è l’Iran. E’ per questo che Teheran è considerato il più grande nemico dagli USA e dai suoi alleati. Per mascherare le vere ragioni di tale ostilità, gli Usa lo considerano “il più grande stato che sostiene il terrorismo al mondo”(legge Export Administration): lo ha detto il capo del Pentagono James Mattis nella sua recente visita a Tokyo, lo ha detto Trump, lo ha detto Obama così come lo hanno detto tutti i suoi predecessori (dall’epoca dello Scia di Persia in poi).

E’ evidente che proseguendo con questo atteggiamento basato su colonialismo e petrolio, i conflitti non finiranno mai. Inoltre, proseguendo per questa china, il terrorismo prenderà sempre più piede perché l’interpretazione religiosa che i nostri alleati sauditi diffondono a suon di dollari in tutto il mondo, “è esattamente la stessa applicata sul terreno da tutti i terroristi armati” (Asia News).
Che dire? Bisogna essere ciechi per non vedere che tutti gli attentatori in Europa ed in medioriente sono sunniti ispirati dalla lettura wahabita dell’islam diffusa dai sauditi.

Questa è un’interpretazione religiosa lontana mille miglia da quella che Padre Cervellera ha raccontato aver visto insegnata nelle università islamiche iraniane. Infatti, in quegli atenei “gli studenti leggono tutta la filosofia occidentale, e cercano di capire il cristianesimo leggendo direttamente il Vangelo e il Catechismo della Chiesa Cattolica e non i commenti musulmani sul Vangelo “.

Quindi, come ha detto il direttore di Asia News: “l’islam sciita dell’Iraq e soprattutto dell’Iran è un islam di cultura molto elevata, un islam aperto che vuole dialogare con l’occidente, è un islam che segue le fonti religiose del Corano”, mentre l’interpretazione che “è stata data dagli Imam degli Abith del Profeta (gli Adith sono detti, fatti attribuiti a Maometto ma scritti 300/400 anni dopo la morte del Profeta), costituiscono l’interpretazione araba dell’Islam, quella diffusa dall’Arabia Saudita nel mondo”.

In definitiva, quella di padre Cervellera è un’ulteriore conferma di una evidenza che è sotto gli occhi di tutti: la fonte del terrorismo dell’ISIS, di al Qaeda e del radicalismo dei Fratelli Musulmani, ha a che fare con l’Arabia Saudita e non con l’Iran.

Ma Washington da quell’orecchio non ci sente, tant’è che il direttore della Cia Mike Pompeo ha consegnato ai principi sauditi, una medaglia al Merito per la lotta contro il terrorismo conferita dalla Casa Bianca.

E’ chiaro che ogni soluzione operativa contro il terrorismo che non tenga conto di queste evidenze, pecca di un vizio all’origine: paradossalmente il piano che Trump ha ordinato di presentare entro questa settimana per sconfiggere ISIS non fa menzione degli altri gruppi terroristici. La ragione di questa ‘dimenticanza’ è che questi ultimi serviranno ancora per indebolire il governo siriano e tenere ‘occupati’ i russi.

Patrizio Ricci

951.- Andiamo in Svezia nelle No-go zone: Sono zone di Malmö precluse alla polizia.

 

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Circa 200.000 immigrati sono giunti negli ultimi due anni in Svezia, molti come in qualsiasi altro paese dell’UE. A giudicare dal numero degli abitanti, Malmö è la città con la più alta percentuale di immigrati. Il 32 % dei residenti sono nati all’estero, ma nel quartiere Rosengård sono circa il 60 %. Nove su dieci sono nati da immigrati. Ora, un rapporto della polizia svedese dice che, dal settembre 2015, in Svezia c’è stato un aumento del traffico di droga, dei reati sessuali, di furti, di atti di vandalismo e della violenza delle gang. Il quartiere Rosengård è considerato particolarmente pericoloso. Si tratta cioè (fonte: la polizia) di una delle aree a più alta criminalità del paese. La metà delle persone è disoccupata, nove su dieci residenti sono immigrati da aree in conflitto, come la Siria, l’Iraq, la Somalia e i Balcani. La maggior parte della popolazione è sotto i 35 anni. I conflitti etnici hanno portato lo scorso marzo, alla chiusura di una scuola secondaria, perché la sicurezza non poteva essere garantita. Ci sono 850 agenti di polizia per garantire la sicurezza di circa 300.000 abitanti. Ma la polizia sta per crollare. Gli attacchi contro le forze di polizia vanno aumentando, sempre più macchine della polizia vengono rubate da membri di bande mascherati. La polizia ora conta 55 aree in tutto il paese come “no-go zone”, dove in qualsiasi momento possono essere attaccate. Soprattutto le forze femminili sono a rischio e sono trattate senza rispetto.

Oltraggi alla sgombero della moschea

Un ufficiale di polizia ha dichiarato al quotidiano Bild: “A Malmö devi essere street-smart ‘, astuto; si impara quali aree è necessario evitare e in quale momento della giornata. Quando si entra in una zona a rischio, abbiamo sempre almeno due macchine della polizia. Un gruppo esegue l’azione, l’altro gruppo osserva la macchina della polizia parcheggiata”.

Nel 2008 c’è stato uno sgombero programmato di una moschea in un seminterrato nei distretti a rischio di gravi disordini. Alcune auto sono state bruciate e i soccorritori e la polizia sono stati respinti con pietre e fuochi d’artificio.

Grande frustrazione nella polizia a Malmö

La frustrazione negli agenti di polizia è grande, il portavoce della polizia Larsson dice: “Non siamo venuti per risolvere i crimini, perché siamo chiamati ogni giorno a così tanti interventi.” A Malmö, dal febbraio 2016, circa 70 auto sono state date alle fiamme. In particolare, le bande criminali si sono organizzate per prendere i funzionari nel buio: solo un sospetto, finora, è stato arrestato. La polizia svedese di Malmö ha dovuto ottenere più spazio per custodire tutte le armi confiscate.

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Anche qui le cose non vanno molto bene. Si dice così?

I Democratici svedesi lanciano l’allarme sulla perdita di controllo

“Ci sono troppo pochi poliziotti a Malmö”, criticano i Democratici di Svezia e avvertono dell’aumentare delle zone no-go. “La polizia ha perso il controllo di Malmö. Abbiamo bisogno dell’aiuto dei militari per sostenere la polizia “, dice Pontus Andersson, portavoce del partito a Malmö. I Democratici di Svezia sono stati eletti alle ultime elezioni generali con il 13 per cento dei voti per diventare il terzo partito più grande. In recenti sondaggi nazionali, è dato al 19 per cento. “Sempre più persone stanno lasciando Malmö e si stanno trasferendo nelle città vicine, spostandosi quotidianamente per lavorare in città” , secondo Andersson.

Scherno dei socialdemocratici

I socialdemocratici non vogliono ammettere che ci sono no-go zone a Malmö. “Secondo lei, significherebbe che l’azienda ha nascosto dei criminali?”, ha detto il socialista Schönström in consiglio comunale. Malmö ha un quartiere molto pericoloso.

Almeno in questa analisi dovrebbe essere nel giusto. L’ultima elezione ha portato i socialisti – per inciso – al peggior risultato elettorale mai avuto.

Nelle aree no-go

Furti, risse, stupri, accoltellamenti, omicidi – molte città della Germania stanno sperimentando un livello senza precedenti di violenza. Interi quartieri si sono trasformati in zone incontrollabili. La causa principale di questo stato di cose sono gli uomini dei clan arabi. Ma la politica e i media si attengono al politicamente corretto e si rifiutano di guardare la realtà.

L’agenda Secret Migration

Chi c’è dietro la migrazione verso l’Europa e chi la sostiene? Quali sono state le sue motivazioni? Con quali mezzi l’immigrazione viene promossa e perché le cause non vengono eliminate, ma viene ancor più alimentata? Con l’aiuto di politici venduti, una elitè finanziaria, con molti miliardi di dollari, ha avviato una migrazione di massa.

La Mecca Germania

Tutti se ne interessano, semplicemente, per scappare. Nelle nostre città si è creato un mondo parallelo in cui regna il Corano. Un happening incredibile in Germania, Austria e in molti altri paesi europei. Ma parlarne è tabù. C’è un cartello del silenzio, guardando lontano e Wegduckens. Ecco una pluralità di situazioni vengono sommate e il risultato da un totale scioccante: l’Europa è in Oriente, dove gli europei, presto, non avranno più niente da dire, ma dovranno solo pagare.

La migrazione di massa come arma

Il primo studio sistematico di questo fenomeno ha riguardato diversi Stati, ma è stato ampiamente trascurato. E’ dimostrato come questa forma non ortodossa di coercizione sia stata spesso utilizzata e di quanto successo abbia avuto. Ma chi sta usando questo strumento della politica? Per quale scopo viene usato? E come e perché funziona …?

Criminali senza freni

Mai prima d’ora così tanti cittadini hanno presentato domanda per una licenza di pistola. Mai prima d’ora così tante persone private hanno acquistato una cassetta di sicurezza. Mai prima d’ora così tante partecipazioni alle classi delle scuole di arti marziali. E mai prima d’ora, a livello nazionale, si era esaurito lo spray al pepe. Le persone sono ovviamente preoccupate per la loro sicurezza. Ed è giusto che sia così …!

Fonte: JOURNAL ALTERNATIVE MEDIEN ABO, di Gundel. 9 febbraio 2017. Traduzione di Mario Donnini

Canada, Toronto:

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One of the founders of Black Lives Matter in Toronto says white people are “genetic defects” and should be “wiped out.”

Yusra Khogali has posted the controversial calls on her Facebook page, including another that says whites are “sub-human.”

“Whiteness is not humxness, in fact, white skin is sub-humxn,” she wrote. “All phenotypes exist within the black family and white ppl are a genetic defect of blackness.”

Khogali has garnered news coverage after BLM Toronto disrupted the Toronto Pride parade and engaged in heated confrontations with Ontario Premier Kathleen Wynne. A year ago, she said: “Plz Allah give me strength to not cuss/kill these men and white folks out here today.”

Now, she’s using her new-found fame to call for more violence by the extreme group.

Khogali says white people are inferior because they “have a higher concentration of enzyme inhibitors that suppress melanin production. They are genetically deficient because melanin is present at the inception of life.”

“Melanin enables black skin to capture light and hold it in its memory mode which reveals that blackness converts light into knowledge. Melanin directly communicates with cosmic energy. White ppl are recessive genetic defects. This is factual.”

She then muses about wiping out the white race. “Black ppl simply through their dominant genes can literally wipe out the white race if we had the power to.”

924.-L’urlo d’allarme dal Vaticano: “Sotto attacco”. Ratzinger: La lectio magistralis, il documento profetico sull’Islam

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Dove ci porta l’ epoca Trump? Scrive Antonio Socci:

I documenti usciti da Wikileaks «svelano aspetti nascosti di Hillary Clinton e del suo staff», per esempio «una lettera del 2012» (al tempo di Benedetto XVI) da cui «emerge una certa attenzione nei confronti della Chiesa cattolica».

La pistola fumante – il professor Germano Dottori, docente di Studi Strategici presso l’ Università Luiss di Roma e consigliere scientifico di Limes, interrogato fra l’ altro su quei documenti Wikileaks  ha risposto: «Sono saltati fuori documenti in cui emerge una forte volontà dello staff di Hillary di suscitare una rivolta all’ interno della Chiesa, per indebolirne la gerarchia. Si sarebbero serviti di associazioni e gruppi di pressione creati dal basso, seguendo uno schema consolidato nell’ esperienza delle rivoluzioni colorate“Pur non avendo alcuna prova» ha aggiunto Dottori “ho sempre pensato che Benedetto XVI sia stato indotto all’ abdicazione da una macchinazione complessa, ordita da chi aveva interesse a bloccare la riconciliazione con l’ ortodossia russa, pilastro religioso di un progetto di progressiva convergenza tra l’ Europa continentale e Mosca”. Oggi – nell’ epoca Trump – questa prospettiva torna attualissima anche per la Chiesa (oltreché per l’ Europa). E l’ incontro di Francesco col Patriarca Kirill sarebbe stato un primo passo se Francesco non si fosse affrettato subito a “ridimensionare” quanto aveva firmato.”

“È quasi impossibile, ma sarebbe una svolta straordinaria se Bergoglio adesso gettasse via l’ Agenda Obama (e l’ Agenda Scalfari) per far sua l’ Agenda Ratzinger, accettando la mano (fraterna e correttiva) che Benedetto XVI gli ha più volte teso per scongiurare deviazioni dottrinali e un’ implosione della Chiesa.”

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Quando l’allora Pontefice Benedetto XVI nel 2006 aveva tenuto una lectio magistralis parlando di Islam e della vera natura del Corano, a decine si erano sollevati per accusarlo di islamofobia. Dopo appena dieci anni, l’esercito di intellettualoni politicamente corretti deve almeno un sms di scuse all’ex Papa, alla luce delle barbarie degli ultimi anni messe in campo nel nome di Allah e quanto Ratzinger avesse provato a metterci in guardia. Il Giornale riporta l’intera lectio magistralis con la quale si riconosceva già allora quanto l’Occidente fosse sotto attacco, “da molto tempo minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione”. Durante il suo viaggio apostolico in Baviera, Ratzinger aveva anche citato un dialogo tra un dignitario persiano e l’imperatore bizantino del XII-XIII secolo, nel quale si affrontava “l’irrazionalità” della guerra di religione voluta da Maometto, fermamente convinto che la Fede debba essere difesa solo con la spada. Un discorso articolato e complesso che porta anche all’apertura sulla critica “della ragione moderna” ma che non “includa assolutamente che si debba tornare indietro”.

L’islam usa la spada non la ragione. Così Ratzinger ci aveva avvertiti

La lectio magistralis tenuta dall’allora Pontefice nel 2006 aveva squarciato il velo sulla vera natura del Corano Benedetto XVI fu accusato dalla stampa di islamofobia, ma dieci anni dopo le sue parole appaiono profetiche.

Pubblichiamo ampi stralci della lectio magistralis «Fede, ragione e università – Ricordi e riflessioni». L’orazione è stata tenuta da papa Benedetto XVI il 12 settembre 2006 all’università di Regensburg (Ratisbona) durante il suo viaggio apostolico in Baviera. Un discorso profetico nel quale il Pontefice toccava i temi del rapporto tra il cristianesimo e l’islam, parlando anche di jihad. Citando un teologo e la sua analisi di un dialogo tra un dignitario persiano e l’imperatore bizantino del XII-XIII secolo, si parla dell’«irrazionalità» della guerra di religione propugnata da Maometto. La lezione provocò molto clamore e scatenò dure polemiche nei confronti di Ratzinger, ma aprì uno squarcio sulla natura dei rapporti tra le due religioni e sulla vera essenza del Corano.

Un documento che risulta ancora più attuale ed efficace.

 

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Illustri Signori, gentili Signore!

È per me un momento emozionante stare ancora una volta sulla cattedra dell’Università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l’Istituto superiore di Freising, iniziai la mia attività di insegnante accademico all’università di Bonn. Era nel 1959 ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari.

(…)

L’Università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch’esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del «tutto» dell’universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra Università c’era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva. Di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell’insieme dell’Università, era una convinzione indiscussa.

Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d’inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi probabilmente l’imperatore stesso ad annotare, durante l’assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non le risposte dell’erudito persiano. Il dialogo si estende su tutto l’ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull’immagine di Dio e dell’uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le «tre Leggi»: Antico Testamento, Nuovo Testamento e Corano. Vorrei toccare in questa lezione solo un argomento piuttosto marginale nella struttura del dialogo che, nel contesto del tema «fede e ragione», mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.

Nel settimo colloquio (controversia) edito dal professor Khoury, l’imperatore tocca il tema della jihad (guerra santa). Sicuramente l’imperatore sapeva che nella sura 2,256 si legge: «Nessuna costrizione nelle cose di fede». È una delle sure del periodo iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il «Libro» e gli «increduli», egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava». L’imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. «Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione (logos) è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte».

L’affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. Theodore Khoury commenta: per l’imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest’affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un’opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazn si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l’uomo dovrebbe praticare anche l’idolatria.

Qui si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: «In principio era il verbo», ovvero il logos. È questa proprio la stessa parola che usa l’imperatore: Dio agisce con logos. Logos significa insieme ragione e parola: una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l’evangelista. L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di San Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell’Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: «Passa in Macedonia e aiutaci!» (cfr At 16,6-10), questa visione può essere interpretata come una «condensazione» della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l’interrogarsi greco.

In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato da molto tempo.

(…)

Con questa nuova conoscenza di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità che sono soltanto opera delle mani dell’uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta la durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che volevano ottenere con la forza l’adeguamento allo stile di vita greco e al loro culto idolatrico, la fede biblica, durante l’epoca ellenistica, andava interiormente incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda letteratura sapienziale. Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell’Antico Testamento – la «Settanta», realizzata in Alessandria – è più di una semplice (da valutare forse in modo poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero ellenistico fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: non agire «con il logos» è contrario alla natura di Dio.

Per onestà bisogna annotare a questo punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano. In contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista iniziò con Duns Scoto una impostazione volontaristica, la quale alla fine portò all’affermazione che noi di Dio conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe la libertà di Dio, in virtù della quale Egli avrebbe potuto creare e fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che, senz’altro, possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazn e potrebbero portare fino all’immagine di un Dio-Arbitrio, che non è legato neanche alla verità e al bene. La trascendenza e la diversità di Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più un vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni effettive. In contrasto con ciò, la fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l’analogia e il suo linguaggio (cfr Lat IV). Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore. Certo, l’amore «sorpassa» la conoscenza ed è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso rimane l’amore del Dio-logos, per cui il culto cristiano è logike latreia, un culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr Rm 12,1).

Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l’interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell’Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l’Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa.

Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una parte integrante della fede cristiana, si oppone la richiesta della dis-ellenizzazione del cristianesimo: una richiesta che dall’inizio dell’età moderna domina in modo crescente la ricerca teologica. Visto più da vicino, si possono osservare tre onde nel programma della dis-ellenizzazione: pur collegate tra di loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro obiettivi sono chiaramente distinte l’una dall’altra.

La dis-ellenizzazione emerge dapprima in connessione con i postulati fondamentali della Riforma del XVI secolo. (…) Così la fede non appariva più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un sistema filosofico. Il «sola Scriptura» invece cerca la pura forma primordiale della fede, come essa è presente originariamente nella Parola biblica. La metafisica appare come un presupposto derivante da altra fonte, da cui occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa. Con la sua affermazione di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede, Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole l’accesso al tutto della realtà.

La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una seconda onda nel programma della dis-ellenizzazione: di essa rappresentante eminente è Adolf von Harnack. Durante il tempo dei miei studi, come nei primi anni della mia attività accademica, questo programma era fortemente operante anche nella teologia cattolica. Come punto di partenza era utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. (…)Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno al semplice uomo Gesù e al suo messaggio semplice, che verrebbe prima di tutte le teologizzazioni e, appunto, anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe questo messaggio semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo religioso dell’umanità. Gesù avrebbe dato un addio al culto in favore della morale. In definitiva, Egli viene rappresentato come padre di un messaggio morale umanitario. Lo scopo di ciò è in fondo di riportare il cristianesimo in armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la fede nella divinità di Cristo e nella trinità di Dio. In questo senso, l’esegesi storico-critica del Nuovo Testamento sistema nuovamente la teologia nel cosmo dell’Università: teologia, per Harnack, è qualcosa di essenzialmente storico e quindi di strettamente scientifico. Ciò che essa indaga su Gesù mediante la critica è, per così dire, espressione della ragione pratica e di conseguenza anche sostenibile nell’insieme dell’Università. In sottofondo c’è l’autolimitazione moderna della ragione, espressa in modo classico nelle «critiche» di Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali.

(…)

Per il momento basta tener presente che, in un tentativo alla luce di questa prospettiva di conservare alla teologia il carattere di disciplina «scientifica», del cristianesimo resterebbe solo un misero frammento. Ma dobbiamo dire di più: è l’uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del «da dove» e del «verso dove», gli interrogativi della religione e dell’ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla «scienza» e devono essere spostati nell’ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la «coscienza» soggettiva diventa in definitiva l’unica istanza etica. In questo modo, però, l’ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell’ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l’umanità: lo constatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione, patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell’ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un’etica partendo dalle regole dell’evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente insufficiente.

Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira tutto questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente alla terza onda della dis-ellenizzazione che si diffonde attualmente. In considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il Nuovo Testamento, infatti, e stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco, un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura.

Con ciò giungo alla conclusione. Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte della decisione di fondo dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell’università e nel vasto dialogo delle scienze.

Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’Universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare, alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: «Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell’irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull’essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell’essere e subirebbe un grande danno». L’Occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così può subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza: è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica entra nella disputa del tempo presente. «Non agire secondo ragione (con il logos) è contrario alla natura di Dio», ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all’interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’Università.

Regensburg, 12 settembre 2006

891.- LA GERMANIA SI SOTTOMETTE ALLA LEGGE DELLA SHARIA

“In Germania, si è creato un sistema giuridico parallelo”. 
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Un tribunale tedesco ha stabilito che sette islamisti che avevano formato una ronda per far rispettare la sharia per le strade di Wuppertal non hanno violato le leggi tedesche, avendo esercitato semplicemente il loro diritto alla libertà di parola. La sentenza “politicamente corretta”, che può essere impugnata, di fatto autorizza la “polizia della sharia” a continuare a far rispettare la legge islamica a Wuppertal.

L’autoproclamata “polizia della sharia” ha distribuito volantini in cui si annunciava a Wuppertal la costituzione di una “zona controllata dalla sharia”. I “poliziotti” esortavano i passanti musulmani, e non, a frequentare le moschee e ad astenersi da alcol, droghe, gioco d’azzardo, musica, pornografia e prostituzione.

Secondo gli oppositori, i procedimenti giudiziari – soprattutto quelli in cui la legge tedesca ha un ruolo secondario rispetto alla legge della sharia – riflettono una pericolosa ingerenza della legge islamica nel sistema giuridico tedesco.

Nel giugno del 2013, un tribunale di Hamm stabilì che chiunque contragga matrimonio secondo la legge islamica in un paese musulmano e poi chieda il divorzio in Germania deve rispettare le condizioni del contratto di matrimonio stabilite dalla sharia. La sentenza di riferimento ha in effetti legalizzato la pratica della sharia del “triplo talaq” secondo cui si può divorziare pronunciando tre volte la frase “Io ti ripudio”.

In Germania, un numero crescente di musulmani sta deliberatamente bypassando del tutto i tribunali tedeschi e decide di affidare la soluzione di una controversia ai tribunali informali della sharia, che proliferano in tutto il paese.

“Se lo Stato di diritto non riesce ad affermare la sua autorità e a farsi rispettare, allora può immediatamente dichiarare fallimento.” – Franz Solms-Laubach, giornalista parlamentare del Bild.

Un tribunale tedesco ha stabilito che sette islamisti che avevano formato una ronda per far rispettare la sharia per le strade di Wuppertal non hanno violato le leggi tedesche, avendo esercitato semplicemente il loro diritto alla libertà di parola. Sono stati accusati in base a una legge che vieta di indossare uniformi durante le manifestazioni pubbliche – una legge che era stata inizialmente concepita per impedire ai gruppi neonazisti di sfilare in pubblico.
Un tribunale tedesco ha stabilito che sette islamisti che avevano formato una ronda per far rispettare la sharia per le strade di Wuppertal non hanno violato le leggi tedesche e hanno semplicemente esercitato il loro diritto alla libertà di parola.
Questa sentenza, che di fatto legittima la legge della sharia in Germania, è solo un esempio di un crescente numero di casi giudiziari in cui i tribunali tedeschi – intenzionalmente o meno – promuovono la creazione nel paese di un sistema giuridico parallelo basato sulla legge islamica.
Nel settembre del 2014, l’autoproclamata “polizia della sharia” suscitò lo sdegno dell’opinione pubblica distribuendo volantini gialli in cui si annunciava la costituzione di una “zona controllata dalla sharia” a Elberfeld, un quartiere di Wuppertal. I “poliziotti” esortavano i passanti musulmani, e non, a frequentare le moschee e ad astenersi da alcol, droghe, gioco d’azzardo, musica, pornografia e prostituzione.

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Un tribunale tedesco ha stabilito che sette islamisti che avevano formato una ronda per far rispettare la sharia per le strade di Wuppertal non hanno violato le leggi tedesche, avendo esercitato semplicemente il loro diritto alla libertà di parola. Sono stati accusati in base a una legge che vieta di indossare uniformi durante le manifestazioni pubbliche – una legge che era stata inizialmente concepita per impedire ai gruppi neonazisti di sfilare in pubblico.

I sedicenti poliziotti sono seguaci del salafismo, un’ideologia violentemente anti-occidentale che cerca apertamente di rimpiazzare la democrazia in Germania (e non solo) con un governo islamico basato sulla sharia.

L’ideologia salafita afferma che la sharia è superiore ai secolari principi della common law perché emana da Allah, l’unico legislatore legittimo, e pertanto essa è giuridicamente vincolante per tutta l’umanità. Secondo la visione salafita del mondo, la democrazia cerca di porre la volontà dell’uomo al di sopra di quella di Allah ed è quindi una forma di idolatria che deve essere condannata. In altre parole, la sharia e la democrazia sono incompatibili.

Il sindaco di Wuppertal Peter Jung si è detto fiducioso del fatto che la polizia assuma una linea dura contro gli islamisti: “L’intenzione di queste persone è quella di provocare, intimidire e imporre la loro ideologia agli altri. Noi non permetteremo questo”.

Il capo della polizia di Wuppertal, Birgitta Radermacher, ha dichiarato che questa “pseudo polizia” rappresenta una minaccia per lo Stato di diritto e solo gli ufficiali e gli agenti di polizia che prestano servizio alle dipendenze dello Stato sono i legittimi rappresentanti dell’ordine in Germania. E ha aggiunto:

“Il monopolio del potere spetta esclusivamente allo Stato. Un comportamento che intimidisce, minaccia o provoca non sarà tollerato. Questa ‘polizia della sharia’ non è legittima. Chiamate il 110 [il numero della polizia] quando v’imbattere in questa gente”.

Il procuratore di Wuppertal, Wolf-Tilman Baumert, ha affermato che gli uomini, indossando giubbotti di colore arancione con la scritta “SHARIAH POLICE”, avevano violato una legge che vieta di indossare uniformi durante le manifestazioni pubbliche. Questa legge, che proibisce in particolare le uniformi che esprimono idee politiche, era stata inizialmente concepita per impedire ai gruppi neonazisti di sfilare in pubblico. Secondo Baumert, i giubbotti sono illegali perché hanno un “deliberato effetto intimidatorio e militante”.

Il 21 novembre 2016, tuttavia, la Corte distrettuale di Wuppertal ha stabilito che i giubbotti, che non possono essere considerati delle uniformi, non costituiscono affatto una minaccia. Il tribunale ha detto che i testimoni e i passanti non avrebbero potuto sentirsi intimiditi da quegli uomini e che condannarli avrebbe significato violare la loro libertà di espressione. La sentenza “politicamente corretta”, che può essere impugnata, di fatto autorizza la “polizia della sharia” a continuare ad applicare la legge islamica a Wuppertal.

I tribunali tedeschi e la sharia

I giudici tedeschi fanno sempre più riferimento alla legge della sharia e si rimettono ad essa perché gli attori o i convenuti sono musulmani. Secondo gli oppositori, i procedimenti giudiziari – soprattutto quelli in cui la legge tedesca ha un ruolo secondario rispetto alla legge della sharia – riflettono una pericolosa ingerenza della legge islamica nel sistema giuridico tedesco.

Nel maggio del 2016, ad esempio, una Corte d’Appello di Bamberg ha convalidato l’unione tra una ragazza siriana di 15 anni e suo cugino di 21 anni. Il tribunale ha stabilito che, conformemente alla sharia, il matrimonio era valido perché era stato contratto in Siria, dove unioni del genere sono consentite in base alla sharia, che non pone alcun limite di età per contrarre matrimonio. La sentenza ha in pratica legalizzato i matrimoni di minori in Germania.

Il caso è diventato pubblico poco dopo l’arrivo della coppia in un centro di accoglienza per profughi di Aschaffenburg, nell’agosto 2015. L’Ufficio di assistenza ai giovani (Jugendamt) si è rifiutato di riconoscere il loro matrimonio e ha separato la ragazza dal marito. La coppia ha intentato causa e un tribunale minorile si è espresso a favore dello Jugendamt, che è diventato il tutore legale della ragazza.

La Corte di Bamberg ha rovesciato questa sentenza e ha stabilito che, conformemente alla sharia, il matrimonio è valido perché era già stato consumato, aggiungendo però che l’Ufficio di assistenza ai giovani non aveva alcuna autorità legale per separare la coppia.

La decisione – che è stata definita come “un corso intensivo di diritto matrimoniale islamico siriano” – ha scatenato una tempesta di critiche. Qualcuno ha accusato il tribunale di Bamberg di anteporre la sharia al diritto tedesco per legalizzare una pratica vietata in Germania.

Coloro che hanno stigmatizzato la decisione del tribunale hanno fatto riferimento alla legge introduttiva al codice civile tedesco (Einführungsgesetz zum Bürgerlichen Gesetzbuche, EGBGB), che afferma:

“Una norma di legge di un altro Stato non può essere applicata se la sua applicazione dovesse produrre un risultato manifestatamente inconciliabile con i principi fondamentali del diritto tedesco. In particolare, non è applicabile se la sua applicazione fosse inconciliabile con i diritti fondamentali”.

 

Questa disposizione viene regolarmente ignorata, a quanto pare nell’interesse della correttezza politica e del multiculturalismo. In effetti, la sharia viola il sistema giuridico tedesco pressoché incontrollato da quasi due decenni. Qui di seguito qualche esempio:

Nell’agosto del 2000, un tribunale di Kassel ordinò a una vedova di condividere la pensione del defunto marito marocchino con un’altra donna con cui l’uomo era anche sposato. Anche se la poligamia è illegale in Germania, il giudice stabilì che le due vedove dovevano condividere la pensione, conformemente alla legge del Marocco.

Nel marzo del 2004, un tribunale di Coblenza concesse alla seconda moglie di un iracheno residente in Germania il diritto di soggiorno permanente nel paese. La Corte stabilì che dopo cinque anni di matrimonio poligamico in Germania, sarebbe stato ingiusto pretendere che la donna facesse ritorno in Iraq.

Nel marzo del 2007, una giudice di Francoforte citò il Corano in una causa di divorzio che coinvolgeva una donna tedesca di origine marocchina che era stata ripetutamente picchiata dal marito marocchino. Anche se la polizia aveva ordinato all’uomo di stare lontano dalla ex moglie, egli continuò ad abusare di lei, minacciandola perfino di ucciderla. La giudice Christa Datz-Winter si rifiutò di accordare il divorzio, citando il versetto 34 della Sura 4 del Corano, che giustifica “sia il diritto del marito di utilizzare le punizioni corporali contro una donna disobbediente sia la superiorità del marito nei confronti della moglie”. La giudice fu poi rimossa dal caso.

Nel dicembre del 2008, un tribunale di Düsseldorf condannò un uomo turco a corrispondere alla sua ex figliastra una dote di 30.000 euro (32.000 dollari), ai sensi della sharia.

Nell’ottobre del 2010, un tribunale di Colonia stabilì che un uomo iraniano doveva pagare alla sua ex moglie 162.000 euro (171.000 dollari), l’attuale controvalore di 600 monete d’oro, in linea con quanto disposto dal contratto di matrimonio islamico.

Nel dicembre del 2010, un tribunale di Monaco stabilì che una vedova tedesca aveva diritto solamente a un quarto del patrimonio lasciatole dal defunto marito, che era nato in Iran. La Corte assegnò, ai sensi della sharia, gli altri tre quarti dell’eredità ai parenti dell’uomo che vivevano a Teheran.

Nel novembre del 2011, un tribunale di Siegburg permise a una coppia iraniana di divorziare due volte, la prima con una sentenza pronunciata da un giudice tedesco, secondo la legge tedesca, e la seconda davanti a un religioso iraniano, ai sensi della sharia. Per il capo della Corte Distrettuale di Sieburg, Birgit Niepmann, la sentenza della sharia “era un servizio della Corte”.

Nel luglio del 2012, un tribunale di Hamm condannò un uomo iraniano a pagare alla sua ex moglie un mantenimento, come previsto nel contratto di matrimonio in caso di divorzio. La causa riguardava una coppia che si era sposata con rito islamico in Iran, si era poi trasferita in Germania e infine separata. Come da accordo matrimoniale, il marito aveva promesso di pagare alla moglie 800 monete d’oro, pagamento da effettuare su richiesta. Il tribunale stabilì che il marito desse alla moglie 213.000 euro (225.000 dollari), l’attuale controvalore delle monete.

Nel giugno 2013, un tribunale di Hamm stabilì che chiunque contragga matrimonio secondo la legge islamica in un paese musulmano e poi chieda il divorzio in Germania deve rispettare le condizioni del contratto di matrimonio stabilite dalla sharia. La sentenza di riferimento ha in effetti legalizzato la pratica della sharia del “triplo talaq” secondo cui si può divorziare pronunciando tre volte la frase “Io ti ripudio”.

Nel luglio del 2016, un tribunale di Hamm ha ordinato a un libanese di pagare alla sua ex moglie un assegno di mantenimento, come previsto nel contratto di matrimonio in caso di divorzio. La causa riguardava una coppia che si era sposata con rito islamico in Libano, in seguito trasferita in Germania e poi separata. Come da accordo matrimoniale, il marito aveva promesso di pagare alla moglie 15.000 dollari. Il tribunale tedesco ha stabilito che l’uomo versi alla donna l’equivalente di 15.000 dollari in euro.

In un’intervista a Spiegel Online, Mathias Rohe, esperto di Islam, ha spiegato che l’esistenza di strutture giuridiche parallele in Germania è una “conseguenza della globalizzazione”. E ha aggiunto: “Noi applichiamo la legge islamica così come la legge francese”.

I tribunali islamici in Germania

In Germania, un numero crescente di musulmani sta deliberatamente bypassando del tutto i tribunali tedeschi e decide di affidare la soluzione di una controversia ai tribunali informali della sharia, che proliferano in tutto il paese. Si stima che siano circa 500 i giudici che dirimono controversie civili fra i musulmani che vivono in Germania – un dato che indica l’esistenza nel paese di un sistema di giustizia, basato sul diritto islamico, parallelo a quello statale.

Una delle principali ragioni di questa proliferazione di tribunali della sharia è dovuta al fatto che la Germania non riconosce la poligamia né i matrimoni che coinvolgono minorenni.

Il ministero dell’Interno tedesco, rispondendo a un’interrogazione sulla legge sulla libertà d’informazione, di recente ha rivelato che 1.475 minori sposati vivono in Germania dal 31 luglio 2016, e tra questi 361 hanno meno di 14 anni. Il numero esatto dei matrimoni di minori sarebbe molto più elevato di quello che dicono le statistiche ufficiali.

La poligamia, sebbene sia illegale per la legge tedesca, è comune tra i musulmani di tutte le principali città tedesche. A Berlino, ad esempio, si stima che un terzo degli uomini musulmani che vivono nel quartiere di Neukölln abbia due o più mogli.

Secondo un servizio giornalistico trasmesso dall’emittente tv RTL, una delle principali imprese mediatiche tedesche, gli uomini musulmani residenti in Germania beneficiano regolarmente del sistema di previdenza sociale portando con loro nel paese tre o quattro donne provenienti dal mondo musulmano, per poi sposarle in presenza di un imam. Una volta arrivate in Germania, le donne richiedono prestazioni sociali, compreso il pagamento dell’affitto di una casa in cui vivere con i loro figli perché “madri single”.

La cancelliera Angela Merkel ha dichiarato una volta che i musulmani che desiderano vivere in Germania devono rispettare la Costituzione e non la sharia. Più di recente, il ministro della Giustizia Heiko Maas ha dichiarato:

“Nessuno di coloro che arrivano qui ha diritto di mettere i suoi valori culturali o religiosi al di sopra delle nostre leggi. Tutti devono conformarsi alla legge, poco importa se siano cresciuti qui o siano appena arrivati”.

Ma in realtà i leader tedeschi hanno tollerato un sistema giuridico parallelo basato sulla sharia, che consente ai musulmani di farsi giustizia da soli, con delle conseguenze talvolta tragiche.

Il 20 novembre 2016, ad esempio, un tedesco di origine curda, di 38 anni e residente in Bassa Sassonia, ha legato il capo di una corda attorno alla parte posteriore della sua auto e l’altra estremità al collo della sua ex moglie, e poi ha trascinato la poverina per le strade di Hameln. La donna è sopravvissuta, ma versa in condizioni critiche.

Il settimanale Focus ha riportato che l’uomo era un “musulmano molto religioso, sposato e divorziato secondo la legge della sharia”. Il giornale ha aggiunto: “In base alla legislazione tedesca, tuttavia, i due non erano sposati”. Il Bild ha scritto che l’uomo era sposato “una volta secondo la legge tedesca e quatto volte secondo la sharia”.

Il reato, che ha riportato l’attenzione sul problema della sharia in Germania, ha allarmato alcuni membri dell’establishment politico e mediatico.

Wolfgang Bosbach, dell’Unione cristiano-democratica (Cdu), ha dichiarato: “Anche se qualcuno rifiuta di ammetterlo, un sistema giuridico parallelo si è progressivamente instaurato in Germania. Questo mostra un palese rifiuto dei valori e del nostro ordine giuridico”.

Il 23 novembre, il Bild, il più diffuso quotidiano tedesco, ha ammonito sulla “capitolazione [del paese] davanti alla legge islamica”. In uno speciale “Rapporto sulla sharia”, il giornale ha affermato:

“La Cdu e i socialdemocratici si erano impegnati nel loro accordo di coalizione firmato nel 2013 a ‘rafforzare il monopolio legale dello Stato. Noi non tollereremo una giustizia parallela illegale’, avevano detto. Ma così non è stato”.

Franz Solms-Laubach, giornalista parlamentare del Bild, ha così scritto:

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“Anche se ci rifiutiamo ancora di crederlo, intere zone della Germania sono governate dalla legge islamica! Poligamia, matrimoni di minori, giudici della sharia – da troppo tempo non si fa rispettare lo Stato di diritto. Molti politici hanno sognato il multiculturalismo…

“Non è una questione di folklore, né di usi e costumi stranieri. È una questione di legge e ordine.

“Se lo Stato di diritto non riesce ad affermare la sua autorità e a farsi rispettare, allora può immediatamente dichiarare fallimento”.

Soeren Kern, 4 dicembre 2016

headshot           Soeren Kern è senior fellow al Gatestone Institute di New York e senior fellow per la politica europea del Grupo de Estudios estratégicos/Strategic Studies Group che ha sede a Madrid. Soeren si è laureato presso la School of Foreign Service della Georgetown University di Washington, DC. Ha inoltre studiato la politica presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Ha visitato più di un centinaio di paesi, tra cui la maggior parte di quelli del Medio Oriente; è recentemente tornato da un lungo viaggio in Iran, probabilmente uno dei paesi più affascinanti del mondo dopo gli Stati Uniti e Israele.

Soeren, nativo del Wisconsin, è una doppia cittadinanza degli Stati Uniti e la Germania, ed è fluente in inglese, tedesco e spagnolo.