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1695.- Goldman Sachs: “L’ipotesi peggiore è un governo anti-europeo”

L’Unione europea è una serva delle banche? GoldmanSachs: “l’ipotesi peggiore è un governo antieuropeo”. La banca d’investimento statunitense avverte che i mercati sono diventati troppo indulgenti nei confronti del rischio politico rappresentato dalle elezioni di oggi, 4 marzo, in Italia, il cui esito è imprevedibile e potenzialmente caotico. Così sul quotidiano economico britannico “The Financial Times” il reporter finanziario Nicholas Megaw commenta il rapporto che Goldman Sachs ha distribuito agli investitori suoi clienti. Nell’analisi della banca statunitense, l’analista Silvia Ardagna ritiene che il risultato più probabile delle elezioni italiane sarà “un Parlamento senza una chiara maggioranza e poi una vasta coalizione di governo tra partiti di sinistra, di centro e di destra”: ma “la strada verso un tale esito potrebbe essere assai accidentata”. Quindi i mercati “sembrano essere troppo indulgenti” nei confronti del rischio che una coalizione anti-europea o di destra possa arrivare al governo in Italia e “disfare quanto di buono è stato fatto per migliorare le finanze pubbliche” della terza economia dell’Eurozona. Un’analisi di Goldman Sachs aveva già suggerito, minacciando, che “nello scorso mese di febbraio sarebbe stata probabile una riconsiderazione dei valori degli investimenti italiani”. Come, invece, notò il “Financial Times”, nonostante l’incertezza politica le azioni italiane sono state tra quelle che hanno ottenuto i maggiori rialzi: l’indice FTSE MIB della Borsa di Milano a gennaio è stato quello che ha registrato i risultati migliori in Europa. E neppure il mercato delle obbligazioni di Stato, che generalmente è più sensibile al rischio politico, era stato scosso dall’imminenza delle elezioni in Italia.
Gli italiani sono, comunque, consapevoli della necessità di un cambio della guardia al governo, anche se la campagna elettorale è stata deviata su temi da farsa, tra fascismo e antifascismo, con episodi di odio e violenza suscitati volutamente da CGIL, A.N.P.I., Pietro Grasso e Laura Boldrini, attraverso i centri sociali pronti all’uso. Farsesca anche la serva di Soros, Bonino, che non è riuscita a raccogliere 20.000 firme, ma ha potuto spendere 230.000 € per costellare le stazioni di schermi con la sua squallida immagine. Dalla Germania, che ha beneficiato del sudore degli italiani, giungono minacce:

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Risponde da Twitter Luciano Barra Caracciolo: “Ma come si permette costui di minacciare un intero popolo sovrano mentre vota?
Evidentemente è uso a parlare con gli spaghetti-influencers dell’autorazzismo che non sanno spiegargli che è la pazienza degli italiani che dovrebbe essere finita da un pezzo…”dovrebbe”.

Una dimostrazione di più che questa Unione europea sta franando e che dobbiamo ristrutturarci politicamente per affrontare la sfida USA dei dazi e il futuro, investendo nel lavoro con una moneta sovrana e non, invece, con le tasse di quel corvaccio di Bersani. Dio ci guarda ed è imprevedibile. Fonderemo la nuova Italia e fonderemo la Nuova Europa?

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Leggiamo e annotiamo Silvia Ardagna, di Goldman Sachs. I grassetti sono una nostra sottolineatura.

“C’è una grande attenzione sul debito pubblico italiano, dato il suo alto livello. Gli investitori esteri mi fanno continue domande su quali possano essere gli scenari macroeconomici dei prossimi mesi: se il debito è su una traiettoria decrescente, se si è stabilizzato o se rischia di aumentare (o se sarà ripudiato. ndr). In questo periodo l’attenzione è più positiva del passato, è vero, ma l’esito delle elezioni potrebbe cambiare lo scenario», spiega Silvia Ardagna, economista di Goldman Sachs – una delle più grandi banche d’affari del mondo – e responsabile per i Paesi del Sud Europa.

Il debito pubblico è al 131,5% del Pil e un terzo è in mano ad investitori stranieri. È un rischio?
«L’economia in Italia si sta riattivando, con una crescita del Pil per il 2017 dell’1,5%, che è più alta rispetto agli anni passati. I rischi legati al debito sono dunque visti con meno nervosismo. Però è vero che una grossa quota di debito – nonostante sia scesa dal 50% pre-crisi ad un terzo – è in mano a investitori non residenti, che sono più volatili. L’esito del voto avrà una sua incidenza».

Cioè?
«Ci sarà probabilmente un Parlamento diviso in tre blocchi, senza una maggioranza assoluta. Se questo “hung parliament” (Parlamento appeso, ndr) porterà a una coalizione di governo trasversale, allora non dovrebbero esserci conseguenze sul debito. Qualunque governo anti-europeo, che metterà in discussione la partecipazione alla moneta unica o che si confronterà duramente con Bruxelles piuttosto che collaborare, è invece visto in modo negativo».

Il nostro Paese è pronto alla fine del «quantitative easing» della Bce?
«Pensiamo che la politica monetaria in Europa rimarrà accomodante ancora per un periodo notevole. Verranno ridotti gli acquisti dei titoli di Stato, il Qe appunto, ma la Banca centrale europea reinvestirà i Bond in scadenza. Inoltre riteniamo che Francoforte terrà i tassi fermi ai livelli attuali per tutta la prima metà del 2019. Il rialzo successivo sarà graduale. Non ci aspettiamo effetti così significativi».

A livello globale però i tassi salgono. Questo avrà conseguenze per l’Italia?
«Per i grandi investitori internazionali il rialzo dei tassi americani decisi dalla Fed rende i Btp meno attraenti: quelli decennali hanno rendimenti inferiori ai bond americani a due anni. Ci aspettiamo però in Europa una politica monetaria attenta e accomodante, appunto, senza scossoni o deprezzamenti forti» (cioè, siamo nelle mani della BCE, privata, e Goldman Sachs la approva. ndr).

Il nostro debito pubblico è sostenibile?
«Con un surplus primario (la differenza tra entrate e spese al lordo degli interessi sul debito, ndr) al +1,5% del Pil e una crescita nominale, che include l’effetto prezzi, del 2 o 2,5%, solo uno shock molto forte sui tassi di interesse potrebbe riportare il debito a crescere. Bisogna evitare che si entri in un circolo vizioso per cui aumenta il costo del debito, la crescita rallenta e la finanza pubblica si deteriora. Questa combinazione non porta a nulla di buono».

Tutto insomma dipenderà dalle politiche del prossimo governo?
«È necessario che la crescita continui a migliorare e che ci sia una politica fiscale prudente. Bisogna continuare la strada intrapresa, altrimenti le cose possono mutare in fretta. Parlo con investitori internazionali da anni: prima della crisi del 2011 vedevano l’Italia come un Paese virtuoso rispetto agli altri del Sud Europa, focalizzando l’attenzione sul fatto che l’Italia avesse un surplus primario e banche con bilanci solidi. Poi con la crisi greca e le incertezze politiche il focus è stato messo sull’alto debito. Oggi siamo nella stessa situazione: guardano alla crescita, non alle vulnerabilità. Basta poco però a far cambiare rotta agli investitori».”

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Silvia Ardagna, economista di Goldman Sachs

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1693.- COSA CI ASPETTA PER I PROSSIMI 4 ANNI CE LODICE INTESA SANPAOLO CON UN PIANO INDUSTRIALE DA PAURA

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Il 6 febbraio scorso ISP ha presentato al mercato e ai sindacati il Piano d’Impresa 2018-2021, insieme ai risultati 2017 e all’annuncio di un nuovo Lecoip 2.0 per incentivare il personale. Come era ampiamente preannunciato, il Piano si propone obiettivi estremamente ambiziosi, aggressivi e sfidanti, con ampio utilizzo di toni sopra le righe per autocompiacimento, esaltazione, orgoglio d’appartenenza. Sfrondato dall’eccesso di testosterone e ricondotto ad una corretta dimensione di pianificazione delle condotte future, da parte di un management ansioso di strafare, il piano rappresenta un documento utile per leggere cosa ci aspetta nei prossimi 4 anni.

Sebbene non ci sia nulla di veramente nuovo sotto il sole, se non la fibrillazione manageriale che ricorda più una maionese impazzita che la burocratica pianificazione di un banale progetto di estrazione di utili, bisogna distinguere quello che rappresenta la continuità da quello che tende ad introdurre una discontinuità.

E’ nel segno della continuità lo spostamento progressivo del baricentro reddituale dal margine di interesse alle commissioni (in particolare su collocamenti e risparmio gestito). Già nell’esercizio 2017 le commissioni valevano 7.7 miliardi di euro contro 7.1 miliardi degli interessi netti. Ora si vuole addirittura portarle a 10 miliardi entro il 2021, contro 8.3 miliardi di interessi netti. Il propellente di questa impennata dovrebbe essere la crescita esponenziale delle masse gestite (da 338 miliardi a 444 miliardi nell’arco del piano). Un traguardo impegnativo, sia per la Banca dei Territori (+48mld.), sia per il Private Banking (+55 mld.).

Lo stesso si può dire dell’ossessione per il risparmio sui costi, in particolare quello del personale. Il rapporto cost/income che adesso è al 50,9% (55% se includiamo le venete) dovrebbe scendere al 45,4% alla fine del piano. Un risparmio di 1,5 miliardi nel quadriennio, che implica un’impennata della produttività pro-capite di dimensioni impressionanti. Facile da realizzare, con 9.000 persone già uscite o sul punto di farlo, con 1.285 milioni di euro di contributo statale per l’assorbimento delle venete, un accordo sindacale pronto e via e soprattutto una fuga volontaria precipitosa e massiva per uscire dal “posto migliore dove lavorare”. Molto difficile da gestire, però, se già ora i responsabili sono preoccupati per come conciliare le ferie dei lavoratori, dopo i vuoti che si andranno a creare nella rete, con l’imperativo di garantire risultati e collocamenti…

Continuità anche nella distribuzione dei dividendi, ma con salto di livello, per accontentare azionisti famelici che si aspettano ritorni sul capitale a due cifre, come negli inebrianti anni prima di Lehman: non a caso si promette di riportare il R.O.E dal misero 7.9% del 2017 al più presentabile 12,4%, entro il 2021. Quindi anche gli utili attesi cumulati e la conseguente massa dei dividendi da distribuire devono “cambiare passo”: gli utili devono salire dai 3.8 miliardi del 2017 ai 6 miliardi del 2021. Nell’arco di piano gli utili supereranno, secondo i Messina boys, i 20 miliardi di euro, scontando un tasso di crescita del 12,1% l’anno, mentre i dividendi arriveranno complessivamente oltre i 15 miliardi (sono stati “solo” 10 nel piano precedente…).

Vorremmo mettere un attimo a confronto i tassi di crescita di utili e dividendi, da una parte, e retribuzioni dei lavoratori, dall’altra. Tralasciando l’importo medio degli aumenti contrattuali, risibili, concentriamoci sul sistema incentivante che va ai lavoratori. Una distribuzione che implica un costo totale tra i 70 e gli 80 milioni di euro l’anno (con meccanismi oscuri e incomprensibili, sia prima che dopo l’erogazione eventuale), a fronte di dividendi con ordini di grandezza almeno 50 volte superiori! Poi c’è il Lecoip, per legare il premio all’andamento azionario, ma per la stragrande maggioranza dei lavoratori è facile constatare che 4 anni di VAP rendevano di più di questa bella invenzione!

Passando ad affrontare le discontinuità del piano, emergono le novità vere, non proprio gradevoli.

Si prospetta un salto di qualità nell’assicurativo con la spinta sulle polizze danni, i cui premi devono salire da 0,4 miliardi del 2017 ai 2,5 miliardi del 2021: una moltiplicazione di oltre 6 volte! L’obiettivo dichiarato è scalare le classifiche delle assicurazioni danni in Italia, diventando il primo operatore per polizze retail diverse dal comparto veicoli. Qui l’ambizione è costruire una alternativa privata e commerciale al welfare pubblico in via di smantellamento: non a caso si punta su salute, benessere e sicurezza, dopo aver già ampiamente sfondato sulla previdenza. Per il segmento imprese, ci sarà il welfare aziendale “chiavi in mano”.

Prosegue, con accelerazione, lo smantellamento della rete fisica di distribuzione: 1.100 Filiali chiuderanno, lasciando totalmente sguarnite le città minori (dove resteranno solo le tabaccherie di Banca 5 e i bancomat), mentre le residue 2.920 filiali saranno prevalentemente concentrate nelle città medio-grandi, dove è concentrato il 75% della popolazione italiana. Grandi tagli anche ai costi immobiliari (-19%) entro il 2021 e creazione di una nuova sede a Milano (Rho Fiera) per concentrare le direzioni centrali a 40 minuti di treno dal Grattacielo di Torino.

Novità gravi anche per il recupero crediti, dove si paventa la creazione di una nuova società con la partnership di un operatore industriale (si teme a maggioranza non ISP, per cedere 10 miliardi di euro di NPL e 700 lavoratori, con trattativa in fase avanzata con l’operatore svedese IntrumIustitia, ma di questo il Piano non parla…). Inoltre si accenna al progetto “Pulse” per creare un’unità interna dedicata alla gestione dei crediti retail alla prima fase di deterioramento, centralizzando le attività ora svolte in filiale, con 1.000 persone in organico entro il 2021.

Naturalmente si insiste per l’estensione del nuovo contratto di lavoro “misto”, con un contratto part-time da dipendente bancario e l’altro come consulente finanziario, tutto nella stessa persona. Un modello precursore che rischiamo di trovarci sul tavolo al prossimo CCNL per estensione all’intero settore. Intanto i 9.000 esodati e pensionati verrebbero sostituiti da sole 1.650 risorse, mentre altri 5.000 lavoratori seguiranno un percorso di riconversione verso ruoli “ad elevato valore aggiunto”.

Ovviamente non si fa cenno ai rischi di esecuzione del Piano: una nuova fase di instabilità finanziaria, uno storno dei mercati, i nuovi vincoli della MIFID II, la fine delle politiche monetarie ultra-espansive, la diffidenza del mercato italiano verso strumenti di tutela come le polizze private, lo scarso interesse perl a consulenza evoluta, la difficoltà di espandere il credito sano, le politiche austeritarie tuttora operanti, la carenza di un mercato liquido degli NPL.

Quello che invece è certo, almeno per noi, ma sottaciuto dagli stessi “rappresentanti dei lavoratori” che hanno la titolarità di trattare, anche senza mandato, è l’enorme grado di tensione che questo piano provocherà nel clima aziendale, la sofferenza psico-fisica cui saranno sottoposti i lavoratori che dovranno realizzarlo in mezzo a difficoltà operative, procedurali, commerciali. Avremo un ulteriore aumento di pressioni commerciali, cui non hanno posto argine né i protocolli etici e sostenibili, né le caselle “io segnalo”, né l’accordo ABI di più recente conclusione. Vedremo ancora salire la richiesta di obiettivi impossibili, l’applicazione di metodi di controllo invasivi, l’invito a forzare le regole, lo straordinario non pagato, la pretesa di ottenere i risultati anche se nessun contratto lo prevede o lo impone.

Dobbiamo ricostruire un tessuto di solidarietà tra lavoratori che ci consenta di resistere e difenderci rispetto ad un’azienda che ha perso il senso della realtà ed elabora piani funambolici. Dobbiamo mantenere la nostra coerenza professionale, applicare le normative e fare un lavoro di qualità, rispettando le esigenze reali dei clienti che abbiamo davanti. Questo significa difendere il proprio futuro, nel lungo periodo. La sostenibilità del modello produttivo non è compatibile con chi vuole strafare…

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Intesa Sanpaolo
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1624.- L’AIUTINO DI RENZI ALL’INGEGNER CARLO DE BENEDETTI.

SPECULAZIONIDecreto Popolari, De Benedetti: “Compra, ho parlato con Renzi”
L’OPERAZIONE – NELLE CARTE SECRETATE DELLA PROCURA DI ROMA LA TELEFONATA DELL’ALLORA EDITORE DI “REPUBBLICA” CON IL SUO BROKER. UN AFFARE DA 600 MILA EURO. L’INGEGNERE SEPPE IN ANTICIPO DELLA RIFORMA E ORDINÒ ACQUISTI IN BORSA SULLE BANCHE
di Carlo Di Foggia e Valeria Pacelli

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“Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa”. Il 16 gennaio 2015, l’ingegnere Carlo De Benedetti chiama il suo broker Gianluca Bolengo per invitarlo a comprare azioni di banche popolari. L’allora presidente del Gruppo Espresso (che edita Repubblica) gli spiega di aver saputo che a breve il governo varerà la riforma del settore: è stato il premier in persona – dice – a riferirglielo il giorno prima. La clamorosa circostanza è contenuta nella richiesta di archiviazione della Procura di Roma nei confronti di Bolengo, amministratore delegato di Intermonte Spa, indagato per ostacolo alla vigilanza, e consegnata alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche.
La frase di De Benedetti chiarisce una vicenda anche più delicata dei conflitti d’interessi di Maria Elena Boschi su Etruria. Il 20 gennaio 2015, il governo Renzi approva la riforma delle banche popolari. Un terremoto: le prime 10 si devono quotare in Borsa e trasformarsi in Spa, abbandonando il voto capitario (una testa un voto a prescindere dal numero di azioni) che le rendeva non scalabili. Un pezzo del credito italiano viene consegnato al mercato, acquisendo valore da un giorno all’altro. La settimana prima del decreto, elaborato da Bankitalia, i titoli di alcune popolari già quotate hanno strani rialzi (Etruria sale del 65%). Qualcuno ha saputo prima e ha comprato grazie a informazioni privilegiate? Si chiama insider trading ed è un reato grave. L’11 febbraio alla Camera il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, spiega che prima dell’approvazione del decreto – quando già circolavano indiscrezioni – alcuni “soggetti hanno effettuato acquisti prima del 16 gennaio, eventualmente accompagnati da vendite nella settimana successiva”, creando “plusvalenze effettive o potenziali stimabili in 10 milioni di euro”.
La Consob apre un’istruttoria e affida le indagini alla Guardia di Finanza, ipotizzando, nel caso delle operazione di De Benedetti, che sia stato commesso un insider trading di “secondo livello” (dal 2004 depenalizzato a illecito amministrativo) e poi passa le carte alla Procura. L’indagine dell’Authority si concluderà con la decisione di archiviare il procedimento, votata a maggioranza dai commissari (Vegas si è astenuto).
De Benedetti chiama Bolengo il 16 gennaio 2015. Poche ore dopo il broker effettua gli acquisti sui titoli di sei popolari poi coinvolte dalla riforma. Per espressa richiesta dell’imprenditore, nessun acquisto riguarderà la Popolare di Vicenza, dove un mese dopo entreranno gli ispettori della Bce scoprendo un buco di 1 miliardo. I titoli vengono rastrellati per conto della Romed, la cassaforte finanziaria dell’ingegnere (che all’epoca la presiedeva) che incasserà, con quest’operazione, una plusvalenza di 600 mila euro. La Finanza acquisisce le registrazioni delle chiamate che gli intermediari finanziari sono obbligati a conservare per legge. E così si imbatte nello scambio.
De Benedetti: Sono stato in Banca d’Italia l’altro giorno, hanno detto (incomprensibile) che è ancora tutto aperto.
Bolengo: Sì, ehm… però adesso stanno andando avanti… comunque non è…
DB: Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane.
B: Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso di Sondrio, città di 30 mila abitanti.
DB: Quindi volevo capire una cosa… (incomprensibile) salgono le popolari?
B: Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono.
DB: Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa.
B: Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle popolari. Se vuole glielo faccio studiare uno di quelli che potrebbe avere maggiore impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualcosa.
DB: Togliendo la Popolare di Vicenza.
B: Sì.
Il dettaglio del decreto (di cui parla il broker) è essenziale: con un provvedimento d’urgenza, al posto di un disegno di legge (con i suoi lunghi tempi parlamentari), i titoli salgono velocemente. Da qualche giorno infatti sui giornali ci sono indiscrezioni sui possibili contenuti della riforma (ne aveva scritto anche l’Ansa il 3 gennaio), ma non sul mezzo con cui sarà varata. Sono davvero in pochi a saperlo, anche perché è inusuale che una riforma del genere passi per decreto d’urgenza. È lo stesso pm Stefano Pesci, nella richiesta di archiviazione al gip Gaspare Sturzo di quasi due anni fa, a sottolinearlo. “Nel corso di una riunione ‘apicale’ tenuta l’8 gennaio 2015 – a cui partecipavano, tra gli altri, Renzi, Padoan (il ministro dell’Economia, ndr), Visco (il governatore, ndr) e (…) anche il vicedirettore di Bankitalia Fabio Panetta – fu deciso che l’intervento per eliminare il sistema di voto ‘capitario’ per le banche popolari sarebbe stato effettuato non mediante un disegno di legge (…), bensì con lo strumento, inatteso e inusuale in tale ambito, del decreto legge; si decise altresì che il decreto sarebbe stato varato nel Consiglio dei ministri del 20 gennaio”. Essendo già usciti rumors sull’imminente riforma, secondo la Procura le due “informazioni privilegiate” necessarie per commettere un insider trading sono quindi la scelta di usare un decreto legge e la data di emanazione.
De Benedetti non è preciso sulla seconda (parla in sostanza di un intervento che si “sarebbe realizzato in tempi brevi”) e sulla prima la versione della Procura è che è Bolengo “a utilizzare in modo del tutto generico e, palesemente, senza connotazione tecnica, la parola ‘decreto’”.
I pm interpretano le parole del broker così: ha detto decreto, ma non intendeva decreto. Per questo lo scagionano dall’aver omesso a Bankitalia il possesso delle informazioni. De Benedetti – riporta il testo – “nei giorni immediatamente precedenti il 16 gennaio”, incontrò “sia il dg di Bankitalia Panetta, sia il presidente del Consiglio”, ottenendo, a quanto fa capire nella registrazione, informazioni più precise solo dal premier. Renzi è stato interrogato dai pm e, come Panetta, ha riferito “che all’imminente riforma delle banche si dedicarono cenni del tutto generici e che non fu riferito di quei colloqui a De Benedetti nulla di specifico su tempi e strumento giuridico”. Per la Procura la vicenda è chiusa: nessun reato né per Renzi, né per De Benedetti, né per Bolengo. Da quasi due anni il Gip deve decidere se questa linea è corretta.

1620.- E’ PARTITO IL TRENO PER LA COMPLETA DIGITALIZZAZIONE DI DENARO E LAVORO

Bosque Primario 5 gennaio 2018 , 7:19 ComeDonChisciotte
DI PETER KOENIG

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L’altro giorno, mi servivano soldi e cercavo un bancomat in un centro commerciale. Non c’era nessuno sportello automatico. Una settimana fa, iin quel centro commerciale c’era ancora una agenzia di una banca locale – ma non c’è più, lo spazio vuoto sarà riempito da uno Starbucks. Ho chiesto in giro – non ci saranno più bancomat in questo centro commerciale – e questo schema si sta ripetendo più e più volte in tutta la Svizzera e in tutta l’Europa occidentale. Le macchine bancomat gradualmente ma sempre più velocemente stanno scomparendo, non solo dai centri commerciali ma anche dagli angoli delle strade. Sarà la Svizzera il primo paese dove sarà pienamente operativo il denaro digitale?
Questo nuovo modello di vita senza denaro contante viene progressivamente e brutalmente imposto a svizzeri e europei in generale – dato che nessuno sta dicendo che cosa sta veramente succedendo dietro le quinte. Se mai, si sta dicendo alla popolazione che pagare diventerà molto più facile. Basta che passare una carta e … BINGO! Niente più firme, niente più ricerca di un bancomat: addebitano tutto sul tuo conto bancario, direttamente, qualsiasi importo piccolo o grande che sia. E naturalmente e gradualmente, arriverà una “piccola tassa” per la banca, ma nessuno ci potrà far niente, dato che l’alternativa del contanti sarà ormai superata.
In genere il limite di quanto può essere addebitato sul proprio conto bancario è quello che decide il cliente, a condizione che non superi la tolleranza bancaria. Ma la tolleranza delle banche è generosa. Se si supera il credito disponibile, il saldo sul conto scivolerà discretamente sul rosso e alla fine del mese saranno addebitati gli interessi e gli interessi sugli interessi non ancora pagati – e così via. E questo anche se i tassi di interesse interbancari sono ai minimi storici. Gli interessi fissati della Banca Centrale Svizzera per le banche, ad esempio, sono addirittura negativi; una delle poche banche centrali al mondo con interessi negativi, oltre a Giappone e Danimarca.
Quando recentemente ho parlato con il direttore di una banca di Ginevra, mi ha detto, sta andando sempre peggio. “Stiamo già chiudendo tutti i punti cassa della banca, e lo stesso vale per la maggior parte delle altre banche”. Il che significa licenziamenti di personale, cosa che ovviamente viene raccontato solo in parte, infatti dipendenti e manager della banca ora dovranno tutti superare un esame della commissione bancaria svizzera, e per questo esame hanno dovuto studiare centinaia di ore in pochi mesi per superare un test che, di solito viene programmato durante il week-end, in modo da non inficiare sull’orario di apertura delle banche. Ti offrono la possibilità di superare l’esame, ma se non ce la fai, sei fuori e puoi unirti alle schiere degli altri disoccupati. C’è la stessa tendenza in tutta Europa. Questo manager non ha rivelato cosa c’è esattamente si sia dietro questa “riqualificazione”, ma dalla conversazione è emerso chiaro che aveva a che fare con il “superamento del denaro contanti” messo in mano alla gente da parte delle banche. Questo è quello che ho capito, ma lui, uno che ci sta dentro, era preoccupato quanto me, se non di più.
La sorveglianza è ovunque. Ora, non sono solo le nostre telefonate e le e-mail ad essere spiate, ma anche i nostri conti bancari. E quel che è peggio, se l’economia funzionerà senza denaro-cash, i nostri conti saranno più vulnerabili e potranno essere manipolati dallo stato, dai ladri, dalla polizia, dalle autorità fiscali, da qualsiasi tipo di autorità – e, naturalmente, dalle stesse banche che hanno avuto la nostra fiducia da tutta la vita. Ricordate i “bail-in” che furono testati per la prima volta all’inizio del 2013 a Cipro? I bail-in diventeranno una regola comune per qualsiasi banca che abbia abusato della propria avidità di profitto e che andrebbe a gambe all’aria, se non ci fossero i depositi dei loro clienti ( per coprire le perdite). Nemmeno gli azionisti stanno tranquilli. Questa storia è stata decisa di soppiatto un paio di anni fa, sia dagli USA che da quella mafia dei colletti bianchi non eletti, che siedono nella Commissione europea – EC.
Il punto è : ‘le banche über alles’. E quale altro paese potrebbe essere più adatto della Svizzera per una “vita senza contanti”, l’epicentro – insieme a Wall Street – del sistema bancario internazionale. Saranno le banche in futuro che suoneranno le campane delle nostre economie personali e di quelle statali. Sono già globalizzate e seguono gli stessi principi della deregolamentazione in tutto il mondo. Sono in collusione con le società globalizzate. Decideranno se noi mangeremo o se diventeremo schiavi. Sono una delle armi principali a disposizione dello 0,1% per battere il 99,9% e sottometterlo. Le altre due armi al servizio del Dominio Completo del maestro egemone dello Spectrum, sono l’industria della guerra e quella del sicurity con una macchina-della-bugia-e-della-propaganda sempre più spudorata. La deregolamentazione bancaria è diventata un’altra regola di cui si parla poco da parte della Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). I paesi che vogliono aderire all’OMC, devono prima deregolamentare il proprio settore bancario ed aprirlo agli squali monetari globalizzati e ai conglomerati bancari sotto il controllati sionista.

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Il ridimensionamento del personale nel mercato del lavoro bancario sta aumentando. I giornali ne parlano poco, solo quando i posti di lavoro che vengono eliminati sono veramente tanti. Le statistiche mentono ovunque, sia nella UE che a Washington. – Perché spaventare la gente? Avrà tempo per spaventarsi, quando gli offriranno solo posti di lavoro a stipendi con cui si riuscirà a malapena a sopravvivere. Sta già succedendo. Questa tattica ha già funzionato nei paesi in via di sviluppo: tenere la gente schiava dei debiti e degli stipendi troppo bassi, in modo da non avere né tempo, né energia per scendere in piazza e protestare: bisogna prima cercare da mangiare e da lavorare, poi cercare un qualunque lavoro per quanto possa essere umile, per nutrire le famiglie. Per il momento questo succede in Europa e in Occidente in generale. Diciamo che c’è qualche paese che sta molto più avanti della Svizzera.
Prove di mercato senza contanti sono partite altrove, specialmente nei paesi nordici, dove certi grandi magazzini e supermercati non accettano più contanti.

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Un altro mostruoso processo è stato sperimentato in India un anno fa, nell’ultimo trimestre del 2016, da un giorno all’altro furono dichiarate fuori corso l’80% delle banconote che dovevano essere scambiate con banconote nuove da ritirare in banca o dai conti bancari. E questo esperimento è stato fatto in un paese dove tutto girava intorno ai soldi in contanti, dove metà della popolazione non ha un conto in banca e dove, nelle zone rurali più lontane, non ci sono nemmeno le banche. Hanno mentito alla gente e con l’introduzione improvvisa delle nuove regole monetarie si è ottenuto il massimo effetto.
In seguito a questo c’e stata una grande carestia e migliaia di persone sono morte, perché improvvisamente nessuno aveva più soldi contanti per comprare da mangiare – il tutto per seguire il progetto USAID – “Catalyst” – messo in pratico con la complicità del governo e della banca centrale dell’India. E ‘stato un collaudo, ma è stato un disastro. Se funziona in India con 1,3 miliardi di persone, due terzi delle quali vivono in aree rurali e la maggior parte non ha un conto in banca, la stessa truffa potrebbe funzionare in qualsiasi paese in via di sviluppo – leggi : India – Crime of the Century – Financial Genocide
Quello che sta succedendo in Svizzera è un collaudo sulla fascia più alta della popolazione. Come li prenderanno, questi cambiamenti così radicali nella nostra routine monetaria quotidiana, quelli delle caste più elevate? – Finora non ci sono state troppe proteste. C’è un gruppo di persone che ha lanciato senza convinzione un referendum, perché vuole che la Banca centrale svizzera sia l’unica istituzione in grado di fare soldi, come ai “vecchi tempi”, ma anche se si tratta di un’idea molto rispettabile, il referendum non ha nessuna possibilità di riuscire nel contesto attuale delle banche e del finanziamento del debito, dove ai ragazzini stanno facendo capire quanto “sia fico” strisciare la carta davanti a un occhio elettronico. Oggi, la maggior parte del denaro è fatto da banche private, in Svizzera come altrove, in Europa come negli Stati Uniti. La deregolamentazione bancaria mondiale, avviata dall’amministrazione Clinton negli anni ’90 – oggi una regola per qualsiasi membro dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) – ha reso tutto questo possibile.
La digitalizzazione e la robotizzazione sono solo all’inizio. Le casse dei supermercati che hanno una cassiera stanno diminuendo; la maggior parte delle casse sono automatiche – e questo è cambiato solo nell’ultimo anno. – Dove sono andati a finire i dipendenti? – Ho chiesto a un addetto che stava aiutando i clienti a passare attraverso il self-checkout. “Sono entrati anche loro nell’esercito dei disoccupati”, ha detto con tristezza, perché aveva già perso molti dei suoi colleghi. “Toccherà anche a me, non appena non avranno più bisogno di spiegare ai clienti come si paga da soli.”

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1618. – La nuova governance economica e le misure anti-crisi dell’Eurozona.

A noi, paese debole dell’UE, se attuiamo la regola del pareggio di bilancio introdotta dal Fiscal Compact, l’ESM,che gestisce il fondo salva-stati permanente, può concedere aiuti solo se c’impegnamo a rispettare i programmi di TAGLI E le RIFORME strutturali: WELFARE e MERCATO DEL LAVORO e senza LAVORO non c’è DIGNITA’; quindi, non c’è LIBERTA’.

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Il Trattato di Maastricht aveva disegnato un equilibrio fondato essenzialmente sulla realizzazione del mercato interno e su regole di bilancio comuni, ma al trasferimento della sovranità monetaria all’Unione non ha fatto seguito analoga cessione della sovranità sulla politica economica degli stati, oggetto piuttosto, in base al Trattato di Maastricht (art. 3 punto A), del coordinamento fra gli stati membri in quanto materia di “interesse comune” (artt. 5 e 119 TFUE) ed affidata in linea di principio alla responsabilità degli stati (art. 120 TFUE). Sicchè, se la disciplina di bilancio si è avvalsa di una strumentazione vincolante, a partire dalle disposizioni poste dall’art. 126 TFUE, il coordinamento della politica economica degli stati è stato attuato mediante strumenti di soft law “collocati all’esterno della dimensione comunitaria”, prevedendosi poi (art. 121 TFUE) un meccanismo di “sorveglianza multilaterale” (con il potere del Consiglio di adottare mere “raccomandazioni” ai paesi membri). La politica economica dell’Unione si è fondata, in altri termini, sull’impegno degli Stati di rispettare gli “indirizzi di massima” del Consiglio per il raggiungimento di obiettivi comuni e sul patto di stabilità e di crescita (il cui obiettivo è il contenimento dei disavanzi pubblici), sottoposti alla sorveglianza della Commissione e del Consiglio (art. 126 TFUE).
Medesimo equilibrio, come è noto, concerne le politiche sociali, per le quali i Trattati prevedono unicamente il coordinamento a livello dell’Unione (art. 156 TFUE) ovvero, ma per un numero limitato di materie, l’adozione di misure di incoraggiamento alla cooperazione degli Stati, o ancora “prescrizioni minime applicabili progressivamente”, oltre tutto lasciando in piedi per le materie più sensibili la procedura di deliberazione all’unanimità (v. art. 153 TFUE).
Con i provvedimenti assunti nel contesto della crisi economica e finanziaria questo quadro, per quanto non contraddetto nelle sue linee di fondo, è stato profondamente La nuova linea, velocemente disegnata sul fallimento dei vincoli di Maastricht, è ora quella
31 Il primo passo in direzione di una “presa di controllo” delle leve di politica economica dei governi nazionali lo si è avuto con il Patto Euro Plus adottato dal Consiglio nel vertice del 23-24 marzo 2011, grazie al quale, con la modifica dell’art. 136 FFUE, il meccanismo di stabilità finanziaria viene basato esplicitamente sul principio di “rigorosa condizionalità”. Viene così recisa quella linea di controllo dei bilanci pubblici, varata con il Trattato di Maastricht, per la quale “lo stato resta padrone della distribuzione delle risorse ..ma non controlla la possibilità di incrementare le spese ricorrendo al debito pubblico, passando ad un regime di più stretto controllo dei paesi più deboli.
di consentire interventi diretti sugli ordinamenti nazionali, dettando non solo i limiti macro- economici ma le “riforme” ritenute necessarie. Il principio di “condizionalità” – già adottato dal FMI nel rapporto con gli Stati sottoposti a programmi di aiuti e riforme strutturali – diviene così la stella polare per regolamentare il rapporto fra nuove “istituzioni” intergovernative come l’ESM (l’istituzione finanziaria degli stati della zona Euro deputata a gestire il fondo salva-stati permanente che di fatto dovrà accompagnare la realizzazione del Trattato sul Fiscal Compact) ed i paesi più deboli della UE, a cui possono essere concessi aiuti solo se in cambio si impegnano a rispettare i programmi di tagli e le riforme strutturali (fra le quali primeggiano le riforme che interessano il sistema di welfare e il mercato del lavoro) dettati da questi organismi, e sempre che, beninteso, attuino la regola del pareggio di bilancio introdotta dal Fiscal Compact.
Viene in tal modo profondamente modificata quella linea dualistica, a cui si è fatto cenno, grazie alla quale veniva garantita l’autonomia degli stati membri nella gestione delle politiche sociali, autonomia che l’emergenza finanziaria, complice l’approccio delle istituzioni europee, ha completamente distrutto.
Sono emerse direttrici di intervento che, per quanto in certa misura necessitate, hanno determinato un impatto fortemente critico, sia sul piano della tenuta dei diritti sociali che sul piano della legittimazione democratica dei poteri che hanno assunto un ruolo “fatto stesso che con un Trattato internazionale si preveda l’obbligo per gli stati di
32 Dal Six Pack, approvato il 4 ottobre 2011, che ha introdotto una serie di limiti stringenti per i paesi europei con un’interpretazione restrittiva delle regole sul patto di stabilità e un meccanismo di sorveglianza sui bilanci pubblici sia sul piano preventivo che repressivo- sanzionatorio, al Two Pack che anticipa alcune delle misure che verranno poi approvate con il Fiscal Compact, consentendo alla Commissione europea, in caso di scostamento dagli obiettivi assunti, di rendere un parere negativo sul documento programmatico di bilancio direttamente al parlamento nazionale, fino al Trattato intergovernativo sulla stabilità, il coordinamento e la governance, meglio noto come Fiscal Compact, sottoscritto il 2 marzo 2012 ed operativo dal 1° gennaio 2013. Il Trattato sul Fiscal Compact impone due regole fondamentali: da un lato il pareggio di bilancio, ossia la determinazione di una soglia del deficit strutturale consentito, dall’altro la previsione di un rigido percorso di riduzione del debito pubblico rispetto al PIL. Sul rispetto di queste regole sul governo dei conti pubblici è inoltre previsto il sindacato della Corte di Giustizia (art. 8). Esplicitamente le parti hanno poi previsto che l’adozione di queste nuove regole dovesse avvenire medianti disposizioni vincolanti e permanenti, “preferibilmente mediante l’adozione del nuovo vincolo di bilancio negli ordinamenti mediante una fonte di natura costituzionale”. A valle di questo processo di definizione di nuove regole, che avviene al di fuori del diritto dell’Unione, la legge costituzionale n. 1 del 2012 ha operato una revisione dell’art. 81 Costituzione che, nei suoi elementi essenziali, contiene un divieto di indebitamento e l’obbligo di garantire l’equilibrio di bilancio con la sola eccezione consentita dal II comma della nuova disposizione costituzionale in relazione alle fasi congiunturali. Il “vincolo di bilancio” diviene così “lo snodo essenziale della stringente governance economica europea: un vincolo esogeno (di derivazione sovranazionale) che diventa endogeno (cioè nazionale)” (Ricci 2012)
emendare la propria Costituzione, dettando precisi termini di attuazione e affidando alla Corte di Giustizia poteri sanzionatori, non poteva che che far sorgere pesanti interrogativi sul limitazione della discrezionalità degli stati nella formazione degli indirizzi di politica
istituzioni rappresentative europee (il Parlamento) bensì perché accentrate nelle mani di istituzioni sovranazionali di dubbia legittimità democratica, trasformando in certa misura gli assetti di a queste misure non vi fossero alternative, ma resta il fatto che la politica di bilancio viene di fatto espropriata agli organi rappresentativi dei cittadini europei e centralizzata nelle mani del Consiglio e della BCE, con le procedure previste dal Patto Euro processo di integrazione così come “disegnato” a Lisbona, con un implicito Bronzini, la crisi ha di fatto “disgregato..la convinzione che il Trattato di Lisbona avesse offerto, ormai, un quadro istituzionale solido ed efficace per disciplinare il “deboli” in materia di bilancio e l’esplicita limitazione della discrezionalità degli stati nella prerogative sono “trasferite” alle istituzioni rappresentative europee (il Parlamento) bensì perché accentrate nelle mani di istituzioni sovranazionali di dubbia legittimità democratica, trasformando in certa non vi fossero alternative, ma resta il fatto che la politica di bilancio viene di fatto espropriata agli organi rappresentativi dei cittadini europei e centralizzata nelle mani del Consiglio e della BCE, con le procedure previste dal Patto Euro Plus e dal Six Pack. La “come “disegnato” a Lisbona, con un implicito riconoscimento dell’insufficienza del diritto convinzione che il Trattato di Lisbona avesse offerto, ormai, un quadro istituzionale solido ed efficace per disciplinare il processo decisionale continentale attraverso regole più chiare e La riorganizzazione della governance economica europea avviene al prezzo di una forte lacerazione, giacché è agli stati più forti che, di fatto, viene ascritto il potere di controllo e sanzionatorio nei confronti dei bilanci degli stati finanziariamente deboli ed è soltanto a questi stati che è data la possibilità di tutelare efficacemente le proprie prerogative costituzionali. Come si è efficacemente notato, i paesi deboli vengono – di fatto e di diritto – emarginati dalla gestione politica della crisi e non hanno nessuna possibilità di incidere su decisioni che, a ben vedere, si riflettono sulle condizioni di vita dei propri sin dall’inizio, le sfide poste dalla crisi, non prevede alcun coinvolgimento effettivo del Parlamento europeo, di fatto estromesso dalla governance economica (il che fra l’altro suona come una conferma piuttosto esplicita del fatto che la vecchia prassi intergovernativa non è mai venuta meno, neppure con il Trattato di Lisbona.
– emarginati dalla gestione politica della crisi e non hanno nessuna possibilità di incidere su decisioni che, a a caso il “metodo” adottato dagli stati dell’Eurozona per affrontare, sin dall’inizio, le sfide poste dalla crisi, non prevede alcun coinvolgimento effettivo del Parlamento europeo, di fatto estromesso dalla governance economica (il che fra l’altro suona come una conferma piuttosto esplicita del fatto che la vecchia prassi intergovernativa non è mai venuta meno,
La “cessione di sovranità” imposta agli stati deboli dell’Unione non implica, dunque, la ricostruzione ad un altro livello dei meccanismi di partecipazione e legittimazione, bensì la sottrazione secca di potere agli organi rappresentativi legittimamente deputati ad politiche sociali o da propositi di riforma delle disposizioni dei Trattati che frenano la capacità d’intervento della U.E. in campo sociale.
Viene così paradossalmente confermata la filosofia di fondo dell’integrazione europea, non rientrando nei programmi dei governanti europei altro che la disciplina di bilancio, l’unione bancaria e (forse) la disciplina fiscale, ed escludendo così implicitamente qualsiasi aumento delle competenze della U.E. in materia economica e sociale, con il risultato di avallare ancora una volta quella oramai logora strategia che, in estrema sintesi, ha optato per declassare gli strumenti di armonizzazione, tanto da fare del primato del metodo aperto di coordinamento (un metodo prevalentemente intergovernativo, come scrive) lo L’asimmetria fra l’impegno della U.E. alla realizzazione del mercato interno e le deboli basi dell’Europa sociale rischia così di rimanere uno dei tratti caratterizzanti della costruzione dell’Unione europea come entità “politica” sovranazionale, per di più nel contesto di nuove diseguaglianze fra paesi deboli e paesi forti, fra paesi che possono tutelare efficacemente la propria sovranità e paesi invece costretti a subire interamente il principio di significato la solenne promessa di un modello di integrazione orientato alla “promozione di un’adeguata protezione sociale, [alla] lotta contro l’esclusione sociale” (art. 9 TFUE). Il diritto del lavoro, a sua volta, si ritrova a doversi misurare con problematiche inedite, sia sul versante dei diritti individuali che dei diritti collettivi, che ripropongono in termini ancor più drammatici il mai sopito dilemma sulla forza e vincolatività delle enunciazioni delle Carte costituzionali, creando uno stridente contrasto fra l’elevazione dei diritti sociali a fondamenti stessi delle comunità e la natura piuttosto relativa e transeunte che i principi delle Costituzioni finiscono in concreto per assumere (non solo per lo strapotere dei mercati ma anche per scelte imputabili al government europeo).
Le conseguenze che la crisi – e le misure adottate per contrastarla – determina a carico degli ordinamenti nazionali e dei sistemi di contrattazione collettiva – fonti privilegiate (tuttora) della produzione di norme in materia di lavoro e diritti sociali – sono tali, infatti, da mettere in discussione proprio l’efficienza regolativa dei modelli costituzionali, anche i più avanzati, a cui spetterebbe (quanto meno) costituire un sicuro ancoraggio per il nucleo di l’art. 36 Cost. potrebbe non garantire più l’effettività dei beni da essa protetti, allora c’è da chiedersi in che misura sia oramai in atto un cambiamento di fondo nel rapporto fra economia e società.

1587.- Repetita juvant. Il mantra del debito pubblico

DAL POPOLO SOVRANO ALLA FINANZA SOVRANA
Grazie al divorzio tra tesoro e Bankitalia realizzato con una semplice lettera del ministro del Tesoro Andreatta e Ciampi, al tempo governatore e poi ai trattati europei (che ci hanno imposto di aprire i mercati alle privatizzazioni), la nostra capacità di rifinanziare il debito pubblico è in mano alla grande finanza.

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Carlo Azeglio Ciampi, un traditore dai mille volti ma con un unico abito: quello del liquidatore fallimentare di un’Italia in piena ascesa, trasformata in terra di conquista.

“Andreatta e Ciampi seppero guardare avanti”, condannando l’Italia alla deindustrializzazione.
(da Paolo Raffone BLOG)

Il dibattito che si svolge in Europa e in Italia sulle scelte di politica economica e monetaria nasconde la verità. La decisione di attuare all’inizio degli anni ’80 una politica di privatizzazione della politica monetaria, in Europa tramite lo SME e poi l’euro, è stata una grave decisione politica.

Oggi leggiamo di un Romano Prodi che accusa la Mediobanca di Cuccia di aver “messo l’Italia nel freezer, per difendere il sistema”. Mediobanca «ha reso il Paese immobile – spiega Prodi – proprio quando si preparavano le carte per il cambiamento futuro». Ma forse Prodi ha dimenticato alcuni passaggi della storia italiana? No, non è possibile perché lui c’era e la sua memoria è proverbiale. E allora? Il compianto Padoa Schioppa non può più testimoniare ma il presidente Giorgio Napolitano c’era e firmò il decreto di “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia nel 1998. Anche Cuccia non può più dirci la sua. Neppure Enrico Berlinguer ci può più spiegare per quale strategia o calcolo scelse che il PCI accettasse lo SME.
La decisione fu politica ma mascherata da tecnicismi economici che promettevano grandi vantaggi per tutti: crescita, occupazione, sviluppo, pace, prosperità.

Dopo la disfatta americana in Vietnam e lo shock petrolifero, la dottrina di sicurezza americana (Kissinger) formulò un piano di trasformazione dell’Occidente che si basava sulle teorie finanziarie e monetariste di Chicago. Reagan e Thatcher ne furono gli interpreti internazionali. In Italia, tutto iniziò con una lettera dell’allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, al governatore di Bankitalia, Carlo Azeglio Ciampi, nel 1981.

Da allora, questo è vero, la storia non è più stata la stessa. Il potere d’acquisto è crollato, la disoccupazione è cresciuta, il debito pubblico avanza inesorabile, il credito bancario è scomparso, l’Europa, usata come scudo per giustificare la scelta politica di allora, è ormai odiata dalla maggioranza dei cittadini. Non c’è che dire: “guardare lontano” è stato un ottimo risultato!

Per cercare di capire che la scelta politica degli anni ’80 fu scellerata, e probabilmente non completamente indipendente, si deve riaprire il dibattito su quegli anni. Su chi fece e decise che cosa e perché o per conto di chi.

Finora la “politica della paura” è riuscita a imporsi ma i pesci in barile non se li compra più nessuno!

Ovviamente, in un blog non si può entrare nei dettagli. Tuttavia, qui di seguito forniamo la riproduzione di un testo del 2011 che, attribuito a Mario Draghi, fu presentato al club di pensatori Astrid, vicino a Enrico Letta. Segue, poi, una sinopsi sulle banche centrali che permette di capire alcuni fondamentali di chi tira le fila delle pene che i popoli europei stanno patendo in nome dell’Europa dell’euro.

DOCUMENTO (15 febbraio 2011)

L’autonomia della politica monetaria

Una riflessione a trent’anni dalla lettera del Ministro Andreatta al Governatore Ciampi che avviò il “divorzio” tra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia

Il 12 febbraio 1981, trenta anni fa, il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta
scrive al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi la lettera che avvia il
cosiddetto “divorzio” tra le due istituzioni. La politica monetaria in Italia cambia corso.

Il contesto
All’inizio degli anni Ottanta il quadro macroeconomico internazionale sta
rapidamente cambiando. Il secondo shock petrolifero ha causato in tutti i paesi sviluppati una nuova fiammata inflazionistica. I guasti e i pericoli di un’alta inflazione sono tornati all’attenzione delle opinioni pubbliche. Si ravviva il dibattito intorno alla natura e allo status istituzionale delle banche centrali: quanto è importante la loro indipendenza funzionale (instrument independence)? Quanto è importante che esse fissino la stabilità dei prezzi come obiettivo prevalente?

Negli Stati Uniti Paul Volcker, succeduto nel 1979 ad Arthur Burns come chairman del Board of Governors del Sistema della Riserva federale, imprime subito un radicale cambio di rotta alla gestione monetaria, con l’obiettivo esplicito di “taking on inflation”. In tutti i principali paesi avanzati le politiche monetarie si fanno restrittive.

In Italia, l’inflazione supera il 20 per cento nel 1980. Il meccanismo di indicizzazione dei salari ai prezzi, introdotto dall’accordo del 1975 tra Confindustria e sindacati confederali, amplifica a dismisura l’impatto degli shock provenienti dai prezzi internazionali. Gli squilibri di fondo della finanza pubblica accumulati nel decennio
precedente continuano ad aggravarsi: il fabbisogno del settore statale raggiunge l’11 per cento del prodotto.

Nel nostro paese il concetto di indipendenza della Banca centrale è in quegli
anni debole, sfumato. La riflessione degli economisti italiani sul ruolo della moneta, con poche significative eccezioni, è limitata; essa si concentra piuttosto sui temi dello sviluppo, dell’industrializzazione, del conflitto sociale e distributivo. Il governatore Baffi è giunto a dolersi esplicitamente dell’assenza di un chiaro obiettivo di tutela della stabilità dei prezzi che sia affidato alla Banca d’Italia dalla legge, come accade alle banche centrali di altri paesi, in primis la Bundesbank.

Benché goda di riconosciuta autorevolezza, la Banca d’Italia ha in quel tempo
scarsa autonomia nel controllo della base monetaria e nella fissazione dei tassi di interesse a breve termine; il contrasto dell’inflazione e la difesa del tasso di cambio ne sono resi difficoltosi; i tassi di interesse reali sono da tempo negativi. In occasione della riforma del mercato dei Bot nel 1975 la Banca si è impegnata ad acquistare alle aste tutti i titoli non collocati presso il pubblico, finanziando quindi gli ampi disavanzi del Tesoro con emissione di base monetaria. Non solo: il Tesoro può attingere a un’apertura di credito di conto corrente presso la Banca per il 14 per cento delle spese iscritte in bilancio; detiene il potere formale di modificare il tasso di sconto (sia pure su proposta del governatore).

In queste condizioni l’adesione italiana al Sistema monetario europeo, in vigore
dal marzo del 1979 e di cui Andreatta è stato uno dei principali propugnatori, rischia di decadere ad “atto velleitario”, per la difficoltà di rendere le politiche economiche interne coerenti con quel vincolo. Un forte riallineamento delle parità centrali nello SME, che avrebbe gettato benzina sul fuoco dell’inflazione, viene sventato nel 1980 grazie a una restrizione monetaria assai controversa nel dibattito pubblico; non può essere evitato nel marzo del 1981.

In Banca d’Italia si fa strada in quegli anni una convinzione, espressa dal governatore Ciampi in un noto passaggio delle Considerazioni Finali lette nel maggio 1981.

La convinzione è che il ritorno a una moneta stabile richieda una “costituzione monetaria”, fondata sui tre pilastri della i) indipendenza del potere di creare moneta da chi determina la spesa pubblica, di ii) procedure di spesa rispettose del vincolo di bilancio, di iii) una dinamica salariale coerente con la stabilità dei prezzi.

Una idea del genere, oggi sedimentata nella cultura economica generale, è coltivata negli anni Settanta solo da pochi economisti. Già alla fine di gennaio 1976, nei giorni concitati di una crisi della lira che porta alla chiusura del mercato italiano dei cambi,
durante uno scambio di opinioni con i vertici della Banca d’Italia il Prof. Andreatta esprime il parere che occorra “una ferma dichiarazione di indipendenza della banca centrale dal Tesoro”, in modo che essa sia messa in grado di dichiarare un suo obiettivo di espansione della moneta di fronte alle drammatiche difficoltà dell’economia italiana, prefigura già allora un’idea che riprenderà da Ministro del Tesoro: che la funzione della Banca d’Italia come banca del Tesoro non debba interferire con quella di regolatore della liquidità monetaria.

Lo scambio di lettere e l’avvio del “divorzio”

Quando Beniamino Andreatta assume la responsabilità del ministero del Tesoro,
nell’ottobre 1980, la spirale prezzi-salari è avviata. Va, nelle parole del ministro, “cambiato il regime della politica economica”. Ma il clima politico non è favorevole: la stessa compagine di governo è “ossessionata dall’ideologia della crescita a ogni costo, sostenuta da bassi tassi di interesse reali e da un cambio debole”. La decisione di “cambiare regime” non viene pertanto sottoposta al Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio per un’approvazione formale; assume la forma di un semplice scambio di lettere fra ministro e governatore; a consentirlo, secondo i legali del ministero, è il fatto che la revisione delle disposizioni date alla Banca d’Italia rientra nella competenza esclusiva del ministro.

Con la sua lettera, il ministro chiede il “parere” del governatore sull’ipotesi di una modifica del regime esistente, con l’obiettivo esplicito di porre rimedio all’insufficiente autonomia della Banca nei confronti del Tesoro. Il governatore, nella sua risposta, concorda sulla necessità che la Banca risponda unicamente a obiettivi di politica monetaria nel regolare il finanziamento al Tesoro; prefigura inoltre, per il futuro, l’intenzione della Banca di procedere alla predisposizione e alla comunicazione al mercato di obiettivi quantitativi di crescita della base monetaria, passo decisivo verso un cambiamento di strategia monetaria.

È divorzio, consensuale.

Il nuovo regime viene avviato nel luglio del 1981. La riforma non è completa: alle aste dei Bot il Tesoro continuerà a fissare un tetto massimo ai rendimenti (il “tasso base”) fino al 1988-89; fino al 1994 la Banca d’Italia continuerà a intervenire discrezionalmente in asta e fino a quell’anno rimarrà anche in essere il finanziamento
automatico del Tesoro tramite il conto corrente presso la Banca.

Nonostante questi evidenti limiti, il nuovo regime ha effetti di grande portata.
Un test importante giunge alla fine del 1982. Il fabbisogno del Tesoro stenta a trovare
copertura sul mercato; occorrerebbe far salire i tassi base il Tesoro nicchia; la Banca non acquista in asta i titoli di Stato non collocati e costringe il Governo a investire della questione il Parlamento, facendosi approvare un’anticipazione straordinaria della Banca.

Dopo il “divorzio” i tassi di interesse reali tornano stabilmente su livelli,
positivi, compatibili con il progressivo rientro dell’inflazione e con la permanenza nello SME; il fabbisogno pubblico viene finanziato pressoché per intero sul mercato senza creazione di base monetaria; inizia da parte della Banca d’Italia la pratica di annunciare obiettivi di espansione della moneta.

Una decisione politica

La decisione di Andreatta e Ciampi, pur rivestita di panni “tecnici”, ha forti
effetti politici di lungo periodo. Il ministro e il governatore ne sono consapevoli. Nelle stesse parole di Andreatta, il divorzio nasce come “congiura aperta” tra i due, nel presupposto che a cose fatte, sia poi troppo costoso tornare indietro.

Una volta compiuto il “fatto”, le reazioni sono ostili. Gli scettici ritengono la misura destinata a vita breve. Sono contrari ampi settori della maggioranza di governo, dell’opposizione, del sistema bancario, tutti timorosi del rialzo dei tassi di interesse reali.

Viene agitato lo spettro della deindustrializzazione del Paese. Ma la riconquista dell’autonomia da parte della banca centrale si rivela duratura; permette di riportare la crescita dei prezzi sotto controllo senza soffocare l’apparato industriale, come sarà più avanti rivendicato da Ciampi10. Tra il 1980 e il 1987 l’inflazione cade da oltre il 21 per cento a meno del 5; il prodotto interno lordo torna a crescere del 3 per cento l’anno, in media, fra il 1984 e il 1988.

Il “divorzio” apre una stagione di grandi cambiamenti nella gestione degli strumenti di politica monetaria, in direzione di una piena indipendenza funzionale della banca centrale e di un più efficiente funzionamento dei mercati finanziari; vengono tra l’altro abbandonati i controlli amministrativi sul credito. La riduzione dell’inflazione prosegue negli anni Novanta, passaggio essenziale per consentire la nostra tempestiva partecipazione all’Unione Economica e Monetaria in Europa.

Gli effetti del “divorzio” sulla politica di bilancio non sono invece quelli sperati.
Chi si è augurato che un atteggiamento non accomodante della banca centrale nel finanziare con moneta il disavanzo induca comportamenti di spesa più responsabili resta deluso. Manca una modifica radicale delle procedure e delle prassi, elemento essenziale della nuova costituzione monetaria invocata da Ciampi. Dopo dieci anni dal divorzio il fabbisogno annuo del settore statale si colloca ancora tra il 10 e l’11 per cento del Pil; il rapporto tra debito pubblico e prodotto supera il 120 per cento del prodotto nel 1994.

Per un miglioramento sostanziale della finanza pubblica si devono attendere gli
anni Novanta e la corsa affannosa a rientrare nei criteri per l’ammissione all’area nell’euro con il primo gruppo di paesi. Come ha sostenuto alla fine degli anni Ottanta Tommaso Padoa-Schioppa, la gestione responsabile della moneta è essenziale, ma da sola non basta a curare tutti i mali di un’economia con la finanza pubblica in disordine; la scelta per la stabilità appartiene alla società nel suo complesso, non alla sola banca centrale.

L’eredità di quegli anni
Le idee che hanno portato alla unificazione monetaria d’Europa, che ne sono
oggi il fondamento, si sono affermate in tutti i paesi avanzati all’inizio degli anni Ottanta: indipendenza delle banche centrali, obiettivo di assicurare la stabilità dei prezzi, divieto di finanziamento monetario dei disavanzi pubblici. Andreatta e Ciampi hanno colto e applicato quelle idee con straordinaria tempestività.

Conviene sempre rammentare quanto a fondo la moneta comune europea abbia
piantato il seme della stabilità monetaria nei nostri paesi. La credibilità della politica
monetaria, che l’Eurosistema ha ereditato dalle migliori tradizioni delle banche centrali partecipanti, ha rafforzato la resistenza delle economie dei paesi dell’area di fronte a shock avversi.

Durante l’ultima crisi l’ancoraggio delle aspettative d’inflazione nell’area
dell’euro ha concesso un ampio spazio di manovra alla politica monetaria, per garantire il funzionamento dei mercati, per sostenere il credito ed evitare il tracollo dell’economia. I tassi di mercato monetario sono scesi su valori senza precedenti, vicini allo zero, sono state adottate misure eccezionali di creazione di liquidità, senza muovere le aspettative di inflazione nel medio-lungo termine. Non si è ripetuto lo stop and go di politica monetaria tipico degli anni Settanta.

La credibilità che abbiamo raggiunto va salvaguardata, mantenendo alta la
guardia.

È un insegnamento dell’esperienza degli anni Ottanta anche il principio,
irrinunciabile per la costruzione europea, che politiche fiscali sostenibili sono fondamento essenziale di una unione monetaria. A questo intendeva rispondere il Patto di Stabilità e Crescita. Tuttavia, si è a volte preferito piegare le regole anziché aggiustare le politiche, annacquando il Patto o violandone lettera e spirito. Molti paesi membri hanno affrontato la crisi globale con livelli già elevati del debito pubblico. I problemi di finanza pubblica avevano origine anche da squilibri strutturali, a cui era stata prestata un’attenzione insufficiente.

Oggi come negli anni Ottanta, la politica monetaria non può essere considerata
un rimedio alla irresponsabilità di altre politiche.

La costruzione europea deve essere resa ancora più resistente. Le istituzioni
europee stanno lavorando nella giusta direzione, sui tre fronti dove i progressi sono più necessari: regole di coordinamento fiscale più stringenti e meno soggette a discrezionalità nell’applicazione; un meccanismo di sorveglianza macroeconomica tra i paesi dell’area che consenta gli interventi strutturali necessari a rimuovere gli squilibri e a promuovere la crescita; meccanismi robusti di gestione delle crisi e di supporto finanziario, nell’ambito di una chiara condizionalità. È possibile, è necessario completare la costruzione europea guardando avanti.

Trenta anni fa, nel nostro paese, Andreatta e Ciampi seppero guardare avanti, e
lontano.

Fonte: http://www.astrid-online.it/Economia-e/Studi–ric/Draghi_AREL_15_02_11.pdf

Lo scambio di lettere con cui fu siglato il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia

Aggiungo a corredo del post precedente (che trovate qui o qui) le lettere scambiate fra il Ministro del Tesoro dell’epoca, Beniamino Andreatta, e il Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, che nel 1981 siglarono il cosiddetto divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia.

I documenti sono tratti dal testo L’Autonomia della politica monetaria. Il divorzio Tesoro-Banca d’Italia trent’anni dopo di Andreatta B., Ciampi C. A., Draghi M., Grassini F. A., Letta E., Monti M., Mussari G., Salvemini T. (2011).

La prima lettera viene inviata da Andreatta il 12 febbraio del 1981:

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A questa farà seguito la risposta di Carlo Azeglio Ciampi il 6 marzo dello stesso anno:

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SINOPSI DELLE BANCHE CENTRALI

ITALIA

La Banca d’Italia fu creata da tre banchieri privati nel 1865 e poi autorizzata con legge nel 1893. Essa diventò un istituto di diritto pubblico con una legge del 1936 che escluse i privati dalla partecipazione al suo capitale.

Dal Dizionario di Diritto Amministrativo (Guarino, 1978) si legge che la Banca d’Italia ha “il compito di regolare la circolazione monetaria ed il fabbisogno creditizio dell’economia nazionale. Nell’esercizio di tale funzione la Banca persegue il fine di salvaguardare la stabilità del potere d’acquisto della moneta, in modo che siano assicurati, entro i limiti della compatibilità delle diverse esigenze, un elevato livello di occupazione ed un adeguato saggio di sviluppo del reddito nazionale. Inoltre, alla Banca sono attribuiti compiti generali di direzione e vigilanza sul sistema bancario e creditizio. […] L’estensione che ha raggiunto l’intervento dello Stato in campo economico e sociale ha determinato un’incidenza sempre maggiore del Tesoro volta a reperire i mezzi finanziari necessari a colmare il deficit tra le entrate e le spese dello Stato”.

Il d.lgs 10 marzo 1998 n. 43 sottrasse la Banca d’Italia dalla gestione da parte del governo italiano, sancendo l’appartenenza della stessa al sistema europeo delle banche centrali (SEBC). Da questa data quindi la quantità di moneta circolante viene decisa in autonomia dalla Banca centrale. Solo nel 2005, il governatore Antonio Fazio, decise di rendere note ufficialmente le quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia: il 94,33% di proprietà di banche e assicurazioni private, e il 5,66% di enti pubblici (INPS e INAIL).

Il 13 giugno 1999 il Senato della Repubblica, nel corso della XIII Legislatura discusse il disegno di legge n. 4083 “Norme sulla proprietà della Banca d’Italia e sui criteri di nomina del Consiglio superiore della Banca d’Italia”. Tale disegno di legge prevedeva di far acquisire dallo Stato tutte le azioni dell’istituto, ma non venne mai approvato.

Il 19 dicembre 2005, dopo intense campagne di stampa e critiche al suo operato nell’ambito dello scandalo di “Bancopoli”, il governatore Antonio Fazio si dimise. Pochi giorni dopo, fu nominato al suo posto Mario Draghi, che si insediò il 16 gennaio 2006.

Lo Statuto della Banca d’Italia fu modificato con il D.P.R. del 12 dicembre 2006, firmato dal presidente del Consiglio Romano Prodi, dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, che abrogò il vincolo del controllo pubblico sulla Banca d’Italia, e sui soggetti che possono possedere delle quote, la cui titolarità resta disciplinata dalla legge. Tuttavia, non sono in vigore norme che disciplinano i soggetti ammessi alla partecipazione del capitale della Banca d’Italia.

GERMANIA

La Deutsches Bundesbank è la banca centrale dello Stato federale della Germania. La storia delle due Guerre Mondiali ha notevolmente influito sulla struttura e sugli obiettivi della Bundesbank che fu creata nel 1957, in sostituzione della Banca degli Stati Tedeschi (1948) che a sua volta aveva sostituito la banca statale della Germania (Reichsbank) dichiarata fallita. Il modello della Bundesbank fu mutuato da quello della Federal Reserve statunitense e le fu attribuita un’assoluta indipendenza dallo Stato tedesco. Infatti, nel 2012 gli azionisti della Banca erano per il 75% investitori istituzionali (banche) e per il 25% privati. Diversamente dalla FED, lo statuto della Banca prevede che non è prestatore di ultima istanza, non è responsabile per il mantenimento della stabilità finanziaria, e non può prestare credito al settore pubblico. Dal 2001, le funzioni di politica monetaria sono state cedute alla Banca Centrale Europea (BCE). Invece, la Banca mantiene la responsabilità di supervisore del sistema bancario e del rispetto dei limiti della massa monetaria rispetto alle riserve (in chiave anti inflattiva).

BANCA CENTRALE EUROPEA

La Banca Centrale Europea (BCE) è stata istituita in base al Trattato sull’Unione europea e allo “statuto del sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea”, il 1º giugno 1998. Essa ha iniziato ad essere funzionale dal 1º gennaio 1999, quando tutte le funzioni di politica monetaria e del tasso di cambio delle allora undici banche centrali nazionali sono state trasferite alla BCE. Nella stessa data sono stati sanciti irrevocabilmente i tassi di conversione delle monete nazionali rispetto all’euro. Inoltre, ai sensi del diritto pubblico internazionale, la Banca ha propria personalità giuridica autonoma.
Scopo principale della BCE è quello di mantenere sotto controllo l’andamento dei prezzi mantenendo il potere d’acquisto nell’area dell’euro. La BCE esercita, infatti, il controllo dell’inflazione nell’”area dell’euro” badando a contenere, tramite opportune politiche monetarie (controllando la base monetaria o fissando i tassi di interesse a breve), il tasso di inflazione di medio periodo a un livello inferiore (ma tuttavia prossimo) al 2%.
Un ruolo analogo di contenimento dell’inflazione è svolto negli USA dalla Federal Reserve che però, a differenza della BCE, deve contemporaneamente perseguire l’obiettivo politico del pieno impiego.
La BCE non è prestatore di ultima istanza. Tuttavia, dopo le crisi dell’eurozona, dal 2010 la BCE ha modificato il suo orientamento attraverso un complesso sistema che le permette di intervenire con operazioni sul mercato secondario obbligazionario dei titoli emessi dai paesi membri. Tuttavia, sia la complessità che gli oneri di tale sistema non hanno incontrato il favore dei paesi in difficoltà.
L’azionariato della BCE è composto per quote delle banche centrali della zona euro (i primi tre paesi senza deroga sono: Germania 18.9%; Francia 14.2%; Italia 12.5%) e da alcune banche centrali di paesi ‘con deroga’ non aderenti all’euro, tra cui il Regno Unito con il 14.5%. Il capitale interamente versato costituisce la riserva di cambio per un valore di 40 miliardi di euro, ripartito al 15% in oro e all’85% in Yen e dollari americani.

REGNO UNITO

A titolo di esempio, vale la pena richiamare che, diversamente dall’Italia, la Banca d’Inghilterra (BoE) è la banca centrale del governo britannico. Costituita nel 1646 come banca privata fu nazionalizzata nel 1946 e dal 1998 è un ente pubblico indipendente la cui proprietà è interamente posseduta dal Ministero del Tesoro britannico rappresentato dal Treasury Solicitor. Tra le responsabilità della BoE figurano il mantenimento della stabilità dei prezzi e il sostegno alle politiche economiche del governo, che sono orientate alla promozione della crescita economica. Quindi la BoE può agire in qualità di prestatore di ultima istanza, cioè può intervenire con operazioni sul mercato primario e secondario dei titoli obbligazionari del Regno Unito, privati e pubblici.

STATI UNITI D’AMERICA

La Federal Reserve (FED) degli USA fu creata dal Congresso nel 1913 per mettere fine al disordine monetario che derivava dalle emissioni di valuta dei vari Stati membri. Gli obiettivi che il Congresso attribuì alla FED sono tutt’ora in vigore: massimo impiego; stabilità dei prezzi; tassi di interesse moderati sul lungo termine. Sebbene la FED si consideri una banca centrale indipendente, la nomina del suo presidente e vicepresidente spetta al presidente degli USA e deve essere confermata dal Senato. Da un lato la FED ha la prerogativa della politica monetaria, ma dall’altro il Dipartimento del Tesoro dell’amministrazione USA ha ancora la prerogativa del conio, ovvero può decidere sulla massa di moneta circolante. La FED può agire in qualità di prestatore di ultima istanza, cioè può intervenire con operazioni sul mercato primario e secondario dei titoli obbligazionari americani, privati e pubblici. Nonostante il nome, la FED è una società interamente privata che è posseduta da banche e consorzi bancari statunitensi, ma anche britannici e israeliani.

1561.- Che cos’è la blockchain, come funziona e perché funziona bene. La rete anarchica dietro i Bitcoin

Addio intermediazione bancaria, addio impero Rotschild? Finalmente una moneta trasparente e collettiva senza un ente centrale che la controlli o una banca che la emetta; ma la Blockchain, per continuare a crescere, dovrà interagire proprio con ciò che per sua natura doveva bypassare, ossia le istituzioni.

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La “catena di Sant’Antonio” dei bitcoin attira sempre più l’attenzione di banche e investitori. È un meccanismo intelligente che verrà adottato anche al di fuori dell’ambito in cui è nato. Il bitcoin ha creato una forte spaccatura tra sostenitori e detrattori, questi ultimi concentrati sul fatto che è possibile fare transazioni senza intermediazioni bancarie e quindi è possibile comprare qualsiasi cosa pagando con la criptovaluta, anche merci e servizi illegali, come se prima della sua invenzione avvenuta nel 2008, l’illegalità non fosse mai esistita. La Blockchain mette invece tutti d’accordo, perché per sua natura garantisce un elevato livello di sicurezza.
Anche l’Associazione bancaria europea (Abe) ne ha tessuto le lodi.

Ma cos’è e come funziona la Blockchain?

È un database, un libro digitale nel quale vengono registrate tutte le transazioni bitcoin. Una sorta di protocollo di comunicazione (una rete diffusa in tutto il mondo), che risiede su migliaia di Pc collegati tra loro chiamati nodi. In questo modo i dati non vengono memorizzati su un solo computer, ma su più macchine. Ed è proprio questo il suo punto di forza, perché chiunque può farne parte: è accessibile a tutti, basta scaricarlo tramite un software specifico. Una logica di governance basata sul concetto di fiducia tra tutti i soggetti della rete, grazie alla quale nessuno ha la possibilità di prevalere e tutto passa rigorosamente attraverso la costruzione del consenso. Il problema che la Blockchain risolve è assicurare che chi paga in criptovalute sia il vero proprietario della moneta, tramite la ricostruzione di tutti i passaggi di quella moneta che si sta usando per quella specifica transazione. L’idea geniale alla base è questa: utilizzare un registro digitale pubblico (la Blockchain) per validare e verificare ogni singola transazione. Il pagamento deve essere in pratica certificato dalla maggioranza dell’intera rete.
La Blockchain certifica quindi qualsiasi transazione.

Senza scendere in troppi tecnicismi informatici, potremmo semplificare il suo funzionamento così: le transazioni (costituite da dati crittografati) vengono verificate, approvate e successivamente registrate su tutti i nodi che partecipano alla rete. La medesima “informazione” è quindi presente su tutti i nodi e pertanto diventa immodificabile se non attraverso un’operazione che dovrà essere approvata della maggioranza dei nodi di quella rete. In questo modo si permette a chiunque voglia farne parte di sapere quanta moneta c’è in circolazione e di seguirne i flussi. Per questo viene considerata una moneta trasparente e collettiva, non esiste un ente centrale che la controlli o una banca che la emetta.

La Blockchain è quindi una tecnologia orizzontale, coinvolge tutti e incarna lo spirito della disintermediazione con cui è stata pensata. Affonda le sue radici in una sorta di filosofia anarchica, l’anarco-capitalismo degli anni ’80, un orientamento della politica liberale diffuso negli Usa, che aveva l’obiettivo di preservare la ricchezza dall’intrusione di autorità e dai governi. Ma il paradosso, oggi, è che la Blockchain per continuare a crescere dovrà cominciare a interagire proprio con ciò che per sua natura doveva bypassare, ossia le istituzioni.
D’altra parte, come accade in tutte le rivoluzioni tecnologiche industriali e culturali, si inizia sempre con le aspettative di cambiare tutto e alla fine ci si adatta. Saranno poi i regolatori a gestire questo delicato passaggio di assestamento. I due punti di forza della piattaforma rimarranno comunque sempre gli stessi: riuscire ad assicurare l’immutabilità dei dati gestiti, perché in grado di garantirne la storia (non si può cancellare il passato); l’accessibilità per tutti. Per questo siamo di fronte a un nuovo paradigma per la gestione delle informazioni – in generale, non solo quelle che riguardano transazioni di criptovalute – e per questo porterà inevitabilmente a un cambiamento culturale.

La rete anarchica dietro i Bitcoin

Immaginiamo per un attimo di tornare indietro nel 1994 e di trovarci fra le mani una rivista di tecnologia che parla di Internet mentre ascoltiamo a tutto volume una canzone dei Nirvana, seduti sul divano di casa. “Un’innovazione che cambierà la società e il modo di vedere le cose”, si leggerebbe su quella rivista. Ora ricatapultiamoci nel presente: siamo all’interno di un vagone affollato della metro e mentre ascoltiamo una canzone dall’auricolare – questa volta degli Arctic Monkeys –, sul nostro smartphone osserviamo, attoniti, un grafico del Bitcoin che accompagna l’articolo di un quotidiano online. Scorrendo il testo con il pollice, l’occhio cade su una frase: “Un’innovazione che cambierà la società e il modo di vedere le cose”.

Bitcoin

Il Bitcoin innovativo come lo è stato il web? A qualcuno potrebbe sembrare un paragone azzardato, addirittura farneticante. Ma in verità, secondo diversi osservatori, non lo è affatto. Soprattutto grazie alla struttura su cui si basa il Bitcoin, la cosiddetta Blockchain, che in molti hanno paragonato alle invenzioni più importanti degli ultimi 100 anni.

Chiariamo subito un concetto, visto che per un certo periodo la Blockchain è stata confusa o, meglio, identificata con il bitcoin. Si è scelto di adottare una convenzione: il termine Bitcoin con l’iniziale maiuscola si riferisce alla tecnologia su cui si basa – appunto la Blockchain –, mentre il minuscolo bitcoin si riferisce alla valuta in sé.

Ma andiamo con ordine. Il bitcoin inteso come valuta continua a crescere senza freni: solo nel 2017 è salito dell’850 per cento, arrivando a rappresentare una capitalizzazione di circa 160 miliardi. Una crescita inarrestabile che si autoalimenta: più passano le ore, maggiore è l’interesse che suscita, anche tra i meno esperti di logiche finanziarie. Alcuni la definiscono una colossale bolla speculativa – lo scoppio della quale destabilizzerebbe addirittura l’economia di alcuni Stati –, altri lo vedono invece come il punto di riferimento del prossimo futuro. Impossibile sapere oggi chi ha ragione. Restiamo allora sul presente, che tutto sommato è anche l’inizio di quel futuro, e soffermiamoci sulla tecnologia alla base del bitcoin, un nuovo protocollo che sta permettendo alla criptomoneta di ottenere sempre maggiori consensi. Pensiamo anzitutto al fatto che una moneta non può diffondersi senza fiducia. È un principio che i Romani avevano capito già duemila anni fa e che evidenzia molto bene Pietro Caliceti in un suo appassionante romanzo, Bitglobal: “La parola ‘credito’ viene dalla parola ‘credere’ – scrive l’autore – ossia avere fiducia. E se si ha fiducia che la moneta sarà accettata in pagamento, qualsiasi cosa può servire da moneta: denti di balena, conchiglie, sigarette, pietre. Persino algoritmi”.

Nel caso dei bitcoin e delle criptovalute in generale, la sempre maggiore fiducia arriva proprio grazie alla solidità del protocollo su cui si poggia.

POSSIBILI APPLICAZIONI FUTURE
Alla luce di tutto ciò, quel paragone iniziale con il ’94 comincia dunque ad avere senso. Se la rivoluzione digitale ha permesso di mandare a chiunque la copia di qualsiasi file, la Blockchain permetterà invece di trasferire per la prima volta un oggetto digitale univoco, non la sua copia.
Nel caso del Bitcoin si tratta della transazione della valuta, ma se pensiamo a tutte le cose che rimangono univoche, i settori che potrebbero investire in questa nuova tecnologia sono davvero tanti. Addirittura il voto politico, in un futuro prossimo, potrebbe essere validato dalla Blockchain. Oppure un atto notarile.

Secondo uno studio della banca d’investimento svizzera Ubs, l’incremento del valore economico annuo mondiale della Blockchain potrebbe addirittura subire un’impennata tra i 300-400 miliardi di dollari entro il 2027, proprio grazie all’introduzione di nuovi servizi e prodotti. Pensiamo al mondo delle assicurazioni, al lavoro dei commercialisti e degli avvocati. Insomma, la lista è davvero lunga e tutto fa pensare che prima o poi anche la Blockchain assumerà un’economia di scala e varrà adottata in massa.

È un database distribuito che sfrutta la tecnologia peer-to-peer e chiunque può prelevarlo dal web, diventando così un nodo della rete. In altre parole è il libro contabile in cui sono registrate tutte le transazioni fatte in Bitcoin dal 2009 ad oggi, transazioni rese possibili dall’approvazione del 50%+1 dei nodi. Un sistema di verifica aperto che non ha bisogno del benestare delle banche per effettuare una transazione.

Estrapolata dal suo contesto può essere utilizzata in tutti gli ambiti in cui è necessaria una relazione tra più persone o gruppi. Può garantire il corretto scambio di titoli e azioni, può sostituire un atto notarile e può garantire la bontà delle votazioni, ridisegnano il concetto di seggio elettorale, proprio perché ogni transazione viene sorvegliata da una rete di nodi che ne garantiscono la correttezza e ne possono mantenere l’anonimato.

Un protocollo sicuro e inespugnabile che ha già spinto 25 banche ad investire nella startup R3, dedita alla creazione di blockchain per il mondo finanziario dei circuiti bancari canonici.

Le transazioni vengono distribuite sui nodi che la convalidano, inserendole nel primo blocco libero disponibile. Un sistema di time stamping decentralizzato, ovvero che non necessita di una sola ed unica risorsa centrale come può essere un server, impedisce che la stessa quantità di Bitcoin venga usata per compiere due acquisti o che la traccia della transazione venga cancellata o modificata. Diventa così possibile pubblicare tutte quelle applicazioni e quei dati che oggi, per sicurezza e per privacy, risiedono su server proprietari e privati.

Riducendo all’essenziale la definizione di Bitcoin si può dire che è un’informazione e, come tale, va scovata. Ogni blocco contiene 25 Bitcoin (9.800 euro al cambio attuale) e viene liberato dai miner, minatori dotati di un’enorme potenza di calcolo utile a risolvere l’algoritmo che li protegge. Di fatto una miniera dalle risorse non illimitate, oggi ne circolano circa 15,25 milioni. Il meccanismo di sblocco si autoregolamenta affinché ne venga liberato uno ogni 10 minuti circa: quindi più potenza di calcolo viene impegnata per risolvere gli algoritmi più questi diventano complessi. Chi libera un blocco incassa 25 Bitcoin che può riversare sul mercato e quindi conseguire un guadagno. Anche i nodi, le maglie della catena che supervisionano e approvano le transazioni, incassano una piccola percentuale del totale delle transazioni stesse.

Perché funziona? La risposta è la più banale possibile: perché tutti coloro che vi partecipano guadagnano. E comprometterne l’attendibilità significherebbe mettere in discussione la sicurezza del protocollo e quindi del Bitcoin, peraltro già minata dai fallimenti delle piattaforme di scambio.

Per comprendere meglio come il Bitcoin si stia spandendo in Italia ci siamo avvalsi delle conoscenze di Guido Baroncini Turricchia, membro del network Coincapital, che tra le altre cose ha creato il primo bancomat per il cambio euro-Bitcoin. “In Italia c’è molto fervore ma è difficile creare, questo spiega perché gli italiani vanno a fare startup all’estero”. La raccolta di fondi difficile e la burocrazia spingono verso altri lidi, così come la poco marcata tendenza a creare un vero sistema.

“Le startup che lavorano alla Blockchain hanno attirato investimenti per circa 1 miliardo di dollari, il 70% dei quali fuori dall’Europa, continente in cui l’Inghilterra è molto attiva”.

Eppure lo stesso Baroncini Turicchia, con la startup Helperbit, è stato premiato al contest D10E , conferenza internazionale itinerante che nella sua edizione corrente si è soffermata sulla Blockchain, strappando un biglietto per l’edizione di San Francisco a luglio, alla quale presenzierà un parterre di investitori.

Una startup nostrana si fa notare, nonostante in Italia la cultura del Bitcoin e del suo protocollo debba ancora attecchire. “Da noi è necessario che la politica, gli attori di rilievo dell’economia e il sistema bancario siano più uniti e aperti verso l’innovazione”, continua Guido Baroncini Turricchia.

Helpbit vuole veicolare cultura e sicurezza, questa volta in ambito sociale, promuovendo donazioni peer-to-peer destinate alle aree colpite da catastrofi naturali: “Se si donano Bitcoin a un’organizzazione, si può seguire il percorso della donazione e sapere come sono stati impiegati i fondi. Questo spinge le persone a superare la paura che il proprio denaro venga impiegato male”.

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La tecnologia su cui si basano le criptovalute è orizzontale e incarna lo spirito della disintermediazione. È applicabile a una miriade di settori e porterà inevitabilmente a un cambiamento culturale

Bitcoin sfiora i 10mila dollari, dove può arrivare?

Bolla o cos’altro? In realtà dietro al +900% in un anno della più popolare criptovaluta si nascondono l’interesse di investitori istituzionali e l’effetto bene rifugio. Entro l’anno a quota 15.000 ?

Bitcoin

 

1510.- Patuelli e Grossi: «Tutelare il risparmio. Il “bail in” è un errore»

Il bail in contrasta con l’articolo 47 della Costituzione che tutela il risparmio, inoltre, essere correntisti non significa essere soci, altrimenti dovrebbero partecipare anche agli utili, non solo alle perdite.

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Prima la Costituzione, poi le norme europee. Sarebbe stato meglio non imporre perdite agli investitori privati, come vogliono le norme del Bail in, e tutelare il risparmio come detta in maniera chiara e ancora attuale la Carta costituzionale italiana. Sul tema il presidente dell’ Abi Antonio Patuelli conferma quanto già detto un anno fa all’assemblea dell’associazione: il bail in contrasta con l’articolo 47 della Costituzione che tutela il risparmio. Sulla stessa linea, seppure in maniera più sfumata, l’intervento con la propria lectio magistralis del presidente della Corte costituzionale Paolo Grossi. Il quale, nel convegno dell’Abi, ha sottolineato come il Paese sia ancora nel ristagno e nelle crisi. Per Grossi «i traguardi che potevano sembrare irreversibili non lo sono più. Forse troppi patentati pericoli sono diventati realtà, molte aspettative sono andate perdute, anche se qualche tentativo è stato compiuto per soddisfarle». Patuelli ha sottolineato come quell’articolo 47 della Costituzione sia «sempre vigente e non abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di limite nei confronti della normativa» Ue e che la Carta non può essere assoggettata alle regole europee. Per questo occorre evitare «che vi siano margini di incertezza del diritto».

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Intervento di Antonio Patuelli, Presidente dell’Abi

In occasione della Lectio Magistralis del Presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi

ABI, Roma, 19 maggio 2017

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Illustre e Caro Presidente della Corte Costituzionale, Autorità, Cari Colleghi e Amici,

Rivolgo al Professor Paolo Grossi un ringraziamento vivissimo e non formale per aver accettato il mio invito di svolgere una Lectio Magistralis sull’articolo 47 della Costituzione.

Non si tratta di un momento prevalentemente commemorativo di quel 19 maggio 1947, quando l’Assemblea Costituente lo approvò.

Da allora sono mutati tanti fattori ed anche la Costituzione della Repubblica ha subìto diversi rimaneggiamenti, è nata e cresciuta l’Unione Europea e in essa le cooperazioni rafforzate delle moneta unica, l’Euro, e della Vigilanza bancaria unica.

Proprio per tutte queste evoluzioni è ancor più utile l’autorevolissimo insegnamento odierno del Presidente Professor Grossi.

Convivono ora, infatti, nella vigente Costituzione della Repubblica vari articoli che, direttamente o indirettamente, concorrono a condizionare l’art.47 che va ora letto in combinato disposto con gli articoli 11, 80, 138 e col 117 novellato in questo nuovo secolo.

L’articolo 47 recita che “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito……..”.

L’art.11 dispone che “L’Italia (….) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

L’art. 80 aggiunge che “Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali…..”.

La natura “rigida” e non “flessibile” (com’era, invece, lo Statuto Albertino) è sempre solennemente statuita dall’articolo 138 della Costituzione che impone tassative procedure per le modifiche costituzionali.

Nel nuovo secolo,l’articolo 117 della Costituzione è stato riformato e ora recita fra l’altro innanzitutto che “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.

Il combinato disposto di queste norme è divenuto, quindi, più complesso per definire la gerarchia delle fonti del diritto sulle materie, come la moneta, il risparmio e il credito, sulle quali sono in atto cooperazioni rafforzate.

La mia opinione è che il primo comma del novellato articolo 117 non possa stravolgere l’assetto costituzionale della Repubblica Italiana basato sulla sua modificabilità soltanto con le rigide procedure dell’art. 138. Per cui l’articolo 47 è sempre vigente e non abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di limite nei confronti della normativa europea.

Occorre comunque evitare che vi siano margini di incertezza del diritto.

Peraltro la Costituzione e la Repubblica Italiana non possono essere sotto ordinate rispetto alla Repubblica Federale Tedesca la cui Costituzione dispone espressamente la supremazia delle norme costituzionali tedesche su ogni altra legislazione anche dell’Unione Europea.

Peraltro l’Europa o è la culla della civiltà del diritto e delle libertà costituzionali, o non è.

Comunque rimangono intatti i principi ispiratori dell’art. 47 della Costituzione, emersi da quel dibattito alla Costituente che culminò in quel 19 maggio di settant’anni fa, quando emerse innanzitutto il lamento di milioni e milioni di piccoli risparmiatori italiani che avevano visto il crollo del potere d’acquisto della lira.

Il Costituente e Governatore della Banca d’Italia Luigi Einaudi documentò quel giorno in Aula che il valore dei risparmi del 1914 si era addirittura ridotto allo 0,7%, mentre quello delle lire fra il ’14 e il ’22 si era ridotto al 3,5%, quando quello dei risparmi fra il ’22 e il ’38 si era ridotto al 2,9% e nei soli anni bellici, fra il ’39 e il ’46, la riduzione del valore d’acquisto dei risparmi in lire era stata al 21,5%.

Insomma, la Repubblica Italiana e l’Unione Europea debbono ora meglio garantire la stabilità della moneta ed i risparmi, non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate settant’anni fa dai Costituenti italiani.

Antonio Patuelli

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Lectio Magistralis_02

SPECIALE – LECTIO MAGISTRALIS/ PATUELLI

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Risparmio: Patuelli, Italia e Ue non attenuino garanzie costituzionali
(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus ) – Roma, 19 mag –

“La Repubblica Italiana e l’Unione Europea debbono ora meglio
garantire la stabilita’ della moneta e dei risparmi, non
attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate
70 anni fa dai Costituenti Italiani”. Lo ha detto Antonio
Patuelli, presidente dell’Abi, introducendo la Lectio
magistralis del presidente della Corte Costituzionale, Paolo
Grossi. Sim

Risparmio, Patuelli: non vanno attenuate garanzie costituzionali
Azione spetta alla Ue e alla Repubblica italiana
Roma, 19 mag. (askanews) – “La Repubblica italiana e l’Unione
Europea debbono meglio garantire la stabilità delle moneta ed i
risparmi, non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente
approvate settanta anni fa dai costituenti italiani”. Lo ha detto
Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, nel suo intervento in
occasione della Lectio Magistralis del Presidente della Corte
Costituzionale, Paolo Grossi. Men.

Banche: Patuelli, evitare incertezza norme su tutela risparmio,

Ue e Italia garantiscano tutela risparmio

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Banche: Patuelli, evitare incertezza norme su tutela risparmio
(ANSA) – ROMA, 19 MAG – “Occorre evitare che vi siano margini
di incertezza del diritto”. Lo afferma il presidente Abi Antonio
Patuelli in occasione della Lectio Magistralis del Presidente
della Corte Costituzionale, Paolo Grossi in merito alle
discrepanze fra le norme Ue, come quelle sul bail in, e la
Costituzione Italiana in specie dell’articolo 47.
“Peraltro – spiega Patuelli – la Costituzione e la Repubblica
Italiana non possono essere sotto ordinate rispetto alla
Repubblica Federale Tedesca la cui Costituzione dispone
espressamente la supremazia delle norme costituzionali tedesche
su ogni altra legislazione anche dell’Unione Europea.
Peraltro l’Europa o e’ la culla della civilta’ del diritto e delle
liberta’ costituzionali, o non e'”. “Comunque – aggiunge –
rimangono intatti i principi ispiratori dell’art. 47 della
Costituzione, emersi da quel dibattito alla Costituente che
culmino’ in quel 19 maggio di settant’anni fa, quando emerse
innanzitutto il lamento di milioni e milioni di piccoli
risparmiatori italiani che avevano visto il crollo del potere
d’acquisto della lira”. DOA

Banche: Patuelli, Ue e Italia garantiscano tutela risparmio
(AGI) – Roma, 19 mag. – “La Repubblica Italiana e l’Unione Europea
debbono ora meglio garantire la stabilita’ della moneta ed i
risparmi, non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente
approvate settant’anni fa dai Costituenti italiani”: lo afferma il
presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, in occasione della Lectio
Magistralis del Presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi.
L’articolo 47 della Costituzione, ricorda Patuelli, recita che
“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue
forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito??..”.
“L’articolo 47 – aggiunge Patuelli – e’ sempre vigente e non
abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di
limite nei confronti della normativa europea. Occorre comunque
evitare che vi siano margini di incertezza del diritto”. Ila

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RISPARMIO: PATUELLI, UE GARANTISCA STABILITA’
Roma, 19 mag. (Adnkronos) – “La Repubblica Italiana e L’Unione Europea
debbono ora meglio garantire la stabilità della moneta ed i risparmi,
non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate
settant’anni fa dai Costituenti italiani”. Il presidente dell’Abi,
Antonio Patuelli, lo afferma in occasione della Lectio Magistralis del
presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi. Rem

Banche, Patuelli: Ue non attenui garanzie Costituzione su risparmio
Roma, 19 mag. (LaPresse) – “La Repubblica Italiana e l’Unione Europea
debbono ora meglio garantire la stabilità della moneta ed i risparmi,
non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate
settant’anni fa dai Costituenti italiani”. Lo ha detto il presidente dell’Abi,
Antonio Patuelli, in occasione della Lectio Magistralis del presidente della
Corte Costituzionale, Paolo Grossi. L’articolo 47 che recita che “la Repubblica
incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e
controlla l’esercizio del credito”, ricorda Patuelli, “è sempre vigente e non
abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di
limite nei confronti della normativa europea”. Secondo il presidente
dell’associazione bancaria “occorre comunque evitare che vi siano
margini di incertezza del diritto”, anche perché “l’Europa o è la culla
della civiltà del diritto e delle libertà costituzionali, o non è”. lal

SPECIALE – LECTIO MAGISTRALIS/ GROSSI

Risparmio: Grossi, tutelarlo da incapacita’ classe dirigente

Crisi: Grossi, siamo nel ristagno e non vediamo orizzonti

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Risparmio: Grossi, tutelarlo da incapacita’ classe dirigente
(ANSA) – ROMA, 19 MAG – Il risparmio “per questo suo
costituire una specie di serbatoio di fiducia, richiede sul
piano costituzionale un incoraggiamento e un?adeguata tutela nel
tempo”. Cosi’ Paolo Grossi, presidente della Corte
Costituzionale, durante la lectio magistralis tenuta all’Abi,
dove ha specificato che la tutela non va intesa tanto “in senso
stretto, dal pericolo che il valore dei depositi – specialmente
di quelli delle famiglie – venga eroso dall’inflazione o
diminuito o annullato dalle crisi finanziaria”, ma soprattutto
“in senso lato, dal rischio che dall’incapacita’ in generale
della classe dirigente di gestire l’instabilita’ e l’incertezza
si mortifichi o offenda un patrimonio inestimabile di
intelligenza ed esperienza comune”.
Secondo Grossi infatti, la tutela del risparmio “non e’ solo
protezione o messa al riparo, ma anche difesa o salvaguardia a
fianco di qualcuno nel contrasto di un’azione offensiva”. YNW-DIA

Crisi: Grossi, siamo nel ristagno e non vediamo orizzonti
Verso quale direzione stiamo procedendo, se stiamo procedendo?
(ANSA) – ROMA, 19 MAG – “Siamo nella crisi o nel ristagno e
non vediamo orizzonti ne’ lontani, ne’ limpidi, ne’ aperti”. Cosi’
Paolo Grossi, presidente della Corte Costituzionale, durante la
lectio magistralis tenuta all’Abi, chiedendosi poi, “in questa
fase del capitalismo o del ciclo economico verso quale direzione
stiamo procedendo, se stiamo procedendo?”.
Per Grossi appare certo “che i traguardi che potevano
sembrare irreversibili non lo sono affatto piu’, forse troppi
paventati pericoli sono diventati realta’, molte aspettative sono
andate perdute anche se qualche tentativo e’ stato compiuto per
soddisfarle”, ha concluso. YNW-DIA

 

1508.- LA COMMISSIONE “CASINI” E LE BANCHE VENETE

 Qui, di illegale e, anche, incostituzionale, c’è proprio il bail-in.Schermata 2017-11-09 alle 22.03.00.png

da Massimo Giacon

Articolo molto chiaro di un nostro concittadino, che mestamente condivido
con voi……..

Francesco Carraro scrive:

Casini e la sua Commissione sui disastri bancari vorrebbero “capire” per
“spiegare” agli italiani. Aiutiamoli.

Quanto al “capire”, ormai abbiamo capito che le banche venete non sono state
salvate dallo Stato perché ormai non si può più.

Prima del primo gennaio 2016 – e cioè prima dell’entrata in vigore del
famigerato bail-in – si sarebbe potuto, ma non lo si è fatto.

Oggi che si vorrebbe farlo, non si può. E i maestrini dalla penna rossa
sparpagliati in ogni redazione di rispetto te lo ricordano se – poco poco –
provi a mettere il tema sul tappeto: “Eh, ma non si può più, sai.

Una volta si poteva e giustamente la Germania l’ha fatto perché era legale,
ma oggi non si può più perché sarebbe illegale”.

La legalità, nel magnifico Regno di Oz chiamato UE, va e viene come la
barca della famosa canzone o come i raffreddori da fieno.

Non si capisce, però, perché noi siamo sempre, sistematicamente, dalla parte
sbagliata della “legalità”: quando un provvedimento utile per i cittadini
sarebbe legale, non lo adottiamo vantandoci di essere più bravi degli altri
(ai tempi in cui la Germania spendeva 93 miliardi per il salvataggio delle
sue banche e l’intero continente suppergiù 3.200, noi ci vantavamo di non
aver bisogno di aiuti).

Quando, invece, un provvedimento utile per i cittadini è oramai
indifferibile, allora vorremmo adottarlo, ma non possiamo perché, purtroppo,
nel frattempo esso è diventato “illegale”.

E allora cosa succede?

Succede che ci inventiamo una soluzione che, guarda caso, va a favorire non
già la mano pubblica, ma quella privatissima del più grande colosso bancario
d’Italia. Un vero top player chiamato Banca Intesa.

Il quale non solo si porta a casa tutti gli attivi delle banche venete per
un euro “simbolico”, ma addirittura viene pagato per farlo.

Un po’ come se –  a noi – qualcuno proponesse una villa di quattrocento
metri quadri con vista sui Faraglioni, piscina e maneggio in cambio di un
caffè e purché

accettiamo, a rimborso del disturbo, cinque milioni di euro.

Comunque sia, lo hanno fatto per evitare il bail-in, ci dicono.

Il che è una stronzata peggio del regalo a Banca Intesa.

Se il bail-in è così iniquo da indurre il governo Gentiloni a svenarsi per
scongiurarlo, allora perché, nel 2015, il governo Renzi lo ha ratificato
senza batter ciglio?

Se il bail-in andava bene due anni fa ‘in teoria’, perché diavolo oggi non
va bene più ‘in pratica’?

Forse perché manderebbe sul lastrico milioni di persone?

E allora perché diamine –  governo del menga –  l’hai introdotto nelle
famose “regole europee condivise” di cui meni vanto?

Ma queste sono quisquilie. A noi interessa la pinzillacchera: l’Italia
(schiava) non ha salvato le banche in crisi – nazionalizzandole quando
poteva –  solo per una ragione:

per poterle regalare ai suoi padroni quando nazionalizzarle non poteva più.
Insomma, tutto coerente con le linee guida dei nostri governi di
centrodestra e di centrosinistra dell’ultimo ventennio.

Dite a Casini che non c’è niente da “spiegare”. Solo la testa da piegare,
come al solito.

Schermata 2017-11-09 alle 22.03.05

Cordialità

1501.- DRAGHI: L’INTOCCABILE.

Cari amici

il dibattito politico sulla banche è passato, anche giustamente , ad occuparsi di chi era Governatore della Banca d’Italia fino al 2011, quindi responsabile della sorveglianza sul sistema bancario, cioè Mario Draghi, attuale governatore della BCE.

Le sue responsabilità vengono chiamate in merito a due situazionei :

a) le popolari venete;

b) l’acquisto scriteriato di Antonveneta da parte di Monte Paschi Siena.

Sul tema delle popolari abbiamo scritto abbondantemente nei giorni scorsi e sappiamo che l’allora governatore fece poco, anzi nulla , per rimettere le banche sulla giusta strada. Vediamo il fresco caso di MPS.

Nel 2007 MPS acquistò da ABN Ambro Antonveneta per un prezzo di 9 miliardi più 8 di prestito, in totale 17 miliardi per una banca che ABN aveva pagato 3 sei mesi prima. Vero che ABN aveva parzialmente ricapitalizzato l’istituto padovano, ma comunque si trattò di un prezzo completamente sproporzionato che affossò l’istituto e predispose per la successiva crisi.

Banca d’Italia vigilava mentre veniva predisposta questa cessione ? Si, vigilava e pure in modo attento, come rivela Libero Quotidiano attraverso una lettera della filiale di Padova alla sede centrale :

L’allora direttore Minnella avvertiva Roma come la situazione della banca, ancorchè regolarizzato dal punto di vista della patrimonializzazione, era tutt’altro che positiva, essendo elevatissimo il rischio creditizio, con un’organizzazione aziendale inadeguata ed organi di governo incapaci di governare la realtà gestionale dell’azienda. Insomma il direttore della filiale di Padova faceva un quadro estremamente negativo della situazione aziendale di Antonveneta, tale da non giustificare l’enorme prezzo pagato da Monte dei Paschi.

Il governatore della Banca d’Italia era all’epoca Mario Draghi e non fece praticamente nulla per impedire questo patto scellerato. Chiaramente non è solo lui responsabile diretto, ma sussiste una chiara responsabilità oggettiva nella materia, e questo è indubbio e sotto gli occhi di tutto. Nonostante questo vi è una corsa politica a difendere il governatore della BCE un po’ da tutti, destra e sinistra, basterebbe leggere Berlusconi. Questo perchè Draghi, come governatore, con il QE avrebbe “Salvato l’euro” e l’Italia, abbattendo i tassi di interesse.

In realtà vi sono due fatti che vengono perfettamente ignorati:

  • la politica del QE finirà, e finir presto, sostituita da quella di stretta economica dei tedeschi. Draghi ha soltanto calciato un po’ più avanti il barattolo che, o prima o dopo, tornerà ad essere di distruzione dei paesi indebitati e di scarsità monetaria. Non che il QE abbia portato ad una vera crescita, almeno al di qua dell’oceano: i suoi unici veri risultati sono stati un po’ di speculazione nel nord europa, un po’ di bolla immobiliare in Svezia, Germania ed Olanda e , soprattutto, tante operazioni di buy-back azionario negli USA, fatte solo per ingrassare una base azionaria sempre più ristretta. La ricaduta sui consumi e sulla crescita è stata minima, un calcio al barattolo;
  • Draghi è già di per se inattaccabile. LA BCE gode di un’immunità giuridica assoluta, come se si trattasse di uno stato terzo, comparabile all’immunità totale di cui gode il rappresentate diplomatico di uno stato terzo. I suoi membri non possono essere chiamati a testimoniare o essere penalmente ritenuti responsabili, come non pagano tasse nazionali. Dato il regime di extraterritorialità della sede della BCE a Francoforte dubito che possa essergli perfino consegnata la richiesta di comparire di fronte alla commissione bilaterale d’inchiesta.

Quindi preoccuparsi per Draghi è inutile: comunque è destinato a passare e, volendo, comunque non si potrebbe fare nulla. In attesa di poterlo chiamare a rispondere bisogna invece concentrarsi sui veri responsabili politici, cioè tutti coloro che hanno legiferato in materia bancaria negli ultimi 20 anni, e coloro che hanno imposto il cappio dell’euro e dell’Unione Europea all’Italia. Loro sono quelli da destinare ad una dannazione politica. Draghi pul anche aspettare.

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