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1562.- La vera risposta palestinese al discorso di Gerusalemme di Trump

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parla con il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas il 23 maggio 2017 a Betlemme. (Foto di PPO tramite Getty Images).  Sono più di 104 i palestinesi rimasti feriti negli scontri esplosi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza tra soldati israeliani e manifestanti scesi in piazza per contestare la decisione del presidente americano Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferirvi l’ambasciata di Washington. Lo rende noto la Mezzaluna Rossa. Gli scontri si sono registrati in Nablus, Tulkarm, Qalqiliya e a Jenin nel nord della Cisgiordania, a Ramallah e Gerusalemme nella zona centrale e a Betlemme e Hebron nel sud. All’ONU, il capo negoziatore dei palestinesi, Saeb Erekat, ha dichiarato che i palestinesi non parleranno con gli Stati Uniti finché il presidente Usa non annullerà la sua decisione. “Gli Usa non sono più qualificati per occuparsi del processo di pace” ha ribadito in serata il presidente palestinese Abu Mazen.

 

di Bassam Tawil, 7 

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L’incidente rappresenta ancora un altro esempio della collusione tra palestinesi e media, i cui rappresentanti sono sempre più che felici di fungere da portavoce per la macchina della propaganda palestinese e fornire una piattaforma aperta per trasmettere minacce palestinesi contro Israele e gli Stati Uniti.

Se i fotografi e i cameramen non si fossero fatti vedere in occasione dell’evento “spontaneo” che bruciava i manifesti, gli attivisti palestinesi sarebbero stati costretti a tornare tranquillamente in uno dei bei caffè di Betlemme.

Eppure, non c’era da preoccuparsi per questo: gli attivisti palestinesi sono ben consapevoli che i giornalisti locali e stranieri sono affamati di sensazionalismo – e che cosa meglio si adatta al cartellone dei manifesti di Trump che vanno in fiamme nel bel mezzo della casa natale di Gesù, alla vigilia del Natale e migliaia di pellegrini e turisti cristiani stanno convergendo sulla città?

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Gerusalemme capitale di Israele, Hamas chiama alla nuova Intifada: scontri e feriti. 

 

Rappresentando erroneamente la “cerimonia” che brucia i manifesti come riflesso della diffusa rabbia palestinese riguardo alla politica di Trump su Gerusalemme, i media internazionali sono ancora una volta complici nel promuovere la propaganda degli spin doctor palestinesi. I leader e i portavoce palestinesi si sforzano di creare l’impressione che la politica di Trump riguardo a Gerusalemme porterà la regione in fiamme. Cercano anche di inviare un messaggio agli americani che le politiche del loro presidente mettono in pericolo le loro vite. In effetti, i media si sono offerti volontari per servire la campagna di intimidazione palestinese. E la convergenza dei media sulla farsa che brucia a poster a Betlemme è solo l’inizio.

Ora che i palestinesi sono riusciti, con l’aiuto dei media, a bruciare queste immagini nelle menti di milioni di americani, stanno pianificando più proteste in scena. L’obiettivo: terrorizzare il pubblico americano e costringere Trump a rescindere la sua decisione sullo status di Gerusalemme. Questa tattica di intimidazione attraverso i media non è nuova. In realtà, è qualcosa che sta accadendo da decenni, in gran parte grazie al buy-in dei media mainstream in Occidente.

Ora, giornalisti palestinesi e occidentali sono stati invitati a coprire una serie di proteste pianificate dai palestinesi nei prossimi giorni e settimane in risposta alle politiche di Trump. Ai giornalisti, compresi fotografi e troupe televisive, sono stati consegnati piani dettagliati degli eventi che si svolgeranno in diverse parti della West Bank e della Striscia di Gaza. Ai giornalisti sono state promesse altre scene di foto in fiamme di Trump e bandiere degli Stati Uniti. Alcuni giornalisti hanno persino ricevuto consigli sui luoghi in cui si suppone che si verifichino “scontri” tra i rivoltosi palestinesi e i soldati delle Forze di Difesa Israeliane. In altre parole, ai giornalisti è stato detto precisamente dove devono essere per documentare i palestinesi che tirano pietre contro i soldati – e ha predetto la risposta dell’IDF.

 

Ecco la parte divertente. Se, per qualsiasi motivo, le telecamere sono un no-show, è probabile che anche gli “attivisti” lo siano. Nel mondo palestinese, si tratta di manipolare i media e reclutarli a favore della causa. E la causa è sempre colpire Israele – con Trump bashing non molto indietro.

Sì, i palestinesi protesteranno nei prossimi giorni contro Trump. Sì, scenderanno in piazza e lanciano pietre contro i soldati israeliani. Sì, bruceranno le foto di Trump e delle bandiere statunitensi. E sì, proveranno a compiere attacchi terroristici contro israeliani.

Ma quando ci sediamo nei nostri salotti e guardiamo le notizie che escono dalla West Bank e dalla Striscia di Gaza, chiediamoci: quanti di questi “eventi” sono, in realtà, burleschi dei media? Perché i giornalisti si lasciano ingannare dalla macchina della propaganda palestinese, che diffonde odio e violenza dal mattino alla sera? E perché i giornalisti stanno esagerando e aggravando le minacce palestinesi per la violenza e l’anarchia?

Innanzitutto, molti dei giornalisti vogliono placare i loro lettori ed editori offrendo loro storie che riflettono negativamente su Israele. Secondo, alcuni giornalisti credono che scrivere storie anti-israeliane spianino loro la strada per ottenere premi da varie organizzazioni di “segnalazione virtuosa”. Terzo, molti giornalisti credono che scrivere resoconti anti-israeliani dia loro accesso ai cosiddetti “liberali” e ad una supposta “illuminata” cerchia che romanticizza di essere “sulla parte giusta della storia”. Non vogliono vedere che 21 stati musulmani hanno cercato per molti decenni di distruggere uno stato ebraico; invece, sembrano pensare che se i giornalisti sono “liberali” e “di mentalità aperta”, devono sostenere il “perdente”, che credono siano “i palestinesi”. In quarto luogo, molti dei giornalisti considerano il conflitto tra i cattivi (presumibilmente gli israeliani) e i bravi ragazzi (presumibilmente i palestinesi) e che è loro dovere stare con i “buoni”, anche se i “bravi ragazzi” sono impegnato nella violenza e nel terrorismo.

Recentemente, oltre 300 fedeli musulmani sono stati massacrati da terroristi musulmani mentre pregavano in una moschea nel Sinai, in Egitto. Quella tragedia fu probabilmente coperta da un minor numero di giornalisti rispetto all’episodio di Trump a Betlemme. Dov’era il clamore nel mondo arabo e islamico? Ora, arabi e musulmani parlano di “giorni di rabbia” per protesta contro Trump. Perché non c’erano “giorni di rabbia” nei paesi arabi e islamici quando più di 300 fedeli, molti dei quali bambini, furono massacrati durante le preghiere del venerdì?

E ‘giunto il momento per una riflessione personale da parte dei media: desiderano davvero continuare a servire come portavoce di quegli arabi e musulmani che intimidiscono e terrorizzano l’Occidente?

I giornalisti collaborano attivamente con l’Autorità palestinese e Hamas per creare la falsa impressione che la terza guerra mondiale esploderà se l’ambasciata degli Stati Uniti viene trasferita a Gerusalemme. Centinaia di migliaia di musulmani e cristiani sono stati massacrati dall’inizio della “primavera araba” più di sei anni fa. Sono stati uccisi da terroristi musulmani e altri arabi. Lo spargimento di sangue continua fino ad oggi in Yemen, Libia, Siria, Iraq ed Egitto.

Quindi, non fraintendetene: i “fiumi di sangue” che ci stanno promettendo fluiscono mentre parliamo. Eppure, è il coltello che arabi e musulmani si prendono a vicenda la gola che è la fonte di questa corrente cremisi, non qualche affermazione fatta da un presidente americano. Forse quello potrebbe finalmente essere un evento che valga la pena di coprire i giornalisti itineranti della regione?

 

Bassam Tawil è un musulmano con sede nel Medio Oriente.

 

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1557.- La Turchia rifiuta l'”Islam moderato”

1555.- Hamas chiama a una nuova Intifada contro Gerusalemme capitale. Le autorità palestinesi convocano lo sciopero generale

Scontri a Gaza e in Cisgiordania. L’esercito israeliano invia rinforzi. Ma l’Unione europea chiede che Gerusalemme sia anche la capitale della Palestina.

07/12/2017

AMMAR AWAD / REUTERS

L’appello di Hamas a una “nuova Intifada popolare globale” e l’invio di nuovi soldati israeliani in Cisgiordania, mentre violenti scontri si registrano già lungo il confine della Striscia di Gaza e in Cisgiordania, in particolare a Betlemme, Hebron e Ramallah. Non sono passate neanche dodici ore dall’annuncio ufficiale di Trump su “Gerusalemme capitale d’Israele”, e già sulle agenzie scorrono le notizie di un copione di violenza che sembrava già scritto. “Facciamo appello per una nuova intifada contro l’occupazione e contro il nemico sionista, e agiamo di conseguenza”: ha affermato il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, in un discorso pronunciato dalla propria abitazione a Gaza e trasmesso dall’emittente di Hamas al-Aqsa tv, mentre nelle strade della città si moltiplicano le manifestazioni di protesta contro gli Stati Uniti. “Il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele è una dichiarazione di guerra nei nostri confronti”, ha aggiunto.

Appello all’Intifada della libertà. Il leader di Hamas ha esortato tutti i palestinesi a “un’intifada popolare globale, proprio come ha fatto il nostro popolo a Gerusalemme” (il riferimento è all’ondata di proteste all’inizio di quest’anno contro i cambiamenti dello status quo per la Moschea di al-Aqsa (il Monte del Tempio). Haniyeh ha esortato tutte le fazioni palestinesi a mettere da parte le loro divergenze per una strategia congiunta contro Israele e gli Stati Uniti.

Nel suo messaggio Haniyeh ha ricordato che 30 anni fa, il 9 dicembre 1987, prese le mosse da Gaza la prima Intifada, ossia la rivolta delle pietre. “Dobbiamo rilanciare dunque una lotta popolare generale”, ha affermato. “Facciamo appello affinché domani 8 dicembre sia il giorno in cui si scatenino la collera e la intifada palestinese contro la occupazione a Gerusalemme e nella Cisgiordania”. “La forza che abbiamo costruito, la forza della resistenza, sarà un elemento determinante per la vittoria del nostro popolo che anela a tornare sulla sua terra”, ha detto ancora Haniyeh. “Gerusalemme è la capitale del popolo palestinese. Tutta la Palestina, dal fiume (Giordano, ndr) al mare è dei palestinesi”.

 Haniyeh ha anche lanciato un nuovo appello ad al-Fatah affinché esca “dal tunnel degli accordi di Oslo”, cessi la cooperazione di sicurezza con Israele e cementi la riconciliazione e la unità nazionale palestinese. In primo luogo l’Anp di Abu Mazen dovrà annullare le sanzioni economiche inflitte alla Striscia nei mesi passati, ha rilevato il leader di Hamas.

Scontri a Gaza e in Cisgiordania. Tre dimostranti palestinesi sono rimasti feriti dal fuoco di militari israeliani quando stamane la manifestazione di protesta a cui partecipavano presso Khan Yunes (Gaza) ha raggiunto i reticolati della linea di demarcazione della Striscia con Israele. Lo riferiscono fonti mediche a Gaza. A Tel Aviv un portavoce militare si è limitato a confermare che in quella zona i soldati hanno disperso una manifestazione violenta palestinese.

Scontri anche in diverse località della Cisgiordania, in particolare a Betlemme, Hebron e Ramallah. L’agenzia di stampa Maan riferisce che 16 dimostranti sono stati intossicati da gas o feriti da proiettili rivestiti di gomma in scontri con l’esercito israeliano a Tulkarem e a Qalqilya. Altri incidenti sono segnalati nella zona compresa fra Ramallah e Gerusalemme. I manifestanti, tra Gaza e la Cisgiordania, stanno dando alle fiamme bandiere americane e israeliane, così come poster di Trump e Netanyahu.

L’esercito israeliano annuncia l’invio di rinforzi. “In seguito a un esame della situazione da parte dello Stato maggiore, è stato deciso che un certo numero di battaglioni saranno inviati come rinforzo in Giudea-Samaria (Cisgiordania)”, ha reso noto il portavoce militare israeliano. Le forze armate hanno messo in stato di allerta anche altre unità, ha aggiunto, “per far fronte a possibili sviluppi” legati alle proteste palestinesi per il riconoscimento Usa di Gerusalemme come capitale di Israele.

Le autorità palestinesi hanno proclamato per oggi lo sciopero generale in Cisgiordania, a Gerusalemme est e a Gaza. Lo riporta l’agenzia Wafa che segnala uffici, negozi e scuole chiusi in molte città palestinesi. Già ieri notte, secondo la stessa fonte, ci sono state manifestazioni spontanee di protesta a Gerusalemme, Ramallah, Betlemme e anche nella Striscia. Oggi a mezzogiorno (ora locale) è prevista una manifestazione presso la Porta di Damasco della Città Vecchia.

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Netanyahu: “Altri si uniranno agli Usa”. Di fronte alla rabbia dei palestinesi il premier israeliano Benyamin Netanyahu si mostra impassibile. Anche oggi si è congratulato con Trump – “ha legato per sempre il suo nome alla storia della nostra capitale” – e ha assicurato che presto altri leader seguiranno il suo esempio. “Siamo in contatto con altri Paesi affinché esprimano un riconoscimento analogo – ha detto il premier in un discorso al ministero degli Esteri – e non ho alcun dubbio che quando l’ambasciata Usa passerà a Gerusalemme, e forse anche prima, molte altre ambasciate si trasferiranno. È giunto il momento”.

La decisione di Trump sarà oggetto di un vertice straordinario del Consiglio di Sicurezza Onu convocato per domani, venerdì, su richiesta di 15 Stati membri – permanenti e non – tra cui figurano anche Italia, Regno Unito e Francia. Proprio nel giorno in cui Hamas ha proclamato il “venerdì della collera” e “l’inizio dell’Intifada della libertà”.

1554.- Siria: questa occupazione statunitense – o “presenza” – è insostenibile

“Tutta la storia sembra sancire che, sedatosi il conflitto civile in Siria, le potenze in gioco stiano riaprendo la partita della destabilizzazione mediterranea, puntando questa volta sul Libano, Paese diviso e fragile, strategicamente affacciato sul Mediterraneo orientale, i cui porti, molto vicini ad Israele, non devono cadere, come quelli siriani, in mano ai russi e quindi agli iraniani”…

 

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Gli Stati Uniti stanno ora occupando la Siria nord-orientale. Con quest’arma di ricatto vogliono costringere il governo siriano a un “cambio di regime”. L’occupazione è, tuttavia, insostenibile e il suo obiettivo è irraggiungibile. I generali che hanno ideato questi piani mancano di intuizioni strategiche. Ascoltano le lobby o le persone sbagliate.

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Lo Stato islamico non occupa più alcuna area significativa sia in Siria e sia in Iraq. Ciò che ne è rimasto in alcune città della valle dell’Eufrate sparirà presto. I suoi resti saranno alcune delle varie bande terroristiche nella regione. Le forze locali possono e vogliono tenerle sotto un adeguato controllo. Lo stato islamico è finito. Questo è il motivo per cui il libanese Hezbollah ha annunciato di ritirare tutti i suoi consiglieri e le sue unità dall’Iraq. È la ragione per cui la Russia ha iniziato a rimpatriare alcune delle sue unità dalla Siria. Le forze straniere non sono più necessarie per eliminare i resti dell’ISIS.

Nella sua risoluzione 2249 (2015), Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la lotta contro ISIS, la posizione del Consiglio era:

“A riaffermare il suo rispetto per la sovranità, integrità territoriale, indipendenza e unità di tutti gli Stati in conformità con gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite,

Invitare gli Stati membri che hanno la capacità di farlo ad adottare tutte le misure necessarie, nel rispetto del diritto internazionale, in particolare della Carta delle Nazioni Unite, … sul territorio sotto il controllo dell’ISIL noto anche come Daesh, in Siria e in Iraq, per raddoppiare e coordinare i loro sforzi per prevenire e reprimere gli atti terroristici commessi specificamente dall’ISIL … e le entità associate ad Al-Qaida … e per sradicare il porto sicuro che hanno stabilito su parti significative dell’Iraq e della Siria;
Non esiste, ora, più alcun “territorio sotto il controllo dell’ISIL”. I suoi “rifugi sicuri” sono stati “sradicati”. Il compito assegnato e legittimato nella risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU è terminato. È finita. Non c’è più alcuna giustificazione, sotto la Risoluzione 2252 dell’UNSC, per le truppe americane in Siria o in Iraq.

Altre giustificazioni legali, come un invito dei legittimi governi di Siria e Iraq, potrebbero essere applicate. Ma mentre la Siria ha invitato le forze russe, iraniane e libanesi a rimanere nel suo paese, non ha invitato le forze degli Stati Uniti. Ora occupano illegalmente la terra siriana nel nord-est del paese. Il governo siriano lo ha esplicitamente chiamato così.

(C’è da chiedersi quanto tempo impiegherà la santificata Unione Europea a sanzionare gli Stati Uniti per la sua grave violazione del diritto internazionale e per aver violato la sovranità della Siria).

 

 

Secondo i documenti ufficiali più di 1.700 soldati statunitensi sono attualmente in Siria. Il numero annunciato pubblicamente è solo 500. Le forze “temporanee” fanno la differenza. (Nel complesso, i numeri delle truppe statunitensi in Medio Oriente sono aumentati del 33% negli ultimi quattro mesi: i numeri sono raddoppiati in Turchia, Kuwait, Qatar e Emirati Arabi Uniti.Non sono state fornite spiegazioni per questi aumenti).

Le truppe americane in Siria sono alleate con l’YPG curdo. L’YPG è il ramo siriano dell’organizzazione terroristica curda designata internazionalmente PKK. Solo circa il 2-5% della popolazione siriana è di origine curda-siriana. Sotto il comando degli Stati Uniti ora controllano oltre il 20% del territorio dello stato siriano e circa il 40% delle riserve di idrocarburi. Questo è furto su larga scala.

Per mascherare la loro cooperazione con i terroristi curdi, gli Stati Uniti ribattezzarono il gruppo nelle “Forze Democratiche Siriane” (SDF). Furono aggiunti alcuni combattenti arabi delle tribù della Siria orientale. Questi sono per lo più ex soldati a piedi dell’ISIS che hanno cambiato posizione quando gli Stati Uniti hanno offerto una paga migliore. Altri combattenti furono immessi in servizio. Il popolo della città arabo-siriana Manbij, che è occupato dalle forze YPG e statunitensi, ha protestato quando l’YPG ha iniziato a coscrivere violentemente la sua gioventù.

Nuove truppe furono aggiunte alla SDF durante gli ultimi giorni in cui i combattenti dell’ISIS fuggirono dall’assalto delle forze siriane e irachene ad Abu Kamal (alias Albu Kamal aka Bukamal). Sono fuggiti verso nord verso YPG / U.S. aree detenute. Come altri combattenti dell’ISIS, gli Stati Uniti hanno contribuito affinché sfuggissero alla loro meritata punizione. Queste forze saranno ribattezzate e reimpiegate.

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Il ministero della Difesa russo ha accusato gli Stati Uniti di aver  bloccato lo spazio aereo inferiore su Abu Kamal, mentre i suoi alleati siriani stavano cercando di liberarlo. Per otto giorni i bombardieri russi a lunga gittata ad alta quota dovettero venire dalla Russia per fornire supporto alle sue truppe sul terreno. In un recente discorso televisivo, il leader del libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha accusato le truppe statunitensi in Siria di fornire servizi segreti all’ISIS ad Abu Kamal. L’ISIS lo ha usato per sganciare le forze siriane e alleate. Diversi alti ufficiali del Corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane sono stati uccisi in tali attacchi. Nasrallah ha anche detto che gli Stati Uniti hanno usato misure di guerra elettronica per disabilitare le radio della forza attaccante. Ha detto che hanno salvato le truppe in fuga dell’ISIS. Le accuse di Nasrallah sono coerenti con le notizie raccolte sul terreno. (Anche gli Stati Uniti e i loro alleati continuano a rifornire altri gruppi terroristici nel nord-ovest e nel sud-ovest della Siria).

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Né Nasrallah né l’IRGC dimenticheranno quei misfatti. Il comandante dell’operazione dell’IRGC, il generale Quasem Soleimani, ha recentemente riferito al leader supremo dell’Iran Khamenei:

Tutti questi crimini sono stati progettati e implementati dalla leadership e dalle organizzazioni statunitensi, secondo il riconoscimento del più alto ufficiale degli Stati Uniti che è attualmente presidente degli Stati Uniti; inoltre, questo schema viene ancora modificato e implementato dagli attuali leader americani.

Gli Stati Uniti hanno cambiato la loro regola di ingaggio e hanno dichiarato ufficiosamente una no-fly zone per gli aerei russi e siriani sul lato est dell’Eufrate. Dicono che attaccherà qualsiasi forza che attraversa il fiume per inseguire l’ISIS. Sta apertamente proteggendo i suoi terroristi.

Dieci giorni fa il Segretario della Difesa degli Stati Uniti (rtd) Mattis ha annunciato le intenzioni degli Stati Uniti di occupare illegalmente la Siria:

 

The U.S. military will fight Islamic State in Syria “as long as they want to fight,” Defense Secretary Jim Mattis said on Monday, describing a longer-term role for U.S. troops long after the insurgents lose all of the territory they control.

“We’re not just going to walk away right now before the Geneva process has traction,” he added.

Turkey said on Monday the United States had 13 bases in Syria and Russia had five. The U.S-backed Syrian YPG Kurdish militia has said Washington has established seven military bases in areas of northern Syria.

Traduco: Le forze armate statunitensi combatteranno lo Stato islamico in Siria “finché vogliono combattere”, ha detto il segretario alla Difesa Jim Mattis, descrivendo un ruolo a lungo termine per le truppe americane molto tempo dopo che gli insorti perdono tutto il territorio che controllano.

“Non ce ne andremo subito prima che il processo di Ginevra abbia trazione”, ha aggiunto.

La Turchia ha detto oggi che gli Stati Uniti hanno 13 basi in Siria e la Russia ne ha cinque. La milizia curda YPG siriana sostenuta dagli USA ha detto che Washington ha stabilito sette basi militari nelle aree della Siria settentrionale.

Un rapporto nel Washington Post di oggi è più specifico. Il titolo adatto: gli Stati Uniti si muovono verso una presenza aperta in Siria dopo “l’imbarco” dello Stato islamico:

I Kurdi vengono usati.

L’amministrazione Trump sta ampliando i suoi obiettivi in ​​Siria oltre il routing dello Stato islamico per includere una soluzione politica della guerra “civile” del paese.

Con le forze fedeli al presidente Bashar al-Assad e ai suoi alleati russi e iraniani che ora stanno facendo pressione sulle ultime città controllate dai militanti, la sconfitta dello Stato islamico in Siria potrebbe essere imminente – insieme alla fine della giustificazione americana per esserci. NOI i funzionari dicono che sperano di utilizzare la presenza in corso di truppe americane nel nord della Siria, a sostegno delle forze democratiche siriane dominate dai kurdi (SDF), per fare pressione su Assad per fare concessioni ai colloqui di pace con le Nazioni Unite a Ginevra.

Un brusco ritiro degli Stati Uniti potrebbe completare la spazzata del territorio siriano di Assad e contribuire a garantire la sua sopravvivenza politica – un risultato che costituirebbe una vittoria per l’Iran, suo stretto alleato.

Per evitare questo risultato, i funzionari degli Stati Uniti affermano che intendono mantenere una presenza di truppe statunitensi nel nord della Siria – dove gli americani hanno addestrato e aiutato l’SDF contro lo Stato islamico – e stabilire una nuova governance locale, a parte il governo di Assad, in quelle aree.

“Non ponendo alcuna scadenza alla fine della missione degli Stati Uniti. . . il Pentagono sta creando un quadro per mantenere gli Stati Uniti impegnati in Siria per gli anni a venire “[ha detto Nicholas Heras del Centro per una nuova sicurezza americana di Washington.]

Persino gli scrittori addetti alla propaganda del Washington Post ammettono che non esiste più alcuna giustificazione per la presenza degli Stati Uniti in Siria. L’intento degli Stati Uniti è di commettere un ricatto: “fare pressione su Assad per ricevere concessioni”. Il metodo per farlo è la “presenza” militare. Non c’è verso che il governo siriano e il suo popolo si arrenderanno a tale ricatto. Non hanno combattuto per oltre sei anni per rinunciare alla loro sovranità agli intrighi degli Stati Uniti. Chiameranno questo il bluff degli Stati Uniti.

 

Fonte: Southfront

Nessun manuale militare include la “presenza” come missione militare. Non ci sono regole per un compito così indefinito. L’ultima volta che gli Stati Uniti hanno usato il termine è stato nei primi anni ’80 durante la guerra civile in Libano. Il compito delle truppe statunitensi di stanza a Beirut era definito come “presenza” militare. Dopo che tali unità e forze navali degli Stati Uniti hanno interferito su un lato della guerra civile, una parte offesa si è vendicata contro gli Stati Uniti e l’esercito francese di stanza a Beirut. Le loro caserme sono state fatte saltare in aria, 241 americani e 58 soldati francesi sono morti. La “presenza” militare statunitense a Beirut è terminata.

Anche la “presenza” militare statunitense in Siria è condannata.

L’alleanza degli Stati Uniti con l’YPG / PKK spinge la Turchia verso un’alleanza con la Russia, l’Iran e la Siria. Diverse migliaia di soldati e civili turchi sono morti a causa degli attacchi del PKK. La scorsa settimana aerei da trasporto russi hanno attraversato lo spazio aereo turco sui loro voli dalla Russia alla Siria. Questo è stato il primo Gli Stati Uniti avevano sollecitato i propri alleati della NATO, compresa la Turchia, a prevenire tali voli e gli aerei russi dovevano percorrere la strada più lunga attraverso lo spazio aereo iraniano e iracheno. A causa dell’alleanza degli Stati Uniti con l’YPG e per molti altri motivi, la Turchia si sente alienata dagli Stati Uniti e dalla NATO. Si sta spostando nel campo della “resistenza”.

Il confine settentrionale tra Turchia e Siria è quindi chiuso per i rifornimenti degli Stati Uniti alle loro forze nel nord-est della Siria. Verso l’ovest e il sud le forze siriane e i loro alleati proibiscono qualsiasi rifornimento degli Stati Uniti. Il territorio curdo iracheno ad est è per ora l’unico modo per una rotta di rifornimento di terra. Ma il governo di Baghdad è alleato con l’Iran e la Siria e sta spingendo per riprendere il controllo su tutti i posti di frontiera dell’Iraq, compresi quelli ancora detenuti dai curdi e usati dalle forze degli Stati Uniti. Diverse milizie irachene che hanno combattuto l’ISIS sotto il comando del governo iracheno hanno annunciato la loro ostilità alle forze degli Stati Uniti. Il governo iracheno potrebbe tentare di regnare, ma difficilmente svaniranno. La rotta di rifornimento di terra degli Stati Uniti attraverso le aree iracheno-curde può quindi essere chiusa in qualsiasi momento. Lo stesso vale per qualsiasi spazio aereo intorno al nord-est della Siria.

Il nord-est della Siria è circondato da forze ostili verso gli Stati Uniti. Oltre a questo, molti siriani nella Siria nord-orientale ora occupata continuano ad essere fedeli allo stato siriano. L’intelligence siriana, turca, iraniana e di Hezbollah sta lavorando sul terreno. Ci sono molti arabi locali ostili alla prepotenza dei kurdi. Le basi degli Stati Uniti, gli avamposti e tutti i suoi trasporti nell’area potrebbero presto subire un fuoco prolungato. Mentre la Russia ha detto che non interverrà contro le forze alleate della SDF, molte altre entità hanno motivi e mezzi per farlo.

La missione delle oltre 1.700 truppe statunitensi nel nord-est della Siria non è definita. Le loro rotte di rifornimento non sono sicure e possono essere bloccate dai suoi nemici in qualsiasi momento. La popolazione locale è in gran parte ostile a loro. Tutti i paesi e le entità circostanti hanno motivi per raggiungere la fine di qualsiasi presenza degli Stati Uniti nell’area il più presto possibile. Richiederebbe una forza di terra che sia almeno dieci venti volte più grande per assicurare la presenza degli Stati Uniti e le sue vie di comunicazione e approvvigionamento.

La presenza è inutile e insostenibile come la presenza degli Stati Uniti meridionali ad al-Tanaf.

Trump aveva parlato contro tale occupazione e le interferenze in Medio Oriente:

Il presidente degli Stati Uniti [..] ha promosso un impegno per evitare di essere risucchiato in conflitti irrisolti.
La giunta militare che controlla Trump e la Casa Bianca, i (ex) generali McMaster, Kelly e Mattis, non agiscono nell’interesse degli Stati Uniti, dei suoi cittadini e delle truppe.

Stanno seguendo la chiamata dell’Istituto ebraico sionista per la sicurezza nazionale dell’America, che sta spingendo per una guerra contro tutte le entità e gli interessi relativi all’Iran in Medio Oriente. JINSA pubblicizza la sua enorme influenza sul più alto corpo degli ufficiali degli Stati Uniti. Non è un caso che un recente discorso presso l’Jewish Policy Center di Washington abbia descritto l’esercito degli Stati Uniti come organizzazione sionista. Ma come altri simili desideri, non riesce a spiegare perché il sostegno indiscusso a una colonia di razzisti dell’Europa orientale nell’Asia occidentale sia di “interesse americano”.

La missione militare della forza di occupazione statunitense nel nord-est della Siria non è definita. Le posizioni non sono sostenibili. Lo scopo per cui questa “presenza” si dice sia irraggiungibile. Non esiste un concetto più ampio in cui si adatta.

I generali che governano la Casa Bianca possono essere dei geni tattici nei loro campi. Sono neofiti quando si tratta di strategia. Seguono ciecamente il richiamo della sirena della Lobby solo per spingere nuovamente la nave dello stato degli Stati Uniti sulle scogliere delle realtà mediorientali.

La fonte originale di questo articolo è Moon of Alabama.

1553.- USA: “Abbiamo vinto NOI Daesh quindi restiamo in Siria”.

Non basta contestare la governance americana, né giustifico le stragi dei popoli del Medio Oriente con il bisogno di energia, né gli europei vedono un nemico nel popolo russo. Bisogna, invece, mettere i punti sulle “i” e chiedersi come ci si potrebbe battere per un falso e insieme e al fianco dei falsi.

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Il Pentagono ha annunciato: “Le truppe Usa resteranno in Siria fino a quando ne   avremo bisogno, per sostenere i nostri partners e prevenire il ritorni di terroristi”: così il portavoce del Pentagono Eric Pahon.

Poche ore prima di questa dichiarazione, Putin aveva dichiarato che l’operazione per sconfiggere Daesh  in Siria stava arrivando a conclusione, essendo stati i terroristi islamici cacciati anche dalle  zone storicamente popolate dai cristiani.   Lo scorso ottobre, il ministro della Difesa Sergei Shoigu aveva riferito che le forze di terra siriane  sostenute dall’aviazione russa avevano liberato il 90% del territorio siriano, e che non più del 5% del territorio  restava in mano a Daesh.

Il portavoce del Pentagono Pahon, a domanda ha risposto:  “Il governo siriano e la Russia non  sono stati determinanti nella sconfitta di Daesh. Non hanno fatto che realizzare  qualche operazione contro i terroristi di Daesh, mentre la maggior parte del territorio in Irak e Siria  sono stati liberati grazie agli sforzi della coalizione americana e dei suoi alleati”.

La “coalizione” di cui parla il Pentagono, composta da 15 paesi fra cui  quelli che pagano i terroristi islamici,  ha cominciato le operazioni in Siria con il dichiarato scopo di sconfiggere lo Stato Islamico.  Appena entrata in opera la coalizione, la situazione s’è aggravata: i terroristi hanno preso il controllo del 70% e respinto l’esercito siriano “su assi plurimi”.-

Inutile ricordare che gli aerei americani hanno colpito  ed ucciso oltre 70 soldati siriani assediati a Der Ez Zor dall’IS, bombardamento subito dopo il quale i terroristi hanno attaccato gli assediati (forse c’è stata una coordinazione) hanno mandato elicotteri per esfiltrare gli ultimi capo terroristi, sorvolato senza bombardarli i lunghi convogli dei terroristi che si ritiravano da Rakka con armi pesanti e munizioni al seguito, eccetera.

Qui, in calce, leggi l’articolo “The Raqqa Exodus” di questo link

https://www.globalresearch.ca/the-raqqa-exodus-the-us-coalitions-secret-deal-to-allow-isis-daesh-terrorists-to-escape/5620328

Le forze aeree russe nel frattempo hanno effettuato 28 mila decolli e colpito 90 mila bersagli.

La vittoria è senza dubbio americana. Hollywood insegna.

Le forze USA (almeno 4 mila  commandos in varie basi nel Nord Siriano, a protezione di “forze democratiche” –  oppositori  di Assad,  terroristi e curdi  restano, dice Pahon, resteranno  indefinitamente (“in base alle condizioni”) “per assicurare la disfatta durevole di ISIS ; la coalizione deve assicurare che non possa rigenerarsi, reclamare terreno perduto, o congegnare attentati esterni”.

Ovviamente tutti capiscono ch sono lì per ficcare un cuneo  dentro l’asse di resistenza, che ormai si stende in un corridoio continuo  da Teheran a Rakka (Iran), Siria ed Hezbollah (Libano Sud).  Nello stesso tempo, mantengono accesa la speranza nei loro protetti curdi di poter riaccendere la miccia del conflitto in Siria.  E formano la testa di ponte forza di primo intervento (nelle loro basi hanno campi d’aviazione) per la coalizione israelo-saudita  anti-Iran  quando Israele deciderà  di colpire militarmente – ha già cominciato a farlo – presunte basi “iraniane” presso i confini dei Territori occupati.

Il presidente Trump ha telefonato al  capo della Autorità Palestinese Mahmoud Abbas  “per informarlo della sua intenzione di spostare  l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme”.  Simile telefonata ha fatto al re di Giordania: “per informarlo”.    Non è follia e demenza. Il quadro della menzogna  (e dei fiumi di sangue umano) in cui la Superpotenza soggetta al Falso Agnello  inserisce l’intronizzazione di   Sion   annuncia,   temo, qualcosa di infinitamente peggiore.  (Marco 13, 14):

“Quando  vedrete l’abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge capisca, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai monti;chi si trova sulla terrazza non scenda per entrare a prender qualcosa nella sua casa; 16 chi è nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. ….perché quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall’inizio della creazione, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà. 20 Se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessun uomo si salverebbe. Ma a motivo degli eletti che si è scelto ha abbreviato quei giorni.

L’amico Gianluca Marletta scrive: “Biblicamente, l’abominio della desolazione è la sostituzione di un culto santo con un culto empio. A Gerusalemme  si prepara la ricostruzione del Terzo Tempio ebraico;  e a Roma, l’annichilimento dell’Eucaristia nella pseudo messa protestantica”.

Spero che  non abbia ragione,  almeno   per Roma. Ma  il  Cristo che annuncia l’abominio della desolazione, aggiunge: “Allora, dunque, se qualcuno vi dirà: “Ecco, il Cristo è qui, ecco è là”, non ci credete; 22 perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e portenti per ingannare, se fosse possibile, anche gli eletti. 23 Voi però state attenti! Io vi ho predetto tutto. 24 In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore 25 e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”.

Defense Secretary James “Mad Dog” Mattis confirmed in May Washington’s resolve to annihilate the ISIS-Daesh terrorists:

“Our intention is that the foreign fighters do not survive the fight to return home to north Africa, to Europe, to America, to Asia, to Africa. We are not going to allow them to do so… (emphasis added, quoted in the BBC report entitled Raqqa’s Dirty Secret)

That was the “political narrative” of the Pentagon. The unspoken truth is that Uncle Sam had come to the rescue of the Islamic State. That decision was in all likelihood taken and carried on the orders of the Pentagon rather than the US State Department.

Confirmed by a BBC report entitled “Raqqa’s Dirty Secret, the US-led coalition facilitated the exodus of ISIS terrorists and their family members  out of their stronghold in Raqqa, Northern Syria.

Screen Shot of BBC Report

While the BBC report focussed on the details of the smuggling operation, it nonetheless acknowledges the existence of a “Secret Deal” involving the US and its indefectible British ally to let the terrorists escape from Raqqa.

Screenshot BBC Report

The deal to let IS fighters escape from Raqqa – de facto capital of their self-declared caliphate – had been arranged by local officials. It came after four months of fighting that left the city obliterated and almost devoid of people. It would spare lives and bring fighting to an end. The lives of the Arab, Kurdish and other fighters opposing IS would be spared.

But it also enabled many hundreds of IS fighters to escape from the city. At the time, neither the US and British-led coalition, nor the SDF, which it backs, wanted to admit their part.

Has the pact, which stood as Raqqa’s dirty secret, unleashed a threat to the outside world – one that has enabled militants to spread far and wide across Syria and beyond?

Great pains were taken to hide it from the world. But the BBC has spoken to dozens of people who were either on the convoy, or observed it, and to the men who negotiated the deal. …

This wasn’t so much an evacuation – it was the exodus of [the] so-called Islamic State.

(Quentin Sommerville and Riam Dalati, Raqqa’s Dirty Secret, BBC, November 2017, emphasis added)

US-led coalition warplanes had been monitoring the evacuation of the ISIS terrorists, but visibly the convoys of buses and trucks were not the object of coalition bombings.

“The coalition now confirms that while it did not have its personnel on the ground, it monitored the convoy from the air. [but no actual aerial bombardment of the convoys took place] …

In light of the BBC investigation, the coalition now admits the part it played in the deal….” (Ibid)

If they had wanted to undermine the ISIS convoy of buses and trucks, this would have been a simple operation for the US Air Force. On the other hand, they could have chosen to block rather than destroy the convoys of trucks and buses (to minimize the loss of life) and detain and incarcerate the foreign fighters.

US officials casually claimed they did not take part in the negotiations and were therefore unable to prevent the exodus of the terrorists:

“We didn’t want anyone to leave,” says Col Ryan Dillon, spokesman for Operation Inherent Resolve, the Western coalition against IS.

“It comes down to Syrians – they are the ones fighting and dying, they get to make the decisions regarding operations,” he says.

While a Western officer was present for the negotiations, they didn’t take an “active part” in the discussions. Col Dillon maintains, … (Ibid)

What is revealing is that most of the ISIS fighters were foreign from a large number of countries pointing to a carefully organized recruitment and training program:

“… There was a huge number of foreigners. France, Turkey, Azerbaijan, Pakistan, Yemen, Saudi, China, Tunisia, Egypt…”

“Most were foreign but there were Syrians as well.” …

He now charges $600 (£460) per person and a minimum of $1,500 for a family.

In this business, clients don’t take kindly to inquiries. But Imad says he’s had “French, Europeans, Chechens, Uzbek”.

“Some were talking in French, others in English, others in some foreign language,” he says. (Ibid)

Screenshot of BBC article

The BBC report suggests a carefully formulated plan to ensure the safe evacuation of the terrorists. The official explanation was that the deal has been brokered by the US supported Syrian Democratic Forces (SDF). The US-led coalition “let it happen”, they did not intervene militarily to prevent the exodus and smuggling of the foreign fighters out of Raqqa.

This should come as no surprise. From the very outset in 2014, ISIS-Daesh was supported by the US-led coalition, with the active support of Saudi Arabia. The US and its allies are the State sponsors of the Islamic State (ISIS-Daesh).

Weapons, training, logistics: the ISIS is a US intelligence construct. The ISIS-Daesh terrorists are the foot-soldiers of US-NATO.

The US-led bombings of Iraq and Syria–under the guise of a phony “war on terrorism”– were not directed at ISIS-Daesh. The terrorists were protected by the US led Coalition. The unspoken objective was to kill civilians and destroy the civilian infrastructure of both Syria and Iraq.

Déjà Vu:  

Exodus of ISIS from Raqqa, Syria (2017) vs. Exodus of Al Qaeda “Enemy Combatants” out of  Kundus, Afghanistan (2001)

Is there a pattern in the evacuation of U.S. sponsored terrorists?

Flashback to another US led war. Afghanistan 2001. The objective for the U.S. is ultimately to protect their “intelligence assets”.

The October 2017 ‘Raqqa exodus” bears a canny resemblance to the November 2001 “Getaway” out of Kunduz, ordered by Donald Rumsfeld. In both cases the objective was for the Pentagon and the CIA to organize the escape (and relocation) of US sponsored foreign jihahist fighters.

In late November 2001, according to Seymour M. Hersh, the Northern Alliance supported by US bombing raids took control of the hill town of Kunduz in Northern Afghanistan:

‘[Eight thousand or more men] had been trapped inside the city in the last days of the siege, roughly half of whom were Pakistanis.  Afghans, Uzbeks, Chechens, and various Arab mercenaries accounted for the rest.” (Seymour M. Hersh, The Getaway, The New Yorker, 28 January 2002.

Also among these fighters were several senior Pakistani military and intelligence officers, who had been sent to the war theater by the Pakistani military. The presence of high-ranking Pakistani military and intelligence advisers in the ranks of Taliban/ Al Qaeda forces was known and approved by Washington.

President Bush had intimated: “We’re smoking them out. They’re running, and now we’re going to bring them to justice.” (see CNN, November 26, 2001). They were never smoked out. They were airlifted to safety.

On the orders of Defense Secretary Donald Rumsfeld, the exodus (airlifting) of Al Qaeda fighters had been facilitated by US forces in liaison with the Pakistan military:

“The Administration ordered the US Central Command to set up a special air corridor to help insure the safety of the Pakistani rescue flights from Kunduz to the northwest corner of Pakistan”

… According to a former high-level American defense official, the airlift was approved because of representations by the Pakistanis that “there were guys- intelligence agents and underground guys-who needed to get out.” (Seymour Hersh, op cit)

In other words, the official story was: it was not our decision:  “we were tricked into it” by the Pakistani ISI.

Out of some 8000 or more men, 3300 surrendered to the Northern Alliance, leaving between 4000 and 5000 men “unaccounted for”. According to Hersh’s investigation, based on Indian intelligence sources, at least 4000 men including two Pakistani Army generals were evacuated. (Ibid)

The same sense of denial prevailed. US officials admitted, however, that

“what was supposed to be a limited evacuation apparently slipped out of control, and, as an unintended consequence, an unknown number of Taliban and Al Qaeda fighters managed to join in the exodus.”  (quoted in Hersh op cit)

“Unintended evacuation” of Al Qaeda fighters?

 “Terrorists”  and “Intelligence Assets” 

Compare Seymour Hersh’s account in the “Getaway” out of Kunduz pertaining to the US sponsored evacuation of  hard core Al Qaeda and Taliban fighters to the “Escape” of ISIS-Daesh fighters out of the besieged city of Raqqa in Northern Syria.

The foreign and Pakistani Al Qaeda fighters were flown to North Pakistan, to the areas which were subsequently the object of US drone attacks. Many of these fighters were also incorporated into the two main Kashmiri terrorist rebel groups, Lashkar-e-Taiba (“Army of the Pure”) and Jaish-e-Muhammad (“Army of Mohammed”).

What is the next destination of the foreign fighters who have been evacuated out of Raqqa, with the support of the US Military?

To read the complete BBC report entitled Raqqa’s Dirty Secret,by Quentin Sommerville and Riam Dalati click here 

1541.- Guerra Nucleare: Manhattan e la Casa Bianca nel mirino della Corea del Nord

Lavrov:”le ultime azioni degli Stati Uniti sembravano mirare alla provocazione di Pyongyang nel prendere azioni precipitose. ” La Russia non resterà a guardare se gli USA attaccano la Corea del Nord.” L’unica vera arma di Pyongyang contro Washington è la provocazione. Giocata di sponda, vale anche verso Pechino. Gli obiettivi della Corea del Nord:

1509288708-getty-20170729052716-23906987La Casa Bianca, il Pentagono, Manhattan. Sono alcuni dei 15 target della Corea del Nord in caso di un’offensiva nucleare contro gli Stati Uniti. L’elenco, redatto dall’European Council on Foreign Relations comprende anche altri bersagli potenziali, tra cui Guam, le Hawaii, le basi militari degli Stati Uniti nel Pacifico.

Un mix di obiettivi:

  1. Il territorio statunitense
  2. Le principali città americane;
  3. Manhattan
  4. La Casa Bianca
  5. Il Pentagono
  6. Le basi statunitensi nel Pacifico
  7. Guam
  8. Le portaerei nucleari statunitensi
  9. Località nel teatro sudcoreano
  10. Installazioni militari americane in Corea del Sud: Osan, Gunsan, Busan
  11. Pyeongtaek, Jungwon, Degu Gyeryongdae, in Corea del Sud
  12. Seul
  13. La residenza del presidente in Corea del Sud e le “altre agenzie governative reazionarie”
  14. Le basi statunitensi in Giappone e Okinawa. Le località di Yosuka, Misawa, e Okinawa
  15. Il il territorio giapponese nel suo complesso

 

“perché la Corea del Nord non distingue tra l’uso di armi nucleare contro obiettivi militari e l’utilizzo contro i civili”.

E se gli Stati Uniti sono in cima alla lista, tra gli altri obiettivi potenziali spiccano  le basi Usa nel Pacifico, Guam, i siti nel teatro sudcoreano, Seul, tre località nipponiche (Yosuka, Misawa, Okinawa) e il territorio giapponese nel suo complesso.

L’ECFR e molti altri analisti sostengono comunque che la strategia di Kim Jong-un contempla l’uso dell’atomica in chiave difensiva. Pyongyang, se colpita per prima, con ogni probabilità non avrebbe alcuna chance di reagire. Ecco perché l’arma più efficace in mano a Kim è la costante “minaccia di colpire per primo”.

Se la comunità internazionale vuole evitare una guerra – si legge nel report –“deve comprendere come il regime considera le sue armi nucleari e quando sarebbe disposto ad usarle”.

I ricercatori hanno infine evidenziato che Kim Jong-un non prenderà mai in considerazione l’ipotesi di smantellare l’arsenale nucleare.

>>>ANSA/COREA NORD LANCIA DUE MISSILI, UNO ARRIVA IN ACQUE GIAPPONE

La Corea del Nord ha lanciato un nuovo missile intercontinentale: “Pronti a colpire tutte le città Usa”

la Corea del Nord nella notte sul 29 ha compiuto l’ultimo test del programma nucleare, lanciando un nuovo missile balistico intercontinentale, rivendicato come un “successo storico”.

“Il missile sembra sia caduto nella zona economica esclusiva (la zona di mare adiacente alle acque territoriali) del Giappone”.

Così ha affermato il premier nipponico Shinzo Abe. La tv nordcoreana conferma il lancio del missile Wasong-15, capace di raggiungere “tutto il territorio Usa” come ha dichiarato la tv di Stato di Pyongyang autoproclamandosi uno Stato nucleare.

“Ora siamo una potenza nucleare e possiamo colpire tutto il territorio degli Stati Uniti”.

Il missile lanciato Hwasong-15 è un nuovo modello, il più potente tra quelli sperimentati finora, capace di raggiungere  un’altitudine di oltre 4.000 chilometri volando per circa 50 minuti, stabilendo un nuovo primato come hanno dichiarato gli esperti della Union of Concerned Scientists.

Regolando la traiettoria potrebbe arrivare fino a Washington e a tutta la costa orientale americana.

Forte la preoccupazione da parte della comunità internazionale. Nella serata di ieri il presidente americano Donald Trump ha parlato con i giornalisti di minaccia di cui si occuperà presto.  E in una telefonata con il premier giapponese Abe, i due leader hanno dichiarato che la Corea del Nord ha “compromesso la propria sicurezza” e si è “ulteriormente isolata dalla comunità internazionale”.

“Le opzioni diplomatiche per risolvere la crisi restino sul tavolo, ma ha chiesto alla comunità internazionale di prendere ulteriori misure al di là delle sanzioni già adottate dal consiglio di sicurezza dell’Onu, compreso il diritto di proibire iltraffico marittimo che trasporta beni verso e dalla Corea del nord”.

Così il segretario di stato Rex Tillerson. In risposta al lancio del missile, le autorità militari sudcoreane preparano un’esercitazione missilistica per un raid di precisione.

Governo Russia: in Corea del Nord il rischio è “apocalittico”

La situazione in Corea del Nord potrebbe degenerare in uno “scenario apocalittico”: è questa la forte espressione utilizzata dal viceministro degli Esteri russo Igor Morgulov, riferendosi al possibile utilizzo di armi nucleari. Il numero due della diplomazia russa ha parlato nel corso della Asian Conference annuale, a Seul, ed è stato citato dall’agenzia russa Tass.

“Uno scenario che vede uno sviluppo apocalittico della situazione della Penisola coreana esiste e non possiamo girarci dall’altra parte. Spero che il senso comune, il pragmatismo e l’istinto di auto-preservazione prevalgano fra i nostri partner per escludere uno scenario così negativo”, ha detto Morgulov.

Nel corso dell’anno le reciproche minacce fra Corea del Nord e Stati Uniti sono arrivate ai massimi livelli, con Washington determinata a utilizzare la forza se necessario per garantire la sicurezza dei partner, potenzialmente minacciati dal programma nucleare del dittatore Kim Jong-un. Dall’altra parte le armi nucleari sono viste come uno sviluppo necessario al mantenimento della sovranità e non come un arma di offesa. In occasione della sua visita al Giappone di inizio novembre, fra i Paesi che potrebbero finire sotto il tiro di Kim, Trump aveva detto: “Siamo in grado di controllare lo spazio aereo e quello terrestre e la Corea del Nord non deve sottovalutare la nostra totale determinazione. Chiuderemo presto questa situazione.

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Negli scorsi 25 anni, l’approccio alle minacce nordcoreane è stato di troppa debolezza, ma ora cambierà tutto”. La Russia da parte sua ha spesso ribadito l’inutile inasprimento dei toni, mettendo sull’accento dell’importanza della diplomazia.

Usa minacciano Corea del Nord: “Ora la guerra è più vicina”

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Tensione alle stelle tra Corea del Nord e Stati Uniti dopo l’ultimo lancio di un missile balistico intercontinentale da parte di Pyongyang . “Ora la guerra è più vicina” ha tuonato ieri l’ambasciatrice americana all’Onu Nikki Haley, durante il consiglio di sicurezza sulla Corea del Nord.

Gli Stati Uniti hanno inoltre minacciato che il regime nordcoreano sarà “totalmente distrutto” se scoppierà una guerra e hanno chiesto di rendere l’isolamento di Pyongyang totale, includendo tra i tagli anche le forniture di greggio dalla Cina alla Corea del Nord.

“Il dittatore della Corea del Nord ha fatto una scelta ieri che porta il mondo più vicino alla guerra, non più lontano. Se la guerra scoppierà non ci saranno errori: il regime nordcoreano verrà completamente distrutto”.

Quindi l’ennesimo appello alla comunità internazionale (rivolto ancora una volta soprattutto a Pechino) per “tagliare tutti i rapporti con Pyongyang”, per isolare ulteriormente il regime di Kim: dai rapporti diplomatici, alla cooperazione militare, scientifica e commerciale, passando per lo stop a tutte le importazioni ed esportazioni. “Invece – ha denunciato – alcuni Paesi continuano ancora a finanziare il programma nucleare nordcoreano”.

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Intanto, mentre al Tesoro americano si studiano nuove sanzioni finanziarie e al Pentagono si valuta l’ipotesi di un blocco navale, le Nazioni Unite rinviano la decisione di nuove misure punitive verso Pyongyang, con i quindici del Consiglio di sicurezza che per il momento insistono sulla piena e rigorosa attuazione delle sanzioni già prese negli ultimi mesi. Soprattutto da parte della Cina che resta il più stretto alleato della Corea del Nord. Trump intanto ha deciso di armare con mezzi militari sofisticati Giappone e Corea del Sud. Secondo un sondaggio condotto da Washington Post-Abc News, riportato dal Tempo, la maggioranza degli americani vorrebbe che a gestire la crisi bellico-diplomatica con Kim Jong-un non fosse il presidente (che gode di una fiducia del 37%) ma il corpo militare (un clamoroso 72%). Paradossalmente, l’opzione preferita però non è quella militare né quella delle sparate ad effetto, ma quella di abbassare i toni. I due terzi degli intervistati, tra l’altro, è contrario a un attacco preventivo e tre quarti preferirebbero sanzioni economiche più restrittive contro il regime.

Il presidente russo Vladimir Putin, invece, ritiene che le sanzioni non serviranno a nulla, e che la Corea del Nord “preferirà mangiare erba” piuttosto che rinunciare al programma nucleare. Il leader del Cremlino, che definito i test missilistici una flagrante violazione delle risoluzioni Onu, ha ribadito il concetto secondo cui il conflitto va risolto seguendo la via diplomatica. Per UBS le possibilità che scoppi un conflitto militare maggiore sono salite al 10-20%.

E se le relazioni economiche degli Stati Uniti con la Cina e i rischi economici e politici del debito cinese sono stati il piatto forte del viaggio di Donald Trump in Asia, la minaccia della Corea del Nord, resta al centro del confronto asiatico. Così sarà fino a quando Pyongyang e Pechino non troveranno un punto di equilibrio.

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la crescita boom cinese sta subendo una battuta d’arresto, sono soprattutto i livelli di indebitamento a creare timori. Abbiamo accennato ai problemi del debito cinese, perché si stanno rapidamente espandendosi a livello mondiale tanto che la mole del debito pechinese è un chiaro pericolo per l’economia globale.

Per capire le ragioni di tale allarme basta considerare che le grandi aziende cinesi, dall’Anbang Insurance Group, Dalian Wanda group fino a Fosun group e HNA Group stanno conoscendo una forma di repressione il che suggerisce che Pechino ha un grande problema che riguarda le grosse aziende. Da qualche tempo tema centrale della campagna lanciata dal presidente cinese Xi Jinping riguarda la necessità di ridurre i debiti delle grandi corporation cinesi.

In base agli ultimi dati difatti le grosse aziende cinesi hanno effettuato acquisizioni all’estero per oltre 14 miliardi di dollari indebitandosi pesantemente. Da qui l’ordine alle banche di non emettere più credito alle società che son così costrette a investire in patria.

Ovviamente ne risentiranno i futuri investimenti all’estero. La Cina è una scatola nera e nessuno può affermare con certezza se il freno agli investimenti all’estero delle grosse conglomerate pechinesi possa dare una mano allo stato. Ciò che è chiaro è che la Cina è pericolosamente appesantita dal debito a cui si aggiunge il rischio che il presidente Xi governi per un altro periodo di cinque anni e il presidente Trump minaccia una guerra commerciale con Pechino dopo Mosca. Il rischio politico cinese non è solo un disincentivo per gli acquirenti di obbligazioni. È un pericolo chiaro e attuale per l’economia mondiale.

Fortunatamente, l’economista ex manager di Goldman Sachs Jim O’Neill afferma che non bisognerebbe preoccuparsi troppo dei livelli di debito crescente in Cina, facendo intendere che Pechino non farà la fine degli Stati Uniti nel 2008.

1531.- IL REFERENDUM PER L’INDIPENDENZA DEL KURDISTAN IRACHENO: ERA UNA BOMBA INNESCATA DA ANNI

Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan voluto Masoud Barzani analizzato in un commento a uno scritto di Antonio Vecchio del 04/10/17

Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan dello scorso 25 settembre ha rappresentato un punto di svolta per il Medioriente, non solo per le implicazioni di natura politica e territoriale, ma, anche e soprattutto, per il precedente che ha introdotto.

Il quesito proponeva la secessione della Regione Autonoma del Kurdistan (KRG) dalla Repubblica d’Iraq: un evento dalla portata dirompente non solo per l’integrità dello Stato, ma anche perché è intervenuto con forza sull’attuale assetto regionale, figlio degli accordi Sykes-Picot del 1916 con i quali Francia e Regno Unito definirono le rispettive sfere di influenza nel Medioriente.

E poiché (anche) in geopolitica i vuoti tendono sempre ad essere riempiti, tutti al momento si sono affrettati con dichiarazioni e minacce a sostegno della integrità statuale dell’Iraq.

Baghdad, ha reagito immediatamente chiudendo lo spazio aereo sul KRG e declassando l’aeroporto di Erbil a scalo nazionale.

Il parlamento iracheno ha inoltre votato la rimozione del governatore della città petrolifera di Kirkuk, reo di aver supportato il referendum, e l’invio di truppe nel suo centro urbano liberato dai Peshmerga nel 2014 e da questi tutt’ora presidiato, sul cui palazzo del governo, a inizio di questo anno, era stato issato il tricolore curdo.

Neppure Iran e Turchia, le principali potenze regionali, sono rimaste inerti temendo che l’iniziativa potesse causare un effetto domino in seno alle rispettive minoranze curde (20% degli abitanti turchi è curdo, 10% in Iran).

La Sublime Porta ha minacciato la chiusura della pipeline Kirkuk-Ceylan che porta il petrolio curdo sul mercato europeo, ha sospeso tutti i collegamenti aerei con Erbil e rimosso tre canali curdi da un proprio satellite.

L’Iran invece ha preso le distanze dall’iniziativa di Erbil chiudendo i confini (riaperti il 3 ottobre u.s.), nonostante il referendum sia stato sostenuto anche dall’Unione Patriottica dei Lavoratori (PUK), il secondo partito curdo di base a Sulemanye, tradizionalmente filoiraniano.

Teheran non può accettare ai suoi confini uno stato curdo indipendente per una serie di motivi, tra i quali la presenza al suo interno di una significativa minoranza curdo-iraniana (proprio in Iran, nel 1946, il primo tentativo di autonomismo curdo con la Repubblica di Mahabad) e il pericolo, con l’indebolimento del potere sciita a Baghdad, di perdere influenza sulla regione.

La Russia, dal canto suo, ha assunto un atteggiamento ambivalente segnato dalle recenti dichiarazioni del Ministro Sergey Lavrov alla Tv curda Rudaw, di netta contrarietà alla iniziativa di Masoud Barzani motivata dalle “considerevoli implicazioni geopolitiche, geografiche, demografiche ed economiche” ad essa correlate, cui però seguirono, lo scorso mese di agosto, quelle del vice capo Consolare a Erbil, che annunciò pieno “supporto alle decisioni prese dal popolo del Kurdistan, se frutto di un passaggio referendario”.

Per finire anche gli USA, sebbene sponsor e protettori storici del KRG, hanno a più riprese dichiarato la loro contrarietà ad un Kurdistan indipendente.

A questo punto è naturale chiedersi se il Presidente Barzani sia stato solo uno scommettitore d’azzardo che ha sbagliato l’ultima giocata puntando sul tavolo l’intero patrimonio (il KRG) oltre al nome e la storia suoi e della sua famiglia (suo nonno Mustafa Barzani, generale, fu l’epico difensore di Mahabad).

È possibile che nessuno dei consiglieri abbia saputo suggerirgli una diversa linea di condotta, fosse solo il procrastinare ad altra epoca lo svolgimento referendario?

Tutto sembrerebbe portare a tale conclusione, dato che ad oggi le conseguenze della scelta curda hanno vanificato i potenziali vantaggi.

Il congelamento delle frontiere da parte iraniana e turca unitamente alla chiusura dello spazio aereo hanno dato il colpo di grazia ad una economia in continua recessione iniziata con la caduta del costo del petrolio nel 2014 e proseguita per tutta la durata della guerra contro ISIS.

Quella del KRG rimane, infatti, una economia da “render state” totalmente incentrata sulla produzione e smercio del petrolio, e Ankara, chiudendo la pipeline Kirkuk-Ceylan affossa l’unica fonte economica: le riserve della Regione – fonte Il Sole 24 Ore – ammontano a 45 miliardi di barili, che salivano quasi a 60 comprendendovi  Kirkuk.

Elementi questi che, uniti all’isolamento di Erbil (formalmente sostenuta solo da Israele) ed alle manovre militari congiunte tra Iraq-Iran e Iraq-Turchia ai rispettivi confini con il Kurdistan, hanno rafforzato l’ipotesi di un vero e proprio azzardo strategico da parte della leadership curda.

La partita di Barzani può però avere avuto una sua logica ben precisa.

Uno stato curdo indipendente avrebbe creato e creerebbe, infatti, una interruzione della dorsale sciita che da Teheran giunge a Hezbollah in Libano passando per l’Iraq e la Siria, alla cui costituzione gli USA hanno grandemente contribuito nel 2003 consegnando Baghdad agli sciiti.

In tale ottica, le dichiarazioni formali statunitensi contro il referendum sarebbero state espressione di un gioco delle parti nel quale ciò che si dice non sempre è ciò che si vuole: un Kurdistan indipendente, visto da una prospettiva diversa, finirebbe, comunque, per indebolire l’influenza iraniana nell’area, proprio come si propone l’attuale amministrazione USA.

Circa, poi, la posizione turca con la minaccia di interrompere le relazioni economiche. Anche in questo caso, dalle minacce di embargo e di chiusura della pipeline non necessariamente deve sortire alcun provvedimento reale.

Il cliente curdo è funzionale all’economia turca – Ankara è il primo partner economico con circa 4000 compagnie presenti – e la sospensione dei rapporti causerebbe enormi perdite sul piano delle transazioni commerciali finanziarie.

Gli interessi commerciali di Ankara nel KRG ammontano a circa 9 miliardi di dollari, cui di recente si è aggiunto un accordo petrolifero della durata di 50 anni per lo sfruttamento e il trasporto di petrolio grezzo curdo, i cui benefici verrebbero annullati tout court dalla chiusura della citata pipeline con danni enormi per un Paese come la Turchia di progressiva industrializzazione.

Senza considerare che una iniziativa unilaterale di rottura delle relazioni commerciali finirebbe per agevolare gli interessi economici del competitor persiano, tradizionalmente molto attivo nell’area.

La carta petrolifera potrebbe fare la differenza anche nell’approccio russo al problema curdo.

Mosca è grandemente interessata al petrolio curdo, sia perché è di facile estrazione peraltro poco costosa, ma anche perché GAZPROM e ROSNEFT, le due OIL Company presenti da tempo, hanno investito ingenti risorse nella Regione e subirebbero forti perdite in caso di chiusura della pipeline (ROSNEFT, a sette giorni dal referendum, ha firmato un accordo con il KRG per la costruzione di gasdotti sino in Turchia) .

I rapporti di Mosca con il KRG sono antichi – (Mustafa Barzani – foto sopra – visse per oltre 10 anni in Unione Sovietica dopo la fallita esperienza indipendentista di Mahabad) – e pensare ad una improvvisa chiusura non è ragionevole, vista la tendenza russa a sfruttare le situazioni per trarne il maggior vantaggio.

Se a questo si aggiunge che la presenza di un interlocutore affidabile, ed Erbil lo è da anni per Mosca e Ankara, introduce un fattore di stabilità nell’intera area, certamente preferibile ad una situazione di progressivo caos nella quale anche Israele rischierebbe di avere un ruolo, la scommessa di Masoud Barzani parrebbe rispondere ad una strategia ben precisa, potenzialmente in grado di produrre per il KRG risultati migliorativi del quadro attuale.

Magari solo una rivisitazione in chiave estensiva dei confini attuali del KRG comprendenti anche Kirkuk (originariamente curda, arabizzata da Saddam), in un quadro statuale federale, rimandando ad altro momento, con modalità da concordare con la controparte irachena, la celebrazione di un referendum questa volta non consultivo.

Risultato di grande rilievo, che ascriverebbe Masoud Barzani a pieno titolo tra i padri della Nazione, proprio come suo padre Mustafa; per il vecchio presidente ormai prossimo a cedere il comando, un traguardo considerevole che lo consegnerebbe alla storia.

(foto: U.S. DoD / Rudaw / Türk Silahlı Kuvvetleri / web)

1530.- TRISTE EPILOGO DEL SOGNO CURDO

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Quando il cuore trepidava per le eroine di Kobane …

Dal 25 settembre scorso, data di svolgimento del referendum per l’indipendenza del Kurdistan, alla fine della scorsa settimana era successo ben poco, fatti salvi i ripetuti proclami e minacce indirizzati da Baghdad alla Regione Autonoma (KRG), con il sostegno di Turchia e Iran.

Alla sostanziale fermezza del presidente Barzani, che ha più volte invocato trattative, il primo ministro iracheno Al Abadi ha opposto il rifiuto al dialogo, se prima il referendum non fosse stato annullato.

Gli Stati Uniti hanno assunto sin da subito un atteggiamento di apparente terzietà, ben espressa dalla recente dichiarazione di Trump di non voler entrare in una disputa interna tra Stati, preceduta però da una dichiarazione del suo segretario di Stato, Tillerson, che sostanzialmente offriva il pieno sostegno degli USA a trattative fra le parti della durata di un anno, al termine del quale, in caso di non accordo, l’America avrebbe appoggiato le ragioni del referendum.

La situazione è poi precipitata il 15 ottobre scorso, allorquando Kirkuk, importante città petrolifera, si è trovata accerchiata da un importante schieramento di Iraqi Security Forces (ISF), forze speciali contro terrorismo (CTS) e milizie popolari (PMU) in massima parte sciite e sostenute da Teheran, il cui più noto generale, Qasem Soleimani, regista di tutte le attività militari iraniane all’estero, si trovava già da tempo nel KRG.

A sporadici combattimenti, che hanno lasciato sul terreno alcune decine di morti e feriti in massima parte curdi, ha fatto seguito il cedimento della linea difensiva dei Peshmerga, le cui unità di combattenti facenti capo all’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) – partito di opposizione del KRG – si sono ritirate spontaneamente lasciando passare le forze di Baghdad, che hanno in breve tempo occupato aeroporto, palazzo del governo, la base militare K1 e, non da ultimo, i pozzi petroliferi della città.

La reazione di Al Abadi non si è fatta attendere anche nel resto del Paese: il 17 ottobre è stata la volta di Sinjiar, città yazida passata di mano – pare – dopo una trattativa tra componenti yazide dei Peshmerga e delle milizie popolari di mobilitazione (PMU), seguita dalla cessione di altri territori nel nord dell’Iraq, che erano passati sotto controllo curdo con l’avvio, giusto un anno prima, dell’offensiva militare per liberare Mosul.

La cessione di territorio si è svolta senza particolari criticità tra le parti, preceduta da trattative e da un accordo di massima, confermato direttamente dal Ministero dei Peshmerga nella tarda mattinata del 18 ottobre.

Il presidente Barzani ha accusato, due giorni fa, il PUK per essersi accordato con le PMU ed aver ceduto Kirkuk senza opporre resistenza, riconducendo invece la cessione di territorio nel resto del Paese alla “volontà di difendere il popolo curdo”.

Sembrerebbe dunque che l’iniziativa del presidente sia destinata a risolversi nel nulla, e con essa il carisma di un leader molto amato, perlomeno nella sua area geografica di riferimento (nord del KRG).

Al tramonto della sua figura e del progetto che incarnava, si contrappone la rinnovata credibilità del premier Al Abadi, che ha tenuto mano ferma in tutte le fasi della crisi, appellandosi all’unità del Paese e al rispetto della sua Costituzione.

È lui, al momento, quello destinato a staccare il dividendo maggiore, alla cui realizzazione ha contribuito in massima parte il vicino iraniano.

Teheran, infatti, ha influenzato non poco, oltre che la leadership politica dell’Iraq anche l’evolversi delle operazioni sul terreno, contando sulle PMU sciite ringalluzzite dalla presenza in loco del mito di Soleimani.

All’influenza iraniana occorre riferire anche la divisione politica in seno al KRG, con la frattura tra Partito Democratico del Kurdistan (PDK) che sostiene la famiglia Barzani e il PUK, quest’ultimo vicino all’Iran.

In tal modo, l’ingombrante vicino sciita ha avuto anche modo di inviare un messaggio a Trump, impegnato da tempo a contenerne l’influenza regionale.

Ancora una volta, il progetto di indipendenza curdo pare destinato ad un mesto rinvio, ostacolato dagli stati della regione ed impedito dalle divisioni interne.

Sarà il futuro a confermarci o meno questo possibile pronostico, e dirci se l’invio, mentre scrivo, di ulteriori Peshmerga a difesa dei pozzi di Kirkuk (quegli stessi ceduti lunedì scorso), è solo il tardivo scatto d’orgoglio di una leadership ormai al tramonto.

(di Antonio Vecchio) 19/10/17, (foto: U.S. DoD)

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Tra i pozzi di petrolio di Kirkuk, una tranquilla disfatta

Viaggio nella città conquistata dalle forze di Bagdad. «Congelata» l’indipendenza, vincono le rivalità: è la fine del sogno curdo?

di dall’inviato Lorenzo Cremonesi
È arrivando in centro città che si coglie appieno il senso della sconfitta curda. Una sconfitta non solo militare, soprattutto politica. Kirkuk, uno tra i maggiori poli petroliferi dell’Iraq, è tornata pienamente nell’orbita di Bagdad. I combattenti curdi, che l’avevano presa approfittando della guerra contro Isis nel giugno 2014, si sono ritirati verso nord a più di 20 chilometri di distanza, spaventati, male armati rispetto al nuovo esercito iracheno riorganizzato dagli Usa. Da metà ottobre la regione autonoma del Kurdistan iracheno ha perso almeno il 40% del suo territorio, dalle alture di Sinjar verso la Siria al confine con l’Iran, e oltre il 70% delle risorse di greggio concentrate proprio in questa zona.
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Schermata 2017-11-27 alle 09.09.45.pngUn collasso economico. I vincenti di ieri nella sfida contro l’Isissono in ginocchio, con il rischio di perdere le conquiste ottenute gradualmente sin dalla Guerra del Golfo nel 1991. Come nei momenti difficili della sua storia, il «popolo delle montagne» si divide, prevale l’antica indole tribale, con le fazioni che si alleano ai vicini più potenti pur di combattersi a vicenda. Lo riprova la richiesta curda al governo di Bagdad nelle ultime ore di «congelare» i controversi risultati del referendum per la nascita di uno Stato indipendente del 25 settembre.

Un clamoroso passo indietro. Secondo il suo massimo artefice, il presidente della regione autonoma Massoud Barzani, doveva rappresentare la coronazione di un lungo processo nato da ancestrali aspirazioni nazionali. Si è trasformato in una catastrofe anche personale, che potrebbe costringerlo alla dimissioni.

Il premier iracheno Haider al Abadi, che prima trattava con lui quasi da pari a pari, adesso detta legge. Tre anni fa, al momento della presa di Mosul da parte di Isis, era nella polvere, chiedeva aiuto a Barzani. Ora i suoi portavoce sostengono che entro il 27 dicembre assumeranno il controllo dell’aeroporto di Erbil. E nelle prossime settimane manderanno militari a presidiare i confini nord del Paese con la collaborazione di Ankara e Teheran. Una lezione per tutto il Medio Oriente che guarda incerto agli assetti del dopo-Isis.

I due massimi alleati degli americani, curdi e iracheni, si fanno la guerra. Dove condurrà questo rimescolamento di carte? A Kirkuk il traffico è regolare: strade pulite, negozi aperti, persino i poliziotti con le divise bianche. L’attività ai pozzi petroliferi e le raffinerie sembra normale. È trascorsa una settimana dalla fuga dei peshmerga. Solo nelle periferie sono evidenti i segni di combattimenti sparsi, più schermaglie che altro: qualche muro scalfito dalle pallottole, vecchi posti di blocco investiti da bombe di mortaio, cartelli con le immagini dei leader e dei partiti curdi bruciati. Dove prima sventolavano  le bandiere del Pdk, il partito che fa capo a Barzani e al suo governo di Erbil, oltre a quelle del Puk, il corrispettivo guidato dal clan Talabani insediato a Suleimaniya, si sono sostituiti i drappi sciiti con l’immagine dell’imam Hussein su sfondo verde oltre ai simboli delle Hashd Shabi, le bellicose milizie sciite legate a filo doppio all’Iran. «Non c’è stato un vero scontro armato. Le vittime? Una ventina a Kirkuk, meno di 200 in tutto il Paese. Ma le conseguenze sono gravi. Su circa un milione e trecentomila abitanti, meno del 30% sono fuggiti verso Suleimaniya, quasi tutti curdi. Se prevarrà la calma degli ultimi due giorni torneranno presto alle loro case, pur sotto una diversa sovranità», racconta Qais Mumtal, parroco dell’arcivescovado caldeo (cattolico). E aggiunge: «L’errore di Barzani è imperdonabile. Non doveva fare il referendum. Noi abbiamo paura che da Teheran possano giungere limitazioni alla libertà religiosa».

Le critiche all’anziano leader arrivano dagli stessi curdi di Kirkuk con veemenza anche più acre. «Barzani, ovvero l’arte di farsi male da solo. Un leader ammalato d’onnipotenza, che si è circondato di passivi signorsì incapaci di dirgli la verità: cioè che il referendum sull’indipendenza andava per lo meno rinviato. Lui ha voluto proseguire nonostante i nostri alleati, europei e americani in testa, fossero contrari. E il risultato è sotto gli occhi di tutti. Stiamo perdendo il nostro Kurdistan. La recente sconfitta dei peshmerga contro le milizie sciite irachene evidenzia l’errore politico. Barzani, che si presentava come il profeta dell’antica utopia dello Stato curdo, si rivela il massimo responsabile della nostra disfatta», dice senza mezze parole il quarentenne Ako Karim, proprietario del noto ristorante Sulimanya, che si affaccia sulla piazza centrale. Una versione più controversa arriva da Nejdalmin Karim, l’ex governatore filo-Barzani rifugiato a Suleimaniya. «Sono stati i figli di Jalal Talabani (l’ex presidente iracheno di origine curda morto da pochi giorni, ndr) a svenderci alle milizie sciite. Hanno stretto un accordo a tradimento con Bagdad e abbandonato i peshmerga inviati da Erbil. I combattenti del Puk si sono ritirati all’improvviso da Kirkuk senza combattere, lasciando soli quello del Pdk». Tornano i rancori del 1996, quando Barzani si alleò con Saddam Hussein (il massacratore dei curdi con le armi chimiche) e Jalal Talabani con gli iraniani. E lo scontro fratricida non promette nulla di buono.

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DA KIRKUK, L’IRAQ PARTE VERSO UN NUOVO CENTRALISMO

(di Antonio Vecchio)
09/11/17

Sono 60 i peshmerga deceduti e circa 150 quelli feriti, nel confronto militare che ha portato Baghdad, il 15 ottobre scorso, a rimpossessarsi di Kirkuk e di tutte le aree contese, ora tutte sotto il pieno controllo della Capitale, con i confini del Kurdistan Regional Government (KRG) “retrocessi” a quelli antecedenti la seconda guerra del Golfo (2003).

Lo sconquasso creato dalla iniziativa dell’ex presidente Massoud Barzani è sotto gli occhi di tutti, con una leadership politica azzerata, l’ arco parlamentare diviso come non mai, e più di 200mila sfollati curdi, che hanno abbandonato Kirkuk alla volta di Erbil, città che di profughi ne conteneva già diverse decine di migliaia.

Il premier Al Abadi usa tutto il capitale politico accumulato con la ricomposizione territoriale dello Stato per frammentare ulteriormente la regione autonoma del nord.

L’ultima iniziativa in ordine di tempo prevede l’impegno di Baghdad a pagare direttamente i “civil servant” del KRG senza passare per il governo della regione autonoma, i cui dati ufficiali sui rispettivi dipendenti pubblici sono considerati dal governo centrale lontani, per eccesso, da quelli reali.

Come se ciò non bastasse, nella bozza della legge finanziaria per il 2018, stilata senza coinvolgere i curdi, la percentuale dei trasferimenti al KRG è scesa dal 17% – somma prevista dalla Carta costituzionale – al 12.7%, inasprendo ancora di più gli animi e le dichiarazioni ufficiali delle parti.

L’impressione è che Al Abadi stia cogliendo la finestra di opportunità creatasi, per rafforzare ulteriormente il potere centrale, e con esso, quello personale: a questo mirerebbero i contatti ufficiali avviati direttamente con le “province del nord” – come sono ora indicati i territori curdi – bypassando completamente il parlamento (invero scaduto) di Erbil.

La controparte curda ha risposto, il 6 novembre scorso, con una lunga (e debole) dichiarazione del primo ministro Mansour Barzani, di disponibilità al dialogo, nell’ambito – si legge tra le righe – di uno stato unitario e federale.

In altre parole, un completo ravvedimento rispetto a quanto veniva annunciato solo venti giorni addietro, una dichiarazione di resa, tendente a ripristinare gli equilibri di potere vigenti prima del referendum per l’indipendenza.

Anche l‘ex presidente Barzani ha commentato per la prima volta gli ultimi avvenimenti.

In una intervista al settimanale statunitense Newsweek ha lamentato lo scarso appoggio ricevuto dall’alleato americano e dalla comunità internazionale, rei di aver consentito alle milizie filo iraniane di Hashd al-Shaabi la condotta di operazioni militari con equipaggiamenti e mezzi USA, attuate, tra l’altro, con il supporto britannico nel campo non meglio specificato della “knowledge”.

La disponibilità dei principali esponenti curdi a trattare non ferma il primo ministro Al Abadi , che questa settimana ha iniziato un giro di colloqui per puntellare la propria ri-candidatura alle elezioni politiche del 15 maggio prossimo.

A muoverlo, la volontà di giocare in anticipo rispetto al rivale Al Maliki, ma anche la certezza di non poter più contare sul supporto dei curdi (55 seggi su 328 alle elezioni del 2010).

Ed è di ieri la dichiarazione del vice presidente Osama al-Nujaifi, sunnita, di supporto “condizionato” alla riconferma del primo ministro iracheno, a patto che le milizie filo iraniane di Hashd al-Shaabi siano ricondotte quanto prima dall’esecutivo sotto il pieno controllo dell’autorità governativa.

Hashd al-Shaabi, altrimenti conosciute come Popular Mobilisation Unit (PMU), sono costituite da circa 60 milizie armate – mosse da Teheran – costituite per combattere Isis nel 2014, su chiamata del grand ayatollah Ali Sistani.

Nel mese di dicembre 2016, il parlamento di Baghdad le ha regolarizzate impiegandole, al pari delle forze regolari, nella guerra contro lo Stato islamico.

Ora, da più parti (sciite), si preme affinché vengano pagate alla stessa stregua delle Iraqi Security Forces (ISF), riconoscendole come parte integrante del sistema di difesa nazionale.

Da questa partita, apparentemente laterale, dipenderà buona parte del futuro politico di Al Abadi, che dovrà scegliere in che misura staccarsi dal gioco del potente vicino iraniano, pena la perdita di credibilità e consenso tra le cancellerie occidentali, pur mantenendo la coesione del fronte sciita interno del quale è espressione.

(foto: U.S. Army / U.S. Air Force)

1521.- Medio oriente: Il generale Qassem Suleimani ha sconfitto l’Isis

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Qassem Suleimani è un grande generale

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Il generale Qassem Suleimani, guida delle brigate di al Quds della Guardia Repubblicana, riconosciuto nel mondo come il più autorevole militare iraniano, ha annunciato ufficialmente la vittoria sull’Isis, o Daesh in arabo.

E lo ha fatto in una lettera indirizzata all’ajatollah Khamenei, la guida spirituale degli sciiti. Naturalmente è anche un atto di accusa contro Israele e gli Stati Uniti, che secondo il generale avrebbero alimentato la follia dell’Isis.

Al di là di tali accuse, ovvie in questo momento di contrasto a tutto campo tra Israele e i Paesi del Golfo alleati di Tel Aviv e l’Iran (e che si incrociano con le accuse inverse,  ovvero quelle rivolte all’Iran di alimentare il terrorismo nella regione), la lettera appare più che importante. Un documento, a suo modo, storico.

Anzitutto perché l’annuncio della vittoria sull’Isis ci riguarda da vicino: riguarda i tanti morti ammazzati da questa Agenzia del Terrore in tutto l’Occidente, i loro familiari che ancora piangono quei lutti o i tanti feriti, alcuni dei quali porteranno per sempre il segno di quella follia.

Ma anche quanti sono solo stati toccati dall’ansia e dalla paura a seguito delle perverse operazioni degli agenti dell’oscuro Califfo, obiettivo insito nella strategia del Terrore.

Hanno perso: il Califfato non è più. Ciò non vuol dire che il Terrore globale è finito, ma certo ha subito un rovescio durissimo. E il sogno di uno Stato islamico incistato nel cuore del modo – tale è il Medio oriente – è andato in frantumi.

ZSU fire

E a sconfiggerli non è stato l’Occidente, ma l’Iran e i suoi alleati. In questo ha ragione il generale, anche se in Occidente fanno e faranno di tutto per negarlo.

E poi perché la lettera racconta un’altra verità, quella che in questi anni si è ignorata per alimentare la narrativa dello scontro di civiltà che vede gli islamici, tutti gli islamici, nemici della civiltà occidentale.

Non è così. L’Isis ha devastato l’islam molto più che l’Occidente, come emerge anche dalla missiva. Ne pubblichiamo degli stralci.

New Pics of General Qassem Suleimani in Tikrit Frontline

 

Sei anni fa, una fitna (sedizione,ndr) si manifestò,simile a quella sperimentata dal principe dei credenti, Ali (P). Una sedizione che ha privato i musulmani della reale percezione di un autentico islam “maomettano”. Questa fitna era complessa, istigata dal sionismo e dall’Arroganza, e ha devastato il mondo islamico come una tempesta distruttiva.

Questa pericolosa e velenosa sedizione è stata creata dai nemici per infiammare il mondo islamico su larga scala e incitare i musulmani a uccidersi a vicenda. Un movimento malefico, noto “Stato islamico dell’Iraq e del Levante” è riuscito nei suoi primi mesi, ad attrarre [e far affluire ndr.] decine di migliaia di giovani musulmani in due Paesi molto influenti e molto importanti nel mondo islamico: Iraq e Siria.

Tale movimento ha causato una crisi pericolosa  in questi due Paesi e ha imposto la sua egemonia su centinaia di migliaia di chilometri quadrati, migliaia di villaggi e città e centri vitali delle province. Per non parlare della distruzione di migliaia di fabbriche e di tutte le infrastrutture in questi due Paesi, come strade, ponti, raffinerie […] il costo di danni e perdite è inestimabile, le prime stime valutano in 500 miliardi di dollari i danni subiti.

[…] Nel corso di questi eventi si sono verificati crimini estremamente dolorosi che non possono essere elencati tutti: decapitazioni di bambini, uomini scuoiati vivi di fronte alle loro famiglie, ragazze e donne innocenti rapite, stupri, uomini dati alle fiamme ancora vivi e massacri di massa di centinaia di giovani.

I musulmani di questi Paesi [Iraq e Siria ndr.] sono rimasti sconcertati da questa tempesta velenosa, alcuni hanno sofferto i colpi dei gruppi estremisti Takfiri (falsi islamici, di fatto apostati ndr. ), milioni di altri hanno lasciato le loro case e sono diventati senzatetto in città di altri Paesi. Migliaia di moschee e luoghi santi musulmani sono stati demoliti e moschee sono state distrutte con i loro imam e i loro seguaci all’interno.

Più di 6.000 giovani, sottoposti al lavaggio del cervello, si sono fatti esplodere, in auto-bomba o con cariche di esplosivo, nelle piazze, nelle moschee, nelle scuole e persino negli ospedali pubblici e nei centri sanitari e di preghiera islamica.  Come risultato di questi atti criminali, decine di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti sono caduti martiri o sono stati feriti.

[…] La sconfitta di questa cospirazione infida e pericolosa è stata raggiunta attraverso la divina provvidenza e la bontà del Messaggero di Dio, la pace sia su di lui e sulla sua onorevole famiglia. Inoltre, grazie alla saggia e consapevole direzione della sua eminenza, l’ayatollah Ali al-Sistani [guida spirituale sciita dell’Iraq ndr.], che ha mobilitato tutte le capacità per affrontare questa tempesta avvelenata.

A seguito della vittoria di Abu Kamal in Siria«annuncio la fine dell’egemonia di questo albero maledetto e malevolo».

A nome di tutti i leader e combattenti ignoti, a nome delle migliaia di martiri e feriti difensori dei luoghi santi, sia iraniani che iracheni, siriani, libanesi, afghani e pakistani che si sono sacrificati per difendere la vita dei musulmani e il loro onore, Vi invio le mie migliori congratulazioni per questa grande e decisiva vittoria».

 

Come detto, è un documento di parte, e come tale va considerato. Ma rivela l’immane tragedia che si è abbattuta sulla Siria e sull’Iraq, area che è divenuta motore mobile dello stragismo internazionale.

Una tragedia della quale non abbiamo avuto piena contezza leggendo i resoconti dei media mainstream, che hanno continuato a magnificare le gesta della coalizione anti-Isis creata dagli americani, alquanto inutile se non dannosa in questa sporca guerra (vedi ad esempio Piccolenote).

Resoconti che si sono preoccupati più di ripetere in maniera ossessiva il mantra anti-Assad, anti-hezbollah e anti-Iran, tralasciando il particolare – secondario? – che senza tali argini la follia di dell’Isis sarebbe dilagata in Medio oriente e nel mondo.

La guerra è finita. E l’Isis è stato sconfitto. Ne inizieranno altre certo, non vogliamo alimentare illusioni. Ma oggi è un giorno nuovo per il mondo.

 

Ps. Invano cercherete sui media nazionali notizie di tale evento: mentre fiumi di inchiostro sono versati per descrivere le magnifiche sorti e progressive della (ormai) inutile politica italiana o per altro e ancor meno interessante. Tale l’abisso di povertà in cui è precipitata la stampa italiana, che pure ha conosciuto un passato più che onorevole. A questa pagina di storia è riservato il silenzio. «Come si tace un’onta, come si tace una speranza ineffabile» (Rilke).

1515.- Da “La Stampa” un odore di totalitarismo. Neocon.

“I cavalli di Troia del Cremlino: la rete d’influenza della Russia con i politici europei — Italia, Grecia, Spagna: un nuovo saggio dell’Atlantic Council mette in fila fatti, incontri, protagonisti. Da noi spiccano tuttora M5S e Lega”. Così  un articolo apparso su La Stampa, giornale diretto da un neocon americo-israeliano , apparso il 19  novembre.

Maurizio Molinari appena nominato direttore di La Stampa, festeggia con Calabresi, appena elevato a direttore di La Repubblica. Due voci oggettive ed imparziali.

Esso riporta uno studio dell‘Atlantic Council  sui “cavalli  di Troia del Cremlino” in Europa, ossia dei politici che  subiscono, secondo questo pensatoio  atlanticista,   “l’influenza russa”.

I servi di Putin in Europa.

 

Vale la pena di citare  ampiamente  l’articoletto del ghiornale torinese, per “sentire” l’afrore  minaccioso  di volontà repressiva  che emana:

“nel grafico delle interferenze russe in Europa illustrato dall’ultimo report dell’Atlantic Council (The Kremlin’s Trojan Horses: Russian Influence in southern Europe), c’è qualcosa di più. C’è soprattutto il concentrico e sistematico attacco al mondo che []  ha portato avanti finora l’eredità dell’illuminismo da parte di forze di matrice diversa – sovranista,  populista, nazionalista, anti-globalista, passatista, neo-fascista, neo-comunista e via andare – accomunate dall’avversione ai valori liberali e da un multiforme richiamo all’ordine. C’è insomma la prova di quanto facile sia per chi debba compensare la propria debolezza con le difficoltà altrui (Putin oggi ma domani potenzialmente Cina, Turchia o qualsiasi altro attore geopolitico) approfittare della nostra società aperta e dunque permeabile, evoluta e un po’ annoiata, confusa dagli smottamenti del Novecento al limite della cupio dissolvi.

Quindi il  campo di battaglia è chiarito: il mondo dell’Illuminismo, della “società aperta  e dunque permeabile”, è sotto attacco concentrico da  parte di tutti gli oscurantismi possibili e immaginabili (sovranista, populista, nazionalista, anti-globalista, passatista, neo-fascista, neo-comunista), incarnati dall’Oscurantista Primo, il Male Assoluto Putin che “approfitta” delle nostre libertà.  La Luce è minacciata dalle Tenebre.

Prendiamo ad  esempio, continua La Stampa, “Il groviglio greco” [delicata allusione alla  riduzione alla fame del popolo ellenico da parte del modo Illuminato,  ndr.] . Qui, “ l’antagonismo è mainstream e mette insieme destra, sinistra, monaci ortodossi, militari, tutti  sulle barricate contro l’estremo avamposto dell’occidente trincerato a Bruxelles”.

Insomma: chi protesta contro il trattamento che la Merkel ha fatto subire alla Grecia, è  un Figlio delle Tenebre,  se la intende coi “monaci ortodossi” (orrore!),  è  infettato dalla propaganda del Cremlino,  di cui sta contagiando le masse  come gli  untori facevano con la peste manzoniana.

Passiamo all’Italia: “Il capitolo sull’Italia, curato da Luigi Sergio Germani  [Radio Radicale] e Jacopo Iacoboni (che ne scrive da mesi su La Stampa), è esemplare”.   Questi due signori “disegnano uno schema della russofilia nazionale che vede giocare in favore di Putin fattori diversi, ideologici nel caso della Lega o del Movimento 5 Stelle, economici nel caso degli imprenditori che, a partire dall’entourage berlusconiano, fanno business a Mosca e mal digeriscono le sanzioni”.

Siccome siamo  “Paese impoverito, arrabbiato (con “la casta”) e confuso”, “i trolls di San Pietroburgo, gli account fantasma, le fake news” hanno “ trovato un terreno fertilissimo nel” nostro paese. “Nell’Italia senza bussola”, che non segue i dettami della Luce  Atlantica ed Europeista. La prova  che l’Italia è senza bussola viene indicato nei seguenti fatti: in questa  arretrato paese, figuratevi, “si  grida all’invasione davanti a 180 mila migranti (siamo 60 milioni), le donne si dividono come in nessun altro Paese al mondo sul “molestie-gate” e si può commentare la morte di Totò Riina sostenendo che le campagne abortiste della Bonino abbiano ucciso più della Mafia (e dove il 40% non legge neppure un libro…)”.

Dunque  siamo avvisati: chi  ride di  Asia Argento  invece di difenderla  e compassionarla, è un cavallo di Troia di Putin. Chi protesta contro le ondate di clandestini, lo fa perché è istigato dai noti trolls di San Pietroburgo. Chi non esprime l’alta stima per l’atlantica egeria Emma Bonino e la accusa dei 10 mila aborti che lei stessa vanta,   è un agente del Nemico che sta a Mosca.

L’afrore dittatoriale spira ben chiaro dal   testo in inglese dello “studio” dell’Atlantic Council . Lasciamo  agli interessati  il piacere di ritrovare il proprio nome nella schedatura di quelli che vengnono smascherati come servi di Putin:

Ci bastino due esempi.  I due estensori del rapporto riferiscono ai superiori  americani  che  Salvini  ha  detto  in tv, nel “il 18 ottobre, 2016, che “la  NATO fa’ un giuoco pericolosissimo spostando 4 mila soldati, carri armati ed aerei verso i confini russi”, e che “l’Italia dovrebbe rivedere la sua partecipazione alla NATO”.

A giugno 2016, Manlio  Di Stefano (5 Stelle)  ha osato chiamare “la rivoluzione ucraina di piazza  Maidan un putsch sostenuto dal’Occidente fatto per estendere la NATO ai confini della Russia”:

Non sono forse queste sacrosante verità? No, sono narrative anti-occidentali  ed anti-americane” dettate dal Cremlino: chi osa esprimerle si rivela un cavallo di troia di Putin, quindi le sue opinioni non devono circolare in pubblico.  Non sono più libere opinioni, ma delitti: vanno censurati, in attesa che queste persone vengano fatte tacere negli altri modi ben noti ai neocon.   Nemmeno un angolo della scena politica si deve lasciar occupare da chi esprime  critiche alla NATO e al regime di Kiev; la democrazia illuminista richiede un Pensiero  Unico. Potete formare tutti i partiti che volete, basta che non pensino diversamente  da Bonino, Soros, Molinari, o l’Atlantic Council. Gli altri  sono nemici del popolo, e ”nessuna libertà per i nemici della libertà”, come disse quello (era Robespierre quando instaurò il Terrore).

Il guaio è, riconosce lamentoso il giornale degli Elkan,   in un finale sull’orlo del delirio , che “il presidente russo pare incontrare i gusti dello zeitgeist prima ancora di quelli di un determinato partito o popolo. Uno zeitgeist anti-illuminista e individualista, con le sinistre tiepide verso le Pussy Riot […]  gli omosessuali terrorizzati dall’islam al punto di tollerare la Le Pen, gli ex rifugiati dell’Europa dell’est in trincea contro quelli africani. Putin è la forza antica e moderna, solida, rassicurante”. Si deplora, lacrime agli occhi, che “la meglio gioventù emancipatasi sognando Voltaire abbia dirottato su Putin, il padre forte necessario perché popoli immaturi non scambiano il disordine con la democrazia”.

Dunque ora lo sappiamo: aderire alla Luce Atlantica richiede la calda, incondizionata approvazione le Pussy Riots,   su   cui la nostra  psicopolizia ha osservato  che “le sinistre sono tiepide”.  La psico-polizia  de La Stampa  ha scovato  anche. chissà dove,   “omosessuali” che invece di votare per il collega Macron,   per terrore dell’Islam  “tollerano la Le Pen”, invece di esercitare su di essa la sacra intolleranza, il santo fanatismo prescritto dalle centrali oligarchiche globali, la riduzione a non-persona, in attesa della ghigliottina   che ci libererà dagli avversari  politici  in onore del Conformismo Unico e Obbligatorio.

L’articolo del neocon infatti si conclude con un invito all’azione

“Putin guadagna punti perché fa Putin, l’Europa farebbe bene a rispondere con i valori europei”:  censura e galera  per Soral (l0intellettuale francese già condannato due volte per il suo sito)! Fame ai greci!  Onore alle Pussy Riots e Viva Poroshenko! Bene la  NATO!  Grazie americani per averci salvato da Gheddafi e formato l’ISIS e per portarci alla guerra contro la Russia!

Ma che cos’è l’Atlantic Council?

Ci resta da chiarire che cosa è l’Atlantic Council, il pulpito della Verità e Civiltà di cui la Stampa diffonde le accuse come oro colato.

Tanto per essere chiari, “L’Atlantic Council è un think tank americano con sede a Washington, il cui scopo è “Promuovere la leadeship americana e il  ruolo centrale della comunità atlantica nell’affrontare le sfide del XXI secolo”  (Wikipedia) . Fra i suoi dirigenti figura  – benché ultranovantenne –  il generale  Brent Scowcroft,  un  fossile storico  che come consigliere della sicurezza nazionale ebbe un’ambigua parte nella partizione della Jugoslavia, ma che soprattutto è stato direttore del  President’s Foreign Intelligence Advisory Board   per  George W. Bush dal  2001   al 2005,  ossia  un complice diretto del mega-attentato  e false flag  dell’11 Settembre. Fra  le personalità illuminate e illuminanti al vertice dell’Atlantic Council trovo, senza sorpresa, Henry Kissinger, James Schlesinger, e soprattutto il direttore della CIA R. James Woolsey, il rabbino Dov S. Zakheim  ed il generale Anthony C. Zinni, l’organizzatore dei bombardamenti contro l’Irak (Operazione Desert Fox), ossia tre protagonisti del delitto di Stato  11 Settembre.

VEdere: http://whitewolfrevolution.blogspot.it/2015/10/il-rabbino-dov-zakheim-la-parte-oscura.html

Rabbi Zakheim era  addirittura vice-segretario al Pentagono, insieme a Paul Wolfowitz,  in quei giorni; è inoltre inserito nel sistema militare-industriale, essendo padrone della  System Planning Corporation, una ditta  che produce droni e apparati di teleguida elettronici per aerei, e indiziata di aver fornito gli aerei che si”sono”avventati copntro le Twin Towers. Questo  è il modello di oggettività,  pluralismo e civiltà da cui il direttore della Stampa prende ispirazione. Si vede bene  di quali poteri il giornale torinese è il Cavallo di Troia.

Maurizio Blondet