Archivi categoria: Difesa

1255.- QUANTE ARMI SERVONO AGLI ITALIANI? PORTAEREI, F-35 E, POI,TANK ED ELICOTTERI D’ATTACCO PER 1 MILIARDO

Armi, Parlamento dà l’ok all’acquisto di tank ed elicotteri d’attacco per 1 miliardo

Schermata 2017-06-26 alle 09.15.48.pngimages-1

Dopo il Via libera di novembre, dalle commissioni Difesa e Bilancio di Camera e Senato, l’Esercito sta procedendo all’acquisto dei primi Centauro 2 prodotti dal consorzio Iveco-Oto Melara al costo di 530 milioni ciascuno e dei prototipi dei Mangusta 2 prodotti da Leonardo Elicotteri, anche questi, più o meno, per 487 milioni. Molte le perplessità che riguardano i nuovi mezzi. Innanzitutto i costi elevatissimi
Come di consueto ormai per quasi tutti i maggiori programmi d’armamento della Difesa, a pagare sarà il ministero dello Sviluppo economico, integralmente per quanto riguarda gli elicotteri e prevalentemente per i carri armati. Per i carri Centauro 2 è stata finanziato solo l’acquisito della prima tranche di 50 mezzi(di cui 11 prototipi) ma l’Esercito ne vuole comprare 136. Per gli elicotteri Mangusta 2 il finanziamento riguarda solo 3 prototipi, ma il programma prevede in tutto 48 velivoli. Parliamo quindi di programmi che impegneranno i futuri governi a spendere diversi miliardi di euro.

Molte le perplessità che riguardano questi nuovi mezzi. Innanzitutto i costi elevatissimi, anche tenendo conto dell’inserimento dei costi di “supporto logistico decennale” a carico del produttore. Il Centauro 2 costa quasi 11 milioni a macchina: una cifra altissima, non solo rispetto ai 2 milioni di euro del Centauro 1 e ai 4,4 milioni del carro Ariete, già inutile “nelle sconfinate pianure italiane!” (entrambi mezzi degli anni ’90), ma perfino ai 6,6 milioni degli omologhi blindati Freccia (in servizio da pochi anni e ancora in fase di acquisizione). Il Mangusta 2 costa addirittura 162 milioni, quasi dieci volte tanto il Mangusta 1: uno sproposito anche considerando i costi di manutenzione.

I principali dubbi riguardano la reale necessità di comprare queste nuove costosissime macchine da guerra. I 136 carri Centauro 2 si andranno a sommare ai 630 nuovi blindati da combattimento Freccia, a 181 carri armati Ariete e Leopard e 200 carri ‘Dardo’ (per citare solo i mezzi pesanti). Una forza corazzata sovradimensionata rispetto alle esigenze operative nazionali, che infatti risponde ad esigenze di natura diversa, industriale e commerciale.

Come si legge nel documento della Difesa relativo al programma, “la produzione estensiva di sistemi per il cliente nazionale è il prerequisito di referenza indispensabile ad ogni opportunità di vendita all’estero”. Cioè: ne dobbiamo comprare tanti non perché servono all’Esercito, ma per poter lanciare il prodotto sul mercato internazionale. In sostanza lo Stato si mette al servizio dell’industria militare nazionale, prima assumendosi il rischio d’impresa tramite il finanziamento di tutta la fase di progettazione, sviluppo e realizzazione dei veicoli prototipali pre-serie, poi garantendo tramite grosse commesse il finanziamento della fase di industrializzazione e produzione su vasta scala, infine agendo come procuratore di commesse estere.

images

Stesso discorso per gli elicotteri Mangusta 2, la cui esigenza risulta incomprensibile se si considera che i Mangusta 1 sono stati appena aggiornati alla versione ‘Delta’ compiendo – parole della Difesa – “un salto generazionale” rispetto alla precedente versione in termini di prestazioni e armamento. La logica, anche qui, è puro marketing: “Lo sviluppo del nuovo velivolo – si legge nel documento della Difesa presentato al Parlamento – collocherebbe l’industria nazionale in posizione di vantaggio sul mercato internazionalein una finestra temporale nell’ambito della quale potrebbero essere concretizzate ottime opportunità di collaborazione e/o vendita”.

Il documento cita addirittura l’esempio virtuoso del Mangusta 1 “sulla base della quale è stata sviluppata una versione per l’estero che è stata acquistata dalla Turchia” – che ora, per inciso, li usa per bombardare i villaggi curdi.

1219.- Un attacco hacker indirizzato contro la flotta strategica del Regno Unito avrebbe conseguenze catastrofiche.

1466845411-thanga-britain-subm-273177f

 

E’ questa la conclusione del rapporto Hacking UK Trident: A Growing Threat, a firma dell’influente think tank inglese British American Security Information Council, meglio noto come BASIC. Nelle 38 pagine si analizzano le criticità dell’architettura Trident, ritenuta vulnerabile ad un attacco hacker che, secondo l’istituto di ricerca, sarebbe in grado di rendere inutilizzabile qualsiasi tipo di risposta nucleare inglese.

La classe Vanguard

La capacità deterrente della Royal Navy si basa si quattro sottomarini classe Vanguard, armati con missili balistici Trident-II D5 equipaggiati con testate Mirv/Marv costantemente aggiornati da 46 anni. Ogni sottomarino classe Vanguard ne trasporta sedici per 200 testate termonucleari a rientro multiplo indipendente, scesi a otto in base ai trattati del 2010 per 40 testate. La ridondanza inglese prevista dalla Continuous At-Sea Deterrence, si basa su un sottomarino strategico a propulsione nucleare sempre in navigazione a copertura di possibili bersagli, uno in riserva e due in addestramento/manutezione. La più grande base missilistica della Gran Bretagna si trova in Scozia ed ospita l’intera forza strategica inglese. Dal 1998, il Trident rappresenta l’unico sistema deterrente nucleare della Gran Bretagna. Sebbene relativamente moderni, i sottomarini a propulsione nucleare classe Vanguard, entrati in servizio nel 1990, necessitano di continui interventi di manutenzione. Il comando centrale dei Vanguard si trova in Scozia, nella base di Clyde nota come Faslane. I Vanguard saranno sostituiti nel 2030/2035 da una nuova classe di sottomarini balistici, mentre il governo continuerà a supportare l’asset basato sui Trident, pena la fine della capacità deterrente sub-lanciata inglese. I Trident II / D5 armeranno anche i nuovi sottomarini strategici inglesi.

Hacking UK Trident: A Growing Threat

“Un attacco informatico potrebbe neutralizzare completamente le operazioni, con conseguenze catastrofiche sulle testate nucleari. Il Ministero della Difesa ha ripetutamente affermato che i sistemi operativi dei sottomarini nucleari britannici non possono essere violati in mare perché non collegati sulla rete in quel momento. E’ senza dubbio vero: quando in pattugliamento, i sottomarini non sono collegati ad internet o ad altre reti, tranne quando ricevono dati molto semplici dall’esterno. Tuttavia, l’architettura Trident non è al sicuro poiché se da un lato è vero che un sottomarino in pattugliamento non può essere attaccato in forma digitale, dall’altro è vulnerabile quando ancorato alla base di Faslane, in Scozia, per manutenzione. I sistemi informatici, come quelli dei Trident non sono collegati a Internet o a qualsiasi altra rete civile. Tuttavia, la nave, i missili, le testate e tutti i sistemi di supporto si basano su computer, dispositivi e software, ognuno dei quali deve essere progettato e programmato. Tutti incorporano dati univoci e devono essere regolarmente aggiornati, riconfigurati e patchati”.

Sarebbero diverse le vulnerabilità informatiche riscontrate nell’architettura Trident.

“Per ridurre il rischio sarebbe necessaria una massiccia ed inevitabilmente costosa operazione per rafforzare la resilienza dei subappaltatori, i sistemi di manutenzione, la progettazione dei componenti e gli aggiornamenti software. Una spesa di diversi miliardi di sterline da spalmare nei prossimi 15 anni”.

La segmentazione della rete non può essere considerata una difesa efficace contro tutti i cyber-attacchi.

Violare la classe Vanguard

I sottomarini classe Trident, considerando l’intero ciclo di vita, resteranno in mare soltanto il 30-45% del loro tempo.

L’introduzione di malware autonomi potrebbe avvenire durante le fasi di approvvigionamento, configurazione o aggiornamento dei software. Una trasmissione radio in remoto, ad esempio, potrebbe essere utilizzata per attivare qualsiasi malware dormiente in uno dei sistemi primari, qualora avesse accesso al software di ricezione.

“E’ più probabile che il malware venga preconfigurato per attivarsi in risposta a un evento particolare, come ad esempio il lancio di un missile. Proprio i malware preinstallati potrebbero causare una catena di eventi in un attacco multidimensionale. Negli scenari analizzati, il sottomarino colpito da un cyber-attacco potrebbe addirittura interrompere una risposta nucleare o modificare le coordinate dei missili o neutralizzare le testate”.

Londra: come si ordina una rappresaglia nucleare

Soltanto il Primo Ministro può autorizzare il lancio dei missili balistici Trident, secondo rigorosi protocolli di autenticazione. I codici verificano soltanto l’identità del Primo Ministro. Da rilevare che i Trident inglesi non dispongono del Permissive Action Link installato sui missili statunitensi. Il CTF 345 di Northwood, l’unica struttura di collegamento con i Vanguard in pattugliamento, è responsabile dell’autenticazione dei codici. Abilitati i lancio, il CTF 345 invia gli ordini, tramite Emergency Action Message, al sottomarino. Il two-person concept, impedisce l’uso accidentale di armi nucleari. I due ufficiali che custodiscono le sole chiavi del pannello di controllo, devono concordare sui codici preformattati ricevuti ed in forma integra ricevuti. Nel messaggio anche il tipo di opzione nucleare prescelta dal Primo Ministro. Solanto nel caso in cui il Regno Unito cessasse di esistere dopo un attacco nucleare preventivo, il comandante dell’unità aprirebbe la lettera di ultima istanza, custodita in una cassaforte nel ponte della sala di controllo e ne seguirebbe le istruzioni.

Le Lettere di Ultima Istanza

Al momento del suo insediamento, il Primo ministro inglese, a cui è conferita la capacità di ordinare un attacco nucleare, scrive a mano le quattro “Letters of last resort”. Ogni lettera rappresenta l’incertezza del deterrente ed è immediatamente riposta dai servizi segreti nella cassaforte della sala di controllo di ogni sottomarino. Il comandante del sottomarino deve avere una ragionevole certezza che un disastro nucleare abbia colpito il Regno Unito. Qualora fallissero i tentativi di entrare in contatto con il Comando Navale e se non venissero captate le principali emittenti radio inglesi, come i programmi sulla BBC Radio 4, il comandante del sottomarino aprirà il documento sigillato. Il contenuto di quelle lettere rappresenta l’ultimo ordine diretto del governo britannico, che si ritiene possa essere stato cancellato da un attacco nucleare preventivo. Il vertice dell’autorità politica, il Primo ministro (vi è anche una seconda figura designata non pubblica), concede all’autorità militare, il comandante del sottomarino, la completa autonomia decisionale sul lancio dei missili strategici e consigli, come quello di mettere l’unità sotto il comando degli Stati Uniti (qualora esistessero ancora) o di fare rotta verso l’Australia. Quelle lettere rappresentano sia il testamento di chi le scrive che l’ordine di ritorsione contro chi ha presumibilmente cancellato la Gran Bretagna.

Il problema dell’affidabilità dell’arsenale nucleare della Royal Navy

Tra il 2008 e il 2013, il Ministero della Difesa inglese ha registrato 316 incidenti di sicurezza nucleare. Questa definizione generale include sia la contaminazione radioattiva che le carenze nei protocolli di sicurezza standard. Tre quarti dei 262 incidenti registrati tra il 2008 ed il 2012 sono imputabili ad un errore umano. Nella base di Clyde nota come Faslane, si sarebbero verificati la maggior parte degli incidenti che, secondo il Ministero della Difesa inglese, non hanno mai causato danni a militari e civili. Nella base inglese di Devonport (poco distante dalla città di Plymouth), la più grande base navale in Europa occidentale, si sono verificati alcuni incidenti, compresa la perdita di alimentazione per 90 minuti al sistema di raffreddamento del reattore di un sottomarino nucleare. Preoccupazioni confermate anche da un documento del 2011, precedentemente classificato e poi reso pubblico, sulla pericolosità dei reattori nucleari dei sottomarini basati a Devonport. Nonostante lo scafo di un sottomarino sia progettato per contenere la maggior parte del materiale radioattivo all’interno, qualche perdita è ritenuta probabile. Se un sottomarino nucleare dovesse esplodere a Devonport, contaminerebbe nell’immediato un’area di due chilometri, raggiungendo Plymouth. Il problema dei reattori ad acqua pressurizzata è noto. Qualora cedesse il circuito primario, si potrebbe verificare un immediato aumento della temperatura del reattore con possibile rilascio di radiazioni dal nocciolo. Un episodio simile, per intenderci, alla tragedia del K-19, nel 1961. A Devonport gli inglesi hanno diversi sottomarini dismessi e svariate tonnellate di barre di combustibile nucleare. Ed il numero dei sottomarini nucleari dismessi continuerà ad aumentare.

Il mistero del Trident lanciato contro gli Usa

Nel giugno dello scorso anno sarebbe avvenuto, Londra ha ordinato il silenzio stampa, un presunto test fallito di un missile balistico Trident II D5. Lo scorso giugno, il sottomarino balistico a propulsione nucleare della Royal Navy, l’HMS Vengeance, durante una serie di test programmati, ha lanciato un missile balistico Trident disarmato. La quarta unità della classe Vanguard, prima di raggiungere Port Canaveral, in Florida, base statunitense utilizzata dalla Royal Navy per i test finali, ha subito interventi di manutenzione presso l’HMS Drake di Devenport. L’obiettivo del missile Trident era localizzato nel cosiddetto campo di tiro orientale, al largo della costa occidentale dell’Africa. Qualcosa però sembra essere andato storto: il missile sembrerebbe aver fatto rotta verso la costa della Florida. Il lancio di un missile balistico è un evento raro, ma molto pubblicizzato dal governo che lo effettua. Il Regno Unito ha lanciato soltanto cinque Trident nel XXI° secolo: ogni missile costa circa 21 milioni di dollari. Tuttavia, per il lancio del giugno dello scorso anno, la Royal Navy non ha rilasciato alcun report o video sul test di volo effettuato. Subito dopo l’espulsione del missile, sarebbe avvenuto un qualche tipo di malfunzionamento. Il Trident, invece di volare attraverso l’Atlantico, avrebbe fatto rotta verso la terraferma americana. Downing Street ha immediatamente posto il segreto militare sull’operazione ed imposto il silenzio stampa sulle dinamiche del test. La componente Trident rappresenta la spina dorsale del deterrente strategico britannico: un malfunzionamento di un tale asset potrebbe portare a perdite inimmaginabili. In un breve comunicato sul blog del Ministero della Difesa inglese, si legge che “l’HMS Vengeance ha condotto un test di volo di ruotine: la prontezza al combattimento dell’equipaggio e dell’unità è stata certificata con successo. Il governo non fornisce ulteriori dettagli sulle operazioni sottomarine per ovvie ragioni di sicurezza nazionale”.

Nessun commento da Lockheed Martin, produttore dei Trident. La produzione dei D5 è al momento fissata a dodici missili l’anno.

Secondo i media britannici, il “governo inglese avrebbe deciso di insabbiare il fallimento del missile balistico a causa dell’imminente dibattito che si sarebbe svolto poche settimane dopo in Parlamento per il voto cruciale sul futuro del programma deterrente nucleare della Gran Bretagna, pari a 40 miliardi di sterline”.

fonte Il Giornale.it

1211.- AI FANATICI DELLA NATO TRUMP NON E’ PIACIUTO.

timthumb.php

No, non ha ripetuto che l’Alleanza Atlantica è “obsoleta”. Ma col linguaggio del corpo, Trump è stato inequivocabile. A  cominciare da  come ha sbattuto da parte il primo ministro del Montenegro Dusko Markovic, prossimo membro della NATO: certo,   Donald non lo conosceva (e chi mai lo conosce?) ma l’atto è altamente  simbolico: Stoltenberg e i servi europei di Obama hanno voluto  il Montenegro nella NATO, contro Mosca, a tutti i costi,  al punto da tentare un colpo di Stato per farlo.  Per il resto, ha ripetuto agli alleati a muso duro: pagate per la nostra protezione. Un discorso da commerciale, il che è un benefico miglioramento rispetto  moralismo bellicista coltivato dai Stoltenberg e dai Tusk in funzione anti-Mosca, il Bene  in lotta contro il Male, contro il Putin “aggressivo alle frontiere”.

Soprattutto, attenzione, Trump si è rifiutato di evocare esplicitamente l’articolo 5: ossia il principio che l’attacco ad un solo membro dell’Alleanza sarà considerato automaticamente un attacco a tutti. Ogni presidente americano prima di lui ha ripetuto l’impegno a rispettare l’aricolo 5, ad alta ed esplicita voce;  a Trump  era stato chiesto, con insistenza, dietro le quinte; lui, duro, niente. Un anonimo funzionario della Casa Bianca ha spiegato poi che l’impegno all’articolo 5 veniva da sé…

Ma no, ha  risposto The Guardian fremente di rabbia: “Per gli alleati, specie per quelli sulla frontiera d’Europa all’ombra di una Russia sempre più aggressiva, non va da sé”. Insomma i baltici e la Polonia “avevano bisogno di sentirlo dalle labbra del presidente, e non l’hanno sentito”.  Il  Guardian giunge al punto di dire:   “L’ostinazione del suo rifiuto di usare il linguaggio  che è stato consueto a tutti i presidenti di prima, ha rafforzato i diffusi e persistenti  riferimenti che Mosca ha una qualche  influenza sul presidente”: il che è la solita accusa demente  a cui in Usa gli anti-Trump cercano invano di dare concretezza, ma è  bello vedere un giornale progressista  schierarsi coi più guerrafondai dell’Alleanza.

“Un grave colpo per l’Alleanza”, ha commentato un ex ambasciatore americano alla NATO, Ivo Daalder

Invece di nominare Mosca come nemica, Trump alla NATo ha dedicato molti passi alla “lotta contro il terrorismo e contro l’immigrazione”, e ancora una volta il Guardian non si contiene dal commentare: “Non è chiaro che ruolo si aspetti che la NATO svolga  nella gestione dell’immigrazione”. Chissà, magari bombardare meno la Siria? Smettere di destabilizzare la Libia? Sparare agli scafisti?

“La  prima visita di Trump era una opportunità di unire l’Alleanza; purtroppo, la NATO è oggi più divisa che mai”, ha commentato l’ex ambasciatore Daalder. Del che personalmente non ci addoloreremo troppo.

Perché Macron riceve Putin, a Versailles

Un altro colpo all’Alleanza  è pronto:  sorprendentemente, il neo-presidente Emmanuel Macron  sta per ricevere Putin. Lo riceverà a Versailles, laddove fu ricevuto nel 1717 Pietro il Grande, gesto altamente simbolico.  Il motivo per cui  Macron  ha  deciso di dedicare alla Russia la prima visita ufficiale che accoglie, è molteplice. Da una parte, si tratta di correggere l’orrenda mascalzonesca ostilità che Hollande ha dedicato a Mosca, a cominciare dal rifiuto di venderle le navi Mistral che aveva pagato, fino a  provocare Putin a annullare una sua visita  a  Parigi un anno fa, per le restrizioni offensive che Hollande aveva posto al  viaggio. Una stupidità politica e diplomatica senza precedenti.

Più vicini di quanto si creda?

L’altro motivo è che Macron ha bisogno di una sponda, in vista della dura opposizione che si aspetta dalla Merkel:  il giovinotto ha promesso di “fare le riforme” (tagli ai salari) come Angela chiede, ma per poter poi esigere “un bilancio comune della zona euro controllato da un parlamento dell’eurozona”.  Buona fortuna:   vuol costringere Berlino a mettere in comune i suoi surplus con i deficit e debiti  italiani, spagnoli, francesi, greci,  in un debito pubblico condiviso e solidale.   Ciò ovviamente non avverrà mai: la Germania ha sempre ripetuto a tutti, “prima”, fate le riforme. Ossia riducete il bisogno di solidarietà, anzi fate sparire il bisogno di  solidarietà  verso i paesi in deficit, e solo poi noi accederemo alla solidarietà.  In questo però Trump  ha dato una   mano insperata a  Macron, ripetendo che la Germania è “cattiva” per via dell’enorme surplus (280 miliardi) della sua bilancia commerciale.

Insomma   la situazione è in movimento.   Di fatto, fino ad oggi, è stata la Germania non solo a dettare la linea ostile a  Putin nella UE, ma anche a fare  la sola interlocutrice (e grassi affari)  a nome della UE con la Russia; ora Macron, certo su consiglio del suo creatore Attali, sta cercando di riprendere una certa iniziativa in fatto di politica estera, una vaga eco di gollismo…

Un’altra ragione è che, al contrario di Hollande, Macron non ha manifestato  alcuna voglia di impegnare le forze armate francesi contro Assad,  nella “lotta al terrorismo”, insomma ha dei motivi per allentare un po’ l’impegno  bellicista  in Medio Oriente. Lo ha detto in modo singolarmente esplicito: “Metterò fine agli accordi che favoriscono il Katar in Francia. C’è  stata troppa compiacenza…”. Il Katar? Il massimo finanziatore (in concorrenza con l’Arabia Saudita, più che in coordinamento)  dei terroristi in Siria, è un cliente  di gran valore   per la Francia, perché compra i suoi “Rafale”.

Ryad e il Katar ai ferri corti, quasi in guerra

Un grosso affare che profuma di scandali mal coperti e di mazzette miliardarie, di cui non ci si stupirebbe di apprendere, un giorno, che alcune sono finite nelle tasche di Hollande e del suo entourage:  tutto l’affare è stato basato sulla “amicizia personale” fra Hollande  e il pretendente al trono katarino Tamim bin Hamad Al Thani, spesso invitato all’Eliseo;  reciprocamente, Hollande ha visitato il Katar due volte, confricandosi coi miliardari locali.

Al Thani sotto attacco saudita.

Ora, sta succedendo qualcosa di grave proprio alla   famiglia Al Thani  del Katar:  la sua tv Al Jazeera è stata attaccata e silenziata da hackers; la tv saudita Al Arabyia ha dato notizia che il Katar “ha convocato i suoi ambasciatori dall’Arabia Saudita ,  Bahrein, Egitto, Emirati”: notizia falsa, che   il Katar ha dovuto smentire.

Sono, come si è potuto intuire, atti di ostilità messi in atto dal principe saudita Bin Salman (notoriamente “Impulsivo”)  che comanda al posto del vecchio re Alzheimer, contro   il mal sopportato concorrente in terrorismo. Fonti chiaramente saudite attribuiscono al katarino Al Thani  propositi come: Hezbollah è “un movimento di resistenza” (fra i wahabiti è obbligo definirlo “terrorista”),  “c’è della pazzia nel voler persistere in ostilità verso l’Iran”, lui,  Al Thani, vuole “cooperare  coi vicini a portare la pace nella regione”, intrattenendo buone relazioni sia con l’Iran sia con gli Usa, le cui truppe “proteggono il Katar dalle  voglie territoriali dei vicini” (delicata allusione a contestazioni confinarie coi sauditi).

Al Jazeera vittima di hackers (no, stavolta non è stato Putin).

Sono frasi che fanno di Al Thani un filo-sciita e dunque, per i Saud e i wahabiti in genere,   un candidato alla decapitazione  come kafir. Non si sa se le abbia davvero pronunciate, anzi si tende ad escluderlo: si tratterebbe di “fake news” messe in  giro per ordine della corte saudita, e dell’impulsivo Bin Salman, che ha un modo tutto suo di usare l’informazione. Certo è che  ciò avviene a sole  48 ore dalla visita di Trump con la sua volontà di  costituire una “NATO del Golfo”   per  combattere il “terrorismo” iraniano.

Gran disordine sotto il cielo, dunque tempi eccellenti. O almeno meno peggio del prevedibile.

Minolta DSC      Maurizio Blondet 26 maggio 2017

1209.- Foreign Policy: la Germania sta silenziosamente costruendo un esercito europeo sotto il suo comando

22xJ6H58

Hitler è risorto nel silenzio dei media…Germania pronta a reclutare volontari in tutti i Paesi UE.

 

 Dal crollo del Muro di Berlino, venuta meno la minaccia sovietica, le forze armate tedesche sono state costantemente ridimensionate in numero e investimenti, tanto che nel 2014 un’indagine parlamentare ne denunciava la scarsa operatività. Ma, diventata il nuovo egemone europeo grazie alla crisi dell’euro e spronata dagli alleati, USA inclusi, ad assumere un maggiore ruolo militare, negli ultimi anni la Germania ha aumentato gli investimenti nella difesa e, per accelerare il recupero delle capacità militari, grazie ad una propria iniziativa all’interno della NATO, ha iniziato a integrare nel proprio esercito alcune divisioni di paesi alleati satelliti, con rapporto di mutuo beneficio per i partecipanti. Così, mentre a Berlino si discute anche della possibilità di dotarsi dell’atomica, silenziosamente la Germania sta costruendo il potenziale nucleo di una futura forza armata dell’Unione Europea, ovviamente sotto il suo comando.

di Elisabeth Braw, 22 maggio 2017 –  Foreign Policy.

Ogni pochi anni, l’idea di un esercito dell’UE torna a farsi strada tra le notizie, facendo molto rumore. Per alcuni è un’idea fantastica, per altri un incubo: per ogni federalista di Bruxelles convinto che una forza di difesa comune sia ciò che serve all’Europa per rilanciare la sua posizione nel mondo, ci sono quelli, a Londra e altrove, che inorridiscono all’idea di un potenziale rivale della NATO.

Ma quest’anno, lontano dall’attenzione dei media, la Germania e due dei suoi alleati europei, la Repubblica Ceca e la Romania, hanno silenziosamente fatto un passo  avanti radicale verso un qualcosa che assomiglia ad un esercito UE, evitando le complicazioni politiche che questo passo comporta: hanno annunciato l’integrazione delle loro forze armate.

L’intero esercito della Romania non si unirà alla Bundeswehr, né le forze armate ceche diventeranno una semplice divisione tedesca. Ma nei prossimi mesi, ciascun paese integrerà una brigata nelle forze armate tedesche: l’81a Brigata Meccanizzata della Romania si unirà alla Divisione delle Forze di Risposta Rapida della Bundeswehr, mentre la 4a Brigata di Dispiegamento Rapido della Repubblica Ceca, che ha servito in Afghanistan e in Kosovo ed è considerata la punta di lancia dell’esercito ceco, diventerà parte della Decima Divisione Blindata tedesca. Così facendo, seguiranno le orme di due brigate olandesi, una delle quali è già entrata a far parte della Divisione delle Forze di Risposta Rapida mentre l’altra è stata integrata nella Prima Divisione Blindata della Bundeswehr. Secondo Carlo Masala, professore di politica internazionale presso l’Università della Bundeswehr a Monaco di Baviera, “il governo tedesco si sta dimostrando disposto a procedere verso l’integrazione militare europea” – anche se altri paesi del continente ancora non lo sono.

Il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha ripetutamente ventilato l’idea di un esercito dell’Unione europea, solo per ricevere in risposta derisione o un imbarazzato silenzio. È così anche adesso che l’UK, eterno nemico dell’idea, sta uscendo dall’unione. C’è poco accordo tra i rimanenti Stati membri su come dovrebbe essere organizzata esattamente una simile forza ed a quali  competenze le forze armate nazionali dovrebbero conseguentemente rinunciare. E così il progresso è stato lento.

A marzo di quest’anno, l’Unione europea ha creato un quartier generale militare congiunto – ma ha soltanto la responsabilità dell’addestramento delle missioni in Somalia, Mali e Repubblica Centrafricana e ha un magro personale di 30 unità. Sono state progettate anche altre forze multinazionali, come il Gruppo da Battaglia del Nord, una piccola forza di reazione rapida di 2.400 militari formata dagli Stati baltici, da diversi paesi nordici e dai Paesi Bassi, e la Forza Congiunta di Spedizione della Gran Bretagna, una “mini NATO” i cui membri includono gli Stati baltici, la Svezia e la Finlandia. Ma in assenza di adeguate opportunità di schieramento, questi gruppi operativi potrebbero anche non esistere.

Tuttavia sotto la blanda etichetta del Framework Nations Concept, la Germania ha lavorato a qualcosa di molto più ambizioso: la creazione di quella che sostanzialmente è una rete di mini-eserciti europei, guidata dalla Bundeswehr.

“L’iniziativa è scaturita dalla debolezza della Bundeswehr“, ha dichiarato Justyna Gotkowska, analista di sicurezza dell’Europa settentrionale presso il think tank polacco Centro per gli Studi Orientali. “I tedeschi hanno capito che la Bundeswehr doveva colmare le lacune delle sue forze terrestri … per guadagnare influenza politica e militare all’interno della NATO“.

Un aiuto da parte dei partner potrebbe essere la carta migliore a disposizione della Germania per rinforzare rapidamente il suo esercito – e i mini-eserciti a guida tedesca potrebbero essere l’opzione più realistica per l’Europa, se deve considerare seriamente la sicurezza comune. “È un tentativo per impedire che la sicurezza comune europea fallisca completamente“, ha detto Masala.

“Lacune” della Bundeswehr è un eufemismo. Nel 1989, il governo della Germania Occidentale spendeva il 2,7% del PIL per la difesa, ma nel 2000 questa spesa era scesa all’1,4%, dove è rimasta per anni. Infatti, tra il 2013 e il 2016, la spesa per la difesa è rimasta bloccata all’1,2% – lontano dal livello di riferimento del 2% della NATO. In un rapporto del 2014 al Bundestag, il Parlamento tedesco, gli ispettori generali della Bundeswehr hanno presentato un quadro imbarazzante: la maggior parte degli elicotteri della Marina non funzionava e dei 64 elicotteri dell’esercito solo 18 erano utilizzabili. E mentre la Bundeswehr della Guerra Fredda era composta da 370.000 soldati, la scorsa estate era forte soltanto di 176.015 tra uomini e donne.

Da allora la Bundeswehr è cresciuta a più di 178.000 soldati attivi; l’anno scorso il governo ha aumentato i finanziamenti del 4,2%, e quest’anno la spesa per la difesa crescerà dell’8%. Ma la Germania è ancora molto lontana dalla Francia e dall’UK come forza militare. E l’aumento della spesa per la difesa non è immune da polemiche in Germania, dato che il paese è consapevole della propria storia come potenza militare. Il ministro degli Esteri Sigmar Gabriel ha recentemente affermato che è “completamente irrealistico” pensare che la Germania raggiunga il riferimento di spesa per la difesa della NATO del 2% del PIL – anche se quasi tutti gli alleati della Germania, dai più piccoli paesi  europei agli Stati Uniti, la stanno sollecitando ad avere un ruolo militare più importante nel mondo.

La Germania può non avere ancora la volontà politica di espandere le sue forze militari alle dimensioni che molti sperano – ma ciò che ha avuto dal 2013 è il Framework Nations Concept. Per la Germania, l’idea è di condividere le sue risorse con i paesi più piccoli in cambio dell’uso delle loro truppe. Per questi paesi più piccoli, l’iniziativa è un modo per far sì che la Germania sia più coinvolta nella sicurezza europea, evitando la difficile politica dell’espansione militare tedesca.

“È un passo verso una maggiore indipendenza militare europea“, ha detto Masala. “L’UK e la Francia non sono disposte a prendere la guida della sicurezza europea” – l’ UK è in un via di collisione con i suoi alleati dell’UE, mentre la Francia, un peso massimo militare, ha spesso mostrato riluttanza verso le operazioni multinazionali della NATO. “Resta solo la Germania“, ha detto.

Operativamente, le risultanti unità bi-nazionali sono maggiormente dispiegabili perché sono permanenti (la maggior parte delle unità multinazionali fino ad ora sono state temporanee). Questo amplifica in modo determinante il potere militare dei paesi partner. E se la Germania decidesse di schierare un’unità integrata, potrebbe farlo solo con il consenso del partner minoritario.

Naturalmente, dal 1945 la Germania è stata straordinariamente riluttante a dispiegare il suo esercito all’estero, addirittura  fino al 1990 ha vietato alla Bundeswehr di schierarsi fuori dai confini. In effetti, i partner minoritari – e quelli potenziali – sperano che il Framework Nations Concept farà assumere alla Germania più responsabilità nella sicurezza europea. Finora, la Germania e i suoi mini-eserciti multinazionali non sono altro che delle iniziative su piccola scala, ben lontane da un vero esercito europeo. Ma è probabile che l’iniziativa cresca.

I partner della Germania hanno sfruttato i vantaggi pratici dell’integrazione: per la Romania e la Repubblica Ceca, significa portare le proprie truppe allo stesso livello di addestramento delle forze tedesche; per i Paesi Bassi, ha significato riconquistare competenze coi carri armati (gli olandesi avevano venduto l’ultimo dei loro carri armati nel 2011, ma le truppe della 43a Brigata Meccanizzata, che sono in parte acquartierate con la Prima Divisione Blindata nella città tedesca occidentale di Oldenburg, ora guidano i carri armati tedeschi e potrebbero utilizzarli se schierati con il resto dell’esercito olandese). Il colonnello Anthony Leuvering, comandante della 43a Meccanizzata di base a Oldenburg, mi ha detto che l’integrazione ha avuto veramente pochi intoppi: “La Bundeswehr ha circa 180.000 unità, ma i tedeschi non ci trattano come l’ultima ruota del carro“. Si aspetta che altri paesi si uniscano all’iniziativa: “Molti, molti paesi vogliono collaborare con la Bundeswehr“. La Bundeswehr, a sua volta, ha in mente un elenco di partner secondari,ha dichiarato Robin Allers, un professore tedesco, associato presso l’Istituto norvegese per gli Studi sulla Difesa, che ha visto l’elenco dell’esercito tedesco. Secondo Masala, i paesi scandinavi, che già utilizzano una grande quantità di apparecchiature tedesche, sarebbero i migliori candidati per il prossimo ciclo di integrazione nella Bundeswehr.

Finora, l’approccio empirico di basso profilo del Framework Nations Concept è andato a vantaggio delle Germania; poche persone in Europa hanno obiettato all’integrazione di unità olandesi o rumene con le divisioni tedesche, in parte perché potrebbero non averla notata. E’ meno chiaro se ci saranno ripercussioni politiche nel caso in cui  più nazioni dovessero unirsi all’iniziativa.

Al di fuori della politica, il vero test sul valore del Framework Nations Concept sarà il successo in combattimento delle unità integrate. Ma la parte più complessa dell’integrazione, sul campo di battaglia e fuori, potrebbe rivelarsi la ricerca di una  lingua franca. Le truppe dovrebbero imparare le lingue gli uni degli altri? O il partner minoritario dovrebbe parlare tedesco? Il Colonello Leuvering, olandese di lingua tedesca, riferisce che la divisione bi-nazionale di Oldenburg si sta orientando verso l’uso dell’inglese.

germania_Bunderswehr

Siamo alle porte di una NATO Bis, con chissà quali conflitti e di un balzo avanti rispetto all’Eurogendfor del Trattato di Velsen.

Germania pronta a reclutare volontari in tutti i Paesi UE. 

L’europarlamentare Borghezio, preannunciando un’interrogazione, ha denunciato che, fra gennaio e febbraio, vi sono state, ad opera di navi sospette, moltissime consegne di merce in Europa dopo che le stesse avevano fatto sosta, spegnendo accuratamente i radar, in zone controllate dall’Isis e da Al Queda e si domanda: “Se oggi l’UE non è in grado di contrastare questi traffici, che valore possiamo dare al vasto programma sulla sicurezza e la difesa europea?”

Borghezio osserva non esserci una politica estera dell’Europa degna di questo nome, che definisca chi sono gli amici e i nemici, laddove è invece chiaro che oggi la minaccia viene dal terrorismo islamico e, ultimamente, dalla Turchia che prossima nuovamente a farci invadere.

Per quanto riguarda il progetto di ‘esercito europeo’, Borghezio sottolinea che “c’è già un Paese – la Germania -, la cui Bunderswehr si appresta a reclutare volontari in tutti i Paesi europei come si legge nel nuovo Libro Bianco del Dipartimento della Difesa tedesco”. E conclude osservando: “La Germania, dunque, dopo 70 anni si appresta a guidare l’Europa anche sul piano militare…” Così, l’On. Mario Borghezio – Deputato Lega Nord al P.E.

Marine Le Pen, allora candidata del Front National francese alle presidenziali, aveva accusato l’Unione europea di “deriva autoritaria” perché sta lavorando a un “progetto oscuro” di un esercito europeo che ha l’obiettivo di “tenere a bada il popolo con le armi”.

“Oggi il ‘sistema’ cerca di venderci l’idea assurda, stupida di un esercito europeo – aveva dichiarato Le Pen parlando a 1.500 persone durante un comizio in una sala mezza vuota – “L’Europa dal punto di vista della realtà politica e umana sarà sempre una moltitudine di popoli, di stati e di interessi. Quindi mi chiedo ancora, a che serve un esercito europeo?”. E la risposta che diede la candidata del Fn fu: “Forse per mettere a tacere tutte le velleità di indipendenza degli stati e finalmente tenere a bada il popolo con le armi?”. E ancora: “Questo costituirebbe una minaccia intollerabile per le libertà fondamentali dei popoli europei”E, per l’A.N.P.I. di Smuraglia, Marine Le Pen incarnerebbe il neo-fascismo!

1138.- L’ultimo affronto al milite ignoto: dimenticato in una scatola

L'ultimo affronto al milite ignoto: dimenticato in una scatola
Lo scheletro e uno scarpone ritrovati nella primavera 2015 nelle Dolomiti 

Lo scheletro dell’alpino, recuperato nel 2015 nelle Dolomiti, non ha una tomba per colpa della burocrazia

di PAOLO RIMUZ

Attenti: se trovate un Caduto, rimettetelo subito sotto terra. Riconsegnate il corpo alle stelle alpine, alle primule, alla pace ritrovata dei luoghi dove ha combattuto. Altrimenti, se ne denuncerete la presenza secondo le procedure di legge, lo farete finire in qualche sottoscala o in uno scaffale, ed egli diventerà numero, rapporto, carteggio, faldone, scartoffia, italica scocciatura. Sarà annichilito dagli ingranaggi di una macchina burocratica che ha dimenticato cosa sia la memoria e la riconoscenza per chi ha fatto il suo dovere.

È il destino del milite ignoto trovato nella primavera del 2015, a cent’anni esatti dall’inizio della Grande Guerra, sotto la Cima di Costabella in Dolomiti, tra la Marmolada e il Passo di San Pellegrino, dove Italiani e Austriaci si sono combattuti per due anni e mezzo in condizioni estreme. Ventidue mesi dopo il ritrovamento e trasferimento a valle, il cadavere è ancora lì, alla stazione dei Carabinieri di Moena, non si sa se in un sacco, una cassetta o una scatola, in attesa di un “Requiem” e di un camposanto dove riposare.

A Moena tutti hanno fatto il loro dovere. Il “recuperante”, Livio Defrancesco, che ha trovato il corpo senza nome in fondo a un canalone dopo un violento temporale che aveva smosso le ghiaie sopra lo scheletro. Il magistrato che ha avviato la pratica. I Carabinieri, che hanno avvertito i loro superiori. La stampa locale e nazionale, che ha informato gli Italiani.

Non il ministero della Difesa, che attraverso l’apposito istituto interforze denominato “Onorcaduti”, avrebbe dovuto occuparsi della sepoltura. Morale: i Cc di Moena vivono dal luglio del 2015 con in caserma un morto che nessuno vuole. Ci avranno fatto quasi l’abitudine, a quel mucchietto di femori, clavicole, costole e falangi, chiusi non si sa dove con probabile targhetta di cartone. Tutto questo a pochi chilometri dal cimitero militare di Santa Giuliana, a Vigo di Fassa, dove altri Caduti della Grande Guerra hanno trovato onorevole riposo, in una prateria con vista sui monti più belli del mondo.

E sì che, dal 2001, il comando di “Onorcaduti” è in mano a commissari scelti dall’arma dei Carabinieri, che alla tenenza di Moena avrebbero dovuto dare risposta immediata. Nell’ordine, i generali Bruno Scandone, Vittorio Barbato, Silvio Ghiselli e, ora, Rosario Aiosa, il quale si è trovato a fronteggiare le commemorazioni del centenario con mezzi inadeguati, in gran parte grazie all’aiuto volontario di associazioni combattentistiche e d’arma, a fronte di una situazione disastrosa, con ossari e cimiteri in pessime condizioni.

Se una civiltà si giudica dai suoi cimiteri, allora è possibile dire che con la nuova gestione sono finiti, anzi sepolti per sempre, i tempi in cui “Onorcaduti”, nati nel 1919 con al comando nientemeno che il generale Armando Diaz, portarono a compimento la missione in posti come El Alamein e il fronte russo. Tempi in cui l’istituto fu trascinato dall’entusiasmo di figure mitiche, come i generali Umberto Ricagno e Ferruccio Brandi, o da superiori iper-attivi come Benito Gavazza, che nel 1990 avviò il rimpatrio dei Caduti sul fronte del Don.

Ma tu chi sei, alpino di Costabella? Sì, perché tu, soldato, morto certamente in azione sul canalone Ovest della montagna, col cranio spaccato da un masso a soli cinquanta metri dalle linee austriache, eri un alpino che andava all’assalto. Un alpino gigantesco per l’epoca, alto sul metro e ottantacinque. Lo dicono i tuoi femori. Dovevano conoscerti tutti, per la tua forza. Lo sappiamo con sicurezza in che compagnia stavi, perché su quel tratto di fronte c’eravate solo voi, ragazzi della 206.a, battaglione Val Cordevole, settimo reggimento.

L'ultimo affronto al milite ignoto: dimenticato in una scatola

Tu ignori, per fortuna, la miseria dei nostri tempi. Noi, invece, sappiamo qualcosa di te e dei tuoi compagni. Eravate tappi di un metro e sessanta di media, ma capaci di sopportare fatiche da bestie. Gente come Giacomo Dall’Osbel detto “Ross faghèr”, faggio di pelo rosso, in grado di portare sulle spalle un quintale e mezzo in salita. O il vostro capitano, Arturo Andreoletti, immenso alpinista, che ebbe il fegato di mandare a quel paese il generale Peppino Garibaldi per gli ordini che dava, considerati suicidi.

Come l’assalto al Col di Lana, una vera tomba per gli Italiani. Sappiamo anche quando, presumibilmente, precipitasti in quel canalone: fu alla fine del tremendo inverno del 1916, in cui caddero, in Dolomiti, diciotto metri di neve.

L'ultimo affronto al milite ignoto: dimenticato in una scatola

Sono tutte cose che Livio Defrancesco sa bene. È da bambino che batte le sue montagne e oggi, con i materiali che ha trovato, ha aperto in casa propria uno dei più bei musei della guerra alpina. Si definisce un miracolato, per essere sopravvissuto a tre esplosioni, tra cui il botto micidiale di una bombarda. “I tre jolly della mia vita li ho già giocati”, commenta rudemente, come chi ha già visto cosa c’è oltre la linea d’ombra.

“Ero sotto la cima di Costabella a fare manutenzione dei sentieri – racconta – e ho visto delle scarpe chiodate, tipiche di quella guerra in montagna. Le ho prese in mano e ho sentito che dietro venivano i piedi, la gamba, il corpo. Le ossa erano perfette, grandi più del normale. Accanto al corpo, un arpione per far sicurezza ai compagni, una gavetta e una bomba a mano. Niente piastrina di riconoscimento. L’elmetto era spezzato. Era stato chiaramente portato via da una valanga o da una frana”.

L'ultimo affronto al milite ignoto: dimenticato in una scatola

Chissà se, attraverso questa denuncia, riusciremo a sapere il tuo nome, soldato di Costabella. “Gli alpini della 206.a compagnia non erano poi tanti, ed erano sicuramente bellunesi – commenta Mariolina Cattaneo, coordinatrice della rivista “L’Alpino” a Milano – se poi si pensa alla statura inconsueta dell’uomo e alla memoria leggendaria di quegli scontri, forse qualche parente o studioso della Grande Guerra si farà vivo per sciogliere l’enigma”.

E chissà, a quel punto, che non requiescat in pace.

da La Repubblica, 27 aprile 2017

1133.- LO SCANDALO DELLA GUARDIA COSTIERA che non fa la guardia ai clandestini.

C-RZHXBXkAYPH91.jpgCRONACHE DELL’INVASIONE. IL SENATO CHIEDE ALLA GUARDIA COSTIERA  PER QUALE MOTIVO NON FERMA I BARCONI

La Verita’  maurizio-belpietro Un po’ di chiarezza dal

quotidiano  indipendente  diretto da Maurizio-Belpietro

nave_diciotti_gc300714

Sotto accusa i controlli della Guardia costiera in mare e le ONG, che operano in Mediterraneo, sulle coste libiche, accusate di favorire gli scafisti, d’intesa con le nostre vedette. Finalmente, la Commissione del Senato ha convocato l’ammiraglio Vincenzo Melone per capire in che ruolo sta giocando.

Da un articolo di Francesco Borgonovo, 25 aprile.

“….  Viene da chiedersi, infatti, che ruolo giochi la Guardia costiera italiana in questa strana partita. Le Ong sentite dalla Commissione Difesa del Senato hanno dichiarato a più riprese di agire in accordo con le nostre autorità competenti. Giusto  ieri, i vertici di Medici senza frontiere hanno ribadito che le loro operazioni di soccorso “avvengono secondo il diritto del mare e dei rifugiati con il coordinamento e le indicazioni della Guardia costiera italiana”.

Il fatto è che le Ong non mentono. Sul sito Web della Guardia costiera troviamo, tra gli altri, un comunicato stampa del 6 aprile scorso che recita: “Sono circa 1350 i migranti tratti in salvo nella giornata di oggi, nel Mediterraneo centrale, in 12 distinte operazioni di soccorso coordinate dalla centrale operativa della Guardia costiera a Roma”. Leggendo il testo, si scopre che gli immigrati “a bordo di 1 barcone, 5 gommoni e 6 barchini” sono stati recuperati dalla nave Dattilo della Guardia costiera, ma pure “dalla nave Sea Watch 2 della Ong Sea Watch e dalla nave Golfo Azzurro della Ong Proactiva open arms”. Le Ong Sea Watch e Proactiva open arms sono tra quelle di cui si sta occupando la Commissione Difesa del Senato, ed è evidente che la Guardia costiera ha rapporti con loro. Del resto, sono le autorità italiane – come spiega nell’intervista a La Verità il il procuratore Vincenzo Zuccaro – ad autorizzare le operazioni di soccorso e a indicare alle navi delle Ong in quali porti devono attraccare. Che cosa sta succedendo, dunque? La Guardia costiera protegge le nostre coste oppure aiuta le associazioni straniere a traghettare qui gli immigrati?Speriamo di scoprirlo presto, precisamente la prima settimana di maggio, quando davanti alla commissione del Senato dovrebbe comparire l’ammiraglio Vincenzo Melone, l’ammiraglio che dal 2 novembre 2015 ricopre l’incarico di “comandante generale del Corpo delle capitanerie di porto – Guardia costiera”. Sarebbe il caso che melone spiegasse perché, invece di fermare l’invasione, le nostre navi la stiano di fatto consentendo se non agevolando. …”

E’ un fatto che la Marina ha dato all’Italia più dispiaceri che successi, da Lissa, alla notte di Taranto, alla resa della nave “Pola” a Matapan, alla fine penosa del Convoglio Duisburg, alla resa di Malta ed è senza pregio l’appellarsi alla Convenzione di Amburgo che si applica a casi eccezionali, come ai naufragi e non al traffico di esseri umani!

Il traffico prosegue a ritmo battente. Ora ci sono 3-4 navi delle ONG vicino alle acque libiche, una sta operando ai limiti delle acque tunisine (ma poi li porterà in Italia), una è risalpata da Malta e un’altra della tedesca  solo poche ore fa.

 

1131.- GENERALI FRANCESI. COSA PENSANO DEL PENTAGONO E DELLE SUE IMPRESE.

Di Maurizio Blondet

Il generale Dominique Delawarde, francese,  è stato capo della Guerra Elettronica e Informazione allo Stato Maggiore Interarmi di pianificazione operativa.  Sulle ultime imprese del Pentagono, e specie sul  lancio della MOAB,  descritta dai media occidentalisti come  la tremenda “madre di tutte le bombe”, la “bomba non atomica più potente  in mano ai militari Usa”,  ha scritto un rapporto, come dire?, alquanto beffardo. Che dice qualcosa sulla considerazione in cui gli alti gradi militari  di  Francia tengono la qualità militare della Unica Superpotenza Rimasta.

General_Dominique_DELAWARDE
generale Dominique Delawarde– Ancien chef «Situation-Renseignement-Guerre électronique» à l’État-major interarmées de planification opérationnelle

Vale la  pena di tradurre:

“Una settimana dopo il suo attacco spettacolare ed illegale in Siria, Trump continua la sua dimostrazione di forza in Afghanistan utilizzando per la prima volta la bomba ‘non-nucleare’ più potente del suo  arsenale,   soprannominata MOAB (Mother of all Bombs).  Con questa nuova iniziativa, offre a ciascuno l’opportunità di porsi delle domande sugli attacchi Usa in generale, e questo in particolare.

1 – Quadro  generale.

In  base alle fonti ufficiali Usa  facilmente consultabili  (

http://blogs.cfr.org/zenko/2017/01/05/bombs-dropped-in-2016/

http://www.afcent.af.mil/Portals/82/December%20Airpower%20Summary.pdf?ver=2017-01-04-094321-250)

appare che, in rigorosa applicazione del diritto del più forte, senza accordo dell’Onu  e in genere senza l’accordo dello Stato interessato,  le forze  aeree Usa  hanno nel 2016  bombardato 7 paesi e lanciato un totale di 26.172 bombe,  al minimo.

Un totale impressionante che è in aumento: di 3 mila bombe (+12%)  rispetto al 2015. Da notare: la US  Air Force ha effettuato il 67% dei bombardamenti della coalizione occidentale in Irak, con il consenso del governo, e il 96% dei bombardamenti della coalizione in Siria  senza  consenso del governo legale. Questo scarto percentuale sembra mostrare una reticenza della maggioranza dei paesi della coalizione ad intervenire in Siria  senza mandato Onu e senza il permesso del governo legale.

II – Il bombardamento in Afghanistan

Schermata 2017-04-13 alle 22.23.21

Giovedì 13 aprile alle  ore  19.32 locali, l’US Air Force ha lanciato da  un C130 il  primo  esemplare, dei 15-20 esemplari in servizio, della sua “Mega bomba a spostamento d’aria” (GBU-43/B Massive Ordnance Air Blast Bomb: MOAB) su una rete di tunnel fortificati che  sarebbero serviti di base a Daesh.  Il  lancio è stato fatto col consenso del presidente afghano Ashraf Ghani.

moab-effetti

(Effetti del MOAB, prima e dopo)

Testata prima della messa in servizio nel 2003, questa bomba,   la più potente  non-nucleare dell’arsenale Usa, pesa 10,3 tonnellate, sviluppa  una potenza esplosiva equivalente a 11 tonnellate di tritolo e costa  16 milioni di dollari ad unità,  ossia il prezzo di 16  o  25  missili Tomahawk, secondo i modelli di quest’ultimi.  Il suo raggio di efficacia totale  di soli 150  metri.

Particolare aneddotico, secondo il New York Times,  la rete di tunnel presi di mira sarebbe stata finanziata con varie decine di milioni di dollari, negli anni ’80 dalla Cia,  per  sostenere i mujaheddin nella loro lotta contro l’URSS  (il contribuente americano paga la costruzione, e poi la distruzione…).

“E i russi ce l’hanno più grossa…”

“Altro dettaglio aneddotico:  la famosa MOAB è largamente superata in potenza ed efficacia dalla «Aviation Thermobaric Bomb of Increased Power».  Questa bomba non nucleare russa, testata prima della sua messa in servizio nel 2007,  è stata, per derisione del MOAB, FOAB (Father of  all  Bombs). Essa è del 30% più   leggera della MOAB (7,1  tonnellate contro più di 8) ma sviluppa una potenza esplosiva equivalente  a 44  tonnellate di TNT (4 volte superiore a quella di 10 tonn del MOAB Usa), grazie al suo esplosivo sviluppato con l’impiego di nanotecnologie.  Il suo raggio di efficacia è di 300 metri, il doppio di quella americana.

images

Un fotomontaggio russo che mostra la FOAB e il suo vettore Tupolev Tu 160

Quanto all’efficacia dell’attacco in Afghanistan, abbiamo due versioni di cui nessuna può esser considerata più valida dell’altra. Il comunicato “Us government – Afghan” rende conto di 96  combattenti di DAESH uccisi. Il comunicato di DAESH  sostiene che questo    attacco non ha fatto alcuna vittima.  Siamo qui nella guerra dell’informazione e dei comunicati.

III – Conclusioni.

Braccato  quotidianamente dai media e dai neocon da quando è entrato in funzione, Trump sembra lanciarsi in una retotica  bellicista per tre ragioni:

  • Disarmare i neocon e dare qualcos’altro da raccontare ai media perché lo lascino un po’ in pace. Questa tecnica è stata utilizzata con successo da Bill Clinton il 16  dicembre 1998,  alla vigilia dell’esame per la sua destituzione (impeachment) da  parte della  camera dei rappresentanti per le sue menzogne nell’affare Lewinsky: allora ordinò degli attacchi aerei sull’Irak (Operazione Desert Fox).  Furono lanciati 415 missili Tomahawks facendo da 600 a 2 mila uccisi  in  3 giorni.  L’attenzione dei media fu distolta dallo scandalo Lewinsky.  Beninteso, gli iracheni ne hanno  pagato  il prezzo.
  • Dare agli americani “lambda” l’immagine di un comandante in capo solido, determinato, che non arretra, e tentare di ricostruire un minimo di coesione e di unità nella popolazione USA :  non c’è niente come una buona guerra per unificare un paese [effettivamente la popolarità di Donald è salita  al 50%  dopo il lancio dei Tomahawks.  ]
  • Inviare un messaggio subliminale agli  avversari (Siria, Iran, Corea del Nord, Russia, Cina..): “Gli Usa sono forti, fortissimi. Possono agire in modo unilaterale, brutale e imprevedibile, senza il permesso dell’ONU.  Il loro comandante in capo non esiterà..”.

Dunque questi bombardamenti hanno  meno a che fare con la ricerca de una efficacia militare, che con “cinema e comunicazione”.  La semplice aritmetica mostra che le 26.172 bombe lanciate dagli Us Air Force nel 2016 rappresentano, senza fare altrettanto rumore, l’equivalente di 3 MOAB al giorno”.

 “I militari  USa hanno  ancora i mezzi per le loro ambizioni?”

 Ora,  per i lettori dei nostri blog alternativi quelle qui date dal generale non sono novità sensazionali. Ma  il punto è che   vengono da un esperto militare, uno specialista in valutazioni strategiche e  operative:  che non nasconde il suo disprezzo per la puerilità, incompetenza e nullità tattica e  strategica delle scelte militari della supposta superpotenza. Lo spreco di risorse costosissime per “il cinema”   suscita nel generale Delawarde i sarcasmi  che abbiamo letto.

Una tale valutazione delle sceneggiate aggressive americane è, vedo, largamente condivisa negli ambienti francesi della Difesa.

Il sito Dedefensa, spesso da noi citato, interpreta la furia bellicista di Trump e dei generali che gli hanno messo attorno (McMaster come  capo del consiglio di sicurezza nazionale, Mattis al Pentagono)  quasi come un rabbioso attacco di panico di fronte alla scoperta che le forze armate russe sono state ricostituite, snelle ed efficaci, mentre negli ultimi vent’anni “la situazione generale  delle forze Usa s’è naturalmente degradata, come è naturale per un bilancio militare che arriva penosamente [sic: sarcasmo] a 700 miliardi di dollari l’anno [la spesa della difesa russa è inferiore di 10 volte, ndr.] –   Il Pentagono è da molto tempo  ormai in una crisi costante di gestione,  ossia nell’incapacità di realizzare un lavoro normale di produzione, manutenzione e modernizzazione delle forze armate  esistenti, e non si parla del loro rafforzamento.  La situazione di queste forze armate che sono all’opera un po’ dappertutto [700 basi all’estero!, ndr.] è dunque estremamente indebolita,  costantemente  in durata, con la tendenza normale all’indebolimento a causa dell’invecchiamento e dell’usura dei materiali”.

[…] “Questi militari si trovano più o meno a dover frenare insieme  i loro ardori e la  belva che hanno scatenato in Trump, nella misura in cui si accorgono, presto, che non hanno  i mezzi per le loro ambizioni”.

Giorni fa  si è attribuito al generale McMaster  il progetto di  mandare 50 mila uomini che avrebbe voluto mandare in Siria, a combattere Assad (e i russi, gli iraniani, Hezbollah..) ma poi, è caduto il silenzio.   Il clamore è stato puntato sulle portaerei  mandate  a minacciare la Corea del Nord – cosa che Emmanuel Todd ha chiamato operazione di “militarismo teatrale”  – e i media volonterosi hanno restituito agli Usa la corona di gendarme del mondo, e a Trump quella del solito grande presidente americano di guerra.  Per Philippe Gasset  di Dedefensa,  “diventa un Trump che  ogni volta conduce  la macchina dell’americanismo all’orlo dell’abisso di decisioni sempre più difficili da prendere”.

Come abbiamo detto  (grazie amico Nicolas Bonnal che l’ha segnalato), Emmanuel Todd parla di “militarismo teatrale” : attenzione:   ne parlava già 15 anni fa nel suo saggio Aprés l’Empire  (2001), dove profetizzava il declino della superpotenza.

“Assistiamo a un militarismo teatrale che comprende tre elementi essenziali:

  • Mai risolvere un problema, onde giustificare  l’azione militare indefinita dell’unica superpotenza su scala planetaria.
  • Prendersela con micro-potenze  – Irak, Iran, Corea del Nord, Cuba eccetera. Il solo modo di restare politicamente al centro del mondo è di “affrontare” degli attori minori, valorizzanti per la potenza americana, onde impedire, o almeno ritardare la presa di coscienza delle potenze maggiori chiamate a condividere con gli Stati Uniti il controllo del pianeta: l’Europa, il Giappone e  la Russia a medio termine, la Cina a più lungo termine.
  • Sviluppare armi nuove, che si suppone mettano gli Stati Uniti “più avanti” nella corsa agli armamenti, che non deve mai cessare.

Questa strategia  – concludeva Emmanuel Todd nel 2001 –  fa dell’America un ostacolo nuovo e inatteso alla pace nel mondo”.

Chiunque vede, spero, la pericolosità  di questa psiche collettiva: la Superpotenza  dubita di poter vincere una guerra contro una  vera forza armata moderna, e perciò non solo provoca  sovversioni e destabilizzazioni, ma è tentata di rincarare la posta per poter  ricorrere all’unico apparato militare in cui ha, o crede, di “essere ancora più avanti”: l’arma atomica.

Rammodernare e sofisticare armamento nucleare con “nuove armi avanzate”  era l’ossessione del precedente ministro della Difesa americano, Ashton Carter, colto da rabbia e panico alla scoperta che la Russia   era intervenuta  in Siria, spostando i suoi caccia e bombardieri senza che la  costosissima intelligence Usa (17  enti) se ne accorgesse.

Di fatto,   come ha rivelato Manlio Dinucci del Manifesto,  Washington ha messo a punto la nuova bomba atomica B61-12 che potrà essere adesso prodotta in serie,  e che gli Usa daranno da lanciare anche “all’aviazione italiana, in violazione dei trattati di non-proliferazione e della  Costituzione italiana” (la più bella del mondo)..(ma in galera non va mai nessuno? ndr).

b61

La B61-12, nuova bomba nucleare USA destinata a sostituire la B-61 schierata in Italia e altrove, è nella fase di ingegnerizzazione che prepara la produzione in serie

“La B61-12 non è una semplice versione ammodernata della precedente, ma una nuova arma: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili a seconda dell’obiettivo da colpire;  un sistema di guida che permette di sganciarla non in verticale, ma a distanza dall’obiettivo; la capacità  di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un first strike nucleare”.

E ricorda che quando ebbero l’ordine di mandare altri uomini per la “Operazione Serval in Mali” (una guerra di tuareg contro il governo di Bamako, presto metamorfosata in Al Qaeda nel Maghreb Islamico, 2012-2015), “il capo di stato maggiore generale e i capi di SM delle tre armi si sono detti pronti a dare le dimissioni al ministro della difesa. La gente non lo sa, ma venti generali erano pronti a seguire i loro capi.  Bisogna rompere il silenzio per consentire una presa di coscienza. La politica esita troppo: se non è messa davanti  a situazioni drammatiche, non si prendono decisioni”.

Leggete il resto qui:

http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=127673

Air Force Nuclear Weapons Center comunica il 13 aprile che, nel poligono di Nellis in Nevada, «un caccia F-16 della U.S. Air Force ha sganciato una bomba nucleare B61-12 inerte, dimostrando la capacità dell’aereo di usare quest’arma e testando il funzionamento dei componenti non-nucleari della bomba, compresi l’armamento e azionamento del sistema di controllo, il radar altimetrico, i motori dei razzi di rotazione e il computer di controllo». Ciò indica che la B61-12, la nuova bomba nucleare USA destinata a sostituire la B-61 schierata in Italia e altri paesi europei, è ormai nella fase di ingegnerizzazione che prepara la produzione in serie. I molti componenti della B61-12 vengono progettati e testati nei laboratori nazionali di Los Alamos e Albuquerque (Nuovo Messico), di Livermore (California), e prodotti in una serie di impianti in Missouri, Texas, Carolina del sud, Tennessee. Si aggiunge a questi la sezione di coda per la guida di precisione, fornita dalla Boeing.
La B61-12 non è una semplice versione ammodernata della precedente, ma una nuova arma: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili a seconda dell’obiettivo da colpire;  un sistema di guida che permette di sganciarla non in verticale, ma a distanza dall’obiettivo; la capacità  di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un first strike nucleare.
Il test conferma che la nuova bomba nucleare può essere sganciata dai caccia F-16 (modello C/D) della 31st Fighter Wing, la squadriglia di cacciabombardieri USA dislocata ad Aviano (Pordenone), pronta all’attacco attualmente con 50 bombe B61 (numero stimato dalla Fas, la Federazione degli scienziati americani).
2560px-B-61_bomb_rack.jpgCome siamo diventati guerrafondai e come finiremo fra le scorie nucleari, a nostra insaputa

La B61-12, specifica il comunicato, può essere sganciata anche da cacciabombardieri Tornado PA-200, tipo quelli del 6° Stormo dell’Aeronautica italiana schierati a Ghedi (Brescia), pronti all’attacco nucleare attualmente con 20 bombe B61. In attesa che arrivino anche all’aeronautica italiana i caccia F-35 nei quali, annuncia la U.S. Air Force, «sarà integrata la B61-12».

Che piloti italiani vengano addestrati all’attacco nucleare sotto comando USA – scrive la Fas – lo dimostra la presenza a Ghedi del 704th Munitions Support Squadron, una delle quattro unità della U.S. Air Force dislocate nelle basi europee (oltre che in Italia, in Germania, Belgio e Olanda, da decenni, almeno dagli anni ‘60) «dove le armi nucleari USA sono destinate al lancio da parte di aerei del paese ospite». I piloti dei quattro paesi europei e quelli turchi vengono addestrati all’uso delle B-61, e ora delle B61-12, nella Steadfast Noon, l’esercitazione annuale NATO di guerra nucleare. Nel 2013 si è svolta ad Aviano, nel 2014 a Ghedi.
Secondo il programma, le B61-12, il cui costo è previsto in 8-10 miliardi di dollari per 480 bombe,  cominceranno ad essere fabbricate in serie nel 2020. Da allora saranno sostituite alle B-61 in Italia e negli altri paesi europei. Foto satellitari, diffuse dalla Fas, mostrano che nelle basi di Aviano e Ghedi, e nelle altre in Europa e Turchia,  sono già state effettuate modifiche a tale scopo.
Non si sa quante B61-12 siano destinate all’Italia, ma non è escluso, data la crescente tensione con la Russia, che il loro numero sia maggiore di quello delle attuali B61. Non è neppure escluso che, oltre che ad Aviano e Ghedi, esse vengano dislocate in altre basi, tipo quella di Camp Darby dove sono stoccate le bombe della U.S. Air Force.
Il fatto che, all’esercitazione NATO di guerra nucleare svoltasi a Ghedi nel 2014, abbiano preso parte per la prima volta anche piloti polacchi con cacciabombardieri F-16C/D, indica che con tutta probabilità le B61-12 saranno schierate anche in Polonia e in altri paesi dell’Est. Caccia F-16 e altri aerei NATO a duplice capacità convenzionale e nucleare sono dislocati, a rotazione, nelle repubbliche baltiche a ridosso della Russia.
Una volta iniziato nel 2020 (ma non è escluso anche prima) lo schieramento in Europa della B61-12, definita dal Pentagono «elemento fondamentale della triade nucleare USA» (terrestre, navale e aerea), l’Italia, ufficialmente . per il suo popolo – paese non-nucleare, verrà confermata nella prima linea di un ancora più pericoloso confronto nucleare tra USA/NATO e Russia.
Lo stesso  generale James Cartwright, già capo del Comando strategico degli Stati uniti, avverte che «armi nucleari come le B61-12 di minore potenza (da 0,3 a 50 kiloton) e più precise aumentano la tentazione di usarle, perfino di usarle per primi invece che per rappresaglia». In tal caso è certo che l’Italia sarebbe il primo bersaglio della inevitabile rappresaglia nucleare.
Fonte: il manifesto, 18 aprile 2017.

NEWS_263051

Due parole sul generale Delawarde e i  suoi sarcasmi. Il fatto che li abbia resi pubblici è una rottura della norma, da parte di un ufficiale dell’intelligence. Essa riflette il nervosismo, anzi l’insofferenza degli alti gradi francesi, al comando della sola forza armata in Europa di alta qualità e di specifica cultura (giacobino-napoleonica, e patriottico-gaullista,  comunque sia  non-atlantista), di  essere stati assoggettati dai politici borghesi (Sarkozy e Hollande) alla NATO, e al comando di una simile forza idiota e pericolosa.

Da tempo i generali francesi danno segni di volontà di critica radicale al potere civile e alle sue politiche.  Il generale Tauzin ha tentato di presentarsi alle elezioni presidenziali, deriso dai media. Un generale Picquemal ha partecipato a  manifestazioni contro “l’accoglienza” dei “migranti”, ed è stato per questo sottoposto a sanzioni disciplinari .

ob_98215b_cajtpk4wcaewp87

Generale Chistian Piquemal
Si può arrestare un generale pluridecorato, un eroe per l’opinione pubblica, uno che ha servito la patria con lealtà e abnegazione, senza mai venir meno ai suoi doveri, reo di aver partecipato ad una manifestazione non  autorizzata a Calais (6 febbraio 2016,ndr)? Stiamo parlando di Chistian Piquemal, reduce dall’Algeria, alla testa di un infinità di missioni segrete come capo della Legione straniera, chiamato dai governi francesi (anche da quelli a guida socialista) a condurre delicate e pericolose azioni militari in Ciad, Nuova Caledonia, Bosnia. Il generale Piquemal , 75 anni, è presidente di “Citoyens-Patriotes”, una associazione che si prefigge di difendere la nazione, la sua identità e i diritti dei cittadini. Sabato scorso i “Patrioti” avevano aderito alle manifestazioni indette dal movimento Pegida (Patriottici europei contro l’islamizzazione dell’Occidente) in molte città europee. Quella di Calais, dove vivono cinquemila persone tra immigrati e rifugiati, era stata vietata dalle autorità. Nonostante il divieto migliaia di persone si erano presentate all’appuntamento. Tra queste, il generale Piquemal. Per il quale è scattato  il fermo e la custodia cautelare. Un’onta alla quale il militare non ha retto. Dopo 50 ore di arresto, Piquemal si è sentito male. Di qui il ricovero immediato in ospedale e, dopo la visita, il permesso di tornare a casa per riprendersi. Secondo i medici le sue condizioni di salute non erano tali da consentirgli di poter essere  presente alla udienza prevista per lunedì scorso. Udienza spostata , quindi, al 12 maggio. L’arresto di Piquemal ha provocato un’ondata di sdegno in tutta la Francia. E la reazione, soprattutto, della destra francese, a cominciare dal Front National di Marine e Marion Le Pen.  Pochi istanti prima di essere arrestato, Piquemal aveva parlato in Tv definendo “scandalosa” la proibizione della manifestazione e censurando il comportamento di quei gendarmi che “quando risuona la Marsigliese restano a riposo invece di mettersi sull’attenti e cantare con noi”. “Questo mi dice che la Francia sta morendo”, aveva aggiunto. Il governo di Hollande è considerato privo di nerbo difronte alla minaccia terroristica e permissivo nei confronti di chi infanga la reputazione della Francia “faro di civiltà”. Si permette – è l’accusa che viene dalla destra e non solo dalla destra – che i militanti di sinistra imbrattino la statua del generale De Gaulle e poi si fa arrestare un eroe pluridecorato  perché ha manifestato contro l’invasione di immigrati. Un problema sul quale la gran parte dell’opinione pubblica transalpina la pensa come Piquemal. (di Karim Bruno)

General-Piquemal-arrestato

Un generale Soubelet  ha appoggiato il candidato Macron per qualche settimana, per poi allontanarsene quando ha visto che dietro a Macron c’era Hollande…Adesso il  presidente degli ufficiali della riserva, generale Anoine Martinez, ha scritto un libro  “Quand la Grande Muette prendra la parole” –   (la Grande Muta è, per tradizione, l’Armée Francaise,  per dire che obbedisce tacendo – anche se freme) dove dice: basta con questo dovere di tacere; abbiamo il dovere di parlare. E giù critiche alla politica  di immigrazione, “importiamo una religione che vuole la nostra morte” – e racconta di episodi di ammutinamento di soldati “francesi” islamici  in zone d’operazione in paesi musulmani –   giù allarmi sulla “unità della Nazione” in pericolo,  giù  critiche alla riduzione di  personale:

“Le forze armate sono state tagliate di 54 mila uomini fra il 2008 e il 2015. L’attuale presidente [Hollande] ha previsto di ridurle di altri 34 mila uomini, insomma circa 90 mila uomini in   meno. Ciò pone enormi problemi di avvicendamenti, anche perché non sono mai state tanto impegnate all’estero come adesso”.GRANDE-MUETTE

1110.- Attacco missilistico: gli S-300 o i Su-34M hanno funzionato e gli USA sospendono i voli sulla Siria; ma sui gas a Idlib è il tempo dell’orribile verità!

Ancora notizie sui danni subiti dai siriani e sul fallimento dei Tomahawk. La Siria ci ha posto di fronte a una superiorità tecnologica dei russi cui non eravamo preparati e non lo erano neppure gli Stati Uniti. Per questo, Trump e il Pentagono hanno messo rapidamente in campo 54 miliardi di finanziamenti per l’industria bellica. A noi italiani resta l’amaro delle notizie pessime sull’efficacia degli F-35.

Dal lancio dei 59 missili Tomahawk contro un aerodromo di Homs, una domanda continua ad emergere in ogni analisi: 23 dei 59 missili da crociera degli Stati Uniti hanno colpito il bersaglio. E il resto? Cos’è successo agli altri 34 Tomahawk sparati dalle due navi da guerra statunitensi dispiegate nel Mediterraneo? La risposta sarebbe nel video diffuso da al-Alam: la contraerea siriana intercettava e distruggeva 34 missili Tomahawk prima che raggiungessero la base aerea Shayrat. L’informazione evidenzia il decreto della presidenza siriana per intercettare e abbattere i missili degli Stati Uniti fin dal primo minuto dell’attacco.

111

Altri analisti indicano il ruolo dei radar russi che sarebbero subito entrati in azione dopo il lancio del primo missile. Si tratta degli S-300 siriani o degli S-400 russi schierati in Siria (ma anche della capacità del radar look-down dell’us-34M)? Perché nascondere questa “risposta pungente” e riferirla due giorni dopo l’attacco? Il video pubblicato da fonti militari siriane dimostra una cosa: se la Siria e l’alleata Russia ne hanno evitato la diffusione a poche ore dagli attacchi degli Stati Uniti, lo era per evitare un’escalation. Ma con l’intensa campagna di minacce a Siria e Russia non ci sarebbe forse motivo di non rivelare “le debolezze missilistiche degli Stati Uniti” e “la potenza della difesa aerea siriana”.
Gli Stati Uniti annunciarono, tramite il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer, di non avere preavvertito la Russia dell’attacco contro il territorio siriano. All’inviata di Fox News, il portavoce diceva che “non avemmo alcun contatto con la leadership politica russa”, il che significa che gli Stati Uniti in realtà volevano “anticipare” i russi. Ma la sorpresa non sembra “esser andata bene!” Gli analisti dicono ancora che la Russia, le cui navi da guerra tornano nel Mediterraneo, ha dimostrato moderazione evitando una “guerra balistica” che poterebbe alla “guerra nucleare”.

syaaf-mig-29-3423

La Syrian Arab Air Force ha deciso di rischierare i propri aerei da combattimento per impedire di essere distrutti da nuovi attacchi con missili da crociera. I caccia Mikojan MiG-29SM sono stati trasferiti ad Humaymim. Altri velivoli d’attacco venivano sparsi su vari aeroporti secondari. Damasco ha tratto insegnamento da iraniani e iracheni. Durante la seconda guerra del Golfo, nel 1991, l’Iraq trasferì i suoi migliori aerei da combattimento in Iran, con cui fu in guerra fino al 1988. Questi velivoli non furono mai restituiti. Il 16 gennaio 1991 gli Stati Uniti scatenarono una grande guerra aerea contro l’Iraq, dal risultato controverso. L’Iraq poi avrebbe fatto ricorso a uno stratagemma molto vecchio con esche a basso costo che le forze della coalizione di Washington si affrettarono a bombardare con missili e munizioni dal valore in peso d’oro. L’attacco con i missili da crociera degli Stati Uniti su ordine di Trump contro una base aerea siriana, ha molte incognite.

Il destino dei missili Tomahawk “perduti”, 36 unità su 59 sparate dalle navi di superficie dell’US Navy dal Mediterraneo orientale, rimane un enigma. Il resto dei missili colpì una zona di 300-4000 metri presso la base al-Shayrat; solo 10 missili Tomahawk raggiunsero un hangar fortificato della base, distruggendo un radar e 7 aerei da combattimento, per lo più Mikojan MiG-23 non operativi. 10 civili e 4 soldati furono uccisi nella città omonima adiacente alla base attaccata.

C80m807WsAE6sD3

Questa immagine mostra il fallimento dei Tomahawk

Schermata 2017-04-11 alle 16.10.41.png

Schermata 2017-04-11 alle 16.09.51

Le immagini degli aerei siriani distrutti, diffuse dall’agenzia RUPTLY, sono quelle del loro deposito rottami, con resti di Mig 17, 21 e 23 sparsi e abbandonati.

Gli USA hanno paura di bombardare la Siria dopo che la Russia ha interrotto le comunicazioni. Così titolava Marko Marjanovic, su Russia Insider, il 10/04/2017.
Le missioni di bombardamento degli Stati Uniti sulla Siria sono crollate dopo l’attacco missilistico del 6 aprile. Colpendo le forze siriane il 6 aprile con missili da crociera, gli Stati Uniti dimostravano ‘determinazione’. Tanta ‘determinazione’ che ora temono di sorvolare la Siria per timore che i russi li abbattano.
Ufficiali degli USA hanno detto al New York Times: “La task force statunitense che combatte lo Stato islamico ha drasticamente ridotto gli attacchi aerei sui terroristi in Siria, mentre i comandanti valutano se le forze del governo siriano o degli alleati russi hanno intenzione di rispondere all’attacco con i missili da crociera degli Stati Uniti sulla base aerea siriana, della scorsa settimana, dicono gli ufficiali statunitensi”. A parte la dimostrazione di quanto sia duro Trump, l’attacco degli Stati Uniti ha tolto agli ascari degli USA in Siria il supporto di cui godevano prima, mentre la battaglia per Raqqa s’intensifica. Gli USA adesso si limitano ai soli attacchi essenziali, scortandoli con costosi caccia F-22 (il Belgio nel frattempo ha sospeso le operazioni).
L’insicurezza degli Stati Uniti non è solo causata dall’attacco con i missili da crociera, ma più specificamente dalla reazione russa. Subito dopo, i russi sospendevano la linea telefonica di “deconflitto” con gli statunitensi, che ora devono indovinare le intenzioni dei russi. Non v’è stato un simile calo degli attacchi aerei siriani e russi. Infatti numerosi attacchi alle posizioni dei terroristi venivano riportati nel fine settimana. È interesse russo e statunitense che la linea di deconflitto sia ripristinata, ma gli statunitensi ne hanno un bisogno più urgente e i russi vi faranno leva. Lungi dal potenziare il prestigio degli Stati Uniti, l’attacco del 6 aprile e le sue conseguenze si ridimensionano agli occhi degli osservatori più attenti.

new_jpeg_image_0

Le icone rosse indicano le operazioni russe, “quella blu” le operazioni statunitensi.

Sui gas a Idlib è tempo di verità: le foto che i media non vi hanno fatto vedere perché non vogliono

e05e99b8a222925b0fddc2b26815dea9.jpg

“Bombardamento con armi chimiche di un ospedale a Idlib.” Questa la versione dei “ribelli siriani” e di tutta la stampa mainstream della strage di Idlib, (incredibilmente, diffusa anche dalla Boldrini.

Ma alcune foto (forse scattate con il cellulare dai “ribelli”e trafugate dai servizi segreti siriani)  pubblicate, tra gli altri, sull’Antidiplomatico mostrano tutt’altro: “ribelli” protetti con tute NBC dotate di respiratore che agiscono non già in un ospedale o in un centro urbano ma in quella che appare essere un deposito incastonato in una cava.

Area, tra l’altro, sorvegliata da una garitta posta in alto dove operano “Elmetti bianchi” che altro non sono che miliziani di Al-Nusra (si noti la bandiera).

Un’area invasa da gas (fuoriuscito forse accidentalmente) e che ha ucciso qualche combattente dell’ISIS. Altro che “bambini” e “civili inermi” come strombazzato dal “giornalista” dell’ex Aleppo Media Center che la bufala l’ha diffusa il giorno prima del famoso bombardamento dell’aviazione siriana.

E ora?
Spero non sia confermata l’ipotesi avanzata da un’organizzazione di medici svedesi, per la quale, in un momento differente dal raid aerei, al fine di simulare l’attacco chimico, alcuni bambini, poi apparsi in filmati diffusi dai terroristi, sono stati drogati, uccisi e disposti in posa per le riprese. Saremmo al di là, quanto a mostruosità, anche delle solite, sporche operazioni di pochi criminali senza scrupoli, già praticate in passato (ad esempio quando questa “manovra”, fu inscenata con cadaveri dissotterrati, a Timisoara in Romania).

Bambini intenzionalmente uccisi dai “ribelli siriani” per rendere più convincenti i loro video

aecd60902d6c835f6c84d0906078c575.png

Strage di  Idlib. Bambini intenzionalmente uccisi dai “ribelli siriani” per rendere più convincenti i loro video da rifilare ai media occidentali?  La risposta è si. Bambini uccisi con un ago nel cuore (come analizzato dall’Associazione Swedish Doctors For Human Rights  e divulgato, per primo in Italia, da questo dettagliato articolo), bambini uccisi con colpi sul cranio (come attestato dalle foto pubblicate in questo sito). E così trova una logica l’altrimenti inspiegabile trasporto del corpo di un bambino verso la postazione dei ribelli, già colpita da una fuoriuscita di gas tossico, disseminata di corpi di miliziani uccisi dal gas e di comparse. Resta, comunque, una domanda: chi sono quei bambini? Forse, non lo sapremo mai. Nel 2013, dopo la strage del gas a Ghouta, il Rapporto dell’ISTEAMS “The East Ghouta False Flag Chemical Attacks” suggeriva che molti corpi raffigurati nei video potessero essere quelli di bambini rapiti, mesi prima, a scopo di estorsione, dai “ribelli” nell’area di Latakia. Una ipotesi non impossibile da verificare rintracciando foto di quei bambini che, verosimilmente, erano ancora conservate dai loro genitori. Purtroppo, il caos della guerra, con il conseguente fiume di profughi, e le difficoltà di una organizzazione piccola e priva di risorse come l’ISTEAMS rese impossibile questo confronto. Anche perché  l’indagine internazionale chiesta dal Governo di Damasco all’ONU non è stata mai svolta.Un’ultima considerazione. Per la crudezza dell’argomento, questo articolo – a differenza di tanti altri pubblicati da l’Antidiplomatico – non riporta in evidenza foto o video. Chi volesse, comunque avere tangibili prove di quanto qui affermato non ha che utilizzare i link. E speriamo che questa volontà di approfondire la conoscenza di una storia così terribile sorga anche per disinformati parlamentari o per le tante persone, capitanate da Luciana Littizzetto, oggi impegnate nella campagna mediatica #everychildismychild.Francesco Santoianni

Invece….

1097.- Ma davvero la superpotenza è invincibile?

Solo 23 Tomawak a segno su 59! Quanto valgono le Forze Armate che il Governo USA oppone a Cina e Russia e che condizionano le nostre? Maurizio Blondet scriveva due anni fa: “Ma davvero la superpotenza è invincibile?” Il dubbio rimane.

Posto qui alcune considerazioni che vengono da fonti militari estere – di cui non posso giudicare la qualità e veridicità. Ma tuttavia, interessanti. La prima viene da Valentin Vasilescu, pilota da guerra, già vice-comandante militare dell’aeroporto di Otopeni, diplomato all’Accademia militare di Bucarest – e aggiungo io – palesemente filo-Mosca.

Siria: come ci sono arrivati i caccia russi senza esser visti?

Solo a cose fatte, dalle foto satellitari che mostrano gli apparecchi parcheggiati satelit-russian-federationa lato della pista di Latakia, l’Occidente – che ha cercato in tutti i modi di chiudere loro lo spazio aereo degli stati che avrebbero sorvolato – s’è accorto che erano ormai lì. Sono 12 Su-25SM e 16 elicotteri d’attacco e di trasporto Mi-24PN, Mi-35M, Mi-8AMTSh. Erano di stanza (dice Vasilescu) nelle “ basi 387 et 368 di Boudionnovsk nel Caucaso”, e sono apparsi lì. Teleportati?

La sorpresa ha preoccupato Israele abbastanza da far alzare in volo, il 20 settembre (dopo che le immagini satellitari avevano mostrato i russi a Latakia), uno dei suoi mini-AWACS, un Gulfstream G550 lungo la costa libanese del Mediterraneo, e quasi fino a Cipro – apparentemente due volte – senza che i suoi radar segnalassero niente. Come dimostrerebbe l’erratica rotta tenuta:

mappa mini awacs

I mezzi russi  sono giunti nella pancia di un Antonov? O al suo fianco, volando alla stessa velocità in formazione serrata, condizione in cui gli echi-radar si fondono? Questo può valere per i Sukhoi (ma se vengono da 2400 chilometri, devono essere attrezzati con serbatoi ausiliari che ne penalizzano velocità ed altitudine), ma non certo per gli elicotteri, che non possono certo tener dietro a un Antonov.

“Il mistero dell’invisibilità russa – assevera Vasilescu – si spiega con l’applicazione agli aerei di container ECM (sta per Electronic Counter Measures) di tipo SAP-518/ SPS-171, e agli elicotteri di dispositivi di contromisure elettroniche del tipo Richag-AV, il tutto avente un raggio d’azione di 400 chilometri”. Lascio al comandante romeno la responsabilità di quel che dice. Egli aggiunge che la Romania aveva comprato da Mosca nel 1986 degli apparecchi simili, di generazione precedente (SPS-141), “ma abbandonati dopo l’adesione alla NATO”.

mini-awak

Le foto satellitari hanno rivelato un altro apparecchio arrivato senza esser visto in Siria: un Il-20 M1, con un sistema ELINT (Electronic Intelligence) carico di dispositivi di intercezione e di scrambling di comunicazioni militari, radar e telefonia mobile; dispone anche di apparecchi fotografici ad alta risoluzione (A – 87P), di un radar Kvalat-2 che fornisce una carta del terreno in forma digitale nel raggio di 300 chilometri, che “identifica in modo automatico i veicoli, movimenti e blindati e pezzi d’artiglieria”. Con quattro turboreattori e 8 ore di autonomia, integrato ai droni Pchela 1T, il ricognitore sta certamente fornendo alle forze siriane preziosi bersagli da colpire.

Potete credere che sia tutta propaganda putiniana, date le evidenti simpatie di Vasilescu. Ma l’altra è una fonte militare francese, la pubblicazione Vexilla Galliae, che pone la questione: Invincibilità delle forze armate Usa:realtà o illusione?

Usa, un costoso flop militare

Gli Stati Uniti spendono da soli quasi la metà ( il 43%, più il ‘nero’) della spesa militare mondiale. Quanto corrisponde questa enorme spesa ad una reale efficacia? Le fonti militari francesi se ne allarmano, specie in considerazione della loro appartenenza alla NATO, nel cui nome gli Usa stanno riempiendo di missili anti-aerei Polonia, Baltici, repubblica ceka provocatoriamente a ridosso dei confini russi (“una Cuba a rovescio”) , mettendoci in pericolo di guerra come europei.

Attualmente la superpotenza affida la sua proiezione di forza alle portaerei e alle loro flotte d’appoggio. Bastano a far paura a paesi del terzo mondo. Ma quanto potrebbero sopravvivere in una guerra contro una vera forza armata moderna? Negli anni ’70 l’ammiraglio Rickover, il padre della marina nucleare, disse davanti al Senato: “Due-tre giorni, poi le colano a picco. Forse una settimana, se restano in porto”.

Secondo il sito francese, le cose non sono migliorate da allora. Anzi. E forniscono una serie di episodi che giudicano altrettanti campanelli d’allarme trascurati (o peggio, censurati).

Ottobre 2000, Mar del Giappone: una coppia di caccia russi sorvola raso-ponte la portaerei Kitty Hawk ad altissima velocità; e come ha risposto la portaerei? Nel panico.  Ci ha messo più di mezz’ora a far decollare un intercettore (a bordo ha 85 aerei)…

Aprile 2014, Mar Nero: la modernissima fregata USS Donald Cook si avanza nel Mar Nero. Con ciò violando gli antichi accordi di Montreux, che vietano l’entrata di navi da guerra estranee ai paesi rivieraschi di quel mare interno. Ma che importa? Questa è la superpotenza. La Donald Cook è equipaggiata del più avanzato sistema di combattimento Aegis, che consente l’identificazione, l’aggancio e la distruzione di più bersagli in simultanea; in più, dispone di quattro (diconsi 4) grandi radar di potenza immensa. Per la propria protezione, ha oltre 50 missili anti-aerei di diverso modello.

Ed ecco, compare in cielo un aereo russo. Uno solo. Un Su-24. Non è armato. Ma vistosamente, simula tre attacchi missilistici a bassa altitudine sulla nave americana. E come risponde la USS Donald Cook? Non risponde: appena il Sukhoi s’è avvicinato, tutti i sistemi radar di bordo, di controllo e trasferimento dei dati, si sono paralizzati. L’orgoglioso sistema Aegis, fuori servizio. La nave è rimasta esposta cieca e sorda ad un attacco – per sua fortuna simulato. Il Sukhoi era fornito di un apparato di guerra elettronica chiamato “Khibiny”.

Che a bordo della nave americana si siano vissuti attimi di vero terrore, è provato dal fatto che il comandante ha scelto di far rientrare la fregata a tutta velocità al suo porto (in Romania), dove – dicono i francesi – “27 membri dell’equipaggio, in stato di choc, hanno dato le dimissioni dal servizio attivo”!.

30 maggio 2015, ancora nel Mar Nero. E’ una replica della – diciamo – disavventura americana. La USS Ross, fregata lanciamissili munita di sistema Aegis, della Sesta Flotta, fa’ rotta – diranno poi i russi – verso le acque territoriali di Mosca. Si alzano un numero imprecisato di Sukhoi in missione d’intedizione. Dev’essere successo qualcosa di simile al precedente incidente, perché la USS Ross cambia rotta. La stessa provocazione viene ritentata il 31 maggio e il 1 giugno, stavolta la nave americana è accompagnata da una ucraina. E’ la Ross a cedere e cambiare rotta. Gli americani dicono che i russi avevano le traveggole, loro non stavano affatto facendo rotta per le acque territoriali russe, e non hanno cambiato rotta. Anzi, precisano dopo, la USS Ross ha osservato i voli di dei Su-24”, che erano voli “di routine” e “non c’è stata interazione fra la nave e gli aerei, che entrambi facevano evoluzioni in acque internazionali”. Insomma non è successo nulla; circolare, non c’è niente da vedere.

BN-PX320_NATORU_P_20160920130503

Il terzo fatto allarmante riguarda un sottomarino francese.

191115 FS_Saphir_02
Sottomarino nucleare d’attacco francese Saphir

Marzo 2015, al largo della Florida. Esercitazione navale della Us Navy, a cui partecipa il sottomarino d’attacco francese Saphir, che ha propulsione nucleare. Prima, il Saphir viene incaricato di fare l’alleato e protegge la flotta Usa; poi, lo si incarica di fare “il nemico”. Comunicato della Marina gallica. “Il Saphir è penetrato discretamente nel cuore dello schermo formato dalle fregate americane che proteggevano la portaerei, evitando la contro-identificazione dei mezzi aerei onnipresenti”. Quando l’ordine di aprire il fuoco è stato dato, il sottomarino era in posizione ideale per “far colare a picco non solo la Theodore Roosevelt” (la portaerei), ma anche buona parte della flotta che l’accompagnava”. Ed il Saphir è un naviglio vecchio, è stato varato nel 1984; figurarsi cosa può subire la flotta Usa da un sommergibile russo di ultima generazione. Poi ci  sarebbero le numerose vittorie dei “Rafale”  in combattimento diretto con gli F-22.

Vista l’arroganza con cui gli americani incamerano militarmente, ed armano pesantemente, paesi fino a ieri nella zona d’influenza russa, la domanda è: hanno i mezzi per la loro arroganza? Noi europei siamo sicuri sotto il loro ombrello. I francesi si sono convinti di no. Il loro ombrello è pieno di buchi. La qualità dei loro comandi è stata provata in Vietnam, Afghanistan ed Irak, che sono lungi dall’essere dei successi. I russi non vantano, ma sono rapidi ed invisibili, fanno uso geniale della sorprese, dell’audacia e degli stratagemmi.

Ciò non vale a concludere che sia auspicabile una guerra contro Usa e Russia. Ma che gli europei devono far smettere l’alleato superpotente di fare provocazioni dal loro territorio, e mettersi dalla parte della pace e del diritto internazionale contro “il terrorismo”, come ha consigliato Putin nel discorso all’Onu. E sappiamo chi è che alimenta “il terrorismo” in Siria.

ULTIMA NOTIZIA.

MERCOLEDì 30 SETTEMBRE, ALLE 14,   bombadieri russi hanno iniziato massicci bombardamenti specie attorno ad Homs.  Si tratta di Su-34 arrivati anch’essi senza che nessuno se ne accorgesse.  Tutti i paesi interessati sono stati avvertiti dell’asse dlle azioni in corso, ha  notificato il presidenteVladimir Putin. Agli americani è stato consigliato di ritirare i loro aerei dallo spazio siriano durante l’azione russa. L’Usaf ha continuato a bombardare….

1070.- Sempre Parlando di Pace: La Marina russa vara l’ultra avanzato sottomarino nucleare Kazan, classe Yasen-M.

AR-306299913-1.jpg&MaxW=980&imageversion=MainTopic1

Ammiraglio Vladimir Korolev, dal 2010, comandante in capo della Marina russa,

Completiamo, per ora, il giro d’orizzonte sulle Forze Armate russe e sui sommergibili nucleari, sottolineando che, a quanto è apparso, l’arma russa più potente sembra essere lo Stato Maggiore.

300416 russia (11)

Il sottomarino K560 Severodvinsk, capoclasse Jasen (in russo: проекта 885 «Ясень», traslitterato: proekta 885), dovrà essere aggiornato ai nuovi standard introdotti con il Kazan.

Aurora: La Marina russa riceverà presto il Kazan, secondo sottomarino nucleare della classe Yasen M, appena varato dal gigantesco cantiere Sevmash nella città portuale di Severodvinsk, nella regione di Arkhangelsk. Il K561 Kazan è un sottomarino multiruolo capace di lanciare siluri avanzati e missili da crociera supersonici delle famiglie Kalibr e Oniks. Si tratta di un sottomarino molto più avanzato e potente rispetto al sottomarino capoclasse Jasen, il Severodvinsk, progettato nell’URSS e impostato nel 1993, ma a causa della crisi economica degli anni ’90 fu infine varato solo nel 2010 ed entrò in servizio nella Marina russa nel 2013. Al contrario il Kazan fu impostato nel 2009, ed appena varato dovrebbe entrare in servizio nella Marina russa il prossimo anno. La storia eccezionalmente prolungata della costruzione del Severodvinsk riflette non solo la grave crisi finanziaria che colpì i piani di approvvigionamento della difesa russa negli anni ’90 e nei primi anni 2000. Riflette anche la severa riduzione dell’attività delle industrie cantieristica e della Difesa russe nello stesso periodo. Per completare con successo il Severodvinsk e riprendere la produzione in serie dei sottomarini nucleari, con i sistemi d’arma più complessi e più avanzati esistenti, si richiese l’aggiornamento e la ristrutturazione radicali dei cantieri navali e delle industrie della Difesa dediti alla loro produzione. Il fatto che ciò accada ora, permettendo la produzione in serie degli avanzati sottomarini classe Yasen, accelerandone i tempi di costruzione (altri cinque di questi sottomarini avanzati dovrebbero entrare in servizio entro il 2025), sono una significativa realizzazione industriale.
Anche se cinque Paesi, Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia, costruiscono sottomarini d’attacco a propulsione nucleare, con l’India intenzionata a seguirli, la classe Jasen è nettamente più avanzata rispetto ai sottomarini nucleari d’attacco costruiti dagli Paesi, a parte gli Stati Uniti. Infatti i russi sostengono che gli unici sottomarini relativamente sofisticati quanto la classe Jasen sono i tre sottomarini della classe Seawolf, costruiti dagli Stati Uniti negli anni ’90. E’ probabile che la classe Yasen fosse originariamente destinata a sostituire i precedenti sottomarini lanciamissili Granit e Antej, costruiti dall’URSS negli anni ’80, anche se la classe Jasen è molto più sofisticata ed ha prestazioni significativamente migliori. I russi attualmente sviluppano i sottomarini nucleari più piccoli e meno costosi della classe Husky, integrando la classe Jasene sostituendo l’attuale classe di sottomarini Shuka-B, costruiti dall’URSS negli anni ’80. C’è anche un significativo continuo programma di sviluppo e costruzione dei sofisticati sottomarini a propulsione convenzionale diesel-elettrica delle classi Lada e Kalina. Mentre i sottomarini a propulsione convenzionale non hanno le prestazioni o l’autonomia dei sottomarini a propulsione nucleare, sono significativamente più silenziosi e furtivi (gli attuali sottomarini classe Kilosono anche chiamati ‘buchi neri’ per la silenziosità), rendendosi utili soprattutto nelle acque costiere.
Incidentalmente, i sottomarini a propulsione nucleare della Russia sono sempre più significativamente silenziosi. È un luogo comune nei commenti occidentali che i sottomarini nucleari russi siano molto più rumorosi di quelli degli Stati Uniti. Come questo grafico (secondo le informazioni dell’US Navy) mostra, ciò è sempre stato esagerato, con sottomarini nucleari russi sempre meno in ritardo rispetto ai sottomarini nucleari degli Stati Uniti, di quanto spesso si affermi, e i sottomarini nucleari russi di solito sono più silenziosi dei sottomarini nucleari statunitensi della classe precedente. Con il varo del Kazan, e i lavori sulla classe Husky, è probabile che la silenziosità dei sottomarini a propulsione nucleare russi sia ormai al livello di quelli progettati dagli Stati Uniti.

1289px-sub_noise_comparison_eng-svg

L’attenzione su sviluppo e costruzione dei sottomarini in Russia dimostra qualcos’altro. Anche se lo sviluppo di portaerei e navi di superficie russi tende ad attirare l’attenzione, l’attuale priorità navale russa sono sviluppo e costruzione dei sottomarini. La flotta sottomarina, dall’inizio della guerra fredda, è sempre stata la forza d’attacco principale della Marina russa. L’importanza che i russi attribuiscono alla flotta sottomarina è dimostrata dal fatto che la loro flotta sottomarina finora è l’unica parte della flotta russa ad essere stata riportata ai livelli dell’URSS. L’Ammiraglio Vladimir Korolev, comandante in capo della Marina russa, aveva detto alla cerimonia per il varo del Kazan che nel 2016 la flotta sottomarina russa per la prima volta è ritornata ai livelli dell’era sovietica, nelle missioni di pattugliamento. Con le nuove classi di sottomarini in via di sviluppo e realizzazione, la presenza della Russia sotto i mari, d’ora in avanti, potrà solo crescere.

Il sottomarino d’attacco nucleare multiruolo di quarta generazione K561 Kazan, classe Yasen (designazione Nato Graney), ha un dislocamento in immersione di 13.800 tonnellate (maggiore del portaerei Garibaldi). Ha una lunghezza di 119 metri, con una velocità massima di trentuno nodi in immersione. Può immergersi fino a 600 metri, con profondità operativa di 500. Ha un equipaggio di novanta uomini, tra cui trentadue ufficiali: ciò conferma un elevato grado di automazione raggiunto.

È probabilmente uno dei sottomarini d’attacco a propulsione nucleare più potenti mai entrati in servizio nell’ammiragliato russo e si antepone alla classe Virginia statunitense.

Le specifiche del Progetto 885, ora 885-M, prevedono un doppio scafo in acciaio amagnetico così da ridurre la traccia acustica ed una maggiore capacità di sopravvivenza del battello rispetto agli Akula I/II. Da quest’ultima eredita parte del design. Il monoalbero è alimentato da un reattore termo-nucleare di quarta generazione OK-650V da 200 MW raffreddato ad acqua pressurizzata realizzato da Afrikantov OKBM. La torre di comando ha una forma ovale idrodinamica, mentre lo scafo è suddiviso in dieci scomparti.

La classe Yasen è progettata per lanciare missili da crociera supersonici delle famiglie Kalibr e Oniks, con testate convenzionali o nucleari, ingaggiare sottomarini ed unità di superficie e colpire target costieri. In forma primaria, ogni sottomarino Yasen trasporta 24/32 missili da crociera su otto tubi di lancio verticali. Otto i tubi lanciasiluri da 650 mm e due da 533 mm.

Il K- 560 Severodvinsk, primo ed unico sottomarino d’attacco russo progetto 885 classe Yasen, è stato consegnato il 17 giugno del 2014. La sua lunga valutazione operativa si è conclusa nella primavera del 2016, tuttavia è stato consegnato alla Marina con molte perplessità. Il K-560 ha successivamente completato con esito positivo quattro turni di prove in mare.

Il K-561 Kazan Progetto 885M deve essere inteso proprio come la prima unità della classe che implementa sostanziali migliorie sulla base delle lezioni apprese dal lungo processo di sviluppo dell’originale 885. Il K-561 Kazan, K-573 Novosibirsk, K-571 Krasnoyarsk ed il K-564 Arhangelʹsk, rispettivamente secondo, terzo, quarto e quinto sottomarino della classe, fanno parte del Progetto 885M, la classe Yasen aggiornata. Il cantiere del sesto sottomarino classe Yasen, il Perm, è stato ufficialmente aperto lo scorso luglio. La Sevmash Shipbuilding Company, avvierà il prossimo giugno la produzione della settima ed ultima unità della flotta.

La classe Yasen Progetto 885/885M, sarà operativa entro il 2023 e sostituirà i sottomarini classe Oscar ed Akula. Ogni sottomarino classe Yasen ha un costo medio di 1,5 miliardi di dollari, l’equivalente di un Los Angeles ed un terzo della classe Seawolf. Il costo medio dei classe Virginia è di 2,7 miliardi di dollari. (di Franco Iacch)

img16780

Caratteristiche:

Dislocamentoin immersione 13.800
Dislocamento in emersione 8.600
Lunghezza 139,2 m
Larghezza 13 m
Profondità operativa 600 m
Propulsione 1 PWR OK-650B da 190 MW
Velocità in immersione  28 nodi (52 km/h)
Velocità in emersione  20 nodi (37 km/h)
Equipaggio 90

Armamento:

Siluri 10 tubi lanciasiluri: USET 80
Missili 8х4 tubi lanciamissili: P-800 «Оникс», 3М-54 e 3М-54-1antinave, 3М-14 verso terra, Х-101 strategico