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1594.- Brunetta ci azzecca sul Britannia, ma deve crescere

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23 settembre 2009 (MoviSol) – Nel corso della sua sfuriata al convegno del PdL di Cortina d’Ampezzo, il ministro Brunetta ad un certo punto ha interrogato il suo pubblico: “Ve lo ricordate il Britannia?”.

“Ve lo ricordate il Britannia? Se non ve lo ricordate”, dice Brunetta, “ve lo ricordo io. Il Britannia è una nave, appartenuta già alla casa reale inglese, che navigò davanti alle coste italiane […], ospitando dentro banchieri, grand commis dello Stato, esponenti vari della burocrazia… in cui si svolse un lungo seminario, durato un paio di giorni, in cui si trassero le linee della svendita delle aziende di stato italiane”.

Benché imperfetta, l’evocazione di quel complotto, denunciato dall’EIR nel 1993 (vedi la documentazione riepilogativa), riapre il sipario sul secolare tentativo di Londra di “scrivere il destino” dell’Italia (come di tanti altri Paesi).

In questa strategia imperiale, secolare e globale, trovano posto tutte le azioni che possano rivelarsi utili a ricondurre l’Italia ad uno stato di molto precedente quello del boom economico postbellico, di fatto preda del sistema imperiale della globalizzazione.

A questo riguardo, è più interessante guardare al timoniere, piuttosto che agli ospiti del Britannia. Se vogliamo dirla tutta, si tratta della stessa cricca che arma la mano degli “insorti” che hanno trucidato i sei soldati italiani in Afghanistan. Non vogliamo certamente dire che Draghi ordina ai Talebani di bombardare i nostri soldati ma, come abbiamo scritto, che “il tritolo che ha ucciso i soldati italiani è stato pagato con i soldi di Soros”.

In altre parole, il pasticcio afghano in cui si è cacciata l’Italia a seguito degli Stati Uniti, è stato orchestrato dalle stesse forze del “nuovo impero britannico” che partorirono l’operazione Britannia. L’assalto contro l’Italia, che ebbe il culmine nell’anno del Britannia e che prosegue nella misura in cui dall’Italia si manifestano resistenze al nuovo impero della globalizzazione, al salvataggio delle banche ecc., va inquadrato nella strategia globale con cui si tenta di demolire gli stati nazionali per far posto alla Nuova Torre di Babele, come dice LaRouche. La guerra in Afghanistan fu escogitata per coinvolgere gli Stati Uniti in un disastro strategico e subire la stessa sorte che subì Atene con la Guerra del Peloponneso. A livello regionale, è la riedizione della strategia ottocentesca dell’Impero Britannico per il controllo dell’Asia meridionale.

Abbiamo più volte, in questo sito, documentato il ruolo degli inglesi nel “combattere e proteggere” i talebani, tanto da aver ottenuto per loro tramite un aumento della produzione dell’oppio. Dalle montagne afghane ai mercati della droga occidentali, riecheggia il nome di George Soros, paladino delle campagne per la liberalizzazione. Quel George Soros che l’Italia conobbe nella vicenda del Britannia e del successivo attacco alla lira che ci tramortì e ci fece accettare l’Euro senza batter ciglio.

Tuttavia – è bene ricordarlo – l’ossessione dei “Britannia Boys” non è l’Italia. Nel contesto della crisi globale, del collasso economico più grave della storia umana da noi conosciuta, l’oligarchia punta a rimuovere ogni paletto con cui la cospirazione repubblicana, che in America lottò in favore della “comunità di nazioni perfettamente sovrane” da contrapporre all’Impero Britannico, ha assestato i suoi successi storici.

Aver trascinato gli Stati Uniti, l’Italia e altri Paesi in Afghanistan, ovvero negli stessi luoghi in cui l’Impero Britannico sin dall’Ottocento non ebbe mai la meglio contro i “fanatici ribelli”, è l’estremo tentativo (forse il più palese, oltre quello del salvataggio degli speculatori con emissioni di credito nazionale americano) di far affossare il sistema americano e ogni altra sua influenza nelle istituzioni di altre nazioni.

Chi dovrebbe sostituire gli Stati Uniti nella loro egemonia globale (non priva di macchie) è, nella mente dell’oligarchia, il governo mondiale attraverso “quel che è di Cesare”, declinato nelle forme del “Financial Stability Board”, o del Fondo Monetario Internazionale.

L’Italia, grazie all’azione di Tremonti che si oppone ai salvataggi indiscriminati delle banche, è un ostacolo da rimuovere su questa strada, specialmente in vista della prossima grave fase della crisi, in cui si chiederà agli Stati di dissanguarsi ulteriormente per gli speculatori. Non pretendiamo che Brunetta afferri tutto ciò, ma constatiamo che denunciando i “Britannia Boys”, egli esprime un pensiero condiviso nel governo. Non basta per conquistare la fiducia del popolo italiano e di chi egli vorrebbe sganciare dalle “elites parassitarie”. Occorre abbandonare il liberismo e sposare quelle tesi rooseveltiane e quella Nuova Bretton Woods di LaRouche che Brunetta ha finora osteggiato (vedi “Gli industriali bellunesi invitano i rappresentanti di LaRouche”.).

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1593.- I documenti UK che fanno gelare il sangue: da Enrico Mattei ad Aldo Moro

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Da Claudio Messora

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Ho intervistato Giovanni Fasanella, giornalista che da anni scava in quella storia italiana che nessuno vi racconta, autore di oltre 21 libri. Insieme a Mario José Cereghino ha scritto “Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra“.

Sono cose che dobbiamo sapere.

Quando si pensa alle ingerenze dall’estero nei confronti del nostro Paese si pensa sempre agli Stati Uniti d’America.

Basta aprire una cartina geografica e vedere dov’è l’Inghilterra, un’isola del Nord Europa, dove sono stati per molti decenni – a ancora oggi – i suoi interessi economici, strategici, militari. In Nord Africa, nel Medio Oriente e in Estremo Oriente. E cosa c’è tra la Gran Bretagna e i suoi interessi? C’è il Mediterraneo e, al centro del Mediterraneo, l’Italia. Quindi già dai tempi del Risorgimento, l’Italia per la Gran Bretagna era una postazione di fondamentale importanza, attraverso la quale poteva controllare i suoi domini e le sue rotte marittime.

Che cosa succede dalla seconda guerra mondiale in poi?

L’Italia perde la guerra e, tra Gran Bretagna e Stati Uniti, c’è una visione molto conflittuale sul problema Italia: per gli Stati Uniti noi eravamo un paese cobelligerante, cioè che si era autoliberato dal nazifascismo combattendo al fianco degli alleati. Per la Gran Bretagna invece noi eravamo un paese sconfitto tout-court. Punto e basta. Quindi un paese soggetto ai vincoli, imposti attraverso trattati internazionali, dalle potenze vincitrici alle nazioni sconfitte. Questo ha determinato il corso degli eventi della storia successiva, praticamente fino ai giorni nostri. Al tavolo della pace, quando le grandi potenze vincitrici cominciarono a spartirsi il mondo in aree di influenza, all’interno del campo atlantico la Gran Bretagna pretese e ottenne, dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, una sorta di diritto di supervisione sull’Italia. Quindi l’Italia, dalla seconda guerra mondiale in poi, è paese che appartiene all’area di influenza britannica.

Questa influenza come si è esplicata?

C’è una differenza importante tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Gli Stati Uniti hanno combattuto anche in Italia una guerra contro il comunismo. La Gran Bretagna non ha combattuto solo quella, ma anche una guerra contro l’Italia, in modo particolare contro quella parte della classe dirigente italiana del secondo dopoguerra – penso ai De Gasperi, ai Mattei, ai Fanfani, ai Vanoni fino agli Aldo Moro – sovranista, cioè che pur nel contesto di un’alleanza internazionale, l’alleanza atlantica, si muoveva con una propria visione sulla base di un proprio interesse nazionale. Era l’Italia del dopoguerra, uscita a pezzi, che però voleva crescere, riprendersi, ricostruire le proprie istituzioni, il proprio sistema economico e per poterlo fare aveva bisogno di quella materia prima che è il sangue, l’ossigeno per ogni sistema, e cioè il petrolio, l’energia. Questo è stato all’origine di un conflitto con la Gran Bretagna che dura ancora oggi.

Facciamo dei nomi: Enrico Mattei…

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La Gran Bretagna, che ha esercitato un controllo pressoché assoluto sul nostro sistema di informazione, ha usato la stampa, i giornali, gli opinion leader, gli intellettuali per orientare l’opinione pubblica e tentare di condizionare le scelte politiche dei partiti e dei governi. Una di queste grandi scelte su cui la Gran Bretagna ha tentato di condizionarci è stata la politica mediterranea, la politica energetica, petrolifera dell’Italia. De Gasperi, Presidente del Consiglio nel 1953, aveva il mandato britannico di sciogliere l’AGIP. Mattei, nel 1953, era stato messo alla presidenza dell’Agip per scioglierla. E invece di sciogliere l’AGIP lui fondò l’ENI, grazie anche a un decreto di De Gasperi. E dopo aver fondato l’ENI, Mattei cominciò ad attuare una propria politica. Non era accettata l’Italia di Mattei, dell’ENI, al tavolo delle grandi compagnie internazionali, in modo particolare di quelle britanniche, con pari dignità. Era ammessa a sedersi, tutt’al più, su uno strapuntino, ma Mattei e l’Italia di quegli anni non volevano assolutamente dipendere dal punto di vista energetico dalla Gran Bretagna. Per cui cercarono autonomamente le fonti di approvvigionamento, offrendo ai paesi produttori di petrolio, che erano quasi tutti controllati dalle compagnie britanniche, condizioni più favorevoli. C’era la famosa regola del fifty-fifty: 50% ai produttori, 50% alle compagnie petrolifere straniere. Questa era una regola imposta dalle sette sorelle. Mattei cambiò le regole dello scambio, proponendo il 25% alle compagnie e il 75% ai produttori: i paesi produttori trovarono più conveniente fare affari con l’Italia che non con la Gran Bretagna. Questo disturbò parecchio gli inglesi.

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La rivelazione di questo libro è l’esistenza di una vera e propria macchina della propaganda occulta britannica. E questa macchina venne scagliata contro De Gasperi e contro il suo erede politico Attilio Piccioni, attraverso la macchina del fango. De Gasperi venne coinvolto in uno scandalo, il famoso scandalo Guareschi – De Gasperi delle lettere che poi risultarono false, fabbricate dalla propaganda occulta inglese, e Piccioni venne coinvolto in un altro scandalo, quello famosissimo di Wilma Montesi, la ragazza trovata morta su una spiaggia di Tor Vaianica. Il figlio, Piero Piccioni, venne coinvolto in quello scandalo e il padre, Ministro degli Esteri, sodale di De Gasperi e protettore di Enrico Mattei, venne travolto da quell’ondata di fango. E poi lo scandalo si rivelò infondato, perché le responsabilità del figlio di Piccioni non erano quelle che la campagna ispirata dalla macchina occulta britannica gli aveva attribuito, tant’è che Piero Piccioni qualche anno dopo fu prosciolto, risultò innocente. Questo è solo un esempio di come la Gran Bretagna è intervenuta pesantemente nelle nostre vicende interne, e adesso ho citato due episodi che sono collegati alla guerra specifica energetico-petrolifera.

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Attilio Piccioni, vice presidente del Cpnsiglio con De Gasperi, fu tra i fondatori della Democrazia Cristiana

Il caso Montesi fu un fatto di cronaca nera avvenuto in Italia il 9 aprile 1953, che ebbe grande rilievo mediatico a causa del coinvolgimento di numerosi personaggi di spicco nelle indagini successive al delitto. Vittima fu la ventunenne Wilma Montesi (3 febbraio 1932 – 9 aprile 1953). Ancora oggi il caso risulta irrisolto, ivi compresa la causa del decesso della giovane.

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L’Iran di Mohammad Mosaddegh, primo ministro iraniano, aveva nazionalizzato il petrolio britannico. La Gran Bretagna reagì imponendo l’embargo e l’Italia dell’ENI e di De Gasperi violarono quell’embargo. Winston Churchill, allora premier britannico – nel libro ci sono dei documenti desecretati inglesi – ordinò ai suoi apparati di dare una lezione agli italiani, perché avevano osato violare l’embargo imposto dagli inglesi contro l’Iran.

E quindi, la morte di Mattei?

Sono emersi nuovi documenti sulla guerra scatenata dalla macchina della propaganda occulta contro Enrico Mattei. Mattei, attraverso la sua politica, emarginò progressivamente le compagnie che curavano gli interessi britannici, in aree che gli inglesi consideravano, per importanza – sto citando testualmente un documento -, seconde soltanto alla Gran Bretagna stessa. Aree come la Libia, come l’Egitto, come l’Iran, come l’Iraq che per gli inglesi erano di vitale importanza. Mattei andò a ficcare il naso, con la sua politica, in queste zone, disturbando, anzi emarginando addirittura nel corso degli anni la presenza britannica. In questi documenti Mattei venne definito dagli inglesi – cito testualmente – “un pericolo mortale per gli interessi britannici nel mondo”. E c’è un altro documento che fa venire la pelle d’oca. E’ del 1962. Gli inglesi dicono: “[Mattei] è una verruca, è un’escrescenza da rimuovere in ogni modo. Abbiamo tentato di fermarlo in tutti i modi e non ci siamo riusciti: forse è giunto il momento di passare la pratica alla nostra intelligence“. Sei mesi dopo Enrico Mattei morì in un incidente aereo che oggi sappiamo con certezza, anche sul piano giudiziario, essere stato causato da un atto di sabotaggio.

Unknown

E Aldo Moro?

La vicenda di Aldo Moro si colloca esattamente nello stesso contesto della vicenda di Enrico Mattei. Aldo Moro è stato l’erede della politica mediterranea di Enrico Mattei. Tra il 1969 e il 1975, Aldo Moro è stato l’ispiratore della politica estera italiana. Era Ministro degli Esteri in diversi Governi, e riuscì a mettere a segno ulteriori colpi contro gli interessi inglesi. Certo, non è che gli italiani scherzassero, a loro volta. In Libia nel 1969, con Moro ministro degli esteri, ci fu un colpo di stato che rovesciò la monarchia filo britannica e portò al potere il colonnello Muammar Gaddafi, addestrato nelle accademie militari italiane. E’ vero che Gheddafi cacciò via gli italiani, ma subito dopo nazionalizzò il petrolio che era controllato dalle compagnie britanniche, espulse dalla Libia le basi militari britanniche e iniziò un rapporto privilegiato con gli italiani, grazie al quale l’Italia conobbe un periodo di grande benessere economico.

E poi, negli anni successivi, ci furono altri colpi messi a segno, come in Iraq, dove il regime nazionalista aveva espropriato, nazionalizzato il petrolio controllato dalle compagnie britanniche e l’ENI era riuscita a penetrare anche lì, grazie ovviamente ai successori della politica energetica di Mattei, ma soprattutto grazie alla politica estera di Aldo Moro.

Leggi “Colonia Italia”
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Tra i documenti di “Colonia Italia“, ce n’è uno che veramente fa venire i brividi, riportato con tutti i suoi riferimenti archivistici, per cui chiunque voglia andare a controllare può farlo.. Nel gennaio del 1969 il responsabile della macchina della propaganda occulta a Roma dice: “Attraverso la macchina della propaganda occulta non abbiamo ottenuto grandi risultati contro questa classe dirigente italiana“. Quindi invita il suo Governo: “Dobbiamo adottare altri metodi“. Quali metodi? Questa parte del documento è oscurata ancora oggi. E’ ancora oggi coperta dal segreto. Io chiedo continuamente agli opinionisti, ai direttori dei giornali, alla stampa: “Ma perché non chiedete al Governo britannico la desecretazione di quella parte del documento in cui sono spiegati gli altri metodi da utilizzare contro l’Italia a partire dal 1969?”. Nel 1969 ci fu la strage di piazza Fontana e iniziò una stagione di sangue, lo stragismo, il terrorismo, che toccò il suo punto più alto con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. E anche qui c’è da dire qualcosa a proposito dell’intervento britannico.

Nel 1976 – questo è provato, perché lo dicono gli stessi documenti inglesi desecretati e conservati nell’archivio di Stato di Kew Gardens, a disposizione di tutti – ci fu un tentativo di colpo di stato organizzato o progettato dagli inglesi nei primi sei mesi del 1976 per bloccare la politica di Aldo Moro. Quel progetto venne sottoposto all’attenzione degli alleati francesi, tedeschi e americani. I francesi aderirono immediatamente, perché l’Italia era un concorrente temibile anche per i francesi, non solo per gli inglesi, mentre americani e tedeschi si mostrarono mostro più scettici, e dissero agli inglesi: “Ma voi siete pazzi! Un colpo di stato in Italia, a parte i contraccolpi negativi nell’opinione pubblica per l’alleanza atlantica, ma poi c’è una sinistra forte, c’è una organizzazione sindacale molto radicata, cioè ci sarebbe una reazione e quindi un bagno di sangue!“. Gli inglesi allora misero da parte il progetto di un colpo di stato vero e proprio, classico. Però c’è un altro documento, pubblicato nel libro. Scrivono: “Visto che non è possibile attuare un colpo di stato militare classico, per l’opposizione di Germania, e Stati Uniti d’America, passiamo al piano B“. Qual era questo piano B? Purtroppo anche in questo caso, come nel documento che ho citato prima, c’è soltanto il titolo. E il titolo è agghiacciante. Testualmente: “Appoggio a una diversa azione sovversiva per bloccare Aldo Moro“. Quale poteva essere questa azione sovversiva, naturalmente io non lo so, perché anche questa parte del documento è ancora oggi secretata, protetta dal segreto. A suo tempo venne oscurata persino agli americani e ai tedeschi. E anche in questo caso non mi trattengo dal chiedere agli opinionisti italiani, alla stampa italiana: “Siamo in un paese in cui rivendichiamo tutti i giorni verità e giustizia, beh: quando ci troviamo di fronte a documenti di questo tipo, ma che ci vuole a chiedere agli inglesi di desecretare anche questo documento per capire quale poteva essere la diversa azione sovversiva contro Moro?“. Magari non c’entra nulla con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, le cui responsabilità ovviamente ricadono sulle brigate rosse italiane. Magari, attraverso la desecretazione di quel documento, scopriamo che la diversa azione sovversiva con cui gli inglesi volevano bloccare Aldo Moro era una scampagnata soltanto una scampagnata della regina Elisabetta in Italia.

Ci sono due documenti drammatici, che segnano due fasi drammatiche della nostra storia: Piazza Fontana e l’assassinio di Aldo Moro. Entrambi questi documenti sono incompleti. Sono ancora oggi secretati. E visto che la Gran Bretagna è un paese nostro amico, addirittura nostro alleato, sarebbe utile per noi sapere se questo paese amico ha avuto un qualche ruolo, oppure no, nella strage di Piazza Fontana e nell’assassinio di Aldo Moro.

La manipolazione dell’opinione pubblica italiana da parte della Gran Bretagna è ancora in essere, oppure nel tempo si è attenutato?

Allo stato delle nostre ricerche, che ovviamente continuano – non posso fare riferimenti precisi, per il momento, a documenti sui quali stiamo ancora lavorando -, sulla base di quello che abbiamo letto e pubblicato finora, ho ragione di ritenere che oggi il controllo britannico sul nostro Paese sia ancora più forte di prima.

Pubblicato 12 novembre 2015

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Che cosa accadde realmente il 2 giugno 1992 a bordo del Britannia, pochi giorni soltanto dopo l’assassinio del giudice Giovanni Falcone?

LA CROCIERA DEL BRITANNIA FRA AFFARI E SOSPETTI. Di SERGIO ROMANO

Che cosa accadde realmente il 2 giugno 1992 a bordo del Britannia, il panfilo della Corona d’Inghilterra, dove manager ed economisti italiani discussero con i banchieri britannici della prospettiva delle privatizzazioni in Italia? Una minicrociera di mezza giornata al largo di Civitavecchia attorno alla quale si è sviluppata la leggenda di un complotto per svendere l’industria pubblica italiana alla finanza anglosassone. Quali esponenti italiani vi parteciparono? Che effetti ebbe quella riunione?

Giuseppe Zaro , | giuseppezaro@yahoo.it

Caro Zaro,
Posso dirle anzitutto quello che accadde nei giorni seguenti. Vi furo­no indignate prese di posizio­ne della stampa nazionalista. Vi furono preoccupate inter­rogazioni parlamentari di esponenti del Msi. E vi fu un coro di voci allarmate che de­nunciarono la «regia occulta» dell’incontro, le strategie dei «poteri forti», la «svendita dell’industria italiana». L’uso del panfilo della Regina Elisa­betta sembrò dimostrare che la crociera del Britannia era stata decisa e programmata dal governo di Sua Maestà. E il fatto che l’evento fosse sta­to organizzato da una società chiamata «British Invisibles» provocò una valanga di sorri­si, ammiccamenti e battute ironiche.
Cominciamo dal nome de­gli organizzatori. «Invisibili», nel linguaggio economico-fi­nanziario, sono le transazioni di beni immateriali, come per l’appunto la vendita di servizi finanziari. Negli anni in cui fu governata dalla signora Thatcher, la Gran Bretagna privatizzò molte imprese, ri­lanciò la City, sviluppò la componente finanziaria della sua economia e acquisì in tal modo uno straordinario capi­tale di competenze nel setto­re delle acquisizioni e delle fu­sioni. Fu deciso che quel capi­tale sarebbe stato utile ad al­tri Paesi e che le imprese fi­nanziarie britanniche avreb­bero potuto svolgere un ruo­lo utile al loro Paese. «British Invisibles» nacque da un co­mitato della Banca Centrale del Regno Unito e divenne una sorta di Confindustria delle imprese finanziarie. Oggi si chiama International Fi­nancial Services e raggruppa circa 150 aziende del settore. Nel 1992 questa organizzazio­ne capì che anche l’Italia avrebbe finalmente aperto il capitolo delle privatizzazioni e decise di illustrare al nostro settore pubblico i servizi che le sue imprese erano in grado di fornire. Come luogo dell’in­contro fu scelto il Britannia per tre ragioni. Sarebbe stato nel Mediterraneo in occasio­ne di un viaggio della regina Elisabetta a Malta. Era invalsa da tempo l’abitudine di affit­tarlo per ridurre i costi del suo mantenimento. E, infine, la promozione degli affari bri­tannici nel mondo è sempre stata una delle maggiori occu­pazioni del governo del Re­gno Unito.
Fra gli italiani che salirono a bordo del panfilo vi furono banchieri pubblici e privati, manager dell’Iri e dell’Efim, rappresentanti di Confindu­stria. Vi fu anche Mario Dra­ghi, allora direttore generale del Tesoro nel governo di Giu­liano Amato. Ma Draghi si li­mitò a introdurre i lavori del seminario con una relazione sulle intenzioni del governo italiano e scese a terra prima che la nave salpasse per l’Ar­gentario. La crociera fu breve e pittoresca, con una orche­strina della Royal Navy che suonava canzoni nostalgiche degli anni Trenta e un lancio di paracadutisti da aerei bri­tannici che si staccarono in volo da un incrociatore e sce­sero come stelle filanti intor­no al panfilo di Sua Maestà. Fu anche utile? È difficile fare i conti. Ma non c’è privatizza­zione italiana degli anni se­guenti in cui la finanza an­glo – americana non abbia svolto un ruolo importante.

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16.07.2017a

1507.- SUI “MERCATI DI SCHIAVI” SCOPERTI DA CNN A TRIPOLI. DUE O TRE COSE CHE SI SANNO.

La seconda puntata di Maurizio Blondet sulla evoluzione in atto a Tripoli. Come seguito alle “rivelazioni” CNN sui”mercati degli schiavi” a Tripoli, posso confermare che sono in corso manovre  intricatissime  per scalzare l’influenza italiana  sulle kabile e le mafie della  zona di Tripoli,  apparentemente nel  quadro di una potente riconferma  anglo ed europea dello pseudo-governo  di As-Serraj, che non conta niente ed è in mano alle sue diverse milizie che controllano qualche pezzo del territorio (specie del porto di Tripoli,  che riceve vari tipi di “importazioni” illegali, armi e droga, più che gestire il traffico di   neri).

Il segnale del cambiamento: è l’arresto, da parte di una delle milizie che graziosamente appoggiano As-Serraj, di Giulio Lolli. Chi è? Un personaggio  molto noto a Rimini, e  alla stampa locale,  padrone di un fallito cantiere, la “ di Rimini Yacht, società che vendeva barche di lusso e che è fallita portandosi dietro un’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto importanti esponenti della Guardia di finanza, finanzieri legati alla P3”. Latitante da sette anni, perseguito da un mandato di cattura internazionale, viene descritto da Rimini.2.0  come “un uomo sempre intento a trafficare, tanto con le ONG quanto con le varie consorterie che si contendono il potere in Libia. Ma anche un uomo coraggioso e a suo modo eroico nei combattimenti contro l’ISIS. Oltre agli affari, un matrimonio sfarzoso nato nell’ambito delle amicizie con le forze di Misurata. Il tutto sullo sfondo del dramma dell’immigrazione selvaggia, un vero e proprio business per i libici, e senza aver mai imparato l’arabo.

Giulio Lolli in due delle sue incarnazioni

Esperto uomo di mare, Giulio Lolli “in  Libia, dopo aver partecipato alla rivolta (contro Gheddafi), era diventato uno dei luogotenenti delle forze speciali di sicurezza marittima del porto di Tripoli, guidate dal comandante Taha El Musrati, col compito dichiarato di fermare gli scafisti.

“Lolli era uno dei pochissimi che capisse di barche e fosse in grado di guidarne e gestirne una e dunque serviva alle milizie che si erano trovate a capo del porto senza alcuna esperienza e con mezzi scassati. La sua Katibah (unità combattente, ndr) lo ha anche usato in alcune operazioni anti-immigrazioni”

Inoltre, “Più di recente ha combattuto a Sirte nella lotta contro Da’esh, dove con il suo barchino, sfidando le cannonate con grande coraggio, andava a prendere i feriti e li portava a Misurata, al riparo, o portava equipaggiamenti ai combattenti da Misurata alle aree libere di Sirte”.

“La Katibah a cui Lolli apparteneva ha partecipato ad alcune limitate attività di contrasto all’immigrazione clandestina, soprattutto al ricovero temporaneo di migranti nel porto”.

A parlare così è Sergio Bianchi, direttore di Agenfor International. Cosa  c’entra Agenfor,   che un’agenzia di “formazione” professionale? Presto detto: gestisce la rete europea RAN (Radicalisation Awareness Network) che ha il compito di prevenire la radicalizzazione in Europa. Bianchi è “l’esperto italiano della rete europea RAN,  fra l’altro lavora per il Ministero di Giustizia italiano – DAP-Triveneto, ed è l’esperto italiano e si occupa da anni di Medio Oriente e Mediterraneo in chiave geopolitica e di sicurezza”.  Insomma uno che “forma” con insegnanti anche italiani in Libia,  contro la radicalizzazione. Con  fondi europei? Non sappiamo.

https://www.riminiduepuntozero.it/esclusivo-sara-estradato-non-gratis-giulio-lolli-visto-vicino-nelle-sue-ultime-peripezie/

Sia come sia, Enzi Bianchi sa benissimo quale “polizia” ha arrestato l’italiano Lolli:

“E’  stato arrestato da Rada, ossia  dalla brigata antiterrorismo che fa capo a Kara (Abdel Rauf Kara, ndr), uno dei leader salafiti alleati del Governo di As-Sarraj, che conta al suo attivo circa un migliaio di combattenti, oggi sotto l’ombrello del Ministero degli Interni. Kara controlla alcune delle più importanti infrastrutture di Tripoli, fra cui l’aeroporto, e dispone di numerose prigioni illegali”.

Apprendiamo anche che questo caporione di milizia di nome Kara  (milizia dalla quale la sopravvivenza di As-Serraj dipende) “in questi giorni sta negoziando l’estradizione del fratello di Salman Abady – il killer di Manchester – alle autorità inglesi”.

Vedete   la coincidenza? Gli inglesi – che hanno appena riaperto l’ambasciata a Tripoli, e hanno assoldato Kara e la sua banda, e l’italiano è stato arrestato da Kara. “Lolli a breve capirà che le sue coperture, da Misrati a suo cognato, sono saltate e non sono più in grado di proteggerlo”, profetizza Bianchi, che aggiunge: “Adesso è il momento buono per la Giustizia italiana di tentare la carta dell’estradizione”.

Non serve più,  Lolli. Soprattutto perché prima a  Tripoli avevano ambasciate aperte solo Italia  e Turchia, mentre oggi dietro agli inglesi stanno per riaprire gli olandesi. Non solo: è già di nuovo sul posto lo UNISMIL  – che è la

Missione di supporto dell’ONU in Libia (Dio scampi) la quale  ha giusto giusto cominciato, l’11 novembre, gli “addestramenti in risoluzione dei conflitti”  a non meglio identificate “organizzazioni della società  civile libica”.  Seconda, sta per arrivare anche la EUBAM, in neolingua “La missione UE di assistenza alla Libia nei confini”, ossia nella gestione dei confini, insomma meglio: insomma, sarà la UE a impancarsi della faccenda, in  accordo  con le milizie  di gangster  che sostengono  il governicchio As-Serraj .  Lo farà sicuramente meglio di Minniti: vedrete che la CNN non  dovrà più fare clamorosi  servizi falsi sui mercati degli schiavi a Tripoli. Si tratta di pompare Serraj contro    Haftar, ossia contrastare l’influenza di Mosca e dell’Egitto. Nessuno lamenterà più la brutalità dei libici sui negri..

Anche perché, spiega il sempre informatissimo Bianchi dell’Agenfor,   la gestione dei migranti  “è il settore di uno specifico gruppo del Ministero dell’Interno libico, che è il DCIM, che non si fa certo sfuggire il business dei migranti – perché tale è per la Libia oggi il dramma dei migranti – a vantaggio degli uomini di Taha Misrati.”

Esiste dunque un Ministero dell’Interno di As-Serraj! Il quale vuole essere il solo ad accordarsi con inglesi ed eurocrati. Sicuramente non gratis.

Saapiamo dalla moglie libica di  Lolli,  intervistata dal  Resto del Carlino, che non solo suo marito è stato arrestato   dai miliziani di Rada: “Negli ultmi tempi so che altri italiani sono stati arrestati, soprattutto insegnanti».

http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/giulio-lolli-1.3514607

Insegnanti. Soprattutto. Il segno  di un cambiamento di protettori internazionali che la cosca Serraj ha  scelto? Non chiedete al vostro  cronista, che sa pochissimo.

1506.- ESCLUSIVO “Sarà estradato, ma non gratis”.Giulio Lolli visto da vicino nelle sue ultime peripezie

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ESCLUSIVO “Sarà estradato, ma non gratis…”: Giulio Lolli visto da vicino nelle sue ultime peripezie

Sempre intento ai traffici, pure con le ONG, ma anche eroico contro l’ISIS a Sirte e romantico a Tripoli, bel suol d‘amore: ecco che cosa ha combinato negli ultimi tempi, prima dell’arresto, il truffatore degli yacht ricercato dalla procura di Rimini.

Intervista esclusiva a Sergio Bianchi, direttore di AGENFOR International.

Un uomo sempre intento a trafficare, sia con le ONG sia con le varie consorterie che si contendono il potere in Libia. Ma anche un uomo coraggioso e a suo modo eroico nei combattimenti contro l’ISIS. Oltre agli affari, un matrimonio sfarzoso nato nell’ambito delle amicizie con le forze di Misurata. Il tutto sullo sfondo del dramma dell’immigrazione selvaggia, un vero e proprio business per i libici, e senza aver mai imparato l’arabo.

Parliamo di Giulio Lolli, il “principe”delle truffe degli yacht,la cui corsa sembra essere terminata qualche giorno fa. Ne abbiamo parlato con Sergio Bianchi, direttore di AGENFOR International, esperto di Medio Oriente e Mediterraneo (qui una sua intervista sul pericolo della radicalizzazione islamica), che rivela a Riminiduepuntozeroquale sia stato il ruolo border-line dell’uomo tanto ricercato dalla Procura di Rimini con un mandato d’arresto internazionale. Un’intervista con alcuni dettagli inediti e sorprendenti.

Dottor Bianchi, l’arresto di Giulio Lolli del 29 ottobre è andato come lo hanno raccontato i giornali? Un’operazione delle forze speciali libiche senza fornire spiegazioni?
“Sì, Lolli è stato arrestato da Rada (la Forza Speciale di Deterrenza, ndr) a casa sua, un quartiere della Tripoli bene sul mare, dalla brigata antiterrorismo che fa capo a Kara (Abdel Rauf Kara, ndr), uno dei leader salafiti alleati del Governo di As-Sarraj, che conta al suo attivo circa un migliaio di combattenti, oggi sotto l’ombrello del Ministero degli Interni. Kara controlla alcune delle più importanti infrastrutture di Tripoli, fra cui l’aeroporto, e dispone di numerose prigioni illegali, fuori dal controllo della Procura e del Ministero di Giustizia. E’ un personaggio molto potente, che traffica sia con il governo legittimo che con Heftar, il dittatorello della Cirenaica. La sua brigata si occupa di spionaggio, anti-terrorismo, contrasto al crimine organizzato, con particolare attenzione alla droga ed al riciclaggio di denaro”.

Qual è l’effettivo ruolo giocato da Lolli al tempo delle rivolte interne anti-Gheddafi?
“Lolli ha giocato un ruolo molto marginale durante la rivolta, anche se si è agganciato ai ribelli dopo essere scappato dalla prigione di ‘Ayn Zara per sopravvivere nel caos libico. Consideri che non ha mai imparato l’arabo. Lolli, in effetti, ha collaborato con varie brigate in momenti differenti dal 2011 ad oggi. Più di recente ha combattuto a Sirte nella lotta contro Da’ish, dove con il suo barchino, sfidando le cannonate con grande coraggio, andava a prendere i feriti e li portava a Misurata, al riparo, o portava equipaggiamenti ai combattenti da Misurata alle aree libere di Sirte. Ovviamente, Lolli ha cercato fin da subito dopo la caduta di Gheddafi protettori politici e militari, considerata la sua situazione legale e il ‘red tag’ Interpol. Il suo maggior interesse di medio termine era avere un riconoscimento libico e documenti per potersi muovere, quello immediato di avere protettori che garantissero per lui in caso di rapimenti o conflitti. Dopo varie peripezie ha trovato l’appoggio delle brigate di Tajuri, militanti del quartiere di Suq al-Jum’ah più vicini alle forze di Misurata più che as-Sarraj, soprattutto nella componente guidata da Taha Misrati, un comandante militare che ha occupato una larga parte del porto di Tripoli, fino quasi ai confini della base di Abu Sitta, cioè il comando di as-Sarraj. Il suo matrimonio è stato patrocinato in questo ambito, anche se certamente il fascino della moglie non è secondario per un cacciatore di donne come Lolli.
Inoltre, Lolli era uno dei pochissimi che capisse di barche e fosse in grado di guidarne e gestirne una e dunque serviva alle milizie che si erano trovate a capo del porto senza alcuna esperienza e con mezzi scassati.

La sua Katibah (unità combattente, ndr) lo ha anche usato in alcune operazioni anti-immigrazione, prima che la sua imbarcazione si rompesse, ma più in formato promozionale che altro, visto che i profughi non partono da Tripoli.

Il porto di Tripoli non serve per l’immigrazione, bensì per i loschi traffici attorno alle lettere di credito in dollari, ed alle finte importazioni per arricchire la classe predatoria oggi al potere.
Il problema è che Lolli mescola sempre questi problemi, che sono di natura militare e politica, con questioni di business e ha cercato di accreditarsi in un gioco più grande di lui anche questa volta. Solo che la Libia non è l’Italia. Pertanto si è lanciato in spericolate operazioni per ottenere fondi dai donatori internazionali nella lotta anti-immigrazione, distribuendo ovunque (soprattutto a giornalisti ed ONG europee) piani d’azione immaginari e fantasiosi, riparare due imbarcazioni ferme nel porto di Tripoli con ricambi e personale provenienti dall’Italia – e da Rimini, lui che è un latitante –e in altre attività del suo amato lavoro di importatore di barche a vantaggio di ‘autorità’ di Misurata e altri. Non sempre questi affari, così complessi, vanno a buon fine e, soprattutto, mescolare business e impegno militante nella Libia di oggi è pericoloso, soprattutto quando il tuo protettore è caduto in disgrazia per un nuovo giro di giostra nel complesso meccanismo di alleanze fra milizie.”

Fra Libia e Italia, oggi a chi fa più comodo la sua detenzione?
“Certamente a Rada. Kara è un negoziatore. In questi giorni sta negoziando l’estradizione del fratello di Salman Abady – il killer di Manchester – alle autorità inglesi. Adesso è il momento buono per la Giustizia italiana di tentare la carta dell’estradizione, anche perché Lolli a breve capirà che le sue coperture, da Misrati a suo cognato, sono saltate e non sono più in grado di proteggerlo.

Inoltre, la mia impressione è che lui fosse a corto di soldi, a dispetto del mito Lolli che circola in Italia, ed avesse un disperato bisogno di mettere a segno qualche colpo per recuperare le spese del matrimonio e di 7 anni di latitanza, che non sono certo gratuiti, considerando gli squali che gli giravano intorno, di qua e di là del mare. In verità ho sempre avuto l’impressione che la Procura di Rimini non abbia fatto bene i conti sulla reale entità della truffa di Lolli alle finanziarie ed alle banche italiane e sanmarinesi.
Paradossalmente, adesso questi fattori potrebbero facilitare l’estradizione, anche nell’interesse del povero Lolli, che non ha ancora capito che si sarebbe dovuto da tempo consegnare alla Guardia di Finanza e scontare la sua pena in Italia.

Queste cose gliele ho dette anche qualche settimana fa, quando ero in Libia per incontri con vari sindaci, ma Lolli si sa com’è fatto….”.

Lolli ha collaborato con le autorità libiche e italiane, in passato o di recente, per combattere scafisti e migrazione clandestina?
“No. Le autorità italiane non si mettono certo a collaborare con un ricercato. E’ una favola anche la sua collaborazione con i servizi segreti, per quanto i libici siano paranoici su questo lato e nel passato più volte lo hanno accusato di essere una spia, non si sa di chi. Quanto alla Libia, la parola autorità al momento è un’iperbole, anche se la sua brigata stava sotto il cappello del Ministero dell’Interno. La Katibah a cui Lolli apparteneva ha partecipato ad alcune limitate attività di contrasto all’immigrazione clandestina, soprattutto al ricovero temporaneo di migranti nel porto, ma questo è il settore di uno specifico gruppo del Ministero dell’Interno libico, che è il DCIM, che non si fa certo sfuggire il business dei migranti – perché tale è per la Libia oggi il dramma dei migranti – a vantaggio degli uomini di Taha Misrati.”

L’Italia chiede la sua estradizione?
“Ovvio. Vi sono anche alcune condizioni positive, perché alcuni uomini chiave della sicurezza italiana adesso giocano un ruolo molto più importante nelle istituzioni europee e inoltre l’Italia è molto forte a Tripoli. Inoltre, la Procura di Rimini dovrebbe avere la collaborazione volontaria dello stesso Lolli, per arrivare ad un risultato positivo in termini relativamente brevi, viste le sue condizioni attuali. Ma non sarà gratis, questo è certo, conoscendo Kara ed i suoi e l’allergia di Lolli per la procura di Rimini. Oggi l’estradizione, se fatta nel modo giusto, è possibile. Le carceri di Kara non sono propriamente i Casetti….”.

1504.- PREPARANO UN INTERVENTO “UMANITARIO” IN LIBIA CONTRO DI NOI?

CNN ha  fatto  un “clamoroso” servizio esclusivo : ha mostrato un mercato degli schiavi in Libia.  I media del giorno dopo hanno battuto la grancassa: intollerabile! Disumano! Protesta dell’UNHCR, delle ONG .   Eccetera.

Il servizio CNN appare falso come giuda. Non perché “mercati”  del genere non esistano  in  Libia, ma perché sicuramente non avvengono in quel modo, come al mercato del pesce. Falsa la indignazione, false le circostanze, false i particolari.  Per esempio si parla di negri denutriti:

Non viene mostrato nessun denutrito. I veri denutriti sono così:

Saida Ahmed Baghili, 18, lies on a bed at the al-Thawra hospital where she receives treatment for severe malnutrition in the Red Sea port city of Hodeidah, Yemen, October 24, 2016. REUTERS/Abduljabbar Zeyad/File photo

Uno  yemenita, ridotto in questo stato insieme a migliaia di connazionali, causa  la guerra che l’Arabia Saudita, l’alleato di Usae Israele ,il modello di democrazia, – con l’aiuto militare di caccia-bombardieri americani e inglesi – ha sferrato contro il paese più debole dell’area, per stroncare la rivolta degli sciiti con il genocidio per fame.

Posto che il servizio CNN è un fake, e che i media occidentalisti lo hanno strombazzato con tanta forza, ci si deve domandare cosa ciò prepara.

  1. Suscitare la compassione pubblica ed ufficiale per far riprendere il flusso dei migranti e ridare il business relativo alle note ONG tanto amate da Soros e dall’UNCHR (di cui ha fatto  parte la Boldrini), nonché dalla Bonino?
  2. Un’iniziativa per mandare a monte gli accordi che Minniti ha stretto con   le bande libiche e che hanno ridotto l flusso di migranti e tagliato il business dei salvataggi alle ONG anglo e tedesche? E’ una situazione che l’ONU ha denunciato già da mesi:  “Alcuni Paesi europei incoraggiano gruppi armati che trattengono chi vuole fuggire”, ha tuonato  l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani  Zeid Ra’ad Hussein.
  3. Un intervento “umanitario” anglo-americano in quella zona della Libia dove l’Italia ha stabilito certe relazioni e  ha interessi che fanno gola ai britannici? Dico britannici perché stranamente, Londra  ha appena riaperto a Tripoli l’ambasciata, ben fornita di tizi alti muscolosi che non sembrano diplomatici. E in coincidenza, è stato “arrestato”  un faccendiere italiano che aveva ottimi rapporti con certe milizie.

La permanenza di un Gentiloni  – tanto amico di Hillary, e tanto nemico dei nostri interessi da  ritirare l’ambasciatore dal Cairo per il caso Regeni –  garantisce che, se l’intenzione  dei nostri alleati  è predatoria, essa andrà a buon fine.  Forse non c’entra niente,  ma inviterei a considerare il crollo in borsa di Leonardo: quella che un tempo sic chiamava Finmeccanica, che è in mano all’azionista pubblico Tesoro per la metà:  certo ha avuto un  periodo  non smagliante la nostra fabbrica di elicotteri, ma non al punto da giustificare un crollo di un quinto del suo valore (oltre il 21%)  in un  giorno solo.  Certo piace molto agli inglesi, o ai francesi? Ai tedeschi?

Terrei d’occhio anche la corte che Renzi fa ad  Emma  Bonino per metterla  nel governo. Non sono certo i voti che porta, questa globalista che ha  approvato tutti gli “interventi umanitari” in Irak e Siria e Libia ,  che quando apre bocca sembra di sentir parlar4e la Cia o l’MI6.

Questo non è un articolo, è un allarme. La situazione è in evoluzione. Alla prossima puntata.

di Maurizio Blondet