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1898.- Raul Gardini, la vita e un suicidio improbabile.

Nel venticinquesimo anniversario dell’”assassinio” di Raul Gardini, Dal Resto del Carlino e dal Fatto Quotidiano traggo alcuni articoli correlati fra loro, su cui merita meditare.
Così, con Carlo Raggi, “Raul Gardini, il 23 luglio 1993 si tolse la vita. Ecco perché” e, poi, dal BLOG di Matteo Cavezzali: “Raul Gardini, chi si suicida con due colpi?”; di Gisella Ruccia c’è un video interessante: “Di Pietro: Sbagliai a non fidarmi di Casaleggio. Raul Gardini? Se lo avessi arrestato, forse oggi sarebbe vivo” e, infine, di Emiliano Liuzzi riportiamo, per completezza, un pezzo del 2013: “Raul Gardini, anatomia di un suicidio. E il mistero dei 450 miliardi scomparsi.” Li riporti tutti di seguito, ma leggiamoli uno alla volta.

Raul Gardini, il 23 luglio 1993 si tolse la vita. Ecco perché
Ravenna, 21 luglio 2013 – «QUELLA SERA Gardini voleva venire a parlare con noi, ma era disperato perché non poteva avere i rendiconti». E’ un passo, illuminante, della requisitoria di Antonio Di Pietro al processo a Sergio Cusani celebratosi a Milano fra l’ottobre 1993 e la primavera seguente. Cusani e successivamente altri imputati fra cui ex amministratori e collaboratori dell’impero Ferruzzi (Ferfin spa), vennero condannati oltre che per l’illecito finanziamento dei partiti e per i falsi in bilancio, anche per appropriazione indebita di una consistente fetta di quella ‘provvista’ nota come ‘madre di tutte le tangenti’, ma che in realtà fu soprattutto una colossale appropriazione. ECCO, in questa impotenza di Raul Gardini a dimostrare alla Procura milanese come in realtà si fosse dipanato il meccanismo dei ‘soldi ai partiti’, sta senza ombra di dubbio la genesi della tragica decisione adottata quella mattina del 23 luglio 1993 nella stanza da letto di palazzo Belgioioso. Un colpo alla testa con la sua Walter PPK 7.65: l’arma fu trovata sul comodino (ivi posta dai primi soccorritori) e questo aprì la strada a una ridda di ipotesi che ancora, a vent’anni di distanza, tengono banco su piste diverse da quella giudiziariamente accertata dalla prima immediata inchiesta, ovvero il suicidio. Ipotesi che addirittura portano sulla scena, oltre alla mafia, anche la Cia e Gladio attraverso racconti recenti di un ex militare.

GARDINI sapeva fin dal pomeriggio del 22 luglio che il gip Italo Ghitti stava per firmare (in effetti lo fece alle 9.15 del 23 luglio) un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti suoi (che con il Gruppo Ferruzzi non aveva più nulla a che fare), di Carlo Sama (a capo del Gruppo), di Sergio Cusani, di Giuseppe Berlini e di Vittorio Giuliani Ricci. L’accusa era, per tutti, di falso in bilancio e finanziamento illecito dei partiti a seguito della maxi provvista da 152 miliardi attraverso la cosiddetta ‘provvista Bonifaci’, ovvero fondi ottenuti mediante plusvalenze relative a compravendita di terreni.
Da quella provvista, presto sfuggita al controllo di Gardini, furono attinti fondi anche per pagare tangenti a molti partiti fino alle elezioni del 1992, dalla Dc al Psi, al Pli, al Psdi, e anche alla Lega, e pure al Pci. A gennaio, con l’accusa di aver pagato tangenti, già era finito in carcere Lorenzo Panzavolta, manager indiscusso di Calcestruzzi, gioiello della Ferfin.
A far scattare le misure cautelari del 23 luglio erano state le dichiarazioni di Giuseppe Garofano, amministratore di Montedison, che, inseguito da una antecedente ordinanza di custodia cautelare era apparso a Ginevra il 14 luglio e si era consegnato. Fu lui a svelare i primi passaggi della formazione della provvista e del pagamento delle tangenti e proprio quel 23 mattina, i quotidiani titolavano a nove colonne: «Le tangenti di Raul». Poi a fornire la propria versione provvide Carlo Sama nel carcere di Opera durante la detenzione di una settimana (cui, dal 29 luglio, seguirono gli arresti domiciliari nella villa di Marina Romea e infine nella residenza in centro a Ravenna).

La sua versione, Gardini non l’ha mai potuta dare: la ricostruzione delle sue attività si fonda sulle risultanze, concordanti, dei vari processi. Ma per quanto riguarda le decisioni assunte nel corso del tempo da Raul Gardini e che possono ritenersi dati storici, ci si deve fermare a metà del 1991: a giugno ‘il Corsaro’ divorziò dalla famiglia Ferruzzi e lasciò l’impero. Da quella data in poi, ogni decisione relativa al pagamento di tangenti ai partiti, alcune delle quali consegnate a Ravenna (500 milioni al segretario socialista Claudio Martelli in vista delle elezioni del 5 aprile 1992) furono adottate dagli amministratori del tempo, Carlo Sama in primo piano. Per comprendere la decisione di Raul Gardini di ricorrere al denaro si deve andare al 1988, quando ‘il Corsaro’, succeduto a Serafino Ferruzzi deceduto nell’incidente aereo del 10 dicembre 1979 a Forlì, aveva già in mano le redini della Ferfin, la holding che conteneva Montedison, Calcestruzzi e decine di altre grosse società. Raul era un imprenditore vulcanico con un’apertura mentale di grande caratura (basti pensare che aveva chiamato nel cda personaggi culturali del calibro di Rita Levi Montalcini) rivolta alle innovazioni tecnologiche, alle fonti energetiche alternative a cominciare dal bio-etanolo, assolutamente rivoluzionarie per quel periodo.

«La chimica sono io» divenne il suo motto e obiettivo, dopo peraltro aver conquistato British Sugar, costata 800 miliardi, e lo zucchero della francese Beghin-Say: Gardini prima avviò la scalata a Montedison e poi mise in cantiere il gigantesco progetto di Enimont, joint venture fra la privata Montedison e il pubblico Eni allora retto da Gabriele Cagliari. Enimont nacque il primo gennaio 1989, ma gli sgravi fiscali promessi dal governo di Ciriaco De Mita sulle plusvalenze dovute alla valutazione reale degli impianti non venivano sganciati. Fu così che Gardini mise mano per la prima volta al portafoglio grazie alle provviste generate dalle alchimie finanziarie del cervese Pino Berlini, custode in Svizzera del patrimonio di famiglia Ferruzzi e già artefice dell’occultamento dell’enorme buco (400 milioni di dollari) dovuto alla causa avviata nel 1989 nei confronti del Gruppo dalla Borsa cereali di Chicago (mercato della soia). E poi ai soldi Gardini fu costretto a ricorrervi di nuovo quando, di lì a 18 mesi, la strada di Enimont cominciò a mettersi in salita. Gardini voleva la maggioranza, l’Avvocatura dello Stato chiese e ottenne il blocco delle azioni, il ravennate decise di vendere a 2.805 miliardi di lire.

IL GOVERNO accettò, ma Gardini aveva già incaricato Cusani di rastrellare 150 miliardi, la cosiddetta ‘madre di tutte le tangenti’. Di quei 150 miliardi, si è detto, ne furono utilizzati una minima parte per le tangenti e ancor più minima da Gardini visto che di lì a un anno abbandonò le cariche del gruppo. Il resto, quasi 90 miliardi, nelle prime settimane del gennaio 1991, fu depositato, sotto forma di CCT, presso la Banca del Vaticano, lo Ior, grazie a Luigi Bisignani. Parcheggiata nel conto ‘San Serafino’ (a ricordo di Serafino Ferruzzi) l’ingente somma dal 10 giugno, tre giorni dopo il siluramento di Raul, prese le strade di alcuni conti cifrati in Lussemburgo e in Svizzera. Dopo di che se ne sono perse quasi tutte le tracce: evidentemente è rimasta nella disponibilità di qualcuno e poi ben utilizzata. Sergio Cusani restituì 35 miliardi. Questa era la verità che Raul avrebbe voluto raccontare a Di Pietro, ma non aveva i documenti e sbarrata era la strada per recuperarli.

AVEVA DUELLATO con Cefis, ancor più con Cuccia, con De Mita e ministri che non considerava, aveva combattuto al board di Chicago, aveva ospitato nella sua dimora veneziana Bill Clinton, che ancora non era presidente Usa e la moglie Hillary (il cui studio legale lo tutelava a Chicago), aveva solcato gli oceani nella Vuitton cup e nella Coppa America nel 1992: improvvisamente, quella mattina del 23 luglio di 20 anni fa, dopo una notte di telefonate vane, Raul per la prima volta sentì di essere travolto dagli eventi. In mano non aveva più alcuna carta.

Carlo Raggi

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Raul Gardini, chi si suicida con due colpi?

Venticinque anni fa moriva Raul Gardini. Archiviata come suicidio, la sua morte sancì la fine di un’epoca. Era il 23 luglio 1993, quella mattina avrebbe dovuto testimoniare a Di Pietro e al pool di Mani Pulite sul più grave scandalo di corruzione mai avvenuto in Italia: “la madre di tutte le tangenti”, al centro di Tangentopoli. Ma a quell’incontro Gardini non arrivò mai. Quando la polizia arrivò sul luogo della sua morte non c’era più niente. Il corpo era scomparso, anche le lenzuola del letto. Rimaneva solo un materasso intriso di sangue, e una pistola, posata sul comodino da cui mancavano due proiettili. Chi si suicida con due colpi? Pensarono in molti. Chi guadagnò qualcosa da quella morte? Da quel silenzio? Molte persone. Troppe.

Facciamo un passo indietro. Nel luglio 1993 da poco più di tre anni era caduto il muro di Berlino, il comunismo aveva cessato di esistere come orizzonte politico. L’Italia era stata il paese del blocco occidentale in cui il partito comunista era più forte, e aveva addirittura rischiato di finire al governo. Ma ormai il “pericolo rosso” non faceva più paura, nemmeno a Washington. I sistemi di “protezione dal comunismo” si allentarono, e questo favorì il nascere dell’inchiesta Mani Pulite, e gli permise di manifestarsi con tutta la sua forza devastante.

In pochi mesi Tangentopoli fece scomparire il sistema politico che aveva governato l’Italia dalla fine della Seconda guerra mondiale fino a quel momento. La Democrazia cristiana implose, il primo presidente socialista, Bettino Craxi, fu costretto a fuggire e nascondersi in Tunisia. I sistemi di potere economico e massonico, allarmati da quel sisma, si misero a lavorare nell’ombra per non perdere terreno. La mafia intanto metteva le bombe, uccideva e terrorizzava, perché aveva paura di rimanere senza più appoggi nello Stato. In mezzo a tutto questo c’era un uomo, uno dei più potenti e ricchi imprenditori del paese: Raul Gardini, che rimase stritolato in questo terribile gioco di potere. Morì improvvisamente, il “Re di Ravenna”, il cui impero andava dagli USA alla Russia passando per il Sud America, e con sé portò molti misteri che rimarranno per sempre senza nome e senza volto.

Partendo da questa vicenda ho scritto “Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini”, appena pubblicato da minimum fax. Credo che, dopo 25 anni, sia giunto il momento di raccontare questa storia da un altro punto di vista.

Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini

Eccone un piccolo estratto.

«Ci sono mille modi di raccontare una storia. Soprattutto una storia che ha contorni sfocati e molti punti poco chiari. Una storia torbida in cui colpevoli e vittime hanno la stessa faccia. Chi racconta una storia decide i ruoli e assegna le parti. Ho sentito parlare della vicenda di Gardini da decine di persone, e ognuno raccontava una storia completamente diversa. Colpevole o vittima? Inebriato dal potere o incastrato da un complotto? Visionario o pazzo? Sognatore o assetato di denaro? A Ravenna tutto è un mosaico, ma a differenza di quelli bizantini, che visti da lontano tratteggiano volti di imperatori e santi, questo mosaico è molto più ambiguo. Ci sono dentro sia imperatori che santi, ma è difficile, quasi impossibile, identificarli.

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Di Pietro: “Sbagliai a non fidarmi di Casaleggio. Raul Gardini? Se lo avessi arrestato, forse oggi sarebbe vivo”

“Gianroberto Casaleggio? Io e Beppe Grillo siamo stati aiutati da lui nelle nostre prime esperienze politiche di comunicazione di massa. Ma io commisi un errore”. Sono le parole pronunciate ai microfoni di Ecg Regione (Radio Cusano Campus) dall’ex leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, che spiega: “Casaleggio era una persona estremamente competente nel campo dell’informazione. Ha visto l’errore che ho fatto io e non l’ha fatto fare a Beppe Grillo. L’esperienza con l’Idv è stata fondamentale per Casaleggio e quindi anche per il M5S, perché io dalla sera alla mattina mi sono ritrovato ad avere un consenso incredibile, ero arrivato quasi al 10%. E quindi” – continua – “avevo la necessità di costruire una classe dirigente. Però feci la scelta di andare a trovare sul territorio soprattutto persone che avevano già fatto politica. Così ho trovato tante persone perbene, che ancora stimo, ammiro e rispetto, ma anche tanti faccendieri. Avendo visto la mia esperienza, Casaleggio ha consigliato Grillo l’idea secondo cui chi aveva già fatto politica in altri partiti non poteva candidarsi col M5s. In questo modo, sono arrivati più giovani e anche più inesperti, ma sicuramente meno inguaiati”. L’ex magistrato si sofferma poi sul suicidio di Raul Gardini, azionista di maggioranza della Montedison, coinvolto nelle indagini di Mani Pulite sulla tangente Enimont. L’imprenditore si tolse la vita il 23 luglio 1993, poco prima di parlare con lo stesso Di Pietro, che racconta: “Gardini era latitante. Nei suoi confronti c’era un provvedimento restrittivo per la tangente Enimont, da 150 miliardi di lire. Per me era un imputato importante, ma era latitante. Convenimmo che poteva venire in Procura a riferire a chi aveva dato questi soldi, ma non voleva arrivare con le manette e uscire con le manette. Io glielo promisi, ma lui all’ultimo probabilmente non si fidò di me. Un quarto d’ora” – prosegue – prima il suo avvocato mi aveva confidato che stava arrivando, ma dopo essersi vestito decise di suicidarsi. Io sapevo dove fosse, avrei potuto arrestarlo, ma non l’ho fatto perché gli ho dato la mia parola. Se l’avessi arrestato, rispettando strettamente la legge, forse oggi sarebbe ancora vivo”.
di Gisella Ruccia

Raul Gardini, anatomia di un suicidio. E il mistero dei 450 miliardi scomparsi

23 luglio, nel ventesimo anniversario della morte dell’imprenditore. Vanni Balestrazzi, ex inviato del Resto del Carlino e suo amico personale, racconta a Il Fatto Quotidiano le ultime ore: “Ci sentimmo verso le otto e capii che non andava. Lo sentii dalla voce”. E tra ricordi e ritagli di giornale, ripercorre le tappe fondamentali della storia dalla maxi tangente Enimont passando per la lista dei giornalisti pagati fino ai soldi trasferiti alle Cayman

Eppure tre anni prima la vita sembrava avergli dato tutto e gli svolazzava accanto decisa a non togliergli proprio un bel niente. Ci provavano i giornalisti, ogni tanto, a punzecchiarlo: lo chiamavano il condottiero, ma anche il contadino. Forse nemmeno era nessuna delle due cose. Era solo un uomo che faceva paura: ai politici, ai banchieri, ai finanzieri. Alla Milano da bere. Si era permesso di sfilare sotto il naso la Montedison a Enrico Cuccia, guardava Gianni Agnelli negli occhi e Carlo De Benedetti dall’alto in basso. Colpa dei miliardi a disposizione, della liquidità: quando fu il momento di comprare Montedison mise 1500 miliardi di vecchie lire come un giocatore piazza sul tavolo una fiche da dieci euro. Convinto, come fu, che l’avrebbe vinta.

Tre anni dopo in piazza Belgioioso, a Milano, la sera del 22 luglio, c’è un uomo dimagrito di dieci chili. Ha perso l’aria da playboy, non ha più l’aereo parcheggiato sulla pista di Forlì, non si mette più al timone delle barche. E rifiuta il pesce, cosa che entusiasmava le sue colazioni sul molo a Ravenna. Il cognato, Carlo Sama, gli ha soffiato la guida di tutto il gruppo ereditato dal suocero, Serafino Ferruzzi, lui si è rifugiato in Francia, in Italia nelle acque minerali e altre imprese dal basso. Nel guardaroba ha ancora la vestaglia di seta, ma Raul Gardini non la porta più come tre anni prima. Non ha più la voce perentoria. Di rado sorride, parla poco e con pochissimi. Non è più niente di quello che fu. Aspetta che la guardia di finanza bussi alla porta di casa sua e lo porti in carcere. Forse a San Vittore sarebbe rimasto dalla mattina alla sera, gli dissero gli avvocati, Giovanni Maria Flick e Marco De Luca. Non aveva da raccontare nulla di più, forse, che interessasse l’accusa: dell’affaire Enimont il giovane Di Pietro aveva saputo quello che voleva da Sama. Gardini però la mattina del 23 luglio del 1993 si alza, fa una doccia. Indossa un accappatoio bianco. Memorizza il film che è stato la sua vita. Riavvolge tutto e lo ripone come un calzino. Poi, alle 8, minuto più minuto meno, si spara un colpo alla tempia con una vecchia Walter Ppk, 65. E mette fine al contadino e al condottiero che di lì a breve sarebbe stato un carcerato.

La sera prima “Aveva una strana voce”
“Ci sentimmo che saranno state la otto di sera, capii che non andava. Lo sentii dalla voce. Lui non disse niente, neanche il solito sto bene, stai tranquillo”, racconta Vanni Ballestrazzi, ex inviato del Resto del Carlino, mai dipendente di Gardini, ma suo fratello, dall’inizio alla fine, dai giorni fasti a quelli bui, a quelli, prima ancora, dell’infanzia e poi di due vitelloni fatti di niente, gassose e risate sulla battigia. “Ho vissuto con lui in simbiosi, una vita intera, anche quando non ci vedevamo. E quella telefonata ce l’ho ancora nelle orecchie, quella voce che mi trapassa ogni giorno come una freccia. Perché io gli dissi che sarei andato a Milano, comunque glielo chiesi. Che l’avrei raggiunto. E Raul non mi rispose di no. Ma io non partii”. A Ballestrazzi si arrossano gli occhi. Ha i tratti severi, ma è un galantuomo, cammina a testa alta e avrebbe potuto molto, ma non cercò mai niente. E soprattutto di Gardini fu l’unico amico sincero. Lo svago di Ballestrazzi, dicono, erano e sono ancora le donne. Dei soldi non gli è mai importato un granché. Niente. Figuriamoci che quando nelle assemblee di redazione prendeva la parola il suo editore non lo chiamava per nome, si limitava a definirlo quel “giovane decerebrato”. Era il suo datore di lavoro. Capito l’uomo? “Vabbè, l’editore del giornale per me era rimasto Attilio Monti, che fu uomo intelligente e leale. Intavolare discussioni con suo nipote mi restava difficile”.

Resta una montagna d’uomo. “È il rimpianto della mia vita. Dovevo salire in auto e partire per Milano. A me interessava l’amico. Quella sera avevo un appuntamento con un’amica, da mesi le promettevo che l’avrei portata a vedere Pavarotti. E così andammo al concerto. Ma non fu per questo che non presi la macchina per Milano. Sapevo che a Milano c’era sua moglie, Idina, e io sarei arrivato non prima delle undici di sera. E lo avrei trovato che dormiva. Come era accaduto mille volte. Fu una serie di cose. Io quella telefonata me la porto addosso. Anche perché fu lui a chiamarmi. Non so se aveva già deciso di farla finita, forse no, ma non era più lui, e se ne rendeva conto. Però mi chiamò per tranquillizzare me di una piccola sciocchezza”. L’arringa postuma di Ballestrazzi è senza tregua alcuna. Lui sulla maxi tangente di Enimont ha delle idee ben precise. “Non potevano imputare a lui cose avvenute negli ultimi mesi quando lo avevano fatto fuori due anni prima. Comandavano Sama con il fido Bisignani, e Cusani, o Sergino, come lo chiamavano. Gardini non c’era più. La storia della tangente da dieci miliardi per gli sgravi fiscali?

Guardatevi i ritagli dei giornali di allora, capirete il disprezzo col quale Gardini guardava ai politici. Dai processi non abbiamo saputo se li pagasse davvero, perché la sua voce non c’era. Solo quella di Sama e Cusani, che sepolto il cadavere lo accusarono di tutto, ma lui era già fuori dal gruppo. Sappiamo che non gli piacevano i partiti. Li disprezzava. Votò per i Repubblicani, i Liberali e anche per il Pds. L’Enimont neanche la voleva se non alle sue condizioni, le cronache hanno raccontato un’altra storia. E comunque certi giornalisti economici battevano cassa spesso in Foro Bonaparte, sperare che allora scrivessero la verità sarebbe stato troppo. Eppoi della comunicazione si occupava Sama, questo è noto. Prima, durante e dopo. Come quando riuscì a portare il papa al Messaggero che presiedeva e amministrava e gli fece trovare un assegno da 500 milioni. Lo dicono le carte processuali, non Vanni Ballestrazzi da Ravenna”. La storia dei giornalisti pagati la sfiorò anche Di Pietro, poi finì nei cassetti. Se c’è uno che può conoscere nomi e cognomi è Ballestrazzi. Perché faceva il giornalista. E perché una volta, in barca, Gardini gli disse, la “venialità di alcuni tuoi colleghi è incredibile”. Ma nella vicenda Mani Pulite rimase una favola quella lista di penne sporche. Non sappiamo chi e come prendesse soldi. Sicuramente, una volta estromesso Gardini, c’erano cronisti ultrà del giovane Sama. Ma è normale andare nella direzione di chi comanda. O quasi. Erano le stesse penne che applaudivano il condottiero, talvolta il contadino. E prima ancora erano ammaliati dalla figura del vecchio Serafino che, ogni anno, a Natale, faceva recapitare piccoli lingotti d’oro ai giornalisti che lo seguivano. Non risulta che siano mai stati rispediti al mittente.

Vent’anni dopo i miliardi scomparsi
Il sasso che pesa come un macigno Ballestrazzi lo lancia ancora nello stagno. Così come fece, nell’ombra e sottovoce, allora. “Sarebbe interessante capire dove siano finiti, nelle tasche di chi, i 450 miliardi trasferiti alle Cayman. Quello è il punto dell’inchiesta. Io al processo non sono mai andato, ma sui giornali mi accorsi che si parlava d’altro”. Non chiedetegli a chi si riferisce, perché Ballestrazzi se la ride: “Così mi prendo una querela. Mica sono matto. Ho una mia idea. So che quei soldi sono partiti, è nel processo, ma nessuno li ha mai trovati. Non sono andati dispersi, non si perdono per strada 450 miliardi”. Sono passati 20 anni. Non era ieri. L’Italia sembrava sull’orlo di una rivoluzione. Di Pietro e il pool di Milano sconti non ne faceva. A volte buttavano via la chiave. Altre si facevano firmare i verbali. E Gardini, il Clark Gable che sembrava essere nato brizzolato perché le donne gli cadessero ai piedi con più facile consuetudine, era uno dei bocconi più ghiotti. Perché nel sistema ci stava dentro fino al collo. Ma non sappiamo la sua versione. Tutto qui. Sosteneva di non avere versioni da raccontare. Perché, diceva lui, Sama e Cusani gli chiusero a chiave i cassetti. E non aveva più accesso ai documenti che gli sarebbero serviti. La moglie, Idina, ogni tanto lo scuoteva: “Ma ti fai trattare così da due come Sama e Cusani?”. E lui: “Loro hanno le chiavi di quei cassetti, non io”. Così resta la memoria del condottiero e contadino. Ravenna gli ha dedicato una via da tempo, presto anche una sede distaccata dell’università. Ai suoi funerali c’erano ventimila persone. Cesare Romiti, che a Gardini non è che piacesse così tanto, continua a parlare “di una verità parziale e della grande figura di imprenditore che egli fu”. Nei libri si parla di suicidio imperfetto. Sama, dal suo ritiro di Formentera, evita di nominare il cognato. Lo stesso fanno i Ferruzzi. Non ne parla più la moglie né i figli. Preferiscono ricordarlo forte. Pronto a scalare l’Everest fosse stato necessario. Era romagnolo fino alla punta dei piedi. Fiero. Sapeva di portarsi dietro un profumo di fascino che non era solo il danaro. Preferì morire prima di vedersi continuare a dimagrire e in galera. Sicuramente, come racconta Ballestrazzi, fu un suicidio imperfetto. Perché chiuse un’epoca sulla quale solo lui avrebbe potuto parlare. La vita gli aveva dato tutto, no? Prima di togliergli la libertà si tolse lui dai piedi. Con un accappatoio bianco.

L’interrogatorio pubblico di Di Pietro a Bettino Craxi nel processo Cusani

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1892.- … la vera emergenza dell’Italia è la sua sopravvivenza finanziaria

Nello stesso giorno Ignazio Visco, Paolo Savona e Antonio Patuelli mostrano preoccupazione per la crescita, i conti pubblici, la permanenza stessa in Europa del nostro Paese. Nel frattempo, il governo non fa nulla. E Di Maio e Salvini ci tengono occupati con le loro polemiche quotidiane
da LINKIESTA, di Francesco Cancellato

++ MPS: VISCO VEDE PATUELLI, BANCHE ITALIANE SOLIDE ++
Ignazio Visco

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Paolo Savona

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Antonio Patuelli

Non diteci che era così, che tutto questo agitarsi coi migranti, i vaccini, il decreto dignità, i vitalizi, che tutti i mirabolanti annunci di queste settimane servivano a nascondere quel che Ignazio Visco, Paolo Savona e Antonio Patuelli, rispettivamente governatore della Banca d’Italia, ministro delle politiche comunitarie e presidente dell’Abi, nel giro di poche ore l’uno dall’altro hanno prefigurato.

Ha iniziato Visco, all’assemblea dell’Abi, raccontando che la crescita sta rallentando, che il protezionismo è un problema serio per un’economia come la nostra, che le riforme hanno perso slancio e che, proprio per questo, «davanti a una nuova crisi saremmo oggi molto più vulnerabili di quanto lo eravamo dieci anni fa». Ha continuato Paolo Savona, in audizione di fronte alla commissione per le politiche europee in Senato, a proposito dell’uscita dall’Euro e del suo Piano B, affermando candidamente che «possiamo trovarci nelle condizioni in cui non siamo noi a decidere ma siano altri», in altre parole che il vero rischio non è una nostra uscita volontaria, ma che ci caccino. Ha chiuso Antonio Patuelli, ricordando nella sua lunga relazione che se ciò dovesse avvenire L’Italia rischia di «finire nei gorghi di un nazionalismo mediterraneo molto simile a quelli sudamericani», cioè all’Argentina in perenne crisi finanziaria.

Eccola, al netto di tutte le chiacchiere, la vera emergenza dell’Italia. Non i migranti, ma la sua sopravvivenza finanziaria. Ed eccolo il cambiamento: non una nuova era di vacche grasse, sussidi a pioggia e tasse piatte, ma anni di sacrifici necessari a tenere in piedi una baracca che la congiuntura internazionale rischia di rendere di nuovo pericolante. Valgano per tutte, le parole del ministro Tria, secondo cui Il disegno riformatore sarà efficace solo «mantenendo il percorso di riduzione del debito pubblico ed evitando un’inversione di tendenza nell’aggiustamento del saldo strutturale». Tradotto: i sogni sono chiusi nel cassetto a tripla mandata, per ora.
Eccola, al netto di tutte le chiacchiere, la vera emergenza dell’Italia. Non i migranti, ma la sua sopravvivenza finanziaria. Ed eccolo il cambiamento: non una nuova era di vacche grasse, sussidi a pioggia e tasse piatte, ma anni di sacrifici necessari a tenere in piedi una baracca che la congiuntura internazionale rischia di rendere di nuovo pericolante
E non è un caso che in quaranta giorni il governo non abbia fatto ancora nulla. Che non ci sia uno straccio di politica espansiva, una a caso di tutte quelle promesse, che sia già stata messa sui binari. Che Di Maio vada a battere cassa in Europa prima e alla Banca Mondiale poi per finanziare il suo reddito di cittadinanza. Che di tutto il resto non se ne parli praticamente più, dalla flat tax al superamento della legge Fornero, dagli asili nido gratis alle assunzioni di 10mila nuovi agenti. Che tutta la baldanza anti europeista si sia spostata sulla questione migranti, mentre sulle politiche di bilancio siamo tornati docili come cagnolini: con un abbassamento del rating alle porte e una legge di bilancio da far approvare a Bruxelles c’è poco da fare i fenomeni.

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Attenzione, però. Perché scommettiamo che da settembre i nostri eroi Salvini e Di Maio ricominceranno a dar fuoco alle polveri contro i tecnocrati, che dopo i migranti d’estate, diventeranno l’alibi autunnale dietro cui nascondere la vacuità delle promesse gialloverdi. Diranno che è l’Europa che non ci fa cambiare l’Italia, minacceranno di sfondare il muro del 3%, e quando lo spread salirà – perché sale fisiologicamente, se le agenzie di rating decidono che il tuo debito è più rischioso e se minacci di farlo crescere ancora – diranno che è un complotto della finanza globale, o una vendetta di Soros, dipende dal livello di ispirazione.
La verità, purtroppo per noi, è molto più semplice. Che abbiamo un’emergenza chiamata debito pubblico, che dobbiamo smetterla di spendere più soldi di quelli che abbiamo e che prima di qualunque sogno, occorre disinnescare l’incubo di una spirale di sfiducia nei confronti dell’Italia che manderebbe all’aria la nostra credibilità, i nostri conti pubblici, la nostra permanenza stessa in un’Unione Europa che prova a integrarsi sempre di più. Al netto di tutte le chiacchiere e di tutti i giocolieri in campagna elettorale perenne, è questa la vera questione.

1888.- PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE: Modifiche agli articoli 97, 117 e 119 della Costituzione, concernenti il rapporto tra l’ordinamento italiano e l’ordinamento dell’Unione europea. Atto Camera N. 298.

VOGLIA DI ANDARE VIA

CAMERA DEI DEPUTATI

N. 298

PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE

d’iniziativa dei deputati
MELONI, CIRIELLI, RAMPELLI, ACQUAROLI, BELLUCCI, BUCALO, BUTTI, CARETTA, CIABURRO, CROSETTO, LUCA DE CARLO, DEIDDA, DELMASTRO DELLE VEDOVE, DONZELLI, FERRO, FIDANZA, FOTI, FRASSINETTI, GEMMATO, LOLLOBRIGIDA, LUCASELLI, MASCHIO, MONTARULI, OSNATO, RIZZETTO, ROTELLI, SILVESTRONI, TRANCASSINI, VARCHI, ZUCCONI

Modifiche agli articoli 97, 117 e 119 della Costituzione, concernenti il rapporto tra l’ordinamento italiano e l’ordinamento dell’Unione europea

Presentata il 23 marzo 2018

Artt.50 54  

Onorevoli Colleghi! — Oggi nella Costituzione non è previsto un diritto di ribellione, ma piuttosto un dovere di sottomissione. «Ogni cittadino ha il dovere di essere fedele alla Repubblica, di osservarne la Costituzione e le leggi, di adempiere con disciplina ed onore le funzioni che gli sono affidate».
  Ma: «Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino».
  Formulato in questi termini dall’onorevole Dossetti, nel 1947, durante i lavori dell’Assemblea costituente (e leggibile nel testo del «Comitato dei 75»), questo articolo, sul diritto di ribellione, non fu approvato.

  Nel 2001 nel nuovo titolo V della parte seconda della Costituzione, in specie con il nuovo articolo 117, primo comma, è stato all’opposto introdotto il nostro dovere di sottomissione all’Europa: «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto (…) dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario».
  In particolare questa è una norma che, per il suo ampio disposto, non solo si sovrappone al «vecchio» articolo 11 della Costituzione, ai sensi del quale l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicura la pace e la giustizia fra le nazioni, ma va molto oltre, costituzionalizzando per importazione in Italia tutti i materiali giuridici di fonte europea. Non solo i princìpi europei, ma anche, e a trecentosessanta gradi, tutti i vincoli derivanti da tutte le fonti giuridiche europee. E dunque non solo i vincoli derivati dai trattati, ma anche i vincoli derivanti dai regolamenti, dalle direttive, dalle decisioni europee e da altre norme.
  I princìpi europei sono alti e nobili, ma sono formulati in termini generalissimi e programmatici e pertanto sono elastici e flessibili, e per questo tali da sovrapporsi per confusione ai più fondati, chiari, precisi, dispositivi, non ideologici e non programmatici princìpi costituzionali italiani.
  Ma non solo i princìpi, lo si ripete. La più vasta gamma dei vincoli europei a cui l’Italia si è subordinata e si subordina, in forza del citato articolo 117, primo comma, della Costituzione, non solo ha forma opposta rispetto ai princìpi, essendo rigida e specifica, ma soprattutto è una classe di vincoli che può derivare anche da atti di livello inferiore, da atti para-amministrativi più o meno oscuramente formulati e verbalizzati nelle prassi e dalle prassi europee.
  A partire, per esempio, dalle decisioni del collegio dei Commissari europei, per arrivare a quelle dei vari Consigli europei, atti questi che non sono certo leggi, ma che in Italia, proprio per effetto del citato articolo 117, primo comma, diventano ancora più che leggi, fonte di vincoli addirittura costituzionalmente rafforzati.
  In questi termini ci siamo volontariamente e follemente «desovranizzati». Nelle Costituzioni degli altri Paesi fondatori dell’Unione europea non si trovano norme così generali, così automatiche e così sottomesse.
  È vero che, se pure ad altri effetti, l’articolo 11, primo comma, della Costituzione, fa riferimento a fonti giuridiche internazionali, ma comunque stabilisce espressamente il principio della «parità con gli altri Stati». Un principio, questo della parità, che è invece del tutto assente nel più volte citato articolo 117, primo comma.
  Quanto è stato fatto in Italia nel 2001 sembra ancora più assurdo in considerazione dell’articolo 4, paragrafo 2, dell’allora Trattato sull’Unione europea (TUE), come modificato dal Trattato di Lisbona, che ha segnato il rapporto tra l’Unione europea e l’identità costituzionale degli Stati membri nei seguenti termini: «L’Unione rispetta l’uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale, compreso il sistema delle autonomie locali e regionali. Rispetta le funzioni essenziali dello Stato».
  Al proposito devono poi essere ricordate la giurisprudenza dell’allora Corte di giustizia delle Comunità europee in materia di rapporti tra ordinamento interno e dell’Unione europea, come anche le sentenze della nostra Corte costituzionale (in particolare le sentenze n. 170 del 1984, n. 286 del 1986, n. 117 del 1994, n. 126 del 1996 e n. 93 del 2010), tutte basate sullo stesso principio che ora informa l’articolo 4, paragrafo 2, del TUE.
  In sintesi, il Trattato di Lisbona traccia una strada opposta a quella dell’articolo 117, primo comma, della Costituzione, salvaguardando le prerogative costituzionali fondamentali degli Stati membri e non, all’opposto, circoscrivendone la portata.
  In ipotesi si potrebbe anche tentare di formulare un’interpretazione riduttiva dell’articolo 117, primo comma, assumendo che questa sia una norma applicabile solo nel rapporto interno tra Stato e regioni. Tuttavia la forma ampia della norma esclude questo particolare tipo di interpretazione restrittiva e la ragione non ne consentirebbe comunque un’applicazione logica e lineare.
  Può darsi che nel 2001 non fossero chiare ai «costituenti» le conseguenze politiche e sistemiche della nuova normativa europea che stavano introducendo nella Costituzione. Ma oggi ne sono, per contro, drammaticamente forti ed evidenti gli effetti. Così che il nuovo titolo V non solo ha assurdamente sovrapposto un particolare nuovo tipo di «federalismo» al già operato e già per suo conto devastante «decentramento» dello Stato, ma ha in più e radicalmente alterato i termini della nostra sovranità nazionale.
  È per queste ragioni che si prevede la soppressione dei richiami che subordinano il nostro ordinamento a quello dell’Unione europea all’articolo 117, primo comma, della Costituzione e, a seguire e nella stessa logica, anche agli articoli 97, primo comma, e 119, primo comma. Ma non solo.
  In un ambiente ispirato all’inizio dall’etica politica classica del no taxation without representation, il «vecchio» articolo 81 della Costituzione ha tenuto per un lungo tratto di tempo.
  In specie, ha tenuto dal dopoguerra fino all’inizio degli anni settanta quando, a fronte delle grandi trasformazioni che stavano intervenendo nella struttura della società italiana, a partire dalle grandi migrazioni dal sud al nord e dall’Appennino alla pianura, ha preso avvio una politica di deficit spending, poi degenerata in quella «democrazia del deficit» che ha portato l’Italia ad avere il terzo debito pubblico del mondo, certamente senza che l’Italia abbia la terza economia del mondo.
  La crisi finanziaria mondiale ha infine impartito all’Europa, e all’Italia, una lezione fondamentale: è impossibile continuare a produrre più deficit e debiti pubblici che prodotto interno lordo.
  Dato il nostro enorme debito pubblico, è per questa ragione che nel 2011-2012 è stato introdotto nella Costituzione il «nuovo» articolo 81. È questa una norma molto seria ed efficace e perciò qui non in discussione. Una norma sulla quale va peraltro notato quanto segue:

   a) nel corpo della nuova norma non c’è alcun riferimento ai cosiddetti «vincoli europei». La sovranità di bilancio è dunque totalmente nazionale, una forma di esercizio costituzionale della responsabilità esclusiva delle Camere;

   b) soprattutto, un conto è limitare per il futuro la crescita ulteriore del deficit e del debito pubblico italiani, come si fa nel «nuovo» articolo 81, dove proprio per questo si prevede l’«equilibrio di bilancio»; un conto è, invece, il corso forzoso imposto dall’Europa per la riduzione dello stock storico del nostro debito pubblico, come invece si vuole con il cosiddetto «fiscal compact».

  Il fiscal compact è stato come tale battezzato e formalizzato nel corso del 2012. Prima non era affatto così.
  L’idea originaria di una disciplina europea dei bilanci nazionali, un’idea su cui si iniziò a discutere in Europa nel biennio 2009-2010, era basata sulla doppia formula, della «responsabilità» sopra, ma anche della «solidarietà» sotto: non l’una senza l’altra.
  Per essere chiari, l’idea politica che allora si stava sviluppando in Europa era questa: se la nuova geopolitica del mondo portata dalla globalizzazione e poi drammatizzata dalla crisi poneva termine all’età dell’oro dell’Europa, impedendole di fare più deficit e debiti pubblici che prodotti interni lordi, e, comunque, apriva per l’Europa la sfida che veniva da un nuovo mondo articolato nel confronto-competizione non più tra Stati-nazione ma tra blocchi continentali, allora l’Europa non aveva altra scelta se non quella di prenderne atto, avviando un processo di reazione e di riorganizzazione.
  E dunque non solo meno deficit e debiti pubblici, ma anche più unità e armonizzazione su scala europea nella disciplina dei bilanci pubblici e, proprio in questa logica strategica, più compattezza continentale. Per converso, dovevano però esserci anche più intelligenza politica nella formulazione e nell’applicazione dei parametri europei e più solidarietà.
  Alla base, dal lato dell’Italia, c’erano allora tre obiettivi essenziali:

   1) calcolare le percentuali di riduzione del debito pubblico italiano non solo in base al valore assoluto del nostro debito pubblico, e dunque in modo non rigidamente matematico, ma calcolarle anche in considerazione di altri fattori rilevanti. In particolare si trattava di fattori favorevoli all’Italia, quali la ricchezza patrimoniale (gli italiani, rispetto a tanti altri, hanno molto patrimonio e pochi debiti), la riforma delle pensioni (quella italiana considerata in Europa ottima già nel 2010), l’andamento dell’export (in crescita allora in Italia quasi più che altrove) e altro. Va notato a questo proposito che, dopo una lunga e non facile opposizione, questa richiesta fu alla fine accettata (e, se del caso, dovrebbe oggi essere difesa con forza, in sede di eventuale – si spera di no – applicazione del fiscal compact).

   2) Subordinare la sottoscrizione del relativo trattato all’avvio degli «eurobond», nella forma compatibile con i vigenti trattati (si veda a questo proposito, a titolo indicativo: Junker-Tremonti, «E-bonds would end crisis», The Financial Times, 5 dicembre 2010). È possibile credere nell’euro, se non si crede negli «eurobond»?

   3) In ogni caso, anche come strumento negoziale, si chiedeva di calcolare il contributo di ogni Paese al nuovo fondo di salvataggio europeo (ESM) non in base alla percentuale nazionale di partecipazione al capitale della Banca centrale europea (per l’Italia pari circa al 18 per cento), ma in percentuale rispetto all’effettivo grado di esposizione al rischio estero di ciascun sistema bancario-finanziario nazionale (per l’Italia questo era circa pari al 5 per cento).

  Il successivo Governo Monti, generato, come nel cinquecento, dalla «chiamata dello straniero», ha invece scelto di regredire rispetto a questa linea. Ovvero, come si dice, ha ceduto… con fermezza!
  È così che ora e per il futuro, sostanzialmente a partire dal 2014, e per ironia della storia proprio per espressa volontà nostra, ci troviamo obbligati non solo a pagare il conto delle perdite bancarie degli altri, ma anche a operare per molti anni, violenti (e recessivi) tagli della spesa pubblica.
  Tagli che pur in ipotesi di una crescita economica continua, anche se unita a un discreto e pure continuo livello di inflazione monetaria, pari, in ipotesi, a un 3 per cento di crescita complessiva, sarebbero comunque necessari per grandi numeri, da operare con continue manovre di finanza pubblica, prima per portare e poi per tenere allo «zero» assoluto il nostro squilibrio di bilancio (si ricordi che attualmente siamo intorno al 3 per cento), dovendo dunque negli anni a venire vincere la naturale e storica tendenza alla crescita della nostra spesa pubblica. A partire dagli andamenti demografici avversi e perciò a partire dagli automatismi incrementali impliciti nei diritti attualmente universali all’assistenza e alla salute, passando poi, per esempio, alle crescenti esigenze della sicurezza per arrivare, infine, al federalismo fiscalmente irresponsabile delle regioni e delle nuove «mega-province» ovvero delle «aree vaste».
  E, si faccia attenzione, notare tutto questo non è apologia della spesa pubblica e difesa dell’ancora viva «cultura parlamentare» del deficit, ma è piuttosto responsabile realismo. Tutto questo è, in particolare, realistica comprensione dell’intensità politica, prima ancora che economica, dei problemi che si stanno addensando sul nostro Paese. Minimizzare tutto questo in base a calcoli «scientifici», illudere e illudersi è tutto fuorché prudente, anche nella prospettiva interna ed esterna del (ri)sentimento verso l’Europa.
  Per come nel corso del 2012 è stato geometricamente configurato, il fiscal compact viene infatti ad essere lo strumento permanente di dominio dell’Europa sull’Italia: essere costretti, e per beffa costretti da noi stessi, a fare qualcosa che molto difficilmente possiamo fare; dovere per questo e senza speranza e per gli anni futuri subire ogni possibile forma di condizionamento, di riduzione e, infine, anche di azzeramento della nostra sovranità nazionale.
  Nel «nuovo» articolo 81, lo si ribadisce, si prescrive l’equilibrio di bilancio per il futuro, ma non si prescrive affatto la riduzione forzosa e forsennata del debito pubblico accumulato in precedenza.
  Purtroppo, la relativa legge di attuazione, la legge 24 dicembre 2012, n. 243, è radicalmente uscita da questo schema, incorporando e persino rafforzando le politiche di bilancio a matrice europea basate, nella logica del fiscal compact, sull’idea della corsa forzata alla riduzione dello stock storico del nostro debito pubblico.
  È proprio in questi termini che, nel corso del 2012, sulla scia del principio generale di «desovranizzazione» contenuto nell’articolo 117, primo comma, il fiscal compact è entrato non solo nel nostro ordinamento, per effetto della ratifica del cosiddetto «Trattato Monti», ma è entrato anche nella meccanica di attuazione della Costituzione.
  È per questo che qui si propone l’adeguamento della legge n. 243 del 2012 in modo che essa sia solo l’attuazione del «nuovo» articolo 81, per com’è scritto, e non altro.
  Nell’insieme, su questa proposta di legge costituzionale si chiede un voto che non è contro l’Europa, ma è per la nostra dignità nazionale e per la nostra libertà. Ad essere lungimiranti e non miopi, sia l’azione in Europa del nostro Governo sia l’Europa stessa ne trarranno giovamento.

PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE

Art. 1.
(Modifica all’articolo 97 della Costituzione).

  1. All’articolo 97, primo comma, della Costituzione, le parole: «, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea,» sono soppresse.

Art. 2.
(Modifica all’articolo 117 della Costituzione).

  1. All’articolo 117, primo comma, della Costituzione, le parole: «, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali» sono soppresse.

Art. 3.
(Modifica all’articolo 119 della Costituzione).

  1. All’articolo 119, primo comma, della Costituzione, le parole: «, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea» sono soppresse.

Art. 4.
(Disposizione transitoria).

  1. Le disposizioni della legge 24 dicembre 2012, n. 243, sono adeguate alle disposizioni di cui agli articoli 1, 2 e 3 della presente legge costituzionale, con apposita legge da emanare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della medesima legge costituzionale.

1884.- INTERVISTA A PAOLO BECCHI – ITALIA E UE ARIA DI CRISI O DI CAMBIAMENTO?

Paolo Becchi e L’amico Giuseppe Palma sono quasi sempre in linea con il nostro pensiero e con i nostri commenti sulla situazione politica all’interno della maggioranza di governo sul web. Si voleva fare un punto a capo, ma nulla di meglio di questa intervista pubblicata su https://www.socialup.it.

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Dalle ultime elezioni politiche del 4 Marzo ad oggi, l’Italia ha vissuto un momento di incertezza politica. Il risultato elettorale non ha garantito la formazione di un governo di maggioranza stabile e sono stati necessari circa 80 giorni di consultazioni e un contratto tra i due partiti con il più alto numero di consensi, M5S e Lega, affinché si giungesse alla nomina di Giuseppe Conte come Presidente del Consiglio e a lui l’onere di formare il nuovo governo. Il contratto tra M5S e Lega costituisce la base sulla quale il nuovo governo deve fondare il suo operato e sui tavoli della politica si sono rispolverate tutte quelle questioni irrisolte e spinose, che coinvolgono sia l’Italia, ma anche la sua posizione all’interno dell’Unione Europea: la gestione dei flussi migratori, i forti scetticismi sull’Euro, l’aumento dei consensi in tutta Europa di movimenti anti europeisti, la tenuta dell’asse M5S e Lega e la legge elettorale.

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Benito Dell’Aquila: Su alcune questioni abbiamo chiesto l’opinione del professor Paolo Aureliano Becchi, filosofo e accademico, attualmente professore ordinario di Filosofia del Diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza di Genova. Il professor Becchi ha collaborato con diverse riviste accademiche ed è editorialista di Libero, numerose sono anche le sue pubblicazioni su temi di filosofia del diritto, bioetica e storia della cultura giuridica ed è stato tra i primi in Italia a mostrarsi critico sull’adozione della moneta unica in Europa. Molti dei suoi interventi politici sono raccolti nel suo blog personale.

In Italia e in generale nell’UE stiamo assistendo ad uno sgretolamento di tutto ciò che sembrava solido nelle sue fondamenta. E’ un momento storico cruciale di lotte tra fazioni: chi invoca una svolta progressista e chi, invece, auspica ad un rafforzamento della sovranità nazionale. Quali sono, a suo avviso, gli errori di questa crisi geopolitica?

“Non si tratta di errori, ma più semplicemente di un cambiamento di paradigma. Noi siamo stati abituati a ragionare in termini politici di sinistra e di destra e quello che sta avvenendo è un cambiamento di questo paradigma che nasce proprio dalla sconfitta di una sinistra. Questa, in realtà, non svolgeva più il suo ruolo di sinistra, ma era una sinistra neo liberale, vicina alla destra. In questo modo l’opposizione che ha costituito l’asse portante della politica novecentesca, cioè l’opposizione tra destra e sinistra non esiste più e si va a configurare a livello italiano, europeo e globale la distinzione tra globalisti da una parte, cioè coloro che vogliono continuare questo processo di globalizzazione e coloro che, invece, ritengono che questo processo abbia fatto dei danni enormi e quindi parlano di un ritorno ad una sovranità nazionale. In questo senso si parla di sovranismo, altri adoperano la parola populismo. Ecco, io direi che il populismo è una categoria generale che al suo intero ha una sottospecie che qualifica ulteriormente il sovranismo. Detto in altro termini il sovranismo è il modo con cui si sta esprimendo oggi il populismo in Europa.”

Uno slogan che ormai sentiamo da circa un decennio a questa parte è quello di un’Italia fuori dall’Euro. Crede sia davvero possibile per l’Italia tornare a coniare una sua moneta nazionale?

“Secondo me, non solo è possibile, ma addirittura auspicabile. Il governo attuale, che nasce dal compromesso contrattualizzato tra due forze politiche, ha messo da parte il tema dell’Euro, in quanto non è più considerata una priorità. Sta di fatto che se la situazione dovesse peggiorare e questo governo, come dice, facesse gli interessi nazionali, non vedo perché non possa prendere in considerazione anche il tema dell’uscita dall’Euro. Io sono convinto che questa moneta e, questo tutti lo riconoscono, è stata fallimentare e il punto sarebbe quello di trovare un modo per uscirne senza creare grossi danni. Insomma, come esiste il divorzio tra persone che non si riconoscono più in una vita comune, non vedo perché non ci possa essere un divorzio che consenta ad alcuni paesi di abbandonare l’Eurozona.”

I libri di storia sono pieni di tragici epiloghi di imperi che sono caduti anche a causa dei flussi migratori, siano stati essi “barbari” o intestini. L’Europa in passato ha dimostrato di sapersi misurare con questi eventi perché, adesso, i flussi migratori stanno mettendo in crisi il sistema Europa?

“Io credo che la politica migratoria dell’Unione Europea sia stata sin dall’inizio fallimentare, pensare che attraverso gli accordi di Dublino tutti i migranti dovessero fermarsi in Italia è stato un grave errore. E’ incredibile che tutti i governi italiani abbiano rispettato quel trattato fino ad oggi. Ma ora la musica è cambiata. Il nuovo governo ha fatto sentire la sua voce in Europa e lo ha fatto in modo molto netto. Penso che al di là degli errori della politica migratoria, il problema non sia quello di capire dove trasferire i migranti, il vero problema è che l’Africa avrebbe diritto a sviluppare una sua propria economia e, invece, tutto è bloccato, soprattutto da alcuni paesi europei come la Francia. E’ la Francia che blocca lo sviluppo dell’Africa. La Francia ha il suo “euro” in paesi africani. Teniamo presente che non esiste più il Franco perché c’è l’Euro, ma esiste il “Franco neocoloniale” e con questo stanno distruggendo l’Africa stessa. Coloro che ci dicono che siamo “lebbrosi”, in realtà stanno distruggendo l’Africa e pretendono di scaricare tutti i problemi in Italia. Tutti sappiamo benissimo cosa succede ogni giorno ai confini tra Ventimiglia e la Francia.”

Tornando in casa nostra e di preciso alla situazione politica italiana. L’asse Lega-M5s, a suo avviso, è stabile o ritorneremo presto alle urne?

“Se stiamo a quello che dicono i giornali e le televisioni avremo presto una crisi di governo. Io non credo che ciò succederà, per lo meno fino alle prossime elezioni europee, quindi l’anno prossimo. Cosa succederà durante e dopo, francamente non lo so, perché bisogna vedere che posizione assumeranno i due partiti che formano la coalizione di governo. Da una parte la posizione euro-scettica della Lega resterà presente, cosa farà, invece, il Movimento 5 Stelle in vista delle europee? Farà parte del blocco dei sovranisti o dei globalisti? Questo è un problema che al momento resta aperto, perché sul tema dell’Euro e dell’Unione Europea le posizioni del M5S sono molto più ambigue rispetto a quelle della Lega. Bisognerà vedere. Fino alle elezioni questa maggioranza reggerà e l’unica cosa che dovrà fare al più presto è quella di intervenire nella gestione del servizio radioteleviso. Questo è estremamente importante, perché i telegiornali pubblici sono diretti da personaggi che occupano posti dirigenziali perché fedeli a Renzi. Insomma, la televisione e la radio devono essere al più presto “derenzizzate”. Un discorso a parte riguarda poi giornali come La Repubblica, ma per fortuna, ormai, si tratta di un giornale che ha sempre meno lettori. Quello che bisogna evitare è che le notizie riportate da questo giornale di propaganda antigovernativa finiscano quotidianamente nei programmi radiotelevisivi.”

Legge elettorale, in tanti, hanno provato a modificarla con esiti discutibili. Parlando della nostra forma di governo, è necessaria una riforma costituzionale che regoli un’elezione diretta del governo?

“Le leggi elettorali sono leggi ordinarie, se si vuole modificare la legge elettorale non è necessario modificare la Costituzione. Si può modificare la legge elettorale, certo, è successo tante volte dagli anni novanta in poi, senza però, modificare la Costituzione. E’ sicuramente una legge importante, tra quelle fondamentali, ma resta ordinaria. Basta una maggioranza che si forma in parlamento per cambiarla. Io, però, credo che nella situazione in cui siamo, sia l’ultimo dei problemi quello di apportare cambiamenti alla legge elettorale. Le questioni fondamentali, oggi, sono altre: il controllo dei flussi migratori a cui sta cercando di porre rimedio il Ministro degli Interni e poi la questione del lavoro, che è al centro dell’attenzione del nuovo Ministro del Lavoro e del Sviluppo Economico. Proprio al lavoro bisognerà dare grande importanza, pensando alla grande disoccupazione giovanile. La situazione che c’è in Italia per i giovani è drammatica, l’unica possibilità che i giovani hanno è quella di emigrare. Noi accogliamo tanti migranti, ma costringiamo i nostri giovani laureati, già qualificati, a lavorare all’estero. E’ veramente paradossale. Adesso parlare di legge elettorale a pochi mesi dalla chiusura della campagna elettorale non mi sembra particolarmente intelligente e mi pare che nessuno, abbia in programma di cambiarla. Consentimi un’annotazione conclusiva, bisognerebbe anche pensare eventualmente a riformare la Costituzione, ma certo in un modo diverso da quello che ha fatto Renzi. Io, come molti italiani, ero contrario a quella riforma costituzionale, ma questo non vuol dire che una riforma costituzionale sia necessaria. Sotto questo profilo non mi pare che il governo finora abbia manifestato intenzioni rilevanti. Ad esempio, con il governo Monti è stato introdotto l’obbligo di pareggio di bilancio nella nostra Costituzione. Un fatto simbolico sarebbe quello di abrogare con una nuova legge costituzionale proprio l’introduzione di questo obbligo. I governi che ci hanno governato nell’ultimo periodo erano “progressisti”. Qualche volta ritornare indietro sui propri passi può essere una buona idea.”

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1883.- Un nuovo fascismo, a patto di chiamarlo antifascismo – Pasolini, 1975

Un nuovo fascismo tecnico chiamato antifascismo. Irrigidimento di rapporti sociali resi immodificabili «da un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili» Il discorso di Piero Paolo Pasolini al Congresso Radicale del novembre 1975. Un Pasolini più “profetico” che mai.

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Un nuovo fascismo. «[…] creando […] al posto del vecchio clericofascismo un tecnofascismo (che potrebbe realizzarsi solo a patto di chiamarlo antifascismo)». Pier Paolo Pasolini.
4 Novembre 1975. Pier Paolo Pasolini avrebbe dovuto partecipare al Congresso del Partito Radicale a Firenze. Aveva preparato un discorso che non pronunciò. Per lui lo lesse Marco Pannella, perché Pier Paolo Pasolini era stato ucciso due giorni prima, il 2 novembre.

Un discorso duro. Durissimo e profetico, come uso di Pasolini.

Pasolini lo intitolò «Lo scandalo radicale» (in download). Occorrerebbe impararlo a memoria. Occorre farlo perché è necessario comprendere che questa dei falsi diritti civili non è sinistra. È un nuovo fascismo tecnico che, dice Pier Paolo Pasolini, si sarebbe potuto realizzare solo a patto di chiamarlo antifascismo.

Ecco, quindi, che trascrivo qui alcuni passaggi che non commento, se non con il titolo dei paragrafi e le formattazioni. L’intero discorso va letto a piccoli sorsi, perché fa male. Molto male.

Anche se a volte si dovesse perdere il senso del tempo, tanto pare attuale, ricordiamo che i discorso è del 1975. Questo discorso ha quarantatre anni ed è una profezia pienamente compiuta!

È solo una lotta borghese in cui il Popolo è la carne da macello
Attraverso il marxismo, l’apostolato dei giovani estremisti di estrazione borghese – l’apostolato in favore della coscienza dei diritti e della volontà di realizzarli – altro non è che la rabbia inconscia del borghese povero contro il borghese ricco, del borghese giovane contro il borghese vecchio, del borghese impotente contro il borghese potente, del borghese piccolo contro il borghese grande. E’ un’inconscia guerra civile – mascherata da lotta di classe – dentro l’inferno della coscienza borghese. (Si ricordi bene: sto parlando di estremisti, non di comunisti).

Le persone adorabili che non sanno di avere diritti, oppure le persone adorabili che lo sanno ma ci rinunciano – in questa guerra civile mascherata – rivestono una ben nota e antica funzione: quella di essere carne da macello.

Il classismo dei diritti civili
Perché è ora di dirlo: i diritti di cui qui sto parlando sono i “diritti civili” che, fuori da un contesto strettamente democratico, come poteva essere un’ideale democrazia puritana in Inghilterra o negli Stati Uniti – oppure laica in Francia – hanno assunto una colorazione classista. L’italianizzazione socialista dei “diritti civili” non poteva fatalmente (storicamente) che volgarizzarsi.

Infatti: l’estremista che insegna agli altri ad avere dei diritti, che cosa insegna? Insegna che chi serve ha gli identici diritti di chi comanda. L’estremista che insegna agli altri a lottare per ottenere i propri diritti, che cosa insegna? Insegna che bisogna usufruire degli identici diritti dei padroni.

L’estremista che insegna agli altri che coloro che sono sfruttati dagli sfruttatori sono infelici, che cosa insegna? Insegna che bisogna pretendere l’identica felicità degli sfruttatori.

La tragedia degli estremisti consiste così nell’aver fatto regredire una lotta che essi verbalmente definiscono rivoluzionaria marxista-leninista, in una lotta civile vecchia come la borghesia: essenziale alla stessa esistenza della borghesia. La realizzazione dei propri diritti altro non fa che promuovere chi li ottiene al grado di borghese.

Un nuovo fascismo e rapporti sociali immodificabili
In fondo il “rapporto sociale” che si incarnava nel rapporto tra servo della gleba e feudatario, non era poi molto diverso da quello che si incarnava nel rapporto tra operaio e padrone dell’industria: e comunque si tratta di “rapporti sociali” che si sono dimostrati ugualmente modificabili.

Ma se la seconda rivoluzione industriale – attraverso le nuove immense possibilità che si è data – producesse da ora in poi dei “rapporti sociali” immodificabili? Questa è la grande e forse tragica domanda che oggi va posta. E questo è in definitiva il senso della borghesizzazione totale che si sta verificando in tutti i paesi: definitivamente nei grandi paesi capitalistici, drammaticamente in Italia.

Da questo punto di vista le prospettive del capitale appaiono rosee.

I bisogni indotti dal vecchio capitalismo erano in fondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali.

Ecco perché, attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d’uomo: ma l’umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei “rapporti sociali” immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clericofascismo un nuovo tecnofascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi antifascismo), sia, com’è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili.

I diritti civili strumento del potere
Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera.

Fin qui gli estratti che ho scelto.

Ancora una volta Pasolini aveva previsto tutto. Aveva previsto l’avvento di un nuovo fascismo chiamato antifascismo e aveva previsto l’utilizzo fuorviante della realizzazione di falsi diritti civili per raggiungerlo.
di Stefano Al
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1882.- L’eredità di Renzi: ecco il contratto dell’Airbus.

LA MIA OPINIONE

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UNA STORIA ITALIANA A FUTURA MEMORIA

Nel caso qualcuno l’avesse dimenticata, è bene ricordare per l’oggi e, meglio, per il domani, la storia edificante del mega aereo del Bullo. Colui che voleva improntare di sé e della sua allegra brigata il futuro del Paese, aveva il sogno megagalattico di scimmiottare i presidenti Usa. Per raggiungere il suo obiettivo ha costretto – e costringe ancora – i contribuenti a pagare quei capricci di adolescente mai cresciuto. Per fortuna, il Bomba è stato cacciato e strabattuto nei vari appuntamenti elettorali. Poiché la memoria è spesso corta, è bene che gli italiani ricordino certe bravate, nel caso il Bullo dei Lungarno e della Leopolda volesse ricicciare ancora una volta a Palazzo Chigi, o chissà in quale altra veste a danno dell’Italia. Il pericolo è sempre in agguato.
Guglielmo Donnini

LA STORIA
IL JET DI MATTEO – TUTTI I DETTAGLI DELL’ACCORDO (SCONVENIENTISSIMO) TRA ALITALIA, ETIHAD E LA DIFESA

di Daniele Martini

Oltre 144 milioni di euro – Il valore complessivo del contratto per l’Airbus – Ansa
Per soddisfare i capricci aerei di Matteo Renzi i contribuenti italiani stanno versando un obolo di 81 milioni e 312 mila dollari, poco meno di 70 milioni di euro al cambio attuale. È un tributo che serve per pagare il leasing, cioè l’affitto, di un superjet, il famoso, ingombrante e poco pratico Airbus A340-500 che l’ex presidente del Consiglio volle a tutti i costi perché non gli bastavano la decina di velivoli della flotta di Stato. Quella cifra è parte di un accordo più ampio ed è fissata nel contratto che Il Fatto ha potuto consultare, stipulato tra il Segretariato generale della Difesa e l’Alitalia. Quest’ultima ha di fatto agito come intermediaria rispetto ad Etihad, la compagnia aerea di Abu Dhabi proprietaria del velivolo che tre anni fa il governo guidato da Renzi e la stessa Alitalia presieduta da Luca Cordero di Montezemolo invocarono come salvatrice dell’azienda di Fiumicino. Come è andata a finire lo sanno tutti: Alitalia è fallita e gli arabi di Etihad sono fuggiti. Non a mani vuote, però, anzi, si sono portati via qualche bel ricordino romano.

Il contratto per l’aereo di Renzi è uno di questi, insieme al programma Mille Miglia, per dirne un altro, pagato a prezzo di svendita. I 70 milioni di euro del leasing per il jet di Renzi sono sborsati dallo Stato italiano ad Alitalia che si trattiene una piccola quota e versa il grosso agli emiratini in 96 rate che finiranno nel 2024.

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Il 31° Stormo dell’Aeronautica Militare che gestisce questa cariatide dei cieli è dedicato al trasporto delle personalità e si presta a qualche emergenza sanitaria, ma già possedeva due Airbus 319, resi idonei alla rotta transatlantica.

Il valore complessivo del contratto è molto più elevato, oltre 144 milioni di euro suddivisi in 5 lotti: il primo è il leasing, appunto, che è la parte più rilevante dell’affare. Poi ci sono la manutenzione e i servizi Camo di ingegneria per i quali è stata pattuita la cifra di 31 milioni e 751 mila euro. Poi le operazioni di supporto e l’handling, compreso il ricovero del velivolo in un hangar a Fiumicino che prevedono un esborso di 12 milioni e 500 mila euro. Poi c’è il training, l’addestramento specifico (4 milioni di euro in totale) per chi deve pilotare quell’aereo che è molto particolare e non nel senso buono. E infine la riconfigurazione Vip del jet con una previsione di spesa di 20 milioni di dollari per allestire la sala riunioni, la cabina doccia, le camere. La riconfigurazione, però, non è mai partita: la gara per l’affidamento dei lavori è stata chiusa alla fine dell’anno passato, ma nel frattempo ci sono state le elezioni e nessuno sembra ansioso di portare a compimento il progetto di Renzi.

Dotato di 4 motori che consumano l’iradiddio di carburante, l’A340-500 è stato uno dei più clamorosi flop della storia aeronautica dell’Airbus. Dagli stabilimenti di Tolone sono usciti appena 40 esemplari e la produzione è stata interrotta nel 2010; in questo momento in servizio nel mondo ce n’è appena una decina. Quello di Renzi è uno di essi. L’autorevole Air Transport World segnala che l’ultima vendita di un A340-500 è avvenuta nel 2015 per circa 27 milioni di dollari, prezzo che oggi appare teorico e quasi virtuale perché l’A340-500 non ha più mercato e non lo vuole più nessuno. L’aereo che Renzi ha voluto come un giocattolo era stato comprato nel 2006 da Etihad che lo aveva tenuto in esercizio appena 9 anni, fino a ottobre 2015 quando, al termine dell’ultimo volo Tokyo-Abu Dhabi, lo aveva ritirato dal servizio. A quel punto, provvidenziali per la compagnia araba sono arrivati Alitalia e il governo italiano che per prendersi quel “gioiellino” hanno generosamente sborsato una prima rata di leasing di 25 milioni di dollari, cifra quasi uguale al prezzo di vendita segnalato da Air Transport World. Con la piccola differenza che la somma sborsata dallo Stato italiano non è per l’acquisto, ma solo per appena un terzo del leasing totale. Il quale, inoltre, è di tipo solo operativo, così che alla fine l’aereo tornerà al suo legittimo proprietario cioè Etihad. Il contratto prevede anche una clausola rescissoria, che però è tale per modo di dire: nel caso in cui lo Stato decidesse di rifiutare l’aereo di Renzi, dovrebbe comunque pagare per intero l’importo del leasing.

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1881.- RIFLESSIONI SUL MODELLO DI DEMOCRAZIA PREVISTO DALL’ART. 49 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

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Le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione che accolgono il ricorso della procura di Genova contro l’opposizione della Lega al sequestro dei fondi, vogliono colpirla (oggi) come partito vincitore della competizione elettorale con il sequestro delle somme che sarebbero entrate successivamente ai fatti delittuosi di Bossi nelle casse del Carroccio. Così, si tramuta la sentenza in uno strumento per colpire Matteo Salvini e far chiudere il partito. Per la Lega la decisione dei giudici rappresenta “un attacco alla Costituzione perché si nega il diritto a milioni di italiani di essere rappresentati. E’ una sentenza politica senza senso giuridico. Il partito non ha paura, c’è un clima di grande tranquillità e serenità anche se con la consapevolezza che ci vogliono impedire di lavorare ed esistere”. E per i capigruppo del Carroccio Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari e il sottosegretario alla giustizia Jacopo Morrone “sarebbe ora che non ci fossero più ‘correnti di sinistra’ né di nessun genere fra i magistrati, che dovrebbero essere imparziali”. Torna utile rivisitare le RIFLESSIONI SUL MODELLO DI DEMOCRAZIA PREVISTO DALL’ART. 49 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA di Giorgio Pizzol, Senatore socialista X Legislatura.

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Appunti per l’incontro di studio del 25 marzo 2011 al Liceo Flaminio, Vittorio Veneto

Parte I: Il contenuto normativo
All’inizio degli anni ’60 era facile leggere nei commenti alla Costituzione Italiana, svolti da studiosi delle scienze politiche e giuridiche (delle più diverse tendenze ideologiche), che l’articolo 49, doveva essere considerato come la “chiave interpretativa” dell’intero disegno costituzionale. E ciò perché nelle sue disposizioni, vengono enunciate le caratteristiche peculiari del “modello istituzionale” della “democrazia” quale viene concepita e istituita dalla nuova Carta costituzionale. In altri termini, si diceva che in questo articolo chiunque può “leggere” le idee guida, le norme fondamentali, i principi, secondo i quali i cittadini, come singoli e nel loro insieme (come popolo), hanno il diritto, e il dovere di esercitare, la sovranità popolare.

L’istituzione di questo “modello” veniva giudicata come l’avvio di un’esperienza del tutto nuova e originale nella storia degli ordinamenti giuridici dell’intero contesto mondiale per i motivi che cercheremo di esporre.

Gli stessi studiosi facevano notare che gli ordinamenti costituzionali che si autodefiniscono “democratici” (in quanto riconoscono come titolare della “sovranità” il popolo) rimangono in pratica “oligarchici” (in quanto, nella realtà effettiva, la sovranità è esercitata da poche persone). In base a tali ordinamenti infatti, a ben guardare, il popolo esercita effettivamente la sovranità soltanto al momento del voto in quanto col voto “cede” la sovranità agli eletti, ai “rappresentanti del popolo”, ai quali viene affidato appunto il potere di decidere “a nome per conto” del popolo.

La democrazia viene per questo definita come “rappresentativa” mentre una democrazia in senso proprio dovrebbe essere “diretta” ossia esercitata direttamente da tutti i cittadini nel loro insieme.

È facile comprendere che la democrazia diretta è in pratica impossibile dato che non si può neppure pensare alla partecipazione contemporanea di trenta o quaranta o cento milioni di cittadini che, tutti insieme contemporaneamente, esercitino i tre poteri sovrani: legislativo, esecutivo e giudiziario.

Si osservava comunque che anche la Carta costituzionale italiana, come molte altre, all’articolo 1 afferma precisamente che la sovranità appartiene al popolo il quale la esercita “nelle forme e nei limiti” della Costituzione. Forme e limiti che si possono individuare soprattutto nelle norme dettate per la formazione delle assemblee elettive dei diversi livelli (dagli enti locali al Parlamento) mediante suffragio (voto) universale, libero, uguale, personale, e segreto.

Si rilevava pertanto che il riconoscimento da parte delle Carte costituzionali del diritto di voto a tutti cittadini in condizione di libertà e di uguaglianza costituiva senza dubbio una delle più alte conquiste civili mai raggiunte dall’umanità di tutti i tempi. E tuttavia detta conquista, per quanto debba essere giudicata necessaria e irrinunciabile, appariva, pur sempre, insufficiente a garantire al popolo il diritto di esercitare effettivamente la propria sovranità non solo nel momento delle elezioni, ma anche durante il periodo in cui la esercitano i suoi “rappresentanti”.

Sempre secondo gli studiosi su indicati, i Padri della Costituzione italiana si proposero come compito centrale proprio quello di disegnare una concezione di democrazia che potesse essere giudicata più pienamente aderente al significato del nome (governo del popolo) e dettarono per questo scopo un complesso di norme di principio e di “istituti” che consentissero dunque al popolo di essere sovrano non solo al momento del voto ma anche dopo aver votato. Essi vollero quindi istituire una forma di raccordo fra la democrazia diretta e la democrazia rappresentativa.

Per il raggiungimento dello scopo sopra indicato essi presero le mosse dall’osservazione di un fenomeno sociale, che si era sviluppato progressivamente, soprattutto a partire dagli ultimi decenni del diciannovesimo secolo, in tutta l’Europa.

Come è noto nell’epoca in parola il popolo, per mezzo delle sue componenti più attive, aveva escogitato e messo in atto una particolare struttura organizzativa mediante la quale i privati cittadini si ponevano di fronte ai rappresentanti dei pubblici poteri in un confronto costante, (non solo durante le campagne elettorali) ora più ora meno aspro, (fatto di incontri, riunioni, manifestazioni pubbliche, pubblicazioni di libri, opuscoli, giornali) sui più svariati problemi economici, politici, culturali. Con tale azione organizzata gruppi molto numerosi di cittadini intervenivano, giorno per giorno, ed esercitavano concretamente un influsso rilevante sulle scelte dei poteri pubblici; esercitavano quindi, almeno in una certa misura, “direttamente” e “continuativamente” la loro sovranità ossia il potere di influire concretamente soprattutto sulle decisioni dei parlamenti e dei governi.

La struttura organizzativa di cui parliamo, come si sa, ha la forma giuridica dell’associazione (persona giuridica di diritto privato) che si propone come proprio scopo fondamentale di “far sentire” le sue idee, le sue proposte, in tutte le occasioni e in tutte le sedi nelle quali si formano le scelte politiche di uno stato (tendenzialmente anche di una pluralità di stati o perfino dell’insieme di tutti gli stati del mondo).

Questa forma associativa è stata comunemente denominata: “partito” o “partito politico”.

Occorre notare che questa forma organizzativa acquista un peso notevole nella vita politica e sociale, soprattutto nel Novecento, nel momento in cui si formano i così detti partiti di massa i quali sono in vario modo collegati con le organizzazioni sindacali di operai o contadini (anch’esse giuridicamente “associazioni”). Questi partiti di massa sono in grado di raccogliere un numero molto alto di associati, ma soprattutto sono in grado di mobilitare migliaia e, in certi periodi, milioni di persone, che condividono i loro obbiettivi.

I Costituenti (sempre secondo le dottrine di cui dicevamo) videro proprio nell’attribuzione a questa forma associativa di “diritti” e di “obblighi” costituzionalmente sanciti lo strumento essenziale (anche se non l’unico ed esclusivo di altri strumenti), per offrire al popolo (ai cittadini come singoli e nel loro insieme) la possibilità di esercitare in un modo nuovo e più pieno la sua sovranità.

Essi istituirono quindi un nuovo “modello di democrazia” soprattutto dettando l’articolo 49 della Carta costituzionale, articolo che prevede appunto un “raccordo” fra la democrazia diretta e la democrazia rappresentativa riconoscendo espressamente il ruolo dei partiti nella determinazione della politica nazionale.

Questo modello più precisamente prevede che il popolo attraverso la partecipazione all’attività dei partiti (in libera e leale competizione tra loro) possa partecipare alla formazione delle decisioni delle Istituzioni rappresentative (nazionali e locali).

Veniamo dunque alla lettura del testo dell’articolo in questione:
“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”

Si tratta di un testo molto breve, molto sintetico, che, per essere inteso nel suo pieno significato deve essere sottoposto a un’interpretazione analitica sia letterale che logico-sistematica (collegando questo articolo con l’insieme delle norme costituzionali), interpretazione che peraltro non presenta, a nostro parere, particolari difficoltà neppure per gli inesperti in materia di diritto.
Passando all’analisi noteremo che nella disposizione costituzionale in esame chiunque può “leggere” le seguenti norme di principio, o princìpi.

A. Principio della “libertà di associazione in partiti” da intendersi sia nel senso positivo di diritto garantito a tutti i cittadini di fondare e di aderire ad un partito sia nel senso negativo ossia diritto di non aderire o di cessare di aderire ad un partito.
B. Principio della “pluralità” di partiti: il numero dei partiti non può essere limitato; chiunque può prendere l’iniziativa di fondare un nuovo partito. (I limiti alla fondazione e all’attività dei partiti possono essere soltanto quelli previsti per le associazioni in generale stabiliti dagli articoli 17 e 18 della Costituzione: le riunioni devono essere pacifiche e senza armi; le finalità associative non devono essere vietate dalla legge penale; sono vietate le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare).
C. Principio dell’adozione del “metodo democratico” sia nei rapporti con gli altri partiti sia nella propria organizzazione interna.
D. Principio del “libero concorso” di ciascun partito alla determinazione della politica nazionale.
I principi sopraelencati ai punti A) e B) possono essere facilmente riscontrati nella disposizione in parola e non richiedono un’ulteriore indagine interpretativa.

Una riflessione più attenta riteniamo debba essere svolta sull’interpretazione e sui problemi relativi all’attuazione dei principi indicati ai punti C) e D).

Secondo l’interpretazione degli studiosi di cui dicevamo sopra i principi in questione devono essere intesi come complementari, nel senso che ognuno di essi deve essere attuato in funzione dell’attuazione dell’altro (il metodo democratico deve permettere il libero concorso e viceversa).

A questo proposito si può rilevare che la normativa concernente “i rapporti fra partiti” è stata dettata espressamente mediante apposite disposizioni della Costituzione e delle leggi ordinarie, particolarmente, mediante quelle che disciplinano le competizioni elettorali.

Riteniamo anche che sia possibile obbiettivamente riconoscere che tali principi sono stati anche concretamente rispettati a partire dall’entrata in vigore della Costituzione ad oggi. (ad eccezione del periodo che va dal 1993 al 2005 come si preciserà meglio più avanti se ne avremo il tempo).

Riteniamo opportuno riflettere invece particolarmente sul fatto che L’art. 49 della Costituzione è sempre rimasto, dall’entrata in vigore della Costituzione a tutt’oggi, privo di una necessaria normativa di attuazione, per quanto riguarda l’obbligo che esso impone ad ogni partito di adottare il “metodo democratico” nella propria organizzazione interna.
Obbligo che qui viene sinteticamente denomineremo “principio di democrazia interna”.

Ripeteremo che l’interpretazione dell’articolo, anche per questo aspetto, risulta in ogni caso chiara e inequivocabile per chiunque.

È innegabile infatti:

A. che detto principio è stato dettato dalla norma in esame;
B. che in base ad esso ogni partito è tenuto ad adottare una normativa per la propria organizzazione interna che comporti per i propri aderenti il rispetto medesimi principi sopra descritti; principi che, come si è detto, costituiscono i “fondamenti” (i “cardini”) di quella particolare “forma democratica” che è stata istituita dalla Costituzione medesima.
Ci sembra giusto dire che era comunque evidente fin dall’entrata in vigore della Costituzione che sarebbe stato opportuno che la Costituzione stessa o una legge costituzionale o almeno una legge ordinaria successiva, avesse introdotto nel nostro ordinamento alcune norme specifiche allo scopo di garantire l’attuazione del “principio di democrazia interna” mediante apposite disposizioni; e ciò soprattutto in materia di:
A) controllo dell’adozione di detto principio mediante apposite norme contenute nello statuto di ogni partito;
B) di rimedi e sanzioni per il caso in cui esso venisse violato.

In particolare ribadiamo che, al fine di dare attuazione a tale principio, sarebbe stato opportuno che, una legge (costituzionale o ordinaria) avesse stabilito che, ogni partito fosse obbligato, ad adottare nel proprio statuto, come minimo, le seguenti norme per regolare la propria organizzazione interna:

l’iscrizione al partito è consentita a tutti i cittadini (salvo ovviamente a coloro che siano già iscritti ad un altro partito o siano privi del diritto di elettorato);
ogni iscritto è membro dell’assemblea del livello organizzativo minimo ed ha diritto di essere eletto: a) alle cariche direttive e rappresentative del livello stesso; b) alle assemblee dei livelli superiori;
i membri delle assemblee dei livelli superiori sono eletti fra i membri delle assemblee dei livelli inferiori;
le cariche direttive e rappresentative di ogni livello e le designazioni a cariche pubbliche sono conseguite a seguito di elezioni da parte delle assemblee dei rispettivi livelli organizzativi con votazioni a scrutinio segreto e con voto personale, libero, e uguale;
gli iscritti che hanno ottenuto la maggioranza nelle relative votazioni hanno diritto di prendere e di attuare le decisioni di competenza delle cariche direttive nelle quali sono stati eletti;
gli iscritti che non hanno conseguito la maggioranza nella elezione del gruppo dirigente (le minoranze interne), conservano il diritto di rimanere nel partito e di esprimere liberamente il proprio dissenso e le loro proposte alternative alle decisioni della maggioranza e del gruppo dirigente;
l’assemblea di ogni livello approva a maggioranza i programmi di attività e i bilanci di previsione e i bilanci consuntivi del partito;
le assemblee del partito nelle quali si discute la scelta degli organi direttivi e dei candidati a cariche pubbliche sono aperte al pubblico (fino al momento dell’apertura delle votazioni);
gli statuti, i verbali delle assemblee, i bilanci preventivi e consuntivi dei partiti sono consultabili dai cittadini elettori a norma delle leggi vigenti per la consultazione degli atti degli enti pubblici.
Con l’introduzione di norme di legge come quelle sopra descritte per l’attuazione del principio del metodo democratico nell’organizzazione interna dei partiti (opportunamente integrate da altre soprattutto in tema di finanziamento pubblico e privato dei partiti e di controllo, rimedi e sanzioni per le eventuali trasgressioni delle norme stesse) il “modello” di democrazia disegnato dalla Costituzione sarebbe stato più chiaramente definito e, a nostro parere, avrebbe potuto trovare una più facile e più concreta attuazione pratica.

Qualunque cittadino in forza delle norme dell’articolo 49 della nostra Costituzione, una volta che risultassero determinate nei modi sopra indicati (sia in relazione ai rapporti tra partiti che in relazione all’organizzazione interna di ciascun partito), si trova a disporre di strumenti normativi che gli consentono di partecipare (concorrere) “effettivamente”, “direttamente” e “continuativamente” alle decisioni della politica nazionale di tutti gli Organismi elettivi costituzionali nazionali e locali: Parlamento; Regioni, Provincie,Comuni.

Noteremo che in questo modello istituzionale “ogni singolo cittadino” ha il diritto di fare in prima persona l’esperienza della partecipazione alla vita politica e a concorrere alla formazione delle scelte degli Organi elettivi costituzionali mettendo in atto queste semplici iniziative: entrando nel partito che meglio risponde alla sua concezione dei fini e dei mezzi dell’attività politica; o, nel caso in cui nessuno dei partiti esistenti risponda alle sue esigenze, fondando egli stesso un partito. Avendo diritto in particolare:

di parola e di voto nell’assemblea del partito;
di ricoprire, a seguito di libere elezioni interne, le cariche direttive del partito stesso, potendo perciò entrare a far parte, salendo di livello in livello, dall’organo direttivo minimo fino a quello massimo;
di essere scelto, sempre a seguito di libere elezioni interne, quale candidato alle cariche pubbliche;
di esprimere il proprio giudizio, giorno per giorno, sulle scelte e sull’attività di coloro che, a seguito di designazione del partito, sono stati eletti a ricoprire cariche pubbliche;
di esporre comunque le sue opinioni sia che condivida sia che non condivida in tutto o in parte le scelte della maggioranza del partito; essendogli sempre garantito il diritto di rimanere nel partito e la libertà di parola e di voto nell’assemblea dello stesso anche nel caso in cui egli sia in minoranza.
Si noterà soprattutto che il modello normativo in esame, per il fatto di consentire “pari opportunità ai diversi partiti” e “pari opportunità ai singoli partecipanti all’attività di ogni partito” consente anche ai cittadini che “non intendano” impegnarsi in prima persona nell’attività di un partito di esprimere liberamente, in tutte le sedi offerte dalla cosiddetta “società civile”, le loro opinioni e il loro “giudizio” sull’azione dei diversi partiti “concorrenti” e pertanto di partecipare (anche non entrando in un partito) allo svolgimento della vita democratica.

Sinteticamente il modello per l’esercizio della sovranità popolare (demo-crazia) previsto dall’art. 49 (e dagli articoli della II parte della Costituzione) è facilmente descrivibile mediante il seguente schema:

l’insieme dei cittadini elettori partecipando (direttamente o indirettamente) all’attività di partiti diversi e tra loro in competizione con metodo democratico (art. 49) elegge il Parlamento (Camera dei deputati e Senato della Repubblica) – organo cui spetta di esercitare il potere legislativo – (artt. 56 e 57);
il Parlamento, a maggioranza, sostiene con la propria fiducia il Governo – organo cui spetta il potere esecutivo o amministrativo -; il Parlamento, in seduta comune delle due camere, elegge il Presidente della Repubblica, (primo organo di garanzia del corretto funzionamento degli Organi costituzionali) (art. 83).
La Magistratura – organo cui spetta l’esercizio del potere giudiziario – amministra la giustizia in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge (artt. 101 e 108).
l’insieme dei cittadini elettori partecipando (direttamente o indirettamente) all’attività di partiti diversi e tra loro in competizione con metodo democratico (art. 49) elegge altresì i Consigli (assemblee elettive) delle Regioni, Province, e Comuni;
gli Organi di governo di delle Regioni, Province, e Comuni devono godere della fiducia delle rispettive assemblee elettive.
Il “modello di democrazia” delineato dall’art. 49 della Costituzione Italiana risulta pertanto in grado di assicurare ad ogni cittadino, e quindi a tutto il popolo, il diritto di “concorrere” (contribuire) concretamente alla formazione delle scelte della politica nazionale perché gli consente di partecipare direttamente: a) alla elaborazione delle idee, dei programmi, delle proposte, delle iniziative dei partiti; b) alla scelta delle le persone che dovranno poi ricoprire le cariche pubbliche elettive.

Crediamo sia giusto riconoscere che il nostro articolo istituisce una forma di esercizio della sovranità popolare nel modo più razionale in cui essa può essere esercitata (creando così un efficace “raccordo” fra democrazia diretta e democrazia indiretta).
Se il modello costituzionale sopra descritto fosse stato concretamente attuato e praticato noi ci troveremmo in una situazione tale per cui il libero confronto di idee e di iniziative in condizioni di parità fra tutti i cittadini porterebbe realmente ad un “libero concorso” (libera partecipazione e libera competizione) di tutti i cittadini nella formazione delle scelte politiche della Repubblica in tutte le sue diverse articolazioni istituzionali nelle quali si esprimono i tre poteri “sovrani”: legislativo, esecutivo, giudiziario.

Sembra lecito pensare pertanto che un corretto funzionamento di questo “modello” di democrazia, sia in grado di produrre necessariamente una selezione sia dei gruppi dirigenti dei partiti sia dei componenti degli Organi costituzionali, tale da assicurare, nel tempo, il prevalere delle idee e delle risorse umane più idonee alla soluzione dei problemi della società e comunque capace di garantire al popolo di procedere al “ricambio”, per via democratica e pacifica, dei gruppi dirigenti sia dei partiti che dello Stato.

Parte II: L’attuazione pratica

Uno sguardo molto rapido alla situazione della politica italiana a partire dall’entrata in vigore della Costituzione ci dice che, la “democrazia reale” (la “Costituzione materiale” come dicono i giuristi) è stata assai poco coerente col modello sopra descritto (dettato dalla “Costituzione formale”). In altre parole, dobbiamo constatare che le norme del nostro articolo (secondo l’interpretazione sopra descritta) sono rimaste quasi del tutto prive di attuazione pratica. Ciò ha prodotto gravi danni nel funzionamento delle istituzioni e nello svolgersi della vita sociale in genere, danni di cui parleremo fra poco.

I motivi della carente attuazione del modello costituzionale sono ovviamente molti, ma crediamo che uno dei principali sia individuabile proprio nella mancata emanazione di specifiche norme che garantissero il rispetto del “metodo democratico” all’interno dei partiti.
È facile comprendere infatti che se i partiti non adottano il metodo democratico nella propria organizzazione interna viene meno quel raccordo fra democrazia diretta e democrazia indiretta di cui si parlava sopra e il modello costituzionale rimane privo di efficacia.

La carenza di democrazia all’interno dei partiti diventa inevitabilmente carenza di democrazia nelle Pubbliche istituzioni.

Si potrebbe ritenere che l’emanazione di espresse norme di legge sulla materia in questione fosse sostanzialmente superflua considerato che i partiti che hanno svolto la loro attività a partire dall’entrata in vigore della Costituzione, hanno, in realtà, adottato spontaneamente il principio democratico sopra indicato nei propri statuti e regolamenti interni (almeno fino all’inizio degli anni ’90).

Chiunque abbia però un minimo di esperienza diretta della vita concreta dei partiti politici (e anche delle libere associazioni in genere) sa bene che la pura e semplice introduzione delle norme in questione nello statuto non garantisce affatto il loro rispetto.

I gruppi dirigenti di qualsiasi partito, come è noto, tendono a conservare la propria posizione direttiva. A questo scopo adottano, una prassi organizzativa che consente loro:

a) di controllare l’accesso al partito accogliendovi prevalentemente persone di loro gradimento;
b) di procedere alla formazione delle cariche direttive col metodo della cooptazione (aggirando in vario modo le norme statutarie che garantiscono libere elezioni interne).
Tale prassi può realizzarsi senza alcun problema per il gruppo dirigente di qualsiasi partito per il semplice motivo che, di fatto, sono gli stessi membri del gruppo dirigente ad esercitare, le funzioni di “controllo” del rispetto dello statuto e delle norme organizzative interne (essi sono i controllori di se stessi).

In sintesi, con questa prassi i gruppi dirigenti dei partiti possono prendere tutte le decisioni in merito all’attività del partito a loro esclusiva discrezione, svincolati da qualsiasi partecipazione “democratica” e da qualsiasi controllo da parte degli iscritti (e ovviamente da parte degli elettori non iscritti). Essi sono cosi in grado di instaurare, all’interno del partito, un regime oligarchico. Regime che viene immediatamente trasmesso alle Pubbliche istituzioni. Si comprende infatti che, in definitiva, i membri dei gruppi dirigenti dei partiti, in questo regime, hanno, tra gli altri, il potere di scegliere i candidati, e quindi gli eletti, alle cariche pubbliche (e scelgono in primo luogo se stessi e successivamente persone di loro fiducia).

In sintesi, a seguito di questa prassi organizzativa, i dirigenti dei partiti (ovviamente, in primo luogo, dei partiti che ottengono la maggioranza dei consensi elettorali) diventano i veri, e praticamente gli unici, detentori della “sovranità popolare” .

Non occorre dire che in questo modo i principi dell’art. 49 della Costituzione sono stati palesemente e gravemente violati e il modello di democrazia dettato dalla Costituzione è rimasto quasi del tutto (ma fortunatamente non proprio del tutto come dirà più avanti) privo di efficacia.

La prassi sopra descritta si è andata affermando, a partire dall’entrata in vigore della Costituzione in forma sempre più marcata col passare dei decenni ed è stata chiamata, negli anni ’80, con un termine molto appropriato, “partitocrazia”.

Non è questa la sede per un’indagine storica sui danni prodotti alla vita istituzionale, politica e sociale in genere da questo fenomeno patologico della democrazia.

Diremo molto brevemente del più grave (a nostro parere) di tali danni.

Il metodo democratico nella formazione della volontà politica in un regime partitocratico viene sostituito, prima all’interno dei partiti e poi all’interno delle istituzioni, dal metodo delle relazioni personali dei singoli con coloro che dispongono del potere politico.

Quando nella gestione delle pubbliche istituzioni prevalgono le relazioni personali la legge (la regola stabilita democraticamente) perde il suo ruolo di riferimento per i comportamenti individuali e i singoli sono sempre più indotti, per qualsiasi loro iniziativa, ad instaurare rapporti personali con coloro che detengono il potere e che pertanto sono in grado di favorirli o di ostacolarli.

Strettamente connesso col fenomeno della partitocrazia è il fenomeno del “clientelismo”: il rapporto fra elettori ed eletti nel quale gli interessi pubblici sono subordinati agli interessi privati.

Non è necessario spendere tante parole per descrivere questo fenomeno né soffermarsi sulle sue conseguenze dannose per la società.

Ci limiteremo qui a osservare che quando, in un qualsiasi contesto politico-istituzionale, prevalgono partitocrazia e clientelismo un comportamento rispettoso della legge (e del metodo democratico) viene ritenuto penalizzante per chi lo tiene e perciò cresce nelle persone la tendenza a soddisfare i propri interessi eludendo o violando la legge.

In sintesi diremo che la mancata attuazione del metodo democratico causa la seguente spirale viziosa: meno democrazia, meno rispetto per legalità; meno rispetto per legalità, meno democrazia (e avanti).
In tale contesto diventa inevitabile l’aggravarsi dei problemi e delle tensioni sociali: coloro che non sono in condizione di allacciare rapporti con le persone che esercitano poteri pubblici non trovano più difesa della legge e sono indotti a tenere , sempre più spesso, comportamenti illegali, comportamenti che, a loro volta, produrranno nuove e più gravi problemi sociali.

***
Il problema politico che sta ora davanti a noi tutti è quello di come invertire questa spirale viziosa e trasformarla in spirale virtuosa: più democrazia più legalità; più legalità più democrazia. (Più democrazia, più benessere sociale)

Ci domandiamo: “Saremo capaci di raggiungere questo obbiettivo”?

Nel tentare di rispondere a questa domanda chiederei, molto umilmente, di esprimere la seguente opinione: coloro che vogliono raggiungere l’obbiettivo in parola devono in ogni caso attraversare un passaggio obbligato; una volta attraversato il quale però, la via che conduce all’obbiettivo diventa facile e, direi, in discesa.

Tale passaggio obbligato, consiste nel “prendere coscienza” del fatto che senza una coerente applicazione del metodo democratico all’interno dei partiti e delle istituzioni, senza una democrazia partecipativa effettivamente praticata, non vi sarà nessun rimedio ai problemi di cui parliamo.

Un forte motivo dubbio sulla possibilità di avanzare in questa direzione, deriva secondo il sottoscritto, dal constatare che questa presa di coscienza è oggi del tutto assente nelle sedi istituzionali e politiche; nelle scuole di ogni ordine e grado; nei grandi e piccoli mezzi di informazione di massa; in tutti gli organismi sociali e culturali che hanno una qualche influenza sulla cosiddetta “opinione pubblica”.

Personalmente (e preferirei pensare che mi sto sbagliando) trovo soprattutto incomprensibile che gli autorevolissimi – e un tempo numerosi – esponenti della cultura filosofico-giuridica e della vita politica che, dal primo dopoguerra fino a circa 25 anni fa, giudicavano la Costituzione Italiana come la forma “storicamente più avanzata” di democrazia siano oggi del tutto silenziosi su questo argomento; e non dicano neppure perché hanno cambiato opinione.

Mi sia consentito di ricordare in questa sede (per puro amore di cronaca) che l’unica proposta (per quanto a mia conoscenza) in materia di attuazione dell’art. 49 della Costituzione fu il disegno di legge presentato dal sottoscritto (all’epoca senatore della Repubblica), nella X Legislatura (Senato della Repubblica Disegno d.l. n. 3047 – 13 novembre 1991-).

Nonostante il senso di scoraggiamento che può derivare dalle osservazioni appena svolte, dirò che sono fermamente convinto che è ancora possibile agire per accrescere (anche rapidamente) il numero di coloro che, prima o poi, compiranno la presa di coscienza in questione.

Un motivo a sostegno di questa convinzione potrebbe essere questo.

Nessuno può negare che il nostro art.49 è tuttora “formalmente vigente” .
Tutti sanno che il fatto che le norme di una legge siano state più volte violate non comporta che le norme stesse debbano considerarsi “abrogate”.

Quindi una corrente di opinione o – perché no – un partito vero e proprio che si proponesse come proprio compito fondamentale quello di richiamare tutti i cittadini e tutti coloro che hanno responsabilità direttive nelle istituzioni o nei partiti al rispetto e all’applicazione coerente del metodo democratico avrebbe dalla sua parte la “forza” del diritto dettato dalla Costituzione, la legge fondamentale dello stato.

Richiameremo a questo proposito un altro articolo della Costituzione, l’art. 54: “ Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.”

Naturalmente questa corrente di opinione o partito deve prima di tutto formarsi, darsi un’organizzazione e intervenire nella vita politica con iniziative adeguate alla realizzazione di questo compito.

Per questo fine è necessario naturalmente che “si associ” un certo numero di persone convinte che il modello di democrazia di cui parliamo sia valido, praticabile.
E questo è, occorre ammetterlo, un problema assai difficile da risolvere. Le persone che credono veramente nel metodo in questione, come si può facilmente constatare (o come almeno la mia personale esperienza mi ha troppe volte confermato) sono una minoranza (sono una minoranza quelle che sostengono che il metodo è “in teoria” buono; e sono una minoranza ancora più esigua quelle che pensano che esso sia “concretamente praticabile”).

Si potrebbe affermare allora che coloro che credono nel metodo democratico, essendo in minoranza, devono “democraticamente” consegnare le Istituzioni democratiche alla maggioranza di coloro che non credono in tale metodo?

Questo è certamente il paradosso della democrazia. E qui la fiducia di cui parlavo sopra sembrerebbe cadere del tutto.

Ma l’argomento per superare il paradosso esiste ed è, a parere del sottoscritto, il seguente: se il metodo democratico resterà scritto nella Costituzione e se vi sarà anche “una piccola minoranza” che lavora per attuarlo questa piccola minoranza di oggi (prima o poi ma inevitabilmente) diventerà la maggioranza di domani.

Perché “inevitabilmente”? Per il semplice motivo che, come abbiamo già detto, il metodo in questione consentirà “nel tempo”, il prevalere delle idee e delle risorse umane più idonee alla soluzione dei problemi della società.

Il nostro metodo, se riflettiamo attentamente, è di per se stesso una “garanzia” del prevalere dei “contenuti giusti e utili” dell’azione politica. Per questo si può essere, anche se molto (molto) cautamente, ottimisti.

Il metodo di cui parliamo dunque, è in grado pertanto far prevalere la “democrazia” anche se la maggioranza non è democratica.

Di ciò dobbiamo essere grati a quegli uomini che 64 anni fa scrissero la nostra Costituzione che ci hanno regalato un eccellente strumento di progresso civile (anche se, finora troppo scarsamente utilizzato).

Un’ultima riflessione a sostegno della fiducia nella possibilità della realizzazione del nostro modello.

A ben guardare, anche se il concetto di democrazia di cui parliamo non fosse stato espressamente sancito in una Carta costituzionale, non vi sarebbe nessuna difficoltà per una qualsiasi persona ragionevole di comprendere come esso sia “presente” nella mente di ogni essere umano (in ogni tempo e in ogni luogo) e giudicato giusto e utile al “vivere insieme” delle persone.

Ognuno comprende che tale concetto è già contenuto nel più semplice dei principi morali: il rispetto reciproco.

Un principio che prima di essere “morale” è “logico” perché è fondato su questo elementare “ragionamento” che ogni persona può svolgere nei confronti ogni altra: se io rispetto la tua vita e tu rispetti la mia vita noi ci comporteremo in modo da aiutarci reciprocamente a realizzare al meglio la capacità di vivere di entrambi e di ogni altro essere umano (senza distinzione).

Un principio potremmo definire “l’essenza della civiltà” e anche il “criterio” che ci consente di misurare il grado di civiltà; (grado che risulterà tanto più elevato quanto più esso è rispettato).

Si può avere fiducia che, prima o poi, questo principio sarà sostenuto dalla “maggioranza degli esseri umani”, o almeno da una “minoranza” capace di farsi ascoltare dalla maggioranza ? Personalmente direi di sì, proprio perché esso (come a me sembra) è già presente “nella mente di tutti gli esseri umani, in tutti i tempi e in tutti i luoghi”.

1880.- I reati di Bossi: libero, il sequestro dei fondi della Lega e il diritto costituzionale dei cittadini di partecipare alla vita politica della Nazione

VOGLIA DI ANDARE VIA

VOGLIA DI ANDARE VIA

Sergio Mattarella ha poche condizioni da porre per ricevere il viceministro Matteo Salvini. Meglio farebbe a convocare, prima, il vicepresidente del C.S.M., il procuratore generale della Corte suprema di Cassazione e il Guardasigilli, per ribadire la piena autonomia e indipendenza dei giudici da ogni altro potere che non sia la legge, perché una magistratura politicizzata non è indipendente e non è una magistratura. Infatti, un conto sono i reati contestati al senatore Bossi e al suo Cerchio Magico e un altro conto è il partito. Lo afferma uno che dava un modesto contributo alla prima Commissione Difesa della Lega e che la lasciò nel 1994 perché a Montecitorio già si vociferava di queste mascalzonate. Ecco che, anziché colpire i truffatori di ieri, tuttora politici del sistema, le motivazioni della sentenza della Cassazione che accolgono il ricorso della procura di Genova contro l’opposizione della Lega al sequestro dei fondi, vogliono colpirla (oggi) come partito: un partito nemico in quanto vincitore della competizione elettorale. Una tale sentenza politica non è legittima oggi, come non lo era ieri a settembre, avendo stabilito il sequestro dei “futuri introiti” del partito fino al raggiungimento della cifra di 49 milioni di euro, perché non era bastato azzerare i conti. Mi sarei atteso il sequestro di tutti beni, anche futuri, dei rei e osservo che sequestrare le somme che sarebbero entrate successivamente nelle casse del Carroccio, tramuta la sentenza in uno strumento per far chiudere il partito. Inoltre, spiegatemi quali sarebbero i nessi fra i fatti delittuosi dei Bossi e del Cerchio Magico e le successive, ripeto successive, contribuzioni degli eletti e i contributi versati dai cittadini. l’evidenza di queste assurdità e il loro ripetersi sono la conferma di una magistratura, colonizzata dagli oligarchi comunisti – che comunisti sono, ma solo per gli affari loro – per i quali e per la quale sono nemici tutti i partiti non comunisti, quando al governo. Sergio Mattarella, presidente della Repubblica poco entusiasta dei suoi doveri, garantisca l’autonomia dell’ordine giudiziario (Art. 101, comma 2, Cost.), facendo valere la sua presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura e faccia notare al Ministro della Giustizia (art. 110, Cost.) e al procuratore generale della Corte suprema di Cassazione che le motivazioni della sentenza vanno contro il diritto costituzionale, e contro il dovere dei cittadini, come singoli e come popolo, di esercitare, la sovranità popolare attraverso, appunto, i partiti. E, quando si parla di cittadini, qui in Italia, si parla del Sovrano.

LA COSTITUZIONE
ARTICOLO 49.- Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

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Le obiezioni alla sentenza del sequestro dei fondi della Lega.

La Cassazione ha depositato martedì scorso le motivazioni della sentenza che accolgono il ricorso della procura di Genova contro l’opposizione del Carroccio al sequestro dei fondi, provvedimento conseguente alla condanna pronunciata nel processo per truffa ai danni dello Stato nei confronti dell’ex leader Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito. Nelle motivazioni del pronunciamento della Cassazione sul sequestro dei fondi della Lega, i giudici della Suprema Corte fanno riferimento anche al sequestro dei futuri introiti del partito fino al raggiungimento della cifra di 49 milioni di euro, provento della supposta “truffa allo Stato”. Dunque, cosa succederà ora? Intanto, l’avvocato Roberto Zingari, legale del Carroccio, ha spiegato nelle ultime ore come si muoverà quantomeno il partito. «La Cassazione ha rinviato al Riesame quindi – afferma – verrà fissata un’udienza e noi cercheremo di far valere le ragioni che avevano portato il Riesame precedente a darci ragione. Poi, eventualmente, se il provvedimento preso sarà negativo faremo ricorso. Con quanto affermato in via giuridica si blocca un partito e si legittima un sequestro di cose che non hanno nessun legame con il fatto di reato».

Ma ora, dopo il verdetto, cosa succederà? Intanto il governo…

E ancora: «Quello che noi avevamo sostenuto – prosegue il legale – era che non era legittimo neanche il sequestro che era stato fatto nel settembre scorso. Dopo quel sequestro, che ha azzerato i conti, le somme che entrano successivamente sono le contribuzioni degli eletti e i contributi dei cittadini. Quindi il legame con il profitto del reato non può esserci. Questo provvedimento in qualche modo – conclude Zingari – va anche contro quello che ha deciso il tribunale, nel merito, e che aveva stabilito non si potessero sequestrare beni futuri». Nel frattempo, codici e sentenze a parte, su questo punto il governo si è dimostrato unito: sul caso è intervenuto allora il capo politico del M5S Luigi Di Maio spiegando che non c’è «nessun imbarazzo» da parte del Movimento rispetto alla sentenza della Cassazione sui beni della Lega. «Stando a quel che dice Salvini lo scandalo riguarda Bossi e il suo cerchio magico. Detto questo, una sentenza è una sentenza…», ha concluso il vice premier, mentre i capigruppo della Lega al Senato e alla Camera, Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari, hanno rimarcato come «milioni di italiani perbene si riconoscono nell’azione della Lega, mettere fuorilegge un partito per (eventuali) errori di altri, risalenti a dieci anni fa, non garantisce quello spirito di democrazia, libertà e partecipazione popolare su cui si fonda la nostra Costituzione e la nostra vita sociale. Ne parleremo col garante di questa Costituzione, col Presidente della Repubblica – hanno quindi concluso ritornando sull’incontro in agenda per lunedì – nel pieno rispetto dei tanti giudici, la stragrande maggioranza, che svolgono bene e con imparzialità, la loro funzione».

1879.- Decreto dignità. Opinioni a confronto.

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Luciano Barra Caracciolo: “Il governo non si spaccherà certo su principi fondamentalissimi della Costituzione: tutela e dignità del lavoro e indipendenza effettiva della magistratura”.
Se, poi, la libertà trae dalla dignità e questa c’è se prima c’è il Lavoro, dobbiamo riflettere sul blocco della spesa pubblica con cui,da Padoan a Giovanni Tria, si intende investire nella piena occupazione; atteso che, malgrado le buone intenzioni, tuttora, questi investimenti soggiacciono ai vincoli europei.

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Fratelli d’Italia, Meloni: «Gli “annunci” di Di Maio mi ricordano le slide di Renzi»
«Con il decreto Dignità la montagna ha partorito il topolino: per settimane abbiamo sentito parlare di abolizione dello spesometro, del redditometro e dello split payment. Nel decreto però il redditometro non è abolito, lo spesometro non è abolito e lo split payment è abolito ma solo per i professionisti. L’“annuncite” del decreto dignità mi ha ricordato le slide di Renzi». Così Giorgia Meloni in una intervista a Omnibus su La7 commentando i primi passi del ministro del Lavoro.
Meloni: «La montagna ha partorito il topolino»
«Tra le cose che non tornano di questo decreto Dignità c’è il tema della lotta alla precarietà: è sbagliato pensare che il lavoro si crei per editto o per decreto. Irrigidire le forme contrattuali non porta a contratti di lavoro migliori – ha detto la leader di Fratelli d’Italia – ma alla disoccupazione o al lavoro nero e per questo la ricetta per FdI è mettere le aziende in condizione di assumere e questo si fa abbassando la burocrazia, abbassando le tasse e con una giustizia che sia efficace e veloce». Una filosofia, questa, che da sempre è la stella polare del centrodestra sul terreno dell’occupazione e dello sviluppo. «La posizione di Di Maio, invece, ricalca quella tipicamente marxista: “il lavoro esiste solamente in una determinata formula, lavoratore e datore di lavoro sono due nemici, bisogna bastonare il datore di lavoro per avere più lavoro”’. È falso: oggi, di fronte alla crisi economica, lavoratore e datore di lavoro sono sullo stesso piano e bisogna fare in modo che si prendano per mano e che insieme lavorino per rendere quell’impresa migliore», spiega la Meloni ricordando la proposta di Fratelli d’Italia per la partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa».

«Folli le politiche della sinistra sugli immigrati»
Favorevole alla stretta sull’immigrazione impressa da Salvini (anche sulla cosiddetta “protezione umanitaria), l’ex ministro della Gioventù giudica «folli politiche della sinistra italiana sull’immigrazione che mettono in discussione Schengen. Ora l’unico modo che abbiamo per difenderlo è governare i confini esterni dell’Ue con un blocco navale: i barconi non devono partire». Non so perché il governo non abbia voluto proporlo al Consiglio europeo, né perché addirittura la Lega abbia votato contro la risoluzione di Fratelli d’Italia in Parlamento – dice – era anche una loro proposta ma evidentemente hanno cambiato idea. In ogni caso il blocco navale resta l’unico modo per risolvere il problema visto che dal Consiglio Europeo l’Italia non ha cavato un ragno dal buco».
Santanchè (FdI): ‘Si occupa di lavoro chi nella vita non ha mai lavorato’.
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Dall’opposizione.
Per Gentiloni, le misure approvate dal Consiglio dei ministri non favoriscono gli investimenti. Mentre per l’ex ministro Calenda “è politica degli slogan”. Il Pd attacca compatto l’impianto del provvedimento: “Dopo un mese di annunci rocamboleschi il mini decreto introduce soltanto ostacoli per lavoro e investimenti. Lasciamo stare la dignità”, scrive su Twitter l’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. “Il decreto dignità avrà due effetti: diminuire l’occupazione ovunque e gli investimenti al Sud (e le reindustrializzazioni)”, è l’attacco sempre su Twitter dell’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda.

Confidustria: “Segnale molto negativo”
Critiche arrivano anche dal mondo delle imprese, a partire da Confindustria, secondo cui l’approvazione del decreto Dignità “è un segnale molto negativo per il mondo delle imprese”. “Il risultato sarà di avere meno lavoro, non meno precarietà” dicono gli industriali, i quali esprimono preoccupazione sul fatto “che siano le imprese a pagare il prezzo di un’interminabile corsa elettorale all’interno della maggioranza e che si creino i presupposti per dividere gli attori del mercato del lavoro, col rischio di riproporre vecchie contrapposizioni”. “Mentre infatti i dati Istat raccontano un mercato del lavoro in crescita – conclude la nota diffusa da Confindustria – il governo innesta la retromarcia rispetto ad alcune innovazioni che hanno contribuito a quella crescita”. Per Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, inoltre, “per decreto non si creano posti di lavoro, ma con un decreto i posti di lavoro si possono distruggere”.

Confcommercio: “Introduce inutile e dannosa rigidità”
Un’altra dura presa di posizione arriva da Confcommercio: “In attesa dell’annunciata riduzione del costo del lavoro, tutta da verificare, il governo decide di fare una grave marcia indietro sui contratti a termine introducendo, di fatto, forme di inutile e dannosa rigidità”, afferma l’associazione in una nota.

Pro e contro: a confronto il mondo dell’imprenditoria e il sindacato

http://www.la7.it/embedded/la7?&tid=player&content=245878&title=decreto-dignit%C3%A0-pro-e-contro-a-confronto-il-mondo-dellimprenditoria-e-il-sindacato-06-07-2018-245878

1875.- Un nuovo governo ha “vinto” a Bruxelles. Non è quello italiano.

Nella sostanza, l’influenza negativa di Sergio Mattarella, attraverso il (suo) ministro degli esteri, era scontata e le conclusioni del Consiglio europeo erano prevedibili. Basteranno a salvare Angela Merkel?

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Al primo Consiglio europeo utile, l’approccio di un nuovo governo ha immediatamente prodotto dei risultati.
Il nuovo governo è quello del socialista Pedro Sánchez: la Spagna è espressamente indicata [pag.3] tra gli Stati membri dell’Ue che riceveranno un sostegno “finanziario e non solo” per contenere l’immigrazione dal Mediterraneo Occidentale (cioè in particolare dal Marocco, a sua volta destinatario di fondi europei). La sostanziale continuità nell’ortodossia europeista, più della pur apprezzata retorica comunitaria, permette a Madrid di capitalizzare presso il resto dell’Ue la propria cruciale posizione geografica.
Al premier italiano Giuseppe Conte, anch’egli al suo primo Consiglio, Bruxelles garantisce la solidarietà e poco più. Il regolamento di Dublino non viene messo in discussione, i movimenti secondari di migranti (dal paese di entrata – che spesso è l’Italia – al resto d’Europa) vengono condannati, i centri di controllo saranno su base volontaria. Roma è sostanzialmente isolata e con un margine di manovra ridotto, anche a causa del suo alto debito pubblico – tema su cui Bruxelles vigila e che non tende a dimenticare quando si occupa di migranti.
Scopriremo domenica, alla fine della riunione in programma tra la CDU di Angela Merkel e la CSU del suo presunto alleato e ministro dell’Interno Seehofer, se è stato raggiunto l’obiettivo principale di questo Consiglio europeo: garantire la permanenza della cancelliera alla guida della Germania.
a cura di Niccolò Locatelli

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