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2320.- C’è l’Isis in Libia. Chi è Abu Dujana, il militante anziano dell’ISIS arrestato in Libia

Tratto dai lavori di Maria Grazia Rutigliano, Sicurezza Internazionale

“Il ministro dell’Interno del governo di Tripoli ha riferito che è stato catturato un militante anziano dell’ISIS. È il terzo arresto di un jihadista nel Paese in due settimane.  

La notizia è stata riportata dal quotidiano locale, Libya Observer, che riferisce i dettagli della cattura. Il militante dello Stato Islamico si chiama Yaser Saleh Al-Majiri ed è anche noto con il nome di Abu Dujana. Il ministero dell’Interno tripolino ha dichiarato, in un comunicato, che l’arresto è stato effettuato grazie allo stato di emergenza in vigore nel Paese, che ha permesso alle autorità libiche di portare avanti stringenti politiche di sicurezza. Il militante anziano dello Stato Islamico si trovava nella città di Misurata, al momento della cattura, ma le indagini hanno riguardato, più ampiamente, alcune cellule dormienti dell’ISIS della Libia occidentale. 

Abu Dujana si è unito all’ISIS nel 2014 e ha giurato fedeltà all’emiro di Tripoli, Abu Amer Al-Jazrawi. In seguito, ha ricoperto diverse posizioni di rilievo nella struttura dello Stato Islamico locale. È stato a capo dell’ufficio che si occupa di istruzione, ha ricoperto il ruolo di Emiro dell’Economia ed è stato anche segretario della “hisba”, il dipartimento incentrato sul concetto islamico che rimanda al dovere di imporre atti morali e di proibire quelli immorali. Con la sua cattura, la struttura dello Stato Islamico in Libia potrebbe risultare indebolita. Le autorità del Governo di Accordo Nazionale (GNA), intanto, rafforzano la loro lotta contro il jihadismo. “Non risparmieremo gli sforzi nella lotta contro il terrorismo e le organizzazioni estremiste e continueremo a lavorare per la stabilità e la sicurezza in Libia e nella regione”, ha riferito il Ministero dell’Interno, a seguito della cattura di Abu Dujana. ..”

“I terroristi in Libia stanno approfittando del lungo conflitto in corso nel paese per espandersi nei paesi confinanti”, ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov . © AP Photo/Manu Brabo. Dalla Tass.

Sempre secondo  The Libya Observer:

” un altro “militante dell’ISIS, chiamato Mohammed Abdulhakim al Hanid, è stato arrestato sabato 13 aprile in una zona a pochi km ad Est di Tripoli. Al Hanid era un membro attivo del gruppo terroristico, noto agli altri estremisti con il soprannome di al Farouk. L’uomo è stato bloccato mentre stava cercando di reperire dell’esplosivo al plastico C4. Dopo essere stato interrogato, il terrorista ha confessato di essere stanziato a Derna, dove lavora per l’ISIS, nell’ufficio che si occupa della “Hisba”, il concetto islamico che rimanda al dovere di imporre atti morali e di proibire quelli immorali. Al Hanid ha, inoltre, riferito di aver incontrato l’emiro dell’ISIS a Derna, Abu Mouad Al-Iraqi, e di avere contatti con molti altri comandanti dello Stato Islamico che si trovano nel deserto libico. Infine, l’uomo ha confessato di aver ricevuto l’incarico di monitorare i Ministeri, gli uffici pubblici e gli obiettivi vitali di Tripoli e di aver tentato di trovare dell’esplosivo per fabbricare cinture da utilizzare in attacchi kamikaze contro la Libia occidentale, specialmente a Tripoli. 

.. Domenica 14 aprile, il ministero dell’Interno aveva già dichiarato di aver effettuato l’arresto di un altro militante dell’ISIS, noto alle forze dell’ordine come Abu Abdullah Al Dernawi, ma chiamato Ana Abrik al Zouki dagli altri jihadisti. Le forze speciali di Tripoli hanno poi riferito gli spostamenti recenti del jihadista, di origini libiche. Al Darnawi si trovava nella città di Bengasi dal 2015 e ci è rimasto fino a fine gennaio 2017. Poi, è partito per la città di Umm Al Aranib, nel Sud della Libia, attraverso il deserto e poi è passato per Sabha, prima di stabilirsi a Tripoli. Secondo le indagini, il militante dello Stato Islamico ha cercato di effettuare attacchi terroristici, a partire dal suo arrivo nella capitale libica. Il Ministero dell’Interno ha riferito che Al Dernawi ha tentato di destabilizzare la sicurezza e la stabilità dell’area. “I servizi di sicurezza sono completamente preparati ad affrontare qualsiasi tentativo di compromettere la sicurezza della capitale, specialmente in queste circostanze eccezionali”, ha aggiunto il Ministero. Ahmed Al-Mismari, il portavoce dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dall’uomo forte di Tobruk, Khalifa Haftar, ha dichiarato, in una conferenza stampa, che si aspetta il verificarsi di attacchi terroristici a Tripoli e nella regione occidentale del Paese, prossimamente. 

L’ISIS aveva già colpito in Libia, recentemente. Il 9 aprile, alcuni militanti dello Stato Islamico hanno effettuato un assalto nella città libica di al Fuqaha, situata nel distretto centrale di Giofra, nel deserto, a circa 600 km da Tripoli. L’attacco aveva ucciso almeno 3 persone, tra cui il presidente di un Consiglio locale, e il capo delle guardie municipali era stato rapito. Nel corso dell’offensiva, i jihadisti hanno dato fuoco a diverse abitazioni. Secondo quanto riportato dal Libya Observer, i terroristi sono arrivati ad al Fuqaha alla guida di auto e, non appena raggiunto il centro, hanno interrotto le vie di telecomunicazione per poi iniziare l’assalto. Tali operazioni di gruppi militanti sono favorite dall’attuale situazione in Libia, caratterizzata da divisioni e violenze. Attualmente, il potere politico è diviso tra due governi rivali. Il primo, creato dall’ONU, con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, ha sede a Tripoli ed è guidato dal premier Fayez al-Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, Italia, Turchia, Qatar e Sudan. Il secondo, con sede a Tobruk, è appoggiato da Russia, Egitto, Francia ed Emirati Arabi Uniti. Dopo una campagna militare nel Sud della Libia, Haftar ha diretto le sue forze contro Tripoli, il 4 aprile, in una mossa che sta destabilizzando ulteriormente il precario equilibrio del Paese. “

Maria Grazia Rutigliano


Maria Grazia Rutigliano si è laureata con 110 e lode presso l’Università di Firenze “Cesare Alfieri” con una tesi in Storia del Medio Oriente Moderno. Durante il suo percorso universitario ha soggiornato all’estero numerose volte per ragioni di studio e ricerca, ha completato un semestre di studio presso l’Université Paris I (Panthéon-Sorbonne), in Francia e uno presso l’Ecole de Gouvernance et d’Economie di Rabat, in Marocco. Ha inoltre preso parte ad un progetto in collaborazione con il Ministero della Difesa Italiano, durante il quale ha soggiornato presso il Multinational Battle Group West della NATO Kosovo Force a Pristina, in Kosovo. Sta svolgendo un tirocinio presso l’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della Luiss, dove sta scrivendo la tesi di laurea magistrale, per il Dipartimento di Scienza politica. È autrice del sito Sicurezza Internazionale.

2317.- Libia, le truppe di Haftar cominciano a ritirarsi dal sud di Tripoli

Le milizie pro al-Serray combattono contro Haftar nell’Operazione “Vulcano di Rabbia”.

L’ingresso dell’aeroporto internazionale di Mitiga.

Le forze di Haftar si stanno ritirando dal sud di Tripoli. È presto per dire dove si attesteranno. Il Generale aveva dato inizio a una seconda fase dell’operazione Tripoli, per “la liberazione dai terroristi”, in un supremo sforzo di conquistare la capitale libica, ma il contrattacco di Fayez al-Sarraj e, diciamolo, di Ahmed Omar Maiti, ha avuto successo. L’ultima battaglia ha visto, infatti, il GNA al contreattacco, riprendersi i sobborghi di Tripoli e lanciarsi, ieri l’altro, alla riconquista delle piste utilizzate dagli aerei dell’LNA: l’aeroporto internazionale e base aerea militare di Mitiga e la pista di Tamanhint a sud della capitale. Gli attacchi aerei avevano dato forza all’operazione dell’LNA, che è apparso demotivato dall’insuccesso della sua guerra lampo. Doveva vincere in 48 ore e, invece, ha subito perdite, defezioni e la cattura di alcuni reparti. I 27 cacciabombardieri e i 7 elicotteri dotati di dispositivi di visione notturna dell’LNA, hanno effettuato attacchi mirati (si dice così) su decine di obiettivi dentro Tripoli. Gli elicotteri dell’LNA dovrebbero essere gestiti da contractors al soldo degli Emirati Arabi Uniti, noti sponsor militari di Haftar. 300 contractors, questa volta ex militari dell’esercito russo, appartengono al Gruppo Wagner, strumento fondamentale della politica di Putin nelle aree di crisi. Sono atterrati a Tobruck con artiglieria, carri armati, droni e munizioni e vi garantiscono l’approdo per la flotta russa (Non tutti i governi si limitano ad illustrare la teoria gender ai militari libici, come ha preteso il ministro della Difesa Elisabetta Trenta). Si era parlato anche dell’abbattimento di un bombardiere-drone, forse, francese, colpito dall’antiaerea di Tripoli. Ora, a causa delle tempeste di sabbia, che impediscono i decolli, si sta combattendo senza l’intervento dei mezzi aerei e questo avvantaggia le operazioni dei filo governativi.

Anche in campo internazionale Haftar deve fare i conti con l’insuccesso. La Tunisia sta con al-Sarraj e, addirittura, ha vietato il visto d’ingresso all’addetto all’ufficio affari esteri di Bengasi Abdulhadi Ibrahim Iahweij; la popolazione di Tripoli ha indossato i gilets jaunes contro Haftar e contro Macron. La Francia è sotto accusa e ha visto congelata la sua cooperazione da parte del governo. Ma a Tobruck e a Bengasi anche l’Italia è sotto accusa per il ruolo svolto dai nostri militari a Misurata. Figuratevi! L’ospedale da campo italiano è definito una copertura e le sue forze di protezione, di base nell’Accademia Aeronautica di Misurata, avrebbero compiti non chiari. Infatti, assistiamo la popolazione, sopratutto bambini. Sembra poco per dire che le missioni delle bande e quelle dell’aviazione di Misurata contro Ein Zara, Tarhuna, Allasabah, Suk al Khamis e contro le vie di comunicazione per Gharian e Surman hanno o “avrebbero” avuto il nostro supporto. Se, però, fosse, avremmo supportato il governo legittimo attaccato e non l’attaccante e anche questo significa volere la pace.

Attendiamo con ansia la dichiarazione di tregua umanitaria per riaprire la porta al dialogo: dialogo che, a livello internazionale non è mai cessato e ci ha visto attivi. La tregua consentirebbe di intervenire a favore della popolazione, attivamente e non solo con l’invio di aiuti. Consentirebbe ai più di 36.000 sfollati di riprendere possesso delle proprie case e di uscirne a quelli che vi sono rimasti, temendo che venissero saccheggiate e che stanno vivendo asserragliati. A fianco delle iniziative dell’ONU, sarebbe auspicabile che Italia e Francia, insieme, promuovessero una conferenza sulla Libia, per la pacificazione, ma riservata alle diverse fazioni libiche. Italia e Francia, senza attendere l’inutile Unione europea.

Tirate le somme, questa operazione ha scremato l’orizzonte politico, non solo in Libia e potremmo quasi dire, con molto cinismo, che era necessaria per giungere a fare chiarezza fra i competitori, prima delle elezioni libiche. Era, sopratutto necessaria per Khalifa Haftar che, in una soluzione politica, ove venisse eletto dai libici, dovrebbe venire a patti con le milizie dei Tuareg, con quelle di Tripoli, accettando di tollerare l’illegalità dei loro traffici e restando sempre a patteggiare per non subirne la rivolta e gli attentati. È qui che sta il vero rischio di balcanizzazione della Libia e dubito che il Paese potrà più essere sovrano in patria e guida dell’emancipazione africana. Haftar è un militare pragmatico; ha giocato il tutto per tutto e non ha vinto. Difficile, però, dire, oggi, se ha perso, senza attendere di vedere dove si attesteranno le sue forze. Tripoli lo vedrà come l’uomo delle cannonate, ma, agli occhi della variegata popolazione della Cirenaica, ha i suoi meriti. Ha combattuto la criminalità, ha posto fine, specialmente, ai sequestri di persona, ha dato un’autorità unica a polizia e esercito. Haftar offre una cooperazione sicura nella lotta al traffico di esseri umani, potendo controllare le piste che collegano la Libia al Niger e al Ciad. In Cirenaica. Il controllo del Fezzan e delle piste, che attraversano i confini con Niger e Ciad costituisce certamente un interesse prioritario dell’Italia. Qui, Haftar aveva chiesto all’Italia droni, elicotteri e visori notturni proprio per controllare le frontiere Sud. Stiamo parlando delle piste dei nomadi che non riconoscono i confini degli stati subsahariani: i Tuareg, ma anche i Tebu, popoli che vivono su un’area che va dal Ciad, fino all’Oasi di Cufra e fino al massiccio del Tibesti. Ma anche in Cirenaica la situazione è instabile, frutto di accordi che devono essere rinnovati, tenendo in conto i traffici illeciti di quelle popolazioni. Per valutare la posizione di Haftar, bisogna tenere in conto la sua telefonata con Trump dello scorso 19 aprile. Secondo il resoconto ufficiale della Casa Bianca, il presidente Trump aveva riconosciuto al generale libico “il merito di avere un ruolo significativo nella lotta al terrorismo e di aver messo al sicuro le risorse petrolifere del paese”. Non è poco e lascia un importante interrogativo sulla politica della Farnesina. Dal punto di vista politico, viste le imboscate dei terroristi alle comunicazioni dell’LNA nel Sud della Libia, l’apertura di Trump verso Haftar, potrebbe significare una proposta di collaborazione nel contrasto al terrorismo. Già nel 2013 le Saiqa Forces e le Special Deterrence Forces della Cirenaica, opposte ai terroristi di Daesh e di Al Qaeda) a Bengasi e a Derna erano state addestrate da forze speciali statunitensi.

Massima allerta per gli Stati Uniti: Un E3-A della Nato sta pattugliando davanti alle coste della Libia, rifornito in volo da cisterne volanti dell’Armée de l’Air. Nell’area c’è anche il 2° Gruppo portaerei d’attacco con la USS Lincoln, CVA 72 e la USS John C. Stennis, CVA 74.

Oggi, a Tobruck e a Bengasi, Haftar è capo indiscusso, ma non tutto è chiaro e questo insuccesso avrà il suo peso. Lo dicono il camion di munizioni saltato in aria a Bengasi e l’attentato a una moschea e non dimentichiamo l’Isis, che si è rifatto vivo nel Fezzan. A Tripoli, la situazione è diversa e al-Sarraj ha dovuto venire a patti con almeno nove milizie: “patti” significa “pagare” e accettare compromessi. Haftar, certo, non pagherebbe. Nel mondo arabo, tutto è soggetto a evoluzione e abbiamo notizia del riavvicinamento delle milizie della città di Zintan al generale. Se Haftar riuscirà ad arrestare la controffensiva del GNA e ad attestarsi non lontano da Tripoli, potremmo attenderci una tregua; ma il rischio per al-Sarraj sarebbe molto alto.

Sarà la partita più difficile. Perché pace sia, non devono esserci vincitori né vinti e, qui, sta all’opera di Salamé, di tutti i sostenitori delle parti in lotta, alla saggezza di al-Sarraj, già sperimentato mediatore, che non dovrà chiedere di gettare Khalifa Haftar alle ortiche né rifiutare la tregua, ma sopratutto e al più presto, la parola deve essere data al popolo libico. è vero: Francia e Italia potranno fare molto insieme e non solo in Libia; ma quando dico “Italia” mi appare sempre lo spettro della nostra divisività, che celebriamo, ancora oggi.

Mario Donnini

Le truppe di Haftar cominciano a ritirarsi dal sud di Tripoli

L’LNA distrugge i mezzi prima di ripiegare da Al-Hira, a nord di Gharian. Il Generale intensifica gli attacchi, ma senza successo.

Le forze di Khalifa Haftar cominciano a ritirarsi dal sud di Tripoli. Lo affermano diverse fonti, spiegando che le truppe del Generale hanno distrutto alcuni mezzi prima di ripiegare da Al-Hira, a nord di Gharian, verso il centro della Libia. Intanto, sono in corso violenti scontri alla periferia della città con le forze di Fayez Sarraj. Queste, però, avanzano, nonostante l’LNA abbia intensificato gli sforzi in una specie di estremo tentativo. Tanto che gli elders delle zone centrali e occidentali della nazione stanno esortando i miliziani di Tarhouna a sganciarsi dall’alleanza con Bengasi, considerata ormai un fallimento. Le battaglia, peraltro, si combatte per la prima volta soprattutto sul terreno. Ciò, in quanto ci sono tempeste di sabbia che impediscono ai caccia delle due fazioni di alzarsi in volo.

Anche Sarraj e la NOC prendono una posizione ufficiale contro la Francia e il suo sostegno all’uomo forte della Cirenaica. Il capo del PC si è detto “sorpreso e perplesso”, ricordando che finché non finiranno i combattimenti, non sarà possibile ritornare al dialogo politico

Nel frattempo aumentano le critiche in Libia verso la Francia per il suo supporto ad Haftar. Dopo che alcuni ministeri del GNA (primo tra tutti quello dell’Interno) hanno congelato la cooperazione con il paese europeo, ora è il turno dei vertici del governo di Tripoli e della National Oil Corporation (NOC). Il presidente della NOC, Mustafa Sanalla, in segno di protesta si è rifiutato di intervenire o di rilasciare dichiarazioni durante la sua partecipazione all’International Oil Summit a Parigi. Secondo alcune fonti, citate dal sito web di Standard & Poor’s, la causa del rifiuto è “l’inadeguato sostegno” che il governo di Emmanuel Macron sta fornendo al Generale. Sarraj, invece, ha dichiarato al quotidiano Le Monde di essere “sorpreso e perplesso sulla posizione della Francia”, che denota una “mancanza di solidarietà”. Inoltre, ha sottolineato che è impossibile ritornare a un dialogo politico finché ci saranno i combattimenti.

2265.- CHI E COSA ABBIAMO IMPORTATO DALL’AFRICA

Il Diritto Penale è figlio della Costituzione, costruita intorno alla dignità della persona umana; mira al recupero del reo, alla sua rieducazione. Questi selvaggi non sanno di cosa parliamo, non hanno mai avuto né vogliono un’educazione. La pena di morte sarebbe, per loro, un minus. O li espelliamo, o riscriviamo le regole della, non più nostra, società.


Chi e cosa stiamo importando dall’Africa. E perché?

Cui prodest?” è stata sempre la prima domanda. Può essere che abbiamo importato belve umane, peggio delle belve, per mero tornaconto politico, oppure, per assecondare le losche manovre della finanza sionista? E, allora, può essere che queste motivazioni effimere siano sufficienti per scendere così in fondo nella scala dell’abiezione e dell’orrore? La tecnica del sezionatore, disarticolatore, smembratore di esseri umani, esperto e raffinato, Oseghale a quali ritualità appartiene e su quante persone scomparse è stata provata? Sopratutto, chi e quanti sono i suoi adepti? Di quali protezioni godono? Vengono a mente il mostro di Firenze, il Forteto, le perversioni di molta parte del clero, ma sono pagliuzze o sono le punte di un iceberg? Dal 1974, la statistica del ministero degli interni tiene il conto degli scomparsi. Nel 2018 sono scomparse 4.723 persone in più rispetto al 2017. Dal 1974, ben 57.713, su 229.687, sono scomparsi per sempre, senza lasciare traccia alcuna e i numeri non tengono conto delle decine di migliaia di clandestini, dei minori non accompagnati spariti senza un nome. La sola mafia nigeriana conta, in Italia, 100.000 adepti. Una loro giovane mandatami dal parroco, in cerca di lavoro, mi mostrò una brutta cicatrice all’altezza del fegato. Raccontò che, a Padova, il loro boss di quella città li sosteneva economicamente, ma guai a sgarrare. Gli italiani che hanno vissuto il passato coloniale hanno un caro ricordo della loro Africa, la nominano con pudore; ma sapevamo bene cosa c’è in Africa. Ce lo dissero i Martiri di Kindu. L’orripilante fine di Pamela Mastropietro apre alla vista un baratro che non si vuole vedere. Perché? Per compiacere a chi? Sono gli stessi che hanno oscurato i due piccoli italianissimi eroi di San Donato milanese, Niccolò e Riccardo? L’Africa ci ha dato due Medaglie d’Oro al Valor Militare, ma com’è possibile farsi proseliti di un’accoglienza indiscriminata? In nome di che?

Questo articolo, scritto di getto, da Maurizio Blondet, dovete leggerlo. Mario Donnini

OSEGHALE HA SMEMBRATO ALTRE PAMELE. QUANTE E DOVE, NESSUNO DOMANDA

di Maurizio Blondet

Nell’udienza a porte chiuse per il ritualist  nigeriano Innocent Oseghale,  assassino di Pamela e abile smembratore-macellatore  del suo corpo,  i giornalisti  hanno avuto il permesso di restare in aula. Hanno visto   quelle che – con l’immaginifico linguaggio dei cronisti da quattro soldi-   ha definito “foto choc”.  Punto e basta.

Gli articoli  di quel  che han visto e sentito dai tre medici legali che hanno parlato e spiegato,  sono di poche righe.

Sappiamo che il tossicologo, professor Rino Froldi, ha escluso che Pamela fosse in overdose –   come sostiene l’assassino –  spiegando che “senza più sangue ed urine” [tutto perfettamente  ed accuratamente  dilavato e pulito anche con   la varechina] ha dovuto anche a cercare la sostanza stupefacente nell’umor vitreo dell’occhio”.

Il medico legale Antonio Tombolini, che ha condotto la prima autopsia sul corpo a pezzi, “ha parlato del trattamento con varechina sulla pelle e sui genitali  della diciottenne, “finalizzato a cancellare ogni traccia di un precedente rapporto sessuale”.  Incidentalmente viene aggiunto che “i genitali sono stati tagliati via” e poi lavati con    la varechina.

Il nigeriano sostiene che,  appunto, Pamela era già morta quando lui l’ha fatta a pezzi.  Invece “il medico legale  Mariano Cingolani ha dimostrato che le due coltellate al fegato erano state inferte quando Pamela era viva”  – colpendola deliberatamente e con perizia  di esperto e sperimentato omicida.  “La disarticolazione invece è avvenuta dopo la morte”. Meno male, almeno questo.

Una mano così esperta deve essersi esercitata. Molto

La “disarticolazione” è  spiegata  molto rapidamente – come sanno essere delicati i colleghi giornalisti – citando pochissime parole de professor Cingolani. “I  tagli sono precisi, alla schiena ad esempio all’altezza dei dischi, che sono più elastici. Un’opera molto raffinata: io faccio autopsie da 40 anni e lo avrei fatto in modo analogo». Il professore ha aggiunto che “in Italia non ci sono casi di disarticolazione”  prima di questo.

Bisogna cercare articoli di mesi prima per ricordare come il professor Cingolani fosse sorpreso:  “Se per assurdo avesse dovuto fare quest’operazione un medico legale, in un laboratorio e con tutti gli strumenti del caso a sua disposizione, ci sarebbero volute almeno otto ore”.

Ora, se  il nigeriano  è capace di smembrare il corpo di Pamela in modo così raffinato da meravigliare un perito  settore che fa autopsie da 40 anni, dovrebbe venire da sé la domanda: quante altre volte l’ha fatto, prima,  il negro?  Perché deve aver imparato  certi segreti del mestiere, come tagliare all’altezza dei dischi perché sono più elastici. Una pratica che comporta altre esercitazioni, su altri corpi. In Nigeria, sicuramente. Ma in Italia, quanti? Quanti   altri corpi ha magari fatto a pezzi qui, il negro, per acquistare quella mano e quell’esperienza.

E’ certo  che  non sono state uccise e tagliate a pezzi altre Pamele? Perché non se lo domandano gli investigatori? Se lo domandano i giudici?

Sopire, troncare, sminuire…

Perché in tutta questa storia orribile sembra aleggiare nell’ambiente di Macerata dove Oseghale era protetto, dove la Caritas  gli pagava l’affitto eccetera, un velo protettivo? Perché il GIP, appurato che Oseghale aveva portato i due trollery col corpo da casa sua a qualche chilometro fuori Macerata, ha detto che non c’erano prove che l’avesse uccisa?

Mi sono domandato: se  venissi  sorpreso io, Maurizio Blondet,  mentre porto un cadavere a pezzi  in due valige, non sarei  immediatamente accusato anche dell’omicidio?

E  perché  non sono stati i giornali cosiddetti seri e i tg  mainstream,  ma  il settimanale di cronaca nera “Giallo”  – un giornalaccio,  Dio lo benedica –   a raccontare i particolari più importanti che descrivono tutto un  ambiente?  La storia di  “Patrick”,  vero nome  Mouthong Tchomchoue, del Camerun,  tassista abusivo.  “Quella sera ha prelevato Oseghale in via Spalato alla 22.55. Il nigeriano è sceso da casa con due trolley che ha voluto personalmente caricare in auto, senza che il “tassista” lo aiutasse. Quindi, gli ha detto di portarlo a Tolentino. Qualche chilometro fuori Macerata, però, Oseghale ha detto all’autista di fermarsi, ha scaricato sul ciglio della strada le due valige e s’è fatto quindi riportare a Macerata in via Spalato”.

Lasciare due grossi e pesanti trolley sul ciglio della strada, non è proprio normale. Infatti Patrick il  “tassista” torna lì: per sperare di recuperare qualcosa del contenuto? Secondo il suo stesso racconto, “ha accostato l’auto e aperto uno dei trolley. Ma quando, nel buio e aiutandosi con la luce del cellulare, ha intravisto quella che sembrava essere una mano, è risalito in auto e si è allontanato velocemente”.

Non è andato subito dalla polizia, il camerunese. Quando ha sentito alla tv che un corpo smembrato era stato trovato in due valige, Patrick è tornato sul posto,  ha visto gli agenti al lavoro, e solo allora è andato al commissariato a raccontare  l’accaduto della notte.   Non voleva guai? Aveva paura di Oseghalòe? Semplicemente,   se   ne infischia? O magari non è poi così  insolito,  nei dintorni di Macerata, trovare valige sui cigli con dentro altre Pamele?

Già. Se l’è chiesto anche l’avvocato Marco Valerio Verni, che è lo zio di Pamela oltre che il legale della famiglia Mastropietro: “Perché lasciare  i trolley con i suoi resti sul ciglio della strada, dove chiunque li poteva vedere?”. Oseghale li ha lasciati lì perchè qualcun altro sarebbe dovuto passare a prenderli e poi così non è stato? Oppure, si tratta di un avvertimento a qualcuno? E nel caso, a chi?”. Domande  –  ha scritto Libero  –  che suggeriscono il sospetto da parte di Verni che  in realtà la vicenda non sia chiusa qui per quanto riguarda il numero di persone coinvolte, e che ci siano altre persone che quantomeno erano informate di quel che è accaduto in quell’appartamento di Macerata”.

Il camerunese ha testimoniato “che durante il viaggio d’andata con le valige, Oseghale ha fatto una telefonata in inglese, mentre sulla via del ritorno a Macerata dopo aver lasciato le valige ha parlato, sempre al telefono, con  una donna”. Sarà  stata identificata quella donna? E quello con cui  parlava in inglese?

Perché  in questo orrore sembra siano in atto sforzi per restringere, limitare al mero necessario l’indagine e i coinvolti, anziché allargare  l’inchiesta? E’  certo che Oseghale si vanta di essere il capo della mafia nigeriana, setta Black Cat, e in carcere  al compagno di cella (informatore della polizia) ha promesso: : “Ti do centomila euro se testimoni che sai che Pamela è morta di overdose. I soldi arriveranno da Castelvolturno, tramite gli avvocati”».

Magari  a Castelvolturno ci sono altri specialisti della disarticolazione?  Altre  Pamele fatte a pezzi? Perché la tecnica raffinata di Oseghale dice che l’ha già  fatto, e tante volte. Perché  non si ha urgenza di sapere quante? Perché a Castelvolturno i nigeriani  “sotto gli occhi di tutti, gestiscono soldi, prostituzione, armi, droga e, secondo alcuni, anche il traffico di organi”? Organi?

Non vorrei che questa restrizione  mentale degli inquirenti, questa laconicità e riduzione del processo al solo Oseghale per un solo omicidio-smembramento,  mentre la sua perizia ci dice che ne ha fatto chissà quanti altri, dipenda dal voler nascondere all’opinione pubblica la dimensione enorme e mostruosa del fenomeno   – perché il fenomeno  l’hanno importato i governi Renzi e Gentiloni, e perché  si sa,  gli italiani “sono razzisti” ,  “anti-immigrati”,  e non devono essere eccitati  in questi loro  negativi sentimenti.  Mi viene questa idea, perché  abbiamo tutti visto lo sforzo enorme dei  progressisti che controllano tv, radio e giornali, di imporre un linguaggio, come dire? castigato e politicante corretto non dare adito a “percezioni” deplorevoli negli italiani fin troppo inclini al razzismo – e, perciò, a votare Salvini.

Dico questo perché  ssecondo un noto giornalista radio-televisivo, la  tentata strage dei 51 bambini doveva essere raccontata così: “Autista  squilibrato crea code sulla Paullese. Non altro”, essendo la notizia vera da diffondere “il nostro ministro dell’Interno  è razzista”.

2261.- BENE GLI ELOGI, MA, ORA, LE RESPONSABILITÀ.

Verrà presto il momento in cui sapremo perché un condannato per abusi sessuali sui minori e per guida in stato di ebrezza era alla guida di uno scuolabus. Ora, è il momento degli elogi: Da quelli all’eroico Riccardo, italianissimo, che si toglie le manette e recupera il telefono caduto e lo passa e, poi, a quelli a Samir, solo egiziano, fino alla maggiore età, che per spirito di sopravvivenza, telefona ai Carabinieri e, finalmente, a loro, ai Carabinieri, che hanno combattuto la follia di pregiudicato, integrato così bene da farsi rimbambire di chiacchiere dai vari Sala e Casarin di Milano. Chiacchere velenose di una competizione che nemmeno oso chiamare politica, ma un altro modo di sfruttare gli immigrati, perché la favola del signor Osseynou Sy, che voleva vendicare “i morti nel Mediterraneo”, il concerto di tromboni, con Santoro, Lerner, Turco e chi gliel’ha suggerita, la devono raccontare ad altri. La professionalità dei Carabinieri ci fa onore. Sapranno presto perché e per colpa di chi l’islamico era alla guida del bus e anche chi lo ha istigato e vorremmo saperlo anche noi.

Da Infodifesa:

“Siamo scesi armi in pugno”. Il racconto del carabiniere eroe ferito.

Parlare col senno di poi è facile. Troppo. Ha ragione il procuratore capo di Milano, Francesco Greco, a dire che il “miracolo” è stato possibile solo grazie a quei carabinieri “eccezionali” che sono riusciti a estrarre fuori dal bus i bambini prima che divampassero le fiamme.

Bisognava essere lì per capire la difficoltà dell’intervento. Poteva essere una strage, il massacro della Paullese. E se il folle gesto di un autista senegalese non ha spezzato la vita di 51 alunni delle medie, lo dobbiamo alle mani nude del militare che hanno spaccato il vetro del pullman.

A volte c’è bisogno di simboli per capire fino in fondo un fatto. Le immagini aiutano, certo. Ci sono i bambini che urlano impauriti mentre sfuggono alla morte. Ma c’è anche quello scatto (guarda qui in esclusiva) della mano ferita del carabiniere. È questo forse il vero emblema della giornata di terrore.

La benda copre i tagli rimediati questa mattina dal militare della stazione dell’Arma di Segrate. Sono le 11.50 quando al 112 arriva la chiamata di un ragazzino delle medie a bordo di un bus delle Autoguidovie: l’autista, un senegalese, li ha sequestrati e minaccia di dare fuoco al mezzo con una tanica di benzina e un accendino. “Vado a fare una strage a Linate”, urla Osseynou Sy agli studenti. Vuole vendicare “i morti nel Mediterraneo”. Lega con delle fascette le mani dei ragazzini. Li tiene sotto scacco. I carabinieri raggiungono il bus e lo bloccano all’altezza dello svincolo di Peschiera Borromeo. L’autista forza il blocco, trascina la gazzella per diversi metri. Poi si ferma. I militari tamponati scendono dall’auto, spaccano il vetro posteriore del bus e traggono in salvo i 52 studenti. È un gesto eroico.

I carabinieri disarmano il senegalese mentre minaccia di uccidere due alunni presi ad ostaggio. La procura gli contesterà l’aggravante di terrorismo. Alla fine, 12 studenti con un principio di intossicazione vengono medicati all’ospedale di San Donato. In corsia anche due adulti, di cui uno in codice giallo. Tra i feriti ci sono tre uomini in divisa, oltre al militare ferito alla mano. A chi lo ha raggiunto in ospedale, il carabiniere confida di aver provato molta “tensione”. Non sono stati momenti facili. “Quando l’autobus ha trascinato l’auto di servizio eravamo dentro”, racconta ai colleghi. “Siamo scesi con le pistole in mano, ma abbiamo deciso di non utilizzarle perché abbiamo visto una marea di bambini”. Il sangue freddo gli ha permesso, con invidiabile lucidità, di evitare “una strage”. E non è cosa da poco.

di Giuseppe De Lorenzo per il Giornale.it

2182.- L’Isis si risveglia in Libia, Tripoli di nuovo sotto attacco

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Una popolazione che a stento arriva a contare sette milioni di abitanti vede girare per il proprio paese qualcosa come quindici milioni di armi. In media, ogni libico ha quasi due armi a testa. Da quando Muhammar Gheddafi è stato ucciso, la Libia si è trasformata tra le altre cose in un immenso deposito di armi di ogni tipo. Non esiste più uno Stato vero e proprio, ogni fazione aspira a prendersi un pezzo del paese e questo contribuisce a frazionare la situazione. Il dato sulle armi è stato diffuso nei giorni scorsi da Ghassan Salamé, l’inviato Onu per la Libia, il quale è stato intervistato dalla tv araba Al Hayat. La diffusione delle armi in Libia contribuirebbe, tra le altre cose, anche alla crescita esponenziale del pericolo terrorismo nel Paese. Il rischio insomma è quindi che pericolosi terroristi ben armati si attestino sulle coste a noi dirimpettaie e che le ONG e gli idioti di casa nostra li seminino per le nostre strade.

Lo Stato islamico si risveglia in Libia e prova a colpire di nuovo Tripoli. Le autorità della capitale libica hanno ordinato l’evacuazione del ministero degli Esteri, già colpito lo scorso 25 dicembre da un attacco armato, e delle torri Dhat al-Imad. La notizia è stata riportata per prima dal sito libico The Address, che si ritiene vicino al generale della Cirenaica Khalifa Haftar.

I media libici riportano diverse informazioni da cui è possibile trarre un quadro ancora incerto. Secondo l’emittente al-Hadath, le forze di sicurezza hanno deciso di far evacuare gli edifici a causa della “minaccia terroristica di Daesh”. Il portale d’informazione Libya Observer conferma la notizia della minaccia dell’Isis ma aggiunge il particolare del rischio dell’esplosione di un’autobomba.

parlando del rischio esplosione di un’autobomba. Le torri Dhat al-Imad ospitano le sedi di importanti banche e aziende tra cui l’Eni. E questo è un tema particolarmente importante. L’attacco alle torri è infatti un attacco che, unito a quello contemporaneo al ministero degli Esteri e collegato a quello di dicembre, crea una cornice di tensione che va a interessare (non solo simbolicamente) le relazioni internazionali della Libia e del governo riconosciuto di Fayez al-Sarraj. E il fatto che venga coinvolto il palazzo dove ha sede anche l’Eni, dimostra che la minaccia del terrorismo può incidere anche sui nostri interessi.

I terroristi tornano a colpire in Libia.

Perché in Libia lo jihadismo c’è e l’Isis non è affatto scomparso. In queste ultime settimane, nel Paese nordafricano continuano a rinvenire fosse comuni con i cadaveri di persone trucidate dalle milizie dello Stato islamico o a esso collegate. L’ultimo caso è stato cinque giorni fa, quando le autorità del governo di accordo nazionale hanno comunicato il ritrovamento di una fossa comune con i resti di 34 cristiani etiopi uccisi nel 2015 da miliziani legati a Daesh.

Secondo le informazioni date dal governo di Tripoli, la fossa comune è stata individuata in un terreno a pochi chilometri da Sirte, un’area che negli anni passati è stata sotto il controllo delle milizie terroriste di matrice islamista. Le autorità libiche hanno fatto sapere che i resti dei cristiani, una volta compiute le procedure di riconoscimento e tutte quelle burocratiche nazionali e internazionali, saranno rimpatriate in Etiopia, come affermato dall’agenzia Fides.

La stessa agenzia ricorda che nell’aprile 2015, un video diffuso da Furqan Media, una sorta di cassa di risonanza della propaganda di Daesh in Libia, aveva mostrato due gruppi di prigionieri composti da cristiani etiopi mentre venivano decapitati o uccisi con un colpo di pistola alla nuca su una spiaggia, probabilmente vicino Sirte. Il video annunciava poi la morte di tutti i cristiani e la fine della loro presenza se non avessero pagata la “tassa” prevista anche nel Califfato di Iraq e Siria.

Ma l’aumento del terrorismo è un segnale inquietante che deve far riflettere per diversi motivi. In pericolo non ci sono solo i nostri interessi in Libia, vista l’importanza centrale di Eni nel Paese, ma sono anche da temere i risvolti sulla nostra sicurezza, con la possibile infiltrazione di jihadisti nel flusso di migranti che dalle coste libiche cerca di raggiungere l’Italia.

Flusso diminuito drasticamente nel 2018, ma che continua a esistere. E che proprio per questo motivo è opportuno monitorare attentamente.
Dall’altro lato, la presenza di Daesh in territorio libico significa anche un persistente coinvolgimento delle forze internazionali che hanno nel terrorismo islamico un motivo di intervento. Gli stessi Stati Uniti hanno continuato in questi anni a bombardare le postazioni Isis e di Al Qaeda. E Haftar, che cerca di avere il controllo del Paese grazie all’appoggio internazionale, ha avviato una dura campagna militare contro i miliziani islamisti. Ma nel ginepraio libico è difficile fare differenze. E le milizie di matrice islamica hanno quasi tutte un referente esterno, in Europa, nei Paesi arabi e in Turchia.

 

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centinaia di terroristi pronti ad imbarcarsi per l’Italia

La caduta di Sirte nel 2016 ha fatto tirare, a suo tempo, un certo sospiro di sollievo. Ma già all’epoca la fine del Califfato islamico in Libia non è apparsa come la fine definitiva del terrorismo nella nostra ex colonia. I jihadisti dell’Isis, secondo i rapporti dei servizi segreti americani ma anche di alcuni Paesi europei, si sono attestati nel sud della Libia. Qui il controllo è ancora minore che lungo le coste, il territorio è complesso da gestire e dunque non è stato difficile per i terroristi installare vere e proprie basi. Non solo l’Isis, ma anche Al Qaeda e diversi altri gruppi sempre di ispirazione islamista: la galassia terroristica stanziata nel sud della Libia comprende tutte le più temibile sigle della jihad. Tra le dune del Fezzan, i gruppi estremisti hanno preso possesso di diverse fette di territorio, autofinanziandosi anche grazie alla gestione dei tanti traffici che passano da quelle remote regioni: droga, armi, ma anche esseri umani.

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Tutti i Jihadist sono teoricamente pronti a partire per l’Italia

Come ben si sa, tra agosto e settembre a Tripoli si sono avuti numerosi scontri tra le fazioni della capitale in lotta tra loro per spartirsi la città. Questo ha generato ancora più caos e confusione, elementi che sarebbero subito stati sfruttati dai terroristi per insinuarsi anche sulla costa. L’allarme ancora una volta è arrivato proprio dall’inviato dell’Onu: “A Tripoli – si legge sempre nell’intervista rilasciata ad Al Hayat – Sono entrati soggetti noti per le loro attività terroristiche“. In poche parole, centinaia di jihadisti sono adesso stanziati sulla costa. Da qui potrebbero sfruttare i lauti guadagni dell’immigrazione verso l’Italia oppure, ed è questo lo scenario che preoccupa di più, salpare verso il nostro Paese ed attuare piani terroristici in Europa. Proprio come già visto per la Tunisia e per il fenomeno degli sbarchi fantasma, da più parti degli apparati di sicurezza non si esclude il collegamento tra immigrazione e rischio terrorismo.

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Il fenomeno terrorista è, ormai, parte integrante della politica estera neoliberista e dilaga a vista d’occhio, con l’aumento del 300% degli attacchi jihadisti realizzati fra il 2010 e il 2017 e con i Paesi coinvolti dal radicalismo islamico che sono raddoppiati.

Quei numeri che mettono paura

“I terroristi dell’Isis presenti in Libia potrebbero raggiungere quota 500”: a lanciare questo dato, certamente più inquietante considerato il pericolo di infiltrazione lungo le coste libiche, è stato Oded Berkowitz. Si tratta del direttore regionale dell’intelligence presso la società di consulenza di sicurezza Max Security. Intervistato da AgenziaNova, è stato proprio lui a rilanciare un dato che adesso viene tenuto in seria considerazione. Ma in estate anche lo stesso governo italiano non aveva escluso pericoli provenienti dai terroristi stanziati in Libia.

Nel mese di luglio, infatti, il ministro della difesa Elisabetta Trenta, dopo una visita lampo effettuata a Tripoli, aveva dichiarato la possibilità di un collegamento tra l’immigrazione incontrollata e l’approdo di terroristi in Italia.
Con una Libia ancora fortemente destabilizzata, per l’Isis, ma anche per Al Qaeda e le altre organizzazioni estremiste, approfittare della situazione non appare difficile. L’allarme, rilanciato come detto anche dall’inviato delle Nazioni Unite, appare attuale, serio e concreto. Khalifa Haftar, al vertice di Palermo, parlò della sicurezza.

Fonte: Occhi della Guerra

2099.- Perché i migranti scappano dai Centri? Hawala è la parola “magica” che spiega (quasi) tutto

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Hawala è la parola “magica” che spiega (quasi) tutto

Hawala in arabo significa “trasferimento” o più spesso “fiducia”, che poi è anche la traduzione di “trust”, che da dizionario economico Treccani è un’ “istituto giuridico caratteristico del diritto anglosassone che consente di dar vita a un fondo con patrimonio autonomo, amministrato da un fiduciario”. In soldoni, rappresenta lo strumento previsto dalla legge che scherma le ricchezze offshore di tutto il mondo. Gli hawala, invece, sono quelli illegali per chi non ha santi nei paradisi fiscali. Strumenti finanziari che hanno una storia millenaria, con i quali si fa riciclaggio ed evasione spesso di piccolo cabotaggio, ma che complessivamente raggiungono cifre difficili persino da immaginare.

Dal 2007 al 2010, secondo le operazioni Cian Liù, Cian Ba 2011 e Cian Ba 2012 condotte tra Prato e Firenze dalla Guardia di finanza fiorentina sono stati mossi attraverso gli hawala cinesi oltre 4,5 miliardi di euro dall’Italia alla Cina. Spesso frutto di lavoro nero. Le operazioni hanno prodotto 24 arresti e 581 denunce. A febbraio 2017, la filiale di Milano della Bank of China ha patteggiato 600 mila euro di multa: la banca era finita sotto inchiesta per riciclaggio. Nel periodo in esame, aveva ricevuto da un money transfer illegale 2,2 miliardi di euro, per i quali aveva ricevuto 758 mila euro in commissioni. Trasferimenti arrivati poi in Cina, senza che fosse possibile stabilire la reale provenienza. Quattro erano i dirigenti sotto inchiesta, accusati di aver omesso il controllo e frazionato le tranche in pagamenti da 1.999 euro, uno sotto alla soglia massima consentita dalla legge.

L’hawala è poi il sistema usato dai trafficanti di esseri umani per farsi pagare dai migranti che attraversano l’Africa, si imbarcano verso l’Italia e dalla nostra penisola si spostano in tutta Europa. A maggio un’importante operazione della Squadra mobile di Bari ha colpito la rete criminale intorno a Hussein Ismail Olahye, somalo classe 1984 che aveva costruito a partire dal suo money transfer Juba Express un’organizzazione che comprava permessi di soggiorno e titoli di viaggio falsi, pagava trafficanti di uomini, corrompeva ufficiali dell’anagrafe e poliziotti alla frontiera, gestiva spostamenti e pernottamenti tra Somalia, Italia, Germania, Svizzera e Svezia. La sua rete era il punto di riferimento per i somali che desideravano arrivare illegalmente in Italia o da qui spostarsi verso un altro paese europeo. In due anni e mezzo, gli inquirenti hanno individuato spostamenti di denaro per 9 milioni di euro. L’organizzazione aveva anche aiutato, nel luglio 2016, due estremisti siriani entrati in Italia via Malta, già condannati per associazione finalizzata al terrorismo in primo grado dal Tribunale di Brescia.

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Perché i migranti scappano dai Centri?

Quando si affronta un argomento sensibile come quello dell’Hyper Immigration illegale in Italia e delle sue possibili conseguenze e motivazioni, è cosa opportuna definire i confini del ragionamento. Innanzitutto, il lettore deve sapere che i Centri di accoglienza per richiedenti asilo (C.A.R.A.) sono strutture in cui sono accolti i migranti appena giunti in Italia irregolarmente che intendono chiedere la protezione internazionale. I C.A.R.A sono stati istituiti a seguito della riforma del diritto d’asilo, conseguente al recepimento di due direttive comunitarie (Dpr 303/2004 e D.Lgs. 28/1/2008 n. 25), e sono gestiti dal Ministero degli interni. Sempre per capire di cosa stiamo parlando, si chiama Hawala il più famoso e storico sistema finanziario informale nel mondo arabo, che essenzialmente si basa su un rapporto fiduciario tra il richiedente che dispone la rimessa e il broker che la materializza. È, semplificando molto, una cambiale pagata a distanza.

Il sistema di finanziamento è molto usato, come detto, nei Paesi arabi, anche dalle organizzazioni terroristiche. È funzionale a trasferire denaro, molte volte di provenienza illecita, senza passaggi fisici. Il sistema prevede la partecipazione di quattro attori: 1) l’ordinante, cioè la persona che vuole trasferire il denaro; 2) l’hawaladar, che altro non è che il banchiere di strada che, nel Paese di origine del trasferimento di denaro raccoglie dall’ordinante i fondi da trasferire nella valuta del Paese stesso; 3) l’hawaladar in Italia o in altro Paese europeo di destinazione del trasferimento di denaro, che liquiderà la somma al beneficiario, nella moneta corrente del Paese dove si trova; 4) il beneficiario, colui al quale il denaro è destinato, nel caso dell’Italia potrebbe essere un migrante illegale.

In sostanza, il meccanismo è il seguente: l’ordinante che vuole raggiungere l’Italia consegna il denaro all’hawaladar, cioè all’intermediario che si trova nel suo Paese. L’intermediario comunica all’ordinante un codice di autenticazione che questi ricorderà una volta giunto in Italia. Una volta terminato il viaggio, l’ordinante si presenta all’altro hawaladar, cioè l’agente che risiede nel Paese di arrivo, che, una volta verificato il codice, liquiderà la somma convenuta al beneficiario. La caratteristica peculiare di tali sistemi è che non esiste alcun trasferimento fisico di denaro, bensì un apparato di trasferimenti e accordi in codice, prevalentemente telefonici, che alla fine comportano dei sistemi di compensazione.

Tale compensazione potrebbe avvenire anche per il tramite del canale bancario formale dell’hawaladar residente in un Paese di partenza dei migranti che trasferirebbe il denaro di tante rimesse da lui raccolte al suo corrispondente in Italia su un conto che non necessariamente è aperto in una banca nel Paese dove il secondo risiede fisicamente. E il gioco è fatto! I “banchieri di strada”, nel caso specifico gli hawaladar, opererebbero generalmente in attività commerciali (bazar, alimentari, compro oro, phone center, etc) che nulla hanno a che vedere con le banche o attività a norma e controllabili.

Ora, torniamo agli eventi dei nostri giorni e alla “Madre di tutti i casi” e cioè alla vicenda di Nave Diciotti, prima sbandierata e poi, scoperto che non c’erano reati, nascosta come polvere sotto il tappeto. Il motivo del cambio di facciata? Quasi tutti i migranti che si trovavano sulla Nave Diciotti sono scappati dai centri nei quali erano in affido. Si sono dileguati nel nulla. Scomparsi! Si sono dati alla clandestinità tutti gli immigrati maggiorenni sbarcati dalla Nave Diciotti e affidati alla Conferenza Episcopale Italiana o al C.A.R.A. di Messina. Corre l’obbligo ricordare che, per la legge, queste persone hanno libertà di movimento e quindi non sono sottoposte alla sorveglianza dello Stato. Ma erano comunque persone così “disperate” che hanno preferito rinunciare a vitto e alloggio garantiti per andare chissà dove. L’ennesima prova che chi sbarca in Italia, nella stragrande maggioranza dei casi, non scappa né dalla fame né dalla guerra, e dispone sia di appoggio/collaborazione in Italia, sia di denaro nel Paese di origine.

Per fortuna, finalmente, tutte le persone sbarcate – hanno riferito fonti del Viminale – sono state identificate con rilievi foto dattiloscopici e inserite in un sistema digitale europeo. Questo sembrerebbe molto importante quando messo in sistema con l’Hawala. Infatti, notizie di stampa hanno evidenziato che lo scorso autunno a Napoli nella moschea di via Torino, invece di pregare si raccoglievano “ordinativi” di passaporti. Pare che un ghanese invece di incontrare i “fratelli”, accontentasse clienti da tutta Italia. Seguendo le tracce del cittadino ghanese, e le voci che giravano nel rione, è finita sotto sequestro in pieno centro storico un’efficiente centrale di produzione di documenti contraffatti per stranieri. Fonti giornalistiche hanno scritto di ingenti quantitativi di passaporti falsi disponibili e pronti a essere venduti a migranti nel caso specifico di religione islamica.

Mettendo insieme queste notizie si potrebbe quindi formulare un’ipotesi che sicuramente le forze di polizia e antiterrorismo in Italia stanno studiato e analizzando. Prima di partire dal suo Paese l’immigrato (che non scappa e dispone di denaro) organizza con l’hawaladar del posto la possibilità di avere in Italia dei fondi “sicuri”, non potendo avere valori con sé durante i movimenti verso Turchia, Libia o Tunisia che sono, purtroppo per il nostro Paese, i principali paesi di transito e partenza. Appena giunto in Italia, e avendo comunque sia rischiato notevolmente durante il tragitto per arrivare a destinazione, sia ben pagato alla partenza chi ha gestito il suo trasferimento, il migrante non può certo permettersi di restare nel C.A.R.A.. Fino a quando fosse trattenuto, infatti, non potrebbe in alcun modo raggiungere la città dove ci sono ad attenderlo l’hawaladar e, soprattutto, i suoi soldi.

Non appare nemmeno necessario che chi parte fornisca prima del viaggio all’hawaladar di partenza il denaro. Potrebbe anche configurarsi la possibilità che un migrante appena in Italia informi del suo arrivo la famiglia (tutti i migranti vengono presto in possesso di un telefono cellulare di ultima generazione e, a quanto riportano alcuni organi di stampa, di una MasterCard), la quale poi provvede al trasferimento di denaro in sicurezza dell’arrivo a destinazione del congiunto. Avuta conferma telefonica dell’avvenuto trasferimento/accredito il migrante illegale cercherebbe di raggiungere il suo “banchiere”. Una volta in possesso del denaro, il migrante cercherebbe di trovare il modo di procurarsi un passaporto falso per uscire dal nostro Paese o circolare liberamente. Quanto citato per Napoli e la moschea di via Torino è solo un esempio di come sia possibile reperire clandestinamente il documento agognato se si ha la possibilità di pagarlo.

Compreso questo, appare assolutamente funzionale a impedire l’emissione dei passaporti falsi, la decisione del Ministero degli interni di identificare tutti i migranti in arrivo con rilievi fotodattiloscopici e inserire i dati nel sistema europeo. Un falso sarebbe individuato in un qualsiasi aeroporto, atteso che la foto nel passaporto deve essere comunque quella del portatore.

Certo, non tutti i migranti illegali scappano dai C.A.R.A. e, anzi, qualcuno potrebbe cercare di rientrarvi avendo bisogno di protezione, come uno dei possibili barbari aguzzini, e poi probabile testimone, della morte della povera Desirée, che ha pensato bene di scappare da Roma e andare al C.A.R.A. in provincia di Foggia. A molti non è passato inosservato il fatto che come “il cinghiale ferito prova a tornare nella tana”, anche questo delinquente stesse cercando rifugio e/o protezione vicino la città pugliese. In conclusione, quella del possibile utilizzo del sistema Hawala è solo un’ipotesi sul perché molti immigrati farebbero di tutto per abbandonare i C.A.R.A. o altri centri di accoglienza e poi sfuggire ai controlli. Lascio al lettore la risposta alla seguente domanda: è più conveniente aiutare a raggiungere o attraversare i confini un migrante illegale con possibilità di spesa, o uno senza denari? Come diceva il “Divin Giulio”: “Pensare male è peccato… ma qualche volta ci si azzecca”!

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Giuseppe Morabito

 

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Napoli scoperta centrale di documenti falsi: indaga l’Antiterrorismo

Ottomila documenti, o giù di lì, conservati a casa, timbri, soldi e fototessere. Aveva un archivio di carta degno di una sezione comunale, roba utile per assicurare un volto pulito a extracomunitari desiderosi di diventare cittadini dell’Unione europea. Aveva un documento per ogni circostanza, per ogni uso possibile: carte di identità, passaporti, carte di circolazione, tessere sanitarie.

Un archivio fatto di falsi o di originali rubati, che gli è costato l’arresto, con l’apertura di una inchiesta destinata a finire al vaglio del pool antiterrorismo della Procura di Napoli. Blitz a pochi passi dalla Moschea di via Torino, le indagini sui sostegni logistici all’immigrazione clandestina (quindi anche al fondamentalismo islamico) passa da Napoli e fa registrare un clamoroso passo in avanti. È di ieri l’arresto di Mohammed Alì Tahiru, 42enne ghanese stanato all’interno di un’abitazione presa in fitto nei pressi di vico Fondaco a Vicaria, non lontano dal vecchio Tribunale napoletano. Un blitz che ha consentito di far emergere uno scenario da brividi, almeno alla luce del materiale sequestrato. Decisivo il lavoro di appostamento messo in campo in questi giorni, dagli uomini della sezione investigativa centrale della Polizia municipale, sotto il coordinamento della capitano Giuseppe De Martino.

In sintesi, il ghanese aveva allestito una vera e propria stamperia all’interno della propria abitazione e aveva creato un mercato del documento falso, anche grazie al singolare via vai con la Moschea di via Torino. Funzionava in questo modo: una volta entrato in contatto con immigrati – per lo più di origine africana – il 42enne ghanese si accordava sul prezzo e sul modus operandi: scattava una foto, che scannerizzava in casa, che adattava al documento richiesto, a sua volta riportato nel luogo di culto di via Torino e consegnato al richiedente. Il tutto – secondo quanto ha dichiarato il ghanese – per una miseria: venti euro, tanto sarebbe stato il costo di una identità falsa o di una cittadinanza nuova di zecca, comunque di un documento con il quale muoversi liberamente in tutti i paesi dell’Unione europea. Inchiesta in corso, al momento gli inquirenti non credono che il prezzo dei documenti fosse così basso e puntano a verificare l’esistenza di contatti e complicità napoletane da parte del cittadino ghanese. Inchiesta destinata a finire all’attenzione del capo del pool antiterrorismo della Procura di Napoli, il procuratore aggiunto Rosa Volpe.

Intanto, l’attenzione resta concentrata su quanto rinvenuto in quel vicolo in zona Vicaria. C’erano soldi, timbri falsi e documenti dappertutto. All’interno del materasso, nei cassetti, attaccati alle pareti, sotto il letto. Da un primo screening è venuto fuori che 91 carte di identità risultano rubate al Comune di Portici, altre 15 sono state tafugate nella municipalità Vicaria-Mercato, quanto basta a far scattare l’accusa di ricettazione. Ma non è l’unico reato contestato: il ghanese dovrà rispondere anche di produzione di documenti validi per l’espatrio (497bis) nella nuova formulazione giuridica nata proprio per fronteggiare l’emergenza terrorismo; ma anche contraffazione di atti pubblici, contraffazione di impronte digitali.

Il Messaggero

 

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E questi sono gli sfollati del Baobab. Per favore, pensiamo ai nostri terremotati.

A Milano, Firenze, in tutta Italia le banche clandestine degli immigrati

Firenze, via Palazzuolo 172 rosso. La Cattedrale di Santa Maria del Fiore dista 15 minuti a piedi. La Stazione di Santa Maria Novella cinque. Il civico corrisponde ad un palazzo anonimo, incastonato tra le case ammassate l’una sull’altra in questa stretta via del centro fiorentino. Su Google, chi cerca “via Palazzuolo 172” trova un nome, Abdalla Osman Hassan, e un negozio, Ilays Money Service. Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Firenze, era una banca clandestina che tra il primo gennaio e il 3 ottobre 2017 ha mosso oltre 400 mila euro. Soldi fuori da ogni radar della Banca d’Italia, che si muovono senza lasciare traccia, come fossero contanti. Ilays Money Service appariva come un semplice money transfer, ma dietro questa facciata nascondeva un sistema di passaggio di denaro parallelo. Il cosiddetto hawala, che vi abbiamo mostrato.

1903.- BREAKING: Obama Knowingly Funded Designated Al-Qaeda Affiliate – Obama, affiliato di Al Qaeda, indicato come un finanziatore

di RYAN SAAVEDRA @REALSAAVEDRA, 25 luglio 2018
 
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Un nuovo rapporto pubblicato mercoledì ha rivelato che l’amministrazione Obama ha rifornito consapevolmente un’organizzazione di finanziamento del terrorismo islamico con centinaia di migliaia di dollari, nonostante il fatto che il gruppo fosse stato designato come “organizzazione di finanziamento del terrorismo”, già da un decennio, dal governo degli Stati Uniti.

I funzionari dell’amministrazione Obama hanno approvato il finanaziamento di ben oltre $ 100.000 anche dopo che sono stati informati che l’Islamic Relief Agency (ISRA) di Khartoum era affiliata a Osama bin Laden e Maktab al-Khidamat (MK), che, alla fine, divenne al-Qaeda.

L’ISRA, anche conosciuta come l’Islamic Relief Agency (IARA), ha ricevuto una sovvenzione finanziata dai contribuenti di $ 200.000 dall’amministrazione Obama, Almeno $ 115.000 di questi sono stati assegnati all’organizzazione di finanziamento del terrorismo. Rapporti della revisione dei conti nazionale:

I conti tornano
Secondo il Tesoro degli Stati Uniti, nel 1997 l’ISRA ha stabilito un rapporto di cooperazione formale con MK. Nel 2000, l’ISRA aveva raccolto $ 5 milioni per il gruppo di bin Laden. Il Dipartimento del Tesoro fa notare che i funzionari dell’ISRA cercavano persino di “trasferire” [bin Laden] per garantirsi un porto sicuro per lui “. Inoltre riferisce che l’ISRA ha raccolto fondi nel 2003 nell’Europa occidentale specificamente destinati agli attentati suicidi di Hamas.

La pianificazione finanziaria del 2004 includeva tutte le filiali dell’ISRA, incluso un ufficio degli Stati Uniti chiamato Islamic American Relief Agency (IARA-USA). Alla fine si è saputo che questa filiale americana aveva trasferito illegalmente oltre 1,2 milioni di dollari ai ribelli iracheni e ad altri gruppi terroristici, tra cui, secondo quanto riferito, il terrorista afgano Gulbuddin Hekmatyar.

National Review rileva che nel luglio 2014 l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) ha approvato l’assegnazione di $ 723,405 di fondi dei contribuenti statunitensi alla World Vision Inc., e che “$ 200.000 di quel denaro dovevano essere indirizzati a un sub-beneficiario: ISRA “.

World Vision aveva informato l’USAID nel 2014 che l’ISRA era nell’elenco delle organizzazioni designate come terroristiche e successivamente dovette attendere le valutazioni dell’Ufficio del controllo dei beni esteri dell’Ufficio del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (OFAC) prima che potesse ricevere il denaro.

Tuttavia, l’Ufficio del controllo dei beni esteri dell’Ufficio del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (OFAC), nel gennaio 2015, confermò che l’ISRA era un’organizzazione terroristica, tale designata e si oppose a che la World Vision potesse ottenere “una licenza per effettuare transazioni con [ISRA]”. National Review aggiunge:

Nonostante la sentenza dell’OFAC, a febbraio, World Vision scrisse all’OFAC e al funzionario dell’amministrazione Obama Jeremy Konyndyk (che ha poi ricoperto il ruolo di direttore dell’ufficio USA dell’aiuto statunitense ai disastri stranieri) per chiedere all’AKAC una nuova licenza dell’USAID per il pagamento delle somme dovute all’ISRA per il lavoro svolto. “Secondo Larry Meserve, direttore della missione di USAID per il Sudan, World Vision ha sostenuto che se non avessero pagato ISRA,” il loro intero programma sarebbe stato messo a repentaglio. “…

… Poi, incredibilmente, il 7 maggio 2015 – dopo aver operato in “stretta collaborazione e diverse consultazioni con il Dipartimento di Stato” – l’OFAC rilasciò una licenza ad una affiliazione World Vision, World Vision International, autorizzando “un trasferimento “una tantum” di circa $ 125.000 all’ISRA, “di cui” $ 115.000 per servizi eseguiti sotto il premio secondario con USAID “e $ 10.000 per” un accordo di finanziamento non correlato tra Irish Aid e World Vision. ”

Mentre l’amministrazione Trump si è concentrata sulla distruzione del terrorismo islamico, quegli stessi gruppi avevano prosperato sotto l’amministrazione Obama.

“[Nel 2014], quando gli Stati Uniti hanno iniziato la campagna contro il gruppo terroristico, l’ISIS era presente in sette paesi”, ha riferito The Hill nel 2016. “Quella cifra è salita a 13 nel 2015, e oggi il documento della Casa Bianca mostra che ISIS opera in 18 paesi. ”

L’amministrazione Obama ha anche impedito che si compisse una massiccia indagine su Hezbollah, un gruppo terrorista islamico appoggiato dall’Iran, che ha permesso loro di “diventare uno dei più grandi gruppi criminali organizzati transnazionali nel mondo”, ha detto a Politico l’agente veterano della supervisione della DEA, Jack Kelly.

Obama ha cercato di minimizzare la sua incapacità di contenere il terrorismo sostenendo che sotto la sua amministrazione “il numero di incidenti terroristici [non era] aumentato in modo sostanziale”.

Il Politifact di sinistra ha valutato la dichiarazione di Obama come “per lo più falsa”.

IL NOSTRO COMMENTO.
Dopo la riuscita campagna elettorale, opera dei media con un fine preciso, Obama ha trasmesso un’immagine d’ipocrisia che ha coinvolto e improntato di sé gli Stati Uniti. Obama non soltanto è un mentitore, come vuole che sia il Corano se ciò serve a fare dell’Islam l’unica religione; ma è proprio, di suo, un falso e non ci è piaciuto.
Cosa dice il popolo americano dei suoi cittadini decapitati dall’ISIS? Cito Peter Kassig, Steve Sotloff, James Foley e, a proposito di questi ultimi, cito i commenti al video della loro decapitazione fatti sparire da You Tube:
Infatti, il video della decapitazione di James Foley potrebbe essere una montatura. Lo sostengono il quotidiano britannico The Times e la Cnn, secondo cui l’uccisione del giornalista americano non sarebbe avvenuta davanti alla telecamera, ma in un altro momento, e il video distribuito online sarebbe solo una messa in scena. L’Isis ha rilasciato un video di 2 minuti e 46 secondi in cui viene mostrata la decapitazione del cittadino americano Steven Sotloff. Secondo la Cnn il boia che avrebbe decapitato il reporter Sotloff sarebbe lo stesso responsabile della morte di James Foley.

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Dopo i dubbi su quanto sia opportuno pubblicare i video provenienti da gruppi terroristici come quello della decapitazione di Foley, ecco le perplessità sulla sua autenticità. Sono gli esperti di una società internazionale di ricerca sentiti dal Times ad aver avanzato interrogativi sull’identità del presunto assassino così come sulla decapitazione del reporter: non sarebbe, infatti, avvenuta davanti alle telecamere, così come testimonia il video divulgato dai jihadisti, che ne mostra solo pochi secondi.

COLTELLO

Il coltello impugnato nel video dal presunto assassino sembra essere troppo piccolo per l’uso voluto. Inoltre, si legge sul Corriere dell Sera, “il terrorista passa sei volte la lama sul collo della vittima e non c’è traccia di sangue”. È possibile, dunque, che quella davanti alle telecamere sia stata solo una simulazione, anche se non ci sono dubbi sull’effettiva uccisione di Foley. I misteri restano.

1852.- Carmelo Zuccaro, bordata contro le Ong: “Complici di un traffico criminale, non solo i migranti ma anche il petrolio”

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In questi giorni in cui, con la complicità del caso Aquarius, è tornato ad infiammarsi il dibattito sulle Ong, torna a farsi sentire Carmelo Zuccaro, il procuratore di Catania che in passato ha indagato proprio sulle Organizzazioni non governative, svelandone alcuni aspetti a lungo taciuti. E, intervistato da Il Messaggero, torna all’attacco, di fatto spiegando perché la linea adottata da Matteo Salvini sia quella giusta: “Le persone che hanno già realizzato enormi guadagni dal traffico di migranti, attraverso una rete di collusione, riescono a corrompere chi deve vigilare sulle raffinerie libiche e fanno uscire petrolio di contrabbando”, afferma. E le Ong sarebbero in un qualche modo complici, anche inconsapevolmente, di questo sistema: “Il loro sistema di soccorso – riprende Zuccaro – risponde a una logica sbagliata: costringe le persone a consegnarsi nelle mani dei criminali”.

Secondo Zuccaro, insomma, l’attività si sta estendendo dal traffico di esseri umani ad altri affari illegali: “Estendono le loro attività illecite. Hanno sempre più denaro con cui corrompono, reclutano sempre più persone, sono in grado di dotarsi di armi sempre più micidiali. E riescono a infiltrare nel governo funzionari”. Quando gli chiedono cosa ci sia di sbagliato nel sistema di soccorso attuale, il procuratore risponde: “Sia che venga effettuato tramite navi di Ong o altro, è un anello di un sistema che è sbagliato nella sua struttura, perché è impossibile pensare che si debba affidare i legittimo diritto di persone che hanno diritto alla protezione internazionale a venire in Europa per l’esame della loro situazione, a un traffico che appartiene a soggetti criminali”. E ancora: “Bisognerebbe eliminare il traffico di migranti verso la Libia e per questo dico che il sistema dei soccorsi in mare, delle Ong, risponde a una logica sbagliata. Costringe le persone a consegnarsi nelle mani di criminali – ribadisce -. Questo è profondamente sbagliato, non risponde al senso di umanità, né di solidarietà. Le Ong – insiste Zuccaro – fanno parte di un sistema profondamente sbagliato, che affida la porta d’accesso all’Europa a trafficanti che sono criminali senza scrupolo. Non parlo di inchieste in corso, ma di un fenomeno generale”, conlcude.

da Libero

1838.- L’Aquarius, George Soros e Gino Strada. Le Ong sfidano il governo: è battaglia nel Mediterraneo –

Chiamano l’importazione di migranti SALVATAGGI.MA SI CHIAMA TRUFFA A MEZZO LEGGE.
Li raccolgono in mare, sempre sullo stesso punto, né un miglio più né uno meno, CON L’INTENZIONE di traghettarli in ITALIA, e la Guardia Costiera lo sa bene. E, per farlo, invocano in diritto marinaro….

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Prima due parole sull’Aquarius. L’Aquarius,costa 11.000 € a vari assetti finanziari. Uno dei soci fondatori di SOS MEDITERRANEE è Cospe Onlus, onlus italiana che si occupa di migranti ed integrazione. Cospe è finanziata dalla UE, dai nostri ministeri degli Interni e degli Esteri, e da altre istituzioni pubbliche. Tra i sostenitori troviamo anche la Open Society Foundations di George Soros, come documentato dai file di Wikileaks.

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Aquarius appartiene a SOS Mediterranée. E’ associata con e imbarca pure personale di Medici Senza Frontiere per il supporto medico e anche supporto economico per la locazione della nave Aquarius. Dal febbraio 2016, è in Mediterraneo e si calcola che, fino ad oggi, avrà caricato 40.000 migranti economici (pagano 5-6.000 € l’uno) nel suo avanti e indietro, dalla Sicilia, fino sempre allo stesso punto del mare libico.

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Un sindaco non può disattendere le direttive del Ministro degli Interni perché, per quanto riguarda la sicurezza, è ufficiale di governo,subordinato al Prefetto che, quantomeno, ma molto “meno”, deve diffidarlo.
Facciamo due conti: L’Aquarius, ora, ha imbarcato 123 minori non accompagnati x45€ a testa=5.535 al giorno + 506 adulti x 35 € = 17.710 al giorno per un totale di 23.245 € al giorno, 23.245 €! Quanto spetterebbe a forfait, al sindaco del porto che, da ufficiale del governo trasgredisse l’ordine del governo?ne varrebbe la pena? E vogliamo parlare dei bambini? 28 minori al giorno scompaiono, togliendo i finti minorenni, i bambini veri e non accompagnati si può ben immaginare quale altro traffico alimentino: Pedofilia o organi? Scelgano i buonisti.


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Quando l’inviato di Report salì sulla famigerata nave di Sos Mediterraneé, l’Ong francese che gestisce la nave Aquarius insieme a Medici Senza Frontiere: “DIALOGAVA CON I TRAFFICANTI”. La sequenza svela come avvengono realmente le operazioni di ‘salvataggio’ dei clandestini a largo delle coste libiche. In un sms un volontario delle ONG rivela a Report : «Avevamo l’ordine di non riprendere i barchini con gli scafisti, altrimenti ci avrebbero lasciato a casa». Le immagini confermano quanto scritto nel rapporto riservato di Frontex.
Insomma: Ong complici del traffico con i miliziani libici.

Durante un soccorso del 18 maggio 2017, le telecamere Rai riprendono nello stesso spicchio di mare due barconi carichi di migranti, due un gommone di salvataggio, una motovedetta libica, la nave Prudence di MsF, la Phoenix di Moas, la Iuventa, la Golfo Azzurro di Proactiva Open Arms, Sea Eye e pure un barchino non identificato. A bordo sostengono si tratti di “pescatori”, ma diverse inchieste giornalistiche hanno dimostrato che – in realtà – sono “facilitatori” o trafficanti (a bordo infatti non hanno reti da pesca). Sopra di loro vola un elicottero dell’operazione Sophia di Enuav for Med.

Chi sono quei quattro uomini sulla motovedetta libica? Secondo il comando della Guardia Costiera di Tripoli, sentito da Report, non sarebbero loro uomini. Non è escluso, dunque, che in realtà si tratti di miliziani libici. Ovvero trafficanti. Bisogna ricordare che l’accordo tra Al Serraj e il ministro Minniti che ha permesso al governo libico di prendere il controllo delle coste è successivo alle immagini raccolte dalla trasmissione di Rai3. La motovedetta si avvicina ad uno dei barconi usati per il trasporto di carne umana e lo incendia, non prima però di aver tratto in salvo il motore. A quanto pare a quei libici interessa e non poco recuperare le imbarcazioni: per questo dietro la nave di Medici Senza Frontiere viene consegnato un barcone alla motovedetta libica, nonostante il codice dei soccorsi preveda sia l’Ong a distruggerlo per impedire che torni nelle mani dei trafficanti. Le telecamere di Report riprendono anche una barca di facilitatori che “indica” la barca di Sos Mediterraneé ai migranti, “come a dire: adesso vi vengono a prendere loro”. Un’ulteriore prova di come i trafficanti utilizzassero la presenza delle Ong per aumentare le partenze, incrementare i guadagni e moltiplicare gli sbarchi in Italia. E infatti subito dopo arrivano i soccorsi per recuperare i migranti. Quando i soccorritori delle Ong si allontanano, i facilitatori si avvicinano come a controllare qualcosa. Ed ecco il saluto: ad un certo punto, però, operatori umanitari e scafisti si salutano. Come se fossero amici.
A rendere particolare l’ultimo traghettamento dei trafficanti umanitari, il comunicato post ‘salvataggio’ della stessa Ong, che sembra una sorta di tentativo di crearsi un alibi in caso di indagini.

Durante il soccorso erano presenti nell’area due piccole barche da pesca. Sebbene i loro occupanti non abbiano ostacolato il salvataggio, i nostri team hanno assistito all’estrazione del motore e della benzina dal gommone da parte degli occupanti di questi pescherecci una volta completata l’operazione di soccorso.
Questa è la confessione, di fatto, di una collaborazione con gli scafisti/miliziani islamici. Altro che “non hanno ostacolato”.
Se vuoi nascondere qualcosa, mettilo in bella vista.
Così, se qualcuno ti stava fotografando o seguendo dal satellite mentre prelevavi i clandestini a pochi metri dagli scafisti che te li avevano portati dove era previsto, alla richiesta di chiarimenti di qualche magistrato, puoi dire che sì, c’erano degli strani barchini, ma tu non li conoscevi.
Del resto è il comportamento descritto da Zuccaro nelle inchieste: gli scafisti danno appuntamento alle Ong, portano i barconi e tolgono i motori per riutilizzarli per futuri viaggi. Poi affidano i barconi alle navi delle Ong.
Scrivendolo nel comunicato tentano di derubricare il tutto ad avvenimento occasionale e non concordato. E si creano un alibi.

E, ora, passiamo a Malta con Tiziana Di Giovannandrea 10 giugno 2018
Prosegue il botta e risposta tra le autorità maltesi e l’Italia sulla vicenda della nave Aquarius con a bordo 629 migranti, tra cui 123 minorenni soli, 11 bambini e 7 donne incinte. In serata l’ambasciatore maltese in Italia Vanessa Frazier intervenendo telefonicamente a ‘Non è l’Arena’, programma di La7, ha affermato: “”Non abbiamo chiuso i porti, stiamo rispettando la legge che è molto chiara: i soccorsi non sono iniziati in acque maltesi”. Con il ministro dell’Interno Matteo Salvini “siamo molto in linea con la questione migranti. Ma questa volta ha sbagliato: la deve smettere di fare dichiarazioni forti e provocatorie come questa. Non c’entra nulla ora che Malta accolga i 629 migranti soccorsi a bordo di nave Aquarius, pena la chiusura dei porti italiani” ha ancora detto l’ambasciatore. Il diplomatico ha aggiunto: “I 629 migranti dell’Aquarius non li accogliamo, è una questione di principio. L’operazione SAR (Search and Rescue) nel Mediterraneo, come diffuso da un comunicato del ministero dell’Interno e della Sicurezza Nazionale maltese, è avvenuta nella SAR libica coordinata dal centro RCC di Roma. Per cui è assolutamente escluso che i migranti debbano essere sbarcati a Malta”, ha spiegato Frazier. Per l’ambasciatore la destinazione dei migranti dovrebbe essere “la Libia o Lampedusa. Ma non a Malta. Il centro di coordinamento per il salvataggio di Malta non ha la competenza, e non è neanche l’autorità di coordinamento. E’ senz’altro una questione di principio, una battaglia vera e propria di principio, poiché Malta non è in assoluto contraria all’accoglienza dei migranti, ma è necessario che vengano rispettate le regole, sempre. Ciò che conta non è il porto in cui vengono sbarcati i migranti, quanto piuttosto il luogo in cui avviene il soccorso”. “Voglio ricordare che nel momento dei soccorsi i migranti sono stati tratti in salvo da 4 navi, tra cui 2 italiane e un mercantile. Ebbene, vista anche la posizione geografica del soccorso SAR, non vedo cosa possa entrarci Malta. Noi non abbiamo nulla a che fare con questa vicenda”, ha concluso l’ambasciatore.

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L’ambasciatore di Malta in Italia, Vanessa Frazier: “Su Aquarius La Valletta rispetta la legge. I 629 migranti dell’Aquarius non li accogliamo, è una questione di principio”.

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Le Ong sfidano il governo: è battaglia nel Mediterraneo.

Roma, 10 giu – Da due giorni le ONG tedesche, Sea Watch e Sea-Eye, stanno pubblicamente sfidando a duello il nuovo governo di Giuseppe Conte e in particolar modo il Viminale di Matteo Salvini.

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Le armi in mano agli “umanitari” sono i 342 migranti a bordo delle loro navi, usati come vero e proprio strumento di ricatto rivolto al Ministro dell’Interno.

Sea Watch e Sea-Eye hanno pattugliato per giorni lo specchio di mare antistante la zona di Beni Walid, diventata tristemente nota il 25 maggio perché teatro di una tragedia[1]: i migranti hanno provato a scappare da un rifugio dei trafficanti, e questi per non perdere “la merce” hanno aperto il fuoco sui fuggitivi.

Da qualche tempo, tutte le ONG impegnate nelle operazioni SAR in Libia si sono spostate curiosamente nella suddetta area di Beni Walid, abbandonando quella di Zuwara, a ovest di Tripoli, dove le Autorità di Sicurezza Libiche hanno arrestato diversi trafficanti e liberato centinaia di migranti pronti a partire per l’Italia.

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In tre differenti “salvataggi” tra cui un curioso trasbordo dal Vos Purpose, rimorchiatore appartenente allo stesso armatore Vroon che locava la nave Vos Hestia a Save The Children fino all’ottobre scorso[2], Sea Watch e Sea-Eye, colti dal prevedibilissimo maltempo, hanno iniziato con le solite pressioni per ottenere dall’MRCC di Roma (Centro di Coordinamento Soccorsi Marittimi) l’autorizzazione allo sbarco in Sicilia, ovviamente mobilitando le istituzioni politiche straniere e le organizzazioni internazionali.

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Malta, come al solito, ha negato ogni tipo di assistenza alle due ONG allo sbando, con un rimpallo di responsabilità con le autorità italiane.

L’inadeguata nave Seefuchs di Sea-Eye, in completa balia delle onde con a bordo 120 migranti e chiaramente comandata da dilettanti come già abbiamo documentato, è stata dapprima soccorsa da una nave cargo e successivamente dalla nave Diciotti della nostra Guardia Costiera.

Dopo due giorni di crisi nei quali l’MRCC di Roma ha negato l’accesso ai nostri porti (mai successo prima d’ora) e nonostante ciò Sea Watch ostinatamente si sia posizionata in acque territoriali italiane, le autorità hanno concesso alla ONG l’autorizzazione allo sbarco nel porto di Reggio Calabria.

Nel frattempo, la nave di Sea-Eye è stata scortata dalla Diciotti e da una nave cargo, a causa dell’impossibilità al trasbordo per le avverse condizioni meteo.

Arrivate nei rispettivi porti di sbarco, Sea Watch a Reggio Calabria e Sea-Eye a Pozzallo, i comandanti delle due ONG sono stati prelevati dalle autorità italiane e portati di fronte ai Magistrati negli uffici della Polizia Giudiziaria, per un lungo interrogatorio. Le autorità hanno altresì predisposto il sequestro dei materiali probatori a bordo delle navi, tra i quali i video del giornalista Fabio Butera de La Repubblica, che si trovava a bordo della nave di Sea Watch.

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Oggi, 11 giugno, il premier socialista spagnolo Pedro Sanchez annuncia a sorpresa: “L’Aquarius venga da noi, potrà attraccare a Valencia”. Il premier italiano Giuseppe Conte lo ringrazia: “Avevamo chiesto un gesto di solidarietà da parte dell’Ue su questa emergenza. Non posso che ringraziare le autorità spagnole per aver raccolto l’invito”. E aggiunge che agli incontri di venerdì e lunedì con Macron e Merkel, gia fissati da tempo, chiederà la modifica del regolamento di Dublino.

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18.48 LMT: Qualcuno comunichi la decisione del governo Spagnolo alla nave Aquarius, che continua ad andare avanti e indietro nello stesso punto a velocità 2 nodi (ora prua sulla Grecia). L’Aquarius è diretta verso la spagna? Perche Hanno oscurato la tracciabilità?
21.35 LMT. Per ora pendola. L’equipaggio della nave sta deliberatamente provocando lo Stato Italiano e sta cercando il morto a bordo. Non si dirigono verso Valencia.

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12 giugno. L’Aquarius è stato rifornito ed è scortato a Valencia da due unità, che hanno preso a bordo parte dei migranti. Sono circa 700 miglia.

1753.- GIORNALISTA PREMIO PULITZER: HILLARY CLINTON APPROVÒ L’INVIO DI GAS SARIN AI RIBELLI SIRIANI PER INCASTRARE ASSAD.

Di Voci dall’Estero, un articolo più che mai attuale.

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Il sito Free Thought Project riporta un articolo sui legami di Hillary Clinton con l’attacco chimico al gas sarin a Ghouta, in Siria, nel 2013. Dalle relazioni tra USA e Siria (ne avevamo parlato qui), al ruolo della Clinton nella politica estera USA e nell’approvvigionamento di armi dalla Libia verso l’Isis (ne avevamo parlato Qui e qui), alle dichiarazioni del giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh su un accordo del 2012 tra l’amministrazione Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, per imbastire un attacco con gas sarin e darne la colpa ad Assad, tutte le prove punterebbero in una direzione: i precursori chimici del gas sarin sarebbero venuti dalla Libia, il sarin sarebbe stato “fatto in casa” e la colpa gettata sul governo siriano come pretesto perché gli Stati Uniti potessero finanziare e addestrare direttamente i ribelli siriani, come desideravano i sauditi intenzionati a rovesciare Assad. Responsabile della montatura l’allora Segretario di Stato USA e poi candidata alla presidenza per i Democrat, Hillary Clinton.

Nell’aprile del 2013, la Gran Bretagna e la Francia informarono le Nazioni Unite che c’erano prove credibili che la Siria avesse usato armi chimiche contro le forze ribelli. Solo due mesi più tardi, nel giugno del 2013, gli Stati Uniti conclusero che il governo siriano in effetti aveva usato armi chimiche nella sua lotta contro le forze di opposizione. Secondo la casa bianca, il presidente Obama ha subito usato l’attacco chimico di Ghouta come pretesto per l’invasione e il sostegno militare americano diretto e autorizzato ai ribelli.

Da quando gli Stati Uniti finanziano questi “ribelli moderati”(dati raccolti al tempo della campagna elettorale di Trump), sono state uccise più di 250.000 persone, più di 7,6 milioni sono state sfollate all’interno dei confini siriani e altri 4.000.000 di esseri umani sono stati costretti a scappare dal paese.

Tutta questa morte e distruzione portata da un sadico esercito di ribelli finanziati e armati dal governo degli Stati Uniti era basata – è quello che ora ci viene detto – su una completa montatura.

Seymour Hersh, giornalista noto a livello mondiale, ha rivelato, in una serie di interviste e libri, che l’amministrazione Obama ha falsamente accusato il governo siriano di Bashar al-Assad per l’attacco con gas sarin e che Obama stava cercando di usarlo come scusa per invadere la Siria. Come ha spiegato Eric Zuesse in Strategic Culture, Hersh ha indicato un rapporto dell’intelligence britannica che sosteneva che il sarin non veniva dalle scorte di Assad. Hersh ha anche affermato che nel 2012 è stato raggiunto un accordo segreto tra l’amministrazione Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, per imbastire un attacco con gas sarin e darne la colpa ad Assad in modo che gli Stati Uniti potessero invadere e rovesciare Assad.

“In base ai termini dell’accordo, i finanziamenti venivano dalla Turchia, e parimenti dall’Arabia Saudita e dal Qatar; la CIA, con il sostegno del MI6, aveva l’incarico di prendere armi dagli arsenali di Gheddafi in Siria. ”

Zuesse nel suo rapporto spiega che Hersh non ha detto se queste “armi” includevano i precursori chimici per la fabbricazione del sarin che erano immagazzinati in Libia. Ma ci sono stati molteplici rapporti indipendenti che sostengono che la Libia di Gheddafi possedeva tali scorte, e anche che il Consolato degli Stati Uniti a Bengasi, in Libia, controllava una “via di fuga” per le armi confiscate al regime di Gheddafi, verso la Siria attraverso la Turchia.

Anche se Hersch non ha specificamente detto che la “Clinton ha trasportato il gas”, l’ha implicata direttamente in questa”via di fuga” delle armi delle quale il gas sarin faceva parte.

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Seymour Hersh Weighs In on Sanders vs. Clinton: “Something Amazing Is Happening in This Country”

Riguardo al coinvolgimento di Hillary Clinton, Hersh ha detto ad AlterNet che l’ambasciatore Christopher Stevens, morto nell’assalto dell’ambasciata Bengasi,…“L’unica cosa che sappiamo è che [la Clinton] era molto vicina a Petraeus che era il direttore della CIA in quel periodo… non è fuori dal giro, lei sa quando ci sono operazioni segrete. Dell’ambasciatore che è stato ucciso, [sappiamo che] era conosciuto come un ragazzo, da quanto ho capito, come qualcuno che non sarebbe stato coinvolto con la CIA. Ma come ho scritto, il giorno della missione si stava incontrando con il responsabile locale della CIA e la compagnia di navigazione. Egli era certamente coinvolto, consapevole e a conoscenza di tutto quello che stava succedendo. E non c’è modo che qualcuno in quella posizione così sensibile non stesse parlando col proprio capo [Hillary Clinton, all’epoca Segretario di Stato, figura che nel governo statunitense ha la responsabilità della politica estera e del corpo consolare, NdVdE], attraverso qualche canale. “

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Obama dichiarò la sua ferma e unanime condanna per l’assalto al consolato Usa a Bengasi in cui furono uccisi l’ambasciatore e tre componenti dello staff. “L’attentato è stato compiuto da un “gruppo selvaggio ma ristretto, non dal popolo o dal governo della Libia”, spiegò Hillary Clinton. “Sono morti di nuovo innocenti, è come l’11 settembre”,disse. “E’ stata tolta la vita a persone che erano impegnate ad aiutare il popolo libico a costruire un futuro migliore per il loro Paese”, sottolineò il segretario di Stato americano. “Questa violenza senza senso dovrebbe scuotere le coscienze dei popoli di tutte le fedi religiose in tutto il mondo”, continuò il segretario di Stato americano, “Stevens sarà ricordato come un eroe” e concluse, “Una Libia libera e stabile è ancora negli interessi americani”. Gli Stati Uniti “non torneranno indietro”, non arretreranno di un millimetro nel loro impegno per aiutare la nuova la Libia. “Una missione – spiegò Clinton – “nobile e necessaria”. Il mondo “ha bisogno di altri Chris Stevens” continuò Clinton. “Ho parlato con sua sorella”, “le ho detto che sarà ricordato come un eroe da molte nazioni. Stevens ha iniziato a costruire le nostre relazioni con i rivoluzionari libici” e “ha rischiato la sua vita per cercare di fermare un tiranno” come Muammar Gheddafi. Quante bugie!

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A supportare Hersh nelle sue affermazioni è il giornalista investigativo Christof Lehmann, che dopo gli attacchi ha scoperto una pista di prove che riporta al Presidente dello Stato Maggiore Congiunto Martin Dempsey, al Direttore della CIA John Brennan [subentrato nella guida della CIA l’8 marzo 2013 dopo le dimissioni di Petraeus nel novembre 2012 e il successivo interim di Morell, NdVdE], al capo dell’intelligence saudita principe Bandar, e al Ministero degli Interni dell’Arabia Saudita.

Come ha spiegato Lehmann, i russi e altri esperti hanno più volte affermato che l’arma chimica non avrebbe potuto essere una dotazione standard dell’arsenale chimico siriano e che tutte le prove disponibili – tra cui il fatto che coloro che hanno offerto il primo soccorso alle vittime non sono stati lesionati – indicano l’uso di sarin liquido, fatto in casa. Questa informazione è avvalorata dal sequestro di tali sostanze chimiche in Siria e in Turchia.

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Anche se non è la prova definitiva, non si deve glissare su questa implicazione. Come il Free Thought Project ha riferito ampiamente in passato, il candidato alla presidenza ha legami con i cartelli criminali internazionali che hanno finanziato lei e suo marito per decenni.

Quando Hillary Clinton divenne Segretario di Stato nel 2009, la Fondazione William J. Clinton ha accettato di rivelare l’identità dei suoi donatori, su richiesta della Casa Bianca. Secondo unprotocollo d’intesa, rivelato da Politifact, la fondazione poteva continuare a raccogliere donazioni provenienti da paesi con i quali aveva rapporti esistenti o che stavano tenendo programmi di finanziamento.

Le registrazioni mostrerebbero che dei 25 donatori che hanno contribuito con più di 5 milioni di dollari alla Fondazione Clinton nel corso degli anni, sei sono governi stranieri, e il maggior contribuente è l’Arabia Saudita.

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La miliardaria clinton finanziata dal ministro dell’ambiente italiano! Alla convention del Partito democratico americano a Philadelphia che ha conferito la nomination presidenziale a Hillary Rodham Clinton non avrebbero dovuto presenziare né il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, né il presidente della Camera, Laura Boldrini. L’ unico esponente delle istituzioni italiane titolato a parteciparvi era il ministro dell’ Ambiente, Gianluca Galletti.

L’importanza del ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento dei Clinton è enorme, così come il rapporto tra Siria e Arabia Saudita nel corso dell’ultimo mezzo secolo è tutto quello che concerne questa guerra civile.

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Come Zuesse sottolinea nel suo articolo su Strategic Culture:

Quando l’intervistatore ha chiesto ad Hersh perché Obama sia così ossessionato dalla sostituzione di Assad in Siria, dal momento che “il vuoto di potere che ne deriverebbe avrebbe aperto la Siria a tutti i tipi di gruppi jihadisti”; e Hersh ha risposto che non solo lui, ma lo Stato Maggiore Congiunto, “nessuno riusciva a capire perché.” Ha detto, “La nostra politica è sempre stata contro di lui [Assad]. Punto.”

Questo è stato effettivamente il caso non solo da quando il partito che Assad guida, il partito Ba’ath, è stato oggetto di un piano della CIA poi accantonato per un colpo di stato finalizzato a rovesciarlo e sostituirlo nel 1957; ma, in realtà, il primo colpo di stato della CIA era stato non solo pianificato, ma anche effettuato nel 1949 in Siria, dove rovesciò un leader democraticamente eletto, con lo scopo di consentire la costruzione di un oleodotto per il petrolio dei Saud attraverso la Siria verso il più grande mercato del petrolio, l’Europa; e la costruzione del gasdotto iniziò l’anno successivo.

Ma poi c’è stato un susseguirsi di colpi di stato siriani (innescati dall’interno anziché da potenze straniere – nel 1954, 1963, 1966, e, infine, nel 1970), che si sono conclusi con l’ascesa al potere di Hafez al-Assad durante il colpo di stato del 1970. E l’oleodotto trans-arabico a lungo pianificato dai Saud non è ancora stato costruito. La famiglia reale saudita, che possiede la più grande azienda mondiale di petrolio, l’Aramco, non vuole più aspettare. Obama è il primo presidente degli Stati Uniti ad aver seriamente tentato di svolgere il loro tanto desiderato “cambio di regime” in Siria, in modo da consentire la costruzione attraverso la Siria non solo dell’oleodotto trans-arabico dei Saud, ma anche del gasdotto Qatar- Turchia che la famiglia reale Thani (amica dei Saud), che possiede il Qatar, vuole che sia costruita lì. Gli Stati Uniti sono alleati con la famiglia Saud (e con i loro amici, le famiglie reali del Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Oman). La Russia è alleata con i leader della Siria – così come in precedenza lo era stata con Mossadegh in Iran, Arbenz in Guatemala, Allende in Cile, Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia, e Yanukovich in Ucraina (tutti rovesciati con successo dagli Stati Uniti, ad eccezione del partito Baath in Siria).

Matt Agorist è un veterano congedato con onore del Corpo degli US Marines ed ex operatore di intelligence direttamente incaricato dalla NSA. Questa precedente esperienza gli fornisce una visione unica nel mondo della corruzione del governo e dello stato di polizia americano. Agorist è stato un giornalista indipendente per oltre un decennio ed è apparso sulle reti tradizionali in tutto il mondo.
da NincoNanco