Archivi categoria: Giustizia

1852.- Carmelo Zuccaro, bordata contro le Ong: “Complici di un traffico criminale, non solo i migranti ma anche il petrolio”

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In questi giorni in cui, con la complicità del caso Aquarius, è tornato ad infiammarsi il dibattito sulle Ong, torna a farsi sentire Carmelo Zuccaro, il procuratore di Catania che in passato ha indagato proprio sulle Organizzazioni non governative, svelandone alcuni aspetti a lungo taciuti. E, intervistato da Il Messaggero, torna all’attacco, di fatto spiegando perché la linea adottata da Matteo Salvini sia quella giusta: “Le persone che hanno già realizzato enormi guadagni dal traffico di migranti, attraverso una rete di collusione, riescono a corrompere chi deve vigilare sulle raffinerie libiche e fanno uscire petrolio di contrabbando”, afferma. E le Ong sarebbero in un qualche modo complici, anche inconsapevolmente, di questo sistema: “Il loro sistema di soccorso – riprende Zuccaro – risponde a una logica sbagliata: costringe le persone a consegnarsi nelle mani dei criminali”.

Secondo Zuccaro, insomma, l’attività si sta estendendo dal traffico di esseri umani ad altri affari illegali: “Estendono le loro attività illecite. Hanno sempre più denaro con cui corrompono, reclutano sempre più persone, sono in grado di dotarsi di armi sempre più micidiali. E riescono a infiltrare nel governo funzionari”. Quando gli chiedono cosa ci sia di sbagliato nel sistema di soccorso attuale, il procuratore risponde: “Sia che venga effettuato tramite navi di Ong o altro, è un anello di un sistema che è sbagliato nella sua struttura, perché è impossibile pensare che si debba affidare i legittimo diritto di persone che hanno diritto alla protezione internazionale a venire in Europa per l’esame della loro situazione, a un traffico che appartiene a soggetti criminali”. E ancora: “Bisognerebbe eliminare il traffico di migranti verso la Libia e per questo dico che il sistema dei soccorsi in mare, delle Ong, risponde a una logica sbagliata. Costringe le persone a consegnarsi nelle mani di criminali – ribadisce -. Questo è profondamente sbagliato, non risponde al senso di umanità, né di solidarietà. Le Ong – insiste Zuccaro – fanno parte di un sistema profondamente sbagliato, che affida la porta d’accesso all’Europa a trafficanti che sono criminali senza scrupolo. Non parlo di inchieste in corso, ma di un fenomeno generale”, conlcude.

da Libero

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1847.- Pamela Mastropietro. Chiuse le indagini per la procura di Macerata il cannibalismo è un assassinio qualunque, perciò, è Innocent Oseghale l’unico assassino e stupratore.

La procura di Macerata tratta l’omicidio di Pamela come il fatto di un singolo. Con riguardo alle dichiarazioni dei complici,non valuta la pericolosità sociale del cannibalismo, né adotta misure di prevenzione. Il Codice Penale non è il libretto di Mao e il cannibale non è un mafioso. Dietro la solerte chiusura delle indagini sul fatto di cannibalismo di Pamela a Macerata, c’è sotto qualcosa di molto grosso e pericoloso, che può coinvolgere persone, enti e istituzioni che non so quanto vadano tutelati. Se il ministro degli interni Salvini inviasse un’ispezione, sarebbe opportuno e prudenziale. Il cannibalismo in Nigeria, Congo, Ghana ed altri paesi africani è una pratica rituale ancora molto diffusa. C’è anche un commercio di carne umana. Buonisti è negazionisti non lo ammettono, ma basta andare su you tube per vedere. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che hanno importato nella nostra società, per comprenderne la pericolosità sociale. Il cannibale non è un mafioso che potrebbe e non potrebbe agire. Può esserlo in qualunque istante. La procura di Macerata non ne è consapevole e li libera. Guardate la foto di questo articolo, rabbrividite e rendetevi conto di chi stiamo accogliendo, Pamela ha fatto la stessa fine.
Mario Donnini

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Fatti di Macerata, chiuse le indagini. Chiuse davvero? Roberto Buffagni dubita.
di Maurizio Blondet – Roberto Buffagni

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Ieri la Procura di Macerata ha chiuso le indagini sull’omicidio di Pamela Mastropietro. Unico indagato, Innocent Oseghale, che dovrà rispondere di omicidio volontario, vilipendio, distruzione e occultamento di cadavere, con l’aggravante di aver ucciso Pamela durante uno stupro dopo averla drogata. Sulla violenza sessuale, c’è discordia con il GIP e il tribunale del Riesame, che ritengono non sufficientemente provata la custodia cautelare per violenza sessuale. L’uomo potrebbe aver ucciso, infatti, perché colto dal panico quando vide Pamela collassare dopo l’iniezione di eroina. Per la Procura, invece, il movente scatenante fu la violenza. Oseghale avrebbe comunque violentato, ucciso e smembrato il cadavere da solo: scagionati da tutte le accuse connesse all’omicidio Lucky Awelima e Desmond Lucky, che restano in carcere per la sola accusa di spaccio (Quindi, il cannibalismo è un assassinio qualunque. Ndr). [1]

Giudicando con le informazioni di cui dispongo (i media e basta) le conclusioni delle indagini sembrano gravemente incoerenti con gli elementi disponibili. Ho illustrato un paio di settimane fa perché queste tesi accusatorie non mi persuadono: http://italiaeilmondo.com/2018/05/05/macerata-come-procedono-le-indagini_di-roberto-buffagni/ . Non vedo perché dovrei cambiare idea, a meno che scagionare Lucky Awelima e Desmond Lucky non serva ad avviare una indagine sulla mafia nigeriana, sorvegliandoli con discrezione: se è così, naturalmente mi scuso sin d’ora con gli inquirenti.

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Ma se non è così, e temo proprio che non sia così, questo mi pare un esito determinato da un classico condizionamento ambientale. Nessuno dei moventi dell’omicidio, per come risulterebbero ipotizzati dall’accusa, avrebbe il minimo rapporto con la razza e la diversa cultura del colpevole, nessuna delle modalità dell’omicidio alluderebbe a complicità, precedenti o posteriori all’omicidio, della mafia nigeriana. Il modus operandi del colpevole designato, Innocent Oseghale, sempre alla luce del tenore della contestazione formulata dagli indaganti, ci presenterebbe semplicisticamente il ritratto di un balordo dai nervi fragili, un criminale dilettante che si fa prendere dal panico. La vittima ci viene presentata come un prodotto della società, della droga, del crollo dei valori e del disorientamento della gioventù in questo mondo così difficile e sordo alle esigenze, eccetera. L’unica divergenza tra le ipotesi sulla dinamica dell’omicidio riguarda proprio la vittima, e non il suo assassino: per il Procuratore Pamela è stata violentata da Oseghale, per il GIP no. Questo aspetto della vicenda – se il rapporto sessuale tra Pamela e il suo omicida sia stato consenziente o meno – è certo rilevante sul piano giudiziario e importante per i parenti di Pamela, ma non ci aiuta a capire come sono andate davvero le cose: chi l’ha uccisa e perché, chi e perché l’ha smembrata per poi depositarne il corpo fatto a pezzi sul ciglio di un viottolo di campagna.

L’impressione che ne ricavo è che gli inquirenti abbiano seguito un codice informale teso a chiudere il caso il più presto possibile e nel modo più indolore. Ovvio il dubbio e il sospetto che ne consegue: c’è sotto qualcosa di molto grosso e pericoloso, che può coinvolgere persone, enti e istituzioni che vanno comunque tutelati.

Mi sbaglio? Spero di sì, temo di no. E se il Ministero degli Interni inviasse un’ispezione della Criminalpol per dissipare i timori e i sospetti che certo non sono l’unico a nutrire? Timori e sospetti ben insinuati tra i profani, ma anche tra gli addetti ai lavori.

(MB. Condivido i forti dubbi del giornalista Buffagni: perché i magistrati di Macerata sminuiscono il delitto dei nigeriani? Sono al corrente che dalla Nigeria stiamo importando sette segrete di stregoni cannibali, che fanno a pezzi corpi umani per ricavarne amuleti “di potenza”? La polizia nigeriana ne scopre a decine. Dopo la scoperta del corpo sezionato “professionalmente” della povera Pamela, avevo pubblicato sul mio sito un rapporto su questo orrendo fenomeno criminale.

NIGERIA, IL CANNIBALISMO PER MAGIA NERA. Un rapporto della Commissione Canadese per l’Immigrazione.
Maurizio Blondet

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Secondo varie fonti, le uccisioni rituali in Nigeria vengono eseguite per ottenere parti del corpo umano da utilizzare nei rituali ( The Punch 10 agosto 2012; Sahara Reporters 3 luglio 2012). Il quotidiano di Lagos This Day spiega che “i ritualisti, conosciuti anche come cacciatori di teste, vanno alla ricerca di parti umane su richiesta degli erboristi, che li richiedono per i sacrifici o per la preparazione di varie pozioni magiche” (26 settembre 2010).

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http://thenationalpilot.ng/adeyemi-college-missing-students-decomposed-body-found-in-ondo-ritualists-den/ (Nigeria, 28 agosto 2017)

1762.- MAGISTRATO ROSSO CHE HA DISSEQUESTRATO NAVE ONG È QUELLO DEL RAPITORE INDIANO ‘ASSOLTO’

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ONG dissequestrata, Zuccaro non molla: “E’ associazione a delinquere”

Lo ammette lo stesso Oscar Camps, famigerato fondatore dell’organizzazione di trafficanti umanitari con un tweet, che si riferisce al dissequestro della loro nave: «È solo un primo passo e una buona notizia. Open Arms è stata rilasciata, ma le indagini a Catania sul reato di associazione a delinquere e quella di Ragusa sul favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, continuano».

Zuccaro, procuratore capo di Catania, prima del dissequestro della nave di Open arms, aveva spiegato «la necessità di ulteriori approfondimenti investigativi che questo ufficio sta già effettuando». Il comunicato di tre pagine fornisce un quadro più ampio delle accuse. Gli «ulteriori approfondimenti investigativi» partono dall’estate del 2016 e non riguardano solo l’Ong spagnola. L’inchiesta super blindata della procura sta ricostruendo due anni di operazioni della flotta umanitaria. «A partire da questo periodo, l’attività di soccorso in mare è stata in larga misura svolta dalle navi di Ong straniere – scrive la procura di Catania – (e in alcuni casi anche all’interno delle acque territoriali libiche, come è stato segnalato dagli organi investigativi per precedenti operazioni effettuate da natanti della Ong Proactiva Open Arms, coinvolta nell’inchiesta oggi in esame), che hanno portato in Italia un numero assai elevato di migranti, spesso senza fornire alcuna collaborazione agli organi di investigazione per la raccolta tempestiva di informazioni utili all’individuazione degli autori del traffico». Zuccaro spiega come «l’immane problema umanitario (…) non può certamente essere risolto affidando ai trafficanti la gestione delle partenze dei migranti ed alle Ong la gestione del loro recupero in mare, perché così si arricchiscono solo le organizzazioni criminali dei trafficanti (…) e si fa gravare su di un solo Paese, l’Italia, l’onere insostenibile dell’accoglienza di tutti coloro che vengono recuperati in mare». E sottolinea che «non può non far riflettere il fatto che l’Ong spagnola in questione non si sia occupata del soccorso di migranti sulla rotta Marocco-Spagna, dove pure sussistono analoghe esigenze umanitarie».

Il procuratore capo di Catania punta il dito contro i finti salvataggi in mare quando non sussiste il pericolo di vita, come nel caso della Open arms, che il 15 marzo ha «sottratto i migranti alle attività di soccorso operate legittimamente da quelle unità della guardia costiera libica alle quali il governo italiano ha riconosciuto il diritto di intervenire (…) e ha fornito persino i mezzi e l’addestramento per farlo».
Il gip di Catania che aveva convalidato il sequestro della nave spagnola concordava con Zuccaro sulla «precisa volontà della Ong di portare i migranti solo nel territorio dello Stato italiano disattendendo volutamente tutte le indicazioni e disposizioni impartite dalle autorità preposte». Il gip di Ragusa, che ieri ha dissequestrato la nave, non ha minimamente calcolato, come scriveva Zuccaro nel suo recente comunicato che «la Ong, contravvenendo a una precisa richiesta della Guardia costiera italiana e, quindi, violando consapevolmente il codice di condotta che pure aveva sottoscritto, si è rifiutata di chiedere alle autorità maltesi di consentire lo sbarco dei migranti». Negli atti dell’inchiesta si legge che il capitano di Open arms, Marc Reig Creus, ancora indagato «a specifica domanda ha riferito di non aver ottemperato alle indicazioni da lui giunte dai diversi Imrcc intervenuti (centri di coordinamento dei soccorsi italiano e spagnolo, nda) in quanto così suggerito dal coordinatore generale». Ovvero Gerad Canals, che guidava le operazioni da Barcellona, uno dei tre indagati per associazione a delinquere e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Quando leggemmo dello spostamento per competenza dell’affaire Open Arms dalla procura di Catania a quella di Ragusa, con decisione sul sequestro quindi pendente davanti al Gip di quel tribunale, avevamo una certezza: il dissequestro.

Perché? Per i trascorsi del Gip, il magistrato Giovanni Giampiccolo. E la sua appartenenza politica.

I trascorsi parlano chiaro. Nel 2016 fece scandalo la decisione della procura di scarcerare l’indiano che tentò di rapire una bambina nel ragusano. E il Gip poi decise per il ‘non luogo a procedere’: credettero a lui, clandestino e poi espulso, e non ai genitori. E perché processarlo, una volta espulso, sarebbe costato troppo:

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Ram Lubhaya, l’indiano accusato di aver tentato di rapire una bambina nella spiaggia di Scoglitti, nel Ragusano. Il giudice per le indagini preliminari Giovanni Giampiccolo ha accolto la richiesta del pubblico ministero perché “risulterebbe contrario a ragioni di economia processuale”, procedere dopo che l’indagato è stato espulso a causa del permesso di soggiorno scaduto.

Senza processo e condanna, il rischio che torni è molto più alto.

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Ma non basta. Il Gip che ha deciso il dissequestro della nave dei trafficanti umanitari, infatti, è membro attivo di Magistratura Democratica, il partito di sinistra dei magistrati.

Oggi ne parla il Primato Nazionale con un interessante articolo:

Pochi giorni dopo il sequestro della nave Open Arms della Ong spagnola del bagnino Oscar Camps, Proactiva Open Arms, Magistratura Democratica, associazione di magistrati vicina alla sinistra italiana, pubblica un post su Twitter nel quale esprime solidarietà all’organizzazione e dichiara “il dovere del soccorso in mare”.

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Nello stesso post, Magistratura Democratica aggiunge il collegamento al comunicato ufficiale di Medel (Magistrats européens pour la démocratie et les libertés), della quale è membro, dove si legge: “Grazie alle operazioni di salvataggio di Proactiva Open Arms, 59.000 migranti sono stati salvati dall’annegamento nel Mediterraneo, evitando così che il numero già vergognoso di morti registrati quest’anno aumentasse. Come riconoscimento per il valore di questo lavoro umanitario, che rappresenta la traduzione pratica di un forte impegno per la difesa dei diritti fondamentali in nome della solidarietà e della dignità umana che fanno parte della nostra civiltà e cultura, MEDEL ha deciso di nominare Proactiva Open Arms per il 2018 premio Václav Havel Human Rights of the Parliamentary Assembly del Consiglio d’Europa. Pur confermando il nostro pieno rispetto per le decisioni emesse dalle autorità giudiziarie in merito alle operazioni di salvataggio effettuate da Proactiva Open Arms il 15 marzo 2018, riteniamo opportuno ricordare che la valutazione della legalità di una missione di salvataggio in mare non può prescindere dal primato di assicurare, in ogni circostanza, la sicurezza dei migranti e gli obiettivi umanitari sottostanti tutte le operazioni di salvataggio”.

VERIFICA LA NOTIZIA
Quindi, il 31 marzo, Medel, in concerto con Magistratura Democratica, inizia con le pressioni sulla Procura di Catania di Carmelo Zuccaro. E non solo: i democratici magistrati propongono l’appena indagata Proactiva Open Arms per un premio europeo, quasi sicuri della sua rapida “assoluzione”.

Qualche giorno prima, il Gip di Catania Nunzio Sarpietro, membro di Magistratura Democratica come da elenco disponibile sul sito istituzionale, rinvia gli atti dell’inchiesta alla Procura di Ragusa facendo cadere l’associazione a delinquere imputata a Proactiva Open Arms e quindi la competenza della Procura etnea. In soldoni, l’inchiesta è stata tolta al Procuratore Carmelo Zuccaro.

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Il 16 aprile arriva il provvedimento del Gip di Ragusa, Giovanni Giampiccolo (oggi giudice del lavoro), che dispone l’immediato dissequestro della Open Arms della ONG spagnola perché “la Libia non e’ ancora in grado di riaccogliere i migranti soccorsi in mare nel rispetto dei loro diritti fondamentali”. Quindi il Gip accoglie le richiesta degli avvocati degli indagati, che si rifiutarono di consegnare i migranti alla Guardia Costiera Libica. Con buona pace degli accordi intercorsi tra il nostro Governo e le autorità libiche, della dispendiosa formazione della Guardia Costiera Libica eseguita dalla nostra Guardia Costiera e da Eunavfor Med Operazione Sophia, e dell’attività di IOM Libya nei centri di detenzione governativi.

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La vedetta libica Sabratha con a bordo 200 migranti sottratti ai trafficanti.

Però c’è un piccolo particolare che forse è sfuggito al Gip di Ragusa e a tutta la stampa immigrazionista festante. Non solo Proactiva Open Arms decise di non consegnare i migranti “salvati” ai libici, ma raddoppiò, nonostante le direttive dell’MRCC di Roma, rifiutando lo sbarco a Malta e proseguendo testardamente verso le coste siciliane.

Dobbiamo presumere che anche l’isola maltese non sia un porto sicuro per i migranti?

Sorprendentemente, anche il Gip di Ragusa, Giovanni Giampiccolo, è un membro attivo di Magistratura Democratica.

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Nell’articolo pubblicato lo scorso ottobre intitolato “”Ius Soli, il legislatore faccia presto”. Se i giudici dell’Anm dettano l’agenda politica” meglio si inquadra l’attività dell’associazione togata.

Eugenio Albamonte, ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati e membro di Magistratura Democratica, lo scorso aprile, ha dichiarato: “Zuccaro ha fatto delle dichiarazioni e poi le ha precisate. Si tratta evidentemente di un argomento sensibile ed è per questo che una maggiore cautela sarebbe da tenere in considerazione. Anche perché si riscontra, ed è un dato di fatto, un’attenzione generale ossessiva e ossessionata per tutto quanto provenga dai Pm, con le forze politiche che utilizzano le dichiarazioni dei magistrati come un randello contro gli avversari”. Insomma, una tirata d’orecchie pubblica rivolta al Procuratore di Catania dopo la messa in discussione dell’operato delle ONG nel Mediterraneo.

Una particolare fondamentale a proposito di Magistratura Democratica: promuove insieme ad ASGI, associazione “legale” finanziata da George Soros e autrice del programma immigrazione del Movimento 5 Stelle, la rivista Diritto, immigrazione e cittadinanza.
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Il taglio editoriale della rivista è chiaramente “immigrazionista”, delineando inequivocabilmente una convergenza nelle agende “politiche” in tema immigrazione e diritto delle due associazioni.

Come abbiamo scritto ieri: non è normale che dei magistrati tengano in scacco un Paese per le loro malsane ideologie. Magistratura democratica è un’associazione ideologicamente eversiva, perché propugna la destrutturazione etnica della nazione. Eppure, scrivendo questo, ci esponiamo a vendette giudiziarie: perché i suoi membri sono ideologicamente impegnati nei tribunali.

Qualcuno, fantasioso, potrebbe vedere in questa articolata operazione che ha portato al dissequestro della nave Open Arms, il lavoro di una congrega con aggancia dove non dovrebbero esistere agganci.

La rete di connivenze è ampia e infiltrata nei gangli vitali dello Stato. Se le ong per anni hanno potuto, indisturbate e anzi invitate, trafficare centinaia di migliaia di clandestini africani dalla Libia all’Italia, è perché le complicità sono profonde.

Sono, ovviamente, nel governo abusivo. Ma anche nella magistratura. Con magistrati che partecipano a convegni nei quali parlano di aprire i confini, e poi si trovano a giudicare sul sequestro o meno di una nave ‘umanitaria’.

E non dimentichiamo le connivenze negli organi di disinformazione: giornalisti che da anni definiscono ‘profughi’ i clandestini nigeriani in fuga dalla guerra in Siria e parlano di ‘Canale di Sicilia’ quando vengono prelevati a Tripoli.

Quella dell’accoglienza è una mafia, perché genera business. Si saldano due interessi convergenti: quello economico delle coop-Vaticano-mafie e quello più ‘elevato’ della sostituzione etnica.

1671.- A MACERATA, MARCIA ANTIFASCISTA SÌ, PRESIDIO FORZANOVISTA NO.

PER I MACELLAI DELL’ITALIA FARE A PEZZI UNA RAGAZZA, MANGIARNE(?)IL CUORE, LE PARTI INTIME, NON È OMICIDIO. INFATTI È PEGGIO,MOLTO PEGGIO.
“Sabato in Italia sei persone sono state vittima di una aggressione armata a causa della loro pelle: ci mancava solo il delirio dell’Unione Europea sulla sparatoria a Macerata contro gli africani. Ma neanche una parola per Pamela, macellata da un animale nigeriano, una delle tante risorse per la dittatura eurocomunista nemica dei popoli. Anche Piero Grasso è tornato alla carica: “Chi semina odio raccoglie violenza”. Il presidente della Cei Bassetti è entrato a gamba tesa dicendo “no agli imprenditori della paura, bisogna favorire l’inclusione”.
Il segretario della Lega ha rispedito al mittente l’allarme fascismo: “Questa cosa incredibile dell’allarme fascismo, del ritorno dei fascismi, dell’ondata delle camice nere mi sembra surreale e agitata da una parte politica che in sei anni ha dimostrato il suo nulla. Sull’immigrazione io chiedo regole: avere in Italia circa 500mila immigrati porta ovviamente caos e se non si espelle nessuno qui ci mettiamo trent’anni per tornare alla normalità”.
Il segretario di Forza Nuova e leader di Italia Agli Italiani fa sul serio e chiede al pool di avvocati di difendere Luca Traini. Intanto Piero Grasso sclera e attacca il vento patriottico: ” Noi siamo contro gli irresponsabili, la solidarietà di Forza Nuova è oltre ogni limite”. NESSUNA PIETA’ PER LA RAGAZZA SQUARTATA.
Il leader della coalizione Italia agli Italiani dichiara quanto segue: “Rendo noto che il mio Movimento ha deciso di chiedere ad un pool di avvocati (i quali hanno immediatamente offerto la propria disponibilità) di incalzare magistrati e autorità preposte all’ordine civile per le criticità emerse gli ultimi giorni nel maceratese”.
Roberto Fiore chiede spiegazioni urgenti riguardo:
1) il trattamento riservato al pusher nigeriano Innocent Oseghale, responsabile dell’omicidio di Pamela Mastropietro, che in questi momenti potrebbe essere scarcerato in quanto non accusato di omicidio;
2) le accuse rivolte a Luca Traini (strage e aggravante razziale), totalmente avventate nel contesto dei fatti.
Il pool di legali di Forza Nuova si occuperà anche di denunciare alla Procura di Macerata l’esistenza di una violentissima ed efferata mafia, quella nigeriana, già evidenziata dal Presidente della Commissione Antimafia Franco Roberti, per questo, conclude Fiore, “terremo gli occhi ben aperti sugli eventi di Macerata e non tollereremo altre distrazioni o ingiustizie”.
E il leader del partito di estrema sinistra LeU Piero Grasso sbraita:
“Se fomenti fascismo e razzismo, uno che spara rischi di trovarlo. Noi siamo contro gli irresponsabili, la solidarietà di Forza Nuovaè oltre ogni limite”. Così Pietro Grasso alla presentazione dei candidati del Lazio di Liberi e Uguali ha commentato il raid di Macerata, dove il ventottenne Luca Traini ha ferito a colpi di pistola sei stranieri nella città marchigiana. “È il momento di difendere quelli ai quali si spara in mezzo alla strada. Noi siamo contro fascismo. Non è possibile minimizzare come atto di un folle quello che è chiaramente terroristico a sfondo razziale”, ha continuato Grasso.

L’autopsia:

Il referto autoptico di Pamela, depositato in Procura dal medico legale Antonio Tombolini, parla di “depezzamento, scarnificazione, sezionamento di parti di derma, muscolatura e seni” e denuncia la irreperibilità di alcuni organi come il cuore e parte del pube, oltre alla scomparsa della porzione di collegamento tra testa e torace, cioè del collo della ragazza. La causa di morte è stata identificata in una «intossicazione acuta da xenobiotici per via endovenosa probabilmente indotta, oltre ad una ferita da punta e taglio alla parte bassa della porzione postero-laterale destra del torace», e non è stato possibile quantificare l’entità dell’ emorragia a causa del depezzamento, ed inoltre «lo smembramento in vari pezzi del corpo è stato eseguito con grossi strumenti da taglio, ed è stato mutilato in più punti, testa, torace, mammelle, bacino, monte di venere, mentre le braccia e le gambe sono state ridotte ciascuna in due parti». I vari pezzi del cadavere poi sono stati dissanguati e lavati uno ad uno con una «sostanza a base di cloro», per poi essere deposti in due valigie, le stesse che sono state recapitate ai medici legali con il loro macabro contenuto.

A MACERATA, MARCIA ANTIFASCISTA, di Maurizio Blondet

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….Eppure, il mistero delle donne spezzate, mutilate e abbandonate in sacchi o valigie ai bordi delle strade, è stato affrontato anche da siti antirazzisti, illuministi e progressisti come quello di Repubblica, dove si ricordava, in un articolo dal titolo Indagine sui cadaveri mutilati (archivio Repubblica 2007-08-26) che:“ Poco prima del Natale 1999 un cacciatore notò un grosso sacco nero in un bosco nei pressi di Macerata. Lo aprì e svenne. Nel sacco c’ erano i resti di una donna giovanissima, bianca, nuda. Le braccia erano legate dietro la schiena; la testa e le mani erano state tagliate.”

http://www.ereticamente.net/2018/02/lafrica-che-ci-invade-e-ci-travolge-con-le-pratiche-oscure-della-necromanzia-il-poliscriba.html

Viene beccato un clandestino nigeriano, noto spacciatore, con due valige dentro cui ci sonoi pezzi di una giovane donna. Cosa pensa immediatamente un GIP progressista? Che NON l’ha uccisa lui. Non ci sono prove. L’indagine suppone che lei è morta per overdose e lui s’è spaventato – è un animo delicato che ha tanto sofferto – per cui l’ha dissanguata, sezionata, squartata, privata del cuore, del Mons Veneris ed altri interessanti dettagli, e quindi ha cercato di liberarsi del corpo.

Quando qualcuno che se ne intende ventila che in questo omicidio ci sono elementi che fanno pensare a un rituale “nero”, ecco:

“Gli inquirenti smentiscono in modo assoluto: niente riti voodoo”.

Matt Martini (che dal suo post su Facebook sembra uno studioso di medicine alternative, gnosi e rituali etnologici) scrive:

6 febbraio alle ore 22:06 ·
La procura di Macerata, irritualmente, e non so quanto regolarmente circa la divulgazione di materiale relativo alle indagini, fa una smentita di questo tipo…
Molto infondata in realtà, perché non risulta che i giudici di Macerata siano esperti di culti africani e, stante che non hanno nominato ancora degli antropologi come consulenti, non hanno conoscenze in merito.
Alcune precisazioni:
1) io non ho mai parlato di voudu, il voudu è un culto sincretico haitiano. In Nigeria è praticata soprattutto la Regla de Ifa.
2) Non si tratta di riti occulti ma fanno parte del culto ordinario. Il quale prevede anche sacrifici umani.
3) bisogna distinguere fra riti di sacrificio e omicidi rituali. In questo secondo caso, varie parti del corpo devono essere tagliate ed ognuna offerta ad uno specifico Orixà.
4) Anche se si compie un sacrificio in un terreiro consacrato a questo o quell’orixà, colui che compie effettivamente il taglio, chiamato ‘maestro di coltello’, deve essere un iniziato di Ogun.
5) I sacerdoti di Ogun hanno sulle braccia e sul cuio capelluto i segni di Ogun, delle cicatrici di tagli da coltello piuttosto riconoscibili, recanti simboli particolari.
Sarebbe piuttosto facile smentire l’appartenenza del nigeriano a tali culti, semplicemente facendo queste rilevazioni. Ad ogni modo qui non risulta che queste indagini siano state fatte. Su cosa si basa allora il magistrato per fare certe smentite?
6) Dove ha posto il nigeriano le parti del corpo asportate (cuore, fegato, capezzolo, monte di venere)? Solitamente vengono tenute in dei feticci o in vasi, nell’ipotesi di uso rituale. Il sospettato per ora non ha collaborato.
Anche escludendo la mancanza del cuore (la procura di Macerata dice “non confermata”, il che è diverso da “smentita”) rimane che lo smembramento è frequente nella Black Axe nigeriana, soprattutto verso le prostitute. E nella Black Axe è presente una componente di culti rituali, è una cosa ben nota.
7)L’ipotesi rituale è confermata dal fatto che asportare certe parti anatomiche richiede quanto meno una certa esperienza, e quindi occorre una mano del mestiere.
8 ) Se anche fosse che lui ha solo trasportato il cadavere o ha infierito, qualcuno deve aver comunque ucciso la ragazza. O qualcuno a cui sono stati consegnati gli organi. In ogni caso questo presuppone un’organizzazione di almeno due o più persone. In questo secondo caso, anche se il soggetto non ha i segni da houngan questo non smentirebbe l’ipotesi rituale. Allora l’houngan potrebbe essere qualcuno a lui superiore.

Una prima autopsia non rivela le cause del decesso, dice Repubblica. Nella seconda autopsia il medico legale, professor Mariano Cingolani,

“Pamela ha una ferita alla testa che all’occhio clinico del cattedratico risulta inferta quando era viva. E ha ferite all’altezza del fegato compatibili con il segno di coltellate”, scrive Repubblica: “Secondo il medico che ha condotto l’esame si rafforza l’ipotesi dell’omicidio. La procura: ci vuole ancora cautela”.

Anche se “a parere del professore, chi ha agito lo ha fatto con una mano straordinariamente esperta e, apparentemente, a giudicare dalla meticolosità con cui ha operato in alcune parti del corpo, con l’intento di ostacolare il più possibile gli accertamenti scientifici in grado di rivelare se Pamela sia stata stuprata o strangolata”.

Il giorno dopo, nuovo articolo: “Un nigeriano di 27 anni è stato bloccato dai Carabinieri di Milano nella Stazione Centrale perché sospettato di un coinvolgimento nell’omicidio di Pamela Mastropietro. I militari hanno individuato l’uomo su indicazione dei colleghi del capoluogo marchigiano e sono già in viaggio per consegnarglielo. Sembra che l’uomo stesse cercando di raggiungere la Svizzera. M

Il gran giornale illuminato ci spiega che “la seconda autopsia sui resti della 18enne romana non è stata in grado di sciogliere la riserva sulle cause del suo decesso, ma da essa sarebbero stati tratti gli elementi che hanno portato all’individuazione dei due nigeriani da interrogare. Gli inquirenti sono convinti che lo smembramento del cadavere non possa essere stato eseguito da una solapersona”.

La procura precisa: ” Non sono stati effettuati fermi”. Nemmeno del nigeriano che stava scappando in Svizzera. Repubblica: “Restano le due principali ipotesi sulla morte di Pamela: overdose o omicidio. ”

Le procure ci hanno aituato a tanti misteri. Il negazionismo della magia nera africana della procure di Macerata è interessante. Poniamo che fosse stato beccato con le due valigie con dentro i pezzi squartati di Pamela un giovanotto di Forza Nuova, un fascista: avrebbero detto presto presto che NON ci sono prove che ad ucciderla sia stata lui? La capacità di deduzione avrebbe sicuramente agito, in questo caso: i fascisti uccidono, si sa.

Infatti è stata autorizzata la Marcia Antifascista: ANPI, ARCI, Potere al Popolo, i Centro Sociali , le Madri di non so cosa: “Ora e sempre resistenza!”. A pochi giorni dalle elezioni, non si può farne a meno. Il governo ha preparato tutto per vincere le elezioni: aumenti distipendio e nuovo contratto a milioni di dipendenti pubblici, così sanno per chi votare; ma senza un corteo antifascista, che elezioni sarebbero? Il pericolo è il fascismo, mica l’arrivo dei rituali africani di sangue praticati. C’è un ordine pubblico per i centri sociali e un altro per i cittadini. Anche una manifestazione conclusasi pacificamente contro il garantismo verso uno squartatore,così innocente da dover cancellare ogni prova del suo delitto, serve a instaurare un clima di violenta e ingiustificata repressione poliziesca, nientemeno che della polizia in tenuta anti-sommossa. Aggressione immotivata della Polizia contro i forzanovisti che tornavano alle proprie auto, 15 fermati, 6 di loro feriti, è il primo bilancio. Dopo aver subito una prima carica in piazza, accerchiati dalla canea antifascista, Roberto Fiore è stato circondato dai giornalisti, a questo punto è stato chiesto ai militanti di fare ritorno alle auto. Durante il tragitto l’aggressione, violenta e assolutamente immotivata. A Macerata non bastavano i giudici con la tessera! Più violenza, più controlli, più limiti, più regime.
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Siamo in lutto. Inutile commentare. Aspettando la Marcia Antifascista, occupate il tempo ascoltando un comizio di una nota avvocatessa:

Intanto, ecco cosa pubblica il Viminale razzista:
Dati choc dal Viminale: il 55% dei furti, il 39% di stupri, commessi da immigrati che sono solo l’8%. Questo non significa razzismo. Significa che è in corso un progetto eversivo, che sono state occupate e colonizzate le istituzioni e che hanno sovvertito i poteri dello stato democratico: esecutivo, legislativo e giudiziario e, poiché, la politica ci è imposta da una Banca Centrale Europea, privata, significa che ci siamo spogliati di ogni diritto e che mai più ne avremo.

1409.- LA GIUSTIZIA ITALIANA NON È ADEGUATA ALLA SFIDA DELL’INVASIONE

Attacco terroristico nella metropolitana di Londra, il quinto attentato a Londra nel 2017. I feriti sono stati 29 e diversi pendolari sono rimasti ustionati in seguito all’esplosione di un ordigno sul vagone del metrò, alla stazione di Parsons Green che si trova nella zona sud ovest della capitale.

++ Londra: testimoni, 'palla di fuoco su treno metro' ++

Il Sun, mostra uno scatto pubblicato su Twitter di un secchio ancora fumante all’interno di una busta frigo della catena di supermercati Lidl.

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I testimoni, fra cui l’italiana Roberta Amuso, hanno raccontato d’una fiammata, quindi del fumo, della sensazione da topi in trappola. Non tutti hanno udito con chiarezza il boato, segno di una deflagrazione probabilmente solo parziale del marchingegno, come confermato in seguito da Scotland Yard. Mentre tutti si sono ritrovati nella calca quando all’apertura delle porte é scattato l’inevitabile fuggi fuggi: “Chi inciampava e cadeva per terra veniva calpestato. 

Invece, fu una sorpresa per noi italiani quando fu identificato il terzo terrorista dell’attentato del furgone sui passanti del London bridge, il 3 giugno :

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Khuram Butt e Rachid Redouane e uno dei nuovi italiani, Youssef Zaghba, 

Youssef Zaghba, un italo-marocchino, figlio di una bolognese, aveva il doppio passaporto. Nel marzo del 2016 fu fermato all’aeroporto del capoluogo emiliano. Nel suo cellulare furono trovati video dell’Isis; ma il Tribunale del riesame giudicò che non fossero motivo sufficiente per formulare un’accusa di terrorismo.

Gli altri due si chiamavano Khuram Butt e Rachid Redouane. Khuram Butt – classe ’90, cittadino britannico nato in Pakistan –  era considerato il capo della cellula che ha sferrato l’attacco. Ventisette anni di Barking, il quartiere nell’est di Londra dove ieri la polizia ha effettuato i primi raid, secondo il Telegraph è l’uomo che compare nel documentario di Channel 4 sull’integralismo islamico nel Regno Unito mentre srotola una bandiera dell’Isis a Regent’s Park. Il capo dell’antiterrorismo di Scotland Yard, Mark Rowley sottolinea che Khuram Butt, uno dei terroristi dell’attacco a Londra, era “noto” alle forze di sicurezza ma non c’era prova che stesse pianificando un attentato. 

Redouane invece aveva 30 anni (era nato il 31 luglio del 1986) e sosteneva di essere marocchino e libico. In passato, aggiunge Scotland Yard, aveva assunto anche un’altra identità facendosi chiamare Rachid Elkhdar, e sostenendo di essere nato il 31 luglio del 1991. A differenza di Khuram Butt, Rachid Redouane non era noto alle forze di sicurezza britanniche. 

Attacco con furgone a London Bridge: 7 morti. I 3 terroristi, hanno, poi, accoltellato altri passanti, fuggendo verso Borough Market. Almeno una dozzina di bombe Molotov sono state trovate nel furgone usato dai tre jihadisti. 

Video di propaganda dell’Isis, sermoni religiosi: gli indizi di un’adesione alla jihad. E’ quello che gli investigatori italiani trovarono nel marzo 2016 sul telefonino di Youssef Zaghba, il terzo degli attentatori di Londra. Yussef, 22 anni, madre italiana e padre marocchino, ha vissuto a Bologna per alcuni periodi. Proprio nel capoluogo emiliano venne fermato mentre cercava di imbarcarsi su un volo per la Turchia. Gli agenti della polizia di frontiera si insospettirono perché aveva un biglietto di sola andata e un piccolo zaino: niente soldi, né bagagli. Elementi che fecero subito scattare il fermo, con l’ipotesi che si trattasse di un volontario destinato a raggiungere lo Stato Islamico.

La madre, che vive tuttora a Bologna, spiegò alla polizia che il ragazzo le aveva detto di volere andare a Roma, chiedendole i soldi per  il biglietto, e non le aveva mai parlato di Turchia. La procura dispose il sequestro del suo cellulare, in cui i tecnici della polizia trovarono quelle immagini che confermavano la volontà di aderire allo Stato Islamico. Il pm decise anche di perquisire l’abitazione della donna, portando via un computer e altro materiale informatico ritenuto di interesse per le indagini. Fu anche disposto dalla magistratura il sequestro del passaporto.

Ma il giovane si rivolse a un avvocato e presentò istanza al Tribunale del Riesame: un ricorso accolto, perché i giudici non avrebbero ritenuto sufficienti gli indizi per formulare un’accusa di terrorismo. Venne così ordinato il dissequestro del cellulare e del computer. La cittadinanza italiana invece ha impedito di procedere con un provvedimento di espulsione, come avviene nel caso di stranieri sospettati di adesione ai valori della jihad. Il nome però venne inserito nella lista dei soggetti pericolosi e tenuto sotto controllo.

I nostri apparati di sicurezza sostengono di avere condiviso tutte le informazioni raccolte all’epoca con l’intelligence britannica. Ma da Scotland Yard fa sapere che Youssef Zaghba non era monitorato né dalla polizia né dall’Mi5.

Youssef Zaghba negli ultimi anni era stato a Bologna solo sporadicamente, trascorrendo invece la maggior parte del tempo in Gran Bretagna, dove vivevano diversi familiari. Da qui l’allerta trasmessa a Londra, con le notizie raccolte dall’esame del cellulare e dagli altri controlli effettuati a Bologna. Un dossier completo che sarebbe stato inoltrato all’MI5 nell’aprile 2016, più di un anno prima dell’attacco al London Bridge.

Ieri erano stati rivelati i nomi degli altri due terroristi che sabato sera hanno ucciso sette persone nel centro di Londra:

Cinque attacchi

Da inizio anno a oggi, la Gran Bretagna ha subito cinque attacchi terroristici in cui hanno perso la vita 35 persone. Il 22 marzo, l’auto guidata da Khalid Masood si lancia sulla folla sul Westminster Bridge: il bilancio è di cinque morti, oltre al terrorista. Il 22 maggio, un kamikaze si fa saltare in aria alla fine del concerto della popstar statunitense Ariana Grande; uccide 22 persone e ne ferisce 116. Il 3 giugno, un furgone travolge i passanti sul London Bridge, poi i tre assalitori, armati di coltelli, si muovono verso Borough Market dove accoltellano i passanti. Il bilancio è di sette morti, oltre a tre terroristi uccisi dalla polizia, e una cinquantina di feriti. Il 19 giugno, ancora un furgone che investe la folla davanti a una moschea nell’area di Flinnsbury Park, a Londra. Muore un uomo musulmano e una decina di fedeli vengono feriti.

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“Un altro attacco, a Londra, di un terrorista sbandato. Queste sono persone malate e dementi già nel mirino di Scotland Yard. Bisogna stare sull’attenti”.

1358.-Ora È UFFICIALE: Ilaria Alpi Fu Uccisa Dalla CIA. Il Vergognoso Silenzio Generale… La Repubblica.it

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La docufiction «Ilaria Alpi – L’ultimo viaggio» (visibile sul sito di Rai Tre) getta luce, soprattutto grazie a prove scoperte dal giornalista Luigi Grimaldi, sull’omicidio della giornalista e del suo operatore Miran Hrovatin il 20 marzo 1994 a Mogadiscio. Furono assassinati, in un agguato organizzato dalla Cia con l’aiuto di Gladio e servizi segreti italiani, perché avevano scoperto un traffico di armi gestito dalla Cia attraverso la flotta della società Schifco, donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia ufficialmente per la pesca.

In realtà, agli inizi degli anni Novanta, le navi della Shifco erano usate, insieme a navi della Lettonia, per trasportare armi Usa e rifiuti tossici anche radioattivi in Somalia e per rifornire di armi la Croazia in guerra contro la Jugoslavia.
Anche se nella docufiction non se ne parla, risulta che una nave della Shifco, la 21 Oktoobar II (poi sotto bandiera panamense col nome di Urgull), si trovava il 10 aprile 1991 nel porto di Livorno dove era in corso una operazione segreta di trasbordo di armi statunitensi rientrate a Camp Darby dopo la guerra all’Iraq, e dove si consumò la tragedia della Moby Prince in cui morirono 140 persone.
Sul caso Alpi, dopo otto pro¬cessi (con la condanna di un somalo ritenuto inno-cente dagli stessi genitori di Ilaria) e quattro commissioni parlamentari, sta venendo alla luce la verità, ossia ciò che Ilaria aveva scoperto e appuntato sui taccuini, fatti sparire dai servizi segreti. Una verità di scottante, drammatica attualità.
L’operazione «Restore Hope», lanciata nel dicem¬bre 1992 in Somalia (paese di grande importanza geostrategica) dal presidente Bush, con l’assenso del neo-presidente Clinton, è stata la prima missione di «ingerenza umanitaria».
Con la stessa motivazione, ossia che occorre intervenire militarmente quando è in pericolo la sopravvivenza di un popolo, sono state lanciate le successive guerre Usa/Nato contro la Jugoslavia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria e altre operazioni come quelle in corso nello Yemen, in Siria e in Ucraina.
Preparate e accompagnate, sotto la veste «umanitaria», da attività segrete. Una inchiesta del New York Times (24 marzo 2013) ha confermato l’esistenza di una rete internazionale della Cia, che con aerei qatariani, giordani e sauditi fornisce ai «ribelli» in Siria, attraverso la Turchia, armi provenienti anche dalla Croazia, che restituisce così alla Cia il «favore» ricevuto negli anni Novanta.
Quando il 29 maggio scorso il quotidiano turco Cumhuriyet ha pubblicato un video che mostra il transito di tali armi attraverso la Turchia, il presidente Erdo-gan ha dichiarato che il direttore del giornale pagherà «un prezzo pesante».
Ventun anni fa Ilaria Alpi pagò con la vita il tentativo di dimostrare che la realtà della guerra non è solo quella che viene fatta apparire ai nostri occhi.
Da allora la guerra è divenuta sem¬pre più «coperta». Lo conferma un servizio del New York Times (7 giu¬gno) sulla «Team 6», unità supersegreta del Comando Usa per le operazioni speciali, incaricata delle «uccisioni silenziose». I suoi specialisti «hanno tramato azioni mortali da basi segrete sui calanchi della Somalia, in Afghanistan si sono impegnati in combattimenti così ravvicinati da ritornare imbevuti di sangue non loro», uccidendo anche con «primitivi tomahawk».
Usando «stazioni di spionaggio in tutto il mondo», camuffandosi da «impiegati civili di compagnie o funzionari di ambasciate», seguono coloro che «gli Stati Uniti vogliono uccidere o catturare».
Il «Team 6» è divenuta «una macchina globale di caccia all’uomo». I killer di Ilaria Alpi sono oggi ancora più potenti. Ma la verità è dura da uccidere.

Manlio Dinucci

1357.- ATTACCO ALLA GIUSTIZIA

Enrico Moja, il questore di Arezzo mandato in esilio: “Maria Elena Boschi è riuscita a rimuovere me…”

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Dopo gli attacchi di maggio al procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, il trasferimento, pardon, promozione di pochi giorni fa del PM Ambrogio Cartosio, dal Tribunale di Trapani alla Procura di Termini Imerese, è la volta di un altro funzionario, con gli occhi su personaggi del potere, che non può più chiamarsi governo.

Non si placano le polemiche su Maria Elena Boschi. Dopo le rivelazioni di Ferruccio De Bortoli su Banca Etruria secondo cui l’ex ministro avrebbe fatto pressioni su Unicredit. A parlare ora è il questore Enrico Moja.

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Sembra che sia riuscita a rimuovere “almeno” “il questore di Arezzo…”, si legge nel messaggio su Whatsapp arrivato a Enrico Moja, 63 anni, il diretto interessato… . “Ci ho fatto una risata. Qualcuno ha interpretato il mio trasferimento in un certo modo. Ma io non ho mai avuto prove per dimostrarlo veramente”, dice il dirigente di polizia al Giornale. “Ho trascorso ad Arezzo un lungo e onorato periodo (dal 1 giugno 2013 al 1 settembre 2016, ndr) – spiega Moja – Come tutte le città di provincia, anche quella aveva le sue stranezze. Non dimentichiamo che era la città di Licio Gelli…”. Infatti Moja, è stato bruscamente rimosso e trasferito a Milano.

Perché? Come riporta Libero, all’epoca si è scontrato con Laterina e con la sicurezza da garantire a Maria Elena Boschi e alla sua famiglia: “Avevo la responsabilità del dispositivo di tutela di tutta la famiglia e con l’allora ministro Boschi tenevo rapporti di carattere istituzionale. Credo di aver fatto con onore il mio lavoro, se poi a qualcuno non ero gradito per qualche ragione…”.

Quando il potere esecutivo invade il potere legislativo e prevarica il potere giudiziario non c’è più democrazia e non c’è più la Nazione. Ancora pochissimo , ma già sento dire: “Era meglio la dittatura con il suo monarca e il suo dittatore!”

 

1349.- Trasferito in Procura a Termini Imerese il procuratore del Tribunale di Trapani Ambrogio Cartosio.Ha sequestrato la nave “Juventa”! Tutte le accuse contro l’ong Jugend Rettet

 

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Quando il 10 maggio il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, è stato ascoltato dalla commissione d’indagine del senato italiano sulle operazioni di soccorso delle ong nel Mediterraneo, ha parlato di un fascicolo investigativo, aperto dalla sua procura, in cui si ipotizzava il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, a carico di “alcune persone fisiche appartenenti alle ong”.

All’epoca il procuratore di Trapani aveva escluso in maniera categorica che ci fossero stati contatti diretti tra i trafficanti di esseri umani in Libia e le organizzazioni umanitarie attive nel Mediterraneo centrale, così come aveva negato che il reato contestato fosse di associazione a delinquere di stampo mafioso. E inoltre aveva spiegato ai senatori italiani l’importanza dell’articolo 54 del codice penale italiano, che stabilisce l’impunità per chi ha commesso un reato “costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave”.

Il procuratore aveva detto: “Se una nave di una ong, un mercantile, una nave della marina militare, un peschereccio, una privata imbarcazione viene messa al corrente che c’è un’imbarcazione in cui alcune persone rischiano l’annegamento, questa imbarcazione deve essere soccorsa. E questo principio travolge tutto. Viene commesso il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma non è punibile, perché è stato commesso al fine di salvare una vita umana”.

“Non è una questione ideologica”, aveva ribadito Cartosio incalzato dalle domande del senatore Maurizio Gasparri, ricordando l’importanza di alcuni princìpi giuridici fondamentali: “Sul piano penale è un intervento legittimo quello per salvare una vita umana”. Cartosio aveva poi anticipato che proprio sulla definizione e sull’interpretazione dello “stato di necessità” si sarebbero giocati sia l’inchiesta sia l’eventuale processo per i presunti favoreggiatori dell’immigrazione clandestina.

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Per due volte, secondo il pm di Trapani, che ha avviato l’indagine nel 2016, “avrebbero trasbordato sulla nave IUVENTA migranti scortati da trafficanti libici non in situazioni di pericolo”. E sull’albero di poppa della Iuventa, utilizzata dall’ong tedesca, ma battente bandiera olandese, sarebbe stata issata la bandiera libica.

 

Le accuse contro la Iuventa
Le indaginidella procura di Trapani, guidata da Ambrogio Cartosio, sono andate avanti contemporaneamente all’approvazione di un codice di condotta voluto dal governo italiano per le ong attive nel Mediterraneo. Il codice, che prevede tra le altre cose la presenza di agenti armati della polizia giudiziaria a bordo delle navi, non è stato firmato da alcune organizzazioni, tra cui la tedesca Jugend Rettet.

Il 2 agosto il giudice per le indagini preliminari di Trapani Emanuele Cersosimo, accogliendo la richiesta della procura, ha emesso un decreto di sequestro preventivo della nave Iuventa della Jugend Rettet. La motopesca è stata scortata dalla guardia costiera italiana fino al molo di Lampedusa, prima di essere trasferita al porto di Trapani.

L’ipotesi di reato su cui la procura siciliana sta lavorando è quella di cui Cartosio aveva già parlato a maggio: favoreggiamento dell’immigrazione illegale aggravata, secondo l’articolo 12 del Testo unico sull’immigrazione 286 del 1998. I nomi dei sospettati non sono ancora noti e si procede contro ignoti. L’aggravante è data dal fatto che l’ingresso illegale ha riguardato più di cinque persone e la pena prevista per questo tipo di reato va da cinque a quindici anni di reclusione e una multa di 15mila euro per ogni persona che è stata favorita nell’ingresso in Italia.

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Per noi il salvataggio delle vite umane è e sarà la priorità“, dicono dall’ong tedesca Jugend Rettet, a cui ieri è stata sequestrata la nave Iuventa, sulla base di un fascicolo secondo cui gli attivisti avrebbero messo in atto “condotte di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.  Dopo avere raccolto tutte le informazioni, potremmo valutare la situazione e i passi da compiere“, aggiungono dall’organizzazione, con Medici senza frontiere tra quelle che hanno rifiutato il Codice di condotta. E intanto i primi dettagli su che cosa abbia portato allo stop della nave e al conseguente sequestro iniziano ad emergere. Già ieri sera il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, metteva in chiaro di avere “documentato incontri in mare”, ma di essere pronto a “escludere collegamenti tra Ong e libici. Escludo che qualcuno abbia agito per scopi di lucro, mentre sono presenti gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.
Le intercettazioni dell’equpaggio a bordo della Iuventa
Per due volte, secondo il pm di Trapani, che ha avviato l’indagine nel 2016, “avrebbero trasbordato sulla nave migranti scortati da trafficanti libici non in situazioni di pericolo”. E sull’albero di poppa della Iuventa, utilizzata dall’ong tedesca, ma battente bandiera olandese, sarebbe stata issata la bandiera libica. “Noi ci predisponiamo prima che sia tutto pulito e in ogni caso non diamo alcuna fotografia dove in qualche modo si possano vedere persone che potrebbero venire identificate, non c’è motivo, a questo non contribuiamo”, si sente dire in una delle intercettazioni in mano alla Polizia, in cui gli attivisti discutono anche sul coinvolgimento di esperti di diritto marittimo e internazionale, per valutare come muoversi con le autorità italiane. “Noi gli diamo fotografie generali dell’intervento e ci prepariamo – dicono -. Che ci assistano specializzati in diritto marittimo, diritto penale e il terzo… credo diritto internazionale e da loro dobbiamo avere dei feedback su quello che possiamo dire, quello che possiamo e non possiamo fare”.
Le “consegne concordate” tra gli scafisti e la ong tedesca
Inoltre ”l’ostilità verso l’Italian Maritime Rescue Coordination Centre è confermata dal cartello con la scritta ‘Fuck Imrcc’ posizionato alla prua”, dicono gli inquirenti, secondo cui avrebbero “mostrato un atteggiamento di scarsa collaborazione verso le direttive impartite da Imrcc, confermando la volontà di voler effettuare esclusivamente trasbordi su altri assetti navali verosimilmente al fine di non attraccare in porti italiani”.
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Gli episodi contestati alla nave Iuventa sono tre

Il procuratore aggiunto di Trapani in una conferenza stampa ha spiegato che “gli episodi contestati alla nave Iuventa sono tre, avvenuti il 10 settembre del 2016, il 18 giugno del 2017 e il 26 giugno 2017”. Cartosio ha detto che durante questi episodi sono stati documentati dei contatti “tra coloro che scortavano gli immigrati fino alla Iuventa e membri dell’equipaggio della nave”.http://www.ilgiornale.it/video_embed/1427697.html?ratio=559Un’attività per la quale, secondo la procura, i membri dell’equipaggio non ricevono alcun compenso dai trafficanti, “la motivazione riteniamo resti essenzialmente umanitaria”. Inoltre, secondo le indagini, gli operatori della Iuventa avrebbero lasciato alla deriva tre imbarcazioni, non distruggendole, e questo avrebbe permesso ai trafficanti di recuperarle. Le fonti dell’indagine sarebbero delle foto e dei video girati da alcuni agenti sotto copertura, imbarcati a bordo della nave Vos Hestia, dell’organizzazione umanitaria Save the children, attiva nello stesso tratto di mare.Sempre secondo la procura, non ci sarebbero stati gli estremi dello stato di necessità per procedere a un’attività di soccorso, cioè non ci sarebbe stato un imminente pericolo per le persone soccorse, e per questo l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina rimarrebbe in piedi.

Un reato ad ampio raggio
In Italia il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è stato introdotto nel 1998 e colpisce chiunque aiuti dei cittadini stranieri a entrare nel paese in maniera irregolare, anche a scopi umanitari e senza lucro.

“È un reato molto particolare, perché è un reato di pericolo”, spiega l’avvocato Guido Savio, dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). “Non solo punisce chi effettua il trasporto, chi finanzia, chi gestisce, chi organizza il traffico di esseri umani, ma anche chi aiuta l’ingresso e questo a prescindere dal fatto che l’ingresso si verifichi”. Questa seconda parte della norma comporta uno spettro molto ampio di applicazione.

Compie un’azione illegale chi aiuta il cittadino straniero ad arrivare sul territorio europeo per chiedere l’asilo?

L’avvocato Savio spiega che questa norma è problematica anche perché al momento non ci sono canali legali per chiedere l’asilo politico in Europa, se si risiede al di fuori del territorio dell’Unione. “Siccome non si rilasciano visti umanitari, è ovvio che i richiedenti asilo per esercitare un diritto – tutelato dalla convenzione di Ginevra e dalla costituzione italiana – non abbiano altra strada che venire in Europa in maniera irregolare”, spiega Savio, che domanda: “Compie un’azione illegale chi aiuta il cittadino straniero ad arrivare sul territorio europeo al solo scopo di chiedere l’asilo?”.

Ma la questione più discussa dai giuristi che contestano le accuse dei pm siciliani contro la Iuventa è quella che riguarda il cosiddetto stato di necessità. Secondo l’avvocato Luca Masera dell’Asgi, è la prima volta che viene ipotizzato un reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a carico di membri di un’organizzazione non governativa, perché è sempre stato riconosciuto lo stato di necessità a chi opera soccorsi in mare. “Se io soccorro qualcuno che è in una situazione di pericolo, il reato di favoreggiamento esiste, ma non è punibile in quanto si è agito per tutelare la vita di chi era in pericolo”, ribadisce Masera.

L’impianto accusatorio della procura sostiene però che ci sia stato un accordo preventivo tra gli scafisti e gli operatori umanitari, il che farebbe decadere lo stato di necessità. Tuttavia, sostiene Masera, “un’interpretazione più estensiva dello stato di necessità” potrebbe arrivare a coprire anche una condotta come quella denunciata dalla procura di Trapani a carico della Iuventa. Un gommone sovraccarico di persone, anche in condizioni meteorologiche e marittime stabili, può essere considerato insicuro, perché potrebbe capovolgersi da un momento all’altro e questa condizione potrebbe determinare uno stato di necessità.

C’è da tener presente anche la legge del mare, in particolare la convenzione di Amburgo del 1979“È vero che il mare era calmo nel momento in cui sono stati operati i soccorsi nei tre episodi contestati, ma come si può considerare una situazione sicura quella in cui centinaia di persone sono imbarcate su un gommone sovraccarico che potrebbe da un momento all’altro sgonfiarsi e naufragare?”, chiede l’avvocato Savio.Secondo l’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo della clinica legale dell’università di Palermo, lo stato di necessità e di pericolo delle imbarcazioni non dipende dalle condizioni meteorologiche, ma dalla galleggiabilità del mezzo. “Quei gommoni non sono in condizioni di galleggiabilità nemmeno quando il mare è calmo, come è testimoniato da decine di persone che hanno fatto la traversata del Mediterraneo e dal numero dei morti registrato in quel tratto di mare”, spiega Paleologo (Quindi, è vero che prendono il mare quando sono certi di essere intercettati dalle ONG. ndr).

Fulvio Vassallo Paleologo, Palermo. Avvocato, componente del Collegio del Dottorato in “Diritti umani: evoluzione, tutela, limiti”, presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Palermo. E’ componente della Clinica legale per i diritti umani (CLEDU) dell’Università di Palermo tra i fondatori dell’Associazione Diritti e Frontiere. Opera attivamente nella difesa dei migranti e dei richiedenti asilo, in collaborazione con diverse Organizzazioni non governative. Fa parte della rete europea di assistenza, ricerca ed informazione Migreurop ed è componente della Campagna LasciateCientrare.
E’ autore di numerose pubblicazioni in materia di immigrazione e asilo.

Inoltre la legge del mare, in particolare la convenzione di Amburgo del 1979 sui soccorsi, stabilisce l’obbligo di intervenire in aiuto di un’imbarcazione in difficoltà. “Se quelle navi sono intervenute per ottemperare a un obbligo di soccorso, non possono essere incriminate per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, aggiunge Masera. “Esistono delle legislazioni internazionali che non possono essere ignorate e che sono più forti della singola legislazione nazionale o addirittura dei regolamenti governativi come il codice di condotta, che in questo caso non hanno nessun valore”, conclude Masera.

La distruzione dei gommoni
Uno degli elementi in mano ai pm di Trapani è la foto che mostra un gommone di soccorso della Iuventa trainare un barcone vuoto, dopo i soccorsi. Ma su questo punto, secondo i giuristi, ci sarebbero molte ambiguità. “Non c’è nessuna norma che obbliga i privati cittadini e gli operatori delle organizzazioni delle ong a distruggere i gommoni o le imbarcazioni usate dai trafficanti”, spiega l’avvocato dell’Asgi Guido Savio. “La mancata distruzione delle imbarcazioni può essere un’indicazione di contiguità con gli scafisti, il che non significa che sia stato commesso un reato”, continua Savio.

Ci sono invece norme europee che obbligano i mezzi navali di Frontex e quelli della missione Sophia di EunavforMed a distruggere le imbarcazioni usate dai trafficanti, spiega Fulvio Vassallo Paleologo. “Il fatto che i gommoni non siano più distrutti dimostra che i mezzi di Frontex e della missione Sophia non sono più presenti in quel tratto di mare, perché si sono ritirati molto più a nord”, dice Paleologo.

Gli interventi della guardia costiera italiana avvengono negli stessi scenari contestati alla nave Iuventa

Secondo l’avvocato dell’università di Palermo, è molto comune nei soccorsi in mare che le barche dei migranti siano scortate da imbarcazioni di scafisti e da imbarcazioni della guardia costiera libica che sono difficili da distinguere tra loro, perché non hanno particolari segni di riconoscimento. “Ci sono delle fotografie che mostrano la guardia costiera italiana che interviene in soccorso di barche, negli stessi scenari contestati alla nave Iuventa della ong Jugend Rettet”, afferma Paleologo e chiede: “Eventi di questo tipo si sono verificati solo per la Iuventa o non sono forse lo scenario abituale nel quale hanno operato tutte le navi delle ong e della guardia costiera italiana coinvolte nei soccorsi?”.

Paleologo, infine, solleva un’altra questione: “Dalle dichiarazioni rese dal procuratore di Trapani in conferenza stampa il 2 agosto non sembra risultino tabulati telefonici contenenti comunicazioni dirette tra scafisti o trafficanti e componenti dell’equipaggio della Jugend Rettet, né tantomeno versamenti di danaro o altre utilità da parte dei trafficanti. Emerge solo la contestazione dell’utilità indiretta, cioè il fatto di raccogliere fondi attraverso la pubblicità per i soccorsi in mare effettuati. Questo tipo di utilità è già stata contestata in passato ad altre organizzazioni, che sono poi state assolte nel processo, per esempio la nave Cap Anamur nel 2009 e più recentemente l’associazione italiana Ospiti in arrivo di Udine”.

L’altro elemento sul quale insistono molto i pm di Trapani è l’ipotesi che la Iuventa non abbia coordinato il suo intervento con le autorità italiane. “Si presume l’esclusione dell’articolo 51 del codice penale, la norma che garantisce l’impunità se si opera alle dipendenze dello stato, in coordinamento con la guardia costiera italiana”, conclude Paleologo. Su tutti questi punti che rimangono in sospeso sarà il processo a fare chiarezza, ammesso che il giudice rinvii a giudizio gli imputati, che per il momento non sono ancora stati identificati.

In ultima analisi e guardando al cosiddetto codice di comportamento: L’ong Jugend Rettet, d’accordo con Medici senza frontiere, tramite il suo portavoce Titus Molkenbur ha confermato che dopo una lunga discussione hanno deciso di non firmare. “L’unico motivo per firmare il codice sarebbe stato quello di rendere più efficiente il salvataggio di esseri umani nel Mediterraneo, rispettando le leggi internazionali e i princìpi umanitari a cui c’ispiriamo. Purtroppo al momento questi princìpi non sono rispettati, anche se ci auguriamo che ci siano altre discussioni con il governo italiano, perché noi rimaniamo impegnati a salvare vite”, ha detto Molkenbur. Belle parole, ma perché,  allora, mettere la prua sull’Italia e non sulla vicinissima Tunisia?

Una miliardaria tedesca dietro l’ong Jugend Rettet

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Maria Furtwängler è una miliardaria tedesca che sostiene Jugend Rettet, l’ong della nave Iuventa, fermata al largo Lampedusa. Il gruppo editoriale del marito, Hubert Burda, fatturerebbe più di 2 miliardi d’euro l’anno.

Le accuse all’organizzazione, contenute in un fascicolo, sostengono che gli attivisti avrebbero messo in atto “condotte di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. A svelare il legame tra la miliardaria e l’ong è stato Giulio Meotti, in un pezzo pubblicato su Il Foglio.

Maria Furtwängler è tra le più celebri attrici tedesche, figlia dell’architetto Bernhard Furtwängler e dell’attrice Kathrin Ackermann, è la pronipote del direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler, un mostro sacro della musica classica, e nipote della politica Katharina von Kardorff-Oheimb. E proprio dalla nonna, personaggio di spicco della Repubblica di Weimar, avrebbe ereditato alcune cifre stilistiche. Ma più che per le parentele, infatti, la miliardaria è conosciuta per le sue frequentazioni (e per i film). Oltre ad essere un medico, del resto, la Furtwängler è un personaggio televisivo salottiero, impegnata moltissimo nei campi del femminismo e della filantropia. Ed è anche dai principali salotti tedeschi, che Maria muoverebbe le fila del suo impegno metapolitico teso ad una “società più equa”. Critiche alla Merkel comprese.

“Tutti parlano, molti dicono la loro e troppo pochi fanno qualcosa. L’iniziativa di questi ragazzi mi colpisce, possiamo tutti imparare da loro”, ha dichiarato l’attrice, secondo quanto apprendiamo da questo pezzo. La miliardaria, ovviamente, si riferisce agli studenti che hanno messo in piedi la missione della Iuventa, la nave bloccata al largo di Lampedusa, dove la Guardia costiera italiana l’ha scortata fino in porto sino a farla approdare. Maria Furtwängler, peraltro, ha prestato il suo volto nella scorsa campagna promozionale della ong, quella che serviva per finanziare gli interventi nel Mediterraneo. Colpisce, come spesso accade in queste circostanze, il pulpito da cui parte la predica.

Il marito dell’attrice è Hubert Burda, fondatore di un gruppo editoriale che annovera 540 marchi. Possessore, tra le altre cose, delle versioni tedesche di Elle e di Playboy. Il fatturato annuale dell’impresa consisterebbe in più di 2 miliardi di euro annuali. Una buona posizione, insomma, per dibattere di migranti e povertà.

1159.- ONG E TRAFFICANTI: ALTRO CHE BUFALE! SULLA SCRIVANIA DI ZUCCARO IL RAPPORTO MILITARE DI EUNAVFORMED

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È l’alba di una fredda mattina dei primi giorni del 2017. Un pattugliatore dell’«Operazione Sophia» capta una conversazione radio sul canale (libero) 16, utilizzato per le comunicazioni in mare. Poche frasi dalle quali si intuisce che un membro di un equipaggio di una nave di soccorso comunica a un interlocutore che si trova sulla terra ferma la posizione della nave e da terra l’interlocutore avvisa che le imbarcazioni stanno partendo.

mare_nostrum_marina_lampedusa_migranti5Il pattugliatore ispeziona l’area dove si incontrano i migranti in mare e la nave che li deve salvare e documenta con delle foto l’incontro delle due imbarcazioni.

Ma c’è anche un altro rapporto militare finito a Bruxelles nel quale si sospetta che alcune navi Ong recuperino i motori dei gommoni degli scafisti per poi essere rivenduti e reimpiegati nella rete dei trafficanti.

«Operazione Sophia» nasce dopo il terribile naufragio della primavera del 2015, quando la Unione Europea decide di dare vita all’European Union Naval Force Mediterranean (Eunavfor Med), una operazione militare per neutralizzare le tratte consolidate delle rotte dei trafficanti.

E i militari impegnati nella ricognizione producono un rapporto che inspiegabilmente finisce al procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro. Che il 22 marzo scorso viene sentito dal Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen. Le sue affermazioni sono esplosive.

«A partire dal settembre-ottobre del 2016 – denuncia il procuratore -, abbiamo registrato un improvviso proliferare di unità navali di queste Ong che hanno fatto il lavoro che prima gli organizzatori svolgevano, cioè quello di accompagnare fino al nostro territorio i barconi dei migranti».

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Audizione Zuccaro >>>

Accuse pesantissime. Nei fatti, sostiene la Procura di Catania, le navi Ong si sono trasformate in taxi del mare sostituendo i trafficanti dei migranti.

Dunque, sulla scrivania di Zuccaro finisce il rapporto di Eunavformed. Nelle sue interviste e dichiarazioni, il procuratore di Catania lascia intendere che questo materiale è inservibile ai fini processuali.

In realtà non è ancora chiaro se abbia delegato la polizia giudiziaria a sviluppare le indagini.

Perché un rapporto di una struttura militare europea finisce a un procuratore di Catania? Chi deve essere l’interlocutore istituzionale italiano di Eunavformed?

Naturalmente si conosce il giorno della conversazione captata, ovvero il giorno del passaggio dei migranti dai barchini dei trafficanti alla nave delle Ong. Basta poco per risalire alla nave e all’equipaggio (che sembrerebbe essere ucraino). Questo non per chiudere le indagini ma soltanto per aprirle. E invece il procuratore di Catania decide di giocare a carte scoperte. Creando una tempesta politica.

Guido Ruotolo  per TISCALI.IT

Zuccaro:

“Tra gli strumenti per poter meglio lavorare e riprendere l’azione investigativa sarebbero utili le intercettazioni delle comunicazioni satellitari usati per la richiesta di soccorsi dei migranti: dall’esame del traffico telefonico di questi Turaya potrebbero emergere elementi importanti per individuare di trafficanti”. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, in audizione alla commissione Difesa del Senato. “Gli scafisti – ha ricordato Zuccaro – ricevono spesso l’indicazione di gettare in mare il telefono se il soccorso viene fatto da navi militari, mentre con navi civili il satellitare viene preso da terze persone e riutilizzato per altre operazioni di soccorso. Sono state infatti segnalate chiamate partite dallo stesso cellulare”.

Tra il il personale delle Ong vi sono figure “non proprio collimabili con quelle dei filantropi“. Lo ha detto il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro nel corso dell’audizione in Commissione Difesa del Senato ribadendo che sarebbe “molto utile individuare le fonti di finanziamento delle Ong di più recente nascita”. “Il fine di solidarietà è tra i più nobili tra quelli perseguiti dall’uomo – ha aggiunto – e tanto più è vasta tanto più è nobile. Ma in questo caso vi sono interessi in gioco non solo di chi viene salvato”.

“Gommoni e barconi carichi di migranti non sempre sono soli quando lasciano le acque territoriali libiche” ha poi riferito il procuratore nel corso della sua audizione in commissione Difesa del Senato, chiedendo che sul punto fosse sospesa la trasmissione del suo intervento. ANSA

 “Non si può ospitare in Italia tutti i migranti economici: per le ong questo non è un discrimine, ma per uno Stato sì”.

Le organizzazioni mafiose italiane appetiscono all’ingente quantità di denaro erogata per l’accoglienza dei migranti, parliamo di cifre notevoli, in parte intercettate dalle mafie“. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, in audizione alla commissione Difesa del Senato, segnalando ad esempio che “ci sono centri che accolgono minori che non hanno idoneità”. ansa

dal video:

00:23:08 …”Nel corso del 2017, in cui c’è un proliferare di sbarchi veramente incredibile, noi abbiamo almeno il 50% dei salvataggi che viene effettuato da queste ONG. Parallelamente a questo, noi registriamo un dato che, ovviamente, ci desta preoccupazione e, cioè, il fatto che il numero di morti in mare nel corso del 2016 e del 2017, e parlo solo di dati ufficiali, ha raggiunto un numero elevatissimo. Nel corso del 2016 mi risulta che oltre 5.000 persone – dati ufficiali – sarebbero morte in mare nel tentativo di entrare in Europa. Per quanto il nostro distretto, quello catanese, abbiamo più di 2.000 morti nel triennio 2013-2015 e questo numero di morti non accenna a diminuire; vi ho detto che nel 2016 siamo arrivati a quella cifra. Il che mi induce a ritenere che la presenza di queste organizzazioni, a prescindere dagli intenti per cui operano, non ha attenuato, purtroppo, il numero delle tragedie in mare. Sono convinto del fatto che i dati ufficiali di questi morti rispecchino soltanto in maniera molto, ma molto approssimativa il dato effettivo delle tragedie che si verificano nel nostro mare. Perché questo? Perché noi stiamo constatando il fatto che, effettivamente, i barconi su cui queste genti vengono fatte salire sono sempre più inadeguati al loro scopo, sono sempre più inidonei e le persone che si pongono alla guida di questi barconi sono sempre più inidonee. Ormai, non sono più appartenenti, sia pure a livello basso, della organizzazione del traffico; ma stiamo parlando di persone che vengono scelte all’ultimo momento tra gli stessi migranti, a cui viene data in mano una bussola, quando gli viene dato in mano una bussola e un telefono satellitare, quando gli viene dato in mano un telefono satellitare e gli si dice di seguire una determinata rotta che tanto, prima o poi, questo è certo, li verrà a soccorrere, questo è certo – quello che viene detto a loro – li verrà a soccorrere una ONG. Io sono convinto del fatto che, per quanto possano essere numerose, quelle ONG non riescono a coprire tutto l’intenso traffico che sta avvenendo in questo momento dalle coste della Libia in particolare, che è il mio osservatorio principale. Resta il fatto che coloro che hanno la fortuna di salire su queste unità navali, affrontano il viaggio in condizioni, certamente, ottimali.” … “Tuttavia vi sono tutti gli altri, le cui speranze vengono alimentate dal fatto di potere contare sul salvataggio, che, poi, molte volte non si realizza. Ora, cosa questo comporta per quanto riguarda la nostra attività giudiziaria? Che la possibilità di poter intercettare i cosiddetti facilitatori, cioè, le imbarcazioni che accompagnavano, prima, nei primi tratti delle acque internazionali questi barconi di migranti, oggi ci possiamo dimenticare di poterli identificare. Noi, neanche a questo livello medio-basso dell’organizzazione del traffico riusciamo più ad arrivare perché queste ONG, indubbiamente, hanno fatto venir meno questa esigenza. …” 00:27:43

Ma, a ciel sereno: Che ci faceva oggi Soros nello studio di Gentiloni a Palazzo Chigi? Quali rapporti intrattiene con il Governo italiano il finanziatore delle ONG?

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1154.- COME FUNZIONA IL BUSINESS DEL TRAFFICO DI ESSERI UMANI IN LIBIA. Su FB il video completo dell’audizione di Zuccaro alla Camera, sulle ONG.

Nancy Porsia da Sabratha, in Libia, racconta i retroscena del lucroso traffico di esseri umani e del ruolo della guardia costiera libica.

SABRATA, LIBIA – Passiamo davanti a un casolare di campagna. Lì sono parcheggiati decine di pick up Toyota blu con la scritta shurta, che in arabo significa polizia. Scivolando lentamente in macchina scattiamo delle foto. Una raffica di colpi di kalashnikov e urla ci costringono a fermarci. La nostra auto viene circondata da uomini vestiti con uniformi una diversa dall’altra e alcuni di loro sono in abiti civili.

Siamo a Sabrata, città 80 chilometri a ovest di Tripoli e principale punto di imbarco delle migliaia di migranti che dalle coste libiche tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa.

In macchina con noi viaggia il capo del Dipartimento locale anti-migrazione irregolare, Bassam al-Ghabli. Gli uomini non si rilassano neanche alla presenza di Ghabli, responsabile del dipartimento che opera sotto il ministero degli Interni di Tripoli.

“Non mi hanno ancora ucciso perché faccio parte di una tribù importante” spiega Al Ghabli, mentre ci accompagna verso un promontorio, in arabo al-jorf, che finisce a strapiombo nel Mediterraneo creando una sorta di golfo. All’indomani dei naufragi, il golfo finisce per trasformarsi molto spesso in una sorta di fossa comune per migranti.

“Fino a qualche giorno fa, decine di corpi erano ancora laggiù”, ci racconta Ghabli indicando con la mano la parte bassa di al-jorf.

Chiediamo di andare a visitare il cimitero dove sono seppellite le centinaia di corpi di migranti che negli ultimi due anni hanno tentato la sorte salpando dalla costa vicino Sabrata, ma Ghabli risponde laconico: “È molto pericoloso e non posso garantire fin laggiù”.

Il cimitero per migranti di Sabrata è 30 chilometri a sud della città e la strada che porta fin laggiù è territorio di nessuno, ci spiega un volontario della Mezzaluna Rossa libica che per due giorni ha trasportato i cadaveri dalla spiaggia.

“Laggiù non garantisce neanche al-Ammu”, dice l’uomo che ha accettato di parlare in condizioni di anonimato. Al-Ammu, al secolo Ahmed Dabbashi, si distinse nel 2011 per le sue gesta eroiche contro le forze dell’ex regime di Muammar Gheddafi.

All’indomani della Rivoluzione, entrò nel business del traffico di esseri umani mettendo su un grande impero economico. Con la fortuna accumulata costruì la più potente milizia locale, Anas Dabbashi, intitolata a un suo cugino morto combattendo nel 2011.

Oggi la milizia Anas Dabbashi è la più imponente forza armata in città tanto da essersi aggiudicata il controllo dell’impianto dell’Eni, Mellita Oil & Gas, 40 chilometri a ovest di Sabrata.

“Per al-Ammu l’unico concorrente sulla piazza del traffico dei migranti a Sabrata è il dottor Mussab Abu Ghrein”, ci spiega un uomo di Sabrata che di gommoni ne ha visti partire a decine.

Sul dottor Mussab Abu Ghrein non ci dà altri dettagli, si limita a raccontarci che lavora benissimo con i sudanesi che gestiscono i grandi numeri di migranti subsahariani, mettendo a dura prova il business di al-Ammu.

“Nelle case di campagna alla periferia della città, sono stipate centinaia di persone, tutti provenienti dall’africa subsahariana. Molti sono ancora dei bambini”, dice la fonte che, come tanti, decide di parlare solo in condizioni di anonimato.

“Ho sentito che l’Unione europea ha chiesto alla guardia costiera libica di fermare i trafficanti”, dice l’uomo, e scoppia in una sonora risata.

Lo scorso giugno Bruxelles ha siglato un Memorandum of Understanding con la guardia costiera libica per smantellare – come riporta il documento – la rete dei trafficanti di migranti nel “Mediterraneo centrale”. Questo è il nome con cui l’agenzia europea per il controllo dei confini Frontex definisce la rotta dei migranti che passa per la Libia e arriva fino alle coste italiane.

“Sono proprio i guardia coste a regolare il traffico qui in zona”, spiega la fonte, dopo essersi ricomposto.

Dalla fine della rivoluzione contro Gheddafi nel 2011, l’unità della guardia costiera locale non è più operativa e da allora i guardia coste della città di Zawiya sono ufficialmente incaricati dal commando centrale di Tripoli del pattugliamento della costa occidentale libica.

“Al-Bija è il capo indiscusso del traffico dei migranti”, dice una fonte militare di Zawiya sopravvissuta già a due attentati contro la sua vita.

Abdurahman Milad, conosciuto come al-Bija, è l’attuale comandante della guardia costiera a Zawiya. Negli ultimi due anni ha estromesso tutti i colleghi e i sottoposti che non si piegavano al suo sistema, racconta la fonte.

Dall’inizio del 2015 al-Bija ha preso in mano il controllo del traffico dei migranti dettando le sue regole dalla costa a ovest di Tripoli fino al confine tunisino. Anche a Sabrata, al-Ammu e il Dottor Mussab Abu Ghrein si sono dovuti adeguare, continua la fonte mentre si guarda attorno nervoso in una caffetteria al centro di Zawiya.

Da Sabrata, che si trova 40 chilometri a ovest di Zawiya, sono partiti gli oltre 181mila migranti giunti in Italia attraverso il Mediterraneo nel corso del 2016 secondo i dati Unhcr. E da Sabrata si sarebbero imbarcati molti dei cinquemila naufraghi morti in mare da inizio anno.

I primi di gennaio del 2017, lo stesso ministro degli Interni italiano Marco Minniti aveva dichiarato in conferenza stampa a Roma che il 95 per cento degli arrivi dei migranti via mare in Italia giunge dalle coste libiche. “Ed è chiaro che il fenomeno va affrontato” aggiunse Minniti. Detto fatto, oggi il ministro degli Interni incontra a Tripoli rappresentanti di quello che stenta a decollare come governo di unità nazionale per via della frammentazione politica nel paese nordafricano e la conseguente guerra civile ancora in corso dal 2014.

Ma a quanto pare questo rimane un dettaglio per l’Europa e l’Italia che, compatte, tentano il colpo di coda per legittimare una autorità senza alcun potere sul territorio.

La guardia costiera libica che le forze navali italiane stanno addestrando dallo scorso novembre, come previsto dal Memorandum of Understanding, sarà presto in grado di coprire le operazioni di ricerca e soccorso (SAR) fino a 84 miglia dalle coste libiche, quindi la quasi totalità della rotta migratoria del Mediterraneo Centrale al centro dell’incontro tra Minniti e i rappresentanti del Consiglio Presidenziale guidato da Fajez Al Serraj.

Tuttavia la Libia resta un paese in guerra civile, quindi paese terzo non sicuro – come da gergo tecnico delle politiche migratorie europee. E le prospettive di gestione delle centinaia di donne e uomini e bambini che transitano nel paese restano ignote.

“O i trafficanti pagano prima di mettere in acqua la gente, o al-Bija sguinzaglia i suoi uomini per attaccare le imbarcazioni”, sottolinea l’uomo, e continua: “Delle volte portano via il motore solo per ripicca, e se lo rivendono incassando fino a settemila euro”.

Tuttavia il vero business di al-Bija sta nel recupero della “mercanzia” in mare: i guardia coste di Zawiya ripescano i migranti fatti partire dai trafficanti che non hanno preventivamente corrisposto loro la quota e li riportano a terra dove vengono trasferiti al centro di detenzione per migranti al-Nasser a Zawiya.

Il centro di Zawiya è gestito dalla famiglia Nasser che appartiene alla tribù Abu Hamayra, la stessa di cui fa parte al-Bija. La milizia Nasser aprì i battenti del centro di detenzione lo scorso marzo: mentre al-Bija riempiva gli stanzoni con centinai di migranti, i Nasser chiedevano al ministero degli Interni a Tripoli il riconoscimento ufficiale.

Poco dopo l’apertura, una notte di fine marzo, decine di migranti tentarono la fuga e le guardie aprirono il fuoco uccidendone 13 e ferendone a decine. I sopravvissuti furono trasferiti al centro Abu Aissa, operativo in città sin dai tempi del regime di Gheddafi.

Da allora decine di attacchi da parte di uomini non identificati si sono registrati presso il centro Abu Aissa, fino all’ultimo in cui un uomo, munito di kalashnikov, ha aperto il fuoco sulla centralina elettrica del centro. Il direttore allora gettò la spugna, facendo trasferire i migranti in altri centri a Tripoli.

Dallo scorso ottobre l’unico centro rimasto operativo a ovest di Tripoli è Nasser. “Al-Bija e i Nasser sono in affari”, spiega la fonte militare. Lì i migranti vengono venduti a giornata come lavoratori fino a quando le guardie non recuperano per ogni migrante almeno 200 euro, il prezzo della loro libertà.

Qui, un fermo immagine del video completo dell’audizione di Zuccaro alla Camera, sulle ONG che trovate su Facebook, alla pagina VENETO UNICO.

 

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Giulio Cavalli ci offre alcuni stralci dell’audizione del procuratore della Repubblica presso il tribunale di Catania, dottor Carmelo Zuccaro presso  il “Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen, di vigilanza sull’attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione”.

Ne sono nati diversi commenti, favorevoli e ostili. Più di qualcuno però ha dimostrato interesse per conoscere a fondo prima di deliberare (che è sempre una buona notizia) e altri hanno (giustamente) sottolineato come delle frasi estrapolate possano essere fraintendibili. Un bel dibattito, comunque. Sano. Su Facebook, il video completo, senza tagli:

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