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1356.- Srebrenica: esce fuori la verità, il massacro fu compiuto da tagliagole bosniaci musulmani

22 Gennaio 2016

Finalmente emerge la verità su Srebrenica: i civili non furono uccisi dai Serbi, ma dagli stessi musulmani bosniaci per ordine di Alija Izetbegovic, presidente dei musulmani bosniaci, d’accordo con Bill Clinton. Una operazione, come le bombe di mortaio sul mercato di Sarajevo, per incolpare i serbi e bombardarli. Un po’ come il gas nervino in Siria.

(Nicola Bizzi) – Dopo la confessione shock del politico bosniaco Ibran Mustafić, veterano di guerra, chi restituirà la dignità a Slobodan Milošević, ucciso in carcere, aRadovan Karadžić e al Generale Ratko Mladić, ancora oggi detenuti all’Aja?

Lo storico russo Boris Yousef,  in un suo saggio del 1994, scrisse quella che ritengo una sacrosanta verità: «Le guerre sono un po’ come il raffreddore: devono fare il loro decorso naturale. Se un ammalato di raffreddore viene attorniato da più medici che gli propinano i farmaci più disparati, spesso contrastanti fra loro, la malattia, che si sarebbe naturalmente risolta nel giro di pochi giorni, rischia di protrarsi per settimane e di indebolire il paziente, di minarlo nel fisico, e di arrecare danni talvolta permanenti e imprevedibili».

Yousef scrisse questa osservazione nel Luglio del 1994, nel bel mezzo della guerra civile jugoslava, un anno prima della caduta della Repubblica Serba di Krajina e sedici mesi prima dei discussi accordi Dayton che scontentarono in Bosnia tutte le parti in campo, imponendo una situazione di stallo potenzialmente esplosiva. E ritengo che tale osservazione si adatti a pennello al conflitto jugoslavo. Un lungo e sanguinoso conflitto che, formalmente iniziato nel 1991, con la secessione dalla Federazione delle repubbliche di Slovenia e Croazia, era stato già da tempo preparato e pianificato da alcune potenze occidentali (con in testa l’Austria e la Germania), da diversi servizi segreti, sempre occidentali, da gruppi occulti di potere sovranazionali e transnazionali (Bilderberg, Trilaterale, Pinay, Ert Europe, etc.) e, per certi versi, anche dal Vaticano.

La Jugoslavija, forte potenza economica e militare, da decenni alla guida del movimento dei Paesi non Allineati, dopo la morte del Maresciallo Tito, avvenuta nel 1980, era divenuta scomoda e ingombrante e, di conseguenza, l’obiettivo geo-strategico primario di una serie di avvoltoi che miravano a distruggerla, a smembrarla e a spartirsi le sue spoglie.

Si assistette così ad una progressiva destabilizzazione del Paese, avviata già nel biennio 1986-87, destabilizzazione alla quale si oppose con forza soltanto Slobodan Milošević, divenuto Presidente della Repubblica Socialista di Serbia, e che toccò il culmine con la creazione in Croazia, nel Maggio del 1989, dell’Unione Democratica Croata (Hrvatska Demokratska Zajednica o HDZ), partito anti-comunista di centro-destra che a tratti riprendeva le idee scioviniste degli Ustascia di Ante Pavelić, guidato dal controverso ex Generale di Tito Franjo Tuđman.

Sarebbe lungo in questa sede ripercorrere tutte le tappe che portarono al precipitare degli eventi, alla necessità degli interventi della Jugoslosvenska Narodna Armija dapprima in Slovenia e poi in Croazia, alla definitiva scissione dalla Federazione delle due repubbliche ribelli e all’allargamento del conflitto nella vicina Bosnia. Si tratta di eventi sui quali esiste moltissima documentazione, la maggior parte della quale risulta però essere fortemente viziata da interpretazioni personali e di parte degli storici o volutamente travisata da giornalisti asserviti alle lobby di potere mediatico-economico europee ed americane. Giornalisti che della Jugoslavija e della sua storia ritengo che non abbiano mai capito niente.

Come ho scritto poc’anzi, ritengo che la saggia affermazione di Boris Yousef si adatti molto bene al conflitto civile jugoslavo. A prescindere dal fatto che esso è stato generato da palesi ingerenze esterne, ritengo che sarebbe potuto terminare ‘naturalmente’ manu militari nel giro di pochi mesi, senza le continue ingerenze, le pressioni e le intromissioni della sedicente ‘Comunità Internazionale’, delle Nazioni Unite e di molteplici altre organizzazioni che agivano dietro le quinte (Fondo Monetario Internazionale, OSCE, UNHCR, Unione Europea e criminalità organizzata italiana e sud-americana). Sono state proprio queste ingerenze (i vari farmaci dagli effetti contrastanti citati nella metafora di Yousef) a prolungare il conflitto per anni, con la continua richiesta, dall’alto, di tregue impossibili e non risolutive, e con la pretesa di ridisegnare la cartina geografica dell’area sulla base delle convenienze economiche e non della realtà etnica e sociale del territorio.

Ma si tratta di una storia in buona parte ancora non scritta, perché sono state troppe le complicità di molti leader europei, complicità che si vuole continuare a nascondere, ad occultare. Ed è per questo che gli storici continuano ad ignorare che la Croazia di Tuđman costruì il suo esercito grazie al traffico internazionale di droga (tutte quelle navi che dal Sud America gettavano l’ancora nel porto di Zara, secondo voi cosa contenevano?). È per questo che continuano a non domandarsi per quale motivo tutto il contenuto dei magazzini militari della defunta Repubblica Democratica Tedesca siano prontamente finiti nelle mani di Zagabria.

Si tratta di vicende che conosco molto bene, perché ho trascorso nei Balcani buona parte degli anni ’90, prevalentemente a Belgrado e a Skopje. Parlo bene tutte le lingue dell’area, compresi i relativi dialetti, e ho avuto a lungo contatti con l’amministrazione di Slobodan Milošević, che ho avuto l’onore di incontrare in più di un’occasione. Sono stato, fra l’altro, l’unico esponente politico italiano ad essere presente ai suoi funerali, in una fredda giornata di Marzo del 2006.

Sono stato quindi un diretto testimone dei principali eventi che hanno segnato la storia del conflitto civile jugoslavo e degli sviluppi ad esso successivi. Ho visto con i miei occhi le decine di migliaia di profughi serbi costretti a lasciare Knin e le altre località della Srpska Republika Krajina, sotto la spinta dell’occupazione croata delle loro case, avvenuta con l’appoggio dell’esercito americano.

Ho seguito da vicino tutte le tappe dello scontro in Bosnia, i disordini nel Kosovo, la galoppante inflazione a nove cifre che cambiava nel giro di poche ore il potere d’acquisto di una banconota. Ho vissuto il dramma, nel 1999, dei criminali bombardamenti della NATO su Belgrado e su altre città della Serbia. Ed è per questo che non ho mai creduto – a ragione – alle tante bugie che riportavano la stampa europea e quella italiana in primis. Bugie e disinformazioni dettate da quell’operazione di marketing pubblicitario (non saprei come altro definirla) pianificata sui tavoli di Washington e diLangley che impose a tutta l’opinione pubblica la favoletta dei Serbi ‘cattivi’ aguzzini di poveri e innocenti Croati, Albanesi e musulmani bosniaci. Favoletta che ha però incredibilmente funzionato per lunghissimo tempo, portando all’inevitabile criminalizzazione e demonizzazione di una delle parti in conflitto e tacendo sui crimini e sulle nefandezze delle altre.

La guerra, e a maggior ragione una guerra civile, non è ovviamente un pranzo di gala e non vi si distribuiscono caramelle e cotillon. In guerra si muore. In guerra si uccide o si viene uccisi. La guerra significa fame, sofferenza, freddo, fango, sudore, privazioni e sangue. Ed è fatta, necessariamente, anche di propaganda. Durante il lungo conflitto civile jugoslavo nessuno può negare che siano state commesse numerose atrocità, soprattutto dettate dal risveglio di un mai sopito odio etnico. Ma mai nessun conflitto, dal termine della Seconda Guerra Mondiale, ha visto un simile massiccio impiego di ‘false flag’, azioni pianificate ad arte, quasi sempre dall’intelligence, per scatenare le reazioni dell’avversario o per attribuirgli colpe non sue. Ho già spiegato il concetto di ‘false flag’ in numerosi miei articoli, denunciando l’escalation del loro impiego su tutti i più recenti teatri di guerra.

Fino ad oggi la più nota ‘false flag’ della guerra civile jugoslava era la tragica strage di civili al mercato di Sarajevo, quella che determinò l’intervento della NATO, che bombardò ripetutamente, per rappresaglia, le postazioni serbo-bosniache sulle colline della città. Venne poi appurato con assoluta certezza che fu lo stesso governo musulmano-bosniaco di Alija Izetbegović a uccidere decine di suoi cittadini in quel cannoneggiamento, per far ricadere poi la colpa sui Serbi.

E quella che io ho sempre ritenuto la più colossale ‘false flag’ del conflitto, ovvero il massacro di oltre mille civili musulmani avvenuto a Srebrenica, del quale fu incolpato l’esercito serbo-bosniaco comandato dalGenerale Ratko Mladić, che da allora venne accusato di ‘crimi di guerra’ e braccato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja fino al suo arresto, avvenuto il 26 Maggio 2011, si sta finalmente rivelando in tutta la sua realtà. In tutta la sua realtà, appunto, di ‘false flag’.

I giornali italiani, che all’epoca scrissero titoli a caratteri cubitali per dipingere come un ‘macellaio’ ilGenerale Mladić e come un folle criminale assetato di sangue il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić, anch’egli arrestato nel 2008 e sulla cui testa pendeva una taglia di 5 milioni di Dollari offerta dagli Stati Uniti per la sua cattura, hanno praticamente passato sotto silenzio una sconvolgente notizia. Una notizia a cui ha dato spazio nel nostro Paese soltanto il quotidiano Rinascita, diretto dall’amico Ugo Gaudenzi, e fa finalmente piena luce sui fatti di Srebrenica, stabilendo che la colpa non fu dei vituperati Serbi, ma dei musulmani bosniaci.

Ibran Mustafić, veterano di guerra e politico bosniaco-musulmano, probabilmente perché spinto dal rimorso o da una crisi di coscienza, ha rilasciato ai media una sconcertante confessione: almeno mille civili musulmano-bosniaci di Srebrenica vennero uccisi dai loro stessi connazionali, da quelle milizie che in teoria avrebbero dovuto assisterli e proteggerli, durante la fuga a Tuzla nel Luglio 1995, avvenuta in seguito all’occupazione serba della città. E apprendiamo che la loro sorte venne stabilita a tavolino dalle autorità musulmano-bosniache, che stesero delle vere e proprie liste di proscrizione di coloro a cui «doveva essere impedito, a qualsiasi costo, di raggiungere la libertà».

Come riporta Enrico Vigna su Rinascita, Ibran Mustafić ha pubblicato un libro, Caos pianificato, nel quale alcuni dei crimini commessi dai soldati dell’esercito musulmano della Bosnia-Erzegovina contro i Serbi sono per la prima volta ammessi e descritti, così come il continuo illegale rifornimento occidentale di armi ai separatisti musulmano-bosniaci, prima e durante la guerra, e – questo è molto significativo – anche durante il periodo in cui Srebrenica era una zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite.

Mustafić racconta inoltre, con dovizia di particolari, dei conflitti tra musulmani e della dissolutezza generale dell’amministrazione di Srebrenica, governata dalla mafia, sotto il comandante militare bosniaco Naser Orić. A causa delle torture di comuni cittadini nel 1994, quando Orić e le autorità locali vendevano gli aiuti umanitari a prezzi esorbitanti invece di distribuirli alla popolazione, molti bosniaci fuggirono volontariamente dalla città. «Coloro che hanno cercato la salvezza in Serbia, sono riusciti ad arrivare alla loro destinazione finale, ma coloro che sono fuggiti in direzione di Tuzla ( governata dall’esercito musulmano) sono stati perseguitati o uccisi», svela Mustafić. E, ben prima del massacro dei civili musulmani di Srebrenica nel Luglio 1995, erano stati perpetrati da tempo crimini indiscriminati contro la popolazione serba della zona. Crimini che Mustafić descrive molto bene nel suo libro, essendone venuto a conoscenza già nel 1992, quando era fuggito da Sarajevo a Tuzla.

«Lì – egli scrive – il mio parente Mirsad Mustafić mi mostrò un elenco di soldati serbi prigionieri, che furono uccisi in un luogo chiamato Zalazje. Tra gli altri c’erano i nomi del suo compagno di scuola Branko Simić e di suo fratello Pero, dell’ex giudice Slobodan Ilić, dell’autista di Zvornik Mijo Rakić, dell’infermiera Rada Milanović. Inoltre, nelle battaglie intorno ed a Srebrenica, durante la guerra, ci sono stati più di 3.200 Serbi di questo e dei comuni limitrofi uccisi».

Mustafić ci riferisce a riguardo una terribile confessione del famigerato Naser Orić, confessione che non mi sento qui di riportare per l’inaudita credezza con cui questo criminale di guerra descrive i barbari omicidi commessi con le sue mani su uomini e donne che hanno avuto la sventura di trovarsi alla sua mercé. Ma voglio citare il racconto di uno zio di Mustafić, anch’esso riportato nel libro: «Naser venne e mi disse di prepararmi subito e di andare con la Zastava vicino alla prigione di Srebrenica. Mi vestii e uscii subito. Quando arrivai alla prigione, loro presero tutti quelli catturati precedentemente a Zalazje e mi ordinarono di ritrasportarli lì. Quando siamo arrivati alla discarica, mi hanno ordinato di fermarmi e parcheggiare il camion. Mi allontanai a una certa distanza, ma quando ho visto la loro furia ed il massacro è iniziato, mi sono sentito male, ero pallido come un cencio. Quando Zulfo Tursunović ha dilaniato il petto dell’infermiera Rada Milanovic con un coltello, chiedendo falsamente dove fosse la radio, non ho avuto il coraggio di guardare. Ho camminato dalla discarica e sono arrivato a Srebrenica. Loro presero un camion, e io andai a casa a Potocari. L’intera pista era inondata di sangue».

Da quanto ci racconta Mustafić, gli elenchi dei ‘bosniaci non affidabili’ erano ben noti già da allora alla leadership musulmana ed al Presidente Alija Izetbegović, e l’esistenza di questi elenchi è stata confermata da decine di persone. «Almeno dieci volte ho sentito l’ex capo della polizia Meholjić menzionare le liste. Tuttavia, non sarei sorpreso se decidesse di negarlo», dice Mustafić, che è anche un membro di lunga data del comitato organizzatore per gli eventi di Srebrenica. Secondo Mustafić, l’elenco venne redatto dalla mafia di Srebrenica, che comprendeva la leadership politica e militare della città sin dal 1993. I ‘padroni della vita e della morte nella zona’, come lui li definisce nel suo libro. E, senza esitazione, sostiene: «Se fossi io a dover giudicare Naser Orić, assassino conclamato di più di 3.000 Serbi nella zona di Srebrenica (clamorosamente assolto dal Tribunale Internazionale dell’Aja!) lo condannerei a venti anni per i crimini che ha commesso contro i Serbi; per i crimini commessi contro i suoi connazionali lo condannerei a minimo 200.000 anni di carcere. Lui è il maggiore responsabile per Srebrenica, la più grande macchia nella storia dell’umanità».

Ma l’aspetto più inquietante ed eclatante delle rivelazioni di Mustafić  è l’ammissione che il genocidio di Srebrenica è stato concordato tra la comunità internazionale e Alija Izetbegović , e in particolare tra Izetbegović e il presidente USA Bill Clinton, per far ricadere la colpa sui Serbi, come Ibran Mustafić afferma con totale convinzione.
«Per i crimini commessi a Srebrenica, Izetbegović e Bill Clinton sono direttamente responsabili. E, per quanto mi riguarda, il loro accordo è stato il crimine più grande di tutti, la causa di quello che è successo nel Luglio 1995. Il momento in cui Bil Clinton entrò nel Memoriale di Srebrenica è stato il momento in cui il cattivo torna sulla scena del crimine», ha detto Mustafić. Lo stesso Bill Clinton, aggiungo io, che superò poi se stesso nel 1999, con la creazione ad arte delle false fosse comuni nel Kosovo (altro clamoroso esempio di ‘false flag’), nelle quali i miliziani albanesi dell’UCK gettavano i loro stessi caduti in combattimento e perfino le salme dei defunti appositamente riesumate dai cimiteri, per incolpare mediaticamente, di fronte a tutto il mondo, l’esercito di Belgrado e poter dare il via a due mesi di bombardamenti sulla Serbia.

Come sottolinea sempre Mustafić, riguardo a Srebrenica ci sono inoltre state grandi mistificazioni sui nomi e sul numero reale delle vittime. Molte vittime delle milizie musulmane non sono state inserite in questo elenco, mentre vi sono stati inseriti ad arte cittadini di Srebrenica da tempo emigrati e morti all’estero. E un discorso simile riguarda le persone torturate o che si sono dichiarate tali. «Molti bosniaci musulmani – sostiene Mustafić – hanno deciso di dichiararsi vittime perché non avevano alcun mezzo di sostentamento ed erano senza lavoro, così hanno usato l’occasione. Un’altra cosa che non torna è che tra il 1993 e il 1995 Srebrenica era una zona smilitarizzata. Come mai improvvisamente abbiamo così tanti invalidi di guerra di Srebrenica?».

Egli ritiene che sarà molto difficile determinare il numero esatto di morti e dei dispersi di Srebrenica. «È molto difficile  – sostiene nel suo libro – perché i fatti di Srebrenica sono stati per troppo tempo oggetto di mistificazioni, e il burattinaio capo di esse è stato Amor Masović, che con la fortuna fatta sopra il palcoscenico di Srebrenica potrebbe vivere allegramente per i prossimi cinquecento anni! Tuttavia, ci sono stati alcuni membri dell’entourage di Izetbegović che, a partire dall’estate del 1992, hanno lavorato per realizzare il progetto di rendere i musulmani bosniaci le permanenti ed esclusive vittime della guerra».

Il massacro di Srebrenica servì come pretesto a Bill Clinton per scatenare, dal 30 Agosto al 20 Settembre del 1995, la famigerata Operazione Deliberate Force, una campagna di bombardamento intensivo, con l’uso di micidiali bombe all’uranio impoverito, con la quale le forze della NATO distrussero il comando dell’esercito serbo-bosniaco, devastandone irrimediabilmente i sistemi di controllo del territorio. Operazione che spinse le forze croate e musulmano-bosniache ad avanzare in buona parte delle aree controllate dai Serbi, offensiva che si arrestò soltanto alle porte della capitale serbo-bosnica Banja Lukae che costrinse i Serbi ad un cessate il fuoco e all’accettazione degli accordi di Dayton, che determinarono una spartizione della Bosnia fra le due parti (la croato-musulmana e la serba). Spartizione che penalizzò fortemente la Republika Srpska, che venne privata di buona parte dei territori faticosamente conquistati in tre anni di duri combattimenti.

Alija Izetbegović, fautore del distacco della Bosnia-Erzegovina dalla federazione jugoslava nel 1992, dopo un referendum fortemente contestato e boicottato dai cittadini di etnia serba (oltre il 30% della popolazione) è rimasto in carica come Presidente dell’autoproclamato nuovo Stato fino al 14 Marzo 1996, divenendo in seguito membro della Presidenza collegiale dello Stato federale imposto dagli accordi di Dayton fino al 5 Ottobre del 2000, quando venne sostituito da Sulejman Tihić. È morto nel suo letto a Sarajevo il 19 Ottobre 2003 e non ha mai pagato per i suoi crimini. Ha anzi ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali, fra cui le massime onorificenze della Croazia (nel 1995) e della Turchia (nel 1997). E ha saputo bene far dimenticare agli occhi della ‘comunità internazionale’ la sua natura di musulmano fanatico e fondamentalista ed i suoi numerosi arresti e le sue lunghe detenzioni, all’epoca di Tito, (in particolare dal 1946 al 1949 e dal 1983 al 1988) per attività sovversive e ostili allo Stato.

Nella sua celebre Dichiarazione Islamica, pubblicata nel 1970, dichiarava: «non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche» e che «il movimentoislamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico». E ha mantenuto fede a queste sue promesse, precipitando la tradizionalmente laica Bosnia-Erzegovina, luogo dove storicamente hanno sempre convissuto in pace diverse culture e diverse religioni, in una satrapia fondamentalista, con l’appoggio ed i finanziamenti dell’Arabia Saudita e di altri stati del Golfo e con l’importazione di migliaia di mujahiddin provenienti da varie zone del Medio Oriente, che seminarono in Bosnia il terrore e si resero responsabili di immani massacri.

Slobodan Milošević, accusato di ‘crimini contro l’umanità’ (accuse principalmente fondate su una sua presunta regia del massacro di Srebrenica), nonostante abbia sempre proclamato la sua innocenza, venne arrestato e condotto in carcere all’Aja. Essendo un valente avvocato, scelse di difendersi da solo di fronte alle accuse del Tribunale Penale Internazionale, ma morì in circostanze mai chiarite nella sua cella l’11 Marzo 2006. Sono insistenti le voci secondo cui sarebbe stato avvelenato perché ritenuto ormai prossimo a vincere il processo e a scagionarsi da ogni accusa, e perché molti leader europei temevano il terremoto che avrebbero scatenato le sue dichiarazioni.

Radovan Karadžić, l’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, e il Generale Ratko Mladić, comandante in capo dell’esercito bosniaco, sono stati anch’essi arrestati e si trovano in cella all’Aja. Sul loro capo pendono le stesse accuse di ‘crimini contro l’umanità’, fondate essenzialmente sul massacro di Srebrenica.

Adesso che su Srebrenica è finalmente venuta fuori la verità, dovrebbe essere facile per loro arrivare ad un’assoluzione, a meno che qualcuno non abbia deciso che debbano fare la fine di Milošević.

Ma chi restituirà a loro e al defunto Presidente Jugoslavo la dignità e l’onorabilità? Tutte le grandi potenze occidentali, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dovrebbero ammettere di aver sbagliato, ma dubito sinceramente che lo faranno.

 

1352.- Il legame tra Soros e il generale McMaster

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Il generale é il maggiordomo di Soros e questi é il maggiordomo dei principali “soci” del club Bilderberg i quali non mostrano il viso, sebbene si sappia chi sono evidentemente.

 

L’attuale consigliere del presidente Donald Trump per gli affari di sicurezza nazionale (NSA), il generale H.R. McMaster, e il magnate George Soros, presidente della Open Society Foundations e importante finanziatore dell’ultima campagna elettorale di Hillary Clinton. Un legame, quello tra i due, emerso da una recente inchiesta condotta da Breitbart. McMaster, infatti, è stato per 11 anni – dal settembre 2006 al febbraio 2017 – senior fellow dell’International Institute for Strategic Studies (IISS), illustre think-tank britannico che opera nel campo degli affari internazionali con sede all’Arundel House, a Londra, e considerato tra i più importanti istituti di ricerca livello mondiale. Secondo Breitbart, l’Open Society Foundations di Soros figurerebbe tra i più rilevanti finanziatori del think-tank in cui ha lavorato per tanti anni l’attuale consigliere per la sicurezza nazionale di Trump. E i fatti sembrano confermare questa tesi.

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Pare che il legame tra Soros e McMaster abbia causato qualche motivo di forte imbarazzo. Sul sito del think-tank, infatti, alla voce «our funding» vengono elencati tutti gli enti, le aziende e le società che finanziato il centro di ricerca. Misteriosamente, da quando Breitbart ha cominciato a occuparsi del caso, l’Open Society Foundations è stata rimossa per qualche giorno e poi reinserita nella lista. L’istituto, inoltre, è menzionato sul sito web della Open Society Foundations come beneficiario del «Global Drug Policy Program» lanciato dalla stessa organizzazione di cui George Soros è il presidente.

Come scrive Breitbart, «a partire da martedì la Open Society Foundations è stata nuovamente aggiunta alla lista, compreso il Plougshares Fund». L’Osf risulta essere tra i maggiori finanziatori del think-tank, con una donazione che va dai 130 mila ai 650 mila dollari. Questa la dichiarazione ufficiale dell’International Institute for Strategic Studies in merito alla vicenda: «Oltre Open Society Foundations, abbiamo accidentalmente rimosso anche la Carnegie, McArthur e James Foundations, oltre a diversi governi e sostenitori aziendali, quando abbiamo aggiornato la pagina dieci giorni fa».

Il think-tank che ha aiutato Obama a siglare l’accordo sul nuclare con l’Iran

Oltre ai soldi provenienti dalla Open Society, l’IISS ha ricevuto importanti finanziamenti dal Ploughshares Fund, anch’esso da incasellare nella capillare rete costruita dallo speculatore finanziario e a sua volta finanziato dall’Osf. Il Plougshares ha avuto un ruolo centrale nella stipulazione dell’accordo sul nucleare tra la Casa Bianca e l’Iran, come rivelato anche dal New York Times. La mission del Plougshares è quella di sostenere «le menti più intelligenti, le organizzazioni più efficaci per ridurre gli armamenti nucleari, impedire la nascita di nuovi stati nucleari e aumentare la sicurezza globale». Non è un caso dunque se la settimana scorsa il generale McMaster ha rimosso Ezra Cohen-Watnick , sostenitrice della «linea dura» contro la Repubblica Islamica dell’Iran, dal consiglio della sicurezza nazionale.

Plougshares è a sua volta finanziato, oltre che da Soros, dalla Buffett Foundation, dalla Carnegie Corporation of New York, dalla Ford Foundation, dalla Rockefeller Brothers Fund e dalla Rockefeller Foundation. Un altro donatore di Ploughshares è la Fondazione Tides, punto di riferimento della sinistra radicale americana. Tides è finanziata da Soros.

Punti di vista di ROBERTO VIVALDELLI

1297.- La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO

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A quali obbiettivi sono effettivamente mirate, rispettivamente, la NATO e l’Unione europea?” E, dall’altro: “Quale gerarchia di rapporti è possibile fra gli Stati Uniti d’America e questa anomalia istituzionale che chiamiamo Unione europea? Infine, per inquadrare strategicamente gli obbiettivi di questo nostro esercito: “Quale è realmente il grado d’incompatibilità, politica e commerciale, fra gli Stati europei, anzi, occidentali e la Russia? E, ancora meglio: Dove è la minaccia? Se essa viene dall’Asia, ritenete che sia essenziale il ruolo equilibratore dell’Europa nei confronti dei rapporti Russo-Americani? Vi sembra questo un indirizzo compatibile con le linee politiche della NATO, di monsieur Macron e frau Merkel?

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Come la NATO giustifica il nazismo lettone
Russie Politics 13 luglio 2017La NATO diffonde un video per legittimare la lotta dei “partigiani” nazisti lettoni, i “fratelli della foresta”, camuffandoli da grandi combattenti contro i russi. Oltre a riscrivere la storia, è quasi un invito all’omicidio dei russi e della Russia. Il video della NATO inizia confondendo soldati degli eserciti “russo” e “sovietico”. L’idea è mostrare che i “fratelli della foresta” combatterono i russi e non i sovietici, dato che i lettoni facevano parte dell’esercito sovietico… Poi si spiega che quei “pochi uomini” erano civili inermi costretti dalla situazione a combattere “l’occupante” russo, che dopo la Seconda guerra mondiale occupò i territori liberati. Ricordiamo che l’Armata Rossa liberò l’Austria e si ritirò pochi anni dopo perché 1) non vi era alcuna volontà della gente di passare dal capitalismo al sistema comunista; 2) perché l’Austria non fece mai parte dell’impero russo, a differenza della Lettonia. La cosiddetta “occupazione” della Lettonia da parte dei comunisti ed adesione all’URSS sono spiegati dal fatto che la grande indipendenza lettone si ebbe dopo la caduta dell’Impero russo. Tutto qui. Poi i quadri comunisti del Paese erano appunto lettoni. Il video mostra persone testimoniare tale epica lotta patriottica della Lettonia contro l’occupazione sovietica. Occupanti che ebbero la sfortuna di liberare il Paese, ovviamente contro la sua volontà, dai nazisti piuttosto ben apprezzati. Negli anni ’40, i lettoni o erano nelle file dell’Armata Rossa e dei suoi partigiani, venendo poi perseguitati, o nell’esercito nazista e nella sua Polizei ed altri ausiliari che massacravano allegramente. La strana neutralità “dei lettoni” è un nuovo mito usato per giustificare la riscrittura della storia e legittimare la politica russofoba, paradigma internazionale “della lotta del bene contro il male”. La portavoce del Ministero degli Esteri russo Zakharova ha reagito al video ricordando che i “fratelli della foresta” furono creati e finanziati da servizi segreti occidentali dopo la Seconda guerra mondiale per respingere politicamente l’URSS dopo la vittoria militare. Perciò arruolarono i collaborazionisti della Polizei, dell’amministrazione lettoni, ufficiali e soldati lettoni al servizio delle SS. In breve, per nulla persone di tutto rispetto. Tale organizzazione compì oltre 3000 aggressioni principalmente contro la popolazione civile, fino alla metà degli anni ’50.

Sul mito della neutralità lettone

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Della partecipazione lettone alle SS nel 1941 – 1945, una pagina intera è disponibile sul sito del Ministero degli Esteri russo. Si tratta della famigerata legione lettone, un’unità delle Waffen SS composta da due divisioni: la 15° Divisione e la 19° Divisione Waffen Grenadier delle SS, la cui memoria è ancora celebrata con una sfilata a Riga, anche se il Paese fa parte dell’Unione europea. Su ciò, il nostro testo: L’Europa ama i nazisti perché odiano la Russia. Durante la guerra, la legione SS lettone partecipò a pogrom, pulizia etnica degli ebrei, persecuzione dei comunisti, fucilazioni di massa di civili, ecc. Proprio sul piccolo territorio di tale mini-Paese furono creati tra il 1941 e il 1945 esattamente 46 carceri, 23 campi di concentramento e 48 ghetti. Secondo i dati ufficiali, solo i collaborazionisti delle SS lettoni uccisero 313798 civili (tra cui 39835 bambini) e 330032 soldati sovietici. Dall’autunno 1941 basandosi sui battaglioni di autodifesa furono addestrati dalle SS i battaglioni della Polizei incaricati del lavoro sporco. Alcuni furono inviati a combattere i partigiani nella regione russa di Pskov o in Bielorussia. 41 battaglioni di 300-600 persone furono quindi costituti in Lettonia (23 in Lituania e 26 in Estonia). Durante la guerra, i battaglioni lettoni furono integrati nell’esercito nazista e nelle strutture delle SS: brigate motorizzate, legione SS lettone, brigate di volontari, ecc. Erano i collaborazionisti delle SS a formare le fila dei “partigiani” “fratelli della foresta”. Ma di tutto questo la NATO non parla, logicamente. Essa sviluppò tali organizzazioni naziste dopo la Seconda guerra mondiale, per combattere fisicamente contro l’Unione Sovietica e la Russia, ed oggi usa immagini “photoshoppate” dell’epoca sempre contro la Russia, questa volta in una guerra virtuale. Anche se il video è al limite dell’istigazione a delinquere…
Dovremmo lasciar giustificare l’orrore contro cui i nostri padri combatterono? A meno che non abbiamo tutti la stessa storia…La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO
La NATO produce un documentario divertente e motivante sulla guerriglia delle Waffen-SS che non mollarono mai!

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Russia Insider 14/7/2017

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Prima di concentrarsi sugli sforzi difensivi bombardando nazioni del terzo mondo, la NATO si specializzò nell’armare ed addestrare le forze “di retrovia” in Europa che difendessero i valori occidentali con il terrorismo attribuito poi ai socialisti locali. Tale capitolo orgoglioso della storia della NATO è noto come Operazione Gladio. Ma prima di Gladio, c’erano i fratelli della foresta, un’accozzaglia di legionari delle SS e altri amici della democrazia armati dalle agenzie d’intelligence occidentali per permettere alla guerriglia nel Baltico di uccidere molti civili. Non sorprende che la NATO abbia deciso di onorare tali mitiche creature forestali delle SS producendo un breve “documentario” completo di costumi. Dmitrij Rogozin, Viceprimo Ministro russo e ex-inviato presso la NATO, sa di cosa si tratta: “La NATO ha pubblicato un video sui “Fratelli della foresta” che uccidono i nostri soldati. Ciò conferma che abbiamo a che fare con i resti nazisti della NATO
Dmitrij Rogozin (@DRogozin) 13 luglio 2017”.

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Il Gran Muftì di Gerusalemme passa in rivista la divisione SS Handzar in Yugoslavia, nel 1944. Nel suo discorso affermò esservi molte similitudine fra i principi dell’ISLAM  e quelli del Nazional-socialismo.

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SS di ieri e di oggi. L’obbiettivo è ancora la Russia! 

Alla fine della guerra 25 delle 38 divisioni della Waffen-SS erano formate da personale volontario straniero, per una percentuale superiore al 50% del numero complessivo appartenenti a tale forza armata. Le provenienze dei volontari furono le più disparate sia come nazionalità sia come estrazione ideologica, in quanto a fianco di volontari decisamente convinti dell’ideologia nazista operarono anche persone semplicemente contrarie al bolscevismo, fanatici anti-semiti, compresi molti musulmani, e soldati che scelsero di arruolarsi come alternativa all’internamento nei campi di prigionia tedeschi.

Così Zakharova, ovviamente: “Il video della NATO sui combattenti filonazisti negli Stati baltici è disgustoso e tenta di riscrivere la storia, Ambasciata russa del Regno Unito (@RussianEmbassy) 13 luglio 2017”.
RT: “Zakharova ha invitato storici, giornalisti e scienziati politici a non rimanere indifferenti su tale nuovo tentativo di distorcere la storia. “Non si rimanga indifferenti, è una perversione della storia che la NATO diffonde coscientemente per minare l’esito del tribunale di Norimberga e vi va posto fine!” ha scritto, ricordando anche che molti dei fratelli della foresta erano collaborazionisti dei nazisti e membri della SS Waffen baltiche, e che tali guerriglieri uccisero migliaia di civili nelle loro incursioni”.

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Sfortunatamente, il quadretto di famiglia amichevole della NATO non dà il giusto merito alle persone responsabili di tutto ciò: “Fate una ricerca su google
(Dall’Estonia https://mobile.twitter.com/Malinka1102/status/885218501371330560/photo/1
Malinka (@ Malinka1102) 12 luglio 2017” – di sitoaurora).

1214.- Trump minaccia la guerra commerciale alla Germania

Peggiora lo scontro a puntate tra Trump e Merkel. Il presidente Usa cinguetta contro la Germania: “pagate meno del dovuto in spese militari. Male per gli Usa. Questo cambierà”. Si apre il rischio di una guerra commerciale negli Usa contro i marchi tedeschi prodotti e venduti in America.

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Per Trump, la Ue era e rimane inutile e dannosa e, tra l’altro sta dando l’ennesima prova di comportamenti assurdi. Molti in Europa avranno gongolato vedendo che il neo presidente non ha alcuna remora nell’attaccare un totem come Angela Merkel e nell’accusare la Germania di sfruttare l’Unione ai propri fini nazionali. Per il tycoon, in campagna elettorale, pure la Nato era obsoleta, se non addirittura inutile e tale è rimasta anche ora. Pur tra i tanti dubbi espressi dagli ambienti militari Usa e dai governi europei, non pare sia disposto a un ripensamento radicale sull’argomento. Caso mai solo a piccoli aggiustamenti per non scontentare soprattutto alcuni militari che hanno posizioni di rilievo nel suo team.

Botta e risposta. Lo scontro tra Trump e Merkel peggiora e come nelle migliori fiction procede a puntate e senza esclusione di colpi. Questa mattina il presidente Usa ha attaccato come da abitudine via twitter: “Noi abbiamo un massiccio deficit con la Germania, inoltre loro pagano molto meno di quanto dovrebbero per la Nato e le attività militari. Molto male per gli Usa. Questo cambierà”.

Lo scontro ha avuto inizio pubblicamente con le rivelazioni del giornale tedesco Der Spiegel secondo cui Trump aveva definito molto cattiva la Germania per le sue politiche commerciali, con particolare riferimento alla vendita auto negli Usa delle aziende tedesche.

Al G7 di Taormina il clima è peggiorato proprio su questioni come ambiente, commercio e immigrazione al punto di far saltare la tradizionale conferenza stampa Usa-Germania.

Nel frattempo la Merkel ha detto in un comizio che l’Europa deve prendere nelle proprie mani il suo destino, perché non può più fare affidamento sugli alleati, cioè Usa e Gran Bretagna.

Per Trump la Germania investe meno del 2% del PIL nella difesa, come l’Italia del resto, ma trascura il fatto che le basi militari Usa più importanti sono ospitate in Europa. Perdere un appoggio del genere per gli Stati Uniti sarebbe molto grave. Sul piano economico, il problema per Donald Trump è che molti dei prodotti venduti negli Usa sono sì marchi tedeschi ma realizzati in America con posti di lavoro garantiti per migliaia di lavoratori. Uno scontro sul piano commerciale potrebbe comportare dei costi non irrilevanti per gli americani. Per ora nessuno fa un passo indietro ma fare un passo avanti potrebbe portare a un punto di non ritorno dove non è possibile calcolare i costi per entrambe le parti.

Di , per Remocontro, 30 maggio 2017

1211.- AI FANATICI DELLA NATO TRUMP NON E’ PIACIUTO.

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No, non ha ripetuto che l’Alleanza Atlantica è “obsoleta”. Ma col linguaggio del corpo, Trump è stato inequivocabile. A  cominciare da  come ha sbattuto da parte il primo ministro del Montenegro Dusko Markovic, prossimo membro della NATO: certo,   Donald non lo conosceva (e chi mai lo conosce?) ma l’atto è altamente  simbolico: Stoltenberg e i servi europei di Obama hanno voluto  il Montenegro nella NATO, contro Mosca, a tutti i costi,  al punto da tentare un colpo di Stato per farlo.  Per il resto, ha ripetuto agli alleati a muso duro: pagate per la nostra protezione. Un discorso da commerciale, il che è un benefico miglioramento rispetto  moralismo bellicista coltivato dai Stoltenberg e dai Tusk in funzione anti-Mosca, il Bene  in lotta contro il Male, contro il Putin “aggressivo alle frontiere”.

Soprattutto, attenzione, Trump si è rifiutato di evocare esplicitamente l’articolo 5: ossia il principio che l’attacco ad un solo membro dell’Alleanza sarà considerato automaticamente un attacco a tutti. Ogni presidente americano prima di lui ha ripetuto l’impegno a rispettare l’aricolo 5, ad alta ed esplicita voce;  a Trump  era stato chiesto, con insistenza, dietro le quinte; lui, duro, niente. Un anonimo funzionario della Casa Bianca ha spiegato poi che l’impegno all’articolo 5 veniva da sé…

Ma no, ha  risposto The Guardian fremente di rabbia: “Per gli alleati, specie per quelli sulla frontiera d’Europa all’ombra di una Russia sempre più aggressiva, non va da sé”. Insomma i baltici e la Polonia “avevano bisogno di sentirlo dalle labbra del presidente, e non l’hanno sentito”.  Il  Guardian giunge al punto di dire:   “L’ostinazione del suo rifiuto di usare il linguaggio  che è stato consueto a tutti i presidenti di prima, ha rafforzato i diffusi e persistenti  riferimenti che Mosca ha una qualche  influenza sul presidente”: il che è la solita accusa demente  a cui in Usa gli anti-Trump cercano invano di dare concretezza, ma è  bello vedere un giornale progressista  schierarsi coi più guerrafondai dell’Alleanza.

“Un grave colpo per l’Alleanza”, ha commentato un ex ambasciatore americano alla NATO, Ivo Daalder

Invece di nominare Mosca come nemica, Trump alla NATo ha dedicato molti passi alla “lotta contro il terrorismo e contro l’immigrazione”, e ancora una volta il Guardian non si contiene dal commentare: “Non è chiaro che ruolo si aspetti che la NATO svolga  nella gestione dell’immigrazione”. Chissà, magari bombardare meno la Siria? Smettere di destabilizzare la Libia? Sparare agli scafisti?

“La  prima visita di Trump era una opportunità di unire l’Alleanza; purtroppo, la NATO è oggi più divisa che mai”, ha commentato l’ex ambasciatore Daalder. Del che personalmente non ci addoloreremo troppo.

Perché Macron riceve Putin, a Versailles

Un altro colpo all’Alleanza  è pronto:  sorprendentemente, il neo-presidente Emmanuel Macron  sta per ricevere Putin. Lo riceverà a Versailles, laddove fu ricevuto nel 1717 Pietro il Grande, gesto altamente simbolico.  Il motivo per cui  Macron  ha  deciso di dedicare alla Russia la prima visita ufficiale che accoglie, è molteplice. Da una parte, si tratta di correggere l’orrenda mascalzonesca ostilità che Hollande ha dedicato a Mosca, a cominciare dal rifiuto di venderle le navi Mistral che aveva pagato, fino a  provocare Putin a annullare una sua visita  a  Parigi un anno fa, per le restrizioni offensive che Hollande aveva posto al  viaggio. Una stupidità politica e diplomatica senza precedenti.

Più vicini di quanto si creda?

L’altro motivo è che Macron ha bisogno di una sponda, in vista della dura opposizione che si aspetta dalla Merkel:  il giovinotto ha promesso di “fare le riforme” (tagli ai salari) come Angela chiede, ma per poter poi esigere “un bilancio comune della zona euro controllato da un parlamento dell’eurozona”.  Buona fortuna:   vuol costringere Berlino a mettere in comune i suoi surplus con i deficit e debiti  italiani, spagnoli, francesi, greci,  in un debito pubblico condiviso e solidale.   Ciò ovviamente non avverrà mai: la Germania ha sempre ripetuto a tutti, “prima”, fate le riforme. Ossia riducete il bisogno di solidarietà, anzi fate sparire il bisogno di  solidarietà  verso i paesi in deficit, e solo poi noi accederemo alla solidarietà.  In questo però Trump  ha dato una   mano insperata a  Macron, ripetendo che la Germania è “cattiva” per via dell’enorme surplus (280 miliardi) della sua bilancia commerciale.

Insomma   la situazione è in movimento.   Di fatto, fino ad oggi, è stata la Germania non solo a dettare la linea ostile a  Putin nella UE, ma anche a fare  la sola interlocutrice (e grassi affari)  a nome della UE con la Russia; ora Macron, certo su consiglio del suo creatore Attali, sta cercando di riprendere una certa iniziativa in fatto di politica estera, una vaga eco di gollismo…

Un’altra ragione è che, al contrario di Hollande, Macron non ha manifestato  alcuna voglia di impegnare le forze armate francesi contro Assad,  nella “lotta al terrorismo”, insomma ha dei motivi per allentare un po’ l’impegno  bellicista  in Medio Oriente. Lo ha detto in modo singolarmente esplicito: “Metterò fine agli accordi che favoriscono il Katar in Francia. C’è  stata troppa compiacenza…”. Il Katar? Il massimo finanziatore (in concorrenza con l’Arabia Saudita, più che in coordinamento)  dei terroristi in Siria, è un cliente  di gran valore   per la Francia, perché compra i suoi “Rafale”.

Ryad e il Katar ai ferri corti, quasi in guerra

Un grosso affare che profuma di scandali mal coperti e di mazzette miliardarie, di cui non ci si stupirebbe di apprendere, un giorno, che alcune sono finite nelle tasche di Hollande e del suo entourage:  tutto l’affare è stato basato sulla “amicizia personale” fra Hollande  e il pretendente al trono katarino Tamim bin Hamad Al Thani, spesso invitato all’Eliseo;  reciprocamente, Hollande ha visitato il Katar due volte, confricandosi coi miliardari locali.

Al Thani sotto attacco saudita.

Ora, sta succedendo qualcosa di grave proprio alla   famiglia Al Thani  del Katar:  la sua tv Al Jazeera è stata attaccata e silenziata da hackers; la tv saudita Al Arabyia ha dato notizia che il Katar “ha convocato i suoi ambasciatori dall’Arabia Saudita ,  Bahrein, Egitto, Emirati”: notizia falsa, che   il Katar ha dovuto smentire.

Sono, come si è potuto intuire, atti di ostilità messi in atto dal principe saudita Bin Salman (notoriamente “Impulsivo”)  che comanda al posto del vecchio re Alzheimer, contro   il mal sopportato concorrente in terrorismo. Fonti chiaramente saudite attribuiscono al katarino Al Thani  propositi come: Hezbollah è “un movimento di resistenza” (fra i wahabiti è obbligo definirlo “terrorista”),  “c’è della pazzia nel voler persistere in ostilità verso l’Iran”, lui,  Al Thani, vuole “cooperare  coi vicini a portare la pace nella regione”, intrattenendo buone relazioni sia con l’Iran sia con gli Usa, le cui truppe “proteggono il Katar dalle  voglie territoriali dei vicini” (delicata allusione a contestazioni confinarie coi sauditi).

Al Jazeera vittima di hackers (no, stavolta non è stato Putin).

Sono frasi che fanno di Al Thani un filo-sciita e dunque, per i Saud e i wahabiti in genere,   un candidato alla decapitazione  come kafir. Non si sa se le abbia davvero pronunciate, anzi si tende ad escluderlo: si tratterebbe di “fake news” messe in  giro per ordine della corte saudita, e dell’impulsivo Bin Salman, che ha un modo tutto suo di usare l’informazione. Certo è che  ciò avviene a sole  48 ore dalla visita di Trump con la sua volontà di  costituire una “NATO del Golfo”   per  combattere il “terrorismo” iraniano.

Gran disordine sotto il cielo, dunque tempi eccellenti. O almeno meno peggio del prevedibile.

Minolta DSC      Maurizio Blondet 26 maggio 2017

1134.- Avete temuto il Brexit? Vedrete come vi spaventerà Erdoxit… Di Maurizio Blondet

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La Turchia si allontana dall’Europa e dalla NATO grazie all’ostinazione dei dominatori falliti Neocon. Di nuovo, dopo un secolo e mezzo, i Dardanelli tornano a condizionare la politica internazionale: Un segno che contiamo sempre meno. Solo un Nuovo Occidente, dall’Alaska all’Alaska, potrà garantire la leadership occidentale e sostenere la crescita delle potenze asiatiche. Ecco l’analisi di Blondet, chiaro e libero da preconcetti che prefigura possibili scenari. Scopriremo presto di non avere più una nostra politica.

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Altro che Brexit, l’Erdoxit. La Turchia diventa un  gigantesco frammento dislocato e va per la sua rotta pericolosa e avventurista, e l’Unione Europea,  la classe (cosiddetta) dirigente resta senza parole. Angela Merkel, quella che comanda su tutti noi, quella che ci ha fatto sborsare a tutti i 3 miliardi l’anno ad Erdogan per rimediare ad una sua ignobile follia, che fa? Auspica che il sultano  apra “un dialogo rispettoso  con le altre forze politiche e la società”; invoca Erdogan di “non  mettere fine al sogno europeo”, cioè all’aspirazione di farsi ammettere nella oligarchia di burocrazie  omologanti e stati de-sovranizzati e castrati:  patetico, come se   quell’ente che  usurpa il nome di “Europa”, oggi prigione dei popoli, avesse ancora chissà quale capacità di attrarre, invece che di suscitare repulsione.

“La Turchia si allontana  dall’Europa e si allinea al modo medio-orientale di far politica,  a forma di  governo autoritario”, riconosce Le Monde: è ancora ottimista,  l’ex calciatore punta dritto al despotismo orientale,  con in più l’arricchimento sfondato per sé e la sua famiglia. Ma almeno il popolo turco  è tornato alla storia che è sua;   ha riconquistato  la sua identità, radicalmente anti-europea;   s’è liberato dalle mascherature del carnevale UE, voterà   la pena di morte (finalmente!), darà all’ex calciatore i poteri e prepotenze della Sublime Porta, e farà la sola cosa che sa  fare, quella che fa meglio  nella storia: distruggere, devastare  dove passa.

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L’eurocrazia mai così insignificante..

L’eurocrazia che sperava di irretirlo,  castrarlo e neutralizzarlo  –  ciò che chiama “europeizzarlo” –   avvolgendo il Turco nelle “direttive” e “normative”, scopre che l’antica bestia s’è liberata.  La tristissima Mutti scopre persino che i “suoi” turchi “integrati alla Volkswagen”,  insediati con le famiglie da generazioni,   sono  i più sfegatati erdoganiani, non le sono grati  dei “diritti”  e  “parità” tanto lodati, anzi se ne  infischiano;  non sentono la  lugubre Germania come la loro patria. Figurarsi se la sentiranno i  300 -500  mila l’anno che, secondo il progetto Kalergi adottato dall’eurocrazia, Boldrini e Mogherini,  si integreranno nelle “normative”   di Bruxelles e Francoforte.

Chiunque abbia ancora un resto  di identità storica e nazionale, dalla UE vuole divincolarsi: i britannici e  dall’estremo opposto, i turchi sgretolano l’utopica illuministica “unità”, l’Ungheria  e la Polonia  scalpitano e tirano le redini, e costringeranno Mutti a cedere.. Resta nella UE, e si fa comandare dalla Merkel  e Draghi, da Juncker e Mogherini, solo chi vuole, solo perché “ha paura” della libertà e dei suoi rischi, di uscir  dall’euro, dalla NATO…insomma chi ha accettato la castrazione. Sapete di cosa parlo: i media ci hanno riempito di paura per “le conseguenze della Brexit”,  ora ci riempiono di paure infondate “se vince la Le Pen”, ed  infatti fanno paura alle nostre maggioranze – castrate. Solo dei castrati,  dei capponi, possono accettare quel che ci dicono e ripetono i media: “Non possiamo essere liberi, perché ci costerebbe troppo”, “perché Schauble ce la farebbe pagare”.

Solo che, o castrati e capponi, la storia che volete sfuggire , vi bussa alla porta: e voi avete come “capi” figure come Gentiloni, Merkel, Berlusconi, Boldrini.  Gente  piccola, che appare oggi anche più piccola. Gente che ha sbagliato tutte  le sue politiche, e si è data una burocratizzazione flaccido-autoritaria.  Gente che non ha alcuna legittimità per guidarvi nelle tempeste in arrivo. Juncker, Merkel ed  Hollande non sono stati capacità di prevedere nulla di quel che sta arrivando:  volevano Hillary e adesso vanno alle guerre di Sion con Trump, s’illudevano che Erdogan li  rispettasse, che i turchi immigrati si fossero  lasciati evirare.  Hanno  mormorato contro The Donald: “No, la NATO non è obsoleta!” (e dove andrebbero loro, senza NATO, il protettore?) e adesso Gentiloni si sente chiedere da Donald: manda i tuoi soldati a combattere nel carnaio di  Mossul, mica speravi di ridurli a  montare la guardia alla diga.

No, siete stati accontentati: la Nato non è obsoleta, ha detto Trump  – una delle sue  felici giravolte – e adesso combattete.   Per chi, lo sapete già, anche se non ne dite il nome.

Donald e Erdo  d’accordo: “Assad must go”.

Donald ha subito telefonato ad Erdogan. Non è vero che gli ha telefonato  per congratularsi, era una telefonata pianificata da tempo.  Tuttavia, telefonata importante: Trump ha voluto assicurarsi che Erdogan era con lui nel “ritenere Assad responsabile”  (ovviamente, dal gas sui bellissimi bambini che hanno commosso lui e Ivanka). Ovviamente, come risulta  dal comunicato della Casa Bianca,  “i due leader si sono detti d’accordo sull’importanza chi chiamare a rispondere il presidente Bashar al- Assad”.

http://russia-insider.com/en/trump-and-sultan-erdogan-discuss-holding-assad-accountable/ri19629

Inutile che vi spieghi cosa ciò significa. Erdogan è di  nuovo pronto a tradire Mosca,   e   gettarsi  nella nuova-vecchia  offensiva sionista-americana  di smembrare la Siria  e ritagliarsene un pezzo, a cui aveva dovuto rinunciare  aderendo obtorto collo al progetto di pacificazione organizzato da Putin e  Lavrov.

Il Deep State non  vuole lasciare che Mosca abbia successo, che in Siria finisca la guerra;  idrofobo  per l’umiliazione che Mosca gli ha inflitto, vuole “far pagare  un prezzo”, “dissanguare” le truppe russe e quelle iraniane e di Hezbollah; il Pentagono  vuol far vedere che ce l’ha  più grosso…Un miscuglio di ferocia e infantilismo, di mattana , inconsistenza impulsiva  e   di  irresponsabilità nel disonore, unisce sicuramente Erdogan  e Trump: sono  fatti per comprendersi.

“LA Russia è la minaccia principale per la sicurezza Usa”, ha appena sancito il generale Mattis, uno dei manovratori del Donald.  Ma anche una minaccia per voi, europei?

La  NATO vi porta in quella guerra, europei. Lo scopo finale è quello voluto dai neocon e zio-con: che   Assad sia trucidato e su Damasco sventoli la bandiera nera del Califfato wahabita. Voi pensate che Tel Aviv  dovrebbe aver  paura di   trovarsi ai confini  Daesh fatto stato?  Ingenui,  avverte “The Saker”.  Daesh non ha mai torto un capello a un solo israeliano, ma ha solo  massacrato   sciiti e decapitato cristiani, alawiti, yazidi…  Il Califfato   wahabita a Damasco  compirebbe l’opera di “dissanguare”  Hezbollah e “salassare” le truppe iraniane  in una guerra fratricida infinita, insomma  neutralizzare quelli che Israele sente come i suoi veri, temibili nemici militari.  Sion, per pretesti di “sicurezza” contro lo Stato islamico, si ritaglierebbe il suo pezzo di Siria, il Sud.

 Questo è l’interesse israeliano, almeno come loro lo percepiscono, e per il quale mobilitano la “nuova” Casa Bianca, e  la NATO. Ma  è anche vostro interesse, o capponi e castrati europei? Lo so,  non sapete più cosa sia “interesse nazionale”, da quando vi hanno evirato con la promessa di farvi ingrassare  tranquilli nella stalla UE,   alla greppia,  senza  il rischio di predatori  nella savana dello storia à a cui avete rinunciato. Ma dico: a voi conviene che cada Assad e a Damasco vada uno stato islamico wahabita e sterminatore?  Avete solo un’idea di quanti milioni di fuggiaschi dovrete accogliere?

Vi consiglierei di porvi queste domande, e rispondervi. E presto,  mi pare già di vedere quel che farà presto Erdogan, su incitamento americano o anche di testa sua (sapete, è un impulsivo, come Donald): un giorno a l’altro chiuderà gli Stretti alle navi di Mosca. Naturalmente, in violazione di tutti i più sacvri trattati internazionali; ma, o capponi, il tempo deii trattati internazionali è passato – rendetevi conto. Trump ha appena bombardato la Siria  senza  mandato alcuno, né interno né internazionale, al solo scopo di poter ripetere l’ingiunzione di sempre: “Assad must go”  la guerra in Siria non deve finire, Wahab deve dominare ai confini europei

Allora vediamo: Erdogan chiude il Bosforo alle navi della Russia. La Russia è costretta a reagire. Militarmente. Da  che parte state? Merkel, Mogherini, Gentiloni,  Stoltenberg vi hanno messo in “questa” NATO.   Erdogan  non è più “Europa”, ma è sempre NATO : è aggressore, se chiude gli Strettti? E’ aggredito, se Mosca risponde forzando a cannonate e missili il blocco sul Bosforo?  Aspettatevi qualche “direttiva” da Bruxelles. Qualche sagace  e chiaroveggente mossa politica della Merkel. Auguri.

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1131.- GENERALI FRANCESI. COSA PENSANO DEL PENTAGONO E DELLE SUE IMPRESE.

Di Maurizio Blondet

Il generale Dominique Delawarde, francese,  è stato capo della Guerra Elettronica e Informazione allo Stato Maggiore Interarmi di pianificazione operativa.  Sulle ultime imprese del Pentagono, e specie sul  lancio della MOAB,  descritta dai media occidentalisti come  la tremenda “madre di tutte le bombe”, la “bomba non atomica più potente  in mano ai militari Usa”,  ha scritto un rapporto, come dire?, alquanto beffardo. Che dice qualcosa sulla considerazione in cui gli alti gradi militari  di  Francia tengono la qualità militare della Unica Superpotenza Rimasta.

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generale Dominique Delawarde– Ancien chef «Situation-Renseignement-Guerre électronique» à l’État-major interarmées de planification opérationnelle

Vale la  pena di tradurre:

“Una settimana dopo il suo attacco spettacolare ed illegale in Siria, Trump continua la sua dimostrazione di forza in Afghanistan utilizzando per la prima volta la bomba ‘non-nucleare’ più potente del suo  arsenale,   soprannominata MOAB (Mother of all Bombs).  Con questa nuova iniziativa, offre a ciascuno l’opportunità di porsi delle domande sugli attacchi Usa in generale, e questo in particolare.

1 – Quadro  generale.

In  base alle fonti ufficiali Usa  facilmente consultabili  (

http://blogs.cfr.org/zenko/2017/01/05/bombs-dropped-in-2016/

http://www.afcent.af.mil/Portals/82/December%20Airpower%20Summary.pdf?ver=2017-01-04-094321-250)

appare che, in rigorosa applicazione del diritto del più forte, senza accordo dell’Onu  e in genere senza l’accordo dello Stato interessato,  le forze  aeree Usa  hanno nel 2016  bombardato 7 paesi e lanciato un totale di 26.172 bombe,  al minimo.

Un totale impressionante che è in aumento: di 3 mila bombe (+12%)  rispetto al 2015. Da notare: la US  Air Force ha effettuato il 67% dei bombardamenti della coalizione occidentale in Irak, con il consenso del governo, e il 96% dei bombardamenti della coalizione in Siria  senza  consenso del governo legale. Questo scarto percentuale sembra mostrare una reticenza della maggioranza dei paesi della coalizione ad intervenire in Siria  senza mandato Onu e senza il permesso del governo legale.

II – Il bombardamento in Afghanistan

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Giovedì 13 aprile alle  ore  19.32 locali, l’US Air Force ha lanciato da  un C130 il  primo  esemplare, dei 15-20 esemplari in servizio, della sua “Mega bomba a spostamento d’aria” (GBU-43/B Massive Ordnance Air Blast Bomb: MOAB) su una rete di tunnel fortificati che  sarebbero serviti di base a Daesh.  Il  lancio è stato fatto col consenso del presidente afghano Ashraf Ghani.

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(Effetti del MOAB, prima e dopo)

Testata prima della messa in servizio nel 2003, questa bomba,   la più potente  non-nucleare dell’arsenale Usa, pesa 10,3 tonnellate, sviluppa  una potenza esplosiva equivalente a 11 tonnellate di tritolo e costa  16 milioni di dollari ad unità,  ossia il prezzo di 16  o  25  missili Tomahawk, secondo i modelli di quest’ultimi.  Il suo raggio di efficacia totale  di soli 150  metri.

Particolare aneddotico, secondo il New York Times,  la rete di tunnel presi di mira sarebbe stata finanziata con varie decine di milioni di dollari, negli anni ’80 dalla Cia,  per  sostenere i mujaheddin nella loro lotta contro l’URSS  (il contribuente americano paga la costruzione, e poi la distruzione…).

“E i russi ce l’hanno più grossa…”

“Altro dettaglio aneddotico:  la famosa MOAB è largamente superata in potenza ed efficacia dalla «Aviation Thermobaric Bomb of Increased Power».  Questa bomba non nucleare russa, testata prima della sua messa in servizio nel 2007,  è stata, per derisione del MOAB, FOAB (Father of  all  Bombs). Essa è del 30% più   leggera della MOAB (7,1  tonnellate contro più di 8) ma sviluppa una potenza esplosiva equivalente  a 44  tonnellate di TNT (4 volte superiore a quella di 10 tonn del MOAB Usa), grazie al suo esplosivo sviluppato con l’impiego di nanotecnologie.  Il suo raggio di efficacia è di 300 metri, il doppio di quella americana.

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Un fotomontaggio russo che mostra la FOAB e il suo vettore Tupolev Tu 160

Quanto all’efficacia dell’attacco in Afghanistan, abbiamo due versioni di cui nessuna può esser considerata più valida dell’altra. Il comunicato “Us government – Afghan” rende conto di 96  combattenti di DAESH uccisi. Il comunicato di DAESH  sostiene che questo    attacco non ha fatto alcuna vittima.  Siamo qui nella guerra dell’informazione e dei comunicati.

III – Conclusioni.

Braccato  quotidianamente dai media e dai neocon da quando è entrato in funzione, Trump sembra lanciarsi in una retotica  bellicista per tre ragioni:

  • Disarmare i neocon e dare qualcos’altro da raccontare ai media perché lo lascino un po’ in pace. Questa tecnica è stata utilizzata con successo da Bill Clinton il 16  dicembre 1998,  alla vigilia dell’esame per la sua destituzione (impeachment) da  parte della  camera dei rappresentanti per le sue menzogne nell’affare Lewinsky: allora ordinò degli attacchi aerei sull’Irak (Operazione Desert Fox).  Furono lanciati 415 missili Tomahawks facendo da 600 a 2 mila uccisi  in  3 giorni.  L’attenzione dei media fu distolta dallo scandalo Lewinsky.  Beninteso, gli iracheni ne hanno  pagato  il prezzo.
  • Dare agli americani “lambda” l’immagine di un comandante in capo solido, determinato, che non arretra, e tentare di ricostruire un minimo di coesione e di unità nella popolazione USA :  non c’è niente come una buona guerra per unificare un paese [effettivamente la popolarità di Donald è salita  al 50%  dopo il lancio dei Tomahawks.  ]
  • Inviare un messaggio subliminale agli  avversari (Siria, Iran, Corea del Nord, Russia, Cina..): “Gli Usa sono forti, fortissimi. Possono agire in modo unilaterale, brutale e imprevedibile, senza il permesso dell’ONU.  Il loro comandante in capo non esiterà..”.

Dunque questi bombardamenti hanno  meno a che fare con la ricerca de una efficacia militare, che con “cinema e comunicazione”.  La semplice aritmetica mostra che le 26.172 bombe lanciate dagli Us Air Force nel 2016 rappresentano, senza fare altrettanto rumore, l’equivalente di 3 MOAB al giorno”.

 “I militari  USa hanno  ancora i mezzi per le loro ambizioni?”

 Ora,  per i lettori dei nostri blog alternativi quelle qui date dal generale non sono novità sensazionali. Ma  il punto è che   vengono da un esperto militare, uno specialista in valutazioni strategiche e  operative:  che non nasconde il suo disprezzo per la puerilità, incompetenza e nullità tattica e  strategica delle scelte militari della supposta superpotenza. Lo spreco di risorse costosissime per “il cinema”   suscita nel generale Delawarde i sarcasmi  che abbiamo letto.

Una tale valutazione delle sceneggiate aggressive americane è, vedo, largamente condivisa negli ambienti francesi della Difesa.

Il sito Dedefensa, spesso da noi citato, interpreta la furia bellicista di Trump e dei generali che gli hanno messo attorno (McMaster come  capo del consiglio di sicurezza nazionale, Mattis al Pentagono)  quasi come un rabbioso attacco di panico di fronte alla scoperta che le forze armate russe sono state ricostituite, snelle ed efficaci, mentre negli ultimi vent’anni “la situazione generale  delle forze Usa s’è naturalmente degradata, come è naturale per un bilancio militare che arriva penosamente [sic: sarcasmo] a 700 miliardi di dollari l’anno [la spesa della difesa russa è inferiore di 10 volte, ndr.] –   Il Pentagono è da molto tempo  ormai in una crisi costante di gestione,  ossia nell’incapacità di realizzare un lavoro normale di produzione, manutenzione e modernizzazione delle forze armate  esistenti, e non si parla del loro rafforzamento.  La situazione di queste forze armate che sono all’opera un po’ dappertutto [700 basi all’estero!, ndr.] è dunque estremamente indebolita,  costantemente  in durata, con la tendenza normale all’indebolimento a causa dell’invecchiamento e dell’usura dei materiali”.

[…] “Questi militari si trovano più o meno a dover frenare insieme  i loro ardori e la  belva che hanno scatenato in Trump, nella misura in cui si accorgono, presto, che non hanno  i mezzi per le loro ambizioni”.

Giorni fa  si è attribuito al generale McMaster  il progetto di  mandare 50 mila uomini che avrebbe voluto mandare in Siria, a combattere Assad (e i russi, gli iraniani, Hezbollah..) ma poi, è caduto il silenzio.   Il clamore è stato puntato sulle portaerei  mandate  a minacciare la Corea del Nord – cosa che Emmanuel Todd ha chiamato operazione di “militarismo teatrale”  – e i media volonterosi hanno restituito agli Usa la corona di gendarme del mondo, e a Trump quella del solito grande presidente americano di guerra.  Per Philippe Gasset  di Dedefensa,  “diventa un Trump che  ogni volta conduce  la macchina dell’americanismo all’orlo dell’abisso di decisioni sempre più difficili da prendere”.

Come abbiamo detto  (grazie amico Nicolas Bonnal che l’ha segnalato), Emmanuel Todd parla di “militarismo teatrale” : attenzione:   ne parlava già 15 anni fa nel suo saggio Aprés l’Empire  (2001), dove profetizzava il declino della superpotenza.

“Assistiamo a un militarismo teatrale che comprende tre elementi essenziali:

  • Mai risolvere un problema, onde giustificare  l’azione militare indefinita dell’unica superpotenza su scala planetaria.
  • Prendersela con micro-potenze  – Irak, Iran, Corea del Nord, Cuba eccetera. Il solo modo di restare politicamente al centro del mondo è di “affrontare” degli attori minori, valorizzanti per la potenza americana, onde impedire, o almeno ritardare la presa di coscienza delle potenze maggiori chiamate a condividere con gli Stati Uniti il controllo del pianeta: l’Europa, il Giappone e  la Russia a medio termine, la Cina a più lungo termine.
  • Sviluppare armi nuove, che si suppone mettano gli Stati Uniti “più avanti” nella corsa agli armamenti, che non deve mai cessare.

Questa strategia  – concludeva Emmanuel Todd nel 2001 –  fa dell’America un ostacolo nuovo e inatteso alla pace nel mondo”.

Chiunque vede, spero, la pericolosità  di questa psiche collettiva: la Superpotenza  dubita di poter vincere una guerra contro una  vera forza armata moderna, e perciò non solo provoca  sovversioni e destabilizzazioni, ma è tentata di rincarare la posta per poter  ricorrere all’unico apparato militare in cui ha, o crede, di “essere ancora più avanti”: l’arma atomica.

Rammodernare e sofisticare armamento nucleare con “nuove armi avanzate”  era l’ossessione del precedente ministro della Difesa americano, Ashton Carter, colto da rabbia e panico alla scoperta che la Russia   era intervenuta  in Siria, spostando i suoi caccia e bombardieri senza che la  costosissima intelligence Usa (17  enti) se ne accorgesse.

Di fatto,   come ha rivelato Manlio Dinucci del Manifesto,  Washington ha messo a punto la nuova bomba atomica B61-12 che potrà essere adesso prodotta in serie,  e che gli Usa daranno da lanciare anche “all’aviazione italiana, in violazione dei trattati di non-proliferazione e della  Costituzione italiana” (la più bella del mondo)..(ma in galera non va mai nessuno? ndr).

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La B61-12, nuova bomba nucleare USA destinata a sostituire la B-61 schierata in Italia e altrove, è nella fase di ingegnerizzazione che prepara la produzione in serie

“La B61-12 non è una semplice versione ammodernata della precedente, ma una nuova arma: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili a seconda dell’obiettivo da colpire;  un sistema di guida che permette di sganciarla non in verticale, ma a distanza dall’obiettivo; la capacità  di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un first strike nucleare”.

E ricorda che quando ebbero l’ordine di mandare altri uomini per la “Operazione Serval in Mali” (una guerra di tuareg contro il governo di Bamako, presto metamorfosata in Al Qaeda nel Maghreb Islamico, 2012-2015), “il capo di stato maggiore generale e i capi di SM delle tre armi si sono detti pronti a dare le dimissioni al ministro della difesa. La gente non lo sa, ma venti generali erano pronti a seguire i loro capi.  Bisogna rompere il silenzio per consentire una presa di coscienza. La politica esita troppo: se non è messa davanti  a situazioni drammatiche, non si prendono decisioni”.

Leggete il resto qui:

http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=127673

Air Force Nuclear Weapons Center comunica il 13 aprile che, nel poligono di Nellis in Nevada, «un caccia F-16 della U.S. Air Force ha sganciato una bomba nucleare B61-12 inerte, dimostrando la capacità dell’aereo di usare quest’arma e testando il funzionamento dei componenti non-nucleari della bomba, compresi l’armamento e azionamento del sistema di controllo, il radar altimetrico, i motori dei razzi di rotazione e il computer di controllo». Ciò indica che la B61-12, la nuova bomba nucleare USA destinata a sostituire la B-61 schierata in Italia e altri paesi europei, è ormai nella fase di ingegnerizzazione che prepara la produzione in serie. I molti componenti della B61-12 vengono progettati e testati nei laboratori nazionali di Los Alamos e Albuquerque (Nuovo Messico), di Livermore (California), e prodotti in una serie di impianti in Missouri, Texas, Carolina del sud, Tennessee. Si aggiunge a questi la sezione di coda per la guida di precisione, fornita dalla Boeing.
La B61-12 non è una semplice versione ammodernata della precedente, ma una nuova arma: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili a seconda dell’obiettivo da colpire;  un sistema di guida che permette di sganciarla non in verticale, ma a distanza dall’obiettivo; la capacità  di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un first strike nucleare.
Il test conferma che la nuova bomba nucleare può essere sganciata dai caccia F-16 (modello C/D) della 31st Fighter Wing, la squadriglia di cacciabombardieri USA dislocata ad Aviano (Pordenone), pronta all’attacco attualmente con 50 bombe B61 (numero stimato dalla Fas, la Federazione degli scienziati americani).
2560px-B-61_bomb_rack.jpgCome siamo diventati guerrafondai e come finiremo fra le scorie nucleari, a nostra insaputa

La B61-12, specifica il comunicato, può essere sganciata anche da cacciabombardieri Tornado PA-200, tipo quelli del 6° Stormo dell’Aeronautica italiana schierati a Ghedi (Brescia), pronti all’attacco nucleare attualmente con 20 bombe B61. In attesa che arrivino anche all’aeronautica italiana i caccia F-35 nei quali, annuncia la U.S. Air Force, «sarà integrata la B61-12».

Che piloti italiani vengano addestrati all’attacco nucleare sotto comando USA – scrive la Fas – lo dimostra la presenza a Ghedi del 704th Munitions Support Squadron, una delle quattro unità della U.S. Air Force dislocate nelle basi europee (oltre che in Italia, in Germania, Belgio e Olanda, da decenni, almeno dagli anni ‘60) «dove le armi nucleari USA sono destinate al lancio da parte di aerei del paese ospite». I piloti dei quattro paesi europei e quelli turchi vengono addestrati all’uso delle B-61, e ora delle B61-12, nella Steadfast Noon, l’esercitazione annuale NATO di guerra nucleare. Nel 2013 si è svolta ad Aviano, nel 2014 a Ghedi.
Secondo il programma, le B61-12, il cui costo è previsto in 8-10 miliardi di dollari per 480 bombe,  cominceranno ad essere fabbricate in serie nel 2020. Da allora saranno sostituite alle B-61 in Italia e negli altri paesi europei. Foto satellitari, diffuse dalla Fas, mostrano che nelle basi di Aviano e Ghedi, e nelle altre in Europa e Turchia,  sono già state effettuate modifiche a tale scopo.
Non si sa quante B61-12 siano destinate all’Italia, ma non è escluso, data la crescente tensione con la Russia, che il loro numero sia maggiore di quello delle attuali B61. Non è neppure escluso che, oltre che ad Aviano e Ghedi, esse vengano dislocate in altre basi, tipo quella di Camp Darby dove sono stoccate le bombe della U.S. Air Force.
Il fatto che, all’esercitazione NATO di guerra nucleare svoltasi a Ghedi nel 2014, abbiano preso parte per la prima volta anche piloti polacchi con cacciabombardieri F-16C/D, indica che con tutta probabilità le B61-12 saranno schierate anche in Polonia e in altri paesi dell’Est. Caccia F-16 e altri aerei NATO a duplice capacità convenzionale e nucleare sono dislocati, a rotazione, nelle repubbliche baltiche a ridosso della Russia.
Una volta iniziato nel 2020 (ma non è escluso anche prima) lo schieramento in Europa della B61-12, definita dal Pentagono «elemento fondamentale della triade nucleare USA» (terrestre, navale e aerea), l’Italia, ufficialmente . per il suo popolo – paese non-nucleare, verrà confermata nella prima linea di un ancora più pericoloso confronto nucleare tra USA/NATO e Russia.
Lo stesso  generale James Cartwright, già capo del Comando strategico degli Stati uniti, avverte che «armi nucleari come le B61-12 di minore potenza (da 0,3 a 50 kiloton) e più precise aumentano la tentazione di usarle, perfino di usarle per primi invece che per rappresaglia». In tal caso è certo che l’Italia sarebbe il primo bersaglio della inevitabile rappresaglia nucleare.
Fonte: il manifesto, 18 aprile 2017.

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Due parole sul generale Delawarde e i  suoi sarcasmi. Il fatto che li abbia resi pubblici è una rottura della norma, da parte di un ufficiale dell’intelligence. Essa riflette il nervosismo, anzi l’insofferenza degli alti gradi francesi, al comando della sola forza armata in Europa di alta qualità e di specifica cultura (giacobino-napoleonica, e patriottico-gaullista,  comunque sia  non-atlantista), di  essere stati assoggettati dai politici borghesi (Sarkozy e Hollande) alla NATO, e al comando di una simile forza idiota e pericolosa.

Da tempo i generali francesi danno segni di volontà di critica radicale al potere civile e alle sue politiche.  Il generale Tauzin ha tentato di presentarsi alle elezioni presidenziali, deriso dai media. Un generale Picquemal ha partecipato a  manifestazioni contro “l’accoglienza” dei “migranti”, ed è stato per questo sottoposto a sanzioni disciplinari .

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Generale Chistian Piquemal
Si può arrestare un generale pluridecorato, un eroe per l’opinione pubblica, uno che ha servito la patria con lealtà e abnegazione, senza mai venir meno ai suoi doveri, reo di aver partecipato ad una manifestazione non  autorizzata a Calais (6 febbraio 2016,ndr)? Stiamo parlando di Chistian Piquemal, reduce dall’Algeria, alla testa di un infinità di missioni segrete come capo della Legione straniera, chiamato dai governi francesi (anche da quelli a guida socialista) a condurre delicate e pericolose azioni militari in Ciad, Nuova Caledonia, Bosnia. Il generale Piquemal , 75 anni, è presidente di “Citoyens-Patriotes”, una associazione che si prefigge di difendere la nazione, la sua identità e i diritti dei cittadini. Sabato scorso i “Patrioti” avevano aderito alle manifestazioni indette dal movimento Pegida (Patriottici europei contro l’islamizzazione dell’Occidente) in molte città europee. Quella di Calais, dove vivono cinquemila persone tra immigrati e rifugiati, era stata vietata dalle autorità. Nonostante il divieto migliaia di persone si erano presentate all’appuntamento. Tra queste, il generale Piquemal. Per il quale è scattato  il fermo e la custodia cautelare. Un’onta alla quale il militare non ha retto. Dopo 50 ore di arresto, Piquemal si è sentito male. Di qui il ricovero immediato in ospedale e, dopo la visita, il permesso di tornare a casa per riprendersi. Secondo i medici le sue condizioni di salute non erano tali da consentirgli di poter essere  presente alla udienza prevista per lunedì scorso. Udienza spostata , quindi, al 12 maggio. L’arresto di Piquemal ha provocato un’ondata di sdegno in tutta la Francia. E la reazione, soprattutto, della destra francese, a cominciare dal Front National di Marine e Marion Le Pen.  Pochi istanti prima di essere arrestato, Piquemal aveva parlato in Tv definendo “scandalosa” la proibizione della manifestazione e censurando il comportamento di quei gendarmi che “quando risuona la Marsigliese restano a riposo invece di mettersi sull’attenti e cantare con noi”. “Questo mi dice che la Francia sta morendo”, aveva aggiunto. Il governo di Hollande è considerato privo di nerbo difronte alla minaccia terroristica e permissivo nei confronti di chi infanga la reputazione della Francia “faro di civiltà”. Si permette – è l’accusa che viene dalla destra e non solo dalla destra – che i militanti di sinistra imbrattino la statua del generale De Gaulle e poi si fa arrestare un eroe pluridecorato  perché ha manifestato contro l’invasione di immigrati. Un problema sul quale la gran parte dell’opinione pubblica transalpina la pensa come Piquemal. (di Karim Bruno)

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Un generale Soubelet  ha appoggiato il candidato Macron per qualche settimana, per poi allontanarsene quando ha visto che dietro a Macron c’era Hollande…Adesso il  presidente degli ufficiali della riserva, generale Anoine Martinez, ha scritto un libro  “Quand la Grande Muette prendra la parole” –   (la Grande Muta è, per tradizione, l’Armée Francaise,  per dire che obbedisce tacendo – anche se freme) dove dice: basta con questo dovere di tacere; abbiamo il dovere di parlare. E giù critiche alla politica  di immigrazione, “importiamo una religione che vuole la nostra morte” – e racconta di episodi di ammutinamento di soldati “francesi” islamici  in zone d’operazione in paesi musulmani –   giù allarmi sulla “unità della Nazione” in pericolo,  giù  critiche alla riduzione di  personale:

“Le forze armate sono state tagliate di 54 mila uomini fra il 2008 e il 2015. L’attuale presidente [Hollande] ha previsto di ridurle di altri 34 mila uomini, insomma circa 90 mila uomini in   meno. Ciò pone enormi problemi di avvicendamenti, anche perché non sono mai state tanto impegnate all’estero come adesso”.GRANDE-MUETTE

972.-ALTRO CHE OBSOLETA, LA NATO CON MATTIS SI ALLARGA A SUD CON UN «HUB» DI GUERRA

 

A chi stupisce per le «proiezione di forza oltre i nostri confini» contenute nel Libro Bianco della Difesa approvato il 10 febbraio, torna utile il discorso con cui  Stoltenberg, ha aperto il Consiglio Nord Atlantico, parlando di «proiezione di stabilità oltre i nostri confini». Niente di originale, dunque, nel documento firmato dal ministro Pinotti, ma la disciplinata esecuzione delle linee guida dettate dalla Carta delle Nazioni Unite (Ratificata dall’ltalia – membro delle N.U. dal 1955 – con legge 17 agosto 1957 n. 848 in Suppl. Ord. G.U. n. 238 del 25 settembre 1957), Capitolo VII – “Azione rispetto alle minacce alla pace, alle violazioni della pace ed agli atti di aggressione”e dal Trattato Nord Atlantico, con la speranza di non andare verso la “guerra fredda due”. In calce, riporto il testo del TRATTATO DEL NORD ATLANTICO e, in particolare, l’art. 5.

Il nuovo «Hub per il Sud», che verrà realizzato a Napoli, costituirà la base operativa per la proiezione di forze terrestri, aeree e navali in una «regione» dai contorni indefiniti, comprendente Nordafrica e Medioriente ma anche aree al di là di queste. È disponibile per tali operazioni la «Forza di risposta» della Nato, aumentata a 40mila uomini, in particolare la sua «Forza di punta ad altissima prontezza operativa», che può essere proiettata in 48 ore «ovunque in qualsiasi momento».
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Trump nomina “Mad Dog, Cane pazzo Mattis”, l’ex generale dei marines, come segretario alla Difesa. Un leader per tempi di guerra e non un burocrate. Trump, annunciandone la nomina, ha paragonato Mattis a George Patton, il generale americano protagonista della seconda guerra mondiale, soprannominato «generale d’acciaio», noto per la risolutezza e l’eccentricità e, per i siciliani, “Quello che ordinò ai marines di non fare prigionieri”. In Iraq, Mattis, a una conferenza nel 2005, dichiarò che gli era piaciuto. «È divertente sparare a determinate persone. Vai in Afghanistan, dove ci sono uomini che hanno schiaffeggiato donne per 5 anni perché non indossavano il velo…ed è un gran divertimento sparargli», dichiarò, suscitando scalpore. Come Trump, predilige la linea dura con gli avversari e con l’Iran in particolare. Lo scorso aprile, parlando al Center for Strategic and International Studies, Mattis stigmatizzò l’accordo sul nucleare iraniano e sottolineò come l’attenzione venga erroneamente concentrata solo sui gruppi terroristici come Isis o al-Qaeda, mentre è l’Iran a rappresentare «la più forte minaccia per la stabilità e la pace nel Medio Oriente». Un verdetto obbligato per un alleato di ferro dei sauditi.  Come ministro della Difesa, Mattis «eredita» le crisi in Iraq e in Siria dove le truppe Usa sono impegnate a formare le forze locali mentre commando speciali prendono di mira i leader delle organizzazioni terroristiche. La nomina di Mattis, ha completato la squadra di vertice sulla sicurezza nazionale, a fianco dell’ex generale Michael Flynn, National Security Adivisor e del deputato repubblicano Mike Pompeo designato alla Cia. 

17 FEB 2017 — Manlio Dinucci

Alla riunione del Consiglio Nord Atlantico, apertasi ieri a Bruxelles, la ministra Pinotti e gli altri ministri europei della Difesa hanno tirato un sospiro di sollievo: la Nato non è «obsoleta», come aveva detto il presidente Trump. Nella sua prima dichiarazione ufficiale ieri a Bruxelles, il nuovo segretario statunitense alla Difesa, Jim Mattis, ha assicurato che la Nato resta «la base fondamentale per gli Stati uniti».

È «l’alleanza militare che nella storia ha avuto il maggior successo», ha detto ai giornalisti mentre era in volo per Bruxelles, portando come prova dell’impegno statunitense nella Alleanza il fatto che l’unico comando Nato con quartier generale negli Stati uniti è quello del Comandante supremo alleato per la trasformazione (Sact), carica già ricoperta dallo stesso Mattis. Il Sact, responsabile del Comitato militare (la più alta autorità militare della Nato), «promuove e controlla la continua trasformazione delle forze e capacità della Alleanza».

Negli ultimi 20 anni, ha sottolineato Mattis, la Nato si è trasformata (ha infatti inglobato tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre della ex Urss e tre della ex Jugoslavia), ma «deve continuare a trasformarsi per adattarsi a ciò che è avvenuto nel 2014, anno di svolta in cui le nostre speranze di una qualche partnership con la Russia si sono dimostrate infruttuose». Occorre per questo «essere certi che il legame transatlantico resti forte».

A riprova di ciò, il segretario generale della Nato Stoltenberg, nella sua dichiarazione congiunta con il segretario Mattis, ha confermato ieri che «truppe ed equipaggiamenti Usa stanno arrivando in Polonia e nei paesi baltici, dimostrando chiaramente la determinazione degli Stati uniti di stare a fianco dell’Europa in questi tempi travagliati».

Sotto comando degli Stati uniti (cui spetta la carica del Comandante supremo alleato in Europa), la Nato continua continua ad allargarsi ad Est, a rafforzare lo schieramento sul fronte orientale in funzione anti-Russia, nonostante le dichiarate intenzioni del presidente Trump di aprire un negoziato con Mosca.

Allo stesso tempo, la Nato potenzia il fronte meridionale con nuovi dispositivi militari. «Oggi decideremo di costituire un nuovo Hub per il Sud presso il nostro Comando della forza congiunta a Napoli», ha annunciato Stoltenberg, sottolineando che «questo ci permetterà di valutare e affrontare le minacce provenienti dalla regione, a complemento del lavoro svolto dalla nostra nuova Divisione di intelligence costituita qui al quartier generale Nato».

Con grande soddisfazione della ministra Pinotti, aumenta l’importanza dell’Italia in quella che Stoltenberg, aprendo il Consiglio Nord Atlantico, ha definito «proiezione di stabilità oltre i nostri confini». Il nuovo «Hub per il Sud», che verrà realizzato a Napoli, costituirà la base operativa per la proiezione di forze terrestri, aeree e navali in una «regione» dai contorni indefiniti, comprendente Nordafrica e Medioriente ma anche aree al di là di queste. È disponibile per tali operazioni la «Forza di risposta» della Nato, aumentata a 40mila uomini, in particolare la sua «Forza di punta ad altissima prontezza operativa», che può essere proiettata in 48 ore «ovunque in qualsiasi momento».

Il nuovo «Hub per il Sud», realizzato presso il Comando della forza congiunta alleata con quartier generale a Lago Patria (Napoli), sarà agli ordini dell’agguerrita ammiraglia statunitense Michelle Howard che, oltre ad essere a capo del Comando Nato, è comandante delle Forze navali Usa per l’Europa e delle Forze navali Usa per l’Africa. Quindi anche il nuovo «Hub per il Sud» rientrerà nella catena di comando del Pentagono.

Tutto questo costa. Mattis ha ribadito la richiesta perentoria che tutti gli alleati europei portino la spesa per la «difesa» ad almeno il 2% del Pil. Solo cinque paesi Nato hanno raggiunto o superato tale livello: Stati uniti (3,6%), Grecia, Gran Bretagna, Estonia, Polonia.

L’Italia è indietro con «appena» l’1,1% del Pil, ma sta facendo progressi: secondo i dati ufficiali Nato, la spesa italiana per la «difesa» è aumentata nel 2015-2016 da 17.642 a 19.980 milioni di euro, equivalenti in media a 55 milioni di euro al giorno. La spesa militare effettiva è molto più alta, dato che il bilancio della «difesa» non comprende le missioni militari all’estero, finanziate con un fondo specifico presso il Ministero dell’economia e delle finanze, né il costo di importanti armamenti finanziati anche dalla Legge di stabilità.

Stoltenberg, felice, annuncia che finalmente la Nato «ha voltato pagina», accrescendo la spesa militare nel 2015-2016 del 3,8% in termini reali, ossia di circa 10 miliardi di dollari. La ministra Pinotti è fiduciosa che l’Italia arriverà al 2%, ossia a spendere 100 milioni di euro al giorno per la «difesa».

Aumenterà la disoccupazione, ma avremo la soddisfazione di avere a Napoli il nuovo «Hub per il Sud».

(il manifesto, 16 febbraio 2017)

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TRATTATO DEL NORD ATLANTICO

Le Parti del presente Trattato, riaffermarmando la propia fede negli scopi e nei principi della Carta delle Nazioni Unite, ed il desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi, decisi a salvaguardare la libertà dei propri popoli, il proprio retaggio comune e la propria civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sul predominio del diritto, desiderosi di favorire nella regione dell’Atlantico settentrionale il benessere e la stabilità, decisi a riunire i loro sforzi per la loro difesa collettiva e per il mantenimento della pace e della sicurezza, hanno siglato d’intesa il presente Trattato del Nord Atlantico:

Articolo 1

Le Parti si impegnano, in ottemperanza alla Carta delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale nella quale possano essere implicate, in modo da non mettere in pericolo la pace, la sicurezza e la giustizia internazionali, e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza in modo incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite.

Articolo 2

Le Parti contribuiranno al futuro sviluppo di relazioni internazionali pacifiche ed amichevoli rafforzando le proprie istituzioni libere, diffondendo i principi sui quali tai istituzioni si basano e promuovendo stabilità e benessere. Esse cercheranno di eliminare i conflitti nelle rispetive politiche economiche internazionali ed incoraggeranno le reciproche relazioni economiche.

Articolo 3

Al fine di conseguire con maggiore efficacia gli obiettivi del presente Trattato, le Parti, individualmente e congiuntamente, nello spirito di una continua e effettiva autodifesa e assistenza reciproca, manterranno e svilupperanno la propria capacità individuale e collettiva di resistenza ad un attacco armato.

Articolo 4

Le Parti si consulteranno quando, secondo il giudizio di una di esse, ritengano che l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una di esse siano minacciate.

Articolo 5

Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell’America settentrionale, costituirà un attacco verso tutte, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall’art.51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale.

Qualsiasi attacco armato siffatto, e tutte le misure prese in conseguenza di esso, verrà immediatamente segnalato al Consiglio di Sicurezza. Tali misure dovranno essere sospese non appena il Consiglio di Sicurezza avrà adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali (1).

Articolo 6

Ai sensi dell’articolo 5, per attacco armato contro una o più parti si intende un attacco armato:

area d’operatività del Trattato contro il territorio di una di esse in Europa o nell’America settentrionale, contro i Dipartimenti algerini di Francia (2), contro il territorio della Turchia o contro le isole situate sotto la giurisdizione di una delle parti della regione dell’Atlantico settentrionale a nord del Tropico del Cancro;
area d’operatività del Trattato contro le forze, le navi o gli aeromobili di una delle parti che si trovino su detti territori o in qualsiasi altra regione d’Europa nella quale alla data di entrata in vigore del presente Trattato siano stazionate forze di occupazione di una delle parti, o che si trovino nel Mare Mediterraneo o nella zona dell’Atlantico a nord del Tropico del Cancro, o al di sopra di essi.
Articolo 7

Il presente Trattato non pregiudica e non dovrà essere considerato come pregiudicante in alcun modo i diritti e gli obblighi derivanti dallo Statuto alle parti che sono membri dell’ONU, o la competenza primaria del Consiglio di Sicurezza per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali.

Articolo 8

OOgni parte dichiara che nessuno degl’impegni internazionali ora in vigore tra essa ed ogni altra parte o tra essa e qualsiasi altro Stato è in contrasto con le disposizioni del presente Trattato e si obbliga a non assumere alcun impiego internazionale in contrasto con il presente Trattato.

Articolo 9

Le Parti con il presente Trattato costituiscono un Consiglio, con diritto alla alla rappresentanza di ognuna di esse, per decidere le questioni in connessione al presente Trattato. L’organizzazione del Consiglio dovrà pemettere una convocazione in ogni momento. Il Consiglio potrà creare gli orgnai che riterrà necessario; in particolare esso dovrà immediatamente costituire un comitato di difesa che dovrà raccomandare le misure per l’implementazione degli articoli 3 e 5.

Articolo 10

Le Parti potranno decidere all’unanimità di invitare ogni altro Stato Europeo di adottare le norme del rpesente Trattato, contribuendo così alla sicurezza dell’area nord atlantica. Gli Stati così invitati potrenno diventare Parte del presente Trattato depositando i propri strumenti di adesione presso il Governo degli Stati Uniti d’America. Il Governo degli Stati Uniti d’America informerà tutte le Parti di tale deposito.

Articolo 11

Il presente Trattato dovrà essere ratificato ed attuato dalle Parti in accordanza con le norme costituzionali di ciascuna delle Parti. Gli stumenti di ratifica dovranno essere depositati il più presto possibile presso il Governo degli Stati Uniti d’America, che notificherä tale atto a tutte le Parti. Il Trattato entrerà in vigore tra gli Stati che l’avranno ratificato non appena la maggioranza degli Stati firmatari, ivi comprese le ratifiche di Belgio, Canada, Francia, Lussemburgo, Olanda, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America, avranno depositato le ratifiche, ed entrerà in vigore rispetto agli altri Stati nel momento del deposito delle loro ratifiche.

Articolo 12

Dopo 10 anni dall’entrata in vigore del Trattato, o in ogni momento successivo, le Parti dovranno avviare le consultazioni circ la revisione del Trattato, qualora una di esse ne faccia richiesta, tenendo in considerazione la pace e la sicurezza dell’area nord atlantica, ivi incluso lo svuiluppo degli assetti regionali ed universali secondo la Carta delle Nazioni Unite, per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

Articolo 13

Dopo 20 anni dall’entrata in vigore del Trattato cianscuna delle Parti potrà ritirare la propria adesione dopo un anno dal deposito del relativo avviso Stati Uniti d’America, il quale provvederà a notificare alle altre Parti il deposito di tale avviso.

Articolo 14

Il presente Trattato, nelle verisioni francese ed inglese facenti ugualmente fede, sarà depositato presso il Governo deegli Stati Uniti d’America. Copie debitamente autenticate saranno trasmesse ai Governi delle parti contraenti.

______DIRITTI UMANI, STUDI PER LA PACE, diritto, diritti umani, human rights, studi per la pace, peace studies, INTERVENTO UMANITARIO, diritto internazionaleInizio paginatop______

Note:

1. La definizione dei territori ai quali è applicabile l’articolo 5 è stato modificato dall’articolo 2 del Protocollo del Trattato del Nord Atlantico con l’ingresso della Grecia e della Turchia e i Protocolli firmati all’ingresso della Repubblica Federale della Germania e della Spagna.
2. Il 16 gennaio 1963, il Consiglio del Nord Atlantico ricevette una dichiarazione del Rappresentante Francese che segnalava che, a seguito del voto del 1 luglio 1962 sull’autodeterminazione, il popolo algerino si era pronunciato in favore dell’indipendenza dell’Algeria in cooperazione con la Francia. Di conseguenza, il Presidente della Repubblica Francese il 3 luglio 1962 riconobbe ufficialmente l’indipendenza dell’Algeria. Ne risultò che i “Dipartimenti algerini della Francia” cessarono di esistere, e che allo stesso tempo la loro menzione nel Trattato del Nord Atlantico non aveva più significato. Il Consiglio prese dunque atto che, per quel che riguardava gli ex Dipartimenti algerini di Francia, gli articoli interessati di questo Trattato erano divenuti inapplicabili a partire dal 3 luglio 1962.

Nota di Studi per la Pace: Traduzione non ufficiale.

Washington D.C., 4 aprile 1949

968.-Nel mirino di Putin … o di chi?

TIRA BRUTTA ARIA

Il Libro bianco della difesa di questo 2017 ha voluto por termine a molti equivoci. Il ministro  ha dichiarato: “È un documento pensato per rendere più moderne ed efficienti le nostre Forze Armate e che per tre anni ha visto la collaborazione di esperti, think tank, università, centri studi, Parlamento e anche ONG. Un metodo totalmente nuovo rispetto al passato, che ci ha permesso di immaginare un modello di difesa e sicurezza capace di rispondere ai sempre nuovi rischi nazionali e internazionali.” Abbiamo più volte deriso la dicitura “Missioni di Pace” ed era ora di fare chiarezza; ma nella chiarezza è venuto meno qualcosa del vincolo sia morale sia giuridico che l’art. 11 della  Costituzione, dicendo “ l’Italia ripudia” e non solo rinuncia alla guerra, poneva ai governi. Insomma, il vincolo resta ma è solo giuridico. 

La partecipazione dell’Italia alle azioni militari è consentita nell’ambito della solidarietà e della giustizia internazionale, come strumento di difesa della libertà e dei diritti degli altri popoli, nel rispetto dei vincoli stabiliti nella Carta delle Nazioni Unite.

Opportunamente, l’ Articolo 11 non ha subito modifiche volte a legittimare le azioni di forza, nei confronti di stati in cui siano emerse emergenze umanitarie, con palese violazione dei diritti umani. (deportazioni, genocidi, stupri etnici). Anche se tali azioni di forza dovrebbero essere sempre condotte sotto l’egida di un’organizzazione internazionale, le emergenze sono risultate, a volte, strumentali al conseguimento di finalità economiche, di potere, di conquista e di offesa alla libertà dei popoli. Così, almeno, nella ex Yugoslavia, in Iraq e in Libia.

La costituzionalizzazione della possibilità di consentire alle limitazioni della sovranità, a condizioni di reciprocità ed uguaglianza con gli altri Stati, per un verso, segna la preminenza dell’interesse per la pace e la giustizia tra i popoli rispetto alla sovranità stessa, per un altro verso, legittima le limitazioni così motivate, escludendo ogni ipotesi di cessione.

Tuttavia, l’adesione a istituzioni sovranazionali che hanno per scopo un’integrazione via vai maggiore tra i popoli, porta con se l’ampliamento progressivo di queste limitazioni.. Così, attraverso una lettura deviata dell’Art. 11, si è passati dall’ingresso dell’Italia nell’Organizzazione delle Nazioni Unite al processo di integrazione europea, dove la mancanza di vigilanza della giustizia costituzionale ha condotto alla cessione della sovranità.

Personalmente, vedo implicazioni, gravissime, anzi a prima vista, direi, lesive della procedura di revisione costituzionale, scaturire dal Libro Bianco della Difesa sottoscritto il 10 febbraio dal ministro Pinotti, nei riguardi del principio pacifista recato dalla Costituzione, art. 11 in particolare. Perciò, all’allargamento del concetto di difesa della Patria, fino alla difesa di generici interessi nazionali in tutto il mondo e alla concomitante dislocazione dei nostri soldati nei Paesi baltici, alla frontiera russa, può fare eco questo bell’articolo di Matteo Zola, direttore di East Journal, dal titolo “Nel mirino di Putin”; un po’ orientato verso le tesi sostenute in ambito NATO. Matteo Zola apre dicendo: “Per l’Europa orientale, l’idea di NATO finora proposta da Trump è la peggiore notizia possibile” . Sappiamo come i paesi baltici abbiano fatto un caposaldo, tutto loro, dell’acquiescenza alla politica USA; ma la verità su quanto accade alle frontiere Nord della NATO, e anche dell’Unione europea, sta, a mio parere, in questo sottotitolo del testo: “ La NATO potrebbe rinunciare a futuri allargamenti a est, lasciando Ucraina e Georgia sotto la tutela russa, come contropartita per gli interessi americani in Medio Oriente.” Come dire, abbiamo perso in Siria e cerchiamo di rifarci, soffiando venti di guerra in Europa. 

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ADAM BERRY/GETTY

Quando nel 1862 Friedrich Reinhold Kreutzwald – umile figlio di servi della gleba – scrisse il Kalevipoeg non pensava di inventare una nazione. Egli voleva, certo, seguire le orme di MacPherson e dei suoi Canti di Ossian, dotando di un’epica la sua piccola patria baltica, l’Estonia, allora dominata dalla lingua tedesca. Ma la saga, che usava la povera lingua delle campagne, visse presto di vita propria e, benché nata dalla sola fantasia di Kreutzwald, venne unanimemente ritenuta antica, medievale testimonianza della vetustà della cultura estone, e assurta al rango di epos nazionale. Finalmente, grazie al Kalevipoeg (Il figlio di Kaleva, in italiano) anche gli estoni potevano vantare radici culturali remote e unirsi alle altre nazioni che, sulla scorta di epiche anticate, ma assai moderne, rivendicavano un proprio destino nel mondo. Il destino degli estoni venne presto messo alla prova quando, tra il 1918 e 1920, il paese dovette difendersi dalla doppia invasione tedesca e sovietica.

Il 23 giugno del 1919 l’esercito baltico sconfisse i due nemici, guadagnandosi l’indipendenza: sul campo di battaglia echeggiavano i versi del Kalevipoeg unendo così il sangue della battaglia a quello dell’eroe mitico. Da allora il 23 giugno è il Võidupüha, il giorno della Vittoria, ricorrenza che gli estoni hanno potuto tornare a festeggiare solo dal 1992, al termine della cattività sovietica. La parata cerimoniale è organizzata, come da tradizione, dalle Giovani Aquile, il corpo che raccoglie i ragazzi e le ragazze della Eesti Kaitseliit, la Lega per la Difesa estone, organizzazione paramilitare che ha il compito di difendere l’indipendenza del paese. Ogni 23 giugno i figli della patria sfilano con le bandiere in mano, fieri e impettiti nella loro divisa: non si tratta, però, di un gioco. La Eesti Kaitseliit conta più di venticinquemila volontari ben addestrati e armati dallo stato. Nel corso del 2016 il loro numero ha raggiunto i massimi storici, segnando alcune novità nell’addestramento quali l’apprendimento di tecniche di guerriglia e la costruzione di bombe fatte in casa utili a difendersi in caso di invasione da parte di un esercito regolare.

Da mesi l’Estonia vive infatti nell’incubo, e nella paranoia, di un’aggressione militare da parte russa. Gli eventi in Ucraina e l’annessione della Crimea hanno generato il panico nelle società baltiche, risvegliando antiche paure. Paure che, tuttavia, sono alimentate anche dalle recentissime notizie legate al nuovo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, il quale ha dichiarato che la NATO, sotto la sua guida, valuterà caso per caso se soccorrere stati membri che abbiano subito un’aggressione militare. L’Estonia, anche alla luce della sintonia che sembra esserci tra Putin e Trump, teme per il proprio futuro e corre ai ripari come può. Così giovani studenti e studentesse, artigiani e maestre, impiegati e operai arruolatisi nella Eesti Kaitseliit si trovano a essere moderni “figli di Kaleva”, chiamati a salvare l’indipendenza della patria ma impegnati in una partita che, a guardarla bene, è molto più grande di loro.

Il Baltico alla prova del Trumpismo
Non solo in Estonia: in tutte le tre repubbliche baltiche si respira un clima di tensione e incertezza. La Lettonia ha più volte invocato un maggiore impegno da parte della NATO ottenendo, al summit dell’Alleanza Atlantica tenutosi a Varsavia lo scorso luglio, il dispiegamento di forze armate di diverse nazionalità a presidio dei suoi confini. A partire da quest’anno saranno dislocate nel paese forze militari canadesi, italiane, portoghesi e polacche. In Estonia saranno inviati militari britannici mentre in Lituania saranno presenti forze armate tedesche. In Polonia la presenza militare NATO sarà formata da militari statunitensi. La presenza italiana al confine russo sarà particolarmente rilevante e, dal 2018, l’Italia sarà nazione guida nel VJTF, una task force di azione ultrarapida, “punta di lancia” in grado di intervenire in cinque giorni in caso di emergenza. Saranno quindi i soldati italiani a rispondere a un’eventuale – quanto improbabile – invasione russa del Baltico. L’incremento di militari NATO nel Baltico, per quanto limitato nei numeri, rappresenta il maggiore rafforzamento militare nell’area da venticinque anni a questa parte. Non può, e non deve, essere visto solo come un fatto simbolico.

polonia-putin-1Immagine: la punta di lancia della NATO è formata da soldati provenienti da 23 paesi NATO: nella foto, soldati polacchi, estoni e slovacchi. Sean Gallup/Getty.

I timori baltici non sono infatti del tutto infondati. Secondo il capo delle forze armate lettoni, Raimonds Graube, dal 2014 le attività militari della Russia ai confini sono notevolmente aumentate. Le manovre navali russe nel mar Baltico e il passaggio – illegale e costante – di aerei militari di Mosca nei cieli lettoni, inquieta il governo di Riga che ha approvato a fine febbraio modifiche alla legge sulla sicurezza nazionale rafforzando e semplificando le procedure in caso di minaccia. Una di queste misure prevede che le istituzioni del paese non possano vietare all’esercito di combattere in caso di attacco militare in territorio nazionale. Insomma, il parlamento ha deciso di dare più poteri all’esercito, un chiaro segnale di irrequietezza.

Inoltre, la recente “legge sulla lealtà” rischia di dare il via a pericolose epurazioni di insegnanti, docenti universitari, dirigenti scolastici, che si dimostrino “sleali” verso lo stato. Approvata lo scorso 2 dicembre insieme alla legge sull’educazione, è il frutto delle psicosi della società lettone. Come scritto dalla slavista Laura Luciani: “In un paese tradizionalmente diviso su questioni di ordine storico, sul lascito dell’epoca sovietica e sul rapporto alla lingua e all’identità nazionale, una legge che prescrive la ‘lealtà’ allo stato è sintomo – più che della volontà di proteggere la sicurezza nazionale – di un approccio politico che ancora rifiuta di superare una certa diffidenza nei confronti di parte della popolazione”. Ovvero della minoranza russa del paese che rappresenta il 27% circa della demografia.

Secondo il capo delle forze armate lettoni, Raimonds Graube, dal 2014 le attività militari della Russia ai confini sono notevolmente aumentate (Vuol dire tutto e niente, ma da chi viene detto? ndr).

Una piccola parte di loro è senza cittadinanza, si tratta dei cosidetti nepilsoņi, persone che dopo l’indipendenza della Lettonia, nel 1991, non hanno superato il test linguistico necessario per diventare cittadini lettoni. Benché siano appena 400mila, i nepilsoņi sono diventati lo strumento principale della propaganda filorussa nel paese. Il partito Par Dzimto Valodu! (letteralmente, Per la lingua madre!) guidato dall’attivista russofilo Vladimirs Lindermans, si batte da anni per il riconoscimento dei diritti politici dei nepilsoņi e per l’indipendenza del Latgale, regione orientale del paese a maggioranza russa. Il partito ha goduto dell’appoggio del Cremlino per alcuni anni, fin quando la crisi ucraina e l’annessione della Crimea hanno ridotto al minimo la tolleranza nei confronti di potenziali “nemici” interni. La magistratura lettone è quindi intervenuta nel febbraio scorso dichiarando illegale il partito e imponendone lo scioglimento.

A seguito della sentenza, Vladimir Putin intervenne impegnandosi a “difendere la minoranza russa del Latgale” confermando implicitamente i timori di ingerenza russa nel paese. In particolare i sospetti che Mosca possa alimentare una sollevazione nella regione – o crearne una ad arte – al fine di intervenire militarmente, come già in Crimea, sono diventati sempre più concreti per gli osservatori locali. Le preoccupazioni sono decisamente aumentate dopo l’elezione di Donald Trump. Quel che si teme è che la NATO non reagisca a un’eventuale ingerenza russa. Intanto, l’arrivo di forze armate internazionali al confine lettone ha suscitato indignazione tra la popolazione russofona del Latgale che le percepisce come truppe di occupazione, mandate lì per controllare loro piuttosto che il confine. Il rischio maggiore, per la Lettonia e per il Baltico, è che la paura per l’invasione diventi una self-fulfilling prophecy, una profezia che si auto-avvera.

I missili a Kaliningrad
Quando Immanuel Kant diede alle stampe Per la pace perpetua, nel 1795, non poteva certo immaginare che la barbarie della Seconda guerra mondiale avrebbe trasformato la sua Königsberg in un cumulo di macerie dalle quali sarebbe sorta – in ottemperanza ai dettami del realismo sovietico – la nuova Kaliningrad, avamposto russo della guerra nucleare. L’enclave di Kaliningrad ospita infatti alcune batterie di missili nucleari Iskander-M, recentemente dislocate malgrado i trattati internazionali vietino espressamente lo spiegamento di missili nucleari entro i 500 chilometri dal confine dell’Unione Europea. I governi di Varsavia e Vilnius sono subito entrati in fibrillazione, accusando Mosca di voler aumentare la tensione sul confine orientale.

La NATO potrebbe rinunciare a futuri allargamenti a est, lasciando Ucraina e Georgia sotto la tutela russa, come contropartita per gli interessi americani in Medio Oriente.

Tuttavia quella dei missili è una partita che si gioca da anni, cominciata con lo “scudo spaziale” voluto da George W. Bush e portata avanti, seppur in tono minore, dall’amministrazione Obama. Una partita che ha visto anzitutto il dispiegamento di missili americani Patriot in Repubblica Ceca e Polonia – paesi tradizionalmente antirussi – e successivamente in Romania. Mosca rispose allora alla provocazione installando missili nucleari nel suo avamposto prussiano. La situazione si normalizzò solo nel 2010, con la firma del Trattato “New Start”, che prevedeva una riduzione delle testate nucleari e l’accantonamento del progetto di “scudo antimissile” americano. La distensione non è durata molto e la crisi ucraina ha riacceso la competizione tra Russia e Occidente. Una competizione che non giova alla pace e in molti sperano proprio nel nuovo presidente americano per trovare una soluzione alle tensioni tra Mosca e Washington.

La speranza è un fungo velenoso, diceva Bukowski, ma è sempre meglio di un fungo atomico, così non resta che fare affidamento proprio su Trump, il quale – qualora la sua amicizia con il Cremlino vada oltre le cortesie mediatiche e le premure degli hacker – potrebbe favorire il disarmo. Speranze forse mal risposte se diamo credito al recente tweet prenatalizio con cui Donald J. Trump ha gelato gli animi delle cancellerie internazionali: “Gli Stati Uniti devono espandere il proprio arsenale nucleare”. Così, in attesa che qualche ordigno ‘fine-di-mondo’ torni a scaldare il clima politico, non resta che attendere di vedere quali saranno le reali azioni del nuovo presidente il quale dovrà, giocoforza, affrontare il vero vulnus dell’Europa orientale, il conflitto ucraino.

L’Ucraina e i destini siriani
A fare le spese dell’amicizia tra Trump e Putin sarà probabilmente l’Ucraina. Il conflitto nel Donbass, regione orientale del paese, è uscito dalle pagine dei giornali ma non ha smesso di seminare morte. Gli scontri si riaccendono periodicamente, talvolta in modo circoscritto, talaltra attorno a obiettivi militari sensibili, come lo snodo ferroviario di Debaltsevo, con massicci dispiegamenti di forze. Si calcola che dall’agosto scorso la tregua sia stata interrotta ben 350 volte. A farne le spese è la popolazione civile. Gli accordi di Minsk, nella loro seconda edizione del febbraio 2015, prevedevano la cessazione delle ostilità in attesa di una riforma costituzionale che garantisse autonomia alle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, consentendo infine all’Ucraina di riprendere il controllo delle regioni contese. Tuttavia il governo di Kiev ha finora evitato qualsiasi riforma in tal senso ritenendola – non a torto – la premessa “legale” per una futura dichiarazione di indipendenza delle regioni orientali. Inoltre gli accordi di Minsk non stabilivano le sorti della Crimea, illegalmente occupata dai russi.

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Immagine: T72 filorussi in riposo a Torez, nella regione di Donetsk. Aleksey Filippov/AFP/Getty.

A fronte dell’immobilismo che regna sul fronte ucraino, la soluzione della crisi sembra passare necessariamente da Damasco. L’intervento russo a fianco di al-Assad ha fatto del conflitto in Donbass un evento secondario per le cancellerie internazionali, eppure legato ad esso. L’intreccio tra le crisi siriana e ucraina è soprattutto geopolitico: alla Russia interessa il possesso della Crimea, quale sbocco sul Mediterraneo, tanto quanto il controllo del porto di Tartus, in Siria, che al-Assad aveva messo nelle disponibilità di Mosca. A Tartus i russi progettano di costruire una base navale permanente ma già oggi i russi usano Tartus a scopi militari, benché la destinazione d’uso ufficiale sia quella di “punto di supporto tecnico”.

Tartus è un approdo fondamentale per Mosca poiché consente di aggirare lo storico ostacolo del Bosforo: dai capisaldi di Sebastopoli e Tartus dipende quella proiezione sul Mediterraneo che i russi cercano da almeno due secoli. Solo dopo che si sarà trovata una soluzione per la Siria, e alla luce dei rapporti di forza che tale soluzione produrrà, sarà possibile immaginare un esito per l’Ucraina. Ed è possibile che sul piatto della bilancia siriano ci finisca anche Kiev, quale contropartita per una pacificazione che veda l’uscita di scena di al-Assad o una federalizzazione della Siria. E di nuovo entra in scena la NATO che, sotto la guida di Donald Trump, potrebbe rinunciare a futuri allargamenti a est, lasciando Ucraina e Georgia sotto la tutela russa, avendo come contropartita una garanzia per gli interessi americani in Medio Oriente.

Nonostante le aperture nei confronti del paese, i vertici UE continuano a ripetere che “non è stata fatta alcuna promessa” in merito a una futura adesione della Moldavia all’Unione.

Tuttavia, se la situazione nel Donbass sembra destinata a trovare una soluzione, diversi sembrano essere i destini della Crimea. “Con l’annessione alla Russia, la questione della Crimea aumenta il proprio livello di intrattabilità – scrive Davide Denti, ricercatore dell’Università di Trento – passando dalla fase di stato a limitato riconoscimento (come i vicini post-sovietici di Transnistria, Abcasia, e Ossezia del Sud) alla fase di espansione territoriale di uno stato tramite uso o minaccia illegale della forza ed occupazione militare, come nel caso del Sahara Occidentale occupato dal Marocco, dei territori palestinesi occupati da Israele, o di Cipro Nord occupato dalla Turchia. Questo sviluppo è contrario ai più fondamentali principi del diritto internazionale (ius cogens, o norme perentorie/imperative), e pertanto tutti gli altri stati ONU sono legalmente obbligati a non riconoscerne gli effetti giuridici”. Nel migliore dei casi la Crimea resterà russa de facto ma rappresenterà sempre un oggetto di contesa, un casus belli per futuri conflitti, con il rischio di trasformarsi nel lungo periodo in una spina nel fianco di Mosca. L’avvento di Trump, che ha definito l’ONU un “club dove si fanno solo chiacchiere”, potrebbe aprire una fase di minore attenzione alla legalità internazionale, favorendo gli interessi russi sulla Crimea e congelando la situazione; tuttavia, Trump non sarà presidente a vita, né potrà comportarsi da padrone del mondo. La questione della Crimea è solo rimandata.

La Moldavia contesa
Nel 1987 un pasciuto signore, mentre sedeva assopito alla sua scrivania, con una bottiglia di vodka nel cassetto, si vide recapitare una missiva con il timbro della direzione centrale dell’Elektromaš, azienda energetica dell’Unione Sovietica. È una promozione, ma anche un trasferimento dalla centrale idroelettrica di Nova Kachovka, in Ucraina, dove ricopriva il ruolo di assistente direttore, a Tiraspol, in Moldavia, con il compito di dirigere la sezione locale del gruppo Elektromaš. Così, l’ingegnere Igor Nikolaevich Smirnov, fa di nuovo le valigie. Lui, che proveniva da Petropavlovsk-Kamčatskij, remota città all’estremo oriente della Russia, fondata da Bering due secoli prima, ne aveva fatta di strada: figlio di un “nemico del popolo”, trascorse un’infanzia difficile che solo la morte di Stalin rasserenò, reintegrando la famiglia nella collettività sovietica. Diplomatosi all’istituto meccanico, fece carriera all’Elektromaš guadagnandosi l’appellativo di “sceriffo” per il suo fare rude.

Giunto a Tiraspol entrò a far parte della nomenclatura locale, tutta di origine russa. La Moldavia è infatti un paese di lingua romena che, nel periodo sovietico, fu oggetto di una lenta e costante russificazione. I quadri locali del partito erano tutti russi, come russa era la classe dirigente. Tiraspol, città industriale, era una città quasi totalmente russa, con una massiccia presenza di ucraini. Il pasciuto e rude sceriffo Smirnov si trovò a essere presto un feudatario di provincia, e in soli due anni divenne presidente del soviet cittadino. Da quella posizione, nel 1991, proclamò l’indipendenza della regione al di là del Dniestr (Transnistria, appunto). Ne scaturì una guerra con la Moldavia, che nel frattempo si era dichiarata indipendente dall’URSS. Lo scontro fu impari: il 14° battaglione dell’Armata Rossa, che nella città di Tiraspol controllava il più grosso arsenale d’armi del continente, si schierò a difesa degli indipendentisti transnistriani ed ebbe vita facile contro l’inesperto esercito moldavo.

Le ragioni dello scontro furono principalmente etniche. Il processo di unificazione ed identificazione nazionale della Moldavia passa storicamente attraverso un’omologazione culturale e linguistica imposta dalle élites russe. L’idioma moldavo fu letteralmente inventato nel 1924, quando, in seguito all’occupazione dei territori della Bessarabia da parte dei sovietici, venne imposto l’uso dei caratteri cirillici in sostituzione di quelli latini, per sottolinearne le differenze con il romeno, ed enfatizzare l’influsso letterario e linguistico russo. In realtà non esiste differenza tra romeno e moldavo, se non un diverso segno grafico, una forte influenza della lingua russa maturata durante un periodo d’occupazione che si è protratto per quasi 70 anni, e un’ossessione ideologica imposta a rimarcare la superiorità sulla cultura romena.

Tuttavia la Moldavia è stata, insieme alla Valacchia, il nucleo originario della nazione romena e questo spiega da un lato la vicinanza (se non identità) culturale con la Romania e, dall’altro, il forte tentativo di russificare la regione durante il regime comunista. L’identità romena della Moldavia è sopravvissuta durante il regime sovietico e verso la fine degli anni Ottanta il governo della Repubblica Socialista Sovietica Moldava, sempre più libero dal giogo di Mosca, decise di dare un taglio al passato e ripristinare l’utilizzo dei caratteri latini. Fu il segno che qualcosa stava cambiando e che i russi, minoranza nel paese ma da sempre al potere, stavano perdendo la presa sul paese. Fu allora che un gruppo di industriali di origine russa, capeggiati proprio da Igor Smirnov, decise di scendere in piazza e proclamare lo sciopero generale e l’indipendenza della regione.

Da allora la Transnistria è lì, riconosciuta solo da Mosca, con le truppe russe a garantirne la sovranità e la falce e martello sulla bandiera. Lungo le rive del fiume Nistro corre oggi una frontiera che separa due mondi e due epoche. Da un lato la Moldavia, che guarda all’Unione Europea e cerca di avvicinarsi, persino di annettersi, alla Romania; dall’altro la Transnistria, con le sue kommunalki scalcinate, le vecchie automobili Dacia ammaccate dal tempo, le bandiere rosse alle fermate degli autobus. La frontiera è garantita da una buffer zone di 50 chilometri ma ogni tanto qualche sparatoria riaccende gli animi. Inevitabilmente, le politiche a stelle e strisce nei confronti dell’Ucraina avranno ricadute significative anche qui.

Interessata dalla nuova competizione tra Mosca e Washington è tutta la fascia che un tempo separava mondo sovietico ed Europa, dove i conflitti latenti e le questioni irrisolte (se qualcuno vuole.ndr) possono facilmente diventare strumenti di disordine e instabilità.

Oggi la Moldavia si trova stretta tra due poli di attrazione, Russia e UE, mostrando tuttavia una tiepida preferenza verso l’integrazione europea che l’ha portata a siglare, nel 2014, un Accordo di associazione con Bruxelles dal quale sperava di risanare almeno in parte la propria disastrata economia. L’avvicinamento moldavo all’Unione Europea ha subito allarmato Mosca, i cui malumori nei confronti dell’Accordo di associazione e di libero scambio non hanno tardato a farsi sentire. La stipula dell’accordo, infatti, è stata interpretata dal Cremlino come un tentativo dell’UE di aggiudicarsi l’esclusiva sulla Moldavia, rivelando ancora una volta il forte interesse russo nel mantenere il controllo dello spazio post-sovietico. La pessima gestione dei partiti liberali al governo, di marca filo-europea, unitamente alle ruberie e agli scandali giudiziari della classe politica, hanno spinto l’elettorato verso “uomini nuovi” strettamente legati al Cremlino, come Igor Dodon, fresco Presidente della Repubblica, la cui immagine mentre stringe la mano a Vladimir Putin ha campeggiato grandiosamente su tutti i manifesti elettorali mostrando chiaramente quali fossero i destini del paese in caso di una sua vittoria. Una volta eletto, Dodon ha promesso di stracciare l’Accordo di associazione con l’UE e risolvere l’annoso problema della Transnistria. Commentando la vittoria di Trump, il presidente Dodon ha dichiarato che “finalmente gli americani hanno messo fine all’imperialismo liberale” e che “una nuova stagione di rapporti con la Russia deve aprirsi”.

Preda di una grave crisi economica, la Moldavia è un paese conteso tra Occidente e Russia, in cui la società è divisa tra il progetto europeo e quello euroasiatico. I destini europei della Moldavia potrebbero essere messi fortemente in discussione qualora l’amministrazione americana targata Trump decidesse di ritirarsi dall’Europa orientale. L’Unione Europea, da sola, non sembra possedere adeguati strumenti di persuasione nei confronti dell’opinione pubblica moldava, e l’immagine appannata di Bruxelles non attrae più come un tempo. Anche da parte europea c’è freddezza e il cammino della Moldavia verso l’UE resta una prospettiva lontana. Nonostante le aperture nei confronti del paese, i vertici UE continuano a ripetere che “non è stata fatta alcuna promessa” in merito a una futura adesione della Moldavia all’Unione. La cautela europea è d’obbligo, visti i passi falsi compiuti in Ucraina, ma è anche il segno dell’incertezza che l’avvento di Trump ha diffuso nel vecchio continente.

Georgia, la tensione corre sul filo
Un enorme cartellone accoglie chi entra a Tbilisi dalla Kakheti Highway, arteria d’asfalto che collega il centro città all’aeroporto. Moderni soldati armati fino ai denti campeggiano sul manifesto, alle loro spalle sventolano la bandiera georgiana e quella della NATO. A pochi chilometri si trova infatti la base militare di Vaziani dove, dal 2008, truppe americane addestrano i malandati militari georgiani. La collaborazione militare tra Stati Uniti e Georgia si è intensificata a seguito della guerra osseto-georgiana del 2008, durante la quale l’esercito georgiano crollò sotto i poderosi colpi delle truppe russe che, in soli cinque giorni, arrivarono alla porte di Tbilisi. Dal 2014, a seguito degli accordi presi al vertice NATO tenutosi in Galles nello stesso anno, le truppe NATO hanno sostituito quelle americane allo scopo di compiere esercitazioni militari congiunte nell’area caucasica.

Durante lo stesso summit venne anche firmata un’intesa con l’Ucraina, dimostrando ancora una volta quanto lo scacchiere dell’Europa orientale sia importante per l’Alleanza Atlantica. Georgia e Ucraina hanno condiviso gran parte delle vicende politiche degli ultimi anni: entrambi i paesi sono stati teatro di una rivoluzione colorata, entrambi i paesi hanno cercato di uscire dalla sfera di Mosca ed entrambi i paesi sono stati invasi da truppe russe. Infine, sia Tbilisi che Kiev, hanno siglato un Accordo di associazione con l’UE, creando un’area di libero scambio con l’Europa. Come nel caso moldavo e ucraino, anche la Georgia si trova amputata di una parte del proprio territorio: l’Abcasia e l’Ossezia del Sud sono repubbliche indipendenti de facto, controllate dal Cremlino, che le usa come strumento per destabilizzare lo stato georgiano.

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I preparativi per l’arrivo del senatore John McCain al Centro di addestramento e valutazione NATO-Georgia a Krtsanisi, poco lontano da Tbilisi. Vano Shlamov/AFP/Getty.

In particolare il confine con l’Ossezia del Sud è oggetto di continue provocazioni da parte russa: spostando nottetempo la frontiera, le forze russo-ossete inglobano lentamente ma inesorabilmente case, pascoli, persino interi villaggi. Una provocazione cui l’esercito georgiano non può rispondere, consapevole che sarebbe la miccia per una nuova escalation militare. Durante la guerra del 2008, la Georgia ha capito di non poter contare sull’aiuto di Washington in caso di conflitto, ed è probabile che con l’avvento dell’amministrazione Trump si troverà a doversela cavare da sola. La politica di allargamento della NATO verso il Caucaso era stata infatti portata avanti da Hillary Clinton nel suo ruolo di Segretario di Stato, in un disegno politico e diplomatico che sembra essere all’opposto di quello prefigurato da Trump.

Lo scontro per la Casa Bianca tra Donald Trump e Hillary Clinton è stato vissuto, nell’Europa orientale, come un passaggio epocale, un appuntamento con il destino. Un destino cinico e baro che – con la vittoria di Trump – obbliga gran parte della regione a rivedere la propria politica estera e le proprie priorità. Tuttavia, l’eventuale ritiro degli Stati Uniti e della NATO dall’Europa orientale potrebbe dare la stura ai mai sopiti nazionalismi, favoriti dalle retoriche dell’accerchiamento e della difesa della patria, creando le premesse per nuove tensioni politiche e militari nella regione con l’effetto collaterale di complicare ulteriormente la vita all’Unione Europea, che già fatica a contenere i revanscismi polacco e ungherese.

Un ribollire di inquietudini
A essere interessata dalla nuova competizione tra Mosca e Washington è tutta la fascia che un tempo separava mondo sovietico ed Europa, dove i conflitti latenti e le questioni irrisolte possono facilmente diventare strumenti di disordine e instabilità.

Dal Baltico al mar Nero è un ribollire di inquietudini, uno sbuffare di pressioni, un vociare querulo e isterico che si agita sotto una calma del tutto apparente. Le vecchie fratture sociali, le irrisolte disuguaglianze economiche, le eredità del periodo sovietico, le memorie della russificazione, i separatismi latenti, i riscoperti epos nazionali, sono tutti elementi pirici – solitamente inerti – ma esplosivi se agitati da fattori esterni. La tensione crescente trova riscontro anche nell’acquisto di armi che, dal 2014 ad oggi, ha segnato nell’Europa orientale un incremento di spesa pari a 12 milioni di dollari, a fronte di una contenimento nell’Europa occidentale (SIPRI). Non abbastanza per parlare di corsa agli armamenti ma sufficiente a testimoniare il clima di inquietudine della regione.

Questo è lo scenario su cui si affaccia la nuova amministrazione americana made in Trump. L’augurio è che trionfino lucidità e realismo politico, e che gli allarmismi che si sono accompagnati all’elezione del nuovo presidente americano si dimostrino infondati. Gli Stati Uniti hanno dimostrato, specialmente dal dopoguerra in poi, una forte continuità in politica estera ed è lecito attendersi che, malgrado i proclami, l’amministrazione Trump prosegua sulla linea tracciata. Una linea che può anche passare da una distensione con Mosca ma che difficilmente accetterebbe arretramenti sui fronti aperti. L’avvento di Trump rappresenta forse la più grande incognita politica degli ultimi venticinque anni, ovvero dalla caduta del Muro, e non solo per l’Europa orientale. Prima di scandire il penitenziagite bisognerà dare il tempo al nuovo presidente di mostrare le sue vere intenzioni. Certo l’Europa orientale ha bisogno di stabilità, e una distensione con Mosca non potrà che giovare: l’importante è che la sovranità politica e l’indipendenza dei piccoli paesi di confine non venga sacrificata sull’altare di una spartizione del mondo mascherata da pacificazione.

Matteo Zola, direttore responsabile di East Journal