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1258.- NOTE CRITICHE SUL C.D. “PAREGGIO DI BILANCIO”

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La legge di revisione dell’art. 81 della Costituzione intitolata “Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale”, salvo qualche limitato accenno, non fu oggetto del dibattito politico, incentrato piuttosto sul processo di risanamento finanziario e di contenimento del deficit e del debito pubblico, a parole, in corso di faticosa attuazione per via di legislazione ordinaria. Dell’introduzione del c.d. principio del pareggio di bilancio in Costituzione si parlò con pressoché esclusivo riferimento agli impegni assunti dall’Italia in sede di Unione europea, al fine di garantire una ritrovata immagine di credibilità del sistema dei bilanci pubblici e del debito italiani al cospetto dei mercati finanziari. In questa sede ci si limiterà, invece, ad una rapida lettura dei contenuti del progetto di revisione costituzionale, inquadrandone altresì il significato normativo nel contesto del c.d. Fiscal compact3, trattato internazionale sottoscritto al di fuori del contesto dei trattati su cui si fonda l’Unione europea.

Sembrano comunque opportune due brevi premesse. Le osservazioni critiche che seguiranno non devono essere assunte quale obiezione all’indispensabile necessità di garantire una finanza pubblica in equilibrio e un debito sostenibile. Con la naturale conseguenza di ritenere necessarie azioni per la riduzione dell’ammontare del debito accumulato negli anni, unitamente a politiche di sostegno allo sviluppo funzionali al controllo di un adeguato livello del prodotto interno lordo. Elementi del resto assunti ormai anche in via di fatto – oltre che giuridicamente formalizzati in specifici impegni fin dall’entrata in vigore del Trattato di Maastricht – quali criteri di valutazione della affidabilità finanziaria del sistema pubblico dei singoli Paesi e di evidente strumentalizzazione ad opera dei movimenti speculativi nei mercati finanziari. In secondo luogo deve essere, altresì, chiaro che i contenuti della riforma costituzionale in corso di approvazione non sono direttamente funzionali agli scopi ora richiamati, contenendo piuttosto la disciplina di strumenti asseritamente necessari al fine del consolidamento dei risultati di risanamento finanziario che si presume debbano essere conseguiti nel frattempo e per via di legislazione ordinaria. La revisione dell’art. 81 della Costituzione italiana così come il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria hanno lo scopo di definire, quindi, regole di contenimento delle politiche economiche pubbliche, come si suol dire in questi casi, “a regime”, non implicando alcuna conseguenza immediata sul piano delle politiche di risanamento finanziario in corso nei vari Stati europei, se non sull’ineffabile piano della “psicologia dei mercati”.

Il progetto di revisione costituzionale introduce nel secondo comma dell’art. 81 della Costituzione italiana la seguente disposizione: “Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. Il successivo art. 5, comma 1, lett. d) del progetto di riforma, qualifica tali “eventi eccezionali” come: “gravi recessioni economiche, crisi finanziarie e gravi calamità naturali”4. Il portato normativo di questa disposizione pare introdurre, quindi, un divieto di indebitamento – salvi i casi, alle condizioni e con le procedure aggravate previste dal testo della legge di riforma – misura ben più pervasiva dell’obbligo di garantire l’“equilibrio tra le entrate e le spese” del bilancio dello Stato con cui si apre invece il primo comma del nuovo art. 81. L’ultimo comma della nuova disposizione rimette, comunque, ad una futura legge costituzionale la definizione della normativa di principio nel cui contesto una successiva legge, approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, dovrà provvedere a dare attuazione alla riforma. La legge di revisione costituzionale prevede, inoltre, tra le altre cose: a) la riconduzione della materia “armonizzazione dei bilanci pubblici” alla competenza esclusiva dello Stato5; b) una forte revisione dell’art. 119 Cost. con l’introduzione di ulteriori e gravi limiti all’autonomia finanziaria di Regioni6 ed enti locali; c) un ulteriore limite al ricorso all’indebitamento di tutti gli enti di autonomia con l’impegno di questi di concorrere, comunque, “alla sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni”7.

Ci si limiterà qui soltanto a sollevare alcuni interrogativi, in parte frutto della acritica ed affrettata stesura del testo della riforma. Ciò appare, del resto, evidente conseguenza della conclamata urgenza con cui si è dato avvio al progetto di revisione costituzionale sotto la forsennata pressione delle istituzioni europee, dei governi di alcuni Stati membri dell’UE, delle istituzioni finanziarie internazionali e dei mercati nella grave crisi di affidabilità del debito pubblico italiano durante i concitati mesi dello scorso autunno. E’ del tutto evidente, ad esempio, la polisemia dell’espressione “equilibrio tra le entrate e le spese” di cui al primo comma dell’art. 81, il che la rende in qualche misura adattabile alle differenti letture connesse alla discrezionalità delle politiche economiche a seconda della congiuntura. Ben maggiori problemi interpretativi porrà, invece, nella prassi applicativa la formula “ricorso all’indebitamento”9 di cui al secondo comma. E’ un riferimento specifico ai saldi di bilancio? Se sì, con quale declinazione? E’ possibile convenire di ridurne semanticamente il senso quale mero sinonimo di deficit ai sensi dei trattati europei e del Patto di stabilità e crescita? Dobbiamo ritenere che, a regime, la Costituzione italiana vieti il ricorso a soglie anche minime di deficit pubblico se non ai limitati fini e con le procedure di cui al nuovo secondo comma dell’art. 81? Il necessario ricorso alla maggioranza assoluta affinché, al fine di considerare gli effetti del ciclo economico o al verificarsi di eventi eccezionali, si possa procedere alla elaborazione di politiche di spesa pubblica anche se minimamente idonee a determinare un deficit di bilancio, inoltre, sottrae la disponibilità di questo fondamentale strumento di politica economica a qualunque maggioranza politica, a qualunque governo – salvi i benefici di un occasionale sistema elettorale ad ampio effetto maggioritario – implicando il necessario coinvolgimento di parte delle opposizioni anche solo per sfruttare gli effetti di una congiuntura economica particolarmente favorevole. A meno di non ritenere di voler riservare l’utilizzo di questo strumento a soli governi tecnici, o comunque sostenuti da maggioranze parlamentari bipartisan. Per tacere dei drammatici effetti che la riforma produrrà sull’autonomia finanziaria di Regioni ed enti locali, sembra quindi consolidarsi nel testo della Costituzione la scelta (di politica contingente) di eliminare dall’orizzonte del possibile la elaborazione di politiche espansionistiche anche in fasi congiunturali positive. Senza poterci, qui, peraltro impegnare in una disamina delle differenti teorie economiche in relazione agli effetti e ai possibili rimedi dell’intervento pubblico nell’economia nelle fasi congiunturali avverse10. Il recente appello al Presidente degli Stati Uniti di ben cinque premi Nobel per l’economia contro l’inserimento dell’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione per via dei gravi rischi di recessione e di contrazione del PIL, con conseguente avvitamento in una crisi di sostenibilità del debito pubblico, avrebbe però dovuto indurre ad assumere maggiori cautele prima di cristallizzare in un testo costituzionale gli effetti di una delle possibili dottrine economiche in materia di ruolo dello Stato e della spesa pubblica in economia, a quanto pare anche scarsamente condivisa11.

Tra l’altro il testo della legge di revisione costituzionale italiana nell’indicare il divieto, salve le già richiamate rare e modulate eccezioni, del ricorso all’indebitamento tout court si pone in linea distonica tanto con le analoghe iniziative assunte da altri Stati europei, quanto con le più recenti prescrizioni del Trattato contenente il c.d. Fiscal compact. Come è noto la legge di revisione della Costituzione francese non ha compiuto il suo iter e la procedura è attualmente bloccata in attesa dell’esito delle prossime elezioni presidenziali12. Ma anche il testo del nuovo art. 135 della Costituzione spagnola non si spinge a vietare acriticamente il ricorso all’indebitamento, né a fissare una soglia percentuale di deficit pubblico, indicando piuttosto l’obbligo di non “incurrir en un déficit estructural que supere los márgenes establecidos, en su caso, por la Unión Europea para sus Estados Miembros” rinviando quindi, per la determinazione in dettaglio dei limiti di deficit strutturale ammissibile, ad una successiva legge organica. Questa formula consente, ad un tempo, un margine di manovra per le politiche espansionistiche nelle fasi in cui la stessa Unione europea dovesse consentirle, ponendo contemporaneamente la Spagna in una posizione di pari dignità con gli altri Stati membri quanto alle determinazioni di politica economica, alla sorveglianza sul debito pubblico e alla elaborazione di scelte di politica economica congiunturalmente aperte alla ipotesi di espansione del deficit a sostegno della crescita o a garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini. Il disposto normativo del nuovo testo dell’art. 81 della Costituzione italiana, invece, pone un divieto di indebitamento che alla lettera non contempla analoghi margini di flessibilizzazione.

A fronte di una disciplina di bilancio che, nel testo originario della Costituzione e a prescindere dagli errori e dalla scarsa attenzione all’equilibrio dei saldi imputabili nel tempo al sistema politico, non comprometteva la scelta per un determinato modello sociale, l’attuale proposta di revisione determinerà radicali mutamenti nella forma di Stato, per i significativi riflessi che la scelta di costituzionalizzazione della opzione di politica economica implicata dalle formule normative richiamate determinerà sul sistema delle autonomie regionali e locali e sulla garanzia dei diritti fondamentali in effettiva condizione di eguaglianza. La gestione della crisi finanziaria mondiale e di sostenibilità del debito pubblico italiano, pur in fase di superamento grazie a politiche di bilancio finalmente rigorose e attente, viene pertanto assunta quale strumentale occasione per modificare a regime la forma di Stato ponendo le premesse giuridiche per il superamento, di fatto, dell’impianto sociale dell’economia di mercato.

L’altro fronte del processo di riforma della disciplina dei bilanci pubblici e degli strumenti di contenimento del debito è quindi rappresentato, come accennato, dalla stipula del c.d. Fiscal compact, il Trattato sulla Stabilità, sul Coordinamento e sulla Governance nell’Unione economica e monetaria. Si tratta, come è noto, di un trattato internazionale stipulato al di fuori dell’ordinamento giuridico dell’UE13 la cui entrata in vigore (indicata nel 1° gennaio 2013) è subordinata alla ratifica, non più di tutti, ma di soli 12 Stati contraenti14. Il sistema di procedure atte a contenere e correggere l’indebitamento dei singoli Stati aderenti all’Euro in una con l’abbattimento strutturale del debito pubblico eccedente la soglia massima del 60% rispetto al PIL è articolato in una serie di potestà, competenze e strumenti giuridici vincolanti per la cui declinazione si rinvia direttamente al testo dell’articolato15. Nel quadro di quanto già esposto con riferimento alle criticità del processo di revisione costituzionale in corso in Italia e proprio in considerazione della natura ad esso complementare di fatto assunta dal Trattato – seppur successivo all’avvio del richiamato procedimento di revisione costituzionale16 – qui ci limiterà ad indicare tre sintomi del superamento del principio di eguaglianza tra gli Stati membri dell’UE e della pari dignità formale, oltre che sostanziale, dei relativi sistemi di governo. Circostanza che appare in rottura del limite della “condizione di parità con gli altri Stati” al quale l’art. 11 della Costituzione italiana subordina le limitazioni di sovranità necessarie alla costruzione dell’ordinamento comunitario prima e dell’UE, successivamente.

L’art. 3 del Trattato fissa un limite percentuale di indebitamento sostenibile con una soglia positiva dello 0,5%. E’ ovvio che fasi congiunturali avverse e obbiettivi di abbattimento del livello di debito pubblico possono generare la necessità, giuridicamente vincolata già in applicazione del Patto di stabilità e crescita, di prevedere un bilancio pubblico addirittura in regime di avanzo primario. Ma alternativamente è possibile che la congiuntura suggerisca interventi di politica economica in regime di seppur minimo disavanzo, cosa appunto consentita dal Trattato ma impedita dal nuovo art. 81 della Costituzione italiana. L’indicazione di un valore di riferimento positivo di un eventuale disavanzo – pur sempre sostenibile – nel testo del Fiscal compact mette a disposizione di tutti gli Stati dell’area Euro17 uno strumento di intervento nell’economia a sostegno della crescita, di cui l’Italia intende invece privarsi – almeno a voler prendere sul serio quanto previsto dal nuovo secondo comma dell’art 81 Cost. – rinunciando ad un importantissimo elemento negoziale in sede di istituzioni europee a difesa delle proprie politiche pubbliche; e rinunciando altresì ad un fondamentale strumento di politica economica a sostegno della crescita dell’economia reale utile anche al fine di correggere la sproporzione tra debito pubblico e Prodotto interno lordo. In termini di confronto sul piano della crescita economica ciò significherà avere meno risorse disponibili rispetto agli altri Stati membri direttamente concorrenti. A ciò deve aggiungersi, proprio sul piano della eguaglianza formale, che l’art. 3, comma 1 lett. d) del Trattato, consente agli Stati membri che abbiano un debito pubblico inferiore alla soglia del 60% del PIL di spingere legittimamente il proprio deficit strutturale fino all’1%, con ciò aumentando anche giuridicamente il divario tra gli strumenti idonei a sostenere la crescita economica a disposizione degli Stati virtuosi rispetto a quelli a disposizione degli altri Stati; e consentendo un più forte differenziale di progresso economico e sociale che renderà ancora più significativo il tasso di diseguaglianza territoriale nel mercato interno. Diseguaglianza non compensata tra l’altro da adeguate politiche di spesa pubblica a sostegno delle aree depresse, che negli Stati unitari possono correggere i rischi di creazione di colonie interne a fronte di tassi di sviluppo economico difformi tra le diverse aree del Paese.

Terzo elemento di disparità tra gli Stati aderenti, l’art. 4 del Trattato impone agli Stati il cui ammontare di debito pubblico ecceda il limite del 60% del PIL di adottare politiche di risanamento che ne riducano il peso in ragione del differenziale tra effettivo ammontare del debito e il 60% del PIL in ragione di un ventesimo per ogni anno a partire dal 201318. La fotografia dei punti di partenza dei diversi Stati all’atto dell’entrata in vigore del Trattato determinerà, quindi, la disparità nelle chances di crescita in ragione della quantità di risorse che i diversi Stati dovranno matematicamente destinare all’abbattimento del debito, dato di mero fatto. Con ciò certificando la disparità nei diritti dei singoli Stati alla promozione di politiche anticongiunturali a sostegno della crescita, incrementandone la diseguaglianza economica e incentivando la differenza del tasso di sviluppo a vantaggio di alcuni Stati ma non di altri, i quali ultimi saranno giuridicamente costretti a rinunciare a politiche di sostegno dell’economia per un mero meccanismo aritmetico, pur laddove eventualmente gravati da un debito, alto sì, ma sostenibile. Con ciò non soltanto cristallizzando un’opzione di politica economica tra le tante, e rendendola giuridicamente vincolante, ma sancendo altresì una disparità nel diritto alla crescita economica tra i diversi Stati membri19.

Ma è con riferimento alla distribuzione degli strumenti giuridici atti a correggere eventuali scostamenti da tali obblighi che il Trattato è più radicalmente portatore di un diritto diseguale tra i diversi Stati membri dell’Unione economica e dell’Euro. Con la stipula di questo accordo gli Stati hanno sottoscritto, infatti, una clausola compromissoria ai sensi dell’art. 273 del Trattato sul Funzionamento dell’UE, che consente agli Stati membri di rimettere alla Corte di Giustizia la competenza a giudicare, con efficacia obbligatoria e vincolante, “qualsiasi controversia tra Stati membri in connessione con l’oggetto dei trattati, quando tale controversia le venga sottoposta in virtù di un compromesso”20. Dal che si deduce, in primo luogo, che l’efficacia giuridica delle disposizioni del Trattato sulla Stabilità e degli ulteriori obblighi che ne deriveranno in caso di assunzione di impegni correttivi di situazioni di disavanzo o di debito pubblico eccessivi, si risolve in vincoli formalmente giustiziabili dinanzi alla Corte di Giustizia. Ma in aggiunta a ciò, e oltre le procedure di sorveglianza multilaterale reciproca tra gli Stati collegialmente gestite nelle sedi istituzionali dell’UE per come disciplinate dai Trattati, dal Patto di Stabilità e Crescita e dalla relativa normativa di attuazione, l’art. 8 del Fiscal Compact attribuisce poteri di sorveglianza e di denuncia alla Corte di Giustizia degli Stati eventualmente inadempienti in capo ai singoli Stati contraenti – starei per dire ad alcuni di questi, se non ad uno in particolare – . Compresa la potestà di ulteriore deferimento, in seconda battuta, alla Corte di quegli Stati che manchino di dare corretta esecuzione alle sentenze in materia di violazione del Fiscal compact della stessa Corte di Giustizia, fino a provocare l’adozione delle sanzioni di carattere finanziario previste dal Trattato stesso21.

Salvi gli effetti di eventuali affievolimenti del portato normativo del Trattato in sede di applicazione concreta, pur sempre suscettibile di negoziato politico nei concreti rapporti tra gli Stati membri anche in conseguenza della effettiva situazione di equilibrio in cui possano trovarsi i bilanci pubblici degli stessi Stati virtuosi22, e salva altresì la concreta determinazione che dell’attuale significato del nuovo art. 81 della Costituzione italiana verrà articolata nella legge costituzionale e nella legge ordinaria di relativa attuazione, sembra pertanto che il nuovo regime giuridico dei bilanci pubblici presenti plurime e diffuse incongruenze nei rapporti tra ordinamento italiano e ordinamento dell’UE; oltre alla paventata rottura della parità di condizioni che sembra andarsi sempre più formalizzando nei reciproci rapporti tra i diversi Stati aderenti all’Unione economica e monetaria, almeno nella più recente fase del processo di integrazione.

1257.- CETA, OVVERO NEOLIBERISMO CONTRO COSTITUZIONI

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L’attuazione del pensiero neoliberista, nelle cui finalità c’è quella di distruggere i Popoli e le Nazioni, trova il suo completamento nella approvazione dello scellerato trattato, detto CETA, tra UE e Canada.
Si tratta di un Accordo internazionale che ha la finalità di superare il principio di precauzione vigente nell’Unione Europea secondo il quale non è possibile commerciare prodotti dannosi per l’uomo e per l’ambiente. Infatti con questo accordo si stabilisce che sulle Costituzioni europee deve prevalere il principio della libertà di investimento e di commercio anche se ciò comporta la lesione di altri principi e diritti fondamentali previsti dalle Costituzioni stesse. Si prevede in particolare che se gli investitori e i commercianti americani incontrino ostacoli nelle misure poste a tutela della salute e dell’ambiente, detti commercianti e investitori avranno diritto al risarcimento del danno, da determinarsi da parte di un organismo da loro stessi nominato. Ciò comporta che qualora l’Italia volesse adottare misure protettive della salute e dell’ambiente sarebbe obbligata ad accantonare nei propri bilanci somme ingentissime per pagare detti risarcimenti. Si internazionalizza, in sostanza, il principio dell’egemonia del mercato senza limiti sovvertendo l’ordinamento di tutte le comunità politiche europee, che hanno come fine fondamentale la difesa della dignità della persona e il progresso spirituale e materiale della società.

E’ evidente che questo trattato sostituisce di fatto il TTIP, che l’amministrazione USA di Obama voleva contrarre con l’Europa, e che Trump ha eliminato dal suo programma. Infatti non ci vuol molto per capire che i commercianti e gli investitori statunitensi possono molto agevolmente aprire in Canada loro sedi o succursali.

E’ dubbio che esso possa avere reale applicazione, poiché, secondo la nostra giurisprudenza costituzionale, gli accordi internazionali sono, come suol dirsi, “norme interposte” tra la Costituzione e la legislazione ordinaria, e su di esse permane intatto il potere di annullamento della Corte, se e in quanto si tratti di norme, come certamente lo sono quelle in esame, contrarie ai principi fondamentali della nostra Costituzione repubblicana.
Ciò non toglie, tuttavia, lo sconcerto che ci assale pesando che questo provvedimento, tanto negativo per gli interessi italiani, sia stato dapprima approvato dai nostri parlamentari europei, ed è oggi oggetto di ratifica dal nostro Parlamento, avendo già ottenuto il voto favorevole da parte della competente Commissione del Senato ed essendo velocemente passato all’esame dell’Aula del Senato stesso.

Stiamo assistendo ad un vero e proprio “tradimento” del nostro Popolo a favore delle richieste della finanza e delle multinazionali di oltreoceano. La soggezione a queste del nostro governo e della nostra maggioranza parlamentare è divenuta, intollerabilmente, “spudorata”. Ma i media tacciono.

E agli Italiani, tenuti all’oscuro di queste incredibili e proditorie manovre ai loro danni, potranno accorgersi delle malefatte di questo governo solo a cose avvenute, quando diverranno concreti gli effetti di questa inqualificabile azione dei nostri rappresentanti politici.

Paolo Maddalena

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1254.- Una trappola chiamata ius soli

La giovane coppia cinese che ho in affitto avrà un figlio cinese, dovunque nasca. Solo una parte degli italiani è convinta che l’identità nasca dalla terra e appartiene alla stessa parte politica degli ignoranti al governo: ignoranti, ma non per i loro interessi. Rodolfo Casadei scrive:

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Premesso che nessuna delle due cose rappresenta un peccato o una virtù in base alla morale cristiana e al Catechismo della Chiesa cattolica, in linea di principio sono contrario allo ius soli e favorevole allo ius sanguinis. Per un motivo molto semplice: i bambini non nascono dal suolo, ma dal ventre delle loro madri. Crescerli ed educarli non è compito dello Stato, ma dei genitori. Padre e madre hanno il diritto e il dovere di crescere ed educare i figli secondo la storia, la cultura, i valori di cui loro sono eredi e che definiscono la loro identità. Da due italiani nasce un italiano, o un’italiana; da due tunisini nasce un tunisino, o una tunisina; da un tunisino e un‘italiana nasce un italo-tunisino, ecc.

Qualunque sia il paese nel quale le coppie sopra menzionate si trovino a vivere, e qualunque sia la legislazione vigente sulle nazionalità e sulle naturalizzazioni, nessuno potrà cancellare il fatto che l’identità nazionale di un bambino che viene al mondo è quella dei suoi genitori, oppure è una combinazione delle loro nazionalità se i genitori sono di nazionalità diversa. Quando un bambino viene dato in adozione a una coppia di italiani nel contesto di un’adozione internazionale, quel bambino diventa ipso facto italiano non perché va a vivere in Italia, ma perché coloro che si impegnano a offrirgli amore ed educazione sono italiani. I rapporti reali vengono prima delle determinazioni giuridiche astratte, come quella che stabilisce che chi nasce in un certo luogo ne assume per il fatto stesso la cittadinanza in quel momento storico vigente.

Lo ius soli assoluto vige nei paesi, come gli Stati Uniti, di recente formazione e nati da una colonizzazione che ha coinvolto persone di molte etnie diverse. In quel caso essendo il territorio “vuoto” e senza storia (i pellerossa avrebbero molto da ridire su questo, ma non hanno abbastanza forza per farsi ascoltare), lo stesso prenderà i suoi valori e la sua tradizione da chi viene ad abitarlo. Contrariamente a quello che pensano i progressisti italiani, in epoca moderna lo ius soli non sta a significare la preminenza della cultura del luogo su quella di chi immigra, che viene incorporato alla cultura dominante attraverso la cittadinanza, ma il riempimento di una identità vuota da parte di chi immigra. Gli Stati Uniti, dove vige una forma radicale di ius soli, sono stati a lungo un paese Wasp (white, anglo-saxon and protestant) perché Wasp erano la maggioranza degli immigrati. Poi hanno assunto il cattolicesimo nella loro identità attraverso gli immigrati italiani, irlandesi e polacchi. Poco più di 35 anni fa la componente ispanofona ha messo il turbo, e oggi negli Usa ci sono 41 milioni di persone che parlano spagnolo come loro prima lingua, quando nel 1980 erano solo 11 milioni. Gli Usa sono diventati un paese che è anche latino.

In linea di principio, lo ius sanguinis indica una preminenza dei rapporti reali su quelli astratti: riconosco la cittadinanza italiana a un figlio di italiani perché confido che gli trasmetteranno la lingua e la cultura che storicamente hanno costituito l’identità italiana, beni che la cittadinanza mira a proteggere insieme ad altri diritti della persona. Storicamente lo ius sanguinis è praticato da popoli di origine antica (o che si pensano tali) che hanno con fatica creato istituzioni politiche sovrane in un determinato territorio, e a partire dalla sovranità su quel territorio riconoscono diritti di cittadinanza a tutti coloro che presentano le caratteristiche identitarie di quel popolo, anche se nati fuori dai confini. È il caso dell’Italia e della Germania, del Marocco e di Israele, ecc.

Se l’Italia dovesse approvare la legge attualmente in discussione al Senato, nel nostro paese verrebbe introdotta una forma temperata di ius soli accanto allo ius sanguinis, che resterebbe vigente. Secondo il testo di legge un bambino nato in Italia avrebbe diritto alla cittadinanza se almeno uno dei due genitori è cittadino Ue e si trova legalmente in Italia da almeno cinque anni. Se i genitori non provengono dall’Unione Europea, oltre ad avere il permesso di soggiorno da almeno cinque anni almeno uno dei due deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, un alloggio idoneo e superare un test di conoscenza della lingua italiana. Inoltre potranno chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico, elementari o medie. I ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni potranno ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.

Perché ci sarebbe bisogno di questa innovazione? I sostenitori della proposta invocano due motivi: perché occorre mettere fine alla discriminazione fra bambini stranieri nati in Italia e bambini italiani, e per facilitare l’integrazione dei bambini stranieri. Tutte e due le motivazioni appaiono discutibili. In Italia bambini italiani e bambini stranieri hanno gli stessi diritti civili e possono accedere agli stessi servizi: scuola, sanità, assistenza sociale in caso di povertà, ecc. Di più: in Italia italiani e stranieri possono godere degli stessi diritti umani fondamentali. Come scrive Rocco Todero su Il Foglio, «oggi gli stranieri regolarmente residenti nel nostro Paese godono di tutti i diritti e le libertà fondamentali consacrate nella Costituzione repubblicana. Si va dal naturale riconoscimento di tutte le libertà cosiddette negative, come quelle di circolazione, manifestazione del pensiero, associazione, religione, alla tutela dei principali diritti sociali di prestazioni quali il diritto al lavoro, alla pensione, all’assistenza sociale, all’istruzione, alla sanità, agli assegni sociali e all’invalidità civile». L’unica cosa che agli stranieri manca è il diritto di voto, ma in compenso non sono tenuti ad assolvere quanto richiesto dall’art. 52 della Costituzione: sono esentati dal “sacro dovere” della difesa in armi della patria italiana. Quanto al secondo argomento, quello dell’integrazione, è evidente che la cittadinanza dovrebbe essere la conclusione di un percorso integrativo e non un qualcosa che viene conferito all’inizio, a scopo di incoraggiamento.

Quali sono allora le vere ragioni che spingono la sinistra ad accelerare su questo tema? Anzitutto c’è una ragione ideologica: l’ossessione per l’uguaglianza. I progressisti si sentono in colpa e vogliono che tutti gli italiani si sentano in colpa e si vergognino per il fatto che persiste una diseguaglianza fra i minorenni italiani e i minorenni stranieri che vivono da tempo in Italia, la disuguaglianza di cittadinanza. Anche se tutti i diritti umani e civili fondamentali dei bambini stranieri sono rispettati e promossi, la diseguaglianza di cittadinanza appare ai loro occhi intollerabile come la differenza che hanno cercato di eliminare con l’istituzione delle unioni civili, o la differenza legale fra il consumo di alcolici e il consumo di cannabis che desiderano cancellare, o la genitorialità che vorrebbero estendere a tutti i tipi di coppie, ecc. Non si rendono conto che in questo caso il loro egualitarismo ha il sapore del disprezzo per la cultura e la nazionalità altrui. È come se dicessero: “Poverini, gli tocca restare marocchini, gli tocca restare albanesi, è intollerabile!”. Ma chi ha stabilito che la nazionalità italiana è così superiore a quella egiziana, o peruviana, o filippina, che negarla troppo a lungo a qualcuno diventa un delitto di lesa civiltà? Dopo tante prediche multiculturaliste, il velo del politically correct cade e si vede quello che i progressisti pensano veramente: le altre nazionalità sono talmente inferiori alla nostra che prima ne liberiamo gli stranieri e meglio sarà per tutti.

Poi ci sono ragioni più pratiche. Una è quella che vede nell’accelerazione delle naturalizzazioni la via maestra per riequilibrare il deficit demografico italiano e quindi per risolvere il rebus pensionistico dell’Italia dei prossimi decenni. Un demografo serio come Giancarlo Blangiardo ha spiegato e rispiegato che questa idea è sbagliata. I deficit demografici e le loro conseguenze sulla struttura pensionistica di un paese non si riequilibrano, il prezzo degli errori fatti si paga senza sconti, e se si crede di risolvere il guaio intensificando l’immigrazione si rinvia di poco il redde rationem e lo si appesantisce un altro po’. Perché anche gli immigrati invecchieranno e bisognerà pagare loro la pensione, e poiché mediamente avranno versato meno contributi degli italiani, il tesoro pubblico dovrà accollarsi altri pesi. Senza poi dimenticare che anche gli immigrati, dopo qualche anno che sono in Italia, abbassano sensibilmente il loro tasso di fecondità al punto da contribuire al deficit demografico italiano anziché alleviarlo. Evidentemente ci sono problemi economici e politici che spingono la natalità in Italia verso il basso, problemi che valgono sia per gli italiani che per gli immigrati, e l’importazione di esseri umani dall’estero non è una soluzione.

Probabilmente la vera ragione per cui il governo di sinistra vuole introdurre una legislazione di ius soli riguarda non i minorenni, ma i loro genitori: per un bambino straniero in Italia non cambia niente avere la nazionalità italiana subito piuttosto che a 18-20 anni, ma per i suoi genitori la cosa può fare una grossa differenza. Chi ha un figlio divenuto italiano non potrà essere allontanato dall’Italia perché è rimasto disoccupato e quindi non gli viene rinnovato il permesso di soggiorno, o perché dopo tanti anni di ricorsi la sua domanda per essere riconosciuto come rifugiato è stata respinta. Un minorenne con la cittadinanza italiana vale tanto oro quanto pesa per la sua famiglia che la cittadinanza italiana ancora non ce l’ha. Perché credete che in Europa arrivino attraverso l’emigrazione illegale tanti minorenni non accompagnati? Sono minorenni, non possono essere espulsi, le famiglie di origine contano nel tempo di ricongiungersi a loro in terra europea.

Il governo di sinistra evidentemente vuole captare la benevolenza politica di questi immigrati, e in prospettiva il loro voto. Dal punto di vista utilitaristico degli uni e degli altri, lo ius soli pare dunque un buon affare. Ma è buono veramente, per le famiglie di immigrati e per l’Italia in generale? C’è da dubitarne assai. Un figlio che diventa italiano prima del genitore non è una buona prospettiva per un immigrato: questo fatto potrebbe accentuare il distacco generazionale, alimentare un’estraneità fra genitori e figli. L’integrazione di un ragazzo immigrato al mainstream italiano senza la mediazione familiare può avere esiti socialmente perversi. Dall’Olanda arriva una lezione su cui riflettere, portata alla mia attenzione dal direttore dell’Istat olandese Kim Putters. Costui, ex senatore socialista non sospettabile di pregiudizi etnici o razziali, mi spiegava che se si vanno a vedere le statistiche dei due gruppi di immigrati più numerosi in Olanda, marocchini e turchi (entrambe le comunità contano circa 400 mila unità), i primi risultano più integrati dei secondi: sono più secolarizzati e parlano meglio l’olandese.

Eppure il 70 per cento dei marocchini ha problemi con la legge prima del compimento del trentesimo anno di età per reati contro il patrimonio o a sfondo sessuale, mentre il tasso di criminalità dei turchi è identico o inferiore a quello degli olandesi autoctoni. A proteggere i giovani turchi da passi falsi non è l’integrazione, ma il suo contrario: la coesione familiare, l’introversione del gruppo, il relativo isolamento dal resto della società, l’essere più turchi che olandesi in tutti i sensi. Per avere uomini retti e buoni cittadini la famiglia, cioè il sangue, è più importante del suolo.

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1225.- Mattarella firma decreto obbligo vaccini a scuola

IN PERFETTA CONTINUITA’. di Luigi De Giacomo

Liberamente scrissi, alla sua elezione alla Presidenza della Repubblica, che avevano eletto un becchino per la Costituzione italiana. E ciò, puntualmente, si rese palese con atti e atteggiamenti inequivocabili, fino a ieri, tutti documentati.

In perfetta continuità questo lavoro continua e da oggi fa un salto di qualità non indifferente: la firma di un Decreto Legge che impatta su milioni di vite e che mette una pietra tombale sulla libertà e sui principi costituzionali che dovrebbero caratterizzare un Decreto Legge (art.77 Cost. “…in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge…”).

La Presidenza della Repubblica ha il dovere non solo di accertarsi che sussista il caso “straordinario di necessità ed urgenza”, ma soprattutto di comunicare tale evidenza al popolo, dovere reso ancora più evidente quando l’urgenza riguarda milioni di bambini e bambine.

In caso contrario siamo dinanzi ad un alto tradimento. MOLTO ALTO.

 

A partire dal prossimo anno saranno 12 le vaccinazioni obbligatorie   (ANSA)

1222.- Il vilipendio alla Bandiera: la messa in Stato d’accusa. Una procedura tentata solo con Cossiga e con Napolitano

Esiste un protocollo per cui non si applaude quando ti porgono gli onori e le alte cariche dello Stato non applaudono ne salutano, ma il contrario, mentre i reparti militari devono salutare. Sono tenuti a rimanere in silenzio in posizione di attenti. Diverso è se  si sceglie quali reparti e a quali inchini delle bandiere si risponde applaudendo e a quali no. Il saluto della Bandiera della Folgore al Presidente ha ricevuto l’applauso solo da Grasso e Gentiloni. Mattarella e Boldrini hanno, invece, smesso di applaudire. L’atteggiamento compunto di Mattarella sarebbe probabilmente passato inosservato, se non fosse stato accompagnato dall’espressione visceralmente nauseata di Boldrini.DBdL2jtXYAEb1C9

2 giugno 2017: Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella cessa di applaudire e non risponde al saluto della bandiera M.O.V.M. della Brigata Folgore, che s’inchina avanti a lui. Il Presidente della Camera Boldrini, cessa di applaudire anch’essa, ostentando disgusto e disprezzo.

L’impeachment è un antico istituto del common law, che si è sviluppato in Inghilterra dal 1376 – anno in cui il Parlamento inglese mise in stato d’accusa alcuni ministri di Edoardo III e la sua amante Alice Perrers per corruzione e incapacità – al XVIII secolo. È stato disciplinato dai padri costituenti degli Stati Uniti d’America nella Costituzione di Filadelfia del 1787. In Italia nessun capo dello Stato è stato messo formalmente in Stato d’accusa dal Parlamento, ma ci si è andati vicino.In Italia il Capo dello Stato può essere accusato di «alto tradimento e attentato alla Costituzione», come recita l’articolo 90 della Costituzione. È il Parlamento riunito in seduta comune, dopo la fase istruttoria curata dal Comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa, a dover decidere a maggioranza assoluta la messa in stato d’accusa. Il Comitato ha 5 mesi di tempo per esaminare la richiesta, prorogabili. Il giudizio sul presidente della Repubblica è poi demandato alla Corte Costituzionale, come stabilisce l’articolo 134 della Costituzione. Nella storia repubblicana si è giunti in soli due casi alla richiesta di messa in stato d’accusa, nel dicembre 1991 contro il presidente Cossiga e nel gennaio 2014 contro il presidente Napolitano; entrambi i casi si sono chiusi con la dichiarazione di manifesta infondatezza delle accuse da parte del Comitato Parlamentare. Per quanto riguarda Cossiga, tale dichiarazione giunse quando il settennato si era già concluso. Per i reati commessi al di fuori dello svolgimento delle sue funzioni istituzionali il presidente è responsabile come qualsiasi cittadino. In concreto, però, una parte della dottrina ritiene esista improcedibilità in ambito penale nei confronti del presidente durante il suo mandato; nel caso del presidente Oscar Luigi Scalfaro (sotto accusa per peculato), di fronte al suo rifiuto di dimettersi e alla mancanza di iniziative da parte del parlamento, il processo fu dichiarato improcedibile. Ecco i principali casi italiani:
Leone lasciò l’incarico nel 1978
Il primo presidente della Repubblica minacciato di impeachment fu nel 1978 Giovanni Leone, sesto presidente della Repubblica italiana. Lasciò l’incarico dopo una lunga campagna stampa che chiamava in causa il capo dello Stato relativamente allo scandalo Lockheed (illeciti nell’acquisto da parte dello Stato italiano di velivoli dagli Usa). Lasciò – 14 giorni prima dell’inizio del semestre bianco – il 15 giugno 1978 quando la direzione del Pci annunciò di voler avviare la procedura di messa in stato di accusa. Fu poi riconosciuta la sua estraneità.
La minaccia a Oscar Luigi Scalfaro
Il secondo a essere minacciato fu Oscar Luigi Scalfaro. «Non ci sto», disse Scalfaro il 3 novembre 1993 in un messaggio tv, a reti unificate, interrompendo la telecronaca della partita di Coppa Uefa Cagliari-Trabzonspor, con un messaggio straordinario alla nazione per difendersi dalle accuse di aver gestito fondi neri a uso personale quando era stato ministro dell’Interno. Parlò di “gioco al massacro” e dell’esplosione dello scandalo Sisde come rappresaglia della classe politica travolta da Tangentopoli per infangare la figura del capo dello Stato. Alla fine, Forza Italia non ebbe il coraggio di andare fino in fondo e non si arrivò mai a formulare la proposta della messa in stato di accusa. Scalfaro concluse il suo mandato presidenziale.
Il più vicino fu Cossiga
Ci si andò vicino Francesco Cossiga nel 1990, nell’ambito della vicenda Gladio. Pds, Rete e Rifondazione comunista avviarono una procedura di impeachment nei confronti dell’allora presidente della Repubblica. La messa in stato di accusa di Cossiga fu formalmente presentata nel 1991. Il Parlamento la respinse. Poi l’anno dopo Cossiga, fu accusato dal Pds di Occhetto di aver attentato alla Costituzione con le “picconate” e con il suo ruolo nell’organizzazione segreta Gladio. Fra i firmatari della richiesta ci furono Luciano Violante, Marco Pannella. Nando Dalla Chiesa, Leoluca Orlando. Cossiga si dimise dalla presidenza della Repubblica il 28 aprile 1992, a due mesi dalla scadenza naturale del mandato. Non ci fu il voto sulla messa in stato di accusa.
L’impeachment di Napolitano
Lo spunto furono le rivelazioni emerse da libro di Alan Friedman, e anticipate dal Corriere, sull’estate 2011 e sui contatti tra Monti e il Quirinale quattro mesi prima dell’incarico poi conferito al Professore per sostituire Berlusconi a Palazzo Chigi. Irritualmente, il presidente affidò “pre-incarichi” mentre c’era un governo in carica, non sfiduciato e quando a giugno lo spread era a 250, non a 500. L’impeachment fu bocciato senz’appello. Il Comitato parlamentare per la messa in stato d’accusa votò per l’archiviazione della richiesta presentata dal Movimento 5 Stelle contro il presidente della Repubblica. L’istanza fu ritenuta «manifestamente infondata» con 28 sì. Per l’archiviazione votarono Pd, Ncd, Sel, Scelta Civica, Popolari per l’Italia e Socialisti, Forza Italia, non essendo prevista l’astensione, non partecipò al voto.
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Schermata 2017-06-04 alle 17.53.31.pngNoto che i due presidenti, che qualcuno dovrà pur mettere in stato d’accusa, si girano verso Gentiloni, che risponde applaudendo al saluto della bandiera della Folgore e lo gelano con lo sguardo.
Cosa prevede il protocollo per il Capo dello Stato salutato da una bandiera? da un Reparto in armi? da tante Medaglie d’Oro al Valor Militare alla bandiera e alla Folgore? Il saluto della bandiera della Brigata Folgore, che s’inchina, è per il presidente Sergio Mattarella. Il disprezzo di Boldrini è alla bandiera. Gentiloni, sarà quel che sarà, ma è persona corretta e applaude. Anche Paolo Grossi, presidente della Corte Costituzionale (a destra di Boldrini) ha sgranato gli occhi. Chi è il Garante dell’Onore Militare d’Italia? Sergio Mattarella faccia pubblica ammenda o sia messo in Stato d’Accusa! Boldrini sia processata per ostentato vilipendio della Bandiera. 

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« Fra sabbie non più deserte
sono qui di presidio per l’eternità i ragazzi della Folgore
fior fiore di un popolo e di un Esercito in armi.
Caduti per un’idea, senza rimpianti, onorati dal ricordo dello stesso nemico,
essi additano agli italiani, nella buona e nell’avversa fortuna,
il cammino dell’onore e della gloria.
Viandante, arrestati e riverisci.
Dio degli Eserciti,
accogli gli spiriti di questi ragazzi in quell’angolo di cielo
che riserbi ai martiri ed agli Eroi »
(Epigrafe davanti al cimitero della Folgore a El Alamein)

L’AUTORITÀ CHE OFFENDE NON RENDENDO IL SALUTO E QUELLA CHE, OSTENTATAMENTE, VILIPENDE CON ATTI LE MEDAGLIE D’ORO AL VALOR MILITARE DELLA BANDIERA DELLA BRIGATA PARACADUTISTI “FOLGORE” VOGLIONO OFFENDERE L’ONORE DEI CADUTI E LA REPUBBLICA ITALIANA E DEVONO ESSERE DENUNCIATI, ARRESTATI E PROCESSATI PER DIRETTISSIMA SOTTO L’ACCUSA DI ALTO TRADIMENTO E VILIPENDIO.

Medaglia d’oro al Valor Militare (185ª Divisione paracadutisti “Folgore” – El Qattara, 4 novembre 1942)
Medaglia d’oro al Valor Militare (185º Rgt.artiglieria paracadutisti – El Alamein, 23 ottobre – 6 novembre 1942)
Medaglia d’oro al Valor Militare (186º Rgt.fanteria paracadutisti – Africa Settentrionale, 22 luglio – 12 ottobre 1942 e Battaglia di El Alamein, 23 ottobre – 6 novembre 1942)
Medaglia d’oro al Valor Militare (187º Rgt.fanteria paracadutisti – Africa Settentrionale, 22 luglio – 12 ottobre 1942 e Battaglia di El Alamein, 23 ottobre – 6 novembre 1942)

 

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Leggo questo articolo dell’Espresso del 2013 sulla messa in stato d’accusa del Capo dello Stato:

La procedura evocata dal senatore Mario Michele Giarrusso è quella prevista in Italia dall’articolo 90 della Costituzione, che regola la materia: «Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri».

Si tratta di una decisione che in Italia non è mai stata presa, per nessun presidente, e che ovviamente non verrebbe presa neppure per Napolitano, stante l’appoggio di cui gode nella maggioranza delle due camere.

Il primo presidente minacciato di impeachment in Italia fu Giovanni Leone, che tuttavia nel 1978 si dimise autonomamente, in seguito allo scandalo Lockheed e alla decisione del Pci e della Dc di non difenderlo e di eleggere un nuovo Capo dello Stato insieme (così si arrivò a Pertini). Leone comunque non fu mai sottoposto a impeachment.

Poi ne fu minacciato anche Oscar Luigi Scalfaro, dopo la caduta del primo governo Berlusconi e  la nascita del governo guidato da Lamberto Dini (1995), appoggiato dal centrosinistra e dalla Lega con Berlusconi all’opposizione: ma in quel caso non si iniziò nemmeno la procedura e Scalfaro terminò regolarmente il suo mandato.

Più pesante il precedente che riguarda Francesco Cossiga, accusato dal Pds di Occhetto di aver attentato alla Costituzione con le sue “picconate” e con il suo ruolo nell’organizzazione segreta Gladio (siamo nel 1991). In quel caso la richiesta di messa in stato d’accusa fu formalmente presentata in Parlamento dall’opposizione (tra i firmatari: Luciano Violante, Nando Dalla Chiesa, Leoluca Orlando e Marco Pannella). Non si arrivò però al voto: Cossiga si dimise dalla presidenza della Repubblica il 28 aprile 1992, a due mesi dalla scadenza naturale del mandato.

Nel caso evocato da Giarrusso, quindi, la minaccia è più che altro politica e simbolica: quella cioè di portare le Camere ad esprimersi facendo di Giorgio Napolitano il primo presidente della Repubblica sottoposto a una procedura di impeachment giunta fino alla decisione del Parlamento.

13 settembre 2013
L’art. 90 e seguenti merita una riscrittura.
Ecco come le stesse istituzioni salutano se lo desiderano.
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1220.- AVVISO DI RIUNIONE

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AVVISO DI RIUNIONE

Cari amici di questi anni di impegno politico,
Un parlamento illegittimo e servile si prepara a approvare una legge elettorale che, eliminando le minoranze, eliminerà dialogo e democrazia. Grillo e l’m5s si accodano a Renzi e al PD e a FI con Berlusconi con uno pseudo sistema tedesco che genererà nessun vincitore, nessun responsabile e uno squadrone di nominati. I partiti sono tali, ormai, sono di nome e rappresentano i loro interessi. Non ci rappresentano più. Quanti di Noi hanno dato il loro contributo disinteressato inutilmente? Non è questa la via tracciata dalla Costituzione. Siamo e restiamo il popolo sovrano.

Chi si è appropriato delle istituzioni, ha giurato sulla Costituzione e ci dice che dobbiamo cedere la sovranità, ma la sovranità appartiene al Popolo: ci appartiene e non la cediamo senza un referendum. Vogliamo essere sovrani sempre, anche nell’Europa dei popoli, nell’accoglienza e nella solidarietà. Verso i veri profughi e verso i nostri terremotati. Vogliamo esserlo verso i disoccupati e verso i giovani. Vogliamo l’eguaglianza di tutti verso la legge. Non vogliamo una casta di previlegiati e non vogliamo un altro regime. Vogliamo che il nostro patrimonio, i beni pubblici, siano del popolo e non siano dati in pasto ai mercanti. Per aversi tutto questo, c’è un solo programma ATTUARE LA COSTITUZIONE.

È chiaro che non basta più dire “la sovranità appartiene al popolo”. La vittoria al referendum costituzionale ha dimostrato che gli italiani rifiutano questo sistema economico predatorio, ma ogni giorno che passa la vittoria referendaria impallidisce e i predatori avanzano, coperti da una rappresentanza parlamentare che affonda le radici negli statuti della monarchia ed è stata tutelata rispetto ai sovrani. Perciò, è più tutelata della stessa Repubblica. Ma ora il sovrano siamo noi. È tutelata contro di noi!

Vi chiamo alla responsabilità, tutti, cittadini e gruppi organizzati, ognuno come potrà. Parteciperemo alla Comunità dei cittadini, liberamente organizzati, senza distinzioni politiche, per dare il nostro contributo al governo del nostro territorio secondo i principi di questa Costituzione: lavoro, dignità, libertà, eguaglianza, solidarietà e sussidiarietà e, aggiungo, trasparenza e alternanza.
Vi invito tutti alla prossima riunione, che si terrà martedì 13 giugno 2017, alle ore 20.45, a Dolo, per definire regole, livelli, compiti, contributi e responsabilità, nel solco tracciato da Paolo Maddalena a Roma, Milano, Napoli, con ATTUARE LA COSTITUZIONE.

R.S.V.P. a <gendiemme@gmail.com>

1216.- Alessandro Diotallevi, Antonio Ingroia, Massimo Villone – Attuare la Costituzione 3° assemblea Napoli 14/5/2017

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Napoli 14/5/2017 Maschio Angioino Sala dei Baroni
GIURISTI PER L’AZIONE POPOLARE
Strumenti giuridici per l’attuazione della Costituzione

  1. Alessandro Diotallevi – Attuare la Costituzione 3° assemblea Napoli 14/5/2017

2. Antonio Ingroia – Attuare la Costituzione 3° assemblea Napoli 14/5/2017

     3. Massimo Villone – Attuare la Costituzione 3° assemblea Napoli 14/5/2017

1208.- USCIRE DALLA CRISI ATTUANDO LA COSTITUZIONE. PUNTO 3

La moneta nella Storia e al giorno d’oggi.

 

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“Uscire dalla crisi attuando la Costituzione”, un documento in 7 punti che riguarda tutti i cittadini e le cittadine di questo Paese, un richiamo al dovere inderogabile di attuare la Costituzione, una fotografia spietata della situazione disastrosa in cui l’Italia sta affondando.
L’Articolo 52 della Costituzione:
“E’ SACRO DOVERE DEL CITTADINO DIFENDERE LA PATRIA”.
Ogni persona si senta chiamata in causa!

3– La moneta nella Storia e al giorno d’oggi.

Sorge in evidenza, a questo punto, la rilevanza del “commercio”, e quindi della “moneta”, la quale è conosciuta sin dall’antichità, ma non ha mai avuto tanta importanza come oggi, di fronte al fenomeno della “finanziarizzazione dei mercati” e alla necessità, da più parti proclamata, di un ritorno all’”economia reale”.

La moneta è un “mezzo di scambio” dei “beni economici” (cioè commerciabili) “reali” e non importa se ha un valore intrinseco, come le monete di oro o di argento, o è priva di tale valore, come è la moneta cartacea o, come si usa oggi, un “bip” sul computer. Essa è sostanzialmente una “convenzione”, e quello che conta è che tale convenzione sia accettata da tutti, come avviene nel caso delle monete cartacee a corso legale, per le quali si parla, come avverte Gallino, di “moneta piena”, proprio perché si tratta di una moneta accettata da chiunque. Seguendo lo stesso principio, si possano avere anche monete cosiddette “parallele” o “complementari”, le quali presuppongono l’individuazione di un certo numero di aderenti che accettino convenzionalmente il loro l’impiego.

Quello che più interessa, comunque, è che la moneta costituisca il corrispettivo della reale ricchezza nazionale ad essa sottostante, e sia di una quantità sufficiente per soddisfare le esigenze del commercio. Ed è questo il compito fondamentale delle banche Centrali, alle quali è affidata, per l’appunto, la delicata funzione di mantenere un fermo equilibrio tra il valore dei beni in commercio e la quantità della moneta necessaria alla loro circolazione, in modo da tenere a bada, usando la cosiddetta “leva monetaria”, il grave e dannoso effetto dell’l’inflazione, e di favorire al tempo stesso l’espansione della ricchezza nazionale attraverso consumi, investimenti e spesa pubblica.

E’ da porre nel dovuto risalto, a questo punto, che la moneta dovrebbe essere emessa direttamente dallo Stato o dalla Banca centrale per conto dello Stato, e che essa, in quanto corrispondente alla reale ricchezza nazionale sottostante, è proprietà collettiva del Popolo e va distribuita in modo che possa circolare tra i cittadini, secondo il fondamentale principio di eguaglianza, sancito dal secondo comma dell’art. 3 della Costituzione, secondo il quale “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

1207.- USCIRE DALLA CRISI ATTUANDO LA COSTITUZIONE – PUNTO 2

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di Paolo Maddalena

“Uscire dalla crisi attuando la Costituzione”, un documento in 7 punti che riguarda tutti i cittadini e le cittadine di questo Paese, un richiamo al dovere inderogabile di attuare la Costituzione, una fotografia spietata della situazione disastrosa in cui l’Italia sta affondando.
L’Articolo 52 della Costituzione:
“E’ SACRO DOVERE DEL CITTADINO DIFENDERE LA PATRIA”.
Ogni persona si senta chiamata in causa!

2. LA COMUNITA’ POLITICA NELLA STORIA: PROPRIETA’ PRIVATA E PROPRIETA’ COLLETTIVA

Volendo indagare a fondo la situazione nella quale versano le nostre società sotto gli aspetti ordinamentale ed economico, è indispensabile volgere per un momento l’occhio al passato e riflettere, sia pur fugacemente, sulle origini della “Comunità politica” o “Stato”, che dir si voglia.
Quando esisteva soltanto l’“uomo branco” (pochi individui che vivevano di caccia e combattevano altri pochi individui), non si poteva parlare di civiltà e tanto meno di economia. La civiltà, nessuno può negarlo, nasce circa diecimila anni fa con l’insediamento di aggregati umani su terreni delimitati da confini, entro i quali si cominciarono a rispettare delle regole comuni e a dar vita così alle prime “città-Stato”.

E’ molto importante sottolineare che la creazione di queste Comunità dette luogo al nascere di tre fondamentali concetti giuridici, che tuttora si ricordano a proposito della costituzione degli Stati; il “Popolo”, il “territorio”, la “sovranità”.
Il “Popolo” è costituito dall’aggregato umano che si riconosce come aggregato unitario e permanente nel tempo, ritenendo inoltre (e questo è un dato di grandissima importanza) che ciascun individuo, cioè ciascun cittadino, è da considerare “parte” dell’intera Comunità, con la conseguenza che il singolo può agire in giudizio, nello stesso momento, per sé e per l’intera popolazione, senza far ricorso al concetto di “rappresentanza”. Si ricordi, come del resto è noto, che gli antichi Romani usavano “l’actio popularis”, una azione giudiziaria che tutelava sia gli interessi del singolo, sia gli interessi di tutti, e potevano chiedere al Praetor anche un “interdictum populare”, un provvedimento d’urgenza che poteva essere “prohibitorium” o “restitutorium”, e che giovava nello stesso tempo al singolo e all’intera Comunità.

Il “territorio” è costituito dai terreni compresi entro i confini della città ed è “proprietà collettiva” del Popolo. La denominazione territorio viene da due parole: terrae torus, letto di terra, ed esprime bene di qual natura era considerato il rapporto di proprietà collettiva tra il popolo e il territorio, un rapporto di cura e di tutela (analogo a quello che si ha per il proprio letto), poiché è sul territorio che si dorme, si vive e si agisce, ed è dal territorio che provengono i mezzi di sussistenza. E’ di grande utilità, peraltro, porre in evidenza che, nelle visuali più moderne e avanzate, il territorio è considerato nel suo aspetto dinamico ed onnicomprensivo e comprende, non solo il suolo, come ci si era abituati a pensare, ma tutto ciò che esiste sul suolo e nel sottosuolo, nonché tutte le attività, agricole, industriali, edilizie, ecc., compreso i servizi che sul territorio si svolgono. E’ a questa concezione del territorio che faremo riferimento nel seguito della trattazione.

La “sovranità” è la somma dei poteri necessari a dettare le regole del vivere civile (la parola “civile” viene da “civitas”, “civis”), e cioè l’”ordinamento giuridico”. Essa, a Roma, benché esistesse il rex, è appartenuta, sin dalle origini, al Popolo e precisamente ai “Patres familiarum”, mentre il re era soltanto colui che dichiarava a tutti le decisioni adottate dai Patres. Il nome di lex, legge, proviene da “lego”, che significa “dire”. E’ importante ricordare che a Roma, come ha da tempo dimostrato il Niebuhr , la “proprietà collettiva” ha preceduto di gran lunga la “proprietà privata”, le cui origini risalgono al “dominium ex iure Quiritium”, che vide la luce, dopo una lunga e tormentata riflessione giurisprudenziale, solo agli albori del primo secolo a. C. E’ da sottolineare inoltre che una vaga forma di proprietà privata, chiamata “mancipium”, si ottenne nella Roma arcaica con la “divisio” dell’“ager publicus” da parte del Re Numa Pompilio, che conferì ai Patres familias una parte minima (si trattò di due iugeri a testa, e cioè di circa mezzo ettaro) dell’intero territorio romano. Molto più consistenti assegnazioni di terra, avvennero tuttavia a partire dal V secolo a. C. a seguito delle conquiste man mano maturatesi, assegnazioni che venivano effettuate con il cerimoniale della “divisio et adsignatio agrorum” e dopo l’approvazione di una “lex centuriata” o di un “plebiscitum”. Il che conferma molto significativamente che il territorio apparteneva al Popolo e che per le “cessioni” ai privati, occorreva una espressa dichiarazione di volontà del Popolo stesso.
Si deve soggiungere che nell’antica Roma i beni immobili, oggetto di quel potere indifferenziato detto “mancipium”, raramente erano messi in commercio tramite la cosiddetta “mancipatio”, e che commerciabili erano normalmente le “res nec mancipi”, le cose mobili che non erano oggetto di “mancipium”, ma semplicemente di “possessio”, per cui erano trasferibili mediante la “traditio”, cioè la “consegna” dell’oggetto stesso. Resta il fatto, comunque, che lo scambio dei beni mobili, sia pure in forma limitata, sorse con lo stesso sorgere della Comunità politica e nella primitiva forma del baratto, che spesso avveniva dando in cambio di una cosa una pecora, da cui il nome di “pecunia” con il quale fu poi denominato il danaro.

I tre elementi di cui si compone la Comunità politica, come agevolmente si nota, sono strettamente interconnessi e questa “interconnessione” è indispensabile per il regolare svolgersi della vita civile. Si pensi, in proposito, che la stessa “appartenenza” del “territorio” rientra nel contenuto della “sovranità”, per cui il Popolo, che è “sovrano”, è anche il “proprietario collettivo” del territorio. Questo collegamento tra titolare della sovranità e territorio si è mantenuto nei secoli, considerato che nel medio evo, quando la sovranità si spostò dal Popolo al Sovrano, anche il territorio divenne “bene patrimoniale” del sovrano e si distinse tra un “dominium utile” del coltivatore diretto e un “dominium eminens” del Sovrano, il quale riacquistava la piena proprietà del bene qualora venisse meno il dominio utile dell’agricoltore. Il rapporto sovranità-territorio venne meno con la riforma restauratrice di Napoleone, che affidò la compilazione del code civil del 1804 al Portalis, il quale diresse i lavori secondo il principio “l’imperio al Sovrano, la proprietà ai privati”. Fu un gravissimo errore, poiché il territorio fu distolto dal fine fondamentale di giovare a tutti e finì per essere soggetto al volere dei singoli proprietari privati, mentre lo stesso diritto di “proprietà privata” ebbe il sopravvento sulla “proprietà collettiva” del Popolo, come dimostra la cultura giuridica borghese ancora oggi persistente. La nostra Costituzione, tuttavia, ha riportato il territorio nel dominio del Popolo, statuendo che “la proprietà è pubblica e privata” (ci sono cioè due forme di proprietà: una che appartiene soltanto al Popolo, la “proprietà collettiva demaniale”, e l’altra che può appartenere indistintamente allo Stato a enti o a privati, la “proprietà privata”, come precisa il primo comma dell’art. 42 Cost.). E che la proprietà privata derivi per “cessione” da parte del Popolo di appezzamenti di “proprietà collettiva” è dimostrato dal secondo comma dello stesso art. 42 Cost., secondo il quale “la proprietà privata …. È riconosciuta e garantita dalla legge (cioè dalla volontà del Popolo), allo scopo di assicurarne la funzione sociale”: in sostanza, si cede la proprietà privata a condizione che sia mantenuta la “funzione sociale del bene”, con l’ineliminabile conseguenza che il mancato adempimento di questo che il Pugliatti considerava un vero e proprio “ufficio” (il che si verifica con il licenziamento degli operai, la delocalizzazione, ecc.), fa venir meno anche la tutela giuridica della stessa proprietà privata e il bene torna da dove era venuto, cioè nella proprietà collettiva del Popolo sovrano.

Insomma la nostra vigente Costituzione repubblicana pone il principio fondamentale secondo il quale i beni, e in primis il territorio, devono giovare a tutti, secondo il principio già enunciato da Ermogeniano (D. 1. 5. 2) secondo il quale “hominum causa omne ius constitutum est”, tutto il diritto, e cioè l’ordinamento giuridico posto in essere dal titolare della sovranità, deve servire al bene comune di tutti gli uomini.
E fondamentale appare a questo proposito la distinzione di cui parla Gaio (Gai Inst. “2. 11) tra le cose in commercio e quelle extra commercio: “Quae publice sunt, nullius videntur in bonis esse: ipsius enim universitatis esse creduntur. Privatae sunt quae singulorum hominum sunt”, le cose che sono pubbliche appartengono a tutti, quelle private appartengono ai singoli. Ed è imbarazzante dover ricordare che ancor oggi si continua a credere nell’autonoma categoria delle “res nullius”, concetto del tutto estraneo al pensiero gaiano, il quale, esprimendo la concretezza del pensiero giuridico dei giureconsulti del tempo, certamente non poteva pensare che una cosa “appartenesse a nessuno”!

Il prevalere dell’interesse privato su quello generale ha ristretto di molto, come tutti sanno, il concetto di proprietà pubblica, identificata oramai con la sola “proprietà collettiva demaniale”,la quale, proprio per essere nella proprietà di tutti è “inalienabile, inusucapibile e inespropriabile”, anche se un decreto legislativo, sicuramente incostituzionale, il decreto n. 85 del 28 maggio 2010, denominato “federalismo demaniale”, prevede, addirittura, l’alienabilità anche dei demani idrico, marittimo, minerario e culturale.
Questa fugace storia della “Comunità politica”, e in sostanza dell’evoluzione della nostra civiltà, pone in evidenza che, per un verso, l’economia sorge con il sorgere della stessa Comunità politica, e, per altro verso, che il “diritto” ha sempre prevalso sulla “economia”, fino al punto di distinguere i beni in commercio da quelli fuori commercio, dai beni cioè che assicurano per loro natura il soddisfacimento dei bisogni primari dell’uomo e che oggi sono denominati “beni demaniali”. Ed è da sottolineare a questo riguardo che i Giureconsulti Romani erano arrivati anche a indicare i beni comuni più importanti. Ce ne dà notizia Marciano, giurista del terzo secolo dopo Cristo, affermando “Et quidem naturali iure omnium communis sunt illa: aer, aqua profluens, , et mare, et per hoc litora maris” (D: 1. 8. 2. 1). Sono “beni comuni”, cioè sono beni in proprietà collettiva “naturale” di tutti gli uomini: l’aria, l’acqua corrente, il mare e i lidi del mare”. E si ricordi che la parola “communis” significa “cum” “munus”, e che quest’ultima parola ha due significati: quello di “funzione doverosa” e quella di “dono”, per cui si può dire che è “comune” la cosa che, appartenendo gratuitamente a tutti, è doverosamente usata e scambiata da parte di tutti in modo che possa assicurarsi il pari uso da parte di ciascuno: in sostanza, “un dono che si scambia”.

Per quanto poi riguarda i “beni commerciabili”, posto che il “benessere dell’uomo” costituisce il fondamentale fine da perseguire, vengono in rilievo, sia il Popolo, sia il Territorio, o, se si preferisce, le “risorse della terra” da un lato, e il “lavoro dell’uomo” dall’altro. Si tratta dei due fondamentali “fattori produttivi” sui quali si fonda “l’economia reale” e, quindi, il progresso della società. Ed è da rimarcare che fra di loro c’è un legame inestricabile per cui non si può parlare dell’uno senza parlare dell’altro. Come presto vedremo, parlando in puri termini costituzionali, non è possibile tutelare il “diritto al lavoro”, se prima non si pongono “limiti” alla “libertà economica” e al “diritto di proprietà privata”. Non sfugge, infatti che se questi ultimi sono illimitati, il diritto al lavoro, come del resto è avvenuto, diventa indifendibile sul piano giuridico.