Archivi categoria: Politica estera – USA

1676.-La Siria e i mercenari fantasma russi

di sitoaurora
Alessandro Lattanzio, 17/02/2018

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In Siria, ad ovest dell’Eufrate, lo SIIL è stato completamente eliminato dal V Corpo d’Assalto, così come Hama settentrionale è stata sgombrata dai terroristi dalle operazioni dell’Esercito arabo siriano. Situazione che permetteva a Damasco di liberare 25000 soldati da inviare sugli altri fronti:
Homs, Ghuta orientale, ad est di Dayr al-Zur, dove le forze siriane cooperano con quelle dell’Iraq. Diffidare dalle notizie ampiamente spacciate, ma contrastanti e prive di evidenza, su feroci combattimenti presso Dayr al-Zur e sul relativo attacco aereo statunitense, il 7-8 febbraio. L’unità “ISIS Hunters” del V Corpo d’Assalto siriano, aveva respinto l’attacco della tribù Abu Halwa, collegata a SIIL e SDF, contro le linee siriane, quando gli aggressori chiesero l’intervento aereo degli USA, che causava 25 feriti tra le forze siriane, e non i 100-600 caduti propagandato dai media occidentali e dai loro agenti in Russia (l’alleanza filo-statunitense tra neozaristi e liberisti). L’operazione antiterrorismo avveniva sotto il controllo dell’Alto Comando siriano, svolgendo un’operazione speciale in sostegno dei curdi, che con l’aiuto del governo siriano inviano ad Ifrin rinforzi da Dayr al-Zur; operazione disturbata dagli Stati Uniti con il loro intervento presso Dayr al-Zur. Inoltre, il governo siriano e i curdi ad Ifrin trattavano un accordo per dispiegare forze siriane nella regione. Ma il governo siriano chiedeva: 1) di controllare tutte le istituzioni pubbliche; 2) l’ingresso dell’Esercito arabo siriano nel Cantone di Ifrin; 3) la presenza della Polizia Militare russa; 4) la cessione delle armi pesanti o fuoriuscita dei combattenti curdi da Ifrin verso una zona occupata dagli Stati Uniti. Un possibile accordo su ciò potrebbe indicare agli Stati Uniti il momento di uscire per sempre dalla Siria, motivo che avrebbe spinto Washington ad intervenire presso i campi petroliferi di Dayr al-Zur usando i terroristi dello SIIL che gli USA proteggono nell’area compresa tra l’Eufrate e il confine siriano-iracheno.In Siria operano unità tribali e locali addestrate e armate direttamente dai russi, come tra l’altro si è ampiamente documentato su questo sito d’informazione:
Le formazioni paramilitari siriane
Il centro informazioni e coordinamento di Baghdad nella guerra in Medio Oriente
Non è un caso che gli agenti e i sostenitori della propaganda atlantista e taqfirita denigri queste forza, bollandole come ‘mercenari dei russi’.

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Sulla compagnia di mercenari russi Wagner (o Vanger)
Secondo i media atlantisti ed alleati (la suddetta alleanza neozaristi-liberali russi, che comprende l’amplia panoplia di sette putinofobe, neofasciste e ultraliberiste; una torma di agenti americanisti col dente avvelenato verso il governo russo, che ha bandito e smantellato dal 2012 decine di organizzazioni neonaziste, ONG sorosiane ed altre reti di spionaggio e terrorismo promosse da CIA e Soros), in Siria sarebbe presente la presunta compagnia di mercenari russi ChVK Wagner (o Vanger). Tale compagnia sarebbe stata vittima dei bombardamenti statunitensi del 7-8 febbraio presso Dayr al-Zur, dove, sempre secondo le suddette “fonti”, sarebbero stati uccisi da 100 a 600 russi. I realtà non ci sono fonti serie che possano confermare non solo tale strage, ma neanche l’esistenza di tale fantomatica compagnia di mercenari russi. Anche perché nella Federazione Russa le compagnie di ‘contractors’ sono vietate.
Allora chi ha creato il mito della compagnia mercenaria russa ChVK Wagner? La storia della Wagner viene dapprima promossa da tale Ruslan Leviev, (a capo del Conflict Intelligence Team, un sito di propaganda filo-ucraino che si camuffa da ‘sito di analisi militare’), e quindi rilanciata oltre che dai siti di propaganda neonazisti ucraini (come censor.net), da fonti come Radio Liberty, la radio creata dalla CIA per dare voce ai gruppi di fascisti e nazisti fuggiti negli USA e arruolati da Langley e Pentagono per la guerra fredda contro il blocco sovietico. La fonte russa che propaga l’esistenza della ChVK Wagner è il sito Fontanka.ru, universalmente ignorato in Russia data la totale inaffidabilità. In sostanza, non c’è alcuna prova dell’esistenza di tale compagnia mercenaria russa. Infatti, tutte le aziende in Russia sono registrate sui siti Brank.com ed Ergul.nalog.ru, dove tale compagnia non compare. L’unico documento ufficiale che menziona la “PMC Wagner” è non a caso del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti; tale designazione suscitava però ilarità nell’infosfera russa, dato che gli Stati Uniti avevano sanzionato un ente che non esiste.
Il mito della compagnia mercenaria Wagner nasce nell’agosto 2014, quando l’SBU, ovvero i servizi segreti ucraini, dovettero trovare una giustificazione per l’abbattimento presso Khrjashevatoe, vicino Luqansk, nel Donbas, di un aereo da trasporto militare ucraino con a bordo decine di paracadutisti inviati da Kiev per occupare l’aeroporto di Lugansk. Secondo l’SBU, furono i mercenari della Wagner che abbatterono l’aereo ucraino, non potendo dire che fu abbattuto da semplici operai del Donbas perché l’operazione d’assalto ucraina fu pianificata in modo sgangherato dai nuovi vertici ‘rivoluzionari’ fascisti e atlantisti ucraini che, appena preso il potere, epurarono i vertici delle forze armate ucraine, sostituendo personale competente con pagliacci neonazisti, psicotici settari e altri sgherri della CIA. Da allora l’SBU ucraina snocciolò cifre totalmente fantastiche su presunte perdite tra il personale del gruppo Wagner, che a quanto pare non sarebbe formato da veterani militari, ma da guerrieri della domenica con propensione al suicidio.
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1627.-Erdogan cambia lato e riarma i terroristi

Con un altro leader russo sarebbe guerra nucleare, ma è, comunque, guerra.

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La Turchia, in linea con i servizi statunitensi, ha deciso di bloccare l’avanzata siriana a sud-est d’Idlib. Un’alleanza ad hoc di jihadisti lanciava la controffensiva per fermare l’Esercito arabo siriano che libera buona parte del territorio occupato dai “ribelli” a sud-est d’Idlib. I “ribelli” armati da turchi e statunitensi compivano alcuni progressi locali catturando circa 12 villaggi dei 150 villaggi che l’Esercito arabo siriano aveva appena liberato. Furono subito respinti. Circa 50 terroristi di Ahrar al-Sham furono eliminati cadendo in una trappola. Circa 10 soldati siriani sono stati sequestrati dal nemico. Il supporto aereo siriano e russo è molto attivo nell’area e l’Esercito arabo siriano avanza di nuovo. Non c’è alcuna menzione o immagine (ancora) di al-Qaida in Siria, attualmente etichettatasi HTS, partecipare al contrattacco “ribelle”. Quattro giorni prima HTS pubblicava le foto del suo capo Julani che incontrava i suoi capi per valutare la situazione. Sembrava brutta per loro. Il litigio con altri “ribelli” si acuiva. Due giorni prima Julani dichiarava che HTS avrebbe smesso di combattere le altre fazioni ad Idlib per consentire a tutti di affrontare le forze del governo siriano in avanzata. Sembra che fosse la condizione per il rinnovato supporto turco-statunitense. La controffensiva poteva procedere solo perché la Turchia (di nuovo) consegnava centinaia di tonnellate di armi ai terroristi. Furono anche avvistati nuovi rifornimenti di missili anticarro TOW, distribuiti esclusivamente dalla CIA. (Anche la Turchia rifornisce di nuovo i terroristi in Libia: la flotta greca catturava una nave che viaggiava dalla Turchia alla Libia con 29 container di bombe, spolette, detonatori e altre componenti per bombe. Vedi articolo in calce). Ecco alcuni tweet rilevanti delle ultime ore:
“Terrormonitor.org @Terror_Monitor 9:54 – 11 gennaio 2018
#Siria #alQaida #uyguri #jihadisti. Il Partito Islamico del Turkestan (#TIP) pubblica le foto dei suoi combattenti contro #EAS a sud di #Idlib. #TerrorMonitor”
I terroristi uiguri sono giunti dalla Cina occidentale in Siria con passaporti ufficiali turchi rilasciati dall’ambasciata turca in Thailandia. Il 18 settembre 2015 al-Qaida (Nursra, HTS) e il gruppo jihadista uiguro del partito islamico del Turkestan assaltavano la base aerea a lunga assediata di Abu Duhur e uccisero 56 soldati siriani. La base aerea a cui l’attuale attacco siriano a sud-est d’Idlib mira. Questa volta saranno gli uiguri a lasciarci la pelle.
Maggiori informazioni sugli eventi di oggi:
“Ali Özkök @Ozkok_ – 10:06 – 11 gennaio 2018
La #Turchia ha fornito alla milizia Faylaq al-Sham almeno sei veicoli corazzati. È un importante indicatore del fatto che la Turchia sostiene anche la massiccia controffensiva dei terroristi e degli islamisti a #Idlib e #Hama contro l’esercito e gli alleati siriani! Immagino che vedremo presto alcuni attacchi ATGM”.
“Carl Zha @CarlZha – 13:36 – 11 gennaio 2018
Siria: i terroristi lanciano la controffensiva contro le forze governative siriane nel sud d’Illib con APC, artiglieria pesante e razzi stamattina. Gli APC sono stati forniti dalla Turchia”
L’Esercito arabo siriano catturava uno dei nuovi trasporto truppe corazzati. Immagini e video mostrano una versione dell’Armored Panthera F9 prodotta dalla società Minerva SPV di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. L’osservazione di Ali Özkök, “Credo che vedremo presto alcuni attacchi con ATGM”, era profetica:
“Carl Zha @CarlZha – 13:58 – 11 gennaio 2018
#Idlib: il gruppo terroristico Jaysh Nasr ha attaccato con TOW un carro armato dell’Esercito arabo siriano a Tal Maraq questa mattina. Mi chiedo chi ha fornito i missili TOW? La CIA si suppone renda conto di tutti i missili TOW forniti dall’Arabia Saudita.
Carl Zha @CarlZha – 14:38 – 11 gennaio 2018
#Siria, Movimento al-Zinqi (terroristi che decapitarono un bambino palestinese ad Aleppo) spara un ATGM colpendo un carro armato T-72 oggi. Il sostegno turco è stato fondamentale per la controffensiva dei terroristi contro #EAS”.
Ci furono alcuni preannunci di nuovi rifornimenti turchi e statunitensi dal propagandista del Golfo Charles “Jihad” Lister:
“Charles Lister @Charles_Lister – 5:58 – 11 gennaio 2018
Fonti, la #Turchia ha rifornito di nuovo di: veicoli blindati turchi – munizioni SALW – GdR – mortai – razzi e lanciarazzi Grad – carri armati e altro… tutte le principali fazioni non-HTS, col preciso scopo della nuova offensiva di oggi contro #Assad/# Iran/#Russia”.

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Due giorni fa la Turchia protestò con gli ambasciatori russo e iraniano per l’azione dell’Esercito arabo siriano ad Idlib. Secondo l’accordo di descalation, Russia e Iran sono responsabili del sud-est della zona di descalation d’Idlib, mentre la Turchia doveva controllare la parte nord-occidentale. La parte turca è stata utilizzata per attaccare le basi russe in Siria, anche se i russi credono che l’attacco sia stato lanciato non sotto il comando turco ma degli Stati Uniti: “La Russia ha dichiarato di ritenere la Turchia responsabile dell’attacco dei droni, definendola violazione dell’accordo di cessate il fuoco nel nord della Siria, mentre la Turchia accusava Russia ed Iran di mettere a repentaglio il processo di pace lanciando l’offensiva per prendere il controllo di una base dell’opposizione nell’area. Il Ministero della Difesa russo nominava il villaggio controllato dall’opposizione di Muazara, nella provincia d’Idlib, come luogo da cui uno sciame di almeno una dozzina di droni armati di rozzi esplosivi fu lanciato per attaccare la base aerea di Humaymim e la vicina base navale di Tartus, nella Siria nordoccidentale. Nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco, la Turchia dovrebbe frenare le forze dell’opposizione nella provincia di Idlib… Muazara rimane fedele all’opposizione moderata, ma le posizioni militari che la circondano appartengono al ramo di al-Nusra Haraqat Tahrir al-Sham, o HTS, secondo un uomo che vive nel villaggio. La base HTS più vicina, situata in una valle ad est del villaggio, è stata distrutta da un raid aereo russo all’inizio di questa settimana, affermava, dopo gli attacchi su Humaymim… Molti siriani e anche i russi ipotizzano che le agenzie d’intelligence estere per provocare i russi abbiano aiutato il gruppo locale ad attaccare. “C’è parecchio marciume ad Idlib, agenti che girano e gruppi che collaborano con gruppi con cui non dovrebbero collaborare”, ha detto Aron Lund, che analizza la Siria per la Century Foundation. “È molto, molto cupo”.”
I “ribelli” di Idlib hanno anche creato un sito con 150 tweet pre-sceneggiati su bambini uccisi ed ospedali bombardati che i loro fan possono diffondere a piacimento. Nei prossimi giorni sentiremo notizie della distruzione di almeno otto “ultimi ospedali” nel governatorato di Idlib… Ci si chiede a cosa pensi l’aspirante sultano Erdogan. Aveva cercato di provocare la Russia prima abbattendo un aereo. La Turchia pagò un prezzo enorme quando la Russia sospese turismo e commercio con essa. Un anno dopo Erdogan correva a Mosca per scusarsi e chiedere aiuto. Crede che la Russia reagirà meno bruscamente ora permettendo di attaccarne le basi e rifornendo di nuovo i suoi nemici? Cosa gli hanno promesso alla Casa Bianca e al Pentagono per tale rischio e cambiando ancora lato?

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Traduzione di Alessandro Lattanzio, Aurora.

Fermata al largo di Creta nave carica di esplosivo: era diretta in Libia
Sequestrati 29 container e arrestati 8 membri dell’equipaggio

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La nave “Andromeda”, catturata dai greci.

Era diretta in Libia la nave battente bandiera della Tanzania, carica di materiali esplosivi, sequestrata lo scorso 6 gennaio dalle autorità greche al largo di Creta. Il cargo, proveniente dalla Turchia dove era stato imbarcato il carico, era ufficialmente diretto nell’Oman e a Gibuti, ma la sua destinazione reale era il porto libico di Misurata, come ammesso dal comandante della nave durante l’interrogatorio al quale è stato sottoposto dagli inquirenti greci.

Il carico esplosivo

La nave “Andromeda”, varata nel 1979, con una lunghezza di 81 metri, e una stazza lorda è di 1590 tonnellate, è risultata avere imbarcato 29 container nei quali era contenuto materiale esplosivo, numerosi detonatori, nitrato di ammonio, utilizzato nella composizione di bombe anche artigianali e 11 serbatoi vuoti di gas liquefatto. Dopo il rinvenimento del materiale ed il conseguente sequestro, la nave è stata condotta al porto di Heraklion, mentre gli otto membri dell’equipaggio, 2 ucraini, cinque indiani e un albanese, sono stati tratti in arresto.

Il porto di destinazione era Misurata

Proprio nel porto di destinazione del cargo, a Misurata, l’Italia ha attrezzato nel 2016 un ospedale da campo con lo scopo di fornire assistenza alla popolazione locale e contribuire alle operazioni contro l’Isis nella zona di Sirte. Sempre a Misurata, nel mese di dicembre, il sindaco della città, Mohammed Eshtewi, è stato ucciso dopo essere stato prelevato con la forza durante il tragitto di ritorno dall’aeroporto. L’omicidio sarebbe stato perpetrato dagli Islamisti del Consiglio militare di Misurata che più volte lo avevano additato di contiguità proprio con gli italiani e per il suo atteggiamento troppo filo-occidentale.

Le tensioni in Libia

Nella zona della città costiera libica, la situazione è tutt’altro che pacificata, sia per gli scontri, non solo a livello politico, tra le fazioni fedeli ad Haftar e quelle che fanno riferimento al governo legittimo di Serraj, sia anche per le costanti scorrerie di bande legate all’Isis. Gli accertamenti sulla destinazione del materiale rinvenuto a bordo della nave tanzaniana vertono proprio verso la pista degli islamisti libici, ipotizzando un legame tra questi e presunti complici operanti nei porti turchi di Mersin e Iskenderum, località dove il carico di esplosivi è stato imbarcato sull’Andromeda.
di OFCS.Report

1615.- Dietro le tensioni su Corea, Iran e Russia, la guerra finanziaria

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Cos’hanno in comune le tensioni tra Stati Uniti e Corea democratica, Iran e Russia? Risposta: sono componenti di una guerra finanziaria. Russia e Iran (insieme alla Cina) sono i tre attori chiave che danno forma a una zona di valuta alternativa enorme (quasi metà della popolazione mondiale). La questione nordcoreana è importante perché potenzialmente potrebbe precipitare gli Stati Uniti, a seconda degli eventi, verso una politica più aggressiva nei confronti della Cina (sia per rabbia per le esitazioni cinesi sulla Corea, sia come parte integrante del desiderio dell’Amministrazione USA di tagliare le ali commerciali della Cina). Gli Stati Uniti hanno intrapreso un piano per ripristinare il primato economico con la soppressione dei principali concorrenti commerciali (attraverso un quasi protezionismo) e nel contesto militare per garantirsi il dominio politico continuo. La strategia della sicurezza nazionale “America First” ha chiarito che Cina e Russia sono avversari ‘revisionisti’, e gli Stati Uniti devono e intendono vincere questa competizione. Il sottotesto è che i potenziali rivali principali devono essere messi al loro “posto” nell’ordine globale. Questa parte è chiara ed abbastanza esplicita, ma ciò che rimane non detto è che gli USA puntano tutto sullo status globale del dollaro riserva di valuta, poiché senza di essa gli obiettivi del presidente Trump difficilmente saranno raggiunti. Lo status del dollaro è cruciale, proprio a causa di ciò che è accaduto dopo la grande crisi finanziaria: l’esplosione di ulteriori debiti. Ma qui c’è un paradosso: come mai un candidato alla presidenza che ha promesso meno belligeranza militare, meno interventi esteri e alcuna imposizione dell’identità culturale occidentale, nel giro di un anno è diventato un presidente, falco su Corea e Iran. Cosa è cambiato nel suo modo di pensare? Il corso perseguito da entrambi gli Stati era ben noto e non prestava alcuna sorpresa (anche se i progressi della Corea democratica potrebbero essersi dimostrati quantitativamente più rapidi di quanto forse l’US Intelligence si aspettava: cioè anziché il 2020-2021, la Corea democratica potrebbe raggiungere l’obiettivo sulle armi nel 2018 , due anni prima delle stime)? Ma in sostanza il desiderio della Corea di essere accettato come potenza nucleare non è una novità. Sono “il debito federale” e il “tetto del debito” in sospeso ad essere cruciale. Non c’è dubbio che l’esercito statunitense non è quello di un tempo, e il Partito Repubblicano ha un’ala fondamentalista sulla limitazione del debito (Freedom Caucus). Una grave crisi militare è probabilmente l’unico modo con cui Trump potrebbe ottenere l’enorme aumento delle spese militari sui falchi fiscali del Congresso. Il presidente Trump, ci dice la saga della Tax Bill, sarà un grande elargitore col MAGA (Make America Great Again). L’aumento della spesa per la Difesa proposta dagli Stati Uniti, da solo equivale più o meno alla spesa annua della Difesa russa. Il debito federale degli Stati Uniti supera già i 20 trilioni di dollari e accelera: il fabbisogno dei prestiti è in aumento e gli interessi passivi al servizio di tale prestito aggiuntivo, normalmente dovrebbero aumentare. Ma Trump è anche esplicitamente un tizio dedito al basso tasso di interesse e al bilancio in espansione. Quindi, come si fa a finanziare un deficit di bilancio veramente maldestro, mantenendo bassi i tassi d’interesse o pari zero? Ebbene, una corsa da paur degli stranieri verso i titoli del Tesoro USA “privi di rischi” (vale a dire ancora una volta la crisi militare) serve storicamente a mantenere bassi i tassi, e i dollari abbondanti, mentre i “dollari stranieri” tornano a “casa”, a Wall Street. Questa potrebbe essere una soluzione, naturalmente, ma sarebbe interamente subordinata al mantenimento dello status attuale del dollaro e al grande ammontare di dollari detenuti all’estero allo scopo principale di dover effettuare transazioni in dollari. E perché al posto della distensione con la Russia, abbiamo Herman Gref, l’amministratore delegato della più grande banca commerciale russa, che dice al Financial Times che ogni ulteriore inasprimento delle sanzioni alla Russia, compresa la potenziale esclusione di banche e società russe dal sistema di pagamento SWIFT (la rete globale dei servizi di messaggistica finanziaria sicura) avrebbe tale effetto devastante che “renderebbe la Guerra fredda un gioco da ragazzi“? (Il Tesoro degli Stati Uniti dovrebbe presentare la relazione su ulteriori sanzioni al Congresso già a febbraio 2018, riferisce il Financial Times). Qual è il punto? Perché Stati Uniti ed Europa dovrebbero accedere in tale particolare tana del coniglio: sarebbe particolarmente dannoso per l’Europa? Bene, la risposta, probabilmente è simile: l’imperativo nel mantenere lo status globale del dollaro per il programma che reclama la preminenza degli USA che, dato l’eccesso di debito aggiuntivo dal 2008, dev’essere contingente allo status globale del dollaro. E dal punto di vista degli Stati Uniti, il Presidente Putin si è dichiarato primo avversario del dollaro quando, al vertice dei BRICS nel settembre 2017, insisteva sulle “preoccupazioni dei Paesi BRIC per l’ingiustizia dell’architettura finanziaria ed economica globale che non tiene nel debito conto il crescente peso delle economie emergenti”. Putin inoltre sottolineava la necessità di “superare l’eccessivo dominio di un numero limitato di valute di riserva“. La Russia ha conseguentemente ottenuto la collera statunitense per questa posizione. Sadam Husayn e Muammar Gheddafi misero in dubbio l’egemonia del dollaro, e si guardo cosa gli è successo.

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Il generale Hayden, ex-direttore della NSA e successivamente della CIA, descrisse la guerra finanziaria come principale mezzo bellico del ventunesimo secolo, e le sanzioni come le sue Precision Guided Munitions (PGM).

La guerra finanziaria, ovviamente, non è una novità. Gli Stati Uniti iniziarono a inscenare la guerra finanziaria negli annuali “Giochi di guerra” già nel 2005. Il generale Hayden, ex-direttore della NSA e successivamente della CIA, descrisse la guerra finanziaria come principale mezzo bellico del ventunesimo secolo, e le sanzioni come le sue Precision Guided Munitions (PGM). Ma, a quanto pare, ciò potrebbe portare problemi non solo per il presidente Trump, che ha bisogno di un tetto più elevato del debito, e per la disponibilità del debito a basso costo per finanziare la rinascita dell’economia statunitense; ma piuttosto che i nuovi semi piantati negli anni per la rivoluzione monetaria, potrebbero improvvisamente spezzare il terreno di copertura da nuovi germogli emergenti e pronti a fiorire, a tempo debito. Tradizionalmente, la trasformazione del sistema monetario globale fu convenzionalmente concepita non come improvvisa, ma piuttosto come lento mutamento da un sistema a un altro (o altri). Ma questi semi iniziarono ad essere piantate nel 2012 dopo che Washington bloccò la compensazione internazionale per ogni banca iraniana, congelò 100 miliardi di dollari in attività iraniane all’estero e ridusse la possibilità di Teheran di esportare petrolio. La conseguenza fu una forte inflazione in Iran che debilitò la valuta. Poi, nel 2014, l’Arabia Saudita progettò il calo del prezzo del petrolio contro la produzione di petrolio da scisto statunitense e per punire la Russia per il sostegno al Presidente Assad. E per spargere sale nelle ferite, il Tesoro degli Stati Uniti facilitò l’”incursione degli orsi” sul Rublo, arrestata solo dalla Cina, che intervenendo discretamente sul mercato dei cambi, impedì il crollo della valuta. A questo punto era chiaro che Cina, Russia e Iran condividevano l’interesse strategico nell’istituire una zona monetaria con la profondità dei mercati e delle infrastrutture, operando indipendentemente dalla sfera del dollaro. Questi Stati hanno ben chiarito d’essersi impegnati in una strategia a lungo termine per abbandonare il dollaro USA come valuta principale nel commercio globale. La strategia della sicurezza di Trump, se perseguita seriamente, rischia precisamente di sconvolgere l’equilibrio precario di tale guerra finanziaria (finora) in corso lentamente. Il perseguimento di sanzioni finanziarie aggressive nei confronti di uno qualsiasi di questi tre Stati rischia d’innescare prematuramente sostanziali cambiamenti monetari per rappresaglia (e concomitante rischio di caos finanziario). Probabilmente è quest’ultimo risultato a cui Herman Gref alludeva quando disse al Financial Times che bloccare la piazza internazionale alle banche russe che avrebbe avuto un effetto così devastante che avrebbe “reso la Guerra fredda in un gioco da ragazzi“. La chiave qui è la Cina: l’economia cinese è nove volte quella russa. Trump aveva già accusato la Cina di varie infrazioni commerciali e sulla proprietà intellettuale durante la campagna presidenziale, minacciando dazi per rappresaglia. Ciò accadeva prima che il segretario al Tesoro Mnuchin, asettembre, avvertisse la Cina che gli Stati Uniti avrebbero potuto imporle ulteriori sanzioni, interrompendo potenzialmente l’accesso al sistema finanziario statunitense (la “bomba ai neutroni” del Tesoro bloccando il sistema di liquidazione SWIFT), se la Cina non imponesse sanzioni alla Corea democratica, soddisfacendo la domanda degli Stati Uniti. Ora, nella dichiarazione della National Strategy statunitense, la Cina viene ripetutamente indicata come miscredente economico, “potenza revisionista” e “rivale” al primato economico e politico degli USA. L’aggravarsi delle relazioni è chiara.

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Come potrebbe reagire la Cina? La visione occidentale è ottimista: la Cina ha più da perdere in qualsiasi guerra finanziaria (a causa delle sue riserve del Tesoro USA), e comunque non c’è nulla che possa sostituire il dollaro con la sua unica profondità di mercato. Ma questa compiacenza è fuori luogo? Ciò che è chiaro è che Cina, Russia e Paesi BRICS hanno pensato e si sono preparati, al meglio, all’escalation della guerra finanziaria decisa da qualsiasi pretesto utilizzato per lanciarla. La Cina, inoltre, sembrerebbe condividere l’opinione di Hayden secondo cui i conflitti di oggi sono in primis geo-finanziari. In breve, secondo i consiglieri strategici cinesi è probabile che il rinnovato desiderio degli USA d’intensificare le tensioni militari, questa volta contro Corea democratica, Siria e forse Iran, sia un fronte della continua guerra finanziaria degli USA e che la Cina debba preparare le riposte. Ne ho già scritto, ma per gli indizi dovremmo, come suggerisce Alasdair Macleod, “guardare dal punto di vista della Cina. Lo stratega più influente dell’Esercito di Liberazione Popolare, il Generale Qiao Liang, espose la sua filosofia strategica globale in un forum del Comitato Centrale del Partito comunista nell’autunno 2015 (Qui, in calce, il suo discorso pubblicato da limes). La sua opinione può essere considerata quella della leadership cinese”. Come dice Qiao: “Gli Stati Uniti hanno evitato l’inflazione elevata lasciando circolare il dollaro a livello globale. Hanno anche bisogno di frenare la stampa di dollari per evitarne la svalutazione. Allora cosa dovrebbero fare quando finiranno i dollari? Gli statunitensi hanno trovato una soluzione: emettere debito per riportare il dollaro negli Stati Uniti. Gli statunitensi hanno iniziato a stampare soldi con una mano e a prendere denaro in prestito con l’altra. La stampa di denaro può creare soldi. Anche prendere prestiti può creare soldi. Questa economia finanziaria (usando il denaro per fare soldi) è molto più facile della vera economia (basata sull’industria). Perché preoccuparsi delle industrie che hanno una capacità di valore aggiunto basso? Dal 15 agosto 1971, gli Stati Uniti hanno gradualmente interrotto la propria economia reale e sono passati al un’economia virtuale, divenendo uno Stato economico “vuoto”. L’attuale prodotto interno lordo degli Stati Uniti (PIL) ha raggiunto i 18 trilioni di dollari, ma solo 5 trilioni provengono dall’economia reale. Con l’emissione del debito, gli Stati Uniti esportano una grande quantità di dollari, verso i tre grandi mercati statunitensi: delle materie prime, dei buoni del tesoro e l’azionario. Gli Stati Uniti ripetono questo ciclo per creare soldi: stampare denaro, esportarlo all’estero e farlo rientrare. Gli Stati Uniti sono quindi diventati un impero finanziario”. Macleod commenta: “La ricchezza degli USA è sostenuta da un’operazione di pompaggio e scarico facilitata dallo status di riserva del dollaro, sostituendo la vera produzione industriale. Va chiarito un punto: i dollari di proprietà straniera non escono mai dagli Stati Uniti, solo la loro funzione. È più corretto affermare che il governo degli Stati Uniti fa sì che i dollari vengano deviati dal commercio estero e dagli investimenti nel settore manifatturiero, per essere investiti in buoni del tesoro”. “Il primo ciclo identificato da Qiao fu l’espansione dei dollari volta a creare un boom in America Latina a metà degli anni settanta. Il secondo ciclo era rivolto al sud-est asiatico, espanso grazie a un dollaro indebolitosi dal 1986 in poi. Dal 1995, il dollaro iniziò a rafforzarsi, culminando nell’incursione degli orsi sul baht thailandese, diffondendosi poi in Malaysia, Indonesia e altri Paesi della regione. Il fenomeno delle tigri asiatiche fu creato e distrutto non dagli stessi Paesi, ma dall’inondazione e dal riflusso di proprietà ed investimenti del dollaro. Qiao osserva che la Cina è sfuggita a questa operazione d’ispirazione statunitense”. “Qiao rivolge l’attenzione al ciclo contemporaneo (nel 2015) della gestione del dollaro, sostenendo che ora è rivolto alla Cina. “Era proprio come la marea; il dollaro USA è stato forte per sei anni. Poi, nel 2002, iniziò a indebolirsi. Seguendo lo stesso schema, è rimasto debole per dieci anni. Nel 2012, gli statunitensi hanno iniziato a prepararsi per renderlo forte. Hanno usato lo stesso approccio: creare una crisi regionale per gli altri popoli. Sfortunatamente, gli Stati Uniti hanno giocato troppo col fuoco [nel proprio mercato dei mutui] prima e si sono lanciati in una crisi finanziaria nel 2008. Ciò ha ritardato un po’ i tempi del rialzo del dollaro USA. Se riconosciamo che esiste un ciclo dell’indice del dollaro USA e che gli statunitensi l’usano per rastrellarlo da altri Paesi, allora si può concludere che era giunto il momento per gli statunitensi di raccoglierlo dalla Cina. Perché? Perché la Cina aveva ottenuto la maggior quantità di investimenti al mondo. Le dimensioni dell’economia cinese non sono più quelle di un singolo Paese; ma persino più grande di tutta l’America Latina e delle stesse dell’economia dell’Asia orientale”. “Qiao va oltre affermando che l’evento più importante del ventesimo secolo non sono state le due guerre mondiali, ma l’abbandono statunitense del gold standard nel 1971. Questa è una dichiarazione“, esclama Macleod.
Lo è davvero… E qui sta il punto cruciale della strategia cinese. Ci vorranno alcuni anni prima che lo Yuan assuma lo status di grande valuta di riserva (avevano programmato un’ascesa ‘armoniosa’ – nel linguaggio non assertivo della Cina), ma la Cina domina il commercio mondiale ed è nella posizione di poter in qualsiasi momento legare petrolio (e materie prime) e all’oro, come previsto in origine. Lo Shanghai International Energy Exchange (INE) ha già eseguito quattro test ambientali di produzione per i future sul petrolio greggio. Quest’ultimo sarà convertibile in oro fisico sui mercati dell’oro di Shanghai e Hong Kong. E la Banca Centrale russa ha aperto un ufficio a Pechino, incaricato specificamente di risolvere gli aspetti tecnici dell’invio di oro dalla Russia alla Cina. Giusto per essere chiari: questi contratti sono disponibili solo per i commercianti non nazionali, e tutti i lingotti d’oro acquistati tramite i contratti future sull’oro yuan verranno acquistati dai mercati internazionali non dalla Cina e dai suoi cittadini. A lungo termine, col petrolio direttamente legato all’oro piuttosto che al dollaro, potremmo assistere alla rivalutazione dell’oro sul dollaro. E nell’ottobre 2015 la Cina inaugurava il suo International Payments System (CIPS). CIPS ha un accordo di cooperazione con la banca internazionale SWIFT con sede in Belgio, sistema di compensazione privato attraverso cui ogni transazione globale deve transitare, ma nel caso in cui la Cina venga esclusa da SWIFT, come Mnuchin accennò a settembre, Cina e Russia potranno agire attraverso il CIPS. Finora, la politica della Cina era evitare l’interruzione della sfera del dollaro, preferendo non rischiare di mutare il commercio globale, cosa che potrebbe facilmente verificarsi se ci fosse una sostanziale perdita di fiducia nel dollaro. Ma potrebbe la belligeranza statunitense nei confronti della Cina, legata in qualche modo alla Corea democratica, essere innescata? In effetti, il Venezuela ha già dato il via rifiutandosi di accettare i pagamenti del petrolio in dollari, dimostrando così al mondo che un sistema alternativo al petrodollaro è effettivamente possibile. Inoltre, Caracas ha iniziato a pubblicare l’indice dei prezzi del petrolio denominato in yuan. Il lancio operativo dell’opzione dei futures sul petrolio denominati in yuan in Cina, a seconda di quanto rapidamente i contratti possono essere aggiustati, ha la prospettiva di spostare il sistema petrolifero, specialmente se l’Arabia Saudita si impegna a vendere greggio alla Cina in Yuan (forse nell’ambito della partecipazione della Cina nell’offerta di acquisto di Aramco). La Cina ha altre opzioni se gli Stati Uniti diventassero più aggressivi e tentassero negativamente di cambiare le ragioni di scambio con la Cina. Potrebbe semplicemente passare al trading di beni esclusivamente in Yuan, eliminando così completamente il dollaro come mezzo per le transazioni. Cina e Russia sarebbero quasi sicuramente raggiunte dai principali partner commerciali BRICS, nonché dai Partner eurasiatici dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), con una popolazione di oltre 3 miliardi di persone, il 42% della popolazione mondiale. Ma poiché la Cina possiede ancora grandi quantità di titoli del Tesoro e riserve in dollari USA, per il momento potrebbe preferire aspettare prima di eseguire tale colpo di grazia. Ma se spinta rudemente dalla squadra di Trump, attuarla: da qui l’avvertimento di Gref.
Quindi la domanda più grave, se Trump persegue la strategia del “contenimento economico della Cina”, e Cina ed alleati rispondono, ciò avrà l’effetto sui buoni del Tesoro USA “privi di rischio” seguendo un importante segmento dell’economia globale nel proprio corso? E come potrà il governo statunitense finanziare il debito al livello attuale e crescente? Questioni su cui meditare, forse.

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Qiao Liang (乔良) Major General in the People’s Liberation Army

One belt, one road
17/07/2015
by Gen. Qiao Liang
ASIA AND PACIFIC RIM, NORTH AMERICA, REGIONS, CHINA, CHINA’S STRATEGY, NEW SILK ROAD, PIVOT TO ASIA, US
This document, which general Qiao Liang has allowed us to publish, was delivered at the University of Defense, China’s top military school, where the general is in charge of the education curriculum for the officers. The speech therefore must have the endorsement of the leaders of the school and ultimately also of the president of the Military Commission, Mr. Xi Jinping.
The document casts a light on China’s new strategic thinking. Beijing’s biggest challenge is not geopolitical but economic. This derives from a cold and cruel analysis of US behavior since 1944, the time of the Bretton Woods agreement, and more importantly since 1971, with the dollar decoupling from gold, and 1973 with the US imposing the use of the petro-dollar. Qiao Liang argues that the US goal in all these years was not just geopolitical; it was to accrue profits, and the US found a way, after the disastrously costly wars with North Korea and especially Vietnam, to make a profit out of regional crisis, with or without war. The general finds a dollar cycle of about 16 years: for 10 the US currency is weak, for 6 it is strong. The beginning of the strong dollar corresponds with a regional crisis that crashes a regional economy.
However, the US failed in its latest attempt to create a regional crisis around China in 2012 because Beijing didn’t fall for the US trap and get drawn into conflict with Japan or the Philippines over the Senkaku or the Scarborough Shoals. Qiao Liang is confident that China will not fall for a regional crisis and believes that new dramatic changes are ahead of us. The new bit money, which could well grow to dominate world finance, is challenging old transaction processes, and 3D printing may dramatically change production methods. These changes create a situation totally new for everybody and here Qiao Liang says the US should collaborate with other countries.
Therefore, according to this dispassionate analysis, China not only doesn’t see the necessity to fight a war but believes that a war directly or indirectly against America would be against Chinese national interests. It thinks that Washington will not fight Beijing for the next ten years, but to make sure that in ten years the US doesn’t change its mind, China must set its affairs in order and internationalize its currency, the RMB. This broad strategic vision also provides a deep justification for the ongoing anti-corruption campaign. China must hurry to overhaul its economy to face the risks of the next decade. If it doesn’t do it now, in a decade it could well be doomed.
This analysis then leaves ample room for collaboration with the US on the future risks that both face. In this analysis, China is confident, assured, and has a clear direction. Economists may agree or disagree with the analysis of the dollar cycles, but what is most important is that this analysis changes the playing field for the Chinese military: shooting weapons becomes not as important as understanding and managing finance. This should also help American military and strategists to better understand Chinese thinking.
(by Francesco SIsci)

First, the situation surrounding China and the US dollar exchange-rate cycle
1. For the first time in history, the emergence of the financial empire.
On this issue, I believe there are many comrades, financial experts, who are better suited than me to speak about the economy. What is different is that I talk about it in strategic terms. From August 15, 1971, after the decoupling of the US dollar from gold, the ship of the dollar lifted its anchor, which was gold. Let us start from the beginning. In July 1944, in order to take over leadership from the British and their currency, the US promoted the establishment of three world systems: a political system, the United Nations; a trading system, the GATT (which then became the WTO); and a monetary and financial system, the Bretton Woods system.
The Bretton Woods system, in accordance with the wishes of the Americans, was to establish the leadership of the dollar. But in fact after a full 27 years, from 1944 to 1971, the Americans’ monetary leadership was slipping because of the weight of gold. At the beginning of the Bretton Woods system, to affirm the leadership of the dollar, Americans pledged to the world: the money of different countries will be locked to dollar, while the dollar will be pegged to gold. How to peg it? With a fixed price for convertibility of $35 per ounce of gold. With this commitment to the world, the Americans could not do whatever they wanted with the dollar. Simply put, the $35-per-ounce-of-gold convertibility meant that the Americans could not just excessively print dollars; if you print more than $35, your treasury will have to have more than an ounce of gold reserves.
America could make such a commitment to the world because it possessed then about 80% of the world’s gold reserves. But the situation later became not as simple as the Americans might have wished. After World War II, the United States got foolishly involved in the Korean and the Vietnam wars. These were two costly wars for the US, especially the Vietnam War. The Vietnam War destroyed almost $800 billion through military spending. With the increasing costs of war, the United States was taking on more than it could afford. According to the US pledge, the loss of every $35 meant the loss of one ounce of gold.
In August 1971, the Americans still had more than 8,800 tons of gold. At this time the Americans knew they had some troubles, and other people were creating new troubles. For example, French President Charles de Gaulle did not have faith in the dollar, so he got the French finance minister and central bank governor to check on the French dollar reserves. France then had about $2.2–2.3 billion, and de Gaulle then ordered them to return all the dollars to the US and get in return the corresponding value in gold. The French blow produced a similar response from other countries. They similarly told the Americans: we do not want dollars; we want gold. This put the Americans in a corner.
Thus, on August 15, 1971, then US President Richard Nixon announced the closure of the gold window—the dollar was delinked from gold. It was the beginning of the collapse of the Bretton Woods system, but it was also a time when the Americans went back on their pledge. But as far as the world was concerned, things were not entirely clear at the time. People believed in the dollar because there was gold behind it. The dollar had been used as an international, settlement, and reserve currency for almost 30 years, and people had become used to the dollar. If the dollar suddenly brakes and there is no longer gold behind it, in theory, it becomes a piece of simple green paper—then how can we still use it? One could stop using it, but there would be the problem of what measure to use in the international settlement of the value of goods? Because money is the measure of values, if one does not use the dollar, how can one also trust other currencies? For example, between the yuan and the ruble, Russia (then the Soviet Union) says, if you do not recognize the ruble, we do not recognize the yuan, and then one can only continue to take the dollar as a medium of exchange between us.
So, the Americans used the world’s inertia and in October 1973 pushed the Petroleum Exporting Countries (OPEC) to accept American conditions: global oil transactions must be settled in US dollars. Prior to this, the global oil trading could use a variety of international settlement currencies, but after October 1973, everything changed, and OPEC announced that the dollar must be used on the global oil trade settlement. Thus, after the decoupling of dollar and gold, the Americans pegged the dollar to the basic commodity of oil. Why? Because the Americans saw clearly that one may not like the dollar, but one cannot do withou
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the energy: one can do without the dollar, but would you do without oil? All countries must consume energy, and all countries need oil; in this case, one’s need for oil becomes equivalent to need for dollars, which was a very clever move by the Americans. In fact, after the 1971 dollar and gold decoupling, with the 1973 peg of dollar and oil, the US set a new milestone, though few people realized it at the time.
Many economists—financial experts—did not see clearly that the most important events of the 20th century were not World War I, World War II, and the collapse of Soviet Union. The most important event of the 20th century was the August 15, 1971 decoupling of dollar and gold. Since then, humanity saw the emergence of a financial empire, and this financial empire took all of the humanity race into its financial system. In fact, the so-called dollar leadership began at this moment. Today it is about 40 years old. After that day, we entered into an era of real paper notes, but behind the dollar there is no longer a precious metal—it uses entirely the government’s credibility and support from all over the world to gain profits. Simply put, the Americans can use a piece of printed green paper to get physical wealth from all over the world. We never had such a thing in human history. There were a lot of ways to make profits in human history, sometimes with money exchange, sometimes by using gold or silver; at other times countries used war to gain plunders, but the cost of war remained enormous. But after the appearance of the dollar as simply a green paper, the cost-benefit ratio for the United States we can say became extremely low.
Because of the dollar-gold decoupling, gold no longer drags on the dollar, and the United States is freer to print dollars. If a lot of dollars stay in the United States, they will cause inflation in the US. If the dollars go abroad, then the whole world will digest the US inflation, which is one of the reasons why the dollar’s inflation rate is not high. In other words, the outflow of US dollars abroad dilutes its domestic inflation. But the after of the global outflow of dollars, Americans have no money, and if they continue to print money, the dollar continues to depreciate, which is not good for the United States. So the Fed does not, as some people imagine, go on crazily printing money. Actually the Fed fully understands restraint. In the 100 years of its existence, from 1913 to 2013, the Fed issued a total about 10 trillion dollars.
In comparison, some people began to blame China’s central bank. Why? From the time it started to issue the new currency—the renminbi—in 1954 up to now, our central bank has issued over 120 trillion yuan. If converted at the exchange rate of 6.2 to the US dollar, we issued about $20 trillion. But that does not mean crazily printing money in China because after the reform and opening up, China earned a lot of dollars, and now there are a lot of dollars as foreign investment in China. Due to foreign exchange controls, the dollar cannot circulate in China, so the central bank has to release RMB of corresponding dollar and other currency value. However, foreign investments in China, after they make money, may be withdrawn in the future; at the same time, there will be a lot of foreign exchange to buy resources, energy, products, and technology. In this way, a lot of dollars will eventually move out while the RMB stays. One then cannot possibly destroy the corresponding amount of RMB, but can only let the yuan in China continue to circulate, so the stock of RMB becomes a force larger than the dollar. This in turn proves these amazing 30 years of China’s economic development. China’s central bank acknowledged that in recent years it probably issued over 20 trillion yuan. Most of this huge amount stayed in China, which drives to talk about the following problem: why the RMB must be internationalized.
2. The relationship of the dollar cycle and the global economy

The reason why the United States has no inflation is largely because of the global circulation of the dollar. But the US cannot issue unlimited amount of dollars, which would devalue the dollar—you want control. If exercising that control means don’t have dollars, what can you do? Americans have another set of solutions to this problem: they issue dollar bonds, and through the issuance of bonds, they get the dollars out of the country to flow back home. But when this outflows goes back to the United States through debt capital, Americans begin to play a new game, printing money with one hand and borrowing with the other. Printing money can make money, and borrowing can also make money, producing money with money. If it is easier to make money through finance than in real economy, then who is willing to sweat doing hard labor in the low-value-added manufacturing and processing of the real economy? After August 15, 1971, Americans gradually abandoned the real economy in favor of the virtual economy, turning into a hollow country. Today’s US GDP has reached $18 trillion, but the real economy contribution to GDP does not exceed $5 trillion—most of the rest is created by the virtual economy. Through the issuance of bonds, the US gets a large number of dollars circulating abroad back to the United States and into the three US markets: the futures market, bond market, and stock market. American money begets money in this way, and then the money flows abroad, so the cycle of outflow and inflow makes a profit and with this the US becomes a financial empire. United States takes the world financial system into itself. Many people think that after the decline of the British Empire, the colonial history was basically over. In fact it is not like that, because after the United States became a financial empire, it started using the dollar as a hidden “colonial” expansion: it controlled national economies through dollars, thus making various countries of the world its financial “colonies.” Today we see a lot of sovereign and independent countries, including China, that although sovereign, with their own constitutions and governments, still can’t shed the dollar. In the end, the countries’ wealth will be expressed in dollars and they will have their physical wealth enter the US through exchange and a steady stream of dollars.
We can see this very clearly over a 40-year period in the dollar exchange-rate chart. The August 15, 1971 US dollar-gold decoupling meant the Americans got rid of the shackles of gold, they could freely print dollar, the dollar circulation increased, and the dollar exchange rate was naturally low. From 1971, in particular with the 1973 oil crisis, the dollar exchange rate has been trading low, which indicates that they print a lot of dollars. This situation lasted nearly 10 years. A low US dollar exchange rate is not entirely a bad thing for the world economy because it means that the dollar supply increased, which means an increase in the flow of capital. Most of this capital did not stay in the United States but went abroad. At the start of the low dollar exchange rate, a lot of dollars went to Latin America, which stimulated investment and also brought prosperity. This was the 1970s economic boom in Latin America.
The period of dollar flood lasted for about 10 years. Then in 1979, the Americans decided to close the sluice. A low US dollar exchange rate is equivalent to the Americans opening the floodgates, and the closing of those flood gates is actually reducing the dollar’s liquidity. In 1979, the dollar exchange rate became strong and dollars flowing abroad were reduced. Latin America thought it was receiving a lot of dollars that drove development. Suddenly investment was reduced, liquidity dried up, the chain of capital investment broke, and naturally the economies had troubles.
Once trouble started each Latin American country started to think of ways to save itself. Take for instance Argentina. It
s per capita GDP had entered the ranks of the developed countries. But when the Latin American economic crisis appeared, Argentina was the first to enter recession. There are many ways to solve a recession, but unfortunately, when the Argentine government came to power through a military coup, the president was Galtieri, who had no sense of the economy. As a soldier, Galtieri’s only idea was war, and he hoped to rescue the situation with a war. He set his goal on the Malvinas Islands, 600 km away from Argentina’s mainland and called the Falkland Islands by the British. The islands had been under British rule for over 100 years, and Galtieri decided to claim them back. But Argentina is South America, which has always been regarded as America’s backyard. To fight a war in America’s backyard one can’t avoid asking America. So Galtieri people went to talk with US President Ronald Reagan, to see the US attitude on in it. Reagan must have known that if Galtieri wanted to fight this battle, it could lead to a large-scale war with the British, but allegedly he casually declared that this was a matter between Argentina and the United Kingdom, it had nothing to do with the United States: “we do not have any position; we remain neutral.” Galtieri thought it was the US president acquiescence, so he launched the Falklands War and easily recovered the Falklands. All in Argentina cheered, like an over-enthusiastic carnival. However, British Prime Minister Margaret Thatcher declared that she would never accept this outcome, and also forced the US president to take a stand. Reagan then immediately put down the mask of neutrality and issued a statement strongly condemning Argentina’s acts of aggression, while standing firm with Britain. Subsequently, the British sent an aircraft carrier task force over a lengthy and strenuous expedition of 8,000 sea miles, winning back the Malvinas.
In the meantime, the dollar began to strengthen, and international capital returned to the United States in accordance with the US wishes. When the Falklands War broke out, global investors drew immediate conclusions: Latin America was in a regional crisis and there was a deterioration of the investment climate in Latin America. One after the other, investors went to divest from Latin America. The Federal Reserve saw the moment and immediately announced an increase in interest rates. After the rates rose, disinvestment from Latin America gained momentum. Latin America’s economy was in ruins. The withdrawal of capital from Latin America almost all went to the United States in pursuit of the three markets (the bond, futures, and stock markets) in the US, and this brought the US the first big bull market after the dollar-gold decoupling. The dollar exchange rate had grown by 60 points then in one leap rose over 120 points, an increase of 100%. The three American markets did not keep this money there but seized the opportunity to earn more by going back to Latin America, this time to buy high-quality assets whose prices had dropped to the floor, thus savagely fleecing again Latin American economies. This was the situation after the first dollar strengthening.
If similar things happened only once, then it would be a rare occurrence; if they occur repeatedly, then it must be the rule. At the time of the first cycle—“10 years of weak dollar, six years of strong dollar”—people were not sure whether it was the rule. After the peak of the financial crisis in Latin America, the dollar exchange rate began to fall again starting in 1986. After that there was the Japanese financial crisis and the European currency crisis, but the dollar exchange rate was still low. Some 10 years later, in 1997, the dollar strengthened again. The strong dollar this time also lasted six years. This is very interesting, we can see that the dollar exchange rate showed more or less the same pattern: 10 years weak, six years strong, and then again 10 years weak, six years strong.
After 1986, the dollar exchange rate began to weaken for the second time, then after 10 years, the dollar came back like a flood, spilling all over the world. The main flood zone this time was in Asia. In 1980s what idea was hottest? The “four Asian Tigers,” “the Asian Geese,” and so on. Many people believed that Asia’s prosperity came through the hard work, intelligence, and the business acumen of the Asians. In fact, a big reason was because Asian countries received enough dollars for ample investments. When the Asian economies were roughly prosperous, the Americans felt it was time to reap the harvest. Then, after 1997, when the dollar exchange rate had been low for a full 10 years, by reducing the money supply to Asia, Americans brought back a strong dollar reversal. Most Asian countries, enterprises, and industries suffered liquidity shortages, and some even simply broke the chain of capital financing, and so came the signs of the Asian economic and the financial crisis.
This time the water in the pot was already 99 degrees, only 1 degree short of boiling, and then with the other degree the regional crisis would break out. It is not necessarily a war like that of Argentines. To create a regional crisis, war is not the only way. Since the goal is to squeeze out the capital, even without a fight one can create regional crisis. Then we saw that financial speculators like Soros, with his Quantum Fund, and hundreds of the world’s hedge funds, like a pack of wolves begin to attack the weakest economies of countries in Asia, such as Thailand, attacking the Thai currency the baht. A week or so after the baht crisis began, there was a chain reaction, all the way south, gradually moving to Malaysia, Singapore, Indonesia, and the Philippines, then north to China, Taiwan, Hong Kong, Japan, South Korea, and all the way up to Russia—the East Asian financial crisis broke out. This time the water was boiling. Global investors concluded that the investment environment in Asia had deteriorated and withdrew their capital from Asia. The Fed once again seized the opportunity to sound the trumpet for interest-rate hikes. Following the withdrawal order from Asia to the US, capital once again sought the three major US markets and brought the second great bull market to the United States. When Americans saved enough money, as they had done in Latin America, they came back to Asia to buy quality assets in Asia at floor price. This time the Asian economies had been totally smashed, with no strength to fight back. This time China was the only lucky one.
3. Now it’s China’s turn

Thereafter, timely and accurate as tides, after six years of being strong, the dollar exchange rate in 2002 it began to weaken again, and then again 10 years, in 2012, the Americans began to prepare to make the strong dollar weak again. The method was still the same old one: to create regional crises for others. We have seen the Cheonan incident [translator’s note: A South Korean navy ship sunk in 2010, possibly by a North Korean torpedo]; in neighboring China, the Diaoyu/Senkaku Islands dispute [translator’s note: between China and Japan], and the Huangyan Island/Scarborough Shoal dispute [between China and the Philippines]. Almost all took place within a very short period. But very unfortunately, the United States in 2008, playing with fire in its own home, was first hit by the financial crisis. This resulted in a delay in the strengthening of the US dollar exchange rate. It seems that the Sino-Philippine dispute on the Huangyan and the Sino-Japanese on the Diaoyu Islands did not much impact the US dollar exchange rate, but does it really matter? Why did these incidents occur just at the beginning of the third 10-year period of weak dollar? Few people have been explored this issue, but it is really worth considering.
If we admit that from the 1971 dollar-gold decoupling there has been a dollar exchange rate cycle, and according to the cycle, the Americans take the opportunit
y to strain the economies of other countries, then we can conclude that, now it is China’s turn. Why do we say so? Because now China has become a global attraction for receiving investments and a large quantity of international capital arrives in China from those optimistic about its economy. From the perspective of economic laws, it is not just China as a country. An economy the size of China’s is equivalent to the whole of Latin America, even bigger than the total economic output of Latin America; and if we compare it with East Asian economies then we can say that China’s economy is equivalent to the whole rest of East Asia. Moreover, in the past decade, a lot of capital came into China, making China’s economy to grow at a mouthwatering speed and becoming the world’s second largest. If this is so, it is not strange that the United States aims to target China for its third straining.
If the assessment is true, then, from 2012, since the Sino-Japanese Diaoyu Islands dispute and the Sino-Philippines Huangyan Island dispute, China’s neighborhood disputes came one after the other, until last year’s Sino-Vietnamese clash over the “981” rig and then later the “Occupy Central” Hong Kong movement. Can the occurrence of all these events still be seen as accidental? Last year in May, when I accompanied General Liu Yazhou, political commissar of the National Defense University, to Hong Kong for a study visit, the “Occupy Central” movement was already brewing and would possibly start at the end of May. But by the end of May it did not begin, nor by the end of June or July or August. What was the reason? What was this brewing movement waiting for? Let’s compare the timetable of another event: Fed QE (quantitative easing) exit timetable. Early last year, the United States said it would withdraw QE, but come April, May, June, July, and August, still it did not end it. If the US did not end QE, then they were still issuing many dollars and dollar cannot be strong, so Hong Kong’s “Occupy Central” movement did not start. The timetables of both events completely overlap. At the end of September last year, the Fed finally announced the US withdrawal from the QE, and the dollar exchange rate began to turn strong in early October—and then the Hong Kong “Occupy Central” movement broke out. In fact, the Diaoyu Islands, the Philippines Huangyan Island, the 981 drilling rig, and Hong Kong “Occupy Central” movement are four explosive situations. If any of these four blows up, they would lead to a regional financial crisis, which would mean that the region surrounding China is no longer good for investment. This would fully satisfy the basic condition of the dollar revenue model: “when the dollar exchange rate becomes stronger, other areas must appear as in regional crisis; this deterioration of the investment environment in the region forces a large number of investors to withdraw capital.” But unfortunately for Americans, this time it they had to deal with Chinese as opponents. The Chinese people used the taijiquan method to solve one by one the crises in the neighborhood. The result up to the present is that what the Americans hoped for—that 99 degree hot water goes up an extra degree—has failed to occur; the water is not boiling.
If the water does not boil, the Fed has to hold on raising interest rates. It seems the United States understands it is not so easy to shear China’s wool, but it has no intention of just waiting around. At the same time as promoting the “Occupy Central” movement in Hong Kong, the United States multi-pronged approach was starting to move in other areas. Where? Ukraine, where the EU meets with Russia. Ukraine, under the leadership of Viktor Yanukoviych, of course was not a perfect egg, so flies could fill it with maggots. But the United States was eyeing Ukraine not just because it was a rotten egg, but because it was good at fighting Yanukovych, a disobedient politician, and also blocking the EU and Russia from getting closer. This could also cause a worsening of the European investment environment—the ideal objective of killing three birds with one stone. Thus, a Ukrainian seemingly spontaneous popular “color revolution” broke out, and the goal of the Americans was achieved beyond the expectations of Americans or anyone on Earth: Russian strongman Vladimir Putin, taking advantage of the opportunity, recovered Crimea. Although the move was not in the American plan, it gave Americans a reason to put pressure on the European Union as well as Japan, forcing them to join the United States in sanctions against Russia, bringing great pressure to the Russian but also to the European economy.
Why did Americans have to do it? Often one looks at issue from a geopolitical perspective, rather than from the perspective of capital. After the crisis in Ukraine, Russia’s relations with Europe and America deteriorated rapidly, but Western sanctions against Russia created a deterioration of the investment environment in Europe, leading to the withdrawal of capital. According to statistics, over a trillion dollars of capital left Europe. America’s two-pronged design was successful. That is, if you cannot get capital to withdraw from China in pursuit of the United States, then at least you can cause European capital to go to the US. This was the first step to achieve a dramatic change in the situation in Ukraine, but the second step, did not go as the United States wished. The capital withdrawn from Europe did not go to the United States, according to data—most of it went to Hong Kong. This means that global investors are still not optimistic about the US economic recovery. Although its economic growth is slowing down, they still are looking to the country with the fastest growth rate: China.
This is the first point. The second is that the Chinese government announced last year it wants to have the “Shanghai and Hong Kong markets communication” so global investors are eagerly hoping to make some money through the “Shanghai and Hong Kong communication.” Western capital in the past did not dare to enter the Chinese stock market. A very important reason was China’s strict foreign exchange controls, with strict exits—you are free to come in, but you cannot easily go out—so investors are generally afraid to invest in China’s stock market. Since the “Shanghai and Hong Kong communication,” they can easily through Hong Kong invest in the Shanghai stock market, and they can just leave after they make money. Over a trillion dollars are now stuck in Hong Kong and have been since last September, which is the beginning of the “Occupy Central” movement. This is why the forces behind the “Occupy Central” movement have always refused to give up and always wanted a comeback—Americans need to create a regional crisis aimed at China, so the capital stuck in Hong Kong will be withdrawn from China in favor of the American economy.
Why does the US economy need and so strongly depend on international capital flows? The reason is that after the August 15, 1971 dollar-gold decoupling, the US economy gradually gave up on physical production and left the real economy. Americans consider the real economy—low-end manufacturing, low-value-added industries—as garbage industries or call them “sunset industries,” and gradually transferred them to developing countries, especially to China. Furthermore, aside from the so-called high-tech industries such as IBM, Microsoft, and other companies, America has gradually turned about 70% of jobs to finance and financial services. Now, the United States has become industrially empty and does not have much of a real economy that can bring large profits to global investors. In this case, the Americans have to open another door, that of the virtual economy. Virtual economy is its three markets. As long as the international financial capital gets into the
pond of its three markets, it makes money for America’s own money. Then, it uses the money earned to fleece the world, and now this is the only way Americans can live. Or we call it the American way of life. The approach is that the United States requires the return of a lot of capital to support the daily lives of Americans and the US economy. Those blocking capital returns to the US are the enemy of the United States. We must understand this to think about it clearly.
Second, whose cheese was moved by the rapid rise of China?
1. Why the birth of the euro provoked a war?

On January 1, 1999, the euro was born. Three months later, the Kosovo war broke out. Many people thought that the war in Kosovo came about because the United States and NATO joined forces to fight the Milosevic regime, which had massacred ethnic Albanians in Kosovo, creating an appalling humanitarian disaster. After the war, the lie quickly burst, and Americans admitted that this was a move played jointly by the CIA and the Western media with the goal of hitting the Yugoslavian government. However, was the war in Kosovo really against Yugoslavia? Europeans overwhelmingly believe it was for this purpose, but after 72 days of war, the Europeans found themselves fooled, and why?
With the launch of the euro, the Europeans were very confident. They set the euro-dollar rate 1: 1.07. After the outbreak of the Kosovo war, the Europeans were fully involved in the NATO action, in support the US attack on Kosovo. After 72 days of bombing, the Milosevic regime collapsed and Yugoslavia yielded. But then after all of this, the Europeans found the accounts did not match. In these 70 days of the war, the euro actually was crippled. When the war ended, the euro plummeted 30 percent, to $0.82 to one euro. Europeans suddenly realized they were sold out, and they were still counting the money for other people. The Europeans began to wake up. That is why later when the United States fought in Iraq, France and Germany—the two EU powers—firmly opposed the war.
Some say that Western democracies do not fight among each other. So far, after World War II, there has been no direct war between Western countries, but this does not mean there is no economic or financial war between them. The Kosovo war was the Americans’ indirect financial war with the euro, the fight was with Yugoslavia but pain was felt by the euro. That is because the birth of the euro moved the dollar’s cheese. Before the birth of the euro, the world currency was the US dollar, and the dollar was used for about 80% of global settlements—even now it is around 60%. The emergence of the euro immediately cut away a chunk of US cheese. The EU is a $27 trillion economy, and its appearance suddenly overshadowed the world’s largest economy, the North American Free Trade Area ($24–25 trillion dollars). As a large economy, the European Union certainly could not be happy with the dollar settling its internal trade, so the Europeans decided to launch their own currency, the euro. The emergence of the euro cut away about a third of the dollar settlements, and now 23% of world trade settlement uses the euro instead of the dollar. Americans were vigilant enough when the Europeans started talking about the euro, but later when they discovered that the appearance of the euro was a challenge to the primacy of the dollar, it was a little too late. Therefore, the US learned a lesson, and on one hand it presses down the EU and the euro, on the other hand it must press down other challengers.
2. What does America want to balance with the “Asia-Pacific strategic rebalancing”?

The rise of China makes us the new challenger. The 2012 Diaoyu Islands dispute and the Huangyan Island dispute are the latest attempt to suppress the American challenger’s success. Both occurred in China’s neighboring geopolitical areas, and although they failed to cause large capital outflows from China, they at least partially met American goals and created two problems. In early 2012, China-Japan-Korea negotiations on a trilateral Northeast Asian FTA were close to success; in April, China and Japan had a preliminary agreement on Japanese currency and bond swaps. But this time, the Diaoyu Islands dispute and the Huangyan Island dispute appeared one after another, and all of a sudden the Northeast Asian FTA negotiations and the Japanese currency swaps went up in the wind. After a few years, we have barely completed bilateral negotiations on a China-South Korea FTA, which has little significance, since it is quite different from the Northeast Asian FTA. Why is that? Because once China-Japan-Korea FTA negotiations succeed, it will include China, Japan, Korea, Hong Kong, Macao, and Taiwan. A Northeast Asian FTA would mean the third-largest economy would appear, a world-scale giant of about 20 trillion dollars. Then, once the Northeast Asian FTA was in place, it would not stop but would quickly move south to integrate the Southeast Asia free-trade area and form a free-trade area in East Asia generating over 30 trillion dollars. It would be the world’s first economy bigger than that of the EU and North America. Then we could continue to speculate that a free trade-zone in East Asia still would not stop. It could bring in India in the southwest, then move north to integrate the five Central Asian republics, and then go west to integrate the Middle East—so that the entire Asian FTA would have a scale of over 50 trillion US dollars, more than the EU and North America put together. If such a large free-trade zone were to appear, would it be willing to use the euro or the US dollar for clearing its internal trade? Of course not. This means that an Asian dollar might be born.
But I think, if an Asian FTA is to come about, we can only promote the internationalization of the RMB and allow the yuan to become Asia’s dominant currency, like the dollar became the hard currency in North America and then for the flow of goods around the world. The meaning of RMB internationalization goes far beyond what we say about the RMB: to go out and play a role in the “one belt, one road” policy and so on. It would split the world with the US dollar, and the euro. Chinese people can see it, will the Americans not see this? When Americans announced a rebalancing east, they pushed Japan on the Diaoyu Islands and wrangled with China to back the Philippines in the Huangyan Islands confrontation. If we think short-sightedly then the Diaoyu Islands dispute was started after the Japanese right-wing “bought the island” and the dispute with the Philippines started when Philippine President Corazon Aquino got carried away trying to stir trouble with China. But what we don’t see is American foresight in preventing the RMB from becoming a challenger the dollar. The Americans knew very well what they were doing because they knew they must not let such a thing happen again [as with the euro]. If the Northeast Asian FTA were formed, it would have a ripple effect dividing the world in three. If only a third of the global money is in the hands of the dollar, how can the US currency maintain its leadership? Could a hollowed out United States, left without monetary leadership, still be a global leader? If we want to understand this point, we should see why behind all of China’s recent troubles there is the shadow of the United States. This is because the United States has to think more long-term than us, see things more deeply to prevent China’s “peril” in the first place, and thus always give us trouble. This is the fundamental reason the US implemented its Asia-Pacific rebalancing strategy. What do you want to balance exactly? It is really to try to balance China and Japan, China and the Philippines, or China and other countries? Of course not, the goal is to balance out the momentum of China’s rising power today.
Third, the secret that American soldiers
fight for the US dollar
1. The Iraq War and the currency used in accounting oil deals
Everybody says the power of America rests on three pillars: money, technology, and military. In fact, today we can see that the real pillars of the US are monetary and military, and supporting the currency is the United States military. Wars all over the world burn money, but the US military goes on fighting despite it. But it can burn money on one hand and earn money for the US on the other hand, which other countries cannot do. Only the United States can gain a great deal through war, although the United States also has lost some hands.
Why did the Americans fight in Iraq? Most people have in mind just one word: oil. Did Americans really go to war for oil? Definitely not. If Americans went to war for oil, then why didn’t the Americans take a single barrel of oil from Iraq after the victory? Moreover, oil prices went from $38 a barrel before the war, to $149 a barrel after the war. The American people did not get low oil prices because of the US occupation of Iraq. Therefore, the US war in Iraq is not about oil, but the dollar.
Why, you say? The reason is very simple. Because in order to control the world, the United States needs the world to use dollars. In order to let the world use dollars, the Americans made a very clever move in 1973: they linked the dollar and oil by forcing the leading OPEC country, Saudi Arabia, to conduct its global oil transactions in dollars. If you understand that global oil transactions are in US dollars, you can understand why the Americans fight for oil. A direct consequence of war in the oil-producing countries is the surge in oil prices, and a surge in oil prices means that the demand for dollars increases. Before the war, for example, if you had $38, in theory, you can buy a barrel of oil from an oil company. With the war, oil prices have more than quadrupled, reaching $149. So, $38 is only enough to buy a quarter of a barrel of oil, and for the remaining 3/4 of the barrel you are short more than 100 dollars. What to do then? You can only go to the Americans with your own products and resources and hand them out in return for American dollars. And then the US government can confidently, openly, and justifiably print dollars. It is through war—war against the oil-producing countries creating high oil prices—that the US creates a high demand for dollars.
The American war in Iraq had more than just one goal. It was also about maintaining the dollar leadership. Why then did George W. Bush insist on war in Iraq? Now we can very clearly that Saddam did not support terrorism or al-Qaeda, nor did he weapons of mass destruction—why was Saddam finally brought to the gallows? Because Saddam thought himself smart, and played with fire with superpowers. At the official launch of the euro in 1999, Saddam Hussein seized the opportunity to play with fire between the dollar and the euro—the United States and the European Union—and he could not wait to announce that the Iraqi oil transactions would occur in euros. This is what angered the Americans, in particular, it produced a chain reaction. Russian President Vladimir Putin, Iranian President Mahmoud Ahmadinejad, and Venezuelan President Hugo Chavez, also announced the settlement of their country’s oil exports would be in euros. Was this not a stab in American backs? Some people think it is too far-fetched to say that after this war in Iraq was mandatory. Then please take a look at this: what did the Americans do after winning Iraq? Even before seizing Saddam, the Americans set up an Iraqi interim government whose first decree was to declare Iraqi oil exports would be accounted in dollars and not in euros. That’s why Americans are fighting for dollars.
2. The Afghan war and US capital account surplus
Some might say that the war in Iraq to for fight US dollars is understandable, but in Afghanistan there is no oil, so the US war in Afghanistan could not have been fought for the dollar, right? Moreover, the war in Afghanistan came clearly after “9/11,” when the United States wanted to retaliate against al-Qaeda and the Taliban for supporting al-Qaeda. But is that really true? The war in Afghanistan started over a month after “9/11″—it was kind of rush. After a while the US ran out of cruise missiles but the war still continued. The Pentagon could not but order open the stash of nuclear weapons, remove the 1,000 nuclear warheads from cruise missiles, and put in place conventional warheads, Then they lobbed 900 more missiles and only then beat down Afghanistan. This is obvious proof that preparation was very inadequate, and in that case, why did the Americans insist on rushing into battle?
Americans could not wait any longer. In the early 21st century, the United States was an industrially hollow country and needed about $700 billion every year in net inflows to survive. But within a month after “9.11,” the investment climate in the US had badly deteriorated to a level of worries and anxiety never felt before. No matter how strong it is, if the United States could not look after its own security, how could it ensure investors’ financial security? As a result, over $300 billion of hot money left the United States. This forced the United States to fight a war as soon as possible. The war was not only to punish the Taliban and al-Qaeda, but also to regain global investors’ confidence. As the first cruise missiles exploded in Kabul, the Dow Jones rebounded 600 points in one day, the capital flowing out began to return to the US, and by the end, there was about $400 billion moving back to the US. Does this not prove that the war in Afghanistan was for the dollar and capital?
3. Why aircraft carriers gave way to rapid global strike systems
Many people have great expectations about China’s own aircraft carrier, because they have seen the history of aircraft carriers and eagerly look forward to China with its own. Then when we heard the whistle of the Liaoning, we rushed to catch the last train of a Chinese aircraft carrier. While the aircraft carrier remains today a sign of a big country, it is but a sign. Because the global economy is increasingly focused on financial technology, the role of aircraft carriers will gradually decline. The history of aircraft carriers is a product of its times. When the British Empire flourished, it promoted global trade, and it would sell its manufactured goods to the world, and then get resources in return. It needed a strong navy to ensure the smooth flow of sea lanes. Later the development of aircraft carriers was all to control the seas and to ensure the safety of sea lanes. It was the era of “logistics is king”: to guarantee control of the flow of resources and products on the sea would guarantee control of the flow of global wealth. But the world today is in the era of “capital is king.” Billions, hundreds of billions, or even trillions in capital flow from one place to another place within a few seconds with the tap of a few keys on the computer. Of course, the aircraft carrier sailing the oceans at the speed of logistics, but unable to keep up with the speed of capital, will not be able to control global capital.
Today, what are the alternatives? Can you keep up with the direction, volume, and speed of the flow of global capital supported by the Internet? Americans are developing a huge, rapid global combat system: using ballistic missiles and supersonic aircraft five times or ten times faster than a supersonic cruise missile, it can quickly hit any area of high concentration of capital. Now the US claims it can hit any part of the world within 28 minutes, so no matter where capital is concentrated, it can hit anywhere in the world. As long as the United States does not want a particular place to have capital, a missile can get there in 28 minutes. And when the missile goes down, capital ca
n be still quietly and nicely withdrawn. This is the reason why a fast global combat system will replace the carriers. Of course, the aircraft carrier of the future will still have irreplaceable roles, such as the protection of maritime safety and of sea lanes, humanitarian missions, and so on, because the carrier is a very good offshore platform. But as a weapon to control future capital flows, it has far less speed than the global strike systems.
Fourth, the “Air and Sea Battle”: A Gordian knot for the US
When Americans consider the use of military means to deal with the rise of China, they proposed a concept called the “air and sea battle.” I think the “air and sea battle” remains intractable dilemma for the US. The “air and sea battle” against China was raised at the 2010 joint US Air Force and Navy summit. The strategy primarily reflects the fact that the US military today is weakening. US troops used to think that it could use air strikes and the Navy against China. Now the US finds neither the Air Force nor the Navy by themselves can gain advantages against China; a joint air-and-sea attack can provide a certain advantage over China. But though the US raised the idea a little more than four years ago, the Americans suddenly changed the name, now calling it a “concept of global common involvement and joint mobility.”
In this joint concept of operations by air and sea, Americans believe that there will be no war between the two countries within the next ten years. After recent American studies on China’s military development, they believe the US’s existing capacity is not sufficient to offset some advantages the Chinese military has established, such as the ability to destroy space systems or attack aircraft carriers. The United States must then come up with ten years of development and a more advanced combat system to offset China’s advantages. This means that Americans may schedule a war for ten years later. While war may still not happen in a decade, we must be prepared for it. If Chinese do not want a war in the next ten years, we need to put all of our affairs in order, including the preparation of the military and war.
Fifth, the strategic significance of “one belt, one road”
Let’s look at the Americans’ passion for sports: the first is basketball and the second is boxing. Boxing typically reflects strength in the style Americans advocate: go straight, strike, the KO (knockout) wins, and everything is clear. China, by contrast, likes blur and softness, and we do not look forward to knocking you out, but want to resolve and understand all your actions. Chinese people like to practice taiji, which is indeed a higher art than boxing.
“One belt, one road” reflects this idea. The history of the rise of all great powers concerns their globalization movement. This means that globalization is not a consistent process from antiquity to the present day, but each place—the Roman Empire, the Qin Empire—has its own globalization process. Each process of globalization was being pushed by the rising empire; every empire is associated with a period of globalization, with its heyday of globalization when it reached a peak. And globalization will also be limited by their strength, which is the maximum range that can be achieved by their vehicles—that is, it’s the end point for each phase of globalization. Therefore, both the Roman and Qin Empire globalization, today only seem like a process of regionalization of imperial expansion. The real globalization of modern history came from the beginning of the great British Empire, which was the globalization of trade. After the United States took over the mantle of the British Empire, it carried on with the globalization of trade, while the truly American globalization was the globalization of dollars. This is the globalization that we are experiencing today. But I do not agree that today’s Chinese strategy of “one belt, one road” is an integration into the global economic system. To say that the dollar will continue its globalization and integration is a misunderstanding. As a rising great power, “one belt, one road” is the initial stage of China globalization. As a big country, the process of rising must be about the plan for advancing globalization.
“One belt, one road” is by far the best strategy China can put forward. It is a hedge strategy against the eastward move of the US. Some people will question this, believing hedging should be in the same direction—how can you hedge by going in the opposite direction? Right, “one belt, one road” is China’s hedge strategy of turning its back to the US eastward shift: You push in one direction; I go in the opposite direction. Didn’t you pressure me to it? I go west, neither to avoid you nor because I am afraid, but to very cleverly defuse the pressure you gave me on the east.
“One belt, one road” is not a strategy of two parallel lines, but there should be primary and secondary focuses. Given that China’s sea power is still weak, the first choice of “one belt, one road” should be to compete on land, which means “the way (sea lanes)” should be a secondary attack direction and “the belt” should be the main direction. If “the belt” has become the main direction, it means that we must re-recognize the role of the Army. Some people say that the Chinese Field Army is invincible. If they mean it within the scope of Chinese territory, yes, the Chinese Army is invincible. Who would want to set foot on Chinese territory to fight large-scale battles? The problem is, does the Chinese army have expeditionary capabilities?
Last year I talked about this issue at the Global Times forum. I said that in choosing China as its rival, America chose the wrong opponent and the wrong direction. Because in the future, the real challenge to the United States is not China; it is the United States itself, and the United States will bury itself. Because it does not realize that a great era is ending, the United States will fall with time because financial capitalism has been brought to the highest stage. On the one hand, through the virtual economy, the United States has already eaten up all the profits of capitalism. On the other hand, through scientific and technological innovation—of which it is proudly is a world leader—the Internet, big data, and the cloud are pushed to the extreme will eventually bury in the United States, as the representatives of the most important opponent of financial capitalism. [That is, the internet and the cloud will gain a life of their own and oppose the government of the US].
On last year’s “double 11” [November 11, Chinese Valentine day], online shopping reached 50.7 billion yuan in a day for Alibaba’s Taobao. Over the three days after the Thanksgiving holiday, US online and on-the-ground store sales had a total equivalent to 40.7 billion yuan, less than Alibaba sales in one day. And China was not even counting Netease, Tencent, Jingdong, or revenue from malls. This means that a new era has already arrived, while the American reaction is still slow. Alibaba deals were all made directly with Alipay. What does direct pay mean? It means that the currency is already out of the transaction stage, and the American leadership is built on the dollar. What is the dollar? It is a currency. In the future, when we no longer use money, traditional money settlement will become useless. When money becomes useless, will an empire built on money still exist? That is the question to be considered by the Americans.
3D printers also represent a future direction and will bring a fundamental changes in the mode of production in today’s society. Because production is changing and trade is changing, the world is bound to change radically. But history has proven that real change
can lead to changes in the social nature, which will be led by these two [changes in production and trade modes] and no other factors. In China from the period of the late Qin Emperor, people began to rebel: Chen Sheng Wu Guang rose a revolution and uprisings occurred many times during 2,000 years of history. Rebellions, wars, revolutions—do they solve the problem? They do not solve the problem; they just bring a change of rulers, a low-level water circulation. These movements could not change the nature of the farming community, nor did they change the modes of production or the ways of trade. They could only bring a regime change. In the West too, Napoleon brought the glory of the French Revolution and led a new army baptized in the revolution across Europe, throwing down one crown after the other, but when he failed at Waterloo, Napoleon stepped down. All European kings were restored and immediately they returned to feudal society. The Industrial Revolution came when the British steam engine allowed humanity to greatly enhance its production and a large number of surplus products appeared. With the remaining products there was surplus value, and thus capital and capitalists. Capitalist society had arrived.
So today when capital may disappear with the disappearance of money and when production will also change with the emergence of 3D printer, mankind is about to enter a new social stage. This time China and the United States stand on the same starting line, the starting line of the Internet, big data, and cloud computing. We have to compare who is better at entering this era, rather than the vie for who will suppress whom. In this sense, I was saying that the United States picked the wrong opponent. The real opponent is the United States itself—or is this era. Precisely on this point, Americans appear amazingly slow. Because they are too eager to keep their leadership and never thought to share power with other countries, approaching this new social stage jointly still has many unknown areas and many uncertain barriers.

1614.- Tentare la fortuna in Iran

La Tv di stato iraniana riferisce di 10 manifestanti morti nella giornata di lunedì. La protesta ha assunto un nuovo livello quando dimostranti hanno tentato di entrare in installazioni militari venendo respinti con la forza. John Perkins descrive 3 fasi per rovesciare un governo straniero: 1) corrompere i governanti del posto; 2) provocare rivolte contro i governi che non vogliono piegarsi; 3) invadere militarmente il paese. In Iran siamo alla fase 2. È improbabile che i nuovi piani segreti anti-Iran di Stati Uniti e Israele vadano lontano. Abdalbari Atwan, Aurora

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Mentre la Russia porta la Siria da una guerra e dalla sanguinosa anarchia verso pace, stabilità e ricostruzione, invitando tutte le parti alla conferenza di Sochi del mese prossimo per concordare una tabella di marcia che includa la nuova costituzione ed elezioni presidenziali e parlamentari, Stati Uniti ed Israele elaborano piani per far esplodere la regione e rigettarla in nuove guerre col pretesto di affrontare la minaccia iraniana. Canale 10 israeliano rivelava un accordo segreto raggiunto il 12 dicembre, dopo i colloqui tra il consigliere per la sicurezza nazionale israeliano Meir Ben-Shabbat e l’omologo statunitense HR McMaster, affinché le due parti agiscano escogitando scenari contro l’Iran su più fronti. Secondo quanto riferito, si prevedono misure volte a frenare le capacità nucleari e missilistiche dell’Iran, ridurne la presenza in Siria e affrontarne l’alleato Hezbollah in Libano. La Casa Bianca in seguito confermava l’esistenza dell’accordo dopo che fu riportato dai media. Si prevedono due importanti sviluppi nella regione nel nuovo anno. Primo, il crollo dello Stato islamico (SIIL) e la perdita della maggior parte del suo territorio in Siria e, secondo, la sconfitta dei piani statunitensi in Siria, basati sull’uso di gruppi armati d’opposizione per rovesciare il regime del Presidente Bashar al-Assad, sventati dalla risolutezza dell’Esercito arabo siriano, dall’intervento della Russia e dal sostegno di alleati come Iran ed Hezbollah, portando la Siria verso la nuova fase della riconciliazione nazionale e del rinnovamento. In questo contesto, l’attuale amministrazione statunitense teme che l’influenza nella regione svanisca a favore di Russia e Cina e di potenze regionali come Iran e Turchia. Lo stato occupante israeliano è allarmato dalla forza di Hezbollah e dalle sue crescenti capacità militari, e teme le conseguenze del trionfo nel conflitto siriano e la capacità di dedicare attenzione nel fronteggiare la minaccia israeliana aprendo nuovi fronti d’attrito nel sud del Libano e nel sud-ovest della Siria. Né Canale 10 né Casa Bianca hanno rivelato i dettagli dei piani e degli scenari che Stati Uniti ed Israele perseguirebbero contro Iran ed Hezbollah. Ma è ovvio che uno di tali scenari tenta di destabilizzare l’Iran dall’interno creando interferenze o proteste ed attivando vari gruppi separatisti armati. Il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, uno dei più stretti alleati mediorientali dell’amministrazione Trump, lo dichiarava apertamente in un’intervista televisiva di alcuni mesi fa, avvertendo che il suo Paese stava per “avviare la guerra all’interno dell’Iran” come misura preventiva, intendendo prima che l’Iran cerchi di portare la “guerra” in Arabia Saudita. Non sorprenderebbe se le manifestazioni tenutesi in diverse città iraniane per protestare contro l’inflazione siano in qualche modo prodotto di tale strategia.
È dubbio che qualsiasi piano statunitense e israeliano per rimuovere l’Iran e la sua influenza in Siria e Libano abbia possibilità di successo, a meno che non si preveda una guerra a tutto campo. Anche allora, sarebbe una scommessa pericolosa che potrebbe avere conseguenze catastrofiche, in particolare per lo Stato occupante israeliano. Se i missili Patriot degli Stati Uniti non possono intercettare i pochi missili prodotti dagli huthi dello Yemen contro le città saudite, il sistema Iron Dome d’Israele difficilmente farebbe meglio contro i missili più avanzati e precisi di Hezbollah, specialmente se sparati a centinaia, se non migliaia, contro le città israeliane. La minaccia che affronta Israele s’è aggravata, e la principale proviene dall’interno: istigando una nuova rivolta palestinese con la prospettiva che diventi resistenza armata. Non è improbabile dato il recente lancio di razzi dalla Striscia di Gaza sugli insediamenti israeliani a nord, e l’emergere dell’apertura di un’alleanza di Hamas e Jihad islamica con l’Iran, con Qasim Sulaymani, capo della Brigata Quds della Guardia Rivoluzionaria iraniana, che sarebbe stato in contatto diretto coi comandanti militari dei due gruppi islamici palestinesi. Le minacce di Israele e Stati Uniti potrebbero equivalere a una guerra psicologica, o potrebbero essere volte a rassicurare gli spaventati alleati arabi e spingerli a spendere altre decine di miliardi di dollari in armi statunitensi. In entrambi i casi, l’anno venturo potrebbe rivelarsi spaventoso per gli Stati Uniti e il loro alleato israeliano. Potrebbero tentare la fortuna, ma i risultati non saranno sicuramente di loro gradimento. La regione cambia, e velocemente.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio

1600.- Royal Navy e Armada de Chile affondarono l’ARA San Juan?

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Aurora. What Does It Mean, 15 dicembre 2017
Un nuovo sorprendente rapporto del Consiglio di sicurezza (SC) che circola oggi al Cremlino afferma che il presidente Donald Trump chiese urgentemente, il 14 dicembre, di parlare col Presidente Putin; durante la conversazione Trump rimase “inorridito” nell’essere informato da Putin che Royal Navy e Armada de Chile ebbero una “disavventura” nell’Atlantico meridionale, vicino le Isole Falkland, affondando un sottomarino dell’Armada de la República Argentina e il cui insabbiamento portava il Servizio di Sicurezza Federale (FSB) ad arrestare per tradimento una spia della CIA, di cui Trump “supplicava/invocava” Putin di risparmiare la vita, ma Putin suggeriva a Trump (che non sembrava saperlo) che la Russia ha abolito la pena di morte.

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Secondo questo rapporto, il motivo dichiarato del presidente Trump per richiedere la conferenza telefonica di emergenza col Presidente Putin era dovuto a un articolo della CNN pubblicato ieri che sosteneva che due non identificati funzionari della difesa degli Stati Uniti avevano detto che il 13 dicembre 2 caccia stealth F-22 degli Stati Uniti avrebbero intercettato 2 aerei russi che avevano sorvolato l’Eufrate in Siria, volando ad est della “linea di disaccordo” che dovrebbe separare gli aerei russi da quelli della coalizione degli Stati Uniti che operano sulla Siria, e durante tale “incontro”, i caccia statunitensi avevano “sparato razzi di avvertimento”. Il Presidente Putin, rispondendo alle preoccupazioni del presidente Trump su ciò, affermava che nulla era accaduto nei cieli della Siria tra le forze aeree russe e statunitensi, il 13 dicembre, e che l’articolo della CNN, in realtà, era una “vigliaccata” (per ovvi motivi di propaganda) che rilanciava l’incidente nei cieli siriani riportato dal Ministero della Difesa il 9 dicembre, e che il suo portavoce Maggiore-Generale Igor Konashenkov descrisse: “Un caccia F-22 statunitense ha attivamente impedito a una coppia di aerei d’attacco russi Su-25 di svolgere una missione di combattimento per distruggere la roccaforte dello SIIL alla periferia della città di Mayadin, nello spazio aereo sulla riva occidentale dell’Eufrate, il 23 novembre. L’F-22 sparò alcuni bengala ed usò gli aerofreni nelle manovre imitando una battaglia aerea”.

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Il Presidente Putin inoltre dichiarava al presidente Trump che dopo l’apparizione di un caccia super-manovrabile multiruolo russo Su-35S, l’aereo da caccia F-22 interruppe le sue pericolose manovre e si affrettò a rientrare nello spazio aereo iracheno, col Generale Konashenkov che inoltre dichiarava: “Le dichiarazioni dei rappresentanti dell’esercito degli Stati Uniti secondo cui una parte dello spazio aereo siriano appartiene agli Stati Uniti sono sconcertanti, la Siria è uno Stato sovrano aderente alle Nazioni Unite, quindi gli Stati Uniti non possiedono alcuna parte del suo cielo”.

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Essendo molto preoccupato dal fatto che il presidente Trump non fosse a conoscenza dei fatti alla base di tale articolo di propaganda della CNN, il Presidente Putin si allarmò durante la conferenza telefonica, quando Trump dimostrò di non sapere nulla della spia della CIA Aleksej Zhitnjuk, arrestato dall’FSB per tradimento il 30 novembre, dopo essere stato scoperto mentre tentava di accedere a documenti navali segreti relativi alla nave Jantar da 5320 tonnellate della Flotta del Nord russa.

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Un minisommergibile DSV classe Consul (Proekt 1681)

Il motivo per cui la CIA voleva informazioni sulla nave per impieghi speciali Jantar, sarebbe dovuto al fatto che è equipaggiata con un minisommergibile DSV classe Consul (Proekt 1681) e che il 22 novembre fu inviata dal MoD per trovare i resti del sottomarino della Marina argentina San Juan (S-42), scomparso il 15 novembre con 44 membri dell’equipaggio a bordo, nelle acque dell’Atlantico del Sud, vicino le Isole Falkland, e il cui ultimo “evento” registrato dalla Marina argentina era “un evento anomalo, singolare, breve, violento e non nucleare, coerente con un’esplosione”. Coi familiari dell’equipaggio del sottomarino San Juan che riferiscono che dalle ultime comunicazioni erano inseguiti da un elicottero della Royal Navy inglese e da una nave da guerra cilena, il MoD avrebbe confermato che Royal Navy e Armada de Chile condussero manovre antisom nelle acque delle Isole Falkland, col veicolo DSV della Jantar che scopriva poi che il sottomarino San Juan aveva subito danni coerenti con le armi usate da un aereo antisom C-295 della marina cilena.

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La nave Jantar da 5320 tonnellate della Flotta del Nord russa.

Dopo aver informato il Ministero della Difesa Nazionale (MND) del Cile sulla scoperta della Jantar sulla causa dell’affondamento del San Juan, la Marina cilena iniziò le indagini, portandola, il 13 dicembre, a licenziare 5 suoi alti ufficiali: contrammiraglio Kurt Hartung, contrammiraglio Jorge Rodríguez, contrammiraglio David Hardy, contrammiraglio Hernan Miller e contrammiraglio LT Mario Montejo. Il maggiore timore espresso al presidente Trump dal Presidente Putin sull’affondamento del San Juan, però, era che la CIA avesse segretamente collaborato con la Marina cilena fornendogli il sistema antimine sperimentale AQS-24B, che durante le prove avrebbe erroneamente identificato il sottomarino argentino come “bersaglio elettronico”, invece che vero battello con esseri umani a bordo.
Nelle note non classificate conclusive di questo rapporto che dettagliano la conversazione del Presidente Putin col presidente Trump, vari aderenti del Consiglio di sicurezza espressero “orrore/stupore” su quante informazioni siano nascoste a Trump dalle sue agenzie d’intelligence allineate allo “Stato profondo”, specialmente la CIA, ma Putin affermava che Trump riprenderà il pieno controllo, e dovrebbe essere relativamente facile dato che i sostenitori di Obama-Clinton anti-Trump appaiono deliranti, come evidenziato da “Il principale funzionario del controspionaggio dell’FBI, il disonorato FBI, Peter Strzok, esperto in comunicazioni sicure, che fa commenti rabbiosi al cellulare con l’amica dell’FBI Lisa Page, ora resi tutti pubblici”, e l’ancora più stupefacente moglie di Bruce Ohr, capo del dipartimento di Giustizia degli USA altrettanto disonorato, Nellie Ohr, che ottiene la licenza per gestire una radio ad onde corte pur essendo stata ingaggiata da Fusion GPS per creare il “dossier russo” contro Trump, credendo che la National Security Agency (NSA) non potrebbe monitorare le sue comunicazioni segrete con altri golpisti, mentre NSA (e anche la Russia), per decenni hanno registrato ogni trasmissione nel mondo al fine di scoprire le “stazioni numeriche” usate da agenzie d’intelligence di altre nazioni.

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Disagio russo perché il governo argentino non autorizza la Jantar a cercare l’ARA San Juan dove pensano si trovi
Juan José Salinas Pajaro Rojo 22/12/2017

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Dopo aver effettuato i calcoli necessari, la Marina Russa concluse che l’ARA San Juan affondò non molto lontano dall’area di ricerca assegnatagli, in particolare a 200 chilometri a sud-ovest. Di conseguenza, chiese che la nave oceanografica Jantar fosse autorizzata a cercarlo nella nuova posizione ma, sorprendentemente, ciò fu negato non dall’Armata, ma dal governo nazionale. Con lo Jantar a Puerto Nuevo, i diplomatici russi manifestavano malcontento al gruppo parlamentare di amicizia con la Federazione russa, il cui presidente, il deputato nazionale Carlos Gastón Roma (Cambiemos, Terra del Fuoco) prometteva provvedimenti per revocare tale rifiuto. Il governo russo vuole che la Jantar (nave con attrezzature per fotografare e filmare relitti affondati a più di mille metri di profondità, stabilendo se le cause del disastro siano endogene o esogene), riprenda la ricerca del sottomarino argentino durate un mese intero, ma non nella vasta area assegnatagli che considera impossibile trovarvisi il sottomarino. Il malcontento russo non è un problema minore dato che il presidente Mauricio Macri programma per il 23 gennaio una visita a Mosca per incontrare Vladimir Putin. Secondo i portavoce non ufficiali dell’ambasciata russa, oltre ad essere molto a nord-est del punto in cui è più probabile trovare l’ARA San Juan, divenuto sarcofago dei suoi sfortunati 44 membri d’equipaggio, l’area assegnata allo Jantar era artificialmente estesa, sospettando che lo fosse per far perdere tempo agli ufficiali, costringendoli a girare come un asino attaccato alla ruota a beneficio dei concorrenti statunitensi, i cui gruppi di ricerca raggiungono profondità inferiori.

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ARA San Juan S21 argentine submarine, a German-built diesel-electric vessel, near Buenos Aires, Argentina. Argentina’s Navy said Nov. 17, 2017, it has lost contact with its ARA San Juan submarine off the country’s southern coast. (Argentina Navy)

Il 20 dicembre, la Camera dei Deputati approvava la creazione di una “Commissione investigativa speciale su scomparsa, operazioni di ricerca e salvataggio del sottomarino ARA San Juan”, il cui obiettivo sarà “analisi, valutazione e chiarimento delle cause e circostanze del sinistro della nave, sviluppo delle azioni dello Stato argentino per la scoperta e attuazione della cooperazione internazionale su sua posizione e salvataggio”. Il progetto, presentato dal deputato Guillermo Carmona (FpV, Mendoza) col supporto di tutti i blocchi, prevede una commissione bicamerale formata da sei deputati e sei senatori, che va ancora approvata dal senato, ma l’alternativa è iniziare a lavorare in piena pausa estiva da commissione ad hoc della Camera dei Deputati, essendo chiari candidati all’integrazione, oltre a Carmona, la deputata correntina Araceli Ferreyra (Movimento Evita) e l’ex-ministro della Sicurezza di Buenos Aires ed ex-ambasciatore nella Repubblica orientale dell’Uruguay, Guillermo Montenegro (PRO, Cambio). Poiché teme che sospetti e denunce di aver nascosto informazioni si accumulino, il governo proverà con ogni mezzo a che la commissione sia presieduta da Montenegro, che oltre ad aver frequentato il Liceo Navale è figlio dell’ufficiale omonimo che fu sommergibilista.

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Viceammiraglio Kurt Hartung

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Aereo antisommergibile CASA 295 della Marina cilena.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

1585.- La dichiarazione di vittoria di Putin in Siria apre la via agli attacchi russi in Libia

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Se la Russia dichiara vittoria sull’ISIS o SIIL in Siria e chiede basi in Egitto, si preparebbe a colpire lo SIIL in Libia.
Quando due settimane fa il Cremlino ordinò pubblicamente al Ministero degli Esteri di negoziare l’accordo dell’Aeronautica della Russia per l’utilizzo delle basi militari egiziane, confesso che non sapevo di cosa si trattasse. Pensai alla possibilità che fosse il preludio al coinvolgimento militare della Russia in Libia, ma poi dissi che non credevo che accadesse con l’intervento della Russia in Siria ancora in pieno svolgimento: “Ammetto che onestamente non lo so. L’Egitto è troppo lontano per essere direttamente utile all’intervento russo in Siria. L’uso delle basi egiziane sarebbe necessario se Mosca avesse intenzione di combattere lo SIIL nel Sinai egiziano o d’intervenire in Libia, ma non vedo alcun segno che la Russia sia interessata ad ulteriori avventure prima che la Siria sia chiusa”. Beh indovinate? Putin ha appena dichiarato vittoria in Siria, affermando che gli obiettivi dell’intervento russo sono stati ampiamente raggiunti e ordinava il massiccio ritiro che vedrà il grosso delle forze russe lasciare il Paese: “Forze speciali, polizia militare, squadre di genieri e 25 aeromobili russi lasceranno la Siria e l’ospedale da campo sarà rimosso. Consiglieri, difese aeree e alcuni velivoli rimarranno”. Avevo ragione nel dire che Putin non vorrebbe essere visto aumentare portata e dimensioni dell’intervento militare della Russia all’estero, soprattutto a pochi mesi dalla rielezione. Quello che non avevo previsto era che avrebbe usato la sconfitta dello SIIL come opportunità per dichiarare la vittoria in Siria e ritirarvi la maggior parte delle truppe. Le avventure estere chiaramente infinite sono una cosa. Ma dopo aver dato il benvenuto alla maggior parte delle truppe dalla Siria, il pubblico russo ha la prova che possono finire. Il massiccio ritiro dalla Siria che Putin ha ordinato elimina il problema chiave che l’intervento in Libia dovrebbe affrontare, la percezione in Russia che si c’impantani in infinite avventure estere. Inoltre il fatto che Mosca abbia annunciato pubblicamente di negoziare l’uso delle basi militari egiziane dice due cose:
I negoziati sono una mera formalità, tutt’al più per risolvere problemi tecnici. La Russia ha già assicurazioni che l’Egitto firmerà.
Il Cremlino testa e gradualmente prepara il pubblico a qualcosa di più serio a cui pensa.
Bene, cosa potrebbe essere? Cosa richiederebbe basi egiziane e attenta preparazione e misurazione del polso del pubblico russo? Un altro intervento militare pare adattarvisi. In effetti, c’è chi crede che l’esercito russo sia già presente nell’Egitto occidentale da cui colpisce lo SIIL in Libia assieme all’Egitto. Se è così, i negoziati annunciati pubblicamente sulla concessione dell’accesso alla Russia sono semplicemente kabuki per regolarizzare una situazione già esistente. Mosca e Cairo hanno già svolto un teatro simile. Nel 1972 l’Egitto di Sadat e l’Unione Sovietica inscenarono l’espulsione rabbiosa dall’Egitto dei consiglieri sovietici. Di fatto, l’”espulsione” fu pianificata con l’Unione Sovietica per coprire il ritiro segreto di migliaia di truppe sovietiche regolari e non riconosciute dall’Egitto. I veri consiglieri intanto rimasero in Egitto fino alla fine della guerra dello Yom Kippur del 1973. In ogni caso, appare chiaro che la Russia consideri l’intervento militare aperto in Libia, che potrebbe essere annunciato dopo le elezioni di marzo. Ciò che si vede ora è il Cremlino gettare le basi necessarie per l’intervento, se vi optasse.
Nell’ottobre 2015 un aereo di linea russo fu abbattuto da una bomba dello SIIL in Egitto, uccidendo 224 russi. La Russia perseguirà lo SIIL per questo fino in Libia? Tale intervento sarebbe molto più piccolo rispetto a quello in Siria, semplicemente perché lo SIIL non è così potente in Libia. Ritirandone la maggior parte dopo la vittoria sullo SIIL, penso che Putin abbia dimostrato in modo conclusivo che non è interessato ad avere personale militare russo combattere tutti i nemici di Assad (come le SDF sostenute dagli Stati Uniti) e acuire il confronto con gli Stati Uniti. SIIL, al-Qaida e loro alleati sono gli unici che la Russia ritiene di combattere direttamente in Siria. Allo stesso modo, penso che Mosca non abbia alcun interesse a decidere il vincitore tra i due governi rivali in Libia, coi quali ha contatti, e almeno uno è sostenuto dalla NATO. Invece sarebbe un intervento contro SIIL e gruppi di al-Qaida, che verrebbe pubblicizzato come “conclusione del lavoro” per non permettere allo SIIL di fuggire, evidenziando il fatto scomodo che dove l’occidente semina caos e distrugge Paesi, la Russia invece raccoglie i cocci per stabilizzarli. Per inciso, subito dopo la proclamazione della vittoria dalla base aerea russa in Siria, Putin saliva sull’aereo per giungere in… Egitto. L’astuto MK Bhradakumar pensa che il viaggio sia incentrato sulla creazione di qualcosa per la Libia: “Il punto è che il “dossier libico” è stato riaperto. Lo Stato islamista vi si trasferisce dopo la schiacciante sconfitta in Iraq e Siria. Russia ed Egitto avvertono l’imperativo di mobilitarsi rapidamente e affrontare i gruppi estremisti in Libia. Entrambi appoggiano il comandante dell’Esercito nazionale libico Qalifa Haftar, trincerato a Bengasi, che (giustamente) vedono come baluardo all’estremismo in Libia. Il vuoto di potere in Libia e la crescente insicurezza nell’Egitto occidentale minacciano la stabilità dell’Egitto e il prestigio del Presidente Sisi è in gioco. D’altra parte, il coinvolgimento egiziano in Libia influisce sugli equilibri di potere in Medio Oriente. È interessante notare che le monarchie del Golfo sono coinvolte anche nella crisi libica. Per prima cosa, Mosca si rivolge all’ONU su questioni chiave e contatta anche il governo di Saraj a Tripoli. Il che suggerisce che Mosca potrebbe agire da intermediaria tra i partner rivali della Libia Saraj e Haftar, ed infine a manovrare per compensare le perdite finanziarie subite nel 2011 a seguito del cambio di regime, stimate oltre 10 miliardi di dollari in contratti ferroviari, progetti di costruzione, accordi energetici e vendite di armi”.Traduzione di Alessandro Lattanzio, Aurora

1584.- Gli USA si arrendono sulla Siria, la Resistenza punta ad Israele

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L’articolo del New Yorker è noto per il titolo arrogante e varie falsità, necessari a distrarre dal vero messaggio, la resa degli Stati Uniti sulla realtà in Siria: Trump permette ad Assad di rimanere fino al 2021, mentre Putin dichiara la vittoria in Siria, “L’amministrazione Trump ora è pronta ad accettare il governo del Presidente Bashar al-Assad fino alle prossime presidenziali programmate in Siria nel 2021, secondo funzionari statunitensi ed europei. La decisione sovverte le ripetute dichiarazioni degli Stati Uniti secondo cui Assad deve dimettersi nell’ambito del processo di pace… L’amministrazione Trump dice di voler ancora un processo politico con la prospettiva della partenza di Assad. Ma conclude che potrebbe volerci il 2021, quando è prevista la prossima elezione… I funzionari degli Stati Uniti temono che Assad possa vincere le elezioni siriane del 2021 e rimanere al potere in futuro”. Gli Stati Uniti “lasciano che Assad rimanga” perché semplicemente non c’è altro che possano fare senza affrontare una grande guerra. Hanno provato tutto il resto, perdendo. Nel 2012 tentarono di assassinare Assad, ma non era presente alla riunione che la CIA fece saltare in aria. Inviarono 100000 terroristi da tutto il mondo in Siria spedendogli decine di migliaia di tonnellate di armi e munizioni. La propaganda anti-siriana globale a favore dei terroristi non ha precedenti. Cercarono di costruire un’opposizione politica sponsorizzandola con centinaia di milioni. Alla fine invasero il Paese cercando di dividerlo con la forza. Fallirono su tutti i fronti. “La decisione degli Stati Uniti riflette le opzioni limitate dell’amministrazione, la realtà militare sul campo e il successo degli alleati siriani, russi, iraniani e di Hezbollah nel sostenere l’assediato regime di Assad…. L’opposizione siriana sostenuta dagli Stati Uniti è inutile. Era litigiosa e si è divisa in fazioni… Diplomaticamente, Washington è emarginata dalla potente troika Russia, Iran e Turchia che ora domina il processo di pace”.

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Nel 2013 l’autore del pezzo, Robin Wright, presentò il sogno israeliano della divisione del Medio Oriente. Era il remake della mappa “Blood Borders” diffusa nel 2006 dal neocon Colonello Ralph Peters, a sua volta versione aggiornata della mappa del “Nuovo Medio Oriente” di Bernhard Lewis pubblicata da Foreign Affairs.

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Tali mappe furono cestinate quando gli Stati Uniti dovettero lasciare l’Iraq. L’espressione cartografica dell’arroganza imperiale di Wrigth ci finirà pure. Wright è pesantemente colluso a Washington, essendo il borg che detiene posizioni presso Institute of Peace degli Stati Uniti (che pianifica guerre), Wilson Center, Brookings e Carnegie Endowment. Che ora abbia rinunciato alla sua ridicola mappa rifletterà le opinioni di tali istituzioni. Ci si chiede se la giunta militare alla Casa Bianca ne sia d’accordo, continuando a sognare di aver il controllo di Siria e Iraq: “Il colonnello John Thomas, portavoce del Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), affermava che le forze della coalizione internazionale sarebbero rimaste in Siria a sostenere le operazioni delle “forze democratiche siriane” arabo-curde fino alla conclusione dei negoziati sulla soluzione politica a Ginevra. Aggiungeva che le forze USA continueranno a combattere le organizzazioni terroristiche vicine ad al-Qaida in Siria, come Jabhat al-Nusra, “indipendentemente dalla presenza dello SIIL”.” Continua a sognare.

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Putin visitava la Siria, dichiarando la vittoria e annunciando che parte delle truppe russe in Siria ritornerà a casa. Si assicurava che tutti, Stati Uniti, turchi, sauditi ed israeliani, capissero che le truppe ritorneranno se cercassero di riaccendere la guerra: “Se i terroristi alzeranno di nuovo la testa, subiranno attacchi che non hanno visto finora”, dichiarava Putin. Un altro elemento dell’alleanza siriana, il partito libanese Hezbollah, si rivolse ad Israele. Il passo più lungo della gamba di Trump, il riconoscimento illegale di Gerusalemme come capitale d’Israele, arrivò giusto in tempo a ridare slancio alla resistenza: “Nasrallah ha chiesto all'”Asse della Resistenza”, riferimento ad Hezbollah ed alleati e sostenitori siriani e iraniani, di “dedicare tutta la forza e il tempo ai palestinesi”, chiedendo a tutte le fazioni della resistenza nella regione di unirsi e di attuare una strategia comune e un piano pratico per affrontare tale minaccia”, affermava”. Israele era dietro la campagna per smantellare Siria ed Iraq. Fallita completamente, la vendetta sarà dura. Hezbollah è meglio armato e addestrato che mai. I gruppi di veterani iracheni e iraniani sono pronti. L’Esercito arabo siriano è molto meglio addestrato ed equipaggiato di prima della guerra. Il leader della resistenza irachena Qais al-Qazali recentemente visitava il sud del Libano osservando il confine con Israele. Esaminava il nuovo campo di battaglia. La nuova grande alleanza d’Israele con l’Arabia Saudita non ne migliora la posizione. Il tiranno Salman e suo figlio sono incerti e le grandi relazioni con Trump si saranno, presumibilmente, ridotte sulla questione di Gerusalemme. Il primo ministro israeliano Netanyahu è sotto pressione interna. Le accuse di corruzione si accumulano e il suo incarico ora è limitato. Chi lo sostituirà? Qual è il nuovo piano che i sionisti scoveranno per reagire alla situazione cambiata?Traduzione di Alessandro Lattanzio

1572.- Le milizie irachene minacciano le forze statunitensi

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Andrej Akulov SCF 13.12.2017

A dispetto degli avvertimenti mondiali, il presidente Trump ha riconosciuto Gerusalemme capitale d’Israele. L’annuncio ha provocato una reazione diplomatica quasi universale ed ha irritato i Paesi con significative popolazioni musulmane. La maggior parte della comunità internazionale non riconosce Gerusalemme capitale israeliana finché la questione non sarà risolta nei negoziati coi palestinesi. Non sono solo proteste diplomatiche; la decisione potrebbe innescare un grande conflitto militare sminuendo la guerra allo Stato islamico e il conflitto in Siria. Aqram al-Qabi, leader dell”Haraqat Hezbollah al-Nujaba, sostenuto dall’Iran, affermava che la decisione del presidente Trump è “ragione legittima” per attaccare le forze statunitensi in Iraq. Con circa 10000 combattenti, Nujaba è una delle milizie più importanti del Paese. Costituita da iracheni, è fedele all’Iran. Il gruppo fa parte delle Forze di mobilitazione popolare irachene (PMF), una coalizione soprattutto di milizie sciite filo-iraniane che hanno avuto grande ruolo nella lotta allo Stato islamico. Le PMF sono riconosciute dal governo e riferiscono formalmente all’ufficio del Primo ministro Haydar al-Abadi. Nujaba schiera forze in Siria a sostegno del governo siriano. A novembre, il senatore repubblicano Ted Poe presentò una proposta di legge al Congresso degli Stati Uniti, suggerendo che il governo degli Stati Uniti consideri i gruppi armati iracheni Haraqat Hezbollah al-Nujaba (Nujaba) e Asaib Ahl al-Haq (AAH) emanazioni del Corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane (IRGC). Gli Stati Uniti hanno oltre 5200 soldati schierati in Iraq. Il leader del Nujaba Aqram al-Qabi fu sanzionato dal dipartimento del Tesoro “per aver minacciato la pace e la stabilità dell’Iraq”. L’ex-Primo Ministro iracheno Nuri al-Maliqi definiva l’annuncio di Trump “dichiarazione di guerra”. Il potente religioso sciita Muqtada al-Sadr, a capo di una milizia, ha chiesto la chiusura dell’ambasciata USA a Baghdad e avvertiva che “Possiamo raggiungere Israele dalla Siria”. Allo stesso tempo, la decisione del presidente degli Stati Uniti è sostenuta dai curdi iracheni indignati per la campagna a sostegno di Gerusalemme e dei diritti palestinesi, ignorando i diritti curdi. Va notato che non era la prima minaccia di colpire le forze statunitensi nella regione, tali avvertimenti furono già fatti il 1° novembre 2017, quando il quotidiano libanese al-Aqbar pubblicò un articolo che citava elementi della “Resistenza irachena” dichiarare l’intenzione di attaccare le truppe statunitensi in Iraq. Le PMU, composte da circa 40 milizie, si “preparano a riorganizzare le fila e al grande conflitto cogli statunitensi”. La maggior parte, se non tutte, le fazioni del PMU percepiscono la presenza militare USA in Iraq come un’occupazione.
Il presidente Trump ha concesso ai comandanti statunitensi l’autorità di ordinare attacchi nei Paesi con presenza militare statunitense, il 29 gennaio. Gli Stati Uniti sono già presenti in Siria e Golfo Persico dove si profila lo scontro con l’Iran. Aumentando notevolmente il rischio d’innescare un conflitto in caso di incidente. Se iniziasse, gli Stati Uniti combatteranno un nemico formalmente parte dell’esercito regolare iracheno, loro alleato. Miliardi di dollari in aiuti e armi avanzate sono stati utilizzati per ricostruire le forze armate irachene nell’ultimo decennio. La domanda è: gli Stati Uniti saranno in guerra con l’Iraq? Il governo iracheno non può compromettere le relazioni con le PMU e rischiare crisi interne. Gli scontri porteranno automaticamente a combattimenti tra Stati Uniti e Iran nella regione? Le unità sciite hanno una grande presenza in Siria. Se s’innesca un conflitto, è probabile che arrivi in Siria, cogli Stati Uniti che vi aumentano la presenza militare per influenzare negativamente le prospettive avviate dalla Russia sul processo di pace. Le forze dell’opposizione coglieranno le opportunità dal conflitto tra Stati Uniti e sciiti. Coi curdi che sostengono gli USA sulla questione di Gerusalemme, i pishmerga (unità paramilitari) potrebbero combattere le formazioni sciite. Se le forze USA saranno rinforzate per combattere le PMU, la tentazione di riconquistare Qirquq e i giacimenti petroliferi sarebbe irresistibile, per annetterli ancora al Kurdistan. Una volta che un conflitto derivasse dal riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele, i combattenti delle PMU godranno del sostegno pubblico nei Paesi arabi. Un’altra conseguenza: probabilmente i combattimenti saranno seguiti da scontri tra forze israeliane e unità sciite in Siria. Ciò potrebbe coinvolgere le truppe del governo siriano sostenute dalla Russia. È grande la probabilità che, prima o poi, la situazione porti a combattimenti tra Stati Uniti ed Iran, e al conflitto Israele-Iran. I combattimenti si diffonderanno in Libano, dove Hezbollah gode di grande influenza.
Cosa c’è da aspettarsi nel prossimo futuro? Gli Stati Uniti dovranno aumentare la presenza militare in Iraq e in Siria. Le loro forze navali prenderanno posizione nel Golfo Persico e nel Mediterraneo. È probabile che gli Stati Uniti evitino l’ulteriore aggravarsi della situazione nella penisola coreana, per non essere coinvolti simultaneamente in due conflitti. Il rischio di una guerra tra Stati Uniti e Iran evolverà secondo determinati scenari e avrà conseguenze globali. C’è la grande possibilità che l’Iran guidi il movimento musulmano contro Stati Uniti e Israele provocato dal riconoscimento di Gerusalemme. In realtà, il riconoscimento non è ciò che a prima vista comporta in definitiva, ma è provocatorio e prematuro. La decisione ha molti svantaggi ed è improbabile che avvantaggi gli Stati Uniti se non creandogli grattacapi. Si raccoglie ciò che si semina. L’esercito statunitense affronta una seria minaccia in Iraq. Se scoppiasse la guerra, le conseguenze saranno terribili.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio,di aurora

1562.- La vera risposta palestinese al discorso di Gerusalemme di Trump

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parla con il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas il 23 maggio 2017 a Betlemme. (Foto di PPO tramite Getty Images).  Sono più di 104 i palestinesi rimasti feriti negli scontri esplosi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza tra soldati israeliani e manifestanti scesi in piazza per contestare la decisione del presidente americano Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferirvi l’ambasciata di Washington. Lo rende noto la Mezzaluna Rossa. Gli scontri si sono registrati in Nablus, Tulkarm, Qalqiliya e a Jenin nel nord della Cisgiordania, a Ramallah e Gerusalemme nella zona centrale e a Betlemme e Hebron nel sud. All’ONU, il capo negoziatore dei palestinesi, Saeb Erekat, ha dichiarato che i palestinesi non parleranno con gli Stati Uniti finché il presidente Usa non annullerà la sua decisione. “Gli Usa non sono più qualificati per occuparsi del processo di pace” ha ribadito in serata il presidente palestinese Abu Mazen.

 

di Bassam Tawil, 7 

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L’incidente rappresenta ancora un altro esempio della collusione tra palestinesi e media, i cui rappresentanti sono sempre più che felici di fungere da portavoce per la macchina della propaganda palestinese e fornire una piattaforma aperta per trasmettere minacce palestinesi contro Israele e gli Stati Uniti.

Se i fotografi e i cameramen non si fossero fatti vedere in occasione dell’evento “spontaneo” che bruciava i manifesti, gli attivisti palestinesi sarebbero stati costretti a tornare tranquillamente in uno dei bei caffè di Betlemme.

Eppure, non c’era da preoccuparsi per questo: gli attivisti palestinesi sono ben consapevoli che i giornalisti locali e stranieri sono affamati di sensazionalismo – e che cosa meglio si adatta al cartellone dei manifesti di Trump che vanno in fiamme nel bel mezzo della casa natale di Gesù, alla vigilia del Natale e migliaia di pellegrini e turisti cristiani stanno convergendo sulla città?

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Gerusalemme capitale di Israele, Hamas chiama alla nuova Intifada: scontri e feriti. 

 

Rappresentando erroneamente la “cerimonia” che brucia i manifesti come riflesso della diffusa rabbia palestinese riguardo alla politica di Trump su Gerusalemme, i media internazionali sono ancora una volta complici nel promuovere la propaganda degli spin doctor palestinesi. I leader e i portavoce palestinesi si sforzano di creare l’impressione che la politica di Trump riguardo a Gerusalemme porterà la regione in fiamme. Cercano anche di inviare un messaggio agli americani che le politiche del loro presidente mettono in pericolo le loro vite. In effetti, i media si sono offerti volontari per servire la campagna di intimidazione palestinese. E la convergenza dei media sulla farsa che brucia a poster a Betlemme è solo l’inizio.

Ora che i palestinesi sono riusciti, con l’aiuto dei media, a bruciare queste immagini nelle menti di milioni di americani, stanno pianificando più proteste in scena. L’obiettivo: terrorizzare il pubblico americano e costringere Trump a rescindere la sua decisione sullo status di Gerusalemme. Questa tattica di intimidazione attraverso i media non è nuova. In realtà, è qualcosa che sta accadendo da decenni, in gran parte grazie al buy-in dei media mainstream in Occidente.

Ora, giornalisti palestinesi e occidentali sono stati invitati a coprire una serie di proteste pianificate dai palestinesi nei prossimi giorni e settimane in risposta alle politiche di Trump. Ai giornalisti, compresi fotografi e troupe televisive, sono stati consegnati piani dettagliati degli eventi che si svolgeranno in diverse parti della West Bank e della Striscia di Gaza. Ai giornalisti sono state promesse altre scene di foto in fiamme di Trump e bandiere degli Stati Uniti. Alcuni giornalisti hanno persino ricevuto consigli sui luoghi in cui si suppone che si verifichino “scontri” tra i rivoltosi palestinesi e i soldati delle Forze di Difesa Israeliane. In altre parole, ai giornalisti è stato detto precisamente dove devono essere per documentare i palestinesi che tirano pietre contro i soldati – e ha predetto la risposta dell’IDF.

 

Ecco la parte divertente. Se, per qualsiasi motivo, le telecamere sono un no-show, è probabile che anche gli “attivisti” lo siano. Nel mondo palestinese, si tratta di manipolare i media e reclutarli a favore della causa. E la causa è sempre colpire Israele – con Trump bashing non molto indietro.

Sì, i palestinesi protesteranno nei prossimi giorni contro Trump. Sì, scenderanno in piazza e lanciano pietre contro i soldati israeliani. Sì, bruceranno le foto di Trump e delle bandiere statunitensi. E sì, proveranno a compiere attacchi terroristici contro israeliani.

Ma quando ci sediamo nei nostri salotti e guardiamo le notizie che escono dalla West Bank e dalla Striscia di Gaza, chiediamoci: quanti di questi “eventi” sono, in realtà, burleschi dei media? Perché i giornalisti si lasciano ingannare dalla macchina della propaganda palestinese, che diffonde odio e violenza dal mattino alla sera? E perché i giornalisti stanno esagerando e aggravando le minacce palestinesi per la violenza e l’anarchia?

Innanzitutto, molti dei giornalisti vogliono placare i loro lettori ed editori offrendo loro storie che riflettono negativamente su Israele. Secondo, alcuni giornalisti credono che scrivere storie anti-israeliane spianino loro la strada per ottenere premi da varie organizzazioni di “segnalazione virtuosa”. Terzo, molti giornalisti credono che scrivere resoconti anti-israeliani dia loro accesso ai cosiddetti “liberali” e ad una supposta “illuminata” cerchia che romanticizza di essere “sulla parte giusta della storia”. Non vogliono vedere che 21 stati musulmani hanno cercato per molti decenni di distruggere uno stato ebraico; invece, sembrano pensare che se i giornalisti sono “liberali” e “di mentalità aperta”, devono sostenere il “perdente”, che credono siano “i palestinesi”. In quarto luogo, molti dei giornalisti considerano il conflitto tra i cattivi (presumibilmente gli israeliani) e i bravi ragazzi (presumibilmente i palestinesi) e che è loro dovere stare con i “buoni”, anche se i “bravi ragazzi” sono impegnato nella violenza e nel terrorismo.

Recentemente, oltre 300 fedeli musulmani sono stati massacrati da terroristi musulmani mentre pregavano in una moschea nel Sinai, in Egitto. Quella tragedia fu probabilmente coperta da un minor numero di giornalisti rispetto all’episodio di Trump a Betlemme. Dov’era il clamore nel mondo arabo e islamico? Ora, arabi e musulmani parlano di “giorni di rabbia” per protesta contro Trump. Perché non c’erano “giorni di rabbia” nei paesi arabi e islamici quando più di 300 fedeli, molti dei quali bambini, furono massacrati durante le preghiere del venerdì?

E ‘giunto il momento per una riflessione personale da parte dei media: desiderano davvero continuare a servire come portavoce di quegli arabi e musulmani che intimidiscono e terrorizzano l’Occidente?

I giornalisti collaborano attivamente con l’Autorità palestinese e Hamas per creare la falsa impressione che la terza guerra mondiale esploderà se l’ambasciata degli Stati Uniti viene trasferita a Gerusalemme. Centinaia di migliaia di musulmani e cristiani sono stati massacrati dall’inizio della “primavera araba” più di sei anni fa. Sono stati uccisi da terroristi musulmani e altri arabi. Lo spargimento di sangue continua fino ad oggi in Yemen, Libia, Siria, Iraq ed Egitto.

Quindi, non fraintendetene: i “fiumi di sangue” che ci stanno promettendo fluiscono mentre parliamo. Eppure, è il coltello che arabi e musulmani si prendono a vicenda la gola che è la fonte di questa corrente cremisi, non qualche affermazione fatta da un presidente americano. Forse quello potrebbe finalmente essere un evento che valga la pena di coprire i giornalisti itineranti della regione?

 

Bassam Tawil è un musulmano con sede nel Medio Oriente.

Roberto Buiatti: Il termine Palestina è greco e indicava il territorio che si estendeva dalla Fenicia all’Egitto. La Palestina era anche il nome di una provincia romana che includeva il Regno di Giuda, la Galilea e altre aree geografiche vicine. Il termine popolo palestinese nasce durante la Prima Guerra mondiale, prima di allora non esisteva alcun popolo palestinese, e nasce per distinguere i discendenti dei popoli non ebrei che vivevano in quell’area. Affermare che Gesù era palestinese volendolo assimilare al popolo odierno palestinese è antistorico. Gesù era un ebreo, semita, mentre gli antenati dei moderni palestinesi erano o filistei o arabi o medio orientali. Non sarò uno storico ma caspita nella pagina “Abbattiamo i muri” affermano persino che Gesù era un centrafricano. Suvvia. Capisco odiare gli ebrei, essere nazisti spostati a sinistra ma il povero Gesù, citato anche da Giuseppe Flavio, era un ebreo non fariseo, ma ebreo. Poi possiamo aggiungere le varie teorie, il fatto che forse non è mai nato, il fatto che fosse in realtà Jeshua Ben Pandirà, che fosse esseno, che fosse figlio di Giuseppe, come affermavano i primi cristiani e disse Ario al Concilio di Nicea voluto da Costantino, ma dire che fosse cugino di Arafat proprio no.

1557.- La Turchia rifiuta l'”Islam moderato”