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1235.- TRE MESI OR SONO: LA CASSA DEPOSITI E PRESTITI SOTTO ATTACCO: PARTONO LE PRIVATIZZAZIONI

2.287.657.177.430 !!!

Correva il mese di marzo, ma il progetto malefico di far salire, salire il debito pubblico, per prosciugare anche la Cassa Depositi e Prestiti, continua con i nemici dello Stato: sempre quelli! una quota rilevante della Cassa Depositi e Prestiti (CDP), di cui il Tesoro detiene l’82,77%, per abbattere il debito pubblico. Leggo che oggi siamo a 2.287.657.177.430 e sale, sale senza altro motivo che procurarci la rovina. Ma il patrimonio pubblico appartiene al popolo e il popolo sovrano non lo sa.

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Lo annunciava l’articolo de Il Fatto dicendo che il Governo “punta a cedere entro fine anno una nuova tranche di Poste e a portare in Borsa le Frecce delle Ferrovie dello Stato”.

Il Governo intendeva e intende cedere il 15% di CDP a qualche banca d’affari della City di Londra, di quelle dove in genere finiscono i Ministri dell’Economia o i dirigenti del Tesoro quando terminano la propria carriera politica (…), e rimborsare circa 5 miliardi di euro di debito pubblico in modo da rientrare nei vincoli imposti dall’UE.

Ma si può rimborsare il debito pubblico cedendo aziende e industrie strategiche di Stato?

Analizziamo due dati chiave. Nei 15 anni che vanno dal 2001 al 2016 la liquidità primaria in Italia, data dalle monete, dalle banconote e dai conti correnti bancari (detta anche M1) è cresciuta di 520 miliardi di Euro. Nello stesso periodo, il debito pubblico dello Stato è cresciuto di 598 miliardi di Euro (dati Bankitalia).

Tenendo conto che una parte dell’incremento del debito pubblico si deve al pagamento di interessi passivi e che parte di questi interessi vanno a beneficio di soggetti non residenti che quindi drenano liquidità dal Paese, possiamo concludere che l’incremento di debito pubblico negli ultimi 15 anni si rapporta quasi perfettamente all’incremento di liquidità netta nell’economia domestica (liquidità netta cioè dopo la fuoriuscita dovuta al pagamento di interessi a soggetti non residenti).

Non è una sorpresa. In un sistema di moneta-debito quale è l’Euro-sistema, l’ammontare di debito pubblico è sostanzialmente pari alla massa monetaria in circolazione.

Basta immaginare uno Stato che si formasse da zero, senza debito e senza moneta e che aderisse all’Eurozona. Cosa farebbe il primo giorno? Emetterebbe obbligazioni sottoscritte dalle banche, iscriverebbe un debito pubblico nel bilancio del Tesoro e con la liquidità raccolta farebbe spesa pubblica in modo da mettere la massa monetaria nelle mani di famiglie ed imprese. Ecco come nasce il debito pubblico (la semplificazione del linguaggio ha finalità esplicative).

Dunque, quando il Ministro Padoan ci racconta che intende rimborsare 5 miliardi di debito pubblico in realtà sta dicendoci un’altra cosa: che intende drenare il sistema Italia di 5 miliardi. Se non fosse così, chiedo al Ministro di spiegare a tutti come poteva l’Italia negli ultimi 15 anni introdurre 520 miliardi di liquidità primaria nel sistema economico senza fare debito?

Ecco, io vorrei che il Ministro Padoan rispondesse a questa semplice domanda e che inoltre illustrasse come pensa di far crescere la liquidità primaria nei prossimi 20 anni, senza aumentare il debito pubblico. Pensa di svendere altri pezzi dello Stato? Cioè, intende cedere lo Stato italiano per dotarci della moneta che servirà a scambiare beni e servizi?

Mi permetto un consiglio al Ministro Padoan: visto che il debito è aumentato a fronte di carta e impulsi elettronici, perché non restituiamo parte di questa carta e di impulsi elettronici – anziché pezzi di Stato – sostituendoli con strumenti monetari paralleli controllati dalla Repubblica, come peraltro vorrebbe l’art. 47 della Costituzione (“La Repubblica controlla il credito….”)? (“Le basi economiche di un new deal italiano”)

Ma c’è dell’altro. Non solo il Ministro Padoan vuole drenare liquidità dal Paese facendolo passare come rimborso di debito pubblico, quindi come qualcosa di virtuoso anziché di scellerato, ma vuole anche farlo attraverso la cessione del 15% del più importante strumento di governo dell’economia che lo Stato italiano ha ancora a disposizione.

Infatti, la Cassa Depositi e Prestiti è l’ultimo vero baluardo che resta per sperare di ricostruire una sovranità industriale, economica e monetaria nel Paese. Detiene oltre 240 miliardi di Euro di depositi postali, eroga già crediti al sistema impresa, possiede partecipazioni strategiche in Terna, Eni, Snam, Poste, Fincantieri, Saipem, Italgas ed altre aziende strategiche dalle quali si potrebbe ripartire per impostare una politica industriale, ed inoltre potrebbe essere il perno per l’emissione di una moneta parallela che ci consenta di de-finanziarizzare il Paese e diminuire gradualmente l’impiego di Euro (“De-finanziarizzare l’economia”).

Corre l’obbligo di ricordare al Ministro Padoan che nel far questo violerebbe almeno due fondamentali articoli della Costituzione italiana, il 43 ed il 47.

L’art. 43 stabilisce che “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire…allo Stato…determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia…. ed abbiano carattere di preminente interesse generale”. Ministro Padoan, non le sembra, tanto per citarne due, che ENI e SNAM siano classificabili come “fonti di energia”?

L’art 47 stabilisce che “La Repubblica ….favorisce l’accesso del risparmio popolare … al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”. Non le sembra, dunque, Ministro Padoan che la Cassa Depositi e Prestiti, che vuol dire Fincantieri, Saipen ed Italgas, per citarne alcune, rientri nei “grandi complessi produttivi del Paese”? E dunque, perché cederla alle banche d’affari della City di Londra anziché riservarla al “risparmio popolare”?

Per chi lo avesse dimenticato, Padoan è lo stesso che ha rifiutato di costituirsi parte civile nel processo di Trani contro le agenzie di rating, su invito del PM Michele Ruggiero, dal che potevano ricevere il pagamento di ingenti danni erariali che la Corte dei Conti ha stimato in oltre 120 miliardi di Euro (“Sentenza storica a Trani..”).

Teniamolo bene a mente. La difesa della Cassa Depositi e Prestiti, ed il suo rilancio come banca pubblica (“Una banca pubblica per rilanciare il Paese“), sono un’altra delle trincee dove ci giochiamo uno degli ultimi brandelli di sovranità nonché la vera chance di risorgere.

Alberto Micalizzi

1233. – IL CAPITALISMO E’ “GREAT AGAIN”. SALVO GRANDE CRACK IN AUTUNNO.

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Il Fondo Monetario “rivede al rialzo le previsioni sulla crescita italiana”, dicono i media: da 0,8 saliamo a 1,3.   Grandi esperti questi visitati del Fondo Monetario. Vengono a Roma e si fanno dare le cifre dal loro vecchio amico ministro Padoan.  C’è bisogno di un po’ di ottimismo per sostenere il governo Gentiloni, consentire alla UE la finzione di credere ad una nostra maggior crescita per lasciarci sforare, fare ancora un po’ più debito senza “riforme” (le riforme vere, quelle dei  50 miliardi annui di sprechi e malversazioni pubbliche, non si faranno mai; magari tagliate un po’ le pensioni, suggerisce il FMI).  Infine, c’è bisogno di  far credere agli italiani che anche noi, sebbene meno e ultimi, “stiamo uscendo dalla crisi” come “tutto l’Occidente”. Ma  soprattutto, credo, perché il Sistema deve scongiurare il panico  della gente, mentre si moltiplicano i sinistri scricchiolii  del crack prossimo venturo.

Rialzi azionari oggi, e poco prima del 1929.

Altro che ripresa. Oggi  il 44 per cento dei gestori di fondi, sondati dalla Bank of America, dicono che  le azioni – specie quelle delle imprese  “alta tecnologia”  (il grande bluff)  sono sopravvalutate; è la percentuale più alta dal 1999. A maggio, erano il 37% a rispondere così.

http://www.zerohedge.com/news/2017-06-13/record-number-market-participants-says-market-overvalued-surpassing-1999-bubble-high

I grandi operatori prevedono titanici scoppi delle grandi bolle  create dalle banche centrali con i loro mostruosi quantitative easing nella seconda metà dell’anno.

Quale operatore più grosso di Bill Gross? Il fondatore di Pimco, oggi di JAnus, una  ricchezza sua di  2,5 miliardi di patrimonio, ha gestito 250 miliardi di fondi.     E’ la quintessenza del finanziere, di quello che “fa soldi coi soldi” invece che investendo nell’economia reale, Adesso, a Bloomberg, dice: Un capitalismo finanziario guasto, sostenuto da una politica monetaria [delle  banche centrali] sempre più distruttiva, ha cominciato ad erodere, non a promuovere, l’economia reale”.

Bill Gross

Ed enumera: “Debiti eccessivi, popolazione che invecchia, conati di protezionismo,  uso dei  robot al posto degli uomini,  creano una forza opposta al capitalismo creativo dell’inizio del secolo, schumpeteriano-darwiniano; oggi le arterie del capitalismo sono ostruite da forze secolari che bloccano la crescita Usa e globale molto al disotto delle norme storiche. La strategia di “far denaro col denaro” è seriamente minacciata”.

Marko Kolanovic, uno dei capintesta della JP Morgan, avverte che “un modesto rialzo della volatilità accoppiato ad un calo della liquidità può portare a perdite catastrofiche”. Jeff Gundlach, capo supremo del fondo DoubleLine  avverte “gli speculatori: fate liquidità letteralmente adesso”.

Felix Zulauf, padrone del fondo speculativo svizzero Zulauf Asset Management, si aspetta un crollo dell’azionario cinese (FANG) e Nasdaq  “fra agosto e novembre: e non parlo di un calo del 5%,  ma del 20, che può giungere a -30, -40%”.

http://www.zerohedge.com/news/2017-06-13/felix-zulauf-today-feels-late-1999-i-expect-fang-stocks-fall-30-or-40

Howard Kunstler, saggista e giornalista, teme il momento in cui “i mostruosi debiti cumulati di  persone, imprese,  fondi sovrani, si mostreranno  improvvisamente, traumaticamente, ed evidentemente non pagabili, e tutti i titoli che li rappresentano  saranno risucchiati in quei vortici dello spazio-tempi di  quei film di fantascienza su mummie e astronauti”.  E aggiunge: “Nessuno al potere in questo paese dedica attenzione a quanto sia vicino questo epico momento. O più precisamente, non sanno come preparare  i cittadini e cosa fare –  Le società rispondono a crisi come l’imminente disfarsi della nostra economia finanziarizzata in modi disordinati e sorprendenti…”.

Negli Stati Uniti, VISA ha rivelato che le vendite nei negozi  fisici sono calate  del 5,3% anno su anno  a maggio, il calo più  rapido degli ultimi cinque anni. “Siamo al verde”.  Ogni settimana chiudono un migliaio di negozi al dettaglio.

Alcuni  titoli dai giornali americani:

“L’Apocalisse della vendite al dettaglio si estende al Canada”

“La recessione delle catene di ristoranti sta diventando strutturale? Un calo di 15 mesi”.

“Rinascono i mutui subprime”.

“I proprietari d’immobili calano  63,6 % – erano il 69% nel 2005  –  un calo  mai visto negli ultimi 50 anni”.

ww.govtslaves.com/u-s-homeownership-plummets-to-63-6-near-its-lowest-level-in-more-than-five-decades/

Per Michael Snyder, specialista in prodromi della catastrofe, la prossima crisi finanziaria è già avvenuta: in Europa.  E punta il dito sulla  “improvvisa implosione del Banco Popular”, sesta banca spagnola, salvata con un inghippo concepito dai regolatori UE con l’intervento del Santander, a cui l’hanno fatta acquistare per 1 euro. In cambio, Santander “prenderà ai suoi azionisti 7 miliardi di  euro per  alzare capitale necessario a risollevare il Popular: un  drammatico salvataggio a spese dei privati. Infliggerà perdite per 3,3 miliardi agli azionisti ed obbligazionisti, ma eviterà un salvataggio a  spese del contribuente. Il vero motivo della fulminea decisione è che il nervosismo, diciamo il panico, si stava già aggravando fra depositanti ed azionisti spagnoli, e la corsa agli sportelli stava avvenendo,  mentre la speculazione accentuava le vendite allo scoperto (scommettendo sul ribasso) delle azioni di certe banche disastrate.  Il feroce “salvataggio” privato del  Popular ha aggravato il panico invece di calmarlo. Vista la rovina fulminea della sesta banca spagnola, ora i capitalisti si chiedono   quale sarà la prossima: e si volgono a Liberbank, l’ottava banca iberica, ingrossatasi  da qualche anno per “il matrimonio forzato con tre cajas (casse di risparmio) fallite”. Il governo ha vietato le vendite allo scoperto di Liberbank.

Ma tutti gli sguardi, ovviamente,  in Europa si puntano su “una bolla enormemente più grande.  Attualmente, un trilione di dollari (mille miliardi) di debito pubblico italiano hanno rendimenti negativi. E’ una situazione perversa: prestare allo Stato italiano comporta rischio, per cui i rendimenti dei titoli di debito italiani dovrebbero essere altissimi, non bassissimi”. Il miracolo, il trucco, è dovuto alla BCE che stampa denaro per comprare titoli di stato italici. Dal 2008, la BCE e le banche italiane hanno acquistato l’88% del  debito pubblico nazionale. Berlino sta facendo pressioni perché la BCE smetta. Se la BCE smette,   gli interessi sul debito pubblico italiota schizzano alle stelle, e lo Stato italiano non potrà più finanziare le sue spese.  Le banche italiane, già praticamente fallite per conto loro,  hanno in pancia 253 miliardi del debito pubblico; la frana dallo Stato si trasmetterà al  sistema bancario, diventando valanga. Quel che succederebbe all’Europa intera, la  seconda economia mondiale, non è nemmeno immaginabile.

Banche centrali: stampa, stampa, stampa!

E le banche centrali? Continuano a stampare denaro. Ossia trattano il problema d’insolvenza come un problema di mancanza di liquidità. “Non hai liquidi? Te ne presto un po’”.  E’ la “soluzione” Grecia, a scala   globale.

Ecco perché il Fmi è venuto a “rivedere al rialzo  la crescita del Pil italiano”.  Quando  un sistema deve falsificare le cifre e le statistiche della propria economia  – vedi Unione Sovietica – vuol dire che è proprio alla fine.

14 giugno 2017

1232.- UN ALTRO RUDERE SI AGGIUNGE A UN PARLAMENTO FATTO SOLO DI SCORIE.

 

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La disfatta del 5 Stelle è stata voluta perché Grillo ha portato a compimento la missione per la quale è stato sicuramente pagato: portare su un binario morto la protesta della politica italiana. Gridava “Tutti a casa!” e sono rimasti a casa tutti, meno qualche poveretto, beneficato, assurto a onorevole.

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Maurizio Blondet

Con la disfatta del 5 Stelle, si aggiunge un’altra maceria ai mozziconi, ruderi e rifiuti solidi di cui è ingombra la politica italiana. Ci avrete fatto caso:  il  parlamento è intasato di questi mozziconi, di questi avanzi mal consumati. Sono scorie di progetti politici falliti, vestigia in rovina di proposte generali  di governo dismesse e rifiutate, relitti  di  proposte di vasto respiro,    che suscitarono un tempo grandi speranze nel pubblico, naufragate: quasi sempre per stupidità e imperizia o disonestà dei suoi leader, talora per i siluri di franchi tiratori  e fuoco amico invidioso.

Quello di Grillo e dei grillini  era un progetto politico: mattoide, fanatico, dogmatico e confuso, ma aveva attratto il 30 per cento degli elettori – perché lo volevano attuato. Ora si aggiunge alle scorie e agli scarti e alle macerie degli altri. Sono così tanti che è impossibile elencarli, senza dimenticarne qualcuno:  Berlusconi rincretinito e animalista, quel che resta del Popolo delle Libertà  che lui ha tradito; Alfano, Casini  sopravvivono   come  maceria affaristico-democristiana;  da qualche parte dev’esserci un mozzicone di Mariotto Segni, che vinse i referendum (il totocalcio)  e poi perse la schedina. Si vedono le vistose macerie di Renzi e del renzismo, molto ingombranti. Resta inamovibile  a intralciare  Mario Monti, sopravvissuto pietrificato    al compito che gli affidarono dall’estero, golpista di  lusso  pietrificato dalla sua nomina a senatore a vita. Il visitatore   riconosce nella  la Meloni,  il residuo storico e spezzone inutilizzabile e romanesco  del neofascismo;   si riconoscono relitti della Margherita, scarti di D’Alema, scorie bersaniane bruciacchiate e annerite,   spezzoni stroncati di Ulivo, monconi archeologici di Prodi; la Boldrini è in sé stessa  il rudere del Niki Vendolismo.  Salvini cerca di ricostruire un progetto  politico che fu devastato e ridotto in macerie dal suo stesso fondatore, esempio preclaro di  ottusità.

La politica italiana somiglia alla Milano bombardata del 1944.  Meglio, somiglia a una zona archeologica  riutilizzata come discarica  di  rifiuti tossici.

Il guaio è che queste macerie di falliti, relitti, spezzoni  sopravvissuti ai rispettivi progetti, ingombrano. Sono pesanti, inamovibili, e restano lì a intralciare il panorama politico, a renderlo illeggibile. Ogni nuovo relitto che vi si aggiunge, rende sempre più improbabile il sorgere  di un nuovo progetto, di una nuova proposta d’interesse generale che l’elettorato (o quel che ne resta) possa riconoscere ed approvare – o rifiutare.

Mozziconi, resti e sopravvissuti zombificati,  hanno questo carattere (non rivelo nulla di nuovo): rinunciato al grande progetto politico da proporre al Paese,  sopravvivono coltivando le loro  minuscole clientele parassitarie.  Berlusconi è inguardabile, ma avendo abbracciato agnellini  strapperà qualche voto. La “dc” residuale di Alfano campa con i finanziamenti pubblici per gli immigrati in Sicilia. Renzi e i renziani non hanno più altro progetto che restare attaccati alla mammella di miliardi nelle pieghe della Presidenza del Consiglio.  La  Meloni ha i voti sicuri della  tifoseria e dei teppisti der Testaccio, che so.

A nessuno di costoro importa  più nulla,  in realtà, della politica intesa nel vero  senso della parola, la proposta al popolo di un progetto complessivo, su cui cercare e trovare le più vaste convergenze.  No, anzi: a loro basta avere  quel 6 per cento che gli assicuri quattro seggi in Parlamento e le mani in pasta nei clientelismi meridionali,  in qualche comune o municipalizzata.   La legge elettorale che voteranno è quella per loro ideale, il proporzionale puro con sbarramento al 4, a 3 per cento:   quella che garantisce loro la sopravvivenza, il business degli immigrati nel proprio collegio e comunque qualche ditata di denaro pubblico locale,  e  l’ingombro continuo e perenne del terreno politico.

Sono quasi sicuro che  anche Beppe Grillo, a parte la rabbia del momento,  sia contento di aver perso voti: la prospettiva di governare davvero,   con quell’elettorato di fanatici e idioti che s’era procurato sul  web, e la coscienza oscura  della sua propria stupidità,  lo ha sempre terrorizzato. Troppa responsabilità, troppa necessità di competenze che non   possiede  nemmeno lontanamente (e lo sa);  la pratica di “selezionare” personale politico dai mattoidi  che si propongono sulla rete,  e che lui non conosce, è  evidentemente un incubo.  Ma  quale 33 per cento! Un confortevole 12  va benissimo, permette di gestire la ditta Casaleggio e Associati confortevolmente, senza assumersi pesi, oneri e rischi di governo, e al riparo dalle critiche e dagli   attacchi dei media. Ora che i grillini non sono più un pericolo, li lasceranno campare.

Occorrerebbe   ripulire  questo parlamento  con getti potenti di acqua e schiuma disinfettante, come le stalle di Augia; non basta  però , macerie impietrite,  scorie e rifiuti solidificati richiederebbero lanciafiamme  e dinamite. Non è il caso di sognare.   Ma  è solo per farvi  notare  che questo popolo è smarrito, istupidito oggi più di ieri, non per caso.

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1199.- Libia, battaglia in una base del sud. “Uccisi 141 soldati di Haftar” dagli alleati dell’Italia: una strage!

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Ahmad al-Mismari, un generale vicino ad Haftar, ha accusato il governo di unità nazionale di aver ordinato l’attacco , ma è stato subito smentito e condannato: il ministro della Difesa Mahdi al-Barghathi e il generale Jamal al-Treiki sono però stati sospesi. I militari uccisi nell’attacco stavano tornando da una parata e sembra fossero disarmati.

TRIPOLI – Due milizie alleate del governo Fayez al Serraj, la “Terza forza” di Misurata e la “Benghazi Defence Force” di Bengasi sarebbero responsabili dell’attacco a una base aerea del Sud della Libia in cui sarebbero stati uccisi 141 fra militari fedeli al generale Khalifa Haftar e civili presenti nella base.

 

LIBIA

Da settimane la milizia del generale che controlla la Cirenaica, Libyan National Army, aveva iniziato ad avanzare verso Sud, nel Fezzan, per conquistare posizioni alle spalle di Tripoli e Misurata. Haftar aveva fatto bombardare dalla sua aviazione le truppe di Misurata che da mesi erano schierate nel Sud. E dalla base di Brak Al Shati i miliziani di Misurata tenevano sotto tiro un’altra base militare importante, quella di Tamihint, in cui da mesi la “Terza Forza” di Misurata era bersagliata anche con bombardamenti aerei.

Oggi i miliziani di Misurata hanno lanciato un attacco a sorpresa contro Brak Al-Shati, che si trova a circa 600 chilometri da Tripoli. Secondo alcune fonti molti dei 141 morti sarebbero stati freddati in maniera sommaria, come se si trattasse di vere e proprie esecuzioni dopo che la base era già stata conquistata. Il sindaco della vicina Brak, che ha denunciato le esecuzioni sommarie, ha parlato di 74 vittime, ma più tardi altre fonti hanno aggiornata il bilancio.

La Terza Forza di Misurata ha confermato di aver lanciato l’attacco, ma ha negato di aver messo in atto esecuzioni sommarie. A Tripoli il Consiglio Presidenziale di Fayez Serraj ha condannato nei “termini più forti” l’attacco che vanifica gli sforzi per giungere ad una “riconciliazione nazionale” e ha negato di averlo ordinato attraverso il proprio ministero della Difesa. A riprova ha ordinato la formazione di una commissione d’inchiesta.

Il comando generale di Haftar ha però promesso che le sue forze “vendicheranno i martiri” della “Brigata 12” che presidiava la base e ha minacciato una risposta “crudele e forte”.

I soldati di Haftar sarebbero stati colti di sorpresa dall’attacco di Misurata, e hanno provato a fuggire nel deserto. A Tripoli il ministro della Difesa del governo di accordo nazionale sostenuto dall’Onu ha dichiarato che la responsabilità dello scontro è delle forze di Haftar, che da giorni avevano iniziato ad attaccare le truppe di Misurata. L’operazione sembra essere stata “benedetta” dal ministro della Difesa Barghuti senza che Serraj e gli altri membri del Consiglio presidenziale fossero al corrente della forza massiccia che sarebbe stata impiegata. Fra l’altro nelle prossime ore l’esame dei corpi dei soldati uccisi confermerà o meno le accuse di esecuzioni sommarie. Se fossero confermate le ripercussioni politiche del caso sarebbero certamente molto pesanti. (v.n.)

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Il sindaco della città di Barak al Shati, Ibrahim Zami, ha annunciato tramite il sito informativo libico “al Wasat” che le vittime tra le forze del generale Khalifa Haftar dell’attacco lanciato tre giorni fa dalle milizie fedeli al governo di Tripoli sull’aeroporto cittadino sarebbero 74.

Cosa scrive Alessandro Lattanzio (aurora, 21/5/2017)

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Mentre fogne mediatiche come Huffington Post e Vice, propagandano l’accoglienza a 90 gradi verso i profughi creati dalle guerre celebrate, invocate e salutate dai su medesimi siti di disinformazione imperialista (Left, Vice, Huffington Post e altra spazzatura), in Libia, il 18 maggio, bande armate composte dai miliziani armati dal governo Renzi-Gentiloni e dai terroristi di al-Qaida, che diverse ONG italiane definiscono ‘umanitari numero uno’, uccidevano, decapitavano e bruciavano vive 150 persone nell’aeroporto libico di Baraq al-Shati. Ovvio il sonoro silenzio del sistema merdiatico italiano. SitoAurora è l’unico sito a riferire in Italia di questo massacro commesso dagli alleati dei servizi segreti italiani e della Farnesina in Libia, ovvero al-Qaida e la fratellanza mussulmana turcofila di Misurata, dove l’esercito italiano ha posto la propria base operativa libica.

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Il 17 marzo, la sede di Saraj presso la base navale di Abu Sita, veniva attaccata da sconosciuti, mentre a Misurata i seguaci di Salah Badhi e Qalifa Gwal attaccavano la TV e la radio locale, venendo respinti. Contemporaneamente Saraj era Roma per discutere con il Gruppo di Contatto per il Mediterraneo Centrale che riunisce UE, Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (organismo logistico dei mercenari islamisti). Saraj chiedeva all’Italia l’invio in Libia di 20 motovedette, 4 elicotteri, 24 imbarcazioni, 10 autoambulanze, 30 autoveicoli blindati e telefoni satellitari. Il 30 marzo, a Roma rappresentanti delle tribù Tabu e Ulad Sulayman di Sabha firmavano un accordo di riconciliazione, con cui il governo italiano avrebbe pagato gli indennizzi alle vittime della faida tribale. L’Italia, tramite la comunità di sant’Egidio, interveniva perché interessata a controllare l’aeroporto Taminhint di Sabha. Ma già il leader tribale dei Tabu, Adam Dazi, affermava che i capitribù non avevano idea di che accordo si trattasse. Già nel novembre 2015 il Qatar mediò un simile accordo di riconciliazione, poi violato nel novembre 2016.
La Libyan Cement Company (LCC), è uno dei più grandi cementifici della Libia, con tre stabilimenti a Bengasi, al-Huari e Derna, assumeva gli specialisti della società russa RSB-Group per sminare il cementificio di Bengasi, avviato il 22 agosto 2016. Il cemento è necessario per ripristinare le infrastrutture distrutte dai terroristi. Finora veniva importato dalla Tunisia. Nell’aprile 2016 l’Esercito nazionale della Libia eliminò i terroristi dalla zona degli impianti industriali del cementificio. I genieri dell’esercito libico non poterono completare la bonifica per mancanza di attrezzature, a causa delle sanzioni imposte dai Paesi occidentali contro Tobruq. Inoltre, diversi genieri libici morirono nelle operazioni di sminamento. Inizialmente i libici si rivolsero a una società inglese, che volle 50 dollari per metro quadro, quindi si rivolsero agli specialisti russi del RSB-Group, che bonificarono 750000 mq di superficie per 15 dollari a metro quadro. Il RSB-Group opera in Egitto, Colombia e Cina, oltre che Libia. La LCC è di proprietà della Libya Holdings Group (LHG) di Tripoli e di 15 investitori di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il 5 aprile, l’Esercito nazionale libico (LNA) avviava le operazioni per liberare la base di Tamanhant, presso Sabha, mentre il GNA di Tripoli condannava l’azione e ordinava alle sue forze di respingere l’attacco del LNA.

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A marzo, 16 militari feriti venivano inviati in Italia per cure mediche. Il 12 aprile Fayaz al-Saraj dichiarava che “Purtroppo l’Europa non ci ha aiutato, ma ha fatto solo vuote promesse. Abbiamo bisogno urgente di aiuti seri per proteggere e controllare le coste. Inoltre, la comunità internazionale deve fare di più per contribuire a stabilizzare il Paese”. Intanto, numerosi terroristi dello Stato islamico provenienti dalla Libia venivano curati in cliniche in Europa almeno dal 2015; “Elementi dello SIIL coinvolti nell’espatrio di feriti libici usano questa strategia per uscire dalla Libia con falsi passaporti”, secondo un documento dell’intelligence italiana. Il piano era incentrato su un progetto occidentale per riabilitare i feriti, il Centro per il sostegno dei libici feriti, gestito “in modo dubbio e ambiguo” sotto la supervisione dal governo di al-Saraj a Tripoli. Secondo il documento, gli infiltrati dello SIIL utilizzavano falsi passaporti forniti da una rete criminale e inoltre, all’inizio del 2016, lo SIIL occupando Sirte poté accedere a 2000 passaporti in bianco. “Dal 15 dicembre 2015, un numero ignoto di combattenti feriti dello Stato islamico in Libia è espatriato verso un ospedale d’Istanbul per cure mediche”. Da lì, i terroristi venivano inviati in altri ospedali turchi, provenendo soprattutto da Misurata, Sirte e Bengasi. “Misurata è la sede di tale contrabbando dalla Libia verso l’Europa. Ed è anche il luogo dove si svolge il mercato dei passaporti falsi, quando a costoro è necessaria una falsa identità per nascondersi”. I principali Paesi che accolgono i terroristi feriti, secondo il documento dello spionaggio italiano, sono Turchia, Romania, Bosnia, Francia, Germania e Svizzera. Il medico Rodolfo Bucci confermava al Guardian di esser stato contattato da un individuo appartenente alla rete del contrabbando. “Sono stato contattato da alcuni uomini per coordinare queste cure mediche perché sono uno specialista nella terapia del trattamento del dolore. Ma poi non so cosa sia successo. Non so se il programma fu interrotto”. Il documento dell’intelligence italiano descrive la posizione del governo al-Saraj come “altamente ambivalente” perché, anche se non finanzia l’assistenza medica ai terroristi dello SIIL, “ufficialmente permette l’espatrio di elementi del MSTB (Majlis Shura Thuwar Benghazi), una milizia jihadista collegata allo SIIL”. Secondo il rapporto dell’intelligence italiana, i documenti preparati dagli ospedali che organizzano l’espatrio dei libici feriti recano pochi dettagli sulle ferite, o ne sono totalmente privi.
Il 2 maggio 2017, ad Abu Dhabi s’incontravano il premier-fantoccio al-Saraj ed il Generale Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, per discutere su quali organizzazioni andassero definite terroristiche, sullo scioglimento delle milizie, sul rifiuto dell’accordo sui migranti con l’Italia, sull’eliminazione dell’Art.8 del Libyan Political Agreement di Shqirat, che garantiva al Presidente del Consiglio Presidenziale ampi poteri su Forze Armate ed intelligence. Inoltre al-Saraj e Haftar convenivano nel formare un comando militare congiunto, con a capo Haftar, e ad unire le istituzioni statali. Gli Emirati Arabi Uniti inoltre dispiegavano velivoli da combattimento a sostegno del Generale Qalifa Haftar, nella Libia orientale, sulla base aerea al-Qadim. In Libia la produzione di petrolio superava il picco dell’ottobre 2014, arrivando a 780000 barili al giorno; grazie anche all’esenzione dai tagli della produzione nell’OPEC. Il maggiore giacimento petrolifero della Libia, Sharara, pompava circa 225000 barili al giorno, che arrivavano alla raffineria di Zawiyah. Anche al-Fil, o giacimento Elefante, nella Libia occidentale, veniva riavviato ad aprile dopo un’interruzione di due anni. Sharara, che ha una capacità di 330000 barili al giorno, è gestita da una joint venture tra Libia National Oil Corp., Repsol SA, Total SA, OMV AG e Statoil ASA, mentre al-Fil è gestito da una joint venture tra NOC ed ENI, e può pompare fino a 90000 barili al giorno destinati all’impianto di Malitah. Il 18 maggio, il ministero degli Esteri del governo fantoccio di al-Saraj licenziava 12 ambasciatori, 10 dirigenti aziendali e 4 consoli generali. Ciò avveniva il giorno dopo che il ministro degli Esteri di al-Saraj, Muhamad Syala, licenziava l’alleato di Qalifa Haftar e ambasciatore in Arabia Saudita Abdulbasit al-Badri. Gli ambasciatori rimossi erano quelli in Canada, Etiopia, Grecia, Ungheria, Paesi Bassi, Panama, Qatar, Serbia, Slovacchia, Sudan, Vaticano e Regno Unito, i consoli generali quelli di Alessandria, Dubai, Istanbul e Milano. Venivano richiamati in patria gli addetti commerciali in Australia, Belgio, Croazia, Cipro, Costa d’Avorio, Nicaragua, Oman, Pakistan, Sierra Leone e Sri Lanka.

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Il 18 maggio, 141 persone venivano uccise nell’attacco perpetrato dalle milizie del GNA contro la base aerea di Baraq al-Shati, dove le forze islamiste uccisero sommariamente decine di soldati disarmati. “I soldati tornavano da una sfilata militare, non erano armati, la maggior parte di essi fu uccisa”. Il portavoce dell’Esercito nazionale libico, Colonnello Ahmad Mismari, annunciava che gli attacchi aerei di risposta erano iniziati dalla base aerea di Jufra contro i terroristi, e che “non ci sarebbe stato un cessate il fuoco”. L’attacco terroristico era stato guidato da Ahmad Abduljalil al-Hasnawi e da Jamal al-Trayqi del 13.mo battaglione di Misurata (fazione islamista armata ed informata direttamente dall’Esercito italiano) con l’appoggio della 201.ma brigata e delle brigate di difesa di Bengasi. La base era difesa dal 10.mo Battaglione del LNA, che perse 17 uomini, oltre a subire 11 dispersi, e dal 12.mo Battaglione, che perse 86 uomini. Gran parte del 12.mo Battaglione si trovava invece a Tuqra, per le celebrazioni dell’operazione Qaramah. Inoltre, anche 7 piloti civili furono uccisi. Uno dei testimoni aveva dichiarato che le vittime non furono uccise in combattimento ma erano state allineate e giustiziate. Il sindaco di Baraq al-Shati riferiva che almeno 5 soldati furono decapitati. Un altro testimone affermava, “Hanno ucciso tutti nella base: soldati, cuochi, addetti alle pulizie”, molti con un colpo alla testa. Alcuni erano cadetti appena laureatisi ufficiali durante la cerimonia del LNA per celebrare il terzo anniversario dell’operazione Qaramah. Le forze che difendevano la base, guidate dal generale Muhamad bin Nayal, erano riuscite parzialmente a ritirarsi, grazie ad informazioni sull’attacco imminente. Il Comando Generale del LNA dichiarava che la risposta sarà “dura e forte”, parlando apertamente di vendetta, “I responsabili saranno schiacciati”. Il governo di Tobruq accusava apertamente del massacro il Consiglio di Presidenza di al-Saraj e il suo ministro della Difesa, oltre che di aver violato la tregua concordata ad Abu Dhabi. I membri del Congresso di Tobruq chiedevano il licenziamento del ministro della Difesa di al-Saraj, Mahdi Al-Barghathi, e di processarlo per il massacro, mentre Ali Gatrani, componente del Congresso di Tobruq, accusava del massacro anche il capo dei fratelli musulmani libici Sadiq al-Ghariani, potente alleato dell’Italia. I burattinai di Saraj, l’inviato speciale dell’ONU Martin Kobler e l’ambasciatore inglese Peter Millett, chiedevano all’esercito libico di non reagire all’aggressione, indicando la mano del mandante della strage. Il fantoccio della Farnesina, Fayaz al-Saraj, sospendeva ‘per 15 giorni’ il suo ministro della Difesa, l’islamista filo-turco Mahdi al-Barghathi. Inoltre, Saraj riconosceva che Jamal al-Trayqi, a capo del 13.ma battaglione (con cui l’esercito italiano collabora) era responsabile dell’attacco a Baraq al-Shati. Le brigate di difesa di Benghazi, coinvolte nel massacro, hanno stretti legami con Barghathi e la fratellanza mussulmana filo-turca di Misurata.
Quindi, l’Esercito nazionale libico (LNA) dichiarava che al-Qaida e le milizie del governo del fantoccio italiano al-Saraj avevano attaccato la base aerea di Baraq al-Shati, decapitando decine di soldati libici. La maggior parte degli aggressori erano stranieri. Muhamad Lifrays, portavoce del 12.mo Battaglione del LNA, che aveva subito l’assalto, dichiarava, “Siamo convinti che combattevamo al-Qaida”. Diversi soldati erano stati decapitati o bruciati vivi. La maggior parte dei soldati era stata uccisa con colpi alla testa o sgozzati. Almeno 15 civili furono uccisi dai terroristi. Il comandante delle Forze Speciali Sayqa, Mahmud Warfali, affermava “L’LNA libererà la base aerea”, mentre 112.mo, 117.mo e 173.mo Battaglione libici si avvicinavano a Baraq al-Shati. L’Egitto condannava tale “attacco terroristico brutale”, e il Ministero degli Esteri di Cairo esprimeva “solidarietà al popolo libico e all’Esercito libico nazionale, chiedendo di occuparsi seriamente dei responsabili dell’azione terroristica”, aggiungendo che la politica libica non dev’essere soggetta a gruppi criminali che si fanno strada con il terrorismo o collaborando con le organizzazioni terroristiche finanziate da Paesi esteri. Anche il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Algeria condannava l’attacco, “Condanniamo fermamente questi attacchi e notiamo che per diversi anni abbiamo costantemente incoraggiato i partiti libici a sostenere il dialogo e la riconciliazione nazionale per risolvere la crisi”. Nel frattempo, gli ambasciatori della Libia in Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti (si noti l’assenza di quello in Italia) condannavano tale crimine, “condanniamo i tentativi di cambiare la situazione in Libia con la forza, che pregiudicano il dialogo politico e prolunga le sofferenze del popolo libico”.

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Il capo di Stato Maggiore italiano generale Graziano, a Misurata, base delle milizie islamiste filo-turche.

1191.- LA LEGGE NON AMMETTE IGNORANZA E NEPPURE IGNORANTI

Un atto legislativo deve essere conosciuto e conoscibile ed essere, perciò, redatto in modo semplice e facilmente comprensibile. Ecco una dimostrazione di come l’Unione europea sfugge alla comprensione e alla partecipazione dei cittadini: “Sommergendoli di parole.” Ma non si tratta di un atto dell’Unione, bensì di una legge della Regione Veneto che dovrebbe istruire i veneti cittadini sul come europizzarsi.

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LEGGE REGIONALE  n. 26 del 25 novembre 2011

Norme sulla partecipazione della Regione del Veneto al processo normativo e all’attuazione del diritto e delle politiche dell’Unione europea.

Il Consiglio regionale ha approvato
Il Presidente della Giunta regionale
promulga

la seguente legge regionale:

TITOLO I
Disposizioni generali

Art. 1
Finalità

1. La Regione del Veneto, sulla base dei principi di attribuzione, sussidiarietà, proporzionalità, efficienza e partecipazione democratica promuove il rafforzamento dell’Unione europea e favorisce il processo d’integrazione europea nel proprio territorio, la conoscenza delle iniziative europee fra i diversi soggetti pubblici e privati e la partecipazione ai programmi e progetti europei.

Art. 2
Oggetto

1. La presente legge definisce le modalità di partecipazione della Regione alla formazione e all’attuazione del diritto e delle politiche dell’Unione europea, nel rispetto delle norme di procedura stabilite con legge dello Stato e del riparto costituzionale delle competenze.

Art. 3
Cooperazione interistituzionale e obblighi di informazione

1. La Regione, al fine di rappresentare le proprie istanze nei rapporti con l’Unione europea, lo Stato e le altre regioni, partecipa con i propri organi, nell’ambito delle rispettive competenze e prerogative, alle sedi di collaborazione e di cooperazione interistituzionale.
2. Il Consiglio regionale e la Giunta regionale si informano reciprocamente e tempestivamente in ordine alle attività svolte e adottano ogni misura necessaria a favorire il massimo raccordo tra le strutture regionali, al fine di consentire l’espressione di una posizione unitaria della Regione con riferimento ai progetti di atti normativi dell’Unione europea e agli atti preordinati alla formulazione degli stessi.


TITOLO II
Partecipazione regionale alla formazione del diritto dell’Unione europea

Art. 4
Partecipazione mediante la formulazione
di osservazioni al Governo

1. La Regione, mediante i propri organi, in un quadro di leale collaborazione istituzionale volta all’affermazione unitaria degli interessi del Veneto, formula osservazioni sui progetti di atti normativi dell’Unione europea, o sugli atti agli stessi preordinati, nel rispetto della normativa statale vigente.
2. Fatti salvi i casi d’urgenza, il Consiglio regionale e la Giunta regionale definiscono d’intesa le osservazioni di cui al comma 1. Qualora entro sette giorni non si raggiunga l’intesa, la Giunta regionale può comunque procedere alla formulazione delle stesse, dandone immediata comunicazione all’organo consiliare.
3. Qualora un progetto di atto normativo dell’Unione europea riguardi una materia attribuita alla competenza legislativa regionale, il Presidente della Giunta regionale, anche su proposta del Consiglio regionale, può chiedere al Governo la convocazione della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, di seguito denominata Conferenza Stato-regioni, ai fini del raggiungimento dell’intesa di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281 “Definizione ed ampliamento delle attribuzioni della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano ed unificazione, per le materie ed i compiti di interesse comune delle regioni, delle province e dei comuni, con la Conferenza Stato-città ed autonomie locali”.
4. Il Presidente della Giunta regionale può altresì chiedere, anche su proposta del Consiglio regionale, alla Conferenza Stato-regioni di invitare il Governo ad apporre la riserva di esame in sede di Consiglio dei ministri dell’Unione europea.

Art. 5
Verifica del rispetto del principio di sussidiarietà

1. Il Consiglio regionale, anche attraverso la partecipazione a forme di coordinamento e di collaborazione tra regioni, verifica il rispetto del principio di sussidiarietà nei progetti di atti legislativi dell’Unione europea secondo le modalità previste dal proprio Regolamento e ne trasmette le risultanze alla Giunta regionale, alle Camere e al Comitato delle regioni.

TITOLO III
Partecipazione regionale all’attuazione del diritto e delle politiche dell’Unione europea

Art. 6
Sessione europea del Consiglio regionale

1. Entro il mese di maggio di ogni anno il Consiglio regionale è convocato per una o più sedute in sessione europea al fine di esaminare:
a) il disegno di legge regionale europea, di cui all’articolo 8;
b) il programma legislativo annuale della Commissione europea;
c) la relazione sullo stato di conformità dell’ordinamento regionale a quello dell’Unione europea, trasmessa dalla Giunta regionale al Consiglio regionale e alla Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le politiche comunitarie entro il 15 gennaio di ogni anno;
d) il rapporto sugli affari europei, di cui all’articolo 7.
2. Al fine di garantire la più ampia partecipazione degli enti locali, delle università, delle altre autonomie funzionali e delle parti sociali ed economiche, all’interno della sessione europea possono essere attivate adeguate forme di consultazione in relazione ad aspetti dell’attività europea che presentino specifica rilevanza nei loro ambiti di competenza.
3. Il Consiglio regionale conclude la sessione europea approvando apposito atto di indirizzo.

Art. 7
Rapporto sugli affari europei

1. Entro il mese di aprile di ogni anno la Giunta regionale trasmette al Consiglio regionale un rapporto in ordine alle attività svolte ai fini della partecipazione alle politiche dell’Unione europea, che indica:
a) lo stato di avanzamento degli interventi regionali cofinanziati dall’Unione europea, le disposizioni procedurali adottate per l’attuazione, i risultati conseguiti, le criticità riscontrate;
b) le iniziative che si intendono adottare nell’anno in corso con riferimento alle politiche dell’Unione europea d’interesse regionale, tenendo conto del programma legislativo e di lavoro approvato annualmente della Commissione europea e degli altri strumenti di programmazione delle istituzioni europee;
c) le posizioni sostenute nell’ambito della Conferenza Stato-regioni, convocata per la trattazione degli aspetti delle politiche dell’Unione europea di interesse regionale;
d) le questioni sollevate nel Comitato delle regioni e nell’ambito del Comitato interministeriale per gli affari comunitari europei;
e) lo stato delle relazioni tra la Regione e l’Unione europea ed in particolare le prospettive dei negoziati svolti presso le istituzioni europee;
f) le eventuali procedure di infrazione a carico dello Stato per inadempienze imputabili alla Regione.

Art. 8
La legge regionale europea

1. La Regione assicura l’adeguamento dell’ordinamento regionale a quello dell’Unione europea e l’attuazione delle politiche europee attraverso l’emanazione di una legge regionale europea annuale, che:
a) recepisce gli atti normativi emanati dall’Unione europea nelle materie di competenza regionale, con particolare riguardo alle direttive, disponendo quanto necessario per l’attuazione dei regolamenti;
b) detta disposizioni attuative delle sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea e delle decisioni della Commissione europea che comportano obbligo di adeguamento;
c) dispone le modifiche o abrogazioni delle norme regionali conseguenti agli adempimenti di cui alle lettere a) e b) o a procedure d’infrazione avviate dalla Commissione europea nei confronti della Regione;
d) individua gli atti dell’Unione europea alla cui attuazione ed esecuzione la Regione può provvedere in via regolamentare o amministrativa, dettando i relativi principi e criteri direttivi.
2. La legge regionale europea reca l’indicazione dell’anno di riferimento e stabilisce il termine per l’adozione di ogni ulteriore atto regionale di attuazione cui la legge stessa rimandi; le misure di adeguamento dell’ordinamento regionale agli obblighi europei indicano nel titolo l’atto dell’Unione europea cui si riferiscono.
3. Entro il mese di aprile di ogni anno la Giunta regionale presenta il disegno di legge regionale europea, accompagnato da una relazione che riferisce sullo stato di attuazione della legge regionale europea dell’anno precedente, motivando in ordine agli adempimenti omessi, ed elenca le direttive europee di competenza regionale da attuare in via legislativa, regolamentare o amministrativa, nonché quelle che non necessitano di successivi provvedimenti di attuazione in quanto:
a) direttamente applicabili per il loro contenuto sufficientemente preciso e incondizionato;
b) l’ordinamento regionale è già conforme alle direttive stesse;
c) lo Stato ha già adottato provvedimenti attuativi da cui la Regione non intende discostarsi e, in tal caso, la relazione contiene l’elenco dei provvedimenti statali di attuazione.
4. Resta salva la possibilità che specifiche misure di attuazione del diritto dell’Unione europea siano contenute in altre leggi regionali, specie a fronte di atti normativi o di sentenze degli organi dell’Unione europea che comportino obblighi di adempimento e scadano prima della data di presunta entrata in vigore della legge regionale europea.
5. La legge regionale europea è trasmessa alla Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le politiche comunitarie.

Art. 9
Programmazione regionale sulle politiche europee

1. La Regione partecipa ai piani, ai programmi e ai progetti promossi dall’Unione europea nell’ambito delle materie di propria competenza.
2. Il Consiglio regionale, su proposta della Giunta regionale, delibera gli atti di programmazione degli interventi regionali cofinanziati dall’Unione europea e le eventuali modifiche sostanziali agli stessi. Per modifiche sostanziali si intendono, in particolare, le modifiche che comportino uno spostamento o modifica di priorità strategiche e delle risorse finanziarie ad esse collegate.
3. La Giunta regionale riferisce al Consiglio regionale sull’andamento delle procedure di negoziato con lo Stato e con la Commissione europea e, al termine del negoziato, trasmette nuovamente gli atti di cui al comma 2 al Consiglio regionale.

Art. 10
Informazione sulle politiche europee

1. La Regione fornisce supporto al sistema della programmazione di cui all’articolo 9, rendendo accessibile ai cittadini, tramite i sistemi informativi della Giunta regionale e del Consiglio regionale, tutte le informazioni relative all’adozione di bandi per l’allocazione dei fondi europei.

Art. 11
Impugnazione di atti normativi europei

1. Qualora ritenga illegittimo un atto normativo dell’Unione europea emanato in materie di competenza legislativa regionale, il Presidente della Giunta regionale, previo parere della commissione consiliare competente in materie europee, può richiederne al Governo l’impugnazione dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione europea, nonché sollecitare la richiesta di impugnativa in sede di Conferenza Stato-regioni. Il Presidente della Giunta regionale può altresì proporre ricorso dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione europea, ai sensi dell’articolo 263 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, contro gli atti dell’Unione europea, anche regolamentari, adottati nei confronti della Regione.
2. Il Consiglio regionale può invitare il Presidente della Giunta regionale a promuovere la richiesta di cui al comma 1.

Art. 12
Aiuti di Stato

1. Il Consiglio regionale e la Giunta regionale, in relazione alle rispettive competenze, trasmettono alla Commissione europea i progetti di legge e le proposte di regolamento e di atto amministrativo che istituiscono o modificano aiuti di Stato soggetti ad obbligo di notifica in base al Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
2. La notifica di cui al comma 1 è effettuata dal Presidente della Giunta regionale, su proposta della commissione consiliare competente in materie europee, secondo le modalità previste dalle disposizioni europee e dal Regolamento del Consiglio regionale. La commissione consiliare competente per l’istruttoria licenzia definitivamente gli atti di cui al comma 1 per l’approvazione da parte del Consiglio regionale dopo aver acquisito l’autorizzazione all’aiuto da parte della Commissione europea.
3. Per motivi di urgenza, gli atti di cui al comma 1 possono essere approvati dal Consiglio regionale senza il visto dell’Unione europea. In questo caso la legge regionale reca una clausola di sospensione dell’efficacia fino alla comunicazione della compatibilità dell’aiuto da parte della Commissione europea; alla relativa notifica provvede il Presidente della Giunta regionale.
4. Nel caso il Consiglio regionale in sede di approvazione apporti al progetto di legge o alla proposta di regolamento delle modifiche, introducendo o modificando disposizioni che prevedono aiuti di Stato, si applica quanto previsto dal comma 3.
5. La Giunta regionale con proprio provvedimento adotta per gli atti di competenza disposizioni di contenuto analogo a quello previsto dal presente articolo, dandone comunicazione alla commissione consiliare competente in materie europee.
6. Le strutture della Giunta regionale e del Consiglio regionale garantiscono il reciproco accesso telematico alle banche dati in materia di aiuti di Stato.

TITOLO IV
Relazioni con istituzioni e organismi europei

Art. 13
Rappresentanti ed esperti regionali per le relazioni con le istituzioni europee

1. Il Presidente della Giunta regionale attraverso le competenti sedi di concertazione interistituzionale:
a) propone al Governo la designazione dei rappresentanti regionali in seno al Comitato delle regioni, sulla base delle indicazioni della Giunta regionale e del Consiglio regionale;
b) comunica al Governo la propria candidatura, o la designazione di un proprio delegato, quale componente della delegazione italiana che partecipa alle attività del Consiglio dell’Unione europea;
c) comunica al Governo i nominativi dei rappresentanti della Regione, o dei loro delegati, ai fini della partecipazione al Comitato tecnico integrato di cui si avvale il Comitato interministeriale per gli affari comunitari europei.
2. Quando sono trattate questioni di interesse della Regione, il Presidente della Giunta regionale chiede al Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome di partecipare ai lavori del Comitato interministeriale per gli affari comunitari europei.
3. La Giunta regionale, dandone immediata comunicazione al Consiglio regionale, designa secondo le modalità concordate in sede di Conferenza Stato-regioni, i rappresentanti tecnici che partecipano:
a) ai gruppi di lavoro del Consiglio dell’Unione europea e dei comitati della Commissione europea nell’ambito delle delegazioni italiane;
b) ai negoziati con le istituzioni europee e ai tavoli di coordinamento nazionali Stato-regioni per la definizione della posizione italiana;
c) ad ogni altro tavolo o gruppo di lavoro inerente questioni europee.
4. La Giunta regionale assicura al Consiglio regionale un’informazione qualificata e tempestiva dell’attività svolta dai rappresentanti ed esperti regionali in seno alle istituzioni e gruppi di lavoro di cui ai commi 1, 2 e 3, anche mediante l’invio dei relativi verbali di seduta.

Art. 14
Strutture regionali di coordinamento con le istituzioni europee

1. La Regione assicura il collegamento tecnico, amministrativo e operativo con le istituzioni europee mediante lo svolgimento, da parte delle competenti strutture, delle seguenti funzioni:
a) informazione alla Giunta regionale e al Consiglio regionale circa le iniziative normative della Commissione europea in materie di interesse regionale;
b) supporto al Presidente della Giunta regionale, alla Giunta regionale, ai consiglieri regionali, nonché ai rappresentanti regionali negli organismi e nei comitati di lavoro delle istituzioni dell’Unione europea;
c) sportello informativo europeo sulle attività istituzionali della Regione;
d) raccordo tra la Regione e la rappresentanza permanente dell’Italia presso l’Unione europea;
e) informazione e consulenza all’attività di enti, imprese ed organismi pubblici e privati sulle opportunità offerte dall’ordinamento dell’Unione europea;
f) studi e approfondimenti sulla normativa europea di interesse regionale;
g) coordinamento delle relazioni tra istituzioni dell’Unione europea e istituzioni pubbliche, enti locali, associazioni e altri organismi rappresentativi di interessi collettivi veneti relativamente alla presentazione di progetti e alla partecipazione a programmi e iniziative dell’Unione europea;
h) formazione in affari europei ed europrogettazione dei funzionari regionali;
i) monitoraggio dei fondi a gestione diretta della Commissione europea d’interesse per il sistema veneto.
2. Al fine di assicurare un efficace sistema di relazioni con le istituzioni e gli organismi dell’Unione europea, la Giunta regionale e il Consiglio regionale si avvalgono, per le rispettive competenze, della sede di rappresentanza di Bruxelles.
3. Con riferimento alle funzioni di cui al comma 1, la Giunta regionale individua il proprio assetto organizzativo, determinando le specifiche attribuzioni.
4. Il Presidente della Giunta regionale, in relazione agli affari internazionali di competenza regionale, può avvalersi di specifiche professionalità in materia.

Art. 15
Attività di partenariato istituzionale e collaborazione territoriale in ambito europeo

1. Al fine di rafforzare la coesione e l’integrazione europea la Regione promuove partenariati istituzionali, aderisce ad associazioni e partecipa a forme stabili e strutturate di collaborazione con enti territoriali interni di altri Stati membri dell’Unione europea che possano incentivare interessi comuni in campo economico, culturale, sociale e sanitario, turistico e ambientale.
2. La Regione in particolare adotta iniziative volte a valorizzare le opportunità derivanti dalla sua posizione di centralità nell’Adriatico e in Europa e le prospettive legate alla creazione dell’area di libero scambio per diventare punto di snodo delle attività commerciali e concorrere al rafforzamento della stabilità nell’area adriatica e balcanica.

TITOLO V
Disposizioni organizzative e finali

Art. 16
Modifiche al Regolamento del Consiglio regionale e modalità organizzative

1. Il Consiglio regionale adegua il proprio Regolamento alle prescrizioni contenute nella presente legge, definendo, in particolare:
a) le strutture consiliari competenti a svolgere il monitoraggio della documentazione trasmessa dal Governo ai fini della partecipazione alla fase ascendente;
b) le modalità della verifica del rispetto del principio di sussidiarietà da parte del Consiglio regionale;
c) le procedure per la verifica della conformità dell’ordinamento regionale a quello dell’Unione europea e la trasmissione delle relative osservazioni al Presidente del Consiglio dei ministri;
d) i tempi, le modalità di esame e di votazione della legge regionale europea e degli atti di programmazione di cui alla presente legge;
e) i compiti e le funzioni della commissione consiliare competente in materie europee;
f) le modalità di notifica alla Commissione europea dei progetti di legge e delle proposte di regolamento o atto amministrativo dirette a istituire o modificare aiuti di Stato.
2. La Giunta regionale e l’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale disciplinano con deliberazioni coordinate gli aspetti organizzativi interni che consentono il raccordo tra le strutture regionali esistenti in materia di affari europei e tra queste e le analoghe strutture a livello nazionale ed europeo e individuano, in fase di prima applicazione della presente legge, un gruppo di lavoro Giunta-Consiglio, nonché un referente tecnico per la fase ascendente e discendente per la Giunta regionale ed uno per il Consiglio regionale.
3. La Regione promuove e favorisce la realizzazione di distacchi dei propri funzionari presso le istituzioni e gli organi dell’Unione europea, gli Stati membri dell’Unione e gli stati candidati all’adesione all’Unione, secondo la disciplina europea in materia di esperti nazionali distaccati e nel rispetto della normativa regionale in materia di ordinamento del personale.

Art. 17
Monitoraggio sull’attuazione della legge

1. Trascorsi tre anni dall’entrata in vigore della presente legge la Giunta regionale e la commissione consiliare competente in materie europee, per le parti di rispettiva competenza, presentano al Consiglio regionale una relazione sull’attuazione della legge e delle procedure da essa previste, riferendo in particolare circa la partecipazione alla formazione degli atti dell’Unione europea e l’attuazione del sistema informativo di cui all’articolo 10.

Art. 18
Norma finanziaria

1. Dall’applicazione della presente legge non possono derivare a carico del bilancio regionale oneri aggiuntivi rispetto a quelli già previsti normativamente per finalità analoghe.
2. Agli oneri derivanti dall’attuazione della presente legge, quantificati in euro 110.000,00 per l’esercizio 2011, e in euro 350.000,00 per ciascuno degli esercizi 2012 e 2013, si fa fronte con le risorse allocate nell’upb U0023 “Spese generali di funzionamento” del bilancio di previsione 2011 e pluriennale 2011-2013.

Art. 19
Abrogazioni

1. È abrogata la legge regionale 6 settembre 1996, n. 30 “Norme generali sulla partecipazione della Regione del Veneto al processo normativo comunitario e sulle procedure di informazione e di attuazione dei programmi comunitari”.

La presente legge sarà pubblicata nel Bollettino ufficiale della Regione veneta. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge della Regione veneta.

Venezia, 25 novembre 2011

Luca Zaia


INDICE

TITOLO I – Disposizioni generali

Art. 1 – Finalità
Art. 2 – Oggetto
Art. 3 – Cooperazione interistituzionale e obblighi di informazione

TITOLO II – Partecipazione regionale alla formazione del diritto dell’Unione europea

Art. 4 – Partecipazione mediante la formulazione di osservazioni al Governo
Art. 5 – Verifica del rispetto del principio di sussidiarietà

TITOLO III – Partecipazione regionale all’attuazione del diritto e delle politiche dell’Unione europea

Art. 6 – Sessione europea del Consiglio regionale
Art. 7 – Rapporto sugli affari europei
Art. 8 – La legge regionale europea
Art. 9 – Programmazione regionale sulle politiche europee
Art. 10 – Informazione sulle politiche europee
Art. 11 – Impugnazione di atti normativi europei
Art. 12 – Aiuti di Stato

TITOLO IV – Relazioni con istituzioni e organismi europei

Art. 13 – Rappresentanti ed esperti regionali per le relazioni con le istituzioni europee
Art. 14 – Strutture regionali di coordinamento con le istituzioni europee
Art. 15 – Attività di partenariato istituzionale e collaborazione territoriale in ambito europeo

TITOLO V – Disposizioni organizzative e finali

Art. 16 – Modifiche al Regolamento del Consiglio regionale e modalità organizzative
Art. 17 – Monitoraggio sull’attuazione della legge
Art. 18 – Norma finanziaria
Art. 19 – Abrogazioni

Dati informativi concernenti la legge regionale 25 novembre 2011, n. 26
Il presente elaborato ha carattere meramente informativo, per cui è sprovvisto di qualsiasi valenza vincolante o di carattere interpretativo. Pertanto, si declina ogni responsabilità conseguente a eventuali errori od omissioni.
Per comodità del lettore sono qui di seguito pubblicati:
1 – Procedimento di formazione
2 – Relazione al Consiglio regionale
3 – Note agli articoli
4 – Leggi regionali abrogate
5 – Strutture di riferimento

1. Procedimento di formazione

– Il procedimento di formazione della legge regionale è stato avviato su iniziativa dei sottoelencati consiglieri regionali che hanno presentato due proposte di legge, a ciascuno dei quali è stato attribuito uno specifico numero di progetto di legge:
– proposta di legge d’iniziativa del consigliere Pettenò relativa a “Partecipazione della Regione Veneto al processo normativo comunitario e procedure di esecuzione degli obblighi comunitari”; (progetto di legge n. 89);
– proposta di legge d’iniziativa dei consiglieri Laroni, Puppato, Franchetto, Bond, Bottacin, Foggiato, Berlato Sella, Valdegamberi, Bortolussi e Caner relativa a “Norme sulla partecipazione della Regione Veneto al processo normativo e all’attuazione del diritto e delle politiche dell’Unione europea”; (progetto di legge n. 182).
– I progetti di legge sono stati assegnati alla Prima commissione consiliare;
– La Prima commissione consiliare, sulla base dei succitati progetti, ha elaborato un unico progetto di legge denominato “Norme sulla partecipazione della Regione del Veneto al processo normativo e all’attuazione del diritto e delle politiche dell’Unione europea”;
– La Prima commissione consiliare ha completato l’esame del progetto di legge in data 28 settembre 2011;
– Il Consiglio regionale, su relazione del consigliere Nereo Laroni, ha esaminato e approvato il progetto di legge con deliberazione legislativa 3 novembre 2011, n. 25.

2. Relazione al Consiglio regionale

Signor Presidente, colleghi consiglieri,
subito dopo l’entrata in vigore della riforma costituzionale del 2001, le Regioni italiane hanno mostrato particolare attenzione verso i nuovi strumenti offerti dall’ordinamento per svolgere un ruolo attivo nel processo di formazione e di attuazione delle norme europee.
Dopo la riforma costituzionale del 2001 e prima dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ben undici Regioni hanno infatti adottato norme di procedura che regolano gli aspetti interni della partecipazione. Altre due Regioni hanno legiferato dopo la sua entrata in vigore ed altre tre, che pur non avendo adottato un’apposita legge in materia, vi hanno dedicato precise norme statutarie e regolamentari.
La legge regionale del Veneto che disciplina la partecipazione al processo normativo comunitario e le procedure di informazione e di attuazione dei programmi comunitari risale agli anni novanta. Si tratta della legge regionale 6 settembre 1996, n. 30, adottata sulla base della c.d. legge la Pergola (legge n. 86/1989), che aveva segnato un sensibile cambiamento a livello sostanziale della ricezione degli atti normativi dell’Unione, introducendo il meccanismo della legge comunitaria statale, e aveva anche disciplinato la partecipazione delle regioni all’attuazione del diritto comunitario tanto nelle materie a competenza esclusiva quanto in quella concorrente.
Oggi, tuttavia, il quadro normativo è cambiato. Non solo l’articolo 117 della Costituzione, come riformato nel 2001, ha affermato che lo Stato e le Regioni esercitano il potere legislativo “nel rispetto dei principi costituzionali e gli obblighi derivanti dall’ordinamento comunitario” e ha dato rilievo costituzionale ai rapporti delle Regioni con l’Unione europea, inserendoli tra le materie di legislazione concorrente, ma ha disciplinato la partecipazione delle regioni nelle materie di loro competenza alle decisioni volte alla formazione degli atti comunitari, per lungo tempo riservate alla competenza esclusiva dello Stato, in tal modo configurando nella fase c.d. “ascendente” un ruolo regionale inedito e di alto profilo. Inoltre, sempre con la riforma costituzionale del 2001, ha trovato riconoscimento costituzionale la partecipazione delle Regioni nella fase discendente.
Le leggi ordinarie con cui è stata data attuazione alla riforma del 2001 sono, come noto, la legge 5 giugno 2003, n. 131 (meglio nota come legge La Loggia) e la legge 4 febbraio 2005, n. 11 (nota come legge Buttiglione), a seguito delle quali si è registrata l’intensa attività regionale di cui si è parlato.
A ciò si aggiunga che l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona il 1° dicembre 2009 ha realizzato un’ulteriore apertura alle esigenze specifiche delle regioni. Nel rispetto del principio di sussidiarietà, la Commissione europea dovrà tener conto dell’impatto delle proprie proposte legislative – in particolare delle direttive – sulla legislazione regionale, mentre le Assemblee regionali con potere legislativo parteciperanno alla verifica del corretto esercizio delle competenze a livello europeo (controllo della sussidiarietà, c.d. “early warning system”).
È dunque il momento che anche il Veneto assuma un ruolo più allineato all’importanza assegnata alle Regioni, agendo negli spazi già assegnati dalla Costituzione nella riforma del 2001 e dalle norme che seguono il nuovo contesto previsto dal Trattato di Lisbona, di cui tiene conto il processo di riforma della legge n. 11/2005 (disegno di legge Senato n. 2646).
L’intreccio tra la produzione di norme europee e regionali è evidente: le norme UE incidono su settori sempre più ampi e che soventemente coincidono con gli ambiti di competenza regionale (agricoltura e pesca, tutela dell’ambiente, protezione dei consumatori, trasporti, energia, ecc.); nel caso di interventi regionali non conformi alla legislazione europea, lo Stato deve affrontare procedure di infrazione con il rischio di condanne al pagamento di sanzioni pecuniarie. Pur esistendo meccanismi di salvaguardia – dal potere sostitutivo statale all’azione di rivalsa nel caso di condanne pecuniarie – si devono prevenire le inefficienze o i potenziali conflitti.
Per altro verso, si tratta di cogliere le opportunità offerte dal processo di integrazione europea: contribuendo alla decisione e conoscendo contenuti e motivazioni delle norme europee in formazione, le Regioni saranno meglio in grado di adattarle alle proprie specificità e bisogni in fase di recepimento.
Il progetto di legge che viene proposto è il risultato dell’abbinamento dei progetti di legge n. 89 e n. 182 avvenuto in sede di Prima Commissione dopo aver recepito il parere della Commissione speciale per le relazioni internazionali ed i rapporti comunitari.
Nel corso della seduta del 29 settembre 2011 la Prima Commissione ha esaminato e modificato il testo alla luce degli emendamenti pervenuti e raccordati sotto il profilo tecnico dagli uffici di Giunta e Consiglio.
Sono disciplinati sia gli aspetti relativi alla partecipazione della Regione alla formazione degli atti dell’Unione europea (fase ascendente), sia gli aspetti relativi al recepimento e all’attuazione del diritto dell’Unione europea (fase discendente).
Il testo del progetto di legge si articola in cinque titoli e diciotto articoli.
In estrema sintesi, oltre ai due titoli di apertura e chiusura recanti le disposizioni generali sulle finalità e l’oggetto della legge (Titolo I), e quelle organizzative e finali (Titolo V), altri due sono dedicati rispettivamente alle fasi ascendente e discendente (Titoli II e III). Quello relativo alla fase discendente contiene non solo disposizioni per il recepimento della normativa europea, ma anche una disposizione per l’attuazione delle politiche europee, ossia quella riguardante la programmazione regionale sulle politiche europee (articolo 8).
Un altro titolo, dedicato alle relazioni con istituzioni e organismi europei (Titolo IV), contiene norme sui referenti politici e tecnici che rappresentano la Regione del Veneto in seno alle istituzioni europee e a quelle italiane di coordinamento con la UE, nonché sulle strutture regionali che devono assicurare il collegamento tecnico con tali istituzioni. Nello stesso titolo è collocata una norma volta a incentivare la cooperazione territoriale, specie al fine di valorizzare le opportunità derivanti dalla posizione di centralità del Veneto nell’Adriatico e in Europa (articolo 14).
Anticipata l’articolazione del presente progetto di legge, consideriamo le principali novità procedurali introdotte dallo stesso, soffermandoci dapprima sulle fase ascendente e su quella dell’attuazione, per poi definire in particolare alcuni punti degli ultimi due titoli (Relazioni con istituzioni e organismi europei e Disposizioni organizzative e finali).

LA PARTECIPAZIONE ALLA FASE ASCENDENTE (Titolo II: articoli 3 e 4)
La partecipazione della Regione alla formazione della normativa europea, secondo quanto disposto dalla legge Buttiglione (legge n. 11/2005), si esplica attraverso la trasmissione di osservazioni al Governo, che ne tiene conto per formare la posizione italiana.
Alle leggi regionali di procedura è lasciata la scelta di definire con quali modalità pervenire alla formulazione delle osservazioni e, soprattutto, quale organo sia competente per effettuarle, se la Giunta o il Consiglio e, in questo ultimo caso, quale ruolo abbia la commissione eventualmente competente per le politiche europee.
Tale scelta è effettuata nell’articolo 3 della presente proposta a favore del Consiglio, ed in particolare della Commissione competente per le relazioni europee. Il progetto di legge postula infatti la presenza e il ruolo di una specifica Commissione, attualmente non contemplata fra le commissioni permanenti, ma istituita come speciale per la durata di due anni in applicazione dell’articolo 21 dello Statuto.
Con questo progetto si propone che le osservazioni siano dunque adottate dalla Commissione consiliare competente per le relazioni europee su proposta della Giunta regionale o anche di un consigliere regionale e previo parere delle commissioni competenti per materia. Alla Giunta viene assicurata la possibilità di intervenire nella fase ascendente non solo attraverso la proposta di osservazioni al Consiglio, ma anche attraverso l’adozione delle osservazioni stesse nel caso il Consiglio regionale non si esprima entro il quinto giorno antecedente la scadenza del termine assegnato dalla normativa statale.
Si ritiene, dunque, di valorizzare l’organo assembleare nella partecipazione alla definizione della normativa europea in corrispondenza della sua più generale competenza legislativa.
Come è noto, la legge n. 11 del 2005 concede alle Regioni un termine molto breve – venti giorni – per avanzare osservazioni al Presidente del Consiglio dei Ministri o al Ministro per le politiche comunitarie. Sotto il profilo organizzativo tale termine risulta difficile da rispettare, sia per la mole di atti comunicati dal Governo (circa 800 a settimana), sia per la difficoltà di coordinare le Giunte e i Consigli regionali, sia perché le osservazioni devono passare per la Conferenza dei Presidenti delle Regioni o per la Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali. Infatti, tra gli emendamenti proposti dalla Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali al testo di riforma della legge Buttiglione attualmente all’esame del Senato ve n’è uno volto a portare tale termine a trenta giorni.
Per questo motivo si ritiene che l’unica soluzione possibile per garantire il rispetto da parte del Consiglio del suddetto termine sia che le osservazioni vengano formulate direttamente dalla Commissione consiliare competente per le politiche europee, sentite le altre commissioni competenti per materia.
Per quanto riguarda la ricezione della documentazione sulle proposte di atti europei trasmessa dal Governo (per il tramite delle Conferenze dei Presidenti delle Regioni e dei Presidenti dei Consigli regionali), si ritiene che l’esplicarsi della partecipazione regionale alla fase ascendente non possa prescindere da una costante attività di monitoraggio e sintesi, in modo da individuare tempestivamente gli atti o progetti sui quali la Regione ha interesse ad esprimersi e a formulare le proprie osservazioni. Per questo motivo il presente progetto di legge introduce nell’articolo 15 delle disposizioni organizzative e finali dedicate alle modifiche del regolamento interno del Consiglio (comma 1, lettera a)).
Restando nell’ambito della fase ascendente, il presente progetto di legge introduce tra gli adempimenti consiliari la “verifica del rispetto del principio di sussidiarietà” da parte degli atti dell’Unione europea (articolo 4), un controllo che i Consigli regionali sono chiamati ad effettuare in virtù del protocollo 2 allegato al Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1° gennaio 2009.
Come noto, secondo il principio di sussidiarietà l’Unione europea, nei settori di competenza concorrente con gli Stati membri, può intervenire solo se gli obiettivi dell’azione prevista non possano essere sufficientemente realizzati dagli Stati.
L’inserimento di tale verifica nella legge serve per salvaguardare le prerogative direttamente attribuite alle assemblee legislative regionali.

LA PARTECIPAZIONE ALLA FASE DELL’ATTUAZIONE (Titolo III: articoli 5-11)
Per quanto riguarda la fase discendente, tra le novità più interessanti della presente proposta, vi sono la sessione europea del Consiglio regionale (articolo 5), convocata ogni anno entro il mese di febbraio, e la legge regionale europea (articolo 7), che viene esaminata, unitamente alla relazione di accompagnamento, nel corso della sessione stessa.
Il disegno di legge regionale europea viene trasmesso dalla Giunta al Consiglio entro il mese di gennaio di ogni anno. Si tratta di un documento complesso, che indica gli atti emanati dall’Unione europea, specie le direttive, che devono essere recepite nell’ordinamento regionale e che, più in generale, dispone circa il corretto recepimento del diritto dell’Unione europea nell’ordinamento regionale.
Oltre al disegno di legge regionale europea, nella sessione europea il Consiglio dovrà esaminare altri tre documenti:
1) il “Programma legislativo annuale della Commissione europea” (articolo 5, comma 1, lettera b)), che attiene alla fase ascendente. Esso indica sia le linee generali delle politiche europee, sia l’elenco, settore per settore, degli atti che si intendono approvare o modificare nell’anno successivo. Per le Regioni questo atto rappresenta lo strumento per prevedere l’evoluzione dell’ordinamento europeo e quindi individuare gli atti sui quali focalizzare l’attenzione per poter essere pronti alla partecipazione alla fase ascendente;
2) la “Relazione sullo stato di conformità dell’ordinamento regionale a quello dell’Unione europea” (articolo 5, comma 1, lettera c)), che attiene alla fase discendente (è un elenco degli atti normativi con cui la Giunta ha dato attuazione alle direttive nelle materie di propria competenza regionale);
3) un “Rapporto sugli affari regionali europei” (articolo 6), che costituisce un momento di sintesi degli altri due documenti finalizzato a costituire la base per gli indirizzi del Consiglio regionale.
Grazie a questi tre documenti in cui si conoscono gli orientamenti della Commissione europea e lo stato di attuazione delle politiche UE da parte della Giunta, il Consiglio potrà ottenere un’adeguata e tempestiva informazione – preventiva e successiva – ed essere in grado di indirizzare l’attività della Giunta.
Va detto che il termine di febbraio è funzionale al fatto che col passare dei mesi vengono presentate le iniziative della Commissione europea e si esaurisce il tempo utile per esaminare parte degli atti preannunciati nel Programma legislativo UE (normalmente presentato a novembre). Va comunque precisato che le relazioni informative richieste sono frutto di un costante monitoraggio svolto durante tutto l’arco dell’anno. A tal fine potrebbe rivelarsi utile istituire un gruppo di lavoro tra la Giunta e il Consiglio, da utilizzare anche successivamente, sia per la fase discendente che per la fase ascendente, e che possa funzionare anche a composizione variabile in occasione dell’esame dei singoli atti (un’indicazione in tal senso è contenuta nell’ambito delle disposizioni organizzative e finali, all’articolo 15, comma 2).
Un altro aspetto di rilievo della sessione europea è quello che contempla la possibilità di attivare forme di consultazione degli enti locali, delle Università, degli stakeholders in relazione ad aspetti dell’attività europea che presentino specifica rilevanza nei loro ambiti di competenza (articolo 5, comma 2).
Al momento della conoscenza segue quello della decisione. Quindi il passo successivo alla sessione europea del Consiglio è l’atto di indirizzo del Consiglio nei confronti della Giunta e l’adozione della legge regionale europea, funzionale all’obiettivo di garantire l’adeguamento periodico dell’ordinamento regionale a quello dell’Unione europea.
Va detto peraltro che la legge regionale europea non rappresenta lo strumento esclusivo per l’adempimento degli obblighi europei. Per evitare equivoci nel merito il comma 4 dell’articolo 7 fa salva la possibilità che specifiche misure di attuazione del diritto dell’Unione europea siano contenute in altre leggi regionali.
Un altro momento conoscitivo fondamentale per il Consiglio è quello che riguarda lo stato di attuazione e di avanzamento dei programmi regionali cofinanziati dall’Unione europea: la Giunta informa il Consiglio delle disposizioni procedurali adottate per l’attuazione, i risultati conseguiti, le criticità riscontrate e le iniziative che si intendono adottare per ottimizzarne l’attuazione nell’anno in corso (articolo 8, comma 3).
Per questioni di trasparenza e di promozione della conoscenza delle iniziative europee, l’articolo 9 prevede inoltre la realizzazione di una banca dati accessibile dai siti web della Giunta e del Consiglio, contenente le informazioni relative all’adozione di bandi per l’allocazione dei fondi europei e che costituisca al contempo un valido supporto analitico al sistema della programmazione.
L’articolo 10 disciplina l’impugnazione degli atti normativi dell’Unione europea, prevedendo che la Giunta possa richiederla al Governo, previo parere della Commissione consiliare competente per le relazioni europee e che il Consiglio possa sollecitare tale richiesta alla Giunta.
L’articolo 11 sulla disciplina della notifica degli aiuti di Stato, presenta un contenuto molto innovativo rispetto alla prassi attualmente seguita dalle strutture della Regione del Veneto. Nel presente progetto di legge si propone che le leggi contenenti disposizioni che prevedono o modificano aiuti di Stato, vengano pubblicate soltanto dopo la comunicazione del parere della Commissione europea; la Commissione consiliare competente per l’istruttoria licenzierebbe definitivamente gli atti per l’approvazione da parte dell’Aula solo dopo aver acquisito l’autorizzazione all’aiuto.
Solo per motivi di urgenza si prevede che le leggi regionali possano essere approvate dal Consiglio regionale senza la prescritta autorizzazione; in questo caso la legge recherebbe una clausola di sospensione dell’efficacia fino alla comunicazione della compatibilità dell’aiuto da parte della Commissione europea. Tale disposizione varrebbe anche nel caso in cui il Consiglio regionale apportasse delle modifiche al testo di legge o di regolamento, introducendo o modificando disposizioni che prevedono
aiuti di Stato.
L’articolo 11 prevede infine che le strutture regionali che gestiscono aiuti di Stato inseriscano i relativi dati in un unico data base regionale.

RELAZIONI CON ISTITUZIONI E ORGANISMI EUROPEI E DISPOSIZIONI ORGANIZZATIVE
Venendo ora a considerare gli ultimi due titoli (Relazioni con istituzioni e organismi europei e Disposizioni organizzative e finali), è necessario porre in rilievo alcuni aspetti innovativi.
Uno riguarda l’articolo 12 “Rappresentanti ed esperti regionali per le relazioni con le istituzioni europee”, ove si prevede che la designazione da parte della Giunta regionale di dirigenti, funzionari o esperti regionali in tale ambito debba avvenire previo parere della Commissione consiliare competente per le relazioni europee e che la Giunta ed il Consiglio si informino reciprocamente degli esiti dell’attività di relazione svolta.
Un altro aspetto che si desidera evidenziare è l’impostazione della presente proposta in relazione alle strutture regionali che assicurano il coordinamento con le istituzioni europee. L’articolo 13 del progetto di legge si limita a stabilire che la Regione del Veneto deve assicurare il collegamento tecnico, amministrativo e operativo con tali istituzioni, senza indicare quali siano le strutture a ciò preposte, in quanto, trattandosi di una scelta rientrante nell’ambito dell’autonomia organizzativa dell’ente regionale, si ritiene non debba essere effettuata con legge, ma lasciata a successivi atti amministrativi.
Pertanto, va sottolineato che il presente progetto di legge – che all’articolo 18 abroga la legge regionale n. 30 del 1996, istitutiva dell’Ufficio regionale di Bruxelles – non implica di per sé il venir meno del fondamento dell’attuale Direzione Sede di Bruxelles, che potrà essere comunque individuata quale struttura competente per i compiti di cui all’articolo 13.
Infine, si evidenzia che il progetto di legge dispone all’articolo 16 l’effettuazione di un monitoraggio sull’attuazione della legge (da svolgersi a tre anni dall’entrata in vigore) in particolare sugli aspetti della partecipazione alla formazione degli atti dell’Unione europea e del sistema informativo di cui all’articolo 9.
La Prima commissione nella seduta n. 42 del 28 settembre 2011 ha concluso i propri lavori in ordine all’argomento oggi in esame approvandolo a maggioranza con i voti favorevoli dei rappresentanti dei gruppi consiliari PDL, PDV, UDC, Unione Nordest, Federazione della Sinistra veneta-PRC, e l’astensione del rappresentante del gruppo consiliare LV-LN-P.

3. Note agli articoli

Nota all’articolo 4:
– Il testo dell’art. 3, del decreto legislativo n. 281/1997 è il seguente:
“3. Intese.
1. Le disposizioni del presente articolo si applicano a tutti i procedimenti in cui la legislazione vigente prevede un’intesa nella Conferenza Stato-regioni.
2. Le intese si perfezionano con l’espressione dell’assenso del Governo e dei presidenti delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano.
3. Quando un’intesa espressamente prevista dalla legge non è raggiunta entro trenta giorni dalla prima seduta della Conferenza Stato-regioni in cui l’oggetto è posto all’ordine del giorno, il Consiglio dei Ministri provvede con deliberazione motivata (7).
4. In caso di motivata urgenza il Consiglio dei Ministri può provvedere senza l’osservanza delle disposizioni del presente articolo. I provvedimenti adottati sono sottoposti all’esame della Conferenza Stato-regioni nei successivi quindici giorni. Il Consiglio dei Ministri è tenuto ad esaminare le osservazioni della Conferenza Stato-regioni ai fini di eventuali deliberazioni successive.”.

4. Leggi regionali abrogate

L’art. 19 abroga la legge regionale 6 settembre 1996, n. 30 “Norme generali sulla partecipazione della Regione del Veneto al processo normativo comunitario e sulle procedure di informazione e di attuazione dei programmi comunitari”.

5. Strutture di riferimento

– Segreteria generale della programmazione
– Segreteria generale del Consiglio regionale

1186.- Cosa vogliono dalla zarina Boschi (i miliardi, il potere).

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Di Maurizio Blondet

Ricordate Francesco Spano? Quel tizio col cappottino arancione che dirigeva l’UNAR  sigla per il pomposo  Ufficio  Nazionale per anti discriminazioni razziali? – quello che finanziava  con denaro pubblico locali di droga e prostituzione omosex? Dove  (per usare i termini di Dagospia) “le uniche attività culturali sono il glory hole dove infilare il gingillo? Dove si spaccia droga? Dove ci sono dark room “Sono delle stanze buie dove la gente entra vestita, nuda, per fare sesso con chi capita, senza guardarsi in faccia?

Ebbene: vi ricorderete che  questo Spano era pure socio dei locali “culturali” che finanziava coi soldi nostri a botte di 55 mila  euro (“…Mi hanno abbonato a mia insaputa”).   Vi ricorderete anche che alla  fine Spano,   ha firmato una lettera vibrante di sdegno per la sua virtù offesa ( “la macchina del fango contro chi compie con lealtà e correttezza al proprio dovere”..). S’è dimesso dall’incarico. Si spera si sia dimesso anche dallo stipendio, che non ricordo più se ammontava a 150 o a 200 mila euro annui; non so, non sono sicuro. Magari  Maria Elena Boschi gli ha trovato un altro incarico presso  la Presidenza del Consiglio.

Rievoco la faccenda  per spiegare quel che fa della “Presidenza del Consiglio” una preda  invidiatissima,  che fa una gola immensa, che adesso “poteri forti o quasi vogliono togliere alla Boschi per metterci uno di loro. Un centro di potere  che ha il vantaggio di  essere  poco visibile,  con immensa capacità di spesa, che assume chi vuole e dà gli stipendi che vuole agli amici suoi,  per incarichi fantastici o inventati. Come  “ finanziare e promuovere progetti che abbiano come fine ultimo l’integrazione e la lotta alla discriminazioni di genere, razza, religione o orientamento sessuale”, quale è appunto la missione del suddetto UNAR, creato nel 2003 con un decreto. Sottolineo: decreto.

La  Presidenza del Consiglio è molto più di un ministero: è la macchina e plancia di comando dell’oligarchia burocratico-politica, con una autonomia di spesa vicina ai 4 miliardi l’anno: grasso che cola, laddove  gli  altri ministeri si vedono lesinare gli stanziamenti e controllare le spese.

E’ il vaso della marmellata  ideale per i loro cucchiai. Come si diceva,   per funzionare spende tra i 3,6 e 4 miliardi l’anno (a volte i primi ministri decidono di tagliare un po’; Renzi ha aumentato). Vi diranno che il 60 per cento del bilancio è dedicato alla Protezione Civile; infatti, 2 miliardi. Berlusconi volle la Protezione presso di sé. Ma sotto Berlusconi e Bertolaso essa funzionava; come funzioni oggi, chiedetelo ai terremotati del Centro Italia che aspettano ancora le casette,  i lavori non fatti, chiedetelo al ristorante che giorni fa è fallito perché ha dato da mangiare per mesi a soccorritori, e il governo non ha mai pagato il conto.  Mettere un di loro a quel posto, significa  per il partito  di governo avere la  più ampia disponibilità di spesa discrezionale concessa di questi tempi. Chi ti va a sindacare se il commissario compra le casette dell’amico suo che costano il doppio di quelle fabbricate in Alto Adige? Se da  lavori alle sue coop rosse tenendo alla larga tutti  concorrenti più efficienti? Chi è così meschino da andare a spulciare quanto costa una  roulotte per ricoverarci i bisognosi?

Ma  quanto a “spese discrezionali”, tuttavia, la Protezione Civile è nulla in confronto al “Segretariato generale”.   Si dedica alle “spese a  supporto  della presidenza, all’organizzazione e alla gestione amministrativa”: attività importantissime non meglio identificate. E non meglio sindacate e contabilizzate,  men che meno rese pubbliche. Quanto spende il Segretariato Generale della Presidenza del Consiglio? Dipende: per esempio, nel 2013 si parlava di 396 milioni; l’anno dopo, 2014, saliti a 754 milioni.

Che cosa giustifica un quasi raddoppio della spesa del Segretariato? Non si sa. E dico di più: non avete diritto di saperlo,  è l’insindacabile giudizio del premier del momento.

Il  solo personale di Palazzo Chigi costa sui 237 milioni l’anno: paga  bene,   la Presidenza  del Consiglio.  Si deve ammettere che rispetto a Renzi,  Letta  ha speso per  il personale di più: 38 milioni in più.

Spese insindacabili per “beni e servizi”:  150 milioni l’anno.

Poi ci sono gli “stanziamenti per l’editoria”.  Voce importantissima   per la gestione di potere, che fa esistere giornali che nessuno legge, e  di cui nemmeno conoscete l’esistenza (i “giornali di partito”) grazie ai sussidi. Dati o negati dalla Presidenza del Consiglio.

E   sotto Gentiloni? Lascio la parola a Franco Bechis, unico giornalista che si occupa di queste cose, nell’indifferenza di  voi italioti:

“A Palazzo Chigi quest’ anno si spendono circa 21,5 milioni di euro in più del 2016, e la lievitazione inattesa è tutta nelle spese correnti, che tornano a superare il miliardo di euro con un incremento di 36,3 milioni.

“Ma quel che fa comprendere la differenza fra i due governi è la notevole lievitazione delle spese del segretariato generale di palazzo Chigi, il cuore pulsante del potere del governo. Lo stanziamento in questo caso passa da 403,57 a 537,9 milioni di euro, con un incremento di 134 milioni.

“Aumentano addirittura del 40 per cento i costi del trattamento economico accessorio degli staff di Gentiloni e del sottosegretario Maria Elena Boschi, che passano rispetto a Renzi e al suo sottosegretario Claudio De Vincenti da 2,7 milioni a 3,76 milioni di euro annui. Mentre per i ministri senza portafoglio la crescita è più limitata, passando da 4,5 a 4,8 milioni di euro”.

Capito? 3,76 milioni di “trattamento economico” per la Zarina e il suo staff.

Bechis, implacabile: “Crescono anche i costi del personale fisso, che solo per le retribuzioni di ruolo aumentano di 1,513 milioni di euro.

Palazzo Chigi, Gentiloni costa piu’ di Renzi: spese salite di 21,5 milioni

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“Per le spese legali per liti e contenziosi, l’aumento è da record: più 180 per cento, e salgono da 50 a 140 milioni di euro i fondi stanziati”. Magari Spano, che è avvocato, avrà trovato colla coazione lì, chissà,   nelle spese per liti legali

“Di fronte a tanti aumenti, c’ è invece una riduzione di fondi che proprio nessuno avrebbe atteso: quelli del capitolo per la Protezione civile […]  sul  Fondo per la prevenzione del rischio sismico (cap. 7459) non è stata stanziata alcuna risorsa finanziaria».

E’ quel che ci si aspetta da un’oligarchia avida, parassitaria e incapace: aumenta il piatto per sé, e diminuisce  il servizio al pubblico necessario.

Ecco perché è sotto attacco  la Boschi, e attraverso di lei Renzi: ha mantenuto questo centro di poter che fa gola agli altri. O è Gentiloni che vuole conquistare piena autonomia da Renzi mettendo le mani su questa macchina di  sprechi?   Secondo il principio:   Togliti tu che mi ci metto io.

1170.- Quello che finora nessuno ha detto: “Il re è finalmente nudo”

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(Gianni Fraschetti) -Nessuno pare essersi accorto di un fenomeno che rappresenta la vera novità della politica europea. Tutto ciò che conoscevamo non esiste più, le vecchie categorie della politica sono andate a puttane, altro che Macron! Dall’Austria, all’Olanda, alla Francia, ovunque si voti, si creano due schieramenti che nulla hanno a che vedere con gli schemi classici che ci erano stati propinato dal dopoguerra. Se qualcuno pensava che le classi dirigenti dei diversi schieramenti non fossero tutti servi dello stesso padrone è stato servito e oggi da una parte troviamo schierati Tsipras e Macron, destra e sinistra, finti progressisti, globalisti, gender, cattolici, ebrei, moderati, conservatori e chi più ne ha ne metta.

Tutti ammucchiati stretti stretti a formare il quadrato della disperazione, posto a difesa di questa UE e dei poteri forti che la governano. Contro di esso si va formando, faticosamente, una banda di “straccioni di Valmy” che ha scoperchiato questo verminaio e non ha nessuna intenzione di fare finta di nulla, consapevole che se perderemo la battaglia la luce si spegnerà per secoli. Macron è stato appena eletto e stiamo già vedendo il magma della politica italiana ribollire mentre si va a rimodellare secondo questo nuovo schema europeo. Berlusconi, un personaggio che meriterebbe l’ergastolo all’inferno, si prepara al grande inciucio, accompagnato dai Fratelli d’Italia che si rivelano veramente vera feccia. Tutti insieme appassionatamente pur di mantenere il culo sulla poltrona. Resta Salvini che ha già mandato a quel paese il Cavaliere e rimane da capire cosa farà il M5S. Il grande equivoco introdotto nella politica italiana. Spazio per bluffare ormai non ce n’è più. Da una parte ci sono le grandi ammucchiate mondialiste, dall’altra i patrioti. Decidessero che vogliono fare.

1142.- Ong e trafficanti, soccorso su chiamata, con tanto di coordinate…. incredibile….

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Nawal Sos
11 febbraio 2016 ·
Urgenteeeeee
Stanno affondando …
Sono tra la Turchia e Lesbo…
Chiamiamo tutti insieme la guardia costiera Turca e Greca.
Questa e’ la posizione
39.066978,26.772890
Numero di tel a bordo ( da non contattare ) +905392316769
Consegnatelo solo alla guardia costiera.
Mi trovo obbligata a pubblicare il numero non posso scrivere in privato.

Nawal Sos
15 gennaio 2016 ·
37°17’34.3″N 27°09’36.9″E
Nuove coordinate
Onde sempre piu’ alte
Gommone in sovrappeso
Bambini a bordo
Il motore ha ripreso a funzionare
Vedono l’isola ma il gommone perde ancora aria.

Nawal Sos
15 gennaio 2016 ·
Aiutooooo
Chiamate roma guardia costiera ..chiamate la grecia e la turchia.
Ho internet ma nessuna copertura telefonica gommone sta x affondare.. a bordo molti bambini questa e’ la posizione 37°18’51.9″N 27°13’07.8″E.
Partito da Didim in turchia diretto verso isola farmaconisi.
Numero g c italiana 1530.

Nawal Sos
15 gennaio 2016 ·
37°17’34.3″N 27°09’36.9″E
Nuove coordinate
Onde sempre piu’ alte
Gommone in sovrappeso
Bambini a bordo
Il motore ha ripreso a funzionare
Vedono l’isola ma il gommone perde ancora aria.

Nawal Sos
5 gennaio 2016 ·
Turchia-Grecia 😥 😥 😥
Altri 36 morti…
Ieri ho ricevuto un sos da una persona che diceva ” aiutateci stiamo affondando” .
L’sos e’ stato inoltrato alla guardia costiera Italiana, Turca e Greca…..
Il nome della persona che ha lanciato l’sos era Ayman…
Non so piu’ cosa scrivere…
Non ha senso scrivere…

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Nawal Sos
26 dicembre 2015 ·
Urgente urgente urgente
Mi serve una soluzione per i maghrebini presenti a Lesvos.
Abbiamo superato tutti i limiti… la polizia sta inseguendo i migranti e sta portando in carcere e ammanettando tanti ragazzi come se fossero dei terroristi…
Abbiamo bisogno di persone che possano raccogliere la richiesta di protezione umanitaria e in questo modo i migranti possono usare il documento che le autorita’ daranno per poter fare il biglietto per Atene.
Datemi una mano per favore… non ci resta altra soluzione se non fare delle catene umane e bloccare gli arresti di persone che gia’ da 15 giorni vivono in un carcere a cielo aperto e soffrono la fame e il freddo.

Nella trasmissione piazza pulita hanno fatto vedere un video in cui una giornalista aveva contattato uno trafficante libico, per mandare delle persone per attraversare il mediterraneo, lo scafista indica il prezzo e dice che è tutto a posto poi lui telefona a Nawal Sos la quale ha il numero satellitare del gommone, e poi da le coordinate a Medici Senza Frontiere….

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Le navi delle ONG tedesche si moltiplicano come funghi fra Malta e la Libia. Dopo la fine dell’operazione Mare Nostrum nel Mar Mediterraneo, tre partner commerciali della Germania hanno deciso di fondare la ONG non-profit, Sea-Watch e.V., che ha appena aggiunto un’altra nave alla flotta d’invasione. Ma chi gestisce queste navi e quanto c’entra la Guardia Costiera italiana? Per esempio, proprio la Nave ONG Sea Watch I° risulterebbe ancorata a Malta ma il suo transponder non invia dati dal 14/4, può essere ovunque. Sarà legale?

Parla Nawal Soufi, lady Sos “I profughi siriani mi chiamano dai cargo e io lancio l’allarme” – Repubblica.it

Parla Nawal Soufi, lady Sos “I profughi siriani mi chiamano dai cargo e io lancio l’allarme”
Nata in Marocco 27 anni fa, vive a Catania ed è diventata punto di riferimento per chi fugge verso l’Italia: “Tutti hanno il mio numero, ne ho salvati a migliaia”

di FABIO TONACCI
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06 gennaio 2015

Nawal

Parla Nawal Soufi, lady Sos “I profughi siriani mi chiamano dai cargo e io lancio l’allarme”
Nawal Soufi
NAWAL lancia gli sos che salvano le vite dei profughi siriani con un cellulare vecchio di dieci anni. “Sì è vero, ma ha una batteria che dura quattro giorni di fila… – sorride – e io non posso permettermi di tenerlo spento”. Nawal Soufi, 27 anni, nata in Marocco ma cresciuta a Catania fin da quando aveva un mese, è a quattro esami dalla laurea in Scienze politiche, e intanto fa la “vedetta” del Mediterraneo.

È lei “Lady Sos”, come l’hanno soprannominata i siriani. Perché quando si trovano alla deriva, su un mercantile lasciato senza equipaggio, quando non rimane che disperazione e paura sanno che c’è un numero “d’emergenza” sempre attivo. Il suo.
Lei avverte la Guardia Costiera fornendo ai militari le coordinate della posizione dell’imbarcazione. Poi corre al porto ad accoglierli, fornisce loro cibo, acqua, vestiti, pannolini per bambini, contatti utili. Lo fa da quasi due anni, gratis, spinta da una passione incondizionata che si riassume in questa risposta: “È il cuore che mi paga”.

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È stata lei a segnalare l’arrivo di tutti i 13 cargo lanciati contro le coste italiane dagli scafisti, dal 28 settembre a oggi. “In quattro casi mi avevano detto di essere stati abbandonati. Con il Blue Sky M( intercettato il 30 dicembre con quasi 800 migranti a bordo, ndr), mi arrivò questo sms: “Abbiamo problemi a guidare il mercantile, non abbiamo controllo””.

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1902184Le dicono chi sono gli organizzatori dei viaggi?
“No, c’è molta paura delle ritorsioni perché chi parte lascia la famiglia in Turchia o in Siria. Si limitano a dirmi: “I pezzi grossi non li conosciamo. Sappiamo solo chi sono quelli che raccolgono i passeggeri. Queste organizzazioni criminali si stanno arricchendo in modo pazzesco: nel Mediterraneo ci sono morti di prima, seconda e terza classe” .

Quanti messaggi di sos riceve ogni giorno?
“Decine, ormai ho perso il conto. Annoto le chiamate su un diario, le registro e pubblico i messaggi su Facebook. Così è tutto alla luce del sole. Alcune giornate non finiscono mai… Il 31 agosto scorso per esempio”.

Cosa successe?
“Leggo dal mio diario… “A mezzogiorno mi chiamano da un rimorchiatore con 800 persone a largo della Libia. Poi un secondo sms da un altro numero: Stiamo imbarcando acqua vicino alla piattaforma petrolifera Bouri Field, queste sono le nostre coordinate. Altro sms da un barcone di legno: Siamo 350, partiti da Sebrata, a bordo donne incinte. Altro sos: Siamo in 250, non abbiamo più credito nel telefono. Alle 16.30 poi: Siamo tutte famiglie, partiti dall’Egitto. Così fino a notte fonda. A volte poi arrivano messaggi particolari…”.

14117793_1160348100689777_9211660318216856631_nOvvero?
“Una volta un gruppo di 30 siriani, bloccati da 48 ore su un isoletta in mezzo al fiume di Evros, al confine tra Grecia e Turchia. Mi chiesero di contattare la Croce Rossa perché sostenevano che i “tedeschi”, così chiamano Frontex, li avevano picchiati. Un altro siriano mi cercò dall’aeroporto di Fiumicino: aveva il passaporto ma la polizia di frontiera aveva deciso di riportarlo in Turchia. Oppure messaggi tipo: Siamo in mare, lo scafista ci ha lasciati, siamo senza credito sul telefono satellitare, per favore facci una ricarica “.

In quel caso come si comporta?
“Pubblico la richiesta sulla mia pagina Facebook “Nawal Siriahorra”, che significa Siria Libera. Qualcuno degli altri attivisti italiani poi fa davvero la ricarica “.

Lei poi segnala tutto alla Guardia Costiera. Ma come fanno i profughi a fornire le coordinate esatte della posizione?
“Le trovano con gli smartphone che hanno il servizio Gps. Se non sanno come fare, glielo dico io. Urlo per farmi capire, chi sta dall’altra parte è nel panico e c’è il rumore del vento”.
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Riesce a comprendere cosa dicono?
“Per passione mi sono messa a studiare tutti i dialetti del mondo arabo, per questo capita anche che la Guardia costiera mi faccia partecipare a telefonate di gruppo con i migranti per quale sia la situazione a bordo”.

Da quanto tempo fa questa vita?
“Sono impegnata nel sociale da quando avevo 14 anni. Ho anche un lavoro “vero”, faccio l’interprete presso tribunali e carceri siciliani. La prima barca con profughi siriani è arrivata in Sicilia tra il luglio e l’agosto 2013: li ho incontrati davanti al Cpa, ho preparato vestiti per i bimbi, ho spiegato loro quali erano i loro diritti e cosa fare per evitare gli scafisti di terra…”.

Scafisti di terra?
“Quelle persone che girano nei pressi di stazioni e porti e offrono biglietti e passaggi per Milano a 500 euro o più”.

Vestiti, cibo, biglietti, ricariche… dove trova i soldi?
“Promuovo raccolte ogni settimana, su Facebook. Sono in contatto con altri attivisti, abbiamo un deposito. La chiamo “accoglienza zero”: quando hai due o tre euro in tasca, puoi comprare palloncini e farci giocare i piccoli profughi”

Mac’è di più, molto di più.

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1130.- REATO DI OPINIONE. Parliamo della radiazione inflitta al dottor Roberto Gava dall’Ordine dei medici di Treviso

È stato radiato dall’Ordine dei Medici di Treviso il dottor Roberto Gava con l’accusa di aver manifestato idee contrarie alla vaccinazione di massa. Non entro nel merito dal punto di vista del sanitario, che non è il mio mestiere. Chiaramente, si tratta di una caso al confine fra medicina e politica; senza voler considerare gli interessi economici in gioco. Mi è chiaro che i vaccini, come tutti i medicamenti, non possono essere eguali per tutti o essere imposti per legge, salvo che ci sia un’epidemia. Perciò, condivido il pensiero di quanti, come il dottor Gava, sostengono la necessità della personalizzazione dei vaccini. Che il dottor Gava sia stato giustamente o non radiato dall ordine dei medici, lo stabilirà l’autorità; seguendo, invece, un mio, punto di vista, è accaduto quello che doveva accadere da quando il ministero della Sanità non è intervenuto in modo chiaro e deciso su questa materia che alimenta le discussioni da anni, ed è accaduto quello che doveva accadere da quando al ministero della Sanità è stata nominata una figura priva di quei titoli, che non possono mancare a chi deve gestire con autorevolezza 6o milioni di cittadini. E non è l’unico caso di questo governo a tempo indeterminato imposto agli italiani; ma se penso al grido grillino UNO VALE UNO o se guardo alla candidatura di una bidella (modesta qualifica professionale) a sindaco di 30.000 abitanti, devo pensare che il problema è la democrazia, cioè, siamo noi. Perché? mi domando, e la risposta temuta è: “Perché la nostra Italia è finita. è stata venduta a una dittatura tecnocratica finanziaria per la quale il cittadino è uno strumento da far parlare e da far costare poco.” Vi riporto l’Art. 55 del codice di deontologia professionale dei medici:

Il medico promuove e attua un’informazione sanitaria accessibile, trasparente, rigorosa e prudente, fondata sulle conoscenze scientifiche acquisite e non divulga notizie che alimentino aspettative o timori infondati o, in ogni caso, idonee a determinare un pregiudizio dell’interesse generale”.

Chi è Roberto Gava

Il Dr. Roberto Gava si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Padova, si è specializzato in Cardiologia, Farmacologia Clinica e Tossicologia Medica, per poi perfezionarsi in Agopuntura Cinese, Omeopatia Classica, Bioetica e Ipnosi Medica.
Dopo più di dieci anni di lavoro in ambiente universitario ed essere stato autore di due libri di Farmacologia e numerosi pubblicazioni scientifiche, da una ventina d’anni sta cercando di studiare gli approcci medici non convenzionali rivedendoli anche alla luce delle attuali conoscenze scientifiche, essendosi convinto che il medico deve aprirsi a molte tecniche terapeutiche scegliendo di volta in volta per il suo paziente quella più appropriata.
L’uomo, infatti, è un mistero all’uomo stesso e ogni paziente ha la sua storia e la sua individualità: il medico non può non considerare l’unicità e l’unitarietà di ogni persona, specialmente quando questa è malata e cerca la salute.

E, ora, dal blog di Gioia Locati:

Ricevo il comunicato da parte degli avvocati e lo pubblico. In calce nel link azzurro potete trovare l’esposto che il dottor Gava ha presentato in sua difesa alla Commissione Centrale per gli Esercenti delle Professioni Sanitarie, che non si è ancora pronunciata.

Padova-Conegliano, 21 aprile 2017
«In mancanza della motivazione che ritarda rispetto alla divulgata notizia sulla sanzione della radiazione inflitta al dottor Roberto Gava dall’Ordine dei medici di Treviso, la Difesa del dottor Gava nota che la radiazione è conforme alle attese fin dalle primissime fasi del procedimento, perché già allora il Presidente dell’Ordine Luigino Guarini ha comunicato a più persone che il procedimento contro Gava sarebbe stato un ‘processo a Galileo Galilei’, il quale com’è noto è stato ingiustamente e pesantemente condannato, come ora capita al dottor Gava.

La radiazione è il massimo della sanzione irrogabile, ma non è conforme a Diritto, è stata presa da un organo che non è un giudice e a seguito di innumerevoli violazioni del diritto di difesa, colpisce mere manifestazioni lecite di pensiero e di scienza, senza che fossero in discussione trattamenti medici fatti dal dottor Gava.
Al dottor Gava non è stato contestato alcun pericolo o danno subìto da suoi pazienti, nessuno dei quali si è dimostrato scontento di lui, anzi tutti sono pienamente soddisfatti come ne hanno reso testimonianza e ribadito anche in pubbliche manifestazioni di apprezzamento.

Il dottor Gava è stato condannato soltanto per le sue idee, idee ben fondate sull’esigenza di personalizzazione di ogni vaccinazione per prevenire i gravi pericoli e i vari danni da vaccino ai singoli pazienti, contro la vaccinazione indiscriminata di massa.
L’Ordine di Treviso infligge la massima sanzione, come quella che sarebbe inflitta ad un medico pluriassassino dei suoi pazienti. Ciò significa che nel caso Gava si è dispiegato il massimo di arbitrio e di irragionevolezza.

Vorrebbero definire il dottor Gava come anti-vaccinista, mentre egli è un bravo professionista che tende a non utilizzare i vaccini solo quando essi sono sconsigliabili, o quando non può fare altrimenti perché i pazienti li rifiutano com’è nel loro diritto fondamentale costituzionale che va rispettato. E’ una condanna che sta contro i pazienti che non possono o non vogliono vaccinarsi.

La condanna, e la massima sanzione, si rivelano ridicole in quanto sono frutto di altrettanto massima ignoranza e mancanza di rispetto per i diritti individuali. Ma sono così massimamente idonee a favorire interessi estranei a quelli della Giustizia, come quelli legati al mercato dei vaccini (ogni vaccino costerebbe non meno di € 200), o quelli legati agli illegittimi incentivi dati ai pediatri con denaro pubblico affinché somministrino i vaccini.

Del resto, la legge non a caso prevede la sospensione cioè l’inoperatività di queste sanzioni quando sono impugnate, come la Difesa farà, davanti ad un giudice, poiché gli Ordini dei medici sono sostanzialmente non competenti, sono associazioni rappresentative di imprese economiche che cioè mirano al lucro, perciò sono inaffidabili, sono a rischio di gravi arbitri e irregolarità come nel caso, e a rischio dei troppo spesso sottaciuti conflitti di interesse le cui condizioni adombrano l’indipendenza e la trasparenza delle valutazioni».

Avv. prof. Silvio Riondato�

Avv. Giorgio Piccolotto

Lasciamo gli avvocati e andiamo a una lettera del dottor Roberto Gava e di una nutrita schiera di medici, di un anno e mezzo fa, sul merito delle vaccinazioni.

20/10/2015

Vaccinazioni Pediatriche: Lettera aperta al Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità

di Roberto Gava, Eugenio Serravalle

CATEGORIE: Vaccinazioni

Vaccinazione

Vaccinazione in età pediatrica

Ill.mo Prof. Ricciardi,
le Sue recenti prese di posizione pubbliche in merito alle vaccinazioni pediatriche ci inducono a scriverLe per chiarirLe alcuni aspetti che meritano un approfondimento e una riflessione serena.


Oggigiorno, un qualsiasi medico dotato di buon senso e di un minimo di conoscenza scientifica non può essere contro le vaccinazioni pediatriche
e infatti conosciamo tutti l’utilità di questa pratica sanitaria.

Molti anni di studio quotidiano della letteratura scientifica, con la quale abbiamo sempre documentato le nostre affermazioni e pubblicazioni sia scientifiche sia divulgative, ci hanno permesso di conoscere a fondo l’utilità ma anche i limiti delle vaccinazioni, che all’inizio noi sostenevamo e che molto frequentemente anche praticavamo. Però, questi 35-40 anni di pratica medica specialistica accanto al bambino malato, non frettolosa ma fatta di osservazione e di ascolto, di considerazione di quello che lui ci comunica e subliminale e di quello che i genitori raccontano, ci ha aperto gli occhi sulla realtà delle reazioni avverse causate dalle vaccinazioni pediatriche.
Ci siamo infatti accorti che, dopo un’osservazione minuziosa e prolungata nel tempo di bambini vaccinati e non vaccinati, questi ultimi appaiono indubbiamente e globalmente più sani, meno soggetti alle patologie infettive, specie delle prime vie aeree, meno soggetti ai disturbi intestinali e alle patologie croniche, meno soggetti a patologie neurologiche e comportamentali e scarsi consumatori di farmaci e di interventi sanitari. Può capire, quindi, che la nostra osservazione non è rivolta solo alle patologie specificatamente interessate dalle vaccinazioni, ma alla salute globale del bambino, perché crediamo che questa sia la finalità e il dovere di ogni Medico. Certo, è un dato che nasce dall’esperienza clinica quotidiana ma siamo disponibili a partecipare a un’indagine organizzata dal Suo Istituto che confronti nel modo più rigoroso lo stato di salute dei bambini completamente vaccinati con quella dei bambini mai vaccinati.
Pertanto, per quanto riguarda le reazioni avverse causate dalle vaccinazioni pediatriche, noi non intendiamo solo quelle reazioni gravi, mortali o gravemente invalidanti, che ogni tanto si possono avere e che nessun medico dotato di buon senso osa negare. Ci riferiamo invece a quella parte molto più numerosa di effetti indesiderati che sembrano essere collaterali alla pratica vaccinale e che sono frutto di una alterazione immunitaria tutt’altro che irrilevante per un neonato o comunque per un organismo immunologicamente immaturo.
Sono queste conseguenze della pratica vaccinale che ci preoccupano, perché notiamo che dopo le vaccinazioni molti bambini, ad esempio, reagiscono con l’innalzamento della temperatura(che è una classica reazione immunitaria ad una noxa esterna), subiscono un’alterazione di quelle che prima erano le loro normali funzioni digestive e/o della regolarità del loro ritmo sonno-veglia (espressione di una risposta multisistemica), diventano più irritabili, piangono in modo inconsolabile e regrediscono in alcune abilità prima acquisite (a testimonianza che c’è stato una irritazione a livello del sistema nervoso centrale).


Queste evidenze
, che qualsiasi medico attento e osservatore può notare ovviamente non in tutti ma in alcuni bambini da poco vaccinati, ci hanno interrogati sulla innocuità non tanto del singolo vaccino, ma specialmente sul modo in cui noi oggi pratichiamo le vaccinazioni pediatriche.
Sappiamo tutti che i germi vengono fermati dalle barriere fisiologiche di un organismo con sistema immunitario normofunzionante, sappiamo che c’è un’interazione essenziale tra i Pathogen-Associated Molecular Pattern (PAMP) dei germi e i Toll-Like Receptors (TLR) e che la stimolazione di questi recettori attiva una via di segnalazione che comporta l’induzione di geni anti-microbici, di citochine pro-infiammatorie (IL-1β, TNF-α, IL-6) e di prostaglandine che inducono un’attivazione del sistema immunitario, mentre l’inoculazione parenterale degli antigeni vaccinali induce una soppressione immunitaria (anche se quasi sempre temporanea).
Pertanto, se lasciamo da parte affermazioni non supportate scientificamente, come quelle di coloro che dicono che un neonato viene a contatto attraverso le mucose con molti più antigeni batterici e virali di quelli contenuti nelle fiale vaccinali, dimenticando che i vaccini a cui ci riferiamo in questo contesto by-passano completamente le barriere fisiologiche dell’organismo pediatrico ed entrano direttamente in circolo, e se lasciamo da parte affermazioni semplicistiche che i vaccini sono assolutamente sicuri, dimenticando le numerosissime revoche di commercializzazione di molte loro specialità, i numerosi casi mortali riportati in letteratura poche ore dopo la loro somministrazione, non possiamo non osservare che la pratica vaccinale attuale offre il fianco a molte perplessità e per questo è sede di accese dispute in ambito scientifico, sia per le sue conseguenze sul sistema immunitario sia perché è basata su un trattamento di massa che prevede la somministrazione a tutti i bambini degli stessi vaccini ad una medesima e precocissima età, senza tener conto dell’anamnesi familiare e personale e dello stato differente di salute dei piccoli e dell’ambiente in cui vivono.


Noi crediamo che la Medicina del Futuro
, alla quale ogni Operatore Sanitario è chiamato a dare il piccolo ma sempre prezioso apporto, sarà una Medicina dove si imporrà la Prevenzione Primaria e questa non può certamente essere basata sull’uso dei farmaci, ma prima di tutto su una corretta igiene di vita (alimentare, cinetica, psicologica, socio-culturale, ecc.) e su azioni di salvaguardia e di bonifica dell’ambiente, argomento quest’ultimo che è diventato un’emergenza primaria che secondo noi avrebbe bisogno, da parte Sua e dell’Istituto che Lei presiede, di interventi immediati che riteniamo addirittura molto più prioritari di quelli riguardanti le vaccinazioni.

Considerazioni preliminari

1 – Obiettivo della Medicina Preventiva è quello di proteggere i bambini dalle malattie ricorrendo a trattamenti di provata innocuità (Primum non nocere), pertanto senza sottoporli ad alcun rischio farmacologico.

2 – La Farmacologia Moderna, ad esclusione di condizioni estreme di emergenza pubblica, non contempla farmaci che possono essere somministrati in modo generalizzato, incondizionato e indiscriminato a tutta la popolazione, cioè senza un adeguato studio della persona volto a personalizzare il trattamento e valutare correttamente il rapporto rischio/beneficio per ogni singolo ricevente.

3 – I vaccini sono farmaci veri e propri e come tali hanno indicazioni, non indicazioni e controindicazioni, perciò possono sicuramente causare anche reazioni avverse.

4 – Se usati adeguatamente e attentamente personalizzati, i vaccini possono essere molto utili per ridurre nel ricevente la probabilità di ammalarsi di alcune specifiche patologie infettive.

5 – La Legge italiana attuale impone 4 vaccinazioni pediatriche obbligatorie (antidifterica, antitetanica, antipoliomielitica e antiepatitica B), ma la prassi quotidiana ne somministra 7 senza spiegazione e possibilità di appello.

6 – Nelle attuali condizioni socio-sanitarie del nostro Paese, non sembra essere assolutamente né necessario né urgente ricorrere alle vaccinazioni di massa con 7 vaccini contemporanei nei primissimi mesi di vita, quando il sistema immunitario è totalmente immaturo e quindi facilmente squilibrabile. Infatti, la quasi totalità dei Paesi dell’Europa Occidentale non impone alcuna vaccinazione, ma si limita a formulare delle raccomandazioni: dei 29 Paesi dell’Unione Europea (i 27 dell’UE più Norvegia e Islanda), 17 non hanno alcuna vaccinazione obbligatoria (quasi tutti i Paesi dell’Europa Occidentale più Estonia e Lituania); tra i Paesi dell’Europa Occidentale, hanno vaccinazioni obbligatorie solo Italia e Grecia (con 4 vaccini) e Francia (con 3 vaccini).

7 – Oggi i bambini sono immunologicamente più deboli dei coetanei di qualche decennio faper molteplici motivi: maggior numero di fattori di malattia o di non-salute nei genitori; alimentazione nutrizionalmente più povera e squilibrata; ambiente più inquinato; più facile ricorso a trattamenti farmacologici sia nella madre durante gravidanza, parto e/o allattamento, sia nel neonato; maggior incidenza di parti cesarei, ecc.

8 – La letteratura scientifica attuale conferma l’evidenza clinica che quanto maggiore è il numero dei vaccini somministrati contemporaneamente e quanto più è piccolo e/o nato prematuramente il bambino, tanto maggiori sono i rischi di reazioni avverse.

9 – Le attuali conoscenze di immunologia non considerano razionale la somministrazione parenterale contemporanea di 7 antigeni vaccinali ad un neonato di pochi mesi di vita, anche perché in Natura, indipendentemente dal grado di contagio, non si manifestano mai simultaneamente 7 patologie infettive e ciò significa che l’organismo non è fisiologicamente idoneo a gestire una tale evenienza.

10 – Se esistono vaccini pediatrici multipli, non capiamo perché non debbano essere commercializzati anche i medesimi vaccini singoli; infatti, ad esempio, non è chiaro perché una donna, che prima di una eventuale futura gravidanza desideri vaccinarsi contro la rosolia, debba essere obbligata ad inocularsi anche i vaccini contro il morbillo e la parotite (vaccino MPR).

11 – Nella letteratura scientifica, soprattutto negli USA, esiste attualmente una accesa discussione sia sul rapporto rischio/beneficio del vaccino trivalente MPR (contro Morbillo-Parotite-Rosolia) a virus vivi attenuati, sia sull’utilità e sull’efficacia del vaccino anti-HPV (contro il Papillomavirus Umano).

12 – Quest’ultimo è stato commercializzato molto prima che fossero disponibili dati certi sulla sua capacità di ridurre il rischio di tumore della cervice uterina e a tutt’oggi sono disponibili solo estrapolazioni statistiche sulla reale capacità di prevenzione tumorale da parte del vaccino anti-HPV (in ogni caso, sappiamo che può potenzialmente proteggere solo verso 2 dei 13 genotipi virali ad alto rischio oncologico); inoltre, mancano totalmente dei dati longitudinali di farmacovigilanza attiva sul suo reale rapporto rischio/beneficio dopo somministrazione in bambine di 11-12 anni d’età (per tale motivo in alcuni Paesi il vaccino è stato ritirato per precauzione e in Francia, Spagna e Italia centinaia di medici hanno firmato una petizione per sospenderne l’inoculazione).

13 – Recentemente, il vaccino antinfluenzale viene consigliato anche nei bambini sotto l’anno di età, ma è noto che le prove scientifiche che avvalorano la sua efficacia e il suo rapporto rischio/beneficio sono estremamente scarse, deboli e discutibili, sia per la vaccinazione pediatrica che per quella dell’adulto.

14 – I bambini nati prematuri o che hanno riportato una patologia acuta nei primi mesi di vita o che sono ancora affetti da qualche patologia infettiva acuta o che l’hanno superata da poche settimane o che hanno ricevuto farmaci interferenti con il sistema immunitario (antibiotici, cortisonici e/o altri immunosoppressori) nei primi mesi di vita o che hanno subito interventi chirurgici in anestesia generale o che hanno alterazioni immunitarie o che sono figli di genitori con patologie immunitarie o metaboliche o che vivono intensi (per loro) stress psichici o che si trovano in qualsiasi altra condizione squilibrante il loro già debole e precario equilibrio immunitario, sono sicuramente a maggior rischio di danni vaccinali.

15 – Le reazioni avverse dei vaccini non dipendono solo dalla componente antigenica di questi ultimi, ma anche dai loro componenti tossicologici (adiuvanti e conservanti) e sappiamo bene che l’innocuità a lungo termine della somministrazione parenterale in neonati di questi composti, singoli e/o variamente associati tra loro, non è sufficientemente dimostrata, mentre esistono prove scientifiche della tossicità e pericolosità isolata di alcuni di essi, sia in vitro, sia negli animali da laboratorio, sia nell’uomo. Inoltre, è noto che più è piccolo il bambino, maggiore deve essere la quota di antigene necessaria a innescare la risposta immunitaria.

16 – Purtroppo, nel nostro Paese la pratica della segnalazione delle sospette reazioni avverse a farmaci e vaccini è poco attuata e in alcuni casi è addirittura misconosciuta o addirittura ostacolata, per cui queste segnalazioni sono fortemente sottostimate sia quantitativamente che qualitativamente.

17 – Da molti anni giungono nel nostro Paese, rispetto altri Paesi europei, numerosi immigrati extracomunitari e questo dato suscita allarmi ingiustificati: il fenomeno migratorio, ormai consolidato da decenni in Europa, non ha mai causato la diffusione di poliomielite o difterite neanche nei Paesi europei che hanno basse coperture vaccinali, per esempio come l’Austria (circa 85% di copertura vaccinale: dati OMS e Unicef). È noto invece che gli immigrati, a causa delle precarie condizioni di vita in cui si vengono a trovare, possono essere portatori di ben altre patologie, come tubercolosi, scabbia, salmonellosi, ecc.

18 – In queste ultime settimane si sta parlando molto di “crollo delle coperture vaccinali” in Italia, ma verificando il dato su Epicentro, abbiamo notato che la flessione media nella copertura è stata molto debole (Allegato 1).

19 – Inoltre, non dimentichiamo che il dato del 95% di copertura vaccinale è l’obiettivo prefissato dal Piano Nazionale Vaccini, non però dalla letteratura scientifica. Per fare un esempio, nel libro Vaccines di Stanley A. Plotkin, Walter A. Orenstein e Paul A. Offit, con la prefazione di Bill Gates (autori notoriamente favorevoli alla pratica vaccinale), sono riportate le soglie ritenute necessarie per ogni malattia infettiva per ottenere la cosiddetta immunità di gregge (herd immunity) nei Paesi occidentali. La tabella riportata (Allegato 2) evidenzia chiaramente che la soglia minima del 95% è totalmente ingiustificata e non deve spaventare.

20 – I dati epidemiologici attuali riguardanti la poliomielite dimostrano che non c’è alcuna evidenza scientifica che il calo delle coperture vaccinali sotto il 95% ponga la popolazione a rischio di epidemie infettive (cfr. ad esempio l’esperienza di Austria, Bosnia e Ucraina). Molti Paesi appartenenti a Regioni geografiche OMS delle Americhe e del Pacifico sono “Polio Free” nonostante abbiano coperture vaccinali ritenute nettamente al di sotto del 95%. Questo tetto percentuale, inoltre, è frutto di una stima statistica e ha un valore puramente orientativo.

21 – Oggi viviamo in un ambiente gravemente inquinato dal punto di vista tossicologico e la letteratura scientifica di questi ultimi anni correla l’inquinamento con molte patologie sia neuropsichiatriche, sia metaboliche, sia degenerative del bambino, patologie che hanno sempre alla base un interessamento immunitario sul quale l’alterazione indotta da precoci e multiple vaccinazioni può aggiungersi come fattore sinergico paragonabile a quella “goccia che può far traboccare il vaso”.

La nostra proposta, pertanto, è così articolata

1 – Obiettivo di ogni trattamento medico deve essere sempre la sua personalizzazione, perché deve essere adattato alle caratteristiche personali, nutrizionali, familiari, ambientali e sociali di ogni singola persona. La ricerca medica va in questa direzione: si punta sulla personalizzazione della terapia, si cercano i farmaci più efficaci ad esempio anche in base al genoma dell’individuo.

2 – I genitori sono i primi responsabili della salute dei loro figli. Nell’ambito dei temi sociali oramai correnti e universalmente accettati della democratizzazione della Medicina, della libertà di scelta terapeutica, della collaborazione del paziente con il medico all’atto terapeutico e dell’obbligatorietà della consapevolezza, cioè del “consenso informato” da parte del paziente, i genitori dovrebbero essere esaustivamente informati sulla reale necessità e sul rischio/beneficio di ciascun vaccino pediatrico. Di tale azione e responsabilità dovrebbero essere investiti anche i Pediatri di Libera Scelta e le Istituzioni Sanitarie locali.

3 – Nel rispetto della Costituzione Italiana, per garantire la vera tutela della salute è necessario che chi opera nel campo sanitario pubblico non si trovi in alcuna condizione di conflitto di interessi.

4 – Per l’adeguamento dell’Italia alle norme vaccinali attualmente in uso in tutti gli Stati Europei socialmente e culturalmente simili al nostro (come Regno Unito, Germania, Austria, Spagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Svezia, Portogallo), riteniamo doveroso che venga superato l’obbligo vaccinale. Le mutate condizioni socio-sanitarie e le maggiori consapevolezza, responsabilità e maturità delle attuali e future nuove generazioni di genitori permettono sicuramente di impostare una Medicina Preventiva più moderna e farmacologicamente più razionale, cioè personalizzata in base alle caratteristiche biopatografiche e ambientali dei vaccinandi. Un tale approccio, inoltre, ridurrebbe sicuramente il rischio degli effetti indesiderati dei vaccini.

5 – Prima della vaccinazione, il Pediatra di Libera Scelta dovrebbe raccogliere una dettagliata anamnesi dei genitori, dei parenti prossimi e del bambino stesso, considerando tutti i fattori che influenzano la salute di quest’ultimo nella sua globalità, perché su di lui si ripercuotono anche le condizioni socio-ambientali del territorio in cui vive e quelle lavorative, economiche, nutrizionali, tossicologiche e psico-comportamentali dei componenti della sua famiglia.

6 – Prima della vaccinazione, il Pediatra di Libera Scelta dovrebbe escludere prudenzialmente eventuali controindicazioni alle vaccinazioni e a tale scopo, nel caso lo ritenesse opportuno, dovrebbe eventualmente sottoporre il bambino ad accertamenti laboratoristico-strumentali volti a valutare le sue condizioni immunitarie e nutrizionali, ricercando in particolare la presenza dei marker di flogosi.

7 – Nel momento della vaccinazione, il bambino deve essere sempre in perfetta salute, sia fisica che psichica.

8 – Il Medico Vaccinatore dovrebbe eseguire la vaccinazione solo dopo aver escluso eventuali malattie acute recenti o in atto, dopo aver escluso la presenza di eventuali controindicazioni e dopo aver visitato attentamente il vaccinando: è ovvio che un bambino ha diritto alla massima attenzione.

9 – Nel rispetto della Legge attuale, deve essere garantita la possibilità di eseguire solo le 4 vaccinazioni obbligatorie.

10 – Per ridurre il rischio di reazioni avverse dei vaccini, le vaccinazioni obbligatorie dovrebbero essere iniziate almeno nel secondo semestre di vita, ma dato che ci possono essere delle condizioni specifiche che consiglino un uso anticipato o posticipato di qualche vaccinazione, è necessario che tutti i vaccini (non solo i 4 obbligatori per il nostro Paese, ma anche gli altri, specificatamente quello per la rosolia) vengano commercializzati anche singolarmente per permettere la massima personalizzazione terapeutica.

11 – Allo scopo di essere stimolati a crescere sempre più in consapevolezza e responsabilità verso la pratica vaccinale attuata nei loro figli, i genitori dovrebbero ricevere dal Medico Vaccinatore le schede tecniche dei vaccini in modo da conoscere le proprietà, le controindicazioni, le componenti tossicologiche e le reazioni avverse di ogni farmaco che loro figlio riceverà e poter eventualmente segnalare prontamente eventuali reazioni avverse. Medici e personale addetto alla somministrazione dei vaccini dovrebbero essere opportunamente formati per rendere facilmente fruibili da parte di tutti i genitori tali informazioni.

12 – Nello stesso momento, i genitori hanno il dovere e il diritto di essere informati sull’esistenza della Legge 210 del 1992 inerente le modalità per ottenere l’indennizzo per i danni vaccinali; una legge che deve essere reperibile, esposta e ben consultabile presso la sede dei Servizi di Igiene e di Immunoprofilassi.

13 – Alla luce del fatto che i vaccini, come tutti i farmaci, possono causare dei danni nel vaccinato, sia a rapida che a lenta e tardiva comparsa, per il bene del proprio figlio e per un dovere morale nei confronti degli altri bambini che in futuro verranno vaccinati, i genitori devono essere anche adeguatamente istruiti a segnalare una qualsiasi alterazione o anomalia o cambiamento fisico e/o psichico nel bambino da poco vaccinato avvisando tempestivamente il proprio Pediatra di Libera Scelta e chiedendo, oltre all’ovvia visita medica del piccolo paziente, anche un adeguato trattamento curativo dei disturbi in atto e un trattamento preventivo verso eventuali ulteriori aggravamenti che potrebbero comparire a breve e/o lungo termine.

14 – Nel caso abbia il semplice sospetto di una reazione avversa vaccinale, il Pediatra di Libera Scelta ha sempre il dovere di compilare la scheda di Segnalazione di Sospetta Reazione Avversa (D.M. 23.12.2003). A nostro avviso, va ripristinato l’obbligo di segnalazione della sospetta reazione avversa, accanto ad un meccanismo di incentivazione di questa pratica.

A nostro avviso, un tale approccio vaccinale garantirebbe una migliore difesa della salute pediatrica nei confronti delle malattie infettive ponendo più attenzione ai nostri figli, riducendo il rischio dei danni da vaccino e personalizzando ogni intervento preventivo adattando le più recenti conoscenze scientifiche alle reali necessità pediatriche individuali in considerazioni anche delle attuali modificate condizioni socio-ambientali del nostro Paese.

Questa lettera è stata firmata solo da alcuni di noi per motivi di semplicità, ma sono moltissimi i Medici e le Associazioni che condividono questi concetti che Le abbiamo esposto.

Inoltre, siamo altrettanto certi che sarebbero pronti a firmare decine di migliaia di genitori italiani che si basano su questi principi e che prima di noi si sono accorti che le vaccinazioni pediatriche praticate nel modo finora utilizzato hanno causato dei danni lievi o gravi ai loro figli.

Se il tema delle vaccinazioni è fortemente dibattuto a livello internazionale in questi ultimi anni, è perché l’argomento è ancora scientificamente aperto e allora se vogliamo servire la Verità abbiamo solo una possibilità: unirci tutti attorno ad un tavolo scientifico e discutere l’argomento con cuore aperto e libero da conflitti di interesse. Questo è il Bene della Medicina, il resto è coercizione cieca e scontro frontale che prima o poi si rivelerà contro tutti noi.

Inoltre, noi non chiediamo di andare contro le linee guida internazionali sulle vaccinazioni pediatriche, ma desideriamo aiutare l’Italia ad avanzare nel cammino della Comunità Europea verso la liberalizzazione delle vaccinazioni lasciando ai genitori, dopo averli concretamente e correttamente informati sui pro e contro dei farmaci vaccinali, la decisione finale di accettare o meno questo trattamento.

In fin dei conti, i genitori di oggi esigono giustamente di svolgere i loro diritti di primi seppur non unici responsabili della vita e della salute dei loro figli, ma è palese che in questo cammino hanno bisogno di essere guidati e consigliati dagli Specialisti del settore, in particolare da coloro che sono investiti di cariche istituzionali.

Auspicando che Lei e il Suo autorevole Istituto abbiate compreso la motivazione profonda che ci ha spinti a scrivere questo documento, cogliamo l’occasione per porgere cordiali saluti

Roberto Gava, farmacologo, tossicologo e cardiologo, vice-Presidente AsSIS (Padova)

Eugenio Serravalle, pediatra, puericultore e patologo neonatale, Presidente AsSIS (Pisa)

Maurizio Proietti, ricercatore dell’ISDE e Presidente Commissione Scientifica AsSIS (L’Aquila)

Antonio Abbate, medico di medicina generale (Roma)

Teresa Adami, infettivologa (Verona)

Damiana Alberti, medico psicoterapeuta (Genova)

Carlo Alessandria, gastroenterologo (Torino)

Paolo Domenico Algostino, pediatra (Torino)

Giovanni Alvino, ginecologo, urologo (Salerno)

Rosario Amelio, dirigente medico (Catanzaro)

Maria Cristina Andreotti, medico di medicina generale (Modena)

Marialisa Angeli, pediatra (Aosta)

Caterina Arcanà, ginecologa (Messina)

Gaetano Arcovito, psichiatra (Messina)

Andrea Aversa, medico di medicina generale (Napoli)

Rita Baraldi, radiologa (Ferrara)

Maurizio Bardi, medico di medicina generale (Milano)

Domenico Battaglia, urologo e andrologo (Ferrara)

Biagia Antonina Bellia, pediatra (Catania)

Cinzia Pia Benedetto, pediatra (Roma)

Innocenza Berni, medico di medicina chimico-clinica (Viterbo)

Laura Bertelè, medico di terapia fisica e riabilitazione motoria e psicologa (Lecco)

Mario Berveglieri, specialista in pediatria (Ferrara)

Elena Beziza, anestestia (Milano)

Mariarosa Bonazzoli, medico di medicina generale (Novara)

Laura Borghi, medico di medicina chimica-clinica (Milano)

Luigi Brunino, medicina fisica e riabilitazione (Padova)

Paolo Campanella, medico di medicina generale (Varese)

Mattia Canetta, medico di medicina interna (Roma)

Maurizio Cannarozzo, medicina del lavoro e psicoterapeuta (Trieste)

Guido Cantamessa, medico di medicina generale (Bergamo)

Flora Cappellin, psichiata (Torino)

Marco Cavo, cardiologo (Milano)

Carlo Cenerelli, medico di medicina generale (Milano)

Remigio Cenzato, medico di medicina generale (Venezia)

Anna Cesa-Bianchi, pediatra e medico in scienza dell’alimentazione (Sondrio)

Goffredo Chiavelli, pediatra (Treviso)

Giancarlo Cimino, pediatra (Cagliari)

Salvatore Coco, medico di medicina generale (Catania)

Marco Colla, chirurgo d’urgenza (Biella)

Donatella Confalonieri, infettivologa (Mantova)

Ruggero Alberto Consarino, ginecologo (Modena)

Maurizio Conte, pediatra (Roma)

Mariella Cordella, medico di medicina generale (Bologna)

Marisa Cottini, ginecologa (Torino)

Marcello Dalloni, ginecologo (Pescara)

Eugenio De Blasi, medico di medicina generale (Milano)

Tommaso De Chirico, pneumologo (Milano)

Beatrice Dedor, medico delle cure palliative oncologiche (Milano)

Elena De Giosa, medicina del lavoro (Monza e Brianza)

Monica Delucchi, medico di medicina interna (Genova)

Emilio De Tata, medico sportivo (Reggio Emilia)

Vincenza Di Meglio, medico di medicina interna (Bologna)

Sebastiano Di Salvo, medico di medicina interna (Catanzaro)

Gustavo Dominici, medico di medicina generale (Roma)

Sabine Eck, medico di medicina generale (Modena)

Giuseppe Fagone, medico di medicina generale (Milano)

Paola Fava, medico sportivo (Bologna)

Flavio Fenoglio, medico di medicina generale (Genova)

Luisa Ferla, neurologa (Torino)

Maria Luisa Ferrari, specialista in pediatria (Ferrara)

Guglielmo Ferraro, odontoiatra (Salerno)

Fedora Fornaini, anestesista (Livorno)

Andreina Fossati, medico di medicina generale (Napoli)

Fabio Franchi, malattie infettive (Trieste)

Giovanna Gallerani, pediatra e neuropsichiatra infantile (Bologna)

Egidio Galli, medico dello sport (Messina)

Elisabetta Galli, medico nutrizionista (Monza e Brianza)

Paolo Garati, medico di medicina generale (Torino)

Lucia Gasparini, endocrinologa (Roma)

Maurizio Giacometti, medico di medicina generale (Bergamo)

Giovanna Gigli, medico e psicologo clinico (Milano)

Giovanna Giorgetti, medico di medicina generale (Terni)

Paolo Giraudo, medico di medicina generale (Torino)

Barbara Grandi, ginecologa (Siena)

Daniele Grassi, urologo (Bologna)

Maria Rita Gualea, medico dello sport (Pavia)

Emilio Iodice, medico di igiene e medicina preventiva, pneumologo e neurologo (Novara)

Giuseppe Leardini, medico di medicina generale (Rimini)

Giuseppe Leone, nutrizionista (Reggio Calabria)

Carmine Lo Schiavo, medico di medicina generale (Chieti)

Alfredo Lubrano, medico di medicina generale (Napoli)

Claudio Mangini, medico di medicina generale (Genova)

Alberto Magnetti, medico di medicina generale (Torino)

Francesco Marino, ematologo (Roma)

Angelo Masi, medico di medicina generale (Bologna)

Chiara Matteoli, medico di medicina generale (Pisa)

Loredana Mattioli, medico di medicina generale (Reggio Emilia)

Pindaro Mattòli, medico di medicina generale (Perugia) Dario Mazza, odontoiatra (Roma)

Dario Mazza, odontoiatra (Roma)

Alberto Mazzocchi, chirurgo maxillo-facciale (Bergamo)

Carlo Melodia, medico e biologo (Napoli)

Giacomo Merialdo, igiene e medicina preventiva (Genova)

Simona Mezzera, medico di medicina generale (Firenze)

Dario Miedico, medico legale (Genova)

Monica Monaco, statistica (Bologna)

Livia Mondina, ginecologica (Milano)

Marco Montaldo, pediatra (Cuneo)

Giampiero Moruzzi, medico di medicina generale (Bologna)

Teresa Mosca, ginecologa (Livorno)

Annalisa Motelli, medico del lavoro (Milano)

Gennaro Muscari Tomaioli, medico di medicina generale (Venezia)

Maria Grazie Musso, medico di medicina generale (Genova)

Paola Nannei, pediatra e radiologa (Milano)

Gabriella Niort, endocrinologa (Torino)

Roberto Olivi Mocenigo, odontoiatra infantile (Modena)

Paola Pamich, medico di medicina generale (Genova)

Maria Paregger, medico di medicina generale (Bolzano)

Veronica Petraglia, medico di medicina generale (Bologna)

Mauro Piccini, medico di medicina generale (Novara)

Chiara Piccinini, medico audiopsicofonologo e biologo (Modena)

Rosella Pierdomenico, pediatra (Ascoli Piceno)

Massimo Pietrangeli, pediatra (Pescara)

Miriam Pisani, medico di igiene e medicina preventiva (Torino)

Emma Pistelli, odontostomatologa (Pistoia)

Raffaella Pomposelli, medico di medicina generale (Milano)

Giuliano Poser, medico sportivo (Pordenone)

Massimo Presacco, medico di medicina generale (Padova)

Luciano Proietti, pediatra e chirurgo pediatra (Torino)

Pietro Rabolli, pneumologo (Savona)

Orazio Raffa, medico genetista e di igiene e medicina preventiva (Messina)

Paolo Roberti di Sarsina, psichiatra (Bologna)

Adele Alma Rogriguez, Presidente LUIMO (Napoli)

Andrea Roncato, fisiatra (Padova)

Antonia Mariapia Ronchi, medico di medicina generale (Milano)

Anna Paola Rosaspina, medico di medicina generale (Bologna)

Gisella Ruzzu, pneumologa (Genova)

Mariateresa Sacchi, pediatra (Milano)

Cristiana Salvadori, medico di medicina generale (Pisa)

Guido Sartori, medico ayurveda (Bologna)

Romana Sartori, medico di medicina generale (Monza e Brianza)

Nicoletta Scoz, endocrinologa e medico delle malattie del ricambio (Bologna)

Sergio Segantini, medico di medicina generale (Firenze)

Chiara Simoncini, medico di medicina generale (Pisa)

Mario Soliani, peditra (Reggio Emilia)

Maria Grazie Tamburini, geriatra (Bologna)

Carlo Tonarelli, pediatra e neonatologo (Genova)

Diego Tomassone, medico nutrizionista (Torino)

Danilo Toneguzzi, psichiatra e psicoterapeuta (Pordenone)

Elena Tonini, psicoterapeuta (Brescia)

Ermatea Trabucco, medico di medicina generale (Salerno)

Anna Truci, medico di medicina generale (Firenze)

Pierluigi Tubia, medico di medicina generale (Venezia)

Giancarlo Usai, infettivologo (Perugia)

Mariateresa Ventrella, pediatra e neuropsichiatra infantile (Bologna)

Franco Verzella, oculista (Bologna)

Giulio Viganò, pediatra (Milano)

Andrea Vincenzi, medico di medicina generale (Modena)

Mariarosa Vitali, neuropsichiatra infantile (Genova)

Grazia Vitelli, medico di medicina generale (Bologna)

Carla Zagonara, medico di medicina generale e psicologa (Bologna)

Marta Zoratti, medico sportivo (Bologna)

Bruno Zucca, medico di medicina generale (Brescia)

Allegato 1 – Variazione della copertura vaccinale nazionale secondo Epicentro(http://www.epicentro.iss.it/temi/vaccinazioni/copertureMin2014.asp)

Allegato 2 – Soglie percentuali ritenute necessarie per ogni malattia infettiva per ottenere la cosiddetta immunità di gregge (herd immunity) nei Paesi occidentali(http://www.sciencedirect.com/science/book/9781455700905)

 

VACCINATO NON SIGNIFICA IMMUNIZZATO E I VACCINI NON DEVONO ESSERE MESSI TUTTI SULLO STESSO PIANO.

L’eccessiva semplificazione dei media che accompagna il caso del dr Gava porta a porre su uno stesso piano tutti i vaccini e tutti i vaccinandi, creando una sorta di consenso intorno alle politiche vaccinali, del tipo di quello contro l’uso del tabacco.  Addirittura, si tenderebbe a subordinare la  frequentabilità  della scuola alla  presentazione  del tesserino vaccinale; cosa, che andrebbe contro  la Costituzione. I vaccini  obbligatori sono quattro: tetano,  difterite, epatite   e  poliomielite.  Il calendario  vaccinale così fatto:  prima  dose a 3 mesi, seconda  dose a 4 mesi e mezzo  e terza  dose a 12 mesi. Richiamo del tetano e della difterite a 6 anni. Richiamo della polio a 5 anni. In realtà, le soluzione uniche dei 4 vaccini obbligatori  non esistono in commercio, cosicché i vaccini obbligatori di fatto sono diventati sei.
Infatti, ai nostri bimbi, nati a partire dal 1999, sono stati somministrati in una sola somministrazione ben sei vaccini ( due non obbligatori haemophilus influenzae tipo B e pertosse ). Visto che abbiamo accennato alla Costituzione, questo è stato fatto a nostra insaputa.
Ma non si creda che vaccinato voglia dire immunizzato.

Sappiamo che mettere tutti i vaccini sullo stesso piano è più facile, ma è un errore. Abbiamo vaccini a virus vivi e vaccini a batteri uccisi con aggiunta di alluminio;  risposte anticorpali e risposte cellulo-mediate. “Alcuni vaccini contengono virus vivi, alcuni virus uccisi, alcuni frammenti di batteri, altri batteri vivi o morti, frammenti di virus, etc dobbiamo fare delle distinzioni. Se ad esempio il vaccino antinfluenzale contiene virus vivi, altri come quello antipertussico [acellulare, ndt] contengono delle tossine o dei frammenti esterni del batterio; questi vaccini non stimolano il sistema immunitario ma hanno bisogno di alluminio aggiunto. I vaccini con batteri uccisi hanno bisogno di alluminio, ma l’alluminio stimola più una risposta anticorpale che una risposta cellulo-mediata, così queste sono le persone che saranno più esposte alle allergie.
(Dr Humphries)

Quindi alcuni vaccini hanno bisogno di adiuvanti e additivi per scatenare una qualche risposta immunitaria. Esistono poi vari tipi di risposta immunitaria: anticorpale o cellulo-mediata. Polio, antinfluenza, DTaP sono composti da virus o batteri uccisi inattivati, mentre l’MPR (morbillo parotite rosolia) è composto da virus vivi. Quindi è importante distinguere fra diversi tipi di vaccini, con diversi ingredienti, diversi adiuvanti, diversi rischi e benefici e diversi effetti collaterali. Quando ero piccolo nel 1968 con 3 o 4 vaccini eri considerato totalmente vaccinato.

Barbara Loe Fisher, presidente del National Vaccine Information Center NVIC: 

Dosi triplicate, bambini più malati
Oggi nel 2016 abbiamo 69 dosi di 16 vaccini che il governo federale raccomanda di ricevere entro i 18 anni. I bambini degli anni ‘70 e ‘80 ricevevano 23 dosi di 7 vaccini cioè le dosi sono triplicate. E cosa abbiamo constatato in questo periodo di tempo? Abbiamo visto bambini più sani? Esattamente l’opposto, abbiamo un’epidemia di disabilità e malattie croniche: 
– 1 su 6 è disabile
– 1 su 9 ha l’asma
– 1 su 50 ha autismo
– 1 su 400 ha il diabete
– altri milioni con malattia infiammatoria intestinale, artrite reumatoide, epilessia che è in aumento esponenziale
– il 30% dei giovani adulti presenta un disturbo mentale (disturbo d’ansia, disturbo bipolare, schizofrenia)
Questa è la peggior relazione sulla salute pubblica nella storia di questo paese ed è direttamente sovrapponibile alla triplicazione dei vaccini.

I vaccini sono farmaci veri e propri. “Ci sono troppe voci che ci descrivono i benefici dei farmaci. E poche che invece indagano sulla loro tossicità. Sappiamo tutti che ci sono grandi interessi che spingono a far vendere le medicine, proprio per questo serve un maggiore equilibrio per poterne valutare i pro e i contro”. È quanto afferma Silvio Garattini in un’intervista pubblicata su Il Fatto Quotiano in cui  il padre dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri entra nel merito del dibattito sorto in seguito alla messa in onda del servizio sul vaccino Hpv nell’ultima puntata di Report. Insomma, più che le posizioni di forza degli ordini professionali, vorremmo una giusta trasparenza e una completa informazione da parte del ministro.

1128.- Libia, il dialogo Tripoli-Tobruk riparte da Roma: primo incontro

Se Trump ha detto a Gentiloni che su Libia e immigrazione dobbiamo fare da soli, si può dire che l’invito è stato accolto. Del resto, mi risulterebbe che gli USA, in Libia, ci siano stati tirati un po’ per i capelli. La notizia che mi giunge da Il Messaggero dice che siamo sulla via giusta, Parigi permettendo.

Libia: Tripoli, ieri a Roma un incontro molto fruttuoso

Nella Libia del caotico stallo sfruttato dai trafficanti di essere umani, la diplomazia italiana ha trovato un modo per riportare al dialogo la Tripoli del premier Fayez Al-Sarraj e la Tobruk del generale Khalifa Haftar: far incontrare i vertici delle due istituzioni parlamentari prodotte dalla rivoluzione libica. E il primo incontro, svoltosi a Roma e promosso dal titolare della Farnesina Angelino Alfano, è stato definito «fruttuoso» da entrambe le parti.

«Un’atmosfera di amicizia e apertura ha connotato questi incontri che le due parti considerano estremamente fruttuosi», ha annunciato l’Alto consiglio di Stato insediato a Tripoli riferendosi agli incontri di venerdì fra il proprio presidente, Abdelrahman Swehli, e il capo del parlamento insediato a Tobruk, Aghila Saleh. «Ci siamo accordati per giungere a soluzioni pacifiche ed eque per le questioni in sospeso», ha affermato ancora l’Alto consiglio in una nota, riferendosi implicitamente al nodo fondamentale della crisi libica: che ruolo far giocare in futuro ad Haftar, attuale comandante generale dell’Esercito nazionale libico appoggiato dalla maggioranza della Camera dei rappresentanti di Tobruk che nega la fiducia a Sarraj, spaccando la Libia. L’Italia, come ha appena ricordato il premier Paolo Gentiloni, vuole attribuire ad Haftar «un ruolo», ma non quello di nuovo leader del Paese. Il sito Libya Herald sottolinea che a Roma c’è stato «un incontro di svolta» ma è chiaro che si tratta solo di un nuovo inizio di un dialogo che balbetta dal febbraio 2015.

Le «soluzioni pacifiche» necessitano di nuovi incontri, i quali inizialmente saranno focalizzati sul far prevalere «gli interessi supremi della patria», «fermare lo spargimento di sangue» e assicurare il ritorno a casa degli sfollati, preannuncia l’Alto consiglio, una sorta di ‘senato consultivò formato dai superstiti del primo parlamento eletto dopo la caduta del colonnello Muammar Gheddafi del 2011. Il ruolo della mediazione italiana per questo rilancio del dialogo è stato riconosciuto esplicitamente dalle due parti: Swehli e Saleh «desiderano esprimere il loro grande apprezzamento per il ruolo attivo e costruttivo del ministro Alfano e del governo italiano nel quadro del loro sostegno all’applicazione dell’accordo politico libico», si afferma nella nota, in riferimento al ‘Libyan political agreement’ (Lpa) raggiunto in Marocco nel dicembre 2015. E l’inviato dell’Onu per la Libia, Martin Kobler, in un tweet si è detto «incoraggiato» da questo incontro: «Un buon passo su cui basarsi e avanzare nell’attuazione dell’Lpa».