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1561.- Che cos’è la blockchain, come funziona e perché funziona bene. La rete anarchica dietro i Bitcoin

Addio intermediazione bancaria, addio impero Rotschild? Finalmente una moneta trasparente e collettiva senza un ente centrale che la controlli o una banca che la emetta; ma la Blockchain, per continuare a crescere, dovrà interagire proprio con ciò che per sua natura doveva bypassare, ossia le istituzioni.

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La “catena di Sant’Antonio” dei bitcoin attira sempre più l’attenzione di banche e investitori. È un meccanismo intelligente che verrà adottato anche al di fuori dell’ambito in cui è nato. Il bitcoin ha creato una forte spaccatura tra sostenitori e detrattori, questi ultimi concentrati sul fatto che è possibile fare transazioni senza intermediazioni bancarie e quindi è possibile comprare qualsiasi cosa pagando con la criptovaluta, anche merci e servizi illegali, come se prima della sua invenzione avvenuta nel 2008, l’illegalità non fosse mai esistita. La Blockchain mette invece tutti d’accordo, perché per sua natura garantisce un elevato livello di sicurezza.
Anche l’Associazione bancaria europea (Abe) ne ha tessuto le lodi.

Ma cos’è e come funziona la Blockchain?

È un database, un libro digitale nel quale vengono registrate tutte le transazioni bitcoin. Una sorta di protocollo di comunicazione (una rete diffusa in tutto il mondo), che risiede su migliaia di Pc collegati tra loro chiamati nodi. In questo modo i dati non vengono memorizzati su un solo computer, ma su più macchine. Ed è proprio questo il suo punto di forza, perché chiunque può farne parte: è accessibile a tutti, basta scaricarlo tramite un software specifico. Una logica di governance basata sul concetto di fiducia tra tutti i soggetti della rete, grazie alla quale nessuno ha la possibilità di prevalere e tutto passa rigorosamente attraverso la costruzione del consenso. Il problema che la Blockchain risolve è assicurare che chi paga in criptovalute sia il vero proprietario della moneta, tramite la ricostruzione di tutti i passaggi di quella moneta che si sta usando per quella specifica transazione. L’idea geniale alla base è questa: utilizzare un registro digitale pubblico (la Blockchain) per validare e verificare ogni singola transazione. Il pagamento deve essere in pratica certificato dalla maggioranza dell’intera rete.
La Blockchain certifica quindi qualsiasi transazione.

Senza scendere in troppi tecnicismi informatici, potremmo semplificare il suo funzionamento così: le transazioni (costituite da dati crittografati) vengono verificate, approvate e successivamente registrate su tutti i nodi che partecipano alla rete. La medesima “informazione” è quindi presente su tutti i nodi e pertanto diventa immodificabile se non attraverso un’operazione che dovrà essere approvata della maggioranza dei nodi di quella rete. In questo modo si permette a chiunque voglia farne parte di sapere quanta moneta c’è in circolazione e di seguirne i flussi. Per questo viene considerata una moneta trasparente e collettiva, non esiste un ente centrale che la controlli o una banca che la emetta.

La Blockchain è quindi una tecnologia orizzontale, coinvolge tutti e incarna lo spirito della disintermediazione con cui è stata pensata. Affonda le sue radici in una sorta di filosofia anarchica, l’anarco-capitalismo degli anni ’80, un orientamento della politica liberale diffuso negli Usa, che aveva l’obiettivo di preservare la ricchezza dall’intrusione di autorità e dai governi. Ma il paradosso, oggi, è che la Blockchain per continuare a crescere dovrà cominciare a interagire proprio con ciò che per sua natura doveva bypassare, ossia le istituzioni.
D’altra parte, come accade in tutte le rivoluzioni tecnologiche industriali e culturali, si inizia sempre con le aspettative di cambiare tutto e alla fine ci si adatta. Saranno poi i regolatori a gestire questo delicato passaggio di assestamento. I due punti di forza della piattaforma rimarranno comunque sempre gli stessi: riuscire ad assicurare l’immutabilità dei dati gestiti, perché in grado di garantirne la storia (non si può cancellare il passato); l’accessibilità per tutti. Per questo siamo di fronte a un nuovo paradigma per la gestione delle informazioni – in generale, non solo quelle che riguardano transazioni di criptovalute – e per questo porterà inevitabilmente a un cambiamento culturale.

La rete anarchica dietro i Bitcoin

Immaginiamo per un attimo di tornare indietro nel 1994 e di trovarci fra le mani una rivista di tecnologia che parla di Internet mentre ascoltiamo a tutto volume una canzone dei Nirvana, seduti sul divano di casa. “Un’innovazione che cambierà la società e il modo di vedere le cose”, si leggerebbe su quella rivista. Ora ricatapultiamoci nel presente: siamo all’interno di un vagone affollato della metro e mentre ascoltiamo una canzone dall’auricolare – questa volta degli Arctic Monkeys –, sul nostro smartphone osserviamo, attoniti, un grafico del Bitcoin che accompagna l’articolo di un quotidiano online. Scorrendo il testo con il pollice, l’occhio cade su una frase: “Un’innovazione che cambierà la società e il modo di vedere le cose”.

Bitcoin

Il Bitcoin innovativo come lo è stato il web? A qualcuno potrebbe sembrare un paragone azzardato, addirittura farneticante. Ma in verità, secondo diversi osservatori, non lo è affatto. Soprattutto grazie alla struttura su cui si basa il Bitcoin, la cosiddetta Blockchain, che in molti hanno paragonato alle invenzioni più importanti degli ultimi 100 anni.

Chiariamo subito un concetto, visto che per un certo periodo la Blockchain è stata confusa o, meglio, identificata con il bitcoin. Si è scelto di adottare una convenzione: il termine Bitcoin con l’iniziale maiuscola si riferisce alla tecnologia su cui si basa – appunto la Blockchain –, mentre il minuscolo bitcoin si riferisce alla valuta in sé.

Ma andiamo con ordine. Il bitcoin inteso come valuta continua a crescere senza freni: solo nel 2017 è salito dell’850 per cento, arrivando a rappresentare una capitalizzazione di circa 160 miliardi. Una crescita inarrestabile che si autoalimenta: più passano le ore, maggiore è l’interesse che suscita, anche tra i meno esperti di logiche finanziarie. Alcuni la definiscono una colossale bolla speculativa – lo scoppio della quale destabilizzerebbe addirittura l’economia di alcuni Stati –, altri lo vedono invece come il punto di riferimento del prossimo futuro. Impossibile sapere oggi chi ha ragione. Restiamo allora sul presente, che tutto sommato è anche l’inizio di quel futuro, e soffermiamoci sulla tecnologia alla base del bitcoin, un nuovo protocollo che sta permettendo alla criptomoneta di ottenere sempre maggiori consensi. Pensiamo anzitutto al fatto che una moneta non può diffondersi senza fiducia. È un principio che i Romani avevano capito già duemila anni fa e che evidenzia molto bene Pietro Caliceti in un suo appassionante romanzo, Bitglobal: “La parola ‘credito’ viene dalla parola ‘credere’ – scrive l’autore – ossia avere fiducia. E se si ha fiducia che la moneta sarà accettata in pagamento, qualsiasi cosa può servire da moneta: denti di balena, conchiglie, sigarette, pietre. Persino algoritmi”.

Nel caso dei bitcoin e delle criptovalute in generale, la sempre maggiore fiducia arriva proprio grazie alla solidità del protocollo su cui si poggia.

POSSIBILI APPLICAZIONI FUTURE
Alla luce di tutto ciò, quel paragone iniziale con il ’94 comincia dunque ad avere senso. Se la rivoluzione digitale ha permesso di mandare a chiunque la copia di qualsiasi file, la Blockchain permetterà invece di trasferire per la prima volta un oggetto digitale univoco, non la sua copia.
Nel caso del Bitcoin si tratta della transazione della valuta, ma se pensiamo a tutte le cose che rimangono univoche, i settori che potrebbero investire in questa nuova tecnologia sono davvero tanti. Addirittura il voto politico, in un futuro prossimo, potrebbe essere validato dalla Blockchain. Oppure un atto notarile.

Secondo uno studio della banca d’investimento svizzera Ubs, l’incremento del valore economico annuo mondiale della Blockchain potrebbe addirittura subire un’impennata tra i 300-400 miliardi di dollari entro il 2027, proprio grazie all’introduzione di nuovi servizi e prodotti. Pensiamo al mondo delle assicurazioni, al lavoro dei commercialisti e degli avvocati. Insomma, la lista è davvero lunga e tutto fa pensare che prima o poi anche la Blockchain assumerà un’economia di scala e varrà adottata in massa.

È un database distribuito che sfrutta la tecnologia peer-to-peer e chiunque può prelevarlo dal web, diventando così un nodo della rete. In altre parole è il libro contabile in cui sono registrate tutte le transazioni fatte in Bitcoin dal 2009 ad oggi, transazioni rese possibili dall’approvazione del 50%+1 dei nodi. Un sistema di verifica aperto che non ha bisogno del benestare delle banche per effettuare una transazione.

Estrapolata dal suo contesto può essere utilizzata in tutti gli ambiti in cui è necessaria una relazione tra più persone o gruppi. Può garantire il corretto scambio di titoli e azioni, può sostituire un atto notarile e può garantire la bontà delle votazioni, ridisegnano il concetto di seggio elettorale, proprio perché ogni transazione viene sorvegliata da una rete di nodi che ne garantiscono la correttezza e ne possono mantenere l’anonimato.

Un protocollo sicuro e inespugnabile che ha già spinto 25 banche ad investire nella startup R3, dedita alla creazione di blockchain per il mondo finanziario dei circuiti bancari canonici.

Le transazioni vengono distribuite sui nodi che la convalidano, inserendole nel primo blocco libero disponibile. Un sistema di time stamping decentralizzato, ovvero che non necessita di una sola ed unica risorsa centrale come può essere un server, impedisce che la stessa quantità di Bitcoin venga usata per compiere due acquisti o che la traccia della transazione venga cancellata o modificata. Diventa così possibile pubblicare tutte quelle applicazioni e quei dati che oggi, per sicurezza e per privacy, risiedono su server proprietari e privati.

Riducendo all’essenziale la definizione di Bitcoin si può dire che è un’informazione e, come tale, va scovata. Ogni blocco contiene 25 Bitcoin (9.800 euro al cambio attuale) e viene liberato dai miner, minatori dotati di un’enorme potenza di calcolo utile a risolvere l’algoritmo che li protegge. Di fatto una miniera dalle risorse non illimitate, oggi ne circolano circa 15,25 milioni. Il meccanismo di sblocco si autoregolamenta affinché ne venga liberato uno ogni 10 minuti circa: quindi più potenza di calcolo viene impegnata per risolvere gli algoritmi più questi diventano complessi. Chi libera un blocco incassa 25 Bitcoin che può riversare sul mercato e quindi conseguire un guadagno. Anche i nodi, le maglie della catena che supervisionano e approvano le transazioni, incassano una piccola percentuale del totale delle transazioni stesse.

Perché funziona? La risposta è la più banale possibile: perché tutti coloro che vi partecipano guadagnano. E comprometterne l’attendibilità significherebbe mettere in discussione la sicurezza del protocollo e quindi del Bitcoin, peraltro già minata dai fallimenti delle piattaforme di scambio.

Per comprendere meglio come il Bitcoin si stia spandendo in Italia ci siamo avvalsi delle conoscenze di Guido Baroncini Turricchia, membro del network Coincapital, che tra le altre cose ha creato il primo bancomat per il cambio euro-Bitcoin. “In Italia c’è molto fervore ma è difficile creare, questo spiega perché gli italiani vanno a fare startup all’estero”. La raccolta di fondi difficile e la burocrazia spingono verso altri lidi, così come la poco marcata tendenza a creare un vero sistema.

“Le startup che lavorano alla Blockchain hanno attirato investimenti per circa 1 miliardo di dollari, il 70% dei quali fuori dall’Europa, continente in cui l’Inghilterra è molto attiva”.

Eppure lo stesso Baroncini Turicchia, con la startup Helperbit, è stato premiato al contest D10E , conferenza internazionale itinerante che nella sua edizione corrente si è soffermata sulla Blockchain, strappando un biglietto per l’edizione di San Francisco a luglio, alla quale presenzierà un parterre di investitori.

Una startup nostrana si fa notare, nonostante in Italia la cultura del Bitcoin e del suo protocollo debba ancora attecchire. “Da noi è necessario che la politica, gli attori di rilievo dell’economia e il sistema bancario siano più uniti e aperti verso l’innovazione”, continua Guido Baroncini Turricchia.

Helpbit vuole veicolare cultura e sicurezza, questa volta in ambito sociale, promuovendo donazioni peer-to-peer destinate alle aree colpite da catastrofi naturali: “Se si donano Bitcoin a un’organizzazione, si può seguire il percorso della donazione e sapere come sono stati impiegati i fondi. Questo spinge le persone a superare la paura che il proprio denaro venga impiegato male”.

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La tecnologia su cui si basano le criptovalute è orizzontale e incarna lo spirito della disintermediazione. È applicabile a una miriade di settori e porterà inevitabilmente a un cambiamento culturale

Bitcoin sfiora i 10mila dollari, dove può arrivare?

Bolla o cos’altro? In realtà dietro al +900% in un anno della più popolare criptovaluta si nascondono l’interesse di investitori istituzionali e l’effetto bene rifugio. Entro l’anno a quota 15.000 ?

Bitcoin

 

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1510.- Patuelli e Grossi: «Tutelare il risparmio. Il “bail in” è un errore»

Il bail in contrasta con l’articolo 47 della Costituzione che tutela il risparmio, inoltre, essere correntisti non significa essere soci, altrimenti dovrebbero partecipare anche agli utili, non solo alle perdite.

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Prima la Costituzione, poi le norme europee. Sarebbe stato meglio non imporre perdite agli investitori privati, come vogliono le norme del Bail in, e tutelare il risparmio come detta in maniera chiara e ancora attuale la Carta costituzionale italiana. Sul tema il presidente dell’ Abi Antonio Patuelli conferma quanto già detto un anno fa all’assemblea dell’associazione: il bail in contrasta con l’articolo 47 della Costituzione che tutela il risparmio. Sulla stessa linea, seppure in maniera più sfumata, l’intervento con la propria lectio magistralis del presidente della Corte costituzionale Paolo Grossi. Il quale, nel convegno dell’Abi, ha sottolineato come il Paese sia ancora nel ristagno e nelle crisi. Per Grossi «i traguardi che potevano sembrare irreversibili non lo sono più. Forse troppi patentati pericoli sono diventati realtà, molte aspettative sono andate perdute, anche se qualche tentativo è stato compiuto per soddisfarle». Patuelli ha sottolineato come quell’articolo 47 della Costituzione sia «sempre vigente e non abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di limite nei confronti della normativa» Ue e che la Carta non può essere assoggettata alle regole europee. Per questo occorre evitare «che vi siano margini di incertezza del diritto».

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Intervento di Antonio Patuelli, Presidente dell’Abi

In occasione della Lectio Magistralis del Presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi

ABI, Roma, 19 maggio 2017

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Illustre e Caro Presidente della Corte Costituzionale, Autorità, Cari Colleghi e Amici,

Rivolgo al Professor Paolo Grossi un ringraziamento vivissimo e non formale per aver accettato il mio invito di svolgere una Lectio Magistralis sull’articolo 47 della Costituzione.

Non si tratta di un momento prevalentemente commemorativo di quel 19 maggio 1947, quando l’Assemblea Costituente lo approvò.

Da allora sono mutati tanti fattori ed anche la Costituzione della Repubblica ha subìto diversi rimaneggiamenti, è nata e cresciuta l’Unione Europea e in essa le cooperazioni rafforzate delle moneta unica, l’Euro, e della Vigilanza bancaria unica.

Proprio per tutte queste evoluzioni è ancor più utile l’autorevolissimo insegnamento odierno del Presidente Professor Grossi.

Convivono ora, infatti, nella vigente Costituzione della Repubblica vari articoli che, direttamente o indirettamente, concorrono a condizionare l’art.47 che va ora letto in combinato disposto con gli articoli 11, 80, 138 e col 117 novellato in questo nuovo secolo.

L’articolo 47 recita che “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito……..”.

L’art.11 dispone che “L’Italia (….) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

L’art. 80 aggiunge che “Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali…..”.

La natura “rigida” e non “flessibile” (com’era, invece, lo Statuto Albertino) è sempre solennemente statuita dall’articolo 138 della Costituzione che impone tassative procedure per le modifiche costituzionali.

Nel nuovo secolo,l’articolo 117 della Costituzione è stato riformato e ora recita fra l’altro innanzitutto che “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.

Il combinato disposto di queste norme è divenuto, quindi, più complesso per definire la gerarchia delle fonti del diritto sulle materie, come la moneta, il risparmio e il credito, sulle quali sono in atto cooperazioni rafforzate.

La mia opinione è che il primo comma del novellato articolo 117 non possa stravolgere l’assetto costituzionale della Repubblica Italiana basato sulla sua modificabilità soltanto con le rigide procedure dell’art. 138. Per cui l’articolo 47 è sempre vigente e non abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di limite nei confronti della normativa europea.

Occorre comunque evitare che vi siano margini di incertezza del diritto.

Peraltro la Costituzione e la Repubblica Italiana non possono essere sotto ordinate rispetto alla Repubblica Federale Tedesca la cui Costituzione dispone espressamente la supremazia delle norme costituzionali tedesche su ogni altra legislazione anche dell’Unione Europea.

Peraltro l’Europa o è la culla della civiltà del diritto e delle libertà costituzionali, o non è.

Comunque rimangono intatti i principi ispiratori dell’art. 47 della Costituzione, emersi da quel dibattito alla Costituente che culminò in quel 19 maggio di settant’anni fa, quando emerse innanzitutto il lamento di milioni e milioni di piccoli risparmiatori italiani che avevano visto il crollo del potere d’acquisto della lira.

Il Costituente e Governatore della Banca d’Italia Luigi Einaudi documentò quel giorno in Aula che il valore dei risparmi del 1914 si era addirittura ridotto allo 0,7%, mentre quello delle lire fra il ’14 e il ’22 si era ridotto al 3,5%, quando quello dei risparmi fra il ’22 e il ’38 si era ridotto al 2,9% e nei soli anni bellici, fra il ’39 e il ’46, la riduzione del valore d’acquisto dei risparmi in lire era stata al 21,5%.

Insomma, la Repubblica Italiana e l’Unione Europea debbono ora meglio garantire la stabilità della moneta ed i risparmi, non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate settant’anni fa dai Costituenti italiani.

Antonio Patuelli

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SPECIALE – LECTIO MAGISTRALIS/ PATUELLI

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Risparmio: Patuelli, Italia e Ue non attenuino garanzie costituzionali
(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus ) – Roma, 19 mag –

“La Repubblica Italiana e l’Unione Europea debbono ora meglio
garantire la stabilita’ della moneta e dei risparmi, non
attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate
70 anni fa dai Costituenti Italiani”. Lo ha detto Antonio
Patuelli, presidente dell’Abi, introducendo la Lectio
magistralis del presidente della Corte Costituzionale, Paolo
Grossi. Sim

Risparmio, Patuelli: non vanno attenuate garanzie costituzionali
Azione spetta alla Ue e alla Repubblica italiana
Roma, 19 mag. (askanews) – “La Repubblica italiana e l’Unione
Europea debbono meglio garantire la stabilità delle moneta ed i
risparmi, non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente
approvate settanta anni fa dai costituenti italiani”. Lo ha detto
Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, nel suo intervento in
occasione della Lectio Magistralis del Presidente della Corte
Costituzionale, Paolo Grossi. Men.

Banche: Patuelli, evitare incertezza norme su tutela risparmio,

Ue e Italia garantiscano tutela risparmio

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Banche: Patuelli, evitare incertezza norme su tutela risparmio
(ANSA) – ROMA, 19 MAG – “Occorre evitare che vi siano margini
di incertezza del diritto”. Lo afferma il presidente Abi Antonio
Patuelli in occasione della Lectio Magistralis del Presidente
della Corte Costituzionale, Paolo Grossi in merito alle
discrepanze fra le norme Ue, come quelle sul bail in, e la
Costituzione Italiana in specie dell’articolo 47.
“Peraltro – spiega Patuelli – la Costituzione e la Repubblica
Italiana non possono essere sotto ordinate rispetto alla
Repubblica Federale Tedesca la cui Costituzione dispone
espressamente la supremazia delle norme costituzionali tedesche
su ogni altra legislazione anche dell’Unione Europea.
Peraltro l’Europa o e’ la culla della civilta’ del diritto e delle
liberta’ costituzionali, o non e'”. “Comunque – aggiunge –
rimangono intatti i principi ispiratori dell’art. 47 della
Costituzione, emersi da quel dibattito alla Costituente che
culmino’ in quel 19 maggio di settant’anni fa, quando emerse
innanzitutto il lamento di milioni e milioni di piccoli
risparmiatori italiani che avevano visto il crollo del potere
d’acquisto della lira”. DOA

Banche: Patuelli, Ue e Italia garantiscano tutela risparmio
(AGI) – Roma, 19 mag. – “La Repubblica Italiana e l’Unione Europea
debbono ora meglio garantire la stabilita’ della moneta ed i
risparmi, non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente
approvate settant’anni fa dai Costituenti italiani”: lo afferma il
presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, in occasione della Lectio
Magistralis del Presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi.
L’articolo 47 della Costituzione, ricorda Patuelli, recita che
“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue
forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito??..”.
“L’articolo 47 – aggiunge Patuelli – e’ sempre vigente e non
abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di
limite nei confronti della normativa europea. Occorre comunque
evitare che vi siano margini di incertezza del diritto”. Ila

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RISPARMIO: PATUELLI, UE GARANTISCA STABILITA’
Roma, 19 mag. (Adnkronos) – “La Repubblica Italiana e L’Unione Europea
debbono ora meglio garantire la stabilità della moneta ed i risparmi,
non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate
settant’anni fa dai Costituenti italiani”. Il presidente dell’Abi,
Antonio Patuelli, lo afferma in occasione della Lectio Magistralis del
presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi. Rem

Banche, Patuelli: Ue non attenui garanzie Costituzione su risparmio
Roma, 19 mag. (LaPresse) – “La Repubblica Italiana e l’Unione Europea
debbono ora meglio garantire la stabilità della moneta ed i risparmi,
non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate
settant’anni fa dai Costituenti italiani”. Lo ha detto il presidente dell’Abi,
Antonio Patuelli, in occasione della Lectio Magistralis del presidente della
Corte Costituzionale, Paolo Grossi. L’articolo 47 che recita che “la Repubblica
incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e
controlla l’esercizio del credito”, ricorda Patuelli, “è sempre vigente e non
abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di
limite nei confronti della normativa europea”. Secondo il presidente
dell’associazione bancaria “occorre comunque evitare che vi siano
margini di incertezza del diritto”, anche perché “l’Europa o è la culla
della civiltà del diritto e delle libertà costituzionali, o non è”. lal

SPECIALE – LECTIO MAGISTRALIS/ GROSSI

Risparmio: Grossi, tutelarlo da incapacita’ classe dirigente

Crisi: Grossi, siamo nel ristagno e non vediamo orizzonti

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Risparmio: Grossi, tutelarlo da incapacita’ classe dirigente
(ANSA) – ROMA, 19 MAG – Il risparmio “per questo suo
costituire una specie di serbatoio di fiducia, richiede sul
piano costituzionale un incoraggiamento e un?adeguata tutela nel
tempo”. Cosi’ Paolo Grossi, presidente della Corte
Costituzionale, durante la lectio magistralis tenuta all’Abi,
dove ha specificato che la tutela non va intesa tanto “in senso
stretto, dal pericolo che il valore dei depositi – specialmente
di quelli delle famiglie – venga eroso dall’inflazione o
diminuito o annullato dalle crisi finanziaria”, ma soprattutto
“in senso lato, dal rischio che dall’incapacita’ in generale
della classe dirigente di gestire l’instabilita’ e l’incertezza
si mortifichi o offenda un patrimonio inestimabile di
intelligenza ed esperienza comune”.
Secondo Grossi infatti, la tutela del risparmio “non e’ solo
protezione o messa al riparo, ma anche difesa o salvaguardia a
fianco di qualcuno nel contrasto di un’azione offensiva”. YNW-DIA

Crisi: Grossi, siamo nel ristagno e non vediamo orizzonti
Verso quale direzione stiamo procedendo, se stiamo procedendo?
(ANSA) – ROMA, 19 MAG – “Siamo nella crisi o nel ristagno e
non vediamo orizzonti ne’ lontani, ne’ limpidi, ne’ aperti”. Cosi’
Paolo Grossi, presidente della Corte Costituzionale, durante la
lectio magistralis tenuta all’Abi, chiedendosi poi, “in questa
fase del capitalismo o del ciclo economico verso quale direzione
stiamo procedendo, se stiamo procedendo?”.
Per Grossi appare certo “che i traguardi che potevano
sembrare irreversibili non lo sono affatto piu’, forse troppi
paventati pericoli sono diventati realta’, molte aspettative sono
andate perdute anche se qualche tentativo e’ stato compiuto per
soddisfarle”, ha concluso. YNW-DIA

 

1508.- LA COMMISSIONE “CASINI” E LE BANCHE VENETE

 Qui, di illegale e, anche, incostituzionale, c’è proprio il bail-in.Schermata 2017-11-09 alle 22.03.00.png

da Massimo Giacon

Articolo molto chiaro di un nostro concittadino, che mestamente condivido
con voi……..

Francesco Carraro scrive:

Casini e la sua Commissione sui disastri bancari vorrebbero “capire” per
“spiegare” agli italiani. Aiutiamoli.

Quanto al “capire”, ormai abbiamo capito che le banche venete non sono state
salvate dallo Stato perché ormai non si può più.

Prima del primo gennaio 2016 – e cioè prima dell’entrata in vigore del
famigerato bail-in – si sarebbe potuto, ma non lo si è fatto.

Oggi che si vorrebbe farlo, non si può. E i maestrini dalla penna rossa
sparpagliati in ogni redazione di rispetto te lo ricordano se – poco poco –
provi a mettere il tema sul tappeto: “Eh, ma non si può più, sai.

Una volta si poteva e giustamente la Germania l’ha fatto perché era legale,
ma oggi non si può più perché sarebbe illegale”.

La legalità, nel magnifico Regno di Oz chiamato UE, va e viene come la
barca della famosa canzone o come i raffreddori da fieno.

Non si capisce, però, perché noi siamo sempre, sistematicamente, dalla parte
sbagliata della “legalità”: quando un provvedimento utile per i cittadini
sarebbe legale, non lo adottiamo vantandoci di essere più bravi degli altri
(ai tempi in cui la Germania spendeva 93 miliardi per il salvataggio delle
sue banche e l’intero continente suppergiù 3.200, noi ci vantavamo di non
aver bisogno di aiuti).

Quando, invece, un provvedimento utile per i cittadini è oramai
indifferibile, allora vorremmo adottarlo, ma non possiamo perché, purtroppo,
nel frattempo esso è diventato “illegale”.

E allora cosa succede?

Succede che ci inventiamo una soluzione che, guarda caso, va a favorire non
già la mano pubblica, ma quella privatissima del più grande colosso bancario
d’Italia. Un vero top player chiamato Banca Intesa.

Il quale non solo si porta a casa tutti gli attivi delle banche venete per
un euro “simbolico”, ma addirittura viene pagato per farlo.

Un po’ come se –  a noi – qualcuno proponesse una villa di quattrocento
metri quadri con vista sui Faraglioni, piscina e maneggio in cambio di un
caffè e purché

accettiamo, a rimborso del disturbo, cinque milioni di euro.

Comunque sia, lo hanno fatto per evitare il bail-in, ci dicono.

Il che è una stronzata peggio del regalo a Banca Intesa.

Se il bail-in è così iniquo da indurre il governo Gentiloni a svenarsi per
scongiurarlo, allora perché, nel 2015, il governo Renzi lo ha ratificato
senza batter ciglio?

Se il bail-in andava bene due anni fa ‘in teoria’, perché diavolo oggi non
va bene più ‘in pratica’?

Forse perché manderebbe sul lastrico milioni di persone?

E allora perché diamine –  governo del menga –  l’hai introdotto nelle
famose “regole europee condivise” di cui meni vanto?

Ma queste sono quisquilie. A noi interessa la pinzillacchera: l’Italia
(schiava) non ha salvato le banche in crisi – nazionalizzandole quando
poteva –  solo per una ragione:

per poterle regalare ai suoi padroni quando nazionalizzarle non poteva più.
Insomma, tutto coerente con le linee guida dei nostri governi di
centrodestra e di centrosinistra dell’ultimo ventennio.

Dite a Casini che non c’è niente da “spiegare”. Solo la testa da piegare,
come al solito.

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Cordialità

1501.- DRAGHI: L’INTOCCABILE.

Cari amici

il dibattito politico sulla banche è passato, anche giustamente , ad occuparsi di chi era Governatore della Banca d’Italia fino al 2011, quindi responsabile della sorveglianza sul sistema bancario, cioè Mario Draghi, attuale governatore della BCE.

Le sue responsabilità vengono chiamate in merito a due situazionei :

a) le popolari venete;

b) l’acquisto scriteriato di Antonveneta da parte di Monte Paschi Siena.

Sul tema delle popolari abbiamo scritto abbondantemente nei giorni scorsi e sappiamo che l’allora governatore fece poco, anzi nulla , per rimettere le banche sulla giusta strada. Vediamo il fresco caso di MPS.

Nel 2007 MPS acquistò da ABN Ambro Antonveneta per un prezzo di 9 miliardi più 8 di prestito, in totale 17 miliardi per una banca che ABN aveva pagato 3 sei mesi prima. Vero che ABN aveva parzialmente ricapitalizzato l’istituto padovano, ma comunque si trattò di un prezzo completamente sproporzionato che affossò l’istituto e predispose per la successiva crisi.

Banca d’Italia vigilava mentre veniva predisposta questa cessione ? Si, vigilava e pure in modo attento, come rivela Libero Quotidiano attraverso una lettera della filiale di Padova alla sede centrale :

L’allora direttore Minnella avvertiva Roma come la situazione della banca, ancorchè regolarizzato dal punto di vista della patrimonializzazione, era tutt’altro che positiva, essendo elevatissimo il rischio creditizio, con un’organizzazione aziendale inadeguata ed organi di governo incapaci di governare la realtà gestionale dell’azienda. Insomma il direttore della filiale di Padova faceva un quadro estremamente negativo della situazione aziendale di Antonveneta, tale da non giustificare l’enorme prezzo pagato da Monte dei Paschi.

Il governatore della Banca d’Italia era all’epoca Mario Draghi e non fece praticamente nulla per impedire questo patto scellerato. Chiaramente non è solo lui responsabile diretto, ma sussiste una chiara responsabilità oggettiva nella materia, e questo è indubbio e sotto gli occhi di tutto. Nonostante questo vi è una corsa politica a difendere il governatore della BCE un po’ da tutti, destra e sinistra, basterebbe leggere Berlusconi. Questo perchè Draghi, come governatore, con il QE avrebbe “Salvato l’euro” e l’Italia, abbattendo i tassi di interesse.

In realtà vi sono due fatti che vengono perfettamente ignorati:

  • la politica del QE finirà, e finir presto, sostituita da quella di stretta economica dei tedeschi. Draghi ha soltanto calciato un po’ più avanti il barattolo che, o prima o dopo, tornerà ad essere di distruzione dei paesi indebitati e di scarsità monetaria. Non che il QE abbia portato ad una vera crescita, almeno al di qua dell’oceano: i suoi unici veri risultati sono stati un po’ di speculazione nel nord europa, un po’ di bolla immobiliare in Svezia, Germania ed Olanda e , soprattutto, tante operazioni di buy-back azionario negli USA, fatte solo per ingrassare una base azionaria sempre più ristretta. La ricaduta sui consumi e sulla crescita è stata minima, un calcio al barattolo;
  • Draghi è già di per se inattaccabile. LA BCE gode di un’immunità giuridica assoluta, come se si trattasse di uno stato terzo, comparabile all’immunità totale di cui gode il rappresentate diplomatico di uno stato terzo. I suoi membri non possono essere chiamati a testimoniare o essere penalmente ritenuti responsabili, come non pagano tasse nazionali. Dato il regime di extraterritorialità della sede della BCE a Francoforte dubito che possa essergli perfino consegnata la richiesta di comparire di fronte alla commissione bilaterale d’inchiesta.

Quindi preoccuparsi per Draghi è inutile: comunque è destinato a passare e, volendo, comunque non si potrebbe fare nulla. In attesa di poterlo chiamare a rispondere bisogna invece concentrarsi sui veri responsabili politici, cioè tutti coloro che hanno legiferato in materia bancaria negli ultimi 20 anni, e coloro che hanno imposto il cappio dell’euro e dell’Unione Europea all’Italia. Loro sono quelli da destinare ad una dannazione politica. Draghi pul anche aspettare.

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1433.- Signoraggio bancario: cos’è e come funziona davvero

Torniamo a parlare di signoreggio con Matteo Muzio, ricordandoci che Il signoraggio (letteralmente «aggio del signore», di derivazione medioevale) è l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta. Oggi, In macroeconomia, per signoraggio si intendono i redditi che un governo ottiene grazie alla possibilità di creare base monetaria in condizioni di monopolio. Negli stati moderni, solitamente, la banca centrale stampa le banconote mentre il governo (ad esempio tramite una zecca) conia le monete metalliche, ed entrambi hanno un reddito da signoraggio.

Da Guernsey nel 1600 alla Siria di oggi

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Un solido, moneta romana dell’età imperiale

Da quando la crisi economica ha colpito duramente il mondo euro-americano, le pagine di economia, sia sul web che su quotidiani, sono passate dall’essere pagine da saltare a piè pari prima dello sport a diventare improvvisamente interessanti.
Ma, come spesso accade quando non si comprende una materia complessa, si cerca un bandolo della matassa, una ragione suprema, un principio primo che spieghi tutto, che renda la realtà leggibile come un libro di poche pagine. E la chiave di volta di tutto questo sistema maligno, che arricchisce pochi banchieri e impoverisce il resto del mondo, eccola qua: si chiama signoraggio. Ma il signoraggio non è come le scie chimiche, il signoraggio è una qualcosa che esiste.

Innanzitutto il significato. Signoraggio deriva dall’antico termine provenzale senhoratge , a sua volta derivante dal termine seigneur, signore. In economia, per usare la definizione del premio Nobel e editorialista del New York Times Paul Krugman,

«è il flusso di risorse reali che un governo guadagna quando stampa moneta che spende in beni e servizi».

Una tassa che si paga quando si usa il denaro. Secondo la Banca d’Italia invece:

Per signoraggio viene comunemente inteso l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta. Per le banche centrali, il reddito da signoraggio può essere definito come il flusso di interessi generato dalle attività detenute in contropartita delle banconote (o, più generalmente, della base monetaria) in circolazione. Per l’Eurosistema, questo reddito è incluso nella definizione di “reddito monetario”, che, secondo l’articolo 32.1 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della Banca centrale europea (BCE), è “Il reddito ottenuto dalle banche centrali nazionali nell’esercizio delle funzioni di politica monetaria del SEBC”.

Questo termine nasce per definire il diritto del signore feudale a coniare moneta e a trattenere un poco del metallo prezioso usato per coniarlo. Insomma, una garanzia ulteriore sul già intrinseco valore del denaro. C’era una (sia pur impercettibile) differenza tra il valore nominale delle monete e quello reale del metallo con il quale erano coniate. Il valore veniva trattenuto dal governo e veniva usato per la spesa pubblica. Il primo regnante ad usarlo in modo netto fu l’imperatore romano Settimio Severo: metà del metallo prezioso viene tolta alle monete, ma il loro valore nominale rimane tale. Il signoraggio continuò anche per tutto il Medioevo e l’epoca moderna, quando gli Stati continuarono a esercitare il diritto di signoraggio anche usando la monetazione in argento o in rame.

Con la Conferenza di Bretton Woods nel 1944, si cerca di stabilizzare la situazione internazionale usando il dollaro agganciato all’oro come riferimento di tutte le altre valute. Questo sistema viene abbandonato dal presidente Usa Richard Nixon durante la guerra del Vietnam, nel 1971, in favore dell’attuale sistema della Fiat Currency, che di fatto non è agganciata ad alcun valore reale. E allora, che uso di fa del signoraggio, nello stato attuale? Si usa, e l’Italia lo usò molto negli anni Settanta, quando ci fu molto bisogno di far fronte a una spesa pubblica in crescita e una crescente infedeltà fiscale. E anche la Germania di Weimar, tra il 1921 e il 1923 ne abusò, innescando una spirale iperinflattiva che rese carta straccia le banconote. Fin qui cos’è il signoraggio nella teoria economica.

Ma cosa pensano invece i “complottisti”? C’è una data che per loro è decisiva: 27 luglio 1694, anno della fondazione della Banca d’Inghilterra, prima Banca Centrale al mondo, che per la prima volta crea il debito pubblico e fa perdere allo stato la propria “sovranità monetaria”, a tutto vantaggio dei banchieri contro lo Stato e i cittadini.

Ci sono almeno quattro gravi imprecisioni in questa asserzione.

  • Primo, La banca centrale del mondo più antica del mondo, intanto, è la Sverige Riksbank, la Banca Centrale svedese, fondata il 17 settembre 1668.
  • Secondo, anche il Banco di San Giorgio di Genova, fondato nel 1407, già svolgeva funzioni da Banca Centrale, pur essendo molto diversa come struttura, e, per quanto i teorici del complotto sostengano fosse pubblica, i capitali che la componevano erano in larga parte privati e gli azionisti ricevevano una rendita del 7% sui loro depositi. In più a volte la Banca svolgeva vere e proprie funzioni di governo nelle colonie genovesi, come in Corsica e in Crimea, molto più di qualsiasi altra banca centrale.
  • Terzo, il debito pubblico c’era già prima. Solo che si chiamava debito della Corona. Il processo di costituzione della Banca avviene anche in un periodo in cui le prerogative reali stavano per essere devolute al Parlamento, quindi normale che anche quelle di natura economica subissero analogo destino.
  • Quarto, le casse dello Stato, che prima di allora si rivolgevano agli orefici e ai finanziatori privati, si rafforzarono notevolmente tanto che l’Inghilterra potè cominciare proprio in quel periodo a diventare una potenza globale.

Non basta: nel 1946 la Bank of England viene nazionalizzata dal governo laburista di Clement Attlee. Quindi, assumendo che la teoria sia vera, prima del 1998, quando la banca ricevette da un altro laburista di nuovo la sua indipendenza, sia pur rimanendo di proprietà integralmente pubblica, l’Inghilterra è stata liberata dal signoraggio per ben 52 anni.

Ci sono però, anche per i signoraggisti, delle banche o istituzioni cosiddette “buone”. Eccole.

  • Parlamento di Guernsey. Guernsey, così come le altre dipendenze della corona britannica, emette moneta attraverso il proprio parlamento locale. Per i signoraggisti, questa è la prova dell’esistenza della moneta sovrana e di come questa tenga i bilanci a posto senza bisogno di debito o di tassazione. E senza nemmeno il pericolo iperinflattivo.
    In realtà il tasso di cambio della sterlina di Guernsey è collegato 1 a 1 alla sterlina britannica.
  • Banca del North Dakota. Il piccolo stato del Midwest americano sembra non aver sofferto per niente sin dai tempi della crisi dei mutui subprime. Una bassissima disoccupazione (3,1% nel 2012) e un reddito medio pro capite che dal 2006 al 2012 è cresciuto da 33.034 dollari agli attuali 51.893. Per merito di che cosa? Ovviamente del fatto che la Banca del North Dakota è, unica in tutto il paese, completamente di proprietà statale. E che quindi rimane fuori dal sistema della Federal Reserve.
    È vero che la Banca è di proprietà statale al 100% ma non è vero che è fuori dal sistema della Federal Reserve, visto che fa parte del nono distretto, quello della Federal Reserve di Minneapolis. E gran parte del boom economico che sta attraversando lo stato è merito dell’incremento dell’estrazione petrolifera, visto che il North Dakota è diventato il secondo stato maggior produttore di petrolio degli Stati Uniti. Con questo senza nulla togliere al buon funzionamento della banca, che funge sia da banca centrale che da banca commerciale.
  • Banca Centrale di Siria. Per i signoraggisti questa banca forse non esiste nemmeno, dato che indicano tra le principali ragioni di un attacco americano, l’assenza di una banca centrale “privata e dominata dai Rothschild”.
    Tralasciando la sparata antisemita, la banca centrale esiste eccome: fondata nel 1963, dal 2005 a oggi ha un governatore, Adib Mayaleh, che nei primi anni del suo mandato ha portato avanti di concerto con il governo di Assad un programma di liberalizzazione dell’economia e del sistema bancario tanto da ricevere il plauso del Fondo Monetario Internazionale. Un po’ strano, per essere una banca che lotta contro un sistema mondiale di poteri forti. Solo recentemente, e a causa sia delle sanzioni che degli eventi bellici, che la Siria è tornata a un sistema economico pianificato.

Quando nel 2002 il ministro dell’Economia italiano Giulio Tremonti propose all’allora governatore della Bce Wim Duisenberg di stampare banconote da 1 e 2 euro, quest’ultimo gli rispose indirettamente durante una conferenza stampa (per meglio comprendere, sappiate che i diritti di signoraggio per le banconote in euro vengono riscosse dalla Bce, quelli delle monete dalla Banca d’Italia): «Non abbiamo progetti di introdurre banconote da 1 o 2 euro, ma ne abbiamo sentito parlare. Naturalmente, ne abbiamo discusso. Stiamo valutando le implicazioni di introdurre tali banconote. In linea di principio non abbiamo niente contro questo progetto, ma stiamo valutando le implicazioni e spero che il signor Tremonti si renda conto che se tale banconota dovesse essere introdotta, egli perderebbe il diritto di signoraggio che si accompagna ad essa. Dunque se egli, come Ministro dell’Economia, ne sarebbe contento non lo so». Qualcuno già allora sarà stato contento che un ministro della Repubblica volesse rinunciare in modo così pacifico e contro così tanti poteri forti al signoraggio.

Signoraggio

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1432.-DI FED SI PUO’ ANCHE MORIRE…

“ … Il 4 giugno 1963 il Presidente J.F. Kennedy firmò l’ordine esecutivo 11110. Il decreto ripristinava la potestà da parte del Governo USA di emettere moneta senza passare attraverso la FED.”

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Il Presidente Kennedy fu assassinato il 22 Novembre 1963.

L’intenzione del Presidente era di ritornare alla Costituzione. In essa si sancisce che solo il Congresso ha potestà di emissione di moneta. Con quel decreto Kennedy autorizzava l’emissione di 4.292.893.815 dollari in banconote statunitensi attraverso il Tesoro.

L’atto era d’estrema importanza: significava che per ogni oncia d’argento depositata nella cassaforte del Tesoro, il Governo avrebbe potuto mettere in circolazione nuova moneta. Vi lasciamo immaginare le conseguenze di questa legge: con una firma Kennedy metteva con le spalle al muro la Federal Reserve Bank.

L’entrata in circolazione della nuova banconota avrebbe di fatto eliminato la domanda di banconote della FED. Questo per un semplicissimo motivo: l’emissione governativa era garantita da scorte d’argento, mentre le banconote emesse dalla FED non poggiavano su alcuna forma di garanzia.

Il programma di JFK di stampare le banconote degli Stati Uniti, avrebbe messo fine al monopolio privatamente detenuto dal sistema bancario che s’identificava nella Federal Reserve Bank. Il Presidente aveva pianificato la stampa di un numero sufficiente di banconote ( la stessa cosa era stata fatta da Lincoln), per ripagare il debito nazionale e successivamente aveva abolito le tasse IRS senza fissarne di nuove.

Dopo l’assassinio, il suo successore, Lyndon B. Johnson, fermò immediatamente la stampa delle banconote affidando nuovamente alla FED il compito della loro emissione. Garantì inoltre la continuazione della tassa IRS per i profitti bancari.

E’ alquanto singolare annotare che l’atto esecutivo 11110 non fu mai abrogato e tuttora mantiene intatta la sua portata, anche se non vi è stato alcun Presidente che abbia mai ritenuto opportuno applicarlo.

Sorgono spontanee alcune domande: ” Come mai nessun Presidente ha mai pensato di ripristinare quel decreto? Forse l’assassinio perpetrato a Dallas è da considerare un avvertimento a tutti coloro che aspirano a divenire inquilini della Casa Bianca? ”

Una sorta di messaggio “ La FED non si tocca!?”.

All’indomani della tragica vicenda di Dallas, il nuovo Presidente e il capo della FBI, Hoover, istituirono la Commissione Warren, con il compito di indagare su quanto accaduto nella capitale texana. Ebbene a far parte di quella Commissione fu chiamato J. McCloy che pur non era un esperto di crimine, ordine pubblico o sicurezza nazionale: era “ semplicemente” Presidente della Chase Manhattan Bank (1)

Lincoln, Garfield, McKinley, Kennedy: quattro Presidenti assassinati. Ognuno di loro si era opposto ai banchieri. Andrew Jackson fu più fortunato: riuscì a scampare a più tentativi d’assassinio e fece della lotta contro lo strapotere del sistema bancario una ragione di vita.

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Il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan fu un cristiano convinto, devoto a Giovanni Paolo II. Altri tempi.

Reagan, è storia dei nostri giorni ormai, minacciò di sostituire il Presidente della FED, Paul Volcker. Alcuni giorni dopo aver pronunciato la famosa frase “ …non dobbiamo rendere conto alla Federal Reserve, tanto meno al suo Presidente”, il solito “ pazzo”, John Warnock Hinckley, gli scaricò addosso il caricatore di una Beretta.

Il povero Presidente ne uscì malconcio ma vivo. Dopo il periodo di ricovero, Reagan ebbe modo di dire in una conferenza stampa che il Presidente della FED, Volcker, stava facendo “ un buon lavoro”… Noi non avevamo alcun dubbio… Hinckley fu riconosciuto non colpevole per incapacità di intendere e volere e rinchiuso al St. Elizabeths Hospital, un manicomio criminale di Washington D.C. fino al 2016.

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John Warnock Hinckley era figlio dei ricchi proprietari della Hinckley Oil Company.

(1) Chase Manhattan Bank = J.P. Morgan e Rockefeller = Federal Reserve.
Nella Commissione Warren vi collaborò anche Nelson Rockefeller, fratello di David. In quel periodo negli States girava un modo di dire: “il lupo è stato messo a fare la guardia al pollaio”.

La Federal Riserve è una proprietà privata:

Chi possiede attualmente le Banche Centrali della Federal Riserve?
La proprietà delle 12 banche Centrali, un segreto ben mantenuto, è stato svelato:

La Banca Rothschild di Londra
La Banca Warburg di Amburgo
La Banca Rothschild di Berlino
La Lehman Brothers di New York
La Lazard Brothers di Parigi
La Banca Kuhln Loeb di New York
Le Banche Israel Moses Seif in Italia
La Goldman, Sachs di New York
La Banca Warburg di Amsterdam
La Chase Manhattam Bank di New York

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Per le banche centrali, il reddito da signoraggio può essere definito come il flusso di interessi generato dalle attività detenute in contropartita delle banconote in circolazione o, più generalmente, della base monetaria.

Signoraggio deriva dall’antico termine provenzale senhoratge , a sua volta derivante dal termine seigneur, signore. In economia, per usare la definizione del premio Nobel e editorialista del New York Times Paul Krugman,

«è il flusso di risorse reali che un governo guadagna quando stampa moneta che spende in beni e servizi».

Una tassa che si paga quando si usa il denaro. Secondo la Banca d’Italia invece:

Per signoraggio viene comunemente inteso l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta. Per le banche centrali, il reddito da signoraggio può essere definito come il flusso di interessi generato dalle attività detenute in contropartita delle banconote (o, più generalmente, della base monetaria) in circolazione. Per l’Eurosistema, questo reddito è incluso nella definizione di “reddito monetario”, che, secondo l’articolo 32.1 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della Banca centrale europea (BCE), è “Il reddito ottenuto dalle banche centrali nazionali nell’esercizio delle funzioni di politica monetaria del SEBC”.

1092.- Goldman Sachs all’arrembaggio della nave di Trump

Dopo la vittoria di novembre nelle elezioni per la Casa Bianca, le critiche populiste di Trump alla Goldman Sachs sono di colpo cessate e il presidente eletto ha attinto a piene mani tra i dirigenti della banca per vari incarichi di governo.

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Dina Powell (all’estrema destra) durante l’operazione di attacco missilistico contro la Siria. The New York Times, April 7, 2017

Molti negli Usa si riferiscono all’amministrazione Trump con l’appellativo “Government Sachs” in quanto ha imbarcato un numero impressionante di personaggi che, in vario modo, hanno lavorato o collaborato con Goldman Sachs, la più chiacchierata banca d’affari americana.

Dall’esplosione della crisi globale la banca ha scalato molte posizioni nella lista delle banche americane più esposte in derivati finanziari over the counterfino a conquistare la terza posizione con oltre 45,5 trilioni di dollari di valore nozionale.

Rispetto alle prime due, la Citigroup e la JP Morgan Chase, c’è una “piccola” differenza. Essa vanta il peggiore rapporto in assoluto tra il valore dei derivati e gli asset (gli attivi), che sono soltanto 880 miliardi di dollari. Il che significa che per ogni dollaro di asset, la Goldman Sachs ha quasi 52 dollari di derivati, mentre  la Citigroup ne ha 28,5 e la JPMorgan 20. Per cui, se queste due ultime non navigano in mari tranquilli, per la Goldman Sachs il mare rischia di essere sempre in burrasca.

Sono dati significativi quanto preoccupanti tanto che anche l’Office of the Comptroller of the Currency (OCC), l’agenzia di controllo delle banche americane, a fine settembre 2016 ha affermato che il rapporto tra l’esposizione dei crediti e il capitale di base (credit exposure to risk-based capital) era del 433% per Goldman Sachs, rispetto al 216% della JP Morgan e al 68% della Bank of America. 

Sempre secondo il citato rapporto, sei anni dopo l’entrata in vigore dellariforma finanziaria Dodd-Frank, che obbligava le banche a sottoscrivere tutti i contratti derivati attraverso piattaforme regolamentate, la Goldman Sachs mantiene ancora il 76% dei suoi derivati in otc non regolamentati. Si tratta della percentuale più alta tra tutte le banche quotate a Wall Street.

Come è noto l’opacità dei derivati otc ha giocato un ruolo determinante nella crisi finanziaria, in quanto le banche in quel periodo avevano in gran parte sospeso di farsi credito reciprocamente sospettando buchi nascosti. Di conseguenza le stesse hanno cercato di garantirsi contro eventuali crolli accendendo polizze presso le grandi assicurazioni, in particolare con il gigante AIG.

Solo di recente è diventato noto che circa la metà dei 185 miliardi di dollari versati dal governo americano per salvare la citata AIG è andata a beneficio delle grandi banche “too big to fail”.  Infatti la Goldman Sachs ne avrebbe ricevuti ben 12,9 miliardi.

Crediamo non debba sorprendere il fatto che la Goldman Sachs sia sempre stata al centro delle grandi indagini per far emergere i responsabili della crisi globale, né tanto meno il conoscere che la banca sia stata in prima fila nel tentativo di bloccare tutte le riforme del sistema bancario e finanziario americano.

E’ sorprendente, invece, che il presidente Trump continui a reclutare molti dei suoi uomini tra gli ex leader della Goldman Sachs. Da ultimo il suo team economico si è “arricchito” con l’arrivo di Dina Powell, presidente della Fondazione della Goldman Sachs.

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Gary Cohn, presidente e COO, Goldman Sachs; James Dimon, Chairman, Presidente e CEO di JP Morgan; Mary Callahan Erdoes, CEO di JP Morgan Asset Management; e Dina Habib Powell, gennaio 2013. Dalla Goldman – e quindi con quel suo specifico “marker” finanziario – provengono il neo-ministro del tesoro Steven Mnuchin, che vi ha lavorato per 17 anni, dal 1985 al 2002; Gary Cohn, che è stato dal 2006 il numero due della Goldman dopo Lloyd Blankfein e che ora guida il gruppo di consiglieri economici della Casa Bianca.

Ma la nomina più provocatoria indubbiamente è quella di Jay Clayton a capo della Security Exchange Commission (SEC), l’agenzia governativa preposta al controllo della borsa valori, l’equivalente della nostra Consob. Clayton è un importante avvocato che ha lavorato per la Goldman Sachs, cosa che la di lui moglie fa ancora.

Clayton, Jay
Sullivan & Cromwell
Jay Clayton, avvocato di Wall Street che ha avuto tra i propri clienti Goldman Sachs e Barclays Capital, il presidente della Securities and Exchange Commission. L’avvocato dei big è ora lo sceriffo dei suoi ex clienti.
Nel 2010, quando era ancora a capo dell’Eni, Paolo Scaroni dovette fare i conti con le accuse mosse dal ministero della giustizia degli Stati Uniti di aver violato la Fcpa (Foreign corrupt practuices act), la legge che proibisce alle aziende americane, come a quelle straniere che operano negli Stati Uniti o sono quotate a Wall Street, di versare tangenti in giro per il mondo, prevedendo pene severissime per i colpevoli. Nel caso specifico, gli “sceriffi” di Washington imputavano alla Snamprogetti, ora confluita nella Saipem, anch’essa del gruppo Eni, di aver versato insieme alla Halliburton e ad altri soci, 182 milioni di dollari di bustarelle per una commessa miliardaria nel gas naturale nigeriano. Per uscire dalle sabbie mobili e contenere la multa, Scaroni si rivolse a un avvocato dello studio Sullivan & Cromwell che, pur essendo poco noto al grande pubblico, era considerato a Wall Street il numero uno per problemi del genere: Walter Clayton, detto Jay. Sempre da lui l’Eni si fece aiutare per altre accuse di corruzione in Libia e Algeria. E ora proprio Clayton, l’avvocato dell’Eni ma anche della Goldman Sachs e di molti nomi blasonati di Wall Street, è diventato presidente della Sec (Securities and exchange commission), l’equivalente americano della Consob. “Jay è un grande esperto di leggi e regolamenti finanziari”, ha detto di lui Donald Trump, formalizzando la nomina alla Sec e precisando i contenuti della sua “mission”. “Sarà suo compito – aveva aggiunto il presidente eletto – assicurare che le società finanziarie crescano e creino posti di lavoro nel rispetto delle norme. Dobbiamo eliminare una massa eccessiva di regolamenti che oggi ostacolano gli investimenti nelle aziende americane e al tempo stesso dobbiamo rivedere i controlli cui è sottoposto il settore finanziario in modo che non danneggino i lavoratori”. L’obiettivo di Trump è chiaro: Clayton deve far cambiare direzione alla Sec, procedendo a una deregulation e rispettando le promesse fatte dal tycoon newyorkese durante la campagna elettorale. Cioè smantellare quelle norme che furono introdotte dopo la tempesta finanziaria del 2007-08 per evitare il ripetersi di eccessi e tracolli; facilitare le operazioni di raccolta di capitali da parte delle aziende americane; addolcire le regole sui controlli di bilancio; attenuare le pene per i trasgressori; introdurre deterrenti per i cosiddetti whisteblower (letteralmente “soffiatori di fischietto”), cioè per i dipendenti che denunciano le malefatte delle aziende in cui lavorano. In sostanza, Clayton rappresenterà una inversione di rotta rispetto alla gestione di Mary Jo White, l’ex-procuratore generale di Manhattan (come lo era stato Rudy Giuliani) scelta da Barack Obama nel 2013 per guidare la Sec. Sia pure contestata da sinistra, in particolare dal senatore democratico Elizabeth Warren, negli ultimi quattro anni la White ha sempre dato la priorità alla protezione dei risparmiatori da abusi e operazioni illecite sui mercati. Con Clayton, le scelte saranno diverse, a cominciare dai minori controlli specie sulle attività di raccolta di capitali sui mercati finanziaria: con il vantaggio di rispondere alle richieste delle aziende, ma il rischio – sostiene il senatore democratico Sherrod Brown – di diminuire le tutele per gli investitori “a tutto vantaggio di grandi banche e hedge funds”. Di sicuro Jay Clayton è stato la scelta giusta per imporre la contro-riforma trumpiana ai mercati finanziari.
 Si tratta della stessa SEC che ha multato più volte Goldman Sachs per operazioni illegali di vario tipo: nel 2010 una multa di 550 milioni di dollari per operazioni fraudolente con titoli tossici immobiliari subprime e un’altra di 11 milioni  nel 2012 perché alcuni suoi analisti avevano segretamente favorito dei clienti ben selezionati.

Anche la Federal Reserve nell’agosto 2016  le ha inflitto una sanzione di 36,3 milioni di dollari per aver usato informazioni confidenziali risultanti da operazioni di controllo fatte dalla stessa Fed. Per non dire della condanna a pagare 120 milioni per manipolazioni fatte sui tassi di interesse comminata nel dicembre dell’anno scorso dalla Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l’agenzia che ha il compito di controllare le borse delle merci e delle relative operazioni in derivati finanziari.

Non è un caso, quindi, che nelle settimane passate alcuni senatori americani abbiano chiesto alla Goldman Sachs di  rendere pubbliche le sue attività di lobby contro la legge di riforma Dodd-Frank e di conoscere l’ammontare dei profitti risultanti dalla sua cancellazione. Si ricordi che tra i primi provvedimenti del presidente Trump c’è stata l’abrogazione della citata legge.

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Evidentemente, purtroppo, il presidente americano ha dimenticato quando da lui stesso detto qualche settimana fa: “Per troppo tempo, un piccolo gruppo nella capitale della nostra nazione ha raccolto i compensi governativi, mentre la gente ne ha sostenuto le spese. Washington ha prosperato, tuttavia il popolo non ha condiviso la sua ricchezza”. E’ il classico esempio di quanta distanza a volte c’è tra il dire e il fare.

1022.- Deutsche Bank, il crollo del mito tedesco

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“Soll” e “Haben”. Deutsche Bank ha in pancia 46.000 miliardi di dollari di derivati, 12 volte il prodotto interno lordo della Germania.

Avidità, provincialismo, codardia, immaturità, menzogna, incompetenza, arroganza. Sono solo alcuni degli aggettivi che un memorabile servizio del settimanale tedesco Der Spiegel, pubblicato pochi mesi fa, ha dedicato a Deutsche Bank (https://goo.gl/P5SOQP). La più grande banca tedesca, quella che per buona parte dei suoi 146 anni di storia è stata l’incarnazione stessa dell’etica protestante nel sistema bancario, sta ora precipitando verso un abisso dal quale, alla fine, potrebbe riuscire a salvarla solo il governo di Berlino e quindi i contribuenti tedeschi.

A Francoforte i due grattacieli di vetro di 155 metri nei quali ha sede la banca sono chiamati “Soll” e “Haben” (dare e avere). Nella visione ideale, architettonica e finanziaria, della banca il dare e l’avere dovrebbero essere in equilibrio. Ma da tempo non lo sono più. Il 2 febbraio scorso sono stati resi noti i risultati del quarto ed ultimo trimestre del 2016: 1,9 miliardi di perdite nette. L’intero 2016 ha prodotto invece 1,4 miliardi di euro di perdite, che a confronto del rosso da 6,8 miliardi di euro del 2015 sembrano addirittura una buona notizia. A pesare sono in particolare le spese accantonate, e in parte già effettivamente sborsate, per il coinvolgimento in circa 6.000 cause legali a livello globale. Nel maggio del 2016 è arrivata una multa “record” da 2,5 miliardi di dollari dalle autorità statunitensi e britanniche che accusano Deutsche Bank di aver manipolato i tassi di riferimento Libor, Euribor e Tibor, sui quali si basano i costi dei prestiti tra banche ma anche i mutui per noi comuni cittadini. Il record è stato però presto superato: alla vigilia di Natale la banca ha patteggiato il pagamento di 7,2 miliardi di dollari con il dipartimento di giustizia americano per chiudere il capitolo delle sanzioni sui titoli garantiti dai mutui subprime, i grandi protagonisti della crisi finanziaria scoppiata nel 2007-2008 di cui ancora stiamo pagando le conseguenze. Appena si è diffusa la notizia del patteggiamento, il titolo di Deutsche Bank ha guadagnato il 4% in poche ore. I mercati, si è detto, “hanno tirato un sospiro di sollievo”. Due mesi prima, infatti, le autorità USA avevano paventato una sanzione da 14 miliardi di dollari che la banca non sarebbe riuscita a pagare se non, appunto, con un intervento statale in extremis di complessa attuazione, data l’imminente campagna elettorale per le politiche del settembre 2017 e le nuove regole europee sui salvataggi bancari. Le disavventure del colosso bancario tedesco continuano senza pausa anche nel nuovo anno: il 31 gennaio è arrivata una nuova multa, per un totale di oltre 630 milioni di dollari, dalle autorità americane e britanniche per aver permesso a clienti russi di riciclare circa 10 miliardi di dollari, trasferendoli in Gran Bretagna e da lì a Cipro, in Estonia, Lettonia e altri Paesi.

Non c’è pace, quindi, sotto le due torri gemelle di Francoforte. Ma Perché? Come è stato possibile tutto questo? La meticolosa ricostruzione storica dello Spiegel individua un periodo in particolare nel quale, all’interno della banca, si è rotto qualcosa, per sempre: i favolosi anni novanta, quando la banca ha iniziato a vergognarsi di essere tedesca, provinciale, di Wolfsburg, Monaco, Stoccarda o Norimberga e ha voluto fare l’americana, conquistarsi una poltrona in prima fila a Wall Street, contendere i primi posti al mondo nel trading di strumenti finanziari a colossi come Goldman Sachs o Morgan Stanley. Nel frattempo, nel 1999, Bill Clinton ha cancellato la legge Glass-Steagall – sorta dalle ceneri della crisi del 1929 – togliendo la separazione tra banche d’investimento e banche commerciali e aprendo le cateratte della speculazione finanziaria internazionale con i soldi dei risparmiatori. Da banca del “Mittelstand”, delle migliaia di piccole e medie imprese tedesche che rappresentano ancora oggi l’ossatura del modello renano, Deutsche Bank si è trasformata progressivamente in una piazzista di titoli sempre più complessi al pari dei giganti americani ma senza averne la storia né le risorse umane. Man mano che si sono avvicinati all’olimpo della finanza internazionale, i dirigenti della banca sono però rimasti accecati dalle loro stesse ambizioni e anestetizzati da decine di milioni di euro di bonus. Sul podio internazionale dell’investment banking non ci sono mai saliti, o ci sono stati solo per breve tempo. Ora i giochi sono fatti e non si torna indietro. Deutsche Bank cammina come uno zombie in mezzo al guado, tra un sogno americano che è diventato un incubo e una supremazia tedesca come banca a sostegno delle imprese che è rimasta solo un bel ricordo. In pancia lo zombie ha 46.000 miliardi di dollari di derivati, 12 volte il prodotto interno lordo della Germania. In realtà, spiega la banca e riporta il Financial Times (https://goo.gl/ye76it), solo una piccola parte di questi titoli sarebbe pericolosa. Si tratta dei cosiddetti asset di Livello 3, così illiquidi da non poter essere valutati con prezzi di mercato. Avrebbero un valore complessivo di 31 miliardi di euro, nulla in confronto ai 46.000 miliardi di dollari totali, ma comunque pari al 70% del patrimonio “core” della banca. In realtà nessuno sa valutare con certezza quanto valgano veramente i derivati di Deutsche Bank. E non solo quelli di Livello 3.

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Deutsche Bank ha annunciato la cessione della partecipazione del 20% detenuta nella banca cinese Hua Xia Bank a PICC (Property and Casualty Company), compagnia assicurativa residente nel paese del Dragone, per un controvalore pari a 23,2 miliardi di yuan (3,37 miliardi di dollari). 

Intanto la banca sta passando a pieni voti uno stress test europeo dopo l’altro, riuscendo a contabilizzare – grazie agli aiutini della BCE, operazioni non ancora ultimate, come la vendita di una quota da 4 miliardi di euro nella banca cinese Hua Xia (https://goo.gl/i6sRKZ). E comunque, si sa, gli stress test sono per i crediti non per la mole di derivati o altri titoli più o meno tossici in bilancio (https://goo.gl/6fGq7M). Lo zombie Deutsche Bank potrà continuare a presentarsi agli esami europei senza che gli chiedano mai il capitolo che non ha studiato. I clienti e i mercati l’hanno però già bocciata da tempo.

947.-La Germania tenta il colpo grosso: commissariare l’Italia entro il 2017 – Marco Zanni

 

Ascoltiamo l’intervista di Claudio Messora con l’eurodeputato Marco Zanni. Dall’europarlamento di Bruxelles, Zanni denuncia una grave minaccia di cui nessuno ha ancora parlato: il tentativo di commissariamento di Roma entro il 2017 da parte della Germania, nascosto in un emendamento all’articolo 507 del Regolamento sui requisiti patrimoniali delle banche (CRR), che mira a delegare all’Autorità Bancaria Europea (EBA) la facoltà di cambiare l’approccio all’esposizione bancaria del debito sovrano. Una mossa che potrebbe arrivare entro la fine dell’anno e che avrebbe un impatto disastroso sulle banche italiane, che hanno in pancia più di 400 miliardi di euro di titoli di stato. Se va in porto, porterebbe come conseguenza la necessità di “farsi salvare” da meccanismi diabolici come il MES, che è solo un altro modo di definire il commissariamento della nostra democrazia.

È necessario diffondere il più possibile questa nuova minaccia, ancora una volta nascosta nelle pieghe di una incomprensibile burocrazia nata specificamente per mascherare ai cittadini le tecniche di controllo delle democrazie del sud Europa.

Marco Zanni, europarlamentare, in collegamento da Bruxelles. Buongiorno Zanni!
Ciao Claudio e ciao a tutti i tuoi lettori, qui dal cuore dell’eurocrazia.
Non so se è veramente un buongiornom perché tu denunci l’ennesimo tentativo di commissariare l’Italia ad opera della Germania, questa volta sfruttando le debolezze del settore bancario. Vuoi spiegarci meglio cosa intendi?
Di fatto è un tentativo che denunciammo già dal 2014, da quando ho iniziato ad occuparmi di regolazione bancaria a livello europeo e di tutto quel pacchetto regolamentare che noi in Italia – purtroppo a nostro discapito – abbiamo imparato a conoscere bene e che cade sotto il nome di “Unione Bancaria” o “Banking Union”.
Cos’è l’Unione Bancaria?
È un insieme di regole per le banche dell’eurozona, che si basa principalmente su tre pilastri. Il primo pilastro è quello della super-visione unica delle grandi banche all’interno dell’eurozona, con l’istituzione del “Single Supervisory Mechanism”, cioè quel braccio della BCE che deve supervisionare la corretta applicazione delle regole e la corretta patrimonializzazione delle banche. Il secondo pilastro, quello che abbiamo ahimè imparato a conoscere meglio, è quello del “Meccanismo di Risoluzione Unico”, di cui fa parte la famosa regola del Bail-in. Dalle parti di Arezzo, di Ferrara, di Chieti…
… ne sanno qualcosa…
… lo sanno bene! Il terzo pilastro – che non è ancora stato istituito – è quello di un’assicurazione comune sui depositi di tutte le banche che cadono sotto questo cappello.
Cosa sta accadendo dal 2014, da quando questo sistema sta entrando in vigore? Che queste regole sono state plasmate per distruggere il sistema bancario italiano e spingere il nostro Paese a dover richiedere aiuto a istituzioni europee che – purtroppo – abbiamo imparato a conoscere bene. Da una parte la Banca Centrale Europea, attraverso l’OMT, Outright Monetary Transactions, che è la traduzione pratica di quel “whatever it takes” detto fin dal 2012 da Mario Draghi, cioè il fatto che la BCE farà di tutto per salvare l’Euro. Dall’altra parte una richiesta di aiuto al “MES”, il “Meccanismo Europeo di Stabilità” che tu – già in tempi non sospetti –denunciasti per la sua struttura criminale e che oggi diventa una possibilità concreta per “mettere in sicurezza” il sistema bancario.
Ecco, quest’attacco all’Italia è partito attraverso questo insieme di regole che si chiama “Unione Bancaria” e poche settimane fa è stato fatto un passettino in avanti per affossare ancora di più il sistema bancario italiano, per attaccare i Titoli del debito pubblico italiano e costringere inevitabilmente il Governo italiano a intraprendere due strade, che portano entrambe inevitabilmente al commissariamento da parte della Troika. L’attacco, la speculazione sul debito pubblico e quindi la richiesta di “OMT”, con conseguente arrivo della Troika, oppure il collasso inevitabile del sistema bancario italiano con la richiesta di ricapitalizzazione del sistema tramite il “Meccanismo Europeo di Stabilità” (MES), quindi le condizionalità annesse e quindi l’arrivo della Troika.
Questo è quello che sta succedendo oggi all’interno delle istituzioni europee, nel più totale silenzio dei nostri media che di questo non parlano, preferiscono – come ho visto oggi sui giornali – disquisire di una fasulla diatriba tra Roma e Bruxelles sullo 0,2% del PIL, su questa manovra correttiva da 3/4 miliardi di Euro. Qui parliamo invece sono in gioco decine di miliardi di Euro.
Andiamo con ordine. Esiste un regolamento, quello sui requisiti patrimoniali delle banche. Si chiama “CRR”. Adesso hanno fatto una proposta di emendamento all’articolo 507. Spiegaci che cos’è questo articolo e che tipo di modifica intendono fare.
fonte http://www.byoblu.com/post/2017/02/02/la-germania-tenta-il-colpo-grosso-commissariare-litalia-entro-il-2017-marco-zanni.aspx

799.- Mps: guerra a Passera, accusato di “turbativa mercato”

Uno sguardo a MPS, che – dice Elio Lannuti -, in certi termini, è lo scandalo più imponente a travolgere l’Italia dai tempi di Mani Pulite

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La banca Monte dei Paschi di Siena, spesso abbreviata in Mps, ha origini molto antiche. Viene fondata nell’omonimo capoluogo toscano sotto forma di monte di pietà nel 1472, con il nome di Monte Pio, ed è oggi la più antica banca operante in Italia e nel mondo.
Si posiziona terza in Italia per numero di filiali distribuite sul territorio nazionale -preceduta dagli istituti Unicredit e Intesa Sanpaolo- e attualmente, oltre ad offrire i servizi tradizionali, svolge attività di private banking, asset management e investment banking. Sempre aperta alle innovazioni, nel 2014 il gruppo MPS ha aperto Widiba, servizio di banca online.

Nel 1995, con decreto del Ministero del Tesoro, viene costituita l’ente no-profit Fondazione Monte dei Paschi di Sienaper separare -come voluto dalla nuova legge entrata in vigore nel corso dello stesso anno- l’attività filantropica da quella bancaria. La Fondazione si occupa di promuovere attività benefiche legate a cultura, ambiente e ricerca, soprattutto all’interno del territorio senese.
Nella lunga storia del gruppo troviamo, però, anche una macchia nera: nel 2013 il Monte dei Paschi di Siena viene scosso da uno scandalo che ne mina le fondamenta. A seguito di una serie di inchieste vengono alla scoperta brogli messi in atto dai vertici del gruppo per coprire le perdite accusate in bilancio, nonché furti sulle operazioni finanziarie e reati finanziaria di varia natura.

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La vicenda che vede coinvolti Corrado Passera e Mps non finisce con il ritiro dell’offerta presentata dal banchiere per rafforzare il capitale dell’istituto in crisi. L’ex ministro ha attaccato per primo, dicendo che la banca, rea di un “atteggiamento di totale chiusura”, gli ha negato le condizioni minime per procedere.

Da qui la decisione sofferta di ritirare la propria offerta. Da parte sua la banca ha dato mandato ai propri avvocati di giudicare la correttezza o meno del comportamento del conglomerato guidato da Passera, che ha avuto fin dall’inizio l’appoggio del banchiere ex Barclays Bob Diamond.

I legali dovranno valutare gli estremi di “turbativa di mercato” dopo che Passera ha dato la sua comunicazione con una lunga lettera critica inviata al Cda e al collegio sindacale. Dietro la rottura tra l’ex AD di Intesa Sanpaolo e i vertici di Siena ci sarebbe una divergenza inconciliabile sull’identikit degli anchor investor.

Non va dimenticato in questa storia, poi, il ruolo che JP Morgan ha nel governo Renzi e nella gestione delle faccende italiane. La banca americana, che in passato ha per esempio aiutato il nostro paese a entrare nell’euro, ha presentato insieme a Medobanca un piano alternativo a quello di Passera per portare fuori dal pantano Mps. L’idea, condivisa dal Ceo Marco Morelli, è quella di iniettare liquidità per 5 miliardi di euro entro fine anno, e smaltire in contemporanea con un’operazione oculata di cartolarizzazione i 27,7 miliardi di euro di sofferenze.

Quest’ultima operazione è prevista con l’ausilio del fondo salva-banche Atlante mentre l’iniezione di liquidità potrebbe essere realizzata in due modi: in parte con un aumento di capitale e in parte con la conversione in azioni di circa 3-3,5 miliardi di euro di obbligazioni subordinate oggi in mano agli investitori istituzionali.

Il piano di Passera e quello di JP Morgan a confronto

Ad accompagnare Passera nel suo piano alternativo a quello dell’AD Morelli c’erano fondi americani e britannici, tra cui il fondo Atlas di Diamond, Bc Partners, Warburg Pincus e General Atlantic. In quanto investitori formali, pretendevano che venisse condotta una due diligence tipica del private equity. Di solito si tratta di un iter molto lungo, di tre-sei mesi. Ma in questo caso l’idea era quella di restare entro le sei settimane.

Un esame ritenuto in ogni caso troppo lungo dalla dirigenza di Mps, che vuole chiudere l’operazione di rafforzamento del capitale entro fine anno, anche per via del pericolo di instabilità politica in Italia a partire da dicembre. Passera da parte sua ha commesso forse un errore nel chiedere una due diligence senza però specificare nel dettaglio l’identità degli investitori interessati.

Per gli analisti di Banca Akros non ci sono tuttavia gli estremi della turbativa di mercato: “vediamo la decisione di Passera come una conseguenza naturale della presentazione del piano industriale la scorsa settimana”. I dubbi sono più legati al tempismo: due volte Passera ha presentato un’offerta e in entrambi i casi è arrivata a ridosso del piano industriale.

In ogni modo la decisione ha un impatto negativo sulla banca, dato che “rimuove potenziali investitori in vista della prevista ricapitalizzazione da 5 miliardi di euro, pari a sette volte l’attuale capitalizzazione di mercato. Data l’altissima diluizione che si avrà con l’aumento di capitale, il nostro rating su Mps resta sospeso”.

Secondo gli analisti di banca IMI, in questo momento “l’unico piano disponibile è quello presentato dall’AD di Mps, Morelli, la settimana scorsa che prevede una ricapitalizzazione di 5 miliardi di euro, inclusa la conversione facoltativa dei bond subordinati, gli investimenti da parte degli anchor investors e un aumento di capitale senza diritto di opzione. Il rischio di esecuzione del piano rimane alto, a nostro avviso”.

Titoli Mps sospesi al ribasso

La battaglia che potrebbe anche finire in tribunale non fa bene ai titoli, che sono stati sospesi per eccesso di ribasso in Borsa stamattina. L’indice settoriale delle banche italiane cede il 2,57%. Tra le ragioni del calo vi è il timore di uno scontro nel CdA in programma per oggi, convocato per l’esame della documentazione in vista dell’assemblea in calendario per il 24 novembre.

Dopo che Corrado Passera aveva annunciato il ritiro della sua proposta di salvataggio per Mps, le azioni della banca della banca più antica al mondo sono in realtà tornati a salire, ieri. La settimana è fin qui stata decisamente altalenante, se si considera che lunedì i titoli hanno perso il -7% circa. Il gruppo, la cui capitalizzazione in Borsa (segui live blog) vale meno di 500 milioni, non ha accettato la richiesta del banchiere ed ex ministro di avviare il processo di due diligence sui conti.

La travagliata banca si è infatti limitata a consentire a Passera l’accesso alle informazioni che verranno rese consultabili con la data-room, impedendo dunque un’analisi dettagliata del bilancio di Mps. L’istituto, che ha assoluto bisogno di capitali freschi e di smaltire le sofferenze in portafoglio, non ha troppo tempo da perdere, in particolare con il referendum costituzionale alle porte e i rischi di instabilità politica che si porta dietro.

Intanto prosegue il roadshow dell’AD Marco Morelli, cbe ha fatto tappa anche in Qatar in cerca di investitori istituzionali per l’operazione pluri miliardaria di aumento di capitale.