Archivi categoria: Giustizia

2406.- PRESIDENTE, MATTARELLA, DEVE DIMETTERSI !

In casa di Palamara fascicoli processuali non assegnati a lui “udienza da non fissare” e il Capo del C.S.M. svicola, annunciando nuove elezioni di “nuovi” consiglieri. Leggo: “Perquisizioni – In casa di Palamara fascicoli processuali non assegnati a lui con una nota “udienza da non fissare”. Da quanto tempo andava avanti questa specie di “giustizia”? Cosa aspetta Mattarella a ordinare la revisione dei processi?” No, non può bastare. Mattarella deve fare di più. Rispetto le istituzioni che mi rispettano perché la prima istituzione siamo noi. Lo afferma la Costituzione all’art. 1. Il Capo dello Stato non è un re, non è insostituibile; ma è un rappresentante e un garante.

MATTARELLA DEVE DARE LE DIMISSIONI, in attesa che si stabilisca se è stato inetto o connivente o, peggio, al vertice di questo sistema nauseabondo. DITEMI? È questa l’Italia della Resistenza? Massimo rispetto per le istituzioni; ma se, per prime, rispettano se stesse. In un Ordinamento democratico, il Presidente MATTARELLA DEVE DARE LE DIMISSIONI. Cittadini, di ogni partito o fazione, DITEMI? È questa l’Italia che vogliamo?

Luca Palamara, magistrato, già membro del Consiglio Superiore della Magistratura ed ex presidente dell’Anm, l’associazione cui aderisce la maggioranza dei magistrati.
Nove anni di Napolitano, sette di Mattarella: 16 anni di presidenti della Repubblica che è impossibile collocare al di sopra delle parti. Dopotutto, Benito Mussolini fu a capo soltanto del Governo, per 22 anni, ma il Capo dello Stato era il re.

DALLA STAMPA:

IMOLAOGGI: Luca Palamara è un magistrato, già membro del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm, l’organo costituzionale di autogoverno presieduto dal presidente della Repubblica ) ed ex presidente dell’Anm, l’associazione cui aderisce la maggioranza dei magistrati. Sostituto procuratore a Roma, è indagato dalla Procura di Perugia per corruzione in atti giudiziari. L’inchiesta, che si è avvalsa della legge cosiddetta “Spazzacorrotti”, ha messo in campo anche un virus-spia che ha infettato il cellulare di Palamara consentendo di captare le sue conversazioni. E portando alla luce un centro di potere esterno/interno al Csm che di fatto provava a disegnare la mappa giudiziaria del Paese.

Come si dice in questi casi, il Csm, competente in tema di assunzioni, trasferimenti, promozioni e misure disciplinari nei confronti dei magistrati, è nella bufera. Dalle immancabili cene romane finite all’orecchio degli inquirenti è emerso un quadro certo non nuovo per l’Italia delle trame a cavallo tra magistratura e politica. Ma non per questo il caso è meno grave.
Anzi, un dettaglio (non captato via smartphone) deve far riflettere. Quello che risalta dalla perquisizione nell’abitazione di Palamara, dove sono stati sequestrati diversi fascicoli processuali di cui l’ex presidente dell’Anm non era titolare. Con tanto però di appunti dello stesso Palamara su processi in corso in Tribunale e Corte d’appello: “udienza da non fissare”, è scritto in una nota.

Dunque ci sono fascicoli processuali (e questo è un fatto) che non dovevano stare a casa Palamara, magistrato non competente che però si muove come una sorta di “smistatore” del traffico giudiziario. «Io non facevo poi nulla», si è difeso, e si vedrà quanto reggerà quest’affermazione. Però quelle carte non dovevano stare a casa sua. Chi le ha passate, e per conto di chi il magistrato forniva i suoi suggerimenti e accendeva il semaforo rosso o verde?

I tempi, le riforme che tardano, la giustizia inefficiente. Un sistema con troppi buchi e anomalie. Poi, non meravigliamoci se a casa di un magistrato succede quello che succede.

www.ilsole24ore.com

C’era anche Ermini (vicepresidente del Csm – Pd) ai vertici segreti per gestire le nomine nelle Procure.

Csm, si dimette anche Cartoni: “ero all’incontro con Lotti ma dormivo sul divano”

CRONACANEWSsabato, 15, giugno, 2019

     

Agenpress – Un altro togato del Csm coinvolto nella riunione con Luca Palamara e Luca Lotti sulla nomina del procuratore di Roma ha presentato le dimissioni: è Corrado Cartonidi Magistratura Indipendente e che prima di entrare nell’organismo di autogoverno della magistratura era giudice a Roma.

“Ho rassegnato stamattina le dimissioni da Consigliere del Csm non per ammissione di responsabilità, ma per senso delle istituzioni Non mi è stato consentito di difendermi, e lo farò nel procedimento disciplinare. Preciso che non ho mai parlato di nomine, come erroneamente oggi mi attribuisce un quotidiano”, scrive il magistrato nella lettera in cui annuncia le dimissioni. “Non ho mai parlato di nomine”, le dimissioni sono state date per “senso delle istituzioni”, scrive. “Dormivo. Eravamo stati a cena con Cosimo Ferri e altri colleghi. Poi lui aveva detto perché non venite in albergo da me che dopo viene anche un altro consigliere del Csm. Ma nessuno di noi sapeva che sarebbe arrivato Lotti. Ci siamo accomodati su un divano e, vabbè, mi ero addormentato. Infatti Ferri lo dice: si è svegliato Corrado“.

Cartoni si riferisce a quello che a ilfattoquotidiano.it aveva definito come “casuale” l’incontro con l’ex ministro Luca Lotti e l’ex leader di Magistratura Indipendente (la sua stessa corrente) Cosimo Maria Ferri. Prima di un’assemblea di MI, Cartoni aveva detto che quella di Lotti era stata “sostanzialmente” un’imboscata.

Vedere Lotti, ha aggiunto Cartoni, “mi è sembrato improprio, ma strano no perché quando abbiamo dovuto votare il vicepresidente, Benedetti perse per due voti, noi portammo Ermini che vinse per 13 a 11. Le trattative furono impegnative. E che Lotti fosse tra i protagonisti non glielo posso smentire”, dice l’ormai ex consigliere. Per poi smentire le parole che gli ha accreditato il quotidiano di via Solferino: “Non ho mai parlato di nomine”, le dimissioni sono state date per “senso delle istituzioni”.

“Ho rassegnato stamattina le dimissioni da Consigliere del Csm – scrive Cartoni – non per ammissione di responsabilità, ma per senso delle istituzioni Non mi è stato consentito di difendermi, e lo farò nel procedimento disciplinare. Preciso che non ho mai parlato di nomine, come erroneamente oggi mi attribuisce un quotidiano”. Cartoni ringrazia “le centinaia di colleghi che, silenziosi, in questi giorni tremendi mi hanno manifestato la loro stima ed il loro affetto”. E augura “buon lavoro” ai colleghi consiglieri e a chi subentrerà. agenpress.it

”Lotti voleva silurare il pm che indagava sulla famiglia Renzi”

Posted: 13 giugno 2019 

Luca Lotti voleva silurare il pm che indagava sulla famiglia Renzi. E’ l’elemento che emerge dall’inchiesta di Perugia, contenuto in un servizio pubblicato dalla ‘Verità’, da cui risulta che l’ex ministro si rivolse al consigliere del Csm Luca Palamara per allontanare da Firenze Giuseppe Creazzo, il magistrato che si occupava delle indagini su Tiziano Renzi […]

0 comments

Bufera Csm, Palamara tira in ballo il consigliere di Mattarella

Posted: 13 giugno 2019 

Le cene riunivano, sempre dopo mezzanotte, consiglieri del Csm e i due parlamentari del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti per pianificare la nuova geografia giudiziaria del Paese

0 comments

Ex magistrato Roberti: ‘Così il Governo Renzi influenzò le nomine nel Csm’

Posted: 7 giugno 2019 

”Un mio pensiero, da ex Magistrato e Procuratore Nazionale Antimafia, sul caso Palamara e CSM”. Lo scrive in un post su Facebook Franco Roberti, ex magistrato e procuratore nazionale Antimafia, recentemente eletto al Parlamento europeo nelle file del Pd. “Nel 2014 il governo Renzi, all’apice del suo effimero potere, con decreto legge, abbassò improvvisamente, e […]

0 comments

Csm, ”Degenerazioni correntizie”, ”giochi di potere” e ”traffici venali”

Posted: 6 giugno 2019 

”Degenerazioni correntizie”, ”giochi di potere” e ”traffici venali”. Di questo ”vi è evidente traccia nelle cronache di questi giorni”. Lo denuncia il vicepresidente del Csm David Ermini (Pd), nel suo intervento al plenum straordinario convocato dopo la bufera che si è abbattuta sul Consiglio e sull’intera magistratura italiana, dopo quanto emerso dall’inchiesta di Perugia. ”Siamo […]

0 comments

2403.- Carlo Nordio: “Caso Csm? È la nemesi storica della magistratura. E ora serve una riforma della Costituzione”

L’INTERVISTA de LINKIESTA del 12 giugno 2019

L’ex magistrato trevigiano coglie l’occasione della bufera che da giorni travolge il Consiglio Superiore della Magistratura per ribadire le sue battaglie: più controllo alle intercettazioni, meno intrecci con la politica. La soluzione per il Csm? Passare dalle elezioni al sorteggio

Le correnti? Tramano da sempre. Le relazioni tra magistratura e politica? Un fatto ovvio. Ma la polemica che ha travolto negli ultimi giorni il CSM (Consiglio superiore della magistratura) ha superato le dimensioni dello scandalo fino ad assumere le fattezze di uno scontro, durissimo, tra correnti. «Ma non lasciamoci impressionare», dice Carlo Nordio, ex magistrato e autore, noto per le sue indagini su Mani Pulite, sulle Brigate Rosse venete e, negli ultimi anni, sul Mose a Venezia. «Ci sono stati in passato scontri anche più cruenti». Quello che è certo è che la crisi di questi giorni «rappresenta una nemesi storica per la magistratura».

Tutto comincia con l’inchiesta della procura di Perugia sul potente magistrato Luca Palamara, ex consigliere del Csm ed ex presidente Anm, accusato di corruzione per una serie di regalie che avrebbero influito sull’esito di alcune sentenze. Informato per vie traverse dai colleghi, avrebbe allora cercato di bloccare l’indagine cercando di influenzare le nomine della procura di Perugia.

L’indagine, attraverso la diffusione del contenuto di alcune intercettazioni ambientali «nemmeno periziate», sottolinea sempre Nordio, ha fatto emergere un intreccio di relazioni, frequentazioni e accordi da parte di altri esponenti del Csm con alcuni politici (il nome più noto è quello di Luca Lotti, ex ministro dello Sport con Matteo Renzi) per decidere sulle nomine dei più importanti incarichi nella magistratura (tutte cose che, va detto, non c’entrano con il caso di Palamara ma che contribuiscono a gettare discredito sulla categoria). Allo scandalo seguono le dimissioni di un consigliere, indagato, e l’autosospensione di altri quattro, finiti nelle intercettazioni: tre sono espressione di Magistratura Indipendente, uno di Unicost. Come era immaginabile, la faccenda scatena una guerra tra correnti, tra chi – come Piercamillo Davigo, di Autonomia e Indipendenza, di stampo “giustizialista” – chiede le loro dimissioni, con un conseguente ribaltone al Csm e chi, come il capo di Magistratura Indipendente, auspica un loro ritorno al lavoro.

Una crisi, segnata dalla guerra tra le correnti e quella che, secondo Nordio, è una pura e semplice «nemesi storica. Una “vendetta” per l’uso spregiudicato delle intercettazioni. Si ritorce contro quelli, cioè i magistrati, che in passato ne hanno fatto un uso esorbitante». E questa dinamica si riflette «nelle lotte interne tra le correnti, che emergono sempre, in queste situazioni, attraverso le intercettazioni».

Nel caso di Luca Palamara è stato un Trojan, un virus installato sul telefono che ha registrato tutto quanto percepiva nelle circostanze. 
Ma vale sempre. Non è un caso che appena prima dell’elezione degli organi della magistratura si verifica una impennata delle loro telefonate. Un fatto evidente, che sarebbe riscontrabile osservando i tabulati telefonici. Gli accordi, le conversazioni, avvengono in modo ufficiale, lo sanno tutti.

Niente di nuovo sotto il Sole, quindi.
Da sempre le candidature esprimono una volontà anche politica. Le correnti da sempre sono contigue ai partiti, e in questo senso nelle notizie degli ulti

mi giorni non c’è niente di nuovo – a parte la diffusione delle intercettazioni, o meglio del contenuto di alcune intercettazioni nemmeno periziate. È una cosa che mi indignava quando accadeva in passato, quando sui giornali venivano pubblicate le intercettazioni sui politici. Ma che mi indigna anche adesso. Per i magistrati è una nemesi storica, una vendetta della storia.

Lei intende dire che la diffusione di queste intercettazioni ha qualcosa di sospetto?
Sono sempre sospette, in tutte le indagini. Vanno usate solo dopo essere state periziate. Sono strumenti che, lo dico da sempre e lo ripeto nel mio ultimo libro, hanno un potenziale enorme, perché mancano del contesto e, in generale, anche del tono. Come si può capire, senza l’intonazione, se una frase viene detta sul serio o per scherzo?

Ogni partito una corrente. Ma la Prima Repubblica è scomparsa mentre le corrent ci sono ancora. Hanno perso molto del loro “colore” politico e ideologico rispetto a prima, ma si sono mantenute come centri di potere: decidono loro

È così strano che un magistrato incontri e frequenti un politico, anche “nottetempo” come in questo caso?

Nel caso di Luca Lotti il problema è che è indagato dalla procura di Roma per il caso Consip e si incontra con un membro di quella procura. Ma, in generale, come si può impedire che un magistrato incontri un indagato, dal momento che quasi la metà dei rappresentanti delle istituzioni lo è?

Altra domanda, allora: perché è scandaloso che il Csm abbia una connotazione politico, dal momento che sono le correnti che propongono i candidati? 
La politica è entrata nella magistratura negli anni ’70. Alcuni giovani magistrati hanno introdotto una interpretazione della legge che fosse Costituzionalmente orientata, cioè di stampo “progressista”. Va detto che, fino a quel momento, prevaleva una impostazione più conservatrice. Ebbene, questa dinamica si è evoluta fino a rappresentare anche tra i magistrati, in modo simmetrico, la suddivisione dei partiti di allora: Magistratura Indipendente esprimeva i cosiddetti laici, Magistratura Democratica era una corrente di sinistra, Unità per la Costituzione (Unicost), di tipo centrista. Ora sono quattro, ma l’archiettura rimane la stessa. Nel frattempo la Prima Repubblica è scomparsa ma le correnti sono ancora qui. Hanno perso molto del loro “colore” politico e ideologico rispetto a prima, ma si sono mantenute come centri di potere: decidono loro.

Da loro dipendono le carriere dei magistrati?
È consequenziale, sono gli eletti del Csm che decidono le sorti dei matistrati stessi. Ma non vuol dire, però, che per i ruoli più rilevanti vengano privlegiati i peggiori, purché fedeli. Scelgono comunque persone preparate, rigorose e competenti. Bravi, insomma, ma targati.

Si possono acquisire crediti politici attraverso le sentenze?
No. Le sentenze semmai donano notorietà, se sono importanti, ai magistrati. E questo li aiuta in un momento in cui scelgono di farsi eleggere, cioè di dedicarsi alla vita politica. Un’altra cosa su cui sono sempre stato contrario.

Contrario ai magistrati che entrano in politica?
Sì. Anche a me, adesso che non sono più in attività, lo hanno chiesto, ma mi sono sempre rifiutato. È una cosa che i giudici, a mio avviso, non dovrebbero fare mai: né quando sono in attività né quando hanno terminato la loro carriera.

Perché?
È ovvio che una candidatura non si costruisce in 24 ore. Se un giudice, una volta dismessa la toga, sceglie di fare politica, inevitabilmente rivela che anche prima, cioè quando aveva la toga, aveva intrapreso contatti, accordi, fr

equentazioni con esponenti di partiti e non solo. Questo getta un’ombra sul suo operato del passato, cioè fa sorgere il sospetto che fosse orientato anche durante il suo servizio.

Allora lei dà ragione al ministro dell’Interno Matteo Salvini che critica i magistrati che in pubblico e ai congressi di corrente (appunto) si dichiarano contrari alle leggi che lui propone.
Diciamo che un magistrato che critica in pubblico una legge fatta da un politico non deve indignarsi se un politico critica in pubblico una sua sentenza. Entrambe le cose sono, secondo me, sbagliate.

Torniamo al Csm: si può attenuare l’influenza della politica nella sua attività e nella sua composizione?
Sì, con il sorteggio.

In che senso?
Estraendo a sorte i magistrati che lo compongono. Questa opzione, osteggiata con forza da quei rappresentanti più sensibili al potere, viene rigettata con il solito argomento “lei si farebbe operare da un passante, etc etc”. Che però non vale, per almeno due motivi. Il primo che è il sorteggio, dal punto di vista giuridico, è presente da tempo nel nostro ordinamento, per cui non è affatto improprio. Il secondo è che non sarebbero affatto dei “passanti”: il canestro da cui si andrebbe a scegliere sarebbe qualificatissimo, cioè composto da membri della Cassazione, componenti dei Consigli dei vari Ordini regionali, o professori universitari di alto prestigio. Questo annullerebbe ogni intreccio della politica.

Però allora servirebbe anche una riforma della Costituzione.
Potrebbe servire. Il problema è che anche la politica non ha la volontà, o il coraggio, di portare avanti questi disegni di riforma. Così la magistratura non sarà mai indipendente dalla politica. E peggio ancora, non sarà mai indipendente nemmeno da se stessa.

2381.- ANCHE L’UNIONE EUROPEA AFFRONTA L’IMMIGRAZIONE SENZA CENTRARE IL PROBLEMA E SETTORIALMENTE. DI CERTO, NON PER CASO.

Commenteremo, in seguito, la notizia della sentenza della Corte di Giustizia Europea portataci da LINKIESTA con questo articolo.

MIGRANTI, AD ASFALTARE IL DECRETO SICUREZZA ADESSO CI PENSA UNA SENTENZA DELL’UE

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che uno straniero non può essere espulso se nel proprio Paese rischia di essere perseguitato. Il principio era già valido in Italia, ma con il decreto sicurezza si sfiora l’illegalità. Ben venga, quindi, la sentenza

Andreas SOLARO / AFP

Nei giorni scorsi, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che uno straniero non può essere espulso dal Paese in cui si trova “fintanto che (…) abbia fondato timore di essere perseguitato nel suo Paese d’origine o di residenza”. In Italia il principio di non refoulement già trova applicazione, come ha spiegato Matteo Villa (ISPI), quindi la pronuncia non è destinata ad avere un particolare impatto. Basti pensare che tra il 2013 e il 2017, sono stati emessi 23.045 ordini di espulsione verso Paesi che possono essere considerati insicuri – come la Siria, l’Iraq, la Somalia, l’Eritrea o il Sudan – ma solo il 4% di questi ordini è stato effettivamente eseguito. Tuttavia, nonostante non sia innovativa, la sentenza merita un rilievo particolare: recenti misure in tema di immigrazione, ispirate da un clima politico ad essa avverso, rendono essenziale ribadire certi principi essenziali.

È necessario, innanzitutto, spiegare il contenuto della decisione, che interpreta una direttiva e, quindi, vincola i giudici dei Paesi Ue per i casi analoghi. Essa fa chiarezza fra disposizioni non conformi: da un lato, la direttiva 2011/95/UE, in tema di protezione internazionale, consente di revocare o negare il riconoscimento dello status di rifugiato a chi per seri motivi rappresenti un pericolo per la sicurezza dello Stato in cui si trova oppure, a causa di una sentenza definitiva per un reato di particolare gravità, costituisca un pericolo per la collettività, ma vieta che egli possa essere espulso se nel luogo di destinazione rischia di essere sottoposto a tortura o a pene e trattamenti inumani o degradanti (in conformità alla Carta dei diritti fondamentali dell’UE); dall’altro lato, la Convenzione di Ginevra invece legittima l’allontanamento anche verso Paesi non sicuri se lo straniero rappresenta un pericolo o una minaccia per lo Stato ospitante. A fronte di questa differenza normativa, la Corte ha deciso che lo straniero vada tutelato dai rischi che correrebbe tornando in patria e, pertanto, anche se ha perso lo qualifica di rifugiato, non può comunque essere espulso.PUBBLICITÀ

Come si accennava, nonostante la sentenza ribadisca un principio già applicato in Italia – cioè il divieto di respingimento verso Paesi in cui la vita o la libertà possano essere minacciate – essa merita di essere evidenziata. Perché in un periodo in cui l’immigrazione è oggetto, da un lato, di disposizioni che paiono andare oltre i paletti dell’ordinamento, dall’altro, di atteggiamenti politici comunque ostili, non si può avere la certezza che principi rispettati in passato continuino a esserlo anche in futuro. 

Ad esempio, prima del governo in carica non si sarebbero potute immaginare norme come quelle contenute nel cosiddetto decreto sicurezza, che presentano profili di legittimità dubbia: dalla perdita della cittadinanza per lo straniero che commette determinati reati, con disparità di trattamento rispetto agli italiani, i quali non perdono la cittadinanza anche se compiono i medesimi reati; alla possibilità di espulsione, a seguito del diniego di asilo, dell’immigrato sottoposto a procedimento penale per alcune violazioni di legge, pur in assenza di una condanna definitiva e anche in pendenza di ricorso avverso la decisione della Commissione territoriale, con buona pace del principio di non colpevolezza e del diritto alla presenza in giudizio.

fino a qualche tempo fa sarebbe stata impensabile una lettera come quella in cui l’ONU rimarca «il clima di ostilità e xenofobia» che il governo italiano sta creando nei confronti dei migranti con le direttive sui salvataggi in mare del Viminale e la bozza di decreto sicurezza bis

Ancora in tema di espulsioni, assume un significato particolare pure la previsione, sempre nel primo decreto sicurezza, di un elenco di “Paesi sicuri”, da adottare con decreto del Ministro degli affari esteri, di concerto con i Ministri dell’interno e della giustizia, per velocizzare l’iter delle domande di protezione internazionale, ma anche dei respingimenti. Come osservato dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI), a decidere quale Paese possa essere considerato “sicuro” «sarà di fatto la Commissione nazionale per il diritto d’asilo, che non è organo amministrativo indipendente ed è fortemente connesso per composizione e struttura organizzativa al potere politico»: pertanto, il rischio è che certe valutazioni possano non essere oggettive

Inoltre, fino a qualche tempo fa sarebbe stata impensabile una lettera come quella in cui l’ONU rimarca «il clima di ostilità e xenofobia» che il governo italiano sta creando nei confronti dei migranti con le direttive sui salvataggi in mare del Viminale e la bozza di decreto sicurezza bis, a causa di un «approccio adottato dal ministro dell’Interno» che incide «seriamente» sui diritti umani e criminalizza «le operazioni di ricerca e salvataggio» delle ONG. Dunque, a fronte di quanto sta accadendo in tema di immigrazione – sotto il profilo normativo e non soltanto – forse appare più chiaro che lo spazio dato dai media alla sentenza può essere servito a rendere il pubblico più consapevole del principio da essa affermato e di eventuali tentativi politici di superarlo: del resto, il ministro dell’Interno ha già affermato che procederà al rimpatrio anche di coloro i quali secondo la Corte non sono rimpatriabili.

Detto questo, sul piano giuridico quale potrebbe essere in Italia la sorte di colui al quale sia stato revocato o negato lo status di rifugiato, ma che non possa essere espulso perché proveniente da uno Stato non sicuro? La pronuncia della Corte afferma che chi si trovi in questa situazione continua comunque a “godere di un certo numero di diritti previsti dalla Convenzione di Ginevra”, cui la direttiva 2011/95/UE rimanda (ad esempio, il diritto di adire i tribunali e l’educazione pubblica). E poiché è necessario un titolo che attesti tale situazione e consenta la fruizione di quei diritti, è presumibile che allo straniero possa essere accordato un permesso per “protezione speciale” – della durata di un anno (rinnovabile finché dura il pericolo nel Paese di provenienza) – che viene rilasciato dalla questura quando non sia possibile concedere la protezione internazionale né procedere all’espulsione per il rischio di persecuzioni o torture in patria. Chissà se tale soluzione sarà adottata o se lo straniero non rimpatriabile resterà fra gli irregolari (che intanto continuano ad aumentare). Anche per questo motivo la sentenza è importante: per non perdere di vista la distanza che può esservi tra la realtà e il diritto.

2357.- La Cassazione sulla responsabilità dei magistrati

Guida alla responsabilità dei magistrati


La responsabilità civile dei magistrati

– Il dibattito- La riforma del 2015- Il danno ingiusto e la responsabilità indiretta- La colpa grave- Il diniego di giustizia- La clausola di salvaguardia
– Campo di applicazione- La domanda di risarcimento
– La rivalsa dello Stato- Responsabilità disciplinare e contabile

La responsabilità disciplinare dei magistrati
– La tipizzazione degli illeciti disciplinari
– Gli illeciti disciplinari nell’esercizio delle funzioni
– Gli illeciti disciplinari fuori dall’esercizio delle funzioni
– Gli illeciti disciplinari conseguenti a reato
– Le sanzioni disciplinari
– Titolarità dell’azione e termini
– L’archiviazione
– Il procedimento disciplinare
– Impugnazioni e revisione 

La responsabilità penale dei magistrati – Responsabilità penale magistrati: il dibattito- Magistrati: niente reati propri- Reati magistrato quale pubblico ufficiale
Normativa di riferimento:
– Legge 117/1988 sulla responsabilità civile dei magistrati
– Legge 109/2006 sulla responsabilità disciplinare

La Cassazione sulla responsabilità dei magistrati, di Annamaria Villafrate

Con la sentenza n. 11747/2019  le Sezioni Unite della Cassazione forniscono importantissimi principi in tema di responsabilità del magistrato. 

L’esame degli Ermellini avente ad oggetto l’art 2 lett. a) della l. n. 117/1988 nella formulazione anteriore alla riforma del 2015, precisa che il giudice non viola la legge per errore inescusabile e attività interpretativa insindacabile nel momento in cui si discosta da un precedente, sia esso della Consulta che della Cassazione. Per il nostro ordinamento infatti queste pronunce non sono fonti di diritto e come tali non vincolano il giudice. Nel momento in cui si discosta però egli deve fornire unamotivazione adeguata e logica. Egli è sindacabile solo se la sua decisione, frutto di negligenza inescusabile, sconfina in un provvedimento abnorme. In ogni caso la mancanza di motivazione non comporta automaticamente la responsabilità del giudice se è possibile comunque comprendere la sua scelta interpretativa.

  1. La vicenda processuale
  2. Il ricorso per revocazione 
  3. La rimessione alle Sezioni Unite 
  4. I precedenti non sono fonti vincolanti, occorre ricostruire il percorso logico della motivazione

La vicenda processuale

Il giudice di primo grado accerta l’illecito commesso da un Comune per occupazione illegittima, a cui ha fatto seguito l’espropriazione acquisitiva di un terreno di proprietà di due privati, danti causa dell’erede attore in giudizio e liquida i danni sulla base del valore venale del bene, in euro 273.076,58 più rivalutazione monetaria e interessi in misura legale sulla somma liquidata prima devalutata poi rivalutata dalla definitiva trasformazione del fondo fino al soddisfo.

Il giudice di secondo grado conferma l’esistenza di un’occupazione illegittima e l’irreversibile trasformazione del suolo occupato, ma accoglie l’appello del Comune, poiché ritiene che il tribunale abbia “indebitamente sostituito alla domanda effettivamente proposta, di risarcimento danni per occupazione espropriativa, o acquisitiva, la diversa domanda di risarcimento per occupazione usurpativa, pronunciando in tal modo oltre i limiti del petitum.”

Conseguentemente liquida il danno all’erede in base ai “criteri di liquidazione previsti per tali occupazioni (o occupazioni appropriative) dall’art. 3, comma 65, della legge n. 662/1996 che aveva aggiunto il comma 7 bis all’art. 5 bis del DL 11.7.1992 n. 333 conv. in legge 8.8.1992 n. 359, ferme le statuizioni su rivalutazione e interessi perché non impugnate.”

L’erede ricorre in Cassazione che cassa la sentenza e liquida il danno nella misura del valore venale del fondo pari a euro 273.076,58, come stabilito dal giudice di primo grado, attribuendo gli interessi legali dalla data della domanda. Questo perché nelle more del giudizio la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la norma in base alla quale la Corte d’Appello ha quantificato il danno che pertanto deve essere stabilito nella misura equivalente al valore venale del bene.

Il ricorso per revocazione 

L’erede però agisce in revocazione lamentando il mancato riconoscimento degli interessi dalla data dell’illecito e la rivalutazione poiché la fattispecie deve considerarsi come occupazione usurpativa.

La Cassazione però dichiara il ricorso inammissibile perché trattasi di errore di diritto, non di fatto.

A questo punto l’erede, avendo esaurito tutti i mezzi d’impugnazione, propone ricorso per far valere “la responsabilità dello Stato per colpa grave imputabile ai magistrati giudicanti, deducendo che essi fossero incorsi in grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile.” Ricorso dichiarato inammissibile sia in primo grado che in appello perché diretto a contestare un’attività d’interpretazione normativa.

La rimessione alle Sezioni Unite 

L’erede soccombente a questo punto ricorre nuovamente in Cassazione, la Presidenza del Consiglio convenuta deposita memoria difensiva e la causa dopo essere stata assegnata alla terza sezione, viene rimessa alle Sezioni Unite per risolvere “una questione di massima di particolare importanza, concernente la individuazione del discrimine tra grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile ed attività interpretativa insindacabile, sulla base dell’art. 2, comma 3, lett. a) della legge n. 117/1988 (nel testo previgente alla modifica della legge n. 18/2015), con specifico riferimento alla ipotesi della violazione di norma di diritto in relazione al significato ad essa attribuito da orientamenti giurisprudenziali da ritenere consolidati.”

I precedenti non sono fonti vincolanti, occorre ricostruire il percorso logico della motivazione

La Cassazione, nella complessa e articolata sentenza SU n. 11747/2019 con cui rigetta il ricorso, fornisce importanti principi, dopo avere ricostruito il quadro normativo di riferimento e l’orientamento giurisprudenziale in materia, precisando che:

  • se il giudice si discosta dalla giurisprudenza precedente nel pronunciare una sentenza non commette grave violazione di legge causata da negligenza inescusabile, come previsto dall’art 2, lett. a) della legge n. 117/1988 del testo anteriore alla modifica intervenuta nel 2015 in virtù della legge n. 18. Questo perché, anche se la sentenza promana dalla Corte Costituzionale o dalla Cassazione non è comunque una fonte di diritto, per cui egli non ne è vincolato. In questi casi è necessario piuttosto che il giudice fornisca una motivazione esaustiva, logica e ragionata della sua sentenza;
  • il giudicante infatti è responsabile per violazione dell’art 2, lett. a) legge n. 117/1988 solo se la sua decisione sconfina in un provvedimento abnorme frutto di una negligenza inesplicabile, inescusabile che si verifica quando l’errore ricade sulla individuazione, applicazione e significato della norma da applicare, di cui il giudicante non comprende il senso dal punto di vista semantico;
  • in ogni caso che la presenza di una motivazione non esclude l’ammissibilità di un’azione di responsabilità nei confronti di un magistrato, anche se sicuramente aiuta a comprendere la decisione in quanto scaturente da un determinato percorso interpretativo. Vero però che non sempre l’assenza di motivazione conduce a un giudizio di responsabilità anche se contraria all’orientamento interpretativo prevalente, se è comunque possibile comprendere e riconoscere la scelta interpretativa operata dal giudice.

Precedenti:

2226.- Magistratura contro Politica: Cosa dice esattamente la Costituzione

1966.- Il governo fra sentenze e iniziative politiche dei magistrati. i limiti alla liberta’ personale del migrante.

 1943.- Le accuse a Salvini smontate una per una dall’ex pm Nordio. Nostro breve richiamo agli articoli dei Codici Penale e di Procedura Penale.

Riformare la giustizia si può

Sulla «responsabilità civile dei magistrati

2340 .- Separazione delle carriere: opinioni a confronto.


Da un sondaggio dello Studio Cataldi. E’ in corso di esame nella commissione affari costituzionali alla Camera dei Deputati una proposta di legge sulla separazione delle carriere che riapre vecchi contrasti tra favorevoli e contrari alla riforma. Ecco le diverse opinioni a confronto.

giudice sentenza

di Valeria Zeppilli – In Commissione affari costituzionali ha avuuto inizio l’iter parlamentare par l’esame di una proposta di legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere. Si tratta di un progetto di legge che investe una tematica da sempre oggetto di dibattito e fonte di forti contrasti in ambito politico e tra gli addetti ai lavori.

La proposta intende creare una netta distinzione tra magistratura giudicante e magistratura requirente. In altre parole: i giudici da un lato, i pubblici ministeri dall’altro. 

Vediamo di cosa si tratta e quali sono le opinioni a confronto.

  1. PM e giudici separati
  2. I dibattiti sulla separazione delle carriere
  3. Separazione delle carriere: chi è a favore
  4. Separazione delle carriere: chi è contrario
  5. I pro e i contro
  6. Il sondaggio

PM e giudici separati

L’idea della proposta di legge è quella di modificare l’attuale assetto dell’ordine giudiziario, creando per i pubblici ministeri un ordine differente rispetto a quello dei giudici, pur continuando a riconoscere a entrambe le categorie le garanzie di autonomia e indipendenza che caratterizzano la magistratura.

I dibattiti sulla separazione delle carriere

Come accennato, quello della separazione delle carriere non è un dibattito nuovo, scaturito con la recente iniziativa legislativa, ma è al centro delle più agguerrite dispute che da anni vedono divisi avvocati, magistrati, giuristi e non solo.

Vediamo quindi i pro e i contro della separazione delle carriere, tenendo conto delle più autorevoli opinioni in proposito.

Separazione delle carriere: chi è a favore

A favore della separazione tra magistratura giudicante e magistratura requirente si sono schierati giuristi e magistrati del calibro di Giovanni Conso, Sabino Cassese, Giuliano Vassalli, Giovanni Falcone.

Giovanni Falcone

Proprio quest’ultimo, nel 1989, scriveva: “Comincia a farsi strada faticosamente la consapevolezza che la regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei magistrati del pubblico ministero non può essere identica a quella dei magistrati giudicanti, diverse essendo le funzioni e, quindi, le attitudini, l’habitus mentale, le capacità professionali richieste per l’espletamento di compiti così diversi: investigatore a tutti gli effetti il pubblico ministero, arbitro della controversia il giudice. Su questa direttrice bisogna muoversi, accantonando lo spauracchio della dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo e della discrezionalità dell’azione penale che viene puntualmente sbandierato tutte le volte in cui si parla di differenziazione delle carriere”.

Unione Camere Penali

Venendo alle più recenti opinioni sul tema, possiamo citare quella di Francesco Petrelli, segretario dell’Unione delle Camere Penali nella giunta 2016 – 2018, per il quale la separazione è “condizione di un indispensabile conflitto e di un fisiologico antagonismo fra poteri, volta alla efficienza ed all’equilibrio di ogni sistema democratico, complesso, trasparente e aperto”.

Valerio Spigarelli, presidente dell’Unione Camere Penali nella giunta 2012 – 2014, ha identificato il vero problema della giustizia italiana nella circostanza che “la terzietà del giudice non solo non è garantita, non c’è proprio. Il giudice resta contiguo al magistrato inquirente, ne condivide le istanze volte ad affermare la pretesa punitiva dello Stato e anzi se ne fa spesso carico in prima persona”.

Separazione delle carriere: chi è contrario

Altrettante sono le voci che si levano contro la separazione delle carriere, sostanzialmente fondate sulla convinzione che da essa potrebbe derivare un controllo dell’esecutivo sul pubblico ministero, visto come una sorta di avvocato del Governo.

Il Pubblico Ministero, invece, è innanzitutto un magistrato che non tutela gli interessi di un cliente, ma quelli della collettività e di questo sono convinti molti magistrati, tra i quali possiamo citare Bruno Tinti, tra le altre cose ex Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Torino.

Il PM, in altre parole, ha come unico obiettivo quello di ottenere la condanna del colpevole effettivo e non quello di far condannare comunque un imputato.

Associazione Nazionale Magistrati

Tra le più autorevoli opinioni contrarie alla separazione delle carriere vi è quella dell’Associazione Nazionale Magistrati.

L’ex segretario dell’ANM, Carlo Fucci, qualche anno fa ha affermato che “la separazione delle carriere non solo non porterebbe alcun vantaggio all’efficienza del processo penale ma non introduce nessuna garanzia maggiore, anzi rischia di allontanare il Pm dalla cultura della giurisdizione; senza parlare dei pericoli possibili in prospettiva di sottoporre il Pubblico ministero al potere esecutivo, e dunque di arrivare a un’azione penale discrezionale”. Per Fucci, inoltre, la separazione allontanerebbe “il controllo giurisdizionale nella fase delle indagini che il Pm invece assicura”. 

Più di recente, il Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Minisci, ha invece affermato che “Il rischio di un PM sottoposto all’Esecutivo non possiamo e non dobbiamo correrlo, perché in quel caso la tutela dei diritti e la difesa delle garanzie sarebbero fluttuanti, incerte e legate alle stagioni”. 

I pro e i contro

Per riassumere, a favore della separazione delle carriere vi è la circostanza che magistratura giudicante e magistratura requirente svolgono funzioni distanti tra loro che richiedono attitudini differenti. Inoltre, vi è la circostanza che continuare a lasciare il PM e il giudice nel medesimo ordinamento non garantirebbe la necessaria terzietà del secondo e di conseguenza inficerebbe l’efficienza e la giustizia del processo. 

Riassumendo anche i contro, per chi ripudia la separazione delle carriere, separare giudice e PM avrebbe come uniche conseguenze, da evitare, quelle di privare il pubblico ministero della necessaria indipendenza dal Governo e di compromettere gli interessi della collettività.

2327.- L’EUROPA È GIÀ UNITA, MA NELL’ILLEGALITÀ. PERCHÈ?

Voici les éditoriaux publiés ce matin sur Boulevard Voltaire: “I migranti, specialmente se sono illegali, possono occupare un immobile impunemente.” Un tema quanto mai attuale, che sottintende l’emersione di un conflitto non più latente fra i poteri dello Stato: Legislativo e Esecutivo e il quasi potere della Magistratura.

Se sei un immigrato e occupi illegalmente un appartamento, la giustizia non costituirà per te fonte di gran preoccupazione. Non siamo in Italia, ma accade in Francia. Dal giudicato di una recente decisione del Tribunale distrettuale di Rennes.

La proprietà di una struttura ricettiva, secondo Le Figaro, aveva deciso di trasformare un edificio di diciotto appartamenti in un centro di accoglienza per richiedenti asilo (CADA). Problema: l’edificio era già stato “requisito” da un gruppo di persone senza fissa dimora provenienti da Cecenia, Georgia, Albania, Somalia, Angola, Eritrea, Azerbaijan, Afghanistan. L’organizzazione proprietaria, Archipel Habitat, è, quindi, in procinto di espellere i 95 migranti che occupano l’edificio. Ma la giustizia ha appena dichiarato la richiesta inammissibile per il fatto che – leggete bene – che non poteva fornire la prova della sua proprietà.

L’avvocato che difende gli occupanti ha definito la decisione della corte come “in conformità con la legge”. Mentre è normale che il denunciante dimostri la legittimità della sua denuncia, è sorprendente che, se anche ci fosse un documento mancante nel file, questo non sia stato chiesto prima. Archipelago Habitat ha dichiarato di aver “preso atto” della decisione della corte, che non ha custodito” i vari documenti che concorrono a fornire le prove sufficienti del suo status di proprietario”, e ha deciso “un immediato riproposizione del procedimento giudiziario”. In attesa di una nuova decisione, gli squatters potranno continuare a godere dei loro appartamenti.

Ricordiamo che i CADA offrono ai richiedenti asilo un luogo dove alloggiare per il tempo della durata dell’esame della loro richiesta di rifugiati. Questa procedura prevede la sistemazione, il seguito amministrativo, il monitoraggio sociale e l’aiuto alimentare. Si potrebbe pensare che un’organizzazione sociale farebbe meglio a occuparsi principalmente della situazione dei senzatetto francesi (quattro milioni di persone, secondo la Fondazione Abbé-Pierre), ma sappiamo, da molto tempo, che in Francia, qualsiasi priorità nazionale è un segno di discriminazione e che è meglio essere un immigrato che un povero lavoratore. RIPETO: Non siamo in Italia, ma in Francia!

Almeno i CADA sono organizzazioni legali. Ma anche in questo caso, la prassi è che vengono applicate delle priorità … contrarie al buon senso: prima dei francesi in difficoltà passano avanti i richiedenti asilo e, prima dei richiedenti asilo, occupano gli immigrati. Si può tranquillamente affermare che, se la giustizia avesse deciso per l’espulsione, si sarebbero svolte manifestazioni per difendere il diritto all’abitazione di questi immigrati clandestini. Al giorno d’oggi, è l’apice dell’ipocrisia discriminare al contrario le persone, preferendo un cittadino del mondo a un compatriota.

La motivazione invocata dal tribunale per respingere la domanda può pure essere “in conformità con la legge”, applicata letteralmente, ma si oppone al suo spirito. Tutto accade come se il giudice volesse ritardare la decisione, che richiederà probabilmente alcune settimane o, addirittura, mesi. Lo sapremo quando si conosceranno i ritardi amministrativi. Lungi da noi accusare la giustizia di non essere indipendente: se così fosse, è innanzitutto il governo che ne sarebbe responsabile. Ma è chiaro che ci sono molte disfunzioni in questa repubblica, nelle quali il regno di Macronie, sembra adattarsi. Vive la France! Viva l’Italia! Addio all’Europa.

Prima gli italiani

Alcune riflessioni per l’Italia

Il tema della politicizzazione della Magistratura è particolarmente grave quanto destabilizzante, perciò, urgente perché la sua indipendenza è condizione di esistenza, anzi, è un presupposto della democrazia, quindi, della Repubblica. Questa politicizzazione scaturita dalla funzione creativa che le sentenze hanno nei confronti del diritto è il risultato dell’interpretazione giudiziale delle norme positive. Prima di proporvi questa mia traduzione mattiniera di Boulevard Voltaire, mi sono chiesto: Come è possibile che la Magistratura, in Francia e in Italia, sfrutti la lettera della legge contro il suo spirito? Le disposizioni sulla legge in generale, dette anche preleggi o disciplina preliminare al codice civile, dettano alcuni articoli. Cito gli articoli 1, 8, riguardo alle prassi e , sopratutto, l’articolo 12, Interpretazione della legge, con alcune note e una riflessione:

Art. 1 Indicazione delle fonti

Sono fonti del diritto:

1) le leggi;
2) i regolamenti;
3) 
(abrogato)
4) gli usi.

Art. 8 Usi

Nelle materie regolate dalle leggi e dai regolamenti gli usi hanno efficacia solo in quanto sono da essi richiamati.

Art. 12 Interpretazione della legge

Nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse (1) , e dalla intenzione del legislatore (2), (3).

Se una controversia non può essere decisa con una precisa disposizione (4) , si ha riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe (5); se il caso rimane ancora dubbio, si decide secondo i princìpi generali dell’ordinamento giuridico dello Stato (6).

Note:

(1) È questa la c.d. interpretazione letterale (c.d. vox iuris), volta ad attribuire alla norma il significato che si evince immediatamente dalle parole utilizzate. Abbiamo, però, presente quanto stabilito dal primo comma dell’articolo 1362 c.c., per quanto riguarda l’interpretazione di un testo contrattuale, dove non può darsi un’importanza definitiva all’impiego di certi termini di carattere letterale.

(2) È questa la c.d. interpretazione logica che, superando il significato immediato della disposizione, mira a stabilire il suo vero contenuto ossia lo scopo che il legislatore ha inteso realizzare, emanandola.

(3) Si rimane sempre nell’ambito della norma, se dilatata fino al limite della sua massima espansione.

(4) Il legislatore espressamente contempla la possibilità che vi siano fattispecie non previste né risolte da norme giuridiche. Il legislatore prevede, cioè, l’esistenza di lacune le quali devono, tuttavia, essere colmate dal giudice che non può rifiutarsi di risolvere un caso pratico adducendo la mancanza di norme.

(5) È questa la c.d. analogia legis, ammissibile soltanto se basata sui seguenti presupposti: a) il caso in questione non deve essere previsto da alcuna norma; b) devono ravvisarsi somiglianze tra la fattispecie disciplinata dalla legge e quella non prevista; c) il rapporto di somiglianza deve concernere gli elementi della fattispecienei quali si ravvisa la giustificazione della disciplina dettata dal legislatore (eadem ratio).

(6) È questa la c.d. analogia iuris: nel richiamare i principi generali dell’ordinamento giuridico dello Stato, il legislatore ha inteso, innanzitutto, escludere il ricorso ai principi del diritto naturale, quindi, non tutti i principi. Quanto alla loro individuazione, la dottrina prevalente ritiene che essi vadano identificati in norme ad alto grado di generalità , di rango costituzionale, di tenore vago e dunque suscettibili di adattamenti interpretativi, ad esempio l’art. 2041c.c. Azione generale di arricchimento) o di importanza fondamentale per l’intero sistema giuridico (es.: art. 1322c.c. Autonomia contrattuale).

Piero Calamandrei, Padre Costituente, cosa direbbe di questa confusione?

Innanzitutto, secondo ciò che risulta dal primo comma dell’articolo 12 in commento, l’interpretazione è ammissibile soltanto se è conforme al «significato proprio delle parole” e con riferimento alla “intenzione del legislatore».

Si sostiene in dottrina che l’art. 12 delle preleggi sia tacitamente abrogato. Questa tesi è emblematica perché vuole sostenere l’esistenza di una contraddizione che sarebbe insita nei due criteri: quello di una interpretazione ammissibile soltanto se conforme al «significato proprio delle parole” e quello del riferimento alla “intenzione del legislatore».

A nostro sommesso avviso, i due criteri non sono in contraddizione; sono, invece, complementari, stabilendosi che la chiave di lettura della conformità al significato delle parole debba essere, appunto, l’“intenzione del legislatore”; dove il primo legislatore è la Costituzione, con i principi fondanti della sua parte prima, immutabili e, poi, il Parlamento. L’interprete deve applicare la legge, adeguandola come si evolve la società, appunto, interpretandola secondo l’evolvere del tempo, ma senza mai distaccarsi dai principi fondativi dell’Ordinamento Giuridico.

Per esemplificare, rapportandoci alla realtà, l’avere accettato l’ingresso nel territorio nazionale di genti le cui regole non rispettano la donna, le Forze dell’ordine e la stessa vita, non deve significare che la legge debba essere interpretata anche secondo quelle usanze o regole che siano. È, invece, ciò che leggiamo, frequentemente, nelle sentenze di magistrati politicizzati e nella applicazione redentiva della pena ai selvaggi. Non ha senso. Corre l’obbligo di rilevare che lo Stato costituisce un unicum di popolo, territorio e Ordinamento Giuridico. Infatti, in concreto, c’è incompatibilità di fatto fra questa società civile e genti che non hanno ricevuto né vogliono ricevere un’educazione. A costoro, per esempio, non è applicabile il presupposto rieducativo della sanzione penale, in quanto questa società tendeva al recupero di un cittadino che una educazione l’aveva avuta ed ha sbagliato. L’aver dovuto legiferare sulla legittima difesa è illuminante. Nella società civile ben si poteva chiedere al cittadino assalito nella sua casa di valutare l’entità della minaccia e adeguarvi la sua difesa, tale da renderla legittima. I casi sempre più frequenti di violenza, stupro, assassinio, fino al cannibalismo, financo nei carceri, hanno reso necessario abolire il principio della proporzionalità. A questo riguardo, i magistrati che, a partire dalla Cassazione, si oppongono al legislatore non difendono una posizione di diritto, ma lo offendono. La magistratura non è un potere, come, invece, lo sono iI Legislativo e l’Esecutivo. La condizione perché la magistratura sia indipendente è che il C.S.M. eserciti l’azione disciplinare. Non lo fa perché è è antidemocratico e antitaliano, a partire dal suo presidente Sergio Mattarella, come egli stesso, spesso, ci dichiara. Puntualizzo, data la carica da lui ricoperta: È antidemocratico chi, senza nemmeno uno straccio di referendum, vuole sostituire la Costituzione dei lavoratori (“art. 1: La repubblica è fondata sul Lavoro” – ascensore sociale), con un trattato di Lisbona, votato alla competitività dell’Unione europea sui mercati mondiali, dove il lavoro non è tutelato, il welfare è un costo e la disoccupazione diventa strumento. Un ulteriore esempio riguarda l’autorizzazione amministrativa a installare moschee e l’applicazione nel territorio dello Stato della Sharia, di quella che i musulmani chiamano religione, ma che non lo è, perché Dio crea la vita e non può predicare la morte. Sicuramente, è incompatibile con la Costituzione.

Leggo, sottolineandolo, l’art.8 della Costituzione:

“Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.

 La “creatività” dei giudici si è spinta ad ammettere l’Islam fra le religioni e non ritiene che contrasti con l’ordinamento giuridico italiano. In questo, si colloca a fianco dell’apostata, Capo di Stato, che ha abbandonato formalmente e volontariamente la propria religione.

Non interpreta la Costituzione né il principio di solidarietà, tanto meno quello di eguaglianza, che è sostanziale, chi vuole annullare l’identità e destabilizzare la società italiana immettendovi non individui, ma masse incontrollabili, senza legge, né morale: masse provenienti da paesi, per lo più, subsahariani, dove l’educazione, sia pure, del solo carattere “era” impartita dagli anziani, oggi, sommersi da una esplosione demografica – 7 a 1 – contro natura, ingestibile, oggi e domani, da qualsiasi stato sia africano sia europeo, come i membri dell’Ue ci confermano. Sono masse di individui in cui gli istinti più bassi non trovano argine alcuno nell’educazione, inclini alla violenza, schiavi di usanze tribali, fino al cannibalismo e per i quali, nemmeno se investissimo tutto il nostro bilancio dello Stato potremmo apprestare i mezzi per una pur minima istruzione, che, comunque, rifiuterebbero.  Chi favorisce il loro ingresso nel territorio dello Stato non è un interprete dei nostri principi, ma è ignorante e pericoloso, probabilmente cooptato da poteri finanziari. Le norme di qualsiasi Ordinamento Giuridico non hanno valore assoluto. Valgono nel territorio del loro Stato e per la sua società, di cui costituiscono la maggiore espressione. Quindi e per converso, chi pretende una selezione dei migranti e di fasare gli ingressi secondo le concrete possibilità di integrazione, non è razzista, ma il contrario. In conclusione, siate consapevoli che l’ignoranza che ha pervaso la politica non può e non deve estendersi alla magistratura, che deve restare interprete indipendente e garantista del diritto.


Secondo la lettura restrittiva dell’art. 12, che abbiamo cennato, nell’interpretazione è la lettera che costituisce il primo – e prioritario – termine di riferimento per riscoprire il significato di una disposizione normativa. L’interpretazione letterale porrebbe dei limiti, irrigidendo l’attività dell’interprete, che viene, però, mitigata dall’aggiunta del riferimento alla «intenzione del legislatore». Si giunge all’errore di ammettere due possibili interpretazioni e, quindi, un possibile conflitto fra interpretazione letterale e interpretazione in senso logico. La tesi è che l’espressione «intenzione del legislatore» non risolve molte le cose: quale fu l’intento del legislatore quando produsse il materiale normativo? Niente di misterioso, invece. Quando si parla di «intenzione del legislatore» si tende a far riferimento all’attività legislativa posta in essere da un soggetto indeterminato ed astratto che obbedisce ai principi della Parte Prima della Costituzione, i richiamati «principi generali dell’ordinamento giuridico dello Stato».

A ciò consegue che, nello svolgimento della funzione interpretativa, il giurista è influenzato da vari fattori (fattori storici, politici, economici, religiosi, morali, etici) che contribuiscono all’attribuzione del senso della norma. Esemplare, in questo senso, è l’analisi della funzione giurisprudenziale del giurista. Il giudice e, in primo luogo, la Corte di Cassazione, oggi, in aperta antitesi con il legislatore, svolge sempre più frequentemente una funzione creativa del diritto, nel senso di dar luogo ad un’immagine del dato normativo che va al di là del dato letterale. Nel suo evolversi, questa funzione creativa, ha portato alle posizioni attuali. Chiaro che per parlare di antitesi fra la Magistratura e il Legislatore deve essersi verificata una incrinatura grave nella funzione di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, responsabile dell’azione disciplinare e di Presidente della Repubblica, assolta dal Capo dello Stato, garante della Costituzione insieme alla Consulta. infatti, quell’azione disciplinare è la condizione prima dell’indipendenza accordata alla Magistratura. Ecco che, a nostro avviso, è, perciò, pretestuosa la problematicità del primo comma dell’articolo 12 preleggi, volta a determinare l’emersione di principi del diritto naturale, che esulano da quelli dell’Ordinamento giuridico, a favore dell’abuso di potere e dello sconfinamento nella politica da parte della Magistratura.

Il Legislatore, il Governo, i poteri costituzionale e i giudici hanno il dovere morale di rappresentare gli interessi degli elettori. La Costituzione prevede gli strumenti per adeguare il diritto all’evolvere della società, ma è un compito del Legislatore, non dei giudici. Come la mia maestra Lorenza Carlassare ama ripetere, quell’“appartiene” al popolo significa che, con il voto la sovranità non viene trasferita agli eletti e nemmeno a Lei signor Presidente della Repubblica.

Quindi, se siete giunti fino a qui, ditemi: A quali principi costituzionali si rifarebbero un legislatore o un giudice la cui intenzione fosse di non tutelare il diritto del cittadino nei confronti dello straniero, per giunta, presente nel territorio dello Stato in modo illegale? Ritengo di aver contribuito a comprendere le radici dell’illegalità denunciata da Boulevard Voltaire.



2277.-IL MANDATO DI ARRESTO EUROPEO: PROSPETTIVA GULAG

Inimmaginabile questa sovversione dei principi del diritto dei cittadini nei confronti della legge penale portata dal mandato di arresto europeo. Perciò, il primo diritto di cui sarò privato il prossimo 26 maggio sarà il diritto di voto, sia pure di un parlamento impotente.


Dal ricco blog di Maurizio Blondet, leggiamo l’inimmaginabile sovversione portata dal mandato di arresto europeo, con cui la cosiddetta Unione, sempre più franco-tedesca, sta travolgendo i principi del diritto dei cittadini nei confronti della legge penale. Il pasticcio di leggi, che vengono puntualmente ratificate dalla massa di ignoranti che, grazie a noi, domina il Parlamento, non è, in realtà, un pasticcio. Vuole, soltanto, apparirlo per rendersi difficilmente comprensibile, ma ha un obbiettivo chiaro e preciso: Demolire le Costituzioni democratiche, con tutti i loro sacrosanti principi, demolire le nostre economie e, soprattutto, fagocitare il “tacchitaliano”, come già ci chiamano. Non si offendano gli ignoranti perché questa etichetta l’hanno ampiamente meritata ratificando il trattato di Lisbona: incostituzionale; l’istituzione di una polizia europea non soggetta ai tribunali: spaventevole; il Fiscal Compact; il Pareggio in Bilancio, il Bail-in; ultima, l’Unione bancaria, minaccia per i nostri risparmi; ma, sopratutto, imponendoci una moneta unica, a cambio fisso, quindi, non svalutabile, che, per stare sui mercati, può riconoscere una sola flessibilità possibile: quella di una sempre più elevata tassazione, associata a una sempre maggiore contrazione salariale, fino ad un blocco degli stessi. Su questo binario siamo trascinati, da almeno otto anni, dai kapò del sistema, accompagnati da solerti pifferai, che spingono le proteste sui binari morti, Grillo, in primis. Grazie ai pifferai non avremo mai i Gilet Jaunes e grazie a loro, manipoli di ignoranti famelici hanno occupato le istituzioni e le mantengono, qualunque sia il nostro voto. Il prossimo 26 maggio, gli italiani non voteranno per l’Unione europea, perché è comandata dalla BCE, una banca privata: “privata di chi non si sa” e contro la quale nulla possono gli eurodeputati. Questa Unione è in realtà, sempre più, una gabbia che non ha più niente di europeo, nemmeno più la maschera. Perciò, il primo diritto di cui sarò privato il 26 maggio sarà il diritto di voto, sia pure per un parlamento europeo, prima impotente, poi, possibilmente colluso,. Non potrò soddisfare il mio sentimento europeista votando il mio candidato. Lo impongono la mia dignità e le Libertà democratiche cui prestai giuramento. Purtroppo, lo stesso giuramento di tanti traditori.

Maurizio Blondet

Momento topico dell’evoluzione del diritto penale europeo, era stato il Consiglio europeo di Tampere del 1999.
Nella proposta di decisione quadro che ne era nata e nei suoi sviluppi (DQ 2002/584/GAI), paludati dai consueti proclami eurocratici di libertà e di magnifiche sorti e progressive, avevano preso corpo principi che devastavano l’ordinamento costituzionale e penale italiano.
Per veicolare il tossico senza seri sussulti di coscienza, nel Belpaese si contava forse sulla tradizionale superficialità ideologica con cui i nostri governanti sono soliti accogliere le proposte europeiste. E probabilmente anche su un radicato, secolare spirito di sudditanza di larghi strati della società italiana nei riguardi degli altri europei.
Invece – fatto memorabile – si era sviluppato un confronto serrato sul tema, con cui si era segnalata  all’attenzione del pubblico e degli specialisti meno attenti l’esistenza di una proposta europeista che prevedeva l’inimmaginabile.
Inimmaginabile come dovrebbe esserlo, ad es., la possibilità di essere puniti chissà dove – l’Europa è grande – per un fatto commesso in Italia, in spregio al principio costituzionale e di diritto naturale del giudice – la ripetizione è d’obbligo – naturale.
Inimmaginabile perché in quell’incredibile polpettone “giuridico” si stabiliva la consegna (anche) di cittadini italiani a Stati dell’UE, a fini penali, per fatti non previsti come reati dalla legge italiana. Inimmaginabile perché scardinando il principio di legalità, segnatamente declinato come tassatività e tipicità della legge penale, si individuavano 32 reati in una maniera genericissima, ulteriormente aprendo le cataratte di un euroarbitrio che è qui possibile tratteggiare solo per sommi capi.
Basti pensare – un esempio per tutti – al reato di “razzismo e xenofobia”, con cui si rendeva possibile  impiegare concetti del tutto vaghi ed eminentemente ideologici in chiave e su scala euro repressiva.
Nonostante la martellante pubblicità eurofila, a dispetto del Corriere, della Repubblica e del coro mediatico egemone, si erano levate molte voci a condannare l’euromandato: dal professor Vincenzo Caianiello, già  presidente della Corte costituzionale, che aveva definito la proposta europeista “giacobina”; al presidente  ceco Vakclav Klaus; al guardiasigilli on.le Castelli, che si era dichiarato pronto a dimettersi se l’euromandato
fosse passato senza alcune capitali modifiche; all’avv. Randazzo, presidente dell’Unione della Camere penali italiane; ad una lunga lista di intellettuali che avevano sottoscritto un articolato manifesto di denuncia sul tema; alla sinistra italiana meno avvezza ai salotti.
Anche la Francia aveva modificato la propria Costituzione allo scopo di introdurre l’euromandato, con ciò confermando la portata eversiva dell’istituto europeista rispetto all’ordinamento francese.
La Corte costituzionale tedesca, a riprova dell’estrema gravità del colpo di mano attuato dall’Europa, nel  2005 aveva posto rimedio agli errori commessi annullando la legge tedesca di recepimento dell’euromandato…
E così, a dispetto delle geremiadi dei proponenti il ddl italiano di recepimento del mandato di arresto europeo – in particolare dei tre onorevoli magistrati diessini: Kessler, Finocchiaro e Bonito -, anche il governo Berlusconi aveva eretto un argine alle deviazioni più gravi e sovvertitrici di quell’istituto, pur  pervenendo ad un esito che resta comunque critico, soprattutto sul piano teoretico.
Procura europea: prospettiva gulag, atto secondo?
Giriamo pagina.
Oggi l’UE ha varato una disciplina che sottrae ancora una volta sovranità agli Stati membri in un settore  delicatissimo e cruciale quale quello penale: è stata istituita, nonostante manchi l’unanimità, una Procura europea, competente in materia di reati finanziari transfrontalieri.
L’Italia della passata legislatura ha ormai aderito a questa novità (Reg. UE 2017/1939) ed i margini per una azione di contenimento sono stretti: il tema è già in fase di concretizzazione in Parlamento.
Sorge egualmente un primo interrogativo di portata generale: è opportuno continuare a cedere sovranità al  Moloch unionista? È opportuno fornire nuovi strumenti a chi in tutta evidenza – in spregio ai principi che proclama – mal tollera che le province UE, le quali almeno nominalisticamente parlando sono ancora Stati sovrani, possano godere di una conveniente autonomia?
È vero che oggi il nuovo istituto europeista è stato studiato in maniera assolutamente meno rozza rispetto all’euromandato.
Restano egualmente enormi dubbi.
La Procura europea dovrebbe vedersi riconoscere una prima competenza in tema di reati finanziari, sul presupposto superficialmente formalizzato (v. Reg. cit., cons. n. 3) che gli Stati membri non sono “sempre” (?) adeguati per gestire questa materia (sussidiarietà).
Quali sono in concreto gli studi ed i dati che dimostrano l’inettitudine della magistratura italiana a trattare la materia dei reati finanziari di valenza transfrontaliera, tenuto conto, oltretutto, degli strumenti giuridici unionisti già esistenti ed in buona parte attuabili nel rispetto della sussidiarietà (Dir. 2107/1371)?
Anche poi se questi presupposti fossero fondati – benché non dimostrati – colpisce che la competenza della  Procura unionista sia predicabile, secondo criteri insidiosi e fumosissimi, ad es. quando “la reputazione delle istituzioni dell’Unione e la fiducia dei cittadini dell’Unione” siano gravemente minacciati, e comunque
sempre tenuto conto che la competenza stessa andrebbe esercitata “nel modo più ampio possibile”
(considerr. nn. 59 e 64).
Una cosa è certa: l’UE norma così, in maniera spesso ambigua ed unilaterale – senza un vero confronto – e predatoria delle sovranità nazionali.
Nel labirinto del Minotauro della sterminata produzione normativa unionista c’è dentro di tutto: proclami  assertivi, proposizioni al condizionale, grandi principi e la loro negazione.
Le regole dell’UE, in effetti, richiamano alla mente i famigerati wuerstel di Bismarck: se il cittadino vuole  dormire bene, ammoniva il cancelliere prussiano, è meglio che ignori come si confezionano le leggi e le salsicce (soprattutto quelle così rigorosamente omogenee della tradizione nord europea).
Non a caso la Procura europea non fa in tempo a nascere per i reati finanziari, che già l’UE pensa di approfittarne per sottrarre ulteriori competenze agli Stati.
Gli unionisti colgono infatti l’occasione del summit che si terrà in Romania il 9 maggio 2019 per provare adestendere le competenze della Procura europea ai reati di terrorismo (artt. 83 e 86 Tfue).
Insomma, visto che gli Stati membri più fiduciosi hanno già promesso all’UE una mano, l’Unione si affanna immediatamente per appropriarsi anche di un braccio, a livello continentale.
Siamo in presenza di un colpo di coda, fra i tanti possibili, di una classe eurocratica che a maggio rischia di tornare a casa, pur comunque mantenendo – non bisogna dimenticarlo – fortissimi legami con la classe
euroburocratica ancora in sella.
Manca il tempo – ed in fondo non avrebbe neppure molto senso farlo – di approfondire la direttiva 2017/541/UE sul terrorismo, con gli immancabili, mille interrogativi che ne conseguono.
Di fronte a questo metodo, ora strisciante, ora arrogante, e quasi immancabilmente raffazzonato di  erodere le fondamenta degli Stati ed i loro spazi di libertà, non è saggio impantanarsi in una discussione il cui presupposto è la fiducia in un interlocutore di cui sarebbe stolto avere fiducia.
Non è assolutamente prudente estendere le competenze UE al terrorismo ed alle sue innumerevoli declinazioni.
Al contrario, sarebbe necessario contenere l’emorragia in atto; pretendere riforme radicali, linearità, sussidiarietà e partecipazione reali degli Stati e delle loro istituzioni sovrane al processo unionista; rifiutare una volta per tutte produzioni normative a carattere torrentizio ed ambiguo, somministrate agli europei – malamente coperte da una mano di vernice istituzionale – allo stesso modo in cui il piazzista rifila le sue
dubbie merci ai propri clienti.
È infine opportuno tener presente che i settori di sovranità penale ceduti assoggettandoci alle regole unioniste rischiano di essere ceduti per sempre, a causa della forza eversiva degli ordinamenti nazionali che ha l’UE.
Saremo sempre meno padroni di noi stessi: salvo aspetti non ancora ben chiariti (v. caso Taricco II), l’ampiezza del nostro recinto di libertà verrà infatti “interpretata” dalle competenti istituzioni unioniste. È questo che vogliamo?
Recentemente, intervistato da La Verità, con l’esperienza che gli proviene dal fatto di essere uno statista, un professore di materie economiche, una persona anziana che ha vissuto direttamente la storia sovietica, Valclav Klaus ha voluto nuovamente ammonire i suoi ascoltatori: attenti perché, anche se forse non ve ne  rendete conto, l’UE assomiglia molto all’URSS.
Non è affatto sensato sottovalutare lo spirito di dominio e di coercizione che anima questa UnionE.

Saverio Agnoli

2254.- Nasce la Procura UE. Potrebbe decidere su Italia e immigrazione

Addio sovranità in campo penale! Senza neppure uno straccio di Costituzione europea, il Consiglio Ue di giustizia e Affari interni lancerà la nuova Procura europea: European Public Prosecutor Office (EPPO) per condurre indagini penali in nome dei tecnocrati: il potere che nel Trattato di Velsen (2007) è stato attribuito alla polizia anti sommossa Eurogendfor. Azzardo un dubbio: Chi è contrario potrà…..suicidarsi? Mario Donnini.

Laura Pignataro, fine giurista , dirigente del servizio giuridico della Commissione europea, è morta a dicembre. Il caso dell’alta funzionaria Ue è stato considerato dalla polizia belga come un suicidio per motivi privati. Ora il giornale francese Liberation sostiene che dietro la sua morte ci potrebbero essere pressioni esercitate da Martin Selmayr, vicino a Jean-Claude Juncker. E se fosse, invece, che …

Un altro pezzo di sovranità nazionale se ne va. La giustizia finisce in mano ai tecnocrati?

di Antonio Amorosi

Salvini è nel mirino della magistratura? Se lo sono chiesti in tanti dopo che è finito sotto indagine per il blocco della nave Diciotti che trasportava migranti.

Ma potrebbe andare peggio e forse andrà molto peggio. Pochi sanno che nel silenzio generale l’Italia rischia di perdere la sua sovranità anche in campo penale. E’ da diversi giorni che si stanno tenendo le riunioni preparative per il prossimo Gai, sigla poco nota al grande pubblico e che indica il Consiglio europeo di giustizia e Affari interni. Obiettivo è il lancio della nuova Procura europea (EPPO, che sta per European Public Prosecutor Office). “Un vero ufficio di procura addetto a condurre indagini penali”, su scala europea, ha spiegato sul sito di Magistratura indipendente Andrea Venegoni, giurista addetto all’ufficio del Massimario e del ruolo della Corte di Cassazione, “non un ufficio di coordinamento, quindi, come Eurojust; non un ufficio per indagini amministrative, come l’OLAF, ma, appunto, un ufficio di indagini penali.”

E qui viene il punto. Completamente operativa entro la fine del 2020, la Procura europea dirigerà le indagini a livello centrale, indipendentemente dal luogo europeo in cui è stato commesso il reato. Una procura indipendente europea composta da magistrati aventi la competenza di individuare, perseguire e rinviare a giudizio gli autori di reati a danno del bilancio dell’UE, inizialmente come la frode, la corruzione o le gravi frodi transfrontaliere in materia di IVA. La Procura europea sarà responsabile delle indagini e dirigerà le autorità dei diversi Stati membri. In queste ore si sta discutendo di ampliarne le competenze facendola intervenire nel campo della lotta al terrorismo. E si è passati a parlare anche di immigrazione come una delle materie su cui la Procura dovrà intervenire. Il tema è caldo e abbiamo già visto quanto le scelte del governo italiano siano invise ai partner europei, dedicati a perseguire i proprio interessi economici e geopolitici.

Se un domani un magistrato europeo individuasse nelle scelte politiche italiane un qualche reato a danno dei migranti, o di chi per loro, potrebbe indagare Salvini o chiunque altro bloccando l’azione legittima di un governo democraticamente eletto, con conflitti giuridici e blocchi di ogni decisione nazionale. Avete capito bene.

E chi ha deciso tutto questo? 22 gli Stati membri dell’UE che hanno delegato la propria sovranità alla Procura europea: Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica ceca, Estonia, Germania, Grecia, Spagna, Finlandia, Francia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Slovenia e Slovacchia.

Un secco no è invece arrivato da Danimarca, Irlanda, Polonia, Svezia e Ungheria che hanno deciso di non volere la Procura europea sui propri territori. Delle limitazioni ai nuovi magistrati sono stati inseriti anche dai Paesi Bassi che è uno dei Paese fondatori dell’UE. Quindi si poteva evitare questa ennesima ingerenza, unendosi agli Stati che si sono opposti, come la democraticissima Svezia.

Il 12 settembre 2018, in occasione del discorso sullo stato dell’Unione, il presidente Jean-Claude Juncker ha dichiarato: “Gli europei si aspettano che l’Unione europea li protegga”. A lui si è aggiunto con dichiarazioni simili il Commissario per il Bilancio Günther H. Oettinger, quello che qualche mese fa disse: “I mercati spingeranno gli italiani a non votare per i populisti”.

L’introduzione della procura europea è regolata dall’articolo 86, paragrafo 4, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) che prevede la possibilità di estendere le competenze della Procura mediante la modifica dell’articolo 86 del trattato stesso, allo scopo includere tra le sue le attribuzioni i reati gravi che colpiscono più di uno Stato membro. Questa decisione deve essere presa all’unanimità da tutti gli Stati membri partecipanti alla Procura europea e dagli altri, previa approvazione del Parlamento europeo e previa consultazione della Commissione.

Ma secondo il numero 10 del 2017 della rivista di giuristi italianiDiritto penale contemporaneoper le modifiche si può ricorrere ad “una speciale procedura di cooperazione rafforzata con la partecipazione di ‘almeno’ 9 Stati membri, derogando anche alla oramai generalizzata procedura di codecisione in favore della semplice ‘approvazione’ da parte del Parlamento europeo”. Cioè bastano 9 Stati per ampliare le materie di intervento della Procura europea. L’EPPO avrà sede in Lussemburgo.

L’avvocato Massimo Melica esperto di e-government, e-crime ed e-security ha commentato così il caso ad Affaritaliani: “Una norma aperta, come quella alla base del Procuratore federale europeo, può generare pericolose interferenze sia nella giurisdizione sia nella gestione politica di ciascun stato membro. Ci troviamo davanti a scelte di governance in cui occorre avere una visione e applicazione futura della norma affinché non incrini i principi e i valori giurisdizionali della nostra Costituzione”.

“Il rischio di intromissione è altissimo”, ha dichiarato il deputato della Lega Gianluca Vinci, “ci può essere davvero una deriva giustizialista. Chi comanda nell’Ue attualmente non persegue certo gli interessi italiani. E poi abbiamo visto quanto è opinabile l’intervento della magistratura italiana contro Salvini. Ora sommarci quella europea diventa un problema per la legalità nel nostro Paese. Bisogna trovare misure urgenti per bloccare o ridimensionare questa attività che rischia di trasformare una legittima azione repressiva contro il terrorismo in una lotta politica contro l’Italia.

www.affaritaliani.it

2253.- TUTTA LA VERITA’ SU DELL’ UTRI

C’è stata e c’è in Italia una giustizia politicizzata che vede ciò che vuol vedere. Citerei Mani Pulite che nulla vide del Partito Comunista Italiano. Il senatore Marcello Dell’Utri fu un esempio di questa parzialità. Fu condannato a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, essendo stato riconosciuto mediatore tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi, che ne era minacciato. Nell’aprile 2018 ha ricevuto una nuova condanna in primo grado a 12 anni di reclusione a conclusione del processo sulla trattativa tra Stato italiano e Cosa nostra. Per memoria, a Giorgio Napolitano fu consentito di distruggere le intercettazìioni in cui era coinvolto. Finché scendiamo a discutere di condanne e della giustizia rese da una magistratura dipendente o indipendente, come vuole la sorte, accettiamo, in qualche modo, di esserne succubi. Mario Donnini.

TUTTA LA VERITA’ SU DELL’ UTRI. Di ANTONIO BETTI


“Devo fare la solita doverosa premessa: Dell’Utri essendo fondatore di Forza Italia ed amico di Berlusconi ne ha subito la stessa sorte e da quando è entrato in politica ha avuto contro indagini di ogni tipo. Marcello Dell’Utri si è lauretao a 23 anni in giurisprudenza a pieni voti, uomo colto con una biblioteca tra le piuì fornite in Europa, ovviamente parlo di biblioteca privata. Essendo siciliano, ha avuto conoscenze ,che non possono definirsi amicizie, anche nell’ambiente mafioso, come può capitare a tutti i siciliani. Dopo l’universita’ ha stretto amicizia, con Berlusconi ed ha lavorato con lui. Tutto questo prima che Berlusconi entrasse in politica. Era il periodo in cui la mafia aveva minacciato Berlusconi di rapire i suoi familiari e di far saltare le antenne della sua tv privata che si stava espandendo anche in Sicilia. Posto che in questo gruppo diciamo solo LA VERITA’ anche se non è piacevole, ammetto che Berlusconi, spaventato dalle minacce, non sentendosi protetto dallo Stato , ha cercato di salvarsi dalle minacce stesse pagando soldi alla mafia. Tutti credo avrebbero fatto la stessa cosa per proteggere un figlio o salvare un familiare, avendone le possibilita. Ebbene è a questo punto che entra in gioco Dell’UTRi che è diventato il mediatore tra Berlusconi e alcuni dei rappresentanti dell’ambiente mafioso. Porto un semplice esempio per far capire la situazione: se una banda di delinquente rapisce una persona e chiede un riscatto, non fa certo parte della banda chi porta, da parte dei familiari del rapito ,i soldi del riscatto ai rapitori. Mentre mi costa fare questa ammissione, rilevo però che Berlusconi non può mai essere considerato mafioso, ma semmai vittima della mafia e Dell’UTRI non può essere mai considerato mafioso ma solo un mediatore occasionale che non ha avuto alcun profitto dal suo ruolo e questo e’ provato anche processualmente. Giudici politicizzati si sono inventati cosi’ un reato che non esiste nel codice penale, cioè concorso esterno in associazione mafiosa, per poter condannare Dell’UTRI. La Magistratura avversa a Berlusconi e’ giunta ad affermare che il concorso esterno in associazione mafiosa non è una elaborazione giurisprudenziale (un reato inventato dai giudici) ma è previsto nel codice penale dall’ art 110 cp che disciplina il concorso nel reato :esempio il palo che assiste ad una rapina è complice. Peccato che questi magistrati ,dimentichino (in malafede) che il palo è un complice perchè poi spartisce il bottino coi rapinatori,, nel caso Dell’UTRI , mai è risultato che abbia avuto un vantaggio da questa sua mediazione. La validita’ della tesi da me esposta e’ confermata da una sentenza della Corte Europea che nel caso Contrada, ha sanzionato l’Italia perchè aveva condannato lo stesso Contrada per concorso esterno in associazione mafiosa (stesso reato contestato a Dell’UTRI), cioe’ per un reato non previsto dal codice penale. Contrada dopo 25 anni ha ottenuto giustizia , mentre per Dell’UTRi, stanco e malato, il cammino per ottenerla sembra ancora lungo. Ricordo che quando poi sia Berlusconi che Dell’UTRI sono scesi in politica e quindi ne hanno avuto la possibilita’, hanno combattuto aspramente i loro ricattatori mafiosi e con Berlusconi premier, furono arrestati tutti coloro che lo avevano ricattato (31 capomafia su 32 latitanti) e furono emanate leggi per il carcere duro ai mafiosi arrestati. Concludo ribadendo che Dell’UTRI non può essere definito mafioso ed è condannato ingiustamente solo perché amico di Berlusconi.”

2226.- Magistratura contro Politica: Cosa dice esattamente la Costituzione

IL DUBBIO: “Si può negare l’autorizzazione a procedere qualora sussista la tutela di un preminente interesse pubblico o un’attività governativa orientata a principi costituzionalmente rilevanti”.

La Giunta per le Immunità del Senato ha completato l’esame sul caso Salvini- Diciotti e ha respinto a maggioranza (16 contro 6 (del PD)) la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania di poter processare il ministro dell’Interno Matteo Salvini con l’accusa di «sequestro di persona aggravato» per il “caso Diciotti”. La motivazione: «sussistono nel comportamento di Salvini quei requisiti che la legge costituzionale dell’ 89 ipotizza, ovvero che si può negare l’autorizzazione a procedere qualora sussista la tutela di un preminente interesse pubblico o un’attività governativa orientata a principi costituzionalmente rilevanti».

In altre parole, la decisione di Salvini di tenere per sette giorni un gruppo di migranti a bordo della nave militare italiana Diciotti è stata presa per tutelare l’interesse pubblico. Dunque, nessun giudice può sindacarla. Faceva «parte di un tentativo strategico dell’esecutivo di risolvere in maniera strutturale il problema dell’immigrazione irregolare», ha argomentato Gasparri, secondo il quale la Giunta «non può che limitarsi al riscontro delle finalità indicate dalla legge costituzionale, senza estendere la propria valutazione alla scelta dei mezzi per conseguirle» e dunque «L’autonomia della funzione di Governo ( presupposto della legge costituzionale) presuppone anche autonomia nella scelta dei mezzi e non solo quindi dei fini da perseguire».

Sulla questione, infine, dovrà pronunciarsi l’Aula.

Una particolare fondamentale a proposito di Magistratura Democratica: promuove insieme ad ASGI, associazione “legale” finanziata da George Soros e autrice del programma immigrazione del Movimento 5 Stelle, la rivista Diritto, immigrazione e cittadinanza.

È comprensibile  che sulla vicenda dell’autorizzazione a procedere per Salvini siano scattati dei riflessi condizionati. Comprensibile ma non giustificato.

E rischia di essere un’impresa vana quella di riconoscere la differenza tra la vecchia autorizzazione a procedere dell’art. 68 nei confronti dei parlamentari e quella prevista dal nuovo art. 96 e dalla legge costituzionale 1/ 89 con riguardo ai ministri.

E invece la differenza c’è ed è enorme. La vecchia autorizzazione parlamentare, giusta o sbagliata che fosse, muoveva dal presupposto che le Camere dovessero tutelarsi contro ingerenze indebite della magistratura, di difendersi dal fumus persecutionis.

La nuova disciplina della responsabilità penale dei ministri si muove su tutt’altro piano.

Non presuppone un giudizio sull’azione dei magistrati ( che ognuno è libero di valutare come crede), ma una valutazione di merito che il legislatore costituzionale vuole, a torto o a ragione, sottratta alla magistratura e assegnata alla Camera di appartenenza del ministro.

E, a questo proposito, merita segnalare che non si può essere cultori della Costituzione più bella del mondo e, contemporaneamente, detrattori del legislatore costituzionale ( che peraltro, in questo caso, ha mitigato precedenti soluzioni, ancor più “protettive” della politica, originariamente previste dall’art. 96 della Costituzione).

Insomma l’idolatria selettiva della Carta può comprendersi solo in questo contesto degradato dello scontro tribale, nel quale riflettere e argomentare è diventato motivo di disprezzo e la coerenza un optional pre- moderno. Altro che sonno della ragione. Qui siamo alla morte dichiarata.

Comunque, il legislatore costituzionale ha ritenuto che gli atti dei ministri non siano perseguibili penalmente se l’inquisito abbia agito “per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante” ovvero “per il perseguimento di un preminente interesse pubblico” nell’esercizio della funzione di Governo. Da ciò derivano alcune conseguenze molto chiare.

La prima è che, a differenza del Presidente della Repubblica, i membri del governo non godono di un’immunità generale nell’esercizio delle proprie funzioni. Non esistono “atti politici” insindacabili in astratto. Esistono solo valutazioni in concreto per ogni singolo atto per il quale si viene perseguiti. Non è una traguardo da poco. Nello stato costituzionale nessuno è legibus solutus. Non esiste la ragion di stato che a priori giustifichi qualunque cosa. E a ben guardare non esiste nemmeno per il Presidente della Repubblica, sempre responsabile per “attentato alla Costituzione” e per “alto tradimento” e i cui atti sono comunque condivisi dai ministri proponenti che si assumono una precisa responsabilità nel controfirmarli ( art. 89 Cost.).

La seconda conseguenza è che il legislatore costituzionale ha compiuto una scelta coerente nell’assegnare al Parlamento la responsabilità di pronunciarsi “insindacabilmente” sull’autorizzazione. Perché in questo caso non si tratta di applicare una legge, di verificare la ricorrenza in concreto di un astratto parametro giuridico ( per quello sarebbe bastato un giudice, ordinario o speciale, o addirittura la Corte costituzionale, com’era prima), ma si tratta di definire cos’è “interesse dello stato” e cos’è “un preminente interesse pubblico”.

.. L’interesse pubblico non è preconfezionato. L’interesse pubblico è ciò che “la politica”, come espressione delle scelte democratiche, definisce come tale. E di cui si assume la responsabilità… politica. Certo, alcune “definizioni” di interesse pubblico sono state già compiute e sono desumibili dalla Costituzione o dalle leggi. Ma il legislatore costituzionale del 1989 ha ritenuto, ci piaccia o no, che ci sono casi in cui quell’interesse non è predefinito, ma debba essere oggetto di una valutazione in concreto dell’organo politico per eccellenza, una delle Camere, perché è ciascuna delle Camere, l’una distintamente dall’altra, che può e deve apprezzare l’interesse pubblico. E se l’altra non fosse d’accordo? Può sempre sfiduciare il governo. E se il governo non fosse d’accordo? Può sempre dimettersi. Perché l’interesse pubblico è il cuore della politica e dell’indirizzo politico.

Si può immaginare un modello diverso ( quello di prima ad esempio, o uno completamente nuovo)? Certamente. Basta cambiare la Costituzione. Ma fino a quel momento nessuno, nemmeno Salvini, può sottrarsi alla competenza della Camera ( o in questo caso del Senato) di assumersi la responsabilità di dire se i suoi atti come ministro fossero a tutela di un prevalente interesse pubblico o di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante. E’ la democrazia!

Da qui l’ultima conseguenza. Il voto è insindacabile perché è un voto eminentemente “politico”. Così come politiche non possono che esserne le ripercussioni. Quali che esse siano.