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1771.- Quando arrivarono i marocchini

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da L’Undici N. 98 , di Paolo Agnoli

Con “marocchinate” (o “goumiers” nell’accezione francese), termine che ora ci appare davvero orrendo ma ampiamente utilizzato nella cultura del tempo, vengono ancora oggi indicate le vittime (donne, ma anche bambini, uomini e non raramente perfino animali) delle violenze delle truppe d’assalto marocchine, algerine, tunisine e senegalesi del Corps Expeditionnaire Francais (CEF) comandato dal discusso generale Alphonse Juin (nato a Bona in Algeria). O anche, talvolta, le azioni delittuose commesse da quei soldati (identificati genericamente dalle popolazioni locali tutti come marocchini) in Italia centrale, durante il secondo conflitto mondiale. Con barracani, “bourms” (mantelli di lana con cappuccio) e turbante, pugnali alla cintura, gli uomini del CEF venivano arruolati e addestrati soprattutto sulle montagne dell’Atlante, in Marocco.

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La “furia francese”, ovvero gli episodi di brutale violenza che videro protagoniste queste truppe coloniali, sfociò anche, e spesso, in esecuzioni capitali degli abitanti delle zone depredate e raggiunse il massimo della ignominia (come vedremo con qualche dettaglio) durante i giorni successivi allo sfondamento da parte alleata della linea Gustav – una barriera militare di oltre 200 chilometri, voluta da Adolf Hitler, che partiva da Gaeta per arrivare alla foce del Sangro, vicino Pescara – in particolare nelle zone di Esperia e Ausonia, in provincia di Frosinone (sulla catena dei monti Aurunci che separa Montecassino dal mare). Non furono comunque solo gli abitanti degli Aurunci a subire quelle brutalità. Quel tipo di crimini iniziò già dal luglio del ’43 in Sicilia, arrivando poi nel Lazio e quindi in Toscana, e terminò solo con il rimpatrio del CEF in Francia. Di queste violenze furono vittime anche membri della Resistenza italiana, in particolare diversi partigiani toscani come per esempio alcuni giovani della brigata garibaldina Spartaco Lavagnini, raggruppamento molto attivo nella Toscana meridionale. Tra loro c’erano una giovane staffetta, Lidia, e un ragazzo, Paolo. Come testimoniò Pasquale Plantera, arruolato nella Lavagnini, Lidia e Paolo – quest’ultimo per difendere la ragazza – furono disarmati e crudelmente violentati. I primi di tale efferati atti si registrarono sulla statale Licata-Gela, come ricorda lo storico Fabrizio Carloni, per poi proseguire fino a Capizzi, tra Nicosia e Troina. Qui i soldati si abbandonarono a numerosi veri e propri stupri di massa: «Consideravano le donne bottino di guerra e le portavano via sghignazzando …». Le violenze (tra cui anche sadismi con i fucili e evirazioni) furono poi registrate nei paesi di Mastrogiovanni (dove madri e figlie venivano stuprate e poi subito passate per le armi), Lanuvio, Velletri ed Acquafondata, dove ci fu un vero e proprio rastrellamento di donne e bambine. A Siena si registrarono 24 bambine abusate, con gravi lacerazioni interne. All’isola d’Elba oltre 200 stupri e le violenze – con spesso il successivo omicidio – avvennero tra gli altri nei Comuni di Grosseto, Val d’Orcia, Arcidosso, Castel del Piano, Monticello Amiata, Sasso Ombrone. Va detto che nella cultura magrebina di quel tempo non solo la sodomia ma anche la pederastia e la zoofilia erano ampiamente accettate. Scriveva Malek Chebel, psicoanalista e psicopatologo clinico algerino a Parigi: «L’itinerario copulatorio del giovane maghrebino campagnolo comincia spesso nei lombi delle bestie che è incaricato di accompagnare regolarmente…… Per le truppe africane agli ordini di Juin, le donne italiane [come tutte le occidentali] erano … “gahba”, puttane, nel linguaggio franco-arabo».

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Il generale maiale Alphonse Juin.

LO SFONDAMENTO DELLA LINEA GUSTAV

Quando, nel gennaio del ‘44, gli eserciti alleati giunsero di fronte alla linea Gustav il generale britannico Harold Alexander, comandante in capo delle forze alleate in Italia, decise di attaccare direttamente e ripetutamente le difese tedesche nel settore di Cassino (la città ciociara era la congiuntura principale di tutto lo sbarramento difensivo), perdendo senza alcun successo circa 65.000 uomini. L’Abbazia fu rasa al suolo a metà febbraio, dai più massicci bombardamenti mai effettuati, almeno in quel conflitto, contro un singolo edificio. Un mese dopo questi bombardamenti fu rasa al suolo anche la sottostante città e le bombe caddero sino a Minturno: distruzioni imponenti, con oltre 10.000 vittime civili e circa 50.000 militari. Senza risultato: i combattimenti accaniti per snidare gli invasori trincerati tra le rovine risultarono inutili. Visti i gravi insuccessi, Alexander decise di cambiare strategia: passare attraverso i monti Aurunci, nella valle del Liri in Ciociaria. Tale manovra di “strangolamento” si doveva sviluppare partendo da Castelforte, la via Ausonia, il monte Petrella e “la penetrante” Esperia. Obiettivo finale: la via Casilina. A svolgere questo compito, definito da molti suicida, furono chiamate le truppe coloniali perché ci si rese conto che nella zona, considerata la natura impervia del terreno, era più opportuno inviare truppe di montagna anziché divisioni corazzate.

Disprezzati dagli americani, che li consideravano (su questo a torto) anche truppe di qualità scadente, e certo rimasti famosi soprattutto per aver sempre lasciato dietro di loro una scia di crudeltà e sofferenze, quei soldati in realtà si dimostrarono in combattimento uomini di grandi capacità e coraggio. Scrisse di loro lo storico Fred Majdalany: «Agiscono come una marea su una fila di castelli di sabbia. Sono capaci di spingersi ad ondate su un massiccio montano dove truppe regolari non riuscirebbero mai a passare. Attaccano in silenzio qualsiasi avversario si presenti, lo distruggono e tirano via senza occuparsi di quel che accade a destra o a sinistra. Hanno l’abitudine di riportarsi indietro la prova delle vittime uccise; perciò sono nemici con cui non è piacevole aver a che fare». La sera del 14 maggio del ‘44 partì l’attacco: centinaia e centinaia di cannoni diedero inizio ad un progressivo bombardamento e presto i reparti d’assalto “marocchini” cominciarono l’avanzata, denominata in codice “operazione Diadem“. Quei combattenti, attraversando un terreno nei monti Aurunci ritenuto virtualmente insuperabile, riuscirono ad aggirare la rocca di Cassino e le altre linee difensive situate nell’adiacente Valle del Liri, strenuamente difese dai paracadutisti e dai fanti tedeschi, sfondando infine la linea Gustav e aprendo così ai mezzi corazzati del XIII Corpo britannico la via per Frosinone e a tutto l’esercito alleato la strada per Roma. Come nota lo storico Giovanni De Luna, «Nei furibondi combattimenti che si accesero sulla “linea Gustav”, i francesi riuscirono a riconquistare la stima degli angloamericani, facendo dimenticare l’ignavia della capitolazione del giugno del 1940, il collaborazionismo di Vichy, le ambiguità di Giraud e delle truppe rimaste nell’Africa del Nord».

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Il fronte nel 1944. La linea Gustav tenne in scacco per mesi gli alleati.

Gli elementi del CEF (quasi tutti analfabeti e ai quali per mesi, affinché non compissero violenze ai danni dei civili, era stato impedito perfino di uscire dai loro accampamenti che venivano sorvegliati a vista e recintati con filo spinato) erano denominati “goumiers”, in quanto organizzati in “goums”, ossia gruppi composti da uomini legati tra loro da qualche vincolo di parentela. Erano reparti dalle dimensioni assimilabili a quelle di una divisione convenzionale ma inquadrati in modo meno rigoroso e posti al comando di un ufficiale francese (“goum” deriva dalla trascrizione fonologica, in francese, del termine arabo “qum” che indica, appunto, un gruppo o una squadra). In prossimità dell’ora dell’attacco il generale Juin inoltrò a questi uomini un appello. Per quanto, va detto, non esista alcuna prova scritta di questo proclama (la Francia in ogni caso secretò subito gli archivi militari), ci sarebbero testimonianze sulla traduzione del manifestino, scritto in francese e in arabo, consegnato ai “goumiers”. La traduzione che qui presento, come riportato in Wikipedia, è quella dell’Associazione Nazionale Vittime Civili: «Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete».

Va detto che l’ex presidente algerino Ahmed Ben Bella, che fece parte di quei contingenti, in una intervista ad una recente trasmissione della Rai ha affermato che è improbabile che il generale Juin abbia mai rilasciato quel proclama, tantomeno per iscritto. Le eventuali (lui nega infatti di aver mai assistito ad alcuna violenza) brutalità sarebbero nel caso state favorite dagli ufficiali francesi di rango minore, desiderosi di raggiungere i loro specifici obiettivi sul campo e per questo pronti a fare qualsiasi promessa ai propri subordinati. In ogni caso il fatto che nel giugno del ‘44 quei crimini ebbero un carattere davvero “di massa” non può non far pensare a una condiscendenza anche degli ufficiali di rango superiore.

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Il generale britannico Harold Alexander.

VIOLENZE CONTINUATE DI MASSA

Le violenze comunque non durarono solamente 50 ore, e andarono ben oltre il lasso di tempo che sarebbe stato concesso da Juin, anche se quelle prime ore, secondo le testimonianze, furono quelle più atroci. Nei giorni che seguirono la battaglia, terminata il 17 maggio, i “goumiers” sopravvissuti (si consideri che durante la campagna d’Italia queste milizie videro più che dimezzato il loro numero) devastarono, violentarono, uccisero. Quei giorni cancellarono nel ricordo, in quei luoghi, la stessa brutalità delle truppe tedesche. Migliaia di donne, virtualmente di ogni età, vennero stuprate. Furono anche sodomizzati numerosi uomini – intervenuti per salvare mogli, figlie, sorelle e madri – molti dei quali successivamente assassinati tramite impalatura. Qualcuno fu crocefisso. Il parroco di Esperia (Don Alberto Terilli), che provò inutilmente a salvare tre donne da quelle crudeltà, fu sodomizzato tutta la notte, morendo due giorni dopo a causa delle sevizie. A seguito delle violenze sessuali molte persone furono contagiate da malattie veneree, soprattutto sifilide e blenorragia, e solo il miracoloso uso della penicillina statunitense, appena introdotta, evitò una epidemia su vasta scala. Durante le violenze furono distrutti fabbricati e sottratti bestiame, utensili, abiti e denaro. Neanche i conventi furono risparmiati. Lo scrittore inglese Norman Lewis, all’epoca giovane “Field Security Officer” dei servizi segreti alleati a Napoli, narrò gli eventi di cui fu testimone e tra l’altro scrisse: «Tutte le donne di Patrica, Pofi, Isoletta, Supino, e Morolo sono state violentate. A Lenola il 21 maggio hanno stuprato cinquanta donne, e siccome non ce n’erano abbastanza per tutti hanno violentato anche i bambini e i vecchi. I marocchini di solito aggrediscono le donne in due – uno ha un rapporto normale, mentre l’altro la sodomizza». Già nel marzo del ‘44 De Gaulle, durante la sua prima visita al fronte italiano, parlò di rimpatriare i reparti coloniali e impegnarli solo per compiti di ordine pubblico. In quello stesso mese molti ufficiali francesi chiesero insistentemente ai propri vertici di rafforzare il contingente di prostitute al seguito di quelle truppe. Le efferatezze compiute furono comunque sempre giustificate dagli alti comandi francesi, nel dopoguerra, con la necessità assoluta di sfondare il fronte di Cassino.

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Reparti di goumiers.

Come messo in luce dallo storico Tommaso Baris, una nota alla Presidenza del Consiglio del 25 giugno, da parte del comando generale dell’Arma dei Carabinieri dell’Italia liberata, segnalò nei comuni di Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, Morolo, e Sgurgola, in soli tre giorni (dal 2 al 5 giugno), 418 violenze sessuali, di cui 3 su uomini, con 29 omicidi e 517 furti compiuti dai soldati coloniali, i quali «infuriarono contro quelle popolazioni terrorizzandole. Numerosissime donne, ragazze e bambine (…) vennero violentate, spesso ripetutamente, da soldati in preda a sfrenata esaltazione sessuale e sadica, che molte volte costrinsero con la forza i genitori e i mariti ad assistere a tale scempio. Sempre ad opera dei soldati marocchini vennero rapinati innumerevoli cittadini di tutti i loro averi e del bestiame. Numerose abitazioni vennero saccheggiate e spesso devastate e incendiate». Molte violenze furono attestate proprio da lunghe relazioni dei carabinieri. Baris ricorda che in alcuni memorandum l’atteggiamento degli ufficiali francesi veniva duramente stigmatizzato. Per esempio, in un documento, si leggeva di loro: «Lungi dall’intervenire e dal reprimere tali crimini hanno invece infierito contro la popolazione civile che cercava di opporvisi … [le truppe marocchine] sono state reclutate mediante un patto che accorda loro il diritto di preda e di saccheggio … gli ufficiali lasciano ai marocchini una discreta libertà di azione … e nella generalità dei casi preferiscono ignorare».

DOLOROSE TESTIMONIANZE

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Goumiers a Cassino.

Sempre Baris, che a lungo ha studiato quelle vicende, presenta nelle sue ricerche diverse testimonianze, tra cui per esempio quella di una giovane afflitta: «Li portettero qua a migliaia. Se vedevano scegnere dalla montagna… da luntano erano come alle furmiche …Ma fuiette nu passaggio, in tre iuorni, facettero l’inferno. Erano na razzaccia brutta e spuorca. C’avevano gli ‘recchini agliu nase, certe vesti longhe (…). Pe tutta la muntagna se sentevano strilli e lamienti….». E lo studioso italiano riassume significativamente: «L’impossibilità di una qualsiasi difesa dinanzi al dispiegarsi di una ferocia animalesca (più volte richiamata dall’accostamento dei goumier alle bestie), così feroce da fuoriuscire dalla sfera umana (indemoniati e diavoli sono infatti definiti ripetutamente i marocchini), l’abbandono subìto dalle autorità alleate in cui avevano riposto tanta fiducia, segnarono in maniera indelebile la memoria dei giorni di guerra. L’immagine restituitaci, e dalla documentazione archivistica e dalle testimonianze orali, è quella di un paesaggio infernale». Diverse città laziali, come detto, furono investite da quelle violenze. Nella provincia di Frosinone: Esperia, Castro dei Volsci, Vallemaio, Sant’Apollinare, Ausonia, Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, San Giorgio a Liri, Coreno Ausonio, Morolo e Sgurgola per citare le maggiori. Nella provincia di Latina (allora Littoria): Lenola, Campodimele, Spigno, Saturnia, Formia, Terracina, San Felice Circeo, Roccagorga, Priverno, Maenza, Sezze e altre piccole località. Gli stupri continuarono ai Castelli romani, soprattutto a Grottaferrata e a Frascati, ed ebbero luogo anche alla periferia di Roma. Se alcuni fatti, e le nefandezze che ne scaturirono, sono stati ricostruiti in una dolorosa memoria comune è proprio grazie alle sconvolgenti testimonianze: del resto la ferocia degli avvenimenti fu tale da averli resi incancellabili nel ricordo di chi fu vittima o testimone di tanti strazi (alcune di queste attestazioni si trovano sul blog dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate). Qui una testimonianza particolarmente toccante raccolta da Stefania Catallo, fondatrice del Centro Antiviolenza “Marie Anne Erize”: «Il giorno prima che succedesse l’inferno, vennero due donne da un paese vicino a supplicarci di scappare, di cercare un rifugio … perché stavano arrivando i marocchini … Il giorno dopo mi alzai all’alba per preparare qualcosa da mangiare … Avevo preparato una cesta con pane e formaggio, e stavo mettendoci dentro qualche mela, quando all’improvviso sentii urlare e sparare. Ricordo ancora i passi di corsa sulla strada, le urla dei marocchini, le donne che piangevano e gridavano … Mia figlia aveva dieci anni. Le aprii la porta che dava sul cortile, dove avevamo il pollaio e la spinsi fuori, dandole la cesta. Non ci fu bisogno di parole. Rimasi davanti al tavolo della cucina, pensando che se mi fossi fatta trovare in casa, mia figlia avrebbe avuto il tempo di fuggire, e si sarebbe salvata. Vuoi sapere cosa pensavo? Niente. Pregavo …. Pregavo, tante Ave Maria mentre non potevo fare altro che piangere e aspettare. Pregavo la Madonna per mia figlia. Pregavo che la violenza … durasse il più a lungo possibile, affinché lei potesse scappare lontano …. La prima cosa che fecero, fu di darmi un calcio violentissimo alla fronte per stordirmi, per rendermi inerme. Poi mi violentarono e picchiarono selvaggiamente. Sembravano impazziti. Credevo che volessero uccidermi. Di loro mi ricordo solo le risate, i loro vestiti lunghi così strani, e le loro parole in una lingua sconosciuta. La loro puzza. Gli orecchini che uno di loro portava al naso e alle orecchie. Poi, il silenzio. Ero piena di sangue …. Il viso graffiato, i capelli strappati alle tempie, i lividi che mi facevano male ….. Quante donne straziate, quanti uomini uccisi! Vedevo le mie amiche con gli occhi sbarrati e vuoti, vedevo tante bambine buttate da una parte come bambole rotte. Mi faceva male tutto. Rientrai in casa e misi una pentola sul fuoco, poi mi lavai con acqua bollente e sapone, fino a diventare tutta rossa. Ma questo non servì a molto. Quando chiudevo gli occhi, vedevo quelle facce e sentivo quelle risate. E’ durato per anni, me li sognavo la notte …. Nessuno ci ha mai chiesto scusa, nessuna autorità è venuta da noi … Siamo state bottino di guerra. Né più né meno di un oggetto rubato».

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Il primo presidente algerino Ben Bella nel 1965.

Il 17 maggio i soldati americani che passarono da Spigno sentirono le urla di dolore di molte donne violentate. Questi soldati, pur impegnati in guerra ormai da tanto tempo, rimasero fortemente impressionati da ciò che videro e scrissero presto rapporti ufficiali in cui si parlava espressamente di donne, ragazze, adolescenti, bambine e fanciulli stuprati, come pure di prigionieri sodomizzati. Quelle denunce rimasero tutte inascoltate dai vertici militari alleati. 
A Pico, come scrive lo storico Michele Strazza, alcuni soldati statunitensi del 351º reggimento fanteria (88ª divisione, i cui appartenenti erano soprannominati “blue devils” per il coraggio mostrato in battaglia) giunsero mentre i “goumiers” stavano compiendo le loro atrocità. Per un po’ si fronteggiarono armati con questi ultimi, molto più numerosi, ma furono infine bloccati dal proprio comandante che, dopo aver colloquiato con gli ufficiali francesi, disse loro: «siete qui per combattere i tedeschi e non i francesi, e del resto quei soldati stanno solo restituendo le violenze perpetrate dai soldati italiani in Africa». Qualcuno ha attestato anche di un episodio in cui truppe americane e canadesi si sarebbero messe a difesa di un paesino proprio per evitare preventivamente l’accesso ai coloniali francesi, preceduti evidentemente dalla loro triste fama. Il cardinale francese Eugène Tisserant, ricorda sempre Strazza, inoltrò più rimostranze a Juin, il quale un po’ ammise, un po’ promise di intervenire, un po’ cercò di sminuire, e infine assicurò «che si era provveduto alla fucilazione di 15 militari, accusati di stupri, colti sul fatto, mentre altri 54, colpevoli di violenze varie e omicidi, erano stati condannati a diverse pene compresi i lavori forzati a vita». Il 18 giugno papa Pio XII chiese a Charles de Gaulle, ricevuto in udienza, di prendere accorgimenti. Ricevette subito una risposta amareggiata, quanto furiosa nei confronti del generale Juin. La zona di Castelgandolfo, per iniziare, venne subito interdetta ai reparti coloniali. Lo storico Pierluigi Guiducci nota come anche il capo del governo italiano, Ivanoe Bonomi, scrisse all’ammiraglio Ellery Wheeler Stone, presidente della Commissione Alleata di Controllo: «Già precedentemente questo governo ha segnalato… le malefatte commesse dalle truppe marocchine e ha avuto affidamento che sarebbe stato fatto il possibile, dando anche i dovuti esempi, per evitarle. Purtroppo le violenze però continuano. Dal 2 al 5 giugno nel territorio della provincia di Frosinone le truppe francesi marocchine hanno consumato 396 violenze carnali, 13 omicidi, 250 rapine, 303 furti».

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Reparti CEF ad Esperia.

Il ministro degli Esteri Alcide De Gasperi scrisse a Tisserant. Evidentemente tutto era reso difficile dal fatto che fino a poco tempo prima l’Italia era stata alleata della Germania. Del resto, come afferma De Luna, «per quasi due anni, dal luglio del 1943 al maggio 1945, subimmo una durissima legge del contrappasso: il fascismo che aveva inseguito i suoi deliri imperiali in terre lontane, portò la guerra sull’uscio delle nostre case, in un turbinio di stragi naziste (15 mila vittime civili), bombardamenti (65 mila vittime civili), rappresaglie, battaglie campali. Invasori, liberatori, occupanti, comunque si chiamassero, le truppe straniere guardarono all’Italia come a un paese vinto. E si comportarono di conseguenza». L’”Osservatore Romano” (es. 28, 30 luglio e 4, 7, 8 ottobre), ci ricorda Guiducci, denunciò nuovi episodi di violenza da parte dei soldati del CEF. Il 28 luglio per esempio riportò le tragiche violenze consumate dai “goumiers” su un treno a Ciampino. A seguito di quel dramma, fu rinvenuto il cadavere di una donna. Accanto, c’erano quattro donne e un bambino in gravissime condizioni. I sopravvissuti furono ricoverati d’urgenza presso l’ospedale San Giovanni. Ma una delle tre donne morì. Cessò di vivere anche il bambino. Il 4 ottobre il giornale vaticano informò anche che Mons. Mario Toccabelli, arcivescovo di Siena, volle incontrare il generale Juin dopo la liberazione della città toscana. Nel colloquio del 13 luglio il cardinale non fu certo prudente: disse a Juin che aveva autorizzato una difesa armata nei casolari a rischio di attacchi da parte dei marocchini, e fece anche vedere delle bombe a mano che teneva personalmente! I soldati coloniali vennero poi fatti tornare in Francia nell’agosto del ’44. Furono successivamente trasferiti sul fronte tedesco, nella Foresta Nera e a Freudenstadt, nell’aprile del ‘45, dove si resero di nuovo responsabili di molteplici episodi di stupro e violenze di diversa natura. La Francia pagò, alla fine della guerra, da un minimo di 30 mila a un massimo di 150 mila lire per ogni stupro, fino al primo agosto del ‘47 (anche se il risultato si concretizzò in pratica solo dopo un estenuante quanto sistematico ginepraio di capziosità burocratiche e gravi ritardi). Da quel momento in poi a pagare fu lo Stato italiano, sottraendo i fondi dai 30 miliardi dovuti alla Francia per i danni di guerra. Le autorità italiane presentarono richieste in verità molto più numerose di quelle infine riconosciute dai francesi che del resto, va detto, misero presto in dubbio le cifre relative alle violenze. Le ricerche in merito sono infatti discordi: molti studi parlano di decine di migliaia di donne stuprate, ma per esempio lo storico francese Jean Christophe Notin, nella trasmissione della Rai citata precedentemente, ha affermato che le violenze documentate in Ciociaria furono solo poche centinaia. In ogni caso in quella stessa trasmissione Rai si mostra una relazione della Direzione Generale della Sanità Pubblica al Ministero dell’Interno del 13 settembre del ‘44 dove si riportano 3100 casi di donne con malattie veneree nella provincia di Frosinone e di Latina, con sintomi apparsi tutti dopo le violenze dei “goumiers”. In verità i dati ufficiali si basano essenzialmente sul numero di richieste di indennizzo avanzate dalle donne italiane (più di 60000), e così la totalità degli stupri e degli omicidi commessi risultano ad oggi difficilmente riassumibili con precisione. L’entità del fenomeno rimane comunque impressionante, considerando anche il brevissimo arco di tempo in cui avvenne e l’estrema ristrettezza del territorio.

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Don Alberto Terilli, ucciso crudelmente dalla furia dei sodati del CEF.

L’INTERVENTO ALLA CAMERA DI MARIA MADDALENA ROSSI

Nella seduta della Camera dei Deputati del 7 aprile 1952 (relegata nella notte!) i tragici avvenimenti fin qui presentati furono con commozione ricordati e denunciati da Maria Maddalena Rossi, deputata del Partito Comunista Italiano. Nata nel 1906 (fu tra le prime laureate in chimica del nostro paese) era allora la presidente dell’Unione Donne Italiane, organizzazione che si attivò presto, dopo la fine del conflitto, per portare alla luce e denunciare quelle atrocità e cercare di ricompensare, almeno economicamente e per quanto possibile, le vittime. Voglio qui sottolineare, in ogni caso, che molta della storiografia di sinistra attuò pian piano un colpevole profilo di silenzio principalmente per non favorire, si ritenne, una presunta forma di pregiudizio razziale: l’argomento fu così, per molti anni almeno, considerato a sinistra politicamente scorretto, quasi un tabù. Va anche sottolineato che tutti i governi italiani per circa 60 anni hanno virtualmente ignorato quei fatti. In ogni caso, per quanto ho potuto appurare, questi ultimi non hanno trovato mai il giusto spazio neppure nei libri della storiografia ufficiale. Laddove invece sarebbe dovere di chi scrive la storia, a mio modesto avviso, anche ripagare chi la storia l’ha dovuta soffrire. Le stesse realtà locali non sono state quasi mai in grado di costruire un ragionamento pubblico su quelle vicende, rimaste presenti spesso soltanto nel ricordo delle vittime, dei testimoni e dei pochi accademici che le studiarono.

Riporto qui la parte iniziale del lungo ed accorato intervento della presidente dell’UDI: «La nostra interpellanza si riferisce dunque ad uno dei drammi più angosciosi, quello delle donne che subirono le violenze delle truppe marocchine … quando queste irruppero nella zona del cassinate. Non so se sia vero quello che si dice…, cioè che il contratto di ingaggio di questi mercenari non escluda o addirittura consenta il diritto al saccheggio e alla violenza …. Comunque, sia stato o meno tollerato, se non concesso, il fatto è che il saccheggio fu compiuto e le violenze ebbero luogo. Il primo paese del cassinate che le truppe marocchine incontrarono nell’aprile 1944 … fu, se non erro, Esperia. I soldati fecero irruzione nelle case, depredarono, saccheggiarono, e violenze innominabili furono compiute su donne e uomini. Perfino il parroco fu legato ad un albero e costretto ad assistere allo spettacolo. Poi anche di lui fu compiuto tale scempio che ne mori. Del resto, a Vallecorsa, non furono risparmiate neppure le suore dell’ordine del Preziosissimo Sangue. A Castro dei Volsci dai registri del comune risultano 42 gli uomini e le donne morti in quei mesi terribili. Come e perché morirono quei 42 cittadini? Ecco alcune informazioni. Molinari Veglia, una ragazza di 17 anni, è violentata sotto gli occhi della madre e poi uccisa con una fucilata; siamo in contrada Monte Lupino, il 27 maggio 1944. Rossi Elisabetta, di circa 50 anni, è sgozzata dai marocchini perché tenta di difendere le sue due figlie, rispettivamente di 17 e 18 anni: la madre muore e le figlie sono violentate; ciò accade in contrada Farneta. Anche Margherita Molinari, di 55 anni, tenta di salvare la figlia Maria, che ne ha 21: è uccisa con cinque fucilate al ventre! Il bambino Serapiglia Remo, di cinque anni, innocente testimone dei delitti che intorno a lui si compiono, dà fastidio: perciò viene lanciato in aria e lasciato ricadere, così che morrà entro le 24 ore successive per le lesioni riportate … Ed ecco alcuni esempi di ciò che accadde a Pastena … Antonini Giuseppe fu Francesco viene ucciso dai marocchini in contrada Santa Croce e nessuno sa dove sia stato sepolto, perché il cadavere è portato via immediatamente dai francesi. Giuseppe Faiola fu Marco è ucciso dai marocchini in contrada Cerviso. A Vallecorsa, Luigi Mauri fu Martino muore il 26 maggio 1944 in contrada Lisano nel tentativo di difendere l’onore della moglie Lauretti Assunta e delle sue quattro figliole. Ancora a Vallecorsa Antonbenedetto Augusto fu Cesare cade il 25 marzo 1944 in contrada Visano per difendere l’onore della moglie Nardoni Margherita. Cade anche Papa Vittorio di Alessandro il 25 maggio 1944, in contrada Santa Lucia, avendo osato difendere la moglie Di Girolamo Rosina di Augusto, ma prima di essere ucciso è egli stesso seviziato … Fatti analoghi a quelli che ho citato accadono a Pontecorvo, a Sant’ Angelo, a San Giorgio Liri, a Pignatari Intermagna, a Ceccano: almeno in una trentina di paesi delle province di Frosinone e di Latina, percorse dalle truppe marocchine. Quante donne abbiano subito violenza da parte delle truppe marocchine nessuno sa con esattezza né forse si saprà mai…». Quelle strazianti vicende furono costellate, come si può facilmente immaginare, anche da successivi e angosciosi interrogativi, come pure da problemi sia fisici che psicologici di diversa natura. Molte donne violentate morirono per le malattie contratte, alcune si suicidarono, altre furono rinchiuse nei “manicomi”, altrettante emigrarono per scappare da un contesto per loro insopportabile. La violenza sessuale è tra i crimini più odiosi e devastanti: denunciare di essere stata stuprata era un’esperienza di per sè terribile, anche se poteva evidentemente essere fonte di denaro.

IL CONTESTO CULTURALE

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L’Abbazia di Montecassino dopo i bombardamenti alleati.

Per le vittime ci fu anche il dolore di vedersi subito emarginate dalla società. Lo stesso Stato italiano non tributò mai, se non in un discorso pubblico del presidente Ciampi a Cassino il 15 marzo 2004, una decorosa e partecipe vicinanza alle vittime, rendendosi di fatto complice dei giudizi più disparati cui queste donne furono sottoposte, anche in seno alle comunità locali alle quali appartenevano. E’ un fatto che alle celebrazioni istituzionali del dopoguerra relative a quelle violenze sessuali fu sempre assegnato un basso profilo ed esse furono pian piano sempre più ignorate. L’angoscia evidentemente andava smaltita in silenzio, in un contesto fatto di umiliazione e condanna, a causa di una “vergogna alla rovescia”, ovvero un vero ribaltamento del sentimento di ignominia, dal persecutore alla vittima. Ricorda una testimone, come documentato negli studi di Baris: «In paese nisciuno ne parlava in faccia, ma tutti ne parlavano sotto sotto. E venivano indicate: è stata chella, è stata chell’ata. E roppo (dopo) cheste donne qui le schifavano un po’ tutti». Per quanto riguarda gli uomini (molti di loro tornati dalla guerra), essi manifestarono presto malessere e addirittura collera verso le mogli violentate. Questo contesto e questa mentalità furono tali da impedire alle nubili di sposarsi e anche di ottenere un’occupazione degna. Molte donne non riuscirono a convivere con questa realtà, arrivando, come ho già detto, perfino a togliersi la vita. Davvero commovente, ma anche istruttiva se così posso dire, una testimonianza riportata sempre nei lavori di Baris: «Mio padre tornò alla fine della guerra e cominciò l’inferno a casa nostra. Mamma piangeva spesso, anche quando lavorava o stava sola. Mio padre incominciette a bere e si arrabbiava pè niente e ce picchiava. La nonna ce voleva bene e cercava di difenderci. Ma se morì subito di crepacuore. Io non riuscivo a capire perché papà diceva tante brutte parole a mamma. Crescemmo, passavano gli anni, sempre a faticare. Quando divenni signurina mio padre, me lo ricordo ancora, me disse: “Vedi adesso di non fa pure tu la fine de tua madre”. La mamma allora dovette quasi spiegarmi, con la forza, tutto chello che gli erano fatto gli marocchini. Capii che gli surdati che m’avevano dato la cioccolata avevano ruvinato per sempre la pace della casa nostra. Mamma me raccontò che l’avevano violentata in cinque. Mi diceva che tutti gli omene sono sporchi ma che i marocchini sono più sporchi di tutti. E così quanno mio padre capì al suo ritorno quello che era successo a mia madre non stette chiù bene, pareva impazzito…..».

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Il cardinale Tisserant.

La psicologa Cinzia Venturoli sottolinea: «Lo stupro prima di essere considerato come una ferita al corpo e all’anima della donna vittima, era vissuto come un’offesa all’onore personale e familiare, un oltraggio rivolto all’onore e ai valori della comunità. A ciò si deve aggiungere il sospetto di collusione e di una responsabilità della donna che non era riuscita a difendersi e, quindi, a evitare la violenza sessuale. Sin dall’età moderna era andata infatti codificandosi, anche a livello giuridico, una tradizione che imponeva alla vittima dello stupro di dimostrare di avere opposto resistenza alla violenza, dando prova di onestà …. affinché su di lei non ricadesse il sospetto di un qualsiasi consenso». Come quindi commenta Baris, «incapaci di affrontare le mille contraddizioni aperte dagli stupri nel loro sistema culturale, gli abitanti dell’area non furono in grado di rapportarsi con la loro storia più recente, preferendo oscurare la vicenda e lasciando ai singoli l’elaborazione della memoria». Singoli che comunque difficilmente nominavano le violenze subite, quasi ne fossero appunto loro stessi i colpevoli. La presidente dell’UDI, sempre nel suo intervento notturno alla Camera, a proposito di molti di questi aspetti commentò: «Molte di queste vecchie donne sono malate: si consumano lentamente a causa dell’ignobile morbo che è stato loro trasmesso dai soldati marocchini. Entrando nei loro poveri tuguri si vedono queste povere donne sui loro giacigli di stracci, con i bambini intorno, con parenti che non sanno o non possono curarle; e queste vecchie parlano, raccontano quello che è loro accaduto. Le giovani no; le giovani, in generale, sono restie a parlarne, e se ne comprende bene il perché. Se per le vecchie l’insulto subito sa quasi di martirio, per le giovani significa qualche cosa di peggio della morte: significa avere di fronte a sé un lungo periodo di vita, una vita non ancora vissuta, ma buia e fredda, in cui non c’è più alcuno spiraglio, alcuna speranza, alcuna luce; perduta la possibilità di avere una famiglia; di avere dei figli; perfino il lavoro é precluso a queste giovani, e la povertà nel loro caso è ancora più tragica, perché il benessere economico, il lavoro potrebbero almeno aiutarle in parte ad uscire da questo terribile isolamento in cui le ha gettate la loro disgrazia …. ».

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Maria Maddalena Rossi, deputata del PCI.

E’ ancora la deputata del PCI a ricordarci poi indirettamente quale fosse l’atteggiamento del governo, ed a testimoniare altresì come i fatti spinsero quelle donne ad un inedito protagonismo, almeno per l’Italia del tempo: «A Pontecorvo il 14 ottobre scorso ebbe luogo un singolare convegno … Non so se sia vero che vi fu da parte del ministro degli Interni o di qualche suo zelante Prefetto il tentativo di impedirlo per ragioni di “carattere morale”, perché questo convegno avrebbe offeso la pubblica moralità. Ad ogni modo il convegno … ebbe luogo, e vi parteciparono le rappresentanti delle 60 mila donne che a suo tempo hanno presentato domande in qualità di vittime civili della guerra, motivate da violenze e danni di vario tipo. Erano 500 delegate. Io ho partecipato a questo Convegno e ho visto le 500 contadine venute dai villaggi e dai paesi della piana e delle montagne circostanti. Molte avevano camminato per ore ed ore a piedi per arrivare in tempo a Pontecorvo, e non avevano certo mai partecipato in vita loro ad una riunione né tanto meno parlato da una tribuna. Né, credo, queste contadine, queste montanare, che ricordano ancora coi loro costumi le ciociare di un tempo, cosi ritrose e fiere, avrebbero mai voluto parlare addirittura in un convegno di fronte a tutti della loro mostruosa disgrazia. Invece, sono state costrette a fare così. E con quale serietà esse hanno esposto i loro casi dolorosi!». Durante quella stessa seduta parlamentare, l’on. Luigi Preti del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani fa alcune considerazioni rivolte all’aula e al rappresentante del governo le quali, a mio avviso, suggeriscono ulteriori riflessioni sulle angosce delle vittime: «Voi pensate che la vita di queste donne sarebbe colpita nella stessa misura se esse avessero perduto uno dei loro cari in guerra? No, non è la stessa cosa. Noi conosciamo le madri che hanno perso i figli, le mogli che hanno perso i mariti: noi le amiamo, le onoriamo, manifestiamo loro la nostra intera solidarietà, sì che esse trovano qualche volta una sorta di conforto nel sapere che il loro lutto è condiviso, che la memoria dei loro cari scomparsi è sacra a milioni di cittadini. Ma queste donne no! Per queste non c’è conforto possibile. Si devono nascondere, come se si sentissero infette anche moralmente! A queste donne si vorrebbe vietare di parlare della loro sventura, di riunirsi, di reclamare, in nome della pubblica moralità! Inoltre, ella ha confrontato questa sventura a quella di una persona che perde un congiunto in una disgrazia automobilistica o non so che altre. Onorevole sottosegretario, se mi permette, questo non lo doveva dire. Non si deve confrontare questa sventura con altre, piccole o grandi che siano, né tanto meno collocarla nella categoria degli “incidenti”. Altrimenti non basta più parlare di insensibilità, perché si tratterebbe di cinismo».

E’ GIUSTO OGGI RICORDARE?

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La Ciociara.

Il Presidente dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate Emiliano Ciotti ha proposto, come riportato in Wikipedia, una stima recente di quegli stupri di massa, con alcune testimonianze relative agli avvenimenti in Sicilia: «Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono un minimo di 20.000 casi accertati di violenze, numero che comunque non rispecchia la verità; diversi referti medici dell’epoca riferirono che un terzo delle donne violentate, sia per vergogna o pudore, preferì non denunciare. Facendo una valutazione complessiva … possiamo affermare con certezza che ci fu un minimo di 60.000 donne stuprate … I soldati magrebini mediamente stupravano in gruppi da 2 (due) o 3 (tre), ma abbiamo raccolto testimonianze di donne violentate anche da 100, 200 e 300 magrebini. In Sicilia, i goumiers avrebbero avuto scontri molto accesi con la popolazione per questo motivo: si parla del ritrovamento di alcuni goumiers uccisi con i genitali tagliati (secondo alcuni un chiaro segnale). I siciliani, oltre a nascondere le donne in rifugi naturali o artificiali come grotte o pozzi, in diversi casi reagirono, come a Capizzi dove una quindicina di marocchini venne uccisa con l’acquiescenza delle autorità militari alleate; in altri casi gli autori degli stupri vennero uccisi a roncolate o evirati, sbudellati e dati in pasto ai maiali». Il film La ciociara (1962), diretto da Vittorio De Sica (nativo della provincia di Frosinone) e ispirato al romanzo omonimo di Alberto Moravia (1957), finisce proprio con la violenza da parte di alcuni marocchini nei confronti di una madre, Cesira, e di sua figlia Rosetta, ancora bambina. Nel film, uno dei grandi capolavori del cinema neorealista italiano, che non fa sconti ai fascisti ma neppure idolatra i liberatori, è facile ravvisare quindi la volontà di ricordare un passato che molti italiani vollero invece, per motivi diversi, gettarsi alle spalle (e neanche questo film straordinario, purtroppo, ha potuto evidentemente tradursi in consapevolezza storica). La madre (Sophia Loren, che per questo film vinse l’Oscar, la Palma d’oro a Cannes e il David di Donatello) chiama i violentatori “turchi” (antico retaggio dovuto alle storiche scorribande dei cosiddetti saraceni), in un disperato quanto vano appello verso gli ufficiali francesi. Rosetta da allora comincia a concedersi volontariamente a tutti gli uomini che incontra, come se questo comportamento fosse l’unica liberazione possibile. Moravia, nel romanzo, ci ricorda così un ulteriore drammatico esito di quelle storie angoscianti: «Uno dei peggiori effetti delle guerre è di rendere insensibili, di indurire il cuore, di ammazzare la pietà». Per le ragazze come Rosetta la violenza dello stupro, in un contesto sociale caratterizzato da un modo di pensare arretrato, si sommò alla violenza della guerra, cancellando nel modo più crudele l’uscita dalla loro fanciullezza e segnandone drammaticamente il resto dell’esistenza. «Basta soffrire», è una delle battute cult del film. L’interpretazione delle violenze dei combattenti coloniali francesi è ad oggi tutt’altro che chiara. Quei comportamenti sono stati da alcuni attribuiti principalmente alle responsabilità degli ufficiali francesi (che utilizzavano quelle truppe in azioni impossibili promettendo loro “carta bianca” se fossero poi riuscite nell’impresa); da altri sono stati spiegati con gli istinti primordiali e ferini di “quei selvaggi”, o con le condizioni miserevoli delle zone più povere del Maghreb in cui costoro erano cresciuti.

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Copertina del romanzo.

Nella trasmissione Rai precedentemente citata si riassume una intervista al “Mattino” del 1993 del famoso scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, dove i goumiers vengono così descritti: «Era soprattutto gente che viveva sulle montagne, i francesi li rastrellarono, li caricarono sui camion con un’azione violenta, di sopraffazione e li portarono a migliaia di chilometri da casa a compiere altre violenze. Le loro azioni brutali vanno inquadrate in questo contesto…in Marocco ovviamente sono gli eroi di Cassino. I goumiers andavano all’attacco salmodiando la Chahada. Catturavano i tedeschi per rivenderli (500-600 franchi per un soldato semplice, il triplo per un ufficiale superiore) ai militari americani desiderosi di costruirsi una reputazione guerriera senza rischiare». I comportamenti di quelle truppe furono, da altri ancora, ricondotti a ragioni prettamente religiose, citando presunte concezioni della donna e del suo ruolo nel mondo islamico. Non sono mancate ovviamente interpretazioni di carattere “etnico”, per così dire: queste ultime inevitabilmente confuse, fino a configurarsi talvolta come veri e propri pregiudizi razziali. In più va certamente ricordato che in ogni guerra, in ogni epoca, i fenomeni relativi alle violenze sessuali sulle donne (meno, di norma, su uomini e bambini) sono sempre stati numerosi: “Con la vittoria viene il bottino” è stato il grido di guerra più ripetuto per secoli, con le donne degradate a parte della preda. Ognuno di questi fenomeni, se ha avuto qualche causa comune (per esempio l’irrazionale “bestialità” del maschio quando vengono messe a tacere le uniche forze, oltre la sicura punizione, che davvero la limitano, ovvero l’autocontrollo e l’empatia), ha sempre in ogni caso evidenziato anche proprie, distinte e specifiche caratteristiche. Non è questa la sede in ogni caso, per motivi di spazio oltre che di competenza e di pertinenza al tema solo riassuntivo che mi sono inizialmente posto, di riflettere a lungo su questi difficili e controversi temi. Comunque, anche se ad oggi non abbiamo una spiegazione completa universalmente accettata delle azioni dei “goumiers”, è come dicevo mio profondo convincimento che esse debbano in ogni caso essere messe in luce e non nascoste. Sono una persona di sinistra e frequento spesso persone di sinistra. Alcune di loro, sempre pronte giustamente, sottolineo, a rendere noti e denunciare episodi riguardanti violenze a popoli o comunità ritenute “più indifese” di altre (e magari a considerare l’ex tecnico della CIA Edward Snowden un «benefattore dell’umanità» anche solo per aver «rivelato i fatti»), venute a conoscenza del mio impegno per questo contributo mi hanno, anche se cordialmente e amichevolmente, avvertito: «Non c’è il problema che tornando su questi avvenimenti, del resto dopo così tanti anni, rischi, pur non volendo, di alimentare sentimenti razzisti nei confronti di un certo tipo di immigrati?». Non giudico questa loro considerazione irricevibile, pur ritenendola incoerente con le altre ricordate. Contribuire ad accrescere pregiudizi razzisti, sempre odiosi, sarebbe di per sè un risultato disdicevole. Ciononostante non credo che sia nascondendo i fatti che falsi preconcetti xenofobi (il concetto di ‘razza’ non ha nessuna base scientifica, e del resto in passato la cultura araba è stata più avanzata di tante altre) possano essere, nel lungo termine, davvero contrastati. Sono invece assolutamente convinto che è con la conoscenza, l’informazione e la consapevolezza (magari appunto anche di vicende “scomode” e virtualmente oscurate per anni e anni) che si può provare a sperare in un mondo più civile e quindi più pacifico. E’ inoltre lecito avanzare, in campo etico, considerazioni di carattere non prettamente utilitaristico. L’insegnante di scuola media Bruno D’Epiro, figlio della terra esperiana, deportato a sedici anni dai tedeschi perché non volle aderire alla Repubblica Sociale Italiana e insignito da Pertini del “Diploma d’onore di combattente per la libertà 1943/45”, cominciò presto a raccogliere le attestazioni relative alle atrocità subite dalle vittime: «La spinta me l’hanno data le donne di Esperia. Nel 1950, quando si cominciarono a dare i primi miseri indennizzi alle donne violentate, io scrivevo le domande per loro e ne raccoglievo le testimonianze». E’ così, anche pensando alle tante Cesire e Rosette, e a tutti coloro che provarono a difenderle, che ho ritenuto quindi perfino doveroso, oltre che opportuno, dedicare un po’ del mio tempo a produrre questa pur elementare nota riassuntiva, avendo avuto modo in passato di leggere alcuni libri, articoli e documenti su quelle tristi storie, e di parlarne. Per provare a contribuire, con la cortese e fattiva disponibilità de “L’Undici”, a promuovere la conoscenza di eventi infausti avvenuti a pochissimi chilometri da dove sono nato e da dove vivo, in luoghi che conosco benissimo e frequento sin da bambino. E’ mia convinzione che si possano commemorare quelle vittime martoriate anche con l’impegno a far conoscere le violenze da loro subite (e tutto ciò che queste hanno poi causato) attraverso il corretto ricordo, restituendo a quelle nostre sfortunate connazionali, con la pubblicizzazione della verità (nascosta da moralismi di tipo diverso, tra cui anche quello sessuofobico imperante nei decenni passati in Italia), la dignità delle loro pur terribili esperienze. Ciò può anche ristabilire la giusta memoria di una parte rimossa della celebrata storia della Liberazione dall’oppressione nazifascista, ovvero di una parte taciuta della storia del nostro Paese. I soldati coloniali francesi hanno certamente contribuito a combattere i tedeschi che occupavano il nostro suolo e a sconfiggerli. Ma i loro efferati crimini, quali ne siano le interpretazioni, non possono essere cancellati. Soprattutto non devono essere dimenticati.

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Riferimenti

K. D. Askin, War Crimes Against Women: Prosecution in International War Crimes Tribunals

T. Baris, Fra due fuochi, Esperienza e memoria della guerra lungo la linea Gustav

T. Baris, Montecassino 1944, scatenate i marocchini, in “Millenovecento”

F. Carloni, Il corpo di spedizione francese in Italia, 1943-1944

S. Catallo, Marocchinate

M. Chebel, La cultura dell’harem: erotismo e sessualita nel Maghreb

G. De Luna, Il caso delle donne italiane stuprate durante la seconda guerra mondiale al centro di nuove ricerche, La ciociara e le altre, in “La Stampa”

B. D’Epiro, Linea Dora: la battaglia di Esperia

L. Garibaldi, L’assalto alle ciociare, in periodico “Noi”

N. Lewis, Napoli ‘44

M. Lucioli, D. Sabatini, La ciociara e le altre: il corpo di spedizione francese in Italia, 1943-1944

F. Majdalany, La battaglia di Cassino

J. C. Notin, La campagne d’Italie – Les victoires oubliées de la France 1943-1945

A. Petacco, La nostra guerra

A. Riccio, Etnografia della memoria, storie e testimonianze del secondo conflitto mondiale nei Monti Aurunci

A. Riccio, Le violenze dei goumiers

G. Sangiuliano, Quelle marocchinate di cui nessuno parla, in “L’Indipendente”

M. Strazza, Senza via di scampo – Gli stupri nelle guerre mondiali

C. Venturoli, Sulla violenza sessuale in contesti di guerra e di pace, in “Voci dal verbo violare, I libri di Emil”

Atti parlamentari – 37011 – Camera dei Deputati, “Seduta notturna di lunedì 7 aprile 1952″

Le marocchinate, articolo sul sito dell’Istituto Tecnico C.G.P.A.C.L.E. “Luca Pacioli” di Crema (CR)

Rai, Bottino di Guerra – Le donne violentate in Ciociaria, in “La Storia siamo noi”

Sito ufficiale della causa di canonizzazione di Papa Pio XII, Intervista al prof. Guiducci, Pio XII Defensor Civitatis Sito Instoria, Marocchinate

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1765.- Due fregate francesi su tre hanno fallito i lanci sulla Siria.

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La frégate Fremm « Aquitaine » amarrée à son ponton dans le port militaire de Brest. (Photo : Marine nationale)

di Maurizio Blondet. Commento del generale Dominique Delawarde, l’ex capo dei servizi militari:

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La notte dell’attacco francese , 12 missili dovevano essere tirati su una pretesa “fabbrica d’armi chimiche” presso Homs ed altri due siti. Tre fregate modernissime e “invisibili” sono dispiegate. La fregata Aquitaine fa fuoco per prima: gli uomini ai comandi “vedono accendersi un segnale rosso, bloccando il tiro. Come vuole il protocollo, subentra la seconda fregata, l’Auvergne. “Lancio!”, e un’altra cilecca. I missili da crociera intelligenti (forse perché più intelligenti di Macron?) non partono. Finalmente la terza fregata, la Languedoc-Roussillon, riesce ad armare i missili e alarli in volo: colpiranno l’inesistente fabbrica di armi chimiche di Homs.

I due altri obiettivi sono stati colpiti – dicono – da caccia Rafale armati di missili Scalp da 250 chilometri di gittata.

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Adesso la Marina francese e gli ingegneri dicono che è stato un “bug” a far sì che dei 12 missili previsti, solo tre sono partiti e apparentemente arrivati. Missili ultimo modello, MdCN, con gittata di mille chilometri e capaci di polverizzare un bersaglio con una precisione di meno di un metro.

Il missile Made in France. 2,8 milioni di euro a pezzo.
Costosissimi, come merita la loro perfezione: 2,8 milioni di euro a pezzo. Sacrificati su un bersaglio inesistente per fare marketing. Siccome fra gli scopi primari di queste imprese c’è la mostra di armi operative da offrire al mercato, bisogna ritenere che Parigi non riuscirà a venderne molti, di questi gioielli, nemmeno al suo amico Mohamed Bin Salman il Saudita. Macron Le Petit non è veramente tagliato èer gli affari.

“Due fregate su tre sono state incapaci di lanciare i loro missili. Un simili tasso di malfunzionamento per la nostra tecnologia di punta è più che inquietante in caso di conflitto maggiore d’alta intensità con i nostri amici russi. C’è da ridere e da piangere.

Prima di mettere in moto la ferraglia e lanciare azioni di guerra il cui motivo si rivela di giorno in giorno sempre più dubbio, l’esecutivo francese dovrebbe:

Assicurarsi che le ragioni per colpire siano buone e si facciano solo dopo aver ottenuto il placet dell’ONU, e dopo (non prima) di avere i risultati dell’indagine OPWC sul terreno.
Assicurarsi che il proprio materiale militare funzioni correttamente.
Non mentire all’opinione pubblica dichiarando che tutto ha funzionato come previsto, e gli obiettivi colpiti, dal momento che non è possibile sapere se i 3 missili lanciati dall’unica fregata che ne è stata capace, figurano o no fra i il 70% dei missili che non hanno raggiunto l’obiettivo.
Si capisce meglio l a relativa discrezione dei nostri media che non si sono dilungati troppo sulla nostra “brillante vittoria”: la quale lascerà alla Francia, e ai francesi civili e militari, un gusto amaro.

Général Dominique Delawarde

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la fregata Carlo Bergamini, consegnata alla Marina Militare Italiana il 14 luglio 2012.

Classe FREMM, (dall’Italiano Fregate europee multi-missione o dal francese Frégates européennes multi-missions), è la sigla che identifica una nuova generazione di fregate, denominate in Francia Classe Aquitaine ed in Italia Classe Bergamini, frutto di un progetto congiunto tra Italia, tramite Orizzonte Sistemi Navali[3] (Società di ingegneria navale, costituita da Fincantieri e da Finmeccanica, rinominata Leonardo dal 2017) e Francia, tramite Armaris (di proprietà DCNS e Thales). Il progetto FREMM segue la logica di collaborazione tra le industrie della difesa italiane e francesi già sperimentato con la realizzazione del programma Orizzonte. La prima unità di questo tipo, l’Aquitaine, è stata varata il 4 maggio 2010 ed è entrata in servizio nel 2012. La prima della Classe Bergamini, la fregata Carlo Bergamini, è stata varata il 16 luglio 2011 nel Cantiere navale di Riva Trigoso e consegnata alla Marina Militare Italiana il 14 luglio 2012.

1756.- Morire per Donald?

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Morire per Donald? Il comitato padovano per la costituzione, di spiccato fede marxista, nato per contestare la riforma costituzionale del governo Renzi, nella sua rubrica: “Medioriente: cessate il fuoco!” lancia questo appello e chiama alla mobilitazione contro la guerra infinita che sta massacrando la Siria, che si sta avvitando in un ulteriore e drammatico sviluppo. Per dare a questo appello una collocazione politica, è necessario valutarne la sincerità alla luce del reale scontro in atto fra la finanza sionistica mondiale, padrona indiscussa degli Stati Uniti, dell’ONU, della NATO, del FMI e dell’Unione europea e i poteri che le si oppongono, rappresentati dalle nazioni orientali che fanno capo alla Russia. La radice della contrapposizione in atto in tutto il pianeta è la medesima del confronto costituzionale che, in Italia, ha visto schierati i fautori del Sì e i comitati del No, fra cui, appunto, anche questo. L’ordo liberismo della finanza mondiale, infatti, vuole eliminare i principi delle Costituzioni e degli Stati sociali, perché incidono negativamente sui profitti e le possibilità di dominio del genere umano. Addirittura, vogliono eliminare le Costituzioni e, infatti, l’Unione europea non ha una sua costituzione ed è gestita da una banca centrale privata, la BCE. Tutto questo non traspare dall’articolo del pacifista Domenico Gallo, edito dal Quotidiano del Sud e richiamato nell’appello del comitato di Padova, che ripubblichiamo, come non appariva nella campagna per il No al referendum costituzionale. Siamo di fronte a una impostazione che fa capo al diritto costituzionale? Non è chiaro. Mi domando perché. Ora leggiamo Domenico Gallo, che condivido, tranne che nella conclusione, perché il Parlamento che abbiamo eletto non lo seguirà e perché questo vento di guerra ha schiaffeggiato i nostri visi, come le vele e non siamo affatto disponibili a seguire i governicchi in campo e l’alleanza atlantica in questo scontro per il predominio della finanza mondiale sulla Russia, sull’Iran, sulla Siria e sulle loro banche centrali; per il dominio di Israele sulle risorse e sui territori dei popoli arabi; per il predominio dei sunniti sugli sciiti o per i progetti demenziali del turco.

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Per quanto possa sembrare assurdo, ne abbiamo avuto conoscenza attraverso un tweet di Donald Trump che si rivolge alla Russia con toni di esaltazione della guerra tipicamente dannunziani: “”La Russia giura di abbattere tutti i missili sparati sulla Siria. Preparati Russia perché arriveranno, belli e nuovi e intelligenti!”.

Questo tono provocatorio e beffardo, oltre a farci dubitare della sanità mentale di un leader politico che ha nelle mani le chiavi per la distruzione della vita sulla terra, ci comunica che l’obiettivo dell’annunciato attacco missilistico non è una velleitaria punizione di Assad, per il crimine di uso di armi chimiche, ma il confronto militare diretto con la Russia, potenza protettrice di Assad, la cui influenza nella regione gli Stati Uniti vogliono ridimensionare. Dopo sette anni in cui Russia, Stati Uniti ed Iran si sono confrontati indirettamente, a spese della popolazione siriana, muovendo le loro pedine sul campo, adesso che Assad ha rovesciato le sorti del conflitto a suo favore, caduta ogni schermatura, ci stiamo avvicinando pericolosamente allo scontro diretto fra Russia e Stati Uniti, con il corollario dello scontro fra Iran ed Israele, già in atto, con l’attacco compiuto lunedi dall’aviazione israeliana alla base aerea sita nella provincia di Homs.

Le reazioni di Mosca, per quanto più misurate, confermano che la Russia si considera direttamente implicata nel preannunciato attacco americano. Mosca si dice pronta ad «abbattere i missili» con i suoi sistemi di difesa antiaerea S-300 e S-400 e a «distruggere i siti di lancio». Ora si dà il caso che i siti di lancio sono le navi militari ed i sottomarini americani (ed eventualmente quelli inglesi se parteciperanno all’azione). E che non si tratti solo di parole lo dimostra il fatto che tutte le navi russe ormeggiate nel porto Siriano di Tartous sono salpate ed adesso incrociano nel Mediterraneo orientale, evidentemente per contrastare l’annunciato attacco americano.

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In questo scenario appare del tutto evidente che la questione dell’uso di armi chimiche a Douma nella scorsa settimana è un semplice pretesto per creare il casus belli. Se siano state usate armi chimiche lo può dire solo un’inchiesta sul terreno degli ispettori dell’OPAC (Organizzazione per la proibizione della armi chimiche). Ed è stata proprio l’OPAC, non certo i bombardamenti americani, che ha smantellato (almeno in massima parte) l’arsenale chimico di Assad, nell’ottobre del 2013, mettendo sotto sigilli oltre mille tonnellate di agenti chimici ed armi chimiche. D’altronde non possiamo dimenticare che la menzogna è la levatrice di ogni guerra. Quanti ricordano le oscene menzogne del segretario di stato USA Colin Powell, che il 5 febbraio 2003 cercò di convincere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad autorizzare l’uso della forza, esponendo le “prove” dell’esistenza di armi di distruzione di massa irachene, che semplicemente non esistevano?

I rapporti fra Stati Uniti e Russia non sono mai stati così vicino allo scontro militare dai tempi della crisi di Berlino del 1961 e da quella dei missili a Cuba nel 1962. E tuttavia all’epoca la situazione era meno pericolosa perché i capi della Potenze contrapposte erano guidati da ideologie che, per quanto differenti, li costringevano a rendere conto del loro operato e a mantenere il conflitto entro i binari della razionalità. In questa nuova situazione il conflitto nasce da pulsioni nazionaliste e da degenerazioni delle classi dirigenti. Così un presidente americano narcisista ed ignorante, cosa può trovare di meglio del ricorso a missili belli ed intelligenti per far dimenticare i suoi traffici con le pornostar e gli intrighi preelettorali con gli agenti di Putin?

Se non vogliamo morire per Donald dobbiamo agire subito per smarcarci dall’alleanza che Trump sta cercando di costruire con Francia ed Inghilterra per andare allo scontro con la Russia. La prima cosa da fare è recuperare la nostra dignità di nazione ed impedire l’uso delle basi di Aviano e Sigonella.

Dire no alla guerra, prima che sia troppo tardi.

Domenico Gallo

1733.- “La guerra in Siria è una guerra economica fra due gasdotti che si fanno la concorrenza”

Nel sangue dei curdi, abbandonati da tutti al loro destino, e dei siriani si svolgerà la spartizione delle zone d’influenza sull’ex impero ottomano. Per capire la politica degli USA, di Israele, della Russia, e di Turchia, Gran Bretagna, Francia, Arabia Saudita e Qatar, leggiamo:

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di Juan Manuel Olarieta
https://movimientopoliticoderesistencia.blogspot.it/2017/01/la-guerra-de-siria-es-una-guerra.html

In un’intervista a un quotidiano italiano, il presidente siriano Bashar al Assad ha affermato che la causa scatenante della guerra in Siria è stata il rifiuto opposto dal suo governo al passaggio di un gasdotto che doveva attraversare il paese per portare il gas del Qatar in Europa attraverso la Turchia.

Assad afferma che il piano qatariota, offerto nel 2000, era un gasdotto che doveva attraversare la Siria da nord a sud; ma c’era un altro progetto di oltre 1.500 chilometri per farlo da est a ovest e arrivare al Mediterraneo attraversando l’Iraq dall’Iran. I rispettivi patrocinatori, il Qatar e l’Iran, hanno le principali riserve mondiali di gas naturale. Il gasdotto qatariota avrebbe permesso agli emiri del Golfo sia di aumentare sia il volume delle esportazioni, sia di ridurre i costi e le limitazioni di volume imposti dal trasporto marittimo. Il Qatar ha bisogno di una flotta di 1.000 navi cargo, con costi esorbitanti.

I due progetti erano in concorrenza ma non erano sul medesimo piano perché il progetto, quello del Qatar, oltre a rappresentare una fonte di proventi per gli emiri del Golfo, aveva due funzioni strategiche ulteriori, contro due paesi antagonisti degli Stati uniti: all’Iran avrebbe tolto l’accesso al mercato europeo e quanto alla Russia, avrebbe fatto la concorrenza al suo gas da sud, mandandolo in Europa attraverso la Turchia.

Nel 2010 il governo di al-Assad optò per il secondo gasdotto, a scapito del primo. L’anno dopo, a quattro mesi dall’inizio della cosiddetta primavera araba, il governo di Damasco firmava l’accordo con l’Iran, uno degli incubi peggiori delle monarchie sunnite del Golfo e degli imperialisti. Un fatto inammissibile. La conseguenza fu appunto la guerra, scatenata nel 2011 grazie alle interferenze esterne.

Sul lato russo, il piano qatariota era un tentativo di asfissia perché l’impresa Gazprom fornisce all’Europa la quarta parte del fabbisogno in gas e gli introiti rappresentano la quinta parte del bilancio statale.

Dopo sei anni di guerra, l’esito non può essere più disastroso per l’imperialismo perché – in un sol colpo – ha perso due pedoni ed è possibile che li perda tutti. Il primo pedone è la Turchia e il secondo è il Qatar.

Come conseguenza dell’esito della guerra in Siria, la Turchia sembra volersi sottrarre dall’influenza della Nato. E, rispetto ai gasdotti, ne passerà in Turchia un terzo, che porterà il gas russo attraverso il mar Nero; inoltre, ormai, oltre alla Siria, l’Iran può contare sulla Turchia come sbocco per il suo gas.

L’altro lacchè che ha smesso di ballare al suono della musica di Washington è il Qatar, che fino a ieri era l’alleato più fidato che gli Usa avevano nella regione. Sono in Qatar due delle principali basi militari imperialiste e la sede del comando centrale degli Usa in Medioriente. Ebbene, sembra che l’abilità di Putin, con una delle sue sorprendenti manovre, abbia toccato anche il Qatar: l’agenzia petrolifera russa Rosneft, la più grande al mondo, ha venduto il 20% delle proprie azioni al Qatar. La Russia ha incassato oltre 10.000 milioni di euro con i quali pagherà la riduzione degli introiti provocata dalle sanzioni economiche degli imperialisti. Eppure, sembra che sia stata Mosca a fare un favore agli arabi.

Questa cessione non è puro e semplice business, perché Rosneft non è un’impresa privata. Si tratta qui di politica e diplomazia, un inizio di accordo fra Qatar e Russia i cui passi successivi sono imprevedibili. E’ possibile sospettare che dietro il Qatar andranno le altre monarchie del Golfo, compresa l’Arabia saudita, che già ha accettato un accordo con la Russia per stabilizzare i prezzi mondiali del petrolio. Se questo avverrà, sarà la fine dell’Accordo del Quincy (1945) e la totale scomparsa degli Stati uniti dallo scenario mediorientale.

Ma la capacità i traino del Qatar non si limita agli sceicchi del Golfo e arriva alla stessa Europa, il cui vergognoso intervento nella guerra in Siria non si spiega con l’obbedienza al diktat statunitense ma con la dipendenza finanziaria di alcuni paesi europei dal Qatar. Se gli emiri arrivano a un accordo con la Russia e, dunque, con la Siria, la Turchia e l’Iran, il loro denaro trascinerà un’Europa ridotta alla mendicità verso posizioni simili, e cioè verso un accordo con la Russia.

Per terminare, occorre aggiungere che, come ha detto Assad, i gasdotti sono “uno degli elementi” che hanno contribuito a scatenare la guerra; non l’unico. Non dimentichiamolo.

traduzione a cura di Marinella Correggia

1714.- L’attività del Governo Gentiloni nei riguardi dell’accordo di Caen tra Francia e Italia, pone un quesito: “E’ il Quirinale o il Governo il nostro problema?”

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Interrogazioni parlamentari, richieste d’intervento del presidente della Repubblica, sospetti, mezze verità e ammissioni. Da tempo tiene banco la discussione riguardo al Trattato/Accordo di Caen che ridisegna i confini tra Italia e Francia al largo delle coste di Liguria e Sardegna. Un accordo maturato dopo dieci anni di trattative per il quale il governo ha ricevuto l’accusa di “aver svenduto ampie porzioni di mare particolarmente pescose”. La firma posta dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e dal collega Laurent Fabius, ministre des Affaires étrangères il 21 marzo 2015 è stata definita un atto necessario per aggiornare i confini alla luce della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos, United Nations Convention on the Law of the Sea) di Moneto Bay, del 1982.

La convenzione pone i limiti delle varie aree marine identificate, misurate in maniera chiara e definita a partire dalla cosiddetta linea di base. La linea di base, detta così in quanto base di partenza per la definizione delle acque interne e delle acque internazionali, si definisce una linea spezzata che unisce i punti notevoli della costa, mantenendosi generalmente in acque basse, ma laddove la costa sia particolarmente frastagliata o in casi in cui delle isole sono molto vicine alla costa, la linea di base può tagliare e comprendere ampi tratti di mare.

E qui osservo che se Italia e Francia hanno dovuto adeguare e definire i propri confini alla convenzione Unclos; se il tracciato di delimitazione delle acque territoriali e delle restanti zone marittime rifletterà i criteri stabiliti dall’UNCLOS, primo fra tutti il principio della linea mediana di equidistanza, non si può sostenere che i confini marittimi dell’Italia non sono cambiati rispetto a quelli del 1986 e che le attività di pesca delle nostre imbarcazioni non subiranno modifiche. Aggiungo che l’accordo del 1986 che verrebbe salvaguardato, viene abrogato con l’entrata in vigore dell’accordo del 2015. Sembra che l’Unclos venga citata a sproposito perché se i precedenti accordi di delimitazione non erano stati ratificati, tuttavia, i pescatori sardi e i toscani si attengono a confini storici, consuetudinari da sempre e non dobbiamo crearne di nuovi, danneggiandoli, per adeguarci all’Unclos.
L’Italia sta quindi per rinunciare a un piccolo triangolo di mare – ma ‘prezioso’ dicono le opposizioni – al largo della Liguria e a qualche miglio di acque a est e sud-ovest della Corsica e ai relativi spazi aerei sovrastanti. Protestano i pescatori che nessuno ha interpellato e che si sono visti abbordare dalla Marine Nationale. E parliamo di 1.700 pescherecci toscani, con 3.000 occupati e di 1.300 sardi, con 2.300 occupati, con una produzione complessiva di 150 milioni di €uro.
la Farnesina ha diramato una nota: “Il tracciato di delimitazione delle acque territoriali e delle restanti zone marittime riflette i criteri stabiliti dall’Unclos”, spiegando anche che “la parte italiana ha ottenuto di mantenere immutata la definizione di linea retta di base per l’arcipelago toscano” e “anche per quanto riguarda il confine del mare territoriale tra Italia e Francia nel mar Ligure, in assenza di un precedente accordo di delimitazione, l’Accordo di Caen segue il principio dell’equidistanza come previsto dall’Unclos”. Specificando come per il tratto “tra Corsica e Sardegna è stato completamente salvaguardato l’accordo del 1986, inclusa la zona di pesca congiunta”. Restano i dubbi sul perché l’Italia abbia chiuso un negoziato salvo riservarsi “ulteriori approfondimenti al termine dei quali verrà fatta una valutazione globale ai fini di un’eventuale avvio della ratifica”, come ha affermato ancora Della Vedova. Perché solo ora dopo sei anni di dialogo che ha coinvolto anche i ministeri di riferimento per pesca, trasporti ed energia? Intanto, è utile ricordare che le attività di pesca, di tutela dell’ambiente marino e delle risorse biologiche del mare, sono oggetto di competenza esclusiva dell’Unione. Speriamo di non incorrere in un altro “Lo vuole l’Europa”.

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L’ACCORDO DI CAEN. AMMIRAGLIO GIUSEPPE DE GIORGI

Non tutti lo sanno ma con un accordo firmato a Caen nel marzo 2015 tra Italia e Francia, erano stati revisionati i nostri confini marittimi. L’accordo, derivante da un negoziato cominciato nel 2006 e terminato 6 anni più tardi secondo il ministero degli Esteri sarebbe stato “necessario al fine di definire i confini marittimi alla luce delle norme della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, che supera la Convenzione per la delimitazione delle zone di pesca nella baia di Mentone del 18 giugno 1892, convenzione che ha valore consuetudinario, in quanto applicata e mai ratificata, ai fini di colmare un vuoto giuridico”. L’Italia avrebbe quindi rinunciato ad alcune porzioni di mare del mar Ligure ed al tratto compreso tra nord Sardegna ed arcipelago toscano. L’accordo era passato piuttosto inosservato fino a quando nel gennaio 2016 il peschereccio italiano Mina era stato fermato dalla gendarmeria marittima francese e scortato fino al porto di Nizza, con l’accusa di praticare la pesca del gambero in acque francesi. Solo con il pagamento di una cauzione di 8300 euro era stato rilasciato. Dunque quelli che sembravano essere acque italiane erano diventate francesi. L’episodio dunque fece deflagrare la questione dei confini e di porzioni di mare cedute alla Francia. Piuttosto indispettito dalla vicenda l’assessore regionale alla pesca della Liguria Stefano Mai aveva dichiarato: “il sequestro del peschereccio Mina ha posto l’attenzione sull’urgenza di arrivare all’elaborazione di un piano di gestione della pesca al gambero rosso condiviso tra Italia e Francia, sul modello di quanto abbiamo elaborato con successo sul rossetto. Lo strumento più praticabile e che porterebbe a una soluzione definitiva di un annoso problema di pesca nelle acque al confine è la stesura di un piano delle risorse condivise, previsto dal regolamento mediterraneo. La pesca al gambero rosso è un target strategico per la Liguria che vogliamo tutelare arrivando a una soluzione definitiva che faccia uscire i nostri pescatori da un’incertezza normativa che dura ormai da troppi anni. Il trattato sul nuovo confine marino si è rivelato fortemente penalizzante per l’Italia”. Secondo i giornali della Corsica l’accordo di Caen prevedeva una sorta di scambio territoriale: l’Italia avrebbe ceduto la “Fossa del cimitero” nelle acque di Ospedaletti in provincia di Imperia ottenendo in cambio alcune secche tra Corsica, Capraia ed Elba. Proprio la Fossa del cimitero è un tratto di mare molto ricco dal punto di vista della pesca, con una vivace presenza proprio di gamberoni rossi. Mentre in Italia l’accordo non è stato mai ratificato, in Francia sembrava essere di dominio pubblico tanto che la gendarmeria marittima era subito intervenuta pochi mesi dopo l’accordo fermando il peschereccio Mina. Due mesi dopo il fermo del peschereccio erano però arrivate le scuse: la dogana francese aveva contestato per errore il mancato rispetto del trattato del 21 marzo 2015, visto che non era mai stato ratificato dal Parlamento italiano. La Farnesina, pressata da interrogazioni parlamentari e dagli allarmi lanciati sulla cessione di mare da parte dell’Italia, nel febbraio 2016 aveva provato a fare chiarezza: “Considerata la sua natura, l’Accordo di Caen è sottoposto a ratifica parlamentare e, pertanto, non è ancora in vigore. Per quanto riguarda, in particolare, i contenuti dell’Accordo, il tracciato di delimitazione delle acque territoriali e delle restanti zone marittime riflette i criteri stabiliti dall’UNCLOS, primo fra tutti il principio della linea mediana di equidistanza. Nel corso dei negoziati che hanno portato alla firma dell’Accordo, la parte italiana ha ottenuto di mantenere immutata la definizione di linea retta di base per l’arcipelago toscano, già fissata dall’Italia per la delimitazione del mare territoriale nel 1977. Inoltre, per il mare territoriale tra Corsica e Sardegna, è stato completamente salvaguardato l’accordo del 1986, inclusa la zona di pesca congiunta. Anche per quanto riguarda il confine del mare territoriale tra Italia e Francia nel Mar Ligure, in assenza di un precedente accordo di delimitazione, l’Accordo di Caen segue il principio dell’equidistanza come previsto dall’UNCLOS”. Un accordo non solo non ratificato ma che sembrava aver suggerito ad Italia e Francia di aprire un nuovo negoziato per rivederne in contenuti.
Ad oggi i confini tra acque italiane e francesi rimangono incerti. Una recente sentenza del tribunale di Imperia ha assolto un pescatore dall’accusa di avere sconfinato in acque francesi. Il tribunale ha infatti dichiarato non valido anche il trattato di Mentone del 1892 che regolava i confini tra riviera ligure e Costa Azzurra, anche in questo caso per la mancata ratifica del Parlamento. Un precedente che farà giurisprudenza viste le numerose contestazioni rivolte dalla gendarmeria marittima francese ai pescherecci sanremesi. Certo è che il tema della territorializzazione dell’alto mare da parte degli stati rivieraschi è di fondamentale importanza per l’Italia sia sotto l’aspetto della sua valorizzazione economica sia della sua protezione dallo sfruttamento eccessivo e indiscriminato. L’Italia è stata sinora assente nell’area internazionale per quanto riguarda la politica marittima, non solo in ottica Difesa, ambito paradossalmente sempre più esercitocentrico a dispetto degli accadimenti mediterranei, ma in tutte le sue più ampie declinazioni. Il mutilateralismo come sempre rifugio anestetico dalle nostre repsonsabilità si traduce nel piegarsi alla volontà non solo della Francia, ma anche della Grecia e dei paesi della riva opposta dell’Adriatico che si avvantaggiano della nostra pavidità e indifferenza.
Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

Forte ondata di maltempo in Corsica

NON SOLO LA PESCA

L’articolo 4 del futuro Trattato di Caen:
Non solo i pescherecci sono al centro degli accordi (e delle dispute) tra Italia e Francia. Anche nel Trattato di Caen. L’articolo 4 disciplina “lo sfruttamento di eventuali giacimenti di risorse del fondo marino o del suo sottosuolo, situati a cavallo della linea di confine”. Gas e petrolio, quindi. Alcuni media sardi hanno avanzato l’ipotesi che il vero nodo della revisione sia proprio questo. Al largo di Stintino, infatti, la compagnia norvegese Tgs-Nopec ha richiesto un permesso di “prospezione idrocarburi” in una vasta area che comprende le province di Sassari e Oristano, che – stando al sito del ministero dell’Ambiente – attende la Valutazione d’impatto ambientale. Si parla di 1.400 miliardi di metri cubi di gas accertati. L’area però, secondo le coordinate, non ricadrebbe lungo la linea di confine e l’ipotesi appare quanto mai remota.

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MA, ALLORA? E’ IL QUIRINALE O IL GOVERNO IL NOSTRO PROBLEMA?

Un presidente eletto da un Parlamento illegittimo si mette in contrasto con la Costituzione su cui ha giurato e, insieme con la Nazione, il suo presente e il suo futuro, non meno del suo passato. In occasione delle celebrazioni per l’anniversario dei Trattati di Roma, Sergio Mattarella ha detto: “Nessun ritorno alle sovranità nazionali potrà garantire ai cittadini europei pace, sicurezza, benessere e prosperità” e giù, ha seguitato con la litania delle nostre piccole dimensioni, a fronte dei problemi sulla scena mondiale; quasi che una confederazione di Stati sovrani non sarebbe sufficiente. Ma è qui che cascano i veli e che si pensa alla malafede, perché solo di questo può trattarsi. Non perdo tempo a commentare le motivazioni “pace, sicurezza, benessere e prosperità” per non offendere la Nostra intelligenza. L’Unione europea – che Unione non è – non ha una Costituzione perché quella proposta fu bocciata dai referendum del 2005. Giuliano Amato (guardate, perciò, guadagna 1047 € al giorno) e Giscard d’Estaing, l’anno dopo, la trasferirono nel Trattato di Lisbona, semplicemente emendando i trattati esistenti, articolo per articolo – con l’inganno, dunque -. L’obbiettivo evidente dell’Unione europea, con la sua moneta a prestito e i suoi vincoli, artatamente imposti, con la sua gestione in accordo alla finanza mondiale, deve cancellare le democrazie, le Costituzioni degli Stati sociali e le loro sovranità. Utilizzerà e ha utilizzato – per fare questo – la leva economica perché i diritti abbisognano di risorse economiche per poter essere realizzati. In una parola, non saremo più cittadini, ma sudditi, senza più diritti, salvo la sopravvivenza, finché si sarà in condizioni di lavorare se, dove e quando. Dimenticatevi il welfare perché è un costo che sottrae risorse al profitto.
Abbiamo visto la malafede perché una Confederazione di Stati sociali sovrani garantirebbe, a un tempo, la democrazia, con la sua trama di principi, Lavoro, Dignità, Libertà, anzitutto e con il welfare. La Costituzione della Repubblica Italiana è fondata sul Lavoro. Chi ha giurato sulla Costituzione – lasciamo da parte come è stato eletto – e la tradisce, è, evidentemente, un traditore. “Senza sovranità nazionale non c’è sovranità popolare e non a caso gli italiani da troppo tempo subiscono i condizionamenti dei poteri finanziari e delle multinazionali che stanno distruggendo la nostra economia”. Lo ha detto Alemanno. Mi dispiace rilevarlo, Presidente, ma schierarsi contro la Costituzione di cui Lei è custode è stata una sua scelta, una sua decisione e, comunque, dovrebbe risponderne.
Ma Sergio Mattarella è solo l’ultimo di una serie. Questo precipizio nel quale la democrazia fallita ci ha precipitato a partire, almeno, da Ciampi, con il divorzio Tesoro – Banca d’Italia, ha toccato il culmine con il secondo mandato impossibile di Napolitano (7+7=14!). Stiamo assistendo ad abusi continui, a violazioni della Costituzione che, a parte gli interessi personali degli attori in campo, hanno un solo scopo: Affermare la preminenza di una cosiddetta Costituzione materiale o – direi meglio – di questa somma di violazioni della Nostra Costituzione e consegnarci, legati e imbavagliati, all’Unione europea, accompagnati al patibolo da una Banca Centrale Europea privata. Ripetete cento volte: “Privata!” e, poi, “Questa non è Democrazia!”. Ho detto “legati e imbavagliati“, infatti, siamo “legati” dal principio di legalità e, purtroppo, dalle nostre Forze dell’Ordine e siamo “imbavagliati” dall’informazione, più che mai privata e, quasi completamente, serva.
“Chi fa e chi timbra”. Sembra che Il Presidente Sergio Mattarella si limiti ad approvare, promulgare ciò che decide Paolo Gentiloni, ma, sicuramente, non è così e c’è ben altro.

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Caen: 21 marzo 2015 (foto per gentile concessione delle autorità francesi)

Il Governo Gentiloni aveva la fiducia di un Parlamento dichiarato illegittimo, ora, comunque, sciolto ed è stato delegittimato, a sua volta, almeno moralmente, dalla bocciatura elettorale. Tutto ciò malgrado, sta per compiere un ulteriore atto di tradimento del popolo italiano con l’esecuzione dell’accordo di Caen (gli accordi li fa il Governo, i Trattati li ratifica il Parlamento), firmato da lui stesso nella qualità di ministro degli esteri, nel marzo 2015, con cui l’Italia, il 25 marzo prossimo, cederebbe alla Francia (e la chiamano Unione europea!) 340 km quadrati di mari pescosi con 1.400 miliardi di metri cubi di gas accertati. Vero è che i confini marittimi fra Italia e Francia, tra Riviera Ligure e Costa Azzurra, sono poco certi perché ogni tentativo di regolarli è rimasto sospeso per la mancata ratifica del Parlamento italiano: così per l’accordo di Caen del 2015, come per il trattato di Mentone del 1892.

Il trattato di Mentone, che risale al 1892 e che disciplina il confine marittimo tra Riviera e Costa Azzurra, non è valido. Perchè, se anche firmato dall’esecutivo, non è mai stato ratificato in Parlamento. È quello che si legge nella sentenza del giudice del tribunale di Imperia, che assolve un pescatore sanremese accusato di aver sconfinato per pescare i prelibati gamberi rossi e il pesce spada. Il confine non è stabilito in modo preciso, dunque non esiste alcuno sconfinamento: questa la sostanza. Il giudice ha accolto la tesi dell’avvocato della difesa, Pier Mario Telmon, specializzato in diritto internazionale e attivo sia in Italia che in Francia. E di fatto «salva» i gamberi rossi di Sanremo, che si pescano tra l’altro proprio a ridosso del confine tra Ventimiglia e Mentone e che erano a rischio, visto che i francesi pattugliano i confini in forze, pronti a sanzionare ogni peschereccio che sconfina per fare manovra nel loro territorio. Ora, questa sentenza ha creato un precedente fondamentale per tanti pescherecci sanremesi, sanzionati dai francesi per analoghi casi di sconfinamento e pronti per discutere davanti al giudice italiano (a cui passano le competenze in questi casi) le loro pendenze. Ma di fatto apre anche le porte all’ignoto: spetterà al legislatore ora intervenire, per stabilire davvero quale sia la linea di confine tra Italia e Francia.

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Ebbene, senza la ratifica del Parlamento, Gentiloni non aveva ieri e non ha oggi i poteri per cedere la sovranità del territorio della Repubblica. Per incidens, ricordo, che il Governo ha un rapporto fiduciario con il Parlamento, il quale deve legiferare secondo la reale volontà del popolo sovrano. Nella fase transitoria tra due legislature, in cui siamo, il suo Governo è rimasto in carica per garantire l’esercizio delle pubbliche funzioni, in forza del principio costituzionale della continuità; fra questi non rientrano i trattati e gli accordi internazionali, comunque denominati, di natura politica o militare, non ratificati dal Parlamento (Aggiungo che, a mio rigore, in questa fase transitoria, non era opportuno legiferare in merito al decreto con cui si sono liberate le carceri dai rei condannati con pene fino a quattro anni, con grave impatto sulla sicurezza).

Anche qui, la Costituzione ad attuazione differita mostra la sua insufficienza, mancando di precisare e delegando al legislatore di stabilire i limiti dell’azione di un governo, ormai privo della fiducia e che, a rigore di logica, dovrebbe limitarsi agli affari correnti o straordinari. Ma, qui, i partiti comandano e il popolo è sovrano.
Per completezza, la Legge 23 agosto 1988, n. 400, “Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri”, all’art. 1, c. 2, dispone che il Governo rimanga in carica fino alla nomina del nuovo e al contestuale decreto di accettazione delle proprie dimissioni da parte del Presidente della Repubblica.

Art. 1
Gli Organi del Governo – formula di giuramento
1. omissis
2. Il decreto di nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri è da lui controfirmato, insieme ai decreti di accettazione delle dimissioni del precedente Governo.

Quindi, dare esecutività all’accordo di Caen costituisce, a nostro avviso, tradimento e deve essere impedito dal Presidente della Repubblica, interrompendo la procedura prevista dall’accordo, prima della data di scadenza del 25 marzo. Giorgia Meloni, soltanto Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia,ha presentato a questo riguardo un esposto in Procura per atti di ostilità e di infedeltà contro lo Stato italiano che dice:

“Chiediamo l’intervento del Presidente della Repubblica Mattarella affinche’ questo trattato, che importa variazioni del territorio italiano, sia sottoposto al voto di ratifica del Parlamento come previsto dall’articolo 80 della nostra Costituzione. Annuncio che ho presentato con Guido Crosetto un esposto alla Procura di Roma contro Paolo Gentiloni per fare piena luce su questa storia dai contorni torbidi. L’esposto, che verra’ sottoscritto da tutti i parlamentari di Fratelli d’Italia, riguarda in particolare reati di atti di ostilita’ e infedelta’ contro lo Stato italiano (articoli 243 e 264 del codice penale). Fratelli d’Italia non permettera’ a un Governo delegittimato dal voto popolare di regalare a una nazione straniera una parte delle nostre acque territoriali”.
Concludendo, gli accordi di Caen, per entrare in vigore, devono essere ratificati; perciò, dovranno essere sottoposti al governo e al Parlamento della XVIIIma Legislatura, quando sarà attivato, che, soprattutto, dovranno valutarne la congruità, le ragioni e il vantaggio che compensa questa grave perdita economica; perché c’è ancora una Repubblica.

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Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale .
Nota della Farnesina sulla delimitazione dei confini marini tra Italia e Francia in data 18/02/2016
In relazione alla questione della delimitazione dei confini marini tra Italia e Francia trattata da diversi organi di stampa e oggetto di richieste parlamentari, la Farnesina richiama i punti emersi nella risposta del Sottosegretario agli affari esteri Benedetto Della Vedova alla interpellanza parlamentare n. 2–01268 del 12 febbraio.

L’Accordo di Caen è stato firmato il 21 marzo 2015, dopo un lungo negoziato avviato nel 2006 e terminato nel 2012, per far fronte a un’obiettiva esigenza di regolamentazione anche alla luce delle sopravvenute norme della convezione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (UNCLOS). Al negoziato sulla base delle rispettive competenze hanno partecipato anche tutti i Ministeri tecnici – inclusi quelli che hanno responsabilità in materia di pesca, trasporti ed energia – che hanno avuto modo di formulare le proprie autonome valutazioni.

Considerata la sua natura, l’Accordo di Caen è sottoposto a ratifica parlamentare e, pertanto, non è ancora in vigore.

Per quanto riguarda, in particolare, i contenuti dell’Accordo, il tracciato di delimitazione delle acque territoriali e delle restanti zone marittime riflette i criteri stabiliti dall’UNCLOS, primo fra tutti il principio della linea mediana di equidistanza. Nel corso dei negoziati che hanno portato alla firma dell’Accordo, la parte italiana ha ottenuto di mantenere immutata la definizione di linea retta di base per l’arcipelago toscano, già fissata dall’Italia per la delimitazione del mare territoriale nel 1977. Inoltre, per il mare territoriale tra Corsica e Sardegna, è stato completamente salvaguardato l’accordo del 1986, inclusa la zona di pesca congiunta. Anche per quanto riguarda il confine del mare territoriale tra Italia e Francia nel Mar Ligure, in assenza di un precedente accordo di delimitazione, l’Accordo di Caen segue il principio dell’equidistanza come previsto dall’UNCLOS.

Come ovvio nel corso della procedura di ratifica, tutte le osservazioni e le proposte del Parlamento e delle Amministrazioni interessate, relative all’accordo potranno essere opportunamente valutate.

E così anche il PD: “Sta circolando l’ennesima bufala sul web: quella per cui l’Italia avrebbe ceduto acque territoriali alla Francia nell’ambito dell’accordo di Caen del 2015. Nessuno intende modificare i confini marittimi tra Italia e Francia: né a Roma, né a Parigi”.

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Così il consigliere Claudio Borghi alla Regione Toscana nella seduta pubblica del 18 maggio 2016, in risposta al consigliere Stefano Baccelli del Gruppo PD. E qui la risposta della Regione Toscana. Illuminanti le ultime due righe!

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Oggi 20 marzo, la francia fa marcia indietro. Forse noi cittadini possiamo ancora contare qualcosa.

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1656.- GENTILONI, UN DISASTRO TOTALE PER L’ITALIA. L’UMILIAZIONE DI UN PAESE RESO ZERBINO DI FRANCESI E TEDESCHI

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Appare grottesco il tentativo di francesi e tedeschi di rifilarci il loro mite e remissivo Paolo Gentiloni come l’ideale premier che gli italiani dovrebbero scegliere per il futuro.

Di sicuro andrebbe benissimo per le politiche di Parigi e Berlino (ma non per difendere gli interessi italiani)

Macron, dieci giorni fa, lo ha detto esplicitamente. Con Gentiloni a Palazzo Chigi, Francia e Germania (che lui chiama “l’Europa”) hanno fatto bingo: “consentitemi di dire che l’Europa ha avuto molta fortuna ad averlo. Mi auguro – ha aggiunto – che potremmo continuare il lavoro che abbiamo cominciato”.

Un’ingerenza nelle elezioni italiane per sponsorizzare Gentiloni? Certo. Loro si intromettono quanto vogliono. Dove lo trovano un altro così? Gentiloni è una pasta d’uomo, è così remissivo con lorsignori.

La Francia spadroneggia nella vita economica italiana e poi ci prende a schiaffi quando gli italiani puntano ai loro cantieri? Il nostro premier non si scompone.

La Francia – per affermare i suoi interessi su quelli italiani – ha combinato con Sarkozy il disastro libico, che oggi è pagato soprattutto dall’Italia con l’immigrazione selvaggia? Sì, ma poi Macron schiocca le dita e subito Gentiloni è pronto ad aiutare i francesi in Niger con nostri soldati.

Guido Crosetto ha scritto in un tweet: “Stiamo andando in Niger per difendere l’Uranio della Francia. Cioè del paese che da anni cerca di colonizzarci. Geni assoluti!”

Va pure ricordato che la Francia ha votato per Amsterdam come nuova sede dell’European Medical Agency, che doveva andare a Milano. E’ stato facile per loro prendersi gioco di un’Italia rappresentata da un tale governicchio.

Oggi poi i parlamentari francesi e tedeschi votano un documento congiunto dove delineano la loro nuova Unione Europea e – come ha spiegato ieri Fausto Carioti su queste colonne – per l’Italia sarà una megafregatura.

Francesi e tedeschi fanno tutto tra loro e Gentiloni non ha nulla da eccepire sul decisionismo padronale di Macron e Merkel. Eppure l’Italia sarà proprio il pollo da spennare.

Peraltro è proprio in questo giorno “francotedesco” che Silvio Berlusconi torna ufficialmente a Bruxelles e saranno in molti, lì, a pensare che proprio il centrodestra potrebbe governare l’Italia dopo il 4 marzo e che – stando ai suoi programmi – difenderà gli interessi nazionali degli italiani. Niente più camerieri di francesi e tedeschi.

D’altronde il governo Gentiloni è latitante anche in altri consessi internazionali dove si discutono grossi interessi strategici.

Ieri – su “Libero” – è stato segnalato l’incredibile incidente diplomatico di Venezia, dove Gentiloni ha dato buca ai cinesi, per l’inaugurazione dell’“Anno del turismo 2018 Europa-Cina”, una “questioncella” in cui sarebbero in gioco miliardi di euro di investimenti e milioni di presenze turistiche.

Purtroppo è diventato abituale per il governo Gentiloni disertare certi appuntamenti internazionali che sarebbero importanti per l’Italia (E non per caso, ndr).

Ieri Giuseppe De Lorenzo, sul “Giornale”, ha ricordato il caso dei Consigli dell’Ue. La latitanza del governo Gentiloni è stata notata “agli ultimi Consigli sull’energia”: né ministri, né vice, né sottosegretari. Da Roma hanno mandato un ambasciatore che non ha alcun potere decisionale.

De Lorenzo ricorda che si discuteva, per esempio, del gasdotto Nord Stream 2 con la Russia. Sarebbe stata una questione vitale per noi, considerato che paghiamo l’energia il 25 per cento più degli altri. Ma forse i ministri “c’avevano” judo o il tennis o un summit del Pd sulle candidature.

Anche alle riunioni che trattavano altre questioni spinose sull’energia non c’erano ministri italiani. E De Lorenzo fa notare che lo stesso è accaduto al Consiglio telecomunicazioni per temi altrettanto delicati. Il governo Gentiloni non c’è mai. E quando c’è non dà dispiaceri a Parigi e Berlino.

Ora si capisce perché Francia e Germania sono così entusiaste di Gentiloni e vorrebbero rifilarcelo anche per il futuro. A loro va benissimo.

Antonio Socci

1640.- Gentiloni-Macron, lettera incarico per ‘Trattato Quirinale’

Obiettivo concludere per il prossimo vertice bilaterale 2018. A camere sciolte? Ditemi: E’ ordinaria amministrazione questa? Francia e Germania stipulano un accordo pensato ad esclusivo loro vantaggio e a danno dell’Italia, e gli euristi di casa nostra esultano. Il problema non sono Francia e Germania. Sono quelli che lavorano per loro in Italia.
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Paolo Gentiloni con Emmanuel Macron © ANSA

Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il Presidente francese Emmanuel Macron hanno inviato al Gruppo dei saggi che sono stati chiamati a lavorare sulla definizione del “Trattato del Quirinale” fra Italia e Francia una lettera di incarico che definisce compiti, finalità e perimetro del lavoro dei sei. Come è noto i componenti per parte italiana del Gruppo sono Franco Bassanini, Marco Piantini e Paola Severino. E’ quanto si legge in una nota di Palazzo Chigi. Di seguito alcuni estratti dei contenuti della lettera di incarico. “L’Italia e la Francia sono naturalmente legate da una vicinanza storica, economica, culturale e umana eccezionali. In linea con gli orientamenti concordati in occasione del Vertice di Lione il “Trattato del Quirinale” dovrà dare un forte impulso alle relazioni tra i nostri Paesi strutturandole e dando loro dei nuovi obiettivi, arricchiti di una duplice dimensione bilaterale ed europea. L’obiettivo è quello di concludere questo Trattato in occasione del prossimo Vertice bilaterale, che si terrà in Italia nel secondo semestre del 2018.

“In questa prospettiva – si legge nella nota di Palazzo Chigi – i lavori del Gruppo di alto livello saranno organizzati in due fasi: a) una prima tappa riguarderà il contenuto del futuro Trattato sia che si tratti di proposte istituzionali che dei settori di partenariato menzionati nel testo del Trattato: – il quadro istituzionale dovrà favorire l’affermazione nel tempo di un “riflesso italo-francese” e di una cooperazione strutturata, rimanendo al tempo stesso agile e flessibile; – la parte essenziale dovrà riguardare i settori di cooperazione che il Gruppo proporrà di approfondire o di istituire. In prima analisi, due ambiti appaiono portanti per il futuro delle relazioni tra l’Italia e la Francia: da una parte, le questioni legate alla nostra cooperazione in campo economico, industriale e dell’innovazione; dall’altra, quelle relative all’istruzione, alla cultura, alla ricerca e all’insegnamento superiore.
Sugli esiti di questa riflessione il Gruppo di alto livello è invitato a riferire entro la fine di aprile.
b) La seconda tappa sarà dedicata alla redazione vera e propria del progetto di Trattato.
Infine, se il “Trattato del Quirinale” ha vocazione a offrire un quadro di riferimento per gli sviluppi futuri delle nostre relazioni bilaterali, dovrà allo stesso modo riflettere fedelmente l’ambizione europea di Italia e Francia sia che si tratti della promozione dei nostri valori comuni, che del nostro dialogo sui grandi negoziati europei o delle iniziative in vista di una rifondazione dell’Unione Europea”.

1639.- Tattato dell’Eliseo, dichiarazione congiunta Francia-Germania

Addio all’Unione europea. Si va avanti con i trattati bilaterali per «preparare le nostre economie alle sfide di domani». A Francia e Germania questa Unione europea va alla grande. Pur di continuare a farci affari,oggi, 22 gennaio hanno firmato l’accordo per cambiarla, il 22 marzo presenteranno la loro idea di riforma della zona €uro.

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ATS ANS/MS

PARIGI-BERLINO – (ats ans) Una cooperazione più stretta tra Francia e Germania per «preparare le nostre economie alle sfide di domani» e per agire insieme «in favore della sicurezza, della pace e dello sviluppo»: questo il senso del nuovo Trattato dell’Eliseo, voluto da Francia e Germania per celebrare quello firmato 55 anni fa da Charles de Gaulle e Konrad Adenauer.

Secondo una dichiarazione congiunta diffusa questa mattina dall’Eliseo, il presidente Emmanuel Macron e la cancelliera Angela Merkel «riaffermano la determinazione ad approfondire ancora di più la cooperazione tra Francia e Germania» ed esprimono la soddisfazione per «la risoluzione comune dei Parlamenti dei due paesi e della loro volontà di rafforzare l’istituzionalizzazione della cooperazione grazie ad un accordo parlamentare bilaterale ufficiale».

«La nostra ambizione – si legge nella dichiarazione – è definire posizioni comuni su tutte le questioni europee e internazionali importanti».

Macron e Merkel hanno «convenuto di elaborare, il 19 gennaio a Parigi, un nuovo Trattato dell’Eliseo nel corso di quest’anno, che farà progredire la cooperazione», si legge nella dichiarazione.

In particolare, il trattato farà segnare passi avanti nella preparazione «delle nostre economie alle sfide di domani», con la messa a punto di «strumenti comuni per lo sviluppo sostenibile, il passaggio al digitale e l’innovazione di rottura», “rafforzando la competitività e favorendo la convergenza economica, fiscale e sociale».

Il Trattato si proporrà inoltre di «ravvicinare le società e i cittadini» di Francia e Germania, «in particolare i giovani», adottando fra l’altro «provvedimenti ambiziosi allo scopo di promuovere l’insegnamento reciproco delle lingue» e sviluppando gemellaggi fra scuole e programmi di scambio».

Il nuovo Trattato punterà anche all’azione «comune in favore di sicurezza, pace e sviluppo», «lotta al terrorismo», rafforzando le rispettive «culture strategiche in materia di difesa, sicurezza e informazione». «Insieme – continua la dichiarazione – possiamo unire le forze affinché i nostri partner siano in misura migliore in grado di gestire le crisi in modo autonomo e per favorire lo sviluppo, in particolare in Africa. Insieme, ci impegneremo risolutamente a trovare risposte europee alle sfide delle migrazioni incontrollate, rispettando le nostre responsabilità e i nostri valori in materia di asilo».

Il Trattato punta anche «rispondere alle sfide della mondializzazione», come «la protezione del clima, dell’energia, della mobilità, delle biotecnologie e dell’intelligenza artificiale».

1592.- Quando Himmler scrisse a De Gaulle

di Maurizio Blondet
Non faccio che copiare anche dal titolo questa scoperta di Nicolas Bonnal, scrittore, saggista,infaticabile ricercatore storico che mi onora della sua amicizia. Ha trovato i passi che cita in Mémoires de Guerre (Tomo 3, Le Salut, 1944-1946) del Generale: che essendo un tomo di oltre 1100 pagine, penso sia davvero stato letto da ben pochi.

Sono i primi giorni di maggio 1945, della disfatta totale del Reich. “La capitolazione tedesca non è più, adesso, che questione di formalità. Ma devono essere adempiute. [….] Himmler, secondo nell’ordine di successione, a preso contatto per parte sua con il conte Bernadotte, presidente della Croce Rossa svedese, e fa trasmettere da Stoccolma ai governi occidentali una proposta di armistizio. Himmler calcola che se le ostilità cessano sul fronte occidentale e proseguono all’Est si creerà nel blocco alleato una crepa di cui profitterà il Reich.

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“A me personalmente, Himmler fa pervenire una memoria che lascia apparire l’astuzia sotto la disperazione. “E’ inteso! Avete vinto voi!”, riconosce, “Quando si sa da dove siete partito, bisogna, generale De Gaulle, togliersi il cappello ….Ma adesso che cosa farete? Vi rimetterete agli Anglo-Sassoni? Vi tratteranno da satellite e vi faranno perdere l’onore. Associarvi ai sovietici? Sottometteranno la Francia alla loro legge e voi vi liquideranno … In verità, la sola via che possa portare il vostro popolo alla grandezza e alla indipendenza, è quello dell’intesa con la Germania vinta. Proclamatela immediatamente! Entrate in rapporto senza indugio con gli uomini che, nel Reich, dispongono ancora di un potere di fatto e vogliono condurre il loro paese in una direzione nuova .. Sono pronti. Ve lo chiedono … Se dominate lo spirito di vendetta, se afferrate l’occasione che la Storia vi offre oggi, voi sarete il più grand’uomo di tutti i tempi”.

Ed ecco come commenta il generale:

“A parte l’adulazione di cui si adorna questo messaggio dall’orlo della tomba, c’è senza dubbio del vero nel quadro che disegna. Ma il tentatore allo stremo essendo quello che è, non riceve da me alcuna risposta, e nemmeno dai governi di Londra e di Washington. Del resto, non ha niente da offrire”.

Un decennio dopo, De Gaulle adotterà la strategia consigliata da Himmler.

Nel 1955, Jean Monnet (il fiduciario delle banche americane, che gli avevano affidato la distribuzione dei fondi del Piano Marshall ai paesi europei distrutti, in base al seguente scambio: i fondi in cambio di cessioni di sovranità) creò il Comitato per gli Stato Uniti d’Europa; De Gaulle rispose lanciando l’idea di una collaborazione più stretta fra gli stati europei sovrani: L’Europa delle Patrie, il contrario esatto del “federalismo” fabbricato “nell’ombra” da Monnet. In una celebre conferenza stampa, alla sua Europa delle Patrie non invito “l’Inghilterra insulare” (per lui longa manus degli interessi americani) mentre vi chiamava la Germania divisa in due . “Al cuore del problema del continente c’è la Germania. Il suo destino è che nulla può essere fatto senza di essa”.

La mano tesa dal nemico storico fu presa con pronta gratitudine dal cancelliere Konrad Adenauer. “La sua alleanza con De Gaulle – era costretto ad ammettere Monnet – lascia al generale ogni iniziativa sull’Europa, la quale ai suoi occhi è ridotta ora alla solidarietà occidentale contro l’Est [sovietico]. La fiducia [di Adenauer] nell’appoggio americano è venuta meno, ed egli si comporta come se avesse ricevuto ferme promesse francesi su Berlino” . Adenauer aveva infatti ragione di temere che Kennedy, nella fase di “distensione” con Kruscev, pagasse quella distensione con una rinuncia di principio alla riunificazione tedesca. I due statisti firmarono il Trattato Franco Germanico (1963), prototipo di accordo fra Stati sovrani.

Quanto a Monnet, nelle sue memorie, schiuma di rabbia: “Il timore è che quest’accordo faccia naufragare la politica di integrazione. La forma del Trattato, che privilegia la ‘cooperazione’, pone una seria ipoteca sul futuro dell’integrazione”. Oggi abbiamo imparato che la loro “integrazione” europea è ben diversa da “cooperazione”…

“Le concezioni di De Gaulle, si irrita Monnet, sono fondate su nozioni superate, che ignorano la storia recente […] E’ impossibile che Stati che mantengano la piena sovranità possano risolvere i problemi d’Europa”. Lui era, ovviamente, delle stesse idee di George Ball, banchiere ‘affari e grande stratega della globalizzazione, che nel ’44 era stato capo dell’US Strategic Bombing Survey (l’organo che indicava le industrie da devastare alle ondate di bombardieri) rappresentante americano all’Onu e contemporaneamente senior manager della banca Lehman Kuhn & Loeb, e nel comitato esecutivo del Bilderberg come del Council on Foreign Relations: “Tutti i fattori della produzione – spiegò ancora nel 1967 – capitali, manodopera, materie prime, impianti e distribuzione – devono essere resi completamente mobili secondo il concetto della massima efficienza. E ciò può avvenire solo quando i confini nazionali non giocheranno più alcun ruolo nel definire gli orizzonti economici”. Sono i dogmi ideologici della globalizzazione che oggi gli eurocrati e i governanti continuano a voler attuare.

Seguendo la sua abilissima tattica, Monnet non si oppose al trattato, ma finse di accettarlo svuotandolo. Come, l’ho raccontato nel mio Complotti, capitolo “L’Europa delle Patrie”, a cui rimando.

In ogni caso, si vede come il generale non avesse affatto disprezzato l’idea di Himmler. Del resto, De Gaulle si rifiutò sempre di partecipare, come capo di stato e di governo, alle celebrazioni per lo sbarco in Normandia: “E’ stato l’affare degli anglo-sassoni, da cui la Francia è stata esclusa. Erano ben decisi a installarsi in Francia come in territorio nemico”.

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Ciò spiega perché qualche giorno fa Oliver Stone, il regista che ha condotto la grande intervista a Putin, ha detto: “De Gaulle… si aspetta un leader francese o europeo come lui, il vecchio continente, e più specialmente la Francia, ha bisogno di un uomo capace di dire no agli Stati Uniti”.

Torno alle Memorie. Poco sopra, De Gaulle che ha appena saputo del suicidio del Fuehrer, scrive: “L’impresa di Hitler fu sovrumana ed inumana. L’ha sostenuta implacabilmente. Fino alle ultime ore d’agonia nel fondo del bunker berlinese, è rimasto indiscusso, inflessibile, spietato, come lo era stato nei giorni più brillanti. Per l’oscura grandezza della sua battaglia e della sua memoria, aveva scelto di mai esitare, transigere o arretrare. Il Titano che si sforza di sollevare il mondo non può piegarsi, né addolcirsi. […] E’ il suicidio, non il tradimento, a mettere fine all’impresa di Hitler. Lui stesso l’aveva incarnata. L’ha terminata lui stesso”.

Un giudizio che tradisce qualche misura di rispetto per il nemico caduto, il riconoscervi una natura titanica.

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1571.- LA FRANCIA STRANGOLA 15 STATI DELL’AFRICA CENTRALE IMPONENDO LA SUA VALUTA PARALLELA, IL CFA

LA COLONIZZAZIONE DEI FRANCESI IN AFRICA NON HA MAI AVUTO REALMENTE FINE, LO DIMOSTRA ANCHE LA MONETA ED IL LEGAME ECONOMICO CHE RESTA VIVO NELLE EX-COLONIE ANCHE DOPO LA LORO “INDIPENDENZA”. LA FRANCIA NEL 1945 HA TOLTO LA SOVRANITA’ MONETARIA A 14 STATI DELL’AFRICA CENTRALE IMPONENDO UNA VALUTA PARALLELA, IL CFA,CHE LI OBBLIGA A VERSARE L’85 % DEI RICAVI DEGLI SCAMBI COMMERCIALI, DI FATTO STROZZANDOLI. LA GENTE EMIGRA IN ITALIA E LI MANTENIAMO NOI. GHEDDAFI VOLEVA IL DINARO ORO AL POSTO DEL CFA: E’ MORTO!

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Intervista a cura di Mohamed Berkani.Fonte: Notizie Dakar

“Insisto che bisogna, al più presto, ripudiare il franco CFA”

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Nel suo libro, “Il Franco CFA e l’Euro contro l’Africa”, l’economista della Costa d’Avorio, il professor Nicolas Agbohou, Dottore in Economia Politica e docente in Francia, ingaggia una vera e propria crociata per dimostrare e far comprendere che i 15 paesi della zona CFA sono ancora molto lontani dalla loro indipendenza monetaria. Vi proponiamo qui un estratto di un’intervista rilasciata alla rivista Afrik. Agbohou ribadisce la sua tesi secondo cui il Franco francese e la nuova moneta europea, l’Euro, come il Franco CFA contribuiscono all’impoverimento strutturale dell’Africa o almeno mantengono il continente in condizioni di povertà strutturale. Per lui, dunque, bisogna che l’Africa ripudi, al più presto possibile, il franco CFA e adotti una nuova moneta comune, se vuole davvero uscire dal colonialismo e dalla povertà.

Afrik: Il suo libro è un atto d’accusa contro l’Euro e il Franco CFA. Perché queste due monete sarebbero contro l’Africa?

Nicolas Agbohou: Fondamentalmente, gli istituti finanziari che gestiscono il Franco CFA, le banche centrali, sono contro l’Africa. II consigli di amministrazione della BCEAO (Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale), della BEAC (Banca degli Stati dell’Africa Centrale) e della Banca delle Comore, sono dominate dai francesi che beneficiano del diritto di veto. Le Comore non controllano la loro economia, perché nel cda della Banca centrale vi sono 4 francesi e 4 abitanti delle Comore. Dal momento che le decisioni devono essere prese all’unanimità o con la maggioranza di almeno cinque persone, basta che un solo francese sia contrario a un qualsiasi progetto, perché sia bocciato. Inoltre bisogna che gli africani non dimentichino che il CFA è una moneta francese.

Ma oltre a questo aspetto, perché il Franco è contro l’Africa?

Gli africani sono esseri umani a pieno titolo come tutti gli altri. In quanto tali, è importante che gli africani siano liberi di condurre la politica monetaria che soddisfi meglio le proprie aspettative. I 15 paesi della zona del Franco CFA sono costretti a lasciare in deposito in Francia il 65% dei loro proventi delle esportazioni, chiamate “riserve in valuta estera”. Questo è il presupposto per la stabilità della loro valuta. Supponiamo che un paese come il Niger, che non è in grado di pagare i propri funzionari, esporta prodotti per il valore di un miliardo di dollari, automaticamente deve lasciare in Francia un deposito di 650 milioni di euro. Questo è assurdo! Nel frattempo i nigeriani muoiono di fame! Ci sono anche dispositivi tecnici che rendono il Franco CFA uno strumento di impoverimento e di colonizzazione permanente.

Che cosa sono questi dispositivi?

Dobbiamo ricordare che il CFA, originariamente, era chiamato “Franco delle colonie francesi d’Africa”. Come suggerisce il nome, è la Francia che trae il maggior beneficio. I principi che disciplinano questa valuta sono la libera trasferibilità e convertibilità e la centralizzazione degli scambi. A questo proposito, dobbiamo sapere con chiarezza e precisione che: in primo luogo, la libera trasferibilità favorisce la fuga di capitali africani, e in secondo luogo, quando un paese non ha risparmi, si ritrova con un debito estero che lo strangola.

Chi sono le persone che esportano i loro capitali?

Nicolas Agbohou: Alcuni leader e quelle che io chiamo neo-colonie. Ricordate che la prima decisione che Mitterrand aveva preso, della sua ascesa al potere, era di vietare la fuga di capitali. Da allora, l’Africa è doppiamente penalizzata: non solo deve affrontare la fuga di capitali, ma in aggiunta, è tenuta a riacquistare la propria moneta. In poche parole: i leader africani vanno a Parigi con le valigie piene di franchi CFA che scambiano contro franchi o in dollari. Ma le banche centrali africane sono obbligate a riscattare questi CFA che i leader hanno lasciato in Francia e che la Francia non vuole tenere. E devono farlo con una valuta forte! Quindi dal 65% dei proventi sulle esportazioni, che rimangono in deposito per le operazioni.

Perché anche l’Euro sarebbe in contrasto agli interessi africani?

Prima di fissare il cambio Franco CFA con l’Euro, solo la Francia aveva voce in capitolo sulle nostre economie. Ora è tutta l’Europa! Peggio ancora, le misure draconiane di Bruxelles sono incompatibili con le esigenze delle nostre economie. Ecco perché io insisto a ripudiare al più presto il CFA.

Cosa dovrebbe sostituirlo?

Nessun paese può svilupparsi senza l’indipendenza monetaria. Abbiamo bisogno di una nuova moneta comune (M.UA) che non sia guidata dall’estero. Bisogna buttare nell’immondizia i principi che reggono il Franco CFA. L’Africa ha bisogno di una politica monetaria che soddisfi i propri bisogni e interessi.

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Questo economista ivoriano ha anche ricordato, avvolto in un fragoroso applauso, il giorno in cui i leader africani del panafricanismo sono stati eliminati dalla Francia perché avevano rifiutato di sottoporsi alla logica “colonialista” ed accettare il franco CFA. Questa sorte è toccata sia a Sekou Tourè in Guinea, al maliano Modibo Keita, al togolese Sylvius Olympio, al leader libico Muammar Gheddafi oe all’ex capo di Stato ivoriano Laurent Gbagbo.

Sviluppo Prioritario

Secondo questo economista, per il Presidente senegalese Macky Sall e per il governatore della BCEAO, Tièmoko Maliet Konè, il franco CFA non ha solo svantaggi per gli africani. Il fatto che la moneta è ancorata all’euro , garantisce una relativa stabilità dei prezzi e limita il rischio di inflazione e anche lo shock economico. Ancora oggi gli africani non hanno nessun controllo sulla produzione di denaro che viene messo in circolazione ed hanno l’obbligo di depositare il 50% delle loro riserve di valuta estera sul conto operativo del Tesoro francese. Gli economisti considerano che con l’uscita dal franco si dovrebbe dare la priorità allo sviluppo.

Così Nicolas Agnohou auspica la creazione di una nuova moneta unica africana (M.UA) in alternativa al franco. Nel suo libro, egli dedica tutta la seconda parte al suo pensiero: “Per una moneta africana e la cooperazione Sud – Sud”. Questo progetto alternativo sarebbe giustificato da molte ragioni d’ordine psicologico, politico ed economico. Inoltre, dopo la mobilitazione internazionale del fronte anti CFA, una tabella di marcia è stata inviata dalla zona del franco ai capi di stato africani oltre che al governo francese.
Questo per poter mostrare loro la via per poter uscire dal CFA.

Tale approccio alla sovranità monetaria è in parte condivisa da Koko Nukpo Demba Moussa Dembele e da Marziale Ze Belinga nel loro lavoro collettivo “Out of Africa, la servitù monetaria. A chi giova il franco CFA …..”,pubblicato nel novembre 2016. Invece, è più sfumata la versione di Nicolas Agbohour, dove gli autori sottolineano la necessità di prendere in considerazione i regimi di cambio come alternativa un po’ più flessibile per poter sostenere la nascita della nuova moneta. Questo punto di vista è condiviso dall’ex capo di una banca centrale africana che ritiene che il dibattito sulla sovranità monetaria è legittimo per i 15 paesi ancora nella zona del franco.

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Il governo francese non può ignorare il lungo dibattito che sta interessando la sovranità di quindici paesi africani. Tanto più , che Kèmi Seba e l’ONG Emergency panafrica recentemente ha brandito la minaccia di un boicottaggio di tutti i prodotti francesi.

Il franco CFA è attualmente utilizzato da quindici paesi africani: il Benin, il Burkina Faso, la Costa d’Avorio, la Nuova Guinea ,Il Mali, Il Senegal , Il Niger, Il Togo, Il Camerun , la Repubblica Centroafricana (CAR), la Repubblica del Congo, il Gabon, Il Ciad , La Guinea equatoriale e la Repubblica islamica di Commores.