Archivi categoria: Kurdistan

1752.- [L’analisi] Trump in guerra contro Putin, l’ora più buia. E la propaganda nasconde la verità

Statua_della_libertà_seduta

Le guerre si possono vincere, come perdere, ma poco importa, perché le vittorie neocon si misurano con i profitti delle esportazioni dei sistemi d’arma e con le spese militari imposte agli alleati. L’affare del secolo scorso è stato l’abbattimento delle Torri Gemelle, con cui la NATO ha applicato l’art. 5, dichiarando lo stato di guerra perenne contro il terrorismo finanziato tramite i suoi alleati medio-orientali. Il sangue dei siriani, dei curdi, degli iracheni, dei palestinesi e, forse degli israeliani, dei soldati russi e americani, non basterà a coprire i giacimenti, gli oleodotti, gli appetiti delle multinazionali dell’oïl e delle cosche finanziarie neocon. Ma c’è un ma che riguarda il pericolo per Israele di soccombere contro il mondo sciita, visto che ha voluto ripudiare la politica dei due stati, che, per una volta, aveva visto l’Unione europea schierarsi in politica estera. Un conto è Gaza, con la sua gente, un altro conto è il Golan, con il suo valore strategico e il suo sottosuolo. Un altro conto ancora è quel folle di Erdogan, che, “dall’alto” dei Dardanelli, si aggira nel mezzo dei contendenti con le micce accese, sgomitando. Ipotizziamo una fine di Bashar al-Assad e l’accaparramento rothschildiano della sua banca centrale, fino a che punto la Russia potrà accettare l’eventuale soccombenza dei siriani, degli iraniani, degli Hezbollah libanesi? E cosa si propone Israele? L’eliminazione di tutti gli sciiti o, addirittura di tutti gli arabi? E cosa si propongono i sunniti? “Del doman non c’è certezza”, ma una cosa certa è e, cioè, che questo conflitto ha visto già due vittime illustri: l’ONU e la Statua della Libertà. A volte, ad aver ragione, si sbaglia.
Mario

NBjh4bnR

L’Occidente e la Russia dovranno vendere armi ai loro alleati e clienti per recuperare i bilanci della Difesa. Più difficile spiegare all’opinione pubblica che queste guerre hanno portato il terrorismo in Europa e centinaia di migliaia di profughi che continueranno ad affluire dalle aeree di conflitto, scendendo a patti con autocrati come Erdogan perché non riapra il rubinetto dei rifugiati. Anche qui però la politica aiuta: basta dire come il generale Mattis che il terrorismo non è più il principale obiettivo ma quello di contenere Mosca e Pechino
[L’analisi] Trump in guerra contro Putin, l’ora più buia. E la propaganda nasconde la verità

di Alberto Negri, editorialista e inviato di guerra
L’ora più buia è arrivata con la macchina di propaganda dei media italiani, tv e giornali, a favore dell’attacco americano. Tutta colpa di Assad, questo è il leit motiv. Eppure la guerra a Gheddafi del 2011 voluta da Sarkozy e subito appoggiata da Usa e Gran Bretagna avrebbe dovuto insegnarci qualche cosa. Non c’è un minimo di analisi, per altro spesso condotta da cosiddetti esperti che non hanno mai messo piede né in Siria né in Medio Oriente e neppure hanno mai visto una guerra, se non in televisione. Trascurabile che la rivolta contro Assad si diventata ben presto, dalla fine del 2011, una guerra per procura combattuta da migliaia di jihadisti fatti passare dalla Turchia con l’approvazione degli Stati Uniti e i finanziamenti delle monarchie del Golfo. Trascurabile il fatto che la destabilizzazione di un’intera regione sia stata provocata dalla guerra del 2003 contro Saddam. Gli Usa attaccano Assad non per motivi umanitari ma per giustificare i loro fallimenti tra cui la mancata protezione degli alleati curdi e il cambio di campo della Turchia.

Guerra al terrorismo non è più una priorità
Gli Usa avranno, forse, amare soprese, soprattutto perché non si capisce quale sia l’obiettivo strategico di questo attacco, su quale scala e con quali conseguenze, tenendo presente che Putin dovrà sostenere il regime di Damasco e che gli americano hanno oltre duemila uomini schierati nel Nord della Siria. La realtà è che queste sono guerre che non finiscono mai e che forse mai vinceremo. Eppure la novità della globalizzazione è proprio questa: vincere le guerre non serve. Per coprire veri o presunti fallimenti basta fare la dichiarazione opportuna: qualche tempo fa James Mattis, il capo del Pentagono, è stato chiaro, la guerra al terrorismo non è più una priorità, i veri nemici sono Russia e Cina. Basta cambiare obiettivo, come si cambia un vestito, e tornare al classico della guerra fredda o riscaldata.

Le inutili guerre per “esportare la democrazia”

Il sospetto che vincere la guerra non fosse più un obiettivo ci aveva già colti a Baghdad nel 2003, quando il Paese sprofondò in un marasma dal quale non è più uscito. L’Iraq era stato in guerra otto anni con l’Iran (1980-88), Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait nel ’90 e poi era stato sconfitto nel ’91 da una coalizione a guida americana. Dodici anni di sanzioni poi il dittatore è caduto ed è cominciato un decennio di terrorismo. Infine, nel 2014, è arrivato anche il Califfato. In questi anni non si è mai visto niente di più ipocrita e di meno umanitario delle guerre “umanitarie”, di guerre per “esportare la democrazia” e “salvare popoli” che sono stati poi abbandonati a un destino che neppure loro hanno potuto decidere. Chi oggi ragionevolmente può prevedere la pacificazione dell’Afghanistan, il conflitto più lungo e costoso mai intrapreso dagli Stati Uniti?

Dopo avere proclamato che avrebbe ridotto la presenza militare a Kabul, anche il presidente americano Donald Trump ha deciso di aumentare le truppe Usa, da 8mila a oltre 14mila uomini. Ma è una guerra che si può vincere? Sembra di no perché nel 2007-2008 c’erano tra truppe americane e Nato oltre 150mila uomini e oggi almeno un terzo del territorio afghano è controllato dai talebani o dai gruppi jihadisti. “Prima regola della politica: mai fare la guerra in Afghanistan”, disse il premier britannico Anthony Eden negli anni Trenta. Ma soprattutto mai fare la guerra in Afghanistan senza avere degli alleati tra i vicini dell’Afghanistan. Gli Usa si oppongono all’Iran, considerato un regime da cambiare e Trump ha anche litigato con il Pakistan congelando gli aiuti americani. Il vero motivo dell’acredine di Washington è che i pakistani sono alleati di Pechino e ospitano 13mila soldati cinesi. Il Pakistan considera l’Afghanistan parte della sua profondità strategica, difficilmente sarà pacificato senza la sua collaborazione.

Un altro esempio di guerre che con finiscono mai è la Libia. Nel 2011 i francesi gli inglesi e gli americani bombardarono il Colonnello Gheddafi. Erano già caduti il tunisino Ben Alì e l’egiziano Mubarak, questo era il loro tentativo di dirigere da fuori le primavere arabe prendendo il controllo delle risorse energetiche e della geopolitica della regione. Già allora si capiva che la rivolta di Bengasi avrebbe spaccato il Paese, una creatura coloniale italiana: Tripolitania da una parte, Cirenaica dall’altra. Mentre i confini della Libia sprofondavano di mille chilometri, aprendo la via a un enorme flusso di profughi e alla destabilizzazione jihadista di Al Qaida e poi dell’Isis. Dopo la disgregazione dell’Iraq ne cominciava un’altra.

Come se questo non bastasse la Francia, l’Egitto e la Russia hanno sostenuto in questi anni il generale Khalifa Haftar, oggi secondo alcune fonti gravemente malato, con l’idea di mettere un uomo forte a capo del Paese. Ma neppure Haftar, dopo avere annunciato la liberazione “definitiva” di Bengasi da salafiti e jihadisti, ha mai controllato completamente la Cirenaica. Non è più tempo di dittatori “forti” alla Saddam, che poi magari sfuggono al controllo, ma di autocrati a mezzo servizio che possono essere manovrati. Assad è un esempio. Dopo aver pensato di abbatterlo, si è capito che è meglio lasciarlo al suo posto, dimezzato, a fare il “lavoro sporco”.

La Siria è la guerra più devastante di tutte
La peggiore perché studiata a tavolino per sfruttare la rivolta popolare non soltanto per cambiare un regime ma l’intero assetto geopolitico del Medio Oriente. Un’operazione fallita in Iraq per l’alleanza tra il governo sciita di Baghdad e l’Iran. E’ stato il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, con il pieno appoggio di Francia e Gran Bretagna, a dare il via libera alla Turchia per aprire “l’autostrada del Jihad” e far affluire migliaia di combattenti in Siria. Una sorta di Afghanistan a un passo dall’Europa. Il 6 luglio del 2011 l’ambasciatore Usa Ford passeggiava con i ribelli di Hama, era il segnale che il conflitto poteva cominciare con il sostegno logistico della Turchia e quello finanziario dell’Arabia Saudita e del Qatar. Assad si sera rifiutato di rompere l’alleanza con l’Iran degli ayatollah, nemico giurato di americani, sauditi e israeliani, un ostacolo alle mire egemoniche di Erdogan sugli arabi.

L’intervento della Russia nel 2015 ha cambiato il destino della guerra e la Turchia ha dovuto piegarsi a Mosca e Teheran. Ora Erdogan prova a incenerire i curdi siriani, ritenuti alleati del Pkk che da quasi 40 anni conduce la guerriglia nel Kurdistan turco. Pe ottenere questo obiettivo la Turchia, membro storico della Nato, si è messa d’accordo con Russia e Iran, i due avversari dell’Alleanza Atlantica. Gli Usa hanno così lasciato che i turchi creassero una “fascia di sicurezza” dentro al territorio siriano massacrando i curdi siriani, i veri alleati di Washington nella guerra contro l’Isis. Dopo avere usato i curdi contro il Califfato, gli americani stanno mettendo le loro basi nel Nord della Siria. Questo attacco americano potrebbe avere come scopo proprio questo: partecipare alla spartizione della fette di torta siriana dove finora le parti le ha fatte Putin.

In cambio della fascia di sicurezza turca, la Russia e il governo di Damasco avranno mano libera per recuperare il controllo di Idlib e dei pozzi petroliferi. Israele è soddisfatto perché con queste presenze militari straniere (comprese quelle delle milizie filo-sciite e di quelle sunnite) si legittima ancora di più l’occupazione israeliana del Golan in corso dal 1967. Ma le guerre che non finiscono mai costano. Quindi l’Occidente e la Russia dovranno vendere armi ai loro alleati e clienti per recuperare i bilanci della Difesa. Più difficile spiegare all’opinione pubblica che queste guerre hanno portato il terrorismo in Europa e centinaia di migliaia di profughi che continueranno ad affluire dalle aeree di conflitto, scendendo a patti con autocrati come Erdogan perché non riapra il rubinetto dei rifugiati. Anche qui però la politica aiuta: basta dire come il generale Mattis che il terrorismo non è più il principale obiettivo ma quello di contenere Mosca e Pechino. In questo contesto la pace sembra davvero una cosa da ingenui. Non serve vincere le guerre ma farle, soprattutto un pò lontano da casa.
di Alberto Negri, editorialista e inviato di guerra

12 aprile.- Le navi da guerra russe hanno lasciato gli ancoraggi di Tartus.

Annunci

1742.- Sunniti contro sciiti: la mappa dello scontro

Ottavo anno di guerre siriane visto da Ankara e da Beirut
LAPRESSE_20180403175923_26090060

L’apparente conclusione della guerra dei sette anni, siriana, celebrata dal’ accordo di Ankara, riporta alla ribalta l’altra guerra di 1.400 anni fra sciiti e sunniti, per intenderci meglio, fra Iran e Arabia Saudita, che si combatte a far tempo dalla morte del profeta. Altrettanto, si riaccendono in Israele i timori di avere 10.000 guerrieri Hezbollah alle frontiere, grazie all’avanzata dell’Iran attraverso Bagdad: timori tenuti a bada, sembra, dagli accordi fra Putin e Netanyau. Non dimentichiamo che Hibz Allàh o Hezbollah è il Partito di Dio degli sciiti libanesi. Sembra, che in Siria si siano combattute più guerre e che le nubi si stiano addensando all’orizzonte di Israele. Occhi anche su Beirut, dunque!

Putin, Erdogan, Rohani e Trump, assente ad Ankara, ma non politicamente, né per sempre, non hanno stipulato una pace. Hanno soltanto contemperato i loro interessi, molto al di sotto, però, dei grandi sorrisi profusi al termine dell’incontro.

1522910643-lapresse-20180404184707-26098646

E’ certo che Putin conserverà le basi sul Mediterraneo, quella navale di Tartus e quella aerea di Latakia, nonché la sua partecipazione alle attività estrattive e di trasporto; Erdogan, riconosciutosi califfo, equidistante da Mosca e da Washington, quando si tratta del neoimpero ottomano, proseguirà nella eliminazione del popolo curdo dalle sue frontiere; Rohani otterrà il passaggio verso la capitale irachena Bagdad, e fino ai confini del mondo sciita e di Israele, lasciando aperta la strada agli Hezbollah; Trump manterrà integra la NATO, anche se molto nominalmente, perché il suo braccio armato e lo strumento di dominio sull’Unione europea, ovviamente assente. In tutto questo, Bashar al-Assad sembra definitivamente declassato al ruolo di governatore, atteso che è stata riaffermata l’integrità del territorio siriano. Probabilmente, la Morte di Mu’ammar Gheddafi pesa ancora. L’Isis, che abbiamo conosciuto come la nuova Compagnia delle Indie, non serve più. Malgrado questo quadro, gli sciiti dell’Iran, i sunniti dell’Arabia Saudita e il dio petrolio ci sono ancora, perciò, penso che, presto, vedremo di nuovo Trump sulla scena del Medio Oriente, anche perché i suoi Stati Maggiori nulla sanno, per ora, di questa sua ritirata a effetto.

Dopo questa breve analisi, Vi propongo la lettura di Davide Sarsini da agi estero, che su sciiti e sunniti sotto titola: “Una rivalità vecchia di 1.400 anni,ma che è deflagrata con le primavere arabe”.

202943404-f930f277-3ce5-426f-b978-9a775da20d36

La rivalità tra sunniti e sciiti che infiamma il Medio Oriente ha 1.400 anni – lo scontro dottrinale risale infatti alla morte di Maometto – ma è deflagrata con le Primavere arabe che hanno rovesciato regimi e riacceso appetiti di dominio regionale dei due grandi sponsor, l’Arabia saudita sunnita, da una parte, e l’Iran sciita, dall’altra.

Sunniti vs Sciiti, una questione (anche) di numeri

I sunniti nel mondo sono l’80% dei musulmani contro il 15% degli sciiti. Il restante 5% si divide in correnti minori, i ‘sufi’ è la più diffusa. Rispetto al dato complessivo dei 49 Paesi a maggioranza musulmana, però, in Medio Oriente la forbice tra i due rami dell’Islam è molto più ridotta: tre sciiti per ogni cinque sunniti.

Gran parte degli sciiti si concentra in Iran, dove i sunniti sono solo otto milioni, l’11% della popolazione. Gli sciiti sono maggioranza anche in Azerbaigian, Iraq (dove governano dalla caduta del sunnita Saddam Hussein) e Bahrein. Quest’ultimo, isola-Stato del Golfo Persico, è retto però dalla casa sunnita dei Khalifa. Il 70% degli sciiti vive in questi quattro Paesi.

Il ‘caso’ Siria…
C’è poi la Siria, Paese a maggioranza sunnita governato dalla famiglia Assad e da un giro di potenti funzionari, tutti sciiti della setta alauita. Dal 2011 è iniziata una rivolta che si è trasformata in una guerra civile, con il presidente Bashar al-Assad appoggiato dall’Iran sciita contrapposto a una galassia di milizie per lo più sunnite (e curde) che vanno dall’Isis ai ribelli addestrati dagli Stati Uniti.

Tutti questi Paesi fanno parte della cosiddetta “Mezzaluna sciita”, una cintura che comprende movimenti sciiti in India e Pakistan, soprattutto nel Kashmir, e attraversa Iran, Iraq, Siria, l’est dell’Arabia Saudita, il Bahrein fino al Libano, dove ci sono le milizie sciite di Hezbollah e un rapporto numerico quasi paritario con i sunniti, e allo Yemen.

…e il rebus Yemen
Proprio lo Yemen è un caleidoscopio dello scontro settario interno all’Islam: nel 2015 una coalizione a guida saudita è intervenuta militarmente per rovesciare le milizie sciite Houthi che avevano preso il potere. Negli ultimi tempi, però si registrano frizioni anche nel fronte sunnita fra l’esercito fedele al presidente filo-saudita, Abdrabbuh Hadi, e i miliziani del Movimento del Sud appoggiati dagli Emirati arabi uniti.

Il fronte sunnita è guidato dall’Arabia Saudita, custode dei Luoghi Santi dell’Islam, ma è maggioranza anche negli Emirati arabi, in Qatar, Kuwait, Egitto, Giordania, Turchia, Pakistan e Afghanistan. Un saudita su quattro aderisce al wahabbismo, variante ancora più estrema e puritana dell’Islam.”

.

1734.- Guerriglia contro la NATO in Siria

Soldati statunitensi ed inglesi sarebbero stati eliminati da un gruppo filo-turco. O è l’inizio di una rivolta pro-Assad? Vendetta dello SIIL? O personale? Tutto è possibile

04062016

Un soldato delle forze speciali statunitensi e un commando delle SAS inglesi furono eliminati, e altri cinque feriti, quando una bomba sul ciglio di una strada esplose presso Manbij contro a la camionetta dei soldati, il 29 marzo. L’esplosione in realtà fu piuttosto piccola ma letale in quanto l’autoveicolo civile Hyundai non era blindato. La gente del posto ipotizza che possa essere stato anche un attacco con una bomba a mano, e non una bomba posta sul ciglio della strada. Nell’attacco furono ferite anche due combattenti curde, ed era avvenuto a tarda notte (coprifuoco passato) in ciò che viene descritto come quartiere “isolato” dalle strade strette. Tutto ciò fa pensare che l’esplosione abbia interrotto un approccio tra anglo-statunitensi e donne curde. Significa anche che la motivazione dell’attacco potrebbe essere stata personale. Ma se non lo fosse, se fosse politico, solleverebbe la questione di chi ha colpito e perché?

Jenan Moussa@jenanmoussa
9/Inoltre ho appreso che 2 combattenti curde erano rimaste ferite nell’attacco alle forze della coalizione a Manbij. Sono attualmente in ospedale. @akhbar

Richard L Naff@Emrys56
Cosa stavano facendo uno statunitense e un inglese con due membri dell’YPJ a tarda notte in un veicolo non armato, in un isolato quartiere di Manbij? Sembra pazzesco che sia andata male. Scommetto che il rapporto ufficiale su questo non apparirà mai.
17:35 – 31 mar 2018

La regione di Manbij è sotto il controllo delle SDF, a maggioranza curda e dominate dagli Stati Uniti, ma sono solidamente arabe siriane. La popolazione sembrava accogliere con favore l’espulsione dello SIIL nel 2016 (ma non la distruzione nella città nell’operazione), ma ci furono anche varie proteste contro i curdi e le autorità da loro nominate in cui il sostegno al governo nazionale a Damasco fu espresso apertamente. Nell’agosto 2017 un nuovo gruppo armato, Haraqat al-Qiyam, annunciò l’esistenza a Manbij e altrove nel nord della Siria dichiarando l’intenzione di combattere le SDF ed espellere le milizie curde dalle regioni a maggioranza araba della Siria settentrionale. Il gruppo mostrava simpatie pro-ribelli (piuttosto che per il governo siriano di Damasco) ed è sospettato di ricevere aiuti dai turchi, o potrebbe essere stato addirittura creato dai turchi. Da allora effettuarono alcuni attacchi contro i curdi a Manbij, anche usando bombe sul ciglio della strada. Quindi chi ha fatto esplodere i soldati anglo-staunitensi? È l’inizio di una nuova guerriglia per scacciare gli Stati Uniti dalla Siria?

dznnayywkau9u3z

Jenan Moussa @jenanmoussa
2/ Pochi dettagli sono stati forniti sull’attacco che ha ucciso 2 soldati della coalizione qui a Manbij. Ho parlato con testimoni oculari e visitato il posto. Seguiteci per sapere cosa ho saputo. @akhbar

Jenan Moussa@jenanmoussa
3/ L’esplosione che ha colpito le forze della coalizione è avvenuta vicino al “cimitero Shayq Aqil” nella città di Manbij intorno, alla mezzanotte di giovedì/venerdì. Le truppe della coalizione guidavano un furgone Hyundai bianco conosciuto localmente come H1, mi dicono i testimoni oculari. @akhbar
13:11 – 31 mar 2018

dznnb7hwsaakjn2

OIR Spokesman@OIRSpox
Due membri del @CJTFOIR sono stati uccisi e cinque feriti da un ordigno esplosivo improvvisato il 29 marzo in Siria. Le nostre preghiere vanno a famiglie, amici e camerati. I nomi dei defunti saranno resi noti a discrezione delle autorità nazionali.
10:27 – 30 mar 2018

Potrebbe trattarsi dei resti dello SIIL, tuttavia non ha rivendicato l’attacco come fa quasi sempre quando lo compie (e spesso anche quando non lo compie). Potrebbe essere stato un gruppo filo-governativo finora sconosciuto. Come visto, c’è sostegno popolare all’ordine guidato da Assad a Manbij e un gruppo del genere, dedito alla cacciata delle milizie curde, annunciava la propria esistenza a Raqqa occupata dai curdi. Quindi ancora non si sa se un’organizzazione di questo tipo esista a Manbij e se questo sia il suo primo attacco.

29594663

Forse l’opzione più probabile, e certamente più interessante, è che questo sia opera dell’Haraqat al-Qiyam, o simili. Il che significherebbe che un gruppo sostenuto dalla Turchia ha ucciso truppe statunitensi e inglesi. In prima linea presso Manbij, i ribelli sostenuti dalla Turchia effettuano regolarmente tiri sulle truppe statunitensi che rispondono regolarmente. Ma finora queste scaramucce non avevano causato vittime degli USA. Ora sembra che i guerriglieri sostenuti dalla Turchia operanti a Manbij possano aver ucciso. Il tabloid Daily Mail dice che i militari inglesi sospettano proprio questo: “Fonti delle SAS hanno rivelato che i terroristi che ieri sera avevano piazzato la bomba potrebbero appartenere all’esercito libero siriano (FSA), un’affiliazione di milizie, anche jihadiste, sostenuta dalla Turchia. Se l’inchiesta sull’incidente conclude così, potrebbe portare a un incidente diplomatico con la Turchia, membro della NATO”.
Ancora più intrigante il tabloid afferma che gli anglo-statunitensi si scontrano, subendo perdite, a Manbij da settimane: “Il Mail on Sunday afferma come altre truppe delle forze speciali inglesi siano state ferite in scontri con jihadisti a Manbij nelle ultime settimane, e come il Sgt Tonroe e i suoi colleghi dovettero ritirarsi dall’area pochi giorni prima di essere ucciso. Ciò non fu confermato dal Ministero della Difesa, che non fornisce alcun dettaglio sulle operazioni SAS”. Ciò significherebbe che esiste una guerra per procura tra i membri della NATO USA, Regno Unito e Turchia eliminando soldati statunitensi e inglesi. Sarebbe davvero uno sviluppo affascinante perché significherebbe l’esistenza di sanguinosa guerra nella NATO. O forse non era affatto Haraqat al-Qiyam, ma un fidanzato geloso? Il futuro lo dirà.

Marko Marjanovich Checkpoint Asia 2 aprile 2018, tradotto da Alessandro Lattanzio, di Aurora

1732.- Così noi europei inventammo il Medio Oriente

sykes-picot_820_213
da limes

Conversazione con Eugene Rogan, professore di Storia del Medio Oriente moderno al St Antony’s College.
a cura di Federico Petroni

LIMES Riferendosi ai paesi mediorientali nati dopo la Prima Guerra Mondiale, in una delle sue pubblicazioni lei scrive: «La loro genesi gettò le basi di molti conflitti che avrebbero in seguito costellato la regione». A cosa si riferisce?
ROGAN Come cerco di mostrare in The Arabs, all’indomani della Prima Guerra Mondiale le potenze europee si accordarono tra loro sul modo in cui spartirsi i territori dell’impero ottomano e sulla forma da dare agli Stati sorti dalle sue ceneri senza la minima consultazione delle popolazioni e delle élite locali… Se guardiamo ai nazionalismi insoddisfatti o ai territori disputati, possiamo identificare precisi problemi nelle relazioni internazionali le cui origini possono essere rintracciate nelle frontiere disegnate durante e dopo la Grande guerra.
Un esempio è il fatto che non sia mai nato uno Stato curdo, nonostante già alla fine del conflitto i curdi fossero stati identificati come gruppo nazionale. Il trattato di Sèvres prevedeva la creazione di uno Stato curdo, ma rimase sulla carta. Disattendendo le aspirazioni nazionaliste curde si innescò il processo in virtù del quale assistiamo a periodiche ribellioni, insurrezioni come quelle del Pkk o violenze di Stato come quelle perpetrate in passato in Iran o in Iraq.
LIMES Quello kemalista non era comunque un progetto europeo.
ROGAN Si prenda allora il caso palestinese: quei territori furono promessi a tre parti diverse durante il conflitto. Prima, nella corrispondenza McMahon-Hussein del 1915 tra il residente britannico del Cairo e lo šarīf della Mecca, la Palestina fu promessa a quello che sarebbe dovuto diventare lo Stato degli arabi. Poi, l’accordo Sykes-Picot del 1916 introdusse l’idea di porre quelle terre sotto tutela internazionale. Infine, la dichiarazione Balfour le promise agli ebrei. Il risultato fu una rivalità tra due nazionalismi incompatibili che avrebbe reso il Mandato britannico in Palestina il più disfunzionale dell’intero Medio Oriente. E innescato un conflitto che arriva sino ai giorni nostri. Un altro perfetto esempio è il Libano. La Francia s’imbarcò in un progetto di ingegneria frontaliera per ritagliare ai cristiani del Monte Libano il territorio più vasto possibile affinché essi potessero dominare il futuro Stato. Un’operazione mal concepita sin dall’inizio, perché il tasso di natalità tra i musulmani si rivelò molto più alto di quello dei cristiani: già dagli anni Quaranta i cristiani del Libano erano una minoranza nello Stato che governavano. Per cercare di bilanciare questi squilibri, i libanesi svilupparono una forma di governo settario che, nella sua rigidità, è stata la fonte di due grandi guerre civili, nel 1958 e nel 1975-1990, nonché delle attuali tensioni.

mandato_britannico_palestina_1015

LIMES C’è una correlazione tra l’instabilità che oggi flagella paesi come Egitto, Turchia o Iraq e il fatto che alcuni di questi Stati sono figli della prima guerra mondiale?
ROGAN Non li vedo tanto come figli ma come nipoti della Grande guerra. Britannici e francesi furono colonizzatori molto tenaci, opposero resistenza alle forze nazionaliste con ogni strumento – politico, militare, diplomatico – ed è solo nel secondo dopoguerra, con gli imperi ormai molto indeboliti, che le regioni mediorientali furono in grado di raggiungere l’indipendenza. Ma le élite nazionaliste che avevano guidato la lotta per l’indipendenza, molte delle quale istruite in Europa, erano ormai compromesse dal precedente fallimento nel negoziare la libertà. Quando un’ondata rivoluzionaria spazzò la regione, queste élite furono rimpiazzate da militari e tecnocrati. Ed è questo il Medio Oriente con cui facciamo i conti oggi. Ecco perché li definisco nipoti della Prima Guerra Mondiale.
LIMES Un figlio ancora in vita però c’è: la Giordania.
ROGAN Vero, in Giordania governa ancora la casa regnante posta sul trono dai britannici dopo la Prima Guerra Mondiale. Ed è stata in grado di gestire tre successioni senza grossi problemi all’interno dei confini ereditati dal Mandato britannico. Nonostante re Hussein abbia dovuto resistere alle pressioni dei nasseriani e a tentativi di golpe e di omicidio, nel tempo le istituzioni monarchiche si sono rafforzate. Certo, oggi re ‘Abdallāh non gode della popolarità del padre e nel 2011 anche la Giordania è stata scossa dalle richieste popolari di cambiamento che spazzavano il mondo arabo. Tuttavia, credo che i giordani – vedendo la guerra civile in Siria, le sommosse in Egitto e in Yemen, lo Stato fallito libico – siano ora molto riluttanti a scagliarsi contro il regime e a rischiare di importare l’instabilità che li circonda.

LIMES A proposito della Siria, l’odierna instabilità è un lascito della Grande guerra?
ROGAN Non imputerei la guerra civile siriana ai confini tracciati dalle grandi potenze dopo la Prima Guerra Mondiale. Nella lotta nazionalista contro il Mandato francese, la Siria sviluppò un’identità nazionale che godeva di un sostegno popolare molto vasto. In un certo senso, questa è l’ironia della rivolta contro Assad: all’inizio era un movimento trasversale alle varie comunità siriane che mirava a ottenere più libertà politiche. Sono convinto che se Assad avesse allargato la sfera politica sarebbe stato rieletto presidente: i siriani non vedevano il dominio alauita come il problema principale, erano preoccupati piuttosto dalla scarsa partecipazione politica e dall’uso dell’intimidazione e della violenza contro i cittadini.
LIMES Ritiene quindi che i confini mediorientali, tracciati nella sabbia dalle potenze coloniali, siano diventati reali nel corso del tempo?
ROGAN Nel XX secolo, la lotta per l’indipendenza e il processo di formazione dello Stato ha reso possibile a confini indiscutibilmente artificiali di acquisire un valore reale. Per quanto riguarda la Siria, la sua popolazione non ha messo in discussione quelle frontiere né la Siria in quanto Stato. Per questo motivo credo che la Siria – e l’Iraq, anche se solo in parte – sia riuscita a sviluppare una certa identità nazionale. In certi casi poi la creazione di alcuni paesi è avvenuta in modo autonomo. Non penso solo alla Turchia, uno Stato a tutti gli effetti. Penso anche all’Arabia Saudita, creata con le sue stesse forze. Certo, i britannici posero dei paletti – in Kuwait e in Transgiordania – ma l’Arabia Saudita gode della legittimità che le deriva, oltre dal controllo sulle città sante, dall’aver in gran parte stabilito autonomamente i propri confini.
LIMES Eppure altrove le potenze europee assemblarono territori che spesso avevano poco a che spartire l’uno con l’altro.

ROGAN Vero. In questi territori non c’era un’idea coerente di Stato nazionale. Gli ottomani avevano identificato il nazionalismo come la più grave minaccia per l’impero – dopotutto era stato la forza che aveva fatto esplodere i Balcani sottraendoli a Costantinopoli. Nei territori arabi questo significò che le discussioni sulla questione nazionale furono immediatamente soppresse, spingendo alla clandestinità o all’esilio in Egitto, a Parigi o nelle Americhe chi ne volesse parlare liberamente. Gli arabi stavano solo incominciando a discutere le proprie idee di nazione e di nazionalismo quando all’orizzonte balenò la possibilità del crollo dell’impero ottomano, dopo quattro secoli un’eventualità considerata inimmaginabile. È solo nell’ottobre-novembre 1918, quando gli ottomani si ritirarono dal mondo arabo, che gli arabi politicamente attivi iniziarono a discutere il loro destino e come declinare lo slancio wilsoniano per l’autodeterminazione. Ma era troppo tardi. Francia, Russia e Gran Bretagna avevano già stretto accordi di spartizione dell’impero ottomano, a partire dal patto di Costantinopoli del 1915 con cui la Russia reclamava il Bosforo e i Dardanelli, lasciando alla Francia i territori siriani e alla Gran Bretagna il diritto di decidere in futuro cosa riservarsi. Così gli arabi si trovarono di fronte una soluzione imposta dall’esterno. Quello che sappiamo dei dibattiti dell’epoca è che molte organizzazioni cercarono di mandare delegazioni alla conferenza di pace di Versailles. C’era chi progettava uno Stato mesopotamico con Baghdad e Bassora e chi ne invocava un altro nel bilād al-Šām, la grande Siria. Dopo la «rivolta araba», molti volevano fare della Siria un regno, con a capo Faysal della dinastia hascemita. C’erano le comunità raccolte attorno al Monte Libano che puntavano sulla loro relazione speciale con la Francia per creare uno Stato cristiano e furono molto attive nell’attività di lobbying a Versailles. Infine c’erano i sauditi che stavano costruendo autonomamente il loro Stato a suon di conquiste. Se gli arabi fossero stati consultati, la mappa del Medio Oriente sarebbe stata molto diversa.

guerre_siriane_915_820

LIMES Cioè?
ROGAN Se gli europei non si fossero spartiti le province arabe e avessero permesso agli hascemiti di instaurare monarchie in Mesopotamia, Siria e Hiğāz , sarebbe molto probabilmente esploso un conflitto tra gli stessi hascemiti e i sauditi. Le relazioni erano già molto tese e i sauditi erano più forti, come dimostra la presa dello Hiğāz negli anni Venti. Sarebbe stato difficile contenerli, visto il furore delle loro schiere di ihwān: avrebbero potuto facilmente conquistare il regno di Faysal in Siria e almeno l’area di Bassora. La tendenza sembrava puntare verso la creazione di un impero arabo saudita con capitale Riyad. E forse nel Nord dell’attuale Iraq si sarebbe creato uno Stato curdo.
LIMES E il sionismo?
ROGAN Il sogno sionista è diventato realtà solo grazie all’intervento britannico. Di tutti i movimenti nazionalisti che parteciparono alla conferenza di pace di Parigi, i sionisti erano quelli con meno chances di farcela. Perseguivano un’agenda nazionalista in un territorio in cui non avevano presa demografica. Le popolazioni ebraiche della Palestina prima del 1917 erano molto inferiori al 10%: non era realistico creare una realtà nazionale in una situazione simile. Era possibile solo con una massiccia immigrazione. E una simile immigrazione può essere tollerata solo grazie al supporto di una grande potenza: senza l’intervento britannico in nessun modo i sionisti sarebbero stati in grado di persuadere la popolazione locale ad accettare l’enorme afflusso di popolazione, tale non solo da creare una nazione ma uno Stato. Non ho dubbi che senza la dichiarazione Balfour non ci sarebbe stato uno Stato ebraico in Palestina.
LIMES Un altro elemento che indebolì i popoli arabi all’indomani della guerra fu la scarsa preparazione a farsi carico di uno Stato.
ROGAN Di sicuro loro erano convinti di esserne in grado, o almeno così emerge dalle varie rappresentazioni che le delegazioni arabe fecero di loro stesse alla conferenza di pace di Parigi. Sostennero che non erano meno in grado di determinare le loro istituzioni politiche di quanto non lo fossero i popoli dei Balcani. L’unica cosa che mette in dubbio queste pretese è che avevano fatto parte di un impero in cui era stato necessario lottare per il solo diritto di partecipare alla vita politica. Molti arabi, specie dopo la rivoluzione del 1908, furono esclusi dalle sfere più alte di governo e discriminati in quanto arabi. Questo dimostra che non avevano accumulato l’esperienza per creare un nuovo governo e istituzioni statali, gestire un’economia e un potere giudiziario indipendente, dotarsi di un meccanismo per rinnovare la classe dirigente.
LIMES Quanto pesa quell’impreparazione allo Stato sull’attuale instabilità mediorientale?
ROGAN Oggi non è tanto rilevante il fatto che quelle comunità dopo la Grande guerra non fossero pronte quanto la distorsione operata in seguito dal dominio coloniale sul sistema politico. Le energie politiche locali furono costrette a concentrarsi unicamente sull’indipendenza, tralasciando la vera politica. Raggiunta l’indipendenza, non si erano formate classi dirigenti in grado di gestire ad esempio l’economia. Lo vediamo in Egitto, dove oggi come decenni fa si cerca di gestire l’economia con programmi che sembravano e sembrano esercizi di fantasia.
LIMES Nella regione è in corso un processo di erosione dello Stato per mano di poteri informali. Basti pensare alla Siria, dove si intersecano alleanze transnazionali su basi religiose o settarie.
ROGAN Vero, però questo è anche dovuto al fatto che il sistema degli Stati in Medio Oriente ha nel suo dna sia stabilità sia instabilità. In tutte le insurrezioni non solo mediorientali le potenze regionali combattono sempre una guerra per procura, cercando di avanzare i propri interessi statali. La crisi siriana si è internazionalizzata perché un movimento non violento di riforma è stato schiacciato con la violenza e si è evoluto in resistenza armata. Per organizzare un esercito c’è bisogno di armi, quindi di soldi. È qui che gli attori regionali entrano in gioco, perché sono gli unici a poter finanziare la lotta armata. In Siria, gli scontri tra le milizie identificano due lotte regionali: una tra le potenze sunnite e gli sciiti sostenuti dall’Iran; l’altra tra sauditi e qatarini sul ruolo della Fratellanza musulmana in politica. I sauditi temono i Fratelli in quanto partito islamista moderato che può sfidare la loro legittimità in patria e prediligono le correnti salafite. Questo scontro regionale viene declinato di Stato in Stato.
LIMES Però attori non statali come lo Stato Islamico (Is) invocano esplicitamente l’erosione dei confini.
ROGAN È difficile sapere quanto questi movimenti con agende transnazionali siano sostenuti dalla gente comune. Ogni milizia ha un’idea ambiziosa che serve non solo per reclutare manodopera ma per indurla a sacrificare la propria vita. L’idea di lottare per un’impresa storica quale la creazione di un grande Stato ha un forte impatto motivazionale.
LIMES Ma ha un forte impatto anche sulla legittimità degli Stati.
ROGAN L’avrebbe se questi gruppi armati fossero influenti al di là dei campi di battaglia. Hanno influenza in Siria e solo dove si combatte. Ma non in Iraq: la Repubblica islamica di Siria e Iraq non nascerà mai, al di là di quel che dice l’Is, perché è un progetto che non ha presa sugli iracheni. L’Is non è nemmeno in grado di controllare porzioni consistenti di territorio: al massimo può mantenere in vita l’insurrezione il più a lungo possibile, fintanto che riceverà armi dall’estero. Ma credere che possa realizzare il suo grande ideale e scardinare il sistema statale vorrebbe dire accordargli più consenso di quanto ne goda realmente.
LIMES Qual è la linea di faglia che più minaccia la mappa politica del Medio Oriente?
ROGAN Le aspirazioni nazionali curde. Dalla caduta di Saddam nel 2003, la regione autonoma curda in Iraq sta passo dopo passo costruendo istituzioni statuali indipendenti. Lo sta facendo nel contesto di un Iraq federale, senza sfidare apertamente l’integrità dello Stato perché sa che scatenerebbe la reazione di Baghdad e della Turchia. Ma non si possono interpretare diversamente gli sforzi curdi nella creazione del proprio esecutivo e legislativo, delle proprie università, della propria versione della storia. E nel Nord-Est siriano si sta generando un’altra area di instabilità che forse nel futuro sfiderà l’integrità delle frontiere uscite dalla Prima Guerra Mondiale.

grandi_piccoli_kurdistan_1016

LIMES Qual è l’eredità del tradimento delle promesse fatte a Versailles sulle relazioni tra il mondo arabo e l’Occidente?

ROGAN La gente comune in Medio Oriente ha una forte consapevolezza storica di quanto successo a Versailles. Lo impara a scuola, a differenza nostra che ignoriamo di aver fatto agli arabi promesse che non abbiamo mantenuto. Tuttavia, se da un lato ci accusano di non essere affidabili, dall’altro ci considerano partner essenziali per risolvere alcuni problemi internazionali. Per affrontare la questione israeliana o per far cessare la guerra civile in Siria gli arabi chiedono all’Occidente di intervenire, invocando la nostra responsabilità storica o la nostra migliore organizzazione. In ogni caso, è sopravvissuta la concezione di potenza occidentale dell’èra coloniale, quando eravamo gli arbitri assoluti dell’ordine internazionale. È una relazione di amore e odio, approfondita dal fatto che negli ultimi 25-30 anni molti arabi sono emigrati in Europa: vedono la libertà delle democrazie occidentali come modello a cui aspirare per plasmare un diverso sistema politico nei loro paesi. Un altro aspetto patologico è l’ascesa delle teorie del complotto per spiegare i ripetuti fallimenti dei governi, secondo cui le potenze occidentali sarebbero intente a tirare i fili della politica locale a loro piacimento. Hanno le loro ragioni, penso al colpo di Stato in Iran nel 1953 e a Suez nel 1956, ma vedere la politica plasmata dalla Cia o dal Mossad vuol dire ritirarsi nella fantasia e abdicare alle proprie responsabilità.
LIMES In che misura essere arabi è un fattore della geopolitica contemporanea?
ROGAN Nel 2011 assistemmo a un significativo ritorno del fattore arabo, quando un movimento iniziato nella marginale Tunisia fu in grado di generare entusiasmo in tutta la regione. Gli eventi tunisini ed egiziani riuscirono a elettrizzare la gente negli altri paesi e a far intravedere una reale possibilità di cambiamento, perché tutti avevano gli stessi problemi e facevano le stesse domande; i problemi locali erano visti come parte di una stessa condizione araba. Nel 2012 e nel 2013, però, tutto questo è svanito: ci siamo accorti che non avevamo a che fare con un fenomeno arabo. Non c’era una sola rivoluzione araba. La primavera araba non esisteva.
LIMES Ma c’è stata poi la controrivoluzione capeggiata dagli Stati del Golfo.
ROGAN Esatto, gli stessi che hanno sempre sentito la loro stabilità politica più minacciata dal cambiamento rivoluzionario. La priorità era che nessuna monarchia fosse rovesciata da movimenti popolari. Emblematico il fatto che l’Arabia Saudita si sia spinta a offrire di entrare nel Consiglio di cooperazione del Golfo a Giordania e Marocco, due Stati che col Golfo hanno poco a che spartire. A quel punto sarebbe a tutti gli effetti un’alleanza tra case regnanti contro le rivoluzioni popolari. Le monarchie hanno retto l’urto meglio delle repubbliche, puntellando le istituzioni governative e ridistribuendo le risorse. Ma non è finita: la politica saudita è ancora concentrata sul contenimento della minaccia rivoluzionaria.

1717.- TURCHIA: Afrin, la prova di forza di Erdoğan e il saccheggio della città siriana.

I media dicono che Afrin è stata conquistata dall’esercito turco e dai “ribelli”, ma dimenticano di dirci che Afrin era una città libera e democratica e che i ribelli sono i miliziani dell’ISIS che i curdi avevano sconfitto e che Erdogan ha arruolato ed armato. Nemmeno vi parlano dei 1.500 morti e dei 200mila profughi.

Schermata 2018-03-20 alle 22.56.41
Afrin è una città della Siria e l’esercito turco è un esercito NATO. Notate l’inutile sfregio dei cingoli dei selvaggi turchi alla scalinata.

L’ex-enclave curda di Afrin, la capitale del Kurdistan siriano, è caduta in mano turca dopo un’operazione militare durata meno di due mesi. Una prova di forza da cui il regime turco esce rafforzato sul piano interno e nello scacchiere mediorientale. La vittoria ad Afrin è molto importante per la Turchia, perché è un duro colpo alle aspirazioni curde di autogoverno nel nord ovest della Siria. L’immagine di Erdoğan è invece sempre più compromessa agli occhi dell’opinione pubblica occidentale, ma per il presidente turco questo non pare essere un grande problema. Sarà, ma non scommetterei un penny sulla sua vita.

A Turkish soldier waves a flag on Mount Barsaya, northeast of Afrin

Soltanto il 2 febbraio 2018 i media titolavano: “I jet di Ankara bombardano i curdi e sfidano Washington”. Oggi, Erdogan, destreggiandosi fra il dilemma di Mosca: sostenere l’alleato siriano Assad o cercare un accordo anti Nato con Erdogan? l’impotenza dell’Europa e gli errori e l’irresponsabilità della politica USA, ha colto una vittoria a scapito del glorioso popolo curdo, abbandonato dall’Occidente egoista. I tempi di Kobane sono lontani. Mi piace cosa scrive Tommaso Canetta:

” ..i combattenti curdo-siriani sono stati a lungo gli “eroi”. Laici, democratici, progressisti. Con unità combattenti femminili e donne nei posti chiave del potere. Con brigate internazionali di giovani idealisti partiti volontari da Europa, Americhe, Asia e Oceania a combattere al loro fianco. Con una costituzione avanzata, democratica e federalista, che predica la convivenza tra etnie e fedi diverse. La cui resistenza a Kobane è diventata un simbolo della lotta senza quartiere a un fanatismo islamico che all’epoca sembrava inarrestabile in Medio Oriente, e la cui riscossa nel nord della Siria ha contribuito in modo fondamentale alla definitiva sconfitta dell’Isis. Ce l’eravamo bevuta, per l’ennesima volta: i curdi-siriani erano i nostri “buoni”, la loro guerra era anche la nostra, li avevamo armati e addestrati, li avremmo anche difesi. Invece li abbiamo abbandonati, tutti li hanno abbandonati e la data del 17 marzo, per chi lo conserverà, sarà un amaro ricordo.”

Non dimentichiamo che i curdi sono filo-occidentali e decisamente democratici se comparati con altri popoli della regione. Contro il volere di Erdogan, gli Stati Uniti hanno fornito ai curdi: mortai, mitragliatrici, blindati, armi leggere. Ma è una vecchia storia. Ricordo che negli anni ’90, gli aerei USA che lanciavano rifornimenti ai curdi erano seguiti puntualmente, a 10’ di distanza, dai bombardieri turchi che sganciavano ben altro. Gli Stati Uniti e la Turchia sono entrambi partner cruciali per la NATO, ma, a Erdogan, la NATO interessa solo se è funzionale alla sua nostalgia ottomana. L’operazione “Ramoscello d’ulivo” asseritamente giustificata come risposta alle minacce per l’integrità territoriale della Turchia è una questione cruciale che pone serie preoccupazioni a Washington e ad Ankara. Nei giorni scorsi la visita del Segretario di Stato americano Rex Tillerson ha indicato quanto l’offensiva turca in Siria possa essere cruciale e quanto il supporto accordato dagli Stati Uniti alle milizie curde del PYD pongano le relazioni bilaterali con la Turchia e Stati Uniti sul filo di lama. Durante l’incontro fuori protocollo con il presidente turco, durato 3 ore e 15 minuti e avvenuto in forma estremamente riservata in assenza di interpreti, Erdoğan ha ‘esplicitamente’ dichiarato le priorità e le aspettative della Turchia sui legami bilaterali e sugli sviluppi regionali. ‘La conversazione é stata produttiva e aperta’, ha commentato un portavoce del Dipartimento di Stato in viaggio con Tillerson.

152033470-3fad54c1-8e76-4f4c-87b3-77de3c298b12

La stessa franchezza ha siglato il colloquio di venerdi mattina con il ministro degli esteri Mevlüt Çavuş. Ma i curdi rappresentano per gli USA un caposaldo nella manovra di accerchiamento della Russia. Come che sia, di fatto, il fianco SUD della NATO è ridotto in pezzi e gli americani stanno gradatamente smobilitando la base aerea di Incirlick e la base aerea di Al Udeid in Katar, che passa ai turchi: due assetti strategici nella regione. Il problema di Erdogan sono i curdi e i curdi sono un alleato degli Stati Uniti. Erdogan sembra dire: Se anziché i curdi, ci sono i turchi è meglio o no? insomma, dove non è riuscita la CIA con l’ISIS, riuscirà Erdogan e un pezzo di Siria entrerà nella sfera della NATO.
Ma l’offensiva turca in atto ha dato una risposta a una delle nostre domande. Fino a poche settimane fa, l’Esercito siriano libero era visto come il simbolo di quelle forze ribelli che chiedevano più libertà e democrazia contro il governo di Damasco, tanto da ricevere aiuti militari e finanziamenti dalla coalizione a guida americana. Poi qualcosa è cambiato.
Per limitare le perdite all’interno dell’esercito turco, Erdogan ha usato i miliziani dell’Fsa come boots on the ground, rendendo palese ciò che si poteva già ipotizzare da tempo: l’Esercito siriano libero è il braccio armato di Ankara nel nord della Siria.
In questo modo, Erdogan ha mandato in frantumi la narrazione della rivolta siriana. Per anni, l’Occidente ha supportato la versione di un unico fronte di opposizione a Damasco e allo Stato islamico. La realtà era però diversa, ma lo si sta capendo solamente adesso. Ogni fazione ribelle era (ed è) supportata ed eterodiretta da una potenza straniera, che usa questi gruppi a proprio piacimento. Succede con l’Esercito siriano libero così come con i curdi.

La geografia ci mostra meglio i termini del problema turco.

136786-hd

I curdi siriani vivono nel nord del paese, una zona che costeggia la frontiera turca, oltre la quale vivono curdi turchi. La frontiera turco-siriana separa i due Kurdistan. Quello siriano – il Rojava – gode di un’autonomia de facto da quando il regime di Damasco è in guerra con i ribelli, mentre quello turco ricomincia a sognare la secessione, ispirato dai curdi iracheni e siriani. Dopo Afrin c’è la città di Manbij, anche questa, città siriana a tutti gli effetti, dove stazionano anche 2.000 marines. Le richieste della Turchia agli Stati Uniti sono chiare: in primo luogo, il ritiro immediato dei militanti PYD da Manbij ad est dell’Eufrate. ‘Ci sono promesse che sono state date anche dalle amministrazioni precedenti e che ancora non sono state mantenute’ ha esplicitato Çavuşoğlu aggiungendo che questa é una condizione imprescindibile affinché ‘la Turchia intraprenda passi concreti con gli Stati Uniti basandosi sulla fiducia’. Inoltre, Ankara esige che gli Stati Uniti cessino la loro cooperazione militare e politica con il PYD, considerata un’organizzazione terroristica affiliata al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), invitando Washington a ritirare le armi già consegnate alle milizie curde. Tillerson ha quindi replicato che gli Stati Uniti riconoscono il legittimo diritto della Turchia di proteggere i propri confini e ha invitato la Turchia a ‘mostrare moderazione ad Afrin’ enfatizzando che una Siria indipendente e unificata rimane un obiettivo congiunto. Ma in un discorso tenuto ieri ad Ankara per celebrare la “vittoria”, Erdogan ha sottolineato che “l’operazione militare andrà avanti fino a che sarà spazzato via il corridoio (curdo) che collega Manbij, Kobane, Tal Abyad, Ras al-Ain, Qamishli”, praticamente, tutte le zone di confine nel settore orientale del Paese. Insomma, si fermerà Erdogan o saranno evacuati i marines? E Putin e Assad? Ieri Assad ha intimato alla Turchia di ritirarsi immediatamente da Afrin e di abbandonare al più presto il territorio siriano che ha occupato. dai governativi siriani. Anche le unità paramilitari filo-governative hanno avvertito i filo-turchi di stare alla larga da altre 10 località del territorio compresa la città di Tal Rifaat.

136785-md

In Turchia il 18 marzo non è un giorno come gli altri. In questa data del 1915 gli ottomani ottennero un grande successo contro la flotta anglo-francese nello stretto dei Dardanelli. Fu uno degli eventi principali della campagna di Çanakkale (Gallipoli), che avrebbe contribuito a creare il mito di Mustafa Kemal e gettare le basi della moderna nazione turca. Nella mattina del 18 marzo 2018, mentre in patria si stavano svolgendo le consuete celebrazioni, i reparti speciali dell’esercito turco hanno sfilato vittoriosi nella piazza principale della città siriana di Afrin. Il presidente Erdoğan ha potuto così annunciare la vittoria odierna dal palco di Çanakkale, con uno straordinario impatto simbolico. Questo perfetto sincronismo tra le operazioni militari e la macchina propagandistica ha rappresentato il momento culminante di una prova di forza clamorosa e per molti versi inattesa – almeno in queste proporzioni – da parte del regime turco.

president-erdogan-turkey_6-310x165

Cosa scrive Carlo Pallard. “L’operazione “Ramoscello d’ulivo”, volta a sottrarre la città di Afrin al controllo delle milizie curdo-siriane dello YPG è cominciata poco meno di due mesi fa. Il via libera della Russia, che controllava lo spazio aereo e aveva una piccola presenza militare nella zona, è stato decisivo nel consentire l’azione turca. Molti osservatori dubitavano della fattibilità di un’operazione così fortemente dipendente dagli ambigui e instabili rapporti tra le potenze coinvolte nel conflitto siriano. Ancora oggi è difficile capire fino in fondo quale possa essere stata la posizione di Assad nell’intesa tra Erdoğan e Putin. Per tutta la durata delle operazioni si è vociferato insistentemente di un possibile accordo tra i curdi e il regime siriano, e piccoli gruppi di miliziani governativi sono sporadicamente comparsi nell’area, senza però dare alcun contributo rilevante.

Si può supporre che Assad, seppure recalcitrando e facendo il poco che gli era possibile per sabotare il piano turco, abbia infine dovuto accettare di ingoiare un boccone per lui molto indigesto. Tutto ciò è probabilmente funzionale a progetti di più ampio respiro che la Russia coltiva per la regione, agendo da ago della bilancia tra gli interessi – a loro volta non sempre chiari – di Turchia e Iran. Giochi fra le potenze su cui si possono fare solo supposizioni, ma che dal punto di vista dei russi valgono abbastanza da convincerli ad abbandonare i curdi di Afrin al loro destino, e mettere almeno momentaneamente la museruola ad Assad.

Quando la Turchia ha dato il via all’operazione “Ramoscello d’ulivo” ad Afrin, tra gli analisti non c’era grande fiducia su una facile riuscita dell’operazione, di cui alcuni prevedevano un clamoroso fallimento. Le riserve erano in effetti comprensibili. Nella precedente operazione “Scudo dell’Eufrate” (agosto 2016 – marzo 2017), l’esercito turco e i suoi alleati sul campo si erano infatti trovati in grave difficoltà contro i miliziani dell’ISIS ad Al-Bab. In quella occasione le forze armate turche erano sembrate in preda al caos, travolte dagli effetti devastanti del fallito golpe e delle conseguenti purghe, allo sbaraglio e senza una linea strategica chiara.

La pessima prestazione dell’anno scorso proiettava dunque ombre inquietanti in vista di un’avventura sulla carta più difficile, con obiettivi più ambiziosi e contro un nemico più forte e preparato. Molti ritenevano che, con queste premesse, le forze impiegate non sarebbero state sufficienti ad avere la meglio in breve tempo. Certo è che pochissimi pensavano a una conquista della città a metà del mese di marzo.

Ad Afrin la musica è però stata molto diversa rispetto ad Al-Bab. Le operazioni militari hanno da subito seguito una strategia coerente ed efficace. A partire dal 20 di gennaio i turchi hanno aperto una serie di piccoli fronti lungo il confine siriano attorno ad Afrin, avanzando di pochi chilometri per volta e consolidando le posizioni strategiche nelle aree progressivamente occupate. Questa è stata la fase più lunga e difficile dell’operazione, perché i miliziani curdi avevano preparato piuttosto meticolosamente la difesa dell’area di confine e hanno opposto una strenua resistenza. Una volta uniti questi diversi fronti e preso possesso di una fascia profonda diversi chilometri lungo tutta la frontiera, nei primi giorni di marzo è scattata la seconda fase dell’operazione. Le forze turche e alleate hanno avanzato verso la città contemporaneamente da sud-ovest e da nord-est. Con grande sorpresa di quasi tutti gli osservatori, questa seconda fase è stata molto rapida. Le difese curde sono collassate in pochi giorni. Il 10 marzo gli assedianti erano a pochi chilometri dalla periferia di Afrin, e nei giorni successivi il centro urbano è stato progressivamente accerchiato. Nella notte tra il 17 e il 18 marzo i reparti speciali dell’esercito turco sono entrati in una città ormai semi-deserta, senza trovare alcuna significativa resistenza. Gran parte dei civili erano fuggiti attraverso il corridoio umanitario lasciato libero a sud di Afrin, mentre i miliziani si erano dati alla macchia. All’alba la battaglia per Afrin era sostanzialmente conclusa.

Pur rappresentando un successo da un punto di vista strettamente militare, l’operazione Ramoscello d’ulivo ha avuto un prezzo molto pesante da un punto di vista umanitario. Si stima che l’assedio abbia causato l’esodo di almeno 100.000 profughi, in condizioni spesso disperate. Benché la Turchia abbia sempre dichiarato di fare tutto il possibile per evitare di coinvolgere i civili, è certo che un’operazione come questa (caratterizzata da un uso massiccio dell’aviazione e dell’artiglieria pesante) abbia inevitabilmente causato decine e forse centinaia di vittime civili.

Nel corso del conflitto, i portavoce del PYD hanno ripetutamente accusato gli assedianti di commettere crimini di guerra. Tali accuse hanno riguardato soprattutto i miliziani turcomanni e arabo-sunniti dell’Esercito libero siriano, alleati di Ankara e usati massicciamente come “carne da cannone” per le operazioni di terra. Forti riserve e preoccupazioni per il comportamento di queste milizie – e per l’ideologia islamista che animerebbe almeno una parte dei loro aderenti – sono state espresse anche dalla stessa opinione pubblica turca, che pure ha massicciamente sostenuto l’operazione. Fonti curdo-siriane hanno inoltre accusato lo stesso esercito turco di colpire indiscriminatamente i civili. La Turchia dal canto suo non solo ha respinto le accuse, ma ha a sua volta sostenuto che fosse lo YPG a usare i civili come scudi umani. Data la scarsità di fonti indipendenti, le prove presentate da entrambe le parti per sostenere le proprie accuse vanno prese con le pinze. Non c’è però alcun dubbio che l’operazione di Afrin abbia causato una grave e inevitabile crisi umanitaria.

La conquista di Afrin apparentemente rafforza la posizione turca nel complicato scacchiere siriano e rimette in piedi una politica estera che in Medio Oriente sembrava essersi del tutto arenata. La brillante prestazione fornita sul campo di battaglia ridona lucentezza alla stella della potenza militare turca, offuscata dalle gravi difficoltà vissute negli ultimi due anni. La prova di forza di Afrin non rilancia però di certo, agli occhi del mondo occidentale, l’immagine ormai compromessa del regime di Erdoğan. I crimini di cui sono stati accusati gli alleati dell’Esercito libero siriano, oltre all’innegabile capacità dei curdi di attirare la simpatia e la solidarietà di una larga parte dell’opinione pubblica europea, hanno se possibile ancora peggiorato la situazione sotto questo punto di vista. Sembra però che Erdoğan sia pronto ad accettare volentieri il ruolo di “uomo cattivo d’Europa”.

Per un presidente ormai orientato in una prospettiva eurasiatica e determinato a seguire il modello di leadership putiniano, l’immagine da spendere in Occidente non è più un problema. Erdoğan può anzi sperare che questa lotta mediatica contro il resto del mondo rafforzi l’adesione nazionalistica del popolo turco al suo progetto. Resta da vedere quali saranno le sue prossime mosse. Ma si può prevedere con una certa sicurezza che la resa dei conti tra la Turchia e i miliziani curdi non sia di certo finita qui.”

Carlo Pallard
Laurea magistrale con lode in Scienze storiche presso l’Università degli studi di Torino, con tesi dal titolo “Da impero a nazione. Ziya Gökalp e la nascita della Turchia moderna”. È autore, assieme a Matteo Bergamaschi, del volume Dire io. Sulla questione identitaria del mondo post-moderno, Aracne editrice, Roma 2012. Parla turco, inglese e azero. E’ nato a Torino nel 1988.

Schermata 2018-03-20 alle 22.57.28.png

ABBIAMO LETTO COSA DICONO I MEDIA DELLA CONQUISTA E, ORA, PARLIAMO DEL SACCHEGGIO DI AFRIN.

I media ci parlano di formazioni combattenti e di eserciti, ma delle centinaia di migliaia di siriani o curdo-siriane gettati da Erdogan nell’orrore della guerra, barattati da Russia, Stati Uniti, Siria, anche dall’Unione europea che con la Turchia fa affari, chi ne parla?

20est1f01-efrin-esercito-libero-siriano-afp-lapresse

Negozi, abitazioni, strutture militari e governative oggetto di raid ed espropri, curdi malmenati, città devastata e saccheggiata. Oltre a questo i turchi e le milizie jihadiste al soldi di Ankara impediscono alla gente di entrare o di uscire dalla città.
 I video degli stessi mercenari al servizio di Ankara mostrano le sopraffazioni. I giovani che non si arruolano nelle milizie filo-turche vengono arrestati. Le milizie non hanno dato loro scelta: o si arruolano nel sedicente Libero Esercito siriano oppure c’è la galera o peggio.

Il timore è che in quell’area di sarà una sorta di pulizia etnica con la Turchia intenzionata a usare il cantone per spostare molti profughi siriani accolti anche grazie ai fondi dell’Unione Europea. 
Se accadesse sarebbe gravissimo.

Unknown

Il presidente turco annuncia la prosecuzione dell’offensiva, obiettivo finale Kobane. Almeno 200mila civili, secondo fonti locali e organizzazioni umanitarie, hanno lasciato l’area in queste settimane; quasi 300 le vittime, di cui 43 bambini. Il silenzio di Stati Uniti ed Europa

DAMASCO (AsiaNews/Agenzie) – I gruppi ribelli siriani – al cui interno operano numerosi movimenti radicali islamici – che hanno sostenuto l’esercito turco nella conquista di Afrin (enclave curda nel Nord della Siria, caduta il 17 marzo scorso) ora saccheggiano e rubano quasiasi cosa nelle case private e nei negozi della zona. Secondo fonti locali e organizzazioni umanitarie – si apprende da AsiaNews – raid ed espropri hanno riguardato anche strutture militari e governative.
Testimoni oculari ad Afrin raccontano che, in queste ore, gruppi combattenti hanno fatto irruzione in negozi, ristoranti e case, rubando cibo, equipaggiamenti elettronici, coperte e altri beni di prima necessità. Il materiale trafugato è stato trasportato al di fuori della città. “La distruzione della statua di Kawa Haddad – afferma un curdo dell’area – i furti nei negozi e nelle case è deprecabile a livello morale”. Analisti ed esperti affermano che la Turchia ha attaccato con l’intenzione di operare un cambiamento demografico nella zona, mettendo i curdi in minoranza. Ankara respinge questa accusa, ma restano i timori sul futuro della regione legati alla presenza permanente di arabi e turchi che i curdi non saranno certo disposti ad accettare.

Miliziano-dellEsl-ad-Afrin_LaPresse-1620x1080
LAPRESSE_20180318150015_25982397
Scene di saccheggi da parte dei mercenari del cosiddetto esercito libero siriano, alleati di Ankara nella città occupata di Afrin.

Il silenzio e il disinteresse di Usa e UE. Le Nazioni Unite riferiscono che al momento vi sarebbero ancora 100mila persone circa nella regione di Afrin, in netto calo rispetto ai 323mila di novembre. Almeno 98mila sono registrati come sfollati nei centri di accoglienza nei territori controllati dal governo siriano. Nella battaglia di Afrin sarebbero morti almeno 289 civili, di cui 43 bambini. L’assalto e la presa della città curda si è consumata nel silenzio e nel disinteresse della comunità internazionale, in particolare dell’Europa e della Nato, a guida statunitense. Analisti ed esperti ricordano come i curdi siano stati sfruttati a lungo in chiave anti-Isis, per essere poi abbandonati. Bruxelles sarebbe più interessata alla sicurezza dei confini e vede in Erdogan un “alleato” chiave nel contenimento del fenomeno migratorio e in un discorso più ampio di geopolitica internazionale. E pure gli Stati Uniti, che hanno a lungo armato i curdi, in questo frangente non hanno fatto nulla per impedire l’avanzata dei turchi. Commentando il saccheggio di Afrin, il governo Usa ha espresso un generico sentimento di “profonda preoccupazione”.

DYuMMfmX4AAdvLC

1713.- Si riduce la presenza militare degli USA in Turchia. Di Peter Korzun.

Il fianco Sud della NATO è in pezzi, l’Unione europea, con la sua Banca Centrale privata, lascia mano libera al direttorio franco-tedesco e chi governa l’Italia concede a Macron deleghe, mari pescosi e giacimenti petroliferi sicuri. Gli Stati Uniti d’America sono sempre più spesso alle corde e gli Stati Uniti d’Europa non nasceranno mai. Sarebbe ora di avere un governo che ci prepari al peggio, ma “chi comanda” lo vuole? Ecco un aggiornamento su NATO, Turchia e sui poveri Curdi. Una soluzione ci sarebbe, ma deve passare sul cadavere di Erdogan.

incirlikbillede
_38142821_turkey_incirlik2_300

L’esercito statunitense ha ridotto significativamente le operazioni dalla base aerea d’Incirlik in Turchia. Sono in corso riduzioni permanenti, mentre le tensioni tra i due alleati della NATO continuano a crescere. Ora che gli aerei da guerra sono spariti, rimangono quelli da rifornimento. Ci sono segnalazioni che gli A-10 Warthog siano partiti per l’Afghanistan. Il personale coi familiari è diminuito. I funzionari degli Stati Uniti si lamentano che la Turchia ostacoli le operazioni aeree. Va notato che voci che chiedono lo sfratto degli statunitensi da Incirlik si sono già sentite nel Paese. Ankara vede la base come leva da usare contro Washington. Senza operazioni ivi basate, gli statunitensi si troverebbe in una situazione difficile. Forse lo è già.

0828incirlik01

YG3O2WGKLFAAZN6IZ5OPZOXURU

L’articolo del WSJ sugli Stati Uniti che lasciano Incirlik apparve subito dopo i gruppi di lavoro s’incontravano a Washington l’8-9 marzo per cercare di migliorare la relazione declinante. Non è stato detto molto sui risultati di quei colloqui, ma se fosse stato un successo, si sarebbe saputo. Washington fu sorpresa quando le forze turche lanciarono l’operazione per occupare Ifrin. Sembra lo sia ancora. Nel frattempo, il disaccordo sulla politica in Siria sembra irrisolvibile. La Turchia insiste ancora nel controllare la città siriana di Manbij, dalla grande popolazione curda, imponendo a Washington la scelta tra Ankara e i curdi.

La città è pattugliata dalle forze statunitensi (2000 marines) e se le forze turche entrassero in azione, si avrebbe uno scontro molto serio. Nelle osservazioni sugli incontri tra i gruppi di lavoro, il dipartimento di Stato non menzionò Manbij. Sarebbe stato lieto di riferire dei progressi raggiunti, ma no, evitava la questione. Evidentemente la relazione è in bilico. La Siria non è l’unica irritazione in tale partnership. Il 12 marzo, Vladimir Kozhin, assistente per la cooperazione militare del Presidente Putin, annunciava che la Russia inizierà a consegnare i sistemi di difesa aerea S-400 Trjumf alla Turchia nel 2020. La NATO espresse preoccupazione perché l’S-400 non è compatibile con l’architettura della NATO. I funzionari degli Stati Uniti avvertirono Ankara di possibili conseguenze, come sanzioni, se l’acquisto dovesse avvenire. La spaccatura tra Turchia e NATO è davvero profonda. Almeno 19 membri dell’alleanza hanno agito per impedire ad Ankara di ospitare il vertice NATO del 2018, avendo successo. Lo scorso ottobre fu annunciato che il vertice si sarebbe svolto a Bruxelles l’11-12 luglio. L’anno scorso, l’esercito tedesco lasciò Incirlik mentre le relazioni bilaterali erano al limite del conflitto. La neonata coalizione di governo tedesca intende congelare i negoziati sull’adesione della Turchia all’Unione europea col pretesto delle violazioni dei diritti umani. Nel 2017, il presidente Erdogan disse che i governi di Germania e Paesi Bassi erano “nazifascisti” perché si rifiutavano di consentire manifestazioni a suo favore sul loro territorio prima delle elezioni parlamentari turche. La Turchia sospetta persino che la NATO abbia piani per attaccarla.
Alcuni analisti turchi ritengono che l’alleanza abbia lasciato Ankara da sola nella lotta al terrorismo. L’11 marzo, il capo turco lamentava il rifiuto degli alleati di sostenere l’offensiva su Ifrin. Ankara è imprevedibile. Persegue la propria agenda, mettendosi in conflitto coi propri obblighi con la NATO. Il Paese attualmente è semi-indipendente dal blocco. Ora che le forze turche si sono avvicinate ad Ifrin, i soldati curdi delle forze democratiche siriane (SDF) sostenuti dall’alleanza degli Stati Uniti lasciano le posizioni per difendere la città dall’offensiva turca. Alcune operazioni delle SDF sono state interrotte. Coi combattenti andati via, non ce ne saranno abbastanza per mantenere il territorio occupato nell’est del Paese. La politica statunitense in Siria va in rovina e gli USA subiranno una sconfitta se perderanno l’importante alleato nella NATO della Turchia. Quindi Washington è in un vicolo cieco. Ci vorrà molta ingenuità per risolvere il problema. La Turchia è sempre stata una pecora nera. L’invasione di Cipro nel 1974 causò una spaccatura nell’alleanza, spingendo la Grecia a ritirare le proprie forze dalla struttura di comando del blocco fino al 1980. Oggi l’allontanamento da NATO e occidente è chiaro. Un matrimonio di convenienza è possibile su alcune questioni, ma la Turchia non è sicuramente un vero alleato di Stati Uniti, NATO ed UE. Troverà la sua strada mentre l’occidente si ritrova tra incudine e martello. Se gli Stati Uniti continuano le attività militari in Siria, avranno bisogno dei curdi, rischiando di perdere la Turchia. Abbandonare le SDF per impedire un possibile scontro con Ankara ne danneggerebbe la credibilità nella regione. Le SDF fanno la loro parte mentre i loro combattenti vanno a difendere Ifrin. Non prendono ordini dai comandanti statunitensi. Gli Stati Uniti non hanno un attore importante che li affianchi in Siria. Sarebbe buona politica coordinarsi con la Russia, amichevole con tutti, ma Washington ha categoricamente respinto tale approccio. Oggi la manovrabilità degli USA in Siria è molto limitata. Non hanno interessi acquisiti nel Paese. Perdere Incirlik ne indebolisce le capacità militari nella regione. Sarebbe un segnale minaccioso che avverte di possibili conseguenze ancor più gravi. La cosa migliore che gli Stati Uniti potrebbero fare è far uscire i militari dalla Siria. Con lo Stato islamico sconfitto, non c’è più una guerra statunitense. Restando non hanno nulla da guadagnare, ma rischiano di perdere molto.

a-manbij-iniziano-le-manovre-per-la-siria-futura
Traduzione di Alessandro Lattanzio, di Aurora.

CHI PAGA IL CONTO DELLE FESSERIE USA? NEL CANTONE CURDO-SIRIANO L’ESERCITO TURCO E I MILIZIANI ISLAMISTI HANNO INTRAPPOLATO 350MILA CIVILI, MA SONO CURDI!

27apertura-afrin

Gli ultimi a entrare sono stati migliaia di sostenitori, da Rojava e dal Bashur, Kurdistan siriano e iracheno: due carovane sono arrivate lunedì per portare sostegno concreto. Poco dopo, Afrin è stata circondata su ogni lato: l’assedio è cominciato. Dentro la principale città del cantone curdo-siriano, oggetto dell’operazione militare turca «Ramo d’Ulivo», ci sono 350mila persone (un milione nel cantone), la metà sfollate da altre zone della Siria.

Da Raqqa, Aleppo, Idlib, avevano trovato rifugio qui per ritrovarsi prigioniere di un’altra guerra. A combatterla attori simili con in testa la Turchia che dal 2011 finanzia e sostiene più o meno direttamente le opposizioni al governo di Damasco, tanto le «moderate» quanto le islamiste.

Ieri il governo di Ankara celebrava l’assedio di Afrin come avesse sconfitto, o si preparasse a sconfiggere, un esercito regolare e ben armato. Ma di fronte ai carri armati e ai miliziani con in braccio armi della Nato ci sono civili, decine di migliaia di famiglie curde, arabe, turkmene e combattenti di unità di difesa popolare con in spalla fucili e poco più.

Cosa ne sarà di Afrin? Il timore di un massacro rimbomba insieme ai raid aerei, incessanti da giorni, che ieri hanno di nuovo colpito civili nel centro cittadino. Le truppe turche e i migliaia di miliziani al soldo di Ankara avanzano da sud-est e nord-ovest lasciando aperto un solo corridoio, quello verso Aleppo e le zone controllate dal governo di Damasco: ieri circa duemila civili sono arrivati nella zona di Nbul, altre centinaia sono tuttora in fuga.

La realtà che si sta concretizzando è quella che Ankara insegue da anni, una zona cuscinetto al confine (quasi l’intero distretto di Afrin è occupato, con villaggi e cittadine caduti in mano all’esercito turco) che lambisce la provincia nord-occidentale di Idlib, in mano a qaedisti e jihadisti anti-Assad. E che si allargherà: le minacce del presidente Erdogan di arrivare al confine con l’Iraq, nel profondo est, hanno trovato ieri le orecchie giuste ad ascoltare.

L’annuncio è del primo ministro turco Cavusoglu: Ankara e Washington stanno pianificando l’evacuazione congiunta delle Ypg/Ypj (le unità di difesa popolari curde) da Manbij, città a metà strada tra Aleppo e Kobane, liberata nel 2016 da una neonata federazione multietnica e multiconfessionale, le Forze Democratiche Siriane. Secondo Cavusoglu, l’accordo sarà definito il prossimo 19 marzo e imporrà uscita di Ypg/Ypj e consegna delle armi.

Una soluzione unilaterale che non prevede la consultazione della popolazione e che permetterebbe agli Stati uniti di uscire dalla contraddizione in cui sono infilati da mesi: è a Manbij che stazionano duemila marines, forza attiva nell’offensiva e la liberazione di Raqqa.

1676.-La Siria e i mercenari fantasma russi

di sitoaurora
Alessandro Lattanzio, 17/02/2018

dv1k7suxuaiakr3

In Siria, ad ovest dell’Eufrate, lo SIIL è stato completamente eliminato dal V Corpo d’Assalto, così come Hama settentrionale è stata sgombrata dai terroristi dalle operazioni dell’Esercito arabo siriano. Situazione che permetteva a Damasco di liberare 25000 soldati da inviare sugli altri fronti:
Homs, Ghuta orientale, ad est di Dayr al-Zur, dove le forze siriane cooperano con quelle dell’Iraq. Diffidare dalle notizie ampiamente spacciate, ma contrastanti e prive di evidenza, su feroci combattimenti presso Dayr al-Zur e sul relativo attacco aereo statunitense, il 7-8 febbraio. L’unità “ISIS Hunters” del V Corpo d’Assalto siriano, aveva respinto l’attacco della tribù Abu Halwa, collegata a SIIL e SDF, contro le linee siriane, quando gli aggressori chiesero l’intervento aereo degli USA, che causava 25 feriti tra le forze siriane, e non i 100-600 caduti propagandato dai media occidentali e dai loro agenti in Russia (l’alleanza filo-statunitense tra neozaristi e liberisti). L’operazione antiterrorismo avveniva sotto il controllo dell’Alto Comando siriano, svolgendo un’operazione speciale in sostegno dei curdi, che con l’aiuto del governo siriano inviano ad Ifrin rinforzi da Dayr al-Zur; operazione disturbata dagli Stati Uniti con il loro intervento presso Dayr al-Zur. Inoltre, il governo siriano e i curdi ad Ifrin trattavano un accordo per dispiegare forze siriane nella regione. Ma il governo siriano chiedeva: 1) di controllare tutte le istituzioni pubbliche; 2) l’ingresso dell’Esercito arabo siriano nel Cantone di Ifrin; 3) la presenza della Polizia Militare russa; 4) la cessione delle armi pesanti o fuoriuscita dei combattenti curdi da Ifrin verso una zona occupata dagli Stati Uniti. Un possibile accordo su ciò potrebbe indicare agli Stati Uniti il momento di uscire per sempre dalla Siria, motivo che avrebbe spinto Washington ad intervenire presso i campi petroliferi di Dayr al-Zur usando i terroristi dello SIIL che gli USA proteggono nell’area compresa tra l’Eufrate e il confine siriano-iracheno.In Siria operano unità tribali e locali addestrate e armate direttamente dai russi, come tra l’altro si è ampiamente documentato su questo sito d’informazione:
Le formazioni paramilitari siriane
Il centro informazioni e coordinamento di Baghdad nella guerra in Medio Oriente
Non è un caso che gli agenti e i sostenitori della propaganda atlantista e taqfirita denigri queste forza, bollandole come ‘mercenari dei russi’.

dvycrj-wsaec8ox

Sulla compagnia di mercenari russi Wagner (o Vanger)
Secondo i media atlantisti ed alleati (la suddetta alleanza neozaristi-liberali russi, che comprende l’amplia panoplia di sette putinofobe, neofasciste e ultraliberiste; una torma di agenti americanisti col dente avvelenato verso il governo russo, che ha bandito e smantellato dal 2012 decine di organizzazioni neonaziste, ONG sorosiane ed altre reti di spionaggio e terrorismo promosse da CIA e Soros), in Siria sarebbe presente la presunta compagnia di mercenari russi ChVK Wagner (o Vanger). Tale compagnia sarebbe stata vittima dei bombardamenti statunitensi del 7-8 febbraio presso Dayr al-Zur, dove, sempre secondo le suddette “fonti”, sarebbero stati uccisi da 100 a 600 russi. I realtà non ci sono fonti serie che possano confermare non solo tale strage, ma neanche l’esistenza di tale fantomatica compagnia di mercenari russi. Anche perché nella Federazione Russa le compagnie di ‘contractors’ sono vietate.
Allora chi ha creato il mito della compagnia mercenaria russa ChVK Wagner? La storia della Wagner viene dapprima promossa da tale Ruslan Leviev, (a capo del Conflict Intelligence Team, un sito di propaganda filo-ucraino che si camuffa da ‘sito di analisi militare’), e quindi rilanciata oltre che dai siti di propaganda neonazisti ucraini (come censor.net), da fonti come Radio Liberty, la radio creata dalla CIA per dare voce ai gruppi di fascisti e nazisti fuggiti negli USA e arruolati da Langley e Pentagono per la guerra fredda contro il blocco sovietico. La fonte russa che propaga l’esistenza della ChVK Wagner è il sito Fontanka.ru, universalmente ignorato in Russia data la totale inaffidabilità. In sostanza, non c’è alcuna prova dell’esistenza di tale compagnia mercenaria russa. Infatti, tutte le aziende in Russia sono registrate sui siti Brank.com ed Ergul.nalog.ru, dove tale compagnia non compare. L’unico documento ufficiale che menziona la “PMC Wagner” è non a caso del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti; tale designazione suscitava però ilarità nell’infosfera russa, dato che gli Stati Uniti avevano sanzionato un ente che non esiste.
Il mito della compagnia mercenaria Wagner nasce nell’agosto 2014, quando l’SBU, ovvero i servizi segreti ucraini, dovettero trovare una giustificazione per l’abbattimento presso Khrjashevatoe, vicino Luqansk, nel Donbas, di un aereo da trasporto militare ucraino con a bordo decine di paracadutisti inviati da Kiev per occupare l’aeroporto di Lugansk. Secondo l’SBU, furono i mercenari della Wagner che abbatterono l’aereo ucraino, non potendo dire che fu abbattuto da semplici operai del Donbas perché l’operazione d’assalto ucraina fu pianificata in modo sgangherato dai nuovi vertici ‘rivoluzionari’ fascisti e atlantisti ucraini che, appena preso il potere, epurarono i vertici delle forze armate ucraine, sostituendo personale competente con pagliacci neonazisti, psicotici settari e altri sgherri della CIA. Da allora l’SBU ucraina snocciolò cifre totalmente fantastiche su presunte perdite tra il personale del gruppo Wagner, che a quanto pare non sarebbe formato da veterani militari, ma da guerrieri della domenica con propensione al suicidio.
22773424_1482668505135982_1160392511_n

1560.-Anatomia di una distruzione..turca!

 

city_diyarbakir1

Diyarbakır, città poco a Nord del confine siriano, famosa per il folclore e le angurie. Si parla principalmente curdo ed è abitata da cos’ tanti curdi curdi che la considerano la capitale del Kurdistan turco, cosa che non piace molto al governo turco. Nel 359 è stata una fortezza di frontiera dell’impero romano.

Dopo che Suriçi – parte delle città patrimonio dell’umanità dell’UNESCO »Fortezza di Diyarbakır e paesaggio culturale giardini di Hevsel« – nell’inverno 2015/2016 è stata teatro di combattimenti tra ribelli curdi e forze dello Stato turco, la città vecchia viene sistematicamente distrutta dallo Stato turco. Tramite esproprio viene espulsa la popolazione curda e la zona commercializzata. La gentrificazione colpisce anche la confinante valle del Tigri.

Diyarbakır – oggi chiamata anche Amed – con la sua posizione geopoliticamente importante vicino al Tigri – è una città vecchia di oltre 4.000 anni che è stata dominata da una serie di civilizzazioni orientali e occidentali. È servita a molte forze politiche come centro regionale. Il ritrovamento archeologico documentato più antico nella cittadella risale a 7.000 anni fa, le mura della città sono state costruire almeno 3.000 anni fa. Tra la fortezza e il fiume su una superficie altrettanto grande si estendono i giardini di Hevsel che da 3.000 anni riforniscono la città di verdura e frutta.

Solo nel 1988 la città cinta da mura – chiamata anche Suriçi – è stata messa sotto protezione come patrimonio culturale, quando però già oltre l’80 % degli edifici erano stati sostituiti da costruzioni nuove. Con il suo carattere multi-linguistico, multi-culturale e pluristratificato, all’interno della fortezza sono stati messi sotto protezione come patrimonio culturale 595 edifici. Negli anni ’90 e 2000 Amed è cresciuta molto rapidamente, ma la città vecchia e la valle del Tigri con i giardini di Hevsel hanno mantenuto la loro caratteristica come fonte di cultura e elemento identitario. Proprio per questo nel 2011 sotto la guida della società civile è cominciata un’iniziativa, alla quale si sono uniti immediatamente l’amministrazione comunale del Partito Democratico delle Regioni (DBP) e del Partito Democratico dei Popoli (HDP), che ha portato nell’anno 2012 a un »piano di preservazione di Suriçi« in modo democratico e partecipativo. Questa ampia iniziativa all’epoca è stata sostenuta dal governo turco e così all’inizio del 2015 la » Fortezza di Diyarbakır e paesaggio culturale giardini di Hevsel« è stata inclusa nella lista dei siti patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO. La gioia per questo successo a Diyarbakır e dintorni fu molto grande.

La guerra arriva a Surici
Ma il 24 luglio 2015 è finita la tregua tra lo Stato turco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), quando l’esercito ha attaccato in modo esteso la guerriglia. Subito è iniziata una grande ondata di repressione, a seguito della quale in diverse città giovani organizzati politicamente hanno eretto barricate. La polizia turca ha risposto immediatamente con operazioni su ampia scala collegate con coprifuoco di 24 ore protratti per diversi gironi. Questo è successo anche nella città vecchia di Amed. Dall’inizio di settembre fino alla metà di ottobre del 2015 ci sono state diverse operazioni di polizia con coprifuoco, a seguito delle quali ogni volta sono morte diverse persone, migliaia di civili hanno lasciato la città e sono anche stati danneggiati monumenti. Ogni volta gli attacchi diventavano più duri, ma più forte anche la resistenza. Il 2 dicembre 2015 è iniziato un coprifuoco ancora in corso che è stato interrotto solo l’11 dicembre 2015 per appena un giorno, cosa che ha portato a una fuga di massa dalla Suriçi orientale. Perché questa volta lo Stato ha attaccato con militari, carri armati, mortai e altre armi pesanti, come anche nelle città di (Cizre) e Silopiya (Silopi).


Distruzione e espulsione
Dato che lo Stato turco voleva un successo rapido, nella parte orientale di Suriçi si è letteralmente aperto una strada con i bombardamenti. Suriçi non aveva più così tanti edifici storici, ma la stretta rete stradale antica era tutt’ora intatta. In questo intervento era stato dato l’ordine di non fermarsi di fronte a edifici storici e monumenti importanti. Lo spazio vitale di oltre 22.000 persone in sei quartieri – prima del conflitto a Suriçi ne vivevano 57.000 – è stato gravemente danneggiato. Inizialmente in circa 3.000 avevano continuato a resistere nella parte orientale sotto assedio per impedire un’avanzata violenta dello Stato, ma nei loro confronti non è stato usato alcun riguardo e anche le loro case sono state colpite, pur sapendo che all’interno si trovavano delle persone. All’esterno della città vecchia ogni giorno si riunivano a migliaia per protestare contro la follia distruttiva e omicida, manifestazioni che ogni volta venivano soffocate sul nascere. Mai nella storia di Amed era stato usato tanto gas lacrimogeno, complessivamente durante le manifestazioni sono stati assassinati in modo mirato undici giovani. Amed da allora è come una città sotto assedio.

Le forze di polizia e dell’esercito hanno usato anche la fortezza per colpire sistematicamente quartieri con armi pesanti. Per questo è stata consapevolmente danneggiata per esempio incastonando con il cemento delle barre per metri all’interno delle mura. Sulla rocca sono stati portati dei bagni e le acque di scarico fluivano apertamente lungo le mura, le tracce erano visibili da centinaia di metri di distanza. Sono state fatte delle costruzioni a ridosso della fortezza e cementati i piccoli passaggi, recuperando solo successivamente autorizzazioni dall’ente regionale per la protezione dei monumenti. Qui va detto che la fortezza fa parte in modo diretto dell’eredità culturale dell’UNESCO, mentre la città vecchia fa parte della zona cuscinetto.

Dopo gli scontri – inizia la distruzione vera e propria
Le operazioni militari sono state ufficialmente concluse il 10 marzo 2016. Lo Stato ha cinicamente annunciato il suo successo, ma il risultato oltre alla distruzione o al danneggiamento fisico di centinaia di edifici e all’espulsione di decine di migliaia di persone, è stato anche la morte di almeno 25 civili e di un numero a tre cifre di combattenti da ambo le parti.

Mentre la maggioranza della popolazione e dell’opinione pubblica riteneva che ora gli espulsi sarebbero potuti tornare e che si sarebbero potuti riparare i danni, il governo turco non ci pensava affatto e voleva rendere Suriçi incapace di resistere in modo durevole e una volta per tutte. Per prima cosa è stato mantenuto il coprifuoco nei sei quartieri della parte orientale di Suriçi. Subito dopo, il 21 marzo 2016 il governo ha preso la decisione di espropriare l’intera città vecchia. Dato che il 18 % apparteneva comunque ad enti pubblici, l’82 % di Suriçi – comprese tutte le moschee, chiese a altri monumenti – doveva essere espropriato. In seguito a questo si è costituita la piattaforma per la protezione di Sur con la partecipazione di quasi tutte le amministrazioni comunali e organizzazioni della società civile, per organizzare la resistenza contro la distruzione annunciata.

Anche se dal dicembre 2015 quotidianamente camion portavano macerie fuori da Suriçi, solo una foto satellitare fatta su incarico dell’amministrazione provinciale del 10 maggio 2016 ha mostrato l’entità della distruzione ancora in atto. Dieci ettari erano stati completamente rasi al suolo e 832 edifici accertati distrutti completamente e 257 parzialmente. La distruzione sistematica è stata iniziata abbattendo in alcune strade edifici su entrambi i lati per avere facile accesso a tutte le aree di Suriçi. È diventato chiaro anche che si voleva distruggere la città, almeno in tutta la parte orientale di Suriçi. Sono state fatte entrare squadre che dovevano eseguire appunto questa distruzione e la rimozione delle macerie.

Silenzio dell’UNESCO
Dall’inizio degli scontri e delle distruzioni, la gestione del patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO di Amed, situata presso l’amministrazione provinciale di DBP-/HDP, ha ripetutamente scritto al Ministero della Cultura chiedendo di fermare la distruzione dei beni culturali e l’edificazione e l’invio immediato di una missione comune nella città vecchia. Solo una volta è arrivata una risposta che però si limitava ad ammansire. Forse per la prima volta nella storia dell’UNESCO, la gestione del patrimonio culturale dell’umanità non aveva accesso al patrimonio stesso! La gestione del patrimonio dell’umanità ha redatto rapporti basati su proprie indagini sul posto – per quanto possibile – e su notizie e immagini fatte da altri. Solo dopo aver ottenuto questi importanti e ampi rapporti, il comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO ha reagito e chiesto spiegazioni all’ambasciatore turco presso l’UNESCO che fino ad allora era rimasto in silenzio.

Il comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO ha reagito in modo molto dimesso quando l’ambasciatore turco presso l’UNESCO ha presentato i primi rapporti e si è trattenuto nelle critiche e nelle richieste – sono stati fatti solo appelli. I suoi venti componenti pensavano unicamente a non rischiare conflitti diplomatici. Perché di questo sono stati minacciati in modo indiretto dal governo turco nel caso in cui la Turchia fosse stata criticata per le sue azioni da uno o più componenti. Questo si è rispecchiato nella quarantesima seduta del comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO all’inizio del luglio 2016 a Istanbul. Nonostante tutti gli sforzi della gestione del patrimonio dell’umanità di Amed, nessuno dei venti componenti ha osato anche solo aprire la bocca – alcuni in colloqui a quattr’occhi hanno detto molto apertamente che la Turchia li aveva minacciati di conseguenze. A quel punto curde e curdi e persone critiche in Turchia si sono giustamente chiesti a che scopo esiste l’UNESCO se nel caso di Amed non interviene. Non è niente di nuovo che alcuni comitati per il patrimonio dell’umanità siano stati indirettamente minacciati di conseguenze nei loro Stati in caso di argomenti scomodi. Ma qui si tratta di una sistematica e estesa distruzione di un sito patrimonio dell’umanità da parte di un suo componente. Un comportamento così scandaloso fino allora il comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO non lo aveva mai mostrato.

Anche nella 41° sessione del comitato dell’UNESCO nella città polacca di Cracovia all’inizio di luglio del 2017 si è ripetuto lo stesso scenario. Nessun componente del comitato ha espresso critiche rispetto all’azione della Turchia, le è stato solo chiesto un masterplan per il futuro di Suriçi e un rapporto sulla situazione da presentare entro la fine del 2018. Questo verrà fornito dalla Turchia in una qualche forma abbellita senza alcun nesso con la realtà. Ma a quel punto potrebbero essere ampiamente distrutti anche l’ovest di Suriçi e la valle del Tigri.

Entità della distruzione
Nell’agosto 2016 una seconda foto satellitare ha mostrato che la distruzione era andava avanti con grande brutalità. Ora erano completamente distrutti già 20 ettari e 1519 edifici. Era stato nuovamente proclamato lo stato di emergenza in Turchia e veniva messo in azione il macchinario per la repressione intensificata nei confronti dei curdi. Nel settembre 2016 per decreto tutte le gestioni dei monumenti sono state messe sotto il controllo diretto del Ministero della Cultura e in questo modo l’amministrazione provinciale di Amed non era più responsabile del sito dell’UNESCO. Perché la critica intrapresa da Amed con rapporti documentati disturbava il governo turco. Un mese dopo sono stati arrestati i co-sindaci dell’amministrazione provinciale e una settimana dopo, all’inizio del 2016, l’amministrazione provinciale è stata messa in amministrazione forzata. Alcune settimane dopo ad Amed sono state chiuse dozzine di associazioni che si erano opposte alla distruzione di Suriçi.

Con la decisione sull’esproprio di Suriçi il governo turco ha inizialmente sostenuto che Suriçi sarebbe stata ricostruita secondo il piano di conservazione del 2012. Che questo fosse una bugia fin dall’inizio lo si è visto quando l’amministratore fiduciario di nomina governativa nel dicembre 2016 ha modificato questo piano secondo gli interessi dello Stato. La sua firma è stata sufficiente, il consiglio comunale non veniva comunque più convocato.

Grazie a questa oppressione estrema della società, alla fine del 2016 non è stato possibile dare incarico per una terza foto satellitare da parte dell’amministrazione provinciale. Solo foto fatte arrivare al pubblico da aerei in partenza e da impiegati statali della primavera del 2016 e le precedenti foto satellitari sono servite a constatare che nel maggio 2017 erano stati completamente distrutti circa 35–40 ettari di superficie a Suriçi. Con una stima al ribasso, questo dovrebbe corrispondere ad almeno 2.500 edifici, stime precise al momento non sono possibili. Anche se la distruzione nella parte orientale di Suriçi è andata avanti più lentamente, la distruzione dovrebbe essere aumentata di un ulteriore dieci percento. La »Piattaforma No alla Distruzione di Sur« ritiene che il 10 marzo 2016 al massimo 300–400 edifici erano così danneggiati da non essere più abitabili. Sarebbero circa dal dieci al quindici percento degli edifici distrutti.

La distruzione sistematica con macchine edili nell’est di Suriçi dopo il conflitto armato non si è fermata davanti a edifici posti sotto tutela come monumenti. La foto satellitare dell’agosto 2016 lascia riconoscere che 89 edifici protetti come monumenti sono stati completamente distrutti e altri 41 parzialmente. Questo corrisponde al 29 % dei monumenti a Suriçi. Questi edifici oltre a moschee e chiese, sono fontane, mausolei, bagni (Hamam), una sinagoga e un edificio pubblico. L’edificio più famoso completamente distrutto è la moschea Hasırlı. Tra i monumenti parzialmente distrutti ci sono tra gli altri: la moschea Kurşunlu che è diventata l’immagine della distruzione del patrimonio culturale di Amed, la moschea Şeyh-Mutahhar, il Paşa-Hamam, la più grande chiesa armena, la cattedrale Surp-Giragos e i negozi adiacenti, anch’essi protetti come monumenti e la chiesa cattolica armena.

ArmenianZion2.jpg
Nel processo di distruzione non c’è mai stata assolutamente alcuna intenzione di proteggere elementi e figure storci e autentici su edifici protetti come monumenti. Anche nell’asportazione delle macere non è stato controllato se elementi storici autentici fossero recuperabili. Almeno non c’èstata né da parte del Ministro della Cultura né da parte della Commissione Scientifica per Sur, istituita appositamente, una comunicazione rispetto alla possibilità o meno di salvare elementi di questo tipo. La Commissione Scientifica per Sur, i cui componenti sono stati acritici nei confronti della politica del governo degli ultimi quindi anni, ha invece reso noto che il PKK ha sistematicamente installato trappole esplosive nei monumenti e che è stato questo a portare alla distruzione di questi monumenti. In Turchia a fronte del forte nazionalismo e del predominio del governo dell’AKP, questo non è il primo »direttivo scientifico« istituito dal governo e che ha fatto valutazioni secondo i suoi desideri.

Accanto alla distruzione fisica, è molto importante dire che è stata distrutta la continuità di metà della comunità specifica e autentica di Suriçi e la vita di decine di migliaia di persone. Anche l’artigianato caratteristico e la struttura commerciale di Suriçi sono andati perduti. Dal 2000 ci sono stati numerosi sforzi e progetti per far rivivere culture sparite, soprattutto quella di armeni e armene che sono stati vittima di un genocidio del 1915. Una forma di vita e cultura che è esistita in questo luogo per almeno 4.000 anni senza interruzioni è stata distrutta in un colpo solo da uno »Stato moderno«, così come è avvenuto 600, 700 anni fa con le tribù mongole.

L’esproprio nella parte orientale della città vecchia si è ampiamente concluso. I proprietari delle case sono stati liquidati con piccole somme. Non sono stati praticamente in grado di difendersi perché gli espropri sono stati eseguiti secondo il famigerato paragrafo 27 della legge sugli espropri prevista per i casi di guerra e di stato di emergenza, e il terrorismo di stato gli impedisce anche di rivendicare i propri diritti. Gli affittuari, come in tutti gli espropri in questo Stato, sono rimasti a mani vuote e la storia della loro vita nel rispettivo ambiente ritenuta priva di significato; a loro solo per una volta sono stati offerti 1500 Euro per gli arredi interni, cosa che molti hanno rifiutato perché era ampiamente al di sotto delle loro richieste e quindi hanno ritenuto l’offerta offensiva.

Distruzione e espulsione anche nella parte occidentale di Suriçi
Dopo che la distruzione della parte orientale nella primavera del 2017 era sostanzialmente conclusa, lo Stato turco ha iniziato a scacciare la gente dal sudovest della città vecchia. A 500 famiglie dei quartieri di Lalebey e Ali Paşa nel maggio 2017 è stato comunicato che entro due settimane avrebbero dovuto lasciare le loro case espropriate per decreto. Con questo passo lo Stato è passato ad attaccare la parte occidentale di Suriçi. Non si è quindi discostato dal piano di espropriare tutta Suriçi e di rifarla secondo i propri desideri – cosa che per un certo tempo avevano pensato in molti. Va avanti solo a piccoli passi per non sobillare contemporaneamente tutta la popolazione e per poter mettere le persone una contro l’altra. Nell’ovest, la densità della popolazione è più alta. Ma nel sudovest è come nella parte orientale, solo pochi edifici hanno più di due piani. Il motivo per attaccare qui nell’ovest di Suriçi sta anche nel fatto che diversi anni fa questa zona doveva essere ristrutturata dal punto di vista edilizio secondo un piano dell’amministrazione provinciale senza espellere la popolazione. Lo Stato e la locale amministrazione coatta fanno riferimento a questo piano e affermano che ora intendono metterlo in atto. Ma sta di fatto che l’amministrazione provinciale teneva conto della popolazione e fermò il progetto aspramente criticato, quando la giustificata critica venne espressa pubblicamente e con forza.

La popolazione dei quartieri di Lalebey e Ali Paşa ha fatto appello al suo contesto sociale, ha iniziato a difendersi e ha avuto il sostegno attivo sia della popolazione delle zone limitrofe che di molte organizzazioni locali della società civile. Allo stesso tempo la società civile ha formato la »Piattaforma No alla Distruzione di Sur« e organizzato lavoro verso l’opinione pubblica ad Amed e in tutta la Turchia. Anche se per due volte sono arrivate le ruspe, non è stato possibile distruggere gli edifici e l’incombente Ramadan ha portato al fatto che lo Stato si è trattenuto. Solo a metà luglio ha iniziato ad abbattere gli edifici disabitati da anni e semidistrutti, situati direttamente sotto le case delle 500 famiglie e quindi ad avvicinarsi di più a loro. Nei prossimi giorni e settimane potranno esserci grossi scontri. Qui può decidersi se finalmente a Suriçi sarà possibile porre dei limiti alla follia distruttiva dello Stato.

Nella primavera del 2017 lo Stato, più precisamente il Ministero per l’Ambiente e l’Urbanizzazione, ha iniziato a costruire i primi edifici a lungo annunciati a Suriçi. Questi nuovi edifici hanno due piani e sono provvisti visivamente del basalto nero tipico per Amed, ma uno sguardo attento mostra che sono tutte fatte di cemento e solo coperte da un sottile strato di basalto. A questo si aggiunge che le nuove strade sono larghe e con questo viene del tutto ignorata la precedente struttura stradale, che la distanza di ogni casa dalla strada è di diversi metri e che verranno vendute a caro prezzo. Le case non hanno assolutamente niente in comune con le tipiche case di Amed che hanno sempre un cortile interno circondato da stanze abitate. Inoltre contraddicono ogni possibile principio di ricostruzione dei centri storici e le prescrizioni dell’UNESCO. Questo è il modo concreto di procedere dello Stato, la precedente popolazione povera non deve mai più tornare in questo luogo. Con l’etichetta patrimonio dell’UNESCO e la posizione indubbiamente unica, le case verranno vendute per somme molto rilevanti. Con questo nulla si opporrebbe più alla commercializzazione di quest’area.


Colpita anche la valle del Tigri

L’interesse commerciale del governo dell’AKP non si limita solo a Suriçi. Poco dopo la modifica dei piani per la città vecchia, il Ministero per l’Ambiente e l’Urbanizzazione, insieme all’amministratore fiduciario di nomina governativa di Amed, ha ridato vita al vecchio piano per la valle del Tigri nell’area cittadina. Questo dopo una lunga lotta politica e giuridica della società civile e dell’amministrazione comunale di Amed, nella primavera del 2015 era stato finalmente stroncato. La valle del Tigri, definita come zona cuscinetto del sito patrimonio dell’umanità, da anni incontra interesse non solo da parte dello Stato, ma anche di grandi imprese che qui volentieri costruirebbero grandi impianti per il tempo libero, negozi e case per ricchi. Questo nuovo-vecchio piano prevede appunto questo. Il cuore dei giardini di Hevsel, che sono patrimonio dell’UNESCO, non dovesse essere edificato, ma tutto il resto intorno sì. Nel marzo 2017 l’amministratore fiduciario ha fatto iniziare la costruzione di una moschea presso il ponte storico sul Tigri (ponte dei dieci occhi), cosa che è stata il segnale di inizio per estese opere edili. Poi due passaggi del ponte sono stati semplicemente chiusi per fare delle caffetterie, cosa che normalmente sarebbe uno scandalo. Ora lungo il Tigri sono state concesse licenze per dozzine di caffetterie. Tutto questo succede su decisione dell’amministratore fiduciario o del Ministro con una firma. Il consiglio comunale, che in realtà sarebbe la sede competente, non viene convocato dal novembre 2016. Gli edifici molto più grandi su una lunghezza di dieci chilometri sono attualmente in preparazione. La loro realizzazione senz’altro scaccerà migliaia di persone che vivono nella valle in edifici semplici, dato che rappresentano un ostacolo per il profitto al quale si mira. Questo non è altro che gentrificazione su ampia scala, cosa che era stata impossibile sotto l’amministrazione DBP/HDP.


Prospettive

Sia per Suriçi che per la valle del Tigri dal punto di vista dello Stato e di tutte le sue istituzioni, si tratta di completare il più possibile la distruzione e l’edificazione prima delle elezioni comunali del marzo 2019. Allora molto probabilmente le elezioni saranno di nuovo vinte dal DBP/HDP. Per questo fino ad allora si vogliono creare fatti irreversibili: a) distruzione della società organizzata a Suriçi, b) distruzione della storia e dell’eredità culturale ritenuta inutile per il nazionalismo turco, c) commercializzazione di Suriçi e della valle del Tigri, facendo entrare di nuovo in gioco le spese per la lotta contro le rivolte e facendo un servizio ai locali sostenitori dell’AKP, d) mettere l’amministrazione del DBP che andrà al governo con le elezioni comunali del 2019 davanti a una serie di grandi contraddizioni.

Ma, come si vede nel caso delle 500 famiglie che si vogliono cacciare da Lalebey e Ali Paşa, la popolazione di Amed è in fermento. Nonostante lo stato di emergenza e la repressione estrema, gli interessati non recedono. Ma la solidarietà deve diventare più grande dappertutto, altrimenti lo stato riuscirà presto a spezzare questa resistenza così importante. Se la resistenza avrà successo, tutto lo sviluppo può essere fermato almeno per un periodo di una certa durata. Questo potrebbe avere influenze insperatamente positive su Amed, il Kurdistan del nord e perfino sulla Turchia.

di Ercan Ayboga, Piattaforma “No alla distruzione di Sur, Diyarbakır”,  Kurdistan Report settembre/ottobre 2017

1531.- IL REFERENDUM PER L’INDIPENDENZA DEL KURDISTAN IRACHENO: ERA UNA BOMBA INNESCATA DA ANNI

Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan voluto Masoud Barzani analizzato in un commento a uno scritto di Antonio Vecchio del 04/10/17

Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan dello scorso 25 settembre ha rappresentato un punto di svolta per il Medioriente, non solo per le implicazioni di natura politica e territoriale, ma, anche e soprattutto, per il precedente che ha introdotto.

Il quesito proponeva la secessione della Regione Autonoma del Kurdistan (KRG) dalla Repubblica d’Iraq: un evento dalla portata dirompente non solo per l’integrità dello Stato, ma anche perché è intervenuto con forza sull’attuale assetto regionale, figlio degli accordi Sykes-Picot del 1916 con i quali Francia e Regno Unito definirono le rispettive sfere di influenza nel Medioriente.

E poiché (anche) in geopolitica i vuoti tendono sempre ad essere riempiti, tutti al momento si sono affrettati con dichiarazioni e minacce a sostegno della integrità statuale dell’Iraq.

Baghdad, ha reagito immediatamente chiudendo lo spazio aereo sul KRG e declassando l’aeroporto di Erbil a scalo nazionale.

Il parlamento iracheno ha inoltre votato la rimozione del governatore della città petrolifera di Kirkuk, reo di aver supportato il referendum, e l’invio di truppe nel suo centro urbano liberato dai Peshmerga nel 2014 e da questi tutt’ora presidiato, sul cui palazzo del governo, a inizio di questo anno, era stato issato il tricolore curdo.

Neppure Iran e Turchia, le principali potenze regionali, sono rimaste inerti temendo che l’iniziativa potesse causare un effetto domino in seno alle rispettive minoranze curde (20% degli abitanti turchi è curdo, 10% in Iran).

La Sublime Porta ha minacciato la chiusura della pipeline Kirkuk-Ceylan che porta il petrolio curdo sul mercato europeo, ha sospeso tutti i collegamenti aerei con Erbil e rimosso tre canali curdi da un proprio satellite.

L’Iran invece ha preso le distanze dall’iniziativa di Erbil chiudendo i confini (riaperti il 3 ottobre u.s.), nonostante il referendum sia stato sostenuto anche dall’Unione Patriottica dei Lavoratori (PUK), il secondo partito curdo di base a Sulemanye, tradizionalmente filoiraniano.

Teheran non può accettare ai suoi confini uno stato curdo indipendente per una serie di motivi, tra i quali la presenza al suo interno di una significativa minoranza curdo-iraniana (proprio in Iran, nel 1946, il primo tentativo di autonomismo curdo con la Repubblica di Mahabad) e il pericolo, con l’indebolimento del potere sciita a Baghdad, di perdere influenza sulla regione.

La Russia, dal canto suo, ha assunto un atteggiamento ambivalente segnato dalle recenti dichiarazioni del Ministro Sergey Lavrov alla Tv curda Rudaw, di netta contrarietà alla iniziativa di Masoud Barzani motivata dalle “considerevoli implicazioni geopolitiche, geografiche, demografiche ed economiche” ad essa correlate, cui però seguirono, lo scorso mese di agosto, quelle del vice capo Consolare a Erbil, che annunciò pieno “supporto alle decisioni prese dal popolo del Kurdistan, se frutto di un passaggio referendario”.

Per finire anche gli USA, sebbene sponsor e protettori storici del KRG, hanno a più riprese dichiarato la loro contrarietà ad un Kurdistan indipendente.

A questo punto è naturale chiedersi se il Presidente Barzani sia stato solo uno scommettitore d’azzardo che ha sbagliato l’ultima giocata puntando sul tavolo l’intero patrimonio (il KRG) oltre al nome e la storia suoi e della sua famiglia (suo nonno Mustafa Barzani, generale, fu l’epico difensore di Mahabad).

È possibile che nessuno dei consiglieri abbia saputo suggerirgli una diversa linea di condotta, fosse solo il procrastinare ad altra epoca lo svolgimento referendario?

Tutto sembrerebbe portare a tale conclusione, dato che ad oggi le conseguenze della scelta curda hanno vanificato i potenziali vantaggi.

Il congelamento delle frontiere da parte iraniana e turca unitamente alla chiusura dello spazio aereo hanno dato il colpo di grazia ad una economia in continua recessione iniziata con la caduta del costo del petrolio nel 2014 e proseguita per tutta la durata della guerra contro ISIS.

Quella del KRG rimane, infatti, una economia da “render state” totalmente incentrata sulla produzione e smercio del petrolio, e Ankara, chiudendo la pipeline Kirkuk-Ceylan affossa l’unica fonte economica: le riserve della Regione – fonte Il Sole 24 Ore – ammontano a 45 miliardi di barili, che salivano quasi a 60 comprendendovi  Kirkuk.

Elementi questi che, uniti all’isolamento di Erbil (formalmente sostenuta solo da Israele) ed alle manovre militari congiunte tra Iraq-Iran e Iraq-Turchia ai rispettivi confini con il Kurdistan, hanno rafforzato l’ipotesi di un vero e proprio azzardo strategico da parte della leadership curda.

La partita di Barzani può però avere avuto una sua logica ben precisa.

Uno stato curdo indipendente avrebbe creato e creerebbe, infatti, una interruzione della dorsale sciita che da Teheran giunge a Hezbollah in Libano passando per l’Iraq e la Siria, alla cui costituzione gli USA hanno grandemente contribuito nel 2003 consegnando Baghdad agli sciiti.

In tale ottica, le dichiarazioni formali statunitensi contro il referendum sarebbero state espressione di un gioco delle parti nel quale ciò che si dice non sempre è ciò che si vuole: un Kurdistan indipendente, visto da una prospettiva diversa, finirebbe, comunque, per indebolire l’influenza iraniana nell’area, proprio come si propone l’attuale amministrazione USA.

Circa, poi, la posizione turca con la minaccia di interrompere le relazioni economiche. Anche in questo caso, dalle minacce di embargo e di chiusura della pipeline non necessariamente deve sortire alcun provvedimento reale.

Il cliente curdo è funzionale all’economia turca – Ankara è il primo partner economico con circa 4000 compagnie presenti – e la sospensione dei rapporti causerebbe enormi perdite sul piano delle transazioni commerciali finanziarie.

Gli interessi commerciali di Ankara nel KRG ammontano a circa 9 miliardi di dollari, cui di recente si è aggiunto un accordo petrolifero della durata di 50 anni per lo sfruttamento e il trasporto di petrolio grezzo curdo, i cui benefici verrebbero annullati tout court dalla chiusura della citata pipeline con danni enormi per un Paese come la Turchia di progressiva industrializzazione.

Senza considerare che una iniziativa unilaterale di rottura delle relazioni commerciali finirebbe per agevolare gli interessi economici del competitor persiano, tradizionalmente molto attivo nell’area.

La carta petrolifera potrebbe fare la differenza anche nell’approccio russo al problema curdo.

Mosca è grandemente interessata al petrolio curdo, sia perché è di facile estrazione peraltro poco costosa, ma anche perché GAZPROM e ROSNEFT, le due OIL Company presenti da tempo, hanno investito ingenti risorse nella Regione e subirebbero forti perdite in caso di chiusura della pipeline (ROSNEFT, a sette giorni dal referendum, ha firmato un accordo con il KRG per la costruzione di gasdotti sino in Turchia) .

I rapporti di Mosca con il KRG sono antichi – (Mustafa Barzani – foto sopra – visse per oltre 10 anni in Unione Sovietica dopo la fallita esperienza indipendentista di Mahabad) – e pensare ad una improvvisa chiusura non è ragionevole, vista la tendenza russa a sfruttare le situazioni per trarne il maggior vantaggio.

Se a questo si aggiunge che la presenza di un interlocutore affidabile, ed Erbil lo è da anni per Mosca e Ankara, introduce un fattore di stabilità nell’intera area, certamente preferibile ad una situazione di progressivo caos nella quale anche Israele rischierebbe di avere un ruolo, la scommessa di Masoud Barzani parrebbe rispondere ad una strategia ben precisa, potenzialmente in grado di produrre per il KRG risultati migliorativi del quadro attuale.

Magari solo una rivisitazione in chiave estensiva dei confini attuali del KRG comprendenti anche Kirkuk (originariamente curda, arabizzata da Saddam), in un quadro statuale federale, rimandando ad altro momento, con modalità da concordare con la controparte irachena, la celebrazione di un referendum questa volta non consultivo.

Risultato di grande rilievo, che ascriverebbe Masoud Barzani a pieno titolo tra i padri della Nazione, proprio come suo padre Mustafa; per il vecchio presidente ormai prossimo a cedere il comando, un traguardo considerevole che lo consegnerebbe alla storia.

(foto: U.S. DoD / Rudaw / Türk Silahlı Kuvvetleri / web)

1530.- TRISTE EPILOGO DEL SOGNO CURDO

DPkmXMuWAAI7b82

Quando il cuore trepidava per le eroine di Kobane …

Dal 25 settembre scorso, data di svolgimento del referendum per l’indipendenza del Kurdistan, alla fine della scorsa settimana era successo ben poco, fatti salvi i ripetuti proclami e minacce indirizzati da Baghdad alla Regione Autonoma (KRG), con il sostegno di Turchia e Iran.

Alla sostanziale fermezza del presidente Barzani, che ha più volte invocato trattative, il primo ministro iracheno Al Abadi ha opposto il rifiuto al dialogo, se prima il referendum non fosse stato annullato.

Gli Stati Uniti hanno assunto sin da subito un atteggiamento di apparente terzietà, ben espressa dalla recente dichiarazione di Trump di non voler entrare in una disputa interna tra Stati, preceduta però da una dichiarazione del suo segretario di Stato, Tillerson, che sostanzialmente offriva il pieno sostegno degli USA a trattative fra le parti della durata di un anno, al termine del quale, in caso di non accordo, l’America avrebbe appoggiato le ragioni del referendum.

La situazione è poi precipitata il 15 ottobre scorso, allorquando Kirkuk, importante città petrolifera, si è trovata accerchiata da un importante schieramento di Iraqi Security Forces (ISF), forze speciali contro terrorismo (CTS) e milizie popolari (PMU) in massima parte sciite e sostenute da Teheran, il cui più noto generale, Qasem Soleimani, regista di tutte le attività militari iraniane all’estero, si trovava già da tempo nel KRG.

A sporadici combattimenti, che hanno lasciato sul terreno alcune decine di morti e feriti in massima parte curdi, ha fatto seguito il cedimento della linea difensiva dei Peshmerga, le cui unità di combattenti facenti capo all’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) – partito di opposizione del KRG – si sono ritirate spontaneamente lasciando passare le forze di Baghdad, che hanno in breve tempo occupato aeroporto, palazzo del governo, la base militare K1 e, non da ultimo, i pozzi petroliferi della città.

La reazione di Al Abadi non si è fatta attendere anche nel resto del Paese: il 17 ottobre è stata la volta di Sinjiar, città yazida passata di mano – pare – dopo una trattativa tra componenti yazide dei Peshmerga e delle milizie popolari di mobilitazione (PMU), seguita dalla cessione di altri territori nel nord dell’Iraq, che erano passati sotto controllo curdo con l’avvio, giusto un anno prima, dell’offensiva militare per liberare Mosul.

La cessione di territorio si è svolta senza particolari criticità tra le parti, preceduta da trattative e da un accordo di massima, confermato direttamente dal Ministero dei Peshmerga nella tarda mattinata del 18 ottobre.

Il presidente Barzani ha accusato, due giorni fa, il PUK per essersi accordato con le PMU ed aver ceduto Kirkuk senza opporre resistenza, riconducendo invece la cessione di territorio nel resto del Paese alla “volontà di difendere il popolo curdo”.

Sembrerebbe dunque che l’iniziativa del presidente sia destinata a risolversi nel nulla, e con essa il carisma di un leader molto amato, perlomeno nella sua area geografica di riferimento (nord del KRG).

Al tramonto della sua figura e del progetto che incarnava, si contrappone la rinnovata credibilità del premier Al Abadi, che ha tenuto mano ferma in tutte le fasi della crisi, appellandosi all’unità del Paese e al rispetto della sua Costituzione.

È lui, al momento, quello destinato a staccare il dividendo maggiore, alla cui realizzazione ha contribuito in massima parte il vicino iraniano.

Teheran, infatti, ha influenzato non poco, oltre che la leadership politica dell’Iraq anche l’evolversi delle operazioni sul terreno, contando sulle PMU sciite ringalluzzite dalla presenza in loco del mito di Soleimani.

All’influenza iraniana occorre riferire anche la divisione politica in seno al KRG, con la frattura tra Partito Democratico del Kurdistan (PDK) che sostiene la famiglia Barzani e il PUK, quest’ultimo vicino all’Iran.

In tal modo, l’ingombrante vicino sciita ha avuto anche modo di inviare un messaggio a Trump, impegnato da tempo a contenerne l’influenza regionale.

Ancora una volta, il progetto di indipendenza curdo pare destinato ad un mesto rinvio, ostacolato dagli stati della regione ed impedito dalle divisioni interne.

Sarà il futuro a confermarci o meno questo possibile pronostico, e dirci se l’invio, mentre scrivo, di ulteriori Peshmerga a difesa dei pozzi di Kirkuk (quegli stessi ceduti lunedì scorso), è solo il tardivo scatto d’orgoglio di una leadership ormai al tramonto.

(di Antonio Vecchio) 19/10/17, (foto: U.S. DoD)

IMG_3290_MGTHUMB-INTERNA

IMG_3269_MGTHUMB-INTERNA

 

Tra i pozzi di petrolio di Kirkuk, una tranquilla disfatta

Viaggio nella città conquistata dalle forze di Bagdad. «Congelata» l’indipendenza, vincono le rivalità: è la fine del sogno curdo?

di dall’inviato Lorenzo Cremonesi
È arrivando in centro città che si coglie appieno il senso della sconfitta curda. Una sconfitta non solo militare, soprattutto politica. Kirkuk, uno tra i maggiori poli petroliferi dell’Iraq, è tornata pienamente nell’orbita di Bagdad. I combattenti curdi, che l’avevano presa approfittando della guerra contro Isis nel giugno 2014, si sono ritirati verso nord a più di 20 chilometri di distanza, spaventati, male armati rispetto al nuovo esercito iracheno riorganizzato dagli Usa. Da metà ottobre la regione autonoma del Kurdistan iracheno ha perso almeno il 40% del suo territorio, dalle alture di Sinjar verso la Siria al confine con l’Iran, e oltre il 70% delle risorse di greggio concentrate proprio in questa zona.
Schermata 2017-11-27 alle 09.36.12.png

Schermata 2017-11-27 alle 09.09.45.pngUn collasso economico. I vincenti di ieri nella sfida contro l’Isissono in ginocchio, con il rischio di perdere le conquiste ottenute gradualmente sin dalla Guerra del Golfo nel 1991. Come nei momenti difficili della sua storia, il «popolo delle montagne» si divide, prevale l’antica indole tribale, con le fazioni che si alleano ai vicini più potenti pur di combattersi a vicenda. Lo riprova la richiesta curda al governo di Bagdad nelle ultime ore di «congelare» i controversi risultati del referendum per la nascita di uno Stato indipendente del 25 settembre.

Un clamoroso passo indietro. Secondo il suo massimo artefice, il presidente della regione autonoma Massoud Barzani, doveva rappresentare la coronazione di un lungo processo nato da ancestrali aspirazioni nazionali. Si è trasformato in una catastrofe anche personale, che potrebbe costringerlo alla dimissioni.

Il premier iracheno Haider al Abadi, che prima trattava con lui quasi da pari a pari, adesso detta legge. Tre anni fa, al momento della presa di Mosul da parte di Isis, era nella polvere, chiedeva aiuto a Barzani. Ora i suoi portavoce sostengono che entro il 27 dicembre assumeranno il controllo dell’aeroporto di Erbil. E nelle prossime settimane manderanno militari a presidiare i confini nord del Paese con la collaborazione di Ankara e Teheran. Una lezione per tutto il Medio Oriente che guarda incerto agli assetti del dopo-Isis.

I due massimi alleati degli americani, curdi e iracheni, si fanno la guerra. Dove condurrà questo rimescolamento di carte? A Kirkuk il traffico è regolare: strade pulite, negozi aperti, persino i poliziotti con le divise bianche. L’attività ai pozzi petroliferi e le raffinerie sembra normale. È trascorsa una settimana dalla fuga dei peshmerga. Solo nelle periferie sono evidenti i segni di combattimenti sparsi, più schermaglie che altro: qualche muro scalfito dalle pallottole, vecchi posti di blocco investiti da bombe di mortaio, cartelli con le immagini dei leader e dei partiti curdi bruciati. Dove prima sventolavano  le bandiere del Pdk, il partito che fa capo a Barzani e al suo governo di Erbil, oltre a quelle del Puk, il corrispettivo guidato dal clan Talabani insediato a Suleimaniya, si sono sostituiti i drappi sciiti con l’immagine dell’imam Hussein su sfondo verde oltre ai simboli delle Hashd Shabi, le bellicose milizie sciite legate a filo doppio all’Iran. «Non c’è stato un vero scontro armato. Le vittime? Una ventina a Kirkuk, meno di 200 in tutto il Paese. Ma le conseguenze sono gravi. Su circa un milione e trecentomila abitanti, meno del 30% sono fuggiti verso Suleimaniya, quasi tutti curdi. Se prevarrà la calma degli ultimi due giorni torneranno presto alle loro case, pur sotto una diversa sovranità», racconta Qais Mumtal, parroco dell’arcivescovado caldeo (cattolico). E aggiunge: «L’errore di Barzani è imperdonabile. Non doveva fare il referendum. Noi abbiamo paura che da Teheran possano giungere limitazioni alla libertà religiosa».

Le critiche all’anziano leader arrivano dagli stessi curdi di Kirkuk con veemenza anche più acre. «Barzani, ovvero l’arte di farsi male da solo. Un leader ammalato d’onnipotenza, che si è circondato di passivi signorsì incapaci di dirgli la verità: cioè che il referendum sull’indipendenza andava per lo meno rinviato. Lui ha voluto proseguire nonostante i nostri alleati, europei e americani in testa, fossero contrari. E il risultato è sotto gli occhi di tutti. Stiamo perdendo il nostro Kurdistan. La recente sconfitta dei peshmerga contro le milizie sciite irachene evidenzia l’errore politico. Barzani, che si presentava come il profeta dell’antica utopia dello Stato curdo, si rivela il massimo responsabile della nostra disfatta», dice senza mezze parole il quarentenne Ako Karim, proprietario del noto ristorante Sulimanya, che si affaccia sulla piazza centrale. Una versione più controversa arriva da Nejdalmin Karim, l’ex governatore filo-Barzani rifugiato a Suleimaniya. «Sono stati i figli di Jalal Talabani (l’ex presidente iracheno di origine curda morto da pochi giorni, ndr) a svenderci alle milizie sciite. Hanno stretto un accordo a tradimento con Bagdad e abbandonato i peshmerga inviati da Erbil. I combattenti del Puk si sono ritirati all’improvviso da Kirkuk senza combattere, lasciando soli quello del Pdk». Tornano i rancori del 1996, quando Barzani si alleò con Saddam Hussein (il massacratore dei curdi con le armi chimiche) e Jalal Talabani con gli iraniani. E lo scontro fratricida non promette nulla di buono.

Schermata 2017-11-27 alle 09.19.10
Schermata 2017-11-27 alle 09.19.33

DA KIRKUK, L’IRAQ PARTE VERSO UN NUOVO CENTRALISMO

(di Antonio Vecchio)
09/11/17

Sono 60 i peshmerga deceduti e circa 150 quelli feriti, nel confronto militare che ha portato Baghdad, il 15 ottobre scorso, a rimpossessarsi di Kirkuk e di tutte le aree contese, ora tutte sotto il pieno controllo della Capitale, con i confini del Kurdistan Regional Government (KRG) “retrocessi” a quelli antecedenti la seconda guerra del Golfo (2003).

Lo sconquasso creato dalla iniziativa dell’ex presidente Massoud Barzani è sotto gli occhi di tutti, con una leadership politica azzerata, l’ arco parlamentare diviso come non mai, e più di 200mila sfollati curdi, che hanno abbandonato Kirkuk alla volta di Erbil, città che di profughi ne conteneva già diverse decine di migliaia.

Il premier Al Abadi usa tutto il capitale politico accumulato con la ricomposizione territoriale dello Stato per frammentare ulteriormente la regione autonoma del nord.

L’ultima iniziativa in ordine di tempo prevede l’impegno di Baghdad a pagare direttamente i “civil servant” del KRG senza passare per il governo della regione autonoma, i cui dati ufficiali sui rispettivi dipendenti pubblici sono considerati dal governo centrale lontani, per eccesso, da quelli reali.

Come se ciò non bastasse, nella bozza della legge finanziaria per il 2018, stilata senza coinvolgere i curdi, la percentuale dei trasferimenti al KRG è scesa dal 17% – somma prevista dalla Carta costituzionale – al 12.7%, inasprendo ancora di più gli animi e le dichiarazioni ufficiali delle parti.

L’impressione è che Al Abadi stia cogliendo la finestra di opportunità creatasi, per rafforzare ulteriormente il potere centrale, e con esso, quello personale: a questo mirerebbero i contatti ufficiali avviati direttamente con le “province del nord” – come sono ora indicati i territori curdi – bypassando completamente il parlamento (invero scaduto) di Erbil.

La controparte curda ha risposto, il 6 novembre scorso, con una lunga (e debole) dichiarazione del primo ministro Mansour Barzani, di disponibilità al dialogo, nell’ambito – si legge tra le righe – di uno stato unitario e federale.

In altre parole, un completo ravvedimento rispetto a quanto veniva annunciato solo venti giorni addietro, una dichiarazione di resa, tendente a ripristinare gli equilibri di potere vigenti prima del referendum per l’indipendenza.

Anche l‘ex presidente Barzani ha commentato per la prima volta gli ultimi avvenimenti.

In una intervista al settimanale statunitense Newsweek ha lamentato lo scarso appoggio ricevuto dall’alleato americano e dalla comunità internazionale, rei di aver consentito alle milizie filo iraniane di Hashd al-Shaabi la condotta di operazioni militari con equipaggiamenti e mezzi USA, attuate, tra l’altro, con il supporto britannico nel campo non meglio specificato della “knowledge”.

La disponibilità dei principali esponenti curdi a trattare non ferma il primo ministro Al Abadi , che questa settimana ha iniziato un giro di colloqui per puntellare la propria ri-candidatura alle elezioni politiche del 15 maggio prossimo.

A muoverlo, la volontà di giocare in anticipo rispetto al rivale Al Maliki, ma anche la certezza di non poter più contare sul supporto dei curdi (55 seggi su 328 alle elezioni del 2010).

Ed è di ieri la dichiarazione del vice presidente Osama al-Nujaifi, sunnita, di supporto “condizionato” alla riconferma del primo ministro iracheno, a patto che le milizie filo iraniane di Hashd al-Shaabi siano ricondotte quanto prima dall’esecutivo sotto il pieno controllo dell’autorità governativa.

Hashd al-Shaabi, altrimenti conosciute come Popular Mobilisation Unit (PMU), sono costituite da circa 60 milizie armate – mosse da Teheran – costituite per combattere Isis nel 2014, su chiamata del grand ayatollah Ali Sistani.

Nel mese di dicembre 2016, il parlamento di Baghdad le ha regolarizzate impiegandole, al pari delle forze regolari, nella guerra contro lo Stato islamico.

Ora, da più parti (sciite), si preme affinché vengano pagate alla stessa stregua delle Iraqi Security Forces (ISF), riconoscendole come parte integrante del sistema di difesa nazionale.

Da questa partita, apparentemente laterale, dipenderà buona parte del futuro politico di Al Abadi, che dovrà scegliere in che misura staccarsi dal gioco del potente vicino iraniano, pena la perdita di credibilità e consenso tra le cancellerie occidentali, pur mantenendo la coesione del fronte sciita interno del quale è espressione.

(foto: U.S. Army / U.S. Air Force)