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1884.- INTERVISTA A PAOLO BECCHI – ITALIA E UE ARIA DI CRISI O DI CAMBIAMENTO?

Paolo Becchi e L’amico Giuseppe Palma sono quasi sempre in linea con il nostro pensiero e con i nostri commenti sulla situazione politica all’interno della maggioranza di governo sul web. Si voleva fare un punto a capo, ma nulla di meglio di questa intervista pubblicata su https://www.socialup.it.

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Dalle ultime elezioni politiche del 4 Marzo ad oggi, l’Italia ha vissuto un momento di incertezza politica. Il risultato elettorale non ha garantito la formazione di un governo di maggioranza stabile e sono stati necessari circa 80 giorni di consultazioni e un contratto tra i due partiti con il più alto numero di consensi, M5S e Lega, affinché si giungesse alla nomina di Giuseppe Conte come Presidente del Consiglio e a lui l’onere di formare il nuovo governo. Il contratto tra M5S e Lega costituisce la base sulla quale il nuovo governo deve fondare il suo operato e sui tavoli della politica si sono rispolverate tutte quelle questioni irrisolte e spinose, che coinvolgono sia l’Italia, ma anche la sua posizione all’interno dell’Unione Europea: la gestione dei flussi migratori, i forti scetticismi sull’Euro, l’aumento dei consensi in tutta Europa di movimenti anti europeisti, la tenuta dell’asse M5S e Lega e la legge elettorale.

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Benito Dell’Aquila: Su alcune questioni abbiamo chiesto l’opinione del professor Paolo Aureliano Becchi, filosofo e accademico, attualmente professore ordinario di Filosofia del Diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza di Genova. Il professor Becchi ha collaborato con diverse riviste accademiche ed è editorialista di Libero, numerose sono anche le sue pubblicazioni su temi di filosofia del diritto, bioetica e storia della cultura giuridica ed è stato tra i primi in Italia a mostrarsi critico sull’adozione della moneta unica in Europa. Molti dei suoi interventi politici sono raccolti nel suo blog personale.

In Italia e in generale nell’UE stiamo assistendo ad uno sgretolamento di tutto ciò che sembrava solido nelle sue fondamenta. E’ un momento storico cruciale di lotte tra fazioni: chi invoca una svolta progressista e chi, invece, auspica ad un rafforzamento della sovranità nazionale. Quali sono, a suo avviso, gli errori di questa crisi geopolitica?

“Non si tratta di errori, ma più semplicemente di un cambiamento di paradigma. Noi siamo stati abituati a ragionare in termini politici di sinistra e di destra e quello che sta avvenendo è un cambiamento di questo paradigma che nasce proprio dalla sconfitta di una sinistra. Questa, in realtà, non svolgeva più il suo ruolo di sinistra, ma era una sinistra neo liberale, vicina alla destra. In questo modo l’opposizione che ha costituito l’asse portante della politica novecentesca, cioè l’opposizione tra destra e sinistra non esiste più e si va a configurare a livello italiano, europeo e globale la distinzione tra globalisti da una parte, cioè coloro che vogliono continuare questo processo di globalizzazione e coloro che, invece, ritengono che questo processo abbia fatto dei danni enormi e quindi parlano di un ritorno ad una sovranità nazionale. In questo senso si parla di sovranismo, altri adoperano la parola populismo. Ecco, io direi che il populismo è una categoria generale che al suo intero ha una sottospecie che qualifica ulteriormente il sovranismo. Detto in altro termini il sovranismo è il modo con cui si sta esprimendo oggi il populismo in Europa.”

Uno slogan che ormai sentiamo da circa un decennio a questa parte è quello di un’Italia fuori dall’Euro. Crede sia davvero possibile per l’Italia tornare a coniare una sua moneta nazionale?

“Secondo me, non solo è possibile, ma addirittura auspicabile. Il governo attuale, che nasce dal compromesso contrattualizzato tra due forze politiche, ha messo da parte il tema dell’Euro, in quanto non è più considerata una priorità. Sta di fatto che se la situazione dovesse peggiorare e questo governo, come dice, facesse gli interessi nazionali, non vedo perché non possa prendere in considerazione anche il tema dell’uscita dall’Euro. Io sono convinto che questa moneta e, questo tutti lo riconoscono, è stata fallimentare e il punto sarebbe quello di trovare un modo per uscirne senza creare grossi danni. Insomma, come esiste il divorzio tra persone che non si riconoscono più in una vita comune, non vedo perché non ci possa essere un divorzio che consenta ad alcuni paesi di abbandonare l’Eurozona.”

I libri di storia sono pieni di tragici epiloghi di imperi che sono caduti anche a causa dei flussi migratori, siano stati essi “barbari” o intestini. L’Europa in passato ha dimostrato di sapersi misurare con questi eventi perché, adesso, i flussi migratori stanno mettendo in crisi il sistema Europa?

“Io credo che la politica migratoria dell’Unione Europea sia stata sin dall’inizio fallimentare, pensare che attraverso gli accordi di Dublino tutti i migranti dovessero fermarsi in Italia è stato un grave errore. E’ incredibile che tutti i governi italiani abbiano rispettato quel trattato fino ad oggi. Ma ora la musica è cambiata. Il nuovo governo ha fatto sentire la sua voce in Europa e lo ha fatto in modo molto netto. Penso che al di là degli errori della politica migratoria, il problema non sia quello di capire dove trasferire i migranti, il vero problema è che l’Africa avrebbe diritto a sviluppare una sua propria economia e, invece, tutto è bloccato, soprattutto da alcuni paesi europei come la Francia. E’ la Francia che blocca lo sviluppo dell’Africa. La Francia ha il suo “euro” in paesi africani. Teniamo presente che non esiste più il Franco perché c’è l’Euro, ma esiste il “Franco neocoloniale” e con questo stanno distruggendo l’Africa stessa. Coloro che ci dicono che siamo “lebbrosi”, in realtà stanno distruggendo l’Africa e pretendono di scaricare tutti i problemi in Italia. Tutti sappiamo benissimo cosa succede ogni giorno ai confini tra Ventimiglia e la Francia.”

Tornando in casa nostra e di preciso alla situazione politica italiana. L’asse Lega-M5s, a suo avviso, è stabile o ritorneremo presto alle urne?

“Se stiamo a quello che dicono i giornali e le televisioni avremo presto una crisi di governo. Io non credo che ciò succederà, per lo meno fino alle prossime elezioni europee, quindi l’anno prossimo. Cosa succederà durante e dopo, francamente non lo so, perché bisogna vedere che posizione assumeranno i due partiti che formano la coalizione di governo. Da una parte la posizione euro-scettica della Lega resterà presente, cosa farà, invece, il Movimento 5 Stelle in vista delle europee? Farà parte del blocco dei sovranisti o dei globalisti? Questo è un problema che al momento resta aperto, perché sul tema dell’Euro e dell’Unione Europea le posizioni del M5S sono molto più ambigue rispetto a quelle della Lega. Bisognerà vedere. Fino alle elezioni questa maggioranza reggerà e l’unica cosa che dovrà fare al più presto è quella di intervenire nella gestione del servizio radioteleviso. Questo è estremamente importante, perché i telegiornali pubblici sono diretti da personaggi che occupano posti dirigenziali perché fedeli a Renzi. Insomma, la televisione e la radio devono essere al più presto “derenzizzate”. Un discorso a parte riguarda poi giornali come La Repubblica, ma per fortuna, ormai, si tratta di un giornale che ha sempre meno lettori. Quello che bisogna evitare è che le notizie riportate da questo giornale di propaganda antigovernativa finiscano quotidianamente nei programmi radiotelevisivi.”

Legge elettorale, in tanti, hanno provato a modificarla con esiti discutibili. Parlando della nostra forma di governo, è necessaria una riforma costituzionale che regoli un’elezione diretta del governo?

“Le leggi elettorali sono leggi ordinarie, se si vuole modificare la legge elettorale non è necessario modificare la Costituzione. Si può modificare la legge elettorale, certo, è successo tante volte dagli anni novanta in poi, senza però, modificare la Costituzione. E’ sicuramente una legge importante, tra quelle fondamentali, ma resta ordinaria. Basta una maggioranza che si forma in parlamento per cambiarla. Io, però, credo che nella situazione in cui siamo, sia l’ultimo dei problemi quello di apportare cambiamenti alla legge elettorale. Le questioni fondamentali, oggi, sono altre: il controllo dei flussi migratori a cui sta cercando di porre rimedio il Ministro degli Interni e poi la questione del lavoro, che è al centro dell’attenzione del nuovo Ministro del Lavoro e del Sviluppo Economico. Proprio al lavoro bisognerà dare grande importanza, pensando alla grande disoccupazione giovanile. La situazione che c’è in Italia per i giovani è drammatica, l’unica possibilità che i giovani hanno è quella di emigrare. Noi accogliamo tanti migranti, ma costringiamo i nostri giovani laureati, già qualificati, a lavorare all’estero. E’ veramente paradossale. Adesso parlare di legge elettorale a pochi mesi dalla chiusura della campagna elettorale non mi sembra particolarmente intelligente e mi pare che nessuno, abbia in programma di cambiarla. Consentimi un’annotazione conclusiva, bisognerebbe anche pensare eventualmente a riformare la Costituzione, ma certo in un modo diverso da quello che ha fatto Renzi. Io, come molti italiani, ero contrario a quella riforma costituzionale, ma questo non vuol dire che una riforma costituzionale sia necessaria. Sotto questo profilo non mi pare che il governo finora abbia manifestato intenzioni rilevanti. Ad esempio, con il governo Monti è stato introdotto l’obbligo di pareggio di bilancio nella nostra Costituzione. Un fatto simbolico sarebbe quello di abrogare con una nuova legge costituzionale proprio l’introduzione di questo obbligo. I governi che ci hanno governato nell’ultimo periodo erano “progressisti”. Qualche volta ritornare indietro sui propri passi può essere una buona idea.”

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1831.- Ecco perché nessuno vuole Savona al Tesoro, sia Bruxelles che la BCE (e Banca d’Italia?), mentre sarebbe la soluzione per l’Italia! di Maurizio Blondet

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Ecco perché nessuno vuole Savona al Tesoro, sia Bruxelles che la BCE (e Banca d’Italia?), mentre sarebbe la soluzione per l’Italia!
di Maurizio Blondet

Guido Carli firmò nel 1992 il decreto su Maastricht. Il suo delfino era Paolo Savona, protegee di Cossiga, un altro sardo “uomo di potere”. Cossiga fu lo stesso che poi NON volle Draghi al governo, rifiutando di riallocarlo a Palazzo Chigi da direttore generale del Tesoro (ovvero la stessa direzione che poi firmò i contratti diciamo capestro sui derivati in nome e per conto dell’Italia, non fosse perché negli anni sono costati circa 47 miliardi di euro ai contribuenti), preferendogli Romano Prodi. Il motivo del niet di Cossiga dipendeva dal fatto che Draghi fu sorpreso sul Britannia appena prima delle privatizzazioni italiane imposte dall’estero a seguito di Tangentopoli (…). Non aggiungo altro, se non rilevare la successiva, fulgida carriera di Mario Draghi a livello globale.
Forse, non casualmente, oggi Draghi è uno dei più acerrimi rivali (dovrei forse dire nemici) di Paolo Savona.

Quando Guido Carli firmò il trattato di Maastricht si dice – quanto meno ci sono soggetti molto ben informati che sottintendono di non avere dubbi (…) – che siano stati inseriti protocolli riservati concordati con l’EUropa (leggasi Francia e Germania) all’atto della firma italiana del trattato, visto che l’Italia accettava la conversione di un enorme debito contratto in valuta debole, la lira, trasformandolo in valuta forte, l’euro. Secondo alcuni autori, tali protocolli segreti, si suppone, avrebbero dunque a determinate condizioni regolamentato e soprattutto permesso l’uscita dalla moneta unica (cfr. Rinaldi, Agosto 2013 e 2015).

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Tali protocolli, più volte emersi in forma ufficiosa, come ipotesi, sulla stampa, ma mai confermati (né smentiti, come da prassi per i protocolli riservati) fanno regolarmente capolino. In breve, si ritiene che, se applicati oltre che confermati/esistenti, mai sarebbe dovuto succedere quanto accaduto nel 2011 e poi ancora oggi, ovvero, l’Italia non sarebbe dovuta, MAI! essere ricattata dall’EU in forza del debito eccessivo ereditato in lire. Pena l’uscita dalla moneta unica.

Chiaramente questa versione andrà verificata col tempo e, soprattutto, con gli eventi là da venire (…).

La cosa buffa è che, sembrerebbe, tali accordi riservati – se esistenti, … – siano stati “dimenticati” da Banca d’Italia e Ministero del Tesoro per tanti anni, visto che delle persone di allora – era il 1992 – solo Savona resta in vita per poterselo ricordare di persona, essendo stato uno che ai tempi sedeva nella stanza dei bottoni (essendo braccio destro del potentissimo Guido Carli).
Ecco, forse, spiegato perché Savona al Ministero del Tesoro, oggi, non lo vuole nessuno, in quanto, prendendo la direzione del dicastero, potrebbe invocare la riproduzione degli accordi riservati che, se esistenti (…), dimostrerebbero che ci sono soggetti informati, magari anche i governatori della Banca d’Italia, gli unici a poterli richiamare in forma ufficiale assieme al presidente della Repubblica.
Non sono nelle condizioni di aggiungere altro., se non ricordare il contenuto della Costituzione, all. Art. 1 (quello che Gianni Riotta non conosce per intenderci).

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Questa versione, ripresa da eminenti commentatori nel recente passato e mai smentita, spiegherebbe la volontà di non permettere solo ed esclusivamente ad un singolo soggetto – Paolo Savona – di prendere in mano il Tesoro italiano, che per altro ha anche la titolarità dell’oro nazionale messo a riserva (negli USA).

Se e solo se (…) Savona potesse richiedere la riproduzione di tali accordi cosa succederebbe? Da una parte chi li avesse nascosti rischierebbe anche l’alto tradimento, se non altro per i danni fatti al Paese. Dall’altra l’EU verrebbe messa sul banco degli imputati come strumento neocoloniale. Per non parlare della richiesta di danni da parte italiana, ca va sans dire che l’austerità terminerebbe nottetempo e probabilmente anche la moneta unica avrebbe i giorni contati.

Un cataclisma.

Per tale ragione la salute di Paolo Savona è un asset di interesse nazionale, da preservare.

MD

da scenarieconomici.it

1824.- AMBROSE EVANS PRITCHARD SUL GOLPE ANTI-ITALIANO di Maurizio Blondet

mattarella-cottarelli-845x522-400x200iL COLPO DI STATO EUROPEISTA SEGNA UNO SPARTIACQUE.

Le élite italiane favorevoli all’euro si sono spinte troppo in avanti. Il Presidente Sergio Mattarella ha creato lo straordinario precedente che nessun movimento politico, o coalizione di partiti, potrà mai prendere il potere se sfida l’ortodossia dell’Unione Monetaria.

Senza rendersi conto, ha inquadrato gli eventi come se fossero una battaglia tra il popolo italiano e un’eterna “casta” fedele ad interessi stranieri, facendo il gioco dei ribelli Grillini e dei nazionalisti antieuro della Lega. Per giustificare il suo veto all’euroscetticismo ha incautamente invocato lo spettro dei mercati finanziari ma, nell’insieme, le sue azioni hanno reso la situazione infinitamente peggiore.

Lo spread sulle obbligazioni italiane a 10 anni è salito di quasi 30 punti base, fino al massimo di 235 (Lunedì), quando gli investitori si sono resi conto delle terribili implicazioni dello spasmo costituzionale: una crisi che durerà tutta l’estate e che potrà concludersi solo con nuove elezioni, che non risolveranno nulla.
Negli ultimi giorni si è fatto molto per ridurre il calo delle azioni bancarie, ma queste stanno ora cedendo in modo ancora più forte. Banca Generali è scesa del 7,2% e Unicredit del 5%.

Che si tratti o meno di un “ colpo di stato morbido”, il terreno resta comunque assai pericoloso. Il Presidente Mattarella ha apertamente dichiarato di non poter accettare come Ministro delle Finanze Paolo Savona, perché le sue passate critiche alla moneta unica “potrebbero provocare l’uscita dell’Italia dall’euro” e portare ad una crisi finanziaria.
In un certo senso questo veto poteva essere previsto. Anche il Governo Berlusconi fu rovesciato nel 2011 da Bruxelles e dalla Banca Centrale Europea. Qualche “informatore” ha rivelato di aver manipolato gli spread sui bond per poter esercitare la massima pressione. L’UE aveva persino provato a reclutare Washington, che però si rifiutò d’intervenire. “Non possiamo sporcare di sangue le nostre mani”, dichiarò il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Tim Geithner. La novità è che la santità dell’euro dovrebbe amaramente essere formalizzata come imperativo costituzionale italiano!

“Abbiamo un problema di democrazia, perché gli italiani sono sovrani e non possono essere governati dallo spread”, ha detto Matteo Salvini, l’uomo forte della Lega, in forte ascesa. “È una questione molto seria il fatto che Mattarella abbia scelto i mercati e le regole dell’Unione Europea invece degli interessi del popolo italiano”.
“Perché non diciamo semplicemente che in questo paese il voto è inutile, visto che sono le agenzie di rating e le lobby finanziarie a decidere i Governi?”, ha dichiarato Luigi di Maio, leader del Movimento Cinque Stelle.

La Costituzione italiana concede al Presidente Mattarella alcuni poteri, per lo più non sperimentati e comunque posti in una zona grigia. Potrebbe anche sostenere che il blitz fiscale Lega-Grillini violi l’art. 80 della Costituzione e che comunque egli ha il dovere di salvaguardare i trattati dell’UE. Tuttavia, non ha alcun mandato diretto conferito dal popolo. Egli fu scelto come compromesso di basso profilo nell’ambito di un accordo preso dietro le quinte. Non ha l’autorità per bloccare in eterno l’Italia nell’euro.

L’onorevole Di Maio sta ora facendo richiesta d’impeachment, ai sensi dell’articolo 90. “Voglio che il Presidente sia processato, voglio che questa crisi istituzionale venga risolta dal Parlamento per evitare che il malcontento popolare sfugga di mano”, ha dichiarato. I ribelli, in effetti, hanno voti sufficienti per poterlo rimuovere.

Ciò che è degno di nota è che le élite pro-euro hanno agito in modo veramente rozzo, spingendo la situazione verso un’impasse pericolosa. Il Ministro delle Finanze proposto, Paolo Savona, non è un testa calda. E’ stato funzionario della Banca d’Italia, Ministro e Presidente di Confindustria, oltre che Direttore di un hedge-fund londinese.

Aveva fatto dichiarazioni concilianti, lasciando cadere la suggestione che l’euro sia una “gabbia tedesca”. Aveva insistito sul fatto che il suo “Piano B” per uscire dalla moneta unica (2015) non era più operativo e che il suo vero obiettivo era tornare ad un euro più equo, radicato nell’art. 3 del Trattato di Lisbona, che prevede crescita economica, creazione di posti di lavoro e solidarietà. Le sue argomentazioni legali erano impeccabili.

Con un po’ di furbizia, i “poteri forti” e i “mandarini” italiani avrebbero potuto collaborare con il Sig. Savona e trovare un modo per attenuare le posizioni della Lega e dei Grillini. La spinta ad escluderlo del tutto – per cercare di soffocare la ribellione euroscettica, come avevano già fatto con Syriza in Grecia – proveniva da Berlino, Bruxelles e dalla struttura di potere dell’UE. Il tempo dirà se hanno preso una cantonata, cadendo in una trappola.

“In un certo senso sono molto felice perché abbiamo finalmente sgombrato il tavolo dalle str…ate”, ha dichiarato Claudio Borghi, portavoce per l’economia della Lega. “Ora sappiamo che si tratta di una scelta fra democrazia e spread. Devi giurare fedeltà al dio dell’euro per poter avere una vita politica, in Italia. E’ peggio di una religione”.

“Quello che stiamo vedendo costituisce il problema fondamentale dell’eurozona: non si può avere un governo che dispiaccia ai mercati o al ‘club dello spread’, la BCE e l’Eurogruppo li utilizzerebbero per annientare la vostra economia. Siete molto fortunati, nel Regno Unito, perché vivete ancora in un paese libero “, ha continuato.

Il Presidente Mattarella ha scelto Carlo Cottarelli – veterano del FMI e simbolo d’austerità – per formare un governo tecnico. Questo tentativo disperato non ha alcuna possibilità di ottenere un voto di fiducia nel Parlamento italiano. Sopravviverà in un limbo costituzionale. “È incredibile che stiano comunque cercando di farlo. Porterà a rivolte e a proteste politiche di massa. Alla stragrande maggioranza degli italiani non gliene frega niente dello spread”, ha concluso Borghi.

Il calcolo di coloro che circondano il Presidente è che gli italiani da loro umiliati, davanti all’abisso finanziario e politico, possano cambiare idea e rinunciare all’insurrezione. La scommessa è che l’attrito politico possa ridisegnare il paesaggio entro Ottobre, considerato il mese più probabile per un nuovo voto. Questo gioco può anche riuscire, ma è in ogni caso una supposizione pericolosa.

La Lega di Matteo Salvini ha già guadagnato otto punti nei sondaggi, dopo le ultime elezioni. Si è impadronita degli eventi delle ultime 24 ore per capitalizzare l’umore nazionalista, come Gabriele d’Annunzio a Fiume nel 1919. “Non saremo mai servi e schiavi dell’Europa”, ha detto Salvini.

Ha già proclamato che il prossimo voto sarà un plebiscito sulla sovranità italiana e un atto di resistenza nazionale contro “Merkel, Macron e i mercati finanziari”.
Ma c’è un altro pericolo. La fuga di capitali ha una sua logica implacabile. È visibile nel crescente tasso di cambio con il franco svizzero. Esiste il rischio che i flussi in uscita accelerino e spingano gli squilibri interni Target2 della BCE verso il punto di rottura.

I crediti Target2 della Bundesbank tedesca sono già a 923 miliardi di euro. È probabile che arriveranno ad 1 trilione di euro in breve tempo, provocando forti richieste da parte di Berlino perché siano congelati. L’Istituto IFO, in Germania, ha già avvertito che devono esserci dei limiti. Ma qualsiasi mossa per limitare i flussi di liquidità significherebbe che la Germania è vicina a staccare la spina dell’Unione Monetaria e questo scatenerebbe un’inarrestabile reazione a catena.

Il Sig. Mattarella affronterà un’estate estenuante. Rischia di andare a sbattere, fra quattro mesi, con la stessa alleanza Lega-Grillini, ma con una maggioranza ancora più ampia e un fragoroso mandato a favore del loro “governo del cambiamento”.

Potrebbe seguire la strada del Presidente legittimista francese Patrice de MacMahon che, sotto la Terza Repubblica, tentò d’imporre il suo “ordine morale” ad un’ostile Camera dei Deputati, negli anni ‘70 dell’Ottocento, invocando i suoi teorici poteri. Il tentativo fallì. Il Parlamento lo affrontò presentandogli un ultimatum: “sottomettersi o dimettersi”.

Prevalse la democrazia.

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Ambrose Evans-Pritchard

1822.- IL NO DI MATTARELLA? TRA SCELTE POLITICHE E POTERI FORTI

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Restiamo sulla politica, ma lasciamo gli aspetti costituzionali, anzi, incostituzionali della vicenda Savona – Mattarella – Conte, per marcare il significato della arroganza con cui il commissario europeo al Bilancio Oettinger, che ha dichiarato pubblicamente: “I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto”. Condividiamo il percorso logico di Marcello Foa che muove dalla spiegazione data dall’ex ministro delle Finanze Padoan: “Il problema non è Savona, ma le idee di Lega e M5s sull’Europa“. Foa ha marcato il rifiuto dato dal Presidente, per motivi politici, a due partiti che detengono la maggioranza, definendolo bonariamente “strano”. Ma, ancora più strano è l’incarico dato a Cottarelli, per un governo tecnico che non avrebbe avuto mai la fiducia del Parlamento. Parlamento? democrazia? di cosa stiamo parlando? Oettinger ci illumina e, scrutando nelle intenzioni della bestia europea, Cottarelli potrebbe, sì, ottenere la fiducia, ma dopo e in seguito a un assalto della BCE (Draghi) al debito pubblico italiano, caricando lo spread a livelli da panico, portando l’Italia al commissariamento e giustificando il rinvio sine die delle elezioni, con il conseguente fallimento dei populisti Salvini e Di Maio, cui sarà addebitata questa crisi.
Un monito ai Paesi europei dove si stanno affermando i movimenti “populisti”. Citando Marcello Foa, qualcuno disse: “Colpirne uno per educarne cento”.
Sul tema, è senz’altro interessante anche questo articolo del nostro amico Marco Milioni, pubblicato stamane da Alganews, quotidiano on line diretto da Lucio Giordano. Ci pone l’interrogativo di quali siano i risparmiatori per la cui tutela il Presidente Mattarella è sceso dallo scranno e ha abbandonato la sua – o forse, meglio sarebbe dire “la nostra” – posizione di garante super partes; in due parole: Per risparmiatori, intendeva i piccoli truffati o i truffatori e le banche loro ”amiche”? Quindi? Eravamo nel giusto quando, twittando, osservammo che “Il problema numero uno è la BCE PRIVATA, Mattarella viene dopo”.

Leggiamo Marco Milioni:

I motivi per cui il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha de facto detto no ad un esecutivo composto da Lega e M5S con Paolo Savona all’Economia e Giuseppe Conte premier sono oggetto di uno scontro durissimo. E lo saranno a lungo. E come succede in casi del genere i motivi di scelte tanto drastiche scatenano reazioni di ogni tipo: ci sono gli insulti sul web. C’è la critica dura e meditata di un costituzionalista di rango come Massimo Villone, sino a giungere ai j’accuse di Massimo Fini e Ugo Mattei. Il tutto lascia intuire che la posta in gioco sia altissima.

Ora sarebbe importante riuscire a capire se il niet del capo dello Stato abbia davvero solo delle generiche correlazioni con la necessità di tutelare i risparmiatori o se sotto ci sia dell’altro. Anzitutto chi sono i risparmiatori cui si riferisce Mattarella? Sono i signor Bianchi e le signore Rossi che hanno messo via un po’ di Btp? Sono i grandi stake-holder che di mestiere fanno profitto col debito pubblico delle nazioni? Per cercare di fare un po’ di luce in questo antro occorre dare conto di una indiscrezione che gira da diverse ore tra i parlamentari veneti eletti di recente tra palazzo Madama e Montecitorio. Una indiscrezione secondo cui persone vicinissime a Mattarella avrebbero sconsigliato al capo dello Stato di permettere che un ministro considerato poco incline ai desiderata dei grossi investitori sui titoli di Stato mettesse gli occhi sul bauletto che al dicastero dell’Economia contiene uno dei segreti meglio custoditi e più oggetto di polemiche degli ultimi anni: quello dei derivati sottoscritti dallo Stato a garanzia del debito pubblico.

PRIMO INDIZIO: LO SCANDALO DEI DERIVATI
Detto in termini davvero grezzi, i derivati sono una sorta di strumento finanziario-assicurativo complesso con il quale si opziona un altro strumento finanziario o anche un bene, di solito tutto ciò che più o meno sia scambiabile legalmente. Sergio Romano sul Corsera, con parole semplici ed efficaci ha spiegato il coinvolgimento dei derivati nei crac che squassarono la finanza mondiale nel 2008. In termini giuridici i derivati altro non sono che contratti che impongono alle parti che li sottoscrivono di scambiarsi, al manifestarsi di precise condizioni di mercato, flussi finanziari precedentemente determinati. Quando si parla di derivati però si parla anche di uno dei più grossi scandali che hanno colpito l’amministrazione pubblica italiana. La pignatta maleodorante la scoperchiò l’Espresso lo scorso anno con una serie di scoop a firma di Luca Piana e Paolo Biondani: questi strumenti avrebbero pesantemente toccato anche le coperture per l’alta velocità. Dando così l’ennesima stura a chi critica l’infrastruttura perché la vede più come un affare speculativo che come un’opera necessaria. In quegli articoli però non si tiravano in ballo solamente le responsabilità del governo e di altissimi dirigenti dell’Economia, ma anche i colossi bancari con i quali lo Stato negli anni avrebbe sottoscritto patti tanto scellerati da spingere la Corte dei conti a chiedere risarcimenti miliardari ai diretti interessati. I quali per vero ritengono di avere agito correttamente. Per loro la presa di posizione più esemplificativa è forse quella della dirigente generale del Tesoro per il debito pubblico Maria Cannata la quale in una dichiarazione raccolta da Il Sole 24 ore afferma: «Non condivido in nulla la tesi della procura della Corte dei conti… Contesto il fatto che noi si sia rimasti passivi, che non si sia intervenuti o che si siano sottoscritti in condizione di inferiorità».

I «REGALI» DEL TESORO
Tuttavia è sul fronte delle relazioni bancarie che gli eventi di questi giorni vanno messi in correlazione coi conti, più o meno trasparenti, del nostro Paese. Gli articoli de l’Espresso (e i commenti che a questi seguirono) infatti misero sotto la lente d’ingrandimento due istituti di quelli che pesano sullo scenario mondiale. Si tratta di «Morgan Stanley» e della «Deutsche Bank». Per quanto concerne quest’ultima il titolo scelto da l’Espresso è eloquente: «Così l’Italia ha regalato tre miliardi alla tedesca Deutsche Bank… Spuntano i derivati fatti dal Tesoro italiano con l’istituto di credito. Tutti in perdita. Con tanto di beffa: un contratto del 2004 è stato ristrutturato più volte con nuove clausole capestro». Il servizio porta la data del 26 gennaio 2018.

Ad ogni buon conto sempre l’Espresso parla di un’altra quindicina di istituti che sarebbero coinvolti: «da J.P. Morgan a Ubs… a Goldman Sachs». E in questo contesto vanno fatte un paio di considerazioni. La prima, se da un lato anche grazie alla stampa più di qualcosa si è saputo sui contratti stipulati con i tedeschi e con Morgan Stanley, un muro di riserbo è stato però eretto dal Tesoro per il resto delle carte. La seconda invece è che ammonta a «47 miliardi di potenziale esborso» la somma che la collettività patirebbe proprio in ragione delle operazioni sui derivati in periodo preso in esame «dal 2011 al 2021». Così spiega proprio Piana nel suo libro «La voragine». Una cifra pressoché identica a quella descritta da Alessandro Gilioli de l’Espresso sulla sua rubrica on-line «Piovono rane».

LIAISONS DANGEREUSES
Che cosa sarebbe successo se all’Economia nell’ambito dell’alleanza Cinque Stelle Lega si fosse insediato un ministro pronto a aprire ogni singolo cassetto? La domanda non è di poco conto. Sarà sufficiente ricordare in tal senso le relazioni di primo piano che in passato sarebbero state intessute tra Morgan Stanley e l’entourage dell’ex premier democratico Matteo Renzi. E ancora, se si fa fede al vecchio adagio del giornalismo anglosassone «follow the money» e se si prova a raggomitolare il filo d’arianna degli assetti proprietari delle due banche si scopre una cosa. Che tra gli azionisti di Deutsche Bank il primo è giustappunto il fondo statunitense BlackRock.

L’AZIONISTA UNIVERSALE
Si tratta del colosso dei colossi: la corporation degli investimenti che domina il Vecchio continente con operazioni che in Gran Bretagna, Francia e Germania, patria della stessa Deutsche Bank, puntualmente sorpassano i 100 miliardi di dollari per stato. Di più, con 6000 miliardi di dollari investiti in tutto il globo e altri 20mila che sarebbero controllati grazie al potentissimo software per la gestione dei rischi finanziari, una sorta di algoritmo che da solo costituisce uno dei centri di egemonia meglio custoditi dell’orbe terraqueo, BlackRock oltre ad essere il numero uno al mondo, è diventato un vero e proprio moloch a sé stante. Un moloch «che nessuno Stato può più controllare» e che avrebbe tramutato la sua natura di fondo d’investimento «in un potere politico» a sé stante.

Così racconta Maria Maggiore in una interessante inchiesta uscita su Il Fatto di ieri a pagina 10. L’approfondimento andrebbe studiato a memoria per capire quanto pervasiva possa essere una entità del genere. Basti pensare alla disinvoltura con cui Laurence “Larry” Fink, il trader californiano fondatore di BlackRock, passerebbe da un incontro con un capitano d’industria a uno con un capo di Stato, da una colazione privata con un primo ministro sino ad un sorso di té con un banchiere centrale. La giornalista tedesca Heike Butcher nel descrivere questa sorta di socio universale fa notare che «… da quando ti alzi la mattina, prendi i cereali col latte, ti vesti, t’infili le scarpe, prendi l’auto e vai al lavoro dove accenderai il pc ed userai il tuo Iphone: in tutti i momenti della giornata BlackRock è sempre presente»: un dio azionario con il quale debbono convivere i minuti cittadini, ma anche gli esponenti del ceto dirigente di qualsiasi nazione. E l’Italia non fa eccezione.

CHI CONTROLLA L’ITALIA SPA?
Sarà sufficiente ricordare la partecipazioni di BlackRock nel Belpaese per scoprire quanto potere abbia questa corporation nei confronti del mondo economico italiano e di conseguenza nei confronti della sua società: Enel 8,12%; Atlantia Autostrade-Benetton 7,38%; Snam 8,18%; Stmicroelectronics 6,66%; Tenaris 2,5%. Se poi si sale su su verso la piramide del peso strategico degli investimenti si vede che BlackRock ha un piede in quattro pesi massimi come Banca Fineco 9,38%; Generali 2,59%; Telecom Italia 4,76%; Unicredit 2,92%. E per finire in bellezza la compagnia newyorkese possiede il 2,67% di una società strategica come Eni e il 6,17% di Banca Intesa, il primo istituto di credito italiano, uno dei primi in Europa, di cui la stessa BlackRock è secondo azionista. Ma soprattutto il fondo statunitense è titolare di una parte cospicua del debito pubblico italiano la cui entità, sostiene ancora la Maggiore su Il Fatto quotidiano, sarebbe segretissima: tanto che la somma esatta è gelosamente custodita da Bankitalia.

I DUBBI
Lasciando da parte un attimo ogni discussione, più che legittima, sulla politica monetaria e sulla struttura intrinseca del debito pubblico, in queste condizioni è facile che al cittadino mediamente informato sorga un dubbio. Come in ogni affare, quando lo Stato negozia un prestito a copertura dei suoi debiti può farlo bene o male. Ma se per caso in via XX Settembre ci fosse un cassetto in cui sono archiviate le prove che negli anni l’amministrazione pubblica, o per incapacità o per collusione, ha concluso pessimi affari con chi le prestava i soldi, che cosa ne dovrebbe ricavare l’opinione pubblica? Sarebbe il caso di quantificare il danno e riprendersi il maltolto? Quanto il niet di Mattarella ha a che fare con tutto ciò? E quando si critica il diktat che sul Quirinale sarebbe calato da Berlino, parliamo di un diktat del governo tedesco o di un diktat del quale lo stesso esecutivo germanico è solo un tramite rispetto ad uno o più mittenti finali dei quali non si può o non si vuole fare il nome? Se il premier in pectore Carlo Cottarelli avrà la fiducia o se il suo esecutivo, senza l’avallo del parlamento, resterà in carica per i soli affari correnti scoperchierà, in nome della trasparenza tanto enfatizzata, il doppio fondo di tante valigie custodite nelle stanze dei ministeri?

DA NEW YORK AL VENETO
Non più tardi del 20 marzo chi scrive, proprio su Alganews.it, aveva ricordato l’importanza dei «documenti secretati in tema di derivati, di concessioni autostradali». Guarda caso due temi scottanti in cui BlackRock, e forse non solo BlackRock, potrebbe avere un interesse diretto. Ora sarà un caso, ma in queste ore tutto l’establishment imprenditoriale, bancario ed editoriale del Paese appare schierato col presidente Mattarella. Rimane da capire se tale vicinanza sia da spiegarsi sul piano della visione e della condivisione politica. O se sia un atto di grande riverenza nei confronti di un potere riconosciuto come soverchiante. E visto che, seppur di striscio, si parla di Veneto, sarà sempre un caso… ma intanto BlackRock, come secondo socio di Intesa, è di fatto il secondo socio pure delle due ex popolari del Nordest (BpVi e Veneto Banca) che dopo i dissesti dell’era Consoli-Zonin sono state acquisite, in forza di una gara di cui si sa poco o nulla, al prezzo di un euro… proprio da Intesa San Paolo.
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1820.- VOCI DALL’ESTERO. IL GATESTONE INSTITUTE TITOLA DA NEW YORK: “IL PRESIDENTE PRO-UE DELL’ITALIA VA CONTRO GLI ELETTORI”

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Questa vignetta dell’impareggiabile Krancic ben si presta a descrivere la posizione del Presidente Mattarella. Cercando un punto di vista più freddo emotivamente e distaccato all’estero, ho tradotto per voi questa articolo di Soeren Kern, pubblicato dal Gatestone Institute di NY, nel primo mattino di oggi 29 maggio 2018.

Il presidente italiano Sergio Mattarella ha chiesto a Carlo Cottarelli (nella foto sotto), ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale, di formare un governo di tecnocrati non eletti. Cottarelli è noto come “Mr. Scissors” per fare tagli alla spesa pubblica. (Foto di Stephen Jaffe / IMF via Getty Images)
Leggiamo questo articolo di Soeren Kern.

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(Foto di Stephen Jaffe / IMF via Getty Images)

La situazione politica riflette la stretta sul potere esercitato dall’establishment pro-UE, che è evidentemente determinato a mantenere e salvaguardare l’austerità economica a scapito della democrazia.
“Dobbiamo preparare un piano B per uscire dall’euro se necessario … l’altra alternativa è finire come la Grecia”. – Aveva detto Paolo Savona, un ex ministro dell’industria che aveva definito l’ingresso dell’Italia nell’euro un “errore storico”.
“In Italia c’è un problema di democrazia: in questo paese puoi essere un criminale condannato, condannato per frode fiscale, indagato per corruzione e diventare ministro … ma, se critichi l’Europa, in Italia non puoi essere il ministro dell’economia. “ Lo ha detto il leader del M5S Luigi Di Maio.
Il presidente italiano Sergio Mattarella ha chiesto a Carlo Cottarelli (nella foto sopra), ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale, di formare un governo di tecnocrati non eletti. Cottarelli è noto come “Mr. Scissors” per fare tagli alla spesa pubblica.
Il nuovo presidente del consiglio italiano, incaricato, populista si è dimesso il 28 maggio, dopo che la sua scelta di un ministro delle finanze euroscettico è stata respinta dal Presidente pro-UE della Repubblica – che, invece, ha chiesto a un tecnocrate non eletto di far parte di un governo pro-UE.
Le polemiche politiche sembravano finite con la disponibilità dichiarata dai due partiti anti-establishment italiani: il movimento a cinque stelle (M5S) e la Lega di centro destra (Lega), a formare un governo di coalizione populista, che sarebbe stato il primo del suo genere in Europa.
La situazione politica riflette la stretta sul potere esercitato dall’establishment pro-UE, che è evidentemente determinato a preservare l’austerità economica a scapito della democrazia.
Il presidente italiano Sergio Mattarella ha rifiutato di accettare la nomina per il ministro delle finanze di Paolo Savona, un ex ministro dell’industria di 81 anni che ha definito l’ingresso dell’Italia nell’euro un “errore storico”.
Nel suo ultimo libro, “Come un incubo e un sogno”, Savona ha definito l’euro una “gabbia tedesca” e ha avvertito che “dobbiamo preparare un piano B per uscire dall’euro se necessario … l’altra alternativa è finire come la Grecia.”
Mattarella, la cui elezione è stata sostenuta da un precedente governo pro-UE, ha affermato che “l’incertezza sulla nostra posizione nell’euro ha allarmato gli investitori italiani e stranieri che hanno acquistato i nostri titoli di stato e investito nelle nostre società”. Ha aggiunto che “l’adesione all’euro è una scelta fondamentale per il futuro del nostro paese e dei nostri giovani”.

Mattarella ha detto che voleva che il prossimo ministro delle finanze fosse qualcuno “che non è visto come un sostenitore di una linea che potrebbe, o forse inevitabilmente, provocare l’uscita dell’Italia dall’euro”.
Mattarella ha ora chiesto a Carlo Cottarelli, ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale, di formare un governo di tecnocrati non eletti. Conosciuto come “Mr. Scissors” per fare tagli alla spesa pubblica, presumibilmente Cottarelli cercherebbe di mantenere la rigida disciplina fiscale imposta dal blocco della moneta euro da parte della Germania.
Il 17 maggio, la Lega e il M5S, i partiti populisti rivali, ora riuniti in una coalizione, hanno pubblicato un accordo di 39 pagine intitolato “Contratto per un governo di cambiamento”. Una sintesi di due pagine ricorda da vicino il “Contratto con l’elettore americano” del presidente americano Donald J. Trump.

Nel tentativo di stimolare la crescita economica, la Lega ha promesso di tagliare le tasse, mentre il M5S si è impegnato ad aumentare la spesa pubblica.

Si prevede che il PIL italiano crescerà solo dell’1,5% nel 2018, lo stesso livello del 2017, rendendolo il peggiore risultato nella zona euro rispetto a 19 nazioni.

L’Italia detiene già il terzo debito pubblico mondiale, per un totale di 2.300 miliardi di dollari (2.700 miliardi di dollari). L’attuale rapporto debito / PIL dell’Italia è pari al 130% del PIL, il più alto nell’area dell’euro dopo quello della Grecia.

La Lega e il M5S hanno promesso di ridurre il debito pubblico aumentando la crescita stimolando la domanda interna e promuovendo le esportazioni anziché “attraverso interventi fiscali e di austerità”.

L’accordo di coalizione richiedeva anche: una tassa fissa; una semplificazione del codice fiscale; l’aumento delle pensioni e del sostegno alla maternità; un impegno del governo per la repressione della corruzione e della criminalità; rapide deportazioni di migranti illegali; maggiori spese per la difesa, volte a rendere l’Italia un “partner privilegiato” degli Stati Uniti; una revisione dei trattati UE che riguardano la politica monetaria.

Il leader del M5S, Luigi Di Maio, ha denunciato l’incostituzionalità della decisione pro-UE del presidente Mattarella e ha chiesto che il presidente venisse messo sotto accusa per avere oltrepassato la sua autorità:

“In Italia c’è un problema di democrazia: in questo paese puoi essere un criminale condannato, condannato per frode fiscale, indagato per corruzione e ministro … ma se critichi l’Europa, non puoi essere il ministro di l’economia in Italia. ”

Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha anche criticato la decisione di Mattarella, ma ha rifiutato di aderire alla richiesta di impeachment di Di Maio:

Salvini ha detto: “Un governo non può essere formato in Italia senza l’approvazione di Berlino, Parigi o Bruxelles. È una follia, vorrei che l’Italia tornasse ad essere un paese libero”.

Cottarelli deve ora formare un governo e poi farlo approvare dal Parlamento, dove M5S e Lega detengono le maggioranze in entrambe le camere. Pertanto, Cottarelli sarà probabilmente a capo di un governo provvisorio fino a quando non verranno indette elezioni anticipate, che potrebbero tenersi il 9 settembre, secondo il quotidiano Corriere della Sera.

L’Italia, la terza economia più grande della zona euro dopo Germania e Francia, si è trovata senza un governo dopo le elezioni inconcludenti del 4 marzo, quando la Lega (che si presentava all’interno di una coalizione di centro-destra), all’interno della coalizione vincente, ha ottenuto la maggioranza dei seggi alla Camera dei Deputati e al Senato, diventando così la principale forza politica.

Il M5S, tuttavia, è stato il partito più votato ed è arrivato secondo, dopo la coalizione di centro-destra, mentre la coalizione di centrosinistra guidata dall’ex Primo Ministro Matteo Renzi è arrivata terza. Pertanto, nessun gruppo politico o partito ha ottenuto una maggioranza assoluta, il che ha comportato la sospensione del Parlamento.

“La maggior parte degli italiani (6 su 10) vede questa alleanza con favore”, ha detto un sondaggio pubblicato dal quotidiano La Repubblica, così come i due leader del partito, il 5Stars ‘Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini.

Recenti sondaggi mostrano che nuove elezioni potrebbero comportare una maggioranza ancora maggiore per il M5S e la Lega. Considerando che il loro futuro governo di coalizione è collassato dopo che Mattarella ha respinto l’euroscettico Savona, M5S e Lega potrebbero inquadrare le prossime elezioni come un referendum sul ruolo dell’Italia nell’Unione europea.

Soeren Kern è Senior Fellow presso il Gatestone Institute di New York.

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1819.- Cosa dice la gente, cosa il web e cosa dice Savona.

Savona: “Subìto grave torto dalla massima istituzione del Paese”

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Paolo Savona e, a destra, il capo dello Stato, Sergio Mattarella.

Caos governo: dai discorsi della gente, per la strada, sembra diffusa l’opinione di uno sgarbo alla Costituzione e alla volontà espressa dagli elettori, compiuto dal Presidente della Repubblica. Buona parte di questi senz’altro detrattori giungono a condividere la messa in Stato d’accusa annunciata da Giorgia Meloni; ma c’è, invece, un’altra voce, non meno diffusa, che dice, più o meno: “Meno male che Mattarella ci ha risparmiato il governo di quei due” e, fra quei due, è difficile capire quale sia il favorito, in senso negativo, s’intende. E, ancora: “Chissà a quali obbrobri avremmo dovuto assistere”; oppure, “Berlusconi dice che l’87% dei grillini eletti non ha mai fatto una dichiarazione dei redditi. Figurati quali disastri..!” Fortemente sentito è, da ogni parte, il dispiacere per le politiche anti-invasione promesse da Salvini e che avrebbe dovuto onorare.” Alla fine dei conti, chi è perdente è la democrazia, perché, se rispettata, è causa di guai e se non, è causa di dispiaceri. Azzardando, finirei col pensare e, forse, col dire che, tutto sommato, il fascismo statalista non era, poi, così male per gli italiani. Lo diceva mia madre. Ma vennero la guerra e, infine, l’Europa…Allora, dopo queste giornate di fuoco e di rabbia, sapete cosa dico: “Grazie Presidente, ma ci faccia rivotare, presto!”

Sentiamo da Sky tg24 , cioè, leggiamo Paolo Savona.
Il professore, scelto da Lega e M5s per l’Economia, in una nota ha risposto a Mattarella, che su di lui ha posto il suo veto. “Non avrei messo in discussione l’euro. Veti inaccettabili a Conte. Vero europeista è chi chiede riforme Ue”. Il racconto della giornata

“Ho subìto un grave torto dalla massima istituzione del Paese sulla base di un paradossale processo alle intenzioni di voler uscire dall’euro e non a quelle che professo e che ho ripetuto nel mio Comunicato, criticato dalla maggior parte dei media senza neanche illustrarne i contenuti”. In una nota, firmata da Paolo Savona (CHI E’) e pubblicata su Scenarieconomici.it, il professore risponde così al Capo dello Stato Mattarella, che su di lui ha posto il veto per il ministero dell’Economia nel fallito tentativo di Lega e Movimento 5 stelle di dar vita ad un governo guidato da Giuseppe Conte.
“Non avrei mai messo in discussione l’euro”
“Insieme alla solidarietà espressa da chi mi conosce e non distorce il mio pensiero – scrive Savona – una particolare consolazione mi è venuta da Fitoussi sul Mattino di Napoli e da Münchau sul Financial Times”. Fitoussi – spiega – “afferma correttamente che non avrei mai messo in discussione l’euro, ma avrei chiesto all’Unione Europea di dare risposte alle esigenze di cambiamento che provengono dall’interno di tutti i Paesi membri. Aggiungo che ciò si sarebbe dovuto svolgere secondo la strategia di negoziazione suggerita dalla teoria dei giochi che raccomanda di non rivelare i limiti dell’azione, perché altrimenti si è già sconfitti, un concetto da me ripetutamente espresso pubblicamente. Nell’epoca dei like o don’t like anche la Presidenza della Repubblica segue questa moda”. “Più incisivo e vicino al mio pensiero – prosegue – è il commento di Münchau. Analizza come deve essere l’euro per non subire la dominanza mondiale del dollaro e della geopolitica degli Stati Uniti, affermando che la moneta europea è stata mal costruita per colpa della miopia dei tedeschi. La Germania impedisce che l’euro divenga come il dollaro “una parte essenziale della politica estera”. Purtroppo, egli aggiunge, il dollaro ha perso questa caratteristica, l’euro non è in condizione di rimpiazzarlo o, quanto meno, svolgere un ruolo parallelo, e di conseguenza siamo nel caos delle relazioni economiche internazionali; queste volgono verso il protezionismo nazionalistico, non certo foriero di stabilità politica, sociale ed economica”.
“Veti inaccettabili perché infondati”
Nel testo, Savona, a proposito di Europa, dice: “Si tratta di decidere se gli europeisti sono quelli che stanno creando le condizioni per la fine dell’Ue o chi, come me, ne chiede la riforma per salvare gli obiettivi che si era prefissi”. Il tutto, aggiunge il professore, mentre l’Italia registra fenomeni di povertà, minore reddito e maggiori disuguaglianze. Se non avesse avuto “veti inaccettabili, perché infondati, il Governo Conte avrebbe potuto contare sul sostegno di Macron, così incanalando le reazioni scomposte che provengono dall’interno di tutti indistintamente i paesi membri europei verso le decisioni che aiutino l’Italia a uscire dalla china verso cui è stata spinta”. Savona, infine, ricorda che il 28 e il 29 giugno è previsto un importante incontro tra Capi di Stato a Bruxelles. “Chi rappresenterà le istanze del popolo italiano?”, si chiede.

1818.- Ci sono gli estremi per chiedere l’accusa di alto tradimento per Mattarella?

COME AL SOLITO CI SONO DUE CAMPANE!
Il costituzionalista Pinelli: “Il presidente ha esercitato scrupolosamente le prerogative previste dalla Costituzione”. Ecco quali sono:

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Domenica sera, dopo il fallimento di portare Conte a Palazzo Chigi con Savona all’Economia, i leader di Movimento 5 stelle e Fratelli d’Italia hanno detto che avrebbero chiesto al Parlamento di mettere sotto accusa per tradimento il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, opzione consentita dall’articolo 90 della costituzione e che in molti evocano con il nome inglese di “impeachment”. Si tratterebbe della “via parlamentare” per porre fine alla crisi istituzionale invocata da Luigi Di Maio, che in serata ha chiesto l’appoggio della Lega, che però non manca di trovare qualche perplessità. “Ma è una cosa che non sta nè in cielo nè in terra…”. Cesare Pinelli, ordinario di Diritto Costituzionale alla Sapienza, trasecola davanti alle minacce di messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica evocata oggi da FdI e M5s. Una procedura prevista per i reati di alto tradimento e di attentato alla Costituzione, attivata dal Parlamento e sottoposta al giudizio della Corte Costituzionale in una composizione integrata di 16 giudici eletti dal Parlamento che si aggiungono ai 15 ordinari.

“Ma il punto – tiene a sottolineare il costituzionalista – è che ci vuole, come presupposto, un fumus di questi reati, mentre qui siamo all’esatto contrario”. “Il Presidente della Repubblica – scandisce Pinelli – ha esercitato scrupolosamente le prerogative previste dalla Costituzione, in particolare dall’articolo 92 per quanto attiene alla nomina del presidente del Consiglio e, su sua proposta, dei ministri. Queste prerogative si estendono a tutti i ministri e quindi se c’è un pericolo per il Paese, come – segnala – c’è da quattro o cinque giorni a questa parte un problema di ordine finanziario per le reazioni dei mercati, il Presidente si attiene agli interessi della Repubblica e li difende”.

Fuori di metafora, rileva ancora, “con la nomina di Savona lo spread sarebbe schizzato a 400 e discutiamo di messa in stato d’accusa? Ci sara’ anche una maggioranza – osserva ancora Pinelli – ma una maggioranza non puo’ portare il Paese al suicidio. Sull’operato di Mattarella – considera dunque – non c’è la minima ombra e trovo, francamente, sconcertante l’ipotesi ventilata in queste ore a fronte di quella che – ribadisce – non è altro se non la piena applicazione del mandato costituzionale. Perchè la scelta dei ministri è si’ in accordo con il presidente del Consiglio ma quest’ultimo non puo’ imporli al Capo dello Stato”.
AGI > Politica

1817.- IL “GOLPE MATTARELLA” (di Giuseppe PALMA)

Diamo spazio all’amico avvocato e costituzionalista appassionato Giuseppe Palma, ma, prima, leggiamo l’intervista concessa dalla “mia” professoressa Lorenza Carlassare.

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Ci ricordano che i padri costituenti volevano impedire la deriva dittatoriale; ma, osservo, subordinarono la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica al voto a maggioranza assoluta del Parlamento in seduta comune. Quando l’Assemblea discuteva dell’art 92 della Costituzione il Presidente Terracini sottolineò: “È assurdo pensare che il Presidente della Repubblica possa presumere di scegliere egli stesso i Ministri”. Ora, l’accusa di Attentato alla Costituzione, per essere tale, deve essere formalizzata dal Parlamento e sottoposta al giudizio della Corte Costituzionale. Il Presidente Mattarella, figura super partes e garante della Costituzione, ”è” sicuramente sceso inter partes nell’esclusione del candidato ministro Savona per motivi solo politici o di politica finanziaria. Si possono, quindi, vedere gli estremi dell’attentato alla Costituzione, ma la decisione di Sergio Mattarella non piove dal cielo e sottolineo che, improvvisamente, gli italiani si sono accorti che dal 2007, almeno, vige una inconciliabile contraddizione fra i trattati europei, votati alla competitività sui mercati internazionali, che significa meno Stato Sociale, meno salari e la Costituzione fondata, invece, sul Lavoro, che significa prima Dignità e, quindi, Libertà. Con il trattati di Maastritch e, poi, di Lisbona e, poi ancora, abbiamo accettato di essere sudditi di una banca centrale europea privata e non penso che oggi sia sufficiente inveire contro Mattarella o chiedere che sia giudicato. Andando, finalmente, alla radice del problema, chiederei, piuttosto e per esempio, un referendum consultivo sull’art.81 come modificato, dato che quello abrogativo è vietato per la materia – fra l’altro – del bilancio. Siamo e restiamo, infatti, europeisti; ma siamo da sempre un popolo di lavoratori e quel cappio, voluto dall’Unione Europea, vincola la capacità dei governi di fare investimenti a favore della piena occupazione. E non ci sta bene! Mario Donnini

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Siamo alla morte della democrazia e della Costituzione.

Secondo quelle che furono le intenzioni dei Padri Costituenti, il Presidente della Repubblica – ai sensi dell’art. 92 della Costituzione – non ha alcun potere di discrezionalità nella scelta dei ministri. Il suo è solo un controllo formale, e non di merito, sulla proposta del Presidente del Consiglio. Tra gli altri, i Padri Costituenti Costantino Mortati e Aldo Bozzi, entrambi giuristi, furono chiarissimi: “L’avere condizionato la nomina dei ministri alla proposta del presidente del consiglio (che deve ritenersi strettamente vincolante pel capo dello stato) è pura e semplice applicazione del principio di supremazia conferita al medesimo , e della responsabilità a lui addossata per la condotta politica del gabinetto: responsabilità che, ovviamente, non potrebbe venire assunta se non potesse giovarsi, per il concreto svolgimento della medesima, di un personale di sua fiducia” (Costantino Mortati); “è quindi evidente che i ministri debbano avere la fiducia del Presidente del Consiglio, ed è da escludere che il Capo dello Stato abbia il potere di rifiutarne la nomina” (Aldo Bozzi).
E’ pertanto il Presidente del Consiglio che, assumendosi la responsabilità politica del governo da lui presieduto di fronte alle Camere alle quali chiede il voto di fiducia (art. 94 Cost.), sceglie i ministri che dovranno – di concerto con lui – determinare la politica generale dell’esecutivo, ivi compresa quella economica. Non a caso l’art. 95 della Costituzione recita: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri”. Per quale strano motivo il Presidente del Consiglio dovrebbe dirigere la politica generale del governo (compresa quella economica), assumendosene tutta la responsabilità politica, sulla base di ministri non scelti da lui ma dal Presidente della Repubblica che è totalmente estraneo al rapporto di fiducia Camere-Governo? Per quale assurdo motivo i gruppi parlamentari che dovrebbero votare la fiducia all’esecutivo non possono indicare un ministro dell’economia che realizzi il programma di governo? Non a caso il primo comma dell’art. 90 della Costituzione sancisce l’irresponsabilità del Presidente della Repubblica in merito agli atti da egli compiuti nell’esercizio delle sue funzioni. Responsabilità che grava sul Governo, tant’è che tutti gli atti del Capo dello Stato – perché abbiano efficacia – necessitano della controfirma governativa (art. 71 Cost.)!

Del resto, il motivo del Colpo di Stato di Mattarella è chiaro ed è stato ammesso dallo stesso Presidente della Repubblica nei minuti successivi alla rinuncia di Giuseppe Conte all’incarico di formare il nuovo Governo. Sergio Mattarella ha detto espressamente che non se l’è sentita di firmare il decreto di nomina di Paolo Savona quale ministro dell’economia perché il professore euroscettico ha criticato l’euro, e quindi con lui all’economia non sarebbe stata garantita la permanenza dell’Italia nella moneta unica europea. Come se l’euro fosse una religione, un dogma che non si può neppure criticare. Questa è dittatura del potere finanziario!
L’euro, stando alle parole di Mattarella, è stato posto al di sopra della democrazia e della Costituzione! I poteri forti della finanza e del capitale internazionale hanno distrutto la sovranità popolare e quindi il voto dei cittadini espresso nelle urne il 4 marzo. La politica e le Istituzioni democratiche hanno il dovere di porre un argine allo strapotere della finanza e dei mercati, invece Mattarella ha obbedito acriticamente ai diktat di Bruxelles e Francoforte, facendo gli interessi dello straniero e non quelli nazionali.

La scusa addotta da Mattarella è quella della “tutela” dei risparmi degli italiani. Fandonie! Quando le Banche del Centro-Italia depredavano i risparmi di migliaia di poveri cittadini truffati, Mattarella taceva. Quando in Ue veniva approvato il Bail-in, dov’era Mattarella?

Ma v’è di più. Quale Costituzione intende “tutelare” Mattarella? Il primo comma dell’art. 1 recita espressamente: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. L’euro è un accordo di cambi fissi, quindi gli Stati – per poter tornare ad essere competitivi -, non potendo più intervenire sul cambio (cioè non potendo più ricorrere alla leva della svalutazione monetaria), sono costretti ad intervenire sul lavoro attraverso la riduzione dei salari, la contrazione delle garanzie contrattuali e di legge in favore del lavoratore e l’eccessiva precarizzazione del rapporto lavorativo (svalutazione del lavoro). Il Presidente Mattarella nel discorso di ieri sera ha messo l’euro davanti a tutto! Quale Costituzione intende quindi salvaguardare Mattarella?
Come se non bastasse, ieri il Presidente della Repubblica – violando apertamente il principio democratico e la sovranità popolare – ha conferito l’incarico di formare il nuovo Governo a Carlo Cottarelli, uomo del FMI (Fondo Monetario Internazionale), non eletto da nessuno e personaggio dell’establishment eurocratico. Tanto per capirci, Cottarelli è un Monti-bis, con la differenza che Mario Monti ottenne la fiducia da entrambe le Camere, Cottarelli non otterrà alcuna fiducia parlamentare e condurrà il Paese a nuove elezioni. Nel frattempo adotterà provvedimenti contro i diritti fondamentali a colpi di regolamenti governativi, oltre a piazzare più di 300 uomini graditi all’Ue nei posti che contano!

Il Colpo di Stato è servito su un piatto tinto dal sangue della morente democrazia. Per la prima volta nella storia d’Italia (non solo della Repubblica, ma anche del Regno) le forze politiche che hanno ottenuto più voti alle elezioni e di conseguenza più seggi in Parlamento, restano fuori dalla formazione del governo. Il M5S, primo partito col 32,7% dei voti popolari, e la Lega, primo partito della coalizione di centro-destra che aveva ottenuto la maggioranza relativa dei voti, non andranno al governo del Paese! Pur di non avere un esecutivo con all’interno un uomo di 82 anni che si è permesso di criticare l’euro, il Presidente della Repubblica fa saltare il tavolo del governo politico per mandare a Palazzo Chigi un tecnico della finanza e dei poteri forti, un uomo dell’austerità europea privo dell’appoggio dei gruppi parlamentari di maggioranza e senza alcuna possibilità di ottenere la fiducia delle Camere.

Gli elettori il 4 marzo hanno votato una cosa, Cottarelli farà esattamente il contrario senza neanche ottenere la fiducia delle Camere. Che bella idea di democrazia.

La soluzione istituzionale c’è: mettere in stato d’accusa il Presidente della Repubblica per ATTENTATO ALLA COSTITUZIONE! A tal proposito l’art. 90 recita: “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi”. M5S e Lega hanno in Parlamento la maggioranza assoluta dei seggi. Sin da domenica sera anche Fratelli d’Italia ha dato la sua disponibilità a votare la messa in stato di accusa, quindi i numeri ci sono.

Ora però fatemi capire una cosa. Ma il 4 marzo il popolo ha votato M5S e Lega (50,1% dei voti) per poi trovarsi al governo Cottarelli (che vuole piuEuropa, che ha preso il 2,5%), sostenuto in Parlamento solo dal PD, col 19%? In pratica avremo un governo di minoranza del Pd, sostenuto dal Pd che ha perso le elezioni, con i gruppi parlamentari di maggioranza fuori dal governo.
Se questo non è un Colpo di Stato… ci manca solo di vedere Emma Bonino o Laura Boldrini in qualche ministero e l’assassino della democrazia assumerebbe pure un carattere grottesco.

Il popolo, la sua sovranità e la democrazia sono sotto attacco della finanza internazionale e dell’euro. Il momento è gravissimo. Il voto popolare del 4 marzo è stato palesemente tradito! La Costituzione è stata calpestata addirittura da chi è pagato per difenderla!

Il Colpo di Stato è servito!

Avv. Giuseppe PALMA

1816.- PER CAPIRE SAVONA E CHI LO HA COMBATTUTO RILEGGERE QUESTA LETTERA APERTA DI PAOLO SAVONA A SERGIO MATTARELLA DEL 2015: “NO A CESSIONI SOVRANITA’”.

Il momento è grave. Per la seconda volta nella storia le istituzioni decidono di sottomettere gli italiani a un regime autoritario. Spero che la serietà della posta in gioco inviti alla prudenza ed eviti gesti sconsiderati, forse desiderati dagli spergiuri. Se avremo ancora un’avvenire di popolo, ricorderemo che la partecipazione alla vita politica è un dovere e, poi, un diritto e vuole consapevolezza.

Antonio Socci

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Caro Presidente,

per il rispetto che porto all’istituzione che presiede e a Lei personalmente, è con molta ansia che Le indirizzo questa lettera aperta riguardante una scelta che considero fondamentale per il futuro dell’Italia: la cessione della sovranità fiscale per far funzionare la sovranità monetaria europea, dato che questa è stata ceduta dagli Stati-membri senza stabilire quando e come si dovesse pervenire all’indispensabile unione politica necessaria per rendere irreversibile l’euro, né attribuire alla Banca Centrale Europea il potere di svolgere la funzione di lender of last resort in caso di attacchi speculativi come quelli che abbiamo vissuto dopo la crisi finanziaria americana del 2008.

Invece di affrontare questi due problemi vitali per il futuro dell’Europa si chiede di sottoscrivere un accordo per cedere la sovranità fiscale residua che, per pudore, viene chiamata “gestione in comune”. Il Presidente della Bundesbank ha riproposto e precisato i contenuti in un recente discorso.

Leggo sui giornali che Lei avrebbe concordato con il Presidente della BCE e il Ministro dell’economia e finanza italiano una strategia in attuazione del previsto accordo. Non credo di dovere spiegare a Lei perché nomino istituzioni e non persone. Penso che queste notizie siano suggerimenti di persone scriteriate (l’aggettivo è di un Suo illustre predecessore, Luigi Einaudi) che, non fidandosi più del Paese, ammesso che mai se ne siano fidate, lo vogliono colonizzare; una sorta di fastidio per i disturbi che provengono per i loro interessi. Spero che la notizia sia infondata, perché se non lo fosse, sarebbe Suo dovere smentirle, secondo un insegnamento che mi ha dato Ugo La Malfa: se un notizia è falsa, non si smentisce, se è vera, si deve farlo; e, aggiungeva che, se i contenuti della notizia erano particolarmente importanti – come sarebbe la cessione della sovranità fiscale che marcherebbe la fine della democrazia italiana senza che ne nasca un’altra – non si doveva solo smentire, ma farlo in modo energico.

A ogni buon conto, se una tale scelta maturasse, Lei non potrebbe ratificarla, perché l’art. 11 della Costituzione dice chiaramente che l’Italia … consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Naturalmente diranno che la decisione risponde a queste condizioni (pace, giustizia e parità con altri Stati) ma, sulla base dell’esperienza fatta con la cessione all’Unione Europea della sovranità di regolare i mercati e di battere moneta, queste sono pure ipotesi, una vera truffa per taluni e un’ingenuità per altri, che né la scienza economica (mi passi il termine), né la politica, che pretese di scienza non ha mai avuto, possono asseverare.

I trattati internazionali sono contratti giuridici tra nazioni e l’oggetto del Patto stipulato a Maastricht in attuazione dell’Atto unico e ribadito a Lisbona nel 2000 parla chiaro: all’art. 2, punto 3, afferma che L’Unione …. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico. L’Unione combatte l’esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore. Essa promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri.

Le chiedo, caro Presidente, se Lei ritiene che questo impegno sia stato adempiuto e quali siano, anche dopo l’esperienza della crisi greca, le probabilità che lo possa essere anche ipotizzando di cedere la parte residua della sovranità nazionale in cambio (il termine è già un eufemismo) di un’assistenza finanziaria accompagnata da vincoli che violano il dettato della nostra Costituzione che Lei è deputato da tutelare. Invece di uscire dal paradosso di un non-Stato europeo formato da non-Stati nazionali si intende approfondire questa strana configurazione istituzionale, perché appare vantaggiosa a pochi paesi capeggiati dalla Germania.

Poiché la tesi del vantaggio che potremmo ricavarne è priva di fondamento, da tempo si insiste nello spargere terrore su quello che avverrebbe se l’euro crollasse, trascinando il mercato unico, aggiungendo la ciliegina della speranza che in futuro le cose andranno meglio e che si va facendo di tutto affinché ciò avvenga.

Vivere nel terrore del dopo e nelle speranze che le cose cambino, senza attivare gli strumenti adatti affinché ciò avvenga, non è posizione politica dignitosa. L’Italia non si è tirata indietro quando è stato chiesto di pagare un costo elevato in termini di vite umane per giungere all’unità e per uscire dalla dittatura nazifascista perché sapeva valutare il costo di rimanere nelle condizioni in cui si trovava, spero che la nuova classe dirigente non si tiri indietro e sappia chiedere e far accettare un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni.

Per l’Italia non esiste alternativa al chiedere il rispetto congiunto del dettato costituzionale e dell’oggetto del Trattato europeo vigente e Lei ne è garante.

Paolo Savona, 21 agosto 2015

1815.- Caso Savona: i poteri del Presidente della Repubblica nella nomina dei ministri

Il ruolo del PdR nell’esercizio delle prerogative di cui all’art. 92 Cost. non è politico. Deve valutare correttezza, onorabilità, fedeltà allo Stato del candidato Ministro, esaminando il suo passato ed eventuali reati:corruzione, finanziari ripetibili.

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di Luigi Pecchioli
Le perplessità che il Capo dello Stato, secondo indiscrezioni, avrebbe manifestato sulla nomina del Prof. Savona a capo del Ministero dell’Economia, perplessità che hanno rallentato la formazione della squadra che dovrebbe comporre l’Esecutivo, sono uno spunto per andare ad esaminare quali siano i poteri del Presidente della Repubblica nella nomina dei singoli Ministri, quale ruolo egli abbia insieme al Presidente del Consiglio incaricato nella determinazione dei nominativi.
Si parte dal disposto dell’art. 92 che laconicamente recita: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questi, i Ministri». Il sistema previsto è quindi duale: il premier designato propone dei nomi ed il Presidente, dopo aver compiuto una valutazione, li nomina. Che vi sia questa valutazione appare chiaro dal ruolo di garante del PdR: il suo compito di agevolare e controllare l’iter democratico, esercitando una “moral suasion” quando serve, per esempio attraverso l’istituto del “messaggio alle Camere” (art. 87 Cost.), impedisce di considerarlo un semplice “certificatore” della volontà altrui. Questo ruolo è ben presente in Costituente, dove infatti si rifiutò un sistema rigido di designazione del Governo, senza un apporto del PdR e con fiducia diretta delle Camere e, d’altra parte, anche un sistema in cui la discrezionalità fosse tutta nelle mani di questo, esautorando il PdC incaricato, quindi un modello presidenziale, per privilegiare un modello “elastico” e collaborativo.
Ma quali sono i suoi poteri e quali limiti incontrano?
Per capirlo dobbiamo fare riferimento a due articoli fondamentali della Carta: l’art. 54 e l’art. 97. L’art. 54 recita «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore…», l’art. 97 afferma «I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione…». Da questi articoli si evince qual è il ruolo del PdR nell’esercizio delle prerogative di cui all’art. 92 Cost.: innanzitutto egli deve valutare la correttezza e l’onorabilità del candidato Ministro, esaminando il suo passato; evidentemente chi ha subito condanne per reati che possono influire sul corretto esercizio delle funzioni, come la corruzione o reati finanziari non può essere accettato; così come chi ha dimostrato idee o comportamenti contrari ai principi Costituzionali o che dimostrano pericolosità sociale. Altro criterio è la fedeltà alla repubblica: chi ha compiuto o avallato atti terroristici o si è prodigato per interessi stranieri contro l’interesse nazionale non può essere nominato ed il PdR ha il dovere di opporsi.
Passato questo esame il candidato Ministro dovrà essere vagliato dal Presidente riguardo alla sua effettiva capacità di svolgere l’incarico, ovvero di assicurare il buon andamento del Ministero; per questo il PdR potrà opporsi a candidati palesemente inadatti al ruolo. Altro aspetto importante è la capacità nel suo complesso dell’esecutivo e l’eccessiva concentrazione di poteri nelle mani di un singolo, sia esso il PdC se ritiene a sé qualche funzione ministeriale o un Ministro che accentri troppe competenze e funzioni, con l’accorpamento di Ministeri prima divisi.
Ciò che non può ritenersi ammissibile è il veto a priori di un certo nominativo, senza che vi siano le ragioni sopra illustrate, poiché andrebbe ad incrinare quel delicato equilibrio fra la funzione politica del PdC incaricato e quella di indirizzo generale e controllo del PdR. Un Presidente della Repubblica che valutasse politicamente la scelta si arrogherebbe un diritto di mera scelta che esula dai suoi poteri e provocherebbe di fatto uno slittamento verso una Repubblica presidenziale, espressamente esclusa dai nostri Padri.
In quest’ottica il “caso” Savona appare superare questo limite e provoca un attrito con il Premier incaricato e con la maggioranza che lo sostiene che è antitetico a quel rapporto di collaborazione che deve sussistere fra capo dell’Esecutivo e garante della Repubblica, collaborazione che deve sussistere anche durante la vita della legislatura. L’inizio della “terza Repubblica”, come definita da Di Maio sembra essere già in salita.