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1571.- LA FRANCIA STRANGOLA 15 STATI DELL’AFRICA CENTRALE IMPONENDO LA SUA VALUTA PARALLELA, IL CFA

LA COLONIZZAZIONE DEI FRANCESI IN AFRICA NON HA MAI AVUTO REALMENTE FINE, LO DIMOSTRA ANCHE LA MONETA ED IL LEGAME ECONOMICO CHE RESTA VIVO NELLE EX-COLONIE ANCHE DOPO LA LORO “INDIPENDENZA”. LA FRANCIA NEL 1945 HA TOLTO LA SOVRANITA’ MONETARIA A 14 STATI DELL’AFRICA CENTRALE IMPONENDO UNA VALUTA PARALLELA, IL CFA,CHE LI OBBLIGA A VERSARE L’85 % DEI RICAVI DEGLI SCAMBI COMMERCIALI, DI FATTO STROZZANDOLI. LA GENTE EMIGRA IN ITALIA E LI MANTENIAMO NOI. GHEDDAFI VOLEVA IL DINARO ORO AL POSTO DEL CFA: E’ MORTO!

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Intervista a cura di Mohamed Berkani.Fonte: Notizie Dakar

“Insisto che bisogna, al più presto, ripudiare il franco CFA”

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Nel suo libro, “Il Franco CFA e l’Euro contro l’Africa”, l’economista della Costa d’Avorio, il professor Nicolas Agbohou, Dottore in Economia Politica e docente in Francia, ingaggia una vera e propria crociata per dimostrare e far comprendere che i 15 paesi della zona CFA sono ancora molto lontani dalla loro indipendenza monetaria. Vi proponiamo qui un estratto di un’intervista rilasciata alla rivista Afrik. Agbohou ribadisce la sua tesi secondo cui il Franco francese e la nuova moneta europea, l’Euro, come il Franco CFA contribuiscono all’impoverimento strutturale dell’Africa o almeno mantengono il continente in condizioni di povertà strutturale. Per lui, dunque, bisogna che l’Africa ripudi, al più presto possibile, il franco CFA e adotti una nuova moneta comune, se vuole davvero uscire dal colonialismo e dalla povertà.

Afrik: Il suo libro è un atto d’accusa contro l’Euro e il Franco CFA. Perché queste due monete sarebbero contro l’Africa?

Nicolas Agbohou: Fondamentalmente, gli istituti finanziari che gestiscono il Franco CFA, le banche centrali, sono contro l’Africa. II consigli di amministrazione della BCEAO (Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale), della BEAC (Banca degli Stati dell’Africa Centrale) e della Banca delle Comore, sono dominate dai francesi che beneficiano del diritto di veto. Le Comore non controllano la loro economia, perché nel cda della Banca centrale vi sono 4 francesi e 4 abitanti delle Comore. Dal momento che le decisioni devono essere prese all’unanimità o con la maggioranza di almeno cinque persone, basta che un solo francese sia contrario a un qualsiasi progetto, perché sia bocciato. Inoltre bisogna che gli africani non dimentichino che il CFA è una moneta francese.

Ma oltre a questo aspetto, perché il Franco è contro l’Africa?

Gli africani sono esseri umani a pieno titolo come tutti gli altri. In quanto tali, è importante che gli africani siano liberi di condurre la politica monetaria che soddisfi meglio le proprie aspettative. I 15 paesi della zona del Franco CFA sono costretti a lasciare in deposito in Francia il 65% dei loro proventi delle esportazioni, chiamate “riserve in valuta estera”. Questo è il presupposto per la stabilità della loro valuta. Supponiamo che un paese come il Niger, che non è in grado di pagare i propri funzionari, esporta prodotti per il valore di un miliardo di dollari, automaticamente deve lasciare in Francia un deposito di 650 milioni di euro. Questo è assurdo! Nel frattempo i nigeriani muoiono di fame! Ci sono anche dispositivi tecnici che rendono il Franco CFA uno strumento di impoverimento e di colonizzazione permanente.

Che cosa sono questi dispositivi?

Dobbiamo ricordare che il CFA, originariamente, era chiamato “Franco delle colonie francesi d’Africa”. Come suggerisce il nome, è la Francia che trae il maggior beneficio. I principi che disciplinano questa valuta sono la libera trasferibilità e convertibilità e la centralizzazione degli scambi. A questo proposito, dobbiamo sapere con chiarezza e precisione che: in primo luogo, la libera trasferibilità favorisce la fuga di capitali africani, e in secondo luogo, quando un paese non ha risparmi, si ritrova con un debito estero che lo strangola.

Chi sono le persone che esportano i loro capitali?

Nicolas Agbohou: Alcuni leader e quelle che io chiamo neo-colonie. Ricordate che la prima decisione che Mitterrand aveva preso, della sua ascesa al potere, era di vietare la fuga di capitali. Da allora, l’Africa è doppiamente penalizzata: non solo deve affrontare la fuga di capitali, ma in aggiunta, è tenuta a riacquistare la propria moneta. In poche parole: i leader africani vanno a Parigi con le valigie piene di franchi CFA che scambiano contro franchi o in dollari. Ma le banche centrali africane sono obbligate a riscattare questi CFA che i leader hanno lasciato in Francia e che la Francia non vuole tenere. E devono farlo con una valuta forte! Quindi dal 65% dei proventi sulle esportazioni, che rimangono in deposito per le operazioni.

Perché anche l’Euro sarebbe in contrasto agli interessi africani?

Prima di fissare il cambio Franco CFA con l’Euro, solo la Francia aveva voce in capitolo sulle nostre economie. Ora è tutta l’Europa! Peggio ancora, le misure draconiane di Bruxelles sono incompatibili con le esigenze delle nostre economie. Ecco perché io insisto a ripudiare al più presto il CFA.

Cosa dovrebbe sostituirlo?

Nessun paese può svilupparsi senza l’indipendenza monetaria. Abbiamo bisogno di una nuova moneta comune (M.UA) che non sia guidata dall’estero. Bisogna buttare nell’immondizia i principi che reggono il Franco CFA. L’Africa ha bisogno di una politica monetaria che soddisfi i propri bisogni e interessi.

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Questo economista ivoriano ha anche ricordato, avvolto in un fragoroso applauso, il giorno in cui i leader africani del panafricanismo sono stati eliminati dalla Francia perché avevano rifiutato di sottoporsi alla logica “colonialista” ed accettare il franco CFA. Questa sorte è toccata sia a Sekou Tourè in Guinea, al maliano Modibo Keita, al togolese Sylvius Olympio, al leader libico Muammar Gheddafi oe all’ex capo di Stato ivoriano Laurent Gbagbo.

Sviluppo Prioritario

Secondo questo economista, per il Presidente senegalese Macky Sall e per il governatore della BCEAO, Tièmoko Maliet Konè, il franco CFA non ha solo svantaggi per gli africani. Il fatto che la moneta è ancorata all’euro , garantisce una relativa stabilità dei prezzi e limita il rischio di inflazione e anche lo shock economico. Ancora oggi gli africani non hanno nessun controllo sulla produzione di denaro che viene messo in circolazione ed hanno l’obbligo di depositare il 50% delle loro riserve di valuta estera sul conto operativo del Tesoro francese. Gli economisti considerano che con l’uscita dal franco si dovrebbe dare la priorità allo sviluppo.

Così Nicolas Agnohou auspica la creazione di una nuova moneta unica africana (M.UA) in alternativa al franco. Nel suo libro, egli dedica tutta la seconda parte al suo pensiero: “Per una moneta africana e la cooperazione Sud – Sud”. Questo progetto alternativo sarebbe giustificato da molte ragioni d’ordine psicologico, politico ed economico. Inoltre, dopo la mobilitazione internazionale del fronte anti CFA, una tabella di marcia è stata inviata dalla zona del franco ai capi di stato africani oltre che al governo francese.
Questo per poter mostrare loro la via per poter uscire dal CFA.

Tale approccio alla sovranità monetaria è in parte condivisa da Koko Nukpo Demba Moussa Dembele e da Marziale Ze Belinga nel loro lavoro collettivo “Out of Africa, la servitù monetaria. A chi giova il franco CFA …..”,pubblicato nel novembre 2016. Invece, è più sfumata la versione di Nicolas Agbohour, dove gli autori sottolineano la necessità di prendere in considerazione i regimi di cambio come alternativa un po’ più flessibile per poter sostenere la nascita della nuova moneta. Questo punto di vista è condiviso dall’ex capo di una banca centrale africana che ritiene che il dibattito sulla sovranità monetaria è legittimo per i 15 paesi ancora nella zona del franco.

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Il governo francese non può ignorare il lungo dibattito che sta interessando la sovranità di quindici paesi africani. Tanto più , che Kèmi Seba e l’ONG Emergency panafrica recentemente ha brandito la minaccia di un boicottaggio di tutti i prodotti francesi.

Il franco CFA è attualmente utilizzato da quindici paesi africani: il Benin, il Burkina Faso, la Costa d’Avorio, la Nuova Guinea ,Il Mali, Il Senegal , Il Niger, Il Togo, Il Camerun , la Repubblica Centroafricana (CAR), la Repubblica del Congo, il Gabon, Il Ciad , La Guinea equatoriale e la Repubblica islamica di Commores.

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1534.- Aiutarli a casa loro? Giusto, ma in Africa meno povertà farà crescere le migrazioni

Economisti: ancora per molti anni, l’aumento dei redditi spingerà più migranti a partire.
TOMMASO CARBONI

Blocchi alle frontiere, rimpatri, e aiuti allo sviluppo. Sono questi i pilastri della strategia italiana (ed europea) per affrontare le migrazioni irregolari dall’Africa. Tra luglio e settembre, il calo inaspettato e drastico di sbarchi dalla Libia ha messo in luce la prima parte del piano: linea dura con le Ong, sostegno alla marina Libica, e accordi con le tribù nel sud del Paese. A questo poi si è aggiunto l’aiuto decisivo di alcune milizie della città di Sabratha – che da terra hanno bloccato le partenze per due mesi e mezzo. Poi, questo fine settimana, i barconi hanno ripreso il mare. E’ forse saltata la tregua? Troppo presto per rispondere. Certamente, però, quelle messe in campo sono misure di contenimento: non toccano le ragioni strutturali delle migrazioni. Ed è qui che entrerebbero in gioco gli aiuti allo sviluppo. Con il fondo fiduciario per l’Africa (2 miliardi e 800 milioni di euro), l’Europa, oltre a rafforzare le frontiere del Continente, vuole stimolarne cresciuta e occupazione. Investimenti benedetti se l’obiettivo è la lotta alla povertà. Ma per scoraggiare le migrazioni ci vorranno ancora diverse decadi. Anzi, nell’immediato, la crescita economica in Africa le farà probabilmente aumentare.

Dopo gli accordi con la Turchia e la chiusura del passaggio balcanico, la maggioranza dei migranti irregolari in arrivo in Europa viaggia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale. In Italia ne sono sbarcati circa 600000 dal 2014. A oggi, nel 60-70% dei casi si tratta di migranti economici, provenienti in misura crescente dall’Africa sub-sahariana. Secondo gli esperti, a spingerli a partire è la vasta differenza tra i redditi percepiti nei paesi d’origine e quelli potenzialmente disponibili in Europa. Anche la Libia, oggi luogo di transito, era un punto d’arrivo. Poi la caduta di Gheddafi e la discesa nel caos del paese hanno costretto molti migranti a proseguire verso l’Italia.

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Già negli anni settanta, per attenuare le pressioni migratorie, l’Organizzazione Mondiale del Lavoro consigliava di sostenere redditi e opportunità d’impiego nei paesi di partenza. E’ un principio corretto. Tuttavia, l’inversione di tendenza – ossia una riduzione dell’emigrazione a fronte di un progressivo aumento della ricchezza – scatta solo una volta superato un certo livello di reddito medio. Che le ricerche economiche fissano tra i 7.000 e i 10.000 dollari pro-capite l’anno (a parità di potere d’acquisto). Secondo le stime di Bruegel, un autorevole think tank di Bruxelles, si trovano sopra a questa soglia soltanto sette dei 47 paesi dell’Africa sub-sahariana; i rimanenti 39 stanno sotto; e gran parte di loro ci resterà – anche con una crescita del Pil pro-capite del 2%, – almeno fino al 2030, quando, sempre secondo Bruegel, vivranno in quei paesi poco più di un miliardo di abitanti. Anche se non partiranno tutti quelli in grado di farlo, e una parte minoritaria di loro raggiungerà l’Europa, è comunque un numero enorme di potenziali migranti.

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Per spiegare la dinamica delle partenze dalle nazioni povere, Michael Clemens, economista dello sviluppo al Iza Institute of Labor Economics, fa l’esempio di un ipotetico cittadino del Niger. Se restasse nel suo paese, avrebbe un reddito annuo di circa 1000 dollari. Partendo per l’Europa potrebbe guadagnarne anche 13000-14000 (probabilmente non in Italia). Ora, continua Clemens, immaginiamo che il suo reddito raddoppi grazie a una performance particolarmente brillante dell’economia nigerina. Avrebbe a disposizione 2000 dollari. Cosa fare? Partirebbe comunque, afferma Clemens. Anzi, avrebbe più soldi per finanziarsi il viaggio. Documenti, trasporti, tariffe per i visti, e pagamenti ai trafficanti (se il viaggio è irregolare).

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Migrare, in fin dei conti, è un investimento piuttosto costoso. Non è una coincidenza quindi che Marocco, El Salvador e Filippine – con redditi pro-capite tra 7.000 e 8.000 dollari l’anno – presentino tassi di emigrazione molto superiori a quelli di paesi poveri come Etiopia, Mali e Niger. Se ne deduce, afferma Hein de Haas, fondatore dell’International Migration Institute dell’Università di Oxford, che un aumento della ricchezza in Africa sub-sahariana molto probabilmente provocherà un crescita delle emigrazioni verso l’Europa.

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Bisogna tenere presente che in Africa la popolazione si sposta anche a causa di carestie, guerre e siccità. In questi casi la cooperazione internazionale può garantire assistenza umanitaria immediata, come cibo, protezione e medicine, stabilizzando flussi migratori anche piuttosto intensi, oltre ad adattare con investimenti di più lungo corso l’agricoltura al cambiamento climatico. Sempre per affrontare questo tipo di emergenze l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati sta lavorando con Bruxelles a uno schema da 40.000 posti l’anno per valutare le richieste d’asilo direttamente in Africa. L’obiettivo è ridurre gli arrivi illegali via mare, portando in Europa chi ne ha diritto attraverso corridoi umanitari.

A questo bisogna però affiancare una gestione più funzionale dei migranti economici. Qui l’Europa dovrebbe agire su due livelli, spiega Mattia Toaldo, ricercatore del think tank European Council on Foreign Relations: è corretto chiudere i canali d’immigrazione illegale, ma contemporaneamente si devono espandere le opportunità legali di entrata. Accordi sui rimpatri, avverte Toaldo, si raggiungono più facilmente offrendo qualcosa in cambio ai Paesi d’origine e transito. Per esempio, un certo numero di regolari permessi di lavoro. “Bisogna capire che la gente emigra comunque”, ha spiegato Filippo Grandi, Alto Commissario Onu per i Rifugiati, in una recente intervista. “E se non ci sono vie legali, continuerà a farlo nell’illegalità”.

1528.- Il Ghana sta lanciando un sistema di indirizzo digitale per aiutare a formalizzare più della sua economia

In Africa, a lavorare per e con gli africani. L’invasione distrugge ogni possibilità di cooperazione fra i due continenti, complementari fra loro per molti versi.E’ anche l’unica via per l’Europa e per tutto l’Occidente per resistere alla marea asiatica. Solo che i neocon o sono nostri nemici o non vedono di là dal loro affare del momento. Dopo la Nigeria, parliamo del Ghana.

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Accra, Ghana
Invece di usare una chiesa, un albero o una bancarella per localizzare una casa o un’attività in Ghana, il governo del paese ha lanciato un sistema digitale in cui ogni proprietà in tutta la nazione ha un codice univoco come indirizzo.
L’app, GhanaPostGPS, è stata creata e consegnata da Vokacom di Accra. Attraverso l’app un utente può generare il proprio indirizzo digitale con l’ausilio della tecnologia di geocoding, eliminando la necessità di istruzioni di navigazione complicate. Il Ghana, come molti paesi in via di sviluppo, manca di un sistema di indirizzamento formale, anziché un numero e un nome di una strada, spesso punti di riferimento, che si tratti di una giunzione, di un albero o di un cancello colorato usati per descrivere una località.

Parlando al momento del lancio, il presidente Nana Akufo-Addo ha detto che gli indirizzi digitali di GhanaPostGPS aiuteranno a formalizzare l’economia portando più persone nel sistema fiscale, migliorando i dati di proprietà e apportando efficienza all’erogazione dei servizi.
Potrebbe anche ridurre il costo del business: “una volta localizzato il tuo indirizzo, il premio di rischio addebitato dalle banche sarà inferiore. Le aziende possono ora produrre a costi inferiori e disporre di fondi sufficienti per reinvestire “, ha affermato.
Gli studi hanno dimostrato che fino all’88% dell’occupazione in Ghana (pdf) dipende dal settore informale. Un ampio settore informale di solito significa che un governo lotterà per raccogliere le imposte sul reddito dei lavoratori.
App controverso

Ma il lancio dell’app non è stato senza polemiche. Sebbene abbia molti sostenitori e circa 150.000 download, ha anche critici forti, sui media sociali e tradizionali.

I reclami riguardano l’usabilità, i costi, i problemi di sicurezza della app, nonché le accuse secondo cui si tratta di una truffa di servizi esistenti già disponibili gratuitamente. Alcuni hanno messo in dubbio il motivo per cui l’app ghanese SnooCODE, che esiste dal 2012 e genera anche codici postali unici, non è stata inserita nella rosa del processo di candidatura.
Dal lancio della app il 18 ottobre, i funzionari governativi hanno ripetutamente contrastato i critici in tutta una serie di media locali, dichiarando di aver corso una gara aperta e competitiva, e i 2,5 milioni di dollari che hanno pagato per l’app coprivano le soluzioni di backend, hardware, analisi, licenze di google, marketing, tasse e supporto tecnico.
Il CEO di Vokacom, Nana Osei Afrifa, ha respinto le accuse che la sua compagnia aveva copiato SnooCODE. GhanaPostGPS è stato licenziato dalla sua app AsaaseGPS che ha affermato di aver inizialmente creato come soluzione di supporto aziendale nel 2015 per essere utilizzato all’interno di Vokacom per monitorare gli immobili in affitto in Ghana per la sua attività.
Afrifa ha inoltre contestato che gli utenti possano essere monitorati utilizzando l’app, e ha sottolineato che il sistema è stato regolarmente controllato e sottoposto a test di sicurezza.

SnooCODE e AsaaseGPS fanno parte di un gruppo di app relativamente nuove sviluppate grazie alla tecnologia del sistema di posizionamento geografico digitale. All’inizio di quest’anno, il servizio postale della Nigeria ha collaborato con What3Words nel Regno Unito per migliorare l’efficienza delle consegne. La tecnologia ha reso possibile per le aziende come Uber e gli operatori di e-commerce di distribuire servizi in città che mancano di sistemi di indirizzo e pianificazione urbana formale.
Nonostante il clamore sia stato forte, il professionista IT del Ghana Ethel Cofie ha ritenuto che mentre alcune critiche erano state politiche, all’interno della comunità tecnologica le intenzioni erano buone. È stato ispirato iniziare una camera tecnica per lavorare con il governo sui futuri sviluppi tecnologici.
“Il governo ha molti sogni e visioni digitali che vogliamo essere una voce al tavolo che aiuti a plasmare la politica”.

1487.- AMERICANI IN AFRICA. A volte si ammazzano tra loro.

Ma anche americani e jihadisti dalla Siria all’Africa.

Il pubblico americano ha saputo soltanto dal clamore mediatico sulla risposta di Trump alla vedova del sergente La David Johnson che truppe statunitensi stanno operando segretamente in Africa. Il caduto era il quarto di un reparto di forze speciali che guidavano soldati nigeriani cadute in un’imboscata al confine tra il Niger e il Mali il 4 ottobre. Un attacco “di terroristi a bordo di una decina di veicoli e una ventina di moto”, secondo gli scarsi resoconti, il che fa pensare ad un vero e proprio evento bellico. Ancora più scarso il clamore mediatico su un Berretto Verde ucciso a Bamako, Niger. Sì perché il sergente Logan Melgar, 34 anni, è stato strangolato, ma non da jihadisti: a trucidarlo sono stati, pare certo, i colleghi dei Navy Seals. Forze speciali contro forze speciali Usa, rivalità di corpo. E’ la tendenza dei reparti Navy Seals di andare fuori controllo, come sembra sia accaduto nella cattura di un Bin Laden (forse finto) ad Abbottabad in Pakistan, una insubordinazione conclusasi con la morte di una trentina di quei ragazzoni-teste calde in quello che è stato chiamato un incidente di elicottero. Ma dovunque appaiano, anche i comandi NATO in Afghanistan puntano il dito sull’indisciplina dei Navy Seals: circolano sui loro SUV modificati in T-shirt e berretto da baseball, ossia in abiti civili non obbediscono alla catena di comando, oltrepassano i compiti assegnati. Anche il team 6 sospettato di aver strangolato il Berretto Verde a Bamako si comporta così. Come il colonnello Kurtz nell’indimenticabile Apocalypse Now, appena ne hanno l’occasione fanno la guerra come pensano meglio loro, coi loro metodi. Ma cosa ci stanno a fare i militari Usa in quella vastissima area dell’Africa occidentale?

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Il generale Mattis e l’ammiraglio McMaster, alla domanda dei giornalisti, hanno risposto all’incirca così: se ci sono soldati Usa in quella zona dell’Africa, il popolo americano sia sicuro che sono lì per proteggere il popolo americano. Il guaio è che il terrorismo islamico, soppresso in Siria e Irak, è miracolosamente apparso qui in più gran forza . Anzi, si tratta proprio di quei terroristi dello Stato Islamico di cui – secondo i nostri media – la “coalizione internazionale a guida americana” ha liberato Rakka l’agosto scorso. Come forse i nostri media hanno dimenticato di informarvi, i terroristi si sono arresi alle forze arabo curde “democratiche” (ossia anti-Assad), ossia sono stati lasciati passare indenni con un accordo. Alcuni di loro si sono riconsegnati ai servizi dei loro paesi rispettivi, venuti a prelevare i ciascuno i “loro” tagliagole ormai vicini ad essere annientati dall’offensiva siriano-irachena e dell’aviazione russa. Del resto la Commissione Difesa del Senato, capocciata da McCain, l’aveva profetizzato: “Più vinceremo in Medio Oriente, più vedremo i serpenti dirigersi verso l’Africa e dovremo essere pronti a consigliare ed aiutare la nazioni disposte a lavorare con noi”. Anche il capo di stato maggiore Dunford aveva avuto un presentimento: “La guerra sta per spostarsi. Non sono certo si possa dire che si sposterà verso l’Africa. Abbiamo di fronte una sfida che si stende dall’Africa Occidentale al Sud Est Asiatico. Infatti, reparti jihadisti usciti da Rakka sono comparsi in Myanmar, per aiutare i Rohynga, con armamento pesante e tutto: probabilmente per il noto fenomeno di “teleportation”, ampiamente usato in Star Trek. Altri sono apparsi alla frontiera fra Egitto e Libia, incontrollabile estesa deserta. Il 20 ottobre, hanno ucciso 16 poliziotti egiziani nell’oasi di Bahariya; a seguito di questo eccidio, i servizi egiziani hanno scoperto un campo di addestramento di un centinaio di uomini. Molto ben equipaggiati anche con armi anti-carro. In Libia, sono stati uccisi due uomini del generale Haftar, uno per decapitazione (una firma): rivendicato da Daesh questo, il che è strano perché Daesh non aveva più che una piccola enclave a Derna, e invece l’attentato è avvenuto a 60 chilometri da Ajdabya. Insomma dovunque ci sia un governo che si allontana dalla dipendenza dagli Usa, compaiono i jihadisti, sempre molto ben armati con pickup nuovi di zecca.

 

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Ancor più strano in Africa occidentale, dove Boko Haram è in calo. Il mega-attentato di Mogadiscio, oltre trecento morti e 500 feriti, la più grossa strage dopo l’11 Settembre, se è attribuita agli Shabab, anch’essi prima in calo, può essere dovuta a qualche aiuto dall’esterno, a cominciare dalle decine di quintali di esplosivo con cui erano caricati i due camion? Come ha reso noto Vice News, “nel 2006, solo l’1% dei corpi speciali Usa impiegati all’estero si trovava in Africa. Nel 2010, erano il 3%; nel 2016, il loro numero è saltato al 17%”. Sono tanti che si danno sui piedi, e ogni tanto dei Navy Seals devono strangolare qualche Green Beret per fare spazio? Oppure: non è una strana coincidenza che quanti più sono presenti i commandos americani in determinate zone a combattere il terrorismo islamico, tanto più detto terrorismo islamico appare di nuovo forte, potente, ben stipendiato e ben armato proprio in quelle zone? “I 10 capi supremi di Daesh sono israelo-marocchini e israelo-iracheni” Ci sarebbe quasi da dar ragione ad un noto mentitore, Nabil Naim, ex jihadista in Afghanistan ed attivista in Egitto, che in una non recente intervista a El Mayadeen, ha raccontato: i dieci comandanti supremi di Daesh sono israeliani di origine irachena e marocchina. E’ per questo che quando la truppa terrorista si trova alle strette, assediata e vinta, compaiono nel cielo gli elicotteri Chinook, che vanno ad prendere e salvare i capi. Questo Nabil Naim ha il dente avvelenato, perché la sua Al Qaeda è stata tradita con l’ISIS. Anche se effettivamente, i Chinook salvatori dei capi supremi di Daesh sono comparsi più volte, sotto gli occhi delle truppe siriane e irachene, ad esfiltrare i loro preziosi strateghi. Secondo lui è per quello che i terroristi di Daesh “decapitano musulmani e non hanno mai ammazzato un americano”. Orbene, fino ad oggi è avvenuto che “i gruppi armati jihadisti del Sahel non attaccano mai gli autoctoni, contrariamente a quelli di Siria e Irak, che hanno commesso le peggiori atrocità contro le popolazioni civili” musulmane, come ha rilevato Leslie Varenne, direttrice dell’Istituto di Sorveglianza e Studio delle Relazioni Internazionali e Strategiche (IVERIS) di Parigi; sicché “i combattenti dello Stato Islamico in quelle zone provocherebbero lotte di leadership ma anche cambiamento dei metodi operativi”, come appunto quello di commettere atrocità contro le popolazioni a cui sostengono di portare la vera fede coranica, comportamento inspiegabilmente controproducente e impolitico. Il progetto di un coinvolgimento Usa in Africa, secondo la Varenne, risale al 2008: lo indicò Obama con lo scopo a lungo termine di “fare ostruzione alla Cina” che nel Continente Nero si fa strada con investimenti e infrastrutture. “E’ nel quadro di questa guerra economica che bisogna leggere le recenti sanzioni inflitte dall’amministrazione americana a vari stati africani: Ciad,, Eritrea, Sierra Leone, Guinea Conakry” al momento stesso in cui l’Amministrazione levava invece le sanzioni al Sudan,benché guidato da un dittatore su cui è stato spiccato mandato d’arreso della Corte Penale Internazionale. Il motivo è che il Sudan non ha buoni rapporti con la Cina. E’ da segnalare anche la comparsi di terrorismo islamico in paesi che ne erano esenti, come il Burkina Faso, e “L’islamizzazione rampante della regione. Ad esempio, negli ultimi anni, la Costa d’Avorio, paese a maggioranza cattolica, ha costruito più moschee e scuole coraniche, finanziate indirettamente dall’Arabia Saudita, che chiese e scuole laiche, secondo le informazioni fornite dal primo ministro di questo Stato”. Gli americani si stanno sostituendo ai francesi, che con la loro operazione militare “Barkhane”, estesa su 5 stati sub-sahariani Mali, Niger, Ciad, Burkina-Faso et Mauritania, sono riusciti solo ad alienarsi la popolazione locale non avendo stanziato i mezzi – enormi – che occorrerebbero per proteggere una tale vastità desertica, e non avendo nemmeno una chiara visione strategica. Macron ha cercato di ottenere un mandato e un finanziamento ONU, ma la domanda è bloccata a da mesi – o meraviglia – dall’alleato americano. Il 30 ottobre la nota ambasciatrice Usa all’Onu, Nikki Haley, ha rifiuatto il suo voto favorevole spiegandolo così: “Noi contiamo sui Paesi del G 5 per prendere in pieno il comando della forza armata da qui a tre-sei anni, con l’aiuto continuo degli Stai Uniti”. Strano, nota l’analista francese: da una parte il Pentagono grida che il pericolo imminente, dall’altro può permettersi di aspettare tre o sei anni perché la forza anti-terrorista sia operativa. “In realtà, la strategia americana è limpida. Rifiutando che questa forza armata africana sia sotto mandato ONU, il Pentagono si dà il potere militare sulla regione antica zona d’influenza francese senza supervisione internazionale”.

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Continua quindi anche in Africa quel sovvertimento del diritto internazionale da parte degli Usa a guida neocon, esplicitamente denunciato da Vladimir Putin: “Siamo testimoni di un sempre più pronunciato disprezzo dei principi fondamentali del diritto internazionale. Di più: certe norme, di fatto quasi tutto il sistema giuridico di un solo Stato, s’intende gli Stati Uniti ha straripato dalle frontiere nazionali in tutti i campi: in economia, in politica, nella sfera umanitaria, e s’imposta agli altri stati”. E’ la precisa descrizione di ciò che vuol essere il diritto talmudico esteso al piano globale. Per contro, ha continuato Putin, a chi gli domandava come ai persino l’Arabia Saudita ha buone relazioni con Mosca “noi non facciamo mai il doppio gioco. Siamo sempre onesti coi nostri partner, nel senso che enunciamo apertamente le nostre posizioni. In ciò abbiamo un grande vantaggio, nel senso che siamo prevedibili, al contrar fui di certe nazioni. E’ questo più che il nostro potenziale militare ad attrarre i nostri partner a sviluppare relazioni con la Federazione Russa”.

Maurizio Blondet

1434.- ” LA CINA COMPRA L’AFRICA, UN FAR WEST SENZA LIBERTA’ ”

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Strade e ponti in cambio di petrolio. Ospedali in cambio di rame e cobalto. La Cina si sta comprando l’Africa pezzo a pezzo, e lo sta facendo sotto i nostri occhi. Colonizzazione del terzo millennio, la si potrebbe chiamare.

Affamata di materie prime e pronta a cucirsi addosso un nuovo ruolo globale, la Cina si sta proponendo oramai sempre più apertamente come nuova portavoce del mondo in via di sviluppo, riprendendo il filo di quella Conferenza di Bandung che nel 1955 – grazie alla lungimiranza e al genio politico di Zhou Enlai, uno dei veri padri della Repubblica popolare cinese – diede vita al gruppo dei “non allineati”.

Ma, intanto, in quel mondo in via di sviluppo si sta espandendo con una spregiudicatezza notevole. Nel continente nero molto più che altrove. E questo dovrebbe preoccuparci.

C’è, in tutto questo, un doppio beneficio per Pechino. Uno sfogo per il suo flusso di produzioni (dai vestiti ai telefonini) e, quel che più conta, una fonte preziosa e quasi vergine di materie prime e fonti di energia: cibo necessario per un gigante in marcia verso uno sviluppo che, al momento, pare insostenibile. Meno evidenti sono le ricadute positive per l’Africa.

I grattacieli di Luanda, la capitale dell’Angola (il principale partner cinese nel continente), testimoniano la concretezza degli aiuti di Pechino. Ma vale la pena avere uno stadio in più, sapendo che le merci a basso costo che inondano il paese soffocano le produzioni locali? Vale la pena farsi costruire una strada nel deserto, per prosciugare le proprie miniere e a beneficio di un’economia straniera?

Se lo è chiesto, di recente, anche Angelo Ferrari, giornalista dell’Agenzia Italia, nel suo Africa gialla: un viaggio in Angola, paese uscito da vent’anni di guerra civile per imboccare la strada di questa nuova e più subdola forma di sfruttamento. Un racconto a tratti da incubo, fra bambini minatori che grattano il cobalto a mani nude, città in cui a dividere i pochi ricchi dalla miseria c’è un abisso ogni giorno più profondo, e detenuti cinesi esportati come operai non pagati e poi lasciati lì, con una nuova casa e un po’ di terra regalata dalle autorità.

C’è un termine sempre più usato per definire questo nuovo personaggio della storia contemporanea: Cinafrica. Ed è anche il titolo di un libro, un reportage di Serge Michel e Michel Beuret che, accompagnati dal fotografo Paolo Woods, hanno percorso quindici paesi di questo “Far west del ventunesimo secolo”. È la testimonianza di un’ epopea il cui epilogo pare essere, sempre e comunque, quello della povertà, per chi proviene dalle remote campagne cinesi come per chi abita le bidonville di qualche metropoli africana. Il racconto di una frontiera che non ha nessuna libertà da regalare.

 

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Due anni fa il presidente cinese Hu Jintao si avventurò in un gran tour africano. Doveva essere un trionfo, un viaggio per raccogliere gli applausi di un continente grato. Dopo essere passato in Sudan firmando fascicoli di accordi e tacendo sugli orrori che si consumavano in Darfur, ad attenderlo in Zambia trovò, più che gli applausi, fischi e proteste: per i lavoratori senza garanzie di sicurezza (decine e decine di morti), per i sindacati disciolti, per gli spari su chi chiedeva qualcosa in più di due dollari al giorno (“non ci considerano neanche esseri umani”, disse uno di loro, subito messo a tacere).

Pochi mesi prima, nelle fastose sale della Città proibita, era stato organizzato un elefantiaco vertice con i leader di tutti i paesi africani: per Pechino, un modo simbolico (e pienamente cinese, dunque) di mostrare al mondo il nuovo ruolo di grande sponsor dell’Africa. E di grande compratore.

Ecco, tutto questo dovrebbe preoccuparci. Non solo per motivi strategici e geopolitici, perché l’Africa ce l’abbiamo di fronte. Non solo per evidenti ragioni commerciali ed economiche. Ma per un altro aspetto, forse ancora più drammatico. Il fatto è che ai cinesi del futuro dell’Africa non interessa nulla, fondamentalmente. I diritti umani sono un intralcio in patria, figuriamoci in un altro continente. E allora con i tiranni si fanno affari, senza problemi di sorta, vanificando il pur minimo effetto delle (troppo flebili) voci che da Occidente talvolta si alzano contro i tiranni grandi e piccoli, da Mugabe ad Al Bashir, che ancora infestano l’Africa.

Chi difende Pechino, accusa l’Europa e l’America di “ipocrisia”, rispolvera le tragedie del colonialismo e sottolinea le colpe del capitalismo, del mercatismo e della globalizzazione. Non è un argomento convincente. La Cina è molto peggio, e gli africani probabilmente lo hanno capito più di noi.

editoriale di Federico Brusadelli

1390.- La mafia nigeriana in Italia si è data il nome di “Famiglia Vaticana”

L’organizzazione, suddivisa in “forum” e “famiglie”, si occupa di importazione di droga, di sfruttamento della prostituzione e di immigrazione clandestina.

MAFIA:NAPOLI,ARRESTATI OTTO NIGERIANI DEL GRUPPO 'BLACK AXE'

La criminalità organizzata nigeriana in Italia si è data il nome di “Famiglia Vaticana”: è quanto risulta alla procura di Torino, che martedì ha chiuso un’inchiesta a carico di diciotto persone contestando loro numerosi reati tra i quali l’associazione di stampo mafioso, il falso, la rapina, il traffico di droga, oltre alle lesioni. Il provvedimento è giunto al culmine dell’operazione denominata “Athenaeum”, condotta da Carabinieri e Polizia municipale del capoluogo piemontese, che era sfociata lo scorso settembre in una serie di arresti.

Delle due bande scoperte dagli investigatori una è la “Maphite”, radicata in diversi Paesi europei. La sua articolazione italiana, secondo il pm Stefano Castellani, si fa chiamare “Famiglia Vaticana” ed è suddivisa in “forum” e “famiglie”. Si occupa di importazione di droga, di sfruttamento della prostituzione e di immigrazione clandestina: i suoi adepti “mantengono contatti con soggetti nigeriani residenti in Libia”. Nell’indagine sono coinvolti anche elementi di un gruppo mafioso rivale, gli “Eyie”, con i quali i “Maphite” si sono scontrati più volte nel corso degli anni.

La prostituzione nigeriana in Italia si è spostata al Settentrione spinta da soldi e stragi

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Nell’ultimo report dell’Organizzazione mondiale delle migrazioni si trova la storia di Blessing, Precious, Nina e molte altre. Tutte vittime della tratta di esseri umani attraverso il Mediterraneo. Donne sfruttate sessualmente. Spesso minorenni. Che potremmo aver visto ai bordi di una strada. In 3 anni le potenziali vittime sono aumentate del 600%

La storia della prostituzione nigeriana in Italia è fatta di spostamenti lungo il territorio: prima al Nord – piccoli gruppi negli anni Ottanta – poi il radicamento nel Sud Italia, in Campania e nelle isole dove approdano i migranti. Infine, un nuovo slittamento nel Settentrione a caccia di sicurezza e nuovi mercati da colonizzare. La tratta delle nigeriane a scopo sessuale coinvolge il nostro paese – assieme alla Spagna che tuttavia, spesso, funge solo da scalo – in maniera superiore a qualunque altra nazione d’Europa. I motivi sono diversi.

«Sono stata ingannata. Una donna del mio paese mi aveva promesso che avrei dovuto lavorare in un negozio di generi alimentari. Mi fidavo di lei. Aveva pagato anche il mio riscatto quando sono stata sequestrata in Libia. Quando una sera l’ho incontrata in Italia, mi ha regalato alcuni abiti molto provocanti, lì ho capito di essere stata ingannata».

«Non avevo mai avuto rapporti sessuali con un uomo prima di venire in Italia. Ora sono in strada a prostituirmi dodici ore al giorno. Ho paura di essermi ammalata. La notte non riesco a dormire. Mi capita spesso di annodare le lenzuola per buttarmi dal palazzo. Oppure, preparo la valigia per scappare, ma mi blocco davanti alla porta. Ho paura di tornare in strada. Aiutatemi», ha raccontato agli operatori dell’Oim.

Le mafie nigeriane in Italia

Oltre alla ovvia ragione geografica – l’Italia è il primo paese d’approdo e il più vicino alla Libia, da dove partono gommoni e barconi – si riscontra da anni una presenza radicata e organizzata di alcuni gruppi che magistrati e investigatori chiamano “nuove mafie” o “mafie etniche”, caratterizzati da un’accentuata efferatezza nel delinquere (leggi la recensione del libro “Mafie straniere in Italia“). Sono gli “Eye”, gli scissionisti di “Aye” e i “Black Axe” che, oltre alla prostituzione, orchestrano traffici illeciti di droga e armi. Si è spesso ipotizzato che lavorassero in subappalto per le organizzazioni mafiose italiane, ma la prova definitiva di questo legame non esiste.

Sono brand criminali transnazionali che, secondo il ministero dell’Interno, operano «come piccoli gruppi autonomi come snodi di una rete verticale […] Le loro attività sono pervase di ritualità magiche e fideistiche, vincoli etnici che uniti all’influenza delle lobby in madre patria costituiscono un fattore di coesione e assoggettamento psicologico molto forte». Per questo le ragazze ridotte in schiavitù denunciano raramente, nonostante l’ordinamento italiano preveda il rilascio del permesso di soggiorno per le vittime della tratta che fanno i nomi dei propri aguzzini.

Le istituzioni conoscono e mappano questo fenomeno sulla scia delle inchieste portate avanti dal 2006 in poi: l’operazione “Niger” dei carabinieri, la “Mutilevel” della polizia e l’operazione “Milord” della guardia di finanza.

L’approccio solo giudiziario, tuttavia, può creare fraintendimenti: per i magistrati inquirenti queste strutture sono a tutti gli effetti mafie da perseguire attraverso il 416-bis, sul modello di Cosa Nostra. Antropologi, criminologi e ricercatori vanno oltre e spiegano come la struttura, criminale e simbolica, non sia affatto verticistica, nemmeno totalmente orizzontale e paritaria, ma piuttosto capillare e fatta di cellule in relazione fra loro dove è impossibile individuare un’unica testa pensante che comanda. Il patto che tiene unita l’organizzazione si basa su legami e relazioni di natura tribale e etnica più ancora che su giuramenti, ricatti o affiliazioni d’opportunità.

Soldi e stragi spostano i gruppi criminali

Le mafie nigeriane si sono stanziate nel nord Italia, in piccolissimi gruppi negli anni Ottanta, per poi trasferirsi in comunità più numerose a Palermo, nel Cagliaritano e lungo la via Domiziana, che da Mondragone costeggia il litorale a nord di Napoli, fino alla provincia di Caserta. Per poi radicarsi nuovamente in Settentrione negli ultimi 10-15 anni: Torino e Milano, certo, ma anche in più piccoli centri di provincia e aree ex industriali come Novara, Padova, Biella, Brescia e Rimini.

Nel movimento che li ha portati a spostare il cuore delle loro attività al Nord, sfruttamento della prostituzione in primis, hanno influito almeno due elementi. Il primo: la ricerca di aree più ricche dove “smerciare” la droga e le donne che arrivano a Lampedusa e nei porti siciliani. Abbiamo già visto come bastino 30 giorni per passare da un centro siculo dove rilasciare le impronte digitali a un appartamento nel quartiere Porta Palazzo di Torino, sparendo dal radar del ministero dell’Interno.

Ma è il 2008 la data che potrebbe aver portato a una rottura definitiva del saldo e omertoso legame fra mafia nigeriana e Meridione: il 18 settembre di quell’anno un commando camorristico del clan dei Casalesiha ucciso sei immigrati di origine africana, in quella che è passata alle cronache come la strage di Castelvolturno. Un eccidio che ha scatenato le proteste della comunità nera del Casertano, che il giorno dopo gli omicidi sfilò per le strade della città in segno di protesta.

Dei sei immigrati ammazzati, tutti lavoravano legalmente e non facevano parte di organizzazioni criminali straniere, ma secondo le ipotesi della direzione distrettuale antimafia di Napoli dell’epoca, in quella strage efferata c’erano due messaggi: uno palese e l’altro criptato. Il primo: l’odio razziale da parte dei camorristi, riconosciuto come aggravante anche nella sentenza della Cassazione; il secondo: l’avvertimento agli immigrati che, per svolgere attività sul territorio, legali o illegali che fossero, bisognava pagare una tassa ai clan. Una gabella che non sempre le “mafie etniche” come i normali lavoratori migranti possono o vogliono pagare e che potrebbe aver contribuito allo slittamento dei loro business criminali verso nord, dove il controllo delle strade e dei quartieri con manu militari è meno diffuso.

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Squartarono il cadavere di un corriere per recuperare la droga contenuta in un ovulo che, rompendosi, lo aveva ucciso, poi disseminarono i suoi resti per le campagne. È uno dei raccapriccianti episodi ricostruiti dalla Dda di Napoli, agli atti dell’ordinanza di custodia cautelare  che ha portato, questa notte, a un blitz a Castelvolturno contro la mafia nigeriana. Quindici persone sono state arrestate, sette sono invece state sottoposte all’obbligo di firma. Sono accusate di traffico di droga, estorsioni ed episodi intimidatori contro loro connazionali.

L’operazione è stata eseguita dai carabinieri del comando provinciale di Caserta e ha portato alla ricostruzione di una rete di contatti che portava il gruppo “Eye” a inviare una parte dei proventi delle attività illecite, in Africa. “Una organizzazione transnazionale”, come l’ha definita in conferenza stampa il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, “che aveva ramificazioni anche in altre zone d’Italia”. E infatti, oltre ai nigeriani, sono finiti in manette anche due italiani.

Determinanti per le indagini sono state le dichiarazioni di una ragazza, vittima della tratta di prostitute, che collaborando con la procura ha reso possibile ricostruire, tra le altre cose, anche i rituali di iniziazione con i quali gli affiliati venivano ammessi nel clan. “La comunità africana sul Litorale Domitio è composta anche da tante brave persone – ha commentato il colonnello Giancarlo Scafuri – e il lavoro di recupero di quelle zone degradate va affrontato costruendo anche su questa base”. L’operazione è stata eseguita dai carabinieri della compagnia di Santa Maria Capua Vetere, diretti dal capitano Franco Macera.

Dovevano bere un miscuglio di sangue di animale e resti bruciati della propria foto e di quella raffigurante un’aquila nera gli immigrati africani che entravano a far parte, a Castel Volturno del gruppo dell’Eye, agguerrita organizzazione che trafficava e spacciava droga per conto dell’associazione madre che opera in Nigeria. Il rito si concludeva con la pronuncia di un giuramento di fedeltà ad un codice.

Il gruppo smantellato dai carabinieri con il coordinamento della Dda di Napoli non è ancora giuridicamente qualificabile come clan mafioso nel senso tradizionale del termine, non essendo stata contestata l’associazione mafiosa (articolo 416 bis del codice penale), ma di certo i rituali ricordano, seppur con aspetti più tribali, il rito della punciuta di Cosa Nostra; tra l’altro, come avviene nei clan campani, chi entra a far parte del gruppo dopo il rituale non può più uscirne.

L’organizzazione comunque, seppur non avesse il controllo completo del territorio di Castel Volturno, svolgeva alcune delle classiche attività delle cosche italiane, ovvero imponeva il pizzo agli immigrati africani che svolgevano attività economiche che in caso di rifiuto veniva puniti con pestaggi. L’organizzazione era formata soprattutto da nigeriani, ghanesi e liberiani.

È stata fatta luce, durante le indagini, sui riti di affiliazione e sui codici comportamentali in vigore nel gruppo dell’Eye. Molti degli indagati sono clandestini e lo spaccio delle sostanze stupefacenti, acquistate anche all’estero, avveniva a Castel Volturno, ma anche a Roma e Firenze.

1011.-Militari, armi e basi: così la Cina mostra i muscoli in Africa

CECILIA ATTANASIO GHEZZI, PECHINO

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Negli ultimi cinque anni la presenza militare cinese in Africa è cambiata. Fino al 2012 si limitava a fornire supporto di basso profilo nelle operazioni internazionali di peacekeeping, preferiva mandare ingegneri e medici che militari. Oggi non è più così. Di fatto la Repubblica popolare è l’ottavo paese per numero di unità militari che partecipano alle operazioni dei Caschi blu in Africa e il primo in assoluto tra i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu. Mathieu Duchatel, analista dell’European Council on Foreign Relations, spiega cosa sta succedendo.
Com’è la presenza cinese in Africa?
«Dal 2000 la presenza in Africa della Cina cresce esponenzialmente. Ma il segno dei tempi che cambiano sono proprio le forze militari. Un tempo, a parte qualche considerevole eccezione durante la Guerra Fredda, l’influenza cinese era limitata al campo economico. La Repubblica popolare si presentava come un partner per lo sviluppo dei Paesi africani che avrebbe aderito al “principio di non interferenza” negli affari interni di uno Stato. Non c’era nessun interesse ad avere un ruolo nella sicurezza».

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E come è cambiata?
«L’evoluzione è lunga. In primo luogo si è trattato di proteggere i propri investimenti e le infrastrutture che andava costruendo dai momenti di “instabilità” di diverse nazioni africane. Ma il punto di svolta sono stati i piani di evacuazione per i propri cittadini durante le crisi. Lo abbiamo visto in Libia, nella Repubblica centroafricana, in Sierra Leone e Gibuti. A quel punto era necessaria una logistica più sofisticata».

Solo piani di evacuazione quindi?
«No. C’è anche la questione dei Caschi Blu. Se inizialmente la Cina forniva per lo più personale medico e ingegneri, per la prima volta ha accettato di far combattere i suoi soldati in Mali e Sud Sudan. Sicuramente anche questa è una decisione che rispecchia la volontà di proteggere i propri interessi economici, ma si tratta di un cambiamento notevole che esula dai compiti di un partner esclusivamente commerciale e sfocia in quelli di un partner militare e politico».

Un esempio?
«In Nigeria la Cina si è messa al fianco del governo contro Boko Haram. Qui si tengono insieme l’esportazione di armi e una cooperazione politica. Potrebbe anche decidere di costruire una base militare, come quella in Gibuti».

Non tutti la considerano una base militare vera e propria…
«Anche se i cinesi non la chiamano “base” ma “hub di facilitazione logistica per le missioni in corso”, anche se insistono sul fatto che serve a proteggere gli affari e non a far la guerra, è chiaramente molto più di quello. È il supporto logistico delle evacuazioni e delle operazioni di peacekeeping. È a tutti gli effetti una base militare ed è il simbolo del cambiamento paradigmatico dei cinesi alla sicurezza africana: un tempo l’eventualità di costruire una base militare all’estero era esclusa, oggi c’è e, verosimilmente, ne verranno costruite altre».

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I condomini di Kilamba attendono gli inquilini dalla Cina

Che significa in termini geopolitici?
«La presenza militare cinese in Africa ci parla in definitiva delle aspirazioni e delle ambizioni della Repubblica popolare a potenza mondiale. È già molto di più che la mera difesa degli interessi economici».

Con buona pace del «principio di non interferenza»?
«La prova della verità deve ancora arrivare. Il principio di non interferenza ha guidato la politica estera cinese per decenni, ma oggi qualcosa sta cambiando. Diciamo che viene ancora rispettato, ma in maniera “flessibile”. Poniamo il caso di una guerra civile che scoppia in un Paese in cui la presenza militare cinese è consistente. La Cina si troverebbe ad avere una moneta di scambio che potrebbe far pendere la fortuna dall’una o dall’altra parte. Siamo sicuri che non la userà?».

Photo_Duchatel-16382-kTlD-U11001643901840HZD-150x150@LaStampa.it  Mathieu Duchatel è un analista dello European Council on Foreign Relations

977.-Quanti migranti dalle metropoli africane: costose, affollate, disconnesse?

Pochi hanno visto uno slum, una baraccopoli e nessuno di voi immagina che possa contenere milioni di individui; ma in quali condizioni morali e in quale degrado? Non parlatemi di igiene. L’incremento demografico batte gli allevamenti in batteria. E’ questo che ci attende?

matharevalleyslumgo-inside-the-last-surviving-slum-of-seouls-glitzy-gangnam-district-before-south-korea-demolishes-itSolo le metropoli dell’Africa sub-sahariana avranno un miliardo di abitanti entro il 2050. Dove ci stanno portando quattro predoni che hanno imparato a sventolare i principi spalancando le fauci?

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Guardiamo ai migranti, ma da dove vengono, con Antonella Sinopoli, Giornalista professionista e blogger su Ghanaway. Antonella si interessa e scrive di Africa, diritti umani, questioni sociali. Ha viaggiato molto prima di fermarsi in Ghana e decidere di ripartire da lì. Ma continua ad esplorare, in uno stato di celata, perenne inquietudine. Poiché il mondo è troppo grande per una vita sola, ha scelto di viverne tante. Direttore responsabile di Voci Globali.

Disconnesse, affollate, costose oltre la media. È la fotografia delle metropoli africane sub-sahariane che emerge dal nuovo rapporto della World Bank.

Continua il trend dell’urbanizzazione in Africa, 472 milioni di persone vivono oggi nelle grandi città e si calcola che saranno un miliardo entro il 2050.

Il mito del grande centro urbano attrae in modo inesorabile, ormai, gli abitanti delle aree rurali. Le ragioni sono diverse, la ricerca di una vita migliore e di un lavoro stabile prima di tutto. Ma da qualche tempo anche le conseguenze dei cambiamenti climatici stanno provocando una fuga dalle aree interne o costiere dove desertificazione, erosione, piogge intense o, al contrario siccità, hanno effetti devastanti sulla produzione agricola e sulla pesca.

Il problema è: quanto le città sono pronte ad accogliere una popolazione in costante crescita? Il lavoro accademico della Banca Mondiale porta un titolo che in qualche modo entusiasma, Africa’s cities: opening doors to the world. In realtà le “porte aperte sul mondo” sono ancora per lo più una speranza. La vita nelle metropoli africane, infatti, non è affatto semplice. Una famiglia può spendere fino al 55% in più per vivere nella grande città rispetto ad altre aree – e non sempre questo vuol dire accesso a servizi primari, come l’acqua corrente o l’energia elettrica, che spesso può subire interruzioni per molte ore. Per non parlare del sistema fognario, elementare o inesistente, e dei servizi ospedalieri pubblici. E per quanto riguarda gli alloggi, spesso le paghe sono talmente basse che ci si può permettere solo alloggi di fortuna. Un esempio su tutti: a Lagos, Nigeria, due persone su tre vivono in uno slum.

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Il problema è che vivere in città – soprattutto se non si è scolarizzati e non si hanno competenze lavorative specifiche – diventa un inferno per molte persone che rimangono intrappolate nel ciclo della povertà. Come evidenzia il rapporto della Banca Mondiale, mentre in altri continenti, come quello asiatico, l’urbanizzazione ha anche significato un aumento del PIL pro capite, nell’Africa Sub-Sahariana questo rimane il più basso, una media di 1.000 dollari annui.

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Ghana – Zona rurale. Foto di ©Antonella Sinopoli

C’è poi la questione della “disconessione” dal resto del Paese. Spesso le grandi città africane si sono sviluppate senza un corrispondente adeguato sistema di trasporti e di strade, aspetto che ovviamente incide nelle relazioni tra le persone e le famiglie divise, ma anche sulle capacità di trasporto delle merci.

A volte i trasferimenti nelle città sono dovuti al costo dei trasporti e soprattutto al tempo di percorrenza, troppo elevati per i pendolari. Traffico caotico e incontrollato, strade e mezzi di trasporto pubblico inadeguati incidono non poco sulla scelta di trasferirsi nei maggiori centri abitati.

Tornando ai costi, è stato calcolato che chi vive in una città africana spende tra il 20 e il 31% in più per affitto e servizi rispetto ai cosiddetti Paesi Sviluppati, il 35% in più per il cibo.

Ovviamente tali problemi riguardano non solo i singoli abitanti e famiglie ma anche le imprese, sia locali che estere, che decidono di investire con una sede in una metropoli africana. Se per una serie di servizi e uffici è indispensabile stare in una città, spesso la carenza di infrastrutture adeguate e la distanza dagli altri centri e le aree interne provoca una sorta di bolla che chiude le porte al business anziché favorirlo.

Il dinamismo delle metropoli africane garantisce certo molti vantaggi, ma mostra i rischi derivati dall’impreparazione e dalla mancanza di pianificazione. Le aspettative sono tante, così come le potenzialità, ma la trappola di uno sviluppo abortito è troppo chiara e visibile per non essere riconosciuta. Formalizzare l’acquisto dei terreni e garantire i diritti di proprietà, elaborare piani urbanistici, incrementare i sistemi di trasporto e assicurare i servizi essenziali: sono alcune delle soluzioni possibili. Non solo possibili, indispensabili.

Se le capitali africane – la maggior parte di loro – non smetteranno di essere un gigantesco formicaio dove ci si muove e si vive con disordine e fatica, certo lo sviluppo sarà lento e probabilmente non raggiungerà i risultati auspicati a parole. Un’inversione di rotta, quella sì, aprirà le porte dell’Africa Sub-Sahariana al mercato globale con un vantaggio per il continente e non solo per le imprese estere, grandi e piccole, che hanno comunque trovato il loro interesse a investire in Africa.

slum-mumbai1aHomeless, non solo slum. I più poveri nelle città ricche. 

slum : Nonostante l’avvio di diversi programmi per il miglioramento delle condizioni di vita nelle baraccopoli, gli slum restano una realtà diffusa in molte regioni del mondo.  Guardiamole per capire quale futuro ci attende se non impariamo a gestire i numeri dell’immigrazione.

 

La maggior parte delle baraccopoli si trova in Africa subsahariana ma non è qui l’insediamento più popoloso al mondo.

Intorno a Rio de Janeiro abbiamo Rocinha, Brazil – 69 mila persone. Questa è la più grande tra le 700 favelas che sono sorte attorno alla città.

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Rocinha

Makoko, Nigeria – 110 mila persone. Detta anche Venezia nera o Venezia d’Africa, è una baraccopoli situata alla periferia di Lagos. Makoko, fondata nel 18esimo secolo come villaggio di pescatori, è costituita da strutture poggianti su palafitte e collegate da canali percorsi dagli abitanti con canoe in legno. In ogni casa vivono in media otto persone, originarie principalmente del Togo e del Benin. L’area è soggetta ad una sorta di autogoverno anche se dal 2012 l’interesse delle autorità è aumentato per sfruttare la sua posizione privilegiata sul lungomare.

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Makoko

Cité Soleil, Haiti – 241 mila persone. Sorta alle porte della capitale haitiana di Port-au-Prince è una delle aree più povere e densamente popolate del paese. All’interno dello slum sono presenti soltanto due scuole e pochi ambulatori medici. Anche i negozi e le attività commerciali sono rare. Dopo il terremoto del 2010, ci vollero circa due settimane per portare i soccorsi umanitari alle famiglie di questo slum.

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Cité Soleil

Petare, Venezuela – 370 mila persone. L’insediamento si trova a quasi mille metri d’altezza a est della capitale Caracas. Conosciuto come uno dei quartieri più violenti dell’America Latina, il governo ha avviato un’impressionante programma per debellare le criminalità portato avanti da polizia ed esercito.

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Petare

Dharavi, India – 1 milione di persone.

La baraccopoli sorge alle porte di Mumbai, la più popolosa città indiana e cuore finanziario del subcontinente, e ricopre una superficie di circa 1,7 chilometri quadrati. Originariamente un villaggio di pescatori, oggi il governo vorrebbe trasformare questo insediamento in una moderna città satellite dotata dei servizi fondamentali. L’investimento necessario ammonta a più di 2 miliardi di dollari ma al momento resta solo un’ipotesi.

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Dharavi

Khayelitsha, Sud Africa – 1,2 milioni di persone

Questo insediamento, il cui nome significa “Casa Nuova” in xhosa, fu creato nel 1983 per ospitare i neri che giungevano a Città del Capo. Secondo le leggi raziali, infatti, non potevano andare ad abitare negli stessi quartieri popolati dai bianchi. Ancora oggi circa il 90% della popolazione di questo slum è costituita da neri.

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Khayelitsha

Manshiet, Egitto – 1,5 milioni di persone

Questo è uno dei più grandi slum nel mondo arabo ed è diventato meta di coloro che cercano un lavoro nella capitale egiziana ma non possono permettersi gli alti affitti delle abitazioni. All’interno dell’insediamento esiste una sorta di slum nello slum dove risiedono i profughi sudanesi fuggiti dal genocidio in Darfur. Poiché non sono musulmane, queste famiglie sono costrette a vivere in un vero e proprio ghetto dove le condizioni di vita sono drammatiche.

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Manshiet

Orangi Town, Pakistan – 1,8 milioni di persone

La baraccopoli si trova a nord-ovest del porto pachistano di Karachi. La sua impressionante crescita demografica iniziò nel 1965 e in breve è diventata il più grande slum asiatico secondo l’UNDP. Oltre l’80% dei suoi abitanti non ha un lavoro fisso.

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Orangi

Kibera, Kenya – 2,5 milioni di persone

Con i suoi 2 milioni e mezzo di abitanti, lo slum accoglie circa il 60% della popolazione della capitale keniota. Solo il 20% delle abitazioni ha la corrente elettrica e praticamente non esiste acqua potabile. Secondo dati dell’UN-Habitat una latrina è in media condivisa da 50 persone. Non esistono ospedali, né ambulatori pubblici. Le prestazioni mediche di base sono assicurate solo dalle Ong internazionali quali Amref, MSF o dalle associazioni di matrice religiosa, soprattutto cattolica e protestante.

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Kibera

Neza-Chalco-Itza, Messico – 4 millioni di persone

Alla periferia nord del Distretto Federale di Città del Messico, sorge questo insediamento che prende il nome dall’antico re Azteca Nezahualcóyotl. Fino all’inizio del 20esimo secolo l’area era occupata dal lago Texcoco, poi un intervento governativo ne prosciugò le acque e la terra fu venduta a privati. Ma solo a partire dagli anni 60 si iniziò a realizzare una rete di fognature e ha portare acqua potabile ed elettricità nell’insediamento. Nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi anni dal governo federale per migliorare la qualità dei servizi disponibili, la situazione resta tuttavia alquanto critica.

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Neza-Chalco-Itza

Abbiamo visto abbastanza? quella gente non vive in quei formicai, ma impone la sua inciviltà nelle città.

Art. 25, comma 1 Dichiarazione universale dei Diritti Umani

Ogni individuo ha il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari […]

Un diritto fallito, negato, dimenticato in ogni parte del globo. Basta essere poveri e i diritti diventano utopia. La povertà, la mancanza di futuro, servizi sociali scarsi, inadeguati o inesistenti, accomunano persone la cui vita sembrerebbe così diversa. Si chiamano homeless o persone senza fissa dimora.

Europa, Asia, Oceania, America, Africa: nessun continente è fuori dalle statistiche internazionali che riguardano il problema dei senza tetto. L’ultima raccolta dati dell’ONU, a livello globale, risale a dieci anni fa, la stima era allora di 100 milioni di homeless in tutto il mondo e un miliardo alloggiato in case e condizioni non adeguate agli standard minimi.

Naturalmente mappare i territori non è semplice, ma qualche dato disaggregato può aiutare a inquadrare meglio la misura del problema.

In Italia la crisi economica ha triplicato il numero dei senza tetto, la cifra stimata è di 48.000 persone, ma questa non comprende i Rom e gli immigrati poiché vivono in “insediamenti informali”. Come se, nel caso degli immigrati questa fosse una scelta, uno stile di vita…

Che non è uno stile di vita lo sanno i 3.5 milioni di homeless che vivono in USA. Lo sanno i 250.000 del Giappone, altra grande potenza industriale, lo sa quel 44% di donne che costituiscono la più alta percentuale di homeless in Australia (105.000 in totale). Veterani di guerra, gente che ha perduto il lavoro, ragazze madri, persone con disturbi mentali: sono gli homeless delle città ricche. Giovani senza lavoro, padri e madri di famiglia che vivono arrangiandosi nei campi o con piccole attività dei mercati locali, persone che vivono con poco più di un dollaro al giorno, orfani: sono gli homeless dei Paesi in via di sviluppo.

Ovviamente i dati sono approssimativi ma ricordano che i diritti fondamentali non sono acquisiti una volta per tutte, né tantomeno scontati. Una lettura di questo recente Report sullo stato della povertà negli USA aiuta a comprendere il fallimento (o perlomeno le impressionanti contraddizioni) del capitalismo e la difficoltà di assicurare un alloggio e una vita dignitosa ai propri cittadini che, nel caso degli homeless, spesso possono contare solo sulla compassione e sulle azioni caritatevoli di Charity e associazioni private.

In Africa contare il numero dei senza tetto è ancora più complesso che nel mondo industrializzato. Qui esistono relazioni e sistemi di sostentamento che spesso sono più funzionali e dignitosi di quelli d’oltreoceano. Come il gruppo familiare allargato delle zone rurali, dove in uno stesso compound – o anche una semplice struttura in materiale locale e pericolosamente fatiscente – possono comunque alloggiare più famiglie.

In questa lista dei 25 Paesi con il più alto tasso di senza tetto, non figura nessun Paese africano, molte invece le metropoli statunitensi. In cima alla classifica c’è Manila. Secondo Homeless International circa 22.8 milioni di persone nelle Filippine vivono in slum e, secondo il Governo filippino 1.2 milioni sono bambini che sopravvivono attraverso attività di vendita ambulante o chiedendo l’elemosina.

La seconda città nella lista risulta New York City, la terza è un’altra città americana, Los Angeles.

E la situazione nel mondo non sembra destinata a migliorare. Homeless International, Reall – Real Equity for All, calcola che, nel 2020, 1miliardo e 400 milioni di persone vivranno in slum – il 60% nell’Africa sub-sahariana – con una crescita annuale del 10%. Le città nei Paesi in via di sviluppo assorbiranno il 95% della crescita della popolazione mondiale.

Che abbia a che fare con la mancanza di infrastrutture, di un basso indice di Prodotto Interno Lordo, di politiche sociali inesistenti o inadeguate, di un sistema economico al collasso, di un welfare scadente – a seconda dei Paesi in questione – la negazione del diritto alla casa rende dunque uguali milioni di persone a latitudini diverse, vittime di politiche indifferenti al benessere di ciascun essere umano. Non solo di quelli che una casa vera possono permettersela.

I 10 motivi per cui l’Occidente ha ucciso la Guida libica Muhammar Gheddafi. L’Africa francofona, le segrete vie e gli equilibri della finanza.

Diceva Gheddafi: “l’attacco dell’11 settembre è partito dall’America e Al-Qaida ha sede a New York”, parole sante effettivamente. Un Gheddafi destituito, anche lui con un’operazione mediatica, che ha fatto distruggere l’unico paese africano dove si stava meglio che in Europa.

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L’ex-leader libico Muhammar Gheddafi fu ucciso “perché pensava che l’Africa era matura per sfuggire alla povertà coi propri mezzi, svolgendo il proprio ruolo nella governance globale“, aveva detto il presidente del Ciad Idris Deby, in un’intervista.

Secondo il Capo di Stato ciadiano, era essenziale “farlo tacere”, aggiungendo che “la storia registrerà che gli africani non hanno fatto molto. Ci hanno ignorato e non fummo consultati.

Gheddafi era sconvolto e imbarazzato“. “Fu lo stesso con Patrice Lumumba, in Congo.

 

Patrice Lumumba è stato il primo primo ministro della Repubblica Democratica del Congo dopo il raggiungimento dell’indipendenza del Congo dal Belgio. Rimase in carica solo pochi mesi. Nel dicembre del 1960 venne fatto arrestare dal colonnello Mobutu che aveva preso il potere con un colpo di stato, che lo fece uccidere dai ribelli Katanghesi il 17 gennaio 1961.

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Lumumba fu il primo, e per oltre quarant’anni l’unico, dirigente politico democraticamente eletto nella Repubblica Democratica del Congo.

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Il presidente del Ciad Idris Deby, al suo quinto mandato. Il Ciad è un Paese in profonda crisi economica e sociale.

Perché l’uccisero? Perché Gheddafi fu ucciso? (…) Siamo fornitori di materie prime. Ma guardate dove siamo? Siamo molto arretrati“, ha detto il leader del Ciad da Abeche, la seconda città del Ciad. Ecco in 10 punti perché Gheddafi doveva morire:

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1) – Il primo satellite africano RASCOM-1

Fu la Libia di Gheddafi ad offrire la prima vera rivoluzione in Africa dei tempi moderni: assicurando la copertura universale del continente per telefonia, televisione, radio e molte altre applicazioni come telemedicina e istruzione a distanza; per la prima volta, una connessione a basso costo diventava disponibile nel continente, anche nelle zone rurali, con il sistema del ponte radio WMAX. La storia inizia nel 1992, quando 45 Paesi africani crearono la società RASCOM per avere un satellite africano e ridurre i costi di comunicazione nel continente. Le chiamate da e verso l’Africa allora avevano le tariffe più costose del mondo, perché c’era una tassa di 500 milioni di dollari che l’Europa incassava ogni anno dalle conversazioni telefoniche, anche all’interno dei Paesi africani, per il transito dei satelliti europei come Intelsat. Il satellite africano costava solo 400 milioni da pagare una sola volta, senza mai più pagare 500 milioni di affitto all’anno. Quale banchiere non finanzierebbe un progetto del genere, ma l’equazione più difficile fu: come lo schiavo si sbarazza dello sfruttamento servile dal padrone se cerca aiuto da quest’ultimo per raggiungere questo obiettivo? Così, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Stati Uniti, Unione europea ingannarono questi Paesi per 14 anni. Nel 2006, Gheddafi pose fine all’inutile agonia dell’elemosina dai presunti benefattori occidentali che praticano prestiti a tassi usurari; la Guida libica mise sul tavolo 300 milioni di dollari, la Banca di Sviluppo africana 50 milioni, la Banca per lo Sviluppo dell’Africa occidentale 27 milioni, così l’Africa dal 26 dicembre 2007 ebbe il suo primo satellite per telecomunicazioni della storia. Nel processo, Cina e Russia s’inserivano, questa volta vendendo la loro tecnologia e permettendo il lancio di nuovi satelliti sudafricani, nigeriani, angolani, algerini e anche di un secondo satellite africano, lanciato nel luglio 2010. Ci aspettiamo per il 2020 il primo satellite al 100% tecnologicamente costruito sul suolo africano, in particolare in Algeria. Il satellite competerà con i migliori del mondo, ma a un costo 10 volte inferiore, una vera e propria sfida. Ecco come un piccolo semplice gesto simbolico di 300 milioni può cambiare la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi è costata all’occidente non solo 500 milioni di dollari all’anno, ma miliardi di dollari di debito ed interessi che tale debito avrebbe generato all’infinito e in modo esponenziale, mantenendo il sistema occulto per spogliare l’Africa.

2) – Base monetaria dell’Africa, Banca centrale africana, Banca di investimenti africana

I 30 miliardi di dollari sequestrati da Obama appartengono alla Banca centrale libica, previsti dalla Libia per la creazione della federazione africana attraverso tre progetti faro:3) – Banca di investimenti africana a Sirte, in Libia e creazione nel 2011 del Fondo monetario africano con capitale di 42 miliardi di dollari a Yaounde,

4) – Banca centrale africana ad Abuja, in Nigeria, la cui prima emissione monetaria africana significava la fine del franco CFA attraverso cui Parigi domina alcuni Paesi africani da 50 anni.

5) – E’ comprensibile dunque ancora una volta la rabbia di Parigi contro Gheddafi. Il Fondo monetario africano doveva sostituire eventualmente tutte le attività sul suolo africano con cui il Fondo monetario internazionale, con solo 25 miliardi di dollari di capitale, ha saputo piegare un intero continente con privatizzazioni discutibili, obbligando i Paesi africani a passare dai monopoli pubblici a quelli privati. Sono gli stessi Paesi occidentali che chiesero di divenire membri del Fondo monetario africano e, unanimemente, il 16-17 dicembre 2010 a Yaounde gli africani respinsero tali lussuriosi, decidendo che solo i Paesi africani fossero membri del FMA.

I soli nemici possibili della governance tecnocratica finanziaria mondiale sono quelli morti. Nel 2000, Saddam Hussein aveva annunciato che il petrolio iracheno sarebbe stato venduto in euro, non in dollari. 

La NATO ha ucciso Gheddafi per fermare la creazione libica della Gold-Backed valuta

Nonostante la Francia abbia guidato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1973 per la creazione di una no-fly zone sopra la Libia con l’intento esplicito di proteggere i civili, una delle oltre 3.000 email nuove di Hillary Clinton rilasciate dal Dipartimento dello Stato, contiene  prove schiaccianti delle nazioni occidentali che hanno utilizzano la NATO come strumento per rovesciare il leader libico Muhammar Gheddafi. Il rovesciamento della NATO non era per la protezione delle persone, ma invece serviva per contrastare il tentativo di Gheddafi di creare una moneta d’oro africano-backed per competere con il monopolio delle banche centrali occidentali.

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Il dinaro oro di Muhammad Gheddafi (vedi anche su questo blog: “Dinaro d’Oro la moneta per la rinascita Africana, ideata da Muammar Gheddafi.” 
dinaro-doro-300x129Il dinaro d’oro promesso tre anni fa dal Califfo dello Stato Islamico ha cominciato invece a circolare davvero solo in luglio del 2016, a Raqqa e a Deir-ez-Zour o Deir-el-Zor . I dinari d’oro accettati dai contrabbandieri di petrolio sono stati cambiati a 139$, il valore dell’oro di cui sono fatti. Anche in questo caso, pur di rinverdire le glorie del primo Islam, Isis aveva volto indietro le lancette di un tempo che ha visto progressivamente affermarsi la smaterializzazione del denaro e il suo affrancarsi dalla base metallica.

GHEDDAFI E LA NUOVA MONETA AFRICANA

In questo breve servizio, Russia Today si interroga sui motivi che hanno portato al rovesciamento di Gheddafi da parte della NATO, e suggerisce che il vero pericolo da lui rappresentato fosse il suo progetto di introdurre un “gold-standard” africano, legando nel contempo la nuova moneta al prezzo del petrolio. Traduzione di Massimo Mazzucco per luogocomune.net

TESTO IN ITALIANO:

ANNUNCIATORE: Circolano nuove domande sui motivi dell’intervento NATO in Libia. Come ci dice la corrispondente di RT, Laura Emmet, l’organizzazione potrebbe aver cercato di impedire a Gheddafi di seppellire il dollaro americano.
LAURA EMMETT: Alcuni credono che l’attacco della NATO alla Libia sia stato fatto per proteggere i civili.
DAVID CAMERON: Non dobbiamo tollerare che questo regime usi l’esercito contro la propria gente.LAURA EMMETT: Altri dicono che il motivo è il petrolio.
RICHARD CELENTE: L’unico motivo per cui sono interessati alla Libia è il petrolio. Pensate che oggi saremmo in Iraq se la loro esportazione principale fossero i broccoli?
LAURA EMMETT: Ma c’è anche chi è convinto che l’intervento in Libia sia dovuto a questioni di valuta, ed in particolare al progetto di Gheddafi di introdurre il dinaro d’oro, una moneta unica per tutta l’Africa, fatta in oro, il vero parametro della ricchezza
.JAMES THRING: E’ una di quelle cose che devi pianificare quasi in segreto, perchè nel momento in cui annunci che vuoi passare dal dollaro a qualcos’altro entri subito nel mirino. Ci sono state due conferenze su questo argomento, nel 1996 e nel 2000, chiamate World Mathaba Conference, organizzate da Gheddafi. Erano tutti interessati, e penso che la maggioranza dei paesi africani fosse favorevole.
LAURA EMMETT: Gheddafi non ha mai rinunciato all’idea. Nei mesi che hanno preceduto l’intervento militare ha invitato gli stati africani e musulmani ad unirsi per creare questa nuova moneta, in competizione con il dollaro e con l’euro. Avrebbero venduto il petrolio e le altre risorse a tutto il mondo, solamente in cambio di dinari d’oro.Una tale idea farebbe cambiare gli equilibri economici mondiali. La ricchezza di un paese dipenderebbe dalle quantità d’oro che possiede, e non dai dollari che scambia. E la Libia possiede 144 tonnellate di oro. Il Regno Unito ne ha il doppio, ma ha una popolazione dieci volte maggiore.
ANTHONY WILE: Se Gheddafi aveva l’intenzione di cambiare il prezzo del petrolio, e di qualunque altra cosa il paese vendesse sui mercati globali, accettando qualcosa di diverso come moneta, oppure introducendo il dinaro d’oro, una mossa di quel tipo non sarebbe stata certo gradita alle attuali elite di potere, che sono incaricate di gestire le banche centrali nel mondo. Quindi è chiaro che una cosa del genere avrebbe causato la sua eliminazione immediata, insieme alla necessità di creare altre motivazioni per rimuoverlo dal potere.
LAURA EMMETT: È già accaduto altre volte. Nel 2000, Saddam Hussein aveva annunciato che il petrolio iracheno sarebbe stato venduto in euro, non in dollari. C’è chi dice che le sanzioni e la susseguente invasione siano nate dal fatto che gli americani volessero impedire ad ogni costo che l’OPEC adottasse l’euro nel mercato del petrolio per tutti i suoi paesi membri. L’oro inglese è depositato in un caveau di sicurezza da qualche parte sotto la Banca d’Inghilterra. Come nella maggioranza dei paesi moderni, non ce n’è abbastanza da metterlo in circolazione per tutti. La cosa è diversa nei paesi come la Libia e molti stati del Golfo. Il dinaro d’oro metterebbe le nazioni africane e mediorientali ricche di petrolio in grado di dire ai loro clienti assetati di energia: “Spiacenti, ma il prezzo è salito, e vogliamo essere pagati in oro”. C’è chi dice che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO non avrebbero letteralmente potuto permettere una cosa del genere.

Le e-mail indicano l’iniziativa militare francese con la NATO in Libia è stata guidata anche dal desiderio di ottenere l’accesso a una maggiore quota di produzione di petrolio libico, e di minare un piano a lungo termine da Gheddafi a soppiantare la Francia come potenza dominante in Africa.

L’aprile 2011 la e-mail, inviata al Segretario di Stato Hillary dal consigliere non ufficiale Sidney Blumenthal con oggetto “cliente della Francia e l’oro di Gheddafi,” rivela le intenzioni degli occidentali predatori.

L’e-mail individua il presidente francese Nicholas Sarkozy come leader dell’attacco alla Libia con cinque scopi specifici in mente: per ottenere petrolio libico, garantire l’influenza francese nella regione, aumentare la reputazione di Sarkozy a livello nazionale, affermare il potere militare francese, e per prevenire l’influenza di Gheddafi in quello che è considerata “Africa francofona.”

Più sorprendente è la sezione che parla dell’enorme minaccia che le riserve in oro e argento di Gheddafi, stimato in “143 tonnellate di oro, e una quantità simile in argento,” andavano a rivolgere al franco francese (CFA) che circolava come moneta africana prima.

L’e-mail chiarisce che fonti di intelligence indicano l’impulso dietro l’attacco francese alla Libia è stata una mossa calcolata per consolidare una maggiore potenza, con la NATO come strumento di conquista imperialista, non un intervento umanitario, come il pubblico è stato erroneamente indotto a credere.

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Secondo l’ e-mail :

Questo oro è stato accumulato prima della ribellione in corso ed è stato destinato ad essere utilizzato per stabilire una valuta panafricana basata sulla libica Dinaro d’oro. Questo piano è stato progettato per fornire ai paesi africani francofoni con una alternativa al franco francese (CFA).

L’evidenza indica che quando l’intelligence francese è venuta a conoscenza di questa iniziativa libica per creare una moneta e di competere con il sistema delle banche centrali occidentali, la decisione di sovvertire il piano attraverso mezzi militari è iniziata.

I cinque fattori che motivarono Nicolas Sarkozy a combattere la guerra contro la Libia, secondo David Ignatius del Washington Post, “Blumenthal ricevette le informazioni sulla Libia da un ex-agente della CIA:

6) – Desiderio di una maggiore quota di petrolio libico;

7) – Aumentare l’influenza francese in Nord Africa;

8) – Migliorare la situazione politica interna in Francia;

9) – Offrire all’esercito francese la possibilità di ripristinare la sua posizione nel mondo;

10) – Rispondere alle preoccupazioni dei suoi consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante in Africa occidentale”.

Su quest’ultimo punto, il memorandum menziona l’esistenza del tesoro di Gheddafi, 143 tonnellate d’oro e quasi altrettanto di argento, trasferite da Tripoli a Sabha nel sud della Libia, una quindicina di giorni dopo l’avvio dell’operazione militare. “Quest’oro fu accumulato prima della ribellione e aveva lo scopo di creare della valuta panafricana supportata dal dinaro d’oro libico. Questo piano doveva fornire ai Paesi africani francofoni l’alternativa al franco CFA“.

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Franco CFA occidentale emesso dalla BCEAO (CFA XOF) Franco CFA centrale emesso dalla BEAC (CFA XAF)

Il franco CFA (allora Franc Colonies françaises d’Afrique, oggi Franc Communauté Financière Africaine) è la valuta utilizzata da 14 paesi africani:

C’è una inquietante similitudine tra il sistema di cambi fissi dell’euro e ciò che già c’era, da quasi 70 anni: il Franco CFA. Il Franco CFA fu creato come il Franco CFP il 26 dicembre del 1945, al momento della ratifica da parte della Francia degli accordi di Bretton Woods. A quei tempi la sigla indicava il franco delle colonie francesi africane (Colonies françaises d’Afrique).

Senza la necessità di modificare la sigla, il nome cambiò in “franco della Comunità Francese dell’Africa” nel 1958, ed oggi indica il franco della Comunità Finanziaria dell’Africa nel caso dell’UEMOA, e franco della cooperazione finanziaria dell’Africa Centrale per il CEMAC.

L’esistenza di due nomi distinti evidenzia la divisione della zona in due:

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Le rispettive valute non sono intercambiabili.

Gli accordi che vincolano i due istituti centrali con le autorità francesi sono identici e prevedono le seguenti clausole:

  • un tipo di cambio fissato alla divisa europea;
  • piena convertibilità delle valute con l’euro garantita dal Tesoro francese;
  • fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi del CFA (almeno il 65% delle posizioni in riserva depositate presso il Tesoro francese, che in tal modo si fa garante del cambio monetario);
  • in contropartita alla convertibilità era prevista la partecipazione delle autorità francesi nella definizione della politica monetaria della zona CFA.

Il franco CFA mantenne la parità rispetto al franco francese salvo in casi particolari. Gli economisti hanno ritenuto che il valore di cambio sia stato, nonostante alcune svalutazioni, troppo alto e sfavorevole per i paesi partecipanti agli accordi monetari (era inconcepibile favorire la ripresa dei territori colonizzati con un cambio così sopravvalutato. Dice niente?).

Successivamente all’introduzione dell’euro, il valore del franco CFA è stato fissato alla nuova valuta; è comunque il Tesoro francese e non la Banca centrale europea che continua a garantire la convertibilità del franco CFA.

Assieme al Franco Comoriano ed a quello CFP (anche qui, allora Colonies françaises du Pacifique, oggi Change franc Pacifique, valuta comune per 3 stati insulari appartenenti ai territori d’oltremare francesi), il CFA fa parte della cosiddetta Zona Franco, ovvero una zona legata storicamente al franco francese (ora FRF) fino alla sua completa sostituzione da parte dell’Euro; ora è legata a quest’ultima valuta in un perverso rapporto di successione (fino al 1999 1 CFA = 0,01 FRF, successivamente 1 EUR = 655,957 CFA).

Il rapporto di cambio (indicativo) al 23 gennaio 2017 era di:

1 CFA = 0,0015 €

1 € = 661,8756 CFA

Le valute non sono intercambiabili tra di loro (nonostante il rapporto 1 XOF = 1 XAF) e sono spendibili soltanto nei paesi che rispettivamente accettano quello occidentale e centrale.
Per fornire un esempio più vicino a noi, è come se gli stati de l’Europa occidentale e meridionale si unissero sotto un’unica valuta, costituendo così un’unione economica monetaria a sé, idem quelli dell’Europa del nord con quelli orientali ed entrambe le valute si chiamassero Euro (è un po’ la storia che da qualche anno si sente nei media di scindere la zona euro in due: Euro Nord ed Euro Sud…), cioè, l’Europa a due velocità, che Europa non è.

Ma c’è un altro progetto della Libia che bisogna conoscere per avere una visione di quello che potrà essere l’Africa, chissà quando e riguarda le riserve d’acqua della Libia.

Il primo di settembre 1991 è la data del completamento della fase principale della “Libia’s Great Man-Made River Project”, ovvero il progetto libico per la costruzione del più grande fiume artificiale mai realizzato. Questo incredibilmente enorme e ben riuscito sistema di trasporto dell’acqua è praticamente sconosciuto in Occidente, tuttavia non ha rivali e supera anche tutti i nostri progetti di sviluppo. Il leader dei paesi cosiddetti avanzati, gli Stati Uniti d’America, si rifiuta di ammettere che un paese piccolo, con una popolazione di non più di quattro milioni di abitanti, possa essere in grado di costruire niente di così grandi dimensioni senza prendere in prestito un solo centesimo dalle banche internazionali!

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Negli anni Sessanta, durante l’esplorazione petrolifera nel profondo sud del deserto libico, vennero scoperte vaste riserve d’acqua di ottima qualità, sotto forma di falde acquifere.
In Libia ci sono quattro grandi bacini sotterranei: queste vaste riserve possono offrire una quantità di acqua praticamente illimitata per il popolo libico.
Nel mese di ottobre del 1983, venne creato un ente statale incaricato di raccogliere l’acqua dalle falde acquifere, nel sud, e convogliarla – prevalentemente per l’irrigazione – nella fascia costiera libica.
Nel 1996 il progetto aveva raggiunto una delle sue fasi finali: nelle case e nei giardini dei cittadini della capitale Tripoli zampillava acqua dolce non inquinata. Venivano già trasportati più di cinque milioni di metri cubi di acqua al giorno attraverso il deserto verso le zone costiere, incrementando la quantità di terra arabile. Composto da una rete di tubi interrati per eliminare l’evaporazione, ognuno del diametro di quattro metri, il sistema si estende per 4.000 km fino al deserto. Tutto viene progettato e prodotto localmente.

L’obiettivo è dunque quello di rendere la Libia del tutto autosufficiente oltre che trasformarla in una fonte di ricchezza agricola, in grado di produrre cibo e acqua per soddisfare le proprie esigenze e quelle dei paesi confinanti.

Una cerimonia di gala si è svolta in Libia alla fine del mese di agosto del 1991, in cui i leader libico “aprì il rubinetto”del Grande “Fiume”. L’inaugurazione segnava la fine della prima fase del progetto, il cui completamente era previsto per il 1996.

A celebrare l’inaugurazione del fiume artificiale sono state decine di capi di Stato arabi e africani e centinaia di delegazioni stranieri. Tra loro c’era anche il presidente egiziano Hosni Mubarak, che ha sottolineato l’importanza del progetto per il mondo arabo. Gheddafi ha invitato gli agricoltori egiziani a venire a lavorare in Libia, dove ci sono solo 4 milioni di abitanti. La popolazione in Egitto è composta da 55 milioni di persone affollate in strette fasce lungo il fiume Nilo e nella regione del delta. Negli ultimi 20 anni, l’accesso al progetto da parte dell’Egitto – che in tal modo si procurerebbe più acqua e più ettari di terreni agricoli e residenziali – è stato ripetutamente sabotato dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, ovvero dagli interessi finanziari anglo-americani alle loro spalle.
Sintesi curata e tradotta da Carlo Dorofatti per Nexus

Fonte completa: http://poorrichards-blog.blogspot.com/2011/03/virtually-unknown-in-west-libyas-water.html#comments

847.- Africa, un continente spopolato e pieno di immigrati

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L’Africa che conosciamo è stata plasmata da una serie di crisi ed esodi. La storia del continente non può essere disgiunta da una tradizione di spostamento delle popolazioni. Il mosaico di popoli che la contraddistingue testimonia di questo fenomeno.

Nei secoli ondate permanenti di flussi -volontari o forzati- hanno modellato alcune regioni ricche in materie prime, o impoverito altre. Tale dinamica è stata profondamente marcata dalla Tratta. Si dibatte ancora sulle cifre di questo drammatico evento che segnò il destino di molto popoli africani. Tra l’VIII e il XX secolo, circa 17 milioni di africani sarebbero stati venduti come schiavi dalla “tratta orientale” quella verso il Golfo e l’Oceano indiano. Tra il XV e il XIX secolo 11 milioni di neri avrebbero lasciato l’Africa sulle navi negriere per la “tratta occidentale”, verso l’Europa e le Americhe.

Si tratta di una perdita di circa 28 milioni di persone, enorme emorragia se si pensa che l’Africa sub sahariana contava circa 100 milioni di abitanti nel XIX secolo. Non stupisce che tra il 1500 e il 1900, mentre la popolazione mondiale si è moltiplicata per 3,5 – quella della Cina e dell’Europa addirittura per 5 – la popolazione africana sia rimasta stagnante. La parte dell’Africa sul totale della popolazione mondiale è diminuita in quattro secoli, dal 17% al 7%. Ciò spiega la tradizionale bassa densità del continente: a metà del XX secolo era 15 volte meno di quella europea o dell’India.

L’Africa è stata dunque un continente sotto-popolato per molto tempo e lo è ancora. La dinamica demografica si rimette in movimento dalla prima guerra mondiale e soprattutto nella seconda metà del XX secolo. Così l’Africa sub sahariana vede la sua popolazione moltiplicarsi per 7 nel corso del secolo: da 100 milioni nel 1900 a 700 nel 2000. Oggi il continente nel suo complesso supera il miliardo (di cui circa 900 milioni di sub-sahariani). Ma occorre notare che per tornare ad avere il quinto della popolazione mondiale che aveva nel 1500, l’Africa dovrà attendere circa il 2050. L’Africa subsahariana non fa così che riprendere il suo posto nella storia demografica del pianeta.

Si parla sempre di africani come emigrati in Europa.Ma quanti sono i migranti in Africa stessa? Nel panorama mondiale delle migrazioni l’Africa non è il continente coinvolto in maniera più consistente dal fenomeno. Inoltre l’Africa non è il maggior produttore di migranti mentre è il continente che ospita la maggior percentuale di rifugiati e quello che soffre maggiormente del fenomeno degli IDP’s (sfollati interni).

Circa il 9% dei migranti a livello mondiale si trovano in Africa: si tratta di oltre 20 milioni di persone su approssimativamente 220 milioni a livello mondiale. In questa cifra vanno considerati anche i non-africani immigrati nel continente, come la crescente presenza di migranti asiatici ed europei che migrano verso l’Africa: cinesi, coreani, bangladesh, pakistani, francesi, portoghesi. I cinesi si avvicinano al milioni. Molti giovani quadri europei vanno in Africa per opportunità lavorative. A titolo d’informazione gli europei residenti per motivi di lavoro nei paesi africani si calcola siano 170.000 di cui 120.000 nell’Africa francofona prevalentemente in Senegal. A confronto di questa cifra va detto che gli africani sub sahariani attualmente emigrati fuori del loro continente sono circa 5 milioni. L’immagine di un “pericolo nero”, cioè quello di un continente pronto a riversarsi sugli altri è quindi falsata.

Gli africani sub-sahariani migranti si dirigono principalmente verso altri paesi africani. Soltanto i migranti dal Marocco, Tunisia e Algeria si trovano in prevalenza in Europa. Il movimento migratorio continentale si caratterizza per movimenti interregionali e intra-continentali: in realtà i flussi internazionali africani sono essenzialmente all’interno del continente. Secondo vari studi, analisi sul terreno e statistiche effettuate confermano che i migranti sub-sahariani rappresentano una minoranza del totale delle migrazioni verso i paesi nord occidentali. Ad esempio sui quasi 5 milioni di egiziani emigrati, oltre il 70% è in altri paesi arabi; il quasi milione di ghanesi si trova essenzialmente in Africa Occidentale, come la maggioranza dei 4 milioni di maliani all’estero, del mezzo milione di nigerini o dei 3,5 milioni di nigeriani.

Gli immigrati africani nel mondo, considerando anche i vecchi migranti di seconda e terza generazione, sono stimati da uno studio della World Bank in oltre 30 milioni di persone. In questa cifra si calcolano anche gli immigrati africani in Africa, attorno ai 14 milioni (oltre il 50 % del totale dei migranti africani). In Europa ne vivono oltre 7 milioni (il 30% circa del totale), in Medio Oriente sono 2, 5 milioni (il 10% circa del totale). Ad esempio un grande numero di immigrati burundesi e della Repubblica Democratica del Congo vivono in Tanzania; numerosi somali sono in Kenya, e molti migranti del Lesotho, Mozambico e Zimbabwe emigrano in SudAfrica.

Nel panorama dei paesi di destinazione fuori dal continente africano, negli ultimi anni stanno emergendo nuovi paesi di destinazione, tra cui l’Italia, il Qatar, la Spagna e gli Emirati Arabi Uniti. La diaspora africana negli Stati Uniti e in Canada è relativamente ridotta. Negli Stati Uniti nel 2010 il gruppo di africani di maggior consistenza numerica era rappresentato dai nigeriani con oltre 200.000 presenze, seguito dagli etiopici con 150.000 circa, gli egiziani con 140.000 ecc. In ogni caso nel Nord America gli immigrati africani sono il 5% del totale dei migranti provenienti dal continente nero.

In conclusione l’Africa si presenta come un continente a lungo spopolato, ancora alla ricerca di un equilibrio demografico e tutto sommato molto più accogliente di ciò che si pensa.

headshot  Mario Giro,  Politico e saggista