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997.-CAUCASO. NAGORNO KARABAKH.

 

Siamo ancora nel Caucaso, dove si confrontano due mondi. La Repubblica del Nagorno Karabakh (Lernayin Gharabaghi Hanrapetutyun), per gli armeni comunemente Artsakh dal nome dell’omonima storica regione, è de facto uno stato a riconoscimento limitato, non riconosciuto da alcun membro dell’ONU, autoproclamatosi indipendente dall’Azerbaigian.
Situato nel Caucaso meridionale, nella regione del Nagorno Karabakh (anche “Alto Karabakh” o “Karabakh Montuoso”), confina a ovest con l’Armenia, a sud con l’Iran a nord e ad est con l’Azerbaigian. Per capirci, siamo tra la Russia e la Turchia. Gli attuali confini territoriali sono stati determinati al termine del conflitto scoppiato nel gennaio del 1992, dopo l’avvenuta proclamazione di indipendenza e corrispondono, grosso modo, a quelli dell’antica regione armena di Artsakh. Alcune porzioni del territorio (parte della regione di Shahoumyan e i bordi orientali delle regioni di Martouni e Martakert) sono sotto controllo azero pur essendo rivendicate dagli armeni come parte integrante del loro Stato. La guerra del Nagorno Karabakh è stato un conflitto armato che si è svolto tra il gennaio 1992 e il maggio 1994, nella piccola enclave del Nagorno Karabakh. Lo scorso 20 giugno la Russia ha tentato di assumere un ruolo di mediazione diretta nel conflitto fra Armenia e Azerbaigian relativo alla regione contesa del Nagorno-Karabakh: il presidente Vladimir Putin ha accolto, infatti, a San Pietroburgo gli omologhi armeno e azero, rispettivamente Serzh Sargsjan e Ilham Alyev. In questa occasione, i tre capi di stato hanno concordato sulla necessità di dare nuovo impeto al processo di pace nel Nagorno-Karabakh. I presidenti dei tre paesi hanno concordato su una dichiarazione trilaterale che esprime l’impegno nel cercare progressi concreti per la pacificazione politica. L’iniziativa russa esula dal formato regolare dei negoziati, gestiti dal Gruppo di Minsk, che si era riunito l’ultima volta lo scorso 16 maggio e che al momento, tuttavia, non sembra portare a particolari risultati, nonostante le dichiarazioni del presidente di turno dell’Osce – il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz – che dopo avere assunto l’incarico ha detto che concentrerà le sue attività sulla risoluzione dei “frozen conflict” in Europa.

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Referendum costituzionale, nascerà la “repubblica di Artsakh”?

flag_of_nagorno-karabakh-svg                 In Nagorno Karabakh l’affluenza alle urne per il referendum costituzionale svoltosi il 20 febbraio è stata alta. L’87,6% dei votanti si è espresso a favore del cambio di sistema di governo da semi-presidenziale a presidenziale, e della modifica del nome della repubblica de facto in Artsakh. Una riforma “dettata dalle circostanze” La nuova costituzione sostituisce quella approvata nel 2006, quando a seguito di un altro referendum il Nagorno Karabakh si era dotato di una forma di governo semi-presidenziale. In realtà, la Commissione sulle riforme costituzionali istituita nel marzo 2016 avrebbe inizialmente dovuto elaborare un progetto costituzionale per trasformare il Nagorno Karabakh in una repubblica parlamentare. Si sarebbe così seguito l’esempio dell’Armenia che nel dicembre 2015 aveva organizzato un discusso referendum costituzionale avente lo stesso scopo. Invece, dopo il riaccendersi degli scontri armati sulla linea di contatto che divide l’esercito armeno da quello azero ad est del Nagorno Karabakh nell’aprile 2016, il progetto venne stravolto in senso opposto: la nuova costituzione approvata lo scorso 20 febbraio rinforzerà i poteri del presidente Bako Sahayan, in particolare permettendogli di prendere decisioni più rapide in materia di sicurezza. Inoltre, la riforma permetterà a Sahayan di restare al potere anche dopo la scadenza del suo mandato (a luglio di quest’anno) durante il periodo di transizione verso la nuova costituzione, ovvero fino al 2020. Per poi potenzialmente candidarsi per altre due volte alle elezioni presidenziali e quindi restare in carica fino al 2030. “Cosa c’è in un nome?” “Nelle sei sillabe che compongono ‘Na-gor-no Ka-ra-bakh’ si combinano tutti e tre gli imperi che si contesero l’influenza sul Caucaso: l’impero ottomano, quello persiano e quello russo. E’ forse la più condensata dimostrazione di potere e lingua esistente su questa riva del Volga: un grande impero (spesso in declino) per ogni due sillabe. Letteralmente, il nome significa altopiano, ‘nagornij’ in russo, e giardino nero, ‘karabagh’ in turco-persiano.” (Slavs & Tatars, Kidnapping Mountains, 2009) La nuova denominazione, Artsakh, approvata in seguito al referendum, racconta un’altra storia. Artsakh è una parola armena che fa riferimento ad una delle dieci province storiche del Regno di Armenia, corrispondente oggi in buona parte al territorio del Nagorno Karabakh: l’Artsakh fu l’ultima delle province a mantenere la propria autonomia anche in seguito all’invasione ottomana tra il XI e il XIV secolo. Sebbene il termine sia già comunemente usato in Armenia per riferirsi al Nagorno Karabakh, un cambio ufficiale di denominazione è visto come un’ulteriore rivendicazione nei confronti di Baku in risposta alla cosiddetta “guerra dei quattro giorni” dell’aprile 2016. La reazione di Baku: L’Azerbaigian non ha ovviamente riconosciuto il referendum svoltosi nel Nagorno Karabakh, né i suoi risultati. Secondo Elmar Mammadyarov, ministro degli esteri azero, il referendum non è altro che una provocazione, essendo contrario alla costituzione azera e ai principi del diritto internazionale. ll ministro ha inoltre dichiarato che “il tentativo da parte dell’Armenia di cambiare il nome della regione del Nagorno Karabakh, parte integrante dell’Azerbaigian, dimostra chiaramente che l’Armenia non è interessata a una risoluzione politica del conflitto armato”. E intanto si allunga la lista di personae non grate del presidente azero Aliyev: il procuratore generale dell’Azerbaigian ha infatti già avviato procedimenti penali contro i tre europarlamentari che si sono recati in Nagorno Karabakh per monitorare lo svolgimento del referendum.

Laura Luciani. Nata il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacha decidevano la dissoluzione dell’URSS, è appassionata di mondo post-sovietico e russofono. E’ laureata in lingue slave, comunicazione e scienze politiche all’Université Libre de Bruxelles.

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