Archivio mensile:settembre 2014

ISIS e AL-QAIDA

torri_gemelle.jpg_4153688771920px-FEMA_-_4235_-_Photograph_by_Andrea_Booher_taken_on_09-28-2001_in_New_YorkINTEL-COGNITIVE-Cole0207-Al-Shabab-tweet.jpg_full_600khorasan10626809_10152480291938600_7280593307261075557_nD864485426FA7D5AB95C281B2D2DA6IRAVE=--938px-Flag_of_Jihad.svg 03-attacchi usa iraq.eps Set 23 alle 9:54 PM.- Mathieu Gauidère, professore di islamologia all’università di Tolosa, decripta la situazione mentre due correnti di Al-Qaida richiamano i dijaisti all’unità in Siria e in Iraq. In un comunicato comune messo on line martedì, Aqmi e Aqpa esortano i loro “fratelli moujahidine in Irak e nel Levante a cessare di uccidersi ed ad unirsi contro la campagna dell’America e della sua diabolica coalizione che ci spia a tutti”. L’appello si riferisce alle divergenze tra il gruppo El (stato islamico) – che ha preso le distanze da Al- Qaida e ha proclamato un califfato su di una parte dell’Irak e della Siria – e il Fronte Al-Nostra, il ramo siriano d’Al-qaida, che è rimasto fedele al capo dell’organizzazione Ayman Al-Zawahiri. Ma i fratelli nemici del terrorismo possono veramente unirsi? Mathieu Guidère, professore sull’islam à l’università di Tolosa e specialista sui movimenti estremisti, decifra la situazione per 20 minuti. Perché un tale appello al riavvicinamento ora tra i due fratelli nemici del terrorismo? La verità è che non hanno più scelta. Da un parte lo stato islamico ha una coalizione contro di lui, e si ritrova ormai completamente isolato, circondato, bombardato. D’altro, Al-Qaida è completamente indebolita. Dal 2011, il gruppo terroristico incassa delle perdite in Siria et delle partenze in massa dei suo combattenti verso lo Stato Islamico. I due gruppi hanno dunque tutto l’interesse a collaborare. E l’hanno capito bene perché desiderano unirsi in base all’idea che “il nemico del mio nemico è mio amico”. Quest’annuncio era prevedibile? Ovviamente, non c’è da sorprendersi. Ce lo aspettavamo. Quando un fronte è aperto da una coalizione internazionale, questo crea sistematicamente la creazione di un largo focolaio dijaista. E’ esattamente lo stesso schema del 2003, quando gli Stati Uniti sono intervenuti in Irak. E’ a questo punto che Al-Qaida in Mesopotamia è stato fondata da Abou Moussad Al-Zarqawi, e non dimentichiamo che lo Stato Islamico è in parte nato da questo ramo. Possiamo tuttavia parlare di un colpo di scena di Al-Qaida che vuole provare che è ancora presente? E’ la teoria dei vasi comunicanti. Dal 2011-2012, lo Stato Islamico ha svuotato Al-Qaida dei suoi dijaisti. Ma oggi, visto che una coalizione internazionale con a capo gli Stati Uniti vuole sradicare lo SI, i combattenti posso ritornare in massa verso Al-Nostra al posto di farsi uccidere. C’è un vero progetto di unificazione, ma Al-Qaida spera, soprattutto di farli arrivare dal mondo. Esistono ancora dei dissensi tra i due gruppi, notoriamente sul progetto e la maniera di fare, come reagirà lo Stato Islamico a questo “tendere la mano”? E’ sicuro che dietro le quinte, ci sono attualmente delle negozziazioni. Ma Al-Qaida vuole tornare e unirsi con una strategia di resistenza, seguendo l’esempio di gruppi come gli Hezbollah o Hamas e mettere fine alle decapitazioni. La prova sta nel fatto che avrebbero chiesto allo Stato Islamico di liberare il quarto ostaggio. Vista la situazione, lo Stato Islamico non ha in realtà possibilità di scegliere. Con i bombardamenti che si intensificano, i due gruppi dovrebbero dunque diventare, tra qualche tempo, una forza comune di resistenza. traduzione di Milly Gargioni, VENETO UNICO.

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“L’Europa dai piedi di argilla”.

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Le istituzioni europee, invece di creare crescita e occupazione, come prevedono i trattati, stanno affondando i paesi, come l’Italia, che non si sono adattati alle nuove regole del capitalismo globale. Gli sbocchi negativi sono la risultante della governance europea sbagliata. Leggevo la tesi di Münchau: è assai improbabile che l’Italia ritorni sul sentiero della crescita e quindi il rapporto debito pubblico/Pil raggiungerà il 150% e, non avendo strumenti di politica monetaria e fiscale per reagire perché non ha una sua banca centrale e non può agire con la politica fiscale per la sua volontà di rispettarne le regole; potrebbe quindi trascinare l’intera Costruzione europea in una crisi irreversibile se l’UE non interviene e deve farlo per suo stesso interesse.
Molti ancora sperano, in un cambiamento della politica di bilancio europea e non tengono conto del grave ritardo con cui si è mossa la politica monetaria. La posizione ufficiale è: sottoporre le politiche di rilancio della crescita alla realizzazione delle riforme, che richiedono cambiamenti degli equilibri politici molto lenti, e accettare l’idea tedesca che chi ha sbagliato paga, qualsiasi cosa accada in termini di disoccupazione.
In breve un’Europa di figli e figliastri. Come disse Jean Monnet: “Nous ne coalisions pas des Etats, nous unissons des hommes”. Non ci vengano a dire che il Trattato di Maastricht e seguenti perseguono questo intento!

SAN MATTEO NON FECE LA GRAZIA

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Forse perchè gli aveva promesso 80 ceri, forse perché il Santo è imbarazzato per le balle del suo omonimo, fatto sta che oggi nel loro onomastico la PA non ha pagato i propri debiti verso le imprese. Nel salottino di Bruno Vespa, a marzo scorso, Renzi aveva promesso che avrebbe liquidato entro oggi (giorno di San Matteo) gli oltre 60 miliardi di pendenze arretrate delle pubbliche amministrazioni. Basta farsi un giro sul sito del Mef o leggere i giornali per scoprire che siamo a circa 30 miliardi effettivamente erogati. Tra l’altro si tratta di soldi in gran parte stanziati dai governi precedenti, per cui i meriti di Renzi sono pressoché pari a zero. San Matteo è oggi. Una balla tira l’altra e anche questa promessa di Renzi di pagare i debiti con le imprese nel giorno del suo Santo è finita in chiacchere. Lo sa, il nostro Presidente del Consiglio, quanti siano davvero i debiti scaduti ad oggi? Dal sito MEF non si ricava questa informazione, né da quello di Palazzo Chigi. Lo sa che le imprese italiane, per riuscire ad essere pagate dalla PA dopo mesi o anni di ritardi, devono certificare i crediti chiedendo un paradossale permesso ai debitori? E’ al corrente del fatto che, per ottenere la certificazione del credito, ogni impresa deve prima passare dal singolo ente pubblico debitore che può confermare o meno il debito? Un po’ come se un creditore, prima di potere ottenere dal debitore un pagamento per un lavoro già contrattualizzato, firmato ed eseguito, dovesse nuovamente chiedere il permesso e l’approvazione formale al debitore stesso; il quale, ovviamente, non ha mai tutta questa urgenza di compiere la ricognizione. Se il Presidente non lo sa o non conosce i dettagli, legga il semplice vademecum ufficiale del MEF. Gli imprenditori, purtroppo, non aspetteranno che il governo faccia qualcosa, andranno tutti all’estero e l’italia continuera’ a perdere PIL. Intanto, vi ho trovato il video di Porta a porta. Godetevelo: http://www.beppegrillo.it/videos/0_btfxf7pq.ph

RIFORMARE LA GIUSTIZIA SI PUÒ

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Il primo problema che viene all’attenzione quando si parla della giustizia è quello della sua efficienza ed efficacia. Ciò a significare che difetta nel numero dei processi che vanno a sentenza e, soprattutto, nella loro durata, al punto che è preferibile veder sacrificato un diritto piuttosto che attendere anni per la sua soddisfazione: soddisfazione, a sua volta, velata d’incertezza, vuoi per il numero impressionante di leggi, spesso non bene coordinate fra loro, vuoi per la poca certezza del diritto e per le scelte di giurisprudenza ondivaga dei vari tribunali e giudici. La percezione che il cittadino ha della giustizia è che non sia gestita come un servizio ma come la manifestazione di un potere indifferente ai costi e al tempo. Ad esempio, mentre nella sezione penale di un tribunale è difficile che non sia presente alcun magistrato, in quella civile accade il contrario. Infatti i magistrati della sezione civile sono presenti nei giorni d’udienza, praticamente, due giorni alla settimana. Non si comprende perché siano autorizzati a lavorare a casa propria godendo di una speciale libertà e con garanzie di tutela della riservatezza tutte da dimostrare. per fare un esempio, depone sicuramente a sfavore di questa libertà l’elevato numero di presenze di magistrati nei congressi; ma anche la presenza nelle associazioni politicizzate dei magistrati, che fanno a pugni con i doveri d’imparzialità. La giustizia penale La giustizia penale deve applicare le pene in tempi ragionevoli, con certezza e in modo umano. Penso, in particolare, alle carceri. I reati irrilevanti, privi di reale pericolosità, da una parte e i processi inutili contro soggetti irreperibili la intasano, come i ricorsi ai successivi gradi di giudizio, spesso solo strumentali. Invece, personalmente, vedrei bene la reintroduzione del falso in bilancio fra i reati gravi; vedere concluso l’iter sulla introduzione dell’autoriciclaggio fra le fattispecie dei reati;
 contrastare duramente la guida sotto l’effetto di alcool e droghe, come anche l’uso sconsiderato dei telefoni mobili al volante. Penso a un reato di omicidio stradale. Un tema a parte è rappresentato dalla corruzione e dall’insufficienza delle norme di contrasto. Estendiamo a tutto il settore privato, senza eccezioni, le competenze di vigilanza e sanzione dell’Autorità Anti-Corruzione: la corruzione privata è strettamente connessa a quella in ambito pubblico e ne costituisce spesso la premessa strumentale. Vengano rese illegali le transazioni con i paradisi legali. Siano resi sempre trasparenti i beneficiari ultimi delle società di comodo, fiduciarie, e anche di società “normali” ma in odore di infiltrazioni. Un altro problema di malagiustizia grave è rappresentato dall’uso distorto che i tribunali fanno della prescrizione. Il giudizio deve interrompere, comunque, la prescrizione, mentre valuterei anche di incidere sulla responsabilità dei tribunali, per evitare sentenze tardive, prive di significato pratico. Ma non basta. Bisogna coprire i vuoti degli organici dei magistrati e del personale di supporto, ricorrendo a ogni forma di mobilità. Anche i magistrati non professionali possono essere utili nelle prime fasi del giudizio. E, poi, bisogna informatizzare i tribunali, in particolare, l’attività di notifica. Non solo, ma bisogna tutelare i diritti degli indagati; perseguire chi divulga e chi pubblica con disinvoltura intercettazioni telefoniche, particolari di indagine, gossip gratuiti sugli indagati. Il magistrato inquirente è responsabile della riservatezza assoluta delle indagini a protezione della privacy del soggetto inquisito: E’ giunto il momento che si ponga termine a questo stillicidio di fughe di notizie (pilotate?) che finiscono puntualmente sulle pagine dei giornali, da cui ne deriva che il processo viene fatto dai lettori e non nelle aule. Il magistrato inquirente (poco attento) che consente fughe di notizie deve essere sanzionato per negligenza del proprio operato. Si parla di pene e come non pensare alle carceri? Vanno chiuse le carceri che non rispettano i requisiti. Gran parte dei reclusi sono extracomunitari, mai identificati con certezza e, perciò, impossibili da restituire ai paesi d’origine per scontarvi la pena. Bisogna risolvere questo problema perché non possiamo farci carico dei delinquenti del mondo. Va contrastata la pratica inaccettabile e tutta italiana della carcerazione preventiva, se non in casi di reale pericolo pubblico. Si deve anche diffondere l’uso delle pene alternative, prevedendo a carico del reo la restituzione e la riparazione dei danni causati alla società e trattamenti di recupero per i tossicodipendenti. La lotta alle mafie è un altro obbiettivo. Bisogna rivoluzionare la normativa sulla protezione dei collaboratori di giustizia, per renderla veramente efficace e bisogna rendere rapido il reimpiego dei beni della criminalità organizzata, prevedendo una razionalizzazione dell’Agenzia per l’amministrazione dei beni confiscati, e nuove forme di amministrazione straordinaria che li rendano immediatamente riutilizzabili da cooperative sociali (e non dopo anni o decenni di iter giudiziario). La giustizia civile Il ritardo mostruoso della giustizia civile è un’emergenza nazionale perché, oltre a ledere i diritti dei cittadini, comporta costi enormi sulla crescita economica e sull’occupazione e costituisce uno dei principali freni agli investimenti stranieri in Italia. Occorre anche affrontare le cause remote che costituiscono il “terreno di coltura” dell’eccesso di litigiosità quali: l’inflazione e sovrapposizione di leggi spesso contraddittorie o scarsamente chiare, la non prevedibilità della decisione per la variabilità degli indirizzi interpretativi dei giudici, la “convenienza” per il debitore di non adempiere ed attendere l’esito di un lungo processo. 10492204_1474003752869596_1048028005000523779_n Occorre deflazionare la giustizia civile. Efficentiamola: • aumentando esponenzialmente il numero dei magistrati non professionali, soprattutto dei Giudici di Pace, le risorse di supporto (anche con trasferimenti da altre Amministrazioni in eccesso), le dotazioni e i sistemi informatici. • creando nuovi strumenti, valorizzando l’arbitrato (per le controversie relative a diritti disponibili), anche in forme cautelari; • facendo funzionare meglio e con la dovuta competenza la mediazione; • scoraggiando in ogni modo il ricorso al secondo e al terzo grado di giustizia; • sanzionando ancora più duramente le liti infondate per esempio facendo effettivamente pagare alle Parti temerarie adeguate spese processuali (che comprendano i costi vivi del processo e non solo le spese legali); • Prevedendo anche la conciliazione formalizzata dagli avvocati, e non da giudici, prima del giudizio; • pensare a un solo livello di giudizio per cause fino a € 50.000, a due livelli per cause fino a € 500.000. Ricorso in Cassazione solo per le restanti, salvaguardando la funzione nomofilattica – cioè di garanzia della interpretazione uniforme e l’unità del diritto – della Cassazione, ma intervenendo anche sulla disciplina della responsabilità civile e penale dei magistrati e limitando la loro discrezionalità nella escussione dei mezzi di prova presentati. L’assunto: meglio una giustizia rapida che una non giustizia, non deve significare una giustizia di rango inferiore. Giustizia Amministrativa e contabile e delle Autorità Indipendenti • Rendiamo più efficace la giustizia amministrativa e contabile chiarendo meglio i limiti del suo campo d’azione per eliminare definitivamente tutte le possibili sovrapposizioni e conflitti con la giustizia civile. • Ridisegniamo totalmente la giustizia fiscale, che così come prevista oggi in Italia non garantisce né competenza né terzietà, professionalizzandola e inglobandola in sezioni specializzate della giustizia civile. • Mettiamo ordine nelle Autorità indipendenti, accorpandole dove possibile, chiarendo meglio i rapporti tra le Autorità stesse e i Ministeri nelle materie di competenza.

DOVE LA POLITICA USA FALLISCE, SEMINA LA GUERRA

La spinta della finanza del capitale o dell’alta finanza, che dir si voglia, verso il controllo del mondo globalizzato, sembra subire una battuta d’arresto, almeno ai confini dell’Europa. La progressiva demolizione dei governi arabi, invece, prosegue seminando orrore e morte, pure se la pressione sulla Siria di Assad appare deviata sulla lotta senza quartieri all’ISIS; ma chi ha creato l’ISIS e perché? la domanda fa il paio con quella “Chi creò, o ha creato, Bin Laden e perché?” Nulla di più ortodosso per la politica USA che superare le difficoltà, fomentando antagonismi, emergenze terrorismo e guerre, fredde, per ora. La bandiera da sventolare per il popolo bue USA e un pò per noi europei, è sempre la stessa: “esportazione della democrazia e difesa intransigente dei popoli oppressi o aggrediti”. Tutto a suon di bombe, come quelle che mi fecero venire al mondo, in fretta e furia, anni fa. Leggo, da osservatore, gli ultimi passaggi della politica estera non proprio brillante, anzi, piuttosto rozza di Obama. Dopo le rivoluzioni in contemporanea, a comando, nei paesi arabi del Nord Africa mediterraneo e fra una decimazione e l’altra del popolo di Gaza, sembrava la volta della Siria. In una schermata televisiva, vedemmo le sagome della VI^ Flotta USA avanti alle coste siriane e, fra queste, un nome a noi noto: “Andrea Doria” (così, tanto per marcare che partecipiamo in segreto a ogni guerra, come a quella contro l’alleato, prezioso, Gheddafi, per richiamare un esempio recente): Il “Doria” è un modernissimo incrociatore degli italiani, che, per vivere in pace, nulla devono saper delle guerre cui partecipano e, questo, si può dire che rappresenti un grosso passo avanti rispetto alle roboanti dichiarazioni di guerra e agli ululati delle sirene del fascismo. Ma, avanti alle coste siriane, alle spalle della VI^ Flotta, apparve la Squadra russa di Sebastopoli. Assad ebbe un sospiro di sollievo; ma ecco un motivo in più per dare un colpo di acceleratore alla penetrazione verso il colosso russo attraverso l’Unione europea e la sua ipocrita politica di espansione. Nulla di nuovo, se si guarda all’Unione (bella parola) europea come a uno “zombie” della politica USA; oppure, c’è qualcuno che sente di poter affermare che l’Unione europea, fondata su una semplice moneta di carta, cioè, sul nulla, rappresenti uno stato? Avete visto, perciò, che tradendo gli accordi sottoscritti dalla NATO con Eltsin (ma a che e a chi serve, oggi e ancora, la NATO?), sono state stabilite ben cinque basi militari NATO a ridosso dei confini con la Russia. Una in Mar Nero, sulle coste della Romania; ed ecco l’US NAVY entrare e scorrazzare in Mar Nero. Ecco le sanzioni alla Russia e, per converso, dalla Russia all’Europa – già che ci siamo, una botta a entrambe non guasta. Politica imperialista? No, semplice delirio di potenza o, più realisticamente, canto del cigno del dollaro che, comunque, ci prova a riaffermare il suo regno di carta da un lato e di morte dall’altro. Un giorno – dicemmo – qualcuno farà il conto di quanti milioni di morti sia costato all’umanità il predominio del dollaro! Torniamo nel Mar Nero. La politica di Putin merita un plauso per la moderatezza, la fermezza e la misura con le quali reagisce ad ogni provocazione – pardon – sanzione: “Non si scherza con una potenza nucleare”, ha detto, più o meno e rieccoci in pieno clima di guerra fredda. Grazie Obama! Sebastopoli è la base della Flotta russa del Mar Nero e per il Mediterraneo. Nel XIX secolo fu Biserta e – ricordiamolo – le prime navi ad accorrere in soccorso ai terremotati di Messina del 1905  furono quelle russe. Le marine – si sà – sono uno strumento della politica estera di una nazione. Ma Sebastopoli è in Crimea e la Crimea è stata donata da Kruscev all’Ucraina, ai tempi in cui l’URSS rappresentava un monolito e nulla faceva presagire il divorzio. Una fede nuziale, insomma. Pensate a chiedere agli Stati Uniti di rinunciare alla base di Pearl Harbour o a quella di Guantanamo e capirete. Nel frattempo, la politica dell’alta finanza statunitense, massonica, sionista (nulla a che fare con il fantastico popolo ebreo) ha realizzato un ulteriore progresso verso il depauperamento dell’Europa e i treni di merci dei paesi europei esportatori sono fermi ai confini della Russia, le merci deperiscono – la Mogherini no – gli spazi aerei russi sono off limits e i collegamenti fra Europa e Cina vagano per il mondo. e non parlo del gas e del generale inverno. Russia e Cina vengono spinte a ricompattarsi per creare nuovamente un’atmosfera di paura e una spinta al riarmo. Secondo una stima del Pentagono, nel 2025, la marina da guerra cinese supererà l’US NAVY. Ecco come evitarlo. Le lobbies degli armamenti esultano. C’è ancora qualcuno che crede che Roosvelt abbia spedito dieci armate in Europa per portarci la democrazia?  Per l’Italia è un’altra spinta, non verso, ma dal verso opposto della ripresa. Ma quante guerre abbiamo perso e quanti trattati di “pace” segreti abbiamo sottoscritto a Malta nel 1943? Da una radice malata, nasceranno sempre piante malate. Lo sanno benne i superstiti degli antichi popoli del Nord e del Sud America. Guardatevi il video. E’ di cinque anni fà, ma vi chiarirà molte cose.

Mario Donnini, VENETO UNICO, un laboratorio per ripartire.

L’UE SFIDA PUTIN CAVALCANDO LO SPETTRO DELLA RUSSIA CONTRO GLI ANTI-EURO.

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Due pacchetti di sanzioni dell’Unione europea nei confronti della Russia e le conseguenti contro sanzioni di Mosca non sono bastate a far rientrare una situazione che, più che di crisi, sembra ormai di guerra. L’Unione Europea sta andando incontro a una seconda Guerra fredda, ma la cosa grave è che questo è il vero obiettivo della sua governance. La Russia non è assolutamente un pericolo per l’Europa. È tutta un’invenzione. Putin non vuole una politica imperialista, non vuole annettersi i Paesi confinanti. L’Ucraina non è mai stata un problema per la Russia, ma stringendo un accordo commerciale con l’Ue, i prodotti europei possono entrare in Russia passando per l’Ucraina senza pagare dazi aggiuntivi. Un problema che già cinque anni fa Mosca aveva chiesto a Bruxelles di risolvere. L’unica risposta razionale che sono riuscito a darmi davanti a tutti gli errori commessi dall’Ue in questi mesi è che la Commissione non ha lavorato per l’Europa ma per Washington. Infatti, il primo, unico vero vincitore di questa situazione è Barack Obama, non ci sono dubbi. E il presidente Josè Manuel Barroso ha lavorato a stretto contatto con gli Usa per ottenere questo risultato. Sinora l’Ue non ne ha azzeccata una: con le sanzioni ha dato una risposta economica a un problema politico. È evidente. Gli sbagli fatti con la crisi ucraina mostrano proprio il fallimento della politica dell’Unione europea. Ora che c’è la presidenza italiana a capo dell’Ue vorremmo avere una speranza in più per fare un ultimo tentativo. Il primo ministro Matteo Renzi potrebbe avviare qualche iniziativa per cercare di bloccare le sanzioni e trovare un accordo politico, come accadde nel 2008 quando nacque il problema con l’Ossezia e il presidente francese Nicolas Sarkozy andò in Russia pur di trovare una soluzione politica. Ora per evitare una guerra in Ucraina bisognerebbe fare la stessa cosa e mandare a Mosca i tre ministri di Francia, Germania e Italia.
 Ma Obama lo vuole?

Nino Galloni: “Come ci hanno deindustrializzato”, un viaggio che passa da Enrico Mattei e Aldo Moro

Claudio Messora intervista Nino Galloni, economista ed ex direttore del Ministero del Lavoro. Un’altra imperdibile intervista in crowdfunding. Un viaggio nella storia d’Italia che passa per Enrico Mattei e Aldo Moro, lungo un progetto di deindustrializzazione che ha portato il nostro Paese da settima potenza mondiale a membro dei Pigs.

LA GIUSTIZIA NEL TRATTATO DI LISBONA. I DIRITTI.

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In questo settore, il Trattato di Lisbona adotta appieno la Carta dei Diritti Fondamentali, che diventa vincolante per tutti i cittadini del nuovo super Stato d’Europa (Art.6 TEU). Chi deciderà interpretando di volta in volta questi diritti con potere unico sarà la Corte di Giustizia Europea con sede nel Lussemburgo. Infatti, secondo le regole già spiegate in precedenza, anche qui le decisioni della Corte avranno potere sovranazionale e dunque saranno più forti di qualsiasi legge degli Stati membri. Esse poi avranno potere di condizionare ogni singola legge esistente nella UE. Ma chi impedirà alla Corte di interpretare un diritto odierno di un singolo Stato membro in senso più restrittivo? Vi do un esempio: in Svezia, una legge permette ai burocrati di Stato di fare ‘soffiate’ ai giornalisti, per cui il governo non può pretendere che il reporter sveli poi le fonti di uno scandalo pubblicato. Se la Corte decidesse che ciò è illegale, addio avanzatissima legge svedese. E vi ricordo che quando il collega tedesco Hans-Martin Tillack fu arrestato per aver denunciato lo scandalo Eurostat (fondi neri dell’agenzia di statistica della UE), la Corte di Giustizia Europea approvò l’arresto.
Ma chi nomina quei giudici? Nessuno dei cittadini europei, è la risposta. Li eleggono i governi, e questo li rende di fatto a loro soggetti. In altre parole, le sentenze sui nostri diritti fondamentali e sulle leggi che ci governano saranno nelle mani di magistrati del tutto fuori dal nostro controllo e secondo leggi, non lo si dimentichi, fatte da burocrati non eletti. Questo prevede il Trattato di Lisbona, all’apice di almeno duemila anni di giurisprudenza ‘moderna’. Inoltre, ciò che viene deliberato in seno alla Corte di Giustizia Europea avrà precedenza su quanto deliberato dalle nostre Corti Supreme, Cassazione, e da altre Alte Corti europee. Essa ha il potere persino di influenzare la tassazione indiretta (IVA, catasto, bolli ecc.).
Tutto questo è improprio, irrispettoso del diritto dei cittadini di decidere del proprio vivere, visto che siamo e ancora rimaniamo in teoria gli arbitri finali delle democrazie. Qui siamo completamente messi da parte, ingannati e manipolati, con rischi futuri colossali a dir poco. Ma il realismo di cittadino italiano mi impone di aggiungere un altro distinguo. In un Paese come il nostro dove la nostra inciviltà ha portato in Parlamento dei bifolchi subculturati e violenti come i seguaci di Bossi e altri, il fatto che in futuro gli articoli della Carta dei Diritti Fondamentali e del Trattato di Nizza (diritti di prima, seconda, terza e quarta generazione; dignità umana; minoranze; diritti umani; no pena di morte; diritti processuali ecc.) saranno vincolanti in Italia potrebbe essere la salvezza, nonostante i pericoli che ho delineato. E queste considerazioni mi portano a dire che la critica al Trattato di Lisbona fatta dalla prospettiva italiana è un affare ambiguo, poiché se è vero che quel Trattato potrà da una parte travolgere in negativo le nostre vite e drammaticamente il futuro dei nostri figli, è anche vero che certa barbarie e mediocrità a tutto campo degli italiani rendono impossibile capire dove sia la padella e dove la brace, ovvero se ci farà più male entrare nell’Europa di Lisbona o rimanere l’Italia sovrana di oggi. La risposta sarebbe né l’una né l’altra, certo, ma il rischio per noi italiani di combattere e vincere la battaglia contro l’inganno del Trattato, è poi di ritrovarci qui a soffocare nella melma italica senza neppure l’Europa a mitigarla. Questo va detto per onestà.

L’UOMO, LA NATURA E GLI ANIMALI

418121_441001592602924_1356243861_nUna storia vera…
A Hong Kong gli operai di un macello hanno condotto un toro nella stanza dove avrebbero dovuto macellarlo e stavano per procedere.
Quando hanno chiuso la porta, il toro si è guardato indietro poi ha abbassato la testa. Era in lacrime.
Come poteva sapere che lo avrebbero macellato prima di entrare?
Mr. Shiu, il macellaio ricorda “quando ho visto quello che chiamano uno ‘stupido’ animale piangere e ho visto i suoi occhi tristi e impauriti ho iniziato a tremare. Ho chiamato gli altri. Anche loro sono rimasti sorpresi. Abbiamo cercato di tirarlo indietro ma non voleva muoversi e continuava a piangere.”
Billy Fong, proprietario della ditta, disse “La gente pensa che gli animali non piangano come gli umani. Ma il toro piangeva realmente come un bambino.”Più di 10 uomini che avevano assistito alla scena erano rimasti impressionati. Quelli che avrebbero dovuto macellarlo stavano piangendo anche loro.
Altri operai vennero a vedere la scena e rimasero scioccati.
Decisero di comprare il toro e di mandarlo in un tempio dove i monaci avrebbero potuto prendersi cura di lui per tutta la sua vita.
Quando ebbero preso la decisione, accadde un miracolo.
Un operaio racconta “Quando abbiamo promesso che il toro non sarebbe stato ucciso, lui si è mosso e ha iniziato a seguirci. Ma come aveva potuto capire le parole dette dalle persone?”
Chi ha un animale sa bene che gli animali comprendono molto più di quello che noi pensiamo.