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1107.- In Siria e in Afghanistan le bombe non riempiono il vuoto della politica

AFP_NJ3FI-kyLF--835x437@IlSole24Ore-WebIl portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer

Bombe, missili, armi chimiche e tanta propaganda. La vicenda della Siria ha incrociato ieri il lancio in Afghanistan della più grande bomba americana non nucleare contro i tunnel dell’Isis: ma come sappiamo bene non ci sono bombe o missili che possano riempire il vuoto di una politica. Mentre Assad dichiarava a France Press di non avere mai usato armi chimiche e di non averne più avute dal 2013, accusando velatamente Washington di avere ordito una macchinazione, americani e russi difendevano la loro linea rossa. Anche Bashar ne ha una a Mosca: il ministro degli esteri siriano, Walid Muallem, oggi incontra il suo collega russo Lavrov a Mosca per tastare se la linea rossa della Russia sul cambio di regime a Damasco sia rimasta immutata nonostante le pressioni di Washington.

Quando Putin sente il fiato sul collo degli americani, come ha dimostrato l’Ucraina, di solito non reagisce bene: nel breve termine potrebbe raddoppiare il sostegno ad Assad. Questa almeno è la previsione di Fyodor Lukyanov, direttore del giornale russo Global Affairs, dopo la missione a Mosca del segretario di Stato Rex Tillerson.

La Siria ruota nell’orbita di Mosca dal 1971, quando Hafez Assad, il padre di Bashar, diventò presidente e sperava con l’aiuto militare sovietico di recuperare il Golan da Israele, perso nel ’67 quando lui comandava l’aviazione. Nasser era già morto mentre in Iraq non era ancora cominciata l’ascesa di Saddam Hussein che sarebbe diventato un concorrente del partito Baath di Damasco. Sono questi antichi legami che hanno portato la Russia a intervenire il 30 settembre 2015 salvando il regime dal collasso.

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Se gli stati Uniti hanno la loro linea rossa – mostrare i muscoli della superpotenza e soddisfare gli alleati israeliani e sauditi – la Russia ne ha tracciata un’altra: non si fanno cambi di regime senza il consenso di Mosca, che aveva già dovuto inghiottire la caduta di Gheddafi nel 2011. Per questo i russi hanno opposto il veto all’Onu alla risoluzione di condanna di Assad. Un altro motivo chiave per cui Putin non costringerà presto Assad ad andarsene è che la Russia intende evitare una vittoria jihadista in Siria per le possibili ripercussioni nel Caucaso, sulla popolazione russa sunnita e nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, terreno fertile per l’islamismo radicale. La terza ragione per cui la Russia in questo momento non abbandona Assad è che vuole preservare le sue basi sulla costa siriana del Mediterraneo: un buon motivo per continuare anche l’alleanza con l’Iran e gli Hezbollah libanesi.

In Siria si stanno combattendo due guerre: una contro tra Assad e l’opposizione, un’altra contro il Califfato. Ma questi conflitti fanno parte di una guerra più ampia e di lungo periodo tra la mezzaluna sciita e quella sunnita cominciata nel 1980 quando l’Iraq di Saddam attaccò l’Iran di Khomeini e la Siria fu l’unico Paese arabo a schierarsi con gli ayatollah. Un conflitto continuato dopo la caduta del raìs iracheno con l’invasione americana del 2003 e l’ascesa a Baghdad di un governo a maggioranza sciita che ha sistematicamente emarginato i sunniti.

Il fronte sciita, con la presenza sul campo delle truppe e dell’aviazione americana, sta per mettere a segno una vittoria a Mosul, roccaforte dell’Isis ormai appesa a un filo. E per la prima volta in questo conflitto è possibile un accordo militare tra Baghdad e Damasco per dare la caccia ai jihadisti dello Stato Islamico. In poche parole il premier iracheno Haider al Abadi, appoggiato dagli americani, potrebbe apertamente allearsi con Assad, nemico degli Usa oltre che dei sunniti. Tutto questo mentre sul fronte siriano si stringe l’assedio intorno a Raqqa dove gli Usa sostengono come i russi una coalizione curdo-araba.

La transizione siriana è complicata ma soprattutto pone una domanda: gli Stati Uniti questa volta hanno un piano per il dopo Assad? L’unico che affiora, vagamente, è la spartizione in zone “cuscinetto” e di influenza, a Nord tra curdi e turchi, sul Golan degli israeliani, di alauiti-sciiti sulla costa, con russi e americani a fare da padrini, un secolo dopo Sykes-Picot, a una nuova tragica mappa del disordine mediorientale.

alberto-negri-95  Alberto Negri, giornalista de Il Sole 24Ore, ha seguito come inviato le principali crisi delle aree mondiali ed è un giornalista con esperienza internazionale.

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1047.- L’URSS ha vinto in Afghanistan?

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Il 25 dicembre 1979, alle 15:00, le truppe sovietiche entravano in Afghanistan. 500000 soldati sovietici parteciparono alla guerra in Afghanistan. Quasi 50000 ne furono feriti, 6669 resi disabili, 13833 soldati furono uccisi in battaglia, 312 scomparvero e 18 furono internati in altri Paesi. Questi furono i costi dell'”aiuto internazionale”. Del materiale militare, le perdite furono le seguenti: 147 carri armati, 1314 blindati, 510 veicoli per genieri, 11369 autocarri e autocisterne, 433 sistemi di artiglieria, 118 aerei, 333 elicotteri. La guerra non dichiarata, durata nove anni, un mese e 19 giorni, rimane ancora sconosciuta.

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La verità sulla guerra in Afghanistan durante l’era sovietica nascosta, anche con la glasnost di Gorbaciov. Si può affrontare la guerra in Afghanistan da diversi punti di vista: politico, militare e morale. La guerra lasciò traccia in tutti questi ambiti e non è mai divenuta questione passata. Negli anni ’90 ci fu la tendenza nella società russa a criticare la guerra. Tuttavia, si criticava tutto ciò che era legato all’Unione Sovietica. Molti dicevano che il nostro Paese aveva tristemente perso la guerra in Afghanistan, proprio come gli Stati Uniti in Vietnam.
Il Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica decise d’inviare un limitato contingente di truppe in Afghanistan il 12 dicembre 1979. Solo una persona, Aleksej Kosygin, membro del PolitBurò, votò contro. L’URSS schierò le truppe in Afghanistan dopo la 21.ma richiesta del governo afgano. All’inizio, l’Unione Sovietica inviò tre divisioni, una brigata, due reggimenti e diverse unità della 40.ma Armata. Nei mesi successivi, un’altra divisione e altri due reggimenti si unirono. Così, vi erano 81000 effettivi nel contingente afgano. Nel 1985, l’anno della massima presenza dell’esercito sovietico in Afghanistan, la struttura del contingente aumentò a quattro divisioni, cinque brigate, quattro reggimenti, sei battaglioni, quattro unità dell’aviazione e tre unità di elicotteri. In totale, quasi 108000 effettivi. Come dicono numerose fonti, la decisione di schierare le truppe in Afghanistan era dettata dalla necessità di garantire la sicurezza alla stessa URSS. Il Paese agì anche per preservare la leadership politica mondiale. In ogni caso, gli storici dicono che se l’URSS non avesse schierato le truppe, gli Stati Uniti avrebbero potuto farlo. Le guerre dell’URSS in Afghanistan e degli Stati Uniti in Vietnam hanno molto in comune. Ma v’è anche una certa differenza. Proviamo a confrontare. Gli Stati Uniti persero 58000 uomini in Vietnam (47000 uccisi in battaglia) in otto anni. Le perdite nell’aviazione furono 3339 aerei (di cui 30 bombardieri strategici B-52). Di elicotteri ne furono persi 4892. A differenza dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti non ritirarono le truppe dal Paese normalmente. Tutto si concluse con l’evacuazione caotica. Gli statunitensi dovettero gettare molti elicotteri in mare per sgombrare il ponte delle portaerei utilizzate per l’evacuazione. Pertanto, la guerra afghana drl 1979-1989 impallidisce in confronto alla guerra in Vietnam.

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Nikolaj Farjatin, dottore in scienze storiche, colonnello in pensione, e veterano dell’Afghanistan, ha condiviso le sue opinioni sulla guerra con Pravda. “Non importa ciò che si posa dire dell’Afghanistan oggi, si può credere che l’Unione Sovietica abbia vinto la guerra. Il Paese raggiunse tutti gli obiettivi decisi. L’Afghanistan era più o meno utile per l’URSS. Nonostante l’assistenza degli Stati Uniti all’opposizione afgana, il governo di Najibullah sopravvisse all’URSS, poiché il suo governo rimase al potere fino al 1992”. Tuttavia, l’URSS non riuscì a gestire i problemi politici interni. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la nuova Russia cominciò a criticare il passato sovietico, ignorando deliberatamente molte cose ovvie. Quale sia il risultato della guerra in Afghanistan, che può essere descritto positivo dal punto di vista geopolitico, se l’amministrazione sovietica non sfruttò il successo non significa che non vi fu alcun successo. “C’è anche un’altra cosa. Molti credono oggi che il dispiegamento delle truppe sovietiche in Afghanistan fosse aggressione, intervento ed occupazione. Tuttavia, la forma della presenza militare sovietica nel Paese esclude l’occupazione. L’Unione Sovietica non ne sfruttò le risorse naturali, né l’economia. Considerando il volume degli aiuti umanitari e i costi per inviarli, si può dire che fu l’Afghanistan che sfruttò l’economia dell’Unione Sovietica. Tra l’altro, l’opposizione armata in Afghanistan non ebbe successo con alcuna grande operazione e non prese alcuna grande città. L’URSS vinse quella guerra. “Non voglio dire che non ci fosse nulla di negativo. Abbiamo ancora molte organizzazioni di veterani afgani in Russia, orgogliosi delle loro medaglie e ancora orgogliosi di ciò che fecero”.

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989.-Turchia e Stato islamico: una cooperazione anti-cinese

Se lo “Stato islamico” riuscisse ad occupare rapidamente i territori controllati in Afghanistan e Pakistan dai taliban ed annetterli all’autoproclamato “califfato”, la minaccia della destabilizzazione sarebbe alle porte della Cina.

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La strategia confusa di Trump permette un’altra piroetta ad Erdogan

Gli ultimi mesi hanno dimostrato quanto profondamente la Turchia sia coinvolta con lo SIIL. La Turchia ha inscenato gli eventi dello “Stato islamico” per molto tempo, favorendone la attività non solo indirettamente o ufficiosamente. Tuttavia, una dichiarazione ufficiale avvenne nell’autunno 2015 ad Istanbul, che potrebbe essere vista come dichiarazione turca sullo “Stato islamico”. La dichiarazione fu fatta dal capo dell’Organizzazione nazionale dell’intelligence della Turchia Hakan Fidan, che di solito non fa apparizioni pubbliche. Fidan dichiarò: “Lo ‘Stato islamico’ è una realtà. Dobbiamo riconoscere che non possiamo debellare un’organizzazione così radicata e popolare, come lo “Stato islamico”. E perciò esorto i nostri partner occidentali a riconsiderare le precedenti nozioni sui rami politici dell’Islam e mettere da parte la loro mentalità cinica, e insieme annullare i piani di Vladimir Putin per sopprimere la rivoluzione islamica in Siria”. In base a ciò Hakan Fidan trasse la seguente conclusione: è necessario aprire un ufficio o un’ambasciata permanente dello SIIL ad Istanbul, “La Turchia ci crede fortemente”. La storia della dichiarazione del capo dell’Organizzazione nazionale dell’intelligence è curiosa. In primo luogo comparve sui media on-line il 18 ottobre 2015, ma non ebbe molta attenzione. La dichiarazione di Hakan Fidan divenne famosa quando fu ripubblicata sui siti web delle agenzie di stampa il 13 novembre, alla vigilia degli attacchi terroristici di Parigi, nella notte tra il 13 e il 14 novembre. Il caso volle che la Turchia esortasse l’occidente a riconoscere un quasi-Stato che, da parte sua, si rifiuta di riconoscere il diritto degli altri Stati ad esistere. In sostanza, era un appello ad accettare le richieste del terrorismo globale dello SIIL. La pretesa è ben chiara, il giuramento di fedeltà al nuovo califfato.

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Cosa significa la partecipazione diretta della Turchia nella vita del promesso “Stato islamico” per il mondo islamico e i suoi vicini (Russia compresa)? Questa domanda diventa più importante oggi, dopo che migliaia di rifugiati sono stati trasportati, non senza la partecipazione della Turchia, dal Medio Oriente all’Europa; dopo l’incidente con l’aereo russo che bombardava lo SIIL, abbattuto dalla Turchia; dopo le ampie affermazioni dei funzionari turchi. A questo proposito va ricordato un altro aspetto importante della politica mediorientale. La caduta del regime di Mubaraq in Egitto e la distruzione dello Stato gheddafino in Libia, all’inizio della “primavera araba”, quasi fecero crollare i legami economici di questi Paesi con la Cina, la cui presenza economica era in rapida crescita. In questo modo, è comprensibile come gli eventi della “primavera araba” abbiano creato una barriera all’espansione economica cinese in Medio Oriente e Africa, che minacciava gli Stati Uniti. In altre parole, la “primavera araba” era anche uno strumento efficace nelle mani degli Stati Uniti nella competizione globale con la Repubblica Popolare Cinese. Ora, studiando i collegamenti tra Turchia e SIIL, è necessario discutere cosa significhi l’espansione dello “Stato islamico” per la Cina.
Nell’autunno 2015, i media riferirono che le agenzie d’intelligence turche preparavano i terroristi uiguri cinesi. Si potrebbe pensare che il motivo qui siano i tradizionalmente forti legami tra i popoli turchi, oltre alla Turchia interessata a rafforzare l’influenza sulla parte orientale del mondo turcofono, il Turkestan. Tutto questo, naturalmente, è vero. Ma non è tutto. Si tratta anche dei gruppi uiguri addestrati e armati nelle fila dello SIIL. Vi sono sempre più prove della presenza di tali gruppi in Siria. Pertanto, lo SIIL è un nuovo strumento, migliorato dalla “primavera araba”, per destabilizzare il principale concorrente degli Stati Uniti, la Cina. Se lo “Stato islamico” riuscisse a catturare rapidamente i territori controllati dai taliban in Afghanistan e Pakistan e annetterli al loro autoproclamato “califfato”, la minaccia della destabilizzazione sarebbe alle porte della Cina. Le capacità dell’organizzazione califista che vi comparirebbe, con la prospettiva di raggiungere gli uiguri, renderebbero tale destabilizzazione inevitabile. Tuttavia, lo SIIL non è riuscito ad avanzare rapidamente nella zona afghano-pakistana. Ricordiamo cosa scrisse il quotidiano Daily Beast nell’ottobre 2015 con un articolo intitolato “Un’alleanza talebano-russa contro lo SIIL?” Il giornale scrisse che i rappresentanti dei taliban andarono in Cina più volte per discutere il problema degli uiguri del Xinjiang che vivono nel sud dell’Afghanistan. The Daily Beast citò uno dei rappresentanti dei taliban: “Gli abbiamo detto che (degli uiguri) sono in Afghanistan, e che gli abbiamo impedito di compiere attività anti-cinesi”. Gli esperti insistono sul fatto che il Pakistan (le cui agenzie d’intelligence hanno giocato un ruolo decisivo nella creazione dei taliban) passano dagli Stati Uniti alla Cina. Dato che le prospettive di cedere le aree pashtun, proprie e afghani, allo “Stato islamico”, che non si fermerebbe, sono inaccettabili per il Pakistan. Questo è ciò che, ovviamente, ha causato la svolta del Pakistan verso la Cina. E questa volta è stata così drastica che le conseguenze creano una nuova minaccia agli Stati Uniti con l’espansione dell’influenza della Cina.
Durante il Forum sulla Sicurezza di Xiangshan, dell’ottobre 2015, il ministro della Difesa, Acqua ed Energia pakistano, Khawaja Muhammad Asif, annunciò la messa al bando dei terroristi uiguri del “Movimento islamico del Turkestan Orientale” dicendo: “Credo fossero pochi nelle zone tribali, e che siano stati tutti cacciati o eliminati. Non ce ne sono più”. Asif aggiunse che il Pakistan è pronto a combattere contro il “Movimento islamico del Turkestan Orientale”, perché non è solo nell’interesse della Cina, ma anche del Pakistan. Successivamente, nella prima metà di novembre 2015, il giornale cinese China Daily annunciava che la compagnia statale cinese China Overseas Port riceveva dal governo pakistano 152 ettari di terreno nel porto di Gwadar, in affitto per 43 anni (!). Forse è giunto il momento di ammettere che la Cina ha quasi raggiunto il Mare Arabico attraverso la regione d’importanza strategica pakistana del Baluchistan (dove si trova Gwadar) e che il progetto di ampliamento dello SIIL ad oriente non è riuscito ad evitarlo? E’ ovvio che la lotta degli Stati Uniti contro la Cina continuerà in questo senso, motivo per cui la Cina si affretta a consolidare i risultati raggiunti e a creare una propria zona economica nei pressi dello Stretto di Hormuz. China Daily ha scritto: “Nell’ambito dell’accordo, la società cinese di Hong Kong sarà incaricata del Porto di Gwadar, il terzo più grande porto del Pakistan”. C’è un dettaglio degno di nota in questa storia: Gwadar è considerata la punta meridionale del grande corridoio economico cino-pakistano. Questo corridoio inizia nella regione autonoma uigura dello Xinjiang nella Repubblica Popolare Cinese. Ciò significa che la necessità di destabilizzare la Cina diventa ancor più acuta per i suoi concorrenti.

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Dato che il Pakistan e i taliban rifiutano di radicalizzare i cinesi uiguri (più di 9 milioni dei quali vivono in Cina), questo ruolo va a, da un lato, alla Turchia come patrona degli uiguri, e dell’altro allo SIIL, in quanto islamista ultra-radicale. Poi, se il corridoio afgano-pakistano per rifornire i gruppi radicali in Cina viene bloccato, per il momento, significa che ne serve un altro. Quale? Ovviamente, il mondo turco, dalla Turchia ai Paesi turcofoni dell’Asia centrale e gli uiguri cinesi. E’ più che probabile che la regione del Volga e il Caucaso del Nord dovranno fare parte del corridoio che serve a Turchia e SIIL per collegarsi agli uiguri. I media cinesi lo sottolinearono alla fine del 2014. A quell’epoca il sito web Want China Times pubblicò un articolo intitolato “I separatisti del ‘Turkestan orientale’ vengono addestrati dallo SIIL e sognano di tornare in Cina“. Il sito riprendeva i dati pubblicati dal media cinese Global Times. Secondo questi dati, i radicali uiguri fuggivano dal Paese per unirsi allo SIIL, addestrarsi e combattere in Iraq e Siria. I loro obiettivi soono avere un ampio riconoscimento dai gruppi terroristici internazionali, stabilire dei canali di contatto ed acquisire esperienza nei combattimenti reali prima di esportare le loro conoscenze in Cina. Global Times riferiva, citando esperti cinesi, che uiguri dello Xinjiang entravano nello SIIL in Siria e Iraq, o nelle sue divisioni nei Paesi del Sud-Est asiatici. Inoltre, la pubblicazione informava che, dato che la comunità internazionale aveva lanciato la campagna anti-terroristica, lo SIIL ora evitava il reclutamento di nuovi membri secondo la propria “base”, preferendo separarli inviandoli in piccole cellule in Siria, Turchia, Indonesia e Kirghizistan.
Il problema uiguro complicò i rapporti turco-cinesi nell’estate 2015. Tutto iniziò in Thailandia. Le autorità decisero di espellere oltre 100 uiguri in Cina. Nella notte tra l’8 e il 9 luglio, gli uiguri turchi attaccarono l’ambasciata cinese a Istanbul, per protestare contro questa decisione. In risposta, le autorità della Thailandia cambiarono posizione e dichiararono che gli emigranti uiguri non sarebbero stati deportati in Cina senza le prove dei loro crimini. Invece… furono deportati direttamente in Turchia! Non fu una decisione nuova, deportazioni di uiguri in Turchia già si erano avute. 60mila uiguri vivono in Turchia. Ciò significa che non si parla di singoli casi di espulsione, ma di concentrazione consistente di gruppi uiguri dai vari Paesi asiatici in Turchia. A luglio il sito arabo al-Qanun citò Tong Bichan, alto funzionario del Ministero di Pubblica Sicurezza cinese, dire: “I diplomatici turchi nel sud-est asiatico hanno dato carte d’identità turche ai cittadini uiguri della provincia dello Xinjiang, inviandoli in Turchia a prepararsi alla guerra contro il governo siriano a fianco dello SIIL“. Infine, solo di recente la risorsa propagandistica dello “Stato islamico” ha registrato una canzone in lingua cinese. La canzone contiene l’appello a svegliarsi diretta ai fratelli musulmani cinesi. Tali appelli fanno parte della campagna anti-cinese lanciata dallo SIIL. Un altro video dei califisti mostra un 80enne predicatore musulmano dello Xinjiang esortare i compatrioti musulmani ad unirsi allo SIIL. Il video mostra poi una classe di ragazzi uiguri, di cui uno promette di alzare la bandiera dello SIIL nel Turkestan. Tutto questo porta alla conclusione che tra gli obiettivi che lo SIIL cerca di raggiungere in cooperazione con la Turchia, vi è l’avvio della “Primavera cinese” in termini piuttosto chiari. Tale obiettivo richiede “collaboratori” presenti nei territori vicini alla Cina, in primo luogo negli Stati turcofoni dell’Asia centrale. Ad esempio, il Kirghizistan, a questo proposito, chiaramente dovrebbe diventare il luogo di concentramento e addestramento dei gruppi radicali.
La grande riformulazione del Medio Oriente cerca di volgersi ad est, in direzione della Cina. Il che significa che nuove gravi fasi di tale guerra non sono lontane.

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Ruben Kruglov. Traduzione di Alessandro Lattanzio

967.- Gli jihadisti dall’AF-PAK alla Siria (CeMiSS OSS 5/2016) di Claudio Bertolotti

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Situazione dello Stato islamico in Afghanistan
I gruppi di opposizione armata afgani affiliati allo Stato islamico (IS) nel corso degli ultimi 18 mesi hanno tentato di consolidare le proprie basi in cinque province del paese, ma hanno ottenuto risultati a loro favorevoli solamente in una di queste, Nangarhar, dove il gruppo dello ‘Stato islamico della provincia di Khorasan’ (Islamic State Khorasan Province – IS-Khorasan) – affiliato allo ‘Stato Islamico di Iraq e Siria’ – si è imposto, trovando un terreno fertile per la propria propaganda e le attività operative, a causa delle conflittualità e delle divisioni dei gruppi insurrezionali, delle divergenze tra i ‘signori’ locali nonché del generalizzato consenso della popolazione verso interpretazioni jihadiste di orientamento salafita.
L’IS- Khorasan è però una realtà più teorica che sostanziale, composta principalmente da talebani afghani e pachistani del Teherik-e Taliban-e Pakistan (stimati al 70 percento), di esclusi o fuoriusciti dal movimento talebano (comunque un numero marginale), o elementi molto giovani che si sono uniti all’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU, inserito nell’elenco statunitense dei gruppi terroristi) poi passato al fianco dello Stato islamico. Nella sostanza si tratta di una presenza limitata alle aree periferiche nord-orientali dell’Afghanistan in prossimità del confine pachistano.
Il totale dei combattenti dello Stato islamico in Afghanistan è stimato tra le 1.000 e le 3.000 unità; una stima approssimativa resa ancora più incerta dalle continue attività di contrasto condotte, da un lato, dai talebani afgani e, dall’altro, dalle forze statunitensi: il numero si sarebbe così significativamente ridotto a partire da marzo 2016, attestandosi su un totale di circa 2.500 combattenti. I talebani e i gruppi di opposizione armata a essi affiliati sarebbero invece circa 35-50.000.
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Da 18 mesi i due principali gruppi d’opposizione armata – talebani e militanti dello Stato islamico – si sono confrontati duramente per il controllo del territorio, sia sul piano militare sia attraverso la propaganda e la narrativa.
Comunque, sebbene lo Stato islamico abbia condotto operazioni di alto profilo ed elaborato una propria narrativa basata sul jihad ‘globale’ – scontro sunniti/sciiti e Islam contro non-Islam – ha nella sostanza fallito nel tentativo di coinvolgimento dei gruppi jihadisti locali, nonostante sia il processo di frammentazione del movimento talebano conseguente a un cambio di leadership non condiviso e sia le dinamiche interne successive alla scomparsa dello storico leader mullah Mohammad Omar nel 2013 (ma resa nota ufficialmente solo nel 2015) e la morte del suo discusso successore, il mullah Akhtar Mohammad Mansour.
Lo Stato islamico non è così forte come vorrebbe apparire e manca di quella capacità organizzativa e operativa che contraddistingue i talebani. Ma per quanto poco incisivo, il ruolo dello Stato islamico in Afghanistan sta complicando i piani di ritiro delle forze di sicurezza internazionali, come messo in evidenza dalla decisione statunitense di lasciare nel teatro afghano 8.400 unità e non 5.500 come in precedenza pianificato.
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Al momento l’IS sta operando in aree considerate strategiche della provincia orientale di Nangarhar, in particolare lungo il principale asse viario che collega Peshawar (Pakistan) a Kabul, dove la presenza è valutata come significativa in almeno quatto o cinque distretti provinciali. La linea di comunicazione stradale Peshawar-Jalalabad-Kabul è un asse logistico critico utilizzato dalle forze statunitensi e della NATO per i propri convogli, oltre ad essere il più importante asse di comunicazione commerciale tra l’Afghanistan e il Pakistan.
Nel 2016 lo Stato islamico ha dimostrato le proprie capacità andando oltre le aree isolate della provincia di Nangarhar, spingendosi sino alle principali aree urbanizzate, in particolare quelle in prossimità della capitale provinciale Jalalabad.
Oggi, l’ambizione è proiettata verso l’espansione della propria presenza in tutta la provincia e nelle province del Nuristan e di Kunar, mentre gruppi affiliati già opererebbero nella provincia di Zabul, dove miliziani già appartenenti all’IMU hanno concentrato le proprie operazioni contro la minoranza sciita degli Hazara (il 10/20 percento della popolazione afghana).

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Nei secoli scorsi, gli hazari costituivano la maggiore etnia dell’Afghanistan, ma a causa delle continue persecuzioni oggi rappresentano circa il 19-25% della popolazione afghana.

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Ma i successi concreti sono limitati e le forze statunitensi, al fianco delle forze di sicurezza afgane, hanno concentrato i propri sforzi contro le basi dello Stato islamico nella provincia di Nangarhar. Alla pressione statunitense si è aggiunta quella dei talebani, mentre da parte del governo afghano viene sostenuta l’iniziativa ‘Popular Uprising Program’ la cui ambizione è quella di sostenere e formare le milizie territoriali locali (arbakai) da impiegare come forze di auto-difesa contro i gruppi dell’IS.
Inoltre, lo Stato islamico ha perso da una parte l’opportunità di includere nel proprio progetto un ampio bacino di dissidenti talebani e altri gruppi di opposizione armata afgani e pachistani mentre, dall’altra, ha mancato la possibilità di adottare una flessibilità ideologica funzionale a un progetto inclusivo che potesse davvero coinvolgere le differenti realtà islamiche dell’Af-Pak.
Il risultato è un conflitto in evoluzione che coinvolge attori afgani e stranieri, sia in Afghanistan che al di fuori di esso, in particolare in Siria.
L’Iran ha aumentato l’impiego in Siria di combattenti sciiti afgani, pachistani e libanesi, all’interno della propria brigata ‘Fatemiyoun’; ciò significa che migliaia di cittadini afgani (e non solo loro) stanno combattendo per il governo siriano laico di Bashar al-Assad.
Anche lo Stato islamico in Af-Pak starebbe reclutando combattenti per il fronte operativo del Syraq (quell’area a geografia ‘variabile’ collocata al di qua e al di là di quelli che furono i confini statali di Siria e Iraq); in altre parole i volontari afgani sarebbero parte del fronte islamista anti-Assad e molti di questi sarebbero tra le fila dello Stato islamico.
A parte le dinamiche attuali, il problema va studiato nei suoi potenziali sviluppi futuri poiché i combattenti dell’uno e dell’altro fronte rientreranno in Afghanistan (o nei rispettivi paesi di origine) e potrebbero contribuire sia ad alimentare il conflitto intra-musulmano (fitna) tra sciiti e sunniti, e sia creando a livello locale, un ampio margine di simpatia per lo Stato islamico. Ma sebbene la guerra afgana non sia stata, sino a qualche anno fa, caratterizzata da una violenza settaria, la minoranza sciita hazara ha sempre subito forme sistematizzate di discriminazione e marginalizzazione. Dall’inizio della guerra – che ricordiamo è entrata nel suo quinto decennio – la comunità hazara ha visto, in particolare negli ultimi anni, aumentare la violenza nei propri confronti con la creazione di divisioni e conflittualità all’interno della stessa minoranza e tra questa e l’amministrazione centrale di Kabul.
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Ciò che s’intravede è una lotta per il potere che cerca giustificazione (ed è alimentata) da settarismo e radicalismo islamico e dimostrazione di tale sviluppo sono le rivendicazioni da parte dello Stato islamico della paternità degli attacchi contro obiettivi sciiti (esplicitamente di natura settaria). Sinora, l’Afghanistan è rimasto ampiamente resiliente al crescente settarismo, al contrario dei conflitti mediorientali e del nord Africa, ma il progetto dello Stato islamico di ‘settarizzare’ la guerra afgana potrebbe trovare terreno fertile nell’azione iraniana di reclutamento e impiego degli hazara sciiti nella guerra in Siria.
Quello in corso è un processo politico e ideologico che mira a trasformare la ‘guerra nazionale afgana’, condotta dai talebani, in un jihad globale e denazionalizzato che, sotto l’ombrello dello Stato islamico, sta bruciando il Grande Medio Oriente e progressivamente mostrando le proprie violente intenzioni verso l’Europa attraverso il crescente coinvolgimento di immigrati musulmani ed europei convertiti all’Islam. L’Afghanistan è, nell’ottica dell’IS, una grande e strategica roccaforte sebbene i limiti geografici siano oggettivamente un limite al consolidamento di legami e rapporti con le comunità locali, al contrario di quanto avviene in Libia, Nigeria o Egitto.

Afgani in Siria con il regime di Bashar al-Assadnhazari
I principali gruppi di opposizione armata condividono la comune preoccupazione verso la campagna iraniana di reclutamento di soggetti afgani per la guerra in Siria.
Lo stesso governo di Kabul, a cui è nota la presenza di cittadini afgani in Siria, ha mostrato imbarazzo per il fatto che propri cittadini stiano combattendo una guerra per un governo straniero; imbarazzo accentuato dalla riduzione significativa di reclute per le forze di sicurezza afgane impegnate nella lotta contro i talebani e la crescente presenza di gruppi affiliati allo Stato islamico. Ufficialmente – ha dichiarato il portavoce del ministero degli Affari Esteri Shekib Mustaghni – «il governo afgano sta operando attraverso i canali diplomatici e la ‘High Commission for Refugees’ delle Nazioni Unite» per risolvere tale questione.
Le aree d’operazione che più recentemente hanno visto l’impiego di unità afgane sono state Palmira, Aleppo, Homs, dove è stato registrato il più alto numero di perdite afgane in Siria. Media iraniani e fonti ufficiali di Kabul hanno ammesso che centinaia di combattenti afgani sarebbero stati uccisi in Siria nel corso dell’ultimo anno.

I combattenti dell’Af-Pak con lo Stato islamico in Siria
Sul fronte opposto, quello anti-Assad, combattono soldati provenienti dall’Af-Pak e dall’Asia centrale.
Nel complesso, è stimato che un numero approssimativo di circa 30.000 combattenti sia giunto in Siria e Iraq dall’inizio della guerra siriana nel 2011 e abbia combattuto, o stia combattendo, per lo Stato islamico e altri gruppi di opposizione armata jihadisti. 14.000 di questi proverrebbero da paesi dell’Asia e sarebbero prevalentemente inquadrati nelle unità affiliate all’IS.
Sebbene i numeri non possano essere confermati, nel 2013 i talebani pachistani hanno dichiarato che centinaia dei propri combattenti erano impegnati in battaglia in Siria contro il regime di al-Assad, sotto la bandiera del ‘fronte islamico siriano’ legato ad al-Qa’ida; una parte di questi sarebbero tornati nel proprio paese di origine dopo un periodo di impiego in guerra.
Da una parte, i combattenti talebani pachistani avrebbero stabilito i propri campi di addestramento, un centro di comando e controllo e un ufficio in Siria; dall’altra parte i talebani afgani, attraverso il Consiglio supremo (Shura), hanno formalmente negato la loro partecipazione alla guerra sul fronte siriano al fianco dei gruppi ribelli. Dopo la frammentazione del Teherik-e Taliban-e Pakistan (TTP, i talebani pachistani) nel 2015, l’Islamic Movement of Uzbekistan, uno dei principali gruppi operativi nell’Af-Pak al fianco dei talebani e di al-Qa’ida, ha annunciato la sua fedeltà allo Stato islamico. Una decisione la cui conseguenza ha portato alla scissione del movimento, una parte in supporto e un’altra in contrapposizione all’IS, ai talebani e ad al-Qa’ida. Un cambio di equilibri conseguenza della frammentazione dello stesso movimento talebano afgano provocata dalla morte del suo carismatico e storico leader mullah Mohammad Omar.
Fu il leader dell’IMU, Usman Gazi, a dichiarare nel settembre 2014 fedeltà allo Stato islamico «nella lotta tra fedeli del vero Islam e non musulmani, in linea con i principi del movimento e con il sacro dovere».
La conseguenza di tale decisione fu un terremoto all’interno del già frammentato fronte insurrezionale che aprì a nuove correnti e posizioni sull’onda travolgente dell’IS.
La composizione dell’IMU, in linea con una policy aperta e inclusiva, è estremamente eterogenea e comprende soggetti uzbechi, tagichi, kirghisi, uiguri, ceceni e arabi. È inoltre interessante notare come, già nell’agosto 2014, alcuni reports confermassero la nomina di un tagico a ‘emiro di Raqqa’, la più grande provincia siriana sotto il controllo dello Stato islamico, da parte del capo dell’IS Abu Bakr al-Baghdadi. Ad oggi sarebbe confermata la presenza di combattenti dell’IMU in Siria e Iraq, la maggior parte dei quali tra le fila dello Stato islamico; nel corso del 2015-2016 è stata riportata la presenza in Siria e Iraq di soggetti uzbechi, afgani e provenienti da altre aree dell’Asia centrale.
Concludendo, una presenza significativa in Siria di combattenti afgani e pachistani al fianco dello Stato islamico non va interpretata come un diretto collegamento tra talebani afgani e Teherik-e Taliban-e Pakistani, sebbene non possano essere sottovalutate le conseguenze di medio-lungo periodo di una partecipazione rilevante di soggetti o gruppi di opposizione armata afgani o pachistani che, prima o poi, faranno rientro nei propri paesi con un elevato expertise ideologico e operativo.

961.-Come la CIA creò il narcotraffico in Afghanistan

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Muhamad Taraqi Nur.

L’ex presidente afghano Hamid Karzai aveva buone ragioni per cercare di chiudere le indagini degli Stati Uniti sulla corruzione nel suo governo. L’aristocrazia afghana ha sempre gestito il narcotraffico nazionale. Ma fu la CIA a crearlo.
(Tratto dal capitolo 8 di Big Oil & suoi banchieri)

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Nel 1933 il re Muhamad Zahir Shah salì al trono in Afghanistan, governandolo in maniera feudale finché fu deposto dal cugino Muhamad Daud nel 1973. Una manciata di famiglie, tra cui i Karzai e i Kalilzidad (Zalmay Kalilzidad è ambasciatore degli Stati Uniti in Afghanistan) possedevano quasi tutti i terreni seminati, mentre la maggior parte degli afghani languiva tra la peggiore povertà del pianeta. Infine, ne ebbero abbastanza. Nell’aprile 1978 Daud fu ucciso nella rivoluzione guidata da Muhamad Taraqi Nur, che divenne presidente. Taraqi intraprese un programma di riforme agrarie ambiziose per aiutare i poveri mezzadri afgani tradizionalmente costretti a lavorare la terra di proprietà del re e dei suoi compari. Costruì scuole per le donne, a cui veniva vietata l’istruzione sotto la monarchia. Aprì le università afghane ai poveri e introdusse l’assistenza sanitaria gratuita. Quando i banditi controrivoluzionari cominciarono a bruciare le università e le scuole per le ragazze, molti afghani vi videro la mano della CIA. Nell’aprile 1979, ben sette mesi prima della tanto sbandierata “invasione” sovietica dell’Afghanistan, funzionari degli Stati Uniti incontrarono i corrotti signori della guerra afghani e i marci oligarchi per rovesciare Taraqi. Con l’intensificarsi dei sabotaggi, i rivoluzionari di Kabul invitarono il leader sovietico Leonid Brezhnev ad inviare truppe per cacciare i banditi. Brezhnev si rifiutò e la situazione peggiorò. I militanti pro-Taraqi, convinti del complotto per destabilizzarli della CIA, assassinarono a Kabul il capo della stazione CIA Spike Dubbs. Il 3 luglio 1979, il presidente Jimmy Carter firmò la prima direttiva della sicurezza nazionale che autorizza gli aiuti segreti ai signori della guerra afgani. Il consigliere della Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski disse più tardi che convinse Carter che a suo “…parere questi aiuti avrebbero provocato l’intervento militare sovietico”. Brzezinski, che ha co-fondato la Commissione Trilaterale con David Rockefeller, volle trascinare i sovietici nell’invasione dell’Afghanistan.
Taraqi, assediato, nominò Afiizullah Amin ministro della riforma agraria. Amin lanciò una brutale campagna terroristica contro gli oppositori politici, mettendo l’opinione pubblica mondiale contro il governo di Taraqi, già celebrato. L’ex-direttore del KGB Jurij Andropov credeva che Amin fosse un agente provocatore della CIA infiltrato nel governo di Kabul con l’intento di screditarne l’agenda progressista. Taraqi comprese la stessa cosa e si recò a Mosca per consultarsi con i sovietici sulla strategia per sbarazzarsi di Amin. Quando tornò a Kabul, fu giustiziato. Amin prese il potere. Poche settimane dopo i signori della guerra appoggiati dalla CIA massacrarono decine di funzionari del governo afghano nella città occidentale di Herat. Questa combinazione di eventi costrinse Brezhnev ad intervenire. Nel dicembre 1979 i carri armati sovietici attraversarono la valle del Panshir, mentre agenti del KGB assaltarono il palazzo reale di Kabul, eliminando Amin e installandovi Babrak Karmal nuovo leader dell’Afghanistan. Brzezinski ebbe la giustificazione che cercava per armare apertamente i controrivoluzionari in Afghanistan. Anche se il decennale conflitto afghano uccise 2 milioni di persone, Brzezinski si vantò: “Questa (direttiva segreta di Carter) fu un’ottima idea. Ebbe l’effetto di attirare i russi nella trappola afgana”.

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Gli agenti della CIA fluirono da Peshawar, nella frontiera nord-occidentale del Pakistan. La città è ai piedi del Passo Khyber, la porta per l’Afghanistan. Decine di migliaia di rifugiati afghani invasero Peshawar per sfuggire alla guerra incombente. Con l’aiuto dell’Inter-Service Intelligence (ISI) del Pakistan, la CIA rastrellò i campi profughi in cerca di moderni assassini fondamentalisti islamici, preparandoli ad intensificare la guerriglia contro il governo socialista di Kabul e per respingere i sovietici dall’Afghanistan. L’azienda trovò ciò di cui aveva bisogno nell’Hizb-i Islami, una forza di combattenti islamici feudali assemblati e addestrati dai militari pakistani sotto la supervisione della CIA. Il loro capo era Gulbuddin Hekmatyar, un fanatico che nei primi anni ’70 ordinò ai suoi seguaci di gettare acido in faccia alle donne afghane che si rifiutavano di indossare il burqa. Nel 1996, le truppe di Hekmatyar presero Kabul con un colpo di Stato contro il governo di Rabbani, per poi consegnarla ai taliban. I documenti di Wikileaks recentemente rilasciati, dicono che Hekmatyar ora aiuta i taliban ad attaccare i soldati statunitensi. Nel 1972, l’Hizbi-i Islami assassinò centinaia di studenti di sinistra in Afghanistan per poi fuggire a Peshawar, mettendosi sotto la protezione del governo militare del Pakistan, alleato degli USA. Il gruppo era temuto e disprezzato da afghani e pakistani, che lo ritenevano un’organizzazione terroristica.
Gli Stati Uniti armarono tali terroristi con armi acquistate in Egitto, Cina e Cecoslovacchia. Il dittatore militare del Pakistan Zia ul-Haq permise alla CIA di aprire una stazione dell’intelligence vicino l’Unione Sovietica e di utilizzare le basi militari pakistane per i voli da ricognizione sull’Afghanistan. Le stesse basi furono usate per addestrare alla guerriglia le truppe di Hekmatyar, che il dipartimento di Stato di Reagan presto definì affettuosamente mujahidin. Il Pakistan del presidente Zia divenne il terzo maggior beneficiario degli aiuti militari statunitensi nel mondo, dopo solo Israele ed Egitto. Gran parte di tale aiuto erano armi per i mujahidin che compivano raid in Afghanistan, occupando abitati e piantando papaveri. Nel 1982-1983 i raccolti di oppio lungo il confine afgano-pakistano raddoppiarono e nel 1984 il Pakistan esportò il 70% dell’eroina mondiale. Durante questo periodo, la stazione CIA di Islamabad, capitale del Pakistan, divenne il più grande covo di spie del mondo. Non è un caso che l’eroina prodotta dalla Mezzaluna d’Oro superò quella del Triangolo d’Oro, proprio mentre la CIA lanciò la più grande operazione dai tempi del Vietnam. Mentre le truppe di Hekmatyar piantavano papaveri, un altro capo dei mujahidin, Sayad Ahmad Gaylani, fornì al consorzio dei lupi grigi turchi l’oppio. Gaylani era un ricco aristocratico afghano collegato all’ex-re Zahir Shah. Possedeva la concessionaria Peugeot di Kabul e il suo traffico di droga fu finanziato dai sauditi. Hekmatyar possedeva sei laboratori di eroina nel Baluchistan. Ma Hekmatyar e Gailani stavano semplicemente seguendo le orme di Vang Pao, Phoumi Nosavan e Khun Sa, i signori dell’eroina della CIA del Triangolo d’Oro.
Negli anni ’80 il Pakistan divenne il manifesto mondiale della corruzione politica. Il costante supporto della giunta d’Islamabad ai mujahidin di Reagan era alla radice della corruzione. Un alto funzionario degli Stati Uniti dichiarò che, “i comandanti di Hekmatyar, vicino all’ISI, controllano i laboratori di eroina nel Pakistan meridionale e l’ISI collabora al narcotraffico”. Nel settembre 1985 il Pakistan Herald riferì che i camion della cellula logistica nazionale dell’esercito del Pakistan trasportavano armi dal porto di Karachi a Peshawar per conto della CIA, e che gli stessi camion tornavano a Karachi sigillati dall’esercito pakistano e carichi d’eroina. La pratica, secondo l’Herald, avveniva dal 1981, proprio quando le forze di Hekmatyar cominciarono a piantare papaveri. Due alti ufficiali pakistani furono catturati con 220 chili di eroina, ma non furono mai perseguiti. L’eroina della Mezzaluna d’Oro prese il 60% del mercato statunitense e mattoni di hashish apparvero nelle città degli Stati Uniti timbrati con il logo dei 2 fucili d’assalto AK-47 incrociati e circondati dalle parole “affumica i sovietici”. Nel 1982-1992, il periodo dell’intervento degli Stati Uniti in Afghanistan, la dipendenza da eroina negli Stati Uniti aumentò del 50%. Nello stesso tempo Nancy Reagan diceva a tutti “Devi dire solo di no”.
Per il bene degli oligarchi e dei loro mazzieri della CIA, Karzai è meglio che tenga il trita-documenti acceso. Ci sono un sacco di scheletri nell’armadio afgano.

Ronald Reagan, Burhaneddin Rabbani

Fonte: Aurora