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2069.- ORA, GLI STATI UNITI USANO IL DOLLARO CONTRO I LORO ALLEATI, COME UN’ARMA

di Mark Leonard Project, traduzione di Mario Donnini

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Oggi, 4 novembre entrano in vigore le sanzioni statunitensi sull’industria petrolifera dell’IRAN.

Tra i tanti lasciti che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ricevuto dai suoi predecessori c’è un regime di “sanzioni secondarie” che consente agli Stati Uniti di bloccare le iniziative maligne, che provengono dalla maggior parte dell’economia globale. Ebbene, sotto Trump, questo sofisticato insieme di strumenti è diventato un randello con cui minacciare gli alleati
BERLINO – Donald Trump può anche non voler lanciare guerre in Medio Oriente, ma questo non significa che egli stia imprimendo agli Stati Uniti un cambiamento di regime nel sistema con cui condurre gli affari. La sua amministrazione ha chiarito bene che vuole adottare sanzioni paralizzanti contro l’Iran, per perseguire un obiettivo identico a quello dell’invasione dell’Iraq, attuata dall’amministrazione Bush nel 2003.

Da quando si è ritirato a maggio dall’accordo nucleare iraniano del 2015, noto come Piano d’azione globale congiunto (JCPOA), Trump ha cercato, in ogni modo possibile, di tenere alta la pressione sul regime iraniano. Oggi, 4 novembre entrano in vigore le sanzioni statunitensi sull’industria petrolifera vitale del Paese. E l’amministrazione vuole andare ancora oltre, imponendo sanzioni secondarie ad altri paesi, con l’obiettivo di escludere completamente l’Iran dall’economia globale basata sul dollaro.

A tal fine, gli Stati Uniti vogliono escludere le banche iraniane dalla Società per le telecomunicazioni interbancarie mondiali (SWIFT) e dal sistema di pagamenti globali che esso sovrintende. Ciò riporterebbe automaticamente l’Iran in un’epoca oscura pre-globalizzata. Il problema per Trump e per i suoi consulenti, tuttavia, è che SWIFT non è un’istituzione statunitense. È registrato e ha sede in Belgio, che, insieme agli altri 27 Stati membri dell’Unione europea (per il momento il Regno Unito resta membro a pieno titolo dell’UE, con tutti i diritti e doveri che ne conseguono), sostiene il JCPOA.

La ricerca dell’America di sanzioni “intelligenti” sempre più sofisticate non è nuova. Almeno dall’inizio della “guerra al (loro) terrorismo”, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso a ogni tipo di leva finanziaria che sia in grado di distruggere “reti globali”, come quella che Osama bin Laden aveva usato per lanciare gli attacchi dell’11 settembre 2001.

Da principio, gli Stati Uniti si concentrarono principalmente sul congelamento delle risorse dei gruppi estremisti e dei loro affiliati. Ma poi Stuart Levey, sottosegretario per il terrorismo e l’intelligence finanziaria presso il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, ebbe un’altra idea. Mentre viaggiava in Bahrain, ha letto un rapporto di un giornale locale su una banca svizzera che ha interrotto la sua attività con l’Iran. Gli venne in mente che gli Stati Uniti avrebbero potuto usare la propria influenza sul settore privato per bloccare gli “attori maligni” dall’economia globale.

Poco dopo, gli Stati Uniti iniziarono a fare pressioni sulle banche di tutto il mondo affinché abbandonassero i loro affari con l’Iran. Alla fine, le autorità USA hanno dichiarato che qualsiasi banca che intrattenesse rapporti commerciali con l’Iran sarebbe stata esclusa dal mercato statunitense. Fu con questo annuncio che sono nate le “sanzioni secondarie”.

Le sanzioni secondarie di Levey hanno avuto un enorme successo. Nessun business leader, sano di mente, avrebbe mai scelto l’economia del paniere di uno Stato del mullah del Medio Oriente, rispetto a quella degli Stati Uniti. E quando le banche (vale a dire, il francese BNP Paribas) sono state accusate di violare le sanzioni, le multe sono state così grandi da aver causato ondate di shock attraverso i mercati finanziari globali. Non ci volle molto perché gli Stati Uniti implementassero metodi simili di “guerra di connettività” contro la Corea del Nord, il Sudan e persino contro la Russia.

L’ex direttore della CIA Michael Hayden ha paragonato le sanzioni secondarie a una “munizione di precisione guidata, ma con la precisione del XXI secolo”. Poiché, più che un bisturi, sono un martello, erano particolarmente attraenti per gli europei, che le hanno riconosciute come un’efficace alternativa alla guerra. A differenza delle sanzioni dell’Occidente contro l’Iraq negli anni ’90, queste hanno offerto un modo per punire i regimi piuttosto che intere popolazioni.

Sotto il presidente Barack Obama, le sanzioni mirate sono diventate l’arma dell’America: la loro prima risorsa. Insieme all’UE, l’amministrazione Obama ha affinato e messo a punto le misure punitive contro l’Iran. Ciò si è dimostrato di una tale efficacia che l’Iran alla fine è arrivato al tavolo dei negoziati, dove ha accettato di limitare le sue attività di arricchimento nucleare sotto il JCPOA.

Nelle mani di Trump, tuttavia, il bisturi è diventato un maglio. Come mi ha detto un alto esponente politico europeo, le nuove sanzioni dell’amministrazione Trump sono come le bombe a grappolo, che cadono su amici e nemici allo stesso modo.

Da quando Trump ha demolito il JCPOA, i leader europei hanno cercato, in vari modi, di  preservare alcuni dei benefici a favore dell’Iran, per fare in modo che questo non riavvii il suo programma nucleare. Ma gli Stati Uniti hanno reso difficili tutte queste iniziative, arrivando a minacciare le persone nei consigli di amministrazione europei, compresi i direttori di SWIFT, con sanzioni mirate.

Minacce simili, ancora più scioccanti, sono state fatte ai principali funzionari pubblici europei. La richiesta dei leader europei alla “Banca europea per gli investimenti” per ottenere il suo supporto nel sostenere l’accordo sul nucleare iraniano, non sembra aver dato i suoi frutti, molto probabilmente a causa delle minacce statunitensi contro gli interessi e gli stessi dirigenti della BEI.

Inoltre, circolano anche voci di velate minacce statunitensi contro banchieri centrali, compresi i direttori della Banca centrale europea. Da parte sua, la Bundesbank stava prendendo in considerazione l’apertura di un conto per finanziare il commercio con Teheran, in modo che le banche private tedesche non fossero costrette a rispettare i capricci di un presidente americano; ma ha abbandonato l’idea abbastanza rapidamente e senza molte spiegazioni. La Banque de France creò effettivamente un conto (attraverso la banca d’investimento pubblica francese, Bpifrance) per finanziare il commercio con l’Iran; ma anche questo ha rapidamente invertito la rotta.

A questo punto, non si può escludere l’allarmante possibilità che i principali funzionari europei siano essi stessi sotto pressione per sottrarsi alla legge internazionale, per il timore di essere incarcerati nel loro prossimo viaggio negli Stati Uniti. Non sorprende che gli europei stiano discutendo di nuovo l’uso appropriato delle sanzioni.

Inoltre, poiché il sistema finanziario statunitense diventa sempre più un’estensione della politica di sicurezza nazionale di Trump, i responsabili delle politiche europee hanno cominciato a lamentare la “tirannia” del dollaro. In un recente commento a Handelsblatt, il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas è arrivato al punto di chiedere la creazione di un sistema di pagamenti europeo indipendente. Sembrerebbe che anche gli Stati membri più atlantici dell’Unione Europea si stiano indirizzando verso la creazione di un’alternativa al regime del dollaro, anche se questa alternativa non è ancora in vista.

A breve termine, la domanda che si porrà agli europei è come mantenere il proprio in un mondo dominato dai dollari. L’UE ha già resistito agli attacchi protezionistici di Trump, minacciando le contromisure contro i produttori statunitensi. Ora, deve fare lo stesso nel settore finanziario. Le minacce alle istituzioni e al personale europei dovrebbero essere affrontate con minacce di contromisure proporzionate. Questa, sfortunatamente, è l’unica lingua diplomatica che Trump sembra capire.

Fonte: Russia insider

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2062.- Israele blinda il confine col Libano E lancia nuove accuse a Hezbollah

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E la pentola bolle per Israele, che non riesce a convincere gli USA a far piazza pulita delle nazioni arabe intorno ai suoi confini e degli Hezbollah.  L’esercito siriano è giunto a occupare le posizioni di fronte agli israeliani, sul Golan, ripristinando almeno con lo Stato d’Israele lo status quo preesistente nel 2011 che, rispetto al Golan, si basava sul cessate il fuoco raggiunto dai due Paesi nel 1974. Perciò, Israele blinda i suoi confini, e ha inviato anche, insieme agli USA e segretamente, una delegazione di personale militare in Ucraina, per addestrarsi contro i missili terra-aria a lungo raggio S-300. Ma se guardando ai numeri, l’S-300 è un salto rispetto agli S-200 che avevano i siriani, c’è da notare che l’S-300, nel tempo, ha visto innumerevoli versioni, 20 per l’esattezza. Quindi, quanto possa valere questa missione addestrativa in Ucraina, è da determinarsi, perché il sistema schierato in Siria è l’S-400 dei russi, che, con i suoi Centri di Riporto e Controllo,  gestisce lo spazio aereo e la versione aggiornata dell’S-300PMU2, che ha preceduto l’S-400 e che hanno consegnato ai siriani: Inoltre, la Russia ha notevolmente potenziato il sistema di guerra elettronica. Ora ci sono due zone e sono diventate operative il 20 ottobre: la zona vicina – entro 50 km e la zona lontana – fino a 300 km dalle principali direzioni degli attacchi israeliani in Siria.

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LORENZO VITA: La tensione cresce sulla linea di confine fra Israele e Libano. Le Israel defense forces (Idf), secondo le testimonianze dei residenti, hanno iniziato a erigere colline artificiali di sabbia per migliorare la visibilità al di là del confine. E Israele continua a tenere d’occhio i movimenti di Hezbollah.

Israele blinda la frontiera

Secondo quanto affermato da Israel Hayom, i cittadini hanno detto di aver assistito a un continuo traffico di camion militari che scaricavano sabbia. Mentre su molti di queste colline artificiali, sono stati posizionati carri armati e postazioni di artiglieria pesante. Una scelta che dimostra come l’attenzione del governo israeliano non abbia mai dimenticato il Libano. In particolare Hezbollah.

“Le colline sono state costruite vicino alla barriera di cemento che l’Idf ha costruito negli ultimi mesi lungo il confine”, ha detto un israeliano al media dello Stato ebraico. “A giudicare da quello che ho visto, le stanno costruendo di fronte alle postazioni di Hezbollah in modo da permettere ai [soldati israeliani] di vedere oltre il muro di cemento, in Libano”. E in effetti, anche un funzionario del governo intervistato da Israel Hayom ha riferito che si tratta di colline costruite per aumentare la visuale delle Idf oltre la barriera di cemento che negli ultimi mesi è stata costruita dai genieri israeliani per blindare la frontiera.

La notizia, di per sé, potrebbe anche non avere un’importanza dirompente. Non è un mistero che il governo di Benjamin Netanyahu ritenga essenziale aumentare le protezione del confine trasformando Israele in una sorta di fortezza. E non è altrettanto un mistero che Hezbollah sia uno dei principali obiettivi della strategia israeliana. Ma se unita alle ultime accuse provenienti da Israele, e cioè alla presunta scoperta di un avamposto del movimento sciita libanese a ridosso del confine, la questione appare differente.

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Gli Hezbollah rappresentano uno strumento militare efficiente e temibile per Israele.

Le Idf accusano Hezbollah

La notizia, se confermata, rappresenterebbe per Israele una violazione della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo l’intelligence israeliana, Hezbollah avrebbe nascosto per lungo tempo il punto d’osservazione nel villaggio di al-Adisa utilizzando la copertura di una Ong ecologista, tale Green Without Borders. E l’annuncio è stato direttamente dall’ufficio del portavoce delle forze armate israeliane.

Putin permettendo, la prossima guerra sarà fra Israele e gli Hezbollah. Israele, infatti, dovrà fare i conti con la presenza russa nell’area, le milizie iraniane e gli Hezbollah libanesi che hanno di fatto obbligato a modificare la politica di contenimento di Israele nei loro confronti.

Flag_of_Hezbollah.svg  la bandiera degli Hezbollah

La progressiva “iranizzazione” della Siria – come viene definita da molti analisti e osservatori israeliani la presenza di milizie sciite e infrastrutture militari dell’Iran in territorio siriano – ha orientato la campagna di contenimento e i rischi a cui Israele è andata incontro per evitare che il confine del Golan si potesse trasformare in un’area controllata dagli iraniani e dagli Hezbollah, dalla quale, questi, forti di 10.000 uomini, avrebbero potuto condurre attività ostili.

Fonte: “occhi della guerra”.

 

1777.- Quando Netanyahu disse:”l’Iraq ha le armi nucleari”

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di Cesare Sacchetti

Dopo aver visto il recente show di Benjamin Netanyahu che mostra le presunte prove dello sviluppo di armi nucleari in Iran, più di qualche osservatore non ha potuto fare a meno di essere colpito da delle reminiscenze improvvise su dichiarazioni simili, rilasciate molti anni addietro.

Per la precisione l’anno in questione è il 2002, e il protagonista della storia è sempre il primo ministro israeliano che all’epoca commentava un altro paese considerato una minaccia per lo Stato ebraico e gli USA, l’Iraq.

Le dichiarazioni di Netanyahu al Congresso USA nel 2002

Erano gli anni della presidenza Bush e della politica del “preemptive strike”, ovvero degli attacchi preventivi lanciati contro quegli stati che rappresentavano potenziali minacce per Washington e Tel Aviv.

Se si guarda a quanto accaduto recentemente in Siria, a distanza di molti anni, le abitudini degli USA non sembrano essere troppe cambiate.

In quel momento storico, sui media americani la minaccia numero uno era sicuramente l’Iraq di Saddam Hussein, odiato dalla potentissima lobby dei neocon, i falchi noti per le loro politiche interventiste contro gli stati giudicati “canaglia” per gli interessi americani.

Allora Netanyahu diede un importante contributo a rappresentare Saddam come una potenziale minaccia per gli interessi israelo-americani, ed ebbe l’occasione di farlo anche in una seduta pubblica del Congresso USA, dove il premier israeliano fu categorico.

“Non c’è nessun dubbio che Saddam Hussein stia lavorando e portando avanti un programma per lo sviluppo di armi nucleari”, così si espresse Netanyahu.

Una situazione di così grave pericolo che imponeva agli Stati Uniti di “distruggere il regime iracheno perchè un Saddam dotato di armi nucleari avrebbe messo a rischio la sicurezza del mondo intero.”

Non solo. Il premier israeliano metteva in guardia sul fatto che una volta che Saddam avesse avuto a sua disposizione delle armi nucleari, automaticamente l’intera rete del terrorismo islamico avrebbe avuto anch’essa a disposizione armi dal potenziale distruttivo devastante.

Qui Netanyahu sembra riprendere una delle tesi diffuse dall’amministrazione presidenziale di Bush, secondo la quale esisteva uno stretto legame tra il dittatore iracheno e Osama bin Laden, asserzione poi completamente smentita dalla commissione sull’11 settembre.

Non solo non c’erano apparenti legami tra Osama e Saddam, ma tra i due non correva affatto buon sangue, perchè l’ex rais non gradiva le posizioni islamiste del fondatore di al-Qaeda.

La fine della storia è nota. Un anno dopo l’intervento di Netanyahu al Congresso americano, gli Stati Uniti decisero di lanciare un attacco unilaterale contro l’Iraq di Saddam.

Il paese fu prima devastato da anni di guerra tra le forze occupanti americane e la resistenza baathista fedele al dittatore iracheno, fino a quando non si crearono le condizioni per l’insorgenza del terrorismo islmamico con la diffusione dell’ISIS in tutta la regione, che solo recentemente è stata debellata.

E le armi nucleari che mettevano a rischio la sicurezza globale? Mai rinvenute, perchè semplicemente non sono mai esistite. Nessuna traccia nemmeno degli stabilimenti dove il programma nucleare di Saddam si sarebbe dovuto realizzare.

Fu così che una delle più grandi fake news della storia recente costò la vita a centinaia di migliaia di persone. Il bilancio complessivo dei morti, secondo le stime dell’Opinion Research Business, si attesta intorno ad un milione e 200mila.

Quando oggi ancora una volta si rivede Netanyahu che con enfasi quasi teatrale mostra le “presunte” prove sulle armi nucleari in possesso dell’Iran, il pensiero non può andare addietro a quel 2002 e alle prove sulle inesistenti armi nucleari dell’Iraq.

A quanto pare, sembra che alcune fake news resistano all’usura del tempo.

1733.- “La guerra in Siria è una guerra economica fra due gasdotti che si fanno la concorrenza”

Nel sangue dei curdi, abbandonati da tutti al loro destino, e dei siriani si svolgerà la spartizione delle zone d’influenza sull’ex impero ottomano. Per capire la politica degli USA, di Israele, della Russia, e di Turchia, Gran Bretagna, Francia, Arabia Saudita e Qatar, leggiamo:

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di Juan Manuel Olarieta
https://movimientopoliticoderesistencia.blogspot.it/2017/01/la-guerra-de-siria-es-una-guerra.html

In un’intervista a un quotidiano italiano, il presidente siriano Bashar al Assad ha affermato che la causa scatenante della guerra in Siria è stata il rifiuto opposto dal suo governo al passaggio di un gasdotto che doveva attraversare il paese per portare il gas del Qatar in Europa attraverso la Turchia.

Assad afferma che il piano qatariota, offerto nel 2000, era un gasdotto che doveva attraversare la Siria da nord a sud; ma c’era un altro progetto di oltre 1.500 chilometri per farlo da est a ovest e arrivare al Mediterraneo attraversando l’Iraq dall’Iran. I rispettivi patrocinatori, il Qatar e l’Iran, hanno le principali riserve mondiali di gas naturale. Il gasdotto qatariota avrebbe permesso agli emiri del Golfo sia di aumentare sia il volume delle esportazioni, sia di ridurre i costi e le limitazioni di volume imposti dal trasporto marittimo. Il Qatar ha bisogno di una flotta di 1.000 navi cargo, con costi esorbitanti.

I due progetti erano in concorrenza ma non erano sul medesimo piano perché il progetto, quello del Qatar, oltre a rappresentare una fonte di proventi per gli emiri del Golfo, aveva due funzioni strategiche ulteriori, contro due paesi antagonisti degli Stati uniti: all’Iran avrebbe tolto l’accesso al mercato europeo e quanto alla Russia, avrebbe fatto la concorrenza al suo gas da sud, mandandolo in Europa attraverso la Turchia.

Nel 2010 il governo di al-Assad optò per il secondo gasdotto, a scapito del primo. L’anno dopo, a quattro mesi dall’inizio della cosiddetta primavera araba, il governo di Damasco firmava l’accordo con l’Iran, uno degli incubi peggiori delle monarchie sunnite del Golfo e degli imperialisti. Un fatto inammissibile. La conseguenza fu appunto la guerra, scatenata nel 2011 grazie alle interferenze esterne.

Sul lato russo, il piano qatariota era un tentativo di asfissia perché l’impresa Gazprom fornisce all’Europa la quarta parte del fabbisogno in gas e gli introiti rappresentano la quinta parte del bilancio statale.

Dopo sei anni di guerra, l’esito non può essere più disastroso per l’imperialismo perché – in un sol colpo – ha perso due pedoni ed è possibile che li perda tutti. Il primo pedone è la Turchia e il secondo è il Qatar.

Come conseguenza dell’esito della guerra in Siria, la Turchia sembra volersi sottrarre dall’influenza della Nato. E, rispetto ai gasdotti, ne passerà in Turchia un terzo, che porterà il gas russo attraverso il mar Nero; inoltre, ormai, oltre alla Siria, l’Iran può contare sulla Turchia come sbocco per il suo gas.

L’altro lacchè che ha smesso di ballare al suono della musica di Washington è il Qatar, che fino a ieri era l’alleato più fidato che gli Usa avevano nella regione. Sono in Qatar due delle principali basi militari imperialiste e la sede del comando centrale degli Usa in Medioriente. Ebbene, sembra che l’abilità di Putin, con una delle sue sorprendenti manovre, abbia toccato anche il Qatar: l’agenzia petrolifera russa Rosneft, la più grande al mondo, ha venduto il 20% delle proprie azioni al Qatar. La Russia ha incassato oltre 10.000 milioni di euro con i quali pagherà la riduzione degli introiti provocata dalle sanzioni economiche degli imperialisti. Eppure, sembra che sia stata Mosca a fare un favore agli arabi.

Questa cessione non è puro e semplice business, perché Rosneft non è un’impresa privata. Si tratta qui di politica e diplomazia, un inizio di accordo fra Qatar e Russia i cui passi successivi sono imprevedibili. E’ possibile sospettare che dietro il Qatar andranno le altre monarchie del Golfo, compresa l’Arabia saudita, che già ha accettato un accordo con la Russia per stabilizzare i prezzi mondiali del petrolio. Se questo avverrà, sarà la fine dell’Accordo del Quincy (1945) e la totale scomparsa degli Stati uniti dallo scenario mediorientale.

Ma la capacità i traino del Qatar non si limita agli sceicchi del Golfo e arriva alla stessa Europa, il cui vergognoso intervento nella guerra in Siria non si spiega con l’obbedienza al diktat statunitense ma con la dipendenza finanziaria di alcuni paesi europei dal Qatar. Se gli emiri arrivano a un accordo con la Russia e, dunque, con la Siria, la Turchia e l’Iran, il loro denaro trascinerà un’Europa ridotta alla mendicità verso posizioni simili, e cioè verso un accordo con la Russia.

Per terminare, occorre aggiungere che, come ha detto Assad, i gasdotti sono “uno degli elementi” che hanno contribuito a scatenare la guerra; non l’unico. Non dimentichiamolo.

traduzione a cura di Marinella Correggia

1732.- Così noi europei inventammo il Medio Oriente

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Conversazione con Eugene Rogan, professore di Storia del Medio Oriente moderno al St Antony’s College.
a cura di Federico Petroni

LIMES Riferendosi ai paesi mediorientali nati dopo la Prima Guerra Mondiale, in una delle sue pubblicazioni lei scrive: «La loro genesi gettò le basi di molti conflitti che avrebbero in seguito costellato la regione». A cosa si riferisce?
ROGAN Come cerco di mostrare in The Arabs, all’indomani della Prima Guerra Mondiale le potenze europee si accordarono tra loro sul modo in cui spartirsi i territori dell’impero ottomano e sulla forma da dare agli Stati sorti dalle sue ceneri senza la minima consultazione delle popolazioni e delle élite locali… Se guardiamo ai nazionalismi insoddisfatti o ai territori disputati, possiamo identificare precisi problemi nelle relazioni internazionali le cui origini possono essere rintracciate nelle frontiere disegnate durante e dopo la Grande guerra.
Un esempio è il fatto che non sia mai nato uno Stato curdo, nonostante già alla fine del conflitto i curdi fossero stati identificati come gruppo nazionale. Il trattato di Sèvres prevedeva la creazione di uno Stato curdo, ma rimase sulla carta. Disattendendo le aspirazioni nazionaliste curde si innescò il processo in virtù del quale assistiamo a periodiche ribellioni, insurrezioni come quelle del Pkk o violenze di Stato come quelle perpetrate in passato in Iran o in Iraq.
LIMES Quello kemalista non era comunque un progetto europeo.
ROGAN Si prenda allora il caso palestinese: quei territori furono promessi a tre parti diverse durante il conflitto. Prima, nella corrispondenza McMahon-Hussein del 1915 tra il residente britannico del Cairo e lo šarīf della Mecca, la Palestina fu promessa a quello che sarebbe dovuto diventare lo Stato degli arabi. Poi, l’accordo Sykes-Picot del 1916 introdusse l’idea di porre quelle terre sotto tutela internazionale. Infine, la dichiarazione Balfour le promise agli ebrei. Il risultato fu una rivalità tra due nazionalismi incompatibili che avrebbe reso il Mandato britannico in Palestina il più disfunzionale dell’intero Medio Oriente. E innescato un conflitto che arriva sino ai giorni nostri. Un altro perfetto esempio è il Libano. La Francia s’imbarcò in un progetto di ingegneria frontaliera per ritagliare ai cristiani del Monte Libano il territorio più vasto possibile affinché essi potessero dominare il futuro Stato. Un’operazione mal concepita sin dall’inizio, perché il tasso di natalità tra i musulmani si rivelò molto più alto di quello dei cristiani: già dagli anni Quaranta i cristiani del Libano erano una minoranza nello Stato che governavano. Per cercare di bilanciare questi squilibri, i libanesi svilupparono una forma di governo settario che, nella sua rigidità, è stata la fonte di due grandi guerre civili, nel 1958 e nel 1975-1990, nonché delle attuali tensioni.

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LIMES C’è una correlazione tra l’instabilità che oggi flagella paesi come Egitto, Turchia o Iraq e il fatto che alcuni di questi Stati sono figli della prima guerra mondiale?
ROGAN Non li vedo tanto come figli ma come nipoti della Grande guerra. Britannici e francesi furono colonizzatori molto tenaci, opposero resistenza alle forze nazionaliste con ogni strumento – politico, militare, diplomatico – ed è solo nel secondo dopoguerra, con gli imperi ormai molto indeboliti, che le regioni mediorientali furono in grado di raggiungere l’indipendenza. Ma le élite nazionaliste che avevano guidato la lotta per l’indipendenza, molte delle quale istruite in Europa, erano ormai compromesse dal precedente fallimento nel negoziare la libertà. Quando un’ondata rivoluzionaria spazzò la regione, queste élite furono rimpiazzate da militari e tecnocrati. Ed è questo il Medio Oriente con cui facciamo i conti oggi. Ecco perché li definisco nipoti della Prima Guerra Mondiale.
LIMES Un figlio ancora in vita però c’è: la Giordania.
ROGAN Vero, in Giordania governa ancora la casa regnante posta sul trono dai britannici dopo la Prima Guerra Mondiale. Ed è stata in grado di gestire tre successioni senza grossi problemi all’interno dei confini ereditati dal Mandato britannico. Nonostante re Hussein abbia dovuto resistere alle pressioni dei nasseriani e a tentativi di golpe e di omicidio, nel tempo le istituzioni monarchiche si sono rafforzate. Certo, oggi re ‘Abdallāh non gode della popolarità del padre e nel 2011 anche la Giordania è stata scossa dalle richieste popolari di cambiamento che spazzavano il mondo arabo. Tuttavia, credo che i giordani – vedendo la guerra civile in Siria, le sommosse in Egitto e in Yemen, lo Stato fallito libico – siano ora molto riluttanti a scagliarsi contro il regime e a rischiare di importare l’instabilità che li circonda.

LIMES A proposito della Siria, l’odierna instabilità è un lascito della Grande guerra?
ROGAN Non imputerei la guerra civile siriana ai confini tracciati dalle grandi potenze dopo la Prima Guerra Mondiale. Nella lotta nazionalista contro il Mandato francese, la Siria sviluppò un’identità nazionale che godeva di un sostegno popolare molto vasto. In un certo senso, questa è l’ironia della rivolta contro Assad: all’inizio era un movimento trasversale alle varie comunità siriane che mirava a ottenere più libertà politiche. Sono convinto che se Assad avesse allargato la sfera politica sarebbe stato rieletto presidente: i siriani non vedevano il dominio alauita come il problema principale, erano preoccupati piuttosto dalla scarsa partecipazione politica e dall’uso dell’intimidazione e della violenza contro i cittadini.
LIMES Ritiene quindi che i confini mediorientali, tracciati nella sabbia dalle potenze coloniali, siano diventati reali nel corso del tempo?
ROGAN Nel XX secolo, la lotta per l’indipendenza e il processo di formazione dello Stato ha reso possibile a confini indiscutibilmente artificiali di acquisire un valore reale. Per quanto riguarda la Siria, la sua popolazione non ha messo in discussione quelle frontiere né la Siria in quanto Stato. Per questo motivo credo che la Siria – e l’Iraq, anche se solo in parte – sia riuscita a sviluppare una certa identità nazionale. In certi casi poi la creazione di alcuni paesi è avvenuta in modo autonomo. Non penso solo alla Turchia, uno Stato a tutti gli effetti. Penso anche all’Arabia Saudita, creata con le sue stesse forze. Certo, i britannici posero dei paletti – in Kuwait e in Transgiordania – ma l’Arabia Saudita gode della legittimità che le deriva, oltre dal controllo sulle città sante, dall’aver in gran parte stabilito autonomamente i propri confini.
LIMES Eppure altrove le potenze europee assemblarono territori che spesso avevano poco a che spartire l’uno con l’altro.

ROGAN Vero. In questi territori non c’era un’idea coerente di Stato nazionale. Gli ottomani avevano identificato il nazionalismo come la più grave minaccia per l’impero – dopotutto era stato la forza che aveva fatto esplodere i Balcani sottraendoli a Costantinopoli. Nei territori arabi questo significò che le discussioni sulla questione nazionale furono immediatamente soppresse, spingendo alla clandestinità o all’esilio in Egitto, a Parigi o nelle Americhe chi ne volesse parlare liberamente. Gli arabi stavano solo incominciando a discutere le proprie idee di nazione e di nazionalismo quando all’orizzonte balenò la possibilità del crollo dell’impero ottomano, dopo quattro secoli un’eventualità considerata inimmaginabile. È solo nell’ottobre-novembre 1918, quando gli ottomani si ritirarono dal mondo arabo, che gli arabi politicamente attivi iniziarono a discutere il loro destino e come declinare lo slancio wilsoniano per l’autodeterminazione. Ma era troppo tardi. Francia, Russia e Gran Bretagna avevano già stretto accordi di spartizione dell’impero ottomano, a partire dal patto di Costantinopoli del 1915 con cui la Russia reclamava il Bosforo e i Dardanelli, lasciando alla Francia i territori siriani e alla Gran Bretagna il diritto di decidere in futuro cosa riservarsi. Così gli arabi si trovarono di fronte una soluzione imposta dall’esterno. Quello che sappiamo dei dibattiti dell’epoca è che molte organizzazioni cercarono di mandare delegazioni alla conferenza di pace di Versailles. C’era chi progettava uno Stato mesopotamico con Baghdad e Bassora e chi ne invocava un altro nel bilād al-Šām, la grande Siria. Dopo la «rivolta araba», molti volevano fare della Siria un regno, con a capo Faysal della dinastia hascemita. C’erano le comunità raccolte attorno al Monte Libano che puntavano sulla loro relazione speciale con la Francia per creare uno Stato cristiano e furono molto attive nell’attività di lobbying a Versailles. Infine c’erano i sauditi che stavano costruendo autonomamente il loro Stato a suon di conquiste. Se gli arabi fossero stati consultati, la mappa del Medio Oriente sarebbe stata molto diversa.

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LIMES Cioè?
ROGAN Se gli europei non si fossero spartiti le province arabe e avessero permesso agli hascemiti di instaurare monarchie in Mesopotamia, Siria e Hiğāz , sarebbe molto probabilmente esploso un conflitto tra gli stessi hascemiti e i sauditi. Le relazioni erano già molto tese e i sauditi erano più forti, come dimostra la presa dello Hiğāz negli anni Venti. Sarebbe stato difficile contenerli, visto il furore delle loro schiere di ihwān: avrebbero potuto facilmente conquistare il regno di Faysal in Siria e almeno l’area di Bassora. La tendenza sembrava puntare verso la creazione di un impero arabo saudita con capitale Riyad. E forse nel Nord dell’attuale Iraq si sarebbe creato uno Stato curdo.
LIMES E il sionismo?
ROGAN Il sogno sionista è diventato realtà solo grazie all’intervento britannico. Di tutti i movimenti nazionalisti che parteciparono alla conferenza di pace di Parigi, i sionisti erano quelli con meno chances di farcela. Perseguivano un’agenda nazionalista in un territorio in cui non avevano presa demografica. Le popolazioni ebraiche della Palestina prima del 1917 erano molto inferiori al 10%: non era realistico creare una realtà nazionale in una situazione simile. Era possibile solo con una massiccia immigrazione. E una simile immigrazione può essere tollerata solo grazie al supporto di una grande potenza: senza l’intervento britannico in nessun modo i sionisti sarebbero stati in grado di persuadere la popolazione locale ad accettare l’enorme afflusso di popolazione, tale non solo da creare una nazione ma uno Stato. Non ho dubbi che senza la dichiarazione Balfour non ci sarebbe stato uno Stato ebraico in Palestina.
LIMES Un altro elemento che indebolì i popoli arabi all’indomani della guerra fu la scarsa preparazione a farsi carico di uno Stato.
ROGAN Di sicuro loro erano convinti di esserne in grado, o almeno così emerge dalle varie rappresentazioni che le delegazioni arabe fecero di loro stesse alla conferenza di pace di Parigi. Sostennero che non erano meno in grado di determinare le loro istituzioni politiche di quanto non lo fossero i popoli dei Balcani. L’unica cosa che mette in dubbio queste pretese è che avevano fatto parte di un impero in cui era stato necessario lottare per il solo diritto di partecipare alla vita politica. Molti arabi, specie dopo la rivoluzione del 1908, furono esclusi dalle sfere più alte di governo e discriminati in quanto arabi. Questo dimostra che non avevano accumulato l’esperienza per creare un nuovo governo e istituzioni statali, gestire un’economia e un potere giudiziario indipendente, dotarsi di un meccanismo per rinnovare la classe dirigente.
LIMES Quanto pesa quell’impreparazione allo Stato sull’attuale instabilità mediorientale?
ROGAN Oggi non è tanto rilevante il fatto che quelle comunità dopo la Grande guerra non fossero pronte quanto la distorsione operata in seguito dal dominio coloniale sul sistema politico. Le energie politiche locali furono costrette a concentrarsi unicamente sull’indipendenza, tralasciando la vera politica. Raggiunta l’indipendenza, non si erano formate classi dirigenti in grado di gestire ad esempio l’economia. Lo vediamo in Egitto, dove oggi come decenni fa si cerca di gestire l’economia con programmi che sembravano e sembrano esercizi di fantasia.
LIMES Nella regione è in corso un processo di erosione dello Stato per mano di poteri informali. Basti pensare alla Siria, dove si intersecano alleanze transnazionali su basi religiose o settarie.
ROGAN Vero, però questo è anche dovuto al fatto che il sistema degli Stati in Medio Oriente ha nel suo dna sia stabilità sia instabilità. In tutte le insurrezioni non solo mediorientali le potenze regionali combattono sempre una guerra per procura, cercando di avanzare i propri interessi statali. La crisi siriana si è internazionalizzata perché un movimento non violento di riforma è stato schiacciato con la violenza e si è evoluto in resistenza armata. Per organizzare un esercito c’è bisogno di armi, quindi di soldi. È qui che gli attori regionali entrano in gioco, perché sono gli unici a poter finanziare la lotta armata. In Siria, gli scontri tra le milizie identificano due lotte regionali: una tra le potenze sunnite e gli sciiti sostenuti dall’Iran; l’altra tra sauditi e qatarini sul ruolo della Fratellanza musulmana in politica. I sauditi temono i Fratelli in quanto partito islamista moderato che può sfidare la loro legittimità in patria e prediligono le correnti salafite. Questo scontro regionale viene declinato di Stato in Stato.
LIMES Però attori non statali come lo Stato Islamico (Is) invocano esplicitamente l’erosione dei confini.
ROGAN È difficile sapere quanto questi movimenti con agende transnazionali siano sostenuti dalla gente comune. Ogni milizia ha un’idea ambiziosa che serve non solo per reclutare manodopera ma per indurla a sacrificare la propria vita. L’idea di lottare per un’impresa storica quale la creazione di un grande Stato ha un forte impatto motivazionale.
LIMES Ma ha un forte impatto anche sulla legittimità degli Stati.
ROGAN L’avrebbe se questi gruppi armati fossero influenti al di là dei campi di battaglia. Hanno influenza in Siria e solo dove si combatte. Ma non in Iraq: la Repubblica islamica di Siria e Iraq non nascerà mai, al di là di quel che dice l’Is, perché è un progetto che non ha presa sugli iracheni. L’Is non è nemmeno in grado di controllare porzioni consistenti di territorio: al massimo può mantenere in vita l’insurrezione il più a lungo possibile, fintanto che riceverà armi dall’estero. Ma credere che possa realizzare il suo grande ideale e scardinare il sistema statale vorrebbe dire accordargli più consenso di quanto ne goda realmente.
LIMES Qual è la linea di faglia che più minaccia la mappa politica del Medio Oriente?
ROGAN Le aspirazioni nazionali curde. Dalla caduta di Saddam nel 2003, la regione autonoma curda in Iraq sta passo dopo passo costruendo istituzioni statuali indipendenti. Lo sta facendo nel contesto di un Iraq federale, senza sfidare apertamente l’integrità dello Stato perché sa che scatenerebbe la reazione di Baghdad e della Turchia. Ma non si possono interpretare diversamente gli sforzi curdi nella creazione del proprio esecutivo e legislativo, delle proprie università, della propria versione della storia. E nel Nord-Est siriano si sta generando un’altra area di instabilità che forse nel futuro sfiderà l’integrità delle frontiere uscite dalla Prima Guerra Mondiale.

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LIMES Qual è l’eredità del tradimento delle promesse fatte a Versailles sulle relazioni tra il mondo arabo e l’Occidente?

ROGAN La gente comune in Medio Oriente ha una forte consapevolezza storica di quanto successo a Versailles. Lo impara a scuola, a differenza nostra che ignoriamo di aver fatto agli arabi promesse che non abbiamo mantenuto. Tuttavia, se da un lato ci accusano di non essere affidabili, dall’altro ci considerano partner essenziali per risolvere alcuni problemi internazionali. Per affrontare la questione israeliana o per far cessare la guerra civile in Siria gli arabi chiedono all’Occidente di intervenire, invocando la nostra responsabilità storica o la nostra migliore organizzazione. In ogni caso, è sopravvissuta la concezione di potenza occidentale dell’èra coloniale, quando eravamo gli arbitri assoluti dell’ordine internazionale. È una relazione di amore e odio, approfondita dal fatto che negli ultimi 25-30 anni molti arabi sono emigrati in Europa: vedono la libertà delle democrazie occidentali come modello a cui aspirare per plasmare un diverso sistema politico nei loro paesi. Un altro aspetto patologico è l’ascesa delle teorie del complotto per spiegare i ripetuti fallimenti dei governi, secondo cui le potenze occidentali sarebbero intente a tirare i fili della politica locale a loro piacimento. Hanno le loro ragioni, penso al colpo di Stato in Iran nel 1953 e a Suez nel 1956, ma vedere la politica plasmata dalla Cia o dal Mossad vuol dire ritirarsi nella fantasia e abdicare alle proprie responsabilità.
LIMES In che misura essere arabi è un fattore della geopolitica contemporanea?
ROGAN Nel 2011 assistemmo a un significativo ritorno del fattore arabo, quando un movimento iniziato nella marginale Tunisia fu in grado di generare entusiasmo in tutta la regione. Gli eventi tunisini ed egiziani riuscirono a elettrizzare la gente negli altri paesi e a far intravedere una reale possibilità di cambiamento, perché tutti avevano gli stessi problemi e facevano le stesse domande; i problemi locali erano visti come parte di una stessa condizione araba. Nel 2012 e nel 2013, però, tutto questo è svanito: ci siamo accorti che non avevamo a che fare con un fenomeno arabo. Non c’era una sola rivoluzione araba. La primavera araba non esisteva.
LIMES Ma c’è stata poi la controrivoluzione capeggiata dagli Stati del Golfo.
ROGAN Esatto, gli stessi che hanno sempre sentito la loro stabilità politica più minacciata dal cambiamento rivoluzionario. La priorità era che nessuna monarchia fosse rovesciata da movimenti popolari. Emblematico il fatto che l’Arabia Saudita si sia spinta a offrire di entrare nel Consiglio di cooperazione del Golfo a Giordania e Marocco, due Stati che col Golfo hanno poco a che spartire. A quel punto sarebbe a tutti gli effetti un’alleanza tra case regnanti contro le rivoluzioni popolari. Le monarchie hanno retto l’urto meglio delle repubbliche, puntellando le istituzioni governative e ridistribuendo le risorse. Ma non è finita: la politica saudita è ancora concentrata sul contenimento della minaccia rivoluzionaria.

1615.- Dietro le tensioni su Corea, Iran e Russia, la guerra finanziaria

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Cos’hanno in comune le tensioni tra Stati Uniti e Corea democratica, Iran e Russia? Risposta: sono componenti di una guerra finanziaria. Russia e Iran (insieme alla Cina) sono i tre attori chiave che danno forma a una zona di valuta alternativa enorme (quasi metà della popolazione mondiale). La questione nordcoreana è importante perché potenzialmente potrebbe precipitare gli Stati Uniti, a seconda degli eventi, verso una politica più aggressiva nei confronti della Cina (sia per rabbia per le esitazioni cinesi sulla Corea, sia come parte integrante del desiderio dell’Amministrazione USA di tagliare le ali commerciali della Cina). Gli Stati Uniti hanno intrapreso un piano per ripristinare il primato economico con la soppressione dei principali concorrenti commerciali (attraverso un quasi protezionismo) e nel contesto militare per garantirsi il dominio politico continuo. La strategia della sicurezza nazionale “America First” ha chiarito che Cina e Russia sono avversari ‘revisionisti’, e gli Stati Uniti devono e intendono vincere questa competizione. Il sottotesto è che i potenziali rivali principali devono essere messi al loro “posto” nell’ordine globale. Questa parte è chiara ed abbastanza esplicita, ma ciò che rimane non detto è che gli USA puntano tutto sullo status globale del dollaro riserva di valuta, poiché senza di essa gli obiettivi del presidente Trump difficilmente saranno raggiunti. Lo status del dollaro è cruciale, proprio a causa di ciò che è accaduto dopo la grande crisi finanziaria: l’esplosione di ulteriori debiti. Ma qui c’è un paradosso: come mai un candidato alla presidenza che ha promesso meno belligeranza militare, meno interventi esteri e alcuna imposizione dell’identità culturale occidentale, nel giro di un anno è diventato un presidente, falco su Corea e Iran. Cosa è cambiato nel suo modo di pensare? Il corso perseguito da entrambi gli Stati era ben noto e non prestava alcuna sorpresa (anche se i progressi della Corea democratica potrebbero essersi dimostrati quantitativamente più rapidi di quanto forse l’US Intelligence si aspettava: cioè anziché il 2020-2021, la Corea democratica potrebbe raggiungere l’obiettivo sulle armi nel 2018 , due anni prima delle stime)? Ma in sostanza il desiderio della Corea di essere accettato come potenza nucleare non è una novità. Sono “il debito federale” e il “tetto del debito” in sospeso ad essere cruciale. Non c’è dubbio che l’esercito statunitense non è quello di un tempo, e il Partito Repubblicano ha un’ala fondamentalista sulla limitazione del debito (Freedom Caucus). Una grave crisi militare è probabilmente l’unico modo con cui Trump potrebbe ottenere l’enorme aumento delle spese militari sui falchi fiscali del Congresso. Il presidente Trump, ci dice la saga della Tax Bill, sarà un grande elargitore col MAGA (Make America Great Again). L’aumento della spesa per la Difesa proposta dagli Stati Uniti, da solo equivale più o meno alla spesa annua della Difesa russa. Il debito federale degli Stati Uniti supera già i 20 trilioni di dollari e accelera: il fabbisogno dei prestiti è in aumento e gli interessi passivi al servizio di tale prestito aggiuntivo, normalmente dovrebbero aumentare. Ma Trump è anche esplicitamente un tizio dedito al basso tasso di interesse e al bilancio in espansione. Quindi, come si fa a finanziare un deficit di bilancio veramente maldestro, mantenendo bassi i tassi d’interesse o pari zero? Ebbene, una corsa da paur degli stranieri verso i titoli del Tesoro USA “privi di rischi” (vale a dire ancora una volta la crisi militare) serve storicamente a mantenere bassi i tassi, e i dollari abbondanti, mentre i “dollari stranieri” tornano a “casa”, a Wall Street. Questa potrebbe essere una soluzione, naturalmente, ma sarebbe interamente subordinata al mantenimento dello status attuale del dollaro e al grande ammontare di dollari detenuti all’estero allo scopo principale di dover effettuare transazioni in dollari. E perché al posto della distensione con la Russia, abbiamo Herman Gref, l’amministratore delegato della più grande banca commerciale russa, che dice al Financial Times che ogni ulteriore inasprimento delle sanzioni alla Russia, compresa la potenziale esclusione di banche e società russe dal sistema di pagamento SWIFT (la rete globale dei servizi di messaggistica finanziaria sicura) avrebbe tale effetto devastante che “renderebbe la Guerra fredda un gioco da ragazzi“? (Il Tesoro degli Stati Uniti dovrebbe presentare la relazione su ulteriori sanzioni al Congresso già a febbraio 2018, riferisce il Financial Times). Qual è il punto? Perché Stati Uniti ed Europa dovrebbero accedere in tale particolare tana del coniglio: sarebbe particolarmente dannoso per l’Europa? Bene, la risposta, probabilmente è simile: l’imperativo nel mantenere lo status globale del dollaro per il programma che reclama la preminenza degli USA che, dato l’eccesso di debito aggiuntivo dal 2008, dev’essere contingente allo status globale del dollaro. E dal punto di vista degli Stati Uniti, il Presidente Putin si è dichiarato primo avversario del dollaro quando, al vertice dei BRICS nel settembre 2017, insisteva sulle “preoccupazioni dei Paesi BRIC per l’ingiustizia dell’architettura finanziaria ed economica globale che non tiene nel debito conto il crescente peso delle economie emergenti”. Putin inoltre sottolineava la necessità di “superare l’eccessivo dominio di un numero limitato di valute di riserva“. La Russia ha conseguentemente ottenuto la collera statunitense per questa posizione. Sadam Husayn e Muammar Gheddafi misero in dubbio l’egemonia del dollaro, e si guardo cosa gli è successo.

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Il generale Hayden, ex-direttore della NSA e successivamente della CIA, descrisse la guerra finanziaria come principale mezzo bellico del ventunesimo secolo, e le sanzioni come le sue Precision Guided Munitions (PGM).

La guerra finanziaria, ovviamente, non è una novità. Gli Stati Uniti iniziarono a inscenare la guerra finanziaria negli annuali “Giochi di guerra” già nel 2005. Il generale Hayden, ex-direttore della NSA e successivamente della CIA, descrisse la guerra finanziaria come principale mezzo bellico del ventunesimo secolo, e le sanzioni come le sue Precision Guided Munitions (PGM). Ma, a quanto pare, ciò potrebbe portare problemi non solo per il presidente Trump, che ha bisogno di un tetto più elevato del debito, e per la disponibilità del debito a basso costo per finanziare la rinascita dell’economia statunitense; ma piuttosto che i nuovi semi piantati negli anni per la rivoluzione monetaria, potrebbero improvvisamente spezzare il terreno di copertura da nuovi germogli emergenti e pronti a fiorire, a tempo debito. Tradizionalmente, la trasformazione del sistema monetario globale fu convenzionalmente concepita non come improvvisa, ma piuttosto come lento mutamento da un sistema a un altro (o altri). Ma questi semi iniziarono ad essere piantate nel 2012 dopo che Washington bloccò la compensazione internazionale per ogni banca iraniana, congelò 100 miliardi di dollari in attività iraniane all’estero e ridusse la possibilità di Teheran di esportare petrolio. La conseguenza fu una forte inflazione in Iran che debilitò la valuta. Poi, nel 2014, l’Arabia Saudita progettò il calo del prezzo del petrolio contro la produzione di petrolio da scisto statunitense e per punire la Russia per il sostegno al Presidente Assad. E per spargere sale nelle ferite, il Tesoro degli Stati Uniti facilitò l’”incursione degli orsi” sul Rublo, arrestata solo dalla Cina, che intervenendo discretamente sul mercato dei cambi, impedì il crollo della valuta. A questo punto era chiaro che Cina, Russia e Iran condividevano l’interesse strategico nell’istituire una zona monetaria con la profondità dei mercati e delle infrastrutture, operando indipendentemente dalla sfera del dollaro. Questi Stati hanno ben chiarito d’essersi impegnati in una strategia a lungo termine per abbandonare il dollaro USA come valuta principale nel commercio globale. La strategia della sicurezza di Trump, se perseguita seriamente, rischia precisamente di sconvolgere l’equilibrio precario di tale guerra finanziaria (finora) in corso lentamente. Il perseguimento di sanzioni finanziarie aggressive nei confronti di uno qualsiasi di questi tre Stati rischia d’innescare prematuramente sostanziali cambiamenti monetari per rappresaglia (e concomitante rischio di caos finanziario). Probabilmente è quest’ultimo risultato a cui Herman Gref alludeva quando disse al Financial Times che bloccare la piazza internazionale alle banche russe che avrebbe avuto un effetto così devastante che avrebbe “reso la Guerra fredda in un gioco da ragazzi“. La chiave qui è la Cina: l’economia cinese è nove volte quella russa. Trump aveva già accusato la Cina di varie infrazioni commerciali e sulla proprietà intellettuale durante la campagna presidenziale, minacciando dazi per rappresaglia. Ciò accadeva prima che il segretario al Tesoro Mnuchin, asettembre, avvertisse la Cina che gli Stati Uniti avrebbero potuto imporle ulteriori sanzioni, interrompendo potenzialmente l’accesso al sistema finanziario statunitense (la “bomba ai neutroni” del Tesoro bloccando il sistema di liquidazione SWIFT), se la Cina non imponesse sanzioni alla Corea democratica, soddisfacendo la domanda degli Stati Uniti. Ora, nella dichiarazione della National Strategy statunitense, la Cina viene ripetutamente indicata come miscredente economico, “potenza revisionista” e “rivale” al primato economico e politico degli USA. L’aggravarsi delle relazioni è chiara.

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Come potrebbe reagire la Cina? La visione occidentale è ottimista: la Cina ha più da perdere in qualsiasi guerra finanziaria (a causa delle sue riserve del Tesoro USA), e comunque non c’è nulla che possa sostituire il dollaro con la sua unica profondità di mercato. Ma questa compiacenza è fuori luogo? Ciò che è chiaro è che Cina, Russia e Paesi BRICS hanno pensato e si sono preparati, al meglio, all’escalation della guerra finanziaria decisa da qualsiasi pretesto utilizzato per lanciarla. La Cina, inoltre, sembrerebbe condividere l’opinione di Hayden secondo cui i conflitti di oggi sono in primis geo-finanziari. In breve, secondo i consiglieri strategici cinesi è probabile che il rinnovato desiderio degli USA d’intensificare le tensioni militari, questa volta contro Corea democratica, Siria e forse Iran, sia un fronte della continua guerra finanziaria degli USA e che la Cina debba preparare le riposte. Ne ho già scritto, ma per gli indizi dovremmo, come suggerisce Alasdair Macleod, “guardare dal punto di vista della Cina. Lo stratega più influente dell’Esercito di Liberazione Popolare, il Generale Qiao Liang, espose la sua filosofia strategica globale in un forum del Comitato Centrale del Partito comunista nell’autunno 2015 (Qui, in calce, il suo discorso pubblicato da limes). La sua opinione può essere considerata quella della leadership cinese”. Come dice Qiao: “Gli Stati Uniti hanno evitato l’inflazione elevata lasciando circolare il dollaro a livello globale. Hanno anche bisogno di frenare la stampa di dollari per evitarne la svalutazione. Allora cosa dovrebbero fare quando finiranno i dollari? Gli statunitensi hanno trovato una soluzione: emettere debito per riportare il dollaro negli Stati Uniti. Gli statunitensi hanno iniziato a stampare soldi con una mano e a prendere denaro in prestito con l’altra. La stampa di denaro può creare soldi. Anche prendere prestiti può creare soldi. Questa economia finanziaria (usando il denaro per fare soldi) è molto più facile della vera economia (basata sull’industria). Perché preoccuparsi delle industrie che hanno una capacità di valore aggiunto basso? Dal 15 agosto 1971, gli Stati Uniti hanno gradualmente interrotto la propria economia reale e sono passati al un’economia virtuale, divenendo uno Stato economico “vuoto”. L’attuale prodotto interno lordo degli Stati Uniti (PIL) ha raggiunto i 18 trilioni di dollari, ma solo 5 trilioni provengono dall’economia reale. Con l’emissione del debito, gli Stati Uniti esportano una grande quantità di dollari, verso i tre grandi mercati statunitensi: delle materie prime, dei buoni del tesoro e l’azionario. Gli Stati Uniti ripetono questo ciclo per creare soldi: stampare denaro, esportarlo all’estero e farlo rientrare. Gli Stati Uniti sono quindi diventati un impero finanziario”. Macleod commenta: “La ricchezza degli USA è sostenuta da un’operazione di pompaggio e scarico facilitata dallo status di riserva del dollaro, sostituendo la vera produzione industriale. Va chiarito un punto: i dollari di proprietà straniera non escono mai dagli Stati Uniti, solo la loro funzione. È più corretto affermare che il governo degli Stati Uniti fa sì che i dollari vengano deviati dal commercio estero e dagli investimenti nel settore manifatturiero, per essere investiti in buoni del tesoro”. “Il primo ciclo identificato da Qiao fu l’espansione dei dollari volta a creare un boom in America Latina a metà degli anni settanta. Il secondo ciclo era rivolto al sud-est asiatico, espanso grazie a un dollaro indebolitosi dal 1986 in poi. Dal 1995, il dollaro iniziò a rafforzarsi, culminando nell’incursione degli orsi sul baht thailandese, diffondendosi poi in Malaysia, Indonesia e altri Paesi della regione. Il fenomeno delle tigri asiatiche fu creato e distrutto non dagli stessi Paesi, ma dall’inondazione e dal riflusso di proprietà ed investimenti del dollaro. Qiao osserva che la Cina è sfuggita a questa operazione d’ispirazione statunitense”. “Qiao rivolge l’attenzione al ciclo contemporaneo (nel 2015) della gestione del dollaro, sostenendo che ora è rivolto alla Cina. “Era proprio come la marea; il dollaro USA è stato forte per sei anni. Poi, nel 2002, iniziò a indebolirsi. Seguendo lo stesso schema, è rimasto debole per dieci anni. Nel 2012, gli statunitensi hanno iniziato a prepararsi per renderlo forte. Hanno usato lo stesso approccio: creare una crisi regionale per gli altri popoli. Sfortunatamente, gli Stati Uniti hanno giocato troppo col fuoco [nel proprio mercato dei mutui] prima e si sono lanciati in una crisi finanziaria nel 2008. Ciò ha ritardato un po’ i tempi del rialzo del dollaro USA. Se riconosciamo che esiste un ciclo dell’indice del dollaro USA e che gli statunitensi l’usano per rastrellarlo da altri Paesi, allora si può concludere che era giunto il momento per gli statunitensi di raccoglierlo dalla Cina. Perché? Perché la Cina aveva ottenuto la maggior quantità di investimenti al mondo. Le dimensioni dell’economia cinese non sono più quelle di un singolo Paese; ma persino più grande di tutta l’America Latina e delle stesse dell’economia dell’Asia orientale”. “Qiao va oltre affermando che l’evento più importante del ventesimo secolo non sono state le due guerre mondiali, ma l’abbandono statunitense del gold standard nel 1971. Questa è una dichiarazione“, esclama Macleod.
Lo è davvero… E qui sta il punto cruciale della strategia cinese. Ci vorranno alcuni anni prima che lo Yuan assuma lo status di grande valuta di riserva (avevano programmato un’ascesa ‘armoniosa’ – nel linguaggio non assertivo della Cina), ma la Cina domina il commercio mondiale ed è nella posizione di poter in qualsiasi momento legare petrolio (e materie prime) e all’oro, come previsto in origine. Lo Shanghai International Energy Exchange (INE) ha già eseguito quattro test ambientali di produzione per i future sul petrolio greggio. Quest’ultimo sarà convertibile in oro fisico sui mercati dell’oro di Shanghai e Hong Kong. E la Banca Centrale russa ha aperto un ufficio a Pechino, incaricato specificamente di risolvere gli aspetti tecnici dell’invio di oro dalla Russia alla Cina. Giusto per essere chiari: questi contratti sono disponibili solo per i commercianti non nazionali, e tutti i lingotti d’oro acquistati tramite i contratti future sull’oro yuan verranno acquistati dai mercati internazionali non dalla Cina e dai suoi cittadini. A lungo termine, col petrolio direttamente legato all’oro piuttosto che al dollaro, potremmo assistere alla rivalutazione dell’oro sul dollaro. E nell’ottobre 2015 la Cina inaugurava il suo International Payments System (CIPS). CIPS ha un accordo di cooperazione con la banca internazionale SWIFT con sede in Belgio, sistema di compensazione privato attraverso cui ogni transazione globale deve transitare, ma nel caso in cui la Cina venga esclusa da SWIFT, come Mnuchin accennò a settembre, Cina e Russia potranno agire attraverso il CIPS. Finora, la politica della Cina era evitare l’interruzione della sfera del dollaro, preferendo non rischiare di mutare il commercio globale, cosa che potrebbe facilmente verificarsi se ci fosse una sostanziale perdita di fiducia nel dollaro. Ma potrebbe la belligeranza statunitense nei confronti della Cina, legata in qualche modo alla Corea democratica, essere innescata? In effetti, il Venezuela ha già dato il via rifiutandosi di accettare i pagamenti del petrolio in dollari, dimostrando così al mondo che un sistema alternativo al petrodollaro è effettivamente possibile. Inoltre, Caracas ha iniziato a pubblicare l’indice dei prezzi del petrolio denominato in yuan. Il lancio operativo dell’opzione dei futures sul petrolio denominati in yuan in Cina, a seconda di quanto rapidamente i contratti possono essere aggiustati, ha la prospettiva di spostare il sistema petrolifero, specialmente se l’Arabia Saudita si impegna a vendere greggio alla Cina in Yuan (forse nell’ambito della partecipazione della Cina nell’offerta di acquisto di Aramco). La Cina ha altre opzioni se gli Stati Uniti diventassero più aggressivi e tentassero negativamente di cambiare le ragioni di scambio con la Cina. Potrebbe semplicemente passare al trading di beni esclusivamente in Yuan, eliminando così completamente il dollaro come mezzo per le transazioni. Cina e Russia sarebbero quasi sicuramente raggiunte dai principali partner commerciali BRICS, nonché dai Partner eurasiatici dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), con una popolazione di oltre 3 miliardi di persone, il 42% della popolazione mondiale. Ma poiché la Cina possiede ancora grandi quantità di titoli del Tesoro e riserve in dollari USA, per il momento potrebbe preferire aspettare prima di eseguire tale colpo di grazia. Ma se spinta rudemente dalla squadra di Trump, attuarla: da qui l’avvertimento di Gref.
Quindi la domanda più grave, se Trump persegue la strategia del “contenimento economico della Cina”, e Cina ed alleati rispondono, ciò avrà l’effetto sui buoni del Tesoro USA “privi di rischio” seguendo un importante segmento dell’economia globale nel proprio corso? E come potrà il governo statunitense finanziare il debito al livello attuale e crescente? Questioni su cui meditare, forse.

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Qiao Liang (乔良) Major General in the People’s Liberation Army

One belt, one road
17/07/2015
by Gen. Qiao Liang
ASIA AND PACIFIC RIM, NORTH AMERICA, REGIONS, CHINA, CHINA’S STRATEGY, NEW SILK ROAD, PIVOT TO ASIA, US
This document, which general Qiao Liang has allowed us to publish, was delivered at the University of Defense, China’s top military school, where the general is in charge of the education curriculum for the officers. The speech therefore must have the endorsement of the leaders of the school and ultimately also of the president of the Military Commission, Mr. Xi Jinping.
The document casts a light on China’s new strategic thinking. Beijing’s biggest challenge is not geopolitical but economic. This derives from a cold and cruel analysis of US behavior since 1944, the time of the Bretton Woods agreement, and more importantly since 1971, with the dollar decoupling from gold, and 1973 with the US imposing the use of the petro-dollar. Qiao Liang argues that the US goal in all these years was not just geopolitical; it was to accrue profits, and the US found a way, after the disastrously costly wars with North Korea and especially Vietnam, to make a profit out of regional crisis, with or without war. The general finds a dollar cycle of about 16 years: for 10 the US currency is weak, for 6 it is strong. The beginning of the strong dollar corresponds with a regional crisis that crashes a regional economy.
However, the US failed in its latest attempt to create a regional crisis around China in 2012 because Beijing didn’t fall for the US trap and get drawn into conflict with Japan or the Philippines over the Senkaku or the Scarborough Shoals. Qiao Liang is confident that China will not fall for a regional crisis and believes that new dramatic changes are ahead of us. The new bit money, which could well grow to dominate world finance, is challenging old transaction processes, and 3D printing may dramatically change production methods. These changes create a situation totally new for everybody and here Qiao Liang says the US should collaborate with other countries.
Therefore, according to this dispassionate analysis, China not only doesn’t see the necessity to fight a war but believes that a war directly or indirectly against America would be against Chinese national interests. It thinks that Washington will not fight Beijing for the next ten years, but to make sure that in ten years the US doesn’t change its mind, China must set its affairs in order and internationalize its currency, the RMB. This broad strategic vision also provides a deep justification for the ongoing anti-corruption campaign. China must hurry to overhaul its economy to face the risks of the next decade. If it doesn’t do it now, in a decade it could well be doomed.
This analysis then leaves ample room for collaboration with the US on the future risks that both face. In this analysis, China is confident, assured, and has a clear direction. Economists may agree or disagree with the analysis of the dollar cycles, but what is most important is that this analysis changes the playing field for the Chinese military: shooting weapons becomes not as important as understanding and managing finance. This should also help American military and strategists to better understand Chinese thinking.
(by Francesco SIsci)

First, the situation surrounding China and the US dollar exchange-rate cycle
1. For the first time in history, the emergence of the financial empire.
On this issue, I believe there are many comrades, financial experts, who are better suited than me to speak about the economy. What is different is that I talk about it in strategic terms. From August 15, 1971, after the decoupling of the US dollar from gold, the ship of the dollar lifted its anchor, which was gold. Let us start from the beginning. In July 1944, in order to take over leadership from the British and their currency, the US promoted the establishment of three world systems: a political system, the United Nations; a trading system, the GATT (which then became the WTO); and a monetary and financial system, the Bretton Woods system.
The Bretton Woods system, in accordance with the wishes of the Americans, was to establish the leadership of the dollar. But in fact after a full 27 years, from 1944 to 1971, the Americans’ monetary leadership was slipping because of the weight of gold. At the beginning of the Bretton Woods system, to affirm the leadership of the dollar, Americans pledged to the world: the money of different countries will be locked to dollar, while the dollar will be pegged to gold. How to peg it? With a fixed price for convertibility of $35 per ounce of gold. With this commitment to the world, the Americans could not do whatever they wanted with the dollar. Simply put, the $35-per-ounce-of-gold convertibility meant that the Americans could not just excessively print dollars; if you print more than $35, your treasury will have to have more than an ounce of gold reserves.
America could make such a commitment to the world because it possessed then about 80% of the world’s gold reserves. But the situation later became not as simple as the Americans might have wished. After World War II, the United States got foolishly involved in the Korean and the Vietnam wars. These were two costly wars for the US, especially the Vietnam War. The Vietnam War destroyed almost $800 billion through military spending. With the increasing costs of war, the United States was taking on more than it could afford. According to the US pledge, the loss of every $35 meant the loss of one ounce of gold.
In August 1971, the Americans still had more than 8,800 tons of gold. At this time the Americans knew they had some troubles, and other people were creating new troubles. For example, French President Charles de Gaulle did not have faith in the dollar, so he got the French finance minister and central bank governor to check on the French dollar reserves. France then had about $2.2–2.3 billion, and de Gaulle then ordered them to return all the dollars to the US and get in return the corresponding value in gold. The French blow produced a similar response from other countries. They similarly told the Americans: we do not want dollars; we want gold. This put the Americans in a corner.
Thus, on August 15, 1971, then US President Richard Nixon announced the closure of the gold window—the dollar was delinked from gold. It was the beginning of the collapse of the Bretton Woods system, but it was also a time when the Americans went back on their pledge. But as far as the world was concerned, things were not entirely clear at the time. People believed in the dollar because there was gold behind it. The dollar had been used as an international, settlement, and reserve currency for almost 30 years, and people had become used to the dollar. If the dollar suddenly brakes and there is no longer gold behind it, in theory, it becomes a piece of simple green paper—then how can we still use it? One could stop using it, but there would be the problem of what measure to use in the international settlement of the value of goods? Because money is the measure of values, if one does not use the dollar, how can one also trust other currencies? For example, between the yuan and the ruble, Russia (then the Soviet Union) says, if you do not recognize the ruble, we do not recognize the yuan, and then one can only continue to take the dollar as a medium of exchange between us.
So, the Americans used the world’s inertia and in October 1973 pushed the Petroleum Exporting Countries (OPEC) to accept American conditions: global oil transactions must be settled in US dollars. Prior to this, the global oil trading could use a variety of international settlement currencies, but after October 1973, everything changed, and OPEC announced that the dollar must be used on the global oil trade settlement. Thus, after the decoupling of dollar and gold, the Americans pegged the dollar to the basic commodity of oil. Why? Because the Americans saw clearly that one may not like the dollar, but one cannot do withou
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the energy: one can do without the dollar, but would you do without oil? All countries must consume energy, and all countries need oil; in this case, one’s need for oil becomes equivalent to need for dollars, which was a very clever move by the Americans. In fact, after the 1971 dollar and gold decoupling, with the 1973 peg of dollar and oil, the US set a new milestone, though few people realized it at the time.
Many economists—financial experts—did not see clearly that the most important events of the 20th century were not World War I, World War II, and the collapse of Soviet Union. The most important event of the 20th century was the August 15, 1971 decoupling of dollar and gold. Since then, humanity saw the emergence of a financial empire, and this financial empire took all of the humanity race into its financial system. In fact, the so-called dollar leadership began at this moment. Today it is about 40 years old. After that day, we entered into an era of real paper notes, but behind the dollar there is no longer a precious metal—it uses entirely the government’s credibility and support from all over the world to gain profits. Simply put, the Americans can use a piece of printed green paper to get physical wealth from all over the world. We never had such a thing in human history. There were a lot of ways to make profits in human history, sometimes with money exchange, sometimes by using gold or silver; at other times countries used war to gain plunders, but the cost of war remained enormous. But after the appearance of the dollar as simply a green paper, the cost-benefit ratio for the United States we can say became extremely low.
Because of the dollar-gold decoupling, gold no longer drags on the dollar, and the United States is freer to print dollars. If a lot of dollars stay in the United States, they will cause inflation in the US. If the dollars go abroad, then the whole world will digest the US inflation, which is one of the reasons why the dollar’s inflation rate is not high. In other words, the outflow of US dollars abroad dilutes its domestic inflation. But the after of the global outflow of dollars, Americans have no money, and if they continue to print money, the dollar continues to depreciate, which is not good for the United States. So the Fed does not, as some people imagine, go on crazily printing money. Actually the Fed fully understands restraint. In the 100 years of its existence, from 1913 to 2013, the Fed issued a total about 10 trillion dollars.
In comparison, some people began to blame China’s central bank. Why? From the time it started to issue the new currency—the renminbi—in 1954 up to now, our central bank has issued over 120 trillion yuan. If converted at the exchange rate of 6.2 to the US dollar, we issued about $20 trillion. But that does not mean crazily printing money in China because after the reform and opening up, China earned a lot of dollars, and now there are a lot of dollars as foreign investment in China. Due to foreign exchange controls, the dollar cannot circulate in China, so the central bank has to release RMB of corresponding dollar and other currency value. However, foreign investments in China, after they make money, may be withdrawn in the future; at the same time, there will be a lot of foreign exchange to buy resources, energy, products, and technology. In this way, a lot of dollars will eventually move out while the RMB stays. One then cannot possibly destroy the corresponding amount of RMB, but can only let the yuan in China continue to circulate, so the stock of RMB becomes a force larger than the dollar. This in turn proves these amazing 30 years of China’s economic development. China’s central bank acknowledged that in recent years it probably issued over 20 trillion yuan. Most of this huge amount stayed in China, which drives to talk about the following problem: why the RMB must be internationalized.
2. The relationship of the dollar cycle and the global economy

The reason why the United States has no inflation is largely because of the global circulation of the dollar. But the US cannot issue unlimited amount of dollars, which would devalue the dollar—you want control. If exercising that control means don’t have dollars, what can you do? Americans have another set of solutions to this problem: they issue dollar bonds, and through the issuance of bonds, they get the dollars out of the country to flow back home. But when this outflows goes back to the United States through debt capital, Americans begin to play a new game, printing money with one hand and borrowing with the other. Printing money can make money, and borrowing can also make money, producing money with money. If it is easier to make money through finance than in real economy, then who is willing to sweat doing hard labor in the low-value-added manufacturing and processing of the real economy? After August 15, 1971, Americans gradually abandoned the real economy in favor of the virtual economy, turning into a hollow country. Today’s US GDP has reached $18 trillion, but the real economy contribution to GDP does not exceed $5 trillion—most of the rest is created by the virtual economy. Through the issuance of bonds, the US gets a large number of dollars circulating abroad back to the United States and into the three US markets: the futures market, bond market, and stock market. American money begets money in this way, and then the money flows abroad, so the cycle of outflow and inflow makes a profit and with this the US becomes a financial empire. United States takes the world financial system into itself. Many people think that after the decline of the British Empire, the colonial history was basically over. In fact it is not like that, because after the United States became a financial empire, it started using the dollar as a hidden “colonial” expansion: it controlled national economies through dollars, thus making various countries of the world its financial “colonies.” Today we see a lot of sovereign and independent countries, including China, that although sovereign, with their own constitutions and governments, still can’t shed the dollar. In the end, the countries’ wealth will be expressed in dollars and they will have their physical wealth enter the US through exchange and a steady stream of dollars.
We can see this very clearly over a 40-year period in the dollar exchange-rate chart. The August 15, 1971 US dollar-gold decoupling meant the Americans got rid of the shackles of gold, they could freely print dollar, the dollar circulation increased, and the dollar exchange rate was naturally low. From 1971, in particular with the 1973 oil crisis, the dollar exchange rate has been trading low, which indicates that they print a lot of dollars. This situation lasted nearly 10 years. A low US dollar exchange rate is not entirely a bad thing for the world economy because it means that the dollar supply increased, which means an increase in the flow of capital. Most of this capital did not stay in the United States but went abroad. At the start of the low dollar exchange rate, a lot of dollars went to Latin America, which stimulated investment and also brought prosperity. This was the 1970s economic boom in Latin America.
The period of dollar flood lasted for about 10 years. Then in 1979, the Americans decided to close the sluice. A low US dollar exchange rate is equivalent to the Americans opening the floodgates, and the closing of those flood gates is actually reducing the dollar’s liquidity. In 1979, the dollar exchange rate became strong and dollars flowing abroad were reduced. Latin America thought it was receiving a lot of dollars that drove development. Suddenly investment was reduced, liquidity dried up, the chain of capital investment broke, and naturally the economies had troubles.
Once trouble started each Latin American country started to think of ways to save itself. Take for instance Argentina. It
s per capita GDP had entered the ranks of the developed countries. But when the Latin American economic crisis appeared, Argentina was the first to enter recession. There are many ways to solve a recession, but unfortunately, when the Argentine government came to power through a military coup, the president was Galtieri, who had no sense of the economy. As a soldier, Galtieri’s only idea was war, and he hoped to rescue the situation with a war. He set his goal on the Malvinas Islands, 600 km away from Argentina’s mainland and called the Falkland Islands by the British. The islands had been under British rule for over 100 years, and Galtieri decided to claim them back. But Argentina is South America, which has always been regarded as America’s backyard. To fight a war in America’s backyard one can’t avoid asking America. So Galtieri people went to talk with US President Ronald Reagan, to see the US attitude on in it. Reagan must have known that if Galtieri wanted to fight this battle, it could lead to a large-scale war with the British, but allegedly he casually declared that this was a matter between Argentina and the United Kingdom, it had nothing to do with the United States: “we do not have any position; we remain neutral.” Galtieri thought it was the US president acquiescence, so he launched the Falklands War and easily recovered the Falklands. All in Argentina cheered, like an over-enthusiastic carnival. However, British Prime Minister Margaret Thatcher declared that she would never accept this outcome, and also forced the US president to take a stand. Reagan then immediately put down the mask of neutrality and issued a statement strongly condemning Argentina’s acts of aggression, while standing firm with Britain. Subsequently, the British sent an aircraft carrier task force over a lengthy and strenuous expedition of 8,000 sea miles, winning back the Malvinas.
In the meantime, the dollar began to strengthen, and international capital returned to the United States in accordance with the US wishes. When the Falklands War broke out, global investors drew immediate conclusions: Latin America was in a regional crisis and there was a deterioration of the investment climate in Latin America. One after the other, investors went to divest from Latin America. The Federal Reserve saw the moment and immediately announced an increase in interest rates. After the rates rose, disinvestment from Latin America gained momentum. Latin America’s economy was in ruins. The withdrawal of capital from Latin America almost all went to the United States in pursuit of the three markets (the bond, futures, and stock markets) in the US, and this brought the US the first big bull market after the dollar-gold decoupling. The dollar exchange rate had grown by 60 points then in one leap rose over 120 points, an increase of 100%. The three American markets did not keep this money there but seized the opportunity to earn more by going back to Latin America, this time to buy high-quality assets whose prices had dropped to the floor, thus savagely fleecing again Latin American economies. This was the situation after the first dollar strengthening.
If similar things happened only once, then it would be a rare occurrence; if they occur repeatedly, then it must be the rule. At the time of the first cycle—“10 years of weak dollar, six years of strong dollar”—people were not sure whether it was the rule. After the peak of the financial crisis in Latin America, the dollar exchange rate began to fall again starting in 1986. After that there was the Japanese financial crisis and the European currency crisis, but the dollar exchange rate was still low. Some 10 years later, in 1997, the dollar strengthened again. The strong dollar this time also lasted six years. This is very interesting, we can see that the dollar exchange rate showed more or less the same pattern: 10 years weak, six years strong, and then again 10 years weak, six years strong.
After 1986, the dollar exchange rate began to weaken for the second time, then after 10 years, the dollar came back like a flood, spilling all over the world. The main flood zone this time was in Asia. In 1980s what idea was hottest? The “four Asian Tigers,” “the Asian Geese,” and so on. Many people believed that Asia’s prosperity came through the hard work, intelligence, and the business acumen of the Asians. In fact, a big reason was because Asian countries received enough dollars for ample investments. When the Asian economies were roughly prosperous, the Americans felt it was time to reap the harvest. Then, after 1997, when the dollar exchange rate had been low for a full 10 years, by reducing the money supply to Asia, Americans brought back a strong dollar reversal. Most Asian countries, enterprises, and industries suffered liquidity shortages, and some even simply broke the chain of capital financing, and so came the signs of the Asian economic and the financial crisis.
This time the water in the pot was already 99 degrees, only 1 degree short of boiling, and then with the other degree the regional crisis would break out. It is not necessarily a war like that of Argentines. To create a regional crisis, war is not the only way. Since the goal is to squeeze out the capital, even without a fight one can create regional crisis. Then we saw that financial speculators like Soros, with his Quantum Fund, and hundreds of the world’s hedge funds, like a pack of wolves begin to attack the weakest economies of countries in Asia, such as Thailand, attacking the Thai currency the baht. A week or so after the baht crisis began, there was a chain reaction, all the way south, gradually moving to Malaysia, Singapore, Indonesia, and the Philippines, then north to China, Taiwan, Hong Kong, Japan, South Korea, and all the way up to Russia—the East Asian financial crisis broke out. This time the water was boiling. Global investors concluded that the investment environment in Asia had deteriorated and withdrew their capital from Asia. The Fed once again seized the opportunity to sound the trumpet for interest-rate hikes. Following the withdrawal order from Asia to the US, capital once again sought the three major US markets and brought the second great bull market to the United States. When Americans saved enough money, as they had done in Latin America, they came back to Asia to buy quality assets in Asia at floor price. This time the Asian economies had been totally smashed, with no strength to fight back. This time China was the only lucky one.
3. Now it’s China’s turn

Thereafter, timely and accurate as tides, after six years of being strong, the dollar exchange rate in 2002 it began to weaken again, and then again 10 years, in 2012, the Americans began to prepare to make the strong dollar weak again. The method was still the same old one: to create regional crises for others. We have seen the Cheonan incident [translator’s note: A South Korean navy ship sunk in 2010, possibly by a North Korean torpedo]; in neighboring China, the Diaoyu/Senkaku Islands dispute [translator’s note: between China and Japan], and the Huangyan Island/Scarborough Shoal dispute [between China and the Philippines]. Almost all took place within a very short period. But very unfortunately, the United States in 2008, playing with fire in its own home, was first hit by the financial crisis. This resulted in a delay in the strengthening of the US dollar exchange rate. It seems that the Sino-Philippine dispute on the Huangyan and the Sino-Japanese on the Diaoyu Islands did not much impact the US dollar exchange rate, but does it really matter? Why did these incidents occur just at the beginning of the third 10-year period of weak dollar? Few people have been explored this issue, but it is really worth considering.
If we admit that from the 1971 dollar-gold decoupling there has been a dollar exchange rate cycle, and according to the cycle, the Americans take the opportunit
y to strain the economies of other countries, then we can conclude that, now it is China’s turn. Why do we say so? Because now China has become a global attraction for receiving investments and a large quantity of international capital arrives in China from those optimistic about its economy. From the perspective of economic laws, it is not just China as a country. An economy the size of China’s is equivalent to the whole of Latin America, even bigger than the total economic output of Latin America; and if we compare it with East Asian economies then we can say that China’s economy is equivalent to the whole rest of East Asia. Moreover, in the past decade, a lot of capital came into China, making China’s economy to grow at a mouthwatering speed and becoming the world’s second largest. If this is so, it is not strange that the United States aims to target China for its third straining.
If the assessment is true, then, from 2012, since the Sino-Japanese Diaoyu Islands dispute and the Sino-Philippines Huangyan Island dispute, China’s neighborhood disputes came one after the other, until last year’s Sino-Vietnamese clash over the “981” rig and then later the “Occupy Central” Hong Kong movement. Can the occurrence of all these events still be seen as accidental? Last year in May, when I accompanied General Liu Yazhou, political commissar of the National Defense University, to Hong Kong for a study visit, the “Occupy Central” movement was already brewing and would possibly start at the end of May. But by the end of May it did not begin, nor by the end of June or July or August. What was the reason? What was this brewing movement waiting for? Let’s compare the timetable of another event: Fed QE (quantitative easing) exit timetable. Early last year, the United States said it would withdraw QE, but come April, May, June, July, and August, still it did not end it. If the US did not end QE, then they were still issuing many dollars and dollar cannot be strong, so Hong Kong’s “Occupy Central” movement did not start. The timetables of both events completely overlap. At the end of September last year, the Fed finally announced the US withdrawal from the QE, and the dollar exchange rate began to turn strong in early October—and then the Hong Kong “Occupy Central” movement broke out. In fact, the Diaoyu Islands, the Philippines Huangyan Island, the 981 drilling rig, and Hong Kong “Occupy Central” movement are four explosive situations. If any of these four blows up, they would lead to a regional financial crisis, which would mean that the region surrounding China is no longer good for investment. This would fully satisfy the basic condition of the dollar revenue model: “when the dollar exchange rate becomes stronger, other areas must appear as in regional crisis; this deterioration of the investment environment in the region forces a large number of investors to withdraw capital.” But unfortunately for Americans, this time it they had to deal with Chinese as opponents. The Chinese people used the taijiquan method to solve one by one the crises in the neighborhood. The result up to the present is that what the Americans hoped for—that 99 degree hot water goes up an extra degree—has failed to occur; the water is not boiling.
If the water does not boil, the Fed has to hold on raising interest rates. It seems the United States understands it is not so easy to shear China’s wool, but it has no intention of just waiting around. At the same time as promoting the “Occupy Central” movement in Hong Kong, the United States multi-pronged approach was starting to move in other areas. Where? Ukraine, where the EU meets with Russia. Ukraine, under the leadership of Viktor Yanukoviych, of course was not a perfect egg, so flies could fill it with maggots. But the United States was eyeing Ukraine not just because it was a rotten egg, but because it was good at fighting Yanukovych, a disobedient politician, and also blocking the EU and Russia from getting closer. This could also cause a worsening of the European investment environment—the ideal objective of killing three birds with one stone. Thus, a Ukrainian seemingly spontaneous popular “color revolution” broke out, and the goal of the Americans was achieved beyond the expectations of Americans or anyone on Earth: Russian strongman Vladimir Putin, taking advantage of the opportunity, recovered Crimea. Although the move was not in the American plan, it gave Americans a reason to put pressure on the European Union as well as Japan, forcing them to join the United States in sanctions against Russia, bringing great pressure to the Russian but also to the European economy.
Why did Americans have to do it? Often one looks at issue from a geopolitical perspective, rather than from the perspective of capital. After the crisis in Ukraine, Russia’s relations with Europe and America deteriorated rapidly, but Western sanctions against Russia created a deterioration of the investment environment in Europe, leading to the withdrawal of capital. According to statistics, over a trillion dollars of capital left Europe. America’s two-pronged design was successful. That is, if you cannot get capital to withdraw from China in pursuit of the United States, then at least you can cause European capital to go to the US. This was the first step to achieve a dramatic change in the situation in Ukraine, but the second step, did not go as the United States wished. The capital withdrawn from Europe did not go to the United States, according to data—most of it went to Hong Kong. This means that global investors are still not optimistic about the US economic recovery. Although its economic growth is slowing down, they still are looking to the country with the fastest growth rate: China.
This is the first point. The second is that the Chinese government announced last year it wants to have the “Shanghai and Hong Kong markets communication” so global investors are eagerly hoping to make some money through the “Shanghai and Hong Kong communication.” Western capital in the past did not dare to enter the Chinese stock market. A very important reason was China’s strict foreign exchange controls, with strict exits—you are free to come in, but you cannot easily go out—so investors are generally afraid to invest in China’s stock market. Since the “Shanghai and Hong Kong communication,” they can easily through Hong Kong invest in the Shanghai stock market, and they can just leave after they make money. Over a trillion dollars are now stuck in Hong Kong and have been since last September, which is the beginning of the “Occupy Central” movement. This is why the forces behind the “Occupy Central” movement have always refused to give up and always wanted a comeback—Americans need to create a regional crisis aimed at China, so the capital stuck in Hong Kong will be withdrawn from China in favor of the American economy.
Why does the US economy need and so strongly depend on international capital flows? The reason is that after the August 15, 1971 dollar-gold decoupling, the US economy gradually gave up on physical production and left the real economy. Americans consider the real economy—low-end manufacturing, low-value-added industries—as garbage industries or call them “sunset industries,” and gradually transferred them to developing countries, especially to China. Furthermore, aside from the so-called high-tech industries such as IBM, Microsoft, and other companies, America has gradually turned about 70% of jobs to finance and financial services. Now, the United States has become industrially empty and does not have much of a real economy that can bring large profits to global investors. In this case, the Americans have to open another door, that of the virtual economy. Virtual economy is its three markets. As long as the international financial capital gets into the
pond of its three markets, it makes money for America’s own money. Then, it uses the money earned to fleece the world, and now this is the only way Americans can live. Or we call it the American way of life. The approach is that the United States requires the return of a lot of capital to support the daily lives of Americans and the US economy. Those blocking capital returns to the US are the enemy of the United States. We must understand this to think about it clearly.
Second, whose cheese was moved by the rapid rise of China?
1. Why the birth of the euro provoked a war?

On January 1, 1999, the euro was born. Three months later, the Kosovo war broke out. Many people thought that the war in Kosovo came about because the United States and NATO joined forces to fight the Milosevic regime, which had massacred ethnic Albanians in Kosovo, creating an appalling humanitarian disaster. After the war, the lie quickly burst, and Americans admitted that this was a move played jointly by the CIA and the Western media with the goal of hitting the Yugoslavian government. However, was the war in Kosovo really against Yugoslavia? Europeans overwhelmingly believe it was for this purpose, but after 72 days of war, the Europeans found themselves fooled, and why?
With the launch of the euro, the Europeans were very confident. They set the euro-dollar rate 1: 1.07. After the outbreak of the Kosovo war, the Europeans were fully involved in the NATO action, in support the US attack on Kosovo. After 72 days of bombing, the Milosevic regime collapsed and Yugoslavia yielded. But then after all of this, the Europeans found the accounts did not match. In these 70 days of the war, the euro actually was crippled. When the war ended, the euro plummeted 30 percent, to $0.82 to one euro. Europeans suddenly realized they were sold out, and they were still counting the money for other people. The Europeans began to wake up. That is why later when the United States fought in Iraq, France and Germany—the two EU powers—firmly opposed the war.
Some say that Western democracies do not fight among each other. So far, after World War II, there has been no direct war between Western countries, but this does not mean there is no economic or financial war between them. The Kosovo war was the Americans’ indirect financial war with the euro, the fight was with Yugoslavia but pain was felt by the euro. That is because the birth of the euro moved the dollar’s cheese. Before the birth of the euro, the world currency was the US dollar, and the dollar was used for about 80% of global settlements—even now it is around 60%. The emergence of the euro immediately cut away a chunk of US cheese. The EU is a $27 trillion economy, and its appearance suddenly overshadowed the world’s largest economy, the North American Free Trade Area ($24–25 trillion dollars). As a large economy, the European Union certainly could not be happy with the dollar settling its internal trade, so the Europeans decided to launch their own currency, the euro. The emergence of the euro cut away about a third of the dollar settlements, and now 23% of world trade settlement uses the euro instead of the dollar. Americans were vigilant enough when the Europeans started talking about the euro, but later when they discovered that the appearance of the euro was a challenge to the primacy of the dollar, it was a little too late. Therefore, the US learned a lesson, and on one hand it presses down the EU and the euro, on the other hand it must press down other challengers.
2. What does America want to balance with the “Asia-Pacific strategic rebalancing”?

The rise of China makes us the new challenger. The 2012 Diaoyu Islands dispute and the Huangyan Island dispute are the latest attempt to suppress the American challenger’s success. Both occurred in China’s neighboring geopolitical areas, and although they failed to cause large capital outflows from China, they at least partially met American goals and created two problems. In early 2012, China-Japan-Korea negotiations on a trilateral Northeast Asian FTA were close to success; in April, China and Japan had a preliminary agreement on Japanese currency and bond swaps. But this time, the Diaoyu Islands dispute and the Huangyan Island dispute appeared one after another, and all of a sudden the Northeast Asian FTA negotiations and the Japanese currency swaps went up in the wind. After a few years, we have barely completed bilateral negotiations on a China-South Korea FTA, which has little significance, since it is quite different from the Northeast Asian FTA. Why is that? Because once China-Japan-Korea FTA negotiations succeed, it will include China, Japan, Korea, Hong Kong, Macao, and Taiwan. A Northeast Asian FTA would mean the third-largest economy would appear, a world-scale giant of about 20 trillion dollars. Then, once the Northeast Asian FTA was in place, it would not stop but would quickly move south to integrate the Southeast Asia free-trade area and form a free-trade area in East Asia generating over 30 trillion dollars. It would be the world’s first economy bigger than that of the EU and North America. Then we could continue to speculate that a free trade-zone in East Asia still would not stop. It could bring in India in the southwest, then move north to integrate the five Central Asian republics, and then go west to integrate the Middle East—so that the entire Asian FTA would have a scale of over 50 trillion US dollars, more than the EU and North America put together. If such a large free-trade zone were to appear, would it be willing to use the euro or the US dollar for clearing its internal trade? Of course not. This means that an Asian dollar might be born.
But I think, if an Asian FTA is to come about, we can only promote the internationalization of the RMB and allow the yuan to become Asia’s dominant currency, like the dollar became the hard currency in North America and then for the flow of goods around the world. The meaning of RMB internationalization goes far beyond what we say about the RMB: to go out and play a role in the “one belt, one road” policy and so on. It would split the world with the US dollar, and the euro. Chinese people can see it, will the Americans not see this? When Americans announced a rebalancing east, they pushed Japan on the Diaoyu Islands and wrangled with China to back the Philippines in the Huangyan Islands confrontation. If we think short-sightedly then the Diaoyu Islands dispute was started after the Japanese right-wing “bought the island” and the dispute with the Philippines started when Philippine President Corazon Aquino got carried away trying to stir trouble with China. But what we don’t see is American foresight in preventing the RMB from becoming a challenger the dollar. The Americans knew very well what they were doing because they knew they must not let such a thing happen again [as with the euro]. If the Northeast Asian FTA were formed, it would have a ripple effect dividing the world in three. If only a third of the global money is in the hands of the dollar, how can the US currency maintain its leadership? Could a hollowed out United States, left without monetary leadership, still be a global leader? If we want to understand this point, we should see why behind all of China’s recent troubles there is the shadow of the United States. This is because the United States has to think more long-term than us, see things more deeply to prevent China’s “peril” in the first place, and thus always give us trouble. This is the fundamental reason the US implemented its Asia-Pacific rebalancing strategy. What do you want to balance exactly? It is really to try to balance China and Japan, China and the Philippines, or China and other countries? Of course not, the goal is to balance out the momentum of China’s rising power today.
Third, the secret that American soldiers
fight for the US dollar
1. The Iraq War and the currency used in accounting oil deals
Everybody says the power of America rests on three pillars: money, technology, and military. In fact, today we can see that the real pillars of the US are monetary and military, and supporting the currency is the United States military. Wars all over the world burn money, but the US military goes on fighting despite it. But it can burn money on one hand and earn money for the US on the other hand, which other countries cannot do. Only the United States can gain a great deal through war, although the United States also has lost some hands.
Why did the Americans fight in Iraq? Most people have in mind just one word: oil. Did Americans really go to war for oil? Definitely not. If Americans went to war for oil, then why didn’t the Americans take a single barrel of oil from Iraq after the victory? Moreover, oil prices went from $38 a barrel before the war, to $149 a barrel after the war. The American people did not get low oil prices because of the US occupation of Iraq. Therefore, the US war in Iraq is not about oil, but the dollar.
Why, you say? The reason is very simple. Because in order to control the world, the United States needs the world to use dollars. In order to let the world use dollars, the Americans made a very clever move in 1973: they linked the dollar and oil by forcing the leading OPEC country, Saudi Arabia, to conduct its global oil transactions in dollars. If you understand that global oil transactions are in US dollars, you can understand why the Americans fight for oil. A direct consequence of war in the oil-producing countries is the surge in oil prices, and a surge in oil prices means that the demand for dollars increases. Before the war, for example, if you had $38, in theory, you can buy a barrel of oil from an oil company. With the war, oil prices have more than quadrupled, reaching $149. So, $38 is only enough to buy a quarter of a barrel of oil, and for the remaining 3/4 of the barrel you are short more than 100 dollars. What to do then? You can only go to the Americans with your own products and resources and hand them out in return for American dollars. And then the US government can confidently, openly, and justifiably print dollars. It is through war—war against the oil-producing countries creating high oil prices—that the US creates a high demand for dollars.
The American war in Iraq had more than just one goal. It was also about maintaining the dollar leadership. Why then did George W. Bush insist on war in Iraq? Now we can very clearly that Saddam did not support terrorism or al-Qaeda, nor did he weapons of mass destruction—why was Saddam finally brought to the gallows? Because Saddam thought himself smart, and played with fire with superpowers. At the official launch of the euro in 1999, Saddam Hussein seized the opportunity to play with fire between the dollar and the euro—the United States and the European Union—and he could not wait to announce that the Iraqi oil transactions would occur in euros. This is what angered the Americans, in particular, it produced a chain reaction. Russian President Vladimir Putin, Iranian President Mahmoud Ahmadinejad, and Venezuelan President Hugo Chavez, also announced the settlement of their country’s oil exports would be in euros. Was this not a stab in American backs? Some people think it is too far-fetched to say that after this war in Iraq was mandatory. Then please take a look at this: what did the Americans do after winning Iraq? Even before seizing Saddam, the Americans set up an Iraqi interim government whose first decree was to declare Iraqi oil exports would be accounted in dollars and not in euros. That’s why Americans are fighting for dollars.
2. The Afghan war and US capital account surplus
Some might say that the war in Iraq to for fight US dollars is understandable, but in Afghanistan there is no oil, so the US war in Afghanistan could not have been fought for the dollar, right? Moreover, the war in Afghanistan came clearly after “9/11,” when the United States wanted to retaliate against al-Qaeda and the Taliban for supporting al-Qaeda. But is that really true? The war in Afghanistan started over a month after “9/11″—it was kind of rush. After a while the US ran out of cruise missiles but the war still continued. The Pentagon could not but order open the stash of nuclear weapons, remove the 1,000 nuclear warheads from cruise missiles, and put in place conventional warheads, Then they lobbed 900 more missiles and only then beat down Afghanistan. This is obvious proof that preparation was very inadequate, and in that case, why did the Americans insist on rushing into battle?
Americans could not wait any longer. In the early 21st century, the United States was an industrially hollow country and needed about $700 billion every year in net inflows to survive. But within a month after “9.11,” the investment climate in the US had badly deteriorated to a level of worries and anxiety never felt before. No matter how strong it is, if the United States could not look after its own security, how could it ensure investors’ financial security? As a result, over $300 billion of hot money left the United States. This forced the United States to fight a war as soon as possible. The war was not only to punish the Taliban and al-Qaeda, but also to regain global investors’ confidence. As the first cruise missiles exploded in Kabul, the Dow Jones rebounded 600 points in one day, the capital flowing out began to return to the US, and by the end, there was about $400 billion moving back to the US. Does this not prove that the war in Afghanistan was for the dollar and capital?
3. Why aircraft carriers gave way to rapid global strike systems
Many people have great expectations about China’s own aircraft carrier, because they have seen the history of aircraft carriers and eagerly look forward to China with its own. Then when we heard the whistle of the Liaoning, we rushed to catch the last train of a Chinese aircraft carrier. While the aircraft carrier remains today a sign of a big country, it is but a sign. Because the global economy is increasingly focused on financial technology, the role of aircraft carriers will gradually decline. The history of aircraft carriers is a product of its times. When the British Empire flourished, it promoted global trade, and it would sell its manufactured goods to the world, and then get resources in return. It needed a strong navy to ensure the smooth flow of sea lanes. Later the development of aircraft carriers was all to control the seas and to ensure the safety of sea lanes. It was the era of “logistics is king”: to guarantee control of the flow of resources and products on the sea would guarantee control of the flow of global wealth. But the world today is in the era of “capital is king.” Billions, hundreds of billions, or even trillions in capital flow from one place to another place within a few seconds with the tap of a few keys on the computer. Of course, the aircraft carrier sailing the oceans at the speed of logistics, but unable to keep up with the speed of capital, will not be able to control global capital.
Today, what are the alternatives? Can you keep up with the direction, volume, and speed of the flow of global capital supported by the Internet? Americans are developing a huge, rapid global combat system: using ballistic missiles and supersonic aircraft five times or ten times faster than a supersonic cruise missile, it can quickly hit any area of high concentration of capital. Now the US claims it can hit any part of the world within 28 minutes, so no matter where capital is concentrated, it can hit anywhere in the world. As long as the United States does not want a particular place to have capital, a missile can get there in 28 minutes. And when the missile goes down, capital ca
n be still quietly and nicely withdrawn. This is the reason why a fast global combat system will replace the carriers. Of course, the aircraft carrier of the future will still have irreplaceable roles, such as the protection of maritime safety and of sea lanes, humanitarian missions, and so on, because the carrier is a very good offshore platform. But as a weapon to control future capital flows, it has far less speed than the global strike systems.
Fourth, the “Air and Sea Battle”: A Gordian knot for the US
When Americans consider the use of military means to deal with the rise of China, they proposed a concept called the “air and sea battle.” I think the “air and sea battle” remains intractable dilemma for the US. The “air and sea battle” against China was raised at the 2010 joint US Air Force and Navy summit. The strategy primarily reflects the fact that the US military today is weakening. US troops used to think that it could use air strikes and the Navy against China. Now the US finds neither the Air Force nor the Navy by themselves can gain advantages against China; a joint air-and-sea attack can provide a certain advantage over China. But though the US raised the idea a little more than four years ago, the Americans suddenly changed the name, now calling it a “concept of global common involvement and joint mobility.”
In this joint concept of operations by air and sea, Americans believe that there will be no war between the two countries within the next ten years. After recent American studies on China’s military development, they believe the US’s existing capacity is not sufficient to offset some advantages the Chinese military has established, such as the ability to destroy space systems or attack aircraft carriers. The United States must then come up with ten years of development and a more advanced combat system to offset China’s advantages. This means that Americans may schedule a war for ten years later. While war may still not happen in a decade, we must be prepared for it. If Chinese do not want a war in the next ten years, we need to put all of our affairs in order, including the preparation of the military and war.
Fifth, the strategic significance of “one belt, one road”
Let’s look at the Americans’ passion for sports: the first is basketball and the second is boxing. Boxing typically reflects strength in the style Americans advocate: go straight, strike, the KO (knockout) wins, and everything is clear. China, by contrast, likes blur and softness, and we do not look forward to knocking you out, but want to resolve and understand all your actions. Chinese people like to practice taiji, which is indeed a higher art than boxing.
“One belt, one road” reflects this idea. The history of the rise of all great powers concerns their globalization movement. This means that globalization is not a consistent process from antiquity to the present day, but each place—the Roman Empire, the Qin Empire—has its own globalization process. Each process of globalization was being pushed by the rising empire; every empire is associated with a period of globalization, with its heyday of globalization when it reached a peak. And globalization will also be limited by their strength, which is the maximum range that can be achieved by their vehicles—that is, it’s the end point for each phase of globalization. Therefore, both the Roman and Qin Empire globalization, today only seem like a process of regionalization of imperial expansion. The real globalization of modern history came from the beginning of the great British Empire, which was the globalization of trade. After the United States took over the mantle of the British Empire, it carried on with the globalization of trade, while the truly American globalization was the globalization of dollars. This is the globalization that we are experiencing today. But I do not agree that today’s Chinese strategy of “one belt, one road” is an integration into the global economic system. To say that the dollar will continue its globalization and integration is a misunderstanding. As a rising great power, “one belt, one road” is the initial stage of China globalization. As a big country, the process of rising must be about the plan for advancing globalization.
“One belt, one road” is by far the best strategy China can put forward. It is a hedge strategy against the eastward move of the US. Some people will question this, believing hedging should be in the same direction—how can you hedge by going in the opposite direction? Right, “one belt, one road” is China’s hedge strategy of turning its back to the US eastward shift: You push in one direction; I go in the opposite direction. Didn’t you pressure me to it? I go west, neither to avoid you nor because I am afraid, but to very cleverly defuse the pressure you gave me on the east.
“One belt, one road” is not a strategy of two parallel lines, but there should be primary and secondary focuses. Given that China’s sea power is still weak, the first choice of “one belt, one road” should be to compete on land, which means “the way (sea lanes)” should be a secondary attack direction and “the belt” should be the main direction. If “the belt” has become the main direction, it means that we must re-recognize the role of the Army. Some people say that the Chinese Field Army is invincible. If they mean it within the scope of Chinese territory, yes, the Chinese Army is invincible. Who would want to set foot on Chinese territory to fight large-scale battles? The problem is, does the Chinese army have expeditionary capabilities?
Last year I talked about this issue at the Global Times forum. I said that in choosing China as its rival, America chose the wrong opponent and the wrong direction. Because in the future, the real challenge to the United States is not China; it is the United States itself, and the United States will bury itself. Because it does not realize that a great era is ending, the United States will fall with time because financial capitalism has been brought to the highest stage. On the one hand, through the virtual economy, the United States has already eaten up all the profits of capitalism. On the other hand, through scientific and technological innovation—of which it is proudly is a world leader—the Internet, big data, and the cloud are pushed to the extreme will eventually bury in the United States, as the representatives of the most important opponent of financial capitalism. [That is, the internet and the cloud will gain a life of their own and oppose the government of the US].
On last year’s “double 11” [November 11, Chinese Valentine day], online shopping reached 50.7 billion yuan in a day for Alibaba’s Taobao. Over the three days after the Thanksgiving holiday, US online and on-the-ground store sales had a total equivalent to 40.7 billion yuan, less than Alibaba sales in one day. And China was not even counting Netease, Tencent, Jingdong, or revenue from malls. This means that a new era has already arrived, while the American reaction is still slow. Alibaba deals were all made directly with Alipay. What does direct pay mean? It means that the currency is already out of the transaction stage, and the American leadership is built on the dollar. What is the dollar? It is a currency. In the future, when we no longer use money, traditional money settlement will become useless. When money becomes useless, will an empire built on money still exist? That is the question to be considered by the Americans.
3D printers also represent a future direction and will bring a fundamental changes in the mode of production in today’s society. Because production is changing and trade is changing, the world is bound to change radically. But history has proven that real change
can lead to changes in the social nature, which will be led by these two [changes in production and trade modes] and no other factors. In China from the period of the late Qin Emperor, people began to rebel: Chen Sheng Wu Guang rose a revolution and uprisings occurred many times during 2,000 years of history. Rebellions, wars, revolutions—do they solve the problem? They do not solve the problem; they just bring a change of rulers, a low-level water circulation. These movements could not change the nature of the farming community, nor did they change the modes of production or the ways of trade. They could only bring a regime change. In the West too, Napoleon brought the glory of the French Revolution and led a new army baptized in the revolution across Europe, throwing down one crown after the other, but when he failed at Waterloo, Napoleon stepped down. All European kings were restored and immediately they returned to feudal society. The Industrial Revolution came when the British steam engine allowed humanity to greatly enhance its production and a large number of surplus products appeared. With the remaining products there was surplus value, and thus capital and capitalists. Capitalist society had arrived.
So today when capital may disappear with the disappearance of money and when production will also change with the emergence of 3D printer, mankind is about to enter a new social stage. This time China and the United States stand on the same starting line, the starting line of the Internet, big data, and cloud computing. We have to compare who is better at entering this era, rather than the vie for who will suppress whom. In this sense, I was saying that the United States picked the wrong opponent. The real opponent is the United States itself—or is this era. Precisely on this point, Americans appear amazingly slow. Because they are too eager to keep their leadership and never thought to share power with other countries, approaching this new social stage jointly still has many unknown areas and many uncertain barriers.

1614.- Tentare la fortuna in Iran

La Tv di stato iraniana riferisce di 10 manifestanti morti nella giornata di lunedì. La protesta ha assunto un nuovo livello quando dimostranti hanno tentato di entrare in installazioni militari venendo respinti con la forza. John Perkins descrive 3 fasi per rovesciare un governo straniero: 1) corrompere i governanti del posto; 2) provocare rivolte contro i governi che non vogliono piegarsi; 3) invadere militarmente il paese. In Iran siamo alla fase 2. È improbabile che i nuovi piani segreti anti-Iran di Stati Uniti e Israele vadano lontano. Abdalbari Atwan, Aurora

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Mentre la Russia porta la Siria da una guerra e dalla sanguinosa anarchia verso pace, stabilità e ricostruzione, invitando tutte le parti alla conferenza di Sochi del mese prossimo per concordare una tabella di marcia che includa la nuova costituzione ed elezioni presidenziali e parlamentari, Stati Uniti ed Israele elaborano piani per far esplodere la regione e rigettarla in nuove guerre col pretesto di affrontare la minaccia iraniana. Canale 10 israeliano rivelava un accordo segreto raggiunto il 12 dicembre, dopo i colloqui tra il consigliere per la sicurezza nazionale israeliano Meir Ben-Shabbat e l’omologo statunitense HR McMaster, affinché le due parti agiscano escogitando scenari contro l’Iran su più fronti. Secondo quanto riferito, si prevedono misure volte a frenare le capacità nucleari e missilistiche dell’Iran, ridurne la presenza in Siria e affrontarne l’alleato Hezbollah in Libano. La Casa Bianca in seguito confermava l’esistenza dell’accordo dopo che fu riportato dai media. Si prevedono due importanti sviluppi nella regione nel nuovo anno. Primo, il crollo dello Stato islamico (SIIL) e la perdita della maggior parte del suo territorio in Siria e, secondo, la sconfitta dei piani statunitensi in Siria, basati sull’uso di gruppi armati d’opposizione per rovesciare il regime del Presidente Bashar al-Assad, sventati dalla risolutezza dell’Esercito arabo siriano, dall’intervento della Russia e dal sostegno di alleati come Iran ed Hezbollah, portando la Siria verso la nuova fase della riconciliazione nazionale e del rinnovamento. In questo contesto, l’attuale amministrazione statunitense teme che l’influenza nella regione svanisca a favore di Russia e Cina e di potenze regionali come Iran e Turchia. Lo stato occupante israeliano è allarmato dalla forza di Hezbollah e dalle sue crescenti capacità militari, e teme le conseguenze del trionfo nel conflitto siriano e la capacità di dedicare attenzione nel fronteggiare la minaccia israeliana aprendo nuovi fronti d’attrito nel sud del Libano e nel sud-ovest della Siria. Né Canale 10 né Casa Bianca hanno rivelato i dettagli dei piani e degli scenari che Stati Uniti ed Israele perseguirebbero contro Iran ed Hezbollah. Ma è ovvio che uno di tali scenari tenta di destabilizzare l’Iran dall’interno creando interferenze o proteste ed attivando vari gruppi separatisti armati. Il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, uno dei più stretti alleati mediorientali dell’amministrazione Trump, lo dichiarava apertamente in un’intervista televisiva di alcuni mesi fa, avvertendo che il suo Paese stava per “avviare la guerra all’interno dell’Iran” come misura preventiva, intendendo prima che l’Iran cerchi di portare la “guerra” in Arabia Saudita. Non sorprenderebbe se le manifestazioni tenutesi in diverse città iraniane per protestare contro l’inflazione siano in qualche modo prodotto di tale strategia.
È dubbio che qualsiasi piano statunitense e israeliano per rimuovere l’Iran e la sua influenza in Siria e Libano abbia possibilità di successo, a meno che non si preveda una guerra a tutto campo. Anche allora, sarebbe una scommessa pericolosa che potrebbe avere conseguenze catastrofiche, in particolare per lo Stato occupante israeliano. Se i missili Patriot degli Stati Uniti non possono intercettare i pochi missili prodotti dagli huthi dello Yemen contro le città saudite, il sistema Iron Dome d’Israele difficilmente farebbe meglio contro i missili più avanzati e precisi di Hezbollah, specialmente se sparati a centinaia, se non migliaia, contro le città israeliane. La minaccia che affronta Israele s’è aggravata, e la principale proviene dall’interno: istigando una nuova rivolta palestinese con la prospettiva che diventi resistenza armata. Non è improbabile dato il recente lancio di razzi dalla Striscia di Gaza sugli insediamenti israeliani a nord, e l’emergere dell’apertura di un’alleanza di Hamas e Jihad islamica con l’Iran, con Qasim Sulaymani, capo della Brigata Quds della Guardia Rivoluzionaria iraniana, che sarebbe stato in contatto diretto coi comandanti militari dei due gruppi islamici palestinesi. Le minacce di Israele e Stati Uniti potrebbero equivalere a una guerra psicologica, o potrebbero essere volte a rassicurare gli spaventati alleati arabi e spingerli a spendere altre decine di miliardi di dollari in armi statunitensi. In entrambi i casi, l’anno venturo potrebbe rivelarsi spaventoso per gli Stati Uniti e il loro alleato israeliano. Potrebbero tentare la fortuna, ma i risultati non saranno sicuramente di loro gradimento. La regione cambia, e velocemente.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio

1572.- Le milizie irachene minacciano le forze statunitensi

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Andrej Akulov SCF 13.12.2017

A dispetto degli avvertimenti mondiali, il presidente Trump ha riconosciuto Gerusalemme capitale d’Israele. L’annuncio ha provocato una reazione diplomatica quasi universale ed ha irritato i Paesi con significative popolazioni musulmane. La maggior parte della comunità internazionale non riconosce Gerusalemme capitale israeliana finché la questione non sarà risolta nei negoziati coi palestinesi. Non sono solo proteste diplomatiche; la decisione potrebbe innescare un grande conflitto militare sminuendo la guerra allo Stato islamico e il conflitto in Siria. Aqram al-Qabi, leader dell”Haraqat Hezbollah al-Nujaba, sostenuto dall’Iran, affermava che la decisione del presidente Trump è “ragione legittima” per attaccare le forze statunitensi in Iraq. Con circa 10000 combattenti, Nujaba è una delle milizie più importanti del Paese. Costituita da iracheni, è fedele all’Iran. Il gruppo fa parte delle Forze di mobilitazione popolare irachene (PMF), una coalizione soprattutto di milizie sciite filo-iraniane che hanno avuto grande ruolo nella lotta allo Stato islamico. Le PMF sono riconosciute dal governo e riferiscono formalmente all’ufficio del Primo ministro Haydar al-Abadi. Nujaba schiera forze in Siria a sostegno del governo siriano. A novembre, il senatore repubblicano Ted Poe presentò una proposta di legge al Congresso degli Stati Uniti, suggerendo che il governo degli Stati Uniti consideri i gruppi armati iracheni Haraqat Hezbollah al-Nujaba (Nujaba) e Asaib Ahl al-Haq (AAH) emanazioni del Corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane (IRGC). Gli Stati Uniti hanno oltre 5200 soldati schierati in Iraq. Il leader del Nujaba Aqram al-Qabi fu sanzionato dal dipartimento del Tesoro “per aver minacciato la pace e la stabilità dell’Iraq”. L’ex-Primo Ministro iracheno Nuri al-Maliqi definiva l’annuncio di Trump “dichiarazione di guerra”. Il potente religioso sciita Muqtada al-Sadr, a capo di una milizia, ha chiesto la chiusura dell’ambasciata USA a Baghdad e avvertiva che “Possiamo raggiungere Israele dalla Siria”. Allo stesso tempo, la decisione del presidente degli Stati Uniti è sostenuta dai curdi iracheni indignati per la campagna a sostegno di Gerusalemme e dei diritti palestinesi, ignorando i diritti curdi. Va notato che non era la prima minaccia di colpire le forze statunitensi nella regione, tali avvertimenti furono già fatti il 1° novembre 2017, quando il quotidiano libanese al-Aqbar pubblicò un articolo che citava elementi della “Resistenza irachena” dichiarare l’intenzione di attaccare le truppe statunitensi in Iraq. Le PMU, composte da circa 40 milizie, si “preparano a riorganizzare le fila e al grande conflitto cogli statunitensi”. La maggior parte, se non tutte, le fazioni del PMU percepiscono la presenza militare USA in Iraq come un’occupazione.
Il presidente Trump ha concesso ai comandanti statunitensi l’autorità di ordinare attacchi nei Paesi con presenza militare statunitense, il 29 gennaio. Gli Stati Uniti sono già presenti in Siria e Golfo Persico dove si profila lo scontro con l’Iran. Aumentando notevolmente il rischio d’innescare un conflitto in caso di incidente. Se iniziasse, gli Stati Uniti combatteranno un nemico formalmente parte dell’esercito regolare iracheno, loro alleato. Miliardi di dollari in aiuti e armi avanzate sono stati utilizzati per ricostruire le forze armate irachene nell’ultimo decennio. La domanda è: gli Stati Uniti saranno in guerra con l’Iraq? Il governo iracheno non può compromettere le relazioni con le PMU e rischiare crisi interne. Gli scontri porteranno automaticamente a combattimenti tra Stati Uniti e Iran nella regione? Le unità sciite hanno una grande presenza in Siria. Se s’innesca un conflitto, è probabile che arrivi in Siria, cogli Stati Uniti che vi aumentano la presenza militare per influenzare negativamente le prospettive avviate dalla Russia sul processo di pace. Le forze dell’opposizione coglieranno le opportunità dal conflitto tra Stati Uniti e sciiti. Coi curdi che sostengono gli USA sulla questione di Gerusalemme, i pishmerga (unità paramilitari) potrebbero combattere le formazioni sciite. Se le forze USA saranno rinforzate per combattere le PMU, la tentazione di riconquistare Qirquq e i giacimenti petroliferi sarebbe irresistibile, per annetterli ancora al Kurdistan. Una volta che un conflitto derivasse dal riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele, i combattenti delle PMU godranno del sostegno pubblico nei Paesi arabi. Un’altra conseguenza: probabilmente i combattimenti saranno seguiti da scontri tra forze israeliane e unità sciite in Siria. Ciò potrebbe coinvolgere le truppe del governo siriano sostenute dalla Russia. È grande la probabilità che, prima o poi, la situazione porti a combattimenti tra Stati Uniti ed Iran, e al conflitto Israele-Iran. I combattimenti si diffonderanno in Libano, dove Hezbollah gode di grande influenza.
Cosa c’è da aspettarsi nel prossimo futuro? Gli Stati Uniti dovranno aumentare la presenza militare in Iraq e in Siria. Le loro forze navali prenderanno posizione nel Golfo Persico e nel Mediterraneo. È probabile che gli Stati Uniti evitino l’ulteriore aggravarsi della situazione nella penisola coreana, per non essere coinvolti simultaneamente in due conflitti. Il rischio di una guerra tra Stati Uniti e Iran evolverà secondo determinati scenari e avrà conseguenze globali. C’è la grande possibilità che l’Iran guidi il movimento musulmano contro Stati Uniti e Israele provocato dal riconoscimento di Gerusalemme. In realtà, il riconoscimento non è ciò che a prima vista comporta in definitiva, ma è provocatorio e prematuro. La decisione ha molti svantaggi ed è improbabile che avvantaggi gli Stati Uniti se non creandogli grattacapi. Si raccoglie ciò che si semina. L’esercito statunitense affronta una seria minaccia in Iraq. Se scoppiasse la guerra, le conseguenze saranno terribili.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio,di aurora

1563.- Attacchi aerei: Israele si rompe i denti sulla Siria

 

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Mikhail Gamandij-Egorov, al-Manar, 6 dicembre 2017

Israele vede la superiorità aerea in Medio Oriente seriamente limitata. Damasco, dopo aver eliminato la minaccia terroristica, non lascia più senza risposta le aggressioni israeliane, registrando un primo successo in questo settore. La fine dell’impunità aerea di Tel Aviv è gravida di conseguenze nella regione. L’intercettazione da parte dei siriani di diversi missili terra-terra israeliani indica i cambiamenti radicali nella bilancia di potere nel Vicino e Medio Oriente. Questa evoluzione militare è senz’altro sostenuta dai cambiamenti della linee di forza geostrategiche, che non saranno lamentati dai partigiani della multipolarità. Affrontando quest’ultimo punto, si nota innanzitutto l’isteria sempre più evidente dai capi israeliani. Netanyahu, notando il fallimento del suo scenario ideale, l’incancrenimento indefinito del conflitto siriano, minaccia quasi quotidianamente Damasco ed alleati, tra cui Teheran. A volte le minacce sono seguite da momenti di silenzio, poiché la nuova realtà sembra travolgere i capi dello Stato ebraico. In effetti, nei giorni scorsi, Israele alzava i toni dicendo che “non tollererà alcuna presenza iraniana in Siria”. Dimenticando che la Siria non è una colonia israeliana, come quelle nel territorio palestinese. Inoltre trascura il fatto che la Repubblica Siriana, in quanto Stato sovrano, non deve chiedere il permesso di terzi, siano israeliani, statunitensi o europei, per la presenza sul suo territorio delle forze alleate di Russia, Iran od Hezbollah.

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Tel-Aviv sembra anche sorpresa che la Siria abbia non solo sconfitto decine di migliaia di terroristi che operavano sul suo territorio da diversi anni, grazie all’aiuto decisivo della Russia, avviando ampi progetti di ricostruzione nazionale, ma che anche imponga le nuove condizioni nella difesa del proprio spazio aereo. Va ricordato che durante la guerra di Siria ed alleati contro il terrorismo internazionale, l’aviazione sionista compì numerosi raid contro le postazioni dell’Esercito arabo siriano, senza mai toccare alcun gruppo terroristico, come SIIL o al-Qaida? Damasco non mancò di sottolineare la complicità tra Tel Aviv e i gruppi terroristici. Ma al di là di tali convinzioni, è chiaro che la Siria non poteva in genere difendere adeguatamente il proprio territorio dagli attacchi israeliani; in realtà, l’Esercito arabo siriano era principalmente mobilitato nella lotta al terrorismo e, secondo il Presidente Assad, diversi sistemi di difesa aerea furono distrutti dai terroristi all’inizio del conflitto.
Alcuni pettegolezzi non esitavano a denigrare la Russia, alleata di Damasco, sulla volontà di affrontare gli attacchi aerei israeliani, che spesso solcano lo spazio aereo libanese. La sola azione visibile di Mosca era convocare l’ambasciatore israeliano per presentargli le proteste ufficiali. Personalmente, sono convinto che se il Cremlino avesse provato, invano, a convincere Israele a fermare le ostilità contro la Siria, la ragione principale di tale “pazienza” era concentrarsi sull’eliminazione dei terroristi in Siria. Missione compiuta, dato che i terroristi sono stati eliminati per più del 95%. Sulle incursioni aeree contro Damasco, la Russia aveva annunciato l’intenzione di rafforzare in modo significativo la difesa aerea siriana. Alcuni potrebbero aver pensato che sarebbero state solo parole. La Russia ha fatto di tutto per nasconderlo, ma i risultati ci sono: con diversi missili israeliani intercettati, la Siria ha dimostrato di poter contrastare gli attacchi israeliani. La Russia, da buon alleato, non sbandiera di certo le ragioni di tale cambiamento della difesa antiaerea della Repubblica Araba. Non è sua abitudine. Un po’ come al momento delle vittorie decisive ad Aleppo, Palmyra, Homs o Dayr-al-Zur, dove la Russia ha sempre lasciato la palma della vittoria a popolo, esercito e governo siriani. Tuttavia, una cosa è certa: lo Stato sionista non domina più lo spazio aereo della regione. La pillola sarà difficile da ingoiare, ma avverrà. E invece di rompersi i denti, Israele farebbe meglio a ripensare la propria politica verso Siria, Palestina e l’intera regione. In caso contrario, potrebbe affrontare conseguenze che gli saranno certamente dannose.

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1531.- IL REFERENDUM PER L’INDIPENDENZA DEL KURDISTAN IRACHENO: ERA UNA BOMBA INNESCATA DA ANNI

Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan voluto Masoud Barzani analizzato in un commento a uno scritto di Antonio Vecchio del 04/10/17

Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan dello scorso 25 settembre ha rappresentato un punto di svolta per il Medioriente, non solo per le implicazioni di natura politica e territoriale, ma, anche e soprattutto, per il precedente che ha introdotto.

Il quesito proponeva la secessione della Regione Autonoma del Kurdistan (KRG) dalla Repubblica d’Iraq: un evento dalla portata dirompente non solo per l’integrità dello Stato, ma anche perché è intervenuto con forza sull’attuale assetto regionale, figlio degli accordi Sykes-Picot del 1916 con i quali Francia e Regno Unito definirono le rispettive sfere di influenza nel Medioriente.

E poiché (anche) in geopolitica i vuoti tendono sempre ad essere riempiti, tutti al momento si sono affrettati con dichiarazioni e minacce a sostegno della integrità statuale dell’Iraq.

Baghdad, ha reagito immediatamente chiudendo lo spazio aereo sul KRG e declassando l’aeroporto di Erbil a scalo nazionale.

Il parlamento iracheno ha inoltre votato la rimozione del governatore della città petrolifera di Kirkuk, reo di aver supportato il referendum, e l’invio di truppe nel suo centro urbano liberato dai Peshmerga nel 2014 e da questi tutt’ora presidiato, sul cui palazzo del governo, a inizio di questo anno, era stato issato il tricolore curdo.

Neppure Iran e Turchia, le principali potenze regionali, sono rimaste inerti temendo che l’iniziativa potesse causare un effetto domino in seno alle rispettive minoranze curde (20% degli abitanti turchi è curdo, 10% in Iran).

La Sublime Porta ha minacciato la chiusura della pipeline Kirkuk-Ceylan che porta il petrolio curdo sul mercato europeo, ha sospeso tutti i collegamenti aerei con Erbil e rimosso tre canali curdi da un proprio satellite.

L’Iran invece ha preso le distanze dall’iniziativa di Erbil chiudendo i confini (riaperti il 3 ottobre u.s.), nonostante il referendum sia stato sostenuto anche dall’Unione Patriottica dei Lavoratori (PUK), il secondo partito curdo di base a Sulemanye, tradizionalmente filoiraniano.

Teheran non può accettare ai suoi confini uno stato curdo indipendente per una serie di motivi, tra i quali la presenza al suo interno di una significativa minoranza curdo-iraniana (proprio in Iran, nel 1946, il primo tentativo di autonomismo curdo con la Repubblica di Mahabad) e il pericolo, con l’indebolimento del potere sciita a Baghdad, di perdere influenza sulla regione.

La Russia, dal canto suo, ha assunto un atteggiamento ambivalente segnato dalle recenti dichiarazioni del Ministro Sergey Lavrov alla Tv curda Rudaw, di netta contrarietà alla iniziativa di Masoud Barzani motivata dalle “considerevoli implicazioni geopolitiche, geografiche, demografiche ed economiche” ad essa correlate, cui però seguirono, lo scorso mese di agosto, quelle del vice capo Consolare a Erbil, che annunciò pieno “supporto alle decisioni prese dal popolo del Kurdistan, se frutto di un passaggio referendario”.

Per finire anche gli USA, sebbene sponsor e protettori storici del KRG, hanno a più riprese dichiarato la loro contrarietà ad un Kurdistan indipendente.

A questo punto è naturale chiedersi se il Presidente Barzani sia stato solo uno scommettitore d’azzardo che ha sbagliato l’ultima giocata puntando sul tavolo l’intero patrimonio (il KRG) oltre al nome e la storia suoi e della sua famiglia (suo nonno Mustafa Barzani, generale, fu l’epico difensore di Mahabad).

È possibile che nessuno dei consiglieri abbia saputo suggerirgli una diversa linea di condotta, fosse solo il procrastinare ad altra epoca lo svolgimento referendario?

Tutto sembrerebbe portare a tale conclusione, dato che ad oggi le conseguenze della scelta curda hanno vanificato i potenziali vantaggi.

Il congelamento delle frontiere da parte iraniana e turca unitamente alla chiusura dello spazio aereo hanno dato il colpo di grazia ad una economia in continua recessione iniziata con la caduta del costo del petrolio nel 2014 e proseguita per tutta la durata della guerra contro ISIS.

Quella del KRG rimane, infatti, una economia da “render state” totalmente incentrata sulla produzione e smercio del petrolio, e Ankara, chiudendo la pipeline Kirkuk-Ceylan affossa l’unica fonte economica: le riserve della Regione – fonte Il Sole 24 Ore – ammontano a 45 miliardi di barili, che salivano quasi a 60 comprendendovi  Kirkuk.

Elementi questi che, uniti all’isolamento di Erbil (formalmente sostenuta solo da Israele) ed alle manovre militari congiunte tra Iraq-Iran e Iraq-Turchia ai rispettivi confini con il Kurdistan, hanno rafforzato l’ipotesi di un vero e proprio azzardo strategico da parte della leadership curda.

La partita di Barzani può però avere avuto una sua logica ben precisa.

Uno stato curdo indipendente avrebbe creato e creerebbe, infatti, una interruzione della dorsale sciita che da Teheran giunge a Hezbollah in Libano passando per l’Iraq e la Siria, alla cui costituzione gli USA hanno grandemente contribuito nel 2003 consegnando Baghdad agli sciiti.

In tale ottica, le dichiarazioni formali statunitensi contro il referendum sarebbero state espressione di un gioco delle parti nel quale ciò che si dice non sempre è ciò che si vuole: un Kurdistan indipendente, visto da una prospettiva diversa, finirebbe, comunque, per indebolire l’influenza iraniana nell’area, proprio come si propone l’attuale amministrazione USA.

Circa, poi, la posizione turca con la minaccia di interrompere le relazioni economiche. Anche in questo caso, dalle minacce di embargo e di chiusura della pipeline non necessariamente deve sortire alcun provvedimento reale.

Il cliente curdo è funzionale all’economia turca – Ankara è il primo partner economico con circa 4000 compagnie presenti – e la sospensione dei rapporti causerebbe enormi perdite sul piano delle transazioni commerciali finanziarie.

Gli interessi commerciali di Ankara nel KRG ammontano a circa 9 miliardi di dollari, cui di recente si è aggiunto un accordo petrolifero della durata di 50 anni per lo sfruttamento e il trasporto di petrolio grezzo curdo, i cui benefici verrebbero annullati tout court dalla chiusura della citata pipeline con danni enormi per un Paese come la Turchia di progressiva industrializzazione.

Senza considerare che una iniziativa unilaterale di rottura delle relazioni commerciali finirebbe per agevolare gli interessi economici del competitor persiano, tradizionalmente molto attivo nell’area.

La carta petrolifera potrebbe fare la differenza anche nell’approccio russo al problema curdo.

Mosca è grandemente interessata al petrolio curdo, sia perché è di facile estrazione peraltro poco costosa, ma anche perché GAZPROM e ROSNEFT, le due OIL Company presenti da tempo, hanno investito ingenti risorse nella Regione e subirebbero forti perdite in caso di chiusura della pipeline (ROSNEFT, a sette giorni dal referendum, ha firmato un accordo con il KRG per la costruzione di gasdotti sino in Turchia) .

I rapporti di Mosca con il KRG sono antichi – (Mustafa Barzani – foto sopra – visse per oltre 10 anni in Unione Sovietica dopo la fallita esperienza indipendentista di Mahabad) – e pensare ad una improvvisa chiusura non è ragionevole, vista la tendenza russa a sfruttare le situazioni per trarne il maggior vantaggio.

Se a questo si aggiunge che la presenza di un interlocutore affidabile, ed Erbil lo è da anni per Mosca e Ankara, introduce un fattore di stabilità nell’intera area, certamente preferibile ad una situazione di progressivo caos nella quale anche Israele rischierebbe di avere un ruolo, la scommessa di Masoud Barzani parrebbe rispondere ad una strategia ben precisa, potenzialmente in grado di produrre per il KRG risultati migliorativi del quadro attuale.

Magari solo una rivisitazione in chiave estensiva dei confini attuali del KRG comprendenti anche Kirkuk (originariamente curda, arabizzata da Saddam), in un quadro statuale federale, rimandando ad altro momento, con modalità da concordare con la controparte irachena, la celebrazione di un referendum questa volta non consultivo.

Risultato di grande rilievo, che ascriverebbe Masoud Barzani a pieno titolo tra i padri della Nazione, proprio come suo padre Mustafa; per il vecchio presidente ormai prossimo a cedere il comando, un traguardo considerevole che lo consegnerebbe alla storia.

(foto: U.S. DoD / Rudaw / Türk Silahlı Kuvvetleri / web)