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1637.- FINISCE LA FAMIGLIA ITALIANA E INIZIA LA GRANDE SOLITUDINE. LA RIVOLUZIONE “PROGRESSISTA” (LA GRANDE MENZOGNA) SI STA COMPIENDO E INFATTI ABBIAMO UN PAESE SMARRITO E IMPOVERITO. MA RINASCERE E’ POSSIBILE

L’articolo 38 della Costituzione parla di solidarietà, di “sicurezza sociale e assistenza sociale”, ma intendendo anche che ciascun cittadino, anche bisognoso di assistenza, sia messo in grado di adempiere al dovere di dare alla democrazia un contributo e un voto consapevole. La famiglia è pleno iure una, anzi, la formazione sociale primaria, il fondamento del bene sociale. La Costituzione la tratta negli art. 29-31. L’art. 29 la teorizza secondo il principio di solidarietà, appunto, dell’art. 38, il principio personalista dell’art. 2, il principio di eguaglianza dell’art. 3 e quello di autonomia dell’art. 5. Art. 2: La Repubblica “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Per l’on. Moro, la famiglia era il luogo in cui, meglio di ogni altro, il soggetto può crescere e realizzarsi; pertanto l’art. 29 era compreso come manifestazione dell’art. 2 della Costituzione. Ma, prima che nel diritto, mi piace collocare la famiglia nel regno dell’Amore, ove si proteggono la maternità, l’infanzia, la gioventù e la vecchiaia. Nessuna legge, nessuna formazione sociale potrà mai garantire altrettanto. Concordo con l’autore: …fra gli anziani e i più poveri c’è una maggiore incidenza della solitudine. E’ infatti una situazione dovuta all’invecchiamento della popolazione e al crollo demografico, due fenomeni che in Italia sono particolarmente gravi, ma anche alla contestuale e progressiva dissoluzione della famiglia che, in questi anni, nel nostro Paese, ha svolto una straordinaria funzione di supplenza dello “stato sociale” ormai sfasciato.

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C’è una piaga sociale che dovrebbe allarmare quanto l’esplosione della povertà fra gli italiani e in parte è amplificata proprio dalla massiccia caduta nella povertà di una grossa fascia del ceto medio.

Questa nuova piaga potrebbe diventare altrettanto drammatica e costosa socialmente: si tratta della solitudine.

Secondo un’indagine Istat circa 9 milioni di italiani temono di ritrovarsi soli in un eventuale momento di bisogno dovuto a malattia o altri gravi problemi.

La domanda è stata così formulata: “ha la certezza di poter contare su un certo numero di persone (senza quantificare quante) in caso di gravi problemi personali? Gli altri sono attenti a quanto le accade? In caso di necessità è facile per lei avere aiuto dai vicini di casa?”.

Ai nove milioni di italiani che ritengono di poter avere un supporto “debole”, cioè temono di trovarsi da soli, si aggiungono poi i ventotto milioni di connazionali che danno una risposta “intermedia”. Solo quattordici milioni affermano di poter contare su un sostegno “forte”.

Sono dati riportati dal sito “Quotidiano sanità” secondo cui “dai 35 anni in su la paura di restare di soli colpisce quasi un italiano su cinque”.

Ovviamente fra gli anziani e i più poveri c’è una maggiore incidenza della solitudine. E’ infatti una situazione dovuta all’invecchiamento della popolazione e al crollo demografico, due fenomeni che in Italia sono particolarmente gravi, ma anche alla contestuale e progressiva dissoluzione della famiglia che, in questi anni, nel nostro Paese, ha svolto una straordinaria funzione di supplenza dello “stato sociale” ormai sfasciato.

La famiglia ha rappresentato il “welfare state” che ha funzionato nel quindicennio del massacro sociale europeo ed è stato tutto a carico dei cittadini.

Si pensi solo all’enorme disoccupazione giovanile: se non si è trasformata (ancora) in un fenomeno esplosivo e di ordine pubblico lo si deve esclusivamente alle famiglie che hanno tenuto botta.

Perfino in Italia, però, dove la famiglia ha retto più che in altri paesi, adesso si cominciano ad avvertire inquietanti scricchiolii.

D’altronde tutta l’Europa sta facendo i conti con il crollo demografico, con l’invecchiamento della popolazione e con la dissoluzione della famiglia.

Il “ministero per la solitudine” varato nei giorni scorsi dal governo britannico si riferisce allo stesso problema sociale che anche nel Regno Unito riguarda circa nove milioni di persone e che sta diventando esplosivo: la condizione di solitudine che vivono molti anziani, ma anche giovani disabili e altre categorie di persone.

Da un’indagine condotta nel Regno Unito è emerso addirittura che 200 mila anziani per più di un mese non hanno avuto un dialogo con qualcuno (parente o amico).

Questa condizione di isolamento ha una pesante ricaduta sulla salute delle persone (anche sulla salute psicologica e mentale).

IL PILASTRO PIU’ ANTICO

Quella britannica è la prima avvisaglia di un fenomeno che diventerà generalizzato in Occidente. La dissoluzione della famiglia è un evento epocale perché la famiglia è – di fatto – la più antica istituzione umana, precede tutte le organizzazioni sociali (tribù, stati, imperi, regni, repubbliche) e a tutte era finora sopravvissuta.

Nel Novecento è stata aggredita dai diversi totalitarismi che trovavano in essa un ultimo argine al dilagare del loro indottrinamento ideologico verso le nuove generazioni. Sta riuscendo invece nell’opera di demolizione il nichilismo relativista esploso con il ’68.

Sta vincendo anche in Italia dove la storica solidità della famiglia era già criticata da certe correnti ideologiche che ne hanno fatto a lungo una grottesca caricatura fino a considerarla un fenomeno di arretratezza civile e di asocialità.

Adesso il nostro Paese – nel disinteresse assoluto dei governanti – ha il record nella triste classifica europea del crollo demografico.

Secondo alcuni studi, con gli attuali tassi di natalità, entro la fine di questo secolo l’Italia perderà l’86 per cento della sua popolazione.

Il canadese Mark Steyn sostiene che nel 2050 il 60 per cento degli italiani non avrà né fratelli né sorelle, né cugini, né zii o zie.

Significa la sparizione, per sempre, della grande famiglia italiana che scompare dalla scena della storia.

E’ una sorta di “genocidio” culturale e spirituale che preluderà alla vera e propria estinzione degli italiani.

Nelle residuali famiglia a figlio unico la “solitudine” sarà il convitato di pietra abituale già per “il figlio” e poi per il naturale invecchiamento dei genitori o per le situazioni drammatiche della vita come la malattia o la spaccatura dell’unità familiare dovuta a separazioni o divorzi.

FRATERNITA’

C’è però anche un altro aspetto che di solito non si considera. Non poter più fare l’esperienza della “fratellanza”, perché quasi nessuno più avrà fratelli o sorelle, cosa significherà?

Non c’è solo il valore educativo per l’individuo dell’avere fratelli e sorelle (ciò che ti abitua a condividere e a non sentirti come il centro dell’universo), ma anche la perdita di significato generale della parola “fraternità”.

È noto che, con il cristianesimo, la parola “fraternità” ha denominato specialmente la vita religiosa (basti pensare a san Francesco e ai suoi seguaci che si chiamano “frate” e “sorella”). Ma la fratellanza ha connotato più in generale tutta la comunità cristiana e quindi tutta la società.

Per influsso del cristianesimo la “fraternità” è diventata un valore sociale riconosciuto perfino nella modernità laicista e anticlericale, che non sarebbe nemmeno immaginabile senza il cristianesimo.

Infatti ritroviamo la “fraternità” nel linguaggio della massoneria e nella famosa triade della rivoluzione francese, “libertà, uguaglianza, fraternità”.

Magari veniva proclamata mentre nelle piazza si tagliavano le teste (specie di preti e suore), ma proveniva comunque dalla storia cristiana (come pure libertà e uguaglianza).

La ritroviamo poi – pacificamente – nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 che all’articolo 1 recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

Ma se andiamo – velocemente – verso un mondo senza veri fratelli e vere sorelle, senza l’esperienza concreta della fratellanza – non diventerà sempre più astratto il richiamo alla fratellanza universale?

Se la solitudine comincia ad avanzare, come un deserto che divora la costruzione umana, già nelle famiglie, e anche i legami comunitari un tempo formati dal cristianesimo non ci sono più, se già oggi milioni di persone in un paese come l’Italia, temono di trovarsi da soli o sono soli, che senso ha proclamare a parole la fraternità e la solidarietà?

Infine c’è da chiedersi come e perché si è verificata, in questi anni, una così vasta rivoluzione antropologica, che sta mettendo fine alla più antica e solida istituzione umana, la famiglia, che è l’alveo concreto della fratellanza.

Ma non è poi così difficile capire quali ideologie e quali poteri hanno assecondato questa rivoluzione. Anche se magari sono gli stessi ambienti che predicano – a parole – l’ideologia della fraternità e della solidarietà.

Antonio Socci

Da “Libero”, 21 gennaio 2018

vedi associazioneeuropalibera.wordpress.com, n. 1637.- finisce la famiglia italiana.

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1634.- Il Lavoro è Libertà

Se continueremo a parlare di destra e sinistra, il 4 marzo potremo stare a casa!
Non c’è più destra né sinistra e lo dimostrano i 564 cambi di casacca di questo parlamento, almeno politicamente, illegittimo.
C’è, invece, chi vuole il bene degli italiani, da una parte e chi, dall’altra, vuole i loro soldi.
E noi? Noi dobbiamo capire con chi potremo restaurare i valori della rivoluzione cristiana e a chi chiederemo di investire nel Lavoro e nello Stato Sociale. Senza investimenti, con quella fabbrica di debito che sono l’Unione europea, con la sua Banca Centrale e questi governi, il Lavoro ce lo sognamo! La rata del FISCAL COMPACT è di 64,304 miliardi ogni anno, per noi e per i nostri figli!
Insomma, qui non è questione di destra e di sinistra, di comunismo, di fascismo o di antifascismo e il passato non ritorna. Gli è che quello che avevamo ottenuto noi italiani in campo sociale durante il fascismo e il benessere riconquistato con il miracolo economico, oggi, ce lo sognamo. Domani neanche i sogni. Lo vuole l’Europa! Dunque, pane al pane e vino al vino: Bandite siano le dittature, ma piantiamola con fascisti, comunisti e antifascisti, gli italiani sono un popolo di lavoratori e il lavoro è libertà!
Gli elettori sappiano dire alla politica: “Fateci lavorare!”, “Ve lo chiede l’Italia!”.

1628.- MARIO DONNINI: IL LAVORO È LIBERTÀ

Brutta campagna elettorale! Se continueremo a parlare di destra e sinistra, il 4 marzo potremo stare a casa!
Non c’è più destra né sinistra e lo dimostrano i 564 cambi di casacca di questo parlamento, almeno politicamente, illegittimo.
C’è, invece, chi vuole il bene degli italiani, da una parte e chi, dall’altra, vuole i loro soldi.
E noi? Noi dobbiamo capire con chi potremo restaurare i valori della rivoluzione cristiana e a chi chiederemo di investire nel Lavoro e nello Stato Sociale.
Lo voglia o no l’Europa!

Questa maggioranza non ha conosciuto il pluralismo e nemmeno il dualismo della democrazia e la fa ancora da proprietaria delle istituzioni.
Con il ricorso costante alla fiducia, anche sulla legge elettorale – e sapete che è vietato – ha imbavagliato la democrazia.
E l’ha imbavagliata anche lasciando, per ben tre anni, un parlamento anche politicamente illegittimo a rappresentarci sotto lo schiaffo del ricatto:
O con me, o a casa!
Voglio riassumere in tre parole il mio ideale politico:
Lavoro, cristianità, libertà e intendo libertà in tutti i sensi, anche di pensiero.Ascoltate e votate e votate bene. Noi di Forza Nuova ci siamo!

1620.- E’ PARTITO IL TRENO PER LA COMPLETA DIGITALIZZAZIONE DI DENARO E LAVORO

Bosque Primario 5 gennaio 2018 , 7:19 ComeDonChisciotte
DI PETER KOENIG

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L’altro giorno, mi servivano soldi e cercavo un bancomat in un centro commerciale. Non c’era nessuno sportello automatico. Una settimana fa, iin quel centro commerciale c’era ancora una agenzia di una banca locale – ma non c’è più, lo spazio vuoto sarà riempito da uno Starbucks. Ho chiesto in giro – non ci saranno più bancomat in questo centro commerciale – e questo schema si sta ripetendo più e più volte in tutta la Svizzera e in tutta l’Europa occidentale. Le macchine bancomat gradualmente ma sempre più velocemente stanno scomparendo, non solo dai centri commerciali ma anche dagli angoli delle strade. Sarà la Svizzera il primo paese dove sarà pienamente operativo il denaro digitale?
Questo nuovo modello di vita senza denaro contante viene progressivamente e brutalmente imposto a svizzeri e europei in generale – dato che nessuno sta dicendo che cosa sta veramente succedendo dietro le quinte. Se mai, si sta dicendo alla popolazione che pagare diventerà molto più facile. Basta che passare una carta e … BINGO! Niente più firme, niente più ricerca di un bancomat: addebitano tutto sul tuo conto bancario, direttamente, qualsiasi importo piccolo o grande che sia. E naturalmente e gradualmente, arriverà una “piccola tassa” per la banca, ma nessuno ci potrà far niente, dato che l’alternativa del contanti sarà ormai superata.
In genere il limite di quanto può essere addebitato sul proprio conto bancario è quello che decide il cliente, a condizione che non superi la tolleranza bancaria. Ma la tolleranza delle banche è generosa. Se si supera il credito disponibile, il saldo sul conto scivolerà discretamente sul rosso e alla fine del mese saranno addebitati gli interessi e gli interessi sugli interessi non ancora pagati – e così via. E questo anche se i tassi di interesse interbancari sono ai minimi storici. Gli interessi fissati della Banca Centrale Svizzera per le banche, ad esempio, sono addirittura negativi; una delle poche banche centrali al mondo con interessi negativi, oltre a Giappone e Danimarca.
Quando recentemente ho parlato con il direttore di una banca di Ginevra, mi ha detto, sta andando sempre peggio. “Stiamo già chiudendo tutti i punti cassa della banca, e lo stesso vale per la maggior parte delle altre banche”. Il che significa licenziamenti di personale, cosa che ovviamente viene raccontato solo in parte, infatti dipendenti e manager della banca ora dovranno tutti superare un esame della commissione bancaria svizzera, e per questo esame hanno dovuto studiare centinaia di ore in pochi mesi per superare un test che, di solito viene programmato durante il week-end, in modo da non inficiare sull’orario di apertura delle banche. Ti offrono la possibilità di superare l’esame, ma se non ce la fai, sei fuori e puoi unirti alle schiere degli altri disoccupati. C’è la stessa tendenza in tutta Europa. Questo manager non ha rivelato cosa c’è esattamente si sia dietro questa “riqualificazione”, ma dalla conversazione è emerso chiaro che aveva a che fare con il “superamento del denaro contanti” messo in mano alla gente da parte delle banche. Questo è quello che ho capito, ma lui, uno che ci sta dentro, era preoccupato quanto me, se non di più.
La sorveglianza è ovunque. Ora, non sono solo le nostre telefonate e le e-mail ad essere spiate, ma anche i nostri conti bancari. E quel che è peggio, se l’economia funzionerà senza denaro-cash, i nostri conti saranno più vulnerabili e potranno essere manipolati dallo stato, dai ladri, dalla polizia, dalle autorità fiscali, da qualsiasi tipo di autorità – e, naturalmente, dalle stesse banche che hanno avuto la nostra fiducia da tutta la vita. Ricordate i “bail-in” che furono testati per la prima volta all’inizio del 2013 a Cipro? I bail-in diventeranno una regola comune per qualsiasi banca che abbia abusato della propria avidità di profitto e che andrebbe a gambe all’aria, se non ci fossero i depositi dei loro clienti ( per coprire le perdite). Nemmeno gli azionisti stanno tranquilli. Questa storia è stata decisa di soppiatto un paio di anni fa, sia dagli USA che da quella mafia dei colletti bianchi non eletti, che siedono nella Commissione europea – EC.
Il punto è : ‘le banche über alles’. E quale altro paese potrebbe essere più adatto della Svizzera per una “vita senza contanti”, l’epicentro – insieme a Wall Street – del sistema bancario internazionale. Saranno le banche in futuro che suoneranno le campane delle nostre economie personali e di quelle statali. Sono già globalizzate e seguono gli stessi principi della deregolamentazione in tutto il mondo. Sono in collusione con le società globalizzate. Decideranno se noi mangeremo o se diventeremo schiavi. Sono una delle armi principali a disposizione dello 0,1% per battere il 99,9% e sottometterlo. Le altre due armi al servizio del Dominio Completo del maestro egemone dello Spectrum, sono l’industria della guerra e quella del sicurity con una macchina-della-bugia-e-della-propaganda sempre più spudorata. La deregolamentazione bancaria è diventata un’altra regola di cui si parla poco da parte della Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). I paesi che vogliono aderire all’OMC, devono prima deregolamentare il proprio settore bancario ed aprirlo agli squali monetari globalizzati e ai conglomerati bancari sotto il controllati sionista.

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Il ridimensionamento del personale nel mercato del lavoro bancario sta aumentando. I giornali ne parlano poco, solo quando i posti di lavoro che vengono eliminati sono veramente tanti. Le statistiche mentono ovunque, sia nella UE che a Washington. – Perché spaventare la gente? Avrà tempo per spaventarsi, quando gli offriranno solo posti di lavoro a stipendi con cui si riuscirà a malapena a sopravvivere. Sta già succedendo. Questa tattica ha già funzionato nei paesi in via di sviluppo: tenere la gente schiava dei debiti e degli stipendi troppo bassi, in modo da non avere né tempo, né energia per scendere in piazza e protestare: bisogna prima cercare da mangiare e da lavorare, poi cercare un qualunque lavoro per quanto possa essere umile, per nutrire le famiglie. Per il momento questo succede in Europa e in Occidente in generale. Diciamo che c’è qualche paese che sta molto più avanti della Svizzera.
Prove di mercato senza contanti sono partite altrove, specialmente nei paesi nordici, dove certi grandi magazzini e supermercati non accettano più contanti.

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Un altro mostruoso processo è stato sperimentato in India un anno fa, nell’ultimo trimestre del 2016, da un giorno all’altro furono dichiarate fuori corso l’80% delle banconote che dovevano essere scambiate con banconote nuove da ritirare in banca o dai conti bancari. E questo esperimento è stato fatto in un paese dove tutto girava intorno ai soldi in contanti, dove metà della popolazione non ha un conto in banca e dove, nelle zone rurali più lontane, non ci sono nemmeno le banche. Hanno mentito alla gente e con l’introduzione improvvisa delle nuove regole monetarie si è ottenuto il massimo effetto.
In seguito a questo c’e stata una grande carestia e migliaia di persone sono morte, perché improvvisamente nessuno aveva più soldi contanti per comprare da mangiare – il tutto per seguire il progetto USAID – “Catalyst” – messo in pratico con la complicità del governo e della banca centrale dell’India. E ‘stato un collaudo, ma è stato un disastro. Se funziona in India con 1,3 miliardi di persone, due terzi delle quali vivono in aree rurali e la maggior parte non ha un conto in banca, la stessa truffa potrebbe funzionare in qualsiasi paese in via di sviluppo – leggi : India – Crime of the Century – Financial Genocide
Quello che sta succedendo in Svizzera è un collaudo sulla fascia più alta della popolazione. Come li prenderanno, questi cambiamenti così radicali nella nostra routine monetaria quotidiana, quelli delle caste più elevate? – Finora non ci sono state troppe proteste. C’è un gruppo di persone che ha lanciato senza convinzione un referendum, perché vuole che la Banca centrale svizzera sia l’unica istituzione in grado di fare soldi, come ai “vecchi tempi”, ma anche se si tratta di un’idea molto rispettabile, il referendum non ha nessuna possibilità di riuscire nel contesto attuale delle banche e del finanziamento del debito, dove ai ragazzini stanno facendo capire quanto “sia fico” strisciare la carta davanti a un occhio elettronico. Oggi, la maggior parte del denaro è fatto da banche private, in Svizzera come altrove, in Europa come negli Stati Uniti. La deregolamentazione bancaria mondiale, avviata dall’amministrazione Clinton negli anni ’90 – oggi una regola per qualsiasi membro dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) – ha reso tutto questo possibile.
La digitalizzazione e la robotizzazione sono solo all’inizio. Le casse dei supermercati che hanno una cassiera stanno diminuendo; la maggior parte delle casse sono automatiche – e questo è cambiato solo nell’ultimo anno. – Dove sono andati a finire i dipendenti? – Ho chiesto a un addetto che stava aiutando i clienti a passare attraverso il self-checkout. “Sono entrati anche loro nell’esercito dei disoccupati”, ha detto con tristezza, perché aveva già perso molti dei suoi colleghi. “Toccherà anche a me, non appena non avranno più bisogno di spiegare ai clienti come si paga da soli.”

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1618. – La nuova governance economica e le misure anti-crisi dell’Eurozona.

A noi, paese debole dell’UE, se attuiamo la regola del pareggio di bilancio introdotta dal Fiscal Compact, l’ESM,che gestisce il fondo salva-stati permanente, può concedere aiuti solo se c’impegnamo a rispettare i programmi di TAGLI E le RIFORME strutturali: WELFARE e MERCATO DEL LAVORO e senza LAVORO non c’è DIGNITA’; quindi, non c’è LIBERTA’.

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Il Trattato di Maastricht aveva disegnato un equilibrio fondato essenzialmente sulla realizzazione del mercato interno e su regole di bilancio comuni, ma al trasferimento della sovranità monetaria all’Unione non ha fatto seguito analoga cessione della sovranità sulla politica economica degli stati, oggetto piuttosto, in base al Trattato di Maastricht (art. 3 punto A), del coordinamento fra gli stati membri in quanto materia di “interesse comune” (artt. 5 e 119 TFUE) ed affidata in linea di principio alla responsabilità degli stati (art. 120 TFUE). Sicchè, se la disciplina di bilancio si è avvalsa di una strumentazione vincolante, a partire dalle disposizioni poste dall’art. 126 TFUE, il coordinamento della politica economica degli stati è stato attuato mediante strumenti di soft law “collocati all’esterno della dimensione comunitaria”, prevedendosi poi (art. 121 TFUE) un meccanismo di “sorveglianza multilaterale” (con il potere del Consiglio di adottare mere “raccomandazioni” ai paesi membri). La politica economica dell’Unione si è fondata, in altri termini, sull’impegno degli Stati di rispettare gli “indirizzi di massima” del Consiglio per il raggiungimento di obiettivi comuni e sul patto di stabilità e di crescita (il cui obiettivo è il contenimento dei disavanzi pubblici), sottoposti alla sorveglianza della Commissione e del Consiglio (art. 126 TFUE).
Medesimo equilibrio, come è noto, concerne le politiche sociali, per le quali i Trattati prevedono unicamente il coordinamento a livello dell’Unione (art. 156 TFUE) ovvero, ma per un numero limitato di materie, l’adozione di misure di incoraggiamento alla cooperazione degli Stati, o ancora “prescrizioni minime applicabili progressivamente”, oltre tutto lasciando in piedi per le materie più sensibili la procedura di deliberazione all’unanimità (v. art. 153 TFUE).
Con i provvedimenti assunti nel contesto della crisi economica e finanziaria questo quadro, per quanto non contraddetto nelle sue linee di fondo, è stato profondamente La nuova linea, velocemente disegnata sul fallimento dei vincoli di Maastricht, è ora quella
31 Il primo passo in direzione di una “presa di controllo” delle leve di politica economica dei governi nazionali lo si è avuto con il Patto Euro Plus adottato dal Consiglio nel vertice del 23-24 marzo 2011, grazie al quale, con la modifica dell’art. 136 FFUE, il meccanismo di stabilità finanziaria viene basato esplicitamente sul principio di “rigorosa condizionalità”. Viene così recisa quella linea di controllo dei bilanci pubblici, varata con il Trattato di Maastricht, per la quale “lo stato resta padrone della distribuzione delle risorse ..ma non controlla la possibilità di incrementare le spese ricorrendo al debito pubblico, passando ad un regime di più stretto controllo dei paesi più deboli.
di consentire interventi diretti sugli ordinamenti nazionali, dettando non solo i limiti macro- economici ma le “riforme” ritenute necessarie. Il principio di “condizionalità” – già adottato dal FMI nel rapporto con gli Stati sottoposti a programmi di aiuti e riforme strutturali – diviene così la stella polare per regolamentare il rapporto fra nuove “istituzioni” intergovernative come l’ESM (l’istituzione finanziaria degli stati della zona Euro deputata a gestire il fondo salva-stati permanente che di fatto dovrà accompagnare la realizzazione del Trattato sul Fiscal Compact) ed i paesi più deboli della UE, a cui possono essere concessi aiuti solo se in cambio si impegnano a rispettare i programmi di tagli e le riforme strutturali (fra le quali primeggiano le riforme che interessano il sistema di welfare e il mercato del lavoro) dettati da questi organismi, e sempre che, beninteso, attuino la regola del pareggio di bilancio introdotta dal Fiscal Compact.
Viene in tal modo profondamente modificata quella linea dualistica, a cui si è fatto cenno, grazie alla quale veniva garantita l’autonomia degli stati membri nella gestione delle politiche sociali, autonomia che l’emergenza finanziaria, complice l’approccio delle istituzioni europee, ha completamente distrutto.
Sono emerse direttrici di intervento che, per quanto in certa misura necessitate, hanno determinato un impatto fortemente critico, sia sul piano della tenuta dei diritti sociali che sul piano della legittimazione democratica dei poteri che hanno assunto un ruolo “fatto stesso che con un Trattato internazionale si preveda l’obbligo per gli stati di
32 Dal Six Pack, approvato il 4 ottobre 2011, che ha introdotto una serie di limiti stringenti per i paesi europei con un’interpretazione restrittiva delle regole sul patto di stabilità e un meccanismo di sorveglianza sui bilanci pubblici sia sul piano preventivo che repressivo- sanzionatorio, al Two Pack che anticipa alcune delle misure che verranno poi approvate con il Fiscal Compact, consentendo alla Commissione europea, in caso di scostamento dagli obiettivi assunti, di rendere un parere negativo sul documento programmatico di bilancio direttamente al parlamento nazionale, fino al Trattato intergovernativo sulla stabilità, il coordinamento e la governance, meglio noto come Fiscal Compact, sottoscritto il 2 marzo 2012 ed operativo dal 1° gennaio 2013. Il Trattato sul Fiscal Compact impone due regole fondamentali: da un lato il pareggio di bilancio, ossia la determinazione di una soglia del deficit strutturale consentito, dall’altro la previsione di un rigido percorso di riduzione del debito pubblico rispetto al PIL. Sul rispetto di queste regole sul governo dei conti pubblici è inoltre previsto il sindacato della Corte di Giustizia (art. 8). Esplicitamente le parti hanno poi previsto che l’adozione di queste nuove regole dovesse avvenire medianti disposizioni vincolanti e permanenti, “preferibilmente mediante l’adozione del nuovo vincolo di bilancio negli ordinamenti mediante una fonte di natura costituzionale”. A valle di questo processo di definizione di nuove regole, che avviene al di fuori del diritto dell’Unione, la legge costituzionale n. 1 del 2012 ha operato una revisione dell’art. 81 Costituzione che, nei suoi elementi essenziali, contiene un divieto di indebitamento e l’obbligo di garantire l’equilibrio di bilancio con la sola eccezione consentita dal II comma della nuova disposizione costituzionale in relazione alle fasi congiunturali. Il “vincolo di bilancio” diviene così “lo snodo essenziale della stringente governance economica europea: un vincolo esogeno (di derivazione sovranazionale) che diventa endogeno (cioè nazionale)” (Ricci 2012)
emendare la propria Costituzione, dettando precisi termini di attuazione e affidando alla Corte di Giustizia poteri sanzionatori, non poteva che che far sorgere pesanti interrogativi sul limitazione della discrezionalità degli stati nella formazione degli indirizzi di politica
istituzioni rappresentative europee (il Parlamento) bensì perché accentrate nelle mani di istituzioni sovranazionali di dubbia legittimità democratica, trasformando in certa misura gli assetti di a queste misure non vi fossero alternative, ma resta il fatto che la politica di bilancio viene di fatto espropriata agli organi rappresentativi dei cittadini europei e centralizzata nelle mani del Consiglio e della BCE, con le procedure previste dal Patto Euro processo di integrazione così come “disegnato” a Lisbona, con un implicito Bronzini, la crisi ha di fatto “disgregato..la convinzione che il Trattato di Lisbona avesse offerto, ormai, un quadro istituzionale solido ed efficace per disciplinare il “deboli” in materia di bilancio e l’esplicita limitazione della discrezionalità degli stati nella prerogative sono “trasferite” alle istituzioni rappresentative europee (il Parlamento) bensì perché accentrate nelle mani di istituzioni sovranazionali di dubbia legittimità democratica, trasformando in certa non vi fossero alternative, ma resta il fatto che la politica di bilancio viene di fatto espropriata agli organi rappresentativi dei cittadini europei e centralizzata nelle mani del Consiglio e della BCE, con le procedure previste dal Patto Euro Plus e dal Six Pack. La “come “disegnato” a Lisbona, con un implicito riconoscimento dell’insufficienza del diritto convinzione che il Trattato di Lisbona avesse offerto, ormai, un quadro istituzionale solido ed efficace per disciplinare il processo decisionale continentale attraverso regole più chiare e La riorganizzazione della governance economica europea avviene al prezzo di una forte lacerazione, giacché è agli stati più forti che, di fatto, viene ascritto il potere di controllo e sanzionatorio nei confronti dei bilanci degli stati finanziariamente deboli ed è soltanto a questi stati che è data la possibilità di tutelare efficacemente le proprie prerogative costituzionali. Come si è efficacemente notato, i paesi deboli vengono – di fatto e di diritto – emarginati dalla gestione politica della crisi e non hanno nessuna possibilità di incidere su decisioni che, a ben vedere, si riflettono sulle condizioni di vita dei propri sin dall’inizio, le sfide poste dalla crisi, non prevede alcun coinvolgimento effettivo del Parlamento europeo, di fatto estromesso dalla governance economica (il che fra l’altro suona come una conferma piuttosto esplicita del fatto che la vecchia prassi intergovernativa non è mai venuta meno, neppure con il Trattato di Lisbona.
– emarginati dalla gestione politica della crisi e non hanno nessuna possibilità di incidere su decisioni che, a a caso il “metodo” adottato dagli stati dell’Eurozona per affrontare, sin dall’inizio, le sfide poste dalla crisi, non prevede alcun coinvolgimento effettivo del Parlamento europeo, di fatto estromesso dalla governance economica (il che fra l’altro suona come una conferma piuttosto esplicita del fatto che la vecchia prassi intergovernativa non è mai venuta meno,
La “cessione di sovranità” imposta agli stati deboli dell’Unione non implica, dunque, la ricostruzione ad un altro livello dei meccanismi di partecipazione e legittimazione, bensì la sottrazione secca di potere agli organi rappresentativi legittimamente deputati ad politiche sociali o da propositi di riforma delle disposizioni dei Trattati che frenano la capacità d’intervento della U.E. in campo sociale.
Viene così paradossalmente confermata la filosofia di fondo dell’integrazione europea, non rientrando nei programmi dei governanti europei altro che la disciplina di bilancio, l’unione bancaria e (forse) la disciplina fiscale, ed escludendo così implicitamente qualsiasi aumento delle competenze della U.E. in materia economica e sociale, con il risultato di avallare ancora una volta quella oramai logora strategia che, in estrema sintesi, ha optato per declassare gli strumenti di armonizzazione, tanto da fare del primato del metodo aperto di coordinamento (un metodo prevalentemente intergovernativo, come scrive) lo L’asimmetria fra l’impegno della U.E. alla realizzazione del mercato interno e le deboli basi dell’Europa sociale rischia così di rimanere uno dei tratti caratterizzanti della costruzione dell’Unione europea come entità “politica” sovranazionale, per di più nel contesto di nuove diseguaglianze fra paesi deboli e paesi forti, fra paesi che possono tutelare efficacemente la propria sovranità e paesi invece costretti a subire interamente il principio di significato la solenne promessa di un modello di integrazione orientato alla “promozione di un’adeguata protezione sociale, [alla] lotta contro l’esclusione sociale” (art. 9 TFUE). Il diritto del lavoro, a sua volta, si ritrova a doversi misurare con problematiche inedite, sia sul versante dei diritti individuali che dei diritti collettivi, che ripropongono in termini ancor più drammatici il mai sopito dilemma sulla forza e vincolatività delle enunciazioni delle Carte costituzionali, creando uno stridente contrasto fra l’elevazione dei diritti sociali a fondamenti stessi delle comunità e la natura piuttosto relativa e transeunte che i principi delle Costituzioni finiscono in concreto per assumere (non solo per lo strapotere dei mercati ma anche per scelte imputabili al government europeo).
Le conseguenze che la crisi – e le misure adottate per contrastarla – determina a carico degli ordinamenti nazionali e dei sistemi di contrattazione collettiva – fonti privilegiate (tuttora) della produzione di norme in materia di lavoro e diritti sociali – sono tali, infatti, da mettere in discussione proprio l’efficienza regolativa dei modelli costituzionali, anche i più avanzati, a cui spetterebbe (quanto meno) costituire un sicuro ancoraggio per il nucleo di l’art. 36 Cost. potrebbe non garantire più l’effettività dei beni da essa protetti, allora c’è da chiedersi in che misura sia oramai in atto un cambiamento di fondo nel rapporto fra economia e società.

1617.- L’Europa e la crisi, ovvero: i diritti sociali sono ancora diritti fondamentali?

Perché si parla, oramai, dei “diritti sociali” come di “diritti finanziariamente condizionati”?

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Che la “terapia” anti-crisi messa in campo dall’Unione europea e in particolare da quel sotto-insieme che definiamo “Eurozona” sia irrimediabilmente fallita è opinione anch’essa non certo isolata, eppure ancora oggi è fortemente scoraggiata ogni “dottrina” che non sia quella che fa leva sulle politiche di austerità, disegnando inevitabilmente una parabola involutiva dei modelli di welfare. Tutti i diritti sociali, anche se “fondamentali”, divengono così il corpo vivo su cui chirurgicamente opera il tentativo di riassestamento (dei bilanci pubblici e non solo) imposto ai paesi europei, soprattutto ai paesi più deboli, con la duplice, paradossale conseguenza di smentire di fatto il riconoscimento ad essi tributato dalle Carte e al contempo di negare ogni principio di autonomia della politica sociale degli stati.
Ma, come si è già accenato in premessa, non di sola recessione soffrono i diritti sociali nello spazio giuridico-economico europeo. Lo strano destino dei diritti sociali fondamentali – prima affermati in via di prassi dalle Corti ma obliterati dal diritto della U.E.; poi affermati in via di (pieno) diritto ma ridimensionati nella loro effettività dalla crisi economica e sociale – è frutto, come è oramai chiarissimo, di precise scelte politiche dei governanti europei, a partire dall’ambiguità impressa all’integrazione europea. Mai smentita, la teoria dominante è stata fino a ieri quella (tipicamente liberale) secondo cui il funzionamento del mercato interno avrebbe favorito o prodotto spontaneamente l’armonizzazione dei sistemi sociali (la linea dell’armonizzazione negativa, piuttosto singolarmente enunciata a chiare lettere in una clausola del TFUE: v. art. 151 co. 3).5 Con la crisi, le reticenze e gli accordi “al ribasso” dell’intesa che ha portato all’adozione del Trattato di Lisbona nel 2007 sono più evidenti che mai. L’ambizione dei governanti europei di disegnare un’architettura istituzionale molto complessa ed articolata ignorando i problemi di fondo dell’Unione in materia politica ed economica è risultata, anzi, totalmente inadeguata. Sicché anche i passi in avanti compiuti con l’adozione del Trattato – oltre al “riconoscimento” della Carta dei diritti, assegnandole il rango di Trattato ex art. 6 TFUE, la “decostituzionalizzazione” della concorrenza, non più formulata come obiettivo primario dal Trattato di Lisbona e inserita in un protocollo allegato, e la stessa esplicita affermazione dei fini dell’integrazione europea individuati nella elevazione e nel benessere dei cittadini europei restano irretiti dai compromessi che hanno caratterizzato l’ultima fase dell’integrazione europea. E fra questi compromessi indubbiamente una valenza peculiare, dal punto di vista dei diritti sociali e in particolare del diritto del lavoro, ha la scelta di non mettere minimamente in discussione l’assetto delle competenze definito dall’art. 153.5 TFUE – disposizione che esclude il potere d’intervento dell’Unione in tema di retribuzione, diritto di associazione e diritto di sciopero, materie cruciali per l’integrazione europea – di cui ora si percepisce, come scrive Bronzini, tutta la “potenzialità distruttiva”, paralizzando ogni possibile intervento regolativo ma consentendo, al tempo stesso, in materie socialmente delicatissime, “manutenzioni straordinarie” ad opera della Corte di giustizia. Non si riduce, in altre parole, l’asimmetria del modello di integrazione europea, in cui deboli matrici sociali convivono con forti e resolute tendenze, particolarmente da Maastricht in avanti, a rafforzare i vincoli del mercato interno. La crisi di questo assetto, fondato sulla divaricazione/separazione fra “costituzione economica” e “costituzione sociale”, che a suo modo tutelava la sovranità sociale degli stati e l’autonomia delle parti sociali, non ha prodotto alcun ripensamento nella strategia dei governanti europei e il rapporto fra “stato e mercato” è e resta disciplinato sul principio dell’uniformazione delle condizioni concorrenziali e del libero ed uniforme dispiegarsi delle libertà economiche, lasciando agli stati il difficile compito di preservare gli equilibri sociali interni e governare la politica economica. All’epoca del declino dello stato-nazione, del tumultuoso attacco dei mercati finanziari all’autonomia degli stati, questo equilibrio (che le “aperture” del Trattato di Maastricht non hanno cerro rovesciato) non poteva che sfaldarsi, tanto più che spontaneamente i sistemi nazionali non hanno affatto dimostrato quella convergenza o spontanea armonizzazione promessa. Viene allo scoperto, in tal modo, la congenita debolezza del “gradualismo” nelle politiche di integrazione – una sorta di “infantilismo nel determinismo storico” – che come un mantra ha posseduto le elite europee, lasciando alla Corte di Giustizia il difficile compito di disegnare in modo quanto meno credibile i tratti di una cittadinanza europea che Giubboni, riprendendo Pinelli, ha definito più transnazionale che sovranazionale, ossia più spinta alla garanzia dell’integrazione dei lavoratori, individualmente considerati, nei sistemi nazionali di welfare che all’istituzione di un sistema autenticamente europeo.
L’Europa sembra così destinata a subire gli stessi problemi di squilibrio dei paesi “aggrediti” dalla globalizzazione, un quadro cioè in cui si manifestano incisivamente forti tendenze alla deregolazione e all’apertura dei mercati ma debolissime politiche di ri- regolazione in materia di lavoro, relazioni industriali e mercati del lavoro. Per di più, nel contesto di una crisi “epocale” che incide sulle strutture sociali ed economiche dei paesi europei in modo destrutturante, sottraendo garanzie e prestazioni. E dinanzi ad uno scenario che richiederebbe forti innovazioni, le risposte dei paesi europei sono apparse invece timide, incongruenti, addirittura controproducenti, creando una spirale “negativa” inarrestabile e riproponendo posizioni fortemente conservatrici, con una strenua difesa degli interessi nazionali, senza un orizzonte comune (come ha dimostrato plasticamente la trattativa sul bilancio europeo 2014-2020, chiusa con esiti a dir poco fallimentari).13
Da un quinquennio di crisi ed incertezze ereditiamo così un vero e proprio “declassamento” dei diritti sociali, risultato al quale paradossalmente contribuiscono non solo le riforme della governance europea ma la stessa “traiettoria impressa al processo di integrazione europea dalla giurisprudenza della Corte di giustizia sul mercato interno”.14 Autorevolissimi studiosi, preso atto del decalage dei diritti sociali, apertamente assumono come dato oramai molto concreto la “de-fondamentalizzazione” di questi diritti, pur formalmente equiordinati alle libertà economiche fondamentali.15
Dinanzi a così grandi difficoltà si prefigurano oramai apertamente soluzioni che presuppongono il fallimento, più che la crisi, del progetto di integrazione europea. Se potrebbe configurarsi come una stretta necessità l’accettazione di un modello di integrazione a due velocità (a two-speed Europe)16 o asimmetrica, mediante cooperazioni rafforzate,17 in modo anche più radicale si giunge ad invocare e teorizzare la necessità dello smantellamento dell’Unione monetaria, al cui attivo resta, come scrive Streeck, la divisione economica dei paesi europei.18 L’adozione di misure divisive avrebbe ovviamente ripercussioni critiche su qualsiasi possibile sviluppo futuro della dimensione sociale della cittadinanza europea,19 ma il fatto stesso di teorizzarne la possibilità (o addirittura necessità) è il segno che l’Europa di Bruxelles – come si è sviluppata secondo il disegno dei Trattati, a partire dal Trattato fondativo di Roma, e non certo, come si è anche di recente sostenuto, mutando la propria natura dopo Maastricht – è giunta oramai ad un tale stadio della propria crisi da apparire insostenibile agli occhi non di qualche euroscettico ma di raffinati intellettuali progressisti.

Diritti sociali e vincoli economici

Ma certamente la crisi non sollecita soltanto riflessioni critiche sulle politiche europee di integrazione e sui compromessi, talvolta poco “illuminati”, che hanno caratterizzato la vicenda dell’Unione europea. Un’acuta e in verità spiazzante riflessione che la dottrina più in incline a guardare al “sistema” (com’è indubitabilmente la dottrina costituzionalistica) sembra offrirci, è difatti sulla stessa sostenibilità del modello sociale europeo,20 mettendo in chiaro (la crisi) che i diritti fondamentali non sono “variabili indipendenti e che la tenuta di quel compromesso costituzionale fra “stato” e “mercato”, o, per usare una metafora, fra Smith e Keynes, comune alla storia di tanti (o forse tutti i) paesi europei, non costituisce affatto una conquista irrevocabile. Al fondo, ci suggerisce Spadaro, s’impone oramai una revisione dei nostri “valori” e un deciso ri/orientamento delle nostre società, nel cui seno è sorta quell’aspettativa di benessere oggi drammaticamente messa in discussione dalla crisi, tanto da far emergere un’antitesi inaspettata, qual è l’immagine fortemente evocativa di un “modello sociale europeo più sobrio, solidale e sostenibile”.
In effetti può farsi risalire (almeno) al roosveltiano Bill of Right del 1944 l’affermazione secondo cui fra i diritti non possono darsi né gerarchie né tanto meno differenze, sul piano dell’ effettività come della “sostenibilità”. Tutti i diritti – i diritti di libertà non meno dei diritti sociali – dipendono in misura maggiore o minore da “investimenti selettivi di risorse scarse”, e come scrivono Holmes e Sunstein hanno radici “nel terreno più instabile della politica”, destinati per questo “a essere più suscettibili di affievolimento di quanto l’aspirazione alla certezza giuridica potrebbe indurci ad auspicare”.21 Non dovrebbe sorprendere quindi che i bilanci pubblici degli stati europei siano divenuti il termine di riferimento per selezionare l’accesso ai diritti sociali e definire i loro contenuti positivi, anzi, è da tempo che si parla oramai dei diritti sociali come “diritti finanziariamente condizionati” anche nella giurisprudenza della nostra Corte costituzionale.22 Ma ciò che, a ben vedere, può fare di questa crisi un punto di rottura, è che la restrizione dei diritti sociali non è la risultante di scelte discrezionali degli stati o l’esito dei conflitti sui modelli di giustizia distributiva, e neppure della scarsità di risorse pubbliche, bensì del “dispotismo” dei mercati finanziari, in grado di sottrarsi al controllo dei dispositivi statali e tuttavia capaci di sovra-determinare le politiche pubbliche. Parafrasando un’espressione di Guy Peters si potrebbe dire che la crisi è “l’asso pigliatutto”, irrompe nella storia come un deus ex machina – proprio come in una tragedia greca – senza che neppure sia chiaro se la sua rappresentazione come evento esogeno, ineluttabile, corrisponda ad un dato di realtà o non sia invece un modo alquanto sofisticato per esorcizzare le responsabilità politiche delle elite europee incapaci di un’efficace regolazione del mercato.
Alain Supiot ci offre un’amara constatazione dell’impotenza delle forze progressiste ed europeiste – “condamnée à accompagner sur le mode compassionel la dégradation des conditions de vie et de travail engendrées par la globalisation”.23 Alla prospettiva neoliberale e alla sua durissima ricetta economica si contrappongono così sollecitazioni a rilanciare il modello sociale europeo, ma in un contesto di frammentazione e di generale debolezza, di rinascita degli egoismi nazionali e di rafforzamento dei “freni costituzionali interni”. Né la convinzione oramai diffusa della necessità di una politica europea che finalmente consideri come asse prioritario l’economia reale stimola risposte adeguate, anzi, è proprio qui che l’assenza di “ricette” credibili appare in tutta la sua criticità. Sembra quasi che tutte le opzioni politiche ed economiche sul tavolo siano state bocciate dalla crisi economica. Se le politiche neo-liberiste sono il principale imputato degli squilibri economici e del potere assunto dall’economia finanziaria,24 fallendo proprio nella loro solenne promessa di generare ricchezza – sul piano cioè della capacità di “concepire e applicare schemi esecutivi per stimolare e organizzare la produzione”25 – ed agendo piuttosto sul piano della “distribuzione”, con la conseguenza di accrescere le diseguaglianze e generare nuove povertà,26 quella diversa ed antitetica prospettiva di politica economica che per comodità può definirsi “socialdemocratica” o keynesiana – basata sull’accordo fra capitale e lavoro e in particolare sull’intervento pubblico in campo economico (non solo per correggere i “fallimenti del mercato”) – siede anch’essa sul banco degli imputati, poiché è proprio il massiccio investimento di risorse pubbliche nella “spesa sociale” ad aver causato, secondo le spiegazioni ricorrenti sulla crisi finanziaria europea, la crescita esponenziale del debito sovrano degli stati più deboli dell’Unione creando le premesse dell’aggressione dei mercati. Il duplice fallimento delle strategie regolative più accreditate nell’economia politica è l’espressione di una crisi che travolge stato e mercato in egual misura: “alla market failure si affianca la state failure”, nota efficacemente (e causticamente) Cassese.27 Sotto questo aspetto la crisi potrebbe davvero dischiudere nuovi orizzonti, mettere in moto processi che ci “costringano” a rivedere i presupposti di fondo del nostro modello di sviluppo. Nel presente, tuttavia, gli effetti della crisi continuano ad incidere sulle condizioni di vita (sui salari e sui redditi) e sui livelli occupazionali in modo recessivo, senza che si vedano all’opera contro-tendenze di analoga forza ed impatto ma semmai, come si è notato,28 soltanto un “lieve mutamento di rotta” (dall’austerity alla crescita) auspicato dalla stessa Commissione nelle sue Raccomandazioni sul programma di stabilità.29
Né tanto meno l’Unione europea sembra in grado di difendere se stessa e il suo progetto di integrazione. Dopo le grandi direttive degli anni novanta si è tornati alla logica del “doppio binario” – accentramento della politica monetaria ed ora della politica di bilancio, decentramento della politica economica e sociale – mentre, nel quadro giuridico definito dai Trattati, è proseguita senza soste la realizzazione del mercato interno, eliminando ogni ostacolo alla libertà di circolazione e così sottraendo agli stati sovranità sulla disciplina dei rapporti economici e sociali all’interno dei propri confini. Questa forte matrice liberista dell’integrazione europea si esprime in modo molto sofisticato, ma semplificando al massimo si potrebbe dire che se da un lato, con il principio di attribuzione, l’Europa ossequia i “signori dei trattati”, dall’altro, con la dottrina del “primato”, svuota l’acqua in cui nuotano gli stati. Come nel wendersiano falso movimento, verrebbe da dire.30
In un quadro dunque già ipotecato da queste ambiguità di fondo intervengono, in modi particolarmente incisivi, i provvedimenti anti-crisi dell’Eurozona, aggravando le diseguaglianze e creando le premesse di una vera e propria rottura fra paesi in grado di difendere i propri modelli sociali adottando in vario modo misure “protezionistiche” e paesi deindustrializzati ed impoveriti che rischiano di precipitare in un violentissimo scontro sociale (fra i quali si può certamente annoverare l’Italia).

1613.- Conclusioni di Domenico Gallo

“La Costituzione della Repubblica è sempre giovane”. Convegno in occasione del 70° anniversario della firma della Costituzione della Repubblica Italiana (27/12/1947- 27/12/2017), Sala degli Atti parlamentari del Senato della Repubblica. Le conclusioni del giudice di Cassazione, Domenico Gallo.

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Domenico Gallo, magistrato da trentacinque anni, da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è attivo nei comitati per la difesa della Costituzione. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di numerosi libri tra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006) e La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008).
Domenico Gallo è un sostenitore del diritto dei magistrati di professare la propria fede politica, di prendere parola e di partecipare, come tutti gli altri cittadini alla vita politica; diritto che si ritiene riaffermato con il ritorno della libertà ai magistrati, attuato con la Circolare 6 giugno 1944, n.285, dal Ministro di Grazia e Giustizia, Vincenzo Arangio Ruiz: “Ho deciso di rimuovere il divieto che impediva al personale della magistratura e degli uffici giudiziari la pubblica professione della fede politica di ciascuno”. Ecco, in quel “come tutti gli altri” di Domenico Gallo e di chi come lui sta il punto della questione, per chi vuole che il magistrato sia al di sopra e più degli altri e non partecipi pubblicamente alla sua parte politica.
Sta di fatto che la discussione sul diritto o sull’opportunità che i magistrati interloquiscano e prendano posizione in vista di questioni o eventi della politica è sempre aperta. Personalmente, ritengo che un magistrato che si ponga pubblicamente in una parte politica, non dia piena garanzia di un sereno o fedele adempimento dei propri doveri e non ritengo che questa odiosa politicizzazione dei magistrati rappresenti un valore del trapasso dal fascismo alla democrazia, anzi, ritengo che ponga un problema di libertà per il cittadino che si trovi ad essere giudicato da un magistrato di parte politica avversa: ancor più se uno dei due o entrambi hanno rivestito cariche politiche.

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La Costituzione della Repubblica italiana venne promulgata il 27 dicembre del 1947 con la firma di Enrico De Nicola (Capo provvisorio dello Stato), Umberto Terracini, Presidente dell’Assemblea costituente e Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dei Ministri ed entrò in vigore il 1 gennaio 1948. Sono passati settant’anni.
E’ un tempo storico sufficientemente lungo per fare un primo bilancio della vitalità della nostra Carta Costituzionale, chiederci se i suoi principi ed i suoi valori sono ancora indispensabili per il nostro futuro, se la sua architettura delle istituzioni è ancora valida, oppure se genera inefficienza o altri mali, come ci annunciano quasi quotidianamente da trent’anni i suoi detrattori. E’ tempo di chiederci se il patrimonio di beni pubblici che i padri costituenti hanno lasciato in eredità al popolo italiano è stato ben speso o sperperato e se questo patrimonio debba essere conservato e tramandato alla generazioni future. L’incontro che abbiamo tenuto oggi nella sala del Senato che il Presidente Grasso ci ha messo a disposizione si è posto proprio l’obiettivo di rispondere a questa domande.
E’ necessario fare una premessa. La Costituzione non è mera espressione di tecnica del diritto, essa si sviluppa lungo quella frontiera aspra, rocciosa, battuta da venti impetuosi, dove il diritto si incontra con la storia, dove la tecnica giuridica si innesta con le istanze metagiuridiche della filosofia e dell’etica. Come ebbe a spiegarci in modo magistrale uno dei padri della Costituzione, Piero Calamandrei, nel famoso discorso agli studenti di Milano del 26 gennaio 1955:
“ In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane…”
Ci sono gli echi del risorgimento, dei valori della Costituzione della Repubblica romana del 1849, gli echi delle voci di Mazzini, di Cavour, di Cattaneo, di Garibaldi, di Beccaria.
“Grandi voci lontane, grandi nomi lontani… Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte in questa Carta.” La Costituzione, pertanto, è la traduzione nell’ordinamento giuridico dell’annuncio portato dalla Resistenza di una nuova società umana, cioè di un tempo e di una storia nuova in cui fossero risparmiate per sempre alle generazioni future le sofferenze inenarrabili che avevano patito quelle precedenti attraverso le due guerre mondiali, l’olocausto e l’asfissia di una società priva di libertà. Con la Costituzione ci è stato consegnato il dono della libertà e con esso un patrimonio di beni pubblici repubblicani a suggello di un patto di amicizia che le generazioni passate hanno stretto con le generazioni future.
Abbiamo molto discusso in questa sede dell’attualità dei principi e valori che la Costituzione ha insediato nell’ordinamento giuridico ed abbiamo discusso della crescente disapplicazione di questi principi e valori nell’ordinamento politico, rivendicando la validità del progetto di società iscritto nella Costituzione, ancora da realizzarsi. Siamo tutti coscienti che la Costituzione ha una dimensione precettiva, immediatamente applicabile e vincolante per tutti, che i giudici fanno applicare quando, per esempio, la Corte costituzionale cancella quella norma del pacchetto di sicurezza Maroni che vietava il matrimonio fra un cittadino italiano ed una persona di altra nazionalità priva del permesso di soggiorno, ed una dimensione programmatica che indica alla politica ed alle istituzioni un dover essere e guarda al futuro.
Non a caso la professoressa Carlassare ci ha parlato del progetto di una società più umana ed ha definito la Costituzione come la Carta del nostro futuro.
Voglio solo indicare un aspetto della Costituzione che ha parlato direttamente al futuro: il tema della laicità. Per comprendere appieno la natura e il significato del principio di laicità bisogna ricercarne la radice, essa deriva da quella concezione dei diritti dell’uomo che nel nostro ordinamento costituzionale ha dato origine al principio personalista. L’articolazione forse più importante del principio personalista è proprio la laicità.
Come si è detto, esistono nella Costituzione dei valori supremi, ma il metro per giudicarli è la persona umana; il che significa che non ci possono essere esigenze, anche fondate su valori, su interessi, su dogmi religiosi o su calcoli di utilità che consentano di attentare al valore fondante costituito dai diritti inviolabili della persona.
Da questa concezione dell’uomo come fondamento del diritto nasce la laicità, basata sul principio personalista e non soltanto sugli articoli 7 e 8, 19 e 20 della Costituzione, che regolano i rapporti fra lo Stato e la Chiesa cattolica e assicurano la libertà di religione e la libertà di coscienza.
La laicità si fonda sul riconoscimento che il valore uomo non è bilanciabile con altri valori, perché è un valore fondante. A differenza di altri ordinamenti, la Costituzione non consente di fare un bilanciamento fra l’esigenza di sicurezza di una collettività organizzata in comunità politica e il diritto alla vita di ciascun cittadino (infatti, la pena di morte è bandita). Ciò perché il diritto alla vita e alla dignità essenziale della persona è assolutamente inviolabile e non può essere superato dall’azione dei pubblici poteri.. La persona è il valore fondamentale, rispetto al quale tutto il resto deve girare intorno, come i pianeti girano intorno al sole. In ciò consiste l’essenza della laicità.
Questa concezione della laicità, che è stata articolata nel 1947, ci dà un criterio per affrontare le difficoltà che incontriamo oggi, nel 2017, nella politica, nella cultura e nel costume. In particolare il problema della convivenza nel nostro paese fra religioni, culture e costumi profondamente differenti dovuto ad un evento successivo e certamente non previsto dai costituenti: il mutamento della popolazione prodotto dall’immigrazione. La Costituzione ci offre il criterio fondamentale di convivenza fra diversi in una società che è divenuta necessariamente multiculturale.
Questo criterio ci dice che prima di tutto vengono i diritti della persona, che non si può fare nessun bilanciamento fra i diritti inviolabili della persona e le esigenze delle culture, delle religioni, dell’etica. La laicità spoglia dell’onnipotenza la politica e la religione. Pertanto il principio supremo di laicità non è un relitto di passate guerre di religioni. Come tutti i principi supremi della Costituzione nasce dal passato ma guarda al futuro. Parla di noi, del nostro futuro. Ci fornisce gli strumenti e il criterio basilare per fondare la convivenza pacifica fra le diverse culture, fra le differenti popolazioni e le differenti religioni presenti nel nostro Paese per effetto dell’immigrazione; ci consente di garantire i diritti delle minoranze, di difendere i diritti dell’uomo e della donna, anche di fronte alle società e alle culture di appartenenza.
Questo discorso sulla laicità ci permette di meglio comprendere la dimensione al contempo precettiva e programmatica della Costituzione. La dimensione programmatica assegna una missione alla politica, la orienta verso un orizzonte comune nel quale sono istituite l’eguaglianza, la giustizia sociale, la pace, il rispetto della dignità umana, un orizzonte che unifica il popolo italiano e lo costituisce in comunità politica aperta al futuro.
Oggi, come allora, abbiamo ancora e sempre più bisogno di far crescere l’eguaglianza, invece che la disuguaglianza, come avviene quando, pur aumentando il reddito, cresce la povertà; abbiamo bisogno che il lavoro e la dignità di ogni persona, sia posta a fondamento dell’ordinamento, non la precarietà del lavoro e della vita; abbiamo bisogno che sia salvaguardata la salubrità dell’ambiente, non lo sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali; abbiamo bisogno di una scuola pubblica che formi il cittadino, non di un’agenzia asservita al mercato; abbiamo bisogno di sanità pubblica ed universale, non di servizi scadenti e per censo; abbiamo bisogno di istituzioni rappresentative dove possano entrare le domande, i bisogni e le aspirazioni dei cittadini, non di parlamentarti che rappresentino solo i loro capi.
La missione della politica nel progetto costituzionale è l’organizzazione della speranza.
Quando invece, come accade nel nostro tempo la politica organizza la paura, anziché la speranza, dobbiamo chiederci: è sbagliata la Costituzione o è sbagliata la politica?

1612.- Intervento di Raniero La Valle per il 70° anniversario della Costituzione

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La Costituzione della Repubblica è sempre giovane”.
Pubblichiamo il discorso di Raniero La Valle tenuto nella Sala degli Atti parlamentari del Senato della Repubblica, all’interno della Biblioteca del Senato, in piazza della Minerva 38, Roma, il 27 dicembre 2017 per la celebrazione del 70° anniversario della firma della Costituzione promossa dal Coordinamento per la democrazia costituzionale.

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La Costituzione ed io siamo cresciuti insieme. Siamo fratelli, se non proprio coetanei. Lei è un po’ più giovane di me, perché quando è nata io avevo 16 anni; non molti, ma abbastanza per aver conosciuto, pur da bambino, il fascismo, il re, il duce, la guerra, le bombe in via Nomentana, i rastrellamenti tedeschi a Porta Pia, la fame e la liberazione. Tutto questo mi aveva fatto diventare adulto prima del tempo, sicché quando la Costituzione nacque stavo già all’università, studiavo diritto, e potevo capire cos’era. Però non sapevo nulla di Dossetti, di Fanfani, di Moro, di Lelio Basso, di Nenni, di Togliatti che sarebbero poi stati così importanti per la mia vita. In ogni caso avevo vissuto abbastanza per rendermi conto, e non per sentito dire, quale cambiamento essa rappresentasse, non solo rispetto alla mia vita precedente, ma rispetto a tutta la storia da cui venivamo. Per chi aveva vissuto, anche di sfuggita, il fascismo, la Costituzione si presentava come una novità, come la notizia che un altro tipo di regime, di Stato, un’altra politica erano possibili. Solo più tardi, tuttavia, mi resi conto che la Costituzione non rappresentava solo una novità, ma un’alternativa. E potei capire il significato più profondo dell’affermazione di Moro, che la Costituzione doveva essere non afascista, ma antifascista; essa non era infatti solo una regola del gioco, per qualunque gioco, ma doveva essere la scelta di una strada invece di un’altra, che non era solo la scelta tra due ordinamenti politici, ma tra due visioni dell’uomo e del mondo.
Aveva detto Moro alla Costituente, rispondendo al monarchico on. Lucifero che voleva una Costituzione afascista: “Non possiamo fare una Costituzione afascista, cioè non possiamo prescindere da quello che è stato nel nostro Paese un movimento storico d’importanza grandissima il quale nella sua negatività ha travolto per anni la coscienza e le istituzioni. Non possiamo dimenticare quello che è stato, perché questa Costituzione oggi emerge da quella Resistenza, da quella lotta, da quella negazione, per le quali ci siamo trovati insieme sul fronte della resistenza e della guerra rivoluzionaria ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale. .. Non avremmo ancora detto nulla se ci limitassimo ad affermare che l’Italia è una repubblica, o una repubblica democratica”.
Aveva ragione Moro: bisognava dire che venivamo da una storia, ed ora si trattava di scegliere un’alternativa, un’altra storia possibile.
Noi venivamo da una lunga storia, ben precedente al fascismo, in cui il lavoro era stato considerato spregevole, più animale che umano, tanto che all’inizio era addossato ai servi, e i signori ne erano esenti; poi, anche dopo la fine della società signorile, il lavoro era giunto fino a noi come lavoro schiavo, come lavoro merce, come lavoro alienato e sfruttato; ed ecco che la Costituzione lo metteva a fondamento della Repubblica democratica.
Noi venivamo da una storia in cui l’idea della diseguaglianza tra gli uomini era di dominio comune, e perfino Hegel e Croce avevano filosofato di differenze ontologiche tra mondi umani diversi, tra popoli della natura e popoli della storia, popoli senza Spirito e popoli invece capaci di storia; venivamo da un mondo in cui le leggi, non solo quelle razziali, avevano assunto la diseguaglianza come un presupposto e tuttora discriminavano classi, caste, poveri e donne, ed ecco che la Costituzione metteva come prima pietra l’eguaglianza senza distinzione alcuna, e faceva delle discriminazioni, anche di fatto, il male da rimuovere.
Noi venivamo da una storia in cui la guerra era considerata, fin dall’inizio, il padre e il reggente di tutte le cose, poi era stata presa come prerogativa assoluta della sovranità, come variabile sempre pronta all’uso della politica, e infine come criterio stesso del politico, inteso come contrasto tra amico e nemico, ed ecco che la Costituzione consegnava alla guerra il libello di ripudio, e non considerava più nessuno come nemico.
Noi venivamo da una storia in cui gli Stati sovrani rivendicavano di essere legge a se stessi e non riconoscevano che ci fosse alcuna cosa o alcun potere al disopra di sé, ed ecco che la Costituzione metteva la sovranità nazionale dentro la comunità degli Stati, riconosceva il diritto internazionale come potere esterno e accettava lo scambio tra la sovranità dello Stato e un ordinamento di pace e di giustizia tra le Nazioni.
Da tutto questo discendeva un progetto di società; certo era solo un progetto, e solo dopo dovevamo capire quanto quel progetto fosse difficile a realizzarsi. Ma quando venivano i momenti più difficili, le contraddizioni e le smentite più crudeli a quel disegno e a quelle speranze, il solo fatto che quel progetto, pur contraddetto, ci fosse, fosse scritto sulla carta, non fosse un vago ideale ma diritto positivo, patto e non contratto, opera e non visione, bastava ad attivare la resistenza, a ravvivare le forze, a salvare la Repubblica.
Lo si è visto con i colpi di coda del fascismo, i falliti golpe, il terrorismo, la notte della Repubblica. Ma anche in momenti meno drammatici, quando si trattava di uscire dalla stanchezza, di aprire una nuova fase, di riprendere un cammino, la linfa, il movente, la forza stava nel rievocare quel progetto, nel rifarsi a quel momento fondativo della Repubblica, per ricordarsi com’era, per chiedersi dove si era sbagliato, per riprendere a tesserne l’ordito.
Voglio portare un solo esempio. Nel 1976, quando la Democrazia Cristiana è stremata, il quadro politico sta mutando e si avverte che c’è da cambiare strada, il segretario della DC Zaccagnini scrive a un costituente, Giorgio La Pira, che già era stato quel sindaco di Firenze che sappiamo, chiedendogli di tornare in Parlamento. Si trattava non solo di riprendere in mano quel disegno delle origini, ma di tornare allo spirito e alla metodologia che lo avevano fatto concepire, cioè, dice Zaccagnini, la metodologia del “dialogo tra tutte le componenti che” avevano concorso “ad abbattere il fascismo” ed il suo istinto di guerra.
E La Pira accetta e gli risponde: “Caro Zaccagnini, tu mi inviti a riprendere il progetto della casa comune che noi costituenti concepimmo con una architettura armonica e, in certo senso, unica ed originale, progetto che è rimasto incompiuto”. E ne ricorda i parametri essenziali: i diritti della persona ma, essenziali come questi, i diritti sociali, senza i quali la libertà stessa della persona non sarebbe garantita; e ciò comportava un mutamento: “L’accettazione strutturale dell’ordinamento giuridico-economico non solo in totale opposizione a quello fascista, ma anche come superamento della concezione liberale borghese perché in uno Stato di capitalismo avanzato affidarsi alle sole leggi della libera concorrenza e del mercato avrebbe significato la creazione di monopoli e discriminato l’uguaglianza e la libertà. Libertà per tutti, quindi. Sì, ma anche lavoro per tutti, ospedali, case, scuole, ecc. “. Però La Pira constatava che le ‘attese della povera gente’ – (e qui si autocita) – non erano state adempiute; dunque c’era più che mai “un obbligo politico e morale” a far sì che quei valori non fossero disattesi. Per quanto riguardava la comunità internazionale bisognava passare dalla contrapposizione dei blocchi al superamento dell’equilibrio del terrore, per giungere “al disarmo generale e completo, alla liberazione e al progresso fondato sulla giustizia”.
E quanto al modo di giungervi, diceva La Pira, “nei due ordini, quello nazionale e quello internazionale, la metodologia è quella della ‘costruzione di ponti’, è quella del dialogo, che tu hai tanto giustamente indicato”.
La Pira non poté poi riprendere alla Camera, dove fu eletto, l’attuazione di quel progetto, perché il 5 novembre 1977 morì. Ma quella VII legislatura fu quella in cui veramente la Costituzione fu messa alla prova. Era stato per riprendere il dialogo tra le forze popolari che avevano fatto la Costituzione, comunisti, socialisti, cattolici, che Zaccagnini aveva chiesto a La Pira di tornare in Parlamento; e fu per far cadere i muri che erano stati rialzati tra di loro, che in quella stessa legislatura noi rompemmo l’unità politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana e restaurammo quel dialogo dall’interno come indipendenti nelle liste del PCI; e fu per soffocare nel sangue quel nuovo processo costituente da cui il vecchio potere sarebbe uscito politicamente sconfitto, che vennero le Brigate Rosse, con il sequestro e l’uccisione di Moro.

1611.- Circa il “Patriottismo Costituzionale”

Questo anno trascorso ha visto le forze politiche che compongono il variegato fronte vincitore del No subire una nuova legge elettorale che contrasta con la libertà e l’uguaglianza del voto. La Costituzione uscita vittoriosa dallo scampato pericolo, è ancora in discussione fra i fautori della tesi della sua mancata e, quindi, necessaria attuazione e quelli della sua ancor più necessaria riforma e completamento. E’ un fatto che se la Costituzione non è stata attuata completamente ed è stata per di più violata, qualcosa di grave deve essere mancato nel suo impianto. Comunque, il dato, senz’altro positivo, della vittoria del NO è stato la conferma del principio che la Costituzione si riforma per punti se si vogliono rispettare la libertà del voto ed evitare un’eversione. Ne parleremo. Europa Libera chiude l’anno con questo saggio di Alessandro Visalli sul “Patriottismo Costituzionale”

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Alcuni recenti interventi hanno riproposto nell’arena politica italiana la parola d’ordine del “Patriottismo Costituzionale”. Il termine si incontra alla fine degli anni ottanta nel dibattito di lingua tedesca su proposta di Habermas (il Verfassungspatriotismus) in opposizione al nazionalismo proprio della storia della prima metà del novecento. Il “patriottismo” rivolto alla Costituzione implica, cioè, lealtà alla sostanza universalista della libertà ed alla democrazia incorporata nelle costituzioni novecentesche ed opera una cesura sistematica tra l’ideale politico della nazione fatta da cittadini e quella immaginata costituita da un “popolo”; dunque intesa come unità prepolitica fondata su fattori come linguaggio e cultura (per non parlare della razza). Un “patriottismo” di questo genere è “politico” nel senso di riconoscere pienamente il fatto del pluralismo, ovvero la piena legittimità dei diversi possibili stili di vita e delle altre differenze che si riferiscano ai valori della libertà e della democrazia.

La politica dell’inclusione, contesto nel quale viene ripreso il termine, non deve quindi essere intesa come obbligo di assimilazione, per cui l’altro deve diventare l’uguale appiattendo i suoi valori e cultura, né deve rovesciarsi in chiusura difensiva in cerca di una omogeneità che alza frontiere. Piuttosto i confini sono aperti a tutti, ma occorre avere in comune un “Patriottismo della Costituzione” che significa aderire convintamente ai principi universalistici incorporati in essa. In questo senso l’unione è politica, non culturale. Del resto anche in Durkheim il concetto viene ripreso, all’inizio del novecento, a partire dallo spettacolo dei conflitti etnici e religiosi che laceravano la Francia, allineandosi su linee politiche (affare Dreyfus).

Il termine viene ripreso in Italia in modo diverso, e anche divergente, da autori come Rusconi, Viroli, Galli della Loggia negli anni novanta. Antecedenti sono in Mazzini, John Stuart Mill e Alexis de Tocqueville, chiaramente in diverse direzioni a dimostrazione della polisemicità e flessibilità del termine.

E riceve però anche un’articolazione significativamente diversa da parte di MacIntyre, che lo ridefinisce come una sorta di passione che implica lealtà ai meriti ed alle realizzazioni della propria nazione. Una lealtà che si riferisce alla particolarità della storia, anche senza implicare un malinteso senso di superiorità verso altre storie, che possono essere altrettanto ricche ma non sono “nostre”. Il patriottismo, nel senso del teorico “comunitarista”, è una forma di amore e si rivolge ad individui particolari. È dunque una passione prima di essere (come in Habermas) una forma della ragione. Il filosofo scozzese crede che per dare un senso alla storia della nostra vita, quindi per vivere una vita morale significativa, ognuno di noi debba essere all’interno di una comunità nazionale. La nazione deve essere qui “intesa come un progetto nato in qualche modo nel passato e continuato nel tempo in modo da realizzare una particolare comunità morale che rivendica autonomia politica nelle sue diverse forme istituzionali” (1984, pp. 13-14).

In qualche modo assonante è la lettura di Rorty che nel 1999, in “Una sinistra per il prossimo secolo” vede unica soluzione per uscire dai dilemmi del presente della sinistra cosmopolita e globalista che attacca di puntare sull’orgoglio nazionale. Per il filosofo pragmatista americano “l’orgoglio nazionale è per le nazioni ciò che il rispetto di sé è per gli individui: una condizione necessaria per migliorarsi” (p.15). Senza questo non è possibile alcuna capacità di mobilitare le energie. La sinistra deve immaginare il futuro e “Il coinvolgimento emotivo nei confronti del proprio paese è necessario ad una deliberazione politica immaginativa e produttiva. […] Coloro che sperano di persuadere una nazione a tentare un qualsiasi sforzo, devono ricordare al loro paese anche ciò di cui può essere orgoglioso, e non solo ciò che potrebbe coprirlo di vergogna. Devono raccontare storie illuminanti su episodi e figure del passato della nazione – episodi e figure ai quali il paese deve rimanere fedele. […] la competizione per la leadership politica è in parte una competizione tra le differenti storie sull’identità della nazione, sull’immagine che ha di se stessa, e tra i differenti simboli della sua grandezza”. Raccontare questa storia, costruire questa immagine, significa coltivare quello che Durkheim chiamava “patriottismo costituzionale”, e che è necessario per mobilitare verso la direzione di un cambiamento che, insieme, sia riscoperta di ciò che ‘realmente’ si è. Dove, naturalmente, cosa o chi ‘realmente’ si è, è indissolubile da chi di vuole essere al proprio meglio. E questo dal racconto di cosa e chi si è stati al proprio meglio. Bisogna chiedersi che cosa o chi ‘realmente’ siamo. Bisogna, cioè, ricordarlo, esercitare una forma di ermeneutica storica e valoriale per definire, rammemorandolo, quale è l’impegno che ci definisce.
Bisogna cioè ricordare, e costruire, storie illuminanti. Come, secondo Rorty, fecero instancabilmente, con lo spirito degli attori e non degli spettatori, grandi democratici progressisti come Walt Whitman e John Dewey che cercarono di mobilitare la speranza, di mobilitare un “nazionalismo morale patriottico”, contrapponendolo alla narrazione di élite ristrette ed egoistiche (p.25).

Anche qui occorre essere attenti: qualunque cosa sia l’identità morale creata nella contingenza e nella temporalizzazione, è qualcosa che deve sempre, di nuovo, essere ridefinita. Non qualcosa che è stato e deve essere preservato. Non è “multiculturale”, nel senso di una giustapposizione di monadi variamente diverse, incomunicabili, ma più un tessuto di differenze che sono in contatto e nelle quali ci sono anche scontri, in cui ci devono essere scontri. Probabilmente, in riferimento al dibattito tra Habermas e Taylor (oltre che Walzer ed altri) dell’avvio del decennio, la posizione è più vicina alle posizioni dei secondi.

Un altro modo, che recupera motivi hegeliani (come Taylor) si ha nel recente “Il diritto della libertà” di Axel Honneth. Il termine viene ripreso in un’accezione più ampia di recupero della memoria, dopo la caduta dei nazionalismi difensivi e reazionari degli anni trenta, della parte migliore della grande stagione di progresso, in un reciproco inseguimento, che ricorda anche qui in qualche modo l’auspicio di Durkheim, tra riforme sociali condotte sulle arene nazionali sulla spinta diretta ed indiretta delle lotte dei lavoratori e fertilizzazioni reciproche.
Su questa leva, inibita ma potenzialmente potente, Honneth punta perché quello che chiama “il patriottismo insito nell’archivio europeo degli sforzi collettivi per conquistare la libertà” torni ad essere rivolto alla sua realizzazione, riattivando e reinterpretando per i nostri tempi le promesse istituzionalizzate nelle diverse “sfere”. Che questo “patriottismo buono” (se posso dire così) scacci il “patriottismo cattivo” che sta riprendendo piede sull’onda della paura e della sfiducia reciproca che è alimentata proprio dall’inibizione a tutti i livelli, da quelli personali a quelli economici e politici, determinata dall’imperialistico prevalere delle sole “libertà giuridiche”, senza conservare le condizioni della loro attuazione.

Una simile forma di “Patriottismo Costituzionale”, che si nutre dell’interpretazione dei momenti più alti della nostra storia e dell’ancoramento alla sostanza di liberazione delle nostre istituzioni, anzi dello “spirito oggettivo” di queste, nella loro eticità, non è incompatibile con gli obblighi auto assunti nei confronti dell’umanità in generale, ma li sostanzia. La causa dell’umanità si sostiene difendendola entro di noi e nelle istituzioni con le quali abbiamo a che fare, compiendo la “buona gara” di rendere ognuna esempio per l’altra.
Specificamente la Costituzione repubblicana è per noi la sintesi concreta del progetto di agire insieme delle principali culture nazionali, per come si è dato nel momento fondativo. Ciò non significa musealizzarlo, ma riconoscere la necessità di una ermeneutica sempre rinnovata, aperta ai problemi dell’oggi, che però tenga insieme.
Rispetto a questo progetto comune nella svolta degli anni novanta si è prodotto un vulnus, una radicale discontinuità, che ha allontanato dal terreno comune producendo l’egemone dittatura di una delle culture presenti (ma minoritaria) nel compromesso repubblicano. Gli effetti li stiamo vedendo.

I temi che possono essere mobilitati, dunque, in una ripresa del concetto di “Patriottismo Costituzionale” sono la valorizzazione della nostra storia recente come felice fusione delle culture politiche intorno ad un comune interesse per la crescita democratica, il rigetto della logica del “vincolo esterno” e il rispettoso confronto non subalterno con la cultura luterano-calvinista del “capitalismo del nord” (pur con tutte le sue differenze). La rivendicazione di un orgoglio, che è anche amore e passione, per la capacità storica di trovare una sintesi alta, insieme all’affermazione del diritto di autoderminarsi secondo i nostri, propri, termini.

1610.- Intervento di Alessandro Pace al convegno per il 70° anniversario della Costituzione

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“La Costituzione della Repubblica è sempre giovane” su iniziativa del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, si è organizzato Convegno in occasione del 70° anniversario della firma della Costituzione della Repubblica Italiana (27/12/1947- 27/12/2017)
Sala degli Atti parlamentari del Senato della Repubblica,
all’interno della Biblioteca del Senato, piazza della Minerva 38, Roma
Intervento di Alessandro Pace

1. Sul Corriere della Sera del 27 dicembre è stata sintetizzata in dieci istantanee la “storia” dell’attuale legislatura. La n. 9 rappresenta «l’immagine di Matteo Renzi che nella sala stampa di Palazzo Chigi annuncia le sue dimissioni dopo la disfatta del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016». L’autore dell’articolo si ferma qui, mentre sarebbe stato opportuno andare un po’ indietro e ricordare che la riforma Renzi-Boschi venne votata da un Parlamento illegittimo nella sua composizione nonostante la Corte costituzionale, con la sentenza n. 1 del 2014, avesse dichiarato incostituzionale il c.d. Porcellum in forza del quale era stato eletto. Il vero è che sia a causa dell’ignoranza dell’opinione pubblica circa i tecnicismi giuridici, sia a causa della mala fede dei detentori del potere, sulla sentenza n. 1 del 2014 fu steso un velo soprattutto comodo per i partiti, in particolare il PD, che avevano lucrato un illegittimo cospicuo premio di maggioranza.
Un Parlamento “delegittimato”, quindi, che nondimeno modificò ben 55 articoli della Costituzione, senza che gli allora Presidenti della Repubblica e della Corte costituzionale – entrambi c.d. “garanti” della Costituzione – battessero ciglio. Omettendo quindi di considerare che la Corte costituzionale aveva chiaramente avvertito, nelle ultime battute del n. 7 del “considerato in diritto” della sentenza n. 1 del 2014, che il principio della “continuità istituzionale” non avrebbe potuto, alla lunga, sostituirsi al doveroso voto popolare. Con l’abnorme conseguenza che, per tutta la XVII legislatura, abbiamo avuto un Parlamento costituzionalmente viziato nella sua composizione, che solo il M5S aveva reiteratamente denunciato.
Né quel “peccato originale” venne attenuato, strada facendo, dalla c.d. riforma Renzi-Boschi. Che anzi violò la libertà di voto (art. 48 Cost.) in conseguenza della disomogeneità del contenuto prescrittivo della riforma. Che violò il “principio supremo” della sovranità popolare (art. 1 comma 2 Cost.) negando l’elettività diretta del Senato. Che conferì, in violazione dell’art. 3 Cost., funzioni senatoriali part-time a consiglieri regionali e a sindaci privi della diretta legittimazione democratica. Che, in violazione dell’art. 5 Cost., attribuì alle regioni, tranne qualche eccezione, soltanto competenze legislative di contenuto meramente organizzativo. Che modificò surrettiziamente la forma di governo, indebolendo i contro-poteri e conseguentemente rafforzando indirettamente i poteri del Governo, e soprattutto quelli del Premier. E così via.
Ed è anche per queste ragioni tecniche, la grande maggioranza degli elettori si espresse in favore del No, non solo per lo stravolgimento apportato al sistema costituzionale, ma per la complessità delle modifiche costituzionali. Dando così ragione, nei fatti, al procedimento di revisione costituzionale previsto dall’art. 138 Cost., che prevede soltanto revisioni puntuali o comunque omogenee. Non riforme megagalattiche come la Renzi-Boschi.

2. Sta di fatto che fino al 1983 – e cioè per ben 35 anni – sia le leggi costituzionali, sia le leggi di revisione costituzionale hanno sempre avuto un contenuto puntuale o comunque omogeneo. In linea quindi con quanto il Presidente Terracini, in una delle ultimissime riunioni della Commissione per la Costituzione (15 gennaio 1947), aveva affermato, in risposta all’on. Mortati, che l’Assemblea costituente si doveva «limitare all’ipotesi di una revisione parziale». Nelle prime monografie sulla revisione costituzionale, il problema delle mega riforme non fu minimamente sollevato.
Del resto nella lingua italiana una cosa è la “riforma”, altra cosa è la “revisione”. Prescindendo dal significato giuridico del concetto di “revisione”, nel Grande dizionario della lingua italiana il concetto di revisione allude sempre ad attività puntuali: alle operazioni di esame e di verifica della verità e di conformità di un conto economico o di un bilancio; al riesame di una sentenza o di una causa decisa; all’esame stilistico di un’opera letteraria; all’esame preventivo di un testo destinato alla stampa o alla conformità alle disposizioni di legge; al riscontro periodico dell’operato della pubblica amministrazione e all’insieme delle operazioni di controllo e di manutenzione di macchine (ad es. le automobili).
Era quindi assolutamente pacifico, almeno fino agli anni ’90, che le modifiche costituzionali dovessero servire solo a modificare specifiche disposizioni; «ad ammodernare, adeguare, perfezionare, rabberciare un vecchio meccanismo» o, tutt’al più, a innovare qualche istituto politico lasciando intatti gli altri.
E quindi, quando fu approvata la legge sui referendum n. 352 del 1970, le “riforme” erano ancora di là da venire, per cui l’applicazione della legge n. 352 ad esse – da parte dei loro sostenitori – costituì un’evidente forzatura, tant’è vero che si giunse addirittura a sostenere che alle mega riforme non sarebbero applicabili i principi della sovranità popolare (art. 1 Cost.) e della libertà di voto (art. 48 Cost.), perché il procedimento di revisione costituzionale sarebbe derogatorio di quei due principi fondamentali!

3. Sta di fatto, che delle possibili “riforme” costituzionali si cominciò a parlare, a livello politico, soltanto alla fine degli anni ’70, col famoso articolo di Bettino Craxi, apparso sull’Avanti nel dicembre del 1979, nel quale veniva teorizzata “la Grande Riforma” consistente nella modifica della forma di governo da parlamentare in presidenziale. Che però non ebbe alcun seguito.
I successivi tentativi di “grandi riforme” sono tutti inesorabilmente falliti: così le riforme Bozzi (1985) e Letta (2013) che non furono nemmeno approvate; le leggi di riforma De Mita-Iotti (1993) e D’Alema (1997), che furono approvate ma, avendo un contenuto meramente organizzative, non ebbero un seguito normativo; le riforme Berlusconi (2006) e Renzi-Boschi (2016) che furono respinte in sede referendaria. Il che conferma l’estraneità delle mega riforme nei confronti del nostro sistema costituzionale che prevede soltanto “revisioni”.
Sorprende, perciò, che un politico intelligente come il ministro Carlo Calenda, nell’intervista di Lorenzo Salvia apparsa sul Corriere del 27 dicembre, abbia addirittura auspicato l’istituzione di un’Assemblea costituente nella prossima legislatura «per aumentare il coinvolgimento dei cittadini», evidentemente, senza rendersi conto:
1) che l’istituzione di un’Assemblea costituente costituisce, per definizione, la negazione dei valori della costituzione alla quale pretende di sostituirsi (nella specie: la Costituzione del 1947);
2) che l’elezione di un’Assemblea costituente non determinerebbe, di per sé, un “coinvolgimento” dei cittadini, ma solo un voto come gli altri (per cui il voto popolare confermativo ex art. 138 comma 2 Cost. implica un indubbio maggior coinvolgimento);
3) che solo nelle revisioni puntuali o omogenee la sovranità popolare viene effettivamente esercitata, poiché solo di fronte ad un singolo quesito relativo ad un singolo articolo e su una pluralità di articoli dal contenuto omogeneo, i cittadini sono effettivamente liberi di votare Sì o No. Che è poi la tesi sostenuta dalla maggioranza dei costituzionalisti, tra cui i più autorevoli, secondo i quali le riforme disomogenee coerciscono la libertà di voto, essendo svariati i quesiti ad esse sottese.