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1876.- A chi serve la Forza militare d’intervento europea

Abbiamo già trattato l’argomento Esercito europeo e le sue implicazioni dal lato ordinativo – organizzativo, anche nei confronti della NATO. Citiamo l’iniziativa dell’Unione europea nell’ambito della Politica di sicurezza e di difesa comune: La Cooperazione strutturata permanente (il suo acronimo è PESCO, dall’inglese Permanent Structured Cooperation) volta all’integrazione strutturale delle forze armate di 25 dei 28 stati membri. Dopo anni di acronimi e sigle NATO, ci mancavano quelle europee. Comunque, la PESCO è simile ad una cooperazione rafforzata, poiché non richiede l’adesione di tutti gli stati membri per poter essere avviata e si basa sull’articolo 42.6 e sul protocollo 10 del TUE, Trattato sull’Unione europea che con il TFEU, compone il Trattato di Lisbona del 2007 ed è stata avviata nel 2017 con un primo gruppo di progetti che saranno lanciati, appunto, quest’anno.
La PESCO è, quindi, attiva e la sua funzione di segretariato viene svolta congiuntamente dal “Servizio europeo per l’azione esterna” e dall’”Agenzia europea per la difesa”.
Ora, l’evoluzione della politica del direttorio franco – tedesco, attratto dal mercato russo, ha influito sul legame transatlantico per quegli stati, che seguendo Germania e Francia, progettano un affrancamento dalla catena di comando e controllo NATO e, qui, c’entra in gioco lo sfilamento annunciato da Trump dai bilanci della NATO.
L’Italia, che di recente ha espresso il suo favore per Mosca, ma a Bruxelles non vi ha dato seguito e che ha approvato nuovamente le sanzioni, vuole vedere chiarite le posizioni dell’Unione nei riguardi della migrazione di massa e dubito che si sottrarrebbe alla NATO per sottomettersi alla politica di Parigi; così, è rimasta fuori da questa “intesa a nove”, pure se l’anno passato ha già aderito a un corpo sanitario militare comune. Recuperando, però, Mussolini, l’Italia è una portaerei nel Mediterraneo, la terza o la prima del Gruppo d’Attacco della Sesta Flotta e può contare, comunque, sull’interesse di Trump: un interesse che misureremo presto nell’incontro di Giuseppe Conte alla Casa Bianca, il 30 luglio.
Sorvolando su queste considerazioni, un esercito rappresenta l’ultima chance della diplomazia e ha senso se si ha una politica estera, cosa che assolutamente manca all’Unione Europea. Singolare la partecipazione della Gran Bretagna a questa intesa, come dire, “fuori dall’Unione, dentro l’Europa”. Per quanto abbiamo sostenuto in più occasioni, nei confronti delle politiche europee finanziarie, sui flussi migratori ed estere in generale, presupposto e condizione necessaria di una vera unione europea è la definizione del rapporto, equivoco per certi versi, tenuto da Parigi fra l’eurozona e la Comunità Finanziaria Africana del franco CFA, che fa della Francia una potenza colonialista, in contraddizione con l’Unione; un rapporto che si aggiunge alle diseguaglianze nelle politiche economiche e finanziarie. Non è casuale che si sia venuto a creare un direttorio franco-tedesco. Ecco che è necessario e importante comprendere sia dove va e dove potrà andare l’Europa di oggi, sia “A chi serve la Forza militare d’intervento europea” e lo leggiamo da LIMES, in questo articolo a cura di Lorenzo Di Muro.

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Nove Stati membri dell’Ue hanno siglato un’intesa per la creazione di una Forza militare di intervento europea volta, tramite l’integrazione tra un gruppo ristretto di eserciti nazionali, a prevenire e fronteggiare crisi internazionali.
Mentre non è ancora chiaro se la natura della Forza sia difensiva o meno, quali crisi debba fronteggiare e possibili teatri di impiego (probabilmente, in prossimità dei confini comunitari), il progetto voluto dal presidente francese Emmanuel Macron – cui hanno aderito sinora Germania, Belgio, Uk, Danimarca, Olanda, Estonia, Spagna e Portogallo – è distinto dai quadri di riferimento Nato e Ue (Pesco) e soprattutto conta la partecipazione di Londra. Il Regno Unito si era sempre opposto a costruzioni in grado di minare la special relationship transatlantica, soppiantando la Nato o il coinvolgimento degli Usa nella sicurezza del Vecchio Continente. Una posizione alterata da Brexit, che impone invece all’esecutivo di Theresa May di spingere per preservare un’influenza in Europa anche dal punto di vista militare.
Altrettanto significativa è l’assenza dell’Italia, il cui precedente governo – stando a Parigi – aveva dato il proprio sostegno al piano presentato da Macron alla Sorbona lo scorso anno. Fonti interne riferiscono di uno scetticismo di Roma sulla complementarità del progetto alla Nato e alla Pesco, ma visti i dossier attualmente in discussione sul tavolo comunitario – su tutti quello migratorio – il messaggio italiano è precipuamente politico.
Per il presidente di Francia, d’altro canto, l’istituzione di tale Forza risponde a diversi calcoli: la creazione di una forza indipendente propriamente europea ma ristretta, con strutture decisionali che garantiscano una maggiore efficienza e reattività rispetto al formato a 25 della Pesco (nel cui ambito ieri il Consiglio Europeo ha adottato un documento sulle linee guida); un contrappeso all’influenza economica tedesca in Europa (che difatti aveva finora privilegiato un approccio inclusivo in materia); la risposta, paradossalmente, alla richiesta di Trump all’Europa di farsi carico della propria difesa; nonché un potenziale stimolo all’industria bellica nazionale.
In tal senso, il ministro della Difesa francese Florence Parly ha vagheggiato la creazione di una “cultura strategica europea”; un’esternazione paradigmatica dell’assenza di soggettività geopolitica dell’Ue, che si riflette – oltre che nel limbo comunitario nei comparti della difesa e della sicurezza – soprattutto nella mancanza di una visione e dunque di una strategia comune nella gestione della politica estera.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha incontrato oggi papa Francesco a Roma, dove presso la basilica di San Giovanni in Laterano nel pomeriggio riceverà il titolo di protocanonico d’onore del capitolo lateranense.
Il vertice con il pontefice dopo l’incontro con una delegazione della Comunità di Sant’Egidio – mentre non è previsto alcun meeting con le autorità italiane – ha una evidente dimensione politica. Nel corso del bilaterale, i duei capi di Stato hanno discusso di temi quali migranti, clima, futuro della cristianità e responsabilità dell’Europa, la quale affronterà fra tre giorni l’ennesimo Consiglio Europeo che rischia di far saltare la costruzione comunitaria.
Per Macron – che si dice agnostico in ossequio alla laicité dello Stato ma fa sfoggio della sua istruzione gesuita e si è reso protagonista di un riavvicinamento con la Santa Sede e l’episcopato locale dopo gli anni difficili sotto la presidenza di Hollande – il sostegno (anche retorico) del papa può difatti costituire un perno non secondario nel suo attivismo in politica estera.
In primis – malgrado la necessità di destreggiarsi tra un approccio alla questione migratoria che cozza con i toni usati per raffigurare la posizione in materia del nuovo esecutivo italiano – ottenendo la sponda papale prima del vertice di Bruxelles. E magari, come sul fronte militare, consolidando la posizione di Parigi alla guida (anche sul piano morale) di un’Europa en marche.
USA E COREA DEL NORD
Gli Usa non impongono scadenze temporali nel negoziato con P’yongyang, ma continueranno a valutare le mosse del paese eremita verso la denuclearizzazione per il ristabilimento di piene relazioni.
Lo ha dichiarato il segretario di Stato Mike Pompeo dopo che ieri era circolata la voce che gli Usa fossero in procinto di presentare a Kim Jong-un una lista di specifiche richieste con relative scadenze, al fine di vagliare l’aderenza di P’yongyang al documento siglato durante il vertice di Singapore. Frattanto, il segretario alla Difesa Jim Mattis è arrivato in Cina, dove il dossier coreano sarà uno dei temi di discussione con Pechino.
La notizia conferma come Washington debba accontentarsi di contropartite limitate da parte di P’yongyang, come la cancellazione della manifestazione “anti-imperialista” annuale. Probabilmente, gli Stati Uniti hanno già raggiunto il massimo risultato ottenibile in questa fase, ossia provare a convincere il mondo dell’imminenza della (assai improbabile) rinuncia di Kim alla Bomba.
ALLARGAMENTO UE E NATO
L’Europa è divisa anche sull’allargamento dei confini comunitari, mentre si discute dell’apertura di negoziati per l’ingresso nell’Ue di Albania e Macedonia.
Da una parte Francia, Olanda e Danimarca sono i paesi più scettici, considerati gli scarsi avanzamenti di Tirana e Skopje in settori come la lotta alla corruzione e alla criminalità.
Dall’altra, l’allargamento ai Balcani occidentali è sostenuto dall’Ungheria e più recentemente dalla Germania, cui potrebbe far comodo anche la creazione di hotspot (centri di accoglienza) per migranti – progetto di cui si sta valutando la fattibilità – in paesi come l’Albania. Dell’apertura delle trattative è fautrice anche la Nato, di cui Tirana è già membro e che vedrebbe l’ingresso macedone nell’Ue come prodromico a quello nell’Alleanza Atlantica.

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1866.- LIBIA, TRUPPE FRANCESI DIRIGONO CLANDESTINI VERSO L’ITALIA

Il nemico europeo degli italiani, oggi, è Emmanuel Macron che si è permesso di confrontare le nostre preoccupazioni sull’incredibile immigrazione di persone in atto con un’epidemia di “lebbra”. E, ieri,ha ottenuto,per la sua politica migratoria,la benedizione di un altro nemico: il Papa.I Patti Lateranensi non esistono più, non c’è alcun rispetto della nostra sovranità nella politica dello Stato della Chiesa, quindi, perché averlo della loro?
Anche il trattato di Dublino NON VALE PIU’ e che con i flussi di questi anni va rivisto col metodo Lifeline redistribuzione immediata.
Redistribuzione perché? Perché l’economia di 14 paesi africani è sottomessa e non riesce a sviluppare sotto il peso del franco CFA coloniale, infatti, la Banca di Francia riscuote ogni anno 500 miliardi dai 14 Stati africani come garanzia per il rapporto di cambio euro – CFA. Parigi è il male assoluto, più di Berlino. . Domani GiuseppeConte usi il DIRITTO DI VETO per proposte che ci penalizzano.

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I francesi vogliono indebolire l’Italia e ci aiutano con la invasione.

Le truppe francesi stanziate tra il Niger e la Libia lasciano passare indisturbati migranti e trafficanti di uomini. Lo sostengono Jamal Adel, giornalista libico che vive nella zona sud-est dell’oasi di Kufra, e il Fezzan Libya Group, l’organizzazione che monitora il traffico di persone nella capitale libica del sud di Sebha.

Dopo la proposta del ministro dell’Interno Matteo Salvini di creare dei centri di accoglienza nei Paesi confinanti con la Libia, i libici che si trovano vicini al confine mettono ora in guardia Roma: “I francesi non stanno facendo nulla per fermare il traffico di persone perché non ne soffrono le conseguenze. Quelli che soffrono davvero sono i libici e gli italiani”, dice Adel a Gli Occhi della Guerra.

Le truppe francesi, infatti, starebbero fornendo sostegno medico ai migranti, senza però farli tornare nei loro Paesi d’origine. Anzi: i francesi permetterebbero ai migranti di passare il confine libico dove trovano alcuni trafficanti che li conducono sulle coste per poi iniziare il loro viaggio della speranza verso l’Italia.

Sia la Francia che il Niger ignorano il traffico di persone che avviene sul territorio sotto il loro controllo. “I trafficanti passano liberamente sotto il naso delle truppe francesi”, aggiunge l’organizzazione di Fezzan. “Se il Niger e la Francia pensano che il traffico di persone sia secondario, l’Italia e la Libia pensano sia un problema primario perché sono direttamente colpiti da questo fenomeno”.

Queste le dichiarazioni raccolte dal team di Fausto Biloslavo nella zona da cui passa il 99% dei clandestini che poi prendono i barconi verso l’Italia.

Se poi teniamo presente che la più grande Ong impegnata nel traffico umanitario – la famigerata Méditeranée/Msf, quella dell’Aquarius – è francese, e che appena Malta, pressata dalla chiusura dei porti italiani, ha deciso di cessare il suo appoggio logistico ha fatto rotta verso Marsiglia per rifornirsi, è facile capire chi gestisce il traffico di clandestini verso l’Europa.

Non dimentichiamo, poi, che fu proprio la Francia di Sarkozy a ‘stappare’ il blocco libico con la guerra e l’assassinio di Gheddafi.

Evidentemente, l’élite al potere che gestisce lo Stato francese è impegnata in un’opera di sovversione demografica ai danni degli altri Paesi europei, soprattutto l’Italia. I motivi, al momento, ci sfuggono.

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Correva il mese di aprile…e Alberto Negri editorialista dell’”Analisi” titolava: ” i calci negli stinchi della Francia all’Italia, i nostri soldati cacciati dal Niger e dalla Tunisia”.
Per la Francia non si tratta soltanto della lotta al terrorismo jihadista o ai flussi migratori clandestini ma del mantenimento dei rapporti di dipendenza delle ex colonie e del controllo su un’area in cui Parigi ha profondi interessi economici

La Francia ci assesta, dopo l’incursione dei suoi doganieri armati a Bardonecchia, un altro calcio negli stinchi. Lo fa attraverso le autorità del Niger che costringono l’Italia ad annullare la missione militare nel Paese africano dopo che era stata approvata in gennaio dal Parlamento sulla scorta degli accordi intercorsi tra Roma e Niamey. E come se non bastasse è cancellato anche l’invio di soldati in italiani per il contingente Nato in Tunisia: i nostri dirimpettai della Sponda Sud reclamano la collaborazione italiana in campo economico ma non hanno nessuna intenzione che ficchiamo il naso in casa loro per arginare l’immigrazione clandestina e il terrorismo jihadista.

Non è una situazione così nuova. Ogni volta che l’Italia è coinvolta in una missione militare ricordiamoci dell’Iraq, della Somalia e dell’Afghanistan. Non siamo autonomi. In Somalia nel’92 gli americani non ci davano neppure il permesso di atterrare a Mogadiscio. Come ex potenza coloniale non eravamo graditi. Francesi, americani e britannici nel 2011 hanno bombardato Gheddafi senza farci neppure una telefonata. I nostri alleati, che sono anche dei concorrenti, ci ricordano sempre che abbiamo perso la guerra. Se è vero che sulla marcia indietro del Niger hanno influito le critiche interne alla crescente presenza militare straniera (americana e francese), hanno pesato ancora di più le resistenze della Francia all’arrivo degli italiani _ che non avrebbero svolto missioni di combattimento _ non solo perché Roma “sconfina” nell’area africana sotto influenza di Parigi ma anche perché i nostri militari avevano pianificato di realizzare la loro base a Niamey accanto a quella statunitense, non a quella francese o a quella tedesca.

In poche parole i francesi volevano che gli italiani rispondessero ai loro comandi per combattere i jihadisti alle loro dipendenze nell’Operazione Barkhane insieme ai Paesi del G-5 (Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania).
Con un sistema militare e di sicurezza che ha preso le mosse dall’intervento francese in Mali del 2013 contro Al Qaeda, Parigi ha organizzato un ritorno in forze di “Francafrique”, nel continente dove nell’ultimo mezzo secolo ha compiuto una cinquantina di missioni militari senza contare le operazioni segrete e clandestine. La Francia oggi ha settemila militari in Africa e oltre a Gibuti ha una presenza importante in Senegal, Gabon, Costa d’Avorio e un ruolo decisivo tra il Mali, il Niger il Ciad e il Centrafrica. Insomma i nostri 470 militari in Niger erano un discreto contingente ma in posizione del tutto ancillare rispetto alla Francia: questo avremmo dovuto capirlo subito, come si era già detto e scritto.
Per la Francia non si tratta soltanto della lotta al terrorismo jihadista o ai flussi migratori clandestini ma soprattutto del mantenimento dei rapporti di dipendenza delle ex colonie e del controllo su un’area in cui Parigi ha profondi interessi economici, legati alle materie prime e alle commesse delle aziende francesi. La Total, per esempio, mette a bilancio in Africa un terzo della sua produzione mondiale di petrolio.

Soltanto in Niger la società francese Areva estrae il 30% del fabbisogno di uranio per le centrali nucleari. Il controllo dell’uranio e del petrolio del Sahel sono pilastri della geopolitica francese in Africa. Poi ci sono le armi e la finanza. La Francia nel 2016 è il secondo esportatore di armi nel mondo dopo gli Usa e il Sahel, insieme all’Africa occidentale e centrale, è uno dei suoi clienti di riguardo, anche se meno redditizio delle monarchie del Golfo. Si impongono adesso alcune serie considerazioni sul rapporto tra la Francia e l’Italia e una valutazione sul ruolo di Parigi ostile all’Italia in Africa e nel Mediterraneo, a cominciare dalla Libia fin dalla guerra del 2011. I finanziamenti di Gheddafi per la campagna elettorale 2008 all’ex presidente Nicolas Sarkozy hanno riacceso i riflettori sui veri motivi che spinsero Parigi ad attaccare Gheddafi trascinando Gran Bretagna e Stati Uniti nella disgregazione del maggiore alleato dell’Italia nel Mediterraneo.
E’ stata questa la peggiore sconfitta italiana dal secondo dopoguerra che è costata miliardi, centinaia di migliaia di profughi e rivoluzionato con l’argomento immigrazione e sicurezza, dominante in campagna elettorale, il quadro politico interno.

Si dovrebbe riflettere anche sulle intese bilaterali in ballo, dal cosiddetto “Trattato del Quirinale” _ che in gennaio doveva sancire la cooperazione Francia-Italia _ all’accordo sulla cantieristica e l’industria della difesa fino alla cessione di aree marittime del Tirreno alla sovranità francese. Non è un caso che le tensioni con la Francia si siano riaccese in contemporanea con la decisione del governo italiano di far acquistare alla Cassa depositi e prestiti il 5% della Tim in alleanza con il Fondo Elliot nella partita finanziaria contro la Vivendi francese. In una ventina d’anni francesi hanno fatto acquisizioni in Italia per oltre 100 miliardi di euro contro la metà delle aziende italiane in quelle transalpine: da Bnl, Cariparma, Edison, Parmalat, alla fusione Luxottica Essilor. La Francia è insomma un nostro partner ma anche un concorrente che approfitta della nostra storica vulnerabilità in politica estera e, ovviamente, anche di quella economica.

1863.- Macron: psicopatico in crisi di nervi. Il piano coloniale gli scoppia in mano. Di Stefano Alì

L’Unione Europea è, può dirsi fallita grazie all’arrivismo di Francia e Germania; ma l’appetito insaziabile della Francia è molto più pericoloso per i nostri interessi dell’egoismo della Germania. Fino a ieri, da Prodi e D’Alema ai governi Napolitano siamo stati messi in situazioni dispari con queste due nazioni. Ricordiamo che i soldati in Niger ce li hanno mandati il pesce lesso Gentiloni e la pulzella e che sono lì a far la guardia alle pietre, all’uranio “No” e alla pista dei migranti “Nemmeno”, ciò non di meno, ci restano, obbediscono in silenzio al loro dovere. Oggi, a Bruxelles, al vertice UE sull’immigrazione, Conte incontra un Emmanuel Macron che sta sbroccando di brutto. Con la questione dei migranti (e non solo) gli sta saltando il piano coloniale per la Libia. Ma non è tutto: Intanto, che il nostro Conte, “isolato”, fa tremare gli equilibri dell’Unione Europea, il governo “forte” della Merkel è ad un passo dalla caduta, sotto la pressione del ministro dell’Interno Seehofer e dei bavaresi, domani Salvini incontrerà al-Serray a Tripoli. Bello questo articolo su Il Cappello Pensatore

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Emmanuel Macron – uno psicopatico in crisi di nervi

Uno spettacolo da non perdere. Il narcisista psicopatico Emmanuel Macron è in piena crisi di nervi. Per la prima volta l’Italia “osa” fare i suoi interessi e non quelli della Francia.
Per inquadrare il discorso è necessario ascoltare le parole del Prof. Adriano Segatori. Segatori è psichiatra-psicoterapeuta, membro della sezione scientifica “Psicologia Giuridica e Psichiatria Forense” dell’Accademia Italiana di Scienze Forensi.

Quindi Emmanuel Macron è fondamentalmente uno psicopatico. La “favola” dell’amore infantile coronato dal matrimonio con la sua professoressa è una narrazione che dovrebbe fare inorridire. Infatti la verità nuda e cruda è la seguente: è stato vittima di abuso sessuale.

L’Italia serva sciocca
Perché Macron sbrocca? Ma semplice. Era abituato (lui e la Merkel) a una Italia sempre agli ordini. Era abituato a una Italia che alimentava il suo delirio di onnipotenza. Una Italia che non si sarebbe sognata di sollevare un sopracciglio alle intemperanze francesi.

Il bombardamento della Libia
Per rimanere alla storia contemporanea, partiamo brevemente dall’intervento militare in Libia, giusto per rettificare la narrazione.

«Fu Giorgio Napolitano (Re Giorgio) a imporlo a Berlusconi».

Forse, ma siccome la forma italiana di Governo è la Repubblica Parlamentare (e non Presidenziale), Berlusconi e il Parlamento avrebbero potuto (e dovuto) dire di no.

Ciò per tutta una serie di motivi, non ultimi i rapporti economici privilegiati e, sopratutto, il fatto che la Libia di Gheddafi costituisse un tappo. La Libia di Gheddafi impediva che il Mediterraneo venisse travolto dalle contraddizioni e dai conflitti che percorrevano (e percorrono) l’Africa.

Dall’altra parte ci stava la Francia.

Non aveva alcun interesse a mantenere il “tappo” perché la sua deflagrazione avrebbe coinvolto l’Italia, come poi è avvenuto
Non sopportava l’asse economico privilegiato fra Libia e Italia
Circolano anche altre “aggravanti”. Un finanziamento di Gheddafi alla campagna elettorale dell’ex Presidente Francese Sarkosy.

Il trattato di Caen
Immediatamente prima della tornata elettorale del 4 marzo era scoppiato il caso della cessione di porzioni di mare italiano alla Francia.

Con un semplice trattato (il trattato di Caen), infatti, il Ministro degli Esteri Gentiloni aveva ceduto alla Francia porzioni di mare italiano. Porzioni pescosissime in cui, ad esempio, viene catturato il famosissimo gambero rosso.

Il bello è che tutto era avvenuto in assoluto silenzio.

Ci si è accorti della cessione solo perché la Francia ha immediatamente esercitato il suo “diritto di proprietà”.

A gennaio 2018 viene multato e sequestrato il peschereccio “Mina” che pescava i gamberi, come al solito, al largo di Sanremo.

La storia si ripete in Sardegna. Anche in Sardegna, infatti, avviene un episodio simile: nessuna multa né sequestro, ma un’intimazione a un equipaggio italiano di allontanarsi dalle acque francesi.

Con l’insediamento del nuovo governo, la Francia ci riprova. Con atti unilaterali prova ad appropriarsi porzioni di mare a nord della Sardegna.

Ma questa volta viene stoppata dal neo Ministro Danilo Toninelli.

Mi sono già occupato del “caso Niger” nel post Militari italiani in Niger. Per i migranti o per l’uranio francese? e quindi non ci torno.

Mi fermo a questi esempi, giusto per far comprendere il fatto inedito: l’Italia si riappropria di un ruolo cui aveva abdicato da ormai troppi anni.

Il colonialismo francese
Altro elemento da tenere in considerazione è l’ambizione coloniale della Francia.

La quasi totalità dei migranti che sbarcano parlano il francese e di certo non perché lo abbiano studiato alla Sorbona.

Tutta la zona dell’Africa occidentale (esclusa la Libia) e centrale, per un totale di 14 Paesi erano colonie francesi fino agli anni ’60.

La truffa del Franco CFA
In realtà la condizione coloniale non è mai cessata.

Tutte le ex colonie francesi adottano la stessa moneta, il Franco CFA. La sigla, originariamente, significava Colonie Francesi d’Africa (Colonies Françaises d’Afrique). Dopo l’acquisizione della “indipendenza” perfino l’acronimo è rimasto identico. È solo cambiato il suo significato: Comunità Finanziaria Africana.

Le regole:

La zona franco deve applicare quattro regole, formalizzate in due trattati firmati dalla Francia e dai 14 Paesi in questione nel 1959 e nel 1962. Eccole

la Francia garantisce la convertibilità illimitata del CFA in euro;
il tasso di conversione tra CFA e euro (prima franco) è fisso: 1 euro=655,957 franco CFA;
i trasferimenti di capitali tra la zona franco e la Francia sono liberi;
come contropartita di questi primi tre principi il 50% delle riserve di cambio dei Paesi della zona franco devono essere depositate su un conto della Banca di Francia, a Parigi.
Da Italia Oggi:

Con l’avvento dell’euro, il Franco Cfa non è scomparso, ma il suo valore è stato fissato alla valuta europea (100 Cfa = 0,15 euro). Come detto, però, è sempre il Tesoro francese e non la Bce che continua a garantirne la convertibilità. Come sia possibile tutto ciò ancora non è dato sapere.

Parigi, quindi, detiene le riserve auree di 14 Paesi africani!

Scrive vociglobali.it

Le riserve del franco CFA nella Banca di Francia sono stimate approssimativamente in 10 miliardi di euro, denaro che – dice chi critica fortemente questo sistema – potrebbe essere utilizzato per piani di sviluppo dei Paesi in questione. Evitando, d’altra parte la richiesta di prestiti che non fanno che aumentare il debito nei confronti delle istituzioni finanziarie europee e dei singoli Paesi..

Guai a lamentarsi. Ci pensa Boko Haram
Ci si potrebbe chiedere “ma perché i Paesi africani non si sganciano dal Franco CFA?”

Più facile a dirsi che a farsi.

Da ultimo ci ha provato il Ciad.

Sempre Italia Oggi

Sia come sia, a ottobre 2015 (due mesi dopo il niet del Ciad alle scuse chieste da Parigi e dopo la contestuale esternazione di voler uscire dal regime del franco coloniale) Boko Haram ha attaccato per la prima volta un villaggio nel paese centrafricano, causando dieci morti. Ma questa è solo una tendenziosa coincidenza. Come, del resto, è una curiosa coincidenza che Boko Haram, movimento radicale islamista recentemente affiliatosi al Daesh, sia un fenomeno che colpisce solo le ex colonie francesi dotate di franco coloniale. Più la potente e ricca Nigeria che ambisce al ruolo di player geopolitico nell’area.

E, come si legge nello stesso articolo, è proprio la Francia ad armare Boko Haram.

Macron e la Libia
La totale acquiescenza italiana ha consentito a Emmanuel Macron di alimentare il suo delirio di onnipotenza nell’espandere il colonialismo francese alla Libia.

Il Sole 24 Ore

Pur cercando assiduamente di portare i due rivali al tavolo dei negoziati, l’Italia ha sempre sostenuto le autorità di Tripoli. Non è peraltro irrilevante il fatto che la maggior parte dei giacimenti dove opera l’Eni si trovi proprio in Tripolitania. Parigi non stava a guardare. Sotto la presidenza di François Hollande, forze speciali francesi si erano già insediate in Cirenaica. Con un abile equilibrismo diplomatico Parigi sosteneva ufficialmente il Gnc, ma al contempo, stava al fianco del suo nemico. Di nascosto. Fino al 20 luglio 2016, quando la morte di tre soldati francesi precipitati con un elicottero nei pressi di Bengasi, dove Haftar stava combattendo contro milizie islamiste, costrinse il ministero francese della Difesa a uscire allo scoperto: la Francia aveva inviato forze speciali in Libia. A fianco di chi, è facile immaginarlo.

L’idea è semplice e si sviluppa in tre mosse:

“conquistare” la Libia
cacciare l’ENI
riempire l’Italia di “migranti” generati dal colonialismo francese
Da qui l’accordo che aveva stretto con la Merkel per rispedire in Italia e in Grecia tutti i migranti che si trovino in un qualsiasi Paese Europeo.

Gli accordi Macron-Merkel: l’Italia servita PER cena
Il fallimento dell’Italia e l’occupazione era già pronta.

Da una parte

Macron e Merkel mettono all’angolo le banche italiane sui crediti deteriorati ma si scordano dei derivati tedeschi e francesi. (Business Insider)

Con questo meccanismo, le banche italiane andrebbero in estrema sofferenza, mentre le banche francesi e tedesche tirerebbero un sospiro di sollievo. Giusto per ricordare, la situazione di Deutsche Bank è ben peggiore. Proprio il 22 giugno 2018 è stata declassata a BBB+.

Dall’altra predispongono da soli il documento finale che sarebbe dovuto uscire da un vertice.

Evidentemente erano abituati così. È stato così che l’Italia ha sottoscritto tutti i trattati. È stato così che ha messo la testa nel cappio. Così l’Italia ha sottoscritto gli accordi di Dublino.

L’accordo
L’accordo che avevano preparato, pronto per essere – come al solito – firmato dall’Italia senza fiatare, era una vera e propria trappola.

Tutti i migranti che si trovano in Europa sarebbero dovuti ritornare nei Paesi di primo approdo. Quindi Italia e Grecia.

La reazione del Governo italiano ha costretto Angela Merkel alla retromarcia, lasciando Emmanuel Macron con il cerino in mano.

Nel frattempo l’Ambasciatore presso l’UE, Maurizio Massari, avanza una riserva formale dell’Italia sui fondi per la Turchia e quelli per l’Africa.

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Facendo saltare i piani di Macron che non voleva che ai fondi per l’Africa accedesse la Libia. I fondi servirebbero, tra l’altro, per creare “hot spot” nei Paesi di transito e di partenza.

Se per alcuni Paesi Macron è felicemente favorevole (le “ex” colonie di cui ho scritto), per la Libia no.

Secondo Macron la situazione in Libia è troppo instabile per poter aprire centri di identificazione, e gestire la situazione in autonomia.

Certo, dimentica un passaggio: La Francia è stata in prima fila nella decisione di deporre Gheddafi, alimentando dunque l’attuale caos libico. Ed è a causa di ciò che l’Italia deve dunque fare i conti con una Tripoli sempre più nodo fondamentale per la rotta mediterranea.

E Macron sbrocca
La ritrovata dignità italiana ha fatto dare di matto Emmanuel Macron.

La diagnosi del Prof. Segatori (video all’inizio del post) è del Maggio 2017:

Vediamo le crisi isteriche di Macron nel momento in cui l’ammirazione viene meno

Figurarsi. Con il nuovo governo italiano non gliene sta andando bene una. Altro che crisi isteriche!

1842.- Chi finanazia Macron George Soros: 2.365.910,16 €, David Rothschild: 976.126,87 €, Goldman-Sachs: 2.145.100 €.

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Diagramma che illustra come Fancy Bear ottiene illecitamente l’accesso ai server privati.

Le e-mail di Macron del 2017 erano fughe di oltre 20.000 e-mail relative alla campagna di Emmanuel Macron durante le elezioni presidenziali francesi del 2017, due giorni prima del voto finale. Le perdite hanno raccolto un’abbondanza di attenzione da parte dei media a causa della rapidità con cui le notizie della fuga si diffondono su Internet, aiutate in gran parte da robot e spammer e hanno accolto le accuse che il governo russo sotto la responsabilità di Vladimir Putin. Le e-mail sono state condivise da Wikileaks e da diversi attivisti di alt-destra americani attraverso siti di social media come Twitter, Facebook e 4chan.
Originariamente pubblicato su un sito di condivisione file chiamato PasteBin, le e-mail non avevano alcun effetto sul voto finale in quanto erano state scaricate poche ore prima di un blackout mediatico di 44 ore che è richiesto dalla legge elettorale francese.
La campagna affermava che le e-mail erano state “ottenute in modo fraudolento” e che i documenti falsi erano mescolati con quelli genuini per “creare confusione e disinformazione”. Numerama, una pubblicazione online incentrata sulla vita digitale, descriveva il materiale trapelato come “assolutamente banale”, costituito da “contenuti di un disco rigido e diverse e-mail di colleghi e funzionari politici marchigiani”. Il senatore degli Stati Uniti dalla Virginia, Mark Warner ha citato la fuga di e-mail come rafforzamento della causa dietro l’indagine del Comitato di intelligence del Senato degli Stati Uniti sull’ingerenza russa nelle elezioni degli Stati Uniti del 2016. Nondimeno, il governo russo ha negato tutte le accuse di intervento elettorale straniero.

Pubblicato il contenuto di Macronleaks, una montagna di documenti archiviata nelle caselle di posta elettronica dello staff di Emmanuel Macrone che l’elettorato francese aveva il diritto di conoscere prima della consultazione per le presidenziali.

La stampa d’oltralpe e in particolare Le Monde ha rilasciato un comunicato stampa nel quale afferma espressamente di non aver voluto rivelare il contenuto dei file, per i timori di “influenzare il ballottaggio”: alla faccia del “cane da guardia della democrazia”, interessi oligarchici anteposti a quelli del popolo.

Al solito certi mezzucci hanno le gambe corte e i file sono stati in qualche modo recuperati da altri organi d’informazione e resi pubblici.

Spicca un prestito di otto milioni in favore dell’AFCPEM, l’associazione del candidato di En Marche! per il finanziamento della sua campagna elettorale.

Il finanziamento è stato erogato da Credit Agricole.

Questi soldi dovranno essere restituiti entro il marzo 2019 ed è curioso l’articolo 1415 del contratto: in caso di inadempienza il patrimonio personale di Brigitte, la moglie di Macron, non verrà intaccato.

E’doveroso sottolineare che nessuna banca francese si è detta disposta a finanziare la campagna elettorale di Marine Le Pen, mentre il neo-eletto presidente della Repubblica francese non ha incontrato alcuna difficoltà in tal senso.

E’ il Boston Consulting Group uno dei gruppi che ha manifestato maggior sostegno nei confronti di Emmanuel Macron, viene indicato dal presidente di AFCPEM, Christian Dargnat in una e mail come “ uno dei maggiori sostenitori” e desidera metterlo al corrente “dell’evoluzione del movimento e per scambiare pareri sulle prospettive delle sue azioni”.

Grande è l’interesse del BCG all’attività di Macron, infatti in direttore marketing del gruppo contatta Stephane Charbit, direttore della banca Rothschild a Parigi, per chiedergli di “essere messo in contatto con la persona per organizzare un incontro”.

La presenza del colosso bancario Rothschild è una costante nella campagna elettorale di En Marche, partecipando attivamente a diversi meeting organizzati dallo staff di Emmanuel Macron.

In attesa delle puntate successive un po’ di nomi e cifre intorno a Emmanuel Macron: George Soros: 2.365.910,16 €, David Rothschild: 976.126,87 €, Goldman-Sachs: 2.145.100 €.

1840.- Due cose sul Franco CFA (e sull’euro e l’Africa). La zona Franco CFA.

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Torniamo a parlare del CAF dopo lo sproloquio volgare di Macron: una conferma dell’ “amicizia”, rectius, volgarità con la quale i francesi si rivolgono all’Italia. La Francia neocolonialista sfrutta i 14 paesi africani dell’area CFA attraverso un cambio fisso del CFA con l’euro; pretende il deposito a garanzia del 65% delle loro riserve estere. Impedisce,così,le loro possibilità di sviluppo e favorisce le multinazionali. Dobbiamo andare alle radici del fenomeno migrazione,in gran parte finanziarie: dai Soros, appunto, al Franco CFA, alle multinazionali, che condannano il continente più ricco della Terra allo sfruttamento.

AABBCC

Valuta di partenza Valuta di destinazione Risultato
1 EUR XOF 655,79 XOF
100 EUR XOF 65.578,95 XOF
10.000 EUR XOF 6.557.895,00 XOF
1.000.000 EUR XOF 655.789.500,00 XOF

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Giuseppe Masala
L’arresto in Senegal del militante panafricano Kemi Seba (nella foto), di nazionalità francese, reo di aver bruciato, durante una manifestazione, alcune banconote di franchi CFA, ha riaperto il dibattito su questa moneta considerata da molti lo strumento principale con il quale la Francia (ma ora tutti i paesi della zona euro) esercitano il neo colonialismo nell’Africa francofona.

Il Franco CFA nasce nel 1945 con gli accordi di Bretton Wood; infatti all’epoca si chiamava Franco delle Colonie Francesi Africane. Successivamente nel 1958 cambia nome e diventa Franco della Comunità Francese dell’Africa.

Fino a qui tutto normale se non per due piccoli particolari. 1) il Franco CFA è una moneta ancorata ad un cambio fisso, prima con il Franco Francese e ora con l’Euro. 2) La piena convertibilitá del Franco CFA è garantita dal Ministero del Tesoro francese, che però chiede il deposito, preso un conto del ministero, del 65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.

Dietro queste due tecnicalità si nasconde il diavolo del colonialismo. Infatti il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nel paesi dell’Unione monetaria. Non basta, il cambio fisso (per giunta garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali (spesso dittatorelli amici dei nostri governi).

Come se non bastasse, tutto questo avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro.

Il secondo punto probabilmente è anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia della convertibilitá della propria moneta, ben il 65% delle proprie riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del sottosviluppo) ad una nazione straniera.

Pensiamo basti questo per chiarire come il colonialismo sia ancora un fenomeno reale e pervasivo che tarpa le ali di una qualsiasi opportunità di sviluppo dei paesi africani. Con buona pace di tanti soloni che parlano senza sapere di cambi e monete, e che credono che agli africani sia data una grande opportunità nel venire in Europa (spesso a vendere asciugamani e accendini nelle nostre piazze) grazie alla possibilità di inviare nei loro paesi, a tasso di cambio fisso, rimesse che consentono alle loro famiglie in Africa di campare con pochi euro.

Grazie a questo sistema le nostre multinazionali hanno invece l’opportunità, a rischio di cambio pari a zero, di depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari.

Bell’affare per noi, non certamente per gli africani che ci vendono il “coccobello” sulle nostre spiagge.

Non basta di certo la carità di alcune ONG per sanare questa forma di neocolonialismo monetario, che azzera le possibilità di sviluppo dei paesi dell’Africa francofona.

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Le Professeur Nicolas AGBOHOU, docteur en économie politique, démontre dans cet ouvrage de 296 pages comment les institutions et les principes de fonctionnement de la zone franc CFA bloquent le décollage socio-économique et politique de l’Afrique.
Sortant des sentiers habituels, et battant en brèche les idées reçues, ce livre va au-delà d’un simple diagnostic. Il éclaire, de façon lumineuse, les voies et les moyens qui permettront aux Africains de s’affranchir de cet ordre monétaire hérité de la colonisation, et de prendre leur propre destin en main.

La zona Franco CFA.

Cos’è la zona franco CFA? da Scenari economici.
È un’area valutaria dove 14 economie (12 delle quali ex colonie francesi) utilizzano una valuta comune chiamata Franc Communauté Financière d’Afrique. Nata nel 1945 per decreto di Charles De Gaulle (1), esistono due tipi di questa valuta graficamente molto diversi : il primo, gestito dalla BEAC (Banque des États de l’Afrique Centrale) (2) utilizzato da Cameroon, Repubblica Centrafricana, Ciad, Guinea Equatoriale, Gabon e Repubblica del Congo col nome ISO XAF; il secondo è utilizzato invece da Benin, Burkina Faso, Guinea – Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo ed è gestito dalla BCEAO (Banque Centrale des États de l’Afrique de l’Ouest) (3) ed il codice ISO è XOF; quest’ultima area fa parte dell’ECOWAS (4), una sorta di Comunità Economica Europea africana con tanto di obiettivo, fortunatamente posticipato (5), di istituire in questo decennio un’altra valuta comune, l’ECO, per questi stati assieme alla Nigeria, Capo Verde, Ghana, Gambia, Guinea, Liberia e Sierra Leone. Sebbene siano entrambe in parità con l’euro di 655,57 CFA per euro, entrambe non sono intercambiabili ed hanno valore legale esclusivo solo dove circolano. La zona consta di quasi 150 milioni di abitanti per circa 170 miliardi di USD di PIL (ma conta per quasi il 5% nel PIL annuo continentale).
Come funziona la zona franco CFA?
Quest’area valutaria funziona grossomodo come la zona Euro: c’è una banca centrale (prima la Banque de France, oggi la BCE) che coordina le attività delle altre due, la BEAC e la BCEAO, per quanto riguarda le politiche macroeconomiche e monetarie (ci sarebbe anche la BANCECOM, ovvero la Banca Centrale delle Comore, ma non facente parte della zona CFA non verrà qui trattata). Prima dell’euro la parità era fissata col franco francese di 1 FRF per 100 CFA, ma dal 1999 è ferma a 655,57 (per via del cambio 6,5557 FRF per 1 EUR). I due istituti centrali, BCEAO per lo XOF e BEAC per lo XAF, sono legati alla Banca di Francia (da qui BdF) attraverso i seguenti parametri:

Libera circolazione dei capitali dai paesi CFA alla Francia e viceversa;
Un tipo di cambio fissato alla divisa francese (1 euro = 655,957 CFA);
Piena convertibilità delle monete garantita dal Tesoro francese;
Fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi CFA (almeno il 65% delle posizioni in riserva depositate presso il tesoro francese) come contropartita per la garanzia della convertibilità da CFA a Euro (prima FRF)6;
Partecipazione delle autorità francesi (ved. Bdf) alle politiche monetarie della BCEAO e BEAC;
La libera circolazione dei capitali (così come avviene in Europa “grazie” a Schengen) ha permesso la fuga di 850 miliardi di USD dal 1970 al 2008 (di cui solo 20 nel periodo 2000 – 2008) secondo il Global Financial Institute, con ovvio danno alle economie dell’area (7). La piena convertibilità tra FRF/EUR e CFA oggi è unica al mondo e ricorda una sorta di Bretton Woods, solo che a posto di usare solo il dollaro USA per ottenere oro ora si usa l’Euro (ieri Franco FRF) per ottenere franchi CFA e viceversa (dunque nel mercato delle valute i CFA possono essere cambiati solo in Euro). Per gli investitori è un’ottima notizia in quanto la gestione della politica monetaria affidata alla BCE permette un controllo dell’inflazione e dà sicurezza e stabilità alla moneta in un’area non tanto sicura in termini geopolitici (ma un’unione monetaria non dovrebbe portare prima di tutto pace e stabilità?); l’altra faccia della medaglia è che questa “forza” (o ipervalutazione) rende le esportazioni, già deboli, della zona CFA molto costose (specie ora che l’EUR è molto vicino alla parità col dollaro USA), oltre che alla famosa quanto dannosa fobia teutonica dell’inflazione. Le economie sono quasi tutte povere e per lo più di stampo agricolo e questo ha posto un cappio ai loro commerci rendendole dipendenti soprattutto (e solo) dal mercato francese ed europeo. Si può notare una relazione di stampo coloniale, come afferma il professore Nicholas Agbohou (8). Per chi fa l’importatore è un’ottima cosa in quanto permette l’import di beni a basso costo, ma ciò non va a vantaggio dei 150 milioni di abitanti della zona. Gli ultimi due punti, il n.4 ed il n.5, sono quelli che destano un po’ di “sospetto” per chi già intuisce una sorta di “costrizione neocoloniale” dei paesi africani: per quanto concerne il numero 4, ovvero il deposito per la piena convertibilità in misura del 65%, altro non è che il pilastro per la stabilità della valuta unica. Questo significa che per ogni capitale che entra nel paese dev’essere versato in Francia il 65%, un furto in pratica (ad esempio, se il Niger dovesse esportare prodotti per 1 mld USD automaticamente dovrebbe versarne 650 mln USD in questo fondo comune pubblico gestito dalla BdF) in quanto si tolgono risorse che in stati non propriamente floridi e stabili farebbero molto comodo (si pensi alle infrastrutture, soprattutto agli ospedali ed alla viabilità. In pratica 0,65 USD ogni 1 USD). Se vogliono prendersi quei soldi lo devono fare sotto forma di prestito, con ovvio pagamento degli interessi. Per il quinto punto, si consente alla BdF, per mano del suo Governatore, di potersi insediare nel direttivo sia della BCEAO che della BEAC (oltre che della BANCECOM, la banca centrale delle Comore) e di poterne gestire la politica economica (tassi di inflazione, tassi di sconto, altri tipi di tassi tipo l’overnight ecc ecc) in quanto è dotata del potere di veto su ogni seduta (ad esempio, nella BANCECOM il consiglio è composto da 4 francesi e 4 comoriani, ma la decisione spetta sempre ai primi) (9). Di per sé questa cosa appare profondamente ingiusta in quanto si decidono in capo ad una persona tutte le sorti economiche e finanziarie di due blocchi economici contrapposti, cambiando e/o modificando le condizioni a piacimento. Senza tralasciare che ora, con l’istituzione della BCE e del SEBC, non è più solo la BdF a poter “giocare” con le due banche centrali del CFA, ma tutte le 19 dell’eurozona (come ha confermato Serge Michailof (10), ex funzionario della Banca mondiale, “il franco CFA è gestito a Francoforte in funzione di criteri che non hanno alcun rapporto con le preoccupazioni delle economie africane”). Nessuna delle politiche della BCEAO, della BEAC e della BANCECOM può essere prese in totale autonomia in quanto la BdF ha sempre il potere di veto e sempre più autorevoli voci ed esponenti del mondo economico – politico africano occidentale vogliono ripudiare questa moneta.

Conclusioni
Per Demba Moussa Dembelé, direttore del Forum Africano per le Alternative, queste banche centrali non devono essere delle semplici succursali di quella francese (leggasi: europea), ma devono poter gestire in completa autonomia le politiche proprie continentali in quanto l’accanimento (perverso, nda) contro l’inflazione sta condannando alla stagnazione 15 paesi con un totale di 100 milioni di abitanti, senza contare che paesi all’infuori di una unione valutaria quali Nigeria e Ghana attirano molti più capitali esteri rispetto ai paesi CFA. Nel marzo 2010 il presidente senegalese Abdoulaye Wade dichiarò: “Ritengo che adesso, dopo cinquant’anni di indipendenza, occorra rivedere la gestione monetaria. Se recupereremo il nostro potere monetario, potremo gestirlo meglio. Il Ghana ha una sua moneta e la gestisce bene, così come la Mauritania e il Gambia, che finanziano le loro economie”. In più si riscontrano i “soliti noti” problemi noti delle aree valutarie comuni (leggasi ancora una volta: europea), ovvero debiti pubblici non comuni, tassi inflattivi differenti e livelli di sviluppo differenti non compensati che causano squilibri nelle bilance dei pagamenti a causa dell’alto valore per alcuni (o basso per altri) della valuta unica (su questo vi è un’ampia letteratura scientifica a riguardo…), lotta maniacale all’inflazione (anche a scapito degli investimenti e della crescita, come ricorda l’ex governatore della BCEAO Philippe-Henri Dacoury-Tabley (11), in quanto fa parte del mandato costitutivo) e mancata diversificazione delle economie (nonostante sia passato mezzo secolo, continuano ancora a commerciare col Vecchio Continente, in particolare con la Francia, nonostante tutta l’Africa sub equatoriale stia volgendo lo sguardo ai paesi BRIICS), senza contare che il commercio fra l’UEMOA e la CEMAC è quasi nullo. L’unica cosa che ha tenuto a galla questa unione monetaria per quasi 70 anni è il fatto che il Tesoro francese abbia garantito per il franco CFA, quindi i paesi utilizzatori acquisiscono una credibilità che difficilmente avrebbero se fossero lasciati indipendenti (alle condizioni attuali, dopo decenni di impoverimento e di depredazione). E se la Francia è così grandeur è anche perché ha dei vincoli commerciali privilegiati con quest’area rispetto ad altri possibili partner commerciali per l’approvvigionamento delle materie prime (cosiddetto francafrique (12) ). In conclusione, non avendo garantito la pace, la ricchezza e la stabilità promesse da De Gaulle e colleghi a metà del secolo scorso si può notare come in realtà si è avverato il contrario: guerre, impoverimento e disagi sociali. Guarda caso quello che oggi continuano a ripetere per la zona euro.

1823.- Libia, conferenza di pace voluta da Macron: “Elezioni il 10 dicembre”

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Mentre recitiamo il copione già scritto con Mattarella, Di Maio, e Salvini, la borsa e quella truffa della BCE Privata! che è lo spread, affossano la borsa e le casse delle società italiane; ma, ancora peggio, Macron – che non è Gentiloni, né Alfano -, all’Eliseo, ha riunito al-Sarraj e Haftar stabilendo una accordo elettorale. Praticamente, ha dato una pedata all’ENI e metterà le mani, definitivamente, sul petrolio libico. Dopo lo schiaffo di Tunisi, abbiamo la pedata di Tripoli.

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Il premier libico Serraj stringe la mano al generale della Tripolitania Haftar. In mezzo, il presidente francese Macron (ap)

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29 maggio 2018
Le elezioni presidenziali e legislative in Libia si terranno il prossimo 10 dicembre. Lo hanno annunciato i negoziatori intervenuti oggi alla conferenza internazionale, convocata dal presidente francese Emmanuel Macron con l’intento di portare la Francia in posizione centrale nella gestione politica del dossier più caldo di tutto il Mediterraneo Centrale e del Nord Africa. Un impegno che le parti libiche hanno preso di fronte all’inviato dell’Onu Ghassam Salamè, a quelli della Ue e dell’Unione Africana e ai rappresentanti di paesi come Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna, Russia, Italia, e poi Egitto, Tunisia, Ciad, Emirati, Qatar, Kuwait, Turchia, Algeria Marocco. L’impegno dei leader libici per il futuro della Libia è stato però solo informale: la dichiarazione d’intenti non è stata infatti firmata dai presenti, come ha confermato lo stesso Macron. Inizialmente era in programma una firma davanti alla telecamere ma poi è saltata. “Ci baseremo su questo quadro”, ha assicurato Macron.

COMMENTO
In Libia Macron colma il vuoto dell’Italia
di VINCENZO NIGRO su REP.
Sono trascorse poche ore dalla fine dell'”evento Libia” che l’Eliseo ha voluto organizzare per seguire l’intuizione di Emmanuel Macron, quella che sia necessaria una spinta in avanti, una accelerazione nel processo di soluzione della crisi libica. Poteva essere un evento positivo, capace di dare una nuova dinamica al processo politico che l’Onu ha avviato presentando l’Action Plan del settembre 2017. …

La Conferenza convocata nel giro di un paio di settimane da emissari che Macron ha inviato a Tripoli e Bengasi, per invitare innanzitutto i 4 capi principali delle diverse parti del paese. Con il presidente del Consiglio presidenziale Fajez Serraj e il generale Khalifa Haftar sono stati invitati infatti anche il presidente dell’Alto Consiglio di Stato (senato) Khaled al Mishri e il presidente del Parlamento con sede a Tobruk Agila Saleh.

Oltre all’impegno sulle elezioni, c’è quello sulla logistica del potere. Le istituzioni libiche non saranno più divise tra Tripoli e Tobruk, ma verranno unificate proprio in vista delle elezioni decise per il prossimo 10 dicembre, mentre la Camera dei Rappresentanti sarà trasferita a Tripoli.

Un tema centrale in questa conferenza è proprio il processo elettorale: la Libia non ha una legge elettorale e una Costituzione riconosciute e accettate, e a questo stanno lavorando commissioni supervisionate dalle Nazioni Unite. Il percorso dell’Onu non prevede elezioni nel 2016, anche perché elezioni in queste condizioni invece di favorire il dialogo e la libera espressione della popolazione sarebbero soltanto il detonatore per nuove esplosioni di violenza. Tra l’altro nella Costituzione adottata nel luglio del 2017 da una costituente, ma mai ratificata con un referendum, c’è il tema della doppia cittadinanza di un candidato e della durata della sua residenza in Libia. Clausole che impedirebbero ad Haftar, rifugiato per 20 anni negli Stati Uniti, di candidarsi alla presidenza.

Ieri un gruppo di 13 milizie e gruppi politici di città importanti della Tripolitania (misurata, Zintan, Zliten, Sabrata e altre) ha diffuso un comunicato per dire che boicotterà l’incontro. Anche perché a Tripoli molti hanno il sospetto che la Francia abbia lavorato per costruire un ruolo per il Generale Haftar che va oltre non solo il suo peso specifico ma soprattutto al di là della sua vera capacità politica e della volontà di lavorare collaborando con le altre formazioni politiche libiche. Molti a Tripoli e soprattutto a Misurata ritengono che Haftar non stai facendo altro che provare ad applicare l’unico metodo che conosce, quello di conquista militare del potere che ha visto negli anni in cui ha collaborato con Muhammar Gheddafi sin dal golpe del 1969 contro re Idris.
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1771.- Quando arrivarono i marocchini

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da L’Undici N. 98 , di Paolo Agnoli

Con “marocchinate” (o “goumiers” nell’accezione francese), termine che ora ci appare davvero orrendo ma ampiamente utilizzato nella cultura del tempo, vengono ancora oggi indicate le vittime (donne, ma anche bambini, uomini e non raramente perfino animali) delle violenze delle truppe d’assalto marocchine, algerine, tunisine e senegalesi del Corps Expeditionnaire Francais (CEF) comandato dal discusso generale Alphonse Juin (nato a Bona in Algeria). O anche, talvolta, le azioni delittuose commesse da quei soldati (identificati genericamente dalle popolazioni locali tutti come marocchini) in Italia centrale, durante il secondo conflitto mondiale. Con barracani, “bourms” (mantelli di lana con cappuccio) e turbante, pugnali alla cintura, gli uomini del CEF venivano arruolati e addestrati soprattutto sulle montagne dell’Atlante, in Marocco.

Seconda-Soldati-del-CEF

La “furia francese”, ovvero gli episodi di brutale violenza che videro protagoniste queste truppe coloniali, sfociò anche, e spesso, in esecuzioni capitali degli abitanti delle zone depredate e raggiunse il massimo della ignominia (come vedremo con qualche dettaglio) durante i giorni successivi allo sfondamento da parte alleata della linea Gustav – una barriera militare di oltre 200 chilometri, voluta da Adolf Hitler, che partiva da Gaeta per arrivare alla foce del Sangro, vicino Pescara – in particolare nelle zone di Esperia e Ausonia, in provincia di Frosinone (sulla catena dei monti Aurunci che separa Montecassino dal mare). Non furono comunque solo gli abitanti degli Aurunci a subire quelle brutalità. Quel tipo di crimini iniziò già dal luglio del ’43 in Sicilia, arrivando poi nel Lazio e quindi in Toscana, e terminò solo con il rimpatrio del CEF in Francia. Di queste violenze furono vittime anche membri della Resistenza italiana, in particolare diversi partigiani toscani come per esempio alcuni giovani della brigata garibaldina Spartaco Lavagnini, raggruppamento molto attivo nella Toscana meridionale. Tra loro c’erano una giovane staffetta, Lidia, e un ragazzo, Paolo. Come testimoniò Pasquale Plantera, arruolato nella Lavagnini, Lidia e Paolo – quest’ultimo per difendere la ragazza – furono disarmati e crudelmente violentati. I primi di tale efferati atti si registrarono sulla statale Licata-Gela, come ricorda lo storico Fabrizio Carloni, per poi proseguire fino a Capizzi, tra Nicosia e Troina. Qui i soldati si abbandonarono a numerosi veri e propri stupri di massa: «Consideravano le donne bottino di guerra e le portavano via sghignazzando …». Le violenze (tra cui anche sadismi con i fucili e evirazioni) furono poi registrate nei paesi di Mastrogiovanni (dove madri e figlie venivano stuprate e poi subito passate per le armi), Lanuvio, Velletri ed Acquafondata, dove ci fu un vero e proprio rastrellamento di donne e bambine. A Siena si registrarono 24 bambine abusate, con gravi lacerazioni interne. All’isola d’Elba oltre 200 stupri e le violenze – con spesso il successivo omicidio – avvennero tra gli altri nei Comuni di Grosseto, Val d’Orcia, Arcidosso, Castel del Piano, Monticello Amiata, Sasso Ombrone. Va detto che nella cultura magrebina di quel tempo non solo la sodomia ma anche la pederastia e la zoofilia erano ampiamente accettate. Scriveva Malek Chebel, psicoanalista e psicopatologo clinico algerino a Parigi: «L’itinerario copulatorio del giovane maghrebino campagnolo comincia spesso nei lombi delle bestie che è incaricato di accompagnare regolarmente…… Per le truppe africane agli ordini di Juin, le donne italiane [come tutte le occidentali] erano … “gahba”, puttane, nel linguaggio franco-arabo».

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Il generale maiale Alphonse Juin.

LO SFONDAMENTO DELLA LINEA GUSTAV

Quando, nel gennaio del ‘44, gli eserciti alleati giunsero di fronte alla linea Gustav il generale britannico Harold Alexander, comandante in capo delle forze alleate in Italia, decise di attaccare direttamente e ripetutamente le difese tedesche nel settore di Cassino (la città ciociara era la congiuntura principale di tutto lo sbarramento difensivo), perdendo senza alcun successo circa 65.000 uomini. L’Abbazia fu rasa al suolo a metà febbraio, dai più massicci bombardamenti mai effettuati, almeno in quel conflitto, contro un singolo edificio. Un mese dopo questi bombardamenti fu rasa al suolo anche la sottostante città e le bombe caddero sino a Minturno: distruzioni imponenti, con oltre 10.000 vittime civili e circa 50.000 militari. Senza risultato: i combattimenti accaniti per snidare gli invasori trincerati tra le rovine risultarono inutili. Visti i gravi insuccessi, Alexander decise di cambiare strategia: passare attraverso i monti Aurunci, nella valle del Liri in Ciociaria. Tale manovra di “strangolamento” si doveva sviluppare partendo da Castelforte, la via Ausonia, il monte Petrella e “la penetrante” Esperia. Obiettivo finale: la via Casilina. A svolgere questo compito, definito da molti suicida, furono chiamate le truppe coloniali perché ci si rese conto che nella zona, considerata la natura impervia del terreno, era più opportuno inviare truppe di montagna anziché divisioni corazzate.

Disprezzati dagli americani, che li consideravano (su questo a torto) anche truppe di qualità scadente, e certo rimasti famosi soprattutto per aver sempre lasciato dietro di loro una scia di crudeltà e sofferenze, quei soldati in realtà si dimostrarono in combattimento uomini di grandi capacità e coraggio. Scrisse di loro lo storico Fred Majdalany: «Agiscono come una marea su una fila di castelli di sabbia. Sono capaci di spingersi ad ondate su un massiccio montano dove truppe regolari non riuscirebbero mai a passare. Attaccano in silenzio qualsiasi avversario si presenti, lo distruggono e tirano via senza occuparsi di quel che accade a destra o a sinistra. Hanno l’abitudine di riportarsi indietro la prova delle vittime uccise; perciò sono nemici con cui non è piacevole aver a che fare». La sera del 14 maggio del ‘44 partì l’attacco: centinaia e centinaia di cannoni diedero inizio ad un progressivo bombardamento e presto i reparti d’assalto “marocchini” cominciarono l’avanzata, denominata in codice “operazione Diadem“. Quei combattenti, attraversando un terreno nei monti Aurunci ritenuto virtualmente insuperabile, riuscirono ad aggirare la rocca di Cassino e le altre linee difensive situate nell’adiacente Valle del Liri, strenuamente difese dai paracadutisti e dai fanti tedeschi, sfondando infine la linea Gustav e aprendo così ai mezzi corazzati del XIII Corpo britannico la via per Frosinone e a tutto l’esercito alleato la strada per Roma. Come nota lo storico Giovanni De Luna, «Nei furibondi combattimenti che si accesero sulla “linea Gustav”, i francesi riuscirono a riconquistare la stima degli angloamericani, facendo dimenticare l’ignavia della capitolazione del giugno del 1940, il collaborazionismo di Vichy, le ambiguità di Giraud e delle truppe rimaste nell’Africa del Nord».

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Il fronte nel 1944. La linea Gustav tenne in scacco per mesi gli alleati.

Gli elementi del CEF (quasi tutti analfabeti e ai quali per mesi, affinché non compissero violenze ai danni dei civili, era stato impedito perfino di uscire dai loro accampamenti che venivano sorvegliati a vista e recintati con filo spinato) erano denominati “goumiers”, in quanto organizzati in “goums”, ossia gruppi composti da uomini legati tra loro da qualche vincolo di parentela. Erano reparti dalle dimensioni assimilabili a quelle di una divisione convenzionale ma inquadrati in modo meno rigoroso e posti al comando di un ufficiale francese (“goum” deriva dalla trascrizione fonologica, in francese, del termine arabo “qum” che indica, appunto, un gruppo o una squadra). In prossimità dell’ora dell’attacco il generale Juin inoltrò a questi uomini un appello. Per quanto, va detto, non esista alcuna prova scritta di questo proclama (la Francia in ogni caso secretò subito gli archivi militari), ci sarebbero testimonianze sulla traduzione del manifestino, scritto in francese e in arabo, consegnato ai “goumiers”. La traduzione che qui presento, come riportato in Wikipedia, è quella dell’Associazione Nazionale Vittime Civili: «Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete».

Va detto che l’ex presidente algerino Ahmed Ben Bella, che fece parte di quei contingenti, in una intervista ad una recente trasmissione della Rai ha affermato che è improbabile che il generale Juin abbia mai rilasciato quel proclama, tantomeno per iscritto. Le eventuali (lui nega infatti di aver mai assistito ad alcuna violenza) brutalità sarebbero nel caso state favorite dagli ufficiali francesi di rango minore, desiderosi di raggiungere i loro specifici obiettivi sul campo e per questo pronti a fare qualsiasi promessa ai propri subordinati. In ogni caso il fatto che nel giugno del ‘44 quei crimini ebbero un carattere davvero “di massa” non può non far pensare a una condiscendenza anche degli ufficiali di rango superiore.

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Il generale britannico Harold Alexander.

VIOLENZE CONTINUATE DI MASSA

Le violenze comunque non durarono solamente 50 ore, e andarono ben oltre il lasso di tempo che sarebbe stato concesso da Juin, anche se quelle prime ore, secondo le testimonianze, furono quelle più atroci. Nei giorni che seguirono la battaglia, terminata il 17 maggio, i “goumiers” sopravvissuti (si consideri che durante la campagna d’Italia queste milizie videro più che dimezzato il loro numero) devastarono, violentarono, uccisero. Quei giorni cancellarono nel ricordo, in quei luoghi, la stessa brutalità delle truppe tedesche. Migliaia di donne, virtualmente di ogni età, vennero stuprate. Furono anche sodomizzati numerosi uomini – intervenuti per salvare mogli, figlie, sorelle e madri – molti dei quali successivamente assassinati tramite impalatura. Qualcuno fu crocefisso. Il parroco di Esperia (Don Alberto Terilli), che provò inutilmente a salvare tre donne da quelle crudeltà, fu sodomizzato tutta la notte, morendo due giorni dopo a causa delle sevizie. A seguito delle violenze sessuali molte persone furono contagiate da malattie veneree, soprattutto sifilide e blenorragia, e solo il miracoloso uso della penicillina statunitense, appena introdotta, evitò una epidemia su vasta scala. Durante le violenze furono distrutti fabbricati e sottratti bestiame, utensili, abiti e denaro. Neanche i conventi furono risparmiati. Lo scrittore inglese Norman Lewis, all’epoca giovane “Field Security Officer” dei servizi segreti alleati a Napoli, narrò gli eventi di cui fu testimone e tra l’altro scrisse: «Tutte le donne di Patrica, Pofi, Isoletta, Supino, e Morolo sono state violentate. A Lenola il 21 maggio hanno stuprato cinquanta donne, e siccome non ce n’erano abbastanza per tutti hanno violentato anche i bambini e i vecchi. I marocchini di solito aggrediscono le donne in due – uno ha un rapporto normale, mentre l’altro la sodomizza». Già nel marzo del ‘44 De Gaulle, durante la sua prima visita al fronte italiano, parlò di rimpatriare i reparti coloniali e impegnarli solo per compiti di ordine pubblico. In quello stesso mese molti ufficiali francesi chiesero insistentemente ai propri vertici di rafforzare il contingente di prostitute al seguito di quelle truppe. Le efferatezze compiute furono comunque sempre giustificate dagli alti comandi francesi, nel dopoguerra, con la necessità assoluta di sfondare il fronte di Cassino.

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Reparti di goumiers.

Come messo in luce dallo storico Tommaso Baris, una nota alla Presidenza del Consiglio del 25 giugno, da parte del comando generale dell’Arma dei Carabinieri dell’Italia liberata, segnalò nei comuni di Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, Morolo, e Sgurgola, in soli tre giorni (dal 2 al 5 giugno), 418 violenze sessuali, di cui 3 su uomini, con 29 omicidi e 517 furti compiuti dai soldati coloniali, i quali «infuriarono contro quelle popolazioni terrorizzandole. Numerosissime donne, ragazze e bambine (…) vennero violentate, spesso ripetutamente, da soldati in preda a sfrenata esaltazione sessuale e sadica, che molte volte costrinsero con la forza i genitori e i mariti ad assistere a tale scempio. Sempre ad opera dei soldati marocchini vennero rapinati innumerevoli cittadini di tutti i loro averi e del bestiame. Numerose abitazioni vennero saccheggiate e spesso devastate e incendiate». Molte violenze furono attestate proprio da lunghe relazioni dei carabinieri. Baris ricorda che in alcuni memorandum l’atteggiamento degli ufficiali francesi veniva duramente stigmatizzato. Per esempio, in un documento, si leggeva di loro: «Lungi dall’intervenire e dal reprimere tali crimini hanno invece infierito contro la popolazione civile che cercava di opporvisi … [le truppe marocchine] sono state reclutate mediante un patto che accorda loro il diritto di preda e di saccheggio … gli ufficiali lasciano ai marocchini una discreta libertà di azione … e nella generalità dei casi preferiscono ignorare».

DOLOROSE TESTIMONIANZE

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Goumiers a Cassino.

Sempre Baris, che a lungo ha studiato quelle vicende, presenta nelle sue ricerche diverse testimonianze, tra cui per esempio quella di una giovane afflitta: «Li portettero qua a migliaia. Se vedevano scegnere dalla montagna… da luntano erano come alle furmiche …Ma fuiette nu passaggio, in tre iuorni, facettero l’inferno. Erano na razzaccia brutta e spuorca. C’avevano gli ‘recchini agliu nase, certe vesti longhe (…). Pe tutta la muntagna se sentevano strilli e lamienti….». E lo studioso italiano riassume significativamente: «L’impossibilità di una qualsiasi difesa dinanzi al dispiegarsi di una ferocia animalesca (più volte richiamata dall’accostamento dei goumier alle bestie), così feroce da fuoriuscire dalla sfera umana (indemoniati e diavoli sono infatti definiti ripetutamente i marocchini), l’abbandono subìto dalle autorità alleate in cui avevano riposto tanta fiducia, segnarono in maniera indelebile la memoria dei giorni di guerra. L’immagine restituitaci, e dalla documentazione archivistica e dalle testimonianze orali, è quella di un paesaggio infernale». Diverse città laziali, come detto, furono investite da quelle violenze. Nella provincia di Frosinone: Esperia, Castro dei Volsci, Vallemaio, Sant’Apollinare, Ausonia, Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, San Giorgio a Liri, Coreno Ausonio, Morolo e Sgurgola per citare le maggiori. Nella provincia di Latina (allora Littoria): Lenola, Campodimele, Spigno, Saturnia, Formia, Terracina, San Felice Circeo, Roccagorga, Priverno, Maenza, Sezze e altre piccole località. Gli stupri continuarono ai Castelli romani, soprattutto a Grottaferrata e a Frascati, ed ebbero luogo anche alla periferia di Roma. Se alcuni fatti, e le nefandezze che ne scaturirono, sono stati ricostruiti in una dolorosa memoria comune è proprio grazie alle sconvolgenti testimonianze: del resto la ferocia degli avvenimenti fu tale da averli resi incancellabili nel ricordo di chi fu vittima o testimone di tanti strazi (alcune di queste attestazioni si trovano sul blog dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate). Qui una testimonianza particolarmente toccante raccolta da Stefania Catallo, fondatrice del Centro Antiviolenza “Marie Anne Erize”: «Il giorno prima che succedesse l’inferno, vennero due donne da un paese vicino a supplicarci di scappare, di cercare un rifugio … perché stavano arrivando i marocchini … Il giorno dopo mi alzai all’alba per preparare qualcosa da mangiare … Avevo preparato una cesta con pane e formaggio, e stavo mettendoci dentro qualche mela, quando all’improvviso sentii urlare e sparare. Ricordo ancora i passi di corsa sulla strada, le urla dei marocchini, le donne che piangevano e gridavano … Mia figlia aveva dieci anni. Le aprii la porta che dava sul cortile, dove avevamo il pollaio e la spinsi fuori, dandole la cesta. Non ci fu bisogno di parole. Rimasi davanti al tavolo della cucina, pensando che se mi fossi fatta trovare in casa, mia figlia avrebbe avuto il tempo di fuggire, e si sarebbe salvata. Vuoi sapere cosa pensavo? Niente. Pregavo …. Pregavo, tante Ave Maria mentre non potevo fare altro che piangere e aspettare. Pregavo la Madonna per mia figlia. Pregavo che la violenza … durasse il più a lungo possibile, affinché lei potesse scappare lontano …. La prima cosa che fecero, fu di darmi un calcio violentissimo alla fronte per stordirmi, per rendermi inerme. Poi mi violentarono e picchiarono selvaggiamente. Sembravano impazziti. Credevo che volessero uccidermi. Di loro mi ricordo solo le risate, i loro vestiti lunghi così strani, e le loro parole in una lingua sconosciuta. La loro puzza. Gli orecchini che uno di loro portava al naso e alle orecchie. Poi, il silenzio. Ero piena di sangue …. Il viso graffiato, i capelli strappati alle tempie, i lividi che mi facevano male ….. Quante donne straziate, quanti uomini uccisi! Vedevo le mie amiche con gli occhi sbarrati e vuoti, vedevo tante bambine buttate da una parte come bambole rotte. Mi faceva male tutto. Rientrai in casa e misi una pentola sul fuoco, poi mi lavai con acqua bollente e sapone, fino a diventare tutta rossa. Ma questo non servì a molto. Quando chiudevo gli occhi, vedevo quelle facce e sentivo quelle risate. E’ durato per anni, me li sognavo la notte …. Nessuno ci ha mai chiesto scusa, nessuna autorità è venuta da noi … Siamo state bottino di guerra. Né più né meno di un oggetto rubato».

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Il primo presidente algerino Ben Bella nel 1965.

Il 17 maggio i soldati americani che passarono da Spigno sentirono le urla di dolore di molte donne violentate. Questi soldati, pur impegnati in guerra ormai da tanto tempo, rimasero fortemente impressionati da ciò che videro e scrissero presto rapporti ufficiali in cui si parlava espressamente di donne, ragazze, adolescenti, bambine e fanciulli stuprati, come pure di prigionieri sodomizzati. Quelle denunce rimasero tutte inascoltate dai vertici militari alleati. 
A Pico, come scrive lo storico Michele Strazza, alcuni soldati statunitensi del 351º reggimento fanteria (88ª divisione, i cui appartenenti erano soprannominati “blue devils” per il coraggio mostrato in battaglia) giunsero mentre i “goumiers” stavano compiendo le loro atrocità. Per un po’ si fronteggiarono armati con questi ultimi, molto più numerosi, ma furono infine bloccati dal proprio comandante che, dopo aver colloquiato con gli ufficiali francesi, disse loro: «siete qui per combattere i tedeschi e non i francesi, e del resto quei soldati stanno solo restituendo le violenze perpetrate dai soldati italiani in Africa». Qualcuno ha attestato anche di un episodio in cui truppe americane e canadesi si sarebbero messe a difesa di un paesino proprio per evitare preventivamente l’accesso ai coloniali francesi, preceduti evidentemente dalla loro triste fama. Il cardinale francese Eugène Tisserant, ricorda sempre Strazza, inoltrò più rimostranze a Juin, il quale un po’ ammise, un po’ promise di intervenire, un po’ cercò di sminuire, e infine assicurò «che si era provveduto alla fucilazione di 15 militari, accusati di stupri, colti sul fatto, mentre altri 54, colpevoli di violenze varie e omicidi, erano stati condannati a diverse pene compresi i lavori forzati a vita». Il 18 giugno papa Pio XII chiese a Charles de Gaulle, ricevuto in udienza, di prendere accorgimenti. Ricevette subito una risposta amareggiata, quanto furiosa nei confronti del generale Juin. La zona di Castelgandolfo, per iniziare, venne subito interdetta ai reparti coloniali. Lo storico Pierluigi Guiducci nota come anche il capo del governo italiano, Ivanoe Bonomi, scrisse all’ammiraglio Ellery Wheeler Stone, presidente della Commissione Alleata di Controllo: «Già precedentemente questo governo ha segnalato… le malefatte commesse dalle truppe marocchine e ha avuto affidamento che sarebbe stato fatto il possibile, dando anche i dovuti esempi, per evitarle. Purtroppo le violenze però continuano. Dal 2 al 5 giugno nel territorio della provincia di Frosinone le truppe francesi marocchine hanno consumato 396 violenze carnali, 13 omicidi, 250 rapine, 303 furti».

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Reparti CEF ad Esperia.

Il ministro degli Esteri Alcide De Gasperi scrisse a Tisserant. Evidentemente tutto era reso difficile dal fatto che fino a poco tempo prima l’Italia era stata alleata della Germania. Del resto, come afferma De Luna, «per quasi due anni, dal luglio del 1943 al maggio 1945, subimmo una durissima legge del contrappasso: il fascismo che aveva inseguito i suoi deliri imperiali in terre lontane, portò la guerra sull’uscio delle nostre case, in un turbinio di stragi naziste (15 mila vittime civili), bombardamenti (65 mila vittime civili), rappresaglie, battaglie campali. Invasori, liberatori, occupanti, comunque si chiamassero, le truppe straniere guardarono all’Italia come a un paese vinto. E si comportarono di conseguenza». L’”Osservatore Romano” (es. 28, 30 luglio e 4, 7, 8 ottobre), ci ricorda Guiducci, denunciò nuovi episodi di violenza da parte dei soldati del CEF. Il 28 luglio per esempio riportò le tragiche violenze consumate dai “goumiers” su un treno a Ciampino. A seguito di quel dramma, fu rinvenuto il cadavere di una donna. Accanto, c’erano quattro donne e un bambino in gravissime condizioni. I sopravvissuti furono ricoverati d’urgenza presso l’ospedale San Giovanni. Ma una delle tre donne morì. Cessò di vivere anche il bambino. Il 4 ottobre il giornale vaticano informò anche che Mons. Mario Toccabelli, arcivescovo di Siena, volle incontrare il generale Juin dopo la liberazione della città toscana. Nel colloquio del 13 luglio il cardinale non fu certo prudente: disse a Juin che aveva autorizzato una difesa armata nei casolari a rischio di attacchi da parte dei marocchini, e fece anche vedere delle bombe a mano che teneva personalmente! I soldati coloniali vennero poi fatti tornare in Francia nell’agosto del ’44. Furono successivamente trasferiti sul fronte tedesco, nella Foresta Nera e a Freudenstadt, nell’aprile del ‘45, dove si resero di nuovo responsabili di molteplici episodi di stupro e violenze di diversa natura. La Francia pagò, alla fine della guerra, da un minimo di 30 mila a un massimo di 150 mila lire per ogni stupro, fino al primo agosto del ‘47 (anche se il risultato si concretizzò in pratica solo dopo un estenuante quanto sistematico ginepraio di capziosità burocratiche e gravi ritardi). Da quel momento in poi a pagare fu lo Stato italiano, sottraendo i fondi dai 30 miliardi dovuti alla Francia per i danni di guerra. Le autorità italiane presentarono richieste in verità molto più numerose di quelle infine riconosciute dai francesi che del resto, va detto, misero presto in dubbio le cifre relative alle violenze. Le ricerche in merito sono infatti discordi: molti studi parlano di decine di migliaia di donne stuprate, ma per esempio lo storico francese Jean Christophe Notin, nella trasmissione della Rai citata precedentemente, ha affermato che le violenze documentate in Ciociaria furono solo poche centinaia. In ogni caso in quella stessa trasmissione Rai si mostra una relazione della Direzione Generale della Sanità Pubblica al Ministero dell’Interno del 13 settembre del ‘44 dove si riportano 3100 casi di donne con malattie veneree nella provincia di Frosinone e di Latina, con sintomi apparsi tutti dopo le violenze dei “goumiers”. In verità i dati ufficiali si basano essenzialmente sul numero di richieste di indennizzo avanzate dalle donne italiane (più di 60000), e così la totalità degli stupri e degli omicidi commessi risultano ad oggi difficilmente riassumibili con precisione. L’entità del fenomeno rimane comunque impressionante, considerando anche il brevissimo arco di tempo in cui avvenne e l’estrema ristrettezza del territorio.

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Don Alberto Terilli, ucciso crudelmente dalla furia dei sodati del CEF.

L’INTERVENTO ALLA CAMERA DI MARIA MADDALENA ROSSI

Nella seduta della Camera dei Deputati del 7 aprile 1952 (relegata nella notte!) i tragici avvenimenti fin qui presentati furono con commozione ricordati e denunciati da Maria Maddalena Rossi, deputata del Partito Comunista Italiano. Nata nel 1906 (fu tra le prime laureate in chimica del nostro paese) era allora la presidente dell’Unione Donne Italiane, organizzazione che si attivò presto, dopo la fine del conflitto, per portare alla luce e denunciare quelle atrocità e cercare di ricompensare, almeno economicamente e per quanto possibile, le vittime. Voglio qui sottolineare, in ogni caso, che molta della storiografia di sinistra attuò pian piano un colpevole profilo di silenzio principalmente per non favorire, si ritenne, una presunta forma di pregiudizio razziale: l’argomento fu così, per molti anni almeno, considerato a sinistra politicamente scorretto, quasi un tabù. Va anche sottolineato che tutti i governi italiani per circa 60 anni hanno virtualmente ignorato quei fatti. In ogni caso, per quanto ho potuto appurare, questi ultimi non hanno trovato mai il giusto spazio neppure nei libri della storiografia ufficiale. Laddove invece sarebbe dovere di chi scrive la storia, a mio modesto avviso, anche ripagare chi la storia l’ha dovuta soffrire. Le stesse realtà locali non sono state quasi mai in grado di costruire un ragionamento pubblico su quelle vicende, rimaste presenti spesso soltanto nel ricordo delle vittime, dei testimoni e dei pochi accademici che le studiarono.

Riporto qui la parte iniziale del lungo ed accorato intervento della presidente dell’UDI: «La nostra interpellanza si riferisce dunque ad uno dei drammi più angosciosi, quello delle donne che subirono le violenze delle truppe marocchine … quando queste irruppero nella zona del cassinate. Non so se sia vero quello che si dice…, cioè che il contratto di ingaggio di questi mercenari non escluda o addirittura consenta il diritto al saccheggio e alla violenza …. Comunque, sia stato o meno tollerato, se non concesso, il fatto è che il saccheggio fu compiuto e le violenze ebbero luogo. Il primo paese del cassinate che le truppe marocchine incontrarono nell’aprile 1944 … fu, se non erro, Esperia. I soldati fecero irruzione nelle case, depredarono, saccheggiarono, e violenze innominabili furono compiute su donne e uomini. Perfino il parroco fu legato ad un albero e costretto ad assistere allo spettacolo. Poi anche di lui fu compiuto tale scempio che ne mori. Del resto, a Vallecorsa, non furono risparmiate neppure le suore dell’ordine del Preziosissimo Sangue. A Castro dei Volsci dai registri del comune risultano 42 gli uomini e le donne morti in quei mesi terribili. Come e perché morirono quei 42 cittadini? Ecco alcune informazioni. Molinari Veglia, una ragazza di 17 anni, è violentata sotto gli occhi della madre e poi uccisa con una fucilata; siamo in contrada Monte Lupino, il 27 maggio 1944. Rossi Elisabetta, di circa 50 anni, è sgozzata dai marocchini perché tenta di difendere le sue due figlie, rispettivamente di 17 e 18 anni: la madre muore e le figlie sono violentate; ciò accade in contrada Farneta. Anche Margherita Molinari, di 55 anni, tenta di salvare la figlia Maria, che ne ha 21: è uccisa con cinque fucilate al ventre! Il bambino Serapiglia Remo, di cinque anni, innocente testimone dei delitti che intorno a lui si compiono, dà fastidio: perciò viene lanciato in aria e lasciato ricadere, così che morrà entro le 24 ore successive per le lesioni riportate … Ed ecco alcuni esempi di ciò che accadde a Pastena … Antonini Giuseppe fu Francesco viene ucciso dai marocchini in contrada Santa Croce e nessuno sa dove sia stato sepolto, perché il cadavere è portato via immediatamente dai francesi. Giuseppe Faiola fu Marco è ucciso dai marocchini in contrada Cerviso. A Vallecorsa, Luigi Mauri fu Martino muore il 26 maggio 1944 in contrada Lisano nel tentativo di difendere l’onore della moglie Lauretti Assunta e delle sue quattro figliole. Ancora a Vallecorsa Antonbenedetto Augusto fu Cesare cade il 25 marzo 1944 in contrada Visano per difendere l’onore della moglie Nardoni Margherita. Cade anche Papa Vittorio di Alessandro il 25 maggio 1944, in contrada Santa Lucia, avendo osato difendere la moglie Di Girolamo Rosina di Augusto, ma prima di essere ucciso è egli stesso seviziato … Fatti analoghi a quelli che ho citato accadono a Pontecorvo, a Sant’ Angelo, a San Giorgio Liri, a Pignatari Intermagna, a Ceccano: almeno in una trentina di paesi delle province di Frosinone e di Latina, percorse dalle truppe marocchine. Quante donne abbiano subito violenza da parte delle truppe marocchine nessuno sa con esattezza né forse si saprà mai…». Quelle strazianti vicende furono costellate, come si può facilmente immaginare, anche da successivi e angosciosi interrogativi, come pure da problemi sia fisici che psicologici di diversa natura. Molte donne violentate morirono per le malattie contratte, alcune si suicidarono, altre furono rinchiuse nei “manicomi”, altrettante emigrarono per scappare da un contesto per loro insopportabile. La violenza sessuale è tra i crimini più odiosi e devastanti: denunciare di essere stata stuprata era un’esperienza di per sè terribile, anche se poteva evidentemente essere fonte di denaro.

IL CONTESTO CULTURALE

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L’Abbazia di Montecassino dopo i bombardamenti alleati.

Per le vittime ci fu anche il dolore di vedersi subito emarginate dalla società. Lo stesso Stato italiano non tributò mai, se non in un discorso pubblico del presidente Ciampi a Cassino il 15 marzo 2004, una decorosa e partecipe vicinanza alle vittime, rendendosi di fatto complice dei giudizi più disparati cui queste donne furono sottoposte, anche in seno alle comunità locali alle quali appartenevano. E’ un fatto che alle celebrazioni istituzionali del dopoguerra relative a quelle violenze sessuali fu sempre assegnato un basso profilo ed esse furono pian piano sempre più ignorate. L’angoscia evidentemente andava smaltita in silenzio, in un contesto fatto di umiliazione e condanna, a causa di una “vergogna alla rovescia”, ovvero un vero ribaltamento del sentimento di ignominia, dal persecutore alla vittima. Ricorda una testimone, come documentato negli studi di Baris: «In paese nisciuno ne parlava in faccia, ma tutti ne parlavano sotto sotto. E venivano indicate: è stata chella, è stata chell’ata. E roppo (dopo) cheste donne qui le schifavano un po’ tutti». Per quanto riguarda gli uomini (molti di loro tornati dalla guerra), essi manifestarono presto malessere e addirittura collera verso le mogli violentate. Questo contesto e questa mentalità furono tali da impedire alle nubili di sposarsi e anche di ottenere un’occupazione degna. Molte donne non riuscirono a convivere con questa realtà, arrivando, come ho già detto, perfino a togliersi la vita. Davvero commovente, ma anche istruttiva se così posso dire, una testimonianza riportata sempre nei lavori di Baris: «Mio padre tornò alla fine della guerra e cominciò l’inferno a casa nostra. Mamma piangeva spesso, anche quando lavorava o stava sola. Mio padre incominciette a bere e si arrabbiava pè niente e ce picchiava. La nonna ce voleva bene e cercava di difenderci. Ma se morì subito di crepacuore. Io non riuscivo a capire perché papà diceva tante brutte parole a mamma. Crescemmo, passavano gli anni, sempre a faticare. Quando divenni signurina mio padre, me lo ricordo ancora, me disse: “Vedi adesso di non fa pure tu la fine de tua madre”. La mamma allora dovette quasi spiegarmi, con la forza, tutto chello che gli erano fatto gli marocchini. Capii che gli surdati che m’avevano dato la cioccolata avevano ruvinato per sempre la pace della casa nostra. Mamma me raccontò che l’avevano violentata in cinque. Mi diceva che tutti gli omene sono sporchi ma che i marocchini sono più sporchi di tutti. E così quanno mio padre capì al suo ritorno quello che era successo a mia madre non stette chiù bene, pareva impazzito…..».

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Il cardinale Tisserant.

La psicologa Cinzia Venturoli sottolinea: «Lo stupro prima di essere considerato come una ferita al corpo e all’anima della donna vittima, era vissuto come un’offesa all’onore personale e familiare, un oltraggio rivolto all’onore e ai valori della comunità. A ciò si deve aggiungere il sospetto di collusione e di una responsabilità della donna che non era riuscita a difendersi e, quindi, a evitare la violenza sessuale. Sin dall’età moderna era andata infatti codificandosi, anche a livello giuridico, una tradizione che imponeva alla vittima dello stupro di dimostrare di avere opposto resistenza alla violenza, dando prova di onestà …. affinché su di lei non ricadesse il sospetto di un qualsiasi consenso». Come quindi commenta Baris, «incapaci di affrontare le mille contraddizioni aperte dagli stupri nel loro sistema culturale, gli abitanti dell’area non furono in grado di rapportarsi con la loro storia più recente, preferendo oscurare la vicenda e lasciando ai singoli l’elaborazione della memoria». Singoli che comunque difficilmente nominavano le violenze subite, quasi ne fossero appunto loro stessi i colpevoli. La presidente dell’UDI, sempre nel suo intervento notturno alla Camera, a proposito di molti di questi aspetti commentò: «Molte di queste vecchie donne sono malate: si consumano lentamente a causa dell’ignobile morbo che è stato loro trasmesso dai soldati marocchini. Entrando nei loro poveri tuguri si vedono queste povere donne sui loro giacigli di stracci, con i bambini intorno, con parenti che non sanno o non possono curarle; e queste vecchie parlano, raccontano quello che è loro accaduto. Le giovani no; le giovani, in generale, sono restie a parlarne, e se ne comprende bene il perché. Se per le vecchie l’insulto subito sa quasi di martirio, per le giovani significa qualche cosa di peggio della morte: significa avere di fronte a sé un lungo periodo di vita, una vita non ancora vissuta, ma buia e fredda, in cui non c’è più alcuno spiraglio, alcuna speranza, alcuna luce; perduta la possibilità di avere una famiglia; di avere dei figli; perfino il lavoro é precluso a queste giovani, e la povertà nel loro caso è ancora più tragica, perché il benessere economico, il lavoro potrebbero almeno aiutarle in parte ad uscire da questo terribile isolamento in cui le ha gettate la loro disgrazia …. ».

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Maria Maddalena Rossi, deputata del PCI.

E’ ancora la deputata del PCI a ricordarci poi indirettamente quale fosse l’atteggiamento del governo, ed a testimoniare altresì come i fatti spinsero quelle donne ad un inedito protagonismo, almeno per l’Italia del tempo: «A Pontecorvo il 14 ottobre scorso ebbe luogo un singolare convegno … Non so se sia vero che vi fu da parte del ministro degli Interni o di qualche suo zelante Prefetto il tentativo di impedirlo per ragioni di “carattere morale”, perché questo convegno avrebbe offeso la pubblica moralità. Ad ogni modo il convegno … ebbe luogo, e vi parteciparono le rappresentanti delle 60 mila donne che a suo tempo hanno presentato domande in qualità di vittime civili della guerra, motivate da violenze e danni di vario tipo. Erano 500 delegate. Io ho partecipato a questo Convegno e ho visto le 500 contadine venute dai villaggi e dai paesi della piana e delle montagne circostanti. Molte avevano camminato per ore ed ore a piedi per arrivare in tempo a Pontecorvo, e non avevano certo mai partecipato in vita loro ad una riunione né tanto meno parlato da una tribuna. Né, credo, queste contadine, queste montanare, che ricordano ancora coi loro costumi le ciociare di un tempo, cosi ritrose e fiere, avrebbero mai voluto parlare addirittura in un convegno di fronte a tutti della loro mostruosa disgrazia. Invece, sono state costrette a fare così. E con quale serietà esse hanno esposto i loro casi dolorosi!». Durante quella stessa seduta parlamentare, l’on. Luigi Preti del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani fa alcune considerazioni rivolte all’aula e al rappresentante del governo le quali, a mio avviso, suggeriscono ulteriori riflessioni sulle angosce delle vittime: «Voi pensate che la vita di queste donne sarebbe colpita nella stessa misura se esse avessero perduto uno dei loro cari in guerra? No, non è la stessa cosa. Noi conosciamo le madri che hanno perso i figli, le mogli che hanno perso i mariti: noi le amiamo, le onoriamo, manifestiamo loro la nostra intera solidarietà, sì che esse trovano qualche volta una sorta di conforto nel sapere che il loro lutto è condiviso, che la memoria dei loro cari scomparsi è sacra a milioni di cittadini. Ma queste donne no! Per queste non c’è conforto possibile. Si devono nascondere, come se si sentissero infette anche moralmente! A queste donne si vorrebbe vietare di parlare della loro sventura, di riunirsi, di reclamare, in nome della pubblica moralità! Inoltre, ella ha confrontato questa sventura a quella di una persona che perde un congiunto in una disgrazia automobilistica o non so che altre. Onorevole sottosegretario, se mi permette, questo non lo doveva dire. Non si deve confrontare questa sventura con altre, piccole o grandi che siano, né tanto meno collocarla nella categoria degli “incidenti”. Altrimenti non basta più parlare di insensibilità, perché si tratterebbe di cinismo».

E’ GIUSTO OGGI RICORDARE?

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La Ciociara.

Il Presidente dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate Emiliano Ciotti ha proposto, come riportato in Wikipedia, una stima recente di quegli stupri di massa, con alcune testimonianze relative agli avvenimenti in Sicilia: «Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono un minimo di 20.000 casi accertati di violenze, numero che comunque non rispecchia la verità; diversi referti medici dell’epoca riferirono che un terzo delle donne violentate, sia per vergogna o pudore, preferì non denunciare. Facendo una valutazione complessiva … possiamo affermare con certezza che ci fu un minimo di 60.000 donne stuprate … I soldati magrebini mediamente stupravano in gruppi da 2 (due) o 3 (tre), ma abbiamo raccolto testimonianze di donne violentate anche da 100, 200 e 300 magrebini. In Sicilia, i goumiers avrebbero avuto scontri molto accesi con la popolazione per questo motivo: si parla del ritrovamento di alcuni goumiers uccisi con i genitali tagliati (secondo alcuni un chiaro segnale). I siciliani, oltre a nascondere le donne in rifugi naturali o artificiali come grotte o pozzi, in diversi casi reagirono, come a Capizzi dove una quindicina di marocchini venne uccisa con l’acquiescenza delle autorità militari alleate; in altri casi gli autori degli stupri vennero uccisi a roncolate o evirati, sbudellati e dati in pasto ai maiali». Il film La ciociara (1962), diretto da Vittorio De Sica (nativo della provincia di Frosinone) e ispirato al romanzo omonimo di Alberto Moravia (1957), finisce proprio con la violenza da parte di alcuni marocchini nei confronti di una madre, Cesira, e di sua figlia Rosetta, ancora bambina. Nel film, uno dei grandi capolavori del cinema neorealista italiano, che non fa sconti ai fascisti ma neppure idolatra i liberatori, è facile ravvisare quindi la volontà di ricordare un passato che molti italiani vollero invece, per motivi diversi, gettarsi alle spalle (e neanche questo film straordinario, purtroppo, ha potuto evidentemente tradursi in consapevolezza storica). La madre (Sophia Loren, che per questo film vinse l’Oscar, la Palma d’oro a Cannes e il David di Donatello) chiama i violentatori “turchi” (antico retaggio dovuto alle storiche scorribande dei cosiddetti saraceni), in un disperato quanto vano appello verso gli ufficiali francesi. Rosetta da allora comincia a concedersi volontariamente a tutti gli uomini che incontra, come se questo comportamento fosse l’unica liberazione possibile. Moravia, nel romanzo, ci ricorda così un ulteriore drammatico esito di quelle storie angoscianti: «Uno dei peggiori effetti delle guerre è di rendere insensibili, di indurire il cuore, di ammazzare la pietà». Per le ragazze come Rosetta la violenza dello stupro, in un contesto sociale caratterizzato da un modo di pensare arretrato, si sommò alla violenza della guerra, cancellando nel modo più crudele l’uscita dalla loro fanciullezza e segnandone drammaticamente il resto dell’esistenza. «Basta soffrire», è una delle battute cult del film. L’interpretazione delle violenze dei combattenti coloniali francesi è ad oggi tutt’altro che chiara. Quei comportamenti sono stati da alcuni attribuiti principalmente alle responsabilità degli ufficiali francesi (che utilizzavano quelle truppe in azioni impossibili promettendo loro “carta bianca” se fossero poi riuscite nell’impresa); da altri sono stati spiegati con gli istinti primordiali e ferini di “quei selvaggi”, o con le condizioni miserevoli delle zone più povere del Maghreb in cui costoro erano cresciuti.

Diciottesima-Romanzo-La-Ciociara
Copertina del romanzo.

Nella trasmissione Rai precedentemente citata si riassume una intervista al “Mattino” del 1993 del famoso scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, dove i goumiers vengono così descritti: «Era soprattutto gente che viveva sulle montagne, i francesi li rastrellarono, li caricarono sui camion con un’azione violenta, di sopraffazione e li portarono a migliaia di chilometri da casa a compiere altre violenze. Le loro azioni brutali vanno inquadrate in questo contesto…in Marocco ovviamente sono gli eroi di Cassino. I goumiers andavano all’attacco salmodiando la Chahada. Catturavano i tedeschi per rivenderli (500-600 franchi per un soldato semplice, il triplo per un ufficiale superiore) ai militari americani desiderosi di costruirsi una reputazione guerriera senza rischiare». I comportamenti di quelle truppe furono, da altri ancora, ricondotti a ragioni prettamente religiose, citando presunte concezioni della donna e del suo ruolo nel mondo islamico. Non sono mancate ovviamente interpretazioni di carattere “etnico”, per così dire: queste ultime inevitabilmente confuse, fino a configurarsi talvolta come veri e propri pregiudizi razziali. In più va certamente ricordato che in ogni guerra, in ogni epoca, i fenomeni relativi alle violenze sessuali sulle donne (meno, di norma, su uomini e bambini) sono sempre stati numerosi: “Con la vittoria viene il bottino” è stato il grido di guerra più ripetuto per secoli, con le donne degradate a parte della preda. Ognuno di questi fenomeni, se ha avuto qualche causa comune (per esempio l’irrazionale “bestialità” del maschio quando vengono messe a tacere le uniche forze, oltre la sicura punizione, che davvero la limitano, ovvero l’autocontrollo e l’empatia), ha sempre in ogni caso evidenziato anche proprie, distinte e specifiche caratteristiche. Non è questa la sede in ogni caso, per motivi di spazio oltre che di competenza e di pertinenza al tema solo riassuntivo che mi sono inizialmente posto, di riflettere a lungo su questi difficili e controversi temi. Comunque, anche se ad oggi non abbiamo una spiegazione completa universalmente accettata delle azioni dei “goumiers”, è come dicevo mio profondo convincimento che esse debbano in ogni caso essere messe in luce e non nascoste. Sono una persona di sinistra e frequento spesso persone di sinistra. Alcune di loro, sempre pronte giustamente, sottolineo, a rendere noti e denunciare episodi riguardanti violenze a popoli o comunità ritenute “più indifese” di altre (e magari a considerare l’ex tecnico della CIA Edward Snowden un «benefattore dell’umanità» anche solo per aver «rivelato i fatti»), venute a conoscenza del mio impegno per questo contributo mi hanno, anche se cordialmente e amichevolmente, avvertito: «Non c’è il problema che tornando su questi avvenimenti, del resto dopo così tanti anni, rischi, pur non volendo, di alimentare sentimenti razzisti nei confronti di un certo tipo di immigrati?». Non giudico questa loro considerazione irricevibile, pur ritenendola incoerente con le altre ricordate. Contribuire ad accrescere pregiudizi razzisti, sempre odiosi, sarebbe di per sè un risultato disdicevole. Ciononostante non credo che sia nascondendo i fatti che falsi preconcetti xenofobi (il concetto di ‘razza’ non ha nessuna base scientifica, e del resto in passato la cultura araba è stata più avanzata di tante altre) possano essere, nel lungo termine, davvero contrastati. Sono invece assolutamente convinto che è con la conoscenza, l’informazione e la consapevolezza (magari appunto anche di vicende “scomode” e virtualmente oscurate per anni e anni) che si può provare a sperare in un mondo più civile e quindi più pacifico. E’ inoltre lecito avanzare, in campo etico, considerazioni di carattere non prettamente utilitaristico. L’insegnante di scuola media Bruno D’Epiro, figlio della terra esperiana, deportato a sedici anni dai tedeschi perché non volle aderire alla Repubblica Sociale Italiana e insignito da Pertini del “Diploma d’onore di combattente per la libertà 1943/45”, cominciò presto a raccogliere le attestazioni relative alle atrocità subite dalle vittime: «La spinta me l’hanno data le donne di Esperia. Nel 1950, quando si cominciarono a dare i primi miseri indennizzi alle donne violentate, io scrivevo le domande per loro e ne raccoglievo le testimonianze». E’ così, anche pensando alle tante Cesire e Rosette, e a tutti coloro che provarono a difenderle, che ho ritenuto quindi perfino doveroso, oltre che opportuno, dedicare un po’ del mio tempo a produrre questa pur elementare nota riassuntiva, avendo avuto modo in passato di leggere alcuni libri, articoli e documenti su quelle tristi storie, e di parlarne. Per provare a contribuire, con la cortese e fattiva disponibilità de “L’Undici”, a promuovere la conoscenza di eventi infausti avvenuti a pochissimi chilometri da dove sono nato e da dove vivo, in luoghi che conosco benissimo e frequento sin da bambino. E’ mia convinzione che si possano commemorare quelle vittime martoriate anche con l’impegno a far conoscere le violenze da loro subite (e tutto ciò che queste hanno poi causato) attraverso il corretto ricordo, restituendo a quelle nostre sfortunate connazionali, con la pubblicizzazione della verità (nascosta da moralismi di tipo diverso, tra cui anche quello sessuofobico imperante nei decenni passati in Italia), la dignità delle loro pur terribili esperienze. Ciò può anche ristabilire la giusta memoria di una parte rimossa della celebrata storia della Liberazione dall’oppressione nazifascista, ovvero di una parte taciuta della storia del nostro Paese. I soldati coloniali francesi hanno certamente contribuito a combattere i tedeschi che occupavano il nostro suolo e a sconfiggerli. Ma i loro efferati crimini, quali ne siano le interpretazioni, non possono essere cancellati. Soprattutto non devono essere dimenticati.

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Riferimenti

K. D. Askin, War Crimes Against Women: Prosecution in International War Crimes Tribunals

T. Baris, Fra due fuochi, Esperienza e memoria della guerra lungo la linea Gustav

T. Baris, Montecassino 1944, scatenate i marocchini, in “Millenovecento”

F. Carloni, Il corpo di spedizione francese in Italia, 1943-1944

S. Catallo, Marocchinate

M. Chebel, La cultura dell’harem: erotismo e sessualita nel Maghreb

G. De Luna, Il caso delle donne italiane stuprate durante la seconda guerra mondiale al centro di nuove ricerche, La ciociara e le altre, in “La Stampa”

B. D’Epiro, Linea Dora: la battaglia di Esperia

L. Garibaldi, L’assalto alle ciociare, in periodico “Noi”

N. Lewis, Napoli ‘44

M. Lucioli, D. Sabatini, La ciociara e le altre: il corpo di spedizione francese in Italia, 1943-1944

F. Majdalany, La battaglia di Cassino

J. C. Notin, La campagne d’Italie – Les victoires oubliées de la France 1943-1945

A. Petacco, La nostra guerra

A. Riccio, Etnografia della memoria, storie e testimonianze del secondo conflitto mondiale nei Monti Aurunci

A. Riccio, Le violenze dei goumiers

G. Sangiuliano, Quelle marocchinate di cui nessuno parla, in “L’Indipendente”

M. Strazza, Senza via di scampo – Gli stupri nelle guerre mondiali

C. Venturoli, Sulla violenza sessuale in contesti di guerra e di pace, in “Voci dal verbo violare, I libri di Emil”

Atti parlamentari – 37011 – Camera dei Deputati, “Seduta notturna di lunedì 7 aprile 1952″

Le marocchinate, articolo sul sito dell’Istituto Tecnico C.G.P.A.C.L.E. “Luca Pacioli” di Crema (CR)

Rai, Bottino di Guerra – Le donne violentate in Ciociaria, in “La Storia siamo noi”

Sito ufficiale della causa di canonizzazione di Papa Pio XII, Intervista al prof. Guiducci, Pio XII Defensor Civitatis Sito Instoria, Marocchinate

1765.- Due fregate francesi su tre hanno fallito i lanci sulla Siria.

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La frégate Fremm « Aquitaine » amarrée à son ponton dans le port militaire de Brest. (Photo : Marine nationale)

di Maurizio Blondet. Commento del generale Dominique Delawarde, l’ex capo dei servizi militari:

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La notte dell’attacco francese , 12 missili dovevano essere tirati su una pretesa “fabbrica d’armi chimiche” presso Homs ed altri due siti. Tre fregate modernissime e “invisibili” sono dispiegate. La fregata Aquitaine fa fuoco per prima: gli uomini ai comandi “vedono accendersi un segnale rosso, bloccando il tiro. Come vuole il protocollo, subentra la seconda fregata, l’Auvergne. “Lancio!”, e un’altra cilecca. I missili da crociera intelligenti (forse perché più intelligenti di Macron?) non partono. Finalmente la terza fregata, la Languedoc-Roussillon, riesce ad armare i missili e alarli in volo: colpiranno l’inesistente fabbrica di armi chimiche di Homs.

I due altri obiettivi sono stati colpiti – dicono – da caccia Rafale armati di missili Scalp da 250 chilometri di gittata.

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Adesso la Marina francese e gli ingegneri dicono che è stato un “bug” a far sì che dei 12 missili previsti, solo tre sono partiti e apparentemente arrivati. Missili ultimo modello, MdCN, con gittata di mille chilometri e capaci di polverizzare un bersaglio con una precisione di meno di un metro.

Il missile Made in France. 2,8 milioni di euro a pezzo.
Costosissimi, come merita la loro perfezione: 2,8 milioni di euro a pezzo. Sacrificati su un bersaglio inesistente per fare marketing. Siccome fra gli scopi primari di queste imprese c’è la mostra di armi operative da offrire al mercato, bisogna ritenere che Parigi non riuscirà a venderne molti, di questi gioielli, nemmeno al suo amico Mohamed Bin Salman il Saudita. Macron Le Petit non è veramente tagliato èer gli affari.

“Due fregate su tre sono state incapaci di lanciare i loro missili. Un simili tasso di malfunzionamento per la nostra tecnologia di punta è più che inquietante in caso di conflitto maggiore d’alta intensità con i nostri amici russi. C’è da ridere e da piangere.

Prima di mettere in moto la ferraglia e lanciare azioni di guerra il cui motivo si rivela di giorno in giorno sempre più dubbio, l’esecutivo francese dovrebbe:

Assicurarsi che le ragioni per colpire siano buone e si facciano solo dopo aver ottenuto il placet dell’ONU, e dopo (non prima) di avere i risultati dell’indagine OPWC sul terreno.
Assicurarsi che il proprio materiale militare funzioni correttamente.
Non mentire all’opinione pubblica dichiarando che tutto ha funzionato come previsto, e gli obiettivi colpiti, dal momento che non è possibile sapere se i 3 missili lanciati dall’unica fregata che ne è stata capace, figurano o no fra i il 70% dei missili che non hanno raggiunto l’obiettivo.
Si capisce meglio l a relativa discrezione dei nostri media che non si sono dilungati troppo sulla nostra “brillante vittoria”: la quale lascerà alla Francia, e ai francesi civili e militari, un gusto amaro.

Général Dominique Delawarde

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la fregata Carlo Bergamini, consegnata alla Marina Militare Italiana il 14 luglio 2012.

Classe FREMM, (dall’Italiano Fregate europee multi-missione o dal francese Frégates européennes multi-missions), è la sigla che identifica una nuova generazione di fregate, denominate in Francia Classe Aquitaine ed in Italia Classe Bergamini, frutto di un progetto congiunto tra Italia, tramite Orizzonte Sistemi Navali[3] (Società di ingegneria navale, costituita da Fincantieri e da Finmeccanica, rinominata Leonardo dal 2017) e Francia, tramite Armaris (di proprietà DCNS e Thales). Il progetto FREMM segue la logica di collaborazione tra le industrie della difesa italiane e francesi già sperimentato con la realizzazione del programma Orizzonte. La prima unità di questo tipo, l’Aquitaine, è stata varata il 4 maggio 2010 ed è entrata in servizio nel 2012. La prima della Classe Bergamini, la fregata Carlo Bergamini, è stata varata il 16 luglio 2011 nel Cantiere navale di Riva Trigoso e consegnata alla Marina Militare Italiana il 14 luglio 2012.

1756.- Morire per Donald?

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Morire per Donald? Il comitato padovano per la costituzione, di spiccato fede marxista, nato per contestare la riforma costituzionale del governo Renzi, nella sua rubrica: “Medioriente: cessate il fuoco!” lancia questo appello e chiama alla mobilitazione contro la guerra infinita che sta massacrando la Siria, che si sta avvitando in un ulteriore e drammatico sviluppo. Per dare a questo appello una collocazione politica, è necessario valutarne la sincerità alla luce del reale scontro in atto fra la finanza sionistica mondiale, padrona indiscussa degli Stati Uniti, dell’ONU, della NATO, del FMI e dell’Unione europea e i poteri che le si oppongono, rappresentati dalle nazioni orientali che fanno capo alla Russia. La radice della contrapposizione in atto in tutto il pianeta è la medesima del confronto costituzionale che, in Italia, ha visto schierati i fautori del Sì e i comitati del No, fra cui, appunto, anche questo. L’ordo liberismo della finanza mondiale, infatti, vuole eliminare i principi delle Costituzioni e degli Stati sociali, perché incidono negativamente sui profitti e le possibilità di dominio del genere umano. Addirittura, vogliono eliminare le Costituzioni e, infatti, l’Unione europea non ha una sua costituzione ed è gestita da una banca centrale privata, la BCE. Tutto questo non traspare dall’articolo del pacifista Domenico Gallo, edito dal Quotidiano del Sud e richiamato nell’appello del comitato di Padova, che ripubblichiamo, come non appariva nella campagna per il No al referendum costituzionale. Siamo di fronte a una impostazione che fa capo al diritto costituzionale? Non è chiaro. Mi domando perché. Ora leggiamo Domenico Gallo, che condivido, tranne che nella conclusione, perché il Parlamento che abbiamo eletto non lo seguirà e perché questo vento di guerra ha schiaffeggiato i nostri visi, come le vele e non siamo affatto disponibili a seguire i governicchi in campo e l’alleanza atlantica in questo scontro per il predominio della finanza mondiale sulla Russia, sull’Iran, sulla Siria e sulle loro banche centrali; per il dominio di Israele sulle risorse e sui territori dei popoli arabi; per il predominio dei sunniti sugli sciiti o per i progetti demenziali del turco.

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Per quanto possa sembrare assurdo, ne abbiamo avuto conoscenza attraverso un tweet di Donald Trump che si rivolge alla Russia con toni di esaltazione della guerra tipicamente dannunziani: “”La Russia giura di abbattere tutti i missili sparati sulla Siria. Preparati Russia perché arriveranno, belli e nuovi e intelligenti!”.

Questo tono provocatorio e beffardo, oltre a farci dubitare della sanità mentale di un leader politico che ha nelle mani le chiavi per la distruzione della vita sulla terra, ci comunica che l’obiettivo dell’annunciato attacco missilistico non è una velleitaria punizione di Assad, per il crimine di uso di armi chimiche, ma il confronto militare diretto con la Russia, potenza protettrice di Assad, la cui influenza nella regione gli Stati Uniti vogliono ridimensionare. Dopo sette anni in cui Russia, Stati Uniti ed Iran si sono confrontati indirettamente, a spese della popolazione siriana, muovendo le loro pedine sul campo, adesso che Assad ha rovesciato le sorti del conflitto a suo favore, caduta ogni schermatura, ci stiamo avvicinando pericolosamente allo scontro diretto fra Russia e Stati Uniti, con il corollario dello scontro fra Iran ed Israele, già in atto, con l’attacco compiuto lunedi dall’aviazione israeliana alla base aerea sita nella provincia di Homs.

Le reazioni di Mosca, per quanto più misurate, confermano che la Russia si considera direttamente implicata nel preannunciato attacco americano. Mosca si dice pronta ad «abbattere i missili» con i suoi sistemi di difesa antiaerea S-300 e S-400 e a «distruggere i siti di lancio». Ora si dà il caso che i siti di lancio sono le navi militari ed i sottomarini americani (ed eventualmente quelli inglesi se parteciperanno all’azione). E che non si tratti solo di parole lo dimostra il fatto che tutte le navi russe ormeggiate nel porto Siriano di Tartous sono salpate ed adesso incrociano nel Mediterraneo orientale, evidentemente per contrastare l’annunciato attacco americano.

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In questo scenario appare del tutto evidente che la questione dell’uso di armi chimiche a Douma nella scorsa settimana è un semplice pretesto per creare il casus belli. Se siano state usate armi chimiche lo può dire solo un’inchiesta sul terreno degli ispettori dell’OPAC (Organizzazione per la proibizione della armi chimiche). Ed è stata proprio l’OPAC, non certo i bombardamenti americani, che ha smantellato (almeno in massima parte) l’arsenale chimico di Assad, nell’ottobre del 2013, mettendo sotto sigilli oltre mille tonnellate di agenti chimici ed armi chimiche. D’altronde non possiamo dimenticare che la menzogna è la levatrice di ogni guerra. Quanti ricordano le oscene menzogne del segretario di stato USA Colin Powell, che il 5 febbraio 2003 cercò di convincere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad autorizzare l’uso della forza, esponendo le “prove” dell’esistenza di armi di distruzione di massa irachene, che semplicemente non esistevano?

I rapporti fra Stati Uniti e Russia non sono mai stati così vicino allo scontro militare dai tempi della crisi di Berlino del 1961 e da quella dei missili a Cuba nel 1962. E tuttavia all’epoca la situazione era meno pericolosa perché i capi della Potenze contrapposte erano guidati da ideologie che, per quanto differenti, li costringevano a rendere conto del loro operato e a mantenere il conflitto entro i binari della razionalità. In questa nuova situazione il conflitto nasce da pulsioni nazionaliste e da degenerazioni delle classi dirigenti. Così un presidente americano narcisista ed ignorante, cosa può trovare di meglio del ricorso a missili belli ed intelligenti per far dimenticare i suoi traffici con le pornostar e gli intrighi preelettorali con gli agenti di Putin?

Se non vogliamo morire per Donald dobbiamo agire subito per smarcarci dall’alleanza che Trump sta cercando di costruire con Francia ed Inghilterra per andare allo scontro con la Russia. La prima cosa da fare è recuperare la nostra dignità di nazione ed impedire l’uso delle basi di Aviano e Sigonella.

Dire no alla guerra, prima che sia troppo tardi.

Domenico Gallo

1733.- “La guerra in Siria è una guerra economica fra due gasdotti che si fanno la concorrenza”

Nel sangue dei curdi, abbandonati da tutti al loro destino, e dei siriani si svolgerà la spartizione delle zone d’influenza sull’ex impero ottomano. Per capire la politica degli USA, di Israele, della Russia, e di Turchia, Gran Bretagna, Francia, Arabia Saudita e Qatar, leggiamo:

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di Juan Manuel Olarieta
https://movimientopoliticoderesistencia.blogspot.it/2017/01/la-guerra-de-siria-es-una-guerra.html

In un’intervista a un quotidiano italiano, il presidente siriano Bashar al Assad ha affermato che la causa scatenante della guerra in Siria è stata il rifiuto opposto dal suo governo al passaggio di un gasdotto che doveva attraversare il paese per portare il gas del Qatar in Europa attraverso la Turchia.

Assad afferma che il piano qatariota, offerto nel 2000, era un gasdotto che doveva attraversare la Siria da nord a sud; ma c’era un altro progetto di oltre 1.500 chilometri per farlo da est a ovest e arrivare al Mediterraneo attraversando l’Iraq dall’Iran. I rispettivi patrocinatori, il Qatar e l’Iran, hanno le principali riserve mondiali di gas naturale. Il gasdotto qatariota avrebbe permesso agli emiri del Golfo sia di aumentare sia il volume delle esportazioni, sia di ridurre i costi e le limitazioni di volume imposti dal trasporto marittimo. Il Qatar ha bisogno di una flotta di 1.000 navi cargo, con costi esorbitanti.

I due progetti erano in concorrenza ma non erano sul medesimo piano perché il progetto, quello del Qatar, oltre a rappresentare una fonte di proventi per gli emiri del Golfo, aveva due funzioni strategiche ulteriori, contro due paesi antagonisti degli Stati uniti: all’Iran avrebbe tolto l’accesso al mercato europeo e quanto alla Russia, avrebbe fatto la concorrenza al suo gas da sud, mandandolo in Europa attraverso la Turchia.

Nel 2010 il governo di al-Assad optò per il secondo gasdotto, a scapito del primo. L’anno dopo, a quattro mesi dall’inizio della cosiddetta primavera araba, il governo di Damasco firmava l’accordo con l’Iran, uno degli incubi peggiori delle monarchie sunnite del Golfo e degli imperialisti. Un fatto inammissibile. La conseguenza fu appunto la guerra, scatenata nel 2011 grazie alle interferenze esterne.

Sul lato russo, il piano qatariota era un tentativo di asfissia perché l’impresa Gazprom fornisce all’Europa la quarta parte del fabbisogno in gas e gli introiti rappresentano la quinta parte del bilancio statale.

Dopo sei anni di guerra, l’esito non può essere più disastroso per l’imperialismo perché – in un sol colpo – ha perso due pedoni ed è possibile che li perda tutti. Il primo pedone è la Turchia e il secondo è il Qatar.

Come conseguenza dell’esito della guerra in Siria, la Turchia sembra volersi sottrarre dall’influenza della Nato. E, rispetto ai gasdotti, ne passerà in Turchia un terzo, che porterà il gas russo attraverso il mar Nero; inoltre, ormai, oltre alla Siria, l’Iran può contare sulla Turchia come sbocco per il suo gas.

L’altro lacchè che ha smesso di ballare al suono della musica di Washington è il Qatar, che fino a ieri era l’alleato più fidato che gli Usa avevano nella regione. Sono in Qatar due delle principali basi militari imperialiste e la sede del comando centrale degli Usa in Medioriente. Ebbene, sembra che l’abilità di Putin, con una delle sue sorprendenti manovre, abbia toccato anche il Qatar: l’agenzia petrolifera russa Rosneft, la più grande al mondo, ha venduto il 20% delle proprie azioni al Qatar. La Russia ha incassato oltre 10.000 milioni di euro con i quali pagherà la riduzione degli introiti provocata dalle sanzioni economiche degli imperialisti. Eppure, sembra che sia stata Mosca a fare un favore agli arabi.

Questa cessione non è puro e semplice business, perché Rosneft non è un’impresa privata. Si tratta qui di politica e diplomazia, un inizio di accordo fra Qatar e Russia i cui passi successivi sono imprevedibili. E’ possibile sospettare che dietro il Qatar andranno le altre monarchie del Golfo, compresa l’Arabia saudita, che già ha accettato un accordo con la Russia per stabilizzare i prezzi mondiali del petrolio. Se questo avverrà, sarà la fine dell’Accordo del Quincy (1945) e la totale scomparsa degli Stati uniti dallo scenario mediorientale.

Ma la capacità i traino del Qatar non si limita agli sceicchi del Golfo e arriva alla stessa Europa, il cui vergognoso intervento nella guerra in Siria non si spiega con l’obbedienza al diktat statunitense ma con la dipendenza finanziaria di alcuni paesi europei dal Qatar. Se gli emiri arrivano a un accordo con la Russia e, dunque, con la Siria, la Turchia e l’Iran, il loro denaro trascinerà un’Europa ridotta alla mendicità verso posizioni simili, e cioè verso un accordo con la Russia.

Per terminare, occorre aggiungere che, come ha detto Assad, i gasdotti sono “uno degli elementi” che hanno contribuito a scatenare la guerra; non l’unico. Non dimentichiamolo.

traduzione a cura di Marinella Correggia