Archivio mensile:dicembre 2016

885.-RUSSIA: La memoria dei crimini di Stalin continua a far discutere

Homo, homini lupus, dicevano i romani. In Russia, la pubblicazione dei nomi dei membri della polizia segreta sovietica ha ancora una volta generato una discussione sulla necessità e le modalità del ricordo dei crimini staliniani. A 25 anni dalla fine dell’Unione Sovietica, infatti, il paese non si è ancora riconciliato con il proprio passato e alcune pagine di storia faticano a emergere e a trovare spazio. 

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Nelle ultime settimane, l’opinione pubblica russa è stata scossa dal ritorno dell’annoso problema della memoria dei crimini staliniani. La questione, sempre e comunque attuale, è stata riportata in auge dalla pubblicazione di alcune liste contenenti i nomi dei membri della polizia segreta (NKVD) durante gli anni 1935-1939. Una lista con più di 40 mila nomi è stata pubblicata da Memorial ed è disponibile online, un’altra è stata redatta da Denis Korogodin, pronipote di una delle vittime. Il periodo del grande Terrore – che culminò nel biennio 1936-1938, in cui avvennero le Grandi purghe – è ricordato dai russi anche come Ežovščina, dal nome del capo dell’NKVD di quegli anni, Nikolaj Ežov. E’ giusto che, oltre a quello di Ežov, siano resi noti i nomi degli altri partecipanti ad avvenimenti così tragici? Le persone nominate nella lista sono presumibilmente tutte morte, dunque che senso ha rivangare crimini su cui non può più essere fatta giustizia? Attorno a questa domanda ruota una più ampia discussione sulla memoria dei crimini del regime e sul suo posto nella Russia post-sovietica, un problema che tutte le società post-totalitarie hanno dovuto affrontare. Nel caso russo, il neonazionalismo e la continuità di alcuni elementi con il regime precedente rendono la questione ancora più complicata.

Ogni società post-dittatoriale si ritrova con un sistema che deve necessariamente rompere con il passato e gettare le basi per costruire uno stato solido, legittimo e credibile. Per raggiungere questo obiettivo, le nuove autorità devono fare i conti con i protagonisti del vecchio regime e attuare una sorta di pulizia, soprattutto ai vertici delle istituzioni. Questa pratica viene chiamata “lustrazione” e fa parte di quella che viene chiamata giustizia di transizione. Durante la transizione degli anni ’90, gli stati dell’Europa centro-orientale hanno vissuto il “dilemma del torturatore”, così com’è stato chiamato da Samuel Huntington. Il politologo statunitense, infatti, aveva descritto il dissidio tra il “perseguire e punire” e il “perdonare e dimenticare” che si presenta al momento di decidere cosa fare con i vecchi leader del regime.

A differenza di altri stati, le pratiche di lustrazione nella Russia post-sovietica sono state pressoché nulle. I colpevoli non sono stati perseguiti e non ci sono stati processi. In alcuni casi, anzi, i veterani della polizia segreta ricoprono attualmente posizioni di potere. Vladimir Putin è solo un esempio di questa tendenza, ma sono molti gli ex agenti del KGB che oggi occupano poltrone importanti, soprattutto nel settore energetico. Fin dal suo primo mandato, infatti, Putin si è subito contornato di fidati ex-colleghi.
I crimini sovietici non trovano troppo spazio nella narrativa russa oggigiorno, non solo come conseguenza di un neonazionalismo che esalta le conquiste sovietiche e oscura le pagine più buie, ma, ipoteticamente, anche per un conflitto di interesse con coloro che nel vecchio sistema appartenevano a una certa categoria e tutt’oggi cercano di mantenere una posizione di potere. Così, mentre monumenti discutibili e discussi come quelli a Ivan il Terribile o al principe Vladimir trovano sempre più spazio nelle politiche di memoria, i crimini perpetrati dalla polizia segreta sovietica risultano ancora impuniti e dimenticati.
Dmitrij Peskov, portavoce del presidente russo, ha dichiarato che l’argomento è sensibile e che l’opinione pubblica è divisa su due fronti opposti. Tuttavia, se certi argomenti trovassero più spazio nella storia ufficiale del paese, almeno come forma di “riparazione morale” per i parenti delle vittime, forse questa spaccatura non ci sarebbe e il popolo russo riuscirebbe finalmente a guardare al proprio passato con più consapevolezza.
di Maria Baldovin

Dicono che il passato non ritorna, ma…

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La fattoria degli animali di George Orwell; nel libro, pubblicato nel 1947, è presente un’ampia critica dei totalitarismi, in particolare dello stalinismo, sotto forma di favola anti-utopistica. Nel capitolo 7 del romanzo vengono descritte le esecuzioni del tiranno maiale Napoleone, metafora di Stalin, nei confronti degli animali della fattoria che si oppongono ai suoi brutali ed ingiusti metodi. Queste esecuzioni alludono alle Grandi purghe staliniane. L’idea, che circola oggi in Italia, di creare un ministero della verità, fa ripensare a Orwell. c1bdspyw8aauk9s

Maria Baldovin è nata a Ivrea (To) nel 1991, ha studiato lingue e letterature straniere all’università di Torino ed è poi migrata verso Forlì, dove a settembre 2016 ha finito la specialistica in studi interdisciplinari sull’Est Europa (MIREES). Per East Journal scrive di Russia, ma ha un debole anche per la Germania (ex orientale, ovviamente). Parla inglese e tedesco correntemente e russo quando è ispirata. 

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884.- Il governo egiziano era stato informato dell’interrogatorio di Regeni poco prima che morisse.

Giulio Regeni non ha vissuto e non riposa in pace. Torniamo a parlare di lui perché l’agenzia SyndiGate.info ha pubblicato ieri, 30 dicembre le dichiarazioni rese dal capo del sindacato indipendente egiziano dei venditori ambulanti, Mohamed Abdallah, che abbiamo tradotto e che dice:
“Il governo egiziano era stato informato dell’interrogatorio dello studente italiano ucciso poco prima che morisse”.

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“I servizi segreti egiziani sono stati ancora una volta implicati nella morte sospetta dello studente di Cambridge, il friulano Giulio Regeni, il cui corpo mutilato è stato trovato nel mese di febbraio, alla periferia del Cairo.

Il capo del sindacato indipendente egiziano dei venditori ambulanti, Mohamed Abdallah, ha rivelato di aver informato il Ministero degli Interni che il dottorando aveva posto domande “strane” su questioni che riguardano la sicurezza nazionale.

Ha detto che l’ultima volta che ha parlato con Regeni al telefono, appena tre giorni prima della scomparsa del 28enne, ha registrato la telefonata e ha consegnato la registrazione ai servizi di sicurezza interni.

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Abdallah ha detto al Huffington Post che si era incontrato con Regeni sei volte in tutto.

“Era un ragazzo straniero che stava facendo domande strane e lui era solito intrattenersi con i venditori per le strade, ponendo la discussione su questioni che riguardano la sicurezza nazionale”, ha detto.

Regeni è scomparso mentre cercava di interagire con i sindacati indipendenti in Egitto, (notoriamente ostili al governo), si dice, per i suoi studi di dottorato.

Il suo cadavere seminudo è stato trovato in un fosso a lato dell’autostrada Cairo-Alessandria, alcuni giorni dopo che era scomparso e mostrava segni di torture estreme: contusioni e abrasioni che indicavano gravi percosse; una vasta ecchimosi da aggressione con un bastone; più di venti fratture ossee – tra cui sette costole rotte, tutte le dita delle mani e dei piedi, così come le gambe, le braccia e le scapole; una ferita da taglio; bruciature di sigaretta e una emorragia cerebrale.

L’autopsia ha concluso che la sua morte è stata causata, in fine, da una vertebra cervicale spezzata.

L’Egitto disse che Regeni era caduto vittima dei ladri, ma la famiglia dello studente continua a respingere questa versione dei fatti.”

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Paola, mamma di Claudio

Per avere un’idea del clima libertario e garantista in cui era cresciuto Giulio e di quanto questo fosse fuori posto nella politica e nella società egiziana, lo scorso aprile, i genitori Paola e Claudio Regeni espressero «preoccupazione per la recente ondata di arresti in Egitto ai danni di attivisti per i diritti umani, avvocati e giornalisti anche direttamente coinvolti nella ricerca della verità circa il sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio». La madre Paola si disse «angosciata per l’arresto» in Egitto «del dottor Ahmed Abdallah, presidente del consiglio d’amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf), una ong che sta offrendo attività di consulenza per i nostri legali».

Il ricercatore di Fiumicello tra settembre 2013 e settembre 2014 aveva collaborato con la Oxford Analytica, azienda fondata da un americano implicato nel Watergate e i cui vertici hanno lavorato per l’MI6, i servizi segreti inglesi, che ha smentito qualunque attinenza con il lavoro a Oxford. Neil Pyper, collega dello studente in Oxford Analytica, ha escluso che le sue ricerche siano collegabili all’assassinio; ma se l’attività di ricerca di Regeni al Cairo non forniva materiale per i Servizi britannici, certamente i contatti tenuti non garantivano la sua sicurezza.

La mia verità è che “quei diritti umani” invocati dalla famiglia, quelli stessi ricercati da lui in un paese poco adatto, hanno ucciso un ragazzo brillante.

In un video inedito colloquio Regeni con capo ambulanti

Girato con microcamera della polizia

Regeni: video girato con microcamera della polizia
Dalla Redazione ANSA, il 23 gennaio 2017, si conosce di un video trasmesso da una tv egiziana, ma subito rimosso, di cui abbiamo salvato queste immagini: Regeni: “io sono solo un ricercatore”

ROMA – Una tv egiziana ha trasmesso un video, chiaramente girato all’insaputa di Giulio Regeni, in cui si vede il ricercatore friulano parlare con il presidente del sindacato dei venditori ambulanti egiziani, Mohamed Abdallah. Nel dialogo trasmesso dall’emittente “Sada El Balad”, l’uomo chiede denaro per curare la propria moglie malata di cancro. Regeni rifiuta di darlo ma prospetta la possibilità di finanziare la raccolta di “informazioni” sul sindacato e i suoi “bisogni”.

Il video è stato girato il 6 gennaio 2016 con una apparecchiatura in dotazione alla polizia del Cairo nascosta in un bottone della camicia di Abdallah. Per chi indaga in Italia sull’omicidio del ricercatore friulano ciò conferma del coinvolgimento della polizia nella realizzazione del video.

IL VIDEO DEL COLLOQUIO

Il video mostra il volto di Regeni, di cui si sente la voce parlare in buon arabo e rispondere a un uomo che parla egiziano e che evidentemente tiene un telefonino seminascosto. “Primo video di Regeni con il presidente del sindacato dei venditori ambulanti”, è scritto in sovrimpressione. Il sindacalista, fra l’altro, dice “mia moglie ha il cancro e deve subire un’operazione e io devo cercare denaro, non importa dove”. Regeni risponde: “Il denaro non è mio. Non posso usare soldi per nessun motivo perché sono un accademico”. Ad Abdallah che insiste, il ricercatore replica che soldi “arrivano attraverso la Gran Bretagna e il centro egiziano che lo dà agli ambulanti”. “Bisogna cercare di avere idee e ottenere informazioni prima del mese di marzo”, dice fra l’altro Regeni nel video di 3:47′. Alla domanda “che tipo di informazioni vuoi?”, il ricercatore risponde: “Qual è la cosa più importante per te per quanto riguarda il sindacato e quali sono i bisogni del sindacato”. “Voglio idee a partire da tale questione, la più importante per noi, e si potranno sviluppare le idee”, dice ancora Regeni.

Il video dura un’ora e 55 minuti, ma l’effettivo colloquio, in lingua araba, tra Regeni ed il sindacalista è di circa 45 minuti. Durante la conversazione, e ciò è definito molto importante dagli inquirenti romani, il ricercatore universitario propone al sindacalista un progetto di finanziamento di 10 mila sterline a favore delle iniziative degli ambulanti ma si mostra inflessibile alle proposte di Abdullah di destinare il denaro ad altri scopi ovvero un intervento medico per la figlia o per scopi politici. Magistrati, Carabinieri e Sco, in possesso del video dal 7 dicembre scorso, hanno dato via libera alla diffusione di una sintesi del girato, circa quattro minuti.

Nessun commento da parte della famiglia Regeni sul video. Nessun commento nemmeno in merito alla grande partecipazione che si sta registrando in tutta Italia per le manifestazioni del 25 gennaio prossimo, in occasione dell’ultima notizia del ricercatore, una telefonata, alle 19:41.

883.-Ad Aleppo, la disfatta morale e intellettuale dell’Occidente

 

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“Primi attacchi aerei dell’aviazione russa in appoggio alle truppe turche ad Al-Bab”.

Chi l’avrebbe mai detto? “Secondo una fonte militare dell’aeroporto di Kuweires, una squadriglia di caccia Su-24 e Su-34 hanno sferrato attacchi aerei su Al-Bab, distruggendo vari mezzi appartenenti al cosiddetto Stato Islamico d’Irak e Al Sham”, che è sempre Daesh.
Secondo alcuni però, i colpi sarebbero diretti alle milizie curde anti-Assad. Erdogan ha accettato il principio della “integrità territoriale della Siria” (non certo di buona voglia) perché ciò comporta l’eliminazione dei sogni indipendentisti curdi?

La notizia (fonte Almasdar New, yemenita sciita) aggiunge che “nonostante l’appoggio aereo russo, l’armata turca non ha potuto mantenere il controllo dell’ospedale Al-Faruq e di Jabal al-Akil dopo che i terroristi dello stato islamico hanno assestato un colpo diretto con il loro ordigno esplosivo improvvisato”.

Il che rivela forse qualcosa sul temibile esercito turco, il secondo della NATO. Erdogan ha mandato oltre confine alcune centinaia di commandos; ma non osa impegnare l’esercito, che è fatto di coscritti, e che lui ha “purgato” di comandanti come veri e presunti complici di Gulen.

Secondo l’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani (quello fatto da uno che sta a Londra), “Al Bab è stata giovedì oggetto di vari raid aerei turchi che hanno ucciso 72 civili, fra cui 21 bambini”. L’attacco aereo russo invece è di lunedì e non ha fatto vittime civili – o più probabilmente, sono adesso i turchi ad avere diritto alla loro quota di accuse di crimini di guerra. Infatti i media italiani hanno dato il dovuto rilievo.

Le atrocità? Le han fatte i “nostri ribelli”

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Fosse comuni, civili trucidati

Su Aleppo, con molto disagio, la “narrativa” sta un po’ cambiando. Si osa dar notizia del fatto che ad Aleppo la gente festeggia i soldati dell’esercito nazionale, che i cristiani hanno celebrato il Natale nella gioia ed hanno ricevuto la visita di Assad e signora, e che si sono scoperte fosse comuni di civili giustiziati e mutilati dallo Stato Islamico, ossia dai protetti dalla coalizione internazionale. E’ già un progresso dopo cinque anni che “atrocità” e crimini di guerra, parecchi dei quali inventati (i gas nervini del 2012) venivano imputati esclusivamente ad Assad, e negli ultimi giorni prima della liberazione di Aleppo Est, a Mosca.

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Parmi les “rebelles” d’Alep, des officiers de l’OTAN capturés ? 

Selon des rapports concordants sortant d’Alep ce 16 décembre 2016, au moins 14 officiers militaires de la coalition de l’Empire anglo-sioniste ont été capturés par les forces spéciales syriennes ce matin dans un bunker terroriste d’Al-Qaïda/An-Nosra à Alep-Est.

Mais selon Veterans ToDay , le nombre d’officiers capturés serait supérieur à 110

En février 2012, une quarantaine d’officiers turcs et une vingtaine d’officiers français avaient été restitués à leur armée d’origine, soit par l’intermédiaire de Mikhaïl Fradkov (directeur des services de Renseignement russe), soit directement à l’amiral Edouard Guillaud (chef d’état-major français) à la frontière libanaise.

VT donne les chiffres suivants :
(US) Américains : 22
Britanniques 16
Français : 21
Israéliens : 7
Turcs : 62
tot. 128

Le nombre d’officiers arabes félons (Marocains, Qatariotes, Saoudiens, …) n’est pas indiqué. Selon le même site, les officiers non arabes ont été “libérés” avec les terroristes évacuant Alep, en contre partie de certaines concessions des agresseurs occidentaux et israéliens.
Les Israéliens auraient payé 3 millions $ par officier pour les racheter.

Par contre, les officiers arabes restent aux mains des Syriens.

Or, le site Voltaire.net, de son côté a annoncé : «Le Conseil de sécurité siège à huis clos, ce vendredi 16 décembre 2016 à 17h temps universel, alors que des officiers de l’Otan ont été arrêtés ce matin par les Forces spéciales syriennes dans un bunker à Alep-Est. ”
Il semble certain que cette réunion à huis clos du Conseil de Sécurité a pour but la négociation sur la libération des officiers non arabes capturés, moyennant certaines concessions (non connues pour le moment) de l’Empire anglo-sioniste

Fares Shehabi, un parlementaire syrien et le chef de la Chambre de commerce d’Alep a publié les noms des officiers de la Coalition sur sa page Facebook le 15 décembre :
Mutaz Kanoğlu – Turquie
David Scott Winer – États-Unis
David Shlomo Aram – Israël
Muhamad Tamimi – Qatar
Muhamad Ahmad Assabian – Saoudien
Abd-el-Menham Fahd al Harij – Saoudien
Islam Salam Ezzahran Al Hajlan – Saoudien
Ahmed Ben Naoufel Al Darij – Saoudien
Muhamad Hassan Al Sabihi – Saoudien
Hamad Fahad Al Dousri – Saoudien
Amjad Qassem Al Tiraoui – Jordanie
Qassem Saad Al Shamry – Saoudien
Ayman Qassem Al Thahalbi – Saoudien
Mohamed Ech-Chafihi El Idrissi – Marocain

En plus de Voltaire.net, l’autre rapport original a été fourni par le journaliste syrien basé à Damas, Said Hilal Alcharifi. Selon Alcharifi, les officiers de l’OTAN capturés appartenaient à un certain nombre d’États membres, dont les États-Unis, la France, l’Allemagne et la Turquie, ainsi qu’Israël.
Voici sa déclaration:
“Grâce aux informations reçues, les autorités syriennes ont découvert le siège d’officiers occidentaux / OTAN de haut rang dans le sous-sol d’une zone située à East Alep et les ont capturés vivants. Quelques noms ont déjà été donnés aux journalistes syriens, y compris à moi-même. Leurss nationalités sont USA, françaises, britanniques, allemandes, israéliennes, turques, saoudiennes, marocaines, qatariote, etc. A la lumière de leurs nationalités et de leur rang, je vous assure que le gouvernement syrien a fait une prise très importante qui devrait leur permettre de diriger les négociations avec les pays qui ont essayé de détruire la Syrie. “
Bien que ces rapports initiaux décrivent les individus en question comme des officiers de “l’OTAN”, il est peu probable qu’ils aient porté des couleurs de l’OTAN sur une opération secrète – et pourraient être étiquetés plus précisément comme officiers de coalition des USA.
Le site 21WIRE de son côté a également reçu des rapports non confirmés hier selon lequel des militants avaient tiré un missile dans la région de Ramousa et ont alors essayé, sans succès, d’obtenir des voitures pour partir d’Alep-Est. Il est possible que cet incident soit lié aux rapports d’aujourd’hui sur la capture d’officiers occidentaux.

Ce rapport de l’Agence de presse arabe syrienne (pas d’italique dans l’original) SANA:
“L’accord sur l’évacuation des militants et des armes des quartiers orientaux de la ville d’Alep a été suspendu après que des groupes terroristes l’aient violé”, ont indiqué des sources spéciales au correspondant de SANA à Alep.
Ces sources ont indiqué que la suspension de l’accord resterait en vigueur jusqu’à ce que des garanties obligent les groupes terroristes à se conformer à toutes les dispositions de l’accord, insistant sur le plein respect de l’accord par la Syrie et sa volonté de mettre fin à l’effusion de sang et de restaurer la sécurité et stabilité à toute la ville d’Alep.

Plus tôt, le journaliste de SANA a déclaré que les groupes terroristes avaient violé l’accord car ils faisaient passer clandestinement des armes lourdes, y compris des missiles TOW, des mitrailleuses lourdes et des personnes kidnappées, y compris des esclaves sexuelles, via les autobus et les voitures transportant des terroristes et leurs « familles » vers la campagne sud-ouest de la ville d’Alep.
Le journaliste a ajouté que les groupes terroristes avaient tiré des obus et des balles de sniper sur les autobus et les ambulances à la traversée d’Al-Ramousseh, notant que le Croissant-Rouge arabe syrien et le Comité international de la Croix-Rouge qui surveillent le processus d’évacuation a dû retirer tous les autobus et les voitures du passage.

Au cours des dernières 24 heures, environ 8 079 terroristes et membres de leur famille ont été évacués par dix lots via des bus et des ambulances des quartiers de Salah-Eddin, al-Ansari, al-Mashhad et al-Zibdiyeh vers le sud-ouest de la ville d’Alep “

Cela pourrait expliquer le comportement hystérique du Département d’État US et des responsables occidentaux de l’ONU qui ont réclamé “un cessez-le-feu immédiat” – en dépit du fait que 99% de l’Est d’Alep a déjà été libéré par les forces gouvernementales syriennes.
Les réactions hystériques et les falsifications systématiques des informations en provenance d’Alep depuis le début du conflit de la part de l’Establishment occidental face à la défaite d’Al-Nosra à Alep ont inclus des affirmations selon lesquelles l’armée syrienne aurait «déchaîné des escadrons de la mort» contre ses propres concitoyens résidents à Alep Est et qu’ils exécutent ouvertement des femmes et des enfants dans la rue, brûlent des enfants dans la rue, etc », ce qui semble être des rapport fictifs émis par l’imagination de journalistes US, tels que Michael Weis du The Daily Beast via CNN, affirmant que l’armée syrienne commettait un« viol en masse » contre les résidents d’Alep-Est. Weiss affirme avoir obtenu ses informations de la part de pseudo ‘ONG’ financée et organisée par les États-Unis et le Royaume-Uni, connue sous le nom de White Helmets (Casques Blancs).

Depuis septembre, de nombreuses organisations suggéraient qu’un centre de commandement occidental situé derrière des lignes détenues par des terroristes avait été pris pour cible et détruit par une frappe de missiles russe [1].
Le Prof Michel Chossudovsky a écrit: «Les États-Unis et ses alliés avaient mis en place une salle d’opérations militaire sur le terrain, dans la région d’Alep, intégrée autour d’un personnel appartenant au service de renseignement. Jusqu’à ce qu’il soit visé par une attaque de missiles russes le 20 septembre, cet établissement «semi-secret» était exploité par des services de renseignement US, britanniques, israéliens, turcs, saoudiens et Qatariotes. »
Ce rapport n’a été ni démenti ni confirmé par les sources de la Coalition à l’époque. Cependant, une source israélienne, The Times of Israël, a rapporté l’incident.
Pour quiconque ayant accordé une attention particulière au conflit syrien, et aux forces spéciales de l’OTAN ou des «entrepreneurs» et “ONG” travaillant avec les rebelles, les mercenaires ou les combattants terroristes à l’intérieur de la Syrie, rien de tout cela n’est étonnant et inhabituel.
De nombreux rapports ont été émis par des soldats britanniques affectés à des groupes de combat pour aider à la formation, la stratégie et la logistique des rebelles armés. En juin 2016, The Telegraph a admis que des forces spéciales britanniques avaient aidé un groupe rebelle, «… avec la logistique, comme construire des défenses pour rendre les soutes en sécurité», a déclaré un combattant «rebelle». D’autres rapports, y compris provenant du Los Angeles Times L.A. Times qui détaillaient les opérations de la CIA utilisées pour armer ces militants, y compris le front AlnNosra (al-Qaïda en Syrie) qui constituait la force terroriste pivot en charge d’Alep-Est. D’autres révélations sur l’implication dissimulée des USA incluent le The New York Times, et également des informations sur les opérations secrètes américaines (l’OTAN par un autre nom seulement) fournies au Wall Street Journal.

South Front de son côté note également :
“Auparavant, en décembre, South Front avait déjà noté que les tentatives US de pousser à une “solution diplomatique” à Alep pouvaient indiquer que l’administration Obama manquait de temps pour libérer les mercenaires américains et les membres des services spéciaux de la poche d’Alep:
Considérant que les conseillers militaires de la coalition dirigée par les États-Unis ont largement opéré à travers toute la Syrie, qu’ils ont assuré la formation et l’assistance à la soi-disant «opposition modérée» ouvertement liée à Al-Qaïda, et que tous ces faits sont connus de plusieurs sources indépenantes ou neutres tant par rapport aux autorités de Damas que de ses alliés et de ses ennemis, les rapports récemment publiés sont probablement véridiques.
Par exemple, des conseillers militaires britanniques sont officiellement arrivés en Syrie pour rétablir la capacité de combat de l’opposition décrétée alors «modérée», et se sont ensuite retirés d’Alep »
On peut également rappeler que, pendant les combats dans le Donbass dans l’est de l’Ukraine, entre mai 2014 et aujourd’hui, de nombreux incidents ont été signalés où les soldats et les militaires de l’OTAN ont été repérés et capturés par les forces rebelles, selon les mêmes schémas qu’en Syrie ou en Libye auparavant. Dans la plupart des cas, ces rapports ont été muets, plus que probablement à cause du «commerce équestre» ayant lieu comme un prolongement de la diplomatie plus large, ou l’on échange des prisonniers de guerre et en particulier des agents secrets contre des concessions politiques ou militaires.

[1] mercredi 21 septembre 2016. Syrie. Moscou élimine des officiers israéliens

Hannibal GENSERIC

Naturalmente dicendo il meno possibile, nulla, sugli ufficiali della NATO catturati dall’armata siriana in una cantina di Aleppo Est, il cui numero – dato inizialmente a 14, sarebbe invece di 128. Colpevoli, nella loro qualità di comandanti dei tagliagole preferiti dalla UE e da Washington, dei crimini contro l’umanità che i russi coi siriani vanno scoprendo. Silenzio sui 100 cadaveri – risultati di soldati siriani catturati – che i ribelli hanno liquidato col classico colpo alla nuca prima di sloggiare (che ne dirà Stoltenberg?).

L’Esercito siriano ha sequestrato grandi quantità di armi e munizioni, recuperate dai propri uomini nei quartieri orientali della città di Aleppo.
Gli esperti militari hanno stimato il valore di ciò che è stato catturato in centinaia di milioni di dollari. Il filmato mostra le scene delle armi sequestrate diversità nel mondo del lavoro, dove li trovò anti-uomo di armi, armature e carri armati, così come fucili di precisione e fucili automatici con visore notturno.

Schermata 2016-12-30 alle 20.30.18.pngDiscrezione sui “sette immensi magazzini con munizioni sufficienti per armare diversi battaglioni di fanteria” documentati dal portavoce elle forze russe, generale Igor Konachenkov: “Molti di questi depositi si trovavano in ospedali e scuole”. Per delicatezza d’animo e per non impressionare la Mogherini, le tv non hanno dato i video che mostrano l’enorme quantità di queste armi. Che noi stessi, intesi come occidentali, abbiamo fornito loro perché instaurassero il Califfato.

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Sono state trovate anche immani quantità di generi alimentari, ben nascoste; la dittatura jihadista lasciava la popolazione civile senza cibo, sequestrava gli “aiuti umanitari” per la sua sbirraglia, e vietava ai civili di nutrirsene. Su questo, persino l’Osservatorio dei Diritti Umani in Siria (quello di Londra) ha osato accusare i terroristi. Un altro segno della graduale modifica della narrativa.

Strano “suicidio” del funzionario NATO

Nessun tentativo mediatico di collegare la ‘caduta di Aleppo Est’ e la strana morte in Belgio del revisore generale della NATO, Yves Chandelon, suicidato con un colpo di pistola alla testa nella sua auto, vicino ad Andenne. L’uomo di pistole ne aveva tre, regolarmente denunciate; quella con cui “si è” ucciso è un’altra, non sua.

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Yves Chandelon

Chissà perché, la famiglia non crede al suicidio; sostiene che Yves, pochi giorni prima, aveva confidato di sentirsi minacciato da strane telefonate. Stava indagando sui finanziamenti del terrorismo islamico: cosa che, in fondo, è un segreto di Pulcinella. Il suo ‘suicidio’ apre interessanti questioni: è parte delle pulizie di fine stagione della presidenza Obama, oppure è il sintomo di una spaccatura fra due fazioni interne all’Alleanza Atlantica?

2015_1009syriaWikiLeaks Reveals How the US Aggressively Pursued Regime Change in Syria, Igniting a Bloodbath
Friday, October 09, 2015Il documento è riportato qui, in calce, nella lingua inglese originale.

Perché comunque la si metta, quella di Obama, della UE e dei sauditi e israeliani è una disfatta di prima grandezza. Tanto più se si tien conto dell’ultima rivelazione di Wikileaks dove un documento del governo Usa datato 2006 mostra che Washington ha progettato il cambiamento di regime in Siria fin da 15 anni fa, scatenando deliberatamente il bagno di sangue cui abbiamo assistito, coi 250 mila morti e i sei milioni almeno di profughi e senzatetto. Progettato in tutti i particolari: dal “giocare le ansie sunnite sull’influenza iraniana”, all’attizzare “i curdi”, creare divisioni “in senso ai servizi di sicurezza e militari” del regime, fino alle denunce false al tribunale dell’Aja di aver fatto uccidere il capo libanese Hariri (probabilmente ucciso da Sion) e alla diffusione di falsità demonizzanti contro Assad eil “primo cerchio” del regime – il compito a cui i nostri media si sono così valorosamente dedicati diffondendo ogni sorta di fake news imbeccate.

Risultato: l’esclusione degli Usa

Il risultato è che Russia, Turchia e Iran si sono riunite – a Mosca – per discutere la sistemazione della Siria, senza invitare Washington.

E’ la disfatta morale, ma anche intellettuale, di Obama, della strategia neocon e della UE: il Nobel per la Pace è stato sconfitto politicamente dal “piccolo paese che non produce niente”, la Russia, e che ai tempi di Eltsin i cervelloni strategici americani avevano definito “un Alto Volta con i missili”. Ma proprio questo fa giganteggiare le figure degli indubbi vincitori, Putin e Lavrov: con quanti pochi mezzi hanno battuto la superpotenza e il suo codazzo di satelliti.
Come mai? I motivi ha cominciato a provare ad enumerarli il massimo analista strategico franco-svizzero, Guillaume Berlat .

http://prochetmoyen-orient.ch/

“La definizione di un quadro concettuale globale” che Putin ha seguito coerentemente e con costanza, dall’inizio delle “primavere arabe” (laddove Obama le ha provocate con vacue speranze che i Fratelli Musulmani realizzassero una “democrazia”, mentre per i neocon la destabilizzazione è un fine in sè).

La declinazione del quadro concettuale attorno ad alcuni principi. “Stabilizzare il regime siriano per evitare la destabilizzazione anche regionale (ammaestrato dagli effetti dell’implosione della Libia sulle aree circostanti), scongiurare la diffusione del virus islamista nel Caucaso, mantenere la sua base militare in Mediterraneo – giocando gli Usa e ridicolizzando la UE”, per giunta apparendo come il difensore dei cristiani e delle altre minoranze perseguitate in Oriente.

Il sagace uso congiunto della forza militare e della diplomazia. “La diplomazia senza le armi è come la musica senza strumenti”, diceva Bismarck; ma gli Usa si son fatti dettare la politica dal loro super-armamento, credendo che la potenza degli strumenti esima dal comporre la musica, perché quelli la suonano da sé.

La psichiatrica follia di questo s’è vista nel settembre scorso, quando Ashton Carter (capo del Pentagono) ha bombardato le truppe siriane assediate a Der Ezzor (tra 60 e 100 soldati morti, con la partecipazione di caccia belgi e danesi (e australiani,ndr)) al solo scopo di mandare a monte un accordo stipulato fra John Kerry e Lavrov per condurre operazioni militari congiunte contro Daesh. Cosa riconosciuta da Kerry sospiroso: “Purtroppo abbiamo avuto divisioni nelle nostre file che hanno reso l’applicazione dell’accordo estremamente difficile…”.

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Lavrov “inclusivo”

Patetica figura Kerry, di fronte a Sergei Lavrov, sperimentato non solo dalla lunga permanenza come ministro, ma dalla precedente esperienza di diplomatico all’Onu, e assistito dal quadro concettuale” complessivo stilato con Vladimir Vladimirovic. Di lui rimarrà nella storia la limpida, chiaroveggente diplomazia inclusiva, così contraria a quella americana. Infaticabilmente, Lavrov parla con gli iraniani, ma anche con gli americani traditori e doppi, coi turchi dopo che Erdogan fa abbattere il caccia russo, parla coi sionisti, perfino coi sauditi, trattando come legittimi interlocutori le cricche più infide, da leale interlocutore, lui. Tratta coi “ribelli” siriani, cercando di metterli al tavolo di pace. E’ stato lui a sventare in extremis l’intervento occidentale contro Damasco nel 2013, facendo aderire la Siria alla convenzione di divieto delle armi chimiche.

Quanto alla forza militare, è quella necessaria e sufficiente che Putin usa in vista di obiettivi chiaramente definiti. Spero si ricorderà il totale “effetto sorpresa” ottenuto su Washington ed Ankara con il dispiegamento istantaneo e invisibile dei caccia bombardieri, l’esibizione delle migliori novità tecniche delle tre armi, abbastanza da impressionare gli americani e indurli a non rischiare troppo nello spazio aereo (Erdogan, Hollande volevano da Obama una no-fly zone in Siria), assumendo anche i necessari rischi ed azzardi – l’abbattimento del caccia da un rabbioso Erdogan, che oggi è costretto ad agire da “alleato” di Mosca. Con ciò ha mostrato ai regimi arabi che, lui, non abbandona gli alleati nelle peste, come hanno fatto altri.

Tutto ciò non sarebbe bastato al successo, nota Berlat, senza quarto fattore: e qui l’analista evoca un dato morale, di carattere: la forza di una volontà irremovibile. Non dimentichiamo che in Siria, Putin ha sfidato un paese dieci volte più armato, una superpotenza economicamente dieci volte superiore, che non si esenta da atti criminali e talora da sussulti irrazionali, da idrofobia.

L’inflessibilità della volontà s’è dimostrata nella assoluta impermeabilità, spesso ironica, al martellamento mediatico. “I cani occidentali abbaiano, la carovana russa passa”, il Cremlino non si fa deviare nemmeno d’un metro dalla traiettoria iniziale dalla guerra mediatica. Il sistema mediatico occidentale s’è coperto di vergogna diffondendo propaganda e menzogne plateali; i governanti si sono compromessi in interviste con asserzioni irresponsabili e minacce delinquenziali, dichiarazioni estemporanee, rivelazioni controproducenti (tipo “Al Qaeda, sul terreno, fa un buon lavoro”). Putin parla quanto basta; usa il potere di veto all’Onu quando occorre, senza farsi intimidire; Lavrov non si abbandona alle emozioni, entrambi si impegnano in incontri utili e riservati, come quello che ha restituito temporaneamente la ragione a Erdogan.

E’ una forza di volontà intelligente, sostenuta da realismo, pragmatismo e sangue freddo. Gli occidentali perdono vistosamente d’intelligenza, credono alle loro proprie menzogne, se ne fanno irretire: invocano “interventi umanitari” per rifornire tagliagole wahabiti resi folli dal captagon, di fronte ai quali Assad è fin troppo evidentemente più civile e preferibile; farneticano di una “opposizione democratica” che sanno benissimo non esistere, trattandosi di mercenari stranieri pagati dai sauditi; invocano “tregue” che hanno l’unico scopo di salvare i terroristi da loro armati, e ormai alle corde. E tutto ciò, nonostante gli sforzi mediatici, si vede ad occhio nudo. “Tutto, nel racconto occidentale su Aleppo, sa di truffa e inganno”, ha scritto Fulvio Scaglione su Famiglia Cristiana.

Mogherini, Hollande e Merkel intimano ai russi, che trattano da criminali di guerra, di aprire corridoi umanitari. Ma “i “corridoi” esistono già, i civili sono già stati evacuati dai quartieri orientali di Aleppo dalle forze governative siriane e soprattutto dai russi che hanno anche messo in campo (a differenza della Ue) una mole imponente di aiuti umanitari per gli sfollati, proporzionale al loro impegno bellico. Persino i ribelli vengono portati con i loro famigliari (e i pochi civili che intendono seguirli) in aree controllate dalle milizie a cui appartengono con la supervisione della Croce Rossa Internazionale”, scrive la NBQ, che titola opportunamente: “Ad Aleppo, la UE perde la faccia”.

L’Unione Europea si è attenuta ad una rappresentazione della realtà “deforme in modo abissale” sulla Siria, per di più condita dal sentimento ingiustificato di non si sa quale superiorità civile e morale, che è un’imitazione dell’altrettanto ingiustificato senso della “eccezionalità” americana di cui Obama si riempie la bocca. “Noi” siamo l’Occidente, “noi” siamo la civiltà, l’umanitarismo e la democrazia, “Assad must go”,Putin è un dittatore…senza accorgersi della rozzezza e del semplicismo delle loro visioni che li ha portati ad una vera disfatta – intellettuale e morale.

E’ in nome di questa “superiorità” che Obama, prima di Natale, ha firmato il decreto per consegnare ai ribelli in Siria i missili anti-aerei a spalla; “un atto ostile” l’ha definito la portavoce di Lavrov, Maria Zakharova (Una follia che pagheremo cara, dico io. ndr).

E’ stato forse per suo ordine che il noto “incidente aereo” ha sterminato il coro dell’armata rossa. Non riesce proprio a capire che versare sangue non è un sostituto per l’intelligenza che gli manca, la malvagità e le vendette postume non bastano a rimpiazzare una strategia, una diplomazia, una politica estera impotente.

tratto da Blondet & Friends e con l’occasione, con gli auguri al nostro amico Maurizio Blondet

Continua a leggere 883.-Ad Aleppo, la disfatta morale e intellettuale dell’Occidente

882.- Che squallore Obama! Ora capite che uomo è (E perché Trump fa tanta paura)

Obama fa lo scemo con la Russia, ma sono almeno 110 e non solo 14 gli ufficiali della NATO e suoi alleati catturati dall’armata siriana nel centro operativo della cantina di Aleppo Est

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Eh sì, ora potete verificare di persona che tipo di persona sia Barack Obama. E soprattutto potete rendervi conto di quanto importante e destabilizzante sia stata la vittoria di Trump, che ha posto fine a un lunghissimo periodo di potere esercitato da un gruppo élitario – neoconservatore ma non solo – che, ha dominato Washington, rovinando sia gli Usa sia il mondo.

Circa tre settimane fa in un’intervista al blog di Beppe Grillo affermavo che l’establishment di Obama, che riva le sue radici strategiche e ideologiche nell’amministrazione Bush, avrebbe fatto di tutto per mettere in difficoltà o addirittura impedire l’elezione di Trump.

Avete visto cos’è successo negli Stati Uniti: manifestazioni di piazza, riconteggio dei voti in alcuni Stati, pressioni senza precedenti sui Grandi Elettori affinché rinnegassero il voto popolare. Tutto inutile, per fortuna. Per fermare Trump restano solo due modi: un colpo di stato parlamentare o l’eliminazione fisica. Entrambi non ipotizzabili, al momento.

La reazione scomposta di Obama in questi giorni, però, non rivela solo la stizza di un presidente uscente e la scarsa caratura di un uomo ampiamente sopravvalutato, evidenzia soprattutto la frustrazione di un clan che vede svanire il perseguimento dei propri obiettivi strategici. Infatti:
gli Usa hanno perso la guerra in Siria, combattuta la fianco dei peggiori gruppi fondamentalisti.
Nessun rappresentante dell’establishment uscente è stato eletto nei posti chiave dell’Amministrazione Trump.
La globalizzazione e il continuo smantellamento delle sovranità nazionali non sono più garantite, anzi rischiano di essere fermate da Trump che crede nei valori e negli interessi nazionali.
L’obiettivo di conquistare il controllo dell’Eurasia, facendo cadere Putin, sostituendolo con un presidente filomaericano, è fallito; Putin oggi è più forte che mai.
Persino Israele, che si è subito allineata a Trump, è diventata ostile. Il via libera alla Risoluzione Onu rappresenta un’inversione a “U” clamorosa e dai chiari intenti punitivi.

Le ultime decisioni dell’Amministrazione Obama segnalano il tentativo di far deragliare il nuovo corso di Trump o perlomeno di metterlo in fortissima difficoltà sia con Israele, sia, soprattutto, con la Russia. La speranza segreta della Casa Bianca era che Putin potesse cedere a una reazione impulsiva, tale da mettere davvero in imbarazzo Trump. E invece il presidente russo ha tenuto i nervi a posto. Anzi ha dato a Obama l’ennesima lezione di stile, rifiutandosi di espellere a propria volta 35 diplomatici americani. Le nuove sanzioni e l’espulsione di 35 diplomatici russi sono comunque un colpo basso, tale da provocare tensioni con il Congresso, ma non così gravi da far desistere Trump dall’avviare un nuovo corso con Putin.

Quanto alle accuse di ingerenze russe nel voto americano sono risibili, pretestuose, come spiego nella breve intervista al blog di Beppe Grillo (trovate qui anche la trascrizione).

Quel che conta, alla fine di un incredibile 2016, è la sostanza. Ovvero: il clan che ha governato l’America per almeno 16 anni lascia per la prima volta il potere. E chi si è opposto, dentro e fuori gli Usa, a politiche egemoniche autenticamente neoimperiali trova motivi di speranza.

Ed è un’ottima notizia per il mondo.

Auguri a tutti. Marcello Foa su ilGiornale.it

Marcello Foa, a lungo firma de Il Giornale, ora dirige il gruppo editoriale svizzero Corriere del Ticino-Media Ti ed è docente di Comunicazione e Giornalismo. Il Cuore del mondo è un blog indipendente ospitato da ilgiornale.it

881.- CHI HA AFFOSSATO MPS. Da De Benedetti alla Marcegaglia: Mps prestava i soldi ai ricchi, loro non li ridavano e noi pagheremo.

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….La percentuale maggiore dei cattivi pagatori (32,4%) si trova fra quanti hanno ottenuto più di tre milioni di euro. Ovviamente un tasso di mortalità così elevato sulle posizioni più importanti apre molti interrogativi sulla gestione. Anche perché la gran parte dei problemi nasce dopo l’acquisizione di Antonveneta. Prestiti concessi nel 2008 che finiscono a sofferenza nel 2014….

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Emma Marcegaglia

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Carlo e Rodolfo De Benedetti

Fra i debitori che non hanno onorato i debiti verso il Montepaschi c’è anche Giuseppe Garibaldi. Incidenti che capitano alla banca più antica del mondo. Evidentemente anche in tempi non sospetti, a Siena sentivano il fascino della camicia rossa. Ma soprattutto rivelavano una certa reverenza nei confronti dei poteri forti. Preferibilmente in odore di massoneria.

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Nell’archivio della banca c’è questa lettera dell’Eroe dei Due Mondi: «Signor Esattore mi trovo nell’impossibilità di pagare le tasse. Lo farò appena possibile». Correva l’anno 1863 e non sapremo mai il destino di quel debito.

C’è anche da dire che a Siena avevano una certa dimestichezza con i protagonisti del Risorgimento. Fra il 1928 e il 1932, infatti, la banca era entrata in possesso della tenuta di Fontanafredda che Vittorio Emanuele II aveva regalato alla Bella Rosina. Gli eredi se l’erano fatta espropriare per un debito non pagato. Un npl (non performing loans) in versione reale.
Giuseppe Garibaldi e i nipoti della moglie del Re che non poteva diventare Regina. A Siena sono sempre stati molto trasversali nella scelta dei loro clienti. E anche le sofferenze rifiutano il monocolore. Così fra i clienti che non hanno rimborsato figurano la Sorgenia della famiglia De Benedetti e Don Verzè che, grazie anche all’amicizia con Silvio Berlusconi aveva fondato l’ospedale San Raffaele portandolo anche al dissesto con un buco di duecento milioni. Dagli archivi risultava anche, almeno fino all’anno scorso, una fidejussione di 8,3 milioni che il Cavaliere aveva rilasciato a favore di Antonella Costanza, la prima moglie del fratello Paolo. La signora aveva acquistato, per nove milioni, una villa da sogno in Costa Azzurra e poi aveva dimenticato di pagarla. A Siena, però, conoscevano bene la famiglia Berlusconi e si fidavano. Erano stati i primi a credere nella capacità imprenditoriali di Silvio e non se n’erano certo pentiti.

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Rodolfo De Benedetti, primogenito dell’Ingegnere

Non altrettanto bene però, sono andate le cose con il gruppo che fa capo a Carlo De Benedetti, l’eterno rivale del Cavaliere. Sorgenia, il gruppo elettrico guidato da Rodolfo, primogenito dell’Ingegnere, ha lasciato un buco da 600 milioni. Le banche hanno trasformato i debiti in azioni. Ora sperano di trovare un compratore. Il cuore di Sorgenia è rappresentato da Tirrenia Power le cui centrali sono localizzate in gran parte fra la Liguria e l’Italia centrale. Naturale che Mps fosse in prima linea nel sostenere l’investimento e oggi a dover contabilizzare le perdite.

Ma i problemi di Mps non si fermano alla Toscana e zone circostanti. La forte presenza in Lombardia attraverso la Banca Agricola Mantovana ovviamente l’ha portata in stretti rapporti d’affari con il gruppo Marcegaglia che ha sede da quelle parti. Fra l’altro Steno, fondatore dell’azienda siderurgica, era stato uno dei soci della Bam che aveva favorito l’ingresso di Siena. Tutto bene fino a quando al timone è rimasto il vecchio. Poi è toccato ai figli Antonio ed Emma. Complice la crisi economica, hanno accumulato un’esposizione di 1,6 miliardi che le banche hanno dovuto ristrutturare aggiungendo altri 500 milioni.

Ma a parte questi nomi eccellenti chi sono gli altri debitori che hanno mandato in crisi la banca più antica del mondo? La ricerca non è facile. Il gruppo dei piccoli azionisti del Monte guidato da Maria Alberta Cambi (Associazione del Buongoverno) ha cercato l’identità delle insolvenze. I dirigenti della banca si sono rifiutati di rispondere schermandosi con le regole della privacy. Qualcosa, però, hanno detto. Non i nomi ma almeno la composizione.

Viene fuori che il 70% delle insolvenze è concentrato tra i clienti che hanno ottenuto finanziamenti per più di 500mila euro. In totale si tratta di 9.300 posizioni e il tasso di insolvenza cresce all’aumentare del finanziamento. La percentuale maggiore dei cattivi pagatori (32,4%) si trova fra quanti hanno ottenuto più di tre milioni di euro. Ovviamente un tasso di mortalità così elevato sulle posizioni più importanti apre molti interrogativi sulla gestione. Anche perché la gran parte dei problemi nasce dopo l’acquisizione di Antonveneta. Prestiti concessi nel 2008 che finiscono a sofferenza nel 2014. Certo sono gli anni della grande crisi. Ma non solo. La scansione dei tempi dice anche un’altra cosa: Mussari e Vigni hanno concesso i crediti. Profumo e Viola hanno dovuto prendere atto che erano diventati fuffa.

di Nino Sunseri

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880.- BALCANI: Allargamento, il passo falso dell’UE

Per la prima volta, nel 2016, il Consiglio UE non ha trovato l’accordo sul testo delle annuali Conclusioni sulla politica d’allargamento. Complice la “testardaggine” austriaca sulla questione della Turchia, ma anche varie questioni aperte dalla Croazia. E’  stato giusto denunciare le nefandezze di Erdogan, ma, secondo taluni analisti, questa denuncia non doveva essere fine a se stessa. Doveva, piuttosto, mettere Erdogan sotto pressione, costringendolo – per quanto possibile – con le spalle al muro. Invece, sia con l’accordo sui migranti sia con l’interruzione dei negoziati gli si è concesso un potere enorme, subito sfruttato a nostro danno. La politica d’allargamento procede, invece, nei riguardi della Serbia e della Bosnia ed Erzegovina.

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Croazia

Il Consiglio UE aveva deciso, martedì 20 settembre, di dare seguito alla candidatura d’adesione all’UE della Bosnia ed Erzegovina, depositata lo scorso 15 febbraio. I 28 stati membri hanno quindi chiesto alla Commissione UE di redigere un’opinione sulla Bosnia ed Erzegovina e su quali riforme saranno necessarie al paese per aderire all’Unione. Si è aperto così il processo formale di adesione anche per Sarajevo, che ancora è alla casella iniziale come “stato potenzialmente candidato”.

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Serbia

Analizzeremo più avanti il perché i paesi europei vogliono uscire dall’Unione europea, mentre la Bosnia ed Erzegovina e la Serbia confermano la loro volontà di proiettarsi verso il continente europeo. Seguiamo Andrea Zambelli.

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Foto: Miroslav Lajcak, EU Council

Il Consiglio UE “Affari Generali” del 13 dicembre si è chiuso senza un accordo sulle annuali conclusioni sulla politica d’allargamento. E’ la prima volta che ciò avviene dagli anni ’90 – e una delle poche volte in generale che il Consiglio non riesce a trovare un accordo tra i suoi membri.

L’Austria si mette di mezzo sulla Turchia al Consiglio UE e fa affondare la barca

La ragione del tonfo, questa volta, sta nella testardaggine dell’Austria. Vienna si è opposta fino all’ultimo ad un testo consolidato, approvato dagli altri 27, che dava il suo appoggio alla continuazione dei negoziati d’adesione con la Turchia. Secondo il ministro degli esteri austriaco, il giovane conservatore Sebastian Kurz, invece, i negoziati d’adesione con Ankara sarebbero dovuti essere immediatamente sospesi.

“Quando in centinaia di migliaia sono agli arresti, quando dissidenti e politici dell’opposizione sono in prigione… è qualcosa che non corrisponde allo spirito e ai valori fondamentali dell’UE“, ha dichiarato Kurz riferendosi alle estese purghe che hanno fatto seguito al tentato colpo di stato di metà luglio in Turchia. Lo stesso Kurz era finito nella bufera, solo pochi giorni prima, per il sostegno offerto durante la campagna elettorale al governo macedone uscente di Nikola Gruevski, accusato di estese intercettazioni e di tendenze autoritarie.

La volontà di rovesciare il tavolo da parte di Kurz, che durante la scorsa campagna elettorale per le presidenziali austriache si è posizionato sempre più a destra, non è stata ben accolta dagli altri 27. “Non considero questa una politica estera responsabile”, ha dichiarato il ministro degli esteri tedesco – e futuro presidente della repubblica federale, Walter Steinmeier. “Aiutiamo il popolo turco in questo modo? Io credo di no”, ha rimarcato l’omologo lussemburghese Jean Asselborn. E l’Hofburg ha messo in imbarazzo anche lo stesso Commissario europeo all’allargamento, Johannes Hahn, che con Kurz condivide paese d’origine e partito politico.

La politica d’allargamento in uncharted waters

Non è la prima volta che Kurz incrocia le corna con i turchi – si ricordano i suoi scambi con l’ex ministro agli affari europei Egemen Bagis – ma in questo caso l’intransigenza di Vienna è andata oltre, e ha fatto affondare tutta la barca. Perché senza l’accordo di Vienna sul capitolo turco non è stato possibile dare alla luce l’intero testo delle conclusioni del Consiglio sull’allargamento, inclusi i paesi dei Balcani occidentali, sui quali un accordo sarebbe stato invece trovato – nonostante varie questioni aperte, soprattutto da parte della Croazia, per quanto riguarda Serbia, contro cui Zagabria solleva accuse strumentali riguardo alla protezione della minuscola minoranza croata per giustificare la volontà di non aprire il capitolo 26 sull’istruzione, e Bosnia-Erzegovina.

La presidenza slovacca del Consiglio UE ha quindi cercato di raccogliere i cocci, pubblicando “un set di conclusioni che hanno ricevuto il sostegno della grande maggioranza delle delegazioni [degli stati membri] nel corso delle discussioni” come dichiarazione della Presidenza, dall’incerto valore legale – anziché le Conclusioni del Consiglio UE, un atto unanime di indirizzo politico vincolante per le altre istituzioni UE. Secondo il ministro degli esteri slovacco, Miroslav Lajčák, così “abbiamo riaffermato il nostro impegno all’allargamento come politica cruciale per l’UE e investimento strategico nella stabilità, democrazia e prosperità in Europa. Consideriamo di grande importanza la credibilità dell’allargamento come processo bidirezionale – se un paese introduce le necessarie riforme, l’UE deve tenere fede ai suoi impegni”.

Un testo senza accordo, alla mercé di interpretazioni di parte

La mossa della Presidenza di pubblicare le sue conclusioni non è stata scevra da critiche. In primo luogo perché il testo pubblicato come dichiarazione della Presidenza non è lo stesso che era stato approvato solo pochi giorni prima dagli ambasciatori dei paesi membri. Nella ricerca di un compromesso all’ultimo minuto, hanno trovato la propria strada nella dichiarazione della Presidenza varie formulazioni che durante la discussione tra i ministri degli esteri avevano sollevato l’opposizione di diversi stati membri.

Tra queste, per quanto riguarda la Bosnia-Erzegovina, fa risalto soprattutto l’ultima frase del paragrafo 62, in cui il Consiglio sottolinea la necessità di garantire “l’eguaglianza di bosgnacchi, serbi e croati e di tutti i cittadini della Bosnia ed Erzegovina”. Una formulazione paradossale, che mette insieme due principi in contraddizione: il principio etnico dei tre popoli costituenti sancito nella Costituzione di Dayton, contro cui si è espressa più e più volte la Corte europea dei diritti umani, dal caso Sejdic-Finci in poi; e il principio civico dell’uguaglianza in diritti e doveri di tutti i cittadini bosniaco-erzegovesi, che dal primo è negato. Una formulazione che soddisfa soprattutto la Croazia, che intende usarla come grimaldello per sostenere il diritto alla “piena eguaglianza” della propria minoranza nazionale in Bosnia.

Una formulazione che ha fatto sollevare più di un sopracciglio a Sarajevo – dove la Commissione europea ha appena consegnato un esteso questionario di pre-adesione – e che come era prevedibile è stata colta al balzo dalla diplomazia croata. Il neo-ministro degli esteri HDZ, Davor Ivo Stier, in visita a Roma, ha dichiarato come “è importante sottolineare che tutti i 28 stati membri hanno espresso il loro accordo a tale formulazione”. Una evidente falsità. Ma quei croato-bosniaci, che secondo il censimento del 2013 costituiscono il 15% della popolazione, sono un importante bacino elettorale per Zagabria – e quindi meritano di essere “un po’ più uguali degli altri“.

E’ la prima volta che il Consiglio non pubblica conclusioni annuali sulla politica d’allargamento. Di fatto cambierà poco: per tutti i paesi dei Balcani la Commissione ha comunque un mandato a procedere, anche solo in base alle ultime conclusioni del Consiglio UE dello scorso settembre. Resta un segnale poco rassicurante. E l’evidenza che la politica d’allargamento è sempre meno un business as usual e sempre più vulnerabile alle tendenze populiste e alle questioni bilaterali aperte da questo o quello stato membro.

Andrea Zambelli

879.-Trump dichiara “guerra” alla Germania e all’Euro

Commento un articolo della rubrica “Approccio italo-albanese” dell’agenzia albanese PERQASJE. Mi riporta ai miei tempi di esperto a Tirana e cita l’attenzione di Donald Trump sull’Unione europea e sull’inganno del cambio euro-marco. Abbiamo parlato della poderosa espansione cinese, del riavvicinamento fra USA e Russia e della parte del cane sotto la tavola che spetterebbe all’Unione europea, nel suo attuale assetto franco-tedesco; ma sarà presto evidente che la sua assenza dal tavolo delle due superpotenze renderà difficile quella che già molti chiamano La Nuova Yalta. Su Scenari economici, Maurizio Gustinicchi citava un’uscita di Trump contro il marco debole; ora ascoltiamola da Giuseppe Comper e aspettiamoci la levata di scudi dei servi “prezzolati bene” di questa Unione europea. L’Italia crollerà sotto l’€uro tedesco; ma crollerebbe l’Unione e crollerebbe l’euro. Trump comprende che questo priverebbe la sua politica di troppe possibilità di manovra. Ma se Trump ci salverà da Merkel, Noi chi ci mettiamo al Quirinale e a Palazzo Chigi? Chi?

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“Donald Trump contro la Germania: «Manipolatrice valutaria, l’Euro ha fatto quello che il Marco libero non avrebbe potuto fare. Se ciò non cesserà, saremo pronti a imporre dazi doganali».

Il Presidente eletto Donald Trump ha dichiarato “guerra” alla Germania. Una guerra economica, ovviamente, com’è tipico del mondo democratico del XXI secolo. Nel suo programma economico, l’allora candidato Repubblicano alla corsa presidenziale metteva in evidenza il grande inganno della Moneta Unica europea: ossia che il suo valore non è dato dal semplice output economico, bensì dalla media delle varie ex-monete precedenti all’unificazione valutaria. In questo modo la Germania si liberò dell’enorme peso del suo vecchio Marco, adottando un Euro molto più leggero – a discapito delle economie sud europee che, al contrario, dovettero sostituire le loro deboli monete con una molto più forte da sopportare.

Non per nulla, nel suo programma Trump denunciava che «la debolezza delle economie dell’Europa meridionale nell’Unione Monetaria Europea tiene un tasso di cambio inferiore rispetto a quello che avrebbe avuto il Marco tedesco come valuta indipendente». Attaccava inoltre il fatto che proprio questo giochetto economico è la ragione principale per cui il deficit commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Germania è sempre più aumentato negli ultimi anni.

Da qui la minaccia finale: «Donald Trump ha promesso di usare il suo Dipartimento del Tesoro per marcare ogni Paese che manipola la sua valuta. Ciò consentirà agli Stati Uniti di imporre difensive e compensative tariffe se la manipolazione valutaria non cesserà». Una vera e propria rivalsa verso una Germania che, da quando è entrata in vigore la Moneta Unica, l’ha fatta da padrona in Europa e in tutto il mercato internazionale.

Un per nulla velato attacco non solo al Paese guidato da Angela Merkel, ma a tutto l’apparato tecnocratico dell’Unione Europea. Il senso è chiaro: «L’Euro è un imbroglio nell’economia mondiale, e qualcuno in particolare ci sta guadagnando violando le regole. Quindi, o d’ora in poi seguite le regole o ve la faremo pagare presto».

Le ragioni di questa aggressività verso lo Stato tedesco da parte di The Donald è palese: il suo popolo elettorale è per lo più composto dal ceto medio, categoria sociale più di tutte colpite da questa crisi finanziaria senza fine. Per rispettare gli impegni presi di «fare l’America grande ancora!» e consolidare il proprio consenso deve dare qualche segnale forte, e uno di questi è fronteggiare a viso aperto chi vìola le regole economiche internazionali.

Tuttavia non ci sono solamente ragioni di etica economico-commerciale, ma anche alcune squisitamente geopolitiche: la vittoria di Trump apre il sipario a uno spettacolo tutto nuovo nello scacchiere delle politiche estere, e lo dimostra la vicinanza del Presidente eletto allo “Zar” russo Vladimir Putin. I rapporti tra Occidente e Russia si sono incrinati notevolmente in seguito alla questione ucraina e alle sanzioni imposte a Mosca. Da lì il Presidente Putin ha volto lo sguardo altrove, stringendo alleanze commerciali con la Cina comunista e porgendo la mano alla Turchia di Erdogan. Ma il sogno di tornare ad avere maggiore influenza sugli Stati dell’est Europa non è mai stato abbandonato, e la rinnovata amicizia tra Stati Uniti e Russia non può che stringere il Vecchio Continente in una morsa tra le due maggiori superpotenze mondiali. C’è già chi parla di una “nuova Yalta”.

Che sia anche l’avvicinamento a Putin uno dei motivi per cui Trump ha minacciato e attaccato tanto duramente la Germania, l’Unione Europea e la Moneta Unica?

878.- Gli Ultimi Rantoli di Obama.

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Non so dirvi se Trump sarà meglio o peggio, come sempre è bene andare oltre i 5kb consueti e dunque io mi ricordo.

Mi ricordo che un tempo pensai “peggio di Bush jr, non è possibile” e invece:

Ecco appunto.

E siamo finalmente agli ultimi rantoli della amministrazione Obama un brutto crepuscolo fatto di fallimenti epocali, figure di merda, dispetti e mosse disperate.

La madre di tutti fallimenti si svolgerà ad Astana a metà gennaio, giusto 5 giorni prima l’avvicendamento.

da Agenzia Nova

Speciale difesa: Siria, stampa turca, a metà gennaio prossimo vertice trilaterale Turchia-Russia-Iran
Ankara, 27 dic 15:00 – (Agenzia Nova) – I rappresentanti di Turchia, Russia e Iran si incontreranno ad Astana a metà gennaio per discutere della cessazione delle ostilità in Siria: lo ha riferito un funzionario del ministero degli Esteri turco, secondo quanto riferito dal quotidiano “Hurriyet”. Il presidente russo Vladimir Putin ha detto che i leader di Turchia e Iran hanno concordato che i prossimi colloqui di pace sulla Siria vengano tenuti nella capitale del Kazakhstan, Astana, aggiungendo che anche il presidente siriano Bashar al Assad aveva accettato la proposta…….
Traduco: per la prima volta dal dopoguerra ci saranno negoziati di pace in una area geostrategica cruciale per i “valori dell’occidente” e USA e Europa non sono invitati. Anche perché sono le potenze che hanno perso.
Corollario: non un centesimo del bottino, ovvero la ricostruzione della Siria andrà a imprese europee o americane senza l’approvazione di Mosca, non una goccia di petrolio o un millimetro cubo di gas passerà dalla Siria senza il benestare Russo.

Alla voce figure di merda ci sono

le parole “TESTUALI” del presidente Turco Erdogan: “Ho le prove che la coalizione guidata dagli Stati Uniti in Siria aiuta gruppi terroristici come l’Isis” (scegliete voi una fonte a caso, ne troverete centinaia)…ooooops
le parole “TESTUALI” del presidente delle Filippine Duterte a Obama in conferenza stampa: ”Figlio di puttana te la farò pagare“
Non male eh, quando si dice rispetto e timore.

Poi ci sono i dispetti a Trump:

E direi che la questione del NON veto americano posto da Kerry sulla questione dei territori occupati e le notizie che filtrano di un impegno americano per ottenere lo Stato di Palestina basta e avanza.

Siamo seri, in 13 giorni compreso capodanno arriva lo stato palestinese perché lo dice Obama, e vabbeh.
Infine la mosse disperate e qui siamo all’assurdo:

Mi scrive un amico:
L’amministrazione Obama cioè il governo in carica applica sanzioni alla Russia per comprovata manipolazione (sic) delle elezioni USA, ma allora se il congresso approva le sanzioni implicitamente sancisce che le elezioni sono taroccate.
A questo punto o si rimangiano l’accusa e ritirano le sanzioni o esce un casino.. non vorrei che fossero i prodromi di quello che ha detto Moore in una recente intervista e cioè che prima del 20 esce un fatto che stoppa l’insediamento di Trump.
……Mi verrebbe da dire, nulla di peggio potrà capitare dopo Obama

Il problema appunto è che lo pensai anche di Bush jr.

Da Maurizio Blondet, Di FunnyKing

877.-GERMANIA: SALARI ALLA SOGLIA DELLA POVERTÀ, SEMPRE PIÙ TEDESCHI INDEBITATI

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Tramite i rapporti di cambio con l’€uro, la Germania ha manipolato artificialmente, con l’inganno il rapporto fra marco e lira, divenuta lira forte, ottenendo, da un lato, un colossale surplus commerciale e, dall’altro, il crollo dell’economia concorrenziale italiana.
Su Scenari economici, Maurizio Gustinicchi cita un’uscita di Trump contro il marco debole: “La Germania tramite l’euro ha illegalmente svalutato il deutschemark, o cessa tale furto, o metterò dazi contro i loro beni”. Ma, se il buon andamento delle economie non rispecchia quasi più un’altrettanta situazione dei rispettivi popoli, c’è stato chi, come Frances Coppola, ha fotografato da tempo, in modo esauriente e impietoso il trend economico della Germania. Scrisse sul suo blog: “Lungi dall’essere la locomotiva europea, la Bundesrepublik ha quasi finito di segare il ramo su cui è seduta e l’intransigenza della sua classe dirigente è ormai il principale fattore di instabilità economica per il mondo intero”. Inevitabilmente, come già per l’Italia, anche per la Germania, osservo: “Che senso ha imbarcare forza lavoro dall’Africa, quando il lavoro non c’è?”. Infatti, nonostante nell’opinione pubblica italiana sia largamente diffusa l’idea che in Germania il lavoro vada a gonfie vele e le condizioni dei lavoratori siano ottimali, o comunque migliori rispetto a quelle del nostro paese, un recente rapporto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali svela un’altra verità. Il numero dei cittadini tedeschi che vive alle soglie della povertà è in costante crescita. Se l’Italia dovesse uscire dall’€uro e non è improbabile, lo stesso sistema bancario tedesco rischierebbe di crollare, e la più grande economia europea, oltre a non aver garantito il benessere dei propri cittadini, perderebbe la competitività così duramente accumulata nel corso degli ultimi 15 anni.” Si, a spese di tutti gli altri paesi europei, Italia in testa. Abbiamo compreso il perché non può essere l’economia a dettare le leggi ai governi. Ma leggiamo il rapporto di Von Lisa Schwesig.

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“Sempre più famiglie tedesche sono indebitate. Questo è quanto riportato dal rapporto sulla povertà, finora inedito, redatto dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Se nel 2013 le famiglie con debiti erano 1,97 milioni, nel 2015 la cifra ha raggiunto i 2,05 milioni. Secondo il quotidiano “Bild”, che cita il rapporto ufficiale, questa condizione affligge quasi 4 milioni di adulti in Germania, numeri che lo stesso Ministero ha in seguito confermato a n-tv. Una tendenza in aumento costante dal 2006, che non dà cenni di inversione di rotta.

Secondo l’analisi del Ministero l’indebitamento dei tedeschi è legato principalmente alla “povertà di reddito”. Rispetto al 2012 i livelli di reddito dei cittadini sono aumentati in modo significativo. Nel 2015, i lavoratori tedeschi hanno guadagnato in media il 10,7% in più. Ciò soprattutto grazie alle buone condizioni economiche del paese. Tuttavia, gli affitti e il costo della vita sono aumentati proporzionalmente agli stipendi.

Inoltre, un dipendente su dieci lavora per una retribuzione oraria inferiore ai dieci euro. Il guadagno si posiziona quindi appena sopra la soglia di povertà. Nella Germania orientale più di un terzo dei lavoratori percepisce un salario di basso livello. Allo stesso tempo cresce anche in Germania occidentale il numero dei lavoratori a basso salario. La maggior parte dei lavoratori a basso reddito vive in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove oltre il 35% dei dipendenti percepisce un misero stipendio. Nella zona di Amburgo, invece, vive una percentuale di lavoratori a basso reddito nettamente inferiore (solo il 15%).

Hartz IV in costante aumento

La relazione svela numeri importanti anche per ciò che concerne il “reddito di sostegno”.
Nel 2015 quasi 8 milioni di persone sono state dipendenti da servizi come l’Hartz IV. Si tratta di quasi 800 mila persone in più rispetto a cinque anni prima. La quota percentuale dei destinatari dell’Hartz IV è così aumentata del 10%.

A questo dato va aggiunto il crescente numero dei senza tetto in Germania. A detta del rapporto, oltre 335 mila persone vivono senza fissa dimora. Si tratta di una condizione permanente per oltre il 10% di questi individui. Sommando i dati, negli ultimi dieci anni il numero di persone senza una propria abitazione è quindi cresciuto di quasi il 25%.

Mentre sempre più persone si trovano costrette ad affrontare una condizione di povertà, cresce parallelamente il numero dei milionari. Se nel 2009 erano circa 12.500 le persone che potevano vantare un reddito annuo di 1 milione di euro, nel 2015 si contano in Germania circa 4.000 milionari in più. Questi ultimi hanno versato al Paese, solo lo scorso anno, quasi tre milioni di euro di tasse.

Il rapporto completo su povertà e ricchezza in Germania verrà pubblicato dal Ministero del lavoro nella primavera del 2017. La relazione viene redatta ogni 3/4 anni da circa un centinaio di esperti.”

Così, Von Lisa Schwesig, 13 Dicembre 2016; ma non scopriamo nulla di nuovo, perché ci hanno detto sempre dove volevano e vogliono portarci, solo che rifiutiamo di crederci. Il 12 marzo 2013, Jakob Augstein, commentatore progressista, su Der Spiegel attaccò così il rapporto del governo sulla povertà in Germania: Hanno provato ad abbellire i dati ma non ci sono riusciti, le diseguaglianze sono troppo evidenti. Riporto da Der Spiegel:

Ricchezza e povertà in Germania

Il governo federale ha cercato di abbellire il “Rapporto sulla povertà” – tuttavia i dati ci mostrano ugualmente la miseria sociale nel nostro paese. Dieci anni dopo il lancio dell’Agenda 2010, dell’economia sociale di mercato non c’è piu’ traccia.

“La ristrutturazione dello stato sociale e il suo rinnovamento sono diventati inevitabili. Non si tratta di dare il colpo di grazia, piuttosto di conservare l’essenza dello stato sociale”. Parole pronunciate da Gerhard Schröder nel suo discorso del 14 marzo 2003 con il quale annunciava l’Agenda 2010.

Dieci anni dopo è chiaro: l’obiettivo è stato mancato, lo stato sociale colpito duramente. La Germania sta diventando una società di classe. Dovremo riabituarci al concetto. Sono finiti i tempi in cui il capitalismo sociale faceva almeno credere possibile il “benessere per tutti” (Ludwig Erhard). L’era dell’economia sociale di mercato è finita.

C’è stato un grande esproprio. Ma in Germania non sono stati i ricchi ad essere espropriati. Piuttosto il popolo.

Il “Rapporto del governo federale sulla ricchezza e la povertà in Germania”, presentato la scorsa settimana (qui un riassunto e qui una verifica dei fatti) ce ne dà una testimonianza. Bisogna guardare da vicino per decifrare il triste messaggio. Nei mesi che hanno preceduto la pubblicazione il governo si è sforzato molto per abbellirlo e manipolarlo.

Ma in verità non hanno potuto fare nulla per cambiarlo: la Germania è un paese con grandi ingiustizie. Nel 1970 il decile piu’ alto dei tedeschi dell’ovest possedeva il 44% delle attività finanziarie nette. Nel 2011 erano il 66%. Le imposte sui salari, i redditi e i consumi – sostenute dalla massa – sono pari all’80% del totale delle entrate fiscali, le imposte sui redditi d’impresa e i profitti sono solo il 12%. Quasi 8 milioni di tedeschi ricevono un cosidetto basso salario (Niedriglöhn). 12 milioni di individui vivono al limite o sotto la soglia di povertà. Il 25% degli occupati in Germania ha un lavoro precario: lavoro interinale, lavoro a tempo, contratti d’opera, tirocini. Il 50% dei nuovi posti vacanti è a tempo determinato.

Chi ne approfitta si crea la propria rappresentazione della realtà

Si potrebbe andare avanti con altre statistiche, alcune sono nel rapporto, altre sono state compilate dagli scienziati sociali. Ma tutto cio’ in realtà è risaputo da tempo. La maggioranza delle persone continua ad alzare le spalle con indifferenza. “Resta aperta una sola domanda: perché non c’è nessuna resistenza nei confronti dei redditi troppo elevati o verso gli aumenti di ricchezza eccessivi?”, si chiede lo storico Hans-Ulrich Wehler.

Wehler dovrebbe conoscere la risposta: che cosa sono i numeri rispetto agli interessi? E che cos’è la verità rispetto alle strutture del potere? L’industria, i partiti di governo, una larga parte dei media, ricercatori e istituti di ricerca docili – tutti aiutano a negare i fatti, a relativizzare, a ignorare. Il cartello di chi ne approfitta è cosi’ forte che non si deve piu’ nemmeno prendere in considerazione la realtà dei fatti. Hanno creato una nuova realtà.

E quando non si hanno piu’ argomenti, arriva l’affermazione: il denaro non rende veramente felici. Come recentemente ha detto il deputato Matthias Zimmer (CDU) durante il dibattito al Bundestag: “l’intero dibattito viene condotto pensando solo ai fattori materiali”.

Un sistema della menzogna

Nel frattempo possiamo assistere al declino di questa società con i nostri occhi. Le scuole cadono a pezzi, le città si sgretolano, le strade sono fatiscenti, agli incroci ci sono persone che tirano fuori dalla spazzatura i vuoti a rendere. Ma ci hanno insegnato a non fidarci piu’ dei nostri occhi e a considerare le ingiustizie necessarie e le assurdità ragionevoli. Tutto serve ad uno scopo: lasciar fluire verso l’alto i redditi che vengono prodotti in basso e allo stesso tempo fare il possibile per nascondere quello che accade. Le leggi, la struttura delle tasse, i valori – il sistema.

E’ un sistema della menzogna. Gli ideologi del liberalismo parlano volentieri di obiettivi da raggiungere. Ma non viviamo in una società meritocratica, piuttosto in uno stato corporativo. Nel suo discorso sull’Agenda, 10 anni fa Schröder aveva detto: “Non è accettabile che in Germania le possibilità di iscriversi ad un liceo siano per un giovane della borghesia da 6 a 10 volte piu’ alte rispetto a quelle di un giovane proveniente da un famiglia di lavoratori”. Ed oggi Sigmar Gabriel al Bundestag ancora una volta ha detto: “Lo stato sociale deve fare in modo che le origini non diventino un destino. Non vogliamo che siano le origini a determinare il destino degli individui”.

Gli obiettivi di politica sociale sono stati mancati. Quelli di politica economica raggiunti. L’agenda politica introdotta da Schröder e portata avanti da Merkel, ha rafforza l’economia tedesca, ma ha indebolito i tedeschi.

Il rapporto sulla povertà nel suo punto piu’ sconvolgente mostra quante poche illusioni si facciano ancora i cittadini sulla realtà tedesca. Quando si chiedono le cause della ricchezza nella società, un quarto nomina le capacità e il duro lavoro. Un numero molto piu’ grande la riconduce alle origini (46 %) o alla rete sociale (39 %). Quelli molto delusi considerano la disonestà (30%) e le ingiustizie del sistema economico (25%) come le ragioni principali del benessere economico.

Che cosa è piu’ spaventoso: il realismo delle persone oppure la loro passività?

876 .- ERDOGAN ACCUSA: HO LE PROVE, GLI STATI UNITI AIUTANO L’ISIS

Probabilmente, né USA né Russia sono in condizioni di sostenere da sole l’espansione cinese e l’Europa dell’€uro non ha un suo ruolo da svolgere. Così, mentre Trump e Putin tentano il riavvicinamento in chiave anti-cinese e Netanyahu lavora con Putin, i piani di Erdogan e il Nuovo Impero Ottomano seguono il destino di quelli di Obama. Gli equilibri intorno a noi cambiano velocemente, mentre siamo legati al palo tedesco.

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“Ho le prove che la coalizione guidata dagli Stati Uniti in Siria aiuta gruppi terroristici come l’Isis”. Lo ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa il presidente turco Recep Tayyip Erdogan nel corso di una conferenza stampa ad Ankara. “Ci accusano di aiutare lo Stato Islamico”, ha affermato, “Ma invece sono loro a dare sostegno a gruppi terroristici compresi i Daesh” (così viene chiamato lo Stato Islamico nel mondo arabo e in Turchia). E’ molto chiaro. Abbiamo le prove, con immagini, foto e video”.

L’uscita di Erdogan è clamorosa e gravida di conseguenze. La situazione in Turchia è a dir poco confusa. La scorsa settimana il mondo è rimasto senza fiato nel vedere le immagini del poliziotto turco che uccideva l’ambasciatore russo Andrei Karlov per vendicarsi della riconquista di Aleppo da parte dell’esercito siriano fedele al presidente Bashar Assad aiutato dalle forze armate di Mosca. Negli ultimi tempi c’è stato un clamoroso avvicinamento fra la Turchia e la Russia. Uno sviluppo non sorprendente, visto che Erdogan è convinto che il fallito tentativo di colpo di Stato ai suoi danni dello scorso 15 luglio sia stato opera del predicatore musulmano Fethullah Gulen, suo ex alleato che da anni è riparato negli Stati Uniti.

Erdogan è stato più volte accusato di finanziare l’Isis tramite il contrabbando di petrolio estratto dalle aree occupate dallo Stato Islamico, un traffico che vedrebbe coinvolto in prima persona il figlio dello stesso presidente turco, Bilal. In quanto agli Stati Uniti, il presidente eletto Donald Trump durante la campagna elettorale ha più volte accusato la sua concorrente democratica, Hillary Clinton, di avere aiutato l’Isis quando era segretario di Stato. L’uscita di Erdogan potrebbe essere interpretata anche come un tentativo di ingraziarsi Trump. Quando si parla di cose turche ogni interpretazione è possibile. Di certo le parole di Erdogan avranno delle conseguenze.

Marcello Bussi, Milano Finanza 27.12.16