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1252.- Israele-Assad: bombe sul Golan e trattativa via Mosca

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Artiglieria semovente israeliana sul Golan occupato… da 50 anni.

Israele bombarda i carri armati di Bashar al-Assad e poi tresca segretamente con lui e con i russi. Haaretz rivela gli accordi anti-Isis dietro le quinte.

Di 25 giugno 2017

Pesante intervento di Israele ieri nella guerra siriana. Caccia di Gerusalemme hanno bombardato posizioni governative nei dintorni di Quneitra, a ridosso delle alture del Golan. È stata distrutta una postazione fortificata dell’esercito di Bashar al-Assad e, inoltre, sarebbero stati “liquidati” due carri armati. Secondo fonti del Ministero della Difesa israeliano, il blitz aereo è una risposta immediata a quello che si pensa possa essere stato un “incidente di percorso” dell’artiglieria di Assad, che avrebbe sparato colpi di mortaio, erroneamente, in direzione del territorio occupato fin dal 1967 dai soldati di Tel Aviv.

In effetti, a detta di diversi analisti, la risposta appare sproporzionata rispetto alla causa scatenante. Sembra più un segnale rivolto al governo siriano, che così verrebbe “invitato” a non dare troppa corda ai suoi scomodi alleati, le milizie sciite di Hezbollah, di cui gli israeliani temono possibili colpi di coda. A questo punto appare chiaro che se Assad non dovesse riuscire a tenere a freno le agguerrite brigate del “Partito di Dio” con base in Libano, le truppe di Netanyahu potrebbero reagire pesantemente, fino ad arrivare ad una possibile escalation armata dalle conseguenze imprevedibili.

In un comunicato l’IDF (Israeli Defence Force) sottolinea che riterrà il regime di Damasco “responsabile di qualsiasi violazione della pace nel Golan” e agirà di conseguenza. Inoltre, il Ministero della Difesa di Gerusalemme ha anche fatto sapere di considerare “inconsistente” il ruolo svolto dal contingente delle Nazioni Unite incaricato del “peeacekeeping” nell’area. IDF ha inoltre imposto ad agricoltori e civili israeliani abitanti nella zona di chiudersi in casa e di stare attenti all’evoluzione dei combattimenti, che potrebbero avere ricadute pericolose nella zona della Valle delle Lacrime, a ridosso del saliente di Quneitra.

Grande preoccupazione è stata espressa dal “Golan Regional Council”, che dipende direttamente dall’Amministrazione centrale di Gerusalemme. Anche visitatori e turisti sono stati “avvisati” di non avventurarsi nelle zone a rischio del Golan. L’incidente segue quanto si è già verificato nello scorso aprile, quando l’esercito israeliano intervenne pesantemente dopo che colpi di mortaio erano caduti nel territorio controllato dalle sue truppe. Certo, tutto questo non significa che Netanyahu abbia gettato le braccia al collo ai ribelli anti-Assad. Anzi. Il quotidiano israeliano Haaretz rivela notizie di intese segrete tra Gerusalemme e Putin per quanto riguarda il teatro di guerra siriano.

Il Ministro della Difesa russo, Sergej Shoygu, ha rivelato che il suo Paese “lavora produttivamente assieme a Israele e alla Giordania per risolvere la crisi siriana” e ha inoltre aggiunto di avere colloqui costruttivi su basi regolari con il Ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman.

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Non solo. Ma l’aviazione di Mosca collabora strettamente con gli alti comandi delle Forze aeree di Gerusalemme, per coordinare i movimenti sui cieli della regione ed evitare possibili catastrofici incidenti. E la cosa non finisce qui. Spifferi di corridoio sempre più insistenti annunciano un’altra intesa di ferro, dietro le quinte. Durante intensi colloqui avvenuti in Giordania, è stato stabilito che gli israeliani, gli americani e le altre forze della coalizione “chiudano un occhio” (ma sarebbe meglio dire che li stanno chiudendo tutti e due) per consentire i rifornimenti alle truppe di Assad e, udite udite, alle milizie sciite che combattono nei dintorni di Darraa contro i fondamentalisti islamici.

L’informazione, ritenuta da più fonti “assolutamente affidabile”, sovverte completamente le notizie che ogni giorno arrivano dalla stampa internazionale e fa capire come sia all’opera una diplomazia parallela, lontano da occhi e orecchi indiscreti. Insomma, i presunti avversari sono in effetti molto più vicini di quanto si pensi e, come i ladri di Pisa, fanno finta di litigare di giorno, per poi andare a rubare assieme la notte.

1243.- Suleimani: Il generale fantasma iraniano su tutti i fronti

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Maggiore Generale Qassem Suleimani, dal 1998 comandante dell’unità al-Quds dell’Esercito dei Guardiani della Rivoluzione Islamica.

Gatto con il topo: la manovra in cui eccelle il famoso generale iraniano, Qassem Suleimani, comandante della rinomata unità al-Quds, corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica in Iran che ha dato un nuovo corso all’offensiva dell’esercito siriano.

Nonostante sia consapevole di essere ricercato dagli USA che vogliono sfruttare un buon momento per ucciderlo, ciò non gli impedisce di avventurarsi in tutte le direzioni, in particolare in Siria e in Iraq, e anche in Russia, per portare avanti la sua missione. Secondo i media, è stato visto sul fronte della provincia di Aleppo in Siria, dove l’esercito siriano ed i suoi alleati si trovano ora a 16 km dal confine con la Turchia.

«Gli statunitensi hanno un piano per uccidere generale, talmente che gli mette spavento”, ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, il Generale Hassan Feirouzabafi durante un briefing con i giornalisti a Teheran.

La specialità del generale Suleimani è nell’organizzare le sue forze e nel seguire lo svolgimento dei suoi piani, ma ha assicurato Feirouzabadi che sono state prese tutte le precauzioni necessarie per garantire la sua sicurezza.

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Le voci sulla sua morte

Circolano molte voci circa i movimenti del generale iraniano e sulla sua salute. Molte volte i media hanno riferito della sua morte o che sia rimasto ferito.
È stato così, lo scorso novembre, quando i media vicini all’opposizione iraniana avevano detto che era stato ferito in combattimento nella provincia di Aleppo. Informazione confermata da alcuni giornalisti, ma negata dalla leadership dei Pasdaran.
Il 22 gennaio scorso, ha fatto la sua comparsa in occasione della commemorazione annuale del generale iraniano Mohammad Ali Dadi, caduto martire e con 5 combattenti di Hezbollah (compreso Jihad, il figlio del comandante martire Resistenza islamica Imad Moughniyyeh), in un raid israeliano nel sud della Siria, lo scorso anno. Ha poi assicurato che migliaia di persone stanno combattendo in Siria, che sono estranei al Corano e al Popolo della Famiglia del Profeta (Ahl al-Beit).
Ma l’informazione più forte sembra essere quella dei funzionari degli Stati Uniti, i quali, hanno riferito che il generale Suleimani ha visitato la Russia la scorsa estate per incontrare i funzionari russi. Nonostante le sanzioni e il divieto di viaggio imposto sulla sua persona da parte delle Nazioni Unite.
Si è scoperto, in seguito, che c’è qualcosa di suo nella decisione russa di intervenire militarmente in Siria nel mese di settembre.

Il Quinto occhio dell’Iran

«Gli iraniani credono di avere quattro occhi dalla rivoluzione del 1979: la loro dottrina, la loro volontà, la scienza e la ragione», ha affermato il giornalista iraniano e consigliere dell’ex presidente iraniano Mohammad Khatami, Mohammad Sadiq Husseini che conosce Suleimani.
«Ma hanno un quinto, il comandante dell’unità al-Quds generale Qassem Suleimani. È lì che questo occhio ha pedinato gli statunitensi durante la loro invasione dell’Iraq e l’esercito israeliano durante la guerra del 2006 in Libano, senza dimenticare Daesh e Co. sui fronti iracheni e siriani», ha aggiunto.

Quello che porta la vittoria con lui

La sua reputazione di leader forte che sfida la sconfitta e respira lo spirito di resistenza lo precede ovunque vada.
Husseini riferisce che il presidente siriano Bashar al-Assad gli aveva detto di persona, quando lo ha incontrato a Damasco, nel settembre del 2013, che «la presenza del generale Suleimani con noi in più di una battaglia è stato uno dei fattori principali per i cambiamenti che si sono verificati».
Il generale iraniano, è stato tra l’altro presente nella battaglia di Baba Amro, il primo baluardo dei terroristi liberato nella città di Homs. In Sahl al-Ghab ad Hama e in particolare nella provincia di Aleppo.
Ma è soprattutto in Iraq, dove si fa vedere.

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Inoltre, il generale Suleimani nei media ha la fama di agire in fretta, ben prima degli statunitensi durante l’invasione di Mosul e del Governatorato di Al Anbar da parte dell’Isis nel 2014. Ha poi avuto l’idea geniale di formare le forze di mobilitazione popolare, al-Hached al-Chaabi, volontari iracheni, mentre l’esercito iracheno non è stato in grado di affrontare la sfida.
Una fonte della forza Hached Chaabi ha rivelato ad al-Manar che «i nemici sono andati in confusione quando hanno saputo che Suleimani era sul campo di battaglia».

Quello che l’Iraq è come la Siria

Il corrispondente di al-Manar, Hassan Hamza ha incontrato il generale iraniano nella provincia di Diyala. Ha raccontato che è stato colpito dalla sua modestia e che è rimasto sorpreso quando gli aveva chiesto notizie di Aleppo, dove era stato prima di andare in Iraq.
«Non vi è alcuna differenza tra i fronti siriani e iracheni, entrambi fanno parte di un unico progetto», ha riferito Suleimani ad Hamza.
Ha anche spiegato che tutti i combattenti Hached incontrati erano convinti che quando si combatte in presenza del generale Suleimani erano sicuri e certi di trionfare.

Colui che bacia la mano di feriti

Oltre alla sua esperienza militare, è molto apprezzato da tutti coloro che lo circondano, a causa del suo temperamento calmo e tranquillo. Sa ascoltare bene gli altri, anche quando lo interrompono per esprimere le loro opinioni, secondo il corrispondente di al-Manar. Ama i Mujahideen e cerca di stare loro vicino, dormire con loro, di apprendere sempre da loro.
Un funzionario HACHED assicura di aver visto più volte baciare le mani dei combattenti feriti.
“Sul campo di battaglia, è sempre in prima linea e non lascia mai le postazioni, anche quando la battaglia è nel pieno svolgimento. Non indossa mai il giubbotto antiproiettile, non circola mai alla guida di un veicolo blindato. Nelle battaglie di Tikrit, viaggiava in moto e guardava di persona il nemico prima di lanciare l’assalto. Egli è coraggioso e non ha paura della morte. Quando una bomba gli esplode vicino, non si tira indietro, come se nulla fosse accaduto».

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Il generale Suleimani con i peshmerga irakeni

Nel mirino degli statunitensi e degli israeliani

Gli statunitensi lo tengono d’occhio. Secondo un funzionario iracheno che ha chiesto l’anonimato, gli statunitensi gli mandarono un messaggio attraverso un mediatore per riferirgli che lo osservavano a Dayala, ed erano disposti a dargli una mano. Il generale rispose che aveva abbastanza materiale per raggiungere i suoi obiettivi.
«È sempre molto vicino agli statunitensi , li segue come un fantasma”, ha affermato Sadek Mohammad Husseini.
Inoltre, ha aggiunto che gli israeliani anche lo sorvegliavano nella guerra dei 33 giorni in Libano del 2006 e sembra che erano ben consapevoli della sua presenza sul campo di battaglia  in quel momento e che lo avrebbero visto nell’operazione effettuata a Tiro.

Per lui tutte le battaglie portano ad Al-Quds

Husseini racconta di averlo incontrato nel 2009 presso la Facoltà dell’ Imam Ali a Teheran affiliata alla sua unità. Esattamente, si ricorda di aver a parlato con lui di Al-Quds e della causa palestinese. Per lui, «ogni combattimento deve portare a Gerusalemme»,.
Ogni volta che c’è  una voce sulla sua morte, il generale Suleimani risponde con un grande sorriso, si aspetta di morire da martire in qualsiasi momento.
Ma in sua assenza, i leader delle Guardie Rivoluzionarie rispondono per lui: «No, non è caduto da martire. E continua la sua lotta fino alla liberazione di Al-Quds».

1242.- L’AGGRESSIONE STATUNITENSE NON IMPEDISCE L’AVANZATA SU DAYR AL-ZUR

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Moon of Alabama 19 giugno 2017. Nell’ultimo riassunto affermavo che la fine della guerra in Siria è ora in vista: “a meno che gli Stati Uniti non cambino e avviino un grande attacco alla Siria con le proprie forze armate, la guerra alla Siria è finita”. Ci sono pochi militari e civili nella Casa Bianca che spingono per ampliare la guerra alla Siria in guerra totale USA-Iran. La dirigenza militare retrocede, temendo per le sue forze in Iraq e altrove nella regione. Ma vi sono anche elementi nelle forze armate statunitensi e nella CIA che assumono una posizione più aggressiva per la guerra. Un aviogetto F-18 statunitense abbatteva un cacciabombardiere siriano presso Raqqa. Il Comando Centrale statunitense scherzava scioccamente affermando che si trattasse di “autodifesa” delle proprie forze d’invasione e dei fantocci curdi (Forze Democratiche Siriane – SDF) nella “zona di deconflitto” dopo che le SDF furono attaccate a Jadin. Bugie. Non c’è alcun accordo sulla “zona di deconflitto” presso Jadin, occupata dalle SDF al momento dell’attacco, in modo chiaramente illegale: “Gli Stati Uniti… non hanno alcun diritto legale di proteggere le forze partner non statali che perseguono cambi di regime ed altri obiettivi politici. Non c’è diritto all’autodifesa collettiva di agenti non statali…” Il governo siriano e testimoni sul terreno smentiscono le affermazioni statunitensi. L’Osservatorio siriano in Gran Bretagna, spesso citato come autorevole, afferma che non ci fu alcun attacco siriano alle SDF. Gli aviogetti degli Stati Uniti attaccarono i siriani per sostenere le forze islamiste: “Un aereo da guerra del regime è stato colpito cadendo nell’area di al-Rasafah… l’aereo è stato abbattuto sull’area di al-Rasafah, di cui le forze del regime hanno raggiunto i confini oggi, e fonti hanno suggerito all’Osservatorio siriano per i diritti umani che la coalizione internazionale lo prese di mira durante il volo in prossimità dello spazio aereo dei velivoli della coalizione, causando la caduta dei relitti su Rasafa, assieme al destino ignoto del pilota. Fonti confermavano che l’aereo non mirava alle aree controllate dalle forze democratiche siriane sulla linea di contatto con le aree controllate dalle forze del regime ad ovest di al-Tabaqa, sull’autostrada Raqqah-Rasafah”. Ecco una panoramica della situazione in Siria sudorientale:

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In basso a sinistra c’è l’area di Tadmur, a destra Dayr al-Zur, sopra Raqqa. Le aree scure sono occupate dallo Stato islamico. Centomila civili e una piccola guarnigione siriana a Dayr al-Zur sono assediati dallo Stato islamico. L’Esercito arabo siriano avanza a est su due direttrici per liberare la città. Una dalla zona di Tadmur lungo la strada a nord-est per Dayr al-Zur. La distanza ancora da percorrere è di circa 130 chilometri e va liberata una grande città, al-Suqanah, prima di procedere. L’altra da sud di Raqqa. Il guerriero della domenica, stilava questa ottima mappa di ciò che gli ricorda il “salto della rana” della Seconda guerra mondiale. Il deserto orientale siriano ha pochi centri abitati collegati da strade di altissimo valore per controllare enormi aree. Mostra il potenziale degli assi dell’avanzata e l’importanza di Rasafah, al centro dell’incidente dell’aereo.

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Raqqa è attualmente assediata dalle forze curde delle SDF (giallo) che occupano la sponda meridionale dell’Eufrate presso Tabaqa. L’Esercito arabo siriano avanza a sud di tali forze, verso est. L’obiettivo attuale è Rasafah, snodo tra strada 6 e strada 42. Se libera l’incrocio avanzerà a sud-est lungo la strada principale per Dayr al-Zur. Inoltre taglierà la via di ritirata delle forze islamiste che sfuggono a sud dall’attacco curdo su Raqqa. La distanza per Dayr al-Zur è circa 100 chilometri e non vi sono grandi ostacoli.

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Liberare l’incrocio è estremamente importante per alleviare l’assedio alla città orientale.Raqqa è oltre il limite superiore destro della mappa della zona di Tabqa. Le forze curde sono segnate in giallo, l’Esercito arabo siriano in rosso. L’Esercito arabo siriano avanza molto velocemente verso est per liberare il crocevia di Rasafah. Poche ore prima che l’aereo siriano fosse abbattuto, aveva liberato Jadin:

“Yusha Yuseef@MIG29_
Breaking, EA e Queat al-Nimr liberano Jadin, villaggio a nord di al-Asui, a sud di Raqqa
15:36 – 18 giugno 2017”
L’abbattimento dell’aereo siriano si ebbe alcune ore dopo: “Dr Abdulqarim Umar – abdulkarimomar1
La coalizione internazionale abbatte un aereo militare del regime siriano a Raqqa dopo aver bombardato i siti delle SDF nella zona di Tabaqa
18:18 – 18 giu 2017”
Posso confermare che abbiamo perso un aereo su Rasafah, lontano dalle posizioni delle SDF
Non ci sono ulteriori informazioni sul ruolo degli Stati Uniti
18:14 – 18 giugno 2017”

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Il Mig-29 siriano abbattuto è il fallimento siriano degli USA.

Ora gli Stati Uniti affermano che l’aereo siriano aveva attaccato le forze curde a Jadin. Ma non ce n’erano quando l’incidente avvenne. La città era già nelle mani dell’Esercito arabo siriano. L’aereo siriano aveva attaccato forze islamiste presso Rasafah. L’Esercito arabo siriano liberava Rasafah dallo Stato islamico, raggiungendo l’incrocio che gli permetterà di togliere l’assedio dello SIIL su Dayr al-Zur. Il cacciabombardiere siriano aveva bombardato le forze islamiste a Rasafah. Gli Stati Uniti l’avevano abbattuto affermando falsamente che attaccava le proprie forze di ascari curdi. Ciò può essere interpretato solo come tentativo degli Stati Uniti di impedire o ostacolare le forze siriane nel liberare Dayr al-Zur al più presto possibile.

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Il pilota del Mig-29 siriano abbattuto, il Ten. Col. Ali Fahd, si è lanciato con successo.

Gli Stati Uniti, volentieri o meno, aiutano le forze islamiste impegnate in attacchi pesanti alla guarnigione assediata di Dayr al-Zur. Il governo russo ha definito l’attacco degli Stati Uniti “atto di aggressione in violazione del diritto internazionale, aiutando i terroristi” dello Stato islamico. Sospendeva il coordinamento sullo spazio aereo in Siria con il comando delle operazioni statunitensi. Inoltre: “Nelle aree operative della flotta aerea russa nei cieli siriani, tutti gli oggetti aerei, compresi aeromobili e velivoli senza equipaggio della coalizione internazionale (statunitense) situati a ovest del fiume Eufrate, saranno inseguiti dalle forze di difesa di terra e aeree russe come bersagli aerei”, dichiarava il Ministero della Difesa russo”. Se fossi un pilota statunitense, eviterei la zona… Qualunque fosse l’intento statunitense, non fermavano l’Esercito arabo siriano. Rasafa veniva liberata dalle Forze Armate siriane. Il pilota abbattuto, Ali Fahd, veniva recuperato da dietro le linee nemiche da un gruppo della Quwat al-Nimr.

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Carro da battaglia T-90 siriano. Putin non guarda a spese.
Indipendente agli avvenimenti di Raqqa, la Guardia Rivoluzionaria iraniana lanciava missili balistici a media portata dall’Iran alle forze dello Stato islamico nei pressi di Dayr al-Zur in Siria. La distanza è di circa 600 chilometri. Il lancio sarebbe la rappresaglia per gli attentati del 7 giugno al parlamento di Teheran, in Iran. I missili colpivano i bersagli. Il messaggio inviato con essi va oltre la semplice rappresaglia. L’Iran dimostra di poter colpire obiettivi lontani. Stati wahhabiti del Golfo Persico e forze statunitensi nella regione dovranno prenderne atto. Non sono al sicuro dalla rappresaglia iraniana, anche in assenza di forze iraniane nelle vicinanze. L’Iran osserva di poter ripetere tali attacchi quando necessario: “Sauditi e statunitensi sono in particolare i destinatari di questo messaggio”. Secondo il Generale dell’IRGC Ramazan Sharif. “Ovviamente e chiaramente, alcuni Paesi reazionari della regione, in particolare l’Arabia Saudita, avevano annunciato di aver cercato di creare insicurezza in Iran”.
Come descritto l’ultima volta, le forze statunitensi occupano il valico di confine di al-Tanaf tra Siria e Iraq, nel sud-est della Siria.

Terroristi pro USA

US “ribelli” di AL QAEDA addestrati dalla CIA e armati dall’US ARMY

I “ribelli” addestrati dagli Stati Uniti furono fermati a nord dall’avanzata dell’Esercito arabo siriano fino al confine con l’Iraq. La milizia irachena sotto il comando del Primo ministro vi si univa e al-Tanaf è ora isolata. Diversi rapporti affermavano che gli Stati Uniti inviavano forze di agenti curdi dal nordest della Siria per difendere al-Tanaf. Ovviamente non si fidano delle forze “ribelli” arabe che avevano addestrato per occupare la Siria sudorientale. Poche centinaia di forze curde non cambiano la situazione tattica. Non c’è alcuna utilità ragionevole per esse e il contingente statunitense, che alla fine dovranno ritirarsi in Giordania. Israele da tempo sostiene i “ribelli” di al-Qaida nel sud-ovest della Siria nei pressi e sulle alture del Golan. Ciò è noto almeno dal 2014 e il sostegno israeliano è stato documentato anche dagli osservatori delle Nazioni Unite nella zona. Ma in qualche modo i media statunitensi si “dimenticavano” di riferirlo e gli israeliani erano riluttanti nel commentarla. Ciò è cambiato. Adesso c’è un diluvio di relazioni sul sostegno e finanziamento israeliano dei “ribelli” sul Golan, vicino alle parti occupate da Israele in Siria. Poche menzioni tuttavia sul fatto che le forze che Israele sostiene sono terroristi di al-Qaida. Ci sono anche gruppi dello Stato islamico che si sono “scusati” con Israele dopo uno scontro con forze israeliane. È chiaro che Israele sostiene apertamente i terroristi. Qualcuno diffonde intenzionalmente questi articoli. Presumo che Israele lo faccia preparando il quadro politico per l’ulteriore occupazione di terre siriane. Articoli confrontano le manovre israeliane con l’occupazione del Libano meridionale negli anni ’80 e ’90, trascurando di raccontare tutta la storia. L’occupazione israeliana del sud del Libano portò all’avanzata di Hezbollah e alla sconfitta delle forze israeliane, che nel 2000 si ritirarono dalle terre occupate, ed Hezbollah ora è il nemico più temuto da Israele. Sembra che Israele voglia ripetere questa esperienza.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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1241.- CINA E IRAN: MANOVRE NAVALI CONGIUNTE AD ORMUZ. Risposta all’Escalation Usa.

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Il 18 giugno navi da guerra iraniane e  cinesi hanno compiuto manovre militari congiunte nello stretto di Ormuz, passaggio strategico posto al sud dell’Iran e a nord degli Emirati Arabi Uniti. Queste esercitazioni avvengono nel pieno dello scontro diplomatico tra Teheran e Washington  e di una crisi maggiore che scuote la penisola arabica,  e che oppone il Qatar ai suoi vicini, specie l’Arabia Saudita.  Il contrammiraglio cinese Shen Hao, citato dall’egenzia iraniana IRNA,  ha spiegato che  tali manovre  congiunte  hanno lo scopo di rinforzare la fiducia le due  marine militari”.

La zona delle esercitazioni navali cino-iraniane.

Nelle stesse ore i Guardiani della rivoluzione iraniani hanno reso noto di aver sparato due missili balistici a medio raggio contro obiettivi ribelli siriani nella zona di Deir ez-Zor:  questa è  l’enclave leale al governo di Damasco che resta da anni sotto accerchiamento di Isis e altre formazioni terroristiche, e che gli americani hanno bombardato nel settembre 2016, deliberatamente  uccidendo 80-90 soldati di Assad  là assediati – sia per aiutare l’ISIS (infatti ,lo Stato Islamico ha  sferrato un attacco subito dopo il bombardamento, in evidente coordinazione Usa)  sia  per mandare a monte il primo cessate il fuoco imbastito da Mosca fra i belligeranti. Ipotizziamo come più che probabile che fra “il gran numero di miliziani” che l’Iran dice di aver ucciso coi suoi missili, ci siano anche “consiglieri” (leggi commandos) americani, britannici o israeliani.  Gli iraniani hanno dichiarato che  il lancio è anche una riposta  al recente  attentato  al Parlamento di Teheran e al mausoleo di Khomeini, rivendicato dall’ISIS (o Rita Katz). “Lo spargimento di sangue innocente non resterà senza risposta”, hanno scritto i pasdaran in un comunicato.

Risposta alla risposta, subito  dopo,  “l’esercito siriano ha confermato che aerei della coalizione a guida USA hanno abbattuto un suo velivolo SU-22 alla periferia di Raqqa. “Questo attacco arriva in un momento in cui l’esercito siriano e i suoi alleati stavano avanzando nella lotta contro i terroristi dell’Isis, i quali sono stati battuti in più di un modo nel deserto”, scrive il portavoce dell’esercito di Damasco.

E’ una vendetta  per i rovesci che le forze americane alleate ai “ribelli” hanno subito ad Al-Tanf,  posto del confine tra Irak e Siria, dove hanno tentato invano, con attacchi proditori, di impedire alle forze siriane regolari di collegarsi con le forze irachene anti-ISIS.    Ad Al Tanf , le forze statunitensi (Berretti Verdi sotto comando CIA) dispiegate all’interno di una base  ufficialmente per “preparare” le forze ribelli,  ma sono state colte di sorpresa dalla velocità e l’efficienza delle tattiche  utilizzate dalle unità delle forze armate siriane .

L’intervento degli F-18 e degli A-10 americani hanno fatto pagare un alto prezzo ai combattenti siriani, privi di copertura aerea e ancor più crudelmente, di anti-aerea: 88 soldati uccisi  dai cannoncini di bordo.

E  nonostante ciò, una controffensiva sferrata dai ribelli  guidati dai Berretti Verdi subito dopo l’attacco aereo, evidentemente coordinata  con l’Air Force, è stata fatta fallire dai siriani.  Le cui forze speciali “hanno  superato sul fianco i ribelli e sono riusciti a condurre una perfetta  manovra di accerchiamento”. Si parla di 1300 ribelli perduti per l’America.Le perdite americane non sono dichiarate, come al solito  (mica possono confessare che si battono a fianco dei tagliagole), ma non possono esser mancate.

..”I ribelli e le forze Usa con loro si son trovati intrappolati  ed hanno dovuto la loro salvezza dall’annientamento solo ad  una pressione molto energica dei russi sul comando siriano. Il Pentagono ha riconosciuto il ruolo della Russia nello “acquietamento” di Al Tanf”. Fin qui il comunicato siriano.

https://strategika51.wordpress.com/2017/06/18/le-declin-tactique-dal-tanf/

Ovviamente la Russia  non dà  agli alleati la copertura aerea per non arrivare ad un confronto diretto con l’aviazione americana.  Il Pentagono   ha ringraziato,  riconosciuto che i suoi soldati sono stati salvati da Mosca, e poi 1) abbattuto il vecchio aereo siriano, e 2) mandato a rafforzare la base  di Al Tanf  i loro  lanciarazzi plurimi su automezzo  HIMARS (High Mobility Multiple Advanced Rocket System).

Mosca  avvisa: ogni oggetto volante sarà abbattuto

 

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Quindi vogliono la rivincita; siano i russi ad evitare il confronto, a mantenere un senso di responsabilità;  loro preparano l’escalation – fin dove, se non verso la guerra mondiale?

A questo punto, Mosca ha interrotto ogni coordinamento con la aviazione americana, ed ha annunciato che “nelle zone d’intervento della  flotta aerea russa in Siria, ogni oggetto volanti, droni compresi, della coalizione internazionale [ quella messa insieme dagli Usa] all’ovest dell’Eufrate, saranno considerati come bersagli dalle forze  terrestri e  aeree russe” (19 giugno).

I comandi regolari siriani, nonostante le perdite, hanno evidenti motivi  di soddisfazione: in tre occasioni le loro forze sono riuscite  ad accerchiare le forze  speciali americane, che hanno rivelato così una palese inferiorità tattica  e combattiva; hanno dovuto richiedere l’appoggio aereo; ma intanto  i siriani si sono spinti fino alla frontiera con l’Irak – ciò che i brutali interventi americani volevano impedire.

Cosa accadrà adesso è difficile dire.  “Alcuni civili pazzi alla Casa Bianca spingono per ampliare il conflitto in una vera e propria guerra Iran-Usa. I comandi militari  stanno frenando”, il che non stupisce dopo i rovesci sul terreno, e temendo per le loro truppe nella più vasta area irachena, esposte ad un vero conflitto – –  ma ci sono elementi al Pentagono e alla Cia che sono per  l’escalation.

https://www.yahoo.com/news/white-house-officials-push-widening-225019128.html?.tsrc=jtc_news_index

Frattanto il Senato Usa ha votato, con una maggioranza di 98 su cento, un vero e proprio atto di guerra contro Teheran. Non solo rimette in vigore  le sanzioni già tolte e ne aggiunge di nuove, ma esige dal presidente che dia ordine “di ispezionare sistematicamente navi e aerei iraniani”  per impedire ogni assistenza armata ai  paesi in preda alla guerra contro(o pro) il terrorismo; per la prima volta, pone le Guardie della Rivoluzione Islamica iraniane nella lista delle “organizzazioni terroristiche”; invita il presidente a “identificare ogni  altra azione iraniana suscettibile di essere sottoposta a sanzioni”,  e  a studiare modo di impedire all’Iran di finanziare il suo programma missilistico.

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Le esercitazioni navali congiunte Pechino-Teheran sullo stretto di Ormuz  sembrano essere una risposta, molto cinese, a  questa frenesia di rabbia e demenzialità Usa.

1236.- E se l’ Iran attaccasse per primo….?

L’Iran è un Paese cui sono legato da molti ricordi. Ancora, sul web, ritrovo amici e colleghi di troppo tempo fa e, ancora, ricordo le belle figure dello Scià Reza Palevi, di Soraya e, poi, di Farah Diba. Oggi, che il destino di popoli che, per decenni, hanno costruito una società migliore, giace ai piedi delle compagnie petrolifere; che vedo distrutte le grandi opere di Muhammad Gheddafi per far decollare l’Africa e vedo la menzogna e l’ipocrisia, ma – perché no? – l’idiozia degli yankee e degli europei rivolgergli contro la morte: oggi la Persia mi è più cara. Salute e fortuna a te, Bahman Shafighi e ai nostri compagni.

IL DIRITTO DELL’IRAN DI ATTACCARE ISRAELE.

Dopo anni vissuti nel timore di un attacco militare israeliano, Teheran sta adesso contemplando l’idea di un attacco preventivo, considerati i preparativi israeliani per un raid aereo contro le istallazioni nucleari iraniane. Citando il diritto a una autodifesa preventiva e invece di aspettare che Israele faccia la prima mossa, l’Iran dovrebbe muoversi prima e mutilare la capacità di Israele di dare vita al minacciato attacco.

Questo piano iraniano di lanciare un attacco preventivo è perfettamente legale e in accordo col diritto consuetudinario internazionale, secondo il parere di diversi analisti politici di Teheran: “Secondo la carta delle Nazioni Unite, l’Iran ha il diritto proprio all’autodifesa che in questo caso si tradurrebbe al diritto di rispondere alla chiara e presente minaccia di attacco imminente da parte dello stato di Israele, in palese violazione delle leggi internazionali”, ci dice, con la garanzia dell’anonimato, un giurista politico dell’università di Teheran.

In parole povere, gli argomenti legali di Teheran in favore di un attacco preventivo si poggiano su diversi elementi incrociati.

Primo: secondo l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, l’Iran ha il diritto di attaccare Israele in quanto quest’ultimo si è già prodigato in una serie di atti ostili che includono gli assassinii di scienziati nucleari iraniani, vari sabotaggi e cyber-guerra con conseguenze letali, per non menzionare le dichiarazioni di intenti di un attacco all’Iran nell’immediato futuro da parte di suoi capi politici e militari.

Secondo, questi atti illegali, unitamente alle dichiarazioni di intenti, costituiscono un’imminente minaccia alla sicurezza nazionale iraniana, definita in base al diritto consuetudinario internazionale nei termini di atti ostili di offesa da parte di uno stato contro un altro.

Terzo, l’Iran ha già esaurito tutti i suoi mezzi diplomatici per evitare un attacco israeliano, e protestare a più riprese presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stato inutile in quanto non è mai stato ascoltato.

Quarto, la dichiarata intenzione da parte di Israele di attaccare l’Iran viola la legge internazionale per una serie di altre ragioni:

– l’Iran non ha mai minacciato di usare la sua capacità nucleare per attaccare Israele;

– esiste un impedimento legale contro qualsivoglia attacco ai siti nucleari iraniani, alla luce della risoluzione 533 della Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica che proibisce attacchi simili e li considera violazioni della legge internazionale;

– l’Iran è uno dei firmatari del Trattato di Non-Proliferazione, la sua dirigenza ha rinunciato formalmente agli armamenti nucleari, c’è assenza di qualsivoglia trattato che impedisca all’Iran di dotarsi un suo ciclo del combustibile nucleare e ancora oggi, dopo approfondite ispezioni alle sue istallazioni, l’AIEA non ha mai rilevato deviazioni di materiale nucleare verso fini militari;

– i fatti, compresi alcuni rapporti del Washington Post che citano l’opinione del Ministro della Difesa statunitense Leon Panetta, lasciano capire che Israele è ben oltre la fase preparatoria di un attacco e si sta scaldando per implementare questo piano nei prossimi mesi.

Considerato tutto ciò, esiste una ricca base legale per un attacco preventivo da parte dell’Iran verso Israele, senza discutere se ci stia o meno pensando o se ne avrebbe davvero l’effettiva capacità.

Secondo i rapporti dei media iraniani, l’Iran dispone di circa 11.000 missili in grado di colpire obiettivi su tutto il territorio israeliano. Ma lasciando da parte il discorso militare e restando nei limiti degli argomenti legali, l’illegittimità delle intenzioni ostili di Israele e la legittimità del diritto iraniano di attaccarlo per primo sono due facce della stessa medaglia.

Anche le sanzioni ONU contro l’Iran dovrebbero essere considerate illegali, secondo la legge internazionale. Secondo le bozze della commissione legale internazionale, un atto illegale intenzionale da parte di uno stato comprende due elementi (art. 3): l’elemento oggettivo che consiste in azione o omissione contraria a un obbligo internazionale e l’elemento soggettivo che ha a che fare con le intenzioni di uno stato. Nessuno dei due elementi è presente rispetto al programma nucleare iraniano.

L’assenza di prove che evidenzino la destinazione del materiale nucleare per scopi militari – confermata dopo estese ispezioni dei siti iraniani da parte dell’AIEA e insieme all’esplicita rinuncia alle armi nucleari da parte della dirigenza iraniana che si poggia su basi politiche, religiose e morali – costituisce un ostacolo tanto all’applicazione di sanzioni quanto alla realizzazione delle minacce di guerra all’Iran.

Questo è un promemoria per i diversi osservatori internazionali che hanno acclamato le recenti critiche di Barack Obama rivolte agli “irresponsabili tamburi di guerra contro l’Iran”, tralasciando il fatto che le esplicite minacce di Obama di tenere aperta “l’opzione militare” costituiscono una violazione della carta delle Nazioni Unite che proibisce minacce simili da parte degli stati membri.

Ma Obama, una volta professore di diritto costituzionale, persegue negli errori con l’Iran, continuando a sostenere che, una volta esauriti i canali diplomatici, gli Stati Uniti potrebbero ricorrere all’opzione estrema di attaccare le istallazioni nucleari iraniane. Come hanno correttamente sottolineato vari assennati opinionisti statunitensi, tra i quali il professore di giurisprudenza di Yale, Bruce Ackerman, in un recente editoriale sul Los Angeles Times, ogni attacco di tale natura sarebbe illegale secondo i fondamenti della legge internazionale.

Facendo eco all’opinione di Ackerman, va aggiunto che alcuni esperti pro-Israele che tendono a legittimare l’attacco israeliano hanno volontariamente distorto il significato e gli obiettivi del diritto all’autodifesa, presentandone una concezione alquanto dubbia che si rifà al tentativo fallito della amministrazione Bush di allargare il concetto di autodifesa preventiva e che fu fortunatamente sconfitto all’ONU.

Simili a un déjà vu storico, gli attuali strali pro-Israele che spingono verso un attacco all’Iran, sono sorprendentemente simili a quelli sentiti prima della guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq, che fu totalmente legittimata agli occhi dell’opinione pubblica grazie alla pressione esercitata dall’esercito propagandistico di Israele nei confronti della stampa occidentale.

La grande domanda è se la comunità internazionale ha imparato o meno la lezione del fiasco iracheno e, ancora più importante, se le voci della ragione potranno prevalere su quelle che spingono per un altro disastroso conflitto in Medio Oriente.

Secondo tutti gli indizi, nei prossimi mesi potremmo avere la risposta a questa stringente domanda.

DI KAVEH L. AFRASIABI

Iran’s legal right to attack Israel
By Kaveh L AfrasiabiPALO ALTO, California – After years of living in the shadow of an Israeli military strike, Iran is now openly contemplating the idea of pre-emptive strike, in light of Israel’s preparedness for imminent attack on Iran’s nuclear facilities. Citing a right to anticipatory self-defense, the Iranian argument is that instead of waiting for its Zionist adversary to make a move, Iran should take the offensive and cripple Israel’s ability to deliver on its threatened assault.

Iran’s plan to initiate a pre-emptive strike on Israel is perfectly legal under customary international law, according to several Tehran political analysts specializing on Iran’s foreign affairs. “Under the UN Charter, Iran has the inherent right of self-defense that in this case translates into the right to respond to the clear and present danger of imminent attack by the state of Israel in clear violation of international law,” says a Tehran University political scientist who spoke to the author on the condition of anonymity.

In a nutshell, Tehran’s legal argument in defense of a pre-emptive strike on Israel centers on several inter-related elements.

First, under Article 51 of the UN Charter, Iran has the right to strike Israel because Israel has already engaged in overt hostile acts including the assassination of Iran’s nuclear scientists, sabotage, and life-threatening cyber-warfare, not to mention Israeli political and military leaders’ open declarations of intent to attack Iran in the immediate future.

Second, these illegal acts combined with the declarations of intent constitute an imminent national security threat to Iran, defined under customary international law in terms of “outward hostile acts” of one state against another.

Third, Iran has already exhausted all the diplomatic means for deterring an Israeli strike, such as by repeatedly complaining to the UN Security Council, to no avail as the Security Council has turned a blind eye.

Fourth, Israel’s stated intention to attack Iran violates international law for a number of other reasons:

  • Iran has never threatened to use its nuclear capability to attack Israel.
  • There is a legal bar against any attack on Iran’s civilian nuclear facilities, in light of the Resolution 533 of International Atomic Energy Agency (IAEA), which prohibits any such attack and deems it a violation of international law.
  • Iran is a signatory to the Non-Proliferation Treaty (NPT), its leadership has formally renounced nuclear weapons, there is an absence of any treaty constraint barring Iran’s possession of a nuclear fuel cycle, and to this date after extensive inspection of Iran’s nuclear facilities, the IAEA has never detected any diversion of nuclear material to military purposes.
  • Evidence, including reports in Washington Post citing the opinion of US Defense Secretary Leon Panetta, suggests Israel is well beyond the “preparatory stages” of an attack on Iran and is gearing up to implement this plan within the next several months.Taken together, these arguments make a potent legal case for Iran’s anticipatory strike on Israel, irrespective of whether or not Iran moves forward with it or has the actual capability for a successful pre-emptory attack to disable its ardent enemy. According to Iranian media reports, Iran has some 11,000 missiles able to hit targets throughout Israel. The issue of military capability aside, within Iran’s legal discourse, the unlawfulness of Israel’s hostile intention and the lawfulness of Iran’s right to attack Israel first are basically two sides of the same coin. Even the UN sanctions on Iran, let alone US and or Israeli war on Iran, should be viewed as illegal under international law.

    According to the International Law Commission’s Draft Articles, an intentionally wrongful act of a state comprises two elements (Article 3): the objective element consisting in an action or omission contrary to an international obligation, and the subjective element having to do with intentions of a state. Neither element can be found with respect to Iran’s nuclear program.

    The absence of any evidence of diversion of nuclear material to military activities, based on extensive inspection of Iran’s facilities by the IAEA, together with explicit renunciation of nuclear weapons on political and moral and religious grounds by Iran’s leadership, constitute a bar to the application of both sanctions as well as threats of war on Iran. [1] This is a reminder to a number of international observers who have hailed United States President Barack Obama’s recent criticisms of “irresponsible drumbeats of war on Iran,” overlooking that Obama’s explicit threat of keeping the “military option” constitutes a violation of UN Charter, that forbids such threats by UN member states.

    The fact is that Obama, a former professor of constitutional law, continues to get it wrong on Iran by insisting that once all diplomatic channels are exhausted, then the US may resort to the final option of attacking Iran’s nuclear facilities. As a number of sane US pundits, such as Yale law professor Bruce Ackerman, in his recent opinion piece in Los Angeles Times, have rightly pointed out, any such strike would be illegal from the prism of international law.

    To add to Ackerman’s argument, pro-Israel pundits legitimizing an Israeli attack on Iran have willfully distorted the meaning and purview of the right to self-defense, by advancing a dubious understanding that harks back to the George W Bush administration’s ill-fated attempt to extend the definition of “anticipatory self-defense,” which was thankfully defeated at the UN. [2]

    A historical deja vu, the present pro-Israel discourses on attacking Iran, are strikingly similar to the ones heard prior to US’s “proxy war” on Iraq nine years ago, which was fully rationalized by the whole army of Israel propagandists swarming the Western media. The big question is whether or not the international community has learned any lesson from the Iraq fiasco and, more important, whether voices of reasons can prevail over voices that thirst for another calamitous conflict in the Middle East? By all indications, the next several months will hold the answer to this critical question.

    Notes:
    1. Security Council and Iran’s Legal Rights, A Rejoinder.
    2. UN Management Reform (2012).

    Kaveh L Afrasiabi, PhD, is the author of After Khomeini: New Directions in Iran’s Foreign Policy (Westview Press) . For his Wikipedia entry, click here. He is author of Reading In Iran Foreign Policy After September 11 (BookSurge Publishing , October 23, 2008) and Looking for Rights at Harvard. His latest book is UN Management Reform: Selected Articles and Interviews on United Nations CreateSpace (November 12, 2011).

    (Copyright 2012 Asia Times Online (Holdings) Ltd. All rights reserved. Please contact us about sales, syndication and republishing.)

1200.- Trump bin Salman ha (ri)dichiarato guerra all’Iran, per conto d’Israele.

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Trump, a Riad, ha incontrato ben una quarantina di capi di Stato della zona e ha usato parole concilianti verso il mondo arabo, invitando tutti i presenti a unirsi agli Stati Uniti d’America per combattere contro l’estremismo islamico.

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Il Donald Trump che si è presentato in Arabia Saudita, infatti, è stato più docile e accomodante del solito. La foto lo ritrae a fianco del re saudita Salman e nel momento dell’inaugurazione del Global Center for Combating Extremist Ideology.

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Il presidente americano e il re saudita Salman hanno firmato un accordo in base al quale Riad comprerà armi e sistemi d’arma dagli Usa per 110 miliardi di dollari. L’obiettivo, ancora più ambizioso, dovrebbe essere quello di arrivare a quota 350 miliardi di dollari in 10 anni. Ecco finanziato il programma di riarmo degli Stati Uniti, dopo le batoste ricevute in Siria.
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Trump e i sauditi hanno voluto dare il massimo risalto a questa visita, presentata come ‘reset’ nelle relazioni tra i due alleati dopo le tensioni tra Riad e Washington durante gli anni dell’amministrazione Obama, sancito dal via libera all’enorme commessa militare, di quasi 110 miliardi di dollari. Tra i banchetti e i ricevimenti organizzati per Trump e la sua delegazione vi è stata anche una ‘ardha’, la tradizionale danza delle spade saudita. Trump, il segretario di Stato, Rex Tillerson, e quello al Commercio, Wilbur Ross, hanno danzato imbracciando una spada. Trump e re Salman hanno, poi, firmato un memorandum di intenti che li impegna a “contrastare l’estremismo violento, smantellare il terrorismo finanziario, e aumentare la cooperazione in materia di sicurezza”, che, tradotto, significa guerra all’IRAN (ma l’IRAN è amico nostro) e agli Hezbollah, per conto d’Israele e genocidio degli yemeniti da parte dei sauditi.

 

Minolta DSC   Maurizio Blondet

Spero sia chiaro  quel che è accaduto a Ryad,  e trovo strano che i titoli dei media occidentali facciano finta di non capirlo.  Affiancato dai monarchi sauditi e dagli emiri che finanziano Isis, al Qaeda, tutti i mercenari al Captagon che devastano e decapitano in Siria, ha dichiarato che “l’Iran è la punta di diamante del terrorismo globale”  – ripetendo una frase appena pronunciata da re Salman – ed ha ingiunto a Teheran di smettere di aiutare i  terroristi islamici. Tali “terroristi islamici” sono  ovviamente Hezbollah in Libano, e il governo siriano di Assad, che l’Iran aiuta militarmente contro l’aggressione saudito-americana ed ebraica. Ovviamente, Hezbollah è ritenuto da Israele “una minaccia esistenziale” (perché è la solo forza araba che l’ha vinta in uno scontro), e questo dovrebbe spiegare abbastanza: gli Usa tornano a fare le guerre per Israele. Come sempre.

Dei “sette stati in cinque anni” che al Pentagono era stato incaricati di abbattere dopo e col pretesto dell’11 Settembre, l’Iran è il solo rimasto  intatto. Gli altri, Irak, Siria, Libia, Somalia, Sudan, sono stati  devastati come Israele ha voluto.  Per anni McCain ha canterellato “Bomb bomb bomb Iran”, come suggeriva la lobby, invano. Ora sembra  che ci siamo. Trump ha annunciato la creazione di una grande alleanza araba contro l’Iran, una specie di NATO del Golfo; sunniti contro sciiti, con una piccola eccezione:  Israele sarà fianco dell’Arabia Saudita. Contro Teheran, guerra senza quartiere. Proprio nel momento in cui gli iraniani, votando massicciamente Rouhani, hanno espresso la speranza di normalizzare i rapporti  con l’Occidente.  Tutto il successo di Rouhani è stato la rinuncia all’arma atomica, in cambio della riammissione del paese all’onore del mondo, dopo un trentennio di sanzioni. Questa speranza sarà resa vana. La sola salvezza, nel mondo  creato dalla superpotenza al servizio di Sion, è proprio avere le testate atomiche sufficienti a dissuadere i criminali globali.

Sarà guerra ibrida, sovversione e aggressione, come al solito. Sembra che i cervelli strategici Usa ritengano il regime  in grave crisi economica, dissanguato nelle finanze dall’aiuto che fornisce a Siria e Hezbollah, e la popolazione sia sull’orlo della rivolta: regime change in vista.

La  casa saudita ha pagato caro. Il prezzo del riscatto, secondo Silvia Cattori. Altro che 150 miliardi di dollari in armamenti. “L’Arabia ha promesso 300 miliardi di dollari di contratti di difesa nel prossimo decennio, e 40 miliardi di dollari d’investimento nelle infrastrutture. La cifra finale, secondo alcuni iniziati di Wall Street, potrebbe ancora salire a mille milioni di dollari. La Casa Bianca è in estasi davanti agli effetti di questa pioggia di denaro saudita all’interno del Paese. Secondo il resoconto uffiilale dopo l’incontro avvenuto (alla Casa Bianca) tra il principe ereditario ben Salman e Trump, oltre un milione di posti di lavoro potrebbero essere creati direttamente, e  milioni di altri  nella catena di approvvigionamento”.

Insomma Ryad ha accettato di salvare l’industria americana dalla bancarotta, di ravvivare la sola industria che conti –  il militare-industriale. Trump  ha ottenuto di fare l’America “great again” con i miliardi di Ryad. Trump   aveva promesso di far pagare i sauditi  anche per i missili che non userà, l’immane spropositato  sofisticato  armamento, inutilizzabile in un regnicolo di analfabeti.  Assistiamo ad una fantastica integrazione economica e politica fra la Superpotenza e  la cosca wahabita  decapitatrice,  dove l’una sostiene l’altra impedendole di crollare, una nella bancarotta, l’altra nell’autodistruzione; un mostro genetico in fieri da diverso tempo, da quando Hillary era ministra degli Esteri.  Un mostro a due teste, anzi a tre – non bisogna dimenticare infatti la nota lobby, fautrice dell’integrazione saudio-americana.

Ovviamente ciò è possibile avendo abbandonato ogni senso di vergogna, di dignità e di verità. Condizione tipica del governare col caos.

Infatti è la ripresa della Dottrina Wolfowitz.

 

Nel 1992, il segretario alla Difesa di allora – era  Dick Cheney – chiese al suo sottosegretario alla Defence Policy  – era Paul Wolfowitz – di tratteggiare il documento di “guida alla politica di difesa Usa per gli anni 1991-99”.

Il documento divenne noto come “Dottrina Wolfowitz”:

“E’ la strategia  per fondere in una unità pratica gli interessi americani e quelli globali sionisti”,  ha detto  Gilad Atzmon.

“Il nostro primo obbiettivo –  scrive Wolfowitz – è prevenire il riemergere di un nuovo rivale, nel territorio dell’ex Unione Sovietica o altrove, che ponga una minaccia dell’ordine di quello posto dall’ex Unione Sovietica.

“Gli Usa devono mostrare la  leadership necessaria per instaurare e proteggere un nuovo ordine che mantenga la promessa  di convincere potenziali competitori che non devono aspirare ad un maggior ruolo o a perseguire una postura più aggressiva per proteggere i loro interessi”.

Ciò andava fatto con azioni “unilaterali”. Alla fine, come dice ancora Atzmon, saltava fuori in Wolfie,  l’allievo di Strauss, il   doppio passaporto: riaffermava  l’eterno impegno americano per lo stato giudaico. “Nel  Medio Oriente  e nel Golfo Persico, vogliamo favorire la stabilità regionale [sic],  dissuadere  ogni aggressione contro i nostri amici e interessi nella regione…Gli Stati Uniti sono impegnati  alla sicurezza di Israele e a mantenere   il primato qualitativo degli armamenti che è cruciale alla sicurezza   di Israele”

Guerra alla Russia,  guerra all’Iran. Tutto come prima.

1195.- La Grande Armée sunnita nel Medio Oriente

Da Ennio Remondino: Come si sviluppano gli scenari diplomatici in Siria e in Irak dopo il cambio della guardia alla Casa Bianca. Si cerca di costituire un esercito di mezzo milione di uomini col sostegno dell’Arabia Saudita

Di , responsabile di Osservatorio Internazionale.
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Da un pezzo gli analisti battono sulla svolta decisiva che Trump ha dato alla politica estera americana in Medio Oriente. Obiettivamente, rispetto alle strategie della Casa Bianca al tempo di Obama, c’è stata una netta inversione di tendenza: il dato di fatto più eclatante è che Dipartimento di Stato e Pentagono adesso pensano che sia fondamentale restare ancorati alla sponda sunnita.
In sostanza, viene completamente messa da parte la tattica che puntava al sostegno della componente sciita nel conflitto, e contemporaneamente si cerca di riguadagnare le passate alleanze che avevano garantito un equilibrio instabile, ma durevole nel medio-lungo periodo.

A suggellare questa rivoluzione diplomatica sarà il viaggio di Trump tra una decina di giorni, quando sbarcherà in Arabia Saudita per chiarire agli sceicchi i termini della sua proposta. Certo, al centro dell’azione diplomatica di Pennsylvania Avenue resta la lotta mortale contro l’Isis. Soltanto che, adesso sono stati rivoluzionati i termini della questione. Gli Stati Uniti puntano alla costituzione di una solida armata arabo-musulmana in grado di garantire la pace nella regione e, contemporaneamente, di arginare la spinta propulsiva dell’Isis, che si va esaurendo. Dal giorno 22 ne sapremo di più.
Terrorizzati dall’incombente presenza dell’Iran come potenza nucleare regionale, i sauditi sembrerebbero pronti a sottoscrivere un accordo che consenta agli Stati Uniti di contare su una riserva operativa di almeno mezzo milione di uomini.

Gli sherpa dei due schieramenti stanno lavorando duramente per raggiungere uno straccio di accordo che lasci tutti soddisfatti. In particolare, bisognerà vedere quali garanzie Donald Trump sarà pronto a gettare sul tavolo per fare in modo che i sauditi accettino la sua nuova strategia di emarginazione della componente sciita, dell’Iran, soprattutto, e di Hezbollah.
In questo senso, sono chiarissime le pressioni che arrivano da Gerusalemme per fare in modo che gli Stati Uniti si preoccupino dell’evoluzione che potrebbero avere le tensioni in tutto il Libano meridionale e nella fascia del Golan.

La Casa Bianca sta organizzando il prossimo summit in grande: al vertice saranno presenti la famiglia reale Saudita al gran completo, il re di Giordania Abdullah e il primo ministro pakistano Navaf Sharif. Significativa l’assenza del presidente egiziano El-Sissi, il quale anche in questa occasione ha tenuto a marcare una differenza di strategia con i suoi amici-nemici americani. Dall’incontro in Arabia Saudita dovrebbero saltare fuori le ultime direttive per liquidare la pratica di Mosul nell’area irakena, e di Raqqa, ritenuta la capitale del Califfato. I piani segreti di intervento, elaborati minuziosamente dal segretario Usa alla Difesa James Mattis e dal National security adviser McMaster puntano proprio alla riconquista diretta di Raqqa come simbolo del rinnovato slancio dimostrato dalla coalizione nella lotta all’Isis.

E proprio il nuovo esercito arabo-sunnita dovrebbe costituire il nerbo della forza d’attacco da utilizzare su tutto lo scacchiere mediorientale, non solo in Siria. Si tratterebbe di una sorta di garanzia o di assicurazione sulla vita in grado di tacitare in primis Netanyahu e tutto il governo israeliano. Intanto, sul terreno la situazione resta confusa. In questa fase l’onere dell’offensiva è sostenuto dai curdi delle milizie YPG. Uno dei successi che viene rivendicato dalle forze della coalizione negli ultimi giorni è la conquista della diga di Tabqa, la più grande della Siria, che era caduta da tempo nelle mani dell’Isis.

Comunque sia, la verità è che al Pentagono non ritengono i curdi in grado di abbattere le resistenze del Califfato. Lo stesso generale Joseph Dunford, Capo di Stato maggiore dell’Us Army, ha dichiarato che per raggiungere gli obiettivi prefissati c’è bisogno di uno sforzo ulteriore. Probabilmente, la svolta voluta da Trump va in questa direzione: ai sunniti viene offerta la possibilità di un contrasto politico-diplomatico verso la componente sciita. Ma, contemporaneamente, gli alleati esigono uno sforzo complessivo, sostanziale e senza tentennamenti proprio da parte di tutte le componenti sunnite della regione, per risolvere definitivamente la pratica del Califfato.

1003 .-L’occidente privilegia il radicalismo sunnita e mente su chi fomenta il terrorismo

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La menzogna sembra essere ciò che guida le relazioni internazionali. La menzogna ha conseguenze, deteriora la vita, svilisce l’umano, fa essere rinunciatari, fa perdere l’interesse per la politica, tende ad essere cinici. Ha anche conseguenze pratiche. Uno dei più grandi problemi ‘nascosti’ dai governi occidentali è la loro propensione a stringere accordi economici con i paesi del Golfo, quei paesi che esportano la forma più radicale e violenta dell’Islam.

L’occidente ha assecondato questa forma di islam per due ragioni: la prima è il petrolio e i soldi, la seconda è per polverizzare il medioriente. Ne ha parlato padre Cervellera direttore di Asia News intervenuto il 12 febbraio a Roseto in un incontro che ha portato a tema gli attuali scenari politici nel medio oriente. L’incontro è stato organizzato dalla locale ‘Associazione Culturale Goccia nell’oceano’.

Il sacerdote si è soffermato soprattutto nel racconto della grande testimonianza di fede dei cristiani e del loro desiderio di non lasciare la terra di Gesù. Tuttavia, ha denunciato le difficoltà che essi devono affrontare a causa per la politica di sbriciolamento del medio oriente che le potenze occidentali hanno iniziato dall’ Ottocento. Quest’opera di permanente destabilizzazione è portata avanti a vantaggio di Israele tramite i principali alleati regionali, i regnanti sauditi.

Chi cerca di contrastare questo progetto rompendo le uova nel paniere, è l’Iran. E’ per questo che Teheran è considerato il più grande nemico dagli USA e dai suoi alleati. Per mascherare le vere ragioni di tale ostilità, gli Usa lo considerano “il più grande stato che sostiene il terrorismo al mondo”(legge Export Administration): lo ha detto il capo del Pentagono James Mattis nella sua recente visita a Tokyo, lo ha detto Trump, lo ha detto Obama così come lo hanno detto tutti i suoi predecessori (dall’epoca dello Scia di Persia in poi).

E’ evidente che proseguendo con questo atteggiamento basato su colonialismo e petrolio, i conflitti non finiranno mai. Inoltre, proseguendo per questa china, il terrorismo prenderà sempre più piede perché l’interpretazione religiosa che i nostri alleati sauditi diffondono a suon di dollari in tutto il mondo, “è esattamente la stessa applicata sul terreno da tutti i terroristi armati” (Asia News).
Che dire? Bisogna essere ciechi per non vedere che tutti gli attentatori in Europa ed in medioriente sono sunniti ispirati dalla lettura wahabita dell’islam diffusa dai sauditi.

Questa è un’interpretazione religiosa lontana mille miglia da quella che Padre Cervellera ha raccontato aver visto insegnata nelle università islamiche iraniane. Infatti, in quegli atenei “gli studenti leggono tutta la filosofia occidentale, e cercano di capire il cristianesimo leggendo direttamente il Vangelo e il Catechismo della Chiesa Cattolica e non i commenti musulmani sul Vangelo “.

Quindi, come ha detto il direttore di Asia News: “l’islam sciita dell’Iraq e soprattutto dell’Iran è un islam di cultura molto elevata, un islam aperto che vuole dialogare con l’occidente, è un islam che segue le fonti religiose del Corano”, mentre l’interpretazione che “è stata data dagli Imam degli Abith del Profeta (gli Adith sono detti, fatti attribuiti a Maometto ma scritti 300/400 anni dopo la morte del Profeta), costituiscono l’interpretazione araba dell’Islam, quella diffusa dall’Arabia Saudita nel mondo”.

In definitiva, quella di padre Cervellera è un’ulteriore conferma di una evidenza che è sotto gli occhi di tutti: la fonte del terrorismo dell’ISIS, di al Qaeda e del radicalismo dei Fratelli Musulmani, ha a che fare con l’Arabia Saudita e non con l’Iran.

Ma Washington da quell’orecchio non ci sente, tant’è che il direttore della Cia Mike Pompeo ha consegnato ai principi sauditi, una medaglia al Merito per la lotta contro il terrorismo conferita dalla Casa Bianca.

E’ chiaro che ogni soluzione operativa contro il terrorismo che non tenga conto di queste evidenze, pecca di un vizio all’origine: paradossalmente il piano che Trump ha ordinato di presentare entro questa settimana per sconfiggere ISIS non fa menzione degli altri gruppi terroristici. La ragione di questa ‘dimenticanza’ è che questi ultimi serviranno ancora per indebolire il governo siriano e tenere ‘occupati’ i russi.

Patrizio Ricci

972.-ALTRO CHE OBSOLETA, LA NATO CON MATTIS SI ALLARGA A SUD CON UN «HUB» DI GUERRA

 

A chi stupisce per le «proiezione di forza oltre i nostri confini» contenute nel Libro Bianco della Difesa approvato il 10 febbraio, torna utile il discorso con cui  Stoltenberg, ha aperto il Consiglio Nord Atlantico, parlando di «proiezione di stabilità oltre i nostri confini». Niente di originale, dunque, nel documento firmato dal ministro Pinotti, ma la disciplinata esecuzione delle linee guida dettate dalla Carta delle Nazioni Unite (Ratificata dall’ltalia – membro delle N.U. dal 1955 – con legge 17 agosto 1957 n. 848 in Suppl. Ord. G.U. n. 238 del 25 settembre 1957), Capitolo VII – “Azione rispetto alle minacce alla pace, alle violazioni della pace ed agli atti di aggressione”e dal Trattato Nord Atlantico, con la speranza di non andare verso la “guerra fredda due”. In calce, riporto il testo del TRATTATO DEL NORD ATLANTICO e, in particolare, l’art. 5.

Il nuovo «Hub per il Sud», che verrà realizzato a Napoli, costituirà la base operativa per la proiezione di forze terrestri, aeree e navali in una «regione» dai contorni indefiniti, comprendente Nordafrica e Medioriente ma anche aree al di là di queste. È disponibile per tali operazioni la «Forza di risposta» della Nato, aumentata a 40mila uomini, in particolare la sua «Forza di punta ad altissima prontezza operativa», che può essere proiettata in 48 ore «ovunque in qualsiasi momento».
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Trump nomina “Mad Dog, Cane pazzo Mattis”, l’ex generale dei marines, come segretario alla Difesa. Un leader per tempi di guerra e non un burocrate. Trump, annunciandone la nomina, ha paragonato Mattis a George Patton, il generale americano protagonista della seconda guerra mondiale, soprannominato «generale d’acciaio», noto per la risolutezza e l’eccentricità e, per i siciliani, “Quello che ordinò ai marines di non fare prigionieri”. In Iraq, Mattis, a una conferenza nel 2005, dichiarò che gli era piaciuto. «È divertente sparare a determinate persone. Vai in Afghanistan, dove ci sono uomini che hanno schiaffeggiato donne per 5 anni perché non indossavano il velo…ed è un gran divertimento sparargli», dichiarò, suscitando scalpore. Come Trump, predilige la linea dura con gli avversari e con l’Iran in particolare. Lo scorso aprile, parlando al Center for Strategic and International Studies, Mattis stigmatizzò l’accordo sul nucleare iraniano e sottolineò come l’attenzione venga erroneamente concentrata solo sui gruppi terroristici come Isis o al-Qaeda, mentre è l’Iran a rappresentare «la più forte minaccia per la stabilità e la pace nel Medio Oriente». Un verdetto obbligato per un alleato di ferro dei sauditi.  Come ministro della Difesa, Mattis «eredita» le crisi in Iraq e in Siria dove le truppe Usa sono impegnate a formare le forze locali mentre commando speciali prendono di mira i leader delle organizzazioni terroristiche. La nomina di Mattis, ha completato la squadra di vertice sulla sicurezza nazionale, a fianco dell’ex generale Michael Flynn, National Security Adivisor e del deputato repubblicano Mike Pompeo designato alla Cia. 

17 FEB 2017 — Manlio Dinucci

Alla riunione del Consiglio Nord Atlantico, apertasi ieri a Bruxelles, la ministra Pinotti e gli altri ministri europei della Difesa hanno tirato un sospiro di sollievo: la Nato non è «obsoleta», come aveva detto il presidente Trump. Nella sua prima dichiarazione ufficiale ieri a Bruxelles, il nuovo segretario statunitense alla Difesa, Jim Mattis, ha assicurato che la Nato resta «la base fondamentale per gli Stati uniti».

È «l’alleanza militare che nella storia ha avuto il maggior successo», ha detto ai giornalisti mentre era in volo per Bruxelles, portando come prova dell’impegno statunitense nella Alleanza il fatto che l’unico comando Nato con quartier generale negli Stati uniti è quello del Comandante supremo alleato per la trasformazione (Sact), carica già ricoperta dallo stesso Mattis. Il Sact, responsabile del Comitato militare (la più alta autorità militare della Nato), «promuove e controlla la continua trasformazione delle forze e capacità della Alleanza».

Negli ultimi 20 anni, ha sottolineato Mattis, la Nato si è trasformata (ha infatti inglobato tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre della ex Urss e tre della ex Jugoslavia), ma «deve continuare a trasformarsi per adattarsi a ciò che è avvenuto nel 2014, anno di svolta in cui le nostre speranze di una qualche partnership con la Russia si sono dimostrate infruttuose». Occorre per questo «essere certi che il legame transatlantico resti forte».

A riprova di ciò, il segretario generale della Nato Stoltenberg, nella sua dichiarazione congiunta con il segretario Mattis, ha confermato ieri che «truppe ed equipaggiamenti Usa stanno arrivando in Polonia e nei paesi baltici, dimostrando chiaramente la determinazione degli Stati uniti di stare a fianco dell’Europa in questi tempi travagliati».

Sotto comando degli Stati uniti (cui spetta la carica del Comandante supremo alleato in Europa), la Nato continua continua ad allargarsi ad Est, a rafforzare lo schieramento sul fronte orientale in funzione anti-Russia, nonostante le dichiarate intenzioni del presidente Trump di aprire un negoziato con Mosca.

Allo stesso tempo, la Nato potenzia il fronte meridionale con nuovi dispositivi militari. «Oggi decideremo di costituire un nuovo Hub per il Sud presso il nostro Comando della forza congiunta a Napoli», ha annunciato Stoltenberg, sottolineando che «questo ci permetterà di valutare e affrontare le minacce provenienti dalla regione, a complemento del lavoro svolto dalla nostra nuova Divisione di intelligence costituita qui al quartier generale Nato».

Con grande soddisfazione della ministra Pinotti, aumenta l’importanza dell’Italia in quella che Stoltenberg, aprendo il Consiglio Nord Atlantico, ha definito «proiezione di stabilità oltre i nostri confini». Il nuovo «Hub per il Sud», che verrà realizzato a Napoli, costituirà la base operativa per la proiezione di forze terrestri, aeree e navali in una «regione» dai contorni indefiniti, comprendente Nordafrica e Medioriente ma anche aree al di là di queste. È disponibile per tali operazioni la «Forza di risposta» della Nato, aumentata a 40mila uomini, in particolare la sua «Forza di punta ad altissima prontezza operativa», che può essere proiettata in 48 ore «ovunque in qualsiasi momento».

Il nuovo «Hub per il Sud», realizzato presso il Comando della forza congiunta alleata con quartier generale a Lago Patria (Napoli), sarà agli ordini dell’agguerrita ammiraglia statunitense Michelle Howard che, oltre ad essere a capo del Comando Nato, è comandante delle Forze navali Usa per l’Europa e delle Forze navali Usa per l’Africa. Quindi anche il nuovo «Hub per il Sud» rientrerà nella catena di comando del Pentagono.

Tutto questo costa. Mattis ha ribadito la richiesta perentoria che tutti gli alleati europei portino la spesa per la «difesa» ad almeno il 2% del Pil. Solo cinque paesi Nato hanno raggiunto o superato tale livello: Stati uniti (3,6%), Grecia, Gran Bretagna, Estonia, Polonia.

L’Italia è indietro con «appena» l’1,1% del Pil, ma sta facendo progressi: secondo i dati ufficiali Nato, la spesa italiana per la «difesa» è aumentata nel 2015-2016 da 17.642 a 19.980 milioni di euro, equivalenti in media a 55 milioni di euro al giorno. La spesa militare effettiva è molto più alta, dato che il bilancio della «difesa» non comprende le missioni militari all’estero, finanziate con un fondo specifico presso il Ministero dell’economia e delle finanze, né il costo di importanti armamenti finanziati anche dalla Legge di stabilità.

Stoltenberg, felice, annuncia che finalmente la Nato «ha voltato pagina», accrescendo la spesa militare nel 2015-2016 del 3,8% in termini reali, ossia di circa 10 miliardi di dollari. La ministra Pinotti è fiduciosa che l’Italia arriverà al 2%, ossia a spendere 100 milioni di euro al giorno per la «difesa».

Aumenterà la disoccupazione, ma avremo la soddisfazione di avere a Napoli il nuovo «Hub per il Sud».

(il manifesto, 16 febbraio 2017)

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TRATTATO DEL NORD ATLANTICO

Le Parti del presente Trattato, riaffermarmando la propia fede negli scopi e nei principi della Carta delle Nazioni Unite, ed il desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi, decisi a salvaguardare la libertà dei propri popoli, il proprio retaggio comune e la propria civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sul predominio del diritto, desiderosi di favorire nella regione dell’Atlantico settentrionale il benessere e la stabilità, decisi a riunire i loro sforzi per la loro difesa collettiva e per il mantenimento della pace e della sicurezza, hanno siglato d’intesa il presente Trattato del Nord Atlantico:

Articolo 1

Le Parti si impegnano, in ottemperanza alla Carta delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale nella quale possano essere implicate, in modo da non mettere in pericolo la pace, la sicurezza e la giustizia internazionali, e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza in modo incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite.

Articolo 2

Le Parti contribuiranno al futuro sviluppo di relazioni internazionali pacifiche ed amichevoli rafforzando le proprie istituzioni libere, diffondendo i principi sui quali tai istituzioni si basano e promuovendo stabilità e benessere. Esse cercheranno di eliminare i conflitti nelle rispetive politiche economiche internazionali ed incoraggeranno le reciproche relazioni economiche.

Articolo 3

Al fine di conseguire con maggiore efficacia gli obiettivi del presente Trattato, le Parti, individualmente e congiuntamente, nello spirito di una continua e effettiva autodifesa e assistenza reciproca, manterranno e svilupperanno la propria capacità individuale e collettiva di resistenza ad un attacco armato.

Articolo 4

Le Parti si consulteranno quando, secondo il giudizio di una di esse, ritengano che l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una di esse siano minacciate.

Articolo 5

Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell’America settentrionale, costituirà un attacco verso tutte, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall’art.51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale.

Qualsiasi attacco armato siffatto, e tutte le misure prese in conseguenza di esso, verrà immediatamente segnalato al Consiglio di Sicurezza. Tali misure dovranno essere sospese non appena il Consiglio di Sicurezza avrà adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali (1).

Articolo 6

Ai sensi dell’articolo 5, per attacco armato contro una o più parti si intende un attacco armato:

area d’operatività del Trattato contro il territorio di una di esse in Europa o nell’America settentrionale, contro i Dipartimenti algerini di Francia (2), contro il territorio della Turchia o contro le isole situate sotto la giurisdizione di una delle parti della regione dell’Atlantico settentrionale a nord del Tropico del Cancro;
area d’operatività del Trattato contro le forze, le navi o gli aeromobili di una delle parti che si trovino su detti territori o in qualsiasi altra regione d’Europa nella quale alla data di entrata in vigore del presente Trattato siano stazionate forze di occupazione di una delle parti, o che si trovino nel Mare Mediterraneo o nella zona dell’Atlantico a nord del Tropico del Cancro, o al di sopra di essi.
Articolo 7

Il presente Trattato non pregiudica e non dovrà essere considerato come pregiudicante in alcun modo i diritti e gli obblighi derivanti dallo Statuto alle parti che sono membri dell’ONU, o la competenza primaria del Consiglio di Sicurezza per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali.

Articolo 8

OOgni parte dichiara che nessuno degl’impegni internazionali ora in vigore tra essa ed ogni altra parte o tra essa e qualsiasi altro Stato è in contrasto con le disposizioni del presente Trattato e si obbliga a non assumere alcun impiego internazionale in contrasto con il presente Trattato.

Articolo 9

Le Parti con il presente Trattato costituiscono un Consiglio, con diritto alla alla rappresentanza di ognuna di esse, per decidere le questioni in connessione al presente Trattato. L’organizzazione del Consiglio dovrà pemettere una convocazione in ogni momento. Il Consiglio potrà creare gli orgnai che riterrà necessario; in particolare esso dovrà immediatamente costituire un comitato di difesa che dovrà raccomandare le misure per l’implementazione degli articoli 3 e 5.

Articolo 10

Le Parti potranno decidere all’unanimità di invitare ogni altro Stato Europeo di adottare le norme del rpesente Trattato, contribuendo così alla sicurezza dell’area nord atlantica. Gli Stati così invitati potrenno diventare Parte del presente Trattato depositando i propri strumenti di adesione presso il Governo degli Stati Uniti d’America. Il Governo degli Stati Uniti d’America informerà tutte le Parti di tale deposito.

Articolo 11

Il presente Trattato dovrà essere ratificato ed attuato dalle Parti in accordanza con le norme costituzionali di ciascuna delle Parti. Gli stumenti di ratifica dovranno essere depositati il più presto possibile presso il Governo degli Stati Uniti d’America, che notificherä tale atto a tutte le Parti. Il Trattato entrerà in vigore tra gli Stati che l’avranno ratificato non appena la maggioranza degli Stati firmatari, ivi comprese le ratifiche di Belgio, Canada, Francia, Lussemburgo, Olanda, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America, avranno depositato le ratifiche, ed entrerà in vigore rispetto agli altri Stati nel momento del deposito delle loro ratifiche.

Articolo 12

Dopo 10 anni dall’entrata in vigore del Trattato, o in ogni momento successivo, le Parti dovranno avviare le consultazioni circ la revisione del Trattato, qualora una di esse ne faccia richiesta, tenendo in considerazione la pace e la sicurezza dell’area nord atlantica, ivi incluso lo svuiluppo degli assetti regionali ed universali secondo la Carta delle Nazioni Unite, per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

Articolo 13

Dopo 20 anni dall’entrata in vigore del Trattato cianscuna delle Parti potrà ritirare la propria adesione dopo un anno dal deposito del relativo avviso Stati Uniti d’America, il quale provvederà a notificare alle altre Parti il deposito di tale avviso.

Articolo 14

Il presente Trattato, nelle verisioni francese ed inglese facenti ugualmente fede, sarà depositato presso il Governo deegli Stati Uniti d’America. Copie debitamente autenticate saranno trasmesse ai Governi delle parti contraenti.

______DIRITTI UMANI, STUDI PER LA PACE, diritto, diritti umani, human rights, studi per la pace, peace studies, INTERVENTO UMANITARIO, diritto internazionaleInizio paginatop______

Note:

1. La definizione dei territori ai quali è applicabile l’articolo 5 è stato modificato dall’articolo 2 del Protocollo del Trattato del Nord Atlantico con l’ingresso della Grecia e della Turchia e i Protocolli firmati all’ingresso della Repubblica Federale della Germania e della Spagna.
2. Il 16 gennaio 1963, il Consiglio del Nord Atlantico ricevette una dichiarazione del Rappresentante Francese che segnalava che, a seguito del voto del 1 luglio 1962 sull’autodeterminazione, il popolo algerino si era pronunciato in favore dell’indipendenza dell’Algeria in cooperazione con la Francia. Di conseguenza, il Presidente della Repubblica Francese il 3 luglio 1962 riconobbe ufficialmente l’indipendenza dell’Algeria. Ne risultò che i “Dipartimenti algerini della Francia” cessarono di esistere, e che allo stesso tempo la loro menzione nel Trattato del Nord Atlantico non aveva più significato. Il Consiglio prese dunque atto che, per quel che riguardava gli ex Dipartimenti algerini di Francia, gli articoli interessati di questo Trattato erano divenuti inapplicabili a partire dal 3 luglio 1962.

Nota di Studi per la Pace: Traduzione non ufficiale.

Washington D.C., 4 aprile 1949

955.- Manovre militari: “Unified Trident”, attacco simulato all’Iran

L’amministrazione Trump ha preso di petto l’Iran, e la politica di riavvicinamento portata avanti dal presidente Rohani, con l’accordo sul nucleare, fa i conti con la sua alleanza con Russie e Siria. Trump prosegue evidentemente sulla via di Damasco, con quali obiettivi, lo vedremo. Ma l’Iran resta l’Iran, anche dovesse cadere Rohani o fosse messo in discussione l’accordo sul nucleare. Le politiche degli USA, di Israele e dei sauditi in Medio Oriente, dalla Siria, all’Iraq, allo Yemen dovranno confrontarsi con Teheran. Probabilmente, Trump mira a indebolire l’asse Mosca-Teheran-Damasco, costringendo Putin a coprire sia la Siria sia l’Iran, perdendo, così, parte del vantaggio acquisito con la vittoria in Siria. Siamo lontani dalle politiche di collaborazione USA-Russia in cui Trump ha fatto sperare? Torniamo, perciò, all’IRAN con Maurizio Blondet e con questa notizia di dieci giorni fa di Michele Giorgio, il Manifesto, sulla pressione che Trump sta esercitando sull’Iran. Un Paese cui sono legato da vincoli di amicizia personali, del tempo in cui formava gli ufficiali della propria marina all’Accademia Navale di Livorno.

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Il Bahrain della repressione anti-sciita, ha ospitato dallo scorso 1° febbraio, per tre giorni, le manovre navali “Unified Trident” con unità britanniche, americane, francesi e australiane, davanti alle coste del Bahrain, quindi non lontano da quelle iraniane. Obiettivo principale delle manovre è stato simulare un attacco all’Iran, con il rischio di aggravare la tensione nel Golfo, salita da quando Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti e ha caratterizzato i suoi primi giorni alla Casa Bianca con una raffica di decreti esecutivi. Tra questi, il “muslimban”, che colpisce direttamente i cittadini iraniani, oltre a quelli di diversi paesi arabi. Insomma, un messaggio di avvertimento a Teheran, in linea con l’approccio duro che tanto piace al Segretario alla difesa Usa James Mattis, uno dei comandanti militari americani che avrebbero fatto la guerra all’Iran e non certo firmato l’accordo sul nucleare voluto dall’ex presidente Barack Obama.

Photo released by LCDR Joel Stewart, SPAO for Standing NATO Maritime Group One (SNMG1). Contact at: stewartjo@ddg72.navy.mil or 757-443-8659

Il cacciatorpediniere USS Mahan

Il Golfo di recente è stato teatro di diversi episodi che hanno fatto temere una escalation dalle conseguenze devastanti. Ad inizio gennaio il cacciatorpediniere USS Mahan ha sparato colpi di avvertimento in direzione di quattro motovedette iraniane. La stessa unità assieme alla USS Hopper, alla nave ammiraglia britannica HMS Ocean e al cacciatorpediere HMS Daring, alla fregata francese FS Forbin e a unità da guerra australiane, prenderà parte a “Unified Trident”.

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Unità della U.S. Navy, Royal Navy e Royal Australian Navy in operazione congiunta nel golfo Persico

Non è chiaro se Donald Trump e il re saudita Salman abbiano discusso delle manovre militari nel Golfo, durante la telefonata che i due hanno avuto tra domenica 30 gennaio e lunedì. Trump e Salman, secondo le notizie disponibili, hanno parlato della creazione di “zone sicure” per i civili in Siria. Tuttavia è impensabile che non abbiamo discusso anche di Iran, avversario dell’Arabia saudita, nei confronti del quale Trump ha promesso il pugno di ferro e il boicottaggio dell’accordo sul programma nucleare che ha firmato con i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (più la Germania) nell’estate del 2015. In questo quadro il minuscolo Bahrain, che ospita la V Flotta Usa e il Navcent (United States Naval Forces Central Command), rivestirà un ruolo strategico ancora più importante. E re Hamad bin Isa al Khalifa, già protetto dalla monarchia saudita e dagli altri petromonarchi, potrà garantirsi il silenzio di Washington, Londra e delle altre capitali occidentali sui crimini che commette contro i suoi sudditi.

Proprio ieri a Manama sono divampati nuovi scontri, tra manifestanti e la polizia, durante la prima udienza del processo che vede sul banco degli imputati il leader religioso sciita, Isa Qasim, accusato di essere “un agente” dell’Iran. Accusa che re Hamad rivolge a tutti gli oppositori per guadagnarsi il sostegno di Riyadh e dell’Occidente. La frustrazione della popolazione, in maggioranza sciita, intanto cresce e qualcuno ha già preso le armi. Due giorni fa un poliziotto è stato ucciso in un agguato delle “Brigate Ashtar”, un sedicente gruppo armato sciita che ha già rivendicato altri attacchi. Nena News

Che valore hanno avuto queste manovre per l’Iran?

Riandando a dieci anni fa, l’amministrazione Bush aveva insabbiato e ignorato un’analisi di una simulazione di guerra del Pentagono che indicava che un attacco alle installazioni nucleari o militari dell’Iran porterebbe direttamente alla totale distruzione della Quinta Flotta della Marina ora stanziata nel Golfo Persico.
Il Generale Paul Van Riper guidò un ipotetico Stato del Golfo Persico nei giochi di guerra Millennium Challenge del 2002 il cui risultato fu la distruzione della Quinta Flotta. La sua esperienza e le sue conclusioni sulla vulnerabilità della Quinta Flotta in un conflitto militare asimmetrico, e le implicazioni per una guerra contro l’Iran furono ignorate. Oggi, riprendendo quanto proposto, due numeri fa, l’amministrazione Trump mira a indebolire l’asse Mosca-Teheran-Damasco, costringendo Putin a coprire sia la Siria sia l’Iran, perdendo, probabilmente, parte del vantaggio acquisito con la vittoria in Siria. Siamo lontani dalle politiche di collaborazione USA-Russia in cui Trump ha fatto sperare.

La vulnerabilità della Quinta Flotta all’arsenale missilistico anti-nave dell’Iran

La Quinta Flotta della Marina degli Stati Uniti è stanziata nello Stato del Bahrain che ha la responsabilità di perlustrare il Golfo Persico, il Mare Arabico, il canale di Suez e parti dell’Oceano Indiano. Attualmente la Quinta Flotta è costituita da un gruppo portaerei e due portaelicotteri. Arrivò al massimo dell’espansione nel 2003 durante l’invasione dell’Iraq, quando comprendeva 5 gruppi portaerei e sei portaelicotteri. Al momento è capitanata dalla USS Enterprise (CVN-65), la prima portaerei nucleare commissionata nel 1961, che il 2 novembre ha cominciato a partecipare ad un’esercitazione navale nel Golfo Persico.

La base della Quinta Flotta nel Bahrain si trova a sole 150 miglia dalla costa Iraniana, ed è nel raggio d’azione della nuova generazione di missili cruise anti-nave dell’Iran. Inoltre qualunque nave della Marina avrebbe difficoltà di manovra entro i limitati confini del Golfo Persico e sarebbe sempre a tiro della frastagliata costa iraniana che si estende lungo tutto il golfo fino al mare Arabico.

L’Iran ha missili cruise a sufficienza per distruggere gran parte o anche tutta la Quinta Flotta che si trova nel raggio d’azione dei lancia-missili mobili strategicamente posizionati lungo il terreno montagnoso che dà sul Golfo Persico. I missili cruise più sofisticati dell’Iran erano il Sunburn e lo Yakhonts.

L’Iran cominciò ad acquistare tecnologie militari avanzate dalla Russia poco dopo che questa nel 2000 si distaccò dal protocollo di Gore-Chernomyrdin, che limitava le vendite di equipaggiamento militare della Russia all’Iran. Di conseguenza la Russia cominciò a vendere all’Iran tecnologie militari che potrebbero essere usate in un conflitto armato con gli Stati Uniti. Queste comprendevano sistemi di difesa in aria e missili cruise anti-nave in cui la Russia si era specializzata per combattere la netta superiorità navale degli USA.

Lo SS-N-22, o “Sunburn”, raggiunge velocità di Mach 2,5, o circa 2400 Km/h, usa tecnologia stealth ed ha una gittata di 200 Km. Contiene una testata convenzionale di 375 Kg in grado di distruggere la maggior parte delle navi. Ancora più preoccupante è lo SSN-X-26, o “Yakhonts” missile cruise che ha una gittata di circa 300 Km e che rende vulnerabili all’attacco tutte le navi della marina staunitense nel Golfo Persico.

Ancora più importante è il fatto che Yakhonts è stato concepito specificamente per essere usato contro gruppi portaerei e che la Russia lo abbia venduto a livello internazionale.

Entrambi Yakhonts e Sunburn sono stati progettati per ingannare il sistema di difesa Aegis, attualmente in uso sulle navi della marina americana, usando tecnologia stealth e manovre di volo a bassa quota. Nella fase finale dell’avvicinamento all’obiettivo questi missili intraprendono manovre evasive per evitare le difese anti-missile delle navi. La minaccia rappresentata da Yakhonts, Sunburn ed altri missili anti-nave avanzati progettati dalla Russia e venduti alla Cina, all’Iran e ad altri paesi è talmente grande che l’ufficio per il collaudo delle armi del Pentagono si è mosso nel 2007 per fermare la produzione di altre portaerei finchè non venga sviluppata una difesa efficace contro questi sistemi.

L’Iran ha acquistato quantità di entrambi gli Sunburn e Yakhonts sufficienti a distruggere dalle proprie coste montagnose l’intera Quinta Flotta in qualunque punto del Golfo Persico si trovi. Entrambi i missili appartengono ad una generazione di missili anti nave che l’alleato russo dell’Iran avrà già aggiornato.

Secondo esperti militari, provocando deliberatamente una rappresaglia iraniana alle azioni militari statunitensi, gli USA sacrificherebbero volontariamente gran parte o tutta la Quinta Flotta. Ciò culminerebbe in una nuova Pearl Harbour che creerebbe la situazione politica ideale per una guerra totale contro l’Iran e per ulteriori azioni militari nella regione del Golfo Persico.