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1409.- LA GIUSTIZIA ITALIANA NON È ADEGUATA ALLA SFIDA DELL’INVASIONE

Attacco terroristico nella metropolitana di Londra, il quinto attentato a Londra nel 2017. I feriti sono stati 29 e diversi pendolari sono rimasti ustionati in seguito all’esplosione di un ordigno sul vagone del metrò, alla stazione di Parsons Green che si trova nella zona sud ovest della capitale.

++ Londra: testimoni, 'palla di fuoco su treno metro' ++

Il Sun, mostra uno scatto pubblicato su Twitter di un secchio ancora fumante all’interno di una busta frigo della catena di supermercati Lidl.

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I testimoni, fra cui l’italiana Roberta Amuso, hanno raccontato d’una fiammata, quindi del fumo, della sensazione da topi in trappola. Non tutti hanno udito con chiarezza il boato, segno di una deflagrazione probabilmente solo parziale del marchingegno, come confermato in seguito da Scotland Yard. Mentre tutti si sono ritrovati nella calca quando all’apertura delle porte é scattato l’inevitabile fuggi fuggi: “Chi inciampava e cadeva per terra veniva calpestato. 

Invece, fu una sorpresa per noi italiani quando fu identificato il terzo terrorista dell’attentato del furgone sui passanti del London bridge, il 3 giugno :

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Khuram Butt e Rachid Redouane e uno dei nuovi italiani, Youssef Zaghba, 

Youssef Zaghba, un italo-marocchino, figlio di una bolognese, aveva il doppio passaporto. Nel marzo del 2016 fu fermato all’aeroporto del capoluogo emiliano. Nel suo cellulare furono trovati video dell’Isis; ma il Tribunale del riesame giudicò che non fossero motivo sufficiente per formulare un’accusa di terrorismo.

Gli altri due si chiamavano Khuram Butt e Rachid Redouane. Khuram Butt – classe ’90, cittadino britannico nato in Pakistan –  era considerato il capo della cellula che ha sferrato l’attacco. Ventisette anni di Barking, il quartiere nell’est di Londra dove ieri la polizia ha effettuato i primi raid, secondo il Telegraph è l’uomo che compare nel documentario di Channel 4 sull’integralismo islamico nel Regno Unito mentre srotola una bandiera dell’Isis a Regent’s Park. Il capo dell’antiterrorismo di Scotland Yard, Mark Rowley sottolinea che Khuram Butt, uno dei terroristi dell’attacco a Londra, era “noto” alle forze di sicurezza ma non c’era prova che stesse pianificando un attentato. 

Redouane invece aveva 30 anni (era nato il 31 luglio del 1986) e sosteneva di essere marocchino e libico. In passato, aggiunge Scotland Yard, aveva assunto anche un’altra identità facendosi chiamare Rachid Elkhdar, e sostenendo di essere nato il 31 luglio del 1991. A differenza di Khuram Butt, Rachid Redouane non era noto alle forze di sicurezza britanniche. 

Attacco con furgone a London Bridge: 7 morti. I 3 terroristi, hanno, poi, accoltellato altri passanti, fuggendo verso Borough Market. Almeno una dozzina di bombe Molotov sono state trovate nel furgone usato dai tre jihadisti. 

Video di propaganda dell’Isis, sermoni religiosi: gli indizi di un’adesione alla jihad. E’ quello che gli investigatori italiani trovarono nel marzo 2016 sul telefonino di Youssef Zaghba, il terzo degli attentatori di Londra. Yussef, 22 anni, madre italiana e padre marocchino, ha vissuto a Bologna per alcuni periodi. Proprio nel capoluogo emiliano venne fermato mentre cercava di imbarcarsi su un volo per la Turchia. Gli agenti della polizia di frontiera si insospettirono perché aveva un biglietto di sola andata e un piccolo zaino: niente soldi, né bagagli. Elementi che fecero subito scattare il fermo, con l’ipotesi che si trattasse di un volontario destinato a raggiungere lo Stato Islamico.

La madre, che vive tuttora a Bologna, spiegò alla polizia che il ragazzo le aveva detto di volere andare a Roma, chiedendole i soldi per  il biglietto, e non le aveva mai parlato di Turchia. La procura dispose il sequestro del suo cellulare, in cui i tecnici della polizia trovarono quelle immagini che confermavano la volontà di aderire allo Stato Islamico. Il pm decise anche di perquisire l’abitazione della donna, portando via un computer e altro materiale informatico ritenuto di interesse per le indagini. Fu anche disposto dalla magistratura il sequestro del passaporto.

Ma il giovane si rivolse a un avvocato e presentò istanza al Tribunale del Riesame: un ricorso accolto, perché i giudici non avrebbero ritenuto sufficienti gli indizi per formulare un’accusa di terrorismo. Venne così ordinato il dissequestro del cellulare e del computer. La cittadinanza italiana invece ha impedito di procedere con un provvedimento di espulsione, come avviene nel caso di stranieri sospettati di adesione ai valori della jihad. Il nome però venne inserito nella lista dei soggetti pericolosi e tenuto sotto controllo.

I nostri apparati di sicurezza sostengono di avere condiviso tutte le informazioni raccolte all’epoca con l’intelligence britannica. Ma da Scotland Yard fa sapere che Youssef Zaghba non era monitorato né dalla polizia né dall’Mi5.

Youssef Zaghba negli ultimi anni era stato a Bologna solo sporadicamente, trascorrendo invece la maggior parte del tempo in Gran Bretagna, dove vivevano diversi familiari. Da qui l’allerta trasmessa a Londra, con le notizie raccolte dall’esame del cellulare e dagli altri controlli effettuati a Bologna. Un dossier completo che sarebbe stato inoltrato all’MI5 nell’aprile 2016, più di un anno prima dell’attacco al London Bridge.

Ieri erano stati rivelati i nomi degli altri due terroristi che sabato sera hanno ucciso sette persone nel centro di Londra:

Cinque attacchi

Da inizio anno a oggi, la Gran Bretagna ha subito cinque attacchi terroristici in cui hanno perso la vita 35 persone. Il 22 marzo, l’auto guidata da Khalid Masood si lancia sulla folla sul Westminster Bridge: il bilancio è di cinque morti, oltre al terrorista. Il 22 maggio, un kamikaze si fa saltare in aria alla fine del concerto della popstar statunitense Ariana Grande; uccide 22 persone e ne ferisce 116. Il 3 giugno, un furgone travolge i passanti sul London Bridge, poi i tre assalitori, armati di coltelli, si muovono verso Borough Market dove accoltellano i passanti. Il bilancio è di sette morti, oltre a tre terroristi uccisi dalla polizia, e una cinquantina di feriti. Il 19 giugno, ancora un furgone che investe la folla davanti a una moschea nell’area di Flinnsbury Park, a Londra. Muore un uomo musulmano e una decina di fedeli vengono feriti.

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“Un altro attacco, a Londra, di un terrorista sbandato. Queste sono persone malate e dementi già nel mirino di Scotland Yard. Bisogna stare sull’attenti”.

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1403.- Gli USA evacuano i terroristi da Dayr al-Zur e la Russia li elimina

… li elimina con un sol colpo.

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Dayr al-Zur: Che dire? L’Aeronautica russa sganciava la bomba convenzionale più letale del mondo sulle teste dello SIIL nella provincia di Dayr al-Zur. La bomba è ancora più grande della MOAB (la madre di tutte le bombe) che gli Stati Uniti avrebbero usato contro lo SIIL in Afghanistan. La bomba russa è chiamata Padre di tutte le bombe (FOAB) e il suo utilizzo è direttamente collegato a due eventi avvenuti il 26 e il 28 agosto 2017.
Il 26 agosto 2017, elicotteri statunitensi Apache volarono presso la città di Tarif, vicino Dayr al-Zur liberata dall’Esercito arabo siriano ed alleati. I due ratti avevano la cittadinanza belga e francese, secondo ciò che mi ha detto la mia fonte, secondo cui questi terroristi erano impiegati dai servizi segreti francese e belga e considerati fonti “cruciali” dell’HUMINT o “intelligence umana”.
Il 28 agosto 2017, due giorni dopo, gli Stati Uniti evacuavano 22 capi dello SIIL portandoli in sicurezza nella provincia di Dayr al-Zur, nella stessa zona dove i primi due si trovavano, presso a al-Madin. Questi 22 erano per lo più ex-ufficiali dell’esercito di Saddam arruolati da Stati Uniti e Stato sionista per creare ciò che il mondo conosce come SIIL. Erano considerati risorse insostituibili per le future operazioni e totalmente fedeli allo scenario sunnita. Secondo la mia fonte, gli Stati Uniti non potevano permettersi di far catturare questi capi dello SIIL ed esibirli al pubblico mondiale. Avrebbero causato immenso imbarazzo rivelando le origini dello SIIL e i suoi veri sostenitori. Sarebbe stato scandaloso. La Russia si sarebbe infuriata nel rilevare e seguire gli elicotteri statunitensi. Il Cremlino dichiarava che gli Stati Uniti ancora aiutano i selvaggi dello SIIL. Si specula qui, ma sembra che solo il Presidente Putin avesse l’autorità di ordinare ciò che il Generale Gerasimov eseguì dopo.

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Fra l’1 e il 2 settembre 2017, un bombardiere strategico Tupolev-160, decollato da una base nella Russia meridionale, si avvicinava al corridoio di al-Madin sganciandovi una grande bomba sospesa a un paracadute.

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La Bomba termobarica russa, in inglese Aviation Thermobaric Bomb of Increased Power (ATBIP) , tradotto dal russo: (АВБПМ)Bomba aeromobile di elevata potenza che crea il vuoto, altrimenti nota con l’acronimo FOAB “Father of All Bombs” (“Padre di tutte le bombe”) è una bomba ad alto esplosivo a base di alluminio e ossido di etilene, a caduta libera. Il capo delle forze armate russe, Alexander Rukshin, ne ha descritto gli effetti distruttivi in questo modo: “tutto ciò che è vivo semplicemente evapora”.

Con una potenza, dichiarata in via ufficiosa, pari a 44 tonnellate di TNT (effetto ottenuto con circa 7 tonnellate di un nuovo tipo di esplosivo ad alto potenziale), tale ordigno avrebbe una potenza esplosiva quadrupla rispetto alla bomba GBU-43 Massive Ordnance Air Blast bomb delle forze armate statunitensi (il cui acronimo ufficiale militare è MOAB, a cui corrisponde anche l’acronimo popolare di “Mother of All Bombs”, “madre di tutte le bombe”)

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La bomba termobarica era chiamata “Bomba Aerea Termobarica a Potenza Maggiorata” o ATBIP. È la FOAB già menzionata. Hollywood presentò effetti speciali accurati per una simile bomba nelle prime scene del film “Outbreak” di Dustin Hoffman, dove un’intera area viene devastata per paura di un contagio. La bomba rilascia una cappa di vapore infiammabile mentre scende e, ad una certa quota, accende la miscela creando l’inferno, prima, e poi un’area di vuoto d’aria che fa esplodere i polmoni. È un’arma davvero brutta. E i russi hanno risposto agli Stati Uniti che esfiltravano i loro preziosi terroristi eliminandone tutti con un colpo solo. Nemo me impone lacessit.
Ma ci sono altre buone notizie. Il giacimento al-Tayam veniva liberato dalla venalità di SIIL e famiglia Erdoghan. Non più corse gratuite, sultano. Non più greggio a buon mercato. La Russia annunciava che la sua Aeronautica aveva eliminato 4 capi supremi dello SIIL il 5 settembre 2017, insieme a 40 altri avvoltoi. Uno era il ministro della guerra dello SIIL, il tagico Gulmurad Khalimov, figuro effettivamente addestrato dagli Stati Uniti e che doveva essere l’esponente principale dell’antiterrorismo statunitense, avendo trascorso un anno nel programma per le forze speciali di tre fasi per il Terzo Mondo. Andò in mille pezzi con Abu Muhamad al-Shamali.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio di aurora

Differenze tra MOAB e FOAB

Dato MОАВ FОАВ
Peso: 10,3 tonnellate 7,1 tonnellate
TNT equivalente: 11 tonnellate ≈44 tonnellate
Raggio di esplosione: 150 metri 300 metri
Guida: INS/GPS Sconosciuto (forse GLONASS)

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La MOAB o GBU-43/B

1400.- Elicotteri USA evacuano terroristi da Deir Ezzor prima dell’arrivo dell’esercito siriano

Assad ha vinto e Israele, temendo di essere lasciato solo da USA e Russia contro l’Iran e gli Hezbollah manda lettere di pace ad Assad e missili sull’Armata Araba Siriana. Qualunque assetto di pace nel Medio Oriente rischia di tramutarsi in assedio per Israele.

Maurizio Blondet 7 settembre 2017

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L’Agenzia Sputnik ha riferito che elicotteri della US Air Force  hanno esfiltrato da Deir Ezzor comandanti dell’IS  ad agosto, quando è stato evidente che l’armata siriana era sul punto di rompere l’assedio dei terroristi islamisti alla città.

“La nostra fonte ha riportato che il 26 agosto elicotteri Us Air Force hanno  evacuato due comandanti di campo di Daesh  “di origine europea” con le loro famiglie in un’area nel nord-est di Deir Ezzor durante la notte. Due giorni  dopo,  elicotteri USA hanno trasferito 20 comandanti e militati a loro vicini da una zona sudorientale di Deir Ezzor alla Siria del nord.

Anche se Donald Trump ha posto fine al programma CIA di finanziamento ed armamento dei jihadisti dell’era Obama, sembra che a livello clandestino elementi dell’apparato militare USA continuino ad assistere i terroristi. Trasferiscono i comandanti più preziosi per i servizi americani “in zone sicure, onde usare la loro esperienza”, scrive Sputnik. “I militanti che perdono i loro comandanti “salvati” dagli americani,  di  solito tendono a cessare azioni organizzate,  abbandonano le posizioni, si congiungono ad altre unità terroristiche, o scappano alla spicciolata.  Ciò che alla fine contribuisce al successo delle truppe  governative”.

 

Sputnik ha riferito che elicotteri della US Air Force  hanno esfiltrato da Deir Ezzor comandanti dell’IS  ad agosto, quando è stato evidente che l’armata siriana era sul punto di rompere l’assedio dei terroristi islamisti alla città.

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Vergogna a stelle e strisce, ma c’è israele dietro le quinte.

Daesh ha assediato fin dal 2014 la guarnigione siriana a Deir Ezzor;  nel settembre 2016,  l’aviazione Usa bombardò  quella guarnigione in evidente coordinamento e preparazione dell’avanzata di Daesh,  i loro jihadisti;  ma le truppe assediate, 4-5 mila uomini, hanno resistito contro ogni previsione eroicamente, rifornite dal cielo dagli aerei russi e siriani. L’operazione di liberazione è  durata sei mesi, ed ha impegnato oltre all’esercito siriano corpi speciali russi, Hezbollh e iraniani.

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Gli assediati di Deir Ezzor abbracciano i loro liberatori.

Questa vittoria ha gettato i comandi politici e militari di Israele, a cominciare la Netanyahu,  nel panico e nella rabbia. La notte del 7  settembre,  alle 2.43, aerei israeliani  hanno violato lo spazio aereo siriano e  lanciato missili contro posizioni regolari siriane, uccidendo vilmente due soldati  della Armata Araba Siriana  e distruggendo case e materiale.  Israele si prepara alla guerra diretta –  e lo dimostra la inaudita accusa ONU  che torna ad incolpare Assad dell’attacco al sarin avvenuto l’aprile passato  a Khan Sheikhun, nella provincia di Idlib.  Accusa già comprovata falsa persino dalla NATO.  Ma  adesso ristrombazzata dai media mainstream come fosse vera, come palese giustificazione dell’aggressione israeliana prossima.  Contemporaneamente, Sion  ha lanciato la più grande esercitazione militare degli ultimi decenni, Light of the Grain, il cui scopo è  “simulare scenari che l’esercito israeliano sarà costretto ad affrontare nel suo prossimo confronto contro Hezbollah”. Ai siriani non sarà mai concessa la pace. Dopo cinque anni e mezzo milione di morti, Israele ha bisogno di devastarli ancora, altrimenti non si sente sicura.

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La notte del 7  settembre, gli israeliani  hanno lanciato missili contro le truppe siriane, uccidendo vilmente due soldati e distruggendo alcune case. La bufala di Israele: Attaccata un’infrastruttura militare siriana, indicata come centro per la produzione di armi chimiche.

Un portavoce dell’esercito siriano ha detto che questa mattina Israele ha attaccato una base militare dell’Armata Araba Siriana nei pressi della città di Masyaf, nell’ovest del paese, uccidendo due soldati siriani. L’attacco, dice la Siria, è stato condotto con alcuni missili lanciati dallo spazio aereo libanese e ha prodotto gravi danni alla base. Israele, come già fatto in passato, non ha confermato l’attacco, di cui hanno parlato però anche diverse fonti legate all’opposizione siriana, che sostengono inoltre che sia stato colpito un centro per la produzioni di armi chimiche: La solita bufala.

Negli ultimi anni del conflitto in Siria, Israele ha spesso attaccato segretamente convogli militari siriani o basi legate ad Hezbollah, storico rivale di Israele che negli si è ritagliato un ruolo molto importante nella guerra in Siria. Come ha fatto notare Amos Harel, un giornalista di Haaretz che si occupa spesso di sicurezza e operazioni militari, ieri le forze israeliane hanno invece preso di mira una base governativa.

Harel ipotizza che l’attacco sia stato «una specie di segnale di protesta contro le potenze del mondo»: a luglio infatti Russia e Stati Uniti si sono accordati per imporre una tregua nella regione di confine della Siria sud-occidentale senza tener conto delle obiezioni del governo israeliano (che teme un nuovo impegno di Heezbollah nell’area fra Siria e Israele).

In questi giorni, fra l’altro, Israele sta conducendo una delle più grandi esercitazioni militari degli ultimi 20 anni proprio nel nord del paese. Ieri i media libanesi avevano parlato di aerei israeliani nello spazio aereo del Libano, ma non è chiaro se la cosa sia collegata agli attacchi di questa mattina o alle esercitazioni militari in corso.

Israele non avrà mai pace.

 

1398.- Gli sbarchi fantasma dei migranti in Sicilia

Negli ultimi due mesi, circa 800 persone sono arrivate di nascosto dal mare, scomparendo nel nulla. TPI è andata nei luoghi dove avvengono questi sbarchi

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Il peschereccio ‘Bochra’ (Bella notizia) con cui sono sbarcati 90 migranti la notte del 4 agosto a Torre Salsa. Credit: Davide Lorenzano

Pare il canovaccio di un’opera di Daniel Dafoe. Con un gruppo di personaggi smarriti e il loro destino al centro della vicenda. E anche l’azione, piuttosto priva di dialoghi. Lo si deduce guardando un filmato dove si staglia un’imbarcazione sulla battigia e, poco distante, un flusso di uomini senza nome intenti solo a correre e confondersi nella sterpaglia dissolvendosi.

Dalla spiaggia della Riserva Naturale di Torre Salsa, a pochi chilometri da Agrigento, non è poi così raro individuare piccole barche affollate di gente sbarcare in modo del tutto indisturbato e silenzioso. Ultimo l’episodio di domenica 27 agosto, quando due natanti hanno attraccato con a bordo una quarantina di persone.

Li chiamano sbarchi “fantasma” e si stima che, solo negli ultimi due mesi, con queste modalità siano immigrate clandestinamente nella provincia circa 800 persone, senza considerare quelle arrivate Lampedusa e Linosa: circa 1300.

Ma come fanno gli equipaggi a eludere le navi di soccorso e gli altri controlli del Canale di Sicilia? È questa la domanda delle domande. E perché il litorale di Torre Salsa non è presidiato da terra?

 

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Realizzando il servizio si è potuto constatare la difficoltà nel raggiungimento a piedi della riva e, in particolare, del luogo dove è avvenuto lo sbarco. E neanche i veicoli di terra possono giungervi facilmente. Le autorità che volessero intervenire tempestivamente sarebbero perciò facilmente aggirate. Probabilmente, solo i mezzi aerei potrebbero garantire un efficace pattugliamento.

Dal racconto di testimoni, nell’ultimo periodo sono stati più volte avvistati lungo le strade statali corridoi di uomini disperati. Spesso è in questo modo che si viene a conoscenza dello sbarco nelle vicinanze; altre volte, invece, con il solo rinvenimento di indumenti abbandonati al suolo.

Dai filmati di questi attracchi, diffusi online, i viaggiatori che cercano di disperdersi corrono agilmente e non paiono provati dalla traversata del mare aperto. Bottiglie rimaste a bordo dei barchini e sulla sabbia paiono dispensare ancora acqua, e riserve di carburante rimangono sigillate.

Tante le stravaganze che farebbero pensare a nuove ipotesi. “Ci sembra molto difficile che queste barche possano attraversare il Mediterraneo. Si sta iniziando a diffondere l’idea che ci possa essere una barca madre che li porti a riva. Per esempio, questa barca che vediamo qui e che ha trasportato qualche giorno fa 15 migranti è lunga 6 metri ed ha un motore di 15 cavalli: sembra ben difficile che possa arrivare dalla Tunisia anche se ci sono solo 200 chilometriˮ, ha detto a TPI Claudio Lombardo, medico con la passione per l’ambiente e membro di Mareamico, l’associazione ecologica che spesso per prima ha denunciato diversi casi di sbarchi fantasma grazie anche alle numerose segnalazioni dei sostenitori, e che adesso denuncia l’inquinamento, anche paesaggistico, derivante dai relitti arenati da giorni su una spiaggia di forte interesse per i turisti.

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Le traversate hanno caratteristiche diverse dalle tratte in gommone dalla Libia. Per questo motivo si ritiene che le imbarcazioni provengano dalla Tunisia, come dimostrano alcuni documenti di riconoscimento tunisini, talvolta distrutti, rinvenuti nelle vicinanze delle barche.

Viaggi sicuri – spesso conclusi in orari notturni con i passeggeri che, messi i piedi a terra, si fanno luce con l’ausilio dei cellulari – cui costo potrebbe in tutta probabilità essere superiore a quello delle tratte tradizionali poiché non necessitano di soccorsi e sono in grado di sottrarsi ai controlli, così da eludere il sistema di accoglienza che prevede la necessaria identificazione dei migranti.

Ma perché questa premura a non essere identificati e quindi precludersi la possibilità di accedere a circuiti di integrazione? Nei giorni scorsi, il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, in un’intervista a Repubblica non ha escluso la presenza tra i migranti di uomini che hanno problemi con la giustizia nei paesi d’origine, o di individui già espulsi dall’Italia o, peggio, qualcuno legato al terrorismo internazionale.

Sul posto, proprio mentre TPI effettuava le riprese delle immagini che vi proponiamo nel servizio, anche l’inviato delle Iene Cristiano Pasca che, ispezionando i vestiti abbandonati sul terreno dai migranti, ha fatto la preoccupante scoperta della felpa nera con la scritta bianca “Haters #Paris”, Odiatori di Parigi, con in mezzo un’immagine della Tour Eiffel capovolta.

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Pasca ha rinvenuto il capo d’abbigliamento accanto a un cartone del latte e a un sacco nero utilizzato per contenere abiti asciutti che i migranti indossano nel momento dell’arrivo sulla terra ferma. Con la consegna dell’oggetto alla procura della Repubblica di Agrigento da parte della iena, è stata avviata un’indagine.

La vicenda è spinosa e parlarne richiede non poca cautela. Il confine tra l’essere tacciati per allarmisti o per buonisti, per noi giornalisti, è molto sottile. Non si può dire che il ritrovamento non desti preoccupazioni che suscitano nuovi interrogativi, come non si può neppure dire che rappresenti un reale segnale di pericolosità.

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È inoltre possibile che qualcuno abbia adagiato volontariamente l’indumento per terra, affinché fosse ritrovato. L’articolo non sarà facilmente reperibile in Italia ma attraverso una veloce ricerca online ci si imbatte in diversi modelli. Il portale Meridionews ha fatto notare come dal sito di e-commerce cdiscount.com, per esempio, è possibile visualizzare una galleria di articoli uguali o molto simili alla felpa incriminata, appartenenti al marchio “Jeans Industry”.

Dal sito della ditta – incredibilmente francese – l’articolo non risulta però in elenco. L’ipotesi che possa essere stata posizionata ad arte può trovare strada a seguito delle forti tensioni nella vicina Porto Empedocle per via dell’apertura, alla vigilia di ferragosto, di un nuovo centro di prima accoglienza per minori migranti non accompagnati e dove ignoti hanno danneggiato il citofono della struttura.

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Aizzare le folle all’odio non è mai stata la soluzione giusta, in nessuna epoca storica. Se l’opinione pubblica condanna le indicibili stragi perpetrate a danno di innocenti, la stessa non può ricorrere a quelli stessi comportamenti che le originano. Il malcontento popolare rischia di riversarsi, con atti estremamente violenti, su altrettanti deboli.

Il fenomeno degli sbarchi fantasma si è acuito nelle coste meridionali della Sicilia da qualche mese, ma gli episodi si verificano con sospetta abitualità già da un paio di anni.

La notte del 14 giugno, sulla spiaggia di Drasy, a ridosso di Punta Bianca, hanno attraccato due imbarcazioni di legno di circa 7 metri. Sparsi intorno sono stati ritrovati vestiti, scarpe, beni di consumo e altri oggetti precari. Abbandonate a bordo, diverse taniche di benzina. Dei circa 30 migranti che si ritengono essere sbarcati la polizia ha potuto intercettarne 11, tra cui una donna condotta all’ospedale San Giovanni di Dio.

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Nel pomeriggio del 3 agosto, un altro sbarco ha interessato le spiagge agrigentine, a Capo Rossello, nei pressi di Realmonte. Quando le autorità sono giunte sul posto, dei 12 migranti non c’era più traccia. La notte del 4 agosto, a Torre Salsa, sono approdate circa 90 persone. Erano a bordo della Bochra (“Bella notizia”), un peschereccio di undici metri in buone condizioni. Giovedì 17 agosto, nell’incredulità dei bagnanti di Villa Romana, tra Porto Empedocle e Realmonte, due barche solitarie sono state individuate sulla secca a pochi metri dall’arenile: una decina di passeggeri si sarebbero allontanati immediatamente dopo l’arrivo.

Nella stessa giornata, la spiaggia di Torre Salsa accoglieva un’altra imbarcazione. Circa 30 dei viaggiatori sono stati catturati da carabinieri e guardia di finanza, mentre i restanti 10 si sarebbero dileguati nelle campagne di Siculiana. Lo sbarco – che di “fantasma” ha ben poco – è avvenuto alla luce di molti testimoni. È stato un diportista infatti ad avere ripreso in video il momento dell’approdo, trasmettendo il documento alla delegazione di Agrigento di Mareamico che lo ha pubblicato online.

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Immagini già viste, pochi giorni prima, sulla spiaggia di Zahara de los Atunes, in località Cadice, in Spagna, e diffuse dall’emittente Todo Radio: un gommone affollato di individui provenienti dal continente africano è sbarcato fra i turisti che hanno filmato la scena con lo smartphone.

Il 18 agosto, a seguito di un furioso inseguimento in mare, le motovedette della guardia costiera di Porto Empedocle hanno intercettato una novantina di migranti che, giunti sulla terra ferma, sono stati fermati nel tentativo di fuga. Uomini, donne e minori provenienti dall’area del Maghreb che hanno sete. Sete di libertà.

 

 

1396.- Cade Deir ez-Zor roccaforte Isis che parlava russo

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Finalmente. Dopo tre anni di assedio la Compagnia delle Indie di Sua Maestà la Casa Bianca lascia Deir-ez-Zor all’esercito siriano. Dove condurranno i loro terroristi gli americani? Le operazioni di “fuga” sono in corso. Leggiamo Ennio Remondino.

Deir-ez-Zor liberata dopo 3 anni d’assedio. Le postazioni jihadiste tenute in gran parte da foreign fighters che venivano dalla Russia e dai paesi della CSI. Festeggia il fronte governativo siriano a alleati, cerca di salvare il salvabile la coalizione a guida Usa, con operazioni coperte a salvare spie e infiltrati che aveva su tutti i fronti anche jihadisti in chiave anti Assad

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Successo militare ma non soltanto. Importante per le forze governative che ancora devono riconquistare molta parte di territorio urbano in mani jihadiste, ma anche per un conto tutto russo rispetto alla partita strategica mediorientale. Deir-ez-Zor e i suoi 100 mila cittadini ridotti alla fame erano tenuti sotto tiro da foreign figters in gran parte provenienti dalla Russia e dai paesi della CSI.
La conferma direttamente dal ministero della Difesa russa, che rivendica parte dei meriti, ma non solo (“le squadre d’attacco siriane hanno conquistato la zona fortificata dei miliziani dell’ISIS, dove l’aviazione russa ieri ha colpito con missili Kalibr lanciati dalla fregata Admiral Essen”).
«Dopo la liberazione di un quartiere, l’esercito ha trovato prove che confermano ciò di cui si era venuti a conoscenza in precedenza attraverso vari canali di informazioni di intelligence. Nella zona fortificata i terroristi erano giunti dalla Russia e dai paesi della CSI».

Vanto russo diffuso via agenzia stampa Sputnik, poi la partita militare e strategica complessiva che resta ancora aperta. Le truppe di Damasco si sono ricongiunte con la guarnigione assediata all’interno della base della 137esima Brigata, nella parte occidentale della città, dove si trovano cinquemila soldati di Assad. Un successo ancora parziale poiché i quartieri meridionali della città e l’aeroporto militare rimangono ancora circondati dalle milizie Isis.
Secondo l’Osservatorio per i diritti umani vicino ai ribelli ‘moderati’, all’interno delle zone controllate dal governo vi sono 100mila civili, mentre altri 10mila si trovano in quelle ancora nelle mani dell’Isis.
Per Damasco rompere l’assedio e riprendere il pieno controllo di Deir Ezzor significa mettere in sicurezza il confine con l’Iraq e rientrare in possesso degli oleodotti e dei pozzi di gas e petrolio che avevano garantito in questi anni al Califfato un’importante fonte di denaro.

Dopo la perdita di Mosul e di Tal Afar in Iraq, l’Isis ha subìto quindi un nuovo duro colpo in Siria.
Il comando delle forze armate di Damasco ha definito la rottura dell’assedio di Dayr az Zor “una svolta strategica nella guerra al terrorismo”, sottolineando che la città sarà usata come “un trampolino di lancio per espandere le operazioni militari nella regione”. Soprattutto per riprendere il controllo di tutto il territorio lungo il confine con l’Iraq.
Forse proprio come conseguenza della rapida avanzata delle truppe lealiste siriane nella regione, la Coalizione anti-Isis a guida statunitense aveva condotto nelle ultime due settimane una serie di missioni lampo in quest’area per recuperare spie e collaboratori infiltrati precedentemente nello Stato islamico.
L’Ondus e fonti locali citate dal quotidiano panarabo al Hayat affermano che, dal 20 agosto, elicotteri della Coalizione con forze speciali hanno fatto salire a bordo presunti miliziani jihadisti, molti di nazionalità europea.

Scenari da ultimi giorni di Saighon. ‘Operazioni coperte’ a salvare infiltrati e spie, a coprire rapporti inconfessabili, a conferma -se mai ve ne fosse ancora bisogno- che l’Islamic State, nemico giurato degli Usa in Iraq, non lo è stato poi così tanto in Siria dove combatte il regime di Assad assieme a russi e iraniani che lo affiancano, gli avversari di Washington e d i suoi alleati arabi ed europei che hanno sempre puntato sulla caduta di Assad.
La freddezza delle cancellerie occidentali e il silenzio di molti media -rileva Analisi Difesa– sembra confermare che vittoria russo-siriana-iraniana a Deir Ezzor non viene considerata una buona notizia per la Coalizione che da ieri ha un nuovo comandante, il tenente generale Paul Funk, che ha assunto il comando della Combined Joint Task Force.
Applaudono invece il presidente siriano Bashar Assad, l’Iran, e il presidente russo Vladimir Putin, che ne hanno ampia ragione.

 

1382.- LA TRAPPOLA DELL’ODIO DEGLI AGENTI D’INFLUENZA. LA MANOVRA DELL’ANTISOVRANO. ORIZZONTE 48

  1. C’è un concetto “base” che torna prepotentemente alla ribalta in questi giorni, di fronte

al dilagare della sovraesposizione mediatica di accadimenti come gli sgomberi di immobili occupati commettendo illeciti penali non “giustificabili” secondo alcuna interpretazione costituzionalmente (cioè democraticamente) orientata, ovvero come la violenza sessuale di gruppo posta in essere da stranieri, probabilmente a loro volta illecitamente presenti sul territorio nazionale (e, nel caso, oltretutto, in danno di altri stranieri che invece erano più che lecitamente entrati come turisti, categoria di cui si esalta l’oggettiva utilità in termini di saldo attivo delle partite correnti dei conti con l’estero, salvo poi contraddire questa auspicata propensione produttiva del territorio italiano attraverso destrutturazione e degrado permanenti perseguiti con l’austerità fiscale che incide su ogni livello di gestione del territorio. Fenomeno che è il naturale corollario degli obiettivi intermedi di pareggio strutturale di bilancio e della privazione della sovranità monetaria imposti dall’appartenenza alla moneta unica).

 

1.1. Il concetto base è il seguente: l’antisovrano ha paura della sovranità popolare perché non vuole la democrazia.

E non vuole la democrazia (a meno che non sia “liberale”, cioè ridotta a mero processo elettorale idraulico che azzera ogni reale possibilità di scelta popolare dell’indirizzo politico da seguire), perché (come dice Barroso, una volta per tutte, richiamando il ruolo imperituro de L€uropa nelle nostre vite quotidiane) la considera inefficiente dal punto di vista allocativo.

E ciò in quanto, appunto, le risorse (monetarie) sono limitate, corrispondono ad un dato ammontare di terra-oro come fattori primi di ogni possibile attività economica, e la titolarità, preesistente e prestabilita, della proprietà di questi fattori precede ogni calcolo economico: cioè legittima un equilibrio allocativo che riflette una Legge naturale a cui asservire ogni attività normativa e amministrativa dello Stato, e rende un diritto incomprimibile il ritrarre un profitto da questa titolarità incontestabile, anche a scapito dell’interesse di ogni soggetto umano che non sia (già) proprietario di questi fattori della produzione.

Il merito che si autoattribuisce il capitalismo è quello di attivare una capacità di trasformazione delle risorse (limitate) per moltiplicare i beni suscettibili di essere acquisiti in proprietà (questo sarebbe il dispiegarsi dell’ordine del mercato, fin dai tempi della teorizzazione ecclesiastica), essenzialmente oggetto di consumo, e di permettere, nel corso di tale processo, l’impiego lavorativo di moltitudini di esseri umani che, in tal modo, sarebbero in grado automaticamente di procurarsi i mezzi di sostentamento.

 

  1. Di conseguenza, come trapela anche da autori (neo)neo-classici (cioè neo-liberisti) del nostro tempo, (eloquente in tal senso è “La nascita dell’economia europea” di Barry Eichengreen, che ho avuto modo di rileggere questa estate, non senza un certo disagio sulla disumana dissonanza cognitiva che ne emerge), il profitto è l’unico motore possibile della società e della sopravvivenza della specie.

Pertanto, i governi debbono esclusivamente preoccuparsi di garantirne la continuità (e ce ne accorgeremo presto, ancora una volta, quando si dovranno “fare gli investimenti” per risolvere la “crisi” dell’acqua), assicurando, nell’unica dialettica considerata razionalmente ammissibile, l’esistenza istituzionale di un mercato del lavoro che vincoli, a qualsiasi prezzo sociale, la massa dei lavoratori non-proprietari a condizioni di mera sussistenza.

 

  1. La moneta gold standard, o qualsiasi soluzione similare, ed anche più rigida, come l’euro, che rendono le politiche di stabilità monetaria indipendenti da ogni altro obiettivo politico (qui, p.17.1.), sono perciò un totem irrinunciabile innalzato sull’altare dell’unico diritto possibile e legittimo, essendo tutti gli altri diritti degli odiosi privilegi clientelari frutto di clientelismo e corruzione, (come ci illustrano con alti lai indignati contro la “giustizia sociale”, intesa come “corruzione legalizzata”, Spinelli, Hayek e Einaudi).

E l’unico diritto legittimo è, naturalmente, quello al profitto derivante dalla “data” allocazione delle risorse limitate in capo ai pochi grandi proprietari; i quali, in termini di equilibrio allocativo ideale, dovrebbero anche essere gli unici proprietari.

Qualsiasi alterazione di questo equilibrio è considerata razionalmente intollerabile e pone in pericolo l’equilibrio allocativo efficiente che, dunque, è prima di tutto un assetto di potere politico.

Lo Stato che abbia deviato da questo assetto, ponendo in essere divergenti condizioni di redistribuzione di tali risorse, ex ante (o ex post: ma queste ultime sono dotate di un’ambiguità che le rende asservibili anche ad obiettivi del tutto opposti a quelli della tutela del lavoro, come ci insegnano Pikketty, qui, p.8, e l’Unione bancaria), deve “ricostruire”, anche con ampi e notevoli interventi, prolungati per tutto il tempo necessario, la razionalità indiscutibile di questa Legge sovrastatuale e perenne.

 

  1. Come si ricollega tutto questo agli episodi di reato (e di loro difficoltosa repressione) posti in essere da “immigrati” a vario titolo nel territorio nazionale?

In modo alquanto coerente con il funzionamento progressivo del sistema di ripristino, accelerato da L€uropa, dell’assetto allocativo efficiente.

L’euro costringe alla svalutazione del tasso di cambio reale e consente che ciò si realizzi unicamente attraverso la riforma incessante del mercato del lavoro-merce (come spiega benissimo Eichengreen parlando del gold standard), cioè al fine di porre in condizioni di progressiva “mera sussistenza”, l’insieme dei soggetti non proprietari estranei al controllo dell’oligopolio concentrato e finanziarizzato (una condizione di “classe” che eccede di gran lunga quella del solo lavoratore dipendente, qui, p.4).

 

  1. Il costo politico di tale continuo aggiustamento, in costanza di suffragio universale (condizione mantenuta obtorto collo e in vista di una sua definitiva e formale abolizione), può essere sopportato solo “sostituendo” le classi sociali impoverite, e in precedenza titolari delle aspettative di tutela sociale apprestate, (formalmente ancora oggi), dalla Costituzione, con un adeguato contingente di soggetti “importati”, se e in quanto siano sradicati, per inconciliabile vocazione culturale, da questo precedente assetto sociale democratico.

Questi nuovi “insediati” sono dunque preferibilmente (cioè intenzionalmente) prescelti in quanto inclini a considerare la comunità di insediamento come un’organizzazione aliena, i cui precetti normativi fondamentali debbano, al più presto, cedere di fronte alla pressione numerica dei nuovi arrivati e delle loro esigenze primarie (rivendicate esplicitamente come le uniche da considerare, a detrimento di ogni situazione di crescente povertà degli autoctoni, che si lasciano governati dalla condanna a un senso di colpa inemendabile).

L’intera operazione di reinsediamento demografico è pianificata e incentivata attraverso organizzazioni – private ed espressione del perseguimento degli interessi dei grandi gruppi economici che dominano il diritto internazionale privatizzato– che inoculano e rafforzano, nei gruppi etnici reinsediati, questa idea di ordinamento giuridico arrendevole e di aspettativa incondizionata alla redistribuzione ex post di risorse in danno delle classi più povere e deboli in precedenza viventi sul territorio da “trasformare”.

 

  1. “Agenti di influenza” (NB: la fonte linkata è ufficiale dell’AISI-governo.it), appositamente predisposti sia all’interno del sistema mediatico dello Stato nazionale di “accoglienza”, che operanti nell’organizzazione, reclutamento e agevolazione del reinsediamento, si preoccupano essenzialmente di rafforzare e rendere irreversibile l’idea che le leggi statali nazionali che vietano comportamenti incompatibili con l’ordine pubblico e l’interesse generale della comunità “ricevente”, e da trasformare a tappe forzate, siano sostanzialmente immorali o troppo difficili da applicare e perciò oggetto di urgenti riforme (ad es; il cosiddetto ius soli), o, ancor meglio, di desuetudine: cioè di accettazione diffusa della loro inapplicazione in nome di un prevalente “stato di necessità” che si fonda sull’inevitabile “scarsità di risorse”.

 

  1. Senso di colpa indotto in via propagandistica dagli “agenti di influenza” e scarsità di risorse, come parametro ormai metanormativo e supercostituzionale, costituiscono un combinato tale che si ottiene anche l’effetto più ambito, come evidenziava Rodrik, da parte delle elites timocratiche che guidano l’operazione: lo scatenarsi del conflitto sezionale tra poveri importati cittadini esteri, e cittadini impoveriti soggetti all’accoglienza in funzione di fissazione deflattiva dei livelli retributivi.

Il porre i vari pezzi di non-elite uno contro l’altro, scardina ogni senso di reazione alla manovra aggressiva di classe condotta dalle oligarchie cosmopolite, e alla sottrazione della sovranità democratica che, appunto, (così Luciani, p.7) si caratterizzava su una “concezione ascendente”, cioè per la sua titolarità “di popolo”, e sull’idea di Nazione; l’unica storicamente tale da individuare in senso coesivo e solidale una comunità sociale sufficientemente univoca per determinare gli interessi comuni che la sovranità persegue per sua natura (qui p.11.3 e, prima ancora, come rammentava Lord Beveridge, cfr; p.5 infine).

 

7.1. L’attitudine distraente del conflitto sezionale si manifesta, per la verità in tutto il mondo occidentale, in modo da amplificare il potere degli agenti di influenza delle elites che hanno buon gioco nello stigmatizzare quell’odio che hanno accuratamente infuso e alimentato nel corpo sociale delle non-elites: e questo fino al punto da delegittimare, nei fatti narrati in modo da forzare etichette di condanna ipocritamente “etica”, quelle che sono esattamente le reazioni naturali, quasi meccanicistiche, che avevano inteso deliberatamente suscitare.

Il senso di colpa, in precedenza diffuso a livello di preparazione mediatico-culturale dell’operazione, può quindi essere addebitato al corpo sociale aggredito in base a “fatti” che corrispondono anch’essi alla meccanica calcolata dell’intolleranza che si intendeva suscitare.

 

  1. Il cerchio si sta chiudendo, dunque.

L’unica risposta rimasta è la consapevolezza. E la consapevolezza ci riporta alla rivendicazione della effettiva legalità costituzionale. Oltre di essa c’è solo il territorio di nessuno dello stadio pre-giuridico dei puri rapporti di forza, come ci avvertiva Calamandrei, rapporti imposti dall’ordine internazionale dei mercati.

Il conflitto sezionale che questo ordine mira a portare alle sue conseguenze estreme non deve essere l’inganno finale con cui si autodistrugge la sovranità democratica, in una trappola innescata da odiatori dell’umanità, tanto apparentemente astuti quanto, in sostanza, rozzi e primordiali.

 

8.1. Basterebbe rammentare due semplici passaggi. Il primo, già citato, è di Rodrik (qui, p.4):

“…riportiamo un significativo brano di Dani Rodrik che, sebbene riferito alle dinamiche dei paesi in via di sviluppo, per le condizioni create dal liberoscambismo sanzionato dal vincolo esterno “valutario”, ci appare eloquente anche per la Grecia e, di riflesso (mutatis mutandis, in una sostanza però omogenea), per tutti i paesi coinvolti nell’area euro.

Da rilevare che questa spiegazione ci dà ben conto dei sub-conflitti “sezionali” (p.11.1.), in funzione destabilizzatrice della democrazia, che fanno capo ai “diritti cosmetici” e alle identità etnico-religiose-localistiche, conflitti che sono una vera manna per le elites:

 

 

 

“Le conseguenze politiche di una prematura deindustrializzazione sono più sottili, ma possono essere più significative.

 

I partiti politici di massa sono stati tradizionalmente un sotto-prodotto dell’industrializzazione. La politica risulta molto diversa quando la produzione urbana è organizzata in larga parte  intorno all’informalità, una serie diffusa di piccole imprese e servizi trascurabili.

 

Gli interessi condivisi all’interno della non-elite sono più ardui da definire, l’organizzazione politica fronteggia ostacoli maggiori, e le identità personalistiche ed etniche dominano a scapito della solidarietà di classe.

 

 

 

Le elites non hanno di fronte attori politici che possano reclamare di rappresentare le non-elites e perciò assumere impegni vincolanti per conto di esse.

 

Inoltre, le elites possono ben preferire – e ne hanno l’attitudine- di dividere e comandare, perseguendo populismo e politiche clientelari, giocando a porre un segmento di non elite contro l’altro.

 

Senza la disciplina e il coordinamento che fornisce una forza di lavoro organizzata, il negoziato tra l’elite e la non elite, necessario per la transizione e il consolidamento democratico, ha meno probabilità di verificarsi.

 

In tal modo la deindustrializzazione può rendere la democratizzazione meno probabile e più fragile.”

 

  1. Il secondo è di Chang (qui, pp.8- 8.1.):

“I salari nei paesi più ricchi sono determinati più dal controllo dell’immigrazione che da qualsiasi altro fattore, inclusa la determinazione legislativa del salario minimo.

Come si determina il massimo della immigrazione?

Non in base al mercato del lavoro ‘free’ (ndr; cioè globalizzato) che, se lasciato al suo sviluppo incontrastato, finirebbe per rimpiazzare l’80-90 per cento dei lavoratori nativi (ndr; oggi è trendy dire “autoctoni”), con i più “economici”, e spesso più produttivi, immigranti. L’immigrazione è ampiamente determinata da scelte politiche. Così, se si hanno ancora residui dubbi sul decisivo ruolo che svolge il governo rispetto all’economia di libero mercato, per poi fermarsi a riflettere sul fatto che tutte le nostre retribuzioni, sono, alla radice, politicamente determinate.”

I vari Paesi hanno il diritto di decidere quanti immigranti possano accettare e in quali settori del mercato del lavoro (ndr; aspetto quest’ultimo, che i tedeschi, ad es; tendono in grande considerazione).

Tutte le società hanno limitate capacità di assorbire l’immigrazione, che spesso proviene da retroterra culturali molto differenti, e sarebbe sbagliato che un Paese vada oltre questi limiti.

Un afflusso troppo rapido di immigrati condurrebbe non soltanto ad un’accresciuta competizione tra lavoratori per la conquista di un’occupazione limitata, ma porrebbe sotto stress anche le infrastrutture fisiche e sociali, come quelle relative agli alloggi, all’assistenza sanitaria, e creerebbe tensioni con la popolazione residente.

Altrettanto importante, se non agevolmente quantificabile, è la questione dell’identità nazionale.

Costituisce un mito – un mito necessario ma nondimeno un mito (ndr; rammentiamo che lo dice un emigrato)- che le nazioni abbiano delle identità nazionali immutabili che non possono, e non dovrebbero essere, cambiate. Comunque, se si fanno affluire troppi immigrati contemporaneamente, la società che li riceve avrà problemi nel creare una nuova identità nazionale, senza la quale sarà difficilissimo mantenere la coesione sociale. E ciò significa che la velocità e l’ampiezza dell’immigrazione hanno bisogno di essere controllate”.

Stupri e occupazioni di immobili sono qualcosa che, dunque, corrisponde ad un effetto ben prevedibile dell’operazione che si sta ponendo in essere: l’obiettivo è proprio quello di “porre sotto stress le instrastrutture fisiche e sociali” della comunità statale “attaccata”, per distruggerne ogni “identità nazionale” per mezzo di una ben preparata condanna mediatico-moralistica e, attraverso di essa, ogni “coesione sociale”.

E’ questo valore, infatti, il principale ostacolo al pieno ripristino dell’ordine internazionale dei mercati (cioè dell’assetto allocativo efficiente che predica il solo diritto al profitto di pochi proprietari).

 

  1. Riforme in stato di eccezione permanente, accoglienza illimitata, distruzione definitiva della legalità costituzionale sono tutt’uno, dunque, con la cinicamente calcolata diffusione dei reati commessi dagli immigrati. E con la loro enfatizzazione, intenzionalmente diffusiva dell’odio che intendono addebitarci, per poi reprimerlo anche con la forza delle armi. Armi di ogni tipo: il primo sono gli agenti di influenza che, secondo la teorizzazione che ne fa la stessa intelligence, sono destinati a influenzare e controllare l’azione dei governi presso cui tali agenti operano, rispondendo a interessi e direttive ostili alla Nazione infiltrata.

Non ci cascate.

Difendete la Costituzione democratica: con tutti i mezzi che essa offre. Il primo, però, e il più importante, è dentro di voi.

Perché i veri avversari, ci avvertivano i Costituenti, sono quelli che non credono nelle Costituzioni...

 

Professore, condivido con un distinguo e, cioè, che difendere la Costituzione significa difendere la trama dei suoi Principi, resi, oggi, inattuabili per difetto dei costituenti che non hanno saputo o voluto garantire la partecipazione del popolo alla politica dando ai partiti e a tutte le formazioni intermedie, attraverso le quali questa partecipazione si deve svolgere (quindi, anche i sindacati) un altrettanto definita trama di Principi, come, esemplificando, la trasparenza, anzi, le trasparenze amministrativa e ordinativa e l’alternanza). Restringere questi principi, come fa l’art. 49, all’espressione “con metodo democratico” e lasciare a una ipotetica legge ordinaria la disciplina dei partiti, significa aver affermato che “la sovranità appartiene al popolo”, senza avergliene fornito gli strumenti per esercitarla. Vediamo, infatti, che il Parlamento, preso nel significato lessicale della parola, non esprime e non legifera secondo la reale volontà del popolo, principalmente quello colto e più capace, che si allontana, perciò, dalla politica, come dimostrato dall’astensionismo e dal basso livello culturale degli eletti. Tralascio ogni considerazione sui motivi possibili di questa grave carenza. Non meno importante fu non aver meglio garantito l’applicabilità della Costituzione, particolarmente di quella sua parte economica e non aver esplicitato e reso praticamente applicabile la sanzione per il reato di alto tradimento. Ecco, allora, che condivido quanti chiedono che sia data attuazione alla Costituzione, ma solo per quanto attiene ai suoi principi.

 

1378.- La lezione francese: L’esercito, un obiettivo prioritario per i terroristi

L’attacco effettuato ieri ai militari belgi da un musulmano e quello di qualche giorno fa a Levallois-Perret contro i soldati dell’operazione Sentinel da un cittadino algerino che vive in Francia conferma, se necessario, che l’Italia rimane, fino ad oggi, un Paese privilegiato. La Francia è attaccata da islamisti ispirati e sostenuti da organizzazioni non statali che hanno scatenato una reale forza urbana di guerriglia che obbliga le autorità a imporre e attuare misure di protezione sempre più vincolanti.

Dopo aver condotto azioni omicide di massa contro la popolazione civile francese (Bataclan), questi islamici ora svolgono spesso azioni mirate contro le forze armate, le forze di polizia e di gendarmeria, responsabili della difesa della nazione, della protezione della popolazione e dell’applicazione della legge.

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Quinta colonna?

La Francia è quindi in guerra, anche se la forma che prende oggi non è molto simile a quella delle due guerre mondiali. Ogni guerra ha le proprie caratteristiche, stabilisce obiettivi specifici, segue un corso e modalità di azione che si evolvono costantemente; La guerra del 1940 fu preceduta in Francia dalla “guerra divertente” e si concluse con l’uso dell’arma atomica!

 

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«Sommes-nous en guerre ?
Qui est cet ennemi qui a frappé notre pays à plusieurs reprises en 2015, et qui est malheureusement loin d’avoir disparu de nos vies ? Comment, surtout, le combattre et le vaincre, en restant dans le cadre politique, juridique et éthique qui est le nôtre ? Et en quoi faut-il nous préparer à des conflits d’un genre nouveau ? À ces questions cruciales, j’ai voulu répondre à la lumière de mon expérience. »
Jean-Yves Le Drian Ministre de la Défense

Affermare, inoltre, che in Francia non esiste e non c’è la quinta colonna, come ha scritto l’ex ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian nel suo libro “Qui est l’ennemi?” È falso e pericoloso.

Infatti, a livello storico, a una prima analisi, la Francia ha sempre avuto, ospitato e finanziato sul suo terreno francesi o stranieri che combattono insieme ai suoi nemici. Per parlare solo degli ultimi tre conflitti, ci sono stati durante la guerra in Algeria i “vettori valigia” che hanno assicurato il sostegno dei terroristi FLN; durante il conflitto in Indocina, sono stati i comunisti stalinisti, amici di Boudarel, francese e commissario politico universitaria al servizio dei torturatori dei campi Viet Minh; Durante la Seconda Guerra Mondiale c’erano i collaboratori del Gestapo che hanno seguito e torturato la Resistenza Francese.

Questo errore storico è pericoloso perché, rifiutando di guardare alla realtà degli eventi attuali, si rende difficile analizzare le cause dell’odio che alligna in questi terroristi e disturba l’attuazione di misure efficaci per neutralizzarle.

Bisogna riorientare l’azione degli eserciti sul territorio nazionale

Affermare che siamo in guerra ne implica tutte le conseguenze, specialmente quando coloro che la conducono in mezzo alla popolazione, agiscono in abiti borghesi e beneficiano di numerosi e potenti mezzi logistici e finanziari.

I nostri avversari non sono soldati – per non parlare dei comandanti – che potrebbero trarre beneficio dalle Convenzioni di Ginevra, ma assassini comportamentali volgari, codardi e suicidi che devono essere “neutralizzati” il più presto possibile.

A questo proposito non si può chiedere di ritirare i nostri soldati dal territorio nazionale con il pretesto che essi sono diventati gli obiettivi prioritari dei terroristi. Sarebbe un successo facile, almeno psicologico, per questi assassini, mentre questi obiettivi in uniforme contribuiscono effettivamente alla protezione della popolazione, sostituendo i civili disarmati senza vesti e proiettili. Se c’è una forza in grado di reagire efficacemente ad un attacco a sorpresa, non è la popolazione civile molto vulnerabile, né le forze di sicurezza “di prossimità”, generalmente meno addestrate, ma le unità militari del Sentinel.

I nostri soldati devono tuttavia essere schierati per compiere missioni complementari ma distinte da quelle delle forze di sicurezza interna e in conformità con le loro capacità. Devono agire altrimenti, in previsione di attacchi e sviluppare modalità preventive di azione che creino insicurezza nell’avversario. Queste modalità di azione devono essere pianificate, testate e adottate senza tabù.

Dobbiamo assolutamente emergere da una posizione esclusivamente difensiva se vogliamo vincere questa guerra.

Implementare una strategia globale nel tempo

In questo conflitto, la questione è innanzitutto  di attaccare il nemico di oggi, che si manifesta con immediatezza e pronto ad agire. Deve essere ricercato, si devono identificare le sue reti, neutralizzarle e esercitare una forte pressione dissuasiva sui suoi potenziali simpatizzanti. Allo stesso tempo, dobbiamo agire sulle popolazioni sensibili al loro richiamo, nelle scuole e nella vita quotidiana con i genitori, per evitare che i bambini e gli adolescenti diventino il nemico di domani.

Per sradicare questa minaccia mortale, non dobbiamo solo identificare e designare il nemico per poi mobilitare tutta la nazione, ma serve anche l’attuazione di una strategia globale, comprendente la polizia e strategia militare (looping, distretti minerari, costruzioni, di controllo Punti chiave, sorveglianza delle persone, ecc.). Serve una strategia per ciascuno dei vari ministeri coinvolti in questa guerra, in particolare quelli dell’istruzione e della giustizia.

Rafforzare le istituzioni di regalità e la coesione dei francesi

Infine, il messaggio è per i leader politici: evitare ogni segno che possa screditare la Francia e le sue istituzioni, in particolare gli eserciti e le forze della sicurezza interna.

Pertanto, la riduzione di 850 milioni di euro di risorse previste per le Forze Armate francesi nel 2017 è un segnale di debolezza data ai nostri avversari. È percepito come una goccia nello sforzo della Difesa nel mezzo della “guerra”.

FRANCIA: 'TROPPI TAGLI', SI DIMETTE IL CAPO DELL'ESERCITO

Il capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Pierre de Villiers,a pochi giorni dalla scadenza del suo mandato, ha presentato le sue dimissioni al presidente Macron. Lo scorso 12 luglio de Villiers aveva duramente criticato le proposte sul bilancio della Difesa annunciate dal governo.

Inoltre, le dimissioni del Capo di Stato delle Forze Armate sono giustamente considerate come una perdita di credibilità del Capo di Stato, Capo delle Forze Armate e un generale indebolimento del nostro esercito.

Nei prossimi mesi le azioni terroristiche sul territorio nazionale potrebbero essere moltiplicate con nuove forme. Lo Stato deve organizzare la Nazione per vincere questa guerra lunga e difficile. Per sconfiggere il nemico, i francesi non solo devono appellarsi ai “valori repubblicani”, ma soprattutto riacquistare la fiducia, mostrare coraggio nella vita quotidiana e dimostrare la fermezza in questa lotta continua per la libertà.

Fin qui, la Francia. Pensate, ora, ai ministeri italiani coinvolti in questa guerra, in particolare a quelli dell’istruzione e della giustizia e a chi li regge e pensate a come proporre agli italiani, espropriati della democrazia, questa lotta continua per la libertà.

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1367.- RITA KATZ MINACCIA L’ITALIA.

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Rita Katz, Director of SITE Intelligence. Abbiamo già descritto la figura e il ruolo di questa agente. Ora ce ne parla Maurizio Blondet.

Stavolta la minaccia è seria e grave:  data la fonte da cui viene. In quegli uffici han deciso che l’Italia è stata risparmiata troppo dalla loro strategia della tensione.

Sicuramente sono pronti i terroristi. Sono pronti i passaporti da lasciare sul furgone e sull’auto, ormai una firma. Il passaporto intatto di  un dirottatore che attraversò intatto l’inferno di fuoco  delle Twin Tower. Il documento dimenticato di fratelli Kouachi il giorno della strage di Charlie Hebdo.  Un SMS rivelatore delle identità dei terroristi trovato nella memoria di un cellulare intatto  gettato dai terroristi in un bidone della spazzatura presso il Bataclàn. Il documento d’identità trovato sul camion della strage di Nizza. Il documento d’identità  lasciato sul camion  della strage di Natale a Berlino, che ha consentito di identificare senza ombra di dubbio il terrorista Abu Amri, immediatamente dopo trucidato da due eroici poliziotti a Sesto San Giovanni. Ed ora documenti d’identità a iosa che identificano gli stragisti della Rambla.

“Se la polizia non potesse dire rapidamente e con certezza diffondere ai media l’identità  del terrorista, l’attentato resterebbe un colpo  di spada  nell’acqua”. Bisogna mostrare che sono stati dei jihadisti.  E’ essenziale che  gli europei sappiano chi li minaccia e dunque da cosa devono essere protetti: rinforzare la coercizione, esasperare la sorveglianza, lasciar cadere le libertà, accentuare la militarizzazione, aumentare i finanziamenti alla sola forza armata che può proteggerci  dal Jihadismo: la NATO!  E il grande protettore, gli Stati Uniti!

Ovviamente gli Stati Uniti sono quelli che hanno portato i jihadisti in Europa, precisamente nell’ex Jugoslavia, appaltando la resistenza antiserba in Bosnia a Bin Laden e  la sua Al Qaeda, allora alleata americana in Afghanistan; e importando in Kossovo contingenti dei tagliagole mujaheddin afghani. Sono gli Stati Uniti che hanno creato Al Qaeda e poi Daesh: la Cia, il dipartimento di Stato  sotto Hillary,  con i wahabiti sauditi e il Mossad.

…e non è la prima volta.

In Europa,il terrorismo islamico serve a tenere gli  europei,sempre più recalcitranti, sotto l0imperio americano;  loro vogliono tenersi questo ricco mercato e non condividerlo con nessuno, specie la Russia che – ohibò – pretende  di mangiare allo stesso piatto.

Mai nostri media: “L’Isis avverte: ora tocca all’Italia”  (Il Tempo).  Terrorismo, la minaccia dell’IIS: prossimo obbiettivo l’Italia” (La Repubblica).  Sui tg non mi dilungo, li avete visti tutti. E tutti ammettono senza  vergogna, “lo riferisce il SITE, il sito Usa diretto da Rita  Katz”…

Ora,   questi giornalisti non possono non sapere cosa è il SITE e chi è Rita Katz. Ormai la cosa è nota, è stata scritta in lungo e in largo, anche da  qualche giornale. Non possono invocare l’ignoranza. Sono in perfetta malafede.

Al prossimo attentato ci racconteranno:   i terroristi hanno dimenticato il documento d’identità  –  l’ISIS ha rivendicato la strage, lo conferma il SITE…

“Ma che, ci credono tutti stupidi?”, chiede un lettore. La risposta è “sì”.  I pochi non stupidi, sanno che non hanno peso in una opinione pubblica  di stupidi.

Maurizio Blondet |

1366.- Terrorismo, il generale Franco Angioni: “Siamo solo all’inizio, l’Italia si svegli o pagherà un conto salato”; ma c’è chi…

"I prossimi a morire saranno gli italiani"Isis, il messaggio e la tragica confermaLa lista dei luoghi dove possono colpire
“I prossimi a morire saranno gli italiani”. Isis, il messaggio e la prima tragica conferma

“Quello che stiamo affrontando ora sia solo un’avanguardia di quello che dovremo affrontare nei prossimi anni se non ci muoviamo in fretta e con intelligenza”. Il generale Franco Angioni, in una intervista ad affaritaliani.it, dà un quadro del rischio terrorismo in Europa dopo l’ultimo attentato a Barcellona.

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Il problema, spiega, non deve essere l’Isis: “Il problema principale è la sua influenza ideologica che rischia di permanere anche qualora dovesse essere fisicamente eliminato”. “La sua eliminazione fisica non risolverà il problema, anche perché abbiamo imparato che queste organizzazioni e queste sigle cambiano ma il problema resta”. E l’Italia non è esente dal pericolo. “Per fortuna siamo tra quei paesi meno colpiti di altri perché l’Italia il suo piccolo colonialismo lo ha pagato duramente. Altri, invece, si sono arricchiti. Mi riferisco a Francia e Gran Bretagna, per esempio. In quei casi le prime generazioni arrivavano in madrepatria con orgoglio. Ma le seconde e le terze generazioni sono state dimenticate e abbandonate. Da lì nasce il germe della rivendicazione. L’Italia al momento è fuori da questo ragionamento perché praticamente non abbiamo seconde o terze generazioni ma anche noi facciamo parte di quella schiera di paesi padroni verso i quali è forte un sentimento di rivalsa. Non possiamo dunque sentirci esenti da pericoli. Dobbiamo tenere la guardia alzata, anche noi siamo un obiettivo. Se continuiamo a trascurare questo fatto tra 10 anni potremmo essere costretti a pagare un conto molto elevato”.

“Se non prendiamo provvedimenti adesso – conclude il generale – tra 5 o 6 anni avremo un grande malessere in casa che dovrà essere affrontato per forza di cose in maniera più cruenta di quanto invece non potrebbe essere affrontato adesso. I cittadini vanno allevati alla disciplina e vanno trattati tutti, e sottolineo tutti, alla stessa maniera. Le prime, seconde o terze generazioni, non devono sentirsi ospiti, spesso mal sopportati: devono sentirsi cittadini uguali a tutti gli altri, con tutti i diritti e i doveri del caso”.

Ma mentre l’Europa e’ sotto gli attentati dei migranti o dei loro figli Gentiloni vuole regalare la cittadinanza a tutti….

ITALY-POLITICS

Ma questo ci fa, c’è o lo pagano? Tutti i terroristi sono nati in Europa da immigrati. Penso sia più credibile la terza risposta.

ROMA, 19 AGO – “Diventando cittadini italiani si acquisiscono diritti ma anche doveri. Garantire questa possibilità ai figli degli immigrati nati in Italia è una conquista di civiltà e un modo per valorizzare e arricchire la nostra identità”. Lo scrive il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni su “ilsussidiario.net” in occasione della 38ma edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli che si apre domani a Rimini con il suo intervento. Secondo Gentiloni, “il concetto di cittadinanza in un mondo che cambia non va confuso con la mancanza di certezze. Andare verso una società più aperta e multietnica non deve comportare una rinuncia alla nostra sicurezza e ai nostri stili di vita. Su questo punto le istituzioni democratiche si giocano una parte fondamentale della loro credibilità”.