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1092.- Goldman Sachs all’arrembaggio della nave di Trump

Dopo la vittoria di novembre nelle elezioni per la Casa Bianca, le critiche populiste di Trump alla Goldman Sachs sono di colpo cessate e il presidente eletto ha attinto a piene mani tra i dirigenti della banca per vari incarichi di governo.

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Dina Powell (all’estrema destra) durante l’operazione di attacco missilistico contro la Siria. The New York Times, April 7, 2017

Molti negli Usa si riferiscono all’amministrazione Trump con l’appellativo “Government Sachs” in quanto ha imbarcato un numero impressionante di personaggi che, in vario modo, hanno lavorato o collaborato con Goldman Sachs, la più chiacchierata banca d’affari americana.

Dall’esplosione della crisi globale la banca ha scalato molte posizioni nella lista delle banche americane più esposte in derivati finanziari over the counterfino a conquistare la terza posizione con oltre 45,5 trilioni di dollari di valore nozionale.

Rispetto alle prime due, la Citigroup e la JP Morgan Chase, c’è una “piccola” differenza. Essa vanta il peggiore rapporto in assoluto tra il valore dei derivati e gli asset (gli attivi), che sono soltanto 880 miliardi di dollari. Il che significa che per ogni dollaro di asset, la Goldman Sachs ha quasi 52 dollari di derivati, mentre  la Citigroup ne ha 28,5 e la JPMorgan 20. Per cui, se queste due ultime non navigano in mari tranquilli, per la Goldman Sachs il mare rischia di essere sempre in burrasca.

Sono dati significativi quanto preoccupanti tanto che anche l’Office of the Comptroller of the Currency (OCC), l’agenzia di controllo delle banche americane, a fine settembre 2016 ha affermato che il rapporto tra l’esposizione dei crediti e il capitale di base (credit exposure to risk-based capital) era del 433% per Goldman Sachs, rispetto al 216% della JP Morgan e al 68% della Bank of America. 

Sempre secondo il citato rapporto, sei anni dopo l’entrata in vigore dellariforma finanziaria Dodd-Frank, che obbligava le banche a sottoscrivere tutti i contratti derivati attraverso piattaforme regolamentate, la Goldman Sachs mantiene ancora il 76% dei suoi derivati in otc non regolamentati. Si tratta della percentuale più alta tra tutte le banche quotate a Wall Street.

Come è noto l’opacità dei derivati otc ha giocato un ruolo determinante nella crisi finanziaria, in quanto le banche in quel periodo avevano in gran parte sospeso di farsi credito reciprocamente sospettando buchi nascosti. Di conseguenza le stesse hanno cercato di garantirsi contro eventuali crolli accendendo polizze presso le grandi assicurazioni, in particolare con il gigante AIG.

Solo di recente è diventato noto che circa la metà dei 185 miliardi di dollari versati dal governo americano per salvare la citata AIG è andata a beneficio delle grandi banche “too big to fail”.  Infatti la Goldman Sachs ne avrebbe ricevuti ben 12,9 miliardi.

Crediamo non debba sorprendere il fatto che la Goldman Sachs sia sempre stata al centro delle grandi indagini per far emergere i responsabili della crisi globale, né tanto meno il conoscere che la banca sia stata in prima fila nel tentativo di bloccare tutte le riforme del sistema bancario e finanziario americano.

E’ sorprendente, invece, che il presidente Trump continui a reclutare molti dei suoi uomini tra gli ex leader della Goldman Sachs. Da ultimo il suo team economico si è “arricchito” con l’arrivo di Dina Powell, presidente della Fondazione della Goldman Sachs.

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Gary Cohn, presidente e COO, Goldman Sachs; James Dimon, Chairman, Presidente e CEO di JP Morgan; Mary Callahan Erdoes, CEO di JP Morgan Asset Management; e Dina Habib Powell, gennaio 2013. Dalla Goldman – e quindi con quel suo specifico “marker” finanziario – provengono il neo-ministro del tesoro Steven Mnuchin, che vi ha lavorato per 17 anni, dal 1985 al 2002; Gary Cohn, che è stato dal 2006 il numero due della Goldman dopo Lloyd Blankfein e che ora guida il gruppo di consiglieri economici della Casa Bianca.

Ma la nomina più provocatoria indubbiamente è quella di Jay Clayton a capo della Security Exchange Commission (SEC), l’agenzia governativa preposta al controllo della borsa valori, l’equivalente della nostra Consob. Clayton è un importante avvocato che ha lavorato per la Goldman Sachs, cosa che la di lui moglie fa ancora.

Clayton, Jay
Sullivan & Cromwell
Jay Clayton, avvocato di Wall Street che ha avuto tra i propri clienti Goldman Sachs e Barclays Capital, il presidente della Securities and Exchange Commission. L’avvocato dei big è ora lo sceriffo dei suoi ex clienti.
Nel 2010, quando era ancora a capo dell’Eni, Paolo Scaroni dovette fare i conti con le accuse mosse dal ministero della giustizia degli Stati Uniti di aver violato la Fcpa (Foreign corrupt practuices act), la legge che proibisce alle aziende americane, come a quelle straniere che operano negli Stati Uniti o sono quotate a Wall Street, di versare tangenti in giro per il mondo, prevedendo pene severissime per i colpevoli. Nel caso specifico, gli “sceriffi” di Washington imputavano alla Snamprogetti, ora confluita nella Saipem, anch’essa del gruppo Eni, di aver versato insieme alla Halliburton e ad altri soci, 182 milioni di dollari di bustarelle per una commessa miliardaria nel gas naturale nigeriano. Per uscire dalle sabbie mobili e contenere la multa, Scaroni si rivolse a un avvocato dello studio Sullivan & Cromwell che, pur essendo poco noto al grande pubblico, era considerato a Wall Street il numero uno per problemi del genere: Walter Clayton, detto Jay. Sempre da lui l’Eni si fece aiutare per altre accuse di corruzione in Libia e Algeria. E ora proprio Clayton, l’avvocato dell’Eni ma anche della Goldman Sachs e di molti nomi blasonati di Wall Street, è diventato presidente della Sec (Securities and exchange commission), l’equivalente americano della Consob. “Jay è un grande esperto di leggi e regolamenti finanziari”, ha detto di lui Donald Trump, formalizzando la nomina alla Sec e precisando i contenuti della sua “mission”. “Sarà suo compito – aveva aggiunto il presidente eletto – assicurare che le società finanziarie crescano e creino posti di lavoro nel rispetto delle norme. Dobbiamo eliminare una massa eccessiva di regolamenti che oggi ostacolano gli investimenti nelle aziende americane e al tempo stesso dobbiamo rivedere i controlli cui è sottoposto il settore finanziario in modo che non danneggino i lavoratori”. L’obiettivo di Trump è chiaro: Clayton deve far cambiare direzione alla Sec, procedendo a una deregulation e rispettando le promesse fatte dal tycoon newyorkese durante la campagna elettorale. Cioè smantellare quelle norme che furono introdotte dopo la tempesta finanziaria del 2007-08 per evitare il ripetersi di eccessi e tracolli; facilitare le operazioni di raccolta di capitali da parte delle aziende americane; addolcire le regole sui controlli di bilancio; attenuare le pene per i trasgressori; introdurre deterrenti per i cosiddetti whisteblower (letteralmente “soffiatori di fischietto”), cioè per i dipendenti che denunciano le malefatte delle aziende in cui lavorano. In sostanza, Clayton rappresenterà una inversione di rotta rispetto alla gestione di Mary Jo White, l’ex-procuratore generale di Manhattan (come lo era stato Rudy Giuliani) scelta da Barack Obama nel 2013 per guidare la Sec. Sia pure contestata da sinistra, in particolare dal senatore democratico Elizabeth Warren, negli ultimi quattro anni la White ha sempre dato la priorità alla protezione dei risparmiatori da abusi e operazioni illecite sui mercati. Con Clayton, le scelte saranno diverse, a cominciare dai minori controlli specie sulle attività di raccolta di capitali sui mercati finanziaria: con il vantaggio di rispondere alle richieste delle aziende, ma il rischio – sostiene il senatore democratico Sherrod Brown – di diminuire le tutele per gli investitori “a tutto vantaggio di grandi banche e hedge funds”. Di sicuro Jay Clayton è stato la scelta giusta per imporre la contro-riforma trumpiana ai mercati finanziari.
 Si tratta della stessa SEC che ha multato più volte Goldman Sachs per operazioni illegali di vario tipo: nel 2010 una multa di 550 milioni di dollari per operazioni fraudolente con titoli tossici immobiliari subprime e un’altra di 11 milioni  nel 2012 perché alcuni suoi analisti avevano segretamente favorito dei clienti ben selezionati.

Anche la Federal Reserve nell’agosto 2016  le ha inflitto una sanzione di 36,3 milioni di dollari per aver usato informazioni confidenziali risultanti da operazioni di controllo fatte dalla stessa Fed. Per non dire della condanna a pagare 120 milioni per manipolazioni fatte sui tassi di interesse comminata nel dicembre dell’anno scorso dalla Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l’agenzia che ha il compito di controllare le borse delle merci e delle relative operazioni in derivati finanziari.

Non è un caso, quindi, che nelle settimane passate alcuni senatori americani abbiano chiesto alla Goldman Sachs di  rendere pubbliche le sue attività di lobby contro la legge di riforma Dodd-Frank e di conoscere l’ammontare dei profitti risultanti dalla sua cancellazione. Si ricordi che tra i primi provvedimenti del presidente Trump c’è stata l’abrogazione della citata legge.

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Evidentemente, purtroppo, il presidente americano ha dimenticato quando da lui stesso detto qualche settimana fa: “Per troppo tempo, un piccolo gruppo nella capitale della nostra nazione ha raccolto i compensi governativi, mentre la gente ne ha sostenuto le spese. Washington ha prosperato, tuttavia il popolo non ha condiviso la sua ricchezza”. E’ il classico esempio di quanta distanza a volte c’è tra il dire e il fare.

1022.- Deutsche Bank, il crollo del mito tedesco

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“Soll” e “Haben”. Deutsche Bank ha in pancia 46.000 miliardi di dollari di derivati, 12 volte il prodotto interno lordo della Germania.

Avidità, provincialismo, codardia, immaturità, menzogna, incompetenza, arroganza. Sono solo alcuni degli aggettivi che un memorabile servizio del settimanale tedesco Der Spiegel, pubblicato pochi mesi fa, ha dedicato a Deutsche Bank (https://goo.gl/P5SOQP). La più grande banca tedesca, quella che per buona parte dei suoi 146 anni di storia è stata l’incarnazione stessa dell’etica protestante nel sistema bancario, sta ora precipitando verso un abisso dal quale, alla fine, potrebbe riuscire a salvarla solo il governo di Berlino e quindi i contribuenti tedeschi.

A Francoforte i due grattacieli di vetro di 155 metri nei quali ha sede la banca sono chiamati “Soll” e “Haben” (dare e avere). Nella visione ideale, architettonica e finanziaria, della banca il dare e l’avere dovrebbero essere in equilibrio. Ma da tempo non lo sono più. Il 2 febbraio scorso sono stati resi noti i risultati del quarto ed ultimo trimestre del 2016: 1,9 miliardi di perdite nette. L’intero 2016 ha prodotto invece 1,4 miliardi di euro di perdite, che a confronto del rosso da 6,8 miliardi di euro del 2015 sembrano addirittura una buona notizia. A pesare sono in particolare le spese accantonate, e in parte già effettivamente sborsate, per il coinvolgimento in circa 6.000 cause legali a livello globale. Nel maggio del 2016 è arrivata una multa “record” da 2,5 miliardi di dollari dalle autorità statunitensi e britanniche che accusano Deutsche Bank di aver manipolato i tassi di riferimento Libor, Euribor e Tibor, sui quali si basano i costi dei prestiti tra banche ma anche i mutui per noi comuni cittadini. Il record è stato però presto superato: alla vigilia di Natale la banca ha patteggiato il pagamento di 7,2 miliardi di dollari con il dipartimento di giustizia americano per chiudere il capitolo delle sanzioni sui titoli garantiti dai mutui subprime, i grandi protagonisti della crisi finanziaria scoppiata nel 2007-2008 di cui ancora stiamo pagando le conseguenze. Appena si è diffusa la notizia del patteggiamento, il titolo di Deutsche Bank ha guadagnato il 4% in poche ore. I mercati, si è detto, “hanno tirato un sospiro di sollievo”. Due mesi prima, infatti, le autorità USA avevano paventato una sanzione da 14 miliardi di dollari che la banca non sarebbe riuscita a pagare se non, appunto, con un intervento statale in extremis di complessa attuazione, data l’imminente campagna elettorale per le politiche del settembre 2017 e le nuove regole europee sui salvataggi bancari. Le disavventure del colosso bancario tedesco continuano senza pausa anche nel nuovo anno: il 31 gennaio è arrivata una nuova multa, per un totale di oltre 630 milioni di dollari, dalle autorità americane e britanniche per aver permesso a clienti russi di riciclare circa 10 miliardi di dollari, trasferendoli in Gran Bretagna e da lì a Cipro, in Estonia, Lettonia e altri Paesi.

Non c’è pace, quindi, sotto le due torri gemelle di Francoforte. Ma Perché? Come è stato possibile tutto questo? La meticolosa ricostruzione storica dello Spiegel individua un periodo in particolare nel quale, all’interno della banca, si è rotto qualcosa, per sempre: i favolosi anni novanta, quando la banca ha iniziato a vergognarsi di essere tedesca, provinciale, di Wolfsburg, Monaco, Stoccarda o Norimberga e ha voluto fare l’americana, conquistarsi una poltrona in prima fila a Wall Street, contendere i primi posti al mondo nel trading di strumenti finanziari a colossi come Goldman Sachs o Morgan Stanley. Nel frattempo, nel 1999, Bill Clinton ha cancellato la legge Glass-Steagall – sorta dalle ceneri della crisi del 1929 – togliendo la separazione tra banche d’investimento e banche commerciali e aprendo le cateratte della speculazione finanziaria internazionale con i soldi dei risparmiatori. Da banca del “Mittelstand”, delle migliaia di piccole e medie imprese tedesche che rappresentano ancora oggi l’ossatura del modello renano, Deutsche Bank si è trasformata progressivamente in una piazzista di titoli sempre più complessi al pari dei giganti americani ma senza averne la storia né le risorse umane. Man mano che si sono avvicinati all’olimpo della finanza internazionale, i dirigenti della banca sono però rimasti accecati dalle loro stesse ambizioni e anestetizzati da decine di milioni di euro di bonus. Sul podio internazionale dell’investment banking non ci sono mai saliti, o ci sono stati solo per breve tempo. Ora i giochi sono fatti e non si torna indietro. Deutsche Bank cammina come uno zombie in mezzo al guado, tra un sogno americano che è diventato un incubo e una supremazia tedesca come banca a sostegno delle imprese che è rimasta solo un bel ricordo. In pancia lo zombie ha 46.000 miliardi di dollari di derivati, 12 volte il prodotto interno lordo della Germania. In realtà, spiega la banca e riporta il Financial Times (https://goo.gl/ye76it), solo una piccola parte di questi titoli sarebbe pericolosa. Si tratta dei cosiddetti asset di Livello 3, così illiquidi da non poter essere valutati con prezzi di mercato. Avrebbero un valore complessivo di 31 miliardi di euro, nulla in confronto ai 46.000 miliardi di dollari totali, ma comunque pari al 70% del patrimonio “core” della banca. In realtà nessuno sa valutare con certezza quanto valgano veramente i derivati di Deutsche Bank. E non solo quelli di Livello 3.

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Deutsche Bank ha annunciato la cessione della partecipazione del 20% detenuta nella banca cinese Hua Xia Bank a PICC (Property and Casualty Company), compagnia assicurativa residente nel paese del Dragone, per un controvalore pari a 23,2 miliardi di yuan (3,37 miliardi di dollari). 

Intanto la banca sta passando a pieni voti uno stress test europeo dopo l’altro, riuscendo a contabilizzare – grazie agli aiutini della BCE, operazioni non ancora ultimate, come la vendita di una quota da 4 miliardi di euro nella banca cinese Hua Xia (https://goo.gl/i6sRKZ). E comunque, si sa, gli stress test sono per i crediti non per la mole di derivati o altri titoli più o meno tossici in bilancio (https://goo.gl/6fGq7M). Lo zombie Deutsche Bank potrà continuare a presentarsi agli esami europei senza che gli chiedano mai il capitolo che non ha studiato. I clienti e i mercati l’hanno però già bocciata da tempo.

947.-La Germania tenta il colpo grosso: commissariare l’Italia entro il 2017 – Marco Zanni

 

Ascoltiamo l’intervista di Claudio Messora con l’eurodeputato Marco Zanni. Dall’europarlamento di Bruxelles, Zanni denuncia una grave minaccia di cui nessuno ha ancora parlato: il tentativo di commissariamento di Roma entro il 2017 da parte della Germania, nascosto in un emendamento all’articolo 507 del Regolamento sui requisiti patrimoniali delle banche (CRR), che mira a delegare all’Autorità Bancaria Europea (EBA) la facoltà di cambiare l’approccio all’esposizione bancaria del debito sovrano. Una mossa che potrebbe arrivare entro la fine dell’anno e che avrebbe un impatto disastroso sulle banche italiane, che hanno in pancia più di 400 miliardi di euro di titoli di stato. Se va in porto, porterebbe come conseguenza la necessità di “farsi salvare” da meccanismi diabolici come il MES, che è solo un altro modo di definire il commissariamento della nostra democrazia.

È necessario diffondere il più possibile questa nuova minaccia, ancora una volta nascosta nelle pieghe di una incomprensibile burocrazia nata specificamente per mascherare ai cittadini le tecniche di controllo delle democrazie del sud Europa.

Marco Zanni, europarlamentare, in collegamento da Bruxelles. Buongiorno Zanni!
Ciao Claudio e ciao a tutti i tuoi lettori, qui dal cuore dell’eurocrazia.
Non so se è veramente un buongiornom perché tu denunci l’ennesimo tentativo di commissariare l’Italia ad opera della Germania, questa volta sfruttando le debolezze del settore bancario. Vuoi spiegarci meglio cosa intendi?
Di fatto è un tentativo che denunciammo già dal 2014, da quando ho iniziato ad occuparmi di regolazione bancaria a livello europeo e di tutto quel pacchetto regolamentare che noi in Italia – purtroppo a nostro discapito – abbiamo imparato a conoscere bene e che cade sotto il nome di “Unione Bancaria” o “Banking Union”.
Cos’è l’Unione Bancaria?
È un insieme di regole per le banche dell’eurozona, che si basa principalmente su tre pilastri. Il primo pilastro è quello della super-visione unica delle grandi banche all’interno dell’eurozona, con l’istituzione del “Single Supervisory Mechanism”, cioè quel braccio della BCE che deve supervisionare la corretta applicazione delle regole e la corretta patrimonializzazione delle banche. Il secondo pilastro, quello che abbiamo ahimè imparato a conoscere meglio, è quello del “Meccanismo di Risoluzione Unico”, di cui fa parte la famosa regola del Bail-in. Dalle parti di Arezzo, di Ferrara, di Chieti…
… ne sanno qualcosa…
… lo sanno bene! Il terzo pilastro – che non è ancora stato istituito – è quello di un’assicurazione comune sui depositi di tutte le banche che cadono sotto questo cappello.
Cosa sta accadendo dal 2014, da quando questo sistema sta entrando in vigore? Che queste regole sono state plasmate per distruggere il sistema bancario italiano e spingere il nostro Paese a dover richiedere aiuto a istituzioni europee che – purtroppo – abbiamo imparato a conoscere bene. Da una parte la Banca Centrale Europea, attraverso l’OMT, Outright Monetary Transactions, che è la traduzione pratica di quel “whatever it takes” detto fin dal 2012 da Mario Draghi, cioè il fatto che la BCE farà di tutto per salvare l’Euro. Dall’altra parte una richiesta di aiuto al “MES”, il “Meccanismo Europeo di Stabilità” che tu – già in tempi non sospetti –denunciasti per la sua struttura criminale e che oggi diventa una possibilità concreta per “mettere in sicurezza” il sistema bancario.
Ecco, quest’attacco all’Italia è partito attraverso questo insieme di regole che si chiama “Unione Bancaria” e poche settimane fa è stato fatto un passettino in avanti per affossare ancora di più il sistema bancario italiano, per attaccare i Titoli del debito pubblico italiano e costringere inevitabilmente il Governo italiano a intraprendere due strade, che portano entrambe inevitabilmente al commissariamento da parte della Troika. L’attacco, la speculazione sul debito pubblico e quindi la richiesta di “OMT”, con conseguente arrivo della Troika, oppure il collasso inevitabile del sistema bancario italiano con la richiesta di ricapitalizzazione del sistema tramite il “Meccanismo Europeo di Stabilità” (MES), quindi le condizionalità annesse e quindi l’arrivo della Troika.
Questo è quello che sta succedendo oggi all’interno delle istituzioni europee, nel più totale silenzio dei nostri media che di questo non parlano, preferiscono – come ho visto oggi sui giornali – disquisire di una fasulla diatriba tra Roma e Bruxelles sullo 0,2% del PIL, su questa manovra correttiva da 3/4 miliardi di Euro. Qui parliamo invece sono in gioco decine di miliardi di Euro.
Andiamo con ordine. Esiste un regolamento, quello sui requisiti patrimoniali delle banche. Si chiama “CRR”. Adesso hanno fatto una proposta di emendamento all’articolo 507. Spiegaci che cos’è questo articolo e che tipo di modifica intendono fare.
fonte http://www.byoblu.com/post/2017/02/02/la-germania-tenta-il-colpo-grosso-commissariare-litalia-entro-il-2017-marco-zanni.aspx

799.- Mps: guerra a Passera, accusato di “turbativa mercato”

Uno sguardo a MPS, che – dice Elio Lannuti -, in certi termini, è lo scandalo più imponente a travolgere l’Italia dai tempi di Mani Pulite

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La banca Monte dei Paschi di Siena, spesso abbreviata in Mps, ha origini molto antiche. Viene fondata nell’omonimo capoluogo toscano sotto forma di monte di pietà nel 1472, con il nome di Monte Pio, ed è oggi la più antica banca operante in Italia e nel mondo.
Si posiziona terza in Italia per numero di filiali distribuite sul territorio nazionale -preceduta dagli istituti Unicredit e Intesa Sanpaolo- e attualmente, oltre ad offrire i servizi tradizionali, svolge attività di private banking, asset management e investment banking. Sempre aperta alle innovazioni, nel 2014 il gruppo MPS ha aperto Widiba, servizio di banca online.

Nel 1995, con decreto del Ministero del Tesoro, viene costituita l’ente no-profit Fondazione Monte dei Paschi di Sienaper separare -come voluto dalla nuova legge entrata in vigore nel corso dello stesso anno- l’attività filantropica da quella bancaria. La Fondazione si occupa di promuovere attività benefiche legate a cultura, ambiente e ricerca, soprattutto all’interno del territorio senese.
Nella lunga storia del gruppo troviamo, però, anche una macchia nera: nel 2013 il Monte dei Paschi di Siena viene scosso da uno scandalo che ne mina le fondamenta. A seguito di una serie di inchieste vengono alla scoperta brogli messi in atto dai vertici del gruppo per coprire le perdite accusate in bilancio, nonché furti sulle operazioni finanziarie e reati finanziaria di varia natura.

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La vicenda che vede coinvolti Corrado Passera e Mps non finisce con il ritiro dell’offerta presentata dal banchiere per rafforzare il capitale dell’istituto in crisi. L’ex ministro ha attaccato per primo, dicendo che la banca, rea di un “atteggiamento di totale chiusura”, gli ha negato le condizioni minime per procedere.

Da qui la decisione sofferta di ritirare la propria offerta. Da parte sua la banca ha dato mandato ai propri avvocati di giudicare la correttezza o meno del comportamento del conglomerato guidato da Passera, che ha avuto fin dall’inizio l’appoggio del banchiere ex Barclays Bob Diamond.

I legali dovranno valutare gli estremi di “turbativa di mercato” dopo che Passera ha dato la sua comunicazione con una lunga lettera critica inviata al Cda e al collegio sindacale. Dietro la rottura tra l’ex AD di Intesa Sanpaolo e i vertici di Siena ci sarebbe una divergenza inconciliabile sull’identikit degli anchor investor.

Non va dimenticato in questa storia, poi, il ruolo che JP Morgan ha nel governo Renzi e nella gestione delle faccende italiane. La banca americana, che in passato ha per esempio aiutato il nostro paese a entrare nell’euro, ha presentato insieme a Medobanca un piano alternativo a quello di Passera per portare fuori dal pantano Mps. L’idea, condivisa dal Ceo Marco Morelli, è quella di iniettare liquidità per 5 miliardi di euro entro fine anno, e smaltire in contemporanea con un’operazione oculata di cartolarizzazione i 27,7 miliardi di euro di sofferenze.

Quest’ultima operazione è prevista con l’ausilio del fondo salva-banche Atlante mentre l’iniezione di liquidità potrebbe essere realizzata in due modi: in parte con un aumento di capitale e in parte con la conversione in azioni di circa 3-3,5 miliardi di euro di obbligazioni subordinate oggi in mano agli investitori istituzionali.

Il piano di Passera e quello di JP Morgan a confronto

Ad accompagnare Passera nel suo piano alternativo a quello dell’AD Morelli c’erano fondi americani e britannici, tra cui il fondo Atlas di Diamond, Bc Partners, Warburg Pincus e General Atlantic. In quanto investitori formali, pretendevano che venisse condotta una due diligence tipica del private equity. Di solito si tratta di un iter molto lungo, di tre-sei mesi. Ma in questo caso l’idea era quella di restare entro le sei settimane.

Un esame ritenuto in ogni caso troppo lungo dalla dirigenza di Mps, che vuole chiudere l’operazione di rafforzamento del capitale entro fine anno, anche per via del pericolo di instabilità politica in Italia a partire da dicembre. Passera da parte sua ha commesso forse un errore nel chiedere una due diligence senza però specificare nel dettaglio l’identità degli investitori interessati.

Per gli analisti di Banca Akros non ci sono tuttavia gli estremi della turbativa di mercato: “vediamo la decisione di Passera come una conseguenza naturale della presentazione del piano industriale la scorsa settimana”. I dubbi sono più legati al tempismo: due volte Passera ha presentato un’offerta e in entrambi i casi è arrivata a ridosso del piano industriale.

In ogni modo la decisione ha un impatto negativo sulla banca, dato che “rimuove potenziali investitori in vista della prevista ricapitalizzazione da 5 miliardi di euro, pari a sette volte l’attuale capitalizzazione di mercato. Data l’altissima diluizione che si avrà con l’aumento di capitale, il nostro rating su Mps resta sospeso”.

Secondo gli analisti di banca IMI, in questo momento “l’unico piano disponibile è quello presentato dall’AD di Mps, Morelli, la settimana scorsa che prevede una ricapitalizzazione di 5 miliardi di euro, inclusa la conversione facoltativa dei bond subordinati, gli investimenti da parte degli anchor investors e un aumento di capitale senza diritto di opzione. Il rischio di esecuzione del piano rimane alto, a nostro avviso”.

Titoli Mps sospesi al ribasso

La battaglia che potrebbe anche finire in tribunale non fa bene ai titoli, che sono stati sospesi per eccesso di ribasso in Borsa stamattina. L’indice settoriale delle banche italiane cede il 2,57%. Tra le ragioni del calo vi è il timore di uno scontro nel CdA in programma per oggi, convocato per l’esame della documentazione in vista dell’assemblea in calendario per il 24 novembre.

Dopo che Corrado Passera aveva annunciato il ritiro della sua proposta di salvataggio per Mps, le azioni della banca della banca più antica al mondo sono in realtà tornati a salire, ieri. La settimana è fin qui stata decisamente altalenante, se si considera che lunedì i titoli hanno perso il -7% circa. Il gruppo, la cui capitalizzazione in Borsa (segui live blog) vale meno di 500 milioni, non ha accettato la richiesta del banchiere ed ex ministro di avviare il processo di due diligence sui conti.

La travagliata banca si è infatti limitata a consentire a Passera l’accesso alle informazioni che verranno rese consultabili con la data-room, impedendo dunque un’analisi dettagliata del bilancio di Mps. L’istituto, che ha assoluto bisogno di capitali freschi e di smaltire le sofferenze in portafoglio, non ha troppo tempo da perdere, in particolare con il referendum costituzionale alle porte e i rischi di instabilità politica che si porta dietro.

Intanto prosegue il roadshow dell’AD Marco Morelli, cbe ha fatto tappa anche in Qatar in cerca di investitori istituzionali per l’operazione pluri miliardaria di aumento di capitale.