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1256.- LA STRATEGIA DEL TERRORE APPARTIENE STORICAMENTE AD ALCUNI POPOLI.

L’arma decisiva di Israele è seminare il terrore nei popoli nemici. Oggi, questa strategia è usata dai terroristi contro gli europei con azioni  che definirei irrazionali  folli, incredibili, inverosimili, pazzesche che hanno per solo scopo di sconcertare e terrorizzare i cittadini. I ragazzi e le ragazze del Bataclan subirono torture, castrazioni, decapitazioni, ebbero strappati gli occhi: così i jihadisti hanno ucciso i ragazzi e così dovranno essere puniti. Non siamo antisemiti, ma sappiamo bene chi ha creato, armato, addestrato e sostiene questo esercito satanico e con quali fini.

(Mauro Zanon) – Dopo la strage islamista del Bataclan, il governo francese ha «soffocato» i media che tentavano di riportare la notizia secondo cui diversi ostaggi del Bataclan avrebbero subito «torture abominevoli» dai jihadisti. È la notizia forse più incandescente emersa dallo scorso 13 novembre. Una notizia che in Francia è stata divulgata soltanto da alcuni siti controcorrente come Fdesouche.com, e che è invece stata completamente oscurata dai grandi media parigini. Sono dettagli macabri e raccapriccianti quelli emersi dalle pagine del rapporto ufficiale della commissione d’inchiesta relativa ai mezzi utilizzati dallo Stato per lottare contro il terrorismo dal 7 gennaio 2015, la Commission Fenech (Georges Fenech è lo stesso che la scorsa settimana ha invocato a gran voce una riforma profonda dell’intelligence francese, e che ieri ha denunciato l’incapacità totale del governo Hollande nella lotta al terrorismo).

Testimonianze – Pagine che confermano quello che a novembre era stato liquidato come un rumor infondato, e che giornali cosiddetti «di riferimento» come Le Monde avevano frettolosamente tacciato come «invenzione»: gli ostaggi che si trovavano al secondo piano del Bataclan sono stati torturati brutalmente dai miliziani islamici e ci sono state delle decapitazioni. Durante l’audizione del 21 marzo scorso, un poliziotto della Bac (Brigade anti-criminalité), tra i primi soccorritori ad entrare nel Bataclan, descrive con freddezza quello che si è ritrovato davanti agli occhi assieme ai suoi colleghi: uomini castrati con i testicoli in bocca, donne seviziate nelle parti intime, corpi con gli occhi strappati fuori dalle orbite e teste decapitate. «Dopo l’assalto, eravamo con dei colleghi a livello del passage Saint-Pierre-Amelot (stradina accanto al Bataclan, ndr), quando ho visto uno degli inquirenti uscire in lacrime e vomitare. Ci ha detto quello che aveva visto», testimonia il poliziotto. «Le torture sono state commesse al secondo piano?», chiede Alain Marsaud, uno dei membri della Commission Fenech. «Credo di sì», risponde l’agente della Bac, «perché quando sono entrato al pianoterra non c’era niente di simile, solo persone colpite da proiettili».
Lo stesso agente, durante l’audizione, dice al presidente della commissione che «alcuni corpi non sono stati presentati alle famiglie perché c’erano delle persone decapitate, sgozzate, sventrate. C’erano donne che sono state accoltellate a livello dei genitali». Secondo la sua testimonianza, uno dei terroristi, prima di farsi esplodere, avrebbe anche mimato degli atti sessuali con alcune donne. Non solo: tutte le torture sarebbero state filmate dagli islamisti a fini di propaganda. A confermare la testimonianza che il procuratore di Parigi, François Molins, ha messo in discussione, e che il governo socialista ha voluto nascondere, è emersa inoltra la lettera struggente che il padre di una delle vittime del Bataclan avrebbe inviato al giudice d’istruzione. «Sulle cause della morte di mio figlio A., all’istituto medico-legale di Parigi mi è stato detto (…) che gli erano stati tagliati i testicoli, che gli erano stati messi in bocca e che era stato sventrato. Quando l’ho visto dietro un vetro, disteso su tavolo, con un telo bianco che lo copriva fino al collo, mi accompagnava una psicologa. Quest’ultima mi ha detto: “La sola parte che si può mostrare di suo figlio è la sua parte sinistra”. Ho constatato che non aveva più l’occhio destro. L’ho fatto notare; mi è stato detto che glielo avevano strappato».
E pensare che tutto poteva essere più chiaro già tre giorni dopo l’assalto, il 16 novembre, quando il quotidiano Le Progrès, ha riportato la testimonianza di una madre, il cui figlio, poliziotto, aveva dichiarato di aver visto «teste decapitate» al Bataclan. Versione evocata due settimane dopo su Twitter da una sopravvissuta alla strage, @mahahh, il cui account è stato quasi subito disattivato, senza possibilità di avere ulteriore conferme.
Censura – Resta la questione principale: perché il governo di François Hollande ha voluto censurare la notizia? Perché ha intimato ai media francesi di tenere nascoste queste barbarie islamiste? Sono passati più di otto mesi dalla mattanza jihadista del Bataclan, ma restano ancora troppe zone d’ombra su quella tragica nottata. Dallo stesso rapporto, pubblicato il 12 luglio sul sito dell’Assemblea nazionale, spunta addirittura l’ipotesi di un quarto terrorista presente nella sala per concerti parigina, che si sarebbe mimetizzato tra i sopravvissuti per sfuggire alle autorità.

1246.- MACRON: “LA FRANCIA BOMBARDERA’ LA SIRIA”. E LO STRANO GIOCO DELLA UE

Di punto in bianco, Emmanuel Macron  ha voluto far sapere, in una grandiosa intervista congiunta a Le Figaro, Le Temps, Le Soir, Süddeutsche Zeitung, The Guardian, Corriere della Sera, El Pais et Gazeta Wyborcza, che la Francia, “se avverrà che armi chimiche saranno utilizzate sul terreno”, non esiterà a bombardare la Siria anche da sola, allo scopo di “distruggere i magazzini di armi chimiche”. Anche da  sola. Intende che la Francia  sarà perfettamente allineata agli Stati Uniti”. Ovviamente. E’ in preparazione una false flag?

Ci risiamo. Come Hollande, Macron va alla guerra in Siria?  Per preparare l’opinione pubblica, ha attivato già la dovuta propaganda. La  televisione  La Chaine Parlamentaire (LCP),  rete  in mano al potere statale, ha  diffuso un servizio dal titolo significativo: “Siria, la rivoluzione confiscata”: dove i terroristi mercenari pagati dai sauditi sono dipinti come i combattenti per la libertà, secondo la vieta finzione che non dovrebbe ingannare più nessuno. Dove si parla dei “forni crematori per  nascondere i massacri del regime” (Assad commette  l’Olocausto, bisogna per forza intervenire) e si  proclama: “Assad e Daesh, due barbarie  che si completano!”.

Per qualche motivo, i media  invece  danno importanza ad  una frase di Macron, “la  destituzione del presidente siriano Bashar Al Assad non è più condizione preliminare a tutto”,  senza coglierne il significato ambiguo. “Assad non è nemico nostro, è nemico del suo popolo”.

Che  truppe francesi siano presenti in Siria, ad operare di nascosto contro Assad (dunque per Daesh), l’ha ammesso la sua ministra francese della Difesa, Sylvie Goulard, in tv:

 

Decisamente, l’America non accetta di aver perso. In Siria non era riuscita ad impedire alle truppe siriane di raggiungere il confine con l’Irak. Non può rassegnarsi, anche perché glielo chiede Sion: “bisogna forzare  le forze pro-governative siriane dalla città strategica di Al Tanf  ed impedir loro di prendere il controllo  della strada veloce che unisce Damasco, Baghdad e Teheran. Perché ciò significherebbe che l’Iran può  convogliare direttamente armamento alle forze siriane” (e a Hezbollah).

E’ a questo scopo che il Pentagono ha piazzato ad Al Tanf, dove ha piazzato una base di “ribelli” e suoi commandos, e che le forze siriane  stavano riconquistando,  il suo formidabile lanciarazzi mobile HIMARS. “E’ un messaggio chiaro a Mosca e Damasco”; dice Alekxey  Klebnikov, esperto del Medio Oriente al Consiglio russo degli affari internazionali: “gli Usa non lasceranno il controllo delle frontiere siriane con l’Irak e la Giordania alle forze iraniane e pro-governative”. L’HIMARS è un’arma  estremamente temibile”può devastare ettari di terreno, e non solo annientare gli effettivi dell’avversario, ma spargere mine anticarro e anti-uomo. E’ un’arma di genocidio efficace ed economica”.  Che la Russia può neutralizzare sì, ma solo distruggendo l’automezzo  che  porta i razzi quando sta per tirare. Intercettare queste volate di razzi non-guidati con missili dei sistemi antimissile sarebbe insensato,  perché costano molto più dei razzi che neutralizzerebbero. Quindi, si tratterebbe di impegnare gli americani in uno scontro diretto.

 

E’ per questo che Mosca con tanta costanza e moderazione sta cercando un accordo con gli Usa,  coordina dosi con le loro forze,   puntando sulla pretesa (finzione) ufficiale secondo cui Washington è lì per combattere i terroristi a Raqqa. Bene,  combattiamoli insieme, dice Mosca..

Macché. Dall’altra parte si è abbattuto un aereo siriano. Poi alle proteste dei russi, si è risposto con la minaccia diretta, in volo, da parte di un caccia Usa, del ministro della difesa Shoigu: gravissima provocazione in stile gangsteristico, che mostra una concezione dei rapporti internazionali di paleolitico.   Ciò che ha obbligato Mosca ad interrompere il coordinamento con le forze statunitensi. L’America è tornata ad essere   quello che era ai tempi di Obama, un paese che non tiene fede ai negoziati.  Una politica “distruttiva”; come ha detto Lavrov.

C’è  molto di più in questa ostinazione  e rilancio americano. C’è il dispetto perché le forze armate di un piccolo paese “che non produce niente”  (Obama) hanno  tenuto in scacco la superpotenza,  c’è l’invidia perché i suoi comandi sono più intelligenti ed abili . C’è la rabbia dei guerrieri da salotto: a  quanto si dice, a volere l’escalation e l’ampliamento del conflitto fino ad attaccare l’Iran direttamente, sono non precisati “alti elementi della Casa Bianca” mentre il ministro della difesa, il generale Mad Dog Mattis, frena e invita alla prudenza.

L’America  non riconosce, non vuol  riconoscere alla Russia un ruolo internazionale. Semplicemente perché  il suo Pil è il 12% di quello americano, deve semplicemente sottomettersi. Non è alla pari. Coi prezzi del petrolio tenuti artificialmente bassi, le forze finanziarie Usa  pensano che la Russia si stia dissanguando per mantenere le sue ambizioni militari.  Le nuove e più gravi sanzioni,le  continue provocazioni e sempre maggiori atti di ostilità in Europa, alle frontiere russe, mirano poi a far sentire Mosca “con le spalle al muro” e spingerla ad una reazione militare disperata, che  darà a Washington   la scusa per usare la sua strapotenza militare senza più limiti, e  nello stesso tempo rigettare la colpa morale sull’avversario: un gioco che agli Usa è sempre riuscito, contro la Germania e il Giappone.   Un gioco estremamente pericoloso: soprattutto per noi europei,  che saremmo le vittime di questo confronto con una Russia messa con le spalle al muro.

Pace con la Russia? Per la UE, “scenario da incubo”.

Invece, ecco l’Europa: Macron che provoca e si dice pronto alla guerra.  La UE aggrava le sanzioni. La NATO, le provocazioni armate. Lo European Council on Foreign Relations (quello della Bonino finanziato da Soros) ha emanato un rapporto  dove descrive un miglioramento de rapporti europei con la Russia come “scenari da incubo”.

Leggetelo, qui in calce, se potete, è agghiacciante.

The great unravelling: four doomsday scenarios for Europe’s Russia policy

http://www.ecfr.eu/publications/summary/the_great_unravelling_four_doomsday_scenarios_7301

Gli “scenari da incubo” da scongiurare per questi europeisti alla Soros sono  che: “1) L’Europa decida  di applicare all’Ucraina l’accordo di Minsk secondo l’interpretazione russa”, 2)  Che l’Europa ceda allo”Ucraine fatigue” ed accetti un altro conflitto congelato ai suoi confini; 3  che gli Usa [con Trump] si disimpegnino  dall’Ucraina e smetta le sanzioni contro la Russia, gettando nel disordine la politica europea contro la Russia, e 4), un “accordo fra grandi potenze” fra Trump e Putin che consenta alla Russia di riattrarre l’Ucraina nella  sua sfera d’influenza  e frantumi l’unità europea”.

Da qui si capisce bene che l’”unità europea” è oggi fondata sulla piaga aperta Ucraina, e che una soluzione e un miglioramento con Mosca sono visti come un incubo.

L’Ucraina dunque è il centro della crisi, necessaria per tenerci uniti. Ecco perché Mogherini e Merkel, quando parlano a Putin, lo incolpano di violare gli accordi di Minsk laddove è Kiev che palesemente li viola,continuando a bombardare le due province separatiste. Una posizione sempre meno sostenibile, se non in vista di una guerra.

Infatti  – non a caso –  negli ultimi  giorni   sono avvenuti specifici cambiamenti nella politica di Kiev. Mosca invita  il  regime di Kiev a  “integrare” il Donbass,  riconoscendone l’autonomia e lasciando che vi avvengano libere elezioni?  Insomma riconoscere al Donbass uno statuto giuridico?

Detto fatto: è in preparazione un documento della Rada  (il parlamento) che Poroshenko mostrerà a Trump nel prossimo incontro.

Il territorio del Donbass avrà uno statuto giuridico? Sì, certo: Non più una zona in mano a “terroristi” come l’Ucraina diceva fino ad ora, bensì un “territorio occupato”.  L’Ucraina non combatte  più contro suoi concittadini definiti terroristi, ma contro la Russia,  l’occupante esterno. Si metterà fine alle “operazioni anti-terroristi”, oggi sferrate dalle milizie di estrema destra (da Washington è venuto il suggerimento di farle sparire, sono imbarazzanti) sostituite con la legge marziale sulla zona frontaliera al conflitto. Indire elezioni locali? Volentieri, quando l’armata di occupazione si ritirerà.  Insomma Poroshenko sta cercando di montare la finta trasformazione del conflitto non più interno all’Ucraina, ma internazionale tra Russia e Ucraina. Un trucco  per non attuare gli accordi di Minsk, che non può aver successo se non con l’appoggio della UE e di Washington. Effettivamente il segretario di stato  Tillerson ha ricordato anche pochi giorni fa, dopo l’abbattimento del  caccia siriano,  che le sanzioni non saranno levate finchè la Russia  non restituirà la Crimea e non   adempirà agli accordi di Minsk: accordi di cui  Mosca non è parte in causa, bensì  garante alla  pari di Germania e Francia —  bisogna continuare a ripeterlo, perché anche la Mogherini continua a non riconoscere alla Russia questo ruolo, e la tratta come colpevole. Una serie di umiliazioni e di provocazioni deliberate, per sventare lo “scenario da incubo” di una pacificazione con la Russia? La preparazione di un casus belli sull’Ucraina? Fanno di tutto per mettere la Russia spalle al muro.

Di fronte a queste minacce occidentali, il  ministro della Difesa Shoigu ha dovuto ricordare, il  21 giugno, quel che riportiamo qui:

shoigu

 

THE GREAT UNRAVELLING: FOUR DOOMSDAY SCENARIOS FOR EUROPE’S RUSSIA POLICY

SUMMARY

  • Despite all odds, Europe has managed to remain united and firm on its policy towards Russia since its invasion of Ukraine in 2014. But what are the forces that could undermine this policy and what would be the consequences of such an unravelling? This paper presents four doomsday scenarios for how Europe’s policy towards Russia could collapse.
  • The scenarios outlined in this paper are: (1) the EU decides to enforce the Russian interpretation of the Minsk agreements on Ukraine; (2) the EU succumbs to Ukraine fatigue and accepts the status quo, including another frozen conflict in the neighbourhood; (3) the US disengages from Ukraine and ends sanctions on Russia, throwing European policy into disarray; and (4) a “grand power bargain” between Trump and Putin shatters EU unity and allows Russia to bring Ukraine into its sphere of influence.
  • To prevent any of these doomsday scenarios from unfolding, the EU must stay the course by maintaining a strong and united Russia policy. It can do this by automating the sanctions renewal process and stepping in where the US is stepping out in Ukraine.

INTRODUCTION

In the three years since the invasion of Ukraine, something rather remarkable has happened: Europe has maintained unity on its policy towards Russia. The question of what to do about Russia has a long history of dividing the European Union – sometimes bitterly so. But today there is a broad consensus on the challenge that Russia poses, along with an acceptance – though grudging in certain quarters – of the measures that Europe should take to contain it. This consensus has survived the refugee crisis, the Brexit vote, the election of Donald Trump, and a host of other elections and political upsets, as well as the differing views on sanctions among Europeans, and Russia’s best efforts to split Europe. It has also defied the pundits’ predictions that European unity would collapse. In the end, Europe’s unity has proven stronger and more resilient than many believed it could be.

Despite this unity, what are the forces pulling the EU apart on Russia and Ukraine? And what would the consequences be if Europe’s policy towards Russia and Ukraine unravelled? The purpose of this essay is to consider these questions. But it does so not by describing the past or the present but rather by considering possible futures. These scenarios show different ways in which European policy towards Russia and Ukraine could come crashing down. Their purpose is to highlight the political dynamics and forces that could undermine the current policy as well as to demonstrate the strengths and weaknesses of Europe’s stance. They also show the consequences of Europe not staying the course.

The four scenarios of collapse are:

  1. an ‘enforced Minsk’, in which Europe forces Kyiv to accept the Minsk agreements on Russian terms;
  2. a normalisation of the status quo in which Europe loses interest in Ukraine and accepts another frozen conflict in Europe;
  3. an abandonment of the sanctions framework on Russia and support for Ukraine; and
  4. a ‘great power bargain’ between the US and Russia on European security.

As with any scenario exercise, this is a speculative undertaking. The purpose is not to predict the future but to consider the possible worst-case scenarios in order to reveal what is at stake, where Europe’s vulnerabilities are, and, hopefully, to spark debate about the future of Europe’s policy towards Russia and Ukraine.

SCENARIO ONE: ‘ENFORCED MINSK’

German voters went to the polls on 24 September 2017. Only a few months earlier, Chancellor Angela Merkel’s chances of clinching yet another term seemed like a forgone conclusion. The prospect of Donald Trump, Marine Le Pen, and the Five Star Movement governing the planet had made many Germans uneasy and led them to opt for stability. But by election day, the mood had changed. Tired of watching the same chancellor on television for over a decade, vast numbers of Germans complained about ‘Merkel fatigue’, longed for something new, and decided to vote for fringe parties, or not vote at all. A terrorist attack carried out a week before the elections by a refugee under surveillance by the Federal Office for the Protection of the Constitution caused a crisis of confidence in the government – and again boosted anti-establishment sentiment.

As the results of the elections trickled in during the evening of 24 September − incidentally the warmest day in Germany in two centuries − television viewers slowly came to the realisation that support for Merkel’s Christian Democratic Union party (CDU) and the Christian Social Union (CSU) had collapsed. The parties lost to the Social Democratic Party (SPD) by a double-digit margin. That same evening, Merkel told a stunned nation that she was stepping down after 12 years as chancellor. The next day, SPD leader Martin Schulz declared that there had been an agreement to form a coalition government comprised of the Social Democrats, Die Linke, and the Greens.

The shift in Germany’s policy towards Russia was not immediate, but it took only a week. Key staff in the Chancellery were replaced by newcomers who lacked understanding of the tactical obstacles faced in the Normandy Format negotiations or the Trilateral Contact Group in Minsk. After a hasty policy review, the new Chancellery staff adopted a ‘Neuanfang mit Russland’ policy – a ‘new beginning with Russia’ policy. They concluded that Russia had been treated unfairly and that Kyiv was primarily to blame for non-implementation of the Minsk agreements. Anonymous sources in the Chancellery vehemently denied that the review had anything to do with the detrimental effects of the sanctions on the German economy. The new foreign minister and Die Linke party leader, Sahra Wagenknecht, publicly came out in favour of this ‘new beginning’.

Berlin’s first step consisted of pressurising Kyiv into accepting Russia’s demands for local elections in the People’s Republics of Donetsk (DNR) and Lugansk (LNR) and for the adoption, by Kyiv, of a law conferring special status on the territories without any sustained ceasefire or troop withdrawals. This new approach to Minsk was opposed by the Baltic states, the Scandinavians, the United Kingdom, and several eastern European states. But they were unable to mount a meaningful coalition to counter Berlin’s might, in particular, because the Trump administration had come out – for once – in support of Berlin. The still fresh-faced French president, Emmanuel Macron, was instinctively firm on Russia, especially after its meddling in his country’s presidential election. But he shied away from picking a fight with Berlin over Russia and Ukraine since his priority was to build a working relationship with Berlin to push through his economic agenda.

Member states that had long been interested in lifting sanctions – Italy, Hungary, and Austria – were delighted with the new winds blowing down from Berlin and lined up to support the new approach. They were quick to portray Ukraine as a lost cause and a failed state. While they were tactful enough to avoid calling openly for the immediate lifting of sanctions, they pushed the line that Europe needed to be tougher on Ukraine and impose more conditions to ensure that Kyiv implemented its obligations under Minsk.

The European Council meeting in December 2017 was something of a turning point. In a late-night session, Chancellor Martin Schulz cornered a clutch of north European leaders huddling in a corridor and strong-armed them into supporting his new beginning with Russia and, in particular, his plan to revise the sanctions policy against Russia. The new policy held that sanctions on Russia would only be renewed if Kyiv adopted the Donbas special status law and allowed Russia to hold local elections in the DNR and LNR.

The EU’s new approach was met with heavy resistance in Kyiv and caused an outcry within Ukrainian civil society. But the Ukrainian government had little choice but to accept this new reality. Even at the Eastern Partnership Summit in November, Schulz had already linked the continuation of visa liberalisation and the Deep and Comprehensive Free Trade Area Agreement (DCFTA) with implementation of Minsk. The Ukrainian president, Petro Poroshenko, feared that confronting Europe might put three years’ worth of reform in jeopardy and was mindful that Ukraine could barely survive without European support.

Twister: a Minsk Edition, caricature

Poroshenko agreed to the EU’s demands in order to avoid criticism from his European colleagues, yet he secretly hoped that the Office for Democratic Institutions and Human Rights (ODIHR) would, in the end, not recognise the elections as legitimate. But ODIHR – already under heavy pressure from various autocrats in central Asia and ‘sovereign democracies’ in Europe – caved in to Wagenknecht’s demand that the organisation accept the ‘new reality’ and devised a statement on the elections that amounted to rubber-stamping them as free and fair.

The local elections in the Donbas were nothing less than a farce. As voters headed to the polls, machine gun fire could be heard in the distance. Ukrainian political parties were barred from running and Ukrainian media were banned from visiting the Donbas to cover the elections. Instead, local ‘separatist’ media ran the show, reporting a misleading blend of fact and fiction. Special detachments of officers sent by the Russian Armed Forces’ Main Intelligence Directorate sought to intimidate and even eliminate candidates who did not support the Russian occupation.

A war-like situation of daily shelling and fire-fights on the separatist ‘borders’, and the presence of landmines, made campaigning all but impossible and deterred internally displaced persons living on the Kyiv-controlled side from making the treacherous journey to polling stations. The few ODIHR election observers symbolically deployed to the DNR and LNR were escorted by separatist militias and only taken to designated polling stations. The outcome was a given and the elections were merely a spectacle to legitimise the separatists.

Understanding that the separatist regimes were nowhere to stay, nearly half the population of DNR and LNR packed up their belongings and crossed into the Kyiv-controlled parts of the Donbas. Those who remained were mostly pensioners who were too old to leave, or war veterans who would be arrested if they ever crossed the line.

Days after the elections, the new authorities demanded additional funds from Kyiv to finance the people’s republics. In particular, they demanded social payments, arguing that the Minsk agreements required this. Berlin and other European capitals seemed to confirm this interpretation of Minsk, enraging the Ukrainians. Budgetary sessions of the Ukrainian Rada ended in fist-fights because lawmakers did not want to be associated with amendments to funnel more money into the Russian proxy states.

The elections were proclaimed a great success in Moscow. Seeing that it had come closer to its goal of bringing Ukraine into its orbit, the Kremlin ordered the DNR and LNR forces to increase their military pressure on Ukraine. Russian intelligence personnel based in the DNR and LNR used their newly won immunity to liaise with pro-Russian activists across Ukraine. In Odessa, Kharkiv, Dnipro and other cities, members of subversive hooligan clubs (titushki) began exerting pressure on local reformists, investigative journalists, and politicians. Corrupt local security services did little to stop their expansion and collusion with organised crime.[1] These helped to create pro-Russian front organisations in preparation for a wider insurgency and to portray Ukraine as a failing state in Europe. In an increasingly destabilised Ukraine, the prospects for economic growth diminished, and investors began to leave the country.

But the tipping point came when the separatists tried to claim their seats in the Rada. Under the pretext of ‘reintegrating’ the Donbas, as ultimately foreseen in the Minsk agreements, separatist politicians took part in the 2019 elections. The Donbas candidates were mostly Russian-backed separatists who had fought in the war there. Most of the candidates were easily elected, which meant the end of normal political life in Kyiv. Ukrainian civil society organised massive demonstrations against the members of parliament who were seen as Russian Trojan horses. It did not take long before the demonstrations turned violent.

The outbreak of violence was the signal for the titushki clubs across Ukraine to stage major anti-government protests. These orchestrated protests managed to attract Ukrainians who felt deep frustration with the government in Kyiv and anger at the economic downturn, the corruption, and the war in the east. In several cities, protests and counter-protests ended in rioting and clashes with the police. The human toll was significantly higher than the 2014 revolution. The Kremlin watched closely to see whether the ongoing revolts presented an opportunity for them to stage a takeover in Kyiv.

Separatist forces, many of which were composed of regular Russian soldiers, were transformed into “people’s militia units”, as the footnote in the second Minsk agreement called them. They continued to receive material support from Russia but could now do so legally as part of the cross-border cooperation framework, which Moscow claimed was all in line with Minsk. This was facilitated by Russia’s control of the border, which it had refused to relinquish to Ukraine, claiming that it would only do so once Ukraine had fully lived up to its Minsk-related obligations.

As the anti-government protests grew, these units were sent across the line of contact to provide protection for the demonstrators. Separatist putsches were launched in Odessa and Dnipro, but ultimately failed. One of the, however, did succeed, in Kharkiv. Under such circumstances, policymaking in Kyiv ground to a complete halt. Poroshenko declared a nationwide state of emergency and began ruling by decree. A new government was formed with prime minister Arsen Avakov at the helm. Having already built up his own ‘deep state’ during his stint as minister of interior, he became Ukraine’s new patriotic strongman. He relied on the Ukrainian Intelligence Service to rule the country, using the intel it gathered for political purposes.

The international outcry over Russia’s actions began all over again, but Europe was divided on how to react this time. Several member states, pointing to the “new beginning with Russia” policy, refused to go along with any further measures against Russia. Instead, the best that the European Council could come up with was to issue carefully worded conclusions calling on all sides to show restraint and seek a peaceful solution. The US reaction was equally balanced and equivocal. The willingness to play along with the Minsk plan and steer Ukraine into a quagmire had not only delegitimised Poroshenko, it had destroyed the Ukrainian people’s trust in the entire post-Maidan political class and the EU. Those who could, from the young innovative generation, left Ukraine for Europe.

The decision to force the Minsk agreements upon Kyiv made central and eastern European countries in the EU weary of western European leadership. The distrust within Europe and subsequent conflicts brought EU policymaking to a standstill, impeding reform of the EU and the eurozone. The formation of issue-specific coalitions or permanent structured cooperation, as outlined in the treaties, was blocked by northern and eastern European member states due to their distrust of the old members. The credibility of EU’s Common Foreign and Security Policy was dealt a serious blow, especially its ability to deliver stability and reform in the eastern neighbourhood. The inability of Brussels to find any consolidated policy vis-à-vis Russia led some member states to consider forging bilateral deals to ensure their own security needs were met. In the end, the political chaos in Kyiv spilled over into Brussels.

SCENARIO TWO: NORMALISING THE STATUS QUO IN UKRAINE

The Eastern Partnership Summit was held in November 2017 with little fanfare but many questions about what would come next for the region. For Ukraine, the two big deliverables − the Deep and Comprehensive Free Trade Area agreement (DCFTA) and visa liberalisation – had been delivered, but there were no new flagship projects to promote the Europeanisation of Ukraine or to incentivise further reforms. Europe, preoccupied with domestic crises and political squabbles caused by the Brexit negotiations, had, by late 2017, lost interest in Ukraine. While some member states still considered Ukraine important, they could not muster the political will in Europe to push for further deepening of relations. Germany and a few other member states had even tried to roll back European Union commitments acknowledging Ukraine’s European aspirations. 2018 was a year of muddling through.

In Ukraine, the lack of attention from Europe, and the lack of new deliverables, led first to stagnation and then backsliding on reforms. Petro Poroshenko reached out to oligarchs from the era of Viktor Yanukovych to redistribute their economic gains in exchange for political loyalty. The 2019 elections pitted Poroshenko against the oligarch Victor Pinchuk – an easy win for the latter. Brussels was not unhappy about the outcome, but this ‘victory’ had come at the cost of delegitimising and isolating alternative pro-European candidates, such as Serhiy Leshchenko. Selective investigations, politically motivated trials, and biased television coverage, were again part of Ukraine’s domestic politics. Soon ‘new Ukraine’ looked much like ‘old Ukraine’, and the traditional supporters of Kyiv in Brussels were less and less tempted to raise their voices on the country’s behalf.

By 2019, the two people’s republics in the Donbas had become de facto military dictatorships run from the Kremlin. The local economies – beyond organised crime – had effectively collapsed. Once most of the oligarch Rinat Akhmetov’s factories had been nationalised and re-located to Russia, separatist armed forces became the main employer. After pressure from Europe to make ‘progress on Minsk’ and the realisation in Kyiv that the EU had lost interest in Ukraine, the Rada passed a short constitutional amendment to give increased autonomy to the Donbas on the condition that it would only enter into force when Russia withdrew its forces and handed back control of the border. Moscow rejected this condition and maintained its control of the entities through its military and intelligence presence.

The security situation along the line of contact remained unchanged, with daily exchanges of artillery and gunfire. Russia still enjoyed a wide range of military options in the region – forcing Kyiv to divert a sizeable part of its budget and government attention to keeping up its military presence in the East. The continuous tension in the Donbas region deterred investors and businesses, creating economic imbalances within the country and increasing latent tensions within the rest of Ukraine.

Angela Merkel resigned as chancellor in the summer of 2020. Her successor, the former German minister of the interior, Thomas de Maizière, was not sympathetic to Russia but had little experience of dealing with Putin. With a special status law in place for the DNR and LNR – albeit an unimplementable one due to the Russian military presence – many observers in Europe concluded that the Minsk agreements would only ever be partially implemented. Full implementation, they argued, was unrealistic and they should accept what they could achieve. In the autumn of 2020, after another banking crisis in Italy, southern Europe was hit by a recession. Disputes over fiscal stability and labour market reforms erupted again between the northern member states and the ‘olive belt’. For Emmanuel Macron, this recession was especially bitter, as the effects of his economic reforms were about to be felt. Pro-Russian populists from the left and the right accused him of being a ‘tool of international capitalism’ when he tried to save the French financial sector. Once hawkish towards Russia, Macron found himself needing to appease the country for domestic reasons. Not wanting to undermine Macron, de Maizière became more disposed towards ‘flexibility’ on Russia and Ukraine.

After a half-hearted push by France and Germany to inject new life into the Minsk process, the EU decided that since Russia had made “some progress” towards implementing them, sanctions should be partially lifted. This, it was argued, would encourage the Kremlin to pursue further implementation. Sanctions were lifted on arms and dual-use goods, and financial restrictions on state-owned enterprises were also lifted. The lifting of these sanctions – incidentally the ones that mattered most to Russia – signalled to Moscow that Europe had given up on the eastern neighbourhood, and prioritised relations with Russia once again. To the dismay of Italian and French businesses, Russia did not fully reciprocate, only lifting its counter-sanctions towards individuals. Its restrictive measures on trade had become a permanent – and for some a lucrative – feature of Russia’s economy.

The Kremlin perceived the gradual retreat of Europe as de facto acquiescence to its interests and ambitions in the eastern neighbourhood. Europe’s actions lent credence to Moscow’s belief that, as long as it stuck to its position, Europeans would always give in to pressure – even if it took time. Europe held on in Ukraine for longer than it did in Georgia, but in the end it gave up there as well.

Soon after the partial lifting of sanctions, Moscow increased its active measures in Ukraine. Orders were sent out to connect organised crime networks, the anti-government opposition, and titushki hooligan clubs, with the Russian intelligence services operating from the Donbas. The people’s republics became sanctuaries for drug smuggling and human trafficking networks, money laundering, forgery, and cyber-crime. The spread of these activities not only destabilised Ukraine, but also gave birth to permanent tension between Brussels and Kyiv, with the former demanding that the latter block the spread of organised crime from Donbas. Corruption among some political actors, oligarchs, and domestic security services, was the second stage of destabilisation. It reinforced the dysfunctional state of Ukraine’s government, increased domestic cleavages, and furthered delays to the implementation of the DCFTA.

The stalemate in reforms hindered the diversification of trade relations and Ukraine remained dependent on the Russian market, which provided an opening for Moscow to exert influence on key oligarchs. European businesses lost interest in the Ukrainian market due to high levels of corruption and an inefficient judiciary. Ukraine suffered from extensive brain-drain, under-investment, unemployment, and economic stagnation.

While Russia did not have the resources to replace the investment of departing European businesses, the status quo meant that Kyiv was unable to move towards the West. This kind of controlled and ambiguous instability served the Kremlin well because it neither had to directly manage Ukraine, nor to expose itself to Western criticism for subduing the country. Still, it could delegitimise the EU as a stabilising force in the neighbourhood and beyond, and dissuade Europeans from trying to further engage in other countries on Russia’s periphery.

The Kremlin concluded that controlled instability was an ideal tool for controlling the neighbourhood and, by extension, containing Europe and the West. The chaos it created prevented Euro-Atlantic institutions from enlarging further and made European stabilisation of the immediate neighbourhood a costly affair that prevented the West from applying its tools elsewhere. Accepting the Donbas as a frozen conflict was the optimal result for Russia in the short term.

SCENARIO THREE: COLLAPSE OF SANCTIONS AND THE END OF SUPPORT FOR UKRAINE

While the daily revelations concerning the Trump team’s ties to Russia were something of a distraction for the US president during 2017, his government still managed to win its battle with Congress over cuts to foreign assistance budgets.[2] This was just one strand of the administration’s general goal of retreating from the business of “giving out free lunches to ungrateful allies”, as Donald Trump had tweeted. More specifically, the administration’s push reflected its intention to stop supporting Ukraine and lift sanctions against Russia. This intention had become clear in leaked transcripts of phone calls between the Trump team and Russian officials during the election campaign.

EU member states initially reacted to the US cuts by calling for the EU to “double down” on support efforts in Ukraine. Trump’s antics during his first six months in office had made him politically toxic in Europe and actually contributed to a strengthening of European unity. European politicians quickly realised that taking on Trump and pushing policies that ran counter to whatever Trump said or did had immediate and broad appeal among voters. Even in Italy, calls for supporting Ukraine could be heard. At one point, anti-Trumpism became a real unifying force in European politics.

But this unity dividend proved to be short-lived. With the United States having lost interest in Ukraine, the balance of power within the EU shifted to the southern members who were largely dubious about EU engagement in Ukraine. Italy, Austria, Greece, and Hungary seized the opportunity presented by Washington’s slashing of aid to push for the EU to do the same. There was some resistance from Germany, which, together with Sweden and a few eastern European states, increased humanitarian assistance to Ukraine. The United Kingdom increased its bilateral support for Ukraine too, but only discreetly, so as not to appear too out of sync with the United States. But Poland and several others were reluctant about following Berlin since they did not want to take sides in the growing transatlantic rift. Other states – particularly France, which was still focusing on domestic reforms – remained ominously silent.

When European and Ukrainian leaders met in Kyiv at the EU-Ukraine summit in July 2017, there was not enough political will or consensus among Europeans for any sort of “doubling down”. Transatlantic coordination had been essential for upholding the strategic Western response towards Russian action in Ukraine. It was also the glue that kept Europeans together and firm in their backing for Ukraine. A lack of commitment from Trump towards NATO’s Article 5 – the bloc’s mutual defence clause – had also made many Europeans nervous about being over-exposed in Ukraine and too hawkish on Russia. The family photo from the summit showed a handful of sulky European leaders struggling to put on a brave face; leading European newspapers spilled much ink speculating about the meaning of limp handshakes at the summit.

Because the EU was split on how to progress in Ukraine, European leaders were only able to agree on a strategic review of the current support effort. In early 2018, assistance programmes for Ukraine were put on hold until the review was concluded and a new policy approach agreed. Increases in bilateral assistance from Germany, Poland, the UK, the Scandinavian countries, and the Baltic countries were too small to fill the gap created by this freeze. Support for Ukraine was also attacked in the domestic debate in several European states as populist parties turned the issue into a cause célèbre. In mid-2018, Federica Mogherini, the EU’s high representative for foreign affairs, tried to reconcile the different positions of member states, but this effort was ultimately in vain. When European heads of government eventually discussed the issue, they failed to agree on a common policy – hence the freeze in assistance became permanent.

The end of assistance to Ukraine reignited an intra-European discussion on the Minsk process and the Normandy Format. Leaders of Italy, Greece, and Austria, became louder in demanding that local elections in the Donbas should be held regardless of the security situation if Kyiv wanted to continue receiving European support. Merkel and a few other leaders pushed back on this, favouring the ‘security first’ approach. But as Washington became vocal in supporting Italy – largely in order to gain leverage over Germany on trade – the European consensus fell apart again. The demand for elections without preconditions on security infuriated Kyiv and Ukrainian society. Minsk was considered by a majority of Ukrainians to be a betrayal of the Ukrainian soldiers fighting on the frontline since it legitimised the presence of Russia’s proxy separatists. But now, having to hold elections without a ceasefire was seen as a double betrayal. With domestic pressure increasing on Poroshenko to stand up to Europe and protect Ukraine’s interests, the room for manoeuvre on both sides shrank.

The real shock, however, came just days after the November 2018 mid-term elections in the United States when the Republican party won a landslide victory. Minutes before midnight on 15 November, an emboldened and unimpeachable President Trump signed an executive order cancelling all sanctions on Russia with immediate effect. Despite efforts by both houses to tie the administration down on Russia, binding legislation on sanctions was vetoed by the president. After the signing ceremony, Trump tweeted: “Sanctions on Russia are FINALLY over. Huge success! Time to work with Russia on fighting terrorism”.

European leaders, having learned of the news via Twitter, began calling each other to figure out a common position. The German chancellor, Angela Merkel, gained some support from colleagues in northern Europe that this was yet another example of why Europe needed to stand firm and united given that the US could no longer be trusted. It was an opportunity to show that the EU’s sanctions policy was independent of that of the US. But southern Europe pushed back, arguing that it was pointless for the EU to continue its sanctions regime without US sanctions in place. Having had good trading links with Russia in the past, and struggling with economic crises, they asked: why should Europe pay the price of sanctions while US companies could reap all the benefits of doing business in Russia? In the end, the divide within the EU grew too wide and no common position could be agreed upon. The sanctions lapsed.

At the 20th EU-Ukraine summit in December 2018 the split in vision and policies was clear for all to see. The breakdown of the sanctions policy and the end of assistance to Ukraine had sapped the EU’s credibility and any leverage it had in Ukraine. The summit ended early as the entrenched positions on both sides could not be reconciled. Leading European newspapers speculated about the meaning of missing handshakes.

While leaving the summit, some heads of government from northern Europe pledged to continue – and indeed increase – their sanctions on Russia. But pundits were quick to point out that this only highlighted the divisions in Europe and the collapse of consensus. The leaders of Poland, Estonia, Latvia, Lithuania, and the UK also promised Poroshenko that Ukraine would receive support in the form of military trainers and advisers, along with lethal weapons.

But, despite these scattered efforts to compensate for the breakdown of policy, the end of EU sanctions against Russia dealt a devastating blow to Ukraine. The perception in Ukraine was that first the US and now the EU had given up on the country and left it to deal with Russia alone. An isolated but pugilistic Poroshenko declared the Normandy Format and Minsk process dead.

As the presidential election in Ukraine approached and the main challenger, Yulia Tymoshenko, gained in the polls, Poroshenko’s language turned increasingly anti-EU and nationalistic. This message found deep resonance among the Ukrainians, many of whom felt betrayed by the EU after the sacrifices made in Maidan square and in the Donbas. Historians would later use biblical terms to describe the significance of ending the sanctions to Ukraine’s European aspirations.

Large parts of the Ukrainian political elite quickly resorted to ‘old habits’ and abandoned the harsh transparency and anti-corruption rules put in place thanks to international pressure. The 2019 parliamentary election resulted in an even more fragmented Rada, with populist parties gaining major shares of the vote. In the years that followed, Ukraine entered a period of domestic political turbulence, changing governments more than twice a year.

Meanwhile, in Moscow, the narrative that its policy on Ukraine had been a great success was accepted as gospel truth. Kremlin insiders believed that they had singlehandedly managed to push the West out of the neighbourhood while at the same time rupturing the transatlantic alliance and dividing the EU. As Ukraine dived deeper into crisis, Moscow stepped up its activity in the Donbas and used political unrest to instigate further uprisings around the country. The Kremlin employed its full range of destabilising and subversive measures: propaganda and disinformation, corruption, cyber-attacks, false-flag attacks by ‘Ukrainian nationalists’, sponsorship of illegal armed groups, and support for organised crime.

The aim of these actions was not only to destabilise Ukraine but to discredit it as a ‘failed state’ and deter Brussels from ever restarting support programmes in Ukraine. Pro-Russian parties in Europe, notably France’s Front National and Germany’s Alternative für Deutschland (AfD), embraced this narrative and even demanded sanctions on Ukraine, citing “democratic backsliding” due to the uncertain circumstances. On top of its subversive activities, Moscow tried to increase Kyiv’s economic isolation by initiating a naval blockade on the remaining Ukrainian Black Sea ports to curtail attempts by Kyiv to tap export markets beyond the EU. While Moscow ultimately aimed to bring Ukraine into its sphere of influence, it could accept – as second best – a weak and dysfunctional Ukraine that had no prospects of moving further towards the West.

In Ukraine, a paralysed Rada could neither deliver on reforms nor on stable support for the government. Time and again the Ukrainian army proved to be the only stable, functioning institution in the country, setting the scene for it to become a ‘state within the state’. After Ukraine lost international support, some civil society actors turned towards the army with their demands for reform. Despite the progress made on reforms, the Ukraine that eventually emerged resembled a Kemalist republic, where the armed forces are the true guardian of the political order, rather than a European-style democracy.

Beyond Ukraine, Moscow was still set on renegotiating the post-cold war security order on Russian terms and extending its influence into other regions, especially since the end of sanctions had provided a boost to the economy. But the costs for Russia of instigating new conflicts in its immediate neighbourhood were perceived to be too high in Moscow. Russia was therefore tempted to try other fronts. It found fertile ground in the western Balkans, where dissatisfaction with the EU, local corruption, political mismanagement, and the refugee crisis had again stirred up nationalist tension and sparked calls for revising the territorial status quo once more.[3] Russia’s close contact with Serb nationalists and ultra-conservative Orthodox forces in Bosnia and Herzegovina, Croatia, Montenegro, Macedonia, and Kosovo, meant that it had natural allies on the ground. Domestically, the unravelling of the political order in the Balkans was seen in Moscow as vengeance for the ‘decade of humiliation’ it faced in the 1990s. Having used Ukraine as a ‘test case’, Russia employed its methods of subversion to generate more ‘controlled instability’ in a region much closer to home for EU member states.

SCENARIO FOUR: THE ‘GREAT POWER’ BARGAIN

In the margins of the 72nd session of the United Nations General Assembly in New York in September 2017, the Russian president, Vladimir Putin, and his American counterpart, Donald Trump, met tête-a-tête in the gilded halls of Trump Tower to discuss bilateral relations. To Trump, US-Russia antagonism had always been a bothersome obstacle to the overarching goal of uniting white Christian powers to fight radical Islam. As the tone of the conversation became more amicable, Putin pulled out a fully prepared document entitled: ‘Treaty of Strategic Cooperation between the United States and the Russian Federation’. The two-page document spelled out, in short sentences, how the US and Russia should divide the Middle East and Europe into different “areas of special responsibility” and “cooperate” under the umbrella of the war against terror. The eastern neighbourhood fell squarely within the Russian sphere. Happy to finally strike a deal with Russia, and with the enthusiastic cheering of his aide, Steve Bannon, Trump immediately signed the treaty. Upon touching down back in Washington, DC, he signed a series of executive orders to withdraw all US military personnel from the region, end sanctions on Russia, and cancel all US-funded programmes relating to Ukraine and Georgia.

For the Kremlin, the Trump-Putin Pact was a key strategic victory. Replacing the current European security order with one based on delineated spheres of influence was far more important to Moscow than actual territorial acquisitions in the immediate neighbourhood.[4] For years, Moscow had tried to package this goal with different wrapping paper: from the new treaty on European Security, to formalised EU-Eurasian Economic Union (EEU) relations, to making the Organization for Security Co-operation in Europe the centre-piece of European security. But no one in the West had ever taken the bait – until now.

When word of the treaty leaked, the reaction from the Washington establishment was as loud as it was predictable and ineffectual. Efforts by Senators John McCain and Joe Lieberman to set up a bipartisan caucus to veto the deal failed as most Republicans feared they would be punished by Trump’s support base in the 2018 midterm elections if they struck out against him. Some left-wing Democrats supported Trump on Russia in return for a more protectionist foreign trade policy and restrictions on political lobbying in Washington.

In Europe, the political mainstream was in shock. Trump’s deliberate failure to mention NATO’s mutual defence clause at the NATO summit in May had already rattled Europeans and their assumptions about the European security order.[5]  Now, Trump’s willingness to cut a deal over the heads of Europeans caused reverberations around the continent. The newly re-elected German chancellor, Angela Merkel and the French president, Emmanuel Macron, held a joint press conference telling the world that the West, as we had known it, was no more and that Europe had to fend for itself. Opinion leaders wrote op-eds declaring the end of the post-war order, and think-tankers wrote think-pieces either arguing that we now needed to rethink a new model for European security or claiming that a new Molotov-Ribbentrop Pact had been signed.

The immediate effect was one of more unity in Europe. The argument that the US could not be trusted and that Europe was now on its own resonated throughout a shell-shocked Europe. The foreign ministers of Germany and France put forward a joint non-paper setting out, as they called it, “a roadmap for the establishment of a robust defence mechanism and architecture structure”. This concept was quickly endorsed by other EU foreign ministers – even by the sceptics who did not want EU defence integration to compete with NATO or wanted to protect their defence industries. There were also pledges to increase support for Ukraine to offset the consequences of it being thrown under the bus by Washington. The need to stick together in the face of US abandonment of the neighbourhood was seen as paramount – at least for a couple of months.

By the end of 2017, unity was starting to fray. The Trump-Putin Pact had divided Europe into spheres of influence but had also undercut the basic assumptions of NATO as an alliance. Several allies calculated that, since collective defence was no longer reliable, they had to gain bilateral security assurances. Poland and the Baltic states entered into secret negotiations with the US to secure bilateral defence guarantees. Hungary and Austria also started secret negotiations, but with Moscow on non-aggression pacts. Other EU member states followed what would later become known as the ‘DC track’ or the ‘Moscow track’. Merkel and Macron recognised the historic challenge that Europe was facing and did what they could to hold Europeans together. But, despite the outrage over the Trump-Putin Pact, no European leader was willing to leave his or her country without reliable security guarantees or, indeed, risk the security of his or her own country for that of Ukraine or Georgia.

In Kyiv, Poroshenko tried in vain to mobilise his few remaining international supporters, while at the same time declaring a state of emergency and ordering partial mobilisation of troops. The Kremlin acted as fast as it could to implement the Trump-Putin Pact and, in particular, to pre-empt the possibility of the Trump administration reneging on its commitments. Moscow had learned how to deal with Trump’s unpredictability and sought to actively manage it. Senior Kremlin adviser Vladislav Surkov was dispatched to Kyiv with a sealed letter from Putin to Poroshenko. The basic demands were as follows:

  • To formally renege on the Association Agreement with the EU and renounce Ukraine’s aspiration to become a member of NATO and the EU;
  • To join the EEU and the Collective Security Treaty Organisation (CSTO);
  • To agree to security and intelligence service cooperation with Russia, as well as the deployment of Russian troops in Ukraine;
  • To formally recognise Crimea as Russian territory and accept an amnesty for the personnel engaged in the Donbas conflict.

Putin believed that these goals were within reach, as the Kremlin considered Ukraine’s western orientation to be a problem at the level of elites, rather than the people. Once the current ruling elites were replaced by other elites, Ukrainians would go along with Moscow’s demands, remembering their fraternal ties with Russia. But this was yet another grave miscalculation by Moscow in Ukraine. As the Maidan revolution had shown, the situation was rather the opposite. Revolutionary feelings were primarily directed against the ruling class in Ukraine who were leaning towards Russia, and only tilted against Moscow when its support for the corrupt old elites became all too obvious. And while large parts of the Ukrainian population had grown weary of their president and government over the last few years, the Kremlin misread the anti-government sentiment as pro-Russian support.

In the meeting with Surkov, Poroshenko read the letter and immediately rejected the demands, stating that Ukraine was never part of any negotiations on a ‘grand bargain’ and that no foreign power had the right to decide Ukraine’s future. Despite threats of ‘grave consequences’, Surkov left the presidential administration empty-handed and flew back to Moscow to brief Putin. After a short meeting, Putin ordered staff to initiate Operation Ukrainian Fall, a plan to depose Poroshenko in what would appear to be a palace coup and install the pro-Russian politician Viktor Medvedchuk as president.

Putin also ordered the mobilisation of the western and southern military districts. This build-up gained little international attention as the world’s media was more focused on the unfolding coup attempt in Kyiv. The increased military infrastructure on the border to Ukraine since 2014 also helped to conceal the Russian build-up.

Trump had not understood that the US-Russia pact gave Putin the right to intervene militarily in Ukraine, but any discussions on the exact meaning of the pact became purely academic when Putin ordered a full-scale invasion of Ukraine on 1 January 2018. The first phase of the attack began with one amphibious group landing on the shores of Odessa from the Black Sea, one operative manoeuvre group moving from Rostov-on-Don towards Dnipro, and another from Voronezh to Kharkiv. Making a pre-emptive strike, and taking advantage of the chaos in Kyiv, the Russian air force overwhelmed and neutralised the Ukrainian air force in the first 24 hours of the conflict. To cut the capital off from Western support, Russian paratroopers landed west of Kyiv.

After an emergency European Council meeting, its president, Donald Tusk, told a packed hall of journalists that the leaders of the EU had met following news of Russia’s renewed aggression in Ukraine. He said that the EU condemned Russia’s actions and called for Moscow to pull back its forces. The EU would consider further measures as the situation evolved. Asked by a Politico correspondent whether the EU was taking any punitive steps against Russia, Tusk said that because of new bilateral security arrangements member states had been pursuing, there was, at that time, no agreement on measures against Russia.

In the middle of the press conference, iPhones started buzzing with news that Russia had called a high-readiness manoeuvre of its nuclear forces, deploying land-based intercontinental ballistic missiles into firing positions, and sending strategic bombers to patrol the coasts of Germany and France. Merkel and Macron called Trump to convince him of the danger and the need to push back against this nuclear posturing, but their efforts were in vain. On its own, Europe would not risk a nuclear confrontation with Russia over Ukraine.

The initial military operation in Ukraine went smoothly for the Kremlin. But after the first week, it became bogged down. Ukrainian armed forces managed to destroy all bridges across the Dnieper river, halting the Russian advance. Some Ukrainian units deployed to the Anti-Terrorist Operation zone in Donetsk, and units in Luhansk managed to delay the advance of Russian forces towards the Dnieper river, setting up pockets of Ukrainian resistance on the eastern bank. Former Ukrainian volunteer formations and dispersed Ukrainian army personnel set up resistance units attacking land-bound supply lines used by the Russian armed forces. With the cooperation of the local population, Ukrainian forces also effectively isolated the Russian paratroopers in the west of the country.

Surprisingly heavy losses during the first months of the conflict caused Russia to change its modus operandi. Instead of aiming for a quick victory, the Russian armed forces shifted to their long game, resting on the superior firepower of their artillery and air force to slowly break through any resistance. Despite Ukrainian attempts to subdue them, Russian forces gradually moved westwards towards Kyiv.

The number of internally displaced persons was in the millions, with the majority trying to reach Poland and Slovakia. Much of western Ukraine held out against Russian forces because its mountainous terrain posed a challenge for Russian military hardware, and because the Kremlin expected even stiffer resistance there. Instead of facing Russian military advances, Ukraine’s already-poor western provinces had to deal with the stream of refugees coming from the east. Western humanitarian assistance could only prevent the worst of this humanitarian catastrophe.

European civil society engaged in humanitarian aid efforts for refugees in western Ukraine and in Europe. This led to negative reactions from Moscow, as even engaging in Ukraine for humanitarian reasons was perceived by Moscow as illegal meddling in its sphere of influence. Some of the refugees turned back to join the Ukrainian resistance after they had brought their families to shelter in the West. They were accompanied by European volunteer troops, particularly from Poland, the Baltic states, and Scandinavian countries.

To dissuade Europe from any further engagement in Ukraine, Russia stepped up military provocations on NATO’s eastern flank. While the Kremlin could not afford another war in addition to its Ukrainian adventure, it did engage in ‘fly-bys’, airspace incursions, and simulated nuclear attacks to “bring Europeans to reason”. But as Russian society began to mobilise, hearing constant news reports about the number of dead soldiers coming back from Ukraine, anti-war protests sprang up in Russia. When war veterans and security personnel began to join the protests, the Kremlin stepped up its provocative actions against the Baltic countries and Poland, claiming that it was the one being attacked and that Russia was, in fact, at war with NATO.

Eastern European states felt directly threatened by Russian provocations and began to react to them. Finland and Sweden decided it was time to hold referendums on joining NATO. The most salient argument from the ‘No’ camp was that joining was now pointless since NATO had become obsolete. But the move towards membership caused Russia to further escalate its attempts to intimidate them. In light of the US retreat from its role as guarantor of European security, Poland openly considered leaving the Treaty on the Nonproliferation of Nuclear Weapons (NPT) and developing indigenous nuclear capability to guarantee its own security. Finally, the EU agreed to co-finance French nuclear weapons and signed a nuclear-sharing agreement with France. Moscow took this step as a pretext to exit the Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty – signed at the end of the cold war to ban all long-range nuclear missiles – and forward-deploy nuclear weapons to Belarus, Crimea, and Kaliningrad. While the situation after the annexation of Crimea might have been a ‘cold war-lite’, Europe found itself back to the future: in a new and dangerous cold war proper.

CONCLUSION

This essay presents a series of pessimistic doomsday scenarios. Europe’s unity is more resilient and its capacity to navigate treacherous waters is greater than that which is set out here. But some of the events described are unfolding in the real world right now. The evaporation of US interest and influence in Ukraine since Donald Trump took office (and the lack of US pressure on Kyiv to move ahead with reforms) has led to a partial roll-back of reform legislation, an increase in police abuse, and selective investigations against critical politicians in Ukraine. Trump’s stated intention to strike a deal with Russia, suggestions that the US would drop sanctions, and his ambiguity over US security guarantees for Europe have, so far, pushed Europeans closer together and made them more committed to looking after their own security. But this unity could crumble should the US actually take steps towards making a grand bargain with Russia or disengaging from NATO.

European leaders have little choice but to try to compensate for the absence of US leadership on Ukraine. This task rests primarily with Germany. It seems increasingly likely that Berlin will need to carry the stick that the Obama administration wielded in Ukraine. And while much of the attention in Berlin has been on the implementation of the Minsk agreements, the nitty-gritty detail of reform implementation and reform assistance is the actual battleground that matters. This is where Berlin needs to assert itself in a much more prominent, visible, and intrusive way. Emmanuel Macron may turn out to be a strong ally in this.

While the EU’s priority should be to press for further reforms, the Minsk process is important as a way to manage and contain the conflict and to give Ukraine the time it needs for reforms. The problem with the Minsk agreements is that, if they are implemented the wrong way, they would make Ukraine a dysfunctional state, destroy its democracy, and send Ukraine back several steps on its already shaky path towards modernisation. Europe has to steer clear of easy fixes and shortcuts on Minsk.

Moscow recognises the potentially debilitating power of the Minsk agreements for Ukraine, which is why Moscow continues to push Kyiv to implement its obligations while doing nothing to live up to its own obligations. Ultimately, Moscow has no intention of implementing Minsk. Rather, it sees Minsk as a useful tool for pressuring Kyiv to legitimise the separatists and formally bring them into Ukraine’s body politic. But the tremendous challenges surrounding Minsk implementation – and the low likelihood of it ever actually being implemented – is not a reason to give up on Minsk. It is, however, a reason to push Russia even harder to implement its own side of the bargain in a manner that does not undermine Ukraine.

The sanctions regime is one of the primary sources of pressure that the EU has on Russia. But this pressure is not so much about the negative impact on the Russian economy as it is about the symbolic value of Europe not accepting Russia’s actions in Ukraine as legitimate. The sanctions represent Europe’s commitment to protecting Ukraine’s territorial integrity and to resolving the conflict in the Donbas. Lifting the sanctions without Minsk having been implemented would send the signal that Europe has given up on Ukraine – which is exactly what Moscow is aiming for.

Criticism that the sanctions are not working because Russia is still fighting the war in the East misses the point. If anything, the answer to this criticism is that sanctions should be increased rather than lifted. While the political conditions for increasing sanctions are probably not in place, the EU should consider extending its renewal period from every six months to once a year or automating the renewal process. This would make the political conditionality of lifting sanctions once Minsk is fully implemented more credible and remove biannual opportunities for Moscow to split the EU. It would also allow for a healthier and more strategic discussion within the EU about what to do with Russia. The constant focus on sanctions means that there is little space for broader discussion about Europe’s strategy towards Russia. A firmer commitment to the conditionality around sanctions would also make it easier for more hawkish member states to discuss forms of selective engagement with Russia.

But the EU will face bigger issues if Washington decides to lift its sanctions. This will force the EU to consider whether the policy makes sense and can be effective without the US. It could lead to the EU’s unity on sanctions collapsing and, consequently, its overall policy towards Russia collapsing, as set out in scenario three.

Europe needs to resist the Russian narrative of Ukraine being a failed state. Although segments of Kyiv’s political class are still corrupt, the country has progressed against the odds. Without sustained European support, Ukraine’s struggle will be even more difficult and the negative fallout of this struggle will be bigger. Emboldened by its success in Ukraine, Russia will understand what is possible in other parts of the world. Given this situation, it is the West, ironically, that is the most liable to turn Ukraine into a failed state.

All scenarios outlined in this paper are based on extrapolations of mistakes the West makes. But it does not have to end this way. Europe could stay the course and remain vigilant on Russia and Ukraine. There is no reason to believe the transformation of Ukraine and other eastern neighbourhood states cannot succeed in the long run. But it will be a bumpy ride.


[1]  There are already indications that this is happening. See: “Dnipro crackdown shows resurgence of police brutality”, Kyiv Post, 12 May 2017, available here.

[2]  In April 2017, the US government cut development aid by 68 percent. See: Bryant Harris, Robbie Gramer, and Emily Tamkin, “The End of Foreign Aid As We Know It”, Foreign Policy, 24 April 2017, available here .

[3]  For a picture of current sentiment towards Russia in the western Balkans see:
Francisco de Borja Lasheras, Vessela Tcherneva, and Fredrik Wesslau, “Return to Instability, How Migration and Great power Politics Threaten The Western Balkans”, European Council on Foreign Relations,  21 March 2016, available here.

[4]  For more on Russia’s longstanding desire to re-shape the international order, see: Steven Pifer, “The growing Russian military threat in Europe, Assessing and addressing the challenge: The case of Ukraine”, Brookings Institution, 17 May 2017, available here; Kadri Liik, “What does Russia want”, the European Council on Foreign Relations, 26 May 2017, available here.

[5]  Susan B Glasser, “Trump National Security Team Blindsided by NATO Speech”, Politico, 5 June 2017, available here.

1192.- Il futuro dell’Europa Orientale secondo Emmanuel Macron e come, invece, lo vogliamo

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Macron, ardente sostenitore della globalizzazione e dell’integrazione europea fra stati a più velocità, immagina l’asse franco-tedesco, come il motore propulsore dell’intera UE. Gira che ti gira, sempre un Reich saremo, a meno di una provvidenziale… ITALEXIT! L’Europa deve integrarsi, rifondandosi sui principi degli stati sociali, ma Berlino e Parigi sono l’ostacolo da abbattere, e presto. Il tempo dei Reich appartiene al passato, come la leadership degli Stati Uniti volge al tramonto. Dobbiamo integrare l’intero Occidente, ma sulla base di una partecipazione coesa di tutte le identità nazionali, la nostra vera ricchezza.

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L’elezione alla presidenza francese da parte di Emmanuel Macron ha certo fatto tirare un sospiro di sollievo a chi, negli anni, si è fatto portatore di una più stretta integrazione in seno all’Unione Europea.

Lo stesso, tuttavia, non si è potuto dire per paesi come Polonia e Ungheria, il cui peso politico, animato da un forte euroscetticismo, potrebbe ora risultare irrimediabilmente ridimensionato.

La Polonia, ad esempio, è stata la più esplicita fra i paesi dell’Europa centro-orientale a denunciare la possibilità che la ritrovata cooperazione fra gli stati dell’area occidentale rischierebbe di erodere il mercato unico europeo, fino a ridurre il sostegno economico verso i paesi dell’area mitteleuropea.

L’ascesa di Macron e il suo aperto sostegno al disegno europeo a “più velocità”, idea cui si è spesso fatto riferimento dal concretizzarsi dello scenario tracciato dal caso Brexit fino alla recente Conferenza di Roma, ha generato diverse preoccupazioni, a Budapest come a Varsavia, e cioè che possa avverarsi il timore d’un cerchio politico-decisionale ristretto, totalmente sbilanciato verso ovest.

Polonia, Ungheria e social dumping

Sottolineando proprio questi timori, diversi analisti e politici polacchi hanno accusato il neo-presidente francese di violare lo spirito del mercato unico europeo spingendo sul pedale delle riforme in tema di mobilità dei lavoratori.

Al riguardo, la campagna elettorale francese, fra i temi affrontati, si è concentrata in parte sulla decisione da parte di Whirlpool, azienda leader nel campo degli elettrodomestici, di spostare una propria filiale produttiva dalla Francia in Polonia.

Mentre il candidato del Front National, Marine Le Pen, si è detto favorevole alla nazionalizzazione dell’impianto, Macron, ardente sostenitore della globalizzazione e dell’integrazione europea, si è smarcato da una simile posizione.

Tuttavia, sempre Macron ha puntato il dito proprio contro Varsavia, accusandola di sfruttare le differenze nel costo del lavoro per attrarre investimenti, alludendo al problema del social dumping, fra gli argomenti più sentiti dall’opinione pubblica d’oltralpe, e alla necessità di contrastarlo con ogni strumenti disponibile.

Con social dumping si indica l’operato di quelle aziende che investono in paesi in cui il costo del lavoro è più basso e le regolamentazioni in materia meno stringenti al fine di massimizzare i profitti.

Pronta è arrivata la risposta del Ministro delle Finanze polacco, Mateusz Morawiecki, il quale ha parlato di «discriminazione» e di violazione del principio del mercato unico.

«Non è possibile», ha continuato Morawiecki, «che quando si tratta di esportare, la Polonia sia considerata un ottimo mercato […] mentre quando è la Polonia ad attrarre investimenti, fra cui quelli francesi, allora ciò non vada bene».

Anche l’Ungheria pare oggi attraversata dai medesimi timori.

Hendrik Hansen, direttore del Dipartimento di Politiche Internazionali ed Europee all’Università Andrassy di Budapest, ha recentemente affermato che «l’idea di un’Europa a più velocità è divenuta ora più vicina e con Macron l’asse franco-tedesco, inteso come motore propulsore dell’intera UE, è d’un tratto divenuto più importante».

Fine dei finanziamenti?

Il progetto ideato da Macron per la realizzazione d’un unico budget europeo e un unico ministro delle finanze – sebbene recepita con scetticismo da Berlino – ha suscitato paure in tutto il blocco orientale, per il timore che questo possa significare la fine dei fondi elargiti da Bruxelles per una più rapida integrazione.

La Polonia, ad esempio, è la più grande beneficiaria di fondi comunitari, con la bellezza di 77.6 miliardi di euro in arrivo fra il 2014 e il 2020, al fine di potenziare la rete infrastrutturale e implementare proprio la competitività economica.

Tuttavia, le rassicurazioni non bastano e per Szabolcs Takacs, Segretario di Stato ungherese agli affari europei, «la realizzazione d’una Europa ha più velocità significherà il tracollo dell’Unione Europea tutta».

1170.- Quello che finora nessuno ha detto: “Il re è finalmente nudo”

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(Gianni Fraschetti) -Nessuno pare essersi accorto di un fenomeno che rappresenta la vera novità della politica europea. Tutto ciò che conoscevamo non esiste più, le vecchie categorie della politica sono andate a puttane, altro che Macron! Dall’Austria, all’Olanda, alla Francia, ovunque si voti, si creano due schieramenti che nulla hanno a che vedere con gli schemi classici che ci erano stati propinato dal dopoguerra. Se qualcuno pensava che le classi dirigenti dei diversi schieramenti non fossero tutti servi dello stesso padrone è stato servito e oggi da una parte troviamo schierati Tsipras e Macron, destra e sinistra, finti progressisti, globalisti, gender, cattolici, ebrei, moderati, conservatori e chi più ne ha ne metta.

Tutti ammucchiati stretti stretti a formare il quadrato della disperazione, posto a difesa di questa UE e dei poteri forti che la governano. Contro di esso si va formando, faticosamente, una banda di “straccioni di Valmy” che ha scoperchiato questo verminaio e non ha nessuna intenzione di fare finta di nulla, consapevole che se perderemo la battaglia la luce si spegnerà per secoli. Macron è stato appena eletto e stiamo già vedendo il magma della politica italiana ribollire mentre si va a rimodellare secondo questo nuovo schema europeo. Berlusconi, un personaggio che meriterebbe l’ergastolo all’inferno, si prepara al grande inciucio, accompagnato dai Fratelli d’Italia che si rivelano veramente vera feccia. Tutti insieme appassionatamente pur di mantenere il culo sulla poltrona. Resta Salvini che ha già mandato a quel paese il Cavaliere e rimane da capire cosa farà il M5S. Il grande equivoco introdotto nella politica italiana. Spazio per bluffare ormai non ce n’è più. Da una parte ci sono le grandi ammucchiate mondialiste, dall’altra i patrioti. Decidessero che vogliono fare.

1161.- FRANCIA. E’ LOTTA DI CLASSE, MA DISTORTA ALLA RADICE.

Viene da dire ai francesi: se vi piace così…avete votato per  altri cinque anni di “grand remplacement”, per farvi sostituire a tappe ancor più forzate da stranieri musulmani .  Avete votato per il governo dei Rotschild, della finanza internazionale, della deflazione-recessione. Altri cinque anni di soggezione a Berlino, alla UE, all’austerità, al precariato, alla riduzione salariale: avete votato per altri cinque anni di Hollande. Avete votato per la globalizzazione, per la NATO, per la guerra alla Russia.

Avete votato per un tizio artificiale creato apposta   nei laboratori  della nota lobby, un dipendente  della banca Rotschild, uno che  è stato ministro dell’economia   con Hollande e Valls, due anni durante i quali ha varata uno “legge sul lavoro” (legge Macron) contro la quale migliaia di voi sono scesi in piazza,  e che il primo ministro Valls  ha dovuto far passare   per decreto, a forza.  Avete votato uno il cui programma è vuoto come la sua  testa.

Avete confermato il potere delle burocrazie e   la dittatura dei LGBT.

Avete fatto brindare le Borse, gli speculatori,  fatto tirare un sospiro di sollievo ad  Angela Merkel, Schulz e Schauble. Vien da dire: francesi, se vi piace così…

Ma c’è una  parola   sbagliata in questa frase. Ed è la parola “francesi”.

Occorre qualche distinzione. I francesi poveri hanno votato massicciamente il Front National; i francesi ricchi  e benestanti, hanno votato Macron. Il voto a Marine ricalca fedelmente la distribuzione nazionale della disoccupazione, della povertà, della iniquità sociale – il Nord abbandonato   e il Meridione invaso  da musulmani.  Hanno votato FN le classi popolari, gli operai.   Parigi, la ricca  cosmopolita capitale,  non ha votato per Marine.

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(Da IcebergFinanza – Povertà e voto per il FN)

La cosa  è notata persino da Figaro, un quotidiano “moderato” e tutt’altro che lepenista (ha fatto campagna per Fillon) : “L’elettorato di Macron raccoglie la Francia che va bene,  la Francia ottimista, la Francia dei buoni guadagni; la Francia che non ha bisogno né di frontiere né di patria, questa Francia “aperta” e generosa perché ne ha i mezzi. La Francia di Marine Le Pen è la Francia che soffre,  che si inquieta del proprio avvenire, della fine del mese, che soffre di vedere i padroni  prender tanti soldi; che  freme davanti all’incredibile arroganza di questa borghesia che le impartisce lezioni di umanesimo e progressismo dall’alto dei suoi 5 mila euro mensili o più”.

E’ una lotta di classe. E’ la lotta di classe di cui ha  parlato  anni fa il miliardario Warren Buffett, finanziare: “La lotta di classe esiste, e l’abbiamo vinta noi”. Noi miliardari.

Persino sul Figaro si riconosce  che nell’ammucchiata “repubblicana” con cui tutti gli altri si uniscono per votare Macron al secondo turno,  si configura un esproprio  dei poveri. “Qualunque cosa si pensi della candidata del Front National,  v’è qui una forma di ingiustizia: la Francia “di sopra”  si appresta a confiscare  alle classi popolari l’elezione presidenziale, la sola elezione  che impegna davvero il loro destino”.

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Macron-Le Pen ou le retour fracassant de la lutte des classes
…L’électorat de Macron réunit la France qui va bien, la France optimiste, la France qui gagne bien sa vie, la France qui n’a besoin ni de frontières ni de patrie, ces vieilles lunes de l’ancien monde: cette France «ouverte», généreuse parce qu’elle en a les moyens. La France de Marine Le Pen est la France qui souffre, celle qui s’inquiète. Elle s’inquiète de son avenir, de ses fins de mois, elle souffre de voir les patrons gagner autant d’argent, elle gronde face à l’incroyable arrogance de cette bourgeoisie qui lui donne des leçons d’humanisme et de progressisme du haut de ses 5000 euros par mois.La France de Le Pen perdra sans doute face au «front républicain» qui se prépare. Quoiqu’on pense de la candidate du Front national, il y a là une forme d’injustice qui interroge: la France d’en haut s’apprête à confisquer aux classes populaires l’élection présidentielle, la seule élection qui engage véritablement leur destin. … FIGARO VOX, VOX POLITIQUE

Il punto è   che la chiarezza della lotta politica  –  con la chiara coscienza di chi sia il “nemico principale”  – è distorto alla radice  da vari elementi. Uno è ben noto e condivido da tutti noi europei:   il fatto che la classe sfruttatrice si è appropriata  anche dell’etichetta di “sinistra”.  I miliardari, i burocrati, gli oligarchi sono oggi “i progressisti”.  Oggi è progressista sputare sul popolo “sovranista, xenofobo, omofobo”, arretrato.

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I “socialisti” francesi hanno   in Micron il loro candidato, uscito dai loro circoli, sappiamo del resto che è “progressisti” essere liberisti, globalisti e per più Europa. Melenchon, il candidato super-trotzkista e ultrasinistro, con il suo programma antisistema e anti-euro, ha preso  quasi il 20 per cento dei voti:  il suo ruolo è stato intercettare  una quota di malcontento proletario che, altrimenti, probabilmente sarebbe andato a La Pen.

I comunisti (per quel che ne resta) hanno invitato i loro elettori a votare Macron: riconoscendo, si badi,  che è il “candidato che  gli ambienti finanziari hanno scelto per amplificare le loro politiche liberali  di cui il nostro paese soffre da 30 anni”.  Ma nonostante tutto,  i veri comunisti devono “sbarrare la strada a Marine Le Pen, alla minaccia che costituisce il Front National per la democrazia , la Republica, la pace”.  Così sul loro giornale ufficiale, l’Humanité:

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Pierre Laurent Secrétaire national du PCF

Le PCF a dénoncé, a l’issue du premier tour, « une situation extrêmement grave pour notre pays » et appelle à poursuivre la lutte lors des prochaines élections législatives. Dans une déclaration, le Parti communiste a dénoncé a l’issue du premier tour « une situation extrêmement grave pour notre pays. » Pour le PCF, soutien de Jean-Luc Melenchon, le second tour de l’élection présidentielle « opposera la candidate de l’extrême-droite populiste et xénophobe, Marine Le Pen, à Emmanuel Macron, candidat que les milieux financiers se sont choisi pour amplifier les politiques libérales dont notre pays souffre depuis 30 ans. » Le PCF considère cependant, que « Marine Le Pen veut un monde dangereux où toutes les aventures guerrières deviendraient possibles, où toutes les rivalités nationalistes seraient encouragées. » Les communistes, « conscients des immenses batailles qui sont à venir et des responsabilités qui incombent à notre parti, nous appelons le 7 mai, lors du second tour de l’élection présidentielle, à barrer la route de la Présidence de la République à Marine Le Pen, à son clan et à la menace que constitue le Front national pour la démocratie, la République et la paix, en utilisant le seul bulletin de vote qui lui sera malheureusement opposé  pour le faire. »

« Un espoir nouveau pour l’avenir »

Le parti communiste, qui a activement participé à la campagne de Jean Luc Mélenchon, qui réalise entre 19 et 20% de suffrages, salue également  « la campagne de Jean-Luc Mélenchon, tous les militants communistes, du Front de gauche, de la France insoumise, les élus communistes et Front de Gauche, les citoyens qui s’y sont investis. Ce résultat est le leur. » Cette campagne bien qu’échouant à atteindre le second tour visé, « lève un espoir nouveau pour l’avenir, pour réinventer la gauche nouvelle qu’attend notre pays, pour déverrouiller le système politique et la démocratie. » « L’engagement de notre parti, de ses militantes et militants, des élu-e-s communistes et républicains dans la campagne de Jean-Luc Mélenchon a permis des rassemblements prometteurs. » ajoute le PCF.

Poursuivre la lutte ce 1er mai et aux législatives

Enfin, selon le Parti communiste, la leçon essentielle de cette campagne est que «  rien n’est plus urgent que de continuer à ouvrir aux nouvelles aspirations, à une véritable démocratie citoyenne, les voies de leur rassemblement pour construire une nouvelle République sociale, écologique, solidaire, respectueuse de la diversité et des attentes de notre peuple. » Cette lutte de longue haleine commencera dès le 1er mai et se prolongera lors des élections législatives où le PCF compte faire élire  des « députés qui résisteront à la droite et à l’extrême-droite, qui ne s’allieront pas avec les députés macronistes pour voter des lois anti-sociales.  Des députés porteurs de résistance et d’espoir face aux appétits de la finance et contre la haine et les divisions. »

 

Ma il peggio di tutto non sono costoro, in fondo.

“La grande moschea di Parigi invita i musulmani a votare “massicciamente” Macron.  Il Consiglio Francese del Culto Musulmano (CFCM) farà lo stesso appello   al secondo turno, vista “la situazione eccezionale”.

Nei quartieri islamici, racconta Marco Imarisio del  Corriere, “Samir Moussa, origini algerine”; dice: “Questo tizio [Macron] non mi piace. Se rappresenti le banche, non puoi  parlare a nome del popolo. Ma l’ho votato, perché è l’unico che può impedire l’arrivo di quella là». Non riesce neppure a chiamarla per nome. Sua moglie Abra, di famiglia del Togo, impiegata presso Airbus, smette per un attimo di sorridere e la chiama con nomi irriferibili. «Scenderemo in piazza per Macron, faremo campagna. Barrage républicain , sbarramento repubblicano. Non riesco a pensare a una Francia che vota per quella donna».

Nel quartiere,  i manifesti con “le facce degli undici candidati sono state ricoperte tutte, nessuna esclusa, dall’acronimo TSQE dipinto con spray rosso. Non importa chi, ma «Tous sauf que elle», tutti tranne lei.

Programme économique et social:

Marine Le Pen est tout sauf la candidate du peuple !

Élaborés dans la perspective d’un second tour opposant la candidate FN à un candidat de droite (François Fillon ou aujourd’hui Emmanuel Macron), les « 144 engagements présidentiels » de Marine Le Pen cherchent à séduire les classes populaires qui ont vu leur situation se dégrader après plus de 30 ans de politiques néolibérales. On y trouve bien des annonces sociales, comme la retraite à 60 ans, destinées à faire apparaître la candidate comme celle du peuple. Une analyse détaillée[1] montre qu’il n’en est rien.

Un programme au service du patronat et des riches

Le programme 2017 de Marine Le Pen est d’abord au service du patronat. Il promet notamment aux PME et TPE de nouvelles baisses de cotisations et un « protectionnisme patriote » au service de leur compétitivité. Le souci de ne pas déplaire au patronat réduit d’ailleurs à presque rien ses ambitions écologiques, qui s’arrêtent là où elles pourraient contraindre les entreprises à produire autrement pour polluer moins.

Ce programme est aussi au service des plus riches. Il entend par exemple permettre « à chaque parent de transmettre sans taxation 100 000 euros tous les cinq ans (au lieu de quinze actuellement) » et d’augmenter « le plafond des donations sans taxation aux petits-enfants à 50 000 euros, également tous les cinq ans ». Qui peut donner tous les cinq ans 100 000 euros à ses enfants et 50 000 euros à ses petits-enfants ? Pas grand monde.

Des propositions défavorables aux salariés, qui s’en prennent aux syndicats

Le Medef et la CGPME en rêvent, le FN le promet ! D’abord, la suppression du compte pénibilité. Ce dernier prévoit des mesures de formation, de prévention et d’aménagement de l’emploi sur la base de critères objectivables de pénibilité. Trop beau pour les salariés ! Le FN propose de remplacer ces droits par une « majoration des annuités de retraite », et les critères de pénibilité par une « évaluation personnalisée » du médecin du travail… qui ne constatera les pathologies que trop tard. Finie la politique de prévention.

Surtout, les syndicats sont dans la ligne de mire. Au nom d’une prétendue « véritable liberté syndicale » et sous couvert de supprimer un « monopole de représentativité » qui n’existe plus, le FN entend affaiblir la représentation des salariés et favoriser le retour des syndicats maison. Souvenons-nous de ces syndicats qui se prétendaient « libres », et qui, loin de défendre les intérêts des salariés, étaient aux ordres des patrons et proches de l’extrême droite. Le FN n’a pas oublié !

Emploi : une politique ouvertement discriminatoire

La « priorité nationale » dans la politique d’emploi du FN s’appuie sur un mythe selon lequel les étrangers prendraient le travail des français ou feraient baisser les salaires… ce qui est démenti par les études empiriques.

La proposition phare est « une taxe additionnelle sur l’embauche de salariés étrangers ». Marine Le Pen affirme qu’elle existe déjà. Pas vraiment : les employeurs ont à s’acquitter d’une taxe forfaitaire (Ofii) lors de la première entrée en France d’un salarié étranger hors Union européenne, ce qui traduit une priorité aux travailleurs présents sur le sol français. La taxe voulue par le FN instaurerait une discrimination directe et permanente contre l’ensemble des travailleurs étrangers. Fixée à 10 % de leur salaire brut mensuel (près de 150 euros par mois pour un Smicard) elle exercerait un effet dissuasif sur les employeurs. Les 1,7 million d’étrangers actifs présents sur le territoire national seraient concernés, dès lors qu’ils passeraient par le chômage ou changeraient d’emploi. En 2012, Marine Le Pen voulait obliger les chômeurs étrangers à « quitter le territoire » après un an de chômage. En 2017, elle entend les empêcher de retrouver un emploi.

Protection sociale : l’exclusion d’un nombre toujours plus grand d’étrangers

Le mythe FN des « pompes aspirantes de l’immigration » fait des immigrés des touristes de la protection sociale. Pourtant, toutes les études montrent qu’ils contribuent davantage au financement de la protection sociale qu’ils ne coûtent en prestations, car ils sont majoritairement d’âge actif.

Les familles étrangères sont les premières visées : le programme 2017 du FN suggère de réserver les allocations familiales aux familles françaises. Cela renvoie aux racines du parti à l’époque où il était dirigé par Le Pen père : familialisme et xénophobie. Les immigrés vieillissants sont une deuxième cible. Le FN prévoit de réserver le minimum vieillesse (Aspa) aux personnes âgées de nationalité française, exigeant des étrangers qu’ils démontrent qu’ils ont résidé légalement vingt ans en France – contre dix ans actuellement. Un durcissement considérable au vu de la précarisation du séjour des étrangers.

En mettant une touche sociale dans son programme, Marie Le Pen voudrait détourner contre les étrangers et les immigrés les difficultés des victimes du capitalisme mondialisé. Elle est tout sauf la candidate du peuple. Ne la laissons pas faire !

Anne Eydoux, Eric Berr, Frédéric Boccara, Mireille Bruyère, Benjamin Coriat, Nathalie Coutinet, Ali Douai, Jean-Marie Harribey, Sabina Issehnane, Esther Jeffers, Dany Lang, Philippe Légé, Jonathan Marie, Dominique Plihon, Thomas Porcher, membres du collectif d’animation des Economistes atterrés.

La lotta di classe falsata alla radice dalla  divisione etnica e razziale.

Si fa  presto a dire “francesi”. Anzi,forse è ormai tardi per chiamare i votanti “francesi”.  Il Grand Remplacement è troppo avanzato.

Maurizio Blondet

 

1140.- L’ultracapitalista Macron non è meglio della finta fascista Le Pen

Questa di Diego Fusaro è meritevole di attenzione; ma porta una nota malinconica: Quando avremo una o uno di noi in cui sperare?

 

La sinistra in Francia si appella all’antifascismo in assenza di fascismo per sconfiggere il Front national. Così facendo però sposa un’indecorosa mondializzazione classista liberista. Abbandonando i lavoratori.

Muovo da una considerazione semplice e diretta; che però scientemente viola uno dei dogmi portanti del pensiero unico politicamente corretto. La retorica liturgica, rituale e nostalgica dell’antifascismo in assenza conclamata di fascismo permette alle sinistre europee di occultare il loro subdolo e indecoroso passaggio totale al partito unico della produzione capitalistica.

IL PENSIERO UNICO SILENZIA TUTTO. Questa la mia tesi, che ovviamente verrà accolta come fascista, dato che il pensiero unico oggi silenzia in tal maniera ogni tesi non compatibile con esso. L’antifascismo patriottico in presenza di fascismo fu una cosa seria e anche sacrosanta. Niente a che vedere con l’odierno antifascismo liturgico in assenza di fascismo, che già Pasolini connotò insuperabilmente come “antifascismo archeologico”. L’antifascismo in presenza di fascismo era anticapitalista. L’odierno antifascismo in assenza di fascismo è ultracapitalistico.

CANDIDATO MARCHIATO ROTHSCHILD. Insomma, per sconfiggere la “fascista” Marine Le Pen le sinistre appoggeranno l’ultracapitalista marchiato Rothschild, il signor Emmanuel Macron. Colui che esprime magnificamente l’ultraliberismo deeticizzato e sans frontières, il volto più indecoroso della mondializzazione classista capitalistica tutta a detrimento di masse popolari, lavoratrici e disoccupate.

 

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Macron pare creato in vitro – vero Manchurian Candidate – dalle élite a proprio uso e consumo. Ha tra i suoi mentori quell’Attali che – ricordate? – disse sic et simpliciter: «Ma cosa credeva la plebaglia europea, che l’euro fosse stato fatto per la sua felicità?». Plebaglia o «sdentati», come sprezzantemente ebbe a chiamare i dannati della terra un altro noto antifascista in assenza di fascismo saldamente al fianco dei potenti e del capitale, François Hollande.

GIOVANI E LAVORATORI MASSACRATI. «Basket of deplorables», li definì molto sobriamente – si fa per dire – Hillary Clinton, leader dei democratici con bombardamento missilistico incorporato e, sia chiaro, sempre in nome dei diritti umani. Diciamolo. Per lottare contro il manganello fascista (fortunatamente estinto dal 1945) le sinistre difendono oggi il nuovo manganello invisibile dell’economia liberista, che sta massacrando a sangue lavoratori e giovani, disoccupati e precari. In nome dell’antifascismo in assenza di fascismo difendono servilmente il capitalismo realmente esistente.

Per opporsi alla Le Pen votano direttamente il Capitale. Non sono personalmente un seguace né un estimatore della signora Le Pen, che mi pare abbia le idee poco chiare su quale società concretamente costruire (un po’ più di Hegel e di Marx non le farebbe male). La quale Le Pen però, se non altro, ha capito che il vero nemico è la mondializzazione capitalistica e che per combatterla occorre conseguentemente combattere contro le sue propaggini, dalla Nato all’Unione europea, riconquistando la sovranità come base ineludibile per la ripoliticizzazione dell’economia.

NO AL SERVILISMO VERSO IL CAPITALE. Con tutti limiti del caso, la signora Le Pen ha capito che per difendere ceto medio e classe lavoratrice in Francia occorre la sovranità e, dunque, resistere al mondialismo del mercato. In ciò ella è infinitamente più vicina a Marx di quanto non lo siano le sinistre arcobaleno e fashion addicted dei diritti Lgbt, dell’antifascismo in assenza di fascismo e della servile difesa del capitale, dell’euro e del mondialismo americano-centrico.

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Emmanuel Macron contestato dai lavoratori della Whirlpool.

Paralizzata alla “fase tolemaica” (Gramsci), la sinistra identifica scioccamente le nazioni con i fascismi e la desovranizzazione con l’emancipazione: così facendo, fa sue le battaglie che è lo stesso Capitale desovranizzante a fare con successo. Le sue lotte sono oggi le medesime della Internazionale liberal-finanziaria e del Capitale, del quale è l’utile idiota: abbattimento dei confini materiali e immateriali, reali e simbolici, libertà come liberazione da ogni limite, eccetera.

ORMAI SI TUTELANO SOLO GAY E VEGANI. Il solo parametro di riferimento della sinistra dovrebbe essere la difesa del lavoro e della dignità sociale. E invece oggi, avendoli abbandonati del tutto, difende solo minoranze (gay, vegani, femministe residuali) e rivela un totale disprezzo per i lavoratori e i diritti sociali (sdentati, plebaglia, deplorevoli, appunto).

Quando i nazifascisti ci sono davvero, le sinistre li appoggiano apertamente: come accadde in Ucraina nel 2014, dove vennero sostenuti da Usa e Ue

Che oggi l’antifascismo in assenza di fascismo sia solo un alibi che permette alle sinistre di occultare il proprio vile passaggio alla difesa diretta del Capitale è provato anche dal fatto che esse, quando i nazifascisti ci sono davvero, li appoggiano apertamente: come accadde in Ucraina nel 2014, ove i neonazisti vennero sostenuti da Usa e Ue. L’unico che a essi si oppose fu Putin, che per gli sciocchi di sinistra sarebbe, poi, il fascista, il terribile zar rossobruno staliniano e insieme mussoliniano.

VIOLARE I TABÙ VOTANDO FN? PAZIENZA. La Le Pen non è Lenin e nemmeno Gramsci, sia chiaro. E tuttavia è chiaro come il sole che il nemico principale delle classi subalterne oggi, in Francia, si chiama Macron. Espressioni paradigmatiche di servilismo e di subalternità, la manipolazione giornalistica e la corruzione accademica fanno di tutto per nasconderlo. Chi non lo capisce o non ci arriva o è in cattiva fede. Tra Le Pen e Macron, se proprio devo scegliere, non scelgo Macron. Ben sapendo di violare tutti i tabù possibili del nuovo ordine simbolico del circo mediatico, del clero regolare giornalistico e del clero secolare accademico.

Diego Fusaro (Torino, 1983), è studioso della filosofia della storia e delle strutture della temporalità storica, con particolare attenzione per il pensiero di Fichte, Hegel, Marx e per la “storia dei concetti” tedesca. Dirige la collana filosofica “I Cento Talleri” dell’editrice Il Prato ed è il curatore del progetto internet “La filosofia e i suoi eroi” (www.filosofico.net). Tra i suoi libri ricordiamo: Bentornato Marx! (Bompiani, 2009), Essere senza tempo. Accelerazione della storia e della vita (Bompiani, 2010), Coraggio (Cortina, 2012), Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012), Idealismo e prassi. Fichte, Marx e Gentile (Il Melangolo, Genova 2013), Il futuro è nostro (Bompiani, Milano 2014), e Antonio Gramsci. La passione di essere nel mondo (Feltrinelli, Milano 2015). Si definisce “allievo indipendente di Hegel e di Marx”.

1131.- GENERALI FRANCESI. COSA PENSANO DEL PENTAGONO E DELLE SUE IMPRESE.

Di Maurizio Blondet

Il generale Dominique Delawarde, francese,  è stato capo della Guerra Elettronica e Informazione allo Stato Maggiore Interarmi di pianificazione operativa.  Sulle ultime imprese del Pentagono, e specie sul  lancio della MOAB,  descritta dai media occidentalisti come  la tremenda “madre di tutte le bombe”, la “bomba non atomica più potente  in mano ai militari Usa”,  ha scritto un rapporto, come dire?, alquanto beffardo. Che dice qualcosa sulla considerazione in cui gli alti gradi militari  di  Francia tengono la qualità militare della Unica Superpotenza Rimasta.

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generale Dominique Delawarde– Ancien chef «Situation-Renseignement-Guerre électronique» à l’État-major interarmées de planification opérationnelle

Vale la  pena di tradurre:

“Una settimana dopo il suo attacco spettacolare ed illegale in Siria, Trump continua la sua dimostrazione di forza in Afghanistan utilizzando per la prima volta la bomba ‘non-nucleare’ più potente del suo  arsenale,   soprannominata MOAB (Mother of all Bombs).  Con questa nuova iniziativa, offre a ciascuno l’opportunità di porsi delle domande sugli attacchi Usa in generale, e questo in particolare.

1 – Quadro  generale.

In  base alle fonti ufficiali Usa  facilmente consultabili  (

http://blogs.cfr.org/zenko/2017/01/05/bombs-dropped-in-2016/

http://www.afcent.af.mil/Portals/82/December%20Airpower%20Summary.pdf?ver=2017-01-04-094321-250)

appare che, in rigorosa applicazione del diritto del più forte, senza accordo dell’Onu  e in genere senza l’accordo dello Stato interessato,  le forze  aeree Usa  hanno nel 2016  bombardato 7 paesi e lanciato un totale di 26.172 bombe,  al minimo.

Un totale impressionante che è in aumento: di 3 mila bombe (+12%)  rispetto al 2015. Da notare: la US  Air Force ha effettuato il 67% dei bombardamenti della coalizione occidentale in Irak, con il consenso del governo, e il 96% dei bombardamenti della coalizione in Siria  senza  consenso del governo legale. Questo scarto percentuale sembra mostrare una reticenza della maggioranza dei paesi della coalizione ad intervenire in Siria  senza mandato Onu e senza il permesso del governo legale.

II – Il bombardamento in Afghanistan

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Giovedì 13 aprile alle  ore  19.32 locali, l’US Air Force ha lanciato da  un C130 il  primo  esemplare, dei 15-20 esemplari in servizio, della sua “Mega bomba a spostamento d’aria” (GBU-43/B Massive Ordnance Air Blast Bomb: MOAB) su una rete di tunnel fortificati che  sarebbero serviti di base a Daesh.  Il  lancio è stato fatto col consenso del presidente afghano Ashraf Ghani.

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(Effetti del MOAB, prima e dopo)

Testata prima della messa in servizio nel 2003, questa bomba,   la più potente  non-nucleare dell’arsenale Usa, pesa 10,3 tonnellate, sviluppa  una potenza esplosiva equivalente a 11 tonnellate di tritolo e costa  16 milioni di dollari ad unità,  ossia il prezzo di 16  o  25  missili Tomahawk, secondo i modelli di quest’ultimi.  Il suo raggio di efficacia totale  di soli 150  metri.

Particolare aneddotico, secondo il New York Times,  la rete di tunnel presi di mira sarebbe stata finanziata con varie decine di milioni di dollari, negli anni ’80 dalla Cia,  per  sostenere i mujaheddin nella loro lotta contro l’URSS  (il contribuente americano paga la costruzione, e poi la distruzione…).

“E i russi ce l’hanno più grossa…”

“Altro dettaglio aneddotico:  la famosa MOAB è largamente superata in potenza ed efficacia dalla «Aviation Thermobaric Bomb of Increased Power».  Questa bomba non nucleare russa, testata prima della sua messa in servizio nel 2007,  è stata, per derisione del MOAB, FOAB (Father of  all  Bombs). Essa è del 30% più   leggera della MOAB (7,1  tonnellate contro più di 8) ma sviluppa una potenza esplosiva equivalente  a 44  tonnellate di TNT (4 volte superiore a quella di 10 tonn del MOAB Usa), grazie al suo esplosivo sviluppato con l’impiego di nanotecnologie.  Il suo raggio di efficacia è di 300 metri, il doppio di quella americana.

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Un fotomontaggio russo che mostra la FOAB e il suo vettore Tupolev Tu 160

Quanto all’efficacia dell’attacco in Afghanistan, abbiamo due versioni di cui nessuna può esser considerata più valida dell’altra. Il comunicato “Us government – Afghan” rende conto di 96  combattenti di DAESH uccisi. Il comunicato di DAESH  sostiene che questo    attacco non ha fatto alcuna vittima.  Siamo qui nella guerra dell’informazione e dei comunicati.

III – Conclusioni.

Braccato  quotidianamente dai media e dai neocon da quando è entrato in funzione, Trump sembra lanciarsi in una retotica  bellicista per tre ragioni:

  • Disarmare i neocon e dare qualcos’altro da raccontare ai media perché lo lascino un po’ in pace. Questa tecnica è stata utilizzata con successo da Bill Clinton il 16  dicembre 1998,  alla vigilia dell’esame per la sua destituzione (impeachment) da  parte della  camera dei rappresentanti per le sue menzogne nell’affare Lewinsky: allora ordinò degli attacchi aerei sull’Irak (Operazione Desert Fox).  Furono lanciati 415 missili Tomahawks facendo da 600 a 2 mila uccisi  in  3 giorni.  L’attenzione dei media fu distolta dallo scandalo Lewinsky.  Beninteso, gli iracheni ne hanno  pagato  il prezzo.
  • Dare agli americani “lambda” l’immagine di un comandante in capo solido, determinato, che non arretra, e tentare di ricostruire un minimo di coesione e di unità nella popolazione USA :  non c’è niente come una buona guerra per unificare un paese [effettivamente la popolarità di Donald è salita  al 50%  dopo il lancio dei Tomahawks.  ]
  • Inviare un messaggio subliminale agli  avversari (Siria, Iran, Corea del Nord, Russia, Cina..): “Gli Usa sono forti, fortissimi. Possono agire in modo unilaterale, brutale e imprevedibile, senza il permesso dell’ONU.  Il loro comandante in capo non esiterà..”.

Dunque questi bombardamenti hanno  meno a che fare con la ricerca de una efficacia militare, che con “cinema e comunicazione”.  La semplice aritmetica mostra che le 26.172 bombe lanciate dagli Us Air Force nel 2016 rappresentano, senza fare altrettanto rumore, l’equivalente di 3 MOAB al giorno”.

 “I militari  USa hanno  ancora i mezzi per le loro ambizioni?”

 Ora,  per i lettori dei nostri blog alternativi quelle qui date dal generale non sono novità sensazionali. Ma  il punto è che   vengono da un esperto militare, uno specialista in valutazioni strategiche e  operative:  che non nasconde il suo disprezzo per la puerilità, incompetenza e nullità tattica e  strategica delle scelte militari della supposta superpotenza. Lo spreco di risorse costosissime per “il cinema”   suscita nel generale Delawarde i sarcasmi  che abbiamo letto.

Una tale valutazione delle sceneggiate aggressive americane è, vedo, largamente condivisa negli ambienti francesi della Difesa.

Il sito Dedefensa, spesso da noi citato, interpreta la furia bellicista di Trump e dei generali che gli hanno messo attorno (McMaster come  capo del consiglio di sicurezza nazionale, Mattis al Pentagono)  quasi come un rabbioso attacco di panico di fronte alla scoperta che le forze armate russe sono state ricostituite, snelle ed efficaci, mentre negli ultimi vent’anni “la situazione generale  delle forze Usa s’è naturalmente degradata, come è naturale per un bilancio militare che arriva penosamente [sic: sarcasmo] a 700 miliardi di dollari l’anno [la spesa della difesa russa è inferiore di 10 volte, ndr.] –   Il Pentagono è da molto tempo  ormai in una crisi costante di gestione,  ossia nell’incapacità di realizzare un lavoro normale di produzione, manutenzione e modernizzazione delle forze armate  esistenti, e non si parla del loro rafforzamento.  La situazione di queste forze armate che sono all’opera un po’ dappertutto [700 basi all’estero!, ndr.] è dunque estremamente indebolita,  costantemente  in durata, con la tendenza normale all’indebolimento a causa dell’invecchiamento e dell’usura dei materiali”.

[…] “Questi militari si trovano più o meno a dover frenare insieme  i loro ardori e la  belva che hanno scatenato in Trump, nella misura in cui si accorgono, presto, che non hanno  i mezzi per le loro ambizioni”.

Giorni fa  si è attribuito al generale McMaster  il progetto di  mandare 50 mila uomini che avrebbe voluto mandare in Siria, a combattere Assad (e i russi, gli iraniani, Hezbollah..) ma poi, è caduto il silenzio.   Il clamore è stato puntato sulle portaerei  mandate  a minacciare la Corea del Nord – cosa che Emmanuel Todd ha chiamato operazione di “militarismo teatrale”  – e i media volonterosi hanno restituito agli Usa la corona di gendarme del mondo, e a Trump quella del solito grande presidente americano di guerra.  Per Philippe Gasset  di Dedefensa,  “diventa un Trump che  ogni volta conduce  la macchina dell’americanismo all’orlo dell’abisso di decisioni sempre più difficili da prendere”.

Come abbiamo detto  (grazie amico Nicolas Bonnal che l’ha segnalato), Emmanuel Todd parla di “militarismo teatrale” : attenzione:   ne parlava già 15 anni fa nel suo saggio Aprés l’Empire  (2001), dove profetizzava il declino della superpotenza.

“Assistiamo a un militarismo teatrale che comprende tre elementi essenziali:

  • Mai risolvere un problema, onde giustificare  l’azione militare indefinita dell’unica superpotenza su scala planetaria.
  • Prendersela con micro-potenze  – Irak, Iran, Corea del Nord, Cuba eccetera. Il solo modo di restare politicamente al centro del mondo è di “affrontare” degli attori minori, valorizzanti per la potenza americana, onde impedire, o almeno ritardare la presa di coscienza delle potenze maggiori chiamate a condividere con gli Stati Uniti il controllo del pianeta: l’Europa, il Giappone e  la Russia a medio termine, la Cina a più lungo termine.
  • Sviluppare armi nuove, che si suppone mettano gli Stati Uniti “più avanti” nella corsa agli armamenti, che non deve mai cessare.

Questa strategia  – concludeva Emmanuel Todd nel 2001 –  fa dell’America un ostacolo nuovo e inatteso alla pace nel mondo”.

Chiunque vede, spero, la pericolosità  di questa psiche collettiva: la Superpotenza  dubita di poter vincere una guerra contro una  vera forza armata moderna, e perciò non solo provoca  sovversioni e destabilizzazioni, ma è tentata di rincarare la posta per poter  ricorrere all’unico apparato militare in cui ha, o crede, di “essere ancora più avanti”: l’arma atomica.

Rammodernare e sofisticare armamento nucleare con “nuove armi avanzate”  era l’ossessione del precedente ministro della Difesa americano, Ashton Carter, colto da rabbia e panico alla scoperta che la Russia   era intervenuta  in Siria, spostando i suoi caccia e bombardieri senza che la  costosissima intelligence Usa (17  enti) se ne accorgesse.

Di fatto,   come ha rivelato Manlio Dinucci del Manifesto,  Washington ha messo a punto la nuova bomba atomica B61-12 che potrà essere adesso prodotta in serie,  e che gli Usa daranno da lanciare anche “all’aviazione italiana, in violazione dei trattati di non-proliferazione e della  Costituzione italiana” (la più bella del mondo)..(ma in galera non va mai nessuno? ndr).

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La B61-12, nuova bomba nucleare USA destinata a sostituire la B-61 schierata in Italia e altrove, è nella fase di ingegnerizzazione che prepara la produzione in serie

“La B61-12 non è una semplice versione ammodernata della precedente, ma una nuova arma: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili a seconda dell’obiettivo da colpire;  un sistema di guida che permette di sganciarla non in verticale, ma a distanza dall’obiettivo; la capacità  di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un first strike nucleare”.

E ricorda che quando ebbero l’ordine di mandare altri uomini per la “Operazione Serval in Mali” (una guerra di tuareg contro il governo di Bamako, presto metamorfosata in Al Qaeda nel Maghreb Islamico, 2012-2015), “il capo di stato maggiore generale e i capi di SM delle tre armi si sono detti pronti a dare le dimissioni al ministro della difesa. La gente non lo sa, ma venti generali erano pronti a seguire i loro capi.  Bisogna rompere il silenzio per consentire una presa di coscienza. La politica esita troppo: se non è messa davanti  a situazioni drammatiche, non si prendono decisioni”.

Leggete il resto qui:

http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=127673

Air Force Nuclear Weapons Center comunica il 13 aprile che, nel poligono di Nellis in Nevada, «un caccia F-16 della U.S. Air Force ha sganciato una bomba nucleare B61-12 inerte, dimostrando la capacità dell’aereo di usare quest’arma e testando il funzionamento dei componenti non-nucleari della bomba, compresi l’armamento e azionamento del sistema di controllo, il radar altimetrico, i motori dei razzi di rotazione e il computer di controllo». Ciò indica che la B61-12, la nuova bomba nucleare USA destinata a sostituire la B-61 schierata in Italia e altri paesi europei, è ormai nella fase di ingegnerizzazione che prepara la produzione in serie. I molti componenti della B61-12 vengono progettati e testati nei laboratori nazionali di Los Alamos e Albuquerque (Nuovo Messico), di Livermore (California), e prodotti in una serie di impianti in Missouri, Texas, Carolina del sud, Tennessee. Si aggiunge a questi la sezione di coda per la guida di precisione, fornita dalla Boeing.
La B61-12 non è una semplice versione ammodernata della precedente, ma una nuova arma: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili a seconda dell’obiettivo da colpire;  un sistema di guida che permette di sganciarla non in verticale, ma a distanza dall’obiettivo; la capacità  di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un first strike nucleare.
Il test conferma che la nuova bomba nucleare può essere sganciata dai caccia F-16 (modello C/D) della 31st Fighter Wing, la squadriglia di cacciabombardieri USA dislocata ad Aviano (Pordenone), pronta all’attacco attualmente con 50 bombe B61 (numero stimato dalla Fas, la Federazione degli scienziati americani).
2560px-B-61_bomb_rack.jpgCome siamo diventati guerrafondai e come finiremo fra le scorie nucleari, a nostra insaputa

La B61-12, specifica il comunicato, può essere sganciata anche da cacciabombardieri Tornado PA-200, tipo quelli del 6° Stormo dell’Aeronautica italiana schierati a Ghedi (Brescia), pronti all’attacco nucleare attualmente con 20 bombe B61. In attesa che arrivino anche all’aeronautica italiana i caccia F-35 nei quali, annuncia la U.S. Air Force, «sarà integrata la B61-12».

Che piloti italiani vengano addestrati all’attacco nucleare sotto comando USA – scrive la Fas – lo dimostra la presenza a Ghedi del 704th Munitions Support Squadron, una delle quattro unità della U.S. Air Force dislocate nelle basi europee (oltre che in Italia, in Germania, Belgio e Olanda, da decenni, almeno dagli anni ‘60) «dove le armi nucleari USA sono destinate al lancio da parte di aerei del paese ospite». I piloti dei quattro paesi europei e quelli turchi vengono addestrati all’uso delle B-61, e ora delle B61-12, nella Steadfast Noon, l’esercitazione annuale NATO di guerra nucleare. Nel 2013 si è svolta ad Aviano, nel 2014 a Ghedi.
Secondo il programma, le B61-12, il cui costo è previsto in 8-10 miliardi di dollari per 480 bombe,  cominceranno ad essere fabbricate in serie nel 2020. Da allora saranno sostituite alle B-61 in Italia e negli altri paesi europei. Foto satellitari, diffuse dalla Fas, mostrano che nelle basi di Aviano e Ghedi, e nelle altre in Europa e Turchia,  sono già state effettuate modifiche a tale scopo.
Non si sa quante B61-12 siano destinate all’Italia, ma non è escluso, data la crescente tensione con la Russia, che il loro numero sia maggiore di quello delle attuali B61. Non è neppure escluso che, oltre che ad Aviano e Ghedi, esse vengano dislocate in altre basi, tipo quella di Camp Darby dove sono stoccate le bombe della U.S. Air Force.
Il fatto che, all’esercitazione NATO di guerra nucleare svoltasi a Ghedi nel 2014, abbiano preso parte per la prima volta anche piloti polacchi con cacciabombardieri F-16C/D, indica che con tutta probabilità le B61-12 saranno schierate anche in Polonia e in altri paesi dell’Est. Caccia F-16 e altri aerei NATO a duplice capacità convenzionale e nucleare sono dislocati, a rotazione, nelle repubbliche baltiche a ridosso della Russia.
Una volta iniziato nel 2020 (ma non è escluso anche prima) lo schieramento in Europa della B61-12, definita dal Pentagono «elemento fondamentale della triade nucleare USA» (terrestre, navale e aerea), l’Italia, ufficialmente . per il suo popolo – paese non-nucleare, verrà confermata nella prima linea di un ancora più pericoloso confronto nucleare tra USA/NATO e Russia.
Lo stesso  generale James Cartwright, già capo del Comando strategico degli Stati uniti, avverte che «armi nucleari come le B61-12 di minore potenza (da 0,3 a 50 kiloton) e più precise aumentano la tentazione di usarle, perfino di usarle per primi invece che per rappresaglia». In tal caso è certo che l’Italia sarebbe il primo bersaglio della inevitabile rappresaglia nucleare.
Fonte: il manifesto, 18 aprile 2017.

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Due parole sul generale Delawarde e i  suoi sarcasmi. Il fatto che li abbia resi pubblici è una rottura della norma, da parte di un ufficiale dell’intelligence. Essa riflette il nervosismo, anzi l’insofferenza degli alti gradi francesi, al comando della sola forza armata in Europa di alta qualità e di specifica cultura (giacobino-napoleonica, e patriottico-gaullista,  comunque sia  non-atlantista), di  essere stati assoggettati dai politici borghesi (Sarkozy e Hollande) alla NATO, e al comando di una simile forza idiota e pericolosa.

Da tempo i generali francesi danno segni di volontà di critica radicale al potere civile e alle sue politiche.  Il generale Tauzin ha tentato di presentarsi alle elezioni presidenziali, deriso dai media. Un generale Picquemal ha partecipato a  manifestazioni contro “l’accoglienza” dei “migranti”, ed è stato per questo sottoposto a sanzioni disciplinari .

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Generale Chistian Piquemal
Si può arrestare un generale pluridecorato, un eroe per l’opinione pubblica, uno che ha servito la patria con lealtà e abnegazione, senza mai venir meno ai suoi doveri, reo di aver partecipato ad una manifestazione non  autorizzata a Calais (6 febbraio 2016,ndr)? Stiamo parlando di Chistian Piquemal, reduce dall’Algeria, alla testa di un infinità di missioni segrete come capo della Legione straniera, chiamato dai governi francesi (anche da quelli a guida socialista) a condurre delicate e pericolose azioni militari in Ciad, Nuova Caledonia, Bosnia. Il generale Piquemal , 75 anni, è presidente di “Citoyens-Patriotes”, una associazione che si prefigge di difendere la nazione, la sua identità e i diritti dei cittadini. Sabato scorso i “Patrioti” avevano aderito alle manifestazioni indette dal movimento Pegida (Patriottici europei contro l’islamizzazione dell’Occidente) in molte città europee. Quella di Calais, dove vivono cinquemila persone tra immigrati e rifugiati, era stata vietata dalle autorità. Nonostante il divieto migliaia di persone si erano presentate all’appuntamento. Tra queste, il generale Piquemal. Per il quale è scattato  il fermo e la custodia cautelare. Un’onta alla quale il militare non ha retto. Dopo 50 ore di arresto, Piquemal si è sentito male. Di qui il ricovero immediato in ospedale e, dopo la visita, il permesso di tornare a casa per riprendersi. Secondo i medici le sue condizioni di salute non erano tali da consentirgli di poter essere  presente alla udienza prevista per lunedì scorso. Udienza spostata , quindi, al 12 maggio. L’arresto di Piquemal ha provocato un’ondata di sdegno in tutta la Francia. E la reazione, soprattutto, della destra francese, a cominciare dal Front National di Marine e Marion Le Pen.  Pochi istanti prima di essere arrestato, Piquemal aveva parlato in Tv definendo “scandalosa” la proibizione della manifestazione e censurando il comportamento di quei gendarmi che “quando risuona la Marsigliese restano a riposo invece di mettersi sull’attenti e cantare con noi”. “Questo mi dice che la Francia sta morendo”, aveva aggiunto. Il governo di Hollande è considerato privo di nerbo difronte alla minaccia terroristica e permissivo nei confronti di chi infanga la reputazione della Francia “faro di civiltà”. Si permette – è l’accusa che viene dalla destra e non solo dalla destra – che i militanti di sinistra imbrattino la statua del generale De Gaulle e poi si fa arrestare un eroe pluridecorato  perché ha manifestato contro l’invasione di immigrati. Un problema sul quale la gran parte dell’opinione pubblica transalpina la pensa come Piquemal. (di Karim Bruno)

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Un generale Soubelet  ha appoggiato il candidato Macron per qualche settimana, per poi allontanarsene quando ha visto che dietro a Macron c’era Hollande…Adesso il  presidente degli ufficiali della riserva, generale Anoine Martinez, ha scritto un libro  “Quand la Grande Muette prendra la parole” –   (la Grande Muta è, per tradizione, l’Armée Francaise,  per dire che obbedisce tacendo – anche se freme) dove dice: basta con questo dovere di tacere; abbiamo il dovere di parlare. E giù critiche alla politica  di immigrazione, “importiamo una religione che vuole la nostra morte” – e racconta di episodi di ammutinamento di soldati “francesi” islamici  in zone d’operazione in paesi musulmani –   giù allarmi sulla “unità della Nazione” in pericolo,  giù  critiche alla riduzione di  personale:

“Le forze armate sono state tagliate di 54 mila uomini fra il 2008 e il 2015. L’attuale presidente [Hollande] ha previsto di ridurle di altri 34 mila uomini, insomma circa 90 mila uomini in   meno. Ciò pone enormi problemi di avvicendamenti, anche perché non sono mai state tanto impegnate all’estero come adesso”.GRANDE-MUETTE

1029.- PROVOCANO L’INSURREZIONE. SONO VERAMENTE COSI’ CIECHI O…?

 

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Le scelte che in Francia, e nella UE, hanno fatto da anni vanno tutte nel verso di un favoreggiamento verso l’islam e di una inizialmente sotterranea e ormai aperta volontà di destrutturazione di culture, tradizioni e identità dei vari popoli europei. Un’oligarchia non eletta e non responsabile verso gli stessi popoli e quindi molto sensibile e ricattabile con il fiume carsico di petrodollari che arriva alle elites occidentali intende destrutturare europei e arabi per dominarli.

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Probabilmente avrete già letto che a Marine Le Pen è stata tolta l’immunità parlamentare. Dal parlamento europeo, a larga maggioranza. “ La richiesta di revoca era arrivata dalla giustizia francese, che vuole perseguire la candidata dell’estrema destra alle presidenziali per aver pubblicato su Twitter le immagini di tre esecuzioni dell’Isis nel 2015, tra cui quella del giornalista statunitense James Foley”.
Saprete anche perché Marine Le Pen ha pubblicato le foto delle decapitazioni con la scritta: DAESH è Questo! Ciò, perché era stata provocata: il 16 dicembre 2015, alla radio RMC, avevano paragonato l’ascesa del Front National a DAESH; dunque rispondeva a questa provocazione offensiva quanto demente.

James Foley

Il giornalista statunitense James Foley

La relazione d’accusa per togliere l’immunità parlamentare alla candidata che il Sistema teme tanto, è stata stilata dalla “relatrice Laura Ferrara, Movimento 5 Stelle” (ricordatevela, lettori) . Se non bastasse la misura spudorata, quasi inverosimile di illegittimità, si viene a sapere che “La revoca dell’immunità riguarda solo il caso in questione [i tweet] e non l’inchiesta sui presunti incarichi fittizi dei suoi assistenti al Parlamento europeo, in cui a essere sotto indagine è la capo gabinetto di Le Pen”. Quindi l’oligarchia, sempre fertile di invenzioni giuridiche a proprio favore quando si sente in pericolo, ha anche inventato la impunità parlamentare divisibile, la Le Pen oggi è in parte dotata di inviolabilità, e in parte no.

In quest’ultima fase della campagna presidenziale, la faziosità e la sfrontatezza del Sistema e dei media ha raggiunto vertici a cui si assiste increduli. Forse ricorderete lo scandalo mediatico perché Marine, a cui le banche francesi negano un prestito, s’era fatta prestare alcuni milioni dalla First Czech Russian Bank (FCRB), “banca russa ritenuta vicina al Cremlino” (Nouvel Obs, j) il che ha permesso di strombazzare che Marine “è al soldo di Putin”

310x0_1419182515945_medium_141217_164038_to171214reu_0007     Emmanuel Macron
MacLa procura di Parigi ha aperto una inchiesta a carico del candidato alle presidenziali francesi, Emmanuel Macron, per presunto favoritismo. Il caso riguarda una serata a Las Vegas cui Macron ha partecipato ai tempi in cui era ministro dell’Economia. La serata risale al gennaio del 2016, quando Macron incontro’ i dirigenti di diverse imprese emergenti francesi in occasione del Consumer Electronics Show in corso nella citta’ Usa. L’indagine preliminare è stata affidata all’ufficio centrale per l’anti-corruzione, frodi fiscali e finanziarie, dalla procura di Parigi. Per il momento, si sottolinea nella capitale, il nome di Emmanuel Macron “non è direttamente citato” nel dossier. Già la scorsa settimana, il settimanale Le Canard Enchaine’ aveva rivelato che l’ispettorato generale delle finanze (Igf) sospettava una frode riguardo l’organizzazione di un suo viaggio a Las Vegas nel gennaio 2016. All’epoca in missione ufficiale da ministro dell’economia, Macron si rivolse a una platea di imprenditori e dirigenti di start-up francesi in occasione del Consumer Electronics Show (Ces), il megashow tecnologico di Las Vegas. Secondo il Canard, quell'”operazione seduzione”, venne organizzata “d’urgenza”, su richiesta del gabinetto del ministro alla società Havas, attraverso Business France, l’organismo di promozione delle start-up transalpine dipendente dall’esecutivo. Il tutto senza gara d’appalto. L’incarico ad Havas, società di proprietà di Vincent Bollorè, potrebbe essere “favoritismo”, ritiene l’Igf, dopo un’inchiesta che accerta il costo della serata: 381.759 euro, di cui 100mila solo per l’albergo. Ma dal movimento En Marche!, respingono ogni accusa al mittente.

Macron è pagato dai Sauditi (e i media zitti)

Ora apprendiamo questo: che Macron, il candidato dei Rotschild , il banchiere che è stato ministro dell’economia di Hollande, insomma il candidato che il Sistema oligarchico vuol far vincere con tutti i mezzi, è riccamente finanziato nella sua campagna da – indovinate?

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David de Rothschild, 36 anni, l’ultimo rampollo della famiglia di banchieri più potente al mondo.

– l’Arabia Saudita. Lo ha rivelato Philipp Close, un membro del PS (socialista) belga: “Il regno dell’Arabia Saudita ha deciso di finanziare oltre il 30% della campagna di Macron per l’elezione presidenziale 2017. Macron e il dottor Al Ankary, ambasciatore saudita a Parigi, si sono incontrati più volte”. La decisione definitiva di Ryad è venuta dopo un incontro del candidato con un altro ambasciatore saudita, quello in Belgio, Abdulrahman S. Al Hamed.

La notizia è stata pubblicata da Le Soir il 24 febbraio; alla data del 3 marzo, non ho ancora visto un titolo di scatola o strilli sui tg mainstream al riguardo di “Macron sul libro paga del re wahabita”. Anzi, direi che la notizia è proprio stata taciuta.

Tutta una serie di manipolazioni miranti a confiscare il voto a favore di Macron, sono palesemente opera di Hollande che – ancora per poco all’Eliseo – ne approfitta per usare le leve del potere contro i candidati di centro-destra (Fillon) e ora contro la Le Pen. Si assiste “all’utilizzo senza vergogna di servizi di Stato la cui neutralità dovrebbe essere costitutiva”, come la procura per reati finanziari (Parquet National Financier) che “spara raffiche di atti procedurali che non hanno alcun carattere d’urgenza” (così l’economista Berruyer) sia contro Fillon, sia contro la Le Pen, su azioni note da tempo e le cui indagini possono essere sospese in tempi di votazioni – come del resto è previsto in certi casi: esempio, i rilievi della Corte dei Conti Regionale sono sospesi per sei mesi prima delle elezioni locali in Francia, proprio per evitare strumentalizzazioni.

Il punto è che Marine è la sola politica in corsa a denunciare apertamente questi arbitri. Nel discorso di Nantes, ha avvertito “I funzionari a cui un personale politico alle corde chiede di utilizzare i poteri dello Stato per sorvegliare gli oppositori o organizzare contro di loro persecuzioni, pugnalate alla schiena (coups tordus) o campagne diffamatorie (cabales) – fra qualche settimana questo potere politico sarà spazzato via, ma questi funzionari dovranno assumersi il peso di questi metodi illegali e mettono in gioco la loro propria responsabilità”.

“Lasciano a Marine la difesa delle libertà pubbliche”

Naturalmente i media complici hanno strillato che Marine minaccia di epurare i dirigenti statali. A parte che esiste una legge sulla funzione pubblica (Legge i n°83.634 del 13 luglio 1983, art.28) che potrebbe portare all’incriminazione dei “funzionari” agenti per ordine di Hollande, il punto è che il Sistema intero, gli altri partiti compresi e i media, “hanno abbandonato a Marine Le Pen la difesa delle libertà pubbliche”: per un partito che gli avversari continuano a dichiarare “fascista”, è una medaglia di legittimità regalata da quelle che si autodefiniscono “custodi della democrazia”. Saranno loro i “fascisti”?, si domanda più di un insospettabile intellettuale. Emmanuel Todd ha parlato di “flash totalitarie” a proposito delle ultime iniziative di Hollande. Sapir si chiesese “l’Europa sia fascista” (errore di analisi tipico di “sinistra”, chiamare fascismo quello che è un regime oligarchico anti-popolare e anti-sovranista..).

Tanto più che Francois Hollande, per far capire meglio di chi è agli ordini, il 27 febbraio scorso s’è recato presso la sede del Grand Orient de France per celebrare coi fratelli il tricentenario della Massoneria – prima visita di un presidente in carica nella storia – ed ha pronunciato un discorso con questa frase: “Chi attacca la Massoneria, è alla Repubblica che mira”. Applausi.

Qui non c’è solo il fatto, già tante volte sottolineato, che il Sistema , appena s’è sentito in pericolo, ha gettato i rituali della democrazia come una maschera di cartapesta – quale infatti era. Qui, c’è da chiedersi se i padroni del discorso si rendono conto della”sorda collera” che il Figaro avverte salire dal popolo”di destra” ma anche di centro-destra, quello che avrebbe votato Fillon. Se il panico o l’ebbrezza del potere li ha accecati a tal punto, da non sentire che stanno spingendo all’insurrezione? O forse è proprio questo che vogliono, nella loro totale irresponsabilità?

“Verso gravi torbidi”

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Perché è evidente che l’insurrezione è nell’anticamera della Francia, sia che Le Pen perda, sia che vinca al secondo turno. Nel primo caso, il suo elettorato sentirà che la vittoria gli è stata rubata da trucchi illegittimi. Ma se Marine va all’Eliseo, una metà del paese – quella progressista, da 30 anni chiamata in ballottaggio alla “unione patriottica”, ossia a votare un candidato di destra moderata piuttosto che far passare il Front National – si sentirà governata da una forza a cui si rifiuta di riconoscere legittimità democratica – esattamente come gli americani “progressisti” nei confronti di Trump. Tutto aggravato dall’incendio dei quartieri “islamici”, pronti a scatenarsi ancor più davanti a una presidenza “di bianchi razzisti”. La polarizzazione estrema è nei fatti; e viene istigata di giorno in giorno dalle slealtà del Sistema e dai media.

“Il clima della Francia si deteriora tanto da spaventare. Quale che sia il punto di vista a cui si pone l’analisi oggettiva, si è forzati a constatare che il nostro paese è alla deriva. E ciò in un clima di violenza che non può che far temere i mesi prossimi. Molti di noi pensano che viviamo attualmente in un clima di guerra civile”: ed è sintomatico che a dirlo non sia un politico né un “autorevole commentatore” mainstream, ma Francois Billot de Lochner, un banchiere che ha fondato un gruppo civico, Fondation de Service Politique e “France Audace”. Questo privato, nel suo blog, ci dà un elenco di evidenze, espresse da domande retoriche incalzanti, che danno i brividi:

“S’è mai vista una campagna presidenziale nel corso della quale il Sistema si accanisce a distruggere un candidato che detesta, e l’insieme dei pretendenti non può fare campagna pubblicamente senza un esercito”messicano” di guardie del corpo, poliziotti in borghese, Digos? [Compagnie Républicaine de Sécurité, la polizia politica del ministero dell’Interno, paragonabile alla nostra DIGOS]… spostandosi in un clima di odio e violenza palpabile?

“S’è mai visto uno spazio pubblico in cui non si può passare tranquillamente per i fatti propri senza essere controllato, identificato, perquisito, sospettato? Lo spazio pubblico è diventato un luogo di rischio attraversato da militari armati fino ai denti?

“Si sono mai viste nella storia della Francia, città intere vietate alla polizia e alla giustizia nonché ai francesi “di nascita”: città divenute territorio stranieri, pronti a regolare i conti con i “francouillard”?

“Si è mai visto un paese sopravvivere ad una invasione organizzata dalle elites del paese invaso, che produce una scia di insicurezza e di violenza, e di costi giganteschi che approfondiscono dei deficit già abissali?”.

“S’è mai visto un presidente della Repubblica precipitarsi al letto di un delinquente immigrato [Théo, che disse di essere stato “sodomizzato” col manganello da un poliziotto durante i disordini nella banlieue di Aubervillier a metà febbraio] ma non fare il minimo gesto per i poliziotti aggrediti con bottiglie molotov e gravemente ustionati nelle banlieues del sud, e gli assassini potenziali sono degli immigrati?”

“Quando s’è mai visto un tale massacro della gioventù a cui non è proposto più niente di nobile, di bello, di vero e di bene, essendo predicato che lo scopo supremo è il godimento individuale, nutrito dall’ondata di pornografia che con assoluta certezza uccide questa gioventù? Da qui la violenza estrema delle Nuits Debout, o degli spacca tutto di Nantes e di Rennes o altrove, alberi che nascondono la foresta che non chiede altro che di prender fuco.

“Quando si è mai vista nei Francesi una tale depressione , confermata da istituti specializzati di mese in mese, e in salita verso un livello mai toccato?

“Si è mai visto prima un governo alle corde prendere, settimana dopo settimana, misure drammatiche e vergognose, per poi i suoi membri prendere altrettanto vergognosamente la fuga verso poltrone dorate create apposta per assicurare loro vecchiaie finanziariamente felici?”

“S’è mai vista prima la Massoneria esibirsi così pubblicamente come istituzione di governo, ed affermare senza complessi di tirare le fila della decostruzione della Francia?”.

Ed infine, ce n’è anche per El Papa:

“Dove si è mai vista la Chiesa assoggettarsi fino a questo punto all’ideologia mortale delle elites che non mostrano che un obbiettivo, distruggere la Francia che detestano”?

Il lettore vede che potrebbe sostituire la parola “Francia” o “francesi” con Italia ed italiani, e l’allarme si attaglierebbe ancor meglio a noi. In tutto: dall’uso politico della giustizia alle violenze corpuscolari sottopelle, dall’immiserimento morale della gioventù alla corsa dei politici alle poltrone e ai vitalizi per garantirsi la vecchiaia da ricchi, le vergognose scorte da cui i ministri si fanno accompagnare fino all’esercito che fa’ blocchi stradali nell’operazione “città sicure”, tutto è là come qui.

http://www.libertepolitique.com/Actualite/Editorial/Vers-des-troubles-majeurs

Ma una sola frase non si attaglia a noi italiani: l’ultima, la conclusione del cittadino François Billot de Lochner:

“Per tutte queste ragioni, il clima diventa via via insurrezionale: una scintilla potrebbe provocare torbidi gravi, persino una guerra civile – che sarebbe molto difficile da sedare, a tal punto il caos possibile rischia d’essere multiforme, e dunque non dominabile. Per ciascuno di noi, è suonata l’ora del coraggio”.

Non “l’ora di tapparsi in casa e poi correre a soccorrere il vincitore”, badate, ma l’ora del coraggio.

Come ho già fatto altre volte – scusatemi se mi ripeto – tutto ciò sembra indicare in modo agghiacciante il rapido porsi delle condizioni per la profezia del veggente bavarese Alois Irlmaer (1894-1959) su Parigi:

“La grande città con l’alta torre di ferro è in fiamme; ma questo è stato fatto dalla propria gente, non da quelli che sono venuti dall’est. Posso vedere esattamente che la città è rasa al suolo – e anche in Italia sta andando selvaggiamente”.

“Merde!”, Juncker perde la testa

Juncker è il capo della Commissione che nel gennaio 2015, di fronte al referendum greco contro le inumane imposizioni della UE, sancì: “Contro i trattati europei non ci può essere scelta democratica”. Era la voce stessa dell’oligarchia che non dipende dal voto dei cittadini, e lo sa e se ne vanta. Il 2 marzo scorso, era meno sicuro della forza del potere oligarchico. Ha parlato del futuro della UE e alla fine è sbottato: “Merda! Cosa volete che facciamo?!”

Blondet