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1462.- I PIANI DI EMMANUEL MACRON PER UNA NUOVA IDEA DI EUROPA

Nel suo discorso per una “nuova Europa” alla Sorbona, il presidente francese ha detto che l’idea di Europa va difesa con ambizione come entità “sovrana, unita e democratica”. Ha parlato di “un’unica forza di protezione civile a livello europeo”. E, qui, è il vero centro del discorso di Macron. A cosa mira? Non certo a difenderci dalla Russia, che non ci minaccia né dal terrorismo che sappiamo da dove e perché ha occupato la nostra vita. Senza una Politica Estera europea, non ha senso disporre del suo braccio armato. Cosa significa, invece “una forza di protezione civile” e contro chi? Contro di noi? E perché?

MacronIl presidente francese Emmanuel Macron ha parlato alla Sorbona, a Parigi, pronunciando un discorso in cui ha svelato i suoi piani per una nuova idea di Europa martedì 26 settembre 2017.

Macron ha tenuto un discorso con cui ha proposto la “rifondazione” di un’Europa sovrana e unita, incrementando la cooperazione dell’eurozona su difesa, immigrazione, forze di polizia e sicurezza dei confini.

A meno di cinque mesi dall’inizio della sua presidenza, e dopo aver promesso di lavorare con la cancelliera tedesca Angela Merkel per migliorare l’integrazione dell’eurozona attraverso l’istituzione di un ministro delle finanze unico a livello europeo, Macron si è trovato a dover ridimensionare le sue ambizioni dopo il risultato elettorale tedesco di domenica 24 settembre, che ha visto la crescita del partito antieuropeista Afd in Germania.

Il discorso alla Sorbona

Al suo arrivo alla Sorbona, il presidente Macron è stato contestato da alcuni gruppi di studenti che hanno urlato “Macron vattene, l’università non è tua”.

“Non è mai il momento giusto per parlare d’Europa, o è troppo presto o è troppo tardi”, ha detto all’inizio del suo discorso il presidente francese. “Almeno quando si tratta di strategie. Parlare di strumenti invece è facile”, ha sottolineato.

Macron ha sottolineato che l’idea di Europa va riguadagnata e difesa con ambizione.

“Abbiamo dimenticato di difendere questa Europa”, ha detto il presidente. “L’idea di fraternità è più forte della vendetta e dell’odio”, ha proseguito, facendo riferimento a “idee ciniche che per troppo tempo abbiamo ignorato” e che invece mostrano che il passato nero dell’Europa può tornare.

“Non dobbiamo concentrare le nostre energie sulle divisioni interne”, ha continuato il capo dell’Eliseo.

Ecco cosa ha detto il presidente francese in punti:

• Macron ha detto che l’unico modo in cui il nostro futuro può essere garantito è la “rifondazione” di un’Europa “sovrana, unita e democratica”.

• Il presidente francese ha proposto la creazione di un fondo unico per finanziare gli investimenti comuni e per assicurare la stabilità di fronte agli shock economici.

• Macron ha chiesto la creazione di un ufficio europeo per le richieste d’asilo, che velocizzi e armonizzi le procedure. Ha detto inoltre che auspica un programma europeo che finanzi l’integrazione e la formazione dei rifugiati. Infine, ha chiesto la creazione graduale di una polizia dei confini, che offra una maggiore protezione dei confini europei.

• L’Africa non può più essere vista come una minaccia, ma deve essere considerata come un partner, ha detto il capo dell’Eliseo, che ha chiesto anche di aumentare gli aiuti allo sviluppo.

• Un’altra proposta del presidente francese è quella di creare una “forza di risposta rapida” a livello europeo entro il 2020. Ha chiesto inoltre un budget comune per la difesa e principi comuni che regolino la sua azione. Ha parlato di “un’unica forza di protezione civile a livello europeo”.

• Secondo Macron serve inoltre un prezzo unico per il carbone a livello europeo, insieme a una “Carbon Tax” europea per migliorare la tutela dell’ambiente.

Qui sotto da TPI la diretta del discorso:

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1404.- In Italia ci sono 70 bombe nucleari americane, ma non si possono più fare domande

Da sempre c’è stretto riserbo sulle armi nucleari americane nel nostro Paese. Eppure secondo le stime siamo la nazione che ospita il maggior numero di queste bombe sul suolo europeo. Erano circa 70, ma, dopo il golpetto anti Erdogan, sembra vi si siano aggiunte le quasi altrettante B-61 della base turca di Incirlik. Da qualche settimana il Pentagono ha deciso di secretare anche i report sulla sicurezza degli arsenali.

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Sarebbero almeno settanta gli ordigni nucleari ospitati nel nostro paese. Un record. Secondo gli esperti siamo la nazione con il più alto numero di armamenti atomici americani stoccati sul suolo europeo. Poco meno della metà, rispetto a un totale di 180 bombe. Un arsenale nucleare presente in due diverse basi militari, ad Aviano e Ghedi. Il condizionale è d’obbligo. Anche perché da sempre sulla vicenda pesa uno stretto riserbo. Un silenzio destinato a rimanere tale, considerando che alcune settimane fa il Pentagono ha deciso di secretare anche le poche informazioni finora disponibili, relative ai report sulla sicurezza degli arsenali.

Intanto la vicenda torna ancora una volta in Parlamento. A Montecitorio i deputati di Sinistra Italiana e Movimento Cinque Stelle provano ad accendere i riflettori sulla questione. Le premesse sono note. Fin dai primi anni Settanta l’Italia ha ratificato il trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Un documento che oltre ad impegnare i firmatari a interrompere la corsa agli armamenti, fissava alcuni precisi paletti. In particolare, ognuno dei paesi militarmente non nucleari, come il nostro, si impegnava «a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi». Ipotesi che secondo alcuni confligge con la presenza italiana all’interno dell’Alleanza atlantica. «In contrasto con tale impegno – si legge nella mozione a prima firma Giulio Marcon – l’Italia continua a mettere a disposizione il proprio territorio per l’installazione, il transito, la detenzione e l’uso di armi nucleari». Il documento parlamentare cita i dati della Federation of American Scientists, importante organizzazione scientifica con sede a Washington. E la stima di almeno settanta ordigni nucleari americani sul nostro territorio. Ma ricorda anche l’accordo di condivisione nucleare della Nato che impegna in prima persona il nostro Paese. Un trattato che oltre allo stoccaggio degli ordigni – sotto il controllo degli Stati Uniti – prevede «l’addestramento di piloti italiani per il possibile uso delle armi e la partecipazione italiana alle riunioni del Nuclear Planning Group della Nato». Ovviamente non siamo i soli. Insieme all’Italia – che pure detiene il primato per numero di bombe – continuano a ospitare armi nucleari tattiche statunitensi (Ant), anche membri dell’alleanza atlantica come Olanda, Belgio e Germania.

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Sarebbero settanta o addirittura 134 su un totale di 180 bombe in Europa, gli ordigni nucleari americani ospitati nel nostro paese.

 

Di quali ordigni si tratta? «Il tipo di arma nucleare a disposizione della Nato attualmente ospitata sul territorio europeo è la bomba B-61» certifica la mozione Cinque Stelle. Oggi sono in servizio alcune versioni che risalgono al periodo 1979-1989, le B-61-3, B-61-4 e B-61-10. Ordigni che possono essere trasportati da aerei da guerra statunitensi, ma anche da velivoli delle forze aeree europee, compresi i nostri Tornado. «Con varie opzioni di potenza da 0,3 a 170 chilotoni». Intanto gli Stati Uniti stanno rinnovando il loro arsenale nucleare. L’ultima versione delle bombe sono le B-61-12, che, con ogni probabilità, presto arriveranno anche nel nostro paese. Ordigni moderni, di grande potenza, che potranno essere trasportati sui nuovi F-35. I famosi cacciabombardieri di cui si sta dotando, tra le polemiche degli ultimi anni, anche l’Italia.

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Siamo un Paese che ha rinunciato all’energia atomica, da sempre in prima linea nelle campagne internazionali contro la proliferazione di armi nucleari. Eppure i cacciabombardieri F-35 della nostra Aeronautica potranno essere armati proprio con ordigni nucleari.

Come è noto, finora la questione è sempre stata trattata con la massima riservatezza. Pochissime le informazioni sull’arsenale nucleare ospitato nel territorio italiano. Del resto ogni paese membro della Nato ha precisi obblighi a riguardo. Già nel febbraio 2014, rispondendo a un’interrogazione della deputata M5S Tatiana Basilio, l’allora ministro della Difesa Mario Mauro aveva confermato la linea. «Con riferimento alla questione della presenza di armi nucleari in Europa – le sue parole – si fa rilevare che l’Alleanza, pur mantenendo un atteggiamento assolutamente trasparente sulla propria strategia nucleare e sulla natura del proprio dispositivo in Europa, non può agire, tuttavia, a discapito della sicurezza di questo dispositivo e della riservatezza che è indispensabile avere in relazione ai siti, la loro dislocazione, i quantitativi e la tipologia di armamento in essi contenuti».

«Le poche informazioni di cui si dispone – si legge nella mozione di Sinistra Italiana – provengono in gran parte dai rapporti delle ispezioni sulla sicurezza degli arsenali nucleari, rilasciati dal Pentagono». Documenti ufficiali in cui veniva quantomeno indicata la presenza di eventuali rischi o problemi legati allo stoccaggio degli ordigni. Adesso è calato il silenzio anche su questi report

Se il governo italiano non ha mai fornito informazioni a riguardo, fino a poco tempo fa esisteva comunque una forma di trasparenza, seppure molto limitata. Ne parla il documento depositato dai deputati di Sinistra Italiana. «Le poche informazioni di cui si dispone – si legge – provengono in gran parte dai rapporti delle ispezioni sulla sicurezza degli arsenali nucleari, rilasciati dal Pentagono». Documenti ufficiali in cui veniva quantomeno indicato il rispetto delle procedure di sicurezza e la presenza di eventuali rischi o problemi legati allo stoccaggio degli ordigni. Adesso è calato il silenzio anche su questi report. Come si legge nel documento parlamentare, depositato a fine luglio, «per effetto di una decisione della US Air Force e del Joint Chiefs of Staff, gli Usa hanno deciso di secretare anche tali report, rendendo impossibile l’accesso anche a queste informazioni minime».

Il Parlamento italiano è chiamato a discutere anche di questo. I documenti di Cinque stelle e Sinistra Italiana, che saranno votati in Aula, elencano una serie di impegni per il nostro governo. I grillini chiedono di presentare in Parlamento i dettagli sulla presenza di armi nucleari nel nostro Paese, la loro dislocazione e potenza. Ma chiedono anche di eliminare ogni possibile utilizzo di questi ordigni da parte delle nostre Forze armate, arrivando a ipotizzare il divieto di attracco nei nostri porti per navi e sommergibili, anche di paesi alleati, che abbiano a bordo armi nucleari. I deputati di Sinistra Italiana vanno oltre, chiedendo la rimozione immediata di qualsiasi ordigno nucleare presente sul nostro territorio. «Liberando gli italiani – si legge – dalla minaccia che essi rappresentano». E invitano l’esecutivo a criticare la decisione del Pentagono di secretare i report delle ispezioni sulla sicurezza degli armamenti stoccati nel nostro paese.

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1403.- Gli USA evacuano i terroristi da Dayr al-Zur e la Russia li elimina

… li elimina con un sol colpo.

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Dayr al-Zur: Che dire? L’Aeronautica russa sganciava la bomba convenzionale più letale del mondo sulle teste dello SIIL nella provincia di Dayr al-Zur. La bomba è ancora più grande della MOAB (la madre di tutte le bombe) che gli Stati Uniti avrebbero usato contro lo SIIL in Afghanistan. La bomba russa è chiamata Padre di tutte le bombe (FOAB) e il suo utilizzo è direttamente collegato a due eventi avvenuti il 26 e il 28 agosto 2017.
Il 26 agosto 2017, elicotteri statunitensi Apache volarono presso la città di Tarif, vicino Dayr al-Zur liberata dall’Esercito arabo siriano ed alleati. I due ratti avevano la cittadinanza belga e francese, secondo ciò che mi ha detto la mia fonte, secondo cui questi terroristi erano impiegati dai servizi segreti francese e belga e considerati fonti “cruciali” dell’HUMINT o “intelligence umana”.
Il 28 agosto 2017, due giorni dopo, gli Stati Uniti evacuavano 22 capi dello SIIL portandoli in sicurezza nella provincia di Dayr al-Zur, nella stessa zona dove i primi due si trovavano, presso a al-Madin. Questi 22 erano per lo più ex-ufficiali dell’esercito di Saddam arruolati da Stati Uniti e Stato sionista per creare ciò che il mondo conosce come SIIL. Erano considerati risorse insostituibili per le future operazioni e totalmente fedeli allo scenario sunnita. Secondo la mia fonte, gli Stati Uniti non potevano permettersi di far catturare questi capi dello SIIL ed esibirli al pubblico mondiale. Avrebbero causato immenso imbarazzo rivelando le origini dello SIIL e i suoi veri sostenitori. Sarebbe stato scandaloso. La Russia si sarebbe infuriata nel rilevare e seguire gli elicotteri statunitensi. Il Cremlino dichiarava che gli Stati Uniti ancora aiutano i selvaggi dello SIIL. Si specula qui, ma sembra che solo il Presidente Putin avesse l’autorità di ordinare ciò che il Generale Gerasimov eseguì dopo.

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Fra l’1 e il 2 settembre 2017, un bombardiere strategico Tupolev-160, decollato da una base nella Russia meridionale, si avvicinava al corridoio di al-Madin sganciandovi una grande bomba sospesa a un paracadute.

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La Bomba termobarica russa, in inglese Aviation Thermobaric Bomb of Increased Power (ATBIP) , tradotto dal russo: (АВБПМ)Bomba aeromobile di elevata potenza che crea il vuoto, altrimenti nota con l’acronimo FOAB “Father of All Bombs” (“Padre di tutte le bombe”) è una bomba ad alto esplosivo a base di alluminio e ossido di etilene, a caduta libera. Il capo delle forze armate russe, Alexander Rukshin, ne ha descritto gli effetti distruttivi in questo modo: “tutto ciò che è vivo semplicemente evapora”.

Con una potenza, dichiarata in via ufficiosa, pari a 44 tonnellate di TNT (effetto ottenuto con circa 7 tonnellate di un nuovo tipo di esplosivo ad alto potenziale), tale ordigno avrebbe una potenza esplosiva quadrupla rispetto alla bomba GBU-43 Massive Ordnance Air Blast bomb delle forze armate statunitensi (il cui acronimo ufficiale militare è MOAB, a cui corrisponde anche l’acronimo popolare di “Mother of All Bombs”, “madre di tutte le bombe”)

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La bomba termobarica era chiamata “Bomba Aerea Termobarica a Potenza Maggiorata” o ATBIP. È la FOAB già menzionata. Hollywood presentò effetti speciali accurati per una simile bomba nelle prime scene del film “Outbreak” di Dustin Hoffman, dove un’intera area viene devastata per paura di un contagio. La bomba rilascia una cappa di vapore infiammabile mentre scende e, ad una certa quota, accende la miscela creando l’inferno, prima, e poi un’area di vuoto d’aria che fa esplodere i polmoni. È un’arma davvero brutta. E i russi hanno risposto agli Stati Uniti che esfiltravano i loro preziosi terroristi eliminandone tutti con un colpo solo. Nemo me impone lacessit.
Ma ci sono altre buone notizie. Il giacimento al-Tayam veniva liberato dalla venalità di SIIL e famiglia Erdoghan. Non più corse gratuite, sultano. Non più greggio a buon mercato. La Russia annunciava che la sua Aeronautica aveva eliminato 4 capi supremi dello SIIL il 5 settembre 2017, insieme a 40 altri avvoltoi. Uno era il ministro della guerra dello SIIL, il tagico Gulmurad Khalimov, figuro effettivamente addestrato dagli Stati Uniti e che doveva essere l’esponente principale dell’antiterrorismo statunitense, avendo trascorso un anno nel programma per le forze speciali di tre fasi per il Terzo Mondo. Andò in mille pezzi con Abu Muhamad al-Shamali.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio di aurora

Differenze tra MOAB e FOAB

Dato MОАВ FОАВ
Peso: 10,3 tonnellate 7,1 tonnellate
TNT equivalente: 11 tonnellate ≈44 tonnellate
Raggio di esplosione: 150 metri 300 metri
Guida: INS/GPS Sconosciuto (forse GLONASS)

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La MOAB o GBU-43/B

1379.- L’IMPORTANZA DI UN ESERCITO COMUNE PER UNA MAGGIORE INTEGRAZIONE EUROPEA

L’argomento corre sulle ali delle ambizioni francesi e tedesche, ma, a costo di ripetermi, le Forze Armate sono l’ultima chance della Politica Estera, che, assolutamente, l’Unione europea non ha e, poi, c’è la NATO. A chi farebbero capo i centri di comando di queste forze armate europee? Costituirebbero un inutile doppione? Verrebbero a sostituire la NATO con la copertura della Force de Frappe francese invece che di quella USA? Allora, la domanda più seria da porsi è: “Cui prodest?” All’Italia non di certo, a meno che… Ricordo che il Libro Bianco della Difesa, da alcuni anni, prevede l’impiego dell’Esercito nell’Ordine Pubblico, cioè contro le manifestazioni di piazza dei cittadini. Ecco, allora, si comprendono i come e i perché della proposta e – non vorrei dirlo – anche del terrorismo dei “tutti morti con documenti in bella vista”.  Vive la France. 

Nonostante la gran parte delle operazioni militari dei paesi europei vengano oggi condotte nell’ambito di coalizioni multinazionali (europee o NATO), le Forze Armate rappresentano un elemento chiave della sovranità nazionale. Lo strumento militare è quindi pensato e strutturato in funzione degli obiettivi strategici che ogni Paese si pone e sebbene l’Alleanza Atlantica e l’UE forniscano un quadro di interessi condivisi, può accadere che questi obiettivi non convergano e che, quindi, un Paese debba prendere l’iniziativa di intervenire guidando una coalizione ad hoc (come ad esempio l’Italia con l’operazione Alba del 1997 in Albania). In un contesto non federale non è nell’interesse strategico di nessun Paese rinunciare ad una sua autonomia operativa. È invece più realistico pensare ad una maggiore integrazione a livello di pianificazione operativa e di acquisizione e sviluppo di capacità nell’ambito di una cooperazione rafforzata.

Qual è il ruolo dell’industria della difesa per il raggiungimento degli obiettivi europei nel campo della politica estera e di sicurezza comune?

L’industria della difesa e della sicurezza (i confini tra i due ambiti si vanno sempre più assottigliando) rappresenta un fattore essenziale di indipendenza ed autonomia strategica ma l’onerosità dello sviluppo dei sistemi per la difesa rende necessaria in Europa la cooperazione internazionale (pensiamo all’Eurofighter o alle fregate FREMM). Anche in un contesto di forte cooperazione internazionale l’Italia non può però prescindere da un certo livello di autonomia industriale e tecnologica per assicurare sia la sicurezza degli approvvigionamenti (security of supply) in aree tecnologiche particolarmente critiche, sia per consentire al Paese di negoziare la partecipazione ai programmi collaborativi da posizioni di parità. Senza contare che quello della sicurezza e difesa è uno dei pochi settori dell’alta tecnologia ancora presidiati dall’industria nazionale.
Lo sviluppo di un quadro europeo per l’industria della Difesa rappresenta oggi una priorità e l’Agenzia Europea della Difesa (EDA) rappresenta la struttura dell’Unione dedicata alla collaborazione in ambito industriale e tecnologico. Oggi il bilancio dell’Agenzia è di appena 30€ milioni, sarà quindi necessario rafforzare l’Agenzia dotandola di un budget in linea con le sfide che si prospettano. Un passo importante è stato compiuto dalla Commissione europea con la pubblicazione, alla fine del 2016 del “European Defence Action Plan” che ha lanciato la creazione di un Fondo Europeo per la Difesa che verrà strutturato su due “finestre”, una dedicata alla ricerca con finanziamenti di circa 500€M l’anno a partire dal 2020, ed una dedicata allo sviluppo di capacità che mira ad incoraggiare lo sviluppo di programmi collaborativi. Il Fondo è considerato uno strumento cruciale per sostenere la competitività dell’industria europea della difesa. Non dimentichiamo che tantissime innovazioni tecnologiche che migliorano la nostra vita ogni giorno derivano da programmi di ricerca tecnologica militare (le telecomunicazioni mobili, internet stesso, e così via)

I terroristi stanno colpendo ovunque in Europa, cosa fa l’Unione europea per la nostra sicurezza?

L’ottenimento di un alto livello di sicurezza per i cittadini europei è un obiettivo prioritario per l’Unione europea che ha individuato il terrorismo come una delle minacce principali unitamente al crimine organizzato ed al cyber-crime. La natura fluida e transnazionale della minaccia richiede un approccio complessivo al problema ed è per questo motivo che L’Unione europea si sta muovendo per implementare una “Unione della Sicurezza“. Lo scorso anno la Commissione ha creato uno specifico portafoglio (Security Union) per implementare questa Unione definendo anche un’Agenda per la Sicurezza europea.
L’obiettivo è affrontare le minacce a livello globale europeo superando l’approccio della semplice cooperazione tra gli Stati. L’Unione europea si è concentrata sulle misure di prevenzione e contrasto alla radicalizzazione, sulle misure che regolano il possesso di armi e sullo scambio di informazioni (PNR – Personal Name Record) sui passeggeri dei voli provenienti da paesi terzi. Nel marzo di quest’anno è stata approvata una Direttiva (che dovrà essere recepita dagli ordinamenti nazionali) che stabilisce delle norme minime relative alla definizione dei reati e delle sanzioni nell’ambito sia dei reati di terrorismo (inclusa la minaccia di commettere attentati) sia dei reati riconducibili ad un gruppo terroristico (come ad esempio il finanziamento di gruppi terroristici).
L’Unione europea ha anche costituito nell’ambito di Europol un centro anti terrorismo per migliorare il coordinamento tra le autorità nazionali. Una modifica legislativa è stata anche apportata al codice che regola lo spazio Schengen. Mentre in precedenza i cittadini europei erano soggetti a controlli minimali in ingresso e uscita dallo spazio Schengen, d’ora in avanti saranno oggetto di controlli sistematici volti a verificare l’autenticità dei documenti di viaggio ed a verificare che la persona non sia oggetto di segnalazione nei database nazionali ed internazionali. Come gli ultimi attacchi terroristici hanno dimostrato è, nella pratica, difficile controllare in tempo reale migliaia di soggetti identificati come pericolosi. Una strada da seguire per facilitare il compito delle forze di sicurezza può basarsi, oltre che su un rafforzamento della cooperazione tra i servizi di intelligence, anche su soluzioni tecnologiche come ad esempio l’uso di braccialetti elettronici (applicati alle caviglie) deciso dalla Germania per monitorare i possibili terroristi.

1378.- La lezione francese: L’esercito, un obiettivo prioritario per i terroristi

L’attacco effettuato ieri ai militari belgi da un musulmano e quello di qualche giorno fa a Levallois-Perret contro i soldati dell’operazione Sentinel da un cittadino algerino che vive in Francia conferma, se necessario, che l’Italia rimane, fino ad oggi, un Paese privilegiato. La Francia è attaccata da islamisti ispirati e sostenuti da organizzazioni non statali che hanno scatenato una reale forza urbana di guerriglia che obbliga le autorità a imporre e attuare misure di protezione sempre più vincolanti.

Dopo aver condotto azioni omicide di massa contro la popolazione civile francese (Bataclan), questi islamici ora svolgono spesso azioni mirate contro le forze armate, le forze di polizia e di gendarmeria, responsabili della difesa della nazione, della protezione della popolazione e dell’applicazione della legge.

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Quinta colonna?

La Francia è quindi in guerra, anche se la forma che prende oggi non è molto simile a quella delle due guerre mondiali. Ogni guerra ha le proprie caratteristiche, stabilisce obiettivi specifici, segue un corso e modalità di azione che si evolvono costantemente; La guerra del 1940 fu preceduta in Francia dalla “guerra divertente” e si concluse con l’uso dell’arma atomica!

 

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«Sommes-nous en guerre ?
Qui est cet ennemi qui a frappé notre pays à plusieurs reprises en 2015, et qui est malheureusement loin d’avoir disparu de nos vies ? Comment, surtout, le combattre et le vaincre, en restant dans le cadre politique, juridique et éthique qui est le nôtre ? Et en quoi faut-il nous préparer à des conflits d’un genre nouveau ? À ces questions cruciales, j’ai voulu répondre à la lumière de mon expérience. »
Jean-Yves Le Drian Ministre de la Défense

Affermare, inoltre, che in Francia non esiste e non c’è la quinta colonna, come ha scritto l’ex ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian nel suo libro “Qui est l’ennemi?” È falso e pericoloso.

Infatti, a livello storico, a una prima analisi, la Francia ha sempre avuto, ospitato e finanziato sul suo terreno francesi o stranieri che combattono insieme ai suoi nemici. Per parlare solo degli ultimi tre conflitti, ci sono stati durante la guerra in Algeria i “vettori valigia” che hanno assicurato il sostegno dei terroristi FLN; durante il conflitto in Indocina, sono stati i comunisti stalinisti, amici di Boudarel, francese e commissario politico universitaria al servizio dei torturatori dei campi Viet Minh; Durante la Seconda Guerra Mondiale c’erano i collaboratori del Gestapo che hanno seguito e torturato la Resistenza Francese.

Questo errore storico è pericoloso perché, rifiutando di guardare alla realtà degli eventi attuali, si rende difficile analizzare le cause dell’odio che alligna in questi terroristi e disturba l’attuazione di misure efficaci per neutralizzarle.

Bisogna riorientare l’azione degli eserciti sul territorio nazionale

Affermare che siamo in guerra ne implica tutte le conseguenze, specialmente quando coloro che la conducono in mezzo alla popolazione, agiscono in abiti borghesi e beneficiano di numerosi e potenti mezzi logistici e finanziari.

I nostri avversari non sono soldati – per non parlare dei comandanti – che potrebbero trarre beneficio dalle Convenzioni di Ginevra, ma assassini comportamentali volgari, codardi e suicidi che devono essere “neutralizzati” il più presto possibile.

A questo proposito non si può chiedere di ritirare i nostri soldati dal territorio nazionale con il pretesto che essi sono diventati gli obiettivi prioritari dei terroristi. Sarebbe un successo facile, almeno psicologico, per questi assassini, mentre questi obiettivi in uniforme contribuiscono effettivamente alla protezione della popolazione, sostituendo i civili disarmati senza vesti e proiettili. Se c’è una forza in grado di reagire efficacemente ad un attacco a sorpresa, non è la popolazione civile molto vulnerabile, né le forze di sicurezza “di prossimità”, generalmente meno addestrate, ma le unità militari del Sentinel.

I nostri soldati devono tuttavia essere schierati per compiere missioni complementari ma distinte da quelle delle forze di sicurezza interna e in conformità con le loro capacità. Devono agire altrimenti, in previsione di attacchi e sviluppare modalità preventive di azione che creino insicurezza nell’avversario. Queste modalità di azione devono essere pianificate, testate e adottate senza tabù.

Dobbiamo assolutamente emergere da una posizione esclusivamente difensiva se vogliamo vincere questa guerra.

Implementare una strategia globale nel tempo

In questo conflitto, la questione è innanzitutto  di attaccare il nemico di oggi, che si manifesta con immediatezza e pronto ad agire. Deve essere ricercato, si devono identificare le sue reti, neutralizzarle e esercitare una forte pressione dissuasiva sui suoi potenziali simpatizzanti. Allo stesso tempo, dobbiamo agire sulle popolazioni sensibili al loro richiamo, nelle scuole e nella vita quotidiana con i genitori, per evitare che i bambini e gli adolescenti diventino il nemico di domani.

Per sradicare questa minaccia mortale, non dobbiamo solo identificare e designare il nemico per poi mobilitare tutta la nazione, ma serve anche l’attuazione di una strategia globale, comprendente la polizia e strategia militare (looping, distretti minerari, costruzioni, di controllo Punti chiave, sorveglianza delle persone, ecc.). Serve una strategia per ciascuno dei vari ministeri coinvolti in questa guerra, in particolare quelli dell’istruzione e della giustizia.

Rafforzare le istituzioni di regalità e la coesione dei francesi

Infine, il messaggio è per i leader politici: evitare ogni segno che possa screditare la Francia e le sue istituzioni, in particolare gli eserciti e le forze della sicurezza interna.

Pertanto, la riduzione di 850 milioni di euro di risorse previste per le Forze Armate francesi nel 2017 è un segnale di debolezza data ai nostri avversari. È percepito come una goccia nello sforzo della Difesa nel mezzo della “guerra”.

FRANCIA: 'TROPPI TAGLI', SI DIMETTE IL CAPO DELL'ESERCITO

Il capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Pierre de Villiers,a pochi giorni dalla scadenza del suo mandato, ha presentato le sue dimissioni al presidente Macron. Lo scorso 12 luglio de Villiers aveva duramente criticato le proposte sul bilancio della Difesa annunciate dal governo.

Inoltre, le dimissioni del Capo di Stato delle Forze Armate sono giustamente considerate come una perdita di credibilità del Capo di Stato, Capo delle Forze Armate e un generale indebolimento del nostro esercito.

Nei prossimi mesi le azioni terroristiche sul territorio nazionale potrebbero essere moltiplicate con nuove forme. Lo Stato deve organizzare la Nazione per vincere questa guerra lunga e difficile. Per sconfiggere il nemico, i francesi non solo devono appellarsi ai “valori repubblicani”, ma soprattutto riacquistare la fiducia, mostrare coraggio nella vita quotidiana e dimostrare la fermezza in questa lotta continua per la libertà.

Fin qui, la Francia. Pensate, ora, ai ministeri italiani coinvolti in questa guerra, in particolare a quelli dell’istruzione e della giustizia e a chi li regge e pensate a come proporre agli italiani, espropriati della democrazia, questa lotta continua per la libertà.

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1374.- LA NATO DI RIGA HA INDICATO IL NUOVO NEMICO: I BLOG. E L’ITALIA HA FIRMATO.

“Primo luglio 2014: è  la data in cui Estonia, Germania, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia e Regno Unito firmano il Memorandum per la creazione del “Centro di Eccellenza NATO per le Comunicazioni Strategiche”.

Un amico  richiama la mia attenzione su  questo strana  adesione italiana avvenuta anni fa. Il suddetto Centro NATO  di Riga   ha lo scopo di combattere e  reprimere le influenze russe sulle opinioni pubbliche occidentali, influenze considerate alla stregua di armi. Lo dimostra lo studio prodotto  dalla  NATO di Riga  che qui potete leggere:

L’immagine di copertina è già eloquente:

Nell’introduzione allo studio si lamenta che “il quasi globale accesso all’ambiente della comunicazione virtuale ha creato molte possibilità di condurre battaglie online [anche] nel campo cognitivo degli atteggiamenti e delle  convinzioni della gente”.

L’uso della libertà di espressione  e di critica, in cui chi si esprime cerca  appunto di cambiare con informazioni,  idee ed argomenti “gli atteggiamenti e le convinzioni” altrui, viene considerato dalla NATO  non un  diritto inviolabile (come  si proclama in Occidente) ma letteralmente un campo di battaglia dove sconfiggere il “nemico”.

I  nemici sono ovunque.”Abbiamo constatato attori statuali e  non-statuali usano metodi ibridi per  conseguire i loro scopi politici e militari, combinando abilmente operazioni militari  con ciber-attacchi, pressioni diplomatiche ed economiche, e  campagne di informazione (propaganda)”.

Se per “attori  statuali” lo studio NATO intende probabilmente la Russia, subito dopo estende abusivamente a tutti gli “attori non-statuali” i blogger di informazione alternativa e non-mainstream  la  stessa “astuta combinazione di operazioni militari”, ciber attacchi e pressioni che attribuisce a Mosca.

Vorremmo chiedere  al suddetto Centro Strategico NATO con sede a Riga di precisare quali operazioni militari abbiamo condotto noi Blondet,  noi Comedonchisciotte, noi Disinformazione  e  noi Senza Nubi, noi Dezzani noi Bottarelli.

In realtà, abbiamo visto continuamente in questi anni Usa, Europa e NATO “combinare astutamente operazioni militari” in Libia e Siria e Ucraina (bombardamenti, uso di  reparti interi di wahabiti pagati –  con “pressioni diplomatiche ed economiche”  (sanzioni, demonizzazioni dell’avversario,  isolamento diplomatico) e  l’inondazione sistematica tramite mainstream media di propaganda sotto   mentite spoglie  di informazione giornalistica:  basti ricordare i pianti dell’inviata Goracci sui bambini di Aleppo massacrati dalle bombe siriano-russe neli mille ospedali pediatrici di quella città e   le presunte atrocità  coi gas   commesse da Assad, che poi i blogger hanno rivelato essere sì atrocità, ma commesse dai “ribelli” che si battevano “per la democrazia in Siria”.

Una volta la diplomazia era il contrario della guerra. Oggi per la NATO è guerra ibrida.

In fondo il rapporto NATO confezionato a Riga ci dà pure ragione senza volerlo, perché la frase seguente recita:

“I recenti conflitti in Libia, Siria  e Ucraina hanno dimostrato che i social media sono ampiamente usati per coordinare azioni, raccogliere informazioni  e  cosa della  massima importanza, influenzare le credenze  e gli atteggiamenti di un pubblico-bersaglio,  fino a mobilitarlo per l’azione”.

Ora, “influenzare le credenze e gli atteggiamenti del pubblico” è il movente  chiaro e aperto di ogni giornalista o medium di informazione,  e il motivo per cui è riconosciuta come diritto politico la libertà di espressione ed opinione, non un atto di guerra  come credono in Lettonia  e nella NATO.  Lo fanno moltissimo i media mainstream, specie TV, saturando le mentalità  collettive con le credenze volute dal sistema; i social media hanno molto meno forza di suggestione ed influenza, raggiungendo un pubblico molto più piccolo e selezionato  – se  non altro,quello alfabetizzato (e l’80% degli italiani sono di fatto analfabeti di ritorno).

Quello che sta insinuando dunque la NATO Lettone, è che i social media non  hanno diritto di “raccogliere informazioni” e cambiare l’atteggiamento  del pubblico sui “conflitti di Siria, Libia e Ucraina”  e – Dio non voglia – “mobilitare”  l’elettorato, reso consapevole, “all’azione” di opposizione; su tali conflitti, il solo atteggiamento  giusto  è quello  dettato dalla propaganda NATO.

La NATO propone dunque la pura e semplice soppressione della libertà di critica politica.   Non è consentito criticare azioni NATO come minimo discutibili e possibilmente criminali, usando “social  media”: essi non sono infatti fonti autorizzate, e possono essere usate dal Nemico come  arma  ibrida … Tale arma ibrida è l’informazione non filtrata dai soli media autorizzati, specie proveniente da fonti del Nemico  “statuale”, tipo RussiaToday, o Pars Today. Di fronte a simili informazioni che vengano da simili fonti, il buon  cittadino occidentale deve tapparsi occhi ed orecchie.

Continua il rapporto:

“Data  questa situazione, al Centro di Eccellenza  di Comunicazioni Strategiche (NATO StratCom COE) è stato affidato il compito di indagare su come attori statuali e non-statuali influenzano i social media facendone strumenti per strategia di conflitto e di guerra ibrida”

“- Quale il ruolo dei social media nella guerra ibrida? Come essi vengono “militarizzati” (weaponized)?

  • Quali tecniche usano gli attori statuali e non statuali per sostenere i loro fini politici e militari  coi social media? Quali effetti possono conseguire?
  • Cosa può fare la NATO e i suoi membri  per identificare  e  rispondere all’uso malizioso dei social media?”

Il  rapporto offre generosamente se stesso “come materiale educativo utile” per “chiunque sia interessato” a capire “le tecniche di influenza usate nello spazio digitale”.

Si rende infine noto che il rapporto  non fa altro che “sintetizzare”  altre ricerche commissionate dal suddetto centro di Riga, che sono:

“Il trolling come arma di guerra ibrida: il caso della Lettonia” ( Internet trolling as hybrid warfare tool: the case of Latvia)  confezionato dagli sforzi congiunti del Latvian Institute of International Affairs (LIIA) in cooperazione con la Riga Stradiņš University. Il LIAA è ovviamente una copia conforme del Royal Institute  International Affairs, tipico agente d’influenza atlanticist, che ha copie conformi in tutta Europa (in Italia, lo IAI:  http://www.iai.it/it/iai/direttivo .  Vedrete i soliti nomi: Emma Bonino, Marta Dassù, Enrico Letta…).

“Influenza sociale nel conflitto Russo-Ucraino nella comunicazione dei social media”, ( Social infl uence in Russia-Ukraine-con flict- related communication in social media), confezionato esclusivamente da ricercatori polacchi ( Dr Jan Zając (University of Warsaw, Faculty of Psychology), Julia Zając (Graduate School for Social Research, IFiS PAN), Dr Tomasz Grzyb (Opole University), Filip Cyprowski (Sotrender), Aleksander Zawalich (Sotrender).

Infine, “Rete del terrore;  come Daesh usa i social network per diffondere il suo messaggio” (Network of terror: how Daesh uses  social networks to spread its message ),  di Joseph Shaheen, che è un vecchio arnese del Dipartimento di Stato.

Per curiosità  sono andato a cercare notizie sul primo  cosiddetto studio, “Troll come  arma da guerra, il caso Lettonia”.

Ebbene, ne ha parlato un anno fa il Guardian. Il  quale  ci riferisce che gli investigatori lettoni “hanno  ha esaminato 200.000 commenti pubblicati sui tre principali portali di notizie in linea della Lettonia tra il 29 luglio e il 5 agosto 2014, ed appurato che l’1,45%  di  questi erano “troll ibridi”, fenomeno è emerso recentemente quando s’è scoperto  che la Russia aveva  reparti in cui un esercito di blogger,  giorno e notte,  inondava internet con commenti favorevoli agli interessi russi”.

Putin farebbe bene licenziare questi eserciti di blogger se  lavorando “giorno e notte” riescono a produrre solo l’1,45% di troll favorevoli alla Russia”.

Il Guardian, per una volta buttato alle ortiche il celebre umorismo britannico,  spiega senza batter ciglio  che gli studiosi della Lettonia  hanno “trovato cinque tipi di troll: la ” troll   che incolpano il complotto statunitense”;  “Troll bikini” (adornati da immagini di giovani donne che chiedono  gentilmente ai loro lettori-bersaglio ripensare le proprie opinioni);

“Troll aggressivi” determinati a  espellere guidare le persone fuori dal web; “Troll di Wikipedia” che lavorano  per modificare blog e pagine web al vantaggio della Russia; e “Troll di attachment“, che postano link dopo link a articoli e video da piattaforme russe di notizie”. Pensate la mostruosa malvagità di  queste macchinazioni.

Poi si scopre che “gli studiosi” lettoni autori della ricerca sono uno solo, tale Janis Sarts: “suo nonno è stato deportato in Siberia, e  lui si ricorda ancora delle  code per il pane e la salsiccia sotto l’ Unione Sovietica. Ed è convinto che “non è per niente impossibile” che la Russia invada la Lettonia  nel prossimo futuro, come ha già fatto per la Georgia e l’Ucraina”.

 

Janis Sarts. Ora nella NATO, ma è rimasto sovietico.

Insomma un tizio coi suoi conti personali da regolare, e che forse dovrebbe esser curato da psichiatri, ed invece adesso conduce il Centro di Eccellenza NATO di Riga e dà le direttive a tutti i membri dell’alleanza.

Nell’intervista lasciata al Guardian, questo Sarts indica come nemici   siano molto attivi  anche in Gran Bretagna, infatti  “Nigel Farage” e “Jeremy Corbyn” appaiono “molto su Russia Today”, come “George Galloway” un deputato ex laburista, che  il lettone individua come “il classico utile idiota”. Naturalmente accusa la Lega Nord e il Front National in Francia di combutta col Nemico.

Possiamo complimentarci col signor Sarts  per essere rimasto un sovietico, con queste denunce e questa terminologia rivelando di non essersi ancora abituato  alla pluralità di posizioni politiche  che vige(va) qui in Occidente. Ma saremmo curiosi di sapere come mai l’Italia  abbia firmato questo Memorandum  molto baltico  e  liberticida; mentre altri membri NATO, come Francia, Spagna, Portogallo, Turchia, se ne sono astenuti.

Naturalmente non ci aspettiamo risposta. Ma oggi comprendiamo meglio le campagne di Boldrini e Mogherini contro le “fake news” e per la repressione penale della libertà di parola sui social media.  La nostra presidenta della Camera sta facendo la guerra per la NATO.

 

Maurizio Blondet

1372.- US Navy e la sensazione di affondare

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USS John S McCain

Finian Cunningham,

Non ispirerà fiducia la Marina statunitense che fa speronare un’altra delle sue potenti navi da guerra nello stesso giorno in cui avvia le esercitazioni militari in Corea; che potrebbero scatenare una guerra nucleare accidentale. Se la Marina Militare statunitense non può controllare le proprie navi in normali operazioni marittime, che dire della competenza o meno in caso di guerra?
Nell’ultimo incidente, il cacciatorpediniere USS John S McCain speronava una petroliera vicino Singapore. Il quarto grave incidente della Marina statunitense quest’anno, tutti nell’Asia-Pacifico. Sono scomparsi dieci marinai e, a causa dei gravi danni, sono ritenuti morti. Un esperto statunitense dichiarava alla CNN: “Come fa un cacciatorpediniere di ultima generazione equipaggiato con diversi sistemi radar e dispositivi di comunicazione che occupano tutto il ponte, non individuare un’enorme nave di 30000 tonnellate in lento movimento (10 nodi)?” Il cacciatorpediniere in questione è dotato del sistema antimissile Aegis, che sarebbe l’apice della tecnologia bellica statunitense. Vi sono, secondo quanto riferito, 14 navi di questo tipo operative nella 7.ma Flotta nell’Asia-Pacifico, considerate parte fondamentale del sistema di difesa di Stati Uniti ed alleati contro le armi balistiche nordcoreane. Se queste navi da guerra avanzate non possono evitare di scontrasi con le petroliere, non va a favore della loro capacità di rilevare ed eliminare i missili balistici nemici che attraversano la stratosfera. L’incompetenza delle forze statunitensi aumenta l’instabilità che occupa la regione con il confronto nucleare tra Washington e Corea democratica.

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La Corea democratica ha ripetuto l’avviso che le manovre degli Stati Uniti e del loro alleato sudcoreano nelle prossime due settimane sono una mossa sconsiderata che potrebbe scatenare “la fase incontrollabile della guerra nucleare”. Ancora Washington persegue le manovre annuali in Corea, coinvolgendo grandi esercitazioni di terra, mare e aria, nonostante le richieste di Cina e Russia di cancellarle per ridurre le tensioni con la Corea democratica. L’ultima collisione tra il cacciatorpediniere statunitense dotato dell’Aegis e una petroliera è il promemoria emblematico degli incidenti che possono avvenire anche con sistemi d’arma presumibilmente sofisticati. Considerata la tensione del confronto tra Stati Uniti e Corea democratica, la pretesa di Washington di tenere le esercitazioni è doppiamente rischiosa. Ogni anno le forze statunitensi conducono tali manovre presso la Corea, e i nordcoreani protestano indicandole come provocazione per preparare l’invasione statunitense. Le esercitazioni di quest’anno avvengono dopo che il presidente degli Stati Uniti Trump avvertiva, all’inizio del mese, che l’esercito statunitense avrebbe scatenato “fuoco e furia come il mondo non ha mai visto prima” sulla Corea democratica per il suo programma di armi nucleari. Le parole di Trump implicavano l’attacco preventivo dagli Stati Uniti con armi nucleari. La Corea democratica rispose con la minaccia di lanciare missili balistici nei pressi del territorio statunitense dell’isola di Guam, dove gli Stati Uniti schierano bombardieri B-1. La settimana scorsa, il leader della Corea democratica Kim Jong-un rinunciava al piano dicendo che avrebbe giudicato le prossime azioni “degli sciocchi yankee”.
Nelle prossime due settimane, le gigantesche manovre delle forze statunitensi in combinazione con i militari sudcoreani e giapponesi, potrebbero scatenare la guerra totale con la Corea democratica. Se dovesse scoppiare, vi sarebbe probabilmente l’uso di armi nucleari, con conseguenze catastrofiche umane ed ecologiche. La Marina statunitense intaccata dagli incidenti aggiunge solo ansia per una guerra accidentale. È proprio perciò che Cina e Russia invitavano le parti a ridurre le forze militari e dare priorità a diplomazia e dialogo. Tuttavia, con tipica arroganza, gli statunitensi inasprivano la situazione con l’assurda affermazione che le esercitazioni in Corea sono “solo difensive”. Il Washington Times riferiva illogicamente: “Le truppe statunitensi e sudcoreane iniziano le esercitazioni militari tra le minacce della Corea democratica”. I doppi standard sono visibili. Quando la Russia svolge manovre sul proprio territorio, Washington ed alleati della NATO le definiscono “offensive” per la sicurezza europea. Tuttavia, quando Washington conduce operazioni di terra, mare e aria con 70000 soldati ed “attacchi per decapitare” contro la Corea democratica, beh, le manovre si dicono “difensive”. L’ironia degli incidenti navali statunitensi è che Washington afferma che le sue navi sono presenti in Asia-Pacifico per garantire la “libertà di navigazione”, affermando che la Cina mostra i muscoli nella regione minacciando la libera circolazione internazionale delle navi mercantili. Prima dell’ultima collisione con una petroliera presso Singapore, all’inizio di giugno un altro cacciatorpediniere statunitense dotato di Aegis veniva speronato da una nave da carico al largo del Giappone. Quell’incidente causò la morte di sette membri dell’equipaggio statunitense. Proprio la scorsa settimana i comandanti dell’USS Fitzgerald (DDG 62) furono dimessi per incompetenza a seguito di un’inchiesta.

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Il 17 giugno scorso sette marinai erano morti nella collisione tra lo Uss Fitzgerald con il peschereccio filippino ACX Crystal, la cui prua si era schiantata direttamente nella cabina del comandante. Dopo una revisione delle capacità e del carico di lavoro dei nuovi cantieri di costruzione e riparazione, la Navy ha stipulato un contratto per l’inizio del restauro dell’USS Fitzgerald (DDG 62) presso Huntington Ingalls Industries (HII) a Pascagoula, Mississippi, prima della fine dell’anno fiscale. Data la complessità del lavoro e le incognite significative del restauro, la Marina ha stabilito che solo un costruttore di navi di classe Arleigh Burke potrebbe eseguire lo sforzo. Solo HII ha la capacità disponibile di ripristinare lo stato operativo completo nel più breve tempo possibile con una minima interruzione della riparazione in corso e di nuovi lavori di costruzione. Inoltre, la Navy ha dovuto stipulare un contratto per il trasporto pesante dell’USS Fitzgerald da SRF-JRMC Yokosuka agli Stati Uniti. Lo stesso sistema adottato a dicembre per il trasporto dell’USS Cole (DDG 67) con la nave pontone norvegese  M/V Blue Marlin per poter riparare lo squarcio lasciato da un attacco suicida in Yemen avvenuto all’alba del 12 ottobre 2000, mentre era ormeggiata nel porto di Aden, in rifornimento. I due kamikaze avevano ucciso 17 marinai, ferito 39, aperto una falla di ben 12 metri di altezza e 18 di lunghezza e sbandato la nave di 4 gradi.

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L’USS Cole (DDG 67) sulla nave trasporto norvegese  M/V Blue Marlin
L’USS Fitzgerald ha subito danni sul suo lato di dritta sopra e sotto la linea di galleggiamento. I comparti interessati comprendono due spazi d’asilo, una sala radio, uno spazio macchine e diversi armadietti, passaggi e tronchi d’accesso. Oltre alle opere di riparazione, la Marina intende incorporare gli ammodernamenti previsti in precedenza dal programma della messa in disponibilità, che dovevano aver luogo nel 2019 a SRF-JRMC Yokosuka.

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The Arleigh Burke-class guided-missile destroyer USS Fitzgerald (DDG 62) returns to Fleet Activities (FLEACT) Yokosuka following a collision with a merchant vessel while operating southwest of Yokosuka, Japan on July 11, 2017.

A maggio, un’altra nave da guerra degli Stati Uniti entrò in collisione con un peschereccio sudcoreano. Un quarto incidente si ebbe quando una nave da guerra statunitense s’incagliò in Giappone.
Tale incompetenza della Marina statunitense è dovuta in parte alla presenza senza precedenti di navi da guerra di Washington in una delle rotte più congestionate del mondo. Quasi il 25% delle merci globali attraversa lo Stretto di Malacca e il Mar Cinese Meridionale. Più di 200 navi cargo attraversano lo stretto di Malacca, largo 2,8 km, ogni giorno, vicino dove la nave statunitense veniva speronata da una petroliera, questa settimana. Data la frequenza delle incursioni oceaniche delle navi statunitensi, si pone la domanda: quale libertà di navigazione presumibilmente protegge Washington? Ma, in primo luogo, il pericolo peggiore dalle forze statunitensi è l’incompetenza nella gestione di sistemi d’armi presuntamente avanzati in una regione che è già sul bordo della guerra nucleare. L’insensatezza statunitense è criminale. Ecco perché, con la Marina statunitense che circola in giro, non c’è da meravigliarsi che si abbia la sensazione di affondare.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio,di aurora

Pacifico orientale: incidenti provocati e provocazioni Usa non incidentali

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E ora anche un «responsabile» che paga per tutti: il vice ammiraglio Joseph Aucoin, comandante della famosa Settima flotta degli Us Navy – la marina militare americana – è stato licenziato dopo quest’ultimo scontro. Le cause non sono chiare, ma fonti anonime interne alla Marina americana raccontano che la leadership «ha perso fiducia nelle abilità di comando» di Aucoin. Anche perché non si tratta del primo episodio.

C’è solo da sperare che gli ufficiali yankee addetti alle armi di bordo della US Navy siano più accorti dei loro colleghi responsabili di rotta e tengano gli occhi più aperti delle vedette alle ali di bordo. In caso contrario, il rischio che “semplici” esercitazioni si trasformino in qualcosa di molto grave si fa davvero reale, soprattutto in certe zone calde dei mari orientali.

La collisione di ieri mattina, nello stretto di Malacca (che poi, si tratta comunque di alcune decine di miglia, anche nel punto più stretto) del cacciatorpediniere lanciamissili “John McCain” con la petroliera “Alnic MC” è il secondo episodio nel giro di poco più di un mese e il quarto dall’inizio dell’anno, che vede coinvolte unità militari USA nella regione. A metà giugno, il caccia “Fitzgerald” si era scontrato nel mar del Giappone con un portacontainer filippino e sette marinai statunitensi erano morti: la commissione d’inchiesta aveva giudicato “inadeguata la squadra di comando” del caccia ed esautorato gli ufficiali superiori.

A maggio, l’incrociatore lanciamissili “Lake Champlain (CG 57)” aveva fatto collisione con un peschereccio sudcoreano al largo della penisola coreana e, in gennaio, l’incrociatore lanciamissili “Antietam (CG 54)” si era arenato e aveva sversato oltre mille galloni di olio nella baia di Tokyo.
C3iZctfVMAAj3kmThe USS Antietam, a Ticonderoga-class ship, was anchoring in its home port of Yokosuka, in Tokyo Bay, when ran aground and damaged its propellers. 

Sia il “McCain” che il “Fitzgerald”, unità della 7° flotta del Pacifico, sono di stanza nella base di Yokosuka, una cinquantina di km a sudovest di Tokyo. Il “McCain” – classe “Arleigh Burke”, 6.600 tonnellate di stazza, due sistemi lanciamissili “Aegis”, artiglierie e armamento antinave – seriamente danneggiato (cinque marinai sono rimasti feriti nell’impatto e dieci risultano dispersi) è arrivato ieri pomeriggio alla base di Changi a Singapore. Una decina di giorni fa, il Ministero degli esteri cinese aveva inviato una nota di protesta a Washington contro la violazione del diritto internazionale e della sovranità del paese, dopo che proprio il “McCain” aveva incrociato in prossimità delle isole Nansha (Spratly), nel mar Cinese Meridionale, considerate da Pechino territorio cinese, al pari delle isole Xīshā (Paracel), nel cui specchio di mare era transitato qualche giorno prima il caccia “Stethem”.Il capo delle operazioni navali USA, ammiraglio John Richardson, che aveva parlato di una “tendenza” (il primo passo verso una deviazione, avrebbe detto Lenin…) alle collisioni e aveva sospeso tutte le operazioni delle unità americane in tutto il mondo, ha oggi aggiustato il tiro (delle parole) e ha parlato di un possibile attacco cibernetico russo (e chi altri?) ai sistemi di bordo del “McCain”, che avrebbe provocato l’incidente. Sentito dal canale del Ministero della difesa russo tvzvezda.ru, l’osservatore Dmitrij Litovkin ha parlato senza mezzi termini di “manifesta incompetenza degli ufficiali di marina USA”. Gli incidenti degli ultimi due mesi, ha detto Litovkin “si sono verificati a causa di collisioni con navi mercantili. Ciò testimonia del fatto che i militari americani o ignorano coscientemente le norme di sicurezza internazionali in mare, oppure pensano di avere ogni diritto e tutti debbano fargli strada: la qual cosa, in mare, di norma non funziona”.

La sospensione delle operazioni navali annunciata da Richardson sembra tuttavia riguardare solo le operazioni in alto mare: non risulta che siano state interrotte le esercitazioni “Ulchi-Freedom Guardian” (UFG), iniziate ieri in Corea del Sud (dal 1976, si ripetono ogni anno, in agosto e settembre) con la partecipazione di 17.500 marines USA, reparti sudcoreani, britannici, australiani, canadesi, colombiani, danesi, olandesi e neozelandesi, per un totale di oltre 50.000 soldati.

“L’arroganza della potenza”, titolava ieri Die Junge Welt, il quotidiano di orientamento marxista della ex DDR, a proposito delle manovre UFG, che simulano apertamente una invasione della Corea del Nord. Da anni si ripetono le esercitazioni USA-sudcoreane in Corea del Sud, scrive Rainer Werning: le maggiori, insieme alle UFG, sono le “Foal Eagle” e le “Key Resolve” tra febbraio e aprile. Oltre 200.000 soldati partecipano alla simulazione di un “incidente” con la Corea del Nord, mentre le “Key Resolve” servono come esercitazione del US Pacific Command alle Hawaii. Mentre Washington e Seoul “giustificano” le manovre con una presunta minaccia del nord, Pyongyang parla di aperte provocazioni e in Corea del Sud sono sempre più numerosi coloro che le considerano anacronistiche, perché interferiscono con il dialogo inter-coreano. In sostanza, si tratta di una gigantesca dimostrazione di “arroganza della potenza”: un’espressione usata dal senatore William Fulbright durante la guerra del Vietnam, nota Werning, che ricorda anche come la guerra di Corea avesse causato oltre quattro milioni di morti, con il capo del comando aereo strategico USA, Curtis LeMay, che dichiarava trattarsi del 20% della popolazione nord-coreana. Con 635.000 tonnellate di bombe esplosive e incendiarie – tra cui oltre 32.000 tonnellate di napalm, usato per la prima volta – le città della Corea del Nord furono devastate più di quelle tedesche e giapponesi durante la seconda guerra mondiale.

Le esercitazioni congiunte UFG, scriveva ieri la nordcoreana KCNA, “con un coinvolgimento militare statunitense molto superiore a quello dello scorso anno”, hanno gettato la penisola coreana in una fase critica. “Ancora più grave, è che gli alti comandi USA, i comandanti delle forze USA nel Pacifico e delle Forze Strategiche, abbiano visitato la Corea del Sud alla vigilia delle manovre”, scriveva la KCNA, ricordando che, per esse, Pyongyang ha promesso una “punizione spietata” su USA e Corea del Sud.

Si è sentito in dovere di spendere qualche parola di circostanza il presidente sudcoreano Mun Zhe Ying, forse spaventato dalla reazione nordcoreana: “si tratta di manovre annuali a carattere difensivo” ha farfugliato, a fronte di 50.000 soldati che simulano l’invasione della Corea del Nord, “e noi non tendiamo affatto ad alimentare la tensione”. Seoul, ha detto Mun, “in stretta alleanza con gli Stati Uniti, collaborerà con la comunità internazionale per garantire che la situazione attuale non evolva in una guerra”, aggiungendo che “le porte del dialogo sono sempre aperte” e che – da copione – è la RDPC a dover “cessare le provocazioni”.

Guarda caso, proprio in questi giorni, Seoul ha acconsentito all’installazione di ulteriori quattro piattaforme di lancio del sistema THAAD, col pretesto, ovviamente, della minaccia dei missili nordcoreani.

L’organo del Partito del Lavoro, Rodong Simnun, scrive che la decisione sudcoreana costituisce “un atto imperdonabile contro la nazione, volto ad accettare incondizionatamente la richiesta del suo padrone USA, anche col sacrificio del destino e degli interessi del popolo sudcoreano”. Il Ministero della difesa di Seoul, scrive la cinese Xinhua, la scorsa settimana ha addirittura deciso di accelerare il dispiegamento del sistema THAAD e ha condotto una prova di impatto ambientale, su scala ridotta, per tentare di rigettare le proteste dei gruppi anti-THAAD sudcoreani circa la nocività del sistema sull’ambiente.

“A Delfi gli oracoli tacciono e la caligine che avvolge il futuro preme sul genere umano”, sospirava Giovenale.

1369.- F-35 e Typhoon “separati in casa” in Italia?

Questo articolo del 10 maggio 2017, di Silvio Lora Lamia, pubblicato in Analisi Italia, ci illustra, meglio di ogni altro, il quadro strategico che gli Stati Uniti stanno costruendo in Europa. Assistiamo, da un lato, a un progressivo accerchiamento, sempre più consistente, delle frontiere russe da parte della NATO e, dall’altro, all’impegno delle risorse europee per la difesa (ma potremmo, già, chiamarla “offesa”) in programmi fra loro niente affatto coerenti, onerosi e a lunga scadenza. Con lo sguardo alle Forze Armate italiane,   assistiamo all’assorbimento delle risorse della Marina e dell’Aeronautica militari da parte del bombardiere nucleare F-35, F-35B, che si è sovrapposto al caccia multiruolo Typhoon, pienamente operativo, ha troncato lo sviluppo industriale aeronautico e ha richiesto una squadra di tre portaerei. L’aeroplano USA, in perenne aggiornamento, non sembra nato per combattere e, oltre a volare, sarà bisognoso di finanziamenti per tutta la sua vita , fino a quando entrerà a far parte del Museo di Vigna di Valle. In pratica, svolgerà egregiamente il ruolo di bersaglio per un eventuale attacco nucleare preventivo dei russi, sul suolo europeo, qualora si sentano presi per la gola, contribuendo alla salvezza del territorio USA e, fino ad allora, a finanziarne l’industria bellica. Intanto le forze aeree italiane si avviano a disporre non di una, ma di due diverse (diversissime) linee da combattimento multiruolo. Un lusso che nemmeno altri Paesi NATO più ricchi (e avveduti) del nostro si possono permettere. Una vera pazzia.

 

 

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Come collaboreranno, come comunicheranno, come si “spalleggeranno” a vicenda il Joint Strike Fighter e l’Eurofighter nelle file delle nostre forze aeree? E più in generale, che confronti si possono fare oggi, rapportandoli allo scenario militare e alle potenzialità tecnologico-industriali italiani, fra i due aeroplani da combattimento dopo le consegne dei primi JSF all’Aeronautica Militare e la più che raggiunta maturità del caccia europeo?

Domande che ci si pone da tempo e che non potevano trovare risposte nell’ultima occasione pubblica che ha visto Leonardo e l’Aeronautica protagoniste della scena in occasione della consegna a Torino l’11 aprile all’Arma Azzurra del 500° Eurofighter F-2000 Typhoon prodotto dal consorzio europeo.

Una cerimonia contenuta ma che comunque ha lanciato precisi messaggi, come l’esaltazione dell’Europa e nella fattispecie della collaborazione nei sistemi d’arma, ma allo stesso tempo, nelle accorate parole del capo della Divisione Velivoli di Leonardo ingegner Filippo Bagnato, la denuncia della “sclerosi” che il Vecchio Continente si è auto-inflitta proprio nel settore dei velivoli militari negli ultimi dieci anni; non a caso, gli stessi che hanno visto l’avvio della partecipazione di almeno quattro importanti player dell’industria aerospaziale europea al programma statunitense F-35.

Possiamo partire subito dalla nota questione dello scarso lavoro riservato alla nostra industria aerospaziale dal JSF, dopo aver brevemente scambiato qualche idea a Torino con Fabrizio Giulianini, capo della Divisione Elettronica, Difesa e Sistemi di sicurezza di Leonardo e mancato nuovo Amministratore delegato che sarebbe piaciuto anche ai militari.

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Dall’ingegner Giulianini arriva la conferma di quanto denunciato di recente dal Presidente di AIAD e dall’ex premier Renzi. “Nel settore avionico e in generale sistemistico, il programma F-35 non ci ha riservato praticamente nulla. Abbiamo avuto difficoltà fin dall’inizio, quado gli Americani ci offrivano ‘target price’ che rischiavano di non coprire nemmeno i costi. Chiedemmo di poterci approvvigionare per le componenti dalle stesse fonti agevolate cui si rivolgevano le ditte americane, ma non ci fu permesso”.

Il dirigente di Leonardo è tranchant anche sulle promesse che ci erano state fatte per la manutenzione: “Lo Hub di cui si è tanto parlato, di fatto non è stato stabilito qui da noi, ma in Gran Bretagna”.

 

La “rivincita” della Divisione elettronica di Leonardo

Nel campo dell’elettronica, fa notare l’ingegner Giulianini, Leonardo mantiene la sua competitività, dopo aver archiviato un 2016 con risultati “addirittura over budget” e il pieno di nuovi ordini. “Prendiamo il caso dei sensori IRST(InfraRed Search and Track) per i caccia di nuova generazione. Quello che abbiamo progettato, sviluppato e stiamo producendo tutto da soli per la nuova generazione del caccia svedese Gripen, lo SkyGuard, è tanto avanzato e promettente che siamo riusciti a proporlo nientemeno che sul mercato americano: Northrop Grumman ne equipaggerà sulla parte frontale un suo pod avanzato di ricerca e designazione dei bersagli”.

Facendo così concorrenza agli analoghi sistemi di Lockheed Martin, dalle eccellenze del cui strike di quinta generazione la parte sistemistica di Leonardo è stata esclusa. Lo SkyGuard italiano sui velivoli da combattimento americani è una grossa soddisfazione e in qualche modo una rivalsa per la nostra società, che si è così tolta un sassolino dalla scarpa.

Sassolino che tuttavia potrebbe rientrare se il Decreto esecutivo del 18 aprile con cui il presidente Trump ha disposto nuove rigide disposizioni riguardo il “Buy American” anche nella Difesa, avrà un seguito concreto, finendo però per indebolire la stessa base industriale americana, che – come proprio il programma F-35 insegna – poggia anche su indispensabili forniture estere, frutto di accordi pregressi.

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Il colpo grosso della Divisione elettronica di Leonardo sta comunque a dimostrare che il treno tecnologico dell’F-35 non è perso nel tutto. In questa prospettiva, con tutto il rispetto, alcune recenti considerazioni del generale Mario Arpino (“…Misteriosamente, ancora oggi compaiono lobbistiche sollecitazioni, di origine non solo politica, a continuare con l’Eurofighter, snaturandone il concetto. Della serie ‘vogliamo continuare a far solo ciò che sappiamo già fare, perché ci costa di meno e ci fa guadagnare di più’. Concetto forse comodo, ma molto malato”), appaiono forse un po’ fuori tempo. “Certo ci vorrebbe un nuovo programma europeo per consentirci di proseguire sulla strada dell’innovazione e della competitività”, è il commento di Giulianini.

 

Il problema dello scambio di dati

Non si può arrivare a dire che alla cerimonia torinese l’F-35 fosse il “convitato di pietra” (solo tre giorni dopo alcuni esemplari dell’USAF hanno compiuto il primo rischieramento in Europa, volando fino in Estonia), ma confronti e paralleli erano sulla bocca di molti, con Leonardo impegnata nel JSF assai più “passivamente” che non nell’F-2000, e l’Aeronautica Militare che lo sta finalmente ricevendo (col contagocce, e in gran segreto) sulle sue basi.

Qualcuno fra i convenuti ha proposto questo scenario: il Typhoon come tipico caccia di quarta generazione-plus suscettibile di costanti – certo lunghi e dispendiosi – incrementi di capacità, e il Joint Strike Fighter con rivoluzionarie doti comunicative ma con – ancora per anni – prospettive di costo/efficacia troppo scadenti per i portafogli europei (in Norvegia assorbirà il 35% dei budget della Difesa fino al 2025), sono in qualche misura sovrapponibili.

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In altre parole, tolte le intrinseche preziose capacità di fungere da mini-AWACS e mini-Joint STARS del secondo, per i compiti strike in condizioni stand-off e non, basterebbe il primo. Una tesi forse azzardata (o di parte, malignerà qualcuno) ma non priva di un fondo di verità: quella (non poca) quota di “sovrapponibilità” fra i due sistemi d’arma potrebbe portare ad assurdi sprechi e doppioni e alle deleterie classiche prassi – ideologiche prima che operative – tipiche delle coppie “separate in casa”.

Ci mancherebbe altro. Ci mancherebbe, per esempio, che il multiruolo e super-elettronico F-35 avesse bisogno – ma i rapporti del Pentagono dicono il contrario – se impiegato in teatri poco permissivi della protezione dei caccia (nei casi italiano e britannico degli Eurofighter) e/o dei velivoli da disturbo elettronico (ma la Navy americana ha già capito che al JSF dovrà mandar dietro l’EA-18G Growler col suo nuovo Next Generation Jammer). Ci mancherebbe che F-35 e Typhoon non potessero scambiarsi i dati più preziosi senza compromettere la Low Observability del primo.

La Royal Air Force britannica sta provando a scongiurare questo rischio introducendo una modifica nel data link MADL (Multifunction Advanced Data Link) dell’F-35B, una misura che in una recente campagna di test negli USA ha dimostrato di poter “tradurre” i dati in uscita dal MADL nel formato del Data Link 16 usato dagli Eurofighter e in generale da tutte le forze armate occidentali, sistema che finora non poteva trasmettere/ricevere certi dati sensibili al/dal Joint Strike Fighter.

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Abbiamo chiesto ad Armaereo se anche i nostri F-35 ed Eurofighter potranno parlarsi in questo modo. Ecco la risposta: Ad oggi non risultano iniziative poste all’attenzione della partnership (di Eurofighter; ndr) tese ad implementare tale sistema sul velivolo F-35; al momento attuale, quest’ultimo è già in grado di offrire, by design, un elevato livello di interoperabilità con gli altri sistemi d’arma attraverso i sistemi di bordo che consentono lo scambio di informazioni utili e importanti per l’esecuzione della propria missione, come dimostrato durante le attività propedeutiche alla dichiarazione della Initial Operational Capability di USMC e USAF, nonché nel corso della recente esercitazione “Red Flag 2017-01”. Non risulta, peraltro, che il suddetto dispositivo sia a oggi implementato nella configurazione dei velivoli Eurofighter delle Aeronautiche che hanno in servizio il suddetto aeromobile”.

Non è implementato, ma resta il fatto che i Britannici abbiano fatto un primo passo in quella direzione, noi no.

 

Due percorsi evolutivi diversi

Possibili sovrapposizioni – coi relativi aumenti di costo – e al tempo stesso paradossi tecnico/operativi almeno per ora appaiono però inevitabili, per lo meno nell’AM. Non entriamo nel discorso della prospettata “complementarietà” fra i due velivoli, interessante quanto si vuole ma – a quanto si avverte – non facile da tradurre in funzionalità concrete e soprattutto moltiplicatrici di capacità.

Né abbiano elementi sufficienti per bonificare il campo minatissimo delle sinergie che si dovranno stabilire fra la componente STOVL dell’Aeronautica e quella della Marina, con quest’ultima che non dovrà/potrà abdicare ai suoi peculiari requisiti operativi in nome di un’integrazione che comincerebbe a complicarsi già nella fase addestrativa.

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A Torino i raffronti fra i due “campioni” erano insomma nell’aria. A livello di progetto, tanto per cominciare. Nell’F-2000 sistemi e sensori hanno ciascuno il proprio processore, che spedisce dati già filtrati al main computer. Per l’F-35 invece si è scelta una via più ardita: sensori e sistemi inviano i dati direttamente al computer centrale, che fa tutto. Anche se non ci sono conferme ufficiali, gli addetti ai lavori non escludono che per l’estrema difficoltà di implementare e rendere accettabilmente stabile una simile architettura di sistema, Lockheed Martin alla fine abbia scelto una specie di via di mezzo fra le due “filosofie”. Quello che è certo, osservano, è che rispetto al caccia europeo i costi di manutenzione della parte – semplifichiamo al massimo – “intelligente” del JSF risulteranno enormemente superiori.

I due aerei hanno storie comunque diverse, così come le strade evolutive imboccate: il caccia europeo sta vivendo una maturazione “incrementale”, quello americano sta lottando contro il tempo per imporre il suo primato, rischiando di rimanere sempre indietro. Ma a Caselle Sud c’era un “terzo incomodo”, l’addestratore avanzato M-346 nella nuova versione Fighter Attack col radar italiano Grifo 346, per la quale (ma si parla anche della variante scuola/attacco Fighter Trainer, senza radar) l’AM pare stia decidendo di andare assai più in là del “saremmo anche interessati” di prammatica. Nuova carne al fuoco, nuovi conti e piani da ipotizzare, avendo però sempre sul groppone il programma americano, “non negoziabile”.

Nel settore decisivo dei sensori asserviti all’armamento, con gli ultimi upgrade l’Eurofighter ha poco da invidiare al Joint Strike Fighter. Addirittura fa meglio nella designazione dei bersagli grazie a un pod esterno allo stato dell’arte come il Rafael Litening III, già montato da tempo su AMX e Tornado. Israele s’è accorta fin da subito dell’obsolescenza del sistema di targeting dell’F-35, e ora è pronta a equipaggiare i suoi F-35I “Adir” con qualcosa di meglio dell’EOTS (Electro-Optical Targeting System) montato sui 200 F-35 già consegnati (anche all’Italia).

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L’EOTS nasce da specifiche di vent’anni fa, dunque non è, non può essere allo stato dell’arte: range, risoluzione delle immagini (che si degraderebbero in presenza di umidità) e apertura del campo visivo della telecamera all’infrarosso offrono prestazioni inferiori ai sistemi cui si accennava più sopra, che equipaggiano gli aerei che l’F-35 deve sostituire. Cose risapute e già scritte su queste colonne, ma ora dai più recenti rapporti del Pentagono emerge che l’EOTS obbliga il pilota ad avvicinarsi troppo all’obiettivo, vanificando così il fattore sorpresa di un attacco (soprattutto nel supporto aereo ravvicinato alle forze di terra).

Ma nessuno scandalo: anche il sensore all’infrarosso PIRATE del Typhoon è arrivato ai reparti già un po’ vecchiotto, mentre lo SkyGuard italiano, di una generazione successiva, lo surclassa ampiamente. Dell’EOTS dell’F-35 viene ora proposta una configurazione avanzata con prestazioni generali più confacenti alle necessità odierne e del futuro immediato. Il tutto grazie all’aggiunta di una nuova telecamera a onde medie, a una all’infrarosso a onde corte (TV SWIR, Short-Wave IR) per una maggiore risoluzione in condizioni ambientali differenti, a un nuovo IR marker.

A questo upgrade del sistema Lockheed sta lavorando già dal 2011, e ci si chiede perché ci voglia ancora tanto per renderlo disponibile, dato che stringi stringi altro non è (come abbiamo già osservato in un precedente articolo) che un più che mai indispensabile “svecchiamento” dell’attuale apparato attraverso migliorie hardware del tipo plug-in, che non richiedono l’alterazione delle sue geometrie interne.

Domanda retorica, perché si conosce bene il motivo di tanta attesa: per montare l’Advanced EOTS bisognerà aspettare che sia disponibile la versione del software che lo farà funzionare, il Block 4. E questo non accadrà prima del 2021, o anche più in là se – come si teme – i relativi fondi verranno in parte drenati da quelli supplementari richiesti alla fine del 2016 per la conclusione dello sviluppo del velivolo.

Sulla disponibilità del Block 4 nei tempi stabiliti nutre però grossi dubbi il Government Accountability Office statunitense, che in un rapporto del 17 aprile in pratica pone un preciso veto: l’Amministrazione non prenderà in considerazione lo stanziamento dei previsti 600 milioni di dollari necessari nel solo 2018 (così specifica il GAO) per lo sviluppo di questa evoluzione del sistema F-35 prima che sia terminato il lavoro sul software precedente, l’ormai “mitico” Block 3F, quello della “full combat capability”.

Lavoro di validazione e certificazione, dice il GAO, che sulla base dei test fin qui portati a termine (molti meno di quelli necessari) rischia di subire un nuovo ritardo di 12 mesi. Riassumendo: niente soldi per il Block 4 fino a quando il Block 3F avrà dimostrato tutte le funzionalità previste in sede contrattuale. Significativo e allarmante a questo riguardo un passaggio del rapporto di aprile: “Il problema è che il Pentagono non ha idea di cosa debba modernizzare sul F-35, perché non ha finito di sviluppare il progetto iniziale”.

 

Aggiornamenti “minimi”?

Quali saranno i riflessi sul fronte italiano per l’Aeronautica e la Marina? I primi 8-10 JSF in consegna alle nostre forze aeree hanno il software 3I. Dovrebbero ricevere il 3F nel maggio 2018, ma se il GAO ha ragione – e come al solito il Joint Program Office del JSF non gliel’ha data – si andrà al 2019 inoltrato. Riceveranno poi il Block 4 – ricordiamolo, con l’EOTS “aggiustato” – nel periodo 2021-23. Ma, ancora, se le analisi della Corte dei conti americana (il GAO) si dimostrassero corrette, si andrebbe alla metà del prossimo decennio.

Anche su questo abbiamo voluto sentire Armaereo: Le capacità del velivolo al termine della fase di sviluppo SDD (System Development and Demonstration), saranno quelle previste da specifiche contrattuali relative al blocco di software 3F. Come dimostrato dai risultati della prima esercitazione “Red Flag” a cui ha partecipato l’F-35A dell’USAF, le capacità del velivolo non hanno eguali e i suoi sistemi rappresentano già oggi lo stato dell’arte, garantendo primato tecnologico e assoluta superiorità (…). L’aggiornamento del sistema d’arma F-35 sarà quindi dedicato principalmente all’introduzione di nuove capacità, non disponibili in passato, per adeguarlo alle necessità future e, solo in minima parte, all’aggiornamento di quelle esistenti e previste dal blocco di software 3F. La posizione di supremazia tecnologica raggiunta alla data odierna, quindi, andrà mantenuta attraverso l’implementazione di blocchi e sotto-blocchi incrementali di capacità. Il primo pacchetto capacitivo di prevista implementazione è il Block 4; esso si baserà su aggiornamenti software biennali ai quali si sovrapporranno, con cadenza quadriennale, degli aggiornamenti hardware. La lista finale delle capacità contenute nel Blocco 4 viene approvata congiuntamente dalle nazioni partner. Il contributo economico per l’implementazione è funzione del livello di partecipazione al Programma nella fase PSFD (Production, Sustainment and Follow-on Development). La somma che l’Italia dovrà contribuire è pari a poco meno del 3% della somma totale”.

F-35 BF-17 from the F-35 Integrated Test Force in Formation with RAF Typhoons, Edwards AFB, CA April 4, 2014 F-35 test pilot LtCol Jon "Miles" Ohman performs interoperability testing.

Solo una osservazione. Oltre al sistema dei designazione dei bersagli EOTS, ci saranno varie altre cose a diversi gradi di obsolescenza sugli F-35 col software Block 3F. Siamo così sicuri che il Block 4 aggiornerà “solo in minima parte” le capacità di un aereo da combattimento le cui specifiche risalgono a più di vent’anni fa?

Un esempio per tutti. Il più volte citato EOTS è in grado di trovare un bersaglio in movimento e tracciarlo, ma deve lasciare al pilota il compito di calcolare dove si sposterà e di indirizzare al posto e al momento giusti le bombe a guida laser, avendo un marcatore laser non adeguato allo scopo/non allo stato dell’arte. Per battere bersagli mobili senza gravare sul carico di lavoro del pilota, al tempo della formulazione dei requisiti dell’F-35 si pensava di ricorrere al munizionamento cluster, cioè del tipo a saturazione d’area – colloquialmente, “dove colgo, colgo”.

Queste bombe furono però successivamente messe al bando da un trattato internazionale. A complicare le cose c’era anche il fatto che la cluster bomb in questione – la CBU-99/100 Rockeye II – doveva essere trasportata all’esterno sotto le semiali, compromettendo la stealthness dell’aeroplano.

L’Air Force americana ora ha trovato una soluzione, che a volerla chiamare col suo nome è un ripiego. Su un esemplare di F-35C dotato della release 3F del software, ha montato e provato un ordigno guidato “dual mode” (laser e satellitare GPS) Raytheon Enhanced Paveway II GBU-49 opportunamente modificato con l’aggiunta di un misuratore inerziale delle accelerazioni. Ha poi associato questa bomba super-dotata a un EOTS dotato di una nuova logica aggiuntiva, detta Lead Point Computer, che ha il compito di ritardare lo sgancio della bomba per darle modo coi suoi cinematismi di agguantare il fuggitivo. Una simile soluzione non è però prevista dal programma nella configurazione finale 3F degli F-35 attualmente in consegna con la precedente 3I; e il Pentagono ha già fatto sapere che i test che dovranno validare l’efficacia della soluzione/ripiego non dovranno intralciare le attività sperimentali tese a rendere disponibile fra un anno la capacità “full combat” con il software 3F –  per la quale come s’è detto il GAO prevede però tempi più lunghi.

 

Non una, ma due linee multiruolo

Tutto questo ha risvolti assolutamente paradossali. Riassumendo, primo: i sistemi di puntamento del JSF e le armi a questi associate che erano previsti nel momento in cui questi aerei con il software 3F avrebbero potuto/dovuto definirsi “full capable”, più efficaci secondo la vulgata americana dei caccia che devono sostituire, non permettono di fare qualcosa – colpire bersagli in veloce spostamento – che da molti anni rappresenta “il pane” di ogni aereo da attacco che si rispetti. Un pane che manca alle decine di F-35A e F-35B STOVL che Washington ha mandato in Europa e nel Pacifico a mostrare bandiera.

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Secondo: se la bomba guidata “miracolosa” per l’F-35 sarà impiegabile solo fra uno-due anni, gli Eurofighter, anche quelli italiani, ne hanno una simile (la GBU-48, da 1.000 libbre) già in dotazione da tempo. Per la cronaca, questo tipo d’arma fu collaudato sul caccia europeo nel lontano 2008 proprio dall’Italia allorché l’allora Alenia Aeronautica lo sperimentò a Decimomannu su un proprio prototipo strumentato del Typhoon. Ma nove anni fa (come del resto ancora oggi) erano tutti lì a strillare che l’Eurofighter era nato come caccia da difesa aerea ed era sacrosanto che facesse solo quello, guai a trasformarlo in qualcos’altro! Peccato che non sia così: il Typhoon, fu spiegato a chi scrive una quindicina di anni fa dal massimo dirigente del consorzio industriale allora in carica, aveva già nel suo Dna le caratteristiche tipiche del multiruolo. Punto.

Sul Typhoon le capacità nell’attacco (in parallelo con quelle nell’aria-aria) saranno ancora accresciute con i previsti nuovi aggiornamenti P3E e P4E, il primo ormai disponibile per il retrofit e il secondo in fase di sviluppo dopo la firma, anche da parte dell’Italia, del relativo contratto. Ci contano molto i Britannici, che da tempo hanno ufficializzato la “migrazione” della massima parte delle funzioni dei loro Tornado sull’Eurofighter.

Un approccio forse un po’ meno “estremista” ma pur sempre analogo nelle sue implicazioni operative si è consolidato anche in seno all’Aeronautica Milìtare, che ha stabilito come d’ora in poi tutti i Gruppi di volo che hanno in linea l’F-2000 (quattro, in prospettiva cinque), saranno Gruppi multiruolo – non fosse altro per non dover considerare buttati dalla finestra le centinaia di milioni di euro spesi anche dal nostro Paese per dotare a mano a mano questo caccia di capacità sempre più multirole-swingrole sempre più allo stato dell’arte.

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Da questo punto di vista la cerimonia di Torino non ha fatto altro che confermare premesse consolidate da fatti e risultati. Il settore avionìca e sistemi di Leonardo continua a rappresentare un partner-chiave del programma proprio là dove latita nel concorrente che ha in casa, il Joint Strike Fighter. Vedremo se il Sistema Paese – Governi in testa – saprà resistere agli inviti/pesanti richiami da Oltre Oceano per una maggiore diffusione fra gli alleati più fedeli di quote sempre maggiori di prodotti aeronautici militari statunitensi – un “Buy American” funzionale a una futuribile grande Joint Force interalleata che servirebbe poi, guarda caso, anche a ridurre i costi dei procurement del Pentagono.

Nel frattempo sono 300 i lavoratori degli stabilimenti torinesi della Divisione Velivoli distaccati nella FACO di Cameri. La grande camera anecoica e il vasto, moderno parco-simulatori di Caselle Sud sono sotto-occupati: il lavoro grosso lo stanno facendo gli analoghi impianti realizzati sulla base novarese con/per gli Americani per il caccia americano. L’Aeronautica Militare riceverà gli ultimi 11 Typhoon da qui al 2019 (9 monoposto e due biposto), ma per fortuna c’è la commessa per il Kuwait, che si esaurirà solo nel 2023. Si parla di un fornitura al Belgio: l’offerta industriale è stata presentata, c’è qualche speranza (Bruxelles non ha messo fra i requisiti per il sostituto dei suoi F-16 il trasporto della bomba nucleare, che l’F-35 può sganciare e l’Eurofighter no).

Congedando chi scrive dopo una breve chiacchierata, il CEO di Eurofighter Volker Paltzo ha detto “incrociamo le dita. Inshallah”. Leonardo in cuor suo spera che dietro ci siano intenzioni più convinte. Si spera ancora di piazzare dei Typhoon alla Svizzera e alla Finlandia: nuovi clienti aiuterebbero a dar vita a nuove capacità incrementali (Paltzo ha accennato a possibili P5E e P6E).

Intanto le forze aeree italiane si avviano a disporre non di una, ma di due diverse (diversissime) linee da combattimento multiruolo. Un lusso che nemmeno altri Paesi NATO più ricchi (e avveduti) del nostro si possono permettere. Una vera pazzia.

Foto:  AM, RAF, Lockheed Martin e The Aviationist

1366.- Terrorismo, il generale Franco Angioni: “Siamo solo all’inizio, l’Italia si svegli o pagherà un conto salato”; ma c’è chi…

"I prossimi a morire saranno gli italiani"Isis, il messaggio e la tragica confermaLa lista dei luoghi dove possono colpire
“I prossimi a morire saranno gli italiani”. Isis, il messaggio e la prima tragica conferma

“Quello che stiamo affrontando ora sia solo un’avanguardia di quello che dovremo affrontare nei prossimi anni se non ci muoviamo in fretta e con intelligenza”. Il generale Franco Angioni, in una intervista ad affaritaliani.it, dà un quadro del rischio terrorismo in Europa dopo l’ultimo attentato a Barcellona.

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Il problema, spiega, non deve essere l’Isis: “Il problema principale è la sua influenza ideologica che rischia di permanere anche qualora dovesse essere fisicamente eliminato”. “La sua eliminazione fisica non risolverà il problema, anche perché abbiamo imparato che queste organizzazioni e queste sigle cambiano ma il problema resta”. E l’Italia non è esente dal pericolo. “Per fortuna siamo tra quei paesi meno colpiti di altri perché l’Italia il suo piccolo colonialismo lo ha pagato duramente. Altri, invece, si sono arricchiti. Mi riferisco a Francia e Gran Bretagna, per esempio. In quei casi le prime generazioni arrivavano in madrepatria con orgoglio. Ma le seconde e le terze generazioni sono state dimenticate e abbandonate. Da lì nasce il germe della rivendicazione. L’Italia al momento è fuori da questo ragionamento perché praticamente non abbiamo seconde o terze generazioni ma anche noi facciamo parte di quella schiera di paesi padroni verso i quali è forte un sentimento di rivalsa. Non possiamo dunque sentirci esenti da pericoli. Dobbiamo tenere la guardia alzata, anche noi siamo un obiettivo. Se continuiamo a trascurare questo fatto tra 10 anni potremmo essere costretti a pagare un conto molto elevato”.

“Se non prendiamo provvedimenti adesso – conclude il generale – tra 5 o 6 anni avremo un grande malessere in casa che dovrà essere affrontato per forza di cose in maniera più cruenta di quanto invece non potrebbe essere affrontato adesso. I cittadini vanno allevati alla disciplina e vanno trattati tutti, e sottolineo tutti, alla stessa maniera. Le prime, seconde o terze generazioni, non devono sentirsi ospiti, spesso mal sopportati: devono sentirsi cittadini uguali a tutti gli altri, con tutti i diritti e i doveri del caso”.

Ma mentre l’Europa e’ sotto gli attentati dei migranti o dei loro figli Gentiloni vuole regalare la cittadinanza a tutti….

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Ma questo ci fa, c’è o lo pagano? Tutti i terroristi sono nati in Europa da immigrati. Penso sia più credibile la terza risposta.

ROMA, 19 AGO – “Diventando cittadini italiani si acquisiscono diritti ma anche doveri. Garantire questa possibilità ai figli degli immigrati nati in Italia è una conquista di civiltà e un modo per valorizzare e arricchire la nostra identità”. Lo scrive il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni su “ilsussidiario.net” in occasione della 38ma edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli che si apre domani a Rimini con il suo intervento. Secondo Gentiloni, “il concetto di cittadinanza in un mondo che cambia non va confuso con la mancanza di certezze. Andare verso una società più aperta e multietnica non deve comportare una rinuncia alla nostra sicurezza e ai nostri stili di vita. Su questo punto le istituzioni democratiche si giocano una parte fondamentale della loro credibilità”.

1350.- Time to close ranks? It’s time for a common EU army

Time to close ranks

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German soldiers took part in the ATALANTA operation against Somali pirates in 2008.

When it comes to defence, each member state has so far been content to pump money into its own army. But challenges posed by the conflict in Afghanistan may force a rethink of this policy.

This year could prove to be pivotal for the future of European defence. The countries fighting the Taliban in Afghanistan will find out whether their new counter-insurgency strategy works on the ground. NATO and the European Union will know whether the conflict on Cyprus will be resolved or frozen, which is important because membership of the two alliances, NATO and the EU, has significant overlap and Cyprus is the single-biggest impediment to closer co-operation between the two.

The US and the UK will undertake strategic defence reviews to define the main threats facing them and how to respond. NATO, following the return of France to its military structures, will likewise get a new strategic concept that is supposed to infuse it with renewed relevance. And the EU will learn whether the new foreign policy and security institutions and mechanisms that it has fashioned for itself under the Lisbon treaty make action more coherent and efficient.

Problems revealed by war on Taliban

Since the end of the Cold War two decades ago, various strategic defence reviews undertaken by individual allies have held out the promise of “radical change”. But the impact of such ambitions has often been negligible, not just in the member states but at the supranational level, too. The EU’s battlegroups, for which planning began in 2004, were supposed to make the EU faster and more flexible in reacting to crises. To this day, not a single battlegroup has ever been deployed.

What is different this time around, however, can be summarised in two words: Afghanistan and budgets. Afghanistan has driven home the point that neither NATO nor the EU nor their member states have the means to fight the kind of war that the Taliban are waging. They will have to adapt if they are going to win.

Closer co-operation required

Soaring budget deficits have ramped up the pressure to increase the efficiency of defence spending. The combined defence budgets of the EU’s 27 member states currently amount to around half of the sum the US spends on its military. But because European spending is fragmented and each country essentially maintains a full-service army, a far smaller share than in the US flows into investment, including research and development – €42 billion in Europe and €166bn in the US, according to 2008 figures from the European Defence Agency (EDA). By contrast, the EDA’s 26 member states (all the EU members except Denmark) spent more in absolute terms on personnel than the US, €106bn compared with €93bn. This suggests bloated armed forces that are equipped by an armaments industry that is not as competitive as it could be.

Such figures reinforce the logic behind the EDA, whose projects aim to promote co-operation on research and development and, in the long run, to create an internal defence market. But the EDA and project-based co-operation more generally are still hampered by the engrained habit that the EU’s 27 member states conduct their own threats assessments and strategic planning. The 2003 European Security Strategy, updated in December 2008, is far too general to serve as a strategic guide. But such an overarching guide is sorely needed because EU member states set their defence priorities in strikingly different areas with very little thought given to complementarities and economies of scale. Some member states focus on territorial defence against an imaginary enemy; others are shifting their resources to new kinds of warfare, such as cyber-attacks; yet others see the main task of their armed forces as peacekeeping or state-building, and so put more emphasis on deployability and on ‘softer’ skills and capabilities.

The development of the European Security and Defence Policy (ESDP) over the past decade has been driven in large part by the member states. But in the absence of a proper assessment of the member states’ defence capabilities and how they might complement each other, the ESDP will continue to be hampered by ad-hoc solutions and national policies that are far less efficient than they ought to be. Afghanistan is just the kind of crisis that makes the costs of this approach visible.

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Des soldats des troupes françaises de l’EUFOR RCA à leur arrivée à l’aéroport de Bangui, le 30 avril 2014.

As the discussion on a European defence is back on tracks, especially under the impulse of France and Germany, the time has come for creating a common army under the authority of a High Security Council, says journalist and former MEP Olivier Dupuis.

When we talk about a European Army what exactly do we mean? A single or common EU army? An intergovernmental army, or an army under the command of European institutions? An army that is composed of national contingents or an army made of European soldiers? Depending on the answer to these questions, the scenarios that emerge are very diverse, whether it be an (improbable) configuration of 27 States, or a model that combines few select Member States by way of Permanent Structured Cooperation.

A single, intergovernmental European army

This would be a more or less organic alliance among all or some of the national armies of the Member States, a sort of second version of the European Defense Community (EDC) where authority would remain in the hands of the states themselves. In this updated scenario, the whole of each national army would pass under an intergovernmental European authority yet still remain under its own country’s authority for all practical purposes (decision-making power, organization and budget on the one hand, and veto power at the level of European intergovernmental institutions). Integration would be limited, which is to say, non-existent.

Moreover, it is easy to imagine several States, particularly the “smallest” ones, that are not about to give up a bird in hand (NATO with all that it means in terms of a guarantee of security – Article 5, the deterrent of a powerful backer that the US’s presence guarantees, the strength of the regular American army, and so on) for two in the bush, a single European army that would basically be at the service of the old-school alliances.

A single, joint European army

According to this scenario, national armies would be incorporated into a larger European army placed under the authority of common European institutions: the European Commission, the European Council, the European Parliament, and, for the authority to intervene, the European Council of the Heads of State and Government meeting as the European High Security Council. The finished product would be a decidedly more European army.

But this scenario is not without its own particularly problematic issues. To begin with, it presupposes being able to join national armies whose traditions, modes of organization and engagement are often very different, especially when we are not able to count on the power or harmonizing support of the United States, as is the case with NATO. It also implies managing, on the one hand, the great tension between a common European decision-making structure and, on the other, the means (the armies themselves) that continue to take their orders from their respective Member States. Moreover, it requires immediately dealing with the delicate question of the political and military structuring between France’s deterrent ability and the common army, as well as the question of the security and defense of overseas territories that are not part of the European Union.

Some of the EU’s recent decisions, such as preparing for the creation of a European “general staff”, or of a fund for military research, stem from this scenario to the extent that they are part of a common framework. But the speed with which these types of initiatives are being put into place suggests that the development of a European army will be indefinitely postponed.

A common and intergovernmental European army

Unlike the two previous scenarios, this “European” army would be made up of segments of national armies rather than the armies in their entirety. The recent proposal of creating European “Battle groups” is part of this idea, whose two main drawbacks are that it is subject to changes in the governing majority in the relevant Member countries, and that it opens itself to the risk of threats of blackmail in times of intervention. As numerous experiences of armed intervention in recent history show (Bosnia, Rwanda, Iraq, Afghanistan, etc.), it is extremely easy (through hostage taking or suicide bombs) to put pressure on countries participating in an international initiative (here, a European one) to get them to withdraw their contingent.

Moreover, rather than attenuate them, this type of army would intensify national rivalries with regard to questions of command and, more importantly, the choice of arms, which is currently in the hands of national industries.

The different experiences of incorporating armies with respect to security and defense over the last twenty or thirty years also fall into this category: Eurocorps and the Franco-German Brigade, among others. The operational deployment of these armies has been virtually non-existent, precisely because each of the different members in question maintains its national affiliations. Lastly, and though it carries more of an imperial than a European connotation, Germany’s policy of incorporating the Dutch, Romanian, Czech, and shortly even Finnish and Swedish brigades into the Bundeswehr must be seen in the same light.

A joint and common European army

Unlike a single, joint European Army, the joint, common European army we are proposing would set itself apart from national armies. Placed under the exclusive authority of European institutions (the Commission, the Council, the European Parliament and High European Council on Security made up of the heads of state and government of the participating Member States), this army would be made up of European officers and soldiers. In other words, this army would be created from scratch.

Curiously, this option is the one that is least often discussed, and when it does come up, it is the one that is eliminated from consideration the fastest and with the greatest casualness, which is precisely the reason that we will develop it most thoroughly here. What truths are used to denigrate this option? For its detractors, the absence of legitimacy of the European political institutions called upon to make decisions of life and death is a deal-breaker by itself.

Which is no less surprising in an institutional configuration where all decisions concerning engagement proposed by the President of the Commission would be ratified by the majority of the High European Council on Security made up of the heads of state and government, which, moreover would adopt its decisions based on a qualified majority. Another concern that is mentioned is the mammoth task involved in creating a new army out of nothing. This argument dismisses the expertise of the soldiers from different national armies, as well as two recent experiences: the creation of the Croatian army in 1991, and more recently, the creation of the Ukrainian army almost entirely from scratch.

The last objection is the intrinsic impossibility of being able to count on European patriotism, i.e. the soldiers’ and officers’ willingness to engage in combat as Europeans and no longer as citizens of this or that Member country. This argument is not the less surprising given that we know that the majority of several of the most prestigious units (and the ones most often used in external theaters of operation) of some Member States are made up of citizens from other countries.

Nor is it less surprising when we recall all of the foreign soldiers who made up the majority of the troops who liberated Western Europe in 1944. And still more forgotten by history are the tens of thousands of North Africans and Africans who died in Europe during the First and Second World Wars. This argument is all the more astonishing when we consider that the history of the construction of Europe has shown that the national “neutrality” of civil servants of the European Commission has, by and large, been a success, as was the neutrality of the Judges of the Court of Justice in Luxembourg, for instance.

Lastly, a definitive argument: the lack of financial means in a Europe plunged in economic crisis. But unless we are beginning with the assumption that the only factors we need to consider are the ones that threaten our “internal” cohesion, whether economic or social, and unless we’re also considering that these have no relation to external factors, it is imperative to examine the real ability of each of the Member States of the Union as a whole to respond to outside threats at the moment. And while not all of Russia’s vengeful encroachments up to our borders are military in nature – quite the contrary – they still rely on the threat of military action to call into question the borders of European States (Georgia, Moldavia, Ukraine).

Moreover, the weakness – we might even say decay – of States in close proximity to Europe (Iraq, Syria, Libya, Mali, etc.) and the rise of terrorist elements that precede, accompany or result from them, combined with the United States’ growing isolationist stance all put into radically new focus the question of the security and defense of the Union.

Already at the Cardiff Summit in 2014 and in response to this new situation, the Member countries of NATO put forth the objective of devoting 2 percent of their GDP to defense by the year 2024.

European defense and German rearmament

Like the other member countries of NATO, Germany has pledged to devote 2 percent of its GDP to defense. Although this promise has no legal status, it was entered into before and with the other members of NATO, which confers a strong political meaning upon it. Concretely, it means that German military expenditures could reach upwards of 62 billion euros in 2024.

France, which, according to SIPRI, already devotes 2.2 percent of its GDP to the military, could see its own military costs rise to 50 billion euros by the same time, with 3.5 billion set aside for nuclear deterrents and 2.5 billion to updating these deterrents. In other words, 44 billion would remain for its conventional forces. Similarly, Italian and Spanish military costs would likely rise to 34 and 22 billion euros, respectively, in 2024.

These numbers are a much stronger argument than any lengthy discourse, and they are not the only ones striving to foretell the future. The Bundeswehr policy of incorporating large portions of the national armies of other Member States, a policy that is necessarily imperial and intentionally mercantile, does in fact have strong implications on the choice of weapons of these “incorporated” armies. Moreover, it is a source of significant benefits to the German defense industry, which some already consider the dominant defense industry in Europe.

“The only European army is the French army”

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Jean-Luc Sauron, Il estime aussi que la seule défense européenne concevable, c’est un financement communautaire de l’effort militaire de la France, ce pays ayant la seule armée apte à combattre au moins pour quelques années.

While France unquestionably boasts the most effective army among the 27 European nations, enjoying the highest level of autonomy, this does not in any way make its army one that can single-handedly counter the threats that Europe currently faces. This was amply demonstrated by France and Britain’s muddled intervention in Libya, which required NATO assistance, as well as by the sad fiasco of the aborted mission in Syria following the American president’s about-face and France’s “retreat”. Or, in more prosaic terms, a part-time air and sea force, and a deficit in satellite information are here to remind us that simply being better than all the others does not mean being up to the task.

But unless we are prepared to have certain Member States make the decisions while others pay, this still does not make of the French army a European army – far from it. No more than the Deutschmark could be the basis for the euro. Which it is not, as can be seen by the functioning of the Council of Governors of the European Central Bank, where Germany is more often than not in the opposition. A European army cannot be a national army, nor a derivative of one of them.

Last but not least, France faces strategic choices on a tight timeline that presages no-win budgetary decisions: modernizing nuclear deterrents, building a second aircraft carrier, investing in cyber-warfare, developing and building the successor to the Rafale… only to name a few of the sectors where significant investment will or would be necessary.

A priceless army

Taking into account General Perruche’s indispensable white paper on European defense, and thus also the deployment of the varied skills in the domain of security and defense of the twenty-seven nations of the EU, and based on the principal threats mentioned above, we can envision what the first core of a common army would look like: three rapid intervention divisions (consisting of 45,000 soldiers) based in the Baltic region, Slovakia and Romania; three air and sea groups based in the Baltic region, Greece and Portugal; a military information service with strong satellite capabilities; a service dedicated to cyber-warfare; and all of this with a budget equivalent to 0.3 percent of the GDP, or some 30 billion euros, which is more or less what the Financial Transaction Tax brings in.

The undeniable advantages of a joint, common European army

The first, and indisputable, merit of this army is that its mere presence would contribute to the cohesion of a European construct in dire need of cohesion. Through the institutional process that it would be a part of, it would represent an opportunity and means of creating a space for building trust among Member States in an area rife with suspicion, mistrust, long-standing rivalries and consolidated national interests.

Without impinging upon NATO membership, the mere existence of this army would bolster our defense against our great neighbor to the East, while also reassuring the countries in the European Union that share Russia’s borders. This army “would help to establish a foreign policy and policy of common security”, as the EU Commission Jean-Claude Juncker said, and as a result, to regain footing in the “hot” areas where we currently play – in the most charitable terms – a minor role (Syria, Iraq, the Gulf States, etc.).

This army would contribute to the emergence of a generally self-sufficient European arms market, and as a result, a more integrated European defense industry, which is a source of considerable savings, as the European parliament pointed out in 2015. By so doing, it would allow us, as General de Gaulle recommended, to eventually marry foreign policy to arms sales, and no longer base foreign policy on the possible sale of arms, which is currently so often the case.

It would make it possible for us to protect military and technological expertise, especially in the areas of most conspicuous expense (satellites, air and sea forces, IT, aeronautics, etc.). It would provide – only partially, of course – an answer to the thorny question of the European budget, boosting it by 30 percent.

It would represent the beginnings of a response to the feeling of powerlessness instilled in European citizens by decades of inability to respond politically and in good time to the crises, wars and genocides perpetrated only a short distance from Europe – in Yugoslavia, Rwanda, Chechnya, and now Ukraine, Syria and Iraq.

Therefore, unlike the many initiatives that make sense only to experts, and like the euro that, despite all the defects of its conception, continues to be approved by the citizens of Europe, a joint, common European army would represent a tangible realization whose usefulness they can concretely measure and that they could make their own.

Translated from the Italian by Anis Memon

france_elections_markus_grolikTHE EU AFTER THE BRITISH AND FRENCH ELECTIONS: Things are moving in Europe

The political crisis in Britain and the victory of pro-European Emmanuel Macron in France heralds a new dawn for Europe, and will only make it stronger.

The Channel has never seemed so wide. The popular mandate which Theresa May failed to consolidate on Thursday has been obtained by Emmanuel Macron on Sunday, and spectacularly so.

While May is on the decline, and will find it difficult to keep hold of power, Macron – record abstentions or not – is taking charge of things. Beyond the personal destinies of these leaders, this means two things.

The first is that while Great Britain has dug itself into a deep political crisis, France clearly wants to pull itself out from the quagmire and get things moving. The second, even more important, is that this reinvigoration of France gives it a weight in the EU that the UK has lost twice over: by voting for Brexit and then refusing, less than a year later, the “hard Brexit” threatened by May, and thus entering negotiations without any clear idea of what it wants to obtain or avoid.

In three days everything has changed in Europe. No longer will there be British politicians holding the brakes on economic and political integration. Those in other member states who hold similar attitudes will no longer be able to lean on London for help. Power relations have already changed in the Union, but, from Thursday, the sovereigntists and the new far-right will no longer be able to claim that Brexit is a good example for other states, since not even Britain itself seems certain of that.

Not only are the defenders of European unity strengthened, but this is happening at a time when the new French president’s main ambition is to put the Union back on track, and when Germany aims to adopt the French idea of European power – a political Union capable of playing an important role on the international stage.

Angela Merkel and Emmanuel Macron want to solidify this project. Their councillors and ministers have been tasked with developing common proposals. France and Germany are converging once again to move the European Union forward. Paris and Berlin may announce within a month the creation of a common fund to finance the first contours of European Defence.

When the French and the Germans are in agreement that things should get moving, the situation is certainly changing, but that is not all. There is Trump, whose unpredictability incites Europeans – all Europeans – to get their house in order. There is also the imperial nostalgia of Vladimir Putin, and the growing chaos in the middle east, a cause for Europeans to get a move on, especially when there’s no more assurance of American protection.

Everything is changing in Europe, because Britain has left, because France is back and because everything in the world is changing too.

18560      European defence in 2020

A force of 120,000 troops that can respond within 60 days, a fleet of military helicopters and cargo planes to transport them to conflict zones, an intelligence service to evaluate the political and military risks of missions, and an EU defence budget to pay for all of the above — according to the Institute for Security Studies (ISS), these will be the key provisions for Europe’s defence in 2020,” reports Die Presse.

In its study — What Ambitions for European Defence in 2020? — the European think tank insists on the fact that astute diplomacy and generous support for reconstruction and foreign development will not be enough to protect European citizens and economic interests. The Viennese daily concurs with the view that the European Union is lacking in resources. The rapid reaction force of 60,000 troops, whose creation was announced in Helsinki in 1999, has yet to be established — and there has been no deployment of fifteen 1,500-strong EU battle groups, which were also promised. On the contrary, European military missions have been preceded by “long winded negotiations on the number of troops each member state would contribute to deployments in the African desert or the Balkans.”

Ce sont des sommets d’attente avant les rendez-vous électoraux de septembre en Allemagne. Avant que le monde politique interne de l’Union ne soit à nouveau stabilisé, il ne faut pas s’attendre à décisions marquantes. C’est d’autant plus désespérant, que la présidence tournante de l’Union est exercée par Malte qui, ça n’est pas lui faire insulte, ne peut prétendre jouer un rôle sur la scène politique mondiale. L’Union est donc politiquement fragile alors qu’elle est confrontée à une donne géopolitique radicalement nouvelle, entre le libéralisme économique du président du parti communiste chinois, un pôle anglo-américain qui a toujours existé, mais qui s’affirme brutalement et la Russie qui poursuit un rêve euro-asiatique. En outre, le monde est devenu d’une instabilité époustouflante : qui aurait dit il y a trois ans que les BRICS alors vantés comme les phares de la croissance mondiale auraient aujourd’hui quasiment disparu ? Le Brésil est en pleine déconfiture, la Russie, même si elle fait très peur, n’a pas résolu ses difficultés économiques et politiques, l’Inde est instable, etc. Le monde change de trimestre en trimestre et il devient très compliqué de construire des alliances et des projets.

Dans ce monde instable, l’Union sait-elle ce qu’elle veut ?

Les rêves de refondation sont totalement aberrants, car les États membres n’ont pas de vision commune de l’avenir de leur Union. On ne relancera pas la machine européenne à Vingt-sept, il faut l’admettre une bonne fois pour toutes. Il faut reconstruire sur un socle interétatique, entre quelques pays qui acceptent de se mettre en convergence et en concertation, sans pour autant se substituer à l’UE. Cela peut se faire soit entre l’Allemagne et la France, soit entre ces deux pays et le Benelux soit, enfin, entre l’Allemagne, la France et la Pologne. Cette consolidation d’une partie de l’Union stabilisera toute la construction européenne.

Cela veut dire qu’on négocie une série de traités bilatéraux ou multilatéraux à l’intérieur de l’UE ?

Pas nécessairement. Paris et Berlin peuvent simplement décider que leurs gouvernements auront le même nombre de ministres, dotés des mêmes attributions, afin de travailler ensemble sur une série de dossiers et de législations convergentes afin de coordonner les politiques suivies dans les deux pays. Si ces deux pays qui représentent 50 % du PIB européen parviennent à harmoniser leur droit fiscal, leur droit de la consommation, leur droit social, par exemple, tout le monde suivra et cela redynamisera l’espace européen. Aujourd’hui, c’est le moins actif qui bloque tout le monde. Le grand schéma à Vingt-sept, ça ne marche plus : on n’arrive plus à exécuter les politiques annoncées. Si on n’arrive pas à relancer la machine européenne, nous serons le champ de manœuvre du reste du monde, soumis à des stratégies d’influence contradictoires. Au passage, et contrairement à ce que croient les déclinistes, l’Europe reste le centre du monde : c’est à travers nous que les puissances s’affrontent. Il faut donc que nous tirions parti de cette force pour influencer le monde.

Le fait que l’administration Trump souhaite la disparition de l’UE ne va-t-il pas aider l’Union à se renforcer ?

La brutalité du discours de Donald Trump recouvre une réalité américaine qu’on a souvent occultée : les États-Unis ont toujours voulu un peu d’Europe pour contrebalancer les Soviétiques et éviter l’émergence de régimes révolutionnaires, mais pas trop d’Europe pour qu’on ne vienne pas leur manger la laine sur le dos. Or l’euro, par exemple, est vécu comme une contestation de la suprématie du dollar, ce qui est inacceptable pour eux. Trump dit clairement que l’Union aujourd’hui ne peut être qu’un marché et non un acteur politique et économique.

Les Vingt-sept veulent faire de la défense européenne un nouveau projet mobilisateur. Est-ce sérieux ?

Je ne crois pas à une armée européenne. Pour envoyer des gens combattre et mourir, il faut un gouvernement légitime. Or aujourd’hui il n’y a pas d’autorité européenne légitime en dehors des États. En Europe, il y a deux armées et demie, la Britannique, la Française et un peu l’Allemande. Mais une vraie armée est une armée qui se bat sur le terrain, ce qui n’est pas le cas de l’armée allemande. Avec le Brexit, il n’y a en réalité plus que la France qui se bat, non pas pour mener des opérations post-coloniales comme on a pu le dire ici ou là, mais pour protéger le continent européen, que ce soit au Mali, en Centrafrique ou en Syrie. Il faut donc que les Européens financent l’effort militaire de la France et que la France accepte dans son armée des citoyens européens : la colonne vertébrale militaire de l’Europe est française, c’est la réalité.

Est-ce que l’Europe est prête à accepter que la France remplace les États-Unis comme garant de sa sécurité ?

Y a-t-il une alternative ? Qui nous protégera ? Les Russes ?

Si les Européens financent l’effort militaire français, ils voudront pouvoir participer à la décision d’envoyer des troupes…

On ne peut imaginer que ce soit le conseil des ministres de la Défense à Bruxelles qui décide d’engager l’armée française, il faut être sérieux. Et ce n’est pas parce qu’on paye qu’on a son mot à dire. Si les Allemands veulent décider, il faut qu’ils aient une armée en capacité de combattre.