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2092.- Carlo Nordio: “Quali magistrati vanno subito cacciati”, smontate le balle M5s sulla prescrizione

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Carlo Nordio sull’inefficienza dell’apparato giudiziario, la sua vetustà culturale e altro. Sulla responsabilità civile si è agito solo sull’effetto intimidatorio delle sanzioni, senza incidere sulle cause degli errori giudiziari come per esempio l’irresponsabile potere dei pubblici ministeri .

«Da che sono andato in pensione, lavoro di più». Sembrava quasi impossibile. Ma il procuratore Nordio non mente: due editoriali alla settimana sul Messaggero, più l’ articolo nelle pagine di Cultura il sabato, l’ impegno alla Fondazione Venezia, quello alla giuria del premio letterario Campiello, la prossima inaugurazione a Mestre del museo Emme9, un’ opera da cento milioni. «E il tutto senza più la segretaria. Per me, che sono disordinato, abbandono il telefono dove capita e non sono abituato a organizzarmi non è semplice». Meglio parlare di giustizia allora, tema caldo, tanto per cambiare.

L’addio alla prescrizione è stato legato alla riforma del processo penale: equivale a dire che non si farà mai?
«Vuol dire che – nella migliore delle ipotesi – arriverà tra qualche anno.
Una riforma seria richiede tempi di elaborazione, e di discussione parlamentare, incompatibili con le date indicate.
E poi non si sa neppure che riforma vogliono. Mi creda, la prescrizione non sarà abolita, anche perché farlo sarebbe contrario all’articolo 111 della Costituzione, secondo il quale il processo deve concludersi entro termini ragionevoli».

Di che tipo di riforma avrebbe bisogno il nostro processo penale?

«I codici di procedura penale sono di due tipi. Quello inquisitorio e scritto, che avevamo fino al 1988, e quello accusatorio orale anglosassone, che abbiamo introdotto nell’ 89, adattandolo alle nostre tradizioni, cioè pasticciandolo. Quindi abbiamo bisogno di un codice coerente, che torni al passato o svolti definitivamente verso il sistema inglese, che io prediligo e vorrei copiassimo. Ma temo avremo un altro pastrocchio, se mai ci sarà».

Che vantaggi ha il sistema anglosassone?
«Discrezionalità dell’ azione penale, che riduce i tempi dei processi perché fai solo quelli importanti, separazione delle carriere, con giudici di nomina governativa e pm elettivi, e divieto di appellare le assoluzioni, perché se un giudice ha prosciolto, dubitare della sua sentenza significherebbe violare il principio del ragionevole dubbio di innocenza. Con questi tre accorgimenti avremmo processi rapidi e la questione prescrizione si risolverebbe da sé».

Quanta responsabilità hanno davvero i magistrati nella lunghezza dei processi?
«Responsabilità, e meriti, dei magistrati nella durata dei processi sono stati sempre enfatizzati. I processi durano a lungo per una ragione elementare: la sproporzione tra i mezzi e i fini. Con l’ azione penale obbligatoria, la massiccia produzione normativa che prevede sempre nuovi reati e la riduzione delle risorse, anche se i magistrati lavorassero il doppio – e le assicuro che lavorano già molto, e talvolta anche troppo, e inutilmente – i tempi saranno sempre eterni. Finché non depenalizzeremo molti reati e non lasceremo liberi i pm di non perseguire tutte le denunce, avremo sempre migliaia di processi prescritti».

Cosa pensa della prescrizione lei?
«Ubbidisce a due criteri: il venire meno dell’ interesse dello Stato a punire con il decorso del tempo, e la garanzia di una ragionevole durata del processo. Va mantenuta. È vero però che alcuni reati si scoprono sempre anni dopo la loro commissione, pensiamo ai falsi in bilancio o alle frodi fiscali, e quindi si sono già mangiati metà del tempo di prescrizione. Il compromesso giusto sarebbe far decorre il termine della prescrizione non dal momento della commissione del reato, ma da quello della scoperta del suo autore, e dalla iscrizione nel registro degli indagati. Sempre con un termine massimo però, per evitare che uno possa esser processato a una lunga distanza dal fatto».

La prescrizione però ha mandato assolti molti colpevoli…
«Sì certo, ma è colpa dello Stato. Eliminarla però significa colpire le vittime, perché se la prescrizione viene meno, i processi si allungano e la parte lesa deve attendere di più per avere giustizia».

Sospenderla per chi è condannato in primo grado o allargare il novero dei reati imprescrittibili, come forse si farà, è una soluzione?
«È una mostruosità».

Il giustizialismo della sinistra era sostanzialmente antiberlusconismo, quello dei grillini cos’ è?
«È acquiescenza supina a luoghi comuni infantili. Dilettantismo emotivo. M5S è esploso come consenso sotto la pressione degli scandali politici, specie quelli legati ai rimborsi alla cosiddetta casta. Il loro terreno di coltura è la reazione alle ruberie e si sono convinti che, se aumentano le pene, loro salgono nei sondaggi. Puntano all’ elettorato scandalizzato dal malcostume generalizzato e ambiscono a moralizzare il Paese attraverso il sistema penale ma sbagliano ricetta: se vuoi battere la corruzione devi diminuire le leggi e snellire le procedure, tutto l’ opposto di quanto fa M5S».

Si può dire che il loro giustizialismo è vendetta sociale e giacobinismo?
«Non li accrediterei di tanto onore. Saint Just e Robespierre erano altra cosa. Semmai li paragonerei a Hebert, o a Chaumette, gli ultrà del Terrore che furono i primi a essere decapitati».

Il Parlamento non conta più nulla, il governo è bloccato: la magistratura è diventato il potere più importante dello Stato?
«La magistratura ha assunto un forte ruolo di supplenza dai tempi di Tangentopoli non perché abbia fatto un passo avanti, ma perché la politica ha fatto due passi indietro».

Quanto è vera l’ affermazione che i giudici fanno politica?
«Anche questa è una favola. Ma è sufficiente che alcuni magistrati, diventati famosi per inchieste nei confronti di politici, si candidino alle elezioni, per far sorgere questo sospetto. Anche per questo motivo io, avendo indagato nella prima tangentopoli, poi sulle coop rosse e recentemente sul Mose, ho detto che non avrei mai fatto politica. La sola idea che si pensi che ho fatto il mio lavoro per prepararmi un buon ritiro parlamentare, e magari prendere il posto di quelli che ho inquisito, mi fa rabbrividire».

Di Pietro con Tangentopoli, De Magistris che indagò Mastella e cadde Prodi, le Olgettine e la condanna Mediaset: la storia d’ Italia è stata scritta dai giudici?
«No, semmai da una politica fiacca e subalterna. I politici hanno condizionato per anni l’ attività politica alle iniziative giudiziarie, utilizzando gli avvisi di garanzia e le inchieste contro i rivali come una clava. Così però hanno delegittimato l’ intera categoria e si sono messi nelle mani dei magistrati. I grillini poi sono il massimo: usano la clava della magistratura anche contro loro stessi. Se la Lega facesse altrettanto, Salvini avrebbe dovuto dimettersi dopo quella curiosa inchiesta di Agrigento sulla Diciotti, dalla quale è stato prosciolto in meno di due mesi».

Con Berlusconi stata fatta una giusta applicazione della Severino?
«Il diritto penale dice che la condanna non può essere retroattiva e allora la decadenza dal Parlamento dopo una condanna contemplata dalla Severino è stata trasformata in sanzione amministrativa. Ma essa resta comunque una sanzione afflittiva, e quindi non si può applicare retroattivamente. Questo è stato fatto per ragioni politiche, ed è una macchia indelebile della nostra sgangherata civiltà giuridica».

È cambiato qualcosa nella giustizia rispetto ai tempi di Berlusconi?
«In peggio, come si vede. Sono stati creati reati assurdi, seguendo le mode, con leggi squilibrate. Oggi investire uno da ubriachi è più grave che farlo di proposito e certi reati di pedopornografia su internet sono puniti più gravemente dell’ atto sessuale in sé».

Responsabilità dei magistrati: si ha la sensazione che le toghe non paghino per i loro errori, è vero?
«No. Il cosiddetto errore del magistrato è fisiologico, se riguarda il merito della decisione. In tutti i paesi le sentenze vengono riformate, perché il giudicare è compito quasi sovrumano. Però ci sono due casi in cui il magistrato che sbaglia dovrebbe pagare: quando non legge le carte e quando non conosce le leggi. Pagare non in denaro, tanto è assicurato, ma nella carriera. Un magistrato inetto o incapace non va sanzionato nel portafoglio, va destituito».

Poiché è impossibile provare il dolo, come si può far scontare qualche conseguenza a chi apre inchieste che durano anni, distruggono carriere e si concludono in nulla?
«Bisognerebbe fare come in America: una statistica delle inchieste andate a buon fine e dei processi persi. E quando uno perde troppo, mandarlo a casa perché ha sbagliato lavoro».

A cosa è dovuto il calo di popolarità della magistratura?
«Ha suscitato troppe aspettative, poi deluse. Oltre al protagonismo di alcuni di noi. Bastano pochi, e i molti ne subiscono le conseguenze».

Cosa pensa della nuova norma della legittima difesa?
«Sostanzialmente bene. Chi si difende in casa si sostituisce legittimamente a uno Stato che non ha saputo proteggerlo, e tantomeno ha il diritto di punirlo. L’ avrei resa ancora più netta: io avrei sancito che, poiché la legittima difesa è l’ esercizio di un diritto, il fatto di reato non sussiste, invece è rimasta come causa di non punibilità di un comportamento considerato, a torto, criminale».

Fino a che punto il cittadino ha diritto a difendersi?
«Nei limiti della proporzione della reazione e dell’ attualità del pericolo. Che però vanno valutati tenendo conto della gravissima alterazione emotiva in cui versa l’ aggredito. Il quale, in caso di assoluzione, ha diritto ad esser sollevato dalle spese legali».

Da procuratore che ha lavorato decenni sul territorio: perché è così difficile fermare la criminalità contro il patrimonio, se il reato non sfocia poi nel sangue?
«I reati contro il patrimonio sono sempre esistiti, in tutto il mondo. Oggi però sono aumentati anche a seguito dell’ immigrazione incontrollata. Dirlo non è razzismo, è statistica».

Che giudizio ha del decreto sicurezza? Cosa funziona e cosa no?
«Ne ho un buon giudizio anche se non credo che sarà risolutivo».

La stretta sul riconoscimento dello status di profugo è giusta?
«Dipende. Il profugo vero va protetto e assistito. Il falso profugo va rimandato a casa. Ma non lo dice mica solo Salvini. Lo diceva già vent’ anni fa la legge Turco- Napolitano».

I critici dicono che così aumentano i clandestini e l’ illegalità…
«È una balla. Semplicemente, il decreto sicurezza va coordinato con le leggi esistenti, che prevedono l’ espulsione dei clandestini. Riconoscere lo status a chi non ne ha diritto non è la soluzione ma è ignorare il problema.
Ed è un’ ingiustizia, doppia perché penalizza soprattutto i profughi veri».

Quando Salvini fu indagato per la Diciotti lei disse subito che era una stupidaggine. Perché?
«Per le ragioni emerse dalla successiva richiesta di archiviazione. Era un atto politico, insindacabile. Per di più il pm aveva ipotizzato il reato di arresto illegale, quando non era stato arrestato nessuno; e infine non aveva interrotto il presunto sequestro di persona, mentre la legge gli imponeva di evitare che il reato fosse portato a conseguenza ulteriori. Se Salvini fosse stato mandato a giudizio si sarebbe trovato come coimputato lo stesso pm, per il reato di omissione di atti d’ ufficio o addirittura per concorso omissivo: è l’ art 40 2° comma del codice penale».

Che idea si è fatto dell’ inchiesta che coinvolge il sindaco di Riace Lucano?
«Ha violato la legge e se ne è vantato.
Ma peggio sono quelli che lo hanno sostenuto. Evocare a riguardo il concetto di disobbedienza civile, come ha fatto Saviano, è peggio di una bestialità, è un errore».

Lei indaga il Paese da oltre 50 anni: intravede i germi di un ritorno del fascismo o del razzismo?
«No, è una stupidaggine. L’ Italia non è un paese razzista né fascista. Ma la paura è paura, e per definizione vede pericoli anche dove sono inferiori a quelli reali».

Viceversa Salvini gonfia l’ allarme sicurezza a scopi di consenso come gli viene rimproverato?
«No. Salvini interpreta queste paure, e prende voti. È la democrazia, bellezza».

di Pietro Senaldi

 

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2042.- LA MAGISTRATURA FRA INDIPENDENZA E EVERSIONE

 

Caso Diciotti,

il tribunale dei ministri di Palermo ha assolto il ministro Salvini indagato per sequestro aggravato di persona, sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale per aver trattenuto i migranti a bordo della nave Diciotti; ma gli ultimi tre reati erano subito decaduti: “Nei primi giorni di intervento della nave Diciotti al largo di Lampedusa, per il salvataggio dei 190 migranti che si trovavano a bordo di un barcone proveniente dalla Libia, non sono emersi reati. Fu anzi difeso meritoriamente dalla Guardia costiera l’interesse nazionale”. Quindi, “Il ministro ha tutelato l’interesse nazionale”. Quindi – aggiungo -, l’intervento della Guardia Costiera nelle acque di Malta è passato indenne. Governo fragile!

Mi chiedo quali interessi voleva tutelare il PM Luigi Patronaggio, atteso anche che né lui né la procura di Agrigento risultarono competenti poiché la nave Diciotti, intervenuta in acque maltesi per trasbordare i 190 migranti, era, poi, stata bloccata quando la loro imbarcazione era ancora in acque di competenza della procura di Catania. Il tribunale dei ministri di Palermo ha distinto l’operazione in tre fasi, valutando negativamente la condotta di Malta e positivamente l’operazione della Guardia Costiera in sua vece. Sostiene che la Guardia Costiera, essendosi, prima, attivata perché lo sbarco avvenisse a Malta, fece l’interesse del Paese nel rispetto delle convenzioni disattese da parte del partner europeo. Infine, ha rimesso qualsiasi riferimento a possibili reati, che non ha individuato, trasmettendo gli atti alla Procura di Catania.

Circa il trattenimento dei migranti a bordo di nave Diciotti, noi di <associazioneeuropalibera.wordpress.com> abbiamo ampiamente citato e riportato la sua aderenza con i disposti delle direttiva europea EU/115/2008.

L’iniziativa politica contro il Governo, attuata con il caso Diciotti dalla Procura di Agrigento, incompetente, ha costituito un atto eversivo, perché il potere giudiziario ha interferito (e platealmente) con quello esecutivo.  Più in particolare, è eversione perché la Repubblica è retta da tre poteri: Legislativo, Esecutivo e Giudiziario. Il potere giudiziario esiste in quanto indipendente e autonomo, altrimenti non è più un potere. Venendo a mancare uno dei poteri, cessa di essere la Repubblica. Quindi, la Repubblica fonda sull’autonomia e sull’indipendenza della Magistratura, che Magistratura Democratica non sembra rispettare.

Almeno ora, l’azione disciplinare del C.S.M., presieduto dal P.d.R. Sergio Mattarella, deve attivarsi contro la Procura di Agrigento e contro questo atto politico, perciò, classificabile eversivo del magistrato Luigi Patronaggio.

Non sfugge che vi sia tolleranza verso l’attivismo politico delle associazioni dei magistrati, come dimostra la continuità di tali azioni nel tempo. Prova ne sia che Magistratura Democratica si è schierata contro chi indaga sul caso Lucano. Urge occuparsi della profonda riforma strutturale di questa Magistratura, forse, prima ancora che delle questioni dell’economia.

 

2036.- L’indipendenza della magistratura raccontata dal presidente emerito della Corte di Cassazione, GIOVANNI CANZIO.

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PARTE PRIMA

Fra i vari temi che investono il “pianeta giustizia” merita una rinnovata riflessione quello della indipendenza della magistratura nel XXI secolo. Sembra davvero necessario procedere a un’operazione ri- costruttiva delle ragioni di un principio che, negli oltre 150 anni di storia dell’unità nazionale ed a 70 anni dalla Costituzione repubblicana, ne giustifichi l’attualità, attraverso la memoria di un percorso istituzionale lungo e travagliato e nella consapevolezza che si è in presenza di un nodo nevralgico dei rapporti fra i poteri dello Stato.

Interrogarsi sui principi di indipendenza e di autonomia della magistratura vuol dire, oggi, ri- scoprire il fondamento della legittimazione del magistrato nella società postmoderna, insieme con le ragioni della fiducia dei cittadini nell’ordine democratico.

1 Le ragioni e l’attualità di un principio.

Fra i vari temi che investono il “pianeta giustizia” merita una rinnovata riflessione quello della indipendenza della magistratura nel XXI secolo.

Sembra davvero necessario procedere a un’operazione ri- costruttiva delle ragioni di un principio che, negli oltre 150 anni di storia dell’unità nazionale ed a 70 anni dalla Costituzione repubblicana, ne giustifichi l’attualità, attraverso la memoria di un percorso istituzionale lungo e travagliato e nella consapevolezza che si è in presenza di un nodo nevralgico dei rapporti fra i poteri dello Stato.

Interrogarsi sui principi di indipendenza e di autonomia della magistratura vuol dire, oggi, riscoprire il fondamento della legittimazione del magistrato nella società postmoderna, insieme con le ragioni della fiducia dei cittadini nell’ordine democratico.

L’organizzazione della giurisdizione costituisce, infatti, uno dei cardini fondamentali dello Stato di diritto, perché mediante l’esercizio della giurisdizione si realizza la tutela dei diritti fondamentali della persona.

2. Un breve excursus storico.

2.1. L’età liberale.

Nello Statuto albertino del Regno d’Italia, promulgato il 4 marzo 1848, la magistratura era direttamente dipendente dal Re, capo del potere esecutivo, cui spettava la nomina dei magistrati- funzionari dell’ordine giudiziario ( l’art. 68 recitava: “La giustizia emana dal Re ed è amministrata in Suo nome dai giudici che Egli istituisce”). L’interpretazione autentica della legge era riservata esclusivamente al Parlamento, mentre il pubblico ministero, siccome rappresentante dell’esecutivo e gerarchicamente sottoposto al Ministro della giustizia, non veniva neppure menzionato nello Statuto.

All’esito dell’unificazione legislativa dei territori conquistati dopo il 1859, dopo l’estensione al resto d’Italia del modello organizzativo piemontese ( decreto Rattazzi del 13 novembre 1859), a sua volta ispirato a quello napoleonico, il controllo della magistratura restò affidato dalla prima legge sull’ordinamento giudiziario dello Stato unitario – r. d. 6 dicembre 1865 n. 2626 ( decreto “Cortese”) – all’esecutivo, in persona del Ministro della giustizia. Anche le carriere professionali della magistratura, giudicante e requirente, vennero mantenute parallele e distinte.

Dopo altalenanti vicende, una spinta verso tendenze più liberali si ebbe con le riforme operate con le leggi n. 511 del 1907 e n. 438 del 1908, su iniziativa del Ministro della giustizia Orlando, che ridimensionarono il potere dell’esecutivo attraverso una ristrutturazione della disciplina e della carriera della magistratura ordinaria. E ciò soprattutto mediante la creazione di alcuni organi con funzioni di tipo meramente consultivo, sebbene con una struttura tendenzialmente corporativa e in parte rappresentativa: il Consiglio superiore della magistratura presso il Ministero della giustizia ( dove era rappresentata solo l’alta magistratura) e, a livello locale, i Consigli giudiziari presso ogni Tribunale e Corte d’appello. Per quanto riguarda i più elevati incarichi di tipo direttivo la legge ricalcava la tradizione circa la discrezionalità politica della nomina dei vertici della magistratura. Inoltre, a fronte del riconoscimento di una parziale inamovibilità dei magistrati, venne regolamentata per la prima volta la situazione di accertata “incompatibilità ambientale” e ridisegnata la giurisdizione disciplinare. S’intravede in tale ordinamento un primo, pur timido, passo verso l’indipendenza e l’autogoverno della magistratura.

Una sorprendente inversione di tendenza si ebbe, su iniziativa del Ministro della giustizia Finocchiaro- Aprile condivisa dal Presidente del Consiglio Giolitti, con la legge 19 dicembre 1912, n. 1311, che tornò a sminuire il principio di indipendenza, da un lato allargando le maglie dei poteri del Ministro nella selezione del personale dell’ordine giudiziario e, dall’altro, abolendo la parziale elettività in seno al Csm. Nel segno opposto, inteso al rafforzamento dell’autonomia del corpo giudiziario, intervenne dopo alcuni anni il r. d. 14 dicembre 1921, n. 1978, su proposta del Ministro della giustizia Rodinò, che ristrutturò il Csm come organo interamente consultivo ed a composizione mista e riorganizzò la carriera dei magistrati sulla base del criterio dell’anzianità congiunta al merito, con il conseguente ridimensionamento della discrezionalità politica dell’esecutivo.

2.2. Il regime fascista.

Il potere giudiziario, ancor prima dell’avvento del fascismo, godeva dunque di una indipendenza piuttosto debole, il cui assetto complessivo non si poneva in contrasto strutturale con l’intento centripeta del nuovo regime, teso a convogliare nell’apparato statale tutte le istituzioni.

A sua volta, il regime fascista allestì nel corso del ventennio, dal primo r. d. n. 2768 del 1923 ( decreto “Oviglio”) fino al r. d. n. 12 del 1941 ( decreto “Grandi”), un assetto ordinamentale fortemente limitativo della indipendenza della magistratura. Veniva affidato all’esecutivo, tramite il Ministro della giustizia, il controllo e il condizionamento dello statuto professionale e della carriera dei singoli, se non – con la mediazione dei capi di Corte prescelti dal regime – del contenuto delle decisioni giudiziarie, attraverso una struttura gerarchico- piramidale.

L’autoritarismo del regime si poneva, infatti, in ontologico contrasto con una magistratura in qualche misura emancipata dall’esecutivo e, analogamente, con una avvocatura che rappresentasse interessi non riconducibili allo Stato- partito.

Con riguardo alla magistratura, furono presto abbandonati gli intenti liberali intravisti con l’ordinamento “Rodinò” e l’apparato giudiziario venne ridimensionato con una serie di provvedimenti adottati in forza della legge 3 dicembre 1922, n. 1601, con la quale il Parlamento aveva conferito al Governo la delega legislativa a “ridurre le funzioni dello Stato, riorganizzare i pubblici uffici ed istituti, renderne più agili le funzioni e diminuirne le spese”.

In tale contesto vennero emanati su proposta del Ministro per la giustizia Oviglio una serie di provvedimenti tra cui meritano di essere ricordati il r. d. 30 dicembre 1923, n. 2768, Testo unico delle disposizioni sull’ordinamento degli uffici giudiziari e del personale della magistratura, con il quale venne abolita l’elettività, ripristinando la nomina governativa di tutti i membri del CSM, rimasto in vita come mero organo ausiliario dello stesso Ministro, e la legge del 25 novembre 1926, n. 2008, sulla difesa dello Stato, che istituiva il Tribunale speciale per la repressione dei reati contro lo Stato, sottraendo così alla giurisdizione ordinaria la competenza per i reati politici.

Riprendendo l’ordinamento “Cortese” del 1865, la riforma del 1923 definì “funzionari dell’ordine giudiziario”, indifferentemente, “gli uditori, i conciliatori, i vice- pretori, i pretori, i vice- pretori anche onorari, i giudici di ogni grado dei Tribunali e delle Corti, i membri del pubblico ministero ed i funzionari di ogni grado delle cancellerie e segreterie giudiziarie”; rafforzò il potere del Ministro di provvedere, sulla base del merito, all’assegnazione della sede ai magistrati in caso di promozione o di tramutamento, abolendo qualsiasi intervento del CSM; affidò la nomina e la destinazione dei capi delle Corti alla sola valutazione discrezionale di idoneità del Consiglio dei ministri.

Inoltre, fu estesa anche ai magistrati la legge 24 dicembre 1925, n. 2300, sulla dispensa dal servizio dei pubblici uffici dei funzionari che avessero assunto in un ufficio o fuori un atteggiamento incompatibile “con le generali direttive politiche del Governo”. Sicché, per impedire che residuassero spazi seppure minimi di autonomia e, quindi, di tutela effettiva dei diritti presidiati dalla giurisdizione, il regime non esitò ad eliminare i magistrati “scomodi”, “non allineati” o “incompatibili”, i quali, per l’imparzialità dimostrata, talora anche a fronte di atti di violenza fascista, erano caratterizzati da doti non gradite d’indipendenza.

Dopo essersi liberato, subito dopo la presa del potere, di magistrati non adesivi alle direttive politiche, come Lodovico Mortara e Raffaello De Notaristefani, primo presidente e rispettivamente procuratore generale della Corte di cassazione, o Vincenzo Chieppa, già segretario generale della disciolta Associazione fra i magistrati d’Italia, il Governo, in forza della legge n. 2300 del 1925 e all’indomani dell’approvazione delle leggi razziali del 1938 ( il “diritto diseguale”), procedette all’epurazione dei magistrati ebrei.

Infine, il decreto “Grandi”, r. d. 30 gennaio 1941, n. 12, di riforma dell’ordinamento giudiziario rese più stretti i rapporti di subordinazione del pubblico ministero all’esecutivo e più incisive le ingerenze del Ministro nella carriera e nella disciplina dei magistrati, stabilendo altresì che l’iscrizione al PNF diveniva un requisito essenziale per lo svolgimento delle funzioni giudiziarie.

Alla funzione di amministrazione della giustizia veniva riconosciuto il “carattere di sacerdozio”, in quanto attributo della “sovranità dello Stato nelle sue manifestazioni più elevate e più necessarie per l’unità spirituale e politica della Nazione”; sicché, quale corollario dell’ideologia totalitaria, non era possibile tollerare “organi indipendenti dallo Stato medesimo, o autarchie, o caste sottratte al potere sovrano unitario, supremo regolatore di ogni funzione” ( Grandi, Relazione al Re, p. 40). I poteri del Ministro della giustizia vennero ampliati, secondo una sempre più netta gerarchizzazione del sistema giudiziario, al cui vertice lo stesso Ministro era posto come “Capo supremo … politicamente responsabile del buon ordine e del regolare funzionamento dell’amministrazione stessa” ( Grandi, ivi, p. 50).

2.3. L’avvocatura.

Mentre la magistratura faticava a trovare una propria identità, indipendente dal potere esecutivo, nell’età liberale l’avvocatura rappresentò uno strumento di mediazione «libero» tra cittadino e istituzioni.. Antonio Gramsci individuò negli avvocati ( spesso anche parlamentari e professori universitari) gli intellettuali di raccordo tra le masse, soprattutto contadine, e l’amministrazione pubblica, centrale o locale, del nuovo Stato italiano, attribuendo una rilevante funzione politicosociale al ceto forense, perché «la mediazione professionale» era «difficilmente scindibile da quella politica».

Di conseguenza, particolarmente duri e incisivi furono gli interventi che il fascismo attuò nei confronti dell’avvocatura, che costituì la prima, più importante ed insieme più “pericolosa” professione liberale ad essere riformata dal regime. Abolita la legge dell’ 8 giugno 1874 che aveva istituito i Consigli dell’Ordine, venne emanata la nuova legge del 25 marzo 1926 n. 453, diretta esplicitamente a riportare la professione forense sotto il controllo dello Stato, di modo che «neppure la classe forense possa mai costituire qualche cosa al di fuori e al di sopra, e tantomeno in antitesi con lo Stato». Seguirono rapidamente, nello stesso anno, tre regolamenti di attuazione della riforma: il primo, n. 747, sancì la cancellazione dagli albi degli avvocati e procuratori “indesiderati” ( che avessero svolto una pubblica attività in contrasto con gli interessi della nazione) e lo scioglimento dei Consigli dell’Ordine, nominando apposite commissioni per la revisione degli albi previa verifica del possesso, da parte degli iscritti, dei requisiti prescritti dalle nuove norme; il secondo, n. 1130, riconobbe il Sindacato Fascista come unico rappresentante legale della classe forense; il terzo, n. 1683, regolamentò gli esami di Stato per avvocato, il funzionamento del Consiglio Superiore e il ruolo del Sindacato nei procedimenti disciplinari.

Il r. d. l. n. 1578 del 27 novembre 1933 estese ulteriormente i poteri del Sindacato, al quale venne attribuito il compito di fissare i criteri di massima per la determinazione degli onorari e delle indennità, secondo una logica volta ad affidare agli organi corporativi il completo dominio dell’avvocatura. La tessera del PNF nel marzo del 1940 fu resa obbligatoria per gli aspiranti procuratori. Un disegno totalitario, quindi, che non concedeva più nulla all’autonomia della libera professione forense.

3. La magistratura e l’avvocatura dalla caduta del fascismo all’approvazione della Carta costituzionale.

Alla caduta del regime autoritario, il periodo seguente alla Liberazione coincise con il graduale passaggio dalla dittatura alla democrazia, caratterizzato dalla coesistenza di elementi di continuità con elementi di rottura rispetto al passato regime fascista. I primi interventi promossi dai governi di liberazione nazionale non modificarono l’assetto fondamentale dell’ordinamento giudiziario del 1941, ma si preoccuparono comunque di adottare una disciplina transitoria che recuperasse un certo grado di indipendenza ed autonomia del sistema giudiziario. In particolare, il governo di pacificazione presieduto da De Gasperi adottò, su proposta del Ministro della giustizia Togliatti, il r. d. leg. 31 maggio 1946, n. 511 sulle “guarentigie della magistratura” ( decreto “Togliatti”), che ribadì il potere di sorveglianza del ministro sugli uffici giudiziari, sui giudici e sui magistrati del pubblico ministero, ampliò le competenze consultive del CSM introducendo un sistema di elettività di tutti i magistrati e affermò il principio di inamovibilità dei magistrati. La novità più rilevante riguardò il pubblico ministero, ora considerato organo indipendente, titolare principale dell’azione penale, preposto all’esatta osservanza della legge ed alla regolare amministrazione della giustizia, nei confronti della quale il Ministro aveva solo la facoltà di esercitare un’azione di vigilanza. Il decreto “Togliatti”, inoltre, conferì ai Consigli giudiziari, istituiti presso ogni Corte d’appello, nuovi poteri sia a livello consultivo nel settore di gestione del personale sia di tipo decisorio nell’ambito disciplinare.

Parallelamente, all’avvocatura venne restituita la precedente autonomia e assicurato il ritorno alla tradizionale, libera professione. Dopo la caduta del regime fascista e la soppressione delle relative associazioni sindacali ( d. l. lgt. 23 novembre 1944 n. 369), vennero meno i sindacati degli avvocati e procuratori e, con d. l. lgt. 23 novembre 1944 n. 382, furono ricostituiti gli Ordini e i Consigli forensi, stabilendone l’elettività degli organi rappresentativi con metodo democratico. Al Consiglio Superiore Forense succedette il Consiglio Nazionale Forense, organo di rappresentanza e giurisdizione nazionale, composto esclusivamente di membri eletti da parte dell’Ordine, la cui presidenza fu assunta, nel 1946, da Piero Calamandrei.

Anche per l’avvocatura, tuttavia, rimase come base ordinamentale la legge emanata nel 1933, in attesa della riforma dell’ordinamento forense, che è stata attuata, dopo circa ottant’anni, con la legge 31 dicembre 2012 n. 247.

Proclamata la Repubblica democratica, il 25 giugno 1946 si insediava l’Assemblea Costituente.

Piero Calamandrei, eletto alla Costituente e chiamato a fare parte della Commissione dei 75 presieduta da Umberto Terracini, alla quale era rimesso il compito di occuparsi dell’ordinamento costituzionale della Repubblica, elaborò nell’autunno del 1946 la ‘ Relazione sul potere giudiziario e sulla suprema corte costituzionale’, contenente n. 26 ‘ basi di discussione’ elaborate in forma di articoli, che riproducevano pressoché testualmente le conclusioni di altra relazione presentata dallo stesso Calamandrei nella Commissione Forti “per studi attinenti alla riorganizzazione dello Stato”, istituita nel 1945.

Venivano illustrati con chiarezza alcuni dei capisaldi della nuova concezione dell’ordinamento giurisdizionale, tra i quali quello di considerare i giudici come “ordine autonomo”, soggetti solo alla legge ‘ che essi interpretano ed applicano al caso concreto secondo la loro coscienza, in quanto la riscontrino conforme alla Costituzione ‘, obiettivo che per essere assicurato richiede la “precostituzione” del giudice.

Inoltre, per garantire ai Magistrati la indipendenza dal potere esecutivo, che doveva essere estesa anche ai pubblici ministeri, era ritenuta necessaria non soltanto l’inamovibilità dal posto, dal grado, dalla sede, ma anche una auto- amministrazione attraverso il Consiglio superiore della magistratura e attraverso i Consigli giudiziari regionali.

Calamandrei il 22 maggio 1946 affermò: “Il principio della indipendenza del potere giudiziario deve essere praticamente attuato mediante l’autonomia amministrativa della magistratura. Ormai è comunemente riconosciuto che l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo rimane un voto puramente platonico, fino a che il potere esecutivo anche se tecnicamente sprovvisto di ogni diretta ingerenza sulla funzione giurisdizionale, conserva però una ingerenza anche diretta sulla carriera dei magistrati. Cioè sulle loro nomine, promozioni, trasferimenti, assegnazioni di incarichi e di uffici direttivi. Se il potere giudiziario deve essere veramente indipendente, com’è il potere legislativo, bisogna che i componenti dei suoi organi, al pari di quelli che compongono gli organi legislativi, non dipendano come impiegati del potere esecutivo. ”.

Veniva proposto di basare la retribuzione dei magistrati sull’anzianità, non sul ‘ grado’ o sull’ufficio ricoperto, e che gli uffici direttivi fossero ‘ elettivi e temporanei’. Veniva altresì proposta l’unicità della giurisdizione e la figura di un “Commissario della giustizia”, quale organo di collegamento fra il potere giudiziario e gli altri poteri dello Stato, che, come tale, è membro di diritto del Consiglio superiore, prende parte al Consiglio dei ministri con voto consultivo e risponde di fronte alle Camere del buon andamento della magistratura. Veniva disegnata una più netta fisionomia della Corte disciplinare rispetto a quella di una sezione speciale del CSM e proposto il riconoscimento della natura di legge costituzionale a quella sull’ordinamento giudiziario.

Molte delle proposte di Calamandrei vennero accolte e costituiscono oggi la struttura portante del dettato costituzionale.

2735.- La “dipendenza” della magistratura

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La Cassazione? C’era una volta, come in una favola, l’autonomia della magistratura. Era garantita dall’azione disciplinare del C.S.M., presieduto dal Presidente della Repubblica. La magistratura ha sempre faticato a trovare una propria identità, indipendente da politica e potere esecutivo. Ora, come un tumore giunto alla metastasi, la corruzione morale dei principi di autonomia e indipendenza è tale e così diffusa, da rendere impossibile l’azione disciplinare, ammesso che la si voglia esercitare. Attribuisco gran parte di questo degrado alle associazioni dei magistrati, inevitabilmente politicizzate, delle quali abbiamo dibattuto recentemente e continueremo. Ma i magistrati sembrano godere tutti della massima considerazione per diritto e, da qui, l’immagine di una categoria particolarmente indulgente con se stessa. È, quindi improrogabile una riforma strutturale della Giustizia che rimetta i magistrati sul giusto binario e restituisca la fiducia nello Stato ai cittadini. Ricordo gli articoli ai numeri 585, 1069, 1968, 1994, 1996, 1997, 1998, 2006.

Due casi dalla cronaca recente: …”Sono tutti giovanissimi: Costantin Aurel Turlica, 22enne, suo fratello Cosimin Ion, 20anni e il loro cugino, Ruset Aurel, 25 enne. Ad organizzare il colpo, il più grande dei tre, A. C. ventisei anni, un biondino ben vestito.
Era da qualche giorno che l’operazione congiunta di Carabinieri e Polizia stava incrociando gli elementi raccolti su rapine e furti degli ultimi mesi. Il gruppo ora arrestato per aver aggredito i coniugi Martelli, massacrando di botte lui e amputando l’orecchio a lei per 1800 euro di bottino, è lo stesso su cui si lavorava da tempo perché considerato responsabile di assalti a bancomat e distributori di benzina della zona con l’uso di esplosivo. Una tecnica, incrociata con l’efferatezza della rapina, che fa pensare a ladri formati nell’est Europa. “Furti in casa poco gravi”. Salvato il ladro romeno. Non può essere espulso.  La sentenza choc della Cassazione: «Non c’è minaccia concreta ai diritti fondamentali». … Fonte “Leggo”.

Il ladro buono esiste solo per la Cassazione! Ecco un altro caso:

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Confermo il mio giudizio che politicizzare e, comunque, ledere l’autonomia della Magistratura costituisca eversione, minandosi uno dei tre poteri costitutivi della Repubblica. Si tratta di assetti che hanno ricercato un equilibrio democratico e che a tutta evidenza necessitano di essere corretti. Per comprendere, riporto un articolo che accompagnò l’elezione degli attuali vertici della Cassazione avvenuta il 15 dicembre 2017.

Presidente Cassazione: maggioranza Csm per Mammone

Manca solo l’ufficialità per la nomina di Giovanni Mammone a primo presidente e per quella di Riccardo Fuzio a procuratore generale

Sono stati votati ieri dalla Commissione per gli incarichi direttivi del Consiglio superiore della magistratura i nuovi vertici della Corte di Cassazione. Per il posto di primo presidente la scelta è ricaduta su Giovanni Mammone, per quello di procuratore generale su Riccardo Fuzio. Entrambi sono attualmente già in servizio a piazza Cavour, il primo come presidente di sezione, il secondo come avvocato generale. Prenderanno rispettivamente il posto di Giovanni Canzio e Pasquale Ciccolo che a fine anno lasceranno l’incarico per raggiunti limiti di età e per i quali il Governo ha escluso proroghe. Cinque sono stati i voti a favore di Mammone. Per lui hanno votato il presidente della Commissione, il togato di Unicost Luca Palamara, i laici Renato Balduzzi ( Scelta Civica) e Pierantonio Zanettin ( Forza Italia) e i togati Luca Forteleoni ( Magistratura indipendente) e Aldo Morgigni ( Autonomia& indipendenza). Il togato di Area Antonello Ardituro ha votato per Domenico Carcano. Quattro invece i voti per Fuzio. La stessa compagine che ha votato Mammone tranne Balduzzi astenutosi. Lo sfidante Giovanni Salvi ha ricevuto il voto di Ardituro.

Per la prima volta da trenta anni circa, Area-Md, il cartello delle toghe progressiste non avrà dunque un suo rappresentante ai vertici del Palazzaccio. L’asse fra i togati di Magistratura indipendente, la corrente conservatrice delle toghe, e quelli di Unicost è stato fondamentale per escludere i candidati progressisti. Con candidati tutti di notevole spessore, le dinamiche associative hanno un peso in scelte di questa importanza. Mammone è un esponente di primo piano di Mi, gruppo per il quale venne anche eletto come consigliere al Csm. Fuzio è legato ad Unicost. Sia Carcano, ex capo dell’ufficio legislativo del Ministero della giustizia, che Salvi, procuratore generale a Roma, appartengono invece a Magistratura democratica. Una rivoluzione sia per gli equilibri interni alla Cassazione che per le prossime elezioni del 2018 per il rinnovo dei togati del Csm. Dove, stando anche ai recenti risultati delle ultime votazioni per le giunte distrettuali dell’Associazione nazionale magistrati, potrebbe profilarsi una debacle per le toghe progressiste a favore proprio di Mi ed Unicost. Fuori dai giochi Piercamillo Davigo, l’ex pm di Mani pulite e fra i fondatori di A& I, che aveva presentato domanda per entrambi i ruoli.

Un’ultima considerazione riguarda la componente femminile. Pur essendo ormai preponderante in magistratura, il Csm ha tagliato fuori tutte le donne che avevano fatto domanda, le presidenti di Corte d’appello di Firenze e Milano Margherita Cassano e Marina Tavassi e la presidente di sezione in Cassazione Maria Stefania di Tomassi. Il prossimo 22 dicembre, alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, l’ufficialità della votazione in Plenum.

C’è da discutere e non parliamo dell’assenza di norme che regolamentino l’ingresso dei magistrati in politica, ma lo faremo.

2007.- Italia, un migrante può violentare perché non conosce la legge

di Marco Fontana su Sputnik.

La data in cui l’Italia è divenuta ufficialmente il regno della follia è il 13 settembre 2017, durante un convegno su “sicurezza e legalità”.

Al tavolo dei relatori sedeva l’avvocatessa Carmen Di Genio, membro del Comitato Pari Opportunità della Corte d’Appello di Salerno. Il suo intervento è iniziato con dichiarazioni generiche sullo Stato di diritto, magari non brillanti come quelle di un principe del Foro, ma tutto sommato condivisibili. A un certo punto il suo discorso ha oltrepassato però qualunque soglia di umano buon senso. Parole testuali: Non possiamo pretendere che un africano sappia che in Italia sulla spiaggia non si può violentare una persona, perché lui probabilmente non lo sa nemmeno! Non lo sa proprio! E allora noi, questa extracomunitari li dobbiamo educare alle nostre regole! Dobbiamo educare… dobbiamo applicare questo principio di legalità, che è l’unica cosa che ci può aiutare a combattere anche il terrorismo. Tina Lagostena Bassi si starà rivoltando nella tomba.

Migranti in Italia
© AP PHOTO / ANTONIO CALANNI
L’INPS pensi alle pensioni, non ai migranti che dovrebbero pagarcele.

Non si tratta di una frase estrapolata per polemizzare, ma è il passaggio di un ragionamento ben preciso. E il teorema, badate bene, viene da un’avvocatessa, cioè una donna di Legge, che per questo motivo dovrebbe essere sensibile due volte ai crimini sessuali. Sorvoliamo sul suo eloquio arruffato, sorvoliamo pure sull’atteggiamento da oracolo di boldriniana supponenza. Sono dettagli rispetto al crimine dell’avvocatessa Di Genio: lo stupro del codice penale! Il massacro dell’articolo 5, il cui testo è noto nella forma “La legge non ammette ignoranza”.

A tale norma si pone di solito l’eccezione della cosiddetta “ignoranza inevitabile”, ma la Di Genio riesce persino a negare quel diritto naturale che è l’inviolabilità del corpo, conosciuto da chiunque nel mondo. Costei crede che per gli africani sia normale brutalizzare qualcuno in spiaggia, quando se ne ha voglia.

Al convengo era presente il Questore: forse l’avvocatessa voleva suggerirgli di attivare un corso — a spese dei contribuenti, ovvio — che insegni ai migranti che oltre a stuprare è anche vietato uccidere, rapire e torturare? E dal momento che ha fatto riferimento agli stupri in spiaggia, allora ricordiamo che le bestie che hanno rovinato la vita a una ragazza polacca sono nati e cresciuti in Italia. Quindi, avvocatessa, per loro non vale la scusante dell’arrivo dall’Africa selvaggia? Per inciso, ci fa letteralmente rabbrividire l’atteggiamento del relatore seduto a sinistra dell’avvocatessa, il quale annuisce convintamente alle mostruosità pronunciate. Nulla diciamo invece della signora distratta seduta a destra, che sembra aver perso il filo del discorso molto prima, tediata dall’eloquio soporifero della Di Genio.

Polizia in Italia
© AFP 2018 / JEAN-CHRISTOPHE MAGNENET
Lo Ius soli non ha nulla a che fare con l’immigrazione clandestina e il terrorismo.

Non ne possiamo più del buonismo di maniera che cerca giustificazioni di qualunque tipo per certe categorie di individui. Persino il governo aveva cercato delle attenuanti agli stupratori di Rimini, stilando una classifica dalla quale si evinceva che era maggiore il numero di violenze commesse da italiani rispetto a quelle perpetrate da migranti: peccato omettesse quel piccolo dettaglio che è la proporzione dei due gruppi considerati… La sensazione, anzi la certezza, è che una certa parte politica debba trovare a ogni costo la giustificazione ai clamorosi fallimenti della sua linea di azione, mentre l’altra tace in un angolo, timidamente sulla difensiva per paura di sembrare razzista, dopo anni di lavaggio del cervello e di accuse di fascismo verso qualunque opinione fuori dal coro.

La posizione dell’avvocatessa salernitana è doppiamente assurda, perché non riesce nemmeno a difendere quei migranti che tenta di assolvere. Da un lato li dipinge come bruti che non sanno cosa sia la convivenza civile, dall’altro denigra coloro nei cui Paesi d’origine si applica la sharia, la quale non solo non ammette la violenza all’interno dello ius matrimoniale, ma può comminare persino la pena di morte, come in Arabia Saudita. Invece in Marocco, terra di origine del padre dei violentatori di Rimini, lo stupro è punito con la reclusione fino a 5 anni, mentre in Nigeria (da cui proviene l’altro mostro) è prevista l’impiccagione.

Polizia in Italia
© AP PHOTO / ANGELO CARCONI
Perché finora l’Italia non è stata colpita dal terrorismo islamico?

È sconvolgente l’assenza della tanto sbandierata solidarietà femminile. Dove sta la sensibilità di questa signora rispetto alle atroci sofferenze delle vittime di stupro? Sarebbe capace l’avvocatessa di ripetere il suo  ragionamento così moderno e così tollerante di fronte alle donne violentate o di fronte ai padri o ai mariti di queste? Ormai camminiamo in mezzo ai ruderi della civiltà occidentale.

Oggi l’Europa è infettata dalla subdola ideologia del pensiero unico e del politically correct, che per compiacere alcune minoranze distrugge le regole basilari della società e incita ad annichilirsi di consumismo e di luoghi comuni. Così, cari signori, non arrabbiatevi troppo se vostra figlia viene stuprata da un migrante: l’ignaro violentatore non sapeva di compiere un atto criminale!

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione di Sputnik, ma, sicuramente, coincide con la nostra.

2006.- “Falcone oltre a combattere la mafia doveva lottare contro le invidie e le gelosie dei suoi compagni”: Uno spaccato dei due giudici in un viaggio attraverso le stanze del Tribunale di Palermo

COM’È POSSIBILE UNA SIMILE SENTENZA?

Scafisti per necessità. Così i giudici del Tribunale di Palermo hanno motivato la scarcerazione di 14 scafisti tunisini in galera da due anni. Chiederanno un risarcimento? Saranno liberati tutti i delinquenti per necessità o saranno reclusi i giudici? E secondo voi, sono giudici di parte? Di certo, non vedo più magistrati in loro, ma persone che si sono prestate a essere strumenti del potere finanziario internazionale con il compito di destabilizzare la società, agevolando l’immigrazione clandestina, creando insicurezza, confusione a livello della legge, quindi, nelle Forze dell’Ordine. Sono, perciò, persone socialmente pericolose e, come il cane non muove la coda in cambio di nulla, così anche loro devono avere un qualche tornaconto. Quello è il Tribunale di Giovanni Falcone. La sua scrivania è ancora lì con la sua penna stilografica. Com’è possibile una simile sentenza?
La riforma della magistratura è la numero uno. La Magistratura deve tornare a essere un ordine indipendente, senza frazioni politiche, meno che mai, di sinistra, troppo sbilanciate a favore della politica, nonché deve meritare la sua autonomia costituzionalmente riconosciuta. Altrimenti? Altrimenti meglio eleggerli noi i magistrati.

Andiamo a Palermo con Filodiretto.it.

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Palazzo di Giustizia 

Monreale, 10 dicembre 2017 – “In quelle stanze all’ammezzato del Palazzo, Borsellino e Falcone hanno trascorso molta parte della loro vita: Paolo dal 1980 fino al dicembre 1986, quando viene nominato procuratore a Marsala; Giovanni fino al novembre 1989”. Alle stanze del Palazzo di Giustizia di Palermo Alex Corlazzoli dedica il terzo capitolo del suo libro “1992 sulle strade di Falcone e Borsellino”, che proponiamo integralmente. Per continuare nel percorso di conoscenza dei due giudici che persero la vita nella lotta contro Cosa Nostra.

Se c’è un luogo a Palermo che prima o poi incroci è il Palazzo di Giustizia.

Ci si passa davanti entrando o uscendo dal centro storico per raggiungere il teatro Massimo in piazza Verdi o per fare una passiata tra via Maqueda e via Ruggero Settimo, fino al Politeama.

Ancor più probabile fermarsi a tarda notte al chioschetto che separa via Papireto da corso Amedeo per gustare un cornetto alla crema di pistacchio sotto lo “sguardo” di questo palazzo dallo stile razionalista progettato in epoca fascista.

“Notte e giorno cornetto e cappuccino”. La scritta pubblicitaria sul tetto del baracchino non lascia dubbi. Aggiungerei: ventiquattr’ore su ventiquattro, aperto dodici mesi l’anno.

Proprio come il Palazzo di Giustizia. Dietro quei finestroni rettangolari, una luce accesa c’è sempre. Sulla rampa che arriva fino all’ingresso del tribunale più famoso d’Italia non manca mai qualche auto blu blindata.

Ogni volta che passi lì davanti non puoi fare a meno di immaginare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino mentre lavorano dietro scrivanie colme di faldoni e carpette.

Il tribunale negli anni delle stragi era presidiato dall’esercito come a Beirut o a Tel Aviv. Oggi ci sono i carabinieri che sorvegliano. Sono sentinelle che nei giorni feriali, sul lato di via Giovan Battista Pagano, a ridosso dell’antico mercato del “Capo”, osservano anziane donne, mamme con i bambini che attendono fuori dal Palazzo i cellulari della polizia penitenziaria, per mandare un saluto ai mariti che transitano dal carcere dell’Ucciardone alle aule di giustizia.

È la loro Via Crucis.

“Lì dentro ci stanno gli sbirri che hanno arrestato a mio padre”, mi spiega Totò, uno dei più piccoli spettatori di questa tragica ma reale “messa in scena”. 

“Che ha fatto?”, chiedo cercando di mostrare interesse. La risposta non è quella che mi aspetto: “Sei sbirro pure tu?” Lui, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, non sa nemmeno chi siano. Non riesce neanche a capire perché oggi qui al tribunale ci siano dei ragazzi poco più grandi di lui che stanno per entrare in quel mastodontico palazzo bianco che gli ha sottratto papà.

“Professo’ che fa, si porta dintra ’sti picciotti? Li fa arrestare?” Proprio così: una “gita” in procura.
Entrare a Palazzo di Giustizia a Palermo è come mettere piede in “Casa Mandela” a Soweto, in Sudafrica, o nell’ex palazzo presidenziale all’Havana. È la stessa emozione. Hai la sensazione di toccare con mano la storia, di andare oltre quello che hai letto a pagina 122 del sussidiario di terza media.

Che tu abbia quarant’anni o diciannove, come questi ragazzi che sono qui per la prima volta, non cambia: quando appoggi le suole delle scarpe su quei gradini di pietra bianca che portano alla rampa d’accesso per le auto dei magistrati sotto scorta, rivedi Giovanni Falcone mentre scende dalla macchina attorniato da uomini armati che lo proteggono.

Ogni passo lo mediti, prima di entrare. Ti guardi attorno.

Vedi quell’immensa piazza davanti a te con di fronte il bar Sanremo e all’angolo sinistro l’edicola. Poi, prima di chiuderti nel Palazzo, l’occhio inevitabilmente fugge verso porta Carini all’ingresso del mercato del “Capo” e pensi a come sia strano che a Palermo quest’austero luogo deputato a far rispettare la legge sia sorto a poche centinaia di metri dai banchi di frutta, verdura, sarde e pinoli dove fino a pochi anni fa lo scontrino fiscale non esisteva.

Chissà se anche Falcone e Borsellino avranno avuto le stesse sensazioni.

Dentro l’atmosfera cambia; per orientarsi tra i lunghi corridoi, i diversi piani e le stanze di quello che è stato definito il “Palazzo dei veleni” per i segreti che conserva, bisogna avere un traghettatore. Il nostro “Caronte” si chiama Giovanni Paparcuri, l’autista sopravvissuto alla strage in cui fu ucciso il giudice Chinnici e che Falcone e Borsellino vollero accanto, nel 1985, per informatizzare il Maxiprocesso.

Per anni è rimasto rinchiuso nel bunker del pool per microfilmare i documenti cartacei del primo processo a Cosa Nostra. È l’unico a conoscere davvero cosa è accaduto in quelle stanze collocate nell’ammezzato diventato noto come il “bunker dei due giudici”.

Da qualche anno è in pensione ma si muove nel Palazzo ancora come fosse a casa sua.

“Ogni giorno Falcone e Borsellino entravano da qui”.

Paparcuri inserisce le chiavi nella toppa di una porta a vetri oscurati al piano terra, collocata accanto ai tornelli d’ingresso. Quando apre ci si trova in un lungo corridoio, tra armadi che contengono faldoni di processi, interrogatori, deposizioni.

Per arrivare all’ammezzato bisogna fare una rampa di scale. Eccoci.

Sul citofono all’ingresso del bunker ci sono ancora i nomi di chi lavorava lì dentro: Falcone, Borsellino, Paparcuri. In alto, a sinistra, una telecamera collegata con la stanza del primo, il quale, nonostante la scorta, aveva voluto dei monitor in ufficio per vedere chi entrava. Accanto al bunker una porta di legno chiusa: per anni quella stanza è stata un ufficio postale, poi è diventata quella della segretaria di Falcone e infine il magistrato volle proprio qui una squadra della Guardia di finanza.

Paparcuri ci conduce al bunker in religioso silenzio. Sembra per un attimo di tornare a quegli anni Ottanta. Era lui ogni mattina ad arrivare prima dei “suoi” giudici. L’ex autista di Chinnici ci apre le stanze con tutta la ritualità che si addice a un luogo ritenuto sacro.

Il primo ufficio è il suo: “Falcone mi affidò questo incarico sapendo della mia passione per l’informatica. Ho iniziato il 16 aprile del 1984 e ho finito nel dicembre 2009 di occuparmi della banca dati dell’antimafia”.

Un lavoro prezioso, indispensabile, svolto con la precisione e la passione di un monaco amanuense che passa la vita nello scriptorium: “Ho letto più di cinque milioni di pagine del Maxiprocesso. Qui si entrava alle sette del mattino, ma per uscire non c’erano orari: d’altro canto anche Cosa Nostra non ha orari per ammazzare”. 

Paparcuri ha conservato tutti i macchinari che sono serviti a registrare gli atti del più grande processo alla mafia, ma anche ricordi personali, fotografie.

“Lo Stato per la prima volta in quegli anni dotò l’ufficio di Palermo di apparecchiature informatiche all’avanguardia. Questo si chiamava planetario e veniva utilizzato per microfilmare i documenti. Con quest’altro, il ‘diazo’, duplicavamo le bobine. Quello era, invece, il visore utilizzato dai magistrati per vedere gli atti una volta che erano stati trasformati in microfilm”.

Su un tavolo spuntano anche due carpette gialle. Sulla prima c’è scritto in blu: “Varia corrispondenza. Consiglio superiore della magistratura e caso Palermo”; sull’altra “Riservatissimo”.

Sono lettere, carte che Paparcuri si augura restino nelle mani di pochi: “Falcone oltre a combattere la mafia doveva lottare contro le invidie e le gelosie dei suoi compagni. Si pensava che l’erede del capo del pool, Antonino Caponnetto, dovesse essere Falcone ma nominarono Antonino Meli, che si scontrò subito con tutto il pool, tanto che il 29 luglio del 1988 Falcone aveva chiesto di essere trasferito per poi decidere un mese più tardi di restare a Palermo con grande spirito di sacrificio”.

L’ex autista di Chinnici conserva ancora la lettera scritta il 21 settembre 1988 da Falcone al presidente del tribunale per comunicare la sua scelta: 

Il Consiglio Superiore della Magistratura ha riaffermato nella seduta del 14 settembre la necessità che le strutture giudiziarie compiano ogni sforzo per la repressione, ha espresso la certezza che “tutti i magistrati dell’Ufficio Istruzione di Palermo continueranno ad operare nell’adempimento del loro dovere”. Tale alto richiamo mi induce ad anteporre le riconosciute preminenti esigenze di servizio a qualsiasi altra considerazione, e, pertanto, le comunico di revocare la mia domanda di assegnazione ad altro incarico”. 

Non dev’essere stata facile per lui quella scelta ma il dovere per Falcone e Borsellino veniva prima di tutto.

Senso del dovere e umanità.
Lo si intuisce dalle fotografie archiviate da Paparcuri.
Una di queste è stata scattata a una cena nel 1986, quando Borsellino venne nominato procuratore a Marsala. Per salutarlo i suoi collaboratori organizzarono un momento conviviale e gli regalarono un motorino.

Borsellino seduto al centro del tavolo è sorridente, gioviale, con una polo bianca a maniche corte. Alle sue spalle Falcone in giacca e cravatta scherza e con la mano destra mima qualcosa al collega. Alla stessa tavola, composto, con un abito scuro e una cravatta grigia c’è il loro consigliere istruttore, Caponnetto. Più defilato c’è Paparcuri. E poi i volti di chi non viene mai nominato, le loro segretarie: Barbara Sanzo, Nunzia Russo, Duilia Muia.

“Il motorino venne usato da Manfredi fin quando Borsellino decise di donarlo a un ragazzo, figlio di un detenuto, che ne aveva bisogno per consegnare il pane a domicilio. Per evitare di farlo delinquere lo diede a quel giovane, togliendolo al figlio”. 

Gesti indimenticabili, come quella volta che Borsellino venuto a sapere che Paparcuri si era fidanzato, lo chiamò e gli chiese di andare a Marina Longa per conoscere la ragazza: “Mi diede il suo biglietto da visita. Un foglietto di carta con su scritto Borsellino e il suo numero 8693249”.

Nella stanza all’ammezzato del Palazzo sono conservati anche i ricordi più intimi che lasciano trasparire la tenerezza, la dolcezza che c’era tra Francesca Morvillo e suo marito Giovanni. Lo si capisce prendendo in mano un “pizzino” di carta che Paparcuri ha trovato quasi per caso in un libro che Falcone gli aveva donato insieme a un portapenne e a una papera in pietra di ametista, prima di trasferirsi al ministero a Roma: “Dopo la sua morte avevo il desiderio di toccare quegli oggetti. Sono tornato a sfogliare quel libro e ho trovato un biglietto della dottoressa Morvillo. Quel testo era un regalo che la moglie gli aveva fatto e tra le pagine aveva messo quel biglietto, nella speranza che lo trovasse”.

Falcone forse non ha mai avuto il tempo di prendere in mano quel libro ma una copia del messaggio d’amore oggi è custodita nel bunker. Dice: Giovanni, amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore. Francesca.

Mentre lo leggo a bassa voce, Paparcuri precisa: “L’originale è nella tomba del magistrato. Quando è stata traslata alla chiesa di San Domenico ho voluto che tornasse nelle sue mani”.

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Leggiamolo “1992 sulle strade di Falcone e Borsellino”

 

1998.- COME NASCE L’IMPUNITÀ DEI MAGISTRATI

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Riequilibrare i poteri tra politica e magistratura è l’oggetto della riforma la cui necessità è la più sentita fra gli italiani. Proponiamo tre contributi sul terzo potere dei magistrati che ha demolito le radici dell’ordine democratico, in nome di interessi sempre meno oscuri e anche personali. Al “compagno magistrato” rosso viene chiesto: “Lei non ravvisa neppure un filo di inopportunità nel fatto che una corrente giudiziaria ingaggi una battaglia politica contro il governo?”

Risponde il presidente di Md Carlo De Chiara “Magistratura democratica non è né si sente coinvolta in una lotta contro l’esecutivo. La materia costituzionale però travalica la politica contingente. La Costituzione è destinata a durare ben oltre la vita di un singolo governo. Io mi sento partigiano. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia ma soprattutto perché sono un partigiano della Costituzione. E tra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgerla, so da che parte stare”. 30 ottobre 2011, il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia, iscritto Md, partecipa al sesto congresso dei Comunisti italiani. Il magistrato, “partigiano della Costituzione”, si sente investito di una missione all’apparenza neutra, in realtà profondamente politica e potenzialmente totalizzante. La “resistenza costituzionale” è l’alibi perfetto per condurre ogni sorta di battaglia extragiudiziaria. Se la Costituzione chiama, il “magistrato democratico” risponde.”

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Il terzo potere dei magistrati ha demolito le radici dell’ordine democratico, in nome di interessi sempre meno oscuri e anche personali. Il GIP di Ragusa Giovanni Giampiccolo dissequestrò la nave Open Arms dell’ONG di Open Society, di Soros, andando contro La Procura di Catania: Vedi N. 1762. C’è lo Zampino di Soros in Magistratura Democratica?

 

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articolo 68 della Costituzione

I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.

Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza.

Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza.

 

Le correnti della magistratura non si combattono con le chiacchiere

Vogliamo togliere alle correntine il potere di veto? La soluzione c’è: sorteggiare il Csm, adesso. “Il sorteggio è nella natura della democrazia, il suffragio è nella natura dell’aristocrazia”: parole quasi blasfeme per gli apologeti della democrazia rappresentativa.

Il pensiero del presidente Mattarella: Nell’intervento alla riunione del Consiglio superiore della magistratura dell’8 giugno 2015, il Presidente della Repubblica ha richiamato l’opportunità di modificare il sistema elettorale di questo organismo. Ora che anche il capo di Stato, presidente di diritto del CSM, ha fatto cenno all’esigenza di assicurare la piena rappresentatività del Consiglio. Per evitare quelli che Mattarella definisce “gli inconvenienti” dell’attuale sistema elettorale non basterà però cambiare questo sistema. Bisognerà partire dall’idea stessa di rappresentatività del CSM, per separarla proprio dal meccanismo elettivo.”Il sorteggio è nella natura della democrazia, il suffragio è nella natura dell’aristocrazia”: parole quasi blasfeme per gli apologeti della democrazia rappresentativa, l’unica maniera di governare a cui perdoniamo tutto perché, in fondo, ci sembra che resti la peggiore se si eccettuano tutte le altre. Ma al metodo del sorteggio è d’ostacolo la questione, forse più psicologica che razionale, di poter contare qualcosa e controllare qualcuno.

 

Come nasce l’impunità dei magistrati

Parla Nordio, procuratore aggiunto a Venezia. C’entra anche la possibilità di influenzare la politica.

Nello strano paese bifronte del “nessuno mi può giudicare”, ma in cui i giudici hanno in mano il destino di tutti, dalle pensioni ai ricorsi sugli Autovelox, il paese di decenni consumati nella guerra senza vincitori tra magistratura e politica, c’è un magistrato che sulla refrattarietà dei suoi colleghi a farsi giudicare ha qualcosa da dire. Carlo Nordio, procuratore aggiunto a Venezia, sul petto le medaglie di inchieste importanti condotte rifuggendo i clamori mediatici, ha preso spunto sul Messaggero di lunedì dal ricorso alla Corte costituzionale da parte di un giudice civile di Verona contro la legge sulla responsabilità civile per dire cose importanti: non solo sulla magistratura, ma sui guasti illiberali che da tempo minano la convivenza civile. Argomenta, Nordio, che al primo ricorso altri seguiranno, e verosimilmente saranno accolti perché non esiste una “manifesta infondatezza” tecnica. Anche il principio del “chi sbaglia paga” sventolato spesso dalla politica, è mal posto: “In tutto il mondo ci sono due o tre gradi di giudizio, proprio per il principio di poter rimediare a errori; ma non esistono sale operatorie di primo, secondo, o terzo grado. La giustizia prevede di poter sbagliare. Per questo la legge parla di errore in quanto ‘travisamento del fatto’, non di errori di merito o di interpretazione”. Ma tutto questo non fa dire a Nordio, come magari a qualche suo collega, che debba esistere una sostanziale impunità. E non toglie che ci siano “errori non scusabili. Primo: il magistrato che non conosce la legge. Secondo: il magistrato che non legge le carte. Ma io dico che porre un risarcimento pecuniario in questi casi non serve, tanto siamo già tutti assicurati. No, ci vuole una sanzione sulla carriera, a seconda della gravità. Se un magistrato non sa fare il suo dovere, deve essere giudicato e sanzionato”.

Questo sul merito di una legge che è stata vissuta da una parte della magistratura come un assalto. Ma la cosa più interessante, per Nordio, è spiegare perché le cose vadano così. Perché non solo sia difficile risarcire gli errori giudiziari e sanzionare i colpevoli, ma anche valutare le carriere. In una visione liberale e di sostanza come la sua, il guasto sta nel manico. Andiamo per ordine. “Siamo l’unico paese al mondo con un processo accusatorio e con azione penale obbligatoria. Per cui abbiamo creato l’informazione di garanzia da inviare quando si apre un fascicolo, ‘obbligatoriamente’. Ma siccome siamo un paese, diciamo così, imperfetto, l’informazione di garanzia è diventata una condanna preventiva in base alla quale un politico può essere costretto a dimettersi. Fate due più due: obbligatorietà dell’azione penale più obbligatorietà dell’informazione di garanzia uguale estromissione dalla politica. Ovvero, i pm condizionano la politica. Qui nasce lo strapotere. Oltre al fatto che è lo stesso pm che comanda la polizia giudiziaria e sostiene l’accusa. E al fatto che detiene il potere di estrapolare dall’indagine un’ipotesi di reato anche diversa, e di estendere le indagini ad altri reati e altre persone”. Così parte un altro avviso di garanzia, e si ricomincia: la possibilità di influenzare la politica è davvero enorme. “Ma è colpa di un sistema che lo permette, questo strapotere. Da qui nasce la commistione perversa tra giustizia e politica”.

Da un lato la magistratura condiziona la politica, dall’altro c’è la sua non giudicabilità. Nordio preferisce muoversi nei territori di una visione liberale e non delle polemiche. “Nel 1989 abbiamo adottato il nuovo Codice di procedura penale, ma abbiamo lasciato le basi del sistema come erano prima. Prendiamo gli Stati Uniti: lì l’Attorney ha molto potere e c’è la discrezionalità dell’azione penale. Però le carriere sono separate e inoltre il giudice – la sua controparte – non decide del fatto, di quello decide la giuria. Ha presente i telefilm? ‘Obiezione accolta… la giuria non ne tenga conto’. Per questo alla fine l’Attorney è giudicato secondo i suoi risultati. E allo stesso tempo nessuno ha il problema di fare causa al giudice, dovrebbe al massimo farla ai giurati. Ma questo nel nostro ordinamento non c’è, noi abbiamo inserito la riforma su un impianto costituzionale basato sul codice Rocco. Senza separazione delle carriere, senza meccanismo di valutazione esterna dei magistrati. E’ come prendere una Ferrari e metterci il motore della 500”. Di Nordio è nota la posizione sulle intercettazioni. “Sono un male necessario, come le confidenze alla polizia. Detto questo, la soluzione c’è senza imbavagliare la stampa. Il problema che da elemento di ricerca di una prova (e che quindi dovrebbero rimanere fuori dai fascicoli processuali) sono diventati elemento di prova e come tali vengono trascritte. E una volta che i fascicoli sono depositati è difficile dire a un giornalista di non pubblicarle. Ma c’è di più: poiché diventano prove, allora è giusto siano inserite tutte, anche quelle irrilevanti. Basterebbe non abusarne, ma ne abusiamo”.

Così la libertà di stampa ridotta a circo mediatico-giudiziario: “La cosa grave è che alla fine della catena spesso al giornalista non arriva il nome che gli interessa, ma quello che i pm hanno messo nel fascicolo”. Bisogna portare Nordio un po’ fuori dal suo terreno d’elezione per sentirgli esprimere giudizi ponderati sul paese del “nessuno mi può giudicare”. Individua il retaggio profondo, atavico, “nel paese di cultura cattolica, dove alla fine tutto è perdonato”. Con buona pace di Bergoglio, è “la riserva mentale di un gesuitismo profondo. A differenza di paesi protestanti che hanno introiettato la responsabilità personale. E’ l’angoscia dei giansenisti, dei calvinisti, per il rimorso. In Italia continuiamo a parlare di etica della responsabilità, ma è sempre la responsabilità degli altri”. A questo si somma un’altra pecca, la vocazione a supplire con le leggi alla mancanza di regole condivise, per cui “abbiamo dieci volte le leggi della Gran Bretagna e continuiamo a metterne, o ad alzare i massimali di pena, senza che ciò abbia conseguenze pratiche, anzi”. E’ un po’ il caso delle nuove leggi sull’anticorruzione? “E’ un buon esempio. Invece servono poche leggi, chiare, rispettate”. E’ anche per questo che assistiamo al debordare del potere giudiziario, quello che gli anglosassoni chiamano “giuridicizzazione”, in cui ogni decisione diventa questione di magistrati, non di scelta politica? “E’ un altro problema culturale. Ma tanto più è debole la politica, tanto più lo spazio viene occupato dalla magistratura. E a molti livelli sul diritto per come è scritto prevale quello che viene chiamato con uno slogan ‘il diritto vivente’. Ad esempio è quello che ha fatto la Consulta sulle pensioni ritenendo, credo, di dover dire qualcosa sui livelli di salvaguardia dei redditi, cosa che dovrebbe decidere invece il Parlamento”. Hanno notato in molti: la Consulta forza la mano alla politica. “Un aspetto mi inquieta. La sua sentenza aggrava i conti pubblici, impone al governo di operare senza la necessaria copertura, cosa che invece la Costituzione prevede. Siamo a un caso in cui la Corte costituzionale, per assurdo, forza l’esecutivo ad agire al di fuori della Costituzione”.

”.

1997.- La verità, vi giuro, sui giudici di sinistra

Dire che la magistratura è politicizzata non è una provocazione ma è una dura realtà. I responsabili della gogna giudiziaria sono spesso nelle procure. Libro e confessioni choc di un Magistrato democratico.

magistrati.jpg--Da Il Foglio.

Mi iscrissi a Magistratura democratica in un pomeriggio dei primi anni Ottanta, quando le correnti parevano serie aggregazioni culturali e non erano ancora diventate, come adesso, il simbolo di ciò che non è più serio nella magistratura. Un tempo, bisogna dirlo, le correnti erano necessarie. Tutti sanno cos’era la magistratura in Italia prima di quel caldissimo luglio del 1964 quando Magistratura Democratica venne costituita. Tutti sanno – credo – che quella dell’apoliticità della magistratura è una pretesa e basta, incompatibile con l’alta politicità di qualsiasi decisione giudiziaria. Tutti continuano a sorridere, dopo quasi un secolo, per ciò che nel lontano 1925 proclamò in Parlamento il guardasigilli Rocco, quello del codice: “La magistratura non deve fare politica […]. Non vogliamo che faccia politica governativa o fascista, ma esigiamo fermamente che non faccia politica antigovernativa e antifascista”. Sì, un tempo le correnti erano necessarie. Poi, però, sono degenerate. Da luoghi di elaborazione culturale sono divenute ottusi centri di potere e ora fanno più danno della grandine. Non mi piace generalizzare perché, come sempre, c’è magistrato e magistrato, e ci sono modi diversi di far parte di una corrente e di sentirsi parte di un progetto. Ma è sicuro che un tempo le correnti rappresentavano soprattutto le differenti vene culturali della magistratura in relazione a quelli che allora, nello specifico, erano gli interrogativi di fondo. Giudice notaio o giudice garante? Interpretazione costituzionale o precostituzionale della norma? Attenzione ai fenomeni politici o terzietà olimpica? E così via.

 

Compagni magistrati

Oggi le correnti della magistratura hanno assunto un ruolo diverso e non si può proprio dire che siano lontane dalla compromissione politica. Mi iscrissi a Magistratura Democratica dopo titubanze e tentennamenti durati quasi quindici anni. Avevo poco più di quarant’anni ed ero sicuro, come molti altri, che mi sarebbe stato possibile – e così fu – essere un magistrato di Magistratura Democratica senza essere o apparire meno imparziale. Convinto, come molti altri, che per una persona di sinistra tale iscrizione non potesse avere che un motivo, almeno in via principale: garantismo e uguaglianza nei processi e impegno teso a rendere meno inermi i più svantaggiati. Perché proprio in quegli anni Magistratura Democratica l’aveva finalmente finita con la fissazione della lotta di classe – o almeno aveva avuto qualche piccolo ripensamento alla luce di quanto era successo e stava succedendo – e aveva virato verso quel garantismo di cui mi ero sempre sentito portatore. Farne parte per me significava questo, mettere le mie forze, le nostre forze, al servizio di un progetto più grande. Al centro della nostra funzione doveva esserci l’attenzione alla persona, l’attenzione anche verso chi non era potente, l’attenzione verso tutti quei disagiati che, troppo spesso, restano di fatto indifesi nel circuito giudiziario. E in questa ottica di giustizia ci si proponeva, altresì e di conseguenza, di affinare sempre più gli strumenti investigativi al fine di colpire il “potere invisibile”, i grandi furbi, quelli dei piani superiori abituati a farla franca. Magistratura Democratica voleva essere questo: la richiesta di una giustizia costituzionalmente orientata che assicurasse ai deboli lo stesso rispetto, le stesse attenzioni e le stesse garanzie di solito riservati ai forti. Avendo un po’ in mente le parole di Anatole France: “La legge è uguale per tutti, vieta sia ai ricchi che ai poveri di dormire sotto i ponti”. Ecco, le intenzioni erano davvero buone. Oserei dire… pie. Perché erano i tempi, sottolineo ancora, in cui le correnti venivano intese esclusivamente come luogo di aggregazione tra persone che la pensavano in modo omogeneo e si mettevano insieme per reagire alle forze considerate ingiuste e si confrontavano per far dialogare, far circolare alcune idee, alcuni progetti, alcune visioni del mondo. Ed erano i tempi, per capirci, in cui i ragazzi di sinistra, o almeno molti di loro, sentivano l’urgente bisogno di cambiare la cultura di una magistratura che pareva essere ancora, come durante il fascismo, solo uno strumento di conservazione al servizio dei dominanti, al servizio dell’establishment. Se avevo titubato per quasi quindici anni prima di aderire a Magistratura Democratica una ragione c’era, però. Perché, lo ripeto, dalla sua costituzione e per molto tempo l’ossessione della corrente era stata qualcosa che a me non interessava più di tanto: la lotta di classe di tradizione marxista e basta; magistratura come contropotere e scarsa attenzione alle persone. Qualche accenno su cosa avevamo appena vissuto? Già nel lontano 1969 era avvenuto un passaggio chiave per il mondo di Magistratura Democratica. Una fase di assestamento che coincise con l’arrivo degli anni di piombo, quando l’organizzazione affrontò una scissione interna guidata dal magistrato Adolfo Beria di Argentine. Di Argentine sosteneva che Magistratura Democratica si era legata troppo alla sinistra più estrema e che questa sua nuova natura metteva gli associati in una posizione di non terzietà. L’occasione della rottura arrivò con un piccolo episodio. Il 30 ottobre 1969 Francesco Tolin scrisse sul settimanale “Potere Operaio”, di cui era direttore, un articolo che fece scalpore: un inno alla violenza operaia. Per quel pezzo venne condannato a diciassette mesi di carcere. E il mondo di Magistratura Democratica si divise: la parte moderata difese la sentenza, quella meno moderata riteneva invece inaccettabile punire il direttore di un giornale per un reato di opinione. Alla fine i primi decisero di uscire dall’associazione accusando i colleghi di essere “schiavi dell’ideologia sessantottina “; provarono a dar vita a una vera e propria scissione, ma non ci riuscirono. Due anni dopo, la linea della via politica venne esplicitata in un documento presentato da tre colleghi, Luigi Ferrajoli, Salvatore Senese e Vincenzo Accattatis. Un testo storico, intitolato Per una strategia politica di Magistratura Democratica, in cui si chiedeva esplicitamente di organizzarsi come “componente del movimento di classe”, di dare vita a una “giurisprudenza alternativa che consiste nell’applicare fino alle loro estreme conseguenze i principî eversivi dell’apparato normativo borghese” e di lavorare tutti insieme per avviare una pratica capace di sintetizzare la voglia dei magistrati di fiancheggiare la battaglia politica con gli strumenti della giustizia: “l’interpretazione evolutiva del diritto”. (…)

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Nei primi anni Ottanta le cose, come ho detto, erano cambiate parecchio. Gli anni di piombo, il periodo durante il quale si passò rapidamente dall’estremismo della dialettica politica e parapolitica al terrorismo, all’eversione, allo stragismo, alla strategia della tensione (ricordo ancora l’impressione procuratami nel 1981 dal film di Margarethe von Trotta che da quella stagione prende il titolo), stavano finendo. Comprensibilmente, nel frattempo, c’era stato l’ampliamento dei poteri delle forze dell’ordine con le leggi Reale del 1975 e Cossiga del 1980, ampliamento suffragato dal trionfante esito del referendum popolare del 1981. Del resto nel 1969 avevamo vissuto la strage di piazza Fontana, nel 1978 l’assassinio di Aldo Moro, nel 1979 quello di Guido Rossa e del mio compagno di lavoro Emilio Alessandrini, tra l’80 e l’81 la strage della stazione centrale di Bologna, l’assassinio di Vittorio Bachelet e dell’altro mio collega Guido Galli e, nel Veneto, l’uccisione del commissario Albanese e del direttore del Petrolchimico di Marghera Sergio Gori e il sequestro del generale americano Dozier, tanto per citare alcuni dei casi più celebri. Inoltre, verosimilmente, Magistratura Democratica si era accorta che l’acceso, spesso inconsulto, qualche volta criminale attivismo sociopolitico di quelle confuse aree di estrema sinistra cui molti facevano riferimento poteva, nel guazzabuglio venutosi a creare, essere pericolosamente oggetto di sospetti, di investigazione e di denunce penali. Ricordo, ad esempio, che nel gennaio 1980 era stata formulata un’interpellanza urgente di Claudio Vitalone (più una ventina di senatori democristiani) al ministro di Grazia e Giustizia per sapere se rispondesse al vero la voce che durante una perquisizione disposta dalla procura di Roma nell’ambito di indagini relative alla morte a Segrate dell’editore Giangiacomo Feltrinelli fosse stato rinvenuto un atto da cui emergevano precisi collegamenti tra organizzazioni eversive e membri di Magistratura Democratica al fine di concertare l’approccio giusto per alcuni processi. Il fascicolo fu archiviato nel 1982, ma solo dopo grande clamore mediatico e pesanti vicissitudini processuali per i magistrati di Magistratura Democratica coinvolti. Altro esempio quello del “processo 7 aprile”. Lo ricordate? È il processo del cosiddetto “teorema Calogero”, per cui, nell’aprile del 1979, finirono in carcere Toni Negri, Emilio Vesce, Oreste Scalzone e altri. Le assoluzioni furono molte. Nel 1982, in “Critica del diritto” numero 23, Luigi Ferrajoli commentò: “Questo processo è un prodotto perverso di tempi perversi. […] E resterà come un sintomo grave e allarmante di arretratezza medievale della cultura giuridica della sinistra che a esso ha dato mano e sostegno”. Sono convinto, come altri, che proprio il “processo 7 aprile” fu l’ultima goccia che fece traboccare un calice di paura e, di conseguenza, fu la causa della svolta di Magistratura Democratica. Resipiscenza? Mah! Di certo era cambiato qualcosa che aveva determinato un mutamento di rotta: non più solo lotta di classe, ma anche, e soprattutto, lotta per le garanzie. Sì, proprio garantismo. Ma il garantismo, ahimè, durò poco. E oggi non faccio fatica a dire che, purtroppo, credo sia estraneo al Dna di Magistratura Democratica. Perché il garantismo attiene alla persona e Magistratura Democratica s’interessa, invece, ai fenomeni, ai determinismi sociologici, alle classi, alle masse. Perché garantismo e sospetti sono tra loro incompatibili e Magistratura Democratica non sa rinunciare ai sospetti, lo si evince dalla storia giudiziaria dei suoi membri. Magistratura Democratica dimentica che non a caso il codice (articolo 116 disp. att. c.p.p.) usa le parole “sospetto di reato”… solo per le autopsie. Ho letto da qualche parte che il povero procuratore della Repubblica di Roma Michele Coiro – uomo probo e mite morto d’infarto nel 1997, e nell’ultimo periodo della sua vita schiacciato dai sospetti che un’inchiesta milanese palesava nei suoi confronti solo sulla base, pare, di una domanda al massimo inopportuna da lui formulata a un collega – usasse dire, pur appartenendo a Magistratura Democratica come i magistrati che lo inquisivano, che “il moralismo di sinistra era venato di sospetti […] la peggiore categoria mentale figlia di Magistratura Democratica”. (…)

La situazione di oggi è questa, una magistratura corporativa e politicizzata, vistosamente legata ai centri di potere, che non urla per protestare contro un sistema che l’ha resa inutile, ma anzi continua a opporsi in modo sistematico a qualsiasi progetto di riforma dell’esistente. È probabilmente l’effetto del piccolo cabotaggio delle varie campagne elettorali, attente più agli indubbi privilegi di categoria, compresi quelli economici, che ai modi per sanare un sistema spesso inefficiente. Piccolo cabotaggio che però non impedisce – soprattutto per quell’assenza di complessi sottesa a una politicizzazione così anomala – di agire e pontificare non solo in casa propria, ma in relazione a buona parte dei grandi temi politici nazionali e internazionali senza tema di essere apostrofati con un “taci, cosa c’entri tu?”. È questo che ha portato la giustizia, e non solo Magistratura Democratica, a ritenere di avere una singolare missione socioequitativa realizzabile non con la difesa dei più deboli, ma con l’attacco ai più forti. È come se a un tratto, in mancanza di alternative di governo, una parte della magistratura avesse scelto di perseguire attraverso la via giudiziaria l’applicazione del socialismo reale. Ma così salta tutto. Saltano i confini tra la politica e la magistratura. Salta la distinzione dei ruoli. Oggi è solo tautologia dire che la magistratura è partitizzata, non si tratta di un’opinione, è un dato di fatto. Esistono le correnti. Esistono i magistrati che professano in tutti i modi il loro credo politico. Esistono grandi istituzioni, come il Csm, dove si fa carriera soprattutto per meriti politici. E francamente non riesco a criticare fino in fondo chi sostiene che con una magistratura così esista il rischio che le sentenze abbiano una venatura politica. È un dramma, negarlo sarebbe follia.

(…) Vogliamo ricordare i tempi di Tangentopoli? Qui c’è un prima e c’è un dopo. Il prima è la fase della contemporaneità, quando noi di Magistratura Democratica abbiamo pensato che finalmente ce l’avevamo fatta, che finalmente la giustizia non era più soltanto uno strumento nelle mani dei potenti e a difesa dei potenti, ma era uno strumento con cui costringere anche i potenti al rispetto della legge. Poi, anni dopo, è divenuto chiaro ciò che realmente era successo: Tangentopoli non è stata soltanto una grande azione di pulizia etica, diciamo così, ma l’occasione in cui, in nome della battaglia contro i potenti, sono emersi i nuovi potenti, i nuovi giacobini, quelli che per la loro un po’ eccessiva e un po’ disinvolta veemenza investigativa costrinsero il legislatore a modificare l’articolo 274 del codice di procedura penale aggiungendo in precisazione una cosa ovvia che dovrebbe marcare il Dna di ogni magistrato imparziale (e informato sul diritto al silenzio notoriamente assicurato all’interrogato dall’articolo 64 del codice di procedura penale): “Le situazioni di concreto e attuale pericolo [di inquinamento probatorio, per capirci] non possono essere individuate nel rifiuto della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato di rendere dichiarazioni né nella mancata ammissione degli addebiti”. Era già accaduto con l’articolo 291 del codice, dove era stato necessario aggiungere che, nella richiesta al gip di misura cautelare, il pm deve presentare “gli elementi su cui la richiesta si fonda nonché tutti gli elementi a favore dell’imputato e le eventuali deduzioni e memorie difensive già depositate” (precisazione resa necessaria dall’accertata prassi dei pm, davvero costituzionalmente disorientata, di far conoscere al gip solo gli atti a favore dell’accusa, e che già nel 1999 aveva costretto il legislatore a riformulare addirittura l’articolo 111 della Costituzione in quanto, con sentenza 361/1998, la Corte Costituzionale aveva ritenuto utilizzabili contro l’imputato dichiarazioni da lui rese nel suo procedimento o in procedimenti contro altri – articolo 210 c.p. – al di fuori di ogni qualsiasi contraddittorio). È sempre per le stesse ragioni che alcuni membri del pool di Mani Pulite hanno incrociato la strada della politica. Penso a un magistrato che, dopo quell’esperienza, divenne ministro dei governi Prodi nel 1996 e nel 2006, e alleato del centrosinistra in tutte le elezioni politiche fino al 2008. Penso a un magistrato che nel 2006 fu eletto senatore nella lista dell’Ulivo. E penso a un altro magistrato, quello del “resistere, resistere, resistere”, che scese in campo, diciamo così, per sostenere la candidatura di Walter Veltroni alla guida del Partito democratico. Eccoli i risultati di una politicizzazione spinta: inchieste condotte a furor di popolo in quanto sostenute, a prescindere, dai media e dall’opinione pubblica; magistrati sempre indaffarati, con il cellulare all’orecchio e lo sguardo di chi farà giustizia… e magari nelle frettolose retate viene calpestata ingiustamente qualche vita; trionfo del Cencelli negli organigrammi delle procure; correnti ormai votate più a ottenere riconoscimenti che a dibattere sulle necessità giudiziarie per far crescere una sana cultura di giurisdizione; ascesa di alcuni magistrati – sparuta minoranza, per fortuna – ormai geneticamente modificati dalla convinzione che, spesso, per raggiungere un determinato ruolo conta più chi ti propone di ciò che tu stesso hai fatto per guadagnartelo; magistrati che passano mesi in campagna elettorale, mesi a promettere cose che poi dovranno mantenere quando raggiungeranno un obiettivo.

 

[**Video_box_2**]Allora è ovvio che qualcuno pensi, mettendo insieme i pezzi, che talvolta l’azione della magistratura possa nascondere un fine legato non solo al rispetto della legge, ma anche a un’idea della politica. Attenzione, non mi riferisco a complotti o ad altre ingenuità del genere. Qui si tratta proprio di un problema di metodo, individuale. Non esistono complotti, esistono atteggiamenti, che a volte possono essere più o meno diffusi, e questi atteggiamenti spesso presentano lo stesso problema: la legge non è uguale per tutti, ma è più severa con chi non la pensa come te. Si tratta di accanirsi su una persona, o di utilizzare con questa metodi che non useresti con altri, solo perché ciò ti fa sperare in un ritorno d’immagine. (…) A questo punto mi si chiederà inevitabilmente: il ragionamento vale anche per Berlusconi? Non entro nel merito dei processi, che non conosco, non ho titolo per farlo, ma mi sento di affermare senza paura di essere smentito che se Berlusconi non fosse entrato in politica non avrebbe ricevuto tutte le attenzioni giudiziarie che ha ricevuto. Anche nel caso Ruby, che in linea teorica avrebbe dovuto essere un ordinario processo di concussione e prostituzione minorile, è evidente che l’ex presidente del Consiglio ha avuto un trattamento speciale (…).

 

Mi rammarico poi di non capire fino in fondo con quale faccia e credibilità, in tutti questi anni, amici e colleghi abbiano non di rado usato la magistratura come un trampolino da cui lanciarsi per entrare in politica o ottenere incarichi utili e di prestigio. Ne ho visti e ne vedo anche oggi: candidati presidenti di regione, presidenti del Senato, ex candidati alla presidenza del Consiglio, candidati sindaci, assessori, ministri. Ma come si fa? Non si capisce che utilizzare la propria dote giudiziaria per fini politici rappresenta un danno di immagine per tutta la magistratura? Non si capisce che, una volta che si diventa di parte, viene considerato, o rischia di essere considerato, di parte tutto quello che si è fatto fino a un attimo prima con la toga sulle spalle? Non si capisce che far diventare di parte anche un solo processo significa dare l’impressione che tutta la magistratura sia di parte? Che mettere la legalità a servizio di una parte politica equivale a dire che chi sta dall’altra non rappresenta la legalità? E non si capisce, infine, una cosa banale, e mi verrebbe da dire drammatica, una questione che, se vogliamo, c’entra, ancora una volta, con la parola legalità. Sia chiaro, non voglio pensare che sussista il delitto di abuso d’ufficio (articolo 323 c.p.) solo perché la Costituzione impone al magistrato indipendenza, imparzialità e soprattutto terzietà (articoli 25, 101, 102, 104, 107, 108, 111), ma per lo spirito – solo lo spirito – di codeste norme non si potrebbe pensare che un magistrato che usa la propria carriera per mettersi in politica, o anche solo per fare politica, sia un magistrato che abusa del proprio ruolo e se ne infischia della parola terzietà? Non puoi essere terzo oggi e schierarti per una parte domani. Non devi farlo e non dovrebbe esserti consentito. Se lo fai, commetti un errore. Hai abusato della visibilità del tuo ufficio, vivaddio, e in questo modo insinuerai nella testa dei cittadini l’idea che il magistrato terzo sia l’eccezione, non la regola. Sì, è davvero un dramma. (…)  Così non va e non è possibile che non si cambi. Lo dico forte della certezza che si tratta di poche mele marce. Forte del fatto che, come me, la stragrande maggioranza dei colleghi ha sempre evitato non solo l’utilizzo della visibilità istituzionale a fini politici, ma qualsiasi rapporto potesse far sospettare la possibilità di un trattamento vantaggioso perché legato alla funzione. Io, per capirci, come quella stragrande maggioranza, l’automobile l’ho sempre comprata da chi non mi conosceva. Ecco. Basterebbe far perdere alle correnti ogni valenza diversa da quella culturale. Basterebbe adottare nuovi criteri per la selezione del personale. Basterebbe premiare i bravi, non i raccomandati. Basterebbe far entrare un po’ di merito nel nostro mondo. Basterebbe far sì che l’appartenenza alle correnti cessasse di essere conveniente, per dirne una, sorteggiando i consiglieri del Csm e non più eleggendoli seguendo la logica del Cencelli dopo più o meno abili campagne elettorali. Basterebbe così poco, ma nessuno lo fa. E di fronte a questa situazione c’è solo da dire: scusate davvero, ma io non ci sto.

1996.- “Così nacque il patto segreto che legò i giudici e la sinistra”.

Ferdinando Cionti, avvocato, incaricato dall’ allora Presidente Craxi di verificare la legittimità dell’operato del Pool Mani pulite, ricostruisce gli avvenimenti di quegli anni e giunge alla conclusione che venne effettuato un vero e proprio colpo di Stato, con il quale si modificarono i rapporti costituzionali tra magistratura e politica, instaurando una egemonia della magistratura, tuttora vigente.
L’intelligenza dell’analisi e la sincera passione civile che animano queste pagine siano per i lettori un’occasione per conoscere più approfonditamente i fatti e valutarli sotto il profilo giuridico – oltre che politico, com’è avvenuto prevalentemente finora – anche per inquadrare correttamente le vicende dei nostri giorni.

 

“Così nacque il patto segreto che legò i giudici e la sinistra”

Colpo di Stato fu, e non solo giudiziario: la matrice di Tangentopoli fu anche politica. Si basò, secondo Ferdinando Cionti, sul patto d”acciaio fra il Pool di Mani Pulite e un partito dai molti nomi: Pci/Pds/Ds/Pd.

In un saggio precedente, Il colpo di Stato (edito da LibertatesLibri, come quello che ora ne è il proseguimento, Il patto segreto di Tangentopoli tra Pool e Pds, pagg. 230, euro 12), il giurista aveva smontato l’ingranaggio dell’inchiesta condotta fra il ’92 e l’anno successivo. Secondo la sua analisi Borrelli, Di Pietro & C. erano responsabili di una serie di illegalità, tra le quali ripetute violazioni dell’articolo 289 del codice penale (attentato contro gli organi costituzionali). In particolare avevano fatto cadere la nomina di Bettino Craxi a presidente del Consiglio: al vertice dello Stato, Scalfaro, informato dai giudici di Mani Pulite, aveva preso atto delle indagini segrete in corso e aveva ripiegato su Giuliano Amato. Ne conseguiva che un pubblico ministero aveva condotto indagini illegittime contro Craxi, interferendo nella nomina del Presidente del Consiglio, scavalcando l’esito delle elezioni, il Parlamento, e limitando lo stesso potere del Presidente.

Ma in che senso le indagini del Pool erano state illegittime? Per molti motivi. La scintilla dell’inchiesta, cioè l’arresto di Mario Chiesa per la vicenda delle tangenti legate al Pio Albergo Trivulzio, era scoccata in seguito a una serie di intercettazioni illegali. In pratica Di Pietro aveva «inventato» l’esistenza di un reato per il quale è consentita l’intercettazione telefonica. Anche il conferimento dell’inchiesta a Di Pietro era stata irregolare: lui stesso per l’«operazione Chiesa» aveva concordato con la polizia giudiziaria una data in cui era di turno, in modo da farsi assegnare il processo.

Ancora, nei confronti di Mario Chiesa, Di Pietro aveva dimenticato deliberatamente di depositare nei tempi dovuti gli atti previsti per il rito direttissimo. Il che gli aveva consentito di prolungare indefinitamente la detenzione, cuocendo Chiesa a fuoco lento: le confessioni erano il risultato di una procedura illegale basata sullo choc indotto da carcere e manette. Non basta: Di Pietro, dopo aver proceduto per concussione al fine di condurre intercettazioni illegali, aveva ideato un altro trucco, applicando alla sua inchiesta sulle tangenti la legge che riguarda le rogatorie internazionali per il riciclaggio di denaro sporco proveniente dal traffico di droga o armi. Così aveva scavalcato il ministro della Giustizia, che avrebbe dovuto autorizzarlo, alterando i rapporti fra magistratura ed esecutivo.

Non basta? Si consideri allora che il Pool aveva inventato la «dazione ambientale», un reato sociale e collettivo di corruzione, secondo il quale il rischio di reiterazione dei reati è sempre possibile. Effetto: veniva fatto capire all’indagato che la sua permanenza in carcere poteva durare all’infinito. Un metodo infallibile per farlo passare dalla confessione dei propri reati alla delazione di quelli altrui. Nel caso di Chiesa, aveva anche uno scopo politico: far sì che alla fine venisse chiamato in causa Craxi, nemico pubblico numero uno del partito dei giudici dal tempo del delitto Tobagi, e ancor più da quando il Psi si era schierato a favore della responsabilità civile dei magistrati. Ma soprattutto le indagini sull’odiato cinghialone erano avvenute in violazione dell’articolo 335 del codice di procedura penale, segretamente, senza iscrivere il suo nome nel modello 21, il registro in cui finiscono le notizie di reato con nominativo conosciuto, e che prevedono al massimo sei mesi di indagini, in modo da non chiedere l’autorizzazione a procedere nei confronti del parlamentare Craxi. Di qui gli attacchi del Pool all’articolo 68 della Costituzione appunto sulla autorizzazione a procedere (che aveva lo scopo di mantenere indipendenti i poteri legislativo ed esecutivo dal giudiziario).

Ecco le conclusioni di Cionti: il Pool guidato dal procuratore Borrelli aveva bisogno di un alleato per ottenere l’abolizione dell’immunità parlamentare e sanare a posteriori i più gravi reati commessi. Questo alleato fu l’allora Pds, mortalmente minacciato dal crollo dell’Urss, e disposto ad accordarsi con Craxi pur di entrare nell’Internazionale socialista. Temendo che il suo disegno egemonico ne venisse bloccato, il Pool offrì al partito di Occhetto la distruzione di Craxi e del Psi, in modo che il Pds potesse prenderne il posto. Ecco il motivo dell’annullamento all’ultimo momento, da parte dei post-comunisti, del documento che avrebbe dovuto sancire nel 1992 «l’intesa fra tutte le forze di progresso», cioè l’alleanza col Psi. Ecco perché l’inchiesta riguardò solo esponenti marginali o miglioristi del Pds. E perché le migliaia di manifestanti spontanei in favore di Mani Pulite e contro Craxi furono quasi tutti militanti di quel partito. E come mai, in seguito ai segnali intermittenti e inquietanti che aveva ricevuto dai giudici su quel che stava accadendo, ci furono le improvvise dimissioni di Cossiga dal Quirinale. Su questo sfondo si legge lo svuotamento della autorizzazione a procedere e la nascita del patto d’acciaio fra sinistra e partito dei giudici, ormai inossidabile. Svuotamento di fatto che diventava di diritto, con la riforma dell’articolo 68 della Costituzione, resa possibile dall’incalzante iniziativa del Pds che pagava in tal modo la sua salvezza; e, parallelamente, dalla pressione esercitata dal Pool con le sue azioni giudiziarie nei confronti dei parlamentari della maggioranza, in violazione proprio dell’articolo 68. Così cambiavano i rapporti tra i poteri dello Stato, poiché parlamento e governo risultavano subordinati al potere coercitivo della magistratura. E poiché il potere coercitivo è l’essenza della sovranità, veniva attuato un vero e proprio colpo di Stato – conclude l’autore del saggio – secondo l’articolo 287 del codice penale.

Ferdinando Cionti a suo tempo era stato incaricato da Craxi di verificare se la Procura di Milano, nei giorni convulsi di Tangentopoli, avesse commesso illegalità. Oggi può dire d’aver portato a termine quel compito.

 

1994.- la magistratura politicizzata è una realtà incompatibile con la Repubblica democratica!

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David Ermini, deputato fiorentino per due legislature, renzianissimo, responsabile Giustizia del Pd, per due legislature, Commissario del Pd a Genova, è il nuovo vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. Di fatto, un politico di professione sarà il  presidente del C.S.M.. Dov’è l’indipendenza? È stato eletto dal plenum di Palazzo dei marescialli, presieduto dal capo dello Stato, con 13 voti ed è indicativo che per l’elezione si sia attesa la terza votazione. Nelle precedenti consiliature, si è proceduto alla elezione del vice presidente dopo che si era raggiunta l’intesa sul suo nome, cioè, alla prima.

Ridicolo l’annuncio del nuovo vicepresidente del Csm: “Ho chiesto la sospensione dell’iscrizione al mio partito perché ritengo che quando si assume un incarico istituzionale si deve avere la possibilità di essere libero”. Così, come se, da un giorno all’altro… Ha detto: “Noi dobbiamo prima di tutto essere rispettosi della legge” Ecco, a mio parere, la sua elezione è antidemocratica, non soddisfa i cardini della democrazia ed è contro legge: La XII disposizione transitoria, ma permanente e finale della Costituzione Italiana e la L. N. 645/52. Vorrei chiederle: “Ermini, lei e chi l’ha eletto, facciano un favore: Si dichiarino “eversori”! Leggo della disapprovazione di Bonafede e di Di Maio: “Ermini è stato eletto a marzo, si è fatto 5 anni in parlamento con il Pd lottando contro le intercettazioni: la riforma che abbiamo bloccato era proprio la sua. Ora lo fanno pure presidente. Il Sistema è vivo e lotta contro di noi“; ma tutti quelli che hanno a cuore e quelli che hanno giurato fedeltà alla Repubblica devono disapprovare questa ulteriore occupazione delle istituzioni da parte di un partito inesistente e questa sempre più palese politicizzazione della Magistratura.

Tre sono le fazioni politiche al Governo: La Lega, del Centro Destra, il Movimento 5 Stelle, della sinistra e le correnti dei magistrati, solo di sinistra, ben rappresentate dal C.S.M. e dal suo presidente. Del resto, è noto che nel C.S.M. si avanza per meriti politici e quali. Le correnti si sono costituite, inizialmente, in associazioni, pretestuosamente culturali, ma, subito dopo, chiaramente politiche o politicizzate; quindi, in centri di potere. La Giustizia ha subito una metamorfosi che ha riportato al tempo della Repubblica Sociale questa Repubblica Italiana, ma con una connotazione statalista, la prima, e disfattista, la seconda: cosiddetta di destra, la prima e di sinistra, la seconda. Ho detto disfattista perché l’indipendenza del potere giudiziario, precisamente, l’apoliticità della magistratura è una condizione di esistenza della repubblica democratica, venuta meno la quale, viene meno la democrazia. Ecco il ritorno alla dittatura. In altre parole, il disfattismo si produce attraverso un atto eversivo, dal momento che violata l’apoliticità della Magistratura, viene meno la Giurisdizione, cardine dello Stato.

Aggiungete la tolleranza colpevole del presidente del C.S.M., perché doveva e non ha vigilato e non ha attivato l’azione disciplinare; aggiungete, ancora, la negazione della sovranità dello Stato da parte del suo stesso garante, il Presidente della Repubblica, e anche del C.S.M. e ditemi se questo non è disfattismo. Come si giustifica questa terza fazione politica? Cito l’ex procuratore capo di Prato, Piero Tony, di “Magistratura democratica” – nome sciocco in una Repubblica democratica e parlamentare, al pari di quello di “Magistratura Indipendente” di Piercamillo Davigo, che è stato anche presidente dell’Associazione nazionale magistrati: “.. l’apoliticità della magistratura è una pretesa e basta, incompatibile con l’alta politicità di qualsiasi decisione giudiziaria”. Non commento se non che questo magistrato, della rappresentanza parlamentare, conosce proprio poco. Quindi, ancora, non solo la legge non è più uguale per tutti, ma non è uguale nemmeno per tutte le correnti dei magistrati ed è forse perciò che sono tutti comunisti o di una parte. Disfatta che è la democrazia, il potere giudiziario può compromettersi, fa politica e la fa contro i governi, magari nascondendosi dietro i più usati dei cavalli dell’ipocrisia di sinistra: L’antifascismo e il razzismo e, perché no? in nome della Carta dei diritti umani, di carta, appunto. L’elezione diretta del Capo dello Stato, presidente del C.S.M. e un mandato ridotto a quattro anni possono costituire un rimedio; ma visto che: “l’apoliticità della magistratura è una pretesa e basta, incompatibile con l’alta politicità di qualsiasi decisione giudiziaria”, è urgente una profonda riforma della Magistratura, dei suoi organi disciplinari e delle sanzioni. Altrimenti, che senso avrebbe il divieto costituzionale della riorganizzazione del partito fascista? La legge 20 giugno 1952, n. 645 o legge Scelba in materia di apologia del fascismo, sanziona «chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità» di riorganizzazione del disciolto partito fascista, e «chiunque pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche». Appunto, “oppure le sue finalità antidemocratiche”. Cosa c’è di più antidemocratico di un magistrato politicizzato o di associazioni di magistrati politicizzate o di un C.S.M. politicizzato?