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1533.- Chi costringe alla prostituzione le ragazze nigeriane in Italia

41zBl-OVAeLUn libro, dal titolo volutamente provocatorio, ma dall’ispirazione fortemente etica, di chi vede, da un lato, un mondo benestante, tutto intento a piangersi addosso per una crisi apparentemente solo economica. Dall’altro, quello, disgraziatissimo, degli africani, loro sì alle prese con immani problemi di sopravvivenza, ma sorretti da una spinta morale ignota agli altri. Sorprendentemente, è il mondo delle prostitute nigeriane a rivelare il rispetto e la pratica di valori classici (figli, famiglia, religione) vissuti, però, in maniera autentica e non come vuote sovrastrutture di una società decadente, dedita, fondamentalmente, solo agli sprechi e ai consumi.
Non a caso, il libro si chiude con la seguente affermazione da parte del suo protagonista:
“Viva le puttane nigeriane! Anzi, sai cosa mi sento di aggiungere? Che quelle nigeriane non sono affatto delle puttane!“

Una prostituta nigeriana riceve un preservativo da una donna che lavora in un centro di assistenza per le vittime di tratta, ad Asti, giugno 2015. (Quintina Valero)

Protettori, tenutarie, contrabbandieri e perfino i genitori portano le ragazze nel suo santuario nel villaggio di Amedokhian, vicino alla città di Uromi nella Nigeria meridionale. Qui bevono miscugli in cui sono immersi pezzi di unghie, peli pubici, biancheria intima o gocce di sangue. “Posso fare in modo che non riesca mai a dormire bene né a trovare pace finché non avrà saldato il suo debito”, dice questo sacerdote tradizionale di 39 anni che tutti nei dintorni chiamano semplicemente “doctor”. “Qualcosa nella sua testa continuerà a ripeterle ‘Devi pagare!’”.

Il juju è uno degli ingredienti della coercizione che tiene migliaia di donne e ragazze nigeriane incatenate alla schiavitù sessuale in Europa, soprattutto in Italia, dove arrivano dopo un viaggio pericoloso attraverso il Nordafrica e il Mediterraneo in cerca di una vita migliore.

L’incubo che le attende
Oltre al debito pesantissimo e alle minacce di violenza, l’intruglio contribuisce a perpetuare un ciclo di sfruttamento in cui molte vittime diventano in seguito carnefici, tornando in Nigeria in qualità di “tenutarie” per reclutare altre ragazze. È quanto affermano le forze di polizia e i gruppi di attivisti per i diritti umani.

Nello stato dell’Edo – uno snodo del traffico di esseri umani nella Nigeria meridionale – molte ragazze cominciano volontariamente il loro viaggio verso la prostituzione. La maggior parte di loro non ha le idee chiare sull’incubo che le attende. Alcune vanno da sole a trovare sacerdoti come Elemian, sperando che il juju le aiuti ad arricchirsi vendendo sesso in Italia. “I soldi che una ragazza riuscirà a guadagnare non dipendono da quanto duramente lavorerà”, dice, mostrando con orgoglio il suo nuovo cellulare e il bungalow che spicca in mezzo alle capanne di fango dei vicini. Questi segni del benessere sono finanziati interamente dalla gratitudine delle clienti in Italia, racconta.

Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodoc), più di nove donne nigeriane su dieci entrate in maniera illegale in Europa vengono dall’Edo, uno stato a maggioranza cristiana con una popolazione di tre milioni di abitanti. Gli attivisti denunciano che i trafficanti nigeriani stanno sfruttando la crisi migratoria in Europa per portare le ragazze in Libia e poi attraverso il Mediterraneo fino in Italia. “Le donne dello stato di Edo hanno cominciato ad arrivare in Italia per comprare oro e perline all’inizio degli anni ottanta e hanno notato che c’era un mercato fiorente nel settore della prostituzione”, spiega Kokunre Eghafona, docente di sociologia e antropologia all’università di Benin City e consulente per l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim). “Sono tornate in Nigeria e hanno cominciato a portare parenti e amiche”. Queste donne, chiamate madam, rappresentano secondo l’Undoc la metà dei trafficanti di esseri umani della Nigeria e sono spesso ex vittime che si sono trasformate in mediatrici che vessano le altre donne per indurle alla prostituzione.

Molte di queste trafficanti, racconta Eghafona, sono convinte di essere d’aiuto e di non fare alcun male, e usano per se stesse la definizione di sponsor, più positiva rispetto a quella di madam.

Schiave del debito
Nella sua casa a Warri, con un figlio di un anno che piange in sottofondo, Mama Anna racconta che ormai le ragazze che vogliono venire in Italia sono talmente tante che non è più necessario ingannarle per convincerle a partire. “Alcune mi chiedono cosa faranno una volta arrivate”, dice Mama Anna, che si vanta della sua reputazione di mediatrice e che manda le ragazze interessate in Italia a lavorare per sua sorella maggiore. “Io gli dico che dovranno prostituirsi”, dice. “Mi chiedono: ‘Che tipo di prostituzione?’. Io glielo dico. Alcune si rifiutano di partire, altre accettano”.

Per avere un’idea di cosa possa spingere delle giovani donne a prostituirsi in Italia non serve allontanarsi da Uromi, con le sue strade piene di buche e gli edifici derelitti con i pozzi nei cortili, testimonianza della penuria di acqua corrente in città. Un quartiere si distingue dagli altri. È soprannominato Little London ed è famoso per le case raffinate e moderne dietro alti cancelli di ferro, secondo molti finanziate con i proventi della prostituzione.

Più di 12mila nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni

Faith, una parrucchiera di 23 anni, ha percorso più di trecento chilometri dal suo stato natale dell’Akwa Ibon fino a Uromi, sognando di diventare una delle migliaia di lavoratrici del sesso fatte entrare ogni anno in Europa in modo illegale. “Voglio andare in Italia perché voglio guadagnare soldi”, dice. “Se dovrò prostituirmi, allora lo farò”. In passato ragazze come Faith sarebbero state costrette a prostituirsi con la promessa di un posto di lavoro da parrucchiera o da commessa in un supermercato per poi finire nelle mani dei papponi. “Prima non lo sapeva nessuno, era un segreto”, dice Anita, 30 anni, che nel 2011 è stata fatta entrare in Italia per prostituirsi, dopo che le era stato promesso un lavoro da parrucchiera. “Adesso anche i bambini sanno che lì ti tocca prostituirti”. Dopo essere riuscita a sfuggire ai trafficanti, Anita ha trascorso molti giorni per strada. Alla fine è stata arrestata e rimpatriata in Nigeria.

Asti, giugno 2015.  - Quintina Valero

Prima di organizzare il viaggio tramite dei contatti in Libia, le trafficanti come Mama Anna fanno firmare alle ragazze un contratto per finanziare il loro viaggio, imponendogli debiti che possono aumentare fino a decine di migliaia di dollari e che potranno essere saldati solo dopo molti anni. A quel punto le ragazze vengono portate da un sacerdote che conduce i rituali del juju con lo scopo di tenerle legate con la superstizione ai loro trafficanti. Questi riti instillano terrore nelle vittime, convinte che loro o i loro cari potrebbero ammalarsi o morire se dovessero disobbedire ai trafficanti, andare alla polizia o non riuscire a saldare i loro debiti.

Nel timore che l’incantesimo del juju possa rivoltarsi contro di loro, molti genitori nigeriani diventano complici, insistendo con le figlie perché obbediscano ai loro trafficanti. È quanto emerge dai documenti dei tribunali italiani. A quel punto partono alla volta dell’Europa, attraverso le rotte che passano dal Niger e dalla Libia.

Al mercato di Uromi molte bancarelle espongono giacche invernali di seconda mano che secondo Linus, uno dei commercianti, sono articoli molto richiesti a causa del gran numero di persone in partenza per l’Europa.

Più di 12mila donne e ragazze nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni, un numero sei volte più alto rispetto al precedente biennio. Secondo dati forniti dall’Oim, quattro su cinque finiscono per prostituirsi.

Un paese troppo difficile
Il traffico di esseri umani gestito dalla criminalità organizzata nigeriana è una delle sfide più grandi che le forze di polizia di tutta Europa devono affrontare, come riferisce l’agenzia di polizia europea Europol.

Per l’agenzia nigeriana Naptip, che ha compiti di contrasto del traffico di esseri umani, gli sforzi compiuti per combattere i trafficanti sono annullati non solo dai criminali stessi, ma anche dall’opinione pubblica africana. “Tutti pensano che le strade dell’Europa siano lastricate d’oro”, dice Arinze Orakwe, funzionario del Naptip. “Per la gente il problema siamo noi, perché gli impediamo di raggiungere l’Eldorado. Una madre mi ha chiesto se preferissi che sua figlia facesse sesso con un giovanotto nell’Edo e restasse incinta, mentre poteva fare la stessa cosa in Europa e guadagnare soldi”, ha aggiunto.

I funzionari del Naptip, aggiunge Orakwe, sono stati attaccati dalla folla nell’Edo mentre informavano le persone dei pericoli del traffico di esseri umani e i parenti arrabbiati spesso portano via le loro figlie dai centri di formazione o riabilitazione, minacciando lo staff. “Queste persone, sono nemici, perché questo paese adesso è troppo difficile”, dice Igose, una madre di otto figli che fa affidamento sui soldi mandati dalla figlia di 22 anni dall’Italia per dare da mangiare alla sua famiglia.

Mentre a Benin City, capitale dello stato dell’Edo, Igose teme per il futuro della sua famiglia, nella vicina Uromi, Faith è ancora alla ricerca di una madam che le organizzi il viaggio in Italia. A volte è tentata di abbandonare il suo sogno. “Sul mio telefono vedo le foto di persone che muoiono annegate”, dice. “È rischioso”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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1532.- Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia

Andrea Sparaciari

Oltre a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Stidda e Sacra Corona Unita, l’Italia può “vantare” un altro sodalizio mafioso di tutto rispetto: quello nigeriano, gruppi di criminali che tengono saldamente in pugno il mercato della prostituzione, ma non solo. “ll radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato”, scrive la Dia nella relazione sulle sue attività investigative del secondo semestre 2016.

Pagine nelle quali i magistrati spiegano, inchiesta per inchiesta, come i nigeriani siano ormai primari protagonisti non solo del traffico di esseri umani, ma anche della droga, delle truffe online e nello sfruttamento della prostituzione. Un ventaglio di attività al quale gli affiliati alle varie bande provenienti dal Paese centroafricano si applicano con spietata efficienza.

“Sul piano generale, tra le attività criminali dei gruppi nigeriani, si conferma la tratta di donne di origine nigeriana e sub sahariana, avviate poi alla prostituzione”, si legge nella realazione, che ricorda come il 24 ottobre 2016 la Polizia di Catania, con l’operazione “Skin Trade”, abbia arrestato 15 persone per associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone e sfruttamento della prostituzione. Idem per le indagini sui gruppi attivi nella zona di Castel Volturno (CE) che sarebbero riusciti “a organizzare importanti traffici di droga e immigrati clandestini, operando altresì nello sfruttamento della prostituzione”.

L’operazione Cultus che nel 2014 portò in carcere 34 persone, illustra perfettamente il modus operandi dei nigeriani: le ragazze erano reclutate in Togo, da dove venivano“importate” in Italia attraverso il Benin. Una volta sbarcate, si ritrovavano un debito per il viaggio – in media tra i 40 ai 70 mila euro – e per saldarlo erano costrette a prostituirsi sotto gli ordini di una Maman. Il pericolo della denuncia era scongiurato perché assoggettate psicologicamente attraverso pratiche esoteriche.

A questo proposito, molti giornali hanno spesso scritto di “rituali voodoo”… In realtà, si tratta del rito “Juju”, una credenza religiosa praticata nelel regione del Sud-Ovest della Nigeria. Il paradosso è che il rituale utilizzato per schiavizzare le donne africane, convincendole che lo spirito racchiuso in piccoli feticci possa causare enormi sciagure a loro e alla loro famiglia in caso di disobbedienza, non nasce in Africa, ma è stato importato dai primi colonizzatori europei, tanto che mutua il nome dal termine francese “Joujou”.

Comunque, le indagini hanno dimostrato che oltre al traffico di esseri umani, l’organizzazione gestiva anche i corrieri della cocaina provenienti da Colombia, nonché quelli della marijuana dall’Albania. I proventi venivano poi spediti in Nigeria e Togo attraverso agenzie di money transfer.

Secondo la Dia, appare poi assodato che le mafie nostrane appaltino il lavoro sporco ai nigeriani e che questi, quando agiscono da indipendenti, debbano pagare il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Una tassa “mal sopportata”, tanto che a volte scoppia lo scontro, come accadde a Castel Volturno nel 2008, quando i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande).

Parliamo di bande, perché l’universo della criminalità nigeriana non è monolitico. Tutt’altro: sarebbero almeno una dozzina i gruppi che si contendono il primato, nel Paese africano e all’estero. Per esempio, in Italia è certa la presenza di almeno tre nuclei, divisi da un conflitto sotterraneo e brutale che va avanti da due decenni: la Aye Confraternite, gli Eiye e i temibili Black Axe. Secondo il rapporto “Global Report on Trafficking in Persons 2014” dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), con l’operazione Cultus finirono in manette “membri di due gruppi, chiamati Eiye e Aye Confraternite, operativi in alcune parti d’Italia da almeno il 2008”. Due gruppi che “hanno combattuto per oltre sei anni per il controllo dell’area di Roma (Torre Angela, Tor Bella Monaca e Torrenova, ndr)”, affrontandosi con armi da fuoco, spranghe, coltelli e machete.
Una lotta che probabilmente ha spalancato le porte ai Black Axe, tanto che il 13 settembre 2016, con l’operazione “Athenaeum”, in Piemonte finiscono in manette 44 persone per associazione mafiosa, spaccio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e lesioni gravi. L’indagine svela che i Black Axe avevano ramificazioni in buona parte dell’Italia oltre Torino, a Novara, Alessandria, Verona, Bologna, Roma, Napoli e Palermo.

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Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia

Ma il nostro Paese è in buona compagnia: nell’aprile scorso, il capo della polizia di Toronto (Canada), Jim Raymer, ha presentato un’operazione che ha scardinato un’organizzazione di ladri d’auto (anche lì tutti Black Axe) la quale avrebbe trafugato veicoli di lusso per oltre 30 milioni di dollari. Sulla nave diretta in Africa bloccata dalla polizia, sono stati ritrovati suv provenienti anche da Spagna e Belgio. In manette sono finiti, oltre ai ladri, anche rivenditori di parti d’auto, camionisti, impiegati delle compagnie di navigazione e portuali, tutti canadesi doc.
In Giappone, invece, nel 2014 fece scalpore l’arresto di un nigeriano gestore di un locale notturno del quartiere a luci rosse di Kabukicho, che costringeva le sue hostess filippine a drogare i clienti svuotandone poi le carte di credito. Si scoprì che il gioco andava avanti da anni e che in totale l’uomo si sarebbe appropriato di oltre 7,5 milioni di euro (soldi spediti in Nigeria dove si stava costruendo un vero palazzo reale). Ma le indagini svelarono anche la diretta partecipazione dei nigeriani nei locali a luci rosse di Kabukicho, nonché i loro legami con la Yacuza nella vendita di eroina, nei furti d’auto, nel riciclaggio di denaro e nell’organizzazione di matrimoni finti.

Prostituzione in Italia, furti d’auto in Canada, l’eroina in Giappone, tutte joint-venture che dimostrano quanto i nigeriani siano capaci di stringere rapporti proficui con le mafie locali, adattandosi alle diverse realtà.
E non deve stupire: chi gestisce i traffici, contrariamente al credo popolare, non sono illetterati provenienti da sperduti villaggi dell’Africa equatoriale. Spesso, anzi, si tratta di laureati o comunque di persone dotate di cultura superiore. Un dato di fatto che deriva dalla stessa storia della mafia nigeriana.

L’università dei gangster

Le bande mafiose nascono infatti come degenerazione dei gruppi cultisti attivi nelle università della regione del Delta del Niger fin dagli anni ’50, gruppi che si opponevano alla dominazione europea. All’inizio erano semplici confraternite universitarie, ma presto si trasformano in associazioni a delinquere che travalicano i muri dei campus. La confraternita originaria fu quella dei Pyrates, negli anni ’70 subì una prima scissione, dalla quale si formarono i Sea Dogs (i Pyrates) e i Bucanieri.

Membri della confraternita dei Pyrates con finte barbe e capelli in onore del professore Wale Soynika, tra i fondatori delle confraternita nel 1052 e letterato di fama mondiale, durante una celebrazione dei suoi 80 anni, l’11 luglio 2014. Pius Utomi Ekpei/AFP/Getty Images

A loro volta, i Bucanieri diedero vita al Movimento Neo-Black dell’Africa, cioè i Black Axe, che divenne egemone all’interno dell’università di Benin nello stato dell’Edo. Ma anche i Black Axe subirono una divisione, con la quale si formò la Eiye Confraternity. Da lì fu un fiorire di gruppi.

Oltre a Black Axe e Eiye, oggi in Nigeria si distinguono per brutalità la Junior Vikings Confraternity (JVC), la Supreme Vikings Confraternity (SVC) e la Debam, scissionisti della The Eternal Fraternal Order of the Legion Consortium.Ognuna di esse ha un’uniforme, propri colori e un’università o scuola superiore di riferimento.

Con il ritorno del Paese alla democrazia, nel 1999, in Nigeria si aprì un periodo di lotte furibonde tra i vari potentati politici a livello locale, federale e statale. Fu quasi naturale che partiti e uomini politici assoldassero le confraternite come collettori di voti o guardie del corpo, fino a trasformarle in veri eserciti privati, spesso integrati direttamente nelle forze di polizia locali.

Ciò ha permesso ai sodalizi criminali di prosperare e di espandesi all’estero. Europa dell’Est, Spagna, Italia, Giappone, Canada, Sudafrica. Una piovra dalle mille teste che fa affari con tutti: da Cosa Nostra ai narcos sud americani, dai trafficanti d’armi dell’Est ai produttori di marijuana albanesi. A ingrossarne le fila, sono gli studenti universitari e delle secondarie, cooptati sia volontariamente che involontariamente. Negli ultimi anni, però, secondo l’Onu, sarebbero aumentati vertiginosamente anche i membri sotto i 12 anni, bambini di strada utilizzati come soldati. Contrariamente agli anni ’70, poi, oggi esistono anche confraternite tutte al femminile, le più note e temibili sono Jezebel e Pink ladies.

Come funzionano

L’UNODC ha studiato il funzionamento delle confraternite, ecco come descrive il funzionamento degli Eiye: “Il gruppo agisce attraverso un sistema di cellule – chiamate Forum – che operano localmente, ma che sono collegate alle altre cellule radicate in diversi Paesi dell’Africa occidentale, del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Europa occidentale”. Gli Eiye hanno “una struttura gerarchica rigida, retta da una Direzione. Sebbene ogni forum sia indipendente, i membri hanno un ruolo funzionale specifico e sono uniti tra loro da legami familiari o da altri rapporti relazionali”.

Tutte le confraternite hanno un leder carismatico, detto “Capones” (in onore di Al Capone), un comandante in capo, che d ordini ai vari capones locali, dislocati nelle varie università, i suoi generali sul campo. Per divenire capones, la persona “deve aver dato prove inoppugnabili di coraggio e brutalità”.

Anche per entrare in una confraternita si deve passare un esame: dopo essere stato scelto, l’aspirante viene sottoposto a un rito iniziatico, che ha luogo di notte, spesso in un cimitero, durante il quale viene drogato, picchiato e costretto a dimostrare il proprio coraggio, meglio se con un omicidio o col rapimento di una donna legata un’altra confraternita.
Una volta dentro, al nuovo adepto vengono insegnati il rispetto per la “fortificazione spirituale”, le tattiche di combattimento e l’uso delle armi da fuoco. Qualora il candidato si rifiuti di entrare nella banda o, una volta dentro, voglia uscirne, sa che a pagare sarà – oltre a lui – anche la sua famiglia.

Una realtà brutale, che si rispecchia poi nel modo di agire – spietato – delle bande. Una spirale di violenza infinita, già stabilmente impiantata nel nostro Paese e che sta diventando sempre più forte e potente. Una piaga destinata a diventare sempre più purulenta e dolorosa.

793.-L’ENI IN NIGERIA E IL PREZZO DEL PETROLIO

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L’Africa è il Continente ricco, il più ricco e le multinazionali, tutte, lo stanno divorando, rovinando ogni prospettiva di vita e di sviluppo alle popolazioni locali. La loro soluzione è quella di rovinare anche noi e la nostra identità, facendo migrare qui quei popoli. Risultato: Siamo invasi, ormai, dai popoli sub-sahariani e l’unica soluzione possibile e che si spera di adottare è quella di portare in quei paesi la nostra imprenditorialità, con il duplice intento di perseguire il reciproco vantaggio economico e la creazione di condizioni di progresso sociale per quei popoli. A grandi linee, si sarebbe nel solco della politica dei governi Berlusconi verso la Libia di Gheddafi; ma la finanza mondiale ha altri piani e la nostra porta sull’Africa è diventata la porta dei popoli africani sull’Italia. Conosco alcuni validi nigeriani, perciò, inizio il mio approfondimento da lì. Sapevo, solo genericamente e superficialmente, cosa mi attendeva.   L’economia dello Stato è in forte crescita e lo dimostra il fatto che nel 2012 il PIL ha superato quello del Sud Africa, ciò non di meno, la disoccupazione tocca il 8,2%, ma il 61.2% della popolazione nigeriana vive con meno di 1 $ al giorno (National Bureau of Statistics). Voglio condividere con voi la lettura, per noi poco edificante, delle relazioni di Carmilla online:

Da vari decenni l’ENI opera anche in nazioni in via di sviluppo come la Nigeria. L’ENI e’ stata anche multata di circa 365 milioni di dollari per tangenti; ma concentrarsi solo sull’aspetto corruttivo, astratto dal contesto, è un esercizio fuorviante. Le tangenti sborsate da tutte le corporations petrolifere, per quanto onerose, rappresentano la “giusta mercede” pagata ai vari regimi nigeriani per l’accondiscendenza dimostrata di fronte allo stupro della propria terra e per i servizi resi in termini di repressione dei movimenti popolari. Di questo parleremo un’altra volta.

U.S. Coins and Paper Moneydan-etete

Ecco un piccolo esempio di cosa accade li.

Apoi Clan, stato della Bayelsa, Nigeria. Prima del petrolio, la popolazione era prevalentemente dedita all’agricoltura e alla pesca, ora attivita’ fortemente compromesse dall’ inquinamento. Dal 1980 esiste un oleodotto dell’ENI, ormai obsoleto e corroso, che trasporta greggio dai pozzi alla centrale petrolifera Ogbainbiri, anch’essa di proprieta’ dell’ENI.

Dal 1999 si sono registrati continui incidenti con scoppi delle tubature, emissioni di greggio ed incendi. Il rogo piu’ grave accadde nell’Ottobre del 2007, quando ci fu’ l’ennesimo incendio e l’ENI, allertata dalla popolazione prima, e dal Ministero dell’Ambiente Nigeriano dopo, si rifiuto’ di recarsi sul luogo della catastrofe. Gli ufficiali ENI dissero che non potevano farci nulla. Dissero che avrebbero lasciato il fuoco divampante proseguire il suo corso, per poi intervenire immediatamente dopo.

Le fuoriuscite di petrolio e l’incendio durarono per tre settimane, generando un vero e proprio disastro ambientale, incendiando e inquinando gran parte delle terre circostanti. Alcuni laghi che la popolazione usava per la pesca, sono stati resi impraticabili a causa delle forti quantita’ di greggio disperse. Fino ad oggi (2011) nessun rappresentante ENI si e’ degnato di far visita a queste popolazioni. In cinque mesi non c’e’ stato nessun tentativo, gesto o mossa anche simbolica dell’ENI per cercare di porre rimedio al danno che i loro tubi corrosi hanno prodotto. Molto probabilmente non faranno nulla, e utilizzerano le loro solite tecniche: negheranno. Negheranno come hanno fatto in precenza in Nigeria, affermando che non ci sono perdite e che le lamentele del popolo sono completamente infondate.

Un po’ come fanno con noi, quando ci dicono che il centro petroli di Ortona sara’ un posto idilliaco e che Viggiano e’ un paradiso.

Intanto, la popolazione nigeriana continua a chiedere risarcimenti, miglior distribuzione delle risorse, ripristini ambientali, regole piu’ severe. La maggior parte della gente e’ povera e poco istruita. La qualita’ della vita e’ peggiorata per loro. L’ENI, che assieme alla olandese Shell e’ la compagnia occidentale a maggior presenza in Nigeria, fa orecchie da mercante. La corruzione e’ all’ordine del giorno. Al nostro mondo ricco e lontano queste cose non vengono dette. La violenza e’ sempre sbagliata, ma non bisogna sorprendersi troppo se oltre a chi protesta in modo civile in Nigeria, compaiono anche gruppi di cittadini militanti che vanno in giro a prendere emissari ENI in ostaggio.

A bird flies near the roaring column of flame.
A bird flies near the roaring column of flame.

Queste foto sono tutte gas flaring in Nigeria,  per opera dell’Agip. Le fiamme sono state accese dall’Agip nel 1972 e mai piu’ spente. Le foto sono di Chris Hondros,
fotografo americano morto in Libia. Al centro della fiamma si vede un uccello volare.

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11mahlr01i.jpg A girl stands in her family’s hut while the flare roars on, day and nite.
Chris Hondros, 41 anni, e’ uno dei due giornalisti uccisi a Misurata, In Libia, assieme al suo collega Tim Hetherington. Lavorava per Getty Images.
Fra le cose che ha fotografato durante la sua carriera, i pozzi Agip in Nigeria, paese devastato dal petrolio, e dai petrolieri made in Italy: l’ENI-Agip, che siamo ciascuno di noi al 30%.
Ecco qui le foto con il gas flaring. Le fiamme che vedete sono dell’Agip. Sono state accese nel 1972 e mai piu’ spente.
Chissa’ perche’ nessun fotografo italiano non va a fare reportage su queste cose. 40 anni di fiamme perenni. Che vuoi che gli interessa all’ENI e all’Agip della vita di queste persone. Che schifo.
Grazie, Mr. Hondros.

Ecco le impressioni di Chris Hondros sull’Agip in Nigeria, tradotte dal suo sito:

La Nigeria dovrebbe essere un paese ricchissimo. E’ il piu’ popoloso paese africano, e il sesto paese produttore di petrolio al mondo. Piu’ di 250 miliardi di dollari sono stati tirati fuori dall’acqua e dal mare di nigeria negli scorsi 40 anni. Ma dopo tutti questi anni di governo militare e di corruzione endemica, spinta dai soldi del petrolio, il paese e’ ancora sommerso da miliardi e miliardi di dollari di debito e la poverta’ e’ endemica.

Questo e’ particolarmente vero nella zona in cui viene prodotto il 100% del petrolio di Nigeria. La zona del Delta del Niger. Qui ci sono decine di villaggi dediti all’agricoltura tradizionale e minoranze etniche, e la regioone non ha rappresentanze governative anche se contribuisce per l’80% delle entrate della Nigeria grazie al suo petrolio. La gente dei villaggi assiste impotente senza serivizi base mentre le loro risorse naturali finiscono in tasche altrui, e devono pure fare i conti con gli enormi effetti ambientali e sulla loro salute dovuti alle perdite di petrolio e alle torri di gas flaring.

Le enormi emissioni di gas sono un prodotto inevitabile delle trivellazioni petrolifere e ci sono molte opzioni per gestirle. Il gas puo’ essere raccolto e usato per energia, o se questo e’ impossible, puo’ essere reiniettato sottoterra. Il metodo piu’ economico, e piu’ distruttivo e’ quello di bruciarlo, il flaring. Le fiamme non finiscono mai, c’e’ gas a sufficienza in anche in un pozzo modesto per bruciare per decenni, giorno e notte.

Il gas flaring e’ ovunque in Nigeria, nella regione del Niger Delta. Ma ce ne sono pochi di cosi’ drammatici come quelli di Oshie flare, della ditta Italiana Agip.

La fiamma Oshie sorge su un villaggio di 1700 famiglie, contadini e pescatori di Akaralou. Agli abitanti del villaggio furono promessi soldi e lavoro quando, nel 1972 l’Agip eresse la fiamma. Non si avvero’ niente, e Akaralou rimase senza pesca, senza agricoltura e con problemi di salute, grazie alla fiamma di quasi 70 metri di altezza.

Le costanti richieste all’Agip e al governo Nigeriano di migliorameni non sono stati mai ascoltati.

La maggior parte della gente non ricorda il tempo “prima” che la fiamma invadesse le loro vite.

di MARIA RITA

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Dagogo Joel vive nel villaggio di Akaraolu. il suo braccio è stato bruciato quando era ragazzo, perché , mentre pescava con suo padre, il camino della fiamma del gas della Torre Oshie ha eruttato liquidi in fiamme sul suo villaggio in modo incontrollato e lui e’ stato colto di sorpresa. 

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A gas flare owned by the Italian oil company Agip looms over the Nigerian village of Akaraolu. The flare was lit in 1972 and has never been extinguished since, day or night.

Akaraolu. “L’aria è calda e secca, prende alla gola. Le fiamme bruciano giorno e notte, lasciano cicatrici sulla terra e sulla mia pelle. Vesciche secche mi ricordano che avrei dovuto mantenere le distanze. Mentre continua a bruciare attraverso un’altra alba, mi chiedo, quante altre saranno sfigurate prima che il fuoco si sazi”. (G. Gilliam, Oshie flare)

“Le torce del gas flaring sono ovunque nella regione del delta del Niger, ma poche sono drammatiche come l’Oshie flare, di proprietà della compagnia petrolifera italiana Agip”. (C.Hondros, The price of oil)

Quando l’Agip arrivò ad Akaraolu (Nigeria/Rivers State) nel 1972, gli abitanti danzarono in suo onore. La compagnia petrolifera avrebbe costruito una nuova stazione di flusso, e soprattutto la strada di accesso all’impianto: un miglioramento notevole per i trasporti e i commerci con i paesi vicini. Ma nessuno degli emissari dell’Agip diede al Consiglio degli Anziani una definizione chiara di “gas flare”, o li mise in guardia sui potenziali effetti sul villaggio.

Nessuno gli disse che “gas flare” significa bruciare in atmosfera il gas prodotto dalle perforazioni petrolifere, quando l’investimento per convogliarlo, liquefarlo o ripomparlo nel sottosuolo viene ritenuto troppo oneroso. 

Nessuno gli disse che non avrebbero più visto il buio, che non avrebbero più dormito, che avrebbero dovuto gridare per parlarsi, che l’aria sarebbe diventata rovente. Nessuno gli disse che gli sbalzi di pressione del flusso del gas che alimenta la fiamma fanno tremare la terra e crepare i muri delle case.

Da quando è stata eretta l’Oshie flare, una torcia alta 300 piedi, i 2.000 abitanti di Akaraolu non hanno più conosciuto la notte: quando il sole tramonta, ci pensa l’Oshie flare a soppiantarne la luce col suo bagliore, ad offuscare le stelle.

Greg Campbell, giornalista freelance, descriveva così la situazione nel 2001: “Le temperature possono superare le massime giornaliere da 10 a 30 gradi, e diventano mortali se ci si avvicina troppo alla fiamma. …..Nel raggio di 200 yarde le palme sono marroni e fragili, e l’acqua è troppo calda per la vita dei pesci… Gli abitanti dicono che il calore e il rumore allontanano la fauna selvatica …. e che anche i suoli sono danneggiati, e producono ogni anno raccolti di cassava e patate sempre più magri. Le donne abortiscono con maggior frequenza per lo stress e il calore … e gli uomini pisciano sangue, una patologia non diagnosticata che gli abitanti attribuiscono alla fiamma … L’inquinamento corrode i tetti di zinco. Molti edifici, inclusa la scuola, hanno buchi rugginosi spalancati sui tetti, che trasformano le stanze in docce durante i sei mesi della stagione delle piogge. Ironicamente, la torcia brucia energia in atmosfera davanti ad un villaggio che non ha la corrente elettrica… C’è un solo generatore ad Akaraoulo, e funziona quando c’è la benzina per alimentarlo”.

Prima di andare a morire in Libia anche Chris Hondros, fotoreporter di guerra, documentò gli “effetti collaterali” dell’Oshie flare: “Il braccio di Dagogo Joel venne bruciato dall’Oshie flare quando era bambino. La torcia, adiacente ad Akaraolu, il villaggio di Joel, ogni tanto vomita liquidi in fiamme nelle campagne, e così ha bruciato il braccio di Joel che stava pescando con suo padre”.

“Il paese è schiacciato da una completa povertà, nonostante i milioni di dollari del petrolio che sgorga dalla sua terra ogni anno.

Alla fine degli anni ’90, dopo aver richiesto invano l’attenzione dell’Agip e del governo, gli abitanti di Akaraolu hanno provato a ribellarsi occupando la strada che porta all’impianto. L’attenzione in questo caso è arrivata in fretta, sui blindati dei reparti antisommossa. Gli uomini di Akaraolu sono rimasti in galera per mesi. Ora, nelle interviste raccolte da Patrick Naagbanton per Sahara Reporters, sembra prevalere la rassegnazione:

“Nel corso degli anni Eunice ha guidato diverse proteste pacifiche contro la compagnia petrolifera italiana. Le proteste volevano costringere l’azienda a fornire loro l’acqua, un centro medico e altre infrastrutture di base. Ha detto che si era stancato di lottare perché non hanno ottenuto nulla dalla società o dal governo… Segni di frustrazione e rabbia erano molto visibili sul suo volto”.

Il reportage di Naagbanton del settembre 2013 continua descrivendo le condizioni di degrado, inquinamento, militarizzazione:

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“La strada stava cadendo a pezzi, rendendo così il tragitto poco confortevole. Avevamo percorso circa due chilometri, quando un enorme camion militare ha accelerato verso di noi in senso opposto. L’uomo in moto era spaventato… mi ha consigliato di non parlare con loro perché così non ci avrebbero uccisi… Stavano tornando dalla stazione di flusso Agip di Akala-Olu alla loro base per farsi sostituire da un’altra squadra …

Ad un chilometro dalla comunità i cartelli “Restricted Area. Vehicles not allowed” sono dappertutto, fra la strada ed i terreni fertili. E’ pieno di condutture disseminate tutt’intorno. Due grossi tubi, uno dei quali vomita costantemente nuvole di fumo nero, mi hanno portato al villaggio di Akala-Olu…

La notte di Akala-Olu cade dall’atmosfera come una piaga. I tre pesanti generatori utilizzati per la produzione di petrolio, la turbina e la fiamma selvaggia provocano un inquinamento acustico shoccante e rilasciano un calore senza precedenti”.3

La stessa situazione viene descritta da un abitante ad Al Jazeera: “Quando piove beviamo gas, e la comunità di Akaraolu vive sotto il fuoco. Il mondo intero deve sapere che la comunità di Akaraolu sta vivendo nel fuoco, sta vivendo in servitù per colpa dell’Agip”4.

A Ebocha, un paese di agricoltori e pescatori in territorio Ogba, nella regione del Rivers State, l’Agip cominciò ad estrarre petrolio nel 1970. Quarant’anni dopo queste sono le testimonianze degli abitanti:

“Prima vivevamo in un paradiso che ci forniva tutto quello di cui avevamo bisogno, adesso le cose continuano a peggiorare, l’ambiente si deteriora e la povertà è in aumento”.

“Ora nemmeno con tre o quattro semine riusciamo a far fronte ai nostri bisogni. Basta vedere che prima per raccogliere la cassava dovevi tagliarla, ora le radici sono così piccole e avvizzite che si può prendere con le mani senza fare il minimo sforzo”5.

“La maggior parte di questi oleodotti – dice Dandy Mgbenwa, del Community Development Committee – è qui da più di 30 anni, per questo necessita di urgenti riparazioni perché le perdite sono dappertutto. Ci sono più di 100 falle fra Ebocha e l’Orashi River. In cento metri puoi contare sei perdite, che hanno causato l’ultimo incendio. L’incendio è il risultato della perdita dall’oleodotto che va dal campo petrolifero di Obiafu all’impianto di Obi-obi, una perdita che è rimasta lì per un sacco di tempo, molto vicina alla strada usata dalle donne per andare nei campi e al mercato. Uno dei veicoli che trasportano le donne, passando sul petrolio è uscito di strada. L’autista é morto e i passeggeri sono rimasti feriti. L’Agip deve sostituire subito queste tubazioni”.

All’ingresso del paese, le torri dell’Agip bruciano, da più di 40 anni e per 24 ore al giorno, il gas di scarto dell’estrazione del greggio. Come ad Akaraolu, avvicinandosi alle torce il calore e il rumore si fanno insopportabili. Il rumore impedisce il sonno, e il fetore di idrocarburi prende allo stomaco.

“La gente che abita in quell’area, quando viene qui, dice di avere un bruciore interno … e che non dorme per il rumore…. Dicono ogni volta che è come se la casa dovesse esplodere”, racconta Anthonia Chioma, dell’ Ebocha-Egbema’s General Hospital. “Puoi sentire il rumore da qui … è come qualcosa che sta cadendo dall’alto”7.

Il gas flaring produce tonnellate di CO2, monossido di carbonio e metano, provoca la ricaduta sul villaggio di particolato tossico: composti organici volatili, biossido di zolfo, anidride solforosa, metalli pesanti, benzene, toluene, xylene, idrocarburi policiclici aromatici, nero fumo. La Canadian Public Health Association ha inventariato 250 tossine prodotte dal gas flaring, praticamente l’intero repertorio delle nocività: cancerogeni, mutageni, teratogeni, tossici per il sistema nervoso, per il cuore e per i filtri del corpo8. La pioggia di Ebocha li raccoglie e diventa corrosiva. Rovina tutto, acidifica e inaridisce i suoli9, distrugge i tetti di lamiera, figuriamoci i polmoni e la pelle degli umani. Gli effetti hanno un ampio raggio e arrivano anche nelle comunità vicine di Mgbede, Okwizi, Agah, Ekpeaga. I suoli di Ebocha sono intrisi di metalli pesanti: nichel, vanadio, cadmio, rame e piombo che bioaccumulano negli organismi di piante e animali entrando nella catena alimentare10. Anche l’acqua è inquinata, la pesca è diventata impossibile. Una ricerca pubblicata lo scorso giugno rileva nelle acque del fiume Ebocha una concentrazione di nichel superiore ai limiti FEPA per l’acqua potabile, e notevoli livelli di idrocarburi policiclici aromatici (12,4 μg/l, cioè 124 volte superiore al valore di parametro UE per l’acqua potabile), con prevalenza di benzo (b) fluorantene e benzo pirene11.

A Ebocha il dottor Elekwachi Okeyla addebita al gas flaring la dimensione epidemica delle affezioni respiratorie (bronchite e l’asma) e oftalmiche12, così come Elder Dandy, coordinatore dell’Host Community Network: “Ieri abbiamo tenuto due funerali di persone decedute in maniera prematura, d’altronde le malattie della pelle e quelle respiratorie, nonché le morti dei neonati dopo il parto, sono ormai una costante”13. “Da quando è iniziato il gas flaring – dice Tom Chukwudi, segretario dell’ Ebocha Council of Chiefs – ha cominciato a causare molte deformità”14.

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La vicinanza alle torce provoca l’aumento delle temperature corporea, disidratazione, ipertensione, affezioni renali, disturbi del ciclo sonno/veglia, alterazioni del metabolismo dei lipidi15.

Quanto agli effetti cancerogeni, i dati raccolti dal reparto oncologico di Port Harcourt, riferiti a comunità del Delta esposte alle stesse nocività di Ebocha, chiamano in causa direttamente la Shell e l’Agip per l’eccesso di tumori all’apparato riproduttivo (maschile e femminile), al fegato e all’apparato gastrointestinale16.

Ovviamente tutto questo all’Eni non risulta. Rispondendo alla denuncia di Amnesty International sulla situazione a Ebocha, la compagnia sostiene che “al momento non abbiamo nessuna evidenza in merito ai problemi di salute causati dal gas flaring. Questa è la prima lamentela che riceviamo, e non ne abbiamo mai ricevute da altre comunità che vivono vicino al gas flaring”. E ancora: “Le lamentele riguardo agli impatti negativi sulla salute non sono supportate da nessuna statistica medica”17. Forse perché su Ebocha non esistono statistiche mediche, o perchè la maggior parte dei malati sfugge ad ogni possibile rilevazione, visto che non ha i mezzi per curarsi e non accede ai servizi sanitari. A Ebocha molte famiglie vivono con meno di 100 naira (0,50 euro) al giorno, in un territorio dove l’Eni estrae ogni giorno 50mila barili di petrolio.

Comunque, dal tenore della risposta. sorge il dubbio che l’Eni non legga neanche i propri documenti interni, che parlano di “effetti del gas flaring a lungo termine e irreversibili”, e di un impatto significativo di tale pratica a livello di inquinamento atmosferico, acustico e termico18. Evidentemente è un po’ distratta. Del resto non le risulta neanche che il gas flaring ad Ebocha continui ad esistere.

Durante l’assemblea del 5 maggio 2010, i vertici del gruppo assicuravano agli azionisti di aver completato con successo il progetto “Gas Ebocha Early Recovery” per per il recupero e la compressione del gas19. La stessa versione è leggibile nel pamphlet propagandistico ENI for 2012, dove si attribuisce particolare rilievo al “progetto di “Ebocha gas Recovery” che ha comportato il flaring down della stazione nel 2010”.

Peccato che gli abitanti di Ebocha non se ne siano accorti. Non se ne è accorto il fotografo Luca Tommasini, che nel settembre 2011 ha filmato le torce mentre continuavano a bruciare allegramente (guarda il suo documentario “Oil for nothing” qui), e nemmeno i ricercatori dei dipartimenti di chimica delle Università di Lagos e Kwararafa, che nel 2014 hanno misurato ad Ebocha gli effetti del gas flaring sul PH della pioggia. Lo studio ha rilevato come “i campioni raccolti in luoghi e tempi differenti mostrino un significativo livello di acidità che causa danni alle proprietà e alle colture”, acidificando i suoli e abbattendone la flora batterica20. Intervistati nel corso della stessa indagine, gli abitanti di Ebocha continuano caparbiamente ad affermare che “il gas flaring gli sta rovinando la vita e togliendo i mezzi di sussistenza”.

La Nigeria dovrebbe essere un paese enormemente ricco. E ‘il paese più popoloso dell’Africa, ed è il sesto produttore di petrolio leader nel mondo. Oltre un quarto trilione di dollari in petrolio è stato sollevato dal suolo e dalle acque nigeriane negli ultimi 40 anni. Ma dopo anni di governo militare e di corruzione dilagante, alimentata da queste quantità di petrolio, il paese è impantanato in miliardi di dollari di debito ed è devastato dalla povertà.

Questo avviene particolarmente e per ironia della sorte, nella regione del Delta del Niger, da cui proviene il 100% del petrolio della Nigeria. Malgrado le decine di villaggi agricoli tradizionali e tutte le sue minoranze etniche, la regione del Delta non ha quasi alcuna rappresentanza nel governo e, tuttavia, con il suo olio di palma, fornisce l’80% dei ricavi della Nigeria. Villaggi senza servizi di base guardano impotenti, mentre miliardi di dollari in flusso di olio, partono dalle loro terre – e, quindi, sono incapaci di qualsiasi tutela dell’ambiente e della salute compromesse dalle fuoriuscite di petrolio e dalle torreggianti fiaccole a gas.

Enormi quantità di emissioni di gas naturale sono un sottoprodotto inevitabile della trivellazione petrolifera, e ci sono diverse opzioni per gestirle. Il gas può essere sfruttata come energia, o, se questo non è possibile, essere re-iniettato nel terreno. La più economica – e la più distruttiva – alternativa è flaring, semplicemente facendolo bruciare nelle fiaccole a gas, che non si spengono mai. C’è abbastanza gas, anche in un modesto pozzo di petrolio, per bruciare per decenni, giorno e notte.

Le fiaccole a gas sono ovunque nella regione del Delta del Niger della Nigeria. Ma poche realtà sono drammatiche come quella causata dalla fiamma Oshie, di proprietà della compagnia petrolifera italiana Agip. La fiamma Oshie è quasi sulla cima di un villaggio di 1.700 famiglie. Sono gli agricoltori e i pescatori di Akaraolu, tradizionali. Agli abitanti del villaggio sono stati promessi posti di lavoro e denaro quando l’Agip eresse la fiaccola nel 1972. Ma niente di tutto questo si è mai materializzato, lasciando Akaraolu con il naufragio della pesca e i problemi dell’agricoltura e sanitari, a causa della colonna di fuoco, alta 200 piedi, ruggente in mezzo a loro. I ripetuti appelli all’Agip e al governo federale nigeriano per una tregua sono rimasti inascoltati. La maggior parte degli abitanti del villaggio non hanno nemmeno un ricordo di ciò che era la loro vita, prima che incombesse su di loro ciò che essi chiamano semplicemente “The Fire”.

Leggi: Luca Manes, Elena Gerebizza, Il Delta dei veleni. Gli impatti delle attività dell’Eni e delle altre multinazionali del petrolio in Nigeria, Allegato al numero 133 di Altreconomia, dicembre 2011

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