Archivi categoria: ISLAM

1766.- DONNA, SIMBOLO DELL’AMORE.

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Sana Cheema è morta ammazzata, no! sgozzata da papà e dal suo fratellino. Cosa di più lurido possono udire le mie orecchie! Chi è così altrettanto lurido da portarci questi selvaggi, ignoranti e la loro legge di morte, la bestemmia della vita, del dono di Dio? Guardo negli occhi il mio cane: leggo Fedeltà, Dignità, Libertà e Amore, cento, mille palmi sopra dei farisei che mi vendono per denaro, dei fedeli di un dio pagano che predica la morte; che non rispettano il ventre che li generò. La donna è il mio simbolo dell’Amore, della Famiglia cristiana, della Libertà. La chiamammo donna, ma avremmo potuto chiamarla Amore senza mutarne il significato. Voglio invitarvi a cogliere il significato valoriale della donna, al quale gli Italiani dovrebbero orientare il sistema legislativo e previdenziale. Gli italiani, ma tutti gli europei, perché l’Europa è l’unico continente ad avere vissuto la Rivoluzione Cristiana che ci ha dato il principio dell’Amore per il Prossimo. Le stesse Costituzioni degli Stati sociali sono figlie di questo principio, che ha permeato le nostre identità. Non lo è la legislazione dell’Unione europea, ma dovrà esserlo.
Nelle società che non sono state toccate dalla Rivoluzione Cristiana e dove meno è cresciuta la civiltà, si riconoscono alla donna ruoli limitati alla procreazione e alle cure domestiche della famiglia. In generale, le si riconosce un ruolo sussidiario e subalterno rispetto all’uomo, una via di mezzo fra la fattrice, l’amante e la badante. Quelle donne sono come un roseto, i cui bocci non si schiudono mai.
La discriminazione nei confronti delle donne, ancora oggi, trova la sua massima espressione in quella non-religione che è l’islam. Si chiamava Allah uno dei 360 dei pagani adorati a La Mecca prima di Maometto. Allah si legge, è incartato nel Corano. È un dio pagano violento e vendicativo. Islam significa letteralmente sottomissione del fedele ad Allah. Le donne vi sono considerate esseri antropologicamente inferiori e schiave sessuali e valgono la metà dell’uomo.
Non è così per mia madre, mia figlia, la mia donna. Non è così per le tutte le “mie” donne italiane.
Rozza persona colei che calca le istituzioni della cristianità coprendosi il capo, coprendo il simbolo dell’Amore cristiano, della madre della vita, della regina della famiglia, alle fondamenta della società.
Rozza persona colui che calca il trono della cristianità coniugandosi con l’infedele.
Raccolsi un giorno un moribondo, amputato terribilmente. Disse con gli occhi al cielo: “Mamma!”. L’hai detto anche tu, Sana? Prego per te la preghiera di Gesù: Padre Nostro!

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1742.- Sunniti contro sciiti: la mappa dello scontro

Ottavo anno di guerre siriane visto da Ankara e da Beirut
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L’apparente conclusione della guerra dei sette anni, siriana, celebrata dal’ accordo di Ankara, riporta alla ribalta l’altra guerra di 1.400 anni fra sciiti e sunniti, per intenderci meglio, fra Iran e Arabia Saudita, che si combatte a far tempo dalla morte del profeta. Altrettanto, si riaccendono in Israele i timori di avere 10.000 guerrieri Hezbollah alle frontiere, grazie all’avanzata dell’Iran attraverso Bagdad: timori tenuti a bada, sembra, dagli accordi fra Putin e Netanyau. Non dimentichiamo che Hibz Allàh o Hezbollah è il Partito di Dio degli sciiti libanesi. Sembra, che in Siria si siano combattute più guerre e che le nubi si stiano addensando all’orizzonte di Israele. Occhi anche su Beirut, dunque!

Putin, Erdogan, Rohani e Trump, assente ad Ankara, ma non politicamente, né per sempre, non hanno stipulato una pace. Hanno soltanto contemperato i loro interessi, molto al di sotto, però, dei grandi sorrisi profusi al termine dell’incontro.

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E’ certo che Putin conserverà le basi sul Mediterraneo, quella navale di Tartus e quella aerea di Latakia, nonché la sua partecipazione alle attività estrattive e di trasporto; Erdogan, riconosciutosi califfo, equidistante da Mosca e da Washington, quando si tratta del neoimpero ottomano, proseguirà nella eliminazione del popolo curdo dalle sue frontiere; Rohani otterrà il passaggio verso la capitale irachena Bagdad, e fino ai confini del mondo sciita e di Israele, lasciando aperta la strada agli Hezbollah; Trump manterrà integra la NATO, anche se molto nominalmente, perché il suo braccio armato e lo strumento di dominio sull’Unione europea, ovviamente assente. In tutto questo, Bashar al-Assad sembra definitivamente declassato al ruolo di governatore, atteso che è stata riaffermata l’integrità del territorio siriano. Probabilmente, la Morte di Mu’ammar Gheddafi pesa ancora. L’Isis, che abbiamo conosciuto come la nuova Compagnia delle Indie, non serve più. Malgrado questo quadro, gli sciiti dell’Iran, i sunniti dell’Arabia Saudita e il dio petrolio ci sono ancora, perciò, penso che, presto, vedremo di nuovo Trump sulla scena del Medio Oriente, anche perché i suoi Stati Maggiori nulla sanno, per ora, di questa sua ritirata a effetto.

Dopo questa breve analisi, Vi propongo la lettura di Davide Sarsini da agi estero, che su sciiti e sunniti sotto titola: “Una rivalità vecchia di 1.400 anni,ma che è deflagrata con le primavere arabe”.

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La rivalità tra sunniti e sciiti che infiamma il Medio Oriente ha 1.400 anni – lo scontro dottrinale risale infatti alla morte di Maometto – ma è deflagrata con le Primavere arabe che hanno rovesciato regimi e riacceso appetiti di dominio regionale dei due grandi sponsor, l’Arabia saudita sunnita, da una parte, e l’Iran sciita, dall’altra.

Sunniti vs Sciiti, una questione (anche) di numeri

I sunniti nel mondo sono l’80% dei musulmani contro il 15% degli sciiti. Il restante 5% si divide in correnti minori, i ‘sufi’ è la più diffusa. Rispetto al dato complessivo dei 49 Paesi a maggioranza musulmana, però, in Medio Oriente la forbice tra i due rami dell’Islam è molto più ridotta: tre sciiti per ogni cinque sunniti.

Gran parte degli sciiti si concentra in Iran, dove i sunniti sono solo otto milioni, l’11% della popolazione. Gli sciiti sono maggioranza anche in Azerbaigian, Iraq (dove governano dalla caduta del sunnita Saddam Hussein) e Bahrein. Quest’ultimo, isola-Stato del Golfo Persico, è retto però dalla casa sunnita dei Khalifa. Il 70% degli sciiti vive in questi quattro Paesi.

Il ‘caso’ Siria…
C’è poi la Siria, Paese a maggioranza sunnita governato dalla famiglia Assad e da un giro di potenti funzionari, tutti sciiti della setta alauita. Dal 2011 è iniziata una rivolta che si è trasformata in una guerra civile, con il presidente Bashar al-Assad appoggiato dall’Iran sciita contrapposto a una galassia di milizie per lo più sunnite (e curde) che vanno dall’Isis ai ribelli addestrati dagli Stati Uniti.

Tutti questi Paesi fanno parte della cosiddetta “Mezzaluna sciita”, una cintura che comprende movimenti sciiti in India e Pakistan, soprattutto nel Kashmir, e attraversa Iran, Iraq, Siria, l’est dell’Arabia Saudita, il Bahrein fino al Libano, dove ci sono le milizie sciite di Hezbollah e un rapporto numerico quasi paritario con i sunniti, e allo Yemen.

…e il rebus Yemen
Proprio lo Yemen è un caleidoscopio dello scontro settario interno all’Islam: nel 2015 una coalizione a guida saudita è intervenuta militarmente per rovesciare le milizie sciite Houthi che avevano preso il potere. Negli ultimi tempi, però si registrano frizioni anche nel fronte sunnita fra l’esercito fedele al presidente filo-saudita, Abdrabbuh Hadi, e i miliziani del Movimento del Sud appoggiati dagli Emirati arabi uniti.

Il fronte sunnita è guidato dall’Arabia Saudita, custode dei Luoghi Santi dell’Islam, ma è maggioranza anche negli Emirati arabi, in Qatar, Kuwait, Egitto, Giordania, Turchia, Pakistan e Afghanistan. Un saudita su quattro aderisce al wahabbismo, variante ancora più estrema e puritana dell’Islam.”

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1675.- I SOGNI DORATI DELLA SINISTRA RADICAL-CHOC. L’ISLAM? PER MINNITI È “COSTITUZIONALE”MA MINNITI CHE STUDI HA FATTO?

Sottomissione delle donne? Punizioni corporali? Pene capitali per i gay? Robetta. Per il Ministro dell’Interno c’è “piena compatibilità tra Islam e Costituzione”. Forse a Islamabad… Viviamo in un fastidio senza tempo, avvezzi ad ascoltare stupidaggini, purché vengano da chi può. Non dimenticherò mai Bruno il più anziano e il più colto dei miei sottufficiali. Mi disse un giorno: “Comandante, il problema non è che ci danno cacca! E’ che è poca!” Ciao Bruno.

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“Il Patto per l’Islam italiano siglato dalle organizzazioni più rappresentative della comunità islamica è un incontro di libere volontà. Chi lo ha firmato si è considerato contemporaneamente musulmano ed italiano, altro che incompatibilità tra Islam e Costituzione”. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Marco Minniti, in un convegno alla Grande Moschea di Roma.

“C’è”, ha sottolineato Minniti, “un percorso di convinta adesione ai valori costituzionali e questo per noi è un elemento importantissimo. La laicità delle istituzioni ed il rapporto uomo-donna sono valori intangibili”. C’è da chiedersi se il ministro ci creda veramente, dato che l’Islam è anche e soprattutto una visione della religione in chiave politica, che permea, regola e norma ogni settore della vita dei musulmani. Quanto al rapporto uomo-donna come “intangibile”, c’è da chiedersi dove abbia vissuto sino ad ora il ministro del Governo Gentiloni. Perché se c’è una religione sessuofobica per eccellenza quella è l’Islam.

Il ministro ha poi sottolineato l’importanza dei punti previsti dal Patto: dalle moschee aperte al pubblico ai sermoni in italiano, dal freno alla “diffusione incontrollata degli imam fai da te” alla trasparenza dei finanziamenti per la costruzione dei luoghi di culto. “La conoscenza”, ha osservato, “è l’unico modo per superare la diffidenza. La democrazia deve lavorare per liberare il mondo dalle ossessioni, sapendo che altri lavorano invece per tenere le persone inchiodate alle proprie ossessioni e costruire una grande alleanza col mondo islamico può aiutare a liberare il mondo dalle proprie ossessioni”. Povero illuso! Per ora, uno a zero per Islam VS Occidente decadente.
Per chi conosce il Corano, la sua regola del mentire se serve a conquistare il potere ad Allah, Minniti dice sciocchezze. Per chi conosce qual’è il destino che Maometto riserva agli infedeli, Minniti è un pazzo; ma un ministro degli interni può dire sciocchezze? può spaziare, dicono a Napoli? Lo chiederei a Nonno Letterio, numero due del Viminale, quando … appunto, quando?

1577.- Padre Samir: moschea sul terreno della Chiesa? Una follia

Per padre Samir Kahlil Samir, gesuita e islamologo, che da anni denuncia l’islamizzazione dell’Occidente. sarà “l’inizio della fine” la costruzione della moschea di Firenze su terreni ceduti dalla diocesi all’Ucoii.

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Un cavallo di Troia. E’ la costruzione della moschea di Sesto fiorentino su terreni ceduti dalla diocesi di Firenze all’Ucoii. Ne è convinto padre Samir Kahlil Samir, gesuita e islamologo di fama internazionale che non ha mai taciuto sul rischio di islamizzazione dell’Occidente. Secondo Samir, in questa intervista alla Nuova BQ, la decisione del vescovo di Firenze, mons. Giuseppe Betori, è provocata da un irenismo in buona fede, ma miope. La prima conseguenza infatti sarà che le associazioni islamiche andranno alla ricerca di altri terreni in altre diocesi per quella che diventerà un’operazione di conquista su larga scala. Una conquista islamica di cui non ci si vuole accorgere e che lui si incarica di denunciare nella scomoda parte di Cassandra.

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Padre Samir, è così? Un cavallo di Troia?
Ma certamente. Un intento apparentemente buono, ma un esito pericoloso.
E’ già successo?
Ho visto vescovi concedere chiese non più utilizzate al culto diventare moschee. Ma con questa sistematicità, programmata e concordata no. Effettivamente è la prima volta.
Perché è pericoloso secondo lei?
Anzitutto perché è vero che dobbiamo andare d’accordo, ma non sappiamo e non sapremo mai chi finanzia queste costruzioni. E’ risaputo che centinaia di moschee tra le più grandi d’Europa sono finanziate dall’Arabia Saudita o da qualche altro stato. Non è che una comunità animata da fede sincera improvvisamente trova a suon di offerte i 240mila euro necessari per l’acquisto del terreno. Anche perché poi bisognerà trovarne molti di più per la costruzione del tempio. Ora, sappiamo tutti che l’Arabia Saudita difende la visione più fanatica e retrograda del mondo musulmano, che incita altri ad atti terroristici oppure atti contro i non-musulmani considerati come kuffār, empi, e dunque degni di essere eliminati, secondo il Corano.
E’ stato giustificato dal vescovo come un esempio di libertà religiosa…
I musulmani sono assorbiti tutto il giorno dall’appello alla preghiera. Ho letto che di fronte verrà eretta una chiesa. Ma come sarà possibile andare d’accordo con il muezzin che dal minareto proclamerà ogni giorno frasi che spesso sono anticristiane?
Si dirà: ma noi abbiamo le campane…
Sì ma le campane fanno parte dell’esistenza stessa italiana e poi sono soltanto un richiamo, non contengono il messaggio. L’imam dal minareto invece emette un messaggio, un messaggio in arabo spesso anticristiano che risuonerà nella zona: sarà l’unica voce del credente in Dio, come se gli altri non ci fossero.
Crede che sia un elemento del processo di islamizzazione dell’Occidente?
Assolutamente sì. Vede, l’islam è così, ha deciso di diffondersi lentamente, ma su una cosa è risoluto: non può mai fare passi indietro. Non è mai successo. L’Europa in questo momento sta pensando: sì dobbiamo aiutare, aiutare ad integrarsi nella cultura nella loro tradizione, ma non a diventare cristiani, cosa che non succede mai.

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Quali saranno le conseguenze immediate di una cessione di un terreno in mano islamica.
Anzitutto che per loro questo resterà definitivamente territorio dell’islam e apparirà ai loro occhi simbolicamente coma la vittoria dell’islam sul cristianesimo perché la concezione materiale e concreta è quella. E’ un atto di una valenza simbolica e una portata enormi.
Sì, ma i musulmani non sono animati tutti da desiderio di conquista.
Questo è vero, la maggior parte degli islamici è pacifica e tranquilla, vuole vivere correttamente, ma tra di loro ci sono organizzazioni che seguono l’islam fanatico e hanno scopi politico-religiosi che, come è noto, sono due facce inscindibili, non conoscendo l’islam il concetto di laicità. Utilizzeranno il caso di Sesto Fiorentino per dire: ecco adesso facciamo un passo in più.
Cioè?
Farlo con altre diocesi e altre parrocchie. Il copione è questo, si rivolgeranno al prossimo vescovo e diranno: voi avete una chiesa che non usate più, che nessuno frequenta più oppure un terreno che dovete mettere a reddito e il gioco è fatto. Tutto questo rischia di allargarsi in tutto il Paese, sempre lentamente, senza accorgersene. Questa è una logica di conquista politica immersa nell’elemento religioso.
Come dovrebbero essere allora i rapporti?
Creare legami fraterni tra musulmani e cristiani, ma senza coinvolgere chiese e moschee, senza invitare loro a messa o viceversa. Una partita a calcetto può essere molto più proficua per stabilire rapporti di buon vicinato. Ma è chiaro che il problema è un altro.
Quale?
Il fatto che questo venga spacciato per libertà religiosa. La libertà religiosa in Italia e in Europa c’è già, è garantita, nessuno impedisce all’Ucoii di comprare un terreno. Ma non è libertà religiosa che un vescovo non sappia che cosa sia l’islam.
Ma le intenzioni…
I buoni sentimenti non hanno esperienza del mondo islamico. Questa è una lacuna terribile del clero occidentale, che non si informa seriamente. Questa cosa andava decisa e discussa insieme a tutti gli altri vescovi.
Ma così forse qualcuno si sarebbe messo di mezzo.
Appunto. Una situazione nuova per la comunità cristiana, cioè fare business con un terreno ceduto ai musulmani, doveva essere analizzata da un organismo più allargato, non da un solo vescovo che potrà aver deciso pensando soltanto a casa sua, invece…E’ ovvio che il vescovo l’ha fatto come un gesto fraterno, ma una decisione così importante avrebbe dovuto, secondo me, essere presa insieme a tutto il vescovado italiano e con l’aiuto di alcuni ex-musulmani, cioè di persone che conoscono bene la mentalità musulmana, molto diversa sul piano religioso della mentalità italiana.

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Perché dice che “fa business”?
Perché vendere un terreno senza sapere chi finanzierà la moschea vuol dire fare business. Negli anni scorsi i committenti erano noti, spesso c’erano Paesi come la Tunisia e il Marocco che finanziavano i luoghi di culto per i loro concittadini in Europa. Oggi è tutto coperto, grazie alla finanza. L’Arabia ha costruito centinaia di moschee in Indonesia che è il Paese a più alta concentrazione islamica con 220 milioni di musulmani. Era un Paese tranquillo e politicamente moderato, ma dopo la grande stagione delle moschee arabe è diventato un Paese in cui l’anticristianesimo è sempre più una minaccia, fino al martirio.
Che cosa pensa della decisione del comune di Cordoba in Spagna di utilizzare la cattedrale anche per il culto islamico?
Ero il mese scorso là, ho seguito la vicenda. Tutto è nato parecchi anni fa da uno spagnolo convertito all’islam. Faccio notare che prima, nel Medioevo c’era una chiesa cristiana, poi è arrivato l’islam, che l’ha distrutta e vi ha costruito il suo tempio. Successivamente con la Reconquista sono tornati i cristiani, ma non hanno distrutto niente; abbiamo celebrato la messa con tre vescovi dal 24 al 26 novembre scorso dentro la moschea rimasta tale quale. Riassumendo: i musulmani arrivano, distruggono e ricostruiscono, mentre i cristiani tornano ma non distruggono, bensì costruiscono dentro: questo è il vero dialogo.
E’ una concreta minaccia quella del doppio culto?
Al momento sembra che si sia fermato, ma gli islamici sono spalleggiati da un governo di sinistra e anticattolico che amministra la città.
Anche questa è la mentalità di conquista che aveva visto San Giovanni Paolo II con la visione dell’invasione islamica?
Certo, questo esiste, non posso dire che ogni musulmano abbia questa mentalità, ma l’islam non manca occasione per dire che deve conquistare il mondo cominciando dall’Europa: non è il pensiero di tutti i musulmani, ma è il pensiero della tendenza attuale più attiva. Non fanno altro che guerre, anche interne, il loro ragionamento è: più ci sono immigrati profughi, più conquistiamo pezzo per pezzo, ci vorrà un secolo, ma ce la faremo. E’ un’invasione programmata, non illudiamoci.
Crede che i vescovi debbano fare di più per opporsi?
Questa fretta nell’accoglienza è bella, ma dove può portare? Quanti dei vescovi sono consapevoli che, come negli affari, se tratto con una persona non onesta sono rovinato? Quello che manca è una conoscenza profonda del progetto islamico. Bisogna formarsi per poter parlare con competenza e analizzare tutti gli aspetti prima di prendere decisioni come quella di Firenze. Non si può continuare a dire di essere informati perché si ascoltano le menzogne degli Imam che continuano a dire che islam vuol dire pace. No, salam vuol dire pace, islam vuol dire sottomissione. La sottomissione ad Allah che dà pace.
Lei ha dei consigli?
Dobbiamo appoggiarci ai musulmani diventati cristiani, perché loro parlano per esperienza. Se si sono convertiti non è perché li abbiamo pagati, ma perché hanno capito che il vero messaggio di Dio è questo. Non si prende abbastanza sul serio il pensiero di questi nuovi cristiani. Ho visto che avete pubblicato Suad Sbai, avete fatto bene. E’ una persona splendida che si sta battendo. Oggi le loro storie sono drammi veri che vanno accolti e ascoltati.
Che cosa devono subire?
Rischiano la pelle con le famiglie di origine, con i mariti, con le comunità. Sono abbandonati a loro stessi perché nessun vescovo ha pensato di ideare programmi pastorali che prevedano anche loro testimonianze. Farebbe bene a loro a sentirsi accettati, ma farebbe bene a tutte le comunità cristiane, vescovi in primis per capire l’islam.
Sta dicendo che non sono ascoltati?
Peggio, vengono ostracizzati. In Francia è nata, tre anni fa, un’associazione chiamata “Gesù è il Messia”, composta da vecchi cristiani e di convertiti dall’islam al cristianesimo. Ebbene: abbiamo chiesto in varie diocesi di poterci riunire con loro in convegno per riflettere su “come annunciare il Vangelo ai musulmani”. Più vescovi hanno chiuso a noi le porte, con l’argomento “Noi cristiani non facciamo proselitismo”. Abbiamo ribadito : “Il Vangelo di Matteo si conclude con queste parole di Gesù: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20).
Dove porterà questa mentalità così arrendevole?
Sarà l’inizio della fine se non si invertirà la rotta.
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Andrea Zambrano

1574.- UNA MOSCHEA AL POSTO DI UNA CHIESA? LA CHIESA CATTOLICA FIORENTINA NON RISPETTA I PRINCIPI COSTITUZIONALI SU CUI FONDANO LA LIBERTÀ RELIGIOSA E LA LIBERTÀ DI CULTO

UNA MOSCHEA AL POSTO DI UNA CHIESA? – LA DIOCESI DI FIRENZE VENDE I TERRENI ALLA COMUNITA’ ISLAMICA, MA NON – DICO NON – “NON PUO’ FARLO!”

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Sesto Fiorentino (Firenze), 14 dicembre 2017 – La moschea a Sesto Fiorentino si farà. E sarà sul terreno, che sarà venduto alla Comunità islamica dalla Chiesa, secondo il protocollo d’intesa tra l’arcidiocesi di Firenze, la comunità musulmana, il Comune di Sesto Fiorentino e l’università di Firenze. Il cardinale Giuseppe Betori a margine della consegna-mercato da parte del Demanio all’Arcidiocesi di Firenze delle chiavi della Certosa del Galluzzo, ricevuta quale contraccambio, ha offeso la Costituzione e l’intelligenza degli italiani, con questa grave bugia:
“La Chiesa cattolica fiorentina dimostra con i fatti di rispettare la libertà religiosa e di promuovere la libertà di culto ».
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Voglio tentare, con alcuni argomenti, di dimostrarvi perché il cardinale Giuseppe Betori dicendo di rispettare la libertà religiosa e di promuovere la libertà di culto sul territorio dello Stato, afferma il falso e perché i firmatari devono essere incriminati.
Siamo sicuri che sui quei terreni donati alla Chiesa non ci sia un vincolo di destinazione pro fide et caritate simul? Chi è legittimato a farlo valere? Voi, per esempio, che interesse ad opporvi potete avere?
La Costituzione, all’art. 8, dice e garantisce che: “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”, quindi, in ossequio al Principio di Libertà, valorizza le differenze fra le religioni; ma, contraddicendosi e riconoscendo, così, il concordato dei Patti Lateranensi – pochissimo osservati dalla Chiesa cattolica – dice che solo la Chiesa di Roma è sovrana e può avere una costituzione propria. Tutte le altre confessioni non possono avere una costituzione, ma solo uno statuto, se ed in quanto non contrasti con la Legge dello Stato italiano, che devono osservare, come qualunque associazione. I loro rapporti con la Repubblica italiana sono regolati da intese, che hanno valore di legge ordinaria e non costituzionale; ma chi stipulasse un’intesa con una religione che incita all’assassinio degli infedeli o chi la propagandasse: peggio se, come accade, riveste una carica istituzionale, deve essere incriminato. La religione che predica morte, pedofilia, la sofferenza Alal per gli animali: la sharia, cioè, l’ISLAM è illegale perché è in conflitto radicale con l’Ordinamento giuridico dello Stato.
Ora, la Chiesa cede all’ISLAM le donazioni ricevute? La Chiesa cattolica non può esercitare la sua sovranità e autonomia sul territorio della Repubblica e i Patti Lateranensi si fondarono sul principio, già prima vigente, ma tenuto valido fino al 1984, che la “Religione cattolica romana “ è la sola religione dello Stato perché la cristianità è alla base dell’identità degli italiani. Cito gli effetti civili del matrimonio canonico. La politica di questo papa, che mira a stabilire il suo potere sull’Islam – “C’è un solo Dio” – , anziché a tutelare la fede cattolica, si rivolga al suo stato e rispetti la nostra sovranità e autonomia, almeno nel territorio della Repubblica. Ma sia chiaro che non può contraddire le fondamenta dei privilegi concessi alla sua Chiesa senza perderli. Cito quello già poco costituzionalmente coerente dell’8×1000. A prescindere, ma non sottacendo, dai sicuri vincoli pro fide et caritate simul che accompagnarono le donazioni ricevute dalla Chiesa, chi stipulerà l’atto di cessione o un altro strumento giuridico? Lo chiedo ai Notai fiorentini, anzi lo chiedo al Consiglio Nazionale del Notariato.
Mario Donnini
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1560.-Anatomia di una distruzione..turca!

 

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Diyarbakır, città poco a Nord del confine siriano, famosa per il folclore e le angurie. Si parla principalmente curdo ed è abitata da cos’ tanti curdi curdi che la considerano la capitale del Kurdistan turco, cosa che non piace molto al governo turco. Nel 359 è stata una fortezza di frontiera dell’impero romano.

Dopo che Suriçi – parte delle città patrimonio dell’umanità dell’UNESCO »Fortezza di Diyarbakır e paesaggio culturale giardini di Hevsel« – nell’inverno 2015/2016 è stata teatro di combattimenti tra ribelli curdi e forze dello Stato turco, la città vecchia viene sistematicamente distrutta dallo Stato turco. Tramite esproprio viene espulsa la popolazione curda e la zona commercializzata. La gentrificazione colpisce anche la confinante valle del Tigri.

Diyarbakır – oggi chiamata anche Amed – con la sua posizione geopoliticamente importante vicino al Tigri – è una città vecchia di oltre 4.000 anni che è stata dominata da una serie di civilizzazioni orientali e occidentali. È servita a molte forze politiche come centro regionale. Il ritrovamento archeologico documentato più antico nella cittadella risale a 7.000 anni fa, le mura della città sono state costruire almeno 3.000 anni fa. Tra la fortezza e il fiume su una superficie altrettanto grande si estendono i giardini di Hevsel che da 3.000 anni riforniscono la città di verdura e frutta.

Solo nel 1988 la città cinta da mura – chiamata anche Suriçi – è stata messa sotto protezione come patrimonio culturale, quando però già oltre l’80 % degli edifici erano stati sostituiti da costruzioni nuove. Con il suo carattere multi-linguistico, multi-culturale e pluristratificato, all’interno della fortezza sono stati messi sotto protezione come patrimonio culturale 595 edifici. Negli anni ’90 e 2000 Amed è cresciuta molto rapidamente, ma la città vecchia e la valle del Tigri con i giardini di Hevsel hanno mantenuto la loro caratteristica come fonte di cultura e elemento identitario. Proprio per questo nel 2011 sotto la guida della società civile è cominciata un’iniziativa, alla quale si sono uniti immediatamente l’amministrazione comunale del Partito Democratico delle Regioni (DBP) e del Partito Democratico dei Popoli (HDP), che ha portato nell’anno 2012 a un »piano di preservazione di Suriçi« in modo democratico e partecipativo. Questa ampia iniziativa all’epoca è stata sostenuta dal governo turco e così all’inizio del 2015 la » Fortezza di Diyarbakır e paesaggio culturale giardini di Hevsel« è stata inclusa nella lista dei siti patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO. La gioia per questo successo a Diyarbakır e dintorni fu molto grande.

La guerra arriva a Surici
Ma il 24 luglio 2015 è finita la tregua tra lo Stato turco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), quando l’esercito ha attaccato in modo esteso la guerriglia. Subito è iniziata una grande ondata di repressione, a seguito della quale in diverse città giovani organizzati politicamente hanno eretto barricate. La polizia turca ha risposto immediatamente con operazioni su ampia scala collegate con coprifuoco di 24 ore protratti per diversi gironi. Questo è successo anche nella città vecchia di Amed. Dall’inizio di settembre fino alla metà di ottobre del 2015 ci sono state diverse operazioni di polizia con coprifuoco, a seguito delle quali ogni volta sono morte diverse persone, migliaia di civili hanno lasciato la città e sono anche stati danneggiati monumenti. Ogni volta gli attacchi diventavano più duri, ma più forte anche la resistenza. Il 2 dicembre 2015 è iniziato un coprifuoco ancora in corso che è stato interrotto solo l’11 dicembre 2015 per appena un giorno, cosa che ha portato a una fuga di massa dalla Suriçi orientale. Perché questa volta lo Stato ha attaccato con militari, carri armati, mortai e altre armi pesanti, come anche nelle città di (Cizre) e Silopiya (Silopi).


Distruzione e espulsione
Dato che lo Stato turco voleva un successo rapido, nella parte orientale di Suriçi si è letteralmente aperto una strada con i bombardamenti. Suriçi non aveva più così tanti edifici storici, ma la stretta rete stradale antica era tutt’ora intatta. In questo intervento era stato dato l’ordine di non fermarsi di fronte a edifici storici e monumenti importanti. Lo spazio vitale di oltre 22.000 persone in sei quartieri – prima del conflitto a Suriçi ne vivevano 57.000 – è stato gravemente danneggiato. Inizialmente in circa 3.000 avevano continuato a resistere nella parte orientale sotto assedio per impedire un’avanzata violenta dello Stato, ma nei loro confronti non è stato usato alcun riguardo e anche le loro case sono state colpite, pur sapendo che all’interno si trovavano delle persone. All’esterno della città vecchia ogni giorno si riunivano a migliaia per protestare contro la follia distruttiva e omicida, manifestazioni che ogni volta venivano soffocate sul nascere. Mai nella storia di Amed era stato usato tanto gas lacrimogeno, complessivamente durante le manifestazioni sono stati assassinati in modo mirato undici giovani. Amed da allora è come una città sotto assedio.

Le forze di polizia e dell’esercito hanno usato anche la fortezza per colpire sistematicamente quartieri con armi pesanti. Per questo è stata consapevolmente danneggiata per esempio incastonando con il cemento delle barre per metri all’interno delle mura. Sulla rocca sono stati portati dei bagni e le acque di scarico fluivano apertamente lungo le mura, le tracce erano visibili da centinaia di metri di distanza. Sono state fatte delle costruzioni a ridosso della fortezza e cementati i piccoli passaggi, recuperando solo successivamente autorizzazioni dall’ente regionale per la protezione dei monumenti. Qui va detto che la fortezza fa parte in modo diretto dell’eredità culturale dell’UNESCO, mentre la città vecchia fa parte della zona cuscinetto.

Dopo gli scontri – inizia la distruzione vera e propria
Le operazioni militari sono state ufficialmente concluse il 10 marzo 2016. Lo Stato ha cinicamente annunciato il suo successo, ma il risultato oltre alla distruzione o al danneggiamento fisico di centinaia di edifici e all’espulsione di decine di migliaia di persone, è stato anche la morte di almeno 25 civili e di un numero a tre cifre di combattenti da ambo le parti.

Mentre la maggioranza della popolazione e dell’opinione pubblica riteneva che ora gli espulsi sarebbero potuti tornare e che si sarebbero potuti riparare i danni, il governo turco non ci pensava affatto e voleva rendere Suriçi incapace di resistere in modo durevole e una volta per tutte. Per prima cosa è stato mantenuto il coprifuoco nei sei quartieri della parte orientale di Suriçi. Subito dopo, il 21 marzo 2016 il governo ha preso la decisione di espropriare l’intera città vecchia. Dato che il 18 % apparteneva comunque ad enti pubblici, l’82 % di Suriçi – comprese tutte le moschee, chiese a altri monumenti – doveva essere espropriato. In seguito a questo si è costituita la piattaforma per la protezione di Sur con la partecipazione di quasi tutte le amministrazioni comunali e organizzazioni della società civile, per organizzare la resistenza contro la distruzione annunciata.

Anche se dal dicembre 2015 quotidianamente camion portavano macerie fuori da Suriçi, solo una foto satellitare fatta su incarico dell’amministrazione provinciale del 10 maggio 2016 ha mostrato l’entità della distruzione ancora in atto. Dieci ettari erano stati completamente rasi al suolo e 832 edifici accertati distrutti completamente e 257 parzialmente. La distruzione sistematica è stata iniziata abbattendo in alcune strade edifici su entrambi i lati per avere facile accesso a tutte le aree di Suriçi. È diventato chiaro anche che si voleva distruggere la città, almeno in tutta la parte orientale di Suriçi. Sono state fatte entrare squadre che dovevano eseguire appunto questa distruzione e la rimozione delle macerie.

Silenzio dell’UNESCO
Dall’inizio degli scontri e delle distruzioni, la gestione del patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO di Amed, situata presso l’amministrazione provinciale di DBP-/HDP, ha ripetutamente scritto al Ministero della Cultura chiedendo di fermare la distruzione dei beni culturali e l’edificazione e l’invio immediato di una missione comune nella città vecchia. Solo una volta è arrivata una risposta che però si limitava ad ammansire. Forse per la prima volta nella storia dell’UNESCO, la gestione del patrimonio culturale dell’umanità non aveva accesso al patrimonio stesso! La gestione del patrimonio dell’umanità ha redatto rapporti basati su proprie indagini sul posto – per quanto possibile – e su notizie e immagini fatte da altri. Solo dopo aver ottenuto questi importanti e ampi rapporti, il comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO ha reagito e chiesto spiegazioni all’ambasciatore turco presso l’UNESCO che fino ad allora era rimasto in silenzio.

Il comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO ha reagito in modo molto dimesso quando l’ambasciatore turco presso l’UNESCO ha presentato i primi rapporti e si è trattenuto nelle critiche e nelle richieste – sono stati fatti solo appelli. I suoi venti componenti pensavano unicamente a non rischiare conflitti diplomatici. Perché di questo sono stati minacciati in modo indiretto dal governo turco nel caso in cui la Turchia fosse stata criticata per le sue azioni da uno o più componenti. Questo si è rispecchiato nella quarantesima seduta del comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO all’inizio del luglio 2016 a Istanbul. Nonostante tutti gli sforzi della gestione del patrimonio dell’umanità di Amed, nessuno dei venti componenti ha osato anche solo aprire la bocca – alcuni in colloqui a quattr’occhi hanno detto molto apertamente che la Turchia li aveva minacciati di conseguenze. A quel punto curde e curdi e persone critiche in Turchia si sono giustamente chiesti a che scopo esiste l’UNESCO se nel caso di Amed non interviene. Non è niente di nuovo che alcuni comitati per il patrimonio dell’umanità siano stati indirettamente minacciati di conseguenze nei loro Stati in caso di argomenti scomodi. Ma qui si tratta di una sistematica e estesa distruzione di un sito patrimonio dell’umanità da parte di un suo componente. Un comportamento così scandaloso fino allora il comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO non lo aveva mai mostrato.

Anche nella 41° sessione del comitato dell’UNESCO nella città polacca di Cracovia all’inizio di luglio del 2017 si è ripetuto lo stesso scenario. Nessun componente del comitato ha espresso critiche rispetto all’azione della Turchia, le è stato solo chiesto un masterplan per il futuro di Suriçi e un rapporto sulla situazione da presentare entro la fine del 2018. Questo verrà fornito dalla Turchia in una qualche forma abbellita senza alcun nesso con la realtà. Ma a quel punto potrebbero essere ampiamente distrutti anche l’ovest di Suriçi e la valle del Tigri.

Entità della distruzione
Nell’agosto 2016 una seconda foto satellitare ha mostrato che la distruzione era andava avanti con grande brutalità. Ora erano completamente distrutti già 20 ettari e 1519 edifici. Era stato nuovamente proclamato lo stato di emergenza in Turchia e veniva messo in azione il macchinario per la repressione intensificata nei confronti dei curdi. Nel settembre 2016 per decreto tutte le gestioni dei monumenti sono state messe sotto il controllo diretto del Ministero della Cultura e in questo modo l’amministrazione provinciale di Amed non era più responsabile del sito dell’UNESCO. Perché la critica intrapresa da Amed con rapporti documentati disturbava il governo turco. Un mese dopo sono stati arrestati i co-sindaci dell’amministrazione provinciale e una settimana dopo, all’inizio del 2016, l’amministrazione provinciale è stata messa in amministrazione forzata. Alcune settimane dopo ad Amed sono state chiuse dozzine di associazioni che si erano opposte alla distruzione di Suriçi.

Con la decisione sull’esproprio di Suriçi il governo turco ha inizialmente sostenuto che Suriçi sarebbe stata ricostruita secondo il piano di conservazione del 2012. Che questo fosse una bugia fin dall’inizio lo si è visto quando l’amministratore fiduciario di nomina governativa nel dicembre 2016 ha modificato questo piano secondo gli interessi dello Stato. La sua firma è stata sufficiente, il consiglio comunale non veniva comunque più convocato.

Grazie a questa oppressione estrema della società, alla fine del 2016 non è stato possibile dare incarico per una terza foto satellitare da parte dell’amministrazione provinciale. Solo foto fatte arrivare al pubblico da aerei in partenza e da impiegati statali della primavera del 2016 e le precedenti foto satellitari sono servite a constatare che nel maggio 2017 erano stati completamente distrutti circa 35–40 ettari di superficie a Suriçi. Con una stima al ribasso, questo dovrebbe corrispondere ad almeno 2.500 edifici, stime precise al momento non sono possibili. Anche se la distruzione nella parte orientale di Suriçi è andata avanti più lentamente, la distruzione dovrebbe essere aumentata di un ulteriore dieci percento. La »Piattaforma No alla Distruzione di Sur« ritiene che il 10 marzo 2016 al massimo 300–400 edifici erano così danneggiati da non essere più abitabili. Sarebbero circa dal dieci al quindici percento degli edifici distrutti.

La distruzione sistematica con macchine edili nell’est di Suriçi dopo il conflitto armato non si è fermata davanti a edifici posti sotto tutela come monumenti. La foto satellitare dell’agosto 2016 lascia riconoscere che 89 edifici protetti come monumenti sono stati completamente distrutti e altri 41 parzialmente. Questo corrisponde al 29 % dei monumenti a Suriçi. Questi edifici oltre a moschee e chiese, sono fontane, mausolei, bagni (Hamam), una sinagoga e un edificio pubblico. L’edificio più famoso completamente distrutto è la moschea Hasırlı. Tra i monumenti parzialmente distrutti ci sono tra gli altri: la moschea Kurşunlu che è diventata l’immagine della distruzione del patrimonio culturale di Amed, la moschea Şeyh-Mutahhar, il Paşa-Hamam, la più grande chiesa armena, la cattedrale Surp-Giragos e i negozi adiacenti, anch’essi protetti come monumenti e la chiesa cattolica armena.

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Nel processo di distruzione non c’è mai stata assolutamente alcuna intenzione di proteggere elementi e figure storci e autentici su edifici protetti come monumenti. Anche nell’asportazione delle macere non è stato controllato se elementi storici autentici fossero recuperabili. Almeno non c’èstata né da parte del Ministro della Cultura né da parte della Commissione Scientifica per Sur, istituita appositamente, una comunicazione rispetto alla possibilità o meno di salvare elementi di questo tipo. La Commissione Scientifica per Sur, i cui componenti sono stati acritici nei confronti della politica del governo degli ultimi quindi anni, ha invece reso noto che il PKK ha sistematicamente installato trappole esplosive nei monumenti e che è stato questo a portare alla distruzione di questi monumenti. In Turchia a fronte del forte nazionalismo e del predominio del governo dell’AKP, questo non è il primo »direttivo scientifico« istituito dal governo e che ha fatto valutazioni secondo i suoi desideri.

Accanto alla distruzione fisica, è molto importante dire che è stata distrutta la continuità di metà della comunità specifica e autentica di Suriçi e la vita di decine di migliaia di persone. Anche l’artigianato caratteristico e la struttura commerciale di Suriçi sono andati perduti. Dal 2000 ci sono stati numerosi sforzi e progetti per far rivivere culture sparite, soprattutto quella di armeni e armene che sono stati vittima di un genocidio del 1915. Una forma di vita e cultura che è esistita in questo luogo per almeno 4.000 anni senza interruzioni è stata distrutta in un colpo solo da uno »Stato moderno«, così come è avvenuto 600, 700 anni fa con le tribù mongole.

L’esproprio nella parte orientale della città vecchia si è ampiamente concluso. I proprietari delle case sono stati liquidati con piccole somme. Non sono stati praticamente in grado di difendersi perché gli espropri sono stati eseguiti secondo il famigerato paragrafo 27 della legge sugli espropri prevista per i casi di guerra e di stato di emergenza, e il terrorismo di stato gli impedisce anche di rivendicare i propri diritti. Gli affittuari, come in tutti gli espropri in questo Stato, sono rimasti a mani vuote e la storia della loro vita nel rispettivo ambiente ritenuta priva di significato; a loro solo per una volta sono stati offerti 1500 Euro per gli arredi interni, cosa che molti hanno rifiutato perché era ampiamente al di sotto delle loro richieste e quindi hanno ritenuto l’offerta offensiva.

Distruzione e espulsione anche nella parte occidentale di Suriçi
Dopo che la distruzione della parte orientale nella primavera del 2017 era sostanzialmente conclusa, lo Stato turco ha iniziato a scacciare la gente dal sudovest della città vecchia. A 500 famiglie dei quartieri di Lalebey e Ali Paşa nel maggio 2017 è stato comunicato che entro due settimane avrebbero dovuto lasciare le loro case espropriate per decreto. Con questo passo lo Stato è passato ad attaccare la parte occidentale di Suriçi. Non si è quindi discostato dal piano di espropriare tutta Suriçi e di rifarla secondo i propri desideri – cosa che per un certo tempo avevano pensato in molti. Va avanti solo a piccoli passi per non sobillare contemporaneamente tutta la popolazione e per poter mettere le persone una contro l’altra. Nell’ovest, la densità della popolazione è più alta. Ma nel sudovest è come nella parte orientale, solo pochi edifici hanno più di due piani. Il motivo per attaccare qui nell’ovest di Suriçi sta anche nel fatto che diversi anni fa questa zona doveva essere ristrutturata dal punto di vista edilizio secondo un piano dell’amministrazione provinciale senza espellere la popolazione. Lo Stato e la locale amministrazione coatta fanno riferimento a questo piano e affermano che ora intendono metterlo in atto. Ma sta di fatto che l’amministrazione provinciale teneva conto della popolazione e fermò il progetto aspramente criticato, quando la giustificata critica venne espressa pubblicamente e con forza.

La popolazione dei quartieri di Lalebey e Ali Paşa ha fatto appello al suo contesto sociale, ha iniziato a difendersi e ha avuto il sostegno attivo sia della popolazione delle zone limitrofe che di molte organizzazioni locali della società civile. Allo stesso tempo la società civile ha formato la »Piattaforma No alla Distruzione di Sur« e organizzato lavoro verso l’opinione pubblica ad Amed e in tutta la Turchia. Anche se per due volte sono arrivate le ruspe, non è stato possibile distruggere gli edifici e l’incombente Ramadan ha portato al fatto che lo Stato si è trattenuto. Solo a metà luglio ha iniziato ad abbattere gli edifici disabitati da anni e semidistrutti, situati direttamente sotto le case delle 500 famiglie e quindi ad avvicinarsi di più a loro. Nei prossimi giorni e settimane potranno esserci grossi scontri. Qui può decidersi se finalmente a Suriçi sarà possibile porre dei limiti alla follia distruttiva dello Stato.

Nella primavera del 2017 lo Stato, più precisamente il Ministero per l’Ambiente e l’Urbanizzazione, ha iniziato a costruire i primi edifici a lungo annunciati a Suriçi. Questi nuovi edifici hanno due piani e sono provvisti visivamente del basalto nero tipico per Amed, ma uno sguardo attento mostra che sono tutte fatte di cemento e solo coperte da un sottile strato di basalto. A questo si aggiunge che le nuove strade sono larghe e con questo viene del tutto ignorata la precedente struttura stradale, che la distanza di ogni casa dalla strada è di diversi metri e che verranno vendute a caro prezzo. Le case non hanno assolutamente niente in comune con le tipiche case di Amed che hanno sempre un cortile interno circondato da stanze abitate. Inoltre contraddicono ogni possibile principio di ricostruzione dei centri storici e le prescrizioni dell’UNESCO. Questo è il modo concreto di procedere dello Stato, la precedente popolazione povera non deve mai più tornare in questo luogo. Con l’etichetta patrimonio dell’UNESCO e la posizione indubbiamente unica, le case verranno vendute per somme molto rilevanti. Con questo nulla si opporrebbe più alla commercializzazione di quest’area.


Colpita anche la valle del Tigri

L’interesse commerciale del governo dell’AKP non si limita solo a Suriçi. Poco dopo la modifica dei piani per la città vecchia, il Ministero per l’Ambiente e l’Urbanizzazione, insieme all’amministratore fiduciario di nomina governativa di Amed, ha ridato vita al vecchio piano per la valle del Tigri nell’area cittadina. Questo dopo una lunga lotta politica e giuridica della società civile e dell’amministrazione comunale di Amed, nella primavera del 2015 era stato finalmente stroncato. La valle del Tigri, definita come zona cuscinetto del sito patrimonio dell’umanità, da anni incontra interesse non solo da parte dello Stato, ma anche di grandi imprese che qui volentieri costruirebbero grandi impianti per il tempo libero, negozi e case per ricchi. Questo nuovo-vecchio piano prevede appunto questo. Il cuore dei giardini di Hevsel, che sono patrimonio dell’UNESCO, non dovesse essere edificato, ma tutto il resto intorno sì. Nel marzo 2017 l’amministratore fiduciario ha fatto iniziare la costruzione di una moschea presso il ponte storico sul Tigri (ponte dei dieci occhi), cosa che è stata il segnale di inizio per estese opere edili. Poi due passaggi del ponte sono stati semplicemente chiusi per fare delle caffetterie, cosa che normalmente sarebbe uno scandalo. Ora lungo il Tigri sono state concesse licenze per dozzine di caffetterie. Tutto questo succede su decisione dell’amministratore fiduciario o del Ministro con una firma. Il consiglio comunale, che in realtà sarebbe la sede competente, non viene convocato dal novembre 2016. Gli edifici molto più grandi su una lunghezza di dieci chilometri sono attualmente in preparazione. La loro realizzazione senz’altro scaccerà migliaia di persone che vivono nella valle in edifici semplici, dato che rappresentano un ostacolo per il profitto al quale si mira. Questo non è altro che gentrificazione su ampia scala, cosa che era stata impossibile sotto l’amministrazione DBP/HDP.


Prospettive

Sia per Suriçi che per la valle del Tigri dal punto di vista dello Stato e di tutte le sue istituzioni, si tratta di completare il più possibile la distruzione e l’edificazione prima delle elezioni comunali del marzo 2019. Allora molto probabilmente le elezioni saranno di nuovo vinte dal DBP/HDP. Per questo fino ad allora si vogliono creare fatti irreversibili: a) distruzione della società organizzata a Suriçi, b) distruzione della storia e dell’eredità culturale ritenuta inutile per il nazionalismo turco, c) commercializzazione di Suriçi e della valle del Tigri, facendo entrare di nuovo in gioco le spese per la lotta contro le rivolte e facendo un servizio ai locali sostenitori dell’AKP, d) mettere l’amministrazione del DBP che andrà al governo con le elezioni comunali del 2019 davanti a una serie di grandi contraddizioni.

Ma, come si vede nel caso delle 500 famiglie che si vogliono cacciare da Lalebey e Ali Paşa, la popolazione di Amed è in fermento. Nonostante lo stato di emergenza e la repressione estrema, gli interessati non recedono. Ma la solidarietà deve diventare più grande dappertutto, altrimenti lo stato riuscirà presto a spezzare questa resistenza così importante. Se la resistenza avrà successo, tutto lo sviluppo può essere fermato almeno per un periodo di una certa durata. Questo potrebbe avere influenze insperatamente positive su Amed, il Kurdistan del nord e perfino sulla Turchia.

di Ercan Ayboga, Piattaforma “No alla distruzione di Sur, Diyarbakır”,  Kurdistan Report settembre/ottobre 2017

1558.- La persecuzione di massa in Turchia dei cristiani e dei curdi, di Uzay Bulut.

 

1557.- La Turchia rifiuta l'”Islam moderato”