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1560.-Anatomia di una distruzione..turca!

 

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Diyarbakır, città poco a Nord del confine siriano, famosa per il folclore e le angurie. Si parla principalmente curdo ed è abitata da cos’ tanti curdi curdi che la considerano la capitale del Kurdistan turco, cosa che non piace molto al governo turco. Nel 359 è stata una fortezza di frontiera dell’impero romano.

Dopo che Suriçi – parte delle città patrimonio dell’umanità dell’UNESCO »Fortezza di Diyarbakır e paesaggio culturale giardini di Hevsel« – nell’inverno 2015/2016 è stata teatro di combattimenti tra ribelli curdi e forze dello Stato turco, la città vecchia viene sistematicamente distrutta dallo Stato turco. Tramite esproprio viene espulsa la popolazione curda e la zona commercializzata. La gentrificazione colpisce anche la confinante valle del Tigri.

Diyarbakır – oggi chiamata anche Amed – con la sua posizione geopoliticamente importante vicino al Tigri – è una città vecchia di oltre 4.000 anni che è stata dominata da una serie di civilizzazioni orientali e occidentali. È servita a molte forze politiche come centro regionale. Il ritrovamento archeologico documentato più antico nella cittadella risale a 7.000 anni fa, le mura della città sono state costruire almeno 3.000 anni fa. Tra la fortezza e il fiume su una superficie altrettanto grande si estendono i giardini di Hevsel che da 3.000 anni riforniscono la città di verdura e frutta.

Solo nel 1988 la città cinta da mura – chiamata anche Suriçi – è stata messa sotto protezione come patrimonio culturale, quando però già oltre l’80 % degli edifici erano stati sostituiti da costruzioni nuove. Con il suo carattere multi-linguistico, multi-culturale e pluristratificato, all’interno della fortezza sono stati messi sotto protezione come patrimonio culturale 595 edifici. Negli anni ’90 e 2000 Amed è cresciuta molto rapidamente, ma la città vecchia e la valle del Tigri con i giardini di Hevsel hanno mantenuto la loro caratteristica come fonte di cultura e elemento identitario. Proprio per questo nel 2011 sotto la guida della società civile è cominciata un’iniziativa, alla quale si sono uniti immediatamente l’amministrazione comunale del Partito Democratico delle Regioni (DBP) e del Partito Democratico dei Popoli (HDP), che ha portato nell’anno 2012 a un »piano di preservazione di Suriçi« in modo democratico e partecipativo. Questa ampia iniziativa all’epoca è stata sostenuta dal governo turco e così all’inizio del 2015 la » Fortezza di Diyarbakır e paesaggio culturale giardini di Hevsel« è stata inclusa nella lista dei siti patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO. La gioia per questo successo a Diyarbakır e dintorni fu molto grande.

La guerra arriva a Surici
Ma il 24 luglio 2015 è finita la tregua tra lo Stato turco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), quando l’esercito ha attaccato in modo esteso la guerriglia. Subito è iniziata una grande ondata di repressione, a seguito della quale in diverse città giovani organizzati politicamente hanno eretto barricate. La polizia turca ha risposto immediatamente con operazioni su ampia scala collegate con coprifuoco di 24 ore protratti per diversi gironi. Questo è successo anche nella città vecchia di Amed. Dall’inizio di settembre fino alla metà di ottobre del 2015 ci sono state diverse operazioni di polizia con coprifuoco, a seguito delle quali ogni volta sono morte diverse persone, migliaia di civili hanno lasciato la città e sono anche stati danneggiati monumenti. Ogni volta gli attacchi diventavano più duri, ma più forte anche la resistenza. Il 2 dicembre 2015 è iniziato un coprifuoco ancora in corso che è stato interrotto solo l’11 dicembre 2015 per appena un giorno, cosa che ha portato a una fuga di massa dalla Suriçi orientale. Perché questa volta lo Stato ha attaccato con militari, carri armati, mortai e altre armi pesanti, come anche nelle città di (Cizre) e Silopiya (Silopi).


Distruzione e espulsione
Dato che lo Stato turco voleva un successo rapido, nella parte orientale di Suriçi si è letteralmente aperto una strada con i bombardamenti. Suriçi non aveva più così tanti edifici storici, ma la stretta rete stradale antica era tutt’ora intatta. In questo intervento era stato dato l’ordine di non fermarsi di fronte a edifici storici e monumenti importanti. Lo spazio vitale di oltre 22.000 persone in sei quartieri – prima del conflitto a Suriçi ne vivevano 57.000 – è stato gravemente danneggiato. Inizialmente in circa 3.000 avevano continuato a resistere nella parte orientale sotto assedio per impedire un’avanzata violenta dello Stato, ma nei loro confronti non è stato usato alcun riguardo e anche le loro case sono state colpite, pur sapendo che all’interno si trovavano delle persone. All’esterno della città vecchia ogni giorno si riunivano a migliaia per protestare contro la follia distruttiva e omicida, manifestazioni che ogni volta venivano soffocate sul nascere. Mai nella storia di Amed era stato usato tanto gas lacrimogeno, complessivamente durante le manifestazioni sono stati assassinati in modo mirato undici giovani. Amed da allora è come una città sotto assedio.

Le forze di polizia e dell’esercito hanno usato anche la fortezza per colpire sistematicamente quartieri con armi pesanti. Per questo è stata consapevolmente danneggiata per esempio incastonando con il cemento delle barre per metri all’interno delle mura. Sulla rocca sono stati portati dei bagni e le acque di scarico fluivano apertamente lungo le mura, le tracce erano visibili da centinaia di metri di distanza. Sono state fatte delle costruzioni a ridosso della fortezza e cementati i piccoli passaggi, recuperando solo successivamente autorizzazioni dall’ente regionale per la protezione dei monumenti. Qui va detto che la fortezza fa parte in modo diretto dell’eredità culturale dell’UNESCO, mentre la città vecchia fa parte della zona cuscinetto.

Dopo gli scontri – inizia la distruzione vera e propria
Le operazioni militari sono state ufficialmente concluse il 10 marzo 2016. Lo Stato ha cinicamente annunciato il suo successo, ma il risultato oltre alla distruzione o al danneggiamento fisico di centinaia di edifici e all’espulsione di decine di migliaia di persone, è stato anche la morte di almeno 25 civili e di un numero a tre cifre di combattenti da ambo le parti.

Mentre la maggioranza della popolazione e dell’opinione pubblica riteneva che ora gli espulsi sarebbero potuti tornare e che si sarebbero potuti riparare i danni, il governo turco non ci pensava affatto e voleva rendere Suriçi incapace di resistere in modo durevole e una volta per tutte. Per prima cosa è stato mantenuto il coprifuoco nei sei quartieri della parte orientale di Suriçi. Subito dopo, il 21 marzo 2016 il governo ha preso la decisione di espropriare l’intera città vecchia. Dato che il 18 % apparteneva comunque ad enti pubblici, l’82 % di Suriçi – comprese tutte le moschee, chiese a altri monumenti – doveva essere espropriato. In seguito a questo si è costituita la piattaforma per la protezione di Sur con la partecipazione di quasi tutte le amministrazioni comunali e organizzazioni della società civile, per organizzare la resistenza contro la distruzione annunciata.

Anche se dal dicembre 2015 quotidianamente camion portavano macerie fuori da Suriçi, solo una foto satellitare fatta su incarico dell’amministrazione provinciale del 10 maggio 2016 ha mostrato l’entità della distruzione ancora in atto. Dieci ettari erano stati completamente rasi al suolo e 832 edifici accertati distrutti completamente e 257 parzialmente. La distruzione sistematica è stata iniziata abbattendo in alcune strade edifici su entrambi i lati per avere facile accesso a tutte le aree di Suriçi. È diventato chiaro anche che si voleva distruggere la città, almeno in tutta la parte orientale di Suriçi. Sono state fatte entrare squadre che dovevano eseguire appunto questa distruzione e la rimozione delle macerie.

Silenzio dell’UNESCO
Dall’inizio degli scontri e delle distruzioni, la gestione del patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO di Amed, situata presso l’amministrazione provinciale di DBP-/HDP, ha ripetutamente scritto al Ministero della Cultura chiedendo di fermare la distruzione dei beni culturali e l’edificazione e l’invio immediato di una missione comune nella città vecchia. Solo una volta è arrivata una risposta che però si limitava ad ammansire. Forse per la prima volta nella storia dell’UNESCO, la gestione del patrimonio culturale dell’umanità non aveva accesso al patrimonio stesso! La gestione del patrimonio dell’umanità ha redatto rapporti basati su proprie indagini sul posto – per quanto possibile – e su notizie e immagini fatte da altri. Solo dopo aver ottenuto questi importanti e ampi rapporti, il comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO ha reagito e chiesto spiegazioni all’ambasciatore turco presso l’UNESCO che fino ad allora era rimasto in silenzio.

Il comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO ha reagito in modo molto dimesso quando l’ambasciatore turco presso l’UNESCO ha presentato i primi rapporti e si è trattenuto nelle critiche e nelle richieste – sono stati fatti solo appelli. I suoi venti componenti pensavano unicamente a non rischiare conflitti diplomatici. Perché di questo sono stati minacciati in modo indiretto dal governo turco nel caso in cui la Turchia fosse stata criticata per le sue azioni da uno o più componenti. Questo si è rispecchiato nella quarantesima seduta del comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO all’inizio del luglio 2016 a Istanbul. Nonostante tutti gli sforzi della gestione del patrimonio dell’umanità di Amed, nessuno dei venti componenti ha osato anche solo aprire la bocca – alcuni in colloqui a quattr’occhi hanno detto molto apertamente che la Turchia li aveva minacciati di conseguenze. A quel punto curde e curdi e persone critiche in Turchia si sono giustamente chiesti a che scopo esiste l’UNESCO se nel caso di Amed non interviene. Non è niente di nuovo che alcuni comitati per il patrimonio dell’umanità siano stati indirettamente minacciati di conseguenze nei loro Stati in caso di argomenti scomodi. Ma qui si tratta di una sistematica e estesa distruzione di un sito patrimonio dell’umanità da parte di un suo componente. Un comportamento così scandaloso fino allora il comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO non lo aveva mai mostrato.

Anche nella 41° sessione del comitato dell’UNESCO nella città polacca di Cracovia all’inizio di luglio del 2017 si è ripetuto lo stesso scenario. Nessun componente del comitato ha espresso critiche rispetto all’azione della Turchia, le è stato solo chiesto un masterplan per il futuro di Suriçi e un rapporto sulla situazione da presentare entro la fine del 2018. Questo verrà fornito dalla Turchia in una qualche forma abbellita senza alcun nesso con la realtà. Ma a quel punto potrebbero essere ampiamente distrutti anche l’ovest di Suriçi e la valle del Tigri.

Entità della distruzione
Nell’agosto 2016 una seconda foto satellitare ha mostrato che la distruzione era andava avanti con grande brutalità. Ora erano completamente distrutti già 20 ettari e 1519 edifici. Era stato nuovamente proclamato lo stato di emergenza in Turchia e veniva messo in azione il macchinario per la repressione intensificata nei confronti dei curdi. Nel settembre 2016 per decreto tutte le gestioni dei monumenti sono state messe sotto il controllo diretto del Ministero della Cultura e in questo modo l’amministrazione provinciale di Amed non era più responsabile del sito dell’UNESCO. Perché la critica intrapresa da Amed con rapporti documentati disturbava il governo turco. Un mese dopo sono stati arrestati i co-sindaci dell’amministrazione provinciale e una settimana dopo, all’inizio del 2016, l’amministrazione provinciale è stata messa in amministrazione forzata. Alcune settimane dopo ad Amed sono state chiuse dozzine di associazioni che si erano opposte alla distruzione di Suriçi.

Con la decisione sull’esproprio di Suriçi il governo turco ha inizialmente sostenuto che Suriçi sarebbe stata ricostruita secondo il piano di conservazione del 2012. Che questo fosse una bugia fin dall’inizio lo si è visto quando l’amministratore fiduciario di nomina governativa nel dicembre 2016 ha modificato questo piano secondo gli interessi dello Stato. La sua firma è stata sufficiente, il consiglio comunale non veniva comunque più convocato.

Grazie a questa oppressione estrema della società, alla fine del 2016 non è stato possibile dare incarico per una terza foto satellitare da parte dell’amministrazione provinciale. Solo foto fatte arrivare al pubblico da aerei in partenza e da impiegati statali della primavera del 2016 e le precedenti foto satellitari sono servite a constatare che nel maggio 2017 erano stati completamente distrutti circa 35–40 ettari di superficie a Suriçi. Con una stima al ribasso, questo dovrebbe corrispondere ad almeno 2.500 edifici, stime precise al momento non sono possibili. Anche se la distruzione nella parte orientale di Suriçi è andata avanti più lentamente, la distruzione dovrebbe essere aumentata di un ulteriore dieci percento. La »Piattaforma No alla Distruzione di Sur« ritiene che il 10 marzo 2016 al massimo 300–400 edifici erano così danneggiati da non essere più abitabili. Sarebbero circa dal dieci al quindici percento degli edifici distrutti.

La distruzione sistematica con macchine edili nell’est di Suriçi dopo il conflitto armato non si è fermata davanti a edifici posti sotto tutela come monumenti. La foto satellitare dell’agosto 2016 lascia riconoscere che 89 edifici protetti come monumenti sono stati completamente distrutti e altri 41 parzialmente. Questo corrisponde al 29 % dei monumenti a Suriçi. Questi edifici oltre a moschee e chiese, sono fontane, mausolei, bagni (Hamam), una sinagoga e un edificio pubblico. L’edificio più famoso completamente distrutto è la moschea Hasırlı. Tra i monumenti parzialmente distrutti ci sono tra gli altri: la moschea Kurşunlu che è diventata l’immagine della distruzione del patrimonio culturale di Amed, la moschea Şeyh-Mutahhar, il Paşa-Hamam, la più grande chiesa armena, la cattedrale Surp-Giragos e i negozi adiacenti, anch’essi protetti come monumenti e la chiesa cattolica armena.

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Nel processo di distruzione non c’è mai stata assolutamente alcuna intenzione di proteggere elementi e figure storci e autentici su edifici protetti come monumenti. Anche nell’asportazione delle macere non è stato controllato se elementi storici autentici fossero recuperabili. Almeno non c’èstata né da parte del Ministro della Cultura né da parte della Commissione Scientifica per Sur, istituita appositamente, una comunicazione rispetto alla possibilità o meno di salvare elementi di questo tipo. La Commissione Scientifica per Sur, i cui componenti sono stati acritici nei confronti della politica del governo degli ultimi quindi anni, ha invece reso noto che il PKK ha sistematicamente installato trappole esplosive nei monumenti e che è stato questo a portare alla distruzione di questi monumenti. In Turchia a fronte del forte nazionalismo e del predominio del governo dell’AKP, questo non è il primo »direttivo scientifico« istituito dal governo e che ha fatto valutazioni secondo i suoi desideri.

Accanto alla distruzione fisica, è molto importante dire che è stata distrutta la continuità di metà della comunità specifica e autentica di Suriçi e la vita di decine di migliaia di persone. Anche l’artigianato caratteristico e la struttura commerciale di Suriçi sono andati perduti. Dal 2000 ci sono stati numerosi sforzi e progetti per far rivivere culture sparite, soprattutto quella di armeni e armene che sono stati vittima di un genocidio del 1915. Una forma di vita e cultura che è esistita in questo luogo per almeno 4.000 anni senza interruzioni è stata distrutta in un colpo solo da uno »Stato moderno«, così come è avvenuto 600, 700 anni fa con le tribù mongole.

L’esproprio nella parte orientale della città vecchia si è ampiamente concluso. I proprietari delle case sono stati liquidati con piccole somme. Non sono stati praticamente in grado di difendersi perché gli espropri sono stati eseguiti secondo il famigerato paragrafo 27 della legge sugli espropri prevista per i casi di guerra e di stato di emergenza, e il terrorismo di stato gli impedisce anche di rivendicare i propri diritti. Gli affittuari, come in tutti gli espropri in questo Stato, sono rimasti a mani vuote e la storia della loro vita nel rispettivo ambiente ritenuta priva di significato; a loro solo per una volta sono stati offerti 1500 Euro per gli arredi interni, cosa che molti hanno rifiutato perché era ampiamente al di sotto delle loro richieste e quindi hanno ritenuto l’offerta offensiva.

Distruzione e espulsione anche nella parte occidentale di Suriçi
Dopo che la distruzione della parte orientale nella primavera del 2017 era sostanzialmente conclusa, lo Stato turco ha iniziato a scacciare la gente dal sudovest della città vecchia. A 500 famiglie dei quartieri di Lalebey e Ali Paşa nel maggio 2017 è stato comunicato che entro due settimane avrebbero dovuto lasciare le loro case espropriate per decreto. Con questo passo lo Stato è passato ad attaccare la parte occidentale di Suriçi. Non si è quindi discostato dal piano di espropriare tutta Suriçi e di rifarla secondo i propri desideri – cosa che per un certo tempo avevano pensato in molti. Va avanti solo a piccoli passi per non sobillare contemporaneamente tutta la popolazione e per poter mettere le persone una contro l’altra. Nell’ovest, la densità della popolazione è più alta. Ma nel sudovest è come nella parte orientale, solo pochi edifici hanno più di due piani. Il motivo per attaccare qui nell’ovest di Suriçi sta anche nel fatto che diversi anni fa questa zona doveva essere ristrutturata dal punto di vista edilizio secondo un piano dell’amministrazione provinciale senza espellere la popolazione. Lo Stato e la locale amministrazione coatta fanno riferimento a questo piano e affermano che ora intendono metterlo in atto. Ma sta di fatto che l’amministrazione provinciale teneva conto della popolazione e fermò il progetto aspramente criticato, quando la giustificata critica venne espressa pubblicamente e con forza.

La popolazione dei quartieri di Lalebey e Ali Paşa ha fatto appello al suo contesto sociale, ha iniziato a difendersi e ha avuto il sostegno attivo sia della popolazione delle zone limitrofe che di molte organizzazioni locali della società civile. Allo stesso tempo la società civile ha formato la »Piattaforma No alla Distruzione di Sur« e organizzato lavoro verso l’opinione pubblica ad Amed e in tutta la Turchia. Anche se per due volte sono arrivate le ruspe, non è stato possibile distruggere gli edifici e l’incombente Ramadan ha portato al fatto che lo Stato si è trattenuto. Solo a metà luglio ha iniziato ad abbattere gli edifici disabitati da anni e semidistrutti, situati direttamente sotto le case delle 500 famiglie e quindi ad avvicinarsi di più a loro. Nei prossimi giorni e settimane potranno esserci grossi scontri. Qui può decidersi se finalmente a Suriçi sarà possibile porre dei limiti alla follia distruttiva dello Stato.

Nella primavera del 2017 lo Stato, più precisamente il Ministero per l’Ambiente e l’Urbanizzazione, ha iniziato a costruire i primi edifici a lungo annunciati a Suriçi. Questi nuovi edifici hanno due piani e sono provvisti visivamente del basalto nero tipico per Amed, ma uno sguardo attento mostra che sono tutte fatte di cemento e solo coperte da un sottile strato di basalto. A questo si aggiunge che le nuove strade sono larghe e con questo viene del tutto ignorata la precedente struttura stradale, che la distanza di ogni casa dalla strada è di diversi metri e che verranno vendute a caro prezzo. Le case non hanno assolutamente niente in comune con le tipiche case di Amed che hanno sempre un cortile interno circondato da stanze abitate. Inoltre contraddicono ogni possibile principio di ricostruzione dei centri storici e le prescrizioni dell’UNESCO. Questo è il modo concreto di procedere dello Stato, la precedente popolazione povera non deve mai più tornare in questo luogo. Con l’etichetta patrimonio dell’UNESCO e la posizione indubbiamente unica, le case verranno vendute per somme molto rilevanti. Con questo nulla si opporrebbe più alla commercializzazione di quest’area.


Colpita anche la valle del Tigri

L’interesse commerciale del governo dell’AKP non si limita solo a Suriçi. Poco dopo la modifica dei piani per la città vecchia, il Ministero per l’Ambiente e l’Urbanizzazione, insieme all’amministratore fiduciario di nomina governativa di Amed, ha ridato vita al vecchio piano per la valle del Tigri nell’area cittadina. Questo dopo una lunga lotta politica e giuridica della società civile e dell’amministrazione comunale di Amed, nella primavera del 2015 era stato finalmente stroncato. La valle del Tigri, definita come zona cuscinetto del sito patrimonio dell’umanità, da anni incontra interesse non solo da parte dello Stato, ma anche di grandi imprese che qui volentieri costruirebbero grandi impianti per il tempo libero, negozi e case per ricchi. Questo nuovo-vecchio piano prevede appunto questo. Il cuore dei giardini di Hevsel, che sono patrimonio dell’UNESCO, non dovesse essere edificato, ma tutto il resto intorno sì. Nel marzo 2017 l’amministratore fiduciario ha fatto iniziare la costruzione di una moschea presso il ponte storico sul Tigri (ponte dei dieci occhi), cosa che è stata il segnale di inizio per estese opere edili. Poi due passaggi del ponte sono stati semplicemente chiusi per fare delle caffetterie, cosa che normalmente sarebbe uno scandalo. Ora lungo il Tigri sono state concesse licenze per dozzine di caffetterie. Tutto questo succede su decisione dell’amministratore fiduciario o del Ministro con una firma. Il consiglio comunale, che in realtà sarebbe la sede competente, non viene convocato dal novembre 2016. Gli edifici molto più grandi su una lunghezza di dieci chilometri sono attualmente in preparazione. La loro realizzazione senz’altro scaccerà migliaia di persone che vivono nella valle in edifici semplici, dato che rappresentano un ostacolo per il profitto al quale si mira. Questo non è altro che gentrificazione su ampia scala, cosa che era stata impossibile sotto l’amministrazione DBP/HDP.


Prospettive

Sia per Suriçi che per la valle del Tigri dal punto di vista dello Stato e di tutte le sue istituzioni, si tratta di completare il più possibile la distruzione e l’edificazione prima delle elezioni comunali del marzo 2019. Allora molto probabilmente le elezioni saranno di nuovo vinte dal DBP/HDP. Per questo fino ad allora si vogliono creare fatti irreversibili: a) distruzione della società organizzata a Suriçi, b) distruzione della storia e dell’eredità culturale ritenuta inutile per il nazionalismo turco, c) commercializzazione di Suriçi e della valle del Tigri, facendo entrare di nuovo in gioco le spese per la lotta contro le rivolte e facendo un servizio ai locali sostenitori dell’AKP, d) mettere l’amministrazione del DBP che andrà al governo con le elezioni comunali del 2019 davanti a una serie di grandi contraddizioni.

Ma, come si vede nel caso delle 500 famiglie che si vogliono cacciare da Lalebey e Ali Paşa, la popolazione di Amed è in fermento. Nonostante lo stato di emergenza e la repressione estrema, gli interessati non recedono. Ma la solidarietà deve diventare più grande dappertutto, altrimenti lo stato riuscirà presto a spezzare questa resistenza così importante. Se la resistenza avrà successo, tutto lo sviluppo può essere fermato almeno per un periodo di una certa durata. Questo potrebbe avere influenze insperatamente positive su Amed, il Kurdistan del nord e perfino sulla Turchia.

di Ercan Ayboga, Piattaforma “No alla distruzione di Sur, Diyarbakır”,  Kurdistan Report settembre/ottobre 2017

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1531.- IL REFERENDUM PER L’INDIPENDENZA DEL KURDISTAN IRACHENO: ERA UNA BOMBA INNESCATA DA ANNI

Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan voluto Masoud Barzani analizzato in un commento a uno scritto di Antonio Vecchio del 04/10/17

Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan dello scorso 25 settembre ha rappresentato un punto di svolta per il Medioriente, non solo per le implicazioni di natura politica e territoriale, ma, anche e soprattutto, per il precedente che ha introdotto.

Il quesito proponeva la secessione della Regione Autonoma del Kurdistan (KRG) dalla Repubblica d’Iraq: un evento dalla portata dirompente non solo per l’integrità dello Stato, ma anche perché è intervenuto con forza sull’attuale assetto regionale, figlio degli accordi Sykes-Picot del 1916 con i quali Francia e Regno Unito definirono le rispettive sfere di influenza nel Medioriente.

E poiché (anche) in geopolitica i vuoti tendono sempre ad essere riempiti, tutti al momento si sono affrettati con dichiarazioni e minacce a sostegno della integrità statuale dell’Iraq.

Baghdad, ha reagito immediatamente chiudendo lo spazio aereo sul KRG e declassando l’aeroporto di Erbil a scalo nazionale.

Il parlamento iracheno ha inoltre votato la rimozione del governatore della città petrolifera di Kirkuk, reo di aver supportato il referendum, e l’invio di truppe nel suo centro urbano liberato dai Peshmerga nel 2014 e da questi tutt’ora presidiato, sul cui palazzo del governo, a inizio di questo anno, era stato issato il tricolore curdo.

Neppure Iran e Turchia, le principali potenze regionali, sono rimaste inerti temendo che l’iniziativa potesse causare un effetto domino in seno alle rispettive minoranze curde (20% degli abitanti turchi è curdo, 10% in Iran).

La Sublime Porta ha minacciato la chiusura della pipeline Kirkuk-Ceylan che porta il petrolio curdo sul mercato europeo, ha sospeso tutti i collegamenti aerei con Erbil e rimosso tre canali curdi da un proprio satellite.

L’Iran invece ha preso le distanze dall’iniziativa di Erbil chiudendo i confini (riaperti il 3 ottobre u.s.), nonostante il referendum sia stato sostenuto anche dall’Unione Patriottica dei Lavoratori (PUK), il secondo partito curdo di base a Sulemanye, tradizionalmente filoiraniano.

Teheran non può accettare ai suoi confini uno stato curdo indipendente per una serie di motivi, tra i quali la presenza al suo interno di una significativa minoranza curdo-iraniana (proprio in Iran, nel 1946, il primo tentativo di autonomismo curdo con la Repubblica di Mahabad) e il pericolo, con l’indebolimento del potere sciita a Baghdad, di perdere influenza sulla regione.

La Russia, dal canto suo, ha assunto un atteggiamento ambivalente segnato dalle recenti dichiarazioni del Ministro Sergey Lavrov alla Tv curda Rudaw, di netta contrarietà alla iniziativa di Masoud Barzani motivata dalle “considerevoli implicazioni geopolitiche, geografiche, demografiche ed economiche” ad essa correlate, cui però seguirono, lo scorso mese di agosto, quelle del vice capo Consolare a Erbil, che annunciò pieno “supporto alle decisioni prese dal popolo del Kurdistan, se frutto di un passaggio referendario”.

Per finire anche gli USA, sebbene sponsor e protettori storici del KRG, hanno a più riprese dichiarato la loro contrarietà ad un Kurdistan indipendente.

A questo punto è naturale chiedersi se il Presidente Barzani sia stato solo uno scommettitore d’azzardo che ha sbagliato l’ultima giocata puntando sul tavolo l’intero patrimonio (il KRG) oltre al nome e la storia suoi e della sua famiglia (suo nonno Mustafa Barzani, generale, fu l’epico difensore di Mahabad).

È possibile che nessuno dei consiglieri abbia saputo suggerirgli una diversa linea di condotta, fosse solo il procrastinare ad altra epoca lo svolgimento referendario?

Tutto sembrerebbe portare a tale conclusione, dato che ad oggi le conseguenze della scelta curda hanno vanificato i potenziali vantaggi.

Il congelamento delle frontiere da parte iraniana e turca unitamente alla chiusura dello spazio aereo hanno dato il colpo di grazia ad una economia in continua recessione iniziata con la caduta del costo del petrolio nel 2014 e proseguita per tutta la durata della guerra contro ISIS.

Quella del KRG rimane, infatti, una economia da “render state” totalmente incentrata sulla produzione e smercio del petrolio, e Ankara, chiudendo la pipeline Kirkuk-Ceylan affossa l’unica fonte economica: le riserve della Regione – fonte Il Sole 24 Ore – ammontano a 45 miliardi di barili, che salivano quasi a 60 comprendendovi  Kirkuk.

Elementi questi che, uniti all’isolamento di Erbil (formalmente sostenuta solo da Israele) ed alle manovre militari congiunte tra Iraq-Iran e Iraq-Turchia ai rispettivi confini con il Kurdistan, hanno rafforzato l’ipotesi di un vero e proprio azzardo strategico da parte della leadership curda.

La partita di Barzani può però avere avuto una sua logica ben precisa.

Uno stato curdo indipendente avrebbe creato e creerebbe, infatti, una interruzione della dorsale sciita che da Teheran giunge a Hezbollah in Libano passando per l’Iraq e la Siria, alla cui costituzione gli USA hanno grandemente contribuito nel 2003 consegnando Baghdad agli sciiti.

In tale ottica, le dichiarazioni formali statunitensi contro il referendum sarebbero state espressione di un gioco delle parti nel quale ciò che si dice non sempre è ciò che si vuole: un Kurdistan indipendente, visto da una prospettiva diversa, finirebbe, comunque, per indebolire l’influenza iraniana nell’area, proprio come si propone l’attuale amministrazione USA.

Circa, poi, la posizione turca con la minaccia di interrompere le relazioni economiche. Anche in questo caso, dalle minacce di embargo e di chiusura della pipeline non necessariamente deve sortire alcun provvedimento reale.

Il cliente curdo è funzionale all’economia turca – Ankara è il primo partner economico con circa 4000 compagnie presenti – e la sospensione dei rapporti causerebbe enormi perdite sul piano delle transazioni commerciali finanziarie.

Gli interessi commerciali di Ankara nel KRG ammontano a circa 9 miliardi di dollari, cui di recente si è aggiunto un accordo petrolifero della durata di 50 anni per lo sfruttamento e il trasporto di petrolio grezzo curdo, i cui benefici verrebbero annullati tout court dalla chiusura della citata pipeline con danni enormi per un Paese come la Turchia di progressiva industrializzazione.

Senza considerare che una iniziativa unilaterale di rottura delle relazioni commerciali finirebbe per agevolare gli interessi economici del competitor persiano, tradizionalmente molto attivo nell’area.

La carta petrolifera potrebbe fare la differenza anche nell’approccio russo al problema curdo.

Mosca è grandemente interessata al petrolio curdo, sia perché è di facile estrazione peraltro poco costosa, ma anche perché GAZPROM e ROSNEFT, le due OIL Company presenti da tempo, hanno investito ingenti risorse nella Regione e subirebbero forti perdite in caso di chiusura della pipeline (ROSNEFT, a sette giorni dal referendum, ha firmato un accordo con il KRG per la costruzione di gasdotti sino in Turchia) .

I rapporti di Mosca con il KRG sono antichi – (Mustafa Barzani – foto sopra – visse per oltre 10 anni in Unione Sovietica dopo la fallita esperienza indipendentista di Mahabad) – e pensare ad una improvvisa chiusura non è ragionevole, vista la tendenza russa a sfruttare le situazioni per trarne il maggior vantaggio.

Se a questo si aggiunge che la presenza di un interlocutore affidabile, ed Erbil lo è da anni per Mosca e Ankara, introduce un fattore di stabilità nell’intera area, certamente preferibile ad una situazione di progressivo caos nella quale anche Israele rischierebbe di avere un ruolo, la scommessa di Masoud Barzani parrebbe rispondere ad una strategia ben precisa, potenzialmente in grado di produrre per il KRG risultati migliorativi del quadro attuale.

Magari solo una rivisitazione in chiave estensiva dei confini attuali del KRG comprendenti anche Kirkuk (originariamente curda, arabizzata da Saddam), in un quadro statuale federale, rimandando ad altro momento, con modalità da concordare con la controparte irachena, la celebrazione di un referendum questa volta non consultivo.

Risultato di grande rilievo, che ascriverebbe Masoud Barzani a pieno titolo tra i padri della Nazione, proprio come suo padre Mustafa; per il vecchio presidente ormai prossimo a cedere il comando, un traguardo considerevole che lo consegnerebbe alla storia.

(foto: U.S. DoD / Rudaw / Türk Silahlı Kuvvetleri / web)

1530.- TRISTE EPILOGO DEL SOGNO CURDO

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Quando il cuore trepidava per le eroine di Kobane …

Dal 25 settembre scorso, data di svolgimento del referendum per l’indipendenza del Kurdistan, alla fine della scorsa settimana era successo ben poco, fatti salvi i ripetuti proclami e minacce indirizzati da Baghdad alla Regione Autonoma (KRG), con il sostegno di Turchia e Iran.

Alla sostanziale fermezza del presidente Barzani, che ha più volte invocato trattative, il primo ministro iracheno Al Abadi ha opposto il rifiuto al dialogo, se prima il referendum non fosse stato annullato.

Gli Stati Uniti hanno assunto sin da subito un atteggiamento di apparente terzietà, ben espressa dalla recente dichiarazione di Trump di non voler entrare in una disputa interna tra Stati, preceduta però da una dichiarazione del suo segretario di Stato, Tillerson, che sostanzialmente offriva il pieno sostegno degli USA a trattative fra le parti della durata di un anno, al termine del quale, in caso di non accordo, l’America avrebbe appoggiato le ragioni del referendum.

La situazione è poi precipitata il 15 ottobre scorso, allorquando Kirkuk, importante città petrolifera, si è trovata accerchiata da un importante schieramento di Iraqi Security Forces (ISF), forze speciali contro terrorismo (CTS) e milizie popolari (PMU) in massima parte sciite e sostenute da Teheran, il cui più noto generale, Qasem Soleimani, regista di tutte le attività militari iraniane all’estero, si trovava già da tempo nel KRG.

A sporadici combattimenti, che hanno lasciato sul terreno alcune decine di morti e feriti in massima parte curdi, ha fatto seguito il cedimento della linea difensiva dei Peshmerga, le cui unità di combattenti facenti capo all’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) – partito di opposizione del KRG – si sono ritirate spontaneamente lasciando passare le forze di Baghdad, che hanno in breve tempo occupato aeroporto, palazzo del governo, la base militare K1 e, non da ultimo, i pozzi petroliferi della città.

La reazione di Al Abadi non si è fatta attendere anche nel resto del Paese: il 17 ottobre è stata la volta di Sinjiar, città yazida passata di mano – pare – dopo una trattativa tra componenti yazide dei Peshmerga e delle milizie popolari di mobilitazione (PMU), seguita dalla cessione di altri territori nel nord dell’Iraq, che erano passati sotto controllo curdo con l’avvio, giusto un anno prima, dell’offensiva militare per liberare Mosul.

La cessione di territorio si è svolta senza particolari criticità tra le parti, preceduta da trattative e da un accordo di massima, confermato direttamente dal Ministero dei Peshmerga nella tarda mattinata del 18 ottobre.

Il presidente Barzani ha accusato, due giorni fa, il PUK per essersi accordato con le PMU ed aver ceduto Kirkuk senza opporre resistenza, riconducendo invece la cessione di territorio nel resto del Paese alla “volontà di difendere il popolo curdo”.

Sembrerebbe dunque che l’iniziativa del presidente sia destinata a risolversi nel nulla, e con essa il carisma di un leader molto amato, perlomeno nella sua area geografica di riferimento (nord del KRG).

Al tramonto della sua figura e del progetto che incarnava, si contrappone la rinnovata credibilità del premier Al Abadi, che ha tenuto mano ferma in tutte le fasi della crisi, appellandosi all’unità del Paese e al rispetto della sua Costituzione.

È lui, al momento, quello destinato a staccare il dividendo maggiore, alla cui realizzazione ha contribuito in massima parte il vicino iraniano.

Teheran, infatti, ha influenzato non poco, oltre che la leadership politica dell’Iraq anche l’evolversi delle operazioni sul terreno, contando sulle PMU sciite ringalluzzite dalla presenza in loco del mito di Soleimani.

All’influenza iraniana occorre riferire anche la divisione politica in seno al KRG, con la frattura tra Partito Democratico del Kurdistan (PDK) che sostiene la famiglia Barzani e il PUK, quest’ultimo vicino all’Iran.

In tal modo, l’ingombrante vicino sciita ha avuto anche modo di inviare un messaggio a Trump, impegnato da tempo a contenerne l’influenza regionale.

Ancora una volta, il progetto di indipendenza curdo pare destinato ad un mesto rinvio, ostacolato dagli stati della regione ed impedito dalle divisioni interne.

Sarà il futuro a confermarci o meno questo possibile pronostico, e dirci se l’invio, mentre scrivo, di ulteriori Peshmerga a difesa dei pozzi di Kirkuk (quegli stessi ceduti lunedì scorso), è solo il tardivo scatto d’orgoglio di una leadership ormai al tramonto.

(di Antonio Vecchio) 19/10/17, (foto: U.S. DoD)

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Tra i pozzi di petrolio di Kirkuk, una tranquilla disfatta

Viaggio nella città conquistata dalle forze di Bagdad. «Congelata» l’indipendenza, vincono le rivalità: è la fine del sogno curdo?

di dall’inviato Lorenzo Cremonesi
È arrivando in centro città che si coglie appieno il senso della sconfitta curda. Una sconfitta non solo militare, soprattutto politica. Kirkuk, uno tra i maggiori poli petroliferi dell’Iraq, è tornata pienamente nell’orbita di Bagdad. I combattenti curdi, che l’avevano presa approfittando della guerra contro Isis nel giugno 2014, si sono ritirati verso nord a più di 20 chilometri di distanza, spaventati, male armati rispetto al nuovo esercito iracheno riorganizzato dagli Usa. Da metà ottobre la regione autonoma del Kurdistan iracheno ha perso almeno il 40% del suo territorio, dalle alture di Sinjar verso la Siria al confine con l’Iran, e oltre il 70% delle risorse di greggio concentrate proprio in questa zona.
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Schermata 2017-11-27 alle 09.09.45.pngUn collasso economico. I vincenti di ieri nella sfida contro l’Isissono in ginocchio, con il rischio di perdere le conquiste ottenute gradualmente sin dalla Guerra del Golfo nel 1991. Come nei momenti difficili della sua storia, il «popolo delle montagne» si divide, prevale l’antica indole tribale, con le fazioni che si alleano ai vicini più potenti pur di combattersi a vicenda. Lo riprova la richiesta curda al governo di Bagdad nelle ultime ore di «congelare» i controversi risultati del referendum per la nascita di uno Stato indipendente del 25 settembre.

Un clamoroso passo indietro. Secondo il suo massimo artefice, il presidente della regione autonoma Massoud Barzani, doveva rappresentare la coronazione di un lungo processo nato da ancestrali aspirazioni nazionali. Si è trasformato in una catastrofe anche personale, che potrebbe costringerlo alla dimissioni.

Il premier iracheno Haider al Abadi, che prima trattava con lui quasi da pari a pari, adesso detta legge. Tre anni fa, al momento della presa di Mosul da parte di Isis, era nella polvere, chiedeva aiuto a Barzani. Ora i suoi portavoce sostengono che entro il 27 dicembre assumeranno il controllo dell’aeroporto di Erbil. E nelle prossime settimane manderanno militari a presidiare i confini nord del Paese con la collaborazione di Ankara e Teheran. Una lezione per tutto il Medio Oriente che guarda incerto agli assetti del dopo-Isis.

I due massimi alleati degli americani, curdi e iracheni, si fanno la guerra. Dove condurrà questo rimescolamento di carte? A Kirkuk il traffico è regolare: strade pulite, negozi aperti, persino i poliziotti con le divise bianche. L’attività ai pozzi petroliferi e le raffinerie sembra normale. È trascorsa una settimana dalla fuga dei peshmerga. Solo nelle periferie sono evidenti i segni di combattimenti sparsi, più schermaglie che altro: qualche muro scalfito dalle pallottole, vecchi posti di blocco investiti da bombe di mortaio, cartelli con le immagini dei leader e dei partiti curdi bruciati. Dove prima sventolavano  le bandiere del Pdk, il partito che fa capo a Barzani e al suo governo di Erbil, oltre a quelle del Puk, il corrispettivo guidato dal clan Talabani insediato a Suleimaniya, si sono sostituiti i drappi sciiti con l’immagine dell’imam Hussein su sfondo verde oltre ai simboli delle Hashd Shabi, le bellicose milizie sciite legate a filo doppio all’Iran. «Non c’è stato un vero scontro armato. Le vittime? Una ventina a Kirkuk, meno di 200 in tutto il Paese. Ma le conseguenze sono gravi. Su circa un milione e trecentomila abitanti, meno del 30% sono fuggiti verso Suleimaniya, quasi tutti curdi. Se prevarrà la calma degli ultimi due giorni torneranno presto alle loro case, pur sotto una diversa sovranità», racconta Qais Mumtal, parroco dell’arcivescovado caldeo (cattolico). E aggiunge: «L’errore di Barzani è imperdonabile. Non doveva fare il referendum. Noi abbiamo paura che da Teheran possano giungere limitazioni alla libertà religiosa».

Le critiche all’anziano leader arrivano dagli stessi curdi di Kirkuk con veemenza anche più acre. «Barzani, ovvero l’arte di farsi male da solo. Un leader ammalato d’onnipotenza, che si è circondato di passivi signorsì incapaci di dirgli la verità: cioè che il referendum sull’indipendenza andava per lo meno rinviato. Lui ha voluto proseguire nonostante i nostri alleati, europei e americani in testa, fossero contrari. E il risultato è sotto gli occhi di tutti. Stiamo perdendo il nostro Kurdistan. La recente sconfitta dei peshmerga contro le milizie sciite irachene evidenzia l’errore politico. Barzani, che si presentava come il profeta dell’antica utopia dello Stato curdo, si rivela il massimo responsabile della nostra disfatta», dice senza mezze parole il quarentenne Ako Karim, proprietario del noto ristorante Sulimanya, che si affaccia sulla piazza centrale. Una versione più controversa arriva da Nejdalmin Karim, l’ex governatore filo-Barzani rifugiato a Suleimaniya. «Sono stati i figli di Jalal Talabani (l’ex presidente iracheno di origine curda morto da pochi giorni, ndr) a svenderci alle milizie sciite. Hanno stretto un accordo a tradimento con Bagdad e abbandonato i peshmerga inviati da Erbil. I combattenti del Puk si sono ritirati all’improvviso da Kirkuk senza combattere, lasciando soli quello del Pdk». Tornano i rancori del 1996, quando Barzani si alleò con Saddam Hussein (il massacratore dei curdi con le armi chimiche) e Jalal Talabani con gli iraniani. E lo scontro fratricida non promette nulla di buono.

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DA KIRKUK, L’IRAQ PARTE VERSO UN NUOVO CENTRALISMO

(di Antonio Vecchio)
09/11/17

Sono 60 i peshmerga deceduti e circa 150 quelli feriti, nel confronto militare che ha portato Baghdad, il 15 ottobre scorso, a rimpossessarsi di Kirkuk e di tutte le aree contese, ora tutte sotto il pieno controllo della Capitale, con i confini del Kurdistan Regional Government (KRG) “retrocessi” a quelli antecedenti la seconda guerra del Golfo (2003).

Lo sconquasso creato dalla iniziativa dell’ex presidente Massoud Barzani è sotto gli occhi di tutti, con una leadership politica azzerata, l’ arco parlamentare diviso come non mai, e più di 200mila sfollati curdi, che hanno abbandonato Kirkuk alla volta di Erbil, città che di profughi ne conteneva già diverse decine di migliaia.

Il premier Al Abadi usa tutto il capitale politico accumulato con la ricomposizione territoriale dello Stato per frammentare ulteriormente la regione autonoma del nord.

L’ultima iniziativa in ordine di tempo prevede l’impegno di Baghdad a pagare direttamente i “civil servant” del KRG senza passare per il governo della regione autonoma, i cui dati ufficiali sui rispettivi dipendenti pubblici sono considerati dal governo centrale lontani, per eccesso, da quelli reali.

Come se ciò non bastasse, nella bozza della legge finanziaria per il 2018, stilata senza coinvolgere i curdi, la percentuale dei trasferimenti al KRG è scesa dal 17% – somma prevista dalla Carta costituzionale – al 12.7%, inasprendo ancora di più gli animi e le dichiarazioni ufficiali delle parti.

L’impressione è che Al Abadi stia cogliendo la finestra di opportunità creatasi, per rafforzare ulteriormente il potere centrale, e con esso, quello personale: a questo mirerebbero i contatti ufficiali avviati direttamente con le “province del nord” – come sono ora indicati i territori curdi – bypassando completamente il parlamento (invero scaduto) di Erbil.

La controparte curda ha risposto, il 6 novembre scorso, con una lunga (e debole) dichiarazione del primo ministro Mansour Barzani, di disponibilità al dialogo, nell’ambito – si legge tra le righe – di uno stato unitario e federale.

In altre parole, un completo ravvedimento rispetto a quanto veniva annunciato solo venti giorni addietro, una dichiarazione di resa, tendente a ripristinare gli equilibri di potere vigenti prima del referendum per l’indipendenza.

Anche l‘ex presidente Barzani ha commentato per la prima volta gli ultimi avvenimenti.

In una intervista al settimanale statunitense Newsweek ha lamentato lo scarso appoggio ricevuto dall’alleato americano e dalla comunità internazionale, rei di aver consentito alle milizie filo iraniane di Hashd al-Shaabi la condotta di operazioni militari con equipaggiamenti e mezzi USA, attuate, tra l’altro, con il supporto britannico nel campo non meglio specificato della “knowledge”.

La disponibilità dei principali esponenti curdi a trattare non ferma il primo ministro Al Abadi , che questa settimana ha iniziato un giro di colloqui per puntellare la propria ri-candidatura alle elezioni politiche del 15 maggio prossimo.

A muoverlo, la volontà di giocare in anticipo rispetto al rivale Al Maliki, ma anche la certezza di non poter più contare sul supporto dei curdi (55 seggi su 328 alle elezioni del 2010).

Ed è di ieri la dichiarazione del vice presidente Osama al-Nujaifi, sunnita, di supporto “condizionato” alla riconferma del primo ministro iracheno, a patto che le milizie filo iraniane di Hashd al-Shaabi siano ricondotte quanto prima dall’esecutivo sotto il pieno controllo dell’autorità governativa.

Hashd al-Shaabi, altrimenti conosciute come Popular Mobilisation Unit (PMU), sono costituite da circa 60 milizie armate – mosse da Teheran – costituite per combattere Isis nel 2014, su chiamata del grand ayatollah Ali Sistani.

Nel mese di dicembre 2016, il parlamento di Baghdad le ha regolarizzate impiegandole, al pari delle forze regolari, nella guerra contro lo Stato islamico.

Ora, da più parti (sciite), si preme affinché vengano pagate alla stessa stregua delle Iraqi Security Forces (ISF), riconoscendole come parte integrante del sistema di difesa nazionale.

Da questa partita, apparentemente laterale, dipenderà buona parte del futuro politico di Al Abadi, che dovrà scegliere in che misura staccarsi dal gioco del potente vicino iraniano, pena la perdita di credibilità e consenso tra le cancellerie occidentali, pur mantenendo la coesione del fronte sciita interno del quale è espressione.

(foto: U.S. Army / U.S. Air Force)