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1825.- RICORDO IL FOSFORO DI CROTONE. PENSO ALL’ILVA DI TARANTO

I governi Napolitano hanno dato il colpo quasi finale al meccanismo di sottosviluppo innescato in Italia, dicono dai massoni, ma da una finanza delinquenziale, il cui rappresentante Soros era stato ricevuto in gran segreto da Gentiloni e, sabato, invitato dai sudtirolesi filotedeschi ha preso la parola al Festival dell’Economia di Trento, da un maxischermo, per giudicare pubblicamente del programma-accordo di governo sull’invasione. Parlando a una piazza vuota, Soros si è detto “molto preoccupato” dal nuovo governo italiano.

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Quando pensiamo a Soros, pensiamo all’invasione dall’Africa che lui finanzia e a cosa uscira’ fuori sul commercio di schiavi, detti migranti, e sui bambini che spariscono ogni santo giorno. La realta’ sconosciuta a una fetta molto alta di popolazione e’ da film dell’orrore.
Pensando al fosforo di Crotone, a quella fabbrica moderna che fu data alle fiamme per la rabbia, da un’accecata classe operaia, abbandonata, prima dallo Stato, poi, dalla decisione dell’Eni di cancellare un secolo di storia industriale crotonese e, infine, dai dirigenti dell’ Enichem in fuga … pensiamo all’ILVA, per non tacere degli uliveti secolari della Puglia, delle falde dell’acqua potabile inquinate dal petrolio in Campania e pensiamo a tutto quanto è stato praticamente bruciato del Sud. Pensiamo, soprattutto, a queste verità incontrovertibili ignorate dal cosiddetto “popolo sovrano”..
In calce all’articolo dell’amico Maurizio Blondet, voglio ricordarvi la guerriglia che si scatenò a Crotone per le scelte scellerate di Ciampi, nemico della Repubblica fondata sul Lavoro e autore, insieme a Andreatta del divorzio fra ministero del Tesoro e Banca d’Italia: praticamente della perdita della possibilità di autofinanziare il mercato del lavoro.

Era il ’93, e il giornale mi mandò a coprire i disordini che stavano avvenendo a Crotone. Operai di una fabbrica pubblica in perdita, di cui era stata decretata la chiusura dal governo (Ciampi), stavano bloccando strada e binari ferroviari,e bruciavano la pericolosa sostanza che producevano nella vecchia fabbrica: fosforo.

La solita, incivile rivolta di meridionali sussidiati, si capiva. Quando arrivai all’interno della fabbrica, superando i posti di blocco della polizia, un gruppo di uomini in canottiera ci ricevette, noi giornalisti,nella piccola ombra che proiettava un capannone. Fra tipi in canottiera e calzoni corti, ce n’era uno sulla sessantina: era l’ingegnere. Stava lottando con i suoi uomini per far vivere la fabbrica. Era di Padova.

In breve, ci raccontò la storia. Grazie alla nuova abbondanza d’acqua dovuta allo sbarramento del Sele (opera fascista), e al porto dove arrivava per nave il minerale grezzo dall’estero, il duce aveva fatto piazzare lì questa fabbrica per la produzione del fosforo, elemento essenziale in molte lavorazioni chimiche. Ma adesso, il prezzo del fosforo era caduto sui mercati mondiali, e Ciampi aveva ordinato la chiusura della fabbrica, perché in perdita. Secondo l’ingegnere, erano i produttori cinesi che facevano dumping, vendevano sottocosto; appena fosse stata chiusa la fabbrica i Crotone, avrebbero rialzato i prezzi, sicché l’Italia sarebbe tornata a pagare di più (e in dollari) quel prodotto che era, momentaneamente, conveniente.

Quanto stava perdendo la fabbrica di Crotone? Se non avesse venduto nemmeno un etto di fosforo, rispose l’ingegnere in canottiera, sarebbe stata una perdita di 12 miliardi di lire annui, circa 6 milioni di euro oggi (diciamo, quel che spreca ATAC in un mese); ma naturalmente un minimo di volontà imprenditoriale avrebbe ridotto la perdita,magari facendo contro-dumping ai cinesi.

Non ci fu niente da fare. “I mercati” avevano decretato la fine dell’azienda, lo Stato “risparmiava” quel costo, Ciampi stava “risanando” l’economia nazionale.

La falsità di questa pretesa “razionalità” neo-liberista, la sua natura ideologica, di alta dannosità sociale, saltava agli occhi. Anzitutto, allo Stato – se volete, a noi cittadini come contribuenti – quella chiusura costava assai più di quei 12 miliardi di lire teoricamente risparmiati: basta pensare alla cassa integrazione per i 300 operai, ma soprattutto l’incalcolabile costo sociale e morale dell’aver privato una cittadina meridionale di un centro di cultura industriale (di cui il Sud ha così disperatamente bisogno), dei 300 salari, dell’indotto, persino dell’istituto tecnico locale che formava tecnici per la fabbrica del fosforo, un patrimonio di competenze, di orgoglio, di onestà e dignità che sempre (lo vedevo a Milano) conferisce all’operaio la fabbrica. A nome del “mercato” internazionale, Ciampi aveva “esternalizzato” i costi sociali ed economici e morali (persino la droga aumentò negli ani seguenti fra la gioventù crotonese) ossia li aveva accollati alla cittadinanza. A tutti noi.

Naturalmente, il neoliberismo era di gran moda, e la propaganda ci diceva che Ciampi stava riformando lo Stato, “inefficiente” imprenditore, lo “snelliva” tagliandone tutte le attività produttive retaggio del passato statalista, e restituendole al “libero mercato”. In realtà, accumulava costi su costi, accollandoli a noi. Altrimenti non si capisce perché, ad ogni tornata di “privatizzazioni” di imprese pubbliche inefficienti, Ciampi (e Amato, e Prodi) facevano seguire una “finanziaria lacrime e sangue”, ossia un prelievo fiscale straordinario e gravosissimo che annichiliva potere d’acquisto a noi privati, e segava gli spiriti animali imprenditoriali. Vendeva, vendeva, e intanto il debito pubblico, invece di calare, aumentava.
Con la vendita della Nuovo Pignone (invano i sindacati andarono in ginocchio da Ciampi ad implorarlo di non farlo), mi fu chiaro che il “venerato maestro” (venerato dai media), il grande “tecnico banchiere” e futuro presidente della repubblica tanto umano, era un traditore della patria. Perché, se è chiaro che Ciampi stava eseguendo delle istruzioni ricevute (di economia non ha mai capito nulla, non esiste un solo studio scientifico a sua firma), poteva anche sì ritenere che privatizzare fosse suo dovere verso i “mercati”: ma che vendesse deliberatamente e sistematicamente in perdita, perché? Nel settembre 1993, Ciampi vendette a Nestlé e Unilever e a un italiano che sta in Svizzera, le aziende alimentari dell’IRI-SME , per 750 miliardi: mentre il gruppo aveva un fatturato di 3 mila miliardi. La privatizzazione delle tra grandi banche pubbliche, che tolse allo Stato ogni potere sul credito, avvenne alle stesse condizioni; e così la siderurgia, le assicurazioni, le privatizzazioni del gruppo ENI, la telefonia, l’elettricità.

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E si noti: la svendita fu resa ancor più conveniente per gli acquirenti stranieri, dalla svalutazione della lira provocata dall’attacco speculativo di Soros: anche questa ottenuta da Ciampi – allora in veste di governatore di Bankitalia – (Amato capo del governo) con una operazione di cui spieghiamo in breve le fasi. Soros vende lire allo scoperto; Ciampi (e Amato) spendono le riserve nazionali in marchi e dollari e valute forti per acquistare lire, onde “sostenerne” il corso e mantenere agganciata al “serpente monetario” (SME) la nostra valuta. Operazione che si sapeva già destinata a fallire, perché sarebbe occorso il sostegno illimitato della Bundesbank, la banca centrale tedesca; ciò era previsto dagli accordi SME.

Ma la Bundesbank, interpellata, aveva rifiutato di rispettare tali accordi.

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(Emergenza o putsch?)
A quel punto, bisognava subito abbandonare la cosiddetta “difesa”. Che non fu altro che un buttare dalla finestra – arricchendo Soros ed altri speculatori accodatisi (fra cui certi amici italiani) praticamente tutte le riserve valutarie della nazione. L’equivalente di 48 miliardi di dollari Usa fu così incenerito dal governatore, per trovarsi alla fine con una montagna delle lire acquistate –e svalutate del 25% . Ovviamente chi voleva acquistare aziende italiane da privatizzare, o anche aziende private, lo poté fare con quello sconto.

Un’azione dannosa di tale e plateale entità, che non basta a spiegarla l’incapacità del governatore: col senno di poi, vi si deve vedere una concertata, coerente e prolungata operazione di deliberato depauperamento dello Stato italiano, di dequalificazione dei lavoratori, di deprivazione di industrie avanzate o di alta tecnologia via “privatizzazioni” (aviazione, elettronica, difesa) per farlo “entrare in Europa” (Il trattato di Maastricht era stato appena firmato, nel febbraio 1992) in condizioni di inferiorità e di autonomia economica degradata.

Altrimenti non si spiega come, dopo l’insensato e costosissimo fallimento nella pretesa difesa della lira, Ciampi venga messo a capo del governo da Scalfaro, come venerato “tecnico”: Si noti, dopo che il governo Amato si dimette (aprile 1993) senza aver ricevuto il voto di sfiducia in parlamento, e Ciampi passa da Bankitalia al governo solo quattro giorni dopo. E’ praticamente un putsch: è la seconda volta nella storia d’Italia che un capo del governo viene scelto fuori dal parlamento – il primo essendo stato, il 25 luglio ’43, il generale Badoglio. Sono i mesi in cui infuria Mani Pulite, che annichila i partiti, specie il PSI di Craxi, si sbattono in galera il presidente dell’ENI Cagliari (suicida), si “suicida” Gardini della Ferruzzi… Nel giugno 1992, lo yacht della regina di Inghilterra, il Britannia, appare al largo di Civitavecchia e – in territorio britannico – salgono dirigenti italiani dell’IRI che discutono le privatizzazioni con banchieri americani e inglesi. Il discorso viene introdotto da Mario Draghi, allora funzionario del Tesoro. Ciampi accelera le privatizzazioni, coadiuvato da Romano Prodi rimesso alla presidenza dell’IRI per smantellarla.

E tutto ciò – privatizzazioni e il resto – non avvengono affatto come operazioni “di mercato”, ma al contrario: come imposizioni di Stato. Di uno Stato, s’intende, il cui centro è stato occupato da una centrale di potere auto-distruttiva.

Le vendite-svendite a stranieri hanno anche un altro effetto: “Attraverso il trasferimento all’estero dei profitti e dei risparmi, all’esterno dunque del sistema produttivo nazionale in luogo del loro sviluppo interno, si innesca a nostro danno un potente meccanismo di sottosviluppo” (Antonio Venier, Disastro di una nazione, Ar, 1997).

Così ci hanno fatto entrare nella UE. “Il patto di stabilità”, approvato dai nostri politici nel ’97, “provoca conseguenze gravemente dannose perché impedisce le politiche economiche espansionistiche in periodo di recessione e disoccupazione”. Il divieto di superare l’arbitrario 3% del Pil come deficit annuo,”condanna il nostro paese alla recessione permanente. E’ infatti noto, e confermato dall’esperienza di questo secolo, che il solo mezzo possibile di rilancio dell’attività economica in un paese industriale consiste nella spesa da parte dello Stato”, non finanziata da pressione fiscale aggiuntiva ma dal debito pubblico.

Ora, i politici hanno firmato l’obbligo insensato di ridurre il debito pubblico al 60% del Pil (altra cifra arbitraria), con “sacrifici” continui – e un clima di colpevolezza morale che ci ha fatto dimenticare “che il debito pubblico è da sempre uno dei normali strumenti di finanziamento dello Stato, insieme all’emissione di moneta e al fisco”, e non già un peccato di cui pentirsi.

Questa è la situazione in cui, dopo esservi affondati da 20 anni di recessione permanente e sottosviluppo obbligato, de-industrializzazione, con salari sempre più bassi, competenze lavorative sempre più dequalificate, e disoccupazione di massa, popolo italiano ha cominciato, oscuramente, a volersene liberare.

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Venerati Maestri

Oscuramente, ossia senza una cosciente consapevolezza e cultura di cosa sia l’economia politica, e in cosa si distingua dall’economia di mercato. Me lo lascia intuire la volontà dei 5Stelle in Puglia di voler chiudere l’ILVA e sostituirla con gli uliveti. I giovani meridionali colti da pulsione ecologico-antindustriale, non conoscono per esperienza il costo sociale e morale dequalificante, mortificante, che ha pagato la piccola comunità di Crotone per la chiusura di una ditta con 330 operai. Né possono capire che, in caso estremo di uscita dall’euro e ritorno alla moneta nazionale svalutata, l’industria italiana in ripresa immediata, sarà costretta a comprare all’estero gli acciai che adesso gli fornisce l’ultima industria siderurgica rimastaci. Senza volerlo né saperlo, completerebbero l’opera di recessione e sottosviluppo permanente dei nemici della patria di cui sopra abbiamo rievocato i disastri.

Maurizio Blondet

Ed ecco il servizio di Pantaleone Sergi, di Repubblica dell’8 settembre 1993: il mio compleanno di 25 anni fa.

CROTONE IN FIAMME BRUCIA IL SOGNO DEL SUD

CROTONE – Quel che resta degli scontri, durissimi, giace rovesciato sull’ asfalto: bidoni ancora fumanti, sabbia, pietre, una carcassa d’ auto bruciata, pezzi di fosforo che prendono fuoco e ammorbano l’ aria al primo spirar di vento. Dentro e fuori i cancelli dell’ Enichem la tensione resta alle stelle. La fabbrica, abbandonata già da giorni dai dirigenti dell’ Enichem in fuga, è stata per diverse ore un campo di battaglia. Il fuoco, appiccato lunedì notte, quando da Roma è arrivato il no dell’ Eni a un congelamento della cassa integrazione a zero ore per 333 dipendenti (un contentino, tanto per dare il tempo a sindacati impauriti più delle istituzioni di poter trovare uno spiraglio ed evitare l’ autunno nero che qui più nero non si può) è stato devastante. Perché in pratica quella che viene giudicata una nuova beffa dell’ Enichem significa il disimpegno totale dell’ ente a Crotone. Gli impianti per ora si sono salvati dall’ ira operaia, a parte una linea delle zeoliti (detergenti “verdi”) dove è andata in tilt la centrale elettrica. Ma i danni allo stabilimento sono ingenti. E il governo per evitare nuove proteste sta cercando una soluzione alla vertenza. E’ PERICOLANTE la zona uffici dove il fuoco ha divorato tutto. E il piazzale interno è un esemplare scenario da guerriglia: un’ autobotte e un’ auto bruciate, zeoliti rovesciate che imbiancano tutto, vetri e infissi rotti in molti fabbricati, operai che mostrano braccia e gambe fasciate perché, dicono, quando la polizia ha fatto uso di lacrimogeni ha sparato ad altezza d’ uomo. Solo quattro persone, comunque, hanno dovuto fare ricorso alle cure dei sanitari all’ Ospedale San Giovanni di Dio, perché intossicate dai fumi tossici sprigionati dal fosforo in fiamme. Ma in serata anche due poliziotti, un sottufficiale ed un agente, che stavano effettuando un posto di blocco, sono stati feriti a sassate. Scriviamo allora quel che dicono gli operai dell’ Enichem in rivolta: “Non ci fermiamo. Ci dividiamo noi dall’ Italia, la facciamo noi la marcia su Roma, e poi gli faremo vedere a Bossi che parla di assistenza. Qui vogliono i morti. Questa è solo una scintilla. Abbiamo fosforo giallo per tutti, possiamo dar fuoco all’ Italia…”. Crotone ribolle dopo la battaglia notturna. Si fermano anche le tute blu della Pertusola. Solidarietà? “Non solo, lottiamo per noi, ci stanno cacciando dalla fabbrica”. Mogli e figli dei nuovi cassintegrati bloccano la ferrovia e per tutto il giorno nessun treno passa sulla linea jonica. I treni restano bloccati a Catanzaro e Sibari. L’ area industriale è cinturata da uomini in divisa. Operai e forze dell’ ordine si guardano in cagnesco, a distanza. Il tentativo di repressione della rivolta è stato duro, deciso; sono affiorati fantasmi del passato, quando da queste parti i celerini di Scelba caricavano i contadini di Melissa e lasciavano morti sui ‘ tratturi’ . Fuochi allarmanti venivano dall’ interno della fabbrica occupata, sostiene il questore Gianni Carnevale. E allora per tre volte polizia e carabinieri hanno caricato e sono stati respinti dalle bombe al fosforo dei manifestanti. Alle tre di notte è tornata la calma, sono stati spenti i fuochi di guerriglia. Problemi e allarme restano intatti, anche dopo quanto comunicato dal governo, secondo cui la decisione della cassa integrazione non pregiudica l’ impegno del governo per soluzioni alternative e permanenti già allo studio. Lunedì Antonio Maccanico, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, presiederà una riunione con la task-force per l’ occupazione che è già al lavoro. E’ l’ agonia di Crotone. L’ Enichem da 1200 ha ridotto gli operai a 159, la Pertusola Sud, “forte” di 600 dipendenti, attende 220 miliardi per ristrutturare gli impianti, e sta per entrare in coma; la Cellulosa Calabra, di cui il Poligrafico dello Stato vorrebbe disfarsi, è pronta ad avviare la cassa integrazione a zero ore perché dal 1985 la Regione Calabria non riesce a garantire la materia prima, il legno. Quello che era il cuore industriale pulsante della Calabria è diventato un cimitero di fabbriche morte. C’ è silenzio, così, sulla Statale 106, ancora bloccata dagli operai in lotta. Quel che è avvenuto e ancora potrebbe avvenire a Crotone, secondo i sindacati unitari, rappresenta una “anteprima” di quanto si annuncia nelle aree di crisi del Paese. “Ma non si riduca la protesta degli operai crotonesi e della Calabria intera a un mero caso di ordine pubblico”, avverte Enzo Sculco, segretario regionale della Cisl. Qui, secondo l’ esponente sindacale, c’ è una miscela di disattenzione paurosa e sospetta da parte del governo e un disegno lucido e mortale dell’ Eni nei confronti dell’ unica realtà industriale della Calabria. E in queste condizioni inizia un braccio di ferro tra Ente petrolifero e comune di Crotone. L’ Eni chiude le fabbriche? Il sindaco pidiessino, Carmine Talarico, reitera una ordinanza e chiude i rubinetti delle piattaforme che al largo di Crotone, estraggono il 16 per cento del metano destinato al Paese. “Stanno giocando sulla pelle della città”, dice il primo cittadino, “ed è successo quello che c’ era da aspettarsi. La situazione è precipitata per l’ intolleranza dell’ Enichem e per sbloccare la situazione ci vuole un intervento del governo”. I rivoltosi attendono. Pazienti e pronti a nuove proteste. Lo hanno detto al vescovo, monsignor Giuseppe Agostino, vice presidente della Cei: sarà lotta dura. E monsignore ha espresso solidarietà: “Il governo non è solidale con il Sud”. La rossa Crotone, città operaia da settant’ anni, serra i denti per tenersi quel poco che le è rimasto. Se l’ occupazione frana,crolla l’ economia della città.Fabbriche e città hanno vissuto sempre in simbiosi, politica, culturale, economica. La fase calante dell’ industria ha riflessi naturali sulla vita dei crotonesi tutti. E nell’ ultimo periodo le cose si sono messe veramente male. Il colpo mortale è questo dell’ Enichem. Storia di beffe, storia da raccontare. “Nel 1991 ci fu un accordo di reindustrializzazione tra Eni e Fulc nazionale”, ricorda Raffaele Altamore del Consiglio di fabbrica, “e per la dismissione del settore fertilizzanti l’ Enichem garantiva 816 posti in attività sostitutive da avviare”. Si parlò di Carbon Valley e di racchette con la Donnay, di Centrale turbogas, di Trattamento delle acque, di componentistica meccanica, più la produzione di zeoliti e la produzione di fosforo, spenta solo a dicembre scorso. Per le racchette poi l’ Eni diede in dote alla Selenia un bel po’ di miliardi e 136 dipendenti. La Selenia oggi è vicenda giudiziaria. E’ fallita, l’ amministratore unico indagato per bancarotta fraudolenta (la somma elargita per la riconversione è stata usata per altri scopi). E il pretore del lavoro ha “restituito” gli operai all’ Enichem. L’ azienda, da parte sua, risponde che gli stipendi sinora sono stati sempre pagati, anche se la produzione di fosforo è ferma dallo scorso novembre, e che tenere aperti gli impianti fa perdere all’ Enichem 25 miliardi l’ anno. Attorno agli operai in lotta, comunque, si sono stretti molti sindaci del circondario e diversi esponenti politici. Giancarlo Sitra, deputato del Pds, ex-sindaco della città dice: “La gente è stanca di essere presa in giro. E pensare che ci avevano garantito addirittura un potenziamento dell’ area industriale”. E Ubaldo Schifino, anche lui del Pds: “Una cosa è certa: che ci batteremo per non perdere nessun posto di lavoro”. In municipio si è svolta una riunione tra i capigruppo e i rappresentanti delle forze sociali di tutto il Crotonese. Le attività cittadine sono andate avanti. Chiusi invece per solidarietà gli uffici comunali. Le forze dell’ ordine stanno allerta. Ci sono più di cinquecento uomini pronti a intervenire se la guerriglia dovesse risvegliarsi.
dal nostro inviato PANTALEONE SERGI

E ORA LA STORIA CHE FA MALE: QUELLA DEI LAVORATORI PRIVATI DEL LAVORO, DELLA DIGNITA’ E COSTRETTI A MIGRARE A NORD, LASCIANDO LA FAMIGLIA, MA NON COME QUEI BELLIMBUSTI CHE OGGI CHIAMIAMO MIGRANTI.

‘ IO CROTONESE NEO – EMIGRANTE DEGLI ANNI 90′
CROTONE – Vecchio Giovanni, 43 anni, e Corigliano Francesco che di anni ne ha solo 39, scendono dal treno appena arrivato alla stazione di Crotone. Dodici ore prima, all’ alba, erano a Ravenna per vedere come sistemarsi, trovare casa, segnare i figli a scuola e fare la visita medica che l’ azienda prevede per chi ha accettato di emigrare al Nord per lavorare in un altro stabilimento del gruppo Eni. Cento giorni dopo la rivolta di Crotone sembra di essere tornati a cent’ anni fa. “Da qui bisogna andarsene”, racconta Francesco Corigliano, la faccia scavata dalla stanchezza e il borsone di plastica in mano, “io ho ancora molti anni da lavorare di fronte. Mobilità lunga o pensione per me sono lontane una vita. Insomma io devo lavorare e qui, finiti i due anni di bonifica dello stabilimento, il lavoro non ci sarà più. Non ci sarà più nemmeno la cassa integrazione e sarà la fine. Tanto vale andare al Nord, almeno prendo lo stipendio pieno, sfamo i miei tre figli e mia moglie che non lavora. Sì, voglio cambiare vita perché tanto qui a Crotone non c’ è più speranza”. Sono una sessantina quelli che hanno deciso di abbandonare Crotone. Destinazione Ferrara, Vicenza, Ravenna, Bagnoregio ma ci sono anche 24 domande per andare in Libia. Hanno gli occhi lucidi mentre raccontano la loro esperienza i neo-emigranti che accettano di andare a lavorare al Nord nella tana di Bossi. “La Lega? Paura io non ne ho”, ringhia Giovanni Vecchio, carnagione olivastra, un tipo che spara le parole come fossero proiettili e tiene stretta tra le mani una copia di Diabolik, “ma questa più che emigrazione mi sembra una deportazione. Lo sai quanto costa l’ affitto a Ravenna? 850 mila lire al mese. Come la mantengo la famiglia anche se mi daranno lo stipendio pieno? Non so se partirò. Proprio non lo so”. Francesco Pullì, 46 anni, entrò alla Montecatini nel 1963 quando c’ era ancora il conte Faina, prima che arrivassero quelli dell’ Edison di Giorgio Valerio a inquinare l’ azienda, prima che Cefis comprasse tutto, che De Michelis rivendesse tutto, che la parabola finanziaria di Raul Gardini portasse lo stabilimento di fosforo di Crotone sotto l’ ombrello dell’ Eni. Lavorava a Milano Francesco Pullì, era già un emigrante, uno di quelli che negli Anni Sessanta lasciarono il Sud per il Nord, e che quando finalmente rientrò a Crotone pensò di aver tagliato il traguardo della sua vita. Ha lo sguardo fiero con gli occhi scuri e profondi mentre spiega i motivi che lo inducono a fare nuovamente le valigie, ma la voce gli trema: “Sì, ho dato la mia disponibilità ad andare al Nord. Per ora ho visto lo stabilimento di Bagnoregio, vicino a Viterbo. Certo l’ azienda ci dà un’ indennità per l’ affitto della casa ma spostare la famiglia mi costa troppo. Farò il pendolare per qualche anno, almeno finché non arriverò a 50 anni per andare in mobilità lunga. Dello stipendio ho bisogno perché ho la figlia all’ Università e per mantenerla ci vogliono almeno 500 mila lire al mese”. Così cento giorni dopo i moti che misero a ferro e fuoco Crotone, dopo che Crotone fu presa a emblema dell’ Italia che chiede assistenza, dopo un accordo che prometteva due anni di sussidi e indennità per dar tempo ad una nuova iniziativa industriale di nascere, tra gli operai dell’ Enichem torna la preoccupazione. In apparenza sembrano rassegnati ma la rabbia non è scomparsa, cova nell’ anima e non potrebbe essere altrimenti in un luogo dove il ricordo delle promesse mancate fa quasi parte del patrimonio genetico. E’ stato così per la base degli F16 americani che non si è più fatta, per il parco archeologico di Capocolonna di cui si continua a parlare ma che non nasce mai, per le racchette da tennis e per le altre mille iniziative rimaste sulla carta. Così minacciano di scendere di nuovo sul piede di guerra perché temono l’ ennesima promessa mancata, hanno paura che il consorzio creato in base all’ accordo di settembre per costruire una nuova impresa al posto della fabbrica di fosforo dell’ Enichem, rimanga solo sul verbale firmato a Roma cento giorni fa. Mentre aspettano che il governo firmi il decreto che assegna l’ area di crisi a Crotone e che arrivino i 150 miliardi che hanno ottenuto con la loro protesta, non disarmano e vigilano su questo stabilimento che sembra un ferrovecchio grigio, adagiato sulla riva di un mare bello e deserto, spazzato da un vento gelido e salmastro. “Vieni, vieni a vedere come brucia il fosforo che abbiamo qua… Ne abbiamo 600 tonnellate da smaltire nei due anni previsti per la bonifica dello stabilimento”, sogghignano minacciosi Antonio Greco, 43 anni e Luigi Corigliano, 40 anni, entrambi con a carico moglie, figli, mutuo e rata della Finitalia, la finanziaria del gruppo Eni che concede prestiti ai dipendenti. Per ora c’ è lo stipendio pieno, ma dal 21 gennaio quando scadrà il primo turno di quattro mesi previsto dal “contratto di solidarietà” entreranno nel buio degli otto mesi senza lavoro e a salario ridotto del 25 per cento. Eppure i soldi dovranno arrivare, le nuove iniziative imprenditoriali in un modo o nell’ altro dovranno partire. Questo non è un Sud che va a dorso di mulo, qui la Montecatini c’ è dagli Anni Venti e gli operai abitano nel quartiere che chiamano le “case Montedison”. A maggior ragione la crisi morde: nel porto sono rimasti 30 operai di 130 di un tempo, le piccole imprese che lavoravano intorno all’ Enichem sono in difficoltà, il tasso di disoccupazione supera il 30 per cento, e la minaccia dell’ Eni di chiudere la Pertusola Sud con i suoi 800 dipendenti non si è affatto dissolta. Gli operai spendono di meno e le botteghe falliscono: così quindici giorni fa anche l’ ultima sala di Crotone, il “Cinema Teatro Apollo”, ha chiuso i battenti e chi vuole andare al cinema deve arrivare a Catanzaro. Ma almeno Crotone è provincia, no? E’ provincia ma senza sede, senza presidente, senza giunta, solo sulla carta. E la nuova normativa che ha eliminato le sigle automobilistiche ha tolto ai crotonesi anche la magra soddisfazione di avere la propria targa sulle auto. E gli eroi della rivolta di Crotone, della jacquerie come la definì Occhetto ricordando i moti contadini del Trecento? Che fine hanno fatto i reduci della battaglia di Crotone? Nella società dello spettacolo pagano la iper-esposizione che gli hanno dato i media durante i giorni di fuoco ora immortalati nella celluloide del film Crotone, Italia. “Se tornassi indietro non lo rifarei”, confessa Michele Mattace, 38 anni, asceso alle cronache perché all’ alba del 6 settembre salì in cima ai 90 metri della torre dell’ Enichem minacciando di gettarsi. “L’ ho fatto perché ero disperato, ma ora la gente per la strada mi addita e chi non mi conosce pensa che sono pazzo”. Non è pazzo Michele, elettricista specializzato, abituato a maneggiare i 60 mila volt, ma le conseguenze le paga lo stesso: “Su quella torre”, si sfoga, “un paio di giorni fa serviva un elettricista per riattivare l’ impianto elettrico, avrebbero potuto richiamarmi, inserirmi nei turni del contratto di solidarietà, qualcuno ha pure fatto il mio nome. Ma nessuno mi ha cercato. No, non lo rifarei”. Pagano la bolletta dei riflettori che si accesero cento giorni fa i reduci di Crotone? A sentire il sindaco, Carmine Talarico, il pidiessino che ha guidato la giunta fino a quindici giorni fa quando un blitz della Dc, che fino ad oggi lo ha appoggiato, l’ ha costretto a dimettersi, le cose stanno proprio così. “Me l’ hanno fatta pagare”, confida passeggiando nervosamente sotto la redazione de Il Crotonese, il giornale locale che oggi spara la sua foto in prima pagina. “L’ Eni mi ha fatto pagare la mia posizione intransigente durante la vertenza di settembre, la Dc ha silurato la mia giunta e ora sta preparando l’ alleanza con il Psi. Così l’ Agip che ha in programma di aprire un nuovo pozzo si troverà di fronte una amministrazione più morbida e non il sindaco che bloccò l’ attività dei pozzi per tre mesi perché stavano provocando un disastro ambientale”. Si avvicinano le elezioni politiche anche qui a Crotone e soprattutto si avvicina il momento in cui arriveranno i 150 miliardi promessi per la nuova industrializzazione. Si preparano i “comitati d’ affari”? Monsignor Giuseppe Agostino, il vescovo che ha benedetto la rivolta, non accetta in pieno questa tesi ma neanche la esclude: “Mi vorrei proprio augurare che qualche forza retriva non cerchi di approfittare della situazione”.
ROBERTO PETRINI
19 novembre 1993 sez.

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1682.- IL CAPITALISMO DI MEFISTOFELE. LA FINE DEL LAVORO.

di Maurizio Blondet e Roberto Pecchioli

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La fine del lavoro è il titolo di un celeberrimo saggio del 1995 di Jeremy Rifkin, in cui il sociologo americano profetizzava che la terza rivoluzione industriale allora in corso, quella dell’avvento del computer, avrebbe lasciato in eredità una disoccupazione strutturale. Facile profezia, brillante nella diagnostica, acuta nella prognosi e scadente nella terapia, giacché l’unica soluzione proposta era la diminuzione dell’orario di lavoro, possibile solo al termine di un profondo salto di paradigma rispetto alla logica di profitto e dominazione che guida il capitalismo contemporaneo. Tuttavia, è da Rifkin che dobbiamo partire per uno sguardo sul presente e sul prossimo futuro, in cui la sua previsione diventa drammatica realtà.

In Italia, al di là dei proclami trionfalistici dei servitori del potere, non solo la disoccupazione reale non scende, ma si apprende che oltre 600.000 persone – il tre per cento del totale, la popolazione di una regione come la Basilicata- sono considerati occupati nonostante lavorino meno di dieci ore settimanali. Nella più ottimistica delle ipotesi, il loro reddito non supera i 400 euro mensili. Il numero dei richiedenti il sussidio di disoccupazione è cresciuto di circa tre punti e mezzo nell’anno trascorso, mentre il numero dei poveri non solo aumenta, ma coinvolge ormai moltissimi che un lavoro ce l’hanno. Secondo qualificate analisi, sarebbero 18 milioni – il trenta per cento della popolazione – i cosiddetti working poors, ovvero i poveri nonostante in famiglia esista un reddito. L’unico dato in crescita (più 120 per cento!) è quello dei contratti di lavoro intermittente. Intermittente, come le frecce dell’automobile…

Oltre 20 anni or sono, Rifkin non poteva conoscere le conseguenze di quello che abbiamo definito capitalismo di Mefistofele, un sistema sociale, economico e culturale che non soltanto si considera unico e immodificabile, ma lavora per strappare l’anima a miliardi di persone. Per di più, a differenza del diabolico personaggio del Faust di Goethe, presenta il conto alle vittime. E’ ragionevole affermare che se le prime due rivoluzioni industriali hanno inverato la “distruzione creatrice” descritta da Joseph Schumpeter, cambiato il mondo in profondità ma senza distruggere il lavoro, la terza ha ribaltato la situazione. Gli anni che viviamo sono quelli di una ulteriore fase, caratterizzata da tecnologia informatica, cibernetica e automazione. Tutti fenomeni che distruggono gli equilibri precedenti trasferendo quote enormi di potere e di risorse nelle mani di una minoranza piccolissima senza minimamente distribuire reddito o creare lavoro. La sconfitta delle ideologie nemiche del liberismo economico ha fatto il resto, rendendo debolissima la resistenza nei confronti della nuova realtà.

I corifei dei tempi nuovi si affannano a convincerci che tutto va per il meglio, ma risultano poco credibili: alla prova dei fatti, il verdetto della strada è impietoso. In prima fila ci sono i media del progressismo cosmopolita. Su Repubblica è comparsa una lunga intemerata di Enrico Moretti, docente di economia a Berkeley, intitolata “Il robot in fabbrica. Più lavoro se cresce la produttività”. La tesi di fondo, non nuova, è che tutto si aggiusterà, e altri impieghi sostituiranno senz’altro i milioni di posti sottratti dall’automazione. Che fine farà l’aumento della produttività in un mondo dove mancano i mezzi per spendere, non è chiaro. Il professorone è costretto ad ammettere che “l’automazione influenzerà sicuramente il tipo di posti di lavoro e la loro collocazione geografica”.

Si preparino i giovani, e non solo loro, a un destino di nomadi con il trolley in mano e qualche suppellettile dell’Ikea al seguito. Carl Schmitt scriveva negli anni 20 del secolo XX che il nuovo è talmente pieno di sé da non aver bisogno di alcuna legittimazione giuridica; la coscienza moderna nasconde l’aggressività nella concezione acritica del progresso. Il “nuovo” è legittimo in quanto tale. Il grande giurista ammonì che il libro più importante sarebbe diventato l’orario ferroviario; i tempi corrono, siamo passati all’ app con i voli low cost per la generazione Erasmus. Elogio della follia.

Secondo Moretti, il futuro premierà i titolari di master in nuove tecnologie, mentre tutti gli altri “perderanno terreno”. Decifrato il linguaggio – la crittografia è un elemento del nuovo che avanza- significa che pochi fortunati in grado di ottenere determinate specializzazioni in università esclusive e costosissime, avranno moltissimo, tutti gli altri rimarranno a bocca asciutta. Alla faccia della proclamata uguaglianza delle opportunità!

Le due scommesse più importanti riguardano le tecnologie informatiche che stanno spostando su piattaforme digitali la richiesta di beni e servizi – pensiamo a Uber per i trasporti, Airbnb per gli affitti brevi, la consegna di cibo da strada (sinonimo di spazzatura), Amazon per le vendite a distanza – e l’intelligenza artificiale (A.I.) in grado di costruire robot per ogni mansione. Un altro entusiasta maestro cantore, sulla Stampa, organo domestico della ex Fiat, padroni progressisti con domicilio fiscale in Olanda e Stati Uniti, celebra la possibilità che l’intelligenza artificiale faccia aumentare i profitti del 38 per cento entro il 2020 e anche l’occupazione “se investiremo in una efficace cooperazione uomo-macchina”. Difficile capire che cosa significhi, c’è sempre il trucco nelle subordinate degli economisti di servizio. Più chiara è la somma di 4,8 trilioni di dollari di crescita dei profitti che scatena il giubilo del giornalista embedded.

Resta un unico piccolo problema, giacché “milioni di lavoratori in tutto il mondo dovrebbero inventarsi un nuovo ruolo e una nuova funzione “. Fortunatamente sono già stati sperimentati i robot giornalisti, con programmi digitali i cui algoritmi catturano in tempo reale le informazioni in rete, le collegano tra loro e fanno articoli d’attualità, talché è segnato anche il destino del gazzettiere torinese. Non è inutile ricordare che almeno il 90 per cento delle notizie che ci raggiungono proviene da cinque- sei grandi agenzie, di proprietà dei soliti noti: Mefistofele ha conquistato il campo.

Secondo Newsweek, venerato Vangelo liberal, l’intelligenza artificiale toglierà il lavoro a circa due milioni di americani entro il 2020. Altrettanti impieghi si creeranno, affermano con un eccesso di ottimismo, ma solo fintantoché la tecnologia non riuscirà a sostituirli con altri apparati, il che non pare difficilissimo, giacché si tratterebbe di operatori del medesimo sistema digitale e cibernetico. Il futuro appartiene dunque a una élite di cervelloni con la valigia in mano, titolari di master delle grandi università.

Chi vorrà testardamente restare a casa propria, non ha i mezzi per procurarsi il tipo di preparazione richiesta, o non è versato per quelle attività è e sarà sempre più un paria, ossia, in linguaggio americano, un perdente. Del sistema Amazon sappiamo: i dipendenti –chiamarli collaboratori fa più fine –corrono come lepri al suono di tamburi segnatempo, muniti di braccialetti a radiofrequenza, in attesa di ricevere i pacchi dai droni e competere con i robot. I veri pacchi sono i lavoratori, da spostare a piacimento, retribuiti con gli spiccioli e senza le tutele costate un secolo di battaglie.

E’ questo il sintomo sicuro della natura perversa del sistema. Mefistofele ha comprato l’anima delle forze culturali, politiche e sociali che, dall’Ottocento e sino alla fine del Novecento, si sono opposte ai suoi piani: innanzitutto le sinistre, ma anche i fautori della dottrina sociale cattolica sino alle destre fagocitate dal liberalismo puro e duro dei privatizzatori del mondo. Il vasto arco di chi si oppone alla deriva è frammentato, confuso, incapace di una risposta organica. Un esempio viene da “Inventare il futuro”, un saggio presentato come manifesto di una rinnovata sinistra radicale e digitale. Prendendo posizione a favore dell’automazione, gli autori non vanno oltre un orizzonte già sconfitto dai fatti. Proclamano: pretendi la piena automazione; pretendi il reddito universale; pretendi il futuro.

Stupisce l’ingenuità di chi è convinto che un’economia del tutto automatizzata libererebbe dalla schiavitù del lavoro, producendo quantità sempre più grandi di ricchezza. Utopie già sbaragliate dalla volontà di potenza del liberalcapitalismo, e la prova della schiacciante vittoria di Mefistofele, che ha conquistato l’anima di coloro che sfrutta. Ebbero ragione gli antichi, osservando che Giove toglie la ragione a chi vuole rovinare. Ed anche la vista, giacché è sotto gli occhi di tutti la perdita di ricchezza per la maggioranza, la diminuzione del lavoro qualificato, mentre la fatica che le macchine hanno tolto a milioni di esseri umani si è soltanto trasferita.

“Lo scopo del futuro è la disoccupazione totale. Così potremo divertirci” scherzava il futurologo e scrittore di fantascienza Arthur Clarke, scomparso circa dieci anni fa. Sapeva già, probabilmente, che l’intelligenza artificiale avrebbe fatto irruzione nelle nostre vite con una forza paragonabile a quella di Internet. I software dei robot umanoidi intelligenti, attraverso algoritmi detti evolutivi, sono già in grado di trovare soluzione a problemi senza che sia stato spiegato loro come trovarla. Prestissimo gli investimenti del settore manifatturiero si allocheranno presso chi disporrà delle migliori infrastrutture robotiche. Bracci artificiali ultra sensibili dotati di mani con diverse dita messi a punto da un’azienda di Taiwan sono in procinto di sostituire rapidamente il milione di operai cinesi utilizzati nella produzione del popolarissimo iPhone 6.

La robotica di servizio varrà da sola, nell’area europea, 100 miliardi di euro entro il 2020. L’americana Kiva System è stata assorbita per 800 milioni di dollari da Amazon, allo scopo di fornire al colosso di Jeff Bezos i carrelli intelligenti per i centri di spedizione. Google non è da meno, con l’acquisto di Meka Robotics, in grado di produrre robot destinati a lavorare con gli uomini. In Giappone lavorano ad apparati con sistemi di visione tridimensionale e Google ha effettuato anche il gran salto nella robotica militare, con Big Dog, robot a quattro zampe in grado di raggiungere i 50 km all’ora e Wild Cat (gatto selvaggio!), agile come i felini, che salta, si gira e fa svolte di 90 gradi.

Ciò significa che siamo entrati nell’era della concorrenza tra apparati automatizzati e uomini. I robot sono in grado di svolgere funzioni complesse sinora riservate al cervello umano, e la tecnologia si affina a velocità enorme. Uno studio di Oxford su 702 mestieri e professioni afferma che negli Stati Uniti entro 20 anni il 47 per cento degli impieghi potrebbero essere affidati a macchine intelligenti. Dunque, non saranno solo i colletti blu a sparire, ma identica sorte toccherà a moltissimi impiegati, professionisti, quadri. Con buona pace dell’ottimismo del professor Moretti, gran parte dei lavori perduti non si recupereranno più.

Qualcuno, con un efficace gioco di parole, ha sostituito la distruzione creatrice di ieri con la “disruption creative” o disruptive innovation, innovazione devastante. La rivoluzione digitale cambia fulmineamente l’intera prospettiva della produzione e degli affari. Esempio di scuola è Kodak, gigante della fotografia con 140 mila dipendenti e 30 miliardi di capitalizzazione in Borsa, fallita nel 2012 per aver perduto la battaglia del digitale. Instagram, nello stesso anno, minuscola realtà con 13 dipendenti titolare di un’applicazione per diffondere foto in telefonia cellulare, passava a Facebook per oltre 700 milioni di dollari. Due anni più tardi Zuckerberg avrebbe messo sul tavolo 19 miliardi per acquisire Whatsapp, la messaggeria istantanea.

I settori della disruptive innovation vivono in regime di sostanziale monopolio. L’industria musicale, per l’emersione delle “piattaforme” di diffusione ha già dimezzato i suoi organici. Il meccanismo delle piattaforme di messa in connessione sopprimono l’intermediazione tra clienti e fornitori, ma soprattutto trasformano il rapporto di lavoro in una collaborazione ultra flessibile, a chiamata. Fuori gioco sindacati, contratti e leggi sociali, esautorato il ruolo di controllo degli Stati e scavalcate le legislazioni fiscali, pongono a carico di chi fornisce i servizi i rischi d’impresa e i costi generali. Uber ha un giro d’affari superiore ai 10 miliardi di dollari con circa mille dipendenti e sta distruggendo il lavoro dei tassisti e dei noleggiatori di auto. Analogo dumping realizza Airbnb nel settore alberghiero. Amazon contatta venditori saltuari con chiamata su smartphone, mentre si fanno strada le piattaforme di recapito di pasti a domicilio.

Pochissimi dipendenti governano una pletora di collaboratori privi di assicurazioni sociali e dal reddito minimo. Questo è il risibile significato di diventare imprenditori di se stessi, più realisticamente gig economy, l’economia dei lavoretti. Il travolgente successo è dovuto al basso costo per il consumatore, che viene illuso da un modesto recupero di potere d’acquisto e non si rende conto di contribuire per miope egoismo all’ulteriore precarizzazione della società. Inoltre, i suoi gusti e le sue scelte, governate dall’alto, eterodirette, al ribasso, altro non sono che la volontà di chi dirige il gioco per creare consumatore schiavi, pronti ad acquistare paccottiglia a credito convinti di aver fatto scelte smart, furbe.

Il sistema pensa a tutto, promette un’economia di condivisione (sharing economy), ma l’utopia digitale è travolta dalla logica puramente mercantile delle super corporazioni, ogni giorno più ricche e potenti. Entro il 2025, l’automazione farà scendere del 16 per cento il costo del lavoro: tutto si risolverà in ulteriore profitto. L’economista francese Daniel Cohen ha parlato apertamente di rivoluzione industriale senza crescita, poiché la metà degli impiegati di oggi rischiano il licenziamento, resi obsoleti da automobili senza pilota, traduttori intelligenti, robot esperti in diritto, algoritmi di diagnostica medica, banche e negozi senza personale. Uno dei mercati più interessanti sembra essere quello dei cobot, i robot collaboranti, destinati a soppiantare le badanti. Afferma Eric Schmidt di Google: “I lavori realmente interessanti sono oggi quelli di creazione di robot capaci di riconoscere i movimenti dell’uomo e interagirvi”.

L’homo numericus sarà ancora più solo, in compagnia di cobot privo di confronto intellettuale. Anche per assumere o licenziare, l’algoritmo affidato alle macchine sembra più affidabile del funzionario umano. Grande progresso, i tagliatori di testa non avranno più nome e cognome. Il finale di questa rivoluzione sembra scritto: resteranno appannaggio degli esseri umani solo le professioni ad alto valore aggiunto di creatività e, all’opposto, i residuali compiti di fatica. Secondo Nuriel Roubini, economista à la page, una manodopera limitata al 20 per cento di quella attuale. Non sappiamo se le previsioni siano attendibili e i tempi saranno quelli incalzanti della tecnologia, ma è certo che aveva ragione Gunther Anders a denunciare, inascoltato, che l’uomo è antiquato.

Naturalmente, la cupola sa che un mondo siffatto è una bomba pronta ad esplodere. Per questo, ha già immaginato il rimedio per la larga fetta di umanità esclusa dallo loro festa: un modesto reddito universale in grado di depotenziare la frustrazione sociale, evitando rivolte e incanalando l’ormai ex homo sapiens verso un destino di consumatore compulsivo, moderatamente soddisfatto, un leone addomesticato sempre all’erta per scoprire, smartphone alla mano, le offerte speciali generosamente prodotte dal sistema. L’idea è che versando una piccola rendita vitalizia verrà soffocato il senso di ingiustizia, il desiderio di vita, la ribellione.

Incidentalmente, la fine del lavoro diventa anche la morte dei veri diritti civili, a partire dai contratti sino alle assicurazioni sociali. Lo Stato arretra e declina sino all’irrilevanza. Al contrario, l’uomo del Terzo millennio deve riappropriarsi dello spazio pubblico e volgere a proprio vantaggio le opportunità offerte da scienza e tecnologia sottratte alla proprietà esclusiva di pochi, restituite ad un ruolo comunitario presidiato da istituzioni pubbliche. Gli apparati cibernetici, una volta ammortizzato il costo, si pagano da sé, non si ammalano, non vanno in ferie e non maturano pensione: un boccone troppo ghiotto per la volontà di potenza dei padroni del mondo.

Mefistofele asserisce che il reddito offerto dai suoi mandanti sarà un surplus di libertà, ma è l’esatto contrario, per quanto troppi non se ne rendano conto. Decideranno loro ciò che è gratuito e ciò che non lo è. L’esercito narcotizzato dei disoccupati con sussidio sarà indotto a occupare la mente con pensieri scelti da loro: un consumo triviale, il soddisfacimento rapido delle pulsioni più istintive, nessuno spazio alla spiritualità o alla riflessione. Una vita avvolti nel cellophane, a condizione di non ribellarsi, pena la disconnessione, morte civile prossima ventura.

Ci forniranno una carta prepagata, meglio ancora un chip sottocutaneo attraverso il quale accederemo ai centri commerciali di loro proprietà, dove acquisteremo beni e servizi scelti per noi da lorsignori con addebito diretto. Tornati a casa, potremo sederci davanti a uno schermo per assistere a spettacoli prodotti dai soliti noti (Netflix, Amazon e compagnia pessima). Ovviamente, potremo accoppiarci con chiunque, se vorremo figli ci affideremo alla procreazione assistita, cioè ad altre macchine, la malattia grave non ci spaventerà più perché verremo soppressi alle prime avvisaglie, più o meno volontariamente, previo espianto di qualche organo in buono stato e del chip da cui sarà diffalcato il credito residuo da restituire agli Iperpadroni e su cui sarà leggibile in linguaggio binario l’intera sequenza delle nostre inutili vite.

Avremo il piacere di trascorrere la vita con tablet e smartphone su cui si alterneranno immagini piacevoli ad altre terrorizzanti; ogni cinque anni ci permetteranno di votare per qualcuno che eseguirà le disposizioni dell’oligarchia, la mera amministrazione dell’esistente. Una vita siffatta non è dissimile da quella dei polli di batteria e degli allevamenti intensivi di bovini da carne o latte. L’iperemotività postmoderna ci rende intollerabile tale sfruttamento degli animali, “i nostri fratelli minori”. Chissà perché, non abbiamo analoga sensibilità verso la nostra specie.

Per quanto adombrata dai cancelli di Auschwitz, resta centrale l’espressione il lavoro rende liberi. E’ il lavoro, insieme con la conoscenza, a donare dignità e grandezza all’essere umano, unica creatura morale, l’opera, l’uso dell’intelligenza, l’impegno di se stessi verso gli altri. Tutta la scienza non può, non deve essere volta, come oggi, al profitto di pochi e alla dominazione mascherata da benevola propensione al progresso, al consumo, alla materia. Fatti non foste a viver come bruti: l’uomo ha un’anima, comunque vogliamo chiamare la sua tensione verso l’infinito. Se è già mostruoso venderla per quattro soldi a Mefistofele, il nome d’arte del capitalismo ultimo, ancora più drammatico, grottesco è accettare di pagarla a chi ce la sta espropriando con vite divenute animali.

La fine del lavoro, se ci sarà nei termini in cui viene prospettata, non sarà una festa, o il ritorno nel giardino dell’Eden, ma la fine dell’Uomo. Affrettiamoci all’uscita: il gioco è chiaro, le carte truccate. Servono ribelli, partigiani della vita, innamorati della libertà. In principio era l’azione: Faust vinse su Mefistofele.

ROBERTO PECCHIOLI

1599.- IL DIRITTO ALLA PENSIONE E LA PROGRESSIVA DEMOLIZIONE DEL WELFARE ITALIANO.

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La legge Fornero ha inciso negativamente sul diritto alla pensione di molti italiani, ma, ammesso che ciò sia stato nelle facoltà dei “poteri riuniti”, legislativo, esecutivo e, in gran parte, giudiziario, ci chiediamo: Con quale finalità? I risparmi? Leggo dal WEB:
“I risparmi della legge Fornero azzerati dai costi dell’accoglienza. Risparmio annuo Fornero 6 miliardi, costo accoglienza 6 miliardi.”
E l’accoglienza, questo strano principio usato contro i principi della Costituzione; ma è meglio chiamarlo con il suo nome: l’invasione di maschi africani, prosegue insieme agli intrallazzi di trafficanti, COOP e Caritas.
Anche a Camere sciolte, questo governo continua a regalare assegni sociali a intere famiglie di extracomunitari che non hanno mai lavorato. L’unica possibile finalità è di sottrarre risorse agli italiani. Non si comprende perché si sia voluto creare questo preteso “dovere” dell’accoglienza, aprendo di conseguenza un capitolo molto delicato per la tenuta dei conti pubblici e del sistema previdenziale. Quando potremo ripristinare la democrazia e la divisione dei poteri, che ne è condizione imprescindibile, una delle prime cose da fare sarà di abrogare la Legge Fornero e smetterla di regalare soldi a chiunque. Chi non sarà in grado di sostentarsi dovrà essere rimpatriato, anziché cadere nel giro della delinquenza o vivere sulle spalle degli italiani. Le risorse che saranno risparmiate potranno reintegrare gli italiani nei loro diritti e, se ne avanzano, essere destinate a progetti di cooperazione con i paesi dei migranti. Troppo semplice, vero?

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Facciamo un breve riepilogo:

Anzitutto, i Contributi Previdenziali sono dei versamenti effettuati sia dal datore di lavoro che dal lavoratore all’INPS o ad altre casse previdenziali al fine di ottenere poi l’erogazione della pensione.
Il lavoratore destina, quindi, una quota della propria retribuzione o del proprio reddito da lavoro al finanziamento di prestazioni pensionistiche ed il datore di lavoro è obbligato a versare i contributi ed a dichiarare all’INPS e all’INAIL le retribuzioni dell’anno precedente di ogni lavoratore.
La causa tipica del contratto di lavoro è lo scambio tra il lavoro (intellettuale o manuale) prestato in posizione subordinata e la retribuzione. Dal contratto derivano pertanto due obbligazioni speculari: quella del datore di lavoro di corrispondere la retribuzione dovuta, oltre che una quota di contributi previdenziali e quella del lavoratore subordinato di prestare la propria opera “alle dipendenze e sotto la direzione” del datore (art. 2094 c.c.). Quindi, i contributi previdenziali costituiscono anche un’obbligazione del rapporto sintagmatico fra datore di lavoro e lavoratore.

L’art. 24 del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, detto “decreto salva Italia”, convertito successivamente in legge 22 dicembre 2011 n. 214(definito come riforma delle pensioni Fornero dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali del governo Monti, Elsa Fornero che ne fu promotrice), ha attuato la riforma Monti del sistema pensionistico pubblico italiano. Fu denominato Decreto Salva Italia perché le misure introdotte, secondo lo stesso Monti, erano finalizzate al risparmio di spesa pubblica volta ad evitare il default finanziario dello Stato Italiano nell’ambito della crisi del debito sovrano (?) europeo.
La riforma delle pensioni Fornero ha avuto il duplice scopo dichiarato di:
1) equilibrare strutturalmente la spesa pensionistica pubblica, costituita dagli assegni pensionistici correnti, con i contributi sociali (che comprendono i contributi previdenziali) versati dai lavoratori in attività;
2) mettere in sicurezza i conti previdenziali, facenti parte dei conti pubblici, e rendere sostenibile il sistema previdenziale nel lungo periodo.
Per annullare gli effetti della riforma delle pensioni Fornero sono stati promossi anche alcuni referendum abrogativi che però non hanno mai trovato la strada per le urne. In particolare, quello proposto dalla Lega Nord è stato giudicato inammissibile dalla Consulta nel gennaio 2015.
Le norme contenute nella legge Fornero infatti non possono essere soggette a referendum in quanto intaccherebbero l’articolo 75 della Costituzione che impedisce consultazioni popolari sulle leggi tributarie e di bilancio.
Con la Legge di Bilancio 2017 sono state introdotte modifiche che hanno garantito una parziale revisione dei requisiti imposti dalla legge Fornero.

Punti essenziali e novità della riforma pensioni

La legge Fornero innalzò drasticamente l’età pensionabile e introdusse penalizzazioni pesanti sulla pensione anticipata. Una delle introduzioni e novità più importanti della legge è quella che impone il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo da parte di tutti i lavoratori. Mentre il primo viene calcolato sulla base dell’ultimo stipendio percepito, il secondo viene operato sulla base dei contributi versati nell’arco della sua carriera lavorativa. Non si fa parola degli interessi maturati sulle somme versate né sui redditi degli investimenti immobiliari realizzati con quelle somme, in parte svenduti con le cartolarizzazioni. La legge Fornero ha anche imposto il blocco degli adeguamenti per assegni superiori a tre volte il trattamento minimo nel biennio 2012-2013. Questa novità sulle pensioni è però stata oggetto di una sentenza della Corte Costituzionale che nel 2015 ha dichiarato l’illegittimità della riforma in questo punto, dal momento che travalicava “i limiti di ragionevolezza e proporzionalità” richiesti alla legislazione. La sentenza, che aveva fatto ben sperare i pensionati, aveva ribaltato la norma imponendone la sua cancellazione, dando il via ai rimborsi per la mancata indicizzazione. Negli anni scorsi molti pensionati hanno presentato domanda all’Inps dopo lo stop alla perequazione e alla rivalutazione degli assegni, imposto dall’allora Governo Monti.
La sentenza che ha bocciato i ricorsi per incostituzionalità del meccanismo di rivalutazione delle pensioni è stata pronunciata il 25 ottobre 2017 dalla Consulta, secondo la quale il bonus Poletti previsto dal decreto n. 65/2015 che realizzava un bilanciamento tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica. Ai pensionavi spettava, tuttavia, soltanto un rimborso pensione parziale.

Rapporto rispetto alla pensione minima Percentuale di rivalutazione
Fino a 3 volte (1.405,05 euro) 100%
Da 3 a 4 40%
Da 4 a 5 20%
Da 5 a 6 10%
Oltre 6 volte (2810.1 euro) Nessuna

In pratica, i diritti dei pensionati soccombono rispetto alla spesa militare e a quelle dell’accoglienza, stabilendo un precedente.
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale viene definitivamente a scemare la speranza di rimborso pensioni per chi aveva presentato ricorso.

Il cambiamento nelle modalità di calcolo intercorso con la riforma pensioni Fornero risulta favorevole per la finanza pubblica garantendo così un risparmio sulle uscite per prestazioni previdenziali. Si deve comunque sottolineare che già la legge Dini del 1995 richiedeva un passaggio al sistema contributivo ma con modalità meno brusche e con una tempistica maggiormente dilatata rispetto a quanto fatto dalla legge Fornero per le pensioni.

La legge Fornero per le pensioni ha imposta anche novità in materia di adeguamento alla speranza di vita. La prossima verifica sui requisiti per le pensioni è prevista proprio in virtù degli effetti della legge Fornero per il 2019 e da allora la frequenza con la quale viene effettuato il calcolo che avverrà ogni 2 anni invece di 3.
Il problema degli esodati: Una delle problematiche legate alla legge Fornero è quella relativa agli esodati. La categoria comprende al suo interno tutte quelle persone che avevano deciso di lasciare il proprio lavoro in vista della pensione con i requisiti di accesso antecedenti la riforma del 2011, ma, a causa del subitaneo cambiamento sui criteri d’accesso al trattamento pensionistico, si sono trovate, contemporaneamente, senza lavoro e senza trattamento pensionistico per un periodo di tempo più o meno lungo. Si tratta di circa 350 mila lavoratori vittime della legge Fornero.

Un recente studio promosso dall’Inapp indica come le novità sulle pensioni abbiano portato ad una diminuzione delle assunzioni stimata a poco oltre le 43 mila unità.
Le novità indicate dallo studio del 2017 dal titolo “Riforma delle pensioni e politiche di assunzione: nuove evidenze empiriche” ha avuto modo di mostrare come tra gli effetti della legge Fornero si registra anche un aumento del personale inserito all’interno di percorsi di formazione professionale.
La riforma Fornero sulle pensioni avrebbe portato il 2,2% delle imprese a rimandare assunzioni già programmate. I settori nei quali si è registrata una maggiore contrazione delle assunzioni a causa delle novità della legge Fornero sono quelli dei servizi finanziari e assicurativi, dei trasporti e dell’industria.

La causa tipica del contratto di lavoro è lo scambio tra il lavoro (intellettuale o manuale) prestato in posizione subordinata e la retribuzione. Dal contratto derivano pertanto due obbligazioni speculari: quella del datore di lavoro di corrispondere la retribuzione dovuta, oltre che una quota di contributi previdenziali e quella del lavoratore subordinato di prestare la propria opera “alle dipendenze e sotto la direzione” del datore (art. 2094 c.c.).

Aggiornamenti per il 2018

Le pensioni nel 2018 torneranno a crescere ma con aumenti minimi e non per tutti. Non per una decisione politica ma per il meccanismo automatico di adeguamento all’inflazione, ovvero all’aumento del costo dei prodotti presenti nel famoso ‘paniere’ ISTAT che costituisce il punto di riferimento per l’erogazione delle prestazioni previdenziali ed assistenziali. Dopo due anni di blocco, a partire da gennaio 2018 l’assegno pensionistico sarà rivalutato dell’1,1%, ma saranno rivalutate interamente solamente le pensioni fino a 3 volte il minimo, cioè, 1405,05 €.

Per le altre pensioni è previsto invece un meccanismo a scalare, che porterà gli aumenti ad essere impercettibili. Le pensioni minime passeranno dai 501 euro attuali a 507 euro al mese.

Referendum abrogativi della legge Fornero

Il referendum abrogativo della legge Fornero sulle pensioni, proposto dalla Lega Nord, è stato dichiarato dalla Corte Costituzionale inammissibile per il suo «stretto collegamento» con la legge di bilancio, che non può essere sottoposta a referendum, e per la «palese carenza di omogeneità del quesito».

MOTIVI DI NATURA NORMATIVA. Il referendum, dunque, è stato in primo luogo bocciato «per motivi che attengono alla natura della normativa che si intende abrogare», la quale è stata ritenuta «strettamente collegata» con l’ambito di operatività della legge di bilancio, che, secondo l’art. 75 della Costituzione, non può essere abrogata con referendum. La Consulta infatti ha evidenzato come l’art. 24 del decreto legge n. 201 del 2011, oggetto del referendum, «si compone di una variegata serie di ‘disposizioni in materia di trattamenti pensionistici’, relativa ai settori del lavoro sia pubblico che privato, sia subordinato che autonomo e dei liberi professionisti»; disposizioni «che attengono sia alla ‘nuova’ pensione di vecchiaia che a quella ‘anticipata’», che «contemplano misure concernenti la contribuzione di solidarietà e il blocco della perequazione automatica delle pensioni», nonché l’istituzione di un «Fondo» per l’occupazione giovanile e delle donne e che disciplinano, tra l’altro, la tassazione delle indennità di fine rapporto.
CATEGORIA DELLE «LEGGI DI BILANCIO». Si tratta di un complesso normativo, ha rilevato la Consulta, che rientra nella categoria delle cosiddette «leggi di bilancio». Categoria alla quale sono riconducibili quelle leggi che «presentino effetti collegati in modo così stretto all’ambito di operatività’ delle leggi di bilancio, da essere sottratte a referendum, diversamente dalle altre innumerevoli leggi di spesa». Questo «stretto collegamento» è ravvisabile nel caso della legge Fornero, anche se questa – come hanno obiettato i promotori del referendum – è successiva alla legge di bilancio: secondo la Consulta, infatti, «il ‘collegamento’, agli effetti della inammissibilità del referendum, ben può riferirsi anche a provvedimenti successivi alla legge di bilancio, ove formalmente e sostanzialmente correttivi o integrativi della stessa, che si rendano necessari per l’equilibrio della manovra finanziaria». Come nel caso, appunto, della legge Fornero che ha tra l’altro abrogato la norma sull’elevazione del requisito anagrafico a 67 anni per chi matura il diritto al pensionamento dal 2026, incidendo così «su un aggregato importante della manovra».

«CARENZA DI OMOGENEITÀ DEL QUESITO». Il secondo motivo di inammissibilità del referendum («a sua volta decisivo») è costituito invece dalla «palese carenza di omogeneità del quesito». Il referendum si proponeva infatti di abrogare l’intero art. 24 del decreto n. 201 del 2011 che, come visto, contiene «una pluralità di fattispecie differenziate, sia in relazione alle forme di pensione, sia con riguardo alla pluralità delle categorie di soggetti interessati». E non solo. Secondo la Consulta si trattava di un «aggregato indivisibile di norme», di fronte al quale «l’elettore si sarebbe trovato a dover esprimere un voto bloccato su una pluralità di atti e disposizioni diverse’, con ‘conseguente compressione della propria libertà di convincimento e di scelta».

“MANTENIMENTO DEGLI IMPEGNI CON L’UE”. A quanto esposto, si aggiunge una terza motivazione, ovvero il mantenimento degli impegni con l’UE, come si legge nella sentenza infatti:

“Nella Relazione al Parlamento, presentata il 4 dicembre 2011, il Governo evidenziava come – in ragione delle recenti tensioni sui mercati finanziari – ’per mantenere gli impegni assunti in sede europea’ si rendesse, appunto, necessaria una manovra correttiva [della precedente legge n. 183 del 12 novembre 2011] equivalente a circa l’1,3 per cento del Prodotto interno lordo – incidente, per una parte rilevante sul settore previdenziale – ed espressamente qualificava tale intervento come ’collegato’ alla manovra di finanza pubblica per il triennio 2012-2014”.

1578.- Cosa resta del lavoro in Italia dopo dieci anni di crisi?

Ma quale crisi? dopo dieci anni di PD! Ma, se lo scopo era abbassare i salari e cedere agli stranieri le perle del manifatturiero, possiamo dire che è stato raggiunto. Il primo principio fondante della Costituzione è il LAVORO,vero strumento di crescita sociale,ma anche condizione di Dignità,Libertà,Eguaglianza.Chi non lavora non può far crescere la propria personalità,comprendere e contribuire in modo consapevole alle scelte di una democrazia.

Articolo 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
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Roberta Carlini, giornalista

Visto con il senno di poi, il quarto trimestre del 2007 potrebbe sembrare l’ultimo scorcio della felicità perduta. In Italia la disoccupazione era al 6 per cento e gli occupati toccavano il picco dei 25,4 milioni. Oggi gli occupati sono 25,2 milioni e la disoccupazione è al 10,7 per cento.

Dunque, a un decennio dall’inizio della crisi, dopo anni di fallimenti, ristrutturazioni e licenziamenti, i dati sono simili a quelli registrati prima del crollo del mercato immobiliare nel 2007 e prima della crisi del debito sovrano che ha travolto l’Europa nel 2011.

Ma allora perché non ce ne accorgiamo? Un breve viaggio nei numeri che riguardano il mondo del lavoro può aiutare a rispondere a questa domanda. E servire come piccola guida per una campagna elettorale nella quale i bicchieri mezzi pieni ci saranno riversati addosso giorno dopo giorno.

Occupati e ore di lavoro
Intanto cominciamo dicendo che l’Istat, il ministero del lavoro e l’Inps – dopo le polemiche e le approssimazioni dei primi tempi sull’applicazione del jobs act, quando venivano fuori numeri un po’ a casaccio – hanno creato un sistema coordinato per realizzare “informazioni armonizzate, complementari e coerenti”.

Questa tabella è contenuta nel primo rapporto annuale di questo nuovo sistema e mostra le differenze in termini percentuali tra i primi sei mesi del 2008 e i primi sei mesi del 2017. Il dato sul numero degli occupati (25,4 milioni nel primo semestre 2008) è il solo che si avvicini ai livelli di dieci anni fa (quando, nello stesso periodo di tempo, gli occupati erano 25 milioni).

Per quanto riguarda il prodotto interno lordo (pil) c’è ancora molto da recuperare: nel primo semestre del 2008 era di 847 miliardi, mentre nei primi sei mesi del 2017 è stato di 795 miliardi.

Il grafico che segue, invece, mostra l’andamento del numero di occupati negli ultimi dieci anni. Secondo le stime di contabilità nazionale dell’Istat, nel terzo trimestre del 2017 gli occupati erano 25,2 milioni, una cifra che include anche i lavoratori irregolari, ossia quelli coinvolti nell’economia sommersa.

Dalla curva di questo grafico ci si rende conto che siamo vicini ai livelli di dieci anni fa, quando le cose cominciavano a volgere al brutto. Da allora, la linea è crollata, è risalita lievemente e poi ha puntato di nuovo verso il basso, tra il 2011 e il 2013. Dal 2014 la risalita è costante, seguendo la ripresa dell’economia globale – e, dice il governo uscente, grazie all’introduzione degli incentivi alle assunzioni e al jobs act, a regime nel 2015.

Un altro dato interessante è quello che descrive l’andamento delle ore lavorate nel corso di dieci anni, che passano da 11,4 milioni nel terzo trimestre del 2008 a 10,9 milioni nel terzo trimestre di quest’anno.

In questo caso, ci si accorge che siamo ancora sensibilmente al di sotto dei livelli registrati prima dell’inizio della crisi.

A cosa si deve questa differenza? Nel rapporto sul mercato del lavoro si fa notare che è la naturale conseguenza del ciclo economico: quando comincia una crisi, le imprese prima riducono le ore – tagliando gli straordinari, ricorrendo alla cassa integrazione e al part-time – e poi licenziano. Ma nell’ultima fase, quella della (piccola) risalita del pil l’occupazione è aumentata più delle ore lavorate. Come mai?

In gran parte questo fenomeno si deve all’aumento dei lavori part-time. Poco male, si potrebbe dire, se fosse il frutto di una libera scelta: invece i dati Istat, ribaditi dal presidente Alleva in una recente audizione alle camere, registrano una forte crescita del part-time involontario – ossia quello imposto dalle aziende e non scelto dai lavoratori – che riguarda il 19,1 per cento delle donne e il 6,5 per cento degli uomini.

A incidere sulla riduzione delle ore complessive di lavoro è anche l’aumento di forme di impiego discontinue come quelle che riguardano i fattorini di Foodora, o i cassieri che lavorano solo la domenica, oppure gli operai assunti per periodi in cui la produzione si intensifica.

È una tendenza rilevante, tanto da spingere gli autori del rapporto a dedicare un capitolo ai “rapporti brevi”, ossia lavori saltuari e precari, che coinvolgono più di quattro milioni di persone e che usano ogni strumento contrattuale a disposizione, dai contratti a termine alle partite iva – in passato hanno usato anche i contratti a progetto (cocopro) e i voucher.

Siamo di fronte all’ascesa di una nuova categoria nell’universo già in crescita del lavoro a tempo determinato. Un universo che sembra essere la vera eredità della politica del lavoro della lesiglatura cominciata con Mario Monti e che si sta per concludere con la guida di Paolo Gentiloni, dopo i governi Letta e Renzi. Gli sgravi contributivi concessi negli anni passati hanno influenzato i numeri dei rapporti di lavoro permanente, ma finiti gli incentivi, i lavori a tempo determinato hanno registrato una crescita record.

Un’altra causa della riduzione delle ore lavorate è da cercare nell’innovazione tecnologica. Oggi robot e automazione riducono le ore di lavoro necessarie per realizzare merci o servizi, e aumentano la produttività. In media, il fenomeno non riguarda la maggior parte dell’economia italiana, che anzi ha una produttività stagnante, ma influenza la manifattura industriale.

Secondo uno studio presentato dall’economista Sergio De Nardis, la produttività manifatturiera italiana è in crescita, in controtendenza rispetto al resto dell’economia: e questo per effetto di una “deindustrializzazione virtuosa”, come la definisce De Nardis. La crisi ha operato una selezione darwiniana, nella quale sono sopravvissute le imprese che hanno bisogno di minore occupazione per assicurare la stessa produzione di altre che per farlo hanno bisogno di più lavoratori.

Occupazione e disoccupazione
I numeri assoluti sull’occupazione vanno poi confrontati con quelli sulle forze di lavoro, categoria che comprende occupati e disoccupati e che è influenzata dalle dinamiche demografiche (nascite e morti, invecchiamento della popolazione, emigrazione e immigrazione), dall’aumento delle donne nel mercato del lavoro e dal divario tra nord e sud del paese.

Soffermandosi sulla variabile geografica, si può notare che l’Italia è ancora un paese spaccato a metà: il nord, con il 66,7 per cento di occupati di oggi contro il 66,5 del 2007, ha recuperato e superato i livelli di dieci anni fa, mentre il sud fatica a tornare alla situazione precedente alla crisi.

Anche il genere è una variabile che influenza parecchio: rispetto al 2007, il tasso di occupazione degli uomini è inferiore di tre punti percentuali; mentre quello delle donne è superiore di 2,4.

La riduzione del divario tra uomini e donne si deve a un piccolo aumento dell’occupazione femminile, e al fatto che gli uomini sono stati più colpiti dalla crisi. Per le donne – presenti soprattutto in settori meno vulnerabili come quello pubblico – si registra anche un prolungamento del tempo di occupazione, dovuto a leggi che hanno aumentato l’età della pensione.

Dunque a una notizia positiva – l’occupazione femminile ha tenuto, nonostante la grave recessione – si accompagnano note critiche: l’aumento dell’occupazione femminile non riguarda le donne giovani, si registra soprattutto nel centronord, ed è comunque inferiore agli anni precedenti. In ogni caso, il divario di genere nei tassi di occupazione è sceso a 18 punti percentuali: dal 1977 a oggi, ha fatto notare il presidente dell’Istat, si è ridotto di 7,4 punti, 3,6 dei quali proprio durante la recessione. Mentre è aumentato tra le generazioni, con la nuova occupazione tutta concentrata nelle fasce d’età più alte, per effetto della riforma dell’età pensionabile.

Ma perché, se l’occupazione è in ripresa, si parla ancora di “emergenza lavoro”? Il grafico che segue risponde alla domanda e chiarisce l’apparente paradosso: sale l’occupazione, ma sale anche la disoccupazione, perché ci sono più persone che cercano un impiego.

Lo cercano soprattutto le donne, ma anche gli uomini che sono usciti dallo stato di inattività, cioè da quella condizione per cui non si ha un lavoro e non lo si cerca. Il tasso di attività, che era del 62,4 per cento nel 2007, ora è del 65,4 per cento. E qui arriviamo alla questione salariale: all’aumento di occupazione corrisponde anche un aumento delle retribuzioni, e dunque del benessere di chi vive di lavoro?

Più lavoro, meno salario
Per rispondere a questa domanda bisogna seguire l’andamento delle retribuzioni reali nello stesso periodo di tempo. Depurate dall’inflazione, le retribuzioni pro capite del 2016 sono più basse di 600 euro rispetto a quelle del 2007.
Dieci anni di salari in Italia

Viste in migliaia di euro – Fonte: Istat -, le Retribuzioni annue lorde per occupato dipendente, dai 25.200 del 2007 e dai 25.400 del 2010, nel 2013 sono precipitate a 24.000.

Non solo non abbiamo fatto passi avanti, ma siamo andati indietro. Si noti bene che questi dati si riferiscono a tutta l’economia, ossia tengono conto sia del settore pubblico sia di quello privato.

Dunque abbiamo quasi lo stesso numero di occupati, ma si lavora meno e per meno soldi. Un fenomeno che non è solo italiano. L’ultimo rapporto del Fondo monetario internazionale (Fmi) dedica un intero capitolo alla questione della bassa crescita dei salari. Le conclusioni puntano l’indice sulla crescita del part-time involontario, sulla precarietà del lavoro e – in alcuni casi – sull’aumento di produttività.

Gli economisti del Fmi, lo stesso centro di elaborazione e pensiero che per anni ha stimolato le politiche favorevoli alla riduzione del costo del lavoro per aumentare la competitività, analizzano ora questa dinamica con preoccupazione: non tanto per motivi distributivi (l’aumento delle disuguaglianze, il fatto che il lavoro non basta più a garantire l’uscita dalla povertà, le tensioni sociali), quanto per l’equilibrio complessivo del sistema economico.

Come spingere la crescita se i salari sono troppo bassi per comprare i beni prodotti? E come reggeranno i sistemi previdenziali e di welfare a un mondo di salari bassi? Ecco perché da qualche tempo dalle stesse sedi che spingevano per ridurre il costo del lavoro adesso viene l’indicazione opposta: aumentare i salari. Meglio tardi che mai.

1492.- Sentenza del Consiglio di Stato: Permessi di soggiorno regalati agli immigrati.

1500026447705.jpg--finto_matrimonio_nell_alessandrino___ci_abbiamo_provato__e_andata_male_Per ottenere il permesso di soggiorno basta provare l’esistenza di un solido e duraturo rapporto di convivenza e affetto di tipo familiare. 

 

Lo afferma il Consiglio di Stato (sulla scia della sentenza della Cassazione 44182/2016) con la sentenza 5040 del 31 ottobre 2017, nella quale ha esaminato il caso del rifiuto di concedere il rinnovo del permesso di soggiorno da parte di una Questura (Brescia), per il fatto che l’extracomunitaria aveva presentato un contratto di colf (fittizio) che non dava reddito sufficiente secondo i parametri di legge.

In realtà, come aveva del resto dimostrato la cittadina extracomunitaria già in sede di presentazione della domanda, si trattava di un duraturo rapporto affettivo di convivenza con un italiano.
Quindi, per il Consiglio di Stato, “nonostante la sostanziale natura fittizia del rapporto di collaborazione domestica, ma a fronte di un rapporto di convivenza evidente e dichiarato, la Questura avrebbe dovuto valutare, ai sensi dell’art. 5, comma 9, del d. lgs. n. 286 del 1998, il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’art.30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998″. Il Consiglio di Stato ha, così, confermato la sentenza del Tar Lombardia che aveva già seguito lo stesso ragionamento.

Questo provvedimento ha suscitato sdegno nei cittadini italiani “per bene”, ma la materia abbraccia il campo costituzionale, attende di essere coordinata con le riforme introdotte dalla l. n. 76/2016 sulle unioni civili e di fatto e, ovviamente, è resa complessa dall’imponenza del fenomeno migratorio in atto. Leggiamo:

E’ illegittimo il diniego di rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato, opposto allo straniero extracomunitario in considerazione della mancanza di un reddito minimo idoneo al suo sostentamento sul territorio nazionale se, nonostante la sostanziale natura fittizia del rapporto di lavoro (nella specie, di collaborazione domestica), sussiste un rapporto di convivenza evidente e dichiarato, che avrebbe onerato la Questura a valutare, ai sensi dell’art. 5, comma 9, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 (vedi appresso), il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’art. 30, comma 1, lett. b), dello stesso decreto; tale  disposizione, infatti, seppure introdotta per regolare i rapporti sorti da unioni matrimoniali, non può non applicarsi, in base ad una interpretazione analogica imposta dall’art. 3, comma secondo, Cost. (1), anche «al partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata con documentazione ufficiale», secondo la formula prevista, seppure in riferimento al diritto di soggiorno di un cittadino di uno Stato membro UE dei suoi familiari in un altro Stato membro, l’art. 3, comma 2, lett. b), d.lgs. 6 febbraio 2007, n. 30 (2).

N O T A (1)

Art. 3, Costituzione,

comma primo

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale (1) e sono eguali davanti alla legge (2), senza distinzione di sesso [29, 31, 37 1, 48 1, 51; c.c. 143, 230bis], di razza, di lingua [6], di religione [8, 19, 20], di opinioni politiche [21, 49], di condizioni personali e sociali (3).

comma secondo

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico [24 3, 34, 36, 40] e sociale [30 2, 31, 32, 37], che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana [37, 38] e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori [35] all’organizzazione politica [48, 49], economica [39, 4547] e sociale [31, 34] del Paese (4).

Nella prospettiva giuridica adottata, l’eguaglianza si può sintetizzare anzitutto nella parità formale tra tutti i cittadini, inibendone così discriminazioni. Essa si raccorda idealmente all’art. 1 della CEDU; vengono quindi in seguito specificati i singoli divieti (le mancanze di distinzioni di cui al termine del primo capoverso) cui ancorare una effettiva tutela del pari trattamento. Per legge è da intendersi ogni fonte disciplinante il complesso dei diritti da tutelarsi, ivi comprese quelle comunitarie (art. 20 CEDU). Le leggi che introducono differenziazioni tra categorie o situazioni sono sottoposte ad una valutazione di conformità a Costituzione in riferimento all’articolo qui in esame.

N O T A (2)

Ha chiarito la Sezione che tale conclusione non risponde solo ad un fondamentale principio di eguaglianza sostanziale, ormai consacrato, a livello di legislazione interna, anche dall’art. 1, comma 36, l. 20 maggio 2016, n. 76, per quanto qui rileva, sulle convivenze di fatto tra “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”, ma anche alle indicazioni provenienti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che, anche in questa materia, si è premurata di chiarire che la nozione di «vita privata e familiare», contenuta nell’art. 8, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo includa, ormai, non solo le relazioni consacrate dal matrimonio, ma anche le unioni di fatto nonché, in generale, i legami esistenti tra i componenti del gruppo designato come famiglia naturale.

In altri termini, proprio in virtù della presenza di rapporti affettivi (di natura eterosessuale od omosessuale), l’eventuale applicazione di una misura di allontanamento o di diniego di un permesso di soggiorno è in grado, secondo la Corte di Strasburgo, di provocare un sacrificio sproporzionato del diritto alla vita privata e familiare per il soggetto portatore dell’interesse (Corte europea dei diritti dell’uomo, 4 dicembre 2012, ric. n. 31956/05, Hamidovic c. Italia, in particolare § 37), come avverrebbe nel caso di specie a danno irrimediabile dell’odierna appellante.

Ha aggiunto la Sezione che la circostanza che l’attuale legislazione in materia di permessi di soggiorno non sia stata ancora adeguata o comunque ben coordinata, sul punto, alle riforme introdotte dalla l. n. 76 del 2016 sulle unioni civili e di fatto, consentendo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari, di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 286 del 1998, anche al convivente straniero di cittadino italiano, purché ne ricorrano le condizioni, formali e sostanziali, ora previste dalla stessa l. n. 76 del 2016 (e, in particolare, dall’art. 1, commi 36 e 37), non osta all’applicazione mediata, anche in via analogica, degli istituti previsti dalla legislazione in materia di immigrazione per le unioni matrimoniali e, quindi, dello stesso art. 30, e ciò per la forza, essa immediata, di principî costituzionali ed europei, la cui cogenza prescinde dalla normativa sopravvenuta della medesima l. n. 76 del 2016 e dalle conseguenti disposizioni di attuazione e/o coordinamento.

Leggiamo, ora, il  Testo unico sull’immigrazione (Dlgs 286/1998, Titolo II – Disposizioni sull’ingresso, il soggiorno e l’allontanamento dal territorio dello Stato (Artt. 4-20). Capo I.- Disposizioni sull’ingresso e il soggiorno e, precisamente, l’Art. 5, comma 9:

Il permesso di soggiorno è rilasciato, rinnovato o convertito entro sessanta giorni dalla data in cui è stata presentata la domanda, se sussistono i requisiti e le condizioni previsti dal presente testo unico e dal regolamento di attuazione per il permesso di soggiorno richiesto ovvero, in mancanza di questo, per altro tipo di permesso da rilasciare in applicazione del presente testo unico. 

9-bis. In attesa del rilascio o del rinnovo del permesso di soggiorno, anche ove non venga rispettato il termine di sessanta giorni di cui al precedente comma, il lavoratore straniero può legittimamente soggiornare nel territorio dello Stato e svolgere temporaneamente l’attività lavorativa fino ad eventuale comunicazione dell’Autorità di pubblica sicurezza, da notificare anche al datore di lavoro, con l’indicazione dell’esistenza dei motivi ostativi al rilascio o al rinnovo del permesso di soggiorno. L’attività di lavoro di cui sopra può svolgersi alle seguenti condizioni: 

a) che la richiesta del rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro sia stata effettuata dal lavoratore straniero all’atto della stipula del contratto di soggiorno, secondo le modalità previste nel regolamento d’attuazione, ovvero, nel caso di rinnovo, la richiesta sia stata presentata prima della scadenza del permesso, ai sensi del precedente comma 4, e dell’articolo 13 del decreto del Presidente della Repubblica del 31 agosto 1999 n. 394, o entro sessanta giorni dalla scadenza dello stesso;

b) che sia stata rilasciata dal competente ufficio la ricevuta attestante l’avvenuta presentazione della richiesta di rilascio o di rinnovo del permesso.

 

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Per ottenere il permesso di soggiorno, allo straniero extracomunitario basta dimostrare la convivenza con un cittadino italiano; ma domestica o convivente?

dice Marilisa Bombi:

La circostanza che l’attuale legislazione in materia di permessi di soggiorno non sia stata ancora adeguata o comunque ben coordinata, sul punto, alle riforme introdotte dalla l. n. 76/2016 sulle unioni civili e di fatto, consentendo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari, di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 286/1998, anche al convivente straniero di cittadino italiano, purché ne ricorrano le condizioni, formali e sostanziali, ora previste dalla stessa l. n. 76/2016 (e, in particolare, dall’art. 1, commi 36 e 37), non osta all’applicazione mediata, anche in via analogica, degli istituti previsti dalla legislazione in materia di immigrazione per le unioni matrimoniali e, quindi, dello stesso art. 30.

Il dispositivo della sentenza:

CONSIGLIO DI STATO, sez. III, Sentenza 19, n. 5040, depositata il 31 ottobre 2017.

Presidente Lipari – Estensore Noccelli

Permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato – Mancanza di un reddito minimo idoneo al sostentamento – Stabile convivenza con un cittadino italiano – Rilascio di permesso di soggiorno per motivi familiari – Interpretazione analogica – Cittadino UE con relazione stabile attestata da documentazione ufficiale – Principio di eguaglianza sostanziale – Rapporti di parentela, affinità o adozione, matrimonio e unione civile

Fatto e diritto

1. L’odierna appellante, C.M.D.S., ha impugnato avanti al T.A.R. per la Lombardia, sezione staccata di Brescia, il decreto emesso nei suoi confronti dal Questore della Provincia di Brescia, che ha respinto la domanda volta ad ottenere il permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato a cagione della mancanza di un reddito minimo idoneo al suo sostentamento sul territorio nazionale.

1.1. La ricorrente, nel dedurre l’illegittimità del provvedimento impugnato con un unico articolato motivo incentrato sulla mancata analisi della sua situazione di stabile convivenza con un cittadino italiano, formalmente suo datore di lavoro, che provvedeva al suo sostentamento, ne ha chiesto, previa sospensione, l’annullamento.

1.2. Nel primo grado del giudizio si è costituita l’Amministrazione intimata per resistere al ricorso.

2. Il T.A.R. per la Lombardia, sezione staccata di Brescia, con la sentenza n. 1238 del 26 settembre 2016, all’esito dell’istruttoria disposta sul rapporto di lavoro dichiarato e sulla sufficienza dei redditi percepiti, ha respinto il ricorso e ha condannato la ricorrente alla rifusione delle spese di lite nei confronti dell’Amministrazione.

2.1. Avverso tale sentenza ha proposto appello l’interessata e ne ha chiesto, previa sospensione, la riforma, con il conseguente annullamento del decreto contestato in primo grado.

2.2. Si è costituita l’Amministrazione appellata per resistere al gravame, di cui ha chiesto la reiezione.

2.3. Con l’ordinanza n. 2773 del 28 giugno 2017 la Sezione, in considerazione del grave pregiudizio che la ricorrente avrebbe potuto subire per la prevedibile espulsione nelle more del giudizio, ha sospeso l’esecutività della sentenza impugnata.

2.4. Infine, nella pubblica udienza del 19 ottobre 2017, il Collegio, sentiti i difensori delle parti, ha trattenuto la causa in decisione.

3. L’appello è fondato e deve essere accolto.

4. Il primo giudice, all’esito dell’attività istruttoria disposta, ha ritenuto che la ricorrente non avesse adeguatamente comprovato i «contorni fattuali afferenti all’impiego in corso», apparsi come «nebulosi», né l’ammontare dei redditi effettivamente percepiti (p. 4 della sentenza impugnata).

4.1. Ora, sebbene tale rilievo sia corretto per aver ammesso la stessa appellante di avere messo «in piedi formalmente una assunzione e un rapporto di collaborazione domestica, in quanto questo era l’unico modo per la Sig.ra M.D.S. di poter ottenere un permesso di soggiorno» (p. 3 del ricorso), deve il Collegio tuttavia rilevare che la ricorrente aveva già allegato, in sede procedimentale, e dimostrato, in sede giudiziale, di essere partner convivente di S.G. e di coabitare con lui e con i due figli avuti da precedente unione nella medesima abitazione di Brescia.

4.2. Pertanto, nonostante la sostanziale natura fittizia del rapporto di collaborazione domestica, ma a fronte di un rapporto di convivenza evidente e dichiarato, la Questura avrebbe dovuto valutare, ai sensi dell’art. 5, comma 9, del d. lgs. n. 286 del 1998, il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’art. 30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998, disposizione che, seppure introdotta per regolare i rapporti sorti da unioni matrimoniali, non può non applicarsi, in base ad una interpretazione analogica imposta dall’art. 3, comma secondo, Cost., anche «al partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata con documentazione ufficiale», secondo la formula prevista, seppure in riferimento al diritto di soggiorno di un cittadino di uno Stato membro UE dei suoi familiari in un altro Stato membro, l’art. 3, comma 2, lett. b), del d. lgs. n. 30 del 2007.

4.3. Una simile interpretazione non risponde solo ad un fondamentale principio di eguaglianza sostanziale, ormai consacrato, a livello di legislazione interna, anche dall’art. 1, comma 36, della l. n. 76 del 2016, per quanto qui rileva, sulle convivenze di fatto tra «due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile», ma anche alle indicazioni provenienti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che, anche in questa materia, si è premurata di chiarire che la nozione di «vita privata e familiare», contenuta nell’art. 8, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo includa, ormai, non solo le relazioni consacrate dal matrimonio, ma anche le unioni di fatto nonché, in generale, i legami esistenti tra i componenti del gruppo designato come famiglia naturale.

4.4. Si è assistito dunque, e non solo nella nostra legislazione nazionale, ad una interpretazione nuova ed evolutiva del concetto di famiglia, comprensivo anche delle unioni di fatto tra individui (e anche dello stesso sesso), tanto che la Corte di Strasburgo, di recente, ha chiarito come la legislazione degli Stati membri in materia di immigrazione non si può spingere sino al punto di negare all’individuo il diritto a vivere liberamente una condizione di coppia, intesa come vita familiare (Corte europea dei diritti dell’uomo, 23 febbraio 2016, ric. n. 6845/13, Pajic c. Croazia).

4.5. In altri termini, proprio in virtù della presenza di rapporti affettivi (di natura eterosessuale od omosessuale), l’eventuale applicazione di una misura di allontanamento o di diniego di un permesso di soggiorno è in grado, secondo la Corte di Strasburgo, di provocare un sacrificio sproporzionato del diritto alla vita privata e familiare per il soggetto portatore dell’interesse (Corte europea dei diritti dell’uomo, 4 dicembre 2012, ric. n. 31956/05, Hamidovic c. Italia, in particolare § 37), come avverrebbe nel caso di specie a danno irrimediabile dell’odierna appellante.

4.6. La circostanza che l’attuale legislazione in materia di permessi di soggiorno non sia stata ancora adeguata o comunque ben coordinata, sul punto, alle riforme introdotte dalla l. n. 76 del 2016 sulle unioni civili e di fatto, consentendo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari, di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998, anche al convivente straniero di cittadino italiano, purché ne ricorrano le condizioni, formali e sostanziali, ora previste dalla stessa l. n. 76 del 2016 (e, in particolare, dall’art. 1, commi 36 e 37), non osta all’applicazione mediata, anche in via analogica, degli istituti previsti dalla legislazione in materia di immigrazione per le unioni matrimoniali e, quindi, dello stesso art. 30, e ciò per la forza, essa immediata, di principî costituzionali ed europei, la cui cogenza prescinde dalla normativa sopravvenuta della medesima l. n. 76 del 2016 e dalle conseguenti disposizioni di attuazione e/o coordinamento.

4.7. Non può che discenderne, pertanto, l’illegittimità del decreto questorile qui impugnato nella misura in cui, pur correttamente rilevando che non sussistessero i presupposti reddituali per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato, non ha però valutato in violazione dell’art. 5, comma 9, del d. lgs. n. 286 del 1998, a fronte della situazione di fatto rappresentata in sede procedimentale e limitandosi solo a rilevare, illegittimamente, che il nucleo familiare della richiedente fosse composto solo dai figli e non dal compagno convivente, se sussistessero o meno i presupposti, formali e sostanziali, per rilasciare un permesso a diverso titolo e, in particolare, per i motivi familiari di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998, disposizione da applicarsi necessariamente, in via analogica, anche alla convivenza di fatto della straniera, odierna appellante, con il cittadino italiano.

5. In conclusione, per i motivi esposti, l’appello deve essere accolto, sicché, in integrale riforma della sentenza impugnata, va annullato il decreto emesso il 29 dicembre 2015 dal Questore della Provincia di Brescia nei confronti dell’odierna appellante, con l’obbligo, per l’Amministrazione, di rivalutare la domanda dell’interessata secondo i principî sopra enunciati, previa verifica di una stabile relazione di convivenza, ai sensi della legislazione vigente, con S.G..

6. Le spese del doppio grado del giudizio, attesa la novità dei principî qui affermati di cui non constano a questo Collegio precedenti noti, possono essere interamente compensate tra le parti.

6.1. Il Ministero dell’Interno deve essere condannato a rimborsare, attesa la sua soccombenza, il contributo unificato richiesto per la proposizione del ricorso in primo e in secondo grado.

P.Q.M.

Definitivamente pronunciando sull’appello, come proposto da C.M.D.S., lo accoglie e per l’effetto, in integrale riforma della sentenza impugnata, annulla il decreto Cat.A.12/2015/Immig./II Sez/gm/15BS021748 emesso il 29 dicembre 2015 dal Questore della Provincia di Brescia nei confronti della stessa.

Compensa interamente tra le parti le spese del doppio grado del giudizio.

Pone definitivamente a carico del Ministero dell’Interno il contributo unificato richiesto per la proposizione del ricorso in primo e in secondo grado.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

 

1229.- Migranti, un anno da 200mila sbarchi: ecco il nuovo piano del Viminale, ma è il DEF.

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Ancora record nel 2017. Il ministero dell’Interno chiede alle Regioni uno sforzo ulteriore e avvia l’apertura di 11 nuovi centri permanenti per il rimpatrio. L’Anci: “Oggi più sindaci fanno la loro parte”

 

“L’Italia si prepara ad accogliere (si fa per dire) la cifra record di 200mila migranti. Il nuovo piano di ripartizione è pronto. Ciascuno dovrà fare la propria parte”. Mentre proseguono gli sbarchi e si discute del ruolo delle Ong nel Mediterraneo, al Viminale si pensa a rinforzare le retrovie. La macchina dell’accoglienza dovrà fare di più. Due casi per tutti: nel 2017 la Lombardia dovrà passare dagli attuali 25mila posti a disposizione a oltre 28mila, la Campania da 16mila a oltre 19mila. Questa volta, però, senza migranti paracadutati dai prefetti sui vari territori, ma con tavoli di coordinamento con i sindaci. Due i modelli di riferimento: le province di Milano e Bologna che stanno riuscendo a distribuire in maniera uniforme i rifugiati tra tutti i comuni dell’aerea.

Il “piano dei 200mila” è nei numeri: basta pensare che ieri sono saliti a 43.245 gli arrivi via mare nel 2017, il 38,54% in più rispetto allo stesso periodo del 2016 (anno che con oltre 181mila sbarchi aveva già infranto ogni record nella storia del nostro Paese). Per questo ci si prepara a una maxi accoglienza sul territorio. In questo momento, tra strutture temporanee e centri governativi il nostro Paese ospita 179mila migranti. Ma le stime per fine anno spingono il Viminale a trovare posto per almeno 200mila persone. I parametri sono già concordati con l’Anci. A livello regionale fa fede l’accordo del 10 luglio 2014: ogni regione dovrà accogliere una percentuale di migranti pari alla propria quota di accesso al Fondo nazionale per le politiche sociali, con piccole eccezioni per i centri colpiti dai terremoti (per esempio alla Lombardia spetta il 14,15% del totale e al Lazio l’8,6%). Poi all’interno di ogni singola regione scatta l’accordo Viminale-Anci di dicembre scorso: i comuni fino a duemila abitanti dovranno ospitare 6 migranti, i comuni con più di 2mila abitanti ne accoglieranno 3,5 ogni mille abitanti, le città metropolitane (già gravate in quanto hub di transito di molti rifugiati) si limiteranno a 2 posti ogni mille residenti.

Il piano è già in atto: obiettivo prioritario del prefetto Gerarda Pantalone, capo del dipartimento Libertà civili del Viminale, è infatti coinvolgere più sindaci possibili nell’accoglienza, visto che attualmente sono solo 2.880 su oltre 8mila quelli che hanno aperto le loro porte ai rifugiati. E qualcosa già si muove. “Oggi i sindaci stanno facendo la loro parte – sostengono all’Anci – e questo grazie a una nuova modalità di contrattazione territoriale: non più migranti catapultati di imperio dai prefetti sui territori comunali, ma una distribuzione concordata con gli amministratori locali”.

Insomma nessuna imposizione. E i risultati si vedono: al 5 maggio scorso sono 154 i nuovi comuni che hanno presentato domanda volontaria per aderire allo Sprar (la rete d’accoglienza gestita appunto dall’Anci, ndr). “Sindaci ‘virtuosi’ per i quali scatterà la clausola di salvaguardia, nel senso che non potranno subire altri trasferimenti dai prefetti”.

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Degrado a Castel Sant’Angelo, un’immagine triste di Roma

Due modelli di accoglienza diffusa circolano, come detto, sui tavoli del ministero: quello della provincia di Bologna e quello di Milano. Nel capoluogo lombardo, per esempio, in base al recente “Protocollo tra prefettura, città metropolitana e comuni della zona omogenea” i sindaci si impegnano “ad accogliere gradualmente sul proprio territorio, entro il 2017, un numero di cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale in conformità al Piano Anci-Viminale e a reperire unità abitative di soggetti pubblici o privati necessarie alla copertura dei posti”. Spetterà poi alla prefettura stipulare le convenzioni con gli enti gestori dell’accoglienza al “prezzo unitario pro-capite di 35 euro al giorno oltre Iva”.

Sul fronte della lotta agli irregolari, il Viminale avvia invece l’apertura di 11 nuovi Cpr (i centri permanenti per il rimpatrio, ex Cie) in altrettante regioni, destinati all’identificazione ed espulsione dei migranti. In gran parte si tratta della ristrutturazione di Cie preesistenti. Si va da Gradisca d’Isonzo in Friuli Venezia Giulia alla caserma di Montichiari in Lombardia; da Ponte Galeria a Roma al carcere di Iglesias in Sardegna.

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Terremotato si impicca, lui era ancora senza casa: i profughi nell’hotel accanto. Non è stata la paura a sconfiggerlo, ma il futuro, o meglio: il timore averlo perduto. I disagi e la precarietà causati dal terremoto erano diventati un macigno impossibile da sopportare e così ha deciso di farla finita con la vita. L’uomo, un operaio di 57 anni, A. A., è stato trovato morto nella mattinata di ieri nella cantina della sua abitazione nelle campagne di Sarnano. L’uomo aveva dovuto lasciarla perché resa inagibile il sisma.
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IMMIGRAZIONE SENZA FINE: diecimila arrivi in tre giorni e nessuno di loro in fuga da una guerra. Il governo PD ormai è scafismo allo stato puro.

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È tutta una messinscena per far vedere che i soldi che gli diamo servono a qualcosa. Nel DEF hanno già stabilito quanti ne dovranno arrivare nel 2017

 

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SILENZIO ASSORDANTE SUI DUE ANZIANI TROVATI MORTI PER LA FAME A GENOVA: NON ERANO MIGRANTI. Franco e Renata Ricciardi, di 60 e 68 anni, erano seguiti dalla Caritas diocesana di Genova.

Articolo 38 Costituzione

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.

I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.

L’assistenza privata è libera.

1168.- Il lavoro nella Costituzione europea

La vittoria di Emmanuelle Macron nelle elezioni presidenziali francesi viene vista esclusivamente come la vittoria contro la destra di Marine Le Pen; ma è stata anche la vittoria dell’europeismo e, per converso, la sconfitta dei nazionalismi, intesi come Stati, popoli, nazioni. È sembrato, perciò, utile tornare a parlare del lavoro come era considerato nella proposta di Costituzione europea, bocciata dai referendum francese e olandese del 2005, perché è lì, in quella proposta di costituzione, poi, travasata e tramutata negli aggiornamenti dei trattati europei che vanno sotto il nome di Trattato di Lisbona, che noi troviamo l’abbandono della centralità del principio costituzionale del lavoro per la centralità della legge dei mercati adottata come principio fondante dell’Unione europea.

 

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L’idea di Europa «Fare l’Europa vuol dire tre cose, vuol dire accettare tre obiettivi: il primo, che ci ipnotizza, è un obiettivo politico-amministrativo; l’altro, su cui stendiamo un velo pudico, è un obiettivo economico-finanziario; il terzo, che trattiamo come un antipasto o come un dessert, è un obiettivo culturale». Le parole di Lucien Febvre (1879-1956), pronunciate nel corso delle lezioni tenute nell’anno accademico 1944-45 al Collège de France e venate di scettico sarcasmo, sembrano purtroppo assai attuali. Tuttavia, il rallentamento del processo di coesione europea, dovuto alla mancata ratifica (frettolosamente definita «bocciatura») del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa da parte di Francia e Olanda, non corrisponde all’estinzione del progetto. Un referendum, in un dato momento storico, può anche risolversi per l’emersione di una maggioranza sfavorevole e irrazionale. Zygmunt Bauman ha chiarito che i numeri grandi hanno autorità per la loro dimensione: il presupposto di base (anche se raramente è dichiarato) è che «tante persone non possono essere dalla parte sbagliata», soprattutto se sono la maggioranza.

L’idea di Europa «Fare l’Europa vuol dire tre cose, vuol dire accettare tre obiettivi: il primo, che ci ipnotizza, è un obiettivo politico-amministrativo; l’altro, su cui stendiamo un velo pudico, è un obiettivo economico-finanziario; il terzo, che trattiamo come un antipasto o come un dessert, è un obiettivo culturale».1

Le parole di Lucien Febvre (1879-1956), pronunciate nel corso delle lezioni tenute nell’anno accademico 1944-45 al Collège de France e venate di scettico sarcasmo, sembrano purtroppo assai attuali. Tuttavia, il rallentamento del processo di coesione europea, dovuto alla mancata ratifica (frettolosamente definita «bocciatura») del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa2 da parte di Francia e Olanda, non corrisponde all’estinzione del progetto. Un referendum, in un dato momento storico, può anche risolversi per l’emersione di una maggioranza sfavorevole e irrazionale. Zygmunt Bauman ha chiarito che i numeri grandi hanno autorità per la loro dimensione: il presupposto di base (anche se raramente è dichiarato) è che «tante persone non possono essere dalla parte sbagliata», soprattutto se sono la maggioranza.3

L’analisi della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, che è la parte propulsiva del Trattato, si è risolta spesso nella critica alle mancanze e imperfezioni del testo, mentre si taceva sulla forza del contenuto. La coscienza europea significa infatti differenziazione dell’Europa, come entità politica, da altre entità, da altri continenti o gruppi di nazioni.4

Il criterio fondamentale di differenziazione dell’Europa è quello della «libertà».5 Non esistono mercati economici laddove manca un sistema continentale di coesione che produca benessere generalizzato e garanzie universali per i cittadini. In termini di politica sociale, la Carta è il tentativo di dare un nuovo disegno ai diritti delle persone, di costituire lo statuto inviolabile di coloro che risiedono sul territorio europeo, indipendentemente dall’occupazione, dall’origine, dal genere, dall’appartenenza di classe, etnica, culturale.

Dal punto di vista ideale, è la continuazione del progetto di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e per usare le parole di Giuliano Amato «non è una missione impossibile. È semplicemente necessaria».6

La Carta dei diritti UE e il lavoro

La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea costituisce la seconda parte del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa.7 Alcune delle contraddizioni e debolezze nel testo della Carta dei diritti UE8 e nel medesimo pro c e sso della sua adozione sono conosciute sino dai lavori preparatori e risalgono al Consiglio europeo di Colonia del 3 e 4 giugno 1999 che ne decise l’elaborazione.9

La difficoltà di coordinare le politiche sociali è amplificata dall’esistenza di una Unione monetaria i cui paesi aderenti (la cosiddetta area Euro) sono una minoranza interna all’Unione a venticinque membri. È una condizione inevitabile che può essere risolta anche attraverso la cooperazione rafforzata, se si considera che non vi è alternativa a una Unione europea in grado di esercitare un ruolo su scala mondiale.10

La Carta trasforma l’Unione europea, prevalentemente economica e di mercato, in Europa politica. Insieme alla moneta unica europea, l’adozione della Carta è uno tra gli eventi più importanti della storia contemporanea. È bello ricordare che Giovanni Paolo II, dopo l’angelus del 1 gennaio 2002, rivolse «uno speciale augurio di pace e di prosperità ai paesi dell’Unione europea, che oggi, con la moneta unica, raggiungono un traguardo storico. Auspico che ciò favorisca il pieno sviluppo dei cittadini dei vari paesi. Crescano in tutta Europa la giustizia e la solidarietà, a vantaggio dell’intera famiglia umana».11

Il lavoro ha sempre avuto una collocazione centrale nella politica di coesione europea. In questo senso, non si possono interpretare le disposizioni della Carta senza collocarla nel sistema della legislazione europea, poiché questo significherebbe limitarsi al valore formale dell’atto e al suo contenuto letterale senza considerare che un ordinamento giuridico è una unità, come insegnava Santi Romano (1875-1947), «non artificiale o ottenuta con un procedimento di astrazione, ma concreta ed effettiva».12 L’obiettivo della buona occupazione si è tradotto costantemente nell’affermazione che il lavoro di qualità è anche in relazione con la fattispecie contrattuale, con lo schema giuridico di prestazione del rapporto: «I contratti di lavoro a tempo indeterminato rappresentano la forma comune dei rapporti di lavoro e contribuiscono alla qualità della vita dei lavoratori interessati e a migliorare il rendimento», dispone una direttiva del Consiglio dell’Unione europea.13 In questo senso, la Carta stabilisce che l’esercizio di una professione e il diritto di lavorare (art. II-75)14 rappresentano un elemento costitutivo della libertà dei cittadini europei, preceduto solo dalla dignità umana (art. II-61)15 e dalla proibizione di tenere la persona «in condizioni» di schiavitù o di servitù come dal divieto di lavoro forzato o obbligatorio (art. II-65).16

Inoltre, il principio che «la parità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione»17 è accompagnato dal riconoscimento espresso del diritto a conciliare la vita familiare e la vita professionale.18 Ancora con il medesimo processo di gradazione e collegamento dei diritti, si stabilisce che «ogni lavoratore ha diritto a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose»19 e si chiarisce che «i giovani ammessi al lavoro devono beneficiare di condizioni di lavoro appropriate alla loro età ed essere protetti contro lo sfruttamento economico o contro ogni lavoro che possa minarne la sicurezza, la salute, lo sviluppo fisico, mentale, morale o sociale o che possa mettere a rischio la loro istruzione».20

Nella costruzione dell’ordinamento giuridico europeo, anche rispetto al ruolo e all’importanza che hanno il lavoro e l’occupazione di qualità, non si deve sottovalutare la previsione del diritto a una buona pubblica amministrazione,21 che comprende «il diritto di ogni persona di accedere al fascicolo che la riguarda, nel rispetto dei legittimi interessi della riservatezza e del segreto professionale»22 e «l’obbligo per l’amministrazione di motivare le proprie decisioni».23 Si può certamente discriminare tra norme precettive e norme programmatiche o promozionali, come da sempre accade tra i costituzionalisti, ma la Carta dei diritti fondamentali ha comunque per l’Europa una capacità di aggregazione che ne rappresenta il principale valore giuridico. Il concetto fondamentale della saggezza, da un punto di vista politico, sociale ed economico, è la stabilità. Nulla è sensato se non si può progettare la sua continuità per lungo tempo, senza incorrere in ostacoli insormontabili.24

È importante osservare che la Carta dei diritti non distingue tra lavoro subordinato e lavoro autonomo, nella predisposizione di tutele fondamentali per la persona che lavora. In questo senso, la Carta è una opportunità per correggere l’uso distorto del diritto commerciale nella regolamentazione del lavoro. La governance di questi processi economici e demografici ha necessità di una costituzionalizzazione, per quanto perfettibile essa sia.25 Il diritto si è generalmente sviluppato sul modello della proprietà, come situazione giuridica soggettiva, assoluta, individuale. L’organizzazione del lavoro ha spesso sofferto di questa costruzio ne soggettiva della posizione del lavoratore, stretta tra la fonte formalmente contrattuale del rapporto e la disciplina a garanzia del suo svolgimento. Bruno Trentin ha posto chiaramente la questione della libertà come presupposto e condizione per la tutela dei lavoratori, comeuna ricerca ininterrotta26 sulla liberazione della persona e sulla sua capacità di autorealizzazione: «La domanda che infatti intendo porre è la seguente: è possibile immaginare una politica estera, della sicurezza e della cooperazione internazionale, in uno Stato o in una unione di Stati e di cittadini, che non dispongono di una forte e solidale politica economica e sociale? E nel caso dell’Unione europea, di procedure di decisione capaci di coordinare le politiche economiche, sociali e ambientali degli Stati membri? Io non lo ritengo possibile, perché si tratta di una contraddizione in termini».27

In senso generale, tutti i paesi dell’Europa occidentale hanno buoni risultati per quanto riguarda la democrazia nel lavoro, i diritti dei lavoratori, la distribuzione del reddito e la protezione sociale, sebbene questo sia pagato con un inferiore tasso di crescita economica e una maggiore disoccupazione rispetto ai paesi anglosassoni, dove al contrario si osserva una consistente polarizzazione della ricchezza e la rinuncia al principio di universalità del sistema di welfare pubblico.28 Sono risultati  importanti, essenziali. È l’eredità dello spazio sociale europeo che dobbiamo all’iniziativa di Jacques Delors alla presidenza della Commissione europea.29

Lavoro decente e lavoro di qualità

Il cardine della teoria economica neoclassica è di trattare il lavoro come ogni altro fattore di produzione. Ma il lavoro non è in alcun modo assimilabile alle altre merci. Joseph Stiglitz, in «Occupazione, giustizia sociale e benessere della società», ha ricordato quanto sia importante il lavoro per le persone, «il fatto che qualcuno riconosca il loro contributo mediante un corrispettivo».30

Il lavoro «di qualità» (quality in work; job quality), promosso dalle  politiche per l’occupazione dell’Unione europea,31 ha un corrispondente nel concetto di «lavoro decente»32 o «dignitoso» (decent work; travail decent) che impegna l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). I due principi non sono equivalenti, sebbene abbiano il comune obiettivo di tutelare il lavoratore e migliorare le condizioni in cui il lavoro è prestato. In un certo senso, tutte le nozioni risentono della inevitabile vischiosità del linguaggio giuridico ed economico, dell’incapacità a descrivere un fenomeno con espressioni linguistiche.33

Il concetto di lavoro «decente», apparso inizialmente nel Rapporto del direttore generale dell’OIL alla ottantasettesima sessione della Conferenza internazionale del lavoro nel 1999 è fondato su quattro elementi: occupazione, protezione sociale, diritti dei lavoratori e dialogo sociale.34

Gli indicatori economici, giuridici e sociali del lavoro decente sono le opportunità di lavoro (il tasso di occupazione rispetto alla popolazione), la retribuzione, le condizioni di lavoro, lo sviluppo del sistema di sicurezza sociale, il rispetto dei diritti fondamentali (lavoro coatto o minorile, discriminazione, libertà di associazione), l’ampiezza del dialogo sociale (contrattazione collettiva, democrazia economica, partecipazione alle decisioni politiche).

Gli indicatori necessari a individuare il lavoro «dignitoso» hanno spesso necessità di elementi comparativi. Il fatto che il lavoro sia retribuito non esclude l’uso di indicatori alternativi per valutare l’adeguatezza della retribuzione, come lo stato di nutrizione, l’alfabetizzazione e il grado di istruzione degli adulti, il tasso di mortalità nella prima infanzia o la percentuale di working poors, di «poveri industriosi» secondo la definizione di Marx,35 sul totale della popolazione lavorativa.36 Il principio di solidarietà sociale universale, caratteristica dei sistemi pubblici europei, consente di promuovere un obiettivo più difficile e ambizioso del lavoro decente: il lavoro «di qualità».

La creazione di lavoro dignitoso (decent work) ha per scopo diretto e immediato l’abbattimento o comunque il decremento della povertà. Si tratta di una nozione riferibile alle condizioni minime di dignità della persona umana, una precondizione essenziale per la crescita economica.37 Il concetto di lavoro di qualità (job quality) riguarda una fase superiore delle politiche per l’occupazione: la promozione sociale del lavoratore. In particolare, c’è una relazione negativa tra la quota di lavori di bassa qualità (low quality jobs) e il tasso di occupazione: le persone che ottengono lavori di bassa qualità, specie se prive di opportunità formative, restano ad alto rischio di sprofondare nuovamente nella disoccupazione o nel lavoro sommerso.38 Al contrario, c’è un legame positivo tra la qualità dell’occupazione, la produttività del lavoro e i grandi temi delle politiche a tutela della persona umana: la parità di genere e l’aumento della quota di donne occupate, la lotta alle discriminazioni, la salute e la sicurezza sul lavoro. Sono precisamente i diritti che la Carta ha sancito per l’intera Unione europea.

Le analisi e proposte non debbono sottovalutare la crescente interdipendenza fra i fattori in gioco: un’interdipendenza spaziale, enfatizzata dalla globalizzazione e una funzionale rafforzata dalle nuove tecnologie, specie informatiche.39 Il sistema giuridico europeo può essere inteso in senso deregolativo soltanto se si enfatizza l’esigenza di rendere competitive le imprese, che pure crea occupazione, e si tace sull’obiettivo, espresso con forza anche maggiore, di migliorare la qualità del lavoro.40

L’esclusione sociale

A Ginevra, durante la novantatreesima Conferenza dell’ Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), svoltasi dal 31 maggio al 16 giugno 2005, il direttore generale dell’organizzazione ha dichiarato che il divario tra la concentrazione di ricchezza nell’economia globale e la modesta crescita dell’occupazione «pone una crescente minaccia alla sicurezza internazionale, allo sviluppo e alla democrazia».41 In senso radicalmente contrario, nell’Europa a quindici membri la popolazione a rischio di povertà è calata dal 17% del 1995 al 15% del 2001, secondo i dati Eurostat.42 Nel medesimo periodo, l’aspettativa di vita è cresciuta da 77 anni a 78,5 circa.43

Il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, nel discorso dell’11 gennaio 1944, disse: «Siamo arrivati a comprendere con chiarezza il fatto che l’autentica libertà individuale non può esistere senza la sicurezza e l’indipendenza economica. Un uomo oppresso dalle necessità non è un uomo libero. La gente affamata e senza lavoro è la materia di cui sono fatte le dittature».44

Una globalizzazione giusta si compie creando opportunità per tutti, con un dialogo tripartito che coinvolga datori di lavoro, lavoratori e governi.45 È interessante notare che il testo inglese del Rapporto prodotto dalla Commissione mondiale sulla dimensione sociale della globalizzazione utilizza la parola worker che indica la categoria generale dei lavoratori, tanto autonomi che subordinati.46

Un livello adeguato di Stato sociale, che è tradizione comune ai paesi europei, rende l’Unione più solida e democratica.47Non è ravvisabile alcuna correlazione positiva tra le diseguaglianze di reddito, specialmente prodotte dalla compressione verso il basso dell’imposizione fiscale, l’occupazione e lo sviluppo dell’economia. Il PIL può crescere rapidamente nei calcoli statistici, ma non nell’esperienza della gente comune che si trova oppressa da frustrazioni crescenti, da alienazione e insicurezza. Dopo un po’ anche il prodotto nazionale lordo smette di crescere, non a causa di insuccessi scientifici o tecnologici, ma per via di una paralisi strisciante causata dal rifiuto di cooperare, espresso in varie forme di evasione dalla realtà, da parte non solo degli oppressi e degli sfruttati ma anche dei gruppi notevolmente privilegiati.48 I fattori che incoraggiano la crescita dell’occupazione, specialmente nei servizi, sono la diffusione di redditi crescenti, la transizione verso una produzione di alta qualità, l’integrazione delle donne nel mercato del lavoro, lo sviluppo del welfare state, l’introduzione di innovazioni, la riduzione dell’orario di lavoro, la specializzazione nei servizi alle esportazioni.49

A proposito di giustizia distributiva, Giovanni Bazoli interpreta la parabola evangelica degli operai della vigna (Matteo, 20, 1-16), che il padrone remunera tutti con un denaro senza differenza tra quelli che hanno iniziato il lavoro al mattino e gli altri, assunti nel tardo pomeriggio: il fatto che gli operai non avessero in precedenza lavorato, perché nessuno li aveva assoldati, «non descrive pigrizia o ignoranza, bensì una differenza di opportunità, non dipendente dalla volontà dei lavoratori ».50 Sono spesso le disuguaglianze iniziali a materializzare una diversa «resa» degli uomini. La sola alternativa tra l’uguaglianza come «inclusione» e la disuguaglianza come «esclusione» è comunque inadeguata. Una mobilità diffusa verso il basso sarebbe altrettanto minacciosa per la coesione sociale che l’esistenza di una classe ostile di esclusi.51 Per Sigmund Freud il senso sociale poggia «sul rovesciamento di un sentimento inizialmente ostile in un legame caratterizzato in senso positivo, la cui natura è quella di una identificazione».52

Le analisi sulle origini della disoccupazione e della povertà non mancano. Spesso, non sono concordanti, come non lo sono i rimedi proposti. Il semplice potere del mercato economico non risolve il problema, senza la concreta libertà di partecipazione alla vita sociale.53

Gli Stati europei sono tutti troppi piccoli per garantire, da soli, sicurezza e benessere ai propri cittadini. Allo stesso modo, anche le imprese e le persone devono scegliere se consolidare una entità «più alta, più forte e più capace di competere come l’Unione europea».54

In cinquanta anni di costruzione europea, da sei a venticinque membri, l’Unione è l’unico esempio contemporaneo di democrazia sovranazionale. È il risultato di un lungo, paziente dialogo, della continua e sempre rinnovata ricerca dell’interesse comune e superiore, di un equilibrio più alto e stabile.55 Una ricerca di equilibrio e di libertà che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea consolida e promuove, anche nella disciplina del lavoro e dell’occupazione.

Di Gianpiero Golisano Martedì 01 Novembre 2005 02:00 Stampa

1167.- Il Diritto dimenticato. Il lavoro nella Costituzione europea

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1 – L’assenza del “diritto al lavoro” tra i diritti fondamentali dell’Unione non sembra provocare alcun turbamento nella scienza giuridica europea. I pochissimi che di sfuggita rilevano tale assenza, la considerano una ‘dimenticanza’ non particolarmente significativa.

Per l’autore di questo volume si tratta, invece, di un’assenza inquietante. L’autore non riesce, infatti, proprio a condividere l’idea che l’oblio del quale è stato vittima il diritto al lavoro (ma anche altri diritti sociali dei lavoratori) sia da considerare un evento secondario e privo di significato.

Come è possibile, infatti, chiedere agli abitanti del vecchio continente di sentirsi cittadini europei, di essere partecipi di una inedita e nuova comunità politica (l’Unione), di essere, insomma, “pronti a prendersi cura della città”, se la città stessa non si mostra pronta a prendersi cura dei bisogni fondamentali del cittadino?

2 – Queste domande potranno apparire dettate dal bisogno romantico, e un po’ retrò, di non smarrire la memoria del nostro, peraltro assai recente, passato. Non si tratta di questo.

La principale preoccupazione del volume riguarda il presente e il futuro. Il timore che un’Europa indifferente al destino sociale dei suoi cittadini, e di tutti coloro che la popolano, finisca per smarrire il senso della propria esistenza ed identità culturale, prima ancora che politica.

La differenza ‘etica’ del modello europeo rispetto al modello americano e al modello asiatico non può ridursi al (pur fondamentalissimo) divieto della pena di morte. Il fascino del vecchio continente, anche agli occhi dei non europei, risiede ancora oggi nella capacità dell’Europa di apparire e di essere il continente della modernità, ma anche della critica alla modernità. Delle leggi del mercato, ma anche dei limiti e dei vincoli alla ratio economica.

3 – La codificazione del diritto al lavoro ha storicamente avuto anche, forse soprattutto, questo straordinario significato simbolico. Ha rappresentato la volontà e la capacità dell’Europa di dare forma giuridica alla preoccupazione per il legame sociale. Il rischio è che l’attuale tendenza alla ‘decostituzionalizzazione’ del diritto al lavoro finisca per mettere in discussione anche altri diritti sociali: la sicurezza nei luoghi di lavoro, le tutele sociali, le libertà individuali e collettive dei lavoratori.

La posta in gioco è, insomma, altissima. ‘Dimenticato’ il diritto al lavoro è assai probabile che si apra la strada ad un’altra e più drammatica ‘dimenticanza’. Ne è un segno allarmante lo sguardo sempre più disattento e burocratico con il quale i media registrano il perdurare e, talvolta, la vera e propria escalation degli incidenti sul lavoro. Ormai derubricati quasi ad episodi di cronaca nera, facili da ‘archiviare’ come la dignità e la vita di coloro che ne sono vittima. Diritti ‘dimenticati’, appunto.

4 – Le pagine di questo volume muovono, insomma, dalla convinzione che al diritto al lavoro non si possa rinunciare a cuor leggero. Che questa assenza debba, anzi, essere al più presto superata. Ne va della credibilità ‘etica’ dell’Europa, della legittimità del suo modello sociale.

La prima parte del volume (Il regime del lavoro in Europa) è il frutto della rielaborazione di una lezione tenuta il 10 maggio 2006 presso il “Centro interdipartimentale di ricerca e formazione sul Diritto pubblico europeo e comparato” dell’Università di Siena. Un “viaggio” nello spazio. Prima negli ordinamenti costituzionali della “vecchia” Europa, poi negli ordinamenti costituzionali della “nuova” Europa e, infine, nell’ordinamento comunitario e dell’Unione.

La seconda parte del volume (Il diritto al lavoro nella storia europea) riproduce, con qualche aggiornamento, variazione e approfondimento, il testo della relazione presentata il

5 aprile 2006 al Convegno III Jornadas sobre la constitución europea presso l’Università di Granada. Un “viaggio” nel tempo. Un “viaggio” nella storia europea del diritto al lavoro, nelle culture sociali, giuridiche e politiche che ne hanno perorato la sua codificazione costituzionale e in quelle che hanno provato a relativizzarne la natura di diritto fondamentale.

5 – Il bilancio di questo “viaggio” nello spazio e nel tempo è interamente affidato al giudizio del lettore. È un bilancio che va fatto senza nostalgia per un glorioso tempo che è stato e senza malinconia per un irriconoscente tempo presente che ha ‘dimenticato’. Ma è un bilancio che va fatto fino in fondo e con rigore, specie da coloro che sottolineano la “storicità” del diritto al lavoro e propongono per esso una declinazione assai diversa da quella consegnataci dal passato.

La memoria non può, infatti, essere relegata nei musei, né delegata ai professionisti del “culturalmente e politicamente corretto”. Non si può innovare una tradizione ignorandola o rimuovendola. Nessun paradigma veramente nuovo può affermarsi senza afferrare e svelare le ragioni della tradizione. Vale in generale. Vale anche per l’eredità, solo apparentemente minore, del diritto al lavoro.

6 – La storia europea ci consegna, da questo punto di vista, un’eredità stratificata. Di complessa interpretazione.

Diritto al lavoro è, infatti, termine semanticamente impegnativo. Dalle molteplici e assai diverse declinazioni.

In una prima declinazione, che ha avuto il suo apice nei primi decenni del ventesimo secolo, in particolare negli ordinamenti socialisti dell’Europa centro-orientale, il diritto al lavoro è pensato come un diritto soggettivo perfetto (e, per questa ragione, fortemente avversato in particolare in Europa occidentale). Come una pretesa, direttamente azionabile di fronte ai pubblici poteri (anche di fronte all’autorità giudiziale), di ottenere un “posto di lavoro”.

In una seconda declinazione, quella prevalente in Europa “occidentale” nei cosiddetti trent’anni gloriosi dello Stato sociale, il diritto al lavoro è pensato in termini giuridicamente meno impegnativi (si è un po’ impropriamente parlato di una declinazione debole del diritto). E, tuttavia, assai impegnativi dal punto di vista politico costituzionale, implicando un obbligo costituzionale del legislatore di attuare programmi di politica economica miranti al pieno impiego e, in ultima istanza, una combinazione di politiche sociali dirette a garantire non il diritto ad un “posto di lavoro”, ma almeno la sicurezza del posto di lavoro.

7 – Oggi alcuni dei fautori della “società europea” come “società attiva” (tra i quali, in primis, le istituzioni comunitarie e dell’Unione) rinvengono tracce di queste nozioni forti del diritto al lavoro in una terza declinazione. Ovvero, nell’ “obbligo” dei pubblici poteri di fornire ai cittadini ogni attività strumentale – quale ad esempio, formazione, informazione, orientamento – necessaria alla proficua ricerca di un posto di lavoro, tramite una combinazione integrata di politiche mirate alla flessibilità del lavoro, alla sicurezza dell’occupazione lungo tutto l’arco della vita (e non alla sicurezza del posto di lavoro) e, in qualche misura, anche del reddito.

A noi, questa declinazione appare, invece, assai debole e assai poco attraente. Per questa ragione abbiamo provato a percorrere, in particolare nelle pagine conclusive del volume, un diverso sentiero e a proporre una diversa declinazione della pretesa al lavoro in grado di restituire al ‘diritto dimenticato’ una nuova ed inedita centralità.

da Antonio Cantaro, “Il Diritto dimenticato. Il lavoro nella Costituzione europea”, Torino, Giappichelli, 2007, pp. 175, €. 16.00

964.-Lavorare senza diritti: dal voucher al caporalato

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Ormai da mesi, ogni settimana i titoli dei giornali riportano, più o meno allarmati, notizie e dati sul dilagante utilizzo dei voucher nell’economia italiana. Da ultimo, a far parlare del tema è stata la notizia dell’approvazione, l’11 gennaio, da parte della Corte Costituzionale, di un referendum proposto dalla Cgil che intende abrogare lo strumento dei voucher (approvazione, va ricordato, parallela all’accettazione di un secondo quesito, relativo agli appalti nella pubblica amministrazione, e alla negazione di un terzo, che verteva sull’articolo 18 – e quest’ultima decisione ha suscitato non poche perplessità, sul piano giuridico prima ancora che su quello politico [1]).

Ora, per capire effettivamente di cosa stiamo parlando, conviene guardare alla storia di questo recente protagonista del mercato del lavoro del nostro Paese.

La sua origine va rintracciata nella legge Biagi, che nel 2003 introdusse da un punto di vista legislativo la nozione di lavoro accessorio, intendendo con questo concetto le “attività lavorative di natura meramente occasionale rese da soggetti a rischio di esclusione sociale o comunque non ancora entrati nel mercato del lavoro, ovvero in procinto di uscirne”, e introducendo i voucher (buoni-lavoro) come modalità di pagamento specifica a esso legata.

A quest’altezza, dunque, l’accessorietà era data da due parametri: l’occasionalità delle prestazioni lavorative, e la specificità dei soggetti coinvolti (di qui l’iniziale scelta del legislatore di limitarne la fruizione ai soli disoccupati da oltre un anno, alle casalinghe, agli studenti e ai pensionati, ai disabili e soggetti in comunità di recupero, ai lavoratori extracomunitari, regolarmente presenti in Italia, nei sei mesi successivi alla perdita del lavoro). In più, per evitare l’utilizzo sistematico di tale strumento, il decreto del 2003 prevedeva due limitazioni: una temporale, per cui le prestazioni di lavoro accessorio do- vevano essere contenute entro le 30 giornate nei confini di un anno solare; una economica, per cui il compenso percepito non poteva superare i 3.000 euro netti ad anno solare. Proprio questi due parametri verranno progressivamente meno nel corso degli interventi legislativi successivi (per

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1) Luigi Mariucci, Jobs Act, «la bocciatura del referendum sull’articolo 18 è un errore logico-giuridico e un paradossale boome- rang politico», Il Fatto quotidiano, 12 gennaio 2017 e Clash City Workers, Una decisione politica. La consulta boccia il quesito sull’art.18, 11 gennaio 2017

esempio, il limite delle 30 giornate sarà eliminato già nel 2005). L’intento dichiarato nella legge era quello di far emergere e formalizzare quella parte di economia sommersa (lavoro nero) dal carattere tendenzialmente domestico – o comunque inserita entro contesti di forte prossimità sociale (2) – e i cui protagonisti fossero soggetti periferici del mercato del lavoro. In questo senso, il D.lgs 276/2003 può essere inserito in un più ampio contesto europeo, che vede nel corso del primo decennio numerosi tentativi di sviluppare politiche di contrasto al lavoro sommerso e al lavoro domestico: in Francia, Belgio, Grecia, Austria vengono introdotti strumenti analoghi ai voucher (3). Tuttavia, se già fin dall’inizio a risaltare sono più le differenze che le somiglianze, nel corso del decennio successivo alla loro introduzione i voucher diventano qualcosa di profondamente diverso rispetto tanto all’intento iniziale per cui erano stati

pensati quanto ai loro omologhi europei.

Questo processo avanza a piccoli passi: il sistema dei buoni lavoro diviene operativo solo nel 2008 con decreto del 12 marzo del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, si susseguono diverse piccole modifiche inserite anche in contesti che ne ren- dono difficile l’individuazione (per esempio, nel cosiddetto Decreto semplificazione, la legge 133/2008), fino a culminare nella legge Fornero, con la quale scompaiono completamente le limitazioni date dalla specificità dei soggetti coinvolti nell’utilizzo dei voucher. Rimane unicamente, come limite, quello economico, innalzato però a 5.000 euro netti ad anno solare – si noti come questo limite agisca unicamente dal lato del lavoratore, e non del datore di lavoro (che quindi non vede limiti nella sua pos- sibilità di utilizzare voucher). Nel 2012, dunque, la Fornero con una mano liberalizza pressoché completamente i voucher come modalità di pagamento di una qualsivoglia prestazione lavorativa, ma con l’altra fa qualcosa di non meno rilevante: opera una stretta nei confronti di altre tipologie contrattuali, come i contratti a progetto e intermittenti. Se quest’ul- timo cambiamento viene sbandierato come la soluzione di un problema che si stava trascinando da tempo, le

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Uno studio dell’Inps afferma che più di emersione
del lavoro nero si può parlare
di “una regolarizzazione minuscola (parzialissima)
in grado di occultare la parte più consistente di attività in
nero”

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2) Si veda, per esempio l’elenco degli ambiti di utilizzo contenuti nel D.lgs 276/2003

3) Senza soffermarci su questo punto, rimandiamo alla prima parte dell’ottima ricerca svolta da Gianluca De Angelis e Marco Marrone per conto dell’Ires Emilia Romagna: “Voucher: il lavoro accessorio in Italia e in Emilia-Romagna”, consultabile online: http://www.ireser.it/administrator/components/com_jresearch/files/publications/Ri- cerca_Voucher.pdf

POLEMOS

imprese, di fronte alle difficoltà sorte nell’impiego di questi strumenti, si trovano spalancate le verdi praterie dei voucher, e non esitano ad approfittarne. Non a caso, il boom del loro utilizzo comincia a farsi registrare proprio dal 2012/13.

L’ultimo passo in questa direzione è compiuto dal Jobs Act, che nel 2015 porta a 7.000 euro netti annui (ma su anno civile e non più solare) il tetto mas- simo di compenso ricevibile da un lavoratore, e contemporaneamente stringe ancora sull’utilizzo di altre forme contrattuali (per esempio, l’eliminazione quasi completa dei Co.Co.Pro.). Il Jobs Act agisce anche su alcuni aspetti che negli anni precedenti erano risultati controversi, tra le altre cose vietando l’utilizzo dei voucher negli appalti, ma nel complesso non fa altro che approfondire il solco tracciato dalle liberalizzazioni precedenti, sancendo la trasformazione del voucher da ipotetico strumento di emersione del lavoro nero e di integrazione di soggetti marginali nel mercato del lavoro a effettiva modalità di pagamento universale; portandoci così dritti dritti agli oltre 133 milioni di voucher venduti nel 2016, rispetto ai 115 milioni dell’anno precedente e ai 69 del 2014 (4).

Consideriamo, ora, che cos’è un voucher: si tratta di un buono dal valore lordo di 10,00 euro e netto di 7,50 euro. I 2,50 euro di trattenuta, corrispondenti al 25% del totale, sono ripartiti tra quota assicurativa Inail (0,70 euro, pari al 7%), versamento dei contributi nella gestione separata Inps, che vengono accreditati sulla posizione individuale contributiva del prestatore (1,30 euro, 13%) e spese di gestione del- l’Inps, che eroga il buono (0,50 euro, 5%). Esistono anche buoni del valore di 20,00 e 50,00 euro, a cui si applicano le stesse proporzioni, ma il loro uso è estremamente poco diffuso.

Emergono subito alcuni dati interessanti: di fatto, con i voucher viene introdotto una sorta di salario orario minimo. Se la normativa non lo indica espressamente, essa qualifica però i buoni come orari, sottintendendo che a un’ora di lavoro deve corrispondere almeno un voucher. Se possiamo dunque

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immaginare rari e fortunati casi in cui a un’ora di lavoro corrispondano più voucher, di fatto i 7,50 euro netti si qualificano come paga minima per un’ora di lavoro, al di fuori di qualsiasi contratto collettivo nazionale o contratto integrativo. E, oltre alla paga, c’è poco altro. Senza dubbio, infatti, il 13% di contributi è meglio, per un lavoratore, rispetto allo zero del lavoro in nero, ma per il datore di lavoro è un incomparabile vantaggio, a fronte del 29% circa previsto per il lavoro subordinato e del 23,72% per il lavoro a progetto, per le collaborazioni occasionali e per l’associazione in partecipazione (o del 17% per i lavoratori titolari di pensione diretta o indiretta o per gli iscritti ad altre forme pensionistiche obbligatorie). La riduzione degli oneri economici prevista per il lavoro accessorio va inoltre insieme a un certo alleggerimento degli oneri gestionali. Infatti, il committente non dovrà consegnare al lavoratore alcuna lettera/contratto di lavoro, non dovrà effettuare alcuna comunicazione obbligatoria (instaurazione, proroga o cessazione) ai servizi per l’impiego, non avrà la necessità di inserire alcuna registrazione nel Libro Unico del Lavoro, non avrà l’obbligo di elaborare alcun prospetto paga per i compensi corrisposti al lavoratore e non sarà necessario presentare alcun tipo di denuncia agli Istituti, né tanto meno effettuare versamenti contributivi o di altra natura. A questo va inoltre aggiunto il 5% che trattiene l’Inps per il servizio: una quota che il lavoratore non percepisce in alcun modo, né direttamente né indirettamente.

Ma il problema maggiore sta alla radice: oltre agli scarsi contributi e all’assicurazione, i voucher non prevedono niente. Niente maternità, niente ferie o malattia, niente differenze di mansioni o scatti di anzianità. Tutti gli istituti contrattuali conquistati nel corso di decenni di lotte sociali e sindacali… semplicemente scompaiono! Rimane quasi unicamente il puro rapporto di lavoro, che neanche è riconosciuto come tale.

Il voucher, infatti, non è un contratto: non sancisce in alcun modo il rapporto di subordinazione tra un datore di lavoro e un lavoratore, e di conseguenza nega la ‘responsabilità’ del primo nei confronti delle condizioni globali di vita del secondo, che prende la forma degli istituti sopra citati (cosa che, va ricordato, non deriva dalla buona volontà delle aziende, ma principalmente dal conflitto sociale dell’ultimo secolo e mezzo). Tramite i buoni lavoro, gli ‘utilizzatori’ possono derogare in peggio ai più elementari diritti dei lavoratori. E, inoltre, riescono a indebolire notevolmente la forza collettiva di lavoratori e lavoratrici, che si trovano frammentati e isolati, in condizioni in cui mobilitarsi per rivendicare i propri diritti risulta molto più difficile.

Entro questa cornice possiamo comprendere i dati diffusi dall’Inps durante il 2016 circa i lavoratori coinvolti nell’utilizzo dei voucher, che evidenziano come essi siano presenti pressoché in ogni settore lavorativo (con una netta prevalenza del turismo e del commercio) e in ogni fascia di età o tipologia di impiego. Anche ambiti considerati esenti dal fenomeno stanno cominciando a esserne toccati, per esempio amministrazioni locali o fabbriche metalmeccaniche.

Una simile diffusione è perfettamente coerente con il quadro che abbiamo fin qui descritto: ai datori di lavoro è stato fornito uno strumento che permette di sfruttare la forza lavoro in modo molto più conveniente che non qualsiasi altra forma di contratto, e però senza scivolare nell’illegalità del lavoro nero.

Già, il lavoro nero! Nel corso di questa analisi l’avevamo quasi perso di vista, ma conviene tenere fermo il punto che i voucher sono ufficialmente nati proprio per combatterlo. In uno studio dell’Inps reso pubblico all’inizio dell’autunno 2016, si afferma testualmente che più che di un’emersione del lavoro nero, si può parlare di “una regolarizzazione minuscola (parzialissima) in grado di occultare la parte più consistente di attività in nero. In questo senso si può pensare ai voucher come la punta di un iceberg: segnalano il nero, che però rimane in gran parte sott’acqua” (5). Ciò che si verifica, in realtà, come evidenziano sia questa ricerca sia lo studio Ires citato in precedenza, è spesso la coesistenza, nelle forme più diverse, di voucher e lavoro nero. Può capitare di essere pagati parte a voucher e parte in nero, oppure che il rapporto tra voucher e ore lavorate non sia di uno a uno, come dovrebbe essere. Fino a ottobre queste forme di lavoro ‘grigio’ erano facilitate dal fatto che i datori di lavoro non erano tenuti a comunicare con precisione quando un voucher sarebbe stato utilizzato: bastava indicare un arco di tempo entro cui la prestazione lavorativa avrebbe avuto luogo. Da qui i casi di voucher acquistati e tenuti nel cassetto per coprire agevolmente lavoratori in nero in caso di un’ispezione o di un infortunio. Da qui, anche, l’intervento legislativo del governo Renzi.

Per il datore di lavoro è vantaggioso: 13% di contributi a fronte del 29% previsto per il lavoro subordinato e del 23,72% per il lavoro a progetto e le collaborazioni occasionali

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4) Per i dati completi, si veda la ricerca prodotta dall’Inps nel maggio 2016 (valida per il periodo 2008-2015), consultabi- le online: https://www.inps.it/docallegati/DatiEBilanci/lavoro %20accessorio/Documents/VOUCHER_Presentazione.pdf

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5) WorkINPS Papers, Il Lavoro accessorio dal 2008 al 2015. Profili dei lavoratori e dei committenti, pag. 57, settembre 2016. Con- sultabile online: http://anclsu.com/public/news/copertina/ WorkINPS_Papers_3_ottobre.pdf

 

Il 7 ottobre 2016 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto n. 185/2016, il cosiddetto Decreto correttivo del Jobs Act. All’interno, una delle innovazioni più rilevanti riguarda gli interventi per prevenire l’abuso dei voucher, tramite la loro ‘trac- ciabilità’. Nei fatti è previsto l’obbligo di una comunicazione preventiva da parte del datore di lavoro entro 60 minuti prima dell’inizio della prestazione, mediante SMS o posta elettronica, con indicazione dei dati del lavoratore, del luogo e della durata della prestazione. Il Decreto correttivo, che avrebbe dovuto sostituire e migliorare quanto già in precedenza legiferato, è risultato carente dal punto di vista pratico – inizialmente non era stata fornita alcuna indicazione precisa, indirizzo email o numero di cellulare, a cui inviare la comunicazione, lasciando per alcuni giorni il fai-da-te generale, con gli addetti ai lavori alla ricerca di indirizzi email e il dubbio su quale fosse la modalità giusta per la trasmissione dei dati al fine di non incorrere in sanzioni.

Dopo la diffusione dei primi dati relativi ai voucher venduti del 2016, molti commentatori si sono affrettati a dichiarare che la misura presa dal governo ha funzionato: negli ultimi mesi dell’anno la vendita dei buoni lavoro sarebbe sì aumentata rispetto al medesimo periodo del 2015, ma non così tanto come ci si aspettava, e addirittura a dicembre risulta praticamente identica (11,5 milioni rispetto a 11,4) (6). È sicuramente troppo presto per trarre delle conclusioni, anche vista la parzialità dei dati di cui disponiamo (conosciamo i voucher venduti ma non quelli riscossi, tra le altre cose).

Due considerazioni però possiamo farle.

Da un lato il lavoro nero, dopo l’introduzione del decreto 185/2016, potrebbe apparire addirittura migliore dal punto di vista della tutela dei lavoratori: gli corrisponde infatti, per il datore, se accertato, una maxi-sanzione, e la possibilità per il lavoratore di aver riconosciuto il proprio effettivo status di lavoratore subordinato. Fino all’ottobre scorso in caso di violazione (che certo era difficilmente accertabile) nell’utilizzo dei voucher si applicava la stessa norma del lavoro nero, ma dopo il Decreto correttivo si applica solo una sanzione pecuniaria, per altro di leggera entità, che alla luce del sottorganico e funzionamento (7) degli istituti ispettivi, non può rappresentare un grosso disincentivo all’abuso.

Dall’altro lato il problema, come abbiamo cercato di mostrare, non è l’irregolarità dell’utilizzo o l’abuso, ma lo strumento stesso, che introduce le caratteristiche tipiche di un lavoro senza contratto, a  nero, informale, in cui è massimo il potere dispotico del- l’impresa, un framework di legalità che vuole “realizzare una delle utopie del capitalismo, ossia quella di consentire alle imprese di generare ricchezza con il lavoro ma senza i lavoratori, o meglio, senza nessun obbligo nei loro confronti al di fuori della mera retribuzione oraria” (8). Qualsiasi misura parziale, quindi, può fungere da palliativo, ma senza aggredire il cuore della questione, ossia la legalizzazione dello sfruttamento più selvaggio.

Le tre condizioni fissate dalla legge sul caporalato che stabiliscono uno sfruttamento si possono riconoscere anche al lavoro retribuito con voucher

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6) Inps: stop corsa ai voucher con le norme sulla tracciabilità, Il Sole 24 ore, 19 gennaio 2017
7) L’Inps, per esempio, avendo obiettivi di bilancio precisi nell’attività ispettiva, si muove solo riguardo a me –

die e grandi aziende dove può puntare a recuperare maggiori fondi evasi 8) G. De Angelis, M. Marrone, Ires 2016, op. cit.

 

Rimane da considerare un’ultima questione, che riguarda la legge 199/2016, in vigore dal 4 novembre 2016, e che introduce nuovi strumenti di contrasto al caporalato. Una legge presentata come un grande passo avanti in favore della lotta contro la piaga del caporalato nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia (9).

La cosa importante è che quando si parla di caporalato, non si fa semplicemente riferimento al fenomeno del reclutamento da parte di soggetti spesso collegati alla criminalità organizzata, di lavoratori che vengono fisicamente trasportati sui campi o nei cantieri per essere messi a disposizione di un imprenditore. Per caporalato si intende soprattutto lo sfruttamento di persone che versano in stato di bisogno, e che quindi si piegano a condizioni di schiavitù: turni di lavoro massacranti, disconoscimento di ogni diritto previsto per legge e/o contratto collettivo, corresponsione di salari pari a meno della metà dei minimi tabellari. Il nuovo testo normativo prevede che la sussistenza di una o più delle seguenti condizioni costituisce indice di sfruttamento: 1) La reite- rata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale, o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e alla qualità del lavoro prestato; 2) La reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria, alle ferie; 3) La sussistenza di violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro.

Bene, i parametri potrebbero essere tranquillamente applicati anche al lavoro retribuito con voucher. Si tratta infatti di condizioni in cui si viene a trovare qualsiasi prestatore di lavoro ‘accessorio’ (10). In conclusione, il passo da compiere per definire il voucher come caporalato legalizzato è breve. Si versano contributi previdenziali e assistenziali, ma non

vengono garantiti i più elementari diritti in materia di diritto del lavoro. Peccato che questa legge possa trovare un’applicazione assai restrittiva come più volte denunciato anche dalle organizzazioni che si occupano di bracciantato e sfruttamento nei campi.

Ritorna, dunque, la questione dei referendum su cui probabilmente sa- remo chiamati a votare nei prossimi mesi. Sulla scorta del quadro che abbiamo tracciato fin qui, abolire i voucher è l’unica credibile soluzione del problema. Ma le battaglie importanti non si vincono semplicemente con petizioni, raccolte firme, ricorso alle urne. Soprattutto se la battaglia è bella grossa, si vincono se si combatte nel corpo vivo della società. Se non si rinuncia alla lotta. In primis nei posti di lavoro. Ma anche fuori. Se non si accettano le logiche di fondo del sistema. Quindi a fianco della giusta campagna di sostegno ai referendum si riapre la necessità di dare battaglia su ogni livello disponibile, non risparmiando critiche agli stessi proponenti di questi referendum, che hanno fatto assai poco negli anni passati per arrestare i processi in atto e rafforzare le lotte che pure si sono date in questi anni.

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9) Cfr. Clash City Workers, Dal caporalato illegale a quello le- gale, 11 agosto 2016

10) Oltre a quello che può dirci l’analisi dei dati e dei testi di legge, le testimonianze abbondano: si vedano, per esempio, le interviste contenute nella ricerca citata di G. De Angelis e M. Marrone, e da ultimo: Clash City Workers, [Bergamo] «Non parlate, non andate in bagno»: così si lavora a voucher, 13 gennaio 2017

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949.-La drammatica lettera di un trentenne udinese scritta prima di togliersi la vita: “Appartengo a una generazione perduta”

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Con questa lettera un trentenne friulano ha detto addio alla vita. Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive. La lettera viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto.

La denuncia di due genitori: “Nostro figlio ucciso dal precariato”. Michele ha scritto: “Non posso passare il tempo a cercare di sopravvivere”. Ecco il suo scritto-denuncia pubblicato per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto
di Michele

 

 

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.

Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.

Michele

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Quattro giovani su dieci sono senza lavoro

Sta ancora salendo la disoccupazione giovanile e supera quota 40% arrivando al 40,1%. In quel 40% c’era anche Michele. L’Istituto nazionale di statistica, dice che nel mese di dicembre il tasso di disoccupazione tra i 15-24enni è aumentato di 0,2 punti percentuali su novembre. E’ il livello più alto da giugno 2015. In generale la percentuale di chi non ha lavoro risulta nell’ultimo mese dello scorso anno al 12%, stabile su novembre e in rialzo di 0,4 punti su dicembre 2015: male la componente femminile, bene per gli ultracinquantenni.
Arrivano quindi segnali d’allarme, anche perché il dato italiano sulla disoccupazione, oltre a essere in crescita rispetto all’anno scorso, è molto superiore a quello medio dell’area Euro, che a dicembre è sceso al 9,6% (pari a 15.571 milioni di senza lavoro) dal 9,7% di novembre, con un guadagno di 121mila posti.
L’Unione europea si fonda sulla competitività sui mercati mondiali e la disoccupazione e la deflazione salariale sono coerenti con la sua politica. Chi ha sottoscritto o approvato i trattati europei sapeva di cancellare il principio ispiratore della Costituzione dei lavoratori. ecco, ora, non è più solo un Tradimento. E’ un assassinio.
Fanno disgusto i sindacati. Recitano la parte e si mostrano preoccupati per i dati,. Chiedono al governo una svolta sul fronte lavoro. «Il lavoro dei giovani – afferma la leader Cisl, Annamaria Furlan – deve diventare la priorità del Governo, delle forze economiche e sociali e di quanti hanno responsabilità istituzionali a tutti i livelli». «Non abbiamo bisogno di andare presto alle urne – insiste il numero uno della Uil, Carmelo Barbagallo – ma di dare presto risposte ai giovani disoccupati». La Cgil parla di vera emergenza sociale e chiede un piano straordinario per l’occupazione. IPOCRITI !!! Fino a che saremo nel sistema euro daremo solo disperazione.