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1801.- Le ultime notizie dalla Siria rigorosamente censurate dal mainstream

di Francesco Santoianni – L’Antidiplomatico.

In attesa della prossima bufala su bombardamenti con armi chimiche, silenzio assoluto dei media main stream su quello che sta accadendo in Siria. Eppure, di notizie interessanti ce ne sarebbero tante. Ad esempio: la sbalorditiva tregua che, da cinque mesi, sta regnando tra le ingenti forze statunitensi-francesi e i miliziani dell’ISIS; o la scoperta di innumerevoli arsenali dell’ISIS tutti riforniti dagli USA; o la fornitura di armi ai “ribelli siriani” che sarebbe dietro al “suicidio” del manager di Monte dei Paschi di Siena, David Rossi…

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E silenzio assoluto anche sulle iniziative che l’Unione Europea sta attuando per continuare ad alimentare la guerra alla Siria.

Per quanto riguarda le sanzioni (che avrebbero dovuto scadere il 18 maggio) si prospetta, addirittura, un loro inasprimento: nessuna pietà per i milioni di siriani ridotti alla fame da queste sanzioni o per i bambini malati di cancro che, a seguito delle sanzioni, non possono ricevere cure adeguate (vedi qui, qui, qui,

Ancora peggio per le iniziative (documentate in questo articolo) decise nella recente Conferenza dell’Unione Europea “Sostegno al futuro della Siria e della regione“: intanto, neanche un centesimo per la ricostruzione dei sistemi idrici, elettrici, stradali… distrutti dalla guerra che, certamente, avrebbe incoraggiato il ritorno dei milioni di profughi siriani ma che, invece, secondo l’Unione Europea, determinerebbe il “rafforzamento del regime di Assad”. Quindi, neanche un centesimo per la ricostruzione ma, in compenso, 6,2 miliardi di euro elargiti dall’Unione Europea a ONG per la gestione dei campi profughi in Giordania, Libano e Turchia. In più – ciliegina sulla torta – altri finanziamenti ad ONG per creare innumerevoli “corridoi umanitari” che – così come evidenziato in un documento di vescovi cristiani siriani – rischiano di svuotare la Siria di risorse, spesso altamente qualificate, arricchendo, invece, “caritatevoli” nazioni occidentali e altrettanto caritatevoli ONG.
Nessuna speranza, quindi, per la rinascita della Siria? Forse qualche speranza c’è, considerando che il “Movimento Cinque Stelle” e la Lista “Noi con Salvini”, che dovrebbero costituire il prossimo governo, sono state le UNICHE forze parlamentari in Italia ad opporsi alle sanzioni alla Siria.

Staremo a vedere come andrà a finire.

Francesco Santoianni

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1800.- “Venti di Cambiamento”

ALLIANCE FOR PEACE AND FREEDOM

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Partecipazione affollata sabato, a Milano, di ben dieci Nazioni europee al Congresso annuale di Alleanza per la Pace e la Libertà, intitolato “Venti di Cambiamento”. Alliance for Peace and Freedom, A.P.F. è un’associazione di nazionalisti, europeisti sinceri, che non ignorano il destino dei loro Stati e di tutti gli europei, cui li sta portando l’Unione europea dei mercanti: un mercato aperto, senza più confini, né diritti per i lavoratori e senza più i valori della civiltà cristiana, ridotto in servitù dai mercanti del denaro e dalle lobbies americane, con milioni di poveri, sempre più poveri, fino all’estinzione biologica dei popoli di Grecia e Roma che hanno fatto la civiltà e di Spagna e Portogallo, che l’hanno portata nel mondo. Ma le conquiste dei lavoratori europei e i valori della rivoluzione cristiana non sono dipendenti dal denaro. Questi novelli farisei sono i padri delle guerre mondiali e, negli ultimi venti anni, ci hanno sprofondato nel caos, nella violenza e nel terrorismo; ma quello vero deve ancora venire. L’Europa, concepita a Ventotene come un progetto in cui i popoli non devono sapere quello che era il disegno delle oligarchie, illuministe e profondamente anti umane, fino alle ideologie come il gender, quell’Europa deve rinascere libera, dall’Atlantico agli Urali e oltre. Il presidente Roberto Fiore ha chiuso il congresso con un ampia rivisitazione della storia europea: dallo smantellamento del colonialismo e dell’Impero Britannico, voluta fortemente dagli Stati Uniti, al termine del massacro della Seconda Guerra Mondiale, ma strumentale allo sfruttamento del continente africano da parte delle loro lobbies, fino all’attuale tentativo di distruzione della civiltà europea: la civiltà che pone al primo posto la difesa della vita e che è di ostacolo al servaggio dell’umanità. Ha concluso definendo la guerra siriana miracolosa per il cambiamento nella politica estera e l’ultima guerra per la libertà, sottolineando i segnali di pericolo che emergono dal cedimento della dittatura finanziaria e la coesione emersa fra i pensieri dei conferenzieri di questo congresso: di Gran Bretagna, Croazia, Romania, Repubblica Ceca, Spagna, Slovacchia. Associazione Europa Libera ha partecipato e vi riporta l’analisi superba della situazione geopolitica di Nick Griffin.
*Speakers / relatori:
Nick Griffin – Great Britain
Ivan Bilokapić – Europa Terra Nostra – Croatia
Tudor Ionescu – Noua Dreaptă – Romania
Tomáš Vandas – Dělnická strana sociální spravedlnosti (DSSS) – Czech Republic
Gonzalo Martin Garcia – Democracia Nacional – Spain
Milan Mazurek – Ľudová strana Naše Slovensko (ĽSNS) – Slovakia
Roberto Fiore – Forza Nuova – Italy

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BNP leader Nick Griffin holds a press conference in the Ace of Diamonds pub, Manchester

Nick Griffin è un politico britannico, noto per essere stato presidente del British National Party, il Partito Nazionale Britannico, con il quale è stato eletto membro del Parlamento europeo nel Giugno 2009, quale rappresentate dell’Inghilterra Nord-Occidentale. La militanza di Griffin negli ambienti dell’estrema destra inglese comincia molto presto, poiché già a 15 anni frequenta abitualmente le riunioni del Fronte Nazionale Britannico.
Qualche anno più tardi, mentre frequenta l’Università di Cambridge, Griffin fonda il “Young National Front Students” (“Fronte Nazionale Studentesco”). Continua poi la sua carriera politica sempre nelle file del Fronte Nazionale. Il suo impegno politico non conosce soste. Viene eletto presidente del BNP nel 1999.
Durante gli anni ottanta matura l’amicizia con Roberto Fiore, dalla quale nascerà il partito “Terza Posizione Internazionale” e attualmente collabora con l’Alleanza per la Pace e la Libertà (Alliance for Peace and Freedom), di cui è vicepresidente.

Winds of Change – Nick Griffin

Questa conferenza è intitolata: Venti di Cambiamento. L’espressione non è nuova. Fu utilizzata dal primo ministro britannico Harold McMillan a Cape Town nel 1960. Il suo commento “Il vento del Cambiamento sta attraversando questo continente” fu l’innesco per il governo conservatore di impegnarsi per il rapido smantellamento dell’Impero britannico.

Questo era, in parte, un progetto anti-coloniale socialista, ma McMillan fu anche pesantemente influenzato dagli Stati Uniti, che, negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, spinsero le potenze europee ad abbandonare i loro impegni – in modo che gli Stati Uniti potessero trasferirsi in quegli spazi politici ed economici.

Il continente a cui si riferiva McMillan era naturalmente l’Africa, ma oggi possiamo sentire un altro vento di cambiamento che soffia attraverso un altro continente: l’Europa, il nostro continente. E, ancora una volta, è un vento che sta spazzando via un dominio coloniale: il dominio coloniale americano.

Se fossi stato qui solo due o tre anni fa e avessi detto che la dominazione americana dell’Europa sarebbe stata spazzata via come sabbia in una tempesta di polvere, avreste pensato che fossi matto. Dopotutto, tutti i segnali erano che i coloni stavano vincendo.

Quando il muro è crollato nel 1989, il regime di Washington ha prontamente rotto la sua promessa di mantenere il confine orientale della NATO in Germania. Ma la NATO e la dominazione americana hanno invece marciato verso Est.

Solo l’anno scorso gli americani hanno installato basi missilistiche proprio sul confine russo. Un numero crescente di di truppe NATO sono ora dislocate nella Polonia orientale e negli Stati baltici.

Allo stesso tempo, i regimi fantoccio nell’Europa occidentale e nell’Unione europea hanno mostrato una spiacevole disponibilità ad essere soci di minoranza nella politica davvero malvagia degli USA, cioè dell’uso di bande terroristiche jihadista per distruggere le nazioni arabe laiche, al fine di permettere ai giganti dell’energia degli Stati Uniti, a Israele e all’Arabia Saudita di prosperare sulle conseguenti rovine.

Quando, poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, la NATO fu fondata, il suo primo segretario generale, Lord Ismay, descrisse la missione dell’alleanza: “tenere lontani i russi, gli americani dentro e i tedeschi sottomessi”. L’alleanza ha così, giocato lo stesso ruolo nella politica internazionale della mafia in Italia, dopo che questa fu riabilitata dalle baionette americane.

La conseguente dominazione americana sul nostro continente è durata esattamente 70 anni. Per tutto questo tempo è apparsa irresistibile, incrollabile. E, questo, è sembrato vero all’inizio di quest’anno, così come è stato lungo tutto il corso delle nostre vite.

Ma quello che sembrava essere concreto dal punto di vista geopolitico solo pochi mesi fa, si sta trasformando in sabbia spazzata dal vento davanti ai nostri occhi.

Certo, proprio il mese scorso abbiamo visto le forze americane colpire la Siria per conto di Al Qaeda, Israele, Arabia Saudita e del complesso militare industriale degli Stati Uniti. Abbiamo visto Donald Trump copiare Bush, Bill Clinton e Obama nel ruolo di poliziotto globale. Abbiamo visto i regimi fantoccio di Francia e Gran Bretagna fornire supporto militare e diplomatico. A prima vista, sembra tutto come al solito. I nostri omaggi al capo e a quello che la razzista criminale di guerra Madeleine Albright ha definito la “nazione indispensabile”.
Ma guardate meglio. Trump ha sparato due raffiche di missili in Siria. Ma entrambi questi fuochi d’artificio, molto costosi, sono stati lanciati solo dopo aver informato i russi, con un preavviso sufficiente, a loro volta, a mettere in guardia i siriani affinché potessero mettere i sistemi militari in salvo. Sebbene le forze americane abbiano sparato 105 missili Cruise il mese scorso, l’attacco ha colpito tre obiettivi puramente simbolici. 71 missili sono stati deliberatamente lanciati a sproposito, oppure sono stati abbattuti dai siriani con l’utilizzo di di sistemi russi di difesa missilistica di ultima generazione.

Quindi, nonostante l’orrore che abbiamo provato tutti quando abbiamo visto la risposta della NATO alla false flag di Douma, la realtà è che gli USA hanno così tanta paura della Russia in Siria che o si sono tirati indietro, oppure c’è stato un vero attacco, ma che è stato bloccato in un modo che avrebbe profondamente preoccupato i pianificatori del Pentagono. Personalmente, credo che quest’ultima opzione sia più probabile, ma non fa molta differenza. Entrambe le ragioni rendono gli Stati Uniti una tigre di carta.

Aggiunto allo sviluppo dei missili ipersonici russi, che hanno reso la flotta statunitense una vecchia anatra appollaiata, il risultato del lancio missilistico del mese scorso è che l’America e i suoi alleati hanno perso il controllo militare del Mediterraneo Orientale e la credibilità militare in tutto il mondo.

Dopo quell’attacco, l’esercito siriano e i suoi alleati hanno liberato le ultime aree dall’ISIS a Sud di Damasco, la grande area jihadista appena a Nord di Homs e hanno riconquistato metà dell’ultima zona di deserto dell’ISIS vicino al confine iracheno. Le uniche aree ancora da ripulire dal parassita jihadista sono la provincia di Idlib e il tratto vicino alle alture del Golan, dove l’ISIS e altri gruppi ribelli sono riforniti di equipaggiamento militare, assistenza sanitaria e copertura aerea da parte di Israele.

Assad e i suoi alleati hanno vinto la guerra. L’elité americana e le sue marionette hanno perso.

Ma il vento del cambiamento, che sta spazzando via il dominio imperiale americano, non sta solo soffiando attraverso il Medio Oriente. C’è anche una tempesta di cambiamento politico che si sta preparando in Europa. Non solo nell’Est e nel Centro, dove le forze di Victor Orban e Visegrad hanno già ridisegnato la politica e infranto la morsa suicida della vecchia elité liberale filoamericana.

No! Il cambiamento davvero importante ora sta avvenendo qui, in Occidente. E la velocità di questo cambiamento è sbalorditiva.

Ovviamente, da veri nazionalisti radicali, sappiamo tutto su compromessi e le debolezze della nuova coalizione che si sta formando qui in Italia. Ma ciò non cambia il fatto che il nuovo governo sarà il più filo russo in tutta l’Europa Occidentale. L’Italia, la cui politica estera è stata efficacemente dettata dalla CIA per 70 anni, è, improvvisamente, in grado di pensare e agire autonomamente.

E la tempesta infuria. Nell’ultima settimana circa, anche i più patetici cagnolini di Washington e Wall Street si sono, alla fine, ammalati per i calci che hanno preso dallo zio Sam. La decisione di Donald Trump di trasferire l’ambasciata americana nella Gerusalemme occupata è stata accolta calorosamente dallo psicopatico delirante Netanyahu. Ma anche gli inglesi, i francesi e gli europei sono sconvolti dalla provocatoria stupidità.

Poi, è arrivata un’altra esplosione della tempesta del cambiamento, quando
Trump ha rottamato l’accordo con l’Iran. Perché non ha fatto nulla del genere. Ha, sì. ritirato l’America dall’accordo, ma l’accordo è ancora molto vivo. Persino gli alleati più vicini all’America hanno rifiutato di seguire l’esempio. Da un lato, totalmente isolata, abbiamo l’America; dall’altro, non abbiamo solo l’Iran, Russia e Cina, ma anche Gran Bretagna, Francia e Germania.

Questo livello di disobbedienza sarebbe stato del tutto impensabile solo due anni fa.

La decisione di Trump e il rifiuto europeo dello stesso hanno inferto un colpo di martello alla solidarietà transatlantica che è rimasta inalterata per 70 anni. E la crisi è appena agli inizi. Washington ha fissato una scadenza di sei mesi alle società europee che fanno affari in Iran per lasciare il paese. Dovranno o interrompere le loro operazioni o affrontare pesanti sanzioni.

Insieme al continuo impatto delle sanzioni contro la Russia, ciò significa che gli Stati Uniti sono diventati la principale minaccia per l’economia europea. L’Ue, a sua volta, sta pianificando contromisure per bloccare le sanzioni statunitensi all’Iran.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha criticato il presidente Trump per la sua decisione di ritirarsi. Il ministro delle finanze francese Bruno Le Maire ha dichiarato che le potenze europee non dovrebbero essere i “vassalli” di Washington. Anche usare la parola significa rompere l’incantesimo e, finalmente, muoversi verso la libertà.

L’11 maggio il cancelliere tedesco ha discusso della situazione con il presidente Putin in una conversazione telefonica. Oggi Angela Merkel è a Sochi, pochi giorni dopo che la Germania ha iniziato a costruire il progetto del gas Nord Stream 2, nonostante gli Stati Uniti abbiano mostrato i denti. Ma tale ostilità è stata totalmente inefficace.

Le relazioni USA-Europa vengono, inoltre, violate dai piani di Washington di introdurre dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio dall’Ue. Una guerra commerciale è dietro l’angolo. Per quanto tempo un fronte di sicurezza comune può sopravvivere a tali tensioni?

Forse, il cambiamento più sorprendente è in Germania, un paese che è, ovviamente, ancora occupato dalle truppe americane. La rivista arci-liberale Der Spiegel ha appena evidenziato la nuova posizione anti-americana con un editoriale intitolato “E’ tempo per l’Europa di unirsi alla Resistenza”.
L’articolo dice che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è “solo abile nella distruzione”, riferendosi alla sua fuoriuscita dall’accordo nucleare iraniano e dall’accordo sul clima di Parigi. E’uscito proprio il giorno dopo che la Merkel ha affermato che l’Europa non può più contare sugli Stati Uniti e deve prendere la situazione nelle proprie mani.

C’è persino un abisso che si apre su Israele. L’intero partito repubblicano è unito a Trump nel sostenere il diritto di Israele a massacrare i dimostranti adolescenti a Gaza, e la maggior parte dei democratici è d’accordo – anche se diventerebbero isterici s una guardia di frontiera americana picchiasse un messicano mentre tenta di attraversare il confine.

L’elité europea, al contrario, sembra sinceramente scioccata dalla brutalità israeliana. Inoltre, sono disperatamente preoccupati per l’impatto sulla crescente minoranza musulmana in Europa. E se Trump e Netanyahu hanno dato fuoco a tutto il Medio Oriente, l’eleggibilità dei liberali europei sarà cancellata da una nuova ondata di profughi.

Il potere delle lobbies e dei media sionisti è ancora immenso, ovviamente, ma andare d’accordo con gli Stati Uniti e Israele sta diventando molto costoso. Persino il Financial Times, totalmente globalità, ha osservato che la “subordinazione a Washington implicherà un prezzo, in termini di politica interna, molto serio”

Inoltre, è anche superfluo, e c’è una scelta proprio dietro un altro angolo: combattere guerre senza fine per Washington e Israele – o commerciare con la Russia e con la Cina facendo parte del super blocco economico della Nuova Via della Seta?

Per giunta,i crescenti poteri nel blocco internazionale stanno lavorando costantemente per rompere la morsa del dollaro USA come unico mezzo per commerciare il petrolio e come valuta di riserva mondiale. Questo è il meccanismo finanziario che ha permesso agli Stati Uniti di giocare al poliziotto globale distruggendo la propria base manifatturiera. La FED stampa dollari, il resto mondo li compra, così gli americani ottengono tutti i beni di consumo di cui hanno bisogno. Nel momento in cui questo si fermerà, Washington non sarà in grado di permettersi di far saltare il resto del mondo sulle spese militari e il suo impero globale collasserà.

I preparativi sono in corso. La Cina sta persino corteggiando l’Arabia Saudita. E, ora, anche l’Unione europea sta valutando la possibilità di trasferire i pagamenti in euro per i suoi acquisti di petrolio dall’Iran. Ciò consentirebbe a entrambe le parti di continuare a negoziare nonostante le sanzioni statunitensi. Ancora più importante, significherebbe la fine del petrol dollaro.

L’aver minacciato il dominio della FED, per la creazione di credito, e quello di Wall Street sul commercio globale, è stata naturalmente una delle ragioni principali per gli omicidi dia di Gheddafi che di di Saddam Hussein.

Normalmente, una tale mossa da parte dei leader dell’Europa porterebbe a drastiche contromisure da parte del Deep State americano. Il principio tra questi potrebbe essere l’innesco del grande potenziale di conflitto etnico e religioso che la CIA ha così laboriosamente impiantato nell’Europa occidentale attraverso l’immigrazione di massa e l’ondata di rifugiati.

Così come la CIA ha potuto innescare la distruzione della Yugoslavia lungo la strada verso l’Europa occidentale, così come ha scatenato i suoi addomesticati jihadisti in Libia e in Siria, potrebbe fare lo stesso contro l’Europa. Ciò punirebbe la recalcitrante élite politica europea e, al contempo, la spingerebbe nuovamente verso il Grande Fratello USA, il cui aiuto militare sarebbe necessario per risolvere il caos scaturito.

Potrebbero. Questo è chiaramente ciò che hanno programmato da molto tempo. Ma se possono farlo ora è un’altra questione.

Per prima cosa gli europei non sono privi delle capacità intellettive e ora già considerano l’America come qualcosa di diverso da un alleato divino – dimostrazione che una così cinica distruzione dell’Utopia liberale potrebbe andare davvero molto male. Lungi dall’impegnare l’Europa a gestirsi da sola, lo shock e la rabbia potrebbero completare la spaccatura.

E, poi, c’è il fattore Trump. Anche se il Presidente anticonformista è, per una volta, in scia con l’<élite di Washington su Iran e Israele, c’è ancora una guerra civile politica che infuria, all’interno e intorno alla Casa Bianca, su tutti gli altri fronti. Un regime che è così lacerato dal conflitto e dall’odio può prendere o prenderà davvero le decisioni e le azioni necessarie per demolire i suoi presunti alleati più stretti?

Forse. Ma forse no. Come per tutto il resto, in questa tempesta di cambiamenti, i venti possono cambiare a momenti e nessuno può prevedere con certezza cosa succederà dopo.

Ma ci sono tre cose che possiamo dire con un certo grado di certezza:

Uno. I venti del cambiamento continuano a soffiare.
Due. Se il Deep State americano decide di giocare sporco in Europa, allora, tutto ciò su cui noi nazionalisti abbiamo lanciato moniti avverrà, e verrà il nostro tempo.
Tre. Se Washington è troppo paralizzata per agire, l’impero del dollaro cadrà. E il nostro momento verrà.

Quindi, in un modo o nell’altro, verrà il nostro momento!

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We wish you all the best for Jean-Marie Le Pen.

1788.- Gli ebrei americani stanno guidando le guerre americane. Da Maurizio Blondet

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Questo articolo di Philip Giraldi, originariamente pubblicato il 2017-09-11, è oggi più attuale che mai.

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Philip Giraldi (nato nel 1946 è un ex specialista dell’antiterrorismo e ufficiale dell’intelligence militare della Central Intelligence Agency (CIA) degli Stati Uniti e un giornalista e commentatore televisivo che è il direttore esecutivo del Consiglio per l’interesse nazionale .

Ho parlato di recente a una conferenza sul partito di guerra americano, dove in seguito un signore anziano si avvicinò a me e mi chiese: “Perché nessuno parla mai onestamente del gorilla di seicento chili nella stanza? Nessuno ha menzionato Israele in questa conferenza e sappiamo tutti che sono ebrei americani con tutto il loro denaro e potere che sostengono ogni guerra in Medio Oriente per Netanyahu? Non dovremmo iniziare a chiamarli e non lasciarli andare via con loro? ”
Era una domanda combinata con un commento che ho ascoltato molte volte e la mia risposta è sempre la stessa: qualsiasi organizzazione che aspira ad essere ascoltata in politica estera sa che toccare il filo diretto di Israele ed ebrei americani garantisce un rapido viaggio a oscurità. Gruppi ebraici e profondi donatori individuali non solo controllano i politici, ma anche i proprietari e gestiscono i media e le industrie dell’intrattenimento, il che significa che nessuno sentirà più o meno dal partito offensivo. Sono particolarmente sensibili sulla questione della cosiddetta “doppia lealtà”, in particolare perché l’espressione stessa è un po ‘fasulla poiché è abbastanza chiaro che alcuni di loro hanno solo una vera lealtà nei confronti di Israele.

Più di recente, alcuni esperti, incluso me stesso, hanno avvertitodi una guerra imminente con l’Iran. A dire il vero, la sollecitazione a colpire l’Iran viene da molte parti, per includere i generali nell’Amministrazione che pensano sempre in primo luogo in termini di risoluzione dei problemi attraverso la forza, da un governo saudita ossessionato dalla paura per l’egemonia iraniana e, ovviamente, da Israele si. Ma ciò che fa funzionare il motore di guerra è fornito da ebrei americani che si sono presi l’oneroso compito di iniziare una guerra con un paese che non minaccia in modo plausibile gli Stati Uniti. Hanno avuto molto successo nel falsificare la minaccia iraniana, al punto che quasi tutti i membri del Congresso repubblicano e più democratici, così come gran parte dei media, sembrano essere convinti che l’Iran debba essere trattato con fermezza, sicuramente usando l’esercito americano, e prima è, meglio è.

E mentre lo fanno, la questione che quasi tutti gli odiatori dell’Iran sono ebrei è in qualche modo scomparsa, come se non importasse. Ma dovrebbe essere importante. Un recente articolosul New Yorker sull’arresto dell’imminente guerra con l’Iran suggerisce stranamente che l’attuale generazione di “falchi dell’Iran” potrebbe essere una forza di moderazione per quanto riguarda le opzioni politiche date le lezioni apprese dall’Iraq. L’articolo cita come intransigenti sull’Iran David Frum, Max Boot, Bill Kristol e Bret Stephens.

Daniel Larison a The American Conservative ha una buona recensionedel pezzo di New Yorker intitolato “Sì, l’Iran Hawks vuole il conflitto con l’Iran”, che identifica i quattro falchi sopra citati per nome prima di descriverli come “… un Who’s Who di straniero costantemente pessimo pensiero politico. Se avessero avuto ragione su una delle principali questioni di politica estera negli ultimi vent’anni, sarebbero state notizie per il mondo intero. Ognuno di loro odia la questione nucleare con l’Iran con passione, e hanno discusso a favore di un’azione militare contro l’Iran, in un punto o nell’altro. Non ci sono prove che nessuno di loro si opporrebbe ad attaccare l’Iran “.

E aggiungerei altri nomi, Mark Dubowitz, Michael Ledeen e Reuel Marc Gerecht della Fondazione per la difesa delle democrazie; Daniel Pipes del Forum del Medio Oriente; John Podhoretz di Commentaryrivista; Elliot Abrams del Council on Foreign Relations; Meyrav Wurmser del Medio Oriente Media Research Institute; Kimberly Kagan dell’Istituto per lo studio della guerra; e Frederick Kagan, Danielle Pletka e David Wurmser dell’American Enterprise Institute. E puoi anche gettare nel saltatore intere organizzazioni come l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), il Washington Institute for Near East Policy (WINEP) e l’Hudson Institute. E sì, sono tutti ebrei, e molti di loro si auto-descrivono come neo-conservatori. E potrei aggiungere che solo uno degli individui nominati ha mai prestato servizio in qualche ramo dell’esercito americano – David Wurmser era una volta nella riserva della Marina.

Quindi è sicuro dire che gran parte dell’agitazione per fare qualcosa contro l’Iran viene da Israele e dagli ebrei americani. Anzi, direi che la maggior parte della furia del Congresso sull’Iran proviene dalla stessa fonte, con l’AIPAC che fa piovere i nostri Soloni sul Potomac con “schede informative” che spiegano come l’Iran sia degno di annientamento perché si è impegnato a “distruggere Israele” che è sia una bugia che un’impossibilità poiché Teheran non ha le risorse per svolgere tale compito. Le menzogne ​​dell’AIPAC vengono poi raccolte e riprodotte da un servizio di media, dove quasi tutti gli “esperti” che parlano del Medio Oriente in televisione e radio o che sono intervistati per le storie di giornali sono ebrei.

Si potrebbe anche aggiungere che i neocon come gruppo sono stati fondati da ebrei e sono in gran parte ebrei, da qui il loro attaccamento universale allo stato di Israele. Iniziarono ad emergere quando ottennero un certo numero di posizioni di sicurezza nazionale durante l’amministrazione Reagan e la loro ascesa fu completata quando occuparono posizioni di rilievo nel Pentagono e nella Casa Bianca sotto George W. Bush. Ricordiamo per un momento Paul Wolfowitz, Doug Feith e Scooter Libby. Sì, tutti ebrei e tutti i condotti per le false informazioni che hanno portato a una guerra che ha diffuso e distrutto efficacemente gran parte del Medio Oriente. Tranne che per Israele, ovviamente. Philip Zelikow, anch’egli ebreo, in un momento di franchezza, ha ammesso che la guerra in Iraq, a suo parere, è stata combattuta per Israele.

Aggiungi alla follia un ambasciatore ebreo degli Stati Uniti in Israele che si identifica con gli elementi dei coloni israeliani di estrema destra, un capo negoziatore nominato dalla Casa Bianca che è ebreo e un genero ebreo che è anche coinvolto nella formulazione della politica mediorientale. Qualcuno sta fornendo un punto di vista alternativo al sostegno eterno e acritico per Benjamin Netanyahu e il suo regime cleptocratico di teppisti razzisti? Penso di no.

Ci sono un paio di semplici soluzioni per il coinvolgimento dominante degli ebrei americani in questioni di politica estera in cui hanno un interesse personale a causa della loro appartenenza etnica o familiare. Prima di tutto, non metterli in posizioni di sicurezza nazionale che coinvolgono il Medio Oriente, dove potrebbero essere in conflitto. Lasciate che si preoccupino invece della Corea del Nord, che non ha una minoranza ebraica e che non è stata coinvolta nell’olocausto. Questo tipo di soluzione era, in effetti, un po ‘una politica per quanto riguarda la posizione degli ambasciatori degli Stati Uniti in Israele. Nessun ebreo è stato nominato per evitare qualsiasi conflitto di interessi prima del 1995, una comprensione che è stata violata da Bill Clinton (non lo sapresti!) Che ha chiamato Martin Indyk nel post. Indyk non era nemmeno un cittadino americano e dovette essere naturalizzato rapidamente prima di essere approvato dal congresso.

Quegli ebrei americani che sono fortemente attaccati a Israele e in qualche modo si trovano in posizioni di alto livello politico che coinvolgono il Medio Oriente e che in realtà possiedono alcuna integrità sulla questione dovrebbero ricusare se stessi, proprio come qualsiasi giudice farebbe se stesse presiedendo un caso in cui lui aveva un interesse personale. Qualsiasi americano dovrebbe essere libero di esercitare i diritti di primo emendamento per discutere le possibili opzioni in materia di politica, fino ad includere le posizioni che danneggiano gli Stati Uniti e beneficiano una nazione straniera. Ma se lui o lei è in grado di creare effettivamente quelle politiche, lui o lei dovrebbe buttare fuori e lasciare la generazione della politica a coloro che non hanno bagaglio personale.

Per quegli ebrei americani che non hanno alcun briciolo di integrità, ai media dovrebbe essere richiesto di etichettarli sul fondo dello schermo televisivo ogni volta che saltano fuori, ad esempio Bill Kristol è “ebreo e un sostenitore schietto dello stato di Israele”. sii un po ‘come un’etichetta di avvertimento su una bottiglia di veleno per topi – che traduce approssimativamente come “ingerisci anche il più piccolo dosaggio delle sciocchezze vomitate da Bill Kristol a tuo rischio e pericolo”.

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Poiché nessuno dei precedenti è probabile che accada, l’unica alternativa è per i cittadini americani che sono stanchi di avere l’interesse della sicurezza nazionale del loro paese dirottato da un gruppo che è schiavo di un governo straniero a diventare più assertivo su ciò che sta accadendo. Fai splendere un po ‘di luce nell’oscurità e riconosci a chi viene cucinato e da chi. Chiamalo come è. E se i sentimenti di qualcuno sono feriti, troppo male. Non abbiamo bisogno di una guerra con l’Iran perché Israele ne vuole uno e alcuni ebrei americani ricchi e potenti sono felici di consegnare. Seriamente, non ne abbiamo bisogno.

Nota: la mattina del 21 settembre Phil Giraldi è stato licenziato per telefono da The American Conservative, dove era stato un collaboratore regolare per quattordici anni. Gli fu detto che “Gli ebrei americani stanno guidando le guerre americane” era inaccettabile. La TAC gestione e consiglio sembrano aver dimenticato che la rivista è stata lanciata con un articolo dal fondatore Pat Buchanan dal titolo “Di chi la guerra?” , Che in gran parte ha fatto le stesse affermazioni che Giraldi fatto circa la spinta ebraica per un’altra guerra, in questo caso con l’Iraq. Buchanan è stato denigrato e denunciato come antisemita da molte delle stesse persone che ora stanno attaccando allo stesso modo il Giraldi.

Autore: Philip Gilardi

1764.- Supremazia inglese: come il Secret Service sta conducendo la campagna antirussa

Questo articolo di Federico Dezzani era sfuggito, ma apre su un tema poco conosciuto e lo propongo anche in ritardo. In realtà, alla luce del caso Skripal e del lancio rabbioso dei Tomahawk su obbiettivi concordati, credo che i servizi di intelligence inglesi abbiano dato una prova scadente, salvo essere riusciti a creare una crisi diplomatica senza precedenti tra la Russia e l’Occidente; ma a quale prezzo? Come lo vediamo da qui, al prezzo del discredito di Trump e di due missili Tomahawk catturati intatti dai siriani e subito ceduti ai laboratori russi, la situazione geopolitica occidentale è la seguente: Gli Stati Uniti hanno perso la loro credibilità, la Francia è uscita dalla legalità internazionale, UK non c’è mai stato, almeno da trecento anni, l’Unione europea è clinicamente e ufficialmente defunta. Lo è finanche il suo direttorio Berlin – Paris. Infatti, la Germania pensa solo ai casi suoi. E l’Italia di Gentiloni? L’Italia non conta più per nessuno. Infine, Erdogan? sgomita un po’ di qua e un po’ di là. Stavo dimenticando israele, ma non lo vedo molto bene e, poi.. già, poi, c’è Soros che non ha un cavolo di serio da fare. E’ questo l’Occidente che ci fa temere per una guerra nucleare? L’articolo di Dezzani è di giorni fa, così come l’ha scritto.

A distanza di una settimana dall’attacco chimico di Douma il mondo attende col fiato sospeso il raid atlantico sulla Siria, capace di innescare una reazione a catena che si propagherebbe prima alla regione e poi all’Europa. Sulla natura dell’episodio incriminato il ministro degli Esteri russi non ha dubbi: “ci sono inconfutabili prove che sia opera di un servizio segreto di un Paese in prima linea nella campagna antirussa”. La provocazione di Douma è infatti opera del Secret Service inglese, cui è direttamente riconducibile l’organizzazione dei White Helmets: Londra, storica sede dell’establishment liberal, è il bastione della russofobia e non si fa scrupoli a trascinare l’Occidente in guerra pur di conquistare l’Hearthland.

La moderna geopolitica nacque a Londra…
G20 di San Pietroburgo, primi giorni del settembre 2013. Il mondo attende di conoscere con ansia gli sviluppi dell’attacco chimico avvenuto il 21 agosto ed imputato a Damasco: l’episodio, costato la vita ad un numero imprecisato di civili e perpetrato materialmente dai servizi sauditi1, rischia di sfociare in un intervento militare occidentale, foriero di drammatiche ricadute internazionali. A margine del G20, i media registrano un’esternazione del portavoce ufficiale di Putin, Dimitri Peskov: “L’Inghilterra è solo una piccola isola, nessuno gli presta attenzione2”. Nonostante l’affermazione sia prontamente smentita, la reazione scocciata di David Cameron è immediata e denota lo scadimento delle relazioni anglo-russe sull’onda della crisi siriana.

Primavera del 2018, a distanza di cinque anni, il mondo si trova in una situazione pressoché analoga: è l’attacco chimico avvenuto sempre a Ghouta il 7 aprile ed imputato ancora a Damasco. Essendosi completamente ribaltata la situazione militare grazie all’intervento russo-iraniano (l’attacco chimico ha preceduto infatti di pochi giorni la riconquista di Ghouta, ultima roccaforte dell’insurrezione a ridosso della capitale), l’apprensione internazionale è persino maggiore del 2013, perché sarebbe un intervento contro Mosca e Teheran: esaurita la “guerra per procura”, causa sfinimento degli insorti, il conflitto farebbe quindi un salto di qualità, passando a scontro diretto tra Russia e Occidente. Sull’episodio incriminato, di cui i russi avevano raccolto informazioni e parlato già con largo anticipo3, ha discusso anche il ministro degli Esteri Sergei Lavrov . Il 13 aprile, in termini molto crudi, ha asserito: “ci sono inconfutabili prove che sia opera di un servizio segreto di un Paese in prima linea nella campagna russofobica”.

Il riferimento alla “campagna russofobica” rimanda immediatamente all’Inghilterra che, attraverso il maldestro avvelenamento col gas nervino dell’ex-spia Sergej Skripal e della figlia, è riuscita a creare una crisi diplomatica senza precedenti tra la Russia e l’Occidente: 23 diplomatici russi allontanati dal Regno Unito, 60 negli Stati Uniti ed una raffica di espulsioni anche nell’Europa continentale. Che siano davvero i servizi inglesi responsabili dell’attacco del 7 aprile a Douma, come affermato dai russi? Se fossi così, l’Inghilterra sarebbe responsabile di un sistematico sabotaggio delle relazioni tra Russia ed Occidente, basato sul feticcio delle “armi chimiche”. Di più, sarebbe la spregiudicatissima regista di una manovra per portare i due schieramenti alla guerra.

Cerchiamo qualche indizio. Come è ben visibile dalla foto sottostante, pubblicata in un articolo del New York Times datato 8 aprile5, tutto il materiale relativo alla presunta strage di Douma (si parla di una quarantina di vittime) è stato prodotto dall’organizzazione umanitaria “Difesa Civile Siriana”, meglio nota come “White Helmets”: parliamo della ong che nel 4 aprile 2017 inscenò l’attacco chimico nella provincia di Idlib, poi culminato col blitz missilistico americano sulla base aerea di Shayrat. Ebbene, il fondatore dei White Helmets, neppure troppo occulto considerato che rilascia interviste ai media per vantare il proprio operato6, è tale James Le Mesurier, cittadino britannico. Se Le Mesurier afferma di “avere un background nei processi di stabilizzazione, di lavorare in Medio oriente da circa vent’anni, di essere stato presente in zone di conflitto in tutto il medio oriente e di essere in Siria dal 2011” (data di inizio dell’insurrezione islamista), di lui si sa anche che è stato formato alla Royal Military Academy e che ha lavorato nei servizi d’informazione durante la campagna NATO in Kosovo7. James Le Mesurier è, in sostanza, un agente del Secret Intelligence Service, ed ha perciò ragione Lavrov ad imputare a Londra la crisi di questi giorni.

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Benché sia comodo riferirsi genericamente alla “CIA” quando si parla di operazioni sporche in ambito NATO, non c’è alcun dubbio che per preparazione, conoscenza dell’Eurasia e visione politica, il servizio segreto inglese sia nettamente superiore a quello americano: la vulgata vuole che sia nato nel 1909, ma in realtà risale alle origini dell’Inghilterra “moderna”, quando comparvero la Banca d’Inghilterra (1694) e la massoneria speculativa (1717): parliamo quindi di un’organizzazione che ha tre secoli di vita, durante cui ha accumulato una notevole conoscenza in qualsiasi tipo di operazioni sporca, congiura, assassinio, rivoluzione, controrivoluzione, guerra psicologica e guerra convenzionale. Soprattutto il Secret Service è il braccio armato di quell’establishment liberal che, pur essendo diviso tra Londra e New York (il binomio Chatham House e Council on Foreign Relations), ha pur sempre la storica sede in Inghilterra: la politica dell’impero angloamericano (si pensi soltanto negli ultimi anni alle Primavere Arabe, al sostegno alla Fratellanza Mussulmana, alla nomina a pontefice di Jorge Mario Bergoglio, alla vicenda dei Rohingya, alla tentativi di destabilizzare il sud-est asiatico, etc. etc.) è ancora fatta essenzialmente a Londra e, perciò, appaltata ai servizi segreti inglesi.

L’establishment liberal, dominando il mondo dalle isole (il Regno Unito ed il continente americano) è intrinsecamente russofobico: nell’impero russo Londra vede quella potenza continentale capace di abbracciare tutta l’Eurasia, dal Mar Baltico al Golfo Persico, dalla Siberia alle pianure dell’Europa centrale, vanificando la penetrazione delle potenze marittime che, al contrario, partono dal mare in direzione della massa terreste. La moderna geopolitica nasce a Londra a inizio Novecento con Halford Mackinder e si basa proprio sulla dialettica Terra-Mare: contro l’Herthland, ieri l’impero zarista, poi l’URSS ed infine la Federazione Russa, l’oligarchia atlantica mobilita da secoli tutte le sue energie, compresi ovviamente i servizi segreti.

Si è parlato del caso Skripal, ma come non ricordare, rimanendo soltanto alla storia recente, al sostegno inglese dato all’insurrezione islamista in Cecenia, attraverso i soliti sauditi? E l’infamante omicidio della giornalista della Anna Politkovskaja, che aveva costruito le proprie fortune denunciando i crimini della in Cecenia? Nella primavera del 2006 la Politkovskaja si incontra in Inghilterra con l’ex-agente sovietico Alexander Litvinenko, al soldo del MI68 (si notino le analogie col caso Skripal): nell’arco di sei mesi muoiono entrambi, una per colpi d’arma da fuoco a Mosca e l’altro avvelenato a Londra. Il mandante, secondo la stampa inglese, è ovviamente Vladimir Putin, impegnato nella faticosa ricostruzione della Russia dopo i disastri dell’era Eltsin. Nel 2014 troviamo i servizi segreti inglesi tra i nazionalisti ucraini che rovesciano il governo filorusso9 ed è ancora un ex-agente dell’MI6, Christopher Steele, che confeziona per conto dei democratici il dossier sui “compromettenti legami” tra Donald Trump e la Russia.

Il grosso dell’imminente intervento militare contro la Siria sarà sostenuto dagli Stati Uniti, ma ancora una volta emerge come la strategia antirussa del blocco atlantico, basata sulla geopolitica di Mackinder, sia studiata a Londra, moderna Cartagine contro la Terza Roma.

da Federico Dezzani

1763.- Il clamoroso reportage di Robert Fisk dalla Siria: “Non era gas, era polvere”

“Non era gas, era polvere”. Abbiamo rischiato la guerra nucleare per una ventata di polvere!

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Da Byoblu, Robert Fisk in Siria

Robert Fisk è considerato uno dei più grandi reporter di guerra del mondo. In Medio Oriente dal 1976 come corrispondente del Times, ha seguito la guerra civile libanese, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, la guerra Iran-Iraq, le guerre balcaniche, la prima e la seconda guerra del Golfo, sempre denunciando crimini di guerra di opposte fazioni e molte delle attività dei governi occidentali in Medio Oriente. Un vero testimone del nostro tempo. Oggi collabora con l’Independent, e qui vi proponiamo ampi stralci del suo ultimo clamoroso articolo sulla Siria. Titolo: “La ricerca della verità tra le macerie di Duma – e i dubbi di un medico sull’attacco chimico”. La parola di Fisk ha un peso, e se anche lui si chiede “gli attacchi con il gas sono avvenuti davvero?”, il mondo non può non ascoltare.

Questa è la storia di una città chiamata Duma, un luogo devastato tra palazzi distrutti, e di una clinica sotterranea le cui immagini di sofferenza hanno autorizzato tre delle nazioni più potenti del mondo occidentale a bombardare la Siria la settimana scorsa. C’è un dottore amichevole in camice verde che, mentre lo seguo nella clinica, allegramente mi dice che il video sul “gas” che ha fatto inorridire il mondo, malgrado i dubbiosi, è perfettamente autentico.

Le storie di guerra, comunque, hanno l’abitudine di diventare sempre più oscure. E lo stesso esperto dottore siriano 58enne aggiunge poi qualcosa di profondamente disturbante: i pazienti, sostiene, non sono stati sopraffatti dal gas ma dalla carenza di ossigeno nei tunnel pieni di immondizia e nelle cantine dove vivono, durante una notte di vento e di pesanti bombardamenti che hanno sollevato una tempesta di polvere.

Mentre il dottor Assim Rahaibani annuncia questa straordinaria conclusione, è giusto osservare che per sua stessa ammissione lui non è un testimone, e malgrado parli un buon inglese si riferisce due volte ai miliziani jihadisti di Jaish el-Islam (l’Esercito Islamico) a Dumas come a dei “terroristi”, la parola del regime per definire i nemici e un termine usato da tanta gente per tutta la Siria. Sto capendo bene? A quale versione degli eventi dobbiamo credere?

Per mia sfortuna, inoltre, i dottori che erano in servizio quella notte del 7 aprile sono tutti a Damasco per rispondere ad una commissione di inchiesta, che cercherà di arrivare ad una risposta definitiva alla questione nelle prossime settimane.

La Francia, intanto, ha detto di avere “le prove” che siano state usate armi chimiche, e i media USA hanno citato fonti che sostengono che i test di sangue e urina hanno mostrato la stessa cosa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha comunicato che i suoi partner sul posto hanno trattato 500 pazienti “che esibiscono segni e sintomi consistenti con l’esposizione ad agenti chimici tossici”. Gli ispettori dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) però non riescono ad arrivare nel sito del presunto attacco col gas, apparentemente in quanto mancanti dei corretti permessi ONU.

Prima di andare avanti, i lettori devono sapere che questa non è l’unica storia a Duma. Ci sono molte persone con cui ho parlato, tra le rovine di questa città, che affermano di “non aver mai creduto” alle storie sul gas che vengono solitamente diffuse, così sostengono, dai gruppi armati islamisti. (…)

E’ stata una breve camminata fino al Dr Rahaibani. Dalla porta della sua clinica, chiamata “Punto 200” nella strana geologia di questa città in parte sotterranea, scende un corridoio fino al suo ospedale e ai pochi letti, dove una bambina piange mentre le infermiere le curano un taglio sopra un occhio. “Ero con la mia famiglia nella cantina della mia casa a 300 metri da qui, quella notte, ma tutti i dottori sanno ciò che è successo. C’erano grossi bombardamenti (delle forze governative) e gli aerei sono sempre sopra Duma durante la notte. Ma quella notte c’era vento, e grandi nuvole di polvere hanno cominciato ad infiltrarsi nelle cantine dove vive la gente. Le persone hanno cominciato ad arrivare qui in ospedale soffrendo di ipossia e scarsità di ossigeno. Poi qualcuno alla porta, un Casco Bianco, ha urlato “Gas!” ed è cominciato il panico. Le persone hanno preso a tirarsi addosso l’acqua l’una con l’altra. Sì, il video è stato filmato qui, è genuino, ma quelle che tu vedi sono persone colpite da ipossia e non da avvelenamento da gas. (…)

I Caschi Bianchi -i primi soccorritori, già leggendari in occidente, ma con alcuni risvolti interessanti nella loro stessa storia- hanno giocato un ruolo familiare durante le battaglie. Loro sono parzialmente finanziati dal Foreign Office inglese, e molti degli uffici locali impiegano uomini di Duma. (…)

Naturalmente volevamo ascoltare il loro punto di vista, ma non è stato possibile: una donna ci ha detto che tutti i membri dei caschi Bianchi hanno abbandonato il loro quartier generale e hanno scelto di evacuare con i bus organizzati dal governo verso la provincia ribelle di Idlib, insieme ai miliziani che hanno aderito alla tregua. (…)

Le mie domande sul gas hanno trovato solo una franca perplessità. Come è possibile che i rifugiati di Duma che hanno raggiunto i campi in Turchia abbiano descritto un attacco con il gas che nessuno a Duma oggi sembra ricordarsi? Mi è venuto in mente, mentre camminavo per un miglio in questi tunnel, che i cittadini di Duma vivono così isolati gli uni dagli altri e per così tanto tempo che le notizie come le intendiamo noi semplicemente per loro non hanno significato. La Siria non è una democrazia, come dico cinicamente ai miei colleghi arabi, ed è sicuramente una spietata dittatura, ma questo non dovrebbe trattenere persone felici di incontrare finalmente stranieri, dal rispondere con parole di verità. Così, cosa mi stavano davvero dicendo? (…) Un colonnello siriano in cui mi sono imbattuto davanti a uno di questi edifici mi ha chiesto se volevo vedere quanto erano profondi i tunnel. Mi sono fermato dopo oltre un miglio, e lui ha curiosamente osservato: “Questi tunnel possono arrivare lontano, fino in Gran Bretagna”. Ah sì, la signora May, mi ricordo, i cui bombardamenti sono così intimamente collegati a questi luoghi di tunnel e polvere. E anche di gas?

1761.- Attacco missilistico alla Siria: stupidità e irresponsabilità.

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Due immagini, scattate prima e dopo l’attacco, mostrano il centro di ricerca e sviluppo Barzah alla perifieria di Damasco, in Siria, colpito dai missili lanciati di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna il 14 aprile.

Restiamo sulla Siria con il grande Jacques Sapir (Russeurope in Exile, 14 aprile 2018 – Mondialisation, da Aurora) perché non si poteva immaginare una decisione politica più infelice e più masochista da parte dell’Occidente. I dottori sul posto hanno smentito CATEGORICAMENTE la versione dei White Helmets. All’indomani della distruzione del Centro Farmaceutico di Damasco, dove le sanzioni impediscono l’arrivo dei medicinali alla popolazione; dove molti farmaci hanno iniziato ad avere costi proibitivi poiché la maggior parte delle fabbriche farmaceutiche sono state già distrutte, ho questa immagine della situazione geopolitica occidentale:
L’assenza dell’Unione europea sull’avventura USA di Damasco, la partecipazione francese, quella italiana oltre a quella turca e il rifiuto tedesco ci pongono dinanzi a un bivio e dicono a noi italiani che dobbiamo uscire da queste alleanze, oppure, che la NATO non basta più come braccio armato della politica estera europea e che è matura per integrare a livello Nord Atlantico un Quartier Generale Europeo, sotto un controllo democratico di un ministro della difesa europeo e del Parlamento Europeo, per la cooperazione tra le forze armate degli Stati membri dell’Ue. Penso che la via della integrazione richieda come condizione una applicazione totalmente nuova dei trattati. I popoli possono essere dominati a lungo e con profitto solo se sono partecipi e amati.

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L’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche dell’ONU (OPCW) ha dichiarato che visitava ogni mese il centro scientifico distrutto a Barzeh, Damasco.

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Stupidità; questa parola sembra la più appropriata a descrivere l’attacco missilistico alla Siria, effettuato la notte del 13-14 aprile da tre Paesi, Stati Uniti, Gran Bretagna e ahimè Francia. Tale attacco, a quanto pare, aveva effetti molto limitati. I governi siriano e russo non annunciavano vittime. Pertanto, “secondo le informazioni preliminari, nessuna vittima va deplorata tra la popolazione civile o l’Esercito arabo siriano”, dichiarava un portavoce dell’esercito russo. Inoltre, secondo una fonte ufficiale russa, un numero significativo di missili, 71 su 103, fu abbattuto dalla contraerea siriana[1]. È chiaro che tale attacco non cambia di una virgola la politica di Bashar al-Assad. Un’azione le cui conseguenze non possono essere misurate, che può essere descritta stupida. Un’azione le cui conseguenze vanno contro gli obiettivi dichiarati, è certamente stupida. Questo attacco si qualifica come stupido in tutto.

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La difesa aerea siriana ha reso impossibile affrontare i costi di un’altro attacco della NATO. Perché quando si parla di Stati Uniti, di Gran Bretagna, di Francia o Turchia, di NATO si tratta.

Stupidità tattica
Ricordiamo innanzitutto che, per obiettivi, tale attacco sembra essere stato molto limitato. Si parla solo di un centro “clandestino” per armi chimiche (o che si supponeva tale) e di due siti di produzione. Le installazioni militari, dove ci sono molti soldati e ufficiali russi, sembrano furono accuratamente evitate. Sembra che gli ultimi contatti tra Macron e Vladimir Putin fossero destinati a confermare ai russi che non sarebbero stati presi di mira. Ciò dimostra un certo effetto deterrente della presenza russa su Stati Uniti ed alleati. Questo effetto sarà certamente notato da diversi osservatori e Paesi che potrebbero divenire obiettivi degli Stati Uniti. Tornando all’ipotetica cifra di 71 missili abbattuti su 103. La difesa aerea russa non era entrata in azione perché le truppe russe non sarebbero state prese di mira. Questo dato è estremamente alto, anche se dovrebbe essere ridotta a circa 40 missili, date le capacità dei sistemi antiaerei dell’Esercito arabo siriano. Questi sistemi furono acquistati dall’Unione Sovietica o ne derivano. Quindi, possiamo ragionevolmente pensare che furono modernizzati nel quadro degli accordi con la Russia. Ma ciò non basta a spiegare l’alta percentuale di intercettazioni, qualcosa che l’Esercito arabo siriano non poteva fare, finora. È possibile che le truppe russe, che dispongono di sofisticati sistemi di rilevamento e puntamento in Siria, abbiano trasmesso le informazioni alla contraerea siriana permettendole d’intervenire con sorprendente efficacia. Ciò spiegherebbe il gran numero di missili distrutti; missili, che Donald Trump descrisse come “belli e intelligenti”, discendenti delle V-1 naziste [2], costosi. Un missile Storm Shadow inglese costa 800000 sterline. Se facendo arrivare 32 missili, 71 andavano persi, in altre parole se il tasso di successo era solo del 31%, ci si chiede la capacità di Stati Uniti ed alleati di condurre un’azione di disarmo (come quella contro l’Iraq nel 2003). Affinché tale campagna sia efficace, occorrono centinaia di missili che colpiscono gli obiettivi (da 400 a 1200 a seconda della complessità del sistema di difesa del Paese). Ciò equivale a 1300 – 4000 missili, nel caso di una difesa chiaramente non all’avanguardia, per 1,6 – 4,8 miliardi di dollari. È facile capire che l’efficacia della difesa aerea siriana mette in discussione il modello economico degli attacchi aerei, su cui gli Stati Uniti vivono dalla “Guerra del Golfo” del 1991. Avrebbero compiuto l’attacco, assistiti da Gran Bretagna e Francia, dimostrando che il loro modo d’azione militare è superato. Se pensavano di ripristinare una forma di deterrenza, ovviamente hanno fallito! I tre Paesi hanno effettivamente indebolito le loro posizioni sulla Siria, e ciò è una palese stupidità.

Stupidità strategica
Ma le conseguenze di tale sciopero vanno naturalmente oltre. Jean-Luc Mélenchon twittava: “Gli attacchi alla Siria sono infondati e senza mandato dell’ONU, contro di esso, senza un accordo europeo e senza il voto del Parlamento francese (…) È una vendetta degli USA, un’escalation irresponsabile” [3]. E questo è forse l’aspetto principale. Un attacco militare è un atto di guerra che va inquadrato dalla legge internazionale, o significa che solo la legge del più forte è valida. Ad oggi non sono state fornite prove sull’attacco chimico e la responsabilità del regime di Bashar al-Assad. Dato il pesante carico di menzogne e manipolazioni dei capi di Stati Uniti e Gran Bretagna, niente è scontato. Decidendo di attaccare unilateralmente e senza mandato, i capi dei tre Paesi interessati, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, hanno dimostrato quanto non gli interessi il diritto internazionale e le Nazioni Unite. Ciò può solo convincere vari Paesi ad acquisire armi nucleari per proteggersi da tali azioni. In altre parole, Donald Trump, Theresa May ed Emmanuel Macron hanno solo confermato che la proliferazione nucleare è, per alcuni Paesi, una scelta logica e inevitabile. Tuttavia, va notato che oltre alle potenze nucleari note, sono in possesso dell’arma nucleare Israele (da 200 a 250 testate), India, Pakistan e Corea democratica. Tale attacco consolerà non solo i leader di questi Paesi sulle loro scelte, ma persuaderà altri, si pensi ad Iran, Arabia Saudita, Algeria, Turchia e numerosi Paesi asiatici, ad imitare i Paesi “proliferanti”. Non esserne consapevoli dimostra un’incredibile stupidità strategica. L’attacco deciso da Donald Trump, Theresa May e Emmanuel Macron non renderà il mondo più sicuro o più giusto. In realtà sarà il contrario. Aumenta i rischi d’instabilità internazionale e immerge il mondo nel caos. Non è solo stupidità strategica, ma grossolana irresponsabilità. L’attacco fu deciso per ragioni probabilmente diverse e divergenti dai tre capi responsabili. Gli Stati Uniti potrebbero averlo considerarlo una “salva d’addio” decidendo di abbandonare la Siria. Il Regno Unito segue. La Francia si troverà in una situazione più che delicata, compromessasi cogli Stati Uniti e avendo perso credibilità e onore internazionali, in particolare nella difesa dei principi del diritto internazionale e della sovranità degli Stati. Molto chiaramente, la Francia è il Paese che di gran lunga ci perde. Che Emmanuel Macron non lo capisca è la prova che è un incapace ed inetto all’ufficio, come il predecessore François Hollande.

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La contraerea siriano abbatte 71 missili su 103 lanciati

E, ora, lasciatemi affidare a questa immagine orribile il mio di sprezzo per l’ipocrisia dei nostri governi:
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Questa ragazza dello Yemen, è vittima di un attacco chimico nel suo paese da parte degli arabi sauditi, la sostanza chimica utilizzata era il fosforo bianco … quindi perché non bombardiamo l’Arabia Saudita e togliamo le loro armi chimiche con attacchi aerei ?

1759.- GUERRA IN SIRIA/ Le prove dell’uso dei gas? I video di una Ong pagata dagli Usa

(LaPresse)
GUERRA IN SIRIA/ Le prove dell’uso dei gas? I video di una Ong pagata dagli Usa Le fonti utilizzate per ordinare l’attacco alleato in Siria non sono fonti dirette ma video diffusi su Youtube. E a produrli è stata una Ong pagata dagli Usa. PATRIZIO RICCI 16 APRILE 2018 PATRIZIO RICCI In Siria dopo l’attacco del 14 aprile (LaPresse)In Siria dopo l’attacco del 14 aprile

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L’attacco missilistico di missili “belli, nuovi ed intelligenti” — come li aveva definiti Trump in un suo tweet — più che avere una qualche utilità, dimostra solo la frustrazione interna del mondo occidentale causata dal fallimento di tutti i propri progetti geopolitici in Medio oriente, che si stanno rivelando anche pericolosi per il mondo intero.

Perciò ormai lo “stringiamoci a coorte” del cosiddetto “mondo occidentale” — svuotato com’è di alti ideali e pieno di contraddizioni — non funziona più e sta assumendo l’aspetto di pura retorica autoreferenziale.

La spiegazione degli alleati che il lancio dei 105 missili Tomahawk sarebbe stata deciso come misura estrema “a causa del veto russo alle indagini”, è palesemente falsa: l’indagine dell’Organizzazione per proibizione delle armi chimiche (Opcw) non abbisogna di nessuna “autorizzazione dell’Onu” ( tant’è che gli ispettori sono già da due giorni sul posto per indagare). In realtà, il veto russo ha solo impedito il passaggio di una risoluzione molto ambigua che conteneva una condanna preventiva contro il governo siriano: ciò avrebbe aperto alla legittimazione di un intervento armato occidentale di più ampia portata.

Tra le varie reazioni all’intervento missilistico occidentale del 14 aprile, di particolare rilievo è l’appello congiunto lanciato da Giovanni X Yazigi, patriarca grco-ortodosso di Antiochia; Ignazio Aphrem II, patriarca ortodosso siriaco di Antiochia e Youssef Absi, patriarca melchita-greco cattolico di Antiochia, Alessandria e Gerusalemme. I religiosi, nel documento — pubblicato in arabo ed inglese — denunciano che “la brutale aggressione compiuta dagli Stati Uniti, dalla Francia e dal Regno Unito” è una chiara violazione delle leggi internazionali e della Carta delle Nazioni Unite, in quando “è un attacco ingiustificato a un paese sovrano, membro dell’Onu”. I patriarchi sostengono che “le accuse degli Stati Uniti e di altri paesi” contro l’esercito siriano per utilizzo di armi chimiche “sono affermazioni ingiustificate e non supportate da prove sufficienti e chiare”. Inoltre, essi evidenziano come la rappresaglia sia stata “compiuta quando la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta stava per iniziare il suo lavoro in Siria minando così il lavoro degli ispettori”.

Gli stessi richiamano l’attenzione delle Nazioni Unite alle conseguenze di questo tipo di azioni militari, che “anziché apportare benefici aprono ad una ulteriore escalation del conflitto ed a maggiori complicazioni”. Inoltre — proseguono i religiosi — “l’ingiusta aggressione incoraggia le organizzazioni terroristiche e dà loro lo slancio per continuare nei loro atti aggressivi”. Dopo aver fatto queste considerazioni, Giovanni X, Ignazio Aphrem II e Youssef Abs si rivolgono al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite affinché “svolga il proprio ruolo naturale nel portare la pace piuttosto che contribuire all’escalation delle guerre”. L’appello si conclude con un’esortazione rivolta “a tutte le chiese presenti nei paesi che hanno partecipato all’aggressione”, affinché esse “agiscano sui rispettivi governi secondo gli insegnamenti del Vangelo, condannino l’ aggressione e chiamino i rispettivi governi a impegnarsi per la protezione della pace internazionale”.

Come gli stessi patriarchi hanno sottolineato, ciò che particolarmente sorprende della sproporzionata iniziativa militare congiunta è appunto l’assenza di “prove sufficienti e chiare”.

Infatti, il giorno prima, lo stesso capo del Pentagono James Mattis — in occasione di un’audizione alla Commissione bilancio della Camera — aveva ammesso che gli Stati Uniti non erano in possesso di prove sull’attacco chimico se non il materiale diffuso sui social media. Di questa elemento chiave, sabato l’agenzia Reuters ha fornito ulteriore conferma: le fonti utilizzate per ordinare l’attacco non sono fonti dirette ma video diffusi su Youtube.

E’ interessante che l’autore dei video che hanno fatto da sponda all’intenzione americana di bombardare, sia l’organizzazione “Syrian American Medical Society” (Sams). Si tratta di un potente centro di lobbying finanziato dagli Usaid che funziona nelle aree ribelli (dove opera anche in tandem con l’organizzazione “White Helmet”). In quelle aree la Ong svolge la duplice funzione di pubblica assistenza (per abbonimento della popolazione) e di propaganda per “stimolare una guerra di cambiamento contro il regime”: in definitiva, questa organizzazione è guidata dagli Stati Uniti e persegue gli stessi obiettivi degli Usa.

Naturalmente se i governi fossero in buona fede — in considerazione della natura prettamente politica di questa organizzazione — la avrebbero esclusa da ogni attendibilità. Invece, anche questa volta gli Stati Uniti hanno ordinato la rappresaglia missilistica basandosi sulle “prove” della Sams: è esattamente la fotocopia di quanto già accaduto in occasione del precedente attacco chimico di Khan Sheikhoun (4 aprile 2017), avvenuto in un’area controllata da Al Qaeda. Come ricorderete, anche in quell’occasione — esattamente a 3 giorni del presunto attacco chimico ed ancor prima di ogni indagine indipendente — la rappresaglia statunitense di 59 missili Tomahawk si basò sui video diffusi dalle due organizzazioni.

Insomma il meccanismo di reciproca dipendenza ed assistenza funziona sempre, avviene con un meccanismo collaudato che è simile a quello della disinformazione giornalistica, ovvero della propaganda di guerra che fa da velina ai governi. Tutto si compie per la disonestà dei politici dunque e non per i fatti specifici; per spiegare ancor meglio come cominciano le guerre, parafrasando Karl Kraus potremmo dire: “I diplomatici raccontano bugie ai giornalisti, poi fingono di credere a quello che leggono”.

Intanto, ad Aleppo, finalmente…

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1753.- GIORNALISTA PREMIO PULITZER: HILLARY CLINTON APPROVÒ L’INVIO DI GAS SARIN AI RIBELLI SIRIANI PER INCASTRARE ASSAD.

Di Voci dall’Estero, un articolo più che mai attuale.

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Il sito Free Thought Project riporta un articolo sui legami di Hillary Clinton con l’attacco chimico al gas sarin a Ghouta, in Siria, nel 2013. Dalle relazioni tra USA e Siria (ne avevamo parlato qui), al ruolo della Clinton nella politica estera USA e nell’approvvigionamento di armi dalla Libia verso l’Isis (ne avevamo parlato Qui e qui), alle dichiarazioni del giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh su un accordo del 2012 tra l’amministrazione Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, per imbastire un attacco con gas sarin e darne la colpa ad Assad, tutte le prove punterebbero in una direzione: i precursori chimici del gas sarin sarebbero venuti dalla Libia, il sarin sarebbe stato “fatto in casa” e la colpa gettata sul governo siriano come pretesto perché gli Stati Uniti potessero finanziare e addestrare direttamente i ribelli siriani, come desideravano i sauditi intenzionati a rovesciare Assad. Responsabile della montatura l’allora Segretario di Stato USA e poi candidata alla presidenza per i Democrat, Hillary Clinton.

Nell’aprile del 2013, la Gran Bretagna e la Francia informarono le Nazioni Unite che c’erano prove credibili che la Siria avesse usato armi chimiche contro le forze ribelli. Solo due mesi più tardi, nel giugno del 2013, gli Stati Uniti conclusero che il governo siriano in effetti aveva usato armi chimiche nella sua lotta contro le forze di opposizione. Secondo la casa bianca, il presidente Obama ha subito usato l’attacco chimico di Ghouta come pretesto per l’invasione e il sostegno militare americano diretto e autorizzato ai ribelli.

Da quando gli Stati Uniti finanziano questi “ribelli moderati”(dati raccolti al tempo della campagna elettorale di Trump), sono state uccise più di 250.000 persone, più di 7,6 milioni sono state sfollate all’interno dei confini siriani e altri 4.000.000 di esseri umani sono stati costretti a scappare dal paese.

Tutta questa morte e distruzione portata da un sadico esercito di ribelli finanziati e armati dal governo degli Stati Uniti era basata – è quello che ora ci viene detto – su una completa montatura.

Seymour Hersh, giornalista noto a livello mondiale, ha rivelato, in una serie di interviste e libri, che l’amministrazione Obama ha falsamente accusato il governo siriano di Bashar al-Assad per l’attacco con gas sarin e che Obama stava cercando di usarlo come scusa per invadere la Siria. Come ha spiegato Eric Zuesse in Strategic Culture, Hersh ha indicato un rapporto dell’intelligence britannica che sosteneva che il sarin non veniva dalle scorte di Assad. Hersh ha anche affermato che nel 2012 è stato raggiunto un accordo segreto tra l’amministrazione Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, per imbastire un attacco con gas sarin e darne la colpa ad Assad in modo che gli Stati Uniti potessero invadere e rovesciare Assad.

“In base ai termini dell’accordo, i finanziamenti venivano dalla Turchia, e parimenti dall’Arabia Saudita e dal Qatar; la CIA, con il sostegno del MI6, aveva l’incarico di prendere armi dagli arsenali di Gheddafi in Siria. ”

Zuesse nel suo rapporto spiega che Hersh non ha detto se queste “armi” includevano i precursori chimici per la fabbricazione del sarin che erano immagazzinati in Libia. Ma ci sono stati molteplici rapporti indipendenti che sostengono che la Libia di Gheddafi possedeva tali scorte, e anche che il Consolato degli Stati Uniti a Bengasi, in Libia, controllava una “via di fuga” per le armi confiscate al regime di Gheddafi, verso la Siria attraverso la Turchia.

Anche se Hersch non ha specificamente detto che la “Clinton ha trasportato il gas”, l’ha implicata direttamente in questa”via di fuga” delle armi delle quale il gas sarin faceva parte.

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Seymour Hersh Weighs In on Sanders vs. Clinton: “Something Amazing Is Happening in This Country”

Riguardo al coinvolgimento di Hillary Clinton, Hersh ha detto ad AlterNet che l’ambasciatore Christopher Stevens, morto nell’assalto dell’ambasciata Bengasi,…“L’unica cosa che sappiamo è che [la Clinton] era molto vicina a Petraeus che era il direttore della CIA in quel periodo… non è fuori dal giro, lei sa quando ci sono operazioni segrete. Dell’ambasciatore che è stato ucciso, [sappiamo che] era conosciuto come un ragazzo, da quanto ho capito, come qualcuno che non sarebbe stato coinvolto con la CIA. Ma come ho scritto, il giorno della missione si stava incontrando con il responsabile locale della CIA e la compagnia di navigazione. Egli era certamente coinvolto, consapevole e a conoscenza di tutto quello che stava succedendo. E non c’è modo che qualcuno in quella posizione così sensibile non stesse parlando col proprio capo [Hillary Clinton, all’epoca Segretario di Stato, figura che nel governo statunitense ha la responsabilità della politica estera e del corpo consolare, NdVdE], attraverso qualche canale. “

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Obama dichiarò la sua ferma e unanime condanna per l’assalto al consolato Usa a Bengasi in cui furono uccisi l’ambasciatore e tre componenti dello staff. “L’attentato è stato compiuto da un “gruppo selvaggio ma ristretto, non dal popolo o dal governo della Libia”, spiegò Hillary Clinton. “Sono morti di nuovo innocenti, è come l’11 settembre”,disse. “E’ stata tolta la vita a persone che erano impegnate ad aiutare il popolo libico a costruire un futuro migliore per il loro Paese”, sottolineò il segretario di Stato americano. “Questa violenza senza senso dovrebbe scuotere le coscienze dei popoli di tutte le fedi religiose in tutto il mondo”, continuò il segretario di Stato americano, “Stevens sarà ricordato come un eroe” e concluse, “Una Libia libera e stabile è ancora negli interessi americani”. Gli Stati Uniti “non torneranno indietro”, non arretreranno di un millimetro nel loro impegno per aiutare la nuova la Libia. “Una missione – spiegò Clinton – “nobile e necessaria”. Il mondo “ha bisogno di altri Chris Stevens” continuò Clinton. “Ho parlato con sua sorella”, “le ho detto che sarà ricordato come un eroe da molte nazioni. Stevens ha iniziato a costruire le nostre relazioni con i rivoluzionari libici” e “ha rischiato la sua vita per cercare di fermare un tiranno” come Muammar Gheddafi. Quante bugie!

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A supportare Hersh nelle sue affermazioni è il giornalista investigativo Christof Lehmann, che dopo gli attacchi ha scoperto una pista di prove che riporta al Presidente dello Stato Maggiore Congiunto Martin Dempsey, al Direttore della CIA John Brennan [subentrato nella guida della CIA l’8 marzo 2013 dopo le dimissioni di Petraeus nel novembre 2012 e il successivo interim di Morell, NdVdE], al capo dell’intelligence saudita principe Bandar, e al Ministero degli Interni dell’Arabia Saudita.

Come ha spiegato Lehmann, i russi e altri esperti hanno più volte affermato che l’arma chimica non avrebbe potuto essere una dotazione standard dell’arsenale chimico siriano e che tutte le prove disponibili – tra cui il fatto che coloro che hanno offerto il primo soccorso alle vittime non sono stati lesionati – indicano l’uso di sarin liquido, fatto in casa. Questa informazione è avvalorata dal sequestro di tali sostanze chimiche in Siria e in Turchia.

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Anche se non è la prova definitiva, non si deve glissare su questa implicazione. Come il Free Thought Project ha riferito ampiamente in passato, il candidato alla presidenza ha legami con i cartelli criminali internazionali che hanno finanziato lei e suo marito per decenni.

Quando Hillary Clinton divenne Segretario di Stato nel 2009, la Fondazione William J. Clinton ha accettato di rivelare l’identità dei suoi donatori, su richiesta della Casa Bianca. Secondo unprotocollo d’intesa, rivelato da Politifact, la fondazione poteva continuare a raccogliere donazioni provenienti da paesi con i quali aveva rapporti esistenti o che stavano tenendo programmi di finanziamento.

Le registrazioni mostrerebbero che dei 25 donatori che hanno contribuito con più di 5 milioni di dollari alla Fondazione Clinton nel corso degli anni, sei sono governi stranieri, e il maggior contribuente è l’Arabia Saudita.

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La miliardaria clinton finanziata dal ministro dell’ambiente italiano! Alla convention del Partito democratico americano a Philadelphia che ha conferito la nomination presidenziale a Hillary Rodham Clinton non avrebbero dovuto presenziare né il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, né il presidente della Camera, Laura Boldrini. L’ unico esponente delle istituzioni italiane titolato a parteciparvi era il ministro dell’ Ambiente, Gianluca Galletti.

L’importanza del ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento dei Clinton è enorme, così come il rapporto tra Siria e Arabia Saudita nel corso dell’ultimo mezzo secolo è tutto quello che concerne questa guerra civile.

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Come Zuesse sottolinea nel suo articolo su Strategic Culture:

Quando l’intervistatore ha chiesto ad Hersh perché Obama sia così ossessionato dalla sostituzione di Assad in Siria, dal momento che “il vuoto di potere che ne deriverebbe avrebbe aperto la Siria a tutti i tipi di gruppi jihadisti”; e Hersh ha risposto che non solo lui, ma lo Stato Maggiore Congiunto, “nessuno riusciva a capire perché.” Ha detto, “La nostra politica è sempre stata contro di lui [Assad]. Punto.”

Questo è stato effettivamente il caso non solo da quando il partito che Assad guida, il partito Ba’ath, è stato oggetto di un piano della CIA poi accantonato per un colpo di stato finalizzato a rovesciarlo e sostituirlo nel 1957; ma, in realtà, il primo colpo di stato della CIA era stato non solo pianificato, ma anche effettuato nel 1949 in Siria, dove rovesciò un leader democraticamente eletto, con lo scopo di consentire la costruzione di un oleodotto per il petrolio dei Saud attraverso la Siria verso il più grande mercato del petrolio, l’Europa; e la costruzione del gasdotto iniziò l’anno successivo.

Ma poi c’è stato un susseguirsi di colpi di stato siriani (innescati dall’interno anziché da potenze straniere – nel 1954, 1963, 1966, e, infine, nel 1970), che si sono conclusi con l’ascesa al potere di Hafez al-Assad durante il colpo di stato del 1970. E l’oleodotto trans-arabico a lungo pianificato dai Saud non è ancora stato costruito. La famiglia reale saudita, che possiede la più grande azienda mondiale di petrolio, l’Aramco, non vuole più aspettare. Obama è il primo presidente degli Stati Uniti ad aver seriamente tentato di svolgere il loro tanto desiderato “cambio di regime” in Siria, in modo da consentire la costruzione attraverso la Siria non solo dell’oleodotto trans-arabico dei Saud, ma anche del gasdotto Qatar- Turchia che la famiglia reale Thani (amica dei Saud), che possiede il Qatar, vuole che sia costruita lì. Gli Stati Uniti sono alleati con la famiglia Saud (e con i loro amici, le famiglie reali del Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Oman). La Russia è alleata con i leader della Siria – così come in precedenza lo era stata con Mossadegh in Iran, Arbenz in Guatemala, Allende in Cile, Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia, e Yanukovich in Ucraina (tutti rovesciati con successo dagli Stati Uniti, ad eccezione del partito Baath in Siria).

Matt Agorist è un veterano congedato con onore del Corpo degli US Marines ed ex operatore di intelligence direttamente incaricato dalla NSA. Questa precedente esperienza gli fornisce una visione unica nel mondo della corruzione del governo e dello stato di polizia americano. Agorist è stato un giornalista indipendente per oltre un decennio ed è apparso sulle reti tradizionali in tutto il mondo.
da NincoNanco

1752.- [L’analisi] Trump in guerra contro Putin, l’ora più buia. E la propaganda nasconde la verità

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Le guerre si possono vincere, come perdere, ma poco importa, perché le vittorie neocon si misurano con i profitti delle esportazioni dei sistemi d’arma e con le spese militari imposte agli alleati. L’affare del secolo scorso è stato l’abbattimento delle Torri Gemelle, con cui la NATO ha applicato l’art. 5, dichiarando lo stato di guerra perenne contro il terrorismo finanziato tramite i suoi alleati medio-orientali. Il sangue dei siriani, dei curdi, degli iracheni, dei palestinesi e, forse degli israeliani, dei soldati russi e americani, non basterà a coprire i giacimenti, gli oleodotti, gli appetiti delle multinazionali dell’oïl e delle cosche finanziarie neocon. Ma c’è un ma che riguarda il pericolo per Israele di soccombere contro il mondo sciita, visto che ha voluto ripudiare la politica dei due stati, che, per una volta, aveva visto l’Unione europea schierarsi in politica estera. Un conto è Gaza, con la sua gente, un altro conto è il Golan, con il suo valore strategico e il suo sottosuolo. Un altro conto ancora è quel folle di Erdogan, che, “dall’alto” dei Dardanelli, si aggira nel mezzo dei contendenti con le micce accese, sgomitando. Ipotizziamo una fine di Bashar al-Assad e l’accaparramento rothschildiano della sua banca centrale, fino a che punto la Russia potrà accettare l’eventuale soccombenza dei siriani, degli iraniani, degli Hezbollah libanesi? E cosa si propone Israele? L’eliminazione di tutti gli sciiti o, addirittura di tutti gli arabi? E cosa si propongono i sunniti? “Del doman non c’è certezza”, ma una cosa certa è e, cioè, che questo conflitto ha visto già due vittime illustri: l’ONU e la Statua della Libertà. A volte, ad aver ragione, si sbaglia.
Mario

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L’Occidente e la Russia dovranno vendere armi ai loro alleati e clienti per recuperare i bilanci della Difesa. Più difficile spiegare all’opinione pubblica che queste guerre hanno portato il terrorismo in Europa e centinaia di migliaia di profughi che continueranno ad affluire dalle aeree di conflitto, scendendo a patti con autocrati come Erdogan perché non riapra il rubinetto dei rifugiati. Anche qui però la politica aiuta: basta dire come il generale Mattis che il terrorismo non è più il principale obiettivo ma quello di contenere Mosca e Pechino
[L’analisi] Trump in guerra contro Putin, l’ora più buia. E la propaganda nasconde la verità

di Alberto Negri, editorialista e inviato di guerra
L’ora più buia è arrivata con la macchina di propaganda dei media italiani, tv e giornali, a favore dell’attacco americano. Tutta colpa di Assad, questo è il leit motiv. Eppure la guerra a Gheddafi del 2011 voluta da Sarkozy e subito appoggiata da Usa e Gran Bretagna avrebbe dovuto insegnarci qualche cosa. Non c’è un minimo di analisi, per altro spesso condotta da cosiddetti esperti che non hanno mai messo piede né in Siria né in Medio Oriente e neppure hanno mai visto una guerra, se non in televisione. Trascurabile che la rivolta contro Assad si diventata ben presto, dalla fine del 2011, una guerra per procura combattuta da migliaia di jihadisti fatti passare dalla Turchia con l’approvazione degli Stati Uniti e i finanziamenti delle monarchie del Golfo. Trascurabile il fatto che la destabilizzazione di un’intera regione sia stata provocata dalla guerra del 2003 contro Saddam. Gli Usa attaccano Assad non per motivi umanitari ma per giustificare i loro fallimenti tra cui la mancata protezione degli alleati curdi e il cambio di campo della Turchia.

Guerra al terrorismo non è più una priorità
Gli Usa avranno, forse, amare soprese, soprattutto perché non si capisce quale sia l’obiettivo strategico di questo attacco, su quale scala e con quali conseguenze, tenendo presente che Putin dovrà sostenere il regime di Damasco e che gli americano hanno oltre duemila uomini schierati nel Nord della Siria. La realtà è che queste sono guerre che non finiscono mai e che forse mai vinceremo. Eppure la novità della globalizzazione è proprio questa: vincere le guerre non serve. Per coprire veri o presunti fallimenti basta fare la dichiarazione opportuna: qualche tempo fa James Mattis, il capo del Pentagono, è stato chiaro, la guerra al terrorismo non è più una priorità, i veri nemici sono Russia e Cina. Basta cambiare obiettivo, come si cambia un vestito, e tornare al classico della guerra fredda o riscaldata.

Le inutili guerre per “esportare la democrazia”

Il sospetto che vincere la guerra non fosse più un obiettivo ci aveva già colti a Baghdad nel 2003, quando il Paese sprofondò in un marasma dal quale non è più uscito. L’Iraq era stato in guerra otto anni con l’Iran (1980-88), Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait nel ’90 e poi era stato sconfitto nel ’91 da una coalizione a guida americana. Dodici anni di sanzioni poi il dittatore è caduto ed è cominciato un decennio di terrorismo. Infine, nel 2014, è arrivato anche il Califfato. In questi anni non si è mai visto niente di più ipocrita e di meno umanitario delle guerre “umanitarie”, di guerre per “esportare la democrazia” e “salvare popoli” che sono stati poi abbandonati a un destino che neppure loro hanno potuto decidere. Chi oggi ragionevolmente può prevedere la pacificazione dell’Afghanistan, il conflitto più lungo e costoso mai intrapreso dagli Stati Uniti?

Dopo avere proclamato che avrebbe ridotto la presenza militare a Kabul, anche il presidente americano Donald Trump ha deciso di aumentare le truppe Usa, da 8mila a oltre 14mila uomini. Ma è una guerra che si può vincere? Sembra di no perché nel 2007-2008 c’erano tra truppe americane e Nato oltre 150mila uomini e oggi almeno un terzo del territorio afghano è controllato dai talebani o dai gruppi jihadisti. “Prima regola della politica: mai fare la guerra in Afghanistan”, disse il premier britannico Anthony Eden negli anni Trenta. Ma soprattutto mai fare la guerra in Afghanistan senza avere degli alleati tra i vicini dell’Afghanistan. Gli Usa si oppongono all’Iran, considerato un regime da cambiare e Trump ha anche litigato con il Pakistan congelando gli aiuti americani. Il vero motivo dell’acredine di Washington è che i pakistani sono alleati di Pechino e ospitano 13mila soldati cinesi. Il Pakistan considera l’Afghanistan parte della sua profondità strategica, difficilmente sarà pacificato senza la sua collaborazione.

Un altro esempio di guerre che con finiscono mai è la Libia. Nel 2011 i francesi gli inglesi e gli americani bombardarono il Colonnello Gheddafi. Erano già caduti il tunisino Ben Alì e l’egiziano Mubarak, questo era il loro tentativo di dirigere da fuori le primavere arabe prendendo il controllo delle risorse energetiche e della geopolitica della regione. Già allora si capiva che la rivolta di Bengasi avrebbe spaccato il Paese, una creatura coloniale italiana: Tripolitania da una parte, Cirenaica dall’altra. Mentre i confini della Libia sprofondavano di mille chilometri, aprendo la via a un enorme flusso di profughi e alla destabilizzazione jihadista di Al Qaida e poi dell’Isis. Dopo la disgregazione dell’Iraq ne cominciava un’altra.

Come se questo non bastasse la Francia, l’Egitto e la Russia hanno sostenuto in questi anni il generale Khalifa Haftar, oggi secondo alcune fonti gravemente malato, con l’idea di mettere un uomo forte a capo del Paese. Ma neppure Haftar, dopo avere annunciato la liberazione “definitiva” di Bengasi da salafiti e jihadisti, ha mai controllato completamente la Cirenaica. Non è più tempo di dittatori “forti” alla Saddam, che poi magari sfuggono al controllo, ma di autocrati a mezzo servizio che possono essere manovrati. Assad è un esempio. Dopo aver pensato di abbatterlo, si è capito che è meglio lasciarlo al suo posto, dimezzato, a fare il “lavoro sporco”.

La Siria è la guerra più devastante di tutte
La peggiore perché studiata a tavolino per sfruttare la rivolta popolare non soltanto per cambiare un regime ma l’intero assetto geopolitico del Medio Oriente. Un’operazione fallita in Iraq per l’alleanza tra il governo sciita di Baghdad e l’Iran. E’ stato il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, con il pieno appoggio di Francia e Gran Bretagna, a dare il via libera alla Turchia per aprire “l’autostrada del Jihad” e far affluire migliaia di combattenti in Siria. Una sorta di Afghanistan a un passo dall’Europa. Il 6 luglio del 2011 l’ambasciatore Usa Ford passeggiava con i ribelli di Hama, era il segnale che il conflitto poteva cominciare con il sostegno logistico della Turchia e quello finanziario dell’Arabia Saudita e del Qatar. Assad si sera rifiutato di rompere l’alleanza con l’Iran degli ayatollah, nemico giurato di americani, sauditi e israeliani, un ostacolo alle mire egemoniche di Erdogan sugli arabi.

L’intervento della Russia nel 2015 ha cambiato il destino della guerra e la Turchia ha dovuto piegarsi a Mosca e Teheran. Ora Erdogan prova a incenerire i curdi siriani, ritenuti alleati del Pkk che da quasi 40 anni conduce la guerriglia nel Kurdistan turco. Pe ottenere questo obiettivo la Turchia, membro storico della Nato, si è messa d’accordo con Russia e Iran, i due avversari dell’Alleanza Atlantica. Gli Usa hanno così lasciato che i turchi creassero una “fascia di sicurezza” dentro al territorio siriano massacrando i curdi siriani, i veri alleati di Washington nella guerra contro l’Isis. Dopo avere usato i curdi contro il Califfato, gli americani stanno mettendo le loro basi nel Nord della Siria. Questo attacco americano potrebbe avere come scopo proprio questo: partecipare alla spartizione della fette di torta siriana dove finora le parti le ha fatte Putin.

In cambio della fascia di sicurezza turca, la Russia e il governo di Damasco avranno mano libera per recuperare il controllo di Idlib e dei pozzi petroliferi. Israele è soddisfatto perché con queste presenze militari straniere (comprese quelle delle milizie filo-sciite e di quelle sunnite) si legittima ancora di più l’occupazione israeliana del Golan in corso dal 1967. Ma le guerre che non finiscono mai costano. Quindi l’Occidente e la Russia dovranno vendere armi ai loro alleati e clienti per recuperare i bilanci della Difesa. Più difficile spiegare all’opinione pubblica che queste guerre hanno portato il terrorismo in Europa e centinaia di migliaia di profughi che continueranno ad affluire dalle aeree di conflitto, scendendo a patti con autocrati come Erdogan perché non riapra il rubinetto dei rifugiati. Anche qui però la politica aiuta: basta dire come il generale Mattis che il terrorismo non è più il principale obiettivo ma quello di contenere Mosca e Pechino. In questo contesto la pace sembra davvero una cosa da ingenui. Non serve vincere le guerre ma farle, soprattutto un pò lontano da casa.
di Alberto Negri, editorialista e inviato di guerra

12 aprile.- Le navi da guerra russe hanno lasciato gli ancoraggi di Tartus.

1751.- Sen. Alberto Bagnai – Primo Intervento in Senato – 11 Aprile 2018

Un’altra scelta avventata della politica estera, serva delle scelte della finanza mondiale.

Ma non è tutto. Leggiamo dal Secolo d’Italia e volentieri pubblichiamo:

Anche il Senato chiede al governo italiano di fare luce sull’attacco chimico in Siria. Il primo dibattito a Palazzo Madama è proprio sulla situazione in Medio Oriente. Non era previsto dall’ordine del giorno, ma la delicatezza del tema è tale che si coglie subito la prima occasione, la pausa per consentire ai segretari di procedere allo scrutinio delle schede per l’elezione di due segretari d’aula in rappresentanza del Gruppo Misto e del Gruppo delle Autonomie. Così il vicepresidente Ignazio La Russa, al suo esordio alla guida dell’aula, concede la parola ad un rappresentante per gruppo, tutti concordi nel chiedere che il governo venga a riferire al più presto a Palazzo Madama sulla delicatissima situazione internazionale. Ognuno con sfumature diverse. Così se il capogruppo del Pd Andrea Marcucci (il primo a chiedere la parola per avviare il dibattito) chiede di fermare l’utilizzo delle armi chimiche e di condannare con forza e compattezza internazionale gli autori e i mandanti di tali scellerate azioni; il grillino Toninelli ritiene che Gentiloni «debba quanto prima informare tutte le forze politiche sugli sviluppi in corso, soprattutto in virtù dell’esito elettorale del voto del 4 marzo e della nuova composizione parlamentare in essere»; il centrodestra, a più voci, chiede di approfondire la questione dell’attacco chimico per far appurare l’accaduto ad una inchiesta internazionale indipendente ed evitare azioni avventate. Per Lucio Malan di Forza Italia «L’Italia, per la sua posizione, per la sua storia e per il suo ruolo politico deve avere un ruolo in questa fase, deve far sentire la propria voce». Alberto Bagnai della Lega ricorda le scuse di Tony Blair per l’intervento in Iraq sulla base di notizie rivelatesi false sulle armi di distruzione di massa e invita a riflettere sul ruolo dell’Unione Europea nello scenario internazionale. Giovanbattista Fazzolari di Fratelli d’Italia osserva che «è stata stabilita la pena, ma non è stata ancora provata la colpa, dato che gli ispettori internazionali dell’ONU non si sono ancora espressi circa il presunto attacco chimico che c’è stato nella città di Douma, sulla natura dell’attacco e sui responsabili dello stesso». Il senatore di FdI invita quindi a valutare la situazione con estrema attenzione dato che «mosse avventate in Iraq, in Medio Oriente e recentemente in Libia sono state poi smentite dai fatti e forse con il senno di poi sarebbe stato meglio adottare una maggiore prudenza». Hanno concluso il dibattito Loredana De Petris di Liberi e Uguali che ha posto l’accento sul ruolo dell’Onu, finora incapace di intervenire sul fronte siriano, sia per fare chiarezza sull’uso delle armi chimiche sia per evitare che prevalga l’azione di «sceriffi internazionali» e «la logica della legge del più forte» e Albert Laniece del Gruppo delle Autonomie che si è soffermato sul «silenzio assordante dell’Unione Europea». Adesso il Senato attende le risposte del governo.