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2265.- CHI E COSA ABBIAMO IMPORTATO DALL’AFRICA

Il Diritto Penale è figlio della Costituzione, costruita intorno alla dignità della persona umana; mira al recupero del reo, alla sua rieducazione. Questi selvaggi non sanno di cosa parliamo, non hanno mai avuto né vogliono un’educazione. La pena di morte sarebbe, per loro, un minus. O li espelliamo, o riscriviamo le regole della, non più nostra, società.


Chi e cosa stiamo importando dall’Africa. E perché?

Cui prodest?” è stata sempre la prima domanda. Può essere che abbiamo importato belve umane, peggio delle belve, per mero tornaconto politico, oppure, per assecondare le losche manovre della finanza sionista? E, allora, può essere che queste motivazioni effimere siano sufficienti per scendere così in fondo nella scala dell’abiezione e dell’orrore? La tecnica del sezionatore, disarticolatore, smembratore di esseri umani, esperto e raffinato, Oseghale a quali ritualità appartiene e su quante persone scomparse è stata provata? Sopratutto, chi e quanti sono i suoi adepti? Di quali protezioni godono? Vengono a mente il mostro di Firenze, il Forteto, le perversioni di molta parte del clero, ma sono pagliuzze o sono le punte di un iceberg? Dal 1974, la statistica del ministero degli interni tiene il conto degli scomparsi. Nel 2018 sono scomparse 4.723 persone in più rispetto al 2017. Dal 1974, ben 57.713, su 229.687, sono scomparsi per sempre, senza lasciare traccia alcuna e i numeri non tengono conto delle decine di migliaia di clandestini, dei minori non accompagnati spariti senza un nome. La sola mafia nigeriana conta, in Italia, 100.000 adepti. Una loro giovane mandatami dal parroco, in cerca di lavoro, mi mostrò una brutta cicatrice all’altezza del fegato. Raccontò che, a Padova, il loro boss di quella città li sosteneva economicamente, ma guai a sgarrare. Gli italiani che hanno vissuto il passato coloniale hanno un caro ricordo della loro Africa, la nominano con pudore; ma sapevamo bene cosa c’è in Africa. Ce lo dissero i Martiri di Kindu. L’orripilante fine di Pamela Mastropietro apre alla vista un baratro che non si vuole vedere. Perché? Per compiacere a chi? Sono gli stessi che hanno oscurato i due piccoli italianissimi eroi di San Donato milanese, Niccolò e Riccardo? L’Africa ci ha dato due Medaglie d’Oro al Valor Militare, ma com’è possibile farsi proseliti di un’accoglienza indiscriminata? In nome di che?

Questo articolo, scritto di getto, da Maurizio Blondet, dovete leggerlo. Mario Donnini

OSEGHALE HA SMEMBRATO ALTRE PAMELE. QUANTE E DOVE, NESSUNO DOMANDA

di Maurizio Blondet

Nell’udienza a porte chiuse per il ritualist  nigeriano Innocent Oseghale,  assassino di Pamela e abile smembratore-macellatore  del suo corpo,  i giornalisti  hanno avuto il permesso di restare in aula. Hanno visto   quelle che – con l’immaginifico linguaggio dei cronisti da quattro soldi-   ha definito “foto choc”.  Punto e basta.

Gli articoli  di quel  che han visto e sentito dai tre medici legali che hanno parlato e spiegato,  sono di poche righe.

Sappiamo che il tossicologo, professor Rino Froldi, ha escluso che Pamela fosse in overdose –   come sostiene l’assassino –  spiegando che “senza più sangue ed urine” [tutto perfettamente  ed accuratamente  dilavato e pulito anche con   la varechina] ha dovuto anche a cercare la sostanza stupefacente nell’umor vitreo dell’occhio”.

Il medico legale Antonio Tombolini, che ha condotto la prima autopsia sul corpo a pezzi, “ha parlato del trattamento con varechina sulla pelle e sui genitali  della diciottenne, “finalizzato a cancellare ogni traccia di un precedente rapporto sessuale”.  Incidentalmente viene aggiunto che “i genitali sono stati tagliati via” e poi lavati con    la varechina.

Il nigeriano sostiene che,  appunto, Pamela era già morta quando lui l’ha fatta a pezzi.  Invece “il medico legale  Mariano Cingolani ha dimostrato che le due coltellate al fegato erano state inferte quando Pamela era viva”  – colpendola deliberatamente e con perizia  di esperto e sperimentato omicida.  “La disarticolazione invece è avvenuta dopo la morte”. Meno male, almeno questo.

Una mano così esperta deve essersi esercitata. Molto

La “disarticolazione” è  spiegata  molto rapidamente – come sanno essere delicati i colleghi giornalisti – citando pochissime parole de professor Cingolani. “I  tagli sono precisi, alla schiena ad esempio all’altezza dei dischi, che sono più elastici. Un’opera molto raffinata: io faccio autopsie da 40 anni e lo avrei fatto in modo analogo». Il professore ha aggiunto che “in Italia non ci sono casi di disarticolazione”  prima di questo.

Bisogna cercare articoli di mesi prima per ricordare come il professor Cingolani fosse sorpreso:  “Se per assurdo avesse dovuto fare quest’operazione un medico legale, in un laboratorio e con tutti gli strumenti del caso a sua disposizione, ci sarebbero volute almeno otto ore”.

Ora, se  il nigeriano  è capace di smembrare il corpo di Pamela in modo così raffinato da meravigliare un perito  settore che fa autopsie da 40 anni, dovrebbe venire da sé la domanda: quante altre volte l’ha fatto, prima,  il negro?  Perché deve aver imparato  certi segreti del mestiere, come tagliare all’altezza dei dischi perché sono più elastici. Una pratica che comporta altre esercitazioni, su altri corpi. In Nigeria, sicuramente. Ma in Italia, quanti? Quanti   altri corpi ha magari fatto a pezzi qui, il negro, per acquistare quella mano e quell’esperienza.

E’ certo  che  non sono state uccise e tagliate a pezzi altre Pamele? Perché non se lo domandano gli investigatori? Se lo domandano i giudici?

Sopire, troncare, sminuire…

Perché in tutta questa storia orribile sembra aleggiare nell’ambiente di Macerata dove Oseghale era protetto, dove la Caritas  gli pagava l’affitto eccetera, un velo protettivo? Perché il GIP, appurato che Oseghale aveva portato i due trollery col corpo da casa sua a qualche chilometro fuori Macerata, ha detto che non c’erano prove che l’avesse uccisa?

Mi sono domandato: se  venissi  sorpreso io, Maurizio Blondet,  mentre porto un cadavere a pezzi  in due valige, non sarei  immediatamente accusato anche dell’omicidio?

E  perché  non sono stati i giornali cosiddetti seri e i tg  mainstream,  ma  il settimanale di cronaca nera “Giallo”  – un giornalaccio,  Dio lo benedica –   a raccontare i particolari più importanti che descrivono tutto un  ambiente?  La storia di  “Patrick”,  vero nome  Mouthong Tchomchoue, del Camerun,  tassista abusivo.  “Quella sera ha prelevato Oseghale in via Spalato alla 22.55. Il nigeriano è sceso da casa con due trolley che ha voluto personalmente caricare in auto, senza che il “tassista” lo aiutasse. Quindi, gli ha detto di portarlo a Tolentino. Qualche chilometro fuori Macerata, però, Oseghale ha detto all’autista di fermarsi, ha scaricato sul ciglio della strada le due valige e s’è fatto quindi riportare a Macerata in via Spalato”.

Lasciare due grossi e pesanti trolley sul ciglio della strada, non è proprio normale. Infatti Patrick il  “tassista” torna lì: per sperare di recuperare qualcosa del contenuto? Secondo il suo stesso racconto, “ha accostato l’auto e aperto uno dei trolley. Ma quando, nel buio e aiutandosi con la luce del cellulare, ha intravisto quella che sembrava essere una mano, è risalito in auto e si è allontanato velocemente”.

Non è andato subito dalla polizia, il camerunese. Quando ha sentito alla tv che un corpo smembrato era stato trovato in due valige, Patrick è tornato sul posto,  ha visto gli agenti al lavoro, e solo allora è andato al commissariato a raccontare  l’accaduto della notte.   Non voleva guai? Aveva paura di Oseghalòe? Semplicemente,   se   ne infischia? O magari non è poi così  insolito,  nei dintorni di Macerata, trovare valige sui cigli con dentro altre Pamele?

Già. Se l’è chiesto anche l’avvocato Marco Valerio Verni, che è lo zio di Pamela oltre che il legale della famiglia Mastropietro: “Perché lasciare  i trolley con i suoi resti sul ciglio della strada, dove chiunque li poteva vedere?”. Oseghale li ha lasciati lì perchè qualcun altro sarebbe dovuto passare a prenderli e poi così non è stato? Oppure, si tratta di un avvertimento a qualcuno? E nel caso, a chi?”. Domande  –  ha scritto Libero  –  che suggeriscono il sospetto da parte di Verni che  in realtà la vicenda non sia chiusa qui per quanto riguarda il numero di persone coinvolte, e che ci siano altre persone che quantomeno erano informate di quel che è accaduto in quell’appartamento di Macerata”.

Il camerunese ha testimoniato “che durante il viaggio d’andata con le valige, Oseghale ha fatto una telefonata in inglese, mentre sulla via del ritorno a Macerata dopo aver lasciato le valige ha parlato, sempre al telefono, con  una donna”. Sarà  stata identificata quella donna? E quello con cui  parlava in inglese?

Perché  in questo orrore sembra siano in atto sforzi per restringere, limitare al mero necessario l’indagine e i coinvolti, anziché allargare  l’inchiesta? E’  certo che Oseghale si vanta di essere il capo della mafia nigeriana, setta Black Cat, e in carcere  al compagno di cella (informatore della polizia) ha promesso: : “Ti do centomila euro se testimoni che sai che Pamela è morta di overdose. I soldi arriveranno da Castelvolturno, tramite gli avvocati”».

Magari  a Castelvolturno ci sono altri specialisti della disarticolazione?  Altre  Pamele fatte a pezzi? Perché la tecnica raffinata di Oseghale dice che l’ha già  fatto, e tante volte. Perché  non si ha urgenza di sapere quante? Perché a Castelvolturno i nigeriani  “sotto gli occhi di tutti, gestiscono soldi, prostituzione, armi, droga e, secondo alcuni, anche il traffico di organi”? Organi?

Non vorrei che questa restrizione  mentale degli inquirenti, questa laconicità e riduzione del processo al solo Oseghale per un solo omicidio-smembramento,  mentre la sua perizia ci dice che ne ha fatto chissà quanti altri, dipenda dal voler nascondere all’opinione pubblica la dimensione enorme e mostruosa del fenomeno   – perché il fenomeno  l’hanno importato i governi Renzi e Gentiloni, e perché  si sa,  gli italiani “sono razzisti” ,  “anti-immigrati”,  e non devono essere eccitati  in questi loro  negativi sentimenti.  Mi viene questa idea, perché  abbiamo tutti visto lo sforzo enorme dei  progressisti che controllano tv, radio e giornali, di imporre un linguaggio, come dire? castigato e politicante corretto non dare adito a “percezioni” deplorevoli negli italiani fin troppo inclini al razzismo – e, perciò, a votare Salvini.

Dico questo perché  ssecondo un noto giornalista radio-televisivo, la  tentata strage dei 51 bambini doveva essere raccontata così: “Autista  squilibrato crea code sulla Paullese. Non altro”, essendo la notizia vera da diffondere “il nostro ministro dell’Interno  è razzista”.

2203.- Ci si chiede: E’ realistico ipotizzare un piano Marshall per l’Africa?

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Per riuscire a stabilizzare aree conflittuali o in fase post conflittuale, dare prospettive di lavoro alle popolazioni, formare una vera borghesia e un tessuto realmente produttivo in Paesi dalle rilevanti risorse naturali sfruttate da altri con la complicità delle oligarchie locali, si dovrebbe percorrere la via di un massiccio programma di assistenza ad alta intensità di mano d’opera tenendo finalmente conto anche degli interessi dei Paesi africani da coinvolgere. Le barriere da superare restano enormi e di grande complessità.

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Lo sforzo internazionale dovrebbe essere collettivo, includendo anche Cina e Russia attori importanti nel continente africano, sancito e blindato da accordi e controlli rigorosi utilizzando tuttavia una macchina burocratica meno rigida nelle procedure, più snella e adattabile alle realtà locali, assolutamente diversa da quella operante nel presente.

L’orientamento pragmatico sarebbe quello di mirare ad un approccio coordinato e multisettoriale capace di innescare obiettivi di sviluppo realistici, quantificabili, sostenibili nel tempo, realizzabili con un impatto concreto e visibile per le popolazioni. Il fine ultimo dovrebbe essere quello di migliorare sostanzialmente le infrastrutture, collegamenti, servizi, fornire posti di lavoro ai giovani, formare realmente una borghesia produttiva capace a sua volta di proporre una nuova classe dirigente sicuramente meno debole e corruttibile.

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Non sarà facile senza una conoscenza profonda di contesti, mentalità, culture, fattori etnici, tradizioni da cui far nascere, evitando forzature improprie, nuove responsabilità e competenze.

Un ampio programma pilota potrebbe essere lanciato con priorità nell’Africa sub sahariana e in quei paesi da cui provengono il maggior numero di migranti. Inammissibile, ad esempio, che da paesi ricchi di risorse come Costa d’Avorio e soprattutto Nigeria giungano tanti migranti illegali.

L’assistenza dovrebbe prevedere l’accettazione da parte delle dirigenze locali di chiari accordi sulle riforme economiche e sociali, sui rimpatri e su stretti controlli degli esborsi dei fondi stanziati quali necessarie pre-condizioni al lancio delle attività.

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Considerate le sfide, le serie minacce terroristiche alla stessa stabilità degli Stati, non vi sono altre strade praticabili se non che un’alta percentuale degli stanziamenti giungano realmente alle fasce più deboli delle popolazioni creando un visibile, significativo impatto. Un nuovo piano Marshall adattato ai tempi e al contesto in funzione di un realistico sviluppo economico sociale e di contrasto anti terrorismo e criminalità organizzata.

Dal 2017 si attende invano un deciso cambio di passo dell’unione europea riguardo alla effettiva preparazione e lancio delle prime attività di un “Piano Marshall” africano i cui finanziamenti integrativi al Fondo europeo di sviluppo furono richiesti dalla Commissione europea agli Stati Membri e poi convogliati su vari fondi emergenziali e di sviluppo, rivelatisi alla prova dei fatti inefficaci come la presidenza della stesa Commissione.

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A parole gli Stati Membri appoggiarono pienamente le proposte di Juncker, nei fatti fatta eccezione per Germania, Italia e in misura minore Paesi Bassi e Spagna nessuno ha versato bilateralmente quanto promesso.

Men che mai la Francia la quale ha troppi interessi in Africa occidentale per pensare di sostenere, se non formalmente, a livello multilaterale azioni di sviluppo che rischierebbero di intralciare la sua influenza bilaterale sugli stessi Paesi assistiti.  Anche i programmi Onu dopo decenni di attività fra emergenze e sviluppo non sono riusciti a mutare in senso positivo le problematiche economiche, sociali e di gestione che affliggono il grande Continente.

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Gli attuali contesti africani ed europei, con la crisi delle burocrazie internazionali in particolare Onu e UE, non consentono di essere ottimisti nel breve termine, mancando le condizioni necessarie per iniziare una tale operazione da parte Comunità internazionale. Peraltro il perdurare della instabilità Libica non consentirebbe di intervenire compiutamente in Libia e nei Paesi Sub sahariani ad essa connessi per sicurezza, migrazioni illegali, lotta al terrorismo e traffici di tutti i generi.

Apparirà come un paradosso eppure ai giorni nostri la crisi del multilateralismo, per giungere ad  un migliore e più efficace assetto dello stesso multilateralismo, sembrerebbe risolversi non con demagogie utopistiche, piuttosto con il confronto fra Stati più interessati a tutelare anche interessi e priorità nazionali che a seguire acriticamente, rischiando la subalternità, logiche internazionali ormai superate dagli eventi, salvo poi accordarsi su giusti compromessi raggiunti fra soci di pari dignità.

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La competizione fra Stati alleati, il realismo imposto dalle numerose crisi economiche e regionali non hanno, purtroppo, portato al rispetto da parte di tutti degli impegni assunti in sedi istituzionali multilaterali a meno che non coincidessero con le priorità nazionali.

Si è trattato di una lezione amara per Paesi come l’Italia che dal 2012 fino alle elezioni del 2018 hanno preferito rinunciare ad una propria visione strategica perseguendo una politica di passi felpati conservativa, tesa ad evitare anche spifferi d’aria. Ne è risultata una delega ad altri (istituzioni internazionali e non solo) di decisioni spesso in contrasto con gli interessi nazionali pur di assecondare una politica da buon allievo del multilateralismo nonostante declinassero nel tempo ruolo e rilevanza internazionale spettante ad una media potenza.

Quale ruolo per l’Italia?

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Il cambiamento di atteggiamento politico a livello internazionale del nuovo Governo italiano si è quindi reso necessario per il contesto internazionale, per le crisi regionali, non solo riferibili alle migrazioni incontrollate, in Mediterraneo e Africa sub sahariana, per le attitudini aggressive di Paesi alleati, per le precedenti esperienze infruttuose di diligenza assoluta verso le istituzioni internazionali, infine per riacquisire una rilevanza persa e il ruolo a noi spettante, in particolare nel cosiddetto Mediterraneo allargato.

L’Italia si è dovuta e si dovrà adattare anche con piglio alle azioni di disturbo, se non ostili, altrui mostrando la propria identità, tutelando priorità e interessi nazionali in modo chiaro e non più ambiguo. Si dirà così han sempre fatto i nostri partner eppure per il nostro Paese un’attitudine semplicemente più aggressiva pur nel rispetto di accordi e alleanze non è mai stata cosa scontata, al contrario.

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Si intravede finalmente una strategia verso l’Africa sub sahariana lasciata colpevolmente decadere dai tempi dei governi Craxi la cui visione e azione incisiva permisero al nostro Paese di acquisire rilevanza e amicizie nei Paesi saheliani, considerati allora per la prima volta prioritari, perfino di rivaleggiare con la Francia in alcuni casi.

Ora si tratta di ricostruire concretamente e stabilmente relazioni e quei rapporti privilegiati in Paesi in cui abbiamo lasciato tracce positive, siamo stati ben considerati forse anche per la volontà di diversificare la capillare influenza francese.  Un ruolo alla nostra portata, soprattutto dovrà essere apprezzata la nostra credibilità dai Paesi africani coinvolti consentendo agli stessi di ritenerci partner importante, solido e ascoltato per lo sviluppo economico sociale e gestionale del Paese come fu fatto in tempi passati con gli USA, la Cina e recentemente la Turchia.

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Di sicuro occorrerà ottimizzare risorse finanziarie bilaterali, tenuto conto delle ristrettezze di bilancio, con azioni mirate, visibili, incisive nell’area sub sahariana. Una fase preparatoria al lancio del Piano Marshall africano dove sarà lungimirante farsi trovare già pronti in loco con le nostre relazioni consolidate e una nostra visibilità già acquisita. A tal fine ad integrazione di iniziative in campo agricolo, idraulico, sanità, piccole e medie imprese, sicurezza, dove l’Italia ha lasciato ricordi positivi, diverrebbe prioritario promuovere concretamente il lavoro svolto e le caratteristiche più conosciute e apprezzate del nostro Paese.

A tutt’oggi manca una comunicazione italiana efficace, costante e soprattutto presente localmente indirizzata verso i Paesi africani Sub sahariani.

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Creare un centro di comunicazione regionale, stampa, media, cultura, promozione (inclusa la sicurezza) in un Paese da cui si possono facilmente raggiungere altri Paesi limitrofi garantendo presenze nell’area potrebbe divenire, a costi non esorbitanti, un prezioso elemento di accompagnamento, di supporto e di innovazione dell’azione italiana sia in ambito bilaterale che multilaterale.

Fungerebbe da supporto anche per un eventuale visibile Inviato speciale italiano per il Sahel figura di riferimento regionale e dei ministeri italiani maggiormente coinvolti nelle attività dell’area.  L’iniziativa avrebbe anche il compito di costruire solidi rapporti con stampa e media locali, essenziali questi ultimi per una solida promozione italiana fra le popolazioni e i governi.

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Da esperienze dirette nel settore già vissute con organismi internazionali nel Sahel posso affermare che i risultati benefici che se ne possono ricavare, se ben diretti e gestiti, possono persino superare le aspettative.

Infine l’azione preparatoria italiana non potrò fare a meno delle reali competenze e delle esperienze qualificate per approntare una qualsiasi squadra da mettere in campo, siano squadre del pubblico che del privato, integrate da personale della sicurezza non prescindibili considerati tempi e luoghi. Di pari passo non si potrà continuare ad operare senza un sostanziale incremento quantitativo e qualitativo di funzionari italiani negli organismi internazionali operanti nella zone di interesse e nei quartieri generali degli stessi organismi beneficiari di cospicui contributi italiani quasi mai tradotti in posizioni di rilevanza decisionale nei quartier generali e spesso anche sul terreno.

2192.- Niger, frontiera d’Europa

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Per la sua posizione strategica il Niger è diventato il principale paese di passaggio di ogni traffico illecito, in particolare quello dei migranti. Oggi chi non è riuscito a traversare il Mediterraneo – e non è morto – fugge dalle persecuzioni dei libici, e tenta la via del ritorno. Ma spesso si trova bloccato a metà strada senza soldi. Qui l’Unione europea vorrebbe fermare il flusso di gente verso Nord. E per farlo utilizza soldi ed eserciti.

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Testi e foto di Marco Bello |

Niamey. La città di sabbia con le sue case basse color ocra pare sempre uguale. Tranquilla e lontana dalla frenesia di molte metropoli africane, più che una capitale di uno stato potrebbe essere un grande villaggio. Ogni tanto nei quartieri si incrocia un cammello che procede dondolando dietro al suo padrone inturbantato. Eppure qualche novità c’è. Negli ultimi anni il traffico automobilistico è aumentato notevolmente, e questo nonostante siano stati costruiti due svincoli stradali, uno dei quali sulla centralissima rotonda che dà accesso al ponte Kennedy, quello storico dei due che collegano le due sponde del fiume Niger. Il più recente è stato realizzato dai cinesi – grandi amici del Niger – nel 2011 e un terzo è in previsione, sempre ad opera dei cinesi, per quest’anno.

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Ma le novità sono anche altre, meno visibili.

Ci avviciniamo al centrale Rond-point de la Liberté (rotonda della libertà), nei pressi del Grand marché, il mercato principale della capitale. Qui abbiamo l’appuntamento con Cheick Ahmed Touré, che si presenta come agente consolare della Guinea Conakry in Niger. Il signor Touré, guineano, ha già una certa età e ha passato gli ultimi 40 anni della sua vita in questo paese. Pacato e gentile, indossa una giacca grigia che gli conferisce una certa autorevolezza. Il suo sguardo sereno ci scruta da dietro le lenti di vistosi occhiali.

Oramai da alcuni anni Touré è diventato il punto di riferimento dei migranti guineani, ma anche senegalesi, ivoriani, maliani in transito per la capitale nigerina. In maniera totalmente volontaria e gratuita, Touré si è organizzato per aiutare in tutti i modi possibili questi giovani, oggi in fuga dalla Libia, ieri in viaggio verso quel paese.

 

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Il nostro uomo ci aspetta per portarci in uno dei tre «Foyer» (o centri) nei quali accoglie migranti di passaggio. Lo seguiamo. Dietro al rond-point imbocca una stradina, quasi un vicolo. Ci fa parcheggiare. A piedi ci conduce in un viottolo tra case in banco (pronuncia bancò: fango e paglia essiccato al sole, materiale di costruzione tradizionale, molto usato in ambito rurale e ancora, talvolta, nel centro della capitale). Accediamo a un cortile che sembra quello di un quartiere periferico o di un villaggio: terra battuta, frammenti di muri in fango scrostati, qualche panca di legno grezzo, un via vai di persone.

Qui siamo subito circondati da alcuni giovani che ci squadrano con sguardi tra il curioso e l’ostile. Ma noi siamo con «ton ton», lo zio, come i ragazzi chiamano Touré, l’appellativo che da queste parti è assegnato a persone più anziane, di cui si ha grande rispetto.

 

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Centro Liberté (libertà)

I giovani del centro hanno storie terribili. Qualcuno accetta di raccontarle. «Avevo dei soldi della mia famiglia, ma ho perso tutto nel tentativo di andare in Europa, senza riuscire ad arrivarci. Ora sono a Niamey da due anni». Chi parla è Mohammed, 37 anni, di Faranah, in Guinea Conakry. «Qui mi arrangio, faccio il parrucchiere per guadagnare qualcosa. Sono il responsabile di questo Centro. Se in giro vedo un migrante sperduto, lo avvicino e gli chiedo se vuole venire a Liberté. In questo momento siamo circa 28. Al mattino usciamo tutti alla ricerca di qualche lavoretto. C’è qualcuno che sa fare un mestiere. Poi ci ritroviamo qui al pomeriggio, condividiamo qualche soldo per comprarci del riso da cucinare insieme e mettiamo da parte una quota per pagare l’affitto di questo posto».

Mohammed, occhiali da sole e faccia furba, parla un francese di base, ma sciolto, gesticola e ha un  modo di fare spigliato, di chi è a proprio agio. Ha tentato due volte di andare in Libia. La prima volta ha raggiunto il Sudan, ma in Ciad si è procurato una pallottola che gli ha trapassato il torace, senza ledere organi vitali. Ci mostra le due cicatrici (entrata e uscita) e dice che sono stati quelli di Boko Haram, la setta terrorista molto attiva nella regione del lago Ciad (Sud Est del Niger). Ma non spiega le circostanze. È stato operato a Ndjamena, capitale del Ciad, dove un connazionale lo ha aiutato economicamente. «Mi sono scoraggiato e ho deciso di tornare verso casa, ma preferisco guadagnare qualche soldo qui e non rientrare a mani vuote».

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Circondati da giovani in piedi che ci scrutano, siamo seduti su una panca di legno, perché in Africa gli ospiti sono sacri. Il signor Touré ci racconta: «Cerco di assistere i miei compatrioti ma anche altre persone della Cedeao (Comunità economica degli stati dell’Africa dell’Ovest, ndr) in difficoltà. Li indirizzo subito verso uno dei tre centri di accoglienza che seguo, dove oggi ci sono un totale di oltre 70 persone. Quando ho qualche soldo lo do loro per le prime necessità. Inoltre cerco di metterli in contatto con associazioni e Ong internazionali. Ad esempio ho portato qui la Croce rossa danese, che ha fornito loro medicine, e ci ha promesso un aiuto in cibo e soldi per l’affitto.

Chi vuole rientrare nel proprio paese lo accompagno all’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Ma alla gente non piace il loro sistema, perché l’agenzia (dell’Onu, ndr) organizza dei bus per riportarli nei propri paesi, dando loro solo 60.000 franchi (circa 91 euro, ndr), che è una miseria rispetto a quanto hanno speso per tentare la traversata, e pure una cifra insignificante per iniziare una nuova attività economica.

Per quelli che restano nei centri, verifico chi sa svolgere un mestiere e cerco di indirizzarlo in uno dei vari cantieri della città».

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Niger, caput mundi

Il Niger, paese sconosciuto in Europa fino a qualche anno fa, è oggi balzato alla ribalta delle cronache a causa di due elementi chiave: è diventato uno dei principali paesi di passaggio, e traffico, di migranti dagli stati subsahariani verso la Libia, da dove si tenta il salto verso l’Italia; è centrale nella lotta al terrorismo jihadista in Africa (vedi box).

Solo i francesi lo conoscono da tempo perché, oltre ad averlo colonizzato, fin dall’indipendenza (1960) sfruttano i suoi giacimenti di uranio (di cui è terzo produttore al mondo), indispensabile per le centrali termonucleari che producono oltre il 72% dell’elettricità transalpina.

 

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Il Niger è come un imbuto dove si incrociano due flussi migratori principali. Quello dall’Ovest (Senegal, Mali, Guinea, Sierra Leone, Liberia, Costa d’Avorio, ecc.) in passaggio da Niamey, e quello dal Sud (Nigeria, Camerun, Centrafrica, ecc.) di passaggio da Zinder o altre località. I due flussi si incontrano ad Agadez, ultima città nel deserto, dove poi i migranti si dividono tra chi passa in Algeria a Tamanrasset per entrare in Libia da Est e chi passa da Dirkou e Madaua ed entra in Libia dalla frontiera Sud (vedi cartina). Per questo il Niger è diventato il primo paese a Sud del Sahara, dove i governi europei, Italia compresa, vogliono stabilire una nuova frontiera per bloccare gli africani. ..

Proprio per il contrasto ai flussi migratori, il Niger ha firmato degli accordi con l’Unione europea alla Valletta (novembre 2014), grazie ai quali il paese riceve dei finanziamenti. Così nel 2015 l’Assemblea nazionale (il parlamento) del Niger ha votato una legge (la 36 del 2015) che, entrata in vigore a fine 2016, ha reso illecita qualsiasi attività connessa con la migrazione. Tale legislazione prevede anche un grande dispiego di forze militari e di polizia per il controllo delle frontiere, delle città e delle direttrici di transito dei migranti.

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Chiediamo al signor Touré conferma degli effetti della legge: «Ci sono ancora migranti che tentano di andare in Libia, ma sono rari, perché c’è una politica di contenimento, per cui fin dalla frontiera si impedisce loro di entrare in Niger. Prima (della legge, ndr) qui era pieno di migranti sugli autobus di linea delle tre principali compagnie che viaggiano nel Nord. Stavano a Niamey anche una o due settimane, il tempo necessario per ricevere i soldi dalle famiglie e continuare il viaggio, oppure che i passeur (coloro che organizzano i viaggi, o trafficanti) si organizzassero per farli partire. Ora è diventato tutto clandestino, perché sanno di essere ricercati. Prima non si nascondevano».

Migranti di ritorno

Un altro aspetto che ha fatto invertire il flusso, ovvero non solo ridurre quello di andata verso Nord, ma incrementare quello verso Sud dei cosiddetti «migranti di ritorno», è il cambiamento del trattamento che i libici, le varie milizie, riservano da qualche anno ai migranti subsahariani.

«Sono partito per la Libia due volte». Ci racconta Alì Diubate, un ragazzone di 32 anni, di Kankan, Guinea, incontrato al Centro Liberté. «La prima è stata il mese di gennaio 2017. Mi hanno preso molti soldi sulla strada. Sono passato da Agadez e Arlit in Niger, poi da Tamanrasset in Algeria. Lì abbiamo preso una macchina 4×4 per la Libia. I passeur ci hanno messi in un foyer, un posto dove ci hanno chiesto i soldi. Siamo poi passati in un altro foyer, stesso sistema. Appena siamo arrivati a Tripoli ci hanno rinchiusi. Ci hanno legati e torturati, dicendo di chiamare i famigliari, altrimenti ci avrebbero uccisi. Mi hanno fatto un video con il mio cellulare mentre mi maltrattavano e mi hanno imposto di metterlo su Facebook, affinché lo vedessero parenti e amici, per chiedere loro un riscatto. La famiglia ha mandato 3.500 euro che i carcerieri si sono spartiti e poi mi hanno liberato. Sono arrivato al porto, dove si parte con i barconi, ma lì era anche peggio. Hanno preso tutti i soldi che mi erano rimasti. Con altri siamo stati obbligati a fare i lavori forzati. Poi ho deciso di ritornare, sono fuggito e sono arrivato qui a Niamey. Dopo quattro mesi sono ripartito, sono tornato a Tripoli, ma è stato di nuovo terribile». Alì ci mostra dei vistosi segni sulle braccia, le cicatrici prodotte dalle torture. «Ho fatto altre due settimane nella loro prigione, ma sono riuscito a scappare e sono tornato qui».

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Alì vive al Centro Liberté da due mesi e lamenta che mancano i soldi per pagare l’affitto del tugurio dove ci troviamo, che però è il solo riparo per lui e i suoi compagni. «Se andassi all’Oim mi aiuterebbero a raggiungere Conakry (capitale della Guinea). Ma io sono il primogenito della mia famiglia, ho preso tutta l’eredità e l’ho persa. Due volte. Ho tre sorelle e due fratelli più piccoli. Quando ero in prigione, l’ultima volta, mi hanno mandato ancora dei soldi. Hanno venduto le vacche, il terreno della casa, per farmi liberare. Tutto è perso. Devo riuscire a mettere qualcosa da parte prima di tornare e ricominciare un’attività in Guinea».

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I migranti di ritorno si ritrovano nella capitale nigerina, che è la prima grossa città sul loro percorso di ripiego. Sono fuggiti dalle persecuzioni e dalle torture dei libici, ma hanno impoverito le loro famiglie di origine. I più, invece di rientrare a casa, restano bloccati in questo paese, uno dei più poveri del mondo, alla ricerca di qualche lavoro, che difficilmente permetterà loro di mettere da parte le cifre che hanno dissipato per pagarsi il viaggio.

Se vuoi tornare a casa

L’ufficio dell’Oim di Niamey, vista la sua posizione strategica, ha acquisito negli ultimi anni sempre più importanza e ottenuto fondi. Una giovane funzionaria italiana ci racconta: «A partire dal 2016 sono cresciute le domande di assistenza per il ritorno, mentre prima c’erano molti passaggi per andare verso Nord. Adesso vediamo una frammentazione delle rotte, perché quelle principali sono presidiate dalle forze dell’ordine. I passeur hanno continuato in modo nascosto creando nuove rotte secondarie, evitando i centri e talvolta anche i pozzi nei deserti».

L’Oim Niger può contare su cinque centri di transito, ad Arlit, Dirkou, Agadez nel Nord e due a Niamey, dove se ne sta aprendo un terzo. Qui, chi chiede assistenza all’Oim, viene identificato, rifocillato, aiutato psicologicamente e attende di essere rimpatriato con un mezzo dell’agenzia. I casi vulnerabili, come i minori o donne con particolari problemi, e le persone dei paesi più lontani, sono rimpatriati in aereo. «Nei centri la maggior parte sono migranti di ritorno, ma ci sono anche quelli che, in viaggio verso Nord, decidono di non proseguire», continua la funzionaria.

1499800455-olycom-20170630031310-23610810-1L’Oim fornisce anche sostegno al governo del Niger, come formazione e fornitura di attrezzature alle autorità consolari.

Capita, al signor Touré, di entrare in contatto con giovani subsahariani che stanno tentando l’avventura verso la Libia. L’anziano agente consolare cerca di dissuaderli: «Quando li incontriamo li portiamo in questi centri e li facciamo parlare con quelli che hanno subito sevizie e torture (in Libia, ndr) in modo che si scoraggino nel continuare. Molti dicono: “Dobbiamo partire, preferiamo morire nel deserto che morire a casa nella miseria”. Una volta è venuto qui l’ambasciatore della Guinea e l’ho portato a incontrare i migranti. Uno di loro era originario dello stesso villaggio dell’ambasciatore. Lui ha cercato di convincerlo, gli avrebbe pagato un volo per tornare a casa, ma l’altro continuava dicendo che era partito con l’intenzione di riuscire. Abbiamo fatto di tutto, ma il ragazzo è partito. Tre mesi dopo mi hanno chiamato per dirmi che era morto. Nel suo gruppo erano sei, tre di loro hanno accettato che pagassimo loro il bus e sono ritornati al paese. Ogni tanto mi chiamano per dirmi che stanno bene, hanno dei piccoli progetti e si sono reintegrati. Come uno che ha realizzato un pollaio e la cosa funziona per lui».

 

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Chi vende chi

Boubacar Oullaré è appena arrivato al Centro Liberté. Ha 28 anni e parla un ottimo francese. Ci dice di essere laureato in giurisprudenza. Aveva un grande sogno, quello di arrivare in Europa. A casa, in Guinea, ha lasciato una moglie e due figli piccoli. Ci spiega i meccanismi del viaggio: «La transazione passa prima attraverso passeur africani (qui l’intervistato intende i subsahariani, ovvero africani di carnagione scura, ndr). Con loro si fa Agadez, Arlit, Tamanrasset. Questi ti vendono ai Tuareg. Da Tamanrasset a Djanet, che è la frontiera tra Algeria e Libia, ti portano i Tuareg, che poi ti vendono ai Tubu (toubou) della Libia. Essi ti portano fino a Tripoli. Qui ti mettono in un foyer, dove chiedono delle somme ai tuoi genitori, per farti traversare oppure per liberarti. Si tratta in realtà di prigioni clandestine, non hai libertà, e ti propongono con la forza degli affari loschi che non puoi rifiutare. Se paghi la somma richiesta ti portano sulla costa. Qui ti prendono tutto, i tuoi abiti, anche la cintura, perché si viaggia su gommoni, e non si vuole rischiare di forarli. Si parte, ma ci sono spesso battelli che si rovesciano nell’acqua. In questo caso, se ti recuperano le navi internazionali sei salvo, perché ti portano in Italia. Se invece sei in acque libiche ritorni in Libia. Noi non abbiamo avuto fortuna – dice con un’enorme delusione sul volto -. Siamo naufragati in acque libiche. Tornati sulla costa avevo speso tutti i soldi. Ho dovuto di nuovo chiamare i miei genitori affinché mi aiutassero. Per questo motivo in Guinea non abbiamo più nulla. Tutti i beni di famiglia sono andati in fumo».

E conclude sconsolato: «Io adesso ho vergogna di presentarmi al mio paese, sono partito e ho preso una somma colossale per il viaggio. Tutto è perso. Siamo qui, e la nostra unica speranza è in Dio».

Lasciando il Centro Liberté i ragazzi, inizialmente ostili, sembrano patire il distacco con questi visitatori stranieri che, in qualche modo, rappresentano la loro terra promessa. Qualcuno di loro parla ad alta voce nella propria lingua, qualcun altro ci dà la mano e ci guarda negli occhi tristemente, sembra dire: «Italiano, domani tornerai in Europa in poche ore con l’aereo. Io ci ho provato e ho perso tutto. Ho rischiato pure la vita. Ti prego, non lasciarmi qui».

Marco Bello

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Quanti siete?

 

 

2191.- IL GOVERNO CONTE TENTA DI CAVALCARE L’ONDA CONTRARIA AL CFA.

L’Italia prosegue nella sua politica di rafforzamento della sua presenza in Africa.

 

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A Niamey Conte ha in programma un incontro con il presidente nigerino, Mahamadou Issoufou, e il premier Brigi Rafini, mentre a N’Djamena incontrerà il presidente Idriss Deby.

Conte in Niger e Ciad: per dimuire le partenze dei migranti

All’atterraggio a Niamey Giuseppe Conte è stato accolto dai nigeriani con una fantasia.

Visita in Niger e Ciad, oggi e domani, per il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, primo capo di un governo italiano che visita le due ex, ma non tanto ex, colonie francesi, fondamentali, insieme al Mali, per gli equilibri politici e la lotta al terrorismo nel Sahel. Le tappe a Niamey e Ndjamena stanno a significare che la lotta all’immigrazione incontrollata, dopo la chiusura dei porti, inizia a prendere piede dai Paesi africani da cui ha inizio il loro cammino. Il percorso di rafforzamento della partnership con  i paesi dell’area del  Franco Cefa o CFA, avviato dal governo con la missione in Niger, precisamente, per il controllo di quella rotta dei mercanti di uomini, ci porta al confronto con la Francia, che ha ostacolato, a lungo, la nostra missione, al punto che i nostri soldati hanno vissuto all’interno di una base americana.

Siamo a parlare dei paesi a Sud della Libia, dove la Francia attinge l’uranio per le sue centrali nucleari, oro e petrolio e dove 4.500 francesi e, ora, anche 1.000 tedeschi si confrontano con l’Isis nel Mali. Questo nostro approccio, autonomo, è fondamentale e colma un vuoto che l’Unione europea ha difficoltà ad  affrontare tanto nel campo dello sviluppo della cooperazione, quanto nel campo della lotta al terrorismo e all’emigrazione, prima ancora che ai flussi dei migranti e, ciò, principalmente per non voler affrontare il problema morale e finanziario rappresentato dalla Francia colonialista, partecipe di due aree monetarie: l’eurozona e la zona del franco “africano” o CFA, di cui abbiamo parlato ampiamente. Conte, nei mesi scorsi, ha visitato l’Etiopia e l’Eritrea. Oggi, è in Niger, dove due anni fa, nella capitale Niamey, e stata aperta un’ambasciata italiana, retta dall’ambasciatore Marco Principe. Il Niger, dunque, è la base diplomatica italiana nel Sahel.

Giusto, un anno fa, il Parlamento aveva approvato l’operazione Misin in Niger, per l’addestramento delle forze nigeriane: forze armate, gendarmeria nazionale, guardia nazionale e forze speciali della Repubblica del Niger. Obiettivo: «arginare la tratta di esseri umani e il traffico di migranti che attraversano il Paese, per poi dirigersi verso la Libia e in definitiva imbarcarsi verso le nostre coste”. Per otto mesi, gli uomini dell’Esercito, dell’Aeronautica e dei Carabinieri avevano potuto contemplare, dalla Base 101 degli USA, i sassi del deserto, indesiderati dalla Francia, perché l’indipendenza concessa alle sue colonie somiglia a mala pena a una modesta autonomia. Parlare di lotta all’immigrazione e di stabilizzazione della Libia, va contro i progetti di destabilizzazione e di divisione della Libia da parte di Macron. L’ostilità francese si è sviluppata, naturalmente, attraverso lo stesso governo locale che, oggi, ha accolto Giuseppe Conte e, in particolare, attraverso il ministro dell’Interno. Le autorità nigerine contestavano che l’accordo già raggiunto dal governo Gentiloni non prevedeva la presenza dei militari italiani nel suo territorio. Questo, quando in Niger erano  già sbarcati 42 militari italiani. La resa recente di Parigi ha reso possibile l’avvio dell’Operazione. Da settembre, la missione italiana conta 92 uomini, che hanno già provveduto a istruire 260 militari nigerini. Leggo da Facebook che il ministro della Difesa Elisabetta Trenta aveva esultato: «Ce l’abbiamo fatta: dopo 8 mesi di impasse abbiamo sbloccato la missione in Niger per il controllo dei flussi migratori!»

Questo, per quanto attiene alla sicurezza; ma, per affrontare alla radice la povertà  dell’economia, prima causa della migrazione, è stato determinante anche l’avere offerto la nostra collaborazione per lo sviluppo della società nigerina, con programmi di cooperazione a sostegno delle donne, dell’imprenditoria giovanile e dell’agricoltura, che sono stati finanziati già con circa 80 milioni di euro. L’Italia in Africa è il terzo Paese per investimenti effettuati nel continente e viene dopo Cina ed Emirati Arabi Uniti. Proprio tornando col pensiero alla conferenza Italia – Africa dello scorso 25 ottobre, si può vedere in questa missione di Giuseppe Conte la linea di continuità della politica italiana verso l’Africa. Una continuità illuminata per chi, come noi, auspicava e auspica un Occidente strettamente legato all’Africa (se gli africani non se ne vanno).

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“Nel 2016 l’Europol ha creato un Centro europeo per la lotta al traffico di migranti (Emsc) con il compito di sostenere, con scambi di informazioni e coordinamento operativo, gli Stati membri nello smantellamento del network criminale, che agisce a livello locale anche nel Vecchio continente aiutando i migranti a superare clandestinamente i confini europei, e che è affiancato da un altro odioso business parallelo che, entro i nostri confini, lucra sulla gestione dell’accoglienza. Ma l’Emsc è solo uno strumento, la cui efficacia dipenderà dalla costruzione di una lungimirante politica comune.” Queste parole di Luciana Scarcia non potevano ancora affrontare l’orrore del centro di espianti di organi di caste Volturno, di cui si sta occupando l’FBI.

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I programmi di cooperazione e la visita di Conte a Niamey vogliono essere anche un riconoscimento del grande impegno dimostrato dal presidente Mahamadou Issoufou e dal suo governo nella lotta al terrorismo e ai flussi migratori irregolari in direzione della Libia. La riduzione dei flussi negli ultimi due anni è intorno all’80% e questo, non solamente per la politica dei porti chiusi adottata dall’Italia, ma anche grazie all’adozione di una legge in Niger che ha portato allo smantellamento delle rete di trafficanti criminali. Infatti, il Niger è paese sia di transito e sia di partenza dei migranti e applica da due anni una legge severa contro i trafficanti, arrestandoli se sospettati e sequestrandone le vetture. Per converso, per sfuggire a questa legge con percorsi più difficili, spesso notturni, sono aumentati i rischi, i costi e i prezzi dei viaggi. Cito, infine, il contributo dato dagli ingenti aiuti arrivati dall’Unione Europea e dall’Italia, con la fornitura di automezzi ed equipaggiamenti per il controllo dei confini. Anche con i fondi per programmi di sviluppo per la popolazione, alternativi ai business illegali, ma dobbiamo avere presente che il regime coloniale mantenuto dalla Francia si regge su una amministrazione diversamente efficiente.

“Il Niger, dopo il collasso dello Stato libico, è di fatto diventato la frontiera meridionale dell’Europa. E la sua relativa stabilità, rispetto ad altri Paesi della regione, come il Ciad o il Burkina Faso, ne fa un argine contro i flussi migratori, un interlocutore privilegiato fra i paesi del G5 Sahel, in una regione difficile, esposta sempre più al terrorismo e, da sempre, alle bande dei nomadi sahariani.

Domani, nella visita a Ndjamena – dove i rapporti diplomatici sono curati dalla Ambasciata d’Italia di Yaoundé, in Camerun – i temi verteranno ancora sul contrasto ai flussi migratori, sul sostegno allo sviluppo sostenibile ed inclusivo e sulla cooperazione in materia di difesa, su cui già l’allora ministro della Difesa, Roberta Pinotti, e il ministro delegato per la Difesa Nazionale del Ciad, Gen. Bichara Issa Djadallah, hanno firmato, a Roma, un accordo di cooperazione due anni fa. Niger e Ciad sono entrambi fondamentali per il controllo delle frontiere con la Libia e le forze del generale Khalifa Haftar vi combattono i terroristi ciadiani di matrice islamica affiliati ad al Qaeda.

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Vista di Yaoundé

2183.-L’eredità più costosa, il franco africano che limita la libertà

SALVINI LO SA

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 Perché chiudere i porti, alla lunga, non basta e significa soltanto intortare l’elettorato? Perché 49 migranti dalle “NON-EX COLONIE” francesi fanno così paura all’Unione? 

Salvini lo sa. Lo sa persino Giuseppe Conte che opera in nome e per conto dei 5Stelle. 

È solo perché nessuno  vuole che si parli dello sfruttamento dei loro paesi da parte della Banca di Francia, con il Franco Cefa: Il Franco africano che pagano al 25% del suo valore facciale! ripeto: del suo valore facciale.

A Montepellier scrivono 1.000 su un pezzo di carta e si trattengono 250, non di carta; in più, i quattordici stati versano su un conto della Banca di Francia il 50% delle delle loro riserve di cambio per garantirne la convertibilità illimitata con l’euro.  Sono almeno 10 i miliardi depositati su quel conto della Banca di Francia e fanno bene alla Francia e anche all’euro.

Chiaro che gli africani sub-sahariani emigrano! e dove vanno se non dove tutto è permesso, purché sembri di sinistra? “Non c’è più la sinistra?” “Ma neanche i partigiani ci sono più e, invece! fa finta di niente, sciocco!”

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L’eredità più costosa, il franco africano che limita la libertà

 Quanto costa ai Paesi africani francofoni utilizzare il franco CFA? Eredità colonialeda tempo discussa, criticata, combattuta, rimane lì a legare di fatto le economie di 14 Paesi alle regole di una potenza europea. Regole stabilite 70 anni fa.

A niente sono valse finora le protestee le campagne per abbandonare – dopo oltre mezzo secolo dalle indipendenze – una moneta “estera”. Il CFA  (Franco delle Colonie Africane, oggi acronimo di Comunità Finanziaria Africana) fu creato il 26 dicembre 1945 ma i decenni successivi  non hanno messo in discussione tale politica monetaria, anzi essa è diventata il cordone ombelicale che in realtà stringe il collo (e per molti la dignità) delle ex colonie.

Nella zona franco rientrano otto Paesi dell’area monetaria dell’Africa occidentale (Benin, Burkina, Cote d’Ivoire, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) e sei Paesi dell’area centrale (Camerun, Centrafrica, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Chad).

 

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A parte quanto sia indegno privare Stati indipendenti della sovranità monetaria, i danni provocati dall’uso di questa moneta sono di tipo economico e dunque sociale. Infatti, miliardi di euro entrano ogni anno nelle banche francesi e provengono, appunto, dagli Stati francofoni. Vediamo perché.

La zona franco deve applicare quattro regole, formalizzate in due trattati firmati dalla Francia e dai 14 Paesi in questione nel 1959 e nel 1962.

Eccole: la Francia garantisce la convertibilità illimitatadel CFA in euro; il tasso di conversione tra CFA e euro (prima franco) è fisso: 1 euro=655,957 franco CFA; i trasferimenti di capitali tra la zona franco e la Francia sono liberi; come contropartitadi questi primi tre principi il 50% delle riserve di cambio dei Paesi della zona franco devono essere depositate su un conto della Banca di Francia, a Parigi.

A chi giova? Certamente alle multinazionali e ai commerci francesi. Come fa notare Bruno Tinel, maestro di conferenze e scienze economiche di Parigi: “Il sistema permette di garantire i profitti dei colossi europei che non pagano niente per questa garanzia: sono i cittadini africani che attraverso le riserve di cambio collocate al Tesoro francese, pagano la stabilità del tasso di cambio”. Senza contare che la Francia continua a importare materie prime come cacao, caffé, banane, legna, oro, petrolio, uranio, pagate con il CFA a parità con l’euro e senza rischi di deprezzamento monetario.

Le riserve del franco CFA nella Banca di Francia sono stimate approssimativamentein 10 miliardi di euro, denaro che – dice chi critica fortemente questo sistema – potrebbe essere utilizzato per piani di sviluppo dei Paesi in questione. Evitando, d’altra parte la richiesta di prestiti che non fanno che aumentare il debitonei confronti delle istituzioni finanziarie europee e dei singoli Paesi.

A detta della Francia sono in realtà i Paesi africani che vogliono rimanere legati al sistema. “Malgrado il nome, il franco è la moneta degli africani e non più della Francia, essa è scomparsa in Europa. Su tale questione, dunque, sono gli africani che devono pronunciarsi e fare le loro scelte, non possiamo farlo noi per loro“, ha affermatoin più di un’occasione il ministro francese dell’Economia e delle Finanze, Michel Sapin. Decisioni che, dicono dalle istituzioni economiche dell’Esagono, dovrebbero avvenire in seno all’UMEOA (Unione Economia e Monetaria dell’Africa Occidentale) e della CEMAC (Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale). Sempre a detta di Sapin: “il regime del CFA è un fattore di integrazione economia di stabilità monetaria e finanziaria che garantisce la resilienza economica dei Paesi dell’area“. Inoltre, l’ancoraggio all’euro determinerebbe “la trasparenza e la credibilità internazionale che favorisce gli scambi con il resto del mondo e gli investimenti“,

Se questa libertà fosse reale e vantaggiosa per i Paesi francofoni non si spiega la guerra che le istituzioni francesi fanno a chiunque si opponga a questo stato di cose. Per esempio, Kako Nubukpo, si è giocato il posto di direttore della Francophonie économique et numérique che lavora nell’ambito dell’OIF (Organizzazione Internazionale della Francofonia). L’economista togolese aveva osato criticare fortementeil sistema e soprattutto le parole del presidente Macron nel corso delle sue recenti visite nel continente, parole giudicate “disonoranti per i dirigenti africani, imprecise e caricaturali“. Insomma, una bocciatura a tutto campo dell’approccio di Macron alla questione, per il quale “il CFA per la Francia non rappresenta un problema“. Del resto l’intellettuale africano ha più volte sostenuto che il CFA strangola le economie africane, facendo infuriare i francesi.

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Il presidente francese Macron in visita all’università di Ouagadougou, insieme al presidente del Burkina Faso Kaboré ed alcuni altri ministri burkinabè incalzati dalle domande degli studenti anche in merito al futuro del franco CFA. Da AFP Photo/L. Marin, novembre 2017.

Ma la cosa che dovrebbe far riflettere è che mentre c’è quasi un’unità di pensiero – con alcuni distinguo, ovviamente – tra economisti e intellettualisul peso negativo che il franco CFA ha sulle società ed economie africane e sulla necessità di uscire dal sistema, magari a tappe,la maggior parte di capi di Stato africanirimane ancorata al vecchio sistema.

Uno dei più accesi sostenitori del valore del CFA è Alassane Ouattara, presidente della Costa d’Avorio, come è noto grande amico di Nicolas Sarkozy e della Francia. Nell’ambito di posizioni che oscillanotra il dialogo, la mezza via e il quasi silenzio, sul fronte esattamente opposto sono soprattutto i quattro presidenti degli Stati del Sahel. Portaparola quasi ufficiale dei capi di Stato anti-CFA, è diventato il presidente chadiano Idriss Débyche si è spesso appellato ai Paesi africani per lasciare la moneta francofona e creare una loro moneta unica.

E a questo punto pare che sia davvero come (con una certa dose di furbizia affermano Satin e Macron) la questione del franco CFA sta in mano agli africani. Sarà la sua classe dirigente a continuare a sostenere il sistema oppure unirsi, farsi forte e abbandonarlo. Ma per far questo bisogna aver chiare e a cuore le sorti dei cittadini africani. E, qualora questo dovesse avvenire, prepararsi  ad affrontare molto probabilmente le ire dell’Esagono.

 

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Voci Globali, di Antonella Sinopoli. Voci Globali è una testata giornalistica che unisce professionisti e cittadini attivi che si occupano di diritti umani e temi sociali.

2172.- La lotta all’immigrazione incontrollata, la firma dei Global compact for Refugees e Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration, il presidente Conte, il Quirinale e la Farnesina.

_lam0020Anche la prima Conferenza Italia-Africa della Farnesina fu aperta dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e vi presenziarono Gentiloni e anche Renzi, come Conte quest’anno e, quindi, i rappresentanti dei governi africani. Si comprende come Giuseppe Conte si sia dichiarato apertamente favorevole al Global Compact for Migratione e come abbia, sicuramente, autorizzato la sottoscrizione del Global Compact for Refugees, ma sbalordisce la dichiarazione che si sia trattato di iniziative italiane, portate avanti dalla Farnesina e, certamente, in contrasto con le affermazioni e la misconoscenza del ministro degli Interni Matteo Salvini.

 

Riprendendo una lettura di “Osservatorio Strategico” su Sahel e Africa Sub-sahariana sono giunto alla Conferenza Italia-Africa, seconda edizione, che, il 25 ottobre 2018, ha riunito a Roma, alla Farnesina,  54 delegazioni di Paesi africani, i vertici dell’Unione africana e alti rappresentanti di 13 Organizzazioni Internazionali del Sistema delle Nazioni Unite e Regionali, per un totale di 350 Delegati. Un’iniziativa importante, dunque e una lettura che fa luce sulle contraddizioni del governo verso l’elettorato leghista.

Particolarmente importante questa affermazione: “Una migliore gestione della questione migratoria potrebbe prendere spunto dal Migration Compact, la proposta italiana che parte dall’assunto che vada creato un grande patto euro-africano, che coniughi insieme sviluppo e migrazione attraverso dunque un’indispensabile responsabilità comune euro-africana.” Apprendo, dunque, che si è trattato di una proposta italiana e non di Angela Merkel, come sembrava.

Ripropongo, perciò, interamente, con poche abbreviazioni, il suo resoconto.

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L’iniziativa Italia-Africa, per converso, pone in chiara luce le difficoltà che il ministro dell’Interno Matteo Salvini deve affrontare per ridurre il fenomeno immigratorio a dimensioni tollerabili e, contemporaneamente, valorizzarne le possibilità nel campo della cooperazione fra i popoli dei due continenti. Ancora, l’iniziativa Italia-Africa si propone di dare adeguato risalto alla presenza e al ruolo della comunità africana residente in Italia, e un segmento vi viene dedicato alle rimesse della diaspora, onde dimezzare i costi di trasferimenti di denaro all’estero. Un altro modo, per dare seguito al piano italiano, praticamente e ingiustamente tenuto all’oscuro del popolo italiano, è accrescere il numero e la qualità delle missioni di sistema in alcuni Stati africani, come nel caso di quella del febbraio 2017 in Camerun. Va pure sottolineato il ruolo che potrebbero svolgere i centri studi e i think-tank italiani con i loro omologhi africani in cooperazione.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha aperto i lavori, seguito dagli interventi nella sessione inaugurale del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Enzo Moavero Milanesi e del Vice Presidente della Commissione dell’Unione Africana, Kwesi Quartey.

Nel corso della sessione plenaria, presieduta dal Vice Ministro agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Emanuela Del Re, e dei successivi panel tematici, intervenuti membri di Governo dei Paesi africani, nonché i rappresentanti del mondo economico, imprenditoriale, accademico e del terzo settore.

I lavori sono stati chiusi dal Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte. Un grande evento che, nelle parole del Ministro  Moavero, “rappresenta il principale momento di dialogo strutturato tra l’Italia e gli Stati del continente africano in impetuosa crescita demografica ed economica (5%). Un’occasione di rilievo peculiare, che sottolinea l’impegno italiano e l’eccellente risposta ricevuta. Da parte nostra è forte la determinazione ad affrontare, in un rapporto di genuina collaborazione e fruttuoso apporto reciproco, i temi e le opportunità che la tradizionale, antica amicizia, l’evidente geopolitica e la storia impongono. La giornata romana costituisce un significativo indicatore del comune desiderio, africano e italiano, di muoversi da attivi protagonisti sui dinamici scenari contemporanei di un mondo globalizzato e sempre più competitivo”.

A testimonianza della priorità che l’Italia attribuisce alle relazioni con l’Africa, i lavori alla Farnesina sono stati aperti dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e conclusi dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Partendo dalla consapevolezza che i destini dell’Africa e dell’Europa sono, da sempre, fra loro strettamente connessi, l’obiettivo della Conferenza è di individuare soluzioni condivise alle principali sfide in materia di pace, libertà, democrazia e sicurezza; nonché di concordare percorsi di crescita comuni, soprattutto attraverso il coinvolgimento di qualificati esponenti italiani, provenienti dal mondo dell’economia e delle aziende, dell’accademia e delle organizzazioni non governative.

La Conferenza rivolge un’attenzione particolare all’estremamente positiva evoluzione in atto nel cosiddetto Corno d’Africa, a seguito dell’accordo di pace tra Etiopia ed Eritrea, rispetto al quale l’Italia intende assicurare il massimo sostegno, come testimoniato dalla riunione di lavoro fra il Ministro Moavero e i Ministri degli Esteri etiope ed eritreo, organizzata, a inizio ottobre, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e seguita dalla recentissima visita del Presidente del Consiglio.

Sullo sfondo più generale, colpisce lo straordinario fermento che sta vivendo il continente africano: una vera festa della democrazia tra la fine del 2018 ed il 2019, con in programma ben 31 consultazioni elettorali. Una realtà inimmaginabile solo un decennio fa. Di certo, questi elementi confortanti continuano – purtroppo – a essere affiancati da situazioni di conflitti e crisi economica che si stanno cercando di superare. Sia rispetto agli aspetti positivi, sia a quelli negativi, il Governo Italiano conferma il proprio impegno al fianco degli amici dell’Africa. Un impegno concreto, basti ricordare: la partecipazione dell’Italia alle principali missioni di pace in loco (ben 13) sotto l’egida dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite; l’intensa attività a favore del rafforzamento delle istituzioni locali; il contrasto alle sfide poste dall’estremismo violento e dai traffici illeciti; la specifica azione volta a facilitare la stabilizzazione in Libia e il processo politico in atto sulla base del piano ONU.

Pace, libertà, sicurezza ed equo sviluppo socio-economico sono essenziali diritti primordiali di tutte le persone e di tutti i popoli. L’Europa che attraverso un pluridecennale percorso di integrazione ha saputo porre fine a secoli di guerre fratricide, dev’essere al fianco dell’Africa nella sua attuale fase storica di sviluppo. I due continenti hanno sistemi economici palesemente complementari, con tante opportunità ancora da mettere a frutto; non dimentichiamoci che l’Africa cresce con tassi medi annuali elevati, intorno al 5%.

La Conferenza della Farnesina, dunque, ha analizzato con attenzione le prospettive di collaborazione economica e di investimento (l’Italia è già fra i principali investitori in Africa); inoltre, il nostro Paese e il nostro sistema universitario e di ricerca sono interessati e disponibili a individuare e approfondire utili fori di cooperazione nel campo formativo e accademico con corrispondenti istituti degli Stati africani. Non può, infine, mancare il focus sull’interscambio in ambito culturale, considerata la vocazione e la singolare esperienza italiana al riguardo e l’immensa, affascinante varietà delle millenarie culture africane, unita alla loro vivacità dei nostri giorni. Dall’insieme di queste notevoli possibilità, siamo fiduciosi che nascano soprattutto positivi stimoli per le più giovani generazioni africane e italiane, con uno sguardo lungimirante. Un simile approccio dovrebbe, peraltro, essere di giovamento nella doverosa ricerca di idonee soluzioni, vocate a un miglior governo dei flussi migratori e alla lotta contro ogni tipo di traffico illecito.

La Conferenza Italia-Africa della Farnesina, ha ricordato ancora il Ministro Moavero, “rappresenta un momento prezioso e unico per conoscersi meglio, parlarsi, ascoltare il rispettivo punto di vista e le reali esigenze di ciascuno, sui temi che ci legano e che potranno collegarci in futuro. È proprio in quest’ottica, che l’Italia considera anche indispensabile che l’Unione Europea garantisca un più intenso ed efficace impiego di risorse finanziarie nel contesto del prossimo Quadro Pluriennale del bilancio UE. Per parte italiana siamo assolutamente motivati ad agire a tal fine, nel corso del negoziato a Bruxelles, fra l’altro, sostenendo l’introduzione di nuove, genuine e autonome fonti di entrate per il bilancio dell’Unione”.

2165.- “L’AFRICA PUÒ RISORGERE” e “COME LA FRANCIA PIEGA L’AFRICA CON IL FRANCO CFA”, Mohamed Konarè.

La verità sul colonialismo francese in Africa come non l’avete mai sentita. Come Parigi controlla gli africani con il Franco CFA, con le banche centrali, con il commissariamento dei governi e con l’eliminazione fisica dei dissidenti. Un video che dovreste affrettarvi a vedere, prima che sia troppo tardi. Trasmesso il 6 novembre 2018, alle 21.15, in’esclusiva da Byoblu. Prima intervista a Mohamed Konaré, leader del movimento Panafricanista “L’AFRICA PUÒ RISORGERE”:

 

In Africa conflitti e saccheggi non hanno mai visto la fine. Mohamed Konare, Leader del nascente Movimento Panafricanista, sta guidando gli africani verso una mobilitazione mondiale che potrebbe stravolgere gli equilibri di un sistema che ci coninvolge tutti, come inconsapevoli carnefici. In questa intervista, concessa in esclusiva a Byoblu, Konare racconta della sua terra, da troppo tempo martoriata, e di popoli e tradizioni che si perdono nella notte dei tempi. Come e perchè i giovani africani si mettono in viaggio verso l’Europa? Quale è il complicato scenario politico e quali i meccanismi economici che incatenano il continente nero? Per Byoblu, l’intervista di Alpha Oumar Konaré, a cura di Eugenio Miccoli.

Alpha Oumar Konaré, scenziato e storico, è stato presidente del Mali dal 1992 al 2002. Nella seconda metà del Novecento, cessato il dominio francese, il Mali cadde vittima di una dittatura prosovietica e di tremende carestie. Nel 1991 l´allora luogotenente colonnello Touré capitanò la rivolta che abbatté la dittatura. Ma il colpo militare finì lì. Touré organizzò per l´anno dopo libere e pacifiche elezioni, senza concorrervi. E fu eletto presidente uno studioso di storia, Alpha Oumar Konaré, che rivinse le elezioni nel 1997, per poi ritirarsi dopo il secondo quinquennio, in obbiedienza al limite fissato dalla costituzione.

Uno degli ultimi gesti del presidente uscente Konaré, il 5 giugno 2002, fu d´andare a pregare, lui musulmano, nella cattedrale cattolica della capitale del Mali, Bamako, sulla tomba del venerato arcivescovo Luc Sangaré, da poco scomparso. All´atto del suo primo insediamento, nel 1992, Konaré si era recato dall´arcivescovo a chiedere “parole di saggezza per il gravoso compito che l´attendeva”, e ne aveva ricevuta la benedizione. Ora ritornava per ringraziare e per “chiedere perdono per tutto quanto non era stato capace di realizzare”. A rendere noti il gesto e le parole fu il nuovo arcivescovo Jean Zerbo, in una testimonianza resa pubblica dall´agenzia vaticana “Fides”.

 

 

2156.- VOGLIONO FARCI INVADERE A TUTTI I COSTI

Rifugiati. Dopo il Global compact for migration, di pochi giorni fa – che l’Italia non ha, ancora, firmato grazie alla levata di scudi di Giorgia Meloni e alla palla buttata in avanti da Matteo Salvini (per la protesta popolare) – ieri l’Assemblea generale dell’Onu, compresa l’Italia, nonostante l’opposizione di Stati Uniti e Ungheria, ha approvato il Global Compact on Refugees, come parte della risoluzione annuale di quest’anno sull’Unhcr: l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Dicono che è un quadro globale, uno strumento operativo non vincolante, che ha lo scopo di rafforzare la cooperazione e fornire un sostegno più solido ai Paesi che ospitano la maggior parte degli oltre 25 milioni di rifugiati al mondo. Infatti, grazie in massima parte all’ONU, al FMI e alla Banca Mondiale e ai loro piani di non-sviluppo, 9 su 10 dei rifugiati vivono in Paesi, dove i servizi di base come assistenza sanitaria o istruzione sono sacrificati al pagamento degli interessi del debito pubblico a FMI e Banca Mondiale. Ma il Patto non punta ad affrontare questi problemi. L’obbiettivo ultimo e reale è la confusione dei popoli europei e la loro soggiogazione.  

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Nell’occasione del contestato Patto Globale per una migrazione sicura (Global compact for migration’ di Marrakech, l’Italia ha scelto di non presentarsi e rinviare una presa di posizione sull’argomento dopo la discussione in Parlamento: un primo dibattito è previsto alla Camera domani 19 dicembre (dopo il voto sul ddl Anticorruzione): l’aula dovrebbe discutere le mozioni che, in modo diverso, chiedono al governo una posizione chiara sull’accordo Onu, proposto a Marrakech il 10 e 11 dicembre, che gestisce i flussi migratori a livello internazionale. Sull’argomento non mancano le tensioni dentro la maggioranza.

 A parole è “uno strumento operativo non vincolante, che ha lo scopo di fornire un sostegno più solido ai Paesi che ospitano la maggior parte dei profughi”. Se non ve ne siete accorti, ci stanno circondando. Alle Nazioni unite, c’è qualcosa che non torna in materia di immigrazione. Le carte continuano a darle quelli come Soros. Spadroneggiano.

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L’assemblea dell’Onu ha votato un altro documento globale, stavolta sui rifugiati, ma la filosofia ispiratrice è la stessa. Le nazioni e i loro confini arrivano sempre dopo chi emigra e qualunque sia il motivo per cui lo faccia.

Il provvedimento rafforza la responsabilità condivisa per aiutare coloro che sono costretti a fuggire dal proprio Paese a causa di conflitti o persecuzioni. Il testo è passato con 181 sì, 2 no e 3 astenuti.

“La sorpresa è che anche il nostro Paese ieri ha votato a favore dell’accordo che prevede garanzie per i rifugiati, che vorremmo invece essere liberi di concedere nella nostra sovranità.

Domanda: il si’ pronunciato dalla signora Maria Angela Zappia, ambasciatrice italiana all’Onu per decreto di Gentiloni, le è stato indicato dal governo in carica? E se sì, da chi? Oppure ha fatto di testa sua?

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Maria Angela Zappia, ambasciatrice italiana all’Onu nominata per decreto da Gentiloni

La questione non è di poco conto, perché vogliamo immaginare che la rappresentante dell’Italia in quel consesso abbia avvisato l’esecutivo di Conte di quel che prevedeva l’ordine del giorno dell’assemblea generale delle Nazioni unite. Se non lo ha fatto è gravissimo. Se lo ha fatto e ha ricevuto una direttiva favorevole senza alcuna discussione pubblica, alla luce di quanto accaduto in materia di global compact sulle migrazioni, è una pazzia.

Perché tutto si può decidere, ma non di nascosto. Occorre trasparenza, perché altrimenti ci sentiamo tutti presi in giro. E auspichiamo – e certo senza volontà polemica nei confronti del leader della Lega – che sia proprio Salvini a voler andare in fondo a questo comportamento sul documento in materia di rifugiati.

Perché se l’indicazione favorevole – contrastante ad esempio con il voto di americani e ungheresi e l’astensione di altri paesi assieme a quelli che non hanno voluto proprio partecipare alla sfida – è partita da palazzo Chigi o dalla Farnesina, diventa un triste spettacolo su cui va calato il sipario. Perché diventa un affronto a quanto si è fatto finora in tema di politiche migratorie e vanifica anche quel consenso popolare che era stato costruito sul tema.

E starebbe anche a significare che anche la discussione parlamentare più impegnativa, quella più generale sul cosiddetto diritto a migrare, rischia di essere segnata da pasticci a Cinque stelle.

Già, perché oggi e domani si dibattono e si votano a Montecitorio le mozioni sul global compact rinviate addirittura a dopo la firma di Marrakech dello scorso 11 dicembre. Il governo italiano attende in questo caso “istruzioni parlamentari” e ci sono due mozioni in calendario: quella di Fratelli d’Italia, contraria a firmare l’accordo; e quella di sinistra, ovviamente sbracata sul si’. Ne arriverà stamane una di Leu e domani si voteranno tutte e tre.

Domanda: che farà la Lega? Un’altra: che intenzioni hanno i Cinque stelle? E se su un tema importante come questo, Lega e M5s vanno separati, a chi racconteranno di poter rimanere insieme a governare, soprattutto se la posizione del Pd dovesse prevalere grazie ai grillini di Fico?

Tutti sulla riva del fiume a vedere la scena. Chissà se finisce o comincia un incubo per l’Italia”. Francesco Storace.

Scrive Luciano Barra Caracciolo: “Vediamo se si capisce meglio: il refugee compact, agganciandosi all’art.10 Cost. nelle sue varie previsioni, implica che, secondo quanto deciderà l’autorità NU con le ong, l’intera popolazione cinese o africana (242 milioni di africani, ndr) sia abilitata a chiedere asilo con trasferimento in Italia.”

L’articolo 10 della Costituzione, fu richiamato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, contestuale all’emanazione del decreto legge su migranti e sicurezza.

Articolo 10

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

In riferimento a quest’ultimo comma, la legge costituzionale 21 giugno 1967, numero 1, prevede che, come anche l’ultimo comma dell’articolo 26 che disciplina l’estradizione, non si applichi ai delitti di genocidio.

Voi che, in buona fede, giubilate per il global compact, ancora non avete capito perché le classi dominanti l’hanno escogitato? Per favorire la libera circolazione di braccia a basso costo. Per sfruttarle senza confini e per abbassare i costi della forza lavoro in generale.

 

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Il Global Compact on Refugees, da non confondere con quello sui migranti, rafforza la responsabilità condivisa per aiutare coloro che sono costretti a fuggire dal proprio Paese a causa di conflitti o persecuzioni. Il testo è passato con 181 sì, 2 no e 3 astenuti.

Il Patto Globale sui Rifugiati, il cui via libera dall’Assemblea Generale Onu arriva pochi giorni dopo l’adozione a Marrakech del Patto Globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare, è stato approvato come parte della risoluzione annuale sull’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

È, a parole, “uno strumento operativo non vincolante che ha lo scopo di rafforzare la cooperazione e fornire un sostegno più solido ai Paesi che ospitano la maggior parte dei profughi”.

La Meloni attacca: “Scusate, ma chi e dove ha deciso il voto italiano?” Intanto il grillino Brescia esulta: “Buona notizia il nostro appoggio al provvedimento sui rifugiati”. Ecco che i 5 Stelle, che rivendicano sempre di essere contro i poteri forti, oggi, invece, ricevono ordini dall’Onu”

Buongiorno ambasciatrice Zappia . Per cortesia, può confermare che il Suo voto favorevole al Global Compact for Refugees è conforme a una direttiva in merito ricevuta dal Ministero degli Esteri? La ringrazio dell’attenzione e la saluto cordialmente.

2052.- L’Italia alla conquista dell’Africa. Ecco il piano del governo Conte

Fonte: occhidellaguerraAustria, vertice informale dell'UE dei capi di Stato a Salisburgo

L’Africa, terra dove la ricchezza s’incontra con la  miseria e con il sottosviluppo, da anni appare molto più protagonista degli interessi geostrategici italiani di quanto si possa immaginare. L’Italia è dietro soltanto Cina, Emirati Arabi Uniti e Marocco per quantità di investimenti nel continente nero. Siamo dunque davanti a francesi, tedeschi e spagnoli, i primi quindi in Europa e secondo questa classifica Roma sopravanza anche Washington. Giuseppe Conte, ci appare pressato dalla Banca Centrale Europea, da un lato e dalla presenza migratoria, dall’altro. Per dirla a quattr’occhi, siamo fra due fuochi che provocano entrambi un degrado della nostra società: la prima, impatta negativamente sulle politiche a difesa della dignità dei lavoratori e delle persone, in generale, che riassumo, invece, negli articoli 1 e 3 della Costituzione, la seconda per il degrado che porta alla società, facendo venir meno molti presupposti del nostro ordinamento giuridico, come ad esempio, quello alla base della legittima difesa, guadagnati partendo dalla rivoluzione cristiana.

Articolo 1

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. …

Articolo 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Dobbiamo, perciò, condividere questa azione diplomatica che si pone nel solco di quelle di Fanfani e di Berlusconi e, sicuramente, Enrico Mattei, che fece dell’ENI anche un centro d’influenza politica. Il neo atlantismo incarnato dall’ala della Democrazia Cristiana capitanata da Amintore Fanfani fece approdare i temi della presenza italiana in Africa nello scacchiere politico del nostro Paese. Senza mettere in discussione il posizionamento dell’Italia all’interno dell’alleanza atlantica, la corrente di Fanfani propose ad inizio anni ’60 una visione di Roma quale Paese di primario spessore per gli equilibri del Mediterraneo. Una politica estera dunque incentrata sempre sulla fedeltà a Washington ma che, al tempo stesso, potesse dare all’Italia un’autonomia tanto politica quanto economica, in grado di proiettare Roma quale punto di riferimento per i rapporti tra occidente, oriente e continente nero. Poi le cose, come ben si sa, sono andate diversamente. Sia nella agende politiche che sotto il profilo mediatico, l’Africa è sparita dai radar delle nostre priorità, almeno fino all’avvicinamento dei governi Berlusconi alla Libia di Gheddafi. Siamo su quel binario?

Il presidente Conte nel mese scorso si è detto pronto a visitare il Corno d’Africa, con un viaggio in via di definizione logistica. Proprio il capo dell’esecutivo, nel corso del vertice di Salisburgo dedicato ai problemi dell’immigrazione, ha criticato la politica europea sull’Africa: “Destinare 500 – 600 milioni di Euro al continente nero – sono le sue parole – è irragionevole se comparati ai miliardi che stiamo dando alla Turchia”. Il riferimento è all’accordo tra Bruxelles ed Ankara con il quale l’Ue fornisce tre miliardi al governo turco per trattenere i migranti. Secondo Giuseppe Conte è necessario invece investire molto in Africa, non solo per la questione migranti ma anche per rispondere agli altri attori internazionali che puntano sullo sviluppo del continente. E questa questione, tra le altre cose, a lungo termine potrebbe essere interconnessa proprio con la tematica dell’immigrazione. Una cosa comunque appare certa: dalle parole di Conte, ai buoni rapporti instaurati nuovamente con l’Egitto, passando per Bengasi e la visita tenuta in questa città dal ministro Moavero ad Haftar. Tutti questi sembrano segnali che mostrano l’interesse di Roma verso il Mediterraneo e l’Africa.

In Africa non c’è soltanto la Libia. Dall’Eni, fino alle grandi imprese di costruzioni, passando per altre aziende più piccole, il nostro paese è di fatto ramificato in buona parte del continente. In Libia, il probelma sono proprio gli altri europei, i francesi in primis. A che cosa serve la Ue, come mai la Ue non ha condannato l’attacco francese alla LIbia? Come può un paese Ue fare guerra ad un alleato strategico di una alro paese e non essere perseguito: nella pratica è esattamente come se la Francia e la Gran Bretagna avessero fatto guerra direttamente all’Italia. Ma, se gli altri paesi fanno i loro interessi e la loro politica è in grado di supportarli, anche l’Italia fa i suoi con l’ENI, con l’energia e con le molte imprese di privati di vari rami.

In Egitto l’Eni sta operando a Zohr, uno dei più grandi giacimenti del Mediterraneo scoperto proprio dalla nostra multinazionale. Una scoperta che sta modificando l’approccio italiano con l’Egitto, profondamente turbato in anni recenti dal caso Regeni. Ed al Cairo recentemente sono andati quasi tutti: Salvini, Di Maio, Fico con al seguito tecnici, dirigenti ed imprenditori. Tra Italia ed Egitto sta nascendo una vera e propria partnership che, proprio a proposito di Libia, sta contribuendo a rilanciare la politica del “doppio peso” con Haftar, di cui Al Sisi è sponsor principale. Egitto vuol dire anche canale di Suez, Sinai, turismo e scambi commerciali: settori questi essenziali, con l’Italia che adesso si pone nel paese delle piramidi in una posizione di vantaggio rispetto ad altri europei, in primis rispetto alla Francia.

Aziende grandi e medie sono presenti anche in Ghana, dinamica economia sub sahariana dove l’Eni ha alcuni importanti stabilimenti, Nigeria e Senegal. Negli scambi commerciali con la Tunisia, Roma nel 2016 ha scavalcato Parigi per valore e quantità. Aziende italiane sono presenti anche in Sudafrica e Mozambico, impegnate nel settore delle rinnovabili e delle costruzioni.

Cosa manca al “sistema Italia” in Africa

L’Italia dunque in Africa c’è. Dati e riferimenti economici lo dimostrano. Roma non è affatto indietro rispetto agli altri paesi europei negli investimenti attuati ed attuabili nel continente nero. Ma l’impressione è che questa dinamicità italiana in Africa è figlia unicamente dell’iniziativa privata. Grandi e medie imprese sono riuscite negli anni a scommettere con successo tra le dune del Sahara ed anche nell’estremo sud di questo vasto continente. Manca però una certa organicità, ossia un coordinamento che possa dare vita ad un piano d’azione complessivo “guidato” dalla politica e dallo Stato. L’Italia è sì in Africa, ma sotto forma di tante singole imprese che nonostante una politica distratta sono riuscite ad operare al meglio.

Nell’ottica di una sfida interna all’Europa e di una invece volta a competere con l’attivismo di altri attori internazionali, a partire dalla Cina, serve un quadro d’insieme che orienti nella stessa direzione politica – diplomazia – interessi privati ed investimenti. Con una Libia dove Roma potrebbe recitare un ruolo primario, con un Egitto ed una Tunisia dove l’Italia scavalca la Francia e, complessivamente, con un’Africa che si è mostrata pronta ad accogliere iniziative italiane la “partita” non solo è aperta ma si può anche vincere. Ne va del futuro dell’Italia come paese traghettatore del Mediterraneo, dell’Italia come paese in grado di convivere con la “pressione” demografica ed economica della vicina Africa, ma ne va anche del futuro di questo immenso e spesso sfortunato continente.

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L’Italia si proietta verso l’Africa.

Negli ultimi mesi, il governo italiano ha scelto una via differentenei riguardi del continente africano. Non più una visione passiva, cioè come Paese che subisce i problemi e le sfide che lancia l’Africa, ma un ruolo attivo, coinvolto nelle dinamiche politiche ed economiche del continente.

La sfida italiana

La sfida non è semplice, ma le alternative non sono molte. Anzi, probabilmente non esiste alternativa. La guerra coloniale (perché di questo si tratta) che si sta svolgendo in tutto il continente, e che vede coinvolte tutte le potenze mondiali, non può non vedere interessata anche l’Italia. Altrimenti, l’unica conseguenza è rimanere esclusi da qualsiasi beneficio che si possa avere dagli Stati al di là del Mediterraneo e subire le scelte delle altre potenze di Europa, America e Asia.

Il viaggio di Giuseppe Conte nel Corno d’Africa è stato il simbolo di una rinascita dell’interesse di Roma verso il continente. Come primo capo di governo europeo a incontrare i leader di Eritrea Etiopia dopo la firma della pace fra i due Stati, Conte ha ribadito la centralità dell’Africa nell’agenda italiana. Un viaggio fondamentale che, unito a quanto sta avvenendo in Libia e all’intreccio di interessi con l’Egitto, dimostra come la rete strategica d’Italia si stia espandendo in diversi Paesi, tessendo una trama fitta e non priva di sfide coinvolgenti, per quanto complesse.

Ma ridurre il ruolo italiano soltanto ai Paesi dove tradizionalmente abbiamo rivestito un ruolo, è riduttivo. L’Italia, soprattutto grazie ad Eni: la nostra vera arma diplomatica nei Paesi ricchi di risorse energetiche, come molti Stati dell’Africa anche al di là della fascia del Sahel.

L’Eni in Mozambico

L’Eni in Africa non è solo Egitto e Libia. La sua rete di interessi congiunge tutto il continente africano e va dal Mediterraneo a Capo di Buona Speranza. E in questa rete, entra anche il Mozambico, dove l’azienda del cane a sei zampe ha raggiunto un accordo estremamente importante con il governo locale.

La scorsa settimana, il gigante italiano degli idrocarburi ha dichiarato attraverso un comunicato che i suoi rappresentanti hanno firmato a Maputo un contratto per i diritti esclusivi di esplorazione e sviluppo del blocco offshore A5-A, nelle acque del Bacino Settentrionale dello Zambesi. “Con questa acquisizione – afferma l’azienda di San Donato Milanese – Eni rafforza ulteriormente la sua presenza in Mozambico, un Paese di importanza strategica per la società”.

Il blocco assegnato a Eni si sviluppa su un’area di 5.133 chilometri quadrati, ad una profondità d’acqua compresa tra 300 e 1.800 metri. La zona è completamente inesplorata e vedrà operare l’azienda italiana attraversa una sua controllata, la Eni Mozambico, con una quota del 59.5%. Gli altri partner sono la sudafricana Sasol, al 25.5% e a la compagnia statale del Mozambico Empresa Nacional de Hidrocarbonetos (Enh) al 15%. Un consorzio italo-africano che è particolarmente interessante anche per capire le mosse di Roma.

Nessun partner occidentale o russo o asiatico: ma solo Italia e Africa. Almeno per quest’area: perché ad esempio nell’Area 4, cioè quella dei giacimenti di Coral, Agulha e Mamba (2047 miliardi di metri cubi di gas), il consorzio è composto da “Eni (25%), ExxonMobil (25%) e Cnpc (20%), partecipanti attraverso la società Mozambique Rovuma Venture, e da Empresa Nacional de Hidrocarbonetos (10%), Kogas (10%) e Galp (10%)”. Dove il gas è già stato trovato, Cina e Stati Uniti non hanno lasciato che altri operatori agissero in maniera indipendente.

Moavero e l’Angola

Ma non c’è solo il Mozambico nei piani italiani. E la dimostrazione è arrivata dalle parole del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, che ha incontrato alla Farnesina Manuel Domingos Augusto, ministro degli Affari Esteri dell’Angola. Moavero ha ribadito che l’Angola rappresenta un Paese chiave per l’Italia, “legato da una forte e storica amicizia. L’Italia è stata infatti il primo fra i Paesi dell’allora cosiddetto ‘mondo occidentale’ a riconoscere l’Angola indipendente” ha continuato il ministro italiano.

I due ministri, che si sono incontrati alla vigilia della conferenza Italia-Africa alla Farnesina, hanno confermato l’impegno dei rispettivi governi a intensificare i rapporti economici bilaterali, con la promessa del governo africano di attrarre maggiori investimenti in infrastrutture e servizi. Strategia in cui avrà un ruolo centrale un futuro forum economico congiunto fra Angola e Italia. E lì potrà essere particolarmente importante il ruolo della Cina, che ha nei governi di Luanda i suoi avamposti africani. In Angola, la Cina ha sviluppato il suo tipico approccio: infrastrutture e beni di consumo made in China in cambio di materie prime. E ora l’Angola si può considerare in piena sfera d’influenza cinese.

La conferenza Italia-Africa

Il ruolo che l’Italia può svolgere in Africa è “molto evidente” ha detto Moavero Milanesi. E la Conferenza Italia-Africa, con l’adesione di quasi tutti i Paesi africani, sarà essenziale. “Si parlerà di quello che l’Unione europea e l’Italia possono fare per l’Africa”, ha aggiunto il ministro, dove “stanno sempre più emergendo le democrazie” e questa è “un’ottima notizia”.

E a conferma degli ottimi rapporti intrecciati con Eritrea ed Etiopia, suggellati dal viaggio di Conte, Moavero ha detto che avrà una colazione di lavoro con i ministri di Etiopia ed Eritrea. L’Italia si muove. Soprattutto alla vigilia della conferenza di Palermo.  Ci vedremo a Palermo?

2734.- Delocalizzazione cinese in Africa, ed è subito rivoluzione industriale africana

Quando Mussolini parlava del pericolo giallo:

La rivoluzione industriale promossa dalla Cina, unitamente al progetto della nuova via della seta, assicurerà al Dragone Rosso il controllo dell’Africa.
Già nel 2011 la Cina ha superato gli Stati Uniti in termini di commercio e investimenti nel continente. Il volume d’affari tra Cina e Africa ha raggiunto i 126,9 miliardi di dollari, nel 2010. Entro il 2020 il commercio è stimato sui 380 miliardi di dollari. Le esportazioni dall’Africa sono concentrate sugli idrocarburi. Il 64% delle esportazioni africane di petrolio è diretto verso la Cina. Contrariamente ai luoghi comuni occidentali l’esportazione di minerali sui mercati cinesi rappresenta il 24% del totale delle esportazioni. La maggioranza dei minerali africani (compresi quelli di guerra, i così detti ‘minerali insanguinati‘) è accaparrata dall’Occidente. Anche l’esportazione di prodotti agricoli rimane di pertinenza occidentale e dell’Arabia Saudita. Le esportazioni agricole verso la Cina si stabilizzano su di un 5%. Le esportazioni di prodotti finiti dall’Africa è del 7%.

La Cina salva l’Africa? In parte. L’industria cinese necessita di materie prime, e queste sono concentrate nel continente. Come evitare un drastico calo delle importazioni di risorse naturali dall’Africa, causa il loro utilizzo per la rivoluzione industriale locale? Pechino ha cinicamente individuato alcuni Paesi africani che rimarranno legati alla economia coloniale. Paesi ricchi di risorse naturali ma deboli sul piano politico, tra i quali la Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan. In questi Paesi continuerà, anzi aumenterà, la rapina cinese di materie prime. Le coste dell’Africa Occidentale e della Somalia rimangono vittime di un intenso e illegale sfruttamento della pesca, attuato dai battelli cinesi. Uno sfruttamento che sta distruggendo la fauna marittima e causando ai Paesi africani direttamente coinvolti una perdita di profitti derivanti dalla pesca pari a 2 miliardi all’anno.

 

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One Belt On Road -nel corso di anni di lavoro intenso, gli ultimi cinque dei quali la Cina ha proceduto per fasi dettagliatamente studiate per mettere fuori gioco l’economia coloniale dell’Occidente nel continente africano-,  ha fatto decollare la rivoluzione industriale dell’Africa. Il punto di non ritorno, in questo caso di non paralesi, è stato quando la Cina ha ordinato alle sue multinazionali di delocalizzare in Africa il 32% della produzione industriale cinese. A questo punto la rivoluzione industriale africana targata Cina è divenuta irreversibile.

Una scelta obbligata dal punto di vista economico, la delocalizzazione industriale permette di ridurre i costi di trasporto della materie prime e aumenta il margine di profitto per le multinazionali cinesi. Il trasporto della materie prime africane contribuiva al 28% del costo di produzione dei prodotti finiti. La politica di contenimento demografico ‘One Child Policy‘ (un solo bambino) ha creato una carenza di mano d’opera in Cina e un aumento del suo costo. Dal 2004 operai e impiegati cinesi hanno ottenuto un aumento salariale annuo pari al 12%. Lontani sono i tempi in cui le ditte cinesi (statali e private) potevano contare su di un esercito di miserabili disposto a tutto. Ora la mano d’opera cinese va pagata bene, protetta a livello di sicurezza aziendale e l’opinione pubblica interna obbliga aumentare i costi per la protezione ambientale. L’alternativa (insostenibile per il Partito Comunista) è lo scoppio di rivolte popolari che facilmente potrebbero innescare un incontrollabile processo rivoluzionario contro il capitalismo di Stato cinese, segnando la fine del dominio comunista in Cina.

Ben altre sono le condizioni in Africa e tutte favorevoli. Le materie prime sono disponibili in loco e ora protette dalle politiche nazionalistiche, che sempre più Paesi africani stanno adottando contro l’Occidente. Il costo del loro trasporto ai centri di produzione non arriva al 3%, grazie alle infrastrutture economiche realizzate dalla Cina. La popolazione africana conosce un boom demografico senza precedenti offrendo a volontà mano d’opera specializzata e non. La  competizione sul mercato del lavoro di milioni di giovani africani permette una politica salariale inferiore del 45% rispetto a quella praticata in Cina. I prodotti cinesi creati in Africa possono contare sul vasto mercato internosostenuto dal boom del ceto medio, sul mercato cinese ed asiatico. Inoltre possono essere ottimi cavalli di Troia per la penetrazione di mercati occidentali ostili alla Cina, come sta diventando quello americano con l’Amministrazione Trump. Le misure protezionistiche applicate contro i prodotti ‘Made in China’ diventano inefficaci per i prodotti cinesi ‘Made in Africa’, a meno che i Paesi occidentali non vogliano creare gravi crisi diplomatiche con i Paesi africani che avrebbero dirette ripercussioni sull’afflusso di materie prime in Occidente.

Le multinazionali cinesi hanno risposto con entusiasmo all’ordine diramato dal Partito Comunista di delocalizzare in Africa. «In Cina riesco a garantire un profitto del 5% sui prodotti da me fabbricati. In Nigeria questo profitto arriva al 7%. I due punti di percentuali in più si tramutano in milioni di dollari che non potevo certamente sperare di guadagnare in Cina», spiega un investitore cinese che ha aperto una fabbrica di ceramica in Nigeria, Sun Jian. La delocalizzazione della produzione di ceramiche dalla regione di Canton alla Nigeria ha fruttato un fatturato annuo di 40 milioni di dollari in più e l’accesso a nuovi mercati delle mattonelle ‘Made in Nigeria’. Sul piano occupazionale il Governo nigeriano è più che soddisfatto. La ceramica di Jian occupa 1.100 lavoratori e l’indotto offre opportunità commerciali per 128 piccole e medie industrie nigeriane.
Jian rappresenta la punta del iceberg del ‘Made in Africa’ cinese. Secondo i dati forniti dalla Ministro della Commercio cinese, tra il secondo trimestre 2016 e i primi mesi del 2017, centocinquanta aziende cinesi hanno aperto unità produttive in vari Paesi africani -Sudan, Etiopia, Kenya, Nigeria, Ghana, Uganda, Rwanda, Gabon, Zimbabwe, Angola, Sud Africa, Egitto, Algeria. SI calcola che entro fine del 2017 saranno 2.000 le multinazionali cinesi che avranno delocalizzato la loro produzione in Africa. La delocalizzazione industriale cinese è attuata grazie a meticolosi studi di mercato in grado di far comprendere le reali necessità africane ed evitare di attivare stabilimenti industriali in settori non di interesse pubblico.

I progetti di investimento industriale della Cina trovano larghi consensi e facilitazioni presso i governi africani che da decenni stanno cercando investitori per potenziare il settore industriale e manufatturiero. La East African Community si è fissata l’obiettivo di promuovere l’industria per arrivare ad un contributo del 25% del PIL entro il 2036. Per raggiungere questo target si necessita di una crescita industriale annua del 11,7%. Queste necessità al momento riscontrano pareri positivi solo dalla classe imprenditoriale cinese. L’industrializzazione cinese dell’Africa Orientale segue scrupolosamente i settori indicati come prioritari dai rispettivi governi: agroalimentare, tessile, peletteria, mobili, cosmetici, auto, edile, industria pesante. L’unico settore dove la Cina trova difficoltà ad intervenire è quello dell’alta tecnologia, ancora in mano dell’industria occidentale. Questo obbliga Paesi come il Rwanda a differenziare gli investitori e aprire all’Occidente, mettendo a disposizione ottime opportunità nel settore, lasciando agli investitori cinesi lo sviluppo delle attività industriali classiche.

In Egitto, Pechino ha deciso di affiancare al potenziamento del Canale di Suez (progetto OBOR) il rafforzamento dell’apparato industriale egiziano grazie alla creazione della Zona Economica Cina Egitto che sorgerà nelle prossimità di Suez. La zona economica sorgerà su un’area di 6 Km quadrati e la produzione sarà orientata verso l’export. Il progetto durerà 10 anni. La prima fase prevede la costruzione di un hub logistico di 2 Km quadrati. Mentre l’hub inizierà ad essere attivo verranno costruiti impianti industriali ad alta tecnologia, business center, uffici e infrastrutture di ristorazione e ricreative sui restanti 4 Km quadrati. L’impatto occupazionale è enorme. Per la realizzazione delle infrastrutture si prevede il fabbisogno di 8.000 lavoratori qualificati e non. L’hub logistico impiegherà 2.000 dipendenti, mentre quello industriale dai 6 agli 8.000 dipendenti.

I benefici economici e politici per i Paesi africani sono innegabili. Il 90% della mano d’opera delle ditte cinesi delocalizzate in Africa è locale contribuendo così all’aumento della occupazione giovanile e alla diminuzione del lavoro precario, inserito nel settore informale. I salari, nonostante siano inferiori del 45% rispetto a quelli elargiti in Patria, sono 4 volte superiori ai salari delle ditte africane.

Da un punto di vista politico e di sviluppo sociale le ditte cinesi sono destinate a creare una nutrita classe operaia nel continente. Le dinamiche storiche dimostrano che le conquiste sociali e democratiche in un Paese sono rese possibili dalla classe operaia che rivendica progressivamente maggiori diritti e garanzie. Il processo di consapevolezza politica della classe operaia africana è stimato avrà tempi nettamente inferiori rispetto a quelli registrati nella classe operaia occidentale del 1700, poiché i giovani operai africani sono spesso istruiti e collegati via internet al villaggio globale.
Entro 10 anni si potrebbe assistere in vari Paesi africani al sorgere di partiti operai e sindacati con evidenti sconvolgimenti degli attuali assetti politici interni. Sconvolgimenti che creeranno tensioni e lotte sociali ma, se gestisti sapientemente, riusciranno a migliorare le condizioni di vita della popolazione e rafforzare gli spazi democratici. L’alternativa potrebbe essere l’avvio di processi rivoluzionari su base socialista, qualcosa di simile rispetto a quanto sta accadendo in Sudafrica.

da LINDRO, di Fulvio Beltrami.