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1978.- Violenza donne: la responsabilità del giudice

Nei casi di violenza sulle donne il giudice non deve osservare burocraticamente le regole, ma attivarsi per tutelare la vittima dall’aggressore.

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Con la sentenza n. 20335/2018 la Cassazione, condividendo le conclusioni della Commissione disciplinare del CSM, respinge il ricorso di un sostituto procuratore, sanzionato con la perdita di due mesi di anzianità, per non essersi attivato adeguatamente in relazione a un caso di violenza su una donna, conclusasi in un femminicidio. Il procuratore non avrebbe sollecitato, dopo diversi episodi di aggressione, l’adozione della misura cautelare del carcere in sostituzione degli arresti domiciliari a cui era stato sottoposto l’aggressore. Quando sono in gioco interessi rilevanti, come la vita di una donna, il giudice non può comportarsi da mero burocrate, applicando formalmente la legge, ma deve attivarsi in difesa della vittima a tutela della sua incolumità.

La vicenda processuale

Un sostituto procuratore viene sanzionato dalla commissione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura con la perdita di due mesi di anzianità, per violazione degli artt. 1 e 2, dlgs n. 109/2006. Il sostituto procuratore non avrebbe impedito l’omicidio di una donna, lasciando che il suo carnefice, dopo tre aggressioni in quattro mesi, restasse agli arresti domiciliari, anziché essere spedito in carcere. La vittima, malgrado le denunce, non era stata ascoltata.

Il magistrato si era infatti limitato ad avvisare l’indagato della chiusura delle indagini preliminari nei suoi confronti “non curandosi affatto (rispetto al secondo episodio) dell’esigenza cautelare espressa dalla p.g. persistendo nel descritto atteggiamento trascurato e rinunciatario, omettendo anche in questo caso di adottare qualunque iniziativa.” Il sostituto procuratore avrebbe quindi recato alla donna un danno ingiusto perché “lasciata alla mercé del convivente e del suo pervicace comportamento lesivo.”

Il procuratore ha violato un rilevante dovere di diligenza tenuto conto della rilevanza degli interessi coinvolti e del pericolo concreto a cui sono stati esposti. Al magistrato non spetta “una burocratica osservanza di regole formali” ma è tenuto ad attivarsi al fine di tutelare, al di là di queste, i valori tutelati dall’ordinamento.

Violenza sulle donne: il magistrato non può essere burocrate

La Cassazione, con la sentenza 20335/2018 respinge il ricorso del procuratore sanzionato condividendo l’opinione dell’organo disciplinare, secondo cui il magistrato avrebbe dovuto informare il procuratore aggiunto e il collega a cui era stato assegnato il fascicolo al fine di sollecitare l’applicazione di una misura cautelare più grave, visto che in quella procura era presente un pool creato per contrastare le violenze in famiglia. Ammesso che non spettava al procuratore sanzionato dover disporre misure cautelari, sicuramente avrebbe potuto sollecitarne l’adozione tenuto conto della gravità del caso, caratterizzato da un pericolo crescente per l’incolumità della vittima.

di Annamaria Villafrate 

 

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1977.- LA RESPONSABILITÀ DISCIPLINARE DEI MAGISTRATI

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consigliere C.S.M. Claudio Galoppi

Eravamo soliti parlare di giustizia a orologeria, di esternazioni dei magistrati e della loro partecipazione a talk-show politici con lanci di giudizi morali e di commenti di natura politica. Rifiuto certe uscite pubbliche dei magistrati, alcune imbarazzanti, come furono definiti dal C.S.M. i giudizi morali dell’ex Mani Pulite ed ex presidente dell’Associazione Nazionali Magistrati, eletto nella corrente di “Magistratura indipendente” Piercamillo Davigo, sull’obbligo morale di rifiutare la prescrizione. Giudizi condivisibili e condivisi, ma portatori di un danno di immagine per l’ordine giudiziario.
Claudio Galoppi, giudice e membro del Consiglio superiore della magistratura,a proposito di Davigo, dichiarò: “Da magistrato provo un sincero imbarazzo nel dover commentare simili sortite. In primo luogo, un giudice in servizio non partecipa a talk-show politici lanciando giudizi morali e lasciandosi andare a commenti di natura politica. Forse io vivo su Marte…”. ”Siamo tornati alla stagione degli Ingroia?

Davigo ha abbandonato l’Anm per fondare, tre anni fa, Autonomia e Indipendenza; è tornato alla Corte suprema di Cassazione, consigliere della II Sezione Penale. Malgrado sia convinto assertore della inattitudine dei magistrati per la politica, lo vediamo correre da un convegno all’altro, alla festa del Fatto quotidiano e collabora con i 5 Stelle con le sue consulenze.

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Piercamillo Davigo

In calce a questo articolo, riporto lo Statuto dell’Associazione Autonomia e Indipendenza, citata, per lasciare al Vostro giudizio la necessità o meno di queste associazioni e ho scelto quella presieduta da Davigo proprio perché vi si marcano i principi dell’indipendenza e della apoliticità. Infatti, “assicurare e promuovere il rispetto integrale delle disposizioni della vigente Costituzione della Repubblica italiana, nonché delle Convenzioni internazionali che garantiscono la tutela dei diritti umani e l’eguaglianza tra le persone, attraverso l’autonomia ed indipendenza della Magistratura; assicurare e promuovere l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura da qualsiasi ingerenza da parte di ogni altra forma di centri di potere di fatto quali, ad esempio, quelli politici, economici o finanziari” significa, esattamente, esercitare la Giurisdizione applicando la legge. E che altro dovrebbero fare i magistrati e su cosa deve vigilare il C.S.M.? Come se i militari si costituissero in associazione per la Difesa della Patria o i preti in una per pregare Dio. Il procedimento disciplinare nei confronti dei magistrati trova la sua fonte normativa principale nella Costituzione, che all’Articolo 105 recita:

Articolo 105
Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati [cfr. artt. 106, 107].

Il decreto legislativo n. 109 del 2006, nel capo II (artt. 14-25) ha introdotto una nuova regolamentazione del procedimento disciplinare, soprattutto, contrassegnando, con maggiore accuratezza rispetto al passato, la separazione della facoltà assegnata al Ministro della Giustizia dall’art. 107, 2° comma, Cost. di promuovere l’azione disciplinare, dall’obbligo del Procuratore generale di esercitarla (art. 14, 2° comma). Il Dlgs 109/2006 ha condotto all’univocità dell’opzione legislativa di attribuire al Ministro di promuovere l’azione disciplinare contro un magistrato unicamente mediante una “richiesta di indagini al Procuratore generale presso la Corte di Cassazione” (art. 14, 2° comma).

Sui magistrati grava non solo l’obbligo di riserbo sui procedimenti in corso ma anche il dovere di astenersi dal “rilasciare dichiarazioni e interviste in violazione dei criteri di equilibrio e misura”. Il Csm ha le armi per intervenire? Il giudice Claudio Galoppi, in una intervista, ha dichiarato a Il Foglio: “Non abbiamo poteri diretti di censura, possiamo valutare le ipotesi di incompatibilità soltanto in relazione a condotte incolpevoli. E’ arduo sostenere che un magistrato che siede in uno studio televisivo agisca in assenza di colpa…”.

Tutti ricordiamo con disappunto le iniziative politiche del giudice Boccassini contro il presidente Berlusconi. Ultimamente, assistiamo a frequenti casi di contiguità fra magistrati e politica, a sempre più frequenti interventi politici della Magistratura e, in particolare, dell’Associazione Nazionale Magistrati, notoriamente e dichiaratamente espressione del partito democratico. Cito il caso dell’indagine contro Salvini del PM di Agrigento, dell’Anm, qui censurata, in particolare dall’ex procuratore Carlo Nordio : “L’idea che le Procure possano intervenire nelle scelte migratorie è non solo bizzarra, ma irrazionale e ingestibile”
Ai magistrati non piace la proposta della Lega sulla legittima difesa e l’Anm attacca il Governo. Per Salvini è l’ennesima “invasione di campo”. Per i magistrati: “Non serve una nuova legge”. Ma il ministro li zittisce: “Io tiro dritto”. Scontro inevitabile? Assolutamente No!
Queste associazioni politicizzate di magistrati realizzano un assetto eversivo e non un singolo fatto. Ci sarebbe, quindi, l’assenza dell’azione disciplinare da parte del C.S.M. presieduto da Mattarella. L’insindacabilità in cui è stata trasformata l’indipendenza della Magistratura si giustifica perché la garantisce la correlativa azione disciplinare del C.S.M. Perché sostengo che l’Anm è EVERSIVA? Quando l’indipendenza della magistratura è violata, viene a cessare la Giurisdizione. La conseguenza è che non c’è più lo Stato. Vale anche per il Presidente del C.S.M. e della Repubblica e non si tratta dell’indisciplina di un giudice, ma di una eversione realizzata e tollerata con carattere continuativo.
Sostengo, perciò, che le associazioni politicizzate di magistrati realizzano un assetto eversivo. Un assetto e non un singolo fatto. Ho notato l’assenza dell’azione disciplinare da parte del C.S.M. presieduto da Sergio Mattarella.

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La responsabilità disciplinare dei magistrati
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Partendo dall’assunto che l’essenza della giurisdizione fonda sul rigoroso rispetto delle regole da parte di chi ne rappresenta il centro ed il cuore e cioè il magistrato, non vi sarebbe giurisdizione credibile se non vi fosse rispetto delle regole da parte dei suoi protagonisti.

Senza una giurisdizione credibile, peraltro, entrerebbe in crisi una delle funzioni fondamentali dello Stato democratico. A ciò fisiologicamente si riconnette la considerazione che nell’esercizio delle funzioni giurisdizionali non può a buon diritto affermarsi che il fine giustifica i mezzi, perché nella giurisdizione il fine non giustifica mai i mezzi, se i mezzi non sono conformi al sistema e se si concretizzano in atti giudiziari e comportamenti non rispettosi delle regole e dei principi fondamentali. Di qui la considerazione della funzione bicefala del procedimento disciplinare che ha natura giurisdizionale ed è per dettato costituzionale parte integrante del sistema del governo autonomo della magistratura.

A riguardo, com’è noto, se per la responsabilità civile dei magistrati o, meglio, dello Stato-giudice[1], si parla di una responsabilità diretta dello Stato ed indiretta per il singolo giudice del cui contegno causativo di danno si tratta; viceversa, per la responsabilità disciplinare, quale forma di responsabilità riconducibile ad un diritto sanzionatorio, non può che discorrersi di una responsabilità personale e diretta.

Il controllo sulla deontologia del magistrato, intesa qui non in senso filosofico di codice morale che dovrebbe presiedere l’attività professionale, bensì come complesso di norme giuridiche che la disciplinano, ha il suo fondamento nella Carta Costituzionale, precisamente all’art. 105 Cost., ed avviene mediante l’esercizio del potere disciplinare, il quale consegue alla violazione degli obblighi assunti dal magistrato nei confronti dello Stato al momento della nomina e ha ad oggetto non solo l’attività funzionale, ma anche quella extrafunzionale, vale a dire quella posta in essere fuori dall’esercizio delle funzioni ove si risolva in condotte incompatibili con lo status di magistrato o in una loro strumentalizzazione.

Va, altresì, considerato che in un sistema come quello italiano, nel quale la legittimazione all’esercizio dell’attività giudiziaria trova il suo fondamento esclusivo nel superamento di un concorso, la responsabilità disciplinare costituisce un requisito coessenziale all’indipendenza della magistratura, nella ricerca di un punto di equilibrio tra autonomia della funzione e garanzia del servizio reso[2].

In questa logica non è senza ragione la circostanza per cui il legislatore costituente abbia attribuito la competenza a decidere sulla responsabilità disciplinare dei magistrati ordinari al CSM[3], organo al quale è affidato il governo autonomo della magistratura. Non sfugge, peraltro, che detto controllo costituisce un ulteriore strumento di tutela, ancorché indiretto, del cittadino contro le possibili degenerazioni patologiche dell’amministrazione della giustizia. Rispetto all’utente del servizio si potrebbe parlare, non senza un qualche fondamento, di responsabilità complementare rispetto a quella civile, anche se dall’eventuale condanna del magistrato in sede disciplinare non trae alcun vantaggio; tuttavia, è incontestabile, come emerge da quanto appena detto, che abbia una funzione di prevenzione, e speciale e generale, nei riguardi di potenziali errori nell’estrinsecazione dell’attività strictu sensu giudiziaria.

Per ciò che attiene al giudizio di responsabilità disciplinare, il relativo procedimento è modellato su quello penale, ma con peculiari caratteristiche proprie. In primis i titolari dell’azione disciplinare sono due: un organo politico, il ministro della giustizia, e tale potere gli deriva direttamente da una norma costituzionale, l’art. 107, 2° comma, Cost.; un organo giudiziario, il procuratore generale della Corte di Cassazione, al quale il relativo potere è conferito dalla legislazione ordinaria, nel sistema attualmente vigente dall’art. 14, 3° comma, d.lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, e si badi, che se per il primo l’esercizio dell’azione è facoltativa, per il secondo, come avviene per l’azione penale, è obbligatoria. Inoltre, i poteri del ministro si esauriscono al promovimento dell’azione, viceversa, le funzioni di pubblico ministero nella successiva fase delle indagini, volte a vagliare la fondatezza delle contestazioni fatte al magistrato, sono esercitate dal procuratore generale della Corte di Cassazione e, come avviene per il procedimento penale, a conclusione delle indagini questi può chiedere alla sezione disciplinare del CSM la declaratoria di non luogo a procedere (speculare ad una richiesta di archiviazione), ove si ritenga di dover escludere l’addebito, ovvero la fissazione dell’udienza per la discussione orale.

Anche nel giudizio di merito innanzi alla sezione disciplinare del CSM le funzioni di p.m. sono esercitate dal procuratore generale della Suprema Corte e, in questi casi, svolge un’attività non già meramente requirente, lato sensu di consulenza nei confronti del giudice di legittimità, ma di iniziativa e propulsiva (di merito) in tutto assimilabile a quella di una procura della Repubblica.

La peculiarità più significativa è costituita, peraltro, dall’organo cui è attribuita la competenza a decidere sulla sussistenza o meno dell’illecito disciplinare: l’appena menzionata sezione disciplinare del CSM, articolazione interna del consiglio eletta nel suo ambito in una composizione che rispecchia quella consiliare, due terzi di magistrati ed un terzo di laici eletti dal parlamento. La caratteristica di quest’organo è di essere di natura giurisdizionale pur senza appartenere all’ordine giudiziario; tale natura differenzia il procedimento disciplinare nei confronti dei magistrati ordinari da quello nei confronti dei magistrati amministrativi e contabili, mentre analoga è quella dell’organo disciplinare dei magistrati militari[4]. L’impugnazione delle decisioni della sezione disciplinare, alla quale sono legittimati, oltre l’incolpato, anche il ministro della giustizia e il procuratore generale, è devoluta alle sezioni unite civili della Corte di Cassazione, pur svolgendosi il relativo procedimento con l’osservanza, per quanto compatibili, delle norme del codice di procedura penale. Altra caratteristica peculiare della giustizia disciplinare nei confronti dei magistrati ordinari è quella di essere regolata, dopo la riforma del 2006[5], dal principio di tassatività degli illeciti[6], a differenza della giustizia disciplinare delle altre magistrature per le quali vige tuttora il principio della atipicità.

Tale principio costituisce, da un lato, garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati, che non possono essere sottoposti a procedimento disciplinare se non per i fatti espressamente previsti come illecito dal legislatore, in analogia con quanto avviene per l’azione penale; dall’altro, in mancanza di una clausola di chiusura, a volte si presenta come un limite di efficacia dell’azione disciplinare, soprattutto se si ha riguardo agli illeciti extrafunzionali, considerata la varietà delle condotte non riconducibili ad attività giudiziaria in sé idonee a turbare la credibilità e il prestigio dell’ordine giudiziario alla cui tutela, evidentemente, è prodromica l’attività disciplinare.

ATTO COSTITUTIVO DELL’ASSOCIAZIONE
“AUTONOMIA E INDIPENDENZA”

Oggi, 28 febbraio 2015, si sono riuniti in Roma presso l’Aula Occorsio del Tribunale ordinario di Roma i sottoscritti Magistrati per costituire un’Associazione senza fini di lucro denominata “AUTONOMIA E INDIPENDENZA” (di seguito “A&I”) che riconosce integralmente i principi e gli scopi dell’Associazione nazionale Magistrati (di seguito “ANM”).
A&I, inoltre, ha i seguenti scopi:
assicurare e promuovere il rispetto integrale delle disposizioni della vigente Costituzione della Repubblica italiana, nonché delle Convenzioni internazionali che garantiscono la tutela dei diritti umani e l’eguaglianza tra le persone, attraverso l’autonomia ed indipendenza della Magistratura;
assicurare e promuovere l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura da qualsiasi ingerenza da parte di ogni altra forma di centri di potere di fatto quali, ad esempio, quelli politici, economici o finanziari;
tutelare l’autonomia ed indipendenza della Magistratura attraverso il promovimento, il sostegno e la diretta partecipazione alle iniziative sindacali per difendere lo stato giuridico ed economico dei Magistrati, anche alla luce dei principi riconosciuti nella sentenza n. 223 dell’8 ottobre 2012 della Corte costituzionale;
assicurare e promuovere l’integrale applicazione delle disposizioni che assicurano il rispetto dell’art. 98, ultimo comma, della Costituzione e dell’art. 3, comma 1, lettera h) del Decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109 nella parte in cui non consentono ai Magistrati l’iscrizione o la partecipazione a partiti politici ovvero il coinvolgimento nelle attività di centri politici oppure operativi nel settore economico o finanziario, trattandosi di attività che condizionano l’esercizio delle funzioni o comunque compromettono l’immagine del Magistrato e della Magistratura;
promuovere ed assicurare l’applicazione del codice etico dei Magistrati anche alle attività svolte negli organi di autogoverno, nonché il rispetto dei principi e dei valori del codice etico attraverso l’azione dei propri rappresentanti eletti nel Consiglio superiore della magistratura, nei Consigli giudiziari e negli organi ANM.

Per garantire l’integrale e credibile applicazione dei principi che precedono i Magistrati che aderiscono ad A&I si impegnano espressamente e per iscritto a non accettare alcuna carica o incarico politico, sia a livello nazionale che locale.
L’accettazione di qualsiasi incarico politico, sia in organi istituzioni legislativi o esecutivi, o in partiti o movimenti politici è incompatibile con gli scopi di A&I e comporta l’immediata decadenza di diritto dalla partecipazione ad A&I.
I Magistrati che aderiscono ad A&I si impegnano espressamente e per iscritto ad evitare trattative, anche se riservate, finalizzate a farsi conferire o ad accettare incarichi politici.
L’esistenza di trattative per assumere qualsiasi incarico politico, sia in organi istituzionali legislativi o esecutivi, o in partiti o movimenti politici, è incompatibile con gli scopi di A&I e, una volta accertata nelle forme previste dallo Statuto, comporta la decadenza immediata dalla partecipazione ad A&I.
A&I fornisce ogni assistenza sindacale ai Magistrati che vi aderiscano e che ne facciano richiesta e si avvale ordinariamente di mezzi e strumenti informatici per il suo funzionamento
L’assistenza può essere estesa anche ai Magistrati che non abbiano aderito all’Associazione o che non siano iscritti all’ANM.
A&I è amministrata dagli organi previsti dallo Statuto allegato che assicura la partecipazione democratica alle decisioni dell’Associazione e garantisce il diritto dei dissenzienti attraverso appositi organi e la presenza di maggioranze qualificate per la votazione delle delibere principali.
La modifica dello Statuto può essere disposta solo con i voti dei tre quinti degli iscritti. L’elezione del Presidente e del Coordinatore generale è sempre effettuata con i voti dei tre quinti degli iscritti.
A&I è finanziata attraverso la contribuzione periodica diretta dei Magistrati che vi aderiscono.
Le donazioni e i contributi di altri soggetti possono essere accettati solo se provenienti da istituzioni, da O.N.L.U.S. o da enti o persone che soddisfino i requisiti di moralità previsti dalle vigenti disposizioni.
Tutte le movimentazioni di somme di denaro devono essere effettuate in modo da garantire la tracciabilità secondo le disposizioni vigenti e devono essere indicate nel rendiconto con specificazione della provenienza, della destinazione e della persona che ha disposto l’uscita o acquisito l’entrata.
Il rendiconto annuale è pubblico.
A&I è regolata dallo Statuto allegato, approvato dai Fondatori contestualmente al presente Atto costitutivo, composto da tre pagine.
Per quanto non espressamente previsto dal presente Atto costitutivo e dallo Statuto allegato si applicano il Codice civile e le altre Leggi dello Stato, in quanto compatibili.
Approvato in Roma il 28 febbraio 2015 dai seguenti Magistrati
Seguono le firme

1968.- “Dai pm campagne pro-migranti”. ​Il ministro dell’Interno riapre lo scontro: “Magistratura Democratica sposa la campagna pro-immigrazione con le Ong”

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Lo scontro tra Salvini e la magistratura non si è chiuso con le parole concilianti di ieri. Anzi. Riprende con la classica intensità, solo senza più sparare nel mucchio: “Se un tassista ti frega, non vuole dire che tutti ti fregano”, è il ragionamento. Il leghista conferma di non vedere “golpe giudiziari”, ma critica “l’ipocrisia” di quella fetta di magistratura che da sempre ha “simpatie di sinistra”. E lo fa scoperchiando un retroscena su Magistratura Democratica.

Il suo day after la retromarcia sulla giustizia, il leghista lo fa partire con un’intervista radiofonica a ‘L’Indignato speciale’ su Rtl 102,5. Il tema è sempre quello dell’indagine aperta a suo carico sul caso Diciotti. Salvini non si capacita di come sia possibile che le toghe siano tanto interessate da quanto successo al porto di Catania mentre non concentrino altrove le loro energie e le limitate risorse. “Non tutti i reati sono uguali – dice il “presunto imputato” – ci sono reati più gravi e reati meno gravi e dovrebbe esserci la responsabilità in una scaletta di gravità di reati”. L’idea potrebbe essere quella di mettere mano ad una riforma della giustizia (M5S permettendo), rivedendo “l’ipocrisia” dell’istituto dell’obbligatorietà dell’azione penale. E costringendo così i pubblici ministeri a selezionare i fascicoli da aprire in base ad un ordine di importanza.

“Lo proporrò”, spiega uno scettico vicepremier. “Ma sai che cosa mi diranno? Che la politica vuole mettere le mani sulla giustizia, che il governo fascista di Salvini vuole dare indicazioni ai giudici che invece sono un potere terzo libero e indipendente, sovrano eccetera eccetera”.

La posizione del leghista paga per ora l’accordo di governo con i Cinque Stelle. Il ministro può criticare le toghe, certo. Ma senza esagerare. Ieri Di Maio lo avrebbe convinto a non calcare troppo la mano: il timore è quello di irritare l’ala movimentista che già guarda al duro e puro Fico come al nuovo faro verso uno sbilanciamento a sinistra. Entrambi i vicepremier puntano a stare al governo il più a lungo possibile, ma occorre evitare frizioni. Meglio non sparare nel mucchio dei pm o si rischia di far scattare la reazione dei magistrati considerati sacri dal M5S. Se succedesse, tra moglie e marito potrebbe inserirsi il Pd, che alla festa dell’Unità non ha mancato di coprire d’applausi il presidente della Camera.

Questo, però, non impedisce a Salvini di mettere nel mirino una parte del mondo togato. “Per carità di Dio io non ce l’ho coi giudici”, spiega pacato il ministro. “Ma che ci sia qualche magistrato con chiare e evidenti simpatie politiche non svelo il mistero di Fatima”. E su Facebook spiega con più precisione a chi sta pensando: “’Magistratura Democratica’ – scrive pubblicando uno screenshot – sposa la campagna pro-immigrazione insieme, tra gli altri, a: Potere al Popolo, ONG, Cgil, Arci, Rifondazione Comunista e coop varie (compresa la “Baobab Experience” dove si erano rifugiati gli sbarcati della Diciotti). Poi quello accusato di ledere l’autonomia dei magistrati sono io…”. Chi ha orecchie per intendere, intenda.
Giuseppe De Lorenzo

1952.- Lega e 49 milioni, ecco dove la Cassazione ha sbagliato!

P. BECCHI e l’amico G. PALMA hanno individuato l’errore nell’ambito di applicazione delle due tipologie di confisca.

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Che la magistratura in Italia faccia politica non è una novità. Dopo essersi accanita per anni contro Berlusconi ora tocca a Salvini e al suo partito. Sotto inchiesta come ministro per aver cercato di bloccare l’immigrazione clandestina, ma anche sotto tiro il suo partito per i conti della vecchia gestione. C’è chi addirittura spara in prima pagina la notizia che per questa ragione Salvini fonderà un nuovo partito, partendo dal fatto che il Tribunale del riesame di Genova – l’udienza è fissata per il 5 settembre – darà ragione alla Cassazione. Cosa si fa oggi per vendere i giornaloni. Devono essere messi proprio male. Lasciamo perdere queste sciocchezze e concentriamoci sulle cose serie, che ovviamente i giornaloni non scrivono.

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Il caso è sempre quello dei 49 milioni di euro da rimborsare perché frutto di una maxi truffa ai danni dello Stato, come stabilito dalla Cassazione; ma credo che in quanto partito politico finanziato dagli iscritti, la Lega debba essere rispettata e non messa fuori gioco per una sentenza”.

La Cassazione ha commesso, come mostreremo in punta di diritto, un errore grossolano. Ci riferiamo, ovviamente, alla decisione della Corte suprema su quei famosi 49 milioni di euro che la vecchia gestione del partito avrebbe utilizzato per finalità differenti da quelle consentite dalla legge. Le sentenze di condanna parlano di comportamenti illeciti degli imputati, in particolare dell’ex segretario federale Umberto Bossi, che in concorso con altri soggetti si sarebbe appropriato del denaro della Lega Nord proveniente “dalle casse dello Stato”, “per coprire spese di esclusivo interesse personale”, suo e “della sua famiglia”. Vero o non vero ora non ci interessa. Questo dicono le sentenze e a questo dobbiamo attenerci.
Alla pena detentiva di due anni e tre mesi comminata all’ex segretario federale segue anche la pena della confisca, che è un istituto giuridico particolarmente complesso. Occorre distinguere due tipi di confisca, quella principale (o diretta) da quella equivalente (o subordinata). La prima, detta anche “in rem” (cioè diretta alla “cosa”), si applica e si riferisce al denaro della persona fisica, a quello dell’ente di cui questa è legale rappresentante, in tal caso il partito, e anche a quello di terzi che custodiscono le somme “incriminate”. In buona sostanza, questo tipo di confisca fa riferimento all’intera massa monetaria nella disposizione dell’ente medesimo. Il secondo tipo di confisca, detta anche “in personam”, si applica nei confronti delle persone fisiche che hanno commesso il reato e consente di confiscare il valore corrispondente al profitto a carico di tali soggetti, fino al soddisfo. Una specie di pignoramento di tipo civilistico dove il creditore insegue il debitore fino a quando non gli viene ripagata l’intera somma dovuta.

Nel caso di specie, cioè quello riferito a Bossi, Belsito e Bossi jr, le sentenze fanno riferimento a comportamenti illeciti da parte degli imputati – lo ripetiamo – “per coprire spese di esclusivo interesse personale”. Quindi Bossi e gli altri imputati agirono esclusivamente per interessi personali.
Il bandolo della matassa non lo si può però sbrogliare se prima non si comprende un aspetto giuridico fondamentale. La confisca del primo tipo, quella diretta (“in rem”), non si può riferire a tutte le somme presenti e future che sono o saranno inserite nei conti correnti dell’ente (quindi in questo caso del partito), ma solo a quelle accertate al momento del sequestro, che deve essere considerato come un atto che anticipa gli effetti della confisca. Il fatto che il denaro sequestrato corrisponda ad una minima parte dell’importo da confiscare, rende “impossibile” la confisca diretta consentendo quella equivalente, cioè quella rivolta “in personam”. Ma questo tipo di confisca è applicabile solo nei confronti dei soggetti responsabili dei reati. Restano fuori i beni (quindi anche il denaro) riconducibili al partito che non furono sottoposti a sequestro durante la fase antecedente la chiusura delle indagini. A poter essere confiscati, quindi, sono i soli beni del partito già sottoposti a sequestro (confisca in rem), e, se non sufficienti, quelli dei soli soggetti ritenuti responsabili dei reati (confisca in personam).

La Suprema Corte ha commesso un errore incredibile mescolando i due tipi di confisca ed estendendo gli effetti dell’una lì dove l’altra non vi arrivava. La confisca “in rem” va applicata ai soli beni e somme accertate al momento del sequestro. Quella “in personam” anche ai beni dei responsabili dei reati, fino al dovuto. Considerato che i beni sottoposti a sequestro non erano sufficienti a coprire il profitto del reato, la Cassazione ha sostituito questo tipo di confisca con quella “in personam”, estendendo in modo del tutto arbitrario gli effetti di quest’ultima a tutti i beni presenti e futuri della Lega. Un errore clamoroso che non trova nessun appiglio nella giurisprudenza consolidata. È incredibile che nessuno sinora abbia richiamato l’attenzione su questo, che è il punto veramente importante.
Non ci resta dunque che sperare che il Tribunale del riesame, che dovrà prendere l’ultima decisione nei prossimi mesi (per prassi il 5 settembre ci sarà un rinvio), sappia applicare le disposizioni di legge seguendo non l’interpretazione della Cassazione, ma quella che abbiamo cercato di abbozzare in questo articolo. Diversamente, si creerà un precedente molto pericoloso non solo per altri partiti, ma anche per casi analoghi che interessano i comuni cittadini.

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Dott. Giovanni Mammone (Avellino, 1950), Primo Presidente della Corte Suprema di cassazione dal 4 gennaio 2018, è entrato in magistratura nell’anno 1977 ed ha ricoperto le funzioni di pretore di Monsummano Terme, di giudice del Tribunale di Pistoia e di pretore del lavoro di Roma. Presso la Corte di cassazione è stato dapprima magistrato di appello applicato all’Ufficio del Massimario e successivamente consigliere, nonché componente delle Sezioni unite civili e Presidente della Sezione Lavoro, ricoprendo altresì le funzioni di Segretario generale della Corte. E’ stato, inoltre, componente del Consiglio superiore della magistratura dal luglio 2002 al luglio 2006.
E’ autore di monografie ed opere collettanee con particolare riguardo al diritto del lavoro, settore in cui ha tenuto numerose relazioni a convegni e seminari.

1943.- Le accuse a Salvini smontate una per una dall’ex pm Nordio. Nostro breve richiamo agli articoli dei Codici Penale e di Procedura Penale.

Il magistrato Carlo Nordio sull’indagine contro Salvini: “L’idea che le Procure possano intervenire nelle scelte migratorie è non solo bizzarra, ma irrazionale e ingestibile”

Marghera, Carlo Nordio Procuratore aggiunto Tribunale di Venezia
Il magistrato Carlo Nordico, serio, rigoroso e indipendente, come sempre.

Leggiamo il puntuale e caustico giudizio di Carlo Nordio sulla indagine pubblicizzata e, perciò, esibizionistica del PM Luigi Patronaggio della Procura di Agrigento e di Magistratura Democratica. Nordio parla, con la dovuta cautela, di esibizionismo imprudente; ma, considerando l’evidenza dello scopo politico perseguito, ravviserei, con Alemanno, un “attentato contro i diritti politici del cittadino”. Vi ho aggiunto il testo e alcune brevi spiegazioni degli articoli del Codice Penale su cui questo giudice ha basato la sua iniziativa e un cenno di due articoli della direttiva europea 2008/115/CE sui rimpatri che, assolutamente, non è stata violata dal Governo

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Carlo Nordio, qui intervistato ieri da Claudio Cartaldo di Giornale.it, è il magistrato che negli anni ’80, solo per citare un caso, condusse le indagini sulle Brigate rosse venete e sui sequestri di persona.

Di toghe e politica se ne intende, visto che negli anni ‘90 dovette pure interessarsi anche di Tangentopoli. Bene. Oggi Nordio firma un editoriale sul Messaggero che in qualche modo “smonta” l’indagine aperta dal pm Luigi Patronaggio contro Matteo Salvini.

Andiamo con ordine e, per quanto possibile, lasciamo che sia lo stesso ex magistrato a parlare. Innanzitutto Nordio fa notare che l’iscrizione nel registro degli indagati del ministro dell’Interno sarebbe arrivata dopo la deposizione dei funzionari del Viminale ascoltati a Roma dal procuratore di Agrigento. “La prima osservazione – scrive l’ex magistrato sul Messaggero – è che questi verbali dovrebbero essere segreti, come segreta dovrebbe essere tutta l’indagine”.

MIA NOTA 1:
L’art. 329 c.p.p. stabilisce, infatti, che gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l’imputato (o l’indagato) non ne possa avere conoscenza.

Ma passiamo oltre. E entriamo nel merito della accuse rivolte a Salvini, indagato per sequestro di persona, arresto illegale e abuso di ufficio.

Secondo quanto emerso in queste ore, pare che la decisione di non far sbarcare i migranti sia arrivata da Salvini tramite telefono. Dunque mancherebbe un atto formale e scritto. “In assenza di un documento ufficiale – spiega allora Nordio – è quasi impossibile ricostruire la decisione ministeriale, il suo contenuto e il suo iter formativo. Poi è difficile capire se il porto di Catania sia stato individuato come porto di solo transito, o come porto sicuro, o cosa altro”.

Sui reati contestati, Nordio fa un ragionamento punto per punto. “L’arresto illegale necessita che vi sia un coefficiente di volontarietà nell’atto, che non deve essere conseguenza di fatti esterni, com ad esempio la fuga del sequestrato. – scrive sul Messaggero – presuppone, appunto, un arresto in senso tecnico, e qui pare invece che non sia stato arrestato nessuno”. Dunque, è già “smontata” la prima ipotesi di reato.

MIA NOTA 2: TESTO E COMMENTO INSIEME
Art. 606 Codice penale – arresto illegale
Il pubblico ufficiale che procede ad un arresto, abusando dei poteri inerenti alle sue funzioni [323], è punito con la reclusione fino a tre anni
(1.La libertà personale rappresenta un diritto inviolabile ai sensi dell’articolo 13 della Costituzione. La limitazione della libertà personale si realizza mettendo il soggetto passivo a disposizione dell’autorità competente. Si vuole garantire anche l’interesse della P.A. ad uno svolgimento corretto delle proprie funzioni.)

Sul sequestro di persona, invece, l’ex magistrato dice che “se Catania era solo un porto di transito, il problema ovviamente non si pone. Se invece era quello di approdo, è valutazione discrezionale del Ministro decidere se uno sbarco sia compatibile con l’ordine pubblico”. Ecco perché per Nordio contestare al capo del Viminale il sequestro di persona è “un paradosso”.

MIA NOTA 3: TESTO E COMMENTO INSIEME
Art. 605 Codice penale – Sequestro di persona
Chiunque priva taluno della libertà personale (1. È sufficiente che la libertà personale venga limitata o comunque sia relativa, quindi, tale da non consentire un facile superamento degli ostacoli interposti.) è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni.
La pena è della reclusione da uno a dieci anni, se il fatto è commesso:
1) in danno di un ascendente, di un discendente, o del coniuge
(2.Circostanza aggravante incompatibile con quella ex art. 61, n. 11, che viene dunque assorbita dall’aggravante in esame alla luce del maggior disvalore del fatto: l’aver commesso il fatto in danno di persone ricoverate presso strutture sanitarie o presso strutture sociosanitarie residenziali o semiresidenziali, pubbliche o private, ovvero presso strutture socio-educative.);
2) da un pubblico ufficiale, con abuso dei poteri inerenti alle sue funzioni.
Se il fatto di cui al primo comma è commesso in danno di un minore, si applica la pena della reclusione da tre a dodici anni. Se il fatto è commesso in presenza di taluna delle circostanze di cui al secondo comma, ovvero in danno di minore di anni quattordici o se il minore sequestrato è condotto o trattenuto all’estero, si applica la pena della reclusione da tre a quindici anni.
Se il colpevole cagiona la morte del minore sequestrato si applica la pena dell’ergastolo
(3.La morte rappresenta un’aggravante oggettiva del delitto, che si esclude solo quando si tratti di evento eccezionale ed imprevedibile.).
Le pene previste dal terzo comma sono altresì diminuite fino alla metà nei confronti dell’imputato che si adopera concretamente:
1) affinchè il minore riacquisti la propria libertà
(4.Necessita che vi sia un coefficiente di volontarietà nell’atto, che non deve essere conseguenza di fatti esterni, com ad esempio la fuga del sequestrato.);
2) per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di elementi di prova decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l’individuazione o la cattura di uno o più autori di reati;
3) per evitare la commissione di ulteriori fatti di sequestro di minore.

La norma richiede il dolo generico, ovvero la coscienza e volontà di privare il soggetto passivo della libertà personale.

È prevista l’applicazione di circostanze aggravanti specifiche qualora il soggetto privato della libertà sia un ascendente, un discendente o il coniuge, o qualora il soggetto agente sia un pubblico ufficiale, se il fatto è commesso con abuso dei poteri.

Qualora il colpevole cagioni la morte del soggetto passivo minorenne si applica la pena dell’ergastolo.

La disposizione in esame disciplina inoltre l’applicazione di una circostanza attenuante specifica, da riconoscersi nei casi in cui vi sia ravvedimento operoso da parte dell’autore del delitto.
Affinchè la diminuente possa operare è però necessario un concreto aiuto nei confronti dell’autorità al fine di contrastare il delitto di sequestro. È di tutta evidenza che il Governo ha eseguito la direttiva europea sui rimpatri 2008/115/CE, debitamente ratificata nel 2011 e le successive, ricorrendo al previsto trattenimento (artt. 15-16) in apposita struttura, di norma un CPT, ma anche sulla nave militare che ha imbarcato i migranti.

Direttiva europea 2008/115/CE, CAPO IV
TRATTENIMENTO AI FINI DELL’ALLONTANAMENTO
Articolo 15
Trattenimento
1. Salvo se nel caso concreto possono essere efficacemente applicate altre misure sufficienti ma meno coercitive, gli Stati membri possono trattenere il cittadino di un paese terzo sottoposto a procedure di rimpatrio soltanto per preparare il rimpatrio e/o effettuare l’allontanamento, in particolare quando:
a)
sussiste un rischio di fuga o
b)
il cittadino del paese terzo evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o dell’allontanamento.
Il trattenimento ha durata quanto più breve possibile ed è mantenuto solo per il tempo necessario all’espletamento diligente delle modalità di rimpatrio.

Articolo 16 – Condizioni di trattenimento
1. Il trattenimento avviene di norma in appositi centri di permanenza temporanea. Qualora uno Stato membro non possa ospitare il cittadino di un paese terzo interessato in un apposito centro di permanenza temporanea e debba sistemarlo in un istituto penitenziario, i cittadini di paesi terzi trattenuti sono tenuti separati dai detenuti ordinari.

Altrettanto, il Governo e il ministro Salvini in prima persona, si sono adoperati per non giungere al rimpatrio forzoso, attivando l’Unione europea e, dopo il rifiuto di questa, altri Governi terzi per un loro collocamento. Quest’ultima attività sembra che sia scaturita dalla volontà di dimostrare all’Unione europea la nostra determinazione e, forse, anche dalla indebita pressione della Magistratura, assolutamente mai responsabile delle proprie iniziative, nel silenzio di chi ha il compito di vigilarla.

Infine rimane l’abuso di ufficio. Ipotesi di reato che Nordio definisce “rete di protezione per eventuali derubricazioni delle ipotesi precedenti”. “Ma – spiega l’ex magistrato – è un reato così vago e fumoso che è ben difficile provarne la commissione, soprattutto in un’attività altamente discrezionale”.

MIA NOTA 4: TESTO E COMMENTO INSIEME
Art. 323 Codice penale – Abuso d’ufficio
Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato
(1.La clausola di riserva fa soccombere la norma nel concorso apparente rispetto ai reati più gravi, a prescindere dal principio di specialita), il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio (2.Si tratta di un reato proprio, che può essere commesso tanto dal p.u. quanto dall’i.p.s., figura inserita dalla legge 26 aprile 1990, n.86, al fine di non lasciare impunita la condotta di distrazione di danaro o altra cosa mobile effettuata a vantaggio del privato da parte dell’incaricato di un pubblico servizio.) che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio (3.La condotta deve essere compiuta nello svolgimento delle funzioni o del servizio, non rileva dunque il compimento di atti in occasione dell’ufficio e il mero abuso di qualità, cioè l’agire al di fuori dell’esercizio della funzione o del servizio.), in violazione di norme di legge o di regolamento (4.La condotta del pubblico agente deve però integrare alternativamente la violazione di norme di legge o di regolamento. Quindi la rilevanza del comportamento è collegata ad un quid di immediata verificabilità: la contrarietà a regole scritte. Di conseguenza, in caso di abuso mediante omissione questa ricorrerà quando il comportamento omissivo violi un obbligo di fare.), ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale (5.Si da rilievo al complesso dei rapporti giuridici a carattere solo patrimoniale conseguenti all’atto antidoveroso dell’agente.) ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni (6.L’art. 1 della l. 6 novembre 2012, n. 190 ha comportato un aggravamento di pena, prima prevista nei limiti edittali di sei mesi e tre anni.).
La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità (7.Circostanza aggravante speciale ad effetto comune, connessa ad una rilevante gravità.).
L’ampia formula consente di ritenere oggetto del reato non solo i tipici provvedimenti amministrativi, bensì qualunque specie di atto o attività posta in essere dal funzionario. Una genericità che è difficile tradurre in un reato a proposito di un atto politico del ministro; piuttosto, potrei intravedere la fattispecie nell’iniziativa del magistrato. A questo proposito, il dolo intenzionale è escluso tutte le volte in cui l’evento tipico è una semplice conseguenza accessoria della condotta, diretta invece a perseguire in via primaria, l’obiettivo di un interesse pubblico di preminente rilievo

Ma non è solo una questione giuridica. Per Nordio qui occorre valutare anche un “aspetto politico”. L’ex magistrato critica Salvini per i “termini pittoreschi” che usa, ma l’ipotesi che debba dimettersi per l’iscrizione nel registro degli indagati è una “stupidaggine colossale”. Il motivo? “Poiché infatti l’iscrizione è automatica a seguito di una denuncia che non sia anonima – spiega Nordio – noi faremmo dipendere la sopravvivenza di un ministro, e magari di un governo e di una legislatura, non solo da un’eventuale iniziativa improvvida di un magistrato operoso, ma addirittura da quella, interessata, di un cittadino motivato”.

Ecco perché “l’idea che le Procure possano intervenire nelle scelte migratorie è non solo bizzarra, ma irrazionale e ingestibile”. Il motivo? Un politico può essere “sanzionato”, se sbaglia le scelte fatte, dal suo elettorato. Nessuno, invece, può intervenire sui pm che “non subiscono alcuna sanzione per eventuali scelte sbagliate”.

Infine, in un articolo pubblicato sempre da Nordio su ImolaOggi (qui di seguito), l’ex pm si rivolge direttamente a Patronaggio: “L’iniziativa del Pm di Agrigento – scrive – è certamente lodevole, tuttavia ci permettiamo di ricordargli, sempre in virtù della nostra anzianità, che i confini tra la solerte diligenza e l’esibizionismo imprudente sono sottili e incerti”.

MAGISTRATO NORDIO: LA POLITICA SUI MIGRANTI NON LA DECIDONO I PM

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di Carlo Nordio
Può sembrare paradossale che una nave militare italiana venga tenuta sotto controllo dai carabinieri per evitare sbarchi indesiderabili. In realtà è un paradosso solo apparente, perché le ragioni di igiene, o di ordine pubblico, valgono anche per le forze armate. È appena il caso di ricordare che le decisioni, secondo i vari momenti e i vari allarmi, spettano ai ministri competenti e in particolare a quello dell’Interno.
Se però dai paradossi apparenti passiamo a quelli reali, c’è soltanto l’imbarazzo della scelta. Possiamo, per brevità, elencare i principali. Prima di tutto i rapporti con la magistratura. Il Procuratore della Repubblica di Agrigento, munito di mascherina e galosce protettive, è salito a bordo della “Diciotti” tra gli obiettivi delle televisioni.
A noi, magistrati di vecchio conio, il gesto ricorda quello di un pm di Milano che quarant’anni fa, durante un’operazione antirapina, esibì una pistola alla cintola, suscitando il panico tra gli addetti ai lavori visto che per l’ingresso in magistratura non è previsto l’esame di tiro a segno e spesso, tra gli inesperti, l’arma spara da sola. Ora, l’iniziativa del Pm di Agrigento è certamente lodevole, tuttavia ci permettiamo di ricordargli, sempre in virtù della nostra anzianità, che i confini tra la solerte diligenza e l’esibizionismo imprudente sono sottili e incerti.
Anche perché il magistrato non si è limitato a questa operazione che, secondo il codice, avrebbe potuto benissimo delegare alla Polizia giudiziaria, ma ha anche ipotizzato un’indagine per arresto illegale e addirittura per sequestro di persona. Una tesi ardita per entrambi i reati: il primo, infatti, scatta quando c’ è un arresto, e qui non risulta sia stato arrestato nessuno; il secondo si verifica quando la privazione della libertà personale è illegittima, altrimenti finirebbero sotto inchiesta anche i giudici che privano della libertà gli imputati mandandoli in galera. E in questo caso è ben difficile definire illegittima una decisione squisitamente politica, di competenza discrezionale del ministro.
A tacer del fatto che, proprio per questa ragione, se reato vi fosse, le indagini sarebbero di competenza del relativo tribunale a sensi dell’articolo 96 della Costituzione. Da ultimo, può suscitar perplessità che, a fronte di gravi e reiterate violazioni delle leggi vigenti sulla immigrazione, invece di individuare e processare scafisti e trafficanti, si ipotizzi l’incriminazione di un ministro per un atteggiamento, criticabile fin che si vuole, ma che fa parte di un accordo approvato dal Parlamento sovrano.
Ancora una volta, siamo di fronte al postino che morde il cane. Poi c’è stato l’intervento del presidente della Camera. Un intervento squisitamente politico, che si sovrappone in modo improprio alle prerogative del ministro, il quale se ne assume, appunto, la responsabilità politica. Fico si è giustificato invocando la libertà di parola e i principi umanitari. Sarà.
Ma di questo passo, se ognuno dice la sua, non si sgretola solo la maggioranza: si sgretolano il Paese e le sue istituzioni. In questa confusione c’è, infine, un convitato di pietra, che, come il marmoreo Commendatore del Don Giovanni può trascinare nell’abisso ministri, governo e anche la legislatura. Il Presidente Mattarella ha già contribuito a risolvere un caso analogo poco tempo fa. Un po’ per deferenza, un po’ per buona volontà, un po’ per quieto vivere, l’intervento è passato senza grosse polemiche, suscitando anzi un sollievo compiaciuto.
Ora però il caso è diverso. Il ministro Salvini, che certo non avrà dimenticato il precedente, ha già detto che stavolta non cederà. Il che significa che neanche la più serrata “moral suasion” potrebbe fargli cambiare idea. Naturalmente, poiché la politica è l’arte del possibile, può darsi che Salvini la cambi “in limine vitae”, per evitare cioè la morte del governo, e forse della legislatura. Ma potrebbe anche tener duro e, nel caso estremo, dimettersi.
Un’ipotesi che potrebbe esser favorita dalla tentazione di monetizzare l’enorme consenso di cui, almeno per ora, il ministro pare godere. Sono valutazioni complesse, di cui pensiamo, e speriamo, tengano conto tutti. Persino i magistrati.

Commissione Ue: “Migranti irreperibili? Italia poteva trattenerli”

La portavoce Tove Ernst: “Siamo stati chiari nel sottolineare che, quando serve, la detenzione può essere utilizzata per facilitare lʼidentificazione per impedire che spariscano”

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I 50 migranti sbarcati dalla nave Diciotti che risultano irreperibili dopo il trasferimento nel centro di Rocca di Papa (Roma) “potevano essere trattenuti in centri di detenzione per evitarne la fuga”. Lo ha detto la portavoce della Commissione Ue per l’Immigrazione, Tove Ernst. “Siamo stati chiari nel sottolineare che, quando serve, la detenzione può essere utilizzata per facilitare l’identificazione dei migranti e per impedire che spariscano”, ha aggiunto.

La portavoce ha quindi precisato: “Abbiamo chiesto a tutti gli Stati membri, inclusa l’Italia, di fornire centri di accoglienza adeguati, che comprendano la detenzione. Quando si tratta di impedire che le persone si nascondano, è possibile trattenerle in detenzione, anche nel caso in cui abbiano ricevuto un ordine di rimpatrio o durante le procedure di asilo, al fine di condurle a termine. Abbiamo chiesto agli Stati membri di farlo, anche all’Italia”.

1938.- Ho un orribile presentimento: nessuno ricostruirà il Ponte Morandi. E Salvini in galera. di Maurizio Blondet

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Il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, è salito sulla nave Diciotti a Catania. Il magistrato è titolare dell’inchiesta sui migranti trattenuti a bordo. L’inchiesta, che potrebbe ipotizzare anche il sequestro di persona, è ancora a carico di ignoti: qualora fossero individuate responsabilità da parte di esponenti del governo la palla passerebbe al tribunale dei ministri.

Allora, sunteggiamo le iniziative della magistratura.

Il pm di Agrigento sale sulla Diciotti e apre un fascicolo “contro ignoti” per “sequestro di persona”. Ha di mira Salvini, ovviamente.

Pm di Genova: manda la Finanza negli uffici di Autostrade a sequestrare “computer e telefonini” della dirigenza. Otto giorni dopo il collasso del Ponte Morandi. Dicesi otto giorni.

Tanto tanto tempo per cancellare le email, far sparire i video (già fatto), azzerare i server, insomma far sparire prove.

Commento di uno che passa (io non c’entro, signor giudice):

“In un paese normale la magistratura avrebbe sigillato immediatamente uffici e server di Autostrade per l’Italia, per evitare manomissioni e distruzione di prove”.

Un altro: “Mi preoccupa molto come si sta muovendo la magistratura. Passata una settimana non abbiamo ancora un iscritto al registro degli indagati”.

Una settimana, e nemmeno non solo un imputato, nemmeno formulato un capo d’imputazione. Non sanno di cosa accusare chi.

Titolo di giornale del 20 agosto:

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Ecco un filmato subito rimosso che mostra le auto in frenata. Quelli della società Autostrade … c’è stato un black out. Sulle cause c’è ancora incertezza, ma un ragazzo fa notare che anche la sera prima i lavori di manutenzione erano in corso proprio sul ponte Morandi.
“Da anni dicono che il ponte è in pericolo, ma nessuno faceva una manutenzione vera. Manutenzione ordinaria sì, ieri notte gli operai stavano martellando proprio qui e mia cognata li ha sentiti da casa”: “”Di notte, il 13 agosto, sotto un nubifragio, cosa martellavano?”ndr.

Genova, la Procura: «Cerchiamo filmato del crollo. Per ora nessun indagato».

Il filmato del crollo che non c’è più. Hanno sequestrato le macerie, ma ancora non hanno perquisito la sede della concessionaria.

Passano i giorni.

Commento di uno che passa (io ne prendo vigorosamente le distanze, signor procuratore)

“Ovvero : stiamo disperatamente prendendo tempo per trovare un modo per salvare i Benetton”.

Un altro (ma io mi dissocio):

Come mai l’iscrizione nel registro degli indagati è sempre un “atto dovuto” e stavolta dopo una settimana… Nessuno! Devono ancora capire come si chiama la società che gestiva, e gestisce tuttora, quella strada? Stanno cercando l’indirizzo?”.

Un altro che passa: “Ho un orrendo presentimento”:

Da questo commento non mi dissocio. Ho un orrendo presentimento anch’io. Dovuto alla mia esperienza di vecchio giornalista.

Rafforzato dal fatto che i Benetton non solo hanno offerto una cifra ridicola alle vittime del disastro, ma dopo qualche ora, hanno ripreso sicurezza e , stanno cominciando ad accusare il governo di aver fatto cadere il titolo. Non è stato il crollo del ponte a farlo cadere in Borsa, ma gli strilli di Salvini e Di Maio contro la società concessionaria, a cui il governo precedente ha abbandonato un monopolio naturale, la libertà di fare profitti che emulano soltanto lo spaccio di droga, e l’autocontrollo sugli investimenti: che infatti sono un terzo di quelli pattuiti e necessari.

Insomma: sono loro, i Benetton, che pretendono i danni dallo Stato. Lo fanno con uno stuolo di avvocati potentissimi, fra cui la nota paola Severino: quella che ha fatto la ministra della “giustizia” nel governo Monti, per sottolineare da che parte sta. Nessun sospetto di conflitto d’interesse, tutto legale. Ovvio, questi si sono fatti le leggi a loro vantaggio, dunque tutto ciò che fanno loro è legale per definizione.

Io ho un bruttissimo presentimento: non avrete mai più il vostro ponte, o genovesi. Non lo rifaranno certo i Benetton – perché dovrebbero spenderci un centesimo, ormai? – né potrà farlo il governo, perché dovrà rifondere i miliardi necessari agli “azionisti” di Atlantia, oltre che ai Benetton che sono stati così danneggiai dalle esternazioni di Salvini.

Tenete d’occhio soprattutto la classs action americana, avviata dallo “studio legale Bronstein, Gewirtz & Grossman” (jjj) il quale “sta esaminando potenziali rivendicazioni per conto di acquirenti” dopo che, sulla notizia della possibile revoca della concessione e di una sanzione “il prezzo delle azioni è sceso di 1,66 dollari, o del 13,7%, per chiudere a 10,45 dollari il 16 agosto”.

La Class action non lascerà che le briciole in Italia
Questo studio legale vanta speciale “competenza nella ricerca aggressiva di richieste di contenzioso”. Chi conosce queste capacità aggressive, sa già cosa accadrà: si prenderanno tutti i miliardi gli americani per conto dei loro azionisti, poi Atlantia opportunamente “fallirà” , ossia resterà senza un soldo insomma; ai genovesi e alle vittime non resteranno nemmeno le briciole.

Anche perché era fin dall’inizio chiaro che i Benetton, di soldi loro, non ne hanno messo uno. “Non hanno investito niente, comprarono Autostrade con i soldi di Autostrade”, come ha spiegato il trader Gianni Zibordi.

Come, l’ha spiegato l’articolo qua sopra. Hanno creato una società apposta che ha fatto un debito immane, poi – ottenuta la concessione da Prodi, D’Alema e soci, l’hanno fusa con Autostrade, a cui hanno accollato l’immane debito: “Hanno fatto il debito e lo stanno ripagando coi profitti del pedaggio – queste sono vere rapine, non quelle in banca”, commenta Zibordi. Che non lo senta un PM, perché potrebbe aprire un fascicolo contro di lui per diffamazione:tutto ciò che i Benetton hanno fatto è perfettamente legale. Per forza. Dimostra chiaramente che stavano ancora pagando il debito coi pedaggi; finita la concessione, finiti i pedaggi, eccoli nullatenenti.

Naturalmente, restano miliardari.”Chiunque legga bilanci di Atlantia e Autostrade sa che i profitti netti sono stati più di 12 miliardi dal 2001 e le tasse che pagano sono circa un 24%….”.

Ma andate pure a reclamare i loro possedimenti fra i Mapuche. O in Lussemburgo il paradiso fiscale nel centro della UE.

Manifesto: sempre dalla parte dell’azionista.
Uno che passa: “E’ la procura di Genova, ragazzi”.

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Claudio Borghi “il PM che ha disposto il sequestro dei conti della Lega”.

http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2017/09/15/pm-genova-non-contro-lega-ma-pro-camere_8f26623a-9697-4da9-a67b-

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La Procura di Genova dice di lavorare solo su profili tecnici. Francesco Cozzi, procuratore di Genova, è il titolare dell’inchiesta sul crollo del ponte Morandi. Ha avuto un incarico altamente politico e di parte nel governo Prodi e il fascicolo sul caso dei 49 milioni della Lega è stato aperto da lui medesimo, procuratore di Genova, che ha chiesto alla Cassazione di sequestrare i conti del partito. Francesco Cozzi contesta le concessioni, ma è anche il procuratore che ha aspettato otto giorni prima di far perquisire gli uffici di Autostrade ed elevare un’imputazione. Se anche questi sono profili tecnici, speriamo che la Procura di Genova, che si è mostrata, a parole, subito molto determinata e saggia, si avvarrà di professionisti adeguati ed all’altezza, per il delicato compito di stabilire le cause del crollo del viadotto Morandi.

Francesco Cozzi, il PM che ha aspettato otto giorni prima di far perquisire gli uffici di Autostrade ed elevare un’imputazione, risulta dalla sua biografia ufficiale, è stato “direttore dell’Ufficio rapporti con il Parlamento nel Gabinetto del Ministro della Giustizia prof G.M. Flick”.

Insomma, il pm Cozzi ha avuto un incarico altamente politico e di parte nel governo Prodi Uno (maggio ’96-ottobre ’98), ed ora stava occupandosi di colpire la Lega “dando la caccia” ai suoi miliardi scomparsi, quando è crollato il ponte: proprio in tempo, era stato appena nominato procuratore capo a Genova.

Non c’è qui un conflitto d’interesse? Non ha dato prova, il dottor Cozzi, di militare politicamente per la parte politica avversa all’attuale governo, quella che ha tutto da perdere se un giudice solleva il segreto di Stato sulla concessione di Autostrade, e lo scambio di favori che non può non nascondere?

Non lo chiedete però, perché aprono un fascicolo contro di voi perché avete mancato di rispetto. .

Chiedere lo spostamento dell’istruttoria per legittima suspicione’ Non scherzate – e non mancate d rispetto. Per queste cose, la magistratura ha tutto il tempo. Per la mia diretta esperienza (avevo intervistato il tassista Cornelio Rolandi appena tornato da Roma dove aveva riconosciuta Valpreda come il passeggero che aveva portato a Banca dell’Agricoltura il 12 dicembre 1969), fui chiamato a Catanzaro dove l’ennesimo processo era stato spostato “per legittima suspicione”, dopo sentenze di Cassazione: dieci anni dopo. Il tassista Rolandi era morto, anche se aveva lasciato una dichiarazione giurata sul letto di morte in cui confermava che il passeggero era Valpreda. Vista la convocazione con le solite minacce se non mi presentavo, mi feci il viaggio in treno da Milano a Catanzaro. Confermai ciò che avevo scritto nell’articolo, apparso su LA Domenica del Corriere , sotto il Natale 1969. Il presidente della Corte mi intimò di esibire il taccuino degli appunti di allora: di dieci anni prima. Dissi che non l’avevo tenuto, avendo però scritto l’articolo su La Domenica del Corriere. “Bel giornalista è lei!”, mi disse. Io avrei dovuto rispondere: “Bei giudici siete voi, che in dieci anni ancora n0on avete dato un colpevole alla strage di piazza Fontana”. Ma naturalmente tacqui.

Per il motivo che Pierpaolo Pasolini aveva scritto sul Corriere il 28 settembre 1975,

dopo aver esordito: “Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna.

….concludeva:

““Ma, mentre contro gli uomini politici, tutti noi, cari colleghi della «Stampa», abbiamo coraggio di parlare, perché in fondo gli uomini politici sono cinici, disponibili, pazienti, furbi, grandi incassatori, e conoscono un sia pur provinciale e grossolano fair play, a proposito dei Magistrati tutti stiamo zitti, civicamente e seriamente zitti. Perché? Ecco l’ultima atrocità da dire: perché abbiamo paura”.

http://videotecapasolini.blogspot.com/2015/11/pasolini-il-mondo-28-agosto-1975-il.html

Poche ore dopo, Pasolini venne ucciso.

Sarà così anche stavolta. Fra dieci anni, forse, la “giustizia” rifarà il processo che Cozzi ha cominciato, mandandolo per legittima suspicione che so, a Potenza, a Roccella Jonica – . Nel frattempo, Salvini sarà in galera, i Benetton liberi, e liberi i Delrio, i Letta che stanno nei loro consigli, i Renzi e i Gentiloni, tutti quelli che hanno stipulato loro la concessione senza che spendessero un soldo dei loro, prolungando la concessione per decenni (perché potessero pagare il debito). Sarà libero Mario Draghi che ha comprato per la Banca Centrale azioni di Atlantia…

“Nel conto mettere anche i bond atlantia ed autostrade comprati dalla #ECB stampando moneta per acquistare debito corporate tramite programma CSPP…il 25% degli acquisti totali è fatto sul primario… “funding secure””.La BCE che non compra titoli di debito pubblico dagli Satti (perché sono corrotti), però compra titoli di debito privati direttamente da privati che lucrano indebitamente da un monopolio naturale.

Ci ha investito anche Draghi…

Ma non mettiamo troppa carne al fuoco.

Una cosa posso dirvi per certo: che il ponte non sarà mai ricostruito, le famiglie mai risarcite, e voi genovesi – – metterete ore per andare da ponente a levante. Se ci sarete ancora dei genovesi, chiaro: il porto ovviamente avrà perso il suo traffico, a vantaggio di Marsiglia, e non avrete più decine dimmigliai di posti di lavoro (non mi dispiace per via dei camalli, pagatissimaboly rossa, avrà quel che si merita). Vi conviene migrare.

Ovviamente il 60% della popolazione italiana sarà composta da negri – pardon, di immigrati che fuggono dalle guerre e dalla fame, perché la Diciotti sarà stata rimessa ad emulare Open Arms ed Aquarius. Ogni giorno, i media vi ricorderanno quanto siete razzisti, perché uno avrà lanciato un uovo contro un “rifugiato” o un controllore reagito dopo essere stato picchiato dalle bande di nigeriani….

Ma è colpa vostra , italiani.

Perché non avete ascoltato il consiglio urgente di Danilo Quinto, fuoriuscito dai Radicali perché convertito alla fede, e rimasto grande animal politico:

“Di fronte all’ennesima iniziativa della magistratura contro Salvini, ai processi mediatici che ogni giorno Salvini subisce, a una Guardia Costiera che non obbedisce agli ordini ricevbuti, bisogna agire nell’immediatezza, convocando il popolo italiano ad una grande, immensa manifestazione di piazza. Fatelo subito ed azzerate le responsabilità a tutti i livelli nei Ministeri, prima che sia troppo tardi”:

Forse è già tardi.

Come sempre,quando l’oligarchia sinistra perde, a fare il lavoro entra “la giustizia”.

(Avrei solo una domanda. Al dottor Piercamillo. Quello che voleva rivoltare l’Italia come un calzino, l’eroe di Mani Pulite, quello per cui la magistrata è pura e la politica è corrotta, oggi capo dell’ANM il potentissimo sindacato dei giudici. Ma non oso fargliela. Si faccia i complimenti da solo).

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Pier Camillo Davigo è una delle toghe simbolo della stagione di Mani Pulite e della lotta alla corruzione. Noto come il “dottor Sottile”,ha due lauree, è stato presidente dell’associazione nazionale magistrati, leader di Autonomia&Indipendenza, ha quasi 68 anni ed è presidente della II sezione penale della Corte di Cassazione.in frenata. Quelli della società Autostrade non si sa se ci sono, nessun sequestro per nove giorni.

1921.- LA NORMA CHE CAMBIA L’APPROPRIAZIONE INDEBITA VARATA IL 21 MARZO 2018 DAL DIMISSIONARIO GENTILONI, L’INCHIESTA SUL COGNATO DI RENZI E L’ATTESA AZIONE DELL’UNICEF

Il “signor” Paolo Gentiloni Silveri, dopo che fu sconfitto dagli elettori e mentre era presidente dimissionario di un governo uscente, che poteva compiere gli atti esecutivi di leggi già vigenti, ma doveva astenersi da tutti quegli atti discrezionali e politici che, in quanto tali, potevano e dovevano essere rinviati alla gestione del successivo governo; due giorni prima dell’insediamento del nuovo Parlamento, in attuazione della riforma Orlando della giustizia (Quindi, é l’attuazione di una legge già approvata ed è in vigore dalla data della pubblicazione e avrà effetti anche sui procedimenti che sono arrivati a sentenza). E’ il caso del verdetto di appello a carico di Denis Verdini, condannato in secondo grado a sei anni e dieci mesi di carcere ( due dei quali ascrivibili all’appropriazione indebita ) per il crac del Credito cooperativo fiorentino. Ebbene, Gentiloni:
1) in gran segreto,
2) omettendo la democratica valutazione di impatto delle norme,
3) con l’approvazione collegiale dei suoi ministri dimissionari,
4) nel silenzio del Presidente della Repubblica,
ha depenalizzato la violazione dei nostri dati personali, ma, di più, ha depenalizzato i reati di appropriazione indebita e aggravata e truffa aggravata, favorendo, in generale, tutti i truffatori, ora, non più perseguibili d’ufficio, ma soltanto a querela di parte. Il provvedimento si applica al reato, di cui sono accusati Alessandro e Luca Conticini, fratelli del cognato dell’ex premier (quest’ultimo è indagato per riciclaggio) e l’Unicef sarà obbligata a fare denuncia se vorrà recuperare i 6,6 milioni sottratti ai bambini dell’Africa.
Si spera che non avrà problemi a querelare, anche perchè tutti i calcoli degli importi e le prove della appropriazione indebita, la Procura di Firenze li ha acquisiti con la documentazione messa a sua disposizione proprio da Unicef e altre onlus truffate, fin da prima della sordida modifica legislativa di Orlando. Da parte loro, sarebbe, quindi, solo un completamento di collaborazione. Sapete chi tutelera’ l’Unicef?
Francesco Samengo,79 anni,dal 25.07.2018 Presidente del Comitato Italiano per l’Unicef. Paolo Rozera, 52 anni,è dal 15 gennaio 2015 Direttore generale dell’Unicef Italia. Walter Veltroni è al suo secondo mandato nel Consiglio Direttivo dell’Unicef Italia.
Intanto, Andrea Conticini è indagato per aver prelevato soldi dai conti, averci acquistato una villa in Portogallo da due milioni, pagata – sembra – coi soldi delle donazioni Unicef e averne destinati anche a tre società dell’inner circle renziano:
– la Eventi6 di Rignano (133.900 euro) riferibile proprio ai familiari dell’ex presidente del Consiglio(CHE DICHIARA DI NON SAPERNE NULLA. Figuratevi se il capo famiglia “non sapeva”. Sarebbe già tanto che non fosse la mente! Già si dice: “Ecco la probabile origine del 1.300.000€ che sono serviti per pagare la nuova casa di Matteuccio a Firenze. E lasciamo perdere la storia del mutuo: uno “schermo” per salvare almeno un briciolo di apparenza…”);
– la Quality Press Italia (129.900 euro); oltre a 4mila euro per la Dot Media di Firenze, che organizzava la Leopolda.
Dal bilancio 2014 della Eventi 6 Srl, risulta che l’azienda ha pagato nel 2014 Tfr per 60.787 euro ai dipendenti: Renzi e un’altra collega, che hanno lasciato la società. E Renzi incassa anche i 48mila euro (circa) del Tfr.

tratto da F. Q. | 12 agosto 2018

Da una parte c’è la vicenda giudiziaria. Dall’altra, quella legislativa. La prima ha come protagonista il cognato di Matteo Renzi e i suoi due fratelli, indagati dalla Procura di Firenze rispettivamente per riciclaggio e appropriazione indebita: secondo gli inquirenti circa 6,6 milioni di dollari dei 10 con cui Unicef , Fondazione Pulitzer e onlus americane ed australiane credevano di finanziare attività benefiche di Play Therapy Africa, sarebbero finiti in conti bancari personali riconducibili a vario titolo ai tre. La seconda ha al centro un decreto legislativo emanato dal governo Gentiloni dopo la sconfitta del 4 marzo, che esclude la procedibilità d’ufficio per il reato di appropriazione indebita. Le due storie si incrociano quando i pm di Firenze informano l’Agenzia Onu per l’infanzia e le altre organizzazioni che, data quest’ultima modifica normativa, per recuperare il denaro occorre che si costituiscano contro i tre.

Entrambe le vicende ruotano attorno al decreto legislativo 36 del 10 aprile 2018, che contiene “disposizioni di modifica della disciplina del regime di procedibilità” per alcuni reati. La norma abroga il terzo comma dell’articolo 646 del codice penale, che prevedeva la procedibilità d’ufficio per un detto reato in alcune circostanze. In che modo questa modifica traduce nell’indagine della procura di Firenze? Con il fatto che il reato di appropriazione indebita, quello di cui sono accusati Alessandro e Luca Conticini (fratelli di Andrea, cognato dell’ex premier), non rientra più tra quelli per i quali i pm possono muoversi automaticamente, ma è diventato procedibile solo a querela di parte, solo dopo cioè che il presunto derubato ha sporto denuncia e innescato così il lavoro dei magistrati.

“Che bisogno aveva un governo dimissionario – domanda il quotidiano La Verità – in carica per gli affari ordinari, di approvare pochi giorni prima che arrivasse il nuovo esecutivo una misura per depenalizzare appropriazione indebita e truffa aggravate?”. Ancora: “Che necessità c’era di varare un provvedimento che influisse su vari processi in corso, spingendo le Procure a sollecitare le vittime per poter proseguire le indagini?”. Risposta implicita: per favorire i parenti dell’ex segretario.

Il provvedimento era stato deliberato nel Consiglio dei ministri del 21 marzo riunitosi sotto la presidenza di Paolo Gentiloni, segretario la Sottosegretaria alla Presidenza Maria Elena Boschi – due giorni prima dell’insediamento del nuovo Parlamento – varato il 10 aprile e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 26 dello stesso mese. Il testo era stato emanato in attuazione della legge 103 del 23 giugno 2017, ovvero la riforma della Giustizia firmata dal ministro Andrea Orlando. Si tratta, cioè, un provvedimento che fa parte di un contesto normativo più ampio, a una delle cui parti dà esecuzione.

“Il decreto amplia l’istituto della procedibilità a querela di parte – si legge nel comunicato stampa del Cdm del 21 marzo – estendendola a quei reati contro la persona e contro il patrimonio che si caratterizzano essenzialmente per il valore privato dell’offesa o per il suo modesto valore offensivo, con l’obiettivo di migliorare l’efficienza del sistema penale, favorendo meccanismi di conciliazione per i reati di minore gravità”.

1881.- RIFLESSIONI SUL MODELLO DI DEMOCRAZIA PREVISTO DALL’ART. 49 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

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Le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione che accolgono il ricorso della procura di Genova contro l’opposizione della Lega al sequestro dei fondi, vogliono colpirla (oggi) come partito vincitore della competizione elettorale con il sequestro delle somme che sarebbero entrate successivamente ai fatti delittuosi di Bossi nelle casse del Carroccio. Così, si tramuta la sentenza in uno strumento per colpire Matteo Salvini e far chiudere il partito. Per la Lega la decisione dei giudici rappresenta “un attacco alla Costituzione perché si nega il diritto a milioni di italiani di essere rappresentati. E’ una sentenza politica senza senso giuridico. Il partito non ha paura, c’è un clima di grande tranquillità e serenità anche se con la consapevolezza che ci vogliono impedire di lavorare ed esistere”. E per i capigruppo del Carroccio Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari e il sottosegretario alla giustizia Jacopo Morrone “sarebbe ora che non ci fossero più ‘correnti di sinistra’ né di nessun genere fra i magistrati, che dovrebbero essere imparziali”. Torna utile rivisitare le RIFLESSIONI SUL MODELLO DI DEMOCRAZIA PREVISTO DALL’ART. 49 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA di Giorgio Pizzol, Senatore socialista X Legislatura.

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Appunti per l’incontro di studio del 25 marzo 2011 al Liceo Flaminio, Vittorio Veneto

Parte I: Il contenuto normativo
All’inizio degli anni ’60 era facile leggere nei commenti alla Costituzione Italiana, svolti da studiosi delle scienze politiche e giuridiche (delle più diverse tendenze ideologiche), che l’articolo 49, doveva essere considerato come la “chiave interpretativa” dell’intero disegno costituzionale. E ciò perché nelle sue disposizioni, vengono enunciate le caratteristiche peculiari del “modello istituzionale” della “democrazia” quale viene concepita e istituita dalla nuova Carta costituzionale. In altri termini, si diceva che in questo articolo chiunque può “leggere” le idee guida, le norme fondamentali, i principi, secondo i quali i cittadini, come singoli e nel loro insieme (come popolo), hanno il diritto, e il dovere di esercitare, la sovranità popolare.

L’istituzione di questo “modello” veniva giudicata come l’avvio di un’esperienza del tutto nuova e originale nella storia degli ordinamenti giuridici dell’intero contesto mondiale per i motivi che cercheremo di esporre.

Gli stessi studiosi facevano notare che gli ordinamenti costituzionali che si autodefiniscono “democratici” (in quanto riconoscono come titolare della “sovranità” il popolo) rimangono in pratica “oligarchici” (in quanto, nella realtà effettiva, la sovranità è esercitata da poche persone). In base a tali ordinamenti infatti, a ben guardare, il popolo esercita effettivamente la sovranità soltanto al momento del voto in quanto col voto “cede” la sovranità agli eletti, ai “rappresentanti del popolo”, ai quali viene affidato appunto il potere di decidere “a nome per conto” del popolo.

La democrazia viene per questo definita come “rappresentativa” mentre una democrazia in senso proprio dovrebbe essere “diretta” ossia esercitata direttamente da tutti i cittadini nel loro insieme.

È facile comprendere che la democrazia diretta è in pratica impossibile dato che non si può neppure pensare alla partecipazione contemporanea di trenta o quaranta o cento milioni di cittadini che, tutti insieme contemporaneamente, esercitino i tre poteri sovrani: legislativo, esecutivo e giudiziario.

Si osservava comunque che anche la Carta costituzionale italiana, come molte altre, all’articolo 1 afferma precisamente che la sovranità appartiene al popolo il quale la esercita “nelle forme e nei limiti” della Costituzione. Forme e limiti che si possono individuare soprattutto nelle norme dettate per la formazione delle assemblee elettive dei diversi livelli (dagli enti locali al Parlamento) mediante suffragio (voto) universale, libero, uguale, personale, e segreto.

Si rilevava pertanto che il riconoscimento da parte delle Carte costituzionali del diritto di voto a tutti cittadini in condizione di libertà e di uguaglianza costituiva senza dubbio una delle più alte conquiste civili mai raggiunte dall’umanità di tutti i tempi. E tuttavia detta conquista, per quanto debba essere giudicata necessaria e irrinunciabile, appariva, pur sempre, insufficiente a garantire al popolo il diritto di esercitare effettivamente la propria sovranità non solo nel momento delle elezioni, ma anche durante il periodo in cui la esercitano i suoi “rappresentanti”.

Sempre secondo gli studiosi su indicati, i Padri della Costituzione italiana si proposero come compito centrale proprio quello di disegnare una concezione di democrazia che potesse essere giudicata più pienamente aderente al significato del nome (governo del popolo) e dettarono per questo scopo un complesso di norme di principio e di “istituti” che consentissero dunque al popolo di essere sovrano non solo al momento del voto ma anche dopo aver votato. Essi vollero quindi istituire una forma di raccordo fra la democrazia diretta e la democrazia rappresentativa.

Per il raggiungimento dello scopo sopra indicato essi presero le mosse dall’osservazione di un fenomeno sociale, che si era sviluppato progressivamente, soprattutto a partire dagli ultimi decenni del diciannovesimo secolo, in tutta l’Europa.

Come è noto nell’epoca in parola il popolo, per mezzo delle sue componenti più attive, aveva escogitato e messo in atto una particolare struttura organizzativa mediante la quale i privati cittadini si ponevano di fronte ai rappresentanti dei pubblici poteri in un confronto costante, (non solo durante le campagne elettorali) ora più ora meno aspro, (fatto di incontri, riunioni, manifestazioni pubbliche, pubblicazioni di libri, opuscoli, giornali) sui più svariati problemi economici, politici, culturali. Con tale azione organizzata gruppi molto numerosi di cittadini intervenivano, giorno per giorno, ed esercitavano concretamente un influsso rilevante sulle scelte dei poteri pubblici; esercitavano quindi, almeno in una certa misura, “direttamente” e “continuativamente” la loro sovranità ossia il potere di influire concretamente soprattutto sulle decisioni dei parlamenti e dei governi.

La struttura organizzativa di cui parliamo, come si sa, ha la forma giuridica dell’associazione (persona giuridica di diritto privato) che si propone come proprio scopo fondamentale di “far sentire” le sue idee, le sue proposte, in tutte le occasioni e in tutte le sedi nelle quali si formano le scelte politiche di uno stato (tendenzialmente anche di una pluralità di stati o perfino dell’insieme di tutti gli stati del mondo).

Questa forma associativa è stata comunemente denominata: “partito” o “partito politico”.

Occorre notare che questa forma organizzativa acquista un peso notevole nella vita politica e sociale, soprattutto nel Novecento, nel momento in cui si formano i così detti partiti di massa i quali sono in vario modo collegati con le organizzazioni sindacali di operai o contadini (anch’esse giuridicamente “associazioni”). Questi partiti di massa sono in grado di raccogliere un numero molto alto di associati, ma soprattutto sono in grado di mobilitare migliaia e, in certi periodi, milioni di persone, che condividono i loro obbiettivi.

I Costituenti (sempre secondo le dottrine di cui dicevamo) videro proprio nell’attribuzione a questa forma associativa di “diritti” e di “obblighi” costituzionalmente sanciti lo strumento essenziale (anche se non l’unico ed esclusivo di altri strumenti), per offrire al popolo (ai cittadini come singoli e nel loro insieme) la possibilità di esercitare in un modo nuovo e più pieno la sua sovranità.

Essi istituirono quindi un nuovo “modello di democrazia” soprattutto dettando l’articolo 49 della Carta costituzionale, articolo che prevede appunto un “raccordo” fra la democrazia diretta e la democrazia rappresentativa riconoscendo espressamente il ruolo dei partiti nella determinazione della politica nazionale.

Questo modello più precisamente prevede che il popolo attraverso la partecipazione all’attività dei partiti (in libera e leale competizione tra loro) possa partecipare alla formazione delle decisioni delle Istituzioni rappresentative (nazionali e locali).

Veniamo dunque alla lettura del testo dell’articolo in questione:
“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”

Si tratta di un testo molto breve, molto sintetico, che, per essere inteso nel suo pieno significato deve essere sottoposto a un’interpretazione analitica sia letterale che logico-sistematica (collegando questo articolo con l’insieme delle norme costituzionali), interpretazione che peraltro non presenta, a nostro parere, particolari difficoltà neppure per gli inesperti in materia di diritto.
Passando all’analisi noteremo che nella disposizione costituzionale in esame chiunque può “leggere” le seguenti norme di principio, o princìpi.

A. Principio della “libertà di associazione in partiti” da intendersi sia nel senso positivo di diritto garantito a tutti i cittadini di fondare e di aderire ad un partito sia nel senso negativo ossia diritto di non aderire o di cessare di aderire ad un partito.
B. Principio della “pluralità” di partiti: il numero dei partiti non può essere limitato; chiunque può prendere l’iniziativa di fondare un nuovo partito. (I limiti alla fondazione e all’attività dei partiti possono essere soltanto quelli previsti per le associazioni in generale stabiliti dagli articoli 17 e 18 della Costituzione: le riunioni devono essere pacifiche e senza armi; le finalità associative non devono essere vietate dalla legge penale; sono vietate le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare).
C. Principio dell’adozione del “metodo democratico” sia nei rapporti con gli altri partiti sia nella propria organizzazione interna.
D. Principio del “libero concorso” di ciascun partito alla determinazione della politica nazionale.
I principi sopraelencati ai punti A) e B) possono essere facilmente riscontrati nella disposizione in parola e non richiedono un’ulteriore indagine interpretativa.

Una riflessione più attenta riteniamo debba essere svolta sull’interpretazione e sui problemi relativi all’attuazione dei principi indicati ai punti C) e D).

Secondo l’interpretazione degli studiosi di cui dicevamo sopra i principi in questione devono essere intesi come complementari, nel senso che ognuno di essi deve essere attuato in funzione dell’attuazione dell’altro (il metodo democratico deve permettere il libero concorso e viceversa).

A questo proposito si può rilevare che la normativa concernente “i rapporti fra partiti” è stata dettata espressamente mediante apposite disposizioni della Costituzione e delle leggi ordinarie, particolarmente, mediante quelle che disciplinano le competizioni elettorali.

Riteniamo anche che sia possibile obbiettivamente riconoscere che tali principi sono stati anche concretamente rispettati a partire dall’entrata in vigore della Costituzione ad oggi. (ad eccezione del periodo che va dal 1993 al 2005 come si preciserà meglio più avanti se ne avremo il tempo).

Riteniamo opportuno riflettere invece particolarmente sul fatto che L’art. 49 della Costituzione è sempre rimasto, dall’entrata in vigore della Costituzione a tutt’oggi, privo di una necessaria normativa di attuazione, per quanto riguarda l’obbligo che esso impone ad ogni partito di adottare il “metodo democratico” nella propria organizzazione interna.
Obbligo che qui viene sinteticamente denomineremo “principio di democrazia interna”.

Ripeteremo che l’interpretazione dell’articolo, anche per questo aspetto, risulta in ogni caso chiara e inequivocabile per chiunque.

È innegabile infatti:

A. che detto principio è stato dettato dalla norma in esame;
B. che in base ad esso ogni partito è tenuto ad adottare una normativa per la propria organizzazione interna che comporti per i propri aderenti il rispetto medesimi principi sopra descritti; principi che, come si è detto, costituiscono i “fondamenti” (i “cardini”) di quella particolare “forma democratica” che è stata istituita dalla Costituzione medesima.
Ci sembra giusto dire che era comunque evidente fin dall’entrata in vigore della Costituzione che sarebbe stato opportuno che la Costituzione stessa o una legge costituzionale o almeno una legge ordinaria successiva, avesse introdotto nel nostro ordinamento alcune norme specifiche allo scopo di garantire l’attuazione del “principio di democrazia interna” mediante apposite disposizioni; e ciò soprattutto in materia di:
A) controllo dell’adozione di detto principio mediante apposite norme contenute nello statuto di ogni partito;
B) di rimedi e sanzioni per il caso in cui esso venisse violato.

In particolare ribadiamo che, al fine di dare attuazione a tale principio, sarebbe stato opportuno che, una legge (costituzionale o ordinaria) avesse stabilito che, ogni partito fosse obbligato, ad adottare nel proprio statuto, come minimo, le seguenti norme per regolare la propria organizzazione interna:

l’iscrizione al partito è consentita a tutti i cittadini (salvo ovviamente a coloro che siano già iscritti ad un altro partito o siano privi del diritto di elettorato);
ogni iscritto è membro dell’assemblea del livello organizzativo minimo ed ha diritto di essere eletto: a) alle cariche direttive e rappresentative del livello stesso; b) alle assemblee dei livelli superiori;
i membri delle assemblee dei livelli superiori sono eletti fra i membri delle assemblee dei livelli inferiori;
le cariche direttive e rappresentative di ogni livello e le designazioni a cariche pubbliche sono conseguite a seguito di elezioni da parte delle assemblee dei rispettivi livelli organizzativi con votazioni a scrutinio segreto e con voto personale, libero, e uguale;
gli iscritti che hanno ottenuto la maggioranza nelle relative votazioni hanno diritto di prendere e di attuare le decisioni di competenza delle cariche direttive nelle quali sono stati eletti;
gli iscritti che non hanno conseguito la maggioranza nella elezione del gruppo dirigente (le minoranze interne), conservano il diritto di rimanere nel partito e di esprimere liberamente il proprio dissenso e le loro proposte alternative alle decisioni della maggioranza e del gruppo dirigente;
l’assemblea di ogni livello approva a maggioranza i programmi di attività e i bilanci di previsione e i bilanci consuntivi del partito;
le assemblee del partito nelle quali si discute la scelta degli organi direttivi e dei candidati a cariche pubbliche sono aperte al pubblico (fino al momento dell’apertura delle votazioni);
gli statuti, i verbali delle assemblee, i bilanci preventivi e consuntivi dei partiti sono consultabili dai cittadini elettori a norma delle leggi vigenti per la consultazione degli atti degli enti pubblici.
Con l’introduzione di norme di legge come quelle sopra descritte per l’attuazione del principio del metodo democratico nell’organizzazione interna dei partiti (opportunamente integrate da altre soprattutto in tema di finanziamento pubblico e privato dei partiti e di controllo, rimedi e sanzioni per le eventuali trasgressioni delle norme stesse) il “modello” di democrazia disegnato dalla Costituzione sarebbe stato più chiaramente definito e, a nostro parere, avrebbe potuto trovare una più facile e più concreta attuazione pratica.

Qualunque cittadino in forza delle norme dell’articolo 49 della nostra Costituzione, una volta che risultassero determinate nei modi sopra indicati (sia in relazione ai rapporti tra partiti che in relazione all’organizzazione interna di ciascun partito), si trova a disporre di strumenti normativi che gli consentono di partecipare (concorrere) “effettivamente”, “direttamente” e “continuativamente” alle decisioni della politica nazionale di tutti gli Organismi elettivi costituzionali nazionali e locali: Parlamento; Regioni, Provincie,Comuni.

Noteremo che in questo modello istituzionale “ogni singolo cittadino” ha il diritto di fare in prima persona l’esperienza della partecipazione alla vita politica e a concorrere alla formazione delle scelte degli Organi elettivi costituzionali mettendo in atto queste semplici iniziative: entrando nel partito che meglio risponde alla sua concezione dei fini e dei mezzi dell’attività politica; o, nel caso in cui nessuno dei partiti esistenti risponda alle sue esigenze, fondando egli stesso un partito. Avendo diritto in particolare:

di parola e di voto nell’assemblea del partito;
di ricoprire, a seguito di libere elezioni interne, le cariche direttive del partito stesso, potendo perciò entrare a far parte, salendo di livello in livello, dall’organo direttivo minimo fino a quello massimo;
di essere scelto, sempre a seguito di libere elezioni interne, quale candidato alle cariche pubbliche;
di esprimere il proprio giudizio, giorno per giorno, sulle scelte e sull’attività di coloro che, a seguito di designazione del partito, sono stati eletti a ricoprire cariche pubbliche;
di esporre comunque le sue opinioni sia che condivida sia che non condivida in tutto o in parte le scelte della maggioranza del partito; essendogli sempre garantito il diritto di rimanere nel partito e la libertà di parola e di voto nell’assemblea dello stesso anche nel caso in cui egli sia in minoranza.
Si noterà soprattutto che il modello normativo in esame, per il fatto di consentire “pari opportunità ai diversi partiti” e “pari opportunità ai singoli partecipanti all’attività di ogni partito” consente anche ai cittadini che “non intendano” impegnarsi in prima persona nell’attività di un partito di esprimere liberamente, in tutte le sedi offerte dalla cosiddetta “società civile”, le loro opinioni e il loro “giudizio” sull’azione dei diversi partiti “concorrenti” e pertanto di partecipare (anche non entrando in un partito) allo svolgimento della vita democratica.

Sinteticamente il modello per l’esercizio della sovranità popolare (demo-crazia) previsto dall’art. 49 (e dagli articoli della II parte della Costituzione) è facilmente descrivibile mediante il seguente schema:

l’insieme dei cittadini elettori partecipando (direttamente o indirettamente) all’attività di partiti diversi e tra loro in competizione con metodo democratico (art. 49) elegge il Parlamento (Camera dei deputati e Senato della Repubblica) – organo cui spetta di esercitare il potere legislativo – (artt. 56 e 57);
il Parlamento, a maggioranza, sostiene con la propria fiducia il Governo – organo cui spetta il potere esecutivo o amministrativo -; il Parlamento, in seduta comune delle due camere, elegge il Presidente della Repubblica, (primo organo di garanzia del corretto funzionamento degli Organi costituzionali) (art. 83).
La Magistratura – organo cui spetta l’esercizio del potere giudiziario – amministra la giustizia in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge (artt. 101 e 108).
l’insieme dei cittadini elettori partecipando (direttamente o indirettamente) all’attività di partiti diversi e tra loro in competizione con metodo democratico (art. 49) elegge altresì i Consigli (assemblee elettive) delle Regioni, Province, e Comuni;
gli Organi di governo di delle Regioni, Province, e Comuni devono godere della fiducia delle rispettive assemblee elettive.
Il “modello di democrazia” delineato dall’art. 49 della Costituzione Italiana risulta pertanto in grado di assicurare ad ogni cittadino, e quindi a tutto il popolo, il diritto di “concorrere” (contribuire) concretamente alla formazione delle scelte della politica nazionale perché gli consente di partecipare direttamente: a) alla elaborazione delle idee, dei programmi, delle proposte, delle iniziative dei partiti; b) alla scelta delle le persone che dovranno poi ricoprire le cariche pubbliche elettive.

Crediamo sia giusto riconoscere che il nostro articolo istituisce una forma di esercizio della sovranità popolare nel modo più razionale in cui essa può essere esercitata (creando così un efficace “raccordo” fra democrazia diretta e democrazia indiretta).
Se il modello costituzionale sopra descritto fosse stato concretamente attuato e praticato noi ci troveremmo in una situazione tale per cui il libero confronto di idee e di iniziative in condizioni di parità fra tutti i cittadini porterebbe realmente ad un “libero concorso” (libera partecipazione e libera competizione) di tutti i cittadini nella formazione delle scelte politiche della Repubblica in tutte le sue diverse articolazioni istituzionali nelle quali si esprimono i tre poteri “sovrani”: legislativo, esecutivo, giudiziario.

Sembra lecito pensare pertanto che un corretto funzionamento di questo “modello” di democrazia, sia in grado di produrre necessariamente una selezione sia dei gruppi dirigenti dei partiti sia dei componenti degli Organi costituzionali, tale da assicurare, nel tempo, il prevalere delle idee e delle risorse umane più idonee alla soluzione dei problemi della società e comunque capace di garantire al popolo di procedere al “ricambio”, per via democratica e pacifica, dei gruppi dirigenti sia dei partiti che dello Stato.

Parte II: L’attuazione pratica

Uno sguardo molto rapido alla situazione della politica italiana a partire dall’entrata in vigore della Costituzione ci dice che, la “democrazia reale” (la “Costituzione materiale” come dicono i giuristi) è stata assai poco coerente col modello sopra descritto (dettato dalla “Costituzione formale”). In altre parole, dobbiamo constatare che le norme del nostro articolo (secondo l’interpretazione sopra descritta) sono rimaste quasi del tutto prive di attuazione pratica. Ciò ha prodotto gravi danni nel funzionamento delle istituzioni e nello svolgersi della vita sociale in genere, danni di cui parleremo fra poco.

I motivi della carente attuazione del modello costituzionale sono ovviamente molti, ma crediamo che uno dei principali sia individuabile proprio nella mancata emanazione di specifiche norme che garantissero il rispetto del “metodo democratico” all’interno dei partiti.
È facile comprendere infatti che se i partiti non adottano il metodo democratico nella propria organizzazione interna viene meno quel raccordo fra democrazia diretta e democrazia indiretta di cui si parlava sopra e il modello costituzionale rimane privo di efficacia.

La carenza di democrazia all’interno dei partiti diventa inevitabilmente carenza di democrazia nelle Pubbliche istituzioni.

Si potrebbe ritenere che l’emanazione di espresse norme di legge sulla materia in questione fosse sostanzialmente superflua considerato che i partiti che hanno svolto la loro attività a partire dall’entrata in vigore della Costituzione, hanno, in realtà, adottato spontaneamente il principio democratico sopra indicato nei propri statuti e regolamenti interni (almeno fino all’inizio degli anni ’90).

Chiunque abbia però un minimo di esperienza diretta della vita concreta dei partiti politici (e anche delle libere associazioni in genere) sa bene che la pura e semplice introduzione delle norme in questione nello statuto non garantisce affatto il loro rispetto.

I gruppi dirigenti di qualsiasi partito, come è noto, tendono a conservare la propria posizione direttiva. A questo scopo adottano, una prassi organizzativa che consente loro:

a) di controllare l’accesso al partito accogliendovi prevalentemente persone di loro gradimento;
b) di procedere alla formazione delle cariche direttive col metodo della cooptazione (aggirando in vario modo le norme statutarie che garantiscono libere elezioni interne).
Tale prassi può realizzarsi senza alcun problema per il gruppo dirigente di qualsiasi partito per il semplice motivo che, di fatto, sono gli stessi membri del gruppo dirigente ad esercitare, le funzioni di “controllo” del rispetto dello statuto e delle norme organizzative interne (essi sono i controllori di se stessi).

In sintesi, con questa prassi i gruppi dirigenti dei partiti possono prendere tutte le decisioni in merito all’attività del partito a loro esclusiva discrezione, svincolati da qualsiasi partecipazione “democratica” e da qualsiasi controllo da parte degli iscritti (e ovviamente da parte degli elettori non iscritti). Essi sono cosi in grado di instaurare, all’interno del partito, un regime oligarchico. Regime che viene immediatamente trasmesso alle Pubbliche istituzioni. Si comprende infatti che, in definitiva, i membri dei gruppi dirigenti dei partiti, in questo regime, hanno, tra gli altri, il potere di scegliere i candidati, e quindi gli eletti, alle cariche pubbliche (e scelgono in primo luogo se stessi e successivamente persone di loro fiducia).

In sintesi, a seguito di questa prassi organizzativa, i dirigenti dei partiti (ovviamente, in primo luogo, dei partiti che ottengono la maggioranza dei consensi elettorali) diventano i veri, e praticamente gli unici, detentori della “sovranità popolare” .

Non occorre dire che in questo modo i principi dell’art. 49 della Costituzione sono stati palesemente e gravemente violati e il modello di democrazia dettato dalla Costituzione è rimasto quasi del tutto (ma fortunatamente non proprio del tutto come dirà più avanti) privo di efficacia.

La prassi sopra descritta si è andata affermando, a partire dall’entrata in vigore della Costituzione in forma sempre più marcata col passare dei decenni ed è stata chiamata, negli anni ’80, con un termine molto appropriato, “partitocrazia”.

Non è questa la sede per un’indagine storica sui danni prodotti alla vita istituzionale, politica e sociale in genere da questo fenomeno patologico della democrazia.

Diremo molto brevemente del più grave (a nostro parere) di tali danni.

Il metodo democratico nella formazione della volontà politica in un regime partitocratico viene sostituito, prima all’interno dei partiti e poi all’interno delle istituzioni, dal metodo delle relazioni personali dei singoli con coloro che dispongono del potere politico.

Quando nella gestione delle pubbliche istituzioni prevalgono le relazioni personali la legge (la regola stabilita democraticamente) perde il suo ruolo di riferimento per i comportamenti individuali e i singoli sono sempre più indotti, per qualsiasi loro iniziativa, ad instaurare rapporti personali con coloro che detengono il potere e che pertanto sono in grado di favorirli o di ostacolarli.

Strettamente connesso col fenomeno della partitocrazia è il fenomeno del “clientelismo”: il rapporto fra elettori ed eletti nel quale gli interessi pubblici sono subordinati agli interessi privati.

Non è necessario spendere tante parole per descrivere questo fenomeno né soffermarsi sulle sue conseguenze dannose per la società.

Ci limiteremo qui a osservare che quando, in un qualsiasi contesto politico-istituzionale, prevalgono partitocrazia e clientelismo un comportamento rispettoso della legge (e del metodo democratico) viene ritenuto penalizzante per chi lo tiene e perciò cresce nelle persone la tendenza a soddisfare i propri interessi eludendo o violando la legge.

In sintesi diremo che la mancata attuazione del metodo democratico causa la seguente spirale viziosa: meno democrazia, meno rispetto per legalità; meno rispetto per legalità, meno democrazia (e avanti).
In tale contesto diventa inevitabile l’aggravarsi dei problemi e delle tensioni sociali: coloro che non sono in condizione di allacciare rapporti con le persone che esercitano poteri pubblici non trovano più difesa della legge e sono indotti a tenere , sempre più spesso, comportamenti illegali, comportamenti che, a loro volta, produrranno nuove e più gravi problemi sociali.

***
Il problema politico che sta ora davanti a noi tutti è quello di come invertire questa spirale viziosa e trasformarla in spirale virtuosa: più democrazia più legalità; più legalità più democrazia. (Più democrazia, più benessere sociale)

Ci domandiamo: “Saremo capaci di raggiungere questo obbiettivo”?

Nel tentare di rispondere a questa domanda chiederei, molto umilmente, di esprimere la seguente opinione: coloro che vogliono raggiungere l’obbiettivo in parola devono in ogni caso attraversare un passaggio obbligato; una volta attraversato il quale però, la via che conduce all’obbiettivo diventa facile e, direi, in discesa.

Tale passaggio obbligato, consiste nel “prendere coscienza” del fatto che senza una coerente applicazione del metodo democratico all’interno dei partiti e delle istituzioni, senza una democrazia partecipativa effettivamente praticata, non vi sarà nessun rimedio ai problemi di cui parliamo.

Un forte motivo dubbio sulla possibilità di avanzare in questa direzione, deriva secondo il sottoscritto, dal constatare che questa presa di coscienza è oggi del tutto assente nelle sedi istituzionali e politiche; nelle scuole di ogni ordine e grado; nei grandi e piccoli mezzi di informazione di massa; in tutti gli organismi sociali e culturali che hanno una qualche influenza sulla cosiddetta “opinione pubblica”.

Personalmente (e preferirei pensare che mi sto sbagliando) trovo soprattutto incomprensibile che gli autorevolissimi – e un tempo numerosi – esponenti della cultura filosofico-giuridica e della vita politica che, dal primo dopoguerra fino a circa 25 anni fa, giudicavano la Costituzione Italiana come la forma “storicamente più avanzata” di democrazia siano oggi del tutto silenziosi su questo argomento; e non dicano neppure perché hanno cambiato opinione.

Mi sia consentito di ricordare in questa sede (per puro amore di cronaca) che l’unica proposta (per quanto a mia conoscenza) in materia di attuazione dell’art. 49 della Costituzione fu il disegno di legge presentato dal sottoscritto (all’epoca senatore della Repubblica), nella X Legislatura (Senato della Repubblica Disegno d.l. n. 3047 – 13 novembre 1991-).

Nonostante il senso di scoraggiamento che può derivare dalle osservazioni appena svolte, dirò che sono fermamente convinto che è ancora possibile agire per accrescere (anche rapidamente) il numero di coloro che, prima o poi, compiranno la presa di coscienza in questione.

Un motivo a sostegno di questa convinzione potrebbe essere questo.

Nessuno può negare che il nostro art.49 è tuttora “formalmente vigente” .
Tutti sanno che il fatto che le norme di una legge siano state più volte violate non comporta che le norme stesse debbano considerarsi “abrogate”.

Quindi una corrente di opinione o – perché no – un partito vero e proprio che si proponesse come proprio compito fondamentale quello di richiamare tutti i cittadini e tutti coloro che hanno responsabilità direttive nelle istituzioni o nei partiti al rispetto e all’applicazione coerente del metodo democratico avrebbe dalla sua parte la “forza” del diritto dettato dalla Costituzione, la legge fondamentale dello stato.

Richiameremo a questo proposito un altro articolo della Costituzione, l’art. 54: “ Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.”

Naturalmente questa corrente di opinione o partito deve prima di tutto formarsi, darsi un’organizzazione e intervenire nella vita politica con iniziative adeguate alla realizzazione di questo compito.

Per questo fine è necessario naturalmente che “si associ” un certo numero di persone convinte che il modello di democrazia di cui parliamo sia valido, praticabile.
E questo è, occorre ammetterlo, un problema assai difficile da risolvere. Le persone che credono veramente nel metodo in questione, come si può facilmente constatare (o come almeno la mia personale esperienza mi ha troppe volte confermato) sono una minoranza (sono una minoranza quelle che sostengono che il metodo è “in teoria” buono; e sono una minoranza ancora più esigua quelle che pensano che esso sia “concretamente praticabile”).

Si potrebbe affermare allora che coloro che credono nel metodo democratico, essendo in minoranza, devono “democraticamente” consegnare le Istituzioni democratiche alla maggioranza di coloro che non credono in tale metodo?

Questo è certamente il paradosso della democrazia. E qui la fiducia di cui parlavo sopra sembrerebbe cadere del tutto.

Ma l’argomento per superare il paradosso esiste ed è, a parere del sottoscritto, il seguente: se il metodo democratico resterà scritto nella Costituzione e se vi sarà anche “una piccola minoranza” che lavora per attuarlo questa piccola minoranza di oggi (prima o poi ma inevitabilmente) diventerà la maggioranza di domani.

Perché “inevitabilmente”? Per il semplice motivo che, come abbiamo già detto, il metodo in questione consentirà “nel tempo”, il prevalere delle idee e delle risorse umane più idonee alla soluzione dei problemi della società.

Il nostro metodo, se riflettiamo attentamente, è di per se stesso una “garanzia” del prevalere dei “contenuti giusti e utili” dell’azione politica. Per questo si può essere, anche se molto (molto) cautamente, ottimisti.

Il metodo di cui parliamo dunque, è in grado pertanto far prevalere la “democrazia” anche se la maggioranza non è democratica.

Di ciò dobbiamo essere grati a quegli uomini che 64 anni fa scrissero la nostra Costituzione che ci hanno regalato un eccellente strumento di progresso civile (anche se, finora troppo scarsamente utilizzato).

Un’ultima riflessione a sostegno della fiducia nella possibilità della realizzazione del nostro modello.

A ben guardare, anche se il concetto di democrazia di cui parliamo non fosse stato espressamente sancito in una Carta costituzionale, non vi sarebbe nessuna difficoltà per una qualsiasi persona ragionevole di comprendere come esso sia “presente” nella mente di ogni essere umano (in ogni tempo e in ogni luogo) e giudicato giusto e utile al “vivere insieme” delle persone.

Ognuno comprende che tale concetto è già contenuto nel più semplice dei principi morali: il rispetto reciproco.

Un principio che prima di essere “morale” è “logico” perché è fondato su questo elementare “ragionamento” che ogni persona può svolgere nei confronti ogni altra: se io rispetto la tua vita e tu rispetti la mia vita noi ci comporteremo in modo da aiutarci reciprocamente a realizzare al meglio la capacità di vivere di entrambi e di ogni altro essere umano (senza distinzione).

Un principio potremmo definire “l’essenza della civiltà” e anche il “criterio” che ci consente di misurare il grado di civiltà; (grado che risulterà tanto più elevato quanto più esso è rispettato).

Si può avere fiducia che, prima o poi, questo principio sarà sostenuto dalla “maggioranza degli esseri umani”, o almeno da una “minoranza” capace di farsi ascoltare dalla maggioranza ? Personalmente direi di sì, proprio perché esso (come a me sembra) è già presente “nella mente di tutti gli esseri umani, in tutti i tempi e in tutti i luoghi”.

1880.- I reati di Bossi: libero, il sequestro dei fondi della Lega e il diritto costituzionale dei cittadini di partecipare alla vita politica della Nazione

VOGLIA DI ANDARE VIA

VOGLIA DI ANDARE VIA

Sergio Mattarella ha poche condizioni da porre per ricevere il viceministro Matteo Salvini. Meglio farebbe a convocare, prima, il vicepresidente del C.S.M., il procuratore generale della Corte suprema di Cassazione e il Guardasigilli, per ribadire la piena autonomia e indipendenza dei giudici da ogni altro potere che non sia la legge, perché una magistratura politicizzata non è indipendente e non è una magistratura. Infatti, un conto sono i reati contestati al senatore Bossi e al suo Cerchio Magico e un altro conto è il partito. Lo afferma uno che dava un modesto contributo alla prima Commissione Difesa della Lega e che la lasciò nel 1994 perché a Montecitorio già si vociferava di queste mascalzonate. Ecco che, anziché colpire i truffatori di ieri, tuttora politici del sistema, le motivazioni della sentenza della Cassazione che accolgono il ricorso della procura di Genova contro l’opposizione della Lega al sequestro dei fondi, vogliono colpirla (oggi) come partito: un partito nemico in quanto vincitore della competizione elettorale. Una tale sentenza politica non è legittima oggi, come non lo era ieri a settembre, avendo stabilito il sequestro dei “futuri introiti” del partito fino al raggiungimento della cifra di 49 milioni di euro, perché non era bastato azzerare i conti. Mi sarei atteso il sequestro di tutti beni, anche futuri, dei rei e osservo che sequestrare le somme che sarebbero entrate successivamente nelle casse del Carroccio, tramuta la sentenza in uno strumento per far chiudere il partito. Inoltre, spiegatemi quali sarebbero i nessi fra i fatti delittuosi dei Bossi e del Cerchio Magico e le successive, ripeto successive, contribuzioni degli eletti e i contributi versati dai cittadini. l’evidenza di queste assurdità e il loro ripetersi sono la conferma di una magistratura, colonizzata dagli oligarchi comunisti – che comunisti sono, ma solo per gli affari loro – per i quali e per la quale sono nemici tutti i partiti non comunisti, quando al governo. Sergio Mattarella, presidente della Repubblica poco entusiasta dei suoi doveri, garantisca l’autonomia dell’ordine giudiziario (Art. 101, comma 2, Cost.), facendo valere la sua presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura e faccia notare al Ministro della Giustizia (art. 110, Cost.) e al procuratore generale della Corte suprema di Cassazione che le motivazioni della sentenza vanno contro il diritto costituzionale, e contro il dovere dei cittadini, come singoli e come popolo, di esercitare, la sovranità popolare attraverso, appunto, i partiti. E, quando si parla di cittadini, qui in Italia, si parla del Sovrano.

LA COSTITUZIONE
ARTICOLO 49.- Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

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Le obiezioni alla sentenza del sequestro dei fondi della Lega.

La Cassazione ha depositato martedì scorso le motivazioni della sentenza che accolgono il ricorso della procura di Genova contro l’opposizione del Carroccio al sequestro dei fondi, provvedimento conseguente alla condanna pronunciata nel processo per truffa ai danni dello Stato nei confronti dell’ex leader Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito. Nelle motivazioni del pronunciamento della Cassazione sul sequestro dei fondi della Lega, i giudici della Suprema Corte fanno riferimento anche al sequestro dei futuri introiti del partito fino al raggiungimento della cifra di 49 milioni di euro, provento della supposta “truffa allo Stato”. Dunque, cosa succederà ora? Intanto, l’avvocato Roberto Zingari, legale del Carroccio, ha spiegato nelle ultime ore come si muoverà quantomeno il partito. «La Cassazione ha rinviato al Riesame quindi – afferma – verrà fissata un’udienza e noi cercheremo di far valere le ragioni che avevano portato il Riesame precedente a darci ragione. Poi, eventualmente, se il provvedimento preso sarà negativo faremo ricorso. Con quanto affermato in via giuridica si blocca un partito e si legittima un sequestro di cose che non hanno nessun legame con il fatto di reato».

Ma ora, dopo il verdetto, cosa succederà? Intanto il governo…

E ancora: «Quello che noi avevamo sostenuto – prosegue il legale – era che non era legittimo neanche il sequestro che era stato fatto nel settembre scorso. Dopo quel sequestro, che ha azzerato i conti, le somme che entrano successivamente sono le contribuzioni degli eletti e i contributi dei cittadini. Quindi il legame con il profitto del reato non può esserci. Questo provvedimento in qualche modo – conclude Zingari – va anche contro quello che ha deciso il tribunale, nel merito, e che aveva stabilito non si potessero sequestrare beni futuri». Nel frattempo, codici e sentenze a parte, su questo punto il governo si è dimostrato unito: sul caso è intervenuto allora il capo politico del M5S Luigi Di Maio spiegando che non c’è «nessun imbarazzo» da parte del Movimento rispetto alla sentenza della Cassazione sui beni della Lega. «Stando a quel che dice Salvini lo scandalo riguarda Bossi e il suo cerchio magico. Detto questo, una sentenza è una sentenza…», ha concluso il vice premier, mentre i capigruppo della Lega al Senato e alla Camera, Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari, hanno rimarcato come «milioni di italiani perbene si riconoscono nell’azione della Lega, mettere fuorilegge un partito per (eventuali) errori di altri, risalenti a dieci anni fa, non garantisce quello spirito di democrazia, libertà e partecipazione popolare su cui si fonda la nostra Costituzione e la nostra vita sociale. Ne parleremo col garante di questa Costituzione, col Presidente della Repubblica – hanno quindi concluso ritornando sull’incontro in agenda per lunedì – nel pieno rispetto dei tanti giudici, la stragrande maggioranza, che svolgono bene e con imparzialità, la loro funzione».

1852.- Carmelo Zuccaro, bordata contro le Ong: “Complici di un traffico criminale, non solo i migranti ma anche il petrolio”

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In questi giorni in cui, con la complicità del caso Aquarius, è tornato ad infiammarsi il dibattito sulle Ong, torna a farsi sentire Carmelo Zuccaro, il procuratore di Catania che in passato ha indagato proprio sulle Organizzazioni non governative, svelandone alcuni aspetti a lungo taciuti. E, intervistato da Il Messaggero, torna all’attacco, di fatto spiegando perché la linea adottata da Matteo Salvini sia quella giusta: “Le persone che hanno già realizzato enormi guadagni dal traffico di migranti, attraverso una rete di collusione, riescono a corrompere chi deve vigilare sulle raffinerie libiche e fanno uscire petrolio di contrabbando”, afferma. E le Ong sarebbero in un qualche modo complici, anche inconsapevolmente, di questo sistema: “Il loro sistema di soccorso – riprende Zuccaro – risponde a una logica sbagliata: costringe le persone a consegnarsi nelle mani dei criminali”.

Secondo Zuccaro, insomma, l’attività si sta estendendo dal traffico di esseri umani ad altri affari illegali: “Estendono le loro attività illecite. Hanno sempre più denaro con cui corrompono, reclutano sempre più persone, sono in grado di dotarsi di armi sempre più micidiali. E riescono a infiltrare nel governo funzionari”. Quando gli chiedono cosa ci sia di sbagliato nel sistema di soccorso attuale, il procuratore risponde: “Sia che venga effettuato tramite navi di Ong o altro, è un anello di un sistema che è sbagliato nella sua struttura, perché è impossibile pensare che si debba affidare i legittimo diritto di persone che hanno diritto alla protezione internazionale a venire in Europa per l’esame della loro situazione, a un traffico che appartiene a soggetti criminali”. E ancora: “Bisognerebbe eliminare il traffico di migranti verso la Libia e per questo dico che il sistema dei soccorsi in mare, delle Ong, risponde a una logica sbagliata. Costringe le persone a consegnarsi nelle mani di criminali – ribadisce -. Questo è profondamente sbagliato, non risponde al senso di umanità, né di solidarietà. Le Ong – insiste Zuccaro – fanno parte di un sistema profondamente sbagliato, che affida la porta d’accesso all’Europa a trafficanti che sono criminali senza scrupolo. Non parlo di inchieste in corso, ma di un fenomeno generale”, conlcude.

da Libero