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1673.- NIGERIA, IL CANNIBALISMO PER MAGIA NERA. Un rapporto della Commissione Canadese per l’Immigrazione.

Nigeria: prevalenza dell’omicidio rituale e del sacrificio umano; risposta della polizia e dello stato (2009-2012)

In Nigeria li chiamano “ritualistics”. Sono una piaga che la polizia non sa, e forse teme di contenere.

nigeriano

Qui sotto un rapporto della Commissione canadese per i rifugiati e gli immigrati

1. Panoramica
Secondo varie fonti, le uccisioni rituali in Nigeria vengono eseguite per ottenere parti del corpo umano da utilizzare nei rituali ( Daily Trust, 21 giugno 2010, Osumah e Aghedo, giugno 2011, 279, Sahara Reporters 3 luglio 2012), pozioni ( Daily Trust 21 giugno 2010; Questo giorno 26 settembre 2010) e incantesimi ( The Punch 10 agosto 2012; Sahara Reporters 3 luglio 2012). Il quotidiano di Lagos This Day spiega che “i ritualisti, conosciuti anche come cacciatori di teste, vanno alla ricerca di parti umane su richiesta degli erboristi, che li richiedono per i sacrifici o per la preparazione di varie pozioni magiche” (26 settembre 2010) . Allo stesso modo, il Daily Trust di Abuja indica che le parti del corpo umano vengono portate dagli erboristi che eseguono i rituali (21 giugno 2010). Tali riti sono motivati ​​secondo la convinzione che possono portare potere e ricchezza a un individuo ( Leadership 30 aprile 2012, The Punch, 10 agosto 2012, Daily Trust, 21 giugno 2010). Le fonti indicano anche che si ritiene che gli incantesimi rendano invincibile una persona ( The Punch 10 agosto 2012) e li proteggano da insuccessi, malattie, incidenti e “attacchi spirituali” ( Daily Trust 21 giugno 2010).

Secondo il quotidiano Punzon , “molti” nigeriani “sono stati fatti credere” nell’efficacia di tali rituali (10 agosto 2012). Il Daily Trust indica che “molti esperti” attribuiscono la prevalenza dell’omicidio rituale alla “continua credenza tra molti nigeriani, … anche educati, nel soprannaturale” (21 giugno 2010). Allo stesso modo, un articolo pubblicato da Sahara Reporters, una “comunità online di giornalisti e sostenitori sociali” nigeriani (25 luglio 2010), afferma che la credenza nel potere dell’omicidio rituale “è molto forte tra la popolazione locale [della Nigeria meridionale] incluse persone di diverse fedi e background educativi “e non solo tra” analfabeti fetish tradizionali “(3 luglio 2012).

In un articolo accademico sul rapimento in Nigeria, i ricercatori della Ambrose Alli University di Ekpoma, Edo State e l’Università del Benin a Benin City affermano che gli obiettivi tradizionali del rapimento rituale sono “bambini, matti e disabili” (Osumah e Aghedo Giugno 2011, 279). Allo stesso modo, l’articolo del Sahara Reporters afferma che “membri vulnerabili della società”, come donne, bambini, anziani e persone con disabilità, così come familiari di rituali, sono presi di mira e uccisi (3 luglio 2012). Secondo un sociologo dell’Università Bayero di Kano intervistato da Agence France-Presse, “i preti fetish [in Nigeria] sono noti per favorire le parti del corpo dei bambini per pozioni ricche di richiamo rapido” (4 luglio 2009).

2. Prevalenza
Secondo questo giorno , gli omicidi rituali sono “una pratica comune” in Nigeria (26 settembre 2010). Questa affermazione è parzialmente confermata dall’articolo del Sahara Reporters, che afferma che l’omicidio rituale è comune nella Nigeria meridionale (3 luglio 2012). The Daily Trust scrive che le uccisioni rituali continuano ad essere praticate in Nigeria e sono diventate più diffuse dal 1999 (21 giugno 2010). Allo stesso modo, un articolo del 2012 del Daily Independent afferma che “negli ultimi tempi, il numero di … omicidi brutali, principalmente per scopi rituali e altre circostanze, che coinvolgono coppie e loro partner, è in costante progresso” (30 luglio 2012). Al contrario, un ricercatore associato presso la Scuola di Studi Orientali e Africani dell’Università di Londra che ha studiato e scritto sulle religioni nigeriane ha dichiarato in corrispondenza con la Direzione della Ricerca che, mentre l’omicidio rituale si verifica in Nigeria, non è un “sistematico” pratica “(31 ottobre 2012).

Secondo un rapporto pubblicato su Leadership , l’omicidio rituale non è limitato a nessuna parte specifica del paese e “ogni regione, tribù e stato ha la sua parte di flagello” (30 aprile 2012). Tuttavia, nel 2009, questo giorno ha riferito che un memorandum riservato della polizia nigeriana ai servizi di sicurezza registrati ha indicato che le uccisioni rituali erano particolarmente diffuse negli stati di Lagos, Ogun, Kaduna, Abia, Kwara, Abuja, Rivers e Kogi (26 Ott. 2009). Le informazioni di convalida non sono state reperite dalla direzione della ricerca entro i limiti di tempo di questa risposta.

Nel 2010, un giornale ha riferito che corpi morti con organi mancanti venivano scoperti ogni giorno su una strada vicina alla Lagos State University che era descritta come un “punto caldo per gli assassini rituali” ( Questo giorno 26 settembre 2010). Un secondo giornale ha riportato nel febbraio 2011 che, nella stessa zona, dieci persone erano state uccise in presunti omicidi rituali nei due mesi precedenti ( Daily Times 11 febbraio 2011). Un articolo del 2009 pubblicato da Agence France-Presse riportava che, secondo un funzionario del governo statale, il rapimento di bambini per omicidio rituale era in aumento a Kano (4 luglio 2009).

3. Incidenti specifici di omicidio rituale
Fonti nigeriane riferiscono sull’uccisione di una persona “gobba” in quattro diversi incidenti: nella capitale dello Stato di Ondo nel 2012 ( Leadership il 30 aprile 2012), nel sud del paese nel 2011 (Sahara Reporters del 3 luglio 2012), nello stato di Kogi nel 2010 ( Daily Independent 24 febbraio 2010), e nello stato di Osun nel 2009 ( questo giorno 27 ottobre 2009). La “supposizione” delle vittime è stata rimossa, secondo quanto riferito per l’uso nei rituali di fare soldi ( Leadership il 30 aprile 2012; Sahara Reporters 3 luglio 2012; Daily Independent 24 febbraio 2010; This Day 27 Oct. 2009).

Fonti dei media hanno documentato i seguenti episodi di omicidio rituale che hanno provocato arresti:

Nel maggio 2012, nello stato di Kogi, un serial killer condannato ed ex soldato ha ucciso una studentessa di 22 anni, con l’intenzione di smembrare il suo corpo per scopi rituali, prima di essere arrestato dalla polizia (APA 19 maggio 2012; Vanguard 2 giugno 2012) . L’assassino sarebbe stato condannato per omicidio e condannato a morte nel 2003, ma in seguito fu prosciolto e rilasciato (ibidem, APA 19 maggio 2012).
Nel luglio 2012, due uomini dello stato di Nasawara hanno confessato di aver ucciso un bambino di sette anni, figlio di un vicino di casa, e di recidere la testa per un uomo che aveva promesso loro 250.000 Naira nigeriane [C $ 1,591 (XE 1 Nov. 2012)] per esso ( The Punch 10 agosto 2012; Channel S TV 24 luglio 2012).
Nel luglio 2012, due uomini sono stati arrestati a Lagos per aver ucciso e smembrato il fratello e riferito che vendeva parti del suo corpo ( The Punch 10 agosto 2012, Daily Times 27 luglio 2012, Nigeria online il 28 luglio 2012).
Nell’agosto del 2012, nello stato di Ebonyi, sette persone sono state arrestate per sequestro di persona, uccisione e smembramento di una giovane ragazza, a quanto riferito per rituali monetari; due dei sospettati hanno confessato il crimine ( Vanguard 28 agosto 2012; Guardian 31 agosto 2012).
Fonti dei media documentano anche i seguenti casi di sospetto omicidio rituale che hanno provocato arresti:

Nel 2012, nello stato di Osun, un giovane è stato trovato morto con la testa e i genitali recisi dal suo corpo; un amico intimo dell’uomo è stato arrestato in relazione all’omicidio ( Leadership 30 aprile 2012, Nigerian Tribune 22 aprile 2012). Una fonte indica che un erborista che a quanto si dice esegue rituali monetari e altri due individui sono stati arrestati come sospetti (ibid.).
Nel 2012, nello stato di Abia, due uomini hanno rapito e ucciso due bambini di quattro e sei anni, hanno rimosso i loro organi vitali e li hanno seppelliti, prima di essere arrestati ( The Sun 18 giugno 2012; Nigeria Newspoint [2012a]).
Nel giugno 2012, nello stato di Nasawara, un uomo e uno “stregone” sono stati arrestati per il loro coinvolgimento in quello che la polizia sospettava essere un omicidio rituale della moglie dell’uomo, il cui corpo è stato ritrovato con alcune parti del corpo mancanti ( The Nation 26 giugno 2012 ; Daily Trust 26 giugno 2012).
Fonti dei media documentano anche i seguenti casi di sospetto omicidio rituale per il quale non sono stati arrestati sospetti:

Nel febbraio 2011, vicino a Jos, nello stato di Plateau, una coppia di anziani è stata decapitata e i loro nipoti sono stati picchiati a morte in quello che la polizia sospettava fosse un’uccisione rituale perché gli assassini erano partiti con la testa della donna (Reuters 12 febbraio 2011; 13 febbraio 2011, direzione 30 aprile 2012).
Nell’aprile 2012, una donna è stata trovata lungo una superstrada di Abuja con la testa e genitali recisi dal suo corpo (ibid. 30 aprile 2012; Trust settimanale 14 aprile 2012).
Nel giugno 2012, nello Stato di Imo, una donna è stata uccisa da sconosciuti ( Nigeria Newspoint [2012b]; Leadership 10 giugno 2012). La sua testa e alcuni organi interni erano stati rimossi (ibid.).
Le informazioni sui risultati dei casi di cui sopra non sono state trovate tra le fonti consultate dalla direzione della ricerca entro i limiti di tempo di questa risposta.

4. Risposta dello Stato
Secondo il ricercatore dell’Università di Londra, “non esiste una risposta istituzionalizzata riconosciuta [agli omicidi rituali] da parte della polizia o dello stato” (31 ottobre 2012). Il ricercatore ha aggiunto, inoltre, che a causa della corruzione nella polizia e nelle istituzioni statali, “qualsiasi azione o inerzia non sarebbe necessariamente trasparente” (31 ottobre 2012).

Nell’ottobre 2012, il Governatore dello Stato di Zamfara, in risposta a “notizie di incessanti uccisioni e sparizioni di persone”, in particolare bambini, avrebbe ammonito “rituali assassini e cultisti” in un discorso pubblico di lasciare lo stato, aggiungendo che sarebbero soggetti alla pena di morte se ritenuto colpevole di omicidio ( Daily Trust 20 ottobre 2012). Ulteriori informazioni sulla risposta delle autorità statali alle uccisioni rituali non sono state trovate tra le fonti consultate dalla direzione della ricerca entro i limiti di tempo di questa risposta.

4.1 Legislazione
Secondo il Codice Penale (1990) della Nigeria, una persona che commette un omicidio sarà condannata a morte (Nigeria 1990, Sec. 319 (1)). Allo stesso modo, sottoporre una persona a un “processo di prova” che risulta nella morte è punibile anche con la condanna a morte (ibid., Punto 208). Una persona trovata in possesso di una testa umana o di un cranio entro sei mesi dalla sua rimozione da un corpo o da uno scheletro può essere condannata a cinque anni di carcere (ibid., Sez. 329A (1)).

Il codice penale afferma inoltre che:

Qualsiasi persona che-

con le sue dichiarazioni o azioni rappresenta se stesso essere una strega o avere il potere della stregoneria; o
accusa o minaccia di accusare una persona di essere una strega o di avere il potere della stregoneria; o
fa o vende o usa, o assiste o prende parte alla produzione o alla vendita o all’uso, o ha in suo possesso o si rappresenta di essere in possesso di qualsiasi juju, droga o incanto che è destinato a essere utilizzato o segnalato di possedere il potere di impedire o ritardare qualsiasi persona dal compiere un atto che tale persona ha il diritto legale di fare, o costringere qualsiasi persona a fare un atto che tale persona ha il diritto legale di astenersi dal fare, o che è presunta o dichiarata di possedere il potere di causare qualsiasi fenomeno naturale o malattia o epidemia; o
dirige o controlla o presiede o è presente o prende parte al culto o invocazione di qualsiasi juju che è vietato da un ordine del Commissario di Stato; o
è in possesso o ha il controllo su eventuali resti umani che sono utilizzati o sono destinati ad essere utilizzati in connessione con il culto di invocazione di qualsiasi juju; o
fa o usa o assiste nel fabbricare o utilizzare, o ha in suo possesso, qualsiasi cosa che la produzione, l’uso o il possesso siano stati vietati da un ordine come tale o che si ritiene sia associato al sacrificio umano o ad altra pratica illecita;
è colpevole di un reato minore ed è passibile di carcere per due anni. (ibid., Sec. 210).

Le fonti indicano che il codice penale è applicabile agli stati del sud della Nigeria ( Vanguard 28 luglio 2011; Leadership 5 agosto 2011).

Nei 19 stati del nord del paese, si applica il codice penale della Nigeria (ibid., Vanguard 28 luglio 2011). Secondo un articolo del volume del 2007 e del 2008 della University of Ilorin Law Journal , il codice penale criminalizza l’atto di rappresentare se stessi come una strega, accusando un’altra persona di stregoneria, possedendo qualsiasi juju, droga o fascino da usare nei rituali di stregoneria, e invocando juju “illegale” (Etudaiye 2007 e 2008, 4, nota 14). Pare inoltre che criminalizzi il processo con l’ordalia, il cannibalismo e il possesso illegale di un capo umano (ibidem 5-6).

FATE ATTENZIONE:

(qui immaginiche possono rivoltare)

donna fatta a pezzi

4.1.1 Applicazione della legislazione e del processo
Le informazioni sui procedimenti giudiziari per omicidio rituale erano scarse tra le fonti consultate dalla direzione della ricerca entro i limiti di tempo di questa risposta.

Secondo la direzione , il numero di casi irrisolti di omicidio rituale è “preoccupante” (30 aprile 2012). The Punch indica che molte vittime di uccisioni rituali scompaiono e non vengono mai trovate (10 agosto 2012). I giornali riportano che, nel dicembre 2011, un uomo è stato condannato a morte a Kano per aver ucciso e decapitato una donna nel 1992 ( Nigerian Tribune 7 dic. 2011; Vanguard 7 dic. 2011). Secondo quanto riferito, l’omicidio è stato eseguito per scopi rituali (ibid.).

Le fonti riferiscono che un ex commissario per le informazioni dello stato di Jigawa è stato condannato nel gennaio 2010 per l’omicidio rituale di due bambini e condannato all’ergastolo ( Leadership il 30 aprile 2012; The Will 6 Jan. 2010). Tuttavia, secondo quanto riferito, è stato assolto nel 2012 a causa della “mancanza di prove o prove dirette” ( Daily Independent 25 luglio 2012).

Questa risposta è stata elaborata dopo aver ricercato informazioni pubblicamente accessibili attualmente disponibili per la Direzione della ricerca entro limiti di tempo. Questa risposta non è, e non pretende di essere, conclusiva quanto al merito di ogni particolare richiesta di protezione dei rifugiati. Di seguito è riportato l’elenco delle fonti consultate nella ricerca di questa richiesta di informazioni.

Riferimenti
Agence France-Presse (AFP). 4 luglio 2009. Aminu Abubakar. “Bambino che si aggira per i rituali in aumento in Nigeria.” [Accesso al 25 ottobre 2012]

Agence de presse africaine (APA). 19 maggio 2012. “La polizia nigeriana ha arrestato il presunto serial killer”. (Factiva)

Canale S TV. 24 luglio 2012. “I rituali uccidono un bambino di sette anni a Nasarawa”. [Accesso al 25 ottobre 2012]

Daily Independent [Lagos]. 30 luglio 2012. Yaqoub Popoola. “Ekiti: infinita storia di omicidio rituale”. [Accesso 20 novembre 2012]

_____. 25 luglio 2012. Abubakar Sharada. “La Corte ha acquisito l’ex commissario di Jigawa.” [Accesso 26 ottobre 2012]

_____. 24 febbraio 2010. Olufemi Yahaya. “La polizia di Kogi arresta cinque rituali assassini”. (Factiva)

Daily Times [Abuja]. 27 luglio 2012. Patience Ogbo. “Police Nab Two Men Living with Corpse of Brother”. [Accesso al 25 ottobre 2012]

_____. 11 febbraio 2011. Dele Bodunde. “Gli studenti di college di Lagos sollevano l’allarme sugli omicidi rituali nei pressi del campus”. [Accesso al 25 ottobre 2012]

Trust quotidiano [Abuja]. 20 ottobre 2012. “Ritualists, Cultists to Die in Zamfara – Governor Yari.” (Factiva)

_____. 26 giugno 2012. “Nigeria: Poliziotto Nab Two on Supped Ritual Killing of a Woman in Lafia.” [Accesso 17 ottobre 2012]

_____. 21 giugno 2010. “Trattare con i crimini di omicidio per rituale”. (Factiva)

Etudaiye, Muhtar A. 2007 e 2008. “La delimitazione della responsabilità criminale nei crimini basati sulla cultura in Nigeria: evoluzione di una nuova teoria della colpa”. Giornale di diritto dell’Università di Ilorin. Vol. 3 e 4, n. 9. [Accesso al 25 ottobre 2012]

The Guardian [Lagos]. 31 agosto 2012. Leo Sobechi. “Omicidio rituale dell’adolescente: la polizia di Ebonyi Nab Seven Suspects”. [Accesso al 25 ottobre 2012]

Leadership [Abuja]. 10 giugno 2012. Stanley Uzoaru. “Nigeria: la donna di decapitazione ritualista nello stato di Imo”. [Accesso al 25 ottobre 2012]

_____. 30 aprile 2012. Fred Itua e Chalya Dul. “Rituali uccisioni – vecchia tradizione, nuove torsioni”. (Factiva)

_____. 5 agosto 2011. Tony Amokeodo e Ahuraka Isah. “Nigeria: ‘Non possiamo usare le leggi arcaiche per combattere il crimine’”. [Accesso 1 novembre 2012]

The Nation [Lagos]. 26 giugno 2012. Johnny Danjuma. “La polizia arresta l’uomo per la morte della moglie”. [Accesso al 25 ottobre 2012]

Nigeria. 1990. Legge sul codice penale . [Accesso al 25 ottobre 2012]

Nigeria Newspoint [Owerri, Nigeria]. [2012a]. “Padre di Slain School Children grida aiuto.” [Accesso al 25 ottobre 2012]

_____. [2012b]. “Omicidio rituale: Egbu Postpones Festival.” [Accesso 17 ottobre 2012]

Tribuna nigeriana [Ibadan]. 22 aprile 2012. Oluwatoyin Malik. “Ho accolto il figlio del mio amico, ma ha pianificato l’uccisione di mio figlio per rituale – Padre dello SSS3 studente assassinato a Osun”. [Accesso al 25 ottobre 2012]

Nigeria online. 28 luglio 2012. “Orrore a Lagos come fratelli uccidi fratello, vendi le sue parti del corpo”. [Accesso al 25 ottobre 2012]

Osumah, Oarhe e Iro Aghedo. Giugno 2011. “Chi vuol essere milionario? I giovani nigeriani e la mercificazione del rapimento”. Rassegna di economia politica africana . Vol. 38, n. 128.

Stampa Trust of India. 13 febbraio 2011. “Quattro di una famiglia uccisa per sacrificio rituale in Nigeria”. (Factiva)

The Punch [Lagos]. 10 agosto 2012. Azuka Onwuka. “Harm Nollywood and Religion Causa Nigeria”. [Accesso 17 ottobre 2012]

Ricercatore, Dipartimento di Antropologia e Sociologia, Scuola di Studi Orientali e Africani, Università di Londra. 31 ottobre 2012. Corrispondenza inviata alla direzione della ricerca.

Reuters. 12 febbraio 2011. “Anziana coppia decapitata nel centro del villaggio nigeriano”. (Factiva)

Reporter Sahara. 3 luglio 2012. Leo Igwe. “Uccisioni rituali e gobbi in Nigeria”. [Accesso 17 ottobre 2012]

_____. 25 luglio 2010. “A proposito di reporter Sahara”. [Accesso al 25 ottobre 2012]

The Sun [Lagos]. 18 giugno 2012. Okey Sampson. “I soldati arrestano i sospetti su Omicidio rituale in Aba”. [Accesso 17 ottobre 2012]

Questo giorno [Lagos]. 26 settembre 2010. Ebere Nwiro. “LASU-Iba Road’s Den of Ritual Killers”. [Accesso al 25 ottobre 2012]

_____. 27 ottobre 2009. Ademola Adeyemo. “Osun – Intrighi e politica di un omicidio”. (Factiva)

_____. 26 ottobre 2009. Gboyega Akinsanmi. “Lagos, Ogun, Kaduna nominano Hotspot per l’omicidio rituale.” (Factiva)

_____. 7 dicembre 2011. Kola Oyelere. “L’uomo condannato a morte appeso a Kano.” [Accesso al 25 ottobre 2012]

Università di Ilorin. Nd “Pubblicazioni”. [Accesso al 25 ottobre 2012]

Vanguard [Lagos]. 28 agosto 2012. Peter Okutu. “Polizia Nab 7 su presunto rituale uccisione di una ragazza di 7 anni.” [Accesso 17 ottobre 2012]

_____. 2 giugno 2012. Boluwaji Obahopo. “SCOSSA: Come una studentessa è stata uccisa da un cannibale.” [Accesso 17 ottobre 2012]

_____. 7 dicembre 2011. Abdulsalam Muhammad. “Nigeria: uomo condannato a morte nel 1992, omicidio rituale”. [Accesso 17 ottobre 2012]

_____. 28 luglio 2011. Ikechukwu Nnochiri. “Il sistema di giustizia penale in Nigeria è obsoleto, dice NBA”. [Accesso 1 novembre 2012]

Trust settimanale [Abuja]. 14 aprile 2012. Solomon Chung. “Spavento rituale ad Abuja dopo aver trovato il corpo senza testa della donna”. [Accesso al 25 ottobre 2012]

La volontà . 6 gennaio 2010. “Omicidio minorile: ex commissario di Jigawa. [Accesso 6 gennaio 2010]

1 novembre 2012. “Currency Converter Widget.” [Accesso 1 novembre 2012]

Qui sotto un articolo dal giornale The Cable

It’s time to rein in on ritualists

“E’ tempo di mettere a freno i ritualisti”
Di Ebuka Nwangwo

La polizia ha scoperto un paio di nascondigli – dove sono state trovate parti di corpi umani – ritenute tane per i ritualisti.

In un caso molto patetico, riportato dal quotidiano dei guardiani nigeriani, uno spazzino ha richiamato l’attenzione dei passanti quando ha sentito le grida di una donna e del suo bambino in un tunnel a Ijaiye, nello stato di Lagos.

Sfortunatamente, prima che la donna potesse essere salvata, era stata uccisa. Ma il suo bambino è stato trovato vivo.

Sotto questo tunnel sono state trovate parti del corpo, incantesimi, intagli, abiti bianchi macchiati di sangue e saponi nativi. Si dice che un sospetto abbia confessato di far parte di una banda di 28 uomini – che ha preso di mira i pedoni e li ha uccisi per rituali – che operano sotto questo tunnel. [The Cable.ng non è stato in grado di confermare questa particolare storia.]

Per quanto barbara e ridicola possa sembrare un’uccisione rituale, è una fiorente impresa in molti paesi africani. In Uganda, un rapporto della BBC raccontava come persone benestanti pagavano agli stregoni sacrifici con i bambini per espandere le loro fortune. Alcuni giornali nazionali dello Swaziland e della Liberia hanno affermato che i politici commissionano uccisioni rituali per migliorare le loro probabilità di elezioni.

In alcune parti del Sudafrica, le uccisioni rituali sono accettate culturalmente e non fanno notizia. La Carta africana sui diritti umani e dei popoli ‘non significa nulla in queste giurisdizioni.

Coloro che praticano uccisioni rituali credono che siano atti di pulizia spirituale e fortificazione. Credono che le parti del corpo umano posseggano poteri medicinali e spirituali. Nella maggior parte dei casi di uccisioni rituali in Africa, i guaritori tradizionali e gli stregoni sono al centro della scena. Nel caso dell’Uganda, la BBC ha riferito che molti credono che alcune élite abbiano pagato agli stregoni delle procure per il sacrificio. Come gli stregoni li hanno procurati non erano affari loro.

Un caso in Nigeria dà un’idea di come operano questi stregoni. Nel 2014, nello stato di Lagos, un ragazzo di 18 anni, Ikechukwu Friday, che è stato accusato di aver ucciso una bambina di 12 anni, ha detto alla polizia che un “pastore” a cui ha chiesto un sostegno finanziario gli ha ordinato di uccidere un giovane donna e ottenere le sue feci. Il pastore gli promise N100, 000 se avesse potuto ottenere l’incarico.
Con l’uccisione rituale sull’aumento della Nigeria, uno dei modi per controllare efficacemente l’uccisione rituale è regolare le operazioni di questi stregoni, guaritori e “pastori”.

I regolamenti dovrebbero costringere molte organizzazioni, sospettate di essere coinvolte in atti non salutari, a rendere le loro attività più aperte al pubblico controllo. Gli attivisti contro le uccisioni rituali hanno chiesto questo.
Molti stregoni, sospettati di essere coinvolti in omicidi rituali, hanno i loro santuari in aree appartate e, a volte, non sono membri di unioni riconosciute di guaritori tradizionali. Alcuni sono rituali ben noti nelle loro comunità, ma tutti hanno paura di parlare.

Mentre sollecito la polizia a migliorare le loro indagini, è importante che la polizia punti i suoi fari su noti stregoni, in comunità, che sono stati segnalati per avere clienti ricchi.

Soprattutto, gli africani dovrebbero riorientare le loro menti. Le strade più sicure per prosperare sono duro lavoro, integrità e conoscenza. Nessuno ti inganni che una sorta di sacrificio spirituale possa sostituire questi percorsi ben noti. Questo non vuol dire che i miracoli non accadano. Ma lo spirito di fortuna favorisce la mente preparata. La mente preparata è una persona che deve aver lavorato sodo e fatto tutto il necessario.

potete anche leggere qui:

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4 Ritualisti arrestati in Ijebu Igbo, Ogun con cuore umano (foto inquietanti)

September 21, 2016: questisono stati rovati con quattro cuori umani “freschi”.

SUSPECT-310x165

(MB: Ma il pericolo per l’Italia sono i fascisti)

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1533.- Chi costringe alla prostituzione le ragazze nigeriane in Italia

41zBl-OVAeLUn libro, dal titolo volutamente provocatorio, ma dall’ispirazione fortemente etica, di chi vede, da un lato, un mondo benestante, tutto intento a piangersi addosso per una crisi apparentemente solo economica. Dall’altro, quello, disgraziatissimo, degli africani, loro sì alle prese con immani problemi di sopravvivenza, ma sorretti da una spinta morale ignota agli altri. Sorprendentemente, è il mondo delle prostitute nigeriane a rivelare il rispetto e la pratica di valori classici (figli, famiglia, religione) vissuti, però, in maniera autentica e non come vuote sovrastrutture di una società decadente, dedita, fondamentalmente, solo agli sprechi e ai consumi.
Non a caso, il libro si chiude con la seguente affermazione da parte del suo protagonista:
“Viva le puttane nigeriane! Anzi, sai cosa mi sento di aggiungere? Che quelle nigeriane non sono affatto delle puttane!“

Una prostituta nigeriana riceve un preservativo da una donna che lavora in un centro di assistenza per le vittime di tratta, ad Asti, giugno 2015. (Quintina Valero)

Protettori, tenutarie, contrabbandieri e perfino i genitori portano le ragazze nel suo santuario nel villaggio di Amedokhian, vicino alla città di Uromi nella Nigeria meridionale. Qui bevono miscugli in cui sono immersi pezzi di unghie, peli pubici, biancheria intima o gocce di sangue. “Posso fare in modo che non riesca mai a dormire bene né a trovare pace finché non avrà saldato il suo debito”, dice questo sacerdote tradizionale di 39 anni che tutti nei dintorni chiamano semplicemente “doctor”. “Qualcosa nella sua testa continuerà a ripeterle ‘Devi pagare!’”.

Il juju è uno degli ingredienti della coercizione che tiene migliaia di donne e ragazze nigeriane incatenate alla schiavitù sessuale in Europa, soprattutto in Italia, dove arrivano dopo un viaggio pericoloso attraverso il Nordafrica e il Mediterraneo in cerca di una vita migliore.

L’incubo che le attende
Oltre al debito pesantissimo e alle minacce di violenza, l’intruglio contribuisce a perpetuare un ciclo di sfruttamento in cui molte vittime diventano in seguito carnefici, tornando in Nigeria in qualità di “tenutarie” per reclutare altre ragazze. È quanto affermano le forze di polizia e i gruppi di attivisti per i diritti umani.

Nello stato dell’Edo – uno snodo del traffico di esseri umani nella Nigeria meridionale – molte ragazze cominciano volontariamente il loro viaggio verso la prostituzione. La maggior parte di loro non ha le idee chiare sull’incubo che le attende. Alcune vanno da sole a trovare sacerdoti come Elemian, sperando che il juju le aiuti ad arricchirsi vendendo sesso in Italia. “I soldi che una ragazza riuscirà a guadagnare non dipendono da quanto duramente lavorerà”, dice, mostrando con orgoglio il suo nuovo cellulare e il bungalow che spicca in mezzo alle capanne di fango dei vicini. Questi segni del benessere sono finanziati interamente dalla gratitudine delle clienti in Italia, racconta.

Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodoc), più di nove donne nigeriane su dieci entrate in maniera illegale in Europa vengono dall’Edo, uno stato a maggioranza cristiana con una popolazione di tre milioni di abitanti. Gli attivisti denunciano che i trafficanti nigeriani stanno sfruttando la crisi migratoria in Europa per portare le ragazze in Libia e poi attraverso il Mediterraneo fino in Italia. “Le donne dello stato di Edo hanno cominciato ad arrivare in Italia per comprare oro e perline all’inizio degli anni ottanta e hanno notato che c’era un mercato fiorente nel settore della prostituzione”, spiega Kokunre Eghafona, docente di sociologia e antropologia all’università di Benin City e consulente per l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim). “Sono tornate in Nigeria e hanno cominciato a portare parenti e amiche”. Queste donne, chiamate madam, rappresentano secondo l’Undoc la metà dei trafficanti di esseri umani della Nigeria e sono spesso ex vittime che si sono trasformate in mediatrici che vessano le altre donne per indurle alla prostituzione.

Molte di queste trafficanti, racconta Eghafona, sono convinte di essere d’aiuto e di non fare alcun male, e usano per se stesse la definizione di sponsor, più positiva rispetto a quella di madam.

Schiave del debito
Nella sua casa a Warri, con un figlio di un anno che piange in sottofondo, Mama Anna racconta che ormai le ragazze che vogliono venire in Italia sono talmente tante che non è più necessario ingannarle per convincerle a partire. “Alcune mi chiedono cosa faranno una volta arrivate”, dice Mama Anna, che si vanta della sua reputazione di mediatrice e che manda le ragazze interessate in Italia a lavorare per sua sorella maggiore. “Io gli dico che dovranno prostituirsi”, dice. “Mi chiedono: ‘Che tipo di prostituzione?’. Io glielo dico. Alcune si rifiutano di partire, altre accettano”.

Per avere un’idea di cosa possa spingere delle giovani donne a prostituirsi in Italia non serve allontanarsi da Uromi, con le sue strade piene di buche e gli edifici derelitti con i pozzi nei cortili, testimonianza della penuria di acqua corrente in città. Un quartiere si distingue dagli altri. È soprannominato Little London ed è famoso per le case raffinate e moderne dietro alti cancelli di ferro, secondo molti finanziate con i proventi della prostituzione.

Più di 12mila nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni

Faith, una parrucchiera di 23 anni, ha percorso più di trecento chilometri dal suo stato natale dell’Akwa Ibon fino a Uromi, sognando di diventare una delle migliaia di lavoratrici del sesso fatte entrare ogni anno in Europa in modo illegale. “Voglio andare in Italia perché voglio guadagnare soldi”, dice. “Se dovrò prostituirmi, allora lo farò”. In passato ragazze come Faith sarebbero state costrette a prostituirsi con la promessa di un posto di lavoro da parrucchiera o da commessa in un supermercato per poi finire nelle mani dei papponi. “Prima non lo sapeva nessuno, era un segreto”, dice Anita, 30 anni, che nel 2011 è stata fatta entrare in Italia per prostituirsi, dopo che le era stato promesso un lavoro da parrucchiera. “Adesso anche i bambini sanno che lì ti tocca prostituirti”. Dopo essere riuscita a sfuggire ai trafficanti, Anita ha trascorso molti giorni per strada. Alla fine è stata arrestata e rimpatriata in Nigeria.

Asti, giugno 2015.  - Quintina Valero

Prima di organizzare il viaggio tramite dei contatti in Libia, le trafficanti come Mama Anna fanno firmare alle ragazze un contratto per finanziare il loro viaggio, imponendogli debiti che possono aumentare fino a decine di migliaia di dollari e che potranno essere saldati solo dopo molti anni. A quel punto le ragazze vengono portate da un sacerdote che conduce i rituali del juju con lo scopo di tenerle legate con la superstizione ai loro trafficanti. Questi riti instillano terrore nelle vittime, convinte che loro o i loro cari potrebbero ammalarsi o morire se dovessero disobbedire ai trafficanti, andare alla polizia o non riuscire a saldare i loro debiti.

Nel timore che l’incantesimo del juju possa rivoltarsi contro di loro, molti genitori nigeriani diventano complici, insistendo con le figlie perché obbediscano ai loro trafficanti. È quanto emerge dai documenti dei tribunali italiani. A quel punto partono alla volta dell’Europa, attraverso le rotte che passano dal Niger e dalla Libia.

Al mercato di Uromi molte bancarelle espongono giacche invernali di seconda mano che secondo Linus, uno dei commercianti, sono articoli molto richiesti a causa del gran numero di persone in partenza per l’Europa.

Più di 12mila donne e ragazze nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni, un numero sei volte più alto rispetto al precedente biennio. Secondo dati forniti dall’Oim, quattro su cinque finiscono per prostituirsi.

Un paese troppo difficile
Il traffico di esseri umani gestito dalla criminalità organizzata nigeriana è una delle sfide più grandi che le forze di polizia di tutta Europa devono affrontare, come riferisce l’agenzia di polizia europea Europol.

Per l’agenzia nigeriana Naptip, che ha compiti di contrasto del traffico di esseri umani, gli sforzi compiuti per combattere i trafficanti sono annullati non solo dai criminali stessi, ma anche dall’opinione pubblica africana. “Tutti pensano che le strade dell’Europa siano lastricate d’oro”, dice Arinze Orakwe, funzionario del Naptip. “Per la gente il problema siamo noi, perché gli impediamo di raggiungere l’Eldorado. Una madre mi ha chiesto se preferissi che sua figlia facesse sesso con un giovanotto nell’Edo e restasse incinta, mentre poteva fare la stessa cosa in Europa e guadagnare soldi”, ha aggiunto.

I funzionari del Naptip, aggiunge Orakwe, sono stati attaccati dalla folla nell’Edo mentre informavano le persone dei pericoli del traffico di esseri umani e i parenti arrabbiati spesso portano via le loro figlie dai centri di formazione o riabilitazione, minacciando lo staff. “Queste persone, sono nemici, perché questo paese adesso è troppo difficile”, dice Igose, una madre di otto figli che fa affidamento sui soldi mandati dalla figlia di 22 anni dall’Italia per dare da mangiare alla sua famiglia.

Mentre a Benin City, capitale dello stato dell’Edo, Igose teme per il futuro della sua famiglia, nella vicina Uromi, Faith è ancora alla ricerca di una madam che le organizzi il viaggio in Italia. A volte è tentata di abbandonare il suo sogno. “Sul mio telefono vedo le foto di persone che muoiono annegate”, dice. “È rischioso”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

1532.- Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia

Andrea Sparaciari

Oltre a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Stidda e Sacra Corona Unita, l’Italia può “vantare” un altro sodalizio mafioso di tutto rispetto: quello nigeriano, gruppi di criminali che tengono saldamente in pugno il mercato della prostituzione, ma non solo. “ll radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato”, scrive la Dia nella relazione sulle sue attività investigative del secondo semestre 2016.

Pagine nelle quali i magistrati spiegano, inchiesta per inchiesta, come i nigeriani siano ormai primari protagonisti non solo del traffico di esseri umani, ma anche della droga, delle truffe online e nello sfruttamento della prostituzione. Un ventaglio di attività al quale gli affiliati alle varie bande provenienti dal Paese centroafricano si applicano con spietata efficienza.

“Sul piano generale, tra le attività criminali dei gruppi nigeriani, si conferma la tratta di donne di origine nigeriana e sub sahariana, avviate poi alla prostituzione”, si legge nella realazione, che ricorda come il 24 ottobre 2016 la Polizia di Catania, con l’operazione “Skin Trade”, abbia arrestato 15 persone per associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone e sfruttamento della prostituzione. Idem per le indagini sui gruppi attivi nella zona di Castel Volturno (CE) che sarebbero riusciti “a organizzare importanti traffici di droga e immigrati clandestini, operando altresì nello sfruttamento della prostituzione”.

L’operazione Cultus che nel 2014 portò in carcere 34 persone, illustra perfettamente il modus operandi dei nigeriani: le ragazze erano reclutate in Togo, da dove venivano“importate” in Italia attraverso il Benin. Una volta sbarcate, si ritrovavano un debito per il viaggio – in media tra i 40 ai 70 mila euro – e per saldarlo erano costrette a prostituirsi sotto gli ordini di una Maman. Il pericolo della denuncia era scongiurato perché assoggettate psicologicamente attraverso pratiche esoteriche.

A questo proposito, molti giornali hanno spesso scritto di “rituali voodoo”… In realtà, si tratta del rito “Juju”, una credenza religiosa praticata nelel regione del Sud-Ovest della Nigeria. Il paradosso è che il rituale utilizzato per schiavizzare le donne africane, convincendole che lo spirito racchiuso in piccoli feticci possa causare enormi sciagure a loro e alla loro famiglia in caso di disobbedienza, non nasce in Africa, ma è stato importato dai primi colonizzatori europei, tanto che mutua il nome dal termine francese “Joujou”.

Comunque, le indagini hanno dimostrato che oltre al traffico di esseri umani, l’organizzazione gestiva anche i corrieri della cocaina provenienti da Colombia, nonché quelli della marijuana dall’Albania. I proventi venivano poi spediti in Nigeria e Togo attraverso agenzie di money transfer.

Secondo la Dia, appare poi assodato che le mafie nostrane appaltino il lavoro sporco ai nigeriani e che questi, quando agiscono da indipendenti, debbano pagare il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Una tassa “mal sopportata”, tanto che a volte scoppia lo scontro, come accadde a Castel Volturno nel 2008, quando i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande).

Parliamo di bande, perché l’universo della criminalità nigeriana non è monolitico. Tutt’altro: sarebbero almeno una dozzina i gruppi che si contendono il primato, nel Paese africano e all’estero. Per esempio, in Italia è certa la presenza di almeno tre nuclei, divisi da un conflitto sotterraneo e brutale che va avanti da due decenni: la Aye Confraternite, gli Eiye e i temibili Black Axe. Secondo il rapporto “Global Report on Trafficking in Persons 2014” dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), con l’operazione Cultus finirono in manette “membri di due gruppi, chiamati Eiye e Aye Confraternite, operativi in alcune parti d’Italia da almeno il 2008”. Due gruppi che “hanno combattuto per oltre sei anni per il controllo dell’area di Roma (Torre Angela, Tor Bella Monaca e Torrenova, ndr)”, affrontandosi con armi da fuoco, spranghe, coltelli e machete.
Una lotta che probabilmente ha spalancato le porte ai Black Axe, tanto che il 13 settembre 2016, con l’operazione “Athenaeum”, in Piemonte finiscono in manette 44 persone per associazione mafiosa, spaccio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e lesioni gravi. L’indagine svela che i Black Axe avevano ramificazioni in buona parte dell’Italia oltre Torino, a Novara, Alessandria, Verona, Bologna, Roma, Napoli e Palermo.

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Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia

Ma il nostro Paese è in buona compagnia: nell’aprile scorso, il capo della polizia di Toronto (Canada), Jim Raymer, ha presentato un’operazione che ha scardinato un’organizzazione di ladri d’auto (anche lì tutti Black Axe) la quale avrebbe trafugato veicoli di lusso per oltre 30 milioni di dollari. Sulla nave diretta in Africa bloccata dalla polizia, sono stati ritrovati suv provenienti anche da Spagna e Belgio. In manette sono finiti, oltre ai ladri, anche rivenditori di parti d’auto, camionisti, impiegati delle compagnie di navigazione e portuali, tutti canadesi doc.
In Giappone, invece, nel 2014 fece scalpore l’arresto di un nigeriano gestore di un locale notturno del quartiere a luci rosse di Kabukicho, che costringeva le sue hostess filippine a drogare i clienti svuotandone poi le carte di credito. Si scoprì che il gioco andava avanti da anni e che in totale l’uomo si sarebbe appropriato di oltre 7,5 milioni di euro (soldi spediti in Nigeria dove si stava costruendo un vero palazzo reale). Ma le indagini svelarono anche la diretta partecipazione dei nigeriani nei locali a luci rosse di Kabukicho, nonché i loro legami con la Yacuza nella vendita di eroina, nei furti d’auto, nel riciclaggio di denaro e nell’organizzazione di matrimoni finti.

Prostituzione in Italia, furti d’auto in Canada, l’eroina in Giappone, tutte joint-venture che dimostrano quanto i nigeriani siano capaci di stringere rapporti proficui con le mafie locali, adattandosi alle diverse realtà.
E non deve stupire: chi gestisce i traffici, contrariamente al credo popolare, non sono illetterati provenienti da sperduti villaggi dell’Africa equatoriale. Spesso, anzi, si tratta di laureati o comunque di persone dotate di cultura superiore. Un dato di fatto che deriva dalla stessa storia della mafia nigeriana.

L’università dei gangster

Le bande mafiose nascono infatti come degenerazione dei gruppi cultisti attivi nelle università della regione del Delta del Niger fin dagli anni ’50, gruppi che si opponevano alla dominazione europea. All’inizio erano semplici confraternite universitarie, ma presto si trasformano in associazioni a delinquere che travalicano i muri dei campus. La confraternita originaria fu quella dei Pyrates, negli anni ’70 subì una prima scissione, dalla quale si formarono i Sea Dogs (i Pyrates) e i Bucanieri.

Membri della confraternita dei Pyrates con finte barbe e capelli in onore del professore Wale Soynika, tra i fondatori delle confraternita nel 1052 e letterato di fama mondiale, durante una celebrazione dei suoi 80 anni, l’11 luglio 2014. Pius Utomi Ekpei/AFP/Getty Images

A loro volta, i Bucanieri diedero vita al Movimento Neo-Black dell’Africa, cioè i Black Axe, che divenne egemone all’interno dell’università di Benin nello stato dell’Edo. Ma anche i Black Axe subirono una divisione, con la quale si formò la Eiye Confraternity. Da lì fu un fiorire di gruppi.

Oltre a Black Axe e Eiye, oggi in Nigeria si distinguono per brutalità la Junior Vikings Confraternity (JVC), la Supreme Vikings Confraternity (SVC) e la Debam, scissionisti della The Eternal Fraternal Order of the Legion Consortium.Ognuna di esse ha un’uniforme, propri colori e un’università o scuola superiore di riferimento.

Con il ritorno del Paese alla democrazia, nel 1999, in Nigeria si aprì un periodo di lotte furibonde tra i vari potentati politici a livello locale, federale e statale. Fu quasi naturale che partiti e uomini politici assoldassero le confraternite come collettori di voti o guardie del corpo, fino a trasformarle in veri eserciti privati, spesso integrati direttamente nelle forze di polizia locali.

Ciò ha permesso ai sodalizi criminali di prosperare e di espandesi all’estero. Europa dell’Est, Spagna, Italia, Giappone, Canada, Sudafrica. Una piovra dalle mille teste che fa affari con tutti: da Cosa Nostra ai narcos sud americani, dai trafficanti d’armi dell’Est ai produttori di marijuana albanesi. A ingrossarne le fila, sono gli studenti universitari e delle secondarie, cooptati sia volontariamente che involontariamente. Negli ultimi anni, però, secondo l’Onu, sarebbero aumentati vertiginosamente anche i membri sotto i 12 anni, bambini di strada utilizzati come soldati. Contrariamente agli anni ’70, poi, oggi esistono anche confraternite tutte al femminile, le più note e temibili sono Jezebel e Pink ladies.

Come funzionano

L’UNODC ha studiato il funzionamento delle confraternite, ecco come descrive il funzionamento degli Eiye: “Il gruppo agisce attraverso un sistema di cellule – chiamate Forum – che operano localmente, ma che sono collegate alle altre cellule radicate in diversi Paesi dell’Africa occidentale, del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Europa occidentale”. Gli Eiye hanno “una struttura gerarchica rigida, retta da una Direzione. Sebbene ogni forum sia indipendente, i membri hanno un ruolo funzionale specifico e sono uniti tra loro da legami familiari o da altri rapporti relazionali”.

Tutte le confraternite hanno un leder carismatico, detto “Capones” (in onore di Al Capone), un comandante in capo, che d ordini ai vari capones locali, dislocati nelle varie università, i suoi generali sul campo. Per divenire capones, la persona “deve aver dato prove inoppugnabili di coraggio e brutalità”.

Anche per entrare in una confraternita si deve passare un esame: dopo essere stato scelto, l’aspirante viene sottoposto a un rito iniziatico, che ha luogo di notte, spesso in un cimitero, durante il quale viene drogato, picchiato e costretto a dimostrare il proprio coraggio, meglio se con un omicidio o col rapimento di una donna legata un’altra confraternita.
Una volta dentro, al nuovo adepto vengono insegnati il rispetto per la “fortificazione spirituale”, le tattiche di combattimento e l’uso delle armi da fuoco. Qualora il candidato si rifiuti di entrare nella banda o, una volta dentro, voglia uscirne, sa che a pagare sarà – oltre a lui – anche la sua famiglia.

Una realtà brutale, che si rispecchia poi nel modo di agire – spietato – delle bande. Una spirale di violenza infinita, già stabilmente impiantata nel nostro Paese e che sta diventando sempre più forte e potente. Una piaga destinata a diventare sempre più purulenta e dolorosa.

793.-L’ENI IN NIGERIA E IL PREZZO DEL PETROLIO

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L’Africa è il Continente ricco, il più ricco e le multinazionali, tutte, lo stanno divorando, rovinando ogni prospettiva di vita e di sviluppo alle popolazioni locali. La loro soluzione è quella di rovinare anche noi e la nostra identità, facendo migrare qui quei popoli. Risultato: Siamo invasi, ormai, dai popoli sub-sahariani e l’unica soluzione possibile e che si spera di adottare è quella di portare in quei paesi la nostra imprenditorialità, con il duplice intento di perseguire il reciproco vantaggio economico e la creazione di condizioni di progresso sociale per quei popoli. A grandi linee, si sarebbe nel solco della politica dei governi Berlusconi verso la Libia di Gheddafi; ma la finanza mondiale ha altri piani e la nostra porta sull’Africa è diventata la porta dei popoli africani sull’Italia. Conosco alcuni validi nigeriani, perciò, inizio il mio approfondimento da lì. Sapevo, solo genericamente e superficialmente, cosa mi attendeva.   L’economia dello Stato è in forte crescita e lo dimostra il fatto che nel 2012 il PIL ha superato quello del Sud Africa, ciò non di meno, la disoccupazione tocca il 8,2%, ma il 61.2% della popolazione nigeriana vive con meno di 1 $ al giorno (National Bureau of Statistics). Voglio condividere con voi la lettura, per noi poco edificante, delle relazioni di Carmilla online:

Da vari decenni l’ENI opera anche in nazioni in via di sviluppo come la Nigeria. L’ENI e’ stata anche multata di circa 365 milioni di dollari per tangenti; ma concentrarsi solo sull’aspetto corruttivo, astratto dal contesto, è un esercizio fuorviante. Le tangenti sborsate da tutte le corporations petrolifere, per quanto onerose, rappresentano la “giusta mercede” pagata ai vari regimi nigeriani per l’accondiscendenza dimostrata di fronte allo stupro della propria terra e per i servizi resi in termini di repressione dei movimenti popolari. Di questo parleremo un’altra volta.

U.S. Coins and Paper Moneydan-etete

Ecco un piccolo esempio di cosa accade li.

Apoi Clan, stato della Bayelsa, Nigeria. Prima del petrolio, la popolazione era prevalentemente dedita all’agricoltura e alla pesca, ora attivita’ fortemente compromesse dall’ inquinamento. Dal 1980 esiste un oleodotto dell’ENI, ormai obsoleto e corroso, che trasporta greggio dai pozzi alla centrale petrolifera Ogbainbiri, anch’essa di proprieta’ dell’ENI.

Dal 1999 si sono registrati continui incidenti con scoppi delle tubature, emissioni di greggio ed incendi. Il rogo piu’ grave accadde nell’Ottobre del 2007, quando ci fu’ l’ennesimo incendio e l’ENI, allertata dalla popolazione prima, e dal Ministero dell’Ambiente Nigeriano dopo, si rifiuto’ di recarsi sul luogo della catastrofe. Gli ufficiali ENI dissero che non potevano farci nulla. Dissero che avrebbero lasciato il fuoco divampante proseguire il suo corso, per poi intervenire immediatamente dopo.

Le fuoriuscite di petrolio e l’incendio durarono per tre settimane, generando un vero e proprio disastro ambientale, incendiando e inquinando gran parte delle terre circostanti. Alcuni laghi che la popolazione usava per la pesca, sono stati resi impraticabili a causa delle forti quantita’ di greggio disperse. Fino ad oggi (2011) nessun rappresentante ENI si e’ degnato di far visita a queste popolazioni. In cinque mesi non c’e’ stato nessun tentativo, gesto o mossa anche simbolica dell’ENI per cercare di porre rimedio al danno che i loro tubi corrosi hanno prodotto. Molto probabilmente non faranno nulla, e utilizzerano le loro solite tecniche: negheranno. Negheranno come hanno fatto in precenza in Nigeria, affermando che non ci sono perdite e che le lamentele del popolo sono completamente infondate.

Un po’ come fanno con noi, quando ci dicono che il centro petroli di Ortona sara’ un posto idilliaco e che Viggiano e’ un paradiso.

Intanto, la popolazione nigeriana continua a chiedere risarcimenti, miglior distribuzione delle risorse, ripristini ambientali, regole piu’ severe. La maggior parte della gente e’ povera e poco istruita. La qualita’ della vita e’ peggiorata per loro. L’ENI, che assieme alla olandese Shell e’ la compagnia occidentale a maggior presenza in Nigeria, fa orecchie da mercante. La corruzione e’ all’ordine del giorno. Al nostro mondo ricco e lontano queste cose non vengono dette. La violenza e’ sempre sbagliata, ma non bisogna sorprendersi troppo se oltre a chi protesta in modo civile in Nigeria, compaiono anche gruppi di cittadini militanti che vanno in giro a prendere emissari ENI in ostaggio.

A bird flies near the roaring column of flame.
A bird flies near the roaring column of flame.

Queste foto sono tutte gas flaring in Nigeria,  per opera dell’Agip. Le fiamme sono state accese dall’Agip nel 1972 e mai piu’ spente. Le foto sono di Chris Hondros,
fotografo americano morto in Libia. Al centro della fiamma si vede un uccello volare.

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11mahlr01i.jpg A girl stands in her family’s hut while the flare roars on, day and nite.
Chris Hondros, 41 anni, e’ uno dei due giornalisti uccisi a Misurata, In Libia, assieme al suo collega Tim Hetherington. Lavorava per Getty Images.
Fra le cose che ha fotografato durante la sua carriera, i pozzi Agip in Nigeria, paese devastato dal petrolio, e dai petrolieri made in Italy: l’ENI-Agip, che siamo ciascuno di noi al 30%.
Ecco qui le foto con il gas flaring. Le fiamme che vedete sono dell’Agip. Sono state accese nel 1972 e mai piu’ spente.
Chissa’ perche’ nessun fotografo italiano non va a fare reportage su queste cose. 40 anni di fiamme perenni. Che vuoi che gli interessa all’ENI e all’Agip della vita di queste persone. Che schifo.
Grazie, Mr. Hondros.

Ecco le impressioni di Chris Hondros sull’Agip in Nigeria, tradotte dal suo sito:

La Nigeria dovrebbe essere un paese ricchissimo. E’ il piu’ popoloso paese africano, e il sesto paese produttore di petrolio al mondo. Piu’ di 250 miliardi di dollari sono stati tirati fuori dall’acqua e dal mare di nigeria negli scorsi 40 anni. Ma dopo tutti questi anni di governo militare e di corruzione endemica, spinta dai soldi del petrolio, il paese e’ ancora sommerso da miliardi e miliardi di dollari di debito e la poverta’ e’ endemica.

Questo e’ particolarmente vero nella zona in cui viene prodotto il 100% del petrolio di Nigeria. La zona del Delta del Niger. Qui ci sono decine di villaggi dediti all’agricoltura tradizionale e minoranze etniche, e la regioone non ha rappresentanze governative anche se contribuisce per l’80% delle entrate della Nigeria grazie al suo petrolio. La gente dei villaggi assiste impotente senza serivizi base mentre le loro risorse naturali finiscono in tasche altrui, e devono pure fare i conti con gli enormi effetti ambientali e sulla loro salute dovuti alle perdite di petrolio e alle torri di gas flaring.

Le enormi emissioni di gas sono un prodotto inevitabile delle trivellazioni petrolifere e ci sono molte opzioni per gestirle. Il gas puo’ essere raccolto e usato per energia, o se questo e’ impossible, puo’ essere reiniettato sottoterra. Il metodo piu’ economico, e piu’ distruttivo e’ quello di bruciarlo, il flaring. Le fiamme non finiscono mai, c’e’ gas a sufficienza in anche in un pozzo modesto per bruciare per decenni, giorno e notte.

Il gas flaring e’ ovunque in Nigeria, nella regione del Niger Delta. Ma ce ne sono pochi di cosi’ drammatici come quelli di Oshie flare, della ditta Italiana Agip.

La fiamma Oshie sorge su un villaggio di 1700 famiglie, contadini e pescatori di Akaralou. Agli abitanti del villaggio furono promessi soldi e lavoro quando, nel 1972 l’Agip eresse la fiamma. Non si avvero’ niente, e Akaralou rimase senza pesca, senza agricoltura e con problemi di salute, grazie alla fiamma di quasi 70 metri di altezza.

Le costanti richieste all’Agip e al governo Nigeriano di migliorameni non sono stati mai ascoltati.

La maggior parte della gente non ricorda il tempo “prima” che la fiamma invadesse le loro vite.

di MARIA RITA

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Dagogo Joel vive nel villaggio di Akaraolu. il suo braccio è stato bruciato quando era ragazzo, perché , mentre pescava con suo padre, il camino della fiamma del gas della Torre Oshie ha eruttato liquidi in fiamme sul suo villaggio in modo incontrollato e lui e’ stato colto di sorpresa. 

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A gas flare owned by the Italian oil company Agip looms over the Nigerian village of Akaraolu. The flare was lit in 1972 and has never been extinguished since, day or night.

Akaraolu. “L’aria è calda e secca, prende alla gola. Le fiamme bruciano giorno e notte, lasciano cicatrici sulla terra e sulla mia pelle. Vesciche secche mi ricordano che avrei dovuto mantenere le distanze. Mentre continua a bruciare attraverso un’altra alba, mi chiedo, quante altre saranno sfigurate prima che il fuoco si sazi”. (G. Gilliam, Oshie flare)

“Le torce del gas flaring sono ovunque nella regione del delta del Niger, ma poche sono drammatiche come l’Oshie flare, di proprietà della compagnia petrolifera italiana Agip”. (C.Hondros, The price of oil)

Quando l’Agip arrivò ad Akaraolu (Nigeria/Rivers State) nel 1972, gli abitanti danzarono in suo onore. La compagnia petrolifera avrebbe costruito una nuova stazione di flusso, e soprattutto la strada di accesso all’impianto: un miglioramento notevole per i trasporti e i commerci con i paesi vicini. Ma nessuno degli emissari dell’Agip diede al Consiglio degli Anziani una definizione chiara di “gas flare”, o li mise in guardia sui potenziali effetti sul villaggio.

Nessuno gli disse che “gas flare” significa bruciare in atmosfera il gas prodotto dalle perforazioni petrolifere, quando l’investimento per convogliarlo, liquefarlo o ripomparlo nel sottosuolo viene ritenuto troppo oneroso. 

Nessuno gli disse che non avrebbero più visto il buio, che non avrebbero più dormito, che avrebbero dovuto gridare per parlarsi, che l’aria sarebbe diventata rovente. Nessuno gli disse che gli sbalzi di pressione del flusso del gas che alimenta la fiamma fanno tremare la terra e crepare i muri delle case.

Da quando è stata eretta l’Oshie flare, una torcia alta 300 piedi, i 2.000 abitanti di Akaraolu non hanno più conosciuto la notte: quando il sole tramonta, ci pensa l’Oshie flare a soppiantarne la luce col suo bagliore, ad offuscare le stelle.

Greg Campbell, giornalista freelance, descriveva così la situazione nel 2001: “Le temperature possono superare le massime giornaliere da 10 a 30 gradi, e diventano mortali se ci si avvicina troppo alla fiamma. …..Nel raggio di 200 yarde le palme sono marroni e fragili, e l’acqua è troppo calda per la vita dei pesci… Gli abitanti dicono che il calore e il rumore allontanano la fauna selvatica …. e che anche i suoli sono danneggiati, e producono ogni anno raccolti di cassava e patate sempre più magri. Le donne abortiscono con maggior frequenza per lo stress e il calore … e gli uomini pisciano sangue, una patologia non diagnosticata che gli abitanti attribuiscono alla fiamma … L’inquinamento corrode i tetti di zinco. Molti edifici, inclusa la scuola, hanno buchi rugginosi spalancati sui tetti, che trasformano le stanze in docce durante i sei mesi della stagione delle piogge. Ironicamente, la torcia brucia energia in atmosfera davanti ad un villaggio che non ha la corrente elettrica… C’è un solo generatore ad Akaraoulo, e funziona quando c’è la benzina per alimentarlo”.

Prima di andare a morire in Libia anche Chris Hondros, fotoreporter di guerra, documentò gli “effetti collaterali” dell’Oshie flare: “Il braccio di Dagogo Joel venne bruciato dall’Oshie flare quando era bambino. La torcia, adiacente ad Akaraolu, il villaggio di Joel, ogni tanto vomita liquidi in fiamme nelle campagne, e così ha bruciato il braccio di Joel che stava pescando con suo padre”.

“Il paese è schiacciato da una completa povertà, nonostante i milioni di dollari del petrolio che sgorga dalla sua terra ogni anno.

Alla fine degli anni ’90, dopo aver richiesto invano l’attenzione dell’Agip e del governo, gli abitanti di Akaraolu hanno provato a ribellarsi occupando la strada che porta all’impianto. L’attenzione in questo caso è arrivata in fretta, sui blindati dei reparti antisommossa. Gli uomini di Akaraolu sono rimasti in galera per mesi. Ora, nelle interviste raccolte da Patrick Naagbanton per Sahara Reporters, sembra prevalere la rassegnazione:

“Nel corso degli anni Eunice ha guidato diverse proteste pacifiche contro la compagnia petrolifera italiana. Le proteste volevano costringere l’azienda a fornire loro l’acqua, un centro medico e altre infrastrutture di base. Ha detto che si era stancato di lottare perché non hanno ottenuto nulla dalla società o dal governo… Segni di frustrazione e rabbia erano molto visibili sul suo volto”.

Il reportage di Naagbanton del settembre 2013 continua descrivendo le condizioni di degrado, inquinamento, militarizzazione:

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“La strada stava cadendo a pezzi, rendendo così il tragitto poco confortevole. Avevamo percorso circa due chilometri, quando un enorme camion militare ha accelerato verso di noi in senso opposto. L’uomo in moto era spaventato… mi ha consigliato di non parlare con loro perché così non ci avrebbero uccisi… Stavano tornando dalla stazione di flusso Agip di Akala-Olu alla loro base per farsi sostituire da un’altra squadra …

Ad un chilometro dalla comunità i cartelli “Restricted Area. Vehicles not allowed” sono dappertutto, fra la strada ed i terreni fertili. E’ pieno di condutture disseminate tutt’intorno. Due grossi tubi, uno dei quali vomita costantemente nuvole di fumo nero, mi hanno portato al villaggio di Akala-Olu…

La notte di Akala-Olu cade dall’atmosfera come una piaga. I tre pesanti generatori utilizzati per la produzione di petrolio, la turbina e la fiamma selvaggia provocano un inquinamento acustico shoccante e rilasciano un calore senza precedenti”.3

La stessa situazione viene descritta da un abitante ad Al Jazeera: “Quando piove beviamo gas, e la comunità di Akaraolu vive sotto il fuoco. Il mondo intero deve sapere che la comunità di Akaraolu sta vivendo nel fuoco, sta vivendo in servitù per colpa dell’Agip”4.

A Ebocha, un paese di agricoltori e pescatori in territorio Ogba, nella regione del Rivers State, l’Agip cominciò ad estrarre petrolio nel 1970. Quarant’anni dopo queste sono le testimonianze degli abitanti:

“Prima vivevamo in un paradiso che ci forniva tutto quello di cui avevamo bisogno, adesso le cose continuano a peggiorare, l’ambiente si deteriora e la povertà è in aumento”.

“Ora nemmeno con tre o quattro semine riusciamo a far fronte ai nostri bisogni. Basta vedere che prima per raccogliere la cassava dovevi tagliarla, ora le radici sono così piccole e avvizzite che si può prendere con le mani senza fare il minimo sforzo”5.

“La maggior parte di questi oleodotti – dice Dandy Mgbenwa, del Community Development Committee – è qui da più di 30 anni, per questo necessita di urgenti riparazioni perché le perdite sono dappertutto. Ci sono più di 100 falle fra Ebocha e l’Orashi River. In cento metri puoi contare sei perdite, che hanno causato l’ultimo incendio. L’incendio è il risultato della perdita dall’oleodotto che va dal campo petrolifero di Obiafu all’impianto di Obi-obi, una perdita che è rimasta lì per un sacco di tempo, molto vicina alla strada usata dalle donne per andare nei campi e al mercato. Uno dei veicoli che trasportano le donne, passando sul petrolio è uscito di strada. L’autista é morto e i passeggeri sono rimasti feriti. L’Agip deve sostituire subito queste tubazioni”.

All’ingresso del paese, le torri dell’Agip bruciano, da più di 40 anni e per 24 ore al giorno, il gas di scarto dell’estrazione del greggio. Come ad Akaraolu, avvicinandosi alle torce il calore e il rumore si fanno insopportabili. Il rumore impedisce il sonno, e il fetore di idrocarburi prende allo stomaco.

“La gente che abita in quell’area, quando viene qui, dice di avere un bruciore interno … e che non dorme per il rumore…. Dicono ogni volta che è come se la casa dovesse esplodere”, racconta Anthonia Chioma, dell’ Ebocha-Egbema’s General Hospital. “Puoi sentire il rumore da qui … è come qualcosa che sta cadendo dall’alto”7.

Il gas flaring produce tonnellate di CO2, monossido di carbonio e metano, provoca la ricaduta sul villaggio di particolato tossico: composti organici volatili, biossido di zolfo, anidride solforosa, metalli pesanti, benzene, toluene, xylene, idrocarburi policiclici aromatici, nero fumo. La Canadian Public Health Association ha inventariato 250 tossine prodotte dal gas flaring, praticamente l’intero repertorio delle nocività: cancerogeni, mutageni, teratogeni, tossici per il sistema nervoso, per il cuore e per i filtri del corpo8. La pioggia di Ebocha li raccoglie e diventa corrosiva. Rovina tutto, acidifica e inaridisce i suoli9, distrugge i tetti di lamiera, figuriamoci i polmoni e la pelle degli umani. Gli effetti hanno un ampio raggio e arrivano anche nelle comunità vicine di Mgbede, Okwizi, Agah, Ekpeaga. I suoli di Ebocha sono intrisi di metalli pesanti: nichel, vanadio, cadmio, rame e piombo che bioaccumulano negli organismi di piante e animali entrando nella catena alimentare10. Anche l’acqua è inquinata, la pesca è diventata impossibile. Una ricerca pubblicata lo scorso giugno rileva nelle acque del fiume Ebocha una concentrazione di nichel superiore ai limiti FEPA per l’acqua potabile, e notevoli livelli di idrocarburi policiclici aromatici (12,4 μg/l, cioè 124 volte superiore al valore di parametro UE per l’acqua potabile), con prevalenza di benzo (b) fluorantene e benzo pirene11.

A Ebocha il dottor Elekwachi Okeyla addebita al gas flaring la dimensione epidemica delle affezioni respiratorie (bronchite e l’asma) e oftalmiche12, così come Elder Dandy, coordinatore dell’Host Community Network: “Ieri abbiamo tenuto due funerali di persone decedute in maniera prematura, d’altronde le malattie della pelle e quelle respiratorie, nonché le morti dei neonati dopo il parto, sono ormai una costante”13. “Da quando è iniziato il gas flaring – dice Tom Chukwudi, segretario dell’ Ebocha Council of Chiefs – ha cominciato a causare molte deformità”14.

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La vicinanza alle torce provoca l’aumento delle temperature corporea, disidratazione, ipertensione, affezioni renali, disturbi del ciclo sonno/veglia, alterazioni del metabolismo dei lipidi15.

Quanto agli effetti cancerogeni, i dati raccolti dal reparto oncologico di Port Harcourt, riferiti a comunità del Delta esposte alle stesse nocività di Ebocha, chiamano in causa direttamente la Shell e l’Agip per l’eccesso di tumori all’apparato riproduttivo (maschile e femminile), al fegato e all’apparato gastrointestinale16.

Ovviamente tutto questo all’Eni non risulta. Rispondendo alla denuncia di Amnesty International sulla situazione a Ebocha, la compagnia sostiene che “al momento non abbiamo nessuna evidenza in merito ai problemi di salute causati dal gas flaring. Questa è la prima lamentela che riceviamo, e non ne abbiamo mai ricevute da altre comunità che vivono vicino al gas flaring”. E ancora: “Le lamentele riguardo agli impatti negativi sulla salute non sono supportate da nessuna statistica medica”17. Forse perché su Ebocha non esistono statistiche mediche, o perchè la maggior parte dei malati sfugge ad ogni possibile rilevazione, visto che non ha i mezzi per curarsi e non accede ai servizi sanitari. A Ebocha molte famiglie vivono con meno di 100 naira (0,50 euro) al giorno, in un territorio dove l’Eni estrae ogni giorno 50mila barili di petrolio.

Comunque, dal tenore della risposta. sorge il dubbio che l’Eni non legga neanche i propri documenti interni, che parlano di “effetti del gas flaring a lungo termine e irreversibili”, e di un impatto significativo di tale pratica a livello di inquinamento atmosferico, acustico e termico18. Evidentemente è un po’ distratta. Del resto non le risulta neanche che il gas flaring ad Ebocha continui ad esistere.

Durante l’assemblea del 5 maggio 2010, i vertici del gruppo assicuravano agli azionisti di aver completato con successo il progetto “Gas Ebocha Early Recovery” per per il recupero e la compressione del gas19. La stessa versione è leggibile nel pamphlet propagandistico ENI for 2012, dove si attribuisce particolare rilievo al “progetto di “Ebocha gas Recovery” che ha comportato il flaring down della stazione nel 2010”.

Peccato che gli abitanti di Ebocha non se ne siano accorti. Non se ne è accorto il fotografo Luca Tommasini, che nel settembre 2011 ha filmato le torce mentre continuavano a bruciare allegramente (guarda il suo documentario “Oil for nothing” qui), e nemmeno i ricercatori dei dipartimenti di chimica delle Università di Lagos e Kwararafa, che nel 2014 hanno misurato ad Ebocha gli effetti del gas flaring sul PH della pioggia. Lo studio ha rilevato come “i campioni raccolti in luoghi e tempi differenti mostrino un significativo livello di acidità che causa danni alle proprietà e alle colture”, acidificando i suoli e abbattendone la flora batterica20. Intervistati nel corso della stessa indagine, gli abitanti di Ebocha continuano caparbiamente ad affermare che “il gas flaring gli sta rovinando la vita e togliendo i mezzi di sussistenza”.

La Nigeria dovrebbe essere un paese enormemente ricco. E ‘il paese più popoloso dell’Africa, ed è il sesto produttore di petrolio leader nel mondo. Oltre un quarto trilione di dollari in petrolio è stato sollevato dal suolo e dalle acque nigeriane negli ultimi 40 anni. Ma dopo anni di governo militare e di corruzione dilagante, alimentata da queste quantità di petrolio, il paese è impantanato in miliardi di dollari di debito ed è devastato dalla povertà.

Questo avviene particolarmente e per ironia della sorte, nella regione del Delta del Niger, da cui proviene il 100% del petrolio della Nigeria. Malgrado le decine di villaggi agricoli tradizionali e tutte le sue minoranze etniche, la regione del Delta non ha quasi alcuna rappresentanza nel governo e, tuttavia, con il suo olio di palma, fornisce l’80% dei ricavi della Nigeria. Villaggi senza servizi di base guardano impotenti, mentre miliardi di dollari in flusso di olio, partono dalle loro terre – e, quindi, sono incapaci di qualsiasi tutela dell’ambiente e della salute compromesse dalle fuoriuscite di petrolio e dalle torreggianti fiaccole a gas.

Enormi quantità di emissioni di gas naturale sono un sottoprodotto inevitabile della trivellazione petrolifera, e ci sono diverse opzioni per gestirle. Il gas può essere sfruttata come energia, o, se questo non è possibile, essere re-iniettato nel terreno. La più economica – e la più distruttiva – alternativa è flaring, semplicemente facendolo bruciare nelle fiaccole a gas, che non si spengono mai. C’è abbastanza gas, anche in un modesto pozzo di petrolio, per bruciare per decenni, giorno e notte.

Le fiaccole a gas sono ovunque nella regione del Delta del Niger della Nigeria. Ma poche realtà sono drammatiche come quella causata dalla fiamma Oshie, di proprietà della compagnia petrolifera italiana Agip. La fiamma Oshie è quasi sulla cima di un villaggio di 1.700 famiglie. Sono gli agricoltori e i pescatori di Akaraolu, tradizionali. Agli abitanti del villaggio sono stati promessi posti di lavoro e denaro quando l’Agip eresse la fiaccola nel 1972. Ma niente di tutto questo si è mai materializzato, lasciando Akaraolu con il naufragio della pesca e i problemi dell’agricoltura e sanitari, a causa della colonna di fuoco, alta 200 piedi, ruggente in mezzo a loro. I ripetuti appelli all’Agip e al governo federale nigeriano per una tregua sono rimasti inascoltati. La maggior parte degli abitanti del villaggio non hanno nemmeno un ricordo di ciò che era la loro vita, prima che incombesse su di loro ciò che essi chiamano semplicemente “The Fire”.

Leggi: Luca Manes, Elena Gerebizza, Il Delta dei veleni. Gli impatti delle attività dell’Eni e delle altre multinazionali del petrolio in Nigeria, Allegato al numero 133 di Altreconomia, dicembre 2011

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