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1560.-Anatomia di una distruzione..turca!

 

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Diyarbakır, città poco a Nord del confine siriano, famosa per il folclore e le angurie. Si parla principalmente curdo ed è abitata da cos’ tanti curdi curdi che la considerano la capitale del Kurdistan turco, cosa che non piace molto al governo turco. Nel 359 è stata una fortezza di frontiera dell’impero romano.

Dopo che Suriçi – parte delle città patrimonio dell’umanità dell’UNESCO »Fortezza di Diyarbakır e paesaggio culturale giardini di Hevsel« – nell’inverno 2015/2016 è stata teatro di combattimenti tra ribelli curdi e forze dello Stato turco, la città vecchia viene sistematicamente distrutta dallo Stato turco. Tramite esproprio viene espulsa la popolazione curda e la zona commercializzata. La gentrificazione colpisce anche la confinante valle del Tigri.

Diyarbakır – oggi chiamata anche Amed – con la sua posizione geopoliticamente importante vicino al Tigri – è una città vecchia di oltre 4.000 anni che è stata dominata da una serie di civilizzazioni orientali e occidentali. È servita a molte forze politiche come centro regionale. Il ritrovamento archeologico documentato più antico nella cittadella risale a 7.000 anni fa, le mura della città sono state costruire almeno 3.000 anni fa. Tra la fortezza e il fiume su una superficie altrettanto grande si estendono i giardini di Hevsel che da 3.000 anni riforniscono la città di verdura e frutta.

Solo nel 1988 la città cinta da mura – chiamata anche Suriçi – è stata messa sotto protezione come patrimonio culturale, quando però già oltre l’80 % degli edifici erano stati sostituiti da costruzioni nuove. Con il suo carattere multi-linguistico, multi-culturale e pluristratificato, all’interno della fortezza sono stati messi sotto protezione come patrimonio culturale 595 edifici. Negli anni ’90 e 2000 Amed è cresciuta molto rapidamente, ma la città vecchia e la valle del Tigri con i giardini di Hevsel hanno mantenuto la loro caratteristica come fonte di cultura e elemento identitario. Proprio per questo nel 2011 sotto la guida della società civile è cominciata un’iniziativa, alla quale si sono uniti immediatamente l’amministrazione comunale del Partito Democratico delle Regioni (DBP) e del Partito Democratico dei Popoli (HDP), che ha portato nell’anno 2012 a un »piano di preservazione di Suriçi« in modo democratico e partecipativo. Questa ampia iniziativa all’epoca è stata sostenuta dal governo turco e così all’inizio del 2015 la » Fortezza di Diyarbakır e paesaggio culturale giardini di Hevsel« è stata inclusa nella lista dei siti patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO. La gioia per questo successo a Diyarbakır e dintorni fu molto grande.

La guerra arriva a Surici
Ma il 24 luglio 2015 è finita la tregua tra lo Stato turco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), quando l’esercito ha attaccato in modo esteso la guerriglia. Subito è iniziata una grande ondata di repressione, a seguito della quale in diverse città giovani organizzati politicamente hanno eretto barricate. La polizia turca ha risposto immediatamente con operazioni su ampia scala collegate con coprifuoco di 24 ore protratti per diversi gironi. Questo è successo anche nella città vecchia di Amed. Dall’inizio di settembre fino alla metà di ottobre del 2015 ci sono state diverse operazioni di polizia con coprifuoco, a seguito delle quali ogni volta sono morte diverse persone, migliaia di civili hanno lasciato la città e sono anche stati danneggiati monumenti. Ogni volta gli attacchi diventavano più duri, ma più forte anche la resistenza. Il 2 dicembre 2015 è iniziato un coprifuoco ancora in corso che è stato interrotto solo l’11 dicembre 2015 per appena un giorno, cosa che ha portato a una fuga di massa dalla Suriçi orientale. Perché questa volta lo Stato ha attaccato con militari, carri armati, mortai e altre armi pesanti, come anche nelle città di (Cizre) e Silopiya (Silopi).


Distruzione e espulsione
Dato che lo Stato turco voleva un successo rapido, nella parte orientale di Suriçi si è letteralmente aperto una strada con i bombardamenti. Suriçi non aveva più così tanti edifici storici, ma la stretta rete stradale antica era tutt’ora intatta. In questo intervento era stato dato l’ordine di non fermarsi di fronte a edifici storici e monumenti importanti. Lo spazio vitale di oltre 22.000 persone in sei quartieri – prima del conflitto a Suriçi ne vivevano 57.000 – è stato gravemente danneggiato. Inizialmente in circa 3.000 avevano continuato a resistere nella parte orientale sotto assedio per impedire un’avanzata violenta dello Stato, ma nei loro confronti non è stato usato alcun riguardo e anche le loro case sono state colpite, pur sapendo che all’interno si trovavano delle persone. All’esterno della città vecchia ogni giorno si riunivano a migliaia per protestare contro la follia distruttiva e omicida, manifestazioni che ogni volta venivano soffocate sul nascere. Mai nella storia di Amed era stato usato tanto gas lacrimogeno, complessivamente durante le manifestazioni sono stati assassinati in modo mirato undici giovani. Amed da allora è come una città sotto assedio.

Le forze di polizia e dell’esercito hanno usato anche la fortezza per colpire sistematicamente quartieri con armi pesanti. Per questo è stata consapevolmente danneggiata per esempio incastonando con il cemento delle barre per metri all’interno delle mura. Sulla rocca sono stati portati dei bagni e le acque di scarico fluivano apertamente lungo le mura, le tracce erano visibili da centinaia di metri di distanza. Sono state fatte delle costruzioni a ridosso della fortezza e cementati i piccoli passaggi, recuperando solo successivamente autorizzazioni dall’ente regionale per la protezione dei monumenti. Qui va detto che la fortezza fa parte in modo diretto dell’eredità culturale dell’UNESCO, mentre la città vecchia fa parte della zona cuscinetto.

Dopo gli scontri – inizia la distruzione vera e propria
Le operazioni militari sono state ufficialmente concluse il 10 marzo 2016. Lo Stato ha cinicamente annunciato il suo successo, ma il risultato oltre alla distruzione o al danneggiamento fisico di centinaia di edifici e all’espulsione di decine di migliaia di persone, è stato anche la morte di almeno 25 civili e di un numero a tre cifre di combattenti da ambo le parti.

Mentre la maggioranza della popolazione e dell’opinione pubblica riteneva che ora gli espulsi sarebbero potuti tornare e che si sarebbero potuti riparare i danni, il governo turco non ci pensava affatto e voleva rendere Suriçi incapace di resistere in modo durevole e una volta per tutte. Per prima cosa è stato mantenuto il coprifuoco nei sei quartieri della parte orientale di Suriçi. Subito dopo, il 21 marzo 2016 il governo ha preso la decisione di espropriare l’intera città vecchia. Dato che il 18 % apparteneva comunque ad enti pubblici, l’82 % di Suriçi – comprese tutte le moschee, chiese a altri monumenti – doveva essere espropriato. In seguito a questo si è costituita la piattaforma per la protezione di Sur con la partecipazione di quasi tutte le amministrazioni comunali e organizzazioni della società civile, per organizzare la resistenza contro la distruzione annunciata.

Anche se dal dicembre 2015 quotidianamente camion portavano macerie fuori da Suriçi, solo una foto satellitare fatta su incarico dell’amministrazione provinciale del 10 maggio 2016 ha mostrato l’entità della distruzione ancora in atto. Dieci ettari erano stati completamente rasi al suolo e 832 edifici accertati distrutti completamente e 257 parzialmente. La distruzione sistematica è stata iniziata abbattendo in alcune strade edifici su entrambi i lati per avere facile accesso a tutte le aree di Suriçi. È diventato chiaro anche che si voleva distruggere la città, almeno in tutta la parte orientale di Suriçi. Sono state fatte entrare squadre che dovevano eseguire appunto questa distruzione e la rimozione delle macerie.

Silenzio dell’UNESCO
Dall’inizio degli scontri e delle distruzioni, la gestione del patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO di Amed, situata presso l’amministrazione provinciale di DBP-/HDP, ha ripetutamente scritto al Ministero della Cultura chiedendo di fermare la distruzione dei beni culturali e l’edificazione e l’invio immediato di una missione comune nella città vecchia. Solo una volta è arrivata una risposta che però si limitava ad ammansire. Forse per la prima volta nella storia dell’UNESCO, la gestione del patrimonio culturale dell’umanità non aveva accesso al patrimonio stesso! La gestione del patrimonio dell’umanità ha redatto rapporti basati su proprie indagini sul posto – per quanto possibile – e su notizie e immagini fatte da altri. Solo dopo aver ottenuto questi importanti e ampi rapporti, il comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO ha reagito e chiesto spiegazioni all’ambasciatore turco presso l’UNESCO che fino ad allora era rimasto in silenzio.

Il comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO ha reagito in modo molto dimesso quando l’ambasciatore turco presso l’UNESCO ha presentato i primi rapporti e si è trattenuto nelle critiche e nelle richieste – sono stati fatti solo appelli. I suoi venti componenti pensavano unicamente a non rischiare conflitti diplomatici. Perché di questo sono stati minacciati in modo indiretto dal governo turco nel caso in cui la Turchia fosse stata criticata per le sue azioni da uno o più componenti. Questo si è rispecchiato nella quarantesima seduta del comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO all’inizio del luglio 2016 a Istanbul. Nonostante tutti gli sforzi della gestione del patrimonio dell’umanità di Amed, nessuno dei venti componenti ha osato anche solo aprire la bocca – alcuni in colloqui a quattr’occhi hanno detto molto apertamente che la Turchia li aveva minacciati di conseguenze. A quel punto curde e curdi e persone critiche in Turchia si sono giustamente chiesti a che scopo esiste l’UNESCO se nel caso di Amed non interviene. Non è niente di nuovo che alcuni comitati per il patrimonio dell’umanità siano stati indirettamente minacciati di conseguenze nei loro Stati in caso di argomenti scomodi. Ma qui si tratta di una sistematica e estesa distruzione di un sito patrimonio dell’umanità da parte di un suo componente. Un comportamento così scandaloso fino allora il comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO non lo aveva mai mostrato.

Anche nella 41° sessione del comitato dell’UNESCO nella città polacca di Cracovia all’inizio di luglio del 2017 si è ripetuto lo stesso scenario. Nessun componente del comitato ha espresso critiche rispetto all’azione della Turchia, le è stato solo chiesto un masterplan per il futuro di Suriçi e un rapporto sulla situazione da presentare entro la fine del 2018. Questo verrà fornito dalla Turchia in una qualche forma abbellita senza alcun nesso con la realtà. Ma a quel punto potrebbero essere ampiamente distrutti anche l’ovest di Suriçi e la valle del Tigri.

Entità della distruzione
Nell’agosto 2016 una seconda foto satellitare ha mostrato che la distruzione era andava avanti con grande brutalità. Ora erano completamente distrutti già 20 ettari e 1519 edifici. Era stato nuovamente proclamato lo stato di emergenza in Turchia e veniva messo in azione il macchinario per la repressione intensificata nei confronti dei curdi. Nel settembre 2016 per decreto tutte le gestioni dei monumenti sono state messe sotto il controllo diretto del Ministero della Cultura e in questo modo l’amministrazione provinciale di Amed non era più responsabile del sito dell’UNESCO. Perché la critica intrapresa da Amed con rapporti documentati disturbava il governo turco. Un mese dopo sono stati arrestati i co-sindaci dell’amministrazione provinciale e una settimana dopo, all’inizio del 2016, l’amministrazione provinciale è stata messa in amministrazione forzata. Alcune settimane dopo ad Amed sono state chiuse dozzine di associazioni che si erano opposte alla distruzione di Suriçi.

Con la decisione sull’esproprio di Suriçi il governo turco ha inizialmente sostenuto che Suriçi sarebbe stata ricostruita secondo il piano di conservazione del 2012. Che questo fosse una bugia fin dall’inizio lo si è visto quando l’amministratore fiduciario di nomina governativa nel dicembre 2016 ha modificato questo piano secondo gli interessi dello Stato. La sua firma è stata sufficiente, il consiglio comunale non veniva comunque più convocato.

Grazie a questa oppressione estrema della società, alla fine del 2016 non è stato possibile dare incarico per una terza foto satellitare da parte dell’amministrazione provinciale. Solo foto fatte arrivare al pubblico da aerei in partenza e da impiegati statali della primavera del 2016 e le precedenti foto satellitari sono servite a constatare che nel maggio 2017 erano stati completamente distrutti circa 35–40 ettari di superficie a Suriçi. Con una stima al ribasso, questo dovrebbe corrispondere ad almeno 2.500 edifici, stime precise al momento non sono possibili. Anche se la distruzione nella parte orientale di Suriçi è andata avanti più lentamente, la distruzione dovrebbe essere aumentata di un ulteriore dieci percento. La »Piattaforma No alla Distruzione di Sur« ritiene che il 10 marzo 2016 al massimo 300–400 edifici erano così danneggiati da non essere più abitabili. Sarebbero circa dal dieci al quindici percento degli edifici distrutti.

La distruzione sistematica con macchine edili nell’est di Suriçi dopo il conflitto armato non si è fermata davanti a edifici posti sotto tutela come monumenti. La foto satellitare dell’agosto 2016 lascia riconoscere che 89 edifici protetti come monumenti sono stati completamente distrutti e altri 41 parzialmente. Questo corrisponde al 29 % dei monumenti a Suriçi. Questi edifici oltre a moschee e chiese, sono fontane, mausolei, bagni (Hamam), una sinagoga e un edificio pubblico. L’edificio più famoso completamente distrutto è la moschea Hasırlı. Tra i monumenti parzialmente distrutti ci sono tra gli altri: la moschea Kurşunlu che è diventata l’immagine della distruzione del patrimonio culturale di Amed, la moschea Şeyh-Mutahhar, il Paşa-Hamam, la più grande chiesa armena, la cattedrale Surp-Giragos e i negozi adiacenti, anch’essi protetti come monumenti e la chiesa cattolica armena.

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Nel processo di distruzione non c’è mai stata assolutamente alcuna intenzione di proteggere elementi e figure storci e autentici su edifici protetti come monumenti. Anche nell’asportazione delle macere non è stato controllato se elementi storici autentici fossero recuperabili. Almeno non c’èstata né da parte del Ministro della Cultura né da parte della Commissione Scientifica per Sur, istituita appositamente, una comunicazione rispetto alla possibilità o meno di salvare elementi di questo tipo. La Commissione Scientifica per Sur, i cui componenti sono stati acritici nei confronti della politica del governo degli ultimi quindi anni, ha invece reso noto che il PKK ha sistematicamente installato trappole esplosive nei monumenti e che è stato questo a portare alla distruzione di questi monumenti. In Turchia a fronte del forte nazionalismo e del predominio del governo dell’AKP, questo non è il primo »direttivo scientifico« istituito dal governo e che ha fatto valutazioni secondo i suoi desideri.

Accanto alla distruzione fisica, è molto importante dire che è stata distrutta la continuità di metà della comunità specifica e autentica di Suriçi e la vita di decine di migliaia di persone. Anche l’artigianato caratteristico e la struttura commerciale di Suriçi sono andati perduti. Dal 2000 ci sono stati numerosi sforzi e progetti per far rivivere culture sparite, soprattutto quella di armeni e armene che sono stati vittima di un genocidio del 1915. Una forma di vita e cultura che è esistita in questo luogo per almeno 4.000 anni senza interruzioni è stata distrutta in un colpo solo da uno »Stato moderno«, così come è avvenuto 600, 700 anni fa con le tribù mongole.

L’esproprio nella parte orientale della città vecchia si è ampiamente concluso. I proprietari delle case sono stati liquidati con piccole somme. Non sono stati praticamente in grado di difendersi perché gli espropri sono stati eseguiti secondo il famigerato paragrafo 27 della legge sugli espropri prevista per i casi di guerra e di stato di emergenza, e il terrorismo di stato gli impedisce anche di rivendicare i propri diritti. Gli affittuari, come in tutti gli espropri in questo Stato, sono rimasti a mani vuote e la storia della loro vita nel rispettivo ambiente ritenuta priva di significato; a loro solo per una volta sono stati offerti 1500 Euro per gli arredi interni, cosa che molti hanno rifiutato perché era ampiamente al di sotto delle loro richieste e quindi hanno ritenuto l’offerta offensiva.

Distruzione e espulsione anche nella parte occidentale di Suriçi
Dopo che la distruzione della parte orientale nella primavera del 2017 era sostanzialmente conclusa, lo Stato turco ha iniziato a scacciare la gente dal sudovest della città vecchia. A 500 famiglie dei quartieri di Lalebey e Ali Paşa nel maggio 2017 è stato comunicato che entro due settimane avrebbero dovuto lasciare le loro case espropriate per decreto. Con questo passo lo Stato è passato ad attaccare la parte occidentale di Suriçi. Non si è quindi discostato dal piano di espropriare tutta Suriçi e di rifarla secondo i propri desideri – cosa che per un certo tempo avevano pensato in molti. Va avanti solo a piccoli passi per non sobillare contemporaneamente tutta la popolazione e per poter mettere le persone una contro l’altra. Nell’ovest, la densità della popolazione è più alta. Ma nel sudovest è come nella parte orientale, solo pochi edifici hanno più di due piani. Il motivo per attaccare qui nell’ovest di Suriçi sta anche nel fatto che diversi anni fa questa zona doveva essere ristrutturata dal punto di vista edilizio secondo un piano dell’amministrazione provinciale senza espellere la popolazione. Lo Stato e la locale amministrazione coatta fanno riferimento a questo piano e affermano che ora intendono metterlo in atto. Ma sta di fatto che l’amministrazione provinciale teneva conto della popolazione e fermò il progetto aspramente criticato, quando la giustificata critica venne espressa pubblicamente e con forza.

La popolazione dei quartieri di Lalebey e Ali Paşa ha fatto appello al suo contesto sociale, ha iniziato a difendersi e ha avuto il sostegno attivo sia della popolazione delle zone limitrofe che di molte organizzazioni locali della società civile. Allo stesso tempo la società civile ha formato la »Piattaforma No alla Distruzione di Sur« e organizzato lavoro verso l’opinione pubblica ad Amed e in tutta la Turchia. Anche se per due volte sono arrivate le ruspe, non è stato possibile distruggere gli edifici e l’incombente Ramadan ha portato al fatto che lo Stato si è trattenuto. Solo a metà luglio ha iniziato ad abbattere gli edifici disabitati da anni e semidistrutti, situati direttamente sotto le case delle 500 famiglie e quindi ad avvicinarsi di più a loro. Nei prossimi giorni e settimane potranno esserci grossi scontri. Qui può decidersi se finalmente a Suriçi sarà possibile porre dei limiti alla follia distruttiva dello Stato.

Nella primavera del 2017 lo Stato, più precisamente il Ministero per l’Ambiente e l’Urbanizzazione, ha iniziato a costruire i primi edifici a lungo annunciati a Suriçi. Questi nuovi edifici hanno due piani e sono provvisti visivamente del basalto nero tipico per Amed, ma uno sguardo attento mostra che sono tutte fatte di cemento e solo coperte da un sottile strato di basalto. A questo si aggiunge che le nuove strade sono larghe e con questo viene del tutto ignorata la precedente struttura stradale, che la distanza di ogni casa dalla strada è di diversi metri e che verranno vendute a caro prezzo. Le case non hanno assolutamente niente in comune con le tipiche case di Amed che hanno sempre un cortile interno circondato da stanze abitate. Inoltre contraddicono ogni possibile principio di ricostruzione dei centri storici e le prescrizioni dell’UNESCO. Questo è il modo concreto di procedere dello Stato, la precedente popolazione povera non deve mai più tornare in questo luogo. Con l’etichetta patrimonio dell’UNESCO e la posizione indubbiamente unica, le case verranno vendute per somme molto rilevanti. Con questo nulla si opporrebbe più alla commercializzazione di quest’area.


Colpita anche la valle del Tigri

L’interesse commerciale del governo dell’AKP non si limita solo a Suriçi. Poco dopo la modifica dei piani per la città vecchia, il Ministero per l’Ambiente e l’Urbanizzazione, insieme all’amministratore fiduciario di nomina governativa di Amed, ha ridato vita al vecchio piano per la valle del Tigri nell’area cittadina. Questo dopo una lunga lotta politica e giuridica della società civile e dell’amministrazione comunale di Amed, nella primavera del 2015 era stato finalmente stroncato. La valle del Tigri, definita come zona cuscinetto del sito patrimonio dell’umanità, da anni incontra interesse non solo da parte dello Stato, ma anche di grandi imprese che qui volentieri costruirebbero grandi impianti per il tempo libero, negozi e case per ricchi. Questo nuovo-vecchio piano prevede appunto questo. Il cuore dei giardini di Hevsel, che sono patrimonio dell’UNESCO, non dovesse essere edificato, ma tutto il resto intorno sì. Nel marzo 2017 l’amministratore fiduciario ha fatto iniziare la costruzione di una moschea presso il ponte storico sul Tigri (ponte dei dieci occhi), cosa che è stata il segnale di inizio per estese opere edili. Poi due passaggi del ponte sono stati semplicemente chiusi per fare delle caffetterie, cosa che normalmente sarebbe uno scandalo. Ora lungo il Tigri sono state concesse licenze per dozzine di caffetterie. Tutto questo succede su decisione dell’amministratore fiduciario o del Ministro con una firma. Il consiglio comunale, che in realtà sarebbe la sede competente, non viene convocato dal novembre 2016. Gli edifici molto più grandi su una lunghezza di dieci chilometri sono attualmente in preparazione. La loro realizzazione senz’altro scaccerà migliaia di persone che vivono nella valle in edifici semplici, dato che rappresentano un ostacolo per il profitto al quale si mira. Questo non è altro che gentrificazione su ampia scala, cosa che era stata impossibile sotto l’amministrazione DBP/HDP.


Prospettive

Sia per Suriçi che per la valle del Tigri dal punto di vista dello Stato e di tutte le sue istituzioni, si tratta di completare il più possibile la distruzione e l’edificazione prima delle elezioni comunali del marzo 2019. Allora molto probabilmente le elezioni saranno di nuovo vinte dal DBP/HDP. Per questo fino ad allora si vogliono creare fatti irreversibili: a) distruzione della società organizzata a Suriçi, b) distruzione della storia e dell’eredità culturale ritenuta inutile per il nazionalismo turco, c) commercializzazione di Suriçi e della valle del Tigri, facendo entrare di nuovo in gioco le spese per la lotta contro le rivolte e facendo un servizio ai locali sostenitori dell’AKP, d) mettere l’amministrazione del DBP che andrà al governo con le elezioni comunali del 2019 davanti a una serie di grandi contraddizioni.

Ma, come si vede nel caso delle 500 famiglie che si vogliono cacciare da Lalebey e Ali Paşa, la popolazione di Amed è in fermento. Nonostante lo stato di emergenza e la repressione estrema, gli interessati non recedono. Ma la solidarietà deve diventare più grande dappertutto, altrimenti lo stato riuscirà presto a spezzare questa resistenza così importante. Se la resistenza avrà successo, tutto lo sviluppo può essere fermato almeno per un periodo di una certa durata. Questo potrebbe avere influenze insperatamente positive su Amed, il Kurdistan del nord e perfino sulla Turchia.

di Ercan Ayboga, Piattaforma “No alla distruzione di Sur, Diyarbakır”,  Kurdistan Report settembre/ottobre 2017

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1558.- La persecuzione di massa in Turchia dei cristiani e dei curdi, di Uzay Bulut.

 

1557.- La Turchia rifiuta l'”Islam moderato”

1542.- La dittatura eurocratica e del relativismo

 

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La dittatura relativista ci sta spogliando della certezza di chi siamo e ci rende fragili dentro, prossimi a capitolare, negando che esiste la verità e mettendo sullo stesso piano tutte le ideologie, le religioni e i valori, aggredendo la famiglia naturale e disincentivando la natalità degli autoctoni, favorendo l’omosessualismo, l’immigrazionismo, il meticciato culturale, il filo-islamismo, al punto che è lo stesso Occidente a promuovere il suicidio sociale, il declino demografico, l’auto-invasione di clandestini e l’islamizzazione dell’Occidente.

Il relativismo è una dittatura nel momento in cui ci nega l’uso della ragione e il riferimento ai parametri valutativi e critici affinché non si entri nel merito dei contenuti, perché aprioristicamente ci impongono di considerare pari tutto e il contrario di tutto. Il caso più significativo è la litania delle “tre grandi religioni monoteiste, rivelate, abramitiche e del Libro”, promossa anche da parte della Chiesa, che mettendo sullo stesso piano ebraismo, cristianesimo e islam, legittima l’islam a prescindere dall’ideologia di odio, violenza e morte sancita da Allah nel Corano e dai detti e dai fatti di Maometto, e delegittima il cristianesimo.

Sul piano sociale, le leggi europee ispirate al relativismo valoriale stanno scardinando il tessuto sociale incentrato sulla famiglia naturale, promuovendo la “ideologia di genere” fondata sulla equivalenza e la parità di diritti, compreso il diritto al matrimonio e all’adozione di figli, tra coppie connotate dall’orientamento sessuale (eterosessuali, bisessuali, omosessuali, lesbiche, transessuali, asessuali, intersessuali). Ebbene elevando il desiderio e la passione individuale a diritto collettivo inalienabile, disgiunto dalla finalità della procreazione, dalla crescita sana dei figli che necessitano di un padre e di una madre, dalla necessità vitale di perpetuare la società autoctona per salvaguardare la propria civiltà, il relativismo sessuale degenererà ulteriormente nella legittimazione della poligamia, della pedofilia, dell’incesto e della zoerastia.

Quest’Italia e questa Unione Europea, mettendo al centro di tutto la moneta e relativizzando tutto, hanno finito per sprofondare all’ultimo posto al mondo per tasso di natalità, che è dell’1.3% rispetto al 2.1% necessario ad assicurare l’equilibrio della bilancia demografica. Secondo i demografi quando il tasso di natalità cala al di sotto dell’1.9% non è più possibile garantire il perpetuamento della società autoctona e salvaguardare la propria civiltà. Su circa 500 milioni di abitanti dei 29 Paesi membri dell’Unione Europea, solo il 16%, pari a 80 milioni di abitanti, hanno meno di 30 anni. Viceversa su circa 500 milioni di abitanti della sponda orientale e meridionale del Mediterraneo, sommando le popolazioni dei 22 Stati arabofoni più quelle della Turchia e dell’Iran, ben il 70% ha meno di 30 anni, pari a 350 milioni di abitanti. Quando si mettono su un piatto della bilancia 80 milioni di europei, cristiani in crisi d’identità con una consistenza minoranza musulmana, e sull’altro 350 milioni di mediorientali, al 99% musulmani convinti che l’islam è l’unica “vera religione” che deve affermarsi ovunque nel mondo, il risultato indubbio è che gli europei sono destinati ad essere sopraffatti e colonizzati demograficamente dagli islamici. A quel punto i musulmani non avranno più bisogno di farci la guerra o ricorrere al terrorismo. Potranno sottometterci all’islam limitandosi ad osservare le regole formali della nostra democrazia, che premia il soggetto politico più organizzato ed influente, in grado di condizionare e di accaparrare il consenso della maggioranza, senza entrare nel merito dei contenuti delle ideologie e delle religioni, soprattutto dell’islam.

1539.- La dittatura islamica e la dittatura dell’immigrazionismo

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C’è chi preme perché in Italia si adotti la Sharia. Sui motivi, ogni ipotesi è valida, ma non sarà possibile dire “questo Sì” o “questo No”..

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La dittatura dell’immigrazionismo

La dittatura relativista, straordinario neologismo coniato da Benedetto XVI che la definì il “male assoluto” e ne denunciò la presenza anche in seno alla Chiesa, unitamente alla dittatura eurocratica, ci hanno imposto l’ideologia dell’immigrazionismo che ci obbliga a concepire gli immigrati buoni a prescindere, a subire l’invasione di clandestini a dispetto delle disastrose conseguenze sociali, economiche e valoriali. È soprattutto Papa Francesco a promuovere l’immigrazionismo sostenendo una visione globalista che abbatte le frontiere nazionali e legittima la libera migrazione delle masse umane in tutto il mondo, considerato una terra di tutti, dove pertanto chiunque può entrare ed uscire dall’Italia a proprio piacimento. Dopo averci costretto a non usare più il termine “clandestino” , che implica la consumazione di un reato, sostituendolo con il termine neutro di “migrante”, l’Italia prima ha abolito il reato penale di clandestinità, poi è diventata l’unico Stato al mondo che legittima la clandestinità al punto che nel 2014 abbiamo investito 10 milioni di euro al mese solo per le spese delle unità della Marina e dell’Aeronautica che si sono spinte fino al largo delle coste libiche per trasferire nel nostro Paese più di 170 mila clandestini. Nonostante la presenza di 10 milioni di italiani poveri e di 4 milioni di italiani nullatenenti ridotti alla fame, l’Italia accorda a ciascun clandestino 1200 euro al mese per il vitto, l’alloggio, le sigarette e la ricarica telefonica, che aumentano a 1400 euro al mese se è un minorenne. Questa flagrante ingiustizia che evidenzia la discriminazione degli italiani rispetto ai clandestini in Italia, sta inevitabilmente producendo dei conflitti sociali e sta irresponsabilmente diffondendo il germe malefico del razzismo.

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L’obiettivo strategico è di ridurci a semplici strumenti di produzione e consumo della materialità nel contesto di una moltitudine meticcia, sradicando le nostre radici, la fede, l’identità, i valori, le regole e la civiltà. La prospettiva è di realizzare un mondo sottomesso alla dittatura della finanza speculativa globalizzata, con un Nuovo Ordine Mondiale retto da un unico Governo dittatoriale scardinando gli Stati nazionali, le comunità locali, la famiglia naturale, la persona depositaria dei valori assoluti e universali della sacralità della vita, della pari dignità, della libertà di scelta. Oggi stiamo di fatto subendo quanto scrisse nel 1925 il conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi (1894 – 1972), fondatore dell’Unione Paneuropea da cui è nata l’Unione Europea. Nelle pagine 21-23 del suo libro «Praktischer Idealismus» (Idealismo pratico) del 1925, scrisse:

“L’uomo del lontano futuro sarà un meticcio. Le razze e le caste di oggi saranno vittime del crescente superamento di spazio, tempo e pregiudizio. La razza del futuro, negroide-eurasiatica, simile in aspetto a quella dell’Egitto antico, rimpiazzerà la molteplicità dei popoli con una molteplicità di personalità (…)

Nei meticci si uniscono spesso mancanza di carattere, assenza di scrupoli, debolezza di volontà, instabilità, mancanza di rispetto, infedeltà con obiettività, versatilità e agilità mentale, assenza di pregiudizi e ampiezza d’orizzonti”.

La dittatura eurocratica ha inoltre ipotecato la nostra sovranità giudiziaria facendo prevalere le sentenze emesse dalle Corti europee (la Corte di Giustizia dell’Unione Europea con sede a Lussemburgo e la Corte Europea dei Diritti dell’uomo con sede a Strasburgo) sulle sentenze emesse dai tribunali nazionali.

Questa Unione Europea finirà per eliminare del tutto la sovranità nazionale, con la confluenza dell’Italia negli Stati Uniti d’Europa, che altro non saranno che un protettorato tedesco al cui interno l’Italia, al pari di altri Stati, si ridurranno a semplici colonie economiche, le cui spoglie verranno condivise dal grande capitale internazionale, a cui aderiscono cinesi, arabi, russi, indiani.

 

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La dittatura islamica

La dittatura islamica si sviluppa attraverso sia il terrorismo dei taglia-gole, coloro che sgozzano, decapitano e massacrano uccidendoci fisicamente, sia il terrorismo dei taglia-lingue, coloro che ci impongono di non dire e di non fare nulla che possa urtare la loro suscettibilità. Entrambi convergono nell’obiettivo di sottometterci all’islam ottemperando a quanto Allah ha prescritto nel Corano e a quanto ha detto e ha fatto Maometto. Ma divergono e sono concorrenti perché perseguono lo stesso obiettivo con modalità diverse. I primi pensano di accedere al potere tagliando la testa di chi lo occupa. I secondi più astutamente ritengono che per accedere al potere in modo definitivo e irreversibile sia necessario mettere solide radici, che constano di una fitta rete di moschee, scuole coraniche, ambulatori e centri ricreativi, macellerie e alimentari halal, enti assistenziali e finanziari islamici, tribunali sharaitici, centri studi sull’islamofobia e centri di formazione per imam, siti religiosi e di proselitismo. L’Occidente ingenuamente teme i primi e asseconda i secondi, per quanto il nemico maggiore siano proprio i terroristi taglia-lingue, coloro che dall’interno di casa nostra camuffandosi all’occorrenza all’insegna del precetto della dissimulazione sancito dal Corano, sono convinti, come disse un alto dignitario islamico turco nel corso di un incontro di dialogo interreligioso, che “grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo, grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo”.

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1538.- “Insieme ce la faremo”. Aprire le menti e salvare gli italiani

Dal Programma dell’Associazione “Amici di Magdi Cristiano Allam”. 

Maometto e il suo Allah

L’islam ci fa paura. Perché l’islam è violento. Perché l’islam ci sta conquistando. Perché non conosciamo l’islam.
L’islam è il Corano e Maometto. Il Corano è ciò che Maometto dice che Allah gli avrebbe rivelato. L’islam si riduce a Maometto. Noi tutti, compresi gli stessi musulmani, sappiamo poco o nulla di Maometto.
Magdi Cristiano Allam ci racconta chi è stato veramente Maometto, con le stesse parole dette da Maometto.
Se vogliamo vincere la paura leggiamo «Maometto e il suo Allah», il nuovo libro di Magdi Cristiano Allam pubblicato da MCA Comunicazione.

Potete averlo con la dedica personalizzata e la firma autografa dell’autore.

 

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Di fronte a questa crisi epocale che minaccia l’esistenza stessa dell’Italia come Stato, dei Comuni come ambito territoriale primario, delle piccole e medie imprese come fulcro del sistema produttivo, della famiglia natura come fondamento della costruzione sociale, degli italiani come persone depositarie dei valori inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà, l’Associazione “Amici di Magdi Cristiano Allam” si assume la responsabilità storica di aprire le menti e fortificare gli animi degli italiani, per passare dalla denuncia alla proposta, diffondendo informazione corretta e costituendo “Gruppi di Amici” dediti alla formazione sull’insieme delle tematiche che spaziano dalla moneta ai valori.

Questi “Gruppi di Amici” rappresentano la base popolare per promuovere il nostro riscatto su tutto il territorio nazionale e in seno alle comunità italiane all’estero, dando vita al movimento “Insieme ce la faremo” di mobilitazione e di azione, che ci consenta di passare dalle parole ai fatti, per salvare gli italiani e far rinascere l’Italia, ispirandosi al movimento di disobbedienza civile del Mahatma Ghandi e di Martin Luther King. L’obiettivo è di provocare un terremoto politico promuovendo una protesta in tutti i comuni d’Italia e far scandire all’unisono la denuncia e la proposta, “Basta tasse”, “Tassa unica al 20%”, “No euro”, “Sovranità monetaria”, “Basta debiti”, “Condono di giustizia”, “Basta clandestini”, “Prima gli italiani”, “Stop alle moschee”, “Difendiamo la nostra civiltà”.

Nella consapevolezza che oggi sussiste una straordinaria e urgente opportunità di riunire gli italiani che pagano sulla propria pelle la chiusura delle imprese, la perdita del lavoro, la diffusione della povertà, lo scollamento della famiglia, il crollo della natalità, l’assenza di un futuro per i nostri giovani che vengono costretti a emigrare; che sono delusi e disorientati dal fallimento della partitocrazia, dallo strapotere della magistratura e dal venir meno della giustizia; che hanno una paura crescente per la diffusione della criminalità e l’inadeguatezza delle forze dell’ordine a cui vengono sottratte risorse umane e materiali; che si sentono angosciati e sopraffatti dall’invasione di clandestini e dai privilegi accordati agli immigrati; che si sentono disarmati e impotenti di fronte alla guerra del terrorismo islamico e dall’islamizzazione dell’Italia che si perpetra attraverso uno “Stato islamico” in nuce all’interno del nostro stato di diritto, il movimento “Insieme ce la faremo” promuove una mobilitazione popolare all’altezza della sfida epocale, per aggregare il consenso degli italiani perbene, di buon senso, moderati, pragmatici, liberi e orgogliosi.

“Insieme ce la faremo” si propone di creare il fronte gli italiani che producono e lavorano, che rappresentano le comunità locali, che creano nuove tecnologie e capolavori artistici, che difendono la popolazione e le frontiere, ovvero gli imprenditori, i lavoratori, i sindaci e gli amministratori locali, i ricercatori, gli scienziati e gli artisti, i poliziotti e i militari. “Insieme ce la faremo” è favorevole a collaborare per il successo della comune missione con tutti i soggetti politici che condividono i tre punti qualificanti del progetto di salvezza degli italiani e rinascita dell’Italia che si ispira a un principio fondamentale:

Salviamo i tanti piccoli che fanno grande l’Italia, perché la realtà storica, sociale e imprenditoriale conferma che in Italia piccolo è bello, buono e di successo. Quindi salviamo i piccoli imprenditori, i piccoli comuni, la famiglia naturale, i valori tradizionali, il patrimonio ambientale e culturale. E’ la scelta del localismo che consentirà all’Italia di poter riemergere nel globalismo senz’anima, sottomesso agli interessi materiali dei poteri imprenditoriali e finanziari forti.

1) Riforma dello sviluppo: sovranità monetaria; condono dei debiti dei cittadini nei confronti dello Stato e delle banche; rilancio economico finanziando con denaro pubblico tre grandi progetti: la messa in sicurezza del territorio nazionale, l’autonomia alimentare e l’autonomia energetica; abbattere drasticamente i costi dello Stato; tassa unica al 20%; rendere gli imprenditori i protagonisti dello sviluppo

Il nostro obiettivo primario è il riscatto della sovranità monetaria, alimentare, energetica, legislativa, giudiziaria, popolare, istituzionale e nazionale, sul piano della difesa e della sicurezza, sottratta o violata dall’Unione Europea, dalla Banca Centrale Europea, dal Fondo Monetario Internazionale, dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, dalla partitocrazia e dall’oligarchia della Pubblica amministrazione, dalla Nato e dagli Stati Uniti. Concretamente significa innanzitutto uscire dall’euro e affrancarci dalla dittatura dell’Unione Europea dei banchieri e dei burocrati.

Noi crediamo che il rilancio dell’economia nazionale possa e debba realizzarsi mettendo gli imprenditori, specie i micro, piccoli e medi imprenditori che sono il fulcro del nostro sistema produttivo, nella condizione ottimale per assumersi il ruolo di protagonisti dello sviluppo in un contesto dove il ruolo dello Stato e delle istituzioni sarà di definire e far rispettare le regole che garantiscono l’interesse nazionale e perseguono il bene comune. A tale fine si deve abbattere drasticamente il costo dello Stato eliminando le istituzioni superflue, quali il Senato, le Province e le Regioni, gli enti fallimentari quali municipalizzate, parificate e ovunque lo Stato sia presente nei panni dell’imprenditore, per assicurare una sana gestione e consentire il drastico abbattimento delle tasse fino a ridursi a una tassa unica del 20% da corrispondere direttamente al Comune.

Serve un nuovo modello di sviluppo che valorizzi i tre grandi patrimoni di cui disponiamo, il patrimonio ambientale, il patrimonio culturale e il patrimonio umano, individuando tre direttrici principali, le tre “T”: Turismo, Terra e Tecnologia.

La messa in sicurezza del territorio nazionale per salvaguardare il patrimonio ambientale, culturale e urbanistico; il riciclaggio al 100% dei rifiuti urbani e industriali quale pilastro dell’autonomia energetica, liberandoci dalla schiavitù del petrolio e del gas; la bonifica delle falde acquifere, delle acque marittime, fluviali e lacustri, del territorio e dell’ambiente nazionale inquinati, ponendo immediatamente fine a tutte le cause dell’inquinamento, comprese le discariche, le perforazioni e la raffinazione degli idrocarburi; il rilancio della produzione agricola, zootecnica ed ittica per conseguire l’autonomia alimentare a livello nazionale, la costruzione di insediamenti urbani energeticamente autosufficienti e con criteri anti-sismici, la riqualificazione degli edifici dismessi e la messa a norma degli edifici obsoleti, costituiscono i grandi progetti per rilanciare lo sviluppo con un adeguato finanziamento statale per creare lavoro a decine di migliaia di aziende italiane che producono, investono e pagano le tasse in Italia, a dare lavoro a centinaia di migliaia di lavoratori italiani che vanno favoriti rispetto agli stranieri, affermando il principio che il lavoro è un dovere prima ancora di essere un diritto.

2) Riforma dello Stato: Federalismo dei Comuni autonomi e Repubblica presidenziale

Prendendo atto che la realtà storica dell’Italia evidenzia che da sempre sono i piccoli che fanno grande l’Italia, sia che si tratti di imprenditori o di Comuni, e scegliendo una filosofia di vita che mette al centro la qualità della vita della persona e non la quantità delle risorse accumulate dallo Stato sfruttando i cittadini ridotti a strumenti di produzione e consumo, noi consideriamo che i Comuni debbano diventare il fulcro della riforma dello Stato, rapportandosi direttamente con uno Stato più autorevole, efficiente e solidale grazie al sistema istituzionale della Repubblica presidenziale dove il capo dello Stato, al pari dei sindaci, ha il potere esecutivo del governo del Paese, è eletto direttamente dai cittadini con il voto di preferenza, ha il vincolo di mandato, la responsabilità civile e penale per gli atti commessi nel corso del suo mandato. I Comuni devono avere autonomia amministrativa e finanziaria, decidendo autonomamente l’amministrazione della comunità locale e lo sviluppo del proprio territorio, percependo direttamente le tasse di cui una quota viene devoluta allo Stato per quei compiti che sono di sua esclusiva pertinenza, quali la Difesa, la Sicurezza e la Politica Estera.

3) Riforma della società: più figli italiani per salvaguardare la nostra civiltà sia dal colonialismo economico cinese sia dall’invasione degli immigrati e dalla sottomissione all’islam

È prioritario porre un argine al suicidio-omicidio demografico che ha fatto precipitare l’Europa, in particolar modo l’Italia, agli ultimi posti al mondo per tasso di natalità. È più che mai vitale promuovere la natalità tra gli italiani, sostenendo la famiglia naturale e incentivando la maternità, riconoscendo la valenza economica del lavoro domestico e corrispondendo un adeguato compenso alle donne che scelgono di dedicarsi a tempo pieno o parziale ai figli, alla famiglia e alla casa; favorendo la cultura della sacralità della vita dalla nascita, all’intero corso dell’esistenza fino alla morte naturale, contrastando l’aborto, l’eugenetica, l’eutanasia, valorizzando e aiutando i disabili e gli anziani.

Una scelta storica per salvaguardare la nostra civiltà

Noi italiani ci troviamo di fronte a un bivio che c’impone una scelta storica: o ci rassegniamo alla strategia criminale che sta trasformando l’Italia ricca in italiani poveri, accettando la perdita totale della nostra sovranità per confluire negli Stati Uniti d’Europa e in prospettiva essere sottomessi al Governo mondiale dei poteri imprenditoriali e finanziari forti, oppure promuoviamo il riscatto della nostra sovranità monetaria, legislativa, giudiziaria e nazionale affrancandoci sia da questa Unione Europea assoggettata a banchieri e burocrati sia da questa globalizzazione appiattita sulla sola dimensione materiale della modernità.

“Insieme ce la faremo” è l’appello alla mobilitazione nazionale per riscattare i nostri diritti inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà, chiarendo che per noi la persona, la famiglia naturale, la comunità locale, i valori non negoziabili, le regole fondanti della civile convivenza e il bene comune vengono prima della moneta, delle banche, dei mercati, del profitto, del debito e del Pil. Su un piano più generale noi scegliamo la qualità della vita che soddisfa intimamente consentendo ciascuno di noi di sentirsi pienamente realizzato a casa propria e in seno ai propri cari, rispetto alla vita parametrata dalla quantità di beni e servizi che si producono a prescindere dall’impatto sul vissuto e nella quotidianità delle persone.

 

439.- Le regole dell’Islam sullo stupro: se non hai quattro testimoni maschi, ti lapidano per adulterio

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già pubblicato il 10 gennaio 2016

Secondo il diritto islamico, il reato di zina riguarda le relazioni sessuali illecite, ossia pre- o extra-matrimoniali.

Secondo le scuole shafi’ita, hanbalita, hanafita e secondo gli Sciiti, la pena della lapidazione è prevista solo per l’adultero sposato, sessualmente amato dal consorte e musulmano praticante e per il suo partner, a condizione che il crimine sia comprovato da 4 uomini adulti musulmani che abbiano assistito alla penetrazione o che sia stato reso tramite confessione resa giurando 4 volte su Allah di dire il vero, e per la quinta volta invocando su di sé la maledizione di Allah nel caso stia dicendo una bugia. Ma l’accusa può essere invalidata nel caso la moglie pronunci lo stesso giuramento a propria discolpa. La lapidazione non è invece prevista dal Corano, che prevede solo la fustigazione. Secondo Jayed Ahmad Ghamidi, giurista islamico pakistano, la lapidazione può essere prescritta solo per stupratori e prostitute, ossia per chi abitualmente commette adulterio (hadith 1690 di Sahih Muslim)

 

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Colonia, Amburgo, pure Zurigo. Nella notte di capodanno in queste città si sono consumate molestie, violenze e addirittura alcuni stupri. La vicenda ha diviso e non poco l’opinione pubblica, con una esigua minoranza che sta “giustificando” le violenze o comunque invitando a non generalizzare contro gli immigrati di fede musulmana. Ma come si pone l’Islam riguardo lo stupro? Ce lo racconta molto bene questo articolo postato sul blog di Luisa Betti.

Sempre secondo il Corano, una donna per poter provare a un giudice di essere stata violentata ha bisogno di quattro testimoni. Perciò, sebbene la pena imposta dalla sharia per lo stupro è la pena capitale, la consuetudine di dover dimostrare la violenza attraverso la testimonianza di 4 maschi, impedisce alle donne di avere giustizia in quanto, il più delle volte, l’accusa di stupro – in cui è difficilissimo portare davanti al giudice 4 testimoni – diventa un’accusa di adulterio o di pratiche sessuali fuori dal matrimonio per la donna che viene così arrestata. Solo in Pakistan, per esempio, quasi il 75% delle donne è in prigione per aver denunciato uno stupro.

In generale la violenza contro le donne per l’Islam è grave in quanto lede la «proprietà» dell’uomo – che in molti casi non «riprende indietro» la donna ormai disonorata – ma non è considerata assolutamente come un crimine se, per esempio, si svolge dentro le mura domestiche: la Sura An-Nisâ’ (IV, 34) recita: «Ammonite quelle [donne] di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse». Per il Corano è quindi lecito che l’uomo picchi la moglie non ubbidiente, come una forma di disciplina quando la persuasione «benevola» fallisce, perché il potere che è dato a un marito nei confronti della donna, in alcuni paesi musulmani, non è travalicabile né dai genitori né dalla polizia.Hirsi Ali, la scrittrice somala che ha vissuto in Olanda eletta in parlamento nel 2003 e scappata negli Usa nel 2006 dopo l’omicidio del regista Theo van Gogh ucciso dai fondamentalisti islamici per l’uscita del film Submission – di cui lei ha scritto la sceneggiatura – dichiara esplicitamente come «l’Islam sia imbevuto di violenza e la incoraggi». Per Hirsi Ali – che ha scritto « Non sottomessa », « Infedele », « Se Dio non vuole» e «Nomade » – l’Islam non è compatibile con i diritti delle donne in quanto «per modernizzare l’Islam e adattarlo agli ideali contemporanei, è necessario porsi in atteggiamento critico nei confronti del Corano e dei precetti in esso contenuti: in una parola, è necessario dialogare con Dio e dissentire dalle sue leggi». Cioè è necessario porsi in maniera laica, come l’Occidente ha fatto nei confronti della Chiesa cattolica, cercando di escludere quest’ultima dagli affari politici e sociali.

«In Afghanistan le donne manifestano contro pratiche previste dalla legge islamica – spiega la scrittrice – ma le organizzazioni femministe occidentali non sono per niente critiche dell’Islam. Ascoltano la minoranza di uomini che usano l’Islam come strumento per sottomettere le donne». Sottoposta a infibulazione a 5 anni, e fuggita a 22 da un matrimonio combinato, Hirsi Ali cominciò a vivere la sua vita solo dopo essersi liberata dalla famiglia e dai fardelli religiosi che le imponevano un’esistenza che lei non desiderava: attualmente lavora a Washington presso l’American Enterprise Institute, e si occupa di diritti della donna islamiche e della violenza di genere per ragioni culturali o religiose.

1367.- RITA KATZ MINACCIA L’ITALIA.

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Rita Katz, Director of SITE Intelligence. Abbiamo già descritto la figura e il ruolo di questa agente. Ora ce ne parla Maurizio Blondet.

Stavolta la minaccia è seria e grave:  data la fonte da cui viene. In quegli uffici han deciso che l’Italia è stata risparmiata troppo dalla loro strategia della tensione.

Sicuramente sono pronti i terroristi. Sono pronti i passaporti da lasciare sul furgone e sull’auto, ormai una firma. Il passaporto intatto di  un dirottatore che attraversò intatto l’inferno di fuoco  delle Twin Tower. Il documento dimenticato di fratelli Kouachi il giorno della strage di Charlie Hebdo.  Un SMS rivelatore delle identità dei terroristi trovato nella memoria di un cellulare intatto  gettato dai terroristi in un bidone della spazzatura presso il Bataclàn. Il documento d’identità trovato sul camion della strage di Nizza. Il documento d’identità  lasciato sul camion  della strage di Natale a Berlino, che ha consentito di identificare senza ombra di dubbio il terrorista Abu Amri, immediatamente dopo trucidato da due eroici poliziotti a Sesto San Giovanni. Ed ora documenti d’identità a iosa che identificano gli stragisti della Rambla.

“Se la polizia non potesse dire rapidamente e con certezza diffondere ai media l’identità  del terrorista, l’attentato resterebbe un colpo  di spada  nell’acqua”. Bisogna mostrare che sono stati dei jihadisti.  E’ essenziale che  gli europei sappiano chi li minaccia e dunque da cosa devono essere protetti: rinforzare la coercizione, esasperare la sorveglianza, lasciar cadere le libertà, accentuare la militarizzazione, aumentare i finanziamenti alla sola forza armata che può proteggerci  dal Jihadismo: la NATO!  E il grande protettore, gli Stati Uniti!

Ovviamente gli Stati Uniti sono quelli che hanno portato i jihadisti in Europa, precisamente nell’ex Jugoslavia, appaltando la resistenza antiserba in Bosnia a Bin Laden e  la sua Al Qaeda, allora alleata americana in Afghanistan; e importando in Kossovo contingenti dei tagliagole mujaheddin afghani. Sono gli Stati Uniti che hanno creato Al Qaeda e poi Daesh: la Cia, il dipartimento di Stato  sotto Hillary,  con i wahabiti sauditi e il Mossad.

…e non è la prima volta.

In Europa,il terrorismo islamico serve a tenere gli  europei,sempre più recalcitranti, sotto l0imperio americano;  loro vogliono tenersi questo ricco mercato e non condividerlo con nessuno, specie la Russia che – ohibò – pretende  di mangiare allo stesso piatto.

Mai nostri media: “L’Isis avverte: ora tocca all’Italia”  (Il Tempo).  Terrorismo, la minaccia dell’IIS: prossimo obbiettivo l’Italia” (La Repubblica).  Sui tg non mi dilungo, li avete visti tutti. E tutti ammettono senza  vergogna, “lo riferisce il SITE, il sito Usa diretto da Rita  Katz”…

Ora,   questi giornalisti non possono non sapere cosa è il SITE e chi è Rita Katz. Ormai la cosa è nota, è stata scritta in lungo e in largo, anche da  qualche giornale. Non possono invocare l’ignoranza. Sono in perfetta malafede.

Al prossimo attentato ci racconteranno:   i terroristi hanno dimenticato il documento d’identità  –  l’ISIS ha rivendicato la strage, lo conferma il SITE…

“Ma che, ci credono tutti stupidi?”, chiede un lettore. La risposta è “sì”.  I pochi non stupidi, sanno che non hanno peso in una opinione pubblica  di stupidi.

Maurizio Blondet |

1366.- Terrorismo, il generale Franco Angioni: “Siamo solo all’inizio, l’Italia si svegli o pagherà un conto salato”; ma c’è chi…

"I prossimi a morire saranno gli italiani"Isis, il messaggio e la tragica confermaLa lista dei luoghi dove possono colpire
“I prossimi a morire saranno gli italiani”. Isis, il messaggio e la prima tragica conferma

“Quello che stiamo affrontando ora sia solo un’avanguardia di quello che dovremo affrontare nei prossimi anni se non ci muoviamo in fretta e con intelligenza”. Il generale Franco Angioni, in una intervista ad affaritaliani.it, dà un quadro del rischio terrorismo in Europa dopo l’ultimo attentato a Barcellona.

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Il problema, spiega, non deve essere l’Isis: “Il problema principale è la sua influenza ideologica che rischia di permanere anche qualora dovesse essere fisicamente eliminato”. “La sua eliminazione fisica non risolverà il problema, anche perché abbiamo imparato che queste organizzazioni e queste sigle cambiano ma il problema resta”. E l’Italia non è esente dal pericolo. “Per fortuna siamo tra quei paesi meno colpiti di altri perché l’Italia il suo piccolo colonialismo lo ha pagato duramente. Altri, invece, si sono arricchiti. Mi riferisco a Francia e Gran Bretagna, per esempio. In quei casi le prime generazioni arrivavano in madrepatria con orgoglio. Ma le seconde e le terze generazioni sono state dimenticate e abbandonate. Da lì nasce il germe della rivendicazione. L’Italia al momento è fuori da questo ragionamento perché praticamente non abbiamo seconde o terze generazioni ma anche noi facciamo parte di quella schiera di paesi padroni verso i quali è forte un sentimento di rivalsa. Non possiamo dunque sentirci esenti da pericoli. Dobbiamo tenere la guardia alzata, anche noi siamo un obiettivo. Se continuiamo a trascurare questo fatto tra 10 anni potremmo essere costretti a pagare un conto molto elevato”.

“Se non prendiamo provvedimenti adesso – conclude il generale – tra 5 o 6 anni avremo un grande malessere in casa che dovrà essere affrontato per forza di cose in maniera più cruenta di quanto invece non potrebbe essere affrontato adesso. I cittadini vanno allevati alla disciplina e vanno trattati tutti, e sottolineo tutti, alla stessa maniera. Le prime, seconde o terze generazioni, non devono sentirsi ospiti, spesso mal sopportati: devono sentirsi cittadini uguali a tutti gli altri, con tutti i diritti e i doveri del caso”.

Ma mentre l’Europa e’ sotto gli attentati dei migranti o dei loro figli Gentiloni vuole regalare la cittadinanza a tutti….

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Ma questo ci fa, c’è o lo pagano? Tutti i terroristi sono nati in Europa da immigrati. Penso sia più credibile la terza risposta.

ROMA, 19 AGO – “Diventando cittadini italiani si acquisiscono diritti ma anche doveri. Garantire questa possibilità ai figli degli immigrati nati in Italia è una conquista di civiltà e un modo per valorizzare e arricchire la nostra identità”. Lo scrive il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni su “ilsussidiario.net” in occasione della 38ma edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli che si apre domani a Rimini con il suo intervento. Secondo Gentiloni, “il concetto di cittadinanza in un mondo che cambia non va confuso con la mancanza di certezze. Andare verso una società più aperta e multietnica non deve comportare una rinuncia alla nostra sicurezza e ai nostri stili di vita. Su questo punto le istituzioni democratiche si giocano una parte fondamentale della loro credibilità”.

1365.- IL RABBINO DI BARCELLONA: “L’EUROPA E’ PERDUTA”. COME DICE NETANYAHU. Maurizio Blondet

Questo è il rabbino-capo di Barcellona, Meir Bar-Hen. Dopo  l’attentato alla Rambla, ha fatto appello agli ebrei  di Spagna: comprate un terreno in Israele e andate ad abitarci, prima che sia troppo tardi: “L’Europa è perduta”.

Se lo dice il rabbino…

Strano, è  la stessa espressione che un mese fa ha adoperato Netanyahu, durante un incontro a porte chiuse (ma qualche microfono era aperto) con i governanti del Gruppo di Visegrad:

Da sinistra: Bohuslav Sobotka della Repubblica Ceca, Benjamin Netanyahu di Israele, Viktor Orbán dell’Ungheria, Robert Fico, Slovacchia e Beata Szydło, Polonia in conferenza stampa dopo i colloqui a Budapest tra Netanyahu e i capi di governo.

L’Europa deve decidere se vuole  vivere e prosperare o se vuole deperire e sparire“, ha detto. “Non sono molto politicamente corretto. So che è uno shock per alcuni di voi.  Ma la verità è la verità – sia sulla sicurezza dell’Europa che sul futuro economico dell’Europa. Entrambe queste preoccupazioni impongono una diversa politica verso Israele “.

L’Unione Europea, ha strillato, è la sola che “condiziona le relazioni con Israele” alle “condizioni politiche”, insomma   ha  rallentato le procedure di associazione dello stato dello  ebraico per l’occupazione  illegale dei territori palestinesi. “E’ pazzesco!  Nessuno lo fa!”.

“Quindi smettila di attaccare Israele. Iniziare a sostenere Israele … iniziare a sostenere le economie europee facendo ciò che fanno gli americani, i cinesi e gli indiani .”

E poi di nuovo la minaccia:

“L’UE sta minando la sua sicurezza minando Israele”.

https://www.theguardian.com/world/2017/jul/19/eu-will-wither-and-die-if-it-does-not-change-policy-on-israel-netanyahu

Netanyahu era andato a Budapest all’esplicito scopo di sollevare Victor  Orban, il premier, dall’accusa di “antisemitismo”, che corre sui media  e nei governi europei,   per via dello scontro che lo oppone a Soros  e alle sue iniziative “democratiche” in Ungheria. Anche Netanyahu vede Soros come fumo negli occhi, quindi  Orban non è antisemita.

Ma in  realtà, quel che gli premeva l’ha detto a porte chiuse:

“Se posso suggerire un risultato per questo incontro è  che siate capaci di comunicare ai vostri  colleghi in altre parti d’Europa:  … non minare un paese occidentale  [Israele] che difende i valori europei e gli interessi europei e impedisce un’altra migrazione di massa in Europa “.

Dunque è  Israele che impedisce un’altra migrazione di massa in Europa, apprendiamo. Ha insistito molto che l’Europa, minando  i  rapporti con Israele, “sta minando la sua propria sicurezza”.  Chissà come mai.

C’è uno strano rapporto fra la Netanyahu e i più sanguinosi e strani attentati islamici in Europa.

Netanyahu era a Londra  il 7 luglio 2005, quando la capitale britannica  fu colpita da un  quadruplo  e sincronizzato attentato islamico  alla metropolitana;  i suoi servizi, disse, l’avevano avvertito, pochi minuti prima,  di restare in albergo.

Netanyahu era coi capi di stato e di governo alla manifestazione di Parigi   per la strage di Charlie Hebdo: Hollande  non l’aveva invitato,   non ce lo voleva, c’era venuto lui a forza, stava in prima fila.

From the left : Israel’s Prime Minister Benjamin Netanyahu, Mali’s President Ibrahim Boubacar Keita, France’s President Francois Hollande, Germany’s Chancellor Angela Merkel, EU President Donald Tusk, and Palestinian President Mahmoud Abbas march during a rally in Paris, France, Sunday, Jan. 11, 2015. A rally of defiance and sorrow, protected by an unparalleled level of security, on Sunday will honor the 17 victims of three days of bloodshed in Paris that left France on alert for more violence. (AP Photo/Philippe Wojazer, Pool)

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governanti vollero dare l’impressione di essere in prima fila davanti all’immensa folla “Je suis Charlie”. Un fotografo indiscreto svelò il trucco: i marpioni s’erano fatti fotografare ore prima della sfilata. La folla, 3 milioni, effettivamente scese in strada, ore dopo.