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2052.- L’Italia alla conquista dell’Africa. Ecco il piano del governo Conte

Fonte: occhidellaguerraAustria, vertice informale dell'UE dei capi di Stato a Salisburgo

L’Africa, terra dove la ricchezza s’incontra con la  miseria e con il sottosviluppo, da anni appare molto più protagonista degli interessi geostrategici italiani di quanto si possa immaginare. L’Italia è dietro soltanto Cina, Emirati Arabi Uniti e Marocco per quantità di investimenti nel continente nero. Siamo dunque davanti a francesi, tedeschi e spagnoli, i primi quindi in Europa e secondo questa classifica Roma sopravanza anche Washington. Giuseppe Conte, ci appare pressato dalla Banca Centrale Europea, da un lato e dalla presenza migratoria, dall’altro. Per dirla a quattr’occhi, siamo fra due fuochi che provocano entrambi un degrado della nostra società: la prima, impatta negativamente sulle politiche a difesa della dignità dei lavoratori e delle persone, in generale, che riassumo, invece, negli articoli 1 e 3 della Costituzione, la seconda per il degrado che porta alla società, facendo venir meno molti presupposti del nostro ordinamento giuridico, come ad esempio, quello alla base della legittima difesa, guadagnati partendo dalla rivoluzione cristiana.

Articolo 1

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. …

Articolo 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Dobbiamo, perciò, condividere questa azione diplomatica che si pone nel solco di quelle di Fanfani e di Berlusconi e, sicuramente, Enrico Mattei, che fece dell’ENI anche un centro d’influenza politica. Il neo atlantismo incarnato dall’ala della Democrazia Cristiana capitanata da Amintore Fanfani fece approdare i temi della presenza italiana in Africa nello scacchiere politico del nostro Paese. Senza mettere in discussione il posizionamento dell’Italia all’interno dell’alleanza atlantica, la corrente di Fanfani propose ad inizio anni ’60 una visione di Roma quale Paese di primario spessore per gli equilibri del Mediterraneo. Una politica estera dunque incentrata sempre sulla fedeltà a Washington ma che, al tempo stesso, potesse dare all’Italia un’autonomia tanto politica quanto economica, in grado di proiettare Roma quale punto di riferimento per i rapporti tra occidente, oriente e continente nero. Poi le cose, come ben si sa, sono andate diversamente. Sia nella agende politiche che sotto il profilo mediatico, l’Africa è sparita dai radar delle nostre priorità, almeno fino all’avvicinamento dei governi Berlusconi alla Libia di Gheddafi. Siamo su quel binario?

Il presidente Conte nel mese scorso si è detto pronto a visitare il Corno d’Africa, con un viaggio in via di definizione logistica. Proprio il capo dell’esecutivo, nel corso del vertice di Salisburgo dedicato ai problemi dell’immigrazione, ha criticato la politica europea sull’Africa: “Destinare 500 – 600 milioni di Euro al continente nero – sono le sue parole – è irragionevole se comparati ai miliardi che stiamo dando alla Turchia”. Il riferimento è all’accordo tra Bruxelles ed Ankara con il quale l’Ue fornisce tre miliardi al governo turco per trattenere i migranti. Secondo Giuseppe Conte è necessario invece investire molto in Africa, non solo per la questione migranti ma anche per rispondere agli altri attori internazionali che puntano sullo sviluppo del continente. E questa questione, tra le altre cose, a lungo termine potrebbe essere interconnessa proprio con la tematica dell’immigrazione. Una cosa comunque appare certa: dalle parole di Conte, ai buoni rapporti instaurati nuovamente con l’Egitto, passando per Bengasi e la visita tenuta in questa città dal ministro Moavero ad Haftar. Tutti questi sembrano segnali che mostrano l’interesse di Roma verso il Mediterraneo e l’Africa.

In Africa non c’è soltanto la Libia. Dall’Eni, fino alle grandi imprese di costruzioni, passando per altre aziende più piccole, il nostro paese è di fatto ramificato in buona parte del continente. In Libia, il probelma sono proprio gli altri europei, i francesi in primis. A che cosa serve la Ue, come mai la Ue non ha condannato l’attacco francese alla LIbia? Come può un paese Ue fare guerra ad un alleato strategico di una alro paese e non essere perseguito: nella pratica è esattamente come se la Francia e la Gran Bretagna avessero fatto guerra direttamente all’Italia. Ma, se gli altri paesi fanno i loro interessi e la loro politica è in grado di supportarli, anche l’Italia fa i suoi con l’ENI, con l’energia e con le molte imprese di privati di vari rami.

In Egitto l’Eni sta operando a Zohr, uno dei più grandi giacimenti del Mediterraneo scoperto proprio dalla nostra multinazionale. Una scoperta che sta modificando l’approccio italiano con l’Egitto, profondamente turbato in anni recenti dal caso Regeni. Ed al Cairo recentemente sono andati quasi tutti: Salvini, Di Maio, Fico con al seguito tecnici, dirigenti ed imprenditori. Tra Italia ed Egitto sta nascendo una vera e propria partnership che, proprio a proposito di Libia, sta contribuendo a rilanciare la politica del “doppio peso” con Haftar, di cui Al Sisi è sponsor principale. Egitto vuol dire anche canale di Suez, Sinai, turismo e scambi commerciali: settori questi essenziali, con l’Italia che adesso si pone nel paese delle piramidi in una posizione di vantaggio rispetto ad altri europei, in primis rispetto alla Francia.

Aziende grandi e medie sono presenti anche in Ghana, dinamica economia sub sahariana dove l’Eni ha alcuni importanti stabilimenti, Nigeria e Senegal. Negli scambi commerciali con la Tunisia, Roma nel 2016 ha scavalcato Parigi per valore e quantità. Aziende italiane sono presenti anche in Sudafrica e Mozambico, impegnate nel settore delle rinnovabili e delle costruzioni.

Cosa manca al “sistema Italia” in Africa

L’Italia dunque in Africa c’è. Dati e riferimenti economici lo dimostrano. Roma non è affatto indietro rispetto agli altri paesi europei negli investimenti attuati ed attuabili nel continente nero. Ma l’impressione è che questa dinamicità italiana in Africa è figlia unicamente dell’iniziativa privata. Grandi e medie imprese sono riuscite negli anni a scommettere con successo tra le dune del Sahara ed anche nell’estremo sud di questo vasto continente. Manca però una certa organicità, ossia un coordinamento che possa dare vita ad un piano d’azione complessivo “guidato” dalla politica e dallo Stato. L’Italia è sì in Africa, ma sotto forma di tante singole imprese che nonostante una politica distratta sono riuscite ad operare al meglio.

Nell’ottica di una sfida interna all’Europa e di una invece volta a competere con l’attivismo di altri attori internazionali, a partire dalla Cina, serve un quadro d’insieme che orienti nella stessa direzione politica – diplomazia – interessi privati ed investimenti. Con una Libia dove Roma potrebbe recitare un ruolo primario, con un Egitto ed una Tunisia dove l’Italia scavalca la Francia e, complessivamente, con un’Africa che si è mostrata pronta ad accogliere iniziative italiane la “partita” non solo è aperta ma si può anche vincere. Ne va del futuro dell’Italia come paese traghettatore del Mediterraneo, dell’Italia come paese in grado di convivere con la “pressione” demografica ed economica della vicina Africa, ma ne va anche del futuro di questo immenso e spesso sfortunato continente.

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L’Italia si proietta verso l’Africa.

Negli ultimi mesi, il governo italiano ha scelto una via differentenei riguardi del continente africano. Non più una visione passiva, cioè come Paese che subisce i problemi e le sfide che lancia l’Africa, ma un ruolo attivo, coinvolto nelle dinamiche politiche ed economiche del continente.

La sfida italiana

La sfida non è semplice, ma le alternative non sono molte. Anzi, probabilmente non esiste alternativa. La guerra coloniale (perché di questo si tratta) che si sta svolgendo in tutto il continente, e che vede coinvolte tutte le potenze mondiali, non può non vedere interessata anche l’Italia. Altrimenti, l’unica conseguenza è rimanere esclusi da qualsiasi beneficio che si possa avere dagli Stati al di là del Mediterraneo e subire le scelte delle altre potenze di Europa, America e Asia.

Il viaggio di Giuseppe Conte nel Corno d’Africa è stato il simbolo di una rinascita dell’interesse di Roma verso il continente. Come primo capo di governo europeo a incontrare i leader di Eritrea Etiopia dopo la firma della pace fra i due Stati, Conte ha ribadito la centralità dell’Africa nell’agenda italiana. Un viaggio fondamentale che, unito a quanto sta avvenendo in Libia e all’intreccio di interessi con l’Egitto, dimostra come la rete strategica d’Italia si stia espandendo in diversi Paesi, tessendo una trama fitta e non priva di sfide coinvolgenti, per quanto complesse.

Ma ridurre il ruolo italiano soltanto ai Paesi dove tradizionalmente abbiamo rivestito un ruolo, è riduttivo. L’Italia, soprattutto grazie ad Eni: la nostra vera arma diplomatica nei Paesi ricchi di risorse energetiche, come molti Stati dell’Africa anche al di là della fascia del Sahel.

L’Eni in Mozambico

L’Eni in Africa non è solo Egitto e Libia. La sua rete di interessi congiunge tutto il continente africano e va dal Mediterraneo a Capo di Buona Speranza. E in questa rete, entra anche il Mozambico, dove l’azienda del cane a sei zampe ha raggiunto un accordo estremamente importante con il governo locale.

La scorsa settimana, il gigante italiano degli idrocarburi ha dichiarato attraverso un comunicato che i suoi rappresentanti hanno firmato a Maputo un contratto per i diritti esclusivi di esplorazione e sviluppo del blocco offshore A5-A, nelle acque del Bacino Settentrionale dello Zambesi. “Con questa acquisizione – afferma l’azienda di San Donato Milanese – Eni rafforza ulteriormente la sua presenza in Mozambico, un Paese di importanza strategica per la società”.

Il blocco assegnato a Eni si sviluppa su un’area di 5.133 chilometri quadrati, ad una profondità d’acqua compresa tra 300 e 1.800 metri. La zona è completamente inesplorata e vedrà operare l’azienda italiana attraversa una sua controllata, la Eni Mozambico, con una quota del 59.5%. Gli altri partner sono la sudafricana Sasol, al 25.5% e a la compagnia statale del Mozambico Empresa Nacional de Hidrocarbonetos (Enh) al 15%. Un consorzio italo-africano che è particolarmente interessante anche per capire le mosse di Roma.

Nessun partner occidentale o russo o asiatico: ma solo Italia e Africa. Almeno per quest’area: perché ad esempio nell’Area 4, cioè quella dei giacimenti di Coral, Agulha e Mamba (2047 miliardi di metri cubi di gas), il consorzio è composto da “Eni (25%), ExxonMobil (25%) e Cnpc (20%), partecipanti attraverso la società Mozambique Rovuma Venture, e da Empresa Nacional de Hidrocarbonetos (10%), Kogas (10%) e Galp (10%)”. Dove il gas è già stato trovato, Cina e Stati Uniti non hanno lasciato che altri operatori agissero in maniera indipendente.

Moavero e l’Angola

Ma non c’è solo il Mozambico nei piani italiani. E la dimostrazione è arrivata dalle parole del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, che ha incontrato alla Farnesina Manuel Domingos Augusto, ministro degli Affari Esteri dell’Angola. Moavero ha ribadito che l’Angola rappresenta un Paese chiave per l’Italia, “legato da una forte e storica amicizia. L’Italia è stata infatti il primo fra i Paesi dell’allora cosiddetto ‘mondo occidentale’ a riconoscere l’Angola indipendente” ha continuato il ministro italiano.

I due ministri, che si sono incontrati alla vigilia della conferenza Italia-Africa alla Farnesina, hanno confermato l’impegno dei rispettivi governi a intensificare i rapporti economici bilaterali, con la promessa del governo africano di attrarre maggiori investimenti in infrastrutture e servizi. Strategia in cui avrà un ruolo centrale un futuro forum economico congiunto fra Angola e Italia. E lì potrà essere particolarmente importante il ruolo della Cina, che ha nei governi di Luanda i suoi avamposti africani. In Angola, la Cina ha sviluppato il suo tipico approccio: infrastrutture e beni di consumo made in China in cambio di materie prime. E ora l’Angola si può considerare in piena sfera d’influenza cinese.

La conferenza Italia-Africa

Il ruolo che l’Italia può svolgere in Africa è “molto evidente” ha detto Moavero Milanesi. E la Conferenza Italia-Africa, con l’adesione di quasi tutti i Paesi africani, sarà essenziale. “Si parlerà di quello che l’Unione europea e l’Italia possono fare per l’Africa”, ha aggiunto il ministro, dove “stanno sempre più emergendo le democrazie” e questa è “un’ottima notizia”.

E a conferma degli ottimi rapporti intrecciati con Eritrea ed Etiopia, suggellati dal viaggio di Conte, Moavero ha detto che avrà una colazione di lavoro con i ministri di Etiopia ed Eritrea. L’Italia si muove. Soprattutto alla vigilia della conferenza di Palermo.  Ci vedremo a Palermo?

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2734.- Delocalizzazione cinese in Africa, ed è subito rivoluzione industriale africana

Quando Mussolini parlava del pericolo giallo:

La rivoluzione industriale promossa dalla Cina, unitamente al progetto della nuova via della seta, assicurerà al Dragone Rosso il controllo dell’Africa.
Già nel 2011 la Cina ha superato gli Stati Uniti in termini di commercio e investimenti nel continente. Il volume d’affari tra Cina e Africa ha raggiunto i 126,9 miliardi di dollari, nel 2010. Entro il 2020 il commercio è stimato sui 380 miliardi di dollari. Le esportazioni dall’Africa sono concentrate sugli idrocarburi. Il 64% delle esportazioni africane di petrolio è diretto verso la Cina. Contrariamente ai luoghi comuni occidentali l’esportazione di minerali sui mercati cinesi rappresenta il 24% del totale delle esportazioni. La maggioranza dei minerali africani (compresi quelli di guerra, i così detti ‘minerali insanguinati‘) è accaparrata dall’Occidente. Anche l’esportazione di prodotti agricoli rimane di pertinenza occidentale e dell’Arabia Saudita. Le esportazioni agricole verso la Cina si stabilizzano su di un 5%. Le esportazioni di prodotti finiti dall’Africa è del 7%.

La Cina salva l’Africa? In parte. L’industria cinese necessita di materie prime, e queste sono concentrate nel continente. Come evitare un drastico calo delle importazioni di risorse naturali dall’Africa, causa il loro utilizzo per la rivoluzione industriale locale? Pechino ha cinicamente individuato alcuni Paesi africani che rimarranno legati alla economia coloniale. Paesi ricchi di risorse naturali ma deboli sul piano politico, tra i quali la Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan. In questi Paesi continuerà, anzi aumenterà, la rapina cinese di materie prime. Le coste dell’Africa Occidentale e della Somalia rimangono vittime di un intenso e illegale sfruttamento della pesca, attuato dai battelli cinesi. Uno sfruttamento che sta distruggendo la fauna marittima e causando ai Paesi africani direttamente coinvolti una perdita di profitti derivanti dalla pesca pari a 2 miliardi all’anno.

 

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One Belt On Road -nel corso di anni di lavoro intenso, gli ultimi cinque dei quali la Cina ha proceduto per fasi dettagliatamente studiate per mettere fuori gioco l’economia coloniale dell’Occidente nel continente africano-,  ha fatto decollare la rivoluzione industriale dell’Africa. Il punto di non ritorno, in questo caso di non paralesi, è stato quando la Cina ha ordinato alle sue multinazionali di delocalizzare in Africa il 32% della produzione industriale cinese. A questo punto la rivoluzione industriale africana targata Cina è divenuta irreversibile.

Una scelta obbligata dal punto di vista economico, la delocalizzazione industriale permette di ridurre i costi di trasporto della materie prime e aumenta il margine di profitto per le multinazionali cinesi. Il trasporto della materie prime africane contribuiva al 28% del costo di produzione dei prodotti finiti. La politica di contenimento demografico ‘One Child Policy‘ (un solo bambino) ha creato una carenza di mano d’opera in Cina e un aumento del suo costo. Dal 2004 operai e impiegati cinesi hanno ottenuto un aumento salariale annuo pari al 12%. Lontani sono i tempi in cui le ditte cinesi (statali e private) potevano contare su di un esercito di miserabili disposto a tutto. Ora la mano d’opera cinese va pagata bene, protetta a livello di sicurezza aziendale e l’opinione pubblica interna obbliga aumentare i costi per la protezione ambientale. L’alternativa (insostenibile per il Partito Comunista) è lo scoppio di rivolte popolari che facilmente potrebbero innescare un incontrollabile processo rivoluzionario contro il capitalismo di Stato cinese, segnando la fine del dominio comunista in Cina.

Ben altre sono le condizioni in Africa e tutte favorevoli. Le materie prime sono disponibili in loco e ora protette dalle politiche nazionalistiche, che sempre più Paesi africani stanno adottando contro l’Occidente. Il costo del loro trasporto ai centri di produzione non arriva al 3%, grazie alle infrastrutture economiche realizzate dalla Cina. La popolazione africana conosce un boom demografico senza precedenti offrendo a volontà mano d’opera specializzata e non. La  competizione sul mercato del lavoro di milioni di giovani africani permette una politica salariale inferiore del 45% rispetto a quella praticata in Cina. I prodotti cinesi creati in Africa possono contare sul vasto mercato internosostenuto dal boom del ceto medio, sul mercato cinese ed asiatico. Inoltre possono essere ottimi cavalli di Troia per la penetrazione di mercati occidentali ostili alla Cina, come sta diventando quello americano con l’Amministrazione Trump. Le misure protezionistiche applicate contro i prodotti ‘Made in China’ diventano inefficaci per i prodotti cinesi ‘Made in Africa’, a meno che i Paesi occidentali non vogliano creare gravi crisi diplomatiche con i Paesi africani che avrebbero dirette ripercussioni sull’afflusso di materie prime in Occidente.

Le multinazionali cinesi hanno risposto con entusiasmo all’ordine diramato dal Partito Comunista di delocalizzare in Africa. «In Cina riesco a garantire un profitto del 5% sui prodotti da me fabbricati. In Nigeria questo profitto arriva al 7%. I due punti di percentuali in più si tramutano in milioni di dollari che non potevo certamente sperare di guadagnare in Cina», spiega un investitore cinese che ha aperto una fabbrica di ceramica in Nigeria, Sun Jian. La delocalizzazione della produzione di ceramiche dalla regione di Canton alla Nigeria ha fruttato un fatturato annuo di 40 milioni di dollari in più e l’accesso a nuovi mercati delle mattonelle ‘Made in Nigeria’. Sul piano occupazionale il Governo nigeriano è più che soddisfatto. La ceramica di Jian occupa 1.100 lavoratori e l’indotto offre opportunità commerciali per 128 piccole e medie industrie nigeriane.
Jian rappresenta la punta del iceberg del ‘Made in Africa’ cinese. Secondo i dati forniti dalla Ministro della Commercio cinese, tra il secondo trimestre 2016 e i primi mesi del 2017, centocinquanta aziende cinesi hanno aperto unità produttive in vari Paesi africani -Sudan, Etiopia, Kenya, Nigeria, Ghana, Uganda, Rwanda, Gabon, Zimbabwe, Angola, Sud Africa, Egitto, Algeria. SI calcola che entro fine del 2017 saranno 2.000 le multinazionali cinesi che avranno delocalizzato la loro produzione in Africa. La delocalizzazione industriale cinese è attuata grazie a meticolosi studi di mercato in grado di far comprendere le reali necessità africane ed evitare di attivare stabilimenti industriali in settori non di interesse pubblico.

I progetti di investimento industriale della Cina trovano larghi consensi e facilitazioni presso i governi africani che da decenni stanno cercando investitori per potenziare il settore industriale e manufatturiero. La East African Community si è fissata l’obiettivo di promuovere l’industria per arrivare ad un contributo del 25% del PIL entro il 2036. Per raggiungere questo target si necessita di una crescita industriale annua del 11,7%. Queste necessità al momento riscontrano pareri positivi solo dalla classe imprenditoriale cinese. L’industrializzazione cinese dell’Africa Orientale segue scrupolosamente i settori indicati come prioritari dai rispettivi governi: agroalimentare, tessile, peletteria, mobili, cosmetici, auto, edile, industria pesante. L’unico settore dove la Cina trova difficoltà ad intervenire è quello dell’alta tecnologia, ancora in mano dell’industria occidentale. Questo obbliga Paesi come il Rwanda a differenziare gli investitori e aprire all’Occidente, mettendo a disposizione ottime opportunità nel settore, lasciando agli investitori cinesi lo sviluppo delle attività industriali classiche.

In Egitto, Pechino ha deciso di affiancare al potenziamento del Canale di Suez (progetto OBOR) il rafforzamento dell’apparato industriale egiziano grazie alla creazione della Zona Economica Cina Egitto che sorgerà nelle prossimità di Suez. La zona economica sorgerà su un’area di 6 Km quadrati e la produzione sarà orientata verso l’export. Il progetto durerà 10 anni. La prima fase prevede la costruzione di un hub logistico di 2 Km quadrati. Mentre l’hub inizierà ad essere attivo verranno costruiti impianti industriali ad alta tecnologia, business center, uffici e infrastrutture di ristorazione e ricreative sui restanti 4 Km quadrati. L’impatto occupazionale è enorme. Per la realizzazione delle infrastrutture si prevede il fabbisogno di 8.000 lavoratori qualificati e non. L’hub logistico impiegherà 2.000 dipendenti, mentre quello industriale dai 6 agli 8.000 dipendenti.

I benefici economici e politici per i Paesi africani sono innegabili. Il 90% della mano d’opera delle ditte cinesi delocalizzate in Africa è locale contribuendo così all’aumento della occupazione giovanile e alla diminuzione del lavoro precario, inserito nel settore informale. I salari, nonostante siano inferiori del 45% rispetto a quelli elargiti in Patria, sono 4 volte superiori ai salari delle ditte africane.

Da un punto di vista politico e di sviluppo sociale le ditte cinesi sono destinate a creare una nutrita classe operaia nel continente. Le dinamiche storiche dimostrano che le conquiste sociali e democratiche in un Paese sono rese possibili dalla classe operaia che rivendica progressivamente maggiori diritti e garanzie. Il processo di consapevolezza politica della classe operaia africana è stimato avrà tempi nettamente inferiori rispetto a quelli registrati nella classe operaia occidentale del 1700, poiché i giovani operai africani sono spesso istruiti e collegati via internet al villaggio globale.
Entro 10 anni si potrebbe assistere in vari Paesi africani al sorgere di partiti operai e sindacati con evidenti sconvolgimenti degli attuali assetti politici interni. Sconvolgimenti che creeranno tensioni e lotte sociali ma, se gestisti sapientemente, riusciranno a migliorare le condizioni di vita della popolazione e rafforzare gli spazi democratici. L’alternativa potrebbe essere l’avvio di processi rivoluzionari su base socialista, qualcosa di simile rispetto a quanto sta accadendo in Sudafrica.

da LINDRO, di Fulvio Beltrami.

1979.- È lo yuan la nuova ‘moneta africana. Ecco quanto l’Africa si sta indebitando con la Cina

“L’imperialismo è un sistema di sfruttamento che si verifica non solo nella forma brutale di chi viene a conquistare il territorio con le armi. L’imperialismo avviene spesso in modi  più sottili. un prestito, l’aiuto militare, il ricatto.”

Thomas Sankara

Cina-Africa

LA NIGERIA ABBANDONA IL DOLLARO: È LO YUAN LA NUOVA ‘MONETA AFRICANA’

Abuja (AsiaNews/Agenzie) – Abuja utilizzerà la valuta cinese per tutte le transazioni economiche. Dopo l’Angola e i “petroyuan”, anche la prima economia africana sceglie la Cina come principale partner commerciale. Si stima che il 22% del debito dell’Africa sia contratto con la Cina. La Nigeria ha firmato a marzo un accordo con la Icbc, la più importante banca cinese, con lo scopo di adottare lo yuan come moneta commerciale. Il Paese africano ha compiuto uno scambio di valuta dal valore di 2,5 miliardi di dollari in yuan. L’obiettivo è quello di facilitare gli scambi commerciali tra i due Paesi. La scelta della Nigeria indica una tendenza ormai assodata in Africa: a fine maggio quattordici Paesi africani e diciassette banche centrali si sono riunite nello Zimbabwe per adottare lo yuan come moneta di riserva.

La valuta cinese è la settima moneta utilizzata negli scambi commerciali: si tratta del 2% delle transazioni mondiali. La Nigeria ha abbandonato il dollaro in seguito al crollo del prezzo del greggio del 2014. In quell’occasione il Paese africano era stato costretto a vendere i propri dollari sul mercato interbancario per aumentare la liquidità della naira nigeriana (la moneta nazionale).

D’altra parte l’introduzione della yuan è una mossa utile per la Nigeria anche per ripagare il suo debito con la Cina. Si stima che Il 22% del debito pubblico dell’Africa sia contratto con Pechino. Adottando la moneta cinese si azzerano i rischi derivati dal cambio e dalla fluttuazione dei valori monetari.

L’accordo con la Nigeria arriva dopo due anni di negoziazioni. In questo modo lo yuan diventerà la seconda moneta commerciale della Nigeria, tra le prime economie dell’Africa. Il patto arriva dopo un altro importante accordo siglato dalla Cina con l’Angola. Quest’ultima è il primo partner della Cina per quanto riguarda l’importazione di petrolio. Nel 2015 a Shanghai i due Paesi hanno siglato un accordo per cui la Cina può pagare in yuan il petrolio dell’Angola, il cosiddetto “petroyuan”. La Cina è il primo Paese al mondo importatore di greggio, con nove milioni di barili al giorno.

Infine, la Banca centrale cinese ha siglato con le autorità nigeriane un accordo triennale per lo scambio di valute per un valore di 15 miliardi di yuan, pari a 2,3 miliardi di dollari. Lo ha annunciato oggi in un comunicato lo stesso istituto centrale di Pechino, secondo cui l’operazione punta a facilitare il commercio e gli investimenti e a salvaguardare la stabilità dei mercati finanziari di entrambi i paesi. La Cina è uno dei principali investitori in Nigeria. Il mese scorso il gigante delle costruzioni China Gezhouba Group Corp ha iniziato i lavori di costruzione di una centrale idroelettrica in Nigeria del valore di 5,792 miliardi di dollari. Il progetto rappresenterà la più grande infrastruttura del paese africano e il più grande impianto idroelettrico che le imprese cinesi hanno mai costruito all’estero. La costruzione di quattro dighe e l’installazione di dodici generatori saranno completate entro 87 mesi per raggiungere una capacità produttiva di 4,7 miliardi di chilowatt di energia elettrica ogni anno.

In sintesi: Ai cinesi le ricchezze e a noi i migranti.

 

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ECCO QUANTO L’AFRICA SI STA INDEBITANDO CON LA CINA

L’analisi di Alessia Amighini, docente di Politica economica, sulle relazioni Africa-Cina

 

All’indomani del 7° Forum sulla cooperazione sino-africana, la Cina estende il suo peso in Africa, attraverso finanziamenti destinati a infrastrutture e attività estrattive. Il rapporto diventa così ancora più sbilanciato, a favore del gigante asiatico.

I RISULTATI DEL FORUM CINA-AFRICA

La cronaca dal 7° Forum sulla cooperazione sino-africana (Focac), svoltosi a Pechino il 3 e 4 settembre, ha sottolineato i profondi legami tra la Cina e l’Africa (53 su 54 paesi) e il ruolo propulsore che la Cina ha assunto nello sviluppo africano. Dal 2000 il Forum formalizza le relazioni tra Pechino e il continente africano e di fatto istituzionalizza la presenza crescente di imprese, capitali, lavoratori e merci cinesi in Africa; quest’anno il presidente Xi ha promesso altri 60 miliardi di dollari di prestiti in varie forme, che si aggiungono ai 136 miliardi già elargiti negli ultimi 17 anni a un alto numero di governi e imprese di stato.

IL RUOLO DELLA CINA

La Cina è la fabbrica manifatturiera del mondo ma non dispone di sufficienti materie prime per sostenere il suo sviluppo industriale. E così Pechino da qualche anno usa il suo supporto politico ed economico all’Africa sub-sahariana, ricca di materie e povera di capitali, per assicurarsi gli approvvigionamenti di molte materie prime, tra cui il petrolio. Secondo i dati del Sais (School of Advanced International Studies, divisione della John Hopkins University), il primo paese ricevente è l’Angola, con quasi un terzo (42,2 miliardi), seguito dall’Etiopia con 13,7 miliardi e dal Kenya con 9,8.

IL PESO CINESE IN AFRICA

La Cina estende così il suo peso nei finanziamenti all’Africa (il primo donatore/creditore sono ancora gli Stati Uniti), destinati soprattutto a infrastrutture e attività estrattive. La maggior parte dei fondi, infatti, è sotto forma di crediti commerciali, crediti all’esportazione, crediti di fornitura (il primato dell’Angola, per esempio, dipende da 19 miliardi di prestiti commerciali, non prestiti agevolati).

LA COOPERAZIONE

La cooperazione cinese in Africa contribuisce in parte all’assistenza umanitaria e allo sviluppo tramite progetti di responsabilità sociale d’impresa, istruzione, formazione, sanità, sicurezza, ma resta sempre strettamente legata agli obiettivi economici e commerciali di Pechino. Da qui il vasto numero dei paesi beneficiari, pochi dei quali però ottengono gran parte delle risorse (a loro volta concentrate su pochi settori produttivi).

RESTA LO SQUILIBRIO

La cooperazione economica e commerciale è volta a facilitare soprattutto gli scambi sino-africani. Peccato però che lo squilibrio commerciale sia uno dei temi più preoccupanti nelle relazioni sino-africane e non si vede come un ulteriore aumento dell’interscambio possa favorire l’Africa, che negli ultimi 15 anni ha importato sempre di più dalla Cina, ma ha esportato sempre meno.

LE ESPORTAZIONI DELLA CINA IN AFRICA

Il problema è che le esportazioni cinesi verso l’Africa consistono soprattutto di macchinari e manufatti, mentre le esportazioni africane verso la Cina sono dominate dal petrolio. Questo tipo di interscambio risponde alla consueta logica del vantaggio comparato: la Cina esporta in Africa i prodotti che le costano di meno (macchinari e manufatti) e importa quelli che le costano di più (materie prime).

GLI EFFETTI DELL’INTERSCAMBIO

Ma a lungo andare tale interscambio rischia di fossilizzare la concentrazione produttiva dell’Africa e rende volatili i proventi dall’export, che seguono le stesse oscillazioni del prezzo del greggio. La sensibile riduzione delle esportazioni africane verso la Cina dal 2015 dipende dal calo del loro valore pur con volumi stabili o crescenti.

IL BENEFICIO CINESE

In questo contesto, porsi obiettivi “comuni” di interscambio totale e non di riduzione del disavanzo africano è il segnale di una forte ed efficace manipolazione degli obiettivi africani a beneficio degli interessi cinesi. Solo 5 dei 60 miliardi promessi sono destinati a un fondo speciale per promuovere l’importazione dall’Africa di prodotti diversi dalle risorse naturali.

LE RETI INFRASTRUTTURALI

Anche la cooperazione della Cina con l’Unione africana per creare reti infrastrutturali e commerciali che promuovano il commercio e l’integrazione regionale e internazionale rischia di avvantaggiare soprattutto le logiche cinesi. Il commercio intra-regionale è da sempre limitato in Africa, rispetto agli altri continenti, certamente per la mancanza di infrastrutture, ma anche per la scarsa complementarietà delle economie. Solo se le reti commerciali e di trasporto che la Cina ha interesse a costruire in Africa serviranno ad aumentare anche la capacità di esportazione dei paesi africani, oltre che a potenziare le rotte e destinazioni delle esportazioni cinesi, il risultato porterà benefici reciproci.

I NUMERI ANNUNCIATI DA XI

Xi ha annunciato anche che 10 dei 60 miliardi di prestiti saranno sotto forma di investimenti di imprese. Per le grandi imprese cinesi, l’Africa è un mercato in crescita. Nel 2016, i ricavi annui lordi di quelle impegnate in progetti di costruzione sono stati di 50 miliardi di dollari. La metà dei quali in soli cinque paesi: Algeria, Etiopia, Kenya, Angola e Nigeria. Sono gli stessi in cui si è registrato un forte aumento di lavoratori cinesi, in totale oltre 227 mila alla fine del 2016. La formazione che la Cina si impegna a finanziare in Africa, sempre nei paesi che più le interessano, potrebbe essere un segnale positivo verso una maggiore integrazione del mercato del lavoro locale, ma i risultati ancora non si vedono.

IL PESO DEL DEBITO

Infine, in alcuni paesi riceventi il peso marginale del debito nei confronti della Cina è molto alto, per esempio a Gibuti, il caso più eclatante, con la quasi totalità del debito estero (80 per cento del Pil) dovuto alla Cina, ma anche in Kenya e in Etiopia. Alla dipendenza economica e finanziaria si aggiunge quella politica dal creditore principale.

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L’analisi è pubblicata su Lavoce.info. Dalle Newsletter di Start mag. 

1972.-ALLE RADICI DELL’INVASIONE

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Orban. Forza Italia e la Lega sono, infatti sulla stessa lunghezza d’onda.

L’attacco alla politica del ministro Salvini e del Governo si è sviluppato su più livelli, più alti mano a mano che i promotori di questa invasione devono registrare il loro insuccesso. Ora, è il momento dell’ONU, a dimostrare da dove e da quanto in alto viene questa offesa. L’argomento dell’Alto Commissario UNHCR Michelle Bachelet è il razzismo: parola sciocca, priva di contenuto per chi vuole rapportarla agli italiani. Meno, anzi, affatto sciocco è vedere che le Organizzazioni mondiali sono state concupite, se non addirittura create, dalla Finanza internazionale. Vale per l’ONU, vale per l’Unione europea e vale, fino a prova del contrario, per la chiesa cattolica. Gli argomenti sollevati contro l’Italia sono pretestuosi, anzi, contraddicono ogni realtà e ogni logica. Sono pretestuosi perché mirano a deviare l’attenzione dalle vere mire di chi sta depauperando il patrimonio della Nazione e quello degli italiani e delle loro imprese. Cadono le imprese strategiche o si trasferiscono fuori dei confini, vogliono che cadano, che non ci siano più i confini; ma l’imprenditorialità e la fede degli italiani nel nostro Lavoro è dura da vincere. è un assalto mortifero di cui molti italiani preferiscono non rendersi conto: “Tasi e tira!” è il loro motto. L’immigrazione selvaggia e incontrollata è stata ed è un problema; ma i problemi siamo abituati a risolverli. A chi alza polvere, accusandoci di razzismo, possiamo rispondere: È privo di senso liquidare il problema migranti con l’appellativo di razzista. È riduttivo anche concentrare l’attenzione sulla delinquenzialità, sull’aumento del numero dei crimini degli stranieri, come tende a fare chi si erge a difensore della nostra società. Il nostro problema non è soltanto la straordinaria propensione alla violenza e al reato di questa gente. È il rifiuto delle nostre leggi e la percezione della nostra civiltà come un segno di debolezza; è il non rispetto della vita umana e della donna da parte di chi ha una natura selvaggia e una cultura tribale; di chi è dedito al cannibalismo e ai riti dai caratteri sincretici e fortemente esoterici come il voodoo. È, ancora, il non rispetto della vita umana e della donna per chi segue la legge islamica, in aperto conflitto con la Costituzione.
Gli stupri, segno di bassezza umana dell’uomo primitivo, sono aumentati del 10% lo scorso anno e aumenteranno ancora. Ci sono giudici, per i quali il militaresco “Coglione!” sarebbe un onore, che scusano il tunisino stupratore in quanto “incapace di controllare ogni genere di istinti e i suoi comportamenti sono dettati dalla impressionante spregiudicatezza”. A Napoli, raccontano che il pomeriggio, quando vanno via dagli uffici si organizzano in turni per scortare le colleghe fino all’ingresso della metro Stazione Centrale. Cose che fanno male a sentirsi, ma il nostro vero problema, che tutti dobbiamo porci è perché si vuole importare un numero così massiccio di migranti e in così breve tempo. Significa rinunciare a priori ad ogni possibilità di integrazione, se mai ce ne fossero e teoriche, s’intende. Teoriche, infatti, perché questi migranti non hanno nessuna intenzione d’integrarsi né hanno alcun valore da integrare. E, allora, la domanda sorge spontanea: “Cui prodest?”
Questa è semplicemente un’invasione progettata e eseguita come un’operazione militare o finanziaria. Non serve integrare, cioè scambiarsi i rispettivi valori perché non serve e nemmeno serve sottometterci, perché l’obiettivo è eliminarci come Nazioni per eliminare le nostre identità cristiane. Questo si vuole e qui sta la radice del problema e, allora, è chiara anche la strumentalità del favore per l’Islam, nemico mortifero della cristianità. Lo dice il Corano.
È necessario denunciare le origini e le cause di questo fenomeno migratorio, partendo dal suo obiettivo: la conquista dell’Europa attraverso un modello neocolonialista, strumentale. Senza questa chiarezza, seguitando a dibattere contro le accuse pretestuose di razzismo, come quelle della Bachelet, nota amica di Fidel Castro, sarà difficile riuscire a contrastare i poteri finanziari che gestiscono le organizzazioni internazionali, nessuna esclusa, dall’ONU a l FMI, alla Banca Mondiale, all’Unione europea. Dovrei avere paura? Chi è italiano, è fatto così.
Viktor Orban è ungherese e anche lui è fatto così. Aveva condannato Soros e gli europarlamentari hanno condannato lui.
l’Europa di Frau Merkel che si è sbranata la Grecia e quella di Monsieur Macron che sta rubando quello che rimane dei paesi africani hanno condannato Viktor Orban, come fosse un criminale, accusandolo di aver violato lo stato di diritto! Veramente, lo ha condannato il Parlamento europeo. Esattamente, l’Europarlamento, riunitosi in plenaria a Strasburgo ha approvato la risoluzione di Judith Sargentini sulla situazione in Ungheria e si è pronunciato sulla violazione dello stato di diritto nella gestione dell’immigrazione con la chiusura dei confini, aprendo contro lo Stato ungherese la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato in caso di violazione dei diritti fondamentali come democrazia, Stato di diritto e diritti umani. Il testo è stato approvato con 448 voti a favore, 197 contrari e 48 astenuti.
Commenta l’eurodeputato Licia Ronzulli, FI: “Così facendo, la Ue produrrà più danni a se stessa che non al Governo ungherese che gode della fiducia dei suoi cittadini. Se l’Europa si dissocia dalla volontà popolare, non meravigliamoci se poi i popoli si dissociano da questa Europa. Al premier Viktor Orban esprimiamo la nostra solidarietà politica”. Ora spetta agli altri 26 capi di Stato e di governo del Consiglio Ue decidere se applicare le sanzioni, ma, per l’art. 7, che leggete in calce, serve un voto a maggioranza qualificata dei quattro quinti dei membri. Quindi, possiamo classificare quest’ultimo atto di Juncker come inutile; tuttavia, ci ha mostrato la netta divisione fra l’asse Merkel – Macron, i sostenitori dell’Europa delle banche, da una parte e, dall’altra, i sovranisti; una divisione che attraversa anche il Ppe e che già marca il confronto delle prossime elezioni europee. Marca anche l’ulteriore divisione nel Governo Conte e nella politica italiana, con Lega e Forza Italia che hanno votato contro le sanzioni e le canne al vento dei 5 Stelle che, unici nel loro gruppo, hanno votato a favore insieme al PD.
Si prospetta un redde rationem fra l’Unione europea e i suoi popoli? L’altra domanda che pongo è: Toccherà anche a Salvini? o anche a Conte e di Maio, vista l’azione collegiale? Di certo, il voto dei 5 Stelle è stato anche un voto contro Salvini.
Il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto ha commentato duramente: “La decisione del Parlamento europeo di adottare il rapporto Sargentini non è altro che una vendetta meschina dei politici pro-immigrazione, vendetta perché noi abbiamo provato che l’immigrazione può essere fermata”.
Questa è una guerra, senza ombra di dubbio. Riassumendola a soldoni, può sembrare che l’area del dollaro abbia scelto di resistere all’avanzata asiatica sottomettendo l’Europa e, poi, la Russia, sfruttando, insieme, tutte le risorse dell’Africa e anche quelle umane, come strumento di destabilizzazione. Le prossime elezioni europee dovranno fare chiarezza su queste politiche, lasciando fuori le sterili accuse di razzismo e di populismo, prive assolutamente di fondamento. Anche l’esperienza Conte potrebbe terminare, viste le giravolte dei 5 Stelle. Alla divisività degli italiani, non possiamo aggiungere quella del Governo. Probabilmente, sarà Salvini e non Conte, a decidere.
A noi spetta di riproporre i principi costituzionali, precedendoli con proposte concrete di modifiche, intese a stabilire i principi cui vincolare i partiti politici per garantire la partecipazione dei cittadini alla vita politica. Altrettanto, accompagnandoli con la riscrittura del sistema di garanzie necessarie a consentire e preservare l’attuabilità immediata della trama dei principi costituzionali: Lavoro, Dignità, Libertà, Eguaglianza, Solidarietà.
Fuori da ogni conflittualità sterile, dalle elezioni del 2019 dovrà scaturire la revisione del progetto politico europeo, sviato dai progetti neoliberisti e dai suoi squilibri economici. E sarà l’Europa delle Nazioni.

Per Vostra comodità, riporto l’articolo 7.

TRATTATO SULL’UNIONE EUROPEA (VERSIONE CONSOLIDATA. Clausola di sospensione.

TITOLO I
DISPOSIZIONI COMUNI

Articolo 7

(ex articolo 7 del TUE)

1. Su proposta motivata di un terzo degli Stati membri, del Parlamento europeo o della Commissione europea, il Consiglio, deliberando alla maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori di cui all’articolo 2. Prima di procedere a tale constatazione il Consiglio ascolta lo Stato membro in questione e può rivolgergli delle raccomandazioni, deliberando secondo la stessa procedura.
Il Consiglio verifica regolarmente se i motivi che hanno condotto a tale constatazione permangono validi.
2. Il Consiglio europeo, deliberando all’unanimità su proposta di un terzo degli Stati membri o della Commissione europea e previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare l’esistenza di una violazione grave e persistente da parte di uno Stato membro dei valori di cui all’articolo 2, dopo aver invitato tale Stato membro a presentare osservazioni.
3. Qualora sia stata effettuata la constatazione di cui al paragrafo 2, il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, può decidere di sospendere alcuni dei diritti derivanti allo Stato membro in questione dall’applicazione dei trattati, compresi i diritti di voto del rappresentante del governo di tale Stato membro in seno al Consiglio. Nell’agire in tal senso, il Consiglio tiene conto delle possibili conseguenze di una siffatta sospensione sui diritti e sugli obblighi delle persone fisiche e giuridiche.
Lo Stato membro in questione continua in ogni caso ad essere vincolato dagli obblighi che gli derivano dai trattati.
4. Il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, può successivamente decidere di modificare o revocare le misure adottate a norma del paragrafo 3, per rispondere ai cambiamenti nella situazione che ha portato alla loro imposizione.
5. Le modalità di voto che, ai fini del presente articolo, si applicano al Parlamento europeo, al Consiglio europeo e al Consiglio sono stabilite nell’articolo 354 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

L’Articolo 354 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFEU) prevede le modalità di voto in seno alle principali istituzioni europee allorquando un paese dell’UE vede applicarsi l’articolo 7 del TUE. Dice che il paese in questione non partecipa alla votazione. Esso non figura nel calcolo del terzo dei paesi necessario per la proposta o dei quattro quinti necessari per la maggioranza. L’approvazione del Parlamento richiede una maggioranza di due terzi.

Questa è stata la prima volta che si è applicato l’art. 7. Sui social corre la voce che sia la conseguenza della lotta di Orban contro Soros e la sua ideologia liberale, le sue iniziative sui migranti, con la chiusura, ad aprile, delle sedi di Budapest della sua fondazione.

Mario Donnini

1961.- Guerra e verità. 14 paesi africani costretti a pagare tassa coloniale francese

Gli europei sono masochisti? sono loro che alimentano la diaspora africana o si sono fatti mettere il cappuccio sugli occhi, come i falchi, da qualcun altro? Sapevate che molti paesi africani continuano a pagare una tassa coloniale alla Francia dalla loro indipendenza fino ad oggi?
di Mawuna Remarque Koutonin.

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Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le elite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese. Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare.Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese. Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto della neo indipendente Africa. Olympio fu ucciso da un ex sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbeche si suppone ricevette un compenso di $612 dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino. Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea. Il 30 giugno 1962, Modiba Keita , il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta a 12 neo indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese. Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa Traoré. Infatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:

– Il 1 gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.

– Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.

– il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.

Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona.

Coups d’Etat en Afrique : Le rôle toxique de la France

JUIN 10, 2010 UN COMMENTAIRE
On voudrait montrer ici, à travers une rapide analyse quantitative, que le coup d’Etat constitue un mode de régulation politique en Afrique, dont les véritables instigateurs sont les Etats impérialistes occidentaux. En tête de liste de ces parrains étrangers des coups d’Etat africains, il y a indéniablement la France qui a abusé de ce moyen criminogène dans son « Pré Carré », en vue de maintenir sous son « influence » de fait des pays prétendument indépendants de droit.
Deux décennies de grands tumultes
Dans le document joint en annexe, on a répertorié les coups d’Etat survenus en Afrique depuis 1952 jusqu’à mars 2010. Sur les 67 que nous avons dénombrés, 18 sont intervenus dans la décennie 1970, qui en a connu le plus ; tandis qu’il y en a eu 17 dans la décennie 1980. Ainsi, de 1970 à 1989, ce sont au moins 35 coups d’Etat qui ont meurtri l’Afrique ; soit plus de la moitié (52.2%) de ceux qu’elle a soufferts en soixante ans (1950-2010).

Décennie Coup d’Etat Pourcentage
Nbre Cumul Val Cumul
1950 2 2 3 % 3
1960 12 14 17.9 % 20.9
1970 18 32 26.9 % 47.8
1980 17 49 25.4 % 73.2
1990 12 61 17.9 % 91.1
2000 06 67 08.9 % 100

Une Spécialité françafricaine
Sur les 26 pays africains concernés par les 67 coups d’Etat, il y a en 16 qui ont été des colonies françaises ; soit 61.5% du total. Dans ces ex-colonies françaises sont survenus 45 coups d’Etat ; ce qui représente 67.2% de l’ensemble. Ainsi, plus de 6 coups d’Etat sur 10 survenus en Afrique depuis soixante ans impliquent des pays sous obédience française, particulièrement les pays subsahariens du « Pré Carré », de la « Françafrique ». Or, presque tous ces pays ont signé des accords militaires avec la France ; plusieurs parmi eux accueillant des bases militaires françaises sensées les protéger des agressions armées : ce dispositif révèle ainsi sa fonction véritable de fauteur de violences politiques en Afrique, sous couvert d’« accords secrets de défense » des usurpateurs locaux que la France coopte et protège au pouvoir.

Ex colonies françaises Autres
Pays Score Pays Score
Togo 1 Egypte 1
Tunisie 1 Libye 1
Côte d’Ivoire 1 Guinée Equatoriale 1
Madagascar 1 Guinée Bissau 2
Rwanda 1 Libéria 2
Algérie 2 Nigéria 3
Zaïre (1) 2 Ethiopie 3
Mali 2 Ouganda 4
Guinée Conakry 2 Soudan 5
SOUS-TOTAL 1 13
Congo 3
Tchad 3
Burundi 4
Centrafrique 4
Niger 4
Mauritanie 4
Burkina Faso 5
RFI Comores 5
SOUS-TOTAL 2 32
TOTAL (1 + 2) 45 TOTAL 22

Des Etats fidèles protagonistes
Dès les premiers coups d’Etat de la décennie 1960, on voit se former un groupe de sept (7) pays qui se signalera au fil des décennies comme un foyer prépondérant de la prise de pouvoir par les armes en Afrique. Ce sont : Soudan, Congo Brazzaville, Burkina Faso, Burundi, Centrafrique, Nigéria, Ouganda. Les cinq derniers cités ont la particularité d’avoir connu un coup d’Etat au cours de la même année 1966, qui est la plus prolifique de toutes. Ensemble, ces sept pays totalisent 28 coups d’Etat, soit 41.8%, alors qu’ils ne représentent que 26.9% (7/26) des pays considérés. Quatre (4) de ces pays relèvent du « Pré Carré » français (2), soit 57.2% du groupe que nous avons baptisé « fidèles protagonistes » des coups d’Etat en Afrique.
Par ailleurs, ce groupe représente 58.33% des douze (12) pays africains où sont intervenus au moins trois coups d’Etat. Parmi ceux-ci, le Soudan, le Burkina Faso et les Comores culminent à cinq (5) unités chacun. Ces douze pays totalisent 47 coups d’Etat, soit 70.2% de l’ensemble, et compte huit (8) ex-colonies françaises, c’est-à-dire 66.7%. Ces huit « fidèles protagonistes » françafricains ont été le théâtre de 32 coups d’Etat sur les 45 survenus dans les ex-colonies françaises ; soit 71.1%.
Ainsi, parmi les pays les plus précoces ou les plus prolifiques en matière de coups d’Etat, plus de 6 sur 10 sont dans le « Pré Carré » de la France ; un pays qui clame pourtant dans le monde entier son engagement philanthropique en Afrique. En réalité l’implication géostratégique de la France en Afrique est étroitement corrélée avec l’évolution des violences politiques sur le continent, dont par conséquent la présence (hégémonique) française est l’un des plus prépondérants facteurs explicatifs. Tant que ce facteur n’aura pas été fermement stigmatisé pour sa nocivité, le risque de coup d’Etat en Afrique dite francophone restera le plus élevé du Continent-Mère.
***
A la faveur de l’effondrement du Mur de Berlin, le coup d’Etat, comme outil prépondérant de mise au pas des pays africains, a laissé place aux mécanismes d’asservissement économique, notamment de « l’aide » et surtout de « l’ajustement structurel », à partir de la décennie 1990. On peut craindre qu’avec, d’une part l’entrée en force de la Chine (mais aussi de l’Inde, l’Iran, etc.) dans l’arène économique du « Pré Carré » de la France, d’autre part la mort de tous ses vieux affidés locaux (Senghor, Houphouët, Mobutu, Eyadéma, Bongo) ; la décennie 2010 ouvre en Afrique françafricaine une nouvelle ère de régulation politique par la violence.
Les signes avant-coureurs de cette recrudescence des coups d’Etat peuvent se lire dans le putsch manqué en Côte d’Ivoire de septembre 2002, les putschs réussis en Mauritanie en 2008 et à Madagascar en mars 2009 ; de même que la tentative d’assassinat – en Guinée Conakry – de Moussa Dadis Camara en décembre 2009.
Il n’en reste pas moins une différence considérable dans le contexte politique international, où les cartes géostratégiques se redistribuent au détriment de l’Europe, a fortiori de la France ; cette dernière ayant de moins en moins les coudées franches pour instrumentaliser la « communauté internationale » à des fins de délinquance politique en Afrique. A cet égard, le camouflet que lui a infligé la diplomatie ivoirienne à l’ONU, ainsi que celui infligé dans la même enceinte onusienne à son poulain malgache Andy TGV par la SADC, semblent signifier la fin prochaine de la main mise de la France sur l’Afrique fallacieusement dite « francophone ».
Une dénonciation franche et massive du rôle toxique de la France, par de nouveaux leaders politiques africains, précipiterait cette fin, dont on veut croire qu’elle est désormais inéluctable.
(1) Certes, le Zaïre n’a pas été une colonie française, mais il n’en demeure pas moins un pays francophone au destin très étroitement lié à celui des autres ; Mobutu Sese Seko ayant été protégé par la France jusqu’à sa mort.
(2)Congo, Burkina Faso (ex Haute Volta), Burundi, Centrafrique.
KLAH Popo

1934.- Per dare una regola per tutti a questo flusso, dobbiamo prima capire perché migrano e qual’è e dov’è il centro del problema

Il presidente Conte avvalla la politica di Salvini che ha portato a una drastica diminuzione delle partenze dalla Libia. Ma nel mezzo del lutto di Stato di Genova, riecco apparire la nave Diciotti e il suo ammiraglio.
Il ministro Toninelli, tra incudine e martello, temendo, forse, un altra esondazione del Quirinale, apre il porto di Catania. Salvini non autorizza lo sbarco e minaccia di riportare in Libia questi migranti, se Bruxelles non li smisterà fra i paesi europei. Giorgia Meloni chiede e richiede il blocco navale come unica soluzione, data l’instabilità della Libia.
Sono con Giorgia e anche con Salvini: due “ritorni” a Tripoli e tutto il flusso si ferma; ma… in questo bailamme si rischia di perdere di vista il centro del problema. È vero che Bruxelles deve decidersi a fare la sua parte: deve trovare un meccanismo di suddivisione dei migranti che permetta di mettere fine alla contromisura delle navi lasciate fuori dei porti, senza possibilità di approdo, perché abbiamo già superato il limite critico. C’è, poi, Malta. Che questa volta rischia un vero richiamo ufficiale, almeno a sentire quanto affermato dai migranti sbarcati dalla nave Diciotti per motivi sanitari: “Il 14 agosto, dopo circa un giorno e mezzo dalla partenza dalla Libia, siamo stati avvicinati da un’imbarcazione di notevoli dimensioni e da due gommoni che si sarebbero presentati come unità maltesi”. Ci dicono che, dopo averli riforniti di acqua, cibo e giubbotti di salvataggio e dopo, averli informati di “aver sbagliato rotta”, i maltesi si sarebbero offerti di “scortarli” verso Lampedusa. Durante la navigazione, per il maltempo – sempre dicono – di aver rischiato l’affondamento, ma che sono stati salvati da nave Diciotti circa due ore dopo essere stati abbandonati dai presunti soccorritori maltesi. Qui, se in acque SAR italiane – ma vorrei esserne certo -, ci starebbero un bravi alla Diciotti e un richiamo all’ammiraglio per non aver coordinato la sua missione con il Viminale, come prescritto.
Ma per dare una regola per tutti a questo flusso, dobbiamo prima capire perché migrano e qual’è e dov’è il centro del problema. È in Africa, dove il neoliberismo, attraverso gli strumenti economico-sociali, sottratti al controllo diretto di quegli Stati nazionali, ha attuato una forma di colonialismo evoluto, senza soluzione di tempo con ogni fine dell’era coloniale, sostenuto in ogni paese dalle classi sociali emergenti, proprio quelle da cui ci si attendeva lo sviluppo e da politici asserviti dalle multinazionali e dai poteri finanziari. E, infatti, sono le classi sociali emergenti che non vedono sbocchi e alimentano i migranti.
È, dunque, la migrazione un problema africano? Assolutamente no. Il neoliberismo, attraverso i medesimi strumenti economico-sociali con cui impedisce lo sviluppo dei popoli africani, corrompendo quei politici che, poi, vediamo raggiungere i più alti scranni, sta, ora, attuando questa forma, anzi, questo modello nei Paesi europei, realizzandolo a spese degli imperialisti occidentali di ieri. Quali possono essere in Italia quei politici? Getto dei nomi sul tavolo: Draghi, Prodi, D’Alema, Napolitano, Monti. Mi fermo a Bergoglio. Troppo lunga la lista.
Quali sono gli strumenti che adotta? Li sintetizzo nella imposizione di una situazione endemicamente debitoria, attuata attraverso i pareggi di bilancio, i finanziamenti per lo sviluppo del mai di FMI e compagni, che paralizzerà, uno alla volta, anche gli Stati dell’Unione europea o, meglio, per ora, quelli dell’eurozona. A proposito, oggi ho letto un annuncio, sciocco quanto esilarante, di Gentiloni, ripreso da Madia, sul successo di Tsipras nella uscita della Grecia dalle spire della Troika: “Missione compiuta!”. Fesseria! perché la Grecia resta imbrigliata al rispetto dei vincoli fino al 2060 e, se, Dio non voglia, non li rispetterà, si comincerà tutto da capo. Tralascio di enumerare i morti, i poveri e gli emigrati greci di questa follia europea.
In questo contesto, che abbiamo delineato, per inciso, i vincoli realizzati dai poteri finanziari mi fanno parlare di illusione, a proposito del sovranismo.
Quindi, appare chiaro il nesso che lega i destini degli africani e degli europei. Spero che sia presto altrettanto chiaro anche per quelli che, a proposito di immigrazione, non vedono di là dal proprio naso e non si limitano a pretendete una migrazione pianificata, realmente integrabile e, sopratutto, sicurezza. Proprio ciò che Il neoliberismo, attraverso l’invasione fuori controllo e il decadimento della nostra cultura e dignità, non vuole che si realizzi. E non lo vogliono le multinazionali che saccheggiano l’Africa e non lo vogliono gli Stati Uniti, la cui leadership non reggerebbe a un mercato cooperativo afro-europeo e che hanno combattuto il colonialismo in nome di principi di cui, dal giorno stesso della sua caduta, si beffa il loro neocolonialismo. Aggiungo che il neoliberismo ha combattuto e annullato in gran parte la crescita di paesi del Medio Oriente e dell’area Mediterranea realizzata nel dopoguerra e guardo sopratutto all’Iraq, al Libano, alla Siria, alla Libia. Dove non è bastata la finanza, sono giunte le bombe e, poi, c’è il neocolonialismo francese, che strangola quattordici stati dell’Africa sub-sahariana.
Vediamo, allora, che l’invasione afro-islamica del continente europeo è strumentale ai piani del neoliberismo, di globalizzazione negroide di entrambi i continenti. L’anomala esplosione demografica dei popoli sub-sahariani agevola questi piani, mentre la componente islamica di questa migrazione contrasta con i principi e con il messaggio d’amore della cristianità. Come accennavamo, a questo risultato hanno contribuito in Africa, la mancanza di coesione nazionale e le politiche finanziarie, asseritamente, dello sviluppo, che con i loro aiuti finanziari, hanno creato, invece, il debito perenne degli Stati africani, privi di realtà produttive sufficienti e che, perciò, sarà pagabile soltanto con uno sfruttamento irrazionale delle loro immense ricchezze. Il pensiero torna alla Grecia.
Dalla invasione africana dei Paesi europei, i neoliberisti vorrebbero ottenere la terzomondializzazione dei popoli di entrambi i continenti. Il condizionale è lì e ci sta perché il fallimento di questo piano è visibile. Meglio, perché una umanità di poveri è facilmente dominabile, ma è anche la negazione dello sviluppo economico e della crescita sociale. Il futuro dell’Europa è in Africa, ma siamo e dobbiamo essere messaggeri di civiltà.
Così, per grandissime linee. Qualunque siano le politiche di Bruxelles, sulla migrazione in atto, dobbiamo evitare di ricevere persone non integrabili o in numero non integrabile nella nostra società, a discapito della nostra sicurezza e delle loro aspettative; perciò, sul problema, la politica italiana ha bisogno di coesione, a livello di Governo e, soprattutto, a livello di popolo e non, invece, di protagonisti dissenzienti che remino contro, in nome di cosa, forse, nemmeno sanno.
Mario Donnini

1915.- IL RAZZISMO AL CONTRARIO E LA MIGRAZIONE TABU’

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Ricordo, circa due anni fa, in Sudafrica, a Città del Capo, gli studenti neri di un movimento chiamato “Rhodes Must Fall” hanno bruciato arte, libri, letteratura, pittura e qualsiasi cosa ritenuta collegata al “diavolo bianco” . Hanno inzuppato dipinti storici e scritti nella benzina e poi li hanno bruciati insieme ad opere d’arte e libri risalenti ai secoli passati, dopo aver vandalizzato l’Università. Qui, in Italia, una pletora d’ignoranti, che a stento sanno come si chiamano, continua a blaterare di razzismo per scopi di bassa politica.
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Grazie all’indottrinamente di massa, l’opinione pubblica è convinta che il razzismo sia una pratica “razzista” operata dai bianchi sulla pelle dei neri. Convincimento infondato! Da anni in Sud Africa, complice il silenzio dei politici occidentali, i coloni boeri sono oggetti di rapine, saccheggi e assassini commessi da bande di neri.
Almeno 3 mila bianchi, uomini, donne e bambini, sono stati massacrati nelle loro fattorie nell’ultimo decennio. La statistica è per difetto, perché l’ African National Congress ha vietato la pubblicazione di statistiche su questi omicidi per il semplice motivo che secondo l’ANC “dissuadono gli investimenti esteri”.
Secondo una inchiesta indipendente (Genocide Watch) è un vero e proprio genocidio per odio razziale. lo dicono le modalità delle stragi, spaventose. Donne e bambini violentati prima di essere uccisi; uomini torturati per ore; famiglie intere aperte coi machete; altri legati ai loro stessi automezzi e trascinati per chilometri, fino alla morte.
Purtroppo gli atti di “razzismo al contrario” non si limitano alla sola violenza fisica. Nel nuovo Sud Africa nelle agenzie di collocamento, gestite unicamente da persone di colore, i bianchi non trovano lavoro semplicemente perché non neri. Dall’avvento al potere di Nelson Mandela a oggi pare siano stati massacrati quasi 70.000 bianchi, per odio razziale. Non è la povertà il fattore scatenante, ma l’odio.In fuga da violenze e odio razziale. Sono migliaia i boeri, gli agricoltori sudafricani discendenti dai coloni inglesi, olandesi, tedeschi e francesi, che stanno lasciando le proprie terre per sfuggire alle persecuzioni. La gente bianca costituisce solo il 9% (4.500.000) della popolazione del Sud Africa e il tasso di omicidi di nero su-bianco è del 95% del totale. Il caso più famoso riguarda quanto successo qualche tempo fa alla famiglia Potgieter: Attie, il papà, torturato pugnalato 151 volte, la moglie torturata a morte e il piccolo Willemien, soli 2 anni, immerso nel sangue dei genitori e poi ucciso con un colpo di pistola alla testa. Molto più recente (Marzo 2018) l’omicidio di Hannah Cornelius, stuprata, strangolata e scaricata in un campo. Il Sud Africa ha il più alto tasso di stupri il mondo e il secondo più alto tasso di omicidi. in tema di razzismo e violenza, nulla da imparare o da invidiare ai bianchi per essere la terra del premio nobel della pace Nelson Mandela.
Gianni Toffali

“In fuga dalle persecuzioni dei neri” La Russia accoglie 15mila boeri.

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Il vero RAZZISMO: cartoline dal Sudafrica, la mattanza dei bianchi

Ad accoglierli a braccia aperte non ci sono più i Paesi occidentali, ma la Russia di Vladimir Putin. Per ora 30 famiglie sono già arrivate nella regione di Stavropol. Sono solo una piccola porzione dei 15mila afrikaner che stanno programmando di emigrare in Russia. Un vero e proprio esodo, scatenato dalla decisione del neo presidente sudafricano Cyril Ramaphosa di espropriare i terreni dei bianchi e restituirli alla popolazione nera. In effetti, le percentuali, come nota Libero, mostrano una evidente sproporzione. I boeri, che rappresentano solo il 9% degli abitanti controllano i due terzi dei terreni agricoli della nazione. Ma lo scontro su quella che il governo non ha esitato a definire “un’eredità dell’apartheid”, è passato ben presto dalle parole ai fatti.

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Contro la popolazione d’origine europea è in corso un “Apartheid” rovesciato.

I timori sull’espropriazione delle terre in Sudafrica

Ad avanzare la mozione che invita al superamento del vincolo costituzionale sull’espropriazione delle terre ai farmers, è stato il partito della sinistra radicale sudafricana “Combattenti per la libertà economica”, guidato da Julius Malema. La formazione ha trovato l’appoggio da parte dell’Anc, l’African National Congress, ossia il partito di Nelson Mandela che controlla il paese dalla fine dell’apartheid e che nell’attuale parlamento ha la maggioranza assoluta. La mozione è quindi passata con 241 voti favorevoli ed adesso si sta lavorando per varare, entro il 30 agosto, una commissione in grado di redigere una nuova normativa sulla materia.

Nella sua versione più “drastica”, l’esproprio sarebbe senza indennizzo per i proprietari terrieri bianchi, con la suddivisione delle terre ai piccoli proprietari appartenenti alla popolazione di colore. I timori sono elevati sia tra i partiti di opposizione che tra la minoranza bianca: si temono, in particolare, vendette fisiche ed economiche contro i farmers e contro, in generale, la popolazione di origine europea.

In tanti, in Sudafrica e non solo, pensano che il riaprire la diatriba delicata sull’espropriazione delle terre ai farmers sia un modo per coprire gli insuccessi economici e gli scandali di corruzione che hanno colpito la classe politica. L’Anc è, su questo fronte, nel mirino tanto che lo scorso 18 febbraio è terminata la presidenza Zuma e si è proceduto all’elezione, come capo del governo, di Cyril Ramaphosa. Il paese è preda della criminalità e della crisi economica, con i neri preoccupati per essere senza lavoro e con i bianchi invece preoccupati per la prospettiva di vedere le proprie terre espropriate. In pochi quindi, in Sudafrica, hanno voglia di enfatizzare la storia del paese successiva alla caduta dell’apartheid.

La campagna per gli espropri si è tradotta in attacchi violenti e minacce contro i boeri, che denunciano: “È diventata una questione di vita o di morte”. “Siamo sotto attacco, i politici stanno fomentando una spirale di violenza”, ha detto uno dei profughi intervistato dai media russi. Tra il 2016 e il 2017 secondo i dati di “Afriforum”, associazione in difesa dei diritti delle minoranze, sono stati 74 i contadini uccisi. Nello stesso periodo si sono verificate 638 aggressioni, compresi casi di fattorie espropriate, distrutte o incendiate.

Ora gli ex proprietari terrieri europei vogliono mettersi a disposizione del Cremlino. In Russia i contadini si preparano a dare il loro contributo al settore agricolo, mettendo sul tavolo 100mila dollari a famiglia per affittare nuovi campi da coltivare. Non solo a Stavropol, ma anche nelle regioni di Rostov sul Don, Krasnodar e in Crimea. Un’operazione dai benefici reciproci, visto che in Russia ci sono 43 milioni di ettari di terra incolta che il governo ha messo a disposizione dei cittadini a partire dal 2014. E che ora potrebbe essere assegnata proprio agli afrikaner. Di Alessandra Benignetti

1911.- Africa: trappola malthusiana e migrazioni di massa

Interessante articolo dal blog di ILARIA BIFARINI. L’Unione europea si è dimostrata inadeguata a sviluppare la cooperazione con le nazioni sub-sahariane, che potrebbe e dovrebbe sostenere il reciproco sviluppo, in ciò frenata dalla politica colonialista francese e dall’interesse egemonico degli Stati Uniti. Senza quelle politiche economiche e sociali orientate alla qualificazione della forza lavoro e all’educazione sessuale di quelle popolazioni, subiremo, inevitabilmente, la loro emigrazione, con le conseguenze di cronicizzare il loro sottosviluppo e di accentuare l’impoverimento economico del nostro continente. Da qui, all’impoverimento della civiltà cristiana e delle nostre identità, il passo sarebbe breve. Dico sarebbe, perché mi piace pensare che esistano le forze capaci e interessate a invertire questo percorso.

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Da ILARIA BIFARINIBlog di una bocconiana (bella e) redenta

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I coloni dell’austerity

La popolazione africana sta subendo un’esplosione demografica senza precdenti. Se nel 1960 contava meno di 300 milioni di abitanti (285 per l’esattezza) oggi si attesta a circa un miliardo e duecento milioni di persone. Secondo le stime dell’Onu in pochi decenni essa raddoppierà, passando nel 2050 a ben 2 miliardi e 500 milioni di persone.

Secondo la teoria economica della cosiddetta “transizione demografica”, ogni popolazione umana tende a transitare da una situazione iniziale caratterizzata da elevata mortalità e alta fecondità a una contraddistinta da scarsa mortalità e bassa fecondità. Il passaggio dalla prima alla seconda avviene con un’iniziale riduzione del livello di mortalità, cui fa seguito un consistente aumento del tasso di crescita demografica, che si attesterà presto intorno allo zero grazie a una riduzione del livello di fecondità, completando così il percorso della transizione demografica.

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A innescare tale processo sono generalmente migliori condizioni igienico-sanitarie e di salute, che ingenerano un declino del tasso di mortalità; ne segue un mutamento di stile di vita della popolazione adulta, che rivolgerà ai figli maggiori cure e aspettative e sceglierà spontaneamente di pianificare una riduzione delle nascite. Come dimostra il grafico sopra, esiste una relazione inversa molto forte tra reddito e crescita demografica.

Questa transizione, avvenuta nel XIX e nella prima parte del XX secolo nei paesi sviluppati, nella seconda parte del secolo scorso si è estesa a molti dei paesi in via di sviluppo, ad eccezione proprio dell’Africa.

L’Africa subsahariana costituisce un unicum nel panorama demografico contemporaneo dove, a fronte di una mortalità che ha conosciuto una diminuzione generalizzata negli ultimi decenni, persiste un tasso di fecondità tra i più elevati nel mondo.

È venuta a concretizzarsi una spirale nefasta, nota come “trappola malthusiana”, che rende impossibile adeguare l’aumento della produzione e delle risorse alimentari in modo da compensare il forte incremento della domanda legato a una crescita esponenziale della popolazione, e condanna il paese a una situazione di stagnazione economica.

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Per spezzare la trappola malthusiana in cui si trovano gran parte dei paesi dell’Africa subsahariana sono necessarie politiche economiche e sociali orientate alla qualificazione della forza lavoro e all’educazione sessuale della popolazione, altrimenti l’unica via di fuga per una fetta sempre più ampia di giovani condannati alla disoccupazione rimarrà quella dell’emigrazione, che non fa altro che aggravare la condizione di sottosviluppo del continente. Incentivare la popolazione giovane locale ad abbandonare la propria terra e rinunciare a ogni possibilità e speranza di sviluppo dell’economia nazionale non è la soluzione, ma parte del problema.

1902.- IN NOME DI DIO! COS’ALTRO DEVE ACCADERE PERCHE’ L’AMORE CRISTIANO TORNI A ILLUMINARE IL CAMMINO?

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Continuiamo a fingere di non sapere, a fingerci buonisti, globalisti o sovranisti, a dare voce ai farisei o a chi non sa di essere. Ormai è noto che i migranti non muoiono solo in mare, anzi! che l’industria dei trapianti poggia su un traffico orrendo; che la nostra civiltà è in pericolo per le masse di selvaggi che non può sostenere; che parlare di integrazione è un eufemismo, ma, soprattutto, che dall’Africa la nostra crudeltà trae vantaggi e importa bestialità e che una parte, già corrotta, della politica, in nome di una sinistra di un secolo finito, lucra grazie a tutto questo. Dobbiamo prendere atto che di fronte a questi orrori, siamo soli e siamo la prima schiera. Neppure più la Chiesa cattolica è baluardo. É una multinazionale anch’essa, troppo potente e troppo ricca per schierare la croce avanti a noi. E neppure la legge è adeguata, costruita com’è intorno a principi di civiltà, crea confusione e diviene strumento di protezione per le bestie: Bestie perché non si può più parlare di rei, di cittadini da redimere, da rieducare con una pena d’amore cristiano. C’è confusione e un vuoto nelle istituzioni, impreparate e inadeguate a garantire e a garantirsi, al punto che è facile trovarle schierate dalla parte del denaro, contro noi cittadini e che anche un Governo, eletto, deve guardarsi di fronte, ma, di più, alle spalle. Abbiamo già descritto le mafie nigeriane, i loro sacrifici umani, ne ho visti i segni con i miei occhi; oggi leggiamo insieme cosa scrive Sergio Rame; e riflettiamo.

Da il Giornale.it
Cannibalismo e corpi smembrati nel cellulare dello scafista che vende gli organi dei migranti

In cambio di milioni di dollari, l’eritreo ha organizzato il trasferimento di migliaia di clandestini dall’Africa all’Italia. Nel suo cellulare i video che provano la consegnati dei migranti agli aguzzini che li ammazzano per prendersi gli organi.

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Fotografie con scene di cannibalismo e pezzi di corpi smembrati. Filmati che ritraggono gli immigrati consegnati nel deserto agli aguzzini che, di lì a poco, li ammazzeranno senza pietà.
Il cellulare dell’eritreo arrestato a maggio in Sudan ed estradato a giugno in Italia con l’accusa di essere tra i trafficanti di esseri umani più pericolosi è un cimitero di orrori. Secondo i pm guidati dal Procuratore Francesco Lo Voi, il sanguinario scafista sarebbe Mered Medhanie Yedhego (35 anni). E, sebbene l’uomo continui a dire che c’è stato uno scambio di persona, il pool che coordina l’inchiesta è fermo nell’assicurare che ci troviamo di fronte al trafficante senza scrupoli che, per anni, ha organizzato il trasferimento di migliaia di clandestini dall’Africa all’Italia, in cambio di milioni di dollari.

Chi non paga viene ucciso per gli organi
Le fotografie e i video sono stati inseriti nella memoria depositata dai magistrati al gup Alessia Geraci. “Nella chat intrattenuta con l’utente Efii risulta l’invio di immagini ritraenti delle scene di cannibalismo – scrivono i magistrati – nonché dei filmati scaricati da YouTube che verosimilmente riprendono dei migranti presi in consegna nel deserto da alcuni trafficanti armati”. Un accertamento che, come dicono gli stessi pm, “assume un pregnante rilievo”, soprattutto dopo le dichiarazioni rese da Nuredin Atta Wehabrebi, un ex trafficante di esseri umani che ora collabora con la giustizia. Nel corso dell’interrogatorio reso l’11 maggio di un anno fa, Atta aveva riferito che “lungo la strada del Sinai i migranti che non hanno avuto la possibilità di corrispondere le somme pattuite vengono sistematicamente uccisi dalle organizzazioni criminali dedite al traffico di uomini al fine di estrarne gli organi avvalendosi di soggetti soprannominati ‘medici del Sahara’”.

I “medici del Sahara” che prendono gli organi
La ricostruzione di Atta ha aperto gli occhi all’Occidente sulle violenze dei trafficanti di uomoni. “Perché qua devono pagare a Kufra, a Kufra devono pagare, devono pagare… – ha spiegato l’ex scafista – non è pagare contanti, non c’è nessuno che paga contanti”. Alcuni immigrati lo fanno. Ma sono solo il 2-3%. Hanno i soldi a casa. Ma, come spiega lo stesso Atta, la maggior parte non paga subito. L’80% lo farà a Palermo o, al più tardi, a Roma. Lo faranno le famiglie. “Ci sono altre persone che non hanno soldi…”. E allora “ci sono egiziani” che “prendono questi… organi”. Ed è in questo momento che entrano in scena i “medici del Sahara”. “Ammazzano… queste organizzazioni lo sanno questa cosa – ha spiegato Atta agli inquirenti – si può scoprire anche… tu non hai visto su YouTube? L’hanno postato su YouTube…”. Ed effettivamente i magistrati hanno trovato su internet alcune immagini agghiaccianti. “Prima tagliano questo (organo ndr), tagliano questo, prendono queste cose… le sapete queste cose?”.

Il traffico degli organi degli immigrati
Gli organi vengono “portati direttamente in Egitto”, dove vengono venduti. Ai magistrati Nuredin Atta Wehabrebi ha detto che in questi anni “tante persone sono morte, tante, tante, tante”. I loro reni vengono venduti per a 15mila dollari. L’uno, ovviamente. “Gli egiziani prendono (gli organi, ndr) – ha continuato l’ex scafista – gli egiziani tutti quelli fanno intervento nel deserto”. Non c’è sono questa confessione a incastrare Mered Medhanie Yedhego, il cui nome potrebbe essere uno dei tanti alias emersi dall’esame dei diversi profili social aperti dall’eritreo. Gli inquirenti hanno messo insieme diciassette nuovi elementi di prova. A partire dalla comparazione fonica tra la voce dello scafista intercettata nell’indagine fatta due anni fa sul traffico di esseri umani e alcune telefonate registrate sull’utenza trovata in possesso e usata dall’uomo arrestato. Secondo il consulente della Procura si tratterebbe della stessa persona. L’eritreo, però, dopo l’arresto non ha voluto sottoporsi a una nuova perizia fonica. E adesso dovrà fare i conti con le foto dell’orrore trovate dai magistrati sul cuo cellulare. Impossibilli da spiegare.
Sergio Rame –

1868.- Lo diceva Craxi nel ‘90: aiutiamoli veramente a casa loro e il mondo guarirà entro il 2020.

Bastava cancellare il debito del Terzo Mondo. Ma non si è fatto niente. E il 2020 è praticamente arrivato e quei paesi, sempre più poveri, vomitano disperati sulle sponde del Mediterraneo.

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«Proporre ai paesi poveri del mondo un “contratto di solidarietà” che rompa, entro il 2020, il ciclo infernale della miseria e della fame». Così parlava Bettino Craxi a Parigi nel lontanissimo 1990. La proposta: cancellare il debito del Terzo Mondo. Noi cos’abbiamo fatto, in trent’anni, su quel fronte? Meno di zero. Il 2020 è praticamente arrivato, e quei paesi (sempre più poveri) vomitano disperati sulle sponde del Mediterraneo. Rileggere oggi le parole di Craxi – riportate all’epoca dai quotidiani – fa semplicemente piangere: qualcuno ricorda una sola sillaba, di tenore paragonabile, pronunciata negli ultimi decenni da uno qualsiasi dei famosi campioni dell’Unione Europea? Siamo sgovernati da infimi ragionieri e grigi yesmen al servizio del capitale finanziario neoliberista che i tipi come Craxi li ha esiliati in Tunisia, trasformandoli in profughi politici – corsi e ricorsi, nell’amara ironia della storia: importiamo derelitti, dopo aver cacciato leader autorevoli e dotati di visione strategica. Nel ‘90, Craxi intervenne nella capitale francese in qualità di rappresentante personale del segretario generale dell’Onu per i problemi del debito del Terzo Mondo, dinanzi alla Conferenza parigina dei 41 paesi più poveri del pianeta.

Un discorso, scrisse Franco Fabiani su “Repubblica” – nel quale Craxi ha ripercorso quelli che ha definito «i sentieri statistici della povertà che solcano il globo con la loro sfilata di drammatici indici della miseria e del sottosviluppo, dall’America latina

all’Asia, dal Medio Oriente all’Africa subsahariana». Circa un miliardo di persone definite povere nelle statistiche ufficiali della Banca Mondiale (senza comprendere la Cina) costrette a fare i conti con risorse inferiori a quelle che occorrono per il minimo vitale. Erano quattro, per Craxi, i maggiori problemi da affrontare: nodi che – ieri come oggi – turbano, in questo contesto drammatico, «la ricerca dell’equilibrio e della prosperità di tutto il nostro pianeta: le guerre, la povertà, il debito, il degrado ecologico e ambientale». Africa e Asia, Medio Oriente, America Latina: aree tormentate negli anni ‘80 da guerre, guerriglie tra Stati e popoli e gruppi di diverse ideologie. Tragedie che hanno prodotto «distruzioni e persecuzioni, ma anche e soprattutto costi economici enormi, che hanno aumentato a dismisura l’indebitamento». Di qui la ricetta di Craxi, proposta alle 150 delegazioni presenti a Parigi: sviluppare una cooperazione con questi paesi per mettere fine ai conflitti e alleviare il debito, cominciando dai paesi che rispettano i diritti umani.

In una parola: «Concentrare gli sforzi politici e finanziari per spezzare l’intreccio perverso guerra-povertà». E quindi, innnanzitutto: fare il possibile per evitare nuove guerre. Quella in agenda nel ‘90 era la prima Guerra del Golfo, a cui il “profeta” Craxi si opponeva: un conflitto nel Golfo, sosteneva, «trascinerebbe con sé un carico incalcolabile di distruzioni e di conseguenze tragiche di cui proprio i paesi più poveri sarebbero le prime vittime». Ed ecco la proposta strategica: «Cancellare sino al 90% del debito bilaterale, mentre il restante 10% dovrebbe essere convertito in moneta locale, per farlo affluire ai progetti di sviluppo economico, di formazione di capitale umano e di tutela dell’ambiente». La cancellazione del debito verso i paesi poveri «comporterebbe un onere annuo pari al 10% del Pil dei paesi donatori, cui si dovrebbe aggiungere almeno una percentuale identica di nuovi aiuti». In questo modo, secondo Craxi, «si potrebbe avere una robusta crescita dei paesi più poveri che consentirebbe loro di debellare la fame entro il 2020». Unica condizione: la stabilità del prezzo del petrolio, e quindi la pace. Un simile discorso, oggi, in Europa, avrebbe bisogno di un traduttore specializzato: la lingua di Craxi sembra estinta, come quella dei Sumeri.