Archivi categoria: Politica italiana

1549.- Nino Galloni: la scarsità di denaro? Così ci rendono servi.

 

Pubblicato il 05 dic 2017

Nino Galloni, economista per molti anni direttore generale del Ministero del Lavoro: “Dobbiamo rompere la condizione di scarsità artificiosa che è voluta per asservire la gente e rendere un costo la democrazia. Invece, la democrazia deve essere un modo che noi scegliamo per vivere, come è scritto nella nostra Costituzione, ma se noi diciamo che la democrazia non ce la possiamo permettere perché non abbiamo i soldi per gestirla, è chiaro che non c’è soluzione. Noi dobbiamo realizzare i principi, i valori e gli obiettivi della Costituzione, ma per farlo dobbiamo rompere la trappola della scarsa liquidità”. È un Nino Galloni come sempre provvido di ricostruzioni storiche quello che, ai microfoni di Byoblu, commenta le dichiarazioni di ieri, apparse sul Corriere della Sera, di Roberto Napoletano (ex direttore del Messaggero e del Sole 24 Ore), secondo il quale “la Francia ha un disegno di conquista strategico e militare sull’Italia: indebolirne le banche, prenderne i gioielli di famiglia, conquistare il nord e ridurre il Sud a una grande tendopoli”. Da Mattei a Moro, passando per Berlusconi e Gheddafi, ecco la sua ricostruzione.
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1547.- L’Italia tra triplice alleanza e triplice intesa

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Roberta Pinotti: “La Repubblica Italiana e la sua Costituzione si fondano sui valori della Resistenza, sulla lotta al fascismo e al nazifascismo. Chiunque giura di essere militare lo fa dichiarando fedeltà alla Repubblica, alle sue leggi e alla Costituzione. Chi espone una bandiera del Reich non può essere degno di far parte delle Forze Armate essendo venuto meno a quel giuramento.”………

Italia in delirio per “Firenze, bandiera neonazista dentro la caserma dei Carabinieri. Pinotti: Fatto vergognoso esporre la bandiera del Reich.” Peccato solo che sia la bandiera della Marina del Kaiser Guglielmo II e non del Reich di Hitler.

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La Kaiserliche Marine e la Regia Marina furono alleate fino al 26 aprile 1915. La gloriosa divisione S.M.S. Goeben salpò da Messina per i Dardanelli, beffando la Royal Navy. La comprerei quella bandiera. Un piccolo ripasso dal Caffè geopolitico non guasta.

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Il 1882 segna l’abbandono della politica di non-allineamento che l’Italia aveva mantenuto a partire dall’Unità e il suo ingresso nel sistema difensivo bismarckiano attraverso l’adesione alla Triplice Alleanza a fianco a Germania e Austria-Ungheria. La situazione europea contingente, i moti interni legati alla questione delle terre irredente, la paura che le idee repubblicane potessero minare la monarchia sabauda e la volontà di portare il paese nel sistema internazionale europeo, costrinsero il governo ad adottare una nuova politica attiva.

 

L’ITALIA ENTRA NELLA TRIPLICE ALLEANZA: La decisione di optare per la Triplice, nonostante il forte sentimento anti-austriaco italiano, fu determinata dagli accordi che le potenze europee stipularono allaConferenza di Berlino del 1878 con la quale posero fine alla Questione Orientale e iniziarono la “spartizione del mondo”.

L’avallo concesso da Gran Bretagna e Germania alla Francia per l’espansione in Tunisia, dove il Regno d’Italia aveva importanti interessi economici, evidenziò la necessità di abbandonare al più presto la politica di non-allineamento se si voleva raggiungere una posizione equiparata a quella degli altri paesi. Il 20 Maggio 1882 il Ministro degli Esteri Mancini firmò il Trattato di adesione alla Triplice Alleanza.

Inizialmente l’Italia si trovava in una posizione di debolezza rispetto agli alleati, ciò non deve distogliere l’attenzione però dal fatto che grazie a questo accordo Bismarck scongiurava il pericolo di un avvicinamento della Francia all’Italia, e l’Austria vedeva placati, almeno momentaneamente, i moti irredentisti nei suoi territori a maggioranza italiana.

 

LA MANCATA STRATEGIA INTERNAZIONALE DEL REGNO: Solo a partire dal 1887, anno del primo rinnovo della Triplice, la situazione internazionale divenne più favorevole per l’Italia. Tale posizione di vantaggio non trovava però le sue radici nella politica attiva e accorta del governo, ma bensì nelle difficoltà che si vennero a creare nel contesto europeo.

Il rinfocolarsi delle tensioni austro-russe e di quelle franco-tedesche fecero assumere un peso maggiore all’Italia sia per Triplice, sia per i paesi non alleati che iniziarono ad avvicinarla a sé per sottrarla agli avversari.

Fu grazie a questo stato di cose che il governo riuscì ad ottenere il tacito assenso per la futura espansione coloniale in Libia, e soprattutto ottenne l’accettazione del principio di compensazione territoriale da parte dell’Austria-Ungheria nel caso di un suo ampliamento di controllo sui Balcani.

Non essendo frutto di una vera strategia di politica internazionale, questa situazione però non era destinata a durare a lungo.

 

I PRIMI MUTAMENTI IN AMBITO INTERNAZIONALE:Dal 1890, a causa del passaggio dalla politica di equilibrio e di salvaguardia dello status quo continentale di Bismarck alla politica di potenza di Guglielmo II, si venne a rafforzare da prima l’alleanza franco-russa in funzione anti-tedesca, ed in seguito quella franco-britannica attraverso l’entente cordiale, con la quale le due potenze si riconoscevano tutte le conquiste coloniali e la rispettiva influenza in Marocco e in Egitto. Da questi due accordi nel 1907 nacque la Triplice Intesa, un’alleanza difensiva in funzione anti-tedesca.

In quegli anni l’Italia assunse effettivamente il ruolo di ago della bilancia negli equilibri europei tra le due opposte fazioni, perché sebbene facesse parte della Triplice, quest’ultima fu sempre minata dai contrasti tra il Regno e l’Austria per la questione delle terre irredente e dell’espansionismo asburgico nei Balcani.

 

GLI AZZARDI DELLA POLITICA INTERNAZIONALE ITALIANA – La volontà di sfruttare la situazione internazionale e quella di dimostrare di meritare un ruolo di grande potenza equiparato a quello degli altri paesi portarono l’Italia a fare delle scelte azzardate in ambito coloniale. In poco tempo ciò le causò la perdita della posizione di vantaggio che aveva fortuitamente guadagnato negli anni precedenti, il rispetto e la considerazione in ambito europeo.

La disfatta di Adua del 1896 e la successiva annessione forzata della Libia nel 1912 non provocarono un’aperta opposizione né degli alleati, né di Francia e Gran Bretagna. Nonostante queste ultime non ne condividessero i metodi, temessero per una destabilizzazione dell’area balcanica e l’intervento italiano fosse in aperto contrasto con la politica britannica nel Mediterraneo, la necessità di allontanarla dalla Triplice le portò ad optare per il mantenimento di un atteggiamento di silente contrarietà e aperta condiscendenza.

La politica estera italiana palesò in quelle circostanze tutti i suoi limiti, il suo personalismo e la sua incapacità di creare situazioni favorevoli per sé, si dimostrò in grado solo di sfruttare le circostanze derivate dalla situazione contingente. L’unico motivo che spingeva il governo all’azione era la voglia di guadagnare qualcosa soddisfando le rivendicazioni sulle terre irredente, ricercando la posizione egualitaria e salvaguardando la monarchia sabauda dai i moti repubblicani.

 

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IL NUOVO SISTEMA DI ALLEANZE E LA GRANDE GUERRA – Anche le blande reazioni delle potenze europee però in quel momento trovavano la loro ragion d’essere nel contesto internazionale.

La frattura tra le potenze dell’Intesa e gli Imperi Centrali era sempre più profonda. La crisi marocchina del 1911, la politica coloniale tedesca in contrasto con quella britannica, ed il rafforzamento dell’alleanza tedesca con l’Austria della quale appoggiava le mire sui Balcani ostacolando le ambizioni russe, trasformarono l’Italia in un prezioso alleato.

Non solo, a causare il definitivo collasso della Triplice sopraggiunsero anche gli eventi successivi all’attentato di Sarajevo. L’ultimatum di Germania e Austria inviato alla Serbia e la successiva dichiarazione di guerra non erano stati in alcun modo concordati con l’Italia, in aperta violazione del trattato. Ciò permise al governo italiano di sentirsi libero da ogni obbligo e di poter prendere le distanze da un’alleanza che non rispondeva più in maniera efficace agli obbiettivi della politica estera nazionale. Inoltre, il rifiuto da parte austriaca di compensare l’Italia, in caso di espansioni territoriali nei Balcani, fece definitivamente cadere l’ipotesi di entrare in guerra al fianco delle Potenze Centrali e diede avvio alle trattative con l’Intesa. Solo dieci giorni prima che l’Italia firmasse il Patto di Londra la corona asburgica acconsentì a farle delle concessioni nella speranza di guadagnare almeno la sua neutralità, ma la proposta arrivò tardiva e insoddisfacente. Il 26 aprile 1915 l’Italia entrò a far parte dell’Intesa.

 

I RAPPORTI CON I NUOVI ALLEATI – Il patto prevedeval’ingresso in guerra dell’Italia entro un mese contro tutti i nemici comuni, in cambio, a guerra finita, avrebbe conseguito i confini naturali della penisola, attraverso l’annessione del Trentino, del sud Tirolo fino al confine del Brennero, la Venezia Giulia e l’intera penisola Istriana (esclusa la città di Fiume) una parte della Dalmazia e numerose isole adriatiche.

Tuttavia l’intesa tra gli alleati non fu mai totale. Le distanze venivano aumentate dai diversi obbiettivi con cui i le nazioni affiancate nella lotta agli imperi centrali erano scese in guerra. Per l’Italia contavano molto le questioni irredentiste e di conseguenza la sconfitta del vecchio nemico, l’Austria. Per Inghilterra, Francia e Russia l’avversario da battere era soprattutto l’impero prussiano. Non a caso il Regno d’Italia dichiarò guerra alla Germania solo 15 mesi dopo l’inizio delle ostilità con gli austriaci.

A causa di questa divergenza di vedute i rapporti con gli alleati, anche in questo caso, furono sempre piuttosto tesi.

 

LA FINE DELLA GUERRA E LA POLITICA WILSONIANA:Con la fine del conflitto l’Italia comprese che la sua mancata volontà di partecipare attivamente al conseguimento di un obiettivo comune, le impedì di raggiungere l’agognato status di potenza eguale e il suo rimase sempre un ruolo di attrice non protagonista. Non era stata resa partecipe degli accordi su Costantinopoli e di quelli di Sykes-Picot e il successo dei 14 punti di Wilson la resero in un “alleato dimezzato”. Ilprincipio di nazionalità stabilito dal presidente statunitense, inoltre, confliggeva con agli accordi stipulati a Londra, e riconosceva i confini naturali dell’Italia solo alla metà occidentale dell’Istria. Molte delle richieste di compensazione territoriale fatte dal governo italiano non furono accolte e a tal proposito nel Regno si parlò di“vittoria mutilata”.

 

Marianna Piano

1544.- Perché Fiano e Boldrini se la prendono con il fascismo

 

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Dopo la guerra, né Togliatti né Nenni sentirono l’esigenza di distruggere i simboli fascisti. La Costituzione si limitava, e si limita, a sancire il divieto di ricostituzione del disciolto partito fascista. Punto. E la Legge Scelba, approvata solo negli anni Cinquanta, fu stemperata da una Sentenza della Corte costituzionale (seguita da numerovoli pronunce della Corte di Cassazione) che ne fornì un’impostazione sulla scia del mero dettato costituzionale. Dello stesso tenore la Legge Mancino dei primi anni Novanta.

La neonata Repubblica del 1946, libera e sovrana, non aveva paura dei fantasmi, tant’è che fu consentita la costituzione del Movimento Sociale italiano dopo appena un anno e mezzo dalla fine della guerra. E nessuno impedì all’ MSI, sin dalle elezioni del 1948, di eleggere i propri rappresentanti in Parlamento.
Del resto, personaggi come Ingrao, Scalfari e Napolitano – chi più chi meno – erano stati fascisti.
Così come fascisti sono ancora oggi 3 codici su 4, fascista è l’Enciclopedia Treccani (all’epoca Enciclopedia italiana), fascisti furono D’Annunzio, Ungaretti e Pirandello.
Se oggi personaggi come Laura Boldrini ed Emanuele Fiano vogliono abbattere la simbologia fascista (nel caso della prima) e punire la gestualità o chi propaganda le immagini del Ventennio (il secondo), il motivo è uno solo. La sinistra del secondo Novecento aveva l’obiettivo di tutelare il lavoro e i diritti fondamentali sanciti nella Costituzione. E poteva farlo perché l’Italia era uno Stato sovrano sulla moneta, sull’economia e sulle leggi. Oggi, avendo illegittimamente ceduto la sovranità monetaria ed economica all’antidemocratica sovrastruttura europea, non potendo più difendere lavoro e Costituzione per via di uno scellerato cambio fisso e di una politica monetaria nelle mani di una banca centrale indipendente e senza Stato, alla sinistra è rimasta una sola possibilità: resuscitare i fantasmi del passato per convincere se stessa – da morta – di essere ancora viva. 

Avv. Giuseppe PALMA 

 

1543.- L’Italia ricca si trasforma in italiani poveri

19894816_1491735207551063_2771080713290771910_n       Magdi Cristiano Allam, patriota cristiano.

Stiamo subendo un crimine epocale: l’Italia ricca si sta trasformando in italiani poveri. L’Italia vive la più tragica crisi economica recessiva dalla Seconda guerra mondiale. Gli italiani si impoveriscono sempre più, crescono inesorabilmente i disoccupati, i giovani non hanno accesso al mercato del lavoro e siamo sprofondati agli ultimissimi posti al mondo per tasso di natalità.

La dittatura finanziaria comporta l’uccisione delle micro e piccole imprese per costringerle a farsi fagocitare dalle grandi imprese, negando loro l’accesso al credito necessario per produrre e crescere, finendo per ritrovarsi senza denaro per pagare i debiti nei confronti dello Stato (tasse) e dei privati (fornitori e dipendenti), pur essendo imprese sane, con prodotti d’eccellenza e mercati interessati. Le micro, piccole e medie imprese, che costituiscono il 99% del nostro sistema produttivo, sono paradossalmente condannate a morte non perché debitrici ma perché creditrici in un contesto dove il principale debitore insolvente è lo Stato. La massa monetaria in circolazione, che al 95% è costituito da denaro virtuale creato dalle banche dal nulla a costo zero, si riduce sempre più rallentando il circuito della produzione e del consumo. Si è pervertito il rapporto tra la ricchezza e la moneta. Anziché essere la moneta un semplice strumento che parametra il valore della ricchezza, la quale si sostanzia di beni e di servizi che si posseggono o si producono, la moneta è diventata essa stessa la ricchezza. Quindi si è ricchi solo se si possiede la moneta anche se frutto della speculazione finanziaria in borsa, mentre si può anche morire di fame pur possedendo e producendo beni e servizi reali, ma senza disporre di una quantità di moneta adeguata alle proprie incombenze nei confronti dello Stato, delle banche e dei privati.

Il problema di fondo è la perdita della nostra sovranità monetaria e il crescente indebitamento dello Stato, delle imprese, delle famiglie e delle stesse banche che sono le vere beneficiarie del monopolio dell’emissione della moneta. Il debito totale italiano è di 5.517 miliardi di euro, pari al 340% del Pil, sui quali ogni anno si pagano interessi passivi che ammontano a circa 220 miliardi che equivalgono al 14,6% del Pil. L’eccessivo costo degli interessi sul debito, rappresentando un costo improduttivo per il sistema, sottraggono a questo risorse che potrebbero essere destinate all’economia reale ovvero alla creazione di ricchezza.

La dittatura eurocratica si fonda sia sul monopolio dell’emissione della moneta unica, sia sull’egemonia legislativa. L’euro, l’unica moneta al mondo che non fa riferimento ad uno Stato, è emesso da una società per azioni che si chiama Banca Centrale d’Europa, il cui fine non è l’interesse dei popoli ma dei propri azionisti, che sono le banche rappresentate in seno alle Banche centrali dei Paesi dell’Eurozona (19 su 29 Paesi dell’Unione Europea), che nel caso della Banca Centrale d’Italia è al 94% rappresentata da banche private. L’Unione Europea ha messo al centro del proprio interesse la moneta anziché la persona. La verità è che l’euro ha dimezzato il potere d’acquisto degli italiani sin dalla sua adozione nel gennaio del 2002. L’euro ci ha immesso in un circolo vizioso e suicida che costringe lo Stato a indebitarsi per ripianare gli interessi sul debito, emettendo sul mercato titoli di debito per i quali paga degli interessi. Così facendo aumentano inesorabilmente il debito e gli interessi. L’euro ha creato sacche di povertà crescenti tra la popolazione, fino a far assottigliare il ceto medio. Concependo gli Stati come aziende che devono realizzare il pareggio di bilancio, l’Eurocrazia condanna tutti noi a subire l’austerità economica, così come alimenta i conflitti tra gli Stati e persino l’odio tra i popoli dell’Unione Europea.

Questa Unione Europea non solo ci ha sottratto al 100% la sovranità monetaria, ma ci ha sottratto anche all’80% anche la sovranità legislativa, essendo l’80% delle leggi nazionali la trasposizione di direttive e regolamenti europei. Ebbene queste leggi europee, che nascono in seno alla Commissione Europea che è formato da un esercito di 40 mila burocrati che non sono eletti da nessuno e che non rispondono del proprio operato a nessuno, ci hanno fatto perdere la sovranità alimentare, hanno costretto al fallimento le nostre imprese dopo averle foraggiate di sussidi e messe fuori mercato (ad esempio, le aziende di allevamento di bovini 30 anni fa erano 180 mila e ne sono rimaste 36 mila, con una perdita dell’80%).

La dittatura dello Stato-Mafia è funzionale sia al successo della dittatura eurocratica sia al perpetuamento della dittatura partitocratica. Se vi chiedessi chi potrebbe espropriarci fino al 70-80% dei nostri ricavi e contemporaneamente realizzare alti profitti dalla speculazione sul gioco d’azzardo, sul prezzo della benzina, degli alcolici e delle sigarette, potreste pensare alla criminalità organizzata, invece è lo Stato. In Italia la vera Mafia è lo Stato, che alimenta l’illegalità e la corruzione in seno alla pubblica amministrazione, elimina anche fisicamente i suoi oppositori, consente la presenza di una magistratura che è al di sopra della legge, reprime lo sviluppo condannando a morte le piccole e medie imprese, accresce la povertà della popolazione, favorisce l’inquinamento dell’ambiente, diffonde il degrado urbanistico, riduce la sicurezza dei cittadini, inculca in tutti noi la paura del presente e la sfiducia nei confronti del futuro. Lo Stato-Mafia è ladrone e vessatorio, fagocita 830 miliardi di euro all’anno, oltre la metà del Pil, impone agli italiani il più alto livello di tassazione al mondo, pari al 70-80% tra tasse dirette e indirette, un pizzo impietoso e ingiustificabile considerando che i cittadini-sudditi sono costretti ormai a pagare gran parte dei servizi e che i servizi offerti sono scadenti e inadeguati, istiga impietosamente al suicidio se siamo impossibilitati a pagare, pur di ingrassare un apparato burocratico elefantiaco, oneroso, corrotto ed inefficiente.

La dittatura partitocratica, parte integrante ed essenziale dello Stato-Mafia, pur di salvaguardare i propri privilegi, ha consentito a partire dal novembre 2011 un colpo di stato finanziario ed eurocratico incarnato dall’avvento al potere di Mario Monti e l’allontanamento forzoso di Silvio Berlusconi. La democrazia sostanziale si è ridotta a democrazia formale, dove le istituzioni anziché essere rappresentative e al servizio dei cittadini, si sono trasformate nel principale nemico dei cittadini. La partitocrazia ha tolto agli italiani la sovranità popolare che si esprime nel rapporto fiduciario tra elettore e eletto, ha radicato la sfiducia nelle istituzioni e nello Stato.

La magistratura ideologizzata e politicizzata, con l’unicità delle carriere tra la funzione giudicante e la funzione accusatoria, si è trasformata in un potere forte che opera in modo arbitrario, prevaricando e sostituendosi al potere legislativo, aggredendo e sostituendo con veri e propri colpi di stato giudiziari il potere esecutivo.

Le Forze dell’ordine sono abbandonate a se stesse, privandole delle risorse umane e materiali, della tutela legislativa e giudiziaria necessari per poter adempiere in modo adeguato alla funzione istituzionale di tutelare la vita e i beni dei cittadini, di garantire la sicurezza dello Stato, messi a repentaglio dalla violenza della criminalità e del terrorismo, soprattutto del terrorismo islamico, favoriti dal lassismo e dalla connivenza dello Stato, che si alimentano della crescente crisi valoriale e identitaria, nonché della incontenibile rabbia e frustrazione sociale, specie quella giovanile.

Le Forze armate, abolito il servizio di leva che diffondeva l’amore per la Patria e inculcava il senso del dovere e della responsabilità nei confronti della Nazione, assicurando un esercito di cittadini pronti a difendersi su tutto il territorio nazionale, si sono ridotte a svolgere operazioni di “mantenimento della pace” in aree instabili, come l’Afghanistan, i Balcani e il Libano, mentre si evita in tutti i modi di impegnarsi militarmente anche laddove sarebbe vitale, come in Libia per sconfiggere il terrorismo islamico. La verità è che le nostre Forze armate, che non godono di una sovranità decisionale avendo affidato dal dopoguerra la difesa dell’Italia agli Stati Uniti e alla Nato, che sono stremate dai continui tagli al proprio bilancio, risultano formate da professionisti stipendiati che sono in realtà ai livelli operativi dei precari frustrati, che non hanno né lo spirito né i mezzi per combattere efficacemente la guerra mondiale scatenata dal terrorismo islamico.

1542.- La dittatura eurocratica e del relativismo

 

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La dittatura relativista ci sta spogliando della certezza di chi siamo e ci rende fragili dentro, prossimi a capitolare, negando che esiste la verità e mettendo sullo stesso piano tutte le ideologie, le religioni e i valori, aggredendo la famiglia naturale e disincentivando la natalità degli autoctoni, favorendo l’omosessualismo, l’immigrazionismo, il meticciato culturale, il filo-islamismo, al punto che è lo stesso Occidente a promuovere il suicidio sociale, il declino demografico, l’auto-invasione di clandestini e l’islamizzazione dell’Occidente.

Il relativismo è una dittatura nel momento in cui ci nega l’uso della ragione e il riferimento ai parametri valutativi e critici affinché non si entri nel merito dei contenuti, perché aprioristicamente ci impongono di considerare pari tutto e il contrario di tutto. Il caso più significativo è la litania delle “tre grandi religioni monoteiste, rivelate, abramitiche e del Libro”, promossa anche da parte della Chiesa, che mettendo sullo stesso piano ebraismo, cristianesimo e islam, legittima l’islam a prescindere dall’ideologia di odio, violenza e morte sancita da Allah nel Corano e dai detti e dai fatti di Maometto, e delegittima il cristianesimo.

Sul piano sociale, le leggi europee ispirate al relativismo valoriale stanno scardinando il tessuto sociale incentrato sulla famiglia naturale, promuovendo la “ideologia di genere” fondata sulla equivalenza e la parità di diritti, compreso il diritto al matrimonio e all’adozione di figli, tra coppie connotate dall’orientamento sessuale (eterosessuali, bisessuali, omosessuali, lesbiche, transessuali, asessuali, intersessuali). Ebbene elevando il desiderio e la passione individuale a diritto collettivo inalienabile, disgiunto dalla finalità della procreazione, dalla crescita sana dei figli che necessitano di un padre e di una madre, dalla necessità vitale di perpetuare la società autoctona per salvaguardare la propria civiltà, il relativismo sessuale degenererà ulteriormente nella legittimazione della poligamia, della pedofilia, dell’incesto e della zoerastia.

Quest’Italia e questa Unione Europea, mettendo al centro di tutto la moneta e relativizzando tutto, hanno finito per sprofondare all’ultimo posto al mondo per tasso di natalità, che è dell’1.3% rispetto al 2.1% necessario ad assicurare l’equilibrio della bilancia demografica. Secondo i demografi quando il tasso di natalità cala al di sotto dell’1.9% non è più possibile garantire il perpetuamento della società autoctona e salvaguardare la propria civiltà. Su circa 500 milioni di abitanti dei 29 Paesi membri dell’Unione Europea, solo il 16%, pari a 80 milioni di abitanti, hanno meno di 30 anni. Viceversa su circa 500 milioni di abitanti della sponda orientale e meridionale del Mediterraneo, sommando le popolazioni dei 22 Stati arabofoni più quelle della Turchia e dell’Iran, ben il 70% ha meno di 30 anni, pari a 350 milioni di abitanti. Quando si mettono su un piatto della bilancia 80 milioni di europei, cristiani in crisi d’identità con una consistenza minoranza musulmana, e sull’altro 350 milioni di mediorientali, al 99% musulmani convinti che l’islam è l’unica “vera religione” che deve affermarsi ovunque nel mondo, il risultato indubbio è che gli europei sono destinati ad essere sopraffatti e colonizzati demograficamente dagli islamici. A quel punto i musulmani non avranno più bisogno di farci la guerra o ricorrere al terrorismo. Potranno sottometterci all’islam limitandosi ad osservare le regole formali della nostra democrazia, che premia il soggetto politico più organizzato ed influente, in grado di condizionare e di accaparrare il consenso della maggioranza, senza entrare nel merito dei contenuti delle ideologie e delle religioni, soprattutto dell’islam.

1539.- La dittatura islamica e la dittatura dell’immigrazionismo

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C’è chi preme perché in Italia si adotti la Sharia. Sui motivi, ogni ipotesi è valida, ma non sarà possibile dire “questo Sì” o “questo No”..

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La dittatura dell’immigrazionismo

La dittatura relativista, straordinario neologismo coniato da Benedetto XVI che la definì il “male assoluto” e ne denunciò la presenza anche in seno alla Chiesa, unitamente alla dittatura eurocratica, ci hanno imposto l’ideologia dell’immigrazionismo che ci obbliga a concepire gli immigrati buoni a prescindere, a subire l’invasione di clandestini a dispetto delle disastrose conseguenze sociali, economiche e valoriali. È soprattutto Papa Francesco a promuovere l’immigrazionismo sostenendo una visione globalista che abbatte le frontiere nazionali e legittima la libera migrazione delle masse umane in tutto il mondo, considerato una terra di tutti, dove pertanto chiunque può entrare ed uscire dall’Italia a proprio piacimento. Dopo averci costretto a non usare più il termine “clandestino” , che implica la consumazione di un reato, sostituendolo con il termine neutro di “migrante”, l’Italia prima ha abolito il reato penale di clandestinità, poi è diventata l’unico Stato al mondo che legittima la clandestinità al punto che nel 2014 abbiamo investito 10 milioni di euro al mese solo per le spese delle unità della Marina e dell’Aeronautica che si sono spinte fino al largo delle coste libiche per trasferire nel nostro Paese più di 170 mila clandestini. Nonostante la presenza di 10 milioni di italiani poveri e di 4 milioni di italiani nullatenenti ridotti alla fame, l’Italia accorda a ciascun clandestino 1200 euro al mese per il vitto, l’alloggio, le sigarette e la ricarica telefonica, che aumentano a 1400 euro al mese se è un minorenne. Questa flagrante ingiustizia che evidenzia la discriminazione degli italiani rispetto ai clandestini in Italia, sta inevitabilmente producendo dei conflitti sociali e sta irresponsabilmente diffondendo il germe malefico del razzismo.

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L’obiettivo strategico è di ridurci a semplici strumenti di produzione e consumo della materialità nel contesto di una moltitudine meticcia, sradicando le nostre radici, la fede, l’identità, i valori, le regole e la civiltà. La prospettiva è di realizzare un mondo sottomesso alla dittatura della finanza speculativa globalizzata, con un Nuovo Ordine Mondiale retto da un unico Governo dittatoriale scardinando gli Stati nazionali, le comunità locali, la famiglia naturale, la persona depositaria dei valori assoluti e universali della sacralità della vita, della pari dignità, della libertà di scelta. Oggi stiamo di fatto subendo quanto scrisse nel 1925 il conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi (1894 – 1972), fondatore dell’Unione Paneuropea da cui è nata l’Unione Europea. Nelle pagine 21-23 del suo libro «Praktischer Idealismus» (Idealismo pratico) del 1925, scrisse:

“L’uomo del lontano futuro sarà un meticcio. Le razze e le caste di oggi saranno vittime del crescente superamento di spazio, tempo e pregiudizio. La razza del futuro, negroide-eurasiatica, simile in aspetto a quella dell’Egitto antico, rimpiazzerà la molteplicità dei popoli con una molteplicità di personalità (…)

Nei meticci si uniscono spesso mancanza di carattere, assenza di scrupoli, debolezza di volontà, instabilità, mancanza di rispetto, infedeltà con obiettività, versatilità e agilità mentale, assenza di pregiudizi e ampiezza d’orizzonti”.

La dittatura eurocratica ha inoltre ipotecato la nostra sovranità giudiziaria facendo prevalere le sentenze emesse dalle Corti europee (la Corte di Giustizia dell’Unione Europea con sede a Lussemburgo e la Corte Europea dei Diritti dell’uomo con sede a Strasburgo) sulle sentenze emesse dai tribunali nazionali.

Questa Unione Europea finirà per eliminare del tutto la sovranità nazionale, con la confluenza dell’Italia negli Stati Uniti d’Europa, che altro non saranno che un protettorato tedesco al cui interno l’Italia, al pari di altri Stati, si ridurranno a semplici colonie economiche, le cui spoglie verranno condivise dal grande capitale internazionale, a cui aderiscono cinesi, arabi, russi, indiani.

 

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La dittatura islamica

La dittatura islamica si sviluppa attraverso sia il terrorismo dei taglia-gole, coloro che sgozzano, decapitano e massacrano uccidendoci fisicamente, sia il terrorismo dei taglia-lingue, coloro che ci impongono di non dire e di non fare nulla che possa urtare la loro suscettibilità. Entrambi convergono nell’obiettivo di sottometterci all’islam ottemperando a quanto Allah ha prescritto nel Corano e a quanto ha detto e ha fatto Maometto. Ma divergono e sono concorrenti perché perseguono lo stesso obiettivo con modalità diverse. I primi pensano di accedere al potere tagliando la testa di chi lo occupa. I secondi più astutamente ritengono che per accedere al potere in modo definitivo e irreversibile sia necessario mettere solide radici, che constano di una fitta rete di moschee, scuole coraniche, ambulatori e centri ricreativi, macellerie e alimentari halal, enti assistenziali e finanziari islamici, tribunali sharaitici, centri studi sull’islamofobia e centri di formazione per imam, siti religiosi e di proselitismo. L’Occidente ingenuamente teme i primi e asseconda i secondi, per quanto il nemico maggiore siano proprio i terroristi taglia-lingue, coloro che dall’interno di casa nostra camuffandosi all’occorrenza all’insegna del precetto della dissimulazione sancito dal Corano, sono convinti, come disse un alto dignitario islamico turco nel corso di un incontro di dialogo interreligioso, che “grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo, grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo”.

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1538.- “Insieme ce la faremo”. Aprire le menti e salvare gli italiani

Dal Programma dell’Associazione “Amici di Magdi Cristiano Allam”. 

Maometto e il suo Allah

L’islam ci fa paura. Perché l’islam è violento. Perché l’islam ci sta conquistando. Perché non conosciamo l’islam.
L’islam è il Corano e Maometto. Il Corano è ciò che Maometto dice che Allah gli avrebbe rivelato. L’islam si riduce a Maometto. Noi tutti, compresi gli stessi musulmani, sappiamo poco o nulla di Maometto.
Magdi Cristiano Allam ci racconta chi è stato veramente Maometto, con le stesse parole dette da Maometto.
Se vogliamo vincere la paura leggiamo «Maometto e il suo Allah», il nuovo libro di Magdi Cristiano Allam pubblicato da MCA Comunicazione.

Potete averlo con la dedica personalizzata e la firma autografa dell’autore.

 

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Di fronte a questa crisi epocale che minaccia l’esistenza stessa dell’Italia come Stato, dei Comuni come ambito territoriale primario, delle piccole e medie imprese come fulcro del sistema produttivo, della famiglia natura come fondamento della costruzione sociale, degli italiani come persone depositarie dei valori inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà, l’Associazione “Amici di Magdi Cristiano Allam” si assume la responsabilità storica di aprire le menti e fortificare gli animi degli italiani, per passare dalla denuncia alla proposta, diffondendo informazione corretta e costituendo “Gruppi di Amici” dediti alla formazione sull’insieme delle tematiche che spaziano dalla moneta ai valori.

Questi “Gruppi di Amici” rappresentano la base popolare per promuovere il nostro riscatto su tutto il territorio nazionale e in seno alle comunità italiane all’estero, dando vita al movimento “Insieme ce la faremo” di mobilitazione e di azione, che ci consenta di passare dalle parole ai fatti, per salvare gli italiani e far rinascere l’Italia, ispirandosi al movimento di disobbedienza civile del Mahatma Ghandi e di Martin Luther King. L’obiettivo è di provocare un terremoto politico promuovendo una protesta in tutti i comuni d’Italia e far scandire all’unisono la denuncia e la proposta, “Basta tasse”, “Tassa unica al 20%”, “No euro”, “Sovranità monetaria”, “Basta debiti”, “Condono di giustizia”, “Basta clandestini”, “Prima gli italiani”, “Stop alle moschee”, “Difendiamo la nostra civiltà”.

Nella consapevolezza che oggi sussiste una straordinaria e urgente opportunità di riunire gli italiani che pagano sulla propria pelle la chiusura delle imprese, la perdita del lavoro, la diffusione della povertà, lo scollamento della famiglia, il crollo della natalità, l’assenza di un futuro per i nostri giovani che vengono costretti a emigrare; che sono delusi e disorientati dal fallimento della partitocrazia, dallo strapotere della magistratura e dal venir meno della giustizia; che hanno una paura crescente per la diffusione della criminalità e l’inadeguatezza delle forze dell’ordine a cui vengono sottratte risorse umane e materiali; che si sentono angosciati e sopraffatti dall’invasione di clandestini e dai privilegi accordati agli immigrati; che si sentono disarmati e impotenti di fronte alla guerra del terrorismo islamico e dall’islamizzazione dell’Italia che si perpetra attraverso uno “Stato islamico” in nuce all’interno del nostro stato di diritto, il movimento “Insieme ce la faremo” promuove una mobilitazione popolare all’altezza della sfida epocale, per aggregare il consenso degli italiani perbene, di buon senso, moderati, pragmatici, liberi e orgogliosi.

“Insieme ce la faremo” si propone di creare il fronte gli italiani che producono e lavorano, che rappresentano le comunità locali, che creano nuove tecnologie e capolavori artistici, che difendono la popolazione e le frontiere, ovvero gli imprenditori, i lavoratori, i sindaci e gli amministratori locali, i ricercatori, gli scienziati e gli artisti, i poliziotti e i militari. “Insieme ce la faremo” è favorevole a collaborare per il successo della comune missione con tutti i soggetti politici che condividono i tre punti qualificanti del progetto di salvezza degli italiani e rinascita dell’Italia che si ispira a un principio fondamentale:

Salviamo i tanti piccoli che fanno grande l’Italia, perché la realtà storica, sociale e imprenditoriale conferma che in Italia piccolo è bello, buono e di successo. Quindi salviamo i piccoli imprenditori, i piccoli comuni, la famiglia naturale, i valori tradizionali, il patrimonio ambientale e culturale. E’ la scelta del localismo che consentirà all’Italia di poter riemergere nel globalismo senz’anima, sottomesso agli interessi materiali dei poteri imprenditoriali e finanziari forti.

1) Riforma dello sviluppo: sovranità monetaria; condono dei debiti dei cittadini nei confronti dello Stato e delle banche; rilancio economico finanziando con denaro pubblico tre grandi progetti: la messa in sicurezza del territorio nazionale, l’autonomia alimentare e l’autonomia energetica; abbattere drasticamente i costi dello Stato; tassa unica al 20%; rendere gli imprenditori i protagonisti dello sviluppo

Il nostro obiettivo primario è il riscatto della sovranità monetaria, alimentare, energetica, legislativa, giudiziaria, popolare, istituzionale e nazionale, sul piano della difesa e della sicurezza, sottratta o violata dall’Unione Europea, dalla Banca Centrale Europea, dal Fondo Monetario Internazionale, dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, dalla partitocrazia e dall’oligarchia della Pubblica amministrazione, dalla Nato e dagli Stati Uniti. Concretamente significa innanzitutto uscire dall’euro e affrancarci dalla dittatura dell’Unione Europea dei banchieri e dei burocrati.

Noi crediamo che il rilancio dell’economia nazionale possa e debba realizzarsi mettendo gli imprenditori, specie i micro, piccoli e medi imprenditori che sono il fulcro del nostro sistema produttivo, nella condizione ottimale per assumersi il ruolo di protagonisti dello sviluppo in un contesto dove il ruolo dello Stato e delle istituzioni sarà di definire e far rispettare le regole che garantiscono l’interesse nazionale e perseguono il bene comune. A tale fine si deve abbattere drasticamente il costo dello Stato eliminando le istituzioni superflue, quali il Senato, le Province e le Regioni, gli enti fallimentari quali municipalizzate, parificate e ovunque lo Stato sia presente nei panni dell’imprenditore, per assicurare una sana gestione e consentire il drastico abbattimento delle tasse fino a ridursi a una tassa unica del 20% da corrispondere direttamente al Comune.

Serve un nuovo modello di sviluppo che valorizzi i tre grandi patrimoni di cui disponiamo, il patrimonio ambientale, il patrimonio culturale e il patrimonio umano, individuando tre direttrici principali, le tre “T”: Turismo, Terra e Tecnologia.

La messa in sicurezza del territorio nazionale per salvaguardare il patrimonio ambientale, culturale e urbanistico; il riciclaggio al 100% dei rifiuti urbani e industriali quale pilastro dell’autonomia energetica, liberandoci dalla schiavitù del petrolio e del gas; la bonifica delle falde acquifere, delle acque marittime, fluviali e lacustri, del territorio e dell’ambiente nazionale inquinati, ponendo immediatamente fine a tutte le cause dell’inquinamento, comprese le discariche, le perforazioni e la raffinazione degli idrocarburi; il rilancio della produzione agricola, zootecnica ed ittica per conseguire l’autonomia alimentare a livello nazionale, la costruzione di insediamenti urbani energeticamente autosufficienti e con criteri anti-sismici, la riqualificazione degli edifici dismessi e la messa a norma degli edifici obsoleti, costituiscono i grandi progetti per rilanciare lo sviluppo con un adeguato finanziamento statale per creare lavoro a decine di migliaia di aziende italiane che producono, investono e pagano le tasse in Italia, a dare lavoro a centinaia di migliaia di lavoratori italiani che vanno favoriti rispetto agli stranieri, affermando il principio che il lavoro è un dovere prima ancora di essere un diritto.

2) Riforma dello Stato: Federalismo dei Comuni autonomi e Repubblica presidenziale

Prendendo atto che la realtà storica dell’Italia evidenzia che da sempre sono i piccoli che fanno grande l’Italia, sia che si tratti di imprenditori o di Comuni, e scegliendo una filosofia di vita che mette al centro la qualità della vita della persona e non la quantità delle risorse accumulate dallo Stato sfruttando i cittadini ridotti a strumenti di produzione e consumo, noi consideriamo che i Comuni debbano diventare il fulcro della riforma dello Stato, rapportandosi direttamente con uno Stato più autorevole, efficiente e solidale grazie al sistema istituzionale della Repubblica presidenziale dove il capo dello Stato, al pari dei sindaci, ha il potere esecutivo del governo del Paese, è eletto direttamente dai cittadini con il voto di preferenza, ha il vincolo di mandato, la responsabilità civile e penale per gli atti commessi nel corso del suo mandato. I Comuni devono avere autonomia amministrativa e finanziaria, decidendo autonomamente l’amministrazione della comunità locale e lo sviluppo del proprio territorio, percependo direttamente le tasse di cui una quota viene devoluta allo Stato per quei compiti che sono di sua esclusiva pertinenza, quali la Difesa, la Sicurezza e la Politica Estera.

3) Riforma della società: più figli italiani per salvaguardare la nostra civiltà sia dal colonialismo economico cinese sia dall’invasione degli immigrati e dalla sottomissione all’islam

È prioritario porre un argine al suicidio-omicidio demografico che ha fatto precipitare l’Europa, in particolar modo l’Italia, agli ultimi posti al mondo per tasso di natalità. È più che mai vitale promuovere la natalità tra gli italiani, sostenendo la famiglia naturale e incentivando la maternità, riconoscendo la valenza economica del lavoro domestico e corrispondendo un adeguato compenso alle donne che scelgono di dedicarsi a tempo pieno o parziale ai figli, alla famiglia e alla casa; favorendo la cultura della sacralità della vita dalla nascita, all’intero corso dell’esistenza fino alla morte naturale, contrastando l’aborto, l’eugenetica, l’eutanasia, valorizzando e aiutando i disabili e gli anziani.

Una scelta storica per salvaguardare la nostra civiltà

Noi italiani ci troviamo di fronte a un bivio che c’impone una scelta storica: o ci rassegniamo alla strategia criminale che sta trasformando l’Italia ricca in italiani poveri, accettando la perdita totale della nostra sovranità per confluire negli Stati Uniti d’Europa e in prospettiva essere sottomessi al Governo mondiale dei poteri imprenditoriali e finanziari forti, oppure promuoviamo il riscatto della nostra sovranità monetaria, legislativa, giudiziaria e nazionale affrancandoci sia da questa Unione Europea assoggettata a banchieri e burocrati sia da questa globalizzazione appiattita sulla sola dimensione materiale della modernità.

“Insieme ce la faremo” è l’appello alla mobilitazione nazionale per riscattare i nostri diritti inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà, chiarendo che per noi la persona, la famiglia naturale, la comunità locale, i valori non negoziabili, le regole fondanti della civile convivenza e il bene comune vengono prima della moneta, delle banche, dei mercati, del profitto, del debito e del Pil. Su un piano più generale noi scegliamo la qualità della vita che soddisfa intimamente consentendo ciascuno di noi di sentirsi pienamente realizzato a casa propria e in seno ai propri cari, rispetto alla vita parametrata dalla quantità di beni e servizi che si producono a prescindere dall’impatto sul vissuto e nella quotidianità delle persone.

 

1525.- DALLA PROCURA DI MILANO: CONSIGLIERE DEL MINISTERO DELL’ECONOMIA HA VENDUTO SEGRETI A ERNST & YOUNG PER 220MILA EURO”

Il gruppo della consulenza accusato di corruzione. Sarebbe stata Susanna Masi a vendere informazioni sulle modifiche della normativa fiscale ancora in discussione, permettendo così al gruppo di “poter offrire ai grossi clienti” e alle banche in particolare “servizi di ottimizzazione fiscale già parametrati sulle norme in divenire”. Da parte sua Masi si sarebbe “resa disponibile a proporre modifiche” a vantaggio della società e dei suoi clienti “alla normativa fiscale interna in corso di predisposizione, nella materia di transazioni finanziarie nella quale era direttamente coinvolta quale membro della segreteria tecnica del ministero”. Secondo le mail citate dalla Procura, che risalgono al 30 maggio 2013, e le intercettazioni del 28 marzo 2014, Masi “avrebbe comunicato a Ernst & Young notizie riservate, ottenute per ragioni d’ufficio e che dovevano restare segrete, relative alla proposta di introduzione di una tassa europea sulle transazioni finanziarie” e “”discusse tra i rappresentanti degli 11 Statipartecipanti ai lavori della cooperazione internazionale“.

ministero-economia675Vendeva informazioni sulle novità fiscali in arrivo dal governo a Ernst & Young, suo ex datore di lavoro, che per questo le ha versato almeno 220mila euro. Un senior partner del gruppo della consulenza è accusato dalla Procura di Milano di aver corrotto Susanna Masi, consigliera del ministero dell’Economia entrata a fine 2012 (governo Monti) nella segreteria tecnica del sottosegretario Vieri Ceriani, e poi divenuta consigliera in materia fiscale di Fabrizio Saccomanni, quindi del governo Letta nel 2013, e di Pier Carlo Padoan (governo Renzi e Gentiloni). 

 

MILANO – La notizia di questa inchiesta di corruzione letteralmente “esplosiva” che potrebbe arrivare a coinvolgere tutti i governi italiani dal 2012 ad oggi, apre il Corriere della Sera in edicola e promette di avere sviluppi ancor più clamorosi.

I fatti accertati dai magistrati della Procura della Repubblica di Milano, su imput dell’allora procuratore Robledo, sono gravissimi: dal 2013 a gennaio 2015 i contenuti riservati e coperti da segreto delle discussioni sulle delicatisime normative fiscali in seno al governo e al Consiglio dei ministri sono state, in cambio di un compenso di almeno 220.000 euro, rivelati “in diretta” al colosso della consulenza legale tributaria Ernst & Young da una ex professionista di questa società, Susanna Masi, improvvidamente fatta entrare a fine 2012 dal governo Monti e presumibilmente da Mario Monti in persona, dato che era anche ministro dell’Economia ad interim, nella segreteria tecnica del sottosegretario all’Economia Vieri Ceriani, e poi divenuta consigliere in materia fiscale sia nel governo Letta del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, sia nel governo Renzi dell’attuale ministro Pier Carlo Padoan, per di più venendo nominata, nel giugno 2015, anche tra i cinque consiglieri di amministrazione del cda di Equitalia

E’ un’inchiesta sulla quale sta ilavorando alacremente la procura di Milano, secondo quanto riporta il “Corriere della Sera”. Sulla scorta di mail sequestrate e di telefonate intercettate – spiega il quotidiano milanese – a conclusione degli accertamenti i pm milanesi Paolo Filippini e Giovanni Polizzi, titolari delle indagini, ritengono quindi di accusare il ramo italiano di Ernst & Young  come societa’, e il suo senior partner e rappresentante italiano Marco Ragusa, di “corruzione” della consigliere ministeriale Susanna Masi, alla quale contestano anche l’ipotesi di “rivelazione di segreto d’ufficio” e il reato di “false attestazioni sulle qualita’ personali” per non aver dichiarato il proprio conflitto di interessi, cosa ovviamente grottesca, visto che Susanna Masi proveniva proprio da Ernst & Young e quindi è impensabile che la società non sapesse nulla di lei, indipendentemente dal fatto che la medesima l’avesse o meno detto.

Ma questa inchiesta getta un’ombra sinistra che arriva fino a Matteo Renzi e al suo ministro Lotti. Infatti, rileggere oggi alla luce di questa inchiesta il seguente articolo del Fatto Quotidiano pubblicato il 26 giugno 2017, mette i brividi:

“Il bando della Consip per i servizi di advisory strategico e consulenza legale, messi a gara nel marzo 2016, ha violato “i limiti di concorrenza, ragionevolezza e proporzionalità”. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato secondo cui la centrale acquisti della pubblica amministrazione ha fissato requisiti economici di ingresso così elevati da restringere “la platea dei concorrenti a un numero limitatissimo” con “effetto di sbarramento del mercato”. E ha accorpato in un “macrolotto di ben 23 milioni di euro” servizi che avrebbero dovuto essere frazionati. Consip è stata condannata anche al pagamento delle spese legali. A difenderla in giudizio era Alberto Bianchi, il presidente della Fondazione Open, cassaforte di Matteo Renzi. Le consulenze a lui affidate dalla società pubblica, per un valore di 290mila euro dal 2012 a oggi, sono già finite nel mirino della Corte dei Conti. La causa contro Consip, già al centro come è noto di un’inchiesta che vede indagato anche il ministro Luca Lotti e il cui cda è dimissionario, è nata dal ricorso di un avvocato specializzato in diritto civile e dei contratti pubblici, Filippo Calcioli, che ha impugnato il bando. Al Tar del Lazio non l’ha spuntata: i giudici di primo grado hanno ritenuto che non avesse titolo per fare ricorso perché non aveva partecipato alla gara. Il Consiglio di Stato invece non ha ritenuto valida questa motivazione e, anzi, ha stabilito che il bando stesso “genera una lesione” per chi vorrebbe partecipare alla gara “ma non può farlo a causa della barriere all’ingresso. E gli ha dato ragione. La sentenza, spiega il suo legale Gianluigi Pellegrino,, ha l’effetto di annullare il maxi-bando ed “è una decisa bocciatura dell’operato di Consip riguardo al rispetto della concorrenza”.  Il bando richiedeva un fatturato globale non inferiore a 20 milioni di euro, un fatturato specifico in ambito procurement non sotto i 3 milioni e un fatturato per servizi legali nel diritto amministrativo non inferiore ai 2 milioni di euro. Un livello “patentemente eccessivo“, sottolineano i giudici. Non a caso hanno risposto al bando “solo tre raggruppamenti concorrenti, cui partecipano ditte preminenti – anche per associazioni e integrazioni a livelli mondiali – nei settori delle valutazioni contabili, della fiscalità, delle transazioni commerciali, della consulenza gestionale strategica”. Non solo. Le prestazioni messe a gara riguardano “attività professionali e imprenditoriali contenutisticamente diverse fra loro, eterogenee e reciprocamente autonome”. Consip, anziché dividere il bando in più lotti in funzione delle diverse tipologie, ha accorpato tutto in una gara unica da 23 milioni di euro “in danno dei principi della concorrenza”. A vincere era stato il raggruppamento costituito da Ernst&Young, Value Partners Management Consulting e P&I Studio Guccioni e associati”.

Questa inchiesta è destinata a sviluppi davvero clamorosi.

Redazione Milano

INCHIESTA-BOMBA DELLA PROCURA DI MILANO: ALTO FUNZIONARIO DEL MINISTERO DELL'ECONOMIA HA VENDUTO SEGRETI A ERNST & YOUNG

1509.- Paolo Borsellino, l’ultima intervista due mesi prima di morire

A 25 anni dall’attentato di Via D’Amelio, la trascrizione del colloquio tra il magistrato antimafia e due giornalisti francesi di Canal+

Il 21 maggio del 1992 raccontava i rapporti tra l’entourage di Silvio Berlusconi e Cosa Nostra. Due anni dopo l’Espresso ne pubblicava la trascrizione.

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Gli imputati del maxiprocesso erano circa 800: furono rinviati a giudizio 475». Scelta l’inquadratura – Paolo Borsellino è seduto dietro la sua scrivania – Jeanne Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi cominciano l’intervista domandado al giudice i dati sul maxiprocesso di Palermo del febbraio ’86. Il giudice ricorda con orgoglio di aver redatto, nell’estate dell’85, la monumentale sentenza del rinvio a giudizio.

Subito dopo, i due giomalisti chiedono notizie su uno di quei 475, Vittorio Mangano. E’ solo la prima delle tante domande sul mafioso che lavorava ad Arcore: passo dopo passo, Borsellino – che con Giovanni Falcone rappresentava un monumentale archivio di dati sulle cosche mafiose- ricostruisce il profilo del mafioso. Racconta dei suoi legami, delle commissioni e delle sue telefonate intercettate dagli inquirenti in cui si parla di “cavalli”. Come la telefonata di Mangano all’attuale presidente di Publitalia, Marcello Dell’Utri [dal rapporto Criminalpol n. 0500/C.A.S del 13 aprile 1981 che portò al blitz di San Valentino contro Cosa Nostra, ndr].

E ancora: domande sui finanzieri Filippo Alberto Rapisarda e Francesco Paolo Alamia, uomini a Milano di Vito Ciancimino. Infine sullo strano triangolo Mangano, Berlusconi, Dell’Utri.

Mentre di Mangano il giudice parla per conoscenza diretta, in questi casi prima di rispondere avverte sempre: «Come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose cli cui non sono certo… qualsiasi cosa che dicessi sarebbe azzardata o non corrispondente a verità».

Ma poi aggiunge particolari sconosciuti: «…Ci sono addirittura delle indagini ancora in corso… Non sono io il magistrato che se ne occupa…». A quali indagini si riferisce Borsellino? E se dopo quasi due anni non se n’è saputo nulla è perché i magistrati non hanno trovato prove sufficienti?

Quel pomeriggio di maggio di due anni fa, Paolo Borsellino non nasconde la sua amarezza per come certi giudici e certe sentenze della Corte di Cassazione hanno trottato le dichiarazioni di pentiti come Antonino Calderone ( «…a Catania poi li hanno prosciolti tutti… quella della Cassazione è una sentenza dirompente che ha disconosciuto l’unitarietà dell’organizzazione criminale di Cosa Nostra…» ), ma soprattutto, grazie alle sue esperienze di magistrato e come profondo conoscitore delle strategie di Cosa Nostra, l’unico al quale Falcone confidava tutto, Borsellino offre una chiave di lettura preziosa della Mangano connection che sembra coincidere con le più le più recenti dichiarazioni dei pentiti.

Quella che segue è la trascrizione letterale (comprese tutte le ripetizioni e le eventuali incertezze lessicali tipiche del discorso diretto) di alcuni capitoli della lunga intervista filmata, quasi cinquanta minuti di registrazione.

ALLA CORTE DI ARCORE
Tra queste centinaia di imputati ce n’è uno che ci interessa: tale Vittorio Mangano, lei l’ha conosciuto?
«Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso, e precisamente negli anni fra il ’75 e 1’80. Ricordo di avere istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane e che presentavano una caratteristica particolare. Ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con una testa di cane mozzata. L’indagine fu particolarmente fortunata perché – attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice – si riuscì rapidamente a individuare chi li aveva acquistati. Attraverso un’ispezione fatta in un giardino di una salumeria che risultava aver acquistato questi cartoni, in giardino ci scoprimmo sepolti i cani con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere – ora i miei ricordi si sono un po’ affievoliti – di questa famiglia, che era stata l’autrice dell’estorsione. Fu processato, non mi ricordo quale sia stato l’esito del procedimento, però fu questo il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano. Poi l’ho ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore appartenente a Cosa Nostra».

Uomo d’onore di che famiglia?
«L’uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia alla quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accerta che Vittorio Mangano – ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io, e risultava altresì dal cosiddetto “procedimento Spatola” [il boss Rosario Spatola, potente imprenditore edile, ndr] che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso – che Mangano risiedeva abitualmente a Milano città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di droga che conducevano alle famiglie palermitane».
E questo Vittorio Mangano faceva traffico di droga a Milano?
«Il Mangano, di droga … [Borsellino comincia a rispondere, poi si corregge, ndr], Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta 1’arrivo di una partita d’eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come “magliette” o “cavalli”. Il Mangano è stato poi sottomesso al processo dibattimentale ed è stato condannato per questo traffico cli droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa – beh, sì per associazione semplice – riporta in primo grado una pena di 13 anni e 4 mesi di reclusione più 700 milioni di multa… La sentenza di Corte d’Appello confermò questa decisione di primo grado… ».

Quando ha visto per la prima volta Mangano?
«La prima volta che l’ho visto anche fisicamente? Fra il ’70 e il ’75».

Per interrogarlo?
«Sì, per interrogarlo».

E dopo è stato arrestato?
«Fu arrestato fra il ’70 e il ’75. Fisicamente non ricordo il momento in cui l’ho visto nel corso del maxiprocesso, non ricordo neanche di averlo interrogato personalmente. Si tratta di ricordi che cominciano a essere un po’ sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati quasi 10 anni».

Dove è stato arrestato, a Milano o a Palermo?
«A Palermo la prima volta [è la risposta di Borsellino; ai giornalisti interessa capire in quale periodo il mafioso vivesse ad Arcore, ndr]».

Quando, in che epoca?
«Fra il ’75 e 1’80, probabilmente fra il’75 e l’80».

Ma lui viveva già a Milano?
«Sicuramente era dimorante a Milano anche se risulta che lui stesso afferma di spostarsi frequentemente tra Milano e Palermo».

E si sa cosa faceva a Milano?
«A Milano credo che lui dichiarò di gestire un’agenzia ippica o qualcosa del genere. Comunque che avesse questa passione dei cavalli risulta effettivamente la verità perché anche nel processo, quello delle estorsioni cli cui ho parlato, non ricordo a che proposito venivano fuori i cavalli. Effettivamente dei cavalli, non “cavalli” per mascherare il traffico cli stupefacenti».

Ho capito. E a Milano non ha altre indicazioni sulla sua vita, su cosa faceva?
«Guardi: se avessi la possibilità di consultare gli atti del procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero… ».

Ma lui comunque era già uomo d’onore negli anni Settanta?
«…Buscetta lo conobbe già come uomo d’onore in un periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo antecedente gli anni Ottanta, ritengo che Buscetta si riferisca proprio al periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa cli quell’estorsione nel processo dei cani con la testa mozzata… Mangano negò in un primo momento che ci fosse stata questa possibilità d’incontro… ma tutti e due erano detenuti all’Ucciardone qualche anno prima o dopo il ’77».

Volete dire che era prima o dopo che Mangano aveva cominciato a lavorare da Berlusconi? Non abbiamo la prova…
«Posso dire che sia Buscetta che Contorno non forniscono altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe stato fatto uomo d’onore. Contorno tuttavia – dopo aver affermato in un primo tempo, di non conoscerlo – precisò successivamente di essersi ricordato, avendo visto una fotografia di questa persona, una presentazione avvenuta in un fondo di proprietà di Stefano Bontade [uno dei capi dei corleonesi, ndr]».

Mangano conosceva Bontade?
«Questo ritengo che risulti anche nella dichiarnzione di Antonino Calderone [Borsellino poi indica un altro pentito ora morto, Stefano Calzetta, che avrebbe paranto a lungo dei rapporti tra Mangano e una delle  famiglie di corso dei Mille, gli Zanca, ndr]… ».

Un inquirente ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava a casa di Berlusconi c’è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però di un invitato [Luigi D’Angerlo, ndr] che usciva dalla casa di Berlusconi.
«Non sono a conoscenza di questo episodio».

Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un’avanguardia?
«Sì, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti,  le “teste di ponte” dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno tra quelli individuati. Un altro personaggio che risiedeva a Milano, era uno dei Bono, [altri mafiosi coinvolti nell’inchiesta cli San Valentino, ndr] credo Alfredo Bono che nonostante fosse capo della famiglia della Bolognetta, un paese vicino a Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso in realtà Mangano non appare come uno degli imputati principali, non c’è dubbio comunque che… è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone [nel ’76 Calderone è ospite di Michele Greco quando arrivano Mangano e Rosario Riccobono per informare Greco di aver eliminato i responsabili di un sequestro di persona avvenuto, contro le regole della mafia, in Sicilia, ndr] lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all’interno dell’organizzazione mafiosa».

Dunque Mangano era uno che poi torturava anche?
«Sì, secondo le dichiarazioni di Calderone».

AL TELEFONO CON MARCELLO

Dunque quando Mangano parla di “cavalli” intendeva droga?
«Diceva “cavalli” e diceva “magliette”, talvolta».

Perché se ricordo bene c’è nella San Valentino un’intcrcettazione tra lui e Marcello Dell’Utri, in cui si parla di cavalli (dal rapporto Criminalpol: “Mangano parla con tale dott. Dell’Utri e dopo averlo salutato cordialmente gli chiede di Tony Tarantino. L’interlocutore risponde affermativamente… il Mangano riferisce allora a Dell’Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche “Il cavallo” che fa per lui. Dell’Utri risponde che per il cavallo occorrono “piccioli” e lui non ne ha. Mangano gli dice di farseli dare dal suo amico “Silvio”. Dell’Utri risponde che quello li non “surra”[non c’entra, ndr]”).
«Sì, comunque non è la prima volta che viene utilizzata, probabilmente non si tratta della stessa intercettazione. Se mi consente di consultare [Borsellino guarda le sue carte, ndr]. No, questa intercettazione è tra Mangano e uno della famiglia degli Inzerillo… Tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta in dibattimento, tant’è che Mangano fu condannato».

E Dell’Utri non c’entra in questa storia?
«Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano».

A Palermo?
«Sì. Credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari».

Dell’Utri. Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri? [Marcello e Alberto sono fratelli gemelli, Alberto è stato in carcere per il fallimento della Venchi Unica, oggi tutti e due sono dirigenti Fininvest, ndr].
«Non ne conosco i particolari. Potrei consultare avendo preso qualche appunto [Borsellino guarda le carte, ndr.], cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi».

I fratelli?
«Sì».

Quelli della Publitalia, insomma?
«Sì».

E tornando a Mangano, le connessioni tra Mangano e Dell’Utri?
«Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei rivelare nulla».

Sì, ma quella conversazione con Dell’Utri poteva trattarsi di cavalli?
«La conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo [Borsellino sorride, ndr.]. Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l’albergo».

In un albergo. Dove?
«Oddio i ricordi! Probabilmente si tratta del Pinza [l’albergo di Antonio Virgilio, ndr] di Milano».

Ah, oltretutto.
«Sì».

SICILIANI A MILANO

C’è una cosa che vorrei sapere. Secondo lei come si sono conosciuti Mangano e Dell’Utri?
«Non mi dovete fare queste domande su Dell’Utri perché siccome non mi sono interessato io personalmente, so appena… dal punto di vista, diciamo, della mia professione, ne so pochissimo, conseguentemente quello che so io è quello che può risultare dai giornali, non è comunque una conoscenza professionale e sul punto non ho altri ricordi».

Sono di Palermo tutti e due…
«Non è una considerazione che induce alcuna conclusione… a Palermo gli uomini d’onore sfioravano le 2000 persone, secondo quanto ci racconta Calderone, quindi il fatto che fossero di Palermo tutti e due, non è detto che si conoscessero».

C’è un socio di Dell’Utri tale Filippo Rapisarda [i due hanno lavorato insieme; la telefonata intercettata di Dell’Utri e Mangano partiva da un’utenza di via Chlaravalle 7, a Milano, palazzo di Rapisarda, ndr] che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade [i giornalisti si riferiscono a Gaetano Cinà che lo stesso Rapisarda ha ammesso di aver conosciuto con Il boss del corleonesi, Bontade, ndr].
«Beh, considerando che Mangano apparteneva alla famiglia cli Pippo Calò… Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano le più numerose – almeno 2000 uomini d’onore con famiglie numerosissime – la famiglia cli Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno 200. E si trattava comunque di famiglie appartenenti a un’unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera… So dell’esistenza di Rapisarda ma non me ne sono mai occupato personalmente…».

A Palermo c’è un giudice che se n’è occupato?
«Credo che attualmente se ne occupi…, ci sarebbe un’inchiesta aperta anche nei suoi confronti…».

A quanto pare Rapisarda e Dell’Utri erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia [Francesco Paolo Alamia, presidente dell’immobilare Inim e della Sofim, sede di Milano, ancora in via Chiaravalle 7, ndr].
«Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto sempre, di indagini di cui non mi sono occupato personalmente».

I SOLDI DI COSA NOSTRA

Si è detto che Mangano ha lavorato per Berlusconi.
«Non le saprei dire in proposito. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura… so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda – che la ricordi o non la ricordi -, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla».

Ma c’è un’inchiesta ancora aperta?
«So che c’è un’inchiesta ancora aperta».

Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?
«Su Mangano credo proprio di sì, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia. concernenti anche Mangano».

Concernenti cosa?
«Questa parte dovrebbe essere richiesta… quindi non so se sono cose che si possono dire in questo momento».

Come uomo, non più come giudice, come giudica la fusione che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconi e Dell’Utri e uomini d’onore di Cosa Nostra? Cioè Cosa Nostra s’interessa all’industria, o com’è?
«A prescindere da ogni riferimento personale, perché ripeto dei riferimenti a questi nominativi che lei fa io non ho personalmente elementi da poter esprimere, ma considerando la faccenda nelle sue posizioni generali: allorché l’organizzazione mafiosa, la quale sino agli inizi degli anni Settanta aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili. All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso».

Dunque lei dice che è normale che Cosa Nostra s’interessi a Berlusconi?
«E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente questa esigenza, questa necessità per la quale l’organizzazione criminale a un certo punto della sua storia si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali e quindi non meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali».

E uno come Mangano può essere l’elemento di connessione tra questi mondi?
«Ma guardi, Mangano era una persona che già in epoca ormai diciamo databile abbondantemente da due decadi, era una persona che già operava a Milano, era inserita in qualche modo in un’attività commerciale. E’ chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone di Cosa Nostra, in grado di gestire questi rapporti».

Però lui si occupava anche di traffico di droga, l’abbiamo visto anche In sequestri di persona…
«Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni – siamo probabilmente alla fine degli anni ‘60 e agli inizi degli anni ‘70 – appaiono a Milano, e fra questi non dimentichiamo c’è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali, che poi investirono negli stupefacenti, anche con il sequestro di persona».

A questo punto Paolo Borsellino consegna dopo qualche esitazione ai giornalisti 12 fogli, le carte che ha consultato durante l’intervista: «Alcuni sono sicuramente ostensibili perché fanno parte del maxiprocesso, ormai è conosciuto, è pubblico, altri non lo so …» . Non sono documenti processuali segreti ma la stampa dei rapporti contenuti nella memoria del computer del pool antimafia di Palermo, in cui compaiono i nomi delle persone citate nell’intervista: Mangano, Dell’Utri, Rapisarda Berlusconi, Alamia.

E questa inchiesto quando finirà?
«Entro ottobre di quest’anno…».

Quando è chiusa, questi atti diventano pubblici?
«Certamente …».

Perché cl servono per un’inchiesta che stiamo cominciando sui rapporti tra la grossa industria…
«Passerà del tempo prima che … », sono le ultime parole di Paolo Borsellino. Palermo, 21 maggio, 1992.

1508.- LA COMMISSIONE “CASINI” E LE BANCHE VENETE

 Qui, di illegale e, anche, incostituzionale, c’è proprio il bail-in.Schermata 2017-11-09 alle 22.03.00.png

da Massimo Giacon

Articolo molto chiaro di un nostro concittadino, che mestamente condivido
con voi……..

Francesco Carraro scrive:

Casini e la sua Commissione sui disastri bancari vorrebbero “capire” per
“spiegare” agli italiani. Aiutiamoli.

Quanto al “capire”, ormai abbiamo capito che le banche venete non sono state
salvate dallo Stato perché ormai non si può più.

Prima del primo gennaio 2016 – e cioè prima dell’entrata in vigore del
famigerato bail-in – si sarebbe potuto, ma non lo si è fatto.

Oggi che si vorrebbe farlo, non si può. E i maestrini dalla penna rossa
sparpagliati in ogni redazione di rispetto te lo ricordano se – poco poco –
provi a mettere il tema sul tappeto: “Eh, ma non si può più, sai.

Una volta si poteva e giustamente la Germania l’ha fatto perché era legale,
ma oggi non si può più perché sarebbe illegale”.

La legalità, nel magnifico Regno di Oz chiamato UE, va e viene come la
barca della famosa canzone o come i raffreddori da fieno.

Non si capisce, però, perché noi siamo sempre, sistematicamente, dalla parte
sbagliata della “legalità”: quando un provvedimento utile per i cittadini
sarebbe legale, non lo adottiamo vantandoci di essere più bravi degli altri
(ai tempi in cui la Germania spendeva 93 miliardi per il salvataggio delle
sue banche e l’intero continente suppergiù 3.200, noi ci vantavamo di non
aver bisogno di aiuti).

Quando, invece, un provvedimento utile per i cittadini è oramai
indifferibile, allora vorremmo adottarlo, ma non possiamo perché, purtroppo,
nel frattempo esso è diventato “illegale”.

E allora cosa succede?

Succede che ci inventiamo una soluzione che, guarda caso, va a favorire non
già la mano pubblica, ma quella privatissima del più grande colosso bancario
d’Italia. Un vero top player chiamato Banca Intesa.

Il quale non solo si porta a casa tutti gli attivi delle banche venete per
un euro “simbolico”, ma addirittura viene pagato per farlo.

Un po’ come se –  a noi – qualcuno proponesse una villa di quattrocento
metri quadri con vista sui Faraglioni, piscina e maneggio in cambio di un
caffè e purché

accettiamo, a rimborso del disturbo, cinque milioni di euro.

Comunque sia, lo hanno fatto per evitare il bail-in, ci dicono.

Il che è una stronzata peggio del regalo a Banca Intesa.

Se il bail-in è così iniquo da indurre il governo Gentiloni a svenarsi per
scongiurarlo, allora perché, nel 2015, il governo Renzi lo ha ratificato
senza batter ciglio?

Se il bail-in andava bene due anni fa ‘in teoria’, perché diavolo oggi non
va bene più ‘in pratica’?

Forse perché manderebbe sul lastrico milioni di persone?

E allora perché diamine –  governo del menga –  l’hai introdotto nelle
famose “regole europee condivise” di cui meni vanto?

Ma queste sono quisquilie. A noi interessa la pinzillacchera: l’Italia
(schiava) non ha salvato le banche in crisi – nazionalizzandole quando
poteva –  solo per una ragione:

per poterle regalare ai suoi padroni quando nazionalizzarle non poteva più.
Insomma, tutto coerente con le linee guida dei nostri governi di
centrodestra e di centrosinistra dell’ultimo ventennio.

Dite a Casini che non c’è niente da “spiegare”. Solo la testa da piegare,
come al solito.

Schermata 2017-11-09 alle 22.03.05

Cordialità