Archivi categoria: Politica italiana

1460.- Porre la fiducia sull’approvazione di una legge elettorale è un atto eversivo.

 

Schermata 2017-10-10 alle 21.05.15.pngVeda, senatrice Finocchiaro, illegittima, lei si è prestata a un atto eversivo, in violazione della Costituzione e a nulla è valso che tenesse la testa bassa!

L’art. 72 della costituzione cosa dice? è l’articolo che disciplina le modalità attraverso le quali i disegni di legge vengono approvati in Parlamento e recita:.

Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una commissione e poi dalla Camera stessa, che l’approva articolo per articolo e con votazione finale.
Il regolamento stabilisce procedimenti abbreviati per i disegni di legge dei quali è dichiarata l’urgenza(.
Può altresì stabilire in quali casi e forme l’esame e l’approvazione dei disegni di legge sono deferiti a commissioni, anche permanenti, composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari. Anche in tali casi, fino al momento della sua approvazione definitiva, il disegno di legge è rimesso alla Camera, se il Governo o un decimo dei componenti della Camera o un quinto della commissione richiedono che sia discusso o votato dalla Camera stessa oppure che sia sottoposto alla sua approvazione finale con sole dichiarazioni di voto. Il regolamento determina le forme di pubblicità dei lavori delle commissioni.
La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.

Ripeto: La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale…   Quindi, L’Assemblea costituente ha stabilito le modalità di esame ed approvazione delle leggi. In particolare, ha ammesso procedimenti più snelli per consentire al Parlamento di operare più agevolmente, ma ha riservato l’iter ordinario (più complesso e lungo) a determinate materie, ritenute più importanti, come, appunto, quelle costituzionale ed elettorale, che sono riservate all’assemblea, non possono essere discusse da una commissione. “Adottare la procedura normale”, significa che non si procede con voti di fiducia!

Per inciso, le modifiche presentate da Finocchiaro – Calderoli alla proposta di legge costituzionale bocciata dal referendum, non mettevano in discussione e ribadivano la esclusione dei procedimenti di approvazione più snelli proprio anche per la materia elettorale.

A proposito di fiducia e di regole infrante, per il Rosatellum bis, la fiducia è stata chiesta sei volte.

Se l’art. 72, 4° comma della Costituzione può essere violato platealmente e impunemente e, se il Presidente della Repubblica non farà uso del suo potere di rinvio e promulgherà questa ennesima legge elettorale incostituzionale, saremo messi di fronte a un atto eversivo, l’ennesimo, da quando il PD è al governo e, meglio, da quando Aldo Moro fu assassinato.

Esaminiamo insieme  l’art. 72, 4° comma della Costituzione e gli articoli 49 e 116 del Regolamento della Camera.

L’art. 72 della Costituzione prevede che per l’approvazione delle leggi elettorali si adotti la “procedura normale”, e non si chieda il voto di fiducia.

L’art. 49, 1° comma, del Regolamento della Camera sancisce che “la questione di fiducia non può essere posta su […] tutti quegli argomenti per i quali il Regolamento prescrive il voto per alzata di mano o il voto segreto” e l’art. 116, 4° comma, del Regolamento della Camera stabilisce che “sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni riguardanti […] leggi ordinarie relative agli organi costituzionali dello Stato (Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo, Corte costituzionale) e agli organi delle regioni, nonché sulle leggi elettorali”.
art. 49 del regolamento della Camera:
art.-49-regolamento-della-Camera
art. 116 del regolamento della Camera:
art-116-regolamento-Camera-1
185108939-fd4cc987-ab50-4b8c-8055-0ca87eeb1593
Bagarre di ieri e di oggi. Ma siamo allo stadio o in Parlamento?
Infine, mi chiedo: Se la votazione finale è stata e deve essere segreta, se, in base al regolamento di Montecitorio, essa non può essere ‘blindata’ con la fiducia, perché per l’approvazione degli articole 1, 2, 3 del Rosatellum bis (nome cretino) sono stati violati gli art. 72, 4° comma della Costituzione e 49 e 116 dei Regolamento della Camera?
Riguardo a quanto è avvenuto in Parlamento in questi giorni, si è trattato di una riedizione peggiorativa di quanto già avvenuto con i tre voti di fiducia, precisamente, sugli articoli 1, 2 e 4 dell’Italicum, chiesti, quella volta, dal Ministro per le Riforme (!) Maria Elena Boschi.
Anche allora le pregiudiziali di costituzionalità furono superate senza troppi affanni e anche allora ci fu bagarre in aula dopo la decisione di porre la questione di fiducia su una legge elettorale. Anche allora la Presidente della Camera stizzì.
In quella occasione, Renzi ribadì così la sua posizione: “Non c’è cosa più democratica di mettere la fiducia: se passa, il governo va avanti altrimenti va a casa. Cosa c’è di più democratico di chi rischia per le proprie idee. E’ tempo del coraggio non di rimanere attaccati alla poltrona”. Infatti, il 4 dicembre è stata la poltrona a restare attaccata a lui.
Noi italiani non sappiamo che farne delle bagarre, delle reazioni durissime da parte delle opposizioni, dei terremoti all’interno del Partito democratico e delle bizze di una parvenue della politica.
A parte tutte le considerazioni di carattere politico ed etico, qualcuno dovrebbe farlo notare alla Presidente della Camera e al Presidente della Repubblica, e a tutti i Parlamentari che si stanno agitando per essere rieletti e continuare nella loro meravigliosa gita scolastica a Roma.

 Commenti dal WEB

DMMAsQuWAAAsoW5

Cosa dice Bruxelles

Dopo tre anni dalla Sentenza della Corte Costituzionale N°. 1/2014 che ha dichiarato l’incostituzionalità del Porcellum, il Parlamento illegittimo ha partorito grazie ai voti di fiducia l’ennesima legge elettorale incostituzionale e IN APERTA VIOLAZIONE DEL “CODICE DI BUONA CONDOTTA IN MATERIA ELETTORALE” approvato dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. Infatti l’articolo 2b, delle “condizioni per l’attuazione dei principi” delle “linee guida” del sopracitato Codice, recita: “GLI ELEMENTI FONDAMENTALI DEL DIRITTO ELETTORALE, ed in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni, NON DEVONO POTER ESSERE MODIFICATI NELL’ANNO CHE PRECEDE L’ELEZIONE”.

Lo scopo di questa regola è chiarito dagli articoli 63, 64 e 65 del “rapporto esplicativo” delle “linee guida” del suddetto Codice, i quali recitano: “LA STABILITÀ DEL DIRITTO è un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia. Infatti, se le norme cambiano spesso, l’elettore può essere disorientato a tal punto che potrebbe pensare, che IL DIRITTO ELETTORALE SIA UNO STRUMENTO MANOVRATO A PROPRIO BENEFICIO DA CHI DETIENE IL POTERE, e che il voto dell’elettore non è di conseguenza l’elemento che decide il risultato dello scrutinio. E’ opportuno EVITARE LE MANIPOLAZIONI IN FAVORE DEL PARTITO AL POTERE ED UNA REVISIONE CHE INTERVIENE POCO PRIMA DELLO SCRUTINIO (MENO DI UN ANNO). Questa apparirà in tal caso come legata ad interessi di partito”.

Aggiungo che approvando una modifica della legge elettorale poco prima delle elezioni, L’ITALIA SUBIRA’ SICURAMENTE UNA GRAVE CONDANNA DALL’UNIONE EUROPEA, come è già successo alla Bulgaria per lo stesso motivo.

Per visionare il sopracitato “Codice di Buona Condotta in Materia Elettorale” copiate ed incollate nella barra degli indirizzi del vostro browser, il seguente link: http://www.venice.coe.int/docs/2002/CDL-AD(2002)023rev-ita.pdf

 

Annunci

1452.- Legge elettorale. Il governo è andato avanti a colpi di fiducia per evitare il voto segreto. Manifestazioni di piazza di Mdp, Sinistra Italia e 5Stelle. E FI e Lega giobbano.

RICORDATE!

1. FI e Lega sono usciti dall’Aula per marcare il loro accordo sulla legge! 

2. Con lo sbarramento del 3%, tutti quelli che hanno messo in piedi una lista, un partitellum, magari in nome della Costituzione, senza raggiungere i numeri richiesti, potranno portare acqua ai partiti maggiori ed essere integrati, poi, loro nel sistema, alla faccia dei pirla che gli hanno abboccato.

3. Con questa Costituzione, si va alla politica con le fauci spalancate e le braghe calate. Troppi privilegi, troppi soldi e nessuna professionalità. Ignoranti i più.

 

sinistra-italiana_in-piazza-a-roma-per-dire-zerofiducia-contro-il-governo-e-la-legge-elettorale-per-la-democrazia_pantheon-l-420x420

Legge elettorale, via libera della Camera anche alla seconda e alla terza fiducia. Le due fiducie sono passate con i voti di Pd, Ap, Civici, Minoranze linguistiche, mentre FI e Lega sono usciti dall’Aula per marcare il loro accordo sulla legge. Il “no” (come d’accordo?) è giunto da M5s, Mdp e Fdi. La prima fiducia, sull’articolo uno, ha riguardato il sistema di elezione della Camera (un mix di collegi uninominali maggioritari (il 36%) e di proporzionale in collegi plurinominali con liste bloccate (il 66%), ossia senza preferenze, per la ripartizione dei seggi). La seconda fiducia, sull’articolo 2, ha riguardato invece l’analogo sistema di voto per il Senato. La terza votazione di fiducia si è avuta oggi sulla delega al Governo per la determinazione dei collegi uninominali e dei collegi plurinominali.  I sì sono stati 309, i no 87 e gli astenuti 6.
ALLA FACCIA DELLA DEMOCRAZIA!
Il via libera alla prima fiducia, aveva riguardato l’articolo 1 delle legge elettorale. In questo primo caso i sì erano stati 307, 90 i contrari e nove gli astenuti. La Camera aveva confermato la fiducia al governo anche sul secondo articolo del cosiddetto “Rosatellum bis 2.0”. I voti a favore sono stati 308, 81 i contrari, otto gli astenuti. Le dichiarazioni di voto sulla terza ed ultima fiducia, quella posta sull’articolo 3 del testo, si sono tenute questa mattina. La votazione ha avuto inizio alle 11. A seguire, l’Assemblea di Montecitorio ha esaminato i restanti due articoli del provvedimento, il 4 e il 5, sui quali il governo non ha messo la fiducia.
L’articolo 4: 381 voti favorevoli, 152 contrari, un solo astenuto, riguarda la trasparenza del voto. Contiene l’elenco dei documenti da depositare in nome della trasparenza: il contrassegno depositato, lo statuto, il programma elettorale con il nome e cognome della persona indicata come capo della forza politica. Approvato anche il quinto e ultimo articolo del Rosatellum 2.0. I si sono stati 372, i no 149 e gli astenuti 6. La norma, vergognosa, detta  “salva Verdini” perché prevede le disposizioni transitorie per l’entrata in vigore della legge, con particolare riferimento alle circoscrizioni estere; cioè, consente ai residenti Italia di candidarsi nella circoscrizione estero.
A seguire gli ordini del giorno e le dichiarazioni di voto finali. Il voto finale sarà segreto ed è atteso nella serata di domani. Rimane l’incognita dello scrutinio segreto. Si temono i franchi tiratori (70 soltanto?) nelle file della maggioranza.
Legge elettorale. Il governo pone la fiducia per evitare il voto segreto. Vendola: “nasce il fascistellum”. Manifestazioni di piazza di Mdp, Sinistra Italia e 5Stelle. E Berlusconi gongola
La Camera, detta della vergogna, ha approvato oggi anche un emendamento all’articolo 5 del Rosatellum 2.0 che modifica una norma introdotta in Commissione. Quest’ultima stabiliva l’ineleggibilità nelle Circoscrizioni Estere dei cittadini che negli ultimi dieci anni avessero ricoperto cariche elettive o di governo, nelle forze armate e nella magistratura dei Paesi di residenza. L’emendamento diminuisce a cinque anni tale periodo. È stato denominato “emendamento salva Bueno” perché permette la ricandidatura della deputata italo-brasiliana Renata Bueno, che fino a sette anni fa era stata consigliere comunale in Brasile

Berlusconi gongola, mentre Sinistra Italiana, Mdp e 5Stelle annunciano manifestazioni di piazza

Silvio Berlusconi blinda il Rosatellum bis e ci mette la faccia. Il leader di Forza Italia, in una nota, garantisce che il suo partito “sarà leale e voterà compatto” il via libera finale alla legge, ma pur comprendendo i motivi che hanno spinto a porre al fiducia, gli azzurri non la voteranno. La scelta di maggioranza e governo viene accolta dagli oppositori del Rosatellum bis come un “atto eversivo”, ed è subito caos in Aula. Al grido di “Vergogna, vergogna” e “Venduti”, Movimento 5 Stelle, Mdp e Sinistra italiana (la sua parte di protesta la fa anche FdI) invocano l’intervento del Capo dello Stato – che però fa sapere di considerare positivo l’impegno del Parlamento a modificare la legge e si tiene fuori dalle decisioni dell’esecutivo – e annunciano manifestazioni in piazza per protestare contro una “legge antidemocratica e incostituzionale”. Sia i pentastellati che Mdp e Sinistra italiana scenderanno domani in piazza: i 5 Stelle alle 13 davanti Montecitorio, Si e Mdp alle 17,30 davanti al Pantheon. La riforma sostenuta da Pd, FI, Ap e Lega è “un colpo mortale alla democrazia, una violazione delle regole democratiche”, attacca il candidato premier M5S, Luigi Di Maio. “Il Rosatellum è una legge truffa contro il Movimento 5 Stelle e contro la volontà dei cittadini. E’ una legge fatta ad arte per favorire alla prossima legislatura un governo Renzi- Berlusconi, a prescindere da chi vincera’ davvero le elezioni”. Beppe Grillo rincara la dose: “Siamo in piena emergenza democratica”. Per Alessandro Di Battista quanto sta accadendo è “da vomito. Il popolo italiano reagisca”.

Vendola: “nasce il fascistellum”

Durissimo anche il segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni: “è l’ennesima vergogna di questa legislatura”. “Il Pd e le destre – prosegue Fratoianni – non faranno scegliere agli elettori, grazie a un sistema doppiamente bloccato e, con perversa coerenza, iniziano dai parlamentari, a cui non è consentito esprimere liberamente il proprio voto. Contro lo sciopero della democrazia, per difendere la nostra Costituzione e le istituzioni repubblicane – conclude Fratoianni – domani pomeriggio saremo in piazza”. Pierluigi Bersani invita i cittadini a manifestare “a difesa della democrazia”. “Hanno prodotto l’ennesimo strappo alla democrazia. La fiducia sulla legge elettorale è un atto grave”, afferma il capogruppo Mdp Francesco Laforgia. Per Nichi Vendola “nasce il fascistellum”.

Roberto Speranza racconta a Otto e mezzo com’è nata la decisione di votare contro la fiducia

Roberto Speranza racconta a Otto e mezzo: “Oggi ci siamo riuniti e all’unanimità abbiamo deciso di votare no alla fiducia. C’è stata una rottura ormai difficile da recuperare. E una rottura grave, perché è venuto meno un impegno: Gentiloni in aula ha detto che il Governo non sarebbe stato protagonista sulla legge elettorale ma avrebbe lasciato campo al parlamento. Il rapporto già complicato tra noi e Gentiloni diventa, con questo, difficilissimo”. Infatti, “nella storia d’Italia – ha ricordato Speranza – la fiducia per la legge elettorale è stata chiesta solo tre volte. La prima fu nel ventennio: ma guai a pensare che siamo nel fascismo: non c’è questo pericolo. Tuttavia è stata fatta una violenza terrificante e intollerabile al Parlamento, chiedendo la fiducia. Visto che è una legge condivisa dai due terzi del Parlamento, perché non lasciare al Parlamento di esprimersi? Che paura si ha? Magari il Parlamento l’avrebbe migliorata con alcuni emendamenti, come sul voto disgiunto”. Viceversa, secondo Speranza, “c’è un accordo Renzi-Berlusconi per impedire ai cittadini di votare direttamente i propri parlamentari” e “c’è stato un sequestro della possibilità di decidere i propri eletti, che nomineranno loro”.

AFP_TA8EM-kqgE--835x437@IlSole24Ore-Web

 

Il coordinamento per la democrazia costituzionale si appella a Mattarella: non firmi la legge; ma Renzi non vuole.

“Mettere la fiducia per costringere a il parlamento a votare la legge elettorale è un atto di eccezionale gravità”, sostiene il Coordinamento per la democrazia costituzionale, promotore dei comitati per il NO al referendum costituzionale, che in un comunicato attacca con durezza la decisione del governo Gentiloni che “ha chinato la testa di fronte al diktat di Matteo Renzi e del Pd e questo malgrado avesse più volte affermato che il governo non sarebbe entrato – tanto meno con questa autentica imposizione – sulla legge elettorale”. “La parola del governo e del Presidente del Consiglio – si insiste – non avranno più alcun valore da qui in avanti, questo è un atto grave che avrà ripercussioni pesanti. Tutte le dichiarazioni di garbo istituzionale fin qui fatte suonano come autentiche prese in giro delle elettrici e degli elettori. Il Presidente della Repubblica farebbe bene a fermare questo atteggiamento autoritario e a non firmare una legge elettorale approvata con voto di fiducia a pochi mesi dalle elezioni e in spregio ad un referendum che ha bocciato lo stravolgimento della CostituzIone il 4 dicembre 2016”.

Mal di pancia anche nel Pd. Cuperlo: “la fiducia si doveva e poteva evitare”. Ma lui la voterà?

Malumori anche tra le file del Pd: Gianni Cuperlo ritiene che la fiducia sia “un errore serio (errore un cavolo!) che si poteva e doveva evitare” e il suo voto resta in forse. Non dovrebbero votare la fiducia nemmeno gli esponenti di campo progressista, così come non dovrebbero dire sì nemmeno in occasione del voto finale. Anche il lettiano Marco Meloni annuncia che non voterà la fiducia e dubbi vengono sollevati dall’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

DL60qRKWkAAwUn6

… un centinaio, ma secondo i pennivendoli, cagoja dei giornali.

Altro scontro durissimo tra Pd e Mdp al Senato durante l’approvazione della legge europea (governo sotto tre volte). Quella, per capire, con cui l’Agcom ci spierà al telefono e su Internet, oscurandoci, se gli pare e archiviando i nostri post per 6 anni. Li guardi negli occhi e gridi: VAFFA…..!

Intanto al Senato, la legge europea passa solo grazie alle assenze di FI e Ala che hanno fatto scendere il quorum. I sì sono stati 118, contro 17 no e 69 astenuti. Gli assenti tra gli azzurri sono stati 24, quelli di Ala 12 (che invece avevano dichiarato l’intenzione di astenersi) e quelli di Gal 7 (che di solito in 2 o in 3 sono quelli che votano insieme alla maggioranza). Il governo al gran completo era stato precettato per questo voto considerato “a rischio” sin dall’inizio. “Venire tutti in Aula anche governo per voto finale su legge europea” era stato l’sms inviato a tutti, seguito poi da un’altra richiesta più perentoria che si concludeva con un: “Presenza obbligatoria senza eccezione alcuna”. Incredibile l’atteggiamento del sottosegretario Gozi, dopo che la maggioranza è stata battuta più volte su emendamenti della Lega: la colpa è di Mdp. Infatti, secondo Gozi, “Un atteggiamento irresponsabile che si è dimostrato del tutto irrilevante da parte di Mdp. Ha preso in ostaggio la posizione dell’Italia in Europa e ha rischiato di metterci in una gravissima situazione da un punto di vista politico e giuridico in Ue perché abbiamo rischiato infrazioni, Ha esposto il Paese a gravissime sanzioni”. Agli insulti, politici ovviamente, ha replicato duramente Maria Cecilia Guerra, presidente dei senatori Mdp: “Oggi è stata inferta una ferita grave alla democrazia. La fiducia posta dal Governo su una legge di competenza parlamentare (la legge elettorale – ndr) impedisce ai parlamentari di discutere la legge più importante per la democrazia del Paese. Tutto questo viene fatto contro una delle componenti della maggioranza. Si è scelto scientemente di estromettere Articolo 1 Mdp da questa maggioranza”. Se la legge europea “è un atto importante dell’azione di governo, la sua maggioranza ha il dovere di sostenerla. Lo faccia”, ha aggiunto Guerra.

Testo di Carli e Gagliardi.

1435.- Elezioni Germania: perché i tedeschi hanno bastonato la Merkel e Schulz

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro

 Grecia-Germania-1-34oxigrem1gzryvyvkaz2i
Se anche gli italiani dovessero applicare gli stessi criteri dei tedeschi, quando il prossimo anno (forse) si recheranno alle urne, il PD dovrebbe scendere all’1%!!!

L’analisi del voto tedesco non poteva essere più facile: puniti i partiti di governo, premiati gli altri. E’ vero, fa un po’ specie notare che siano state penalizzate le formazioni politiche che costituivano l’esecutivo di un Paese che non ha mai avuto nella sua storia una situazione economica così florida.

In Germania infatti la Borsa è sui massimi storici, l’economia continua a crescere ad un ritmo sostenuto, il tasso di disoccupazione non è mai stato così basso, per non parlare della bilancia commerciale che ha surplus superiori a quelli della Cina.

Insomma se anche gli italiani dovessero applicare gli stessi criteri, quando il prossimo anno si recheranno alle urne, il PD, visti i risultati, dovrebbe scendere all’1%!!!

Ed allora sembra logico chiedersi, ma i tedeschi sono dei pazzi a “punire” elettoralmente chi li ha resi più ricchi che mai?

La risposta, evidentemente, è no! E per diversi motivi.

Sorvolando sul fatto che l’andamento economico, nelle scelte elettorali, conta molto ma non è tutto, dobbiamo ricordare che una persona, quando entra nella cabina elettorale, non pensa soltanto a sé, ma anche, se non soprattutto, ai suoi figli, ed i tedeschi, giustamente, si sono chiesti cosa ne sarà della Germania se le cose dovessero continuare di questo passo.

Sono stato recentemente in vacanza a Monaco di Baviera, ho visto una sola persona vestita col costume bavarese, suonava la chitarra e cantava, raccogliendo offerte, nella piazzetta antistante una celeberrima “birreria”.

In compenso ho visto decine se non centinaia di donne col “niqab”, il velo integrale islamico che lascia scoperti solo gli occhi. Passeggiando su marciapiedi, poi, anche in zone centrali della città, spesso si viene investiti da nuvole di fumo, sono numerosi infatti i locali con tavolini che danno sulla strada in cui gli avventori fumano “narghilè”.

Non ci si può stupire quindi dell’affermazione di Alternative fur Deutschland, un partito destinato ad ottenere sempre più consensi non solo per la problematica gestione del fenomeno immigrazione, ma soprattutto per le prospettive tutt’altro che rosee  in seno all’Unione europea.

Il voto in Germania, infatti, non ha evidenziato solo insofferenza per come sia stato gestito il flusso migratorio, i tedeschi sono altresì preoccupati per la piega che sta prendendo l’Unione europea.

La paventata istituzione di un unico Ministero delle Finanze, a loro modo di vedere, potrebbe essere l’anteprima di quelle misure straordinarie di politica economica, come ad esempio gli eurobond, che il popolo tedesco ha sempre avversato.

L’opinione pubblica ritiene che già ora la Grecia sopravviva grazie alle sovvenzioni provenienti dell’Ue, della quale sono i maggiori contribuenti, il loro timore, quindi, è che queste sovvenzioni vengano estese anche ad altri Stati con i conti pubblici non in ordine.

Insomma, Unione sì … ma fin quando conviene a loro.

 

1430.- …SUONA A DESTRA UNO SQUILLO DI TROMBA

1506711362994.jpg--silvio_berlusconi__vladimir_putin

Silvio Berlusconi, dopo la festa per l’81esimo compleanno, il volo a Mosca da Vladimir Putin: il loro piano

Ormai non ci sono dubbi, Silvio Berlusconi è tornato quello di una volta. Tra inferno e purgatorio il periodo nero è durato sei anni ma ora pare terminato per sempre, e non c’è stato bisogno neppure della sentenza di riabilitazione attesa da Bruxelles per porvi fine. Non sono le dichiarazioni trionfalistiche da campagna elettorale a provarlo ma i fatti. Uno per tutti. Il leader di Forza Italia oggi festeggerà gli 81 anni (auguri) a casa sua, ad Arcore. Niente di trascendentale, un pranzo in famiglia. Ma i festeggiamenti avranno una coda più movimentata. Il Cavaliere sta meditando infatti un viaggetto di svago e lavoro dall’amico Putin, che il 7 ottobre taglierà il traguardo delle 65 primavere. Partenza nei prossimi giorni, per celebrare insieme al leader russo i compleanni ravvicinati e lanciare un messaggio al capo della Lega Nord, Matteo Salvini, prima del loro incontro, programmato all’incirca tra due settimane: sono io l’italiano preferito dallo zar, casomai qualcuno se lo fosse scordato, e la competizione non mi spaventa.

Riportiamo la notizia non per il gusto di fare gossip ma perché la riteniamo rivelatrice del ritrovato entusiasmo di Berlusconi e le diamo un significato simbolico. Il Cavaliere fu il primo a puntare sull’ex funzionario del Kgb, intuendone il futuro da protagonista assoluto della politica internazionale. Non fu certo solo una questione di pelle, anche gli affari hanno giocato un ruolo decisivo, ma su questo si è fantasticato e scritto molto senza però arrivare a nessuna certezza. La cosa incontrovertibile, e che anche i detrattori gli riconoscono, è però che Berlusconi è stato un genio della politica estera italiana; meglio da statista internazionale che da premier e il rapporto privilegiato con Putin, che fece sedere al tavolo con Bush nel vertice di Pratica di Mare, ne è il fiore all’occhiello.

L’augurio è che il viaggio a Mosca, ancorché di piacere, restituisca alla comunità mondiale un Berlusconi protagonista, visto che, da quando il Cavaliere è sparito dai salotti del mondo, non ce n’è andata dritta una. I rapporti dell’Occidente con Mosca sono peggiorati. L’Europa si è illusa di far male alla Russia con le sanzioni per l’Ucraina e la Crimea, due iniziative che chiunque mastichi un po’ di politica internazionale e conosca la storia dell’ex impero sovietico ritiene più che legittime. Lo disse a Libero anche l’ex premier Lamberto Dini, un americano con la “k”, che nell’intervista rilasciataci un anno fa definì Putin «il più intelligente leader che avessi mai incontrato». Il risultato della linea dura con Mosca è stato un boomerang, specie per l’Italia, alla quale le sanzioni sono costate qualche decina di miliardi di mancato guadagno, mentre la Russia oggi sta benone, con il Pil che cresce del 2,5%, gli stipendi che salgono del 7% e lo zar al massimo della popolarità.

Sullo scenario mediorientale poi, è meglio stendere un velo pietoso. Se Obama, da buon americano, avesse dato retta al Cavaliere, leader di un Paese amico da 70 anni, anziché al comunista Napolitano e a Sarkozy, che di De Gaulle aveva l’ambizione ma non la statura – né fisica né personale -, ci saremmo risparmiati il disastro libico, quello egiziano e probabilmente anche quello siriano. Con quanto ne è seguito in termini di dramma dell’immigrazione e miliardi di euro spesi dal nostro Paese per gestire l’emergenza senza risolverla.

Forse l’ha capito perfino la Merkel, che dopo essersi fatta servire e riverire da Monti, il quale come prima mossa staccò un assegno italiano per salvare le banche tedesche, e aver buggerato Renzi garantendogli di chiudere un occhio sui nostri conti scassati a patto che ci facessimo carico di quasi tutti gli immigrati del mondo, ora invia i suoi emissari alla corte del Cavaliere. Il Ppe, che voleva espellerlo, ieri era in pellegrinaggio ad Arcore, con il capo dei merkeliani d’Europa, il francese Joseph Daul, che provava a convincere Berlusconi ad allearsi con Alfano anziché con Salvini e Meloni. Chissà cosa avrà pensato il Cavaliere, il quale anche se adesso non lo dice più per ragioni tattiche, attribuisce da sempre l’attacco all’Italia sullo spread nell’estate del 2011 e la sua caduta alle trame della Cancelliera, di Obama e della Francia, che si servirono dell’utile… Napolitano, allora capo dello Stato, mosso dall’odio atavico per Berlusconi più che dall’amore del Paese di cui era presidente. La colpa di Silvio era di non piegare la testa su banche, Medio Oriente, tasse. La storia gli ha dato ragione, e ora lui riparte da Putin.

di Pietro Senaldi

1428.- La guerra alle ombre del passato e la lotta contro il pensiero unico

 Stiamo assistendo a una storia scritta dalla nostra divisivita’. Ancora fra fascismo, comunismo, destre e sinistre.  I partiti del potere, anzichè dei nostri bisogni.

 

La guerra alle ombre del passato e la lotta contro il pensiero unico

Fonte: Diorama letterario

8e395921afd8a4f0980aa1b393f8cb59Si intitola “La guerra delle ombre” l’ultimo editoriale di Diorama Letterario, rivista diretta da Marco Tarchi, accademico dell’Università di Firenze: è una riflessione profonda sui rischi generati dalle tendenze liberticide che permeano lavori parlamentari e dalle strumentali visioni storico-politiche dei media mainstream

***

L’ultimo episodio è stato certamente il più grottesco – lo scandalo di portata nazionale nato dalle trovate tra il goliardico e lo psicopatologico del bagnino nostalgico di una spiaggia di Chioggia, desideroso di esternare le sue opinioni sull’Italia in camicia nera con espedienti degni del Catenacci di “Alto gradimento”, trasmissione radiofonica cult dell’Italia anni Settanta – e lo si potrebbe a buon diritto giudicare, in sé, indegno di ispirare qualunque commento che varchi i confini della piccola cronaca del periodo balneare. Eppure, anche un episodio di così minuscola portata può, e deve, servire ad aprire una riflessione su un fenomeno ben più rilevante ed inquietante che è sotto i nostri occhi da molti anni, e non accenna a ridimensionarsi: quella vera e propria guerra delle ombre che si è insinuata nell’odierno scenario politico e metapolitico, quel revival di fantasmi di epoche trapassate che da più parti ci si sforza di riportare sulla scena per oscurare o sostituire i veri conflitti di fondo che attraversano la nostra epoca. Quel teatro degli spettri i cui protagonisti sono il fascismo e l’antifascismo.

fascismo-riassuntoNon è la prima volta che la questione si impone all’attenzione. Già una quindicina abbondante di anni fa qualche osservatore più attento della media si chiese come mai riaffiorassero alla superficie del dibattito pubblico, con un carico di veleni sorprendentemente elevato, tematiche che, affrontate a caldo cinquant’anni prima, non avevano mai suscitato altrettanti furori – se non nella ristretta platea di coloro che, dall’esserne coinvolti direttamente, avevano subito gravi torti – e si erano in breve tempo acquietate. Ci riferiamo alle vicende dalla guerra civile italiana del periodo 1943-1945, alle “colpe” della Rsi e alla conseguente “indegnità” dei suoi combattenti e sostenitori, nonché alla complicità del governo di Salò nella persecuzione degli ebrei, e, sul versante simmetrico, al furore repressivo delle vendette antifasciste (il “sangue dei vinti” evocato da Giampaolo Pansa in un libro destinato a uno straordinario e imprevedibile successo di vendite) e ai regolamenti di conti contro “fascisti e padroni” nel triangolo rosso emiliano. Non si trattava di vicende sconosciute, ma di fatti tragici su cui esistevano numerose inchieste giornalistiche e giudiziarie, atti di processi, volumi di memorie, dibattiti arroventati tra i sostenitori delle opposte parti che erano comunque passati in giudicato negli anni Cinquanta – e che erano tornati alla ribalta solo per un breve periodo quando il famoso caso Tambroni, con il determinante sostegno del Msi all’esecutivo e lo sconsiderato tentativo dello stesso partito di tenere il proprio congresso nazionale in una “città medaglia d’oro della Resistenza” avevano provocato i tumulti di Genova e i morti di Reggio Emilia. Perché quelle pagine venivano riaperte dopo mezzo secolo, e con toni immediatamente aspri?

Si poteva, allora, collegare quella resurrezione all’inaspettata fuoriuscita missina dal ghetto in cui lo aveva costretto la formula dell’arco costituzionale a seguito di Tangentopoli e, soprattutto, della decisione di Berlusconi di includere Fini e i suoi nella propria coalizione, trascinandoli al governo. Non potendo gli ex comunisti spingere più di tanto sul pedale dell’antifascismo, per non subirne, nell’immediato indomani del crollo dell’impero sovietico, l’effetto boomerang – ed anzi, non volendo farlo, essendo funzionale al loro accreditamento in prospettiva governativa il superamento delle opposte memorie –, si era aperta una finestra di opportunità per gli intellettuali di matrice azionista, i custodi dell’antifascismo più genuino e umorale per prenderne il posto e schierarsi all’avanguardia. Così come si erano create le condizioni, sul fronte avversario, per rispondere al tiro (pur con un arsenale assai più sguarnito) rispolverando le accuse a vecchi nemici che, all’epoca, non si erano risparmiati in ferocia, come i libri di Pansa, non certo un nostalgico, dimostravano ampiamente.

Il gioco aveva così innestato sottotraccia, nella “seconda repubblica”, quella retrodatazione dello scenario di scontro che tuttavia, stante l’ascesa di ex comunisti ed ex (neo)fascisti ad alcuni dei più alti scranni istituzionali, si era manifestata solo episodicamente in primo piano, e coinvolgendo per di più quasi solo ambienti marginali. Anche se – dato da non sottovalutare – l’immaginario della lotta antifascista, sia pur orientata contro un fantasma, molto più accattivante dell’opposizione ad un magnate della tv e delle costruzioni affetto da tardive ossessioni sessuali, si era diffuso e radicato nella galassia dei centri sociali, centri di raccolta di rabbie, frustrazioni e vocazioni alla violenza sempre pronti ad accendersi e a fornire squadre d’azione a gruppi in stile black bloc. Questo per parlare dell’Italia, perché all’estero l’antifascismo era rimasto all’interno del perimetro cerimoniale e giuridico definito dall’esito della seconda guerra mondiale, poiché il suo contraltare era ridotto quasi a presenza virtuale, sopravvivendo esclusivamente in gruppuscoli magari a tratti feroci nelle manifestazioni, come gli skinheads, o patetici nelle manifestazioni coreografiche, come le lillipuziane fazioni in divisa di ascendenza neonazista, ma politicamente del tutto ininfluenti.

Leader populisti

Le cose sono di nuovo cambiate, però, quando su diversi scenari europei hanno fatto ritorno, in vesti meno dimesse e abborracciate del passato, movimenti che si è convenuto – non senza valide ragioni – di chiamare populisti. Liquidate come bizzarrie le prime manifestazioni del fenomeno in Danimarca e in Norvegia, paesi considerati troppo benestanti, pacifisti e socialdemocratici per dar corpo a incubi, il campanello d’allarme è scattato con le prime esplosioni elettorali di metà anni Ottanta: il Front national nelle europee del 1984, sopra l’11%, la Fpö in Austria. Con l’ingresso di Jean-Marie Le Pen e Jörg Haider nel serraglio dei nuovi “uomini neri”, le presunte reincarnazioni di Hitler e Mussolini, si è aperto il capitolo di cui gli anni recenti ci stanno mostrando le pagine più sconcertanti.

In una prima fase, la trasformazione del conflitto tra populisti e sostenitori del quadro politico vigente (l’establishment) in revival degli “oscuri” anni Trenta ha visto in campo soltanto i secondi, dalle cui fila sono partiti gli strali e gli slogans miranti ad equiparare gli scomodi concorrenti alle formazioni fasciste dei tempi che furono.L’appetibile bersaglio ha offerto alle disperse schegge di un’ultrasinistra rapidamente disillusa dalla speranza di far breccia attraverso l’agitazione di piazza no global la possibilità di ritrovare un nemico identificante e costituire un fronte internazionalista, gli antifa, sfogandogli contro la mai sopita voglia di menar le mani e ribadire che Carl Schmitt, nel suo legare inscindibilmente la politica alla coppia amico/nemico, ha avuto piena ragione. Ma, molto più ampiamente, ha consentito a chi ne prosperava di ribadire la centralità dell’asse sinistra-destra, sovraccaricandolo di contenuti emotivi con l’evocazione di una minacciosa estrema destra, depotenziando l’intenzione populista di sostituirlo con l’asse alto/basso, cioè popolo contro classi dirigenti oligarchiche, considerato molto più aderente alla realtà dei fatti.

Non si può dire che questa mossa strategica abbia avuto pieno successo, perché parti cospicue degli elettorati di varie nazioni non sono cadute nella trappola e hanno orientato il proprio consenso verso i guastafeste populisti e i loro programmi rivendicativi. Tuttavia, su altri settori del potenziale ambito di sostegno delle formazioni populiste l’agitazione dello spauracchio di un nuovo fascismo ha avuto qualche presa, soprattutto là dove qualcuno dei partiti tradizionali non ha esitato ad impossessarsi di temi di campagna e proposte di soluzione branditi dagli avversari, annacquandoli e riproducendoli in versioni edulcorate, più digeribili per queste frange timorose della popolazione. La reazione di una quota non trascurabile degli elettori che nei sondaggi si dicevano intenzionati a votare Wilders o Le Pen al battage politico-mediatico che ha presentato la Brexit e il successo di Trump come pericolosissime aperture ad un’apoteosi dell’estremismo di destra sta a dimostrarlo.

Una giovane sostenitrice della candidatura patriottica di Marine Le Pen

Malgrado la costante e talvolta esasperata strategia di dé-diabolisation condotta ormai da oltre sei anni, Marine Le Pen ha visto scattare di nuovo, pur se in proporzioni decisamente ridotte, il meccanismo del richiamo antifascista che aveva travolto il padre nel secondo turno dell’elezione presidenziale del 2002. Tutti gli altri candidati, ad eccezione del sovranista Dupont-Aignan, le si sono schierati contro evocando la necessità di battere, ad ogni costo, l’“estrema destra”. E il grosso delle truppe li ha seguiti. C’è da prevedere che in Austria e in Germania l’espediente produrrà nel prossimo futuro frutti analoghi.

Il momentaneo arresto del ciclo ascendente dei movimenti populisti, però, non ha prodotto solo la compiaciuta constatazione del blocco di potere oggi egemone che le scelte fatte hanno pagato. Ha simmetricamente evocato delusioni e frustrazioni nelle frange più radicali della loro base di sostegno, già probabilmente a disagio di fronte allo stile dichiaratamente non violento (se non, a volte, sul piano verbale) di tali movimenti, rendendo probabili scissioni e creazioni di nuovi gruppuscoli estremisti. Già si vedono centinaia di attivisti prendere le distanze dall’“imborghesito” Jobbik, si leggono propositi oltre le righe negli scambi social fra delusi della piega presa dal Front national, si colgono qua e là altri segni di sconforto e compaiono su giornali e siti video e fotografie che ritraggono decine di ragazzi e ragazze in divise e pose paramilitari, inquadrati e schierati, intenti ad esibire in rituali di altra epoca la loro voglia di contestazione del clima culturale e sociale del mondo in cui vivono.

1499617290613.jpg--Il danno che queste manifestazioni di infantilismo possono recare, non solo e non tanto ai partiti e movimenti populisti quanto alla già ardua causa del contrasto dell’odierno “spirito del tempo” sul piano metapolitico della penetrazione delle idee nella mentalità collettiva, è potenzialmente enorme. Già in passato, in varie occasioni, la riattivazione strumentale del binomio conflittuale fascismo/antifascismo ha servito gli interessi dei fruitori dello status quo. Ha attizzato guerre per procura, suscitato odi, fatto versare sangue a profitto degli spettatori interessati degli scontri. E ha tenuto in vita la residua capacità di attrazione di quegli ambigui contenitori, svuotati ormai di contenuti in sintonia con le dinamiche del tempo presente, che sono le varie “destre” e la varie “sinistre”. Chi si presta a questo torbido gioco, foss’anche con le intenzioni più pure, e, cedendo al ricatto delle memorie, si presta alla penosa riproposizione sotto forma di farsa di eventi e soggetti che hanno già fatto la loro parte nella storia in un’epoca di tragedie, è un inconsapevole ma oggettivo complice degli odierni padroni delle coscienze. Gli unici ai quali la guerra tra spettri del passato che si va profilando può apportare sostanziosi utili.

di Marco Tarchi – via Arianna ed. – Fonte: Diorama letterario

1412.- Antonio Socci: il patto tra chiesa e Pd per riempire l’Italia di immigrati

1505745484022.jpg--matteo_renzi__antonio_socci__papa_francesco

 

A giugno scorso la politica italiana ha svoltato ed ha cominciato la volata dell’ultimo chilometro. Da allora tutto quello che accade va letto in chiave pre-elettorale, cioè in vista delle elezioni politiche. Tutto è finalizzato a quell’esame.
Perché è stato decisivo giugno? Perché alle elezioni amministrative parziali l’Italia (ancora una volta) ha mandato al Palazzo un segnale forte e chiaro che si potrebbe riassumere nello slogan di Beppe Grillo del 2007. In sostanza un “Vaffa”.

Infatti il Paese si è rivelato molto diverso da come viene rappresentato sui media e da come lo pensano nel Palazzo della politica dove spesso credono alla loro stessa propaganda. In sintesi, nei Comuni con più di 15 mila abitanti in cui si è votato il centrosinistra governava in 81 Comuni e – dopo giugno – ne ha ripresi solo 50, il centrodestra da 42 è passato a 54 e i grillini sono passati da 3 a 8 amministrazioni municipali. Si è scoperto, di nuovo, che in Italia il centrodestra rappresenta la formazione con più consensi. E per il Pd non vale nemmeno invocare la menomazione dovuta alla scissione perché in quei Comuni di solito il centrosinistra si presentava unito.

D’altra parte – se si ricorda l’esito delle ultime elezioni politiche – lo stesso esecutivo a trazione Pd non ha mai avuto una maggioranza nel Paese. Adesso poi – dopo anni di governo – il Pd paga la crisi economica nella quale – nonostante i dati sbandierati come “ripresa” – si è sempre più impantanati (con un debito pubblico che cresce) e soprattutto lo stato maggiore piddino ritiene di aver pagato la propria sconsiderata politica dell’emigrazione che ha creato molto malcontento e allarme sociale. Dall’esito elettorale di giugno perciò hanno pensato di correre ai ripari e per tutta l’estate hanno provato a mandare all’opinione pubblica segnali di una inversione di rotta. Prima Matteo Renzi ha rottamato lo slogan “Restiamo umani” che aveva usato per anni, per giustificare l’apertura dell’Italia all’immigrazione di massa. Lo ha rottamato – dicevo – sostituendolo con la parola d’ordine che era di Salvini, di cui Renzi si è disinvoltamente appropriato: «Aiutiamoli a casa loro». Era il segnale della marcia indietro. Così il ministro dell’Interno Minniti – nel volgere di qualche giorno – ha sostanzialmente fatto cessare gli sbarchi o almeno li ha fortemente ridotti. Di colpo. Cosa che – a ben vedere – ha fatto ancora più irritare gli italiani, dal momento che per anni, dalle parti del Pd e del governo, hanno ripetuto che la migrazione di massa è un fenomeno storico inevitabile, che non si può fermare, perché sarebbe come illudersi di fermare il vento con le mani. E quindi si poteva solo subire. Di colpo si è scoperto che invece si poteva fermare e anche molto velocemente, quindi tanti italiani hanno concluso che per anni sono stati presi in giro, mentre erano sottoposti all’assalto migratorio.

Per non scoprirsi a sinistra, soprattutto dopo la scissione dalemiana, Gentiloni e Minniti hanno visto bene di chiedere aiuto alla Chiesa da dove – le frange più estremiste – già cominciavano a bombardare il governo per lo scontro con le Ong. Così, incontrando la Segreteria di Stato della Santa Sede e lo stesso papa Bergoglio hanno ottenuto una specie di legittimazione vaticana.

Perché oltretevere hanno accordato questa copertura politica? Per almeno tre motivi. Primo: la Segreteria di Stato vaticana ha così potuto correggere l’ossessiva campagna migrazionista che Bergoglio ha fatto da quattro anni, dal viaggio a Lampedusa del 2013, che ha creato grande sconcerto pure tra i fedeli e ha fatto crollare il consenso attorno al papa argentino (peraltro l’arrivo di tanti migranti islamici nelle nostre città non può far piacere agli uomini di Chiesa più consapevoli). Secondo. Bergoglio si è fatto convincere perché ha come sua bussola il consenso (come i politici) e voleva recuperare un po’ del gradimento che ha perduto nell’opinione pubblica con i suoi reiterati comizi sull’emigrazione. Inoltre (terzo) il governo ha garantito al Vaticano bergogliano che varerà lo “Ius soli” e – dopo le elezioni – riaprirà agli sbarchi sottoforma di “canali umanitari”.

A volerla tradurre in parole povere la richiesta del governo piddino dev’essere suonata così: voi ci coprite le spalle adesso che abbiamo bloccato gli sbarchi, così possiamo recuperare voti e – dopo le elezioni, una volta tornati al governo (perché vi assicuriamo che senza Pd non è possibile nessuna maggioranza) – facciamo lo “Ius soli” (se non siamo riusciti a farlo prima) e riapriamo le frontiere, chiamandole “canali umanitari”. Così “passata la festa gabbato lu santo” (e il santo gabbato è il popolo italiano).

Il Pd ha anche altre frecce al suo arco, con cui cerca di recuperare consensi. A cominciare dalla solita vecchia politica delle mance pre-elettorali. È una trovata di questo tipo il cosiddetto “reddito di inclusione”, anche se – come si è scritto su queste colonne – a ben vedere stanzia per gli italiani poveri un terzo di quanto il governo ha stanziato per gli immigrati e dunque non sarà tanto facile convincere gli elettori. Ma ne vedremo altre dello stesso tipo. L’obiettivo del Pd, che di certo non può ambire a conquistare la maggioranza, è quello di essere – dopo le elezioni – indispensabile per qualunque governo e la legge elettorale deve essere funzionale a tale scopo fotografando la divisione dell’elettorato in tre blocchi. Però le elezioni regionali siciliane potrebbero essere l’incidente che destabilizza la leadership renziana e spariglia le carte. Anche perché gli oppositori di Renzi già scaldano i motori per lanciare la candidatura Minniti. Inoltre non è affatto detto che il Pd – dopo le elezioni – sia sicuramente indispensabile per mettere insieme una maggioranza di governo. In realtà ci sono delle alternative. Attenti alle sorprese. Al Pd rischiano di fare i conti senza l’oste che sarebbe l’elettorato italiano, nel quale – senza tanti ragionamenti politologici – sta crescendo una voglia matta di mandare a casa il Pd. Questa è l’aria che tira.

di Antonio Socci

1410.- Insindacabili contraddizioni: le smentite (pre-elettorali) apparenti … a Checco Zalone

di LUCIANO BARRA CARACCIOLO

DJ_SSJSUEAAz4ZR

 

1. A proposito di insindacabilità delle “terze ed imparziali” istruttorie condotte dagli organi tecnici dell’UE, fatevi, se potete, due tristi risate leggendo l’articolo il cui link attivo trovate dentro a questo tweet (la cosa ulteriore che potrebbe suscitare stupore è che sia La Stampa a riportare con questo taglio e con questo titolo una simile notizia):
Ci si rende conto che questa notizia si riflette inevitabilmente sulla credibilità delle decisive valutazioni di fatto compiute, in immancabile endorsement della Commissione UE, dalle sentenze della CGUE e, dunque, getta luce anche, – in inevitabile e più che ragionevole retrospettiva-, su tutta la sua auto-costruzione dell’acquis comunitario (qui, p.6.2. assolutamente da rileggere)?
1.1. Cosa resta, di fronte a un tale discredito – auto-procurato nel più trito e scontato dei modi-, delle “inderogabili” necessità “tecniche” sempre reclamate dalla Commissione come soluzioni ottimali (e quindi insindacabili) che, come ben ci spiega Barroso, devono potersi imporre senza alcuna legittima resistenza degli stolidi parlamenti nazionali?
Se per la tutela ambientale e della salute questo risulta il modus procedendicosa è accaduto e cosa continua veramente ad accadere nei processi decisionali delle istituzioni UE sotto il ben più opinabile profilo politico-economico e fiscal-finanziario(rammentiamo infatti che Barroso parlò, come presidente della Commissione, del fiscal compact, in questi esatti termini; sempre qui“non c’è miglior illustrazione, circa la INEVITABILITA’ del ruolo della Commissione dell’accordo intergovernativo chiamato Fiscal Treaty”).
2. E’ arrivato, per “qualcuno” (e quel qualcuno non siamo certo noi) il momento di farsi delle domande ?
No, niente paura. O meglio, abbiatene ancora di più.
La critica alla “attendibilità” e alla trasparenza (eufemismo) dei processi decisionali tecnocratici delle istituzioni UE, pare obiettivamente corrispondere ad una ben prevedibilevalutazione di opportunità pre-elettorale.
E, se qualcuno nutrisse dei dubbi (cioè sull’efficacia tattica della conservazione politica perseguita dal sistema mediatico), basta vedere con quale solerzia sono diffuse le rassicuranti indicazioni sul “disinnesco” della manovrona-lo-vuole-L€uropa, che, per grazia ricevuta pre-elettorale (come puntualmente avevamo previsto), si stempera in un semplice consolidamento “moderatamente” pro-ciclico e recessivo (sempre che la direzione del ciclo, programmatica, la si intenda in termini di occupazione U6 e di redistribuzione verso l’alto della scarsa crescita prodotta).
Unknown-2
3. Una plateale conferma di tutto ciò, l’abbiamo da questa ulteriore notizia, che, se fosse compresa in tutta la sua portata, sarebbe una vera e propria bomba.
Dopo decenni di classifiche, neppure comprese in verità, sull’esercito dei dipendenti-pubblici-improduttivi (consigliamo la rilettura di questo post del 2012), in Italia, e sull’esigenza di ridurne il numero, che si inserivano in questo quadretto:
CG2ESq4XAAAj1rd.jpg-large
…Questo il dettaglio OCSE sui numeri del 2011 (ripetiamo ulteriormente ristretti, con le politiche l€uropee seguite in Italia, dalle manovre degli anni successivi):
tab-1-contini-1
Dall’esame dei dati OCSE 2011, quindi dalla fonte sopra linkata, prendiamo queste osservazioni: “Contrariamente a quanto ritiene gran parte dell’opinione pubblica, i dipendenti pubblici in Italia non sono troppi: sono troppo pochi. Nel 2011 (dati OECD) in Italia c’erano 3.435.000 dipendenti pubblici (di cui 320.000 precari, tra collaboratori e partite IVA), contro i 6.217.000 della Francia e i 5.785.000 del Regno Unito, paesi con una popolazione molto simile a quella dell’Italia e un pil non troppo superiore. Anche in Spagna e negli Stati Uniti i dipendenti pubblici pro capite sono più numerosi che in Italia (rispettivamente 65.6 e 71.1 per mille abitanti, contro i 56.9 dell’Italia). Solo il dato tedesco è apparentemente simile a quello italiano (54.7 per mille abitanti), ma esso è influenzato verso il basso dal regime privatistico del personale sanitario
Se consideriamo il solo personale amministrativo, per avere in Italia lo stesso numero di dipendenti pubblici pro capite che c’è in Germania bisognerebbe ricorrere a 417.000 nuove assunzioni, a fronte di uno stock attuale di 1.337.000: un incremento del 31%. E per avere lo stesso numero di impiegati amministrativi pro capite degli USA bisognerebbe assumerne addirittura 1.310.000.”
4. Or dunque, dopo tutto questo, oggi, alla vigilia della presentazione delle linee fondamentali della manovra di stabilità (moderatamente pro-ciclica…), se ne escono appunto con questo titolo:
“Il governo pensa al concorsone Mezzo milione di statali in uscita nei prossimi 4 anni. L’esecutivo punta ad anticipare le uscite e ad assumere giovani nella pubblica amministrazione”.
E allora, come si concilia coi precedenti slogan, diktat e pseudo-dati?
Se si pensa che “lo Stato è come una famiglia” e che la spesa pubblica sia un costo da sottrarre al PIL in quanto causa dell’alta pressione fiscalenon si dovrebbe tollerare di tener ferma la percentuale, sia pur già ridotta, dei principali fannulloni e portatori insani dispesapubblicaimproduttiva.
5. Ma, guarda un po’, prima delle elezioni, 500.000 persone, specialmente i ggiovani(anzi, quali potenziali aspiranti, molte di più), potrebbero venir convinte che, se riuscissero a uscire da disoccupazione e precarietà, allora vorrà dire che non c’è piùcastacriccacorruzione (eh sì, questi sono i sillogismi correnti nell’opinione di massa che si orienta sui principali partiti, di opposizione inclusi; anzi, specialmente).
E quindi, verrà da pensare a tutti costoro, qualcuno ce l’avrà questo merito…
E questi nuovi sillogisti con prospettiva di mega-bandi, una volta che sia scritto nella legge di stabilità che si faranno i concorsoni, (e per quanto, quindi, ben lungi dall’essere assunti), saranno una nutrita schiera riconoscente: ma anche disponibile a rivedere, per se stessa (soltanto), l’idea che gli impiegati pubblici siano dei fannulloni e che “c’ha proprioraggione Checco Zalone“.
Naturalmente, SE lo faranno, i bandi saranno soggetti alla clausola rebus sic stantibus, relativa alla stabilità finanziaria&fiscale: ne L€uropa funziona così. Dovrebbero averlo accettato tutti che siamo governati dallo “stato di eccezione”, versione istituzional-€uropea della shock-doctrine.
E così, purtroppissimo, dopo le elezioni, nell’arco di lunghi e tempestosi anni della futura legislatura, potrebbe scappar fuori una nuova “crisi del debito pubblico” che si cura, – si sa, anche se è controfattuale-, tagliando la spesapubblicabrutta per rassicurare “i mercati”.
5.1. E poi, poi, non scherziamo: se, al delimitato scopo di mantenere (non incrementare!‘Nziamai), il numero dei pubblici dipendenti, già “tagliato” da 25 anni di blocchi del turn over, nonché abbondamentemente sotto la media degli Stati comparativamente significativi, si desse il via libera a tante-tante assunzioni (di mera conservazione degli organici attuali e…salvo crisi sopravvenute), temo che si arriverà a dire che il jobs act si applichi integralmente a tutto il pubblico impiego.
La flessibilità, in cambio di una pseudo-misura espansiva (e a malapena capace, semplicemente, di non incrementare l’attuale insufficienza e disfunzionalità delgi organici), parrà un ragionevole prezzo da pagare…

Ma dopo le elezioni; rigorosamente.

barra-caracciolo[1]

1409.- LA GIUSTIZIA ITALIANA NON È ADEGUATA ALLA SFIDA DELL’INVASIONE

Attacco terroristico nella metropolitana di Londra, il quinto attentato a Londra nel 2017. I feriti sono stati 29 e diversi pendolari sono rimasti ustionati in seguito all’esplosione di un ordigno sul vagone del metrò, alla stazione di Parsons Green che si trova nella zona sud ovest della capitale.

++ Londra: testimoni, 'palla di fuoco su treno metro' ++

Il Sun, mostra uno scatto pubblicato su Twitter di un secchio ancora fumante all’interno di una busta frigo della catena di supermercati Lidl.

114950708-19f2fe47-d08f-415f-a911-ec590fee1404

I testimoni, fra cui l’italiana Roberta Amuso, hanno raccontato d’una fiammata, quindi del fumo, della sensazione da topi in trappola. Non tutti hanno udito con chiarezza il boato, segno di una deflagrazione probabilmente solo parziale del marchingegno, come confermato in seguito da Scotland Yard. Mentre tutti si sono ritrovati nella calca quando all’apertura delle porte é scattato l’inevitabile fuggi fuggi: “Chi inciampava e cadeva per terra veniva calpestato. 

Invece, fu una sorpresa per noi italiani quando fu identificato il terzo terrorista dell’attentato del furgone sui passanti del London bridge, il 3 giugno :

134114958-b5cffe44-c9f6-44b3-acfd-c728fb50aafb

Khuram Butt e Rachid Redouane e uno dei nuovi italiani, Youssef Zaghba, 

Youssef Zaghba, un italo-marocchino, figlio di una bolognese, aveva il doppio passaporto. Nel marzo del 2016 fu fermato all’aeroporto del capoluogo emiliano. Nel suo cellulare furono trovati video dell’Isis; ma il Tribunale del riesame giudicò che non fossero motivo sufficiente per formulare un’accusa di terrorismo.

Gli altri due si chiamavano Khuram Butt e Rachid Redouane. Khuram Butt – classe ’90, cittadino britannico nato in Pakistan –  era considerato il capo della cellula che ha sferrato l’attacco. Ventisette anni di Barking, il quartiere nell’est di Londra dove ieri la polizia ha effettuato i primi raid, secondo il Telegraph è l’uomo che compare nel documentario di Channel 4 sull’integralismo islamico nel Regno Unito mentre srotola una bandiera dell’Isis a Regent’s Park. Il capo dell’antiterrorismo di Scotland Yard, Mark Rowley sottolinea che Khuram Butt, uno dei terroristi dell’attacco a Londra, era “noto” alle forze di sicurezza ma non c’era prova che stesse pianificando un attentato. 

Redouane invece aveva 30 anni (era nato il 31 luglio del 1986) e sosteneva di essere marocchino e libico. In passato, aggiunge Scotland Yard, aveva assunto anche un’altra identità facendosi chiamare Rachid Elkhdar, e sostenendo di essere nato il 31 luglio del 1991. A differenza di Khuram Butt, Rachid Redouane non era noto alle forze di sicurezza britanniche. 

Attacco con furgone a London Bridge: 7 morti. I 3 terroristi, hanno, poi, accoltellato altri passanti, fuggendo verso Borough Market. Almeno una dozzina di bombe Molotov sono state trovate nel furgone usato dai tre jihadisti. 

Video di propaganda dell’Isis, sermoni religiosi: gli indizi di un’adesione alla jihad. E’ quello che gli investigatori italiani trovarono nel marzo 2016 sul telefonino di Youssef Zaghba, il terzo degli attentatori di Londra. Yussef, 22 anni, madre italiana e padre marocchino, ha vissuto a Bologna per alcuni periodi. Proprio nel capoluogo emiliano venne fermato mentre cercava di imbarcarsi su un volo per la Turchia. Gli agenti della polizia di frontiera si insospettirono perché aveva un biglietto di sola andata e un piccolo zaino: niente soldi, né bagagli. Elementi che fecero subito scattare il fermo, con l’ipotesi che si trattasse di un volontario destinato a raggiungere lo Stato Islamico.

La madre, che vive tuttora a Bologna, spiegò alla polizia che il ragazzo le aveva detto di volere andare a Roma, chiedendole i soldi per  il biglietto, e non le aveva mai parlato di Turchia. La procura dispose il sequestro del suo cellulare, in cui i tecnici della polizia trovarono quelle immagini che confermavano la volontà di aderire allo Stato Islamico. Il pm decise anche di perquisire l’abitazione della donna, portando via un computer e altro materiale informatico ritenuto di interesse per le indagini. Fu anche disposto dalla magistratura il sequestro del passaporto.

Ma il giovane si rivolse a un avvocato e presentò istanza al Tribunale del Riesame: un ricorso accolto, perché i giudici non avrebbero ritenuto sufficienti gli indizi per formulare un’accusa di terrorismo. Venne così ordinato il dissequestro del cellulare e del computer. La cittadinanza italiana invece ha impedito di procedere con un provvedimento di espulsione, come avviene nel caso di stranieri sospettati di adesione ai valori della jihad. Il nome però venne inserito nella lista dei soggetti pericolosi e tenuto sotto controllo.

I nostri apparati di sicurezza sostengono di avere condiviso tutte le informazioni raccolte all’epoca con l’intelligence britannica. Ma da Scotland Yard fa sapere che Youssef Zaghba non era monitorato né dalla polizia né dall’Mi5.

Youssef Zaghba negli ultimi anni era stato a Bologna solo sporadicamente, trascorrendo invece la maggior parte del tempo in Gran Bretagna, dove vivevano diversi familiari. Da qui l’allerta trasmessa a Londra, con le notizie raccolte dall’esame del cellulare e dagli altri controlli effettuati a Bologna. Un dossier completo che sarebbe stato inoltrato all’MI5 nell’aprile 2016, più di un anno prima dell’attacco al London Bridge.

Ieri erano stati rivelati i nomi degli altri due terroristi che sabato sera hanno ucciso sette persone nel centro di Londra:

Cinque attacchi

Da inizio anno a oggi, la Gran Bretagna ha subito cinque attacchi terroristici in cui hanno perso la vita 35 persone. Il 22 marzo, l’auto guidata da Khalid Masood si lancia sulla folla sul Westminster Bridge: il bilancio è di cinque morti, oltre al terrorista. Il 22 maggio, un kamikaze si fa saltare in aria alla fine del concerto della popstar statunitense Ariana Grande; uccide 22 persone e ne ferisce 116. Il 3 giugno, un furgone travolge i passanti sul London Bridge, poi i tre assalitori, armati di coltelli, si muovono verso Borough Market dove accoltellano i passanti. Il bilancio è di sette morti, oltre a tre terroristi uccisi dalla polizia, e una cinquantina di feriti. Il 19 giugno, ancora un furgone che investe la folla davanti a una moschea nell’area di Flinnsbury Park, a Londra. Muore un uomo musulmano e una decina di fedeli vengono feriti.

Another attack in London by a loser terrorist.These are sick and demented people who were in the sights of Scotland Yard. Must be proactive!

“Un altro attacco, a Londra, di un terrorista sbandato. Queste sono persone malate e dementi già nel mirino di Scotland Yard. Bisogna stare sull’attenti”.

1408.- L’A.N.P.I., LA CASA DELL’ODIO

Samuele Rago, presidente provinciale dell’Anpi Savona, si è detto «assolutamente contrario all’intitolazione di un cippo alla Pinuccia Ghersi perché era una fascista!   “Eravamo alla fine della guerra, è ovvio che ci fossero condizioni che oggi possono sembrare incomprensibili”, sostiene.

 

25 aprile:Anpi Roma,dedicato a partigiani,Rendina e Toaff

(Gianfrasket) – Ancora non si è sopito lo sdegno per la posizione del presidente A.N.P.I. di Savona sulla targa in memoria della tredicenne Giuseppina Ghersi che l’ANPI  lancia ancora una volta il suo cuore da rettile oltre l’ostacolo e attacca l’ennesima polemica sui fiori che il Comune di Milano vorrebbe posare, il 2 Novembre, sulle tombe dei caduti della RSI. 

La guerra è finita da 70 anni ma per questa gente, cialtroni di ogni risma che hanno occupato il posto dei vecchi partigiani ormai defunti per vecchiaia, è come se il tempo si fosse fermato. Autonominatisi custodi dei “valori” (e ci viene che ridere) della resistenza, interpretano questo loro ruolo come vestali dell’odio. Che la fiamma che ci divide e ci contrappone l’uno all’altro non si spenga mai. Questo è il compito che questi mascalzoni si sono assegnati e che assolvono con puntigliosa e velenosa assiduità. 

Ovunque vi sia una occasione di riappacificazione, di unità di popolo, di concordia, almeno nella pietà, arrivano loro a gettare il seme della discordia e ad attizzare il fuoco dell’odio. Ormai da anni la associazione è in mano alla peggiore feccia che nulla ha a che spartire con coloro che comunque, pare, si batterono con le armi in pugno. Gente nata dopo la guerra, frequentatrice di quelle palestre di malavita che sono i centri sociali. Si sono impadroniti dell’ANPI per intascarsi i contributi generosi dello stato e continuare a spargere odio.

 ob_7f5333_img-0372-1

 

Forse è giunta l’ora di chiuderla. Definitivamente.

 

 

A te, che oggi hai vent’anni, racconto perché dovremmo ricordare Giuseppina Ghersi

giuseppina-01-638x425

13 anni! Stuprata a turno dai maiali che vedete e fucilata perché… FASCISTA!

Quando le atrocità ci sono state – e quella su Giuseppina Ghersi lo fu – bisogna raccontarle. Anzi ricordarle è necessario. E far finta di niente, oppure dire “non mi riguarda” sarebbe l’atteggiamento fascista di un antifascista.

giuseppina ghersi-381-U260134447555S1B-U260139673461NfB-120x179@IlSecoloXIX-Nazionale

Povera Pinuccia, l’odio è cieco e sembra immortale. Se mi guardo intorno, mi chiedo per chi sei morta.

«Mia madre era presente quando la tredicenne causò il pestaggio poi vendicato nel sangue» (di Sergio Pieroni)

Mia madre, Brunilde Paris, mi ha sempre raccontato la storia di Giuseppina Ghersi, della sua orribile fine. Era lì, mia madre, quando è avvenuto l’episodio che ha portato, secondo la sua testimonianza diretta, all’uccisione di Giuseppina Ghersi da parte di quei delinquenti, di quegli assassini che fatico a definire antifascisti o esponenti della Resistenza. Ora vivo a Massa Carrara, ho ascoltato alla radio stamattina la vicenda riportata dal vostro quotidiano e mi è tornato in mente il racconto di mia madre, che è morta otto anni fa ma che sempre, fino all’ultimo, raccontava la storia di Giuseppina. Mancavano circa due anni alla fine della guerra e c’erano i bombardamenti alleati. Mia madre, insieme a tanti altri, si riparò in una galleria. Lì c’era anche Giuseppina, che aveva a quel tempo undici anni e anche tre antifascisti. In lontananza, si stavano avvicinando due fascisti. I tre antifascisti iniziarono a parlarne male, mentre erano ancora lontani, e Giuseppina Ghersi li ascoltò. Quando i fascisti arrivarono dove c’erano le altre persone, lei, che aveva solo undici anni, iniziò a dire, con il tono di una bambina che prende in giro gli adulti, che quei tre avevano sparlato di loro. I fascisti picchiarono i tre antifascisti, e la cosa sembrò finire lì. Mia madre invece mi raccontò che, alla fine della guerra, furono proprio quei tre antifascisti picchiati ad andare a prendere la Giuseppina Ghersi per vendicarsi di quell’episodio. Mio nonno era antifascista e fu costretto al confino, quelli non possono essere considerati veri partigiani ma solo criminali, come la famosa “pistola silenziosa” che a Savona continuò a uccidere fino agli anni Cinquanta. Alla Ghersi va riconosciuto il ricordo, è giusta l’iniziativa che ha voluto prendere il Comune di Noli. Davanti alla Resistenza tanto di cappello ma chi si è nascosto dietro quella bandiera per compiere atti del genere è un delinquente.

Care ragazze, cari ragazzi.

Voi che oggi avete vent’anni, e correte alla facoltà di Lettere di piazza Brunelleschi a Firenze, fra un caffè e un professore che fa saltare l’ennesimo appello comunicandolo la mattina con un foglio scritto a mano dall’assistente e appeso – storto – alla porta del suo ufficio.
Oppure voi, che oggi avete quindici anni e riempite di cuori un diario buttato in fondo allo zaino, pensando che non ve ne separerete mai.

Mi rivolgo a tutti voi, ma anche a quelli come me che hanno una manciata di anni in più, perché tutti noi stiamo vivendo una periodo strano: abbiamo la libertà di esprimere le nostre opinioni grazie alla democrazia, conquistata cacciando a calci nelle chiappe i nazifascisti settantatré anni fa, ma la stiamo sprecando. Anzi, spesso questa libertà viene usata, massacrata, da tutti. Dai nipotini del Duce per dire “il fascismo ha fatto cose buone”. Nipotini stupidotti che per avvalorare la loro tesi prendono le poche cose fatte male da una ventina – su decine di migliaia – di partigiani per dire “e allora visto che non eravate migliori?”. Non è un assurdo? Sì, lo è.
Però il tempo della democrazia, e della memoria, viene inquinato anche da un’altra parte, minoritaria ma persistente, che temendo il ritorno dei nipotini suddetti tace, o derubrica, le atrocità commesse (anche) da alcuni uomini nascosti nelle formazioni partigiane. Atrocità che rappresentano episodi isolati, certo, e osteggiati dalla stragrande maggioranza degli uomini e delle donne della Resistenza, che invece lottavano per il contrario di quelle atrocità, e vinsero.
Però episodi reali, mica inventati da Casa Pound, anche se loro li cavalcano come un adolescente guarda un giornaletto porno.

Io lo dico chiaramente: quando le atrocità ci sono state – e quella su Giuseppina Ghersi lo fu – bisogna raccontarle. Anzi ricordarle è necessario. E far finta di niente, oppure dire “non mi riguarda” sarebbe l’atteggiamento fascista di un antifascista.
Praticamente una contraddizione in termini, come quegli uomini che dicono “no alle violenza sulle donne” e poi a casa picchiano la moglie, però “solo ogni tanto, quando se lo merita”.

Io Giuseppina Ghersi voglio ricordarla, e voglio ricordarla per ricordare a me stesso che i giusti stavano sì da una parte sola, ma che alcune ingiustizie sono state compiute anche da alcuni ingiusti che si erano mescolati ai giusti.
E ricordarlo serve per onorare una memoria, ma soprattutto per dire: in guardia, ragazzi e ragazze di oggi. Pensate sempre con la vostra testa, non vi fate ingabbiare, omologare, incasellare, classificare, ridurre, irreggimentare. Non lo permettete a nessuno, neanche a me, se un giorno mai ci provassi. Scegliete la libertà, sempre, scegliete quello stesso profumo che i nazifascisti negarono per ideale di formazione, scegliete quella stessa libertà che fu negata da tre partigiani a Giuseppina Ghersi, una bambina di tredici anni, a guerra finita.

E ora facciamo un passo indietro.
A me piacciono le ciliegie, il profumo del pane alle sei del mattino, e prendere il tempo ai cavalloni del mare per farmi trascinare a riva.
A me repelle l’idea di mangiare uno scarafaggio vivo, l’equiparazione fra fascismo e Resistenza e quello che tre partigiani fecero a Giuseppina Ghersi.

E ora facciamo un altro passo indietro.
Siamo nel 1945, pochi giorni dopo la fine della dittatura fascista, cioè quella in cui non si poteva votare, quella in cui la povera gente mangiava il poco inzuppato al quasi nulla, e la bocca poteva
aprirla solo per parlare del tempo o lodare il tizio con il mento all’insù. Lo stesso tizio che con i suoi camerati portò l’Italia in guerra, firmò le leggi razziali e fu l’alleato di Hitler fino a che a mister mento all’insù non prese il cagotto e abbandonò moglie e figli fuggendo travestito da soldato tedesco sotto una panca del camion n. 34 della colonna tedesca, dove fu riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri e arrestato.
Questa, in poche e insufficienti righe, è stata la Storia.
L’Italia non fu liberata da un meteorite, da un rutto o da un miracolo. L’Italia tornò libera grazie ai partigiani, alle partigiane e alle truppe alleata anglo americane. Partigiani e anglo americani agirono prevalentemente per conto proprio, ogni tanto si pestarono i piedi, ma insieme liberarono l’Italia. I partigiani da soli, probabilmente, non ce l’avrebbero fatta. Sicuramente non in tempi così brevi. Gli americani da soli, senza la conoscenza del territorio, e l’attivismo civile e partigiano che sfiancò i nazifascisti, neppure. Magari sarebbe finita come in Iraq, e oggi saremmo ancora sotto due paure.

Per questo equiparare fascismo e Resistenza sarebbe come paragonare la merda con il cioccolato, anche se guardando cento grammi di merda e cento grammi di cioccolato fondente, da trenta metri di distanza, entrambe sotto un vassoio, la differenza non sarebbe facile da cogliere. Bisogna aver studiato e aver amato, per capire la differenza senza bisogno dell’assaggio. Però è uno sforzo necessario, altrimenti finisce che un giorno ti obbligano a ingoiare la merda (o l’olio di ricino) e mentre lo fai devi esultare, e se non lo fai ti ammazzano. Insomma, si finisce in dittatura. Però non è detto che tutti quelli che lottano contro la dittatura siano dei santi e dei partigiani. Magari qualcuno lotta contro quella dittatura perché non è riuscito a ricoprire un posto di comando, e allora lotta contro per mettere una dittatura tutta sua.
In altre parole: non sempre lottare contro qualcosa di orribile significa essere nel giusto, anzi, sono proprio i mezzi con cui lotti che creano la differenza qualitativa tra l’errato e il corretto. Non è vero che “il fine giustifica i mezzi”, non lo diceva neanche Machiavelli, se pure il pensiero gli viene sempre attribuito.

Giuseppina Ghersi aveva tredici anni, anzi 13. Che se lo vedi per numero fa più effetto, perché è come lo scrivono i bambini, e Giuseppina Ghersi era una bambina. La storia che racconto è quella che ha raccontato suo padre, a cui non c’è stato mai motivo per non credere.
Giuseppina fu prelevata da tre partigiani. Le fecero delle scritte sulla faccia. Fu rapata a zero. Fu riempita di botte, picchiata e seviziata. Se la passarono a calci, giocando con lei come con un pallone, fino a ridurla in coma. Lo fecero davanti al suo babbo e alla sua mamma. Poi le spararono alla nuca e gettarono il suo corpo davanti al cimitero di Zinola.
Giuseppina aveva vinto un concorso a tema ricevendo una lettera di encomio di Benito Mussolini. Giuseppina Ghersi era una bambina.

Io penso che ricordarla sia un atto di resistenza contro chi vorrebbe ridurre questa storia al silenzio, o cavalcare la memoria di una bambina per equiparare le colpe di una stagione.

 

1406.- L’articolo 293-bis del codice penale, concernente il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista. L’intervento dell’on. Francesco Paolo Sisto.

Con questa maggioranza, si è legiferato contro le Forze d.Ordine (vedi le norme sul reato di tortura) e contro il Codice Penale. Prima, depenalizzando 41 reati, poi, inserendone di nuovi in modo ideologico. In pratica, ci lasceranno, da un lato, più delinquenza, dall’altro, un codice penale sempre più pesante.

 dd3a0648b28b3d8f8fe1177fb7c7dd86-0003-kmHF--835x437@IlSole24Ore-Web

Una necessaria premessa: È davvero incredibile, con tutte le tragedie che ci stanno facendo vivere, guarda i “così” al Governo a cosa dedicano il loro tempo! tempo costosissimo! e da dopodomani, con il compimento di 4 anni, 6 mesi e un giorno, scatta la fatidica data in cui i 608 parlamentari (417 deputati e 191 senatori) alla prima legislatura matureranno la pensione calcolata con il sistema contributivo: un assegno da 1.000-1.100 euro netti che incasseranno al compimento di 65 anni così come prevede la riforma dei vitalizi approvata nel 2011.

La pensione
Va detto subito che si tratterà di pensione de facto e non di vitalizio perché calcolata sulla base dei contributi effettivamente versati (come accade a tutti gli italiani) e perché scatterà non prima dei 65 anni, che però possono diventare 60 in caso di rielezione per almeno altri 4 anni 6 mesi e un giorno. Resta il fatto che una delle ragioni non scritte per cui dopo il referendum del 4 dicembre 2016 non sono scattate le elezioni anticipate è stata proprio la necessità (dei parlamentari) di arrivare al 15 settembre 2017 per «aver diritto» alla pensione pagata da Montecitorio o Palazzo Madama.

Spetta al 64% dei parlamentari alla prima legislatura
Un diritto di «massa». Perché stavolta l’onore della prima legislatura non era riservato a una pattuglia limitata ma al 64% dei parlamentari. Alle elezioni del 2013 ci fu infatti un rinnovamento cospicuo degli eletti in Parlamento tanto che i deputati e i senatori alla prima esperienza (e dunque interessati a tagliare il traguardo del 15 settembre) sono ben 608 su 945, praticamente due su tre.
Per i 608, se la legislatura fosse finita prima, oltre al danno sarebbe scattata anche la beffa. Infatti non solo non avrebbero ricevuto la pensione ma avrebbero anche perso i contributi versati destinati a rimanere per sempre nelle casse delle due Camere. 

Ogni deputato versa di proprio più o meno 1.000 euro al mese (cui si aggiungono i versamenti del datore di lavoro, Camera o Senato). Dunque il calcolo è facile: le elezioni anticipate sarebbero state un salasso per i 608 che, se si fosse votato a maggio o giugno di quest’anno, avrebbero visto andare in fumo circa 40.000 euro di versamenti previdenziali già pagati. Fra i 608 che domani potranno “brindare” si contano tra gli altri tutti i 154 eletti con il Movimento 5 Stelle (che ora sono scesi a quota 123 poiché una trentina sono stati espulsi o hanno cambiato gruppo), oltre 200 parlamentari eletti col Pd e una quarantina dei 54 eletti di quella che fu Scelta Civica.

Ecco, ora, di cosa si occupano e come legifera questo Governo poco legittimo, dato che ha ricevuto il voto di fiducia da un Parlamento dichiarato illegittimo, che doveva produrre una legge elettorale. Ieri sera, dopo tre ore di dibattito, la Camera dei Deputati ha approvato la proposta di legge del deputato PD Emanuele Fiano che rende reato l’apologia e la propaganda fatta tramite i simboli del fascismo. La proposta prevede da sei mesi a due anni di reclusione per chi fa saluti romani o vende materiale che richiama i regimi totalitari. La Camera ha approvato il testo con 261 sì, 122 no e 15 astenuti. A votare contro la legge, che ora dovrà passare al Senato per l’approvazione definitiva, sono stati Lega Nord, Movimento 5 Stelle e Forza Italia. Per la cronaca: Benito Mussolini è morto!

Questa è la legge con il suo articolo unico:

Titolo:

Introduzione dell’articolo 293-bis del codice penale, concernente il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista

Iniziativa: Parlamentare

Primo firmatario: on. Fiano

Contenuto

 

L’articolo unico del provvedimento all’esame dell’Assemblea introduce nel codice penale una nuova disposizione (art. 293-bis) che punisce la propaganda del regime fascista e nazifascista.

I reati sintomo dell’adesione alle idee proprie del fascismo sono, in particolare, puniti ai sensi Il quadro

della c.d. legge Scelba (L. 645 del 1952) di attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, che vieta (art. 1) la “riorganizzazione del disciolto partito fascista”.
In base all’art. 1 della legge, si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando “una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”. Tale riorganizzazione è punita con la reclusione da 5 a 12 anni e la multa da 1.032 a 10.329 euro (per i promotori e organizzatori).

La legge Scelba detta poi la disciplina dei reati di apologia e manifestazioni fasciste: costituisce apologia del fascismo (art. 4) la propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità proprie del partito fascista (reclusione da 6 mesi a 2 anni e multa da 206 a 516 euro). La stessa pena è inflitta a chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche (comma 1). Aggravanti sono previste se l’apologia riguarda idee o metodi razzisti (reclusione da 1 a 3 anni e multa da 516 a 1.032 euro) e se alcuno dei fatti che costituiscono apologia sono commessi con il mezzo della stampa (reclusione da 2 a 5 anni e multa da 516 a 2.065 euro).

Analogamente, la legge n. 645 punisce le manifestazioni fasciste (art. 5) cioè il reato di chi, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste (reclusione fino a 3 anni e multa da 206 a 516 euro). Sia per l’apologia che per le manifestazioni fasciste è prevista, in sede di condanna, la penaaccessoria dell’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici, dall’elettorato attivo e passivo e da ogni altro diritto politico; tuttavia, mentre per l’apologia l’interdizione è obbligatoria, per le manifestazioni fasciste è rimessa alla discrezionalità del giudice.

Successivamente è intervenuta la legge 205 del 1993, di conversione del DL 122 del 1993 (nota come legge Mancino) che, sostituendo l’art. 3 della legge 654/1975, di ratifica ed esecuzione della convenzione internazionale di New York del 1966 sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, punisce chiunque (art. 1):

a) propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi (reclusione fino ad un anno e sei mesi o multa fino a 6.000 euro);
b) istiga, con qualunque modalità, a commettere o commette atti di violenza o di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi (reclusione da sei mesi a quattro anni). E’ vietata, poi, ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi; la semplice partecipazione o assistenza a dette organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi è

normativo

punita, con la reclusione da 6 mesi a 4 anni (pene maggiori colpiscono i promotori e gli organizzatori: reclusione da 1 a 6 anni).
L’art. 2 della legge Mancino punisce con la pena della reclusione fino a 3 anni e con la multa da 103 a 258 euro chiunque, in pubbliche riunioni, compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all’articolo 3 della legge n. 654/1975 (gruppi aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi).

Obiettivo della proposta di legge – in base alla relazione illustrativa dell’A.C. 3343 – è «delineare una nuova fattispecie che consenta di colpire solo alcune condotte che individualmente considerate sfuggono alle normative vigenti».

A tal fine, il provvedimento inserisce nel codice penale, tra i delitti contro la personalità

interna dello Stato, l’art. 293-bis, che punisce con la reclusione da 6 mesi a 2 anni –

salvo che il fatto costituisca più grave reato – la propaganda del regime fascista e della proposta nazifascista.
La clausola di riserva “Salvo che il fatto costituisca più grave reato” costituisce l’unico

emendamento approvato dalla Commissione Giustizia nel corso dell’esame in sede referente, in quanto la fattispecie descritta dal nuovo art. 293-bis c.p. appare parzialmente coincidente con quella di cui al citato art. 4 della legge Scelba (che punisce l’apologia del fascismo).

Le condotte penalmente rilevanti sono individuate:
a. nella propaganda di immagini o contenuti propri del partito fascista o del partito

nazionalsocialista tedesco ovvero delle relative ideologie, anche solo mediante la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni che raffigurino persone, immagini o simboli chiaramente riferiti a tali partiti o ideologie;

b. nel richiamare pubblicamente la simbologia o la gestualità del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco ovvero delle relative ideologie.

In particolare, appare essenziale per la realizzazione della fattispecie di cui alla lett. a), l’inequivocabilità (“chiaramente riferiti”) del nesso tra i beni e i partiti o le ideologie fascisti o nazionalsocialisti. Il delitto è procedibile d’ufficio e – stante l’entità della pena prevista – non consente l’arresto in flagranza.

Costituisce aggravante del delitto (aumento di un terzo della pena) la propaganda del regime fascista e nazifascista commessa attraverso strumenti telematici o informatici. L’aggravante riguarda quindi sia i siti Internet con contenuti di propaganda delle ideologie fasciste e nazifasciste sia il merchandising online dei gadgets e degli altri beni chiaramente riferiti al partito e all’ideologia fascista o nazifascista.

Discussione e attività istruttoria in Commissione in sede referente

La Commissione Giustizia ha avviato l’esame della proposta di legge il 21 aprile 2016, dedicandovi nove sedute. In particolare, il 7 febbraio 2017 si è svolta in Commissione l’audizione informale di Giorgio Sacerdoti, professore emerito di diritto internazionale presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca, e di rappresentanti dell’Unione delle Camere penali italiane.

La Commissione ha approvato un emendamento al testo ed ha conferito, il 6 luglio 2017, il mandato al relatore a riferire favorevolmente in Assemblea.

I pareri espressi dalle Commissioni in sede consultiva

Sul provvedimento la Commissione Affari costituzionali ha espresso parere favorevole, con due osservazioni:

valutare l’opportunità di rendere la formulazione dell’articolo 293-bis più aderente al principio di determinatezza della fattispecie penale di cui all’articolo 25 della Costituzione, da un lato punendo la condotta di chiunque, salvo che il fatto costituisca più grave reato, “propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti” (eliminando, dopo «anche», il termine «solo», che

potrebbe generare incertezze) e dall’altro riconducendo anche il richiamo pubblico della simbologia o gestualità del partito fascista o nazionalsocialista tedesco alla condotta di propaganda punita dalla nuova fattispecie penale;
valutare l’opportunità di coordinare la nuova fattispecie di reato con i reati già previsti dalle leggi Scelba e Mancino.

La Commissione Attività produttive ha espresso parere favorevole.

La legge introduce nel codice penale un nuovo articolo, il 293-bis (qui trovate una scheda di lettura della legge), che punisce «chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco». Sarà quindi vietato fare il saluto romano, vendere oggetti che raffigurano Hitler o Mussolini o slogan e simboli chiaramente riferibili ai due dittatori o ai loro regimi. Le pene per chi commette queste reati saranno tra i sei mesi e i due anni e saranno aumentate di un terzo se il reato viene commesso su internet. La legge renderà in teoria impossibile fare saluti fascisti durante manifestazioni pubbliche e impedirà la vendita di oggetti e memorabilia del fascismo, che in Italia hanno avuto un grande mercato negli ultimi anni.

La nuova legge è composta da un unico articolo:

«Chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici»

L’apologia del fascismo al momento è regolata soltanto dalla legge Scelba del 1952, considerata però piuttosto permissiva. La legge venne approvata per mettere in atto la XII disposizione transitoria della Costituzione italiana, che recita: «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». La legge Scelba, oltre a vietare la ricostituzione del partito fascista, punisce anche «chiunque pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche». La legge Fiano è molto più precisa e severa della legge Scelba e probabilmente, se sarà approvata definitivamente, limiterà molto di più la possibilità di riprodurre e diffondere immagini e propaganda legati al fascismo.

La legge ora dovrà passare al Senato, dove in teoria la maggioranza dovrebbe avere numeri sufficienti ad approvarla definitivamente, visto che i centristi alleati del governo per il momento hanno votato co il PD. Al Senato, però, i numeri sono molti più risicati e basterebbe la defezione di alcuni senatori della maggioranza per bloccare la legge.

Leggiamo, fra gli altri interventi in aula, per il suo pregio dal punto di vista giuridico, l’ intervento dell’ on. Sisto e la richiesta di un emendamento soppressivo da parte di Forza Italia.

INTERVENTO DELL’ ON. FRANCESCO PAOLO SISTO.

 

DJmS28QXUAAhSNL

Presidente, la richiesta di un emendamento soppressivo da sottoporre all’attenzione dell’Aula nasce da una consapevolezza di ordine generale: questa è la peggiore legislatura di tutti i tempi dal punto di vista dell’introduzione di norme nel nostro codice penale. Dico la peggiore perché si può anche ritenere che sia necessario rispondere a delle esigenze con norme incriminatrici, ma per fare questo ci vuole una logica di sistema. Noi abbiamo introdotto quella che io voglio definire un po’ goffamente una sorta di obesità del sistema penale, cioè un sistema penale gonfio di norme, che non risente di una scelta logica a seconda delle esigenze che derivano dalla consapevolezza dell’antigiuridico e della necessità di sanzionare, ma spot – che in qualche maniera politicamente possono avere un qualsivoglia significato – che debbono avere una traduzione penalistica, perché se non c’è pena e non c’è reato non c’è rilevanza. Cioè, il sistema penale viene utilizzato come una sorta di serbatoio di consenso che a tutti i costi deve essere sfottuto perché possa esprimere comunque un giudizio di riprovazione che non ha nessun addentellato nel sistema penale, meno che mai nella consapevolezza dell’antigiuridico; e questa è una norma che ha proprio questa caratteristica.

Presidente, è agli atti – e io prego i colleghi di dare una lettura rapida, almeno – il parere della I Commissione, affari costituzionali, su questa norma. La prima critica che viene mossa è quella della mancanza di determinatezza. Leggete le condotte che sono scritte in questa norma: propaganda alle immagini, contenuti propri del partito ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione, vendita di beni raffiguranti persone, immagini, simboli… Siamo di fronte ad una fattispecie omnicomprensiva, cioè non si comprende qual è la condotta realmente meritevole di sanzione. Credo che questo modo di scrivere le norme sia un modo assolutamente non consentito, e che l’articolo 25 della Costituzione punisce severamente. È una norma che è destinata ad andare dinanzi alla Corte costituzionale, perché la Corte Costituzionale esprima anche in questo caso – e non è la prima volta che accade in questa legislatura – il suo profondo giudizio di riprovazione. Qui, sostanzialmente, la Costituzione – e questa è una caratteristica di questa legislatura, Presidente – viene costantemente bypassata, ignorata, mortificata, altro che referendum costituzionale! Qui vi è il non cale della Costituzione! Come si poteva pretendere di modificare una Costituzione che non si rispetta?

 

  •  Allora, accanto a questo principio di determinatezza vi è l’esigenza di una sinergia e sintonia con altre norme (la legge “Scelba” e la legge “Mancino”) che puniscono condotte molto vicine a questa norma; allora immaginate la confusione. La norma penale deve avere una caratteristica: deve essere chiara, un comando netto! Quando il cittadino si deve districare – non cito la sentenza n. 5 del 1988 della Corte costituzionale – fra norme che puniscono un po’ qui è un po’ lì solo perché hanno una forte connotazione ideologica, credo che stiamo rendendo un pessimo servigio al codice penale.
  •   Da ultimo voglio soltanto dire che questo modo scellerato di introdurre fattispecie di rilevanza penale ha una conclusione logica: mettere in difficoltà non soltanto il cittadino, e qui, trattandosi di opinioni, il tema è molto più delicato. Cioè, una norma indeterminata in materia di opinioni credo che debba essere in qualche modo stigmatizzata. Pensiamoci bene: davvero abbiamo la necessità di introdurre questo articolo 293-bis, e di introdurre un’ulteriore fattispecie penale, oltre la legge “Scelba”, oltre la legge “Mancino”, proprio per sottolineare la necessità tutta “spottistica” di introdurre una fattispecie incriminatrice?

 

Invito il Parlamento a riflettere, perché poi saranno i poveri magistrati, i poveri giudici a dover districare. Noi serviamo questi piatti velenosi al sistema, poi sarà il pratico a dover dire la propria, e a doversi battere con grandi difficoltà per poter dare al cittadino un minimo di certezza.

Diceva il mio maestro che sulle norme penali c’è una caratteristica: ciascuno, quando mette i piedi per terra e si sveglia, deve sapere esattamente quello che è lecito e quello che è illecito. Così legiferando noi confonderemo le idee di qualsiasi cittadino, che non saprà quello che è consentito e quello che non è consentito. Perché? Perché politicamente bisogna dare una risposta penalistica. Voterò convintamente – convintamente! – a favore di questo emendamento.