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2205.- “LO STRAPOTERE DELLA MAGISTRATURA” (CHE POTERE NON E’)


Maurizio Blondet  29 Gennaio 2019 

di Patrizia Stella

L’Avvocato Giuseppe Palma, noto per le sue posizioni anticonformiste nei riguardi soprattutto del potere di certa Magistratura, dell’Unione europea e del pericolo dell’euro, ha ricordato in modo chiaro e inconfutabile in che cosa consiste il compito della Magistratura in rapporto con la Costituzione italiana. L’avv. Palma ricorda che, secondo la classica tripartizione politica operata dal Montesquieu e tuttora vigente anche in Italia, i poteri dello Stato si suddividono in: Potere legislativo spettante al Parlamento, Potere esecutivo spettante al Governo, e Potere giudiziario spettante alla Magistratura. 

Pertanto la Magistratura mai deve sentirsi legittimata a sostituirsi al Governo, perché suo compito è di esercitare “in nome del popolo” la funzione giurisdizionale nei soli spazi delineati dalla Costituzione e soprattutto nel fedele rispetto della legge approvata dai due organi deputati ad adottarla: il Parlamento e il Governo. Continua l’avvocato Palma: “Se si legge il Titolo Quarto della Carta costituzionale è scritto a chiare lettere, nella Sezione Prima, “Ordinamento giurisdizionale, e non Potere; e a fugare ogni dubbio ci pensa l’art. 104 Cost.: La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere…”

PERTANTO LA MAGISTRATURA NON E’ UN POTERE MA E’ “UN ORDINE” come quello dei giornalisti, dei medici, degli avvocati ecc. che ha dei diritti e dei doveri ben chiari e delimitati che le impongono di non sopraffare né il Governo, né il Parlamento, a maggior ragione se determinate leggi o norme sono state ratificate anche dal Quirinale, cioè dal Presidente della Repubblica. La Magistratura non deve usare la politica per i propri scopi e non ha il potere di buttare al macero le norme legittimamente approvate dal Governo, arrivando perfino all’assurdo di condannare l’operato dei singoli ministri nel legittimo esercizio del loro mandato voluto democraticamente dal popolo.

Questo non solo in riferimento alle pretestuose accuse rivolte contro l’operato dell’On. Salvini in merito agli sbarchi, però a tutta una situazione arbitraria in atto da interi decenni, continua l’avv. Palma, come quando un gruppo di magistrati – durante il cosiddetto periodo di “mani pulite” – si presentò davanti alle telecamere per contrastare l’entrata in vigore di un legittimo – anche se discutibile – decreto che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti, violentando in tal modo sia il principio di autodeterminazione delle Camere che l’esercizio della sovranità popolare. E quel loro motto “resistere, resistere, resistere” che altro poteva significare se non resistere contro il Parlamento e il Governo, cioè contro l’autorità costituita?

Si potrebbero aggiungere altri esempi come quando la Magistratura si arrogò il diritto tre anni fa di approvare adozioni di minori per omosessuali, ottenuti anche con uteri in affitto, quando in Italia queste leggi non sono ancora state approvate! Eppure tutti zitti e buoni a obbedire a ciò che la Magistratura aveva decretato arbitrariamente! Come quando la Magistratura ha condannato più volte le vittime a risarcire i ladri che li hanno derubati e perfino malmenati, ha compiuto un gesto di sopraffazione perché mai in nessuna Costituzione italiana è scritto che il ladro deve essere risarcito dalla vittima se non è riuscito a portare a casa sano e salvo il suo bel bottino!

Nel caso del ministro Salvini che la Magistratura vuole giudicare per aver adempiuto a suo preciso dovere politico previsto dalla legge, è auspicabile che l’on. Salvini non si presti al loro gioco di presentarsi in tribunale per essere giudicato, nemmeno qualora avesse la certezza di essere abbondantemente assolto! Perché questo atteggiamento iniziale di totale sottomissione presenta già un pericoloso vizio di forma che sa di regime totalitario e che rischia di creare dei precedenti che non giovano né a lui, né al governo, né all’Italia e ancora meno agli italiani che si augurano che venga applicata la giustizia ma non il giustizialismo.

patrizia@patriziastella.com

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2188.- Legittima difesa, i magistrati ci riprovano: “Non va cambiata, dobbiamo decidere noi”

Legittima difesa: Camera, cartelli Lega in Aula, lo Ë sempre

Magistrati ignoranti o faziosi? L’Associazione Anm, politicamente schierata a sinistra, è un vulnus per la Repubblica, per i cittadini e per la Magistratura stessa, ma quella con la “emme” maiuscola. La sua esistenza mette l’accento sulla insufficienza del Consiglio Superiore della Magistratura, sulla sua composizione e su come è presieduto. Inutile ricordare che la Repubblica si regge sulla separazione dei poteri: Legislativo, Esecutivo e, per opinione diffusamente condivisa, Giudiziario, laddove quest’ultimo sia improntato a principi di autonomia e di indipendenza. E, al di là delle giustificazioni di parte, sono proprio questi principi ciò che le associazioni dei politicanti magistrati contraddicono. 

 

Qui, Gigliola Bardi

Nuovo scontro tra l’Anm e Matteo Salvinisul tema della legittima difesa. Per l’Associazione nazionale magistrati la riforma non solo è inutile e a rischio incostituzionalità, ma rischia di «legittimare condotte illecite gravi, fino all’omicidio». Per questo, per i magistrati, tutto andrebbe lasciato così com’è, lasciando intatta la loro discrezionalità: «La legittima difesa è un istituto sufficientemente regolamentato e dobbiamo stare attenti perché ogni intervento potrebbe provocare distorsioni che rischiano di fare più danni di quelli che vorrebbero evitare». «Per me la legittima difesa è un diritto sacrosanto, per l’Anm un pericolo», ha replicato il ministro dell’Interno.

L’Anm: «Si rischia di legittimare l’omicidio»

L’attacco dell’Anm alla legge è arrivato in commissione Giustizia alla Camera, dove il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Francesco Minisci, è stato audito nell’ambito dei lavori sulla riforma, già approvata al Senato. Secondo Minisci, alcune novità introdotte dalla riforma «presentano gravi criticità» e «rischiano di legittimare condotte illecite gravi, fino all’omicidio». In particolare, il magistrato contesta l’introduzione della presunzione della legittima difesa «nella sua interezza nel caso in cui si agisce per prevenire l’intrusione anche a distanza», per esempio «nelle vicinanze dell’abitazione o del negozio». Per il presidente dell’Anm questo significa che «si agisce prima, e anche a distanza significativa» come nel caso in cui «dal balcone si vede un soggetto che sta entrando dal cancello gli si spara e lo si uccide, c’è la presunzione di legittima difesa. Si tratta di una previsione che si presta a usi distorti».

I magistrati agitano lo spauracchio della Consulta

«Alcune norme che erano ancora più pericolose sono state eliminate, ma anche questo testo presenta rischi e pericoli», ha detto Minisci, che per denunciare i presunti rischi di legittimità costituzionale ha chiamato in causa gli interventi sull’eccesso colposo «quando un soggetto agisce nella sua abitazione o nel suo negozio e si trova in una delle due condizioni: uno stato di minorata difesa o di grave turbamento». Una parte della nuova formulazione, secondo il presidente dell’Anm, «presenta profili di illegittimità costituzionaleperché non si applica a tutte le scriminanti (cause di giustificazione, ndr), ma solo alla legittima difesa. È un problema che bisogna porsi perché – ha aggiunto il magistrato – tutte le cause di giustificazione di un reato hanno la stessa dignità». In ogni caso, ha rilanciato, «non ci possono essere automatismi» ed è sempre necessario l’accertamento da parte di un giudice«in un procedimento penale, non in un processo ma nelle indagini».

La replica di Salvini

«Sto facendo il possibile e l’impossibile per garantire sicurezza e leggi più certe, tra cui quella che garantisce il diritto alla legittima difesa, che per quello che mi riguarda è sacrosanto, anche se oggi qualcuno dell’Associazione Nazionale Magistrati dice che è pericolosa e rischia di legittimare l’omicidio», stata la replica di Salvini, affidata a una diretta Facebook.

2153.- UNGHERIA. Pro e contro il progetto di riforma di Orban: l’approvazione della “legge schiavitù” e l’istituzione di una Giustizia Amministrativa.

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La riforma del lavoro e l’introduzione delle “ Corti amministrative”, entrambe approvate dal parlamento ungherese, sembrerebbero aprire ad ulteriori iniziative che minacciano lo stato di diritto nel paese. Alle Corti amministrative è stata attribuita l’esclusività della competenza in materia di elezioni, corruzione e diritto di manifestare. Abbiamo detto “sembrerebbero”; cerchiamo di comprendere il perché, partendo dalla notizia, come è stata data da East Journal in questo articolo di David  Finotti, che titola:

Protest against the new labour law in Budapest

Notte di scontri a Budapest contro l’approvazione della legge schiavitù”

Lo scorso 12 dicembre è stata approvata una legge di riforma delle condizioni di lavoro in Ungheria, fortemente voluta dal premier Viktor Orbán che detiene la maggioranza in parlamento. In seguito all’approvazione, alcune centinaia di manifestanti si sono riversate in strada per protestare contro la legge, scontrandosi con le forze di polizia della capitale.

La “legge schiavitù”

La nuova legge prevede un aumento del limite massimo degli straordinari da 250 a 400 ore all’anno, che, per alcuni lavoratori, potrebbe significare fino a otto ore aggiuntive di straordinari a settimana, equivalenti a un’intera giornata in più di lavoro. Inoltre il pagamento degli straordinari potrà essere ritardato fino a tre anni, mentre in precedenza la scadenza era fissata a un anno.

Con 130 voti a favore e 52 contrari, la riforma è stata approvata e con largo margine di maggioranza in parlamento. Alcuni parlamentari, tuttavia, hanno contestato il leader di Fidesz armandosi di fischietti e hanno ritardato le operazioni di voto brandendo striscioni che recavano la scritta “anno della schiavitù”. Lo slogan è apparso come un chiaro, tagliente riferimento al 2018 – che Orbán aveva nominato “anno della famiglia”.

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Bernadett Szel, del centro e altri parlamentari dell’opposizione hanno inferto un raro colpo a Mr. Orbàn, ritardando il voto parlamentare mercoledì (CreditAttila Kisbenedek / Agence France-Presse – Getty Images).

 

Il premier ha difeso il decreto dichiarando in un intervento che bisogna “rimuovere la burocrazia in modo che chi vuole lavorare e guadagnare di più lo possa fare” e sostenendo, perciò, che la riforma sia orientata proprio in favore delle famiglie.

La sua posizione non ha però convinto le circa duemila persone che hanno marciato nelle strade di Budapest poco dopo la conclusione del voto e si sono poi radunate davanti al parlamento, protetto da poliziotti in tenuta antisommossa. Alcuni manifestanti hanno lanciato oggetti contro le forze di polizia, che a loro volta hanno usato lo spray al peperoncino per respingere i contestatori.

 

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Il progetto di riforma di Orbán non si ferma al lavoro

Oggetto di contestazione è diventata anche una seconda legge approvata lo stesso giorno in parlamento. Questa prevede l’istituzione di “Corti Amministrative”, i cui giudici saranno nominati direttamente dal ministro della giustizia. Le nuove corti si sovrapporranno al sistema giudiziario già vigente e decideranno su materie altamente politiche – tra cui le elezioni, la corruzione e il diritto di manifestare.

L’opposizione parlamentare e un gran numero di eurodeputati, tra cui Guy Verhofstadt, criticano la riforma della giustizia e vedono in essa l’ennesima mossa di Orbán per rafforzare il proprio potere in Ungheria. Il Comitato Helsinki per i diritti umani ha inoltre dichiarato che “l’indipendenza giudiziaria in Ungheria è in pericolo”, aggiungendo che “le importanti modifiche all’organizzazione giurisdizionale si stanno trasformando in una reale e grave minaccia allo stato di diritto in un paese membro dell’Unione Europea”.

 

 

Il governo Orbán conduce, dal 2010, un programma cosiddetto nazionalistico da quanti sostengono la soggezione dell’Unione europea alla finanza sovranazionale, rappresentata da Soros. Orban sta conducendo una battaglia, che potrei definire “per le radici cristiane dell’Europa” e che ci riguarda. È anche la mia battaglia. Per fare un esempio, ha chiuso i corsi in studi di genere in tutta l’Ungheria, facendo un ulteriore passo in avanti nel suo progetto di realizzazione della democrazia “illiberale”.

Il governo ungherese ha sottoposto al parlamento un pacchetto legislativo che il partito di maggioranza Fidesz ha soprannominato “Stop Soros”.

Per inquadrare compiutamente la politica di Viktor Orbán, è necessaria una breve scansione dei passi che hanno caratterizzato il suo percorso; ma – ciò che a noi conta di più – hanno evidenziato l’influenza della finanza sovranazionale e lo stato di soggezione in cui operano le istituzioni europee rispetto ad essa: istituzioni a cui partecipano i capi di governo degli stati membri, molti in posizione sottomessa, come possiamo vedere.

L’esempio eclatante l’ha dato il leader più giovane del mondo, il trentunenne austriaco Sebastian Kurz, schieratosi a favore dello speculatore George Soros.

A ottobre 2017, Kurz aveva vietate in Austria le operazioni della Open Society Foundation di proprietà del finanziere americano Soros.
Merita commentare la notizia falsa, diffusa dal portale di informazione indipendente YourNewswire, sito noto per le fake news: Secondo il portale, l’alternativa imposta a Soros sarebbe stata di andare incontro ad un’azione legale per “tentata minaccia alla democrazia della nazione”. Si diceva che George Soros avesse donato $18 miliardi del suo patrimonio da $24 miliardi alla Open Society Foundation. Kurz avrebbe dichiarato:
«La situazione è diventata critica», «Soros sta versando tutto ciò che ha dietro alla sua spinta per (ottenere) il controllo mondiale. La disinformazione e la manipolazione dei media sono già aumentate esponenzialmente durante la notte. Non abbiamo spazio per la compiacenza»; «non esiste alcun modo per cui questo paese sarà la sua quinta vittima».
È stato detto: “Lo spettro di Soros è la sfida più grande che l’umanità affronta nel mondo nel 2017. È un grande calamaro vampiro avvolto attorno al volto dell’umanità, che inserisce inesorabilmente il suo imbuto di sangue in qualsiasi cosa che odori di denaro, usando questi soldi per corrompere politici, giornalisti e il settore pubblico, tentando di creare il mondo alla sua immagine.

 

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Ora, la Central European University, l’università fondata da Soros è stata costretta da Viktor Orbán a lasciare l’Ungheria e ha annunciato che, a partire dal prossimo anno accademico, gli studenti verranno trasferiti in un nuovo campus a Vienna. Kurz, che era assurto a una delle divinità del pantheon antieuropeista è stato molto duro con l’Italia e, parlando della Manovra, ha ricordato: Siamo una famiglia con delle regole e queste regole vanno rispettate, non saremo noi europei a pagare per le Basta così?

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Lo speculatore americano George Soros e Sebastian Kurz, schieratosi a favore di Soros. 

Torniamo a Budapest. Il pacchetto “Stop Soros” di Orbàn contiene norme volte a limitare la capacità delle ONG di assistere i migranti. In conseguenza, la Commissione Europea ha deciso di condurre l’Ungheria dinnanzi alla Corte di Giustizia dell’UE per la violazione delle leggi comunitarie su immigrazione, asilo e soggiorno. L’attivazione dell’articolo 7 nei confronti dell’Ungheria è un passo storico per l’Unione Europea. Il voto del Parlamento europeo che aveva accusato l’Ungheria dell’indebolimento dello stato di diritto non ha impensierito troppo Orbàn, che ha proseguito nel suo progetto di riforma.

Parliamo del sistema giudiziario parallelo che prevede l’istituzione di “Corti Amministrative”, rafforzando il controllo esecutivo sul sistema giudiziario.

Una volta che il nuovo sistema inizierà ad operare, entro i prossimi 12 mesi, il ministro della Giustizia di Orban controllerà l’assunzione e la promozione di quei suoi giudici, che avranno giurisdizione sui casi relativi alla “pubblica amministrazione”, comprese questioni politicamente delicate come la legge elettorale, la corruzione e il diritto di protestare.

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Cosa dice l’opposizione:
Il sistema giudiziario esistente in Ungheria, che già subisce significative ingerenze da parte del governo di Orbàn, continuerà a funzionare – ma con un mandato ridotto, e senza avere la supervisione del sistema giudiziario parallelo, noto come tribunali o corti amministrative.

I garanti per i diritti civili, ma continuiamo a definirli gli oppositori, vedono la mossa di Orbàn come l’ultima erosione delle istituzioni democratiche, perché, da quando ha assunto la carica, nel 2010, ha creato un progetto di allontanamento dalla democrazia liberale, che ha preso piede nell’Europa orientale negli anni ’90. Il suo esempio è stato seguito da altre democrazie, come la Polonia, e ha conquistato sostenitori tra una generazione di personaggi populisti in Francia, Italia, Paesi Bassi e Stati Uniti.

Dicono gli oppositori che Orban ha già passato quasi otto anni a minare l’indipendenza dei tribunali e delle altre istituzioni ungheresi. A sostegno di questa affermazione, lo accusano di cose che in Italia rappresentano la regola:

Ha nominato un vecchio amico come capo del sistema giudiziario, ha accatastato la Corte costituzionale con i lealisti, ha modificato la legge elettorale per favorire il suo partito, ha portato la maggior parte dei media ungheresi sotto il controllo dei suoi più stretti alleati e ha nominato amici e colleghi di partito a capo delle istituzioni di controllo dello stato di piombo, compreso il servizio dell’accusa. Aggiungono che ha disatteso i regolamenti sulla concorrenza per consentire ai proprietari dei media fedeli di “donare” centinaia di giornali, canali televisivi, stazioni radio e siti web a un fondo centrale controllato da tre dei suoi più stretti sostenitori. Così, gli oppositori; ma, ecco, come si guadagnano la qualifica di sorosiani:
“Questo mese, ha costretto una importante università privata a lasciare l’Ungheria”.

Nella relazione al Parlamento, il governo ungherese ha giustificato il nuovo sistema giudiziario, sostenendo che era in linea con le norme europee e conforme alle raccomandazioni di organismi internazionali come la Commissione di Venezia, un comitato consultivo su questioni costituzionali.
I tribunali amministrativi saranno indipendenti e più efficienti del sistema civile esistente, secondo una dichiarazione separata di Zoltan Kovacs, il portavoce del governo ungherese.
“Nei tribunali amministrativi, le decisioni sarebbero prese da giudici che sono più esperti, meglio supportati e più informati sull’unico corpus normativo che regola la pubblica amministrazione”, ha scritto Kovacs. Aggiungo che, iàn n pratica, è stata istituita una Giustizia Amministrativa.

2092.- Carlo Nordio: “Quali magistrati vanno subito cacciati”, smontate le balle M5s sulla prescrizione

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Carlo Nordio sull’inefficienza dell’apparato giudiziario, la sua vetustà culturale e altro. Sulla responsabilità civile si è agito solo sull’effetto intimidatorio delle sanzioni, senza incidere sulle cause degli errori giudiziari come per esempio l’irresponsabile potere dei pubblici ministeri .

«Da che sono andato in pensione, lavoro di più». Sembrava quasi impossibile. Ma il procuratore Nordio non mente: due editoriali alla settimana sul Messaggero, più l’ articolo nelle pagine di Cultura il sabato, l’ impegno alla Fondazione Venezia, quello alla giuria del premio letterario Campiello, la prossima inaugurazione a Mestre del museo Emme9, un’ opera da cento milioni. «E il tutto senza più la segretaria. Per me, che sono disordinato, abbandono il telefono dove capita e non sono abituato a organizzarmi non è semplice». Meglio parlare di giustizia allora, tema caldo, tanto per cambiare.

L’addio alla prescrizione è stato legato alla riforma del processo penale: equivale a dire che non si farà mai?
«Vuol dire che – nella migliore delle ipotesi – arriverà tra qualche anno.
Una riforma seria richiede tempi di elaborazione, e di discussione parlamentare, incompatibili con le date indicate.
E poi non si sa neppure che riforma vogliono. Mi creda, la prescrizione non sarà abolita, anche perché farlo sarebbe contrario all’articolo 111 della Costituzione, secondo il quale il processo deve concludersi entro termini ragionevoli».

Di che tipo di riforma avrebbe bisogno il nostro processo penale?

«I codici di procedura penale sono di due tipi. Quello inquisitorio e scritto, che avevamo fino al 1988, e quello accusatorio orale anglosassone, che abbiamo introdotto nell’ 89, adattandolo alle nostre tradizioni, cioè pasticciandolo. Quindi abbiamo bisogno di un codice coerente, che torni al passato o svolti definitivamente verso il sistema inglese, che io prediligo e vorrei copiassimo. Ma temo avremo un altro pastrocchio, se mai ci sarà».

Che vantaggi ha il sistema anglosassone?
«Discrezionalità dell’ azione penale, che riduce i tempi dei processi perché fai solo quelli importanti, separazione delle carriere, con giudici di nomina governativa e pm elettivi, e divieto di appellare le assoluzioni, perché se un giudice ha prosciolto, dubitare della sua sentenza significherebbe violare il principio del ragionevole dubbio di innocenza. Con questi tre accorgimenti avremmo processi rapidi e la questione prescrizione si risolverebbe da sé».

Quanta responsabilità hanno davvero i magistrati nella lunghezza dei processi?
«Responsabilità, e meriti, dei magistrati nella durata dei processi sono stati sempre enfatizzati. I processi durano a lungo per una ragione elementare: la sproporzione tra i mezzi e i fini. Con l’ azione penale obbligatoria, la massiccia produzione normativa che prevede sempre nuovi reati e la riduzione delle risorse, anche se i magistrati lavorassero il doppio – e le assicuro che lavorano già molto, e talvolta anche troppo, e inutilmente – i tempi saranno sempre eterni. Finché non depenalizzeremo molti reati e non lasceremo liberi i pm di non perseguire tutte le denunce, avremo sempre migliaia di processi prescritti».

Cosa pensa della prescrizione lei?
«Ubbidisce a due criteri: il venire meno dell’ interesse dello Stato a punire con il decorso del tempo, e la garanzia di una ragionevole durata del processo. Va mantenuta. È vero però che alcuni reati si scoprono sempre anni dopo la loro commissione, pensiamo ai falsi in bilancio o alle frodi fiscali, e quindi si sono già mangiati metà del tempo di prescrizione. Il compromesso giusto sarebbe far decorre il termine della prescrizione non dal momento della commissione del reato, ma da quello della scoperta del suo autore, e dalla iscrizione nel registro degli indagati. Sempre con un termine massimo però, per evitare che uno possa esser processato a una lunga distanza dal fatto».

La prescrizione però ha mandato assolti molti colpevoli…
«Sì certo, ma è colpa dello Stato. Eliminarla però significa colpire le vittime, perché se la prescrizione viene meno, i processi si allungano e la parte lesa deve attendere di più per avere giustizia».

Sospenderla per chi è condannato in primo grado o allargare il novero dei reati imprescrittibili, come forse si farà, è una soluzione?
«È una mostruosità».

Il giustizialismo della sinistra era sostanzialmente antiberlusconismo, quello dei grillini cos’ è?
«È acquiescenza supina a luoghi comuni infantili. Dilettantismo emotivo. M5S è esploso come consenso sotto la pressione degli scandali politici, specie quelli legati ai rimborsi alla cosiddetta casta. Il loro terreno di coltura è la reazione alle ruberie e si sono convinti che, se aumentano le pene, loro salgono nei sondaggi. Puntano all’ elettorato scandalizzato dal malcostume generalizzato e ambiscono a moralizzare il Paese attraverso il sistema penale ma sbagliano ricetta: se vuoi battere la corruzione devi diminuire le leggi e snellire le procedure, tutto l’ opposto di quanto fa M5S».

Si può dire che il loro giustizialismo è vendetta sociale e giacobinismo?
«Non li accrediterei di tanto onore. Saint Just e Robespierre erano altra cosa. Semmai li paragonerei a Hebert, o a Chaumette, gli ultrà del Terrore che furono i primi a essere decapitati».

Il Parlamento non conta più nulla, il governo è bloccato: la magistratura è diventato il potere più importante dello Stato?
«La magistratura ha assunto un forte ruolo di supplenza dai tempi di Tangentopoli non perché abbia fatto un passo avanti, ma perché la politica ha fatto due passi indietro».

Quanto è vera l’ affermazione che i giudici fanno politica?
«Anche questa è una favola. Ma è sufficiente che alcuni magistrati, diventati famosi per inchieste nei confronti di politici, si candidino alle elezioni, per far sorgere questo sospetto. Anche per questo motivo io, avendo indagato nella prima tangentopoli, poi sulle coop rosse e recentemente sul Mose, ho detto che non avrei mai fatto politica. La sola idea che si pensi che ho fatto il mio lavoro per prepararmi un buon ritiro parlamentare, e magari prendere il posto di quelli che ho inquisito, mi fa rabbrividire».

Di Pietro con Tangentopoli, De Magistris che indagò Mastella e cadde Prodi, le Olgettine e la condanna Mediaset: la storia d’ Italia è stata scritta dai giudici?
«No, semmai da una politica fiacca e subalterna. I politici hanno condizionato per anni l’ attività politica alle iniziative giudiziarie, utilizzando gli avvisi di garanzia e le inchieste contro i rivali come una clava. Così però hanno delegittimato l’ intera categoria e si sono messi nelle mani dei magistrati. I grillini poi sono il massimo: usano la clava della magistratura anche contro loro stessi. Se la Lega facesse altrettanto, Salvini avrebbe dovuto dimettersi dopo quella curiosa inchiesta di Agrigento sulla Diciotti, dalla quale è stato prosciolto in meno di due mesi».

Con Berlusconi stata fatta una giusta applicazione della Severino?
«Il diritto penale dice che la condanna non può essere retroattiva e allora la decadenza dal Parlamento dopo una condanna contemplata dalla Severino è stata trasformata in sanzione amministrativa. Ma essa resta comunque una sanzione afflittiva, e quindi non si può applicare retroattivamente. Questo è stato fatto per ragioni politiche, ed è una macchia indelebile della nostra sgangherata civiltà giuridica».

È cambiato qualcosa nella giustizia rispetto ai tempi di Berlusconi?
«In peggio, come si vede. Sono stati creati reati assurdi, seguendo le mode, con leggi squilibrate. Oggi investire uno da ubriachi è più grave che farlo di proposito e certi reati di pedopornografia su internet sono puniti più gravemente dell’ atto sessuale in sé».

Responsabilità dei magistrati: si ha la sensazione che le toghe non paghino per i loro errori, è vero?
«No. Il cosiddetto errore del magistrato è fisiologico, se riguarda il merito della decisione. In tutti i paesi le sentenze vengono riformate, perché il giudicare è compito quasi sovrumano. Però ci sono due casi in cui il magistrato che sbaglia dovrebbe pagare: quando non legge le carte e quando non conosce le leggi. Pagare non in denaro, tanto è assicurato, ma nella carriera. Un magistrato inetto o incapace non va sanzionato nel portafoglio, va destituito».

Poiché è impossibile provare il dolo, come si può far scontare qualche conseguenza a chi apre inchieste che durano anni, distruggono carriere e si concludono in nulla?
«Bisognerebbe fare come in America: una statistica delle inchieste andate a buon fine e dei processi persi. E quando uno perde troppo, mandarlo a casa perché ha sbagliato lavoro».

A cosa è dovuto il calo di popolarità della magistratura?
«Ha suscitato troppe aspettative, poi deluse. Oltre al protagonismo di alcuni di noi. Bastano pochi, e i molti ne subiscono le conseguenze».

Cosa pensa della nuova norma della legittima difesa?
«Sostanzialmente bene. Chi si difende in casa si sostituisce legittimamente a uno Stato che non ha saputo proteggerlo, e tantomeno ha il diritto di punirlo. L’ avrei resa ancora più netta: io avrei sancito che, poiché la legittima difesa è l’ esercizio di un diritto, il fatto di reato non sussiste, invece è rimasta come causa di non punibilità di un comportamento considerato, a torto, criminale».

Fino a che punto il cittadino ha diritto a difendersi?
«Nei limiti della proporzione della reazione e dell’ attualità del pericolo. Che però vanno valutati tenendo conto della gravissima alterazione emotiva in cui versa l’ aggredito. Il quale, in caso di assoluzione, ha diritto ad esser sollevato dalle spese legali».

Da procuratore che ha lavorato decenni sul territorio: perché è così difficile fermare la criminalità contro il patrimonio, se il reato non sfocia poi nel sangue?
«I reati contro il patrimonio sono sempre esistiti, in tutto il mondo. Oggi però sono aumentati anche a seguito dell’ immigrazione incontrollata. Dirlo non è razzismo, è statistica».

Che giudizio ha del decreto sicurezza? Cosa funziona e cosa no?
«Ne ho un buon giudizio anche se non credo che sarà risolutivo».

La stretta sul riconoscimento dello status di profugo è giusta?
«Dipende. Il profugo vero va protetto e assistito. Il falso profugo va rimandato a casa. Ma non lo dice mica solo Salvini. Lo diceva già vent’ anni fa la legge Turco- Napolitano».

I critici dicono che così aumentano i clandestini e l’ illegalità…
«È una balla. Semplicemente, il decreto sicurezza va coordinato con le leggi esistenti, che prevedono l’ espulsione dei clandestini. Riconoscere lo status a chi non ne ha diritto non è la soluzione ma è ignorare il problema.
Ed è un’ ingiustizia, doppia perché penalizza soprattutto i profughi veri».

Quando Salvini fu indagato per la Diciotti lei disse subito che era una stupidaggine. Perché?
«Per le ragioni emerse dalla successiva richiesta di archiviazione. Era un atto politico, insindacabile. Per di più il pm aveva ipotizzato il reato di arresto illegale, quando non era stato arrestato nessuno; e infine non aveva interrotto il presunto sequestro di persona, mentre la legge gli imponeva di evitare che il reato fosse portato a conseguenza ulteriori. Se Salvini fosse stato mandato a giudizio si sarebbe trovato come coimputato lo stesso pm, per il reato di omissione di atti d’ ufficio o addirittura per concorso omissivo: è l’ art 40 2° comma del codice penale».

Che idea si è fatto dell’ inchiesta che coinvolge il sindaco di Riace Lucano?
«Ha violato la legge e se ne è vantato.
Ma peggio sono quelli che lo hanno sostenuto. Evocare a riguardo il concetto di disobbedienza civile, come ha fatto Saviano, è peggio di una bestialità, è un errore».

Lei indaga il Paese da oltre 50 anni: intravede i germi di un ritorno del fascismo o del razzismo?
«No, è una stupidaggine. L’ Italia non è un paese razzista né fascista. Ma la paura è paura, e per definizione vede pericoli anche dove sono inferiori a quelli reali».

Viceversa Salvini gonfia l’ allarme sicurezza a scopi di consenso come gli viene rimproverato?
«No. Salvini interpreta queste paure, e prende voti. È la democrazia, bellezza».

di Pietro Senaldi

 

2042.- LA MAGISTRATURA FRA INDIPENDENZA E EVERSIONE

 

Caso Diciotti,

il tribunale dei ministri di Palermo ha assolto il ministro Salvini indagato per sequestro aggravato di persona, sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale per aver trattenuto i migranti a bordo della nave Diciotti; ma gli ultimi tre reati erano subito decaduti: “Nei primi giorni di intervento della nave Diciotti al largo di Lampedusa, per il salvataggio dei 190 migranti che si trovavano a bordo di un barcone proveniente dalla Libia, non sono emersi reati. Fu anzi difeso meritoriamente dalla Guardia costiera l’interesse nazionale”. Quindi, “Il ministro ha tutelato l’interesse nazionale”. Quindi – aggiungo -, l’intervento della Guardia Costiera nelle acque di Malta è passato indenne. Governo fragile!

Mi chiedo quali interessi voleva tutelare il PM Luigi Patronaggio, atteso anche che né lui né la procura di Agrigento risultarono competenti poiché la nave Diciotti, intervenuta in acque maltesi per trasbordare i 190 migranti, era, poi, stata bloccata quando la loro imbarcazione era ancora in acque di competenza della procura di Catania. Il tribunale dei ministri di Palermo ha distinto l’operazione in tre fasi, valutando negativamente la condotta di Malta e positivamente l’operazione della Guardia Costiera in sua vece. Sostiene che la Guardia Costiera, essendosi, prima, attivata perché lo sbarco avvenisse a Malta, fece l’interesse del Paese nel rispetto delle convenzioni disattese da parte del partner europeo. Infine, ha rimesso qualsiasi riferimento a possibili reati, che non ha individuato, trasmettendo gli atti alla Procura di Catania.

Circa il trattenimento dei migranti a bordo di nave Diciotti, noi di <associazioneeuropalibera.wordpress.com> abbiamo ampiamente citato e riportato la sua aderenza con i disposti delle direttiva europea EU/115/2008.

L’iniziativa politica contro il Governo, attuata con il caso Diciotti dalla Procura di Agrigento, incompetente, ha costituito un atto eversivo, perché il potere giudiziario ha interferito (e platealmente) con quello esecutivo.  Più in particolare, è eversione perché la Repubblica è retta da tre poteri: Legislativo, Esecutivo e Giudiziario. Il potere giudiziario esiste in quanto indipendente e autonomo, altrimenti non è più un potere. Venendo a mancare uno dei poteri, cessa di essere la Repubblica. Quindi, la Repubblica fonda sull’autonomia e sull’indipendenza della Magistratura, che Magistratura Democratica non sembra rispettare.

Almeno ora, l’azione disciplinare del C.S.M., presieduto dal P.d.R. Sergio Mattarella, deve attivarsi contro la Procura di Agrigento e contro questo atto politico, perciò, classificabile eversivo del magistrato Luigi Patronaggio.

Non sfugge che vi sia tolleranza verso l’attivismo politico delle associazioni dei magistrati, come dimostra la continuità di tali azioni nel tempo. Prova ne sia che Magistratura Democratica si è schierata contro chi indaga sul caso Lucano. Urge occuparsi della profonda riforma strutturale di questa Magistratura, forse, prima ancora che delle questioni dell’economia.

 

2036.- L’indipendenza della magistratura raccontata dal presidente emerito della Corte di Cassazione, GIOVANNI CANZIO.

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PARTE PRIMA

Fra i vari temi che investono il “pianeta giustizia” merita una rinnovata riflessione quello della indipendenza della magistratura nel XXI secolo. Sembra davvero necessario procedere a un’operazione ri- costruttiva delle ragioni di un principio che, negli oltre 150 anni di storia dell’unità nazionale ed a 70 anni dalla Costituzione repubblicana, ne giustifichi l’attualità, attraverso la memoria di un percorso istituzionale lungo e travagliato e nella consapevolezza che si è in presenza di un nodo nevralgico dei rapporti fra i poteri dello Stato.

Interrogarsi sui principi di indipendenza e di autonomia della magistratura vuol dire, oggi, ri- scoprire il fondamento della legittimazione del magistrato nella società postmoderna, insieme con le ragioni della fiducia dei cittadini nell’ordine democratico.

1 Le ragioni e l’attualità di un principio.

Fra i vari temi che investono il “pianeta giustizia” merita una rinnovata riflessione quello della indipendenza della magistratura nel XXI secolo.

Sembra davvero necessario procedere a un’operazione ri- costruttiva delle ragioni di un principio che, negli oltre 150 anni di storia dell’unità nazionale ed a 70 anni dalla Costituzione repubblicana, ne giustifichi l’attualità, attraverso la memoria di un percorso istituzionale lungo e travagliato e nella consapevolezza che si è in presenza di un nodo nevralgico dei rapporti fra i poteri dello Stato.

Interrogarsi sui principi di indipendenza e di autonomia della magistratura vuol dire, oggi, riscoprire il fondamento della legittimazione del magistrato nella società postmoderna, insieme con le ragioni della fiducia dei cittadini nell’ordine democratico.

L’organizzazione della giurisdizione costituisce, infatti, uno dei cardini fondamentali dello Stato di diritto, perché mediante l’esercizio della giurisdizione si realizza la tutela dei diritti fondamentali della persona.

2. Un breve excursus storico.

2.1. L’età liberale.

Nello Statuto albertino del Regno d’Italia, promulgato il 4 marzo 1848, la magistratura era direttamente dipendente dal Re, capo del potere esecutivo, cui spettava la nomina dei magistrati- funzionari dell’ordine giudiziario ( l’art. 68 recitava: “La giustizia emana dal Re ed è amministrata in Suo nome dai giudici che Egli istituisce”). L’interpretazione autentica della legge era riservata esclusivamente al Parlamento, mentre il pubblico ministero, siccome rappresentante dell’esecutivo e gerarchicamente sottoposto al Ministro della giustizia, non veniva neppure menzionato nello Statuto.

All’esito dell’unificazione legislativa dei territori conquistati dopo il 1859, dopo l’estensione al resto d’Italia del modello organizzativo piemontese ( decreto Rattazzi del 13 novembre 1859), a sua volta ispirato a quello napoleonico, il controllo della magistratura restò affidato dalla prima legge sull’ordinamento giudiziario dello Stato unitario – r. d. 6 dicembre 1865 n. 2626 ( decreto “Cortese”) – all’esecutivo, in persona del Ministro della giustizia. Anche le carriere professionali della magistratura, giudicante e requirente, vennero mantenute parallele e distinte.

Dopo altalenanti vicende, una spinta verso tendenze più liberali si ebbe con le riforme operate con le leggi n. 511 del 1907 e n. 438 del 1908, su iniziativa del Ministro della giustizia Orlando, che ridimensionarono il potere dell’esecutivo attraverso una ristrutturazione della disciplina e della carriera della magistratura ordinaria. E ciò soprattutto mediante la creazione di alcuni organi con funzioni di tipo meramente consultivo, sebbene con una struttura tendenzialmente corporativa e in parte rappresentativa: il Consiglio superiore della magistratura presso il Ministero della giustizia ( dove era rappresentata solo l’alta magistratura) e, a livello locale, i Consigli giudiziari presso ogni Tribunale e Corte d’appello. Per quanto riguarda i più elevati incarichi di tipo direttivo la legge ricalcava la tradizione circa la discrezionalità politica della nomina dei vertici della magistratura. Inoltre, a fronte del riconoscimento di una parziale inamovibilità dei magistrati, venne regolamentata per la prima volta la situazione di accertata “incompatibilità ambientale” e ridisegnata la giurisdizione disciplinare. S’intravede in tale ordinamento un primo, pur timido, passo verso l’indipendenza e l’autogoverno della magistratura.

Una sorprendente inversione di tendenza si ebbe, su iniziativa del Ministro della giustizia Finocchiaro- Aprile condivisa dal Presidente del Consiglio Giolitti, con la legge 19 dicembre 1912, n. 1311, che tornò a sminuire il principio di indipendenza, da un lato allargando le maglie dei poteri del Ministro nella selezione del personale dell’ordine giudiziario e, dall’altro, abolendo la parziale elettività in seno al Csm. Nel segno opposto, inteso al rafforzamento dell’autonomia del corpo giudiziario, intervenne dopo alcuni anni il r. d. 14 dicembre 1921, n. 1978, su proposta del Ministro della giustizia Rodinò, che ristrutturò il Csm come organo interamente consultivo ed a composizione mista e riorganizzò la carriera dei magistrati sulla base del criterio dell’anzianità congiunta al merito, con il conseguente ridimensionamento della discrezionalità politica dell’esecutivo.

2.2. Il regime fascista.

Il potere giudiziario, ancor prima dell’avvento del fascismo, godeva dunque di una indipendenza piuttosto debole, il cui assetto complessivo non si poneva in contrasto strutturale con l’intento centripeta del nuovo regime, teso a convogliare nell’apparato statale tutte le istituzioni.

A sua volta, il regime fascista allestì nel corso del ventennio, dal primo r. d. n. 2768 del 1923 ( decreto “Oviglio”) fino al r. d. n. 12 del 1941 ( decreto “Grandi”), un assetto ordinamentale fortemente limitativo della indipendenza della magistratura. Veniva affidato all’esecutivo, tramite il Ministro della giustizia, il controllo e il condizionamento dello statuto professionale e della carriera dei singoli, se non – con la mediazione dei capi di Corte prescelti dal regime – del contenuto delle decisioni giudiziarie, attraverso una struttura gerarchico- piramidale.

L’autoritarismo del regime si poneva, infatti, in ontologico contrasto con una magistratura in qualche misura emancipata dall’esecutivo e, analogamente, con una avvocatura che rappresentasse interessi non riconducibili allo Stato- partito.

Con riguardo alla magistratura, furono presto abbandonati gli intenti liberali intravisti con l’ordinamento “Rodinò” e l’apparato giudiziario venne ridimensionato con una serie di provvedimenti adottati in forza della legge 3 dicembre 1922, n. 1601, con la quale il Parlamento aveva conferito al Governo la delega legislativa a “ridurre le funzioni dello Stato, riorganizzare i pubblici uffici ed istituti, renderne più agili le funzioni e diminuirne le spese”.

In tale contesto vennero emanati su proposta del Ministro per la giustizia Oviglio una serie di provvedimenti tra cui meritano di essere ricordati il r. d. 30 dicembre 1923, n. 2768, Testo unico delle disposizioni sull’ordinamento degli uffici giudiziari e del personale della magistratura, con il quale venne abolita l’elettività, ripristinando la nomina governativa di tutti i membri del CSM, rimasto in vita come mero organo ausiliario dello stesso Ministro, e la legge del 25 novembre 1926, n. 2008, sulla difesa dello Stato, che istituiva il Tribunale speciale per la repressione dei reati contro lo Stato, sottraendo così alla giurisdizione ordinaria la competenza per i reati politici.

Riprendendo l’ordinamento “Cortese” del 1865, la riforma del 1923 definì “funzionari dell’ordine giudiziario”, indifferentemente, “gli uditori, i conciliatori, i vice- pretori, i pretori, i vice- pretori anche onorari, i giudici di ogni grado dei Tribunali e delle Corti, i membri del pubblico ministero ed i funzionari di ogni grado delle cancellerie e segreterie giudiziarie”; rafforzò il potere del Ministro di provvedere, sulla base del merito, all’assegnazione della sede ai magistrati in caso di promozione o di tramutamento, abolendo qualsiasi intervento del CSM; affidò la nomina e la destinazione dei capi delle Corti alla sola valutazione discrezionale di idoneità del Consiglio dei ministri.

Inoltre, fu estesa anche ai magistrati la legge 24 dicembre 1925, n. 2300, sulla dispensa dal servizio dei pubblici uffici dei funzionari che avessero assunto in un ufficio o fuori un atteggiamento incompatibile “con le generali direttive politiche del Governo”. Sicché, per impedire che residuassero spazi seppure minimi di autonomia e, quindi, di tutela effettiva dei diritti presidiati dalla giurisdizione, il regime non esitò ad eliminare i magistrati “scomodi”, “non allineati” o “incompatibili”, i quali, per l’imparzialità dimostrata, talora anche a fronte di atti di violenza fascista, erano caratterizzati da doti non gradite d’indipendenza.

Dopo essersi liberato, subito dopo la presa del potere, di magistrati non adesivi alle direttive politiche, come Lodovico Mortara e Raffaello De Notaristefani, primo presidente e rispettivamente procuratore generale della Corte di cassazione, o Vincenzo Chieppa, già segretario generale della disciolta Associazione fra i magistrati d’Italia, il Governo, in forza della legge n. 2300 del 1925 e all’indomani dell’approvazione delle leggi razziali del 1938 ( il “diritto diseguale”), procedette all’epurazione dei magistrati ebrei.

Infine, il decreto “Grandi”, r. d. 30 gennaio 1941, n. 12, di riforma dell’ordinamento giudiziario rese più stretti i rapporti di subordinazione del pubblico ministero all’esecutivo e più incisive le ingerenze del Ministro nella carriera e nella disciplina dei magistrati, stabilendo altresì che l’iscrizione al PNF diveniva un requisito essenziale per lo svolgimento delle funzioni giudiziarie.

Alla funzione di amministrazione della giustizia veniva riconosciuto il “carattere di sacerdozio”, in quanto attributo della “sovranità dello Stato nelle sue manifestazioni più elevate e più necessarie per l’unità spirituale e politica della Nazione”; sicché, quale corollario dell’ideologia totalitaria, non era possibile tollerare “organi indipendenti dallo Stato medesimo, o autarchie, o caste sottratte al potere sovrano unitario, supremo regolatore di ogni funzione” ( Grandi, Relazione al Re, p. 40). I poteri del Ministro della giustizia vennero ampliati, secondo una sempre più netta gerarchizzazione del sistema giudiziario, al cui vertice lo stesso Ministro era posto come “Capo supremo … politicamente responsabile del buon ordine e del regolare funzionamento dell’amministrazione stessa” ( Grandi, ivi, p. 50).

2.3. L’avvocatura.

Mentre la magistratura faticava a trovare una propria identità, indipendente dal potere esecutivo, nell’età liberale l’avvocatura rappresentò uno strumento di mediazione «libero» tra cittadino e istituzioni.. Antonio Gramsci individuò negli avvocati ( spesso anche parlamentari e professori universitari) gli intellettuali di raccordo tra le masse, soprattutto contadine, e l’amministrazione pubblica, centrale o locale, del nuovo Stato italiano, attribuendo una rilevante funzione politicosociale al ceto forense, perché «la mediazione professionale» era «difficilmente scindibile da quella politica».

Di conseguenza, particolarmente duri e incisivi furono gli interventi che il fascismo attuò nei confronti dell’avvocatura, che costituì la prima, più importante ed insieme più “pericolosa” professione liberale ad essere riformata dal regime. Abolita la legge dell’ 8 giugno 1874 che aveva istituito i Consigli dell’Ordine, venne emanata la nuova legge del 25 marzo 1926 n. 453, diretta esplicitamente a riportare la professione forense sotto il controllo dello Stato, di modo che «neppure la classe forense possa mai costituire qualche cosa al di fuori e al di sopra, e tantomeno in antitesi con lo Stato». Seguirono rapidamente, nello stesso anno, tre regolamenti di attuazione della riforma: il primo, n. 747, sancì la cancellazione dagli albi degli avvocati e procuratori “indesiderati” ( che avessero svolto una pubblica attività in contrasto con gli interessi della nazione) e lo scioglimento dei Consigli dell’Ordine, nominando apposite commissioni per la revisione degli albi previa verifica del possesso, da parte degli iscritti, dei requisiti prescritti dalle nuove norme; il secondo, n. 1130, riconobbe il Sindacato Fascista come unico rappresentante legale della classe forense; il terzo, n. 1683, regolamentò gli esami di Stato per avvocato, il funzionamento del Consiglio Superiore e il ruolo del Sindacato nei procedimenti disciplinari.

Il r. d. l. n. 1578 del 27 novembre 1933 estese ulteriormente i poteri del Sindacato, al quale venne attribuito il compito di fissare i criteri di massima per la determinazione degli onorari e delle indennità, secondo una logica volta ad affidare agli organi corporativi il completo dominio dell’avvocatura. La tessera del PNF nel marzo del 1940 fu resa obbligatoria per gli aspiranti procuratori. Un disegno totalitario, quindi, che non concedeva più nulla all’autonomia della libera professione forense.

3. La magistratura e l’avvocatura dalla caduta del fascismo all’approvazione della Carta costituzionale.

Alla caduta del regime autoritario, il periodo seguente alla Liberazione coincise con il graduale passaggio dalla dittatura alla democrazia, caratterizzato dalla coesistenza di elementi di continuità con elementi di rottura rispetto al passato regime fascista. I primi interventi promossi dai governi di liberazione nazionale non modificarono l’assetto fondamentale dell’ordinamento giudiziario del 1941, ma si preoccuparono comunque di adottare una disciplina transitoria che recuperasse un certo grado di indipendenza ed autonomia del sistema giudiziario. In particolare, il governo di pacificazione presieduto da De Gasperi adottò, su proposta del Ministro della giustizia Togliatti, il r. d. leg. 31 maggio 1946, n. 511 sulle “guarentigie della magistratura” ( decreto “Togliatti”), che ribadì il potere di sorveglianza del ministro sugli uffici giudiziari, sui giudici e sui magistrati del pubblico ministero, ampliò le competenze consultive del CSM introducendo un sistema di elettività di tutti i magistrati e affermò il principio di inamovibilità dei magistrati. La novità più rilevante riguardò il pubblico ministero, ora considerato organo indipendente, titolare principale dell’azione penale, preposto all’esatta osservanza della legge ed alla regolare amministrazione della giustizia, nei confronti della quale il Ministro aveva solo la facoltà di esercitare un’azione di vigilanza. Il decreto “Togliatti”, inoltre, conferì ai Consigli giudiziari, istituiti presso ogni Corte d’appello, nuovi poteri sia a livello consultivo nel settore di gestione del personale sia di tipo decisorio nell’ambito disciplinare.

Parallelamente, all’avvocatura venne restituita la precedente autonomia e assicurato il ritorno alla tradizionale, libera professione. Dopo la caduta del regime fascista e la soppressione delle relative associazioni sindacali ( d. l. lgt. 23 novembre 1944 n. 369), vennero meno i sindacati degli avvocati e procuratori e, con d. l. lgt. 23 novembre 1944 n. 382, furono ricostituiti gli Ordini e i Consigli forensi, stabilendone l’elettività degli organi rappresentativi con metodo democratico. Al Consiglio Superiore Forense succedette il Consiglio Nazionale Forense, organo di rappresentanza e giurisdizione nazionale, composto esclusivamente di membri eletti da parte dell’Ordine, la cui presidenza fu assunta, nel 1946, da Piero Calamandrei.

Anche per l’avvocatura, tuttavia, rimase come base ordinamentale la legge emanata nel 1933, in attesa della riforma dell’ordinamento forense, che è stata attuata, dopo circa ottant’anni, con la legge 31 dicembre 2012 n. 247.

Proclamata la Repubblica democratica, il 25 giugno 1946 si insediava l’Assemblea Costituente.

Piero Calamandrei, eletto alla Costituente e chiamato a fare parte della Commissione dei 75 presieduta da Umberto Terracini, alla quale era rimesso il compito di occuparsi dell’ordinamento costituzionale della Repubblica, elaborò nell’autunno del 1946 la ‘ Relazione sul potere giudiziario e sulla suprema corte costituzionale’, contenente n. 26 ‘ basi di discussione’ elaborate in forma di articoli, che riproducevano pressoché testualmente le conclusioni di altra relazione presentata dallo stesso Calamandrei nella Commissione Forti “per studi attinenti alla riorganizzazione dello Stato”, istituita nel 1945.

Venivano illustrati con chiarezza alcuni dei capisaldi della nuova concezione dell’ordinamento giurisdizionale, tra i quali quello di considerare i giudici come “ordine autonomo”, soggetti solo alla legge ‘ che essi interpretano ed applicano al caso concreto secondo la loro coscienza, in quanto la riscontrino conforme alla Costituzione ‘, obiettivo che per essere assicurato richiede la “precostituzione” del giudice.

Inoltre, per garantire ai Magistrati la indipendenza dal potere esecutivo, che doveva essere estesa anche ai pubblici ministeri, era ritenuta necessaria non soltanto l’inamovibilità dal posto, dal grado, dalla sede, ma anche una auto- amministrazione attraverso il Consiglio superiore della magistratura e attraverso i Consigli giudiziari regionali.

Calamandrei il 22 maggio 1946 affermò: “Il principio della indipendenza del potere giudiziario deve essere praticamente attuato mediante l’autonomia amministrativa della magistratura. Ormai è comunemente riconosciuto che l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo rimane un voto puramente platonico, fino a che il potere esecutivo anche se tecnicamente sprovvisto di ogni diretta ingerenza sulla funzione giurisdizionale, conserva però una ingerenza anche diretta sulla carriera dei magistrati. Cioè sulle loro nomine, promozioni, trasferimenti, assegnazioni di incarichi e di uffici direttivi. Se il potere giudiziario deve essere veramente indipendente, com’è il potere legislativo, bisogna che i componenti dei suoi organi, al pari di quelli che compongono gli organi legislativi, non dipendano come impiegati del potere esecutivo. ”.

Veniva proposto di basare la retribuzione dei magistrati sull’anzianità, non sul ‘ grado’ o sull’ufficio ricoperto, e che gli uffici direttivi fossero ‘ elettivi e temporanei’. Veniva altresì proposta l’unicità della giurisdizione e la figura di un “Commissario della giustizia”, quale organo di collegamento fra il potere giudiziario e gli altri poteri dello Stato, che, come tale, è membro di diritto del Consiglio superiore, prende parte al Consiglio dei ministri con voto consultivo e risponde di fronte alle Camere del buon andamento della magistratura. Veniva disegnata una più netta fisionomia della Corte disciplinare rispetto a quella di una sezione speciale del CSM e proposto il riconoscimento della natura di legge costituzionale a quella sull’ordinamento giudiziario.

Molte delle proposte di Calamandrei vennero accolte e costituiscono oggi la struttura portante del dettato costituzionale.

2735.- La “dipendenza” della magistratura

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La Cassazione? C’era una volta, come in una favola, l’autonomia della magistratura. Era garantita dall’azione disciplinare del C.S.M., presieduto dal Presidente della Repubblica. La magistratura ha sempre faticato a trovare una propria identità, indipendente da politica e potere esecutivo. Ora, come un tumore giunto alla metastasi, la corruzione morale dei principi di autonomia e indipendenza è tale e così diffusa, da rendere impossibile l’azione disciplinare, ammesso che la si voglia esercitare. Attribuisco gran parte di questo degrado alle associazioni dei magistrati, inevitabilmente politicizzate, delle quali abbiamo dibattuto recentemente e continueremo. Ma i magistrati sembrano godere tutti della massima considerazione per diritto e, da qui, l’immagine di una categoria particolarmente indulgente con se stessa. È, quindi improrogabile una riforma strutturale della Giustizia che rimetta i magistrati sul giusto binario e restituisca la fiducia nello Stato ai cittadini. Ricordo gli articoli ai numeri 585, 1069, 1968, 1994, 1996, 1997, 1998, 2006.

Due casi dalla cronaca recente: …”Sono tutti giovanissimi: Costantin Aurel Turlica, 22enne, suo fratello Cosimin Ion, 20anni e il loro cugino, Ruset Aurel, 25 enne. Ad organizzare il colpo, il più grande dei tre, A. C. ventisei anni, un biondino ben vestito.
Era da qualche giorno che l’operazione congiunta di Carabinieri e Polizia stava incrociando gli elementi raccolti su rapine e furti degli ultimi mesi. Il gruppo ora arrestato per aver aggredito i coniugi Martelli, massacrando di botte lui e amputando l’orecchio a lei per 1800 euro di bottino, è lo stesso su cui si lavorava da tempo perché considerato responsabile di assalti a bancomat e distributori di benzina della zona con l’uso di esplosivo. Una tecnica, incrociata con l’efferatezza della rapina, che fa pensare a ladri formati nell’est Europa. “Furti in casa poco gravi”. Salvato il ladro romeno. Non può essere espulso.  La sentenza choc della Cassazione: «Non c’è minaccia concreta ai diritti fondamentali». … Fonte “Leggo”.

Il ladro buono esiste solo per la Cassazione! Ecco un altro caso:

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Confermo il mio giudizio che politicizzare e, comunque, ledere l’autonomia della Magistratura costituisca eversione, minandosi uno dei tre poteri costitutivi della Repubblica. Si tratta di assetti che hanno ricercato un equilibrio democratico e che a tutta evidenza necessitano di essere corretti. Per comprendere, riporto un articolo che accompagnò l’elezione degli attuali vertici della Cassazione avvenuta il 15 dicembre 2017.

Presidente Cassazione: maggioranza Csm per Mammone

Manca solo l’ufficialità per la nomina di Giovanni Mammone a primo presidente e per quella di Riccardo Fuzio a procuratore generale

Sono stati votati ieri dalla Commissione per gli incarichi direttivi del Consiglio superiore della magistratura i nuovi vertici della Corte di Cassazione. Per il posto di primo presidente la scelta è ricaduta su Giovanni Mammone, per quello di procuratore generale su Riccardo Fuzio. Entrambi sono attualmente già in servizio a piazza Cavour, il primo come presidente di sezione, il secondo come avvocato generale. Prenderanno rispettivamente il posto di Giovanni Canzio e Pasquale Ciccolo che a fine anno lasceranno l’incarico per raggiunti limiti di età e per i quali il Governo ha escluso proroghe. Cinque sono stati i voti a favore di Mammone. Per lui hanno votato il presidente della Commissione, il togato di Unicost Luca Palamara, i laici Renato Balduzzi ( Scelta Civica) e Pierantonio Zanettin ( Forza Italia) e i togati Luca Forteleoni ( Magistratura indipendente) e Aldo Morgigni ( Autonomia& indipendenza). Il togato di Area Antonello Ardituro ha votato per Domenico Carcano. Quattro invece i voti per Fuzio. La stessa compagine che ha votato Mammone tranne Balduzzi astenutosi. Lo sfidante Giovanni Salvi ha ricevuto il voto di Ardituro.

Per la prima volta da trenta anni circa, Area-Md, il cartello delle toghe progressiste non avrà dunque un suo rappresentante ai vertici del Palazzaccio. L’asse fra i togati di Magistratura indipendente, la corrente conservatrice delle toghe, e quelli di Unicost è stato fondamentale per escludere i candidati progressisti. Con candidati tutti di notevole spessore, le dinamiche associative hanno un peso in scelte di questa importanza. Mammone è un esponente di primo piano di Mi, gruppo per il quale venne anche eletto come consigliere al Csm. Fuzio è legato ad Unicost. Sia Carcano, ex capo dell’ufficio legislativo del Ministero della giustizia, che Salvi, procuratore generale a Roma, appartengono invece a Magistratura democratica. Una rivoluzione sia per gli equilibri interni alla Cassazione che per le prossime elezioni del 2018 per il rinnovo dei togati del Csm. Dove, stando anche ai recenti risultati delle ultime votazioni per le giunte distrettuali dell’Associazione nazionale magistrati, potrebbe profilarsi una debacle per le toghe progressiste a favore proprio di Mi ed Unicost. Fuori dai giochi Piercamillo Davigo, l’ex pm di Mani pulite e fra i fondatori di A& I, che aveva presentato domanda per entrambi i ruoli.

Un’ultima considerazione riguarda la componente femminile. Pur essendo ormai preponderante in magistratura, il Csm ha tagliato fuori tutte le donne che avevano fatto domanda, le presidenti di Corte d’appello di Firenze e Milano Margherita Cassano e Marina Tavassi e la presidente di sezione in Cassazione Maria Stefania di Tomassi. Il prossimo 22 dicembre, alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, l’ufficialità della votazione in Plenum.

C’è da discutere e non parliamo dell’assenza di norme che regolamentino l’ingresso dei magistrati in politica, ma lo faremo.

2007.- Italia, un migrante può violentare perché non conosce la legge

di Marco Fontana su Sputnik.

La data in cui l’Italia è divenuta ufficialmente il regno della follia è il 13 settembre 2017, durante un convegno su “sicurezza e legalità”.

Al tavolo dei relatori sedeva l’avvocatessa Carmen Di Genio, membro del Comitato Pari Opportunità della Corte d’Appello di Salerno. Il suo intervento è iniziato con dichiarazioni generiche sullo Stato di diritto, magari non brillanti come quelle di un principe del Foro, ma tutto sommato condivisibili. A un certo punto il suo discorso ha oltrepassato però qualunque soglia di umano buon senso. Parole testuali: Non possiamo pretendere che un africano sappia che in Italia sulla spiaggia non si può violentare una persona, perché lui probabilmente non lo sa nemmeno! Non lo sa proprio! E allora noi, questa extracomunitari li dobbiamo educare alle nostre regole! Dobbiamo educare… dobbiamo applicare questo principio di legalità, che è l’unica cosa che ci può aiutare a combattere anche il terrorismo. Tina Lagostena Bassi si starà rivoltando nella tomba.

Migranti in Italia
© AP PHOTO / ANTONIO CALANNI
L’INPS pensi alle pensioni, non ai migranti che dovrebbero pagarcele.

Non si tratta di una frase estrapolata per polemizzare, ma è il passaggio di un ragionamento ben preciso. E il teorema, badate bene, viene da un’avvocatessa, cioè una donna di Legge, che per questo motivo dovrebbe essere sensibile due volte ai crimini sessuali. Sorvoliamo sul suo eloquio arruffato, sorvoliamo pure sull’atteggiamento da oracolo di boldriniana supponenza. Sono dettagli rispetto al crimine dell’avvocatessa Di Genio: lo stupro del codice penale! Il massacro dell’articolo 5, il cui testo è noto nella forma “La legge non ammette ignoranza”.

A tale norma si pone di solito l’eccezione della cosiddetta “ignoranza inevitabile”, ma la Di Genio riesce persino a negare quel diritto naturale che è l’inviolabilità del corpo, conosciuto da chiunque nel mondo. Costei crede che per gli africani sia normale brutalizzare qualcuno in spiaggia, quando se ne ha voglia.

Al convengo era presente il Questore: forse l’avvocatessa voleva suggerirgli di attivare un corso — a spese dei contribuenti, ovvio — che insegni ai migranti che oltre a stuprare è anche vietato uccidere, rapire e torturare? E dal momento che ha fatto riferimento agli stupri in spiaggia, allora ricordiamo che le bestie che hanno rovinato la vita a una ragazza polacca sono nati e cresciuti in Italia. Quindi, avvocatessa, per loro non vale la scusante dell’arrivo dall’Africa selvaggia? Per inciso, ci fa letteralmente rabbrividire l’atteggiamento del relatore seduto a sinistra dell’avvocatessa, il quale annuisce convintamente alle mostruosità pronunciate. Nulla diciamo invece della signora distratta seduta a destra, che sembra aver perso il filo del discorso molto prima, tediata dall’eloquio soporifero della Di Genio.

Polizia in Italia
© AFP 2018 / JEAN-CHRISTOPHE MAGNENET
Lo Ius soli non ha nulla a che fare con l’immigrazione clandestina e il terrorismo.

Non ne possiamo più del buonismo di maniera che cerca giustificazioni di qualunque tipo per certe categorie di individui. Persino il governo aveva cercato delle attenuanti agli stupratori di Rimini, stilando una classifica dalla quale si evinceva che era maggiore il numero di violenze commesse da italiani rispetto a quelle perpetrate da migranti: peccato omettesse quel piccolo dettaglio che è la proporzione dei due gruppi considerati… La sensazione, anzi la certezza, è che una certa parte politica debba trovare a ogni costo la giustificazione ai clamorosi fallimenti della sua linea di azione, mentre l’altra tace in un angolo, timidamente sulla difensiva per paura di sembrare razzista, dopo anni di lavaggio del cervello e di accuse di fascismo verso qualunque opinione fuori dal coro.

La posizione dell’avvocatessa salernitana è doppiamente assurda, perché non riesce nemmeno a difendere quei migranti che tenta di assolvere. Da un lato li dipinge come bruti che non sanno cosa sia la convivenza civile, dall’altro denigra coloro nei cui Paesi d’origine si applica la sharia, la quale non solo non ammette la violenza all’interno dello ius matrimoniale, ma può comminare persino la pena di morte, come in Arabia Saudita. Invece in Marocco, terra di origine del padre dei violentatori di Rimini, lo stupro è punito con la reclusione fino a 5 anni, mentre in Nigeria (da cui proviene l’altro mostro) è prevista l’impiccagione.

Polizia in Italia
© AP PHOTO / ANGELO CARCONI
Perché finora l’Italia non è stata colpita dal terrorismo islamico?

È sconvolgente l’assenza della tanto sbandierata solidarietà femminile. Dove sta la sensibilità di questa signora rispetto alle atroci sofferenze delle vittime di stupro? Sarebbe capace l’avvocatessa di ripetere il suo  ragionamento così moderno e così tollerante di fronte alle donne violentate o di fronte ai padri o ai mariti di queste? Ormai camminiamo in mezzo ai ruderi della civiltà occidentale.

Oggi l’Europa è infettata dalla subdola ideologia del pensiero unico e del politically correct, che per compiacere alcune minoranze distrugge le regole basilari della società e incita ad annichilirsi di consumismo e di luoghi comuni. Così, cari signori, non arrabbiatevi troppo se vostra figlia viene stuprata da un migrante: l’ignaro violentatore non sapeva di compiere un atto criminale!

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione di Sputnik, ma, sicuramente, coincide con la nostra.

2006.- “Falcone oltre a combattere la mafia doveva lottare contro le invidie e le gelosie dei suoi compagni”: Uno spaccato dei due giudici in un viaggio attraverso le stanze del Tribunale di Palermo

COM’È POSSIBILE UNA SIMILE SENTENZA?

Scafisti per necessità. Così i giudici del Tribunale di Palermo hanno motivato la scarcerazione di 14 scafisti tunisini in galera da due anni. Chiederanno un risarcimento? Saranno liberati tutti i delinquenti per necessità o saranno reclusi i giudici? E secondo voi, sono giudici di parte? Di certo, non vedo più magistrati in loro, ma persone che si sono prestate a essere strumenti del potere finanziario internazionale con il compito di destabilizzare la società, agevolando l’immigrazione clandestina, creando insicurezza, confusione a livello della legge, quindi, nelle Forze dell’Ordine. Sono, perciò, persone socialmente pericolose e, come il cane non muove la coda in cambio di nulla, così anche loro devono avere un qualche tornaconto. Quello è il Tribunale di Giovanni Falcone. La sua scrivania è ancora lì con la sua penna stilografica. Com’è possibile una simile sentenza?
La riforma della magistratura è la numero uno. La Magistratura deve tornare a essere un ordine indipendente, senza frazioni politiche, meno che mai, di sinistra, troppo sbilanciate a favore della politica, nonché deve meritare la sua autonomia costituzionalmente riconosciuta. Altrimenti? Altrimenti meglio eleggerli noi i magistrati.

Andiamo a Palermo con Filodiretto.it.

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Palazzo di Giustizia 

Monreale, 10 dicembre 2017 – “In quelle stanze all’ammezzato del Palazzo, Borsellino e Falcone hanno trascorso molta parte della loro vita: Paolo dal 1980 fino al dicembre 1986, quando viene nominato procuratore a Marsala; Giovanni fino al novembre 1989”. Alle stanze del Palazzo di Giustizia di Palermo Alex Corlazzoli dedica il terzo capitolo del suo libro “1992 sulle strade di Falcone e Borsellino”, che proponiamo integralmente. Per continuare nel percorso di conoscenza dei due giudici che persero la vita nella lotta contro Cosa Nostra.

Se c’è un luogo a Palermo che prima o poi incroci è il Palazzo di Giustizia.

Ci si passa davanti entrando o uscendo dal centro storico per raggiungere il teatro Massimo in piazza Verdi o per fare una passiata tra via Maqueda e via Ruggero Settimo, fino al Politeama.

Ancor più probabile fermarsi a tarda notte al chioschetto che separa via Papireto da corso Amedeo per gustare un cornetto alla crema di pistacchio sotto lo “sguardo” di questo palazzo dallo stile razionalista progettato in epoca fascista.

“Notte e giorno cornetto e cappuccino”. La scritta pubblicitaria sul tetto del baracchino non lascia dubbi. Aggiungerei: ventiquattr’ore su ventiquattro, aperto dodici mesi l’anno.

Proprio come il Palazzo di Giustizia. Dietro quei finestroni rettangolari, una luce accesa c’è sempre. Sulla rampa che arriva fino all’ingresso del tribunale più famoso d’Italia non manca mai qualche auto blu blindata.

Ogni volta che passi lì davanti non puoi fare a meno di immaginare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino mentre lavorano dietro scrivanie colme di faldoni e carpette.

Il tribunale negli anni delle stragi era presidiato dall’esercito come a Beirut o a Tel Aviv. Oggi ci sono i carabinieri che sorvegliano. Sono sentinelle che nei giorni feriali, sul lato di via Giovan Battista Pagano, a ridosso dell’antico mercato del “Capo”, osservano anziane donne, mamme con i bambini che attendono fuori dal Palazzo i cellulari della polizia penitenziaria, per mandare un saluto ai mariti che transitano dal carcere dell’Ucciardone alle aule di giustizia.

È la loro Via Crucis.

“Lì dentro ci stanno gli sbirri che hanno arrestato a mio padre”, mi spiega Totò, uno dei più piccoli spettatori di questa tragica ma reale “messa in scena”. 

“Che ha fatto?”, chiedo cercando di mostrare interesse. La risposta non è quella che mi aspetto: “Sei sbirro pure tu?” Lui, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, non sa nemmeno chi siano. Non riesce neanche a capire perché oggi qui al tribunale ci siano dei ragazzi poco più grandi di lui che stanno per entrare in quel mastodontico palazzo bianco che gli ha sottratto papà.

“Professo’ che fa, si porta dintra ’sti picciotti? Li fa arrestare?” Proprio così: una “gita” in procura.
Entrare a Palazzo di Giustizia a Palermo è come mettere piede in “Casa Mandela” a Soweto, in Sudafrica, o nell’ex palazzo presidenziale all’Havana. È la stessa emozione. Hai la sensazione di toccare con mano la storia, di andare oltre quello che hai letto a pagina 122 del sussidiario di terza media.

Che tu abbia quarant’anni o diciannove, come questi ragazzi che sono qui per la prima volta, non cambia: quando appoggi le suole delle scarpe su quei gradini di pietra bianca che portano alla rampa d’accesso per le auto dei magistrati sotto scorta, rivedi Giovanni Falcone mentre scende dalla macchina attorniato da uomini armati che lo proteggono.

Ogni passo lo mediti, prima di entrare. Ti guardi attorno.

Vedi quell’immensa piazza davanti a te con di fronte il bar Sanremo e all’angolo sinistro l’edicola. Poi, prima di chiuderti nel Palazzo, l’occhio inevitabilmente fugge verso porta Carini all’ingresso del mercato del “Capo” e pensi a come sia strano che a Palermo quest’austero luogo deputato a far rispettare la legge sia sorto a poche centinaia di metri dai banchi di frutta, verdura, sarde e pinoli dove fino a pochi anni fa lo scontrino fiscale non esisteva.

Chissà se anche Falcone e Borsellino avranno avuto le stesse sensazioni.

Dentro l’atmosfera cambia; per orientarsi tra i lunghi corridoi, i diversi piani e le stanze di quello che è stato definito il “Palazzo dei veleni” per i segreti che conserva, bisogna avere un traghettatore. Il nostro “Caronte” si chiama Giovanni Paparcuri, l’autista sopravvissuto alla strage in cui fu ucciso il giudice Chinnici e che Falcone e Borsellino vollero accanto, nel 1985, per informatizzare il Maxiprocesso.

Per anni è rimasto rinchiuso nel bunker del pool per microfilmare i documenti cartacei del primo processo a Cosa Nostra. È l’unico a conoscere davvero cosa è accaduto in quelle stanze collocate nell’ammezzato diventato noto come il “bunker dei due giudici”.

Da qualche anno è in pensione ma si muove nel Palazzo ancora come fosse a casa sua.

“Ogni giorno Falcone e Borsellino entravano da qui”.

Paparcuri inserisce le chiavi nella toppa di una porta a vetri oscurati al piano terra, collocata accanto ai tornelli d’ingresso. Quando apre ci si trova in un lungo corridoio, tra armadi che contengono faldoni di processi, interrogatori, deposizioni.

Per arrivare all’ammezzato bisogna fare una rampa di scale. Eccoci.

Sul citofono all’ingresso del bunker ci sono ancora i nomi di chi lavorava lì dentro: Falcone, Borsellino, Paparcuri. In alto, a sinistra, una telecamera collegata con la stanza del primo, il quale, nonostante la scorta, aveva voluto dei monitor in ufficio per vedere chi entrava. Accanto al bunker una porta di legno chiusa: per anni quella stanza è stata un ufficio postale, poi è diventata quella della segretaria di Falcone e infine il magistrato volle proprio qui una squadra della Guardia di finanza.

Paparcuri ci conduce al bunker in religioso silenzio. Sembra per un attimo di tornare a quegli anni Ottanta. Era lui ogni mattina ad arrivare prima dei “suoi” giudici. L’ex autista di Chinnici ci apre le stanze con tutta la ritualità che si addice a un luogo ritenuto sacro.

Il primo ufficio è il suo: “Falcone mi affidò questo incarico sapendo della mia passione per l’informatica. Ho iniziato il 16 aprile del 1984 e ho finito nel dicembre 2009 di occuparmi della banca dati dell’antimafia”.

Un lavoro prezioso, indispensabile, svolto con la precisione e la passione di un monaco amanuense che passa la vita nello scriptorium: “Ho letto più di cinque milioni di pagine del Maxiprocesso. Qui si entrava alle sette del mattino, ma per uscire non c’erano orari: d’altro canto anche Cosa Nostra non ha orari per ammazzare”. 

Paparcuri ha conservato tutti i macchinari che sono serviti a registrare gli atti del più grande processo alla mafia, ma anche ricordi personali, fotografie.

“Lo Stato per la prima volta in quegli anni dotò l’ufficio di Palermo di apparecchiature informatiche all’avanguardia. Questo si chiamava planetario e veniva utilizzato per microfilmare i documenti. Con quest’altro, il ‘diazo’, duplicavamo le bobine. Quello era, invece, il visore utilizzato dai magistrati per vedere gli atti una volta che erano stati trasformati in microfilm”.

Su un tavolo spuntano anche due carpette gialle. Sulla prima c’è scritto in blu: “Varia corrispondenza. Consiglio superiore della magistratura e caso Palermo”; sull’altra “Riservatissimo”.

Sono lettere, carte che Paparcuri si augura restino nelle mani di pochi: “Falcone oltre a combattere la mafia doveva lottare contro le invidie e le gelosie dei suoi compagni. Si pensava che l’erede del capo del pool, Antonino Caponnetto, dovesse essere Falcone ma nominarono Antonino Meli, che si scontrò subito con tutto il pool, tanto che il 29 luglio del 1988 Falcone aveva chiesto di essere trasferito per poi decidere un mese più tardi di restare a Palermo con grande spirito di sacrificio”.

L’ex autista di Chinnici conserva ancora la lettera scritta il 21 settembre 1988 da Falcone al presidente del tribunale per comunicare la sua scelta: 

Il Consiglio Superiore della Magistratura ha riaffermato nella seduta del 14 settembre la necessità che le strutture giudiziarie compiano ogni sforzo per la repressione, ha espresso la certezza che “tutti i magistrati dell’Ufficio Istruzione di Palermo continueranno ad operare nell’adempimento del loro dovere”. Tale alto richiamo mi induce ad anteporre le riconosciute preminenti esigenze di servizio a qualsiasi altra considerazione, e, pertanto, le comunico di revocare la mia domanda di assegnazione ad altro incarico”. 

Non dev’essere stata facile per lui quella scelta ma il dovere per Falcone e Borsellino veniva prima di tutto.

Senso del dovere e umanità.
Lo si intuisce dalle fotografie archiviate da Paparcuri.
Una di queste è stata scattata a una cena nel 1986, quando Borsellino venne nominato procuratore a Marsala. Per salutarlo i suoi collaboratori organizzarono un momento conviviale e gli regalarono un motorino.

Borsellino seduto al centro del tavolo è sorridente, gioviale, con una polo bianca a maniche corte. Alle sue spalle Falcone in giacca e cravatta scherza e con la mano destra mima qualcosa al collega. Alla stessa tavola, composto, con un abito scuro e una cravatta grigia c’è il loro consigliere istruttore, Caponnetto. Più defilato c’è Paparcuri. E poi i volti di chi non viene mai nominato, le loro segretarie: Barbara Sanzo, Nunzia Russo, Duilia Muia.

“Il motorino venne usato da Manfredi fin quando Borsellino decise di donarlo a un ragazzo, figlio di un detenuto, che ne aveva bisogno per consegnare il pane a domicilio. Per evitare di farlo delinquere lo diede a quel giovane, togliendolo al figlio”. 

Gesti indimenticabili, come quella volta che Borsellino venuto a sapere che Paparcuri si era fidanzato, lo chiamò e gli chiese di andare a Marina Longa per conoscere la ragazza: “Mi diede il suo biglietto da visita. Un foglietto di carta con su scritto Borsellino e il suo numero 8693249”.

Nella stanza all’ammezzato del Palazzo sono conservati anche i ricordi più intimi che lasciano trasparire la tenerezza, la dolcezza che c’era tra Francesca Morvillo e suo marito Giovanni. Lo si capisce prendendo in mano un “pizzino” di carta che Paparcuri ha trovato quasi per caso in un libro che Falcone gli aveva donato insieme a un portapenne e a una papera in pietra di ametista, prima di trasferirsi al ministero a Roma: “Dopo la sua morte avevo il desiderio di toccare quegli oggetti. Sono tornato a sfogliare quel libro e ho trovato un biglietto della dottoressa Morvillo. Quel testo era un regalo che la moglie gli aveva fatto e tra le pagine aveva messo quel biglietto, nella speranza che lo trovasse”.

Falcone forse non ha mai avuto il tempo di prendere in mano quel libro ma una copia del messaggio d’amore oggi è custodita nel bunker. Dice: Giovanni, amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore. Francesca.

Mentre lo leggo a bassa voce, Paparcuri precisa: “L’originale è nella tomba del magistrato. Quando è stata traslata alla chiesa di San Domenico ho voluto che tornasse nelle sue mani”.

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Leggiamolo “1992 sulle strade di Falcone e Borsellino”

 

1998.- COME NASCE L’IMPUNITÀ DEI MAGISTRATI

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Riequilibrare i poteri tra politica e magistratura è l’oggetto della riforma la cui necessità è la più sentita fra gli italiani. Proponiamo tre contributi sul terzo potere dei magistrati che ha demolito le radici dell’ordine democratico, in nome di interessi sempre meno oscuri e anche personali. Al “compagno magistrato” rosso viene chiesto: “Lei non ravvisa neppure un filo di inopportunità nel fatto che una corrente giudiziaria ingaggi una battaglia politica contro il governo?”

Risponde il presidente di Md Carlo De Chiara “Magistratura democratica non è né si sente coinvolta in una lotta contro l’esecutivo. La materia costituzionale però travalica la politica contingente. La Costituzione è destinata a durare ben oltre la vita di un singolo governo. Io mi sento partigiano. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia ma soprattutto perché sono un partigiano della Costituzione. E tra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgerla, so da che parte stare”. 30 ottobre 2011, il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia, iscritto Md, partecipa al sesto congresso dei Comunisti italiani. Il magistrato, “partigiano della Costituzione”, si sente investito di una missione all’apparenza neutra, in realtà profondamente politica e potenzialmente totalizzante. La “resistenza costituzionale” è l’alibi perfetto per condurre ogni sorta di battaglia extragiudiziaria. Se la Costituzione chiama, il “magistrato democratico” risponde.”

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Il terzo potere dei magistrati ha demolito le radici dell’ordine democratico, in nome di interessi sempre meno oscuri e anche personali. Il GIP di Ragusa Giovanni Giampiccolo dissequestrò la nave Open Arms dell’ONG di Open Society, di Soros, andando contro La Procura di Catania: Vedi N. 1762. C’è lo Zampino di Soros in Magistratura Democratica?

 

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articolo 68 della Costituzione

I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.

Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza.

Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza.

 

Le correnti della magistratura non si combattono con le chiacchiere

Vogliamo togliere alle correntine il potere di veto? La soluzione c’è: sorteggiare il Csm, adesso. “Il sorteggio è nella natura della democrazia, il suffragio è nella natura dell’aristocrazia”: parole quasi blasfeme per gli apologeti della democrazia rappresentativa.

Il pensiero del presidente Mattarella: Nell’intervento alla riunione del Consiglio superiore della magistratura dell’8 giugno 2015, il Presidente della Repubblica ha richiamato l’opportunità di modificare il sistema elettorale di questo organismo. Ora che anche il capo di Stato, presidente di diritto del CSM, ha fatto cenno all’esigenza di assicurare la piena rappresentatività del Consiglio. Per evitare quelli che Mattarella definisce “gli inconvenienti” dell’attuale sistema elettorale non basterà però cambiare questo sistema. Bisognerà partire dall’idea stessa di rappresentatività del CSM, per separarla proprio dal meccanismo elettivo.”Il sorteggio è nella natura della democrazia, il suffragio è nella natura dell’aristocrazia”: parole quasi blasfeme per gli apologeti della democrazia rappresentativa, l’unica maniera di governare a cui perdoniamo tutto perché, in fondo, ci sembra che resti la peggiore se si eccettuano tutte le altre. Ma al metodo del sorteggio è d’ostacolo la questione, forse più psicologica che razionale, di poter contare qualcosa e controllare qualcuno.

 

Come nasce l’impunità dei magistrati

Parla Nordio, procuratore aggiunto a Venezia. C’entra anche la possibilità di influenzare la politica.

Nello strano paese bifronte del “nessuno mi può giudicare”, ma in cui i giudici hanno in mano il destino di tutti, dalle pensioni ai ricorsi sugli Autovelox, il paese di decenni consumati nella guerra senza vincitori tra magistratura e politica, c’è un magistrato che sulla refrattarietà dei suoi colleghi a farsi giudicare ha qualcosa da dire. Carlo Nordio, procuratore aggiunto a Venezia, sul petto le medaglie di inchieste importanti condotte rifuggendo i clamori mediatici, ha preso spunto sul Messaggero di lunedì dal ricorso alla Corte costituzionale da parte di un giudice civile di Verona contro la legge sulla responsabilità civile per dire cose importanti: non solo sulla magistratura, ma sui guasti illiberali che da tempo minano la convivenza civile. Argomenta, Nordio, che al primo ricorso altri seguiranno, e verosimilmente saranno accolti perché non esiste una “manifesta infondatezza” tecnica. Anche il principio del “chi sbaglia paga” sventolato spesso dalla politica, è mal posto: “In tutto il mondo ci sono due o tre gradi di giudizio, proprio per il principio di poter rimediare a errori; ma non esistono sale operatorie di primo, secondo, o terzo grado. La giustizia prevede di poter sbagliare. Per questo la legge parla di errore in quanto ‘travisamento del fatto’, non di errori di merito o di interpretazione”. Ma tutto questo non fa dire a Nordio, come magari a qualche suo collega, che debba esistere una sostanziale impunità. E non toglie che ci siano “errori non scusabili. Primo: il magistrato che non conosce la legge. Secondo: il magistrato che non legge le carte. Ma io dico che porre un risarcimento pecuniario in questi casi non serve, tanto siamo già tutti assicurati. No, ci vuole una sanzione sulla carriera, a seconda della gravità. Se un magistrato non sa fare il suo dovere, deve essere giudicato e sanzionato”.

Questo sul merito di una legge che è stata vissuta da una parte della magistratura come un assalto. Ma la cosa più interessante, per Nordio, è spiegare perché le cose vadano così. Perché non solo sia difficile risarcire gli errori giudiziari e sanzionare i colpevoli, ma anche valutare le carriere. In una visione liberale e di sostanza come la sua, il guasto sta nel manico. Andiamo per ordine. “Siamo l’unico paese al mondo con un processo accusatorio e con azione penale obbligatoria. Per cui abbiamo creato l’informazione di garanzia da inviare quando si apre un fascicolo, ‘obbligatoriamente’. Ma siccome siamo un paese, diciamo così, imperfetto, l’informazione di garanzia è diventata una condanna preventiva in base alla quale un politico può essere costretto a dimettersi. Fate due più due: obbligatorietà dell’azione penale più obbligatorietà dell’informazione di garanzia uguale estromissione dalla politica. Ovvero, i pm condizionano la politica. Qui nasce lo strapotere. Oltre al fatto che è lo stesso pm che comanda la polizia giudiziaria e sostiene l’accusa. E al fatto che detiene il potere di estrapolare dall’indagine un’ipotesi di reato anche diversa, e di estendere le indagini ad altri reati e altre persone”. Così parte un altro avviso di garanzia, e si ricomincia: la possibilità di influenzare la politica è davvero enorme. “Ma è colpa di un sistema che lo permette, questo strapotere. Da qui nasce la commistione perversa tra giustizia e politica”.

Da un lato la magistratura condiziona la politica, dall’altro c’è la sua non giudicabilità. Nordio preferisce muoversi nei territori di una visione liberale e non delle polemiche. “Nel 1989 abbiamo adottato il nuovo Codice di procedura penale, ma abbiamo lasciato le basi del sistema come erano prima. Prendiamo gli Stati Uniti: lì l’Attorney ha molto potere e c’è la discrezionalità dell’azione penale. Però le carriere sono separate e inoltre il giudice – la sua controparte – non decide del fatto, di quello decide la giuria. Ha presente i telefilm? ‘Obiezione accolta… la giuria non ne tenga conto’. Per questo alla fine l’Attorney è giudicato secondo i suoi risultati. E allo stesso tempo nessuno ha il problema di fare causa al giudice, dovrebbe al massimo farla ai giurati. Ma questo nel nostro ordinamento non c’è, noi abbiamo inserito la riforma su un impianto costituzionale basato sul codice Rocco. Senza separazione delle carriere, senza meccanismo di valutazione esterna dei magistrati. E’ come prendere una Ferrari e metterci il motore della 500”. Di Nordio è nota la posizione sulle intercettazioni. “Sono un male necessario, come le confidenze alla polizia. Detto questo, la soluzione c’è senza imbavagliare la stampa. Il problema che da elemento di ricerca di una prova (e che quindi dovrebbero rimanere fuori dai fascicoli processuali) sono diventati elemento di prova e come tali vengono trascritte. E una volta che i fascicoli sono depositati è difficile dire a un giornalista di non pubblicarle. Ma c’è di più: poiché diventano prove, allora è giusto siano inserite tutte, anche quelle irrilevanti. Basterebbe non abusarne, ma ne abusiamo”.

Così la libertà di stampa ridotta a circo mediatico-giudiziario: “La cosa grave è che alla fine della catena spesso al giornalista non arriva il nome che gli interessa, ma quello che i pm hanno messo nel fascicolo”. Bisogna portare Nordio un po’ fuori dal suo terreno d’elezione per sentirgli esprimere giudizi ponderati sul paese del “nessuno mi può giudicare”. Individua il retaggio profondo, atavico, “nel paese di cultura cattolica, dove alla fine tutto è perdonato”. Con buona pace di Bergoglio, è “la riserva mentale di un gesuitismo profondo. A differenza di paesi protestanti che hanno introiettato la responsabilità personale. E’ l’angoscia dei giansenisti, dei calvinisti, per il rimorso. In Italia continuiamo a parlare di etica della responsabilità, ma è sempre la responsabilità degli altri”. A questo si somma un’altra pecca, la vocazione a supplire con le leggi alla mancanza di regole condivise, per cui “abbiamo dieci volte le leggi della Gran Bretagna e continuiamo a metterne, o ad alzare i massimali di pena, senza che ciò abbia conseguenze pratiche, anzi”. E’ un po’ il caso delle nuove leggi sull’anticorruzione? “E’ un buon esempio. Invece servono poche leggi, chiare, rispettate”. E’ anche per questo che assistiamo al debordare del potere giudiziario, quello che gli anglosassoni chiamano “giuridicizzazione”, in cui ogni decisione diventa questione di magistrati, non di scelta politica? “E’ un altro problema culturale. Ma tanto più è debole la politica, tanto più lo spazio viene occupato dalla magistratura. E a molti livelli sul diritto per come è scritto prevale quello che viene chiamato con uno slogan ‘il diritto vivente’. Ad esempio è quello che ha fatto la Consulta sulle pensioni ritenendo, credo, di dover dire qualcosa sui livelli di salvaguardia dei redditi, cosa che dovrebbe decidere invece il Parlamento”. Hanno notato in molti: la Consulta forza la mano alla politica. “Un aspetto mi inquieta. La sua sentenza aggrava i conti pubblici, impone al governo di operare senza la necessaria copertura, cosa che invece la Costituzione prevede. Siamo a un caso in cui la Corte costituzionale, per assurdo, forza l’esecutivo ad agire al di fuori della Costituzione”.

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