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1556.- Né destra né sinistra: verso una politica adulta

Giacomo COSTA
L’appannarsi della contrapposizione tra le categorie di “destra” e “sinistra” nel contesto politico non implica il venir meno delle situazioni conflittuali. Imparare a leggere emozioni e passioni politiche, in un confronto fondato sul dialogo, aiuta a generare una società più armonica.
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Né di destra, né di sinistra: sembra essere questo lo slogan della politica attuale, e non solo in Italia. Se ne sono appropriati nel Regno Unito lo UK Independence Party di Nigel Farage e in Francia il Front National di Marine Le Pen (formazioni tradizionalmente considerate di estrema destra), e in Spagna Podemos (frequentemente avvicinato invece alla sinistra). In Italia è la posizione del M5S fin dalle sue origini, assunta ormai anche da esponenti di partiti assai più tradizionali come il PD, tanto che il sindaco di Firenze Dario Nardella, in occasione dell’apertura della Leopolda 2015, ha affermato che esso «Deve essere un partito capace di parlare a tutti gli italiani, superando i vecchi paradigmi dei partiti del secolo scorso. Lo schema della contrapposizione tra destra e sinistra non è più sufficiente a leggere il nostro tempo. Dobbiamo costruire un’alternativa del tutto nuova» (Corriere della Sera, 11 dicembre 2015). Lo stesso Matteo Renzi, pur consapevole della valenza identitaria del termine “sinistra” per una parte del suo elettorato, ha cercato più volte di smarcarsene, come quando ha dichiarato: «Abbassare le tasse non è di destra né di sinistra. È giusto» (La Stampa, 16 ottobre 2015). Tutto lascia pensare che la questione emergerà con forza crescente con l’avvicinarsi delle prossime scadenze elettorali locali, anche in relazione alla scelta dei candidati sindaci e alla formazione delle relative coalizioni.

Queste posizioni, anche se non mancano di suscitare la reazione di quanti ancora ritengono importante richiamarsi al patrimonio ideale dello scenario ideologico del XX secolo, rispecchiano i numerosi sondaggi dell’opinione pubblica, in particolare giovanile: al disinteresse e alla sfiducia verso la politica si associano il rifiuto di collocarsi sull’asse destra-sinistra e la mancanza di idee chiare in merito al voto. Prevale la logica – o la retorica – della cittadinanza attiva e della partecipazione, dell’importanza di affrontare e risolvere i problemi concreti: almeno in parte, l’antipolitica si configura non come disinteresse, ma come rifiuto a riconoscersi nelle costruzioni tradizionali del mondo della politica, a partire dall’opposizione destra-sinistra, e nel loro modo di fare. Le affermazioni dei leader sopra ricordate sono anche un modo per cercare di catturare il consenso di questa parte dell’elettorato.

Ideologie sfilacciate

La crisi del binomio che sta alla base della vita politica delle democrazie moderne è un fenomeno assai complesso, che interseca una pluralità di livelli, dalle riflessioni filosofiche e politologiche sulla fine delle ideologie alla interpretazione del sentire comune. Soffermarsi sulle sue implicazioni richiede di procedere con una indispensabile cautela: serve uno sforzo deliberato per trattenere giudizi affrettati e cogliere la logica di posizioni diverse dalla propria. Se infatti da un lato è superficiale la posizione post-ideologica che ritiene semplicemente sorpassato quello che per altri rappresenta un patrimonio di identità e valori, dall’altro è banale tacciare affrettatamente di incoerenza chi di volta in volta assume posizioni che tradizionalmente facevano capo a poli ideologici opposti.

Il binomio destra-sinistra ha rappresentato l’asse strutturante dello spazio politico delle democrazie a partire dalla Rivoluzione francese, al cui interno per la prima volta appare: fu agli Stati generali francesi del 1789 e successivamente all’Assemblea nazionale che i conservatori si collocarono nell’emiciclo alla destra del presidente e i progressisti in quello alla sua sinistra. In radice – è la fondamentale lezione di Norberto Bobbio (Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, Roma 1994) – la linea di demarcazione è rappresentata dalla posizione assunta rispetto all’egualitarismo e al perseguimento dell’obiettivo della rimozione di tutto ciò che ostacola l’uguaglianza dei cittadini (come afferma anche l’art. 3 della nostra Costituzione); ci sono state però stagioni in cui la contrapposizione è diventata così pervasiva da rappresentare una etichetta di valore associata di fatto a qualunque cosa, dal modo di vestirsi alla musica ascoltata, ai film preferiti.

Con un certo grado di semplificazione, destra e sinistra rappresentavano un quadro di riferimento ideologico al cui interno prendere posizione rispetto a ogni questione, diventando quindi un fattore identitario. Questo valeva soprattutto rispetto alle situazioni conflittuali di cui la politica è sempre intessuta e alle reazioni emotive che suscitano: che si trattasse della rabbia per qualche tipo di sfruttamento o della paura di perdere il proprio benessere, dell’anelito a una maggiore libertà o a una maggiore giustizia, le energie che queste emozioni inevitabilmente scatenano trovavano un vettore in cui collocarsi e trasformarsi in risorse di impegno, di lotta, di cambiamento.

L’esistenza di un quadro di riferimento organico non eliminava certo contraddizioni e incoerenze, spesso nella forma della “doppia morale”: quella alla base dei comportamenti individuali in contraddizione con i principi affermati e quella con cui valutare gli avvenimenti storici. In modo speculare a seconda della collocazione dell’osservatore, le stesse repressioni o violazioni dei diritti umani trovavano giustificazione o suscitavano indignazione a seconda che fossero commesse da regimi di destra (ad esempio in America latina) o di sinistra (ad esempio in Europa orientale). Con forme e gradi diversi, l’assetto del tempo delle ideologie implicava una dipendenza della base dal vertice, nel momento in cui la formulazione delle valutazioni della realtà era affidata ai livelli apicali degli schieramenti. In questo senso destra e sinistra, e le ideologie sottostanti, costituivano anche lo strumento attraverso cui il singolo poteva (o doveva) trascendere il proprio punto di vista per inserirlo in un orizzonte più ampio.

Tali ideologie hanno perso il loro riferimeno strutturante, ma non per questo si elimina il conflitto dalla politica, che continua a emergere e ad essere rappresentato – anche a fini identitari ed elettorali – attraverso opposizioni bipolari: si pensi, per fare alcuni esempi attuali, a europeisti vs euroscettici, accoglienza vs respingimenti, statalismo vs antistatalismo, regole vs mercato, locale vs globale, Nord vs Sud, pubblico vs privato, religione vs laicità, occidentali vs islamici, ecc. Né vengono meno tutte le passioni ed emozioni che i conflitti politici suscitano: paura, ansia, rabbia, entusiasmo, speranza, ecc. Sparisce però il vettore in cui inserirli, anche se con fatica: il fattore alla base dell’assunzione di una posizione pare diventare l’interesse personale. Non tanto e non solo nel senso di tornaconto individualistico, ma di ciò che mi sta a cuore, perché si lega a motivazioni profonde o a una simpatia superficiale. Si perde in capacità di cogliere i legami tra le diverse questioni e aumenta il rischio che le posizioni, apparentemente assunte sulla base di una maggiore autonomia individuale, rispondano in realtà alle logiche riduzionistiche del pensiero unico dell’efficienza di matrice tecnocratica, abilmente diffuse dall’industria dei media e funzionali agli interessi di chi detiene potere e privilegi. Ne nasce una sorta di posizionamento à la carte, in cui non fa difficoltà schierarsi per gli orsi polari o i panda in via di estinzione e, allo stesso tempo, contro le missioni di salvataggio degli immigrati; oppure contro le liste di attesa negli ospedali e a favore di una drastica riduzione delle tasse, e così via.

Tutto ciò, visto da chi – per scelta o per esservi nato – si pone nella prospettiva delle ideologie, appare come il regno dell’incoerenza: non soltanto degli elettori, ma anche dei politici che a loro si rivolgono, facendo appello non a un quadro organico di riferimento, ma direttamente alle emozioni e alle prese di posizione che ne conseguono.

Possiamo però chiederci: c’è un altro modo di leggere questa dinamica, che tra l’altro sembra rappresentare la traduzione politica di un sistema che fa della personalizzazione di beni e servizi e della libertà di scelta la propria bandiera? Una domanda simile può forse investire la diagnosi di deriva populista avanzata nei confronti di molte forze politiche. Non a caso si tratta di un’accusa utilizzata da coloro che sono più legati a un riferimento ideologico nei confronti di quanti, implicitamente o dichiaratamente, ne prescindono. Anche se questo non diminuisce i rischi di manipolazione e leaderismo (la vera minaccia per la democrazia), il rivolgersi a quella che normalmente viene chiamata la “pancia” degli elettori ha un significato diverso se è disponibile o meno un quadro di riferimento ideologico in cui collocare passioni ed emozioni: nel primo caso, il richiamo alle ideologie diventa anche lo strumento per ottenere attenzione e coinvolgimento, nel secondo il discorso politico deve invece essere costruito su altre basi.

Considerazioni analoghe possono riguardare alcune concezioni della rappresentanza oggi diffuse, che nel “mondo delle ideologie” risultano incomprensibili. Se il consenso elettorale viene richiesto come adesione a una prospettiva ideale, anche la delega implicita nella rappresentanza e il divieto di mandato imperativo (sancito dall’art. 67 della Costituzione) trovano il loro senso: su ciascuna questione gli eletti prendono posizione dopo averla collocata all’interno della visione ideale condivisa, a cui fa riferimento anche la disciplina di partito per la gestione dei casi controversi. In assenza di riferimenti a un quadro ideale e ideologico sulla cui base redigere i programmi, questo meccanismo si inceppa e la rappresentanza diventa un mandato senza delega: gli eletti dovranno rendere ragione agli elettori delle singole posizioni assunte, e, soprattutto, preoccuparsi di sintonizzarsi con l’opinione prevalente per tutti quei punti che il programma – non più un progetto di società, ma una lista non necessariamente organica di cose da fare – non prevede esplicitamente. Questa almeno sembra la logica alla base delle procedure di una forza come il M5S, anch’essa non scevra di incoerenze.

Passioni ed emozioni politiche

Il progressivo depotenziamento delle ideologie come orizzonti comprensivi ci obbliga dunque a rifare i conti con la realtà del carico emotivo della politica: basta pensare a quanto facilmente ci si accalora quando se ne parla tra persone di diverso orientamento, esprimendo una passione o una repulsione che non esitiamo a definire viscerale. Ugualmente indifferenza o nausea sono atteggiamenti con una forte base emotiva. Anche nell’epoca della razionalità tecnocratica, dunque, fare politica o riflettere su di essa richiede di avere a che fare con emozioni e passioni: che cosa significa in uno scenario post-ideologico, dove almeno potenzialmente sembra esserci un maggiore spazio per l’autonomia, ma anche un maggiore rischio di dispersione?

Passioni ed emozioni spaventano, perché costituiscono una esperienza di passività(è questa la radice etimologica del termine passione): ci prendono, ci afferrano, sfuggono al nostro controllo. Inoltre recano in sé il marchio della volatilità o volubilità: gli stati emotivi sono mutevoli e un impegno fondato unicamente su di loro fatica a radicarsi e proseguire nel tempo; anzi, lo scontro con la realtà, che ordinariamente smentisce gli slanci fondati sulle passioni, produce frustrazione e disillusione. Un altro pericolo è che emozioni e passioni possono diventare la base della manipolazione ad opera di chi, con pochi scrupoli, sa utilizzarle a proprio vantaggio.

Non per questo vanno represse o ignorate: il loro calore, che può scottarci se non le maneggiamo con cura, è una energia preziosa da volgere in nostro favore attraverso un ascolto intelligente del messaggio di cui sono portatrici, al di là delle apparenze con cui si manifestano. Certo, questo non basta. La creatività politica e sociale deve essere alimentata anche con lo studio, la riflessione e le competenze professionali e tecniche. Ma essere consapevoli che passioni ed emozioni sono risorse individuali e sociali cui attingere, assumendole con intelligenza critica (che non è sinonimo di razionalizzazione) permetterà di non lasciare da parte quello che, in fin dei conti, è il motore della storia. La vera sfida, in politica come in tutte le dimensioni della vita, è quella di non lasciarci dominare dall’emotività, ma di rileggere i vissuti emotivi per comprendere che cosa ci dicono della realtà in cui viviamo e trasformarli in generatori di risorse per il nostro impegno.

Questa attivazione emotiva collettiva ha molteplici facce, che proviamo a mettere in luce. Ad esempio, un sentimento come l’indignazione può fornire una potente spinta motivazionale a un’azione sociale tutt’altro che irrazionale: se mi indigno è perché rifletto su ciò che sta avvenendo e lo riconosco come contrastante con le regole o i valori alla base della vita sociale. Dunque la ragione aiuta l’indignazione nel suo manifestarsi e l’indignazione aiuta la ragione a esprimersi in maniera più incisiva. Allo stesso tempo, a queste emozioni possono intrecciarsi sentimenti come risentimento, rabbia oppure odio: non sono da condannare in sé, ma occorre essere consapevoli delle loro potenziali conseguenze distruttive.

Passioni ed emozioni fanno dunque sorgere molteplici interrogativi. Come difenderci dal rischio che siano manipolate? In che modo l’energia che producono può essere convogliata costruttivamente? Come evitare di cadere nell’assolutizzazione dell’esperienza emotiva, che può portare a fanatismo, intransigenza e anche a tante disillusioni? Come distinguere la passione costruttiva dalle sue proiezioni illusorie legate alla pretesa di possedere la verità, che fanno perdere il contatto con la realtà? Come non smarrire una percezione più realistica e pragmatica dei limiti del nostro agire? Infine, come arrivare a una efficace integrazione tra emozioni e razionalità?

Questi quesiti, in fondo, non riguardano solo la politica: in tutti gli ambiti della nostra vita, infatti, entrano in gioco passioni ed emozioni e il loro rapporto con la razionalità. Questo legittima forse il ricorso a un’immagine: da bambini il problema viene risolto attraverso la dipendenza da figure adulte (genitori, insegnanti, educatori, ecc.), in un processo di progressiva autonomia; l’adolescenza è comunemente considerata il momento di esplosione di emozioni e passioni, con la confusione che ne consegue e la fatica a gestirle, la presa di distanza dalle figure di riferimento dell’infanzia, a cui se ne sostituiscono altre; la maturità dell’età adulta consiste proprio nella capacità di governare le proprie emozioni, assumendone la profondità, valorizzandone la ricchezza e recuperando anche il patrimonio dei periodi precedenti. Si tratta di una suggestione che offriamo, invitando a resistere alla tentazione di una semplicistica applicazione analogica ai fenomeni sociali. Sarebbe banale concludere che per la vita democratica italiana all’infanzia della Prima repubblica ha fatto seguito l’adolescenza della Seconda e siamo in attesa della maturità della Terza. Si tratterebbe di una estensione di una dinamica personale alla sfera sociale, indebita anche solo per il fatto che il soggetto sociale collettivo muta costantemente in funzione della demografia. A livello sociale si tratta di un percorso da rinnovare ogni giorno: l’esempio ce ne indica la direzione, senza che possiamo pensare di compierlo una volta per tutte.

Per orientarsi

Ma come fare? Un primo passo è dare un nome alle emozioni, identificandone l’origine. Leggere le proprie paure, ad esempio, richiede di riconoscerle come tali, di identificare il bene che ci sta a cuore e sentiamo in pericolo e di individuare la minaccia. L’emozione è un segnale da leggere, mettendo a fuoco che cosa indica. Saper distinguere tra indignazione e invidia, tra ira e risentimento, speranza e illusione, partecipazione o manipolazione consente di orientarsi tra azioni politiche e sociali frutto di interessi parziali ed egoistici o, ancor peggio, di ritorsioni puramente ostili e vendicative, e progetti che scaturiscono dal desiderio di dignità e di uguaglianza, ispirati al bene comune e tesi alla conquista delle libertà democratiche. Riconoscere le passioni ci permette di intuire qualcosa sulle motivazioni profonde all’origine dei movimenti collettivi e di distinguere tra pretese illegittime e domande legittime di libertà e di giustizia.

La strada poi può aprirsi progressivamente se ci abituiamo a cogliere il “gusto” profondo della libertà di impegnarsi, di costruire qualcosa insieme, di rispettare veramente se stessi e gli altri, di sentirsi al posto giusto nel momento giusto. Un gusto ben diverso da quello di una iniziativa portata avanti per paura, per escludere altri, per affermare se stessi. Chi non ha mai provato che cosa significa la differenza non può rendersene conto; chi invece l’ha sperimentata dispone di uno strumento potente per orientarsi anche nei casi in cui l’analisi strettamente razionale non arriva a una chiarezza definitiva: difendere i propri interessi, individuali o di gruppo, appare spesso dotato di senso e persino attraente a un calcolo di costi e benefici, ma ha un gusto completamente diverso dall’operare per la promozione del bene comune. La chiave è dunque sviluppare la capacità di cogliere il gusto di ciò che si sta vivendo e soprattutto delle diverse alternative che sempre ci troviamo di fronte. Con un termine antico, tutt’altro che fuor di luogo quando si parla di politica, questa è l’arte del discernimento spirituale, di cui qui non possiamo che limitarci a qualche accenno.

Trattandosi di una dinamica sociale, questo compito di lettura e interpretazione di emozioni e passioni politiche non può che essere svolto insieme, in un confronto fondato sul dialogo. Assunto a livello di metodo in tutta la sua esigenza, il dialogo offre una opportunità irrinunciabile: permette a ciascuno di cogliere la propria parzialità e trascendere il proprio punto di vista e l’assolutezza con cui percepisce le proprie pulsioni emotive, in un percorso di maturazione personale nella direzione dell’autonomia e della responsabilità.

Per questo esercizio servono palestre. Oltre alla famiglia, le più indicate sono quelle realtà in cui i singoli confluiscono e che spesso, in vario modo, già offrono, talvolta istituzionalmente, percorsi e cammini formativi: la scuola e tutto il mondo delle associazioni, in particolare quelle che mirano a una presenza e a un impegno nella società, anche capendo come utilizzare correttamente le risorse offerte dai nuovi media. Per esperienza possiamo dire che si tratta di qualcosa che accade assai più spesso di quanto un certo pessimismo diffuso porterebbe a pensare. A questi ambiti ne vanno aggiunti due, per i quali questo compito assume una rilevanza ancora più strategica. Il primo sono i partiti politici, in particolare a livello della militanza di base: favorire confronto e dialogo sono per loro il modo di costruire una efficace democrazia interna, che oggi è un requisito indispensabile per svolgere legittimamente la funzione di rappresentanza. Il secondo sono le comunità di fede: ogni esperienza religiosa autentica integra al proprio interno passioni ed emozioni profonde, non solo quelle di ordine più squisitamente mistico (il rapporto con Dio), ma anche quelle relative a identità e appartenenza. Per queste comunità, intraprendere la via del confronto e del dialogo, al proprio interno e con quelle di altra confessione, è la via per sfuggire al settarismo e all’integralismo e un valido modo per offrire un contributo prezioso alla società di cui fanno parte.

Non mancano certo i temi sui cui esercitare confronto e dialogo, anche a livello della vita quotidiana: le dinamiche politiche e sociali ci obbligano in continuazione a prendere posizione su opzioni controverse ed emotivamente cariche. Tra le tante, quella che oggi sembra eccitare al massimo le passioni è il rapporto con la differenza culturale, religiosa o etnica: suscita paure profonde e quasi ancestrali, spesso oggetto di manipolazione, ma al tempo stesso interseca il mondo dell’economia (mercato del lavoro e sistema previdenziale), i bisogni a volte drammatici nel campo dell’assistenza e le evoluzioni del desiderio di futuro che soggiacciono alle dinamiche della natalità e della demografia. È un tema con cui dobbiamo costantemente fare i conti, in un modo auspicabilmente sempre più adulto.

Il sogno di una democrazia matura e di una politica adulta è che le scelte non si basino sul fatto che le alternative sono “di destra” o “di sinistra”, né sul conteggio degli infiniti “mi piace” individuali e poco motivati, ma su un percorso che ci permette di scoprire insieme, come con-cittadini, in che misura esse promuovono o non promuovono cammini costruttivi per tutti e per ciascuno.

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1546.- BREVE GUIDA AL RECUPERO DELLA SOVRANITA’ E DEL SENSO DEL VOTO DEMOCRATICO

Un punto da conoscere o da ribadire è quello relativo alla pretesa supremazia dei trattati sul diritto nazionale. Cosa scrive Quarantotto:

 

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  1. La questione che mi accingo a proporvi è di quelle complicate (se non altro perché esige la conoscenza e la padronanza sistematica di un’ampia gamma di principi normativi ed economici).

Dare una risoluzione “tecnica”, esaustiva e soddisfacente, a tale questione richiederebbe un (pesante) volume, non solo interdisciplinare, ma anche volto a chiarire una molteplicità di punti in modo che non vi siano lacune dimostrative: proprio quelle “lacune” che, invece, come vedremo subito, caratterizzano tutta la costruzione €uropea nei trattati e, ancor peggio, la tentata giustificazione di essi che si fornisce sul piano costituzionale.

Un tentativo largamente fallito che, peraltro, ormai non si preoccupa nemmeno più di cercare una qualche rivisitazione delle barcollanti premesse da cui è partito: giungendo infatti a conclusioni palesatesi appunto come sempre più assurde.

Va detto, però, che la questione sarebbe meglio, molto meglio, se risultasse risolvibile come il riflesso di una coscienza diffusa da parte dei cittadini italiani: perché senza tale diffusione di consapevolezza, cioè senza una larga condivisione nell’opinione pubblica, non sarà possibile attivare quel processo politico-elettorale che, come in molti si rendono conto, è il propellente effettivo del recupero della sovranità democratico-costituzionale.

  1. Pongo allora ai lettori la questione: in presenza del quadro normativo attualmente risultante dai trattati europei, comefareste a riaffermare la sovranità democratica secondo un percorso praticabile a livello sia di consenso politico interno che di “relazioni” con gli altri paesi improntate ad un rigoroso rispetto del diritto internazionale?

E per “come”, intendo, non tanto la dettagliata indicazione dei contenuti di atti politici e normativi che portino al risultato voluto. Intendo, più semplicemente, il saper indicare (ma con non minore difficoltà, poiché precisare un indirizzo politico deve preferibilmente conseguire alla chiarezza di idee sulla risolvibilità di tutti i problemi di dettaglio) quali azioni di massima sono corrispondenti, appunto, alle linee di indirizzo politico effettivamente e legittimamente adottabili per l’obiettivo del recupero della sovranità democratica.

  1. Pongo quindi questo interrogativo e cerco di agevolarne la soluzione indicando alcuni riferimenti interpretativi e normativi che risultano logicamente rilevanti.

Partiamo da un “come” diametralmente opposto a quello che è oggetto della questione qui posta; e ciò nell’ovvia considerazione che, se un errore di scelta è stato fatto, il primo rimedio è compiere una scelta di segno opposto che si manifesti in un atto capace di rendere inoperativo quello erroneo o, peggio, viziato in cui si è concretizzata la scelta da correggere.

Partiamo dunque dal “come”, tecnicamente, siamo entrati in questo quadro istituzionale €uropeo.

La risposta pare facile, cioè: attraverso una legge di autorizzazione alla ratifica (art.80 Cost.), elemento che ci consente anche di dire che, quale scelta di segno opposto, non sia praticabile un referendum. E non solo, e non tanto, per via del divieto ex art.75, comma 2, Cost., ma per le ragioni giuridico-politiche e istituzionali spiegate qui.

Ma la risposta al “come ci siamo entrati?” non è (più) così semplice se la si intende nella sua legittimità sostanziale, cioè nei suoi risvolti relativi al rispetto del nucleo inviolabile della sovranità costituzionale ed all’effettivo contenuto dei trattati (che, nel loro significato e portata, diamo per scontati, in base a quanto detto in “Euro e/o democrazia costituzionale” e ne “La Costituzione nella palude“).

  1. Fortunatamente, e paradossalmente, buona parte del problema ce lo ha già risolto…Amato (qui, p.6.1.):

“Cito in argomento un autore insospettabile di antieuropeismo come Giuliano Amato (Costituzione europea e parlamenti, Nomos, 2002, 1, pag. 15):

Quando si ratificano i trattati internazionali, in genere si ratificano quelli che disciplinano le relazioni esterne. Quando si ratifica una modifica dei trattati comunitari non si ratifica una decisione che attiene alle relazioni esterne, ma una decisione che attiene al governo degli affari interni. 

Il processo di ratifica così com’è è congegnato è allora del tutto inadatto ad assicurare ai parlamenti il ruolo che ad essi spetta rispetto agli affari interni

Il procedimento di ratifica è tarato sull’essere ed il poter essere un potere intrinsecamente dei governi esercitato sotto il controllo dei parlamenti. Tant’è vero che la legge di ratifica è una legge di approvazione e non è una legge in senso formale.

Ma il vero clou del paradosso, dicevo, consiste nel fatto che “la politica dei piccoli passi nel processo di integrazione comunitaria ha fatto sì che mai nessuno abbia detto espressamente che, con i Trattati che si andavano stipulando, si stava costruendo una nuova costituzione.” (Luciani, op. cit., pagg. 85-6).

  1. Un secondo punto da conoscere è quello relativo alla pretesa supremazia dei trattati sul diritto nazionale (e citiamo sempre il post di Arturo che, comunque, ha preannunziato di approfondire ulteriormente la questione):

“Dopo il fallimento del progetto di costituzione europea a seguito dei due referendum francese e olandese, il 22 giugno del 2007 la Presidenza del Consiglio Europeo se n’è uscito con questa solenne dichiarazione:

L’approccio costituzionale (ndr; in sede di trattato sull’unione europea), che consiste nell’abrogare tutti i Trattati e rimpiazzarli con un singolo testo definito “Costituzione” è abbandonato. […] Il TUE e il TFUE non avranno un carattere costituzionale

La terminologia usata nei Trattati rifletterà questo cambiamento: il termine “costituzione” non verrà usato […]. Con riguardo alla supremazia del diritto comunitario, la conferenza intergovernativa adotterà una dichiarazione ricordando l’attuale giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea”.

Tale dichiarazione è diventata la numero 17 allegata all’atto finale della conferenza intergovernativa che ha approvato il Trattato di Lisbona firmato il 13 dicembre 2007, ossia:

La conferenza ricorda che, per giurisprudenza costante della Corte di giustizia dell’Unione europea, i trattati e il diritto adottato dall’Unione sulla base dei trattati prevalgono sul diritto degli Stati membri alle condizioni stabilite dalla summenzionata giurisprudenza.

Inoltre, la conferenza ha deciso di allegare al presente atto finale il parere del Servizio giuridico del Consiglio sul primato, riportato nel documento 11197/07 (JUR 260):

«Parere del Servizio giuridico del Consiglio

del 22 giugno 2007

Dalla giurisprudenza della Corte di giustizia si evince che la preminenza del diritto comunitario è un principio fondamentale del diritto comunitario stesso. Secondo la Corte, tale principio è insito nella natura specifica della Comunità europea. All’epoca della prima sentenza di questa giurisprudenza consolidata (Costa contro ENEL, 15 luglio 1964, causa 6/64 […] non esisteva alcuna menzione di preminenza nel trattato. La situazione è a tutt’oggi immutata. Il fatto che il principio della preminenza non sarà incluso nel futuro trattato non altera in alcun modo l’esistenza del principio stesso e la giurisprudenza esistente della Corte di giustizia.

  1. A questo punto, per agevolare ulteriormente una riflessione sulla soluzione da dare alla questione posta più sopra, vi cito le norme più importanti della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati che rilevano nel caso di assunzione di un obbligo internazionale da trattato, mediante una legge di ratifica che, nel caso dei trattati europei, abbiamo visto essere inadatta a rispettare il ruolo rappresentativo costituzionale dello stesso parlamento, (che si deve presumere necessariamente conforme alla sovranità popolare insita nell’art.1 Cost.), e ciò a causa dei contenuti “peculiari” del trattato sottoposto ad approvazione.

Premettiamo pure che la “denunzia” di Amato, relativa alla non idoneità della legge di ratifica rispetto ai contenuti in quanto incidenti sugli “affari interni”, è una pregiudiziale di ordine “procedurale” (cioè attiene alla legittimità dello strumento costituzionale nel caso di quei contenuti e con quegli effetti), e prescinde dall’autonoma questione se QUALSIASI strumento(previsto dalla Costituzione, ovviamente), e qualsiasi tipo di dibattito parlamentare, possano introdurre nell’ordinamento quei contenuti: tale questione si risolverebbe, negativamente, alla stregua dell’art.11 Cost. e dei c.d. controlimiti…ove mai fossero applicati da…”qualcuno”: v.qui, p.7, infine.

Ne abbiamo parlato nei libri sopra citati e molto, negli ultimi tempi, su questo blog.

  1. Stabilito che sia lo strumento utilizzato per vincolarci ai trattati europei, sia i contenuti degli stessi sono altamente controvertibili sul piano del rispetto di norme costituzionali non revisionabili, perché fondamentali e quindi non modificabili da alcun trattato, queste sono le norme rilevanti della Convenzione (che notoriamente hanno carattere di codificazione del diritto internazionale generale, qui, p.3, quello contemplato dall’art.10 Cost., e, quindi, sono una fonte superiore e prevalente rispetto alla previsioni di qualunque trattato):

Articolo 27 

Diritto interno e rispetto dei trattati
Una parte non può invocare le disposizioni del suo diritto interno per giustificare la mancata esecuzione di un trattato. Questa regola non pregiudica quanto disposto dall’art. 46.

Questione chiusa, sul piano del diritto internazionale?

Non proprio: occorre evidentemente andare a vedere cosa dica l’art.46 (e non fermarsi, come fanno gli spaghetti-liberisti ad affermare che il non sequitur della supremazia del diritto europeo, si estenda al diritto costituzionale nel suo intero perché…lo dice la Corte europea, senza che nessun principio del genere sia affermato esplicitamente nei trattati: e una ragione ci doveva pur essere se non sono stati in grado di farlo: chiedere alla Germania, per esempio, cfr; pp. 1f-1g…).

  1. Ecco allora l’art.46 (riporto anche l’intitolazione della relativa Sezione perché ci fa capire le conseguenze della illegittimità costituzionale che investa, come abbiamo visto, sia lo strumento che ha introdotto il vincolo sia i contenuti di quest’ultimo). Evidenzio le parti che fanno capire come l’apparente eccezionalità della previsione “finale”, non sia affatto tale se si versa in tema di violazione delle norme fondamentali di una Costituzione nazionale:

Sezione 2 NULLITA’ DEI TRATTATI Articolo 46
Disposizioni del diritto interno riguardanti la competenza a concludere trattati

1. Il fatto che il consenso di uno Stato a vincolarsi a un trattato sia stato espresso in violazione di una disposizione del suo diritto interno riguardante la competenza a concludere trattati non può essere invocato dallo Stato in questione come viziante il suo consenso, a meno che questa violazione non sia stata manifesta e non riguardi una norma del suo diritto interno di importanza fondamentale.
2. Una violazione è manifesta se essa è obiettivamente evidente per qualsiasi Stato che si comporti in materia secondo la pratica abituale e in buona fede.

  1. Ed allora; date tutte queste premesse, quale sarebbe secondo voi una soluzione al “come” che abbiamo posto all’inizio?

Consideriamo, infatti, che, le norme fondamentali della nostra Costituzione sono ben definite e notorie nella comunità internazionale e, sicuramente, alla cerchia dei politici e dei giuristi europei: al punto chela nostra Costituzione è servita da modello “positivo” per altri Stati europei, come pure da modello “negativo” per le forze del capitalismo finanziario sovranazionale, (da ultimo, chiedere a De Grauwe).
Dunque è nei fatti, storici e politici, attinenti allo sviluppo dei trattati che non si possa opporre una mancata “evidenza”, se ci si comporta in “buona fede”.

Insomma, sarebbe segno di sicura “cattiva fede” contestare una primaria evidenza: la nostra Costituzione non attribuisce a nessun organo costituzionalmente previsto la “competenza” a sopprimere, o a cedere, la titolarità dell’obbligo della Repubblica di tutelare il lavoro in tutte le sue forme.

Tanto più che questo obbligo statale è affermato anche nello ius cogens del diritto internazionale generale, anch’esso pacificamente prevalente sul diritto contenuto in qualsiasi trattato, e ciò in termini che dovrebbero valere per tutti gli Stati di diritto democratici!

  1. La risposta alla domanda posta sopra al punto 2., sulla scorta delle premesse “agevolative” finora svolte, è dunque una risposta importantissima che ognuno di noi può tentare di dare: ed è importantissima perché ogni cittadino dovrebbe poter valutare la ordinaria diligenza e competenza che dovrebbe impiegare chiunque sia coinvolto, su mandato del popolo sovrano nelle forme costituzionalmente previste, nel processo di adesione e applicazione dei trattati.
    Questa valutazione spettante a ciascun cittadino, adeguatamente informato, è appunto l’esercizio della democrazia (sostanziale).

Utilizzando questo metro di diligenza e competenza, infatti, ciascun cittadino ridiviene giudice consapevole delle responsabilità della sua classe dirigente e, quindi, si riappropria del proprio ruolo di detentore anche a titolo individuale della sovranità, esercitato anzitutto (ma non solo) tramite il processo elettorale.

In pratica, dare questa risposta costituisce l’UNICA via che consente di ridare senso al proprio voto.

Prima che diventi del tutto inutile: non solo nella sostanza, come già si verifica adesso, ma addirittura nella forma, cioè nell’assetto istituzionale prossimo futuro…derivante dai trattati e dalle loro ipotizzate “riforme”, (v.qui p.10), naturalmente.

1536.- La difesa comune €uropea servirà a reprimere il dissenso e a fortificare il pensiero unico dominante (di Giuseppe PALMA)

Soros McCain

Tutti che parlano di maggiore integrazione europea. Tutti che, con la scusa di difendere il vecchio continente dal terrorismo islamico, invocano l’esercito unico europeo e quindi l’ulteriore ed illegittima cessione di sovranità anche in campo militare. Ma la verità è un’altra: la cosiddetta “difesa comune” servirà solo a REPRIMERE i dissidenti e le voci contrarie al crimine dell’€uro, in modo tale che esista una voce sola: il pensiero unico dominante. Chi difenderà la Costituzione sarà considerato un sovversivo. Come sostenne Spinelli nel tanto osannato Manifesto di Ventotene, il passaggio dalle Nazioni all’Europa unita si avrà attraverso un processo anti-democratico, cioè con sospensione dei processi democratici. Ed è quello che sta avvenendo dal 1992 in avanti. E con particolare “violenza” dal 2011 in poi. Se ad uno Stato togli la moneta e la difesa, togli l’essenza stessa di essere Stato. I grossi gruppi finanziari divengono i veri detentori della sovranità, disponendo della vita e della morte sia delle Istituzioni che di ciascun singolo individuo. Se non dovesse rinascere un sano patriottismo costituzionale, la nostra classe politica – già da decenni totalmente asservita al capitale internazionale – svendera’ anche gli ultimi residui di Sovranità. Con l’esercito comune europeo, tanto per capirci, il soldato tedesco reprimera’ il dissenso in Italia e viceversa. Con la particolarità che entrambi non risponderanno ad organismi eletti direttamente dal popolo (in assenza di qualsivoglia controllo democratico), bensì alla Commissione europea e alla Bce.

Avv. Giuseppe PALMA

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1510.- Patuelli e Grossi: «Tutelare il risparmio. Il “bail in” è un errore»

Il bail in contrasta con l’articolo 47 della Costituzione che tutela il risparmio, inoltre, essere correntisti non significa essere soci, altrimenti dovrebbero partecipare anche agli utili, non solo alle perdite.

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Prima la Costituzione, poi le norme europee. Sarebbe stato meglio non imporre perdite agli investitori privati, come vogliono le norme del Bail in, e tutelare il risparmio come detta in maniera chiara e ancora attuale la Carta costituzionale italiana. Sul tema il presidente dell’ Abi Antonio Patuelli conferma quanto già detto un anno fa all’assemblea dell’associazione: il bail in contrasta con l’articolo 47 della Costituzione che tutela il risparmio. Sulla stessa linea, seppure in maniera più sfumata, l’intervento con la propria lectio magistralis del presidente della Corte costituzionale Paolo Grossi. Il quale, nel convegno dell’Abi, ha sottolineato come il Paese sia ancora nel ristagno e nelle crisi. Per Grossi «i traguardi che potevano sembrare irreversibili non lo sono più. Forse troppi patentati pericoli sono diventati realtà, molte aspettative sono andate perdute, anche se qualche tentativo è stato compiuto per soddisfarle». Patuelli ha sottolineato come quell’articolo 47 della Costituzione sia «sempre vigente e non abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di limite nei confronti della normativa» Ue e che la Carta non può essere assoggettata alle regole europee. Per questo occorre evitare «che vi siano margini di incertezza del diritto».

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Intervento di Antonio Patuelli, Presidente dell’Abi

In occasione della Lectio Magistralis del Presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi

ABI, Roma, 19 maggio 2017

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Illustre e Caro Presidente della Corte Costituzionale, Autorità, Cari Colleghi e Amici,

Rivolgo al Professor Paolo Grossi un ringraziamento vivissimo e non formale per aver accettato il mio invito di svolgere una Lectio Magistralis sull’articolo 47 della Costituzione.

Non si tratta di un momento prevalentemente commemorativo di quel 19 maggio 1947, quando l’Assemblea Costituente lo approvò.

Da allora sono mutati tanti fattori ed anche la Costituzione della Repubblica ha subìto diversi rimaneggiamenti, è nata e cresciuta l’Unione Europea e in essa le cooperazioni rafforzate delle moneta unica, l’Euro, e della Vigilanza bancaria unica.

Proprio per tutte queste evoluzioni è ancor più utile l’autorevolissimo insegnamento odierno del Presidente Professor Grossi.

Convivono ora, infatti, nella vigente Costituzione della Repubblica vari articoli che, direttamente o indirettamente, concorrono a condizionare l’art.47 che va ora letto in combinato disposto con gli articoli 11, 80, 138 e col 117 novellato in questo nuovo secolo.

L’articolo 47 recita che “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito……..”.

L’art.11 dispone che “L’Italia (….) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

L’art. 80 aggiunge che “Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali…..”.

La natura “rigida” e non “flessibile” (com’era, invece, lo Statuto Albertino) è sempre solennemente statuita dall’articolo 138 della Costituzione che impone tassative procedure per le modifiche costituzionali.

Nel nuovo secolo,l’articolo 117 della Costituzione è stato riformato e ora recita fra l’altro innanzitutto che “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.

Il combinato disposto di queste norme è divenuto, quindi, più complesso per definire la gerarchia delle fonti del diritto sulle materie, come la moneta, il risparmio e il credito, sulle quali sono in atto cooperazioni rafforzate.

La mia opinione è che il primo comma del novellato articolo 117 non possa stravolgere l’assetto costituzionale della Repubblica Italiana basato sulla sua modificabilità soltanto con le rigide procedure dell’art. 138. Per cui l’articolo 47 è sempre vigente e non abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di limite nei confronti della normativa europea.

Occorre comunque evitare che vi siano margini di incertezza del diritto.

Peraltro la Costituzione e la Repubblica Italiana non possono essere sotto ordinate rispetto alla Repubblica Federale Tedesca la cui Costituzione dispone espressamente la supremazia delle norme costituzionali tedesche su ogni altra legislazione anche dell’Unione Europea.

Peraltro l’Europa o è la culla della civiltà del diritto e delle libertà costituzionali, o non è.

Comunque rimangono intatti i principi ispiratori dell’art. 47 della Costituzione, emersi da quel dibattito alla Costituente che culminò in quel 19 maggio di settant’anni fa, quando emerse innanzitutto il lamento di milioni e milioni di piccoli risparmiatori italiani che avevano visto il crollo del potere d’acquisto della lira.

Il Costituente e Governatore della Banca d’Italia Luigi Einaudi documentò quel giorno in Aula che il valore dei risparmi del 1914 si era addirittura ridotto allo 0,7%, mentre quello delle lire fra il ’14 e il ’22 si era ridotto al 3,5%, quando quello dei risparmi fra il ’22 e il ’38 si era ridotto al 2,9% e nei soli anni bellici, fra il ’39 e il ’46, la riduzione del valore d’acquisto dei risparmi in lire era stata al 21,5%.

Insomma, la Repubblica Italiana e l’Unione Europea debbono ora meglio garantire la stabilità della moneta ed i risparmi, non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate settant’anni fa dai Costituenti italiani.

Antonio Patuelli

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SPECIALE – LECTIO MAGISTRALIS/ PATUELLI

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Risparmio: Patuelli, Italia e Ue non attenuino garanzie costituzionali
(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus ) – Roma, 19 mag –

“La Repubblica Italiana e l’Unione Europea debbono ora meglio
garantire la stabilita’ della moneta e dei risparmi, non
attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate
70 anni fa dai Costituenti Italiani”. Lo ha detto Antonio
Patuelli, presidente dell’Abi, introducendo la Lectio
magistralis del presidente della Corte Costituzionale, Paolo
Grossi. Sim

Risparmio, Patuelli: non vanno attenuate garanzie costituzionali
Azione spetta alla Ue e alla Repubblica italiana
Roma, 19 mag. (askanews) – “La Repubblica italiana e l’Unione
Europea debbono meglio garantire la stabilità delle moneta ed i
risparmi, non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente
approvate settanta anni fa dai costituenti italiani”. Lo ha detto
Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, nel suo intervento in
occasione della Lectio Magistralis del Presidente della Corte
Costituzionale, Paolo Grossi. Men.

Banche: Patuelli, evitare incertezza norme su tutela risparmio,

Ue e Italia garantiscano tutela risparmio

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Banche: Patuelli, evitare incertezza norme su tutela risparmio
(ANSA) – ROMA, 19 MAG – “Occorre evitare che vi siano margini
di incertezza del diritto”. Lo afferma il presidente Abi Antonio
Patuelli in occasione della Lectio Magistralis del Presidente
della Corte Costituzionale, Paolo Grossi in merito alle
discrepanze fra le norme Ue, come quelle sul bail in, e la
Costituzione Italiana in specie dell’articolo 47.
“Peraltro – spiega Patuelli – la Costituzione e la Repubblica
Italiana non possono essere sotto ordinate rispetto alla
Repubblica Federale Tedesca la cui Costituzione dispone
espressamente la supremazia delle norme costituzionali tedesche
su ogni altra legislazione anche dell’Unione Europea.
Peraltro l’Europa o e’ la culla della civilta’ del diritto e delle
liberta’ costituzionali, o non e'”. “Comunque – aggiunge –
rimangono intatti i principi ispiratori dell’art. 47 della
Costituzione, emersi da quel dibattito alla Costituente che
culmino’ in quel 19 maggio di settant’anni fa, quando emerse
innanzitutto il lamento di milioni e milioni di piccoli
risparmiatori italiani che avevano visto il crollo del potere
d’acquisto della lira”. DOA

Banche: Patuelli, Ue e Italia garantiscano tutela risparmio
(AGI) – Roma, 19 mag. – “La Repubblica Italiana e l’Unione Europea
debbono ora meglio garantire la stabilita’ della moneta ed i
risparmi, non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente
approvate settant’anni fa dai Costituenti italiani”: lo afferma il
presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, in occasione della Lectio
Magistralis del Presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi.
L’articolo 47 della Costituzione, ricorda Patuelli, recita che
“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue
forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito??..”.
“L’articolo 47 – aggiunge Patuelli – e’ sempre vigente e non
abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di
limite nei confronti della normativa europea. Occorre comunque
evitare che vi siano margini di incertezza del diritto”. Ila

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RISPARMIO: PATUELLI, UE GARANTISCA STABILITA’
Roma, 19 mag. (Adnkronos) – “La Repubblica Italiana e L’Unione Europea
debbono ora meglio garantire la stabilità della moneta ed i risparmi,
non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate
settant’anni fa dai Costituenti italiani”. Il presidente dell’Abi,
Antonio Patuelli, lo afferma in occasione della Lectio Magistralis del
presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi. Rem

Banche, Patuelli: Ue non attenui garanzie Costituzione su risparmio
Roma, 19 mag. (LaPresse) – “La Repubblica Italiana e l’Unione Europea
debbono ora meglio garantire la stabilità della moneta ed i risparmi,
non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate
settant’anni fa dai Costituenti italiani”. Lo ha detto il presidente dell’Abi,
Antonio Patuelli, in occasione della Lectio Magistralis del presidente della
Corte Costituzionale, Paolo Grossi. L’articolo 47 che recita che “la Repubblica
incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e
controlla l’esercizio del credito”, ricorda Patuelli, “è sempre vigente e non
abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di
limite nei confronti della normativa europea”. Secondo il presidente
dell’associazione bancaria “occorre comunque evitare che vi siano
margini di incertezza del diritto”, anche perché “l’Europa o è la culla
della civiltà del diritto e delle libertà costituzionali, o non è”. lal

SPECIALE – LECTIO MAGISTRALIS/ GROSSI

Risparmio: Grossi, tutelarlo da incapacita’ classe dirigente

Crisi: Grossi, siamo nel ristagno e non vediamo orizzonti

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Risparmio: Grossi, tutelarlo da incapacita’ classe dirigente
(ANSA) – ROMA, 19 MAG – Il risparmio “per questo suo
costituire una specie di serbatoio di fiducia, richiede sul
piano costituzionale un incoraggiamento e un?adeguata tutela nel
tempo”. Cosi’ Paolo Grossi, presidente della Corte
Costituzionale, durante la lectio magistralis tenuta all’Abi,
dove ha specificato che la tutela non va intesa tanto “in senso
stretto, dal pericolo che il valore dei depositi – specialmente
di quelli delle famiglie – venga eroso dall’inflazione o
diminuito o annullato dalle crisi finanziaria”, ma soprattutto
“in senso lato, dal rischio che dall’incapacita’ in generale
della classe dirigente di gestire l’instabilita’ e l’incertezza
si mortifichi o offenda un patrimonio inestimabile di
intelligenza ed esperienza comune”.
Secondo Grossi infatti, la tutela del risparmio “non e’ solo
protezione o messa al riparo, ma anche difesa o salvaguardia a
fianco di qualcuno nel contrasto di un’azione offensiva”. YNW-DIA

Crisi: Grossi, siamo nel ristagno e non vediamo orizzonti
Verso quale direzione stiamo procedendo, se stiamo procedendo?
(ANSA) – ROMA, 19 MAG – “Siamo nella crisi o nel ristagno e
non vediamo orizzonti ne’ lontani, ne’ limpidi, ne’ aperti”. Cosi’
Paolo Grossi, presidente della Corte Costituzionale, durante la
lectio magistralis tenuta all’Abi, chiedendosi poi, “in questa
fase del capitalismo o del ciclo economico verso quale direzione
stiamo procedendo, se stiamo procedendo?”.
Per Grossi appare certo “che i traguardi che potevano
sembrare irreversibili non lo sono affatto piu’, forse troppi
paventati pericoli sono diventati realta’, molte aspettative sono
andate perdute anche se qualche tentativo e’ stato compiuto per
soddisfarle”, ha concluso. YNW-DIA

 

1492.- Sentenza del Consiglio di Stato: Permessi di soggiorno regalati agli immigrati.

1500026447705.jpg--finto_matrimonio_nell_alessandrino___ci_abbiamo_provato__e_andata_male_Per ottenere il permesso di soggiorno basta provare l’esistenza di un solido e duraturo rapporto di convivenza e affetto di tipo familiare. 

 

Lo afferma il Consiglio di Stato (sulla scia della sentenza della Cassazione 44182/2016) con la sentenza 5040 del 31 ottobre 2017, nella quale ha esaminato il caso del rifiuto di concedere il rinnovo del permesso di soggiorno da parte di una Questura (Brescia), per il fatto che l’extracomunitaria aveva presentato un contratto di colf (fittizio) che non dava reddito sufficiente secondo i parametri di legge.

In realtà, come aveva del resto dimostrato la cittadina extracomunitaria già in sede di presentazione della domanda, si trattava di un duraturo rapporto affettivo di convivenza con un italiano.
Quindi, per il Consiglio di Stato, “nonostante la sostanziale natura fittizia del rapporto di collaborazione domestica, ma a fronte di un rapporto di convivenza evidente e dichiarato, la Questura avrebbe dovuto valutare, ai sensi dell’art. 5, comma 9, del d. lgs. n. 286 del 1998, il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’art.30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998″. Il Consiglio di Stato ha, così, confermato la sentenza del Tar Lombardia che aveva già seguito lo stesso ragionamento.

Questo provvedimento ha suscitato sdegno nei cittadini italiani “per bene”, ma la materia abbraccia il campo costituzionale, attende di essere coordinata con le riforme introdotte dalla l. n. 76/2016 sulle unioni civili e di fatto e, ovviamente, è resa complessa dall’imponenza del fenomeno migratorio in atto. Leggiamo:

E’ illegittimo il diniego di rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato, opposto allo straniero extracomunitario in considerazione della mancanza di un reddito minimo idoneo al suo sostentamento sul territorio nazionale se, nonostante la sostanziale natura fittizia del rapporto di lavoro (nella specie, di collaborazione domestica), sussiste un rapporto di convivenza evidente e dichiarato, che avrebbe onerato la Questura a valutare, ai sensi dell’art. 5, comma 9, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 (vedi appresso), il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’art. 30, comma 1, lett. b), dello stesso decreto; tale  disposizione, infatti, seppure introdotta per regolare i rapporti sorti da unioni matrimoniali, non può non applicarsi, in base ad una interpretazione analogica imposta dall’art. 3, comma secondo, Cost. (1), anche «al partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata con documentazione ufficiale», secondo la formula prevista, seppure in riferimento al diritto di soggiorno di un cittadino di uno Stato membro UE dei suoi familiari in un altro Stato membro, l’art. 3, comma 2, lett. b), d.lgs. 6 febbraio 2007, n. 30 (2).

N O T A (1)

Art. 3, Costituzione,

comma primo

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale (1) e sono eguali davanti alla legge (2), senza distinzione di sesso [29, 31, 37 1, 48 1, 51; c.c. 143, 230bis], di razza, di lingua [6], di religione [8, 19, 20], di opinioni politiche [21, 49], di condizioni personali e sociali (3).

comma secondo

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico [24 3, 34, 36, 40] e sociale [30 2, 31, 32, 37], che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana [37, 38] e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori [35] all’organizzazione politica [48, 49], economica [39, 4547] e sociale [31, 34] del Paese (4).

Nella prospettiva giuridica adottata, l’eguaglianza si può sintetizzare anzitutto nella parità formale tra tutti i cittadini, inibendone così discriminazioni. Essa si raccorda idealmente all’art. 1 della CEDU; vengono quindi in seguito specificati i singoli divieti (le mancanze di distinzioni di cui al termine del primo capoverso) cui ancorare una effettiva tutela del pari trattamento. Per legge è da intendersi ogni fonte disciplinante il complesso dei diritti da tutelarsi, ivi comprese quelle comunitarie (art. 20 CEDU). Le leggi che introducono differenziazioni tra categorie o situazioni sono sottoposte ad una valutazione di conformità a Costituzione in riferimento all’articolo qui in esame.

N O T A (2)

Ha chiarito la Sezione che tale conclusione non risponde solo ad un fondamentale principio di eguaglianza sostanziale, ormai consacrato, a livello di legislazione interna, anche dall’art. 1, comma 36, l. 20 maggio 2016, n. 76, per quanto qui rileva, sulle convivenze di fatto tra “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”, ma anche alle indicazioni provenienti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che, anche in questa materia, si è premurata di chiarire che la nozione di «vita privata e familiare», contenuta nell’art. 8, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo includa, ormai, non solo le relazioni consacrate dal matrimonio, ma anche le unioni di fatto nonché, in generale, i legami esistenti tra i componenti del gruppo designato come famiglia naturale.

In altri termini, proprio in virtù della presenza di rapporti affettivi (di natura eterosessuale od omosessuale), l’eventuale applicazione di una misura di allontanamento o di diniego di un permesso di soggiorno è in grado, secondo la Corte di Strasburgo, di provocare un sacrificio sproporzionato del diritto alla vita privata e familiare per il soggetto portatore dell’interesse (Corte europea dei diritti dell’uomo, 4 dicembre 2012, ric. n. 31956/05, Hamidovic c. Italia, in particolare § 37), come avverrebbe nel caso di specie a danno irrimediabile dell’odierna appellante.

Ha aggiunto la Sezione che la circostanza che l’attuale legislazione in materia di permessi di soggiorno non sia stata ancora adeguata o comunque ben coordinata, sul punto, alle riforme introdotte dalla l. n. 76 del 2016 sulle unioni civili e di fatto, consentendo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari, di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 286 del 1998, anche al convivente straniero di cittadino italiano, purché ne ricorrano le condizioni, formali e sostanziali, ora previste dalla stessa l. n. 76 del 2016 (e, in particolare, dall’art. 1, commi 36 e 37), non osta all’applicazione mediata, anche in via analogica, degli istituti previsti dalla legislazione in materia di immigrazione per le unioni matrimoniali e, quindi, dello stesso art. 30, e ciò per la forza, essa immediata, di principî costituzionali ed europei, la cui cogenza prescinde dalla normativa sopravvenuta della medesima l. n. 76 del 2016 e dalle conseguenti disposizioni di attuazione e/o coordinamento.

Leggiamo, ora, il  Testo unico sull’immigrazione (Dlgs 286/1998, Titolo II – Disposizioni sull’ingresso, il soggiorno e l’allontanamento dal territorio dello Stato (Artt. 4-20). Capo I.- Disposizioni sull’ingresso e il soggiorno e, precisamente, l’Art. 5, comma 9:

Il permesso di soggiorno è rilasciato, rinnovato o convertito entro sessanta giorni dalla data in cui è stata presentata la domanda, se sussistono i requisiti e le condizioni previsti dal presente testo unico e dal regolamento di attuazione per il permesso di soggiorno richiesto ovvero, in mancanza di questo, per altro tipo di permesso da rilasciare in applicazione del presente testo unico. 

9-bis. In attesa del rilascio o del rinnovo del permesso di soggiorno, anche ove non venga rispettato il termine di sessanta giorni di cui al precedente comma, il lavoratore straniero può legittimamente soggiornare nel territorio dello Stato e svolgere temporaneamente l’attività lavorativa fino ad eventuale comunicazione dell’Autorità di pubblica sicurezza, da notificare anche al datore di lavoro, con l’indicazione dell’esistenza dei motivi ostativi al rilascio o al rinnovo del permesso di soggiorno. L’attività di lavoro di cui sopra può svolgersi alle seguenti condizioni: 

a) che la richiesta del rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro sia stata effettuata dal lavoratore straniero all’atto della stipula del contratto di soggiorno, secondo le modalità previste nel regolamento d’attuazione, ovvero, nel caso di rinnovo, la richiesta sia stata presentata prima della scadenza del permesso, ai sensi del precedente comma 4, e dell’articolo 13 del decreto del Presidente della Repubblica del 31 agosto 1999 n. 394, o entro sessanta giorni dalla scadenza dello stesso;

b) che sia stata rilasciata dal competente ufficio la ricevuta attestante l’avvenuta presentazione della richiesta di rilascio o di rinnovo del permesso.

 

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Per ottenere il permesso di soggiorno, allo straniero extracomunitario basta dimostrare la convivenza con un cittadino italiano; ma domestica o convivente?

dice Marilisa Bombi:

La circostanza che l’attuale legislazione in materia di permessi di soggiorno non sia stata ancora adeguata o comunque ben coordinata, sul punto, alle riforme introdotte dalla l. n. 76/2016 sulle unioni civili e di fatto, consentendo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari, di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 286/1998, anche al convivente straniero di cittadino italiano, purché ne ricorrano le condizioni, formali e sostanziali, ora previste dalla stessa l. n. 76/2016 (e, in particolare, dall’art. 1, commi 36 e 37), non osta all’applicazione mediata, anche in via analogica, degli istituti previsti dalla legislazione in materia di immigrazione per le unioni matrimoniali e, quindi, dello stesso art. 30.

Il dispositivo della sentenza:

CONSIGLIO DI STATO, sez. III, Sentenza 19, n. 5040, depositata il 31 ottobre 2017.

Presidente Lipari – Estensore Noccelli

Permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato – Mancanza di un reddito minimo idoneo al sostentamento – Stabile convivenza con un cittadino italiano – Rilascio di permesso di soggiorno per motivi familiari – Interpretazione analogica – Cittadino UE con relazione stabile attestata da documentazione ufficiale – Principio di eguaglianza sostanziale – Rapporti di parentela, affinità o adozione, matrimonio e unione civile

Fatto e diritto

1. L’odierna appellante, C.M.D.S., ha impugnato avanti al T.A.R. per la Lombardia, sezione staccata di Brescia, il decreto emesso nei suoi confronti dal Questore della Provincia di Brescia, che ha respinto la domanda volta ad ottenere il permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato a cagione della mancanza di un reddito minimo idoneo al suo sostentamento sul territorio nazionale.

1.1. La ricorrente, nel dedurre l’illegittimità del provvedimento impugnato con un unico articolato motivo incentrato sulla mancata analisi della sua situazione di stabile convivenza con un cittadino italiano, formalmente suo datore di lavoro, che provvedeva al suo sostentamento, ne ha chiesto, previa sospensione, l’annullamento.

1.2. Nel primo grado del giudizio si è costituita l’Amministrazione intimata per resistere al ricorso.

2. Il T.A.R. per la Lombardia, sezione staccata di Brescia, con la sentenza n. 1238 del 26 settembre 2016, all’esito dell’istruttoria disposta sul rapporto di lavoro dichiarato e sulla sufficienza dei redditi percepiti, ha respinto il ricorso e ha condannato la ricorrente alla rifusione delle spese di lite nei confronti dell’Amministrazione.

2.1. Avverso tale sentenza ha proposto appello l’interessata e ne ha chiesto, previa sospensione, la riforma, con il conseguente annullamento del decreto contestato in primo grado.

2.2. Si è costituita l’Amministrazione appellata per resistere al gravame, di cui ha chiesto la reiezione.

2.3. Con l’ordinanza n. 2773 del 28 giugno 2017 la Sezione, in considerazione del grave pregiudizio che la ricorrente avrebbe potuto subire per la prevedibile espulsione nelle more del giudizio, ha sospeso l’esecutività della sentenza impugnata.

2.4. Infine, nella pubblica udienza del 19 ottobre 2017, il Collegio, sentiti i difensori delle parti, ha trattenuto la causa in decisione.

3. L’appello è fondato e deve essere accolto.

4. Il primo giudice, all’esito dell’attività istruttoria disposta, ha ritenuto che la ricorrente non avesse adeguatamente comprovato i «contorni fattuali afferenti all’impiego in corso», apparsi come «nebulosi», né l’ammontare dei redditi effettivamente percepiti (p. 4 della sentenza impugnata).

4.1. Ora, sebbene tale rilievo sia corretto per aver ammesso la stessa appellante di avere messo «in piedi formalmente una assunzione e un rapporto di collaborazione domestica, in quanto questo era l’unico modo per la Sig.ra M.D.S. di poter ottenere un permesso di soggiorno» (p. 3 del ricorso), deve il Collegio tuttavia rilevare che la ricorrente aveva già allegato, in sede procedimentale, e dimostrato, in sede giudiziale, di essere partner convivente di S.G. e di coabitare con lui e con i due figli avuti da precedente unione nella medesima abitazione di Brescia.

4.2. Pertanto, nonostante la sostanziale natura fittizia del rapporto di collaborazione domestica, ma a fronte di un rapporto di convivenza evidente e dichiarato, la Questura avrebbe dovuto valutare, ai sensi dell’art. 5, comma 9, del d. lgs. n. 286 del 1998, il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’art. 30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998, disposizione che, seppure introdotta per regolare i rapporti sorti da unioni matrimoniali, non può non applicarsi, in base ad una interpretazione analogica imposta dall’art. 3, comma secondo, Cost., anche «al partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata con documentazione ufficiale», secondo la formula prevista, seppure in riferimento al diritto di soggiorno di un cittadino di uno Stato membro UE dei suoi familiari in un altro Stato membro, l’art. 3, comma 2, lett. b), del d. lgs. n. 30 del 2007.

4.3. Una simile interpretazione non risponde solo ad un fondamentale principio di eguaglianza sostanziale, ormai consacrato, a livello di legislazione interna, anche dall’art. 1, comma 36, della l. n. 76 del 2016, per quanto qui rileva, sulle convivenze di fatto tra «due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile», ma anche alle indicazioni provenienti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che, anche in questa materia, si è premurata di chiarire che la nozione di «vita privata e familiare», contenuta nell’art. 8, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo includa, ormai, non solo le relazioni consacrate dal matrimonio, ma anche le unioni di fatto nonché, in generale, i legami esistenti tra i componenti del gruppo designato come famiglia naturale.

4.4. Si è assistito dunque, e non solo nella nostra legislazione nazionale, ad una interpretazione nuova ed evolutiva del concetto di famiglia, comprensivo anche delle unioni di fatto tra individui (e anche dello stesso sesso), tanto che la Corte di Strasburgo, di recente, ha chiarito come la legislazione degli Stati membri in materia di immigrazione non si può spingere sino al punto di negare all’individuo il diritto a vivere liberamente una condizione di coppia, intesa come vita familiare (Corte europea dei diritti dell’uomo, 23 febbraio 2016, ric. n. 6845/13, Pajic c. Croazia).

4.5. In altri termini, proprio in virtù della presenza di rapporti affettivi (di natura eterosessuale od omosessuale), l’eventuale applicazione di una misura di allontanamento o di diniego di un permesso di soggiorno è in grado, secondo la Corte di Strasburgo, di provocare un sacrificio sproporzionato del diritto alla vita privata e familiare per il soggetto portatore dell’interesse (Corte europea dei diritti dell’uomo, 4 dicembre 2012, ric. n. 31956/05, Hamidovic c. Italia, in particolare § 37), come avverrebbe nel caso di specie a danno irrimediabile dell’odierna appellante.

4.6. La circostanza che l’attuale legislazione in materia di permessi di soggiorno non sia stata ancora adeguata o comunque ben coordinata, sul punto, alle riforme introdotte dalla l. n. 76 del 2016 sulle unioni civili e di fatto, consentendo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari, di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998, anche al convivente straniero di cittadino italiano, purché ne ricorrano le condizioni, formali e sostanziali, ora previste dalla stessa l. n. 76 del 2016 (e, in particolare, dall’art. 1, commi 36 e 37), non osta all’applicazione mediata, anche in via analogica, degli istituti previsti dalla legislazione in materia di immigrazione per le unioni matrimoniali e, quindi, dello stesso art. 30, e ciò per la forza, essa immediata, di principî costituzionali ed europei, la cui cogenza prescinde dalla normativa sopravvenuta della medesima l. n. 76 del 2016 e dalle conseguenti disposizioni di attuazione e/o coordinamento.

4.7. Non può che discenderne, pertanto, l’illegittimità del decreto questorile qui impugnato nella misura in cui, pur correttamente rilevando che non sussistessero i presupposti reddituali per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato, non ha però valutato in violazione dell’art. 5, comma 9, del d. lgs. n. 286 del 1998, a fronte della situazione di fatto rappresentata in sede procedimentale e limitandosi solo a rilevare, illegittimamente, che il nucleo familiare della richiedente fosse composto solo dai figli e non dal compagno convivente, se sussistessero o meno i presupposti, formali e sostanziali, per rilasciare un permesso a diverso titolo e, in particolare, per i motivi familiari di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998, disposizione da applicarsi necessariamente, in via analogica, anche alla convivenza di fatto della straniera, odierna appellante, con il cittadino italiano.

5. In conclusione, per i motivi esposti, l’appello deve essere accolto, sicché, in integrale riforma della sentenza impugnata, va annullato il decreto emesso il 29 dicembre 2015 dal Questore della Provincia di Brescia nei confronti dell’odierna appellante, con l’obbligo, per l’Amministrazione, di rivalutare la domanda dell’interessata secondo i principî sopra enunciati, previa verifica di una stabile relazione di convivenza, ai sensi della legislazione vigente, con S.G..

6. Le spese del doppio grado del giudizio, attesa la novità dei principî qui affermati di cui non constano a questo Collegio precedenti noti, possono essere interamente compensate tra le parti.

6.1. Il Ministero dell’Interno deve essere condannato a rimborsare, attesa la sua soccombenza, il contributo unificato richiesto per la proposizione del ricorso in primo e in secondo grado.

P.Q.M.

Definitivamente pronunciando sull’appello, come proposto da C.M.D.S., lo accoglie e per l’effetto, in integrale riforma della sentenza impugnata, annulla il decreto Cat.A.12/2015/Immig./II Sez/gm/15BS021748 emesso il 29 dicembre 2015 dal Questore della Provincia di Brescia nei confronti della stessa.

Compensa interamente tra le parti le spese del doppio grado del giudizio.

Pone definitivamente a carico del Ministero dell’Interno il contributo unificato richiesto per la proposizione del ricorso in primo e in secondo grado.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

 

1480.- PER UNA NUOVA FASE COSTITUENTE

Artt.50 54
 
Il referendum costituzionale di quasi un anno fa ha risvegliato l’interesse per la Costituzione e sono in molti quelli che hanno formato comitati e associazioni al nome di Attuare la Costituzione. Non sono d’accordo. Soprattutto con quelli che, per cultura e storia personale, dovrebbero conoscere le cause congenite, quando della sua mancata attuazione, quando delle sue sempre più frequenti violazioni. Questa Costituzione è “incapace” di garantire la sua attuazione e deve essere riveduta nella sua impostazione e riscritta. Ha posto, infatti, principi, cui ha dato valore giuridico con la sua rigidità (art. 138), ha delineato istituti, sancito diritti, di fatto, però, non immediatamente esigibili perché lasciati alla volontà del legislatore ordinario (“di quando e chi? di quale maggioranza?”), cioè, dei partiti. Per questo, dico e ribadisco questa è la Costituzione dei partiti, scritta dai e per i partiti.
Il problema dell’attuazione della sua trama di principi: meravigliosa, modernissima, rivoluzionaria è insanabile se non si aprirà una nuova fase costituente. Maramaldo chi sfrutta la tragedia dei diritti, incombente e si propone paladino della Costituzione per acquistare consensi e farsi, poi, traghettare nel sistema. Quale tragedia dei diritti? Per esempio, quella della farsesca attuazione di una direttiva europea, ben attuata, invece, 11 anni fa, utilizzata dal “governo di chi”? per conferire a un’autority, mai votata da noi, l’Agcom, il potere di spiare, oscurare e archiviare per 6 (sei) anni il nostro traffico su internet e telefonico, i nostri dati personali, senza l’autorizzazione della magistratura e a rischio di pirateria. Vi basta? Concludo dicendovi: Lode alla Prima Parte precettiva della Costituzione, ma non altrettanto per quella Parte che chiamerei ad attuazione differita, con la quale, in nome dell’attuazione e dell’applicabilità dei precetti, ha consentito di deviare da essi e finanche a violarli. Com’è potuto accadere? I costituenti avevano creato una gerarchia delle fonti, a garanzia dell’attuazione della loro trama dei Principi, ottenuta ponendo la Costituzione al vertice del sistema giuridico e attraverso il carattere rigido conferitole dalle procedure sancite dall’art. 138. Gravissimo, perciò, il giudizio sui garanti e, principalmente, sulla composizione e sul funzionamento della Corte Costituzionale; ma questo è un ulteriore problema.

1470.- A CHE PUNTO È IL D.L. 2886 SULLO SPIONAGGIO E LA SCHEDATURA DEGLI ITALIANI?

Orrore! Gentiloni ce l’ha quasi fatta: potrete essere censurati e schedati sul web. Di Marcello Foa.

Vedi anche il N. 1441.- “Profittano della democrazia, della Costituzione cola brodo, si mimetizzano e avanzano. e’ l’Ag.com la nuova O.V.R.A., la loro polizia segreta ? EUREXIT! SÌ o NO?”

pd censuraI lettori di questo blog ricordano la battaglia condotta, all’inizio del mese, contro l’approvazione del disegno di legge del premier Gentiloni che introduceva due provvedimenti gravissimi, all’articolo 2:

– i dati internet e telefonici potranno essere conservati per 6 anni, il che significa autorizzare la schedatura di massa

– l’Agcom, ovvero l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, avrà il potere di intervenire sulle comunicazioni elettroniche dei cittadini italiani a tutela del diritto di autore, impedendo, all’occorrenza, l’accesso ai siti “in infrazione”; il che significa spalancare di fatto le porte alla censura sul web con il pretesto di infrazioni marginali, come la pubblicazione di una foto scaricata da un motore di ricerca.

Notate bene: nessun Paese democratico contempla misure così severe. Lo scorso 5 ottobre, il Senato avrebbe dovuto votare il disegno di legge, infilato furbescamente nel decreto mille proroghe, per non dare nell’occhio. Da notare che era già stato approvato alla Camera e dunque si trattava del voto definitivo, contro il quale il sottoscritto e altri opinionisti hanno lanciato impellenti e drammatici appelli.

Nei giorni successivi ho cercato di sapere com’era andata. Sui giornali neanche una riga e come poteva essere diversamente? A parte il Fatto Quotidiano, che ha svelato la vicenda, e ilgiornale.it, nessuno ne ha parlato. Tutti zitti, tutti, forse, inconsapevoli.

E allora mi sono attivato da solo. Non avendo mai fatto il giornalista parlamentare e non possedendo la necessaria dimestichezza con tali atti, mi sono rivolto al portavoce del Senato, Alessio Pasquini, mettendo in copia la segreteria. Di solito queste richieste vengono trattate dall’ufficio stampa.  E l’Ufficio stampa di un Parlamento risponde. E invece… sì, lo avete capito. Sto ancora aspettando la risposta.

Allora mi sono rivolto alla senatrice Ornella Bertorotta, del Movimento 5 Stelle, che un paio di anni fa mi aveva invitato a parlare a un convegno di politica internazionale a Palazzo Madama. Molto cortesemente, la senatrice Bertorotta, che ringrazio, mi ha risposto inviandomi lo stenografico di quella seduta, che trovate qui. Vorrei tanto sbagliarmi ma leggendo questo resoconto risulta che gli emendamenti presentati per togliere o correggere quei due passaggi sono stati bocciati, mentre l’articolo 2 è stato approvato.

E allora è legge? Non ancora, per fortuna. Il disegno di legge 2886 non è ancora stato approvato in maniera definitiva perché su un articolo, il numero 5, è mancato il numero legale. Dunque l’approvazione definitiva è stata rinviata ad altre sedute.

Insomma, si è guadagnato tempo e l’unica speranza è che, nell’imminenza dello scioglimento della Camere, il provvedimento venga rinviato alla prossima legislatura. E chissà che una nuova maggioranza… Insomma, ci vorrebbe un miracolo.

Conta, purtroppo, che l’articolo 2 sia stato approvato ovvero  il premier Gentiloni e il suo Partito il PD sono a un passo dall’ottenere quel che si prefiggevano: predisporre misure da Grande Fratello Orwelliano per schedare le opinioni di tutti gli italiani e poter censurare i siti davvero scomodi, magari col pretesto sempre molto di moda delle Fake News.

Indovinate un po’ quali?

1467.- Incontro-dibattito con Lorenza Carlassare e Felice Besostri

Pubblicato il 19 ott 2017

“Quale legge elettorale per quale rappresentanza ?” Incontro-dibattito con Lorenza Carlassare e Felice Besostri tenuto a Padova il 18 Ottobre 2017

Trascrizione dell’intervento della Professoressa Carlassare alla conferenza del 18/10/2017 con l’avv. Besostri in sala Paladin a Padova.

 

[Giuliana Beltrame]..ecco io chiederei alla professoressa Carlassare di introdurci proprio che cosa vuol dire rappresentanza che cosa vuol dire governabilità che cosa vuol dire non poter avere un parlamento che rappresenti effettivamente la realtà variegata del paese.

 

[Lorenza Carlassare]

In questi anni governabilità è parola che sentiamo ripetere continuamente, sembra proprio l’apice di tutti i desideri, la cosa più straordinaria . Vorrei però chiarire cosa vuol dire governabilità perché nella testa di chi usa questa parola sta a significare che si governa facilmente, senza ostacoli e fastidi: già questo mi piace poco perché in una democrazia costituzionale gli ostacoli devono esserci perché è costruita apposta per impedire alla maggioranza di fare tutto quello che vuole.

 

Quindi intendiamoci.

 

Secondo punto molto più modesto: ma è proprio vero che queste leggi garantiscono la governabilità? guardate ,sono anni   che lo si diceva nel maggioritario :”col maggioritario

si garantisce la governabilità” . Il problema principale però è che i nostri politici confondono due cose assolutamente diverse, la governabilità con la stabilità , cioè con la durata del governo: ma se dura e non riesce a fare niente?

Basta ricordare la fine del governo Berlusconi, è durato un sacco di tempo e non si sapeva come costringerlo ad andarsene, ricordo tutti i giornali che dicevano come si può fare a farlo finire . Era una agonia lentissima, ma i numeri in parlamento non consentivano di sfiduciarlo . Non si riusciva a mandarlo a casa: un bel lavoro!

Ma quella è governabilità o è disgrazia? Francamente, voglio dire, il fatto che un governo si prolunghi nel tempo non serve a nulla se non è efficiente. Inoltre non mi piace la parola, perché come ha detto Zagrebelsky , governabilità in realtà vuol dire che siamo governabili perché la governabilità si riferisce a noi: cosa siamo, pecore governate ?

 

Comunque la governabilità non è nemmeno un valore costituzionale : la stessa Corte costituzionale quando ha annullato quella legge elettorale orribile con la sentenza numero 1 del 2014, ha detto che la governabilità è un valore importante che ha il suo pregio ma non ha nessuna possibilità di essere messa a raffronto con la rappresentanza, che è costituzionalmente necessaria; quindi quello che può facilitare la governabilità può essere apprezzabile, ma non se lo fa a scapito della rappresentanza. Non sono due valori sullo stesso piano.

Allora la rappresentanza che cos’è ?

Io volevo ricordare appunto che cosa dice la costituzione, qual è l’idea nella costituzione: non ripeto sempre l’articolo 1 che dice che la sovranità appartiene al popolo perché ve l’ho detto troppe volte. Appartiene vuol dire che   non la dà ad altri quando volta, lì resta e se la tiene.

 

Ma come la esercita e qui è il problema.

 

Sottolineo che la costituzione, dopo aver detto che la sovranità appartiene al popolo, quando introduce un principio meraviglioso che ricordiamo sempre, l’uguaglianza sostanziale all’articolo 3 secondo comma dice “ è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli. Gli ostacoli che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono la partecipazione di tutti i cittadini alla vita politica sociale economica del paese”.

 

Quindi l’idea dei costituenti è che ci fosse un rapporto stretto fra istituzioni e cittadini i quali appunto in questo senso devono tutti  poter partecipare.

 

In più quando parla dei partiti ,all’articolo 49, dice appunto che ” Tutti i cittadini sono liberi di associarsi in partiti per concorrere con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale”. Il soggetto della proposizione non sono i patiti, ma i cittadini : i partiti sono lo strumento attraverso il quale i cittadini tutti concorrono a determinare la politica nazionale.

 

Ma è una partecipazione che già la struttura dei partiti ci impedisce completamente e allora vorrei dire che noi ci siamo allontanati del tutto dal disegno della Costituzione.

A proposito di governabilità mi viene in mente che in Assemblea Costituente Mortati, già in Commissione, aveva proposto di costituzionalizzare il principio della rappresentanza proporzionale che non passò perché si ritenne preferibile lasciare la materia alla legge ordinaria e   non per contrarietà al principio proporzionale, tanto è vero che poi fu approvato un ordine del giorno che lo contiene “ l’ Assemblea Costituente ritiene che l’elezione alla Camera dei deputai debba avvenire secondo il sistema proporzionale”.

Ma ,a parte il discorso del proporzionale,   il punto che volevo sottolineare era la ragione per cui Mortati voleva la proporzionale: non solo “perché costituisce un freno allo strapotere della maggioranza e influisce anche in senso positivo alla stabilità governativa” .

E’ strano, sembrerebbe il rovescio di quello che si dice , invece ha il suo senso:

C’è stato anche un lavoro molto importante di uno studioso straniero che ha messo vicino tutti i sistemi elettorali dei vari paesi : quando si è radicalizzata la lotta tra due, se il bipartitismo si afferma davvero, che cosa succede? come si compongono poi i conflitti se scattano? Chi sarà in grado di formare un nuovo governo ? L’unica via è sciogliere camera e andare a nuove elezioni, è difficile costruire un nuovo governo con due poli fortemente segnati. Invece col proporzionale ci sono tante voci, partiti minori che possono aggragarsi ai maggiori: pensate alla Democrazia Cristiana, sono stati stabilissimi i governi da noi. Tutti dicono i governi cadevano sempre,

non cadevano mai in realtà, perché erano sempre le stesse persone che giravano, uno dal ministero della marina andava l’agricoltura, ma questo era perché la presenza possibile di partiti minori che si aggregavano lasciava molti margini per ricostituire un governo che poi funzionasse; perché in sostanza quelle piccole variazioni erano interessanti perché significavano piccole svolte quando la democrazia cristiana si alleava con un partito di sinistra o di centro sinistra, cosa vuol dire? che la sua politica andava un po di più in quella direzione.

 

Quindi c’erano anche delle variazioni che in parte seguivano anche quelli che erano i movimenti dell’opinione pubblica, che devono essere registrati .

 

Quindi Mortati era favorevole anche per la stabilità governativa.

 

Non vorrei parlare troppo Dico un’ultima cosa che mi pare abbastanza importante.

Qui ve ne parlerà meglio l’avvocato Besostri perché io con i numeri farei una confusione terribile.

Qualcuno dice è vero che i candidati della parte proporzionale sono bloccati, cioè li hanno scelti le segreterie dei partiti, però c’è l’altra parte eletta nei collegi uninominali, in cui l’elettore vota il candidato e sceglie.

Questa è un discorso che non posso sopportare: ma cosa sceglie ?

Anche in passato, chi vota a sinistra, se non gli piace il candidato che ha messo la sinistra cosa fa? vota a destra ? che scelta è? Solo quella di non votare.

Se c’è un solo candidato e il partito che preferisci presenta un candidato impresentabile ,cosa fai ? Non voti , perché non è pensabile che voti per l’altro che appartiene una parte politica che hai sempre avversato.

E’un falso discorso quello della scelta; o meglio può valere in altri sistemi politici, meno ideologizzati, con una conflittualità sociale molto minore, e allora se siamo tutti simili posso anche spostarmi. Ma l’Italia, grazie a dio, conserva ancora un buon tasso di ideologizzazione anche se molto minore (perché i partiti stessi non l’hanno più) e già questa è una forte remora perché è impossibile passare da una parte all’altra. certo i politici lo fanno spesso, passano con tranquillità da una parte all’altra ormai per loro la politica è un mestiere) ma per un cittadino che ha dei pensieri politici, che vorrebbe un determinato progetto di società, non lo fa volentieri.. .e quindi non vota. Non è vero che i collegi uninominali consentono all’elettore   una scelta, io questo non l’ho mai creduto e lo credo ancora meno.

 

In realtà sono tutti i modi per mascherare una cosa che non vogliono che emerga : il conflitto sociale. In pratica non si vuole che ci sia in parlamento una rappresentanza di forze che non sono   dentro il sistema di potere. Forze che rappresentano esigenze e interessi di chi è rimasto ai margini non debbono avere voce.. Gli stessi operai oggi sono ai margini, chi li rappresenta in parlamento?

Mi domando, il lavoro, chi lo rappresenta in parlamento? Nessuno.

 

Allora, tutti quei meccanismi elettorali che ci impongono, sono fatti per toglierci voce e per non far arrivare nelle istituzioni il conflitto sociale. Era la stessa cosa , come ho ricordato altre volte, che Gobetti rimproverava, all’inizio, a Mussolini, di voler celare il conflitto sociale, di non consentire che arrivi nelle istituzioni. E mi pare sia una tendenza purtroppo abbastanza diffusa.

Comunque la nostra voce non piace, che i cittadini abbiano un margine di scelta disturba terribilmente il potere, se potessero farebbero a meno di noi.

 

1460.- Porre la fiducia sull’approvazione di una legge elettorale è un atto eversivo.

 

Schermata 2017-10-10 alle 21.05.15.pngVeda, senatrice Finocchiaro, illegittima, lei si è prestata a un atto eversivo, in violazione della Costituzione e a nulla è valso che tenesse la testa bassa!

L’art. 72 della costituzione cosa dice? è l’articolo che disciplina le modalità attraverso le quali i disegni di legge vengono approvati in Parlamento e recita:.

Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una commissione e poi dalla Camera stessa, che l’approva articolo per articolo e con votazione finale.
Il regolamento stabilisce procedimenti abbreviati per i disegni di legge dei quali è dichiarata l’urgenza(.
Può altresì stabilire in quali casi e forme l’esame e l’approvazione dei disegni di legge sono deferiti a commissioni, anche permanenti, composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari. Anche in tali casi, fino al momento della sua approvazione definitiva, il disegno di legge è rimesso alla Camera, se il Governo o un decimo dei componenti della Camera o un quinto della commissione richiedono che sia discusso o votato dalla Camera stessa oppure che sia sottoposto alla sua approvazione finale con sole dichiarazioni di voto. Il regolamento determina le forme di pubblicità dei lavori delle commissioni.
La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.

Ripeto: La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale…   Quindi, L’Assemblea costituente ha stabilito le modalità di esame ed approvazione delle leggi. In particolare, ha ammesso procedimenti più snelli per consentire al Parlamento di operare più agevolmente, ma ha riservato l’iter ordinario (più complesso e lungo) a determinate materie, ritenute più importanti, come, appunto, quelle costituzionale ed elettorale, che sono riservate all’assemblea, non possono essere discusse da una commissione. “Adottare la procedura normale”, significa che non si procede con voti di fiducia!

Per inciso, le modifiche presentate da Finocchiaro – Calderoli alla proposta di legge costituzionale bocciata dal referendum, non mettevano in discussione e ribadivano la esclusione dei procedimenti di approvazione più snelli proprio anche per la materia elettorale.

A proposito di fiducia e di regole infrante, per il Rosatellum bis, la fiducia è stata chiesta sei volte.

Se l’art. 72, 4° comma della Costituzione può essere violato platealmente e impunemente e, se il Presidente della Repubblica non farà uso del suo potere di rinvio e promulgherà questa ennesima legge elettorale incostituzionale, saremo messi di fronte a un atto eversivo, l’ennesimo, da quando il PD è al governo e, meglio, da quando Aldo Moro fu assassinato.

Esaminiamo insieme  l’art. 72, 4° comma della Costituzione e gli articoli 49 e 116 del Regolamento della Camera.

L’art. 72 della Costituzione prevede che per l’approvazione delle leggi elettorali si adotti la “procedura normale”, e non si chieda il voto di fiducia.

L’art. 49, 1° comma, del Regolamento della Camera sancisce che “la questione di fiducia non può essere posta su […] tutti quegli argomenti per i quali il Regolamento prescrive il voto per alzata di mano o il voto segreto” e l’art. 116, 4° comma, del Regolamento della Camera stabilisce che “sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni riguardanti […] leggi ordinarie relative agli organi costituzionali dello Stato (Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo, Corte costituzionale) e agli organi delle regioni, nonché sulle leggi elettorali”.
art. 49 del regolamento della Camera:
art.-49-regolamento-della-Camera
art. 116 del regolamento della Camera:
art-116-regolamento-Camera-1
185108939-fd4cc987-ab50-4b8c-8055-0ca87eeb1593
Bagarre di ieri e di oggi. Ma siamo allo stadio o in Parlamento?
Infine, mi chiedo: Se la votazione finale è stata e deve essere segreta, se, in base al regolamento di Montecitorio, essa non può essere ‘blindata’ con la fiducia, perché per l’approvazione degli articole 1, 2, 3 del Rosatellum bis (nome cretino) sono stati violati gli art. 72, 4° comma della Costituzione e 49 e 116 dei Regolamento della Camera?
Riguardo a quanto è avvenuto in Parlamento in questi giorni, si è trattato di una riedizione peggiorativa di quanto già avvenuto con i tre voti di fiducia, precisamente, sugli articoli 1, 2 e 4 dell’Italicum, chiesti, quella volta, dal Ministro per le Riforme (!) Maria Elena Boschi.
Anche allora le pregiudiziali di costituzionalità furono superate senza troppi affanni e anche allora ci fu bagarre in aula dopo la decisione di porre la questione di fiducia su una legge elettorale. Anche allora la Presidente della Camera stizzì.
In quella occasione, Renzi ribadì così la sua posizione: “Non c’è cosa più democratica di mettere la fiducia: se passa, il governo va avanti altrimenti va a casa. Cosa c’è di più democratico di chi rischia per le proprie idee. E’ tempo del coraggio non di rimanere attaccati alla poltrona”. Infatti, il 4 dicembre è stata la poltrona a restare attaccata a lui.
Noi italiani non sappiamo che farne delle bagarre, delle reazioni durissime da parte delle opposizioni, dei terremoti all’interno del Partito democratico e delle bizze di una parvenue della politica.
A parte tutte le considerazioni di carattere politico ed etico, qualcuno dovrebbe farlo notare alla Presidente della Camera e al Presidente della Repubblica, e a tutti i Parlamentari che si stanno agitando per essere rieletti e continuare nella loro meravigliosa gita scolastica a Roma.

 Commenti dal WEB

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Cosa dice Bruxelles

Dopo tre anni dalla Sentenza della Corte Costituzionale N°. 1/2014 che ha dichiarato l’incostituzionalità del Porcellum, il Parlamento illegittimo ha partorito grazie ai voti di fiducia l’ennesima legge elettorale incostituzionale e IN APERTA VIOLAZIONE DEL “CODICE DI BUONA CONDOTTA IN MATERIA ELETTORALE” approvato dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. Infatti l’articolo 2b, delle “condizioni per l’attuazione dei principi” delle “linee guida” del sopracitato Codice, recita: “GLI ELEMENTI FONDAMENTALI DEL DIRITTO ELETTORALE, ed in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni, NON DEVONO POTER ESSERE MODIFICATI NELL’ANNO CHE PRECEDE L’ELEZIONE”.

Lo scopo di questa regola è chiarito dagli articoli 63, 64 e 65 del “rapporto esplicativo” delle “linee guida” del suddetto Codice, i quali recitano: “LA STABILITÀ DEL DIRITTO è un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia. Infatti, se le norme cambiano spesso, l’elettore può essere disorientato a tal punto che potrebbe pensare, che IL DIRITTO ELETTORALE SIA UNO STRUMENTO MANOVRATO A PROPRIO BENEFICIO DA CHI DETIENE IL POTERE, e che il voto dell’elettore non è di conseguenza l’elemento che decide il risultato dello scrutinio. E’ opportuno EVITARE LE MANIPOLAZIONI IN FAVORE DEL PARTITO AL POTERE ED UNA REVISIONE CHE INTERVIENE POCO PRIMA DELLO SCRUTINIO (MENO DI UN ANNO). Questa apparirà in tal caso come legata ad interessi di partito”.

Aggiungo che approvando una modifica della legge elettorale poco prima delle elezioni, L’ITALIA SUBIRA’ SICURAMENTE UNA GRAVE CONDANNA DALL’UNIONE EUROPEA, come è già successo alla Bulgaria per lo stesso motivo.

Per visionare il sopracitato “Codice di Buona Condotta in Materia Elettorale” copiate ed incollate nella barra degli indirizzi del vostro browser, il seguente link: http://www.venice.coe.int/docs/2002/CDL-AD(2002)023rev-ita.pdf

 

1459. – NON AVRANNO IL VOTO DEGLI ITALIANI, MA IL LORO DISPREZZO

Paralizzato da anni per un incidente e cieco, Loris Bertocco, dopo aver affrontato molte difficoltà, a 59 anni è arrivato a prendere la decisione più tragica: andare a morire in una clinica svizzera.

Non perché fosse un malato terminale (non lo era affatto), né perché lui desiderasse morire, tutt’altro (“amo la vita”, ha scritto), ma perché è stato lasciato solo: “Se avessi potuto usufruire di assistenza adeguata” ha spiegato “avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni, e forse avrei magari rinviato di un po’ la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze”.

Ha anche scritto: “il muro contro il quale ho continuato per anni a battermi è più alto che mai e continua a negarmi il diritto ad una assistenza adeguata… Perché è così difficile capire i bisogni di tante persone in situazioni di gravità?”.

Il fatto che Bertocco fosse una persona molto impegnata e conosciuta (fra i fondatori dei Verdi, candidato a varie elezioni, animatore di iniziative e programmi culturali) e che ciononostante non sia riuscito ad abbattere quel “muro” di sordità fa capire meglio qual è la situazione dei tantissimi disabili gravi meno noti di lui.

Il suo caso ha colpito. Ora è il momento delle geremiadi. Ieri su “Repubblica” si leggeva questo titolo: “Dopo il caso Bertocco. La vita a ostacoli dei 4 milioni di disabili gravi. Atto d’accusa: ‘Dallo Stato solo un’elemosina’. Per la loro assistenza ricevono appena 500 euro al mese”.

In effetti è così.

DISCRIMINAZIONE

Persone con il 100 per 100 di invalidità, totalmente impossibilitate a prendersi cura di sé, anche fisicamente, con 513 euro al mese dovrebbero vivere, nutrirsi, curarsi, vestirsi, pagarsi una casa, le utenze e soprattutto un’assistenza 24 ore su 24 (se sono ricoverati in strutture prendono molto meno, quasi nulla).

Si parla di 4 milioni di italiani, spesso giovani, che sono abbandonati a tal punto da arrivare – in certi casi come questo – a desiderare solo di mettere fine ai propri giorni.

Voi obietterete: “ma siamo in periodo di crisi e i soldi sono pochi”. Non è vero. Quello Stato italiano che si disinteressa così dei suoi cittadini più sofferenti e li abbandona, è lo stesso Stato, a dominio “progressista” e “umanitario”, che poi accoglie a braccia spalancate migliaia di emigranti che da tutto il mondo vengono portati in Italia (“venghino siòri, qua c’è posto, vitto e alloggio, casa e lavoro per tutti”).

Ebbene lo Stato italiano, governato da queste “illuminate” sinistre, spende ogni giorno per ciascun migrante 35 euro se maggiorenne e 45 se minorenne: il totale mensile è di 1050 euro se maggiorenne e 1350 se minore (c’è dentro pure il cosiddetto “pocket money” per le spese quotidiane del migrante).

Avete capito bene: per l’italiano inchiodato su un letto, paralizzato e impossibilitato a prendersi cura di sé, perfino nelle minime cose, lo Stato spende 513 euro al mese. Per gli stranieri che arrivano qua – solitamente giovani e robusti (in alcuni casi anche propensi al crimine) – lo Stato spende mensilmente più del doppio: 1050 euro.

Soldi nostri. Allora si pone una domanda: chi sono i discriminati? Gli italiani o i migranti?

Il quadro è ancora più assurdo se si considera lo stanziamento totale: al fondo per la “non autosufficienza” il governo nel 2017 ha assegnato 450 milioni (ne aveva promessi 500, ma gli sembravano troppi). Lo stesso governo italiano per i migranti nel 2017 ha stanziato 4,6 miliardi di euro (addirittura un miliardo in più rispetto a quanto si è speso nel 2016).

Ci rendiamo conto delle proporzioni? Per gli italiani “non autosufficienti”, che non ce la fanno nemmeno a nutrirsi” da soli, 450 milioni, mentre per i migranti 4,6 miliardi.

E teniamo presente che i disabili gravi sono 4 milioni di cittadini, molti di più dei migranti. Com’è possibile non indignarsi di fronte a una classe di governo così?

Stanziano per gli stranieri che dall’Africa o dall’Oriente vogliono emigrare – e verso i quali l’Italia non ha alcun obbligo – dieci volte di più di quanto stanziano per gli italiani totalmente disabili?

Dieci volte di più! Sono i soldi della tasse degli italiani. Se questi fondi fossero investiti tutti nell’assistenza dei disabili ognuno di loro potrebbe vivere degnamente a anche fare programmi di riabilitazione.

GUERRA CONTRO GLI ITALIANI

So già che adesso il solito luogocomunista si mostrerà sdegnato perché – così dicendo – stiamo opponendo, a suo parere, poveri contro poveri.

Ma questa è pura demagogia per giustificare l’ingiustizia. Milena Gabanelli ha ragionevolmente fatto notare che la coperta della spesa sociale è quella, se la tiri da una parte (estera) ne scopri un’altra (italiana): “Le anime belle parlano di frontiere aperte, ignorando che la frontiera aperta significa fine del sistema del welfare. E’ questo che vogliamo?”.

Sono lorsignori al potere che stanno facendo la guerra contro gli italiani, specie contro quelli più bisognosi e sofferenti.

Ecco perché gli italiani oggi desiderano solo mandare a casa questa banda di devastatori che sono al potere da anni e che sfasciano il Paese senza mai aver avuto la maggioranza dei voti degli elettori e anzi con un surplus di parlamentari che è stato perfino dichiarato “incostituzionale” dalla Corte.

E’ proprio quel “surplus” di seggi con cui il Pd, partito di minoranza assoluta, di fatto da anni sta spadroneggiando in Italia imponendo pure provvedimenti limitativi della libertà e soprattutto provvedimenti che sappiamo essere contro la maggioranza del Paese.

Come lo Ius soli che adesso cercano di infliggere al Paese a colpi di “fiducia” parlamentare.

GLI “UMANITARI”

Invece di digiunare ridicolmente per lo Ius soli, contro la propria stessa maggioranza, perché un ministro come Del Rio non digiuna per i disabili gravi? Il suo cattocomunismo è sensibile solo per gli stranieri? O sono loro il bacino elettorale che dovrebbe sostituire gli elettori italiani che non li votano più?

E quei parlamentari che fanno appelli e partecipano al comico “digiuno a staffetta” sempre per lo Ius soli? E’ dall’arroganza e dal potere che non digiunano mai, anzi se ne inebriano.

E dov’è il demagogo argentino che tutti i giorni da quasi cinque anni ci tartassa le orecchie pretendendo che gli italiani varino lo Ius soli e si sobbarchino tutti i migranti del mondo, senza però che lui – nello stato vaticano di cui è sovrano assoluto – se ne prenda nemmeno uno?

Il pressing sul governo per lo Ius soli – Bergoglio e i vescovi – lo fanno, ma per la situazione terribile di milioni di disabili gravi no.

Vanno a braccetto con i radicali di Emma Bonino che cavalcano il migrazionismo, con tutti i salotti del potere globale e i magnati alla Soros.

E tutti i soloni del pensiero “illuminato” che pontificano sui giornali pretendendo di dare o negare agli altri patenti di “civiltà” in base ai propri faziosi pregiudizi ideologici?

Qual è la soluzione che questo “progressismo” propone per i disabili gravi? L’eutanasia per coloro che non hanno familiari, parenti o amici che possono spendere tanti soldi in assistenza? Sarebbe il “suicidio assistito” la soluzione, che peraltro viene già prospettata in qualche altro paese “illuminato”, così da risparmiare sulla spesa sanitaria?

Purtroppo non ci sarebbe da stupirsi. Sono buoni a nulla, ma capaci di tutto: stanno già distruggendo l’Italia. E hanno pure il coraggio di sentirsi “i migliori”, la “parte sana” del Paese (per autocertificazione). Credo che sempre più italiani – per difendersi – vogliano dare il benservito a questa classe dirigente per mancanza di prove.

Meriterebbero di essere licenziati, ma troveranno il modo per blindarsi sulla poltrona e restare con il pallino in mano. Tuttavia a una cosa non possono sfuggire: il disprezzo.

.Antonio Socci