Archivio mensile:luglio 2018

1907.- Sergio Marchionne è stato un esempio per senso della disciplina e un grande italiano per la consapevolezza con cui ha vissuto la sua cultura.

Dalle pagine del Corriere della Sera, traggo questo saluto a un grande italiano. Marchionne ebbe il compito di salvare la Fiat e la salvò. Non ebbe il compito di salvare l’Italia come vorrebbero i corvi della carta stampata. “La lettera di Grande Stevens è il migliore saluto: «Per me Marchionne era come un figlio, è diventato un fratello»
Il legale di Gianni Agnelli aveva un ottimo rapporto con Sergio Marchionne, grazie all’interesse comune per il gruppo, ma anche per la condivisa passione per la filosofia

di Franzo Grande Stevens

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È molto difficile per me parlare di Sergio Marchionne che con Gianluigi Gabetti è stato il mio migliore amico di una vita. La sua scelta di amministratore delegato della Fiat (oggi Fca) è dovuta a Umberto Agnelli, che prima di morire raccomandò a Gabetti e a me di chiamarlo in azienda. Umberto aveva valutato Marchionne dai risultati eccezionali che aveva raggiunto lavorando per la Sgs, Société Générale de Surveillance, società di assicurazioni ginevrina. Umberto ci disse che quest’uomo aveva avuto un’idea geniale: quella di incaricare un suo uomo in ogni scalo marittimo o aereo del mondo. Questo incaricato doveva garantire all’acquirente i beni di qualsiasi genere (dal petrolio alle noci alle castagne e via di seguito) e che essi corrispondessero alla qualità dichiarata dal venditore. In questo modo i tempi dell’accertamento e le qualità promesse dalla società di assicurazioni erano praticamente annullati. E i clienti assicurati dalla Sgs ricevevano subito il pagamento. Non era infatti necessario un accertamento delle qualità dei beni venduti, in quanto ne rispondeva la società assicuratrice. La Sgs ebbe un enorme sviluppo. E questa fu la ragione principale per la quale Umberto Agnelli, sul punto di morire, consigliò a Gabetti e a me di assicurare alla Fiat quest’uomo. Così facemmo.
Quando conobbi Marchionne gli citai per caso, nel nostro colloquio, un filosofo e mi accorsi che egli conosceva benissimo la filosofia a cominciare da Voltaire e Machiavelli: e gli consigliava perciò il «senso della disciplina» e la consapevolezza dell’«importanza della cultura». La prima gli veniva dall’infanzia che fu difficile. Da ragazzino, dopo la scomparsa del padre maresciallo dei carabinieri, con la mamma emigrò da Chieti negli Abruzzi a Toronto in Canada, presso una zia che commerciava in dettaglio ortofrutticoli. Un trasferimento affatto facile per lui. Imparò così il rigore e capì il binomio disciplina-cultura. Sergio è un uomo che sarebbe piaciuto a Giovanni Agnelli, che da sabaudo illuminato aveva dimostrato sempre grande interesse per gli intellettuali e per i sofisticati meccanismi finanziari dedicando del tempo ad affrontare tematiche di cultura illuministica e storica. Giovanni Agnelli ne avrebbe apprezzato la «unicità». Marchionne in Canada completò i suoi studi dimostrando grande interesse per la filosofia. Gianluigi Gabetti ed io, memori di quanto ci aveva detto in punto di morte Umberto Agnelli, invitammo Sergio e riuscimmo a portarlo alla Fiat. Qui ci incontravamo e ci consultavamo molto spesso da veri e grandi amici su ogni questione importante del gruppo (a quest’ultimo egli, con l’aiuto di Obama, aveva potuto aggiungere la Chrysler donde il cambiamento di Fiat in Fca).
Gabetti ed io avremmo potuto considerarlo per la nostra età un figlio (il mio primo ha soltanto quattro anni di meno) e invece divenne un nostro fratello, che ci consultava e ci insegnava che cosa vuol dire occuparsi del successo di una grande azienda. Il dolore per la sua malattia è indicibile. Quando dalla tv di Londra appresi il giovedì sera che egli era stato ricoverato a Zurigo, pensai purtroppo che fosse in pericolo di vita. Perché conoscevo la sua incapacità di sottrarsi al fumo continuo delle sigarette. Tuttavia, quando seppi che era soltanto un «intervento alla spalla», sperai. Invece, come temevo, da Zurigo ebbi la conferma che i suoi polmoni erano stati aggrediti e capii che era vicino alla fine. Alla società, ad Elkann, che è esponente e leader della proprietà, la mia commossa partecipazione. Marchionne ha lasciato una società che ha raggiunto l’incredibile risultato dell’azzeramento del debito e l’avvio di una vita di successi. Mi auguro che sulla strada che egli ha tracciato, sul suo esempio, la Fca prosegua con gli stessi risultati. Soltanto così il grande dolore di tutti noi potrà alleviarsi.”

Buonanotte Sergio
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1906.- Quando De Benedetti faceva affari con Soros

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IL PRIMATO NAZIONALE. Roma, 13 feb – Molto si è detto e molto si è scritto a proposito dei legami tra Carlo De Benedetti e lo speculatore George Soros: solito materiale proprio dei complottisti o verità scappata ad un’attenta censura?

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Marco De Benedetti, attuale presidente di GEDI Gruppo Editoriale.

Sabato 10 febbraio La Repubblica, quotidiano appartenente a GEDI Gruppo Editoriale ora presieduto da Marco De Benedetti dopo la successione del padre Carlo avvenuta nel 2017, ha pubblicato un articolo quantomeno ruffiano, firmato da Ettore Livini, intitolato “Soros, il filantropo che viene accusato di ogni complotto. I populisti e la destra gli imputano mille trame: l’ultima sarebbe anti-Brexit” in cui si arriva pure a coniare una nuova parola da inserire al più presto nel dizionario della neolingua: la Sorosfobia. Ecco la geniale conclusione: “Tanti nemici, tanto onore. Lui (Soros) tira dritto per la sua strada. «Trump è un pericolo per il mondo, vuol creare uno stato mafioso – ha detto a Davos – Google e Facebook minacciano la democrazia; Paesi autoritari e big dell’hi-tech possono creare una rete di controlli orwelliana». La mappa della Sorosfobia è destinata ad allargarsi ancora”.

Un elemento rende il taglio complottista dell’articolo ancora più grottesco: la pubblicità dell’Espresso presente nella stessa pagina in cui spicca il titolone “Legami pericolosi”, ovvero quelli tra il leader della Lega, Matteo Salvini, e indefiniti uomini legati a Putin allo scopo di riempire le casse del partito. Secondo noi, tra questi uomini sarà presente sicuramente qualche rettiliano.

Non è la prima volta che i media di GEDI Gruppo Editoriale si genuflettono davanti a George Soros e ne tessono le lodi, spesso nei momenti di una sua maggiore vulnerabilità presso l’opinione pubblica italiana. Recentemente, l’anziano magnate ungherese è stato coinvolto in una vera tempesta mediatica a causa del finanziamento del valore di 400 mila sterline a favore di un gruppo anti Brexit in Gran Bretagna[1], e a causa dello scandalo che ha visto la sua Oxfam accusata dal governo britannico di aver coperto alcuni suoi dipendenti colpevoli di aver organizzato un vero traffico di prostitute ad Haiti[2].

A questo punto, ci siamo chiesti il motivo di un simile trattamento di favore dei giornali del gruppo di De Benedetti, e le risposte sono arrivate dopo una semplice ricerca che parte dagli anni ’80.

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Una delle figure che lega Carlo De Benedetti a George Soros è Isidoro Albertini, emblematica figura del mercato mobiliare italiano. Sponsorizzato politicamente da Beniamino Andreatta (l’autore, insieme a Ciampi, del divorzio Ministero del Tesoro – Banca d’Italia) e dall’allora governatore della Banca d’Italia Guido Carli, oltre ai forti legami con la famiglia dei banchieri Foglia di Banca del Ceresio, Albertini fece una rapida carriera come Presidente degli agenti di cambio della Borsa di Milano, per poi costituire la Albertini e co SIM agenti di cambio, ed essere nominato amministratore del Quantum Fund di Soros. Albertini favorì il primo investimento di George Soros in Italia: l’acquisto di un consistente e a buon mercato pacchetto azionario della Olivetti presieduta proprio da Carlo De Benedetti. In seguito Albertini dichiarò: “Intercettammo il pacchetto da alcuni azionisti minori che volevano vendere e una delle controparti fu appunto Soros, convinto che, pur nelle difficoltà in cui si trovava la società (erano i tempi della prima “crisi” di Ivrea), Olivetti aveva grandi potenzialità di recupero. In effetti fu così e Soros riuscì a realizzare un buon guadagno sull’investimento”[3].

Quindi Soros aiutò l’azienda di De Benedetti ad uscire da una profonda crisi finanziaria, consentendo ad Olivetti di continuare il suo piano produttivo. All’inizio degli anni ’90, De Benedetti e Albertini sono finiti anche in tribunale accusati dalla Cise Spa e da altri sottoscrittori “per aver ordito una sorta di macchinazione, operata grazie alle influenze delle testate possedute dall’ingegnere, che avrebbe dovuto travolgere il Fondo Europrogramme, e consentire a De Benedetti di impossessarsi del patrimonio immobiliare del Fondo a prezzi di saldo”. Nel 1993, però il Tribunale di Milano ha respinto l’azione giudiziaria contro De Benedetti e Albertini.

Ricordiamo, a tal proposito, anche le sentenze positive ricevute nei diversi gradi di giudizio dall’ingegnere durante il lunghissimo procedimento giudiziario riguardante il Lodo Mondadori intentato contro Silvio Berlusconi e la Fininvest, chiusosi nel 2013 con la sentenza civile che condannava quest’ultima al pagamento di 494 milioni di euro alla CIR di De Benedetti come risarcimento dei danni economici. Curiosamente, lo stesso George Soros ha dichiarato di aver iniziato ad operare in Italia con la sua Open Society Foundations nel 2008 “per supportare le battaglie legali contro la concentrazione della proprietà dei media da parte dell’amministrazione Berlusconi”[4]. Le attività legate al magnate sono sempre costellate da innumerevoli coincidenze.

Isidoro Albertini, un signore di Piazza Affari, morto nel dicembre 2015 a 96 anni e Edgar De Picciotto, morto nel marzo 2016 a 87 anni, dopo una lunga malattia. Nel 1969, questo eminente banchiere ginevrino fu il fondatore della Private Banking Union.

Un altro anello di congiunzione tra lo speculatore ungherese e l’imprenditore naturalizzato svizzero è Edgar De Picciotto definito “uno dei banchieri più furbi di Ginevra”; quest’ultimo era socio in affari di De Benedetti ed entrambi sedevano nel Consiglio di Amministrazione della Societé Financière de Genève. Curiosamente, negli anni ’80 il figlio di De Picciotto era tra gli amministratori dell’Olivetti. All’epoca, De Picciotto, come Albertini, era nel CdA di Quantum Fund di Soros. Un’altra curiosa coincidenza.

Abbiamo quindi evidenziato il quadrato “magico” che ha legato negli anni ’80 e ’90 Carlo De Benedetti, gli amministratori del sorosiano Quantum Fund, Isidoro Albertini e Edgar De Picciotto, e George Soros. Nulla di illegale, ovviamente, ma questo può far meglio comprendere le ripercussioni sui contenuti informativi e il relativo taglio editoriale dei prodotti pubblicati sui media posseduti dall’oligarca dell’editoria italiana.

È per questo esemplificativa la data del 31 gennaio 1997[5].

Su La Repubblica vengono pubblicati tre articoli su George Soros: uno sulla pagina economica, in cui si esalta la presenza sempre più attiva del suo Quantum Fund nel sistema finanziario italiano, uno sulla pagina culturale firmato da Mario Vargas Llosa scrittore latino-americano promotore della legalizzazione della droga, in cui il magnate viene dipinto come un genio che dispensa saggezza filosofica sui mali del libero mercato, e l’ultimo sulla pagina editoriale firmato da Giorgio Ruffolo, esponente dell’allora sinistra tecnocratica italiana, in cui si glorifica Soros definendolo pentito delle speculazioni che ha operato in mezzo mondo e si consiglia di seguire il suo consiglio di introdurre una moneta unica europea.

Giorgio Ruffolo era tra gli eletti invitati alla riunione “Progetto Costituente Europa” organizzata, nel febbraio 1997, dalla Open Society Foundations “per decidere il lancio di una campagna continentale che dovrebbe portare alla formazione di un’assemblea costituente e quindi alla stesura della Carta Costituzionale Europea. Una specie di Bicamerale continentale insomma”. Tra gli altri partecipanti italiani anche l’immancabile Emma Bonino. Consigliamo di leggere interamente l’articolo del Corriere della Sera ripreso dal sito di Radio Radicale[6] ricordando che solo 5 anni prima Soros aveva contribuito ad affossare la lira e considerando tutto ciò che è avvenuto successivamente.

Ma il quotidiano di De Benedetti non era ancora soddisfatto dei tre articoli che idolatravano George Soros: perché non screditare ulteriormente Bettino Craxi, uno dei pochi politici italiani a criticare aspramente il magnate ungherese, con un ulteriore articolo pubblicato il medesimo 31 gennaio 1997[7]?

Non entriamo in merito alla incredibile e paradossale gestione della crisi del 1992 operata da Carlo Azeglio Ciampi e Giuliano Amato, ma è imbarazzante la strenua difesa che La Repubblica persegue degli allora Governatore della Banca d’Italia e Presidente del Consiglio, a distanza di 5 anni e viste le ripercussioni sul tessuto economico italiano, banalizzando le considerazioni di Craxi sulla questione. Per ascoltare le attualissime parole di Bettino Craxi sulla crisi del ’92 e su Soros, vi invitiamo a visionare il video “La svalutazione della lira nel 1992, Craxi contro Soros”[8] e a leggere l’intervista a Bobo Craxi del giugno 2016 pubblicata da Il Dubbio[9]. Oltre a riproporre considerazioni del padre che aveva soprannominato il magnate “Squalos” e di lui parlava come di un “pescecane appartenente a quei poteri che volevano ridurre il nostro a un Paese debole e sottomesso” (triste profezia dello statista socialista), Bobo Craxi ha affermato: “Mio padre nel ’92 denunciò la speculazione del finanziere che aveva come obiettivo la distruzione dell’Italia. Oggi fa lo stesso con l’aiuto di gente come Di Maio: un fascista da monetine, con l’abito buono”, anticipando la nostra inchiesta sui legami tra Soros e il Movimento 5 Stelle pubblicata sulla rivista del Primato Nazionale di febbraio.

Merita di essere citata anche l’interrogazione parlamentare del novembre 1995[10] presentata da Antonio Parlato e Maurizio Gasparri, allora esponenti di Alleanza Nazionale, seguita all’esposto depositato da Paolo Raimondi e Claudio Ciocanti, presidente e segretario generale del Movimento internazionale per i diritti civili – solidarietà, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, “in cui si chiede l’apertura di un procedimento giudiziario nei confronti di Soros per verificare se la sua ammessa attività speculativa contro la lira sia stata fatta in violazione dell’articolo 501 del codice penale”.

L’esposto del Movimento internazionale per i diritti civili – solidarietà “mette in relazione la conseguente drammatica svalutazione della lira con l’incontro quasi cospirativo tenutosi il 2 giugno 1992 sullo yacht Britannia della regina Elisabetta d’Inghilterra, dove l’alta finanza britannica, massicciamente coinvolta nella speculazione degli strumenti derivati, concordava con uomini di Governo, quali Mario Draghi, direttore generale del Ministero del tesoro e Beniamino Andreatta, la privatizzazione delle Partecipazioni statali che, con l’attacco speculativo di settembre, sarebbe stata fatta a prezzi stracciati. L’esposto documenta anche il ruolo della finanziaria di Soros, il Quantum Fund, che ha tra i suoi amministratori Isidoro Albertini della “Albertini e co SIM agenti di cambio” di Milano e Edgar de Picciotto della Union Bancaire Prive’e (UBP) di Ginevra in attività poco lecite.

Come era logico presumere, ne l’esposto depositato presso il Tribunale di Milano ne l’interrogazione parlamentare hanno fatto chiarezza su una delle pagine più buie della storia economica italiana. Ricordiamo che solo i giudici francesi sono riusciti ad accusare in via definitiva per insider trading George Soros, nonostante lo stesso avesse portato la sentenza davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo[11].

Sui rapporti tra De Bendetti e Soros non sarà infine inutile citare anche un dato risalente al 2005, quando l’allora esponente della Margherita, Francesco Rutelli, incontrò il magnate ungherese a New York, al 33esimo piano di un grattacielo con vista su Central Park. Dell’incontro dà notizia anche Repubblica, che tuttavia omette, non casualmente, un particolare interessante, riportato invece dal Corriere della Sera del 1° luglio 2005, a pagina 8, in un articolo a firma di Francesco Verderami, dal titolo significativo: “Rutelli vede Soros, De Bendetti fa da sponsor”. Sarebbe stato quindi l’imprenditore italiano a procurare a Rutelli il contatto con Soros. E non crediamo che quest’ultimo accolga tutte le “raccomandazioni” che gli arrivano dall’altra parte del mondo. Fra i due, evidentemente, c’era un rapporto consolidato.

Una piccola conclusione finale: troviamo molto divertente che i giornali della galassia De Benedetti, La Repubblica in testa, accusino di complottismo chi fa ricerca, portando elementi probanti a supporto, a proposito delle ingerenze di George Soros nella politica italiana e internazionale, e poi siano i primi a scorgere ovunque influenze russe, mai provate nonostante tutto il mondo progressista si stia impegnando tenacemente, palesate come giustificazione per elezioni passate dal’esito non congeniale e come spauracchio per votazioni future, arrivando anche ad insinuare che Masha e Orso facciano propaganda dalla loro casetta in Russia[12].

Francesca Totolo

NOTE

[1] George Soros ‘proud’ of donating £400.000 to anti-Brexit campaign: https://www.theguardian.com/business/2018/feb/11/george-soros-proud-donating-anti-brexit-campaign

[2] Scandalo ONG, orge e prostituzione nei paesi poveri: http://www.oltrelalinea.news/2018/02/11/scandalo-ong-orge-e-prostituzione-nei-paesi-poveri/

[3] Addio a Isidoro Albertini, un Signore di Piazza Affari. L’intervista al Sole: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2015-12-06/addio-isidoro-albertini-signore-piazza-affari-l-intervista-sole-165551.shtml?uuid=ACzU1MoB

[4] La Open Society Foundations in Italia: https://www.opensocietyfoundations.org/explainers/open-society-foundations-italy/it

[5] La Repubblica, archivio: https://ricerca.repubblica.it/ricerca/repubblica?fromdate=1997-01-31&todate=1997-01-31&month=01&year=1997&day=31&filter_people=george+soros

[6] Soros federalista europeo: http://www.radioradicale.it/exagora/soros-federalista-europeo-0

[7] Craxi – Ciampi, e’ polemica sulla svalutazione del ’92: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/01/31/craxi-ciampi-polemica-sulla-svalutazione.html

[8] La svalutazione della lira nel 1992, Craxi contro Soros: https://www.youtube.com/watch?v=52i6Y10rxMA

[9] Craxi: «Soros appoggia i populisti per distruggere l’ Europa»: http://ildubbio.news/ildubbio/2016/06/29/craxi-soros-appoggia-i-populisti-per-distruggere-l%C2%92europa/

[10] INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/15250 presentata da PARLATO ANTONIO (ALLEANZA NAZIONALE) in data 19951106: http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/15250&ramo=CAMERA&leg=12&tipoAtto=INTERROGAZIONE%20RISPOSTA%20SCRITTA&testo=interrogazione%204%2015250

[11] La sentenza francese contro George Soros, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e i suoi giudici: https://www.lucadonadel.it/la-sentenza-francese-contro-george-soros-e-i-suoi-giudici/

1905.- Così Facebook traccia anche chi non è iscritto. E registra cosa facciamo col mouse

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Mark Zuckerberg

Dal Sole 24 Ore. Durante i due giorni in cui Zuckerberg si è sottoposto al fuoco (poco nemico) del congresso statunitense, le questioni rimaste irrisolte erano diverse. In più di una circostanza il Ceo di Facebook aveva promesso ai legislatori di fornire risposte più esaurienti dopo alcune verifiche su certi temi.

Adesso quelle risposte sono arrivate, e sono contenute in un lungo incartamento che da Facebook hanno fatto recapitare a Capitol Hill. 454 pagine nelle quali da Menlo Park risponde a più di duemila domande riguardanti politiche sui dati degli utenti, privacy e sicurezza, alternando argomentazioni più o meno soddisfacenti a repliche del tutto insufficienti.

IL DATAGATE NON FINISCE 09 giugno 2018
Nuove accuse per Facebook: ha fornito un accesso speciale ai dati ad alcune aziende
La prima impressione, sfogliando il report firmato da Facebook, è che la strategia del social network sia stata quella di attenersi molto ai suoi termini di servizio e agli standard della comunità, fornendo un banale “copia-incolla” delle policy rintracciabili sul sito. In ben 224 casi, inoltre, Facebook ha risposto con un rimando a risposte date in precedenza. Segnali lampanti di quanto, questo incartamento, seppur così consistente, entra poco in profondità. Sui temi riguardanti il modello di business della società, l’eventuale condizionamento delle elezioni americane, la gestione dei dati degli utenti, l’impressione è che si rimanga nello stagno di qualche mese fa.

IL SOCIAL NETWORK NEL MIRINO 06 giugno 2018
Nuova bufera su Facebook: condivisi dati degli utenti con 4 società cinesi
I dati dei non utenti
Fra i punti caldi delle 454 pagine inviate da Facebook al Senato Usa, uno dei passaggi più interessanti riguarda il trattamento dei dati dei non utenti. Sì, proprio così: i non utenti, cioè chi naviga su Internet ma non ha un account di Facebook. La società di Menlo Park ha ammesso di raccogliere anche questi dati. E lo fa grazie alla presenza dei suoi tasti (like, commenta ecc.) presenti sui siti di mezzo mondo: «Quando le persone – scrivono da Facebook – visitano app o siti web che dispongono delle nostre tecnologie, ad esempio il pulsante “Mi piace” o “Commenta”, i nostri server registrano automaticamente che un determinato dispositivo e un utente abbia visitato il sito o l’app».

L’ALLEGATO
Le risposte di Facebook alle domande del comitato giudiziario del Senato
E secondo Facebook questa è una «funzione intrinseca della progettazione di Internet». Ma la società di Menlo Park ha fatto sapere che registra anche «qualsiasi informazione aggiuntiva che l’editore dell’app o del sito web scelga di condividere con Facebook sulle attività della persona su quel sito (come ad esempio il fatto che sia stato effettuato un acquisto sul sito)». Una risposta che dice chiaramente una cosa: se avete acquistato un regolabarba su Internet, è molto probabile che Facebook lo sappia. Anche se non siete iscritti a Facebook.

IL MONOPOLIO
Per quanto riguarda lo status di monopolio di Facebook, il senatore Amy Klobuchar era stato particolarmente incalzante. E aveva posto a Zuckerberg una domanda molto articolata: «Con oltre due miliardi di utenti attivi mensilmente, Facebook è di gran lunga la più grande piattaforma di social networking su Internet. Alcuni hanno definito Facebook un monopolio e hanno affermato che Facebook non ha una vera concorrenza: se un utente di Facebook che vive negli Stati Uniti desidera passare a un’altra piattaforma di social networking online, quali sono le prime dieci piattaforme alternative disponibili?».

LE RISPOSTE DI FACEBOOK ALLE DOMANDE DEL COMITATO COMMERCIO, SCIENZA E TRASPORTI DEL SENATO
L’ufficio legale di Menlo Park ha risposto che «nella Silicon Valley e in tutto il mondo, nuove applicazioni social stanno emergendo in continuazione», tirando in ballo Snapchat, DailyMotion e Pinterest.
Traccia ogni mossa del mouse
Tra le altre risposte fornite, anche quella relativa al tracciamento del comportamento dell’utente. Fra i dati che la piattaforma di Zuckerberg raccoglie, infatti, ci sono anche le operazioni che si fanno on line e i comportamenti che si tengono davanti allo schermo. Facebook ha ammesso di tener traccia di particolari come: «se una finestra è in primo piano o in secondo piano, o movimenti del mouse (che possono aiutare a distinguere gli esseri umani da bot)». Vengono monitorati anche i segnali, le impostazioni e gli “identificatori univoci” del dispositivo.

1904.- Il governo fa bene a puntare sulla Libia. Il generale di Squadra Aerea Mario Arpino spiega perché

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Quella del ministro Trenta è una politica “giusta nei modi e nei tempi”, utile soprattutto a contrastare le iniziative della Francia, da sempre ostile alla nostra presenza in Nord Africa. Conversazione con il generale Mario Arpino, già capo di Stato Maggiore della Difesa (dal 15 febbraio 1999, fino al marzo 2001).

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“Una politica organica, corretta nei modi e nei tempi, anche in risposta ad analoghe iniziative francesi”. Così Mario Arpino, generale dell’Aeronautica militare e già capo di Stato Maggiore della Difesa, descrive la due-giorni del ministro Elisabetta Trenta in Tunisia e Libia. Tra “la storica competizione” con la Francia e l’esigenza di stabilizzare l’area del nord Africa, abbiamo chiesto al generale di commentare il viaggio “a sorpresa” della titolare del dicastero di via XX settembre, che fa seguito alle recenti visite dei ministri di Interno ed Esteri, Matteo Salvini ed Enzo Moavero Milanesi. In sintesi, il governo sta dimostrando di muoversi in modo “organico e sistematico”.

Generale, come interpreta la strategia del ministro Trenta, che ieri era in Tunisia e oggi in Libia?

Ritengo che queste visite siano molto importanti, anche perché stanno riprendendo la politica del precedente ministro dell’Interno, Marco Minniti. Al di là di grida e sussurri, la politica resta tutto sommano la stessa, e anzi sembra essere stata ripresa in modo anche più organico. Quella del ministro Trenta non è l’unica visita in Libia, e spero che lei stessa vada anche in Egitto (come ha fatto di recente Salvini e farà prossimamente Moavero Milanesi, ndr). Mi sembra la giusta risposta, con tempi immediati, ad analoghe azioni portate avanti dai francesi, i quali stanno perseverando nel tentativo di furto delle iniziative dell’Italia in nord Africa, ma d’altronde non si tratta di politiche nuove. Ad ogni modo, tornando alla sua domanda e a prescindere dalla Francia, mi sembra un’iniziativa corretta nei tempi e nei modi.

Dunque, secondo lei si può parlare di una vera e propria competizione tra Italia e Francia per acquisire influenza sulla Libia?

Purtroppo sì. E questo, come sta già succedendo, finirà per precludere o rallentare tutto il processo di distensione nell’area del Mediterraneo tra Roma e Parigi. Dietro c’è la lotta tra Eni e Total, insieme a molte altre cose che non conosciamo, anche se è così da sempre. La Francia non ha mai visto di buon grado la presenza italiana nel nord Africa, sin da quando abbiamo preso la Libia nel 1911-1912. Prima della Seconda guerra mondiale, Italo Balbo, che dal 1934 era governatore della Libia, non sapeva se tamponare il confine orientale od occidentale. Quando nel 1938 si iniziò a pensare alla difesa della colonia, si ritenne molto più pericoloso il settore ovest, cioè il confine con la Tunisia francese, piuttosto che il settore est, dove c’erano gli inglesi. Non a caso, Balbo creò un battaglione di paracadutisti libici, guidati dal generale dell’Aeronautica italiana, Goffredo Tonini, con i quali mise in atto un esercitazione di massa nella zona della Gefara, antistante il confine con la Tunisia. Fino alla sua neutralizzazione durante la guerra, la Francia è stata ritenuta molto più pericolosa, considerando tra l’altro che i suoi tentativi di penetrazione in Libia, da sud e da est, proseguirono anche dopo. Insomma, la Francia ci ha sempre un po’ tarpato le ali in nord Africa.

Considerando i recenti viaggi nel Paese di Salvini e Moavero Milanesi, pare che il governo abbia affrontato con decisione il dossier. È così?

Sì. Si tratta, come detto, di un approccio organico, ovvero selettivo e qualitativo per materia e per competenza. È l’intero governo che si sta muovendo. Prima, si muoveva solo il povero Minniti che faceva la parte degli altri e che non era nemmeno ben visto da tutti all’interno del suo stesso partito, da cui sono arrivate anche critiche aperte. Ora, non ci sono critiche ed è tutta la politica nazionale che si sta svolgendo in modo organico e sistematico.

Lo scopo della visita odierna, fanno sapere da Palazzo Baracchini, è procedere verso gli obiettivi di “stabilizzazione dell’aerea e contenimento dei flussi migratori”. Quanto sono connessi questi due elementi?

Sono estremamente legati. Il contenimento non si può fare senza accordi precisi e stabili con il governo libico e con i vari governi dell’area. Per farlo, serve stabilità, ma questa è impossibile fino a quando ci sarà l’anarchia di organizzazioni criminali (e non tribale, visto che a mio avviso le tribù c’entrano ben poco) e fino a quando l’area sarà campo fertile per le organizzazioni criminali che, a catena, con una spinta dal sub-Sahel spostano i migranti. Il contrasto ai consorzi criminali e la stabilizzazione sono premesse indispensabili affinché i governi possano stringere accordi sostenibili.

Questo si lega evidentemente alla missione in Niger. La ritiene un impegno rilevante per questa strategia di stabilizzazione e contenimento?

Certo, ed è importante proseguirla per i motivi e per le finalità con cui è nata fin dall’inizio. È importante che non si deformi. Dopo alcuni problemi, sembra che con l’incontro a Roma tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il presidente del Niger Mahamadou Issoufou, i termini siano tornati quelli iniziali. Ora, la missione va proseguita.

E poi?

E poi, tornando alla Libia, bisognerebbe andare oltre, fino nelle zone del Fezzan che hanno bisogno di stabilizzazione, poiché anche da lì si origina il mercato degli schiavi, di poveri popoli prima incitati e poi trasportati, a ondate, dal Sudan e dal Niger, con almeno tra passaggi di mano che avvengono anche in Libia. Certo, l’Italia non può affrontare il problema da sola. Con amici che non sono amici ma infidi, ci troviamo a doverci arrangiare fin dove possiamo arrivare con le forze a nostra disposizione, e intendo non le forze militari, ma la capacità di stipulare accordi diplomatici che a sua volta prevede, almeno in fieri, una robustezza militare da poter manifestare e dispiegare.

Stefano Pioppi, formichen

1903.- BREAKING: Obama Knowingly Funded Designated Al-Qaeda Affiliate – Obama, affiliato di Al Qaeda, indicato come un finanziatore

di RYAN SAAVEDRA @REALSAAVEDRA, 25 luglio 2018
 
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Un nuovo rapporto pubblicato mercoledì ha rivelato che l’amministrazione Obama ha rifornito consapevolmente un’organizzazione di finanziamento del terrorismo islamico con centinaia di migliaia di dollari, nonostante il fatto che il gruppo fosse stato designato come “organizzazione di finanziamento del terrorismo”, già da un decennio, dal governo degli Stati Uniti.

I funzionari dell’amministrazione Obama hanno approvato il finanaziamento di ben oltre $ 100.000 anche dopo che sono stati informati che l’Islamic Relief Agency (ISRA) di Khartoum era affiliata a Osama bin Laden e Maktab al-Khidamat (MK), che, alla fine, divenne al-Qaeda.

L’ISRA, anche conosciuta come l’Islamic Relief Agency (IARA), ha ricevuto una sovvenzione finanziata dai contribuenti di $ 200.000 dall’amministrazione Obama, Almeno $ 115.000 di questi sono stati assegnati all’organizzazione di finanziamento del terrorismo. Rapporti della revisione dei conti nazionale:

I conti tornano
Secondo il Tesoro degli Stati Uniti, nel 1997 l’ISRA ha stabilito un rapporto di cooperazione formale con MK. Nel 2000, l’ISRA aveva raccolto $ 5 milioni per il gruppo di bin Laden. Il Dipartimento del Tesoro fa notare che i funzionari dell’ISRA cercavano persino di “trasferire” [bin Laden] per garantirsi un porto sicuro per lui “. Inoltre riferisce che l’ISRA ha raccolto fondi nel 2003 nell’Europa occidentale specificamente destinati agli attentati suicidi di Hamas.

La pianificazione finanziaria del 2004 includeva tutte le filiali dell’ISRA, incluso un ufficio degli Stati Uniti chiamato Islamic American Relief Agency (IARA-USA). Alla fine si è saputo che questa filiale americana aveva trasferito illegalmente oltre 1,2 milioni di dollari ai ribelli iracheni e ad altri gruppi terroristici, tra cui, secondo quanto riferito, il terrorista afgano Gulbuddin Hekmatyar.

National Review rileva che nel luglio 2014 l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) ha approvato l’assegnazione di $ 723,405 di fondi dei contribuenti statunitensi alla World Vision Inc., e che “$ 200.000 di quel denaro dovevano essere indirizzati a un sub-beneficiario: ISRA “.

World Vision aveva informato l’USAID nel 2014 che l’ISRA era nell’elenco delle organizzazioni designate come terroristiche e successivamente dovette attendere le valutazioni dell’Ufficio del controllo dei beni esteri dell’Ufficio del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (OFAC) prima che potesse ricevere il denaro.

Tuttavia, l’Ufficio del controllo dei beni esteri dell’Ufficio del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (OFAC), nel gennaio 2015, confermò che l’ISRA era un’organizzazione terroristica, tale designata e si oppose a che la World Vision potesse ottenere “una licenza per effettuare transazioni con [ISRA]”. National Review aggiunge:

Nonostante la sentenza dell’OFAC, a febbraio, World Vision scrisse all’OFAC e al funzionario dell’amministrazione Obama Jeremy Konyndyk (che ha poi ricoperto il ruolo di direttore dell’ufficio USA dell’aiuto statunitense ai disastri stranieri) per chiedere all’AKAC una nuova licenza dell’USAID per il pagamento delle somme dovute all’ISRA per il lavoro svolto. “Secondo Larry Meserve, direttore della missione di USAID per il Sudan, World Vision ha sostenuto che se non avessero pagato ISRA,” il loro intero programma sarebbe stato messo a repentaglio. “…

… Poi, incredibilmente, il 7 maggio 2015 – dopo aver operato in “stretta collaborazione e diverse consultazioni con il Dipartimento di Stato” – l’OFAC rilasciò una licenza ad una affiliazione World Vision, World Vision International, autorizzando “un trasferimento “una tantum” di circa $ 125.000 all’ISRA, “di cui” $ 115.000 per servizi eseguiti sotto il premio secondario con USAID “e $ 10.000 per” un accordo di finanziamento non correlato tra Irish Aid e World Vision. ”

Mentre l’amministrazione Trump si è concentrata sulla distruzione del terrorismo islamico, quegli stessi gruppi avevano prosperato sotto l’amministrazione Obama.

“[Nel 2014], quando gli Stati Uniti hanno iniziato la campagna contro il gruppo terroristico, l’ISIS era presente in sette paesi”, ha riferito The Hill nel 2016. “Quella cifra è salita a 13 nel 2015, e oggi il documento della Casa Bianca mostra che ISIS opera in 18 paesi. ”

L’amministrazione Obama ha anche impedito che si compisse una massiccia indagine su Hezbollah, un gruppo terrorista islamico appoggiato dall’Iran, che ha permesso loro di “diventare uno dei più grandi gruppi criminali organizzati transnazionali nel mondo”, ha detto a Politico l’agente veterano della supervisione della DEA, Jack Kelly.

Obama ha cercato di minimizzare la sua incapacità di contenere il terrorismo sostenendo che sotto la sua amministrazione “il numero di incidenti terroristici [non era] aumentato in modo sostanziale”.

Il Politifact di sinistra ha valutato la dichiarazione di Obama come “per lo più falsa”.

IL NOSTRO COMMENTO.
Dopo la riuscita campagna elettorale, opera dei media con un fine preciso, Obama ha trasmesso un’immagine d’ipocrisia che ha coinvolto e improntato di sé gli Stati Uniti. Obama non soltanto è un mentitore, come vuole che sia il Corano se ciò serve a fare dell’Islam l’unica religione; ma è proprio, di suo, un falso e non ci è piaciuto.
Cosa dice il popolo americano dei suoi cittadini decapitati dall’ISIS? Cito Peter Kassig, Steve Sotloff, James Foley e, a proposito di questi ultimi, cito i commenti al video della loro decapitazione fatti sparire da You Tube:
Infatti, il video della decapitazione di James Foley potrebbe essere una montatura. Lo sostengono il quotidiano britannico The Times e la Cnn, secondo cui l’uccisione del giornalista americano non sarebbe avvenuta davanti alla telecamera, ma in un altro momento, e il video distribuito online sarebbe solo una messa in scena. L’Isis ha rilasciato un video di 2 minuti e 46 secondi in cui viene mostrata la decapitazione del cittadino americano Steven Sotloff. Secondo la Cnn il boia che avrebbe decapitato il reporter Sotloff sarebbe lo stesso responsabile della morte di James Foley.

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Dopo i dubbi su quanto sia opportuno pubblicare i video provenienti da gruppi terroristici come quello della decapitazione di Foley, ecco le perplessità sulla sua autenticità. Sono gli esperti di una società internazionale di ricerca sentiti dal Times ad aver avanzato interrogativi sull’identità del presunto assassino così come sulla decapitazione del reporter: non sarebbe, infatti, avvenuta davanti alle telecamere, così come testimonia il video divulgato dai jihadisti, che ne mostra solo pochi secondi.

COLTELLO

Il coltello impugnato nel video dal presunto assassino sembra essere troppo piccolo per l’uso voluto. Inoltre, si legge sul Corriere dell Sera, “il terrorista passa sei volte la lama sul collo della vittima e non c’è traccia di sangue”. È possibile, dunque, che quella davanti alle telecamere sia stata solo una simulazione, anche se non ci sono dubbi sull’effettiva uccisione di Foley. I misteri restano.

1902.- IN NOME DI DIO! COS’ALTRO DEVE ACCADERE PERCHE’ L’AMORE CRISTIANO TORNI A ILLUMINARE IL CAMMINO?

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Continuiamo a fingere di non sapere, a fingerci buonisti, globalisti o sovranisti, a dare voce ai farisei o a chi non sa di essere. Ormai è noto che i migranti non muoiono solo in mare, anzi! che l’industria dei trapianti poggia su un traffico orrendo; che la nostra civiltà è in pericolo per le masse di selvaggi che non può sostenere; che parlare di integrazione è un eufemismo, ma, soprattutto, che dall’Africa la nostra crudeltà trae vantaggi e importa bestialità e che una parte, già corrotta, della politica, in nome di una sinistra di un secolo finito, lucra grazie a tutto questo. Dobbiamo prendere atto che di fronte a questi orrori, siamo soli e siamo la prima schiera. Neppure più la Chiesa cattolica è baluardo. É una multinazionale anch’essa, troppo potente e troppo ricca per schierare la croce avanti a noi. E neppure la legge è adeguata, costruita com’è intorno a principi di civiltà, crea confusione e diviene strumento di protezione per le bestie: Bestie perché non si può più parlare di rei, di cittadini da redimere, da rieducare con una pena d’amore cristiano. C’è confusione e un vuoto nelle istituzioni, impreparate e inadeguate a garantire e a garantirsi, al punto che è facile trovarle schierate dalla parte del denaro, contro noi cittadini e che anche un Governo, eletto, deve guardarsi di fronte, ma, di più, alle spalle. Abbiamo già descritto le mafie nigeriane, i loro sacrifici umani, ne ho visti i segni con i miei occhi; oggi leggiamo insieme cosa scrive Sergio Rame; e riflettiamo.

Da il Giornale.it
Cannibalismo e corpi smembrati nel cellulare dello scafista che vende gli organi dei migranti

In cambio di milioni di dollari, l’eritreo ha organizzato il trasferimento di migliaia di clandestini dall’Africa all’Italia. Nel suo cellulare i video che provano la consegnati dei migranti agli aguzzini che li ammazzano per prendersi gli organi.

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Fotografie con scene di cannibalismo e pezzi di corpi smembrati. Filmati che ritraggono gli immigrati consegnati nel deserto agli aguzzini che, di lì a poco, li ammazzeranno senza pietà.
Il cellulare dell’eritreo arrestato a maggio in Sudan ed estradato a giugno in Italia con l’accusa di essere tra i trafficanti di esseri umani più pericolosi è un cimitero di orrori. Secondo i pm guidati dal Procuratore Francesco Lo Voi, il sanguinario scafista sarebbe Mered Medhanie Yedhego (35 anni). E, sebbene l’uomo continui a dire che c’è stato uno scambio di persona, il pool che coordina l’inchiesta è fermo nell’assicurare che ci troviamo di fronte al trafficante senza scrupoli che, per anni, ha organizzato il trasferimento di migliaia di clandestini dall’Africa all’Italia, in cambio di milioni di dollari.

Chi non paga viene ucciso per gli organi
Le fotografie e i video sono stati inseriti nella memoria depositata dai magistrati al gup Alessia Geraci. “Nella chat intrattenuta con l’utente Efii risulta l’invio di immagini ritraenti delle scene di cannibalismo – scrivono i magistrati – nonché dei filmati scaricati da YouTube che verosimilmente riprendono dei migranti presi in consegna nel deserto da alcuni trafficanti armati”. Un accertamento che, come dicono gli stessi pm, “assume un pregnante rilievo”, soprattutto dopo le dichiarazioni rese da Nuredin Atta Wehabrebi, un ex trafficante di esseri umani che ora collabora con la giustizia. Nel corso dell’interrogatorio reso l’11 maggio di un anno fa, Atta aveva riferito che “lungo la strada del Sinai i migranti che non hanno avuto la possibilità di corrispondere le somme pattuite vengono sistematicamente uccisi dalle organizzazioni criminali dedite al traffico di uomini al fine di estrarne gli organi avvalendosi di soggetti soprannominati ‘medici del Sahara’”.

I “medici del Sahara” che prendono gli organi
La ricostruzione di Atta ha aperto gli occhi all’Occidente sulle violenze dei trafficanti di uomoni. “Perché qua devono pagare a Kufra, a Kufra devono pagare, devono pagare… – ha spiegato l’ex scafista – non è pagare contanti, non c’è nessuno che paga contanti”. Alcuni immigrati lo fanno. Ma sono solo il 2-3%. Hanno i soldi a casa. Ma, come spiega lo stesso Atta, la maggior parte non paga subito. L’80% lo farà a Palermo o, al più tardi, a Roma. Lo faranno le famiglie. “Ci sono altre persone che non hanno soldi…”. E allora “ci sono egiziani” che “prendono questi… organi”. Ed è in questo momento che entrano in scena i “medici del Sahara”. “Ammazzano… queste organizzazioni lo sanno questa cosa – ha spiegato Atta agli inquirenti – si può scoprire anche… tu non hai visto su YouTube? L’hanno postato su YouTube…”. Ed effettivamente i magistrati hanno trovato su internet alcune immagini agghiaccianti. “Prima tagliano questo (organo ndr), tagliano questo, prendono queste cose… le sapete queste cose?”.

Il traffico degli organi degli immigrati
Gli organi vengono “portati direttamente in Egitto”, dove vengono venduti. Ai magistrati Nuredin Atta Wehabrebi ha detto che in questi anni “tante persone sono morte, tante, tante, tante”. I loro reni vengono venduti per a 15mila dollari. L’uno, ovviamente. “Gli egiziani prendono (gli organi, ndr) – ha continuato l’ex scafista – gli egiziani tutti quelli fanno intervento nel deserto”. Non c’è sono questa confessione a incastrare Mered Medhanie Yedhego, il cui nome potrebbe essere uno dei tanti alias emersi dall’esame dei diversi profili social aperti dall’eritreo. Gli inquirenti hanno messo insieme diciassette nuovi elementi di prova. A partire dalla comparazione fonica tra la voce dello scafista intercettata nell’indagine fatta due anni fa sul traffico di esseri umani e alcune telefonate registrate sull’utenza trovata in possesso e usata dall’uomo arrestato. Secondo il consulente della Procura si tratterebbe della stessa persona. L’eritreo, però, dopo l’arresto non ha voluto sottoporsi a una nuova perizia fonica. E adesso dovrà fare i conti con le foto dell’orrore trovate dai magistrati sul cuo cellulare. Impossibilli da spiegare.
Sergio Rame –

1901.- SPECIALE CETA – Una riforma istituzionale nascosta (parte 1)

Parlammo e tenemmo conferenze sul TTIP e sul CETA, molto partecipate. Ora, dal Parlamento europeo – Movimento 5 Stelle, giunge e pubblichiamo la prima parte dello “SPECIALE CETA – Una riforma istituzionale nascosta”: riforma nascosta perché, già da 10 mesi e grazie all’escamotage dell’attuazione provvisoria, vincola le decisioni degli Stati che devono approvarlo a non ostacolare il libero commercio e gli investimenti, qualsivoglia, dei canadesi. In pratica, un TTIP col passaporto canadese e, più verosimilmente, col doppio passaporto. A chi come noi si è votato alla trama dei principi costituzionali della Repubblica, vien da gettare la spugna e guardare ai neoliberisti della finanza israelo-americana come fossero Alberto Sordi, che ci rammenta: “Io so io e Voi siete un caxxo! Cominciate a capire perché, per Washington, la Russia non può far parte dell’Occidente? “.

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Il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) è un trattato fra UE e Canada. Dal 21 settembre 2017 è applicato quasi per intero a titolo provvisorio e a tempo indeterminato, aggirando così la prevedibile opposizione dei Parlamenti di vari Stati membri alla ratifica. In questo momento l’iter per la ratifica é in corso in vari Stati UE, compresa l’Italia.

Le circa 1600 pagine del CETA sono sul sito internet della Commissione Europea.
Formalmente, il CETA é un trattato di libero scambio. Dal punto di vista sostanziale si tratta di una riforma istituzionale nascosta perché subordina la possibilità dell’UE e degli Stati di prendere decisioni nel pubblico interesse al fatto che queste decisioni non comportino la creazione di nuove barriere commerciali col Canada e non limitino l’amplissimo raggio d’azione concesso dal trattato agli investitori canadesi nell’UE.

In particolare il trattato:

istituisce una cooperazione normativa fra UE e Canada ed incarica organismi bilaterali dell’esame preventivo delle nuove norme affinché esse non creino barriere agli scambi commerciali
– fissa amplissimi spazi per l’intervento privato nei servizi (scuola, acqua, salute…) ed impegna gli Stati a non ridurli
– detta i criteri per il rilascio di permessi e licenze connesse con le attività economiche
– antepone gli interessi privati a quelli pubblici attraverso l’ICS, la clausola sostanzialmente equivalente alla classica ISDS che consente agli investitori canadesi nell’UE (e viceversa) di citare in giudizio lo Stato in caso di leggi che ledano i loro interessi. L’entrata in vigore della clausola sembra tuttavia rimandata a tempo indeterminato
– lascia in bianco il paragrafo relativo alle caratteristiche che gli alimenti canadesi devono possedere per essere venduti nell’UE. Queste caratteristiche verrano definite dai burocrati del Ceta Joint Committee. In Canada si producono e si consumano anche OGM e carne agli ormoni
– lancia un siluro al principio di precauzione incardinato nei trattati europei, che ora evita, fra l’altro, la massiccia importazione nell’UE di cibi OGM, ed inserisce un cavallo di Troia nelle norme UE relative alla sicurezza alimentare.

Il CETA ha un pesante effetto sull’agricoltura UE. Inoltre é un trattato in grado di modificare se stesso attraverso il CETA Joint Committee, un organismo bilaterale non soggetto a controllo democratico incaricato di rivedere ed aggiornare varie parti del trattato stesso, fra cui:

– le categorie dei prodotti soggetti diritti di proprietà intellettuale
– la definizione dei trattamento “giusto ed equo” in assenza del quale gli investitori possono citare in giudizio lo Stato per danni.

Secondo la Commissione Europea, il CETA porta benefici alla gente e al mondo degli affari perché fa aumentare gli scambi commerciali fra UE e Canada e, con questo, contribuisce a generare crescita economica ed occupazione.

Tuttavia gli studi di impatto del CETA che la stessa Commissione Europea ha richiesto e finanziato prospettano un aumento del PIL europeo compreso fra lo 0,03% e lo 0,08% complessivo nell’arco di sette anni: nel migliore dei casi, lo 0,012% all’anno. Un aumento così esiguo può essere assorbito e cancellato dal margine di errore che é naturale in qualsiasi proiezione economica. Inoltre questo piccolo aumento del PIL sarebbe accompagnato da effetti collaterali indesiderabili: fra l’altro, 167.000 europei dovrebbero cercarsi un nuovo lavoro.

Uno studio di impatto indipendente tratteggia invece esiti funesti del CETA sull’UE, particolarmente acuti in Italia e in Francia: compressione salariale, diminuzione delle entrate pubbliche, perdita di posti di lavoro, diminuzione del PIL.

Dal punto di vista del libero scambio vero e proprio, il CETA:

– elimina la quasi totalità dei dazi doganali sui beni scambiati fra Canada ed UE. Questi dazi già in precedenza erano molto bassi (in media il 3,5% per le esportazioni UE verso il Canada e il 2,2% per le esportazioni canadesi verso l’UE)
– elimina gran parte delle “barriere non doganali”: sono le norme, i regolamenti di conformità, gli standard e simili che dettano le caratteristiche dei prodotti. Molti di essi sono state istituiti per proteggere salute ed ambiente. Standard diversi possono impedire che una medesima merce sia venduta sia in Canada sia nell’UE
– consente alle aziende canadesi di partecipare agli appalti pubblici dell’UE (e viceversa)
– apre agli investitori canadesi i mercati UE di servizi finanziari, trasporti, servizi, energia (e viceversa, anche in questo caso).

La Commissione Europea ama dipingere il CETA come un accordo in grado di governare la globalizzazione7) grazie alle sue efficaci regole (“strong rules”) per il rispetto dell’ambiente e per la protezione dei lavoratori. In realtà i capitoli del CETA sull’ambiente e sul lavoro contengono dichiarazioni prive di effetti pratici.

(continua…)

Testo estratto dal wiki CETA di Dario Tamburrano e Tiziana Beghin.

1900.- Legittima difesa: tutte le proposte di modifica al Senato

I disegni di legge sulla legittima difesa sono stati presentati al Senato. Diversità di vedute tra i partiti di destra e il Pd, mentre M5S chiede tempo. Il punto di Annamaria Villafrate su tutte le proposte di modifica della legittima difesa.

Ora che i disegni di legge per modificare la legittima difesa sono stati presentati non resta che attendere gli esiti dei lavori della Commissione Giustizia in sede redigente. Diverse le proposte avanzate dai vari partiti. Solo il PD considera intoccabile il principio di proporzionalità tra difesa e offesa. Di diverso avviso gli altri partiti, a partire dalla Lega che propone la presunzione di legittima difesa. Più moderata Forza Italia, che in un disegno considera la difesa legittima quando avviene nelle ore notturne e l’offesa provoca paura, mentre nel secondo chiede l’esclusione del principio di proporzionalità tra offesa e difesa. Fratelli d’Italia desiderano estendere la legittima difesa anche nelle immediate vicinanze di abitazioni, uffici, negozi e studi professionali. Il disegno d’iniziativa popolare invece punta a tutelare di più il domicilio. Il M5S, più prudente rispetto alla Lega chiede tempo per approfondire, senza disconoscere il diritto del cittadino di difendere se stesso e la sua famiglia.

Facciamo il punto su tutti i disegni di legge in materia di legittima difesa:

Lega: presunzione di legittimità e pene più severe
M5S: occorre un’analisi più approfondita
Fratelli d’Italia: legittima la difesa quando l’offesa provoca paura
Forza Italia: occorre valutare la percezione dell’offeso
PD: colpa esclusa in presenza di un grave turbamento psichico
Ddl n. 5: legittima difesa, tutela del domicilio
Ddl n. 392: escluso l’eccesso di legittima difesa
Lega: presunzione di legittimità e pene più severe

La proposta di Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato della Lega Nord, contenuta nel ddl n. 652 (sotto allegata) considera la difesa sempre legittima, nel momento in cui è tesa a “respingere l’ingresso o l’intrusione mediante effrazione o contro la volontà del proprietario o di chi ha la legittima disponibilità dell’immobile, con violenza o minaccia di uso di armi da parte di una o più persone, con violazione del domicilio” o di “ogni altro luogo ove sia esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale.”
Il disegno prevede modifiche rilevanti anche per i reati di furto in abitazione e scippo (art 624 bis c.p)

pena della reclusione da 5 a 8 anni e la multa da 10.000 a 20.000 euro.
pene più severe se il furto è aggravato: reclusione da 6 a 10 anni e multa da 20.000 a 30.000 euro;
concessione della sospensione condizionale solo se la persona offesa è stata risarcita;
ridefinizione del bilanciamento tra circostanze attenuanti e aggravanti. Il disegno di legge prevede infatti che è vietato far prevalere le attenuanti sulle aggravanti (fatta eccezione per la minore età dell’offensore) potendo procedere a una diminuzione di pena solo dopo l’applicazione delle aggravanti;
esclusione dei benefici previsti dall’ordinamento penitenziario (Legge 26 luglio 1975, n. 354) per chi viene condannato per il reato di cui all’art. 624 bis c.p.

M5S: occorre un’analisi più approfondita

Il M5S frena rispetto alla Lega di Salvini sulla legittima difesa, tanto che sul punto non hanno presentato alcun disegno di legge. Sull’esigenza di modificare la legge attuale il Movimento non ha dubbi: il cittadino ha il diritto di proteggere se stesso e la sua famiglia, tuttavia è necessario analizzare la questione più approfonditamente e per farlo occorre tempo.

Fratelli d’Italia: legittima la difesa quando l’offesa provoca paura

La proposta di Fratelli d’Italia contenuta nel ddl n. 199 (sotto allegato) ha lo scopo di definire la discrezionalità del giudice, estendendo la legittima difesa, oltre ai luoghi previsti dal comma 2 dell’art. 52 c.p, che rinvia al 614 c.p (abitazione altrui, altro luogo di privata dimora o nelle appartenenze di essi), anche alle “immediate adiacenze dei luoghi indicati nel presente articolo se risulta chiara e in atto l’intenzione di introdursi negli stessi con violenza o di volersene allontanare senza desistere dall’offesa”. Insomma la difesa è legittima quando l’offesa ingiusta è in atto sia all’interno di una casa, di un ufficio, di un negozio o di uno studio professionale che nelle immediate vicinanze.

Secondo Fratelli d’Italia inoltre c’è sempre proporzione tra difesa e offesa

quando il pericolo di aggressione da parte del soggetto agente si verifica nelle ore notturne, perché si realizza “con modalità tali da provocare uno stato di paura o agitazione nella persona offesa”.
nel caso in cui “l’offensore incuta serio timore mediante minacce, ovvero mediante esibizioni di armi proprie o improprie o ancora con travisamenti o altri accorgimenti idonei a determinare uno stato di paura.”

Come precisato nella relazione di accompagnamento al disegno di legge: “La repressione e la prevenzione dei reati spettano innanzitutto allo Stato, ma è necessario predisporre strumenti adeguati di tutela, nei casi in cui ci sia un pericolo imminente e l’impossibilità di scongiurarlo attraverso il tempestivo intervento delle Forze dell’ordine.”

Forza Italia: occorre valutare la percezione dell’offeso

Forza Italia, nella persona Giacomo Caliendo presenta il disegno di legge n. 253 (sotto allegato) che punta l’attenzione sul turbamento della vittima che viene “colta di sorpresa e con l’animo agitato dalla memoria di, ormai, innumerevoli episodi similari con violenza alle persone che il giudice penale deve ricostruire valorizzando lo stato di concitazione e di paura generato dalla violenza subita”.

Lo stato d’animo della persona offesa è il punto centrale di questo disegno di legge. La relazione infatti mette in evidenza come fino a questo momento ci si è più preoccupati di tutelare l’aggressore, ignorando completamente lo stato di paura e difficoltà in cui si trova chi l’aggressione la subisce.

Alla luce di queste considerazioni il nuovo art. 52 c.p sulla legittima difesa prevede che:

non è punibile il soggetto che si è difeso in una situazione di concitazione o paura;
la legittima difesa è prevista anche quando il fatto si verifica “all’interno di ogni altro luogo ove sia esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale”;
la difesa si presume legittima in riferimento a quegli atti che sono diretti a respingere l’ingresso o l’intrusione tramite l’effrazione, anche tentata, nell’abitazione o in un altro luogo di privata dimora commesso con violenza o con la minaccia di usare le armi, da parte di uno o più soggetti.

PD: colpa esclusa in presenza di un grave turbamento psichico

Il PD non cambia idea rispetto a quelle contenute in un disegno di legge presentato al Senato e rimasto bloccato durante la passata legislatura. La proporzionalità tra difesa e offesa non si può mettere in discussione, anche se occorre prendere in considerazione il “grave turbamento psichico” della vittima nel momento in cui viene aggredita, solo in questo caso la colpa dell’agente è esclusa.

Ddl n. 5: legittima difesa, tutela del domicilio

Il disegno di legge n. 5 (sotto allegato) d’iniziativa popolare propone:

di escludere qualsiasi risarcimento danni in favore di chi volontariamente si introduce nei luoghi di privata dimora;
di raddoppiare le pene previste dalla legge per il reato di violazione del domicilio;
di ampliare le possibilità di legittima difesa, con il limite dell’eccesso colposo;
la punibilità d’ufficio della violazione di domicilio quando commessa per commettere i reati di rapina o furto.

Ddl n. 392: escluso l’eccesso di legittima difesa

Il disegno di legge n. 392 (sotto allegato), sempre di Forza Italia, propone la modifica dell’art. 55 sull’eccesso colposo, proponendo l’esclusione della colpa “quando l’eccesso riguardante la misura della necessità di difesa o della proporzione, o i limiti cronologici dell’attualità dell’offesa, sia dovuto, sulla base della valutazione di tutte le circostanze del caso concreto e di quelle ragionevolmente prevedibili, al condizionamento psicologico determinato dal comportamento di colui verso il quale la reazione sia diretta”.

Obiettivo di questa proposta, non è tanto di giustificare, quanto di comprendere le reazioni della vittima nel momento in cui subisce un’aggressione, dalla quale si può pretendere quella difesa minima che il legislatore chiede.

STUDIO CATALDI
guida La legittima difesa

Ddl n. 652 Legittima difesa
Ddl n. 199 Legittima difesa
Ddl n. 253 Legittima difesa
Ddl n. 5 Legittima difesa.pdf
Ddl n. 392 Legittima difesa

1899.- BANDE PARAMILITARI DI MIGRANTI di Maurizio Blondet

Questa di Ruggiero Capone non è una notizia nuova, ma in Italia di tutto si parla meno che della tribalizzazione voluta dai kapò di Soros, ad ogni livello istituzionale.

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Gruppi di migranti nigeriani che in un primo momento collaboravano con le mafie per lo sfruttamento della prostituzione ed il traffico delle droghe, ora stanno organizzando bande paramilitari per controllare il territorio italiano”, a rivelarcelo un articolo del “Times” del 29 giugno 2017, a cui si sono aggiunte pubblicazioni del “The Guardian” dell’agosto scorso. Parlano di gang criminali nigeriane e centrafricane che operano in Italia, già soprannominate dall’intelligence britannica “I Vichinghi”: “I membri sono soliti portare il machete come arma – riferiscono le fonti britanniche – hanno prima controllato il traffico di esseri umani, ed oggi usano il capoluogo siciliano come punto d’approdo e smistamento in Italia per centinaia di migliaia d’immigrati clandestini”.
Secondo la stampa inglese il territorio italiano sarebbe ora a forte rischio di “tribalizzazione territoriale”, ovvero le bande di migranti potrebbero appropriarsi di aree e difenderle come usano fare nelle zone del centro Africa già attraversate da guerre civili e atavici conflitti tribali.

Rodolfo Ruperti, capo della polizia di Palermo, aveva dichiarato al Times che “la gang dei Vichinghi è sorta mentre la polizia sgominava l’organizzazione dell’Ascia Nera (struttura mafiosa nigeriana in Italia): quando elimini una gang, subito altre vengono a colmarne il vuoto”. Secondo le fonti britanniche si sarebbe ormai a cospetto di “organizzazioni molto gerarchiche, con capi presenti in ogni città”.

Il rischio secondo gli inglesi è che, messi alle strette (o progettando una supremazia sugli italiani) potrebbero anche armare i centri d’accoglienza, e coloro che vivono nei palazzi occupati, per fronteggiare le forze dell’ordine in eventuali focolai di guerriglia urbana: l’esempio dello sgombero nei pressi di Roma-Termini avrebbe potuto avere di queste conseguenze.

L’ulteriore restrizione dei flussi migratori verso la Gran Bretagna sarebbe stata operata dal governo di Londra dopo le relazioni dell’intelligence. Di più, il caso italiano sarebbe oggetto di studio e preoccupazione, al punto che Scotland Yard avrebbe consigliato maggiore controllo sui voli in entrata dall’Italia, e perquisizioni accurate sui vettori su rotaia e gomma che attraversano il canale. Dal canto loro i francesi hanno già in due occasioni fronteggiato gruppi paramilitari nelle banlieue parigine, ricorrendo all’esercito in supporto alla Gendarmerie.

Ma la politica italiana sarebbe quella di non allarmare la popolazione circa il rischio d’assalti da parte di gruppi “paramilitari extracomunitari”. Anche se bande sudamericane avrebbero già il controllo d’una decina di edifici a Milano e d’una zona non ben definita a Genova. Va rammentato che lungo l’Adriatico sarebbero già state segnalate bande di africani. Qualche funzionario di polizia ventila che ordini superiori avrebbero minimizzato il fenomeno, etichettandolo come ininfluente sotto il profilo dell’ordine pubblico. Evidentemente necessita attendere che si manifestino con i fatti, e cioè non basta qualche stupro o rapina per gridare al fenomeno diffuso.

Occorre che bande paramilitari di migranti assalgano aziende agricole e piccoli centri rurali, che s’approprino arma alla mano di pezzi del Paese… allora forse lo Stato democraticamente sonnacchioso si desterà, forse proponendo di dialogare con gli eventuali nemici. Il Papa ci dirà di perdonare loro ogni peccato, ma soprattutto qualcuno ci rammenterà che prima di tutto sono rifugiati politici.

1898.- Raul Gardini, la vita e un suicidio improbabile.

Nel venticinquesimo anniversario dell’”assassinio” di Raul Gardini, Dal Resto del Carlino e dal Fatto Quotidiano traggo alcuni articoli correlati fra loro, su cui merita meditare.
Così, con Carlo Raggi, “Raul Gardini, il 23 luglio 1993 si tolse la vita. Ecco perché” e, poi, dal BLOG di Matteo Cavezzali: “Raul Gardini, chi si suicida con due colpi?”; di Gisella Ruccia c’è un video interessante: “Di Pietro: Sbagliai a non fidarmi di Casaleggio. Raul Gardini? Se lo avessi arrestato, forse oggi sarebbe vivo” e, infine, di Emiliano Liuzzi riportiamo, per completezza, un pezzo del 2013: “Raul Gardini, anatomia di un suicidio. E il mistero dei 450 miliardi scomparsi.” Li riporti tutti di seguito, ma leggiamoli uno alla volta.

Raul Gardini, il 23 luglio 1993 si tolse la vita. Ecco perché
Ravenna, 21 luglio 2013 – «QUELLA SERA Gardini voleva venire a parlare con noi, ma era disperato perché non poteva avere i rendiconti». E’ un passo, illuminante, della requisitoria di Antonio Di Pietro al processo a Sergio Cusani celebratosi a Milano fra l’ottobre 1993 e la primavera seguente. Cusani e successivamente altri imputati fra cui ex amministratori e collaboratori dell’impero Ferruzzi (Ferfin spa), vennero condannati oltre che per l’illecito finanziamento dei partiti e per i falsi in bilancio, anche per appropriazione indebita di una consistente fetta di quella ‘provvista’ nota come ‘madre di tutte le tangenti’, ma che in realtà fu soprattutto una colossale appropriazione. ECCO, in questa impotenza di Raul Gardini a dimostrare alla Procura milanese come in realtà si fosse dipanato il meccanismo dei ‘soldi ai partiti’, sta senza ombra di dubbio la genesi della tragica decisione adottata quella mattina del 23 luglio 1993 nella stanza da letto di palazzo Belgioioso. Un colpo alla testa con la sua Walter PPK 7.65: l’arma fu trovata sul comodino (ivi posta dai primi soccorritori) e questo aprì la strada a una ridda di ipotesi che ancora, a vent’anni di distanza, tengono banco su piste diverse da quella giudiziariamente accertata dalla prima immediata inchiesta, ovvero il suicidio. Ipotesi che addirittura portano sulla scena, oltre alla mafia, anche la Cia e Gladio attraverso racconti recenti di un ex militare.

GARDINI sapeva fin dal pomeriggio del 22 luglio che il gip Italo Ghitti stava per firmare (in effetti lo fece alle 9.15 del 23 luglio) un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti suoi (che con il Gruppo Ferruzzi non aveva più nulla a che fare), di Carlo Sama (a capo del Gruppo), di Sergio Cusani, di Giuseppe Berlini e di Vittorio Giuliani Ricci. L’accusa era, per tutti, di falso in bilancio e finanziamento illecito dei partiti a seguito della maxi provvista da 152 miliardi attraverso la cosiddetta ‘provvista Bonifaci’, ovvero fondi ottenuti mediante plusvalenze relative a compravendita di terreni.
Da quella provvista, presto sfuggita al controllo di Gardini, furono attinti fondi anche per pagare tangenti a molti partiti fino alle elezioni del 1992, dalla Dc al Psi, al Pli, al Psdi, e anche alla Lega, e pure al Pci. A gennaio, con l’accusa di aver pagato tangenti, già era finito in carcere Lorenzo Panzavolta, manager indiscusso di Calcestruzzi, gioiello della Ferfin.
A far scattare le misure cautelari del 23 luglio erano state le dichiarazioni di Giuseppe Garofano, amministratore di Montedison, che, inseguito da una antecedente ordinanza di custodia cautelare era apparso a Ginevra il 14 luglio e si era consegnato. Fu lui a svelare i primi passaggi della formazione della provvista e del pagamento delle tangenti e proprio quel 23 mattina, i quotidiani titolavano a nove colonne: «Le tangenti di Raul». Poi a fornire la propria versione provvide Carlo Sama nel carcere di Opera durante la detenzione di una settimana (cui, dal 29 luglio, seguirono gli arresti domiciliari nella villa di Marina Romea e infine nella residenza in centro a Ravenna).

La sua versione, Gardini non l’ha mai potuta dare: la ricostruzione delle sue attività si fonda sulle risultanze, concordanti, dei vari processi. Ma per quanto riguarda le decisioni assunte nel corso del tempo da Raul Gardini e che possono ritenersi dati storici, ci si deve fermare a metà del 1991: a giugno ‘il Corsaro’ divorziò dalla famiglia Ferruzzi e lasciò l’impero. Da quella data in poi, ogni decisione relativa al pagamento di tangenti ai partiti, alcune delle quali consegnate a Ravenna (500 milioni al segretario socialista Claudio Martelli in vista delle elezioni del 5 aprile 1992) furono adottate dagli amministratori del tempo, Carlo Sama in primo piano. Per comprendere la decisione di Raul Gardini di ricorrere al denaro si deve andare al 1988, quando ‘il Corsaro’, succeduto a Serafino Ferruzzi deceduto nell’incidente aereo del 10 dicembre 1979 a Forlì, aveva già in mano le redini della Ferfin, la holding che conteneva Montedison, Calcestruzzi e decine di altre grosse società. Raul era un imprenditore vulcanico con un’apertura mentale di grande caratura (basti pensare che aveva chiamato nel cda personaggi culturali del calibro di Rita Levi Montalcini) rivolta alle innovazioni tecnologiche, alle fonti energetiche alternative a cominciare dal bio-etanolo, assolutamente rivoluzionarie per quel periodo.

«La chimica sono io» divenne il suo motto e obiettivo, dopo peraltro aver conquistato British Sugar, costata 800 miliardi, e lo zucchero della francese Beghin-Say: Gardini prima avviò la scalata a Montedison e poi mise in cantiere il gigantesco progetto di Enimont, joint venture fra la privata Montedison e il pubblico Eni allora retto da Gabriele Cagliari. Enimont nacque il primo gennaio 1989, ma gli sgravi fiscali promessi dal governo di Ciriaco De Mita sulle plusvalenze dovute alla valutazione reale degli impianti non venivano sganciati. Fu così che Gardini mise mano per la prima volta al portafoglio grazie alle provviste generate dalle alchimie finanziarie del cervese Pino Berlini, custode in Svizzera del patrimonio di famiglia Ferruzzi e già artefice dell’occultamento dell’enorme buco (400 milioni di dollari) dovuto alla causa avviata nel 1989 nei confronti del Gruppo dalla Borsa cereali di Chicago (mercato della soia). E poi ai soldi Gardini fu costretto a ricorrervi di nuovo quando, di lì a 18 mesi, la strada di Enimont cominciò a mettersi in salita. Gardini voleva la maggioranza, l’Avvocatura dello Stato chiese e ottenne il blocco delle azioni, il ravennate decise di vendere a 2.805 miliardi di lire.

IL GOVERNO accettò, ma Gardini aveva già incaricato Cusani di rastrellare 150 miliardi, la cosiddetta ‘madre di tutte le tangenti’. Di quei 150 miliardi, si è detto, ne furono utilizzati una minima parte per le tangenti e ancor più minima da Gardini visto che di lì a un anno abbandonò le cariche del gruppo. Il resto, quasi 90 miliardi, nelle prime settimane del gennaio 1991, fu depositato, sotto forma di CCT, presso la Banca del Vaticano, lo Ior, grazie a Luigi Bisignani. Parcheggiata nel conto ‘San Serafino’ (a ricordo di Serafino Ferruzzi) l’ingente somma dal 10 giugno, tre giorni dopo il siluramento di Raul, prese le strade di alcuni conti cifrati in Lussemburgo e in Svizzera. Dopo di che se ne sono perse quasi tutte le tracce: evidentemente è rimasta nella disponibilità di qualcuno e poi ben utilizzata. Sergio Cusani restituì 35 miliardi. Questa era la verità che Raul avrebbe voluto raccontare a Di Pietro, ma non aveva i documenti e sbarrata era la strada per recuperarli.

AVEVA DUELLATO con Cefis, ancor più con Cuccia, con De Mita e ministri che non considerava, aveva combattuto al board di Chicago, aveva ospitato nella sua dimora veneziana Bill Clinton, che ancora non era presidente Usa e la moglie Hillary (il cui studio legale lo tutelava a Chicago), aveva solcato gli oceani nella Vuitton cup e nella Coppa America nel 1992: improvvisamente, quella mattina del 23 luglio di 20 anni fa, dopo una notte di telefonate vane, Raul per la prima volta sentì di essere travolto dagli eventi. In mano non aveva più alcuna carta.

Carlo Raggi

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Raul Gardini, chi si suicida con due colpi?

Venticinque anni fa moriva Raul Gardini. Archiviata come suicidio, la sua morte sancì la fine di un’epoca. Era il 23 luglio 1993, quella mattina avrebbe dovuto testimoniare a Di Pietro e al pool di Mani Pulite sul più grave scandalo di corruzione mai avvenuto in Italia: “la madre di tutte le tangenti”, al centro di Tangentopoli. Ma a quell’incontro Gardini non arrivò mai. Quando la polizia arrivò sul luogo della sua morte non c’era più niente. Il corpo era scomparso, anche le lenzuola del letto. Rimaneva solo un materasso intriso di sangue, e una pistola, posata sul comodino da cui mancavano due proiettili. Chi si suicida con due colpi? Pensarono in molti. Chi guadagnò qualcosa da quella morte? Da quel silenzio? Molte persone. Troppe.

Facciamo un passo indietro. Nel luglio 1993 da poco più di tre anni era caduto il muro di Berlino, il comunismo aveva cessato di esistere come orizzonte politico. L’Italia era stata il paese del blocco occidentale in cui il partito comunista era più forte, e aveva addirittura rischiato di finire al governo. Ma ormai il “pericolo rosso” non faceva più paura, nemmeno a Washington. I sistemi di “protezione dal comunismo” si allentarono, e questo favorì il nascere dell’inchiesta Mani Pulite, e gli permise di manifestarsi con tutta la sua forza devastante.

In pochi mesi Tangentopoli fece scomparire il sistema politico che aveva governato l’Italia dalla fine della Seconda guerra mondiale fino a quel momento. La Democrazia cristiana implose, il primo presidente socialista, Bettino Craxi, fu costretto a fuggire e nascondersi in Tunisia. I sistemi di potere economico e massonico, allarmati da quel sisma, si misero a lavorare nell’ombra per non perdere terreno. La mafia intanto metteva le bombe, uccideva e terrorizzava, perché aveva paura di rimanere senza più appoggi nello Stato. In mezzo a tutto questo c’era un uomo, uno dei più potenti e ricchi imprenditori del paese: Raul Gardini, che rimase stritolato in questo terribile gioco di potere. Morì improvvisamente, il “Re di Ravenna”, il cui impero andava dagli USA alla Russia passando per il Sud America, e con sé portò molti misteri che rimarranno per sempre senza nome e senza volto.

Partendo da questa vicenda ho scritto “Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini”, appena pubblicato da minimum fax. Credo che, dopo 25 anni, sia giunto il momento di raccontare questa storia da un altro punto di vista.

Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini

Eccone un piccolo estratto.

«Ci sono mille modi di raccontare una storia. Soprattutto una storia che ha contorni sfocati e molti punti poco chiari. Una storia torbida in cui colpevoli e vittime hanno la stessa faccia. Chi racconta una storia decide i ruoli e assegna le parti. Ho sentito parlare della vicenda di Gardini da decine di persone, e ognuno raccontava una storia completamente diversa. Colpevole o vittima? Inebriato dal potere o incastrato da un complotto? Visionario o pazzo? Sognatore o assetato di denaro? A Ravenna tutto è un mosaico, ma a differenza di quelli bizantini, che visti da lontano tratteggiano volti di imperatori e santi, questo mosaico è molto più ambiguo. Ci sono dentro sia imperatori che santi, ma è difficile, quasi impossibile, identificarli.

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Di Pietro: “Sbagliai a non fidarmi di Casaleggio. Raul Gardini? Se lo avessi arrestato, forse oggi sarebbe vivo”

“Gianroberto Casaleggio? Io e Beppe Grillo siamo stati aiutati da lui nelle nostre prime esperienze politiche di comunicazione di massa. Ma io commisi un errore”. Sono le parole pronunciate ai microfoni di Ecg Regione (Radio Cusano Campus) dall’ex leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, che spiega: “Casaleggio era una persona estremamente competente nel campo dell’informazione. Ha visto l’errore che ho fatto io e non l’ha fatto fare a Beppe Grillo. L’esperienza con l’Idv è stata fondamentale per Casaleggio e quindi anche per il M5S, perché io dalla sera alla mattina mi sono ritrovato ad avere un consenso incredibile, ero arrivato quasi al 10%. E quindi” – continua – “avevo la necessità di costruire una classe dirigente. Però feci la scelta di andare a trovare sul territorio soprattutto persone che avevano già fatto politica. Così ho trovato tante persone perbene, che ancora stimo, ammiro e rispetto, ma anche tanti faccendieri. Avendo visto la mia esperienza, Casaleggio ha consigliato Grillo l’idea secondo cui chi aveva già fatto politica in altri partiti non poteva candidarsi col M5s. In questo modo, sono arrivati più giovani e anche più inesperti, ma sicuramente meno inguaiati”. L’ex magistrato si sofferma poi sul suicidio di Raul Gardini, azionista di maggioranza della Montedison, coinvolto nelle indagini di Mani Pulite sulla tangente Enimont. L’imprenditore si tolse la vita il 23 luglio 1993, poco prima di parlare con lo stesso Di Pietro, che racconta: “Gardini era latitante. Nei suoi confronti c’era un provvedimento restrittivo per la tangente Enimont, da 150 miliardi di lire. Per me era un imputato importante, ma era latitante. Convenimmo che poteva venire in Procura a riferire a chi aveva dato questi soldi, ma non voleva arrivare con le manette e uscire con le manette. Io glielo promisi, ma lui all’ultimo probabilmente non si fidò di me. Un quarto d’ora” – prosegue – prima il suo avvocato mi aveva confidato che stava arrivando, ma dopo essersi vestito decise di suicidarsi. Io sapevo dove fosse, avrei potuto arrestarlo, ma non l’ho fatto perché gli ho dato la mia parola. Se l’avessi arrestato, rispettando strettamente la legge, forse oggi sarebbe ancora vivo”.
di Gisella Ruccia

Raul Gardini, anatomia di un suicidio. E il mistero dei 450 miliardi scomparsi

23 luglio, nel ventesimo anniversario della morte dell’imprenditore. Vanni Balestrazzi, ex inviato del Resto del Carlino e suo amico personale, racconta a Il Fatto Quotidiano le ultime ore: “Ci sentimmo verso le otto e capii che non andava. Lo sentii dalla voce”. E tra ricordi e ritagli di giornale, ripercorre le tappe fondamentali della storia dalla maxi tangente Enimont passando per la lista dei giornalisti pagati fino ai soldi trasferiti alle Cayman

Eppure tre anni prima la vita sembrava avergli dato tutto e gli svolazzava accanto decisa a non togliergli proprio un bel niente. Ci provavano i giornalisti, ogni tanto, a punzecchiarlo: lo chiamavano il condottiero, ma anche il contadino. Forse nemmeno era nessuna delle due cose. Era solo un uomo che faceva paura: ai politici, ai banchieri, ai finanzieri. Alla Milano da bere. Si era permesso di sfilare sotto il naso la Montedison a Enrico Cuccia, guardava Gianni Agnelli negli occhi e Carlo De Benedetti dall’alto in basso. Colpa dei miliardi a disposizione, della liquidità: quando fu il momento di comprare Montedison mise 1500 miliardi di vecchie lire come un giocatore piazza sul tavolo una fiche da dieci euro. Convinto, come fu, che l’avrebbe vinta.

Tre anni dopo in piazza Belgioioso, a Milano, la sera del 22 luglio, c’è un uomo dimagrito di dieci chili. Ha perso l’aria da playboy, non ha più l’aereo parcheggiato sulla pista di Forlì, non si mette più al timone delle barche. E rifiuta il pesce, cosa che entusiasmava le sue colazioni sul molo a Ravenna. Il cognato, Carlo Sama, gli ha soffiato la guida di tutto il gruppo ereditato dal suocero, Serafino Ferruzzi, lui si è rifugiato in Francia, in Italia nelle acque minerali e altre imprese dal basso. Nel guardaroba ha ancora la vestaglia di seta, ma Raul Gardini non la porta più come tre anni prima. Non ha più la voce perentoria. Di rado sorride, parla poco e con pochissimi. Non è più niente di quello che fu. Aspetta che la guardia di finanza bussi alla porta di casa sua e lo porti in carcere. Forse a San Vittore sarebbe rimasto dalla mattina alla sera, gli dissero gli avvocati, Giovanni Maria Flick e Marco De Luca. Non aveva da raccontare nulla di più, forse, che interessasse l’accusa: dell’affaire Enimont il giovane Di Pietro aveva saputo quello che voleva da Sama. Gardini però la mattina del 23 luglio del 1993 si alza, fa una doccia. Indossa un accappatoio bianco. Memorizza il film che è stato la sua vita. Riavvolge tutto e lo ripone come un calzino. Poi, alle 8, minuto più minuto meno, si spara un colpo alla tempia con una vecchia Walter Ppk, 65. E mette fine al contadino e al condottiero che di lì a breve sarebbe stato un carcerato.

La sera prima “Aveva una strana voce”
“Ci sentimmo che saranno state la otto di sera, capii che non andava. Lo sentii dalla voce. Lui non disse niente, neanche il solito sto bene, stai tranquillo”, racconta Vanni Ballestrazzi, ex inviato del Resto del Carlino, mai dipendente di Gardini, ma suo fratello, dall’inizio alla fine, dai giorni fasti a quelli bui, a quelli, prima ancora, dell’infanzia e poi di due vitelloni fatti di niente, gassose e risate sulla battigia. “Ho vissuto con lui in simbiosi, una vita intera, anche quando non ci vedevamo. E quella telefonata ce l’ho ancora nelle orecchie, quella voce che mi trapassa ogni giorno come una freccia. Perché io gli dissi che sarei andato a Milano, comunque glielo chiesi. Che l’avrei raggiunto. E Raul non mi rispose di no. Ma io non partii”. A Ballestrazzi si arrossano gli occhi. Ha i tratti severi, ma è un galantuomo, cammina a testa alta e avrebbe potuto molto, ma non cercò mai niente. E soprattutto di Gardini fu l’unico amico sincero. Lo svago di Ballestrazzi, dicono, erano e sono ancora le donne. Dei soldi non gli è mai importato un granché. Niente. Figuriamoci che quando nelle assemblee di redazione prendeva la parola il suo editore non lo chiamava per nome, si limitava a definirlo quel “giovane decerebrato”. Era il suo datore di lavoro. Capito l’uomo? “Vabbè, l’editore del giornale per me era rimasto Attilio Monti, che fu uomo intelligente e leale. Intavolare discussioni con suo nipote mi restava difficile”.

Resta una montagna d’uomo. “È il rimpianto della mia vita. Dovevo salire in auto e partire per Milano. A me interessava l’amico. Quella sera avevo un appuntamento con un’amica, da mesi le promettevo che l’avrei portata a vedere Pavarotti. E così andammo al concerto. Ma non fu per questo che non presi la macchina per Milano. Sapevo che a Milano c’era sua moglie, Idina, e io sarei arrivato non prima delle undici di sera. E lo avrei trovato che dormiva. Come era accaduto mille volte. Fu una serie di cose. Io quella telefonata me la porto addosso. Anche perché fu lui a chiamarmi. Non so se aveva già deciso di farla finita, forse no, ma non era più lui, e se ne rendeva conto. Però mi chiamò per tranquillizzare me di una piccola sciocchezza”. L’arringa postuma di Ballestrazzi è senza tregua alcuna. Lui sulla maxi tangente di Enimont ha delle idee ben precise. “Non potevano imputare a lui cose avvenute negli ultimi mesi quando lo avevano fatto fuori due anni prima. Comandavano Sama con il fido Bisignani, e Cusani, o Sergino, come lo chiamavano. Gardini non c’era più. La storia della tangente da dieci miliardi per gli sgravi fiscali?

Guardatevi i ritagli dei giornali di allora, capirete il disprezzo col quale Gardini guardava ai politici. Dai processi non abbiamo saputo se li pagasse davvero, perché la sua voce non c’era. Solo quella di Sama e Cusani, che sepolto il cadavere lo accusarono di tutto, ma lui era già fuori dal gruppo. Sappiamo che non gli piacevano i partiti. Li disprezzava. Votò per i Repubblicani, i Liberali e anche per il Pds. L’Enimont neanche la voleva se non alle sue condizioni, le cronache hanno raccontato un’altra storia. E comunque certi giornalisti economici battevano cassa spesso in Foro Bonaparte, sperare che allora scrivessero la verità sarebbe stato troppo. Eppoi della comunicazione si occupava Sama, questo è noto. Prima, durante e dopo. Come quando riuscì a portare il papa al Messaggero che presiedeva e amministrava e gli fece trovare un assegno da 500 milioni. Lo dicono le carte processuali, non Vanni Ballestrazzi da Ravenna”. La storia dei giornalisti pagati la sfiorò anche Di Pietro, poi finì nei cassetti. Se c’è uno che può conoscere nomi e cognomi è Ballestrazzi. Perché faceva il giornalista. E perché una volta, in barca, Gardini gli disse, la “venialità di alcuni tuoi colleghi è incredibile”. Ma nella vicenda Mani Pulite rimase una favola quella lista di penne sporche. Non sappiamo chi e come prendesse soldi. Sicuramente, una volta estromesso Gardini, c’erano cronisti ultrà del giovane Sama. Ma è normale andare nella direzione di chi comanda. O quasi. Erano le stesse penne che applaudivano il condottiero, talvolta il contadino. E prima ancora erano ammaliati dalla figura del vecchio Serafino che, ogni anno, a Natale, faceva recapitare piccoli lingotti d’oro ai giornalisti che lo seguivano. Non risulta che siano mai stati rispediti al mittente.

Vent’anni dopo i miliardi scomparsi
Il sasso che pesa come un macigno Ballestrazzi lo lancia ancora nello stagno. Così come fece, nell’ombra e sottovoce, allora. “Sarebbe interessante capire dove siano finiti, nelle tasche di chi, i 450 miliardi trasferiti alle Cayman. Quello è il punto dell’inchiesta. Io al processo non sono mai andato, ma sui giornali mi accorsi che si parlava d’altro”. Non chiedetegli a chi si riferisce, perché Ballestrazzi se la ride: “Così mi prendo una querela. Mica sono matto. Ho una mia idea. So che quei soldi sono partiti, è nel processo, ma nessuno li ha mai trovati. Non sono andati dispersi, non si perdono per strada 450 miliardi”. Sono passati 20 anni. Non era ieri. L’Italia sembrava sull’orlo di una rivoluzione. Di Pietro e il pool di Milano sconti non ne faceva. A volte buttavano via la chiave. Altre si facevano firmare i verbali. E Gardini, il Clark Gable che sembrava essere nato brizzolato perché le donne gli cadessero ai piedi con più facile consuetudine, era uno dei bocconi più ghiotti. Perché nel sistema ci stava dentro fino al collo. Ma non sappiamo la sua versione. Tutto qui. Sosteneva di non avere versioni da raccontare. Perché, diceva lui, Sama e Cusani gli chiusero a chiave i cassetti. E non aveva più accesso ai documenti che gli sarebbero serviti. La moglie, Idina, ogni tanto lo scuoteva: “Ma ti fai trattare così da due come Sama e Cusani?”. E lui: “Loro hanno le chiavi di quei cassetti, non io”. Così resta la memoria del condottiero e contadino. Ravenna gli ha dedicato una via da tempo, presto anche una sede distaccata dell’università. Ai suoi funerali c’erano ventimila persone. Cesare Romiti, che a Gardini non è che piacesse così tanto, continua a parlare “di una verità parziale e della grande figura di imprenditore che egli fu”. Nei libri si parla di suicidio imperfetto. Sama, dal suo ritiro di Formentera, evita di nominare il cognato. Lo stesso fanno i Ferruzzi. Non ne parla più la moglie né i figli. Preferiscono ricordarlo forte. Pronto a scalare l’Everest fosse stato necessario. Era romagnolo fino alla punta dei piedi. Fiero. Sapeva di portarsi dietro un profumo di fascino che non era solo il danaro. Preferì morire prima di vedersi continuare a dimagrire e in galera. Sicuramente, come racconta Ballestrazzi, fu un suicidio imperfetto. Perché chiuse un’epoca sulla quale solo lui avrebbe potuto parlare. La vita gli aveva dato tutto, no? Prima di togliergli la libertà si tolse lui dai piedi. Con un accappatoio bianco.

L’interrogatorio pubblico di Di Pietro a Bettino Craxi nel processo Cusani