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1011.-Militari, armi e basi: così la Cina mostra i muscoli in Africa

CECILIA ATTANASIO GHEZZI, PECHINO

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Negli ultimi cinque anni la presenza militare cinese in Africa è cambiata. Fino al 2012 si limitava a fornire supporto di basso profilo nelle operazioni internazionali di peacekeeping, preferiva mandare ingegneri e medici che militari. Oggi non è più così. Di fatto la Repubblica popolare è l’ottavo paese per numero di unità militari che partecipano alle operazioni dei Caschi blu in Africa e il primo in assoluto tra i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu. Mathieu Duchatel, analista dell’European Council on Foreign Relations, spiega cosa sta succedendo.
Com’è la presenza cinese in Africa?
«Dal 2000 la presenza in Africa della Cina cresce esponenzialmente. Ma il segno dei tempi che cambiano sono proprio le forze militari. Un tempo, a parte qualche considerevole eccezione durante la Guerra Fredda, l’influenza cinese era limitata al campo economico. La Repubblica popolare si presentava come un partner per lo sviluppo dei Paesi africani che avrebbe aderito al “principio di non interferenza” negli affari interni di uno Stato. Non c’era nessun interesse ad avere un ruolo nella sicurezza».

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E come è cambiata?
«L’evoluzione è lunga. In primo luogo si è trattato di proteggere i propri investimenti e le infrastrutture che andava costruendo dai momenti di “instabilità” di diverse nazioni africane. Ma il punto di svolta sono stati i piani di evacuazione per i propri cittadini durante le crisi. Lo abbiamo visto in Libia, nella Repubblica centroafricana, in Sierra Leone e Gibuti. A quel punto era necessaria una logistica più sofisticata».

Solo piani di evacuazione quindi?
«No. C’è anche la questione dei Caschi Blu. Se inizialmente la Cina forniva per lo più personale medico e ingegneri, per la prima volta ha accettato di far combattere i suoi soldati in Mali e Sud Sudan. Sicuramente anche questa è una decisione che rispecchia la volontà di proteggere i propri interessi economici, ma si tratta di un cambiamento notevole che esula dai compiti di un partner esclusivamente commerciale e sfocia in quelli di un partner militare e politico».

Un esempio?
«In Nigeria la Cina si è messa al fianco del governo contro Boko Haram. Qui si tengono insieme l’esportazione di armi e una cooperazione politica. Potrebbe anche decidere di costruire una base militare, come quella in Gibuti».

Non tutti la considerano una base militare vera e propria…
«Anche se i cinesi non la chiamano “base” ma “hub di facilitazione logistica per le missioni in corso”, anche se insistono sul fatto che serve a proteggere gli affari e non a far la guerra, è chiaramente molto più di quello. È il supporto logistico delle evacuazioni e delle operazioni di peacekeeping. È a tutti gli effetti una base militare ed è il simbolo del cambiamento paradigmatico dei cinesi alla sicurezza africana: un tempo l’eventualità di costruire una base militare all’estero era esclusa, oggi c’è e, verosimilmente, ne verranno costruite altre».

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I condomini di Kilamba attendono gli inquilini dalla Cina

Che significa in termini geopolitici?
«La presenza militare cinese in Africa ci parla in definitiva delle aspirazioni e delle ambizioni della Repubblica popolare a potenza mondiale. È già molto di più che la mera difesa degli interessi economici».

Con buona pace del «principio di non interferenza»?
«La prova della verità deve ancora arrivare. Il principio di non interferenza ha guidato la politica estera cinese per decenni, ma oggi qualcosa sta cambiando. Diciamo che viene ancora rispettato, ma in maniera “flessibile”. Poniamo il caso di una guerra civile che scoppia in un Paese in cui la presenza militare cinese è consistente. La Cina si troverebbe ad avere una moneta di scambio che potrebbe far pendere la fortuna dall’una o dall’altra parte. Siamo sicuri che non la userà?».

Photo_Duchatel-16382-kTlD-U11001643901840HZD-150x150@LaStampa.it  Mathieu Duchatel è un analista dello European Council on Foreign Relations

977.-Quanti migranti dalle metropoli africane: costose, affollate, disconnesse?

Pochi hanno visto uno slum, una baraccopoli e nessuno di voi immagina che possa contenere milioni di individui; ma in quali condizioni morali e in quale degrado? Non parlatemi di igiene. L’incremento demografico batte gli allevamenti in batteria. E’ questo che ci attende?

matharevalleyslumgo-inside-the-last-surviving-slum-of-seouls-glitzy-gangnam-district-before-south-korea-demolishes-itSolo le metropoli dell’Africa sub-sahariana avranno un miliardo di abitanti entro il 2050. Dove ci stanno portando quattro predoni che hanno imparato a sventolare i principi spalancando le fauci?

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Guardiamo ai migranti, ma da dove vengono, con Antonella Sinopoli, Giornalista professionista e blogger su Ghanaway. Antonella si interessa e scrive di Africa, diritti umani, questioni sociali. Ha viaggiato molto prima di fermarsi in Ghana e decidere di ripartire da lì. Ma continua ad esplorare, in uno stato di celata, perenne inquietudine. Poiché il mondo è troppo grande per una vita sola, ha scelto di viverne tante. Direttore responsabile di Voci Globali.

Disconnesse, affollate, costose oltre la media. È la fotografia delle metropoli africane sub-sahariane che emerge dal nuovo rapporto della World Bank.

Continua il trend dell’urbanizzazione in Africa, 472 milioni di persone vivono oggi nelle grandi città e si calcola che saranno un miliardo entro il 2050.

Il mito del grande centro urbano attrae in modo inesorabile, ormai, gli abitanti delle aree rurali. Le ragioni sono diverse, la ricerca di una vita migliore e di un lavoro stabile prima di tutto. Ma da qualche tempo anche le conseguenze dei cambiamenti climatici stanno provocando una fuga dalle aree interne o costiere dove desertificazione, erosione, piogge intense o, al contrario siccità, hanno effetti devastanti sulla produzione agricola e sulla pesca.

Il problema è: quanto le città sono pronte ad accogliere una popolazione in costante crescita? Il lavoro accademico della Banca Mondiale porta un titolo che in qualche modo entusiasma, Africa’s cities: opening doors to the world. In realtà le “porte aperte sul mondo” sono ancora per lo più una speranza. La vita nelle metropoli africane, infatti, non è affatto semplice. Una famiglia può spendere fino al 55% in più per vivere nella grande città rispetto ad altre aree – e non sempre questo vuol dire accesso a servizi primari, come l’acqua corrente o l’energia elettrica, che spesso può subire interruzioni per molte ore. Per non parlare del sistema fognario, elementare o inesistente, e dei servizi ospedalieri pubblici. E per quanto riguarda gli alloggi, spesso le paghe sono talmente basse che ci si può permettere solo alloggi di fortuna. Un esempio su tutti: a Lagos, Nigeria, due persone su tre vivono in uno slum.

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Il problema è che vivere in città – soprattutto se non si è scolarizzati e non si hanno competenze lavorative specifiche – diventa un inferno per molte persone che rimangono intrappolate nel ciclo della povertà. Come evidenzia il rapporto della Banca Mondiale, mentre in altri continenti, come quello asiatico, l’urbanizzazione ha anche significato un aumento del PIL pro capite, nell’Africa Sub-Sahariana questo rimane il più basso, una media di 1.000 dollari annui.

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Ghana – Zona rurale. Foto di ©Antonella Sinopoli

C’è poi la questione della “disconessione” dal resto del Paese. Spesso le grandi città africane si sono sviluppate senza un corrispondente adeguato sistema di trasporti e di strade, aspetto che ovviamente incide nelle relazioni tra le persone e le famiglie divise, ma anche sulle capacità di trasporto delle merci.

A volte i trasferimenti nelle città sono dovuti al costo dei trasporti e soprattutto al tempo di percorrenza, troppo elevati per i pendolari. Traffico caotico e incontrollato, strade e mezzi di trasporto pubblico inadeguati incidono non poco sulla scelta di trasferirsi nei maggiori centri abitati.

Tornando ai costi, è stato calcolato che chi vive in una città africana spende tra il 20 e il 31% in più per affitto e servizi rispetto ai cosiddetti Paesi Sviluppati, il 35% in più per il cibo.

Ovviamente tali problemi riguardano non solo i singoli abitanti e famiglie ma anche le imprese, sia locali che estere, che decidono di investire con una sede in una metropoli africana. Se per una serie di servizi e uffici è indispensabile stare in una città, spesso la carenza di infrastrutture adeguate e la distanza dagli altri centri e le aree interne provoca una sorta di bolla che chiude le porte al business anziché favorirlo.

Il dinamismo delle metropoli africane garantisce certo molti vantaggi, ma mostra i rischi derivati dall’impreparazione e dalla mancanza di pianificazione. Le aspettative sono tante, così come le potenzialità, ma la trappola di uno sviluppo abortito è troppo chiara e visibile per non essere riconosciuta. Formalizzare l’acquisto dei terreni e garantire i diritti di proprietà, elaborare piani urbanistici, incrementare i sistemi di trasporto e assicurare i servizi essenziali: sono alcune delle soluzioni possibili. Non solo possibili, indispensabili.

Se le capitali africane – la maggior parte di loro – non smetteranno di essere un gigantesco formicaio dove ci si muove e si vive con disordine e fatica, certo lo sviluppo sarà lento e probabilmente non raggiungerà i risultati auspicati a parole. Un’inversione di rotta, quella sì, aprirà le porte dell’Africa Sub-Sahariana al mercato globale con un vantaggio per il continente e non solo per le imprese estere, grandi e piccole, che hanno comunque trovato il loro interesse a investire in Africa.

slum-mumbai1aHomeless, non solo slum. I più poveri nelle città ricche. 

slum : Nonostante l’avvio di diversi programmi per il miglioramento delle condizioni di vita nelle baraccopoli, gli slum restano una realtà diffusa in molte regioni del mondo.  Guardiamole per capire quale futuro ci attende se non impariamo a gestire i numeri dell’immigrazione.

 

La maggior parte delle baraccopoli si trova in Africa subsahariana ma non è qui l’insediamento più popoloso al mondo.

Intorno a Rio de Janeiro abbiamo Rocinha, Brazil – 69 mila persone. Questa è la più grande tra le 700 favelas che sono sorte attorno alla città.

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Rocinha

Makoko, Nigeria – 110 mila persone. Detta anche Venezia nera o Venezia d’Africa, è una baraccopoli situata alla periferia di Lagos. Makoko, fondata nel 18esimo secolo come villaggio di pescatori, è costituita da strutture poggianti su palafitte e collegate da canali percorsi dagli abitanti con canoe in legno. In ogni casa vivono in media otto persone, originarie principalmente del Togo e del Benin. L’area è soggetta ad una sorta di autogoverno anche se dal 2012 l’interesse delle autorità è aumentato per sfruttare la sua posizione privilegiata sul lungomare.

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Makoko

Cité Soleil, Haiti – 241 mila persone. Sorta alle porte della capitale haitiana di Port-au-Prince è una delle aree più povere e densamente popolate del paese. All’interno dello slum sono presenti soltanto due scuole e pochi ambulatori medici. Anche i negozi e le attività commerciali sono rare. Dopo il terremoto del 2010, ci vollero circa due settimane per portare i soccorsi umanitari alle famiglie di questo slum.

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Cité Soleil

Petare, Venezuela – 370 mila persone. L’insediamento si trova a quasi mille metri d’altezza a est della capitale Caracas. Conosciuto come uno dei quartieri più violenti dell’America Latina, il governo ha avviato un’impressionante programma per debellare le criminalità portato avanti da polizia ed esercito.

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Petare

Dharavi, India – 1 milione di persone.

La baraccopoli sorge alle porte di Mumbai, la più popolosa città indiana e cuore finanziario del subcontinente, e ricopre una superficie di circa 1,7 chilometri quadrati. Originariamente un villaggio di pescatori, oggi il governo vorrebbe trasformare questo insediamento in una moderna città satellite dotata dei servizi fondamentali. L’investimento necessario ammonta a più di 2 miliardi di dollari ma al momento resta solo un’ipotesi.

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Dharavi

Khayelitsha, Sud Africa – 1,2 milioni di persone

Questo insediamento, il cui nome significa “Casa Nuova” in xhosa, fu creato nel 1983 per ospitare i neri che giungevano a Città del Capo. Secondo le leggi raziali, infatti, non potevano andare ad abitare negli stessi quartieri popolati dai bianchi. Ancora oggi circa il 90% della popolazione di questo slum è costituita da neri.

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Khayelitsha

Manshiet, Egitto – 1,5 milioni di persone

Questo è uno dei più grandi slum nel mondo arabo ed è diventato meta di coloro che cercano un lavoro nella capitale egiziana ma non possono permettersi gli alti affitti delle abitazioni. All’interno dell’insediamento esiste una sorta di slum nello slum dove risiedono i profughi sudanesi fuggiti dal genocidio in Darfur. Poiché non sono musulmane, queste famiglie sono costrette a vivere in un vero e proprio ghetto dove le condizioni di vita sono drammatiche.

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Manshiet

Orangi Town, Pakistan – 1,8 milioni di persone

La baraccopoli si trova a nord-ovest del porto pachistano di Karachi. La sua impressionante crescita demografica iniziò nel 1965 e in breve è diventata il più grande slum asiatico secondo l’UNDP. Oltre l’80% dei suoi abitanti non ha un lavoro fisso.

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Orangi

Kibera, Kenya – 2,5 milioni di persone

Con i suoi 2 milioni e mezzo di abitanti, lo slum accoglie circa il 60% della popolazione della capitale keniota. Solo il 20% delle abitazioni ha la corrente elettrica e praticamente non esiste acqua potabile. Secondo dati dell’UN-Habitat una latrina è in media condivisa da 50 persone. Non esistono ospedali, né ambulatori pubblici. Le prestazioni mediche di base sono assicurate solo dalle Ong internazionali quali Amref, MSF o dalle associazioni di matrice religiosa, soprattutto cattolica e protestante.

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Kibera

Neza-Chalco-Itza, Messico – 4 millioni di persone

Alla periferia nord del Distretto Federale di Città del Messico, sorge questo insediamento che prende il nome dall’antico re Azteca Nezahualcóyotl. Fino all’inizio del 20esimo secolo l’area era occupata dal lago Texcoco, poi un intervento governativo ne prosciugò le acque e la terra fu venduta a privati. Ma solo a partire dagli anni 60 si iniziò a realizzare una rete di fognature e ha portare acqua potabile ed elettricità nell’insediamento. Nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi anni dal governo federale per migliorare la qualità dei servizi disponibili, la situazione resta tuttavia alquanto critica.

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Neza-Chalco-Itza

Abbiamo visto abbastanza? quella gente non vive in quei formicai, ma impone la sua inciviltà nelle città.

Art. 25, comma 1 Dichiarazione universale dei Diritti Umani

Ogni individuo ha il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari […]

Un diritto fallito, negato, dimenticato in ogni parte del globo. Basta essere poveri e i diritti diventano utopia. La povertà, la mancanza di futuro, servizi sociali scarsi, inadeguati o inesistenti, accomunano persone la cui vita sembrerebbe così diversa. Si chiamano homeless o persone senza fissa dimora.

Europa, Asia, Oceania, America, Africa: nessun continente è fuori dalle statistiche internazionali che riguardano il problema dei senza tetto. L’ultima raccolta dati dell’ONU, a livello globale, risale a dieci anni fa, la stima era allora di 100 milioni di homeless in tutto il mondo e un miliardo alloggiato in case e condizioni non adeguate agli standard minimi.

Naturalmente mappare i territori non è semplice, ma qualche dato disaggregato può aiutare a inquadrare meglio la misura del problema.

In Italia la crisi economica ha triplicato il numero dei senza tetto, la cifra stimata è di 48.000 persone, ma questa non comprende i Rom e gli immigrati poiché vivono in “insediamenti informali”. Come se, nel caso degli immigrati questa fosse una scelta, uno stile di vita…

Che non è uno stile di vita lo sanno i 3.5 milioni di homeless che vivono in USA. Lo sanno i 250.000 del Giappone, altra grande potenza industriale, lo sa quel 44% di donne che costituiscono la più alta percentuale di homeless in Australia (105.000 in totale). Veterani di guerra, gente che ha perduto il lavoro, ragazze madri, persone con disturbi mentali: sono gli homeless delle città ricche. Giovani senza lavoro, padri e madri di famiglia che vivono arrangiandosi nei campi o con piccole attività dei mercati locali, persone che vivono con poco più di un dollaro al giorno, orfani: sono gli homeless dei Paesi in via di sviluppo.

Ovviamente i dati sono approssimativi ma ricordano che i diritti fondamentali non sono acquisiti una volta per tutte, né tantomeno scontati. Una lettura di questo recente Report sullo stato della povertà negli USA aiuta a comprendere il fallimento (o perlomeno le impressionanti contraddizioni) del capitalismo e la difficoltà di assicurare un alloggio e una vita dignitosa ai propri cittadini che, nel caso degli homeless, spesso possono contare solo sulla compassione e sulle azioni caritatevoli di Charity e associazioni private.

In Africa contare il numero dei senza tetto è ancora più complesso che nel mondo industrializzato. Qui esistono relazioni e sistemi di sostentamento che spesso sono più funzionali e dignitosi di quelli d’oltreoceano. Come il gruppo familiare allargato delle zone rurali, dove in uno stesso compound – o anche una semplice struttura in materiale locale e pericolosamente fatiscente – possono comunque alloggiare più famiglie.

In questa lista dei 25 Paesi con il più alto tasso di senza tetto, non figura nessun Paese africano, molte invece le metropoli statunitensi. In cima alla classifica c’è Manila. Secondo Homeless International circa 22.8 milioni di persone nelle Filippine vivono in slum e, secondo il Governo filippino 1.2 milioni sono bambini che sopravvivono attraverso attività di vendita ambulante o chiedendo l’elemosina.

La seconda città nella lista risulta New York City, la terza è un’altra città americana, Los Angeles.

E la situazione nel mondo non sembra destinata a migliorare. Homeless International, Reall – Real Equity for All, calcola che, nel 2020, 1miliardo e 400 milioni di persone vivranno in slum – il 60% nell’Africa sub-sahariana – con una crescita annuale del 10%. Le città nei Paesi in via di sviluppo assorbiranno il 95% della crescita della popolazione mondiale.

Che abbia a che fare con la mancanza di infrastrutture, di un basso indice di Prodotto Interno Lordo, di politiche sociali inesistenti o inadeguate, di un sistema economico al collasso, di un welfare scadente – a seconda dei Paesi in questione – la negazione del diritto alla casa rende dunque uguali milioni di persone a latitudini diverse, vittime di politiche indifferenti al benessere di ciascun essere umano. Non solo di quelli che una casa vera possono permettersela.

I 10 motivi per cui l’Occidente ha ucciso la Guida libica Muhammar Gheddafi. L’Africa francofona, le segrete vie e gli equilibri della finanza.

Diceva Gheddafi: “l’attacco dell’11 settembre è partito dall’America e Al-Qaida ha sede a New York”, parole sante effettivamente. Un Gheddafi destituito, anche lui con un’operazione mediatica, che ha fatto distruggere l’unico paese africano dove si stava meglio che in Europa.

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L’ex-leader libico Muhammar Gheddafi fu ucciso “perché pensava che l’Africa era matura per sfuggire alla povertà coi propri mezzi, svolgendo il proprio ruolo nella governance globale“, aveva detto il presidente del Ciad Idris Deby, in un’intervista.

Secondo il Capo di Stato ciadiano, era essenziale “farlo tacere”, aggiungendo che “la storia registrerà che gli africani non hanno fatto molto. Ci hanno ignorato e non fummo consultati.

Gheddafi era sconvolto e imbarazzato“. “Fu lo stesso con Patrice Lumumba, in Congo.

 

Patrice Lumumba è stato il primo primo ministro della Repubblica Democratica del Congo dopo il raggiungimento dell’indipendenza del Congo dal Belgio. Rimase in carica solo pochi mesi. Nel dicembre del 1960 venne fatto arrestare dal colonnello Mobutu che aveva preso il potere con un colpo di stato, che lo fece uccidere dai ribelli Katanghesi il 17 gennaio 1961.

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Lumumba fu il primo, e per oltre quarant’anni l’unico, dirigente politico democraticamente eletto nella Repubblica Democratica del Congo.

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Il presidente del Ciad Idris Deby, al suo quinto mandato. Il Ciad è un Paese in profonda crisi economica e sociale.

Perché l’uccisero? Perché Gheddafi fu ucciso? (…) Siamo fornitori di materie prime. Ma guardate dove siamo? Siamo molto arretrati“, ha detto il leader del Ciad da Abeche, la seconda città del Ciad. Ecco in 10 punti perché Gheddafi doveva morire:

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1) – Il primo satellite africano RASCOM-1

Fu la Libia di Gheddafi ad offrire la prima vera rivoluzione in Africa dei tempi moderni: assicurando la copertura universale del continente per telefonia, televisione, radio e molte altre applicazioni come telemedicina e istruzione a distanza; per la prima volta, una connessione a basso costo diventava disponibile nel continente, anche nelle zone rurali, con il sistema del ponte radio WMAX. La storia inizia nel 1992, quando 45 Paesi africani crearono la società RASCOM per avere un satellite africano e ridurre i costi di comunicazione nel continente. Le chiamate da e verso l’Africa allora avevano le tariffe più costose del mondo, perché c’era una tassa di 500 milioni di dollari che l’Europa incassava ogni anno dalle conversazioni telefoniche, anche all’interno dei Paesi africani, per il transito dei satelliti europei come Intelsat. Il satellite africano costava solo 400 milioni da pagare una sola volta, senza mai più pagare 500 milioni di affitto all’anno. Quale banchiere non finanzierebbe un progetto del genere, ma l’equazione più difficile fu: come lo schiavo si sbarazza dello sfruttamento servile dal padrone se cerca aiuto da quest’ultimo per raggiungere questo obiettivo? Così, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Stati Uniti, Unione europea ingannarono questi Paesi per 14 anni. Nel 2006, Gheddafi pose fine all’inutile agonia dell’elemosina dai presunti benefattori occidentali che praticano prestiti a tassi usurari; la Guida libica mise sul tavolo 300 milioni di dollari, la Banca di Sviluppo africana 50 milioni, la Banca per lo Sviluppo dell’Africa occidentale 27 milioni, così l’Africa dal 26 dicembre 2007 ebbe il suo primo satellite per telecomunicazioni della storia. Nel processo, Cina e Russia s’inserivano, questa volta vendendo la loro tecnologia e permettendo il lancio di nuovi satelliti sudafricani, nigeriani, angolani, algerini e anche di un secondo satellite africano, lanciato nel luglio 2010. Ci aspettiamo per il 2020 il primo satellite al 100% tecnologicamente costruito sul suolo africano, in particolare in Algeria. Il satellite competerà con i migliori del mondo, ma a un costo 10 volte inferiore, una vera e propria sfida. Ecco come un piccolo semplice gesto simbolico di 300 milioni può cambiare la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi è costata all’occidente non solo 500 milioni di dollari all’anno, ma miliardi di dollari di debito ed interessi che tale debito avrebbe generato all’infinito e in modo esponenziale, mantenendo il sistema occulto per spogliare l’Africa.

2) – Base monetaria dell’Africa, Banca centrale africana, Banca di investimenti africana

I 30 miliardi di dollari sequestrati da Obama appartengono alla Banca centrale libica, previsti dalla Libia per la creazione della federazione africana attraverso tre progetti faro:3) – Banca di investimenti africana a Sirte, in Libia e creazione nel 2011 del Fondo monetario africano con capitale di 42 miliardi di dollari a Yaounde,

4) – Banca centrale africana ad Abuja, in Nigeria, la cui prima emissione monetaria africana significava la fine del franco CFA attraverso cui Parigi domina alcuni Paesi africani da 50 anni.

5) – E’ comprensibile dunque ancora una volta la rabbia di Parigi contro Gheddafi. Il Fondo monetario africano doveva sostituire eventualmente tutte le attività sul suolo africano con cui il Fondo monetario internazionale, con solo 25 miliardi di dollari di capitale, ha saputo piegare un intero continente con privatizzazioni discutibili, obbligando i Paesi africani a passare dai monopoli pubblici a quelli privati. Sono gli stessi Paesi occidentali che chiesero di divenire membri del Fondo monetario africano e, unanimemente, il 16-17 dicembre 2010 a Yaounde gli africani respinsero tali lussuriosi, decidendo che solo i Paesi africani fossero membri del FMA.

I soli nemici possibili della governance tecnocratica finanziaria mondiale sono quelli morti. Nel 2000, Saddam Hussein aveva annunciato che il petrolio iracheno sarebbe stato venduto in euro, non in dollari. 

La NATO ha ucciso Gheddafi per fermare la creazione libica della Gold-Backed valuta

Nonostante la Francia abbia guidato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1973 per la creazione di una no-fly zone sopra la Libia con l’intento esplicito di proteggere i civili, una delle oltre 3.000 email nuove di Hillary Clinton rilasciate dal Dipartimento dello Stato, contiene  prove schiaccianti delle nazioni occidentali che hanno utilizzano la NATO come strumento per rovesciare il leader libico Muhammar Gheddafi. Il rovesciamento della NATO non era per la protezione delle persone, ma invece serviva per contrastare il tentativo di Gheddafi di creare una moneta d’oro africano-backed per competere con il monopolio delle banche centrali occidentali.

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Il dinaro oro di Muhammad Gheddafi (vedi anche su questo blog: “Dinaro d’Oro la moneta per la rinascita Africana, ideata da Muammar Gheddafi.” 
dinaro-doro-300x129Il dinaro d’oro promesso tre anni fa dal Califfo dello Stato Islamico ha cominciato invece a circolare davvero solo in luglio del 2016, a Raqqa e a Deir-ez-Zour o Deir-el-Zor . I dinari d’oro accettati dai contrabbandieri di petrolio sono stati cambiati a 139$, il valore dell’oro di cui sono fatti. Anche in questo caso, pur di rinverdire le glorie del primo Islam, Isis aveva volto indietro le lancette di un tempo che ha visto progressivamente affermarsi la smaterializzazione del denaro e il suo affrancarsi dalla base metallica.

GHEDDAFI E LA NUOVA MONETA AFRICANA

In questo breve servizio, Russia Today si interroga sui motivi che hanno portato al rovesciamento di Gheddafi da parte della NATO, e suggerisce che il vero pericolo da lui rappresentato fosse il suo progetto di introdurre un “gold-standard” africano, legando nel contempo la nuova moneta al prezzo del petrolio. Traduzione di Massimo Mazzucco per luogocomune.net

TESTO IN ITALIANO:

ANNUNCIATORE: Circolano nuove domande sui motivi dell’intervento NATO in Libia. Come ci dice la corrispondente di RT, Laura Emmet, l’organizzazione potrebbe aver cercato di impedire a Gheddafi di seppellire il dollaro americano.
LAURA EMMETT: Alcuni credono che l’attacco della NATO alla Libia sia stato fatto per proteggere i civili.
DAVID CAMERON: Non dobbiamo tollerare che questo regime usi l’esercito contro la propria gente.LAURA EMMETT: Altri dicono che il motivo è il petrolio.
RICHARD CELENTE: L’unico motivo per cui sono interessati alla Libia è il petrolio. Pensate che oggi saremmo in Iraq se la loro esportazione principale fossero i broccoli?
LAURA EMMETT: Ma c’è anche chi è convinto che l’intervento in Libia sia dovuto a questioni di valuta, ed in particolare al progetto di Gheddafi di introdurre il dinaro d’oro, una moneta unica per tutta l’Africa, fatta in oro, il vero parametro della ricchezza
.JAMES THRING: E’ una di quelle cose che devi pianificare quasi in segreto, perchè nel momento in cui annunci che vuoi passare dal dollaro a qualcos’altro entri subito nel mirino. Ci sono state due conferenze su questo argomento, nel 1996 e nel 2000, chiamate World Mathaba Conference, organizzate da Gheddafi. Erano tutti interessati, e penso che la maggioranza dei paesi africani fosse favorevole.
LAURA EMMETT: Gheddafi non ha mai rinunciato all’idea. Nei mesi che hanno preceduto l’intervento militare ha invitato gli stati africani e musulmani ad unirsi per creare questa nuova moneta, in competizione con il dollaro e con l’euro. Avrebbero venduto il petrolio e le altre risorse a tutto il mondo, solamente in cambio di dinari d’oro.Una tale idea farebbe cambiare gli equilibri economici mondiali. La ricchezza di un paese dipenderebbe dalle quantità d’oro che possiede, e non dai dollari che scambia. E la Libia possiede 144 tonnellate di oro. Il Regno Unito ne ha il doppio, ma ha una popolazione dieci volte maggiore.
ANTHONY WILE: Se Gheddafi aveva l’intenzione di cambiare il prezzo del petrolio, e di qualunque altra cosa il paese vendesse sui mercati globali, accettando qualcosa di diverso come moneta, oppure introducendo il dinaro d’oro, una mossa di quel tipo non sarebbe stata certo gradita alle attuali elite di potere, che sono incaricate di gestire le banche centrali nel mondo. Quindi è chiaro che una cosa del genere avrebbe causato la sua eliminazione immediata, insieme alla necessità di creare altre motivazioni per rimuoverlo dal potere.
LAURA EMMETT: È già accaduto altre volte. Nel 2000, Saddam Hussein aveva annunciato che il petrolio iracheno sarebbe stato venduto in euro, non in dollari. C’è chi dice che le sanzioni e la susseguente invasione siano nate dal fatto che gli americani volessero impedire ad ogni costo che l’OPEC adottasse l’euro nel mercato del petrolio per tutti i suoi paesi membri. L’oro inglese è depositato in un caveau di sicurezza da qualche parte sotto la Banca d’Inghilterra. Come nella maggioranza dei paesi moderni, non ce n’è abbastanza da metterlo in circolazione per tutti. La cosa è diversa nei paesi come la Libia e molti stati del Golfo. Il dinaro d’oro metterebbe le nazioni africane e mediorientali ricche di petrolio in grado di dire ai loro clienti assetati di energia: “Spiacenti, ma il prezzo è salito, e vogliamo essere pagati in oro”. C’è chi dice che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO non avrebbero letteralmente potuto permettere una cosa del genere.

Le e-mail indicano l’iniziativa militare francese con la NATO in Libia è stata guidata anche dal desiderio di ottenere l’accesso a una maggiore quota di produzione di petrolio libico, e di minare un piano a lungo termine da Gheddafi a soppiantare la Francia come potenza dominante in Africa.

L’aprile 2011 la e-mail, inviata al Segretario di Stato Hillary dal consigliere non ufficiale Sidney Blumenthal con oggetto “cliente della Francia e l’oro di Gheddafi,” rivela le intenzioni degli occidentali predatori.

L’e-mail individua il presidente francese Nicholas Sarkozy come leader dell’attacco alla Libia con cinque scopi specifici in mente: per ottenere petrolio libico, garantire l’influenza francese nella regione, aumentare la reputazione di Sarkozy a livello nazionale, affermare il potere militare francese, e per prevenire l’influenza di Gheddafi in quello che è considerata “Africa francofona.”

Più sorprendente è la sezione che parla dell’enorme minaccia che le riserve in oro e argento di Gheddafi, stimato in “143 tonnellate di oro, e una quantità simile in argento,” andavano a rivolgere al franco francese (CFA) che circolava come moneta africana prima.

L’e-mail chiarisce che fonti di intelligence indicano l’impulso dietro l’attacco francese alla Libia è stata una mossa calcolata per consolidare una maggiore potenza, con la NATO come strumento di conquista imperialista, non un intervento umanitario, come il pubblico è stato erroneamente indotto a credere.

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Secondo l’ e-mail :

Questo oro è stato accumulato prima della ribellione in corso ed è stato destinato ad essere utilizzato per stabilire una valuta panafricana basata sulla libica Dinaro d’oro. Questo piano è stato progettato per fornire ai paesi africani francofoni con una alternativa al franco francese (CFA).

L’evidenza indica che quando l’intelligence francese è venuta a conoscenza di questa iniziativa libica per creare una moneta e di competere con il sistema delle banche centrali occidentali, la decisione di sovvertire il piano attraverso mezzi militari è iniziata.

I cinque fattori che motivarono Nicolas Sarkozy a combattere la guerra contro la Libia, secondo David Ignatius del Washington Post, “Blumenthal ricevette le informazioni sulla Libia da un ex-agente della CIA:

6) – Desiderio di una maggiore quota di petrolio libico;

7) – Aumentare l’influenza francese in Nord Africa;

8) – Migliorare la situazione politica interna in Francia;

9) – Offrire all’esercito francese la possibilità di ripristinare la sua posizione nel mondo;

10) – Rispondere alle preoccupazioni dei suoi consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante in Africa occidentale”.

Su quest’ultimo punto, il memorandum menziona l’esistenza del tesoro di Gheddafi, 143 tonnellate d’oro e quasi altrettanto di argento, trasferite da Tripoli a Sabha nel sud della Libia, una quindicina di giorni dopo l’avvio dell’operazione militare. “Quest’oro fu accumulato prima della ribellione e aveva lo scopo di creare della valuta panafricana supportata dal dinaro d’oro libico. Questo piano doveva fornire ai Paesi africani francofoni l’alternativa al franco CFA“.

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Franco CFA occidentale emesso dalla BCEAO (CFA XOF) Franco CFA centrale emesso dalla BEAC (CFA XAF)

Il franco CFA (allora Franc Colonies françaises d’Afrique, oggi Franc Communauté Financière Africaine) è la valuta utilizzata da 14 paesi africani:

C’è una inquietante similitudine tra il sistema di cambi fissi dell’euro e ciò che già c’era, da quasi 70 anni: il Franco CFA. Il Franco CFA fu creato come il Franco CFP il 26 dicembre del 1945, al momento della ratifica da parte della Francia degli accordi di Bretton Woods. A quei tempi la sigla indicava il franco delle colonie francesi africane (Colonies françaises d’Afrique).

Senza la necessità di modificare la sigla, il nome cambiò in “franco della Comunità Francese dell’Africa” nel 1958, ed oggi indica il franco della Comunità Finanziaria dell’Africa nel caso dell’UEMOA, e franco della cooperazione finanziaria dell’Africa Centrale per il CEMAC.

L’esistenza di due nomi distinti evidenzia la divisione della zona in due:

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Le rispettive valute non sono intercambiabili.

Gli accordi che vincolano i due istituti centrali con le autorità francesi sono identici e prevedono le seguenti clausole:

  • un tipo di cambio fissato alla divisa europea;
  • piena convertibilità delle valute con l’euro garantita dal Tesoro francese;
  • fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi del CFA (almeno il 65% delle posizioni in riserva depositate presso il Tesoro francese, che in tal modo si fa garante del cambio monetario);
  • in contropartita alla convertibilità era prevista la partecipazione delle autorità francesi nella definizione della politica monetaria della zona CFA.

Il franco CFA mantenne la parità rispetto al franco francese salvo in casi particolari. Gli economisti hanno ritenuto che il valore di cambio sia stato, nonostante alcune svalutazioni, troppo alto e sfavorevole per i paesi partecipanti agli accordi monetari (era inconcepibile favorire la ripresa dei territori colonizzati con un cambio così sopravvalutato. Dice niente?).

Successivamente all’introduzione dell’euro, il valore del franco CFA è stato fissato alla nuova valuta; è comunque il Tesoro francese e non la Banca centrale europea che continua a garantire la convertibilità del franco CFA.

Assieme al Franco Comoriano ed a quello CFP (anche qui, allora Colonies françaises du Pacifique, oggi Change franc Pacifique, valuta comune per 3 stati insulari appartenenti ai territori d’oltremare francesi), il CFA fa parte della cosiddetta Zona Franco, ovvero una zona legata storicamente al franco francese (ora FRF) fino alla sua completa sostituzione da parte dell’Euro; ora è legata a quest’ultima valuta in un perverso rapporto di successione (fino al 1999 1 CFA = 0,01 FRF, successivamente 1 EUR = 655,957 CFA).

Il rapporto di cambio (indicativo) al 23 gennaio 2017 era di:

1 CFA = 0,0015 €

1 € = 661,8756 CFA

Le valute non sono intercambiabili tra di loro (nonostante il rapporto 1 XOF = 1 XAF) e sono spendibili soltanto nei paesi che rispettivamente accettano quello occidentale e centrale.
Per fornire un esempio più vicino a noi, è come se gli stati de l’Europa occidentale e meridionale si unissero sotto un’unica valuta, costituendo così un’unione economica monetaria a sé, idem quelli dell’Europa del nord con quelli orientali ed entrambe le valute si chiamassero Euro (è un po’ la storia che da qualche anno si sente nei media di scindere la zona euro in due: Euro Nord ed Euro Sud…), cioè, l’Europa a due velocità, che Europa non è.

Ma c’è un altro progetto della Libia che bisogna conoscere per avere una visione di quello che potrà essere l’Africa, chissà quando e riguarda le riserve d’acqua della Libia.

Il primo di settembre 1991 è la data del completamento della fase principale della “Libia’s Great Man-Made River Project”, ovvero il progetto libico per la costruzione del più grande fiume artificiale mai realizzato. Questo incredibilmente enorme e ben riuscito sistema di trasporto dell’acqua è praticamente sconosciuto in Occidente, tuttavia non ha rivali e supera anche tutti i nostri progetti di sviluppo. Il leader dei paesi cosiddetti avanzati, gli Stati Uniti d’America, si rifiuta di ammettere che un paese piccolo, con una popolazione di non più di quattro milioni di abitanti, possa essere in grado di costruire niente di così grandi dimensioni senza prendere in prestito un solo centesimo dalle banche internazionali!

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Negli anni Sessanta, durante l’esplorazione petrolifera nel profondo sud del deserto libico, vennero scoperte vaste riserve d’acqua di ottima qualità, sotto forma di falde acquifere.
In Libia ci sono quattro grandi bacini sotterranei: queste vaste riserve possono offrire una quantità di acqua praticamente illimitata per il popolo libico.
Nel mese di ottobre del 1983, venne creato un ente statale incaricato di raccogliere l’acqua dalle falde acquifere, nel sud, e convogliarla – prevalentemente per l’irrigazione – nella fascia costiera libica.
Nel 1996 il progetto aveva raggiunto una delle sue fasi finali: nelle case e nei giardini dei cittadini della capitale Tripoli zampillava acqua dolce non inquinata. Venivano già trasportati più di cinque milioni di metri cubi di acqua al giorno attraverso il deserto verso le zone costiere, incrementando la quantità di terra arabile. Composto da una rete di tubi interrati per eliminare l’evaporazione, ognuno del diametro di quattro metri, il sistema si estende per 4.000 km fino al deserto. Tutto viene progettato e prodotto localmente.

L’obiettivo è dunque quello di rendere la Libia del tutto autosufficiente oltre che trasformarla in una fonte di ricchezza agricola, in grado di produrre cibo e acqua per soddisfare le proprie esigenze e quelle dei paesi confinanti.

Una cerimonia di gala si è svolta in Libia alla fine del mese di agosto del 1991, in cui i leader libico “aprì il rubinetto”del Grande “Fiume”. L’inaugurazione segnava la fine della prima fase del progetto, il cui completamente era previsto per il 1996.

A celebrare l’inaugurazione del fiume artificiale sono state decine di capi di Stato arabi e africani e centinaia di delegazioni stranieri. Tra loro c’era anche il presidente egiziano Hosni Mubarak, che ha sottolineato l’importanza del progetto per il mondo arabo. Gheddafi ha invitato gli agricoltori egiziani a venire a lavorare in Libia, dove ci sono solo 4 milioni di abitanti. La popolazione in Egitto è composta da 55 milioni di persone affollate in strette fasce lungo il fiume Nilo e nella regione del delta. Negli ultimi 20 anni, l’accesso al progetto da parte dell’Egitto – che in tal modo si procurerebbe più acqua e più ettari di terreni agricoli e residenziali – è stato ripetutamente sabotato dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, ovvero dagli interessi finanziari anglo-americani alle loro spalle.
Sintesi curata e tradotta da Carlo Dorofatti per Nexus

Fonte completa: http://poorrichards-blog.blogspot.com/2011/03/virtually-unknown-in-west-libyas-water.html#comments

847.- Africa, un continente spopolato e pieno di immigrati

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L’Africa che conosciamo è stata plasmata da una serie di crisi ed esodi. La storia del continente non può essere disgiunta da una tradizione di spostamento delle popolazioni. Il mosaico di popoli che la contraddistingue testimonia di questo fenomeno.

Nei secoli ondate permanenti di flussi -volontari o forzati- hanno modellato alcune regioni ricche in materie prime, o impoverito altre. Tale dinamica è stata profondamente marcata dalla Tratta. Si dibatte ancora sulle cifre di questo drammatico evento che segnò il destino di molto popoli africani. Tra l’VIII e il XX secolo, circa 17 milioni di africani sarebbero stati venduti come schiavi dalla “tratta orientale” quella verso il Golfo e l’Oceano indiano. Tra il XV e il XIX secolo 11 milioni di neri avrebbero lasciato l’Africa sulle navi negriere per la “tratta occidentale”, verso l’Europa e le Americhe.

Si tratta di una perdita di circa 28 milioni di persone, enorme emorragia se si pensa che l’Africa sub sahariana contava circa 100 milioni di abitanti nel XIX secolo. Non stupisce che tra il 1500 e il 1900, mentre la popolazione mondiale si è moltiplicata per 3,5 – quella della Cina e dell’Europa addirittura per 5 – la popolazione africana sia rimasta stagnante. La parte dell’Africa sul totale della popolazione mondiale è diminuita in quattro secoli, dal 17% al 7%. Ciò spiega la tradizionale bassa densità del continente: a metà del XX secolo era 15 volte meno di quella europea o dell’India.

L’Africa è stata dunque un continente sotto-popolato per molto tempo e lo è ancora. La dinamica demografica si rimette in movimento dalla prima guerra mondiale e soprattutto nella seconda metà del XX secolo. Così l’Africa sub sahariana vede la sua popolazione moltiplicarsi per 7 nel corso del secolo: da 100 milioni nel 1900 a 700 nel 2000. Oggi il continente nel suo complesso supera il miliardo (di cui circa 900 milioni di sub-sahariani). Ma occorre notare che per tornare ad avere il quinto della popolazione mondiale che aveva nel 1500, l’Africa dovrà attendere circa il 2050. L’Africa subsahariana non fa così che riprendere il suo posto nella storia demografica del pianeta.

Si parla sempre di africani come emigrati in Europa.Ma quanti sono i migranti in Africa stessa? Nel panorama mondiale delle migrazioni l’Africa non è il continente coinvolto in maniera più consistente dal fenomeno. Inoltre l’Africa non è il maggior produttore di migranti mentre è il continente che ospita la maggior percentuale di rifugiati e quello che soffre maggiormente del fenomeno degli IDP’s (sfollati interni).

Circa il 9% dei migranti a livello mondiale si trovano in Africa: si tratta di oltre 20 milioni di persone su approssimativamente 220 milioni a livello mondiale. In questa cifra vanno considerati anche i non-africani immigrati nel continente, come la crescente presenza di migranti asiatici ed europei che migrano verso l’Africa: cinesi, coreani, bangladesh, pakistani, francesi, portoghesi. I cinesi si avvicinano al milioni. Molti giovani quadri europei vanno in Africa per opportunità lavorative. A titolo d’informazione gli europei residenti per motivi di lavoro nei paesi africani si calcola siano 170.000 di cui 120.000 nell’Africa francofona prevalentemente in Senegal. A confronto di questa cifra va detto che gli africani sub sahariani attualmente emigrati fuori del loro continente sono circa 5 milioni. L’immagine di un “pericolo nero”, cioè quello di un continente pronto a riversarsi sugli altri è quindi falsata.

Gli africani sub-sahariani migranti si dirigono principalmente verso altri paesi africani. Soltanto i migranti dal Marocco, Tunisia e Algeria si trovano in prevalenza in Europa. Il movimento migratorio continentale si caratterizza per movimenti interregionali e intra-continentali: in realtà i flussi internazionali africani sono essenzialmente all’interno del continente. Secondo vari studi, analisi sul terreno e statistiche effettuate confermano che i migranti sub-sahariani rappresentano una minoranza del totale delle migrazioni verso i paesi nord occidentali. Ad esempio sui quasi 5 milioni di egiziani emigrati, oltre il 70% è in altri paesi arabi; il quasi milione di ghanesi si trova essenzialmente in Africa Occidentale, come la maggioranza dei 4 milioni di maliani all’estero, del mezzo milione di nigerini o dei 3,5 milioni di nigeriani.

Gli immigrati africani nel mondo, considerando anche i vecchi migranti di seconda e terza generazione, sono stimati da uno studio della World Bank in oltre 30 milioni di persone. In questa cifra si calcolano anche gli immigrati africani in Africa, attorno ai 14 milioni (oltre il 50 % del totale dei migranti africani). In Europa ne vivono oltre 7 milioni (il 30% circa del totale), in Medio Oriente sono 2, 5 milioni (il 10% circa del totale). Ad esempio un grande numero di immigrati burundesi e della Repubblica Democratica del Congo vivono in Tanzania; numerosi somali sono in Kenya, e molti migranti del Lesotho, Mozambico e Zimbabwe emigrano in SudAfrica.

Nel panorama dei paesi di destinazione fuori dal continente africano, negli ultimi anni stanno emergendo nuovi paesi di destinazione, tra cui l’Italia, il Qatar, la Spagna e gli Emirati Arabi Uniti. La diaspora africana negli Stati Uniti e in Canada è relativamente ridotta. Negli Stati Uniti nel 2010 il gruppo di africani di maggior consistenza numerica era rappresentato dai nigeriani con oltre 200.000 presenze, seguito dagli etiopici con 150.000 circa, gli egiziani con 140.000 ecc. In ogni caso nel Nord America gli immigrati africani sono il 5% del totale dei migranti provenienti dal continente nero.

In conclusione l’Africa si presenta come un continente a lungo spopolato, ancora alla ricerca di un equilibrio demografico e tutto sommato molto più accogliente di ciò che si pensa.

headshot  Mario Giro,  Politico e saggista