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2268.- Xi Jinping va da Macron. Parigi prepara la mossa anti Italia

Macron è un fetente, ma non è scemo. Funziona meglio l’asse Washington-Parigi-Berlino o l’asse Washington-Roma? Sarà Pechino a deciderlo? E l’Ue? L’incontro di Xi Jinping con la UE è previsto per il 9 aprile e, allora, come leggiamo questi incontri di Roma e Parigi? Di certo, L’Italia deve battersi da sola in Europa. Il problema è Strategico ed è tutto europeo: l’Italia aveva già ceduto per metà il Controllo dello Spazio Aereo ai cinesi e, ora, cede lo sviluppo della telefonia mobile di 5G a Huawei,piuttosto che a società italiane o europee. Malgrado, gli avvertimenti di Washington sulla sicurezza e i rischi, dopo i treni che già collegano Wuhan a Lione, saremo il secondo paese del G7 à entrare nella “nuova via della seta”.
L’italia aprirà alla Cina la porta sud del’Europa in modo più efficace dei treni con la Francia e della Grecia con il porto di Salonicco. Il porto di Trieste farà guadagnare cinque giorni alle merci cinesi, che si ritroveranno direttamente nel cuore dell’ Europa e, a Trieste, le merci possono giungere in ferrovia dalla Russia e imboccare la TAV, fino a Lione. Non dovremo sottovalutare il rischio di controllo e di proprietà a lungo termine delle infrastrutture strategiche (porti) e della cessione di tecnologia. Possiamo dire che le politiche dell’austerità di Bruxelles e l’ostilità di Parigi, alla fine, ci hanno portato fra le braccia di Xi? Il detto “L’unione fa la forza” è una chimera. Sono questi i punti su cui terrei il dibattito.



L’articolo è di Lorenzo Vita, per Occhi della guerra. 25 marzo 2019:

Emmanuel Macron incontra Xi Jinping, lo invita a Parigi e con lui chiama a raccolta anche Angela Merkel e Jean-Claude Juncker. Ormai sembra impossibile non vedere in ogni azione del presidente francese una mossa tesa a colpire gli interessi italiani. Ma è del tutto evidente che questa decisione di chiamare a raccolta all’Eliseo la triade per eccellenza dell’Ue per vedere il leader cinese ha un chiaro messaggio politico internazionale. Macron vuole parlare a nome della Francia ma anche dell’Europa. E guarda caso, proprio dopo la visita di Xi in Italia: viaggio che ha creato una breccia di non poco conto sia nei rapporti Italia-Europa che nei rapporti fra Italia e Stati Uniti.

L’impressione che si ha in questi giorni è che la Cina non sia il vero e proprio “rivale sistemico” dell’Europa, come definito in questi giorni dai vertici Ue. Il rischio è che quella del capo dell’Eliseo e di Frau Merkel sia l’ennesima mossa per fare in modo che l’Italia non abbia modo di beneficiaredi una pur minima posizione di vantaggio. Anzi, la premiata coppia franco-tedesca sembra aver messo in atto un piano perfetto, sfruttare l’allontanamento fra Roma e Washington e colpire subito dopo dall’Europa le possibilità italiane nella Nuova Via della Seta.

Il doppio gioco di Francia e Germania sulla Cina è a questo punto un metodo a dir poco perfetto. Ma facilmente individuabile. Macron ha dapprima urlato allo scandalo per l’approccio italiano alla Nuova Via della Seta, ribadendo che fosse necessario un approccio comune europeo nei confronti della Cina. Poi però cosa ha fatto? Ha steso il tappeto rosso all’imperatore di Pechino facendo capire fisicamente a Xi Jinping che l’Unione europea è a trazione franco-tedesca. E questo non implica una sudditanza, ma una doppia strategia: mostrarsi come i veri (unici) interlocutori in Europa e frenare qualsiasi tipo di avanzata cinese in Ue che non sia autorizzata da questo duopolio. Una strategia a tutto tondo che prevede diversi obiettivi.

Parigi vuole intrattenere con Pechino rapporti proficui. E questo è confermato dal fatto che anche in Francia verranno sottoscritte alcune intese che andranno dal settore nucleare a quello aerospaziale fino all’energia pulita, tema particolarmente caro proprio a Macron in funzione anti Trump. “Abbiamo molte cose da fare assieme, in termini di azione climatica e multilateralismo, ma dobbiamo anche difendere i nostri interessi”, ha detto Macron a Bruxelles giovedì scorso. E nel frattempo prepara una manovra che ha un significato molto profondo, a dimostrazione di quanto sia fondamentale capire che il capo dell’Eliseo non sia per niente uno sprovveduto.

Da un lato si proporrà come interlocutore europeo privilegiato rispetto alla Cina. Dall’altro lato, prepara insieme alla Merkel le contromosse per fermare la Cina in Europa. Come? Con una proposta che l’asse franco-tedesca pensa di rispolverare dai cassetti della Commissione europea, dove giace indisturbata da qualche anno. Come spiega Repubblica, il progetto di chiama Ipi ed è una norma “che vieterebbe alle imprese di Paesi extra Ue, cinesi in primis, di partecipare alle gare pubbliche d’appalto in Europa, se quei Paesi non garantiscono parità di accesso alle aziende comunitarie. Di fatto significa escludere Pechino da tutte le commesse infrastrutturali, che sul proprio territorio il Dragone ‘riserva’ ai campioni locali”.

L’idea franco-tedesca arriva insieme al nuovo sistema di monitoraggio sugli investimenti extra Ue approvato dall’Unione in questi giorni. Uno scudo che guarda caso è arrivato proprio alcuni giorni prima della visita di Xi Jinping in Italia e cui sia il governo italiano che quello britannico si sono astenuti. Una scelta che serve a Roma per entrare nella Nuova Via della Seta e per aprire agli investimenti cinesi. E che adesso ci porta a vedere un pericoloso avvicinamento fra i desiderata di Donald Trump e quelli della coppia Macron-Merkel.

2247.- Tutti gli errori dell’Italia su Cina e Nuova Via della Seta. Parla il sinologo Sisci

“La maggioranza degli italiani è favorevole al Tav, ivi compresi quelli che votano per il centrosinistra. Salvini sostiene che, al punto in cui siamo, sarebbe più costoso bloccare tutto. Certo, il progetto va rivisto e i costi abbassati, ma “tappare il buco” costerebbe comunque alle casse dello Stato. Fin dalla firma del famoso contratto, che ha dato origine al governo, le posizioni erano note. Quindi nessuna meraviglia per la situazione sotto i nostri occhi. Si conosceva in anticipo chi sarebbe rimasto col cerino in mano. Ecco perché Salvini se n’è tornato al Nord per il Sabato grasso del rito Ambrosiano. La quaresima per Di Maio è invece iniziata mercoledì scorso: e purtroppo si vede.” Guglielmo Donnini

TAV O NON TAV?
Si vede anche che ieri, come oggi, la politica italiana non è all’altezza delle sfide mondiali e nemmeno è coerente con l’alleanza con gli Stati Uniti d’America, come fu con tutti gli alleati del nostro passato. La tendenza è sempre quella di tenere due piedi in una scarpa e c’è anche chi punterebbe a fare di Roma un punto di equilibrio fra Stati Uniti e Russia, ma da quale piedistallo? La nostra centralità nel Mediterraneo non basta e può essere foriera di ritorni positivi, come anche negativi. Le guerre, quelle calde e quelle fredde, vengono partorite dalle crisi e il commercio che porta la crescita è portatore di pace. Anche per le merci, il futuro viaggia su rotaia, a velocità sempre maggiori. Potremmo già collegare Milano e Roma in 25’ e pesa che Finmeccanica abbia ceduto ai giapponesi di Hitachi Rail la Breda Treni di Ansaldo STS, fondata da Cavour. Oggi, la Nuova Via della Seta o Belt and Road Initiative (BRI), attraversa Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia e Germania e non l’Italia, che, per adesso, è tagliata fuori, ma non lo sarà in futuro con l’inaugurazione del tunnel del Gottardo, e poi con la Torino-Lione. Il percorso naturale sarebbe quello che attraversa la Pianura Padana. Oggi, l’attraversamento alpino a 1300 metri di quota con il dislivello del vecchio tunnel del 1871, è penalizzante e incompatibile con le nuove tipologie di treni. Quindi, rivedremo le quote di partecipazione con Parigi, ma facciamo questa TAV. La Nuova Via della Seta è, comunque, un progetto faraonico al quale dobbiamo prendere parte, sia che si realizzi e sia di stimolo alla crescita dell’Europa sia che finisca per soccombere di fronte alla involuzione dell’economia cinese o ne risulti trasformato. Oltre al confronto strategico fra Cina e Stati Uniti, vi sono, infatti, altri attori, in Asia, che devono ancora salire compiutamente sul piatto della bilancia. Mario Donnini

Dal 21 aprile 2016, un treno carico di merci dalla Cina, arriva alle 11.20 alla piattaforma logistica di Saint-Priest, vicino a Lione. È la nuova “via ferroviaria della seta” verso la Francia, ma non attraverso il corridoio mediterraneo, più breve, che, storicamente, ha unito la Cina all’Europa. I container della compagnia cinese Wuhan Asia Europe Logistics, contenenti materiale elettronico e meccanico, attraversano Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia e Germania, con uno scalo a Duisburg e raggiungono Lione dopo quindici giorni e 11.300 chilometri di viaggio: metà del percorso marittimo.



Parla, ora, il sinologo Sisci

È vero che l’Italia è il terminale naturale delle vie della seta, che in origine finiva, o iniziava a seconda dei punti di vista, proprio nel Mediterraneo. Quindi l’Italia, che è nel centro del Mediterraneo, non può che essere coinvolta. Ma qui c’è un punto tutto politico: l’Italia non può prendere l’iniziativa senza parlarne con l’America, con la Francia, la Germania e i paesi africani. Questo finora è mancato. Manca del tutto il quadro politico, e l’Italia è totalmente impreparata su questo”. Parla Francesco Sisci, uno dei maggiori sinologi ed esperti di Cina, intervistato da Start Magazine

Non usa mezzi termini Francesco Sisci per commentare l’imminente adesione dell’Italia alla Belt and Road Initiative (BRI), le “nuove vie della seta” cinesi. Per l’illustre sinologo, quella del nostro paese è una “scelta sciocca”. Maturata, per di più, “in perfetto isolamento”, senza consultare nessuno, nemmeno il nostro maggior alleato, gli Stati Uniti, che è giustamente contrariato.

Una “leggerezza” imperdonabile, la definisce Sisci, che mette in luce la temerarietà di questo governo, lanciatosi senza riflettere – e senza considerare le conseguenze – in un progetto dagli ovvi risvolti geopolitici che non possono essere presi così alla leggera.

In questa intervista concessa a Start Magazine, Sisci spiega tutte le sue perplessità. Ma ci tiene, anzitutto, a sottolineare cosa sia la BRI, quale valenza abbia per la seconda economia del mondo, quali suggestioni storiche recuperi e quali esigenze intende soddisfare.

Cos’è dunque, Sisci, “una cintura, una strada”?

E’ un’iniziativa senz’altro molto importante. Un’iniziativa che, dal punto di vista geografico, era necessaria: il territorio della Cina è per tre quarti infilato nell’Asia centrale. E l’Eurasia, il più grande continente del pianeta, a seguito della conquista turca di Costantinopoli e poi del blocco turco del Mediterraneo orientale, è stata saltata per secoli. Una situazione che fu risolta grazie agli spagnoli e ai portoghesi, che aprirono la via alle Indie attraverso l’America. La battaglia di Lepanto è del 1570, lo stesso anno in cui gli spagnoli stabilirono Manila come loro centro di commercio con l’Asia e verso il Messico. Questa rotta euroasiatica è durata per secoli e oggi è giusto e naturale che se ne riapra una diversa. Questa rotta non può che coinvolgere direttamente la Cina, con un’iniziativa di apertura commerciale euroasiatica che è giustamente ambiziosa.

Sembra proprio che l’Italia abbia colto perfettamente il senso dell’operazione di Pechino e sia alquanto interessata ai vantaggi che potrà offrirci.

L’iniziativa italiana, in linea di principio, va bene. Il problema è che tutto dovrebbe essere concordato con gli Stati Uniti, che rimangono il nostro principale alleato e partner commerciale. Se l’Italia pensa di avviare un’iniziativa così importante e significativa anche dal punto di vista simbolico, deve necessariamente parlarne con l’America. Non farlo sarebbe pura follia: significherebbe non possedere l’ABC della politica.

Può spiegarsi meglio?

La Belt and Road non è una cosa che l’Italia può fare in perfetto isolamento. È un cambiamento epocale, che rilancia quattrocento anni di storia di relazioni politiche e commerciali. È vero che l’Italia è il terminale naturale delle vie della seta, che in origine finiva, o iniziava a seconda dei punti di vista, proprio nel Mediterraneo. Quindi l’Italia, che è nel centro del Mediterraneo, non può che essere coinvolta. Ma qui c’è un punto tutto politico: l’Italia non può prendere l’iniziativa senza parlarne con l’America, con la Francia, la Germania e i paesi africani. Questo finora è mancato. Manca del tutto il quadro politico, e l’Italia è totalmente impreparata su questo.

Una questione di metodo, dunque.

Certamente. Sulla Corea del Nord, l’America parla con tutti: cinesi, sudcoreani, giapponesi, russi. È così che si procede, perché occorre creare un consenso ampio, perché ogni rapporto bilaterale delicato ha un impatto molto più ampio. Tanto più quando ci sono alleati di mezzo. È impossibile muoversi in solitudine, non porta risultati positivi ma solo danni complessivi.

Se dobbiamo prestare ascolto a quel che dice l’uomo che sta seguendo il dossier, il sottosegretario al Mise Michele Geraci, l’Italia ha motivi evidenti per procedere: le nostre esportazioni in Cina languono rispetto al bottino di altri paesi europei come Francia, Germania e Gran Bretagna. La BRI è in questo senso lo strumento perfetto per centrare questo obiettivo così importante per la nostra economia altrimenti boccheggiante.

Io capisco i ragionamenti del sottosegretario, ma mi tocca ripetere il punto: non possiamo permetterci il lusso di operare da soli una scelta così strategica. Non ha senso sottolineare che dobbiamo esportare di più in Cina se poi non consideriamo insieme agli altri l’architettura entro cui gli scambi con la Cina dovrebbero avere luogo. Non ha senso a maggior ragione se consideriamo che l’America adesso ha una guerra commerciale in atto con la Cina, e in questo momento è ridicolo che l’Italia si metta a fare ponti con la Cina. È un’operazione che avrebbe senso solo se l’Italia desse sostanza ad una proposta politica, che però manca del tutto. Così come è stata fatta adesso, la scelta italiana è una scelta sciocca. Infatti…

Prego.

Ci piaccia o non ci piaccia, l’Italia è parte del sistema americano. Quindi, noi possiamo fare delle cose alla luce di quello che l’America ci dice o che concordiamo con lei. Non avendo in questo caso concordato nulla con Washington, ne consegue che tutto quello che annunciamo di voler fare con la Cina è aria fritta. Che ci mette in una situazione imbarazzante sia con l’America, sia con la Cina. Con la Cina dimostriamo, come al solito, di essere dei gradassi, di annunciare delle cose che poi non possiamo fare. All’America, invece, andiamo a fare uno sgambetto in un momento particolarmente difficile. Quindi gratuitamente, senza alcuna idea, senza alcun vantaggio, noi stiamo costruendo una situazione pericolosa.

Le faccio una provocazione: non è che l’Italia, aderendo alla BRI per prima tra i paesi del G7, sta compiendo la scelta pionieristica di schierarsi con la futura potenza egemone? In altre parole, quella che lei definisce una scelta sciocca non potrebbe invece essere definita lungimirante?

Se l’Italia decidesse di cambiare allineamento politico e militare, farebbe una scelta legittima. Ma per fare questo ci vuole preparazione politica, visione. A me sembra che non ci sia nulla di tutto questo. Quella italiana mi pare una scelta non pensata, fatta senza sapere leggere e scrivere. Una scelta del genere, di cambio di allineamento geopolitico, sarebbe importantissima per il paese e presenterebbe, oltre a degli ovvi rischi, anche delle opportunità, questo è innegabile. Ma io mi chiedo: alla Cina serve davvero un alleato antiamericano in Europa? Ripeto il concetto: a me sembra che non ci sia alcun calcolo strategico di fondo, ma pura leggerezza.

2231.- La Francia ci riprova: Al Sarraj ed Haftar assieme a Parigi

da Occhi della Guerra, premio

Anche il campo di El Feel cade nelle mani di Haftar. “Il campo continua a funzionare”.

Ovviamente tutto questo non può non avere implicazioni interne ed internazionali. Per quel che riguarda l’Italia, gli occhi sono subito puntati sul fatto che, come detto, El Feel è un campo dove opera l’Eni. Nelle vicinanze si trova la città di Marzuq, raggiunta nei giorni scorsi da alcuni bombardamenti operati dall’aviazione di Haftar.

Non appena nella serata di giovedì iniziano a diffondersi le notizie circa la presa dell’Lna, l’esercito comandato da Haftar, dei campi di El Feel non sono poche le preoccupazioni. Si temono scontri e quindi possibili stop alla produzione o danneggiamenti delle strutture. In realtà poi, in seguito ad alcuni riscontri e dopo alcuni comunicati dell’Lna, si parla dell’occupazione del campo da parte dell’autoproclamato esercito libico arrivata senza sparare un colpo.

Sempre nella serata di giovedì, al canale libico Channel218 un ingegnere intervistato telefonicamente conferma che la situazione è tranquilla e sotto controllo. Anche su Agenzia Nova si apprende che la produzione continua ed anzi “non si è mai arrestata, confermandosi al ritmo di settantamila barili al giorno”. Dunque ad El Feel l’estrazione del greggio prosegue e questa è, per l’Eni e per l’Italia, la più importante delle notizie. Ma per quanto concerne l’intero contesto libico, la conquista di El Feel da parte di Haftar non è un elemento di secondaria importanza. 

Smentite e conferme, il solito giro di notizie che viaggia lungo il filo di certezze che ben presto diventano dubbi e poi di nuovo certezze: alla fine però, anche la conquista del campo di El Feel da parte delle forze di Haftar dovrebbe essere realtà, pur se è d’obbligo mantenere il condizionale. Il generale della Cirenaica con i suoi uomini sarebbe avanzato fin dentro il campo petrolifero gestito da una joint venture composta dalla libica Noc e dall’italiana Eni


Al Sarraj ed Haftar assieme a Parigi

Gli equilibri sono saltati e questo già da giorni è ben ravvisabile: come detto la settimana scorsa, è nota la circostanza secondo cui Khalifa Haftar in prospettiva è l’unico a poter militarmente unificare la Libia, il problema per l’Italia soprattutto è capire in che modo il generale della Cirenaica muove i passi verso Tripoli. Se sotto il profilo militare, con l’aiuto di Francia ed Egitto, oppure politico. E soltanto in quest’ultimo caso entra in gioco l’Italia, attiva dal vertice di Palermo in poi grazie alla politica di inclusione che porta al dialogo con la parte occidentale ed orientale della Libia. Ma con la conquista manu militari del Fezzan da parte di Haftar, tutte le carte adesso si rimescolano. 

Probabile il vertice a Parigi tra Al Sarraj ed Haftar

Da giorni si vocifera circa un possibile incontro tra i due principali protagonisti della vicenda: il premier riconosciuto dall’Onu, Fayez Al Sarraj, e per l’appunto Khalifa Haftar. Questa volta però il meeting non dovrebbe essere in Italia, bensì a Parigi. Proprio come nello scorso mese di maggio, quando il presidente francese Macron fa incontrare i due all’Eliseo fissando per il 10 dicembre la data delle elezioni.

Un piano, quello transalpino, poi naufragato sul nascere con l’Italia che prontamente recupera terreno politico e con tutta la ben nota storia ruotante attorno il vertice di Palermo. Le condizioni rispetto allo scorso anno sono diverse, ma il principio è lo stesso: vedere Al Sarraj ed Haftar assieme a Parigi è un elemento in grado di far saltare dalla sedia i diplomatici della Farnesina che da mesi invece intrecciano la tela italiana sulla Libia. 

Il vertice non è confermato: in realtà nessun media libico ne fa cenno, a parlarne è soltanto Libya24, emittente filo gheddafiana. Non ci sono conferme, ma nemmeno smentite: questo rende l’incontro a Parigi più che probabile. Secondo la testata libica sopra citata, quello tra Al Sarraj ed Haftar dovrebbe essere un vero e proprio vertice di due giorni, tra il 25 ed il 26 febbraio. Solo nelle prossime ore è possibile capire se realmente i due attori libici principali hanno in programma un volo da Tripoli e da Bengasi con destinazione Parigi. 

E l’Italia? 

Il “derby” tra Roma e Parigi sulla Libia in realtà negli ultimi mesi appare ridimensionato. La Francia non riesce a mettere in atto il suo piano, Al Sarraj si conferma vicino all’Italia e lo stesso Haftar è ben lieto di tornare al tavolo con il nostro paese. L’idea è che nessuno senza l’apporto italiano possa avere chance di controllo futuro della Libia. E dunque la Francia, anche per tutelare i propri interessi, sembra se non collaborare almeno rispettare il ruolo di Roma.

A Palermo, in occasione del vertice, da Parigi arriva il ministro degli esteri Jean – Yves Le Drian, il quale è anche il maggior esponente politico inviato in Sicilia dalla diplomazia europea. Ma adesso, come detto, le carte nuovamente sono rimescolate. In Libia il deserto non è soltanto un luogo geografico ma anche l’emblema dell’attuale situazione: il vento politico rovescia le sorti allo stesso modo di come il vento del Sahara ribalta velocemente la sabbia delle dune. 

L’avanzata di Haftar è repentina e gode di un certo sostegno popolare nel Fezzan, eccezion fatta per i gruppi e le tribù ricollegabili all’etnia Tebu. E la Francia prova quindi ad approfittarne, riprendendo in mano l’iniziativa. L’Italia, esitante durante i primi giorni di offensiva di Haftar nel sud, si ritrova nuovamente a dover operare per attenuare l’offensiva politica dei cugini francesi.

Roma paga lo scotto dato dall’appoggio offerto ad enti non proprio popolari tra i libici: il governo di Al Sarraj in primis, che a stento controlla parti della capitale, e la missione Onu che, dal canto suo, specie in Cirenaica è accusata di non essere imparziale ed anzi in alcune manifestazioni se ne chiede l’allontanamento. In parole povere, fin quando l’equilibrio post Palermo regge, l’Italia mantiene il primato dell’iniziativa in Libia ma Roma si è un po’ cullata sugli allori, senza intervenire in tempo nel momento in cui sul campo Haftar avanza con il favore popolare ed i libici chiedono con più decisione la fine delle divisioni. 

Adesso il governo prova a recuperare, l’incontro tra l’ambasciatore Buccino ed Haftar dei giorni scorsi è un segnale che va in questa direzione. Al netto però della realizzazione o meno del nuovo meeting francese, il nostro paese mantiene comunque molte risorse per rimanere a galla al di là del Mediterraneo. Dagli interessi energetici, ai legami storici e culturali, Roma ha la possibilità di riprendere quota anche al virare dei nuovi equilibri. Serve però un deciso piano di azione che sia in linea con la velocità con la quale il vento del deserto libico riesce a mescolare le frastagliate carte che compongono il mosaico del paese africano. 

2218.- L’Act XIII dei Gilet Jaunes indica un’ovvietà: Non si fermerà

Gilets Jaunes Acte XIII, sabato: Una granata depotenziata sparata ad altezza d’uomo, come consueto, ha sfracellato la mano di un dimostrante, RIPETO: DI UN DIMOSTRANTE. Per Emmanuel Macron e per il suo ministro dell’interno Christophé Castaner, neanche la forca sarebbe sufficiente espiazione. Questa Unione europea è finita. Si regge sulla polizia di regime. più e peggio dei regimi nazifascisti. MA, QUI, NON SIAMO A GAZA!

Il punto di Boulevard Voltaire.

Sabato 9 febbraio, Acte XIII


Non si tratta più di posizionarsi a favore o contro il movimento. Non siamo come a favore o contro la pioggia. Cerchiamo di comprendere e poi ci conformiamo alla realtà. Nessuna scelta. Il movimento, a partire dal primo movimento Gilet Jaunes – perché, diciamolo chiaramente, c’è un’evoluzione dal 17 novembre 2018 a oggi: Non sta scemando.

Questo sabato 9 febbraio è stato l’occasione di nuovi scontri, alcuni dei quali alle porte del Palais Bourbon, là dove siedono i deputati.

La stampa si pone ancora furiosamente nei confronti dei gilet gialli e gli ripete continuamente, “ma alla fine, cosa volete?” Ed è vero che c’è una quadratura del cerchio per rispondere a questa domanda. … una parte di ciò che vogliono è del tutto illegale o al di sopra della legge: ad esempio, per deporre il presidente o per istituire un’Assemblea costituente, oppure, per rovesciare la rappresentanza nazionale e sostituirla con esperimenti di democrazia diretta, ecc. Quindi, inevitabilmente, può essere problematico dare una risposta alla domanda ricorrente sul loro “volere”.

Tuttavia, i Gilets sono lì, non fuggono da nessuna parte, e ogni sabato è un passo in più rispetto al sabato precedente. E non sono i giubbotti gialli a cui si deve porre la domanda sul futuro, ma al governo.

Sta a noi cittadini, bagnati dalla pioggia, che ci piaccia o no, rivolgerci ai nostri governanti e chiedere loro: “E adesso?”
Emmanuel Macron non ha risposto nulla.

Julien Michel

Questo sabato 9 febbraio, gli scontri, hanno raggiunto le porte del Palais Bourbon, là dove siedono i deputati.

Il punto amaro dei cittadini

Ma “destituire il Presidente è in tutto e per tutto illegale”. Julien Michel dovrebbe ricordare che l’articolo 68 della Costituzione francese prevede la possibilità che il Presidente venga destituito, in caso di “una mancata esecuzione delle sue funzioni, manifestamente incompatibile con l’esercizio del suo mandato”. Tutto ciò che occorre è che 58 deputati (o 35 senatori) avviino questa procedura.

François Asselineau, il presidente del partito politico “Union Populaire Républicaine” (UPR), che ha vinto lo 0,9% dei voti nel 2017


François Asselineau ha anche facilitato il lavoro ai parlamentari inviando loro un fascicolo con 13 violazioni della Costituzione compiute dal Presidente.
E finora, solo un deputato (MP) Franck Marlin (LR) ha dichiarato di essere disposto a firmare l’applicazione dell’articolo 68 della Costituzione: « Je ne supporte plus le mépris du président de la République et des membres du gouvernement ». Così Marlin, in una lettera del 18 dicembre.

Franck Marlin


Quindi, se il Presidente non viene “destituito”, non è perché la procedura sia illegale, ma solo perché gli “pseudo-avversari”, che hanno i mezzi costituzionali per liberarsi di questo dittatore, non fanno nulla … a parte biasimarlo nei post. Essi sono INTERAMENTE nella paga di Macron. Non siamo più in un paese democratico … la democrazia è morta ….. per il momento. E sarà così fino a quando questo presidente è lì. Grazie a tutti coloro che hanno votato per lui!

2217.- L’Italia fa guerra a Macron, ma la partita è molto più complessa

 

Sempre, i nodi vengono al pettine. Macron è solamente il rappresentante dei poteri finanziari che hanno voluto, creato e che gestiscono questa Unione europea. La partita è fra i popoli europei, con i loro stati sociali e quei poteri, con la BCE – banca privata, infatti – la sua ipocrisia e la sua austerità. Da una parte, le conquiste delle democrazie, edificate sulle rovine delle non poche conquiste dei nazionalismi, dall’altra parte, avvolta come spire di un serpente, la finanza mondiale, con la sua scia di povertà e di morte, in nome di un governo mondiale, ma di che? La guerra di Macron, passa attraverso la competizione economica, ma è contro i ribelli a quel disegno schiavista, di cui, lui, è soltanto uno dei miseri kapò. I Gilet Jaunes, sono i ribelli. Sono francesi perché sono un popolo coeso, al di sopra delle sacrosante divisioni politiche: quello che gli italiani non saranno mai. L’approccio dei 5 stelle agli eroici paladini gialli della democrazia è soltanto strategia elettorale: nessuna chiamata alle piazze, nessuna presa di posizione concreta delle istituzioni italiane, campioni senza valore da quando, in nome di questa Unione europea, a partire dal presidente della Repubblica, hanno rinnegato la Costituzione e la sua meravigliosa trama dei principi, come andava definirla Stefano Rodotà. Qui, leggiamo Lorenzo Vita, per Occhi della Guerra.

Piccolo uomo con le mani lorde del sangue dei suoi cittadini. Guardo gli occhi orbati, le mani sfracellate dalle granate, i morti e le migliaia di feriti dei patrioti, gli undici poliziotti suicidi. Per lui e il suo ministro Castaner, neanche la forca sarebbe sufficiente espiazione.

La guerra diplomatica fra Italia e Francia continua inesorabile. Dopo lo scontro fra Luigi Di Maio e il governo francese, che ha provocato l’ira di Parigi tanto da convocare l’ambasciatrice italiana al Quai d’Orsay. Lo scontro si fa ogni giorno più acceso. Ieri, il premier Giuseppe Conte e il ministro Enzo Moavero Milanesi hanno provato a disinnescare l’ordigno piazzato da lega e Movimento 5 Stelle.

Il ministro degli Esteri si è incontrato ieri con il suo omologo francese, Jean-Yves Le Drian, per discutere delle tensioni ormai infinite fra Roma e Parigi. Moavero ha provato a dialogare con la controparte francese, ma da parte del ministro d’Oltralpe sembrano essere arrivati toni molto duri. Le Drian era furioso: e non ha fatto niente per nasconderlo. La Farnesina ha provato a smorzare le accuse dicendo che si tratta di “campagna elettorale”. Una tesi che, come spiega La Stampa,è stato lo stesso Di Maio a negare in radice: “Non è campagna elettorale: è una battaglia di civiltà contro l’ipocrisia di Macron”. E la disputa a questo punto non accenna a diminuire.

Anche Conte prova a fare da pompiere. Il presidente del Consiglio ha ribadito che è giusto porsi delle domande sul futuro dell’Europa, sulle sue politiche e su come viene gestito il continente dagli altri Paesi, in particolare da Parigi. Conte tenta di aggiustare il tiro, ritiene legittimo interrogarsi sulle politiche globali sia dell’Unione Europea sia a livello di singoli Stati. “Ma questo non vuol dire mettere in discussione la nostra storica amicizia con la Francia, né tanto meno con il popolo francese. Continueremo a lavorare con le istituzioni di governo francesi, oltreché che europee e di altri Paesi, fianco a fianco per trovare soluzioni condivise”. Il tentativo di rimediare c’è. Ma la Lega né il Movimento 5 Stelle sembrano decise a seguire la linea del premier, che si trova ora a dover fare da paciere in uno scontro che rischia di diventare durissimo per la Francia ma anche per l’Italia.

In questi giorni, da Roma, si sono alzate le colombe per cercare di rimediare allo scontro. La stessa presidenza della Repubblica, con Sergio Mattarella in testa, sta cercando di spegnere le fiamme. E Moavero lavora in strettissimo contatto con il presidente, come più volte sottolineato in questa testata. Lo stesso ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha espresso in mattinata l’augurio che le “tensioni decrescano”. E del resto, fra Italia e Francia le questioni economiche sono aperte sono moltissime, da Fincantieri Stx ad Alitalia, passando per la grande quantità di grandi imprese italiane che hanno una quota francese.

La diplomazia ufficiale e non ufficiale si inizia a muovere per evitare la guerra. Ma da parte delle forze di maggioranza non sembrano esserci gli stessi intenti. Lo ha dimostrato Matteo Salvini, lo ha dimostrato Di Maio. L’opposizione, invece, è spaccata. La destra di Fratelli d’Italia segue la linea di Lega e M5S. Oggi Giorgia Meloni ha ribadito di ritenere il Trattato di Aquisgrana un “dichiarazione di guerra” contro l’Italia. Da parte di Forza Italia vige un rigoroso silenzio. Mentre il Partito democratico è quello più di tutti protesta per le tensioni con Parigi.

L’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, ha parlato di un isolamento controproducente da parte italiana. E alla presentazione del libro di Linda Lanzillotta Il Paese delle mezze riforme, l’ex premier Pd ha detto: “Oggi ho letto una dichiarazione del ministro Moavero, persona a cui mi lega stima e amicizia, sulla bagarre incredibile tra Italia e Francia. Dice che si tratta di campagna elettorale… Se questo è il nostro ‘deep State’, allora non c’è da essere per niente tranquilli”. E del resto, Gentiloni è lo stesso premier che ha voluto siglare il trattato del Quirinale con la Francia ricalcando quello dell’Eliseo fra Germania e Francia che è stato blindato e aggiornato ieri ad Aquisgrana da Angela Merkel ed Emmanuel Macron.

La questione quindi è anche di politica interna dei rispettivi Stati. Ed esistono due diplomazie alternative. Quella ufficiale e quella dei partiti. Da una parte quella ufficiale è paradossalmente molto più legata all’opposizione, con il Pd che si schiera insieme a Moavero e al presidente della Repubblica per raffreddare i toni. E il legame è chiaramente con i grandi gruppi industriali francesi e con Emmanuel Macron, che fu benedetto da tutti i leader del centrosinistra. Dall’altra parte, M5S e Lega si sono schierati con le opposizioni: i pentastellati, senza grandi risultati, con i gilet gialli; la Lega, con risultati molto più positivi e stabili con Marine Le Pen e il suo Rassemblement National. In ballo ci sono le elezioni europee e il blocco sovranista.

Il problema dell’Italia è triplice. Da un lato la Francia ci serve per provare a contrastare la politica di austerity voluta da Berlino. Dall’altro lato, abbiamo enormi interessi economici e industriali in comune. Terzo punto, fondamentale, c’è la Libia che ribolle. Nei giorni scorsi, come ricordato da La Stampa, “il sorvolo dei caccia francesi Raphale nel Sud della Libia a sostegno di un’operazione militare del generale Haftar è stato interpretato come un modo per fare pressione su Tripoli e sulla comunità internazionale, in contrasto con quanto definito alla Conferenza di Palermo”. 

Ora, dopo i commenti di Vita, vi propongo un esempio ignorante, che non si può collocare da qualunque parte e, perciò, fare oggetto di discussione. Italiano? nemmeno, ma uno qualunque dei senatori espressi dal voto altrettanto ignorante e che non sa nulla della competizione in atto.

Dove porta il vento, in nome di un interesse personale senza fondamenta.

2216.- Non è una guerra Italia-Francia Ma di Macron all’Italia giallo-verde

Emmanuel Macron ha dichiarato guerra all’Italia giallo-verde. È questo il vero tema dello scontro diplomatico che in questi giorni coinvolge Italia e Francia. E sbaglia chi crede che questa sia una sfida fra due Paesi che in realtà hanno legami ben più profondi che travalicano la disfida fra Eliseo e Palazzo Chigi. La realtà è che è sì, mai come questa volta i due Stati hanno agende contrapposte. Ma è soprattutto chiaro che il presidente francese, simbolo di quell’élite europea contrastata dai movimenti sovranisti e populisti, vuole infliggere colpi durissimi al governo composto da Lega e Movimento Cinque Stelle, che rappresentano i nemici perfetti dell’inquilino dell’Eliseo.

Parigi ha manifestato da subito la sua totale avversione nei confronti del governo italiano. E se è assolutamente vero che l’esecutivo italiano ha da sempre considerato Macron l’obiettivo numero uno della propria politica estera, è anche vero che non c’è mai stato da parte del presidente francese alcun interesse a dialogare con l’Italia. Anzi, da quando le elezioni di marzo 2018 hanno consegnato una maggioranza del tutto opposta a quanto preferito da Parigi (e Berlino), l’ordine del presidente francese è stato quello di scatenare una vera e propria sfida a 360 gradi nei confronti dell’agenda politica italiana. E lo hanno dimostrato le dichiarazioni nei confronti della maggioranza di governo (da “vomitevoli” a “lebbra nazionalista”) ma anche le azioni messe in atto dall’Eliseo per colpire gli interessi italiani (Libia, Fincantieri, Alitalia, deficit, Europa, migranti, sconfinamenti).

Da questa sfida all’Italia, il governo italiano ha ovviamente reagito con veemenza. E non sorprendono le prese di posizione di Matteo Salvini e Luigi di Maio che, pur con scelte opinabili, hanno sostanzialmente risposto a una serie di attacchi da parte del governo francese. Ma quello che è scaturito successivamente a questo scontro è l’idea, perpetrata da molti, che questo scontro fra governi sia in realtà una sfida fra Italia e Francia. Cioè fra due Paesi e non fra le loro rispettive amministrazioni.

In realtà non è così. E lo dimostrano soprattutto le alleanza politiche costruite in questi anni specialmente fra la Lega di Salvini e il Rassemblement National di Marine Le Pen. E lo dimostrano per certi versi anche i legami instaurati (pur molto fragili) fra Movimento 5 Stelle e gilet gialli. E questa è la dimostrazione più eloquente di come la fantomatica guerra dell’Italia alla Francia, come sostenuto da molti osservatori, sia in realtà un’idea assolutamente superficiale. Questa è una partita ben differente: è una sfida fra due idee di Europa fra loro inconciliabili. Ed è per questo che si sta spostando su un piano internazionale una questione che è prima di tutto politica.

Il governo di Giuseppe Conte, ha scalfito le certezze di un certo sistema europeo basato sull’asse franco-tedesco. Probabilmente non con i risultati sperati e non senza alcune conseguenze anche gravi. Ma è del tutto evidente che se a quelle elezioni presidenziali del 2017 fosse uscita vincente Marine Le Pen, nessuno avrebbe parlato di una guerra fra Italia e Francia, ma probabilmente di due Paesi amici e alleati. Naturalmente nessuno può avere la certezza.

Ma vedendo la profonda sinergia della Lega con quello che era il Front National e soprattutto vedendo l’asse fra le opposizioni e Macron (basti ricordare il legame fra En Marche! e il Partito democratico di Matteo Renzi) non si può non riflettere sul fatto che il presidente francese stia facendo il possibile per isolare e colpire l’Italia più perché rappresenta un avversario politico che un avversario strategico. Anche perché passare dal negoziato sul Trattato del Quirinale con Paolo Gentiloni a contrastare in ogni modo la politica italiana, significherebbe aver cambiato atteggiamento in maniera fin troppo rapida su Roma e le sue strategie. È cambiato il governo e le idee che muovono Palazzo Chigi: ed è per questo che Macron ha fatto scattare le rappresaglie.

2210.- Parte Seconda: LE ARMI DELLE BRIGATE NERE DI MACRON, MA NON SOLO

I manifestanti scendono in piazza per il 12 ° sabato consecutivo aprendo il corteo con uno striscione raffigurante persone ferite, accanto a un disegno di un agente di polizia che punta un’arma non letale (LBD 40). Siamo alla marcia del 2 febbraio 2019, a Parigi, indetta per protestare pacificamente contro la violenza della polizia nei confronti dei partecipanti agli ultimi tre mesi di manifestazioni in Francia. – In Francia, il movimento ‘Gilet Jaunes’ iniziò da principio come una protesta contro un futuro di miseria. (Foto di FRANCOIS GUILLOT / AFP)

Se queste sono armi per le forze dell’ordine, significa che i cittadini sono i loro nemici. Sarà per un rigurgito di coscienza che, dall’inizio dell’anno, 11 poliziotti francesi si sono suicidati?

Parliamo delle armi impiegate contro i Gilet Jaunes dai corpi di polizia francesi, ma ricordando che Italia e Francia partecipano insieme alla polizia anti-sommossa europea Eurogendfor. Nella parte tecnica, se il tempo a disposizione lo consente, leggeremo come si è evoluto in senso negativo, assolutamente inconcepibile in una nazione civile, l’apparato anti-sommossa e l’armamento di queste che ancora si fanno chiamare Forze dell’Ordine della Repubblica francese, ma che stanno a testimoniarne il carattere di dittatura finanziaria datogli dall’Unione europea.

Certamente, le manifestazioni dei Gilet Jaunes ci stanno mostrando un volto del regime dittatoriale che ha occupato le istituzioni degli europei. Un volto cinico, brutale, sanguinario che sta calpestando la dignità e la libertà dei cittadini, molto peggiore di quello che, già, ritenevamo crudele e disfattista per le sue politiche economiche di austerità. La grande maggioranza della folla dei Gilet Jaunes è composta di pacifisti che non hanno, evidentemente, un riferimento politico né uno strumento istituzionale per portare avanti le loro ragioni. Ma non tutti sono pacifici dimostranti. Ci sono sempre state persone il cui unico obiettivo è mantenere un odio che esiste solo per se stesso, per esprimerlo, per suscitarlo, per diffonderlo. Sono i vandali, i casseurs, che si infiltrano nelle manifestazioni, come hanno fatto i ladri che, profittando del caos, hanno depredato le botteghe. Costoro, quando fanno massa, si sostengono l’un l’altro nelle formazioni politiche dove l’ignoranza è un fattore comune e fanno da punta di lancia. Sono un pericolo ulteriore cui va incontro il movimento che, dal 17 novembre, per 12 volte, ha mostrato al mondo che i popoli non si sottomettono con la forza: Roma ancora docet. Colpisce la figura di, un gilet jaune divenuto famoso per essere stato orbato di un occhio, colpito da un granata depotenziata LBD 40, sparatagli da pochi metri da un mercenario di Macron, così, damblé, senza motivo, mentre, come di consueto, riprendeva la scena della manifestazione. Domandiamoci, allora, se fra i vandali, seminatori d’odio e questi poliziotti non ci sia una base culturale in comune e la domanda diventa: “Come vengono selezionati, addestrati e impiegati?

Jérôme Rodrigues è un grande cittadino

Jérôme Rodrigues, pur con la sua tragica ferita, chiama i Gilet Jaunes alla calma, a manifestare civilmente e a non cedere agli inviti alla violenza che i seminatori d’odio vorrebbero fare esplodere per vendicare i 13 morti, i 17 disabili e i più di 2.000 feriti causati da un polizia degna dei peggiori regimi comunisti, nazisti e – orribile a dirsi – in questa Unione europea. Sarebbe la fine del movimento e il più grande regalo al regime oppressore, che potrebbe, finalmente, scatenare i suoi giannizzeri senza alcun freno, più di quanto già non stia facendo. Mi guardo e domando: Sono anch’io un seminatore d’odio? No, perché ho ancora davanti agli occhi i tiratori scelti appostati nei Champs Elysee, con i fucili da cecchino imbracciati, a scrutare i “bersagli”, lo scorso 9 dicembre.

Da dodici anni la polizia francese e la gendarmerie vanno dotandosi di armi che nulla hanno a che fare con l’ordine pubblico, ma che costituiscono normali dotazioni degli eserciti. L’equivoco delle granate depotenziate e dei loro lanciatori “da difesa” non deve ingannare perché sempre granate sono e non basta la prescrizione di sparare su bersagli situati ad almeno 30-40 metri. Sono armi letali, capaci di dare la morte o, come vediamo, di creare disabilità permanenti; tant’è che negli Stati Uniti sono vietate.

La sola dizione di “uso autorizzato nelle manifestazioni (Usage autorisé en manifestation)” fa rabbrividire; la prescrizione di non usarle a distanze inferiori ai 10 metri sa di ridicolo.

Sopratutto, significa che era previsto che i cittadini avrebbero manifestato contro l’austerità e che si è consapevoli di non avergli voluto lasciare gli strumenti per opporsi democraticamente e civilmente a un governo che, senza tanti giri di parole, può solo definirsi dittatoriale. Dove non c’è democrazia, infatti, può solo esserci dittatura e le dittature si armano per sottomettere il popolo. Come può essere accaduto che i popoli europei siano caduti in questo tranello? Anzi tutto, gli è che l’Unione europea non ha una sua costituzione. Riguardo alle costituzioni degli Stati nazionali, invece, è stato possibile in nome dei principi: travisati, distorti, equivocati, falsati, snaturati e traditi. Un esempio? Siamo, ormai, avvezzi a chiamare le guerre con il nome di missioni di pace e a non dichiararle e, così, la Costituzione è stata aggirata:

Detta(va) l’ART. 11. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; …

Ecco un altro esempio: dice “limitazioni”, non “cessioni”, cioè, permanenti, come vuole chi è, ma solo di nome, presidente e garante della Repubblica. Potremmo seguitare. Concludiamo questa necessaria divagazione, dicendo che le Forze dell’Ordine che impiegano armi letali contro i manifestanti sono servi di una dittatura.  

Infatti, una cosa è la difesa dell’integrità dello Stato, compito che spetta alle Forze Armate, altra cosa è la tutela dell’Ordine Pubblico e l’impiego dei lanciagranate lo lascerei alle Forze Armate.

È, comunque, prevista la possibilità di fare ricorso alle Forze armate per far fronte a talune gravi evenienze che compromettano l’Ordine Pubblico. In Italia, il principale riferimento normativo in merito alle possibilità di impiego delle Forze armate in compiti di ordine pubblico è attualmente rappresentato dall’articolo 89 del Codice dell’ordinamento militare il quale include tra i compiti delle Forze Armate, oltre alla difesa della patria, il concorso alla “salvaguardia delle libere istituzioni”. La possibilità di fare ricorso alle Forze armate e, quindi, alle loro armi, per far fronte a talune gravi emergenze di ordine pubblico sul territorio nazionale è stata contemplata per la prima volta nel corso della XI legislatura (1992-1994). Attualmente l’invio di contingenti di personale militare, nel limite di 7.050 unità di personale, da affiancare alle forze dell’ordine nell’ambito di operazioni di sicurezza e di controllo del territorio e di prevenzione dei delitti di criminalità organizzata è previsto fino al 31 dicembre 2019. Alla luce dei delitti contro i manifestanti, cui stiamo assistendo in Francia e dell’adesione dell’Italia alla polizia anti-sommossa europea, chiediamoci se manifestare contro l’imposizione dell’austerità metta in pericolo la “salvaguardia delle libere istituzioni”.

Ora, se il tempo a disposizione lo consente, leggiamo come si è evoluto in senso negativo, assolutamente inconcepibile in una nazione civile, l’apparato anti-sommossa e l’armamento di queste che ancora si fanno chiamare Forze dell’Ordine della Repubblica francese, ma che stanno a testimoniarne il carattere di dittatura finanziaria datogli dall’Unione europea.

Il passaggio dai proiettili di gomma alle armi da 40 mm: un escalation repressiva dovuta alla nuova legge per la sicurezza interna

A partire dalla fine degli anni ’90, Charles Pasqua iniziò ad introdurre pratiche di polizia nordamericana in Francia. È da ricordare, in particolare, l’arrivo nelle mani della polizia francese delle prime armi “subletali” o “letali letali” o “semi-letali”, e in particolare il flashball.

Prodotta da Verney Carron, la pistola da 44 mm Flashball non è adatta per la polizia. Quindi equipaggia le squadre del BAC, appena riformato da Pasqua per condurre la guerra al crimine. Il concetto di anti-crimine era, quindi, entrato da solo dieci anni nel lessico degli agenti di polizia francesi.

Dopo i disordini del 2005 (Clichy sous Bois) e 2007 (Villiers le Bel), le unità di polizia che intervennero si erano lamentate dell’inefficienza del loro equipaggiamento e che il Flashball, impreciso e non molto potente, non era adatto per le operazioni di contrasto. Il Ministero dell’interno francese previde l’acquisizione di nuove armi dal produttore svizzero, Brüger e Thomet . Ecco quando appare il Defense Ball Launcher da 40 mm (LBD 40 o GL06-NL) .

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Scrivi una didascalia…
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Il costruttore francese SAPL vende anche allo stato francese il Lanciagranate a carica depotenziata (DBD / DMP) , che equipaggia la polizia dal 2007.

Queste armi e la legge per la sicurezza interna del 2003 (legge Sarkozy) che inquadra il loro uso, contrastano con i fondamenti della dottrina francese del mantenimento dell’ordine, che poggia sul controllo a distanza e sulla risposta graduata in base alla violenza dell’avversario. Queste armi di nuovo tipo, sono fatte per offendere il corpo, l’efficienza fisica e creare un effetto psicologico; non rientrano nella nomenclatura convenzionale delle armi fornite per mantenere l’ordine.

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La Brigade anti-criminalité (BAC) viene ad unirsi alla Compagnies Républicaines de Sécurité (CRS) e alle Mobile Guards (GM) e a nuove forze, le Società di intervento e sicurezza (CI, CDI, CSI), vengono create per supportarle nelle missioni di mantenimento dell’ordine durante le manifestazioni. Di conseguenza, le armi precedentemente pianificate per il ripristino dell’ordine nei quartieri sono anche nelle mani delle forze per il mantenimento dell’ordine.

Allora, il lanciatore di palloni da difesa da 40 mm tirava pallottole di plastica semirigide prodotte dalla compagnia nordamericana Combined Tactical Systems (CTS). Nel 2015, l’armamento delle forze francesi ha subito un notevole cambiamento: il Ministero degli Interni pubblicò un bando di gara per l’acquisto di diverse migliaia di nuove munizioni di difesa da 40 mm a corto raggio (MDCP), che fu vinto dalla società francese SAE Alsetex. Furono fornite alla polizia 115.000 palle di gomma di fabbricazione francese per sostituire i proiettili americani.

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Munitions de défense à courte portée de 40 mm produites par Combined Tactical Systems (US)
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Dal 2016, la “police française” si è dotata della “riot-gun Penn Arms” (PGL65)


Una fotografia scattata da Anar’ckanethym e pubblicata sulla sua pagina di Facebook, ripresa da Nantes Révoltée, ci aveva avvisato dell’uso di una nuova arma da parte delle forze dell’ordine francesi. Alla luce delle fotografie, inizialmente pensammo che fosse un fucile revolver da 37 mm (multi-shot), l’ARWEN, usato dalla polizia del Quebec.


Una foto scattata a Lione durante la manifestazione di giovedì 2 giugno contro la visita di Macron mostra un CRS (Compagnies Républicaines de Sécurité) con un’arma poco conosciuta ma impressionante: un “lanciagranate multiplo”. Un servizio le cui foto erano girate in tutto il mondo durante la “soppressione delle rivolte di Ferguson”, dopo la morte di Mike Brown. Aggiornamento Venerdì 23:30: anche il CRS ha impiegato questo lanciagranate, sembra a Nantes, per la prima volta.

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Parliamo di Lyon, le 2 juin 2016 (Anar’ckanethym). Mentre tutti iniziavano a preoccuparsi per la violenza della polizia, sembrò subito che questo fosse solo l’inizio. La polizia rivela sempre sorprese in questo settore. Fu l’eccellente sito web del collettivo Desarmons-les che lanciò l’allarme. Dopo il giorno di mobilitazione contro l’arrivo di Macron a Lione, un “compagno” della CGA pubblicò sulla sua pagina Facebook una foto di un CRS equipaggiato con questa enorme arma nel centro della città.

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Un’immagine impressionante che ricorda le mitragliatrici di Al Capone. La stessa arma era stata vista anche nelle mani del CRS durante le manifestazioni contro la Loi Travail nel 2016, a Lyon, Nantes e Parigi e lo scorso 14 aprile, ancora, a Nantes.
Penn Arms utilizzata con una granata CM3 a Nantes il 14 aprile 2018



Granata lacrimogena CM3 40mm – SAE Alsetex

Stranamente, e come se si dovesse compensare la perdita di un mercato per la società Combined Tactical Systems, il Ministero degli Interni ottiene pochi mesi dopo una nuova arma da 40 mm prodotta da questa azienda : il fucile revolver “Penn Arms riot gun” (PGL65). CTS perde il contratto di proiettili di difesa, ma in cambio vince un contratto per la vendita di armi per sparare i proiettili da 40mm ora acquistati da SAE Alsetex. Tutti sono felici.

Dispositivo di propulsione ritardata (DPR) da 40mm
Cariche lacrimogene – Granate CM3 (40mm)

Nel 2016, per la prima volta, la Penn Arms appare nelle mani del CRS che supervisiona le manifestazioni contro la legge sul lavoro.

Nel 2018, a Nantes, gli agenti di polizia equipaggiati con la nuova Penn Arms hanno iniziato a sparare granate lacrimogene da 40 mm, la CM3, prodotta da SAE Alsetex, che accompagna le granate da 40×56 mm dello stesso marchio, lanciate con il lanciagranate Cougar e Shuka.

La SAE Alsetex ha offerto da tempo un arsenale di munizioni da 40 mm, ma non erano mai state utilizzate dalle forze dell’ordine francesi. Niente ora impedisce al Ministero degli Interni di fare nuovi ordini, dato che ha già dotato le sue truppe di armi per spararle …

Parigi, 9 aprile 2016 (photo PaulDZA).

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Quest’arma è apparsa anche alcuni giorni prima, martedì 5 aprile, durante una manifestazione di fronte a un commissariato di polizia di Parigi dove erano state portate decine di studenti delle scuole superiori, in rue de l’Evangile. Questo 2 giugno, davanti all’hôtel de ville di Lione, di fronte all’Opera, quest’arma era impiegata per fronteggiare una cinquantina di manifestanti.
Secondo Désarmons-les, sarebbe un Arwen 37, conosciuto in Canada per aver ferito molti manifestanti sparando proiettili di plastica, a raffica. Esaminando più da vicino le foto, incluso il calcio e la maniglia, il dubbio si risolve. Allora, cos’è questa arma?

L’Arwen 37

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Il lanciagranate a ripetizione, portatile esibito dai CRS il 2 giugno a Lyon

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L’arma fotografata il 9 aprile a Paris

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L’ufficiale, ovviamente, si è rifiutato di specificare il modello o anche il fabbricante dell’arma nella foto. Lo comprendiamo, ma perché, alla fine, scopriamo il suo nome. È un lanciagranate Penn Arms 40mm, che funziona come un fucile da caccia, a pompa. Al centro un Penn Arms con la stessa configurazione di quello dei CRS


Con le foto prese da Internet, cercando nei forum di appassionati d’armi , non si trova nulla di conclusivo. Un amico di Radio Canut, che sta preparando un programma sui “casseurs , i vandali”, telefona al Ministero degli Interni: “Per quelle che sono le informazioni alla fonte, che abbiamo, lo ordineremo più avanti”.

Dopo aver chiesto “chiarimenti” ai suoi superiori, l’ufficiale responsabile della materia conferma che non è un Arwen 37, l’arma canadese. Dice solo che si tratta di un lanciagranate “multi-shot” o “a ripetizione”, in grado di sparare 6 proiettili in fila fino a 100 o 150 m. Un inferno di fuoco sulla folla! Un centinaio di questi lanciagranate sarebbero in dotazione dal 2010, al personale della polizia in Francia (alcuni di altri produttori secondo il Ministero).

Niente di nuovo allora? La documentazione di quest’arma, tuttavia, non si trova da nessuna parte. Per quanto riguarda il suo aspetto, era poco conosciuto fino a pochi mesi fa. L’impiego a “ripetizione del lanciatore di granate” deve essere eccezionale e, a volte, eccessivamente pericoloso per la polizia. Come questo giovedì 2 giugno a Lione, davanti a 50 manifestanti sotto la pioggia, davanti al municipio. Secondo i “chiarimenti” del Ministero, le procedure in uso sarebbero le stesse del lanciatore di lacrimogeni, quindi nessuna circolare specifica. Pratica risposta.

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Ferguson, 18 agosto 2014: un poliziotto spara con un lanciagranate multiplo Penn Arms equipaggiato con un mirino


È soprattutto una delle armi che simboleggiano la militarizzazione della polizia americana. Una foto di un poliziotto che la utilizzava a Ferguson, un sobborgo di St. Louis, Missouri e che fece il giro del mondo. Appare sulla copertina di un rapporto della polizia sulle rivolte di polizia dopo l’omicidio di Mike Brown, che avvenne il 9 agosto 2014. In seguito, l’ucciso, un afroamericano, venne associato a una rapina, ma era disarmato. Questo avvenimento, provocò manifestazioni e disordini a Ferguson, atti di vandalismo per più di una settimana. Le forze dell’ordine, attraverso svariati corpi tra cui le squadre speciali SWAT (unità speciali di polizia destinate a compiti ad alto rischio, come operazioni anti-terrorismo, salvataggio di ostaggi e antisommossa), alzarono progressivamente il livello di allerta, tanto da attirarsi critiche per la gestione – definita militare – dell’ordine pubblico.

Quello nelle mani dei nostri CRS, è più esattamente un lanciagranate multiplo PGL65-40. Quasi più granate alla volta, data la possibile rapidità della ripetizione (6 colpi in 4 secondi), ma anche per la varietà di munizioni offerta dal suo produttore americano.

Il ministero dice che vuole usarlo, almeno per il momento, solo per sparare gas lacrimogeni o fumo. Quest’arma è tuttavia pianificata da Combined Systems per trasformarsi in ripetizione di flashball (da 35 “ nel seguente video). Basta cambiare i proiettili:

Fatto più preoccupante e immediato, gli attuali lanciatori Cougar e Chouca, teoricamente, sono stati progettati per costringere la polizia a sparare gas lacrimogeni. “I tiri tesi non sono ammessi nella polizia”; ha dichiarato Michele Alliot-Marie nel 2009 . Tuttavia, ciò non impedisce alla polizia di farlo regolarmente come abbiamo visto negli ultimi mesi.

Raffica di 6 granate sparate in meno di un minuto contro una folla inerme

Il Penn Arms PGL 65-40 è, al contrario, destinato a sparare al bersaglio, come allo stand del tiro a segno o in guerra. Ha ferito gravemente i manifestanti di Occupy negli Stati Uniti, e un altro Penn Arms utilizzato dall’esercito israeliano ha ucciso un manifestante in Palestina, Mustafa Tamimi.

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Il Penn Arms è stato progettato per il
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La copertina decisamente militare del catalogo di armi “non troppo letali” di Combined Systems

Più in generale, le munizioni prodotte da Combined Systems hanno causato vittime in tutto il mondo. Se queste armi sono state recentemente utilizzate in Turchia o nel Bahrein, l’amministrazione statunitense, invece, ha deciso all’inizio dell’anno di ritirare i lanciagranate che aveva prestato alla polizia locale. In Francia, tuttavia, la militarizzazione del “mantenimento dell’ordine” non sembra disposta a fermarsi.

Aggiornamento 

[1] Nessun modello di lanciagranate a ripetizione è menzionato nei diversi decreti o circolari, a differenza dei singoli colpi da 56 mm “Chouca” e “Cougar” che ci innaffiano regolarmente con lacrimogeni. Ma in realtà, senza specificare il modello o la marca. Il codice di sicurezza nazionale autorizza lanciagranate da 40 mm (d’altri lanciatori, come Cougar et Chouca).

[2] Una nota dal blog collettivo del 27 novembre ci mette in pista richiamandosi al lanciagranate multiplo da 40 mm della Penn Arms, utilizzato dalla polizia francese. Le foto del produttore lo confermano: stessi dettagli del calcio, stessa canna, stessa “pompa” (la maniglia), lo stesso “caricatore tubolare” (sul quale scorre la pompa), ecc.

[3] La didascalia del rapporto afferma: “Un ufficiale spara un lanciamissili Multi-6 Penn Arms vicino a Avenue W. Florrizer, a Ferguson, lunedì 18 agosto 2014. Foto di credito: David Carson / St. Louis Post-Dispatch”. La stessa arma, con la stessa immagine, è dettagliata nell’appendice di questo rapporto, p. 24.

[4] I dettagli sono disponibili sul sito del suo progettista Combined Systems (CSI).


Elementi tecnici sul Penn Arms PGL65-40

Modello : Penn Arms Multi-Lanciatore a pompa 5″ Cyl. Calcio pieghevole

Calibro : 40 mm

Frequenza di tiro :  6 tiri in 4 secondi

Sistema di funzionamento : rotazione del tamburo mediante l’azione della pompa sull’impugnatura anteriore.

Peso : da 4 a 5 kg

Canna : 30,5 cm di lunghezza

Tamburo : 6 proiettili da 15 cm di lunghezza

Lunghezza : da 58 cm (con caricatore ripiegato) a 86 cm (caricatore bloccato in posizione di sparo)

Prezzo : da 2600 a 3000 euro

Munizioni : tutte le munitioni di calibro 40 mm (palle da difesa semi-rigide SIR o LBDR 40×46 ; cartucce di gas CS, palle di gomma, palle di caucciù, palle di legno, sacchetti di sabbia…)

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Informazioni sul fucile ARWEN

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Tristemente conosciuto dai cittadini francesi, l’Anti Riot Weapon Enfield 37 (ARWEN), fu creato nel 1977 dalla British Royal Small Arms Factory (RSAF) per sedare le rivolte nell’Irlanda del Nord ed è stato fabbricato dal 2001 da Police Ordnance. Compagny.

L’ARWEN ha già causato molti feriti gravi, come quelli di Maxence L. Valade, Dominique Laliberte e Alexandre Allard, feriti il 4 maggio 2012 nei movimenti studenteschi a Victoriaville. Il collettivo Armes à l’Oeil è stato formato in Quebec attorno ai feriti da questa arma per avvertire della sua pericolosità.

Quest’arma, come è stato spiegato nei dettagli in un articolo di Moise Marcoux Chabot, può sparare diversi proiettili: granate a gas lacrimogeno, ma anche proiettili di plastica, i “bastoncini cinetici” (modello AR-1).

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Va notato che i fucili ARWEN sono stati originariamente progettati per il governo britannico, durante il conflitto con l’Irlanda del Nord, per sostituire la pistola antisommossa L67A1 da 38 mm che sparava proiettili di gomma. Tra il 1970 e il 1975 furono sparati oltre 55.000 proiettili di gomma, uccidendo 17 persone, tra cui otto minori. I proiettili di gomma hanno anche causato molte vittime nel conflitto israelo-palestinese e rappresentano un pericolo reale per la vita. Non sorprende che David Cameron abbia aspettato il quarto giorno delle rivolte londinesi dell’agosto 2011 prima di consentire l’uso di proiettili di gomma o di plastica sui rivoltosi.

Inoltre, il fucile ARWEN non è stato adottato negli anni ’70 dal governo britannico, essendo considerato troppo intimidatorio. Fu prodotto solo nel 1983 e fu acquistato per la prima volta dalla polizia del Kentucky negli Stati Uniti. Ora è prodotto in esclusiva dalla Ontario Police Ordnance Company dal 2001. Brian Kirkey, CEO di Police Ordnance, ha già sottolineato il pericolo rappresentato dal fucile ARWEN: “Spezzerà le ossa se colpisce. Non puoi colpirli in testa. Non puoi colpirli al collo. Ecco dove hai un rischio di potenziale fatalità. “

Moïse Marcoux-Chabot, traduzione di mario Donnini

SAE Alsetex propose depuis toujours un arsenal de munitions de 40 mm, mais elles n’étaient encore jamais utilisées par les forces française. Rien n’empêche désormais le ministère de l’intérieur de faire des nouvelles commandes pour noël, puisqu’il a déjà équipé ses troupes d’armes permettant de les tirer…Étiquette 40 mmarmementsballe de gommeCM3combined tactical systemslanceur de balle de défenseLBDloi sécurité intérieuremaintien de l’ordremdcppasquapenn armsSAE alsetexsarkozy


2209.- LE BRIGATE NERE DEL REGIME DI MACRON E LE LORO ARMI.

Parte Prima: LE BRIGATE NERE DEL REGIME DI MACRON

Ieri, 1° febbraio, il Consiglio di Stato francese si è rifiutato di accogliere le richieste di sospendere l’uso del lancia granate da difesa LDL e della granata depotenziata LBD da 40×56 mm nelle prossime manifestazioni dei Gilet Jaunes.

Nella motivazione della decisione si sostiene che è necessario permettere alle forze di polizia l’uso di queste armi per fronteggiare il rischio di violenza. In piena polemica sulla brutale violenza della polizia la ​Confédération Générale du Travail (CGT) e il “Défenseur des droits”, una autorità giuridica indipendente francese che si occupa della difesa dei diritti fondamentali dell’uomo (Lega dei diritti dell’uomo, LDH) avevano tentato due giorni prima, durante un’udienza di emergenza, di convincere i giudici amministrativi a vietare questa arma, secondo loro “Pericolosa”, avendo causato molte ferite gravi, reso disabili 17 persone e che è stata utilizzata più di 9.200 volte dall’inizio del movimento di protesta sociale dei Gilet Jaunes. Jacques Toubon (LHD), aveva chiesto: “Annulliamo il rischio di pericolosità di queste armi, che esiste, sospendendo il loro utilizzo” 

Di cosa stiamo parlando?

Gli LBD sono i proiettili di gomma che la polizia usa per il contenimento delle “proteste” al posto dei Flash-Ball. Sono dichiarati, tecnicamente, armi non letali, ma solo perché non sono proiettili veri, la carica di lancio è depotenziata e a patto che siano rispettate le norme sul loro uso, per esempio, le distanze di tiro. Comincerei col dire, che, alla luce del loro larghissimo uso – ma chiamiamolo con il suo nome: “abuso” – contro i Gilet Gialli, si dovrebbe discutere su cosa vogliamo intendere per ‘armi non letali’, per “proteste” e per forze di polizia.

Con questi proiettili di gomma, da novembre, oltre 2.000 persone sono state ferite, in alcuni casi perdendo anche la vista o una mano e, cioè, rese disabili, come accennavamo. Del resto, dal 2000 al 2017, già l’uso delle Flash Ball – nota bene, diverse dalle LBD – ha causato 44 lesioni gravi. 

I video e le immagini delle manifestazioni ci mostrano questi proiettili di gomma che vengono sparati, proditoriamente, contro dimostranti inermi, da 10 metri e anche meno, sempre ad altezza d’uomo e spesso in faccia, anziché dai 30-40 m ammessi. Si tratta, evidentemente di ordini d’ingaggio che hanno reso ridicola la loro catalogazione sia come armi non letali sia come armi di difesa. Ordini d’ingaggio, inconcepibili in una democrazia e che ci fanno parlare di regime, con un ritorno ai metodi della Gestapo e delle SS naziste. Metodi che le democrazie dovevano aver cancellato e che, invece, vediamo risorgere ed essere approvati con il tacito consenso dalla NATO e dall’Europa unita, come testimonia il silenzio tombale dei loro vertici, evidentemente, imposto anche ai media di tutti i paesi europei.

Queste immagini che seguono chiedono giustizia o vendetta. Attendiamo una risposta.

Plain cloth policemen aim with a non-lethal hand-held weapon (LBD40) during an anti-government demonstration called by the Yellow Vests “Gilets Jaunes” movement, in Nimes, southern France on January 12, 2019. France braced for a fresh round of “yellow vest” protests on January 12, 2019 across the country with the authorities vowing zero tolerance for violence after weekly scenes of rioting and vandalism in Paris and other cities over the past two months. / AFP / Pascal GUYOT

Appena ieri, notavamo come il commissario europeo per i diritti umani Dunja Mijatović si è dichiarato preoccupato per la repressione soltanto ora, dopo tanti mesi di barbarie dei mercenari della Police e della Gendarmerie. Sui blindati che l’8 dicembre affrontavano i manifestanti per le strade di Parigi spiccava la bandiera dell’Unione europea e non fummo stupiti affatto, perché, da anni, abbiamo notato e fatto notare come tutto questo degrado democratico e morale fosse alla base dell’istituzione della polizia europea anti-sommossa, Eurogendfor, cui Francia e Italia hanno aderito con il Trattato di Velsen, nell’ormai lontano 2007. Un trattato in cui ci si preoccupò di rendere indenne questa polizia dal giudizio di qualunque tribunale, anche nel caso, sfortunato, che dovesse procurare la morte di un cittadino manifestante. Viene a mente la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, attraverso la quale il Consiglio d’Europa ha creato una zona libera dalla pena di morte che conta 47 paesi europei e oltre 820 milioni di persone. La pena di morte – si disse – non è mai la soluzione… tranne che in caso di sommossa? Perché, invece, non ci si preoccupò di rendere possibile ai cittadini di manifestare e far valere il loro dissenso verso una politica governativa o dell’Unione in una appropriata sede istituzionale, anziché per le strade? Vorrei chiedere: La Eurogendfor ha in dotazione le LBD?

A police officer points a non-lethal hand-held weapon at protesters during an anti-government demonstration called by the “Yellow Vest” (Gilets Jaunes) movement on January 12, 2019, on the Place de l’Etoile, in Paris. Thousands of anti-government demonstrators marched in cities across France on January 12 in a new round of “yellow vest” protests against the president, accused of ignoring the plight of millions of people struggling to make ends meet. / AFP / ludovic MARIN

Rispondo con pochi brevi esempi: Perché l’Unione europea, priva di una sua costituzione, è un’anomalia istituzionale. È solo un regime, con al suo centro una banca privata e niente affatto democratico. Per esempio, il trattato fondamentale di Lisbona pone al centro la competitività dell’Unione sui mercati mondiali e non il Lavoro, cioè, la Dignità della persona umana, quindi, la Libertà. L’Unione europea è priva di legislazione comune nell’imposizione fiscale né ha voce in capitolo per quanto attiene al modo in cui i diversi paesi spendono il rispettivo gettito fiscale; in campo sociale, ogni stato membro ha il suo welfare né sembra che la sostenibilità dei sistemi di welfare sia garantita dall’Unione. Le competenze in fatto di occupazione e politiche sociali sono quasi nulle. Sono brevi esempi del perché ai cittadini, per manifestare e per far valere il loro dissenso su una politica del governo, giudicata inappropriata, non restino che le strade, anziché le sedi e gli strumenti istituzionali: un referendum sulla fiducia, per esempio. Come si fa a parlare già di Unione e, poi, quale tipo di unione difende Macron? Al Parlamento europeo, da sempre sostenitore convinto della cooperazione europea in tema di difesa e sicurezza, noi cittadini chiediamo: Di quale sicurezza? Quella delle LBD?

Dalle granate letali, siamo finiti ai trattati, ma per dimostrare che la brutale violenza del governo Macron, del suo ministro Castaner e dei capi efferati delle sue polizie ha radici precise.

continua con la Parte Seconda: LE ARMI DELLE BRIGATE NERE DI MACRON

2207.- QUANTO VALGONO I BOIA DEGLI EUROPEI

Il caso Alexandre Benalla continua a pesare su Macron.

Dall’Agenzia Giornalistica Italiana, leggiamo le miserie dell’omuncolo messo dalla Finanza a far da boia a un grande popolo, cui, soltanto tra assassini di piazza e suicidi fra le forze dell’ordine, è già costato 24 morti, senza contare gli oltre 2.000 feriti e il vulnus alla democrazia.

L’ex guardia del corpo del presidente francese è tornato alla ribalta lo scorso 31 gennaio. In un’intervista a Mediapart, Benalla aveva rivelato di aver continuato a sentire Macron via Telegram anche dopo l’estate scorsa, quando fu licenziato per aver indossato illegalmente distintivi della polizia e aver malmenato un manifestante. “Ci scambiamo messaggi su molti temi diversi, spesso del tipo ‘come la vedi questa cosa’. Può essere sui gilet gialli, il pensiero su qualcuno o temi di sicurezza”, aveva spiegato. Parole che rischiano inoltre di riaccendere le voci secondo le quali Benalla avesse addirittura una relazione con Macron, che smentì in modo esplicito tale diceria. 

Il caso dei passaporti diplomatici

Macron aveva assicurato di non avere più contatti con la sua ex guardia del corpo dopo il licenziamento e le nuove rivelazioni hanno creato nuovi imbarazzi all’Eliseo. A tenere banco, in particolare, è l’indagine della procura di Parigi sulla mancata restituzione, e il possibile recente utilizzo, dei passaporti diplomatici da parte dell’ex bodyguard per un recente viaggio in Africa. A rivolgersi al procuratore di Parigi, Rémy Heitz, che indaga per “violazione della fiducia”, è stato il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, dopo la diffusione delle notizie di un viaggio di Benalla in Ciad. 

Lo stesso ministero degli Esteri aveva nondimeno assicurato che “il signor Benalla non ha beneficiato di alcuna particolare indulgenza” e  che”diversi passi” sono stati presi dal dicastero per ottenere la restituzione dei passaporti diplomatici dell’ex collaboratore del presidente Macron. Ciò significa che Benalla non ha mai restituito quei documenti? Durante la sua audizione formale, lo scorso settembre, Benalla aveva dichiarato di averli lasciati nel suo ex ufficio all’Eliseo ma pochi giorni fa la stampa aveva raccontato di suoi recenti viaggi d’affari in Africa, ancora in possesso di passaporti diplomatici. Rivelazioni che avevano spinto la Commissione Leggi del Senato a chiedere spiegazioni formali all’Eliseo. Quando si viaggia all’estero con un passaporto diplomatico, l’ambasciata francese non può infatti non esserne a conoscenza.

L’ex guardia del corpo, licenziata per aver picchiato un manifestante, sostiene di scambiare ancora “messaggi su molti temi diversi” con il presidente francese, che smentisce. Benalla è inoltre accusato di aver conservato i passaporti diplomatici e di utilizzarli per viaggi d’affari in Africa, cosa impossibile da nascondere al governo


IL NUOVO SCANDALO CHE TRAVOLGE MACRON

di Maurizio Blondet

Crase: “Stanno per perquisire  En Marche”Benalla: “Ancora?”Crase: “Ho le mie cose dentro. Proverei a andare questa notte, ma il problema è  che ci sono i poliziotti davanti”.Benalla: “Prima che si faccia, avremo portato fuori il denaro dalla cassa  e ci tiriamo fuori dalla merda, si va in Marocco e in Senegal  a divertirsi”.Alexandre Benalla,  il favorito di  Macron, sta parlando con Vincent Crase, un ex gendarme dell’Eliseo. 
E‘ il 26 luglio, entrambi sono sotto inchiesta e non dovrebbero vedersi ( Alexandre Benalla è stato posto in stato di fermo nel quadro dell’inchiesta sui passaporti diplomatici, di cui era titolare, aperta dalla giustizia. ndr).  Invece si parlano : di soldi che  hanno lì, nella sede del partito. Si noti che Crase, è stato comprovato, ha ricevuto un bonifico da 240 mila euro  da un oligarca russo Iskander Makhmudov (ovviamente indicato come “nell’entourage di Putin”) per un servizio di protezione del riccone  e della famiglia.  Crase, appena licenziato, ha fondato una compagnia di sicurezza, Mars, di cui è socio occulto anche Benalla. Il quale, mentendo, aveva  negato tutto nell’audizione al Senato.Benalla non è per niente preoccupato, anzi  è alle stelle, se la ride  di avere  due commissioni d’inchiesta addosso. “Questo ti fa ridere?” domanda l’altro.  E Benalla. “Lui (Macron) ride. E’ morto dal ridere. Nervosamente, ma questo lo fa soffocare dal ridere. Non lo allarma più di tanto.  Se domani c’è una crisi, cosa  vuoi che succeda?”.E aggiunge: “Roba da matti, il Patron ieri sera mi manda un messaggio e mi dice: “Tu te li mangi  in un boccone, tu  sei più  forte di loro, è per questo che ti ho  voluto vicino a m”:Crase: “Dunque il patron ci appoggia?”.Benalla: “Ebbé, fa più che sostenerci, è come folle”, dice ilare e giocondo.  L’altro: “Chi ti sostiene, in concreto?”Benalla enumera: “Il presidente, Madame [Brigitte], Ismael che mi consiglia sui media e compagnia”: Ismael Emelien è un altro braccio destro di Macron.Tutte  questi colloqui sono stati adesso rivelati da Mediapart,  il giornale online: una bomba, un  nuovo  scandalo gigantesco che si abbatte sul banchierino fru-fru  messo all’Eliseo dall’alta finanza per fare “più  Europa” .Secondo  Jean-Luc Melenchon,  senatore e fondatore di France Insoumise (social-comunista) queste rivelazioni sono state passate a  Mediapart “dalla polizia”, più probabilmente da   qualche ala  dei servizi , senza escludere quelli militari; inizia un regolamento di conti contro “Le patron”,  con  l’evidente scopo di rovesciarlo.

2202.- PERCHÉ C’È IL SILENZIO SUI GILET JAUNES

Proteste a Parigi
Oggi, alla 11esima giornata e alla prima notte di protesta sociale, stanno partecipandoo 4.000 parigini e, in tutta la Francia, 69.000 francesi. È incredibile come a distanza di undici settimane di protesta, la gendarmeria, su ordine di Macron, continui a sparare flashball in faccia ai gilet gialli. Oggi hanno colpito proditoriamente Jerôme Rodriguez, vicino al leader Eric Drouet e sempre presente con la sua telecamera durante le manifestazioni, che ha probabilmente perso un occhio. Maxime Nicolle, uno dei leader dei gilet gialli, è stato arrestato questa notte a Bordeaux. Chi oggi va in piazza per protestare contro Macron, va in galera. Nel silenzio dell’Unione europea sulla dittatura di Emmanuel Macron, continua la mattanza del popolo francese da parte dei macellai della Police e della Gendarmerie. Stranamente, però, l’Ue attacca la Russia, il Venezuela e l’Ungheria. Non credo che voterò a maggio, ma, mi raccomando, non parlatemi di esercito europeo!


Una granata flashback, sparata in faccia e senza ragione da brevissima distanza, ha colpito Jerôme Rodriguez, che ha ripreso lui stesso l’attimo dello sparo. Qui, di seguito, l’attimo dello sparo e la fiammata:

Il fenomeno dei gilet gialli francesi, per certi osservatori e certa stampa, sembra essere quasi un meteorite misterioso, precipitato nel bel mezzo dell’Europa.

Pietro Vinci

Hanno cercato, anche goffamente e in modo sicuramente poco decoroso, di dipingere i tantissimi francesi tutt’ora in mobilitazione generale come scherati al soldo della Russia o di chissà chi: si è trattato dell’ennesimo ridicolo insulto nei confronti di una nazione con la quale sarebbe giusto, e opportuno, essere amici e soprattutto un affronto alla coscienza delle masse francesi.

Emmanuel Macron

Macron vuole approfittare delle proteste per risolvere i problemi nazionali

Non si è trattato né si tratta, dunque, di un fenomeno “misterioso”, precipitato da oscure lande inesplorate: la rabbia sociale, in Francia così come praticamente in tutta l’Europa occidentale, è qualcosa di reale, con motivazioni serie e che sarebbe stato possibile prevedere con largo anticipo. Forse si è deciso di non parlarne, di non alzare il tappeto per mostrare quanto sporco si annida nella Ue, quanta ingiustizia e malessere; si è trattato di un “regalo” magnifico per affaristi, politici europeisti e per l’establishment nel suo complesso, ma questo “silenzio” è rivoltato contro i responsabili della catastrofe socio-economica in atto.

Siamo alla presenza di una crescita economica ambigua, o definibile con maggior precisione a favore di pochi possidenti: l’economia ha un trend in crescita, così come l’occupazione, ma la povertà dei lavoratori nell’Unione europea continua a lacerarne le vite.

Il Financial Times , a dicembre, ha tracciato con precisione questo paradossale stato di cose: citando i dati statistici dell’Eurostat, si dimostra che i lavoratori in una condizione familiare al di sotto del livello di povertà sono uno ogni dieci; si tratta di dati feroci, stazionari da un paio di anni e al livello più alto mai registrato. I governi europeisti continuano a colpire a suon di tagli gli aiuti sociali, che sono in ogni caso ben poco rispetto a un sacrosanto livello di benessere generale dato da salari decenti e opportunità lavorative, le famiglie si sostengono a malapena con un solo salario al loro interno e le paghe sono misere.

L’Eurostat fornisce un quadro impietoso: riferendosi al 2017, lo spettro della povertà minaccia e colpisce sempre più persone, soprattutto i lavoratori temporanei o part-time. Aumenta questo rischio persino per gli impiegati a tempo pieno o con contratti permanenti. Si cerca disperatamente un lavoro full-time, ma queste ricerche finiscono per scontrarsi con l’assenza quasi totale di offerte di lavoro simili: il lavoro temporaneo impera, soprattutto in Italia e Spagna; le nazioni fuori da questo trend negativo risultano essere la Germania e il Regno Unito — che chissà come abbandonerà l’Unione europea.

Un aumento spropositato dei contratti di lavoro part-time si è avuto in Germania, ad esempio, a seguito delle massicce riforme legislative sul mercato del lavoro nel 2003; unendo questo dato storico con la realtà lavorativa e sociale europea, di una crescita mutilata che arricchisce i pochissimi e deprime i moltissimi, non è difficile parlare di uno status quo che ha favorito non i lavoratori ma i detentori di capitali, più ricchi inoltre. Si è trattato di scelte, in campo di leggi realizzate e di scelte economiche attuate, volute e sicuramente apprezzate da chi si sta approfittando del nuovo esercito di “working poor“. Questo è il neologismo che indica coloro che, sebbene lavorino e stringano la cinta, non riescono a elevarsi al di sopra di una mesta condizione di miseria reale.

L’irlandese Irish Examiner, sempre il mese scorso, parlava laconicamente coi dati implacabili dell’Ufficio centrale di statistica: aumentano i segni di privazioni sociali, come non poter cambiare mobili rotti, l’impossibilità di vedersi con amici per un pasto fuori o una bevuta oppure la difficoltà a tener riscaldata la propria dimora.

Angela Merkel
Merkel ricorda il ruolo del G20 nel risolvere problemi dell’economia mondiale e sviluppo.© REUTERS / VINCENT KESSLER

La radio tedesca in lingua inglese Deutsche Welle, ha analizzato il tenore dei salari minimi in Germania constatando che sono vicinissimi alla soglia della povertà. “Si considera a rischio di povertà chi ha un salario minore del 60% della media nazionale” si legge e, al contempo, si equipara quanto un lavoratore tedesco con salario minimio riesce a ricavare — successivamente anche alla falce delle tasse — 1.110 Euro mensili, se non si ha prole. Le nazioni che seguono, tragicamente, questo principio secondo il quale la retribuzione base è sin troppo vicina alla soglia della povertà sono per esempio — nell’Europa occidentale — Lussemburgo (lo avreste mai pensato?), Malta, Francia, Spagna e Belgio. Un po’ come se in queste nazioni si dicesse “Lavorate, schiavi! Dovete spezzarvi la schiena ed esser felici per le bricioline che riceverete!“.

In Italia, spaventosamente, persiste una differenza retributiva gigantesca fra il Settentrione e il Mezzogiorno: nella prima parte del Paese, dove vi è la maggior concentrazione di industrie e attività produttive, i salari sono mediamente sui 24mila Euro annui; al Sud, fra deindustrializzazione (ossia la fine di quelle poche industrie, spesso a conduzione familiare o persino più piccole), mancanza di infrastrutture adeguate, di piani nazionali per l’industrializzazione e povertà dilagante si arriva a 16mila Euro. L’Italia è come se avesse, al suo interno, una porzione di Mondo sottosviluppato, lasciato all’indigenza o al massimo alla sopravvivenza “assicurata” dall’assistenzialismo. Alla fine di questa classifica nazionale vi è la Calabria, già salassata da malaffare e mafie, con lo scioccante dato di Vibo Valentia: 12mila Euro.

C’è forse da meravigliarsi se, proprio nel cuore dell’Occidente, le masse popolari si ribellano o perlomeno iniziano a mostrare gravi segni di insoddisfazione? Certo che no.

Le bandiere britannica e UE
© REUTERS / JON NAZCAEsperta russa: Brexit senza un accordo è catastrofe per Gran Bretagna e UE

Il giornale online Euractiv, con sede centrale a Londra ma interessato alla realtà di tutta Europa (dalla Spagna sino a Romania e Serbia), ha lacerato il velo di silenzio e mancanza di notizie dalle campagne francesi: qui si suicida un contadino ogni due giorni, come media. Lo appurò l’Agenzia nazionale di sanità pubblica di Francia, comparando i dati di 5 anni fa. Percentuali di disperazione alle stelle, salari e introiti da fame (sui 350 Euro), picchi indicibili di morti nei periodi nei quali il prezzo del latte crollava. Nel 2017 l’Istituto nazionale francese per la ricerca agricola dimostrò che erano soprattutto i piccoli proprietari, e non i grandi latifondisti o le grandi aziende agricole, a essere inghiottiti dall’angoscia e quindi portati al suicidio.

La Commissione europea, e non è la prima volta, agisce col bisturi sulla carne viva: si ridurrà del 5%, dal 2020, il budget per la Politica agricola comune e dovranno essere le nazioni, singole, a dover incrementare i pagamenti diretti per i contadini.

Chissà perché, in Francia ad esempio, impazza la protesta e l’indignazione di massa verso l’Unione europea e i governi a lei fedeli. In uno scenario simile, la “diserzione” di queste armate di sfruttati, immiseriti o truffati dalla saga propagandistica della “bellezza” dell’assenza di protezionismo, della liberalizzazione dei salari, delle privatizzazioni selvagge è soltanto l’inizio: ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido (le ingiustizie sociali e salariali) riceve una spinta verticale dal basso verso l’alto, uguale per intensità al peso del volume di fluido spostato.

Si tratta del principio di Archimede: applicandolo alla società, bisogna aspettarsi la grande ondata dell’insorgenza.