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1302.- Fra due epoche. L’Occidente e la nuova strategia di Trump.

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Gli yankees che si fanno manipolare dai loro media ci stanno sulle scatole, ma non si può avercela con loro sempre, soprattutto quando si comportano in maniera diametralmente opposta due amministrazioni che sono una l’antitesi dell’altra.

Oggi, Trump, che, ha metabolizzato la sconfitta siriana e che vuole davvero chiudere la partita ed eliminare i terroristi e che li bombarda per davvero, alla stessa stregua dei Russi.
Non possiamo essere contro entrambi.
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Ieri, i Neocon (i 2 Bush, Clinton, Obama), con una direzione strategica insufficiente, mossi dalle ragioni di Israele e dagli affari d’oro, che hanno fatto finanziare e addestrare i terroristi dai loro alleati sauditi, turchi e israeliani per usarli come una milizia privata; che hanno, poi, fatto finta di bombardarli; che se ne sono andati dall’Iraq lasciando sul posto armamenti per miliardi e che hanno invaso la Siria, bombardato postazioni militari di Assad nonchè civili siriani. Quando Putin entro` in Syria, Obama era gia la, da cinque anni, nel nord ovest, a proteggere Israele e Giordania, ogni qual tanto facevano raids aerei, facendo saltare carri armati e caccia Siriani, aspettando che il califfato arrivasse a loro, poi Obama e Netanyahu li avrebbero finiti, esattamente come fece Putin, l`entrata di Putin fu` veloce inaspettata, il giorno dopo Obama annunciava l`aiuto anti Assad paracadutando 52 tonnellate di armi nuove, che stranamente finirono nelle mani dei guerrieri del Califfato, alla domanda dei giornalisti come era potuto accadere, Obama rispose, beh noi le abbiamo paracadutate, può darsi che qualcuna sia finita nelle mani Jihadiste. Nessuna spiegazione di come fossero cadute 300 KM a Sud Est, invece che a Nord Ovest. Fu un indizio eloquente. 

Ma guardiamoci anche in casa. Hezbollah e Salafisti sono gia in Europa grazie ai pingui affari stipulati dall’Unione europea. A Berlino si trovano 250 Hezbollah operativi e sostenitori dei terroristi inoltre i sindaci tedeschi permettono al PFLP, Organizzazione per la Liberazione della Palestina, di dimostrare a favore degli attacchi suicidi da parte dei terroristi e il tutto in nome del pluralismo e della democrazia. In Germania ci sono più di 18 deputati musulmani! Banche austriache sovvenzionane queste organizzazioni tramite l BDS le ONG e altre ancora. Questi movimenti, nel passato, furono responsabili di dirottamenti aerei quello famoso dell AIR FRANCE nel luglio del 1977 in cui perirono molti civili innocenti.

L’Occidente, oggi, non è coeso. E’ profondamente diviso, purtroppo, ma ho la sensazione che il discorso di Trump a Varsavia abbia creato un ponte ideale fra il comportamento di Reagan ed il suo, facendo in modo che tutto quello che e’ accaduto nel frattempo (dai Bush, a Obama) altro non sia che una politica confusa e male espressa che quando sarà vista in prospettiva storica costituira’ soltanto un interludio fra due epoche decisive per le sorti del pianeta.

Cosa si sono detti Trump e Putin al G20

Hanno parlato di Siria, Corea del Nord e Ucraina, ma soprattutto dell’ingerenza russa nelle elezioni statunitensi (anche se non è chiaro in quali termini)

 

Il 7 luglio Donald Trump e Vladimir Putin, presidenti di Stati Uniti e Russia, si sono incontrati per la prima volta faccia a faccia durante il G20 di Amburgo, in Germania. I principali giornali statunitensi avevano scritto che loro incontro sarebbe dovuto durare circa mezz’ora: invece è durato due ore e un quarto. L’incontro era molto atteso: per le dichiarazioni di stima reciproca durante la campagna elettorale, ma anche per le diverse indagini in corso negli Stati Uniti sui possibili legami fra il comitato elettorale di Trump e il governo russo (accusato fra le altre cose di aver provato a manipolare le ultime elezioni presidenziali in favore di Trump). L’incontro non sembra essere stato risolutivo, e i giornali internazionali raccontano che né Trump né Putin possono dire di esserne usciti da vincitori. Questa mattina, prima di un incontro con la prima ministra britannica Theresa May, Trump ha detto che il suo incontro con Putin è stato «tremendous» (“eccezionale”).

Durante il loro incontro Trump e Putin hanno trovato un accordo per un cessate il fuoco, da domenica mattina, nel sudovest della Siria (la cui efficacia è però tutta da dimostrare) e per la nomina di Kurt Volker, un inviato statunitense in Ucraina. Per il resto, hanno parlato di Corea del Nord e delle presunte interferenze russe nelle elezioni statunitensi. In questo caso ci sono una versione russa e una statunitense, ovviamente. Prima dell’incontro i due si sono fatti fotografare, si sono dati la mano (ma la vera prima volta è questa) e Trump ha detto di essere “onorato” di trovarsi lì con Putin.

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1301.- A Raqqa, tra i volontari occidentali

A Raqqa combattono contro le bandiere nere volontari occidentali che muoiono in battaglia. E cristiani in armi, che vogliono vendicarsi delle vessazioni subite dallo Stato islamico. Nell’assedio della prima e storica capitale del Califfo, non ci sono solo i curdi siriani a voler spazzare via la minaccia jihadista.

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RAQQA – Prima i boati paurosi e poi le alte colonne di fumo biancastro, che si alzano verso il cielo, sono il benvenuto all’inferno di Raqqa. L’aria rarefatta dalla calura rende questa distesa polverosa di case sulla sponda dell’Eufrate un girone dantesco. I caccia bombardieri americani martellano le postazioni delle bandiere nere nella prima e storica capitale dello Stato islamico in Siria. L’ultima roccaforte del Califfato, che si sta sgretolando. La città jihadista è sotto assedio da giugno, dopo la caduta lo scorso anno di Sirte, in Libia e la liberazione di Mosul, in Iraq, negli ultimi giorni.

 

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“Giornalista gira delle belle immagini su di me, così resta un ricordo. Nei prossimi giorni potrei morire per liberare Raqqa” è l’epitaffio senza appello di un giovane combattente curdo al volante del blindato artigianale che fa la spola con la prima linea. Il fronte orientale di Raqqa è il più infame. La parte della città liberata sembra uno spettro in cemento armato con le case ridotte a cumuli di macerie o sforacchiate dai proiettili come un groviera. La brigata “martire Gabar” è composta in gran parte da ventenni, comprese molte ragazze. Tutti annidati nelle case diroccate di Raqqa a ridosso dell’antico muro di cinta, linea del Piave jihadista nelle strenua difesa della città vecchia. Gli uomini delle Forze democratiche siriane, che stringono l’assedio, hanno già aperto due brecce grazie ai bombardamenti mirati americani.

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Volontaria curda di un posto di primo soccorso

Un fuoristrada arriva al punto di soccorso avanzato a tutta velocità. Nel cassone dietro sono distesi tre combattenti impolverati, laceri e con lo sguardo tirato. Due sono feriti. Kara, 21 anni, ha una spalla fracassata: “Siamo riusciti a penetrare nella città vecchia, ma è stato un incubo. Sulla strada 23 febbraio sono rimasto intrappolato con la mia unità in un edificio di quattro piani. Noi nei primi due ed i terroristi nel terzo e quarto”. Il combattente si lamenta dal dolore mentre cercano di sistemargli la spalla: “Era quasi un corpo a corpo ed oltre il muro ci sono centinaia di civili, tutti di Daesh (Stato islamico) che fanno da scudi umani”. Alla fine l’avanguardia ha dovuto ripiegare.

Le Forze democratiche siriane sono capeggiate dai curdi del Ypg (Unità di difesa popolare), che nel nord est del Paese hanno cacciato anche il regime di Damasco creando, di fatto, una regione autonoma chiamata Rojava, che i turchi vedono come fumo negli occhi. Trentamila uomini armati dagli Usa, comprese unità cristiane ed arabe sono impegnati nell’offensiva per liberare Raqqa.

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Il comandante Lawand Khabat, barbetta, mimetica e fucile di precisione è annidato con il suo pugno di uomini in un’abitazione diroccata del fronte orientale. Ogni tanto arriva qualche granata di mortaio delle bandiere nere. Il frastuono stridente dell’esplosione ti provoca sempre un sottile brivido lungo la schiena. Il sibilo mortale dei proiettili dei cecchini che cercano la preda e le trappole esplosive nascoste ai lati delle strade sono l’incubo peggiore. Khabat schiera le truppe ventenni sul tetto per contrastare i tiratori scelti delle bandiere nere. Il comandante fissa l’obiettivo nel mirino telescopico e tira con calma il grilletto.Franco-tiratore-curdo-delle-Forze-democratiche-siriane-DSC_0108-e1499755416788-1413x636-1

Giovane combattente curda fra le rovine di Raqqa IMG_6541

Takuschin, 22 anni, faccia da brava ragazza, ha i capelli raccolti e spara con il kalashnikov come gli uomini. “Non combatto solo per difendere il mio popolo e cacciare dalla mia terra Daesh (lo Stato islamico) – spiega Takushin – ma anche per voi europei minacciati dal terrorismo”. Nella casa occupata le donne hanno una stanza separata dagli uomini, ma combattono come loro. L’altra ragazza si chiama Azadi. Il suo nome significa “libertà” ed è un’araba nata a Raqqa. Pelle ambrata e sguardo da bambina ha solo 19 anni ed un obiettivo fisso: “Voglio liberare la nostra città per la mia famiglia” costretta all’esilio dalle bandiere nere.

A Raqqa sono decisi a combattere fino alla morte almeno 3500 jihadisti compresi i volontari della guerra santa internazionale giunti dall’Europa. Un centinaio dall’Italia, anche se molti occidentali sarebbero scappati oltre l’Eufrate verso il confine con la Giordania. Del gruppo in fuga farebbero parte anche alcuni seguaci del Califfo giunti dall’Italia.

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Bruce, barbetta rossiccia, occhi azzurri e mitra in pugno ha sull’uniforme mimetica la stella rossa del Ypg, le Unità curde di protezione popolare che hanno preso d’assalto Raqqa con l’appoggio Usa. Qualche passo più indietro avanza guardingo fra le macerie della prima linea un altro volontario occidentale. Mefisto calato sul volto per non farsi riconoscere è un inglese, che si presenta come Rony. “Faccio parte di un movimento antifascista nel Regno Unito e sono venuto a combattere a Raqqa perché lo Stato islamico rappresenta una minaccia per l’umanità” spiega il volontario ben armato passando sotto il minareto di una moschea scalfito dai colpi. I curdi nel nord della Siria, fino dalla feroce battaglia contro le bandiere nere nella città martire di Kobane, hanno attirato fra i 1000 e 2000 volontari stranieri.

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Molti sono “internazionalisti” legati all’anarchia e agli ideali socialisti del Ypg, ma non mancano ex militari americani ed europei, che vogliono combattere contro lo Stato islamico dopo gli attentati a casa nostra. Tutti devono passare un mese di addestramento e preparazione ideologica, all’ “accademia”, base di partenza della brigata internazionale. Alla fine ad ogni volontario viene chiesto come se fosse un giuramento: “Sei pronto a combattere?”. E la risposta è “sì sono pronto a farlo contro l’organizzazione fascista dello Stato islamico” (ma cosa significa fascista? va a finire che faccio confusione anch’io).

Dall’inizio di luglio due americani ed un britannico sono stati uccisi nella battaglia di Raqqa. L’ultimo, il 6 luglio, è Robert Grodt, attivista anti capitalista di Occupy Wall Street. Il giorno prima erano finiti in un’imboscata mortale il suo connazionale Nicholas Warden e il britannico Luke Rutter.

Warden ha lasciato un video testamento che spiega la decisione di arruolarsi dopo gli attentati ispirati dalle bandiere nere ad Orlando, San Bernadino, Nizza e Parigi.

A Raqqa combattono anche 4 italiani compreso Karim Franceschi, veterano di Kobane, che ha scritto un libro sulle sue avventure intitolato “Il combattente”. Uno è stato ferito ad un braccio da un proiettile di kalashnikov, ma non demorde.

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“Sono partito per Kobane. Adesso mi aspetta un breve periodo di addestramento, dopo il quale farò quello che mio padre insieme a milioni di partigiani in Italia e nel mondo hanno fatto per difendere la libertà e la democrazia: combatterò in armi i fascisti del califfato nero.”
Così scrive in una lettera Karim Franceschi, l’unico italiano andato in Siria a combattere l’Isis: ventisei anni, figlio di padre ex partigiano e madre marocchina, Karim ha combattuto a Kobane, contribuendo alla prima grande sconfitta dell’esercito del califfato. Arrivato al fronte come soldato semplice, è poi diventato un abile cecchino… Questo libro, scritto insieme al giornalista Fabio Tonacci, è la ricostruzione momento per momento dei mesi trascorsi in battaglia, tra scontri durissimi, rappresaglie, stragi di civili e villaggi in macerie: un resoconto di cosa significhi lottare e uccidere per la democrazia, una lettura per capire dall’interno la ferocia di una guerra che ci riguarda tutti.

“Non andiamo in giro per farci ammazzare, ma una delle realtà in posti come questi è che puoi morire” ammette senza battere ciglio Bruce, originario di Saint Louis, all’ultimo piano di un palazzo in costruzione, che segna il fronte nella parte occidentale di Raqqa. Ottocento metri più in là si vedono bene i piloni delle luci dello stadio, dove i seguaci del Califfo organizzavano le decapitazioni pubbliche.

 

“Tutti assieme siamo invincibili fino alla vittoria” è lo slogan della “Forze militari siriane”, una milizia cristiana schierata a Raqqa al fianco dei curdi. Ragazzini ventenni, che ci accompagnano in prima linea su un fuoristrada scoperto sparando in aria. “Abbiamo sofferto tanto quando i terroristi dello Stato islamico bruciavano le nostre chiese, ci obbligavano alla conversione e rapivano in massa i cristiani, come 12 miei familiari. Sei sono stati uccisi” racconta Abud, comandante sbarbatello, che dopo tre anni di guerra è già un veterano. I suoi 30 uomini lo chiamano “il cristiano” e tengono una postazione vicino a piazza Almizar. Al polso ha un braccialetto di stoffa con un piccolo crocefisso. “A Raqqa c’erano anche delle chiese distrutte o trasformate in deposti di munizioni – spiega il comandante ragazzino – Alcune famiglie cristiane sono rimaste in città e sono state costrette a convertirsi con la forza. Vogliamo liberarle come tutta la città”.

Il manipolo cristiano sfida ogni giorno il fuoco nemico per dare il cambio al fronte. Il fuoristrada con il cassone aperto che utilizzano per gli spostamenti sfreccia  fra strade desolate e distrutte. Ad un incrocio i miliziani fanno segno con la mano di stare giù e gridano: “Cecchino, cecchino”.

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Sul tetto della casa trasformata in postazione da prima linea hanno ricavato una specie di bunker con una feritoia dove un omaccione piazza la mitragliatrice pesante con il lungo nastro di proiettili pronto all’utilizzo. Sulle pareti oltre agli slogan è disegnato un teschio perché questi ragazzi cristiani vanno ogni giorno a braccetto con la morte. Uno di loro si tira su la manica della mimetica e mostra orgoglioso la croce tatuata sul braccio.

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1296.- ISRAELE PAGHERÀ CARO LA STRATEGIA DEL CAOS DEGLI STATI UNITI

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PressTV 13 luglio 2017Dalla sfortunata nascita d’Israele in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per evitare a Tel Aviv il diretto coinvolgimento nei conflitti che scatena nella regione. Il piano di pace Israele/Palestina non è mai stato volto ad offrire pace ai palestinesi, ma a privarli della loro forza, della capacità di combattere militarmente Israele. Ma tale stratagemma non ha funzionato in Libano, dove Hezbollah sconfisse militarmente Israele nel 2006. Ma i cambiamenti che si verificano in Medio Oriente garantiranno la sicurezza d’Israele? Il “caos costruttivo” auspicato ai tempi dall’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton in Medio Oriente e che doveva mettere i Paesi della regione l’uno contro l’altro, ha davvero rafforzato la sicurezza del regime israeliano? Se sei anni di guerra totale contro Damasco lasciano, come desiderano gli Stati Uniti, una Siria in rovina, è una vera vittoria per Israele?
1. La guerra in Siria ha aiutato la nascita di “forze paramilitari” che in alcuni casi saranno il nucleo dell'”esercito regolare” nei rispettivi Paesi. Questa prospettiva è ciò che più terrorizza il regime d’Israele che alimenta il militarismo ma nega ad ogni Stato il diritto di difendersi.
2. Ma non è tutto: le guerre sponsorizzate da Washington in Medio Oriente infine trasferiscono ai “corpi paramilitari” altra tecnologia missilistica di qualsiasi gittata: media, non balistica e persino balistica. Queste decine di migliaia di combattenti, specializzati nelle battaglie asimmetriche, ora potranno impiegare questi sistemi.
3. Peggio ancora, si assiste alla nascita di una nuova generazione di comandanti, finanche specializzati in battaglie asimmetriche e in grado di comandare truppe in qualsiasi scontro militare futuro.
4. Facilitando il traffico dei terroristi, facendo di tutto per armarli ed equipaggiarli per combattere in Siria l’esercito e la popolazione, gli Stati Uniti hanno creato un vero e proprio meccanismo per alimentare l’ISIS con migliaia di terroristi provenienti da Asia centrale e orientale, Turchia, Arabia Saudita ed Europa. Altri Paesi potrebbero seguire l’esempio, questa volta contro Israele.

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5. Tale meccanismo viene ricordato in uno dei recenti discorsi del Segretario generale di Hezbollah Hasan Nasrallah, secondo cui permetterà “qualsiasi confronto militare con Israele in futuro” da parte di un esercito di decine di migliaia di “resistenti” palestinesi, iracheni, siriani e yemeniti.
6. Il “caos controllato” degli statunitensi ha certamente scosso le fondamenta di diversi Stati della regione, ma resta il fatto che questi Stati ora sono tutt’altro che facile preda del Pentagono. Le forze paramilitari sono nate sulle rovine di Iraq, Siria, Afghanistan e Yemen e sono pronte a dare battaglia a Washington, dove domina la riluttanza ormai palpabile ad “occupare” intere regioni dei Paesi aggrediti. Non sembra più il 2003, quando le truppe statunitensi sbarcarono in Iraq per “liberarlo” e restarci!
7. Nei 14 anni passati dall’invasione dell’Iraq, 6 dall’inizio della guerra in Siria, 3 dall’assalto allo Yemen, e la battaglia di Mosul è durata quasi un anno, il Medio Oriente assiste alla nascita di “forze” dalla grande efficienza in combattimento. Sono le forze che hanno sconfitto lo SIIL e che non esiteranno quando arriverà il momento di affrontarne i “mentori statunitensi ed israeliani”. Questi veterani affrontato gli statunitensi ai confini siriano-iracheni da non più di due mesi, quando avanzavano nel deserto della Siria da al-Tanf ai confini con l’Iraq. I caccia statunitensi li bombardarono, ma continuarono l’avanzata, come se nulla fosse accaduto. Fanno parte delle Forze di mobilitazione popolare dell’Iraq, delle Forze popolari siriane, del movimento yemenita Ansarullah o libanese Hezbollah, guerrieri che condividono una cosa: la ferma convinzione che la sopravvivenza delle popolazioni del Medio Oriente passi dalla resistenza all’aggressione delle grandi potenze.
In questo contesto, la prossima guerra che Israele vorrà lanciare contro Hezbollah sarà diversa, Israele è ben consapevole della superiorità dell’Asse della Resistenza nei combattimenti a terra, una superiorità che prevarrà nei prossimi scontri e non saranno le relazioni privilegiate di Tel Aviv con Mosca che impediranno alla resistenza di reagire a qualsiasi offensiva israeliana. Il Medio Oriente nel 2017 non è più quello degli anni ’70 o del 2006. Qualsiasi desiderio di colpire gli Stati della regione produrrà una risposta. E’ tempo quindi che gli Stati Uniti rivisitino la loro strategia in Medio Oriente o rischiano di vedere questa strategia portare all’attacco “inevitabile” su Israele.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio

1256.- LA STRATEGIA DEL TERRORE APPARTIENE STORICAMENTE AD ALCUNI POPOLI.

L’arma decisiva di Israele è seminare il terrore nei popoli nemici. Oggi, questa strategia è usata dai terroristi contro gli europei con azioni  che definirei irrazionali  folli, incredibili, inverosimili, pazzesche che hanno per solo scopo di sconcertare e terrorizzare i cittadini. I ragazzi e le ragazze del Bataclan subirono torture, castrazioni, decapitazioni, ebbero strappati gli occhi: così i jihadisti hanno ucciso i ragazzi e così dovranno essere puniti. Non siamo antisemiti, ma sappiamo bene chi ha creato, armato, addestrato e sostiene questo esercito satanico e con quali fini.

(Mauro Zanon) – Dopo la strage islamista del Bataclan, il governo francese ha «soffocato» i media che tentavano di riportare la notizia secondo cui diversi ostaggi del Bataclan avrebbero subito «torture abominevoli» dai jihadisti. È la notizia forse più incandescente emersa dallo scorso 13 novembre. Una notizia che in Francia è stata divulgata soltanto da alcuni siti controcorrente come Fdesouche.com, e che è invece stata completamente oscurata dai grandi media parigini. Sono dettagli macabri e raccapriccianti quelli emersi dalle pagine del rapporto ufficiale della commissione d’inchiesta relativa ai mezzi utilizzati dallo Stato per lottare contro il terrorismo dal 7 gennaio 2015, la Commission Fenech (Georges Fenech è lo stesso che la scorsa settimana ha invocato a gran voce una riforma profonda dell’intelligence francese, e che ieri ha denunciato l’incapacità totale del governo Hollande nella lotta al terrorismo).

Testimonianze – Pagine che confermano quello che a novembre era stato liquidato come un rumor infondato, e che giornali cosiddetti «di riferimento» come Le Monde avevano frettolosamente tacciato come «invenzione»: gli ostaggi che si trovavano al secondo piano del Bataclan sono stati torturati brutalmente dai miliziani islamici e ci sono state delle decapitazioni. Durante l’audizione del 21 marzo scorso, un poliziotto della Bac (Brigade anti-criminalité), tra i primi soccorritori ad entrare nel Bataclan, descrive con freddezza quello che si è ritrovato davanti agli occhi assieme ai suoi colleghi: uomini castrati con i testicoli in bocca, donne seviziate nelle parti intime, corpi con gli occhi strappati fuori dalle orbite e teste decapitate. «Dopo l’assalto, eravamo con dei colleghi a livello del passage Saint-Pierre-Amelot (stradina accanto al Bataclan, ndr), quando ho visto uno degli inquirenti uscire in lacrime e vomitare. Ci ha detto quello che aveva visto», testimonia il poliziotto. «Le torture sono state commesse al secondo piano?», chiede Alain Marsaud, uno dei membri della Commission Fenech. «Credo di sì», risponde l’agente della Bac, «perché quando sono entrato al pianoterra non c’era niente di simile, solo persone colpite da proiettili».
Lo stesso agente, durante l’audizione, dice al presidente della commissione che «alcuni corpi non sono stati presentati alle famiglie perché c’erano delle persone decapitate, sgozzate, sventrate. C’erano donne che sono state accoltellate a livello dei genitali». Secondo la sua testimonianza, uno dei terroristi, prima di farsi esplodere, avrebbe anche mimato degli atti sessuali con alcune donne. Non solo: tutte le torture sarebbero state filmate dagli islamisti a fini di propaganda. A confermare la testimonianza che il procuratore di Parigi, François Molins, ha messo in discussione, e che il governo socialista ha voluto nascondere, è emersa inoltra la lettera struggente che il padre di una delle vittime del Bataclan avrebbe inviato al giudice d’istruzione. «Sulle cause della morte di mio figlio A., all’istituto medico-legale di Parigi mi è stato detto (…) che gli erano stati tagliati i testicoli, che gli erano stati messi in bocca e che era stato sventrato. Quando l’ho visto dietro un vetro, disteso su tavolo, con un telo bianco che lo copriva fino al collo, mi accompagnava una psicologa. Quest’ultima mi ha detto: “La sola parte che si può mostrare di suo figlio è la sua parte sinistra”. Ho constatato che non aveva più l’occhio destro. L’ho fatto notare; mi è stato detto che glielo avevano strappato».
E pensare che tutto poteva essere più chiaro già tre giorni dopo l’assalto, il 16 novembre, quando il quotidiano Le Progrès, ha riportato la testimonianza di una madre, il cui figlio, poliziotto, aveva dichiarato di aver visto «teste decapitate» al Bataclan. Versione evocata due settimane dopo su Twitter da una sopravvissuta alla strage, @mahahh, il cui account è stato quasi subito disattivato, senza possibilità di avere ulteriore conferme.
Censura – Resta la questione principale: perché il governo di François Hollande ha voluto censurare la notizia? Perché ha intimato ai media francesi di tenere nascoste queste barbarie islamiste? Sono passati più di otto mesi dalla mattanza jihadista del Bataclan, ma restano ancora troppe zone d’ombra su quella tragica nottata. Dallo stesso rapporto, pubblicato il 12 luglio sul sito dell’Assemblea nazionale, spunta addirittura l’ipotesi di un quarto terrorista presente nella sala per concerti parigina, che si sarebbe mimetizzato tra i sopravvissuti per sfuggire alle autorità.

1245.- L’ISIS: perde la battaglia ma vince la guerra

 

L’ISIS: perde la battaglia ma vince la guerra; ma chi ha creato l’ISIS?  

Propongo questo articolo di Di Giulio Meotti, di ieri, 21 giugno 2017, perché rappresenta un’analisi acuta della guerra mortale scatenata dalla finanza sionista contro la civiltà occidentale, attraverso il terrorismo; e il terrore, nella cultura del popolo ebraico è l’arma più potente da seminare fra i nemici. C’è una logica in tutto questo e dobbiamo premettere che dire finanza sionista non significa il popolo ebraico, che spesso nella storia, ha pagato per questa associazione. La Finanza domina attraverso le banche e deprime le nazioni, per sottometterle. Il suo obbiettivo è una unica massa umana di meticci, bastardi e asessuati, di consumatori, resi succubi dei media del potere e sudditi, senza famiglia, con una sola lingua, nessuna bandiera, nessuna tradizione, arte, cultura e una sola legge: la loro!  Nessuna coesione e la solidarietà ridotta a una mera espressione vuota. L’Italia è già l’esempio che si sta formando, con i terremotati abbandonati a se stessi e con le macerie ancora nelle strade, con le mandrie congelate dal ghiaccio nella notte; con i giovani meravigliosi figli di meravigliose madri, costretti a espatriare, con gli anziani morti di fame e dignità; con la fine del pluralismo nella politica e nell’informazione: cardini della democrazia; con le formazioni intermedie della partecipazione politica dei cittadini ridotte a un partito unico: una mangiatoia per poveri di spirito; con i sacrifici delle tasse spesi per ingrassare loschi individui e mantenere a ufo, oggi, centinaia di migliaia di selvaggi, domani, milioni e chi obietta che i numeri sono impossibili è sommerso dalle oche e dagli eunuchi alle grida di razzista o fascista; con la salute a pagamento, per chi può, con la libertà fatta serva di istituzioni occupate da anni! da impostori, illegittimi, dove comandano i mercati e i mercanti e dove non c’è legalità. I beni pubblici appartengono al popolo. Non si cartolarizzano, non si vendono e non si svendono! Non c’è più regola e non c’è pietà. I trattati europei vogliono tutto questo. Il trattato di Lisbona, il Fiscal Compact, il Pareggio in Bilancio sono strumentali alla svendita del nostro patrimonio, quello pubblico e quello privato e al sequestro dei nostri risparmi. L’Unione europea, diretta dalle banche, con un parlamento farsa, è l’esempio di ciò che i farisei della Finanza intendono per governo dei popoli. Dio, dove sei?

Mario Donnini

Al-Baghdadi, un terrorista cresciuto all’ombra degli Usa

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Se l’ISIS si sta ritirando da Mosul, sta rapidamente avanzando a Manchester. Il califfato sta guadagnando la sua guerra in Europa. Sei mesi fa, in Gran Bretagna, sarebbe stata impensabile l’ascesa di Jeremy Corbyn, leader del partito laburista ultrapartifista che ha attribuito alla “guerra al terrorismo” i recenti attacchi a Manchester e Londra.

Mentre il Califfato ha raso al suolo tutto sul suo cammino, l’Europa ha reagito come se ciò fosse solo il risultato di una cultura negativa che non dovrebbero riguardarla. Gli islamisti, però, avevano altri piani.

“Perché, nell’agosto del 2015, l’ISIS ha avuto bisogno di far saltare e distruggere quel tempio di Baalshamin? perché era un tempio in cui i pagani venivano davanti all’Islam ad adorare idoli mendaci? No, è perché quel monumento venne venerato dagli occidentali contemporanei, la cui cultura comprende un interesse garbato per i “monumenti storici” ed una grande curiosità per le credenze di altre persone e altre cose. E gli islamisti vogliono dimostrare che i musulmani hanno una cultura diversa dalla nostra, una cultura che è unica e solo loro “. – Paul Veyne, archeologo.

Lo Stato islamico si sta sgretolando – se troppo lentamente. Sono passati più di due anni da quando il presidente francese François Hollande ha promesso: “Bombarderemo Raqqa”. Prima o poi, l’ISIS sarà probabilmente ridotta in una piccola enclave senza continuità territoriale e il suo capo, Abu Bakr al Baghdadi, sarà eliminato. Sarebbe comunque più pericoloso relegare questi tre anni come una breve parentesi: il nazismo non è durato a lungo: “solo” 12 anni di potere e cinque in guerra con il resto d’Europa. Le conseguenze fisiche e culturali della tirannia nazista sono purtroppo ancora visibili in Europa. Lo stesso vale per lo Stato islamico. Tre anni di terrore e di conquiste non sono male per una guerra del Califfato contro tutti gli altri.

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L’ISIS si lascerà dietro un retaggio terroristico senza precedenti (277 europei uccisi sul terreno europeo in due anni). Se l’ISIS si sta ritirando a Mosul, sta rapidamente avanzando a Manchester. Il califfato sta guadagnando la sua guerra in Europa. Sei mesi fa in Gran Bretagna, l’ascesa di Jeremy Corbyn, leader del partito laburista ultra-pacifista che ha incolpato la “guerra al terrore” per i recenti attacchi a Manchester e Londra, sarebbe stata impensabile. Il suo successo è chiaramente legato al recente fatto di sangue nelle strade britanniche.

In Occidente, l’ISIS ha assalito il parlamento a Ottawa, i caffè di Copenaghen, le spiagge di Nizza, i centri sociali di San Bernardino, la metropolitana e gli aeroporti di Bruxelles, i festival musicali di Manchester, teatri, stadi sportivi, ristoranti e mercati kosher a Parigi. Rouen, mercati di Natale a Berlino, centri commerciali a Stoccolma. Non male per un “team JV”, come Barack Obama ha chiamato il Califfato.

L’ISIS è stata un’attrazione ineguagliabile per l’umma, la comunità mondiale dei fedeli islamici: circa 30.000 musulmani in tutto il mondo – 6.000 dall’Europa – hanno lasciato le loro case per combattere sotto la bandiera nera mortale del Califfo. ISIS è stata in grado di costruire una rete globale di terrore. Gruppi jihadisti come Ansar Bayt al-Maqdis in Egitto, Abu Sayyaf nelle Filippine, Ansar al-Sharia in Libia, Boko Haram in Nigeria, Emirato del Caucaso in Russia e Movimento islamico dell’Uzbekistan insieme ad altri hanno tutti promessi Fedeltà a ISIS. Il califfato è diventato anche il gruppo terroristico più ricco della storia. Sebastian Gorka, consigliere di Casa Bianca sull’Islam radicale, ha dichiarato: “Gli attacchi dell’11 settembre 2001, costano appena 500 mila dollari. ISIS li guadagna in sei ore! Ti senti sicuro?”

ISIS ha fatto il male virale. Il mondo restò stupefatto quando ISIS sommerse l’immaginazione occidentale con le esecuzioni pubbliche dei giornalisti, con i massacri di soldati catturati, con i mercati per la schiavitù sessuale, con le esecuzioni dei gay e gli annegamenti pubblici, quando bruciavano persone vive e crocifissi. “Mai, prima, nella storia i terroristi hanno avuto un accesso così facile alle menti e agli occhi oculari di milioni”, ha scritto Brendan Koerner, osservando che “l’ISIS sta vincendo la guerra dei media sociali”. Spesso, il male funziona. Poche settimane fa, a Parigi, una donna ebrea, Sarah Halimi è stata uccisa da un grido musulmano “Allahu Akbar”. Il caso era appena coperto dalla stampa mainstream. Poi molti intellettuali francesi chiedono alle autorità di denunciarla come un caso di antisemitismo. Le minacce di ISIS sono ora così intense che anche gli esperti accademici dell’Islam, come Gilles Kepel, sono sotto la protezione della polizia.

 

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In pochi mesi lo Stato islamico ha lcancellato il confine coloniale storico disegnato dagli accordi Sykes-Picot, ha conquistato la metà della Siria, ha distrutto città intere di reperti antichi come Palmyra, ha raggiunto la periferia di Baghdad e ha scacciato l’esercito iracheno su cui gli Stati Uniti avevano investito 25 miliardi di dollari. Ecco perché molti analisti del terrorismo chiedono intelligentemente se “ISIS sta vincendo”. Tuttavia, l’eredità principale di ISIS è la devastazione, sia culturale che umana. ISIS ha avuto successo nel fare tabula rasa, una sorta di “anno zero” islamico, in cui, dopo un’apocalisse, la storia avrà inizio ancora – presumibilmente vergine e pura. Il califfato lascerà un Medio Oriente sempre più islamico, non solo nel panorama ma anche nella demografia. ISIS ha spazzato via intere comunità non musulmane che non torneranno mai. Molte città cristiane e Yazidi all’interno della sua orbita rimarranno permanentemente vuote a causa della macellazione, dell’esilio e della scomparsa dei sopravvissuti. Lo Stato islamico è stato in grado di distruggere l’antica comunità cristiana di Mosul.

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Un nuovo studio pubblicato dalla rivista settimanale Plos Medicine ha concluso che circa 10.000 membri della minoranza etnica e religiosa Yazidi sono stati uccisi. I ricercatori hanno stimato che furono rapiti 6.800 altri Yazidis e che più di un terzo sono ancora mancanti.

“Il cristianesimo in Iraq è finito”, ha detto Canon Andrew White, il grande vicario anglicano di Baghdad. ISIS riuscì, per la prima volta nel 2000, a annullare la comunione cristiana a Ninive. Il professor Amal Marogy, nativo dell’Iraq, ha dichiarato, in una conferenza presso l’Hudson Institute, che mentre un’infrastruttura come la diga di Mosul può essere salvata dall’ISIS, l’eradicazione della presenza cristiana in Iraq significa “la fine di una civiltà pacifica” . Ci sono commentatori che ora notano che “ISIS vince quando i cristiani lasciano il Medio Oriente”.

I jihadisti hanno recentemente vandalizzato antiche statue e manufatti romani presso il sito archeologico siriano di al-Salhiye, noto come Dura Europos. ISIS ha devastato le capitali più famose dell’antica Mesopotamia, da Nimrud a Hatra. “Questa distruzione è senza precedenti nella storia recente”. Lo dice Marina Gabriel, coordinatore delle scuole americane di ricerca orientale, iniziative sui beni culturali, un istituto che segue la distruzione dello Stato islamico.

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Nimrud ziggurat, non c’è più!

Il Nimrud ziggurat, costruito quasi 2900 anni fa – la più spettacolare struttura sacra conosciuta nell’antica Mesopotamia – non esiste più. I terroristi ISIS hanno devastato la Biblioteca pubblica di Mosul, dove sono stati bruciati o rubati 10.000 manoscritti. ISIS è riuscita anche a cancellare tutta la storia ebraica di Mosul, tra cui le tombe di Jonah, di Seth e di Daniel. Il Califfato distrusse la prima città assira, Khorsabad. La più grande devastazione, invece, si è svolta a Palmyra, il più importante gioiello archeologico del Medio Oriente. Palmyra delenda est. Lo Stato islamico ha inoltre eliminato migliaia di anni di storia siriana e irachena, polverizzando squisiti tesori antichi come il tempio di Bal.

Khalid al-Asaad, capo e innamorato, già pensionato, del sito archeologico della città siriana di Palmyra. Assassinato dall’ISIS.

Mentre il Califfato ha raso a terra tutto sul suo cammino, l’Europa ha reagito come se fosse solo il risultato di una inciviltà che non dovrebbe riguardarla. Gli islamisti, però, avevano altri piani. Il professor Paul Veyne scrive nel suo libro su Palmyra:

“Perché, nell’agosto del 2015, l’ISIS ha avuto bisogno di far saltare in aria e distruggere quel tempio di Baalshamin, perché era un tempio in cui i pagani davanti all’Islam venivano ad adorare gli idoli mendaci? No, perché il monumento venerato dagli occidentali contemporanei, la cui cultura comprende un amore educato per i “monumenti storici” e una grande curiosità per le credenze di altre persone e altre volte, e gli islamisti vogliono dimostrare che i musulmani hanno una cultura diversa dalla nostra, una cultura unica: la loro. Hanno fatto saltare in aria il tempio di Palmyra e hanno saccheggiato diversi siti archeologici nel Vicino Oriente per dimostrare che sono diversi da noi e che non rispettano quello che la cultura occidentale ammira”.

Bruxelles, ma sempre con qualche dubbio.

Ecco perché, dopo Palmyra, lo Stato islamico ha attaccato le sale da musica e altri simboli occidentali in Europa. Il “team JV” potrebbe perdere terreno, ma finora sta vincendo la guerra delle civiltà. L’Occidente sarà in grado non solo di liberare Raqqa e Mosul, ma anche di invertire questa valanga culturale cercando di schiacciarla?

 

 

1224.- L’Europa non li ha ascoltati: Le “profezie” di Gheddafi e Assad si sono avverate

Mentre l’Europa sta vivendo le conseguenze degli attacchi brutali che hanno scosso Bruxelles il 22 marzo, uccidendo 31 persone, gli avvertimenti circa il possibile aumento della minaccia terroristica in Europa sono arrivati diversi anni prima.
Nel 2011, l’allora leader Muammar Gheddafi in Libia mise in guardia Tony Blair in due conversazioni telefoniche circa la sua rimozione che avrebbe aperto la porta alla diffusionedi Al Qaeda, che sarebbe sfociata in una invasione dell’Europa. In particolare, avvertì che i jihadisti “vogliono controllare il Mediterraneo e poi attaccare l’Europa”, come ha riferito  ‘The Guardian’. Nello stesso anno, in un’intervista a France 24, Gheddafi affermò  che “la Libia svolge un ruolo importante nella sicurezza nel Mediterraneo”.

A sua volta, a giugno 2013, il presidente siriano Bashar Al Assad avvertì che se l’Europa avesse  fornire armi ai “ribelli”, avrebbe rafforzato i terroristi nel “cortile d’Europa” causando il caos e la povertà in Siria”, ha riferito “The Telegpraph”. Parlando al quotidiano tedesco ‘Frankfurter Allgemeine Zeitung’, Assad affermò che la revoca dell’embargo sulle armi avrebbe anche portare potuto ad una “esportazione diretta del terrorismo in Europa”. “I terroristi addestrati e con più fanatismo torneranno ai loro paesi, aggiunse il presidente.

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“In Europa omettono che i terroristi di Bruxelles sono gli stessi che hanno combattuto contro Assad.”

Il capo della commissione per gli affari esteri del Parlamento russo ritiene che i recenti attacchi mostrano da dove viene la vera minaccia.

“I responsabili degli attacchi a Bruxelles sono gli stessi jihadisti che hanno combattuto in Libia Muammar Gheddafi e in Siria Bashar al Assad”, ha scritto nel suo account Twitter Aleksej Pushkov, direttore del Comitato per gli affari esteri della Duma. “Questo è qualcosa che in Europa preferiscono tacere”, ha sottolineato il politico, che ha anche espresso le sue condoglianze alle famiglie delle vittime degli attentati in Belgio.

“È giunto il momento per l’Europa di capire dove la vera minaccia viene e di unire le forze con la Russia”, ha scritto Pushkov.

1213.- Mosul, sempre vigilia di liberazione

La liberazione di Mosul che va e viene. Doveva essere per l’inizio del Ramadan, ma forse sarà alla fine, o forse chi sa quando.
“I nostri reparti continuano ad avanzare e sono entrati nei quartieri di al-Saha al-Oula, al Zinjili e di al-Shifaa, oltre che nell’Ospedale repubblicano” ha annunciato il 29 maggio il portavoce del Comando congiunto delle operazioni delle forze irachene a cui nessuno ormai crede più.
Poi, gli equivoci politici internazionali.

Dal blog di Ennio Remondino.

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Mosul come la caduta di Bassora nella vergogna militare e giornalistica della guerra dei Bush a Saddam, o la sconfitta di Isis a Sirte, Libia dell’altro ieri. Gli annunci di vittorie che non arrivano. “I nostri reparti continuano ad avanzare e sono entrati nei quartieri di al-Saha al-Oula, al Zinjili e di al-Shifaa, oltre che nell’Ospedale repubblicano” annuncia il portavoce del Comando congiunto delle operazioni delle forze irachene. E non vuol dire nulla.
Non significa che la battaglia sia ormai conclusa perché sappiamo come, poche centinaia di miliziani isolati e senza più una catena di comando e controllo, hanno opposto una lunga e tenace resistenza.
L’Isis utilizza autobomba, cecchini e kamikaze contro le forze irachene nei quartieri a nord della Città Vecchia, ancora in gran parte controllata dall’Isis.

Disperata resistenza jihadista
I miliziani dello Stato islamico sono stati accusati dal governo iracheno e dalle Nazioni Unite di utilizzare i civili come scudi umani nella battaglia di Mosul, iniziata ad ottobre. Secondo l’Onu ci sarebbero ancora decine di migliaia di civili intrappolati nella Città Vecchia, dove scarseggiano cibo e medicine.
Da ‘Analisi Difesa’ sappiamo che nelle ultime 48 ore i miliziani dell’Isis avrebbero incendiato gli archivi dei principali “ministeri” del Califfato che si trovano nella vecchia cittadella che, assieme ad altri due quartieri di Mosul, non è stata ancora liberata dalle forze irachene.
Lo riferisce la tv satellitare al Arabiya che cita una fonte dell’antiterrorismo iracheno. In diverse immagini pubblicate da France Presse, si vede il cielo di Mosul completamente coperto da enormi colonne di fumo.

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”Da questa mattina l’organizzazione terroristica ha cominciato a bruciare gran parte degli archivi dei suoi principali ‘Diwan’ (‘Ministeri’); tra cui al Husba (Polizia religiosa), la Sicurezza; il ministero dei Jund (Difesa), al-Zakat (Finanze) ed altri ancora che si trovano tra le abitazioni civili nella città vecchia” ha detto all’emittente la fonte irachena per il quale “dare fuoco agli archivi è un evidente segno di un grande crollo dell’organizzazione. Il rogo degli archivi e dei documenti da parte dell’Isis ha lo scopo di impedire di scoprire i responsabili dei grandi crimini perpetrati a danno di civili”, ha aggiunto la stessa fonte.
Intento le milizie sciite irachene filo-iraniane, che hanno aggirato Mosul puntando a nord, hanno raggiunto ieri il confine siriano che minacciano di oltrepassare per liberare dall’assedio Deyr az Zor e puntare su Raqqah, capitale dell’Isis, al fianco delle truppe di Damasco.

Dall’Iraq alla Siria
Hadi al Amiri, uno dei leader delle Forze di Mobilitazione Popolare, l’organizzazione irachena che riunisce le varie milizie, per lo più sciite ma anche sunnite e cristiane, ha affermato che i suoi uomini hanno raggiunto il valico frontaliero di Umm Jaris.
L’avanzata delle milizie sciite rischia di provocare la reazione militare degli Stati Uniti che con britannici e giordani sostengono milizie arabe nel sud della Siria nemiche di Assad e dell’Iran
Ieri velivoli americani hanno lanciato nel sud-est della Siria volantini di avvertimento alle milizie filo-iraniane che tentano di avanzare verso i posti di blocco di miliziani arabi filo-Usa.
“Lasciate questo posto di blocco e tornate a quello di Zaza”, si legge nei volantini di cui copie sono state raccolte da gente del posto. Nei giorni scorsi, gli Usa avevano annunciato di aver bombardato milizie filo-governative decine di chilometri dal valico frontaliero di Tanf, tra Siria e Iraq, controllato da milizie filo-Usa.

e89d35ed16719e258219c8133570971eEcco come le forze speciali degli Stati Uniti addestrano in Giordania i sedicenti “ribelli”
Forze-speciali-USA-in-SiriaAi confini della Giordania, truppe speciali degli Stati Uniti, britanniche e giordane sostengono le milizie arabe nel sud della Siria nemiche di Assad e dell’Iran. 

La corsa al dopoguerra
In territorio siriano a ridosso del confine giordano sono segnalate da tempo forze speciali britanniche, statunitensi e giordane al fianco dei miliziani arabi sunniti. Ed è un segnale, anche se tenuto semi segreto. Le forse armate occidentali che hanno evitato la prima linea sono pronte a gestire la vittoria.
Il 29 maggio il Consiglio Ue ha esteso per un altro anno fino al primo giugno 2018 le sanzioni contro Bashar al Assad ed il regime siriano.
A conferma di come lo Stato Islamico non sembri rappresentare il vero nemico per l’Occidente, commenta ‘Analisi Difesa’.
Le sanzioni includono anche l’embargo sul commercio di petrolio, le restrizioni su alcuni tipi di investimenti, il congelamento del patrimonio della banca centrale siriana detenuto nella Ue, il blocco delle esportazioni di materiali e tecnologie.

180517 tv siria 2 (1)-1Al confine tra Siria e Iraq, a Deir Ezzor si decidono i destini di un’intera regione

1199.- Libia, battaglia in una base del sud. “Uccisi 141 soldati di Haftar” dagli alleati dell’Italia: una strage!

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Ahmad al-Mismari, un generale vicino ad Haftar, ha accusato il governo di unità nazionale di aver ordinato l’attacco , ma è stato subito smentito e condannato: il ministro della Difesa Mahdi al-Barghathi e il generale Jamal al-Treiki sono però stati sospesi. I militari uccisi nell’attacco stavano tornando da una parata e sembra fossero disarmati.

TRIPOLI – Due milizie alleate del governo Fayez al Serraj, la “Terza forza” di Misurata e la “Benghazi Defence Force” di Bengasi sarebbero responsabili dell’attacco a una base aerea del Sud della Libia in cui sarebbero stati uccisi 141 fra militari fedeli al generale Khalifa Haftar e civili presenti nella base.

 

LIBIA

Da settimane la milizia del generale che controlla la Cirenaica, Libyan National Army, aveva iniziato ad avanzare verso Sud, nel Fezzan, per conquistare posizioni alle spalle di Tripoli e Misurata. Haftar aveva fatto bombardare dalla sua aviazione le truppe di Misurata che da mesi erano schierate nel Sud. E dalla base di Brak Al Shati i miliziani di Misurata tenevano sotto tiro un’altra base militare importante, quella di Tamihint, in cui da mesi la “Terza Forza” di Misurata era bersagliata anche con bombardamenti aerei.

Oggi i miliziani di Misurata hanno lanciato un attacco a sorpresa contro Brak Al-Shati, che si trova a circa 600 chilometri da Tripoli. Secondo alcune fonti molti dei 141 morti sarebbero stati freddati in maniera sommaria, come se si trattasse di vere e proprie esecuzioni dopo che la base era già stata conquistata. Il sindaco della vicina Brak, che ha denunciato le esecuzioni sommarie, ha parlato di 74 vittime, ma più tardi altre fonti hanno aggiornata il bilancio.

La Terza Forza di Misurata ha confermato di aver lanciato l’attacco, ma ha negato di aver messo in atto esecuzioni sommarie. A Tripoli il Consiglio Presidenziale di Fayez Serraj ha condannato nei “termini più forti” l’attacco che vanifica gli sforzi per giungere ad una “riconciliazione nazionale” e ha negato di averlo ordinato attraverso il proprio ministero della Difesa. A riprova ha ordinato la formazione di una commissione d’inchiesta.

Il comando generale di Haftar ha però promesso che le sue forze “vendicheranno i martiri” della “Brigata 12” che presidiava la base e ha minacciato una risposta “crudele e forte”.

I soldati di Haftar sarebbero stati colti di sorpresa dall’attacco di Misurata, e hanno provato a fuggire nel deserto. A Tripoli il ministro della Difesa del governo di accordo nazionale sostenuto dall’Onu ha dichiarato che la responsabilità dello scontro è delle forze di Haftar, che da giorni avevano iniziato ad attaccare le truppe di Misurata. L’operazione sembra essere stata “benedetta” dal ministro della Difesa Barghuti senza che Serraj e gli altri membri del Consiglio presidenziale fossero al corrente della forza massiccia che sarebbe stata impiegata. Fra l’altro nelle prossime ore l’esame dei corpi dei soldati uccisi confermerà o meno le accuse di esecuzioni sommarie. Se fossero confermate le ripercussioni politiche del caso sarebbero certamente molto pesanti. (v.n.)

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Il sindaco della città di Barak al Shati, Ibrahim Zami, ha annunciato tramite il sito informativo libico “al Wasat” che le vittime tra le forze del generale Khalifa Haftar dell’attacco lanciato tre giorni fa dalle milizie fedeli al governo di Tripoli sull’aeroporto cittadino sarebbero 74.

Cosa scrive Alessandro Lattanzio (aurora, 21/5/2017)

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Mentre fogne mediatiche come Huffington Post e Vice, propagandano l’accoglienza a 90 gradi verso i profughi creati dalle guerre celebrate, invocate e salutate dai su medesimi siti di disinformazione imperialista (Left, Vice, Huffington Post e altra spazzatura), in Libia, il 18 maggio, bande armate composte dai miliziani armati dal governo Renzi-Gentiloni e dai terroristi di al-Qaida, che diverse ONG italiane definiscono ‘umanitari numero uno’, uccidevano, decapitavano e bruciavano vive 150 persone nell’aeroporto libico di Baraq al-Shati. Ovvio il sonoro silenzio del sistema merdiatico italiano. SitoAurora è l’unico sito a riferire in Italia di questo massacro commesso dagli alleati dei servizi segreti italiani e della Farnesina in Libia, ovvero al-Qaida e la fratellanza mussulmana turcofila di Misurata, dove l’esercito italiano ha posto la propria base operativa libica.

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Il 17 marzo, la sede di Saraj presso la base navale di Abu Sita, veniva attaccata da sconosciuti, mentre a Misurata i seguaci di Salah Badhi e Qalifa Gwal attaccavano la TV e la radio locale, venendo respinti. Contemporaneamente Saraj era Roma per discutere con il Gruppo di Contatto per il Mediterraneo Centrale che riunisce UE, Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (organismo logistico dei mercenari islamisti). Saraj chiedeva all’Italia l’invio in Libia di 20 motovedette, 4 elicotteri, 24 imbarcazioni, 10 autoambulanze, 30 autoveicoli blindati e telefoni satellitari. Il 30 marzo, a Roma rappresentanti delle tribù Tabu e Ulad Sulayman di Sabha firmavano un accordo di riconciliazione, con cui il governo italiano avrebbe pagato gli indennizzi alle vittime della faida tribale. L’Italia, tramite la comunità di sant’Egidio, interveniva perché interessata a controllare l’aeroporto Taminhint di Sabha. Ma già il leader tribale dei Tabu, Adam Dazi, affermava che i capitribù non avevano idea di che accordo si trattasse. Già nel novembre 2015 il Qatar mediò un simile accordo di riconciliazione, poi violato nel novembre 2016.
La Libyan Cement Company (LCC), è uno dei più grandi cementifici della Libia, con tre stabilimenti a Bengasi, al-Huari e Derna, assumeva gli specialisti della società russa RSB-Group per sminare il cementificio di Bengasi, avviato il 22 agosto 2016. Il cemento è necessario per ripristinare le infrastrutture distrutte dai terroristi. Finora veniva importato dalla Tunisia. Nell’aprile 2016 l’Esercito nazionale della Libia eliminò i terroristi dalla zona degli impianti industriali del cementificio. I genieri dell’esercito libico non poterono completare la bonifica per mancanza di attrezzature, a causa delle sanzioni imposte dai Paesi occidentali contro Tobruq. Inoltre, diversi genieri libici morirono nelle operazioni di sminamento. Inizialmente i libici si rivolsero a una società inglese, che volle 50 dollari per metro quadro, quindi si rivolsero agli specialisti russi del RSB-Group, che bonificarono 750000 mq di superficie per 15 dollari a metro quadro. Il RSB-Group opera in Egitto, Colombia e Cina, oltre che Libia. La LCC è di proprietà della Libya Holdings Group (LHG) di Tripoli e di 15 investitori di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il 5 aprile, l’Esercito nazionale libico (LNA) avviava le operazioni per liberare la base di Tamanhant, presso Sabha, mentre il GNA di Tripoli condannava l’azione e ordinava alle sue forze di respingere l’attacco del LNA.

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A marzo, 16 militari feriti venivano inviati in Italia per cure mediche. Il 12 aprile Fayaz al-Saraj dichiarava che “Purtroppo l’Europa non ci ha aiutato, ma ha fatto solo vuote promesse. Abbiamo bisogno urgente di aiuti seri per proteggere e controllare le coste. Inoltre, la comunità internazionale deve fare di più per contribuire a stabilizzare il Paese”. Intanto, numerosi terroristi dello Stato islamico provenienti dalla Libia venivano curati in cliniche in Europa almeno dal 2015; “Elementi dello SIIL coinvolti nell’espatrio di feriti libici usano questa strategia per uscire dalla Libia con falsi passaporti”, secondo un documento dell’intelligence italiana. Il piano era incentrato su un progetto occidentale per riabilitare i feriti, il Centro per il sostegno dei libici feriti, gestito “in modo dubbio e ambiguo” sotto la supervisione dal governo di al-Saraj a Tripoli. Secondo il documento, gli infiltrati dello SIIL utilizzavano falsi passaporti forniti da una rete criminale e inoltre, all’inizio del 2016, lo SIIL occupando Sirte poté accedere a 2000 passaporti in bianco. “Dal 15 dicembre 2015, un numero ignoto di combattenti feriti dello Stato islamico in Libia è espatriato verso un ospedale d’Istanbul per cure mediche”. Da lì, i terroristi venivano inviati in altri ospedali turchi, provenendo soprattutto da Misurata, Sirte e Bengasi. “Misurata è la sede di tale contrabbando dalla Libia verso l’Europa. Ed è anche il luogo dove si svolge il mercato dei passaporti falsi, quando a costoro è necessaria una falsa identità per nascondersi”. I principali Paesi che accolgono i terroristi feriti, secondo il documento dello spionaggio italiano, sono Turchia, Romania, Bosnia, Francia, Germania e Svizzera. Il medico Rodolfo Bucci confermava al Guardian di esser stato contattato da un individuo appartenente alla rete del contrabbando. “Sono stato contattato da alcuni uomini per coordinare queste cure mediche perché sono uno specialista nella terapia del trattamento del dolore. Ma poi non so cosa sia successo. Non so se il programma fu interrotto”. Il documento dell’intelligence italiano descrive la posizione del governo al-Saraj come “altamente ambivalente” perché, anche se non finanzia l’assistenza medica ai terroristi dello SIIL, “ufficialmente permette l’espatrio di elementi del MSTB (Majlis Shura Thuwar Benghazi), una milizia jihadista collegata allo SIIL”. Secondo il rapporto dell’intelligence italiana, i documenti preparati dagli ospedali che organizzano l’espatrio dei libici feriti recano pochi dettagli sulle ferite, o ne sono totalmente privi.
Il 2 maggio 2017, ad Abu Dhabi s’incontravano il premier-fantoccio al-Saraj ed il Generale Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, per discutere su quali organizzazioni andassero definite terroristiche, sullo scioglimento delle milizie, sul rifiuto dell’accordo sui migranti con l’Italia, sull’eliminazione dell’Art.8 del Libyan Political Agreement di Shqirat, che garantiva al Presidente del Consiglio Presidenziale ampi poteri su Forze Armate ed intelligence. Inoltre al-Saraj e Haftar convenivano nel formare un comando militare congiunto, con a capo Haftar, e ad unire le istituzioni statali. Gli Emirati Arabi Uniti inoltre dispiegavano velivoli da combattimento a sostegno del Generale Qalifa Haftar, nella Libia orientale, sulla base aerea al-Qadim. In Libia la produzione di petrolio superava il picco dell’ottobre 2014, arrivando a 780000 barili al giorno; grazie anche all’esenzione dai tagli della produzione nell’OPEC. Il maggiore giacimento petrolifero della Libia, Sharara, pompava circa 225000 barili al giorno, che arrivavano alla raffineria di Zawiyah. Anche al-Fil, o giacimento Elefante, nella Libia occidentale, veniva riavviato ad aprile dopo un’interruzione di due anni. Sharara, che ha una capacità di 330000 barili al giorno, è gestita da una joint venture tra Libia National Oil Corp., Repsol SA, Total SA, OMV AG e Statoil ASA, mentre al-Fil è gestito da una joint venture tra NOC ed ENI, e può pompare fino a 90000 barili al giorno destinati all’impianto di Malitah. Il 18 maggio, il ministero degli Esteri del governo fantoccio di al-Saraj licenziava 12 ambasciatori, 10 dirigenti aziendali e 4 consoli generali. Ciò avveniva il giorno dopo che il ministro degli Esteri di al-Saraj, Muhamad Syala, licenziava l’alleato di Qalifa Haftar e ambasciatore in Arabia Saudita Abdulbasit al-Badri. Gli ambasciatori rimossi erano quelli in Canada, Etiopia, Grecia, Ungheria, Paesi Bassi, Panama, Qatar, Serbia, Slovacchia, Sudan, Vaticano e Regno Unito, i consoli generali quelli di Alessandria, Dubai, Istanbul e Milano. Venivano richiamati in patria gli addetti commerciali in Australia, Belgio, Croazia, Cipro, Costa d’Avorio, Nicaragua, Oman, Pakistan, Sierra Leone e Sri Lanka.

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Il 18 maggio, 141 persone venivano uccise nell’attacco perpetrato dalle milizie del GNA contro la base aerea di Baraq al-Shati, dove le forze islamiste uccisero sommariamente decine di soldati disarmati. “I soldati tornavano da una sfilata militare, non erano armati, la maggior parte di essi fu uccisa”. Il portavoce dell’Esercito nazionale libico, Colonnello Ahmad Mismari, annunciava che gli attacchi aerei di risposta erano iniziati dalla base aerea di Jufra contro i terroristi, e che “non ci sarebbe stato un cessate il fuoco”. L’attacco terroristico era stato guidato da Ahmad Abduljalil al-Hasnawi e da Jamal al-Trayqi del 13.mo battaglione di Misurata (fazione islamista armata ed informata direttamente dall’Esercito italiano) con l’appoggio della 201.ma brigata e delle brigate di difesa di Bengasi. La base era difesa dal 10.mo Battaglione del LNA, che perse 17 uomini, oltre a subire 11 dispersi, e dal 12.mo Battaglione, che perse 86 uomini. Gran parte del 12.mo Battaglione si trovava invece a Tuqra, per le celebrazioni dell’operazione Qaramah. Inoltre, anche 7 piloti civili furono uccisi. Uno dei testimoni aveva dichiarato che le vittime non furono uccise in combattimento ma erano state allineate e giustiziate. Il sindaco di Baraq al-Shati riferiva che almeno 5 soldati furono decapitati. Un altro testimone affermava, “Hanno ucciso tutti nella base: soldati, cuochi, addetti alle pulizie”, molti con un colpo alla testa. Alcuni erano cadetti appena laureatisi ufficiali durante la cerimonia del LNA per celebrare il terzo anniversario dell’operazione Qaramah. Le forze che difendevano la base, guidate dal generale Muhamad bin Nayal, erano riuscite parzialmente a ritirarsi, grazie ad informazioni sull’attacco imminente. Il Comando Generale del LNA dichiarava che la risposta sarà “dura e forte”, parlando apertamente di vendetta, “I responsabili saranno schiacciati”. Il governo di Tobruq accusava apertamente del massacro il Consiglio di Presidenza di al-Saraj e il suo ministro della Difesa, oltre che di aver violato la tregua concordata ad Abu Dhabi. I membri del Congresso di Tobruq chiedevano il licenziamento del ministro della Difesa di al-Saraj, Mahdi Al-Barghathi, e di processarlo per il massacro, mentre Ali Gatrani, componente del Congresso di Tobruq, accusava del massacro anche il capo dei fratelli musulmani libici Sadiq al-Ghariani, potente alleato dell’Italia. I burattinai di Saraj, l’inviato speciale dell’ONU Martin Kobler e l’ambasciatore inglese Peter Millett, chiedevano all’esercito libico di non reagire all’aggressione, indicando la mano del mandante della strage. Il fantoccio della Farnesina, Fayaz al-Saraj, sospendeva ‘per 15 giorni’ il suo ministro della Difesa, l’islamista filo-turco Mahdi al-Barghathi. Inoltre, Saraj riconosceva che Jamal al-Trayqi, a capo del 13.ma battaglione (con cui l’esercito italiano collabora) era responsabile dell’attacco a Baraq al-Shati. Le brigate di difesa di Benghazi, coinvolte nel massacro, hanno stretti legami con Barghathi e la fratellanza mussulmana filo-turca di Misurata.
Quindi, l’Esercito nazionale libico (LNA) dichiarava che al-Qaida e le milizie del governo del fantoccio italiano al-Saraj avevano attaccato la base aerea di Baraq al-Shati, decapitando decine di soldati libici. La maggior parte degli aggressori erano stranieri. Muhamad Lifrays, portavoce del 12.mo Battaglione del LNA, che aveva subito l’assalto, dichiarava, “Siamo convinti che combattevamo al-Qaida”. Diversi soldati erano stati decapitati o bruciati vivi. La maggior parte dei soldati era stata uccisa con colpi alla testa o sgozzati. Almeno 15 civili furono uccisi dai terroristi. Il comandante delle Forze Speciali Sayqa, Mahmud Warfali, affermava “L’LNA libererà la base aerea”, mentre 112.mo, 117.mo e 173.mo Battaglione libici si avvicinavano a Baraq al-Shati. L’Egitto condannava tale “attacco terroristico brutale”, e il Ministero degli Esteri di Cairo esprimeva “solidarietà al popolo libico e all’Esercito libico nazionale, chiedendo di occuparsi seriamente dei responsabili dell’azione terroristica”, aggiungendo che la politica libica non dev’essere soggetta a gruppi criminali che si fanno strada con il terrorismo o collaborando con le organizzazioni terroristiche finanziate da Paesi esteri. Anche il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Algeria condannava l’attacco, “Condanniamo fermamente questi attacchi e notiamo che per diversi anni abbiamo costantemente incoraggiato i partiti libici a sostenere il dialogo e la riconciliazione nazionale per risolvere la crisi”. Nel frattempo, gli ambasciatori della Libia in Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti (si noti l’assenza di quello in Italia) condannavano tale crimine, “condanniamo i tentativi di cambiare la situazione in Libia con la forza, che pregiudicano il dialogo politico e prolunga le sofferenze del popolo libico”.

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Il capo di Stato Maggiore italiano generale Graziano, a Misurata, base delle milizie islamiste filo-turche.

1172.- Perché Dayr al-Zur e perché adesso?

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Al primo appello della Russia alle zone di de-escalation, il mio primo pensiero, come molti, era che Putin stesse gettando la spugna. Poi pensai a diverse altre possibilità.
1. Sembrava la continuazione del tentativo della Russia di separare i jihadisti inconciliabili dall’opposizione siriana. Dubito che gran parte di tale opposizione rimanga, ma bisogna avere alcuni dati su chi ancora passa dal lato del governo. Non sono certamente militarmente significativi. In ogni caso, RT affermava che quest’opposizione moderata sarà diretta contro i jihadisti “con il sostegno dei Paesi garanti”.
2. Il piano russo per le zone di de-escalation previene l’aggressivo vecchio piano statunitense-saudita per le aree sicure. Portando la Turchia su questo piano alternativo, rendendola garante, indebolirebbe enormemente il piano USA-Saudita e ne bloccherebbe l’attuazione.
3. L’obiettivo del piano potrebbe rientrare nell’operazione per neutralizzare il sostegno turco ai jihadisti e trascinare la Turchia nella sfera russa.
4. Finché la Russia non è disposta a schierare forze terrestri significative per chiudere definitivamente le operazioni, il piano delle zone di de-escalation sembra la mossa migliore. Se Russia e Siria riescono ad includere la Turchia quale Paese garante, questo isolerebbe di molto i jihadisti concentrando la lotta contro di loro.
Negli ultimi giorni è divenuto chiaro che il piano di de-escalation è la prima tappa di un importante cambio strategico nella guerra in Siria. Si tratta dell’economia di forze che volgono dalla parte occidentale della Siria per concentrare le forze R+6 per la spinta verso est, come dichiarato esplicitamente dal Generale Rudskoj qualche giorno fa. “Dopo la firma del memorandum sulla creazione di zone di de-escalation in Siria, i principali sforzi della forza aerea russa saranno diretti a sviluppare l’offensiva ad est di Palmyra e alla successiva liberazione di Dayr al-Zur, secondo il Colonnello-Generale Sergej Rudskoj, capo del Primo Direttorato delle Operazioni dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate della Federazione Russa. “L’istituzione di zone di de-escalation consentirà alle forze governative di liberare un numero significativo di truppe”. La forza aerea russa continuerà a sostenere le forze armate siriane a distruggere le formazioni di banditi dell’organizzazione terroristica DAISH (nome arabo dell’organizzazione terroristica SIIL, vietata in Russia)”, affermava Rudskoj. Un altro compito della VKS, secondo Rudskoj, sarà la liberazione dei territori nordorientali della provincia di Aleppo, lungo il fiume Eufrate”. (Rossijskaja Gazeta)

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Secondo al-Masdar il sostegno russo includerebbe anche forze terrestri. “Secondo la fonte militare, le forze speciali russe saranno integrate nel V Corpo e nella Quwat al-Nimr dell’Esercito arabo siriano per tutta l’offensiva”. Non sappiamo se ciò interessi consiglieri o le unità Spetsnaz che svolgono i tradizionali compiti di ricognizione-sabotaggio per le formazioni maggiori dell’EAS. Forse entrambi. Un altro sostegno russo consiste nel “nuovo distaccamento speciale antiguerriglia dei Paesi dell’ex-URSS” chiamato Turan. Secondo “Russkaja Vesna”, un distaccamento di 400 uomini dell’unità Turan, di 800-1200, sono pronti a sostenere immediatamente l’offensiva dell’EAS da Aleppo a Dayr al-Zur. Le forze dell’EAS radunate per l’offensiva includono la Quwat al-Nimr e il V Corpo. Sono sicuro che ce ne siano altre. Hezbollah ritorna sul fronte di Tadmur. Al-Masdar dice che “Suhayl al-Hasan, comandante della Quwat al-Nimr, comanderà comunque due offensive simultanee ad est di Aleppo e ad est di Palmyra contro lo Stato islamico”. L’idea di due offensive creava qualche preoccupazione prima di vederla come manovra d’avvolgimento per isolare i jihadisti dello SIIL nella vasta area aperta ad est di Homs, o costringerli a ritirarsi verso l’Eufrate. Gli sforzi nella tasca di Dayr al-Zur per espandere l’area sotto il controllo governativo s’intensificano con qualche successo. L’EAS, sicuramente con il sostegno aereo russo, prepara una forza di diverse centinaia di guardie repubblicane veterane per rafforzare la tasca via aerea. È un piano coraggioso, ma a mio avviso con buona probabilità di riuscita.
L’operazione per liberare Dayr al-Zur sarà denominata Operazione Lavanda. Perché? L’osservatore Wail al-Husayni l’ha spiegato su twitter, “Nel 2012 quando Dayr al-Zur stava per cadere, un famoso comandante della Guardia repubblicana, Ali Quzam, fu tra i primi ad arrivare per difendere la città insieme al Generale Isam Zahradin, purtroppo cadde difendendola. In arabo Quzam significa lavanda, quindi questa operazione sarà un tributo a lui e agli altri eroi caduti per difendere la Siria”. L’obiettivo dell’offensiva va oltre la liberazione di Dayr al-Zur. È la corsa al confine iracheno. Le R+6 vedono ovviamente lo sforzo della coalizione per prendere l’est del Paese dal Rojava e dalla Giordania come una minaccia peggiore dei jihadisti ad Idlib. Non so come Putin voglia convincere la Turchia, ma credo che pensi di poter gestire il sultano. Credo anche che Putin e Assad siano sicuri di poter finalmente collaborare con i curdi del Rojava. Ma il piano USA-Arabia Saudita (ed Israele) per le aree sicure e bloccare la mezzaluna sciita, come scrive Elijah Magnier, è qualcosa che va affrontato adesso. L’Iraq lo vede pure, ed Esercito iracheno e PMU hanno appena lanciato un’offensiva per liberare la provincia ad ovest di Haditha, nell’ambito del piano iracheno per infine liberare il valico di frontiera di al-Qaim. In retrospettiva, credo che la decisione di non continuare l’offensiva su Idlib dopo la liberazione di Aleppo e di avanzare verso est per tagliare i turchi e loro jihadisti ad al-Bab, sia il risultato di questo punto di vista sulle incursioni straniere nel territorio siriano, considerate maggiore minaccia immediata per Assad e Putin che non i jihadisti ad Idlib.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio, Aurora

1121.- IMMAGINI DELLA BATTAGLIA DELL’ESERCITO IRACHENO PER MOSUL

Direttamente dal fronte della battaglia.

Schermata 2017-04-20 alle 08.51.49.png“Non ci sono nessun truppe straniere sul terreno e non abbiamo bisogno di loro. Abbiamo abbastanza combattenti iracheni. “Un’importante e storica dichiarazione del comandante Abdul Ghani Asadi per i giornalisti stranieri.

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determinazione, perseveranza e volontà dei nostri eroi

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tre autobombe hanno tentato di colpire le nostre linee, mentre ripulivamo i tunnel dell’Isis

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liberando l’intero quartiere di Mills e avanzando verso i quartieri in

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I mercenari dell’ISIS hanno eseguito decine di esecuzioni di civili, mutilando i loro corpi e hanno anche usato gas cloro contro di loro, nel silenzio del mondo dell’informazione per i loro orrendi crimini.

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Quel che resta dei terroristi

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L’obiettivo principale del nostro esercito è quello di preservare la vita dei civili che sono tenuti in ostaggio dai mercenari, come scudi umani e questa è l’unica ragione per il ritardo delle operazioni.

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L’aviazione fornisce un supporto costante alle truppe.

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Il nostro esercito ha conquistato gran parte dei quartieri e i mulini di Marocco e Yarmuk

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Vi assicuriamo che la situazione è  completamente sotto controllo e che ci sono pattuglie e grande spiegamento di valorosi soldati ed eroi in tutte le strade della città.

ULTIMISSIME DA MOSUL, VIA PARIGI:

Oggi, giovedì 20 aprile, le forze irachene hanno completato la liberazione del quartiere Al-Thawra, situato ad ovest della città vecchia a Mosul occidentale, mentre il Comando Operazione Congiunta, che coordina l’ offensiva, ha annunciato da parte sua, la riconquista del quartiere Nasr.

Le Nazioni Unite stimano in 500.000 il numero di civili ancora presenti nelle zone controllate dall’Isis a Mosul, e hanno espresso preoccupazione per loro. Circa 400.000 di questi si trovano nella città vecchia, un labirinto di vicoli stretti popolati densamente, in cui l’avanzare si rivela arduo e lento.

La perdita di Mosul sarà un duro colpo per l’Isis, che l’aveva occupata nel giugno 2014, con un attacco lampo che gli permise di controllare vasti territori in Siria e in Iraq. Da allora, Isis ha perso gran parte di queste aree e controlla solo il 7% dell’Iraq, secondo un portavoce militare.

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Le due altre grandi città che rimangono sotto il controllo dell’Isis sono Hawija, 180 km a sud est di Mosul e Tal Afar, ad ovest di Mosul. I Jihadisti occupano anche aree remote della provincia occidentale di Anbar, vicino al confine con la Siria.

Giovedì scorso, i soldati iracheni hanno appoggiato i combattenti tribali locali e i loro consiglieri della coalizione internazionale, che avevano lanciato un nuovo attacco per riprendere i villaggi controllati dall’Isis in Anbar.