Archivi categoria: Politica estera – Korea

1150.- Dopo 100 giorni, Trump rimedia un’umiliazione coreana

Non è la Korea democratica che può scatenare la guerra, ma il braccio di ferro in atto in Siria.

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Nikki Haley

Il segretario di Stato degli USA, Rex Tillerson, dopo aver allontanato l’ambasciatrice neocon Nikki Haley dalla sessione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, segnalava la disponibilità di Washington a colloqui diretti con la leadership della Corea democratica. Tillerson dichiarava “Il nostro obiettivo non è il cambio del regime. Né vogliamo minacciare il popolo nord-coreano o destabilizzare la regione dell’Asia Pacifico. Negli anni abbiamo ritirato le nostre armi nucleari dalla Corea del Sud e offerto aiuti alla Corea democratica come prova della nostra intenzione di normalizzare le relazioni… gli Stati Uniti credono in un futuro per la Corea democratica. Questi primi passi verso un futuro più speranzoso saranno più spediti se altri soggetti interessati, nella regione e nella sicurezza globale, ci raggiungeranno”.

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Il segretario di Stato degli USA, Rex Tillerson. Stati Uniti e Cina intendono entrambi mantenere la divisione delle due Coree. La strategia della politica USA dovrebbe tenere in maggior conto l’espansione delle nuove potenze asiatiche: India e Corea, che si aggiungono alla Cina e rendersi parte attiva della fondazione di un Nuovo Occidente, dall’Alaska, all’Alaska, con l’Europa e la Russia, assumendovi la funzione di “primus inter pares” (ndr).

Tillerson, però continuava minacciando “Dobbiamo imporre la massima pressione economica tagliando i rapporti commerciali che finanziano direttamente il programma nucleare e missilistico della RPDC. Invito la comunità internazionale a sospendere il flusso dei lavoratori ospiti nordcoreani e ad imporre divieti alle importazioni nordcoreane, in particolare al carbone”.

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>>>ANSA/COREA NORD LANCIA DUE MISSILI, UNO ARRIVA IN ACQUE GIAPPONE

Questi sistemi missilistici nordcoreani sono allo stato più potenziale che sperimentale e i ripetuti lanci falliti potrebbero anche dipendere da attività di contromisure elettroniche ostili. Allo stato dei fatti, rappresentano l’arma diplomatica migliore della Corea democratica, da sacrificare in cambio di una riduzione delle pressioni e delle sanzioni.

Tillerson chiariva che ormai obiettivo degli USA è impedire alla Corea democratica di sviluppare armamenti strategici che possano minacciare direttamente la terraferma nordamericana. Timore confermato da Vasilij Kashin, analista militare russo, “Attualmente, i test riusciti con i missili KN-11 Pukkuksong-1 navali e KN-15 Pukkuksong-2 terrestri, sono in corso. In realtà, i nordcoreani hanno raggiunto lo stesso livello della Cina agli inizi degli anni ’80, quando Pechino effettuò i test di volo del JL-1, il primo missile lanciato da sottomarini della Cina, da cui evolse il DF-21, missile balistico mobile a medio raggio”. Kashin indicava che la Cina impiegò 5-6 anni per completare i test di volo del JL-1, mentre “I nordcoreani hanno iniziato i test di volo del Pukkuksong-1 nel 2014, ed è possibile che saranno pronti a schierarli alla fine del decennio. Questi missili avrebbero una gittata di 2000 km, paragonabile a quella di JL-1 e DF-21A. Pyongyang avrà la capacità sicura di colpire obiettivi in Corea del Sud e Giappone, ma ancora non potrebbe raggiungere gli Stati Uniti”. Si pensa che i nordcoreani abbiano fatto una dozzina di prove con i Pukkuksong-1 e 2, e nell’agosto 2016 fu compiuto un lancio da un sottomarino del Pukkuksong-1. Secondo Kashin, questi successi saranno la base di ulteriori progressi. Tuttavia, “il passo per realizzare un missile balistico intercontinentale, e in particolare un ICBM propulso da combustibili solidi, richiederà un salto qualitativo nello sviluppo della base produttiva e delle infrastrutture dei test della Corea democratica”.

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La Corea democratica ha sviluppato anche il KN-08, noto anche come Rodong-C o Hwasong-13, ICBM autocarrato mobile allo studio dal 2010. Kashin osservava che i nordcoreani, “dovranno saper produrre motori a razzo a propellente solido dal grande diametro. Dovranno sperimentare nuovi combustibili e nuovi contenitori per missili. Una limitazione seria è la capacità o meno di acquistare o creare le attrezzature necessarie”. Inoltre, “per essere testati, gli ICBM dovranno essere lanciati sopra il territorio giapponese in direzione dell’Oceano Pacifico meridionale. Dato che l’esperienza dei cinesi nel testare i loro ICBM DF-5 nei primi anni ’80 dimostra che i test richiederanno la creazione di una flotta di navi specializzate dotate di complessi strumenti di misura e, probabilmente, nuove navi da guerra per scortarle. I tentativi di condurre tali test saranno minacciati da Stati Uniti ed alleati, anche con tentativi di abbattere i missili durante il decollo, o di bloccare le apparecchiature di controllo a bordo delle navi nordcoreane”. Quindi, secondo Kashin, i test sugli ICBM richiederanno circa 5-6 anni. La Cina “schierò i suoi ICBM DF-31 15-20 anni dopo lo schieramento dei Jl-2 e DF-21”. Quindi, secondo l’analista, passerebbero decenni prima che Pyongyang possa disporre di un vero ICBM. “Perché i nordcoreani sentano la necessità di richiamare l’attenzione sui sistemi di armi che, anche secondo lo scenario più ottimista, non possono essere schierati prima della metà degli anni 2030? È possibile che, dal punto di vista di Pyongyang, sia una dimostrazione della determinazione e, allo stesso tempo, un invito ai colloqui, che la Corea democratica, nonostante l’isolamento, intende condurre da una posizione di forza. È possibile che questi potenziali sistemi missilistici siano ciò che la Corea democratica è pronta a sacrificare in cambio di una riduzione delle pressioni e delle sanzioni. La sicurezza del Paese è garantita dalla capacità d’infliggere danni inaccettabili agli alleati degli USA Corea del Sud e Giappone in caso di guerra. Pyongyang non abbandonerà armi nucleari e missili a medio raggio, ma potrebbe accettare di non condurre nuovi test o sviluppare missili intercontinentali in cambio di concessioni economiche e politiche. Questo è possibile, può benissimo essere lo scenario ideale per Pyongyang”. I nordcoreani potrebbero essere pronti a rinunciare alla futura capacità di attaccare il continente nordamericano in cambio della normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti. Ciò potrebbe spiegare il discorso di Tillerson al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

wang_yi_ Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi

Ma se il segretario di Stato Rex Tillerson sembrava indicare un ammorbidimento della posizione degli Stati Uniti verso la Corea democratica, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, affermava, “La chiave per risolvere la questione nucleare sulla penisola non è nelle mani cinesi. È necessario mettere da parte il dibattito su chi debba compiere il primo passo e smettere di discutere chi abbia ragione e chi torto. Ora è il momento di considerare seriamente la ripresa dei colloqui”. Sempre Wang Yi, in una conferenza stampa con il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel, affermava “Certamente crediamo che i continui test nucleari violino le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma effettuare esercitazioni militari nella penisola coreana chiaramente non è n linea con lo spirito delle risoluzioni del Consiglio… riguardo la probabilità di una guerra, anche una minima probabilità non è accettabile. La penisola coreana non è il Medio Oriente. Se la guerra esplodesse, le conseguenze sarebbero inimmaginabili”, tracciando così la linea rossa che gli Stati Uniti non devono attraversare. Inoltre, il Quotidiano del Popolo avvertiva, “La forza non porterà da alcuna parte; dialogo e negoziati restano l’unica soluzione. È indispensabile che tutte le parti interessate considerino la proposta della Cina: sospensione dei test nucleari da parte della RPDC e cessazione delle esercitazioni militari congiunte di Stati Uniti e Corea del Sud. Altre parole aspre e confronti militari non beneficeranno né Stati Uniti né RPDC. Se le parti possono inviassero segnali positivi, il problema potrebbe avere una probabile soluzione”. Lungi dall’essere disposta a considerare ulteriori sanzioni contro la Corea democratica, la Cina chiede agli Stati Uniti d’impegnarsi immediatamente in colloqui diretti con la Corea democratica e che sospendano le esercitazioni militari con la Corea del Sud, in cambio della sospensione della Corea democratica di ulteriori test nucleari. Tillerson restava scioccato dalla risposta cinese, “Non negozieremo il nostro ritorno ai negoziati con la Corea democratica, non ricompenseremo le violazioni delle risoluzioni passate, né il cattivo comportamento nei colloqui”. Ma il Viceministro degli Esteri russo Gennadij Gatilov sosteneva la Cina, dichiarando, “Una retorica bellicosa accoppiata a dimostrazioni di forza accanita hanno portato a una situazione in cui il mondo intero seriamente si domanda se ci sarà una guerra. Un pensiero sbagliato o un errore male interpretato porterebbero a conseguenze spaventose e deprecabili”. Gatilov osservava come la Corea democratica sia minacciata dalle esercitazioni militari congiunte statunitensi-sudcoreane e dall’arrivo delle portaerei statunitensi nelle acque della penisola coreana.

Cina e Russia si oppongono allo schieramento del sistema antimissile statunitense in Corea del Sud, definito “sforzo destabilizzante” che danneggia la fiducia tra le parti sulla questione della Corea democratica. In sostanza, invece d’isolare la Corea democratica, gli USA si ritrovano la Cina ad accusarli di suscitare una crisi, e non solo Beijing si oppone alle pretese degli Stati Uniti di ulteriori sanzioni, ma rafforza il sostegno alla Corea democratica. Il Quotidiano del Popolo riportava, “Nonostante le tensioni sulla penisola, una guerra non è affatto imminente. Anche se il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo governo rimproverano alla RPDC il programma nucleare e missilistico, e sebbene la RPDC abbia risposto con parole e azioni nette, ci sono ancora segnali incoraggianti. Negli ultimi giorni, la RPDC non ha condotto alcun nuovo test nucleare. E il 26 aprile, segretario di Stato, segretario della difesa e direttore dell’intelligence nazionale degli USA dichiaravano congiuntamente che i negoziati sono ancora sul tavolo”.
Tornando al discorso di Tillerson alla sessione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, le sue parole dimostrano chiaramente che gli Stati Uniti non hanno altra scelta se non dialogare con Piyongiyang, e la necessità per l’amministrazione Trump, dopo la foia bellicosa delle ultime settimane, di avere la foglia di fico delle sanzioni cinesi per salvarsi la faccia prima di negoziare con la Corea democratica. Ma i cinesi, memori dell’oltraggio dell’attacco missilistico alla Siria, avvenuto mentre Trump incontrava il Presidente Xi Jinping, negano a Trump tale favore. Infatti, l’ambasciatore nordcoreano, d’accordo con i cinesi, neanche si degnava di partecipare alla sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per rispondere a Tillerson. Per loro hanno parlato Cina e Russia.

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Un’aula computer nella Grand People’s Study House, a Pyongyang. I computer danno accesso a Kwangmyong, non ad internet. Da marzo del 2014, i computer sono attrezzati con Windows XP ed Internet Explorer 6. Kwangmyong è accessibile solo dall’interno della Corea del Nord.

Il successo della Corea democratica nel programma missilistico e nucleare dimostra che possiede una seria base industriale e tecnologica comprendente chimica avanzata e fisica nucleare. Il successo della Corea democratica nel produrre cellulari e tablet intelligenti e la rete intranet nazionale “Kwangmyong”, indicano anche l’esistenza di un’industria informatica avanzata. Rodong Sinmun, quotidiano del Partito dei Lavoratori della Corea democratica, spiega la necessità del programma strategico per la Corea democratica, “Recentemente, il rappresentante statunitense alle Nazioni Unite, attaccando le giuste misure della RPDC per rafforzare la deterrenza nucleare, dichiarava che costituirebbero una minaccia per gli Stati Uniti e diversi altri Paesi, e che “Paesi compiono atti malvagi”, come la RPDC, non firmando la convenzione del bando delle armi nucleari o non attuandola. Ciò è una distorsione grossolana della realtà. Gli Stati Uniti distorcono e sfruttano deliberatamente la realtà per mutare il quadro in loro favore. Lo scopo è indicare la RPDC come nemica della pace e nascondere la verità sul terribile criminale nucleare e giustificarne le mosse per soffocare la RPDC. Non hanno merito e diritto di accusare le misure della RPDC per rafforzare la deterrenza nucleare, e neanche diritto di agitarsi sulla convenzione per il divieto delle armi nucleari. Gli USA cercano di convincere il pubblico che la denuclearizzazione del mondo non avviene a causa della RPDC. È un’accusa senza senso che ignora i motivi storici per cui la RPDC è stata costretta ad optare per le armi nucleari e rafforzarle qualitativamente e quantitativamente, e del perché è diventato necessario nel mondo disporre della convenzione sul divieto delle armi nucleari. Non sono altri che gli Stati Uniti che hanno costretto la RPDC ad accedere alle armi nucleari e sono sempre gli Stati Uniti che spingono costantemente la RPDC a rafforzarle qualitativamente e quantitativamente. La deterrenza nucleare della RPDC non minaccia gli altri, ma è un mezzo per difendere la sovranità del Paese dalla provocazione nucleare statunitense in ogni aspetto. La RPDC continuerà ad esercitare questo diritto con dignità, indipendentemente da ciò che altri possano dire”.
Infine, Trump si vantava di aver diviso la Cina dalla Russia nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nel tentativo di suscitare zizzania tra Beijing e Mosca; cosa confermata dal consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, H. R. McMaster, che in un’intervista dichiarava in preda al delirio, “Ciò che sappiamo è che rispondendo alla strage del regime siriano, il presidente Trump e prima signora hanno ospitato una conferenza straordinariamente vincente con il Presidente Xi e la sua squadra. E non solo hanno stabilito un rapporto molto caldo, ma… hanno lavorato sulla risposta alla strage da parte del regime di Assad nel voto alle Nazioni Unite. Penso che il Presidente Xi sia stato coraggioso nel distanziarsi dai russi, isolando russi e boliviani… E credo che il mondo l’abbia visto bene, in quale club volete essere? Il club russo-boliviano? Oppure nel club degli Stati Uniti, lavorando insieme sui nostri interessi per la pace e la sicurezza”. Un commento che illustra la miseria della diplomazia statunitense sotto Trump. “I cinesi chiarirono a Mosca la decisione di astenersi nel voto alle Nazioni Unite, prima della votazione. Dal loro punto di vista e da quello dei russi, la decisione della Cina di astenersi non significava molto. Non c’era possibilità che il progetto di risoluzione passasse perché la Russia aveva già fatto sapere che avrebbe posto il veto, mentre gli Stati Uniti avevano già rimosso i termini più offensivi nel progetto di risoluzione prima che venisse votato, cancellando la formulazione che accusava dell’incidente di Qan Shayqun il governo siriano, prima che avesse luogo una qualsiasi inchiesta… ciò che i cinesi intesero come semplice cortesia diplomatica verso Trump su un tema che per la Cina era secondario, tuttavia fu erroneamente interpretato dall’amministrazione Trump come passo della Cina contro la Russia. Chiaramente, sarebbe stato completamente diverso se la Cina avesse votato la risoluzione dopo che la Russia aveva fatto sapere che avrebbe votato contro. In quel caso sarebbe stato legittimo parlare di grave frattura sul tema siriano tra Pechino e Mosca. Tuttavia l’astensione non va interpretata così”. Comunque, come visto, l’atteggiamento dell’amministrazione Trump verso la dirigenza cinese e il tentativo puerile di dividere Cina e Russia, oltre alle minacce alla Corea democratica, non solo hanno spinto la leadership cinese a riaffermare la persistenza dei rapporti tra Cina e Russia, ma irritava la Cina, con il risultato visto al Consiglio di Sicurezza, dove la Cina sostiene espressamente le richieste nordcoreane sulla fine delle manovre militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, collegandole al programma strategico nordcoreano, passo contro cui gli Stati Uniti si sono sempre opposti. Inoltre, la realtà della cooperazione cinese e russa nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite veniva dimostrata appunto sulla questione della Corea democratica, con i russi che sostengono con nettezza la Cina, dimostrando un chiaro coordinamento tra dirigenze di Cina e Russia.

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Xi Jinping e Putin

di Alessandro Lattanzio

1149.- Corea : Usa e Pechino d’accordo, disse Hillary

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Vengo all’altra area di conflitto,  la Corea del Nord,  in cui  Trump ha mandato una “armata” navale (17 navi, fra cui sommergibili atomici),   non c’è da temere che  questa sia l’area in cui scoppierà la guerra mondiale.

Wikileaks ha reso noto il testo di una conferenza riservata (e a pagamento) che Hillary Clinton, allora  appena dimessasi dalla  carica di segretaria di Stato  tenne per le alte cariche della Goldman Sachs  nel giugno 2013. Essa spiegò a Lloyd Blanfein, il capintesta di Goldman:

“Noi [americani] non vogliamo una Corea unificata, perché se ci fosse una sola Corea del Sud sarebbe dominante per ovvie ragioni politiche ed economiche. Non vogliamo nemmeno che il Nord Corea crei più problemi di quelli che il sistema può assorbire”.

Anche Pechino,  aggiunse Hillary, è perfettamente d’accordo: una Corea unificata sarebbe troppo potente economicamente. E  in passato [noi e i cinesi] avevamo  “fatto piuttosto bene  coi precedenti leader nord-coreani.

Ma il nuovo giovane leader insulta i cinesi…”

“Allora un alto ufficiale militare non coreano  è stato ricevuto a Pechino e gli è stato detto: Piantatela. Chi credete di essere? Siete dipendenti da noi e lo sapete. […]”.

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Leggete il resto qui: Hillary Clinton Explains Our ‘North Korea, South Korea, China’ Policy

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Authored by Gaius Publius via Down With Tyranny blog,

“We don’t want a unified Korean peninsula … We [also] don’t want the North Koreans to cause more trouble than the system can absorb.”
—Hillary Clinton, 2013, speech to Goldman Sachs

Our policy toward North Korea is not what most people think it is. We don’t want the North Koreans to go away. In fact, we like them doing what they’re doing; we just want less of it than they’ve been doing lately. If this sounds confusing, it’s because this policy is unlike what the public has been led to assume. Thanks to something uncovered by WikiLeaks, the American public has a chance to be unconfused about what’s really going on with respect to our policies in Korea.

This piece isn’t intended to criticize that policy; it may be an excellent one. I just want to help us understand it better.

Our source for the U.S. government’s actual Korean policy — going back decades really — is former Secretary of State Hillary Clinton.She resigned that position in February 2013, and on June 4, 2013 she gave a speech at Goldman Sachs with Lloyd Blankfein present (perhaps on stage with her) in which she discussed in what sounds like a very frank manner, among many other things, the U.S. policy toward the two Korea and the relationship of that policy to China.

That speech and two others were sent by Tony Carrk of the Clinton campaign to a number of others in the campaign, including John Podesta. WikiLeaks subsequently released that email as part of its release of other Podesta emails (source email with attachments here). In that speech, Clinton spoke confidentially and, I believe, honestly. What she said in that speech, I take her as meaning truthfully. There’s certainly no reason for her to lie to her peers, and in some cases her betters, at Goldman Sachs. The entire speech reads like elites talking with elites in a space reserved just for them.

 

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I’m not trying to impugn Clinton or WikiLeaks by writing this — that’s not my intention at all. I just want to learn from what she has to say — from a position of knowledge — about the real U.S. policy toward North Korea. After all, if Goldman Sachs executives can be told this, it can’t be that big a secret. We should be able to know it as well.

What Clinton’s Speech Tells Us about U.S. Korea Policy

The WikiLeaks tweet is above. The entire speech, contained in the attachment to the email, is here. I’ve reprinted some of the relevant portions below, first quoting Ms. Clinton with some interspersed comments from me. Then, adding some thoughts about what this seems to imply about our approach to and relations with South Korea.

The Korea section of the Goldman Sachs speech starts with a discussion of China, and then Blankfein pivots to Korea. Blankfein’s whole question that leads to the Clinton quote tweeted by WikiLeaks above (my emphasis throughout):

MR. BLANKFEIN: The Japanese — I was more surprised that it wasn’t like that when you think of — all these different things. It’s such a part of who they are, their response to Japan. If you bump into the Filipino fishing boats, then I think you really — while we’re in the neighborhood [i.e., discussing Asia], the Chinese is going to help us or help themselves — what is helping themselves? North Korea? On the one hand they [the Chinese] wouldn’t want — they don’t want to unify Korea, but they can’t really like a nutty nuclear power on their border. What is their interests and what are they going to help us do?

Clinton’s whole answer is reprinted in the WikiLeaks tweet attachment (click through to the tweet and expand the embedded image to read it all). The relevant portions, for my purposes, are printed below. From the rest of her remarks, the context of Blankfein’s question and Clinton’s answer is the threat posed by a North Korean ICBM, not unlike the situation our government faces today.

MS. CLINTON: Well, I think [Chinese] traditional policy has been close to what you’ve described. We don’t want a unified Korean peninsula, because if there were one South Korea would be dominant for the obvious economic and political reasons.

We [also] don’t want the North Koreans to cause more trouble than the system can absorb. So we’ve got a pretty good thing going with the previous North Korean leaders [Kim Il-sung and Kim Jung-il]. And then along comes the new young leader [Kim Jung-un], and he proceeds to insult the Chinese. He refuses to accept delegations coming from them. He engages in all kinds of both public and private rhetoric, which seems to suggest that he is preparing himself to stand against not only the South Koreans and the Japanese and the Americans, but also the Chinese.

Translation — three points:

  • The U.S. prefers that Korea stay divided. If Korea were to unite, South Korea would be in charge, and we don’t want South Korea to become any more powerful than it already is.
  • We also don’t want the trouble North Korea causes South Korea to extend beyond the region. We want it to stay within previously defined bounds.
  • Our arrangement with the two previous North Korean leaders met both of those objectives. North Korea’s new leader, Kim Jung-un, is threatening that arrangement.

It appears that China has the same interest in keeping this situation as-is that we do. That is, they want South Korea (and us) to have a Korean adversary, but they don’t want the adversary acting out of acceptable bounds — coloring outside the lines laid down by the Chinese (and the U.S.), as it were. Clinton:

So the new [Chinese] leadership basically calls him [Kim Jung-un] on the carpet. And a high ranking North Korean military official has just finished a visit in Beijing and basically told [him, as a message from the Chinese]: Cut it out. Just stop it. Who do you think you are? And you are dependent on us [the Chinese], and you know it. And we expect you to demonstrate the respect that your father and your grandfather [Kim Jung-il, Kim Il-sung] showed toward us, and there will be a price to pay if you do not.

Now, that looks back to an important connection of what I said before. The biggest supporters of a provocative North Korea has been the PLA [the Chinese People’s Liberation Army]. The deep connections between the military leadership in China and in North Korea has really been the mainstay of the relationship. So now all of a sudden new leadership with Xi and his team, and they’re saying to the North Koreans — and by extension to the PLA — no. It is not acceptable. We don’t need this [trouble] right now. We’ve got other things going on. So you’re going to have to pull back from your provocative actions, start talking to South Koreans again about the free trade zones, the business zones on the border, and get back to regular order and do it quickly.

Now, we don’t care if you occasionally shoot off a missile. That’s good. That upsets the Americans and causes them heartburn, but you can’t keep going down a path that is unpredictable. We don’t like that. That is not acceptable to us.

So I think they’re trying to reign Kim Jong in. I think they’re trying to send a clear message to the North Korean military. They also have a very significant trade relationship with Seoul and they’re trying to reassure Seoul that, you know, we’re now on the case.

Clinton ends with a fourth point:

  • From the U.S. standpoint, the current problem is now on the Chinese to fix.

Clinton:

So they want to keep North Korea within their orbit. They want to keep it predictable in their view. They have made some rather significant statements recently that they would very much like to see the North Koreans pull back from their nuclear program. Because I and everybody else — and I know you had Leon Panetta here this morning. You know, we all have told the Chinese if they continue to develop this missile program and they get an ICBM that has the capacity to carry a small nuclear weapon on it, which is what they’re aiming to do, we cannot abide that. Because they could not only do damage to our treaty allies, namely Japan and South Korea, but they could actually reach Hawaii and the west coast theoretically, and we’re going to ring China with missile defense. We’re going to put more of our fleet in the area.

So China, come on. You either control them or we’re going to have to defend against them.

The four bullets above (three, and then one) give a very clear definition of longstanding U.S. policy toward the two Koreas. I think the only surprise in this, for us civilians, is that the U.S. doesn’t want the Korean peninsula unified. So two questions: Why not? And, do the South Koreans know this? I’ll offer brief answers below.

The “Great Game” In East Asia — Keeping the Korean “Tiger” in Check

South Korea is one of the great emerging nations in East Asia, one of the “Asian tigers,” a manufacturing and economic powerhouse that’s lately been turning into a technological and innovative powerhouse as well.

For example, one of just many, from Forbes:

Why South Korea Will Be The Next Global Hub For Tech Startups

American business has long led the way in high tech density or the proportion of businesses that engage in activities such as Internet software and services, hardware and semiconductors. The US is fertile ground for tech start-ups with access to capital and a culture that celebrates risk taking. Other countries have made their mark on the world stage, competing to be prominent tech and innovation hubs. Israel has been lauded as a start-up nation with several hundred companies getting funded by venture capital each year. A number of these companies are now being acquired by the likes of Apple, Facebook and Google. Finland and Sweden have attracted notice by bringing us Angry Birds and Spotify among others. But a new start-up powerhouse is on the horizon – South Korea. […]

In other words, South Korea has leaped beyond being a country that keeps U.S. tech CEOs wealthy — it’s now taking steps that threaten that wealth itself. And not just in electronics; the biological research field — think cloning — is an area the South Koreans are trying to take a lead in as well.

It’s easy to understand Ms. Clinton’s — and the business-captured American government’s — interest in making sure that the U.S. CEO class isn’t further threatened by a potential doubling of the capacity of the South Korean government and economy. Let them (the Koreans) manufacture to their heart’s content, our policy seems to say; but to threaten our lead in billionaire-producing entrepreneurship … that’s a bridge too far.

Again, this is Clinton speaking, I’m absolutely certain, on behalf of U.S. government policy makers and the elites they serve: We don’t want a unified Korean peninsula, because if there were one, an already-strong South Korea would be dominant for obvious economic reasons.

As to whether the South Koreans know that this is our policy, I’d have to say, very likely yes. After all, if Clinton is saying this to meetings of Goldman Sachs executives, it can’t be that big a secret. It’s just that the South Korea leadership knows better than the North Korean leader how to handle it.

[Update: It’s been suggested in comments (initially here) that Clinton’s “we” in her answer to Blankfein’s question was a reference to China’s policy, not our own. I’m doubtful that’s true, but it’s an interpretation worth considering. Even so, the U.S. and Chinese policies toward the two Koreas are certainly aligned, and, as Clinton says, “for the obvious economic and political reasons.” (That argument was also expressed in comments here.)  I therefore think the thrust of the piece below is valid under either interpretation of Clinton’s use of “we.” –GP]

1101.- Cosa farà Donald Trump con la Corea del Nord

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Dopo lo strike in Siria, gli Stati Uniti si stanno davvero predisponendo ad attaccare la Corea del Nord? La risposta è no. Pentagono e Casa Bianca sanno bene che un’azione militare unilaterale – ad esempio, un “decapitation strike” volto a togliere di mezzo Kim Jong Un – provocherebbe automaticamente una guerra totale che causerebbe immani sofferenze alla Corea del Sud e prenderebbe di mira le truppe americane di stanza nella penisola (28.500 soldati), il Giappone e le installazioni militari USA nell’isola di Guam. È uno scenario inconcepibile, che sta non a caso provocando tribolazioni a Seul, dove i candidati alle prossime elezioni presidenziali si stanno stracciando le vesti nel timore che l’America possa passare dalle parole ai fatti.

Le mosse Usa di questi giorni, a partire dal trasferimento in direzione delle coste coreane del gruppo navale d’assalto guidato dalla portaerei nucleare Carl Vinson, sono piuttosto un messaggio diretto alla Cina, l’unico Paese che potrebbe convincere il regno eremita al tavolo dei negoziati. Pechino ha assunto una posizione di ambiguità nei confronti dell’irrequieto vicino: se ufficialmente sostiene la causa della denuclearizzazione, di fatto tiene in vita il regime, la cui caduta teme più di ogni altra cosa. Per questo, Donald Trump ha ripetutamente esortato la Cina ad assumersi le sue responsabilità e cooperare con gli Stati Uniti per una risoluzione pacifica della crisi.

Questo è quanto il presidente USA sta cercando di comunicare al collega cinese Xi Jinping, cui ha telefonato ieri e che ha incontrato la settimana scorsa nella “Casa Bianca invernale” di Mar-a-Lago in Florida. Trump ha fatto capire al collega di essere disposto persino a concessioni sul piano commerciale – partita esistenziale per il presidente del motto “America first” – in cambio della sua cooperazione sul fronte della minaccia nucleare e missilistica nordcoreana. Un messaggio ribadito anche ieri via Twitter: “Ho spiegato al presidente della Cina”, ha cinguettato il tycoon, “che un accordo commerciale con gli USA sarebbe assai migliore per loro se risolvessero il problema della Corea del Nord!”. 140 caratteri tutt’altro che sibillini, cui sono seguiti a ruota altri 140: “La Corea del Nord sta cercando guai. Se la Cina si decide ad aiutare, sarebbe grande. Altrimenti, risolveremo il problema da soli!”.

Minacciando di agire unilateralmente, Trump fa ricorso ad una diplomazia coercitiva che si prefigge due obiettivi: deterrenza contro eventuali azioni spericolate da parte di Kim Jong Un, persuasione nei confronti della Cina, esortata a farsi carico del “problema” che promana dai suoi confini. La portaerei USS Carl Vinson arriverà a destinazione nei prossimi giorni, quando è prevista l’ennesima provocazione da parte nordcoreana, che potrebbe celebrare il genetliaco del padre della patria e nonno del dittatore Kim, Kim il Sung, con un nuovo test nucleare o con l’ennesimo lancio di missili balistici. Ma il traguardo che la Corea del Nord intende conseguire con il suo programma illegale è il test di un missile intercontinentale con testata nucleare in grado di raggiungere le coste americane: uno sviluppo che, secondo gli analisti, potrebbe materializzarsi entro il primo mandato di Trump alla Casa Bianca. A quel punto, l’equazione strategica sarebbe irreparabilmente alterata, e gli Stati Uniti si troverebbero di fatto sotto scacco. E poiché non vuole passare alla storia come il presidente che si è lasciato piegare da un megalomane come Kim Jong Un, Trump si ritrova di fatto a corto di opzioni. È costretto ad alzare la voce e a mostrare i muscoli, nella speranza che la Cina gli tolga le castagne dal fuoco.

Nel suo viaggio in Asia del mese scorso, il segretario di Stato americano Rex Tillerson aveva dato un assaggio del nuovo clima dichiarando che la “pazienza strategica” degli Stati Uniti verso la Corea del Nord “è finita”, e che “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Compreso, dunque, un attacco preventivo. Anche quello rappresentava un messaggio diretto a Pechino, dove Tillerson si è recato in quella circostanza. Ora, con le sue nuove mosse, l’amministrazione Trump aumenta il pressing sulla Cina, con l’auspicio che si faccia carico di un problema che fino a questo momento ha scaricato sulle spalle degli Stati Uniti generando un’instabilità che dovrebbe in primo luogo preoccupare l’impero di mezzo.

Marco Orioles

Questo il commento di Marco Orioles su Formiche. Il messaggio di quest’oggi sembra dire che non siamo sul sentiero di guerra, ma, riguardo agli Stati Uniti e alla loro supremazia, non solo militare, l’opinione mia personale è che rispetto agli anni trascorsi, la situazione internazionale rimane fortemente squilibrata e che, per guadagnare in sicurezza, necessita riequilibrare il confronto Occidente – Asia, cioè, Cina, India e Korea. Questo non si avrà sottomettendo gli europei agli USA e perseverando nelle politiche oil&weapons, ma potrebbe aversi, più probabilmente, con il Nuovo Occidente, che veda un’Europa dei popoli, non più serva di una dittatura tecnocratica finanziaria, ma coesa e idonea a fare da equilibratore fra Russia e USA. In sintesi, significa che i NEO-CON dovrebbero arretrare e riprogettare le loro strategie.

1061.- GIOCATE COI I FUNGHI ATOMICI: ULTIMO AVVISO DI WASHINGTON A NORD COREA E CINA

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Se Pyongyang si dota di missili nucleari scatterà l’attacco USA. L’analisi dell’esperto di strategia militare Arduino Paniccia. Pubblichiamo l’intervista rilasciata al Giornale di Sicilia.

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A Washington hanno segnato una linea precisa, oltrepassata la quale scatterà l’opzione militare contro Pyongyang. Il limite è quello che la Corea del nord disponga di missili nucleari in grado di colpire Giappone e Occidente. A furia di sfidare il mondo, assassinare familiari e affamare il suo popolo per dotarsi della bomba atomica,  il dittatore Kim Jong-Un si trova di fronte un presidente come Donald Trump, eletto sull’onda dello slogan “make America great again” fare di nuovo grande l’America e che ha appena varato un massiccio piano di riarmo. “Dall’avvertimento al possibile ordine di attacco sono rimasti pochi margini per il regime comunista nord coreano” evidenzia l’editorialista Arduino Paniccia, docente di studi strategici e direttore della Scuola di Competizione Economica Internazionale di Venezia.

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Arduino Paniccia

  • Trump fa sul serio o utilizza il braccio di ferro per scaricare le tensioni interne ?

La linea operativa di Donald Trump é di derivazione per così dire napoleonica, anche se questo accostamento potrebbe sembrare ironico. In realtà il Presidente Usa prova ad attaccare a 360 gradi e poi cerca di cogliere gli aspetti dove si manifestano punti di debolezza nello schieramento avversario per affondare l’eventuale colpo. Ora sta sondando. Ma anche Trump sa cosa significherebbe attaccare, non solo per gli Stati Uniti ma anche per i suoi alleati e soprattutto per i cinesi.

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  • Quante possibilità ci sono che si arrivi ad un intervento militare?

Le probabilità di un intervento militare sono oggi piuttosto basse. Se la guerra nel mondo globale è una soluzione con  costi stratosferici e a bassissima utilità marginale, questo vale naturalmente anche per una azione diretta contro la spietata dittatura Nord coreana.

  • Eventualmente che tipo di intervento sarebbe stato pianificato?

Nel caso di attacco comunque verrebbe utilizzata tutta la più avanzata tecnologia esistente sia aeronavale che missilistica. Non sarebbe certo una battaglia di retroguardia. L’obiettivo dello stato maggiore Usa è prima di tutto raggiungere la cosiddetta “paralisi strategica” in tempo reale quindi far collassare il nemico e tutte le sue strutture e infrastrutture compresa naturalmente tutta la parte cyber anzi molto attraverso di essa.

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Scene quotidiane di carestie e lavori forzati per i 25 milioni di nord coreani

  • Che rischi di escalation comporterebbe?

Corea del Sud e Giappone sarebbero inevitabilmente impegnati in prima linea, verrebbero coinvolti negli attacchi e la loro partecipazione potrebbe aprire la strada anche alla possibilità di una opzione nucleare da parte nord coreana.

  • Reazioni di Cina e Russia? Scaricheranno il regime di Pyongyang o cavalcheranno la crisi?

La Cina tenterà fino in fondo da un lato di sfruttare la posizione nord coreana per provocare gli Usa e il Giappone, dall’ altro di non rimanere impigliata. Come ha fatto in Vietnam, quando sono morti milioni di vietnamiti ed è stata la Cina a uscire vittoriosa dalla caduta di Saigon. Ma Kim Jong non si può certo paragonare allo storico Presidente del nord Vietnam Ho ChiMinh e la radioattività e la valanga di disperati, conseguenza di eventuali esplosioni atomiche, non lascerebbero certo indenne il suolo dell’ex celeste impero. I russi staranno invece a guardare. Per Mosca, Donald Trump è un alleato e una nuova alternativa valida all’ipotetica possibilità di diventare quantomeno economicamente subalterni, se non vassalli, dei cinesi.

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Brindisi fra il Presidente Cinese Xi Jinping e il Presidente Russo Vladimir Putin
  • E le potenze politico economiche dell’Asia, India, Pakistan, Indonesia, Malesia che posizione assumerebbero?

Sono delle retrovie che da sempre cercano di stare alla larga da qualsiasi conflitto, tranne le  loro storiche faide tribali e religiose. Ciò che li preoccupa realmente è l’enorme massa di musulmani, apparentemente convertiti al consumismo, che risiedono nei loro territori e che celano cellule di terrorismo fondamentalista. Terrorismo islamico che rappresenterà la futura bomba ad orologeria del sub continente asiatico.

  • Contraccolpi per l’Europa?

L’Europa è ormai un continente attraversato da profondissime tensioni sociali, angosciato da attentati e circondato da guerre,  conflitti e terrorismo. L’ Asia pensa di essersela cavata. Di aver riversato in Europa tutto il disagio e le contraddizioni del pianeta. Ma si sbaglia, il boomerang sta tornando da loro. E’ anche grazie a tutto quello che stanno combinando dietro le quinte e alla Corea del nord, mandata allo sbaraglio, se in Europa viviamo tempi così difficili.

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1049.- La militarizzazione della penisola coreana destabilizza l’Asia.

Il protagonista principale di questa politica sono gli Stati Uniti. Con le sue provocazioni, Washington cerca d’iniziare un conflitto e coinvolgervi non solo la Corea democratica, ma anche la Cina.

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Teste di ponte di Washington
Il fatto che la regione Asia-Pacifico, in particolare l’Asia orientale, sia una delle principali direttrici della politica estera della nuova amministrazione degli Stati Uniti, è noto da molto prima della nomina ufficiale di Donald Trump. In primo luogo, la squadra del futuro presidente degli Stati Uniti inviò un segnale negativo a Pechino, stabilendo contatti con le autorità di Taiwan. Poi Washington chiarì che non avrebbe abbandonato l’alleanza con Giappone e Corea del Sud. Gli Stati Uniti iniziarono la marcia forzata della militarizzazione di questi Paesi per consolidarne lo status di “portaerei inaffondabili” di Washington. Il calendario di incontri e visite di alti funzionari degli Stati Uniti è significativo. Il primo dei leader mondiali ad incontrare Trump dopo la sua elezione fu il Primo ministro del Giappone Shinzo Abe. Il capo del governo giapponese si affrettò a fare una visita ufficiale negli Stati Uniti a febbraio. Durante la visita fece delle dichiarazioni importanti. Secondo Trump, Washington è al “100% dedita all’alleanza con il Giappone”, e non ha intenzione di rivedere l’accordo di cooperazione e mutua sicurezza firmato nel 1960. L’accordo sulla difesa collettiva, tra le altre cose, autorizza il soggiorno nel Paese di un contingente di 54000 soldati degli USA. Inoltre, come sottolineato da Trump, l’accordo riguarda anche le isole Senkaku (Diaoyu), una sfida diretta alla Cina che le considera suo territorio. Inoltre, Trump e Abe avvertirono Pechino dall’aumentare l’attività nel Mar Cinese Meridionale, nascondendo la loro solita interferenza con le lacrime di coccodrillo sulla “violazione della libertà di navigazione e di volo”. Pochi giorni dopo. le portaerei dell’US Navy entrarono nella zona. Il loro comandante, contrammiraglio James Kilby, disse apertamente che lo scopo dell’azione era una “prova di forza”. E’ ovvio che senza la crisi politica in Corea del Sud (il 9 dicembre la presidentessa Park Geun-hye è stata deposta per corruzione), la leadership del Paese sarebbe stata pronta ad omaggiare il boss d’oltremare. Così Tokyo e Seoul, nel sistema “mondiale degli Stati Uniti”, continuano ad occupare un posto speciale, e la minaccia di Trump di ridurre il costo delle presenza era pura demagogia preelettorale. Lo dimostrano le visite in Corea del Sud e Giappone del nuovo segretario alla Difesa James Mattis, facendovi i suoi primi viaggi all’estero. Il capo del Pentagono ribadiva le dichiarazioni di Trump sull’inviolabilità della cooperazione militare e politica con tali Paesi. Passi concreti seguirono presto. Ai primi di febbraio, nelle Hawaii si ebbe il test congiunto USA-Giappone dei missili intercettori SM-3. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti inviarono 10 nuovi F-35B sulla base aerea di Iwakuni, nell’isola di Honshu. Prima della fine dell’anno vi saranno trasferite le unità della portaerei nucleare Ronald Reagan; sessanta aerei. Il Giappone sviluppa la propria produzione militare. Secondo il programma adottato, ogni anno costruirà due cacciatorpediniere dal dislocamento di 3000 tonnellate. Il Paese non nasconde che le nuove navi pattuglieranno il Mar Cinese Orientale, cioè “contenere” la Cina

L’aggressore non è chi pensiamo
La militarizzazione della Corea del Sud è anche maggiore. Per farlo hanno trovato un comodo alibi: il programma missilistico e nucleare della Corea democratica. Gli sforzi occidentali per demonizzare Pyongyang non sono stati vani: quasi tutti ripetono che il “regime nordcoreano è aggressivo”, e che presumibilmente aspetta solo il momento giusto per lanciare i suoi missili nucleari. Ad esempio citando il test dell’anno scorso, così come lanci di missili balistici. L’ultimo avveniva il 12 febbraio, quando fu lanciato un missile “Pukkykson-2” (“Stella Polare-2”). L’ira di Stati Uniti ed alleati fu causata non solo dal fatto che il test avvenne al momento della visita di Shinzo Abe a Washington, ma che dimostrava anche le nuove capacità della Corea democratica. Il missile fu lanciato da un’unità mobile ed era dotato di un motore a combustibile solido, complicandone l’intercettazione dal nemico. In risposta, contro il Paese furono imposte severe sanzioni, tra cui divieto d’importare minerali dalla Corea democratica, embargo sulla fornitura di carburante per aerei e anche ispezione di tutte le merci che entrano nel Paese. Purtroppo, la Russia vi ha aderito, mentre soffre restrizioni inique. Alla fine di febbraio, il Ministero degli Esteri russo preparava un progetto di decreto presidenziale sull’ulteriore inasprimento delle sanzioni. Il documento prevede la fine della cooperazione scientifica e tecnica con Pyongyang, e vieta la fornitura di rame, nichel e altri metalli, e così via. In altre parole, Mosca ha accettato le regole imposte. Ma sono giuste? La politica verso la Corea democratica è un esempio lampante dello stigma dell’anatema. La Corea democratica è stigmatizzata unanimemente per dei peccati che non ha commesso, e chi grida più forte non è giudice esente da qualsiasi crimine. Per dieci anni, questo Paese non ha commesso alcuna aggressione, e tutte le prove vengono effettuate sul proprio territorio. A differenza degli Stati Uniti, che hanno trasformato Libia, Iraq, Afghanistan, Siria e molti altri Stati in poligoni sanguinosi per le loro armi. Pyongyang ha apertamente detto che il programma nucleare e missilistico serve a garantire la sovranità del Paese. Contrariamente alla credenza popolare, la Corea democratica non brandisce il “manganello nucleare” e valuta la possibilità di utilizzare l’arsenale solo se attaccata. Nel frattempo, la leadership nordcoreana non esclude il congelamento completo dei test, indisponendo l’occidente. Al settimo Congresso del Partito dei Lavoratori dello scorso anno, la possibilità di una moratoria fu avanzata. In cambio Pyongyang chiese solo una cosa: la fine delle grandi esercitazioni in prossimità della linea demilitarizzata. Le regolari esercitazioni militari di Seoul e Washington sono un fatto spesso trascurato. È un grave errore, perché non sono in realtà semplici manovre, ma piuttosto una mobilitazione completa e una concentrazione di forze nelle immediate vicinanze del territorio della Corea democratica. Ad esempio, nelle manovre Key Resolve dello scorso anno parteciparono 300000 soldati coreani e 15000 degli Stati Uniti. Altre esercitazioni, Ulchi Freedom Guardian, ricordavano a Pyongyang i terribili giorni della guerra di Corea: giunsero sulle penisola i soldati di 9 Paesi, protagonisti della coalizione filo-USA del 1950-1953. Per comprendere la natura aggressiva di tali manovre, basta elencarne gli obiettivi: attacco nucleare preventivo sulla Corea democratica, sbarco a Pyongyang e distruzione della leadership nordcoreana e, infine, occupazione totale del Paese. In realtà, più volte l’anno in Corea del Sud si svolgono le prove generali per l’invasione del Nord. A tal proposito, la posizione della RPDC, che denuncia le manovre come ragione principale delle tensioni nella penisola, è pienamente giustificata. Chi parla di “aggressione di Pyongyang” ha volutamente invertito il rapporto tra causa ed effetto. Nel 2014-2015, la leadership della Corea democratica chiese più volte a Seoul di riprendere il dialogo per la pace e riavviare il processo di creazione della Confederazione coreana unificata, idea già avanzata da Kim Il Sung. Tuttavia, il governo di destra di Park Geun-hye respinse queste iniziative, ammettendo solo una variante della riunificazione: l’assorbimento del Nord dal Sud sull’esempio della RFT con la RDT. Il contingente statunitense in Corea del Sud fu rafforzato e le esercitazioni congiunte assunsero un peso ancora maggiore. Solo dopo Pyongyang riprese i test nucleari e missilistici.

Grandi e piccole provocazioni
L’ultima serie di lanci di missili è anche una risposta ai passi apertamente ostili di Seoul e Washington. Il Ministero della Difesa della Corea del Sud annunciava un piano per la “punizione di massa e la vendetta” con cui Pyongyang “sarà incenerita scomparendo dalla carta geografica” al minimo “segno di uso di armi nucleari”. I criteri per definire questo “segno” non sono specificati nel documento. Tuttavia, Seoul annunciava la creazione di un’unità speciale per la distruzione fisica della leadership politica e militare della Corea democratica, tra cui Kim Jong-un. Come notato, in caso di ostilità, questo compito sarà realizzato da subito, qualunque sia il “danno collaterale” per la popolazione civile della Corea democratica. La nuova amministrazione statunitense si esprime con lo stesso tono. Chiamando la Corea democratica “grave minaccia per la sicurezza regionale e globale”, il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson ha detto di preparare una nuova strategia nei rapporti con Pyongyang. Secondo lui, vanno considerare tutte le opzioni senza escludere l’uso della forza militare contro la Corea democratica. Era sostenuto dal comandante delle forze USA in Corea del Sud Vincent Brooks, che invitava a rafforzare le capacità d’attacco sullo Stato confinante. “La difesa convenzionale qui è inadeguata. Se non possiamo uccidere gli arcieri, allora non potremo intercettare tutte le frecce”, aveva detto pittorescamente. In tale contesto, l’invio di armi in Corea del Sud si è notevolmente intensificato. 24 elicotteri d’attacco “Apache” sono stati assegnati alla base statunitense di Suwon. Altri 36 sono stati aggiunti all’aeronautica del Paese. Secondo Seoul, gli elicotteri saranno trasferiti sulle isole Yeonpyeong e Baengnyeong, a 12 chilometri dalle coste della Corea democratica. Non c’è migliore provocazione: dopo la fine della guerra di Corea, il confine marittimo tra i due Paesi non fu deciso e Pyongyang contesta la proprietà delle isole. Inoltre, durante la visita di Mattis, fu confermata la volontà d’installare il sistema antimissile THAAD prima della fine dell’anno. La loro gestione sarà assegnata esclusivamente ai militari degli Stati Uniti, e Seoul non avrà accesso neanche ai dati radar. Così, la Corea e presto il Giappone, saranno collegati al sistema di difesa missilistica globale creato dagli Stati Uniti per isolare Cina, Russia e Iran. Ma questa è solo una parte della militarizzazione. Per partecipare all’avvio delle esercitazioni di marzo Key Resolve e Foal Eagle arriveranno in Corea del Sud armi strategiche, come sottomarini nucleari, aerei da combattimento F-22, bombardieri strategici e uno squadrone guidato dalla portaerei nucleare Carl Vinson. Come già detto a Washington e Seoul, le manovre sono di dimensioni senza precedenti. Inoltre, saranno l’occasione per insediare permanentemente armi strategiche in Corea del Sud. Il Capo di Stato Maggiore Lee Sung-jin ha già presentato una richiesta in tal senso agli Stati Uniti.

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USS George Washington (CVA-73)

Provocando la reazione della Corea democratica, Washington cerca di rafforzare la sua posizione nella regione. In tale contesto, l’assai misteriosa morte di Kim Jong-nam merita una particolare attenzione. Il fratellastro del leader nordcoreano ha vissuto per molti anni fuori dal Paese, conducendo una vita dissoluta e guadagnandosi da vivere facendo “rivelazioni” sul regime della Corea democratica. 16 anni dopo aver lasciato la Corea democratica, Kim Jong-nam fu ucciso nell’aeroporto di Kuala Lumpur (Malesia). La domanda sorge spontanea: a chi giova? Non certo alla leadership della Corea democratica, già sotto estrema pressione da molti anni. Ma le forze interessate a destabilizzare l’est asiatico, con l’assassinio di Kim Jong-nam, hanno un’occasione d’oro per nuovi attacchi contro Pyongyang. Non meraviglia che, subito dopo le prime notizie dell’attentato, Seoul, attraverso il presidente ad interim Hwan Ahnkyo, accusasse la Corea democratica, esortandola a punirla severamente in quanto “Stato terrorista”? Ciò che appare come una provocazione deliberata è la versione ufficiale, secondo cui Kim Jong-nam fu ucciso con veleno VX, bandito dalla Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche. Ora la Corea democratica sarà certamente accusata non solo di omicidio, ma anche di usare armi chimiche. E’ chiaro che tali eventi rientrano nello scenario per destabilizzare la regione. E la Corea democratica non è l’unico obiettivo.

Sergej Kozhemjakin, Pravda. Traduzione di Alessandro Lattanzio, Aurora