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1856.- LIBIA: UNA SERIE DI INIZIATIVE UMANITARIE IN STRETTA SINERGIA CON OPERAZIONI MILITARI.

Libia migranti

Nei momenti di maggiore crisi del fenomeno, anzi, del traffico migratorio, nell’Unione Europea, si è parlato spesso di un piano che preveda una serie di iniziative umanitarie in stretta sinergia con operazioni militari. In prima linea dovrebbe esserci l’Italia i cui governi di questi ultimi anni hanno deciso di subire questa invasione, ma non potrebbero mancare Francia e Germania, che si sono attribuite il ruolo di direttorio e, naturalmente, gli USA. In pratica, possiamo ragionevolmente ipotizzare che il traffico di esseri umani e la schiavitù dei migranti “economici” africani, prigionieri dei trafficanti, in Libia, diventerà un nuovo business dei poteri finanziari mondiali, attraverso ONG occidentali, Agenzie Umanitarie ONU e – immancabile – l’Organizzazione Mondiale per l’Immigrazione (International Organization for Migration o I.O.M.), ma non rappresenterà l’obbiettivo principale. Quando si confrontano i diritti umani con gli interessi delle lobby finanziarie e petrolifere, l’ipocrisia la fa da padrona, come viene sempre denunciato.
In pratica, dovrebbe trattarsi di una duplice joint operation, sinergica, umanitaria e militare, fra le Nazioni Unite, l’Unione Africana e l’Unione Europea, ufficialmente, per salvare gli immigrati africani intrappolati in Libia, obbiettivo più che secondario, inevitabilmente, rispetto a quello di comporre le ambizioni dei paesi che intendono assicurarsi il controllo della Libia e dei suoi immensi giacimenti di petrolio e gas naturale, sottratti all’egemonia dell’Italia, che ai tempi di Muhammar Gheddafi – pace all’anima sua – godeva, attraverso l’ENI, di una posizione di monopolio sullo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi libici.

Quindi e se USA, Russia, Gran Bretagna, Francia, Egitto e Germania trovassero un punto di accordo, assisteremmo a una serie di iniziative umanitarie in stretta sinergia con operazioni militari. Saranno rivolte, anzitutto, agli immigrati e rifugiati presenti nei campi di detenzione o, meglio, di concentramento esistenti in Libia e a questi sarà fornita l’assistenza umanitaria. Insieme a queste iniziative, assisteremmo a operazioni militari congiunte per smantellare le reti dei trafficanti di esseri umani e dei contrabbandieri del petrolio libico e, forse, con l’occupazione militare, si potrà garantire una stabilità alla Libia; ma chi conosce la Libia e la storia delle sue tribù, quata garanzia è pura utopia. La Libia è ingovernabile, così com’è, tuttora, sconvolta dalla guerra civile. È così dal 2011, da quando, cioè, Francia, Gran Bretagna e USA decisero di opporsi al progetto finanziario del Dinaro Oro di Muhammar Gheddafi creando una falsa Primavera Araba e assassinando il Colonello. La sua morte brutale ha creato in Libia il caos e non so quanto potranno avvalersene coloro che l’hanno voluta. Così, è tutto da verificare se trarranno vantaggio dal dilagare del terrorismo salafita di origine saudita in tutto il Nord Africa e nell’Africa Occidentale.

Regna l’assoluto riserbo sui contingenti militari dei Paesi già presenti in Libia e se si partirà da questi per estirpare i trafficanti di esseri umani e i contrabbandieri del petrolio. Quanto all’obbiettivo di stabilizzare la Libia, possiamo affermare, senza ombra di dubbio,che si tratti di una chimera. Molto dipenderà dal Generale Khalifa Belqasim Haftar, che comanda il Consiglio nazionale di transizione libico. Haftar non è proprio amico dell’Italia, che insieme agli Usa, sostiene al-Sarray. Macron ha tentato il colpo gobbo, con l’incontro dei due opponenti libici all’Eliseo, ma i fatti dicono che l’iniziativa ha avuto scarso successo, a parte confermare la nullità della nostra diplomazia e la nostra assenza.

in tutto questo, degli immigrati ridotti in schiavitú si parla poco e niente.

La proposta della duplice joint operation costituisce un’altra iniziativa della Francia, fino a ieri, sostenuta dalla Germania. Prendendo come pretesto la sicurezza degli immigrati si vuole anche incontrare l’ondata montante di dissenso fra gli europei contro i flussi migratori. I migranti, partiti da casa con i portafogli ben forniti, sono stati fortunati perché o li hanno “salvati” le ONG dalle onde del mare o saranno “salvati” dai loro aguzzini dalle truppe della joint operation. Ora, saranno, prima, espulsi e, poi, rimpatriati “a domanda” e con un mucchietto di euro in mano, verso i Paesi d’origine.
Anche “secondo gli osservatori africani, parlare di rimpatrio volontario è un eufemismo, in quanto è chiara l’intenzione dei Paesi europei di non accogliere gli immigrati africani intrappolati in Libia. Dinanzi a questo netto rifiuto gli immigrati non avranno altra scelta che accettare i rimpatri assistiti. Il IOM ha dichiarato di essere in grado di rimpatriare 10.000 immigrati”: nulla! Secondo notizie fornite dal sito di informazione africano “Slate Afrique”, 3.800 immigrati sono già stati rimpatriati dalla Libia. Notizia confermata dal Presidente della Commissione UA, Moussa Faki Mahamat, precisando che si trattava di immigrati ritrovati in un campo di detenzione vicino a Tripoli, quindi di più facile accesso rispetto agli altri campi di detenzione conosciuti.

Contatti non ufficiali sono avvenuti con alcuni Paesi africani disponibili ad accogliere i rifugiati presenti in Libia dietro cospicuo compenso finanziario per ogni rifugiati accolto. Come saranno accolti e integrati? Non interessa a nessuno. Anche in questo caso, i rifugiati rappresentano semplicemente un ottimo affare che non ha che fare con l’ostentata solidarietà panafricana e, d’altra parte, è evidente che, per concretezza, dovremmo parlare di chi li ha ingannati e di loro, che si sono fatti ingannare.
Ora, di fronte all’entità dell’invasione in atto, non si può più parlare di migrazione e, ancora meno, di integrazione e l’esigenza primaria è di diminuire la pressione migratoria sull’Europa. Uno dei problemi che sono stati abilmente nascosti dai media occidentali è l’impossibilità di integrare e assimilare le culture africane, con le loro superstizioni, i loro sacrifici umani rituali, le vendette, i saccheggi, il cannibalismo delle tribù e dei popoli sub sahariani e, poi, le mattanze islamiche e lo sgozzamento di noi infedeli. L’Europa rischia di diventare un altro Sudafrica, dove prevarranno le orge di ultraviolenza degli africani, la cultura dei riti di stregoneria ancestrali, il cannibalismo e altre schifezze dei selvaggi. Ma nessuno ne parla. Un minimo di informazione metterebbe a conoscenza di tutti la mattanza dei bianchi in Sudafrica, oppure, di come e con quali riti le mafie nigeriane governano il territorio…in Italia!

A causa dell’ostilità francese, ogni intervento militare o umanitario italiano in Libia non è attuabile. Da O L’Indro : “Alcuni osservatori africani nutrono il dubbio che la proposta di rimpatrio avanzata da Parigi sia stata anche pensata per impedire una qualsiasi presenza italiana in Libia e per evitare un rafforzamento politico di Roma che andrebbe a favore degli interessi petroliferi di ENI, nemico numero uno del Governo e delle multinazionali petrolifere francesi che si stanno facendo largo in Libia.” Invece, per interrompere il traffico di esseri umani dei trafficanti e il contrabbando e rimpatriare i loro detenuti, è necessario l’ordine militare e, fino a che ci sarà guerra civile, non potrà essere libico.
“Ma le operazioni di rimpatrio non sono così facili come da più parti si lascia intendere. A spiegarcelo è ‘African Slate’ in un articolo del 1° dicembre. «Si stima che vi siano dai 400 ai 700.000 immigrati africani intrappolati in Libia. Il Governo di Tripoli assicura che vi sono 42 campi di detenzione ma sappiamo che ve ne sono molti di più. In questi campi ufficiali vi sarebbero circa 15.000 immigrati, ma la maggioranza di questa massa di disperati soggetti ad ogni tipo di violenza e sopruso sono detenuti in campi segreti controllati dalle milizie vicine al Governo di Accordo Nazionale GNA e al Primo Ministro Fayez al-Sarraj. Questi detenuti sono fonte di guadagno per queste milizie e per il GNA che chiedono riscatti alle famiglie o li vendono come schiavi. Gli immigrati sono divenuti un lucroso commercio per Tripoli e le sue milizie, gestito da un network malavitoso che va al di la degli scafisti, semplici collaboratori». Stiamo parlando delle stesse milizie con le quali l’Italia fece accordi?

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1855.- Piano Marshall per l’Africa? Non Può Funzionare. L’Europa era già industrializzata, l’Africa no.

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Si sta facendo sempre più forte l’idea che un Piano Marshall per l’Africa possa frenare l’emergenza migranti. Il Presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha sostenuto a più riprese la necessità di un grande Piano Marshall per l’Africa, per evitare che l’Europa venga «invasa dai sei miliardi di persone che vivono nella miseria». Agli inizi di giugno, intervenendo a Bruxelles agli European Development Days, il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha detto: «Serve un nuovo piano Marshall. Non è solo nell’interesse dell’Africa, è anche nel nostro interesse». La stessa cancelliera tedesca Angela Merkel è una fautrice di questa proposta.

Ma un Piano Marshall per il continente africano è davvero possibile?

Secondo l’economista americano Tyler Cowen, no. In un articolo, intitolato ‘The Marshall Plan: Myths and Realities’ (‘Il Piano Marshall: Miti e Realtà’; Washington: Heritage Foundation, 1985), Cowen mette anche in discussione il fatto che il Piano Marshall per la stessa Europa abbia avuto un vero impatto positivo.

A parere dell’economista americano, infatti, l’Europa si sarebbe ripresa comunque con o senza il Piano Marshall, aggiungendo che non esistono prove convincenti che sia stata l’iniziativa americana a provocare la crescita economica europea. Di fatto, l’aiuto americano non ha mai superato il 5% del PIL dei Paesi riceventi. Cowen scrive: «Il totale dell’assistenza economica era minuscolo comprato alla crescita che ebbe luogo negli anni Cinquanta».

A ogni modo, a prescindere dagli effetti che possa aver avuto del Piano Marshall, c’è da considerare che la condizione post-guerra dell’Europa era unica. Come nota lo stesso Cowen, l’economia europea era già industrializzata e ben integrata. Inoltre, l’Europa aveva già una lunga tradizione di istituzioni capitaliste. Cowen evidenzia anche il fatto che il fenomeno di rinascita di queste istituzioni era incoraggiato dagli stessi leader europei, come Ludwig Erhard nella Germania occidentale e da Luigi Einaudi in Italia, più che da input esteri.

In Africa, però, queste stesse condizioni che esistevano nell’Europa del dopoguerra non ci sono. Il continente africano deve costruire istituzioni ed infrastruttre ex novo e non ricostruire delle infrastrutture danneggiate, come nell’Europa post-bellica. Sono, infatti, pochi i Paesi in via di sviluppo che hanno una tradizione di capitalismo e industrializzazione. Il noto economista nigeriano ed ex Segretario esecutivo delle Commisione Economica per l’Africa delle Nazioni Unite, Adebayo Adedeji, ha detto nel 2002: «Nessun Piano Marshall può funzionare per i mercati in via di sviluppo dell’Africa… L’Africa ha bisogno di essere costruita da zero, non riabilitata o ricostruita».

L’economista americano Cowen evidenzia, inoltre, che negli anni è stato dimostrato come il foriegn aid sia completamente incapace di incoraggiare la nascita di simili istituzioni. Gli aiuti internazionali e il Marshall plan, infatti, promuovono soltanto il carattere ‘government-to-government’, ovvero lo statismo, e non la ‘free enterprise’ e la libertà economica.

Un Marshall Plan per l’Africa pertanto sarebbe soltanto un ulteriore costo inutile per l’Europa. Il Marshall Plan non contribuirebbe al benessere delle società africane, perché non produrrebbe una cultura imprenditoriale. Tale programma sarebbe una replica del foreign aid, che -per come impostato- continua da anni a finanziare la falange di burocrati corrotti e progetti i cui eccessivi costi di realizzazione non sono compensati dai benefici che danno.

L’intellettuale americano James Bovard già nel 1986 descriveva in un articolo, pubblicato dal think tank Cato Institute, il fallimento degli aiuti allo sviluppo (Cato.org, 31 gennaio, 1986). Le sue parole, seppur scritte più di trenta anni fa, rimangono sempre attuali.

Bovard scrive nell’articolo: «I programmi di aiuto allo sviluppo sono stati perpetuati e incrementati non perché hanno avuto successo, ma perché il foreign aid sembra essere ancora una buona idea. Ma gli aiuti hanno raramente contribuito a sviluppare qualcosa, che i Paesi riceventi non avrebbero già potuto fare da soli. Solitamente questi aiuti incoraggiano invece i peggiori comportamenti dei Paesi riceventi, fornendo copertura a programmi e politiche che hanno affamato migliaia di persone e deragliato economie in difficoltà».

Di ANNA MAHJAR BARDUCCI su “O L’Indro”, L’approfondimento quotidiano indipendente, 19 GIUGNO 2018

1854.- SUDAFRICA, ECCO COSA FANNO AI BIANCHI; MA IN OCCIDENTE NON SI PUÒ DIRE

Quanto qui si legge è vero. Tutte le indicazioni portano in quella direzione, unica e inequivocabile per chi vuole essere informato e sa vedere..oltre. Senza più fede,l’Europa diventerà un Sudafrica. Prevarranno le orge di ultraviolenza degli africani,la cultura dei riti di stregoneria ancestrali, il cannibalismo, la superstizione e i suoi sacrifici umani rituali, le vendette, i saccheggi, le mattanze islamiche e lo sgozzamento di noi infedeli.

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Sudafrica, è ufficialmente un apartheid contro i bianchi.

di Pietro Ciapponi

C’era una volta la nazione arcobaleno, meglio nota come Sudafrica, che dopo aver abbattuto il regime dell’apartheid, sotto la guida carismatica del Presidente Nelson Mandela eletto nel 1994, aveva realizzato un idillio multirazziale nella quale africani di varie etnie, boeri e bianchi di origine britannica vivevano assieme senza troppi problemi. Peccato però che fin dalla fine del mandato presidenziale di Madiba, forse anche da prima, la situazione non fosse più tale.

Sotto la guida dell’African National Congress, partito egemone nella maggior parte del Sudafrica, il razzismo anti bianco sta dilagando senza che la comunità internazionale si indigni o vengano denunciati soprusi, che a parti invertite sarebbero la colonna sonora della stampa progressista occidentale.

A subire i continui attacchi, perpetrati per lo più da gang criminali e milizie paramilitari di estremisti sono senza dubbio i contadini afrikaner, che ad onor del vero possiedono la maggior parte delle terre coltivate, ma che allo stesso tempo rappresentano il cuore pulsante dell’agricoltura africana. Nelle città il clima è apparentemente più mite, ma solo perché la maggior parte dei bianchi (e dei neri ricchi) vive all’interno di quartieri militarizzati: con cinta murarie, guardie armate agli ingressi e videocamere ovunque.

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La politica non sembra però rispondere in nessuna maniera agli svariati appelli di pace sociale lanciati dalla minoranza bianca, circa l’8% della popolazione, e dalle etnie africane meno avverse agli ex dominatori. Il neo eletto presidente Cyril Ramaphosa, leader indiscusso anche all’interno del partito, ha approvato una legge costituzionale che permetterà al Governo di espropriare le terre di proprietà dei bianchi per darle ai contadini neri, senza che i primi possano ricevere alcun tipo di risarcimento.

Ad alzare i toni, i maniera ben aldilà di quello che può essere un normale scontro politico, è il partito di estrema sinistra Economic Freedom Fighters (EFF), il cui leader Julius Malema era finito al centro della critica per essere stato ripreso mentre cantava la canzone “Shoot the Boer”, letteralmente “Spara al Boero”, non di certo un inno alla pace a alla fratellanza.

Lo stesso Malema, se possibile, si è spinto addirittura oltre, dichiarando: “Noi non chiediamo il massacro dei bianchi, almeno per ora. Noi non stiamo promuovendo la violenza, ma non posso garantire il futuro. Io non sono un profeta”.

Secondo alcune stime dal 1996 ad oggi gli assalti alle farm di proprietà afrikaner sarebbero quasi 12mila, con oltre 1600 morti. Numeri che in altri contesti avrebbero fatto parlare assai di più, spingendo magari qualcuno ad etichettare il fenomeno come pulizia etnica.

Al netto di tutto ciò il Ministro dell’Interno australiano Peter Dutton, esponente del Partito Liberale dell’Australia, si è detto disposto a riconoscere i contadini bianchi sudafricani come profughi. Tutto ciò mentre l’Occidente “democratico” ed “antirazzista” fa orecchie da mercante continuando ad ignorare la faccenda, e senza che nessun paladino dell’accoglienza si dicesse pronto ad accogliere quelli che sono dei veri e propri perseguitati politici nel loro paese.

Una riflessione sorge però spontanea, perché questa vicenda non viene praticamente discussa in Europa? La risposta appare tristemente ovvia, il dogma del politicamente corretto non ammette l’esistenza di un razzismo diverso da quello dei bianchi verso le altre etnie.

L’esterofilia esagerata della sinistra ben pensante, abbinata all’auto razzismo da anni proopagandato sulle “colpe storiche” dell’uomo bianco, hanno ormai inquinato in maniera irreversibile la mente di molti: criticare l’attuale sistema sudafricano sarebbe sinonimo di nostalgia dell’apartheid e retaggio della mentalità colonialista o suprematista bianca.

Fonte: Oltre la linea

1840.- Due cose sul Franco CFA (e sull’euro e l’Africa). La zona Franco CFA.

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Torniamo a parlare del CAF dopo lo sproloquio volgare di Macron: una conferma dell’ “amicizia”, rectius, volgarità con la quale i francesi si rivolgono all’Italia. La Francia neocolonialista sfrutta i 14 paesi africani dell’area CFA attraverso un cambio fisso del CFA con l’euro; pretende il deposito a garanzia del 65% delle loro riserve estere. Impedisce,così,le loro possibilità di sviluppo e favorisce le multinazionali. Dobbiamo andare alle radici del fenomeno migrazione,in gran parte finanziarie: dai Soros, appunto, al Franco CFA, alle multinazionali, che condannano il continente più ricco della Terra allo sfruttamento.

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Valuta di partenza Valuta di destinazione Risultato
1 EUR XOF 655,79 XOF
100 EUR XOF 65.578,95 XOF
10.000 EUR XOF 6.557.895,00 XOF
1.000.000 EUR XOF 655.789.500,00 XOF

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Giuseppe Masala
L’arresto in Senegal del militante panafricano Kemi Seba (nella foto), di nazionalità francese, reo di aver bruciato, durante una manifestazione, alcune banconote di franchi CFA, ha riaperto il dibattito su questa moneta considerata da molti lo strumento principale con il quale la Francia (ma ora tutti i paesi della zona euro) esercitano il neo colonialismo nell’Africa francofona.

Il Franco CFA nasce nel 1945 con gli accordi di Bretton Wood; infatti all’epoca si chiamava Franco delle Colonie Francesi Africane. Successivamente nel 1958 cambia nome e diventa Franco della Comunità Francese dell’Africa.

Fino a qui tutto normale se non per due piccoli particolari. 1) il Franco CFA è una moneta ancorata ad un cambio fisso, prima con il Franco Francese e ora con l’Euro. 2) La piena convertibilitá del Franco CFA è garantita dal Ministero del Tesoro francese, che però chiede il deposito, preso un conto del ministero, del 65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.

Dietro queste due tecnicalità si nasconde il diavolo del colonialismo. Infatti il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nel paesi dell’Unione monetaria. Non basta, il cambio fisso (per giunta garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali (spesso dittatorelli amici dei nostri governi).

Come se non bastasse, tutto questo avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro.

Il secondo punto probabilmente è anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia della convertibilitá della propria moneta, ben il 65% delle proprie riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del sottosviluppo) ad una nazione straniera.

Pensiamo basti questo per chiarire come il colonialismo sia ancora un fenomeno reale e pervasivo che tarpa le ali di una qualsiasi opportunità di sviluppo dei paesi africani. Con buona pace di tanti soloni che parlano senza sapere di cambi e monete, e che credono che agli africani sia data una grande opportunità nel venire in Europa (spesso a vendere asciugamani e accendini nelle nostre piazze) grazie alla possibilità di inviare nei loro paesi, a tasso di cambio fisso, rimesse che consentono alle loro famiglie in Africa di campare con pochi euro.

Grazie a questo sistema le nostre multinazionali hanno invece l’opportunità, a rischio di cambio pari a zero, di depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari.

Bell’affare per noi, non certamente per gli africani che ci vendono il “coccobello” sulle nostre spiagge.

Non basta di certo la carità di alcune ONG per sanare questa forma di neocolonialismo monetario, che azzera le possibilità di sviluppo dei paesi dell’Africa francofona.

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Le Professeur Nicolas AGBOHOU, docteur en économie politique, démontre dans cet ouvrage de 296 pages comment les institutions et les principes de fonctionnement de la zone franc CFA bloquent le décollage socio-économique et politique de l’Afrique.
Sortant des sentiers habituels, et battant en brèche les idées reçues, ce livre va au-delà d’un simple diagnostic. Il éclaire, de façon lumineuse, les voies et les moyens qui permettront aux Africains de s’affranchir de cet ordre monétaire hérité de la colonisation, et de prendre leur propre destin en main.

La zona Franco CFA.

Cos’è la zona franco CFA? da Scenari economici.
È un’area valutaria dove 14 economie (12 delle quali ex colonie francesi) utilizzano una valuta comune chiamata Franc Communauté Financière d’Afrique. Nata nel 1945 per decreto di Charles De Gaulle (1), esistono due tipi di questa valuta graficamente molto diversi : il primo, gestito dalla BEAC (Banque des États de l’Afrique Centrale) (2) utilizzato da Cameroon, Repubblica Centrafricana, Ciad, Guinea Equatoriale, Gabon e Repubblica del Congo col nome ISO XAF; il secondo è utilizzato invece da Benin, Burkina Faso, Guinea – Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo ed è gestito dalla BCEAO (Banque Centrale des États de l’Afrique de l’Ouest) (3) ed il codice ISO è XOF; quest’ultima area fa parte dell’ECOWAS (4), una sorta di Comunità Economica Europea africana con tanto di obiettivo, fortunatamente posticipato (5), di istituire in questo decennio un’altra valuta comune, l’ECO, per questi stati assieme alla Nigeria, Capo Verde, Ghana, Gambia, Guinea, Liberia e Sierra Leone. Sebbene siano entrambe in parità con l’euro di 655,57 CFA per euro, entrambe non sono intercambiabili ed hanno valore legale esclusivo solo dove circolano. La zona consta di quasi 150 milioni di abitanti per circa 170 miliardi di USD di PIL (ma conta per quasi il 5% nel PIL annuo continentale).
Come funziona la zona franco CFA?
Quest’area valutaria funziona grossomodo come la zona Euro: c’è una banca centrale (prima la Banque de France, oggi la BCE) che coordina le attività delle altre due, la BEAC e la BCEAO, per quanto riguarda le politiche macroeconomiche e monetarie (ci sarebbe anche la BANCECOM, ovvero la Banca Centrale delle Comore, ma non facente parte della zona CFA non verrà qui trattata). Prima dell’euro la parità era fissata col franco francese di 1 FRF per 100 CFA, ma dal 1999 è ferma a 655,57 (per via del cambio 6,5557 FRF per 1 EUR). I due istituti centrali, BCEAO per lo XOF e BEAC per lo XAF, sono legati alla Banca di Francia (da qui BdF) attraverso i seguenti parametri:

Libera circolazione dei capitali dai paesi CFA alla Francia e viceversa;
Un tipo di cambio fissato alla divisa francese (1 euro = 655,957 CFA);
Piena convertibilità delle monete garantita dal Tesoro francese;
Fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi CFA (almeno il 65% delle posizioni in riserva depositate presso il tesoro francese) come contropartita per la garanzia della convertibilità da CFA a Euro (prima FRF)6;
Partecipazione delle autorità francesi (ved. Bdf) alle politiche monetarie della BCEAO e BEAC;
La libera circolazione dei capitali (così come avviene in Europa “grazie” a Schengen) ha permesso la fuga di 850 miliardi di USD dal 1970 al 2008 (di cui solo 20 nel periodo 2000 – 2008) secondo il Global Financial Institute, con ovvio danno alle economie dell’area (7). La piena convertibilità tra FRF/EUR e CFA oggi è unica al mondo e ricorda una sorta di Bretton Woods, solo che a posto di usare solo il dollaro USA per ottenere oro ora si usa l’Euro (ieri Franco FRF) per ottenere franchi CFA e viceversa (dunque nel mercato delle valute i CFA possono essere cambiati solo in Euro). Per gli investitori è un’ottima notizia in quanto la gestione della politica monetaria affidata alla BCE permette un controllo dell’inflazione e dà sicurezza e stabilità alla moneta in un’area non tanto sicura in termini geopolitici (ma un’unione monetaria non dovrebbe portare prima di tutto pace e stabilità?); l’altra faccia della medaglia è che questa “forza” (o ipervalutazione) rende le esportazioni, già deboli, della zona CFA molto costose (specie ora che l’EUR è molto vicino alla parità col dollaro USA), oltre che alla famosa quanto dannosa fobia teutonica dell’inflazione. Le economie sono quasi tutte povere e per lo più di stampo agricolo e questo ha posto un cappio ai loro commerci rendendole dipendenti soprattutto (e solo) dal mercato francese ed europeo. Si può notare una relazione di stampo coloniale, come afferma il professore Nicholas Agbohou (8). Per chi fa l’importatore è un’ottima cosa in quanto permette l’import di beni a basso costo, ma ciò non va a vantaggio dei 150 milioni di abitanti della zona. Gli ultimi due punti, il n.4 ed il n.5, sono quelli che destano un po’ di “sospetto” per chi già intuisce una sorta di “costrizione neocoloniale” dei paesi africani: per quanto concerne il numero 4, ovvero il deposito per la piena convertibilità in misura del 65%, altro non è che il pilastro per la stabilità della valuta unica. Questo significa che per ogni capitale che entra nel paese dev’essere versato in Francia il 65%, un furto in pratica (ad esempio, se il Niger dovesse esportare prodotti per 1 mld USD automaticamente dovrebbe versarne 650 mln USD in questo fondo comune pubblico gestito dalla BdF) in quanto si tolgono risorse che in stati non propriamente floridi e stabili farebbero molto comodo (si pensi alle infrastrutture, soprattutto agli ospedali ed alla viabilità. In pratica 0,65 USD ogni 1 USD). Se vogliono prendersi quei soldi lo devono fare sotto forma di prestito, con ovvio pagamento degli interessi. Per il quinto punto, si consente alla BdF, per mano del suo Governatore, di potersi insediare nel direttivo sia della BCEAO che della BEAC (oltre che della BANCECOM, la banca centrale delle Comore) e di poterne gestire la politica economica (tassi di inflazione, tassi di sconto, altri tipi di tassi tipo l’overnight ecc ecc) in quanto è dotata del potere di veto su ogni seduta (ad esempio, nella BANCECOM il consiglio è composto da 4 francesi e 4 comoriani, ma la decisione spetta sempre ai primi) (9). Di per sé questa cosa appare profondamente ingiusta in quanto si decidono in capo ad una persona tutte le sorti economiche e finanziarie di due blocchi economici contrapposti, cambiando e/o modificando le condizioni a piacimento. Senza tralasciare che ora, con l’istituzione della BCE e del SEBC, non è più solo la BdF a poter “giocare” con le due banche centrali del CFA, ma tutte le 19 dell’eurozona (come ha confermato Serge Michailof (10), ex funzionario della Banca mondiale, “il franco CFA è gestito a Francoforte in funzione di criteri che non hanno alcun rapporto con le preoccupazioni delle economie africane”). Nessuna delle politiche della BCEAO, della BEAC e della BANCECOM può essere prese in totale autonomia in quanto la BdF ha sempre il potere di veto e sempre più autorevoli voci ed esponenti del mondo economico – politico africano occidentale vogliono ripudiare questa moneta.

Conclusioni
Per Demba Moussa Dembelé, direttore del Forum Africano per le Alternative, queste banche centrali non devono essere delle semplici succursali di quella francese (leggasi: europea), ma devono poter gestire in completa autonomia le politiche proprie continentali in quanto l’accanimento (perverso, nda) contro l’inflazione sta condannando alla stagnazione 15 paesi con un totale di 100 milioni di abitanti, senza contare che paesi all’infuori di una unione valutaria quali Nigeria e Ghana attirano molti più capitali esteri rispetto ai paesi CFA. Nel marzo 2010 il presidente senegalese Abdoulaye Wade dichiarò: “Ritengo che adesso, dopo cinquant’anni di indipendenza, occorra rivedere la gestione monetaria. Se recupereremo il nostro potere monetario, potremo gestirlo meglio. Il Ghana ha una sua moneta e la gestisce bene, così come la Mauritania e il Gambia, che finanziano le loro economie”. In più si riscontrano i “soliti noti” problemi noti delle aree valutarie comuni (leggasi ancora una volta: europea), ovvero debiti pubblici non comuni, tassi inflattivi differenti e livelli di sviluppo differenti non compensati che causano squilibri nelle bilance dei pagamenti a causa dell’alto valore per alcuni (o basso per altri) della valuta unica (su questo vi è un’ampia letteratura scientifica a riguardo…), lotta maniacale all’inflazione (anche a scapito degli investimenti e della crescita, come ricorda l’ex governatore della BCEAO Philippe-Henri Dacoury-Tabley (11), in quanto fa parte del mandato costitutivo) e mancata diversificazione delle economie (nonostante sia passato mezzo secolo, continuano ancora a commerciare col Vecchio Continente, in particolare con la Francia, nonostante tutta l’Africa sub equatoriale stia volgendo lo sguardo ai paesi BRIICS), senza contare che il commercio fra l’UEMOA e la CEMAC è quasi nullo. L’unica cosa che ha tenuto a galla questa unione monetaria per quasi 70 anni è il fatto che il Tesoro francese abbia garantito per il franco CFA, quindi i paesi utilizzatori acquisiscono una credibilità che difficilmente avrebbero se fossero lasciati indipendenti (alle condizioni attuali, dopo decenni di impoverimento e di depredazione). E se la Francia è così grandeur è anche perché ha dei vincoli commerciali privilegiati con quest’area rispetto ad altri possibili partner commerciali per l’approvvigionamento delle materie prime (cosiddetto francafrique (12) ). In conclusione, non avendo garantito la pace, la ricchezza e la stabilità promesse da De Gaulle e colleghi a metà del secolo scorso si può notare come in realtà si è avverato il contrario: guerre, impoverimento e disagi sociali. Guarda caso quello che oggi continuano a ripetere per la zona euro.

1839.- COME FUNZIONA IL BUSINESS DEL TRAFFICO DI ESSERI UMANI IN LIBIA

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Per comprendere come sia necessaria una presenza militare italiana sulla costa libica fino a quando non sarà ristabilita l’autorità dello Stato in questo paese, dobbiamo leggere il report di Nancy Porsia “da Sabrata o Sabratha, in Libia”, con cui racconta a TPI i retroscena del lucroso traffico di esseri umani e del ruolo della guardia costiera libica.

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SABRATHA, LIBIA – Passiamo davanti a un casolare di campagna. Lì sono parcheggiati decine di pick up Toyota blu con la scritta shurta, che in arabo significa polizia. Scivolando lentamente in macchina scattiamo delle foto. Una raffica di colpi di kalashnikov e urla ci costringono a fermarci. La nostra auto viene circondata da uomini vestiti con uniformi una diversa dall’altra e alcuni di loro sono in abiti civili.
Siamo a Sabrata, città 80 chilometri a ovest di Tripoli e principale punto di imbarco delle migliaia di migranti che dalle coste libiche tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa.
In macchina con noi viaggia il capo del Dipartimento locale anti-migrazione irregolare, Bassam al-Ghabli. Gli uomini non si rilassano neanche alla presenza di Ghabli, responsabile del dipartimento che opera sotto il ministero degli Interni di Tripoli.
“Non mi hanno ancora ucciso perché faccio parte di una tribù importante” spiega Al Ghabli, mentre ci accompagna verso un promontorio, in arabo al-jorf, che finisce a strapiombo nel Mediterraneo creando una sorta di golfo. All’indomani dei naufragi, il golfo finisce per trasformarsi molto spesso in una sorta di fossa comune per migranti.
“Fino a qualche giorno fa, decine di corpi erano ancora laggiù”, ci racconta Ghabli indicando con la mano la parte bassa di al-jorf.
Chiediamo di andare a visitare il cimitero dove sono seppellite le centinaia di corpi di migranti che negli ultimi due anni hanno tentato la sorte salpando dalla costa vicino Sabrata, ma Ghabli risponde laconico: “È molto
Il cimitero per migranti di Sabrata è 30 chilometri a sud della città e la strada che porta fin laggiù è territorio di nessuno, ci spiega un volontario della Mezzaluna Rossa libica che per due giorni ha trasportato i cadaveri dalla spiaggia.
“Laggiù non garantisce neanche al-Ammu”, dice l’uomo che ha accettato di parlare in condizioni di anonimato. Al-Ammu, al secolo Ahmed Dabbashi, si distinse nel 2011 per le sue gesta eroiche contro le forze dell’ex regime di Muammar Gheddafi.

All’indomani della Rivoluzione, entrò nel business del traffico di esseri umani mettendo su un grande impero economico. Con la fortuna accumulata costruì la più potente milizia locale, Anas Dabbashi, intitolata a un suo cugino morto combattendo nel 2011.
Oggi la milizia Anas Dabbashi è la più imponente forza armata in città tanto da essersi aggiudicata il controllo dell’impianto dell’Eni, Mellita Oil & Gas, 40 chilometri a ovest di Sabrata.
“Per al-Ammu l’unico concorrente sulla piazza del traffico dei migranti a Sabrata è il dottor Mussab Abu Ghrein”, ci spiega un uomo di Sabrata che di gommoni ne ha visti partire a decine.
Sul dottor Mussab Abu Ghrein non ci dà altri dettagli, si limita a raccontarci che lavora benissimo con i sudanesi che gestiscono i grandi numeri di migranti subsahariani, mettendo a dura prova il business di al-Ammu.
“Nelle case di campagna alla periferia della città, sono stipate centinaia di persone, tutti provenienti dall’africa subsahariana. Molti sono ancora dei bambini”, dice la fonte che, come tanti, decide di parlare solo in condizioni di anonimato.
“Ho sentito che l’Unione europea ha chiesto alla guardia costiera libica di fermare i trafficanti”, dice l’uomo, e scoppia in una sonora risata.

Lo scorso giugno Bruxelles ha siglato un Memorandum of Understanding con la guardia costiera libica per smantellare – come riporta il documento – la rete dei trafficanti di migranti nel “Mediterraneo centrale”. Questo è il nome con cui l’agenzia europea per il controllo dei confini Frontex definisce la rotta dei migranti che passa per la Libia e arriva fino alle coste italiane.
“Sono proprio i guardia coste a regolare il traffico qui in zona”, spiega la fonte, dopo essersi ricomposto.
Dalla fine della rivoluzione contro Gheddafi nel 2011, l’unità della guardia costiera locale non è più operativa e da allora i guardia coste della città di Zawiya sono ufficialmente incaricati dal commando centrale di Tripoli del pattugliamento della costa occidentale libica.
“Al-Bija è il capo indiscusso del traffico dei migranti”, dice una fonte militare di Zawiya sopravvissuta già a due attentati contro la sua vita.
Abdurahman Milad, conosciuto come al-Bija, è l’attuale comandante della guardia costiera a Zawiya. Negli ultimi due anni ha estromesso tutti i colleghi e i sottoposti che non si piegavano al suo sistema, racconta la fonte.
Dall’inizio del 2015 al-Bija ha preso in mano il controllo del traffico dei migranti dettando le sue regole dalla costa a ovest di Tripoli fino al confine tunisino. Anche a Sabrata, al-Ammu e il Dottor Mussab Abu Ghrein si sono dovuti adeguare, continua la fonte mentre si guarda attorno nervoso in una caffetteria al centro di Zawiya.
Da Sabrata, che si trova 40 chilometri a ovest di Zawiya, sono partiti gli oltre 181mila migranti giunti in Italia attraverso il Mediterraneo nel corso del 2016 secondo i dati Unhcr. E da Sabrata si sarebbero imbarcati molti dei cinquemila naufraghi morti in mare da inizio anno.
I primi di gennaio del 2017, lo stesso ministro degli Interni italiano Marco Minniti aveva dichiarato in conferenza stampa a Roma che il 95 per cento degli arrivi dei migranti via mare in Italia giunge dalle coste libiche. “Ed è chiaro che il fenomeno va affrontato” aggiunse Minniti. Detto fatto, oggi il ministro degli Interni incontra a Tripoli rappresentanti di quello che stenta a decollare come governo di unità nazionale per via della frammentazione politica nel paese nordafricano e la conseguente guerra civile ancora in corso dal 2014.
Ma a quanto pare questo rimane un dettaglio per l’Europa e l’Italia che, compatte, tentano il colpo di coda per legittimare una autorità senza alcun potere sul territorio.
La guardia costiera libica che le forze navali italiane stanno addestrando dallo scorso novembre, come previsto dal Memorandum of Understanding, sarà presto in grado di coprire le operazioni di ricerca e soccorso (SAR) fino a 84 miglia dalle coste libiche, quindi la quasi totalità della rotta migratoria del Mediterraneo Centrale al centro dell’incontro tra Minniti e i rappresentanti del Consiglio Presidenziale guidato da Fajez Al Serraj.
Tuttavia la Libia resta un paese in guerra civile, quindi paese terzo non sicuro – come da gergo tecnico delle politiche migratorie europee. E le prospettive di gestione delle centinaia di donne e uomini e bambini che transitano nel paese restano ignote.
“O i trafficanti pagano prima di mettere in acqua la gente, o al-Bija sguinzaglia i suoi uomini per attaccare le imbarcazioni”, sottolinea l’uomo, e continua: “Delle volte portano via il motore solo per ripicca, e se lo rivendono incassando fino a settemila euro”.
Tuttavia il vero business di al-Bija sta nel recupero della “mercanzia” in mare: i guardia coste di Zawiya ripescano i migranti fatti partire dai trafficanti che non hanno preventivamente corrisposto loro la quota e li riportano a terra dove vengono trasferiti al centro di detenzione per migranti al-Nasser a Zawiya.
Il centro di Zawiya è gestito dalla famiglia Nasser che appartiene alla tribù Abu Hamayra, la stessa di cui fa parte al-Bija. La milizia Nasser aprì i battenti del centro di detenzione lo scorso marzo: mentre al-Bija riempiva gli stanzoni con centinai di migranti, i Nasser chiedevano al ministero degli Interni a Tripoli il riconoscimento ufficiale.
Poco dopo l’apertura, una notte di fine marzo, decine di migranti tentarono la fuga e le guardie aprirono il fuoco uccidendone 13 e ferendone a decine. I sopravvissuti furono trasferiti al centro Abu Aissa, operativo in città sin dai tempi del regime di Gheddafi.
Da allora decine di attacchi da parte di uomini non identificati si sono registrati presso il centro Abu Aissa, fino all’ultimo in cui un uomo, munito di kalashnikov, ha aperto il fuoco sulla centralina elettrica del centro. Il direttore allora gettò la spugna, facendo trasferire i migranti in altri centri a Tripoli.
Dallo scorso ottobre l’unico centro rimasto operativo a ovest di Tripoli è Nasser. “Al-Bija e i Nasser sono in affari”, spiega la fonte militare. Lì i migranti vengono venduti a giornata come lavoratori fino a quando le guardie non recuperano per ogni migrante almeno 200 euro, il prezzo della loro libertà.

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11 Giu. 2018

1784.- [L’inchiesta] Donne schiave, riti voodoo e sottomissione. Viaggio nella ferocia della mafia nigeriana

pamela-innocent-oseghale10“Pamela, uccisa con riti voodoo, bevuto il sangue. I Pm tacciono”. Meluzzi choc sulla mafia nigeriana

«Come gli schiavi liberi dopo aver pagato fino a 30.000 euro. E chi non porta soldi ogni giorno viene picchiata, costretta al digiuno». Il racconto del procuratore Gratteri, di Guido Ruotolo, editorialista e giornalista d’inchiesta

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In Nigeria, a Benin city, nell’Edo State, e’ accaduto un fatto storico che potrebbe liberare molte ragazze vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale

Fa paura questa mafia nigeriana. Che nasce nelle università come confraternite e che sta dilagando oltre ogni immaginazione. In Italia, in Europa, nel mondo. Il suo collante è l’intimidazione e i riti juju, un misto di rito vodoo impregnato da giuramenti e sottomissioni. I suoi affari sono droga e prostituzione. «Le ragazze destinate alla prostituzione sono moderne schiave, vittime di violenza e di stupri. Ne abbiamo liberate cento». Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, per la prima volta si ritrova di fronte alla mafia nigeriana, anche se “tecnicamente” il reato di associazione mafiosa non è stato contestato nei sette fermi eseguiti ieri mattina a Lamezia Terme ma il favoreggiamento alla immigrazione clandestina, riduzione in schiavitù e tratta di donne.

Procuratore Gratteri, state nei fatti indagando, anche se non è emerso ancora “tecnicamente”, nulla potente mafia nigeriana. Siamo in Calabria e, dunque, cosa fa la ‘Ndrangheta? Si limita a guardare?
«Sembra inverosimile. Per il momento, però non sono emerse evidenze processuali di rapporti tra le due organizzazioni. Sappiamo però che le ragazze che si prostituiscono devono pagare diciamo una rata per l’occupazione del suolo pubblico. Stiamo lavorando per dare una identità a questi esattori».

Come nasce questa inchiesta?
«Nasce a gennaio con una ragazza costretta a prostituirsi che decide di raccontarci il dramma che aveva vissuto e che stava vivendo. Convinte a partire per avere un futuro di lavoro come cameriere o parrucchiere e invece si ritrovano costrette a prostituirsi dopo un viaggio allucinante che le ha portate in Niger e poi in Libia dove, in veri centri di stoccaggio, di detenzione vengono istruite alla prostituzione. E violentate».

Costrette a dover pagare un riscatto per tornare libere?
«Come gli schiavi liberi dopo aver pagato fino a 30.000 euro. E chi non porta soldi ogni giorno viene picchiata, costretta al digiuno».

Tutto questo accade a Castel Volturno come in Piemonte, in Veneto o in Sicilia. E poi c’è il grande affare dell’accoglienza. Il prefetto di Reggio ha notificato una interdittiva antimafia a una cooperativa che gestiva l’accoglienza di 700 richiedenti asilo.
«Dove ci sono i soldi c’è la Ndrangheta. Nell’inchiesta sul centro di accoglienza di Isola di Capo Rizzuto persino il prete ha preteso 180.000 euro da giustificare sotto la voce di assistenza spirituale».

Uno spaccato inquietante. i fermi di Lamezia Terme sono solo l’inizio di una indagine destinata ad allargarsi. Tra le carte c’è la testimonianza di Blessing, che ha deciso di collaborare con la magistratura. Ecco una sintesi delle sue dichiarazioni.
«Appartengo a una famiglia molto povera e ho due figli che vivono attualmente con mia mamma a Oute in Nigeria, dove ci sono anche mio fratello e mia sorella». «Ho lasciato il mio paese e sono venuta in Italia per migliorare la mia condizione di vita e quella dei miei familiari rimasti in Nigeria, dopo aver accettato la proposta di Johnson, che mi aveva promesso un aiuto per raggiungere l’Italia, dove mi avrebbero fatto trovare un lavoro legale, che mi avrebbe consentito di restituire gradualmente la somma di circa l5mila euro, che mi era stata anticipata per affrontare il viaggio, e di guadagnare per aiutare economicamente i miei familiari». «Prima della partenza, avevo dovuto giurare, attraverso un rito wudu praticato da uno stregone, di restituire questa somma economica una volta giunta in Italia e che avrei dovuto rispettare le indicazioni della signora (madame) che avrei trovato qui e che mi avrebbe indicato il lavoro da fare. In quell’occasione erano presenti al rito di giuramento anche mio fratello, mia sorella, Johnson e Ifanyi, un ragazzo di etnia igbo di circa 30 anni, fratello maggiore – a suo dire – della signora (madame) che avrei conosciuto in Italia».

«E’ cosi che sono partita dalla Nigeria per giungere in una macchina guidata da Ifanyi fino in Libia, attraversando il Niger e il deserto. È stato un viaggio completamente diverso rispetto a quello che mi avevano prospettato: nel deserto sono stata violentata da altri nigeriani; durante una sosta in Niger ho saputo casualmente da un’altra ragazza nigeriana che il vero lavoro che avrei dovuto fare, una volta giunta in Italia, sarebbe stato quello della prostituzione; in Libia sono rimasta tre quattro mesi a casa di un signore ghanese, che si faceva chiamare papa, che costringeva me e altre cinque ragazze anche loro nigeriane (Stella, Vivian, Haisse e altre due di cui non ricordo il nome) a fare sesso con lui e con altre persone abitanti la sua casa. Non avevamo altra scelta perché non ci facevano uscire e, se non ci concedevamo a tutto quello che ci chiedevano, non ci davano da mangiare e ci picchiavano. Più volte, dopo aver capito le vere intenzioni delle persone e il vero motivo del viaggio, avevo chiesto spiegazioni e aiuto a Ifanyi. Non sapevo come fare: non avevo soldi, ero senza cellulare e chiusa in casa insieme alle altre 5 ragazze; lo stesso Ifanyi mi ha intimato di finire di chiedergli aiuto, perché dovevo soltanto acconsentire e obbedire a quello che successivamente in Italia mi avrebbe detto di fare la sorella (madame), pena le ripercussioni sulla mia famiglia e sui miei figli in Nigeria».

«Dopo quattro mesi trascorsi a casa di questo signore che si faceva chiamare papa, io e le altre cinque ragazze siamo state accompagnate da un signore arabo in un altro posto. Era una specie di campo in Libia, dove vivevano tante persone, alcune delle quali venivano continuamente a chiedere a me e alle altre cinque ragazze di praticare attività sessuale. Tuttavia, il ragazzo arabo, che ci aveva accompagnato da casa del papa fino in quel campo, si frapponeva ed evitava che fossimo costrette a prostituirci o venissimo violentate. Preciso che mi ero separata da Ifanyi, quando ero stata data a questo signore arabo, che mi aveva portato in questo campo ed era amico di Ifanyi, che quest’ultimo era già arrivato in Italia e mi stava aspettando con la sorella (madame). Tramite Kelvin, Ifanyi mi aveva dato l’indicazione di mettermi immediatamente in contatto con la sorella (madame), una volta che sarei sopraggiunta in Italia, contattandola fingendo a chi mi avrebbe prestato il cellulare o dato una scheda telefonica di voler contattare i miei parenti in Nigeria; sempre secondo queste indicazioni, non avrei dovuto dire niente di quello che mi era successo e non avrei dovuto usare il nome “madame”, con il quale la sorella di Ifanyi veniva chiamata dallo stesso, e soprattutto non mi sarei dovuta fare identificare».

«Da questo campo libico ci hanno trasportato sulle coste e ci hanno fatto salire su una barca che è sbarcata il 13/02/16 in Sicilia. Subito dopo lo sbarco, sono stata identificata e portata prima in un centro di accoglienza in Sicilia e poi in un altro in Calabria. Appena sbarcata, sono riuscita ad avvisare mia madre per dirle che ero viva, ma ho avuto sempre grande vergogna di dirle ciò che mi era successo e il giro in cui ero finita. Avevo vergogna e paura che potesse succedere qualcosa di brutto a tutti noi. Giunta in Calabria, a Olivadi, con l’aiuto di un’altra ragazza accolta nel centro, ho contattato la madame al numero che mi aveva dato Ifanyi. Costei si è presentata come Elisa e mi ha detto che sarebbe venuto un signore di nome Osagie (detto Osas) a prendermi all’indirizzo del centro di Olivadi, che le avevo dato. Dopo due giorni, è venuto Osas a prendermi per portarmi dal campo di Olivadi a casa sua a Lamezia Terme Sant’Eufemia». «Abbiamo viaggiato con un pullman di colore blu fino a Sant’Eufemia e Osas mi ha portato a casa sua. Qui c’erano la moglie e la figlia di due anni di nome Gift; c’erano inoltre due ragazze di nome Favor e Juliet Success, anche loro nigeriane. Era una casa a un piano molto alto: una casa grande con un soggiorno, la cucina vicino al soggiorno e subito dopo un bagno. La stanza di Favor e di Juliet Success era attaccata a quella di Osas e della moglie. Io stavo chiusa a chiave nella stanza di Favor e, una volta che rientravano a casa Favor e Juliet Success, mi facevano trasferire nel soggiorno e anche in tal caso la moglie di Osas mi chiudeva a chiave».

«Ho aspettato così per circa tre giorni, fino a quando è arrivata la madame, che era stata chiamata dalla moglie di Osas, che l’aveva avvisata del mio arrivo. Sopraggiunta la madame, costei ha detto alla moglie di Osas di aggiustarmi i capelli perché avrei dovuto prostituirmi. Mi hanno dato dei vestiti che avrei dovuto indossare per prostituirmi: alcuni li aveva portati la madame nella sua borsa; altri me li ha dati la moglie di Osas. Ho provato a rifiutarmi, ma mi è bastata la sua smorfia e la sua aria minacciosa per capire che non avrei avuto altra scelta. Quella sera stessa sono dovuta uscire con Juliet, per andare nel parcheggio (quello con il trenino al centro) di Sant’Eufemia a prostituirmi. Ricordo che, prima di uscire, la moglie di Osas mi ha dato il cellulare, spiegandomi come avrei dovuto comportarmi: quando si fermavano i clienti avrei dovuto indicare due dita o tre dita, in segno di 20 o 30 euro. E’ stata lei ad andare a comprare i preservativi con i 5,00 euro che le ho dovuto dare. La stessa mi ha dato il cellulare e mi ha detto che sarei dovuta scappare in caso fosse arrivata la Polizia e che, se mi avessero fermata, non avrei dovuto dire nulla».

«La madame, invece, è rimasta per due giorni in quella casa e poi è andata via. La prima sera non sapevo neppure come fermare le macchine. E’ stata Juliet Success a fermare un cliente per me e, dopo la fine del servizio, ho ricevuto la paga di 20,00 euro. Rientrata a casa, ho dovuto dare i soldi guadagnati dall’attività alla moglie di Osas che ne ha preso nota su un foglio. La moglie di Osas ha sgridato me e Juliet Success perché eravamo rientrate troppo presto, e Juliet Success le ha detto che avevamo fatto rientro prima perché c’era la polizia nella zona. Preciso che non distinguendo bene i luoghi, non mi ero neppure accorta dell’accaduto».

«Il giorno dopo siamo andate a prostituirci a domicilio da due ragazzi che ci hanno dato 50,00 euro. Tornate a casa Juliet Success, ha consegnato questi soldi alla moglie di Osas. Sono rimasta a casa anche perché faceva freddo e mi vergognavo. La moglie di Osas mi ha detto che avrei dovuto portare i soldi a casa se volevo mangiare e vivere. Le sere ero costretta a uscire per andare a prostituirmi nel parcheggio. Le prime volte non riuscivo, mi vergognavo e i clienti non si fermavano. Rientrata a casa, lei mi diceva che non avevo lavorato bene e non mi faceva mangiare e mi diceva che se non avessi lavorato, non mi avrebbe fatto rimanere lì e avrei passato grossi problemi».

«Io e Juliet Success andavamo a prostituirci nel parcheggio dietro la stazione; Favor prendeva il treno per andare in un altro posto a prostituirsi.
Una volta ottenuto il permesso di soggiorno, Juliet Success ha iniziato a prostituirsi in un’altra zona, su indicazione della moglie di Osas. Io invece continuavo a prostituirmi nel parcheggio. Così è stato per circa due mesi. In un’occasione sono rimasta per tre giorni a casa perché non volevo più prostituirmi. La moglie di Osas ha chiamato la madame che è sopraggiunta immediatamente con due persone, un ghanese e un nigeriano. Tutti e tre, la madame, il ghanese e il nigeriano, mi hanno picchiato. Tutte le volte che tornavo senza soldi rimanevo senza mangiare».

«Preciso che Juliet Success dava il ricavato della prostituzione a Osas; io e Favor alla moglie. Per un periodo di tempo nell’abitazione di Sant’Eufemia, nella mia stessa stanza, aveva vissuto un’altra ragazza di nome Precious che si prostituiva insieme a Favor. A volte riuscivo a telefonare di nascosto in Nigeria, acquistando una ricarica di euro 5,00: sentivo mamma e mi vergognavo di dire quello che stava accadendo. Una volta ho sentito il marito di mia sorella e gli ho detto che stavo lavorando in un supermercato. Ma era domenica e i supermercati erano chiusi e lui ha capito che non stavo dicendo la verità; mi ha chiesto come mai non fossi andata in chiesa. Lui mi ha detto di pregare e poco dopo mi hanno fermata e sono stata accolta nel progetto».

DOMANDA: ricorda se durante il periodo in cui si trovava a Lamezia è stata costretta a ricorrere a cure mediche/ricoveri in ospedale?
RISPOSTA:«- si, in una occasione, appena arrivata a Sant’Eufemia, dopo aver effettuato il viaggio, sono stata portata presso una abitazione, non so dire di preciso dove, perché ero rimasta incinta a seguito delle violenze subite durante il viaggio per raggiungere l’Italia. Ero incinta di circa 5 mesi e la “madame” e la moglie di Osas mi hanno costretta ad abortire, portandomi in una casa privata, viaggiando col treno per pochi minuti dopo essere partiti da Sant’Eufemia e siamo scesi all’ultima fermata, ma non so indicare con precisione quale sia il paese. Qui, un uomo di colore, del quale non conosco il nome, mi ha dato alcuni medicinali che mi hanno provocato un aborto spontaneo, uccidendo il feto. Io ero contraria ad abortire, ma sono stata obbligata dalla madame e dalla moglie di Osas. Quando io ho chiesto il motivo di tale aborto mi è stato riferito che era necessario farlo perché dovevo lavorare e ad una mia richiesta circa quale lavoro dovevo intraprendere mi è stato detto che dovevo andare “in strada” e che quindi dovevo prostituirmi».
DOMANDA:«- ha mai avuto a che fare con qualche italiano che aiutava la madame o Osas?».
RISPOSTA:«No, tengo a precisare che il numero di telefono riportato in oggetto è attivo ed è da me utilizzato, ma da quando mi trovo nella comunità è spento. Lo accendo solo sporadicamente per sentire i miei familiari ed in tali occasioni ricevo molteplici messaggi e chiamate da parte delle utenze indicate in querela che mi chiedono dove mi trovo e che fine io abbia fatto in quanto vogliono che io mi prostituisca di nuovo. Inoltre i miei aguzzini sono riusciti a raggiungere la mia famiglia in Africa, minacciandoli affinchè questi mi convincano a ritornare a prostituirmi a Sant’Eufemia. Infatti anche da loro ricevo delle pressioni per ritornare nella vecchia abitazione perché hanno paura che sia a me che a loro possa succedere qualcosa di brutto».

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20 dicembre 2017

1661.- Europa. Attenzione all’Immigrazione.

Il fenomeno dell’immigrazione sta diventando uno tra i maggiori argomenti dei media occidentali e fonte di controverse e preoccupazioni per le popolazioni e i governi europei. Migliaia di analisi sono state pubblicate da Europei e Africani che vivono nel Vecchio Continente.
African Voices vi offre un diverso, forse controverso, punto di vista scritto da una donna africana attivista del Congo: Yvonne Bamswekere con la speranza che questo possa contribuire a una profonda riflessione sull’immigrazione africana in Europa libera da pregiudizi razziali e irrazionale sentimento di fratellanza a tutti i costi.

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In questi giorni stiamo assistendo al dramma di dimensioni mondiali. Migliaia di immigrati stanno tentando di raggiungere l’Europa legalmente o illegalmente. Dall’Africa gli immigrati hanno scelto i paesi europei più deboli: Italia e Grecia e sono disposti a rischiare le loro vite in pericolosi viaggi attraversando paesi in guerra civile come la Libia ed affrontare il Mediterraneo a bordo di precarie imbarcazioni. Dietro questo fenomeno si nasconde un network mafioso che non è in mano agli europei ma agli africani.
Le reazioni dell’Europa sono contraddittorie e convulse. Alcuni invocano la chiusura delle frontiere e un forte controllo militare del Mediterraneo. Altri invocano quote per gli immigrati. Altri il libero movimento degli esseri umani senza però risolvere le cause che si celano dietro l’ondata di immigrazione.
Come africana osservo tutti questi tentativi europei di affrontare il problema e noto un errato approccio da ambe le parti. Controllare militarmente il Mediterraneo è quasi impossibile ed estremamente costoso. Inoltre se una nave militare europea intercetta una imbarcazione di immigrati clandestini che fa? L’affonda uccidendo tutti i passeggeri o la scorta al punto di partenza? La prima ipotesi è classificata come omicidio premeditato che rischia di trasformarsi in genocidio. Qualcosa di simile è già stato tentato tramite accordi segreti con alcuni paesi nord africani quali Egitto e Marocco. Questi accordi prevedono aiuti economici e militari in cambio dell’impegno egiziano e marocchino di fermare l’immigrazione a tutti i costi. Una immunità non ufficiale viene loro garantita tramite il blocco di investigazioni internazionali. Spesso le marine militari di questi due paesi intercettano e affondano le navi uccidendo decine e decine di persone. Purtroppo questi crimini non riescono a fermare l’immigrazione. Per i governi di questi paesi nord africani è semplicemente un ottimo modo di ottenere soldi uccidendo quelli che loro chiamano “Afro” che nella mentalità araba è il termine utilizzato per definire i sub umani.

La seconda opzione è priva di senso. Per ogni imbarcazione ricondotta al punto di partenza vi saranno altre tre pronte a salpare per l’Europa. Accogliere gli immigrati con l’introduzione di quote per ogni paese europeo è tecnicamente impossibile e danneggerebbe le già deboli e decadenti economie e società europee. Come pensate di poter accogliere migliaia di immigrati nei vostri paesi quando state soffrendo di disoccupazione di massa, crisi economica e la vostra assistenza sociale si sta progressivamente riducendo causa mancanza di fondi? Cosa fare? Provvederete assistenza sociale, educazione e sanità gratuite e opportunità di lavoro agli immigrati quando non siete più in grado di garantirle ai vostri cittadini?

I tentativi europei di risolvere il problema dell’immigrazione sono destinati a fallire perché non avete compreso le vere cause e siete vittime di vari pregiudizi che aggiungono confusione a quella già esistente. Voi europei pensate che le cause dell’immigrazione risiedono nella povertà. Sbagliato! Il 98% dei poveri africani vivono e muoiono in Africa senza avere nessuna possibilità di immigrare in Europa. Per affrontare il viaggio da clandestini occorrono almeno 5.000 dollari. Come possono possedere un tale somma i contadini africani, i disoccupati urbani o le povere donne quando non la vedranno mai in tutta la loro vita, costretti a sopravvivere con 1,5 dollari al giorno? La maggiora parte degli immigrati africani proviene dalla piccola e media borghesia. Hanno studiato presso le Università dei loro paesi e possiedono una buona preparazione professionale. Conoscono minimo due delle principali lingue europee: inglese e francese. Le loro famiglie possono sostenere i costi del viaggio in quanto l’immigrazione viene da loro considerata un investimento. Una volta che i loro figli hanno raggiunto l’Europa e trovato un lavoro sarà assicurata una rendita mensile in patria che giungerà in Euro. Vi è anche la possibilità di poter inviare altri membri della famiglia per aumentare questa rendita. L’invio avviene attraverso dei trucchi come i falsi certificati di matrimonio. Si fa passare una sorella come la moglie del figlio già stabilmente in Europa. Meglio ancora se questa sorella possiede dei bambini. Trucchi facilmente utilizzati sfruttando la buona volontà degli europei, le loro storie dei diritti umani e l’impossibilità per i governi europei di poter distinguere un certificato di matrimonio originale o falso. Entrambi emessi dai governi africani, il secondo grazie alla corruzione.

Nell’opinione pubblica europea è profondamente insito il credo che tutti gli africani desiderano immigrare perché il Continente è povero e distrutto. Sbagliato! La maggiora parte degli immigrati africani provengono da sei paesi: Eritrea, Etiopia, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Senegal e Somalia. I paesi come Congo, Eritrea e Somalia sono attualmente vittime di instabilità, feroci regimi, guerre civili e assenza di governi. Per la Nigeria e il Senegal la storia è diversa. La Nigeria è una tra le potenze economiche africane e il Senegal una democrazia consolidata in pieno sviluppo economico. Allora perché nigeriani e senegalesi voglio venire in Europa? Perché pensano che da voi vi sia la vita facile, lavori ben pagati un monete forti e la possibilità di sfruttare il vostro sistema sociale giocando i ruolo delle povere vittime negre. Un ruolo facile da giocare grazia alla mentalità naive degli Europei.

Nella maggioranza degli altri paesi africani l’immigrazione è Continentale. Per esempio i Zimbabwani emigrano in Angola o Sud Africa, i sudanesi in Egitto. L’immigrazione Continentale ha però non raggiunto le proporzioni di quella in Europa, dando cosi’ la possibilità alle società e paesi ospitanti di poter assorbire gli immigrati per la maggior parte dei casi, escluso il Sud Africa. Il fenomeno migratorio Continentale non è cosi’ diffuso anche perché molti paesi si tanno sviluppando e le loro economie riescono ad offrire opportunità di lavoro e commercio. Molti di essi stanno vivendo la stessa situazione dei paesi europei dopo la Seconda Guerra Mondiale, negli anni Cinquanta e Sessanta. Se riusciranno a gestire bene le risorse naturali, iniziare il processo di industrializzazione e controllare demograficamente la loro popolazione questi paesi hanno ottime possibilità di raggiungere i paesi sviluppati entro il 2030 e il 2040. Uganda, Kenya, Rwanda e Tanzania, nell’Africa Orientale, possiedono già un forte sviluppo anche se la rivoluzione industriale non è ancora iniziata come da loro prevista e desiderata.

L’immigrazione verso l’Europa sta danneggiando i vostri paesi ma maggiormente danneggia l’Africa. Nelle vostre madre patrie stanno aumentando i conflitti sociali perché l’impatto con le diverse culture è reso difficile e conflittuale a causa del contesto di depressione economica che state vivendo. Aumenta inoltre le ideologie razziali rendendo più forti i partiti europei nazisti e di ultra destra con pericolose derive per le vostre deboli e malate democrazie. Ma è in Africa che i danni collaterali sono veramente drammatici e rischiano di compromettere la crescita economica. Visto che la maggioranza di immigrati appartengono alla classe media, hanno studiato e possiedono qualifiche e competenze professionali importanti come medici, tecnici IT e comunicazione, insegnanti, ingegneri etc, questo si tramuta in una fuga di cervelli dagli esiti catastrofici. Ironicamente questi immigrati altamente professionali raramente trovano in Europa un lavoro a loro adeguato accontentandosi di lavorare nelle fabbriche, nel settore informale, nei ristoranti o come mano d’opera occasionale nell’agricoltura.

L’immigrazione africana nasconde anche un aspetto criminale che è organizzato dall’Africa. Dietro l’immigrazione illegale non si nascondono i vostri network mafiosi ma i nostri. Attivissimi quelli Libici e Nigeriani. Le mafie europee possono collaborare o essere associate ma non hanno la minima possibilità di organizzare l’immigrazione dall’Africa. Le prostitute nigeriane che vi godete nelle strade e nei boschi dell’Italia non sono vittime di Cosa Nostra o di Ndrangheta ma della mafia nigeriana. Quelli che voi chiamate “scafisti” sono principalmente arabi dalla Libia. Raramente sono italiani. Come avveniva nel 1700 la moderna tratta degli schiavi dall’Africa è gestita dagli africani.

L’immigrazione africana è una diretta conseguenza della propaganda occidentale. Per mantenere il controllo sulle nostre risorse naturali i vostri governi stanno ancora diffondendo la propaganda della superiorità della cultura e società occidentale come avveniva nel periodo coloniale. Questo ci induce a pensare che in Europa non vi siano problemi, che la vita sia facile, il lavoro disponibile come le case confortevoli e le macchine di lusso. I vostri connazionali vengono in Africa e spendono i soldi come dei pazzi furiosi senza il minimo risparmio. Tutto questo induce molti africani naive ad identificare l’Europa come il loro El Dorado cercando di raggiungerlo a tutti i costi: sposando donne e uomini bianchi vecchi e grassi o affrontando viaggi infernali lungo il Mediterraneo. Chi lo fa dimostra di non aver cervello. Se uno è fortunato di poter possedere 5.000 dollari invece di affrontare viaggi che spesso mettono a rischio la propria vita o di essere costretto ad avere rapporti sessuali con esseri ripugnanti, potrebbe iniziare una media attività commerciale nel suo paese. Se gli affari vanno bene vivrebbe molto meglio che in Europa con statuto di immigrato.

Le proposte politiche europee di addolcire le leggi anti immigrazione richiamo di peggiorare la situazione e di aumentare l’immigrazione clandestina. La difesa militare dei confini europei è letteralmente un Non Sense. Allora che fare? Quali sono i giusti approcci al problema?
Un primo passo è interrompere le interferenze militari nei paesi stranieri. La mentalità europea per secoli ha creato una simbiosi tra la necessità di espandere la propria influenza e commercio con la violenza e le guerre. Questo è stata la normalità in Europa per secoli che ha originato la Guerra dei Cento Anni, la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Violenza e guerre sono i pilastri della conquista coloniale e il principio numero uno adottato dai vostri governi per le moderne relazioni con Africa, Asia e America Latina. Ogni paese che non accetta i vostri principi democratici (che si traducono nella supremazia economica occidentale e nel diritto di sfruttare le nostre risorse naturali) diventa un paese da destabilizzare e da accusare di violazioni dei diritti umani.

Anche se questo modus operandi è particolarmente utilizzato dagli Stati Uniti, l’Europa lo segue perché lo considera una normale e naturale strategia per imporre la sua supremazia nel mondo. Il caos del Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen e le guerre civili create dall’Europa in Africa: dal Mali al Sud Sudan, creano come effetto collaterale l’aumento della immigrazione illegale. Oggi una forte percentuale di clandestini in Europa proviene dal Medio Oriente, per esempio. La mentalità bellica europea e occidentale associata al desiderio di supremazia, sta portando Stati Uniti ed Europa al fallimento perché non si può competere con l’approccio soft della Cina e dei paesi del BRICS. Si crea solo alienazione e rancore nei paesi del terzo mondo vittime di questo mentalità che a loro volta aumentano le attività terroristiche a livello mondiale. Mi ricordo ancora come siamo stati contenti ad apprendere la notizia dell’attacco terroristico a New York del 11 settembre. Molti di noi erano entusiasti e brindavano. Finalmente gli Americani Muoiono!

L’abbandono della deleteria mentalità bellica deve essere associato a serie politiche di sviluppo concentrate sui paesi africani dove è maggiore l’immigrazione per l’Europa. Le politiche di sviluppo devono includere il rafforzamento dei modelli di democrazia che non necessariamente devono essere simili ai vostri, equi scambi commerciali, concreta partnership per iniziare lo sviluppo industriale. L’Occidente sicuramente perderà qualche profitto e privilegio ma ci guadagnerà in stabilità e diminuirà l’immigrazione clandestina. Noi Africani non necessitiamo di qualcuno che si vuole imporre a tutti i costi. Necessitiamo di onesti partner che riescano a comprendere una semplice ma nascosta verità: il nostro sviluppo e benessere rafforzerà il vostro sviluppo e benessere.

Una volta consolidato questo nuovo approccio nelle relazioni internazionali, le politiche migratorie devono basarsi sul principio del libero movimento degli esseri umani, garantito ora solo per le merci e i flussi finanziari. Ognuno ha il diritto universale di vivere dove più gli aggrada. Opportunità di lavoro e studio devono essere assicurate ovunque e per chiunque. Se un italiano sceglie di vivere e lavorare in Congo deve essere il benvenuto e viceversa per un Congolese che decide di vivere e lavorare in Italia. Quello che è veramente importante è che la scelta immigratoria sia libera e non dettata da forze maggiori.

L’Europa deve comprendere che il suo tempo è finito. Il mondo si sta avviando verso una integrazione multiculturale. I Bianchi stanno perdendo la loro supremazia nonostante tutte le instabilità e guerre che costantemente creano. Per la conservazione della loro razza è mille volte preferibile un cambiamento di mentalità che porti a considerare gli stranieri, i negri, gli asiatici e latini come opportunità e non come nemici da sfruttare. Questi suggerimenti sono utopici, siete liberi di pensare. Ma tenete presente che questa è la solo occasione che rimane alla vostra razza a rischio di estinzione.

Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda

1660.- Perché l’Occidente voleva la caduta di Muammar Gheddafi? Un’analisi in difesa del rais libico dal professor Jean-Paul Pougala

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Gli Africani dovrebbero pensare alle vere ragioni per cui i paesi occidentali stanno conducendo la guerra in Libia, Jean–Paul Pougala, scrive un un’analisi che ripercorre il ruolo del paese.

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Per l‘Unione Africana lo sviluppo del continente era la Libia di Gheddafi che ha offerto a tutta l’Africa la sua prima rivoluzione in tempi moderni – collegando l’intero continente attraverso il telefono, la televisione, le trasmissioni radiofoniche e diverse altre applicazioni tecnologiche come la telemedicina e l’insegnamento a distanza grazie al ponte radio WMAX, una connessione a basso costo che è stata resa disponibile in tutto il continente, anche nelle zone rurali.

Tutto è iniziato nel 1992, quando 45 nazioni africane stabilirono RASCOM (Satellite African Regional Communication Organization), in modo che l’Africa avrebbe avuto un proprio satellite e tagliare i costi di comunicazione nel continente.

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Questo è stato un momento in cui le telefonate, da e verso l’Africa, erano le più costose del mondo a causa dei 500 milioni di dollari di tassa annuale intascati dall‘Europa per l’utilizzo dei suoi satelliti come Intelsat per le conversazioni telefoniche, comprese quelle all’interno dello stesso paese.
Un satellite africano è costato una sola volta il pagamento di 400 milioni di dollari e il continente non ha più dovuto pagare un leasing annuale di 500 milioni di dollari. Quale banchiere non avrebbe finanziato un progetto del genere? Ma il problema è rimasto; come possono gli schiavi, cercare di liberarsi dallo sfruttamento del loro padrone chiedendo aiuto al capo di conseguire alla loro libertà? Non sorprende visto che la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, Stati Uniti, Europa hanno fatto solo vaghe promesse per 14 anni. Gheddafi ha messo fine a questi futili motivi dei ‘benefattori’ occidentali con i loro tassi di interesse esorbitanti. Lui stesso ha messo 300 milioni di dollari sul tavolo; la Banca Africana per lo Sviluppo ha aggiunto 50 milioni di US $ in più e la Banca per lo Sviluppo dell’Africa Occidentale un ulteriore 27 milioni di dollari. Ed è così che l’Africa ha avuto il suo primo satellite per le comunicazioni, il 26 dicembre 2007.

La Cina e la Russia hanno seguito l’esempio e condiviso la loro tecnologia e ci hanno aiutato a lanciare satelliti in Sud Africa, Nigeria, Angola, Algeria e un secondo satellite africano è stato lanciato nel luglio 2010. Il primo satellite completamente indigeno costruito e realizzato sul suolo africano, in Algeria, sarà pronto per il 2020. Questo satellite è destinato a competere con i migliori al mondo , ma a dieci volte meno del costo, una vera e propria sfida. Questo spiega come un semplice gesto simbolico di US $ 300 milioni abbia cambiato la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi è costato l’Occidente, non solo privandolo di US $ 500 milioni all’anno, ma per i miliardi di dollari di debito e degli interessi che il prestito iniziale avrebbe generato per gli anni a venire e in maniera esponenziale, contribuendo in tal modo a mantenere un sistema occulto al fine di saccheggiare il continente.

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Ariane 5 ECA (Cryogenic Evolution type A)

19-09-2010. COMUNICATO STAMPA.- I satelliti di telecomunicazione Rascom-QAF1R e Nilesat 201, lanciati lo scorso 4 agosto 2010 dalla Guiana francese con un vettore Ariane 5 ECA, sono ora operativi. Hanno superato brillantemente la fase di accettazione in orbita (in Orbit Acceptance Review) con la piena soddisfazione dei clienti. Realizzati da Thales Alenia Space, Rascom-QAF1R e Nilesat 201 forniranno servizi di comunicazione sul continente africano dalle loro posizioni orbitali rispettivamente a 2.9 gradi di longitudine Est e 7° gradi di longitudine Est.
Dopo la separazione dei satelliti, Thales Alenia Space in cooperazione con Telespazio ha gestito con successo – e simultaneamente per entrambi i satelliti – i 9 giorni di fase LEOP (Launch and Early Orbit Phase). Si tratta della prima volta in cui le capacità della Space Alliance vengono utilizzate per condurre due missioni GEO strettamente parallele a seguito di un lancio con lo stesso vettore. Questa capacità LEOP “duale” è stata già messa alla prova nel giugno del 2008 con il lancio di Turksat 3A e Chinasat 9, rispettivamente a bordo dei lanciatori Ariane 5 e Long March, ma con 3 giorni di intervallo tra le due partenze. Entrambe le campagne LEOP sono state eseguite in stretta cooperazione da Thales Alenia Space – nel Centro di Controllo di Cannes – e da Telespazio – presso il Centro Spaziale del Fucino -.
La fase LEOP per i satelliti Rascom-QAF1R e Nilesat 201 è stata seguita da tre settimane di Test in Orbita. Durante tutto questo periodo i due satelliti sono stati monitorati 24 ore al giorno e 7 giorni su 7 da Thales Alenia Space attraverso i suoi centri controllo di Cannes.
“Siamo soddisfatti di aver consegnato in orbita questi due satelliti di elevate capacità a RascomStar-QAF e Nilesat”, ha affermato Emmanuel Grave, Vice Presidente Telecomunicazioni di Thales Alenia Space. “L’intera fase di posizionamento orbitale e i successivi test in orbita si sono svolti perfettamente, consentendoci di operare in sicurezza e in parallelo su entrambi i satelliti. Auguriamo ai nostri clienti di avere grandi successi nell’ampliamento del loro mercato.”
Da questo momento in poi RASCOM-QAF1R assicurerà la continuità dei servizi per l’operatore RascomStar-QAF e i suoi clienti, fornendo connessioni internazionali a basso prezzo tra i paesi africani, collegando inoltre i villaggi isolati via terminali low cost.
Nilesat 201 consentirà all’operatore satellitare egiziano NILESAT di assicurare la continuità dei servizi in digitale per TV Direct to Home (DTH), radiofonici e servizi di trasmissione dati ad alta velocità per il Nord Africa e Medio Oriente.

30 miliardi di dollari congelati da Obama appartengono alla Banca Centrale Libica ed erano stati stanziati come contributo libico a tre progetti chiave che avrebbero aggiunto il tocco finale alla Federazione Africana – l’African Investment Bank a Sirte, in Libia, l’istituzione del Fondo Monetario Africano che nel 2011 è stata basata in Yaounde con un fondo di capitale di 42 miliardi di dollari e la Banca Centrale Africana con sede ad Abuja, in Nigeria, che quando inizieranno a stampare denaro africano suonerà la campana a morto per il franco CFA attraverso il quale Parigi è stata in grado di mantenere la sua presa su alcuni paesi africani per gli ultimi 50 anni. E’ facile capire l’ira francese contro Gheddafi.

Il Fondo monetario africano è previsto per soppiantare totalmente le attività africane del Fondo Monetario Internazionale, che con soli 25 miliardi di dollari, è in grado di portare un intero continente in ginocchio e fargli ingoiare privatizzazioni discutibili come costringere i paesi africani a passare dal settore pubblico a monopoli privati​​. Non sorprende quindi che il 16–17 Dicembre 2010, gli africani abbiano respinto all’unanimità i tentativi dei paesi occidentali di aderire al Fondo Monetario Africano, dicendo che era aperto solo alle nazioni africane. E ‘sempre più evidente che, dopo la Libia, la coalizione occidentale andrà verso l’Algeria, perché a parte le sue enormi risorse energetiche, il Paese ha riserve di liquidità di circa 150 miliardi. Questo è ciò che attira i paesi che stanno bombardando la Libia e tutti hanno una cosa in comune – sono praticamente in bancarotta.

I soli Stati Uniti, hnno un debito impressionante di 14, 000 miliardi $ US, Francia, Gran Bretagna e Italia hanno ciascuno 2,000 miliardi US $ di deficit pubblico rispetto ai meno di 400 miliardi di dollari di debito pubblico per i 46 paesi africani messi insieme. Istigano guerre sporche in Africa, nella speranza che questo possa rivitalizzare le loro economie che stanno sprofondando sempre più nella stasi della fine e accelerare il declino occidentale che in realtà è iniziata nel 1884 durante la famigerata conferenza di Berlino. Come l’economista americano Adam Smith predisse nel 1865 quando ha pubblicamente sostenuto Abraham Lincoln per l’abolizione della schiavitù, ‘l’economia di qualsiasi paese che si basa sulla schiavitù dei neri è destinata a scendere negli inferi il giorno in cuiquei paesi si risvegliano‘.

UNITÀ REGIONALE COME UN OSTACOLO PER LA CREAZIONE DI UN STATI UNITI D’AFRICA
Per destabilizzare e distruggere l’Unione africana che stava virando pericolosamente (per l’Occidente) verso gli Stati Uniti d’Africa sotto la guida di Gheddafi, l’Unione europea prima ha provato, senza successo, a creare l‘Unione per il Mediterraneo (UPM). Il Nord Africa in qualche modo doveva essere tagliato fuori dal resto dell’Africa, utilizzando il vecchio cliché razzista dei secoli 18 e 19, che sosteneva che gli africani di origine araba erano più evoluti e civilizzati rispetto al resto del continente. Questo non è riuscita perché Gheddafi ha rifiutato di farsi comprare. Ben presto ha capito a che gioco veniva invitato a giocare quando solo una manciata di paesi africani sono stati invitati ad aderire al gruppo del Mediterraneo senza informare l’Unione Africana, ma invitando tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea.

Senza la forza trainante della Federazione africana, l’UPM fallito ancora prima di iniziare, nato morto con Sarkozy come presidente e Mubarak come vice presidente. Il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé ora sta tentando di rilanciare l’idea, speculando senza dubbio sulla caduta di Gheddafi. Ciò che i leader africani non riescono a capire è che, fintanto che l’Unione Europea continua a finanziare l’Unione Africana, lo status quo rimarrà, perché non ci sarà nessuna vera indipendenza. Questo è il motivo per cui l’Unione Europea ha promosso e finanziato raggruppamenti regionali in Africa. E ‘ovvio che la Comunità Economica dell’Africa Occidentale (ECOWAS), che ha un’ambasciata a Bruxelles e dipende per la maggior parte dei suoi finanziamenti sull’Unione Europea, è un avversario fastidioso alla Federazione Africana.

Ecco perché Lincoln ha combattuto nella guerra di secessione degli Stati Uniti, perché il momento in cui un gruppo di paesi si riuniscono in una organizzazione politica regionale, indebolisce il gruppo principale. Questo è ciò che l’Europa ha voluto e gli africani non hanno mai capito il piano di gioco, creando una pletora di gruppi regionali, COMESA, UDEAC, SADC, e il Grande Maghreb che non ha mai visto la luce del giorno grazie a Gheddafi che aveva capito cosa stava succedendo.

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GHEDDAFI, L‘AFRICANO CHE HA PURIFICATO IL CONTINENTE DALL’UMILIAZIONE DELL’APARTHEID
Per la maggior parte degli africani, Gheddafi è un uomo generoso, un umanista, conosciuto per il suo sostegno disinteressato per la lotta contro il regime razzista in Sud Africa. Se fosse stato un egoista, non avrebbe rischiato l’ira dell’Occidente per aiutare l’ANC sia militarmente che finanziariamente nella lotta contro l’apartheid. Questo era il motivo per cui Mandela, subito dopo la sua liberazione da 27 anni di carcere, ha deciso di rompere l’embargo delle Nazioni Unite viaggiando in Libia il 23 ottobre 1997. Per cinque lunghi anni, nessun aereo ha potuto atterrare in Libia a causa dell’embargo. Nel bisogno era necessario prendere un aereo per la città tunisina di Jerba e proseguire su strada per cinque ore per raggiungere Ben Gardane, attraversare il confine e proseguire su una strada nel deserto per tre ore prima di raggiungere Tripoli.
L’altra soluzione era quella di passare per Malta e traghettare nella notte su imbarcazioni rischiose fino alla costa libica. Un viaggio infernale per un intero popolo, semplicemente per punire un uomo. Mandela non usa mezzi termini quando l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton disse che la visita è stata ‘sgradita’ dagli USA – ‘Nessun paese può pretendere di essere il poliziotto del mondo e nessuno Stato può dettare all’altro ciò che deve fare‘. E ha aggiunto – ‘. Quelli che ieri erano amici dei nostri nemici hanno la faccia tosta oggi per dirmi di non visitare il mio fratello Gheddafi, ci consigliano di essere ingrati e dimenticare i nostri amici del passato‘, infatti, l’Occidente ancora consideravano il Sud africani razzisti per essere loro fratelli che avevano bisogno di essere protetti. Ecco perché i membri dell’ANC, tra cui Nelson Mandela, erano stati considerati pericolosi terroristi.

E ‘stato solo il 2 luglio 2008, che il Congresso degli Stati Uniti, infine, ha votato una legge per rimuovere il nome di Nelson Mandela e dei suoi compagni dell’ANC dalla loro lista nera, non perché si sono resi conto di quanto stupido era la lista, ma perché volevano celebrare il 90 ° compleanno di Mandela . Se l’Occidente era veramente dispiaciuto per il suo sostegno passato ai nemici di Mandela e veramente sincero quando chiamano le strade e i luoghi a suo nome, come possono continuare a fare la guerra contro qualcuno che ha aiutato Mandela e il suo popolo ad essere vittoriosi su Gheddafi? Sono GLI STESSI DEMOCRATICI, coloro che vogliono esportare la democrazia ? E se la Libia di Gheddafi fosse più democratica degli Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e altri paesi che muovono macchine da guerra per esportare la democrazia in Libia?

Il 19 marzo 2003, il presidente George Bush ha cominciato a bombardare l’Iraq con il pretesto di portare la democrazia. Il 19 marzo 2011, esattamente otto anni dopoo, è stato il turno del presidente francese a far piovere bombe sulla Libia, ancora una volta, sostenendo che era per portare la democrazia. Il vincitore del premio Nobel per la pace il presidente Usa Obama disse che il suo scopo era quello di spodestare il dittatore e introdurre la democrazia. scatenando missili da crociera dai sottomarini. La domanda che chiunque con intelligenza, anche minima, non può fare a meno di chiedere è la seguente: sono paesi come la Francia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, Italia, Norvegia, Danimarca, Polonia, che difendono il loro diritto a bombardare la Libia sulla forza del loro auto proclamato stato democratico veramente democratica ? Se sì, essi sono più democratici della Libia di Gheddafi?

La risposta in realtà è un clamoroso NO, per la ragione pura e semplice che la democrazia non esiste. Questo non è un parere personale, ma una citazione di qualcuno nato della città di Ginevra, che ospita la maggior parte delle istituzioni delle Nazioni Unite. La citazione è di Jean Jacques Rousseau, nato a Ginevra nel 1712 e che scrive nel quarto capitolo del terzo libro del famoso ‘contratto sociale‘ che ‘non c’è mai stata una vera democrazia e non ci sarà mai.‘
Rousseau enuncia quattro condizioni per un paese ad etichettare una democrazia e in base a questi la Libia di Gheddafi è molto più democratico degli Stati Uniti, la Francia e gli altri che sostengono di esportare la democrazia:.

1 lo Stato: più grande è un paese, meno democratico può essere. Secondo Rousseau, lo Stato deve essere estremamente piccolo in modo che le persone possono incontrarsi e conoscersi. Prima di chiedere alla gente di votare, si deve garantire che tutti conoscano tutti, altrimenti il voto sarà un atto senza alcuna base democratica, un simulacro di democrazia per eleggere un dittatore. Lo stato libico si basa su un sistema di alleanze tribali, per definizione gruppo di persone insieme in piccole entità. Lo spirito democratico è molto più presente in una tribù, in un villaggio che in un grande paese, semplicemente perché le persone si conoscono, condividono un ritmo di vita comune, che comporta una sorta di auto-regolamentazione o addirittura auto-censura. Da questo punto di vista, sembrerebbe che la Libia si adatta alle condizioni di Rousseau meglio di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, tutte società altamente urbanizzate dove la maggior parte dei vicini non si dicono nemmeno ciao a vicenda e quindi non si conoscono, anche se hanno vissuto fianco a fianco per 20 anni. Questi paesi hanno scavalcato questa fase saltando alla fase successiva – ‘voto‘ – che è stato abilmente santificato per offuscare il fatto che votare sul futuro del paese è inutile se l’elettore non conosce gli altri cittadini. Questo è stato spinto ai limiti ridicoli con diritto di voto che viene data alle persone che vivono all’estero. Comunicare è una precondizione per qualsiasi dibattito democratico prima delle elezioni.

2. Semplicità nelle abitudini e modelli di comportamento sono inoltre essenziali se si vuole evitare di spendere la maggior parte del tempo a discutere su procedure legali e giudiziarie al fine di far fronte alla moltitudine di conflitti di interesse inevitabili in una società grande e complessa. I Paesi occidentali definiscono loro stessi nazioni civili con una struttura sociale più complessa mentre la Libia è descritta come un paese primitivo con un semplice insieme di costumi. Questo aspetto indica che la Libia corrisponde meglio ai criteri democratici di Rousseau di tutti coloro che cercano di dare lezioni di democrazia. I conflitti nelle società complesse sono più spesso vinte da chi ha più potere, motivo per cui i ricchi riescono a evitare la prigione, perché possono permettersi di assumere migliori avvocati e invece organizzarsi per la repressione dello Stato che invece sarà diretto contro qualcuno che ha rubato una banana in un supermercato piuttosto che ad un criminale finanziario che ha rovinato una banca. Nella città di New York, per esempio, dove il 75 per cento della popolazione è bianca, l’80 per cento dei posti di direzione sono occupati da bianchi che costituiscono solo per il 20 per cento delle persone incarcerate.

3. Parità di status e di ricchezza:. Uno sguardo alla classifica di Forbes 2010 mostra che le persone più ricche sono in ciascuno dei paesi che attualmente bombardano la Libia; un esercizio simile sulla Libia rivelerà che in termini di distribuzione della ricchezza, la Libia ha molto più da insegnare a coloro che combattono ora, e non il contrario. Quindi anche qui, utilizzando i criteri di Rousseau, la Libia è più democratica delle nazioni stanno pomposamente fingendo di portare la democrazia. Negli Stati Uniti, il 5 per cento della popolazione possiede il 60 per cento della ricchezza nazionale, il che rende la società più ineguale e squilibrata nel mondo.

4 No lussi:. Secondo Rousseau non ci può essere alcun lusso se ci deve essere la democrazia. Il lusso, dice, fa della ricchezza una necessità che diventa poi una virtù in sé, e non il benessere del popolo diventando l’obiettivo da raggiungere a tutti i costi, ‘il lusso corrompe sia il ricco che il povero, l’uno attraverso il possesso e l’altro per invidia; rende la nazione morbida e preda della vanità; allontana la gente dallo Stato e li rende schiavi ‘.
C’è più lusso in Francia che in Libia? Le relazioni sui dipendenti che commettono suicidio a causa delle condizioni di lavoro stressanti anche in aziende pubbliche o semi-pubbliche, tutto in nome della massimizzazione del profitto per una minoranza e il loro mantenimento nel lusso, accade in Occidente, non in Libia. Il sociologo americano C. Wright Mills scrisse nel 1956 che la democrazia americana è stata una ‘dittatura della elite‘. Secondo Mills, gli Stati Uniti non è una democrazia perché è il denaro che parla durante le elezioni e non il popolo. I risultati di ogni elezione sono l’espressione della voce dei soldi e non la voce del popolo.

Dopo Bush senior e Bush junior, stanno già parlando di un più giovane Bush per le primarie repubblicane del 2012. Inoltre, come Max Weber ha sottolineato, dal momento che il potere politico dipende dalla burocrazia, gli Stati Uniti hanno 43 milioni di burocrati e militari che governano efficacemente il paese, ma senza essere eletto e non sono responsabili per le persone per le loro azioni. Una persona (un ricco) viene eletto, ma il potere reale sta con la casta dei ricchi, che poi vengono nominato per essere ambasciatori, generali, ecc.

Questo è solo una breve accenno del lungo articolo di Jean-Paul Pougala diviso in 5 parti che
puoi leggere QUI in inglese

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1638.- In Sudafrica uccidere i bianchi non è reato, assassini impuniti. E’ una mattanza!

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Boldrini: bisogna approvare lo IUS SOLI altrimenti vince Salvini. Questo è il livello della politica comunista, ma voi andate in Sudafrica e un salto a Petersburg, nelle province settentrionali. Da quelle parti troverete una collinetta disseminata di croci bianche.
Contatele. Sono più di tremila. Una per ciascun agricoltore bianco ucciso dal 1994, da quando la «rivoluzione colorata» incominciò a cambiare il volto del Paese. Una rivoluzione che, 16 anni dopo, sembra pronta ad approfittare della «distrazione» del mondiale per metter le mani sulle fattorie dei boeri.
Se dunque l’apartheid era ignobile, il silenzio che circonda il clima di violenza e soprusi sofferto dagli agricoltori boeri non sembra migliore. Chiedetelo al 69enne Nigel Ralf. Un fine settimana Nigel, come ogni giorno da 50 anni, sta mungendo le vacche della sua fattoria di Doornkop nel mezzo del KwaZulu-Natal. Quando quei quattro ragazzotti neri gli si piantano davanti e gli chiedono del latte, Nigel manco alza la testa. «Non vendo al dettaglio» risponde. Un attimo dopo è a terra con un proiettile nel collo e uno nel braccio. Poi i quattro gli sono addosso, lo fanno rialzare, lo colpiscono con il calcio della pistola, lo spingono fuori dalle stalle. Stordito e confuso Nigel si ricorda di sua moglie. Mezz’ora prima l’ha lasciata dentro la fattoria con i tre nipotini. «Lynette, Lynette chiudi la porta, barricati dentro». Lei lo sente, ma non intuisce. S’affaccia, cerca di capire meglio. La risposta sono tre proiettili al petto. La poveretta s’accascia, cade sul letto, agonizza tra le braccia insanguinate di Nigel mentre i bambini urlano terrorizzati e i tre tagliagole fuggono portandosi dietro una vecchia pistola, un telefono e un paio di binocoli. Bazzecole, banalità quotidiane.

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Sui giornali non fanno neanche notizia, ma sulla collinetta di Petersburg solo l’altr’anno sono state piantate altre 120 croci bianche. I plaasmoorde – gli assassini di fattoria come li chiamano i boeri – colpiscono ormai al ritmo di un paio di casi a settimana, ma per le autorità, per i capi dell’Anc e per i seguaci del presidente Jacob Zuma la campagna di violenza contro gli ultimi 40mila agricoltori bianchi non è certo un problema. Per capirlo basta seguire le ultime apparizioni pubbliche di Julius Malema, il 29enne leader dell’ala giovanile dell’African National Congress. Per questo «giovane leone» pupillo del presidente il modo migliore per riscaldare le folle accalcate intorno alle sue mercedes blindate è intonare «Dubula Ibhunu», la vecchia canzone dell’Anc il cui titolo significa emblematicamente «Spara al Boero». Un inno rispolverato ed eseguito con spavalda e incurante allegria negli stessi giorni in cui Lynette agonizzava tra le braccia del marito, mentre un altro farmer 46enne veniva freddato dalla salva di proiettili sparati contro la sua fattoria di Potchefstroom e una serie di fendenti massacrava un allevatore 61enne sorpreso nel sonno dagli assalitori penetrati in una tenuta di Limpopo.

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Ovviamente chiunque osi collegare il fiume di sangue versato nelle fattorie e la canzonetta cantata a squarciagola da Julius e dalle sue allegre combriccole viene immediatamente tacciato di calunnia e diffamazione. «Quella canzone come molte altre intonate nei giorni della lotta fa parte della nostra storia e della nostra eredità e non può certo esser vietata» precisa con orgoglio un comunicato dell’African National Congress sottolineando lo struggente carattere «sentimentale» delle storiche note.
Peccato che quel rigurgito d’antichi sentimenti nei confronti degli agricoltori bianchi coincida, a livello politico, con il progetto di nazionalizzazione delle fattorie avanzato, negli ultimi tempi, dal dipartimento di sviluppo rurale. La proposta del dipartimento che intende dichiarare assetto d’interesse nazionale tutte le tenute coltivabili di ampie dimensioni potrebbe portare all’esproprio di tutte le terre possedute tradizionalmente dai boeri. E così mentre i tifosi si godranno i mondiali di calcio l’odiato color bianco scomparirà definitivamente dalle campagne del Paese «colorato».

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Così, a maggio 2016, tuonò il presidente del Sudafrica Jacob Zuma: “Espropieremo le terre ai bianchi”, “Restituiremo le terre rubate dai bianchi ai neri durante l’apartheid”. Ma il problema era e resta la riduzione della produzione agricola dopo l’espropriazione delle terre ai bianchi.

1604.- Niger: ma lo sapete dove li state mandando?

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(Nicola Evoli) – Ecco che cosa ci aspetta in Niger che il governo Gentiloni-Pinotti in salsa Macron non vogliono che si sappia. I veri rischi oltre gli interessi francesi sull’uranio del Niger. Cartelli della droga colombiani e messicani hanno saltato l’Oceano Atlantico e si sono espansi nell’Africa occidentale, lavorando a stretto contatto con le bande criminali locali per ritagliarsi un’area di sosta per un assalto al redditizio mercato europeo.

L’Africa occidentale sta facendo appello ai narcotrafficanti dall’America Latina.

La situazione è diventata così fuori controllo che la piccola Guinea-Bissau, la quinta nazione più povera del mondo, è stata definita il primo stato-narco dell’Africa. Altri parlano di come la Gold Coast in Africa sia diventata la Costa della Coca. In tutto, dicono i funzionari, almeno nove importanti cartelli della droga latino-americani hanno stabilito basi in 11 nazioni dell’Africa occidentale.

“Le stesse organizzazioni che investighiamo nel Centro e Sud America che sono coinvolte nell’attività della droga verso gli Stati Uniti sono impegnate in questo traffico in Africa occidentale”, ha dichiarato Russell Benson, direttore regionale dell’Agenzia per l’applicazione della droga per l’Europa e l’Africa. “Non c’è un paese che non sia stato toccato in una certa misura.”

Il calcolo è semplice: maggiori profitti in Europa che negli Stati Uniti, meno forze dell’ordine in Africa occidentale che in Europa.

La forza trainante è il boom del mercato europeo della cocaina.

“L’aumento esponenziale del numero di consumatori ha reso l’Europa il mercato in più rapida crescita e più redditizio del mondo”, ha dichiarato Bruce Bagley, preside della Graduate School of International Studies presso l’Università di Miami.

Mentre il mercato europeo si è espanso, l’uso negli Stati Uniti è diminuito rispetto al picco degli anni ’80, ha dichiarato l’Ufficio U.N. di droga e criminalità nel suo rapporto annuale.

La guerra alla droga viene combattuta nelle foreste nigeriane
“La prevalenza di uso di cocaina negli Stati Uniti è inferiore del 50% rispetto a vent’anni fa, mentre Spagna, Italia, Portogallo, Francia e Regno Unito hanno visto il doppio o il triplo uso di cocaina negli ultimi anni”, afferma il rapporto U.N.

Ogni anno vengono prodotte circa 1.000 tonnellate di cocaina pura, quasi il 60 percento delle quali sfugge all’intercettazione delle forze dell’ordine e lo immette sul mercato, afferma il rapporto. Quello è un mercato globale all’ingrosso di circa $ 70 miliardi.

Il traffico criminale di circa 250 tonnellate in Europa ogni anno, anche se non tutto lo rende lì, ha detto l’U.N. Il mercato europeo ammonta a circa $ 11 miliardi. Circa il 27% della cocaina entrata in Europa nel 2006 proveniva dall’Africa, hanno riferito le Nazioni Unite.

I profitti enormi rendono l’Europa particolarmente attraente. Due chili di cocaina non tagliata possono vendersi per $ 22.000 negli Stati Uniti, ma per $ 45.000 in Europa. Il Dipartimento di Giustizia ha affermato che il prezzo in Europa può essere tre volte maggiore rispetto agli Stati Uniti.

“È un mercato significativo da sfruttare per loro”, ha detto Benson.

Un euro forte e un dollaro più debole rendono anche l’Europa attraente per i trafficanti a causa dei tassi di cambio favorevoli. C’è anche il fatto che l’Unione Europea ha ancora in corso una banconota da 500 euro, attualmente equivalente a circa $ 700. La più grande denominazione del dollaro in circolazione è la banconota da $ 100. I trafficanti preferiscono le banconote in euro grandi perché sono più facili da trasportare in grandi quantità.

Ad esempio, Benson ha detto che $ 1 milione in $ 100 pesa 22 pounds, mentre $ 1 milione in banconote da € 500 ne pesa 3,5.

“È un’enorme differenza”, ha detto.

I colombiani e i cartelli messicani hanno scoperto che è molto più facile introdurre clandestinamente carichi di grandi dimensioni nell’Africa occidentale e poi suddividerli in piccole spedizioni verso il continente, principalmente in Spagna, nel Regno Unito e in Francia.

L’Africa occidentale è il sogno di ogni contrabbandiere e soffre di una combinazione di fattori che rendono l’area particolarmente vulnerabile. È tra le regioni più povere e meno stabili del mondo. I governi sono deboli e inefficaci e, come capo il capo della DEA ha testimoniato all Senato degli Stati Uniti, i funzionari sono spesso corrotti.

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Anche le forze dell’ordine sono ampiamente corrotte. Le bande criminali dilagano. I soldati dei narcos possono essere reclutati da una grande folla di giovani poveri e disperati.

L’Africa occidentale fa riferimento a Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo.

Le autorità degli Stati Uniti si trovano in una posizione di grande svantaggio nel combattere i cartelli che hanno molto più denaro e armi. La DEA ha quattro uffici – in Egitto, Ghana, Nigeria e Sud Africa – per coprire un continente che si estende per 11,7 milioni di miglia quadrate e ha circa 1 miliardo di persone.

“È un posto grande”, riconosce Benson, sottolineando che ci sono 54 paesi nel continente.

Anche la polizia locale è ampiamente sotto controllo. La Guinea-Bissau offre un esempio allarmante.

“La polizia giudiziaria … ha 60 agenti, un veicolo e spesso senza carburante”, ha scritto l’analista Bybee in un giornale chiamato New Voices in Public Policy, pubblicato dalla George Mason University School of Public Policy. “Di conseguenza, quando i colpevoli vengono arrestati, vengono portati in un taxi alla stazione di polizia. Nell’esercito, una nave arrugginita pattuglia i 350 chilometri (217 miglia) di costa e 88 isole. ”

Anche quando i criminali vengono catturati, Bybee ha detto che “la quasi assenza di un sistema giudiziario consente ai trafficanti di operare senza impedimenti”. Ad esempio, ha detto, “poiché la polizia è così impotente, i colpevoli sono spesso trattenuti solo poche ore prima che i militari di alto grado raggiungano improvvisamente poteri giudiziari straordinari per chiedere il loro rilascio”.

I pochi funzionari che si oppongono ai trafficanti ricevono minacce di morte o vengono uccisi.

L’Africa occidentale è anche particolarmente attraente per i trafficanti perché è vicina “al ventre molle dell’Europa”, ha detto il generale dell’esercito a quattro stelle in pensione Barry McCaffrey, che è stato direttore delle politiche antidroga del presidente Clinton.

La geografia gioca un altro ruolo perché l’Africa occidentale è abbastanza vicina alle tre nazioni sudamericane che producono quasi tutta la cocaina del mondo: Colombia, Perù e Bolivia. Molte delle spedizioni partono dal Venezuela, che condivide un confine poroso di 1.273 miglia (2.050 chilometri) con la Colombia ed è ancora più vicino all’Africa.

La maggior parte delle spedizioni di cocaina attraversano l’Atlantico in grandi “navi madri” e poi vengono scaricate su piccole navi vicino alla costa, hanno riferito le Nazioni Unite. Sono stati utilizzati anche piccoli aerei modificati per il volo all’estero che possono trasportare un carico di 1 tonnellata.

I trafficanti utilizzano le barche veloci, i pescherecci e i container commerciali come mezzo principale per contrabbandare la cocaina dal Venezuela. McCaffrey ha anche notato l’uso di barche e aerei speciali.

L’amministratore delegato della DEA Thomas Harrigan ha testimoniato davanti al Senato a giugno che le autorità della Sierra Leone hanno sequestrato una spedizione di cocaina l’anno scorso da un aereo bimotore contrassegnato da una croce rossa. Il volo era originato in Venezuela.

Il rapporto del GAO ha osservato che “i funzionari del governo degli Stati Uniti hanno osservato un aumento del traffico aereo sospetto proveniente dal Venezuela”. Nel 2004, secondo il rapporto, le autorità monitoravano 109 voli sospetti dal Venezuela. Nel 2007, i funzionari monitorarono 178 voli sospetti.

Poi c’è la connessione criminale in Africa occidentale.

“I trafficanti colombiani e venezuelani sono trincerati nell’Africa occidentale e hanno coltivato rapporti di lunga data con le reti criminali africane per facilitare le loro attività nella regione”

“Queste organizzazioni non operano nel vuoto”, ha detto Benson. “Devono allinearsi con i gruppi criminali dell’Africa occidentale”.

Anche i cartelli si sono allineati con i terroristi, ha detto Harrigan.

“La minaccia del narcoterrorismo in Africa è una vera preoccupazione, inclusa la presenza di organizzazioni terroristiche internazionali che operano o basate in Africa, come la minaccia regionale presentata da al Qaeda nelle Terre del Maghreb”, ha detto riferendosi ad al Qaeda attivisti in Nord Africa. “Inoltre, le indagini della DEA hanno identificato elementi delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia [FARC] della Colombia come coinvolte nel traffico di cocaina nell’Africa occidentale”.

Benson ha detto che i gruppi che operano in Africa sono “principalmente organizzazioni di narcos” ma hanno riconosciuto che i guerriglieri delle FARC marxiste in Colombia sono una forza da affrontare. I ribelli hanno fatto guerra al governo colombiano per oltre 40 anni.

“Il potenziale di profitto è tale che le FARC sono una delle più grandi organizzazioni nel traffico di cocaina a livello globale ed è anche un’organizzazione terroristica”, ha affermato.

Bagley e McCaffrey vedono meno prove di connessioni terroristiche con i trafficanti in Africa, usando entrambi un linguaggio quasi identico.

“Sarei molto scettico su questo tipo di affermazioni”, ha detto McCaffrey.

“Sono piuttosto scettico sui legami tra cartelli e terroristi”, ha detto Bagley. “I gruppi criminali cercano profitti, non sono interessati a conquistare i governi”.

Eppure, ha detto Bagley, i trafficanti e i terroristi potrebbero utilizzare alcune delle stesse reti criminali.

Gli analisti osservano che l’ondata di attività dei cartelli nell’Africa occidentale è uno sviluppo abbastanza recente. Il rapporto U.N. dice che è iniziato intorno al 2005.

McCaffrey, che era alla Casa Bianca di Clinton negli anni ’90, disse di aver visto il problema arrivare molto tempo fa.

“Ho avvertito le persone in Europa e in America Latina a partire da 10 anni fa, dove questo problema si sarebbe trasferito”, ha detto. “Gli europei non mi hanno assolutamente creduto”.
Gianni Fraschetti