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793.-L’ENI IN NIGERIA E IL PREZZO DEL PETROLIO

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L’Africa è il Continente ricco, il più ricco e le multinazionali, tutte, lo stanno divorando, rovinando ogni prospettiva di vita e di sviluppo alle popolazioni locali. La loro soluzione è quella di rovinare anche noi e la nostra identità, facendo migrare qui quei popoli. Risultato: Siamo invasi, ormai, dai popoli sub-sahariani e l’unica soluzione possibile e che si spera di adottare è quella di portare in quei paesi la nostra imprenditorialità, con il duplice intento di perseguire il reciproco vantaggio economico e la creazione di condizioni di progresso sociale per quei popoli. A grandi linee, si sarebbe nel solco della politica dei governi Berlusconi verso la Libia di Gheddafi; ma la finanza mondiale ha altri piani e la nostra porta sull’Africa è diventata la porta dei popoli africani sull’Italia. Conosco alcuni validi nigeriani, perciò, inizio il mio approfondimento da lì. Sapevo, solo genericamente e superficialmente, cosa mi attendeva.   L’economia dello Stato è in forte crescita e lo dimostra il fatto che nel 2012 il PIL ha superato quello del Sud Africa, ciò non di meno, la disoccupazione tocca il 8,2%, ma il 61.2% della popolazione nigeriana vive con meno di 1 $ al giorno (National Bureau of Statistics). Voglio condividere con voi la lettura, per noi poco edificante, delle relazioni di Carmilla online:

Da vari decenni l’ENI opera anche in nazioni in via di sviluppo come la Nigeria. L’ENI e’ stata anche multata di circa 365 milioni di dollari per tangenti; ma concentrarsi solo sull’aspetto corruttivo, astratto dal contesto, è un esercizio fuorviante. Le tangenti sborsate da tutte le corporations petrolifere, per quanto onerose, rappresentano la “giusta mercede” pagata ai vari regimi nigeriani per l’accondiscendenza dimostrata di fronte allo stupro della propria terra e per i servizi resi in termini di repressione dei movimenti popolari. Di questo parleremo un’altra volta.

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Ecco un piccolo esempio di cosa accade li.

Apoi Clan, stato della Bayelsa, Nigeria. Prima del petrolio, la popolazione era prevalentemente dedita all’agricoltura e alla pesca, ora attivita’ fortemente compromesse dall’ inquinamento. Dal 1980 esiste un oleodotto dell’ENI, ormai obsoleto e corroso, che trasporta greggio dai pozzi alla centrale petrolifera Ogbainbiri, anch’essa di proprieta’ dell’ENI.

Dal 1999 si sono registrati continui incidenti con scoppi delle tubature, emissioni di greggio ed incendi. Il rogo piu’ grave accadde nell’Ottobre del 2007, quando ci fu’ l’ennesimo incendio e l’ENI, allertata dalla popolazione prima, e dal Ministero dell’Ambiente Nigeriano dopo, si rifiuto’ di recarsi sul luogo della catastrofe. Gli ufficiali ENI dissero che non potevano farci nulla. Dissero che avrebbero lasciato il fuoco divampante proseguire il suo corso, per poi intervenire immediatamente dopo.

Le fuoriuscite di petrolio e l’incendio durarono per tre settimane, generando un vero e proprio disastro ambientale, incendiando e inquinando gran parte delle terre circostanti. Alcuni laghi che la popolazione usava per la pesca, sono stati resi impraticabili a causa delle forti quantita’ di greggio disperse. Fino ad oggi (2011) nessun rappresentante ENI si e’ degnato di far visita a queste popolazioni. In cinque mesi non c’e’ stato nessun tentativo, gesto o mossa anche simbolica dell’ENI per cercare di porre rimedio al danno che i loro tubi corrosi hanno prodotto. Molto probabilmente non faranno nulla, e utilizzerano le loro solite tecniche: negheranno. Negheranno come hanno fatto in precenza in Nigeria, affermando che non ci sono perdite e che le lamentele del popolo sono completamente infondate.

Un po’ come fanno con noi, quando ci dicono che il centro petroli di Ortona sara’ un posto idilliaco e che Viggiano e’ un paradiso.

Intanto, la popolazione nigeriana continua a chiedere risarcimenti, miglior distribuzione delle risorse, ripristini ambientali, regole piu’ severe. La maggior parte della gente e’ povera e poco istruita. La qualita’ della vita e’ peggiorata per loro. L’ENI, che assieme alla olandese Shell e’ la compagnia occidentale a maggior presenza in Nigeria, fa orecchie da mercante. La corruzione e’ all’ordine del giorno. Al nostro mondo ricco e lontano queste cose non vengono dette. La violenza e’ sempre sbagliata, ma non bisogna sorprendersi troppo se oltre a chi protesta in modo civile in Nigeria, compaiono anche gruppi di cittadini militanti che vanno in giro a prendere emissari ENI in ostaggio.

A bird flies near the roaring column of flame.
A bird flies near the roaring column of flame.

Queste foto sono tutte gas flaring in Nigeria,  per opera dell’Agip. Le fiamme sono state accese dall’Agip nel 1972 e mai piu’ spente. Le foto sono di Chris Hondros,
fotografo americano morto in Libia. Al centro della fiamma si vede un uccello volare.

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11mahlr01i.jpg A girl stands in her family’s hut while the flare roars on, day and nite.
Chris Hondros, 41 anni, e’ uno dei due giornalisti uccisi a Misurata, In Libia, assieme al suo collega Tim Hetherington. Lavorava per Getty Images.
Fra le cose che ha fotografato durante la sua carriera, i pozzi Agip in Nigeria, paese devastato dal petrolio, e dai petrolieri made in Italy: l’ENI-Agip, che siamo ciascuno di noi al 30%.
Ecco qui le foto con il gas flaring. Le fiamme che vedete sono dell’Agip. Sono state accese nel 1972 e mai piu’ spente.
Chissa’ perche’ nessun fotografo italiano non va a fare reportage su queste cose. 40 anni di fiamme perenni. Che vuoi che gli interessa all’ENI e all’Agip della vita di queste persone. Che schifo.
Grazie, Mr. Hondros.

Ecco le impressioni di Chris Hondros sull’Agip in Nigeria, tradotte dal suo sito:

La Nigeria dovrebbe essere un paese ricchissimo. E’ il piu’ popoloso paese africano, e il sesto paese produttore di petrolio al mondo. Piu’ di 250 miliardi di dollari sono stati tirati fuori dall’acqua e dal mare di nigeria negli scorsi 40 anni. Ma dopo tutti questi anni di governo militare e di corruzione endemica, spinta dai soldi del petrolio, il paese e’ ancora sommerso da miliardi e miliardi di dollari di debito e la poverta’ e’ endemica.

Questo e’ particolarmente vero nella zona in cui viene prodotto il 100% del petrolio di Nigeria. La zona del Delta del Niger. Qui ci sono decine di villaggi dediti all’agricoltura tradizionale e minoranze etniche, e la regioone non ha rappresentanze governative anche se contribuisce per l’80% delle entrate della Nigeria grazie al suo petrolio. La gente dei villaggi assiste impotente senza serivizi base mentre le loro risorse naturali finiscono in tasche altrui, e devono pure fare i conti con gli enormi effetti ambientali e sulla loro salute dovuti alle perdite di petrolio e alle torri di gas flaring.

Le enormi emissioni di gas sono un prodotto inevitabile delle trivellazioni petrolifere e ci sono molte opzioni per gestirle. Il gas puo’ essere raccolto e usato per energia, o se questo e’ impossible, puo’ essere reiniettato sottoterra. Il metodo piu’ economico, e piu’ distruttivo e’ quello di bruciarlo, il flaring. Le fiamme non finiscono mai, c’e’ gas a sufficienza in anche in un pozzo modesto per bruciare per decenni, giorno e notte.

Il gas flaring e’ ovunque in Nigeria, nella regione del Niger Delta. Ma ce ne sono pochi di cosi’ drammatici come quelli di Oshie flare, della ditta Italiana Agip.

La fiamma Oshie sorge su un villaggio di 1700 famiglie, contadini e pescatori di Akaralou. Agli abitanti del villaggio furono promessi soldi e lavoro quando, nel 1972 l’Agip eresse la fiamma. Non si avvero’ niente, e Akaralou rimase senza pesca, senza agricoltura e con problemi di salute, grazie alla fiamma di quasi 70 metri di altezza.

Le costanti richieste all’Agip e al governo Nigeriano di migliorameni non sono stati mai ascoltati.

La maggior parte della gente non ricorda il tempo “prima” che la fiamma invadesse le loro vite.

di MARIA RITA

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Dagogo Joel vive nel villaggio di Akaraolu. il suo braccio è stato bruciato quando era ragazzo, perché , mentre pescava con suo padre, il camino della fiamma del gas della Torre Oshie ha eruttato liquidi in fiamme sul suo villaggio in modo incontrollato e lui e’ stato colto di sorpresa. 

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A gas flare owned by the Italian oil company Agip looms over the Nigerian village of Akaraolu. The flare was lit in 1972 and has never been extinguished since, day or night.

Akaraolu. “L’aria è calda e secca, prende alla gola. Le fiamme bruciano giorno e notte, lasciano cicatrici sulla terra e sulla mia pelle. Vesciche secche mi ricordano che avrei dovuto mantenere le distanze. Mentre continua a bruciare attraverso un’altra alba, mi chiedo, quante altre saranno sfigurate prima che il fuoco si sazi”. (G. Gilliam, Oshie flare)

“Le torce del gas flaring sono ovunque nella regione del delta del Niger, ma poche sono drammatiche come l’Oshie flare, di proprietà della compagnia petrolifera italiana Agip”. (C.Hondros, The price of oil)

Quando l’Agip arrivò ad Akaraolu (Nigeria/Rivers State) nel 1972, gli abitanti danzarono in suo onore. La compagnia petrolifera avrebbe costruito una nuova stazione di flusso, e soprattutto la strada di accesso all’impianto: un miglioramento notevole per i trasporti e i commerci con i paesi vicini. Ma nessuno degli emissari dell’Agip diede al Consiglio degli Anziani una definizione chiara di “gas flare”, o li mise in guardia sui potenziali effetti sul villaggio.

Nessuno gli disse che “gas flare” significa bruciare in atmosfera il gas prodotto dalle perforazioni petrolifere, quando l’investimento per convogliarlo, liquefarlo o ripomparlo nel sottosuolo viene ritenuto troppo oneroso. 

Nessuno gli disse che non avrebbero più visto il buio, che non avrebbero più dormito, che avrebbero dovuto gridare per parlarsi, che l’aria sarebbe diventata rovente. Nessuno gli disse che gli sbalzi di pressione del flusso del gas che alimenta la fiamma fanno tremare la terra e crepare i muri delle case.

Da quando è stata eretta l’Oshie flare, una torcia alta 300 piedi, i 2.000 abitanti di Akaraolu non hanno più conosciuto la notte: quando il sole tramonta, ci pensa l’Oshie flare a soppiantarne la luce col suo bagliore, ad offuscare le stelle.

Greg Campbell, giornalista freelance, descriveva così la situazione nel 2001: “Le temperature possono superare le massime giornaliere da 10 a 30 gradi, e diventano mortali se ci si avvicina troppo alla fiamma. …..Nel raggio di 200 yarde le palme sono marroni e fragili, e l’acqua è troppo calda per la vita dei pesci… Gli abitanti dicono che il calore e il rumore allontanano la fauna selvatica …. e che anche i suoli sono danneggiati, e producono ogni anno raccolti di cassava e patate sempre più magri. Le donne abortiscono con maggior frequenza per lo stress e il calore … e gli uomini pisciano sangue, una patologia non diagnosticata che gli abitanti attribuiscono alla fiamma … L’inquinamento corrode i tetti di zinco. Molti edifici, inclusa la scuola, hanno buchi rugginosi spalancati sui tetti, che trasformano le stanze in docce durante i sei mesi della stagione delle piogge. Ironicamente, la torcia brucia energia in atmosfera davanti ad un villaggio che non ha la corrente elettrica… C’è un solo generatore ad Akaraoulo, e funziona quando c’è la benzina per alimentarlo”.

Prima di andare a morire in Libia anche Chris Hondros, fotoreporter di guerra, documentò gli “effetti collaterali” dell’Oshie flare: “Il braccio di Dagogo Joel venne bruciato dall’Oshie flare quando era bambino. La torcia, adiacente ad Akaraolu, il villaggio di Joel, ogni tanto vomita liquidi in fiamme nelle campagne, e così ha bruciato il braccio di Joel che stava pescando con suo padre”.

“Il paese è schiacciato da una completa povertà, nonostante i milioni di dollari del petrolio che sgorga dalla sua terra ogni anno.

Alla fine degli anni ’90, dopo aver richiesto invano l’attenzione dell’Agip e del governo, gli abitanti di Akaraolu hanno provato a ribellarsi occupando la strada che porta all’impianto. L’attenzione in questo caso è arrivata in fretta, sui blindati dei reparti antisommossa. Gli uomini di Akaraolu sono rimasti in galera per mesi. Ora, nelle interviste raccolte da Patrick Naagbanton per Sahara Reporters, sembra prevalere la rassegnazione:

“Nel corso degli anni Eunice ha guidato diverse proteste pacifiche contro la compagnia petrolifera italiana. Le proteste volevano costringere l’azienda a fornire loro l’acqua, un centro medico e altre infrastrutture di base. Ha detto che si era stancato di lottare perché non hanno ottenuto nulla dalla società o dal governo… Segni di frustrazione e rabbia erano molto visibili sul suo volto”.

Il reportage di Naagbanton del settembre 2013 continua descrivendo le condizioni di degrado, inquinamento, militarizzazione:

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“La strada stava cadendo a pezzi, rendendo così il tragitto poco confortevole. Avevamo percorso circa due chilometri, quando un enorme camion militare ha accelerato verso di noi in senso opposto. L’uomo in moto era spaventato… mi ha consigliato di non parlare con loro perché così non ci avrebbero uccisi… Stavano tornando dalla stazione di flusso Agip di Akala-Olu alla loro base per farsi sostituire da un’altra squadra …

Ad un chilometro dalla comunità i cartelli “Restricted Area. Vehicles not allowed” sono dappertutto, fra la strada ed i terreni fertili. E’ pieno di condutture disseminate tutt’intorno. Due grossi tubi, uno dei quali vomita costantemente nuvole di fumo nero, mi hanno portato al villaggio di Akala-Olu…

La notte di Akala-Olu cade dall’atmosfera come una piaga. I tre pesanti generatori utilizzati per la produzione di petrolio, la turbina e la fiamma selvaggia provocano un inquinamento acustico shoccante e rilasciano un calore senza precedenti”.3

La stessa situazione viene descritta da un abitante ad Al Jazeera: “Quando piove beviamo gas, e la comunità di Akaraolu vive sotto il fuoco. Il mondo intero deve sapere che la comunità di Akaraolu sta vivendo nel fuoco, sta vivendo in servitù per colpa dell’Agip”4.

A Ebocha, un paese di agricoltori e pescatori in territorio Ogba, nella regione del Rivers State, l’Agip cominciò ad estrarre petrolio nel 1970. Quarant’anni dopo queste sono le testimonianze degli abitanti:

“Prima vivevamo in un paradiso che ci forniva tutto quello di cui avevamo bisogno, adesso le cose continuano a peggiorare, l’ambiente si deteriora e la povertà è in aumento”.

“Ora nemmeno con tre o quattro semine riusciamo a far fronte ai nostri bisogni. Basta vedere che prima per raccogliere la cassava dovevi tagliarla, ora le radici sono così piccole e avvizzite che si può prendere con le mani senza fare il minimo sforzo”5.

“La maggior parte di questi oleodotti – dice Dandy Mgbenwa, del Community Development Committee – è qui da più di 30 anni, per questo necessita di urgenti riparazioni perché le perdite sono dappertutto. Ci sono più di 100 falle fra Ebocha e l’Orashi River. In cento metri puoi contare sei perdite, che hanno causato l’ultimo incendio. L’incendio è il risultato della perdita dall’oleodotto che va dal campo petrolifero di Obiafu all’impianto di Obi-obi, una perdita che è rimasta lì per un sacco di tempo, molto vicina alla strada usata dalle donne per andare nei campi e al mercato. Uno dei veicoli che trasportano le donne, passando sul petrolio è uscito di strada. L’autista é morto e i passeggeri sono rimasti feriti. L’Agip deve sostituire subito queste tubazioni”.

All’ingresso del paese, le torri dell’Agip bruciano, da più di 40 anni e per 24 ore al giorno, il gas di scarto dell’estrazione del greggio. Come ad Akaraolu, avvicinandosi alle torce il calore e il rumore si fanno insopportabili. Il rumore impedisce il sonno, e il fetore di idrocarburi prende allo stomaco.

“La gente che abita in quell’area, quando viene qui, dice di avere un bruciore interno … e che non dorme per il rumore…. Dicono ogni volta che è come se la casa dovesse esplodere”, racconta Anthonia Chioma, dell’ Ebocha-Egbema’s General Hospital. “Puoi sentire il rumore da qui … è come qualcosa che sta cadendo dall’alto”7.

Il gas flaring produce tonnellate di CO2, monossido di carbonio e metano, provoca la ricaduta sul villaggio di particolato tossico: composti organici volatili, biossido di zolfo, anidride solforosa, metalli pesanti, benzene, toluene, xylene, idrocarburi policiclici aromatici, nero fumo. La Canadian Public Health Association ha inventariato 250 tossine prodotte dal gas flaring, praticamente l’intero repertorio delle nocività: cancerogeni, mutageni, teratogeni, tossici per il sistema nervoso, per il cuore e per i filtri del corpo8. La pioggia di Ebocha li raccoglie e diventa corrosiva. Rovina tutto, acidifica e inaridisce i suoli9, distrugge i tetti di lamiera, figuriamoci i polmoni e la pelle degli umani. Gli effetti hanno un ampio raggio e arrivano anche nelle comunità vicine di Mgbede, Okwizi, Agah, Ekpeaga. I suoli di Ebocha sono intrisi di metalli pesanti: nichel, vanadio, cadmio, rame e piombo che bioaccumulano negli organismi di piante e animali entrando nella catena alimentare10. Anche l’acqua è inquinata, la pesca è diventata impossibile. Una ricerca pubblicata lo scorso giugno rileva nelle acque del fiume Ebocha una concentrazione di nichel superiore ai limiti FEPA per l’acqua potabile, e notevoli livelli di idrocarburi policiclici aromatici (12,4 μg/l, cioè 124 volte superiore al valore di parametro UE per l’acqua potabile), con prevalenza di benzo (b) fluorantene e benzo pirene11.

A Ebocha il dottor Elekwachi Okeyla addebita al gas flaring la dimensione epidemica delle affezioni respiratorie (bronchite e l’asma) e oftalmiche12, così come Elder Dandy, coordinatore dell’Host Community Network: “Ieri abbiamo tenuto due funerali di persone decedute in maniera prematura, d’altronde le malattie della pelle e quelle respiratorie, nonché le morti dei neonati dopo il parto, sono ormai una costante”13. “Da quando è iniziato il gas flaring – dice Tom Chukwudi, segretario dell’ Ebocha Council of Chiefs – ha cominciato a causare molte deformità”14.

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La vicinanza alle torce provoca l’aumento delle temperature corporea, disidratazione, ipertensione, affezioni renali, disturbi del ciclo sonno/veglia, alterazioni del metabolismo dei lipidi15.

Quanto agli effetti cancerogeni, i dati raccolti dal reparto oncologico di Port Harcourt, riferiti a comunità del Delta esposte alle stesse nocività di Ebocha, chiamano in causa direttamente la Shell e l’Agip per l’eccesso di tumori all’apparato riproduttivo (maschile e femminile), al fegato e all’apparato gastrointestinale16.

Ovviamente tutto questo all’Eni non risulta. Rispondendo alla denuncia di Amnesty International sulla situazione a Ebocha, la compagnia sostiene che “al momento non abbiamo nessuna evidenza in merito ai problemi di salute causati dal gas flaring. Questa è la prima lamentela che riceviamo, e non ne abbiamo mai ricevute da altre comunità che vivono vicino al gas flaring”. E ancora: “Le lamentele riguardo agli impatti negativi sulla salute non sono supportate da nessuna statistica medica”17. Forse perché su Ebocha non esistono statistiche mediche, o perchè la maggior parte dei malati sfugge ad ogni possibile rilevazione, visto che non ha i mezzi per curarsi e non accede ai servizi sanitari. A Ebocha molte famiglie vivono con meno di 100 naira (0,50 euro) al giorno, in un territorio dove l’Eni estrae ogni giorno 50mila barili di petrolio.

Comunque, dal tenore della risposta. sorge il dubbio che l’Eni non legga neanche i propri documenti interni, che parlano di “effetti del gas flaring a lungo termine e irreversibili”, e di un impatto significativo di tale pratica a livello di inquinamento atmosferico, acustico e termico18. Evidentemente è un po’ distratta. Del resto non le risulta neanche che il gas flaring ad Ebocha continui ad esistere.

Durante l’assemblea del 5 maggio 2010, i vertici del gruppo assicuravano agli azionisti di aver completato con successo il progetto “Gas Ebocha Early Recovery” per per il recupero e la compressione del gas19. La stessa versione è leggibile nel pamphlet propagandistico ENI for 2012, dove si attribuisce particolare rilievo al “progetto di “Ebocha gas Recovery” che ha comportato il flaring down della stazione nel 2010”.

Peccato che gli abitanti di Ebocha non se ne siano accorti. Non se ne è accorto il fotografo Luca Tommasini, che nel settembre 2011 ha filmato le torce mentre continuavano a bruciare allegramente (guarda il suo documentario “Oil for nothing” qui), e nemmeno i ricercatori dei dipartimenti di chimica delle Università di Lagos e Kwararafa, che nel 2014 hanno misurato ad Ebocha gli effetti del gas flaring sul PH della pioggia. Lo studio ha rilevato come “i campioni raccolti in luoghi e tempi differenti mostrino un significativo livello di acidità che causa danni alle proprietà e alle colture”, acidificando i suoli e abbattendone la flora batterica20. Intervistati nel corso della stessa indagine, gli abitanti di Ebocha continuano caparbiamente ad affermare che “il gas flaring gli sta rovinando la vita e togliendo i mezzi di sussistenza”.

La Nigeria dovrebbe essere un paese enormemente ricco. E ‘il paese più popoloso dell’Africa, ed è il sesto produttore di petrolio leader nel mondo. Oltre un quarto trilione di dollari in petrolio è stato sollevato dal suolo e dalle acque nigeriane negli ultimi 40 anni. Ma dopo anni di governo militare e di corruzione dilagante, alimentata da queste quantità di petrolio, il paese è impantanato in miliardi di dollari di debito ed è devastato dalla povertà.

Questo avviene particolarmente e per ironia della sorte, nella regione del Delta del Niger, da cui proviene il 100% del petrolio della Nigeria. Malgrado le decine di villaggi agricoli tradizionali e tutte le sue minoranze etniche, la regione del Delta non ha quasi alcuna rappresentanza nel governo e, tuttavia, con il suo olio di palma, fornisce l’80% dei ricavi della Nigeria. Villaggi senza servizi di base guardano impotenti, mentre miliardi di dollari in flusso di olio, partono dalle loro terre – e, quindi, sono incapaci di qualsiasi tutela dell’ambiente e della salute compromesse dalle fuoriuscite di petrolio e dalle torreggianti fiaccole a gas.

Enormi quantità di emissioni di gas naturale sono un sottoprodotto inevitabile della trivellazione petrolifera, e ci sono diverse opzioni per gestirle. Il gas può essere sfruttata come energia, o, se questo non è possibile, essere re-iniettato nel terreno. La più economica – e la più distruttiva – alternativa è flaring, semplicemente facendolo bruciare nelle fiaccole a gas, che non si spengono mai. C’è abbastanza gas, anche in un modesto pozzo di petrolio, per bruciare per decenni, giorno e notte.

Le fiaccole a gas sono ovunque nella regione del Delta del Niger della Nigeria. Ma poche realtà sono drammatiche come quella causata dalla fiamma Oshie, di proprietà della compagnia petrolifera italiana Agip. La fiamma Oshie è quasi sulla cima di un villaggio di 1.700 famiglie. Sono gli agricoltori e i pescatori di Akaraolu, tradizionali. Agli abitanti del villaggio sono stati promessi posti di lavoro e denaro quando l’Agip eresse la fiaccola nel 1972. Ma niente di tutto questo si è mai materializzato, lasciando Akaraolu con il naufragio della pesca e i problemi dell’agricoltura e sanitari, a causa della colonna di fuoco, alta 200 piedi, ruggente in mezzo a loro. I ripetuti appelli all’Agip e al governo federale nigeriano per una tregua sono rimasti inascoltati. La maggior parte degli abitanti del villaggio non hanno nemmeno un ricordo di ciò che era la loro vita, prima che incombesse su di loro ciò che essi chiamano semplicemente “The Fire”.

Leggi: Luca Manes, Elena Gerebizza, Il Delta dei veleni. Gli impatti delle attività dell’Eni e delle altre multinazionali del petrolio in Nigeria, Allegato al numero 133 di Altreconomia, dicembre 2011

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