Archivio mensile:gennaio 2016

468.- PRESENTO DUE ITALIANI E DUE LIBRI

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Chi ha seguito Marco Mori e Giuseppe Palma nel loro valoroso percorso in difesa della Costituzione, è stato richiamato dal loro ardente amor di Patria. Questo forte sentire, che accomuna i due paladini, principi del Foro, trova alimento nella profonda conoscenza della Carta costituzionale. E’ questa la loro e la nostra vera bandiera, perché la trama dei principi costituzionali è l’espressione pura della nostra identità e vi si sostanziano tradizioni, cultura e religione: la religione dell’amore per il prossimo, trasmessa dalla rivoluzione cristiana. E’ qui che i popoli europei e le loro costituzioni trovano la loro radice comune; quella radice che una follia degenerativa ha pensato di poter affermare in un nulla, che è la moneta unica. Ed è qui: dalla negazione di quella trama dei principi che è principiata la demolizione della Patria nostra e dei popoli europei, tutti, chi prima, chi dopo, destinati a soccombere di fronte a un neoliberismo materialista, strumento ignavo di un potere senz’anima. Un potere che, a tratti, sembra avvolgere tutti i nostri valori e a cui sembra cedere anche la Chiesa cattolica, ma che è forte e radicato nel popolo, che lo ha voluto affermare con la difesa corale della famiglia, prima fra le istituzioni. La confusione che una parte della politica e del clero ingenerano nella gente comune non ha motivo di esistere, perché deve confrontarsi con la nostra identità. La confusione vuole avvolgere i nostri principi. Vorrebbe fare della Libertà, Eguaglianza, Dignità, Solidarietà i suoi strumenti. Ai grandi attentati alla nostra Costituzione dobbiamo rispondere con scienza e coscienza di cittadini, perché finché ci saranno i cittadini, la Costituzione vivrà. La scienza di Marco e di Giuseppe ci accompagna in questo cammino, ma il cuore ci sprona. La Solidarietà ci pone oggi di fronte a scelte drammatiche; ancora più difficili perché siamo coscienti che le masse umane che premono sui nostri confini sono strumento di un potere demenziale, nemico dell’uomo. Ma la Costituzione è viva, senza età, perché racchiude in se l’arma della rivoluzione, intesa come capacità di inquadrare il nuovo che avanza. Il principio della solidarietà nasce dalla Verità di Cristo: “Ama il prossimo tuo, come te stesso.” Appunto, “come te stesso” e, se lo abbiamo trascurato questo comandamento, torniamo ad amare noi stessi, gli italiani e la nostra identità per poterla offrire a quelli cui porgeremo la mano. Non c’è accoglienza possibile di chi ha abbandonato la sua terra, la sua identità, ma viene accolto – per modo di dire – da chi non ne ha. Chi non conosce la sua identità, non la rispetta. Come potrà rispettare quella di un altro popolo? Dunque, “come te stesso”. E si illumina il fiore della Costituzione della Repubblica: il principio lavoristico, che significa Libertà, Eguaglianza, Dignità. La Libertà non è negoziabile e non c’è Libertà senza Lavoro. Il Lavoro è l’ascensore sociale, il motore della democrazia, come la rappresentatività ne è la condizione. L’Eguaglianza non ammette che il capitale, la proprietà prevalgano sul Lavoro. Senza le mie mani, il tuo denaro conta nulla; ma senza il tuo denaro, le mie mani non fanno nulla. E viene all’occhio l’aberrazione dei trattati europei, la loro incompatibilità con la Costituzione, perché sostituiscono alla tutela del Lavoro, il profitto a scopo solo di profitto, dove la tutela della dignità del lavoratore sancita dalla Costituzione si pone come un costo e viene svilita. Anche qui questi nostri paladini hanno profuso il loro impegno a divulgarne le ragioni dell’incompatibilità. Non possiamo dimenticare l’anelito alla pace che viene dal popolo italiano e dalla Costituzione, che ci fece aderire al Trattato Nord-Atlantico, per la difesa dei nostri confini e dei nostri valori, nel rispetto dell’organismo sovranazionale succeduto alla Società delle Nazioni, l’ONU. Mai i Padri Costituenti dubitarono dell’inviolabilità della sovranità della Repubblica e della forma repubblicana. Troppo evidenti erano e sono le diversità delle nazioni europee perché si rinunciasse alla loro sovranità, libertà e indipendenza in favore di un soggetto sovranazionale. Ma di quale soggetto parliamo? Non certo di un cartello internazionale di banche? Tutti questi principi e argomenti, insieme ai diritti e ai doveri che ne discendono, trovano voce e regola nella Costituzione. L’inno nazionale chiama “Fratelli d’Italia” e io, soldato d’Italia e di pace, chiamo “Fratelli” questi nostri paladini. Oggi, ci offrono due nuovi lavori, che saranno presentati il 6 febbraio prossimo, alle 20.45, alla Sala Forum di Curtarolo, in via Kennedy, n. 6, con il patrocinio di Radiogamma 5:
Marco Mori ci presenta “Il tramonto della democrazia. Analisi giuridica della genesi di una dittatura europea”, un’analisi scientifica che ripercorre il cammino attraverso il quale abbiamo deviato dalla Comunità Europea all’Unione europea, finalizzata agli Stati Uniti d’Europa, nome senza senso, che vuole mascherare lo strumento pensato per l’asservimento del nostro continente a quei soggetti giuridici, che definirei mostruosi, che sono le multinazionali. Nella conclusione, non manca di indicare la via della restaurazione piena della Costituzione, prospettandoci le possibili soluzioni.
Giuseppe Palma ha pubblicato in e-book “FIGLI DESTITUENTI. I gravi aspetti di criticità della RIFORMA COSTITUZIONALE”, in cui affronta gli aspetti di criticità, prima di tutto il sistema delle garanzie della cosiddetta riforma costituzionale, che sta seguendo l’iter approvativo costituzionale da parte di un Parlamento eletto con legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Questo Parlamento non è legittimato a riformare la Costituzione, potendosi ammettere una sua permanenza soltanto in forza del principio di continuità, cioè per tre o poco più mesi, non certo per tutta la legislatura e, tanto meno, per legiferare sulla Costituzione. Il Governo che ha proposto, lui stesso, esecutivo, la riforma è consapevole di questo vulnus della sua attività e intenderebbe sanarlo con un referendum popolare confermativo del popolo sovrano, anzi, improvvisamente e nuovamente sovrano.
Per ottenere il risultato referendario, la RAI, principale organo d’informazione è stata posta sotto il controllo di Palazzo Chigi. Giuseppe Palma combatterà questa battaglia per l’informazione degli italiani, pacificamente. Saremo con lui e con Marco Mori e a entrambi rivolgo il mio “Grazie”.
Mario Donnini

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Giuseppe Palma e Marco Mori

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467.- Yemen. La guerra che l’Occidente si rifiuta di vedere

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Un rapporto delle Nazioni Unite sullo Yemen ha raccontato di terribili violazioni dei diritti umani da parte della coalizione a guida dell’Arabia Saudita. Ombre molto grandi si allungano anche su Gran Bretagna, Italia, e ovviamente Usa, paesi accusati di vendere ai sauditi le armi utilizzate per bombardare a tappeto lo Yemen. Una guerra terribile che colpisce quasi interamente civili nel silenzio quasi totale dei media.

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Ormai stiamo cominciando a stancarci anche noi di segnalare la cecità dei media occidentali nei confronti di quello che sta accadendo in Yemen, eppure col passare di mesi aumentano le morti di innocenti ma non l’attenzione del mainstream. Finora la guerra in Yemen ha già causato qualcosa come 6000 morti, di cui più di metà civili, e la coalizione a guida saudita continua incessante a bombardare colpendo obiettivi civili nella più totale impunità. La coalizione saudita infatti è accusata da più parti di veri e propri crimini di guerra da quando nel marzo 2015 è cominciata la campagna militare in Yemen per fermare i ribelli sciiti Houthi che si erano sollevati contro il governo centrale del presidente Hadi. In realtà la situazione è ancora più complessa in quanto accanto agli Houthi ci sono anche i guerriglieri fedeli all’ex presidente Saleh, di conseguenza derubricare la rivolta degli Houthi unicamente come una rivolta finanziata dall’Iran sarebbe perlomeno approssimativo. Nena News, sempre molto informata sulle vicende in Medio Oriente, ha dato conto dell’ennesimo rapporto delle Nazioni Unite diffuso negli ultimi giorni in cui si chiede apertamente al Consiglio di Sicurezza di istituire una commissione di inchiesta su quanto sta accadendo in Yemen. All’interno del rapporto si parla apertamente di ben 119 azioni di guerra della coalizione saudita che dovrebbero essere considerate come vere e proprie “violazioni del diritto internazionale” in quanto si sarebbe trattato di bombardamenti su obiettivi civili. Non solo, nel rapporto si parlerebbe persino di elicotteri che avrebbero inseguito e ucciso persone in fuga durante i raid.

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Il Guardian ha riferito anche di oscuri legami tra la coalizione saudita e la Gran Bretagna, ma non solo. Innanzitutto il quotidiano ha parlato di sistematici attacchi ai civili, con i sauditi che avrebbero bombardato a tappeto zone residenziali trattandole alla stregue di obiettivi militari. Le città di Sa’dah e Maran sarebbero state bersagliate in modo particolare, ma nonostante questi articoli ben fatti e molto importanti l’opinione pubblica occidentale proprio non vuole saperne di indignarsi per i morti in Yemen, forse perchè paesi poveri e considerati per noi poco importanti vengano in qualche modo derubricati in paesi di Serie B, forse perchè in tanti fanno affari d’oro proprio grazie alla guerra in Yemen. Basti pensare che le monarchie del Golfo acquistano tonnellate di armi proprio da Usa, Gran Bretagna, e anche dall’Italia. Solo Londra infatti ha venduto in pochi mesi quasi tre miliardi di sterline di armamenti a Riad, per non parlare di almeno 72 caccia Eurofighter Typhoon. Abbiamo pubblicato più volte le immagini delle bombe italiane in partenza da Cagliari-Elmas per l’Arabia Saudita.

mk-83-770x512Ma i sauditi fanno shopping anche in Usa, da dove si fanno inviare a peso d’oro munizione di precisione per continuare a martellare lo Yemen. Sempre il Guardian inoltre ha fatto capire come ufficiali britannici siano presenti nei centri di comando sauditi, anche se hanno negato di aver avuto un ruolo nelle operazioni belliche. E il fatto che ci siano interessi molto particolari in Yemen lo si può tranquillamente verificare anche solo controllando la pagina Wikipedia del conflitto, dove tra le perdite dei rispettivi schieramenti è segnalato come tra le schiere saudite ci siano anche mercenari provenienti da diversi paesi (Colombia, Argentina, Messico).

466.- L’AGGIO INCOSTITUZIONALE DI EQUITALIA

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Da maggio dello scorso anno si attendeva con ansia la pronuncia della Corte Costituzionale sulla questione sollevata sulla costituzionalità dell’AGGIO applicata da Equitalia.

Purtroppo la Suprema Corte decise che era meglio non intaccare un iniquo e truffaldino sistema fiscale, tutto ai danni dei cittadini, per non creare problemi alle casse di un altrettanto vergognosamente ladro sistema pubblico di Governo, che si affrettò, pochi giorni prima della sentenza, nella figura del ministro Padoan, a sottolineare come una dichiarazione favorevole avrebbe comportato gravi problemi di bilancio.

Meglio evitare un buco di 2,5 miliardi di euro che fare Giustizia, vero?

E così, l’AGGIO non fu dichiarato anticostituzionale e tutto andò avanti per la sua strada.

Per capire invece la rivoluzione che è successa due giorni fa (ho atteso la pubblicazione ufficiale della Commissione Tributaria per darne notizia), facciamo un passo indietro: cos’è l’aggio e perchè è anticostituzionale?

L’aggio integra il tributo iscritto a ruolo, è una misura finanziaria che va ad aggiungersi al totale delle somme che il contribuente è tenuto a pagare. L’aggio viene corrisposto agli enti di riscossione (come Equitalia) per sopperire al rischio che il contribuente non paghi e, in caso di inadempimento, si devono mettere in atto procedure esecutive (pignoramenti, ipoteche, sequestri, fermi, fallimenti, ecc.).

Ma è davvero così?

In realtà, nel passato, quando non esisteva Equitalia, gli Enti di Riscossione dovevano anticipare allo Stato parte di quello che sarebbero andati a riscuotere in futuro, pertanto l’AGGIO aveva il significato di “remunerare questo rischio d’impresa”.

OGGI EQUITALIA NON ANTICIPA NULLA AL FISCO.

Pertanto è diventato un importo che si aggiunge alla già esosa cartella esattoriale: a intascare questa somma non è però l’erario pubblico, ma Equitalia, a titolo di compenso per la propria attività di riscossione. Inoltre, a pagare questo corrispettivo non è lo Stato, vero beneficiario del servizio, ma il debitore, ossia il cittadino. Il contribuente, in pratica, deve obbligatoriamente versare, oltre alle imposte, sanzioni e interessi, una percentuale a Equitalia per il suo intervento di “recupero crediti”

E’ una misura che è arrivata ad incidere fino al 9% dell’intero importo della cartella (a cui vanno aggiunti interessi, sanzioni, costi di notifica etc), per scendere all’8% ed ora con la legge di stabilità 2016 dovrebbe arrivare al 6%.

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Ma perchè questo balzello è tanto odiato?

Innanzitutto perchè viene considerato sull’intero importo della cartella, interessi e sanzioni comprese: eh si, poichè è nato come un costo di natura tributaria, è possibile che possa avere come base di calcolo non solo il debito capitale dovuto al fisco, ma anche ogni onere aggiunto, compreso gli interessi di mora? E’ evidente che gli importi crescono esponenzialmente ed in poco tempo.

Se poi si considera che Equitalia è di proprietà per metà di Inps e per metà dell’Agenzia delle Entrate, ditemi voi se non sentite una “leggera” presa per i fondelli nel dover pagare costi su costi che vanno sempre a finire nelle stesse tasche?

Persino Equitalia si vergogna e non chiarisce il suo significato. Sul sito ufficiale, digitando la key di ricerca “aggio”, esce questa pagina che se ne guarda bene dal parlarne!

(vi consiglio vivamente l’attenta lettura di questo articolo e di questo, giusto per indicarvene alcuni, in questo blog ci sono una marea di articoli contro Equitalia, è sufficiente fare una ricerca per trovarli tutti)

L’aggio viene calcolato a prescindere dagli effettivi costi di riscossione. Per esempio, per il solo fatto di aver spedito una cartella esattoriale di mille euro, Equitalia carica sul contribuente un ulteriore importo di 45 euro (che sale a 80 se pagata dopo 60 giorni): un importo, di certo, superiore al costo di stampa del plico e delle spese postali per la raccomandata. Peraltro, questa cifra cresce al crescere della stessa cartella, in modo quindi del tutto indipendente dagli oneri reali sostenuti da Equitalia. Così, su una cartella di 10mila euro, l’aggio è, nei primi 60 giorni, di 450 euro per poi passare a 800 euro. Insomma, la sensazione che si dà al cittadino è quella di un interesse privato su un’attività di carattere invece pubblico (la riscossione esattoriale), una sorta di compenso come un tempo era dovuto agli scagnozzi di quartiere che gestivano il “recupero crediti” dello strozzinaggio. 

Ma adesso una chicca, che ben pochi conoscono o di cui si ricordano.

L’aggio esattoriale del 9% (diminuito all’8%)  che viene riconosciuto a Equitalia costituisce un palese irragionevole e ingiustificato arricchimento. L’Aggio esattoriale in misura percentuale nel 1993 fu dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale , relativamente all’esattoria siciliana gestita dai fratelli Salvo.

L’Esattoria Siciliana incassava il 10% come aggio, La Corte Costituzionale intervenne e ritenne la norma un irragionevole arricchimento, in quanto l’esattore vuoi notificava una cartella da 100 euro, vuoi notificava una cartella da un milione di euro, il costo del servizio era sempre lo stesso. Vi sembra normale che Equitalia per notificare una cartella di 1.000.000,00 di euro incassa 80.000,00 euro?

La Corte Costituzionale ha stabilito che bisogna garantire l’effettivo ancoraggio della remunerazione al costo del servizio; contemporaneamente impedendo, per un verso, che, in caso di iscrizione di tributi di importo eccessivamente limitato la misura percentuale del compenso scenda al di sotto del livello minimo di remunerazione del servizio e, per converso, che, in caso di iscrizione di tributi di ammontare elevato il compenso stesso salga notevolmente al di sopra della predetta soglia di copertura del costo della procedura.

Corte Costituzionale sentenza n. 480 del 30/12/1993

Quindi, secondo la Corte Costituzionale, non c’è irragionevolezza quando l’aggio viene contenuto in un importo minimo e massimo che non superi di molto la soglia di copertura del costo della procedura, ma nel caso concreto la soglia è superata all’ennesima potenza.

Attualmente Equitalia prende l’ 8% ben 2 punti percentuale meno dell’esattoria siciliana dell’epoca.

Inoltre il diritto comunitario vieta gli aiuti di Stato alle aziende statali come avviene con l’aggio di Equitalia e con il canone Rai, ma nessuno parla, perché tardare a dichiarare illegittime queste norme significare incassare quanto più e possibile.

A oltrepassare ogni limite di decenza oggi c’è l’accertamento impoesattivo, ossia l’accertamento che è contemporaneamente anche cartella, trascorsi 60 giorni Equitalia incassa il 8% di aggio, ma per aver fatto cosa?

Riporto una parte Dal libro “Storia della Mafia” scritto dal prof. Giuseppe Carlo Marino, all’epoca docente di Storia Contemporanea all’Università di Palermo edizioni Newton del 1997 alla pagine 67 capitolo “La lunga stagione della Mafia democristiana” nel sostenere la collusione Politica / mafia testuale << Nell’intreccio di violenza, corruzione e malaffare i vari poteri mafiosi, dai diversi centri istituzionali, si alimentavano con reciprochi scambi di favori. Dalla Regione Sicilia le esattorie dei Salvo-Cambria, sulle operazioni di riscossione delle imposte, riuscivano ad ottenere l’INCREDIBILE aggio del 10% ed erano poi, ovviamente, assai generose con gli “amici>>.

Alla luce di ciò, mi chiedo : Se il 10% di aggio che la regione Sicilia riconosceva ai concessionari rappresenta un elemento del connubio poteri istituzionali/mafia, che cosa rappresenta l’ 8% di aggio che lo Stato Italiano riconosce ad Equitalia???

E’ possibile che questa sentenza sia stata dimenticata?

FORSE NO, FINALMENTE.

SEGNATEVI QUESTA DATA, PERCHE’ E’ DA OGGI CHE POSSIAMO FARE RICORSO PER FARE ANNULLARE LE CARTELLE ESATTORIALI CHE CONTENGONO AGGIO, OVVERO IL 100%

La Commissione tributaria regionale di Milano, con la sentenza n. 5454/29/15.

INCOSTITUZIONALE l’aggio applicato da Equitalia S.p.A. in quanto contrario all’art. 53 della Costituzione.

(Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività)

La Commissione tributaria regionale di Milano:

“L’aggio all’interno della cartella esattoriale potrebbe configurarsi senza alcun dubbio come aiuto di stato nei confronti di un impresa italiana (quale è Equitalia) e, come tale, contrario alle norme comunitarie.”

Io non so quanto questa sentenza sia legata alla precedente sentenza della Corte Costituzionale che in molti, troppi, fingono che non sia mai stata emessa.

Ciò non toglie che rappresenta pari pari quello che ho appena descritto: incostituzionale per non proporzionalità, non consentita perchè aiuto di Stato ad azienda contraria ai dettami comunitari.

Bè, si vuole iniziare con i ricorsi o no???

 

465.- I COSTI DELLA SANITÀ

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Argomento sempre attuale, i costi della sanità, ma pochissimo conosciuto nella sua reale dimensione dai dilettanti. Proviamo a scorrerlo insieme perché i costi della sanità costituiscono un tema di particolare importanza per le loro implicazioni di natura economica e in particolar modo per il rilievo che essi hanno nell’agenda del policy maker italiano.

E’ noto come il costo della sanità pubblica rappresenti uno degli snodi sui quali si dovrà concentrare la politica economica, anche in vista delle misure di razionalizzazione adottate con la spending review.

D’altra parte, quella sanitaria è una delle voci della spesa che maggiormente tendono a risentire dell’evoluzione della struttura demografica della popolazione, dell’aumento della domanda di prestazioni sanitarie e dei crescenti costi legati a nuove tecnologie-farmaci. In prospettiva, quindi, i costi paiono destinati a subire la pressione dell’aumento della domanda. Non è detto che questo necessariamente si traduca in un maggiore aumento della spesa pubblica in quanto, diversamente da altre componenti della spesa come quella pensionistica, la prestazione sanitaria non rientra nella fattispecie del “diritto acquisito” essendo di fatto possibile una riduzione delle prestazioni garantite dallo Stato. Questo potrebbe a sua volta risolversi o in un minore livello tout court delle prestazioni sanitarie oppure in un aumento delle prestazioni finanziate dai privati, direttamente o attraverso lo sviluppo di forme assicurative complementari. In questo secondo caso, evidentemente, non cambierebbero i costi della sanità, quanto piuttosto le fonti di finanziamento, con lo spostamento da risorse pubbliche a risorse private. Lo spostamento del finanziamento del costo della sanità a carico dei privati eroderebbe i redditi dei più anziani e andrebbe a sua volta a “spiazzare” altre voci di domanda, tanto più che negli anni a venire i nuovi pensionati si ritroveranno a godere di rendite pensionistiche inferiori a quelle dei pensionati attuali.

Non è un caso dunque che oggi molte politiche pongano l’enfasi sulla razionalizzazione dei costi. La struttura delle uscite della sanità non è però di immediata ricostruzione. In questo studio proponiamo un inquadramento “generale” che costituisce una premessa ad un successivo approfondimento costruito sulla base dei dati territoriali. La Sanità è difatti di competenza regionale e ogni Regione, avendo una ampia autonomia organizzativa, ha sviluppato un modello specifico, diverso dagli altri. Fatta questa introduzione, passiamo a esaminare questo studio del 2013, abbastanza accurato, ma molto indicativo, redatto su dati raccolti da Intesa San Paolo.

Uno sguardo ai dati aggregati mostra che nei bilanci degli Enti sanitari la spesa per acquisti pesa per circa il 60 per cento, mentre la spesa per il personale conta per circa un terzo del totale delle uscite. Le altre voci hanno una incidenza marginale nella struttura dei costi.B9pmbkMIMAALDYA

I costi vengono sostenuti in prevalenza dalle ASL che provvedono in parte a fornire servizi attraverso le proprie strutture, e in parte finanziano strutture esterne, sia pubbliche che private accreditate. Dei 103 miliardi di costi delle ASL circa 40 sono relativi alla fornitura diretta di servizi sanitari mentre gli altri 63 rappresentano il costo delle prestazioni acquistate presso strutture esterne, siano esse pubbliche o private.

La distribuzione di tali costi non è uniforme lungo il territorio nazionale, anche se non presenta in questo caso il tradizionale ordinamento Nord-Sud, quanto piuttosto differenze, anche di composizione, legate alle caratteristiche dei diversi modelli regionali. Dei costi sostenuti dagli Enti sanitari per la produzione interna delle prestazioni, circa un terzo dipende dalla spesa per l’acquisto di beni e servizi, sanitari e non. Si tratta delle spese relative a tutte quelle attività (dai servizi di mensa e lavanderia, alle consulenze sanitarie, alla manutenzione di macchinari e immobili) e tutti quei beni (farmaci, strumenti, ma anche prodotti alimentari e utenze telefoniche) che servono ad ASL e Aziende ospedaliere per produrre ed erogare le prestazioni sanitarie agli assistiti.

In quanto costi interni di produzione, gli acquisti di beni e servizi sono una delle voci che più entrano “nel mirino” della spending review, in sanità come nel resto della Pubblica Amministrazione. I processi di acquisto sono, infatti, alla base della produzione dei servizi della P.A. in generale, e delle prestazioni sanitarie in particolare per quanto riguarda il SSN. In quanto primo anello della catena del valore, l’efficienza negli acquisti è condizione essenziale, anche se non sufficiente, affinché i processi diagnostici, terapeutici e riabilitativi siano svolti in maniera efficace ed efficiente. Ecco! come non pensare alla chiusura frettolosa dell’Azienda Regionale Socio Sanitaria del Veneto? Una struttura concepita per elaborare, valutare e proporre; attiva, quindi, sia sul piano valutativo – in particolare per l’accreditamento – che su quello sperimentale, che aveva come principali obiettivi l’efficacia e l’efficienza per il Miglioramento Continuo della Qualità, al servizio degli operatori del SSSR. Tutti, nessuno escluso.

ospedale-620x372Dunque e punto a capo, l’analisi della distribuzione territoriale delle voci di costo evidenzia come vi sia una certa variabilità, sia tra Regioni che tra Enti della stessa Regione, tale da concludere che vi siano spazi di miglioramento delle procedure d’acquisto che possano, in un’ottica di spending review, portare risparmi. È anche vero però che la variabilità delle spese di acquisto risulta decisamente inferiore rispetto alle altre voci di costo, quindi i driver della spesa sanitaria complessiva devono essere ricercati anche nelle altre categorie di spesa.

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L’analisi del costo del personale degli Enti sanitari locali mette in luce il rilievo del settore sanitario in termini occupazionali. Si tratta difatti di circa 650mila dipendenti. Negli ultimi anni le politiche di controllo della spesa pubblica, ma anche di freno alla corsa per la professione medica, hanno cercato da una parte di ridurre il numero, attraverso i provvedimenti di blocco del turn over, e dall’altra di frenare la crescita dei salari. Le conseguenze delle politiche seguite sono state quelle di bloccare gli ingressi e ritardare le uscite determinando un sostanziale incremento dell’età media dei dipendenti. Nei prossimi anni vi sarà un significativo flusso in uscita verso il pensionamento, e questo da una parte si tradurrà in un aumento delle assunzioni, nella forma di maggiore domanda di lavoro sostitutiva, e dall’altra costituirà un’occasione per processi di razionalizzazione del settore. Sembra, ma non sarà facile fasare i passaggi, compensare i divari di esperienza conseguenti ai salti generazionali, continuando a garantire i LEA. Anche la distribuzione territoriale della spesa per il personale non è uniforme, evidenziando oscillazioni legate al diverso peso degli acquisti di servizi dall’esterno, per cui gli Enti che forniscono in percentuale maggiore prestazioni sanitarie in forma diretta hanno evidentemente un’incidenza più elevata del costo del personale. I costi del lavoro riflettono anche la composizione del personale. In particolare, anticipando un approfondimento successivo, le Regioni del Sud presentano un livello più elevato del costo del lavoro per occupato spiegato in parte dalla maggiore incidenza dei medici rispetto al numero di infermieri. Tale composizione è considerata in genere meno efficiente.

SPESA SANITARIA E COSTI DELLA PRODUZIONE DEI SISTEMI SANITARI REGIONALI.

Quantificare la spesa sanitaria pubblica italiana non è compito semplice. Le fonti statistiche ufficiali a disposizione sono numerose, e non sempre è immediato trovare una corrispondenza tra di esse. Non solo la varietà delle fonti, ma anche le diverse metodologie adottate nella classificazione dei valori rendono non immediato arrivare a una definizione univoca di quanto le amministrazioni pubbliche spendono per l’assistenza sanitaria.

ORA, UNO SGUARDO ALLE TENDENZE IN AGGREGATO.

Un confronto internazionale sui dati di spesa sanitaria colloca l’Italia tra i paesi che spendono meno nel settore sanitario. A parità di potere d’acquisto, il nostro Paese risulta, seppur di poco, al di sotto della media OCSE, con una spesa per abitante decisamente più contenuta rispetto ad alcuni paesi chiave di riferimento (quali Francia, Germania, e Regno Unito). L’anomalia è ancora maggiore e più evidente se si considera che il nostro Paese è tra i primi al mondo per mix anagrafico di anzianità della popolazione. Rispetto a queste proporzioni, si differenziano nettamente gli Stati Uniti che per l’assistenza sanitaria di ogni abitante spendono circa due volte tanto rispetto alla gran parte dei paesi europei. In seguito alla crisi economica, ad ogni modo, la spesa sanitaria ha rallentato marcatamente in molti paesi. In Grecia, ad esempio, la spesa sanitaria pro capite è diminuita dell’11 per cento nel 2010 e nel 2011, dopo aver sperimentato tassi di crescita annui di più del 5 per cento tra il 2000 e il 2009. In tutti i paesi della periferia europea sono state adottate misure di contenimento dei costi che hanno portato a ulteriori ridimensionamenti fra il 2012 e il 2013. Tralasciamo ogni considerazione, non pertinente, sulle ragioni di questa tendenza.

Se si scompone la spesa sanitaria nelle sue principali componenti, la spesa per assistenza ospedaliera e quella per assistenza ambulatoriale rappresentano la gran parte della spesa sanitaria complessiva in tutti i paesi Ocse considerati (mediamente queste due componenti rappresentano più del 60 per cento della spesa sanitaria nel 2011). Un ulteriore 20 per cento è costituito dalla spesa per farmaci e per l’acquisto di altri beni sanitari; il 12 per cento riguarda l’assistenza a lungo termine (quella per anziani e disabili) e il restante 6 per cento è rappresentato dalla spesa relativa ai servizi amministrativi e ad altri servizi sanitari (quali la salute pubblica e la prevenzione). Il rallentamento della spesa sanitaria sperimentato negli ultimi anni in molti paesi dell’Ocse ha colpito senza esclusione tutte queste componenti di spesa, anche se in misura differente. La componente più colpita è stata forse la spesa farmaceutica che si è ridotta in più della metà dei paesi considerati, a causa dei tagli.

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Per l’Italia è necessario fare riferimento ai dati forniti dal Ministero della Salute, che scompone la spesa sanitaria in spesa per il personale, spesa per beni e servizi, spesa per medicina generale convenzionata, spesa farmaceutica, e spesa ospedaliera. L’articolazione dei dati di spesa per queste singole funzioni vede la maggior parte della spesa sanitaria dedicata da un lato alla spesa per il personale, e dall’altro alla spesa per beni e servizi, che insieme rappresentano, secondo i dati 2011, quasi il 63 per cento della spesa complessiva (32,2 per cento la spesa per il personale, 30,4 per cento la spesa per l’acquisto di beni e servizi). Seguono poi la spesa farmaceutica convenzionata e la spesa ospedaliera accreditata (rispettivamente 9 e 8 per cento del totale), e la spesa per la medicina generale convenzionata, che rappresenta all’incirca il 6 per cento del totale.

Negli ultimi anni la dinamica delle spese di personale non è stata tra le più sostenute rispetto alle altre funzioni. I valori di spesa pro capite reali evidenziano come, dopo un aumento tra il 2005 e il 2006, gli anni seguenti sono stati caratterizzati da una sostanziale stagnazione dei valori della spesa, con una riduzione più evidente tra il 2010 e il 2011. Questo è il risultato delle disposizioni che negli anni hanno cercato di bloccare la crescita della spesa.

Il Ministero della Salute ha pubblicato a luglio 2014 – sul sito istituzionale – un ottimo studio statistico sul personale del sistema pubblico italiano, frutto di un’elaborazione effettuata dagli uffici del Ministero sul Conto annuale della pubblica amministrazione più altre fonti di dati citate nel rapporto. Sembra opportuno farne oggetto di studio e riflessione. Sono 715.992 le unità lavorative pubbliche facenti capo alle ASL, alle Aziende ospedaliere e universitarie e agli Istituti di ricovero e cura (665.031 a tempo determinato, 34.125 con rapporto di lavoro flessibile e 16.836 personale universitario). I medici, in particolare, considerando nel loro caso anche le categorie dei non dipendenti dal SSN, sono 243.855.

Da evidenziare la classificazione di genere che dimostra che il SSN italiano é prevalentemente donna (431.524 dipendenti su 665.031 a tempo indeterminato, pari al 64%). I medici donna sono ancora minoranza (39%), ma la consistenza si capovolge nella professione di farmacista (77%), biologa (77%),psicologa (75%) e dirigente del ruolo amministrativo (72%).

La funzione di spesa che ha registrato la crescita maggiore, in termini reali, è stata quella per beni e servizi. In realtà negli anni più recenti i tassi di crescita di questa funzione di spesa, seppur positivi, si sono ridotti, esito di un processo di razionalizzazione dell’offerta sanitaria effettuata da alcune Regioni e del tentativo di procedere all’aggregazione dei processi di acquisto da parte delle ASL soprattutto nelle Regioni soggette ai piani di rientro. Il contenimento della crescita di questa componente di spesa si è registrato però solo a partire dal 2008; nell’ultimo decennio la spesa pro capite in termini reali è comunque aumentata di quasi il 60 per cento. L’argomento meriterà un approfondimento.

Come anche in altri paesi, lo sforzo di contenimento maggiore si è concentrato invece sulla spesa farmaceutica convenzionata in seguito a diverse disposizioni che negli ultimi anni hanno progressivamente abbassato il tetto della spesa farmaceutica sostenuta dal SSN. Parte del contenimento discende dall’aumento della distribuzione diretta dei farmaci, che hanno contribuito a ridurre i consumi di farmaci in convenzione. Il numero di ricette ha subito però un calo sensibile anche per l’aumento del valore dei ticket regionali sui farmaci, che ha determinato una minore domanda di farmaci da parte dei cittadini. L’aumento dei ticket sui farmaci, oltre a disincentivare la domanda, ha avuto anche l’effetto di ridurre la spesa complessiva a carico del SSN anche per i farmaci che sono stati acquistati, essendo aumentata la quota di compartecipazione dei cittadini alla prestazione. Non possiamo non notare che stiamo parlando di una forma di risparmio ottenuta a spese delle fasce più deboli della popolazione.

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I COSTI DELLA PRODUZIONE NEI BILANCI DEGLI ENTI SANITARI LOCALI: INQUADRAMENTO GENERALE.

UN aspetto che contribuisce ad incrementare la scarsa chiarezza delle fonti statistiche sulla spesa sanitaria sono i legami tra i diversi livelli di governo ed Enti che costituiscono il sistema sanitario nazionale. La sanità è infatti competenza regionale. Le Regioni hanno ampia autonomia sull’organizzazione dei propri sistemi sanitari, nonché su come avviene il finanziamento e, di conseguenza, come viene programmata la spesa. Le differenze regionali nella struttura dei sistemi sanitari, che influenzano sia il lato delle entrate che quello delle uscite, contribuiscono quindi a rendere più complessa l’analisi e la valutazione dei costi sostenuti dagli Enti sanitari. Necessita procedere per macro-regioni.

Sono proprio gli Enti sanitari locali i centri di spesa del settore sanitario, ovvero ASL e Aziende Ospedaliere. L’analisi della spesa sanitaria deve quindi necessariamente partire dai bilanci di questi Enti, cioè dai conti economici pubblicati dal Ministero della Salute.

NELLA CLASSIFICAZIONE DEL CONTO ECONOMICO LE SPESE DEGLI ENTI SANITARI SI COMPONGONO DI DIVERSE VOCI:

Le principali voci di spesa che interessano gli Enti sanitari sono due: la spesa per acquisti e quella di personale. La spesa per acquisti, che rappresenta più del 60 per cento delle uscite complessive, appare quella più onerosa, seguita poi dal costo del personale che copre circa un terzo delle spese (si tratta di 36 miliardi circa spesi nel 2010 – aggiorneremo questi dati – per il personale dipendente appartenente ai ruoli sanitario, professionale, tecnico e amministrativo). Le altre voci di spesa hanno invece un peso relativamente trascurabile

Nel 2010, secondo i bilanci compilati da ASL e AO, il costo complessivo della sanità, al netto dei flussi interni al sistema che caratterizzano la mobilità inter-regionale e intra-regionale, è stato pari a poco meno di 115 miliardi, quasi 1.900 euro per ogni cittadino italiano.

I dati evidenziano che, tra gli Enti del sistema sanitario, i principali centri di spesa sono le ASL: i costi sostenuti da questi Enti ammontavano nel 2010 a 103,5 miliardi. Considerando il totale delle uscite del sistema sanitario non consolidate, pari a circa 134 miliardi, si tratta di quasi l’80 per cento del complesso dei costi sostenuti dagli Enti sanitari

Una quota marginale è costituita dalla spesa a carico della gestione accentrata regionale, mentre i costi sostenuti dalle Aziende ospedaliere erano pari nel 2010 a quasi 27 miliardi, un quinto della spesa sanitaria complessiva non consolidata.

Volendo dare una dimensione relativa ai numeri della spesa sanitaria, oltre al dato pro capite è utile, in base al numero di Enti del SSN, considerare la spesa media per tipologia di Ente (in particolare, ASL e AO). In media una ASL può arrivare a spendere più del triplo di una Azienda ospedaliera, e questo appare normale dal momento che le ASL, in misura più o meno accentuata a seconda del modello istituzionale adottato da ciascuna Regione, svolgono generalmente una duplice funzione: da un lato, producono servizi sanitari attraverso le proprie strutture; dall’altro, sono i principali acquirenti di servizi sanitari acquisiti all’esterno, dagli Enti sia pubblici che privati, appartenenti alla stessa Regione oppure afferenti a una diversa area territoriale. Viceversa, l’attività delle Aziende ospedaliere è tipica di un produttore “puro” di servizi sanitari, ovvero i costi sostenuti dalle Aziende ospedaliere riguardano servizi prodotti all’interno della struttura stessa.

Trattandosi di due realtà molto diverse, nell’analisi della spesa sanitaria fondata sui bilanci degli Enti è bene considerare distintamente i costi sostenuti dalle ASL da quelli sostenuti dalle Aziende ospedaliere, per meglio comprendere le dinamiche che sottostanno all’utilizzo delle risorse in sanità

COSTI DELLA SANITÀ: ARTICOLAZIONE PER CATEGORIA E TIPOLOGIA DI ENTE

L’articolazione per categoria dei costi sostenuti dalle ASL conferma che la voce di spesa più consistente è l’acquisto di servizi sanitari, pari complessivamente a circa 62,8 miliardi di euro nel 2010, più del 60 per cento della spesa totale delle ASL. Seconda per importanza nel bilancio delle ASL è la voce riguardante i costi relativi al personale, che comprendono sia il personale sanitario che quello tecnico-amministrativo, alla quale segue l’acquisto di beni, per la maggior parte beni sanitari, che rappresentano circa l’8 per cento dei costi complessivi delle ASL per più di 8 miliardi di euro.

Guardando alla composizione dei costi sostenuti dalle Aziende ospedaliere, questa è molto diversa rispetto a quella delle ASL. Infatti l’incidenza più elevata sul totale dei costi riguarda le spese di personale e degli acquisti di beni sanitari, rispetto invece all’acquisto di servizi sanitari.

In particolare, le spese di personale, sono pari a quasi la metà del totale delle uscite delle AO, mentre l’acquisto di servizi sanitari all’interno dei bilanci è in effetti una categoria piuttosto complessa, che comprende al suo interno diverse tipologie di servizi. Questi, data la struttura del Sistema sanitario, nel caso delle Aziende ospedaliere hanno un peso marginale, mentre costituiscono la voce di costo più importante per le ASL. Una parte consistente della spesa delle AO, quasi un terzo, dipende da consulenze, collaborazioni e altre tipologie di prestazioni di lavoro atipiche. Non si tratta quindi di acquisto di servizi sanitari in senso stretto, ma nella sostanza queste uscite possono essere assimilate alle voci di costo relative al personale sanitario.

Un altro pezzo consistente riguarda la remunerazione dei medici che operano all’interno degli ospedali in regime di intramoenia. Per questa categoria le AO spendono poco meno di 700 milioni di euro, pari a più di un quarto della spesa complessiva per l’acquisto di servizi sanitari.

Le AO poi “acquistano all’esterno” servizi di specialistica ambulatoriale, e il costo è rappresentato essenzialmente dalla remunerazione dei medici specialisti che operano all’interno delle strutture per offrire le prestazioni convenzionate con il servizio sanitario nazionale.

Un’altra voce dal peso consistente nell’acquisto di servizi sanitari delle AO riguarda i servizi di trasporto sanitario, che per la maggior parte sono acquistati dal settore privato.

L’articolazione della spesa per servizi sanitari da parte delle Aziende sanitarie locali è invece ben diversa. Ciò dipende dal fatto che le ASL, oltre a fornire servizi all’interno delle proprie strutture, finanziano anche le strutture esterne (siano esse pubbliche o private accreditate, appartenenti alla stessa Regione o esterne alla Regione) convenzionate a diverso titolo con il servizio sanitario per fornire le prestazioni ai propri assistiti.

Ne risulta che il costo dei servizi sanitari prodotti presso le strutture interne alla ASL sarà, nel bilancio, individuabile in una quota dei costi sostenuti dalla struttura per remunerare i diversi fattori produttivi: costo del personale, acquisti di beni sanitari e non, ecc. Viceversa, è possibile apprezzare quanto le ASL spendono per finanziare l’accesso degli utenti del SSN a strutture esterne. Qui, i fautori del tutto pubblico devono mettersi l’anima in pace; infatti, a meno di impossibili investimenti finanziari, il privato è insostituibile e ha fornito un importante contributo da sempre.

Complessivamente l’acquisto di servizi di natura sanitaria delle ASL era pari nel 2010 a quasi 63 miliardi di euro, circa la metà della spesa consolidata del SSN come valutata dai bilanci degli Enti sanitari. Di questi 63 miliardi, il costo delle prestazioni sanitarie fornite agli utenti da parte di strutture esterne alla ASL, ovvero quelle cioè strettamente legate all’assistenza, ammontano a più di 40 miliardi complessivamente.

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Per comprendere le ragioni e il significato delle possibili razionalizzazioni, prossimamente, proporremo un’analisi della distribuzione territoriale e per tipologia di Ente dei soli dati di spesa. Sono dati utili, anche se, ovviamente, non saranno sufficienti a pervenire ad un giudizio complessivo sull’utilizzo delle risorse del settore sanitario nelle varie Regioni. Infine, per una ancora migliore comprensione di come vengono spese le risorse in sanità tenteremo, infine, di entrare in maggiore dettaglio su come avviene la programmazione delle stesse, considerando distintamente i singoli capitoli di spesa.

464.-Argentina 2001 – Il Diario Del Saccheggio

C’E’ UNA PRIORITÀ’ UMANA CHE SI CHIAMA “ITALIANI”, MA CI VOGLIONO MORTI. CHI SONO I RESPONSABILI DEL DEBITO E DEL SACCHEGGIO DELL’ITALIA?

Schermata 2016-01-28 alle 07.22.20Non fatevi ingannare dalla latitudine, i progetti del F.M.I. riguardano ora più che mai tutte le democrazie, messe in pericolo da personaggi discutibili che si arrogano il diritto di decidere chi deve vivere e chi deve morire, in nome del solito noiosissimo Dio denaro. In Argentina, nei primi anni 2000, qualcuno ha detto…

Questo documentario riassume realmente come e quanto la politica sia ASSERVITA ai poteri forti (Banche, Finanza internazionale, ecc). La spietatezza di come distrugge la propria nazione e dissangua il popolo. Quest’ultimo sempre illuso e preso in giro, con vane promesse..”L’Italia come l’Argentina”.. Oggi noi

463.- Pertini: “l’U.e. ha il solo scopo di fare dell’Europa occidentale il campo di sfruttamento della finanza americana”

Frase sorprendente, ma più sorprendente è la rassegnazione con cui, noi, popolo senza più leader né fede, stiamo accettando, non soltanto, la morte della Nazione e la fine della democrazia, ma la bestemmia della fede cristiana, pronunciata dai farisei cattolici, in nome del potere temporale dello Stato Città del Vaticano. Quali terribili forze hanno fatto sì che il vero papa, Benedetto XVI si sia fatto da parte, rifiutando di difendere la fede contro l’avanzata del relativismo religioso, culturale, morale? Perché un cristiano rifiuta di combattere per la sua fede? Perché la Chiesa cattolica accoglie con se l’ISLAM, la religione della violenza, la bestemmia della Verità di Cristo e della Libertà e perché “un” papa (che son due, vivi e vegeti) bacia il Corano e prega verso La Mecca? Vi dico io: Perché l’ISLAM, con la sua disciplina sanguinaria, che non rispetta la vita, l’arte, la Libertà, è funzionale al dominio dei popoli europei da parte della finanza speculativa mondiale, in cui il Vaticano è parte. Non lo è, invece, la coscienza cristiana. Vi lascio a Sandro Pertini e all’articolo dell’avv. Marco Mori.

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Lo diceva già Sandro Pertini: “Ormai a tutti è noto che l’Unione Europea e gli organismi derivanti dal Piano Marshall non sono l’espressione spontanea della volontà e delle esigenze dei popoli europei, bensì sono stati artificiosamente creati con lo scopo politico di fare d’un gruppo di nazioni europee uno schieramento in funzione antisovietica, e con lo scopo economico di fare dell’Europa Occidentale un campo di sfruttamento della finanza americana“.

Frase sorprendente, che è stata pronunciata nel 1949, all’alba di quel piano Marshall (dal nome del segretario di Stato Usa che lo annunciò il 5 giugno 1947) con cui gli Stati Uniti iniziavano ad esportare, in un’Europa distrutta, il loro modello economico e sociale al fine di sottometterla e colonizzarla. Pertini, compreso questo, ritirò anche la sua adesione dal manifesto di Ventotene, ovvero al progetto di Europa unita scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Ursula Hirschmann tra il 1941 ed il 1944 durante il loro confino sull’isola di Ventotene. Il manifesto si diversificava dal progetto di Pan-Europa del Conte Kalergi, che nel 1922 immaginava un’Europa a conduzione tecnocratica e non un’Europa in cui un Parlamento sovrano, eletto a suffragio universale, determinasse le politiche comuni.

Cosa comprese dunque Pertini già nel 1949? Che tra il dire ed il fare c’era di mezzo il mare… Nello specifico c’era di mezzo l’interesse dei poteri economici americani, che già alla fine della seconda guerra mondiale erano così forti e strutturati da creare un vero e proprio potere politico con mire di controllo e dominio globale. Il piano Marshall, fin dal suo esordio, avviava un vero e proprio processo di trasformazione strutturale delle economie europee di cui svilupparono i consumi e la dipendenza dall’estero, piuttosto che una vera e propria ricostruzione industriale e produttiva che avrebbe dato forza ed autonomia al vecchio continente. Appunto affrontavano la situazione con la chiara idea di colonizzarci.

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Il piano però dovette essere rapidamente abbandonato perché la minaccia sovietica iniziava a farsi pesante, ciò avvenne nel 1951. Con il senno del poi è chiara la ragione del cambio di strategia, avvenuto in esclusiva chiave antisovietica. Era necessaria una nuova impostazione: prima della colonizzazione definitiva del continente bisognava disattivare il nemico comunista altrimenti i Paesi europei avrebbero potuto strizza l’occhio ad est. L’azione antisovietica possibile era logicamente solo quella che passava per l’abbandono delle politiche del piano, dunque era quella di fornire al vecchio continente una legislazione fortemente tutelante dei più deboli, al fine di battere il Comunismo dove esso avrebbe dovuto essere più forte, nel sociale e nel lavoro. Ciò implicava necessariamente dare forza produttiva all’Europa, renderla una potenza libera.

Quello che ovviamente era efficace in chiave anti sovietica però lo diveniva anche in chiave anti americana. Caduto il muro non si poteva lasciare che l’Europa proseguisse nella direzione intrapresa, diveniva pericoloso per gli interessi della finanza americana proseguire su questa strada, l’Europa non avrebbe avuto più ragioni per essere subalterna. Così si è ripartiti con una nuova strategia di aggressione del vecchio continente da parte della finanza americana. Ecco che in quest’ottica l’Europa unità è diventata, come avrebbe dovuto esserlo fin dal piano Marshall, solo un metodo più semplice di controllo di un vasto territorio, risultando molto più facile imporre la propria influenza con una leadership europea unica, piuttosto che imporla ad una pluralità di nazioni sovrane.

Ciò che Pertini intuì era dunque il percorso che aveva preso l’Unione fin dai suoi albori, quando era solo un pensiero, percorso che poi è diventato evidente e via via più chiaro con il Trattato di Maastricht e quell’insieme di regole che ha definitivamente fatto dell’Europa il campo di sfruttamento della finanza americana. Dopo il grande sviluppo delle democrazie europee, appunto al fine di evitare che i nostri Paesi passassero al comunismo, il lavoro per la finanza americana era diventato ben più complesso, era difficile far tornare indietro le democrazie senza quella che Mario Monti definirebbe “una crisi visibile e conclamata”. Tale crisi, escludendo l’invasione militare dell’Europa che non avrebbe avuto il consenso dell’opinione pubblica americana, poteva essere causata solo con mezzi non comprensibili alle masse. Ecco il ruolo dei parametri di convergenza europei (3% percento deficit/pil, ecc…), essi sono perfetti per causare la fine dell’indipendenza e della sovranità delle nazioni europee, senza che le opinioni pubbliche nazionali possano capire con precisione quanto sta accadendo.

D’altronde, proprio come diceva ancora Pertini, un uomo senza lavoro, che vive nella misera, non può essere certamente considerato libero. Questo comporta che esso non sarà neppure un uomo in grado di capire la sua condizione e reagire ad un nemico così occulto, subdolo e purtroppo per noi strategicamente molto preparato.

Tutto questo avviene oggi, alla luce del sole…

Avv. Marco Mori

462.-Il lato oscuro dell’amministrazione Obama

In questa guerra sordida, combattuta dall’esercito segreto della CIA per conto delle multinazionali USA, le vittime non si contano. Sono, in grandissima parte, siriani, Curdi, Yemeniti, arabi dei paesi del Golfo, afgani, pakistani, palestinesi; ma, come abbiamo sostenuto, la prima vittima in senso allegorico, è il popolo americano. Un popolo di 650 milioni di cittadini, pilotato attraverso i secoli da un modesto numero di famiglie devote e consacrate al profitto a scopo di profitto, che posseggono la quasi totalità delle banche centrali degli Stati del pianeta, destabilizzano e colpiscono quando e come a loro conviene. E’ una guerra combattuta, innanzi tutto con i media, anche questi in loro possesso e attraverso i quali i cittadini statunitensi sono dominati. Il presidente Obama è stato definito il peggiore della loro storia, ma non ha il controllo pieno della politica. L’amministrazione USA è profondamente divisa e, in verità, sono assai pochi quelli che obbediscono a Barack Obama, sempre più preoccupato a trovare una soluzione di compromesso tra le diverse fazioni che a imporre il proprio punto di vista. Dopo aver eliminato il clan Petraeus-Clinton, che intralciava i suoi sforzi, il presidente scopre che Feltman e Power continuano i loro intrallazzi. Convinti che la vera radice del male sia negli USA e che bisogna approfondirne la conoscenza, al di fuori delle sceneggiature mediatiche, abbiamo proposto su <associazioneeuropalibera.wordpress.com> tre saggi, il primo, dell’amico Maurizio Blondet, sul ribollire fra i generali e gli ammiragli USA della contestazione alla politica di Obama e, speriamo mai, di Hillary Clinton, il secondo di Thierry Meyssan, è una denuncia dell’influenza dei falchi liberali sulla Casa Bianca, seguito da un video di Webster Tarpley sui personaggi più pericolosi della Casa Bianca, della CIA e della NATO, pubblicato da Pandora TV.Infine, ancora con Thierry Meyssan, intellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace, analista della politica internazionale nella stampa araba, latino-americana e russa, che ha ripercorso la carriera dell’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, Samantha Power, e di suo marito, il professore di diritto e teorico della dittatura morbida Cass Sunstein. Sarà il popolo USA a liberarci dall’incubo di questa Terza Guerra Mondiale, da questo sistema di potere che corrisponde agli USA, alla NATO, all’ONU, alla finanza speculativa globalizzata, alle multinazionali, che ha fatto dell’ISLAM un suo strumento e si traduce nello Stato Mafia, nella Chiesa cattolica relativista e buonista? Dio lo voglia e ci riporti nel solco tracciato da Adenauer, Schumann, De Gasperi, padri fondatori di un Europa cristiana libera: la mia Europa!

Cominciamo a conoscere in che mani siamo.

Samantha Power

Nominata nel 2013 rappresentante permanente degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza, l’ambasciatrice Samantha Power è la figura leader dei “falchi liberali”, una specie di alter ego dei “neoconservatori” nella promozione dell’interventismo dell’Impero americano. Nel corso della sua audizione di conferma al Senato ha esclamato: «Questo paese è il più grande paese della Terra. Non chiederò mai scusa per l’America!» [1] .

La gioventù di Samantha Power

Nata in Gran Bretagna nel 1970 e cresciuta in Irlanda, è emigrata negli Stati Uniti all’età di 9 anni perché la madre aveva abbandonato il padre pianista per risposarsi con un medico più ricco. Dopo aver seguito brillanti studi di diritto a Yale, diventa giornalista sportiva per la CNN, un canale d’informazione internazionale la cui redazione ospita membri del 4º Gruppo Operazioni Psicologiche di Fort Bragg (unità dell’Esercito americano per lo svolgimento di attività psicologiche e di propaganda, ndt). [2]

Entra al Carnegie Endowment for International Peace come assistente di Morton Abramowitz, allora anche direttore del National Endowment for Democracy (NED), il volto legale della CIA.

Durante la guerra in Bosnia-Erzegovina è reporter per il Boston Globe, The Economist, New Republic e U.S. News and World Report. Poi incontra Richard Holbrooke, che diventa il suo mentore. Holbrooke aveva organizzato l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina, allora guidata da Alija Izetbegović, alla fine di una guerra voluta dagli Stati Uniti per smembrare la Jugoslavia. Samantha Power non poteva ignorare che Izetbegović era circondato da tre consulenti: per la diplomazia il neoconservatore americano Richard Perle, per la comunicazione il lobbista francese Bernard-Henri Lévy e per le questioni militari l’islamista saudita Osama bin Laden [3].

La stampa non le basta. Riprende i suoi studi ad Harvard, alla Kennedy School of Government, dove crea, nel 1998, il Carr Center per la politica dei diritti umani. Samantha Power intende l’espressione “diritti umani” nel senso anglosassone del termine: proteggere gli esseri umani da possibili abusi di potere da parte dello Stato. In quanto superpotenza, l’Impero deve avere una politica in materia di diritti umani e a tale scopo formare i propri alti funzionari.

Questa concezione si oppone culturalmente a quella dei paesi latini, che invece parlano di “diritti dell’uomo e del cittadino”. Per loro non si tratta di limitare i poteri dello Stato, ma di mettere in discussione la sua legittimità. Non può pertanto aversi una “politica dei diritti dell’uomo”, dal momento che i diritti umani sono l’irruzione del popolo nella politica.

Il Carr Center è finanziato dalla fondazione del filantropo ex imprenditore Gregory C. Carr e dalla fondazione del libanese-saudita Rafiq al-Hariri (1944-2005).

Nel 2001, la professoressa Power partecipa come consulente alla Commissione internazionale sull’intervento e la sovranità degli Stati, creata da Gareth Evans e Mohamed Sahnoun sotto l’autorità del governo canadese. Questo è l’avvio del concetto di “responsabilità di proteggere” (R2P o RtoP, la nuova dottrina dell’Onu che permette d’intervenire militarmente per impedire ai governanti di uccidere il loro stesso popolo, ndt). Gli esperti avanzano l’idea che per prevenire massacri, come quelli di Srebrenica o del Ruanda, il Consiglio di Sicurezza dovrebbe essere in grado di intervenire quando lo Stato non esiste più.

L’anno seguente, Samantha Power pubblica la sua opera principale: “Voci dall’inferno. L’America e l’era del genocidio” (A problem from Hell: America and the Age of Genocide). Questo libro, particolarmente impegnativo, vincerà il Premio Pulitzer. Anche se inizia con il genocidio armeno per finire su ciò di cui gli albanesi sarebbero stati vittime in Kosovo, ruota essenzialmente intorno alla questione dello sterminio degli ebrei europei da parte della Germania nazista e alla dottrina giuridica di Raphael Lemkin (1900-1959, conosciuto per aver coniato nel 1944 il termine genocidio, ndt).

Lemkin è stato un avvocato a Varsavia tra le due guerre. In qualità di esperto presso la Società delle Nazioni, denunciò i crimini di «barbarie» commessi dall’Impero ottomano contro i cristiani (1894-1915) – compresi gli armeni − poi dall’Iraq contro gli assiri (1933). Durante la seconda guerra mondiale sfuggì alla persecuzione nazista contro gli ebrei rifugiandosi negli Stati Uniti, dove divenne consigliere del Dipartimento della Guerra. Tutta la sua famiglia, rimasta in Polonia, fu sterminata. Gradualmente, coniò il termine «genocidio» per definire una politica che mira a eliminare un particolare gruppo etnico. Divenne infine consigliere del procuratore degli Stati Uniti presso il Tribunale di Norimberga che condannò per «genocidio» molti leader nazisti.

Per Samantha Power, Lemkin ha aperto una via lungo la quale gli Stati Uniti avrebbero dovuto perseverare. Solo il senatore William Proxmire (parente dei Rockefeller) ha continuato la sua lotta fino alla ratifica da parte del Senato, nel 1986, della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio (1948). Come unica potenza globale, gli Stati Uniti hanno ora il dovere di intervenire laddove i “diritti umani” lo richiedono.

Tuttavia, in nessun momento la professoressa Power si è interrogata sulla responsabilità degli Stati Uniti nei massacri contemporanei, che si tratti di responsabilità diretta (Corea, Vietnam, Cambogia 1969-75, Iraq 1991-2003) o indiretta (Indonesia, Papua, Timor Est, Guatemala, Israele e Sud Africa). A posteriori, la responsabilità di proteggere fornisce la giustificazione teorica della “guerra umanitaria” in Kosovo. Ciò che l’economista prof. Edward Herman riassume nel seguente modo: «Per la Power, gli Stati Uniti non sono il problema, sono la soluzione.»

La responsabilità di proteggere è diventato un dovere morale per intervenire in qualsiasi paese che Washington accusi di praticare o di pianificare un genocidio. Per fare la guerra non è necessario che lo Stato sia assente e inadempiente, basta solo un pretesto.

Nel 2002, la Power rilascia un’intervista alla serie video dell’Università di Berkeley “Conversazioni con la Storia”. A una domanda sulla reazione auspicabile degli Stati Uniti se il conflitto israelo-palestinese si inasprisse e rendesse possibile un genocidio, lei si dice favorevole all’invio di una pesante forza militare per separare i due campi. Questa risposta viene strumentalizzata per accusarla di non stare dalla parte di Israele per antisemitismo. Lei deve allora rivolgersi a personalità ebraiche americane, come Abraham Foxman della Anti-Defamation League, per tirarla fuori da questa brutta situazione e riabilitare la sua immagine.

Samantha Power si vede ormai al governo. Nel 2003 si unisce per un breve periodo al comitato elettorale del generale Wesley Clark. L’ex comandante supremo della NATO in Kosovo ambiva allora all’investitura democratica per l’elezione presidenziale.

Tra il 2005 e il 2006 è invitata da un senatore appena uscito dal nulla, Barack Obama. Questo giovane giurista è un protetto dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale (durante la presidenza di Jimmy Carter, 1977-81, ndt) Zbigniew Brzezinski e il suo sponsor David Rockefeller. La Power è informata del progetto per rendere questo giovane uomo di colore il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America. Decide di dimettersi da Harvard e di unirsi alla squadra di Obama per diventare il suo segretario di Stato.

Nel 2006 Obama intraprende uno strano viaggio parlamentare in Africa, in realtà una missione della CIA per gettare le basi di un cambiamento di regime in Kenya, paese di cui è originario. [4] Samantha Power è incaricata di preparare la trasferta e in particolare la tappa dei campi profughi del Darfur.

Partecipa largamente alla stesura di “L’audacia della speranza” (The Audacity of Hope: Thoughts on Reclaiming the American Dream), il libro che farà conoscere Barack Obama al pubblico americano e gli aprirà la strada della Casa Bianca.

Figura ormai fondamentale dell’intellighenzia imperialista, Samantha Power fa propria la figura di Sergio Vieira de Mello. Questo diplomatico brasiliano era un alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, prima di essere assassinato in Iraq nel 2003 mentre sperava di diventare segretario generale. Nel 2008 lei gli dedica una biografia entusiastica: Chasing the Flame: One Man’s Fight to Save the World, ovvero “Tenere accesa la fiamma, Sérgio Vieira de Mello e la lotta per salvare il mondo” (sic). Lei a sua volta influenza un altro opportunista, il francese Bernard Kouchner, che succedette a de Mello come rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Kosovo (1999-2001) e fu scelto da Washington come ministro degli Esteri di Nicolas Sarkozy (2007-2010).

Samantha Power milita in seno a organizzazioni interventiste, soprattutto l’International Crisis Group del miliardario ungaro-americano George Soros e il Genocide Intervention Network (diventato United to End Genocide).

A contatto con Barack Obama incontra uno dei suoi amici, il prof. Cass Sunstein, nato come lei il 21 settembre ma di sedici anni più grande. Ha insegnato a lungo a Chicago, dove si è legato al giovane politico, poi va a Harvard, dove il suo ufficio è a un isolato da quello che occupa Samantha. Entrambi sono divorati dall’ambizione e farebbero di tutto per farsi notare. Nel luglio 2008 si sposano in Irlanda, lei cattolica e lui ebreo cabalista. Insieme formano ciò che il giornalista populista Glenn Beck chiamerà la «coppia più pericolosa d’America».

Autore prolisso (scrive molti libri all’anno e cura un gran numero di rubriche nei principali giornali), Cass Sunstein ha un’opinione su tutto, sulle tasse come sui diritti degli animali. È l’accademico di gran lunga più citato dalla stampa americana [5] e per una buona ragione: si è sistematicamente pronunciato a favore del potere statale contro i singoli cittadini, che fosse per sostenere le commissioni militari di George W. Bush a Guantánamo o per combattere contro il Primo Emendamento (libertà di espressione).

In altre parole, mentre Samantha Power esalta i diritti umani e diventa il riferimento intellettuale in materia, suo marito Cass Sunstein vi si oppone con forza e ne diventa il riferimento legale. Possono difendere tutto e il contrario di tutto con lo stesso entusiasmo, purché questo gli torni utile.

All’epoca, nel 2009, Sunstein pubblica con l’economista comportamentista Richard Thaler “Nudge. La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità” (Nudge: Improving Decisions about Health, Wealth, and Happiness).

Gli autori studiano le influenze sociali che spingono i consumatori a fare scelte sbagliate. Così facendo, elaborano una teoria del metodo secondo cui si potrebbero utilizzare le stesse influenze sociali per indurli a fare «buone scelte». È quello che loro chiamano il «paternalismo liberale», un ossimoro che designa eufemisticamente un sistema di manipolazione delle masse.

Nel settembre 2015 il presidente Obama farà del paternalismo liberale la sua nuova politica e darà istruzioni alla sua amministrazione per moltiplicare le «spintarelle» [6].

Durante la campagna elettorale del 2007-2008, Sunstein col giurista Adrian Vermeule scrive per le università di Chicago e Harvard una tesi che si imporrà come dottrina dell’amministrazione Obama nella lotta contro le «teorie del complotto» − cioè contro la contestazione della retorica ufficiale – e che ispirerà poi il presidente Hollande e la Fondazione Jean Jaurès [7]. In nome della difesa della «Libertà» contro l’estremismo, gli autori definiscono un programma per annientare questa opposizione:

«Possiamo facilmente immaginare una serie di risposte possibili.
– 1. Il governo può vietare le teorie del complotto.
– 2. Il governo potrebbe imporre qualche tipo di tassa, finanziaria o altro, su coloro che diffondono tali teorie.
– 3. Il governo potrebbe impegnarsi in una controdichiarazione per screditare le teorie complottistiche.
– 4. Il governo potrebbe assumere dei soggetti privati credibili per impegnarsi in una controdichiarazione.
– 5. Il governo potrebbe impegnarsi in comunicazioni informali con soggetti terzi e incoraggiarli.» [8].

La dittatura in guanto di velluto è in funzione.

Cass Sunstein sarà nominato dal presidente Obama a guidare l’OIRA (Office of Information and Regulatory Affairs), un ufficio della Casa Bianca col compito di semplificare le formalità amministrative.

Trascorrerà il primo anno a fare altro: trovare argomentazioni economiche per giustificare la necessità di lottare contro la diffusione di carbonio nell’atmosfera, il che potrebbe causare il riscaldamento globale. Una buona notizia per il presidente Obama, che − mentre lavorava per l’ex vicepresidente Al Gore e il suo partner finanziario David Blood − ha scritto lo statuto del “Climate Exchange Ltd” (sistema di scambio basato sul credito-carbonio, laddove un credito rappresenta una tonnellata di gas serra o di carbonio: le aziende che riducono il loro carbonio guadagnano crediti; al contrario, se superano la loro quota devono acquistare crediti di carbonio. Ndt) e quelli della “Borsa di scambio dei diritti di emissione di carbonio” a Chicago; argomenti che saranno ripresi dal presidente francese Hollande e dal suo ministro degli Esteri Laurent Fabius per preparare la “Cop 21” (Conferenza sul cambiamento climatico) e arricchire i loro amici. [9]

Samantha Power, da universitaria alla moda a donna il potere

Torniamo alla campagna elettorale. In un’intervista al quotidiano scozzese The Scotsman, Samantha Power definisce la rivale di Obama per la nomination democratica, Hillary Clinton, «un mostro» capace di calunniare chiunque per guadagnare una posizione (allusione alla polemica elettorale sul NAFTA, North American Free Trade Agreement, l’accordo nordamericano per il libero scambio, ndt). L’incidente la costringe a dimettersi. In seguito il suo mentore Richard Holbrooke (che ha coperto il genocidio a Timor Est) farà da intermediario tra le due donne per appianare il contrasto.

Durante il periodo di transizione presidenziale, la Power lavora con il futuro consigliere della sicurezza nazionale Thomas Donilon e con Wendy Sherman sulla successione al Dipartimento di Stato. Ma alla fine è Hillary Clinton − 62 anni, ex first lady ed ex senatrice – e non la giovane signora Power-Sunstein a diventare il segretario di Stato del presidente Obama.

Samantha Power diventa assistente speciale del presidente e direttrice dell’Ufficio degli affari multilaterali e dei diritti umani della Casa Bianca. Fa nominare un ex assistente di Madeleine Albright, David Pressman, direttore dei Crimini di guerra e delle Atrocità al Consiglio per la sicurezza nazionale (NSC, National Security Council, ndt). Per diffondere l’idea di un genocidio compiuto in Darfur, Pressman crea con John Prendergast un’organizzazione, Not On Our Watch, e vi arruola celebrità di Hollywood come George Clooney e Matt Damon. Al contempo riesce a convincere il presidente Obama a creare un Consiglio di prevenzione delle atrocità, riunendo varie agenzie degli Stati Uniti. [10] Stranamente, quest’organismo non ha mai pubblicato relazioni e si è limitato a una singola conferenza al Congresso. Sappiamo solo che si è congratulato per la riuscita dell’operazione in Kenya, il che riporta al viaggio organizzato dalla CIA e da Samantha Power in Africa per il senatore Obama: un cambiamento di regime che, lungi dall’evitare un genocidio, è stato fatto a costo di massacri tribali provocati con cura. Infine, questo Consiglio sembra essersi dissolto quando Daesh (l’ISIS, ndt) ha iniziato la pulizia etnica del Sunnistan iracheno [11].

Nell’ottobre del 2009 la Power scrive il grosso del discorso di Obama per il ritiro del Premio Nobel per la pace. Sviluppa l’idea di un’etica a geometria variabile: un presidente deve usare la forza e purtroppo non può agire come un Mahatma Gandhi o un Martin Luther King Jr.

È al Consiglio per la sicurezza nazionale che conosce il vice di Hillary Clinton, l’ex “proconsole americano” in Libano, Jeffrey Feltman, mentre prepara la “Primavera araba”: si tratterà di rovesciare i regimi laici arabi (Tunisia, Egitto, Libia, Siria e Algeria), alleati o meno degli Stati Uniti, e di mettere al potere i Fratelli musulmani.

Quando Gheddafi dichiara che il suo paese è attaccato da Al-Qa’ida, muove il suo esercito verso Bengasi per riprendere le basi militari che i terroristi hanno conquistato e annuncia con enfasi che se non se ne vanno farà «scorrere fiumi di sangue», Samantha Power ha un discorso già pronto. Le agenzie di stampa occidentali fanno credere che il paese sia alle prese con una rivoluzione popolare e che Gheddafi si accinga a uccidere il suo stesso popolo. È pertanto necessario che gli Stati Uniti prevengano il genocidio che si sta preparando. Rapidamente, la guerra contro la Libia, pianificata dal 2001, si mette in moto. L’operazione costerà la vita a 160.000 persone e ne sposterà più di altri quattro milioni.

Ambasciatrice alle Nazioni Unite e leader dei falchi liberali

Durante il suo secondo mandato, Obama cerca di liberarsi dei guerrafondai che tramano alle sue spalle. Fa arrestare manette ai polsi il direttore della CIA, il generale David Petraeus, e allontana Hillary Clinton. La Segreteria di Stato tanto sognata è di nuovo vacante, ma Obama nomina John Kerry, 70 anni, senatore da 28 anni ed ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Samantha Power − 43 anni, nessun mandato elettivo − riesce tuttavia a essere nominata ambasciatrice presso le Nazioni Unite.

La Power fin qui si era mostrata obbediente, sostenendo la primavera araba ma accettando l’accordo con la Russia in occasione della conferenza di Ginevra. Alle Nazioni Unite ritrova l’ex assistente di Hillary Clinton, Jeffrey Feltman, diventato il direttore degli Affari Politici dell’organizzazione, cioè il vero capo delle Nazioni Unite. Dalla sua nomina nel giugno 2012, Feltman organizza segretamente il sabotaggio del Comunicato di Ginevra per la segretaria di Stato [12]. L’uomo è capace e non tarderà a rigirarsi l’ambiziosa ambasciatrice Power e portarla dalla sua parte, all’insaputa del nuovo Segretario di Stato Kerry.

Il piano è semplice: la Power dovrà guadagnare tempo con i russi e gli iraniani, mentre Feltman adescherà l’Arabia Saudita e la Turchia con un progetto di resa totale e incondizionata della Repubblica araba siriana, e mentre il generale Petraeus e Allen organizzeranno la guerra segreta per rovesciare Assad. Se tutto va bene, gli Stati Uniti avranno la vittoria, la Russia sarà cacciata dal Medio Oriente, l’Iran tenuto sotto embargo e il presidente Obama sarà messo davanti al fatto compiuto.

In effetti Samantha Power farà fallire tutti i tentativi di soluzione politica del conflitto in Siria.

Sulla questione siriana, la Power lavora presto con la Syrian Emergency Task Force, che si presenta come un gruppo di rivoluzionari siriani che cercano di sensibilizzare i dirigenti americani. In realtà la SETF è guidata da Mouaz Moustafa, un palestinese membro dei Fratelli Musulmani, ex assistente parlamentare di John McCain ed ex giornalista di Al Jazeera, che lavora per il Washington Institute for Near East Policy (WINEP, l’Istituto per la Politica del Vicino Oriente, ndt), il think tank dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee, potentissimo gruppo d’interesse a Washington, ndt), ed è coinvolto nei vari obiettivi della primavera araba. Ha diretto il canale televisivo Sawatel, creato in Egitto per insediare Mohamed Morsi, e poi ha diretto il Libyan Council of North America (un gruppo di copertura di organizzazioni libiche con sede a Washington, ndt). È stato lui a organizzare il viaggio di John McCain in Siria, nel maggio 2013, e il suo incontro con il futuro califfo di Daesh [13].

Quando la stampa occidentale viene a conoscenza del massacro di civili con armi chimiche nell’area della Ghouta, a est di Damasco, e la presenta come un’azione del «regime di Assad» contro la sua «opposizione democratica», lei trova finalmente l’occasione di difendere delle popolazioni indifese. Nel corso di una conferenza al Center for American Progress, la Power caldeggia dei «bombardamenti limitati al fine di prevenire e impedire il futuro uso di armi chimiche». Ma avvisata che questo affare è in realtà un’operazione sotto falsa bandiera dei servizi segreti turchi per coinvolgere la NATO nella guerra, dalla Casa Bianca le viene ordinato di non fare nulla. Incastrata tra la sua posizione umanitaria, i suoi impegni presi con Feltman e la sua lealtà al presidente, va in Irlanda con suo marito a un festival cinematografico mentre il Consiglio di Sicurezza discute senza di lei. [14]

La bella retorica umanitarista di Samantha Power è una carta vincente quando avviene l’attacco dell’ISIS in Iraq. Consente agli Stati Uniti di costringere il primo ministro eletto Nouri al-Maliki a dimettersi, senza dover menzionare la sua violazione dell’embargo statunitense sulla vendita di armi iraniane e petrolio alla Cina che avviene senza passare per il dollaro. Permette anche di giustificare la creazione della Coalizione Internazionale anti-Daesh che naturalmente, su istruzione di Feltman all’ONU e di Petraeus al KKR (Kohlberg Kravis Roberts, un operatore internazionale di private equity, ndt), invece di bombardare l’organizzazione jihadista paracaduterà a quest’ultima armi e munizioni per un anno.

La Power, però, è costretta a scoprire le sue carte durante l’intervento militare russo in Siria. Nel corso di una riunione del Consiglio per la sicurezza nazionale (NSC) sollecita l’intervento degli Stati Uniti ed entra in conflitto con Robert Malley, responsabile per il Medio Oriente nel NSC. Malley è figlio di Simon Malley, giornalista francofono e fondatore del magazine Afrique-Asie, e di Barbara Malley, ex collaboratrice del FLN, il Fronte di Liberazione Nazionale algerino. Milita contro l’imperialismo USA, ma per una leadership statunitense insieme con i paesi in via di sviluppo. Ha giocato un ruolo importante nei negoziati con l’Iran. È in rapporti col presidente Assad, che ha incontrato più volte e conosce bene. Non è quindi possibile dargli a bere la storia del tiranno-che-assassina-il-suo-stesso-popolo. Malley sottolinea che la Repubblica araba siriana sostenuta dalla Russia ha vinto ed è tempo di fare la pace. La Power finge di piegarsi, ma la CIA ha già iniziato una nuova guerra, questa volta per creare un Kurdistan nel nord della Siria su un territorio per il 70% non curdo.

Come suo marito, il «paternalista liberale» Cass Sunstein, Samantha Power si definisce con un ossimoro proclamandosi, senza scherzi, «idealista machiavellica».

461.- Stato Maggiore USA denuncia influenza dei falchi liberali sulla Casa Bianca

Il malessere delle gerarchie militari USA è «Sotto i nostri occhi» – Cronaca di politica internazionale. L’articolo di Thierry Meyssan fa il paio con il precedente di maurizio Blondet.

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I militari possono influenzare i politici oppure dovrebbero accontentarsi di obbedire loro, anche quando constatano i loro errori? Questo è stato il tema di un famoso articolo del colonnello James H. Baker, attuale stratega del Pentagono. Questo è anche il senso dell’articolo di Seymour Hersh sul modo in cui lo stato maggiore ha continuato a mettere in guardia la Casa Bianca in merito alle operazioni della CIA in Siria e in Ucraina. Da diversi mesi, il complesso militare-industriale, l’ex direttore della DIA, e l’ex capo di stato maggiore e ora l’ex segretario alla difesa moltiplicano le critiche alla politica del presidente Obama.

Nell’illustrazione di apertura: l’ex direttore della Defense Intelligence Agency (DIA), Michael T. Flynn, e l’ex presidente del Comitato dei capi di stato maggiore (JCS), Martin Dempsey, con le loro mogli. Dopo aver obbedito in silenzio, non risparmiano più le loro critiche sull’influenza dei falchi liberali nei confronti della Casa Bianca. A loro avviso, Washington deve agire come partner affidabile di Mosca invece di moltiplicare i trucchi sporchi in Siria e in Ucraina.

Dalla Conferenza di Ginevra, nel giugno 2012, gli Stati Uniti accumulano contraddizioni sia sulla Siria sia sull’Ucraina. Tuttavia, lo stato maggiore ha scelto di far trapelare la propria posizione in modo da influenzare la Casa Bianca.
Contraddizioni ed esitazioni della Casa Bianca
Durante i mandati di George W. Bush, la Casa Bianca desiderava rovesciare la Repubblica araba siriana e creare un’area di caos in Ucraina, così come ci era riuscita in Iraq. Si trattava da una parte di proseguire la ristrutturazione del «Medio Oriente allargato» e dall’altra di tagliare le linee di comunicazione via terra tra l’Occidente da un lato, la Russia e la Cina dall’altro.
Quando Barack Obama gli è succeduto, veniva consigliato sia dal generale Brent Scowcroft sia dal proprio mentore politico, Zbigniew Brzezinski. Gli ex consiglieri della sicurezza nazionale di Jimmy Carter e di Bush padre non si fidavano della teoria del caos di Leo Strauss. Per loro, il mondo doveva essere organizzato sulla falsariga della pace di Westfalia, vale a dire intorno a degli stati riconosciuti a livello internazionale. Come Henry Kissinger, certamente puntavano a indebolire gli Stati in modo che non potessero opporsi all’egemonia USA, ma non a distruggerli; di conseguenza hanno usato volentieri dei gruppi non statali per il loro lavoro sporco, ma non avevano intenzione di affidare loro la gestione di territori.
Quando i falchi liberali intorno a Hillary Clinton, a Jeffrey Feltman e a David Petraeus – un generale gallonato passato a un ruolo civile – hanno sabotato l’accordo che la Casa Bianca aveva appena negoziato con il Cremlino e hanno rilanciato la guerra in Siria nel luglio 2012, Barack Obama non ha reagito. La campagna presidenziale era in piena attività negli Stati Uniti e non poteva permettersi di rivelare alla luce del giorno il disordine che regnava all’interno della sua squadra. Così tese una trappola al generale Petraeus che fece arrestare, ammanettato, all’indomani della sua rielezione, e ha poi congedato Hillary Clinton per sostituirla con John Kerry. Quest’ultimo era infatti in grado di ricomporre i pezzi con il presidente Assad, con il quale manteneva rapporti cordiali. Feltman, nel frattempo, era già all’ONU, e sembrava difficile richiamarlo improvvisamente.
In ogni caso, John Kerry si fece all’inizio persuadere che fosse troppo tardi e che la Repubblica araba siriana non sarebbe durata a lungo. L’unica cosa che poteva fare era di risparmiare al presidente al-Assad la tragica fine di Muammar el-Gheddafi, sodomizzato con la baionetta. La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato erano accecati dalle menzogne dell’era Bush. All’epoca, tutti i funzionari erano mobilitati, non tanto per analizzare e comprendere il mondo, bensì per giustificare in anticipo i crimini di Washington. Nel 2006, il primo segretario dell’ambasciata degli Stati Uniti a Damasco, William Roebuck, aveva redatto un rapporto che faceva fede: la Siria non era una repubblica baathista, ma una dittatura alauita. L’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia potevano legittimamente sostenere la maggioranza sunnita della popolazione per portarvi la “democrazia di mercato”.
Il presidente Obama lasciò dunque che la CIA continuasse la sua operazione di rovesciamento del regime siriano, con il pretesto del sostegno ai “ribelli moderati”. Vasti traffici d’armi furono organizzati, prima dalla Libia post-Gheddafi, poi dalla Bulgaria di Rosen Plevneliev e Boyko Borisov, e poi dall’Ucraina post-Yanukovich. Allo stesso tempo, uffici di reclutamento furono aperti in tutto il mondo musulmano per inviare combattenti per salvare i sunniti siriani schiacciati dalla dittatura alauita.
Peccato per loro, occorrerà ben riconoscere che la Repubblica araba siriana resiste alla più gigantesca coalizione della storia (114 Stati e 16 organizzazioni internazionali riunite in seno agli “Amici della Siria”). Vi riesce perché semplicemente non è mai stata una dittatura alauita, bensì un regime laico e socialista; perché i sunniti non sono massacrati dall’esercito, ma costituiscono la maggior parte dei soldati che difendono il paese contro l’aggressione straniera.
Quando i neoconservatori vicini a Victoria Nuland riuscirono a rovesciare il regime di Kiev a colpi di miliardi di dollari, nel febbraio 2014, il presidente Obama vi vide il risultato meritato di lunghi anni di sforzi. Non aveva subito misurato le conseguenze di questa operazione. Poi si trovò di fronte a un dilemma: o lasciare il paese senza un governo, come un buco spalancato tra l’Unione europea e la Russia, o mettervi al potere i soldatini della CIA, dei nazisti e qualche islamista. Ha scelto la seconda opzione, credendo che i suoi servizi avrebbero trovato tra questi mercenari degli individui capaci di rendersi rispettabili. Gli eventi successivi hanno dimostrato che non è successo. In definitiva, benché il regime di Viktor Yanukovich fosse certamente corrotto – ma non più di quelli della Moldavia, della Bulgaria o della Georgia, per citare solo questi – l’attuale potere di Kiev incarna tutto ciò contro cui Franklin D. Roosevelt si batté.

Che cosa vogliono i militari USA
Mentre la Casa Bianca e il Cremlino hanno appena firmato un secondo accordo per la pace in Medio Oriente, il giornalista Seymour Hersh ha pubblicato, sulla London Review of Books, una lunga indagine su come lo stato maggiore interarmi statunitense, sotto la presidenza del generale Martin Dempsey, resisté alle illusioni di Barack Obama [1]. Secondo lui, i militari tentarono di mantenere i contatti con i loro omologhi russi, malgrado la gestione politica della crisi ucraina. Trasmisero informazioni cruciali ad alcuni dei loro alleati, sperando che questi le dessero ai siriani, ma si astennero da qualsiasi intervento diretto a Damasco. Seymour Hersh deplora che oggi le cose vadano diversamente da quando il generale Joseph Dunford ha assunto la presidenza dello stato maggiore.
In questo articolo, afferma che la politica della Casa Bianca non è mai variata su quattro punti, uno più assurdo dell’altro secondo i militari:
— l’insistenza sull’allontanamento del presidente Assad;
— l’impossibilità di creare una coalizione anti-Daesh con la Russia;
— il fatto che la Turchia sia un alleato stabile nella guerra contro il terrorismo;
— il fatto che esistessero davvero forze di opposizione moderate atte al sostegno USA.

Ricordiamo che il Segretario della Difesa, Chuck Hagel, fu messo da parte nel febbraio 2014 per aver messo in discussione questa politica [2]. È stato sostituito da Ashton Carter – ex collaboratore di Condoleezza Rice – noto per il suo senso degli affari [3].
Successivamente, nell’ottobre 2014, la Rand Corporation, principale think tank del complesso militare-industriale, prese ufficialmente posizione a favore del presidente al-Assad. Sottolineò che la sua sconfitta sarebbe stata inevitabilmente seguita da una presa del potere da parte dei jihadisti, mentre una sua vittoria avrebbe consentito di stabilizzare la regione [4].
Nell’agosto 2015, è stata la volta del generale Michel T. Flynn, ex direttore della Defense Intelligence Agency (DIA), di rivelare ad Al-Jazeera circa i suoi sforzi intesi a mettere in guardia la Casa Bianca rispetto alle operazioni pianificate dalla CIA e da alleati di Washington con i jihadisti. Stava commentando uno dei suoi rapporti recentemente declassificati [5] che annuncia la creazione di Daesh [6].
Infine, nel dicembre 2015, l’ex Segretario della Difesa, Chuck Hagel, ha dichiarato che la posizione della Casa Bianca sulla Siria screditava il presidente Obama [7].

 

La rimozione del presidente democraticamente eletto della Siria è un obiettivo di guerra dei falchi liberali e dei neoconservatori. La sua neutralizzazione comporterebbe la caduta del regime come il linciaggio di Muammar el-Gheddafi ha immerso la Libia nel caos. Per contro, non si può salvare i siriani senza sostenere il loro presidente, Bashar al-Assad.

In che modo i militari hanno cercato di aiutare la Siria
Secondo Hersh, nel 2013, lo stato maggiore statunitense avrebbe fatto conoscere ai suoi omologhi siriani le quattro esigenze di Washington per cambiare politica:
— la Siria dovrebbe impedire a Hezbollah di attaccare Israele;
— essa dovrebbe riprendere i negoziati con Israele per risolvere la questione del Golan;
— dovrebbe accettare la presenza di consiglieri militari russi;
— infine, dovrebbe impegnarsi a svolgere nuove elezioni, alla fine della guerra, autorizzando una larga frangia dell’opposizione a parteciparvi.

Ciò che sorprende nella lettura di queste quattro condizioni è sia la totale mancanza di conoscenza della politica mediorientale che hanno i militari statunitensi, sia la loro volontà di imporre condizioni che non lo sono e che pertanto saranno immediatamente accettate da Damasco. A meno che non si tratti di suggerimenti al presidente al-Assad affinché riesca a far evolvere il suo omologo statunitense.
— In primo luogo, Hezbollah è una rete di resistenza all’occupazione israeliana che si è creata in Libano come reazione all’invasione del 1982. Non era inizialmente inquadrata dai Guardiani della Rivoluzione iraniani, sebbene debba molto ai Basij, bensì dall’Esercito arabo siriano. Si rivolse all’Iran solo dopo il ritiro dell’esercito siriano dal Libano, nel 2005. E ancora, in occasione della guerra israelo-libanese del 2006, il ministro della difesa siriano era segretamente presente sulla linea del fronte per monitorare il trasferimento del materiale. Oggi, lo sciita Hezbollah e il laico Esercito arabo siriano combattono insieme, sia in Libano e Siria, contro i jihadisti che Israele sostiene, tanto sul piano aeronautico quanto in campo medico.
— Dal 1995 (Wye River) al 2000 (Ginevra), il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton organizzò negoziati tra Israele e Siria. In definitiva, tutto fu negoziato in modo equo, anche se la delegazione israeliana barava ascoltando le conversazioni telefoniche dei presidenti di USA e Siria [8]. La pace avrebbe potuto e avrebbe dovuto essere firmata, se e soltanto se il primo ministro israeliano Ehud Barak non si fosse rifiutato all’ultimo momento, come testimoniato dal Presidente Clinton nelle sue memorie [9]. Bashar Al-Assad, di propria iniziativa, riprese le trattative, questa volta in via indiretta tramite la Turchia. Ma si interruppe quando Israele violò gravemente il diritto internazionale, affrontando in acque internazionali la “Freedom Flotilla”. La Siria desidera ancora riprendere e concludere tali negoziati, ed è la parte israeliana, solo quella, che si rifiuta.
— Per quanto riguarda le relazioni militari tra Damasco e Mosca, esse risalgono al periodo sovietico e sono state più o meno interrotte all’epoca di Boris Eltsin. Nel 2005, Assad si recò in Russia per rinegoziare il debito contratto con l’URSS. Offrì allora al Cremlino 30 km di costa per allargare il porto militare di Tartus, ma i russi, il cui esercito si trovava in piena riorganizzazione, non erano interessati. Prima della Conferenza di Ginevra (giugno 2012), il consigliere per la sicurezza nazionale, Hassan Tourekmani, propose ai russi di schierare dei “Colbacchi blu” in territorio siriano per stabilizzare il paese. Il Cremlino, osservando l’attività della CIA e l’afflusso di jihadisti da tutto il mondo musulmano, comprese un po’ più tardi che la guerra era solo una prova generale prima di passare al Caucaso. Vladimir Putin dichiarò che la Siria era “questione interna russa” e prese l’impegno di schierarvi il suo esercito. Se nulla è successo nel 2013 e nel 2014, non è perché la Russia abbia cambiato idea, ma perché ha preparato le sue forze, in particolare attraverso la messa a punto di nuove armi.
— Infine, la Repubblica araba siriana ha proceduto, nel maggio 2014, a delle elezioni presidenziali qualificate come eque e democratiche da tutte le ambasciate a Damasco. Sono gli europei che, in violazione della Convenzione di Vienna, hanno impedito a centinaia di migliaia di profughi di parteciparvi. E sono sempre loro ad aver convinto vari gruppi di opposizione a non presentare candidati. Assad, che ha largamente vinto queste elezioni, è pronto a rimettere in gioco il suo mandato, in anticipo, alla fine della guerra. Con un semplice voto dell’Assemblea, la Repubblica potrebbe accogliere le candidature degli esiliati siriani, ad eccezione di coloro che hanno collaborato con i Fratelli Musulmani o con le loro organizzazioni armate (Al Qa’ida, Daesh, ecc).
I militari USA non vogliono essere presi per dei neo-conservatori
Poco prima di lasciare l’incarico, il generale Martin Dempsey aveva fatto nominare il colonnello James H. Baker come Direttore dell’Office of Net Assessment, ossia presso l’ufficio responsabile per la prospettiva e la strategia del Pentagono [10]. Ora, Baker è noto per essere sia giusto, che razionale e ragionevole, l’esatto contrario dei discepoli di Leo Strauss. Benché Seymour Hersh non lo citi nel suo articolo, crediamo di percepire la sua impronta sulla posizione dello stato maggiore USA.
In ogni caso, l’articolo di Seymour Hersh attesta la disponibilità dello stato maggiore statunitense a distinguersi sia dalla Casa Bianca sia dai falchi liberal come i generali David Petraeus e John Allen; un modo come un altro per sottolineare che, nel contesto attuale, il presidente Obama non ha più motivo alcuno di persistere nelle ambiguità alle quali è stato costretto negli ultimi tre anni.
Da ricordare
– Nel corso degli ultimi mesi, la Rand Corporation (principale think-tank del complesso industriale militare), l’ex direttore della Defense Intelligence Agency Michael T. Flynn, l’ex presidente del comitato dei capi di stato maggiore Martin Dempsey, e l’ex Segretario della Difesa Chuck Hagel hanno messo in discussione le contraddizioni e le esitazioni della Casa Bianca.
– L’intelligentsia militare USA contesta la politica ereditata dall’era Bush di confronto con la Russia. Richiede una collaborazione in Siria e in Ucraina, nonché una ripresa delle redini su degli alleati che dovrebbero essere la Turchia, l’Arabia Saudita e il Qatar.
– Per gli ufficiali superiori USA (1) occorre sostenere il presidente Assad che deve vincere e restare al potere; (2) occorre agire con la Russia contro Daesh; (3) occorre sanzionare la Turchia, che non si comporta come un alleato ma come un nemico; (4) infine, occorre smettere di immaginare che esistano dei ribelli moderati siriani e nascondersi dietro questa fantasia per lasciare che la CIA sostenga i terroristi.
NOTE

[1] “Military to Military. US intelligence sharing in the Syrian war”, Seymour M. Hersh, London Review of Books, Vol. 38, No. 1, January 7, 2016.
[2] «Obama ce l’ha ancora una politica militare?», di Thierry Meyssan, Megachip, Rete Voltaire, 1° dicembre 2014.
[3] «Ash Carter assume un team di consulenti della SDB», Rete Voltaire, 26 dicembre 2014.
[4] Alternative Futures for Syria. Regional Implications and Challenges for the United States, Andrew M. Liepman, Brian Nichiporuk, Jason Killmeyer, Rand Corporation, October 22, 2014.
[5] Rapporto dell’Agenzia d’intelligence militare ai diversi servizi dell’amministrazione Obama sui jihadisti in Siria (documento declassificato in inglese), 12 agosto 2012.
[6] «Le renseignement militaire états-unien et la Syrie», par W. Patrick Lang, Centre français de recherche sur le renseignement (CF2R), Réseau Voltaire, 21 décembre 2015.
[7] “Hagel: The White House tried to destroy me”, Dan de Luce, Foreign Policy, December 18, 2015.
[8] Cursed Victory: A History of Israel and the Occupied Territories (Vittoria maledetta: Storia di Israele e dei territori occupati), Ahron Bregman, Penguin, 2014 (Traduzione disponibile unicamente in tedesco).
[9] My Life, Bill Clinton, Knopf Publishing Group, 2004.
[10] «Ashton Carter nomina il nuovo stratega del Pentagono», Rete Voltaire, 3 giugno 2015.
Thierry Meyssan, 27 dicembre 2015.
Traduzione a cura di Matzu Yagi

Convegno No Nato di Roma, Webster Tarpley offre una inquietante panoramica dei personaggi più pericolosi all’interno della Nato e nella nuova politica USA.

460.- USA: la rivolta dei generali. Nascosta, ma continua.

La domenica trascorsa all’Alta Forum di Campodarsego, con l’associazione Bellatrix di Francesca Salvador, si è parlato di “Fatti e misfatti dell’informazione”. E’ stata l’occasione per incontrare alcuni nostri riferimenti, come Bruno Ballardini e Maurizio Blondet. Quest’ultimo, circa un mese fa, ha pubblicato questo pezzo che rappresenta proprio un esempio di ciò che non viene divulgato.

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Maurizio Blondet

“L’ostinata insistenza di Barack Obama che Bashar al-Assad va rovesciato, e che in Siria ci sono ribelli ‘moderati’ ha provocato il silenzioso dissenso, ed anche aperta opposizione, fra alcuni dei più alti generali dello Stato Maggiore Congiunto del Pentagono”: con questo incipit, Seymour Hersh, uno dei massimi giornalisti statunitensi, rivela stupefacenti dettagli di una incredibile resistenza e disobbedienza dei militari Usa. In breve, un gruppo di gallonati, fra cui il generale Martin Dempsey allora capo degli Stati Maggiori (JCS), e il capo della DIA (spionaggio militare), generale Michel Flynn, hanno impedito o ritardato la caduta del regime di Assad, fornendo informazioni di intelligence ai militari siriani. Ma attenzione, non direttamente: hanno mandato “informazione tattica e consulenza operativa” contro i terroristi islamici ai servizi militari di Germania, Israele (sic) e Russia sapendo che, avendo questi dei contatti informali con Assad e i suoi alti gradi, glieli avrebbero passati.

Se la cosa vi sembra troppo contorta, idiota e incredibile, si sappia che Hersh è uno che non da oggi ha fonti altissime nel settore militare Usa che è stato ostile alla presa di potere neocon, ed ha già prodotto importanti articoli sui retroscena indicibili delle guerre americane, dalle atrocità nel carcere di Abu Ghraib alla prova che non fu Assad a lanciare i gas sarin “contro il suo stesso popolo” nel 2013. E l’indizio che le verità che dice sono scomode, è che non vengono accolte dai grandi media americani; uno dei più celebri giornalisti del nostro tempo, oggi 78 enne, è stato persino congedato dal New Yorker (un mensile), ed ora deve scrivere le sue esplosive rivelazioni sul britannico London Review of Books.

NewsExtra_257006Seymour Hersh ha rivelato sia il massacro di My Lay durante la guerra del Vietnam, sia le torture della prigione di Abu Ghraib durante quella dell’Iraq. Dopo aver lavorato al New York Times e poi al New Yorker, non riesce più a farsi pubblicare nel proprio paese e collabora con la London Review of Books.

En passant, la lunghissima ultima inchiesta di Hersh rivela che la Cia ha continuato ad armare i terroristi anti-Assad, senza distinzione fra moderati ed estremisti, con navi  piene di armi prese dagli arsenali del rovesciato Gheddafi in Libia “via Turchia”. “L’operazione è stata condotta dal 2011 da un annesso clandestino della Cia a Bengasi, col tacito assenso del Dipartimento di Stato [allora diretto da Hillary Clinton, ndr.].Christopher Stevens, l’ambasciatore Usa che è stato ucciso durante l’attacco che ha incendiato l’ambasciata, ebbe un incontro l’11 settembre del 2012, poco prima di morire, con un dirigente della compagnia di navigazione di Tripoli Al-Marfa Shipping and Maritime Services, che come sapeva il Capo degli Stati Maggiori, gestiva   la spedizione di armamenti”. Comprate a caro prezzo a fondamentalisti e tagliagole libici. E’ sempre più probabile che l’attacco in cui fu ucciso (e stuprato da morto) l’ambasciatore sia stato  l’esito di un litigio sui prezzi. Fra gangsters.

Hillary Clinton

Era dal 2006, dunque dalla Amministrazione Bush, che l’ambasciata Usa fianziava l’opposizione in Siria (nel 2006 con 5 milioni di dollari); Obama ha continuato la stessa politica, nonostante i consigli contrari e sempre più urgenti dei militari: la caduta di Assad provocherà solo il caos, come in Libia.   Ma “gli Stati Maggiori” giunsero alla conclusione che “era impossibile per loro controbattere direttamente” l’ostinazione di Obama, che (si lascia intendere) ha sempre sostenuto i sauditi e i Fratelli Musulmani, ciecamente, rigettando i rapporti militari che (tra l’altro) sottolineavano che la Turchia conduceva un suo doppio gioco (ben noto a tutta la NATO. ndr).

Il Pentagono inganna la Cia.

“Non c’era modo di bloccare le spedizioni di armi, essendo esse autorizzate dal presidente” – prosegue Hersh,citando un “consigliere degli Stati Maggiori Riuniti” ( JCS) che è la sua anonima fonte (ed è chiaramente uno dei generali della fronda), allora “La Cia fu avvicinata da un rappresentante dello Stato Maggiore  che suggerì: ci sono disponibili armamenti molto meno costosi negli arsenali turchi, che possono arrivare ai ribelli in Siria nello spazio di giorni e senza richiedere una spedizione navale”. La Cia accettò il suggerimento. Ma la gola profonda del JCS dice: “Noi abbiamo lavorato con turchi che sapevamo per certo non essere lealisti   pro-Erdogan, e da loro abbiamo ottenuto che mandassero ai jihadisti in Siria le armi più obsolete dell’arsenale, fra cui carabine M1 mai viste in giro dai tempi della guerra di Corea”. Poco dopo, Assad capì il messaggio: c’erano in Usa amici che “hanno il potere di sminuire la direttiva presidenziale nella sua realizzazione”. Dai quali, quindi, poteva accettare le “indirette relazioni di intelligence” e consigli operativi.

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Un’amicizia di lunga data. Un alto esponente della “Intelligence community” americana dice ad Hersh: “Dall’11 Settembre, Bashar ci è stato estremamente utile: nel 2002 ha autorizzato lo spionaggio siriano a passarci centinaia di dossiers sulle attività della Fratellanza Musulmana in Siria e Germania. Nello stesso anno, ci ha aiutato a sventare un attentato di Al Qaeda contro il quartier generale della 5ta Flotta in Bahrein, anzi Assad “accettò di dare alla Cia il nome di un informatore vitale interno ad Al Qaeda. In violazione dell’accordo, la Cia ha contattato l’informatore direttamente; costui ha rigettato l’approccio, e troncò i rapporti con i suoi gestori siriani”.

Una serie di servizi preziosi per i militari Usa, che la Casa Bianca ha ripagato come si sa: “Assd must go”, ed armi ai tagliagole. Prospettiva che oltretutto farebbe mancare ai congiurati del Pentagono una fonte essenziale di informazioni, che certo non sarebbe sostituita con l’instaurazione del Califfato. Stesso discorso per la Russia di Putin: amicizia e stima per l’uomo del Cremlino che ha le stesse loro preoccupazioni sul pericolo islamista, non condivise dal presidente. Come ha detto il generale Flynn nella recente intervista allo Spiegel (dove ha accusato Obama di volere deliberatamente la presa del potere del Califfato in Siria): “Dobbiamo lavorare in modo costruttivo con la Russia.non puoi dire che la Russia è cattiva, che deve andarsene dalla Siria; non succederà. Siamo realistici”. Per la sua posizione, Flynn “è incorso nella furia dell’Amministrazione” che lo  ha licenziato. Quanto al generale Dempsey – che Hersh descrive “esterrefatto dal continuo appoggio che Obama ha dato a Erdogan” – è stato sostituito de un generale Joseph Dunford, che davanti alla Commissione senatoriale competente, prima di assumere la carica: “Se volete che indichi una nazione che rappresenta un pericolo esistenziale per gli Stati Uniti, devo indicare la Russia”.

U.S. President Obama and Turkey's Prime Minister Erdogan take part in a family photo during the G20 Summit in Cannes
U.S. President Barack Obama (L) and Turkey’s Prime Minister Recep Tayyip Erdogan take part in a family photo during the G20 Summit of major world economies in Cannes 

La fronda è utile

Insomma, si deduce, la strana “fronda militare” contro Obama e a favore di Assad (e di Putin) pare sconfitta – e forse è questo il motivo per cui ha passato ad Hersh le esplosive rivelazioni. Resta la domanda su questa alta crema militare Usa, perfettamente cosciente che la politica di “guerra a terrorismo globale” è rovinosa politicamente, militarmente e moralmente, a cui sono costretti dal governo Usa, non sappia o non possa ribellarsi apertamente. Già all’indomani dell’11 Settembre – che è stato il colpo di Stato con cui i neocon hanno lanciato la Superpotenza nelle guerre per destabilizzare i nemici di Sion- non pochi a Washington hanno sperato in un “golpe democratico” da parte dei generali, i soli a poterlo attuare. Invece fanno la fronda.

Difficile giudicarli. Forse è meglio ricordare le volte in cui la fronda dei generali ha scongiurato il peggio. Già molte volte. Nell’aprile 2006, quando “Bush e Cheney avevano deciso seriamente di bombardare la centrale iraniana di Natanz con l’atomica”, e il  capo degli Stati Maggiori di allora, il generale dei Marines Peter Pace, si oppose apertamente e  con tanta forza, da ottenere che “l’opzione nucleare” fosse cancellata.

Non per molto. Il 29 agosto 2007, un bombardiere strategico B-52 decollò dalla base di Minot (Nord Dakota) e fece scalo dopo ore di volo a Barksdale, in Louisiana, per rifornirsi di carburante. Allora il personale si accorse che sotto le sua vaste ali, il Boeing aveva sei missili da crociera AGM-129 armati con altrettante testate atomiche W80-1, già attivate. Furono gli ufficiai della US Air Force di stanza a Barksdale ad impedire che l’aereo con le bombe ripartisse per la sua ignota destinazione, riuscendo a capire che il carico ed armamento di tali testate era avvenuto “scavalcando” completamente non solo le norme di sicurezza complesse e strettissime, ma la catena di comando – modo discreto di dire che l’ordine era venuto da Dick Cheney, il vicepresidente. Lo scandalo fu soffocato. Ci furono morti sospette fra i militari che avevano sventato il volo della morte.

 

Nell’autunno dello stesso 2007 l’ammiraglio William Fallon, allora comandante del CENTCOM, si oppose ad un ennesimo tentativo di aggredire l’Iran che stava architettando il generale Petraeus, allora suo sottoposto, e che apostrofò come segue: “Sei un leccaculo, un vile, il tipo di persona che detesto”.

Solo la storia ci dirà se questi gallonati, che invece di ribellarsi resistono occultamente e sotterraneamente ai loro capi civili,  sono degli arrivisti preoccupati della carriera o invece sono degli eroi che hanno adottato il solo metodo praticabile per attenuare la follia della Superpotenza-Mostro.

Solo la storia ce lo dirà, se ci sarà ancora una storia.

459.-DISEGNO DI LEGGE CIRINNA’ BIS

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Atto Senato n. 14, XVII Legislatura. Iniziativa Parlamentare. Titolo breve: “Disciplina delle coppie di fatto e delle unioni civili”.

Relatori: Sen. Ciro Falanga (FI-PdL XVII), Sen. Monica Cirinna’ (PD).

DISEGNO DI LEGGE

CAPO 1  DELLE UNIONI CIVILI

Art. 1. (Finalità)

1. Le disposizioni del presente Capo istituiscono l’unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale.

Art. 2. (Costituzione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso)

1. Due persone maggiorenni dello stesso sesso costituiscono un’unione civile mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni.

2. L’ufficiale di stato civile provvede alla registrazione degli atti di unione civile tra persone dello stesso sesso nell’archivio dello stato civile.

3. Sono cause impeditive per la costituzione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso:

a) la sussistenza, per una delle parti, di un vincolo matrimoniale o di un’unione civile tra persone dello stesso sesso;

b) l’interdizione di una delle parti per infermità di mente; se l’istanza d’interdizione è soltanto promossa, il pubblico ministero può chiedere che si sospenda il procedimento di costituzione dell’unione civile; in tal caso il procedimento non può aver luogo finché la sentenza che ha pronunziato sull’istanza non sia passata in giudicato;

c) la sussistenza tra le parti dei rapporti di cui all’articolo 87, primo comma, del codice civile; non possono altresì contrarre unione civile tra persone dello stesso sesso lo zio e il nipote e la zia e la nipote; si applicano le disposizioni di cui al medesimo articolo 87;

d) la condanna definitiva di un contraente per omicidio consumato o tentato nei confronti di chi sia coniugato o unito civilmente con l’altra parte; se è stato disposto soltanto rinvio a giudizio ovvero sentenza di condanna di primo o secondo grado ovvero una misura cautelare, la procedura per la costituzione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso è sospesa sino a quando non è pronunziata sentenza di proscioglimento.

4. La sussistenza di una delle cause impeditive di cui al presente articolo comporta la nullità dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. All’unione civile tra persone dello stesso sesso si applicano gli articoli 65 e 68 nonché le disposizioni della sezione VI del capo III del titolo VI del libro primo del codice civile.

5. L’unione civile tra persone dello stesso sesso è certificata dal relativo documento attestante la costituzione dell’unione, che deve contenere i dati anagrafici delle parti, l’indicazione del loro regime patrimoniale e della loro residenza, oltre ai dati anagrafici e la residenza dei testimoni.

6. Mediante dichiarazione all’ufficiale di stato civile le parti possono stabilire di assumere un cognome comune scegliendolo tra i loro cognomi. La parte può anteporre o posporre al

cognome comune il proprio cognome, se diverso, facendone dichiarazione all’ufficiale di stato civile.

Art. 3. (Diritti e doveri derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso)

1. Con la costituzione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri; dall’unione civile deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione. Entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni.

2. Le parti concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza comune; a ciascuna delle parti spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato.

3. All’unione civile tra persone dello stesso sesso si applicano le disposizioni di cui alle sezioni II, III, IV, V e VI del capo VI del titolo VI e al titolo XIII del libro primo del codice civile nonché gli articoli 116, primo comma, 146, 159, 160, 162, 163, 164, 166, 166­bis, 342­bis, 342­ter, 408, 410, 417, 426, 429, 1436, 2122, 2647, 2653, primo comma, numero 4), 2659 e 2941, numero 1), del codice civile.

4. Le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. La disposizione di cui al periodo precedente non si applica alle norme del codice civile non richiamate espressamente nella presente legge nonché alle disposizioni di cui al Titolo II della legge 4 maggio 1983, n. 184.

Art. 4. (Diritti successori)

1. Alle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso si applicano le disposizioni previste dal capo III e dal capo X del titolo I, dal titolo II e dal capo II e dal capo V­bis del titolo IV del libro secondo del codice civile.

Art. 5. (Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184)

1. All’articolo 44, comma 1, lettera b), della legge 4 maggio 1983, n. 184, dopo la parola: «coniuge» sono inserite le seguenti: «o dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso» e dopo le parole: «e dell’altro coniuge» sono aggiunte le seguenti: «o dell’altra parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso».

Art. 6. (Scioglimento dell’unione civile tra persone dello stesso sesso)

1. All’unione civile tra persone dello stesso sesso si applicano le disposizioni di cui al capo V del titolo VI del libro primo del codice civile, alla legge 1° dicembre 1970, n. 898, nonché le disposizioni di cui al titolo II del libro quarto del codice di procedura civile ed agli articoli 6 e 12 del decreto­legge 12 settembre 2014, n. 132, convertito, con modificazioni, dalla legge 10 novembre 2014, n. 162.

2. La sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso determina lo scioglimento dell’unione civile fra persone dello stesso sesso.

Art. 7. (Costituzione dell’unione civile in caso di scioglimento automatico del matrimonio)

1. Alla rettificazione anagrafica di sesso, ove i coniugi abbiano manifestato la volontà di non sciogliere il matrimonio o di non cessarne gli effetti civili, consegue l’automatica instaurazione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso.

Art. 8. (Delega al Governo per l’ulteriore regolamentazione dell’unione civile)

1. Fatte salve le disposizioni di cui alla presente legge, il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi in materia di unione civile fra persone dello stesso sesso nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) adeguamento alle previsioni della presente legge delle disposizioni dell’ordinamento dello stato civile in materia di iscrizioni, trascrizioni e annotazioni;

b) modifica e riordino delle norme in materia di diritto internazionale privato, prevedendo l’applicazione della disciplina dell’unione civile tra persone dello stesso sesso regolata dalle leggi italiane alle coppie formate da persone dello stesso sesso che abbiano contratto all’estero matrimonio, unione civile o altro istituto analogo;

c) modificazioni ed integrazioni normative per il necessario coordinamento con la presente legge delle disposizioni contenute nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti e nei decreti.

2. I decreti legislativi di cui al comma 1 sono adottati su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, del Ministro della giustizia e del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro per le riforme costituzionali e per i rapporti con il Parlamento e con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali.

3. Ciascuno schema di decreto legislativo, a seguito della deliberazione del Consiglio dei ministri, è trasmesso alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica perché su di esso siano espressi, entro sessanta giorni dalla trasmissione, i pareri delle Commissioni parlamentari competenti per materia. Decorso tale termine il decreto è comunque adottato, anche in mancanza dei pareri. Qualora il termine per l’espressione dei pareri parlamentari scada nei trenta giorni che precedono la scadenza del termine previsto dal comma 1, quest’ultimo termine è prorogato di tre mesi. Il Governo, qualora non intenda conformarsi ai pareri parlamentari, trasmette nuovamente i testi alle Camere con le sue osservazioni, con eventuali modificazioni, corredate dei necessari elementi integrativi di informazione e motivazione. I pareri definitivi delle Commissioni competenti per materia sono espressi entro il termine di dieci giorni dalla data della nuova trasmissione. Decorso tale termine, i decreti possono essere comunque adottati.

4. Entro due anni dalla data di entrata in vigore di ciascun decreto legislativo adottato ai sensi del comma 1, il Governo può adottare disposizioni integrative e correttive dei decreti medesimi, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi di cui al citato comma l, con la procedura prevista nei commi 2 e 3.

Art. 9. (Modifica dell’articolo 86 del codice civile in materia di libertà di stato per contrarre matrimonio)

1. All’articolo 86 del codice civile, dopo le parole: «da un matrimonio» sono inserite le parole: «o da un’unione civile tra persone dello stesso sesso».

Art. 10. (Disposizioni finali e transitorie)

1. Le disposizioni del presente Capo acquistano efficacia a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge.

2. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, da emanare entro trenta giorni dalla

data di entrata in vigore della presente legge, sono stabilite le disposizioni transitorie necessarie per la tenuta dei registri nell’archivio dello stato civile nelle more dell’entrata in vigore dei decreti legislativi adottati ai sensi dell’articolo 8, comma 1, lettera a).

CAPO 2

DELLA DISCIPLINA DELLA CONVIVENZA

Art. 11. (Della convivenza di fatto)

1. Ai fini delle disposizioni del presente Capo si intendono per: «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.

2. Per l’individuazione dell’inizio della stabile convivenza trovano applicazione gli articoli 4 e 33 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223.

Art. 12. (Reciproca assistenza)

1. I conviventi di fatto hanno gli stessi diritti spettanti al coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario.

2. In caso di malattia o di ricovero, i conviventi di fatto hanno diritto reciproco di visita, di assistenza nonché di accesso alle informazioni personali, secondo le regole di organizzazione delle strutture ospedaliere o di assistenza pubbliche, private o convenzionate, previste per i coniugi e i familiari.

3. Ciascun convivente di fatto può designare l’altro quale suo rappresentante con poteri pieni o limitati:

a) in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute;

b) in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie.

4. La designazione di cui al comma 3 è effettuata in forma scritta e autografa oppure, in caso di impossibilità di redigerla, alla presenza di un testimone.

Art. 13. (Permanenza nella casa di comune residenza e successione nel contratto di locazione)

1. Salvo quanto previsto dall’articolo 155­quater del codice civile, in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni.

2. Il diritto di cui al comma 1 viene meno nel caso in cui il convivente superstite cessi di abitare stabilmente nella casa di comune residenza o in caso di matrimonio, di unione civile o di nuova convivenza di fatto.

3. Nei casi di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione della casa di comune residenza, il convivente di fatto ha facoltà di succedergli nel contratto.

Art. 14. (Inserimento nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare)

1. Nel caso in cui l’appartenenza ad un nucleo familiare costituisca titolo o causa di preferenza nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare, di tale titolo o causa di preferenza possono godere, a parità di condizioni, i conviventi di fatto.

Art. 15. (Obbligo di mantenimento o alimentare)

1. In caso di cessazione della convivenza di fatto, ove ricorrano i presupposti di cui all’articolo 156 del codice civile, il giudice stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente quanto necessario per il suo mantenimento per un periodo determinato in proporzione alla durata della convivenza.

2. In caso di cessazione della convivenza di fatto, ove ricorrano i presupposti di cui all’articolo 438, primo comma, del codice civile, il giudice stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente gli alimenti per un periodo determinato in proporzione alla durata della convivenza.

Art. 16. (Diritti nell’attività di impresa)

1. Nella sezione VI del capo VI del titolo VI del libro primo del codice civile, dopo l’articolo 230­bis è aggiunto il seguente:

«Art. 230­ter. ­ (Diritti del convivente). ­­ Al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente spetta una partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, commisurata al lavoro prestato. Il diritto di partecipazione non spetta qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato».

Art. 17. (Forma della domanda di interdizione e di inabilitazione)

1. All’articolo 712, secondo comma, del codice di procedura civile, dopo le parole: «del coniuge» sono inserite le seguenti: «o del convivente di fatto».

2. Il convivente di fatto può essere nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno, qualora l’altra parte sia dichiarata interdetta o inabilitata ai sensi delle norme vigenti ovvero ricorrano i presupposti di cui all’articolo 404 del codice civile.

Art. 18. (Risarcimento del danno causato da fatto illecito da cui è derivata la morte di una delle parti del contratto di convivenza)

1. In caso di decesso del convivente di fatto, derivante da fatto illecito di un terzo, nell’individuazione del danno risarcibile alla parte superstite si applicano i medesimi criteri individuati per il risarcimento del danno al coniuge superstite.

Art. 19. (Contratto di convivenza)

1. I conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la stipula di un contratto di convivenza nel quale possono altresì fissare la

comune residenza.

2. Il contratto di convivenza, le sue successive modifiche e il suo scioglimento sono redatti in forma scritta, a pena di nullità, e ricevuti da un notaio in forma pubblica.

3. Ai fini dell’opponibilità ai terzi, il notaio che ha ricevuto l’atto in forma pubblica o che ne ha autenticato le sottoscrizioni deve provvedere entro i successivi dieci giorni a trasmetterne copia al comune di residenza dei conviventi per l’iscrizione all’anagrafe ai sensi degli articoli 5 e 7 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223.

4. Il contratto può prevedere:

a) le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo;

b) il regime patrimoniale della comunione dei beni, di cui alla sezione III del capo VI del titolo VI del libro primo del codice civile;

5. Il regime patrimoniale scelto nel contratto di convivenza può essere modificato in qualunque momento nel corso della convivenza con le modalità di cui al comma 2.

6. Il trattamento dei dati personali contenuti nelle certificazioni anagrafiche deve avvenire conformemente alla normativa prevista dal codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, garantendo il rispetto della dignità degli appartenenti al contratto di convivenza. I dati personali contenuti nelle certificazioni anagrafiche non possono costituire elemento di discriminazione a carico delle parti del contratto di convivenza.

7. Il contratto di convivenza non può essere sottoposto a termine o condizione. Nel caso in cui le parti inseriscano termini o condizioni, questi si hanno per non apposti.

Art. 20. (Cause di nullità)

1. Il contratto di convivenza è affetto da nullità insanabile che può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse se concluso:

a) in presenza di un vincolo matrimoniale, di un’unione civile o di un altro contratto di convivenza;

b) in violazione del comma 1 dell’articolo 11;

c) da persona minore di età salvi i casi di autorizzazione del tribunale ai sensi dell’articolo 84 del codice civile;

d) da persona interdetta giudizialmente;

e) in caso di condanna per il delitto di cui all’articolo 88 del codice civile.

2. Gli effetti del contratto di convivenza restano sospesi in pendenza del procedimento di interdizione giudiziale o nel caso di rinvio a giudizio o di misura cautelare disposti per il delitto di cui all’articolo 88 del codice civile, fino a quando non sia pronunciata sentenza di proscioglimento.

Art. 21. (Risoluzione del contratto di convivenza)

1. Il contratto di convivenza si risolve per:
a) accordo delle parti;
b) recesso unilaterale;
c) matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente ed altra persona; d) morte di uno dei contraenti.

2. La risoluzione per accordo delle parti o per recesso unilaterale deve essere redatta nelle forme di cui al comma 2 dell’articolo 19.

3. Nel caso di recesso unilaterale da un contratto di convivenza il notaio che riceve o che autentica l’atto è tenuto, oltre che agli adempimenti di cui all’articolo 19, comma 3, a notificarne copia all’altro contraente all’indirizzo indicato dal recedente o risultante dal contratto. Nel caso in cui la casa familiare sia nella disponibilità esclusiva del recedente, la dichiarazione di recesso, a pena di nullità, deve contenere il termine, non inferiore a novanta giorni, concesso al convivente per lasciare l’abitazione.

4. Nel caso di cui alla lettera c) del comma 1, il contraente che ha contratto matrimonio o unione civile deve notificare all’altro contraente, nonché al notaio che ha ricevuto il contratto di convivenza, l’estratto di matrimonio o di unione civile.

5. Nel caso di cui alla lettera d) del comma 1, il contraente superstite o gli eredi del contraente deceduto devono notificare al notaio l’estratto dell’atto di morte affinché provveda ad annotare a margine del contratto di convivenza l’avvenuta risoluzione del contratto e a notificarlo all’anagrafe del comune di residenza.

Art. 22. (Norme applicabili)

1. Dopo l’articolo 30 della legge 31 maggio 1995, n. 218, è inserito il seguente:

«Art. 30­bis. ­ (Contratti di convivenza). ­­ 1. Ai contratti di convivenza disciplinati dal Capo II della legge recante regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze si applica la legge nazionale comune dei contraenti. Ai contraenti di diversa cittadinanza si applica la legge del luogo di registrazione della convivenza.

2. Ai contratti di convivenza tra cittadini italiani oppure ai quali partecipa un cittadino italiano, ovunque siano stati stipulati, si applicano le disposizioni della legge italiana vigenti in materia.

3. Sono fatte salve le norme nazionali, internazionali ed europee che regolano il caso di cittadinanza plurima».

Art. 23. (Copertura finanziaria)

1. Agli oneri derivanti dall’attuazione del Capo I, valutati complessivamente in 3,7 milioni di euro per l’anno 2016, in 6,7 milioni di euro per l’anno 2017, in 8 milioni di euro per l’anno 2018, in 9,8 milioni di euro per l’anno 2019, in 11,7 milioni di euro per l’anno 2020, in 13,7 milioni di euro per l’anno 2021, in 15,8 milioni di euro per l’anno 2022, in 17,9 milioni di euro per l’anno 2023, in 20,3 milioni di euro per l’anno 2024 e in 22,7 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2025, si provvede:

a) quanto a 3,7 milioni di euro per l’anno 2016, a 1,3 milioni di euro per l’anno 2018, a 3,1 milioni di euro per l’anno 2019, a 5 milioni di euro per l’anno 2020, a 7 milioni di euro per l’anno 2021, a 9,1 milioni di euro per l’anno 2022, a 11,2 milioni di euro per l’anno 2023, a 13,6 milioni di euro per l’anno 2024 e a 16 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2025, mediante riduzione del Fondo per interventi strutturali di politica economica, di cui all’articolo 10, comma 5, del decreto­legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307;

b) quanto a 6,7 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2017, mediante corrispondente riduzione delle proiezioni, per l’anno 2017, dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2015­2017, nell’ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2015, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al medesimo Ministero.

2. Ai sensi dell’articolo 17, comma 12, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sulla base dei dati comunicati dall’INPS, provvede al monitoraggio degli oneri di natura previdenziale ed assistenziale di cui all’articolo 3 della presente legge e riferisce in merito al Ministro dell’economia e delle finanze. Nel caso si verifichino o siano in procinto di verificarsi scostamenti rispetto alle previsioni di cui al comma 1, il Ministro dell’economia e delle finanze, sentito il Ministro del lavoro e delle

politiche sociali, provvede, con proprio decreto, alla riduzione, nella misura necessaria alla copertura finanziaria del maggior onere risultante dall’attività di monitoraggio, delle dotazioni finanziarie di parte corrente aventi la natura di spese rimodulabili, ai sensi dell’articolo 21, comma 5, lettera b), della legge 31 dicembre 2009, n. 196, nell’ambito dello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

3. Il Ministro dell’economia e delle finanze riferisce senza ritardo alle Camere con apposita relazione in merito alle cause degli scostamenti e all’adozione delle misure di cui al comma 2.

4. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.