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1571.- LA FRANCIA STRANGOLA 15 STATI DELL’AFRICA CENTRALE IMPONENDO LA SUA VALUTA PARALLELA, IL CFA

LA COLONIZZAZIONE DEI FRANCESI IN AFRICA NON HA MAI AVUTO REALMENTE FINE, LO DIMOSTRA ANCHE LA MONETA ED IL LEGAME ECONOMICO CHE RESTA VIVO NELLE EX-COLONIE ANCHE DOPO LA LORO “INDIPENDENZA”. LA FRANCIA NEL 1945 HA TOLTO LA SOVRANITA’ MONETARIA A 14 STATI DELL’AFRICA CENTRALE IMPONENDO UNA VALUTA PARALLELA, IL CFA,CHE LI OBBLIGA A VERSARE L’85 % DEI RICAVI DEGLI SCAMBI COMMERCIALI, DI FATTO STROZZANDOLI. LA GENTE EMIGRA IN ITALIA E LI MANTENIAMO NOI. GHEDDAFI VOLEVA IL DINARO ORO AL POSTO DEL CFA: E’ MORTO!

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Intervista a cura di Mohamed Berkani.Fonte: Notizie Dakar

“Insisto che bisogna, al più presto, ripudiare il franco CFA”

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Nel suo libro, “Il Franco CFA e l’Euro contro l’Africa”, l’economista della Costa d’Avorio, il professor Nicolas Agbohou, Dottore in Economia Politica e docente in Francia, ingaggia una vera e propria crociata per dimostrare e far comprendere che i 15 paesi della zona CFA sono ancora molto lontani dalla loro indipendenza monetaria. Vi proponiamo qui un estratto di un’intervista rilasciata alla rivista Afrik. Agbohou ribadisce la sua tesi secondo cui il Franco francese e la nuova moneta europea, l’Euro, come il Franco CFA contribuiscono all’impoverimento strutturale dell’Africa o almeno mantengono il continente in condizioni di povertà strutturale. Per lui, dunque, bisogna che l’Africa ripudi, al più presto possibile, il franco CFA e adotti una nuova moneta comune, se vuole davvero uscire dal colonialismo e dalla povertà.

Afrik: Il suo libro è un atto d’accusa contro l’Euro e il Franco CFA. Perché queste due monete sarebbero contro l’Africa?

Nicolas Agbohou: Fondamentalmente, gli istituti finanziari che gestiscono il Franco CFA, le banche centrali, sono contro l’Africa. II consigli di amministrazione della BCEAO (Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale), della BEAC (Banca degli Stati dell’Africa Centrale) e della Banca delle Comore, sono dominate dai francesi che beneficiano del diritto di veto. Le Comore non controllano la loro economia, perché nel cda della Banca centrale vi sono 4 francesi e 4 abitanti delle Comore. Dal momento che le decisioni devono essere prese all’unanimità o con la maggioranza di almeno cinque persone, basta che un solo francese sia contrario a un qualsiasi progetto, perché sia bocciato. Inoltre bisogna che gli africani non dimentichino che il CFA è una moneta francese.

Ma oltre a questo aspetto, perché il Franco è contro l’Africa?

Gli africani sono esseri umani a pieno titolo come tutti gli altri. In quanto tali, è importante che gli africani siano liberi di condurre la politica monetaria che soddisfi meglio le proprie aspettative. I 15 paesi della zona del Franco CFA sono costretti a lasciare in deposito in Francia il 65% dei loro proventi delle esportazioni, chiamate “riserve in valuta estera”. Questo è il presupposto per la stabilità della loro valuta. Supponiamo che un paese come il Niger, che non è in grado di pagare i propri funzionari, esporta prodotti per il valore di un miliardo di dollari, automaticamente deve lasciare in Francia un deposito di 650 milioni di euro. Questo è assurdo! Nel frattempo i nigeriani muoiono di fame! Ci sono anche dispositivi tecnici che rendono il Franco CFA uno strumento di impoverimento e di colonizzazione permanente.

Che cosa sono questi dispositivi?

Dobbiamo ricordare che il CFA, originariamente, era chiamato “Franco delle colonie francesi d’Africa”. Come suggerisce il nome, è la Francia che trae il maggior beneficio. I principi che disciplinano questa valuta sono la libera trasferibilità e convertibilità e la centralizzazione degli scambi. A questo proposito, dobbiamo sapere con chiarezza e precisione che: in primo luogo, la libera trasferibilità favorisce la fuga di capitali africani, e in secondo luogo, quando un paese non ha risparmi, si ritrova con un debito estero che lo strangola.

Chi sono le persone che esportano i loro capitali?

Nicolas Agbohou: Alcuni leader e quelle che io chiamo neo-colonie. Ricordate che la prima decisione che Mitterrand aveva preso, della sua ascesa al potere, era di vietare la fuga di capitali. Da allora, l’Africa è doppiamente penalizzata: non solo deve affrontare la fuga di capitali, ma in aggiunta, è tenuta a riacquistare la propria moneta. In poche parole: i leader africani vanno a Parigi con le valigie piene di franchi CFA che scambiano contro franchi o in dollari. Ma le banche centrali africane sono obbligate a riscattare questi CFA che i leader hanno lasciato in Francia e che la Francia non vuole tenere. E devono farlo con una valuta forte! Quindi dal 65% dei proventi sulle esportazioni, che rimangono in deposito per le operazioni.

Perché anche l’Euro sarebbe in contrasto agli interessi africani?

Prima di fissare il cambio Franco CFA con l’Euro, solo la Francia aveva voce in capitolo sulle nostre economie. Ora è tutta l’Europa! Peggio ancora, le misure draconiane di Bruxelles sono incompatibili con le esigenze delle nostre economie. Ecco perché io insisto a ripudiare al più presto il CFA.

Cosa dovrebbe sostituirlo?

Nessun paese può svilupparsi senza l’indipendenza monetaria. Abbiamo bisogno di una nuova moneta comune (M.UA) che non sia guidata dall’estero. Bisogna buttare nell’immondizia i principi che reggono il Franco CFA. L’Africa ha bisogno di una politica monetaria che soddisfi i propri bisogni e interessi.

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Questo economista ivoriano ha anche ricordato, avvolto in un fragoroso applauso, il giorno in cui i leader africani del panafricanismo sono stati eliminati dalla Francia perché avevano rifiutato di sottoporsi alla logica “colonialista” ed accettare il franco CFA. Questa sorte è toccata sia a Sekou Tourè in Guinea, al maliano Modibo Keita, al togolese Sylvius Olympio, al leader libico Muammar Gheddafi oe all’ex capo di Stato ivoriano Laurent Gbagbo.

Sviluppo Prioritario

Secondo questo economista, per il Presidente senegalese Macky Sall e per il governatore della BCEAO, Tièmoko Maliet Konè, il franco CFA non ha solo svantaggi per gli africani. Il fatto che la moneta è ancorata all’euro , garantisce una relativa stabilità dei prezzi e limita il rischio di inflazione e anche lo shock economico. Ancora oggi gli africani non hanno nessun controllo sulla produzione di denaro che viene messo in circolazione ed hanno l’obbligo di depositare il 50% delle loro riserve di valuta estera sul conto operativo del Tesoro francese. Gli economisti considerano che con l’uscita dal franco si dovrebbe dare la priorità allo sviluppo.

Così Nicolas Agnohou auspica la creazione di una nuova moneta unica africana (M.UA) in alternativa al franco. Nel suo libro, egli dedica tutta la seconda parte al suo pensiero: “Per una moneta africana e la cooperazione Sud – Sud”. Questo progetto alternativo sarebbe giustificato da molte ragioni d’ordine psicologico, politico ed economico. Inoltre, dopo la mobilitazione internazionale del fronte anti CFA, una tabella di marcia è stata inviata dalla zona del franco ai capi di stato africani oltre che al governo francese.
Questo per poter mostrare loro la via per poter uscire dal CFA.

Tale approccio alla sovranità monetaria è in parte condivisa da Koko Nukpo Demba Moussa Dembele e da Marziale Ze Belinga nel loro lavoro collettivo “Out of Africa, la servitù monetaria. A chi giova il franco CFA …..”,pubblicato nel novembre 2016. Invece, è più sfumata la versione di Nicolas Agbohour, dove gli autori sottolineano la necessità di prendere in considerazione i regimi di cambio come alternativa un po’ più flessibile per poter sostenere la nascita della nuova moneta. Questo punto di vista è condiviso dall’ex capo di una banca centrale africana che ritiene che il dibattito sulla sovranità monetaria è legittimo per i 15 paesi ancora nella zona del franco.

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Il governo francese non può ignorare il lungo dibattito che sta interessando la sovranità di quindici paesi africani. Tanto più , che Kèmi Seba e l’ONG Emergency panafrica recentemente ha brandito la minaccia di un boicottaggio di tutti i prodotti francesi.

Il franco CFA è attualmente utilizzato da quindici paesi africani: il Benin, il Burkina Faso, la Costa d’Avorio, la Nuova Guinea ,Il Mali, Il Senegal , Il Niger, Il Togo, Il Camerun , la Repubblica Centroafricana (CAR), la Repubblica del Congo, il Gabon, Il Ciad , La Guinea equatoriale e la Repubblica islamica di Commores.

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1549.- Nino Galloni: la scarsità di denaro? Così ci rendono servi.

 

Pubblicato il 05 dic 2017

Nino Galloni, economista per molti anni direttore generale del Ministero del Lavoro: “Dobbiamo rompere la condizione di scarsità artificiosa che è voluta per asservire la gente e rendere un costo la democrazia. Invece, la democrazia deve essere un modo che noi scegliamo per vivere, come è scritto nella nostra Costituzione, ma se noi diciamo che la democrazia non ce la possiamo permettere perché non abbiamo i soldi per gestirla, è chiaro che non c’è soluzione. Noi dobbiamo realizzare i principi, i valori e gli obiettivi della Costituzione, ma per farlo dobbiamo rompere la trappola della scarsa liquidità”. È un Nino Galloni come sempre provvido di ricostruzioni storiche quello che, ai microfoni di Byoblu, commenta le dichiarazioni di ieri, apparse sul Corriere della Sera, di Roberto Napoletano (ex direttore del Messaggero e del Sole 24 Ore), secondo il quale “la Francia ha un disegno di conquista strategico e militare sull’Italia: indebolirne le banche, prenderne i gioielli di famiglia, conquistare il nord e ridurre il Sud a una grande tendopoli”. Da Mattei a Moro, passando per Berlusconi e Gheddafi, ecco la sua ricostruzione.

1462.- I PIANI DI EMMANUEL MACRON PER UNA NUOVA IDEA DI EUROPA

Nel suo discorso per una “nuova Europa” alla Sorbona, il presidente francese ha detto che l’idea di Europa va difesa con ambizione come entità “sovrana, unita e democratica”. Ha parlato di “un’unica forza di protezione civile a livello europeo”. E, qui, è il vero centro del discorso di Macron. A cosa mira? Non certo a difenderci dalla Russia, che non ci minaccia né dal terrorismo che sappiamo da dove e perché ha occupato la nostra vita. Senza una Politica Estera europea, non ha senso disporre del suo braccio armato. Cosa significa, invece “una forza di protezione civile” e contro chi? Contro di noi? E perché?

MacronIl presidente francese Emmanuel Macron ha parlato alla Sorbona, a Parigi, pronunciando un discorso in cui ha svelato i suoi piani per una nuova idea di Europa martedì 26 settembre 2017.

Macron ha tenuto un discorso con cui ha proposto la “rifondazione” di un’Europa sovrana e unita, incrementando la cooperazione dell’eurozona su difesa, immigrazione, forze di polizia e sicurezza dei confini.

A meno di cinque mesi dall’inizio della sua presidenza, e dopo aver promesso di lavorare con la cancelliera tedesca Angela Merkel per migliorare l’integrazione dell’eurozona attraverso l’istituzione di un ministro delle finanze unico a livello europeo, Macron si è trovato a dover ridimensionare le sue ambizioni dopo il risultato elettorale tedesco di domenica 24 settembre, che ha visto la crescita del partito antieuropeista Afd in Germania.

Il discorso alla Sorbona

Al suo arrivo alla Sorbona, il presidente Macron è stato contestato da alcuni gruppi di studenti che hanno urlato “Macron vattene, l’università non è tua”.

“Non è mai il momento giusto per parlare d’Europa, o è troppo presto o è troppo tardi”, ha detto all’inizio del suo discorso il presidente francese. “Almeno quando si tratta di strategie. Parlare di strumenti invece è facile”, ha sottolineato.

Macron ha sottolineato che l’idea di Europa va riguadagnata e difesa con ambizione.

“Abbiamo dimenticato di difendere questa Europa”, ha detto il presidente. “L’idea di fraternità è più forte della vendetta e dell’odio”, ha proseguito, facendo riferimento a “idee ciniche che per troppo tempo abbiamo ignorato” e che invece mostrano che il passato nero dell’Europa può tornare.

“Non dobbiamo concentrare le nostre energie sulle divisioni interne”, ha continuato il capo dell’Eliseo.

Ecco cosa ha detto il presidente francese in punti:

• Macron ha detto che l’unico modo in cui il nostro futuro può essere garantito è la “rifondazione” di un’Europa “sovrana, unita e democratica”.

• Il presidente francese ha proposto la creazione di un fondo unico per finanziare gli investimenti comuni e per assicurare la stabilità di fronte agli shock economici.

• Macron ha chiesto la creazione di un ufficio europeo per le richieste d’asilo, che velocizzi e armonizzi le procedure. Ha detto inoltre che auspica un programma europeo che finanzi l’integrazione e la formazione dei rifugiati. Infine, ha chiesto la creazione graduale di una polizia dei confini, che offra una maggiore protezione dei confini europei.

• L’Africa non può più essere vista come una minaccia, ma deve essere considerata come un partner, ha detto il capo dell’Eliseo, che ha chiesto anche di aumentare gli aiuti allo sviluppo.

• Un’altra proposta del presidente francese è quella di creare una “forza di risposta rapida” a livello europeo entro il 2020. Ha chiesto inoltre un budget comune per la difesa e principi comuni che regolino la sua azione. Ha parlato di “un’unica forza di protezione civile a livello europeo”.

• Secondo Macron serve inoltre un prezzo unico per il carbone a livello europeo, insieme a una “Carbon Tax” europea per migliorare la tutela dell’ambiente.

Qui sotto da TPI la diretta del discorso:

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1378.- La lezione francese: L’esercito, un obiettivo prioritario per i terroristi

L’attacco effettuato ieri ai militari belgi da un musulmano e quello di qualche giorno fa a Levallois-Perret contro i soldati dell’operazione Sentinel da un cittadino algerino che vive in Francia conferma, se necessario, che l’Italia rimane, fino ad oggi, un Paese privilegiato. La Francia è attaccata da islamisti ispirati e sostenuti da organizzazioni non statali che hanno scatenato una reale forza urbana di guerriglia che obbliga le autorità a imporre e attuare misure di protezione sempre più vincolanti.

Dopo aver condotto azioni omicide di massa contro la popolazione civile francese (Bataclan), questi islamici ora svolgono spesso azioni mirate contro le forze armate, le forze di polizia e di gendarmeria, responsabili della difesa della nazione, della protezione della popolazione e dell’applicazione della legge.

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Quinta colonna?

La Francia è quindi in guerra, anche se la forma che prende oggi non è molto simile a quella delle due guerre mondiali. Ogni guerra ha le proprie caratteristiche, stabilisce obiettivi specifici, segue un corso e modalità di azione che si evolvono costantemente; La guerra del 1940 fu preceduta in Francia dalla “guerra divertente” e si concluse con l’uso dell’arma atomica!

 

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«Sommes-nous en guerre ?
Qui est cet ennemi qui a frappé notre pays à plusieurs reprises en 2015, et qui est malheureusement loin d’avoir disparu de nos vies ? Comment, surtout, le combattre et le vaincre, en restant dans le cadre politique, juridique et éthique qui est le nôtre ? Et en quoi faut-il nous préparer à des conflits d’un genre nouveau ? À ces questions cruciales, j’ai voulu répondre à la lumière de mon expérience. »
Jean-Yves Le Drian Ministre de la Défense

Affermare, inoltre, che in Francia non esiste e non c’è la quinta colonna, come ha scritto l’ex ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian nel suo libro “Qui est l’ennemi?” È falso e pericoloso.

Infatti, a livello storico, a una prima analisi, la Francia ha sempre avuto, ospitato e finanziato sul suo terreno francesi o stranieri che combattono insieme ai suoi nemici. Per parlare solo degli ultimi tre conflitti, ci sono stati durante la guerra in Algeria i “vettori valigia” che hanno assicurato il sostegno dei terroristi FLN; durante il conflitto in Indocina, sono stati i comunisti stalinisti, amici di Boudarel, francese e commissario politico universitaria al servizio dei torturatori dei campi Viet Minh; Durante la Seconda Guerra Mondiale c’erano i collaboratori del Gestapo che hanno seguito e torturato la Resistenza Francese.

Questo errore storico è pericoloso perché, rifiutando di guardare alla realtà degli eventi attuali, si rende difficile analizzare le cause dell’odio che alligna in questi terroristi e disturba l’attuazione di misure efficaci per neutralizzarle.

Bisogna riorientare l’azione degli eserciti sul territorio nazionale

Affermare che siamo in guerra ne implica tutte le conseguenze, specialmente quando coloro che la conducono in mezzo alla popolazione, agiscono in abiti borghesi e beneficiano di numerosi e potenti mezzi logistici e finanziari.

I nostri avversari non sono soldati – per non parlare dei comandanti – che potrebbero trarre beneficio dalle Convenzioni di Ginevra, ma assassini comportamentali volgari, codardi e suicidi che devono essere “neutralizzati” il più presto possibile.

A questo proposito non si può chiedere di ritirare i nostri soldati dal territorio nazionale con il pretesto che essi sono diventati gli obiettivi prioritari dei terroristi. Sarebbe un successo facile, almeno psicologico, per questi assassini, mentre questi obiettivi in uniforme contribuiscono effettivamente alla protezione della popolazione, sostituendo i civili disarmati senza vesti e proiettili. Se c’è una forza in grado di reagire efficacemente ad un attacco a sorpresa, non è la popolazione civile molto vulnerabile, né le forze di sicurezza “di prossimità”, generalmente meno addestrate, ma le unità militari del Sentinel.

I nostri soldati devono tuttavia essere schierati per compiere missioni complementari ma distinte da quelle delle forze di sicurezza interna e in conformità con le loro capacità. Devono agire altrimenti, in previsione di attacchi e sviluppare modalità preventive di azione che creino insicurezza nell’avversario. Queste modalità di azione devono essere pianificate, testate e adottate senza tabù.

Dobbiamo assolutamente emergere da una posizione esclusivamente difensiva se vogliamo vincere questa guerra.

Implementare una strategia globale nel tempo

In questo conflitto, la questione è innanzitutto  di attaccare il nemico di oggi, che si manifesta con immediatezza e pronto ad agire. Deve essere ricercato, si devono identificare le sue reti, neutralizzarle e esercitare una forte pressione dissuasiva sui suoi potenziali simpatizzanti. Allo stesso tempo, dobbiamo agire sulle popolazioni sensibili al loro richiamo, nelle scuole e nella vita quotidiana con i genitori, per evitare che i bambini e gli adolescenti diventino il nemico di domani.

Per sradicare questa minaccia mortale, non dobbiamo solo identificare e designare il nemico per poi mobilitare tutta la nazione, ma serve anche l’attuazione di una strategia globale, comprendente la polizia e strategia militare (looping, distretti minerari, costruzioni, di controllo Punti chiave, sorveglianza delle persone, ecc.). Serve una strategia per ciascuno dei vari ministeri coinvolti in questa guerra, in particolare quelli dell’istruzione e della giustizia.

Rafforzare le istituzioni di regalità e la coesione dei francesi

Infine, il messaggio è per i leader politici: evitare ogni segno che possa screditare la Francia e le sue istituzioni, in particolare gli eserciti e le forze della sicurezza interna.

Pertanto, la riduzione di 850 milioni di euro di risorse previste per le Forze Armate francesi nel 2017 è un segnale di debolezza data ai nostri avversari. È percepito come una goccia nello sforzo della Difesa nel mezzo della “guerra”.

FRANCIA: 'TROPPI TAGLI', SI DIMETTE IL CAPO DELL'ESERCITO

Il capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Pierre de Villiers,a pochi giorni dalla scadenza del suo mandato, ha presentato le sue dimissioni al presidente Macron. Lo scorso 12 luglio de Villiers aveva duramente criticato le proposte sul bilancio della Difesa annunciate dal governo.

Inoltre, le dimissioni del Capo di Stato delle Forze Armate sono giustamente considerate come una perdita di credibilità del Capo di Stato, Capo delle Forze Armate e un generale indebolimento del nostro esercito.

Nei prossimi mesi le azioni terroristiche sul territorio nazionale potrebbero essere moltiplicate con nuove forme. Lo Stato deve organizzare la Nazione per vincere questa guerra lunga e difficile. Per sconfiggere il nemico, i francesi non solo devono appellarsi ai “valori repubblicani”, ma soprattutto riacquistare la fiducia, mostrare coraggio nella vita quotidiana e dimostrare la fermezza in questa lotta continua per la libertà.

Fin qui, la Francia. Pensate, ora, ai ministeri italiani coinvolti in questa guerra, in particolare a quelli dell’istruzione e della giustizia e a chi li regge e pensate a come proporre agli italiani, espropriati della democrazia, questa lotta continua per la libertà.

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1326.- Perché Francia e Italia si scontrano sui cantieri navali. E poi? Poi, mai fidarsi dei francesi!

Je vous annonce que nous avons pris la décision d’exercer le droit de préemption de l’État sur STX.

06:25 – 27 lug 2017

Il controllo di Fincantieri sulla francese Stx non piace a Macron, che ha dato il via libera alla nazionalizzazione e rotto accordi internazionali.

 

Il presidente francese Emmanuel Macron è riuscito nel suo intento. Voleva impedire che l’italiana Fincantieri acquisisse i due terzi dei cantieri navali francesi della società coreana Stx e ci è riuscito. Con un colpo di mano ha mandato all’aria gli accordi dello scorso 12 aprile, di cui era a conoscenza, essendo stato ministro dell’Economia nel governo Valls fino al 2016, e ha esercitato il diritto di prelazione del governo francese. C’era tempo fino a sabato. I cantieri di Saint-Nazaire, dove Stx France sviluppa commesse per le compagnie di crociera e per l’esercito, saranno nazionalizzati.

Il governo francese dichiara di voler trovare un accordo con l’Italia, che dovrebbe rinunciare ai due terzi della compagnia a favore di un 50-50. È uno schiaffo diplomatico sonoro quello che Macron assesta ai vicini italiani.

In barba ai proclami sull’Europa unita con cui ha accompagnato la campagna elettorale, salutati con favore da Roma e soprattutto dal Partito Democratico di Matteo Renzi. Tanto che per l’ultima scalata del Pd l’ex sindaco di Firenze ha costituito il movimento In cammino, manifesto riferimento all’En Marche di Macron.

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L’amico Macron ha raccolto applausi in Italia ma ci ha già messo alla porta

La ragion di Stato ha avuto la meglio. La Francia ora ha il coltello della parte del manico. I cantieri sono suoi e può dettare le regole dell’integrazione con Fincantieri, agitando la corte di altri acquirenti o di strategie di sviluppo chenon contemplino l’Italia. L’evoluzione dell’industria navale consiglia alleanze.

Il settore si muove verso la concentrazione e il peso specifico dei giganti d’Oriente impone di crescere di dimensione se si vuole giocare ad armi pari. Fincantieri e Stx France, dopo il matrimonio, potrebbero vantare un portafoglio ordini di 36 miliardi di euro.

Per questo il gruppo italiano ha messo gli occhi sulla compagnia d’oltralpe. A maggio ha vinto l’asta per acquisire il 66,66% dei cantieri francesi, offrendo 79,5 milioni di euro, con una cordata di cui fa parte anche la

 

A pochi giorni dalla vittoria alle elezioni, però, Macron ha insinuato che gli accordi sarebbero stati rivisti, nonostante anche il tribunale di Seul, dove ha sede la capogruppo, ad aprile ha acceso il semaforo verde all’operazione di Fincantieri. Per l’inquilino dell’Eliseo una maggioranza italiana in un’azienda considerata “strategica a livello nazionale” non è possibile. Il suo piano è di far entrare nell’azionariato le compagnie crocieristiche Msc e Rccl, annacquando il controllo di Fincantieri. Per questo nelle ultime settimane ha spinto per una divisione a metà delle quote di maggioranza, irritando la politica italiana. L’obiettivo finale però è lo strappo di ieri: invocare la ragion di Stato per scoprire la carta della prelazione e ottenere una posizione di vantaggio per dettare le condizioni della trattativa.

L’Italia ha chiesto l’intervento della Commissione europea ma il rinsaldato asse franco-tedesco non lascia presagire che timidi richiami di Bruxelles. Come fare il solletico. Martedì primo agosto il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, incontrerà a Roma il ministro italiano del Tesoro, Pier Carlo Padoan, e il collega allo Sviluppo economico, Carlo Calenda. Nessuno dei due ha nascosto l’irritazione. Anche la telefonata di ieri tra Macron e il primo ministro italiano, Paolo Gentiloni, è state gelida, nonostante l’Eliseo abbia diramato un comunicato rassicurante in cui specifica che si punta a “un accordo che faccia un largo spazio a Fincantieri”.

 

L’Italia ha chiesto l’intervento della Commissione europea ma il rinsaldato asse franco-tedesco non lascia presagire che timidi richiami di Bruxelles. Come fare il solletico. Martedì prossimo il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, incontrerà a Roma il ministro italiano del Tesoro, Pier Carlo Padoan, e il collega allo Sviluppo economico, Carlo Calenda. Nessuno dei due ha nascosto l’irritazione. Anche la telefonata di ieri tra Macron e il primo ministro italiano, Paolo Gentiloni, è state gelida, nonostante l’Eliseo abbia diramato un comunicato rassicurante in cui specifica che si punta a “un accordo che faccia un largo spazio a Fincantieri”.

Il voltafaccia di Parigi sta costando caro a Fincantieri. Da una settimana il titolo perde quota in Borsa e questo si riflette sui valori della Cassa depositi e prestiti, che possiede al 100% l’azionista di maggioranza della compagnia navale, Fintecna (71,6%).

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TIM è un’azienda italiana diventata francese, ma considerata “strategica a livello nazionale”. Con l’uscita di Cattaneo, le sue deleghe sono passate al presidente Arnaud de Puyfontaine, che della francese Vivendi è amministratore delegato. È possibile?

Mentre l’Eliseo alza gli scudi per difendere Stx, il finanziere bretone Vincent Bolloré stringe il controllo su Tim. La sua Vivendi è azionista di maggioranza della compagnia telefonica italiana. Oggi è l’ultimo giorno di lavoro per l’amministratore delegato uscente Flavio Cattaneo e le sue deleghe passeranno al presidente Arnaud de Puyfontaine, che di Vivendi è amministratore delegato. In questo caso i francesi puntano ad abbassare i toni dello scontro con il governo, tanto da aver congelato il progetto più spinoso, quello di cablare le aree bianche in concorrenza con Open Fiber. Tuttavia tacciono ancora sulla strategia per ottemperare agli ordini dell’Autorità sulle comunicazioni: due partecipazioni di peso in società strategiche come Tim e Mediaset non possono sussistere. In una delle due Vivendi dovrà ridurre la sua quota.

di Luca Zorloni 28 LUG, 2017

 

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Il nuovo uomo forte di Telecom, Arnaud de Puyfontaine, presidente e ad del gruppo per conto dei francesi di Vivendi, apre per la prima volta all’ipotesi dello scorporo della rete, e il governo non chiude. Anzi. Il contrario. Sia l’esecutivo Renzi che quello Gentiloni hanno sempre giudicato un errore la privatizzazione della rete. Ora c’è da evitare la duplicazione della rete (una Telecom, l’altra Enel) nella costruzione della banda larga. Ecco perché l’ipotesi scorporo (un dossier che rispunta come un fiume carsico da una decina d’anni) è tornata sul tavolo. “Oggi c’è la prima concreta apertura, nelle prossime settimane vedremo meglio cosa vuol dire, possibile che a settembre se ne cominci a parlare”, rivelano fonti vicine al ministero dello Sviluppo economico.

Da tempo il ministro Carlo Calenda pensa che l’idea di una rete unica sia valida. Sbaglierebbe chi leggesse nella sua esternazione contro la nazionalizzazione della rete Telecom come ritorsione contro Parigi su Fincantieri una marcia indietro su quell’ipotesi. “Il ministro ha detto no a una manovra ritorsiva – spiegano dal ministero – ma il progetto di una società pubblica che abbia la rete di tlc è sicuramente interessante. Per ora c’è stata indisponibilità delle parti, poi si vedrà”.

Appunto, per ora. Le ultime dichiarazioni del presidente Telecom riaprono la partita. Il colosso delle tlc punta a ricucire gli strappi con il governo dell’era Cattaneo, a superare i ricorsi legali e gli scontri dell’ex amministratore delegato, che aveva ingaggiato una vera a propria guerra sulla banda larga. A dimostrazione del clima di “appeasement” inaugurato dai francesi ci sono anche i nomi che già circolano per la poltrona lasciata libera da Cattaneo. Si parla di Fabio Gallia, oggi ad di cassa depositi e prestiti, o di Mauro Moretti (ex Leonardo). Uomini del dialogo con l’esecutivo.

La partita Telecom, tuttavia, non è affatto semplice. C’è chi legge nelle ultime mosse dei francesi solo una tattica per aprire altri fronti molto delicati. In prima linea c’è Mediaset, dove Parigi dovrebbe sterilizzare due terzi dei suoi diritti di voto proprio per la concentrazione con Telecom sul mercato delle Tlc. Un passo indietro che Vivendi non sembra intenzionata a fare. Per questo alcuni sospettano che l’apertura sullo scorporo della rete non serva ad altro che ad abbassare il fatturato in Telecom per superare il diktat dell’Autorità delle comunicazioni su Mediaset. E magari un domani unire le due aziende, anche se oggi i francesi spergiurano di non essere interessati.

Al netto della vicenda Mediaset, arrivare a una unica rete di controllo pubblico nel Paese oggi sembra un’operazione tutta in salita. Il fatto è che i due operatori esistenti hanno ingaggiato un duro confronto, che certo non fa bene al Paese. Open Fiber, la società creata da Enel per la banda larga, può vantare una tecnologia più avanzata di quella di Telecom, rimasta ai collegamenti in rame. Per questo i vertici Enel fanno spallucce solo a sentir parlare di fusione con Telecom. Il gruppo di tlc, d’altro canto, ha già avviato un piano di investimenti ed ha una rete già in funzione. Con il suo know-how ha cercato di contrastare l’espansione della competitor pubblica nelle aree non di mercato (dove ci sono finanziamenti da fondi strutturali europei), che in precedenza aveva deciso di lasciare sguarnite. Insomma, un braccio di ferro continuo che finora ha prodotto solo una guerra di posizione, con ogni contendente a difendere le proprie condizioni. Oggi l’apertura. Che la guerra sia finita? Certamente i francesi, aprendo proprio nel momento in cui tutto sembrava essersi chiuso, pensano in questo modo di poter dare le carte al tavolo. Ma è troppo presto per sapere già chi avrà l’asso da calare.

 

 

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Dove mira la politica antieuropea di Macron: a indebolire l’alleanza di Fincantieri con la China State Shipbuilding Corporation, al controllo di Stx France, a colpire la Cassa depositi e prestiti o, più semplicemente, ad avocare a Parigi le decisioni di indirizzo politico-economico e mantenere alta la quotazione della Francia?

Nonostante il governo di Pechino si sia posto l’obiettivo di costruire la maggioranza delle proprie navi nei cantieri del Paese di Mezzo, per i ricercatori “ci sarà ampio spazio di sviluppo nell’industria cantieristica navale cinese nei prossimi anni e gli investitori globali dovranno porvi attenzione”. Nonostante il gigante asiatico possa contare su prezzi più competitivi dei concorrenti vicini e lontani, la domanda crescerà a una tale velocità che i solo cantieri cinesi non riusciranno a stare dietro agli ordini. Per entrare, però, bisogna dimostrare di avere un peso specifico sufficiente.

Il Castrol Maritime Trend Barometer (ultima edizione nel 2015) inserisce l’Italia tra le dieci nazioni al mondo per commercio di pezzi di navi, con un giro d’affari di 4,9 miliardi di dollari, lontani dai 33,7 miliardi di Singapore (prima classificata). Nell’elenco rientrano Germania, Norvegia, Regno Unito e Olanda, ma non la Francia. Il Belpaese è anche presente tra i principali esportatori e importatori a livello globale.

Il direttore operativo di Castrol, Mandhir Singh, ha indicato nell’area del Pacifico l’epicentro della futura industria navale e ha ammonito nazioni che hanno una tradizione nella cantieristica navale, come Germania e Regno Unito, ad alzare il livello se vogliono competere ad armi pari. In un’intervista al Corriere della Sera sul caso Fincantieri, il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani osserva che “non possiamo che ragionare con dimensioni europee, altrimenti saremo marginali”.

Emmanuel Macron sta facendo sì gli interessi della Francia, ma non è scontato che la sua linea protezionistica alla lunga dia i risultati sperati. Al contrario, i dati indicano che in una competizione globale conviene lavorare per aggregazioni e sia l’Europa sia la Francia sono sprovviste di un campione in grado di partecipare all’agone.

Il primo inquilino dell’Eliseo vuole annacquare il peso di Fincantieri per ridimensionare l’influenza del ministero italiano dell’Economia, che attraverso Cassa depositi e prestiti e Fintecna vigila sulla compagnia, e avocare a Parigi le decisioni di indirizzo politico-economico. Per la società finanziaria Kepler Cheuvreux, l’idea di un “Airbus dei mari”, come l’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, ha ribattezzato l’alleanza con Stx, renderebbe l’Europa più competitiva anche nei mercati extra-comunitari. E Fincantieri ha già individuato una strada per fare affari fuori dal continente, alleandosi con la China State Shipbuilding Corporation per la costruzioni di navi da crociera. E la compagnia italiana, nonostante tra il 2013 e il 2016 abbia perso quote di mercato, detiene un 38% degli ordini di navi a livello mondiale, più del doppio di Stx.

Domani l’incontro con il ministro Le Maire svelerà meglio le carte che Parigi vuole giocare. Roma, però, ha un asso che non ha ancora scoperto. È la famiglia sorrentina Aponte, proprietaria della compagnia di navigazione Msc. Macron ha pensato al gruppo di logistica e crociere per ridistribuire l’azionariato di Stx. Anche per il governo italiano, però, Msc potrebbe rappresentare un alleato

Fincantieri-Stx, ora Parigi offre una cooperazione militare

Il ministro dell’Economia Le Maire: il nostro è un gesto di apertura, fino a qui abbiamo parlato solo di commesse civili
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Bruno Le Maire, ministro francese dell’Economia

La trattativa va avanti, ma è rinviata al 27 settembre, secondo quanto emerso nell’incontro tra i ministri dell’Economia di Roma e Parigi.

«Siamo due grandi popoli, siamo due paesi fratelli, abbiamo una difficoltà e due opinioni diverse su Saint Nazaire, Stx, ma troveremo una soluzione adeguata», ha detto il ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, al termine dell’incontro al Mef con il suo omologo italiano Pier Carlo Padoan e il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. Le Maire ha sottolineato che l’obiettivo è una «cooperazione per costruire con l’Italia un grande campione industriale europeo in campo navale, civile e militare»: in sostanza «un Airbus navale tra Italia e Francia».

Per il ministro Calenda «le posizioni sono certamente ancora distanti. Non ci aspettavamo molto di diverso». Secondo il ministro «per creare un grande gruppo occorre fiducia reciproca e la premessa è raggiungere una conclusione che rispetti gli accordi su Stx». Sulla stessa linea il ministro Padoan:

«Constato che tra Italia e Francia permangono differenze che non si sono sanate – ha detto – Non è possibile accettare» una ripartizione 50 e 50, «come abbiamo detto fino ad adesso. Questa posizione rimane e su questo rimarremo fermi».

(Il ministro Calenda è fermo e su posizioni realistiche. Se vogliamo competere a livello mondiale, devono esserci i presupposti, aggiungerei.ndr)

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“Vogliamo la maggioranza nell’alleanza Fincantieri-Stx”. Per il ministro, Macron “non è un campione di apertura. Fa solo gli interessi della Francia. E non è comunque un gioco di infanzia dove mostriamo i muscoli. Non volete gli italiani al 51%? Gli italiani non vengono per meno dei coreani”.

L’offerta di collaborazione navale anche militare francese ha precedenti nei progetti Orizzonte e FREMM. La classe Orizzonte comprende quattro cacciatorpediniere lanciamissili antiaerei: il Caio Duilio l’Andrea Doria, della Marina Militare. E i francesi Forbin e Chevalier Paul.

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Le unità classe Orizzonte in formazione

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1323.- Cappuccetto rosso è Gentiloni, ma il capo chi è?

28 Luglio 2017

 

 

(Adriano Scianca) – Una delle poche virtù che ancora, nonostante tutto, faceva parte dell’armamentario culturale degli italiani, era la furbizia. Ovvero il pragmatismo, la scaltrezza, l’arte di arrangiarsi, la capacità di capire le situazioni prima degli altri e di modificare di conseguenza la propria strategia, anche se questo vuol dire aggirare norme e regole. Non era molto, ma pare che abbiamo perso anche quello. Nello scacchiere internazionale, i nostri governanti sembrano costantemente preda di una terribile fiducia nelle favole. Il premier, Paolo Gentiloni, fa un po’ la figura di un tizio che, in piena apocalisse zombi, vada al supermercato e si metta in fila al banco dei salumi, prendendo il numeretto: mentre tutti fuggono, combattono, saccheggiano, lui sta lì, a presidio di regole ormai inesistenti. La figura che stiamo facendo nei confronti della Francia è esattamente questa.

Dopo aver sostenuto Macron in nome di un europeismo del tutto illusorio (falso!), ci siamo ritrovati con un vicino di casa che chiude i porti e le frontiere agli immigrati,che prende iniziativa autonoma in Libia, che nazionalizza senza troppi problemi laddove percepisca che “l’amico italiano” invade i suoi interessi strategici. L’inquilino dell’Eliseo, ovviamente, fa bene: agisce da leader di uno Stato sovrano. Certo, un po’ di retorica sulle virtù della Ue ce la poteva anche risparmiare, il pupillo dei Rothschild. Ma, all’estero, hanno ben chiara la differenza tra parole e fatti. Noi no. Noi ci beviamo tutto.

Ndr: Vuol dire che siamo posseduti in tutto e per tutto, che pochi ruzzolasoldi ebrei possiedono tutti gli italiani.  Sono bravi. Del resto, non avevano crocifisso anche Cristo? Ma i francesi lo sanno che la famiglia possiede anche loro o pensano che Macron sia piovuto dalle urne? Macron e’ il loro Renzi, con le dovute proporzioni, s’intende.

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I Rothschild sono senza dubbio i pionieridel settore bancario internazionale, la Dinastia Rothschild è infatti la famiglia più benestante nella storia del mondo, che riuscì a distriscarsi dalla gabbia dell’ antisemitismo europeo per creare le sue  fortune finanziarie nei continenti. Secondo le stime degli esperti, la famiglia dei Rothschild controllerebbe più di 350 miliardi di dollari, se consideriamo tutti i patrimoni sommati della famiglia.”I Rothschild… sono i guardiani del tesoro papale.” –Encyclopedia Judaica, 1901–1906, Vol. 10, p.497. Malgrado questa onnipotenza, la notte del 30 aprile 2000, quando Raphel, Baron De Rothschild, si è addentato il laccio emostatico attorno al braccio, ha infilato l’ago, ha premuto lo stantuffo della “pera”, a Manhattan, nessuno ha allungato una mano per salvarlo dall’ overdose.

La fiducia dei governanti italiani nella Ue, nel libero mercato, nei regolamenti internazionali, è commovente. Gentiloni & co. credono di vivere in un mondo ordinato, equo, amichevole, dove tutti si vogliono bene, masticano con la bocca chiusa e ti chiedono permesso prima di entrare. Vivono, insomma, nel mondo delle favole. La favola più grande è quella secondo cui gli Stati non contano più nulla, non possono fare nulla, hanno le mani legate, perché tanto fa tutto l’Ue, o il mercato, o l’Onu o chissà chi altro. E invece gli Stati continuano a governare il mondo, a prendere l’iniziativa, a tutelare i propri interessi, forzando le leggi, aggirandole, usandole a proprio comodo, semplicemente fottendosene.

Lo scopo dell’Europa unita doveva essere quello di far sì che, almeno nel perimetro europeo, questo non accadesse più, che si imponesse un unico interesse nazionale, quello della nazione Europa, contro tutti gli altri. Questo non è mai accaduto, ed è il principale fallimento della Ue, che ha fornito solo un’ipocrita veste formale a una solidarietà fra nazioni che non c’è mai stata. L’Ue resta il campo di battaglia fra europei, non fra gli europei e tutti gli altri. Quindi è inutile, ha fallito. E noi, che ci ostiniamo a credere fideisticamente in essa, falliamo con lei.

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Brigitte Macron, le Baron David de Rothschild et Emmanuel Macron, en février 2016. EREZ LICHTFELD/SIPA
Prima di apparire sulla scena politica europea, Emmanuel Macron, ha permesso al colosso svizzero Nestlé di strappare la divisione che opera nel business del cibo per bambini della Pfizer ai rivali francesi della Danone. Un’operazione da quasi 12 miliardi di dollari, di cui Macron è stato advisor quando nel 2012 lavorava come banchiere d’affari in Rothschild. Lo scontro ha permesso alla Nestlé di crescere in Cina e nei mercati emergenti, dove non aveva grandi quote di mercato, e di aggiudicarsi marchi come S-26, Sma, Promil che si sono andati ad aggiungere ad altri già in suo possesso quali Nan, Geber, Lactogen, Nestogen. L’operazione a tutti gli analisti delle principali banche d’affari era apparsa conveniente dal punto di vista industriale, ma aveva fatto storcere il naso a molti perché era stata giudicata troppo cara. Nestlé per sconfiggere i concorrenti ha sborsato 11,85 miliardi di dollari. Non poco rispetto alla cifra iniziale che si aggirava tra i 9 e i 10 miliardi. E un ruolo di primo piano nel convincere la Nestlé ad alzare la posta, l’avrebbe avuto proprio Macron. Marine LePen  l’ha accusato di aver conti offshore e in rete sono circolati documenti al riguardo, bollati subito come falsi da Macron stesso: un numero uno di quella finanza, insomma.

1322.- “Navi italiane in acque libiche”?

28 luglio: serraj smentisce Gentiloni :”mai chiesto intervento delle navi italiane in Libia. La nostra sovranità è invalicabile “

27 luglio: Scrive Gian Micalessin su il giornale.it di Alessandro Sallusti: Ma così rischiamo l’isolamento. “Serraj ci lancia un salvagente: “Contrastiamo i trafficanti”. Per l’intervento delle navi militari italiane nelle acque libiche, contro le Ong dei trafficanti servirebbe, però, l’egida della missione Sophia”. 

E noi, invece, ci domandiamo:

Perché la Francia schiera le sue forze armate in Libia, nel Niger, in Siria e dove più gli comoda e gli italiani vogliono sempre essere sotto tutela di qualcuno e, poi, si lamentano. Chi mi dice che a Serraj, le pastoie di Macron risolvano il problema di trattare con Haftar, ma in un momento a lui sfavorevole e non garantiscano il risultato mentre invece garantiranno i risultati della Total, l’approvvigionamento di uranio per le centrali nucleare francesi e lucrosi contratti per qualche loro gruppo industriale. Se le trattative di Parigi proseguiranno e avranno un esito positivo, non è detto che a festeggiare sarà proprio Haftar. Quanto forte si sente Fayez Serraj? All’indomani di Parigi, a chi si rivolge Serraj? All’Italia. E’ piombato a Roma perché è evidente che, ieri, Sarkozy e, oggi, Macron ci hanno silurato e stanno silurando anche lui. Del resto, i francesi sono alleati di Haftar e nostri nemici dichiarati da sempre, almeno dal tempo del Bonaparte, alla faccia dell’Unione europea, che unione non è.

Prosegue Gian Micalessin:

A raccontarla sembra quasi una fiaba. Il figliol prodigo Fayez Serraj dopo la scappatella francese con l’irresistibile Emmanuel Macron ed il rivale generale Khalifa Haftar si presenta a Roma e, pur di farsi perdonare, propone al premier Paolo Gentiloni quel che fin qui s’è sempre rifiutato di chiedere ovvero l’invio di navi militari dentro le acque territoriali libiche per dar la caccia ai trafficanti di uomini.

Un abboccamento che per il povero Gentiloni è un vero salvagente. Tradito da Macron e abbandonato da una Corte Europea del Lussemburgo irriducibile nel rigettare quei ricorsi della Croazia su cui contavamo per aggirare il trattato di Dublino lo sconsolato premier non sapeva più a che santo votarsi. Invece, inaspettatamente, ecco Serraj proporgli «un sostegno tecnico con unità navali italiane nel comune contrasto al traffico di esseri umani da svolgersi in acque libiche». Una proposta che se non fosse vera bisognerebbe inventarsela, ma a cui il risollevato Gentiloni non può che offrire entusiasta sostegno. «La richiesta spiega il premier – è attualmente all’esame del nostro ministero della Difesa. Le scelte saranno esaminate dalle autorità libiche e con il Parlamento italiano. Ma se valuteremo la possibilità di rispondere positivamente, come credo necessario, può rappresentare un punto di novità molto rilevante per il contrasto al traffico di esseri umani».

E a rasserenare il premier contribuisce anche una chiacchierata telefonica con un Angela Merkel pronta a promettergli sostegno per la redistribuzione dei richiedenti asilo tra i Paesi Ue e a garantire fondi tedeschi per le attività di contrasto al traffici di uomini in Libia. Infine, come se non bastasse, Gentiloni riesce, persino, a garantirsi l’appoggio di parte delle opposizioni. Per il presidente dei senatori di Forza Italia Paolo Romani e per il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri «la richiesta dal governo libico di intervenire nelle acque territoriali con unità navali italiane» è infatti «una proposta attesa da tempo». Prima di cantar vittoria sarà opportuno, però, scoprire cosa si nasconda dietro l’improvviso dietrofont di Serraj. La prima stranezza è perché il premier libico ci chieda di utilizzare navi italiane, mettendo in piedi una missione ex novo, quando non solo esiste, ma è pienamente operativa Eunavfor Med, la missione navale europea, conosciuta come Operazione Sophia. Varata nel 2015 e pronta a operare, dopo la recente riconferma europea, fino al dicembre 2018 la missione è stata progettata proprio per contrastare l’attività dei trafficanti di uomini colpendoli non solo dentro le acque territoriali di Tripoli, ma addirittura sulle coste libiche. Non a caso sulle sue unità sono imbarcati distaccamenti di unità specializzate come il Battaglione San Marco o i marines inglesi. A tutt’oggi l’operazione non è potuta passare alla fase d’intervento sul territorio libico proprio perché mancava una delle due condizioni politiche indispensabili per avviarla ovvero un via libera garantito da una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu o, in alternativa, una richiesta del governo di Tripoli. Una richiesta che Serraj non ha mai voluto firmare nel giustificato timore di venir defenestrato da una delle tante milizie che da una parte lo sostengono e dall’altra s’arricchiscono con il traffico di uomini. Anche stavolta c’è dunque da chiedersi se Serraj trasformerà in richiesta scritta quel che fin qui ha solo sussurrato nelle orecchie di Gentiloni. Se lo farà Eunavfor Med potrà finalmente entrare nel vivo. Affidata al comandante italiano Ammiraglio Enrico Credendino l’operazione ha 6 unita navali e sei velivoli già operativi, ma soprattutto ha ben chiari, grazie al lavoro d’intelligence già svolto, gli obbiettivi da colpire. In più ha il vantaggio, grazie alla bandiera europea, di non poter esser accusata di mire coloniali come succederebbe se nelle acque territoriali si presentassero le unità navali con il tricolore. Unità che in caso di necessità potrebbero tranquillamente venir aggregate ad un’operazione già guidata come ammiraglia dalla nostra nave San Giusto.

1316.- SIAMO SPREMUTI DALLA GERMANIA E SIAMO IN GUERRA CON LA FRANCIA. È QUESTA L’EUROPA?

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Continua in crescendo l’esodo dal Niger all’Italia: i militari francesi lasciano passare i migranti. Il “corridoio” che porta in Libia è presidiato dall’Armée. Che non muove un dito sono già passati 300mila clandestini pronti a imbarcarsi per l’Italia.

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In Africa la Francia sta giocando la sua partita contro l’Italia. Da oltre due anni, come riferisce Repubblica, l’esodo dei migranti economici, che da tutta l’Africa muovono verso la Libia per imbarcarsi verso le coste italiane, passa dal Niger dove sono di stanza i militari francesi.

Che non muovono un dito per fermarli. E così, stando ai dati ufficiali dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Iom), soltanto nel 2016 sono transitati 291mila clandestini.

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Gli interessi della Francia sull’Africa sono molteplici. Oggi il presidente francese Emmanuel Macron incontrerà il capo del governo di unità nazionale della Libia, Fayez al Serraj, e il generale Khalifa Hafter. Sulla carta vuole cercare una soluzione al conflitto che infiamma dalla cacciata del rais Muhammar Gheddafi, in realtà punta al petrolio e alle commesse commerciali che un tempo erano italiane. Attualmente, due governi si contendono il potere sostenuti da varie milizie stanno combattendo: Al Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite a Tripoli, e un altro nella zona orientale sotto il generale Haftar, che domina circa il 60% del territorio nazionale. “Per la Francia – riferisce una nota dell’Eliseo – la sfida è creare uno Stato in grado di soddisfare le esigenze di base dei libici, dotato di un esercito unificato sotto l’autorità del potere civile. 

È una necessità per il controllo del territorio libico e dei suoi confini, al fine di combattere i gruppi terroristici e il traffico di armi e di migranti, ma anche di fronte a un ritorno a una vita istituzionale stabile”. Dietro l’unità nazionale e la lotta al terrorismo, in realtà, si celano altri interessi. Che, guarda caso, confliggono con quelli dell’Italia.

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Nel “fortino” di Madama, nel Nord del Niger, ci sono da 250 a 1000 militari francesi.

Il Niger è l’ultimo avamposto presidiato prima di arrivare in Libia. I migranti economici, che puntano a imbarcarsi per l’Italia, passano tutti dal crocevia di Agadez per poi raggiungere Séguédine. “Si muovono in lunghe colonne di camion e pickup, colmi all’inverosimile di merci e persone – spiega Repubblica – difficile non notarli nella vastità del Sahara, soprattutto per il contingente francese che schiera squadriglie di Mirage da ricognizione, di droni da sorveglianza e di elicotteri”. Nel “fortino” di Madama, nel Nord del Niger, ci sono almeno 250 militari che, durante le operazioni più impegnative, vengono raddoppiati. Se a questi si aggiungono quelli dell’operazione Barkhane, arriviamo a più di mille uomini. “Ma – si legge ancora su Repubblica – la guarnigione dell’Armée non si cura di questa moltitudine in movimento nel deserto. Ci sono foto che mostrano l’equipaggio dei blindati francesi mentre saluta i migranti stipati in cima a un camion, gli stessi che settimane dopo verranno soccorsi dalle navi nel Canale di Sicilia. O – spiega – immagini dei fuoristrada zeppi di persone che arrancano vicino ai bimotori Transall parcheggiati sull’aeroporto della base militare.

Ieri, a Tunisi, si è tenuta la seconda riunione del Gruppo di Contatto sulla rotta del Mediterraneo centrale. Nel suo intervento, come spiega il Giornale, il ministro dell’Interno Marco Minniti ha ribadito che l’Europa e l’Africa possono e devono lavorare insieme. “Oggi abbiamo fatto un altro passo avanti – ha spiegato ai microfoni del Tg1 – non era semplice coinvolgere altri Paesi africani”. Oggi, ha proseguito Minniti, “si sono aggiunti alla Tunisia e alla Libia, l’Algeria, il Niger, il Mali e il Ciad che sono Paesi chiave per il controllo della rotta del Mediterraneo centrale”. L’idea del titolare del Viminale è governare i flussi migratori in Africa. Ma nei territori sorvegliati da Parigi i militari francesi si preoccupano solo di sorvegliare le miniere di uranio, che alimentano gli impianti nucleari della Francia, e di combattere i fondamentalisti islamici. Fermare i migranti economici non sono un loro problema. Anche perché Macron ha già militarizzato la frontiera a Ventimiglia. Chiunque riesca a valicarla, viene riportato in Italia dalla gendarmerie.

“Stai sereno Paolo… Alla Libia ci penso io”

1313.- Così l’Armata ha salutato il generale De Villier, umiliato da Macron …

L’Armée non si fa mettere i piedi in testa. È altra cosa e non ci sono abituato e non da ieri. Non è che ci siano mancati generali di prestigio, che, anzi, ne ho conosciuti e se rivado nel tempo, fino all’esercito del Piave e fino a quello della sconfitta mondiale, vengono a mente nomi eccelsi come Messe, Baistrocchi, Caviglia, ma la politica la fa da padrone. Maurizio Blondet ha voluto rendere onore al  generale Pierre De Villiers:

Umiliato pubblicamente da Macron  per la sua protesta (a porte chiuse) contro il  taglio di 850 milioni alla Difesa, il  generale Pierre De Villiers, capo di Stato Maggiore, ha dato le dimissioni. Senza aspettare il colloquio con Macron, previsto il 21 luglio, dove sicuramente sarebbe stato dimissionato. “Ha lasciato passare il 14 luglio, e ha dato le dimissioni. Oggi la sua dignità è perfettamente preservata”, ha detto il contrammiraglio Claude Gaucherand.

Ecco come, nella sede dello Stato Maggiore generale, i rappresentanti delle tre armi hanno salutato il loro generale.  Una “guardia d’onore” spontanea.  Un saluto commovente e  –  preccupante per  Macron Le Petit.

Un applauso corale, lunghissimo, insistito, di tutti i rappresentanti delle tre armi, e dei funzionari.  Una sola parola: “Grazie”, Merci.

 

De Villier  (un vandeano)  è popolarissimo fra i suoi soldati, che l’hanno visto spesso sul terreno accanto a loro nelle operazioni africane. Ma da tempo voci  di malcontento  verso i  politici si alzano dagli alti gradi  dell’Armée.   Il marzo dell’anno scorso,   è stato messo in pensione il generale Christian  Piquemal, capo della Legione Straniera, per aver partecipato ad una manifestazione non autorizzata  contro gli immigrati, in cui aveva criticato il  “porcaio di Calais”, ossia il modo in cui il governo aveva lasciato crescere l’accampamento di  clandestini che a Calais si sono ammassati per mesi  nel luridume e nella violenza, impunemente,  compiendo atti illegali per saltare su un TIR e arrivare in Gran Bretagna.  Tre generali avevano appena scritto ad Hollande una lettera  in cui si chiedeva al presidente della République di assumere  “la sua responsabilità” davanti a “questa zona di non-diritto che è diventata Calais”: non potete sottrarvi al vostro dovere”.  Rimasta senza risposta, la lettera era divenuta una lettera aperta, pubblicata sul Figaro. 

Ad  aprile, ha perso il suo posto  di comandante della Gendarmerie d’Outre Mer il generale Bertrand Soubelet. A Hollande non era piaciuto il suo libro Tout ce qu’il ne faut pas dire,  “Tutto  quel che non bisogna dire”, estremamente critico sulla intera classe politica – segnatamente per il modo in cui gestiva la questione clandestini.  Soubelet  non è stato licenziato, è stato sollevato dalla funzione e messo a disposizione.   La sua risposta   avrebbe dovuto inquietare tutti i politici: “Ad esser messo da parte in queste condizioni,  a far niente,  ho  l’impressione di costituire un pericolo per il mio paese – ciò che mi fa’ riflettere sul mio futuro immediato e ai modi con cui continuerò a servire la Francia”.

L’Armée non ha mai conosciuto tali umiliazioni”, ha scritto Armel Joubert des Ouches, autore di un sito specializzato in cose militari (dal cognome,  un aristocratico ex ufficiale): “In una intervista, il generale Pinay Legry mi diceva: “La nostra armata è sull’orlo della rottura”. Certi nostri elicotteri hanno più di 40 anni.  Un ufficiale della ALAT (Aviation Légère de l’Armée de Terre), mi diceva poco tempo fa: “Io non dispongo che di tre elicotteri da combattimento funzionanti, sui 45 della mia unità”.

La comparsa e  discutibile vittoria di Emmanuel Macron all’Eliseo ha lasciato un sentore di illegittimità ai  gallonati.  Che aborrono alla volontà,   che attribuiscono al giovinotto, di fondere l’Armée (che fu guidata da Napoleone), che i tedeschi hanno umiliato in due volte indimenticabili,  con la Bundeswehr, nel  nuovo  e  fantastico esercito europeo.   Molti mugugni hanno accompagnato la distribuzione del nuovo fucile d’assalto, Made in Germany.    “Non  siamo più in democrazia, ma in un’oligarchia che gira a dittatura prima di virare, forse, al totalitarismo”, ha affermato a tutte lettere il generale Didier Tauzin, molto intervistato dalla sezione francese di Russia Today.

Armel Joubert des Ouches: già, una dittatura che impone al paese  l’afflusso di migranti “a   vagonate”: “Noi” abbiamo  soldi per miliardi  per questi stranieri, e non ne abbiamo per le nostre armate”.

 

A chi gli ricorda che l’Armèe  si vanta di chiamarsi La  Grande Muette (la grande muta), per il suo impegno di obbedir tacendo  (a  patto di dimenticare il tentato putsch di Algeri, 1961….)  , Tauzin  risponde: “Ci sono momenti in cui il dovere del silenzio deve lasciare il posto al dovere di espressione”. Secondo i giornali, Macron s’è giocato, sbattendo fuori De Villiers,  il suo secondo  mandato.

 

 

1265.- LA FRANCIA E L’UE: Emmanuel Macron riuscirà a far ripartire l’Europa?

L’Unione europea è un’anomalia istituzionale: un parto del secolo passato, con radici che affondano prima della Guerra Mondiale. Non rappresenta lo strumento capace di equilibrare l’Occidente, con tutto svantaggio dei rapporti fra Stati Uniti e Russia, della pace nel Mediterraneo e in Medio Oriente e con vantaggio per la Cina, oggi e per l’India domani. Dobbiamo darci una guida e un governo all’altezza del compito, per rifondarla sui principi delle costituzioni post-moderne.

Sin dal loro primo incontro il nuovo presidente Macron e la cancelliera Merkel hanno fissato le priorità del “motore europeo”: riformare l’Unione e opporsi insieme alle derive populiste in Europa e nel mondo. Ma cos’è che chiamano populismo? Le riforme che non rimetteranno i cittadini al centro del processo d’integrazione, subordinando la competitività sui mercati mondiali al loro benessere e che, perciò, non incideranno profondamente sulle fondamenta dei trattati, saranno tamquam non esset. Temo che non siano questi due leader ciò di cui abbiamo bisogno.

Il 31 maggio 2017, ALTERNATIVES ÉCONOMIQUES PARIGI, ha pubblicato in 5 lingue questo auspicio per la politica di Macron:

Se vuole riformare l’Unione, il presidente francese dovrà convincere Berlino a invertire la rotta sull’austerità permanente e a mettere fine alle politiche deflazionistiche sul lavoro. Difficile, ma non impossibile, secondo il direttore di Alternatives économiques.

Emmanuel Macron riuscirà a riformare l’Unione europea e la zona euro? La questione europea è stata centrale durante la campagna presidenziale. La prospettiva di una “Frexit”, paventata da Marine Le Pen, le è costata cara al secondo turno, dato che, nonostante le recenti difficoltà, la stragrande maggioranza dei francesi rimane affezionata alla costruzione europea e all’euro. Ma lo statu quo non è più tollerabile. E il successo di Emmanuel Macron dipenderà in maniera decisiva dalla sua capacità di far cambiare le politiche economiche e sociali adottate in Europa. Infatti, con un notevole deficit verso l’estero, la ripresa dell’economia francese e l’abbassamento della disoccupazione non possono risultare soltanto dal rilancio della domanda interna: è soprattutto la domanda da parte della zona euro che può fare da traino in Francia.

Dunque, Emmanuel Macron avrà successo là dove François Hollande ha fallito — senza per altro tentare seriamente con altre strategie? Per far ciò, dovrebbe riuscire a invertire la tendenza alla permanente austerità di bilancio e soprattutto porre fine alle politiche deflazionistiche per il mercato del lavoro, che impediscono all’economia della zona euro di ripartire, nonostante la politica monetaria molto espansiva della banca centrale. Missione impossibile? Se Emmanuel Macron decidesse di impegnarsi in questo senso — il che non è sicuro per il momento — il successo sarebbe meno improbabile di quanto pensano oggi molti francesi.

Anzitutto, questo dipende senza dubbio dall’atteggiamento della Germania e di quello del suo governo, ma anche della sua opinione pubblica. Ragion per cui il primo viaggio di Emmanuel Macron dopo il suo insediamento è stato a Berlino. La clamorosa sconfitta di Marine Le Pen al secondo turno è stata una bella sorpresa per i tedeschi, che temevano, se non la vittoria della candidata frontista, quanto meno un risultato testa a testa.

Quest’ampia vittoria rassicura sia i francesi sia il resto del mondo: la Francia non rischia ancora di abbandonare completamente la sua storia dai tempi dell’Illuminismo. Tuttavia, il risultato tende a indebolire un po’ la posizione di Emmanuel Macron nell’immediato: dopo un’elezione con un risultato 55 per cento a 45 per cento, la paura del Front National avrebbe forse spinto il governo tedesco a accettare più facilmente dei cambiamenti sostanziali in ambito europeo. Ma un’elezione finita 66 per cento contro 34 per cento probabilmente, agli occhi dei vicini tedeschi, riduce l’urgenza di una simile riforma.

Lo testimonia il fuoco di sbarramento preventivo fatto dalla stampa tedesca contro le eventuali rivendicazioni future di Emmanuel Macron. Ad esempio, il grande settimanale Der Spiegel il 12 maggio scorso titolavain prima pagina “Caro Macron”, giocando sulla parola “caro”, e come sottotitolo: “Emmanuel Macron salva l’Europa…e la Germania deve pagare”. Quanto alla cancelliera, ha immediatamente fatto sapere che lei non può fare nulla per ridurre il surplus commerciale tedesco, a suo parere dovuto a elementi che non dipendono dalle azioni del governo: l’eccellenza delle aziende tedesche unita alla politica monetaria troppo lassista della Banca centrale europea.

Nonostante queste reazioni, le possibilità di successo di una riforma dell’Europa sono maggiori di quel che i francesi pensano di solito. A condizione che Emmanuel Macron si mobiliti a sufficienza in questo senso. In virtù del suo peso demografico, economico e della sua posizione geografica al centro dell’Europa allargata, la Germania ha senza dubbio un ruolo dominante all’interno dell’Unione. Ma il rapporto di forza in suo favore non è così squilibrato come si pensa solitamente, soprattutto in Francia, e in ogni caso oggi è molto meno squilibrato di quanto potesse esserlo nel 2010.

Anzitutto, perché i principali problemi che l’Europa si è trovata a dover affrontare negli ultimi anni sono di natura geopolitica. Lo testimoniano la situazione in Ucraina, la minaccia islamista in Maghreb e nel Sahel o ancora le conseguenze del caos tra Siria e Iraq. E in questo ambito, la Germania rimane indietro rispetto alla Francia, che mantiene ancora un po’ di importanza a livello internazionale.

Conseguenze della Brexit

Inoltre, la Brexit ha indebolito molto la posizione dei conservatori tedeschi, che negli ultimi anni si erano abituati a fare affidamento sui colleghi britannici per fermare i progressi in materia di armonizzazione sociale o fiscale all’interno dell’Unione. Adesso, la loro unica opzione tra i grandi paesi dell’Unione è accordarsi coi dirigenti francesi, tanto più che l’ondata euroscettica che ha investito la maggior parte dei paesi dell’Europa centrale e orientale priva la Germania del suo ruolo di centro di gravità d’Europa e la obbliga a rivolgersi di più a ovest se vuole evitare che l’Unione si sfasci.

Insomma, Emmanuel Macron dispone a priori di un rapporto di forza non trascurabile nei confronti dei colleghi tedeschi se decide di far avanzare un piano di riforme della zona euro dedicato al sostegno all’attività e a una maggiore solidarietà. Tenuto conto della sensibilità della loro opinione pubblica su questi temi, i tedeschi dunque potranno fare progressi in questo ambito solo dopo le loro elezioni legislative del 21 settembre. È dunque in autunno che si aprirà davvero questo spiraglio di opportunità.

Paradossalmente, ciò che rischia di indebolire maggiormente Emmanuel Macron in questo scontro indispensabile per salvare l’Europa e l’euro è la politica interna. Il nuovo presidente francese ritiene infatti che per convincere i tedeschi a cambiare l’Europa, la Francia debba assolutamente cominciare a fare ciò che i tedeschi le chiedono, ossia una serie di “riforme” come quelle all’epoca approvate da Gerhard Schröder, per liberalizzare il mercato del lavoro, ridurre la protezione sociale e abbassare il costo del lavoro. Eppure è ciò che François Hollande ha già fatto per cinque anni, con addirittura quattro importanti riforme del mercato del lavoro e la creazione del patto di responsabilità. Ed è per questo che ha fallito sia sul piano economico sia sul piano sociale e politico.

Proseguendo o addirittura accelerando in questa direzione, Emmanuel Macron rischia soprattutto di frenare di nuovo la debole crescita economica intrapresa e di aizzare gli uni contro gli altri i due terzi di francesi che l’hanno eletto il sette maggio, riaccendendo le tensioni sociali e politiche. Ciò non farebbe altro che indebolire il suo ruolo di negoziatore non solo con il governo ma anche con l’opinione pubblica tedesca.

Traduzione di Stefania Paluzzi, Andrea Torsello