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1462.- I PIANI DI EMMANUEL MACRON PER UNA NUOVA IDEA DI EUROPA

Nel suo discorso per una “nuova Europa” alla Sorbona, il presidente francese ha detto che l’idea di Europa va difesa con ambizione come entità “sovrana, unita e democratica”. Ha parlato di “un’unica forza di protezione civile a livello europeo”. E, qui, è il vero centro del discorso di Macron. A cosa mira? Non certo a difenderci dalla Russia, che non ci minaccia né dal terrorismo che sappiamo da dove e perché ha occupato la nostra vita. Senza una Politica Estera europea, non ha senso disporre del suo braccio armato. Cosa significa, invece “una forza di protezione civile” e contro chi? Contro di noi? E perché?

MacronIl presidente francese Emmanuel Macron ha parlato alla Sorbona, a Parigi, pronunciando un discorso in cui ha svelato i suoi piani per una nuova idea di Europa martedì 26 settembre 2017.

Macron ha tenuto un discorso con cui ha proposto la “rifondazione” di un’Europa sovrana e unita, incrementando la cooperazione dell’eurozona su difesa, immigrazione, forze di polizia e sicurezza dei confini.

A meno di cinque mesi dall’inizio della sua presidenza, e dopo aver promesso di lavorare con la cancelliera tedesca Angela Merkel per migliorare l’integrazione dell’eurozona attraverso l’istituzione di un ministro delle finanze unico a livello europeo, Macron si è trovato a dover ridimensionare le sue ambizioni dopo il risultato elettorale tedesco di domenica 24 settembre, che ha visto la crescita del partito antieuropeista Afd in Germania.

Il discorso alla Sorbona

Al suo arrivo alla Sorbona, il presidente Macron è stato contestato da alcuni gruppi di studenti che hanno urlato “Macron vattene, l’università non è tua”.

“Non è mai il momento giusto per parlare d’Europa, o è troppo presto o è troppo tardi”, ha detto all’inizio del suo discorso il presidente francese. “Almeno quando si tratta di strategie. Parlare di strumenti invece è facile”, ha sottolineato.

Macron ha sottolineato che l’idea di Europa va riguadagnata e difesa con ambizione.

“Abbiamo dimenticato di difendere questa Europa”, ha detto il presidente. “L’idea di fraternità è più forte della vendetta e dell’odio”, ha proseguito, facendo riferimento a “idee ciniche che per troppo tempo abbiamo ignorato” e che invece mostrano che il passato nero dell’Europa può tornare.

“Non dobbiamo concentrare le nostre energie sulle divisioni interne”, ha continuato il capo dell’Eliseo.

Ecco cosa ha detto il presidente francese in punti:

• Macron ha detto che l’unico modo in cui il nostro futuro può essere garantito è la “rifondazione” di un’Europa “sovrana, unita e democratica”.

• Il presidente francese ha proposto la creazione di un fondo unico per finanziare gli investimenti comuni e per assicurare la stabilità di fronte agli shock economici.

• Macron ha chiesto la creazione di un ufficio europeo per le richieste d’asilo, che velocizzi e armonizzi le procedure. Ha detto inoltre che auspica un programma europeo che finanzi l’integrazione e la formazione dei rifugiati. Infine, ha chiesto la creazione graduale di una polizia dei confini, che offra una maggiore protezione dei confini europei.

• L’Africa non può più essere vista come una minaccia, ma deve essere considerata come un partner, ha detto il capo dell’Eliseo, che ha chiesto anche di aumentare gli aiuti allo sviluppo.

• Un’altra proposta del presidente francese è quella di creare una “forza di risposta rapida” a livello europeo entro il 2020. Ha chiesto inoltre un budget comune per la difesa e principi comuni che regolino la sua azione. Ha parlato di “un’unica forza di protezione civile a livello europeo”.

• Secondo Macron serve inoltre un prezzo unico per il carbone a livello europeo, insieme a una “Carbon Tax” europea per migliorare la tutela dell’ambiente.

Qui sotto da TPI la diretta del discorso:

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1378.- La lezione francese: L’esercito, un obiettivo prioritario per i terroristi

L’attacco effettuato ieri ai militari belgi da un musulmano e quello di qualche giorno fa a Levallois-Perret contro i soldati dell’operazione Sentinel da un cittadino algerino che vive in Francia conferma, se necessario, che l’Italia rimane, fino ad oggi, un Paese privilegiato. La Francia è attaccata da islamisti ispirati e sostenuti da organizzazioni non statali che hanno scatenato una reale forza urbana di guerriglia che obbliga le autorità a imporre e attuare misure di protezione sempre più vincolanti.

Dopo aver condotto azioni omicide di massa contro la popolazione civile francese (Bataclan), questi islamici ora svolgono spesso azioni mirate contro le forze armate, le forze di polizia e di gendarmeria, responsabili della difesa della nazione, della protezione della popolazione e dell’applicazione della legge.

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Quinta colonna?

La Francia è quindi in guerra, anche se la forma che prende oggi non è molto simile a quella delle due guerre mondiali. Ogni guerra ha le proprie caratteristiche, stabilisce obiettivi specifici, segue un corso e modalità di azione che si evolvono costantemente; La guerra del 1940 fu preceduta in Francia dalla “guerra divertente” e si concluse con l’uso dell’arma atomica!

 

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«Sommes-nous en guerre ?
Qui est cet ennemi qui a frappé notre pays à plusieurs reprises en 2015, et qui est malheureusement loin d’avoir disparu de nos vies ? Comment, surtout, le combattre et le vaincre, en restant dans le cadre politique, juridique et éthique qui est le nôtre ? Et en quoi faut-il nous préparer à des conflits d’un genre nouveau ? À ces questions cruciales, j’ai voulu répondre à la lumière de mon expérience. »
Jean-Yves Le Drian Ministre de la Défense

Affermare, inoltre, che in Francia non esiste e non c’è la quinta colonna, come ha scritto l’ex ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian nel suo libro “Qui est l’ennemi?” È falso e pericoloso.

Infatti, a livello storico, a una prima analisi, la Francia ha sempre avuto, ospitato e finanziato sul suo terreno francesi o stranieri che combattono insieme ai suoi nemici. Per parlare solo degli ultimi tre conflitti, ci sono stati durante la guerra in Algeria i “vettori valigia” che hanno assicurato il sostegno dei terroristi FLN; durante il conflitto in Indocina, sono stati i comunisti stalinisti, amici di Boudarel, francese e commissario politico universitaria al servizio dei torturatori dei campi Viet Minh; Durante la Seconda Guerra Mondiale c’erano i collaboratori del Gestapo che hanno seguito e torturato la Resistenza Francese.

Questo errore storico è pericoloso perché, rifiutando di guardare alla realtà degli eventi attuali, si rende difficile analizzare le cause dell’odio che alligna in questi terroristi e disturba l’attuazione di misure efficaci per neutralizzarle.

Bisogna riorientare l’azione degli eserciti sul territorio nazionale

Affermare che siamo in guerra ne implica tutte le conseguenze, specialmente quando coloro che la conducono in mezzo alla popolazione, agiscono in abiti borghesi e beneficiano di numerosi e potenti mezzi logistici e finanziari.

I nostri avversari non sono soldati – per non parlare dei comandanti – che potrebbero trarre beneficio dalle Convenzioni di Ginevra, ma assassini comportamentali volgari, codardi e suicidi che devono essere “neutralizzati” il più presto possibile.

A questo proposito non si può chiedere di ritirare i nostri soldati dal territorio nazionale con il pretesto che essi sono diventati gli obiettivi prioritari dei terroristi. Sarebbe un successo facile, almeno psicologico, per questi assassini, mentre questi obiettivi in uniforme contribuiscono effettivamente alla protezione della popolazione, sostituendo i civili disarmati senza vesti e proiettili. Se c’è una forza in grado di reagire efficacemente ad un attacco a sorpresa, non è la popolazione civile molto vulnerabile, né le forze di sicurezza “di prossimità”, generalmente meno addestrate, ma le unità militari del Sentinel.

I nostri soldati devono tuttavia essere schierati per compiere missioni complementari ma distinte da quelle delle forze di sicurezza interna e in conformità con le loro capacità. Devono agire altrimenti, in previsione di attacchi e sviluppare modalità preventive di azione che creino insicurezza nell’avversario. Queste modalità di azione devono essere pianificate, testate e adottate senza tabù.

Dobbiamo assolutamente emergere da una posizione esclusivamente difensiva se vogliamo vincere questa guerra.

Implementare una strategia globale nel tempo

In questo conflitto, la questione è innanzitutto  di attaccare il nemico di oggi, che si manifesta con immediatezza e pronto ad agire. Deve essere ricercato, si devono identificare le sue reti, neutralizzarle e esercitare una forte pressione dissuasiva sui suoi potenziali simpatizzanti. Allo stesso tempo, dobbiamo agire sulle popolazioni sensibili al loro richiamo, nelle scuole e nella vita quotidiana con i genitori, per evitare che i bambini e gli adolescenti diventino il nemico di domani.

Per sradicare questa minaccia mortale, non dobbiamo solo identificare e designare il nemico per poi mobilitare tutta la nazione, ma serve anche l’attuazione di una strategia globale, comprendente la polizia e strategia militare (looping, distretti minerari, costruzioni, di controllo Punti chiave, sorveglianza delle persone, ecc.). Serve una strategia per ciascuno dei vari ministeri coinvolti in questa guerra, in particolare quelli dell’istruzione e della giustizia.

Rafforzare le istituzioni di regalità e la coesione dei francesi

Infine, il messaggio è per i leader politici: evitare ogni segno che possa screditare la Francia e le sue istituzioni, in particolare gli eserciti e le forze della sicurezza interna.

Pertanto, la riduzione di 850 milioni di euro di risorse previste per le Forze Armate francesi nel 2017 è un segnale di debolezza data ai nostri avversari. È percepito come una goccia nello sforzo della Difesa nel mezzo della “guerra”.

FRANCIA: 'TROPPI TAGLI', SI DIMETTE IL CAPO DELL'ESERCITO

Il capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Pierre de Villiers,a pochi giorni dalla scadenza del suo mandato, ha presentato le sue dimissioni al presidente Macron. Lo scorso 12 luglio de Villiers aveva duramente criticato le proposte sul bilancio della Difesa annunciate dal governo.

Inoltre, le dimissioni del Capo di Stato delle Forze Armate sono giustamente considerate come una perdita di credibilità del Capo di Stato, Capo delle Forze Armate e un generale indebolimento del nostro esercito.

Nei prossimi mesi le azioni terroristiche sul territorio nazionale potrebbero essere moltiplicate con nuove forme. Lo Stato deve organizzare la Nazione per vincere questa guerra lunga e difficile. Per sconfiggere il nemico, i francesi non solo devono appellarsi ai “valori repubblicani”, ma soprattutto riacquistare la fiducia, mostrare coraggio nella vita quotidiana e dimostrare la fermezza in questa lotta continua per la libertà.

Fin qui, la Francia. Pensate, ora, ai ministeri italiani coinvolti in questa guerra, in particolare a quelli dell’istruzione e della giustizia e a chi li regge e pensate a come proporre agli italiani, espropriati della democrazia, questa lotta continua per la libertà.

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1326.- Perché Francia e Italia si scontrano sui cantieri navali. E poi? Poi, mai fidarsi dei francesi!

Je vous annonce que nous avons pris la décision d’exercer le droit de préemption de l’État sur STX.

06:25 – 27 lug 2017

Il controllo di Fincantieri sulla francese Stx non piace a Macron, che ha dato il via libera alla nazionalizzazione e rotto accordi internazionali.

 

Il presidente francese Emmanuel Macron è riuscito nel suo intento. Voleva impedire che l’italiana Fincantieri acquisisse i due terzi dei cantieri navali francesi della società coreana Stx e ci è riuscito. Con un colpo di mano ha mandato all’aria gli accordi dello scorso 12 aprile, di cui era a conoscenza, essendo stato ministro dell’Economia nel governo Valls fino al 2016, e ha esercitato il diritto di prelazione del governo francese. C’era tempo fino a sabato. I cantieri di Saint-Nazaire, dove Stx France sviluppa commesse per le compagnie di crociera e per l’esercito, saranno nazionalizzati.

Il governo francese dichiara di voler trovare un accordo con l’Italia, che dovrebbe rinunciare ai due terzi della compagnia a favore di un 50-50. È uno schiaffo diplomatico sonoro quello che Macron assesta ai vicini italiani.

In barba ai proclami sull’Europa unita con cui ha accompagnato la campagna elettorale, salutati con favore da Roma e soprattutto dal Partito Democratico di Matteo Renzi. Tanto che per l’ultima scalata del Pd l’ex sindaco di Firenze ha costituito il movimento In cammino, manifesto riferimento all’En Marche di Macron.

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L’amico Macron ha raccolto applausi in Italia ma ci ha già messo alla porta

La ragion di Stato ha avuto la meglio. La Francia ora ha il coltello della parte del manico. I cantieri sono suoi e può dettare le regole dell’integrazione con Fincantieri, agitando la corte di altri acquirenti o di strategie di sviluppo chenon contemplino l’Italia. L’evoluzione dell’industria navale consiglia alleanze.

Il settore si muove verso la concentrazione e il peso specifico dei giganti d’Oriente impone di crescere di dimensione se si vuole giocare ad armi pari. Fincantieri e Stx France, dopo il matrimonio, potrebbero vantare un portafoglio ordini di 36 miliardi di euro.

Per questo il gruppo italiano ha messo gli occhi sulla compagnia d’oltralpe. A maggio ha vinto l’asta per acquisire il 66,66% dei cantieri francesi, offrendo 79,5 milioni di euro, con una cordata di cui fa parte anche la

 

A pochi giorni dalla vittoria alle elezioni, però, Macron ha insinuato che gli accordi sarebbero stati rivisti, nonostante anche il tribunale di Seul, dove ha sede la capogruppo, ad aprile ha acceso il semaforo verde all’operazione di Fincantieri. Per l’inquilino dell’Eliseo una maggioranza italiana in un’azienda considerata “strategica a livello nazionale” non è possibile. Il suo piano è di far entrare nell’azionariato le compagnie crocieristiche Msc e Rccl, annacquando il controllo di Fincantieri. Per questo nelle ultime settimane ha spinto per una divisione a metà delle quote di maggioranza, irritando la politica italiana. L’obiettivo finale però è lo strappo di ieri: invocare la ragion di Stato per scoprire la carta della prelazione e ottenere una posizione di vantaggio per dettare le condizioni della trattativa.

L’Italia ha chiesto l’intervento della Commissione europea ma il rinsaldato asse franco-tedesco non lascia presagire che timidi richiami di Bruxelles. Come fare il solletico. Martedì primo agosto il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, incontrerà a Roma il ministro italiano del Tesoro, Pier Carlo Padoan, e il collega allo Sviluppo economico, Carlo Calenda. Nessuno dei due ha nascosto l’irritazione. Anche la telefonata di ieri tra Macron e il primo ministro italiano, Paolo Gentiloni, è state gelida, nonostante l’Eliseo abbia diramato un comunicato rassicurante in cui specifica che si punta a “un accordo che faccia un largo spazio a Fincantieri”.

 

L’Italia ha chiesto l’intervento della Commissione europea ma il rinsaldato asse franco-tedesco non lascia presagire che timidi richiami di Bruxelles. Come fare il solletico. Martedì prossimo il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, incontrerà a Roma il ministro italiano del Tesoro, Pier Carlo Padoan, e il collega allo Sviluppo economico, Carlo Calenda. Nessuno dei due ha nascosto l’irritazione. Anche la telefonata di ieri tra Macron e il primo ministro italiano, Paolo Gentiloni, è state gelida, nonostante l’Eliseo abbia diramato un comunicato rassicurante in cui specifica che si punta a “un accordo che faccia un largo spazio a Fincantieri”.

Il voltafaccia di Parigi sta costando caro a Fincantieri. Da una settimana il titolo perde quota in Borsa e questo si riflette sui valori della Cassa depositi e prestiti, che possiede al 100% l’azionista di maggioranza della compagnia navale, Fintecna (71,6%).

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TIM è un’azienda italiana diventata francese, ma considerata “strategica a livello nazionale”. Con l’uscita di Cattaneo, le sue deleghe sono passate al presidente Arnaud de Puyfontaine, che della francese Vivendi è amministratore delegato. È possibile?

Mentre l’Eliseo alza gli scudi per difendere Stx, il finanziere bretone Vincent Bolloré stringe il controllo su Tim. La sua Vivendi è azionista di maggioranza della compagnia telefonica italiana. Oggi è l’ultimo giorno di lavoro per l’amministratore delegato uscente Flavio Cattaneo e le sue deleghe passeranno al presidente Arnaud de Puyfontaine, che di Vivendi è amministratore delegato. In questo caso i francesi puntano ad abbassare i toni dello scontro con il governo, tanto da aver congelato il progetto più spinoso, quello di cablare le aree bianche in concorrenza con Open Fiber. Tuttavia tacciono ancora sulla strategia per ottemperare agli ordini dell’Autorità sulle comunicazioni: due partecipazioni di peso in società strategiche come Tim e Mediaset non possono sussistere. In una delle due Vivendi dovrà ridurre la sua quota.

di Luca Zorloni 28 LUG, 2017

 

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Il nuovo uomo forte di Telecom, Arnaud de Puyfontaine, presidente e ad del gruppo per conto dei francesi di Vivendi, apre per la prima volta all’ipotesi dello scorporo della rete, e il governo non chiude. Anzi. Il contrario. Sia l’esecutivo Renzi che quello Gentiloni hanno sempre giudicato un errore la privatizzazione della rete. Ora c’è da evitare la duplicazione della rete (una Telecom, l’altra Enel) nella costruzione della banda larga. Ecco perché l’ipotesi scorporo (un dossier che rispunta come un fiume carsico da una decina d’anni) è tornata sul tavolo. “Oggi c’è la prima concreta apertura, nelle prossime settimane vedremo meglio cosa vuol dire, possibile che a settembre se ne cominci a parlare”, rivelano fonti vicine al ministero dello Sviluppo economico.

Da tempo il ministro Carlo Calenda pensa che l’idea di una rete unica sia valida. Sbaglierebbe chi leggesse nella sua esternazione contro la nazionalizzazione della rete Telecom come ritorsione contro Parigi su Fincantieri una marcia indietro su quell’ipotesi. “Il ministro ha detto no a una manovra ritorsiva – spiegano dal ministero – ma il progetto di una società pubblica che abbia la rete di tlc è sicuramente interessante. Per ora c’è stata indisponibilità delle parti, poi si vedrà”.

Appunto, per ora. Le ultime dichiarazioni del presidente Telecom riaprono la partita. Il colosso delle tlc punta a ricucire gli strappi con il governo dell’era Cattaneo, a superare i ricorsi legali e gli scontri dell’ex amministratore delegato, che aveva ingaggiato una vera a propria guerra sulla banda larga. A dimostrazione del clima di “appeasement” inaugurato dai francesi ci sono anche i nomi che già circolano per la poltrona lasciata libera da Cattaneo. Si parla di Fabio Gallia, oggi ad di cassa depositi e prestiti, o di Mauro Moretti (ex Leonardo). Uomini del dialogo con l’esecutivo.

La partita Telecom, tuttavia, non è affatto semplice. C’è chi legge nelle ultime mosse dei francesi solo una tattica per aprire altri fronti molto delicati. In prima linea c’è Mediaset, dove Parigi dovrebbe sterilizzare due terzi dei suoi diritti di voto proprio per la concentrazione con Telecom sul mercato delle Tlc. Un passo indietro che Vivendi non sembra intenzionata a fare. Per questo alcuni sospettano che l’apertura sullo scorporo della rete non serva ad altro che ad abbassare il fatturato in Telecom per superare il diktat dell’Autorità delle comunicazioni su Mediaset. E magari un domani unire le due aziende, anche se oggi i francesi spergiurano di non essere interessati.

Al netto della vicenda Mediaset, arrivare a una unica rete di controllo pubblico nel Paese oggi sembra un’operazione tutta in salita. Il fatto è che i due operatori esistenti hanno ingaggiato un duro confronto, che certo non fa bene al Paese. Open Fiber, la società creata da Enel per la banda larga, può vantare una tecnologia più avanzata di quella di Telecom, rimasta ai collegamenti in rame. Per questo i vertici Enel fanno spallucce solo a sentir parlare di fusione con Telecom. Il gruppo di tlc, d’altro canto, ha già avviato un piano di investimenti ed ha una rete già in funzione. Con il suo know-how ha cercato di contrastare l’espansione della competitor pubblica nelle aree non di mercato (dove ci sono finanziamenti da fondi strutturali europei), che in precedenza aveva deciso di lasciare sguarnite. Insomma, un braccio di ferro continuo che finora ha prodotto solo una guerra di posizione, con ogni contendente a difendere le proprie condizioni. Oggi l’apertura. Che la guerra sia finita? Certamente i francesi, aprendo proprio nel momento in cui tutto sembrava essersi chiuso, pensano in questo modo di poter dare le carte al tavolo. Ma è troppo presto per sapere già chi avrà l’asso da calare.

 

 

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Dove mira la politica antieuropea di Macron: a indebolire l’alleanza di Fincantieri con la China State Shipbuilding Corporation, al controllo di Stx France, a colpire la Cassa depositi e prestiti o, più semplicemente, ad avocare a Parigi le decisioni di indirizzo politico-economico e mantenere alta la quotazione della Francia?

Nonostante il governo di Pechino si sia posto l’obiettivo di costruire la maggioranza delle proprie navi nei cantieri del Paese di Mezzo, per i ricercatori “ci sarà ampio spazio di sviluppo nell’industria cantieristica navale cinese nei prossimi anni e gli investitori globali dovranno porvi attenzione”. Nonostante il gigante asiatico possa contare su prezzi più competitivi dei concorrenti vicini e lontani, la domanda crescerà a una tale velocità che i solo cantieri cinesi non riusciranno a stare dietro agli ordini. Per entrare, però, bisogna dimostrare di avere un peso specifico sufficiente.

Il Castrol Maritime Trend Barometer (ultima edizione nel 2015) inserisce l’Italia tra le dieci nazioni al mondo per commercio di pezzi di navi, con un giro d’affari di 4,9 miliardi di dollari, lontani dai 33,7 miliardi di Singapore (prima classificata). Nell’elenco rientrano Germania, Norvegia, Regno Unito e Olanda, ma non la Francia. Il Belpaese è anche presente tra i principali esportatori e importatori a livello globale.

Il direttore operativo di Castrol, Mandhir Singh, ha indicato nell’area del Pacifico l’epicentro della futura industria navale e ha ammonito nazioni che hanno una tradizione nella cantieristica navale, come Germania e Regno Unito, ad alzare il livello se vogliono competere ad armi pari. In un’intervista al Corriere della Sera sul caso Fincantieri, il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani osserva che “non possiamo che ragionare con dimensioni europee, altrimenti saremo marginali”.

Emmanuel Macron sta facendo sì gli interessi della Francia, ma non è scontato che la sua linea protezionistica alla lunga dia i risultati sperati. Al contrario, i dati indicano che in una competizione globale conviene lavorare per aggregazioni e sia l’Europa sia la Francia sono sprovviste di un campione in grado di partecipare all’agone.

Il primo inquilino dell’Eliseo vuole annacquare il peso di Fincantieri per ridimensionare l’influenza del ministero italiano dell’Economia, che attraverso Cassa depositi e prestiti e Fintecna vigila sulla compagnia, e avocare a Parigi le decisioni di indirizzo politico-economico. Per la società finanziaria Kepler Cheuvreux, l’idea di un “Airbus dei mari”, come l’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, ha ribattezzato l’alleanza con Stx, renderebbe l’Europa più competitiva anche nei mercati extra-comunitari. E Fincantieri ha già individuato una strada per fare affari fuori dal continente, alleandosi con la China State Shipbuilding Corporation per la costruzioni di navi da crociera. E la compagnia italiana, nonostante tra il 2013 e il 2016 abbia perso quote di mercato, detiene un 38% degli ordini di navi a livello mondiale, più del doppio di Stx.

Domani l’incontro con il ministro Le Maire svelerà meglio le carte che Parigi vuole giocare. Roma, però, ha un asso che non ha ancora scoperto. È la famiglia sorrentina Aponte, proprietaria della compagnia di navigazione Msc. Macron ha pensato al gruppo di logistica e crociere per ridistribuire l’azionariato di Stx. Anche per il governo italiano, però, Msc potrebbe rappresentare un alleato

Fincantieri-Stx, ora Parigi offre una cooperazione militare

Il ministro dell’Economia Le Maire: il nostro è un gesto di apertura, fino a qui abbiamo parlato solo di commesse civili
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Bruno Le Maire, ministro francese dell’Economia

La trattativa va avanti, ma è rinviata al 27 settembre, secondo quanto emerso nell’incontro tra i ministri dell’Economia di Roma e Parigi.

«Siamo due grandi popoli, siamo due paesi fratelli, abbiamo una difficoltà e due opinioni diverse su Saint Nazaire, Stx, ma troveremo una soluzione adeguata», ha detto il ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, al termine dell’incontro al Mef con il suo omologo italiano Pier Carlo Padoan e il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. Le Maire ha sottolineato che l’obiettivo è una «cooperazione per costruire con l’Italia un grande campione industriale europeo in campo navale, civile e militare»: in sostanza «un Airbus navale tra Italia e Francia».

Per il ministro Calenda «le posizioni sono certamente ancora distanti. Non ci aspettavamo molto di diverso». Secondo il ministro «per creare un grande gruppo occorre fiducia reciproca e la premessa è raggiungere una conclusione che rispetti gli accordi su Stx». Sulla stessa linea il ministro Padoan:

«Constato che tra Italia e Francia permangono differenze che non si sono sanate – ha detto – Non è possibile accettare» una ripartizione 50 e 50, «come abbiamo detto fino ad adesso. Questa posizione rimane e su questo rimarremo fermi».

(Il ministro Calenda è fermo e su posizioni realistiche. Se vogliamo competere a livello mondiale, devono esserci i presupposti, aggiungerei.ndr)

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“Vogliamo la maggioranza nell’alleanza Fincantieri-Stx”. Per il ministro, Macron “non è un campione di apertura. Fa solo gli interessi della Francia. E non è comunque un gioco di infanzia dove mostriamo i muscoli. Non volete gli italiani al 51%? Gli italiani non vengono per meno dei coreani”.

L’offerta di collaborazione navale anche militare francese ha precedenti nei progetti Orizzonte e FREMM. La classe Orizzonte comprende quattro cacciatorpediniere lanciamissili antiaerei: il Caio Duilio l’Andrea Doria, della Marina Militare. E i francesi Forbin e Chevalier Paul.

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Le unità classe Orizzonte in formazione

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1323.- Cappuccetto rosso è Gentiloni, ma il capo chi è?

28 Luglio 2017

 

 

(Adriano Scianca) – Una delle poche virtù che ancora, nonostante tutto, faceva parte dell’armamentario culturale degli italiani, era la furbizia. Ovvero il pragmatismo, la scaltrezza, l’arte di arrangiarsi, la capacità di capire le situazioni prima degli altri e di modificare di conseguenza la propria strategia, anche se questo vuol dire aggirare norme e regole. Non era molto, ma pare che abbiamo perso anche quello. Nello scacchiere internazionale, i nostri governanti sembrano costantemente preda di una terribile fiducia nelle favole. Il premier, Paolo Gentiloni, fa un po’ la figura di un tizio che, in piena apocalisse zombi, vada al supermercato e si metta in fila al banco dei salumi, prendendo il numeretto: mentre tutti fuggono, combattono, saccheggiano, lui sta lì, a presidio di regole ormai inesistenti. La figura che stiamo facendo nei confronti della Francia è esattamente questa.

Dopo aver sostenuto Macron in nome di un europeismo del tutto illusorio (falso!), ci siamo ritrovati con un vicino di casa che chiude i porti e le frontiere agli immigrati,che prende iniziativa autonoma in Libia, che nazionalizza senza troppi problemi laddove percepisca che “l’amico italiano” invade i suoi interessi strategici. L’inquilino dell’Eliseo, ovviamente, fa bene: agisce da leader di uno Stato sovrano. Certo, un po’ di retorica sulle virtù della Ue ce la poteva anche risparmiare, il pupillo dei Rothschild. Ma, all’estero, hanno ben chiara la differenza tra parole e fatti. Noi no. Noi ci beviamo tutto.

Ndr: Vuol dire che siamo posseduti in tutto e per tutto, che pochi ruzzolasoldi ebrei possiedono tutti gli italiani.  Sono bravi. Del resto, non avevano crocifisso anche Cristo? Ma i francesi lo sanno che la famiglia possiede anche loro o pensano che Macron sia piovuto dalle urne? Macron e’ il loro Renzi, con le dovute proporzioni, s’intende.

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I Rothschild sono senza dubbio i pionieridel settore bancario internazionale, la Dinastia Rothschild è infatti la famiglia più benestante nella storia del mondo, che riuscì a distriscarsi dalla gabbia dell’ antisemitismo europeo per creare le sue  fortune finanziarie nei continenti. Secondo le stime degli esperti, la famiglia dei Rothschild controllerebbe più di 350 miliardi di dollari, se consideriamo tutti i patrimoni sommati della famiglia.”I Rothschild… sono i guardiani del tesoro papale.” –Encyclopedia Judaica, 1901–1906, Vol. 10, p.497. Malgrado questa onnipotenza, la notte del 30 aprile 2000, quando Raphel, Baron De Rothschild, si è addentato il laccio emostatico attorno al braccio, ha infilato l’ago, ha premuto lo stantuffo della “pera”, a Manhattan, nessuno ha allungato una mano per salvarlo dall’ overdose.

La fiducia dei governanti italiani nella Ue, nel libero mercato, nei regolamenti internazionali, è commovente. Gentiloni & co. credono di vivere in un mondo ordinato, equo, amichevole, dove tutti si vogliono bene, masticano con la bocca chiusa e ti chiedono permesso prima di entrare. Vivono, insomma, nel mondo delle favole. La favola più grande è quella secondo cui gli Stati non contano più nulla, non possono fare nulla, hanno le mani legate, perché tanto fa tutto l’Ue, o il mercato, o l’Onu o chissà chi altro. E invece gli Stati continuano a governare il mondo, a prendere l’iniziativa, a tutelare i propri interessi, forzando le leggi, aggirandole, usandole a proprio comodo, semplicemente fottendosene.

Lo scopo dell’Europa unita doveva essere quello di far sì che, almeno nel perimetro europeo, questo non accadesse più, che si imponesse un unico interesse nazionale, quello della nazione Europa, contro tutti gli altri. Questo non è mai accaduto, ed è il principale fallimento della Ue, che ha fornito solo un’ipocrita veste formale a una solidarietà fra nazioni che non c’è mai stata. L’Ue resta il campo di battaglia fra europei, non fra gli europei e tutti gli altri. Quindi è inutile, ha fallito. E noi, che ci ostiniamo a credere fideisticamente in essa, falliamo con lei.

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Brigitte Macron, le Baron David de Rothschild et Emmanuel Macron, en février 2016. EREZ LICHTFELD/SIPA
Prima di apparire sulla scena politica europea, Emmanuel Macron, ha permesso al colosso svizzero Nestlé di strappare la divisione che opera nel business del cibo per bambini della Pfizer ai rivali francesi della Danone. Un’operazione da quasi 12 miliardi di dollari, di cui Macron è stato advisor quando nel 2012 lavorava come banchiere d’affari in Rothschild. Lo scontro ha permesso alla Nestlé di crescere in Cina e nei mercati emergenti, dove non aveva grandi quote di mercato, e di aggiudicarsi marchi come S-26, Sma, Promil che si sono andati ad aggiungere ad altri già in suo possesso quali Nan, Geber, Lactogen, Nestogen. L’operazione a tutti gli analisti delle principali banche d’affari era apparsa conveniente dal punto di vista industriale, ma aveva fatto storcere il naso a molti perché era stata giudicata troppo cara. Nestlé per sconfiggere i concorrenti ha sborsato 11,85 miliardi di dollari. Non poco rispetto alla cifra iniziale che si aggirava tra i 9 e i 10 miliardi. E un ruolo di primo piano nel convincere la Nestlé ad alzare la posta, l’avrebbe avuto proprio Macron. Marine LePen  l’ha accusato di aver conti offshore e in rete sono circolati documenti al riguardo, bollati subito come falsi da Macron stesso: un numero uno di quella finanza, insomma.

1322.- “Navi italiane in acque libiche”?

28 luglio: serraj smentisce Gentiloni :”mai chiesto intervento delle navi italiane in Libia. La nostra sovranità è invalicabile “

27 luglio: Scrive Gian Micalessin su il giornale.it di Alessandro Sallusti: Ma così rischiamo l’isolamento. “Serraj ci lancia un salvagente: “Contrastiamo i trafficanti”. Per l’intervento delle navi militari italiane nelle acque libiche, contro le Ong dei trafficanti servirebbe, però, l’egida della missione Sophia”. 

E noi, invece, ci domandiamo:

Perché la Francia schiera le sue forze armate in Libia, nel Niger, in Siria e dove più gli comoda e gli italiani vogliono sempre essere sotto tutela di qualcuno e, poi, si lamentano. Chi mi dice che a Serraj, le pastoie di Macron risolvano il problema di trattare con Haftar, ma in un momento a lui sfavorevole e non garantiscano il risultato mentre invece garantiranno i risultati della Total, l’approvvigionamento di uranio per le centrali nucleare francesi e lucrosi contratti per qualche loro gruppo industriale. Se le trattative di Parigi proseguiranno e avranno un esito positivo, non è detto che a festeggiare sarà proprio Haftar. Quanto forte si sente Fayez Serraj? All’indomani di Parigi, a chi si rivolge Serraj? All’Italia. E’ piombato a Roma perché è evidente che, ieri, Sarkozy e, oggi, Macron ci hanno silurato e stanno silurando anche lui. Del resto, i francesi sono alleati di Haftar e nostri nemici dichiarati da sempre, almeno dal tempo del Bonaparte, alla faccia dell’Unione europea, che unione non è.

Prosegue Gian Micalessin:

A raccontarla sembra quasi una fiaba. Il figliol prodigo Fayez Serraj dopo la scappatella francese con l’irresistibile Emmanuel Macron ed il rivale generale Khalifa Haftar si presenta a Roma e, pur di farsi perdonare, propone al premier Paolo Gentiloni quel che fin qui s’è sempre rifiutato di chiedere ovvero l’invio di navi militari dentro le acque territoriali libiche per dar la caccia ai trafficanti di uomini.

Un abboccamento che per il povero Gentiloni è un vero salvagente. Tradito da Macron e abbandonato da una Corte Europea del Lussemburgo irriducibile nel rigettare quei ricorsi della Croazia su cui contavamo per aggirare il trattato di Dublino lo sconsolato premier non sapeva più a che santo votarsi. Invece, inaspettatamente, ecco Serraj proporgli «un sostegno tecnico con unità navali italiane nel comune contrasto al traffico di esseri umani da svolgersi in acque libiche». Una proposta che se non fosse vera bisognerebbe inventarsela, ma a cui il risollevato Gentiloni non può che offrire entusiasta sostegno. «La richiesta spiega il premier – è attualmente all’esame del nostro ministero della Difesa. Le scelte saranno esaminate dalle autorità libiche e con il Parlamento italiano. Ma se valuteremo la possibilità di rispondere positivamente, come credo necessario, può rappresentare un punto di novità molto rilevante per il contrasto al traffico di esseri umani».

E a rasserenare il premier contribuisce anche una chiacchierata telefonica con un Angela Merkel pronta a promettergli sostegno per la redistribuzione dei richiedenti asilo tra i Paesi Ue e a garantire fondi tedeschi per le attività di contrasto al traffici di uomini in Libia. Infine, come se non bastasse, Gentiloni riesce, persino, a garantirsi l’appoggio di parte delle opposizioni. Per il presidente dei senatori di Forza Italia Paolo Romani e per il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri «la richiesta dal governo libico di intervenire nelle acque territoriali con unità navali italiane» è infatti «una proposta attesa da tempo». Prima di cantar vittoria sarà opportuno, però, scoprire cosa si nasconda dietro l’improvviso dietrofont di Serraj. La prima stranezza è perché il premier libico ci chieda di utilizzare navi italiane, mettendo in piedi una missione ex novo, quando non solo esiste, ma è pienamente operativa Eunavfor Med, la missione navale europea, conosciuta come Operazione Sophia. Varata nel 2015 e pronta a operare, dopo la recente riconferma europea, fino al dicembre 2018 la missione è stata progettata proprio per contrastare l’attività dei trafficanti di uomini colpendoli non solo dentro le acque territoriali di Tripoli, ma addirittura sulle coste libiche. Non a caso sulle sue unità sono imbarcati distaccamenti di unità specializzate come il Battaglione San Marco o i marines inglesi. A tutt’oggi l’operazione non è potuta passare alla fase d’intervento sul territorio libico proprio perché mancava una delle due condizioni politiche indispensabili per avviarla ovvero un via libera garantito da una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu o, in alternativa, una richiesta del governo di Tripoli. Una richiesta che Serraj non ha mai voluto firmare nel giustificato timore di venir defenestrato da una delle tante milizie che da una parte lo sostengono e dall’altra s’arricchiscono con il traffico di uomini. Anche stavolta c’è dunque da chiedersi se Serraj trasformerà in richiesta scritta quel che fin qui ha solo sussurrato nelle orecchie di Gentiloni. Se lo farà Eunavfor Med potrà finalmente entrare nel vivo. Affidata al comandante italiano Ammiraglio Enrico Credendino l’operazione ha 6 unita navali e sei velivoli già operativi, ma soprattutto ha ben chiari, grazie al lavoro d’intelligence già svolto, gli obbiettivi da colpire. In più ha il vantaggio, grazie alla bandiera europea, di non poter esser accusata di mire coloniali come succederebbe se nelle acque territoriali si presentassero le unità navali con il tricolore. Unità che in caso di necessità potrebbero tranquillamente venir aggregate ad un’operazione già guidata come ammiraglia dalla nostra nave San Giusto.

1316.- SIAMO SPREMUTI DALLA GERMANIA E SIAMO IN GUERRA CON LA FRANCIA. È QUESTA L’EUROPA?

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Continua in crescendo l’esodo dal Niger all’Italia: i militari francesi lasciano passare i migranti. Il “corridoio” che porta in Libia è presidiato dall’Armée. Che non muove un dito sono già passati 300mila clandestini pronti a imbarcarsi per l’Italia.

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In Africa la Francia sta giocando la sua partita contro l’Italia. Da oltre due anni, come riferisce Repubblica, l’esodo dei migranti economici, che da tutta l’Africa muovono verso la Libia per imbarcarsi verso le coste italiane, passa dal Niger dove sono di stanza i militari francesi.

Che non muovono un dito per fermarli. E così, stando ai dati ufficiali dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Iom), soltanto nel 2016 sono transitati 291mila clandestini.

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Gli interessi della Francia sull’Africa sono molteplici. Oggi il presidente francese Emmanuel Macron incontrerà il capo del governo di unità nazionale della Libia, Fayez al Serraj, e il generale Khalifa Hafter. Sulla carta vuole cercare una soluzione al conflitto che infiamma dalla cacciata del rais Muhammar Gheddafi, in realtà punta al petrolio e alle commesse commerciali che un tempo erano italiane. Attualmente, due governi si contendono il potere sostenuti da varie milizie stanno combattendo: Al Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite a Tripoli, e un altro nella zona orientale sotto il generale Haftar, che domina circa il 60% del territorio nazionale. “Per la Francia – riferisce una nota dell’Eliseo – la sfida è creare uno Stato in grado di soddisfare le esigenze di base dei libici, dotato di un esercito unificato sotto l’autorità del potere civile. 

È una necessità per il controllo del territorio libico e dei suoi confini, al fine di combattere i gruppi terroristici e il traffico di armi e di migranti, ma anche di fronte a un ritorno a una vita istituzionale stabile”. Dietro l’unità nazionale e la lotta al terrorismo, in realtà, si celano altri interessi. Che, guarda caso, confliggono con quelli dell’Italia.

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Nel “fortino” di Madama, nel Nord del Niger, ci sono da 250 a 1000 militari francesi.

Il Niger è l’ultimo avamposto presidiato prima di arrivare in Libia. I migranti economici, che puntano a imbarcarsi per l’Italia, passano tutti dal crocevia di Agadez per poi raggiungere Séguédine. “Si muovono in lunghe colonne di camion e pickup, colmi all’inverosimile di merci e persone – spiega Repubblica – difficile non notarli nella vastità del Sahara, soprattutto per il contingente francese che schiera squadriglie di Mirage da ricognizione, di droni da sorveglianza e di elicotteri”. Nel “fortino” di Madama, nel Nord del Niger, ci sono almeno 250 militari che, durante le operazioni più impegnative, vengono raddoppiati. Se a questi si aggiungono quelli dell’operazione Barkhane, arriviamo a più di mille uomini. “Ma – si legge ancora su Repubblica – la guarnigione dell’Armée non si cura di questa moltitudine in movimento nel deserto. Ci sono foto che mostrano l’equipaggio dei blindati francesi mentre saluta i migranti stipati in cima a un camion, gli stessi che settimane dopo verranno soccorsi dalle navi nel Canale di Sicilia. O – spiega – immagini dei fuoristrada zeppi di persone che arrancano vicino ai bimotori Transall parcheggiati sull’aeroporto della base militare.

Ieri, a Tunisi, si è tenuta la seconda riunione del Gruppo di Contatto sulla rotta del Mediterraneo centrale. Nel suo intervento, come spiega il Giornale, il ministro dell’Interno Marco Minniti ha ribadito che l’Europa e l’Africa possono e devono lavorare insieme. “Oggi abbiamo fatto un altro passo avanti – ha spiegato ai microfoni del Tg1 – non era semplice coinvolgere altri Paesi africani”. Oggi, ha proseguito Minniti, “si sono aggiunti alla Tunisia e alla Libia, l’Algeria, il Niger, il Mali e il Ciad che sono Paesi chiave per il controllo della rotta del Mediterraneo centrale”. L’idea del titolare del Viminale è governare i flussi migratori in Africa. Ma nei territori sorvegliati da Parigi i militari francesi si preoccupano solo di sorvegliare le miniere di uranio, che alimentano gli impianti nucleari della Francia, e di combattere i fondamentalisti islamici. Fermare i migranti economici non sono un loro problema. Anche perché Macron ha già militarizzato la frontiera a Ventimiglia. Chiunque riesca a valicarla, viene riportato in Italia dalla gendarmerie.

“Stai sereno Paolo… Alla Libia ci penso io”

1313.- Così l’Armata ha salutato il generale De Villier, umiliato da Macron …

L’Armée non si fa mettere i piedi in testa. È altra cosa e non ci sono abituato e non da ieri. Non è che ci siano mancati generali di prestigio, che, anzi, ne ho conosciuti e se rivado nel tempo, fino all’esercito del Piave e fino a quello della sconfitta mondiale, vengono a mente nomi eccelsi come Messe, Baistrocchi, Caviglia, ma la politica la fa da padrone. Maurizio Blondet ha voluto rendere onore al  generale Pierre De Villiers:

Umiliato pubblicamente da Macron  per la sua protesta (a porte chiuse) contro il  taglio di 850 milioni alla Difesa, il  generale Pierre De Villiers, capo di Stato Maggiore, ha dato le dimissioni. Senza aspettare il colloquio con Macron, previsto il 21 luglio, dove sicuramente sarebbe stato dimissionato. “Ha lasciato passare il 14 luglio, e ha dato le dimissioni. Oggi la sua dignità è perfettamente preservata”, ha detto il contrammiraglio Claude Gaucherand.

Ecco come, nella sede dello Stato Maggiore generale, i rappresentanti delle tre armi hanno salutato il loro generale.  Una “guardia d’onore” spontanea.  Un saluto commovente e  –  preccupante per  Macron Le Petit.

Un applauso corale, lunghissimo, insistito, di tutti i rappresentanti delle tre armi, e dei funzionari.  Una sola parola: “Grazie”, Merci.

 

De Villier  (un vandeano)  è popolarissimo fra i suoi soldati, che l’hanno visto spesso sul terreno accanto a loro nelle operazioni africane. Ma da tempo voci  di malcontento  verso i  politici si alzano dagli alti gradi  dell’Armée.   Il marzo dell’anno scorso,   è stato messo in pensione il generale Christian  Piquemal, capo della Legione Straniera, per aver partecipato ad una manifestazione non autorizzata  contro gli immigrati, in cui aveva criticato il  “porcaio di Calais”, ossia il modo in cui il governo aveva lasciato crescere l’accampamento di  clandestini che a Calais si sono ammassati per mesi  nel luridume e nella violenza, impunemente,  compiendo atti illegali per saltare su un TIR e arrivare in Gran Bretagna.  Tre generali avevano appena scritto ad Hollande una lettera  in cui si chiedeva al presidente della République di assumere  “la sua responsabilità” davanti a “questa zona di non-diritto che è diventata Calais”: non potete sottrarvi al vostro dovere”.  Rimasta senza risposta, la lettera era divenuta una lettera aperta, pubblicata sul Figaro. 

Ad  aprile, ha perso il suo posto  di comandante della Gendarmerie d’Outre Mer il generale Bertrand Soubelet. A Hollande non era piaciuto il suo libro Tout ce qu’il ne faut pas dire,  “Tutto  quel che non bisogna dire”, estremamente critico sulla intera classe politica – segnatamente per il modo in cui gestiva la questione clandestini.  Soubelet  non è stato licenziato, è stato sollevato dalla funzione e messo a disposizione.   La sua risposta   avrebbe dovuto inquietare tutti i politici: “Ad esser messo da parte in queste condizioni,  a far niente,  ho  l’impressione di costituire un pericolo per il mio paese – ciò che mi fa’ riflettere sul mio futuro immediato e ai modi con cui continuerò a servire la Francia”.

L’Armée non ha mai conosciuto tali umiliazioni”, ha scritto Armel Joubert des Ouches, autore di un sito specializzato in cose militari (dal cognome,  un aristocratico ex ufficiale): “In una intervista, il generale Pinay Legry mi diceva: “La nostra armata è sull’orlo della rottura”. Certi nostri elicotteri hanno più di 40 anni.  Un ufficiale della ALAT (Aviation Légère de l’Armée de Terre), mi diceva poco tempo fa: “Io non dispongo che di tre elicotteri da combattimento funzionanti, sui 45 della mia unità”.

La comparsa e  discutibile vittoria di Emmanuel Macron all’Eliseo ha lasciato un sentore di illegittimità ai  gallonati.  Che aborrono alla volontà,   che attribuiscono al giovinotto, di fondere l’Armée (che fu guidata da Napoleone), che i tedeschi hanno umiliato in due volte indimenticabili,  con la Bundeswehr, nel  nuovo  e  fantastico esercito europeo.   Molti mugugni hanno accompagnato la distribuzione del nuovo fucile d’assalto, Made in Germany.    “Non  siamo più in democrazia, ma in un’oligarchia che gira a dittatura prima di virare, forse, al totalitarismo”, ha affermato a tutte lettere il generale Didier Tauzin, molto intervistato dalla sezione francese di Russia Today.

Armel Joubert des Ouches: già, una dittatura che impone al paese  l’afflusso di migranti “a   vagonate”: “Noi” abbiamo  soldi per miliardi  per questi stranieri, e non ne abbiamo per le nostre armate”.

 

A chi gli ricorda che l’Armèe  si vanta di chiamarsi La  Grande Muette (la grande muta), per il suo impegno di obbedir tacendo  (a  patto di dimenticare il tentato putsch di Algeri, 1961….)  , Tauzin  risponde: “Ci sono momenti in cui il dovere del silenzio deve lasciare il posto al dovere di espressione”. Secondo i giornali, Macron s’è giocato, sbattendo fuori De Villiers,  il suo secondo  mandato.

 

 

1265.- LA FRANCIA E L’UE: Emmanuel Macron riuscirà a far ripartire l’Europa?

L’Unione europea è un’anomalia istituzionale: un parto del secolo passato, con radici che affondano prima della Guerra Mondiale. Non rappresenta lo strumento capace di equilibrare l’Occidente, con tutto svantaggio dei rapporti fra Stati Uniti e Russia, della pace nel Mediterraneo e in Medio Oriente e con vantaggio per la Cina, oggi e per l’India domani. Dobbiamo darci una guida e un governo all’altezza del compito, per rifondarla sui principi delle costituzioni post-moderne.

Sin dal loro primo incontro il nuovo presidente Macron e la cancelliera Merkel hanno fissato le priorità del “motore europeo”: riformare l’Unione e opporsi insieme alle derive populiste in Europa e nel mondo. Ma cos’è che chiamano populismo? Le riforme che non rimetteranno i cittadini al centro del processo d’integrazione, subordinando la competitività sui mercati mondiali al loro benessere e che, perciò, non incideranno profondamente sulle fondamenta dei trattati, saranno tamquam non esset. Temo che non siano questi due leader ciò di cui abbiamo bisogno.

Il 31 maggio 2017, ALTERNATIVES ÉCONOMIQUES PARIGI, ha pubblicato in 5 lingue questo auspicio per la politica di Macron:

Se vuole riformare l’Unione, il presidente francese dovrà convincere Berlino a invertire la rotta sull’austerità permanente e a mettere fine alle politiche deflazionistiche sul lavoro. Difficile, ma non impossibile, secondo il direttore di Alternatives économiques.

Emmanuel Macron riuscirà a riformare l’Unione europea e la zona euro? La questione europea è stata centrale durante la campagna presidenziale. La prospettiva di una “Frexit”, paventata da Marine Le Pen, le è costata cara al secondo turno, dato che, nonostante le recenti difficoltà, la stragrande maggioranza dei francesi rimane affezionata alla costruzione europea e all’euro. Ma lo statu quo non è più tollerabile. E il successo di Emmanuel Macron dipenderà in maniera decisiva dalla sua capacità di far cambiare le politiche economiche e sociali adottate in Europa. Infatti, con un notevole deficit verso l’estero, la ripresa dell’economia francese e l’abbassamento della disoccupazione non possono risultare soltanto dal rilancio della domanda interna: è soprattutto la domanda da parte della zona euro che può fare da traino in Francia.

Dunque, Emmanuel Macron avrà successo là dove François Hollande ha fallito — senza per altro tentare seriamente con altre strategie? Per far ciò, dovrebbe riuscire a invertire la tendenza alla permanente austerità di bilancio e soprattutto porre fine alle politiche deflazionistiche per il mercato del lavoro, che impediscono all’economia della zona euro di ripartire, nonostante la politica monetaria molto espansiva della banca centrale. Missione impossibile? Se Emmanuel Macron decidesse di impegnarsi in questo senso — il che non è sicuro per il momento — il successo sarebbe meno improbabile di quanto pensano oggi molti francesi.

Anzitutto, questo dipende senza dubbio dall’atteggiamento della Germania e di quello del suo governo, ma anche della sua opinione pubblica. Ragion per cui il primo viaggio di Emmanuel Macron dopo il suo insediamento è stato a Berlino. La clamorosa sconfitta di Marine Le Pen al secondo turno è stata una bella sorpresa per i tedeschi, che temevano, se non la vittoria della candidata frontista, quanto meno un risultato testa a testa.

Quest’ampia vittoria rassicura sia i francesi sia il resto del mondo: la Francia non rischia ancora di abbandonare completamente la sua storia dai tempi dell’Illuminismo. Tuttavia, il risultato tende a indebolire un po’ la posizione di Emmanuel Macron nell’immediato: dopo un’elezione con un risultato 55 per cento a 45 per cento, la paura del Front National avrebbe forse spinto il governo tedesco a accettare più facilmente dei cambiamenti sostanziali in ambito europeo. Ma un’elezione finita 66 per cento contro 34 per cento probabilmente, agli occhi dei vicini tedeschi, riduce l’urgenza di una simile riforma.

Lo testimonia il fuoco di sbarramento preventivo fatto dalla stampa tedesca contro le eventuali rivendicazioni future di Emmanuel Macron. Ad esempio, il grande settimanale Der Spiegel il 12 maggio scorso titolavain prima pagina “Caro Macron”, giocando sulla parola “caro”, e come sottotitolo: “Emmanuel Macron salva l’Europa…e la Germania deve pagare”. Quanto alla cancelliera, ha immediatamente fatto sapere che lei non può fare nulla per ridurre il surplus commerciale tedesco, a suo parere dovuto a elementi che non dipendono dalle azioni del governo: l’eccellenza delle aziende tedesche unita alla politica monetaria troppo lassista della Banca centrale europea.

Nonostante queste reazioni, le possibilità di successo di una riforma dell’Europa sono maggiori di quel che i francesi pensano di solito. A condizione che Emmanuel Macron si mobiliti a sufficienza in questo senso. In virtù del suo peso demografico, economico e della sua posizione geografica al centro dell’Europa allargata, la Germania ha senza dubbio un ruolo dominante all’interno dell’Unione. Ma il rapporto di forza in suo favore non è così squilibrato come si pensa solitamente, soprattutto in Francia, e in ogni caso oggi è molto meno squilibrato di quanto potesse esserlo nel 2010.

Anzitutto, perché i principali problemi che l’Europa si è trovata a dover affrontare negli ultimi anni sono di natura geopolitica. Lo testimoniano la situazione in Ucraina, la minaccia islamista in Maghreb e nel Sahel o ancora le conseguenze del caos tra Siria e Iraq. E in questo ambito, la Germania rimane indietro rispetto alla Francia, che mantiene ancora un po’ di importanza a livello internazionale.

Conseguenze della Brexit

Inoltre, la Brexit ha indebolito molto la posizione dei conservatori tedeschi, che negli ultimi anni si erano abituati a fare affidamento sui colleghi britannici per fermare i progressi in materia di armonizzazione sociale o fiscale all’interno dell’Unione. Adesso, la loro unica opzione tra i grandi paesi dell’Unione è accordarsi coi dirigenti francesi, tanto più che l’ondata euroscettica che ha investito la maggior parte dei paesi dell’Europa centrale e orientale priva la Germania del suo ruolo di centro di gravità d’Europa e la obbliga a rivolgersi di più a ovest se vuole evitare che l’Unione si sfasci.

Insomma, Emmanuel Macron dispone a priori di un rapporto di forza non trascurabile nei confronti dei colleghi tedeschi se decide di far avanzare un piano di riforme della zona euro dedicato al sostegno all’attività e a una maggiore solidarietà. Tenuto conto della sensibilità della loro opinione pubblica su questi temi, i tedeschi dunque potranno fare progressi in questo ambito solo dopo le loro elezioni legislative del 21 settembre. È dunque in autunno che si aprirà davvero questo spiraglio di opportunità.

Paradossalmente, ciò che rischia di indebolire maggiormente Emmanuel Macron in questo scontro indispensabile per salvare l’Europa e l’euro è la politica interna. Il nuovo presidente francese ritiene infatti che per convincere i tedeschi a cambiare l’Europa, la Francia debba assolutamente cominciare a fare ciò che i tedeschi le chiedono, ossia una serie di “riforme” come quelle all’epoca approvate da Gerhard Schröder, per liberalizzare il mercato del lavoro, ridurre la protezione sociale e abbassare il costo del lavoro. Eppure è ciò che François Hollande ha già fatto per cinque anni, con addirittura quattro importanti riforme del mercato del lavoro e la creazione del patto di responsabilità. Ed è per questo che ha fallito sia sul piano economico sia sul piano sociale e politico.

Proseguendo o addirittura accelerando in questa direzione, Emmanuel Macron rischia soprattutto di frenare di nuovo la debole crescita economica intrapresa e di aizzare gli uni contro gli altri i due terzi di francesi che l’hanno eletto il sette maggio, riaccendendo le tensioni sociali e politiche. Ciò non farebbe altro che indebolire il suo ruolo di negoziatore non solo con il governo ma anche con l’opinione pubblica tedesca.

Traduzione di Stefania Paluzzi, Andrea Torsello

1256.- LA STRATEGIA DEL TERRORE APPARTIENE STORICAMENTE AD ALCUNI POPOLI.

L’arma decisiva di Israele è seminare il terrore nei popoli nemici. Oggi, questa strategia è usata dai terroristi contro gli europei con azioni  che definirei irrazionali  folli, incredibili, inverosimili, pazzesche che hanno per solo scopo di sconcertare e terrorizzare i cittadini. I ragazzi e le ragazze del Bataclan subirono torture, castrazioni, decapitazioni, ebbero strappati gli occhi: così i jihadisti hanno ucciso i ragazzi e così dovranno essere puniti. Non siamo antisemiti, ma sappiamo bene chi ha creato, armato, addestrato e sostiene questo esercito satanico e con quali fini.

(Mauro Zanon) – Dopo la strage islamista del Bataclan, il governo francese ha «soffocato» i media che tentavano di riportare la notizia secondo cui diversi ostaggi del Bataclan avrebbero subito «torture abominevoli» dai jihadisti. È la notizia forse più incandescente emersa dallo scorso 13 novembre. Una notizia che in Francia è stata divulgata soltanto da alcuni siti controcorrente come Fdesouche.com, e che è invece stata completamente oscurata dai grandi media parigini. Sono dettagli macabri e raccapriccianti quelli emersi dalle pagine del rapporto ufficiale della commissione d’inchiesta relativa ai mezzi utilizzati dallo Stato per lottare contro il terrorismo dal 7 gennaio 2015, la Commission Fenech (Georges Fenech è lo stesso che la scorsa settimana ha invocato a gran voce una riforma profonda dell’intelligence francese, e che ieri ha denunciato l’incapacità totale del governo Hollande nella lotta al terrorismo).

Testimonianze – Pagine che confermano quello che a novembre era stato liquidato come un rumor infondato, e che giornali cosiddetti «di riferimento» come Le Monde avevano frettolosamente tacciato come «invenzione»: gli ostaggi che si trovavano al secondo piano del Bataclan sono stati torturati brutalmente dai miliziani islamici e ci sono state delle decapitazioni. Durante l’audizione del 21 marzo scorso, un poliziotto della Bac (Brigade anti-criminalité), tra i primi soccorritori ad entrare nel Bataclan, descrive con freddezza quello che si è ritrovato davanti agli occhi assieme ai suoi colleghi: uomini castrati con i testicoli in bocca, donne seviziate nelle parti intime, corpi con gli occhi strappati fuori dalle orbite e teste decapitate. «Dopo l’assalto, eravamo con dei colleghi a livello del passage Saint-Pierre-Amelot (stradina accanto al Bataclan, ndr), quando ho visto uno degli inquirenti uscire in lacrime e vomitare. Ci ha detto quello che aveva visto», testimonia il poliziotto. «Le torture sono state commesse al secondo piano?», chiede Alain Marsaud, uno dei membri della Commission Fenech. «Credo di sì», risponde l’agente della Bac, «perché quando sono entrato al pianoterra non c’era niente di simile, solo persone colpite da proiettili».
Lo stesso agente, durante l’audizione, dice al presidente della commissione che «alcuni corpi non sono stati presentati alle famiglie perché c’erano delle persone decapitate, sgozzate, sventrate. C’erano donne che sono state accoltellate a livello dei genitali». Secondo la sua testimonianza, uno dei terroristi, prima di farsi esplodere, avrebbe anche mimato degli atti sessuali con alcune donne. Non solo: tutte le torture sarebbero state filmate dagli islamisti a fini di propaganda. A confermare la testimonianza che il procuratore di Parigi, François Molins, ha messo in discussione, e che il governo socialista ha voluto nascondere, è emersa inoltra la lettera struggente che il padre di una delle vittime del Bataclan avrebbe inviato al giudice d’istruzione. «Sulle cause della morte di mio figlio A., all’istituto medico-legale di Parigi mi è stato detto (…) che gli erano stati tagliati i testicoli, che gli erano stati messi in bocca e che era stato sventrato. Quando l’ho visto dietro un vetro, disteso su tavolo, con un telo bianco che lo copriva fino al collo, mi accompagnava una psicologa. Quest’ultima mi ha detto: “La sola parte che si può mostrare di suo figlio è la sua parte sinistra”. Ho constatato che non aveva più l’occhio destro. L’ho fatto notare; mi è stato detto che glielo avevano strappato».
E pensare che tutto poteva essere più chiaro già tre giorni dopo l’assalto, il 16 novembre, quando il quotidiano Le Progrès, ha riportato la testimonianza di una madre, il cui figlio, poliziotto, aveva dichiarato di aver visto «teste decapitate» al Bataclan. Versione evocata due settimane dopo su Twitter da una sopravvissuta alla strage, @mahahh, il cui account è stato quasi subito disattivato, senza possibilità di avere ulteriore conferme.
Censura – Resta la questione principale: perché il governo di François Hollande ha voluto censurare la notizia? Perché ha intimato ai media francesi di tenere nascoste queste barbarie islamiste? Sono passati più di otto mesi dalla mattanza jihadista del Bataclan, ma restano ancora troppe zone d’ombra su quella tragica nottata. Dallo stesso rapporto, pubblicato il 12 luglio sul sito dell’Assemblea nazionale, spunta addirittura l’ipotesi di un quarto terrorista presente nella sala per concerti parigina, che si sarebbe mimetizzato tra i sopravvissuti per sfuggire alle autorità.

1246.- MACRON: “LA FRANCIA BOMBARDERA’ LA SIRIA”. E LO STRANO GIOCO DELLA UE

Di punto in bianco, Emmanuel Macron  ha voluto far sapere, in una grandiosa intervista congiunta a Le Figaro, Le Temps, Le Soir, Süddeutsche Zeitung, The Guardian, Corriere della Sera, El Pais et Gazeta Wyborcza, che la Francia, “se avverrà che armi chimiche saranno utilizzate sul terreno”, non esiterà a bombardare la Siria anche da sola, allo scopo di “distruggere i magazzini di armi chimiche”. Anche da  sola. Intende che la Francia  sarà perfettamente allineata agli Stati Uniti”. Ovviamente. E’ in preparazione una false flag?

Ci risiamo. Come Hollande, Macron va alla guerra in Siria?  Per preparare l’opinione pubblica, ha attivato già la dovuta propaganda. La  televisione  La Chaine Parlamentaire (LCP),  rete  in mano al potere statale, ha  diffuso un servizio dal titolo significativo: “Siria, la rivoluzione confiscata”: dove i terroristi mercenari pagati dai sauditi sono dipinti come i combattenti per la libertà, secondo la vieta finzione che non dovrebbe ingannare più nessuno. Dove si parla dei “forni crematori per  nascondere i massacri del regime” (Assad commette  l’Olocausto, bisogna per forza intervenire) e si  proclama: “Assad e Daesh, due barbarie  che si completano!”.

Per qualche motivo, i media  invece  danno importanza ad  una frase di Macron, “la  destituzione del presidente siriano Bashar Al Assad non è più condizione preliminare a tutto”,  senza coglierne il significato ambiguo. “Assad non è nemico nostro, è nemico del suo popolo”.

Che  truppe francesi siano presenti in Siria, ad operare di nascosto contro Assad (dunque per Daesh), l’ha ammesso la sua ministra francese della Difesa, Sylvie Goulard, in tv:

 

Decisamente, l’America non accetta di aver perso. In Siria non era riuscita ad impedire alle truppe siriane di raggiungere il confine con l’Irak. Non può rassegnarsi, anche perché glielo chiede Sion: “bisogna forzare  le forze pro-governative siriane dalla città strategica di Al Tanf  ed impedir loro di prendere il controllo  della strada veloce che unisce Damasco, Baghdad e Teheran. Perché ciò significherebbe che l’Iran può  convogliare direttamente armamento alle forze siriane” (e a Hezbollah).

E’ a questo scopo che il Pentagono ha piazzato ad Al Tanf, dove ha piazzato una base di “ribelli” e suoi commandos, e che le forze siriane  stavano riconquistando,  il suo formidabile lanciarazzi mobile HIMARS. “E’ un messaggio chiaro a Mosca e Damasco”; dice Alekxey  Klebnikov, esperto del Medio Oriente al Consiglio russo degli affari internazionali: “gli Usa non lasceranno il controllo delle frontiere siriane con l’Irak e la Giordania alle forze iraniane e pro-governative”. L’HIMARS è un’arma  estremamente temibile”può devastare ettari di terreno, e non solo annientare gli effettivi dell’avversario, ma spargere mine anticarro e anti-uomo. E’ un’arma di genocidio efficace ed economica”.  Che la Russia può neutralizzare sì, ma solo distruggendo l’automezzo  che  porta i razzi quando sta per tirare. Intercettare queste volate di razzi non-guidati con missili dei sistemi antimissile sarebbe insensato,  perché costano molto più dei razzi che neutralizzerebbero. Quindi, si tratterebbe di impegnare gli americani in uno scontro diretto.

 

E’ per questo che Mosca con tanta costanza e moderazione sta cercando un accordo con gli Usa,  coordina dosi con le loro forze,   puntando sulla pretesa (finzione) ufficiale secondo cui Washington è lì per combattere i terroristi a Raqqa. Bene,  combattiamoli insieme, dice Mosca..

Macché. Dall’altra parte si è abbattuto un aereo siriano. Poi alle proteste dei russi, si è risposto con la minaccia diretta, in volo, da parte di un caccia Usa, del ministro della difesa Shoigu: gravissima provocazione in stile gangsteristico, che mostra una concezione dei rapporti internazionali di paleolitico.   Ciò che ha obbligato Mosca ad interrompere il coordinamento con le forze statunitensi. L’America è tornata ad essere   quello che era ai tempi di Obama, un paese che non tiene fede ai negoziati.  Una politica “distruttiva”; come ha detto Lavrov.

C’è  molto di più in questa ostinazione  e rilancio americano. C’è il dispetto perché le forze armate di un piccolo paese “che non produce niente”  (Obama) hanno  tenuto in scacco la superpotenza,  c’è l’invidia perché i suoi comandi sono più intelligenti ed abili . C’è la rabbia dei guerrieri da salotto: a  quanto si dice, a volere l’escalation e l’ampliamento del conflitto fino ad attaccare l’Iran direttamente, sono non precisati “alti elementi della Casa Bianca” mentre il ministro della difesa, il generale Mad Dog Mattis, frena e invita alla prudenza.

L’America  non riconosce, non vuol  riconoscere alla Russia un ruolo internazionale. Semplicemente perché  il suo Pil è il 12% di quello americano, deve semplicemente sottomettersi. Non è alla pari. Coi prezzi del petrolio tenuti artificialmente bassi, le forze finanziarie Usa  pensano che la Russia si stia dissanguando per mantenere le sue ambizioni militari.  Le nuove e più gravi sanzioni,le  continue provocazioni e sempre maggiori atti di ostilità in Europa, alle frontiere russe, mirano poi a far sentire Mosca “con le spalle al muro” e spingerla ad una reazione militare disperata, che  darà a Washington   la scusa per usare la sua strapotenza militare senza più limiti, e  nello stesso tempo rigettare la colpa morale sull’avversario: un gioco che agli Usa è sempre riuscito, contro la Germania e il Giappone.   Un gioco estremamente pericoloso: soprattutto per noi europei,  che saremmo le vittime di questo confronto con una Russia messa con le spalle al muro.

Pace con la Russia? Per la UE, “scenario da incubo”.

Invece, ecco l’Europa: Macron che provoca e si dice pronto alla guerra.  La UE aggrava le sanzioni. La NATO, le provocazioni armate. Lo European Council on Foreign Relations (quello della Bonino finanziato da Soros) ha emanato un rapporto  dove descrive un miglioramento de rapporti europei con la Russia come “scenari da incubo”.

Leggetelo, qui in calce, se potete, è agghiacciante.

The great unravelling: four doomsday scenarios for Europe’s Russia policy

http://www.ecfr.eu/publications/summary/the_great_unravelling_four_doomsday_scenarios_7301

Gli “scenari da incubo” da scongiurare per questi europeisti alla Soros sono  che: “1) L’Europa decida  di applicare all’Ucraina l’accordo di Minsk secondo l’interpretazione russa”, 2)  Che l’Europa ceda allo”Ucraine fatigue” ed accetti un altro conflitto congelato ai suoi confini; 3  che gli Usa [con Trump] si disimpegnino  dall’Ucraina e smetta le sanzioni contro la Russia, gettando nel disordine la politica europea contro la Russia, e 4), un “accordo fra grandi potenze” fra Trump e Putin che consenta alla Russia di riattrarre l’Ucraina nella  sua sfera d’influenza  e frantumi l’unità europea”.

Da qui si capisce bene che l’”unità europea” è oggi fondata sulla piaga aperta Ucraina, e che una soluzione e un miglioramento con Mosca sono visti come un incubo.

L’Ucraina dunque è il centro della crisi, necessaria per tenerci uniti. Ecco perché Mogherini e Merkel, quando parlano a Putin, lo incolpano di violare gli accordi di Minsk laddove è Kiev che palesemente li viola,continuando a bombardare le due province separatiste. Una posizione sempre meno sostenibile, se non in vista di una guerra.

Infatti  – non a caso –  negli ultimi  giorni   sono avvenuti specifici cambiamenti nella politica di Kiev. Mosca invita  il  regime di Kiev a  “integrare” il Donbass,  riconoscendone l’autonomia e lasciando che vi avvengano libere elezioni?  Insomma riconoscere al Donbass uno statuto giuridico?

Detto fatto: è in preparazione un documento della Rada  (il parlamento) che Poroshenko mostrerà a Trump nel prossimo incontro.

Il territorio del Donbass avrà uno statuto giuridico? Sì, certo: Non più una zona in mano a “terroristi” come l’Ucraina diceva fino ad ora, bensì un “territorio occupato”.  L’Ucraina non combatte  più contro suoi concittadini definiti terroristi, ma contro la Russia,  l’occupante esterno. Si metterà fine alle “operazioni anti-terroristi”, oggi sferrate dalle milizie di estrema destra (da Washington è venuto il suggerimento di farle sparire, sono imbarazzanti) sostituite con la legge marziale sulla zona frontaliera al conflitto. Indire elezioni locali? Volentieri, quando l’armata di occupazione si ritirerà.  Insomma Poroshenko sta cercando di montare la finta trasformazione del conflitto non più interno all’Ucraina, ma internazionale tra Russia e Ucraina. Un trucco  per non attuare gli accordi di Minsk, che non può aver successo se non con l’appoggio della UE e di Washington. Effettivamente il segretario di stato  Tillerson ha ricordato anche pochi giorni fa, dopo l’abbattimento del  caccia siriano,  che le sanzioni non saranno levate finchè la Russia  non restituirà la Crimea e non   adempirà agli accordi di Minsk: accordi di cui  Mosca non è parte in causa, bensì  garante alla  pari di Germania e Francia —  bisogna continuare a ripeterlo, perché anche la Mogherini continua a non riconoscere alla Russia questo ruolo, e la tratta come colpevole. Una serie di umiliazioni e di provocazioni deliberate, per sventare lo “scenario da incubo” di una pacificazione con la Russia? La preparazione di un casus belli sull’Ucraina? Fanno di tutto per mettere la Russia spalle al muro.

Di fronte a queste minacce occidentali, il  ministro della Difesa Shoigu ha dovuto ricordare, il  21 giugno, quel che riportiamo qui:

shoigu

 

THE GREAT UNRAVELLING: FOUR DOOMSDAY SCENARIOS FOR EUROPE’S RUSSIA POLICY

SUMMARY

  • Despite all odds, Europe has managed to remain united and firm on its policy towards Russia since its invasion of Ukraine in 2014. But what are the forces that could undermine this policy and what would be the consequences of such an unravelling? This paper presents four doomsday scenarios for how Europe’s policy towards Russia could collapse.
  • The scenarios outlined in this paper are: (1) the EU decides to enforce the Russian interpretation of the Minsk agreements on Ukraine; (2) the EU succumbs to Ukraine fatigue and accepts the status quo, including another frozen conflict in the neighbourhood; (3) the US disengages from Ukraine and ends sanctions on Russia, throwing European policy into disarray; and (4) a “grand power bargain” between Trump and Putin shatters EU unity and allows Russia to bring Ukraine into its sphere of influence.
  • To prevent any of these doomsday scenarios from unfolding, the EU must stay the course by maintaining a strong and united Russia policy. It can do this by automating the sanctions renewal process and stepping in where the US is stepping out in Ukraine.

INTRODUCTION

In the three years since the invasion of Ukraine, something rather remarkable has happened: Europe has maintained unity on its policy towards Russia. The question of what to do about Russia has a long history of dividing the European Union – sometimes bitterly so. But today there is a broad consensus on the challenge that Russia poses, along with an acceptance – though grudging in certain quarters – of the measures that Europe should take to contain it. This consensus has survived the refugee crisis, the Brexit vote, the election of Donald Trump, and a host of other elections and political upsets, as well as the differing views on sanctions among Europeans, and Russia’s best efforts to split Europe. It has also defied the pundits’ predictions that European unity would collapse. In the end, Europe’s unity has proven stronger and more resilient than many believed it could be.

Despite this unity, what are the forces pulling the EU apart on Russia and Ukraine? And what would the consequences be if Europe’s policy towards Russia and Ukraine unravelled? The purpose of this essay is to consider these questions. But it does so not by describing the past or the present but rather by considering possible futures. These scenarios show different ways in which European policy towards Russia and Ukraine could come crashing down. Their purpose is to highlight the political dynamics and forces that could undermine the current policy as well as to demonstrate the strengths and weaknesses of Europe’s stance. They also show the consequences of Europe not staying the course.

The four scenarios of collapse are:

  1. an ‘enforced Minsk’, in which Europe forces Kyiv to accept the Minsk agreements on Russian terms;
  2. a normalisation of the status quo in which Europe loses interest in Ukraine and accepts another frozen conflict in Europe;
  3. an abandonment of the sanctions framework on Russia and support for Ukraine; and
  4. a ‘great power bargain’ between the US and Russia on European security.

As with any scenario exercise, this is a speculative undertaking. The purpose is not to predict the future but to consider the possible worst-case scenarios in order to reveal what is at stake, where Europe’s vulnerabilities are, and, hopefully, to spark debate about the future of Europe’s policy towards Russia and Ukraine.

SCENARIO ONE: ‘ENFORCED MINSK’

German voters went to the polls on 24 September 2017. Only a few months earlier, Chancellor Angela Merkel’s chances of clinching yet another term seemed like a forgone conclusion. The prospect of Donald Trump, Marine Le Pen, and the Five Star Movement governing the planet had made many Germans uneasy and led them to opt for stability. But by election day, the mood had changed. Tired of watching the same chancellor on television for over a decade, vast numbers of Germans complained about ‘Merkel fatigue’, longed for something new, and decided to vote for fringe parties, or not vote at all. A terrorist attack carried out a week before the elections by a refugee under surveillance by the Federal Office for the Protection of the Constitution caused a crisis of confidence in the government – and again boosted anti-establishment sentiment.

As the results of the elections trickled in during the evening of 24 September − incidentally the warmest day in Germany in two centuries − television viewers slowly came to the realisation that support for Merkel’s Christian Democratic Union party (CDU) and the Christian Social Union (CSU) had collapsed. The parties lost to the Social Democratic Party (SPD) by a double-digit margin. That same evening, Merkel told a stunned nation that she was stepping down after 12 years as chancellor. The next day, SPD leader Martin Schulz declared that there had been an agreement to form a coalition government comprised of the Social Democrats, Die Linke, and the Greens.

The shift in Germany’s policy towards Russia was not immediate, but it took only a week. Key staff in the Chancellery were replaced by newcomers who lacked understanding of the tactical obstacles faced in the Normandy Format negotiations or the Trilateral Contact Group in Minsk. After a hasty policy review, the new Chancellery staff adopted a ‘Neuanfang mit Russland’ policy – a ‘new beginning with Russia’ policy. They concluded that Russia had been treated unfairly and that Kyiv was primarily to blame for non-implementation of the Minsk agreements. Anonymous sources in the Chancellery vehemently denied that the review had anything to do with the detrimental effects of the sanctions on the German economy. The new foreign minister and Die Linke party leader, Sahra Wagenknecht, publicly came out in favour of this ‘new beginning’.

Berlin’s first step consisted of pressurising Kyiv into accepting Russia’s demands for local elections in the People’s Republics of Donetsk (DNR) and Lugansk (LNR) and for the adoption, by Kyiv, of a law conferring special status on the territories without any sustained ceasefire or troop withdrawals. This new approach to Minsk was opposed by the Baltic states, the Scandinavians, the United Kingdom, and several eastern European states. But they were unable to mount a meaningful coalition to counter Berlin’s might, in particular, because the Trump administration had come out – for once – in support of Berlin. The still fresh-faced French president, Emmanuel Macron, was instinctively firm on Russia, especially after its meddling in his country’s presidential election. But he shied away from picking a fight with Berlin over Russia and Ukraine since his priority was to build a working relationship with Berlin to push through his economic agenda.

Member states that had long been interested in lifting sanctions – Italy, Hungary, and Austria – were delighted with the new winds blowing down from Berlin and lined up to support the new approach. They were quick to portray Ukraine as a lost cause and a failed state. While they were tactful enough to avoid calling openly for the immediate lifting of sanctions, they pushed the line that Europe needed to be tougher on Ukraine and impose more conditions to ensure that Kyiv implemented its obligations under Minsk.

The European Council meeting in December 2017 was something of a turning point. In a late-night session, Chancellor Martin Schulz cornered a clutch of north European leaders huddling in a corridor and strong-armed them into supporting his new beginning with Russia and, in particular, his plan to revise the sanctions policy against Russia. The new policy held that sanctions on Russia would only be renewed if Kyiv adopted the Donbas special status law and allowed Russia to hold local elections in the DNR and LNR.

The EU’s new approach was met with heavy resistance in Kyiv and caused an outcry within Ukrainian civil society. But the Ukrainian government had little choice but to accept this new reality. Even at the Eastern Partnership Summit in November, Schulz had already linked the continuation of visa liberalisation and the Deep and Comprehensive Free Trade Area Agreement (DCFTA) with implementation of Minsk. The Ukrainian president, Petro Poroshenko, feared that confronting Europe might put three years’ worth of reform in jeopardy and was mindful that Ukraine could barely survive without European support.

Twister: a Minsk Edition, caricature

Poroshenko agreed to the EU’s demands in order to avoid criticism from his European colleagues, yet he secretly hoped that the Office for Democratic Institutions and Human Rights (ODIHR) would, in the end, not recognise the elections as legitimate. But ODIHR – already under heavy pressure from various autocrats in central Asia and ‘sovereign democracies’ in Europe – caved in to Wagenknecht’s demand that the organisation accept the ‘new reality’ and devised a statement on the elections that amounted to rubber-stamping them as free and fair.

The local elections in the Donbas were nothing less than a farce. As voters headed to the polls, machine gun fire could be heard in the distance. Ukrainian political parties were barred from running and Ukrainian media were banned from visiting the Donbas to cover the elections. Instead, local ‘separatist’ media ran the show, reporting a misleading blend of fact and fiction. Special detachments of officers sent by the Russian Armed Forces’ Main Intelligence Directorate sought to intimidate and even eliminate candidates who did not support the Russian occupation.

A war-like situation of daily shelling and fire-fights on the separatist ‘borders’, and the presence of landmines, made campaigning all but impossible and deterred internally displaced persons living on the Kyiv-controlled side from making the treacherous journey to polling stations. The few ODIHR election observers symbolically deployed to the DNR and LNR were escorted by separatist militias and only taken to designated polling stations. The outcome was a given and the elections were merely a spectacle to legitimise the separatists.

Understanding that the separatist regimes were nowhere to stay, nearly half the population of DNR and LNR packed up their belongings and crossed into the Kyiv-controlled parts of the Donbas. Those who remained were mostly pensioners who were too old to leave, or war veterans who would be arrested if they ever crossed the line.

Days after the elections, the new authorities demanded additional funds from Kyiv to finance the people’s republics. In particular, they demanded social payments, arguing that the Minsk agreements required this. Berlin and other European capitals seemed to confirm this interpretation of Minsk, enraging the Ukrainians. Budgetary sessions of the Ukrainian Rada ended in fist-fights because lawmakers did not want to be associated with amendments to funnel more money into the Russian proxy states.

The elections were proclaimed a great success in Moscow. Seeing that it had come closer to its goal of bringing Ukraine into its orbit, the Kremlin ordered the DNR and LNR forces to increase their military pressure on Ukraine. Russian intelligence personnel based in the DNR and LNR used their newly won immunity to liaise with pro-Russian activists across Ukraine. In Odessa, Kharkiv, Dnipro and other cities, members of subversive hooligan clubs (titushki) began exerting pressure on local reformists, investigative journalists, and politicians. Corrupt local security services did little to stop their expansion and collusion with organised crime.[1] These helped to create pro-Russian front organisations in preparation for a wider insurgency and to portray Ukraine as a failing state in Europe. In an increasingly destabilised Ukraine, the prospects for economic growth diminished, and investors began to leave the country.

But the tipping point came when the separatists tried to claim their seats in the Rada. Under the pretext of ‘reintegrating’ the Donbas, as ultimately foreseen in the Minsk agreements, separatist politicians took part in the 2019 elections. The Donbas candidates were mostly Russian-backed separatists who had fought in the war there. Most of the candidates were easily elected, which meant the end of normal political life in Kyiv. Ukrainian civil society organised massive demonstrations against the members of parliament who were seen as Russian Trojan horses. It did not take long before the demonstrations turned violent.

The outbreak of violence was the signal for the titushki clubs across Ukraine to stage major anti-government protests. These orchestrated protests managed to attract Ukrainians who felt deep frustration with the government in Kyiv and anger at the economic downturn, the corruption, and the war in the east. In several cities, protests and counter-protests ended in rioting and clashes with the police. The human toll was significantly higher than the 2014 revolution. The Kremlin watched closely to see whether the ongoing revolts presented an opportunity for them to stage a takeover in Kyiv.

Separatist forces, many of which were composed of regular Russian soldiers, were transformed into “people’s militia units”, as the footnote in the second Minsk agreement called them. They continued to receive material support from Russia but could now do so legally as part of the cross-border cooperation framework, which Moscow claimed was all in line with Minsk. This was facilitated by Russia’s control of the border, which it had refused to relinquish to Ukraine, claiming that it would only do so once Ukraine had fully lived up to its Minsk-related obligations.

As the anti-government protests grew, these units were sent across the line of contact to provide protection for the demonstrators. Separatist putsches were launched in Odessa and Dnipro, but ultimately failed. One of the, however, did succeed, in Kharkiv. Under such circumstances, policymaking in Kyiv ground to a complete halt. Poroshenko declared a nationwide state of emergency and began ruling by decree. A new government was formed with prime minister Arsen Avakov at the helm. Having already built up his own ‘deep state’ during his stint as minister of interior, he became Ukraine’s new patriotic strongman. He relied on the Ukrainian Intelligence Service to rule the country, using the intel it gathered for political purposes.

The international outcry over Russia’s actions began all over again, but Europe was divided on how to react this time. Several member states, pointing to the “new beginning with Russia” policy, refused to go along with any further measures against Russia. Instead, the best that the European Council could come up with was to issue carefully worded conclusions calling on all sides to show restraint and seek a peaceful solution. The US reaction was equally balanced and equivocal. The willingness to play along with the Minsk plan and steer Ukraine into a quagmire had not only delegitimised Poroshenko, it had destroyed the Ukrainian people’s trust in the entire post-Maidan political class and the EU. Those who could, from the young innovative generation, left Ukraine for Europe.

The decision to force the Minsk agreements upon Kyiv made central and eastern European countries in the EU weary of western European leadership. The distrust within Europe and subsequent conflicts brought EU policymaking to a standstill, impeding reform of the EU and the eurozone. The formation of issue-specific coalitions or permanent structured cooperation, as outlined in the treaties, was blocked by northern and eastern European member states due to their distrust of the old members. The credibility of EU’s Common Foreign and Security Policy was dealt a serious blow, especially its ability to deliver stability and reform in the eastern neighbourhood. The inability of Brussels to find any consolidated policy vis-à-vis Russia led some member states to consider forging bilateral deals to ensure their own security needs were met. In the end, the political chaos in Kyiv spilled over into Brussels.

SCENARIO TWO: NORMALISING THE STATUS QUO IN UKRAINE

The Eastern Partnership Summit was held in November 2017 with little fanfare but many questions about what would come next for the region. For Ukraine, the two big deliverables − the Deep and Comprehensive Free Trade Area agreement (DCFTA) and visa liberalisation – had been delivered, but there were no new flagship projects to promote the Europeanisation of Ukraine or to incentivise further reforms. Europe, preoccupied with domestic crises and political squabbles caused by the Brexit negotiations, had, by late 2017, lost interest in Ukraine. While some member states still considered Ukraine important, they could not muster the political will in Europe to push for further deepening of relations. Germany and a few other member states had even tried to roll back European Union commitments acknowledging Ukraine’s European aspirations. 2018 was a year of muddling through.

In Ukraine, the lack of attention from Europe, and the lack of new deliverables, led first to stagnation and then backsliding on reforms. Petro Poroshenko reached out to oligarchs from the era of Viktor Yanukovych to redistribute their economic gains in exchange for political loyalty. The 2019 elections pitted Poroshenko against the oligarch Victor Pinchuk – an easy win for the latter. Brussels was not unhappy about the outcome, but this ‘victory’ had come at the cost of delegitimising and isolating alternative pro-European candidates, such as Serhiy Leshchenko. Selective investigations, politically motivated trials, and biased television coverage, were again part of Ukraine’s domestic politics. Soon ‘new Ukraine’ looked much like ‘old Ukraine’, and the traditional supporters of Kyiv in Brussels were less and less tempted to raise their voices on the country’s behalf.

By 2019, the two people’s republics in the Donbas had become de facto military dictatorships run from the Kremlin. The local economies – beyond organised crime – had effectively collapsed. Once most of the oligarch Rinat Akhmetov’s factories had been nationalised and re-located to Russia, separatist armed forces became the main employer. After pressure from Europe to make ‘progress on Minsk’ and the realisation in Kyiv that the EU had lost interest in Ukraine, the Rada passed a short constitutional amendment to give increased autonomy to the Donbas on the condition that it would only enter into force when Russia withdrew its forces and handed back control of the border. Moscow rejected this condition and maintained its control of the entities through its military and intelligence presence.

The security situation along the line of contact remained unchanged, with daily exchanges of artillery and gunfire. Russia still enjoyed a wide range of military options in the region – forcing Kyiv to divert a sizeable part of its budget and government attention to keeping up its military presence in the East. The continuous tension in the Donbas region deterred investors and businesses, creating economic imbalances within the country and increasing latent tensions within the rest of Ukraine.

Angela Merkel resigned as chancellor in the summer of 2020. Her successor, the former German minister of the interior, Thomas de Maizière, was not sympathetic to Russia but had little experience of dealing with Putin. With a special status law in place for the DNR and LNR – albeit an unimplementable one due to the Russian military presence – many observers in Europe concluded that the Minsk agreements would only ever be partially implemented. Full implementation, they argued, was unrealistic and they should accept what they could achieve. In the autumn of 2020, after another banking crisis in Italy, southern Europe was hit by a recession. Disputes over fiscal stability and labour market reforms erupted again between the northern member states and the ‘olive belt’. For Emmanuel Macron, this recession was especially bitter, as the effects of his economic reforms were about to be felt. Pro-Russian populists from the left and the right accused him of being a ‘tool of international capitalism’ when he tried to save the French financial sector. Once hawkish towards Russia, Macron found himself needing to appease the country for domestic reasons. Not wanting to undermine Macron, de Maizière became more disposed towards ‘flexibility’ on Russia and Ukraine.

After a half-hearted push by France and Germany to inject new life into the Minsk process, the EU decided that since Russia had made “some progress” towards implementing them, sanctions should be partially lifted. This, it was argued, would encourage the Kremlin to pursue further implementation. Sanctions were lifted on arms and dual-use goods, and financial restrictions on state-owned enterprises were also lifted. The lifting of these sanctions – incidentally the ones that mattered most to Russia – signalled to Moscow that Europe had given up on the eastern neighbourhood, and prioritised relations with Russia once again. To the dismay of Italian and French businesses, Russia did not fully reciprocate, only lifting its counter-sanctions towards individuals. Its restrictive measures on trade had become a permanent – and for some a lucrative – feature of Russia’s economy.

The Kremlin perceived the gradual retreat of Europe as de facto acquiescence to its interests and ambitions in the eastern neighbourhood. Europe’s actions lent credence to Moscow’s belief that, as long as it stuck to its position, Europeans would always give in to pressure – even if it took time. Europe held on in Ukraine for longer than it did in Georgia, but in the end it gave up there as well.

Soon after the partial lifting of sanctions, Moscow increased its active measures in Ukraine. Orders were sent out to connect organised crime networks, the anti-government opposition, and titushki hooligan clubs, with the Russian intelligence services operating from the Donbas. The people’s republics became sanctuaries for drug smuggling and human trafficking networks, money laundering, forgery, and cyber-crime. The spread of these activities not only destabilised Ukraine, but also gave birth to permanent tension between Brussels and Kyiv, with the former demanding that the latter block the spread of organised crime from Donbas. Corruption among some political actors, oligarchs, and domestic security services, was the second stage of destabilisation. It reinforced the dysfunctional state of Ukraine’s government, increased domestic cleavages, and furthered delays to the implementation of the DCFTA.

The stalemate in reforms hindered the diversification of trade relations and Ukraine remained dependent on the Russian market, which provided an opening for Moscow to exert influence on key oligarchs. European businesses lost interest in the Ukrainian market due to high levels of corruption and an inefficient judiciary. Ukraine suffered from extensive brain-drain, under-investment, unemployment, and economic stagnation.

While Russia did not have the resources to replace the investment of departing European businesses, the status quo meant that Kyiv was unable to move towards the West. This kind of controlled and ambiguous instability served the Kremlin well because it neither had to directly manage Ukraine, nor to expose itself to Western criticism for subduing the country. Still, it could delegitimise the EU as a stabilising force in the neighbourhood and beyond, and dissuade Europeans from trying to further engage in other countries on Russia’s periphery.

The Kremlin concluded that controlled instability was an ideal tool for controlling the neighbourhood and, by extension, containing Europe and the West. The chaos it created prevented Euro-Atlantic institutions from enlarging further and made European stabilisation of the immediate neighbourhood a costly affair that prevented the West from applying its tools elsewhere. Accepting the Donbas as a frozen conflict was the optimal result for Russia in the short term.

SCENARIO THREE: COLLAPSE OF SANCTIONS AND THE END OF SUPPORT FOR UKRAINE

While the daily revelations concerning the Trump team’s ties to Russia were something of a distraction for the US president during 2017, his government still managed to win its battle with Congress over cuts to foreign assistance budgets.[2] This was just one strand of the administration’s general goal of retreating from the business of “giving out free lunches to ungrateful allies”, as Donald Trump had tweeted. More specifically, the administration’s push reflected its intention to stop supporting Ukraine and lift sanctions against Russia. This intention had become clear in leaked transcripts of phone calls between the Trump team and Russian officials during the election campaign.

EU member states initially reacted to the US cuts by calling for the EU to “double down” on support efforts in Ukraine. Trump’s antics during his first six months in office had made him politically toxic in Europe and actually contributed to a strengthening of European unity. European politicians quickly realised that taking on Trump and pushing policies that ran counter to whatever Trump said or did had immediate and broad appeal among voters. Even in Italy, calls for supporting Ukraine could be heard. At one point, anti-Trumpism became a real unifying force in European politics.

But this unity dividend proved to be short-lived. With the United States having lost interest in Ukraine, the balance of power within the EU shifted to the southern members who were largely dubious about EU engagement in Ukraine. Italy, Austria, Greece, and Hungary seized the opportunity presented by Washington’s slashing of aid to push for the EU to do the same. There was some resistance from Germany, which, together with Sweden and a few eastern European states, increased humanitarian assistance to Ukraine. The United Kingdom increased its bilateral support for Ukraine too, but only discreetly, so as not to appear too out of sync with the United States. But Poland and several others were reluctant about following Berlin since they did not want to take sides in the growing transatlantic rift. Other states – particularly France, which was still focusing on domestic reforms – remained ominously silent.

When European and Ukrainian leaders met in Kyiv at the EU-Ukraine summit in July 2017, there was not enough political will or consensus among Europeans for any sort of “doubling down”. Transatlantic coordination had been essential for upholding the strategic Western response towards Russian action in Ukraine. It was also the glue that kept Europeans together and firm in their backing for Ukraine. A lack of commitment from Trump towards NATO’s Article 5 – the bloc’s mutual defence clause – had also made many Europeans nervous about being over-exposed in Ukraine and too hawkish on Russia. The family photo from the summit showed a handful of sulky European leaders struggling to put on a brave face; leading European newspapers spilled much ink speculating about the meaning of limp handshakes at the summit.

Because the EU was split on how to progress in Ukraine, European leaders were only able to agree on a strategic review of the current support effort. In early 2018, assistance programmes for Ukraine were put on hold until the review was concluded and a new policy approach agreed. Increases in bilateral assistance from Germany, Poland, the UK, the Scandinavian countries, and the Baltic countries were too small to fill the gap created by this freeze. Support for Ukraine was also attacked in the domestic debate in several European states as populist parties turned the issue into a cause célèbre. In mid-2018, Federica Mogherini, the EU’s high representative for foreign affairs, tried to reconcile the different positions of member states, but this effort was ultimately in vain. When European heads of government eventually discussed the issue, they failed to agree on a common policy – hence the freeze in assistance became permanent.

The end of assistance to Ukraine reignited an intra-European discussion on the Minsk process and the Normandy Format. Leaders of Italy, Greece, and Austria, became louder in demanding that local elections in the Donbas should be held regardless of the security situation if Kyiv wanted to continue receiving European support. Merkel and a few other leaders pushed back on this, favouring the ‘security first’ approach. But as Washington became vocal in supporting Italy – largely in order to gain leverage over Germany on trade – the European consensus fell apart again. The demand for elections without preconditions on security infuriated Kyiv and Ukrainian society. Minsk was considered by a majority of Ukrainians to be a betrayal of the Ukrainian soldiers fighting on the frontline since it legitimised the presence of Russia’s proxy separatists. But now, having to hold elections without a ceasefire was seen as a double betrayal. With domestic pressure increasing on Poroshenko to stand up to Europe and protect Ukraine’s interests, the room for manoeuvre on both sides shrank.

The real shock, however, came just days after the November 2018 mid-term elections in the United States when the Republican party won a landslide victory. Minutes before midnight on 15 November, an emboldened and unimpeachable President Trump signed an executive order cancelling all sanctions on Russia with immediate effect. Despite efforts by both houses to tie the administration down on Russia, binding legislation on sanctions was vetoed by the president. After the signing ceremony, Trump tweeted: “Sanctions on Russia are FINALLY over. Huge success! Time to work with Russia on fighting terrorism”.

European leaders, having learned of the news via Twitter, began calling each other to figure out a common position. The German chancellor, Angela Merkel, gained some support from colleagues in northern Europe that this was yet another example of why Europe needed to stand firm and united given that the US could no longer be trusted. It was an opportunity to show that the EU’s sanctions policy was independent of that of the US. But southern Europe pushed back, arguing that it was pointless for the EU to continue its sanctions regime without US sanctions in place. Having had good trading links with Russia in the past, and struggling with economic crises, they asked: why should Europe pay the price of sanctions while US companies could reap all the benefits of doing business in Russia? In the end, the divide within the EU grew too wide and no common position could be agreed upon. The sanctions lapsed.

At the 20th EU-Ukraine summit in December 2018 the split in vision and policies was clear for all to see. The breakdown of the sanctions policy and the end of assistance to Ukraine had sapped the EU’s credibility and any leverage it had in Ukraine. The summit ended early as the entrenched positions on both sides could not be reconciled. Leading European newspapers speculated about the meaning of missing handshakes.

While leaving the summit, some heads of government from northern Europe pledged to continue – and indeed increase – their sanctions on Russia. But pundits were quick to point out that this only highlighted the divisions in Europe and the collapse of consensus. The leaders of Poland, Estonia, Latvia, Lithuania, and the UK also promised Poroshenko that Ukraine would receive support in the form of military trainers and advisers, along with lethal weapons.

But, despite these scattered efforts to compensate for the breakdown of policy, the end of EU sanctions against Russia dealt a devastating blow to Ukraine. The perception in Ukraine was that first the US and now the EU had given up on the country and left it to deal with Russia alone. An isolated but pugilistic Poroshenko declared the Normandy Format and Minsk process dead.

As the presidential election in Ukraine approached and the main challenger, Yulia Tymoshenko, gained in the polls, Poroshenko’s language turned increasingly anti-EU and nationalistic. This message found deep resonance among the Ukrainians, many of whom felt betrayed by the EU after the sacrifices made in Maidan square and in the Donbas. Historians would later use biblical terms to describe the significance of ending the sanctions to Ukraine’s European aspirations.

Large parts of the Ukrainian political elite quickly resorted to ‘old habits’ and abandoned the harsh transparency and anti-corruption rules put in place thanks to international pressure. The 2019 parliamentary election resulted in an even more fragmented Rada, with populist parties gaining major shares of the vote. In the years that followed, Ukraine entered a period of domestic political turbulence, changing governments more than twice a year.

Meanwhile, in Moscow, the narrative that its policy on Ukraine had been a great success was accepted as gospel truth. Kremlin insiders believed that they had singlehandedly managed to push the West out of the neighbourhood while at the same time rupturing the transatlantic alliance and dividing the EU. As Ukraine dived deeper into crisis, Moscow stepped up its activity in the Donbas and used political unrest to instigate further uprisings around the country. The Kremlin employed its full range of destabilising and subversive measures: propaganda and disinformation, corruption, cyber-attacks, false-flag attacks by ‘Ukrainian nationalists’, sponsorship of illegal armed groups, and support for organised crime.

The aim of these actions was not only to destabilise Ukraine but to discredit it as a ‘failed state’ and deter Brussels from ever restarting support programmes in Ukraine. Pro-Russian parties in Europe, notably France’s Front National and Germany’s Alternative für Deutschland (AfD), embraced this narrative and even demanded sanctions on Ukraine, citing “democratic backsliding” due to the uncertain circumstances. On top of its subversive activities, Moscow tried to increase Kyiv’s economic isolation by initiating a naval blockade on the remaining Ukrainian Black Sea ports to curtail attempts by Kyiv to tap export markets beyond the EU. While Moscow ultimately aimed to bring Ukraine into its sphere of influence, it could accept – as second best – a weak and dysfunctional Ukraine that had no prospects of moving further towards the West.

In Ukraine, a paralysed Rada could neither deliver on reforms nor on stable support for the government. Time and again the Ukrainian army proved to be the only stable, functioning institution in the country, setting the scene for it to become a ‘state within the state’. After Ukraine lost international support, some civil society actors turned towards the army with their demands for reform. Despite the progress made on reforms, the Ukraine that eventually emerged resembled a Kemalist republic, where the armed forces are the true guardian of the political order, rather than a European-style democracy.

Beyond Ukraine, Moscow was still set on renegotiating the post-cold war security order on Russian terms and extending its influence into other regions, especially since the end of sanctions had provided a boost to the economy. But the costs for Russia of instigating new conflicts in its immediate neighbourhood were perceived to be too high in Moscow. Russia was therefore tempted to try other fronts. It found fertile ground in the western Balkans, where dissatisfaction with the EU, local corruption, political mismanagement, and the refugee crisis had again stirred up nationalist tension and sparked calls for revising the territorial status quo once more.[3] Russia’s close contact with Serb nationalists and ultra-conservative Orthodox forces in Bosnia and Herzegovina, Croatia, Montenegro, Macedonia, and Kosovo, meant that it had natural allies on the ground. Domestically, the unravelling of the political order in the Balkans was seen in Moscow as vengeance for the ‘decade of humiliation’ it faced in the 1990s. Having used Ukraine as a ‘test case’, Russia employed its methods of subversion to generate more ‘controlled instability’ in a region much closer to home for EU member states.

SCENARIO FOUR: THE ‘GREAT POWER’ BARGAIN

In the margins of the 72nd session of the United Nations General Assembly in New York in September 2017, the Russian president, Vladimir Putin, and his American counterpart, Donald Trump, met tête-a-tête in the gilded halls of Trump Tower to discuss bilateral relations. To Trump, US-Russia antagonism had always been a bothersome obstacle to the overarching goal of uniting white Christian powers to fight radical Islam. As the tone of the conversation became more amicable, Putin pulled out a fully prepared document entitled: ‘Treaty of Strategic Cooperation between the United States and the Russian Federation’. The two-page document spelled out, in short sentences, how the US and Russia should divide the Middle East and Europe into different “areas of special responsibility” and “cooperate” under the umbrella of the war against terror. The eastern neighbourhood fell squarely within the Russian sphere. Happy to finally strike a deal with Russia, and with the enthusiastic cheering of his aide, Steve Bannon, Trump immediately signed the treaty. Upon touching down back in Washington, DC, he signed a series of executive orders to withdraw all US military personnel from the region, end sanctions on Russia, and cancel all US-funded programmes relating to Ukraine and Georgia.

For the Kremlin, the Trump-Putin Pact was a key strategic victory. Replacing the current European security order with one based on delineated spheres of influence was far more important to Moscow than actual territorial acquisitions in the immediate neighbourhood.[4] For years, Moscow had tried to package this goal with different wrapping paper: from the new treaty on European Security, to formalised EU-Eurasian Economic Union (EEU) relations, to making the Organization for Security Co-operation in Europe the centre-piece of European security. But no one in the West had ever taken the bait – until now.

When word of the treaty leaked, the reaction from the Washington establishment was as loud as it was predictable and ineffectual. Efforts by Senators John McCain and Joe Lieberman to set up a bipartisan caucus to veto the deal failed as most Republicans feared they would be punished by Trump’s support base in the 2018 midterm elections if they struck out against him. Some left-wing Democrats supported Trump on Russia in return for a more protectionist foreign trade policy and restrictions on political lobbying in Washington.

In Europe, the political mainstream was in shock. Trump’s deliberate failure to mention NATO’s mutual defence clause at the NATO summit in May had already rattled Europeans and their assumptions about the European security order.[5]  Now, Trump’s willingness to cut a deal over the heads of Europeans caused reverberations around the continent. The newly re-elected German chancellor, Angela Merkel and the French president, Emmanuel Macron, held a joint press conference telling the world that the West, as we had known it, was no more and that Europe had to fend for itself. Opinion leaders wrote op-eds declaring the end of the post-war order, and think-tankers wrote think-pieces either arguing that we now needed to rethink a new model for European security or claiming that a new Molotov-Ribbentrop Pact had been signed.

The immediate effect was one of more unity in Europe. The argument that the US could not be trusted and that Europe was now on its own resonated throughout a shell-shocked Europe. The foreign ministers of Germany and France put forward a joint non-paper setting out, as they called it, “a roadmap for the establishment of a robust defence mechanism and architecture structure”. This concept was quickly endorsed by other EU foreign ministers – even by the sceptics who did not want EU defence integration to compete with NATO or wanted to protect their defence industries. There were also pledges to increase support for Ukraine to offset the consequences of it being thrown under the bus by Washington. The need to stick together in the face of US abandonment of the neighbourhood was seen as paramount – at least for a couple of months.

By the end of 2017, unity was starting to fray. The Trump-Putin Pact had divided Europe into spheres of influence but had also undercut the basic assumptions of NATO as an alliance. Several allies calculated that, since collective defence was no longer reliable, they had to gain bilateral security assurances. Poland and the Baltic states entered into secret negotiations with the US to secure bilateral defence guarantees. Hungary and Austria also started secret negotiations, but with Moscow on non-aggression pacts. Other EU member states followed what would later become known as the ‘DC track’ or the ‘Moscow track’. Merkel and Macron recognised the historic challenge that Europe was facing and did what they could to hold Europeans together. But, despite the outrage over the Trump-Putin Pact, no European leader was willing to leave his or her country without reliable security guarantees or, indeed, risk the security of his or her own country for that of Ukraine or Georgia.

In Kyiv, Poroshenko tried in vain to mobilise his few remaining international supporters, while at the same time declaring a state of emergency and ordering partial mobilisation of troops. The Kremlin acted as fast as it could to implement the Trump-Putin Pact and, in particular, to pre-empt the possibility of the Trump administration reneging on its commitments. Moscow had learned how to deal with Trump’s unpredictability and sought to actively manage it. Senior Kremlin adviser Vladislav Surkov was dispatched to Kyiv with a sealed letter from Putin to Poroshenko. The basic demands were as follows:

  • To formally renege on the Association Agreement with the EU and renounce Ukraine’s aspiration to become a member of NATO and the EU;
  • To join the EEU and the Collective Security Treaty Organisation (CSTO);
  • To agree to security and intelligence service cooperation with Russia, as well as the deployment of Russian troops in Ukraine;
  • To formally recognise Crimea as Russian territory and accept an amnesty for the personnel engaged in the Donbas conflict.

Putin believed that these goals were within reach, as the Kremlin considered Ukraine’s western orientation to be a problem at the level of elites, rather than the people. Once the current ruling elites were replaced by other elites, Ukrainians would go along with Moscow’s demands, remembering their fraternal ties with Russia. But this was yet another grave miscalculation by Moscow in Ukraine. As the Maidan revolution had shown, the situation was rather the opposite. Revolutionary feelings were primarily directed against the ruling class in Ukraine who were leaning towards Russia, and only tilted against Moscow when its support for the corrupt old elites became all too obvious. And while large parts of the Ukrainian population had grown weary of their president and government over the last few years, the Kremlin misread the anti-government sentiment as pro-Russian support.

In the meeting with Surkov, Poroshenko read the letter and immediately rejected the demands, stating that Ukraine was never part of any negotiations on a ‘grand bargain’ and that no foreign power had the right to decide Ukraine’s future. Despite threats of ‘grave consequences’, Surkov left the presidential administration empty-handed and flew back to Moscow to brief Putin. After a short meeting, Putin ordered staff to initiate Operation Ukrainian Fall, a plan to depose Poroshenko in what would appear to be a palace coup and install the pro-Russian politician Viktor Medvedchuk as president.

Putin also ordered the mobilisation of the western and southern military districts. This build-up gained little international attention as the world’s media was more focused on the unfolding coup attempt in Kyiv. The increased military infrastructure on the border to Ukraine since 2014 also helped to conceal the Russian build-up.

Trump had not understood that the US-Russia pact gave Putin the right to intervene militarily in Ukraine, but any discussions on the exact meaning of the pact became purely academic when Putin ordered a full-scale invasion of Ukraine on 1 January 2018. The first phase of the attack began with one amphibious group landing on the shores of Odessa from the Black Sea, one operative manoeuvre group moving from Rostov-on-Don towards Dnipro, and another from Voronezh to Kharkiv. Making a pre-emptive strike, and taking advantage of the chaos in Kyiv, the Russian air force overwhelmed and neutralised the Ukrainian air force in the first 24 hours of the conflict. To cut the capital off from Western support, Russian paratroopers landed west of Kyiv.

After an emergency European Council meeting, its president, Donald Tusk, told a packed hall of journalists that the leaders of the EU had met following news of Russia’s renewed aggression in Ukraine. He said that the EU condemned Russia’s actions and called for Moscow to pull back its forces. The EU would consider further measures as the situation evolved. Asked by a Politico correspondent whether the EU was taking any punitive steps against Russia, Tusk said that because of new bilateral security arrangements member states had been pursuing, there was, at that time, no agreement on measures against Russia.

In the middle of the press conference, iPhones started buzzing with news that Russia had called a high-readiness manoeuvre of its nuclear forces, deploying land-based intercontinental ballistic missiles into firing positions, and sending strategic bombers to patrol the coasts of Germany and France. Merkel and Macron called Trump to convince him of the danger and the need to push back against this nuclear posturing, but their efforts were in vain. On its own, Europe would not risk a nuclear confrontation with Russia over Ukraine.

The initial military operation in Ukraine went smoothly for the Kremlin. But after the first week, it became bogged down. Ukrainian armed forces managed to destroy all bridges across the Dnieper river, halting the Russian advance. Some Ukrainian units deployed to the Anti-Terrorist Operation zone in Donetsk, and units in Luhansk managed to delay the advance of Russian forces towards the Dnieper river, setting up pockets of Ukrainian resistance on the eastern bank. Former Ukrainian volunteer formations and dispersed Ukrainian army personnel set up resistance units attacking land-bound supply lines used by the Russian armed forces. With the cooperation of the local population, Ukrainian forces also effectively isolated the Russian paratroopers in the west of the country.

Surprisingly heavy losses during the first months of the conflict caused Russia to change its modus operandi. Instead of aiming for a quick victory, the Russian armed forces shifted to their long game, resting on the superior firepower of their artillery and air force to slowly break through any resistance. Despite Ukrainian attempts to subdue them, Russian forces gradually moved westwards towards Kyiv.

The number of internally displaced persons was in the millions, with the majority trying to reach Poland and Slovakia. Much of western Ukraine held out against Russian forces because its mountainous terrain posed a challenge for Russian military hardware, and because the Kremlin expected even stiffer resistance there. Instead of facing Russian military advances, Ukraine’s already-poor western provinces had to deal with the stream of refugees coming from the east. Western humanitarian assistance could only prevent the worst of this humanitarian catastrophe.

European civil society engaged in humanitarian aid efforts for refugees in western Ukraine and in Europe. This led to negative reactions from Moscow, as even engaging in Ukraine for humanitarian reasons was perceived by Moscow as illegal meddling in its sphere of influence. Some of the refugees turned back to join the Ukrainian resistance after they had brought their families to shelter in the West. They were accompanied by European volunteer troops, particularly from Poland, the Baltic states, and Scandinavian countries.

To dissuade Europe from any further engagement in Ukraine, Russia stepped up military provocations on NATO’s eastern flank. While the Kremlin could not afford another war in addition to its Ukrainian adventure, it did engage in ‘fly-bys’, airspace incursions, and simulated nuclear attacks to “bring Europeans to reason”. But as Russian society began to mobilise, hearing constant news reports about the number of dead soldiers coming back from Ukraine, anti-war protests sprang up in Russia. When war veterans and security personnel began to join the protests, the Kremlin stepped up its provocative actions against the Baltic countries and Poland, claiming that it was the one being attacked and that Russia was, in fact, at war with NATO.

Eastern European states felt directly threatened by Russian provocations and began to react to them. Finland and Sweden decided it was time to hold referendums on joining NATO. The most salient argument from the ‘No’ camp was that joining was now pointless since NATO had become obsolete. But the move towards membership caused Russia to further escalate its attempts to intimidate them. In light of the US retreat from its role as guarantor of European security, Poland openly considered leaving the Treaty on the Nonproliferation of Nuclear Weapons (NPT) and developing indigenous nuclear capability to guarantee its own security. Finally, the EU agreed to co-finance French nuclear weapons and signed a nuclear-sharing agreement with France. Moscow took this step as a pretext to exit the Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty – signed at the end of the cold war to ban all long-range nuclear missiles – and forward-deploy nuclear weapons to Belarus, Crimea, and Kaliningrad. While the situation after the annexation of Crimea might have been a ‘cold war-lite’, Europe found itself back to the future: in a new and dangerous cold war proper.

CONCLUSION

This essay presents a series of pessimistic doomsday scenarios. Europe’s unity is more resilient and its capacity to navigate treacherous waters is greater than that which is set out here. But some of the events described are unfolding in the real world right now. The evaporation of US interest and influence in Ukraine since Donald Trump took office (and the lack of US pressure on Kyiv to move ahead with reforms) has led to a partial roll-back of reform legislation, an increase in police abuse, and selective investigations against critical politicians in Ukraine. Trump’s stated intention to strike a deal with Russia, suggestions that the US would drop sanctions, and his ambiguity over US security guarantees for Europe have, so far, pushed Europeans closer together and made them more committed to looking after their own security. But this unity could crumble should the US actually take steps towards making a grand bargain with Russia or disengaging from NATO.

European leaders have little choice but to try to compensate for the absence of US leadership on Ukraine. This task rests primarily with Germany. It seems increasingly likely that Berlin will need to carry the stick that the Obama administration wielded in Ukraine. And while much of the attention in Berlin has been on the implementation of the Minsk agreements, the nitty-gritty detail of reform implementation and reform assistance is the actual battleground that matters. This is where Berlin needs to assert itself in a much more prominent, visible, and intrusive way. Emmanuel Macron may turn out to be a strong ally in this.

While the EU’s priority should be to press for further reforms, the Minsk process is important as a way to manage and contain the conflict and to give Ukraine the time it needs for reforms. The problem with the Minsk agreements is that, if they are implemented the wrong way, they would make Ukraine a dysfunctional state, destroy its democracy, and send Ukraine back several steps on its already shaky path towards modernisation. Europe has to steer clear of easy fixes and shortcuts on Minsk.

Moscow recognises the potentially debilitating power of the Minsk agreements for Ukraine, which is why Moscow continues to push Kyiv to implement its obligations while doing nothing to live up to its own obligations. Ultimately, Moscow has no intention of implementing Minsk. Rather, it sees Minsk as a useful tool for pressuring Kyiv to legitimise the separatists and formally bring them into Ukraine’s body politic. But the tremendous challenges surrounding Minsk implementation – and the low likelihood of it ever actually being implemented – is not a reason to give up on Minsk. It is, however, a reason to push Russia even harder to implement its own side of the bargain in a manner that does not undermine Ukraine.

The sanctions regime is one of the primary sources of pressure that the EU has on Russia. But this pressure is not so much about the negative impact on the Russian economy as it is about the symbolic value of Europe not accepting Russia’s actions in Ukraine as legitimate. The sanctions represent Europe’s commitment to protecting Ukraine’s territorial integrity and to resolving the conflict in the Donbas. Lifting the sanctions without Minsk having been implemented would send the signal that Europe has given up on Ukraine – which is exactly what Moscow is aiming for.

Criticism that the sanctions are not working because Russia is still fighting the war in the East misses the point. If anything, the answer to this criticism is that sanctions should be increased rather than lifted. While the political conditions for increasing sanctions are probably not in place, the EU should consider extending its renewal period from every six months to once a year or automating the renewal process. This would make the political conditionality of lifting sanctions once Minsk is fully implemented more credible and remove biannual opportunities for Moscow to split the EU. It would also allow for a healthier and more strategic discussion within the EU about what to do with Russia. The constant focus on sanctions means that there is little space for broader discussion about Europe’s strategy towards Russia. A firmer commitment to the conditionality around sanctions would also make it easier for more hawkish member states to discuss forms of selective engagement with Russia.

But the EU will face bigger issues if Washington decides to lift its sanctions. This will force the EU to consider whether the policy makes sense and can be effective without the US. It could lead to the EU’s unity on sanctions collapsing and, consequently, its overall policy towards Russia collapsing, as set out in scenario three.

Europe needs to resist the Russian narrative of Ukraine being a failed state. Although segments of Kyiv’s political class are still corrupt, the country has progressed against the odds. Without sustained European support, Ukraine’s struggle will be even more difficult and the negative fallout of this struggle will be bigger. Emboldened by its success in Ukraine, Russia will understand what is possible in other parts of the world. Given this situation, it is the West, ironically, that is the most liable to turn Ukraine into a failed state.

All scenarios outlined in this paper are based on extrapolations of mistakes the West makes. But it does not have to end this way. Europe could stay the course and remain vigilant on Russia and Ukraine. There is no reason to believe the transformation of Ukraine and other eastern neighbourhood states cannot succeed in the long run. But it will be a bumpy ride.


[1]  There are already indications that this is happening. See: “Dnipro crackdown shows resurgence of police brutality”, Kyiv Post, 12 May 2017, available here.

[2]  In April 2017, the US government cut development aid by 68 percent. See: Bryant Harris, Robbie Gramer, and Emily Tamkin, “The End of Foreign Aid As We Know It”, Foreign Policy, 24 April 2017, available here .

[3]  For a picture of current sentiment towards Russia in the western Balkans see:
Francisco de Borja Lasheras, Vessela Tcherneva, and Fredrik Wesslau, “Return to Instability, How Migration and Great power Politics Threaten The Western Balkans”, European Council on Foreign Relations,  21 March 2016, available here.

[4]  For more on Russia’s longstanding desire to re-shape the international order, see: Steven Pifer, “The growing Russian military threat in Europe, Assessing and addressing the challenge: The case of Ukraine”, Brookings Institution, 17 May 2017, available here; Kadri Liik, “What does Russia want”, the European Council on Foreign Relations, 26 May 2017, available here.

[5]  Susan B Glasser, “Trump National Security Team Blindsided by NATO Speech”, Politico, 5 June 2017, available here.