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1840.- Due cose sul Franco CFA (e sull’euro e l’Africa). La zona Franco CFA.

Unknown

Torniamo a parlare del CAF dopo lo sproloquio volgare di Macron: una conferma dell’ “amicizia”, rectius, volgarità con la quale i francesi si rivolgono all’Italia. La Francia neocolonialista sfrutta i 14 paesi africani dell’area CFA attraverso un cambio fisso del CFA con l’euro; pretende il deposito a garanzia del 65% delle loro riserve estere. Impedisce,così,le loro possibilità di sviluppo e favorisce le multinazionali. Dobbiamo andare alle radici del fenomeno migrazione,in gran parte finanziarie: dai Soros, appunto, al Franco CFA, alle multinazionali, che condannano il continente più ricco della Terra allo sfruttamento.

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Valuta di partenza Valuta di destinazione Risultato
1 EUR XOF 655,79 XOF
100 EUR XOF 65.578,95 XOF
10.000 EUR XOF 6.557.895,00 XOF
1.000.000 EUR XOF 655.789.500,00 XOF

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Giuseppe Masala
L’arresto in Senegal del militante panafricano Kemi Seba (nella foto), di nazionalità francese, reo di aver bruciato, durante una manifestazione, alcune banconote di franchi CFA, ha riaperto il dibattito su questa moneta considerata da molti lo strumento principale con il quale la Francia (ma ora tutti i paesi della zona euro) esercitano il neo colonialismo nell’Africa francofona.

Il Franco CFA nasce nel 1945 con gli accordi di Bretton Wood; infatti all’epoca si chiamava Franco delle Colonie Francesi Africane. Successivamente nel 1958 cambia nome e diventa Franco della Comunità Francese dell’Africa.

Fino a qui tutto normale se non per due piccoli particolari. 1) il Franco CFA è una moneta ancorata ad un cambio fisso, prima con il Franco Francese e ora con l’Euro. 2) La piena convertibilitá del Franco CFA è garantita dal Ministero del Tesoro francese, che però chiede il deposito, preso un conto del ministero, del 65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.

Dietro queste due tecnicalità si nasconde il diavolo del colonialismo. Infatti il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nel paesi dell’Unione monetaria. Non basta, il cambio fisso (per giunta garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali (spesso dittatorelli amici dei nostri governi).

Come se non bastasse, tutto questo avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro.

Il secondo punto probabilmente è anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia della convertibilitá della propria moneta, ben il 65% delle proprie riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del sottosviluppo) ad una nazione straniera.

Pensiamo basti questo per chiarire come il colonialismo sia ancora un fenomeno reale e pervasivo che tarpa le ali di una qualsiasi opportunità di sviluppo dei paesi africani. Con buona pace di tanti soloni che parlano senza sapere di cambi e monete, e che credono che agli africani sia data una grande opportunità nel venire in Europa (spesso a vendere asciugamani e accendini nelle nostre piazze) grazie alla possibilità di inviare nei loro paesi, a tasso di cambio fisso, rimesse che consentono alle loro famiglie in Africa di campare con pochi euro.

Grazie a questo sistema le nostre multinazionali hanno invece l’opportunità, a rischio di cambio pari a zero, di depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari.

Bell’affare per noi, non certamente per gli africani che ci vendono il “coccobello” sulle nostre spiagge.

Non basta di certo la carità di alcune ONG per sanare questa forma di neocolonialismo monetario, che azzera le possibilità di sviluppo dei paesi dell’Africa francofona.

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Le Professeur Nicolas AGBOHOU, docteur en économie politique, démontre dans cet ouvrage de 296 pages comment les institutions et les principes de fonctionnement de la zone franc CFA bloquent le décollage socio-économique et politique de l’Afrique.
Sortant des sentiers habituels, et battant en brèche les idées reçues, ce livre va au-delà d’un simple diagnostic. Il éclaire, de façon lumineuse, les voies et les moyens qui permettront aux Africains de s’affranchir de cet ordre monétaire hérité de la colonisation, et de prendre leur propre destin en main.

La zona Franco CFA.

Cos’è la zona franco CFA? da Scenari economici.
È un’area valutaria dove 14 economie (12 delle quali ex colonie francesi) utilizzano una valuta comune chiamata Franc Communauté Financière d’Afrique. Nata nel 1945 per decreto di Charles De Gaulle (1), esistono due tipi di questa valuta graficamente molto diversi : il primo, gestito dalla BEAC (Banque des États de l’Afrique Centrale) (2) utilizzato da Cameroon, Repubblica Centrafricana, Ciad, Guinea Equatoriale, Gabon e Repubblica del Congo col nome ISO XAF; il secondo è utilizzato invece da Benin, Burkina Faso, Guinea – Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo ed è gestito dalla BCEAO (Banque Centrale des États de l’Afrique de l’Ouest) (3) ed il codice ISO è XOF; quest’ultima area fa parte dell’ECOWAS (4), una sorta di Comunità Economica Europea africana con tanto di obiettivo, fortunatamente posticipato (5), di istituire in questo decennio un’altra valuta comune, l’ECO, per questi stati assieme alla Nigeria, Capo Verde, Ghana, Gambia, Guinea, Liberia e Sierra Leone. Sebbene siano entrambe in parità con l’euro di 655,57 CFA per euro, entrambe non sono intercambiabili ed hanno valore legale esclusivo solo dove circolano. La zona consta di quasi 150 milioni di abitanti per circa 170 miliardi di USD di PIL (ma conta per quasi il 5% nel PIL annuo continentale).
Come funziona la zona franco CFA?
Quest’area valutaria funziona grossomodo come la zona Euro: c’è una banca centrale (prima la Banque de France, oggi la BCE) che coordina le attività delle altre due, la BEAC e la BCEAO, per quanto riguarda le politiche macroeconomiche e monetarie (ci sarebbe anche la BANCECOM, ovvero la Banca Centrale delle Comore, ma non facente parte della zona CFA non verrà qui trattata). Prima dell’euro la parità era fissata col franco francese di 1 FRF per 100 CFA, ma dal 1999 è ferma a 655,57 (per via del cambio 6,5557 FRF per 1 EUR). I due istituti centrali, BCEAO per lo XOF e BEAC per lo XAF, sono legati alla Banca di Francia (da qui BdF) attraverso i seguenti parametri:

Libera circolazione dei capitali dai paesi CFA alla Francia e viceversa;
Un tipo di cambio fissato alla divisa francese (1 euro = 655,957 CFA);
Piena convertibilità delle monete garantita dal Tesoro francese;
Fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi CFA (almeno il 65% delle posizioni in riserva depositate presso il tesoro francese) come contropartita per la garanzia della convertibilità da CFA a Euro (prima FRF)6;
Partecipazione delle autorità francesi (ved. Bdf) alle politiche monetarie della BCEAO e BEAC;
La libera circolazione dei capitali (così come avviene in Europa “grazie” a Schengen) ha permesso la fuga di 850 miliardi di USD dal 1970 al 2008 (di cui solo 20 nel periodo 2000 – 2008) secondo il Global Financial Institute, con ovvio danno alle economie dell’area (7). La piena convertibilità tra FRF/EUR e CFA oggi è unica al mondo e ricorda una sorta di Bretton Woods, solo che a posto di usare solo il dollaro USA per ottenere oro ora si usa l’Euro (ieri Franco FRF) per ottenere franchi CFA e viceversa (dunque nel mercato delle valute i CFA possono essere cambiati solo in Euro). Per gli investitori è un’ottima notizia in quanto la gestione della politica monetaria affidata alla BCE permette un controllo dell’inflazione e dà sicurezza e stabilità alla moneta in un’area non tanto sicura in termini geopolitici (ma un’unione monetaria non dovrebbe portare prima di tutto pace e stabilità?); l’altra faccia della medaglia è che questa “forza” (o ipervalutazione) rende le esportazioni, già deboli, della zona CFA molto costose (specie ora che l’EUR è molto vicino alla parità col dollaro USA), oltre che alla famosa quanto dannosa fobia teutonica dell’inflazione. Le economie sono quasi tutte povere e per lo più di stampo agricolo e questo ha posto un cappio ai loro commerci rendendole dipendenti soprattutto (e solo) dal mercato francese ed europeo. Si può notare una relazione di stampo coloniale, come afferma il professore Nicholas Agbohou (8). Per chi fa l’importatore è un’ottima cosa in quanto permette l’import di beni a basso costo, ma ciò non va a vantaggio dei 150 milioni di abitanti della zona. Gli ultimi due punti, il n.4 ed il n.5, sono quelli che destano un po’ di “sospetto” per chi già intuisce una sorta di “costrizione neocoloniale” dei paesi africani: per quanto concerne il numero 4, ovvero il deposito per la piena convertibilità in misura del 65%, altro non è che il pilastro per la stabilità della valuta unica. Questo significa che per ogni capitale che entra nel paese dev’essere versato in Francia il 65%, un furto in pratica (ad esempio, se il Niger dovesse esportare prodotti per 1 mld USD automaticamente dovrebbe versarne 650 mln USD in questo fondo comune pubblico gestito dalla BdF) in quanto si tolgono risorse che in stati non propriamente floridi e stabili farebbero molto comodo (si pensi alle infrastrutture, soprattutto agli ospedali ed alla viabilità. In pratica 0,65 USD ogni 1 USD). Se vogliono prendersi quei soldi lo devono fare sotto forma di prestito, con ovvio pagamento degli interessi. Per il quinto punto, si consente alla BdF, per mano del suo Governatore, di potersi insediare nel direttivo sia della BCEAO che della BEAC (oltre che della BANCECOM, la banca centrale delle Comore) e di poterne gestire la politica economica (tassi di inflazione, tassi di sconto, altri tipi di tassi tipo l’overnight ecc ecc) in quanto è dotata del potere di veto su ogni seduta (ad esempio, nella BANCECOM il consiglio è composto da 4 francesi e 4 comoriani, ma la decisione spetta sempre ai primi) (9). Di per sé questa cosa appare profondamente ingiusta in quanto si decidono in capo ad una persona tutte le sorti economiche e finanziarie di due blocchi economici contrapposti, cambiando e/o modificando le condizioni a piacimento. Senza tralasciare che ora, con l’istituzione della BCE e del SEBC, non è più solo la BdF a poter “giocare” con le due banche centrali del CFA, ma tutte le 19 dell’eurozona (come ha confermato Serge Michailof (10), ex funzionario della Banca mondiale, “il franco CFA è gestito a Francoforte in funzione di criteri che non hanno alcun rapporto con le preoccupazioni delle economie africane”). Nessuna delle politiche della BCEAO, della BEAC e della BANCECOM può essere prese in totale autonomia in quanto la BdF ha sempre il potere di veto e sempre più autorevoli voci ed esponenti del mondo economico – politico africano occidentale vogliono ripudiare questa moneta.

Conclusioni
Per Demba Moussa Dembelé, direttore del Forum Africano per le Alternative, queste banche centrali non devono essere delle semplici succursali di quella francese (leggasi: europea), ma devono poter gestire in completa autonomia le politiche proprie continentali in quanto l’accanimento (perverso, nda) contro l’inflazione sta condannando alla stagnazione 15 paesi con un totale di 100 milioni di abitanti, senza contare che paesi all’infuori di una unione valutaria quali Nigeria e Ghana attirano molti più capitali esteri rispetto ai paesi CFA. Nel marzo 2010 il presidente senegalese Abdoulaye Wade dichiarò: “Ritengo che adesso, dopo cinquant’anni di indipendenza, occorra rivedere la gestione monetaria. Se recupereremo il nostro potere monetario, potremo gestirlo meglio. Il Ghana ha una sua moneta e la gestisce bene, così come la Mauritania e il Gambia, che finanziano le loro economie”. In più si riscontrano i “soliti noti” problemi noti delle aree valutarie comuni (leggasi ancora una volta: europea), ovvero debiti pubblici non comuni, tassi inflattivi differenti e livelli di sviluppo differenti non compensati che causano squilibri nelle bilance dei pagamenti a causa dell’alto valore per alcuni (o basso per altri) della valuta unica (su questo vi è un’ampia letteratura scientifica a riguardo…), lotta maniacale all’inflazione (anche a scapito degli investimenti e della crescita, come ricorda l’ex governatore della BCEAO Philippe-Henri Dacoury-Tabley (11), in quanto fa parte del mandato costitutivo) e mancata diversificazione delle economie (nonostante sia passato mezzo secolo, continuano ancora a commerciare col Vecchio Continente, in particolare con la Francia, nonostante tutta l’Africa sub equatoriale stia volgendo lo sguardo ai paesi BRIICS), senza contare che il commercio fra l’UEMOA e la CEMAC è quasi nullo. L’unica cosa che ha tenuto a galla questa unione monetaria per quasi 70 anni è il fatto che il Tesoro francese abbia garantito per il franco CFA, quindi i paesi utilizzatori acquisiscono una credibilità che difficilmente avrebbero se fossero lasciati indipendenti (alle condizioni attuali, dopo decenni di impoverimento e di depredazione). E se la Francia è così grandeur è anche perché ha dei vincoli commerciali privilegiati con quest’area rispetto ad altri possibili partner commerciali per l’approvvigionamento delle materie prime (cosiddetto francafrique (12) ). In conclusione, non avendo garantito la pace, la ricchezza e la stabilità promesse da De Gaulle e colleghi a metà del secolo scorso si può notare come in realtà si è avverato il contrario: guerre, impoverimento e disagi sociali. Guarda caso quello che oggi continuano a ripetere per la zona euro.

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1489.- DALLE BANCHE PER LO STATO DEMOCRATICO ALLO STATO DELLE BANCHE. E NOI PAGHIAMO!

FQ: “Nel nuovo libro “Sacco bancario” Vincenzo Imperatore racconta l’inefficienza degli organi di vigilanza, gli escamotage con cui i vertici proteggono imprenditori senza scrupoli e i trucchi che consentono a società con poche credenziali creditizie e garanzie quasi nulle di ricevere prestiti a sei zeri mentre per i piccoli imprenditori l’accesso al credito è praticamente impossibile”.

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l’ex dirigente: “Ecco come funziona il grande imbroglio pagato da cittadini e risparmiatori”. Leggetelo.

L’inefficienza degli organi di vigilanza, attentissimi solo agli aspetti formali. Gli escamotage con cui i vertici di alcune bancheitaliane proteggono imprenditori senza scrupoli, mentre le severe (sulla carta) norme antiriciclaggio raccomandano segnalazioni urgenti anche per piccoli movimenti all’apparenza poco chiari. I trucchi che consentono a società con poche credenziali creditizie e garanzie quasi nulle di ricevere prestiti a sei zeri – come raccontato nell’estratto che anticipiamo – mentre per i piccoli imprenditori l’accesso al credito è praticamente impossibile. In poche parole: l’intreccio tra finanza, politica e interessi personali che sta dietro a un sistema per le cui falle stanno pagando un conto salato cittadini e risparmiatori.
A raccontarlo è l’ex manager bancario Vincenzo Imperatore nel suo nuovo libro Sacco Bancario (Chiarelettere) scritto in collaborazione con Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica, e con la prefazione di Marco Travaglio. Nel libro che conclude il percorso iniziato con “Io so e ho le prove” (Chiarelettere, 2014) continuato con“Io vi accuso” (Chiarelettere, 2015), Imperatore mette a disposizione le testimonianze di dirigenti apicali, gole profonde e insider. Oltre a documenti interni e riservati che fanno luce su meccanismi “mille volte denunciati eppure tuttora perfettamente funzionanti”.
Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Storie di piccole banche (come la Banca Popolare delle Province Molisane o di Banca Popolare Etica) che funzionano sulla base di tre parametri solo all’apparenza incompatibili: ottima governance, rigore moralenei consigli di amministrazione e profitto.

 

Pubblichiamo di seguito un estratto del libro 

IL CASO BANCA PROMOS

BANCA PROMOS. Il nostro indice di solidità:

ISTITUTO CET1 AL 31/12/2016 TARGET BCE 2016 ECCEDENZA
Banca Promos 30,40% 7,00% 23,25%
Unicredit 11,15% 10,00% 1,15%
Intesa San Paolo 12,90% 9,50% 3,40%
UBI Banca 11,22% 9,25% 1,97%
Popolare Milano 11,42% 9,55% 1,87%
Popolare Emilia 13,30% 7,25% 6,05%
Pubblicità di BANCA PROMOS:  SCEGLI LA NOSTRA ESPERIENZA, SIAMO DA OLTRE 30 ANNI SUI MERCATI MOBILIARI INTERNAZIONALI. Il nostro gruppo di lavoro si impegna quotidianamente nella ricerca dei migliori investimenti per clienti istituzionali. Il nostro Trading Team e la Sales Force cercano opportunità trasparenti, attraverso una rete di rapporti con oltre 1200 banche nel mondo.

Eccezioni e distrazioni

Quella che segue è la storia di una piccola impresa «benedetta» dal caso, dalla fortuna o, più probabilmente, da una raccomandazione giunta dall’alto. Un «pesce piccolo» che, mancando di solide basi patrimoniali e dunque di sufficienti garanzie, non avrebbe mai potuto ricevere soldi in prestito da una banca. Invece li ha ricevuti, e pure tanti.

La banca di cui stiamo parlando si chiama Promos Spa, e nasce a Napoli, nel 1980, su iniziativa di Ugo Malasomma e Tiziana Carano. All’inizio è una Srl che ha per oggetto sociale lo svolgimento di attività di intermediazione sui mercati azionari e obbligazionari italiani, poi seguiranno vari passaggi, come l’iscrizione all’albo della Consob nel 1991, l’ingresso in Abi (l’Associazione bancaria italiana) nel 1998, e infine l’iter di trasformazione in banca nel 2002.

Ancora oggi  ha un capitale sociale di soli 7.740.000 euro e nel suo consiglio di amministrazione siedono, tra gli altri,Luigi Gorga, che da presidente della Banca Popolare di Sviluppo subì nel 2013 una sanzione da parte della Banca d’Italia, e Umberto de Gregorio, nel 2015 nominato dal governatore della Campania Vincenzo De Luca – per il quale aveva svolto il ruolo di coordinatore della campagna elettorale – al vertice dell’Eav (Ente Autonomo Volturno), la holding che gestisce una larga fetta dei trasporti della regione (1).  Nell’aprile del 2015 (attenzione alle date…), la Promos finanzia l’acquisto del 22 per cento della società 4KA Spa Knowledge for aviation – una giovane azienda che fabbrica aeromobili e veicoli spaziali, con sede a Ponticelli, in provincia di Napoli – da parte della Hold and Fly Srl. Prezzo di acquisto/vendita: 1.720.000 euro.

Un finanziamento come tanti, direte voi. Nient’affatto, perché la Hold and Fly Srl, in realtà, è una scatola vuota e l’operazione, per una piccola banca come la Promos, è da considerare a dir poco rischiosa. Come mai si è andati avanti lo stesso? La verità è che la Hold and Fly Srl è stata costituita il 10 aprile 2015 dagli stessi soci di riferimento della K4A Spa, allo scopo di rafforzarne il gruppo di controllo e supportarne i piani di sviluppo.

La Banca Promos accorda ogni richiesta ma, in cambio, quali garanzie offre la Hold and Fly Srl? Nessuna, visto che ha un capitale sociale di appena 10.000 euro. Anzi, non potrebbe nemmeno essere finanziata, perché priva di alcuni requisiti necessari non ancora verificati: i risultati imprenditoriali, la competenza e l’esperienza maturata nel settore e il comportamento negli affari. Addirittura, al momento della richiesta del finanziamento e ancora oggi (8 settembre 2017), la Hold and Fly srl risulta ancora “inattiva” presso la Camera di Commercio di Napoli. Una società inattiva significa che non opera e pertanto non produce reddito, ma legalmente costituita pertanto esistente come natura giuridica. “La banca in questione, come tutto il sistema bancario d’altronde – ci rivela la nostra “gola profonda”- in base a una consuetudine che alcuni giudicano ormai superata ma che ancora oggi tende a essere osservata – finanzia soltanto aziende «già consolidate da almeno un paio di anni di attività, che operino e producano reddito, risultante dal bilancio ufficiale, da almeno 24 mesi.».

“Se poi ci aggiungiamo il fatto – continua il nostro interlocutore – che la normativa interna della banca stabilisce che “di regola” non e’ possibile concedere finanziamenti ad aziende che non abbiamo almeno 6 mesi di vita “salvo deroga”, capiamo che tutto e’ possibile se deciso nelle segrete stanze del cda.”

Come è stato possibile dunque che la Promos abbia erogato ugualmente il prestito? Qui entra in gioco la fantasia. Il «trucco» escogitato è stato quello di finanziare uno a uno i singoli soci della Hold and Fly, con un affidamento, sotto forma di scoperto di conto corrente, per complessivi 1.755.000 euro.

Il problema è che neppure loro – lo attestano i documenti interni della stessa Promos, che il whistleblower mi ha procurato – non sarebbero stati «teoricamente» in grado di restituire il prestito alla scadenza pattuita. Per la maggior parte dei soci, il rischio creditizio valutato da CRIF (2) e’ alto o addirittura negativo

Vero è che la banca ha chiesto in garanzia un pegno sulle azioni della K4A Spa possedute dai soci. Ma nessuno si è curato di stabilire se il loro valore nominale fosse realistico e coerente rispetto a quello riportato in bilancio. Nella fase istruttoria, questo controllo è stato, chissà perché, «dimenticato». Inoltre, come confermano i documenti a nostra disposizione, l’alto rischio connesso all’operazione è stato segnalato, in fase di istruttoria, dai funzionari proponenti e sottoposto agli organi deliberanti.

Come mai nessuno ha raccolto l’allarme? Sono dunque da ritenere casuali tante «attenzioni», eccezioni e «distrazioni», da parte di Promos, a vantaggio dei soci della Hold and Fly Srl? Difficile dare una risposta.

Certo, è forte il sospetto che il top management della banca, avesse in testa solo il profitto immediato, e che non si curasse di far correre un rischio agli altri risparmiatori.

L’istituto, dal novembre del 2016, sempre secondo il racconto della fonte, era sotto ispezione di Bankitalia, un lavoro conclusosi nel giugno del 2017 senza riscontrare irregolarita’. Ma le proporzioni dell’affidamento, per una iniziativa imprenditoriale che ad oggi risulta inattiva, parrebbero disattendere i piu’ normali criteri di erogazione creditizia. Ma facciamo un passo indietro, per conoscere piu’ da vicino il “gioiello” che sta al centro di tutta questa vicenda: la K4A Spa.

(1) Per tale nomina, cosi come riporta Dagospia, e’ stato inviato alla Procura di Napoli e all’Anac di Raffaele Cantone un esposto contro il presidente dell’EaV per una presunta incompatibilità per l’incarico ricoperto in quanto dipendente pubblico. De Gregorio, iscritto all’Ordine dei dottori commercialisti di Napoli, è infatti docente di economia aziendale nell’istituto tecnico commerciale «A. Diaz».Secondo la denuncia, l’assunzione della guida della società pubblica sarebbe in contrasto con il contratto nazionale scuola oltre che vietato da specifiche disposizioni di legge. In più, sempre alla base dell’esposto, ci sarebbe la circostanza che De Gregorio avrebbe chiesto l’aspettativa un anno dopo circa la nomina alla guida della holding regionale. Un «doppio lavoro» che potrebbe aver provocato anche un danno all’Erario su cui potrebbe essere chiamata a indagare la Procura presso la Corte dei Conti

(2) Crif è il gestore del principale Sistema di informazioni creditizie (Sic) presente in Italia, chiamato Eurisc. Si tratta di un archivio informatico che contiene i dati sui finanziamenti richiesti ed erogati a privati e imprese

1362.- NEL SILENZIO PIU’ TOTALE DEI MEDIA ITALIANI LA CORTE COSTITUZIONALE TEDESCA METTE IL PRIMO CHIODO SULLA BARA DELL’EURO

 

In Italia è ferragosto e quindi tutti sono al mare, al sole, in vacanza, anche se magari se ne stanno a casa perchè non si possono permettere le ferie .

Purtroppo non è lo stesso in Germania, dove una pensante pronuncia della Corte Costituzionale del 14 agosto rischia di mettere la prima pietra per la Tomba della BCE e dell’Euro.

La Corte Costituzionale Tedesca ha rinviato alla Corte di Giustizia Europea la decisione circa la legittimità della politica  monetaria espansiva tramite acquisto di titoli sul mercato secondario : infatti per Karlsruhe vi sono gravi indizi che il QE esercitato dalla Banca Centrale Europea come parte della propria politica monetaria non sia altro che un aiuto finanziario diretto agli stati, fatto specificamente vietato dallo statuto della BCE.

Praticamente gli acquisti fatti da Draghi, secondo la Corte tedesca, avrebbero arbitrariamente ridotto gli interessi, stimolato i prestiti e quindi sarebbero intervenuti sui budget dei singoli stati facilitandone il finanziamento.

Ecco il volume degli acquisti di titoli tedeschi, francesi ed italiani fatti con il programma del QE,

 

La Corte di Giustizia Europea di Strasburgo non potrà dismettere il ricorso tedesco con facilità. Inoltre la Corte Costituzionale, secondo Die Welt, potrebbe perfino imporre alla Bundesbank di ritirarsi dal programma di politica monetaria della BCE, provocando una frattura profonda nella Banca Centrale Europea ed oggettivamente mettendo fine alla politica monetaria comune, primo passo verso la fine dell’euro.

Nello stesso tempo appare impossibile poter governare una moneta senza fare politica monetaria con acquisti e vendite di titoli sul mercato secondario, strumento tradizionalmente usato dalla Banche Centrali. Proprio la politica monetaria rilassata del “Whatever it takes” voluta da Draghi ha salvato l’unione monetaria all’indomani della crisi greca e dell’esplosione dello spread italiano. Rinunciare a questa politica significherebbe sottoporre l’area a stress fortissimi e, in ultima analisi, accellerarne la rottura. Perciò, la Commissione europea difende la Bce, ritenendo che stia agendo sulle basi e nei limiti dei Trattati, con l’acquisto di bond di stato sul mercato secondario, nell’ambito delle proprie operazioni di politica monetaria» e «interverrà in questo senso nel procedimento». Così ha fatto subito sapere la portavoce della Commissione europea per gli Affari economici e finanziari Annika Breidthardt, dichiarando che il Qe sia ancora necessario.

Come dicevano gli antichi: gli Dei accecano chi vogliono distruggere.

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Per i giudici di Karlsruhe l’acquisto di titoli di Stato viola la proibizione, sancita dai Trattati Ue, di finanziare direttamente gli Stati, superando i limiti del mandato della Bce. Draghi è nel mirino.

I ricorsi
Alla Corte costituzionale di Karlsruhe erano stati presentati tre distinti ricorsi a maggio, settembre e ottobre 2015. Il secondo, in particolare, era stato promosso da Bernd Lucke, il professore universitario di economia che ha fondato Alternative für Deutschland, il partito euroscettico rimasto fuori dal Bundestag per un soffio (4,7%) alle elezioni del 2013. Il partito si era però spaccato e Lucke ne è uscito fondando Alfa, acronimo di Allianz für Fortschritt und Aufbruch (Alleanza per il progresso e la rinascita).

«Le cause sono dirette, appunto, contro il programma di acquisto di titoli della Bce e mettono nel mirino Parlamento e governo tedeschi per non essere riusciti a fermarlo» aveva dichiarato il portavoce di Karlsruhe, Michael Allmendinger.

Un altro ricorrente è l’ex parlamentare Peter Gauweiler, bavarese della Csu ed euroscettico, già tra i promotori del ricorso contro il programma di acquisti Omt (Outright Monetary Transactions) del 2012. All’epoca la Corte tedesca si rivolse a quella europea, che respinse il ricorso, ritenendo legittimo il programma. «Con la sua eufemistica politica di Quantitative easing, la Bce sta cercando di provocare fiammate inflazionistiche, stampando una quantità enorme di moneta» aveva detto Gauweiler. «Questo è un programma di politica economica che serve alle banche dalle quali la Bce compra prestiti problematici. Si sta trasformando nella bad bank d’Europa».

 

1336.- Le elites ex-naziste tedesche dietro al finanziamento della ONG Jugend Rettet (non è uno scherzo)

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Le notizie scottanti finalmente filtrano. La nave ONG Jugend Rettet, scoperta a trattare con gli scafisti grazie agli infiltrati dell’AISE sulla nave tedesca – grazie alla cooperazione italiana con potenze internazionali (…) – hanno dimostrato come ci sia un coordinamento nell’invasione italiana dei migranti [gli italiani quando decidono di far le cose per bene sono molto bravi, ndr]. Meglio detta, esiste ed esisteva un vero e proprio piano per far arrivare sulle coste della Penisola più migranti possibili e le ONG straniere ne sono parte integrante.

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Ben inteso, spero che a tutti sia chiaro come dette ONG, soprattutto se attive in scenari di guerra, siano in realtà il paravento umanitario dietro a cui si celano le teste di ponte dei vari servizi segreti occidentali con il fine sia di carpire informazioni sul posto che di infiltrare propri uomini nelle fila nemiche, se non addirittura promuovere operazioni coi locali (…). Caso scuola è quello di Medicines Sans Frontieres (MSF), ONG francese attiva anch’essa nella tratta dei migranti verso l’Italia, il cui fondatore B. Kouchner è stato addirittura ministro degli Esteri dell’era Sarkozy e prima segretario di Stato nel governo Rocard del 1988 se ricordo bene. La tedesca Jugend Rettet svolge compiti simili: nata da poco per lo scopo di portare migranti dentro l’Italia, l’organizzazione scoperta con le mani della marmellata del piano di invasione dell’Italia evidentemente è coordinata da quel BND tedesco tanto bravo a rubare i dati fiscali dalla vicina Svizzera usati per ricattare i politici europei scomodi (vedasi il caso greco sotto molti versi ricopiato in Italia) quanto enormemente grossolano nel gestire operazioni che distino più di 500 km dai propri confini soprattutto se a sud/sud-est.

Quello che deve preoccupare è che tutte le ONG dei grandi paesi ex coloniali siano oggi attive non solo in Ucraina, Syria, Libya, Somalia, Iraq, Afghanistan ma anche in Italia!!

Ma la notizia interessante non è questa. Per il motivo spiegato sopra gli Stati ex coloniali non possono fondare loro stessi ONG altrimenti sarebbero semplicemente un’altra colonna delle loro stesse forze armate. Hanno infatti bisogno di sodali privati che facciano il lavoro sporco per conto dei governi. Nel caso di Jugend Rettet la “finanziatrice” è la bellezza teutonica Maria Furtwaengler (come indicato dalla FAZ nel 2016), nipote di Wilhelm Furtwaengler, il famoso direttore d’orchestra che dirigeva per Goebbels ed Hitler, il quale non solo fece parte del partito nazionalsocialista ma addirittura – secondo una sua biografia, di Eberhard Straub – trasse vantaggi personali dal nazismo, arricchendosi. Solo per cercare successivamente di nascondere il suo indicibile passato. (Pensate che il motto della Jugend Rettet è qualcosa di simile a “Fancul.. centro di coordinamento italiano per i migranti“, come riportato da agenzie di stampa oggi, …, ndr).

Tale Maria, discendente di cotanta stirpe, sapete chi ha sposato? Hubert Burda, il magnate dell’impresa editoriale tra le più conosciute in Germania e molto vicino ad Angela Merkel, discendente diretto di quel Franz Burda che non solo fu nazista ma addirittura profondamente antisemita fino ad impossessarsi di beni durante l’arianizzazione degli ebrei. Ecco dunque i finanziatori di Jugend Rettet!
(Si noti che non è un caso che i nipoti dei nazisti si imparentino tra loro, visto che normalmente Norimberga processò solo la punta dell’iceberg dei sodali nazisti, lasciando quasi intonse le gerarchie imprenditoriali, ad es. i proprietari attuali di BMW, i Quandt, sono i nipoti di Goebbels; ma i casi si sprecano, andate a vedere Adidas, Thyssen, Krupp, le famiglie dietro al colosso Aldi, Voslkwagen, Porsche etc.). Non è un caso che dette elites esportatrici industriali tedesche siano tutte indistintamente interessate a mantenere l’euro a tutti i costi – possibilmente debole – e quindi ovviare ad ogni tentativo di uscita dalla moneta unica soprattutto dei paesi che contribuiscono all’indebolimento dell’euro.

Ovvero, quanto sosteniamo su queste pagine da anni – che esiste un piano per i migranti fatti arrivare che in Italia e Grecia (la geopolitica tedesca aveva previsto fin dal 2012 l’invasione dei migranti: come abbiano potuto avere cotante capacità divinatorie è stato poi spiegato dagli eventi che si sono succeduti) – sta purtroppo dimostrandosi nella sua interezza. Ugualmente il piano economico nazista post invasione dell’Europa nazista (Piano Funk) sta oggi reincarnandosi nel progetto della moneta unica, da tenere in piedi a tutti i costi. Anche con metodi nazisti. Da qui il finanziamento di Jugend Rettet da parte di una delle elites tra le più ex naziste di Germania.

Vale la pena ricordare perché l’Italia sia vittima di tale indebita ingerenza: in un contesto di crisi globale di fatto irrisolta dal 2008 (siamo tornati globalmente a circa lo stesso livello di debito del 2008, quando si fermerà il QE ci sarà di nuovo l’implosione globale), l’Italia da una parte è una minaccia mortale per l’EU e dall’altra fa gola per i suoi assets. Minaccia perché è l’unico paese profondamente euroscettico in grado di deragliare il vero progetto dei globalisti, l’euro, oltre ad essere troppo storicamente vicina agli USA che oggi l’asse franco-tedesco vorrebbe sostituire al comando dell’EUropa. Dall’altra ha ancora tanti assets che fanno gola, dal residuo delle fu possenti aziende di stato, ai risparmi degli italiani, passando per primarie aziende private (Generali, le banche nazionali, aziende manifatturiere ecc.). Dunque va neutralizzata e per fare questo non si esita a farla invadere di migranti, per destabilizzare a fondo la struttura sociale del paese ossia per abbassare i salari degli italiani, inseminare violenza straniera, creare disagio ovvero dare la colpa del crollo della ricchezza italica non al vero responsabile (l’EU tedesca con l’euro) ma ai migranti. Sempre il solito trucco.
Caso mai Roma volesse azzardarsi ad uscire dall’euro, proprio ora che gli USA di Trump sono a favore della fine dell’euro….

3DlYgszy_bigger  Antonio M. Rinaldi‏, scenari economici.it

876 .- ERDOGAN ACCUSA: HO LE PROVE, GLI STATI UNITI AIUTANO L’ISIS

Probabilmente, né USA né Russia sono in condizioni di sostenere da sole l’espansione cinese e l’Europa dell’€uro non ha un suo ruolo da svolgere. Così, mentre Trump e Putin tentano il riavvicinamento in chiave anti-cinese e Netanyahu lavora con Putin, i piani di Erdogan e il Nuovo Impero Ottomano seguono il destino di quelli di Obama. Gli equilibri intorno a noi cambiano velocemente, mentre siamo legati al palo tedesco.

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“Ho le prove che la coalizione guidata dagli Stati Uniti in Siria aiuta gruppi terroristici come l’Isis”. Lo ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa il presidente turco Recep Tayyip Erdogan nel corso di una conferenza stampa ad Ankara. “Ci accusano di aiutare lo Stato Islamico”, ha affermato, “Ma invece sono loro a dare sostegno a gruppi terroristici compresi i Daesh” (così viene chiamato lo Stato Islamico nel mondo arabo e in Turchia). E’ molto chiaro. Abbiamo le prove, con immagini, foto e video”.

L’uscita di Erdogan è clamorosa e gravida di conseguenze. La situazione in Turchia è a dir poco confusa. La scorsa settimana il mondo è rimasto senza fiato nel vedere le immagini del poliziotto turco che uccideva l’ambasciatore russo Andrei Karlov per vendicarsi della riconquista di Aleppo da parte dell’esercito siriano fedele al presidente Bashar Assad aiutato dalle forze armate di Mosca. Negli ultimi tempi c’è stato un clamoroso avvicinamento fra la Turchia e la Russia. Uno sviluppo non sorprendente, visto che Erdogan è convinto che il fallito tentativo di colpo di Stato ai suoi danni dello scorso 15 luglio sia stato opera del predicatore musulmano Fethullah Gulen, suo ex alleato che da anni è riparato negli Stati Uniti.

Erdogan è stato più volte accusato di finanziare l’Isis tramite il contrabbando di petrolio estratto dalle aree occupate dallo Stato Islamico, un traffico che vedrebbe coinvolto in prima persona il figlio dello stesso presidente turco, Bilal. In quanto agli Stati Uniti, il presidente eletto Donald Trump durante la campagna elettorale ha più volte accusato la sua concorrente democratica, Hillary Clinton, di avere aiutato l’Isis quando era segretario di Stato. L’uscita di Erdogan potrebbe essere interpretata anche come un tentativo di ingraziarsi Trump. Quando si parla di cose turche ogni interpretazione è possibile. Di certo le parole di Erdogan avranno delle conseguenze.

Marcello Bussi, Milano Finanza 27.12.16

751.-TEMPESTA PERFETTA. MERCOLEDÌ 4 DICEMBRE 2013, RIVALUTAZIONE DELLE QUOTE DI BANCA D’ITALIA: LA PIU’ GRANDE TRUFFA DEL SECOLO

 

Ad un certo punto bisogna chiamare le cose con il loro nome: sarò pure un “populista” (e confermo di esserlo con grande orgoglio ed immenso disprezzo per chi cerca di denigrare coloro che fanno attività politica a favore dei “popoli” e non ad esclusivo beneficio di ristrette “èlite oligarchiche”), “arruffapopoli”, “masaniello dei poveri”, ma quello che sta avvenendo oggi in Italia non può essere definito diversamente da “crimine contro la nazione”, “alto tradimento”, “saccheggio”, “vandalismo istituzionale ed istituzionalizzato”. Ho sempre guardato con sospetto quei movimenti detti “signoraggisti” che vedono esclusivamente nella proprietà del denaro l’unico strumento per ridare dignità ai popoli, perché credo fortemente che non sia tanto la proprietà del denaro la vera discriminante fra una democrazia compiuta e una dittatura di fatto, quanto l’utilizzo che viene fatto del denaro e della politica monetaria in genere. Una banca centrale può essere pure privata, ma se poi le sue scelte di politica monetaria vengono subordinate alle direttive che arrivano dal governo democraticamente eletto e indirizzate al benessere dell’intero paese, a me può stare pure bene che qualche “grasso banchiere privato” si ingozzi con le “briciole del signoraggio”. Ma qui in Italia abbiamo abbondantemente sorpassato ogni limite di decenza, dando persino adito alle inutili rivendicazioni dei “signoraggisti”.

Innanzitutto chiariamo per l’ennesima volta che se quando parliamo di “signoraggio” sulle banconote (3% di tutta la massa monetaria circolante, costituita per il resto principalmente da depositi bancari) ci riferiamo alla sola differenza fra il costo di stampa delle banconote e il loro valore nominale, e considerando che come si evince dall’ultimo bilancio della BCE, le banconote in circolazione nell’eurozona sono circa €839,5 miliardi (l’8% spetta alla BCE, mentre il restante 92% viene distribuito tra le varie banche centrali nazionali BCN), capiamo bene che con una “ridicola potenza finanziaria” pari a circa il 6,5% del PIL dell’area euro, i “grassi banchieri” non potrebbero mai comandare l’intero continente, come stanno effettivamente facendo oggi. Se invece utilizziamo una definizione più raffinata di signoraggio (“distribuzione del reddito della BCE derivante dalle banconote in euro in circolazione e del reddito netto della BCE sul portafoglio acquistato nel quadro del programma per il mercato dei titoli finanziari”, come riportato nelle note integrative allo stesso bilancio), allora stiamo parlando del profitto derivante dallo scarto di interesse fra attività finanziarie (acquistate durante le operazioni di mercato aperto mediante le riserve bancarie create dal nulla) e depositi di riserve presso la stessa banca centrale (perché ormai abbiamo imparato che le riserve non escono mai dai confini della banca centrale e al massimo possono essere depositate, investite o prestate ad altre banche), allora possiamo stare tranquilli, perché siamo lontani anni luce dal nostro obiettivo di capire cosa sta succedendo. Per due motivi: primo il risultato lordo della BCE per il 2012 è “soltanto” di 2 miliardi e 164 milioni di euro, e secondo, €998 milioni dell’utile netto viene conferito alle banche centrali dell’area euro, mentre il resto viene accantonato a riserva. Briciole appunto.
Tolta di mezzo la superficiale questione “signoraggista”, andiamo ad esaminare invece quale sia la ragione principale della truffa comminata ai danni dei cittadini e della nazione italiana tutta dal governo di Enrico Letta, su istigazione del ministro dell’economia e delle finanze Fabrizio Saccomani (guarda caso ex direttore generale di Banca d’Italia e membro del CDA della Banca dei Regolamenti Internazionali con sede a Basilea), in combutta con l’attuale governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Partiamo da una premessa: Banca d’Italia è una delle 17 banche centrali nazionali che aderiscono al sistema SEBC della BCE, quindi è l’autorità monetaria più indipendente e autonoma che possa esistere sul pianeta, non potendo per statuto finanziare direttamente il proprio governo o avere alcun collegamento politico-istituzionale con lo stesso. Tranne l’elezione del governatore, che avviene su esplicita proposta e indicazione del Consiglio superiore della banca centrale (articolo 17 dello Statuto), i politici non hanno alcuna influenza nelle attività strettamente tecniche o istituzionali di Bankitalia.
La proprietà della banca centrale è al 95% privata, anche se l’istituto viene ipocritamente definito di diritto pubblico, perché si è appropriato giuridicamente di un’attività regolamentata per legge: l’emissione della moneta (sotto forma di banconote e riserve bancarie). Siccome noi siamo obbligati per legge dal corso forzoso ad accettare l’euro come moneta di stato, la Banca d’Italia che ha l’esclusivo privilegio di emettere le banconote e le riserve elettroniche in euro, malgrado la sua proprietà e funzione privatistica, ha acquisito nel tempo una chiara posizione dominante nell’assolvimento di un diritto pubblico. I banchieri privati si sono gradualmente, con il tacito consenso o l’approvazione unanime di tutti i politici, impossessati di un istituto giuridico pubblico, la moneta, cercando di ricavarne nel corso del tempo un maggiore profitto privato. Come dire che una società idrica o una clinica privata dichiara di essere un’istituzione di diritto pubblico perché grazie a particolari intrecci e favori politici è riuscita ad occuparsi della gestione di un bene pubblico (l’acqua o la salute). Un controsenso insomma, perché un’istituzione o è pubblica (nel senso che non è orientata ai profitti ma a garantire un diritto della cittadinanza) o è privata (nel senso che antepone il raggiungimento del profitto al benessere dei cittadini). E Bankitalia da questo punto di vista è assolutamente privata, perché antepone il profitto dei suoi azionisti banchieri (inflazione bassa, dividendi, prestiti agevolati agli amici della cricca) a quello dei cittadini (occupazione, bassa tassazione, regolarità del credito a famiglie e imprese).
Tuttavia, questo esproprio di fatto della funzione monetaria un tempo subordinata al governo democratico, fino ad oggi veniva quantomeno ricompensato versando gran parte degli utili di gestione alle casse dello Stato (e per come viene gestita oggi una banca centrale, gli utili sono sempre assicurati, mentre è praticamente impossibile avere delle perdite). Da oggi invece, tramite la scandalosa proposta di trasformare Banca d’Italia in una public company, anche gran parte di questi utili verranno veicolati verso gli azionisti bancari privati. Ma vediamo nel dettaglio cosa si nasconde dietro questa incredibile truffa legalizzata, spulciando il documento riservato redatto da tre consulenti di Banca d’Italia (tra cui uno è il famigerato ex-presidente del consiglio fantoccio della Grecia Lucas Papademos, governatore della banca centrale ellenica ai tempi dei trucchi di bilancio organizzati insieme a Goldman Sachs per fare rientrare il paese nei parametri di Maastricht: con un consulente così siamo in una botte di ferro!!!). Innanzitutto partiamo dall’assetto proprietario attuale, che viene diviso in quote fittizie per un valore complessivo del capitale sociale simbolico di €156.000, di cui Banca Intesa, Unicredit e Assicurazioni Generali insieme detengono quasi il 60% del totale (guarda tabella sotto). Il fatto che si sia creata una tale concentrazione di capitale sociale in pochi grandi gruppi dipende dal processo di trasformazione e fusioni successive avvenute nel sistema bancario italiano a partire dai primi anni novanta.
In base alle rispettive quote e al valore nominale delle stesse, secondo quanto disposto dall’articolo 39 dello Statuto, i dividendi dovuti agli istituti finanziari e assicurativi privati ammonterebbero al 10% dell’intero capitale sociale, ovvero a soli €15.600. Il resto dell’utile netto (€2,5 miliardi nel 2012) viene invece ripartito fra accantonamenti a riserve statutarie (€1 miliardo) o girato direttamente al ministero del Tesoro (€1,5 miliardi). Considerando che l’utile lordo è stato di poco superiore a €7 miliardi e considerando la quota versata in anticipo al fondo rischi generali, ciò significa che allo Stato entrano all’anno all’incirca altri €2 miliardi di tasse sugli utili. In totale €3,5 miliardi sono entrati nelle casse dello Stato nel 2013. Una bella somma, che giustifica le enormi pressioni dei banchieri sul governo per accaparrarsi una fetta molto più grande del bottino. Infatti i banchieri erano già riusciti ad inserire un comma all’articolo 40 dello Statuto, secondo cui oltre ai risibili dividendi figurativi di cui sopra, spettavano agli azionisti privati altri dividendi aggiuntivi pari ai profitti degli investimenti del valore massimo del 4% delle riserve detenute nell’anno precedente (per il 2012 l’aliquota è stata piuttosto bassa, 0,5%, che tradotta in soldoni significano €70 milioni regalati alle banche). Dato il contesto istituzionale e politico favorevole (dall’inizio della crisi del 2011 i banchieri sono riusciti ad infiltrare nei governi tecnici Monti e Letta una quantità considerevole di propri dirigenti, affiliati e simpatizzanti) e la situazione di emergenza in cui versa l’Italia, era chiaro che fosse arrivato il momento di sferrare l’attacco decisivo.
Vediamo quindi qual è in sintesi la proposta dei banchieri. Innanzitutto si partirebbe con la già nota rivalutazione del capitale sociale, che ricalcolato in base ai flussi di reddito che esso genera, si collocherebbe in un intervallo compreso fra i €5 e €7,5 miliardi. Questi soldi verrebbero spostati contabilmente dalle riserve di Banca d’Italia, prendendo a pretesto il fatto che le banche per 14 anni di fila non hanno sfruttato fino in fondo le potenzialità dell’articolo 40, utilizzando sempre un valore di riserve investite inferiore al 4%. Come dire, non solo ti faccio annualmente un regalo, ma tu adesso pretendi pure di farmi pesare la colpa che non fosse all’altezza delle tue aspettative (quando si tratta di banchieri, a caval donato si guarda eccome in bocca!!! E se i denti non sono perfetti come dicono loro prima o dopo ti tocca pure pagare cara la tua generosità!!!). Inoltre verrebbe fissato un limite del 5% alle quote possedute da ogni singolo azionista e a coloro che adesso o in futuro si ritrovassero con quote in eccesso verrebbe concesso un periodo di tempo prestabilito per sbarazzarsene, vendendole ad “investitori istituzionali con un orizzonte di lungo periodo” (definizione generica che significa tutto e niente, ma alla fine si riduce a privilegiare i ben noti colossi finanziari mondiali “too big to fail” tipo Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan, Barclays, Deutsche Bank etc etc).
In pratica si verrebbe a creare un vero e proprio mercato internazionale delle quote di Banca d’Italia, difficile se non impossibile da gestire e monitorare (se Goldman Sachs acquisisce o scala un altro azionista, chi si deve prendere la briga di obbligarla a cedere le sue quote in eccesso?), a cui potrebbero accedere soltanto gli istituti finanziari abilitati ed autorizzati (come avviene oggi con il consorzio degli “specialisti” in acquisto di titoli di stato). Insomma quel tipo di “libero mercato” che piace tanto ai banchieri, in cui il grado di libertà viene deciso dalla grandezza dei partecipanti: “più sei grande e più sei libero” (alla faccia di Adam Smith e dei suoi sedicenti epigoni liberisti!!!). In nessun altro contesto internazionale esiste un mercato regolamentato delle quote di partecipazione al capitale di una banca centrale, dato che queste ultime rappresentano ovunque una semplice certificazione azionaria fittizia che non può essere trasferita, venduta, prestata, acquistata. L’Italia sarebbe all’avanguardia in questo settore, visto che il progetto in questione prevede chiaramente che le quote siano “facilmente trasferibili e in grado di attrarre potenziali acquirenti”. La smania di incentivare l’arrivo di capitali esteri ha contagiato pure uno dei settori in cui la presenza straniera non è affatto necessaria (gli stranieri sanno per caso “stampare” le banconote meglio di noi? O azionare i computers dei funzionari della banca centrale in maniera innovativa?) e creerebbe invece dei paradossi difficilmente risolvibili senza innescare infiniti intoppi diplomatici ed istituzionali: cosa succederebbe se un giorno Banca d’Italia diventasse interamente di proprietà straniera? Potrebbero istituti finanziari esteri pretendere tutto l’oro e il patrimonio accumulato da Banca d’Italia in passato, grazie soprattutto ai privilegi di gestione concessi dallo Stato italiano? Il patrimonio di Banca d’Italia è pubblico o privato? Non sono stati gli italiani e il loro ligio rispetto della lex monetae di Stato a garantire a Banca d’Italia di incrementare nel tempo le sue proprietà e ricchezze? Un ginepraio inestricabile, che giustifica il fatto che nei paesi più civili ed evoluti del mondo la proprietà della banca centrale è interamente pubblica e anche nei casi di proprietà privata, nessuno ha mai osato tanto quanto gli italiani oggi in termini di privatizzazione.
Tuttavia, quando si comincia con la sudditanza e il servilismo nei confronti dei poteri forti, si sa da dove si parte ma non si può mai prevedere dove si arriva, dato che ogni politico o tecnocrate vorrebbe fare sempre di più per dimostrare quanto è “suddito” e “servo”, a prescindere dalle conseguenze disastrose e spesso controproducenti del suo operato, per gli stessi interessi privati che si vorrebbero avvantaggiare. E’ come se dovessero alla fine intervenire sempre i “padroni” per chiedere allo “schiavo” di essere meno zelante e servizievole, perché in caso contrario potrebbe mandare all’aria l’intero progetto. Un progetto, quello della ridefinizione dell’assetto proprietario di Bankitalia, che se attuato in tempi brevi consentirebbe al Governo dei Banchieri di raggiungere tre importanti obiettivi in un colpo solo: incassare una tassa una tantum sulle plusvalenze della rivalutazione pari a circa €1,5 miliardi, utile a coprire il mancato gettito per il 2013 dell’IMU sulla seconda casa, migliorare la situazione patrimoniale dei disastrati istituti bancari italiani in vista degli stress test che la BCE condurrà per tutto il 2014, fornire annualmente maggiori dividendi complessivi alle banche private azioniste (italiane e straniere). Analizzando un punto alla volta di questo programma, ci accorgeremo presto che ogni passaggio equivale ad un guadagno certo per loro banchieri e ad una perdita netta per noi cittadini.
Lo Stato incasserà subito €1,5 miliardi da utilizzare soltanto per un anno a copertura di un mancato gettito, privandosi però per tutti gli anni futuri di un sicuro introito derivante dalle tasse e dalla redistribuzione degli utili di Banca d’Italia. E’ lo stesso tipo di errore che si commette quando si vogliono utilizzare i proventi delle privatizzazioni (un asset strategico in conto capitale che produce rendimenti certi) per abbattere magari debiti di medio e breve periodo (che invece, in una logica di contabilità spicciola, dovrebbero essere ridotti utilizzando le entrate in conto corrente). In questo modo, una volta abbattuto tutto o parte di quel debito, lo Stato si ritroverebbe senza un asset, senza un rendimento certo, e senza essere neppure riuscito ad estirpare la vera causa da cui si originava quel buco di bilancio, che qualora dovesse riaprirsi avrebbe ora minori possibilità di essere rimarginato. Perché non solo lo Stato avrà un patrimonio minore a garanzia di quel nuovo debito ma anche meno entrate nel suo conto economico per equilibrare le uscite e le eventuali perdite di esercizio. Inoltre, ogni volta che si fanno questo tipo di operazioni malsane, bisognerebbe quantomeno fare un confronto fra i rendimenti attivi dell’asset che si vuole privatizzare (che possono essere anche figurativi, come i mancati costi di affitto di un edificio pubblico) e gli interessi passivi del debito che si vuole ridurre. Se i primi sono superiori ai secondi, la privatizzazione non ha alcun senso, perché conviene pagare gli interessi passivi e incassare annualmente la quota marginale di profitto. Cosa che sta puntualmente accadendo con il fallimentare e scandaloso piano di privatizzazioni del governo Letta chiamato beffardamente “Destinazione Italia”, che toglierà allo Stato assets strategici, rendimenti certi dell’ordine del 7%, per ripagare una parte minima del montante di debito (circa €12 miliardi), da cui scaturiscono mediamente interessi passivi del 4%. Ogni anno quindi lo Stato perderà il 3% di quei €12 miliardi, ovvero €360 milioni, che dovrà recuperare mettendo altre tasse o facendo altri tagli ingiustificati alla spesa pubblica sociale. Grazie Letta e Saccomanni, ci ricorderemo di voi al momento di stendere la sentenza di accusa per “alto tradimento della Patria”.

Andiamo al secondo punto, la questione controversa della patrimonializzazione delle banche, che è all’origine di tutti i problemi attuali dei paesi europei. Come già sappiamo, nell’eurozona si è già deciso da tempo che i costi della cattiva gestione dei banchieri devono essere pagati dai cittadini, con ingarbugliati accordi intergovernativi o fraudolenti schemi di salvataggio pubblico (Fiscal Compact, MES, bail in e bail out, prelievi forzosi etc). Anche nel caso della rivalutazione del capitale sociale di Banca d’Italia la musica non cambia, perché quei €7 miliardi di aumento di capitale, che i banchieri si ritroveranno spalmato come per magia sui loro bilanci, deriva da un fondo di riserve che in teoria (ma anche in pratica) è di proprietà dello Stato e dei cittadini italiani. Sono infatti lo Stato e i cittadini italiani (questi ultimi come sempre a loro insaputa) ad avere concesso negli anni alla Banca d’Italia il privilegio di emettere la moneta legale a corso forzoso, senza il quale l’istituto nazionale di Palazzo Koch non avrebbe mai potuto registrare utili o creare riserve statutarie. Siamo alle solite insomma, il Governo dei Banchieri cerca di mascherare una chiara operazione di salvataggio pubblico delle banche, con nomi più o meno evocativi di altro: rivalutazione delle quote di Banca d’Italia non significa altro che spostamento fisico e contabile di un tesoretto degli italiani nelle casse delle banche private. Qualora un giorno lo Stato italiano volesse procedere alla sacrosanta e legittima nazionalizzazione della sua banca centrale, per mettersi al passo con i paesi europei più grandi ed evoluti (Germania, Francia ed Inghilterra) e allontanarsi dalla condizione di colonia del Terzo Mondo, dovrebbe conferire ai banchieri privati ben €7 miliardi di regali ed elargizioni per riacquistare tutte le quote azionarie circolanti. Insomma i banchieri si sono già messi il ferro dietro la porta, nell’improbabile caso in cui agli italiani dovesse un giorno venire un insperato (e alquanto provvidenziale) impeto di orgoglio e amore nazionale.
Inoltre quelle quote un tempo simboliche e fittizie, con la rivalutazione diventerebbero concreti e reali attestati di proprietà, che potrebbero porre diversi contenziosi o interrogativi in caso di liquidazione della Banca Centrale: chi sarebbero i proprietari dei €100 miliardi e oltre di riserve valutarie e auree, lo Stato o i banchieri? E i €23 miliardi di riserve statutarie invece? Visto che proprio da queste ultime sono stati ricavati i €7 miliardi di rivalutazione, sembrerebbe che le banche private abbiano ad oggi maggiori diritti di proprietà rispetto allo Stato riguardo al patrimonio di Banca d’Italia e potrebbero sfacciatamente rivendicare questo diritto in qualsiasi momento futuro (magari richiedendo una nuova ricapitalizzazione dell’Istituto per ripianare i loro buchi di bilancio). E non abbiamo ancora parlato dell’enorme conflitto di interessi che vede i controllati proprietari dell’ente controllore di vigilanza. Ed è qui che entra in ballo il più sfrontato raggiro dell’opinione pubblica, perché questa intollerabile ambiguità viene definita la maggiore garanzia di imparzialità, autonomia ed equidistanza dell’istituto di sorveglianza, dato che, testuali parole, “non va alterato l’equilibrio che ha assicurato l’indipendenza dell’Istituto, preservandone la capacità di resistere alle pressioni politiche”. Prendendo ad esempio gli Stati Uniti e la Federal Reserve come massimo modello di efficienza dell’azionariato privato all’interno dell’ente di vigilanza bancaria (senza citare però minimamente i disastri della crisi finanziaria dei subprime del 2008, avvenuti anche grazie ad un controllo quasi inesistente della Federal Reserve sull’operato delle grandi banche private sue proprietarie).
Ma che cos’è questa se non una burla? Sappiamo già che i Trattati di Maastricht impediscono a monte qualsiasi influenza dei politici sull’operato della banca centrale, sia in termini finanziari (impossibilità di acquisto diretto di titoli di stato o di scoperti sul conto di tesoreria) sia in termini operativi (incapacità di fissare il tasso di interesse di riferimento o di regolamentare il sistema del credito). Quindi che bisogno c’è di blindare l’autonomia e l’indipendenza della banca centrale dal governo, ricorrendo all’azionariato privato? Prova ne è il fatto che la Bundesbank e la Banque de France sono interamente pubbliche, eppure né Hollande né la Merkel né l’ultimo dei politici tedeschi o francesi avrebbe oggi la capacità di influire anche lontanamente sulle scelte di politica monetaria dei rispettivi istituti centrali. Mentre il modello degli Stati Uniti è completamente fuori luogo per fare un paragone con gli stati non più sovrani dell’eurozona, perché sappiamo che la Federal Reserve benché di proprietà privata è obbligata ad indirizzare le proprie decisioni di politica monetaria in base alle esigenze del Governo, che può in qualunque momento modificare per decreto l’operatività della banca centrale (l’innalzamento del tetto del debito pubblico è l’ultimo caso di tale tipo di intervento). Gli americani non immaginano nemmeno che sia possibile interrompere drasticamente il collegamento e il coordinamento fra politica monetaria della banca centrale e politica fiscale del governo, come è avvenuto qui in Europa con l’adesione ai trattati comunitari. E a differenza dei governatori delle banche centrali dell’eurozona, il governatore della Federal Reserve è obbligato per legge a riferire periodicamente presso il Congresso per dimostrare la bontà del suo operato. Si tratta insomma di un’autonomia e indipendenza vincolata al benessere dell’intera nazione, perché la banca centrale è sì autonoma ed indipendente dal governo (e anche privata), ma può mantenere inalterato questo assetto solo fino a quando la sua attività non interferisce con quella del governo e riesce a migliorare effettivamente le condizioni economiche e finanziarie del paese (inflazione, occupazione, tassi di crescita). In caso contrario la politica interviene eccome sull’operato del governatore della Federal Reserve, potendone in casi eccezionali richiederne la rimozione anticipata dal suo incarico.
Un’impostazione di massima che qui da noi, nel magico mondo di eurolandia, è categoricamente esclusa, dato che la tecnocrazia bancaria è del tutto svincolata per trattato dall’influenza politica. Nessun politico può imporre ad un governatore cosa fare e chiedere conto e ragione del suo operato, mentre la situazione opposta è incredibilmente ammessa: il governatore di Banca d’Italia o della BCE può indicare ai singoli governi quali sono le migliori (migliori per chi non è dato sapersi) ricette di politica fiscale ed economica da applicare nei rispettivi paesi (riforme del mercato del lavoro e del sistema pensionistico, privatizzazioni, liberalizzazioni, livello di pressione fiscale e mantenimento dei conti pubblici). E la famigerata lettera del 5 agosto 2011 inviata dai banchieri centrali Draghi e Trichet al governo Berlusconi è il più fulgido esempio di ingerenza diretta della tecnocrazia sovranazionale negli affari politici nazionali degli organismi democraticamente eletti. E non sarà un caso che tutti i governi che si sono succeduti in Italia da quel momento ad oggi stanno continuando ininterrottamente ad applicare le misure di austerità “caldamente” suggerite dai governatori delle banche centrali. Un’eventualità assolutamente esclusa negli Stati Uniti, dove il governatore della Federal Reserve non si sognerebbe mai di mettere bocca nelle decisioni di politica fiscale del Congresso o del Governo. Il confronto quindi fra l’azionariato privato della Federal Reserve e quello di Banca d’Italia è del tutto inappropriato, mentre con questa riforma noi ci avvicineremmo più che altro ai sistemi privatistici utilizzati in Belgio e in Grecia (non proprio due fari di innovazione, sviluppo e modernità nel panorama internazionale), allontanandoci invece pericolosamente dai modelli più equilibrati ed evoluti di Francia, Germania ed Inghilterra.
Ma è proprio questo il nodo più spinoso della questione. L’Italia ha già deciso di uscire dal novero dei paesi egemoni in Europa, autoriducendosi al grado di protettorato e colonia (sulla scia di Grecia e Belgio), oppure esiste ancora qualche possibilità di riscatto per il nostro paese? I nostri politici sono davvero così incapaci e incompetenti da svendere in pochi anni tutto il nostro notevole patrimonio economico e geopolitico agli stranieri, oppure esiste ancora un modo per liberarci da questi impostori collaborazionisti e mercenari? Stando alla cruda realtà dei fatti, pare che il destino dell’Italia sia già stato scritto e segnato da tempo, e nel nostro paese ormai la tecnocrazia bancaria abbia preso il sopravvento e incorporato l’intera classe politica e dirigente. Non si spiegherebbe altrimenti la tracotanza con cui viene ribadito nel documento di Banca d’Italia che bisogna “evitare che si dispieghino gli effetti negativi della legge n. 262 del 2005, mai attuata, che contempla un possibile trasferimento allo Stato della proprietà della Banca”. Per carità, non dobbiamo ambire a diventare come Francia, Germania, Inghilterra, ma rassegnarci a ridurci come Belgio e Grecia. Solo per la cronaca, la legge n. 262 del 2005 prevedeva che entro tre anni dalla sua entrata in vigore le quote di partecipazione a Banca d’Italia possedute da istituti privati venissero trasferite allo Stato o ad enti pubblici. Ma, oltre ad essere ignorata, ci pensarono Prodi, Napolitano, Padoa Schioppa, Draghi (il quartetto di Quisling più pericoloso del paese) già nel 2006 a modificare l’articolo 3 dello Statuto di Banca d’Italia per vanificare l’attuazione della legge e rendere legittima la presenza di azionisti privati nel capitale sociale della banca centrale.

Ma veniamo adesso all’ultimo punto cruciale della riforma, quello del rendimento garantito da corrispondere agli azionisti privati. Prendendo spunto dalle regole utilizzate negli Stati Uniti e in Giappone (due esempi come abbiamo detto del tutto inopportuni), il tasso di dividendo verrebbe fissato al 6% del nuovo capitale sociale rivalutato, ovvero ben €420 milioni annui nel caso in cui quest’ultimo fosse ampliato a €7 miliardi. Una bella differenza dai €70 milioni attuali, che verrebbe sottratta direttamente alle casse dello Stato per un ammontare di €350 milioni annui. I banchieri insomma con un investimento iniziale di €1,5 miliardi, ammortizzabile in soli quattro anni, si assicurerebbero una rendita perpetua di posizione di €420 milioni annui, con un valore di riscatto del capitale di €7 miliardi. Chi, sano di mente, non farebbe mai un investimento simile? E viceversa, quale politico veramente interessato al bene del proprio paese priverebbe i propri cittadini di una rendita che gli spetta di diritto per regalarla ai banchieri nazionali e internazionali? La risposta è presto trovata: Saccomanni e Letta stanno facendo questo all’Italia, perché il primo non nasconde neppure di fare gli interessi dei banchieri essendo un banchiere lui stesso, e il secondo ormai è troppo impelagato negli intrecci di palazzo e nella difesa dei suoi interessi personali per pensare seriamente al bene dei propri connazionali. Fermarli ormai appare umanamente impossibile perché l’enormità del saccheggio che stanno mettendo in pratica ai nostri danni è così elevata da impedire qualsiasi capacità di reazione. E’ come se noi tutti fossimo stati paralizzati da un sortilegio di immani proporzioni, dato che ci infuriamo quando un politico spende poche migliaia di euro di soldi pubblici per offrire una cena galante agli amici (cosa riprovevole per carità, ma risolvibile con un aumento dei controlli e il lavoro della magistratura e degli organi inquirenti), ma non riusciamo a vedere i miliardi di euro di patrimonio pubblico e privato che ci vengono inesorabilmente sottratti davanti ai nostri occhi con le privatizzazioni, le svendite, i fondi di salvataggio europei, le misure di austerità, la micidiale menzogna del pareggio di bilancio e della legge di stabilità (stabilità di un cimitero, come ha scritto il Wall Street Journal qualche tempo fa).
Letta e Saccomani in fondo stanno portando fino alle estreme conseguenze il loro ruolo di Quisling, ma purtroppo siamo noi cittadini che non stiamo rispettando per niente il nostro compito di sentinelle della democrazia e garanti del futuro dei nostri figli. Ci meritiamo tutto questo e anche peggio, visto che il nuovo che avanza (Renzi) ha nella sua agenda politica personale il proposito di continuare l’opera di demolizione e saccheggio dei suoi predecessori: riforma del mercato del lavoro in termini di maggiore precarietà e flessibilità (Fornero docet) e attacco diretto al sistema pensionistico, che con l’alibi della riduzione delle pensioni d’oro andrà poi a colpire tutti i bassi e medi redditi previdenziali, perché come ci ricordava il buon Monti è con la massa che si fanno i numeri. Ed è proprio Banca d’Italia in questi giorni a rimarcare che si può fare ancora meglio sulla strada della moderazione salariale, dato che dal 2010 al 2012 la retribuzione media dei lavoratori dipendenti è scesa di soli €64 al mese, passando da una media di €1.328 a €1.264 (una perdita netta annua per lavoratore di €832 euro). Renzi sa bene che per essere “competitivi” come i tedeschi, rimanendo all’interno dell’eurozona, siamo costretti soltanto a puntare sulla svalutazione dei salari, senza dare però ai nostri lavoratori nessuna di quelle garanzie sociali o sussidi statali previsti in Germania. In una parola sola “cinesizzazione” del mercato del lavoro, riduzione della quota salari a beneficio della quota profitti e rendite, sia essa nazionale o straniera. Così come auspicata da questa riforma dell’assetto proprietario di Banca d’Italia.
E se a difendere i diritti dei cittadini ci pensano “populisti da strapazzo” alla Grillo, che ignorano i fatti esposti in questo articolo e indicano nel taglio della spesa pubblica e nell’aumento delle tasse indirette (che colpiscono maggiormente i bassi redditi) rispetto a quelle dirette (che se applicate in maniera progressiva danneggiano gli alti redditi), le soluzioni per uscire dalla crisi, non abbiamo alcuna via di scampo. Non ci sono proprio più i “populisti” di una volta. Non c’è più la “sinistra” che tutela il salario e la dignità dei lavoratori. Non c’è più la “destra” che tiene alto l’orgoglio nazionale e la difesa delle libertà individuali. Siamo destinati ancora ad essere saccheggiati e svenduti agli stranieri. Fino a quando nel paese non ci sarà più un palazzo o una spiaggia da mettere all’asta al migliore offerente. Solo allora gli italiani si ridesteranno all’improvviso dal torpore e capiranno di essere stati raggirati dalla più grande manovra trasversale di attacco alle istituzioni democratiche del paese mai avvenuta in 150 anni di storia nazionale. Un’operazione trentennale portata avanti con la compiacenza di tutti, dei “presunti populisti”, dei “moderati di sinistra e di destra”, degli “estremisti integrati e funzionali al sistema”, dei “sindacalisti”, degli stessi “cittadini” che stremati dalla manipolazione mediatica hanno creduto davvero di fare il bene dell’Italia votando partiti di impostori e truffatori come il PD, Forza Italia, Scelta Civica, Movimento 5 Stelle. E’ ora di svegliarsi. E’ ora di crescere. E’ ora di ricostruire l’Italia e rifare gli italiani. Parola di un “vero populista”, orgoglioso di esserlo.

Un’ultima postilla prima di chiudere. Ho intitolato questo post “la più grande truffa del secolo”, ma in realtà il titolo più giusto sarebbe stato “la penultima più grande truffa del secolo”, perché nelle condizioni miserabili in cui ci troviamo, l’ultima riforma (o meglio truffa) che verrà attuata, la prossima, sarà sempre peggiore della precedente. Qualcuno avrà notato che la propaganda di regime nostrana (Santoro, Floris, Gruber, Gabanelli, Formigli, Fazio) ha cambiato repentinamente atteggiamento nei confronti del progetto globalista dell’euro, abbandonando ormai la ridicola censura e lasciando i propri ospiti parlare liberamente dei problemi derivanti dalla dittatura europeista. Ma con uno schema ben preciso e rodato da ripetere puntualmente in ogni occasione. Il giornalista-menestrello fa la domanda pilotata al proprio ospite competente (?) e preparato a dovere sull’argomento: “ma secondo lei è l’euro il problema dell’Italia e uscendo dall’euro saremmo salvi?” E poi attende in religioso silenzio la prevedibile risposta, mentre gli altri ospiti annuiscono soddisfatti: “sarebbe una catastrofe, un disastro, un salasso per lavoratori e pensionati, una patrimoniale secca dell’ordine del 30%, 40%, 50% (e perché no, anche 100%, tanto non esiste alcun contraddittorio che possa frenare l’impennata arbitraria dei numeri del terrore!)”. Ecco perché dobbiamo fare ancora di più in termini di divulgazione e informazione per smontare le tecniche mediatiche di manipolazione di massa di questi criminali. E volevo cogliere l’occasione per ringraziare l’amico e collega di ARS (Associazione Riconquistare la Sovranità) Fiorenzo Fraioli di Ecodellarete, che spende energie, tempo, denaro per filmare dibattiti, discussioni, forum che altrimenti passerebbero inosservati (come quello organizzato qui a Palermo il 22 novembre scorso). Noi ce la stiamo mettendo tutta per darvi qualche sprazzo di verità e spunto di riflessione in più, ma adesso tocca a voi dimostrare la vostra volontà di partecipazione e coinvolgimento. Se non riuscirete a mettervi in gioco personalmente, nel modo che riterrete più opportuno e consono alla vostra personalità ed esperienza, noi questo “gioco” non lo potremo mai vincere da soli. Mobilitatevi!!! Muovetevi!!! Svegliatevi!!!

La vera truffa sta nella autonomia e indipendenza delle banche centrali dai governi democratici e non nel semplice guadagno dei banchieri sull’agio di emissione. Anzi i banchieri centrali non solo sono svincolati dai governi, ma pretendono pure di dare loro i programmi da applicare ai governi, siamo al paradosso più completo. La questione dei proprietà privata di Banca d’Italia loro la giustificano sempre in termini di garantire maggiore autonomia e indipendenza ai banchieri, ed è proprio su queste due paroline che dovresti concentrare la tua attenzione: “autonomia” ed “indipendenza”. Tralasciando per un attimo tutto il resto del tuo credo fideistico. Ho ripetuto più volte che la banca centrale pubblica tedesca e francese sono completamente PUBBLICHE, quindi a tuo modo di vedere Francia e Germania dovrebbero essere le nazioni più felici e democratiche del mondo…l’agio di emissione appartiene al popolo, giusto, il popolo è il signore!!!! E invece….e invece sono due nazioni intrappolate esattamente come noi nella gabbia monetaria, a causa di quelle due paroline famose “autonomia ed indipendenza”….
La truffa a cui mi riferivo in questo articolo riguarda appunto il fatto che non solo Banca d’Italia è ormai definitivamente autonoma ed indipendente dal governo, ma neppure vuole concedere allo Stato le “briciole” che gli spettano, che intrappolati come siamo nella criminale morsa dell’austerità ci servirebbero eccome. Ma solo perchè siamo intrappolati nell’eurozona, in caso contrario quelle briciole sarebbero appunto inutili, rispetto alla possibilità di un governo democratico con pieno controllo della sua banca centrale di potere avere piena solvibilità del suo debito pubbico (quantunque enorme esso sia), pieno controllo dell’inflazione e dell’occupazione, “infinita” capacità di spesa per piani industriali, piani energetici, difesa del territorio e del patrimonio pubblico (l’unico vincolo a quella parola “infinita” è l’equilibrio dei conti con l’estero e la stabilità del valore di cambio della nostra moneta, perchè per i paesi stranieri la nostra moneta che tu tanto veneri non vale una cippa di niente, se con quella moneta non ci possono comprare nulla e non la possono scambiare nei mercati valutari senza perdere valore ad ogni secondo che passa)….spero di essere stato finalmente chiaro sul motivo per cui credo che sia l’utilizzo e la piena disponibilità della leva monetaria da parte dei governi democratici la vera discriminante, e non la proprietà di un pezzo di carta, che se non ha sotto un controvalore di scambio in prodotti, merci, lavoro, know how e capacità produttiva vale meno della carta igienica (il classico caso dello Zimbabwe ti dice nulla??? Come mai il dittatore dello Zimbabwe non è diventato ricco??? Eppure aveva anche lui l’agio del signore!!!! Era il padrone del mondo!!! E invece….e invece era solo un pezzente, che non aveva capito nulla di cosa significa coordinare la politica monetaria della banca centrale e la politica fiscale del governo, per migliorare gradualmente la struttura produttiva, l’autosufficienza, la sostenibilità economica del suo paese…..)

 

 

691.-Da MPS a Unicredit: l’attacco al sistema bancario italiano (di Primo Gonzaga)

Di fronte ai continui attacchi criminali della finanza, passando attraverso
le nostre banche, verso l’economia reale di chi vive e lavora in Italia, senza che nessuno delle nostre autorità (?)preposte alzi la guardia e ponga un argine invalicabile,(sono stati bravi solo a rubare?), almeno un punto fermo lo dobbiamo fare per avere la consapevolezza di quello
che realmente sta succedendo, senza badare a quello che passa attraverso giornali e tv:

Allego per questo un articolo che purtroppo condivido.

Speriamo si faccia avanti qualcuno che unisca le forze e abbia ancora la
coscienza del valore della ns Nazione.  Massimo Giacon, VENETO UNICO.

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La crisi da MPS è passata a Unicredit e alle altre banche. Vediamo il perché. Cosa sta succedendo e cosa fare per il futuro, la metafora della savana:

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  • Prima di tutto sgombriamo il campo dai falsi miti creati da giornalisti e politici ignoranti: la speculazione è solo un alibi. Di fatto la cosiddetta “speculazione “ non esiste. Semplicemente i mercati sono strutturalmente vocati a scoprire le inefficienze. In altre parole gli operatori vendono i titoli che reputano deboli, cioè di quelle aziende che hanno prospettive negative. La metafora che più si addice ai mercati è quella della savana, dove i leoni attaccano gli animali più deboli e lenti, quelli ormai vecchi e incapaci di correre come il branco. Tigri e Leoni non attaccano mai gli elefanti e nemmeno i loro cuccioli perché il branco dei grandi pachidermi fa scudo ai piccoli.
    Unicredit è come una vecchia zebra che arranca in coda al branco, i leoni la tenevano d’occhio da tempo ed ora la stanno braccando. Lo stato italiano sta a guardare impotente e fa come il branco che ignora chi è in difficoltà e scappa sperando di portare in salvo qualche altro membro.
    In lontananza il branco di elefanti (UE e BCE) potrebbe intervenire, ma chi glielo fa fare di scomodarsi per salvare una vecchia zebra zoppa. Il capo branco risponde alle urla di aiuto dicendo che ci sono delle regole, e le regole vanno rispettate e si gira dall’altra parte.
    Purtroppo c’è una grande differenza, tra quello che accade nella savana e quello che accade oggi in Europa: le regole non sono quelle di natura, le regole del gioco le hanno scritte i “leoni” e le hanno fate in modo da mettere talmente tanti vincoli e tanti ostacoli alla Zebra/Unicredit da impedirgli di correre.Il Bail In è un assurdo storico, mai applicato negli ultimi cento anni in nessun grande stato occidentale. Nella realtà USA, Inghilterra e Germania solo negli ultimi 10 anni hanno speso risorse pubbliche ingentissime per garantire e ricapitalizzare banche che nel 2007/8 erano tecnicamente fallite, ricordo che solo la Germania nell’ottobre 2008 ha stanziato 480 Miliardi di Euro per salvare il suo sistema bancario (vedi sotto copia del comunicato stampa di Soffin la bad bank tedesca tutt’ora attiva).

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Figura 1 La copia del comunicato stampa con la quale si annunciava lo stanziamento di 480 Miliardi per salvare le banche tedesche.

  • Le regole sulla Unione Bancaria Europea sono nate monche, perché si da alla BCE e all’EBA il potere di controllo ma si è vietata una garanzia UE sui depositi. Quindi si è demandato ai “leoni” di fare il check up alle nostre banche disseminando il terreno di tutte le trappole possibili per rallentare il cammino, mentre banche pericolosissime come Deutsche Bank sono lasciate tranquille a “pascolare” e si è tolta la garanzia pubblica per i correntisti. L’obiettivo è chiarissimo permettere ai leoni di fare un lauto pasto senza alcuna fatica. Leggasi comprare per due lire, pardon 2 Euro, Il nostro sistema bancario e quindi controllare il risparmio degli Italiani.
  • Ci si domanda come mai i capi branco delle zebre hanno sottoscritto regole capestro tanto assurde e autolesioniste, come mai Banca d’Italia e Ministri Economici e ABI abbiano accettato supinamente che il cammino delle grandi banche italiane fosse disseminato di trappole? Ignoranza o malafede? In ogni caso a certi livelli nemmeno l’ignoranza è tollerabile.

Cosa è successo negli ultimi giorni:

  • Il Governo italiano imprigionato dalle regole UE ha scelto la cosiddetta “via di mercato” per salvare MPS; bello, bellissimo, a parole! Peccato che le peggiori schifezze di MPS le dovrà digerire il fondo Atlante 2, e chi è che finanza questo fondo? Le altre banche italiche (Unicredit, Intesa etc) . E’ stato facilissimo per i leoni capire che la zavorra passava da MPS ad Unicredit e così zavorrata sarebbe stato difficile alla Zebra/Unicredit correre. Ecco che parte un’altra caccia.
  • EBA poi da mesi con il giochino degli stress test parla di aumenti di capitale, del tutto inutili come dimostrato dai fatti recenti (sia Unicredit che MPS ne hanno appena fatti 2 ciascuno) però utilissimi per dissanguare gli attuali azionisti e permette ai leoni di papparsi facilmente una preda cui sono state tolte le residue energie.

Qual è la vera soluzione:

  • Denuncia del Bail In perchè incostituzionale in quanto viola l’Art 47 della Costituzione Italiana perché toglie la tutela del risparmio (questo dovrebbero farlo tutti i partiti italiani uniti per il bene comune.
  • Richiesta all’Unione Bancaria UE di introduzione immediata della garanzia sui depositi pena l’Uscita dalla Unione Bancaria
  • Intervento immediato della Cassa Depositi e Prestiti nel finanziamento diretto di Atlante senza il coinvolgimento di altre banche o peggio delle Casse previdenziali di Medici o Commercialisti.

Diranno che non si può fare, che ci sono le regole, che c’è il divieto di “Aiuti di stati” e bla bla bla.

Tutto vero, ma dall’altra parte c’è la sopravvivenza economica delle banche Italiane e quindi del nostro intero sistema economico (il 95% dei finanziamenti alle PMI e l’85% alle grandi imprese italiane ha origine bancaria) .

Quando in gioco c’è la sopravvivenza bisogna giocare duro.

In tutto questo l’Italia ha un alleato: nemmeno i leoni possono distruggere l’Italia perché crollerebbe il mondo (altro che crisi Lehman) loro semplicemente vogliono mangiarsi qualche pezzo pregiato e mantenerci deboli ma nessuno vuole il default del sistema. E’ su questo che deve fare leva Renzi e sparigliare il gioco. E’ ora di trasformare la nostra debolezza in forza e attaccare i bla bla delle regole assurde della UE. Non c’è alternativa. Se questo non avverrà sarà uno stillicidio terribile e per le banche e gli Italiani saranno pianti e stridori di denti.

Renzi/Italia batti un colpo!

690.- Banche: l’autogoal di banchieri e industriali. Che fare ora!

Di Primo Gonzaga, Scenari economici.

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Chissà se il gotha degli industriali e dei banchieri italiani stanno finalmente comprendendo cosa è la UE a guida tedesca, cosa è l’unione bancaria e a cosa serve il Bail In.

Visto che i discorsi saggi di chi metteva sull’avviso non sono mai stati ascoltati e sui principali media italiani si è dato voce solo a chi magnificava tutto quanto proveniva da Bruxelles, forse ora, più dei discorsi, i banchieri italiani comprenderanno la realtà dei numeri, comprenderanno l’azzeramento del valore delle banche Italiane, (e quindi dei loro portafogli).

Forse però questo non è ancora sufficiente e comprenderanno l’errore quando sarà troppo tardi e le principali banche del paese saranno tolte dalla proprietà dei vecchi azionisti e delle Fondazioni Bancarie e parcheggiate in qualche fondo del Dubai che poi, dopo qualche hanno li girerà ai compratori definitivi (probabilmente tedeschi) ad un prezzo concordato.

In Emilia sono molti a piangere mentre vedono i loro patrimoni azzerarsi: molte famiglie hanno storicamente azioni di Unicredito e delle Banche Popolari, per non parlare delle Fondazioni Bancarie come la Manodori che ha dimezzato il patrimonio in soli sei mesi dopo uno stillicidio di perdite patrimoniali rilevantissime (come sotto indicato le 4 banche principali hanno perso oltre il 60% del loro valore dall’entrata in vigore del Bail In.)

La prima cosa da fare è politica: comprendere che questa UE non fa il bene del nostro paese. Non lo ha mai fatto per chi è debole socialmente, non lo ha fatto per la classe media e ora non lo fa per i grandi imprenditori e per le Fondazioni Bancarie. L’austerity imposta è un errore economico in assoluto, ma lo è ancora di più per un sistema come quello Italiano fatto in gran parte di PMI e di imprese storicamente sottocapitalizzate e dipendenti dal credito bancario. Ma ora c’è una emergenza concreta. Il sistema bancario italiano è sotto attacco.

Che fare ora per salvare le banche:

Sospendere il Bail In: inapplicabile (come qui più volte detto) quando è un intero sistema ad essere a rischio perché viene a mancare la fiducia dei cittadini/clienti
Costituire immediatamente una Bad Bank con garanzie pubblica per acquisire parte delle sofferenze bancarie (quelle dovute alla crisi e causate dai dissesti delle imprese e dal calo del valore degli immobili e non agli errori dei banchieri) come già fatto dalla Germania nel 2008 (vedasi link a Soffin). Questo permetterebbe di riacquistare fiducia, e riavvierebbe il ciclo del credito a imprese e famiglie. Inoltre la speculazione al ribasso, una volta vista la determinazione ad agire cesserebbe.
Evitare in questo momento gli aumenti di capitale che non risolverebbero nulla come dimostrato dagli esempi eclatanti di Unicredit (2 aumenti di capitale) e BMPS (2 aumenti per ben 8 MLD) e che avrebbero il solo risultato di distruggere attualmente l’attuale proprietà (in gran parte fondazioni Bancarie dei cittadini italiani) e portare la proprietà dei nostri risparmi in mano a finanziarie straniere.
Se per farlo bisogna minacciare la UE di denunciare unilateralmente il “Bail In” questo è il momento di farlo!

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Figura 1 Oltre ai soci indicati, vi sono altri soci con quote rilevanti, a inferiori al 2% come La fondazione Manodori (19.6 Mln di azioni) e alcune famiglie di industriali emiliani con portafogli rilevanti. Un nuovo aumento di capitale porterebbe UC in mani Estere.

Primo Gonzaga