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1227.- Libia: Haftar avanza nel Fezzan per prendersi Tripoli

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Battaglia del Fezzan. L’Esercito Nazionale Libico del maresciallo Khalifa Haftar vincente nella regione desertica meridionale libica contro le milizie di Misurata e i loro alleati legati al governo sempre più incerto di al-Sarraj.

 

In Libia è in corso una battaglia probabilmente decisiva di cui quasi nessuno ci racconta. Strano vero?
La battaglia del Fezzan, la regione desertica meridionale libica dove le truppe dell’uomo forte del governo di Tobruk si stanno scontrando con le milizie di Misurata e alleati legati al governo di al-Sarraj, sostenuto da Onu, Usa e Italia. Con il rischi sempre più concreto che a vincere tra i tre ‘governi’ che si contendono il controllo del Paese, sia la parte che ha il sostegno, di Russia, Egitto ed Emirati arabi.

Pochi giorni fa le truppe del generale Khalifa Haftar, hanno conquistato la base aerea di Al-Jufra, 500 chilometri a sud di Tripoli e i centri di Hun e Sukna, cittadine a circa 250 km in linea d’aria a sud di Sirte, dove sono stati trovati depositi di munizioni e veicoli. LNA, scrive Analisi Difesa, controlla ora i centri nevralgici militari del Fezzan dopo che il 25 maggio le truppe di Haftar avevano preso il controllo della base aerea di Tamenhant vicino a Seba.

Successi delle truppe di Haftar e assenza di una resistenza organizzata che -dicono gli esperti di cose militari- aprirebbe alle truppe di Tobruk la strada per attaccare da sud Tripoli e Misurata.
«Al-Jufra è sotto il nostro controllo. In effetti tutto il sud è sotto il nostro controllo”, ha dichiarato all’ANSA il colonnello Ahmed Almesmari, portavoce delle Forze armate libico arabe confermando che la conquista è avvenuta “senza incontrare alcuna resistenza”».

Le forze in campo

L’offensiva dell’esercito di Haftar ha l’appoggio delle forze aeree messe in campo dagli Emirati Arabi Uniti, dai consiglieri militari russi e dell’Egitto che nei giorni scorsi ha più volte bombardato Derna, roccaforte jihadista sulla costa della Cirenaica.
Raid soprattutto egiziani ufficialmente per unire i gruppi islamisti locali considerati dal Cairo i mandanti della strage di egiziani cristiani copti a Minya, rivendicato dallo Stato Islamico.

Mentre Haftar rafforza le sue posizioni e punta -sempre lettura militare- a saldare le sue posizioni a sud con gli alleati delle milizie di Zintan a ovest di Tripoli circondando così la capitale e la Tripolitania settentrionale. Sempre più instabile la posizione del premier del governo di unità nazionale al-Sarraj dopo gli scontri dei giorni scorsi a Tripoli tra milizie a lui fedeli e quelle legate all’ex premier Ghweil, sostenuto dai Fratelli Musulmani e altre milizie islamiste.

Gli scontri nella capitale contesa. L’Aeroporto di Tripoli, a sud della capitale, è stato fortemente danneggiato dai combattimenti dell’estate 2014, quando le milizie di Fajr Libya, Alba della Libia, di Ghweil, s’erano impadronite della capitale. A febbraio Ghweil aveva annunciato la riapertura prossima dell’aeroporto dopo ampi lavori di ricostruzione. Lo scorso venerdì le forze leali a Ghweil hanno tentato per l’ennesima volta senza successo di riprendere le posizioni nel centro della città.

1199.- Libia, battaglia in una base del sud. “Uccisi 141 soldati di Haftar” dagli alleati dell’Italia: una strage!

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Ahmad al-Mismari, un generale vicino ad Haftar, ha accusato il governo di unità nazionale di aver ordinato l’attacco , ma è stato subito smentito e condannato: il ministro della Difesa Mahdi al-Barghathi e il generale Jamal al-Treiki sono però stati sospesi. I militari uccisi nell’attacco stavano tornando da una parata e sembra fossero disarmati.

TRIPOLI – Due milizie alleate del governo Fayez al Serraj, la “Terza forza” di Misurata e la “Benghazi Defence Force” di Bengasi sarebbero responsabili dell’attacco a una base aerea del Sud della Libia in cui sarebbero stati uccisi 141 fra militari fedeli al generale Khalifa Haftar e civili presenti nella base.

 

LIBIA

Da settimane la milizia del generale che controlla la Cirenaica, Libyan National Army, aveva iniziato ad avanzare verso Sud, nel Fezzan, per conquistare posizioni alle spalle di Tripoli e Misurata. Haftar aveva fatto bombardare dalla sua aviazione le truppe di Misurata che da mesi erano schierate nel Sud. E dalla base di Brak Al Shati i miliziani di Misurata tenevano sotto tiro un’altra base militare importante, quella di Tamihint, in cui da mesi la “Terza Forza” di Misurata era bersagliata anche con bombardamenti aerei.

Oggi i miliziani di Misurata hanno lanciato un attacco a sorpresa contro Brak Al-Shati, che si trova a circa 600 chilometri da Tripoli. Secondo alcune fonti molti dei 141 morti sarebbero stati freddati in maniera sommaria, come se si trattasse di vere e proprie esecuzioni dopo che la base era già stata conquistata. Il sindaco della vicina Brak, che ha denunciato le esecuzioni sommarie, ha parlato di 74 vittime, ma più tardi altre fonti hanno aggiornata il bilancio.

La Terza Forza di Misurata ha confermato di aver lanciato l’attacco, ma ha negato di aver messo in atto esecuzioni sommarie. A Tripoli il Consiglio Presidenziale di Fayez Serraj ha condannato nei “termini più forti” l’attacco che vanifica gli sforzi per giungere ad una “riconciliazione nazionale” e ha negato di averlo ordinato attraverso il proprio ministero della Difesa. A riprova ha ordinato la formazione di una commissione d’inchiesta.

Il comando generale di Haftar ha però promesso che le sue forze “vendicheranno i martiri” della “Brigata 12” che presidiava la base e ha minacciato una risposta “crudele e forte”.

I soldati di Haftar sarebbero stati colti di sorpresa dall’attacco di Misurata, e hanno provato a fuggire nel deserto. A Tripoli il ministro della Difesa del governo di accordo nazionale sostenuto dall’Onu ha dichiarato che la responsabilità dello scontro è delle forze di Haftar, che da giorni avevano iniziato ad attaccare le truppe di Misurata. L’operazione sembra essere stata “benedetta” dal ministro della Difesa Barghuti senza che Serraj e gli altri membri del Consiglio presidenziale fossero al corrente della forza massiccia che sarebbe stata impiegata. Fra l’altro nelle prossime ore l’esame dei corpi dei soldati uccisi confermerà o meno le accuse di esecuzioni sommarie. Se fossero confermate le ripercussioni politiche del caso sarebbero certamente molto pesanti. (v.n.)

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Il sindaco della città di Barak al Shati, Ibrahim Zami, ha annunciato tramite il sito informativo libico “al Wasat” che le vittime tra le forze del generale Khalifa Haftar dell’attacco lanciato tre giorni fa dalle milizie fedeli al governo di Tripoli sull’aeroporto cittadino sarebbero 74.

Cosa scrive Alessandro Lattanzio (aurora, 21/5/2017)

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Mentre fogne mediatiche come Huffington Post e Vice, propagandano l’accoglienza a 90 gradi verso i profughi creati dalle guerre celebrate, invocate e salutate dai su medesimi siti di disinformazione imperialista (Left, Vice, Huffington Post e altra spazzatura), in Libia, il 18 maggio, bande armate composte dai miliziani armati dal governo Renzi-Gentiloni e dai terroristi di al-Qaida, che diverse ONG italiane definiscono ‘umanitari numero uno’, uccidevano, decapitavano e bruciavano vive 150 persone nell’aeroporto libico di Baraq al-Shati. Ovvio il sonoro silenzio del sistema merdiatico italiano. SitoAurora è l’unico sito a riferire in Italia di questo massacro commesso dagli alleati dei servizi segreti italiani e della Farnesina in Libia, ovvero al-Qaida e la fratellanza mussulmana turcofila di Misurata, dove l’esercito italiano ha posto la propria base operativa libica.

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Il 17 marzo, la sede di Saraj presso la base navale di Abu Sita, veniva attaccata da sconosciuti, mentre a Misurata i seguaci di Salah Badhi e Qalifa Gwal attaccavano la TV e la radio locale, venendo respinti. Contemporaneamente Saraj era Roma per discutere con il Gruppo di Contatto per il Mediterraneo Centrale che riunisce UE, Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (organismo logistico dei mercenari islamisti). Saraj chiedeva all’Italia l’invio in Libia di 20 motovedette, 4 elicotteri, 24 imbarcazioni, 10 autoambulanze, 30 autoveicoli blindati e telefoni satellitari. Il 30 marzo, a Roma rappresentanti delle tribù Tabu e Ulad Sulayman di Sabha firmavano un accordo di riconciliazione, con cui il governo italiano avrebbe pagato gli indennizzi alle vittime della faida tribale. L’Italia, tramite la comunità di sant’Egidio, interveniva perché interessata a controllare l’aeroporto Taminhint di Sabha. Ma già il leader tribale dei Tabu, Adam Dazi, affermava che i capitribù non avevano idea di che accordo si trattasse. Già nel novembre 2015 il Qatar mediò un simile accordo di riconciliazione, poi violato nel novembre 2016.
La Libyan Cement Company (LCC), è uno dei più grandi cementifici della Libia, con tre stabilimenti a Bengasi, al-Huari e Derna, assumeva gli specialisti della società russa RSB-Group per sminare il cementificio di Bengasi, avviato il 22 agosto 2016. Il cemento è necessario per ripristinare le infrastrutture distrutte dai terroristi. Finora veniva importato dalla Tunisia. Nell’aprile 2016 l’Esercito nazionale della Libia eliminò i terroristi dalla zona degli impianti industriali del cementificio. I genieri dell’esercito libico non poterono completare la bonifica per mancanza di attrezzature, a causa delle sanzioni imposte dai Paesi occidentali contro Tobruq. Inoltre, diversi genieri libici morirono nelle operazioni di sminamento. Inizialmente i libici si rivolsero a una società inglese, che volle 50 dollari per metro quadro, quindi si rivolsero agli specialisti russi del RSB-Group, che bonificarono 750000 mq di superficie per 15 dollari a metro quadro. Il RSB-Group opera in Egitto, Colombia e Cina, oltre che Libia. La LCC è di proprietà della Libya Holdings Group (LHG) di Tripoli e di 15 investitori di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il 5 aprile, l’Esercito nazionale libico (LNA) avviava le operazioni per liberare la base di Tamanhant, presso Sabha, mentre il GNA di Tripoli condannava l’azione e ordinava alle sue forze di respingere l’attacco del LNA.

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A marzo, 16 militari feriti venivano inviati in Italia per cure mediche. Il 12 aprile Fayaz al-Saraj dichiarava che “Purtroppo l’Europa non ci ha aiutato, ma ha fatto solo vuote promesse. Abbiamo bisogno urgente di aiuti seri per proteggere e controllare le coste. Inoltre, la comunità internazionale deve fare di più per contribuire a stabilizzare il Paese”. Intanto, numerosi terroristi dello Stato islamico provenienti dalla Libia venivano curati in cliniche in Europa almeno dal 2015; “Elementi dello SIIL coinvolti nell’espatrio di feriti libici usano questa strategia per uscire dalla Libia con falsi passaporti”, secondo un documento dell’intelligence italiana. Il piano era incentrato su un progetto occidentale per riabilitare i feriti, il Centro per il sostegno dei libici feriti, gestito “in modo dubbio e ambiguo” sotto la supervisione dal governo di al-Saraj a Tripoli. Secondo il documento, gli infiltrati dello SIIL utilizzavano falsi passaporti forniti da una rete criminale e inoltre, all’inizio del 2016, lo SIIL occupando Sirte poté accedere a 2000 passaporti in bianco. “Dal 15 dicembre 2015, un numero ignoto di combattenti feriti dello Stato islamico in Libia è espatriato verso un ospedale d’Istanbul per cure mediche”. Da lì, i terroristi venivano inviati in altri ospedali turchi, provenendo soprattutto da Misurata, Sirte e Bengasi. “Misurata è la sede di tale contrabbando dalla Libia verso l’Europa. Ed è anche il luogo dove si svolge il mercato dei passaporti falsi, quando a costoro è necessaria una falsa identità per nascondersi”. I principali Paesi che accolgono i terroristi feriti, secondo il documento dello spionaggio italiano, sono Turchia, Romania, Bosnia, Francia, Germania e Svizzera. Il medico Rodolfo Bucci confermava al Guardian di esser stato contattato da un individuo appartenente alla rete del contrabbando. “Sono stato contattato da alcuni uomini per coordinare queste cure mediche perché sono uno specialista nella terapia del trattamento del dolore. Ma poi non so cosa sia successo. Non so se il programma fu interrotto”. Il documento dell’intelligence italiano descrive la posizione del governo al-Saraj come “altamente ambivalente” perché, anche se non finanzia l’assistenza medica ai terroristi dello SIIL, “ufficialmente permette l’espatrio di elementi del MSTB (Majlis Shura Thuwar Benghazi), una milizia jihadista collegata allo SIIL”. Secondo il rapporto dell’intelligence italiana, i documenti preparati dagli ospedali che organizzano l’espatrio dei libici feriti recano pochi dettagli sulle ferite, o ne sono totalmente privi.
Il 2 maggio 2017, ad Abu Dhabi s’incontravano il premier-fantoccio al-Saraj ed il Generale Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, per discutere su quali organizzazioni andassero definite terroristiche, sullo scioglimento delle milizie, sul rifiuto dell’accordo sui migranti con l’Italia, sull’eliminazione dell’Art.8 del Libyan Political Agreement di Shqirat, che garantiva al Presidente del Consiglio Presidenziale ampi poteri su Forze Armate ed intelligence. Inoltre al-Saraj e Haftar convenivano nel formare un comando militare congiunto, con a capo Haftar, e ad unire le istituzioni statali. Gli Emirati Arabi Uniti inoltre dispiegavano velivoli da combattimento a sostegno del Generale Qalifa Haftar, nella Libia orientale, sulla base aerea al-Qadim. In Libia la produzione di petrolio superava il picco dell’ottobre 2014, arrivando a 780000 barili al giorno; grazie anche all’esenzione dai tagli della produzione nell’OPEC. Il maggiore giacimento petrolifero della Libia, Sharara, pompava circa 225000 barili al giorno, che arrivavano alla raffineria di Zawiyah. Anche al-Fil, o giacimento Elefante, nella Libia occidentale, veniva riavviato ad aprile dopo un’interruzione di due anni. Sharara, che ha una capacità di 330000 barili al giorno, è gestita da una joint venture tra Libia National Oil Corp., Repsol SA, Total SA, OMV AG e Statoil ASA, mentre al-Fil è gestito da una joint venture tra NOC ed ENI, e può pompare fino a 90000 barili al giorno destinati all’impianto di Malitah. Il 18 maggio, il ministero degli Esteri del governo fantoccio di al-Saraj licenziava 12 ambasciatori, 10 dirigenti aziendali e 4 consoli generali. Ciò avveniva il giorno dopo che il ministro degli Esteri di al-Saraj, Muhamad Syala, licenziava l’alleato di Qalifa Haftar e ambasciatore in Arabia Saudita Abdulbasit al-Badri. Gli ambasciatori rimossi erano quelli in Canada, Etiopia, Grecia, Ungheria, Paesi Bassi, Panama, Qatar, Serbia, Slovacchia, Sudan, Vaticano e Regno Unito, i consoli generali quelli di Alessandria, Dubai, Istanbul e Milano. Venivano richiamati in patria gli addetti commerciali in Australia, Belgio, Croazia, Cipro, Costa d’Avorio, Nicaragua, Oman, Pakistan, Sierra Leone e Sri Lanka.

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Il 18 maggio, 141 persone venivano uccise nell’attacco perpetrato dalle milizie del GNA contro la base aerea di Baraq al-Shati, dove le forze islamiste uccisero sommariamente decine di soldati disarmati. “I soldati tornavano da una sfilata militare, non erano armati, la maggior parte di essi fu uccisa”. Il portavoce dell’Esercito nazionale libico, Colonnello Ahmad Mismari, annunciava che gli attacchi aerei di risposta erano iniziati dalla base aerea di Jufra contro i terroristi, e che “non ci sarebbe stato un cessate il fuoco”. L’attacco terroristico era stato guidato da Ahmad Abduljalil al-Hasnawi e da Jamal al-Trayqi del 13.mo battaglione di Misurata (fazione islamista armata ed informata direttamente dall’Esercito italiano) con l’appoggio della 201.ma brigata e delle brigate di difesa di Bengasi. La base era difesa dal 10.mo Battaglione del LNA, che perse 17 uomini, oltre a subire 11 dispersi, e dal 12.mo Battaglione, che perse 86 uomini. Gran parte del 12.mo Battaglione si trovava invece a Tuqra, per le celebrazioni dell’operazione Qaramah. Inoltre, anche 7 piloti civili furono uccisi. Uno dei testimoni aveva dichiarato che le vittime non furono uccise in combattimento ma erano state allineate e giustiziate. Il sindaco di Baraq al-Shati riferiva che almeno 5 soldati furono decapitati. Un altro testimone affermava, “Hanno ucciso tutti nella base: soldati, cuochi, addetti alle pulizie”, molti con un colpo alla testa. Alcuni erano cadetti appena laureatisi ufficiali durante la cerimonia del LNA per celebrare il terzo anniversario dell’operazione Qaramah. Le forze che difendevano la base, guidate dal generale Muhamad bin Nayal, erano riuscite parzialmente a ritirarsi, grazie ad informazioni sull’attacco imminente. Il Comando Generale del LNA dichiarava che la risposta sarà “dura e forte”, parlando apertamente di vendetta, “I responsabili saranno schiacciati”. Il governo di Tobruq accusava apertamente del massacro il Consiglio di Presidenza di al-Saraj e il suo ministro della Difesa, oltre che di aver violato la tregua concordata ad Abu Dhabi. I membri del Congresso di Tobruq chiedevano il licenziamento del ministro della Difesa di al-Saraj, Mahdi Al-Barghathi, e di processarlo per il massacro, mentre Ali Gatrani, componente del Congresso di Tobruq, accusava del massacro anche il capo dei fratelli musulmani libici Sadiq al-Ghariani, potente alleato dell’Italia. I burattinai di Saraj, l’inviato speciale dell’ONU Martin Kobler e l’ambasciatore inglese Peter Millett, chiedevano all’esercito libico di non reagire all’aggressione, indicando la mano del mandante della strage. Il fantoccio della Farnesina, Fayaz al-Saraj, sospendeva ‘per 15 giorni’ il suo ministro della Difesa, l’islamista filo-turco Mahdi al-Barghathi. Inoltre, Saraj riconosceva che Jamal al-Trayqi, a capo del 13.ma battaglione (con cui l’esercito italiano collabora) era responsabile dell’attacco a Baraq al-Shati. Le brigate di difesa di Benghazi, coinvolte nel massacro, hanno stretti legami con Barghathi e la fratellanza mussulmana filo-turca di Misurata.
Quindi, l’Esercito nazionale libico (LNA) dichiarava che al-Qaida e le milizie del governo del fantoccio italiano al-Saraj avevano attaccato la base aerea di Baraq al-Shati, decapitando decine di soldati libici. La maggior parte degli aggressori erano stranieri. Muhamad Lifrays, portavoce del 12.mo Battaglione del LNA, che aveva subito l’assalto, dichiarava, “Siamo convinti che combattevamo al-Qaida”. Diversi soldati erano stati decapitati o bruciati vivi. La maggior parte dei soldati era stata uccisa con colpi alla testa o sgozzati. Almeno 15 civili furono uccisi dai terroristi. Il comandante delle Forze Speciali Sayqa, Mahmud Warfali, affermava “L’LNA libererà la base aerea”, mentre 112.mo, 117.mo e 173.mo Battaglione libici si avvicinavano a Baraq al-Shati. L’Egitto condannava tale “attacco terroristico brutale”, e il Ministero degli Esteri di Cairo esprimeva “solidarietà al popolo libico e all’Esercito libico nazionale, chiedendo di occuparsi seriamente dei responsabili dell’azione terroristica”, aggiungendo che la politica libica non dev’essere soggetta a gruppi criminali che si fanno strada con il terrorismo o collaborando con le organizzazioni terroristiche finanziate da Paesi esteri. Anche il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Algeria condannava l’attacco, “Condanniamo fermamente questi attacchi e notiamo che per diversi anni abbiamo costantemente incoraggiato i partiti libici a sostenere il dialogo e la riconciliazione nazionale per risolvere la crisi”. Nel frattempo, gli ambasciatori della Libia in Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti (si noti l’assenza di quello in Italia) condannavano tale crimine, “condanniamo i tentativi di cambiare la situazione in Libia con la forza, che pregiudicano il dialogo politico e prolunga le sofferenze del popolo libico”.

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Il capo di Stato Maggiore italiano generale Graziano, a Misurata, base delle milizie islamiste filo-turche.

1198.- Gommoni, ONG e Puttanazze, il mistero dei migranti in Libia si sta svelando.

Le migrazioni ci sono sempre state, ma sono state sempre osteggiate dai nativi nel cui territorio avvenivano ( ad es. gli Hyksos verso l’ Egitto: i micenei verso le coste anatoliche: la “guerra di Troia” ne è un episodio; etc.); con gli stati moderni sono state regolate e finalizzate alla loro formazione e sviluppo economico (USA; Argentina; Australia; etc.). Tornando all’ impero romano sono state proprio le immigrazioni non più controllate che facendo venire meno le leggi, la cultura, i valori che erano stati propri di Roma ne segnarono il declino e la fine, esattamente come sta avvenendo per l’ Europa se non vi si pone rimedio. Quello che è totalmente nuovo è questa protezione del Governo ai trafficanti che vanno a prendere quasi sulle spiagge libiche i migranti, per lucrarci buoni affari. E, poi, i numeri dell’invasione, che non lasciano spazio a nessuna integrazione. Destabilizzeranno l’ordine pubblico e la società italiana quando saranno abbandonati al loro destino.

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Il mistero dei migranti in Libia si sta svelando.

Ora che Santa Gabanelli © ha finalmente parlato degli strani intrecci tra ONG e scafisti libici, torniamo a fare chiarezza.

Schermata 2017-05-17 alle 15.02.18barconePersino le Puttanazze dei media italici si sono improvvisamente accorti che qualcosa non quadra, nella “nobile opera” della navi che “salvano” i migrati, in realtà comodi taxi per trasportarli in Italia, e poco più.

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I “gommoni” che vengono utilizzati,  tubolari con chiglia praticamente piatta sono assemblati nella vicina Tunisia. Non vengono dalla Cina, come molti affermano, sbagliando. Chissà, magari qualcuno potrebbe fare un giro in zona Monastir oppure più a nord, nella regione di Zaghouan…. Il mondo della nautica è piccolo, e magari qualcuno sa qualcosa.

Questi gommoni, assemblati in PVC del tipo economico, del solito grigio chiaro, non possono neanche essere montati e caricati sulla spiaggia. occorre avvitare i vari pannelli di compensato che ne costituiscono il fondo gli uni con gli altri, poi i migranti si caricano il gommone in spalla, lo portano in mare e dall’acqua salgono a bordo.

Per essere precisi, come ha chiarito bene il buon Lolli, i gommoni ed i migranti partono attualmente dalla città libica di Zuara, controllata da una tribù berbera.

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I coniugi Catambrone, titolari dell’ONG MOAS con il Presidente della Repubblica.

La situazione politica il Libia è un filino complicata, la costa della Tripolitania è controllata dalle varie tribù e milizie Twuar. Milizie di cui lo stesso Lolli fa parte, e che hanno inflitto un colpo terribile ai miliziani dell’Isis: nel modo corretto, ovvero prendendo i fanatici salafiti uno ad uno e facendoli fuori fisicamente, non alleandosi con loro, come fa il generale Haftar, paladino dell’occidente.

Rimane il sud della Libia, il Fezzan, controllato dalle tribù berbere (barbari per i romani), che fanno passare i migranti provenienti dal centro Africa e diretti verso la zona vicino alla Tunisia, la città di Zuara. Ma i berberi della costa sono alleati con i Twuar, contro le milizie Warshefanna, che fanno capo ad Haftar, e la tratta dei migranti non può essere fermata con la forza.

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Le tribù berbere del Fezzan libico sono i Tebu, i Suleman e, più noti, i nomadi Tuareg.

Tratta che è molto interessante dal punto di vista economico, se ogni migrante paga minimo tremila euro per arrivare sulla costa ed essere imbarcato nei gommoni quest’anno con almeno quattrocentomila migranti in transito parliamo di cifre ben oltre il miliardo di euro. Soldi a cui andranno aggiunti i fondi stanziati dai governi occidentali per “fermare il traffico”.

Appartenenti alla classe media

Un bel business anche quelle delle navi controllate dalle ONG che prelevano i migranti stessi a poche miglia dalla costa. Ricordiamo che tanti soldi confluiscono in queste ONG, organizzazioni che non pubblicano bilanci e che investono a loro discrezione, stipendiando tra l’altro i “volontari” che per qualche migliaio di euro al mese accolgono i migranti. Tutto legittimo, per carità.

Pensavate che i medici e gli infermieri lavorassero gratis? Di questi tempi anche i duemilasettecento euro che Medici Sans Frontieres e Emergency pagano ogni mese sono soldi anche per un neolaureato, spesso costretto ad accontentarsi di molto meno, lavorando e facendo i turni per una clinica privata in Italia. E poi fa curriculum.

A questo punto è facile immaginare che gli scafisti telefonino direttamente alle ONG (cosa tra l’altro riportata nel rapporto Frontex, non da siti complottisti) o che siano le luci stesse delle navi al largo che indichino agli scafisti quando partire, sia come sia gli scafisti sanno esattamente quando far partire i gommoni. Droni e satelliti ormai controllano le coste libiche e movimenti strani di vecchie navi mercantili o pescherecci sono facilmente rilevabili. Senza i gommoni realizzati da “misteriose” aziende tunisine, che incassano decine di milioni di euro all’anno per i loro servizi, i migranti semplicemente non potrebbero partire.

Infatti si è appena aperta una nuova rotta, i migranti provenienti dal Bangladesh arrivano in Egitto con l’aereo, da lì compiono un lungo viaggio attraverso il Sudan e la Libia fino ad arrivare a Zuara, diretti verso l’Italia.

Cosa vengono a fare in Italia?

E’ presto detto, sono appartenenti alla classe media. Si, sono della classe media, ma di solito secondi o terzi figli;  il primogenito si tiene l’attività di famiglia, che so una piccola fabbrica, un negozietto o robe del genere. Il cadetto va all’avventura come ai tempi delle Crociate, ma al contrario. E deve rendere i soldi che gli sono stati prestati per il viaggio alla famiglia.

Comunque in Italia si sta meglio che nel loro disgraziato paese, l’obbiettivo è quello di ottenere un permesso di soggiorno e alla lunga di potersi liberamente spostare verso altri paesi europei. Nel frattempo vanno avanti a colpi di ricongiungimento familiare al fine di garantire una pensione minima e assistenza medica gratuita agli anziani della famiglia.

Altri benvenuti dalle organizzazioni di assistenza, che ricevono miliardi di euro per sfamarli e assisterli, facendo lavorare tanta gente, italiani che altrimenti resterebbero disoccupati. Lavoranti nelle coop, insegnanti di italiano e altri, tutti volti buoni per una certa parte politica e per il controllo del territorio.

Del migrante non si butta via niente, e poi mica hanno l’etichetta con la scadenza!

Ma le ONG svolgono solo una parte del traffico. Prima di giungere al mare, i migranti sono nelle mani dei berberi. Questo pezzo di Ennio Remondino è di aprile, ma è importante per valutare l’efficacia dell’opera del Governo, alla luce dei risultati di un mese, considerando che gli sbarchi proseguono al ritmo di 3.000 al giorno. Una luce inquietante viene dal blocco delle partenze ordinato per il tempo del G7 di Taormina. 

avatar2  Ennio Remondino

In Libia, patto con le tribù per sigillare i deserti a sud

Un vero e proprio trattato tra i capi delle tribù, delle kabile libiche Tebu, Suleyman e Tuareg, l’accordo tra di loro e l’Italia mediatrice e garante. Il ‘capo tribù’ che rappresentava l’Italia in quel salone enorme del Viminale, Marco Minniti, ministro degli interni e sopratutto, ex responsabile politico delle spie.

Un accordo di pace tra le tribù, tra i popoli del Fezzan, siglato in un clima top secret. Tebu, Suleman,Tuareg. Per noi lettori di antichi fumetti e libri d’avventura, sono questi ultimi, i tuareg, gli ‘Uomini blu’ a suscitare ricordi e attenzione. Dalla memorie al futuro, saranno d’ora in avanti loro, gli uomini del deserto che, finalmente alleati, torneranno a vigilare lungo i 5 mila chilometri al confine con Ciad, Algeria e Nigeria.
Non solo il controllo delle coste libiche, ma anche quello a Sud del Paese, per frenare l’ondata migratoria dall’Africa verso le coste italiane.
Per presidiare i confini della Libia meridionale, strategica la pace nel Fezzan, nel cuore del deserto del Sahara. Il patto tra le tribù Tebu e Suleyman alla presenza dei capi dei nomadi Tuareg e del vice premier libico Ahmed Maitig. Capo della tribù ospite, il ministro Marco Minniti. Nell’ombra altri personaggi che non gradiscono comparire.

Mediazione lunga e complessa, non sotto l’ombra di una palma da datteri in un’oasi del deserto, ma nel suk romano. Mesi di incontri a Roma dei singoli capi tribù per ascoltare le ragioni di ciascuno. Poi, passo dopo passo, le proposte ai madiazione, i piccoli passi avanti sulla strada dell’accordo. La diplomazia del deserto basata sulla fiducia e sulla mediazione personale.
Regole e codici tradizionali, e anche soldi, li metterà l’Italia, operativa da adesso in poi anche sul fronte libico meridionale.
Lo stop alla guerra tra le tribù Tebu e Suleyman – che solo negli ultimi anni ha provocato 500 morti – segna una svolta sul fronte immigrazione sia per l’Italia, sia per gli altri Paesi europei. «Sigillare la frontiera a Sud della Libia significa sigillare la frontiera a Sud dell’Europa», vanta legittimamente Minniti.
Una guardia di frontiera libica per sorvegliare i confini Sud della Libia, 5000 chilometri di confine con Ciad, Algeria e Nigeria, mentre a Nord, contro gli scafisti sarà operativa la guardia costiera libica, addestrata sempre da noi italiani, che dal 30 aprile sarà dotata di 10 motovedette che sempre noi stiamo finendo di ristrutturare.

Decisamente curioso il racconto dell’insolito vertice sulla Stampa. Sessanta capi clan, chi in abiti occidentali, chi con la lunga tunica, il turbante e la ‘tagelmust’, la sciarpa bianca a coprire il volto- a discutere per 72 ore, al secondo piano del ministero dell’Interno, intorno a un enorme tavolo. Protagonisti principali i capi degli Awlad Suleyman e i Tebu, ma c’erano anche i leader Tuareg.
Formidabili i dettagli. Per i Tebu è intervenuto il sultano Zilawi Minah Salah, per i Suleiman il generale Senussi Omar Massaoud mentre per i Tuareg, Sheikh Abu Bakr Al Faqwi.
Compromesso atteso, sperato. La riconciliazione tra i Tebu e i Suleyman permetterà alle due tribù di unire le forze per contrastare la criminalità, il terrorismo e lo jihadismo. Non va infatti dimenticato Con Isis ormai sulla difensiva in Iraq e Siria, diventa prioritario proteggere l’area del Mediterraneo dalla fuga dei foreign fighters.

Pace senza protocolli è pace credibile?
«Per noi che siamo beduini, gli accordi sono un fatto di sangue» hanno detto i capi tribù salutando il ministro Minniti.
«Io sono calabrese, e anche per la regione da cui provengo conta il sangue», replica il ministro.
Libia e meridionalità assieme per segrete mediazioni.

QUEL SUD DELLA LIBIA DOVE TUTTO PASSA

Territorio delle tribù Tebu, di qua e di là del confine col Niger. Loro, i Tebu, conoscono bene tutte le strade dei contrabbandieri e dei trafficanti di uomini. L’estremo Sud del Fezzan, sbocco naturale per le colonne di migranti che dal Sahel risalgono verso la Libia.
Sono carovane di camion stracarichi, anche 70-80 alla volta, che partono da Agadez, la più importante città nel Nord del Niger, e arrivano fino a Dirku, l’ultima cittadina prima del confine. Poi, di lì cercano di passare in Libia, raggiungere Sebha, attraversare il deserto libico fino alla costa. É il Fezzan, una regione grande quanto la Francia, porta di accesso per l’Europa. Il Fezzan, dopo la caduta di Gheddafi, è tornato regno assoluto delle tribù.

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I ‘Neri del deserto’
I Tebu, di etnia e lingua africani, spesso apostrofati come «mori» dai libici della costa, controllano la parte meridionale, alle frontiere con Niger e Ciad. Sono «neri del deserto», sparsi fino al Sudan e al Darfur, guerrieri coraggiosissimi che spesso combattono al soldo di milizie arabe. Nella lotta per il potere nel Fezzan, dopo l’uccisione di Gheddafi, hanno alla fine scelto di stare con Al-Sarraj. È un punto importante, conquistato anche nella battaglia di Sirte contro l’Isis, quando piccole milizie Tebu hanno combattuto al fianco di quelle di Misurata alleate di Al-Sarraj. Ora i Tebu, il «popolo delle rocce», sono la chiave per chiudere il confine con il Niger e il Ciad.

Tuareg, gli ‘uomini blu’
L’altra sono i Tuareg. Altra popolazione non araba. Berberi, «navigatori del deserto». Come i Tebu non conoscono frontiere, sanno come attraversarle e quindi anche come sigillarle. In Libia, la loro roccaforte è la zona di Ghat, dove lo scorso settembre erano stati rapiti Danilo Calonego e Bruno Cacace, poi rilasciati anche grazie all’aiuto delle tribù berbere. Ghat è un crocevia di traffici e terrorismo. Al-Qaeda nel Maghreb islamico, Aqmi, si è impiantata nelle montagne, ha cercato alleanze, si è inserita nei traffici e si è espansa soprattutto durante gli scontri fra Tuareg e Tebu per il controllo della cittadina di Ubari, nel 2015.

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Tuareg con Gheddafi
I Tuareg hanno avuto un rapporto privilegiato con Tripoli, a scapito dei Tebu, durante l’intervento libico in Ciad negli anni Ottanta, allora su fronti opposti. Nel novembre del 2015, con la mediazione del Qatar, i Tuareg con i Tebu a sostegno del governo di Al-Sarraj. L’accordo ha permesso all’attuale premier di prevalere nel Sud del Fezzan, ma Haftar ha cercato subito di avere il sopravvento nel Nord, verso Sebha, il capoluogo. Il generale ha trovato un forte alleato negli Al-Qadhadhfa che da Sirte, città natale di Ghedaffi, si sono spostati negli scorsi decenni verso il Fezzan. Tribù contro tribù, o kabila, se preferite, come da sempre in quei territori accade.

La guerra della scimmietta
Esempio la tribù degli Awlad Sulaiman, i figli di Solimano, beduini, arabi nomadi del deserto, ostili a Gheddafi fin dalla sua presa del potere. La rivalità con gli Al-Qadhadhfa è scoppiata lo scorso novembre per il «caso della scimmietta», quando una bertuccia di un commerciante ha strappato il velo a una ragazza Awlad. Un pretesto per scatenare la guerra per il controllo di Sebha. Ora, con gli accordi di Roma, gli Awlad Sulaiman hanno due potentissimi alleati nei Tuareg e nei Tebu e possono contrastare gli aiuti che arrivano dal generale Haftar agli Al-Qadhadhfa. La battaglia nel Fezzan non è solo per il controllo delle frontiere. É per il controllo della Libia.

1179.- La Russia nel puzzle libico

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La situazione in Libia è sempre più caotica: la Tripolitania, sotto il Governo nazionale di Al Sarraj, resta preda di numerose milizie armate, mentre la Cirenaica è formalmente in mano al Governo di Tobruk e al generale Haftar, che però devono guardarsi dalle azioni di gruppi fedeli al Governo di Tripoli.

Nel frattempo il Fezzan è un enorme buco nero esposto all’influenza delle milizie jihadiste che operano nel Sahel e nel Maghreb. In questo difficile contesto la Russia prova a gettare un altro tassello del suo “nuovo” Medio Oriente, con l’aiuto del Presidente egiziano Al Sisi.

Parallelamente alla Russia, anche la Cina ha avviato una sua marcia di avvicinamento al generale Haftar. Infatti è stato recentemente concluso un accordo miliardario con una cordata di imprenditori cinesi per la costruzione di diecimila unità abitative, un ospedale con trecento posti letto, un porto, un aeroporto commerciale e una linea ferroviaria in direzione del Sudan. Il tutto nella regione di Tobruk, roccaforte del nuovo rais libico.
LA RUSSIA “LIBICA” AI TEMPI DI GHEDDAFI – Nel 2008 si tenne a Mosca la prima visita ufficiale, dalla dissoluzione dell’URSS, del rais libico Mu’ammar Gheddafi. In quell’anno le relazioni russo-libiche sembrarono toccare un nuovo promettente apice dopo un lungo periodo di ambiguità e discontinuità. Partendo dall’azzeramento del debito che il Paese nordafricano aveva contratto con l’URSS durante gli anni della guerra fredda, furono infatti stipulati una serie di accordi e di memorandum di intesa che, all’epoca, sembrarono dare ai rapporti tra i due Paesi quella continuità che non era mai stata trovata in precedenza. Tra i più importanti vanno menzionati, la stipula di una commessa per la vendita di armi pari a circa due miliardi di dollari, la disponibilità della ROSATOM a fornire competenze e mezzi per la creazione di una centrale nucleare libica, la costruzione di una tratta ferroviaria tra Bengasi e Sirte ad opera della compagnia ferroviaria russa e l’intesa di massima nell’istituire un “OPEC del Gas”, progetto che alla Libia non era mai stato particolarmente gradito. Inoltre sembra che all’epoca ci fossero anche ottime opportunità che la Russia fosse sul punto di strappare un accordo per la concessione di una base navale nei dintorni di Bengasi. 

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Fig. 1 – Il rais libico Muammar Gheddafi incontra l’allora Primo Ministro russo Vladimir Putin durante la sua visita a Mosca del novembre 2008 

Nel 2011, quando i fiori della primavera araba iniziarono a germogliare in Libia e il Governo di Gheddafi avviò la sua dura repressione contro i rivoltosi, la Russia concesse di fatto carta bianca per la creazione di una no-fly zoneche la coalizione internazionale avrebbe poi utilizzato per colpire il regime, astenendosi dal voto nella risoluzione del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite 1973.La stessa astensione al voto fu motivo di attrito tra l’allora Presidente russo Medveded e il Primo Ministro Putin che definì la risoluzione come un’autentica crociata” contro GheddafiLa successiva caduta del rais relegò la Libia nelle sabbie del caos nelle quali si trova tutt’ora e fece uscire il Paese nordafricano dal radar del Cremlino. Inoltre l’infiammarsi della rivolta in Siria, altro Paese alleato della Russia, e l’acuirsi di altre crisi in zone del mondo di interesse più diretto per Mosca contribuirono a far sì che il dossier libico non rientrasse nelle preoccupazioni più immediate dell’establishment russo. Tuttavia il fallimento dei recenti tentativi di stabilizzazione del Paese hanno concesso alla Russia un nuovo margine di manovra in cui inserirsi per recuperare influenza in Nordafrica. Ora la Libia è nuovamente vista come parte integrante del disegno del “Nuovo Medio Oriente” russo.

INTERESSI ECONOMICI: ARMI E PETROLIO – Il 21 febbraio scorso la NOC (National Oil Company) libica ha siglato un duplice accordo con il gruppo russo ROSNEFT, che nonostante la recente privatizzazione è ancora una compagnia al 50% statale. L’accordo prevede da un lato l’istituzione di un tavolo di lavoro congiunto tra le due società per valutare investimenti e zone di esplorazione, e dall’altro la garanzia che la ROSNEFT acquisterà – totalmente o in parte – il risultato della collaborazione tra i due enti. Nel periodo in cui l’accordo veniva siglato la NOC era riuscita a raggiungere la produzione di 700mila barili al giorno di greggio. Questo a grazie alla concomitanza di due fattori :

  • La concessione da parte del OPEC di un esonero dal taglio di produzione dei barili di greggio per incentivare la ripresa economica del Paese. La Libia – quindi la NOC – gode di questo esonero insieme a Iran e Nigeria.
  • Nel settembre 2016, una volta ripreso il controllo dei giacimenti della “Mezza Luna Petrolifera”, il Governo di Tobruk ha concesso l’utilizzo dei terminali petroliferi – e di conseguenza i loro proventi – alla NOC di Tripoli. Questo perché la NOC di Bengasi – ente parallelo che rispecchia la divisione politica del Paese – non ha l’autorizzazione a commerciare con l’estero e quando ha tentato di rovesciare tale situazione il Governo di Tobruk è andato incontro alle sanzioni della comunità internazionale.

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Fig. 2 – Marsa el Brega, uno dei terminali della “Mezza Luna Petrolifera” in mano al Governo di Tobruk ma gestito dalla NOC di Tripoli 

L’accordo descritto sopra ha un’enorme valenza strategica per la Russia. Innanzi tutto perché la NOC è l’unica compagnia in Libia ad avere una spinta unificatrice, in un contesto che al contrario sembra premiare le forze centrifughe che spingono il Paese verso la divisione. Essa gestisce infatti i giacimenti di al Feel (l’Elefante) e Wafa nel Fezzan, il terminal petrolifero di Mellitah e la raffineria di Zawaiya nella Tripolitania e i terminali della “Mezza Luna Petrolifera” nella Cirenaica. Tra giacimenti, terminali petroliferi e raffinerie la compagnia copre quindi tutto il territorio della Libia e potrebbe giocare un ruolo fondamentale nella riunificazione del Paese, anche se parte di questi è ad esempio fortemente influenzato da attori esteri non russi come, per esempio, proprio l’italiana ENI che su quegli stessi giacimenti e terminal ha importanti quote di partecipazione. Ma le attenzioni economiche del Cremlino verso il Paese nordafricano non si limitano solo al settore energetico, che resta comunque l’autentico “cavallo di Troia” usato da Mosca per gettarsi nella bagarre libica. Secondo un’inchiesta di Middle East Eye sembra infatti che la Russia aggiri il blocco nella vendita di armi al generale Khalifa Haftar tramite l’Algeria. Questo le garantisce il doppio vantaggio di recuperare in parte i mancati profitti dovuti alla perdita delle commesse d’armi stipulate con Gheddafi e di rafforzare direttamente l’interlocutore privilegiato di Putin in Libia. Lo stesso schema sembra avvenire con la complicità degli Emirati Arabi Uniti, altri importanti sostenitori di Haftar, che hanno recentemente acquistato dalla ROSTEC 24 caccia SU-35. Ad ogni modo né gli Emirati né l’Algeria sono i Paesi che più di tutti stanno aiutando Mosca a “fare ordine” nel ginepraio libico. Bisogna invece guardare ad est della Cirenaica, nella terra dei faraoni.

DUE STATI, UN FARAONE – Al Sisi e Putin hanno due visioni del Nordafrica che se non possono essere definite uguali sono quantomeno sovrapponibili. Questo spiega per quale motivo l’Egitto possa essere considerato l’asse portante dell’architettura geopolitica russa nella regione. Sarebbe riduttivo però ricercare il movente degli sforzi egiziani in Libia soltanto nella forte alleanza che lega Mosca al Cairo. Una Libia frammentata e ingovernabile per chiunque è quanto di peggiore si possa aspettare l’Egitto. La paura più grande di al Sisi è che il caos libico possa fomentare ancor di più gli enormi problemi di stabilità che tormentano il suo Paese sin da quando è diventato Presidente nel 2014. Problemi che in Egitto portano principalmente due nomi: Fratellanza Musulmana e Stato Islamico. Minacce che, in misura differente, il Presidente egiziano rivede anche in Libia. Così l’imperativo è di non dare continuità territoriale alle istanze islamiste che, nel periodo successivo alle primavere arabe, hanno trovato terreno fertile nella maggior parte del Nordafrica. E tale imperativo si traduce inevitabilmente in una continua ricerca di profondità strategica del Cairo in Libia. Al fine di conseguirla, l’Egitto non esclude a priori nessuna opzione. Né quella che prevede uno Stato libico con Haftar riconosciuto come uomo forte dell’Esercito – magari persino a capo di qualche Ministero – né quella che prevede una balcanizzazione del Paese, con la Cirenaica a fungere da protettorato de facto dell’Egitto. Con il placet di Mosca, ovviamente.

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Fig. 3 – L’ambasciata egiziana a Tripoli, in Omar El-Mokhtar St., spesso teatro di proteste e violenze dopo la rivoluzione del 2011

Conscio del fatto che la seconda ipotesi resta percorribile, sembra che al momento al Sisi si stia sforzando, così come Putin, di coinvolgere tutte le parti in conflitto. L’ultimo tentativo, naufragato abbastanza velocemente, è andato in scena proprio al Cairo. Ma al Sarraj, al termine del summit, ha dichiarato che sedersi a negoziare con Haftar è impossibile. In ogni caso il generale libico non si preoccupa più di tanto; egli sa bene di avere “le spalle coperte” da potenti alleati. Nel precedente mese di ottobre Mosca e Il Cairo hanno infatti condotto due settimane di esercitazioni nei pressi del confine libico e, notizia recente, l’Egitto ha ultimato la costruzione di una base aerea per droni a pochi chilometri dal confine con la Cirenaica. Prove concrete che gli sponsor di Haftar fanno sul serio e che i tentativi di negoziato, anche se non ancora del tutto accantonati, non dureranno in eterno. Un successo diplomatico nella partita libica permetterebbe ad al Sisi di ergersi, agli occhi dell’Occidente, come stabilizzatore del Nordafrica e come baluardo contro il divampare del fondamentalismo islamico. Conseguenza di questo successo sarebbe la ripresa di cospicui finanziamenti occidentali, di cui l’economia egiziana ha disperato bisogno, e un rinnovato slancio nel combattere il dissenso che in patria sembra ancora piuttosto vivace nonostante le tante repressioni governative.

GLI OBIETTIVI DI MOSCA – Il rinnovato interesse di Mosca in Libia non può essere motivato solamente con il desiderio di recuperare gli introiti perduti in seguito al regime change, né tantomeno con la volontà di accordarsi su altri progetti sempre di natura economica. Al contrario va collocato in una politica di più ampio respiro del Cremlino che impone alla Federazione un rinnovato attivismo in tutta la macroregione del Mediterraneo, e di conseguenza in tutto il Medio Oriente. In particolare la risoluzione del caos libico aiuterebbe Mosca a conseguire una serie di obiettivi utili per continuare a perseguire la grand strategy che il Cremlino si è autoimposto nel Mare Nostrum. Ponendosi come garante del nuovo “ordine libico” la Russia otterrebbe innanzitutto un nuovo fedele alleato nel Mediterraneo. Questo, in un futuro neanche troppo lontano, potrebbe agevolare Mosca nel dare continuità alla sua ricerca di sbocchinel Mediterraneo. Continuità che potrebbe essere rappresentata da una nuova base navale russa che potrebbe sorgere nei pressi di Bengasi – dono concesso da un potenziale nuovo Governo libico o da una nuova entità statale sorta in Cirenaica – o nei pressi di Sidi Barrani, come regalo di al Sisi per l’aiuto prestato dalla Russia nel riportare ordine ai confini del Paese. Il nuovo corso libico andrebbe di conseguenza a cementare sempre di più l’alleanza tra Mosca e Il Cairo.

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Fig. 4 – Fayez al Sarraj a colloquio con il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, marzo 2017.

Per quanto riguarda un eventuale intervento militare russo nella regione, sembra comunque che i tempi non siano maturi. L’intervento russo in Siria fu doveroso poiché nella regione era già presente una base navale – e una base aerea – da difendere. Al momento invece in Libia non esistono interessi esistenziali che spingano Mosca a inviare truppe nel Paese, almeno per il momento. D’altra parte un intervento russo nella regione non farebbe altro che esacerbare le ostilità nel Paese e potrebbe anzi fungere da collante per cementare ancor di più l’alleanza tra il Governo di Tripoli e le varie fazioni islamiste che lo sostengono, seppure a corrente alternata. Resta solo da capire fino a quando Mosca sarà disponibile a fare da garante per i colloqui tra le varie anime libiche. In ogni caso, se Haftar dovesse avviare una nuova escalation militare contro il GNA, sarà perché avrà ricevuto “luce verde” da Putin o perché tenterà di forzare la mano alla Russia e gli altri attori regionali che lo sostengono.

Valerio Mazzoni


 

1169.- GLI 007: «FUNZIONARI LIBICI FAVORISCONO IL TRAFFICO DI MIGRANTI»

Il traffico di esseri umani in Libia sfrutta la corruzione endemica di quel Paese e, perché no? dell’Italia.

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Pranzo in Libia oggi per l’ONG Sea Watch2.

Valentino Di Giacomo per “il Messaggero”

I libici favoriscono il traffico di migranti

  1. Sono tre i principali gruppi di trafficanti di esseri umani attivi in Libia nel mirino degli 007 europei. Gruppi che riescono ad alimentare il flusso di migranti verso le nostre coste con la complicità della Guardia costiera del governo di Tripoli. Secondo fonti dell’intelligence austriaca, sarebbero queste connivenze, più che l’attività svolta in mare dalle navi delle ong, ad aver agevolato il recente flusso di sbarchi.

barconi in partenza da Sabratah

barconi in partenza da Sabratah

I contatti tra le Ong e gli scafisti, più volte documentati dalla Marina e dalle maggiori agenzie di sicurezza europee, è un fenomeno che è esistito, ma che, in base alle informazioni, avrebbe un impatto sulla quantità di sbarchi significativamente inferiore rispetto ai loschi rapporti imbastiti, sulla terraferma, tra scafisti e guardie libiche compiacenti.

LE ORGANIZZAZIONI

Un rapporto dell’Hna una delle tre agenzie d’intelligence austriache fa luce proprio sull’enorme giro di danaro tra i mercanti di uomini e i delegati del governo di Tripoli che, teoricamente, sarebbero preposti a tenere sotto controllo il flusso migratorio in partenza dalle coste nordafricane.

A Sabratah, la città a 80 chilometri a Ovest di Tripoli da cui salpano gran parte dei barconi, il capo del Dipartimento locale anti-migrazione irregolare, che opera sotto il ministero degli Interni del provvisorio governo Sarraj, appartiene a una potente tribù. È l’uomo che decide, in accordo con i trafficanti sotto un adeguato compenso, chi e quando deve partire. Secondo il rapporto, in questa città esistono due potenti organizzazioni che gestiscono il business dei migranti, la prima fa capo ad Ahmed Dabbashi, che nel 2011 si contraddistinse nella lotta all’ex regime di Gheddafi.

migranti in attesa di imbarco

migranti in attesa di imbarco

Grazie alla notorietà acquisita in battaglia Dabbashi ha messo in piedi una delle più potenti milizie locali che depreda e schiavizza i migranti prima di lasciarli partire sempre più spesso in accordo con i delegati libici verso l’Italia. L’altra organizzazione, specializzata nel business dei barconi, è gestita da Mussab Abu Ghrein, che si occupa prevalentemente di sudanesi e altri migranti subsahariani. Per i propri traffici Ghrein ha sfruttato invece i saldi rapporti di sangue tra la propria tribù d’appartenenza e quelle al confine con il Niger.

LA CORRUZIONE

Un giro di affari e connivenze, documentato da informative d’intelligence di più Paesi europei, mostra come i controllori (i delegati del governo) e i controllati (i trafficanti) anziché essere in conflitto, siano riusciti ad alimentare un sistema economico ben strutturato.

Libia Guardia Costiera

Libia Guardia Costiera

È lo stesso fenomeno che avviene a trenta chilometri a Est di Sabratah, nella città di Ez Zauia dove si trova un altro hub del Mediterraneo. Anche qui i delegati del governo, che dovrebbero controllare la frontiera occidentale, fanno affari d’oro con i trafficanti e, quando invece non riescono a giungere ad un accordo, passano alle maniere forti. A Ez Zuia le organizzazioni degli scafisti sono costretti a pagare tangenti ai capi della marina libica, altrimenti, una volta partiti i barconi, gli uomini del governo fermano in mare le imbarcazioni e molto spesso si impossessano dei motori per poi rivenderli al mercato nero.

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Qui il capo dei trafficanti si chiama Abdurhaman Milad, da tutti conosciuto come «al-Bija» che ha parentele con chi gestisce il centro di detenzione per migranti della città. La «prigione degli stranieri», aperta lo scorso anno, è gestita dalla famiglia Nasser che appartiene alla tribù Abu Hamayra, la stessa di cui fa parte al-Bija. A Ez Zuia la situazione è ancora più paradossale: oltre al centro dei Nasser, c’era un altro campo dove venivano rinchiusi i migranti, quello di Abu Aissa sotto la diretta gestione del governo di Tripoli.

Ma gli uomini delle milizie di Nasser, grazie a continui raid armati di kalashnikov, hanno provocato la chiusura della struttura di Abu Aissa per accaparrarsi più migranti. E si ricorre a sparatorie ed esecuzioni anche tra le due potenti organizzazioni di Sabratah e quella di Ez Zuia che sono spesso in conflitto tra di loro su chi deve avere il controllo delle partenze. Il predominio viene risolto attraverso regolamenti di conti proprio come avviene tra clan della camorra o della mafia.

I VIAGGI

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il dossier austriaco spiega che la maggior parte dei migranti arriva dalla Nigeria, dal Gambia, dalla Somalia e dall’Eritrea. I disperati fuggono da guerre e carestie affrontando ogni genere di sopruso pur di arrivare in Libia e poi giungere in Europa attraverso i barconi. I migranti sono motivati ad arrivare in Libia perché, prima della caduta del regime di Gheddafi, il Paese nordafricano era considerato uno Stato ricco e con buone possibilità per reperire mezzi di sostentamento da procurarsi prima di navigare verso l’Italia.

2. PM TRAPANI: ONG INDAGATE PER FAVOREGGIAMENTO ALL’IMMIGRAZIONE

Alessandra Ziniti per la Repubblica

“Alla Procura di Trapani risulta che in qualche caso navi delle Ong hanno effettuato operazioni di soccorso senza informare la centrale della Guardia costiera”. Davanti ai componenti della commissione Difesa del Senato, il procuratore Ambrogio Cartosio da risposte secche e dirette pur non scendendo in alcun particolare dell’inchiesta aperta dalla sua procura sull’ipotesi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina  – ha precisato ” che coinvolgono non le Ong come tali ma persone fisiche delle Ong”.

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Il procuratore si è trincerato dietro il segreto istruttorio sul contenuto della sua indagine specificando solo che “la presenza delle navi delle Ong in un fazzoletto di mare potrebbe costituire, non da solo, ma con altri elementi, un elemento indiziario forte per dire che sono a conoscenza che in quel tratto di mare arriveranno imbarcazioni di migranti e dunque ipotizzare il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Soggetti a bordo delle navi sono evidentemente al corrente del luogo e del momento in cui arriveranno i migranti.

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Andrea Tarondo

 

“Ma – ha anche osservato il procuratore di Trapani – la risposta a questo quesito deve arrivare tenendo conto della legislazione italiana che prevede una causa di giustificazione. Se una nave qualsiasi viene messa al corrente del fatto che c’è il rischio che un’imbarcazione possa naufragare ha il dovere di soccorrerla in qualsiasi punto e questo principio travolge tutto. Insomma, per la legislazione italiana si potrebbe dire che viene commesso il reato di favoreggiamento di immigrazione clandestina ma non è punibile perché commesso per salvare una vita umana”

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Il sostituto procuratore Andrea Tarondo ha poi riferito un recentissimo episodio che proverebbe il doppio gioco delle forze di polizia libiche. Due migranti algerini arrivati a Trapani il 28 marzo scorso hanno raccontato di essere saliti su un gommone in Libia scortati da un altro gommone con a bordo uomini in divisa con la scritta polizia. Dopo alcune miglia una nave della polizia libica avrebbe fermato le due barche sparando e ci sarebbe stata una lite in mare tra le due unita libiche. Probabilmente la nave che aveva fermato il gommone chiedeva soldi per lasciar passare i migranti scortati da un altro gommone della polizia evidentemente d’accordo con i trafficanti.

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Il procuratore Cartosio ha quindi sottolineato che la sua indagine non ipotizza affatto comportamenti che possano far pensare a reati di associazione per delinquere e dunque non di competenza della Direzione distrettuale antimafia di Palermo.

A conclusione della sua audizione il procuratore di Trapani ha escluso di avere elementi per dire che i finanziamenti delle Ong possano avere origini illegittime è che le finalità dei soccorsi in mare delle navi umanitarie possano avere obiettivi diversi. Cartosio ha invece confermato le affermazioni del collega di Catania Zuccaro sugli interessi mafiosi nei centri di accoglienza. “Qui – ha detto – la cosa è ben diversa. Dalle nostre indagini è emerso che soggetti contigui alle organizzazioni mafiose erano inseriti nel business dell’accoglienza e in qualche caso le autorizzazioni sono state revocate”.

1128.- Libia, il dialogo Tripoli-Tobruk riparte da Roma: primo incontro

Se Trump ha detto a Gentiloni che su Libia e immigrazione dobbiamo fare da soli, si può dire che l’invito è stato accolto. Del resto, mi risulterebbe che gli USA, in Libia, ci siano stati tirati un po’ per i capelli. La notizia che mi giunge da Il Messaggero dice che siamo sulla via giusta, Parigi permettendo.

Libia: Tripoli, ieri a Roma un incontro molto fruttuoso

Nella Libia del caotico stallo sfruttato dai trafficanti di essere umani, la diplomazia italiana ha trovato un modo per riportare al dialogo la Tripoli del premier Fayez Al-Sarraj e la Tobruk del generale Khalifa Haftar: far incontrare i vertici delle due istituzioni parlamentari prodotte dalla rivoluzione libica. E il primo incontro, svoltosi a Roma e promosso dal titolare della Farnesina Angelino Alfano, è stato definito «fruttuoso» da entrambe le parti.

«Un’atmosfera di amicizia e apertura ha connotato questi incontri che le due parti considerano estremamente fruttuosi», ha annunciato l’Alto consiglio di Stato insediato a Tripoli riferendosi agli incontri di venerdì fra il proprio presidente, Abdelrahman Swehli, e il capo del parlamento insediato a Tobruk, Aghila Saleh. «Ci siamo accordati per giungere a soluzioni pacifiche ed eque per le questioni in sospeso», ha affermato ancora l’Alto consiglio in una nota, riferendosi implicitamente al nodo fondamentale della crisi libica: che ruolo far giocare in futuro ad Haftar, attuale comandante generale dell’Esercito nazionale libico appoggiato dalla maggioranza della Camera dei rappresentanti di Tobruk che nega la fiducia a Sarraj, spaccando la Libia. L’Italia, come ha appena ricordato il premier Paolo Gentiloni, vuole attribuire ad Haftar «un ruolo», ma non quello di nuovo leader del Paese. Il sito Libya Herald sottolinea che a Roma c’è stato «un incontro di svolta» ma è chiaro che si tratta solo di un nuovo inizio di un dialogo che balbetta dal febbraio 2015.

Le «soluzioni pacifiche» necessitano di nuovi incontri, i quali inizialmente saranno focalizzati sul far prevalere «gli interessi supremi della patria», «fermare lo spargimento di sangue» e assicurare il ritorno a casa degli sfollati, preannuncia l’Alto consiglio, una sorta di ‘senato consultivò formato dai superstiti del primo parlamento eletto dopo la caduta del colonnello Muammar Gheddafi del 2011. Il ruolo della mediazione italiana per questo rilancio del dialogo è stato riconosciuto esplicitamente dalle due parti: Swehli e Saleh «desiderano esprimere il loro grande apprezzamento per il ruolo attivo e costruttivo del ministro Alfano e del governo italiano nel quadro del loro sostegno all’applicazione dell’accordo politico libico», si afferma nella nota, in riferimento al ‘Libyan political agreement’ (Lpa) raggiunto in Marocco nel dicembre 2015. E l’inviato dell’Onu per la Libia, Martin Kobler, in un tweet si è detto «incoraggiato» da questo incontro: «Un buon passo su cui basarsi e avanzare nell’attuazione dell’Lpa».

1122.-Nell’ultimo paese che gli Usa hanno “liberato da un malvagio dittatore” oggi si commerciano apertamente gli schiavi

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Pace a te Muhammar

È ben noto che l’intervento NATO a guida USA del 2011 in Libia, con lo scopo di rovesciare Muammar Gheddafi,ha portato ad un vuoto di potere che ha permesso a gruppi terroristici come l’ISIS di prendere piede nel paese.

Nonostante le conseguenze devastanti dell’invasione del 2011, l’Occidente è oggi lanciato sulla stessa traiettoria nei riguardi della Siria. Proprio come l’amministrazione Obama ha stroncato Gheddafi nel 2011, accusandolo di violazione dei diritti umani e insistendo che doveva essere rimosso dal potere al fine di proteggere il popolo libico, così l’amministrazione Trump sta oggi puntando il dito contro le politiche repressive di Bashar al-Assad in Siria e lanciando l’avvertimento che il suo regime è destinato a terminare presto — tutto ovviamente in nome della protezione dei civili siriani.

Ma mentre gli Stati Uniti e i loro alleati si dimostrano effettivamente incapaci di fornire una qualsiasi base legale a giustificazione dei loro recenti attacchi aerei — figurarsi poi fornire una qualsiasi evidenza concreta a dimostrazione del fatto che Assad sia effettivamente responsabile dei mortali attacchi chimici della scorsa settimana — emergono sempre più chiaramente i pericoli connessi all’invasione di un paese straniero e alla rimozione dei suoi leader politici.

Questa settimana abbiamo avuto nuove rivelazioni sugli effetti collaterali degli “interventi umanitari”: la crescita del mercato degli schiavi.

Il Guardian ha riportato che sebbene “la violenza, l’estorsione e il lavoro in schiavitù” siano stati già in passato una realtà per le persone che transitavano attraverso la Libia, recentemente il commercio degli schiavi è aumentato. Oggi la compravendita di esseri umani come schiavi viene fatta apertamente, alla luce del sole.

“Gli ultimi report sul ‘mercato degli schiavi’ a cui sono sottoposti i migranti si possono aggiungere alla lunga lista di atrocità [che avvengono il Libia]” ha detto Mohammed Abdiker, capo delle operazioni di emergenza dell’International Office of Migration, un’organizzazione intergovernativa che promuove “migrazioni ordinate e più umane a beneficio di tutti“, secondo il suo stesso sito web. “La situazione è tragica. Più l’IOM si impegna in Libia, più ci rendiamo conto come questo paese sia una valle di lacrime per troppi migranti.”

Il paese nordafricano viene usato spesso come punto di uscita per i rifugiati che arrivano da altre parti del continente. Ma da quando Gheddafi è stato rovesciato nel 2011 “il paese, che è ampio e poco densamente popolato, è piombato nel caos della violenza, e i migranti, che hanno poco denaro e di solito sono privi di documenti, sono particolarmente vulnerabili“, ha spiegato il Guardian.

Un sopravvissuto del Senegal ha raccontato che stava attraversando la Libia, proveniendo dal Niger, assieme ad un gruppo di altri migranti che cercavano di scappare dai loro paesi di origine. Avevano pagato un trafficante perché li trasportasse in autobus fino alla costa, dove avrebbero corso il rischio di imbarcarsi per l’Europa.

Ma anziché portarli sulla costa il trafficante li ha condotti in un’area polverosa presso la cittadina libica di Sabha. Secondo quanto riportato da Livia Manente, la funzionaria dell’IOM che intervista i sopravvissuti, “il loro autista gli ha detto all’improvviso che gli intermediari non gli avevano passato i pagamenti dovuti e ha messo i passeggeri in vendita“. La Manente ha anche dichiarato:

“Molti altri migranti hanno confermato questa storia, descrivendo indipendentemente [l’uno dall’altro] i vari mercati degli schiavi e le diverse prigioni private che si trovano in tutta la Libia“, aggiungendo che la OIM-Italia ha confermato di aver raccolto simili testimonianze anche dai migranti nell’Italia del sud.

Il sopravvissuto senegalese ha detto di essere stato portato in una prigione improvvisata che, come nota il Guardian, è cosa comune in Libia.

“I detenuti all’interno sono costretti a lavorare senza paga, o in cambio di magre razioni di cibo, e i loro carcerieri telefonano regolarmente alle famiglie a casa chiedendo un riscatto. Il suo carceriere chiese 300.000 franchi CFA (circa 450 euro), poi lo vendette a un’altra prigione più grossa dove la richiesta di riscatto raddoppiò senza spiegazioni“.

Quando i migranti sono detenuti troppo a lungo senza che il riscatto venga pagato, vengono portati via e uccisi. “Alcuni deperiscono per la scarsità delle razioni e le condizioni igieniche miserabili, muoiono di fame o di malattie, ma il loro numero complessivo non diminuisce mai“, riporta il Guardian.

“Se il numero di migranti scende perché qualcuno muore o viene riscattato, i rapitori vanno al mercato e ne comprano degli altri“, ha detto Manente.

Giuseppe Loprete, capo della missione IOM del Niger, ha confermato questi inquietanti resoconti. “È assolutamente chiaro che loro si vedono trattati come schiavi“, ha detto. Loprete ha gestito il rimpatrio di 1500 migranti nei soli primi tre mesi dell’anno, e teme che molte altre storie e incidenti del genere emergeranno man mano che altri migranti torneranno dalla Libia.

“Le condizioni stanno peggiorando in Libia, penso che ci possiamo aspettare molti altri casi nei mesi a venire“, ha aggiunto.

Ora, mentre il governo degli Stati Uniti sta insistendo nell’idea che un cambio di regime in Siria sia la soluzione giusta per risolvere le molte crisi di quel paese, è sempre più evidente che la cacciata dei dittatori — per quanto detestabili possano essere — non è una soluzione efficace. Rovesciare Saddam Hussein non ha portato solo alla morte di molti civili e alla radicalizzazione della società, ma anche all’ascesa dell’ISIS.

Mentre la Libia, che un tempo era un modello di stabilità nella regione, continua a precipitare nel baratro in cui l’ha gettata “l’intervento umanitario” dell’Occidente – e gli esseri umani vengono trascinati nel nuovo mercato della schiavitù, e gli stupri e i rapimenti affliggono la popolazione – è sempre più ovvio che altre guerre non faranno altro che provocare ulteriori inimmaginabili sofferenze.

di Carey Wedler, 15 aprile 2017*, *Traduzione a cura di Vocidallestero.it

Apertura_Occhi_Dadaab.jpgChi sono quelli che, di quando in quando, affogano o vengono lasciati affogare, malgrado la cooperazione e il coordinamento con le ONG (e non solo!)? Sono schiavi?

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Per comprendere meglio i risultati della politica USA

Un rapporto dell’Onu conferma, che «un alto numero di bambini è stato rapito» dai seguaci della guerra santa «e molti hanno assistito all’uccisione dei loro familiari e subito abusi sessuali».

L’orrore dello Stato islamico, nella sua avanzata in Iraq non ha avuto fine, come ha denunciato un rapporto della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti sull’infanzia con sede a Ginevra.

Gli esperti dell’Onu denunciano e bollano come aberrante «l’uccisione sistematica dei bambini appartenenti a minoranze etniche e religiose da parte del cosiddetto Isil (Stato islamico ndr), tra cui diversi casi di esecuzioni di massa di ragazzi, rapporti di decapitazioni, crocifissioni e di bimbi sepolti vivi».

Il 15 e 16 agosto scorso 2015 i tagliagole vittoriosi del Califfato nella loro avanzata in Iraq hanno massacrato gli abitanti della minoranza yazida del villaggio di Kotcho. Secondo il ministro iracheno per i Diritti umani, Mohammed al Sudani, 500 persone, soprattutto uomini, sono stati passati per le armi. Le donne ed i bambini hanno subito una fine peggiore: sepolti vivi in fosse comuni.

A Mosul, fino a ieri «capitale» del Califfato in Iraq, lo Stato islamico aveva cominciato a riscuotere la jizya, la tassa della sopravvivenza imposta ai cristiani. Una famiglia non poteva pagarla e tre tagliagole hanno violentato la madre e la figlia davanti al padre, che si è suicidato. Nello stesso periodo sono stati documentati altri 11 casi di stupro oltre al sequestro di due suore e tre orfani.

Le Nazioni Unite confermano che il Califfato ha messo in piedi dei «mercati» per gli schiavi da vendere, non solo donne, ma pure bambini «con tanto di cartellino con il prezzo» al collo. L’Onu rivela l’esistenza di una vera e propria «schiavitù sessuale dei bambini detenuti nelle prigioni di fortuna del cosiddetto Stato islamico, come l’ex carcere Badoush fuori Mosul».

I minori, non solo cristiani, sono stati «sistematicamente uccisi, torturati, violentati, forzati a convertirsi all’Islam e tagliati fuori dall’assistenza umanitaria». Il disegno del Califfato è chiaro secondo l’Onu: «Sopprimere, espellere o ripulire in maniera permanente (le zone occupate, ndr) per distruggere le minoranze».

I minori sono stati arruolati a decine come «soldati» del Jihad. Non solo addestrati alla guerra, ma utilizzati per esecuzioni di prigionieri. In altri casi i più piccoli sono stati usati come scudi umani per impedire alla coalizione anti Califfato di bombardare determinati obiettivi.

Renate Winter, uno dei 18 esperti indipendenti della Commissione di Ginevra, spiega che esistono «segnalazioni di bambini, mentalmente instabili, utilizzati come kamikaze, probabilmente senza capire cosa stavano facendo». Un video mostra degli arteficieri iracheni mentre salvano un ragazzino-bomba dello Stato islamico, che si è arreso imbottito di esplosivo. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, destinatario del rapporto, ha espresso «profonda indignazione» per gli abusi sui minori in Iraq.

Il destino peggiore è quello delle ragazze ridotte a schiave del sesso dai tagliagole della guerra santa in nome di un assurdo decreto conosciuto come «Jihad al Nikah». Dopo essere state abusate le loro stesse comunità di appartenenza chiedevano alle forze governative di Bagdad di «bombardare scuole ed ospedali, che servivano da prigioni di fortuna delle donne e ragazze violentate» si legge nel rapporto Onu. Il motivo è terribilmente chiaro: «Uccidendo le vittime dello stupro veniva “salvato l’onore” della (loro) gente nelle città assediate» dai tagliagole della guerra santa.

http://www.gliocchidellaguerra.it

1089.- Il rischio (serio) del pantano dopo l’azione muscolare

Vale la pena di leggere questa acuta analisi di Guido Olimpio. Aggiungo che, comunque si voglia leggere l’aggressione americana, la vera vittima di quei missili, che hanno surgelato Putin, è stata la Libia, che solo il riavvicinamento USA – Russia può salvare. Intanto, a Livorno, le navi USA caricano mezzi militari e, ad Akaba, una nave USA li scarica. Si tratta di camion blindati adibiti al trasporto truppe. Akaba è l’unico porto marittimo della Giordania.  Mi domando: Cosa farà l’esercito americano se i nemici di Assad lanceranno un altro ordigno chimico? oppure: Quanti morti serviranno ancora perché i signori degli USA comprendano che il futuro dell’Occidente è nella cooperazione, dall’Alaska all’Alaska? E fra quei morti, quanti di noi ci saranno?

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Livorno, da La Nazione

Leggiamo dal Corriere:

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Il problema, da sempre, viene dopo. Valeva ieri per Bush in Iraq, vale oggi per Trump e Putin in Siria. Usi i muscoli, ma se non hai soluzioni politiche fattibili rischi il pantano. Per cominciare, l’analisi dell’attacco contro la base siriana di Al Shayrat deve partire dal messaggio. Il neopresidente ha voluto dimostrare di essere tale, ha sfoggiato determinazione e flessibilità. Obama aveva tracciato una linea rossa con Assad e non l’ha fatta rispettare, il successore quel confine lo ha marcato con i missili sparati dalle navi. La Casa Bianca intende ristabilire la deterrenza nei confronti degli avversari. Il lancio dei cruise è un messaggio rivolto a Damasco, Teheran e Pyongyang: se superate il limite, reagiamo. Segnale internazionale per recuperare terreno anche in casa.

Ma cosa accade se il regime siriano ci riprova? Parte un’altra salva di ordigni? I pessimisti mettono in guardia sul pericolo di un confronto con i russi. Mosca ha già annunciato un rafforzamento del proprio dispositivo militare e ha ordinato alla moderna corvetta Grigorovich, diretta in patria, di tornare nel Mediterraneo. Trump ha sempre dichiarato che non voleva mettere piede nel conflitto civile, invece ha usato molti scarponi. Nel Nord della Siria gli Stati Uniti hanno circa 3 mila uomini e 5 installazioni nell’area curda, alcune in grado di ospitare aerei. C’è chi ha ipotizzato che la prossima mossa possa essere una zona di sicurezza nel Sud, al confine con la Giordania. L’alleato israeliano la auspica ed è interessante registrare l’arrivo di un cargo pieno di mezzi militari Usa nel porto di Aqaba. Molte le incognite. La «safe zone» — se decisa in modo unilaterale — può portare a frizioni, se non peggio. Senza contare il ruolo dell’Iran, altro protagonista della partita e per nulla contento di quanto sta avvenendo.

A Washington sono consapevoli dei rischi, il Pentagono ha parlato di risposta proporzionata all’attacco chimico e le navi hanno tirato solo la metà degli ordigni di bordo. Rappresaglia che ricorda quella di Reagan, nel febbraio 1984, quando ordinò alla poderosa USS New Jersey di scaricare dozzine di proiettili su posizioni siro-iraniane in Libano. Non finì bene, gli americani dovettero lasciare il campo. Poi nel 1998 fu Bill Clinton ad usare i cruise per una ritorsione in Afghanistan e Sudan dopo gli attentati qaedisti. Anche qui risultati scarsi. Gli osservatori avvertono che gli avversari potrebbero gettare nuove esche nella speranza di far compiere passi falsi a «Abu Ivanka al Amikri», soprannome dato sul web al presidente.

Centrale, infine, il complesso rapporto di «The Donald» col Cremlino. Per alcuni la Siria avrebbe dovuto essere il teatro dove forgiare una co-gestione. Il blitz notturno, unito a un cambio di giudizio sul leader di Damasco, ha scompaginato le carte. Per i pessimisti è situazione seria; i cinici parlano di pausa, camuffata con dichiarazioni roboanti. Di nuovo sono ripartite le teorie sulla spartizione della Siria, sul destino di Assad. Le settimane a seguire diranno qualcosa sul «dopo». Che resta la chiave.

1043.- ATTENTI IN LIBIA! PERCHÉ QUELLO CHE STA FACENDO LA RUSSIA IN LIBIA CI INTERESSA. Libia, assalto alla base navale di Abu Sitta, sede del Governo di Accordo Nazionale (GNA). Al Serraj sempre più in bilico.

Mentre a Roma Gentiloni fa accordi sui migranti con Al Serraj, in Libia, assalto alla base navale di Abu Sitta. Al Serraj è in bilico.

Le ultime mosse di Putin nel paese del Nord Africa, dove l’Italia ha più di un interesse.

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Martedì scorso Reuters ha scritto che – secondo alcune sue fonti la cui identità non è stata resa nota – la Russia ha dispiegato diversi uomini delle forze speciali in una base aerea dell’Egitto occidentale, vicino al confine con la Libia. La base sarebbe quella di Sidi Barrani, a circa 100 chilometri dal confine libico-egiziano, e l’obiettivo della missione sarebbe aiutare il generale libico Khalifa Haftar, che controlla la Libia orientale grazie alle forze armate libiche e che è sostenuto dal parlamento di Tobruk, uno dei due parlamenti del paese. La notizia, che non è stata confermata dai diretti interessati, è ritenuta plausibile da diversi osservatori (tra le fonti di Reuters ci sono anche alcuni funzionari egiziani che si occupano di sicurezza). Negli ultimi mesi, infatti, la Russia si è interessata sempre più alla Libia e si è schierata dalla parte di Haftar.
Haftar non è solo un potente generale a capo di una delle tante milizie che combattono la guerra libica: è il principale nemico del governo di unità nazionale guidato dal primo ministro Fayez al Serraj, cioè l’unico governo riconosciuto come legittimo dall’ONU e quello su cui sta puntando da mesi la diplomazia italiana, il paese europeo storicamente più influente e coinvolto negli affari che riguardano la Libia.

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Le due città indicate con le frecce sono Sidi Barrani (in Egitto, a destra) e Tobruk (in Libia, a sinistra)

Il coinvolgimento della Russia nella guerra libica è cresciuto negli ultimi mesi ed è interessante per almeno tre ragioni. Primo: potrebbe cambiare effettivamente i rapporti di forza tra i gruppi che stanno combattendo, soprattutto se i russi dovessero cominciare a impiegare le forze speciali e addestrare gli uomini di Haftar. Secondo: perché rischia di diventare un motivo di scontro diplomatico tra Italia e Russia, visto che il governo italiano è impegnato a difendere il potere di Serraj (con risultati peraltro non particolarmente brillanti). Terzo: perché mostra come il governo russo abbia intenzione di continuare a perseguire una politica estera aggressiva e interventista, confermando quello che si era già visto in Siria.
Di cosa parliamo quando parliamo di Russia in Libia

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I rapporti tra i due paesi arrivano da lontano. Dalla metà degli anni Settanta, durante la Guerra fredda, l’allora presidente libico Muammar Gheddafi si rivolse all’Unione Sovietica per tutelarsi da eventuali ingerenze americane. Il governo libico era già uno dei più importanti acquirenti di armi russe e Gheddafi firmò dei contratti che fecero arrivare in Libia migliaia di ingegneri e istruttori militari russi, oltre a 11mila soldati. Dopo due decenni di relativo isolamento, dovuto anche alle sanzioni occidentali, Gheddafi riprese le intense relazioni con la Russia di Vladimir Putin e furono firmati nuovi contratti per miliardi di dollari. Nel 2011 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò una risoluzione per imporre una no-fly zone sulla Libia, che aveva l’obiettivo di fermare la guerra civile che si stava combattendo nel paese ma che di fatto diede il via libera all’intervento aereo straniero che portò alla destituzione di Gheddafi. La Russia, uno dei cinque paesi con il potere di veto al Consiglio di Sicurezza, si astenne: Putin, che allora era primo ministro, si oppose pubblicamente alla risoluzione appoggiata invece dal presidente Dmitri Medvedev, dicendo che gli ricordava «una chiamata medievale per combattere le crociate».
L’atteggiamento della Russia nella Libia post-Gheddafi fu inizialmente prudente. Dopo avere ricevuto rassicurazioni che i contratti firmati in precedenza tra i due governi sarebbero stati rispettati, Putin cominciò ad appoggiare apertamente il primo ministro del governo di Tobruk, nell’est del paese, quello che oggi sostiene il generale Haftar. L’appoggio della Russia al generale Haftar ha cominciato a crescere dalla fine del 2016. A novembre Haftar ha fatto un viaggio a Mosca per incontrare il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov: dell’incontro non si hanno molte informazioni, ma diversi giornali internazionali hanno scritto che il tema centrale delle conversazioni sarebbe stato l’aiuto del governo russo per combattere i gruppi radicali islamisti in Libia (Haftar ha combattuto diverse milizie islamiste, ma anche non islamiste: è importante tenere a mente che il suo obiettivo principale è prendersi il controllo di tutto il territorio libico e diventare l’unico capo militare del paese).

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Il generale libico Khalifa Haftar mentre lascia il ministero degli Esteri russo a Mosca, il 29 novembre 2016 (VASILY MAXIMOV/AFP/Getty Images)

A gennaio Haftar è salito a bordo della portaerei russa Admiral Kuznetsov, dove ha parlato in video-conferenza con il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu; diverse settimane dopo la Russia si è fatta carico di fornire cure mediche a un centinaio di uomini di Haftar rimasti feriti in battaglia. E ci sono anche sospetti di un coinvolgimento più significativo: il 13 marzo Reuters ha pubblicato un articolo secondo cui diverse decine di contractor privati provenienti dalla Russia – i contractor tecnicamente sono “mercenari” – sono stati operativi fino a febbraio in una parte della Libia sotto il controllo di Haftar. Reuters ha aggiunto che è improbabile che i contractor siano arrivati in territorio libico senza l’approvazione del governo russo. La notizia della presenza dei contractor non è stata confermata né dalla Russia né da Haftar. Non sarebbe comunque la prima volta che la Russia ne fa uso: era già successo in Siria, dove i contractor russi con incarichi di combattimento si erano uniti alle forze regolari russe e alle forze alleate al regime di Bashar al Assad. Come detto, qualche giorno fa Reuters ha scritto in una seconda esclusiva che alcuni uomini delle forze speciali russe sarebbero arrivati a una base aerea egiziana vicino al confine con la Libia. In altre parole, la Russia avrebbe cominciato a fare sul serio.
Perché la Russia è andata in Libia?
Perché ha interessi economici, ma soprattutto perché ambisce a tornare a essere una grande potenza, riprendersi gli spazi che aveva prima della caduta del muro di Berlino, a tornare a contare qualcosa negli equilibri del mondo.
Gli interessi economici russi in Libia sono legati al petrolio e alla vendita di armi. Nell’ultimo mese Rosneft, la principale compagnia petrolifera russa, ha firmato degli accordi con la National Oil Corporation (NOC), la principale compagnia petrolifera libica. Non sono accordi così rilevanti dal punto di vista puramente energetico, visto che la capacità della Libia di sfruttare le proprie risorse è da tempo compromessa a causa della guerra, ma hanno grande valore strategico.
L’analista russo Peter Kaznacheev ha detto al Moscow Times che per la Russia «qualsiasi cosa abbia a che fare con il Nord Africa e il Medio Oriente è strategico. Prendersi uno spazio in Libia – attraverso Khalifa Haftar o la NOC libica e la produzione di petrolio – può rendere la Russia essenziale in Libia senza doversi sporcare le mani come ha dovuto fare in Siria». Un discorso simile può essere fatto per Rosoboronexport, l’agenzia statale russa che si occupa della vendita di armi all’estero. Ai tempi di Gheddafi, Rosoboronexport firmò diversi importanti contratti con il regime libico (si parla di più di 4 miliardi di dollari), contratti che però l’attuale governo di unità nazionale guidato da Serraj non ha mostrato di voler rinnovare. Theodore Karasik, analista di Gulf State Analytics, ha detto: «La Russia sta cercando di entrare in Libia e condizionarne il futuro. È altamente probabile che l’enorme debito contratto durante l’era di Gheddafi verrà cancellato attraverso delle concessioni», che saranno probabilmente legate al settore dell’energia e della vendita di armi.

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sipriLe esportazioni di armi alla Libia dal 1970 al 1989, secondo i dati del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). I valori sono espressi in milioni di dollari ai prezzi del 1990. Come si vede dalla tabella, in quel periodo l’Unione Sovietica fu il principale paese esportatore di armi verso la Libia. Nel decennio successivo la vendita di armi crollò a causa delle sanzioni internazionali contro il regime di Gheddafi (Fonte: Sipri)
Sarebbe fuorviante comunque sostenere che la Russia sia interessata alla Libia principalmente per ragioni economiche. Negli ultimi tre anni e mezzo il governo russo ha mostrato di voler fare una politica estera più aggressiva rispetto al passato, pur non avendo a disposizione più risorse economiche per sostenere lo sforzo: ha annesso la Crimea, ha appoggiato i ribelli separatisti in Ucraina orientale ed è intervenuta massicciamente in Siria per garantire la sopravvivenza del regime di Assad (e ha interferito nella campagna elettorale per le ultime elezioni statunitensi). Nessuno di questi interventi ha portato grandi fortune alle già precarie casse russe, anzi. Tutti sono stati motivati da forti ragioni politiche e strategiche, come l’opposizione alla NATO in Europa orientale, la volontà di mantenere una presenza militare nel Mediterraneo e più in generale l’intenzione di proporsi come alternativa agli Stati Uniti. Molti analisti interpretano il coinvolgimento della Russia in Libia come una specie di continuazione dell’intervento in Siria: una mossa per rendersi indispensabili nella soluzione di una pace e un modo per dire, “siamo riusciti dove avete fallito voi” (voi inteso come Occidente, e soprattutto come Stati Uniti). Oggi è difficile pensare che si possa risolvere qualcosa in Libia senza che la Russia abbia un ruolo. Come ha detto ad al Jazeera Arturo Varvelli, esperto di Libia dell’Istituto per gli studi della politica internazionale (ISPI), «se Haftar non accetta il piano dell’ONU non c’è modo di uscire dalla crisi. Lui ormai ha un ruolo centrale».
L’Italia ha un problema con la Russia in Libia?
Il governo italiano, a differenza di quello russo, non appoggia ufficialmente il generale Haftar, ma il governo di unità nazionale guidato da Serraj e insediato a Tripoli un anno fa. La Libia non è un paese qualsiasi per l’Italia, non è una priorità di qualcun altro a cui il governo italiano ha deciso di accodarsi per ragioni di alleanze. Fu colonia italiana tra il 1912 e il 1942 e durante la Guerra fredda i governi italiani democristiani mantennero relazioni strette con la Libia, nonostante Gheddafi fosse accusato di appoggiare il terrorismo internazionale. Negli ultimi anni, dopo l’uccisione di Gheddafi, l’Italia ha avuto un ruolo centrale nei tentativi dell’ONU di pacificare la Libia ed è stata il primo paese a riaprire l’ambasciata a Tripoli dopo la fine della guerra.
Gli ultimi due governi guidati dal Partito Democratico – Renzi e Gentiloni – sono stati i principali promotori dell’accordo ONU per la formazione del governo di Serraj. Oggi ci sono di mezzo interessi sia economici che di sicurezza. L’ENI, che prima della guerra estraeva da sola circa il 10 per cento di tutto il petrolio prodotto in Libia ed era praticamente un monopolista nel settore del gas naturale, è stata l’unica grande azienda energetica a rimanere in territorio libico durante la guerra, trovando la protezione di alcune milizie locali. La presenza di un governo solido in Libia non andrebbe a beneficio solo dell’ENI, ma sarebbe anche un passo avanti molto importante nella gestione dei flussi migratori diretti verso l’Italia, una delle questioni politiche più dibattute dai partiti politici italiani negli ultimi anni. Il governo italiano sta affrontando questo problema da diverso tempo e a febbraio ha concluso un accordo con Serraj per il controllo del flusso migratorio (la Libia è il principale paese di transito per i migranti che sono diretti verso l’Italia attraversando il Mediterraneo). Il problema è che se non c’è un governo stabile, come nel caso del governo di unità nazionale libico di Serraj, l’accordo non potrà mai funzionare e l’Italia continuerà a non risolvere il problema.
Serraj sembra ormai essere una scommessa persa. Da quando si è insediato a Tripoli non è mai riuscito a ottenere la legittimazione interna per governare: non è stato riconosciuto dal parlamento di Tobruk né tantomeno da Haftar, e nelle ultime settimane ha perso il controllo di alcuni ministeri a cause delle offensive delle milizie di Khalifa al Ghwell, il capo del governo insediato nella capitale libica prima dell’arrivo di Serraj. Non è chiaro se ci sia una qualche forma di accordo tra gli ex nemici Haftar e Ghwell per mandare via Serraj, e quale sia il ruolo della Russia in tutto questo. La cosa certa è che la Russia e l’Italia sembrano avere due piani opposti per la pacificazione della Libia, incompatibili tra loro.
La situazione potrebbe ulteriormente complicarsi. Primo, perché in Italia non tutte le forze politiche sono d’accordo con la linea del governo del PD e ci sono partiti che stanno facendo pressioni per cambiare le cose. Nelle ultime settimane si è parlato per esempio di una vicenda che ha coinvolto Angelo Tofalo, esponente del Movimento 5 Stelle e membro del Copasir (l’organo parlamentare che controlla i servizi segreti). Sulla vicenda sta indagando la magistratura, ma da quanto emerso finora sembra che alla fine dello scorso anno Tofalo abbia partecipato a un incontro a Istanbul con Ghwell e una donna sospettata di essere una trafficante di armi, poi arrestata; inoltre Tofalo avrebbe cercato di organizzare a Roma un incontro tra i vertici del suo partito e alcuni libici “golpisti”, che in Libia si stanno muovendo per cacciare Serraj. La posizione del Movimento 5 Stelle – diffidente verso buona parte della politica estera promossa dal governo guidato dal PD – sembra essere stata condizionata dalle numerose simpatie dello stesso M5S per la Russia (il M5S ha cominciato a essere filo-russo alla fine del 2014; prima era molto critico verso le politiche di Mosca). Posizioni simili a quelle del M5S sono condivise anche dalla Lega Nord, che il 6 marzo ha firmato un accordo di cooperazione con Russia Unita, il partito di Putin.
Un altro elemento di incertezza sul futuro della Libia è la nuova amministrazione americana. Se Barack Obama aveva appoggiato gli sforzi dell’Italia e del governo Renzi di sostenere Serraj, non si è ancora capito cosa farà esattamente Donald Trump. Nonostante le dichiarazioni di amicizia alla Russia di Putin fatte in campagna elettorale, nelle ultime settimane l’amministrazione Trump sembra essere rientrata un po’ nei ranghi, scegliendo di proseguire le politiche avviate da Obama, anche se con qualche differenza. Per il momento non sembra che gli Stati Uniti siano intenzionati ad aumentare il loro impegno in Libia – finora finalizzato principalmente alla guerra contro lo Stato Islamico, e poco altro – e sarebbe molto complicato per l’amministrazione americana sganciarsi dalla posizione dell’ONU su Serraj. Se però Serraj dovesse perdere il controllo di Tripoli – e potrebbe succedere presto – allora il governo italiano dovrebbe ripensare alla sua strategia e la Russia potrebbe avere molti più spazi per promuovere Haftar come nuovo capo legittimo della Libia.

Roma, 20 mar 14:00 – (Agenzia Nova) – Haftar potrebbe chiudere i rubinetti del petrolio

Con la recente conquista della Mezzaluna petrolifera, il generale libico Khalifa Haftar potrebbe decidere di “sfidare la comunità internazionale” e “chiudere i rubinetti” del petrolio al governo di accordo nazionale con sede a Tripoli, indebolendo ulteriormente il rivale Fayez al Sarraj, presidente del Consiglio presenziale riconosciuto dall’Onu. Lo ha detto ad “Agenzia Nova” Mattia Toaldo, analista sulla Libia dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr) e fra i massimi esperti di Libia in Europa. I porti petroliferi di Sidra e Ras Lanuf hanno cambiato padrone due volte a marzo. Prima le Brigate della difesa di Bengasi, una milizia islamista, li ha sottratti all’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar, che ne ha poi ripreso il controllo dopo che le Brigate avevano consegnato i terminal al governo di accordo nazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite.

Adesso il rischio è che Haftar, l’uomo forte di Tobruk sostenuto da Egitto ed Emirati arabi uniti, possa consegnare i porti alla National Oil Corporation (Noc) “parallela” con sede ad al Baida e Bengasi, fedele alle autorità della Libia orientale non riconosciute. Uno smacco per il governo di Tripoli, che perderebbe in tal modo una fonte di sostentamento cruciale per la sua stessa sopravvivenza. L’11 settembre scorso le forze dell’autoproclamato Esercito nazionale libico avevano preso il controllo dei terminal della Mezzaluna petrolifera, consegnandoli poi alla Noc “riconosciuta”. “E’ probabile che il generale Haftar, dopo aver consegnato questi stessi terminal alla Noc di Tripoli (e quindi a Sarraj) a settembre, abbia pensato che il gioco non era valso la candela. Aveva sì mostrato buona volontà, ma non ne aveva tratto nulla politicamente, a suo modo di vedere”, ha spiegato Toaldo.

“Ora il campo che fa capo ad Haftar può puntare allo sfascio: consegnare i porti alla Noc Bengasi sapendo che questa non è autorizzata a vendere petrolio; sfidare la comunità internazionale a votare sanzioni individuali contro i membri della Noc Bengasi; bloccare di fatto l’esportazione da questi terminal e quindi far crollare i proventi per lo stato libico i cui rubinetti ora sono in mano a Sarraj”, ha detto ancora l’analista di Ecfr. “In questa strategia, ci perdono tutti i libici ma ci perde soprattutto Sarraj che ne esce ulteriormente indebolito, una prospettiva che non può che fare piacere ad Haftar”, ha aggiunto Toaldo. In questo contesto rientra anche l’intesa raggiunta tra la compagnia libica National Oil Corporation di Tripoli e la russa Rosneft per porre le basi dei futuri investimenti dell’azienda di Mosca nel settore petrolifero della Libia. “I russi sarebbero costretti a votare le sanzioni per non fare arrabbiare la Noc di Tripoli ma ad Haftar va bene lo stesso. La Noc di Bengasi non deve per forza funzionare, a lui va bene anche se non si esporta greggio da questi terminal”, ha concluso Toaldo.

La Noc libica “parallela” ha deciso nei giorni scorsi di respingere l’accordo raggiunto lo scorso anno con la Noc di Tripoli, riconosciuta a livello internazionale, per “unificare” le due amministrazioni rivali. Attraverso un comunicato, l’azienda della Cirenaica spiega che l’amministrazione di Tripoli guidata da Mustafa Sanallah avrebbe violato l’accordo per non aver spostato la sede centrale della compagnia a Bengasi, come era stato invece concordato nell’intesa dello scorso anno. “Mustafa Sanallah era anche assente durante la sessione della Camera dei rappresentanti (il parlamento riconosciuto dalla comunità internazionale che si riunisce a Tobruk, nell’est del paese) per discutere dell’attivazione del contratto”, aggiunge il comunicato. Le due parti hanno firmato un accordo nel luglio 2016 per unificare le due amministrazioni rivali a seguito di una disputa di potere e di legittimità.

La National Oil Corporation di Tripoli, da parte sua, ha ribadito che la sua posizione sugli scontri nella Mezzaluna petrolifera è molto chiara: “Noi siamo per l’unità del paese sempre e comunque. Il nostro obiettivo è quello di aumentare la produzione di petrolio e di conseguenza aumentare il reddito pubblico. Abbiamo fatto buoni progressi in questi ultimi mesi per ripristinare la produzione e aumentare i tassi di esportazione. Ma la questione è ancora una priorità nazionale. Siamo contrari a tutti gli atti che possano danneggiare le infrastrutture petrolifere”, si legge in un comunicato pubblicato sul sito ufficiale della Noc. “Abbiamo anche bisogno di passi concreti per evitare eventuali danni, e ribadiamo ancora una volta che la National Oil Corporation e le sue strutture non dovrebbero essere merce di scambio nei conflitti politici”.

Nel frattempo la Camera dei rappresentanti di Tobruk ha emesso un duro comunicato in cui ringrazia “le Forze armate per gli sforzi nella riconquista della Mezzaluna petrolifera”, in riferimento agli uomini di Haftar. “Non permetteremo che questi porti finiscano nelle mani di gruppi terroristici dei Fratelli musulmani”, afferma il parlamento libico che si riunisce nell’est della Libia e che, ad oggi, non è in grado di prendere decisioni vincolanti per la mancanza del numero legale. “Chiediamo che queste strutture siano sotto il controllo di un unico organismo scelto dalla Camera dei rappresentanti”, prosegue il parlamento libico guidato da Aguila Saleh, personaggio considerato assai vicino al generale Haftar. “Lavoreremo come una sola squadra finché non riprenderemo tutte le istituzioni statali che ci sono state sottratte dalle milizie e dalle bande estremiste”, prosegue la nota, promettendo ulteriori “sacrifici per riprendere ogni singolo granello di sabbia libico”. (Asc) © Agenzia Nova – Riproduzione riservata

Oggi: Libia, assalto alla base navale di Abu Sitta: Al Serraj sempre più in bilico

L’attacco alla sede del Governo di Accordo Nazionale evidenzia tutti i limiti dell’esecutivo del premier, oggi a Roma per partecipare al Gruppo di contatto sui flussi migratori nel Mediterraneo. Intanto Haftar riprende il controllo totale di Bengasi.

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(La base navale di Abu Sitta a Tripoli, foto Daniele Raineri)

Nella serata di ieri, domenica 19 marzo, uomini armati hanno dato l’assalto alla base navale di Abu Sitta nelle vicinanze della capitale libica Tripoli. Ne ha dato notizia il quotidiano online libico The Libya Observer. La base navale è da oltre un anno sede del Governo di Accordo Nazionale (GNA), istituito dalle Nazioni Unite nel dicembre 2015 per tentare di riportare la stabilità politica nel Paese dilaniato da sei anni di guerra civile.

Secondo quanto riferito dall’agenzia libica Al Wasat, il capo del GNA Fayez Al Serraj, «viste le critiche condizioni del Paese», aveva inizialmente deciso di rinunciare alla prevista partenza per Roma dove oggi, lunedì 20 marzo, si riunisce il Gruppo di contatto sulla rotta migratoria del Mediterraneo centrale, un gruppo di lavoro internazionale organizzato per verificare la possibilità di controllare in modo coordinato i flussi migratori dal continente africano verso l’Europa. Nelle ultime ore, poco prima dell’inizio del summit, è però alla fine arrivato a Roma dove è stato ricevuto a Palazzo Chigi dal presidente del consiglio Paolo Gentiloni. Il Gruppo di contatto è composto dai ministri dell’Interno di Italia, Algeria, Austria, Francia, Germania, Libia, Malta, Slovenia, Tunisia e Svizzera, oltre che dal commissario europeo per le Migrazioni, il greco Dimitris Avramopoulos.

Russian Foreign Minister Lavrov meets with Libyan Prime Minister Seraj in Moscow

(Mosca, 2 marzo 2017: Al Serraj incontra il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov)

Al Serraj punta molto sulla sua partecipazione al vertice di Roma, poiché si tratta di un’utile occasione per discutere non solo di migranti ma anche della definizione, con il supporto italiano, di una road map per la ricerca di una soluzione politica alla crisi libica. Nonostante la sua partecipazione alla riunione all’ultimo minuto, la situazione a Tripoli dimostra la sostanziale incapacità del Governo di Accordo Nazionale di raggiungere un’intesa con le altre forze politico-miltari che si contendono il potere in Libia dopo l’abbattimento nel 2011 del regime del colonnello Gheddafi.

Da quando si è insediato alla guida del GNA, Al Serraj non è riuscito neanche ad assumere il controllo della capitale, rimanendo praticamente confinato nella base navale di Abu Sitta che, come detto, nella giornata di ieri è stata assaltata da miliziani probabilmente appartenenti alla fazione islamista di Khalifa Ghwell, il capo del destituito Governo di Salvezza Nazionale di Tripoli, appoggiato da un parlamento che finora si è rifiutato di riconoscere l’esecutivo designato dall’ONU.

Il governo di Ghwell è stato riconosciuto dalla comunità internazionale fino all’inizio del 2016, quando è stato considerato decaduto dalle Nazioni Unite per far luogo al governo di Al Serraj. Ma né il suo capo, né le milizie che lo appoggiano, hanno accettato di fare marcia indietro e hanno invece tentato di mantenere il controllo militare della capitale. Tra il 12 e il 16 marzo le forze della Guardia presidenziale di Al Serraj hanno stretto d’assedio l’Hotel Rixos e gli edifici adiacenti che fungevano da quartier generale di Khalifa Ghwell. Questi, dopo essere rimasto ferito negli scontri, è stato costretto alla fuga e secondo diverse fonti potrebbe aver trovato riparto a Misurata.

L’attacco di ieri alla base di Abu Sitta rappresenta adesso l’evidente risposta delle milizie fedeli all’esecutivo di Ghwell ai tentativi di Al Serraj di assumere il controllo della situazione e, al contempo, sancisce il fallimento della tregua che il 16 marzo il Consiglio presidenziale del GNA aveva annunciato di aver raggiunto con diversi gruppi politici e armati di Tripoli e Misurata.

Lo scontro tra Al Serraj e le milizie di Misurata
La situazione per il Governo di Accordo Nazionale si è fatta ancora più difficile quando, sempre nella giornata di ieri, le Brigate di Misurata – che sono state le protagoniste della cacciata dell’ISIS dalla città di Sirte – hanno ufficialmente ritirato il loro appoggio ad Al Serraj.

Lo scontro tra le forze di Misurata e il governo di Al Serraj ha radici squisitamente politiche. I rappresentanti di Misurata hanno protestato perché il GNA non ha condannato le violenze verbali di cui i loro combattenti sarebbero stati oggetto durante una manifestazione popolare tenutasi a Tripoli nella Piazza dei Martiri nella giornata del 17 marzo. I manifestanti, prima di essere dispersi a colpi d’arma da fuoco dalla polizia, hanno lanciato veementi accuse di ingerenza negli affari di Tripoli nei confronti delle forze di Misurata, ma il governo di Al Serraj si è rifiutato di condannarle invocando la «libertà di espressione».

LIBIA-CONFLITTO-2017

I membri del Consiglio di Stato, organismo che risponde alle Brigate di Misurata, hanno dichiarato al quotidiano libico Libya Herald che «quanto avvenuto ieri (durante le dimostrazioni, ndr) non ha a che vedere con la libertà di parola, ma si è trattato di un incitamento all’odio e alla violenza contro di noi. Sospendiamo quindi ogni contatto con il Consiglio Presidenziale (di Al Serraj, ndr) e lo riteniamo responsabile di ogni violenza che verrà rivolta contro Misurata». Parole dure che al momento rendono ancora più precaria la situazione per il Governo di Accordo Nazionale per il quale le Brigate di Misurata sono state finora un supporto fondamentale sul piano militare.

Haftar prende il controllo definitivo di Bengasi
La rottura di Al Serraj con Misurata avviene inoltre nel momento in cui il generale Khalifa Haftar, comandante della Libyan National Army – che risponde al parlamento di Tobruk, organismo politico rivale del GNA – dopo aver riconquistato il controllo dei terminal petroliferi di Es Sider e di Ras Lanuf, ha annunciato la definitiva liberazione di Bengasi dalle milizie islamiste.

Dopo un assedio di oltre un anno, il 18 marzo le forze della Libyan National Army hanno assaltato il distretto di Ganfouda ancora occupato dalle milizie islamiste e, al termine di una furiosa battaglia, le hanno eliminate o costrette alla fuga, assumendo quindi il controllo della seconda più grande città della Libia.

Member of Libyan National Army (LNA) sits on a chair as he guards oil tanks after they were recaptured from fighters of Benghazi Defence Brigades (BDB) south of Ras Lanuf

(Un miliziano della Libyan National Army sorveglia un impianto petrolifero di Ras Lanuf)

È proprio a Bengasi che nel marzo del 2014 Haftar aveva lanciato la sua “Operazione Dignità” dichiarando di voler ripulire la città da gruppi che avevano dichiarato il loro appoggio ad Al Qaeda e successivamente in parte anche all’ISIS. Ora, con questa vittoria, il generale di Tobruk vede indubbiamente rafforzata la propria posizione non solo nei confronti del sempre più debole rivale Al Serraj, ma anche nei confronti della comunità internazionale.

L’Occidente, e in primis l’Italia, dovranno chiedersi fino a che punto potranno continuare a sostenere un governo privo di poteri come quello di Al Serraj, e rifiutare il dialogo con Khalifa Haftar, le cui forze controllano non solo il petrolio libico e tutta la Cirenaica ma rappresentano un’indubbia realtà politica e militare con la quale occorrerà fare i conti se si vorrà ancora sperare in una risoluzione della crisi libica.

di Alfredo Mantici

Intanto, in Siria: Damasco: offensiva di ribelli e gruppi jihadisti nel distretto nord-orientale di Jobar. Decine di morti ”

1026.- Il gen. Haftar sostenuto dai francesi attacca i pozzi petroliferi (di ENI) in Libya: un altro motivo per dire addio all’EU che fa gli interessi franco-tedeschi

Ve la faccio semplice, per chi non avesse ancora capito: la Francia fu la vera artefice della caduta di Berlusconi in quanto a capo di un paese troppo vicino agli americani dell’era Bush e soprattutto di Gheddafi. Leggasi, l’amicizia dell’Italia col Rais non permetteva ai francesi da una parte di estendere la propria area di influenza africana al Niger ed al sud della Libya [rispettivamente dove viene reperito l’uranio usato da EDF e dove è sito il grande giacimento Elephant, di retaggio ENI]. Dall’altra il Cavaliere era d’impiccio perché non voleva accettare né l’austerità né la Troika nel post subprime, ossia il primo ministro italiano dei tempi – dimenticate vi prego del fatto che fosse Berlusconi – giustamente difendeva l’Italia che non aveva bisogno di salvataggi in quanto la crisi subprime al contrario di quanto accaduto ai partners continentali non aveva minimamente intaccato il proprio sistema bancario, che era sanissimo (solo Unicredit, per colpa delle sue filiali austriache e tedesche aveva problemi ed infatti fu l’unico gruppo bancario italiano ad essere stato salvato, ma non da Roma bensì dallo Stato libico, il solito Gheddafi ad aiutare l’Italia, anche per questo andava eliminato in forza di quello che sarebbe dovuto succedere al Belpaese negli anni successivi). La crisi italiana dei crediti bancari deteriorati che vediamo oggi, 5 anni dopo i fatti citati, è la semplice pianificata conseguenza dell’inutile ed anzi nefasta (così si voleva che fosse) austerità impostaci dall’EU franco tedesca, la stessa alleanza che con i risolini in rassegna stampa affossò un primo ministro italiano democraticamente eletto.

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Oggi gli USA, dopo essersi fatti abbindolare da duo Parigi-Berlino, hanno finalmente capito che sono stati traditi, Obama probabilmente il peggior presidente USA degli ultimi 200 anni [aspettate qualche anno e vedrete cosa ne diranno i suoi concittadini] si è dovuto arrendere alle evidenze e reagire contro coloro che durante 8 anni hanno attentato al dominio USA in Europa – con lo scopo di sostituirsi a Washington nel Vecchio Continente – annientando il più fido alleato anglosassone nell’area. E quindi, dopo anni di tentennamenti Washington ha finalmente iniziato a bombardare la Libya a supporto del filo-anglosassone Serraj.

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Si sappia che Haftar è sostenuto dai francesi e fa gli interessi dei francesi, dimenticatevi la nota di spalla all’articolo della sempre filo francese La Stampa, si dice “Haftar lascia i francesi per andare con Putin”, disinformazione pura (peccato che Francia e Russia stiano bombardando assieme la Sirya da mesi, ndr).

Dunque, oggi USA, UK e Italia stanno bombardando le milizie del generale Haftar in Libya. Ossia l’Italia sta bombardando assieme agli storici alleati anglosassoni le milizie francesi a supporto di Haftar in Libya, leggasi le bombe puntano ad annientare la Legione Straniera presente nella regione, in incognito. Per farla breve noi stiamo bombardando l’esercito francese in Libya. Punto.

La reazione quale è? Semplice, persa per persa Haftar sta attaccando i pozzi petroliferi in Libya ossia i pozzi dell’ENI (Zuetina, citata nell’articolo de La Stampa oggi sotto attacco di Haftar, è un presidio storico del cane a sei zampe in Libya). Ossia – per estensione – la Francia sta attacando l’Italia.

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Or dunque, letta così, dopo i tentativi francesi di prendersi pezzi di nostro mare, dopo che nelle ultime settimane ben tre aziende strategiche italiane sono stati oggetto di pubblico interesse transalpino (Generali, Mediaset, Leonardo/Finmeccanica; per comprarsele a prezzi di relizzo e dunque spostare all’estero know how, occupazione, utili e tasse) non è questo un motivo sufficiente – un motivo ulteriore direi – per mandare a quel paese questa EU che serve solo a fare gli interessi di Francia e Germania? Si, perché da dopo la morte di Gheddafi non solo la Francia ha preso piede in Africa dove prima Gheddafi le impediva di agire liberamente, ossia facendo quello che la presenza del Rais mai le permise (leggasi, ingerenza in Niger e Mali, andate a contare i colpi di stato che si sono susseguiti nella regione centroafricana dalla morte del leader libico). Ma addirittura Parigi ha fatto in modo di coinvolgere nell’area la stessa Germania: incredibilmente oggi la Germania è attiva militarmente all’estero in Afghanistan e Kosovo – e questo si sapeva – ma anche in Mali e Nordafrica! Capito il messaggio spero (l’asse franco-tedesco…). A buon intenditore. E se dobbiamo dirla tutta le armi che servirono per l’insurrezione finale a Tripoli che portò alla morte del Rais avvenne per il tramite di un carico di armi Heckler & Koch (tedesche) causalmente fatte trovare nella capitale libica ed opportunamente consegnate ai ribelli…

In conclusione: cosa aspettiamo a dare un calcio a questa EU che oltre a fare gli interessi economici franco tedeschi punta a spennare la gallina ricca e grassa Europea, ossia l’Italia? Quanto accaduto in Libya dovrebbe essere motivo sufficiente per darci la sveglia.

Chiaramente il futuro dell’Italia è a braccetto di Londra, in rappresentanza degli USA in Europa dopo fine del mandato di Barack Obama (che beneficiò del Nobel per la Pace in forza della volontà franco-tedesca di farselo amico, ecco forse il perchè di tanto supporto per l’EU austera da parte del primo Presidente di colore della storia americana, ndr).