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1409.- LA GIUSTIZIA ITALIANA NON È ADEGUATA ALLA SFIDA DELL’INVASIONE

Attacco terroristico nella metropolitana di Londra, il quinto attentato a Londra nel 2017. I feriti sono stati 29 e diversi pendolari sono rimasti ustionati in seguito all’esplosione di un ordigno sul vagone del metrò, alla stazione di Parsons Green che si trova nella zona sud ovest della capitale.

++ Londra: testimoni, 'palla di fuoco su treno metro' ++

Il Sun, mostra uno scatto pubblicato su Twitter di un secchio ancora fumante all’interno di una busta frigo della catena di supermercati Lidl.

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I testimoni, fra cui l’italiana Roberta Amuso, hanno raccontato d’una fiammata, quindi del fumo, della sensazione da topi in trappola. Non tutti hanno udito con chiarezza il boato, segno di una deflagrazione probabilmente solo parziale del marchingegno, come confermato in seguito da Scotland Yard. Mentre tutti si sono ritrovati nella calca quando all’apertura delle porte é scattato l’inevitabile fuggi fuggi: “Chi inciampava e cadeva per terra veniva calpestato. 

Invece, fu una sorpresa per noi italiani quando fu identificato il terzo terrorista dell’attentato del furgone sui passanti del London bridge, il 3 giugno :

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Khuram Butt e Rachid Redouane e uno dei nuovi italiani, Youssef Zaghba, 

Youssef Zaghba, un italo-marocchino, figlio di una bolognese, aveva il doppio passaporto. Nel marzo del 2016 fu fermato all’aeroporto del capoluogo emiliano. Nel suo cellulare furono trovati video dell’Isis; ma il Tribunale del riesame giudicò che non fossero motivo sufficiente per formulare un’accusa di terrorismo.

Gli altri due si chiamavano Khuram Butt e Rachid Redouane. Khuram Butt – classe ’90, cittadino britannico nato in Pakistan –  era considerato il capo della cellula che ha sferrato l’attacco. Ventisette anni di Barking, il quartiere nell’est di Londra dove ieri la polizia ha effettuato i primi raid, secondo il Telegraph è l’uomo che compare nel documentario di Channel 4 sull’integralismo islamico nel Regno Unito mentre srotola una bandiera dell’Isis a Regent’s Park. Il capo dell’antiterrorismo di Scotland Yard, Mark Rowley sottolinea che Khuram Butt, uno dei terroristi dell’attacco a Londra, era “noto” alle forze di sicurezza ma non c’era prova che stesse pianificando un attentato. 

Redouane invece aveva 30 anni (era nato il 31 luglio del 1986) e sosteneva di essere marocchino e libico. In passato, aggiunge Scotland Yard, aveva assunto anche un’altra identità facendosi chiamare Rachid Elkhdar, e sostenendo di essere nato il 31 luglio del 1991. A differenza di Khuram Butt, Rachid Redouane non era noto alle forze di sicurezza britanniche. 

Attacco con furgone a London Bridge: 7 morti. I 3 terroristi, hanno, poi, accoltellato altri passanti, fuggendo verso Borough Market. Almeno una dozzina di bombe Molotov sono state trovate nel furgone usato dai tre jihadisti. 

Video di propaganda dell’Isis, sermoni religiosi: gli indizi di un’adesione alla jihad. E’ quello che gli investigatori italiani trovarono nel marzo 2016 sul telefonino di Youssef Zaghba, il terzo degli attentatori di Londra. Yussef, 22 anni, madre italiana e padre marocchino, ha vissuto a Bologna per alcuni periodi. Proprio nel capoluogo emiliano venne fermato mentre cercava di imbarcarsi su un volo per la Turchia. Gli agenti della polizia di frontiera si insospettirono perché aveva un biglietto di sola andata e un piccolo zaino: niente soldi, né bagagli. Elementi che fecero subito scattare il fermo, con l’ipotesi che si trattasse di un volontario destinato a raggiungere lo Stato Islamico.

La madre, che vive tuttora a Bologna, spiegò alla polizia che il ragazzo le aveva detto di volere andare a Roma, chiedendole i soldi per  il biglietto, e non le aveva mai parlato di Turchia. La procura dispose il sequestro del suo cellulare, in cui i tecnici della polizia trovarono quelle immagini che confermavano la volontà di aderire allo Stato Islamico. Il pm decise anche di perquisire l’abitazione della donna, portando via un computer e altro materiale informatico ritenuto di interesse per le indagini. Fu anche disposto dalla magistratura il sequestro del passaporto.

Ma il giovane si rivolse a un avvocato e presentò istanza al Tribunale del Riesame: un ricorso accolto, perché i giudici non avrebbero ritenuto sufficienti gli indizi per formulare un’accusa di terrorismo. Venne così ordinato il dissequestro del cellulare e del computer. La cittadinanza italiana invece ha impedito di procedere con un provvedimento di espulsione, come avviene nel caso di stranieri sospettati di adesione ai valori della jihad. Il nome però venne inserito nella lista dei soggetti pericolosi e tenuto sotto controllo.

I nostri apparati di sicurezza sostengono di avere condiviso tutte le informazioni raccolte all’epoca con l’intelligence britannica. Ma da Scotland Yard fa sapere che Youssef Zaghba non era monitorato né dalla polizia né dall’Mi5.

Youssef Zaghba negli ultimi anni era stato a Bologna solo sporadicamente, trascorrendo invece la maggior parte del tempo in Gran Bretagna, dove vivevano diversi familiari. Da qui l’allerta trasmessa a Londra, con le notizie raccolte dall’esame del cellulare e dagli altri controlli effettuati a Bologna. Un dossier completo che sarebbe stato inoltrato all’MI5 nell’aprile 2016, più di un anno prima dell’attacco al London Bridge.

Ieri erano stati rivelati i nomi degli altri due terroristi che sabato sera hanno ucciso sette persone nel centro di Londra:

Cinque attacchi

Da inizio anno a oggi, la Gran Bretagna ha subito cinque attacchi terroristici in cui hanno perso la vita 35 persone. Il 22 marzo, l’auto guidata da Khalid Masood si lancia sulla folla sul Westminster Bridge: il bilancio è di cinque morti, oltre al terrorista. Il 22 maggio, un kamikaze si fa saltare in aria alla fine del concerto della popstar statunitense Ariana Grande; uccide 22 persone e ne ferisce 116. Il 3 giugno, un furgone travolge i passanti sul London Bridge, poi i tre assalitori, armati di coltelli, si muovono verso Borough Market dove accoltellano i passanti. Il bilancio è di sette morti, oltre a tre terroristi uccisi dalla polizia, e una cinquantina di feriti. Il 19 giugno, ancora un furgone che investe la folla davanti a una moschea nell’area di Flinnsbury Park, a Londra. Muore un uomo musulmano e una decina di fedeli vengono feriti.

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“Un altro attacco, a Londra, di un terrorista sbandato. Queste sono persone malate e dementi già nel mirino di Scotland Yard. Bisogna stare sull’attenti”.

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1358.-Ora È UFFICIALE: Ilaria Alpi Fu Uccisa Dalla CIA. Il Vergognoso Silenzio Generale… La Repubblica.it

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La docufiction «Ilaria Alpi – L’ultimo viaggio» (visibile sul sito di Rai Tre) getta luce, soprattutto grazie a prove scoperte dal giornalista Luigi Grimaldi, sull’omicidio della giornalista e del suo operatore Miran Hrovatin il 20 marzo 1994 a Mogadiscio. Furono assassinati, in un agguato organizzato dalla Cia con l’aiuto di Gladio e servizi segreti italiani, perché avevano scoperto un traffico di armi gestito dalla Cia attraverso la flotta della società Schifco, donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia ufficialmente per la pesca.

In realtà, agli inizi degli anni Novanta, le navi della Shifco erano usate, insieme a navi della Lettonia, per trasportare armi Usa e rifiuti tossici anche radioattivi in Somalia e per rifornire di armi la Croazia in guerra contro la Jugoslavia.
Anche se nella docufiction non se ne parla, risulta che una nave della Shifco, la 21 Oktoobar II (poi sotto bandiera panamense col nome di Urgull), si trovava il 10 aprile 1991 nel porto di Livorno dove era in corso una operazione segreta di trasbordo di armi statunitensi rientrate a Camp Darby dopo la guerra all’Iraq, e dove si consumò la tragedia della Moby Prince in cui morirono 140 persone.
Sul caso Alpi, dopo otto pro¬cessi (con la condanna di un somalo ritenuto inno-cente dagli stessi genitori di Ilaria) e quattro commissioni parlamentari, sta venendo alla luce la verità, ossia ciò che Ilaria aveva scoperto e appuntato sui taccuini, fatti sparire dai servizi segreti. Una verità di scottante, drammatica attualità.
L’operazione «Restore Hope», lanciata nel dicem¬bre 1992 in Somalia (paese di grande importanza geostrategica) dal presidente Bush, con l’assenso del neo-presidente Clinton, è stata la prima missione di «ingerenza umanitaria».
Con la stessa motivazione, ossia che occorre intervenire militarmente quando è in pericolo la sopravvivenza di un popolo, sono state lanciate le successive guerre Usa/Nato contro la Jugoslavia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria e altre operazioni come quelle in corso nello Yemen, in Siria e in Ucraina.
Preparate e accompagnate, sotto la veste «umanitaria», da attività segrete. Una inchiesta del New York Times (24 marzo 2013) ha confermato l’esistenza di una rete internazionale della Cia, che con aerei qatariani, giordani e sauditi fornisce ai «ribelli» in Siria, attraverso la Turchia, armi provenienti anche dalla Croazia, che restituisce così alla Cia il «favore» ricevuto negli anni Novanta.
Quando il 29 maggio scorso il quotidiano turco Cumhuriyet ha pubblicato un video che mostra il transito di tali armi attraverso la Turchia, il presidente Erdo-gan ha dichiarato che il direttore del giornale pagherà «un prezzo pesante».
Ventun anni fa Ilaria Alpi pagò con la vita il tentativo di dimostrare che la realtà della guerra non è solo quella che viene fatta apparire ai nostri occhi.
Da allora la guerra è divenuta sem¬pre più «coperta». Lo conferma un servizio del New York Times (7 giu¬gno) sulla «Team 6», unità supersegreta del Comando Usa per le operazioni speciali, incaricata delle «uccisioni silenziose». I suoi specialisti «hanno tramato azioni mortali da basi segrete sui calanchi della Somalia, in Afghanistan si sono impegnati in combattimenti così ravvicinati da ritornare imbevuti di sangue non loro», uccidendo anche con «primitivi tomahawk».
Usando «stazioni di spionaggio in tutto il mondo», camuffandosi da «impiegati civili di compagnie o funzionari di ambasciate», seguono coloro che «gli Stati Uniti vogliono uccidere o catturare».
Il «Team 6» è divenuta «una macchina globale di caccia all’uomo». I killer di Ilaria Alpi sono oggi ancora più potenti. Ma la verità è dura da uccidere.

Manlio Dinucci

1357.- ATTACCO ALLA GIUSTIZIA

Enrico Moja, il questore di Arezzo mandato in esilio: “Maria Elena Boschi è riuscita a rimuovere me…”

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Dopo gli attacchi di maggio al procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, il trasferimento, pardon, promozione di pochi giorni fa del PM Ambrogio Cartosio, dal Tribunale di Trapani alla Procura di Termini Imerese, è la volta di un altro funzionario, con gli occhi su personaggi del potere, che non può più chiamarsi governo.

Non si placano le polemiche su Maria Elena Boschi. Dopo le rivelazioni di Ferruccio De Bortoli su Banca Etruria secondo cui l’ex ministro avrebbe fatto pressioni su Unicredit. A parlare ora è il questore Enrico Moja.

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Sembra che sia riuscita a rimuovere “almeno” “il questore di Arezzo…”, si legge nel messaggio su Whatsapp arrivato a Enrico Moja, 63 anni, il diretto interessato… . “Ci ho fatto una risata. Qualcuno ha interpretato il mio trasferimento in un certo modo. Ma io non ho mai avuto prove per dimostrarlo veramente”, dice il dirigente di polizia al Giornale. “Ho trascorso ad Arezzo un lungo e onorato periodo (dal 1 giugno 2013 al 1 settembre 2016, ndr) – spiega Moja – Come tutte le città di provincia, anche quella aveva le sue stranezze. Non dimentichiamo che era la città di Licio Gelli…”. Infatti Moja, è stato bruscamente rimosso e trasferito a Milano.

Perché? Come riporta Libero, all’epoca si è scontrato con Laterina e con la sicurezza da garantire a Maria Elena Boschi e alla sua famiglia: “Avevo la responsabilità del dispositivo di tutela di tutta la famiglia e con l’allora ministro Boschi tenevo rapporti di carattere istituzionale. Credo di aver fatto con onore il mio lavoro, se poi a qualcuno non ero gradito per qualche ragione…”.

Quando il potere esecutivo invade il potere legislativo e prevarica il potere giudiziario non c’è più democrazia e non c’è più la Nazione. Ancora pochissimo , ma già sento dire: “Era meglio la dittatura con il suo monarca e il suo dittatore!”

 

1349.- Trasferito in Procura a Termini Imerese il procuratore del Tribunale di Trapani Ambrogio Cartosio.Ha sequestrato la nave “Juventa”! Tutte le accuse contro l’ong Jugend Rettet

 

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Quando il 10 maggio il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, è stato ascoltato dalla commissione d’indagine del senato italiano sulle operazioni di soccorso delle ong nel Mediterraneo, ha parlato di un fascicolo investigativo, aperto dalla sua procura, in cui si ipotizzava il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, a carico di “alcune persone fisiche appartenenti alle ong”.

All’epoca il procuratore di Trapani aveva escluso in maniera categorica che ci fossero stati contatti diretti tra i trafficanti di esseri umani in Libia e le organizzazioni umanitarie attive nel Mediterraneo centrale, così come aveva negato che il reato contestato fosse di associazione a delinquere di stampo mafioso. E inoltre aveva spiegato ai senatori italiani l’importanza dell’articolo 54 del codice penale italiano, che stabilisce l’impunità per chi ha commesso un reato “costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave”.

Il procuratore aveva detto: “Se una nave di una ong, un mercantile, una nave della marina militare, un peschereccio, una privata imbarcazione viene messa al corrente che c’è un’imbarcazione in cui alcune persone rischiano l’annegamento, questa imbarcazione deve essere soccorsa. E questo principio travolge tutto. Viene commesso il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma non è punibile, perché è stato commesso al fine di salvare una vita umana”.

“Non è una questione ideologica”, aveva ribadito Cartosio incalzato dalle domande del senatore Maurizio Gasparri, ricordando l’importanza di alcuni princìpi giuridici fondamentali: “Sul piano penale è un intervento legittimo quello per salvare una vita umana”. Cartosio aveva poi anticipato che proprio sulla definizione e sull’interpretazione dello “stato di necessità” si sarebbero giocati sia l’inchiesta sia l’eventuale processo per i presunti favoreggiatori dell’immigrazione clandestina.

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Per due volte, secondo il pm di Trapani, che ha avviato l’indagine nel 2016, “avrebbero trasbordato sulla nave IUVENTA migranti scortati da trafficanti libici non in situazioni di pericolo”. E sull’albero di poppa della Iuventa, utilizzata dall’ong tedesca, ma battente bandiera olandese, sarebbe stata issata la bandiera libica.

 

Le accuse contro la Iuventa
Le indaginidella procura di Trapani, guidata da Ambrogio Cartosio, sono andate avanti contemporaneamente all’approvazione di un codice di condotta voluto dal governo italiano per le ong attive nel Mediterraneo. Il codice, che prevede tra le altre cose la presenza di agenti armati della polizia giudiziaria a bordo delle navi, non è stato firmato da alcune organizzazioni, tra cui la tedesca Jugend Rettet.

Il 2 agosto il giudice per le indagini preliminari di Trapani Emanuele Cersosimo, accogliendo la richiesta della procura, ha emesso un decreto di sequestro preventivo della nave Iuventa della Jugend Rettet. La motopesca è stata scortata dalla guardia costiera italiana fino al molo di Lampedusa, prima di essere trasferita al porto di Trapani.

L’ipotesi di reato su cui la procura siciliana sta lavorando è quella di cui Cartosio aveva già parlato a maggio: favoreggiamento dell’immigrazione illegale aggravata, secondo l’articolo 12 del Testo unico sull’immigrazione 286 del 1998. I nomi dei sospettati non sono ancora noti e si procede contro ignoti. L’aggravante è data dal fatto che l’ingresso illegale ha riguardato più di cinque persone e la pena prevista per questo tipo di reato va da cinque a quindici anni di reclusione e una multa di 15mila euro per ogni persona che è stata favorita nell’ingresso in Italia.

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Per noi il salvataggio delle vite umane è e sarà la priorità“, dicono dall’ong tedesca Jugend Rettet, a cui ieri è stata sequestrata la nave Iuventa, sulla base di un fascicolo secondo cui gli attivisti avrebbero messo in atto “condotte di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.  Dopo avere raccolto tutte le informazioni, potremmo valutare la situazione e i passi da compiere“, aggiungono dall’organizzazione, con Medici senza frontiere tra quelle che hanno rifiutato il Codice di condotta. E intanto i primi dettagli su che cosa abbia portato allo stop della nave e al conseguente sequestro iniziano ad emergere. Già ieri sera il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, metteva in chiaro di avere “documentato incontri in mare”, ma di essere pronto a “escludere collegamenti tra Ong e libici. Escludo che qualcuno abbia agito per scopi di lucro, mentre sono presenti gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.
Le intercettazioni dell’equpaggio a bordo della Iuventa
Per due volte, secondo il pm di Trapani, che ha avviato l’indagine nel 2016, “avrebbero trasbordato sulla nave migranti scortati da trafficanti libici non in situazioni di pericolo”. E sull’albero di poppa della Iuventa, utilizzata dall’ong tedesca, ma battente bandiera olandese, sarebbe stata issata la bandiera libica. “Noi ci predisponiamo prima che sia tutto pulito e in ogni caso non diamo alcuna fotografia dove in qualche modo si possano vedere persone che potrebbero venire identificate, non c’è motivo, a questo non contribuiamo”, si sente dire in una delle intercettazioni in mano alla Polizia, in cui gli attivisti discutono anche sul coinvolgimento di esperti di diritto marittimo e internazionale, per valutare come muoversi con le autorità italiane. “Noi gli diamo fotografie generali dell’intervento e ci prepariamo – dicono -. Che ci assistano specializzati in diritto marittimo, diritto penale e il terzo… credo diritto internazionale e da loro dobbiamo avere dei feedback su quello che possiamo dire, quello che possiamo e non possiamo fare”.
Le “consegne concordate” tra gli scafisti e la ong tedesca
Inoltre ”l’ostilità verso l’Italian Maritime Rescue Coordination Centre è confermata dal cartello con la scritta ‘Fuck Imrcc’ posizionato alla prua”, dicono gli inquirenti, secondo cui avrebbero “mostrato un atteggiamento di scarsa collaborazione verso le direttive impartite da Imrcc, confermando la volontà di voler effettuare esclusivamente trasbordi su altri assetti navali verosimilmente al fine di non attraccare in porti italiani”.
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Gli episodi contestati alla nave Iuventa sono tre

Il procuratore aggiunto di Trapani in una conferenza stampa ha spiegato che “gli episodi contestati alla nave Iuventa sono tre, avvenuti il 10 settembre del 2016, il 18 giugno del 2017 e il 26 giugno 2017”. Cartosio ha detto che durante questi episodi sono stati documentati dei contatti “tra coloro che scortavano gli immigrati fino alla Iuventa e membri dell’equipaggio della nave”.http://www.ilgiornale.it/video_embed/1427697.html?ratio=559Un’attività per la quale, secondo la procura, i membri dell’equipaggio non ricevono alcun compenso dai trafficanti, “la motivazione riteniamo resti essenzialmente umanitaria”. Inoltre, secondo le indagini, gli operatori della Iuventa avrebbero lasciato alla deriva tre imbarcazioni, non distruggendole, e questo avrebbe permesso ai trafficanti di recuperarle. Le fonti dell’indagine sarebbero delle foto e dei video girati da alcuni agenti sotto copertura, imbarcati a bordo della nave Vos Hestia, dell’organizzazione umanitaria Save the children, attiva nello stesso tratto di mare.Sempre secondo la procura, non ci sarebbero stati gli estremi dello stato di necessità per procedere a un’attività di soccorso, cioè non ci sarebbe stato un imminente pericolo per le persone soccorse, e per questo l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina rimarrebbe in piedi.

Un reato ad ampio raggio
In Italia il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è stato introdotto nel 1998 e colpisce chiunque aiuti dei cittadini stranieri a entrare nel paese in maniera irregolare, anche a scopi umanitari e senza lucro.

“È un reato molto particolare, perché è un reato di pericolo”, spiega l’avvocato Guido Savio, dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). “Non solo punisce chi effettua il trasporto, chi finanzia, chi gestisce, chi organizza il traffico di esseri umani, ma anche chi aiuta l’ingresso e questo a prescindere dal fatto che l’ingresso si verifichi”. Questa seconda parte della norma comporta uno spettro molto ampio di applicazione.

Compie un’azione illegale chi aiuta il cittadino straniero ad arrivare sul territorio europeo per chiedere l’asilo?

L’avvocato Savio spiega che questa norma è problematica anche perché al momento non ci sono canali legali per chiedere l’asilo politico in Europa, se si risiede al di fuori del territorio dell’Unione. “Siccome non si rilasciano visti umanitari, è ovvio che i richiedenti asilo per esercitare un diritto – tutelato dalla convenzione di Ginevra e dalla costituzione italiana – non abbiano altra strada che venire in Europa in maniera irregolare”, spiega Savio, che domanda: “Compie un’azione illegale chi aiuta il cittadino straniero ad arrivare sul territorio europeo al solo scopo di chiedere l’asilo?”.

Ma la questione più discussa dai giuristi che contestano le accuse dei pm siciliani contro la Iuventa è quella che riguarda il cosiddetto stato di necessità. Secondo l’avvocato Luca Masera dell’Asgi, è la prima volta che viene ipotizzato un reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a carico di membri di un’organizzazione non governativa, perché è sempre stato riconosciuto lo stato di necessità a chi opera soccorsi in mare. “Se io soccorro qualcuno che è in una situazione di pericolo, il reato di favoreggiamento esiste, ma non è punibile in quanto si è agito per tutelare la vita di chi era in pericolo”, ribadisce Masera.

L’impianto accusatorio della procura sostiene però che ci sia stato un accordo preventivo tra gli scafisti e gli operatori umanitari, il che farebbe decadere lo stato di necessità. Tuttavia, sostiene Masera, “un’interpretazione più estensiva dello stato di necessità” potrebbe arrivare a coprire anche una condotta come quella denunciata dalla procura di Trapani a carico della Iuventa. Un gommone sovraccarico di persone, anche in condizioni meteorologiche e marittime stabili, può essere considerato insicuro, perché potrebbe capovolgersi da un momento all’altro e questa condizione potrebbe determinare uno stato di necessità.

C’è da tener presente anche la legge del mare, in particolare la convenzione di Amburgo del 1979“È vero che il mare era calmo nel momento in cui sono stati operati i soccorsi nei tre episodi contestati, ma come si può considerare una situazione sicura quella in cui centinaia di persone sono imbarcate su un gommone sovraccarico che potrebbe da un momento all’altro sgonfiarsi e naufragare?”, chiede l’avvocato Savio.Secondo l’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo della clinica legale dell’università di Palermo, lo stato di necessità e di pericolo delle imbarcazioni non dipende dalle condizioni meteorologiche, ma dalla galleggiabilità del mezzo. “Quei gommoni non sono in condizioni di galleggiabilità nemmeno quando il mare è calmo, come è testimoniato da decine di persone che hanno fatto la traversata del Mediterraneo e dal numero dei morti registrato in quel tratto di mare”, spiega Paleologo (Quindi, è vero che prendono il mare quando sono certi di essere intercettati dalle ONG. ndr).

Fulvio Vassallo Paleologo, Palermo. Avvocato, componente del Collegio del Dottorato in “Diritti umani: evoluzione, tutela, limiti”, presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Palermo. E’ componente della Clinica legale per i diritti umani (CLEDU) dell’Università di Palermo tra i fondatori dell’Associazione Diritti e Frontiere. Opera attivamente nella difesa dei migranti e dei richiedenti asilo, in collaborazione con diverse Organizzazioni non governative. Fa parte della rete europea di assistenza, ricerca ed informazione Migreurop ed è componente della Campagna LasciateCientrare.
E’ autore di numerose pubblicazioni in materia di immigrazione e asilo.

Inoltre la legge del mare, in particolare la convenzione di Amburgo del 1979 sui soccorsi, stabilisce l’obbligo di intervenire in aiuto di un’imbarcazione in difficoltà. “Se quelle navi sono intervenute per ottemperare a un obbligo di soccorso, non possono essere incriminate per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, aggiunge Masera. “Esistono delle legislazioni internazionali che non possono essere ignorate e che sono più forti della singola legislazione nazionale o addirittura dei regolamenti governativi come il codice di condotta, che in questo caso non hanno nessun valore”, conclude Masera.

La distruzione dei gommoni
Uno degli elementi in mano ai pm di Trapani è la foto che mostra un gommone di soccorso della Iuventa trainare un barcone vuoto, dopo i soccorsi. Ma su questo punto, secondo i giuristi, ci sarebbero molte ambiguità. “Non c’è nessuna norma che obbliga i privati cittadini e gli operatori delle organizzazioni delle ong a distruggere i gommoni o le imbarcazioni usate dai trafficanti”, spiega l’avvocato dell’Asgi Guido Savio. “La mancata distruzione delle imbarcazioni può essere un’indicazione di contiguità con gli scafisti, il che non significa che sia stato commesso un reato”, continua Savio.

Ci sono invece norme europee che obbligano i mezzi navali di Frontex e quelli della missione Sophia di EunavforMed a distruggere le imbarcazioni usate dai trafficanti, spiega Fulvio Vassallo Paleologo. “Il fatto che i gommoni non siano più distrutti dimostra che i mezzi di Frontex e della missione Sophia non sono più presenti in quel tratto di mare, perché si sono ritirati molto più a nord”, dice Paleologo.

Gli interventi della guardia costiera italiana avvengono negli stessi scenari contestati alla nave Iuventa

Secondo l’avvocato dell’università di Palermo, è molto comune nei soccorsi in mare che le barche dei migranti siano scortate da imbarcazioni di scafisti e da imbarcazioni della guardia costiera libica che sono difficili da distinguere tra loro, perché non hanno particolari segni di riconoscimento. “Ci sono delle fotografie che mostrano la guardia costiera italiana che interviene in soccorso di barche, negli stessi scenari contestati alla nave Iuventa della ong Jugend Rettet”, afferma Paleologo e chiede: “Eventi di questo tipo si sono verificati solo per la Iuventa o non sono forse lo scenario abituale nel quale hanno operato tutte le navi delle ong e della guardia costiera italiana coinvolte nei soccorsi?”.

Paleologo, infine, solleva un’altra questione: “Dalle dichiarazioni rese dal procuratore di Trapani in conferenza stampa il 2 agosto non sembra risultino tabulati telefonici contenenti comunicazioni dirette tra scafisti o trafficanti e componenti dell’equipaggio della Jugend Rettet, né tantomeno versamenti di danaro o altre utilità da parte dei trafficanti. Emerge solo la contestazione dell’utilità indiretta, cioè il fatto di raccogliere fondi attraverso la pubblicità per i soccorsi in mare effettuati. Questo tipo di utilità è già stata contestata in passato ad altre organizzazioni, che sono poi state assolte nel processo, per esempio la nave Cap Anamur nel 2009 e più recentemente l’associazione italiana Ospiti in arrivo di Udine”.

L’altro elemento sul quale insistono molto i pm di Trapani è l’ipotesi che la Iuventa non abbia coordinato il suo intervento con le autorità italiane. “Si presume l’esclusione dell’articolo 51 del codice penale, la norma che garantisce l’impunità se si opera alle dipendenze dello stato, in coordinamento con la guardia costiera italiana”, conclude Paleologo. Su tutti questi punti che rimangono in sospeso sarà il processo a fare chiarezza, ammesso che il giudice rinvii a giudizio gli imputati, che per il momento non sono ancora stati identificati.

In ultima analisi e guardando al cosiddetto codice di comportamento: L’ong Jugend Rettet, d’accordo con Medici senza frontiere, tramite il suo portavoce Titus Molkenbur ha confermato che dopo una lunga discussione hanno deciso di non firmare. “L’unico motivo per firmare il codice sarebbe stato quello di rendere più efficiente il salvataggio di esseri umani nel Mediterraneo, rispettando le leggi internazionali e i princìpi umanitari a cui c’ispiriamo. Purtroppo al momento questi princìpi non sono rispettati, anche se ci auguriamo che ci siano altre discussioni con il governo italiano, perché noi rimaniamo impegnati a salvare vite”, ha detto Molkenbur. Belle parole, ma perché,  allora, mettere la prua sull’Italia e non sulla vicinissima Tunisia?

Una miliardaria tedesca dietro l’ong Jugend Rettet

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Maria Furtwängler è una miliardaria tedesca che sostiene Jugend Rettet, l’ong della nave Iuventa, fermata al largo Lampedusa. Il gruppo editoriale del marito, Hubert Burda, fatturerebbe più di 2 miliardi d’euro l’anno.

Le accuse all’organizzazione, contenute in un fascicolo, sostengono che gli attivisti avrebbero messo in atto “condotte di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. A svelare il legame tra la miliardaria e l’ong è stato Giulio Meotti, in un pezzo pubblicato su Il Foglio.

Maria Furtwängler è tra le più celebri attrici tedesche, figlia dell’architetto Bernhard Furtwängler e dell’attrice Kathrin Ackermann, è la pronipote del direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler, un mostro sacro della musica classica, e nipote della politica Katharina von Kardorff-Oheimb. E proprio dalla nonna, personaggio di spicco della Repubblica di Weimar, avrebbe ereditato alcune cifre stilistiche. Ma più che per le parentele, infatti, la miliardaria è conosciuta per le sue frequentazioni (e per i film). Oltre ad essere un medico, del resto, la Furtwängler è un personaggio televisivo salottiero, impegnata moltissimo nei campi del femminismo e della filantropia. Ed è anche dai principali salotti tedeschi, che Maria muoverebbe le fila del suo impegno metapolitico teso ad una “società più equa”. Critiche alla Merkel comprese.

“Tutti parlano, molti dicono la loro e troppo pochi fanno qualcosa. L’iniziativa di questi ragazzi mi colpisce, possiamo tutti imparare da loro”, ha dichiarato l’attrice, secondo quanto apprendiamo da questo pezzo. La miliardaria, ovviamente, si riferisce agli studenti che hanno messo in piedi la missione della Iuventa, la nave bloccata al largo di Lampedusa, dove la Guardia costiera italiana l’ha scortata fino in porto sino a farla approdare. Maria Furtwängler, peraltro, ha prestato il suo volto nella scorsa campagna promozionale della ong, quella che serviva per finanziare gli interventi nel Mediterraneo. Colpisce, come spesso accade in queste circostanze, il pulpito da cui parte la predica.

Il marito dell’attrice è Hubert Burda, fondatore di un gruppo editoriale che annovera 540 marchi. Possessore, tra le altre cose, delle versioni tedesche di Elle e di Playboy. Il fatturato annuale dell’impresa consisterebbe in più di 2 miliardi di euro annuali. Una buona posizione, insomma, per dibattere di migranti e povertà.

1159.- ONG E TRAFFICANTI: ALTRO CHE BUFALE! SULLA SCRIVANIA DI ZUCCARO IL RAPPORTO MILITARE DI EUNAVFORMED

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È l’alba di una fredda mattina dei primi giorni del 2017. Un pattugliatore dell’«Operazione Sophia» capta una conversazione radio sul canale (libero) 16, utilizzato per le comunicazioni in mare. Poche frasi dalle quali si intuisce che un membro di un equipaggio di una nave di soccorso comunica a un interlocutore che si trova sulla terra ferma la posizione della nave e da terra l’interlocutore avvisa che le imbarcazioni stanno partendo.

mare_nostrum_marina_lampedusa_migranti5Il pattugliatore ispeziona l’area dove si incontrano i migranti in mare e la nave che li deve salvare e documenta con delle foto l’incontro delle due imbarcazioni.

Ma c’è anche un altro rapporto militare finito a Bruxelles nel quale si sospetta che alcune navi Ong recuperino i motori dei gommoni degli scafisti per poi essere rivenduti e reimpiegati nella rete dei trafficanti.

«Operazione Sophia» nasce dopo il terribile naufragio della primavera del 2015, quando la Unione Europea decide di dare vita all’European Union Naval Force Mediterranean (Eunavfor Med), una operazione militare per neutralizzare le tratte consolidate delle rotte dei trafficanti.

E i militari impegnati nella ricognizione producono un rapporto che inspiegabilmente finisce al procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro. Che il 22 marzo scorso viene sentito dal Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen. Le sue affermazioni sono esplosive.

«A partire dal settembre-ottobre del 2016 – denuncia il procuratore -, abbiamo registrato un improvviso proliferare di unità navali di queste Ong che hanno fatto il lavoro che prima gli organizzatori svolgevano, cioè quello di accompagnare fino al nostro territorio i barconi dei migranti».

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Audizione Zuccaro >>>

Accuse pesantissime. Nei fatti, sostiene la Procura di Catania, le navi Ong si sono trasformate in taxi del mare sostituendo i trafficanti dei migranti.

Dunque, sulla scrivania di Zuccaro finisce il rapporto di Eunavformed. Nelle sue interviste e dichiarazioni, il procuratore di Catania lascia intendere che questo materiale è inservibile ai fini processuali.

In realtà non è ancora chiaro se abbia delegato la polizia giudiziaria a sviluppare le indagini.

Perché un rapporto di una struttura militare europea finisce a un procuratore di Catania? Chi deve essere l’interlocutore istituzionale italiano di Eunavformed?

Naturalmente si conosce il giorno della conversazione captata, ovvero il giorno del passaggio dei migranti dai barchini dei trafficanti alla nave delle Ong. Basta poco per risalire alla nave e all’equipaggio (che sembrerebbe essere ucraino). Questo non per chiudere le indagini ma soltanto per aprirle. E invece il procuratore di Catania decide di giocare a carte scoperte. Creando una tempesta politica.

Guido Ruotolo  per TISCALI.IT

Zuccaro:

“Tra gli strumenti per poter meglio lavorare e riprendere l’azione investigativa sarebbero utili le intercettazioni delle comunicazioni satellitari usati per la richiesta di soccorsi dei migranti: dall’esame del traffico telefonico di questi Turaya potrebbero emergere elementi importanti per individuare di trafficanti”. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, in audizione alla commissione Difesa del Senato. “Gli scafisti – ha ricordato Zuccaro – ricevono spesso l’indicazione di gettare in mare il telefono se il soccorso viene fatto da navi militari, mentre con navi civili il satellitare viene preso da terze persone e riutilizzato per altre operazioni di soccorso. Sono state infatti segnalate chiamate partite dallo stesso cellulare”.

Tra il il personale delle Ong vi sono figure “non proprio collimabili con quelle dei filantropi“. Lo ha detto il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro nel corso dell’audizione in Commissione Difesa del Senato ribadendo che sarebbe “molto utile individuare le fonti di finanziamento delle Ong di più recente nascita”. “Il fine di solidarietà è tra i più nobili tra quelli perseguiti dall’uomo – ha aggiunto – e tanto più è vasta tanto più è nobile. Ma in questo caso vi sono interessi in gioco non solo di chi viene salvato”.

“Gommoni e barconi carichi di migranti non sempre sono soli quando lasciano le acque territoriali libiche” ha poi riferito il procuratore nel corso della sua audizione in commissione Difesa del Senato, chiedendo che sul punto fosse sospesa la trasmissione del suo intervento. ANSA

 “Non si può ospitare in Italia tutti i migranti economici: per le ong questo non è un discrimine, ma per uno Stato sì”.

Le organizzazioni mafiose italiane appetiscono all’ingente quantità di denaro erogata per l’accoglienza dei migranti, parliamo di cifre notevoli, in parte intercettate dalle mafie“. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, in audizione alla commissione Difesa del Senato, segnalando ad esempio che “ci sono centri che accolgono minori che non hanno idoneità”. ansa

dal video:

00:23:08 …”Nel corso del 2017, in cui c’è un proliferare di sbarchi veramente incredibile, noi abbiamo almeno il 50% dei salvataggi che viene effettuato da queste ONG. Parallelamente a questo, noi registriamo un dato che, ovviamente, ci desta preoccupazione e, cioè, il fatto che il numero di morti in mare nel corso del 2016 e del 2017, e parlo solo di dati ufficiali, ha raggiunto un numero elevatissimo. Nel corso del 2016 mi risulta che oltre 5.000 persone – dati ufficiali – sarebbero morte in mare nel tentativo di entrare in Europa. Per quanto il nostro distretto, quello catanese, abbiamo più di 2.000 morti nel triennio 2013-2015 e questo numero di morti non accenna a diminuire; vi ho detto che nel 2016 siamo arrivati a quella cifra. Il che mi induce a ritenere che la presenza di queste organizzazioni, a prescindere dagli intenti per cui operano, non ha attenuato, purtroppo, il numero delle tragedie in mare. Sono convinto del fatto che i dati ufficiali di questi morti rispecchino soltanto in maniera molto, ma molto approssimativa il dato effettivo delle tragedie che si verificano nel nostro mare. Perché questo? Perché noi stiamo constatando il fatto che, effettivamente, i barconi su cui queste genti vengono fatte salire sono sempre più inadeguati al loro scopo, sono sempre più inidonei e le persone che si pongono alla guida di questi barconi sono sempre più inidonee. Ormai, non sono più appartenenti, sia pure a livello basso, della organizzazione del traffico; ma stiamo parlando di persone che vengono scelte all’ultimo momento tra gli stessi migranti, a cui viene data in mano una bussola, quando gli viene dato in mano una bussola e un telefono satellitare, quando gli viene dato in mano un telefono satellitare e gli si dice di seguire una determinata rotta che tanto, prima o poi, questo è certo, li verrà a soccorrere, questo è certo – quello che viene detto a loro – li verrà a soccorrere una ONG. Io sono convinto del fatto che, per quanto possano essere numerose, quelle ONG non riescono a coprire tutto l’intenso traffico che sta avvenendo in questo momento dalle coste della Libia in particolare, che è il mio osservatorio principale. Resta il fatto che coloro che hanno la fortuna di salire su queste unità navali, affrontano il viaggio in condizioni, certamente, ottimali.” … “Tuttavia vi sono tutti gli altri, le cui speranze vengono alimentate dal fatto di potere contare sul salvataggio, che, poi, molte volte non si realizza. Ora, cosa questo comporta per quanto riguarda la nostra attività giudiziaria? Che la possibilità di poter intercettare i cosiddetti facilitatori, cioè, le imbarcazioni che accompagnavano, prima, nei primi tratti delle acque internazionali questi barconi di migranti, oggi ci possiamo dimenticare di poterli identificare. Noi, neanche a questo livello medio-basso dell’organizzazione del traffico riusciamo più ad arrivare perché queste ONG, indubbiamente, hanno fatto venir meno questa esigenza. …” 00:27:43

Ma, a ciel sereno: Che ci faceva oggi Soros nello studio di Gentiloni a Palazzo Chigi? Quali rapporti intrattiene con il Governo italiano il finanziatore delle ONG?

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1154.- COME FUNZIONA IL BUSINESS DEL TRAFFICO DI ESSERI UMANI IN LIBIA. Su FB il video completo dell’audizione di Zuccaro alla Camera, sulle ONG.

Nancy Porsia da Sabratha, in Libia, racconta i retroscena del lucroso traffico di esseri umani e del ruolo della guardia costiera libica.

SABRATA, LIBIA – Passiamo davanti a un casolare di campagna. Lì sono parcheggiati decine di pick up Toyota blu con la scritta shurta, che in arabo significa polizia. Scivolando lentamente in macchina scattiamo delle foto. Una raffica di colpi di kalashnikov e urla ci costringono a fermarci. La nostra auto viene circondata da uomini vestiti con uniformi una diversa dall’altra e alcuni di loro sono in abiti civili.

Siamo a Sabrata, città 80 chilometri a ovest di Tripoli e principale punto di imbarco delle migliaia di migranti che dalle coste libiche tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa.

In macchina con noi viaggia il capo del Dipartimento locale anti-migrazione irregolare, Bassam al-Ghabli. Gli uomini non si rilassano neanche alla presenza di Ghabli, responsabile del dipartimento che opera sotto il ministero degli Interni di Tripoli.

“Non mi hanno ancora ucciso perché faccio parte di una tribù importante” spiega Al Ghabli, mentre ci accompagna verso un promontorio, in arabo al-jorf, che finisce a strapiombo nel Mediterraneo creando una sorta di golfo. All’indomani dei naufragi, il golfo finisce per trasformarsi molto spesso in una sorta di fossa comune per migranti.

“Fino a qualche giorno fa, decine di corpi erano ancora laggiù”, ci racconta Ghabli indicando con la mano la parte bassa di al-jorf.

Chiediamo di andare a visitare il cimitero dove sono seppellite le centinaia di corpi di migranti che negli ultimi due anni hanno tentato la sorte salpando dalla costa vicino Sabrata, ma Ghabli risponde laconico: “È molto pericoloso e non posso garantire fin laggiù”.

Il cimitero per migranti di Sabrata è 30 chilometri a sud della città e la strada che porta fin laggiù è territorio di nessuno, ci spiega un volontario della Mezzaluna Rossa libica che per due giorni ha trasportato i cadaveri dalla spiaggia.

“Laggiù non garantisce neanche al-Ammu”, dice l’uomo che ha accettato di parlare in condizioni di anonimato. Al-Ammu, al secolo Ahmed Dabbashi, si distinse nel 2011 per le sue gesta eroiche contro le forze dell’ex regime di Muammar Gheddafi.

All’indomani della Rivoluzione, entrò nel business del traffico di esseri umani mettendo su un grande impero economico. Con la fortuna accumulata costruì la più potente milizia locale, Anas Dabbashi, intitolata a un suo cugino morto combattendo nel 2011.

Oggi la milizia Anas Dabbashi è la più imponente forza armata in città tanto da essersi aggiudicata il controllo dell’impianto dell’Eni, Mellita Oil & Gas, 40 chilometri a ovest di Sabrata.

“Per al-Ammu l’unico concorrente sulla piazza del traffico dei migranti a Sabrata è il dottor Mussab Abu Ghrein”, ci spiega un uomo di Sabrata che di gommoni ne ha visti partire a decine.

Sul dottor Mussab Abu Ghrein non ci dà altri dettagli, si limita a raccontarci che lavora benissimo con i sudanesi che gestiscono i grandi numeri di migranti subsahariani, mettendo a dura prova il business di al-Ammu.

“Nelle case di campagna alla periferia della città, sono stipate centinaia di persone, tutti provenienti dall’africa subsahariana. Molti sono ancora dei bambini”, dice la fonte che, come tanti, decide di parlare solo in condizioni di anonimato.

“Ho sentito che l’Unione europea ha chiesto alla guardia costiera libica di fermare i trafficanti”, dice l’uomo, e scoppia in una sonora risata.

Lo scorso giugno Bruxelles ha siglato un Memorandum of Understanding con la guardia costiera libica per smantellare – come riporta il documento – la rete dei trafficanti di migranti nel “Mediterraneo centrale”. Questo è il nome con cui l’agenzia europea per il controllo dei confini Frontex definisce la rotta dei migranti che passa per la Libia e arriva fino alle coste italiane.

“Sono proprio i guardia coste a regolare il traffico qui in zona”, spiega la fonte, dopo essersi ricomposto.

Dalla fine della rivoluzione contro Gheddafi nel 2011, l’unità della guardia costiera locale non è più operativa e da allora i guardia coste della città di Zawiya sono ufficialmente incaricati dal commando centrale di Tripoli del pattugliamento della costa occidentale libica.

“Al-Bija è il capo indiscusso del traffico dei migranti”, dice una fonte militare di Zawiya sopravvissuta già a due attentati contro la sua vita.

Abdurahman Milad, conosciuto come al-Bija, è l’attuale comandante della guardia costiera a Zawiya. Negli ultimi due anni ha estromesso tutti i colleghi e i sottoposti che non si piegavano al suo sistema, racconta la fonte.

Dall’inizio del 2015 al-Bija ha preso in mano il controllo del traffico dei migranti dettando le sue regole dalla costa a ovest di Tripoli fino al confine tunisino. Anche a Sabrata, al-Ammu e il Dottor Mussab Abu Ghrein si sono dovuti adeguare, continua la fonte mentre si guarda attorno nervoso in una caffetteria al centro di Zawiya.

Da Sabrata, che si trova 40 chilometri a ovest di Zawiya, sono partiti gli oltre 181mila migranti giunti in Italia attraverso il Mediterraneo nel corso del 2016 secondo i dati Unhcr. E da Sabrata si sarebbero imbarcati molti dei cinquemila naufraghi morti in mare da inizio anno.

I primi di gennaio del 2017, lo stesso ministro degli Interni italiano Marco Minniti aveva dichiarato in conferenza stampa a Roma che il 95 per cento degli arrivi dei migranti via mare in Italia giunge dalle coste libiche. “Ed è chiaro che il fenomeno va affrontato” aggiunse Minniti. Detto fatto, oggi il ministro degli Interni incontra a Tripoli rappresentanti di quello che stenta a decollare come governo di unità nazionale per via della frammentazione politica nel paese nordafricano e la conseguente guerra civile ancora in corso dal 2014.

Ma a quanto pare questo rimane un dettaglio per l’Europa e l’Italia che, compatte, tentano il colpo di coda per legittimare una autorità senza alcun potere sul territorio.

La guardia costiera libica che le forze navali italiane stanno addestrando dallo scorso novembre, come previsto dal Memorandum of Understanding, sarà presto in grado di coprire le operazioni di ricerca e soccorso (SAR) fino a 84 miglia dalle coste libiche, quindi la quasi totalità della rotta migratoria del Mediterraneo Centrale al centro dell’incontro tra Minniti e i rappresentanti del Consiglio Presidenziale guidato da Fajez Al Serraj.

Tuttavia la Libia resta un paese in guerra civile, quindi paese terzo non sicuro – come da gergo tecnico delle politiche migratorie europee. E le prospettive di gestione delle centinaia di donne e uomini e bambini che transitano nel paese restano ignote.

“O i trafficanti pagano prima di mettere in acqua la gente, o al-Bija sguinzaglia i suoi uomini per attaccare le imbarcazioni”, sottolinea l’uomo, e continua: “Delle volte portano via il motore solo per ripicca, e se lo rivendono incassando fino a settemila euro”.

Tuttavia il vero business di al-Bija sta nel recupero della “mercanzia” in mare: i guardia coste di Zawiya ripescano i migranti fatti partire dai trafficanti che non hanno preventivamente corrisposto loro la quota e li riportano a terra dove vengono trasferiti al centro di detenzione per migranti al-Nasser a Zawiya.

Il centro di Zawiya è gestito dalla famiglia Nasser che appartiene alla tribù Abu Hamayra, la stessa di cui fa parte al-Bija. La milizia Nasser aprì i battenti del centro di detenzione lo scorso marzo: mentre al-Bija riempiva gli stanzoni con centinai di migranti, i Nasser chiedevano al ministero degli Interni a Tripoli il riconoscimento ufficiale.

Poco dopo l’apertura, una notte di fine marzo, decine di migranti tentarono la fuga e le guardie aprirono il fuoco uccidendone 13 e ferendone a decine. I sopravvissuti furono trasferiti al centro Abu Aissa, operativo in città sin dai tempi del regime di Gheddafi.

Da allora decine di attacchi da parte di uomini non identificati si sono registrati presso il centro Abu Aissa, fino all’ultimo in cui un uomo, munito di kalashnikov, ha aperto il fuoco sulla centralina elettrica del centro. Il direttore allora gettò la spugna, facendo trasferire i migranti in altri centri a Tripoli.

Dallo scorso ottobre l’unico centro rimasto operativo a ovest di Tripoli è Nasser. “Al-Bija e i Nasser sono in affari”, spiega la fonte militare. Lì i migranti vengono venduti a giornata come lavoratori fino a quando le guardie non recuperano per ogni migrante almeno 200 euro, il prezzo della loro libertà.

Qui, un fermo immagine del video completo dell’audizione di Zuccaro alla Camera, sulle ONG che trovate su Facebook, alla pagina VENETO UNICO.

 

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Giulio Cavalli ci offre alcuni stralci dell’audizione del procuratore della Repubblica presso il tribunale di Catania, dottor Carmelo Zuccaro presso  il “Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen, di vigilanza sull’attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione”.

Ne sono nati diversi commenti, favorevoli e ostili. Più di qualcuno però ha dimostrato interesse per conoscere a fondo prima di deliberare (che è sempre una buona notizia) e altri hanno (giustamente) sottolineato come delle frasi estrapolate possano essere fraintendibili. Un bel dibattito, comunque. Sano. Su Facebook, il video completo, senza tagli:

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