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1348.- Libia, Haftar: bombarderemo le navi italiane; vice al-Sarraj: missione Italia viola la nostra sovranità. E Putin..

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Altra figura di cacca! Non vorrei essere nei panni dell’ambasciatore Perrone!

Il messaggio sinistro di Haftar segue di poche ore una dichiarazione del parlamento di Tobruk, che fa capo alla sua fazione, che aveva espresso la sua opposizione alla operazione navale italiana, contestando al premier di Tripoli, Fayez Sarraj, riconosciuto quasi solo dalla comunità internazionale, di aver concluso l’accordo con l’Italia per le operazioni congiunte, in quanto la presenza di navi straniere rappresenterebbe una “violazione della sovranità nazionale” libica. Tutto questo si consuma al termine della giornata in cui il Parlamento ha dato prova di coesione, con una “maggioranza molto consistente” salutata con favore dal premier Paolo Gentiloni ieri in visita al Coi per un collegamento con i militari impegnati all’estero.

E il presidente del Consiglio ha sottolineato l’importanza della missione: “Sappiamo tutti – ha detto – quanto i cittadini italiani si attendano risultati nella lotta dei trafficanti di esseri umani e nel controllo sui flussi migratori irregolari (Se lo sente Soros! ndr). Il contributo delle forze armate in questa direzione è assolutamente strategico e determinante: questa non è certo una missione aggressiva – ha precisato – ma di sostegno alla fragile sovranità di quel Paese”.

Finisce qui il fugace momento di gloria.

Il Ministro della Difesa italiano, Roberta Pinotti, è stata costretta a rallentare le operazioni militari per attestarsi su posizioni prudenti. Il pattugliatore d’altura Comandante Borsini, entrato nelle acque libiche il 3 agosto e ormeggiato presso il porto di Tripoli, ora ha o avrebbe ricevuto l’ordine di ritirarsi in acque internazionali rimanendo in attesa. Notizia che non trova riscontri ufficiali da parte italiana. A bordo di nave Borsini è imbarcato il nucleo di ricognizione, costituito da ufficiali del Comando Operativo di Vertice Interforze e della Squadra Navale, che dovrebbe condurre, congiuntamente con i rappresentanti della Marina e della Guardia Costiera libiche, le necessarie attività di ricognizione e definire le ultime modalità di dettaglio per quanto attiene alle misure di coordinamento della missione navale in supporto e di sostegno dei libici. Per ora, non sarà così. Il Governo, pur minimizzando i rischi, affermando che le fazioni libiche ostili all’Italia non avrebbero la capacità militare per rappresentare una minaccia alle navi da guerra italiane (sic!), sembra attestarsi su posizioni attendiste affermando che le attività di pattugliamento navale in chiave anti-immigrazione saranno effettuate solo su basi di stretta collaborazione con la Guardia costiera e il Governo libico, quello di al-Serraj, che rappresenta la fazione politica libica più debole a rischio di distruzione militare.

Il Governo di Tripoli è riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma non dalla maggioranza dei libici. Anche all’interno dei territori che controlla è forte  l’opposizione che accusa al-Serraj di essere una semplice marionetta della ex potenza coloniale, che abili demagoghi libici associano alle violenze inflitte alla popolazione durante il periodo fascista. Anche l’appoggio ONU si sta progressivamente rimodellando, assecondando il piano francese di una intesa tra al-Serraj e Haftar per creare un Governo di unità nazionale in attesa delle elezionipreviste per il 2018. Solo l’Italia rimane ferma sulla posizione di difesa ad oltranza del Governo di Tripoli considerando, a ragione, pericolosa ogni forma di compromesso con il Generale Haftar, ormai considerato dai libici l’unico uomo forte in grado di unificare la Nazione e riportarla agli antichi splendori.
Haftar può anche accettare una temporanea alleanza con al-Serraj, consapevole che la sua forza militare e il suo prestigio, che sta crescendo tra la popolazione libica- e il sostegno di Francia, Russia, Egitto, Arabia Saudita, costringeranno il leader islamico di Tripoli ad una posizione subalterna e lo condurranno ad una  probabile sconfitta elettorale se, nel 2018, si terranno le elezioni. Il piano francese, ora promosso dalle Nazioni Unite, prevede la fusione dei due eserciti. Un punto rilevante a favore di Haftar è che possiede una forza militare superiore a quella di Tripoli, in grado di controllare il futuro esercito nazionale.

Sfruttando l’onda lunga dell’emergenza migrazione  – dipinta da taluni settori della politica nazionale come una benedizione per il Paese  -, Roma sostiene che il principale compito della sua marina militare è quello di collaborare con le autorità libiche nel fermare le attività degli scafisti e la loro presunta collaborazione con alcune ONG internazionali che agli inizi del duemila hanno preventivamente creato filiali in Italia  -tra esse Save The Children e Medici Senza Frontiere. L’obiettivo che si tende a far passare in subordine è quello di contrastare le azioni francesi in Libia, volte a controllare il Paese chiave del Nord Africa e gestire gli ingenti giacimenti petroliferi e di gas naturale ai danni dell’azienda petrolifera  nazionale, l’ENI.

La strategia francese in chiave anti-italiana è iniziata durante l’Amministrazione Nicolas Sarkozy, quando, nel 2011, è intervenuto nella guerra civile libica offrendo supporto aereo ai ribelli e creando i presupposti per la caduta del Colonnello Muhammar Gheddafi. Senza l’intervento francese il regime di Gheddafi sarebbe riuscito a vincere militarmente le formazioni ribelli e a ripristinare l’ordine in Libia.

L’intervento francese aveva due obiettivi.
Primo obiettivo, impedire il progetto della moneta africana: il dinaro oro, che Gheddafi stava lanciando nell’Africa Occidentale per sostituire, nelle ex colonie africane ancora sotto controllo francese, la moneta unica Franco CFA, creata nel 1947 per controllare le riserve di valuta estera e le finanze dei Paesi africani francofoni. La moneta africana, se fosse stata introdotta grazie alle immense riserve d’oro di Gheddafi, avrebbe trovato il pieno consenso dei Paesi dell’Africa Occidentale, in primis Ciad e Mali, desiderosi di liberarsi dal controllo finanziario di Parigi, studiato per ottenere vantaggi unilaterali e coloniali per l’economia francese impedendo ai Paesi africani la sovranità finanziaria.
Il secondo obiettivo era quello di spezzare il monopolio ENI sugli idrocarburi libici garantito da una stretta alleanza politica economica con il regime Gheddafi. E’ la guerra segreta tra Italia e Francia combattuta in Libia. Una alleanza, rafforzata sotto il Governo Berlusconi, molto proficua per la multinazionale italiana, in quanto Gheddafi non era solo un ottimo fornitore ma anche un importante finanziatore che deteneva il 7% delle azioni ENI e si stava apprestando ad arrivare a quota 10%, offrendo alla azienda italiana finanziamenti in valuta pregiata per avviare nuovi investimenti produttivi non solo in Libia.

La decisione di inviare navi a supporto della navi della Guardia costiera libica, secondo alcuni osservatori qui in Libia, sarebbe una ‘menzogna italiana’, le motivazioni risiederebbero tutte nella politica fagocitante ideata da Parigi e nella necessità di tutelare gli interessi ENI. Nonostante la caotica situazione di guerra civile che perdura nel Paese,  ENI riesce ad assicurarsi ancora il 48% della produzione petrolifera e il 41,1% della produzione di gas naturale, come ci ha spiegato Gabriele Iacovino, in una recente intervista a ‘L’Indro. L’accusa di violazione della sovranità libica giunta proprio dall’interno del Governo di Tripoli, alleato dell’Italia, distruggerebbe la presunta collaborazione con le autorità libiche (o con parte di esse), evidenziando una pericolosa spaccatura all’interno degli alleati italiani sulla missione militare tricolore.

Ci manca solo che facciamo a cannonate!

L’opposizione di parte del Governo amico di Tripoli e le minacce militari dell’Esercito Nazionale Libico sotto il controllo del Generale Haftar, sembrano aver di fatto creato le condizioni per l’aborto prematuro della avventura militare italiana che ora vede minati i presupposti per la sua attuazione. Nonostante le rassicurazioni offerte dall’Ambasciatore italiano a Tripoli durante una intervista rilasciata sabato 5 agosto a ‘RaiNews24‘, le navi italiane difficilmente potranno proseguire l’avventura, in quanto l’Esercito italiano non può sostenere il rischio di un conflitto aperto anche solo diplomatico in Libia che potrebbe far perdere gli ultimi giacimenti petroliferi e di gas naturale ancora sotto controllo della ENI. L’azienda  riesce  a creare un interscambio di 2,8 miliardi di euro (dati 2016). Un giro d’affari ben lontano da quelli registrati quando la Libia era sotto il controllo di Gheddafi, allora gli affari Eni in Libia valevano circa 15 miliardi di euro annui.

Intervista Al-Mejbari a tv: ‘Non esprime la volontà del governo d’intesa’. E il pattugliatore d’altura italiano, appena giunto da Augusta, scosta dal molo di Tripoli e lascia in sordina le acque territoriali libiche: “A pucchiacca in mane a ‘e creature!” Elezioni!!!

Schermata 2017-08-09 alle 17.57.36.pngIl vice presidente del Consiglio presidenziale libico, Fathi Al-Mejbari, prende le distanze dall’autorizzazione data da al Sarraj alla missione navale italiana, che rappresenta “un’infrazione esplicita dell’accordo politico” e delle sue clausole, in particolare quelle relative alla “sovranità della Libia”, e “non esprime la volontà del Consiglio presidenziale del governo di intesa”. Lo riferisce il sito della Tv LibyaChannel.

Il vice presidente del Consiglio presidenziale libico Fathi Al-Mejbari chiede all’Italia “di cessare immediatamente la violazione della sovranità libica” e fa appello alla comunità internazionale e al Consiglio di Sicurezza Onu perchè prendano una posizione sulla missione navale italiana. Stando al sito della Tv LibyaChannel “Al-Mejbari ha anche chiesto alla Lega Araba e all’Unione Africana di esprimersi al riguardo condannando “tale violazione, sostenendo e appoggiando la Libia”.

Le parole di Fathi Mejbari, vice presidente del consiglio presidenziale libico, circa l’asserita violazione della sovranità libica da parte dell’Italia “rientrano nella dinamica di un dibattito interno libico – che l’Italia rispetta pienamente – e non inficiano in alcun modo il rapporto di cooperazione tra i due Paesi”. Lo riferiscono fonti vicine alla Farnesina. Questo rapporto di cooperazione è “mirato a potenziare la lotta contro i trafficanti di esseri umani e a rafforzare la sovranità libica, il tutto all’interno di una cornice giuridica certa”.

Ambasciatore italiano, inutili minacce di Haftar  – Le minacce del generale Khalifa Haftar non fermano la missione italiana in Libia. Ad affermarlo in una intervista al ‘Corriere della Sera’ è l’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone. Le parole del generale Haftar, spiega il diplomatico, “non fermano la missione italiana, già concordata con le legittime autorità libiche che fanno capo al Consiglio presidenziale sulla base di una sua richiesta”. “Noi – aggiunge – siamo interessati a operare d’intesa con tutti i libici se è possibile, e ovviamente con il generale Haftar. Quindi cercheremo il contatto anche con lui e faremo in modo di spiegare gli obiettivi di una missione che non è militare, ma di assistenza alle autorità libiche affinché possano esercitare la loro sovranità in tutto il territorio del Paese. Lo stiamo spiegando a tutte le autorità. È una missione che serve a rafforzare la sovranità libica, non a indebolirla”. “La nostra – fa anche sapere Perrone – è una strategia complessiva. Con la Guardia costiera libica, una parte. Lavoriamo al Sud anche con la Guardia di frontiera e con i Paesi vicini. L’obiettivo è che il traffico di esseri umani non entri proprio in Libia. Agiamo con sindaci del Sud e della costa perché ci siano alternative all’economia di questo traffico. Importante è anche migliorare le condizioni dei campi di accoglienza in Libia”. Sul rapporto con la Francia, il diplomatico dice: “Noi lavoriamo per raggiungere obiettivi condivisi: stabilità e riconciliazione nazionale”

E Putin manda a Tobruck il suo generale di fiducia.

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Lev Dengov è giunto a Tobruck a capo di un contract team. Il piano di Putin è quello di “tornare allo status pre-2011 e dunque riattivare gli accordi miliardari firmati con Mu’ammar Gheddafi.

Mentre noi in Libia mandiamo un paio di barchette a fare la balia alle navi delle Ong che trafficano con gli immigrati, la Russia bada al sodo. Cioè agli affari. Quelli dei contratti che aveva firmato prima del 2011 con Gheddafi e che, con la rivoluzione e lo spezzettamento del Paese africano in tante regioni controllate da diverse fazioni, sono venuti meno. Contratti in campo petrolifero, ma anche per la ferrovia Sirte Bengasi da 550 km e 2,2 miliardi di euro di commessa. Contratti nel settore militare, con la vendita di elicotteri d’assalto , cacciabombardieri Sukhoi e l’ammodernamento dei vecchi Mig-23. Contratti, ancora, nel settore energetico, con il piano per costruire in Libia la prima centrale nucleare, ad uso esclusivamente pacifico, sul modello di quella costruita in Iran.

La Russia ha da tempo scelto da che parte stare e da tempo fa arrivare di soppiatto armi al suo alleato Khalifa Haftar attraverso Egitto e Emirati Arabi. Lo scambio commerciale, dopo anni di impasse, è ripreso. Ma sono ancora briciole, visto che l’anno scorso ha toccato quota 74 milioni. Per far decollare questa cifra, Putin ha inviato in Cirenaica, la terra controllata da Haftar, un suo uomo di fiducia. Lev Dengov, a capo di un contract team. Il piano del Cremlino è quello di “tornare allo status pre-2011 e dunque riattivare gli accordi miliardari firmati col raiss. Sarà sempre il petrolio, secondo Dengov, a garantire i pagamenti (ma non solo. C’è l’uranio a Sud, ai confini con il Ciad. ndr).

L’emissario di Mosca, come riporta La Stampa, guarda anche oltre la Cirenaica: ha già preso contatti con le tribù del sud del Paese che, dice, “hanno un ruolo molto importante e sono pronte a collaborare con la Russia” e guarda anche a un possibile accordo con Al Serraj: “Se ci saranno elezioni e un governo condiviso – conclude Dengov, sarà possibile revocare l’emargo alla vendita di armi”. E per Mosca la Libia tornerebbe l’Eldorado.

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La Striscia di Aozou (anche Striscia Aouzou) (in francese Bande d’Aozou, in arabo قطاع أوزو), in colore rosso, è un territorio prevalentemente desertico, che si trova nel nord del Ciad (regione di Borkou-Ennedi-Tibesti), lungo il confine con la Libia. Larga circa 100 km e lunga circa 1 000, la striscia si estende su una superficie di 114 000 k. A causa della presenza di depositi di uranio, sorse una disputa tra il Ciad e la Libia per il controllo di quest’area, che portò alla guerra tra i due paesi. Nel 1973 la Libia iniziò operazioni militari nella striscia di Aozou per ottenere accesso ai minerali ed influenzare la politica del Ciad. La Libia basava la sua rivendicazione di questa area su un trattato del 1935 tra l’Italia e la Francia, rispettivamente potenze coloniali in Libia e in Ciad: si tratta del cosiddetto “Trattato Mussolini-Laval“. Il trattato prevedeva la cessione della striscia di Aozou da parte della Francia all’Italia come premio per la partecipazione italiana alla prima guerra mondiale. Nel 1955 il governo libico di re Idris I cedette nuovamente la striscia alla Francia.

Da qualche anno, siamo sempre dalla parte sbagliata. A Gentiloni, rectius, all’ENI, messa in angolo dall’intraprendenza di Macron e dall’inesperienza di Alfano, resta solo di sperare nell’appoggio dell’ONU (leggi: degli USA)

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1346.- Maurizio Nazari Libia, “missione farlocca?”

di Fulvio Grimaldi

La missione Pinotti-Usa mira a stoppare Haftar e il riscatto libico. ONG: code di paglia lunghe da Timbuctu al canale di Sicilia

Qualcuno irride alla “missione farlocca” di Gentiloni-Pinotti-Mogherini-Stato Profondo Usa in Libia. Di farlocco qui c’è soltanto quel Trump che ogni due per tre deve rinnegare qualcosa o qualcuno in cui crede e sbattere i tacchi davanti ai 14 servizi segreti, al Pentagono e ai predatori multinazionali, per evitare che continuino a scuoiarlo a forza di mostruose balle tipo Russiagate (al “manifesto”, che si beve tutto, non dispiaccia se giuriamo che non è vera neanche una virgola, tantomeno una parola e l’intera faccenda diventa grottesca all’evidenza delle ininterrotte interferenze dei servizi e media Usa in tutte le istituzioni ed elezioni del mondo).

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Ma il pattugliatore italiano con nave d’appoggio, che costituiscono la Grande Armada spedita dai nostri feldmarescialli a Tripoli, è volta a garantire che il fantasmino Al Serraj, con la sua truppa di scorticatori di neri a Misurata (cari ai Medici Senza Frontiere che li hanno sostenuti durante tutta la mattanza in Libia), possa continuare a fingere, con l’ONU e gli Usa, che a Tripoli vi sia un governo e che quel governo non debba essere sfiorato neanche con un dito dal generale Khalifa Haftar, autentico liberatore della Libia e intralcio alla sua ricolonizzazione e spartizione. Cosa perfettamente capita da Macron che si è dovuto adattare, per salvare capra, cavoli e Total nell’ambita Libia da sottrarre agli italiani, e prova a giocarsela con tutti e due, con l’autentico e con il farlocco.

Chè questo è lo scopo della “missione farlocca” dei governicoli italioti: alzare a Tripoli, nominalmente di Al Serraj, effettivamente in mano a misuratini e altre bande islamiste, quindi facile riconquista per l’efficiente Esercito Nazionale Libico di Haftar (l’unico dotato di formazioni disciplinate, motivate da patriottismo, dotate di forza aerea e navale e di consistenti sostegni internazionali non occidentali), la bandierina italiana, talchè un attacco alla capitale si configurerrebbe come attacco anche all’Italia, a un membro della Nato, con le auspicate conseguenze di tirarsi dietro un po’ di Stato Profondo Usa. Alla faccia di Macron.

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Haftar, gia padrone di tutta la Cirenaica e con buoni addentellati nel Fezzan a sud, sfotticchiato i distruttori della Libia con la riabilitazione di un Gheddafi, nientemeno che Said, figlio maggiore ed erede politico, condannato a morte a Tripoli e ricercato dal Tribunale Penale Internazionale, sta sloggiando l’Isis da Derna e perfino da Sirte, dopodichè la strada per Tripoli è aperta.

Tanto più che gli alleati berberi di Haftar e del legittimo governo di Tobruk, a suo tempo democraticamente eletto, da Zintan, a ovest di Tripoli, stanno minacciando l’accerchiamento della capitale. Rischia così di volatilizzarsi anche il controllo ricattatorio di Misurata, Al Serraj e bande varie, sulle aree di imbarco dei migranti africani, tra Tripoli e Tunisia, tuttora gestite da quel coacervo di delinquenti, consustanziali all’”Operazione Migranti nella filiera che parte dal push factor Ong nei paesi d’origine, passa per il pull factor Ong in mare e termina in Italia nei campi del caporalato, o nei bassifondi delle metropoli alla mercè di miseria o traffici criminali. Magari a rimediare al deficit di nascite italiane.

Con il che si arriva a Luigi Manconi, al solito “manifesto”, e ai loro eroi sguinzagliati nel Mediterraneo per garantire, nel quadro della globalizzazione neoliberista, la privatizzazione di vite e movimenti degli ex-abitanti di nazioni da stravolgere e rapinare. Luigi Manconi è quell’ex-virgulto di Lotta Continua, scivolato sulla buccia di banana del trasformismo storico italico e arrivato in ottima forma al “manifesto” e in tutta la congerie dei dirittoumanisti che, con bande di pifferi e ottoni, accompagnano e facilitano le varie imprese imperialiste in giro per il mondo contro “dittatori” e per la democrazia. Il timido tentativo che Roma, via Minniti, ha fatto per convincere la flotta sorosiana, che fa da ponte fra espulsori, mediatori, trafficanti e caporali pugliesi o mafia senegalese dello spaccio e della prostituzione, ad accettare un qualche granellino di controllo negli ingranaggi della scellerata manovra di distruzione di Africa e altri paesi dell’arma di migrazione di massa, dall’indignato Manconi è equiparato a qualcosa di peggio delle deiezioni di un ratto: “E’ una velenosa tendenza a lordare tutto”.

Perfino quelle anime candide come ostie di coloro che, foraggiati da governi e organizzazioni neoclonialisti (come è il caso dimostrato di gran parte delle dozzina di Ong le cui navi sguazzano tra Sicilia e Libia, o tra Grecia e Turchia), istigando i corrispondenti a terra a sacrificare esseri umani su barcarole ad affondamento garantito: niente affogati, niente Ong). Tutto il resto del pezzo è uno spurgo di odio contro chi cerca di mettere un minimo di mordacchia ai trafficanti Ong. Naturalmente non si fa mancare, il diritto umanista con croce di ferro di prima classe, lo sbertucciamento del Procuratore di Catania Zuccaro che ha osato sollevare il coperchio sul verminaio Ong. Nessuna sorpresa: Luigi Manconi è anche quello che avete visto a innumerevoli conferenze stampa sulla denuncia dell’abietto Al Sisi, assassino a prescindere di Giulio Regeni, l’uomo degli spioni e massacratori John Negroponte e Colin McColl. Un sorosiano perfetto.

Ma cosa ci sarà mai di così offensivo e iniquo in questo codice dagli 11 punti proposto da Roma e dall’UE agli scafisti Ong e che tre già si sono rifiutati di firmare, tra cui Medici Senza Frontiere (i nuovi missionari, con discrimine occidentocentrico incorporato, alla Zanotelli, lanciati in colonia dal fondatore e ministro bellicista di Sarkozy, Bernard Kouchner, quelli che io ho incontrato in Somalia, ovviamente dalla parte dei colonialisti, quelli che a Misurata curavano solo chi ammazzava gheddafiani, stuprava gheddafiane e scuoiava libici neri, quelli che ad Aleppo, sempre dalla parte sbagliata, propagavano fole in combutta con i celebrati “elmetti bianchi”, per non dire altro)? Non devono entrare in acque libiche, dove entravano in base ad accordi radio, telefonici e luminosi con i banditi sulla costa; non devono nascondersi agli occhi delle navi degli Stati spegnendo il transponder; la devono smettere di fare i taxi del mare trasferendo migranti da imbarcazione a imbarcazione; non devono ostacolare le operazioni della Guardia Costiera libica. E devono accogliere a bordo ufficiali di polizia giudiziaria che possano indagare, utilmente fin da subito, su chi traffica in umani e come e con chi e perchè. E devono raccontare al colto e all’inclita chi gli permette di solcare i mari con tanto di avanzatissime flotte tecnologiche, costosissime per gestione, manutenzione, rifornimenti, “rimborsi spese” e battendo tanto di bandiere una più strana dell’altra e addirittura di paradisi fiscali noti per lo stratosferico tasso di criminalità.

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Neanche durante l’ultima guerra abbiamo avuto un controllo così marcato della costa libica come con le ONG. Come mai quelle navi non violano la sovranità libica, ma esiste una sovranità libica?

E dunque questi privatizzatori dell’operazione di trasferimenti biblici di popolazioni ai danni di chi parte e di chi riceve, si rifiutano di farsi controllare, di essere trasparenti su chi li finanzia, di far vedere come operano a chi ne ha titoli giuridici. Il responsabile in Italia di MSF raglia di militarizzazione, di offensivo uso della armi a violazione del carattere umanitario delle operazioni. Cosa hanno da nascondere codesti salvatori se non il lato oscuro del loro operare e del sistema nel quale sono inseriti (da sempre!ndr). Lato oscuro che va ben al di là della copertura di un partner delinquente che un ufficiale di polizia giudiziaria potrebbe individuare e la cui identificazione e cattura potrebbe, magari, compromettere un po’ di oscure relazioni.

Tutta queste gente delle Ong, altrove impegnata a destabilizzare paesi,“antidemocratici” perchè renitenti alla leva imperialista, non s’è mai vista, in barca, in tenda, in clinica, o in piazza, contro i genocidi dal Vietnam ad oggi. Anzi, gli antesignani di “Jugend rettet”, la Ong marinara tedesca reclamizzata dal “manifesto”, sono quelli della famigerata Cap Anamur, dai capitani e dirigenti processati per traffico di esseri umani, che raccattava boat people al largo del Vietnam massacrato dagli Usa e poi del Kosovo divorato dai terroristi Nato e UCK, per poi sbatterli sui tavoli di redazioni militarizzate dalla Cia). Gente che non s’è mai vista in zone difese dai patrioti di paesi aggrediti dall’Occidente, non si sono mai uditi gridare che i soggetti che strappano all’Africa gli vengono messi a disposizione da coloro che si sono presi il 40% delle terre coltivabili del continente. Se si ricorda tutto questo, si capisce perchè di controlli e regole non ne vogliono sapere. Ma stiano tranquilli: il codice non ha nessuna forza vincolante. E’ una proposta, da prendere o lasciare. Carta straccia finchè il parlamento non la trasforma in legge. Cosa che non farà mai. Non per nulla George Soros s’è visto sottobraccio a Gentiloni appena l’ottimo PM Zuccaro di Catania ha sollevato il tappeto.

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Qualcuno mi ha chiesto, con aria provocatoria, se io fossi pro o contro la “missione italiana in Libia”. Non mi ci è voluto niente per dire che sono contro qualsiasi iniziativa di questa banda di briganti di passo che, spolpato il proprio popolo, insieme a correi, si avventa ora su altri. Però, occhio, precisando che sono con ancora maggiore indignazione contro questi sciagurati ipocriti dei salvataggi che promuovono salvataggi e abbisognano di rischi di annegamento e, a monte, dello sradicamento di popolazioni di là e di crisi sociali e antropologiche di qua. C’è chi li ammira: Soros, Rothschild, gli scontristi di civiltà, i predatori del Sud perduto, i globalizzatori dell’esistente, “il manifesto”.

In un mio recente viaggio in Grecia per il documentario che vorrà illustrare le malefatte dell’UE e della Troika, al vecchio aeroporto di Olympic Airways, abbandonato su ordine tedesco, ho cercato di riprendere un gruppo di attivisti dell’ OIM (Organizzazione Mondiale dei Migranti, semi ONG e semi ufficiale). Un poliziotto, intervenuto con modi brutali (che ruolo giocano in questa fogna le Forze dell’Ordine? ndr), mi ha minacciato d’arresto se non avessi subito cancellato quelle immagini. Al mio amico e guida. Panagiotis Grigoriou, storico, etnologo, studioso della crisi greca, ho chiesto una spiegazione. La sua risposta, che ci riporta direttamente al Canale di Sicilia.

Sempre di più la vicenda dei migranti diventa un segreto. Un segreto anzitutto da parte delle stesse Ong. Ong che godono spesso di finanziamenti occulti e, comunque, finalizzati a fargli assumere un ruolo che non è il loro e che sottrae prerogative allo Stato. Uno Stato che non è più padrone delle proprie frontiere, del proprio territorio, del numero di migranti che può, o vuole, accogliere. Tutte queste decisioni sono prese altrove, con le Ong che gestiscono un problema effettivamente in piena illegalità, dato che non esiste un quadro giuridico dentro al quale farle operare..”

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1322.- “Navi italiane in acque libiche”?

28 luglio: serraj smentisce Gentiloni :”mai chiesto intervento delle navi italiane in Libia. La nostra sovranità è invalicabile “

27 luglio: Scrive Gian Micalessin su il giornale.it di Alessandro Sallusti: Ma così rischiamo l’isolamento. “Serraj ci lancia un salvagente: “Contrastiamo i trafficanti”. Per l’intervento delle navi militari italiane nelle acque libiche, contro le Ong dei trafficanti servirebbe, però, l’egida della missione Sophia”. 

E noi, invece, ci domandiamo:

Perché la Francia schiera le sue forze armate in Libia, nel Niger, in Siria e dove più gli comoda e gli italiani vogliono sempre essere sotto tutela di qualcuno e, poi, si lamentano. Chi mi dice che a Serraj, le pastoie di Macron risolvano il problema di trattare con Haftar, ma in un momento a lui sfavorevole e non garantiscano il risultato mentre invece garantiranno i risultati della Total, l’approvvigionamento di uranio per le centrali nucleare francesi e lucrosi contratti per qualche loro gruppo industriale. Se le trattative di Parigi proseguiranno e avranno un esito positivo, non è detto che a festeggiare sarà proprio Haftar. Quanto forte si sente Fayez Serraj? All’indomani di Parigi, a chi si rivolge Serraj? All’Italia. E’ piombato a Roma perché è evidente che, ieri, Sarkozy e, oggi, Macron ci hanno silurato e stanno silurando anche lui. Del resto, i francesi sono alleati di Haftar e nostri nemici dichiarati da sempre, almeno dal tempo del Bonaparte, alla faccia dell’Unione europea, che unione non è.

Prosegue Gian Micalessin:

A raccontarla sembra quasi una fiaba. Il figliol prodigo Fayez Serraj dopo la scappatella francese con l’irresistibile Emmanuel Macron ed il rivale generale Khalifa Haftar si presenta a Roma e, pur di farsi perdonare, propone al premier Paolo Gentiloni quel che fin qui s’è sempre rifiutato di chiedere ovvero l’invio di navi militari dentro le acque territoriali libiche per dar la caccia ai trafficanti di uomini.

Un abboccamento che per il povero Gentiloni è un vero salvagente. Tradito da Macron e abbandonato da una Corte Europea del Lussemburgo irriducibile nel rigettare quei ricorsi della Croazia su cui contavamo per aggirare il trattato di Dublino lo sconsolato premier non sapeva più a che santo votarsi. Invece, inaspettatamente, ecco Serraj proporgli «un sostegno tecnico con unità navali italiane nel comune contrasto al traffico di esseri umani da svolgersi in acque libiche». Una proposta che se non fosse vera bisognerebbe inventarsela, ma a cui il risollevato Gentiloni non può che offrire entusiasta sostegno. «La richiesta spiega il premier – è attualmente all’esame del nostro ministero della Difesa. Le scelte saranno esaminate dalle autorità libiche e con il Parlamento italiano. Ma se valuteremo la possibilità di rispondere positivamente, come credo necessario, può rappresentare un punto di novità molto rilevante per il contrasto al traffico di esseri umani».

E a rasserenare il premier contribuisce anche una chiacchierata telefonica con un Angela Merkel pronta a promettergli sostegno per la redistribuzione dei richiedenti asilo tra i Paesi Ue e a garantire fondi tedeschi per le attività di contrasto al traffici di uomini in Libia. Infine, come se non bastasse, Gentiloni riesce, persino, a garantirsi l’appoggio di parte delle opposizioni. Per il presidente dei senatori di Forza Italia Paolo Romani e per il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri «la richiesta dal governo libico di intervenire nelle acque territoriali con unità navali italiane» è infatti «una proposta attesa da tempo». Prima di cantar vittoria sarà opportuno, però, scoprire cosa si nasconda dietro l’improvviso dietrofont di Serraj. La prima stranezza è perché il premier libico ci chieda di utilizzare navi italiane, mettendo in piedi una missione ex novo, quando non solo esiste, ma è pienamente operativa Eunavfor Med, la missione navale europea, conosciuta come Operazione Sophia. Varata nel 2015 e pronta a operare, dopo la recente riconferma europea, fino al dicembre 2018 la missione è stata progettata proprio per contrastare l’attività dei trafficanti di uomini colpendoli non solo dentro le acque territoriali di Tripoli, ma addirittura sulle coste libiche. Non a caso sulle sue unità sono imbarcati distaccamenti di unità specializzate come il Battaglione San Marco o i marines inglesi. A tutt’oggi l’operazione non è potuta passare alla fase d’intervento sul territorio libico proprio perché mancava una delle due condizioni politiche indispensabili per avviarla ovvero un via libera garantito da una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu o, in alternativa, una richiesta del governo di Tripoli. Una richiesta che Serraj non ha mai voluto firmare nel giustificato timore di venir defenestrato da una delle tante milizie che da una parte lo sostengono e dall’altra s’arricchiscono con il traffico di uomini. Anche stavolta c’è dunque da chiedersi se Serraj trasformerà in richiesta scritta quel che fin qui ha solo sussurrato nelle orecchie di Gentiloni. Se lo farà Eunavfor Med potrà finalmente entrare nel vivo. Affidata al comandante italiano Ammiraglio Enrico Credendino l’operazione ha 6 unita navali e sei velivoli già operativi, ma soprattutto ha ben chiari, grazie al lavoro d’intelligence già svolto, gli obbiettivi da colpire. In più ha il vantaggio, grazie alla bandiera europea, di non poter esser accusata di mire coloniali come succederebbe se nelle acque territoriali si presentassero le unità navali con il tricolore. Unità che in caso di necessità potrebbero tranquillamente venir aggregate ad un’operazione già guidata come ammiraglia dalla nostra nave San Giusto.

1295.- Libia: l’Egitto attacca da terra l’Isis, i commando francesi sono già lì e L’Italia tentenna, ma è vigile.

egyptian-military-670x274Soldiers in military vehicles proceed towards al-Jura district in El-Arish city from Sheikh Zuwaid

Mentre l’Europa, e in particolare l’Italia, si interrogano e dibattono su cosa fare per la crisi libica, Il Cairo non perde tempo: forze speciali egiziane elitrasportate hanno compiuto un’incursione terrestre a Derna, la città dichiaratasi Califfato dell’Isis nell’est del Paese. Lo riferiscono fonti libiche ed egiziane concordanti. Martedì media egiziani e uno saudita avevano riferito che, dopo i raid aerei, l’Egitto stava prendendo in considerazione attacchi di terra. In particolare era stata evocata la task force 999, un’unità speciale per operazioni internazionali tra le dieci migliori al mondo, da inviare in coordinamento con le forze di sicurezza libiche. Si è poi appreso che è di «155 combattenti dell’Isis uccisi e 55 catturati» il bilancio del blitz via terra delle forze egiziane a Derna. Lo riferiscono numerosi media egiziani citando le informazioni diffuse da Moustafa Bakry, un influente editorialista. Per il momento l’Esercito egiziano non aggiunge altro e attende le decisioni di Mosca.

I campi di addestramento degli jihadisti in Libia rappresentano una “minaccia diretta” per la sicurezza dell’Egitto. Lo ha sottolineato il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, nel corso di una conferenza stampa congiunta al Cairo con il suo omologo russo, Sergei Lavrov. Shoukry ha dichiarato che i recenti attacchi contro i cristiani copti dimostrano che i terroristi libici sono in grado di colpire l’Egitto.

L’Isis: attaccheremo le navi dei crociati

L’Isis vuole utilizzare la Libia per portare il caos nel sud dell’Europa, rivela il Daily Telegraphdocumenti segreti dei jihadisti. Secondo uno dei principali reclutatori dello Stato islamico in Libia, l’Isis vuole infiltrarsi sui barconi di immigrati nel Mediterraneo e attaccare le «compagnie marittime e le navi dei Crociati». I piani segreti dell’Isis contro il sud dell’Europa sono contenuti in un documento, di cui il think-tank anti-terrorismo britannico Quiliam è entrato in possesso. La grande quantità di armi che circolano in Libia e la sua vicinanza con “gli Stati crociati” rendono il Paese il punto di partenza ideale per l’Isis, scrive Abu Arhim al-Libim che, secondo gli analisti, è una figura di spicco dello Stato islamico. Al-Libim cita in particolare la possibilità per i jihadisti di utilizzare e sfruttare in modo strategico i tanti barconi di immigrati clandestini che partono dalle coste libiche attraverso i quali l’Isis può portare il caos nel sud dell’Europa e colpire le compagnie marittime e appunto le navi dei Crociati.

Nuova kill list elaborata dal Pentagono

Infine, si apprende che il Pentagono ha elaborato anche una vera e propria kill list, una lista di jihadisti di spicco da eliminare: al primo posto c’è, ovviamente, Abu Bakr al Baghdadi, l’emiro, ma ci sono anche diverse altre personalità, come il famigerato Jihadi John, il boia dall’accento britannico, e altri elementi di spicco della catena di comando e controllo dello Stato islamico. Lo hanno rivelato fonti del Dipartimento della Difesa Usa a Barbara Starr della Cnn, secondo cui si tratta di «una lista che non si concentra solo su Jihadi John», che certo vogliono prendere. La lista in effetti riguarda in particolare la leadership, quelle persone la cui uccisione può fondamentalmente indebolire le operazioni dell’Isis. Ed è una lista mobile, ovvero ci sono nomi che vengono aggiunti o depennati, a seconda dell’andamento dei raid aerei della coalizione guidata dagli Usa in Iraq e in Siria, affermano fonti governative. È un elenco che però continua a crescere, con l’espansione del califfato verso la Libia, l’Egitto, Yemen, Pakistan e Afghanistan. Tuttavia, le forze Usa dispongono ancora di scarse informazioni di intelligence per localizzare gli obiettivi elencati nella lista, in particolare l’emiro al Baghdadi, che ormai da mesi ha fatto perdere le sue tracce agli 007 occidentali.

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E la Francia rischia di fare un ennesimo pasticcio in Libia, dopo i raid che dettero il via alla deposizione e al successivo assassinio di Muhammar Gheddafi. Ora i commando francesi sarebbero stati schierati a Bengasi, nell’est della Libia, per sostenere le operazioni militari in corso lanciate dall’esercito guidato da Khalifa Haftar. Lo scrive l’Huffington Post nella versione araba, citando fonti militari libiche. Le forze speciali di Parigi stazionerebbero nella base aerea Benina, e hanno creato un comando di coordinamento delle operazioni militari con i libici. La notizia era già trapelata, cosa che aveva suscitato rabbia nei piani alti del governo francese: “La guerra segreta della Francia in Libia”: secondo informazioni del quotidiano Le Monde, le forze speciali transalpine effettuano operazioni clandestine per lottare contro l’espansione dei terroristi dello Stato islamico nel territorio della Libia. Come fu citato da Le Monde, un alto – quanto ignoto – responsabile della Difesa di Parigi avrebbe detto che «l’ultima cosa da fare sarebbe intervenire in Libia. “Dobbiamo evitare ogni intervento militare aperto, dobbiamo agire discretamente”. Per la Francia,  l’obiettivo è colpire le postazioni dell’Isis per frenarne la crescita in Libia. Un’azione condotta in accordo con Washington e Londra come il raid Usa del 19 febbraio contro un dirigente tunisino dello Stato islamico a Sabratha. Per ora, la linea, già fissata dal presidente François Hollande, si basa ancora su azioni militari non ufficiali con il supporto di forze speciali. La loro presenza, di cui Le Monde ebbe conferma, fu segnalata a metà febbraio nell’est della Libia da blogger specializzati. Fonti concordanti spiegarono, inoltre, che la lotta contro l’Isis passa per operazioni clandestine condotte dalla Dgse, l’intelligence esterna della Francia. Con il suo radicamento in Libia, inoltre – cito una fonte della Marina militare francese – «l’Isis dispone per la prima volta di una costa. Ci prepariamo a duri scenari in mare».

Per la Libia l’Italia ha dato le basi per i droni armati Usa e, soprattutto, l’ospedale da campo di Misurata.

Per quanto riguarda l’Italia, niente di nuovo. Il via libera ai droni armati americani dalla base di Sigonella «ha riguardato solo profili difensivi del personale» e il loro uso è «di volta in volta discusso ed autorizzato da noi e ciò è in coerenza con la strategia italiana che punta al coinvolgimento della popolazione locale nella lotta al terrorismo»; citando a questo proposito il ministro della Difesa, Roberta Pinotti. Il governo italiano sembra unanimemente contrario all’intervento militare sul territorio: «È difficile immaginare un intervento militare in Libia se si può chiudere il negoziato su un governo unitario a Tripoli», aveva detto l’allora ministro dell’Interno, Angelino Alfano. «Una volta che lì ci sarà un governo riconosciuto da tutti che chiede un intervento della comunità internazionale cambierà lo scenario, cambia tutto: sono loro che te lo chiedono, non è una guerra dell’invasore». Sono conclusioni che non ci vedono attori, ma che ci lasciano un ruolo di mezzo (o di metà), buono in ogni occasione. Dello stesso parere resta la Farnesina: «La soluzione della crisi libica non è in improbabili missioni militari». Parole dell’allora ministro degli Esteri, oggi presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. «L’Italia sta coordinando gli sforzi di pianificazione per rispondere alle richieste del nuovo governo libico sul terreno della sicurezza. Stiamo guidando un processo internazionale, ma il processo è molto fragile, la strada non è in discesa», aveva aggiunto il capo della diplomazia italiana. «Dobbiamo distinguere le attività contro il terrorismo dalla soluzione della questione libica, che sono due terreni distinti»: è il pensiero di Gentiloni. Peccato, che in questi mesi, le nazioni che hanno sostituito l’Italia in Libia, continuino a fare il lavoro sporco, ma anche proficuo verso quell’enorme serbatoio di petrolio e di acqua dolce che è la Libia. Parliamo di Russia, Francia, Egitto, da un lato e di Stati Uniti e Gran Bretagna dall’altro. Non potremmo competere. La nostra battaglia l’abbiamo persa lasciando massacrare Gheddafi o, meglio, quando Gheddafi si schierò contro il dollaro. Oggi, la nostra carta migliore è nell’ospedale militare di Misurata e nell’opera attenta dei nostri servizi d’informazione. Devo, questa volta, concordare con la Farnesina.

Forze speciali italiane già in Libia?

Secondo le fonti, alcuni nuclei delle Forze speciali italiane sarebbero presenti da tempo vicino a Zuwara e a Sabratha, le due piccole città sulla costa della Libia che stanno tra la capitale Tripoli e il confine con la Tunisia. I militari si appoggiano ai servizi segreti italiani, che sono presenti in pianta stabile in quella zona a causa della presenza delle infrastrutture di Eni che, tra le altre cose, sono una questione di sicurezza nazionale. Questa missione fece parte della tutela del settore energia.

Tripoli ha accusato Roma più volte di una presenza italiana in Libia

Le forze italiane candidate a questi incarichi di protezione sono due. Una è il Comando subacqueo incursori, Comsubin, che ha già familiarità con quel tratto di costa. Nel settembre 2011 gli uomini del Comsubin arrivarono al largo di Sabratha a bordo della nave San Marco, quando la rivoluzione era ormai alle ultime battute (Gheddafi, nascosto a Sirte, sarebbe stato catturato e ucciso il mese seguente) e la Libia aveva riattivato i contratti con Eni. Durante quell’operazione i cecchini del reparto coprirono altre squadre che scesero dagli elicotteri sulle piattaforme Eni – per ispezionarle e dichiararle “pulite” da eventuali mine e trappole esplosive.

Già con il governo Renzi ebbimo questa notizia.

Ci fu un documento del Comitato di controllo sui servizi segreti (Copasir), classificato top secret, ma pubblicato dall’Huffington Post, che confermò la presenza dei nostri militari sui principali teatri di guerra.

Come si lesse nel documento redatto dal Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (Cofs), le operazioni sono “effettuate in applicazione della normativa approvata lo scorso novembre dal parlamento, che consente al presidente del Consiglio di autorizzare missioni all’estero di militari dei nostri corpi d’elite ponendoli sotto la catena di comando dei servizi segreti con tutte le garanzie connesse”. Come fece notare l’Huffington Post, “i commando del IX Reggimento ‘Col Moschin’ del Gruppo Operativo Incursori del Comsubin, del XVII Stormo Incursori dell’Aeronautica Militare e del Gruppo di Intervento Speciale dei Carabinieri (e le forze di supporto aereo e navale) non rispondono alla catena di comando della coalizione dei trenta e più paesi che appoggia il governo del premier Fayez al Sarraj, ma direttamente” al governo.

Dal documento del Copasir si evinse, comunque, che le missioni, che “partono dalle basi italiane”, sarebbero state “limitate nel tempo”. Su queste operazioni, però, il governo potrebbe alzare il livello di segretezza fino a metterci il sigillo del Segreto di Stato.

Al momento, in Libia, come in Siria, c’è tutto il mondo, ma, di sicuro, di italiano c’è l’ospedale militare, che per fortuna, parla di pace.

1294.- Ucciso a Tripoli il boss degli scafisti, la Libia accusa le Forze Speciali italiane

 

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Colpo di scena nel “business” della tratta dei migranti. Il principale boss degli scafisti responsabile del traffico di esseri umani a Zuwara, in Libia, Salah Al-Maskhout, ex-ufficiale dell’esercito libico nell’era Gheddafi, capo di una milizia di Zuwara e considerato molto vicino al presidente del Congresso libico, Gnc, Nuri Abu Sahmain, è stato ucciso ieri a Tripoli insieme a 8 suoi miliziani. Al-Maskhout controllava buona parte degli scafisti della Jamahiriya è stato ucciso da 4 uomini armati, probabilmente “professionisti“, secondo il Libya Herald.
Salah Al-Maskhout è stato freddato mentre stava lasciando la casa dei parenti nei pressi del Centro Medico di Tripoli ed era pesantemente scortato da un drappello di guardaspalle e gorilla ma non è servito a nulla quando i 4 uomini armati hanno isolato la strada affrontando il gruppetto. Ne è nata una sparatoria fra i due gruppi avversi ma Al-Maskhout e gli otto uomini che erano con lui sono stati sopraffatti e uccisi.
Sia la dinamica dell’agguato – una vera e propria operazione militare – sia le armi utilizzate, sia il modo in cui il team dei killer ha sparato ed è poi riuscito a esfiltrarsi sano e salvo ha suggerito che si trattasse di professionisti molto ben addestrati ad operazioni militari di questo tipo, quasi si fosse trattato di elementi delle forze speciali.

Gli aggressori, che non sono stati identificati, si erano inizialmente appostati per cogliere di sorpresa il boss degli scafisti libici. Tutto il team che ha aggredito Al-Maskhout e i suoi 8 uomini di scorta è riuscito a fuggire indenne dopo l’agguato senza riportare vittime. Ma quello che ha fatto immaginare ad un’azione delle forze speciali è che mentre le guardie del corpodell’ex-colonnello di Gheddafi erano armate di micidiali Kalashnikov semiautomatici e sono stati annientate, il team di aggressori impugnava tutte armi corte, pistole e mitragliette.

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Zuwara è attualmente considerata la capitale del contrabbando della Libia, base degli scafisti, in particolare per la tratta dei migranti ma, negli ultimi tempi, soprattutto, dopo la tragedia del mese scorso, quando centinaia di migranti sono annegati in mare aperto e molti corpi di disperati sono stati poi restituiti dalle onde sulle rive – le tragiche immagini dei cadaveri dei bimbi sul bagnasciuga hanno fatto il giro del mondo – è andata crescendo l’insofferenza e la rabbia verso gli scafisti tanto della popolazione locale quanto del regime di Tripoli che vedeva con imbarazzo questo coinvolgimento della zona nel traffico di esseri umani. Le milizie locali hanno dichiarato una vera e propria “guerra” agli scafisti con il sostegno della gran parte della popolazione. Oggi questo episodio viene letto anche sotto questa chiave ma l’elemento che, certo, condiziona di più nella valutazione complessiva dell’agguato è quello di una vera e propria operazione di forze speciali anche se c’è chi ci vede un regolamento di conti fra bande di scafisti. C’è chi annota anche che i proiettili ritrovati dopo la sparatoria non sarebbero di tipo comune mentre alcune fonti locali sosterrebbero che alcuni membri del team parlassero in inglese e in italiano. Secondo il Dipartimento investigativo di Tripoli e i medici legali che hanno esaminato il cadavere del boss degli scafisti, «i proiettili utilizzati per uccidere Salah Al-Maskhout sono di calibro 9mm, quelli in dotazione alle forze di sicurezza americane e alle guardie della sede diplomatica americana». E, oltretutto, l’uomo «è stato colpito al cuore», e ciò confermerebbe l’esecuzione da parte di “professionisti”. I testimoni che hanno assistito alla sparatoria, citati dai media locali, dicono con certezza che «i killer non erano libici».
Zuwara è considerata una sorta di trampolino di lancio per i migranti che sperano di raggiungere l’Italia dalla costa libica con l’aiuto degli scafisti libici. Nell’agosto scorso due barconi che erano patiti da Zuwara per portare in Italia circa 500 clandestini erano naufragati e la guardia costiera libica aveva lavorato tutta la notte per portare in salvo i passeggeri ma, alla fine, 200 erano risultati dispersi. Fra loro migranti provenienti dalla Siria, dal Bangladesh e da diversi paesi dell’Africa sub-sahariana.

 

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Intanto, è giallo militare-diplomatico fra la Libia e l’Italia dopo il misterioso agguato mortale. L’imboscata nella quale è caduto Al-Maskhout assume, di ora in ora, sempre più i contorni di una spericolata operazione di un commando di Forze Speciali per la dinamica dell’azione, le armi utilizzate, i proiettili ritrovati e, secondo i testimoni, anche la lingua parlata dagli uomini del team di 4 persone che hanno assassinato il boss della tratta dei migranti e anche 8 uomini particolarmente armati della sua scorta.
A metà pomeriggio, dopo un rincorrersi di ipotesi e in un crescendo di illazioni, il presidente del Congresso libico, Gnc, Nuri Abu Sahmain, ha accusato esplicitamente l’Italia e, più in particolare, le «forze speciali italiane», di aver ucciso Salah Al-Maskhout. Pochi minuti dopo, a stretto giro, è arrivata la gelida replica, sia pur non ufficiale, della Difesa italiana: nessun coinvolgimento di militari italiani nell’uccisione del presunto boss del traffico di esseri umaniSalah Al-Maskhout avvenuta a Tripoli.
Cosa è accaduto dunque? E chi è Salah Al-Maskhout?
Al-Maskhout è considerato il principale responsabile del traffico di esseri umani a Zuwara, in Libia. Proprio Zuwara è ritenuta la vera capitale del contrabbando della Libia, una sorta di trampolino di lancio per i migranti che sperano di raggiungere l’Italia dalla costa libica con l’aiuto degli scafisti libici.
Nell’agosto scorso due barconi che erano partiti da Zuwara per portare in Italia circa 500 clandestini erano naufragati e la guardia costiera libica aveva lavorato tutta la notte per portare in salvo i passeggeri ma, alla fine, 200 persone erano risultate disperse. Fra loro migranti provenienti dalla Siria, dal Bangladesh e da diversi paesi dell’Africa sub-sahariana.
Zuwara è finita sui giornali di tutto il mondo proprio negli ultimi tempi, soprattutto, dopo la tragedia del mese scorso, quando centinaia di profughi sono annegati in mare aperto e molti corpi di disperati sono stati poi restituiti dalle onde sulle rive – le tragiche immagini dei cadaveri dei bimbi sul bagnasciuga hanno fatto il giro del mondo. In questo contesto è andata crescendo l’insofferenza e la rabbia verso gli scafisti tanto della popolazione locale quanto del regime di Tripoli che vedeva con imbarazzo questo coinvolgimento della zona nel traffico di esseri umani.
Di fatto le milizie locali hanno dichiarato una vera e propria “guerra” agli scafisti con il sostegno della gran parte della popolazione.
E’ in questo contesto di forti tensioni sociali che è maturato l’omicidio del boss e della sua scorta. Ma molti sono i punti della vicenda che appaiono incomprensibili. Chiarito, invece, lo scambio di identità con un altro Salah Maskhout, indicato come il ‘boss’ degli scafisti ucciso a Tripoli:
«Posso assicurarvi che sono vivo», ha detto al telefono a Migrant Report, raccontando di aver ricevuto decine di chiamate dai parenti allarmati. «Sono sempre rimasto a Zuwara», ha precisato, spiegando di aver lasciato la divisa dell’esercito libico nel lontano 1991 – non come il ‘boss’ ucciso, che sarebbe stato un ufficiale fino almeno al 2009.

 

1279.- Ultime notizie dalla Libia tra scontri, liberazioni e rari incontri

The Kingdom of Libya flag placed in front of a refinery in Ras LanufDopo un periodo di relativa calma a Tripoli, riscoppiano gli scontri tra le milizie rivali. Nel frattempo, la liberazione di Saif al-Islam Gheddafi, l’incontro ad Abu Dhabi tra Haftar e al-Serraj e l’accordo di riconciliazione tra le tribù del Sud impongono l’aggiornamento di uno scenario che, nonostante tutto, sembra rimanere lo stesso

1. GLI SCONTRI – Conclusa una parentesi di relativa calma iniziata a marzo, nuovi scontri tra fazioni rivali hanno ridato linfa al caos di Tripoli. Il 26 maggio scorso, feroci combattimenti scoppiati tra gruppi armati a favore e contro il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli (GNA) hanno provocato la morte di almeno 54 combattenti e oltre un centinaio di feriti. Il leader del GNA (Government of National Accord), Fayez al-Serraj, ha attribuito la responsabilità degli scontri al rivale Khalifa al-Ghawil, Premier dell’islamico e autoproclamato Governo di Salvezza Nazionale, e al leader della milizia che lo sostiene, Salah Badi. Nel frattempo, nel Sud della Libia, un attacco della milizia “Terza Forza”, leale al Governo al-Serraj, alla base aerea di Brak al-Shati ha ucciso circa 141 persone, per la maggior parte soldati fedeli al generale Khalifa Haftar. L’incidente, condannato dal Governo di Tripoli, è avvenuto un mese dopo un altro attacco, condotto dall’Esercito Nazionale Libico di Haftar alla base aerea di Tamenhant, vicino la città di Sebha, controllata proprio dalla milizia “Terza Forza”. Sempre a fine maggio, inoltre, in risposta all’ennesimo attentato rivendicato dall’IS contro un gruppo di cristiani copti diretti al Monastero di San Samuele il Confessore, l’Egitto ha ordinato una serie di bombardamenti contro la città di Derna, sulla costa nord-orientale del Paese. I bombardamenti, secondo le dichiarazioni del Cairo, avrebbero colpito alcuni campi di addestramento delle milizie islamiste della Consiglio della Shura, una coalizione jihadista allineata ad Al-Qaeda e creata nel 2014 per rispondere all’Operazione Dignità avviata da Haftar contro l’estremismo islamico.

Fig. 1 – Colonne di fumo si alzano dal centro di Tripoli dopo gli scontri del 26 maggio scorso

2. LA LIBERAZIONE DI SAIF AL-ISLAM GHEDDAFI – Il 10 giugno, la brigata Abu Bakr al-Sadiq ha annunciato la liberazione del figlio secondogenito ed erede di Muammar Gheddafi, Saif al-Islam, avvenuta il giorno prima in esecuzione – secondo le dichiarazioni della milizia – della legge di amnistiaapprovata dal Parlamento di Tobruk. Dopo la cattura nel 2011 mentre tentava la fuga in Niger, e dopo aver trascorso quasi sei anni prigioniero nella città di Zintan, in Tripolitania, secondo alcuni il figlio del defunto dittatore avrebbe raggiunto la zona di Tobruk; secondo altri, invece, si troverebbe ad al-Bayda, città sede del Governo ad interim, mentre secondo altri ancora potrebbe essersi rifugiato nella città di Bani Walid, principale insediamento della tribù araba dei Warfalla, fedele ai Gheddafi e ultima roccaforte lealista a cadere nella guerra civile del 2011. Personaggio molto conteso in Libia e non solo, su di lui rimangono pendenti la condanna a morte in contumacia per crimini di guerra, emessa dalla Corte di Assise di Tripoli il 28 luglio 2015, e il mandato di cattura della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, commessi durante la rivoluzione del 2011. Inizialmente visto come riformatore in grado di smussare gli aspetti più duri del regime del padre e figura chiave nella ricostruzione delle relazioni con l’Occidente a partire dal 2000, con lo scoppio delle prime rivolte a Bengasi, Saif al-Islam ha guidato la feroce repressione del regime contro ogni istanza di democrazia. Oggi, nonostante tutto, Saif Gheddafi potrebbe ancora giocare un ruolo chiave nello scenario libico. Sebbene per molti egli rimanga il figlio del tiranno che hanno combattuto, esiste una parte della popolazione che dalla fine del regime ha sofferto il caos, la violenza e la disgregazione del Paese e che oggi guarda nostalgicamente a quel passato come ad un male decisamente inferiore al vuoto di potere degli ultimi sei anni. Per loro, l’erede di Gheddafi potrebbe essere la figura in grado di riappacificare e riunificare la Libia. Molte sono le milizie, le fazioni politiche e gli uomini d’affari che si opporrebbero al ritorno di Saif al-Islam, ma altrettanti potrebbero decidere di sostenerlo, o utilizzarlo, per guadagnare terreno e lealtà delle tribù prima fedeli a Gheddafi. Tra questi, primo fra tutti, il generale Khalifa Haftar, che potrebbe voler usare Saif come pedina a proprio vantaggio.

Fig. 2 – Saif al-Islam Gheddafi in collegamento video durante il processo alla Corte di Assise di Tripoli

3. LA LIBIA OGGI – Nel dicembre 2015, l’Accordo di Skhirat, veicolato dall’ONU, ha tentato di ricomporre le divisioni in Libia e la sempre più profonda rivalità tra le autorità di Tripoli e Tobruk, prevedendo la creazione di un governo di unità nazionale. Oggi, nonostante l’Accordo Politico Libico, i centri di potere in Libia rimangono tre:

  • Il Consiglio Presidenziale, guidato dal Primo Ministro Fayez al-Serraj, che a sua volta sceglie e presiede il Governo di Accordo Nazionale (GNA). Quest’ultimo, secondo l’Accordo di Skhirat, avrebbe dovuto ricevere il voto di fiducia della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, ma questa, controllata di fatto da Haftar, non ha ancora espresso il suo sostegno. Riconosciuto dalle Nazioni Unite e da gran parte della comunità internazionale, oggi il Governo di Tripoli controlla l’Ovest del Paese.
  • Il Governo di Salvezza Nazionale di Khalifa al-Ghawil, anch’esso con base a Tripoli, rivendica il potere, contro il Governo al-Serraj. Al momento, nonostante i recenti scontri, di fatto non detiene più il controllo di alcuna istituzione rilevante.
  • La Camera dei Rappresentanti di Tobruk e il Governo ad interim di Abdullah al-Thinni ad al-Bayda, di fatto sotto il controllo dell’Esercito Nazionale Libico del generale Haftar. Questi è a sua volta sostenuto, contro i suoi rivali, dalla Russia e da attori regionali quali Emirati Arabi Uniti ed Egitto.

Il 2 maggio, ad Abu Dhabi, per la prima volta un incontro tra al-Serraj e Haftar avrebbe dovuto veicolare un accordo di pace tra le due autorità rivali, ma nessun documento concreto è stato redatto. Dopo alcune vaghe dichiarazioni di impegno per la pacificazione della Libia, significativo è stato l’annuncio del Ministro degli Esteri libico sulla possibile designazione di Haftar in qualità di Comandante in capo delle forze armate, a condizione però del pieno riconoscimento dell’autorità del GNA di Tripoli. In realtà, il compromesso non sembra interessare il generale che, forte del vasto sostegno nell’Est e del controllo di fondamentali giacimenti petroliferi e gasdotti, potrebbe voler ambire al pieno controllo di un esercito libico unito, senza dover sottostare però al potere politico di Tripoli. Parallela alla rivalità tra i due Governi, la fitta rete di scontri e alleanze tra gruppi armati, tribù e “città-stato” complica la lotta per il potere nel Paese e alimenta la sua instabilità. Ideologicamente divise, milizie e tribù sono ulteriormente separate lungo linee regionali, locali ed etniche. Ciascuna stringe proprie alleanze, si schiera a favore dell’una o dell’altra fazione, ma di fatto combatte la propria guerra, rivendicando potere e pieno controllo sul proprio territorio. Per anni, dopo la caduta di Gheddafi, nel desertico Sud della Libia, le tribù Tebu e Tuareg hanno combattuto una sanguinosa guerra che si è intrecciata al più vasto conflitto nazionale. Solo il 2 aprile scorso, grazie alla mediazione italiana, è stato siglato un accordo di riconciliazione, che però difficilmente mostrerà effetti nel breve periodo, vista l’importanza strategica della regione per il controllo dei pozzi petroliferi e delle principali rotte dei traffici illegali.

Maria Di Martino

Un chicco in più

  • Dal 2014, la città di Derna è stata la principale meta di ritorno dei jihadisti libici partiti per la Siria e l’Iraq e, per mano loro, si è formata in Libia quella cellula IS che si è progressivamente estesa verso ovest, fino a conquistare la città di Sirte nel febbraio 2015. Una campagna delle forze pro-GNA, col supporto di attacchi aerei statunitensi, ha permesso dopo mesi di combattimenti la riconquista di Sirte nel dicembre 2016.
  • Riuniti al Viminale, i rappresentanti di oltre 60 clan, tra cui i Tebu, gli Awlad Suleiman e i Tuareg, alla presenza del vicepresidente libico Kajman, hanno siglato un accordo di pace che dovrebbe garantire il controllo delle frontiere con Ciad e Niger, contro il traffico di esseri umani, in cambio di un piano di investimenti per lo sviluppo del sud libico.

1269.- Sbarchi record, Ammiraglio Picchio choc: “C’è un piano contro l’Italia. Serve un intervento militare”. Il bluff di Minniti.

Ue, Libia e navi: i dubbi del piano-Minniti.  Il dossier del Viminale è chiaro, ma molti fattori ne mettono a rischio la riuscita. L’ammiraglio indica la via, ma, quando scopriremo che l’intervento militare è da farsi a Roma?

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Il ministro degli Interni Marco Minniti è tornato dal vertice con Francia e Germania con in tasca un accordo generico su un “codice comune” sulle Ong attive nel soccorso dei migranti in Mediterraneo. La verità è che il faccia a faccia è stato interlocutorio, se non negativo: il presidente francese Macron non intende cedere infatti sul no ai migranti economici e la linea dura che si traduce sullo stop al passaggio di extracomunitari tra Ventimiglia e Mentone.

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Secondo l’ammiraglio di Squadra Alessandro Picchio, già consigliere militare dei governi di Silvio Berlusconi e Mario Monti, la questione è torbida. “C’è un disegno contro l’Italia”, spiega al Messaggero puntando il dito contro quelle Ong che fanno gli interessi non dei migranti, ma di chi le finanzia. “Il problema va risolto in Africa dall’Onu e dall’Unione europea”.

“Nel Mediterraneo – spiega l’ammiraglio – ci sono organizzazioni che con la scusa di essere non governative, si lasciano guidare da uno spirito anarchico. Potrebbero presentarsi davanti a un porto francese o spagnolo o perfino del Nord Europa. Sono navi che in teoria non hanno uno Stato di riferimento, ma chi le finanzia, e i finanziatori spesso non sono italiani. Chi vuol creare difficoltà all’Italia? Da un lato le Ong seguono proprie logiche, dall’altro sottostanno a interessi finalizzati a ostacolare il nostro Paese”. Una delle chiavi è il fallimento degli accordi bilaterali firmati a suo tempo con i Paesi nordafricani per limitare i flussi. “Hanno smesso di funzionare dopo la guerra in Libia, destabilizzata da Paesi come Francia e Gran Bretagna per non lasciare all’Italia il petrolio libico“.

Oggi come allora, cambiano i soggetti ma la regia sembra sempre la stessa, così come il fine: mettere in difficoltà il nostro Paese. “Se salvo gente in mare in teoria devo portarla nel porto più vicino, cioè in Tunisia o a Malta o nel porto verso cui sono diretto. Le Ong non possono sempre sbarcare negli stessi porti che neppure sono i più vicini. Altrimenti c’è un disegno. Non è un caso che le Ong sbarchino sempre da noi. Le nostre difficoltà fanno comodo a certi cari cugini”. Serve l’intervento di Francia e Germania, dunque, decisive nell’Ue e nell’Onu: “Se lo vuole un gruppo di Stati importanti, le decisioni vengono prese e le missioni finanziate”, assicura Picchio, che poi ipotizza anche interventi militari: “La stabilizzazione della Libia dovrebbe farla l’Italia, che sa parlare e trattare con tutte le tribù. Un intervento militare si può invece fare nei Paesi dell’Africa subsahariana dai quali i profughi provengono”.

Il bluff di Minniti.

I Paesi europei sono recalcitranti ad accogliere i migranti arrivati da noi e tantomeno a farli sbarcare nei loro porti.

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Grandi difficoltà a operare in Libia, dove il governo, appoggiato dall’Onu e dall’Italia, è debole. Non solo: le motovedette consegnate alla guardia costiera di Tripoli sono disarmate contro i trafficanti, armati, invece, fino ai denti ed i confini meridionali di 5mila chilometri sono difficili da controllare. Oltre a ciò, abbiamo le Ong, che, in aperta combutta con i trafficanti e appoggiate da qualche venduto, puntano i piedi contro ogni regolamentazione e controllo del loro operato in alto mare e hanno imparato a usare segnalazioni luminose, praticamente inintercettabili. Tutto questo il governo italiano lo sa, ma attua la volontà dei Soros anziché quella del popolo italiano.

L’ammiraglio Picchio nel suo intervento choc: “C’è un piano contro l’Italia. Serve un intervento militare”, ci indica la via; ma quando scopriremo che l’intervento militare è da farsi a Roma?

Il piano dell’Italia per arginare l’«invasione» nasce già claudicante, nonostante l’impegno del ministro dell’Interno, Marco Minniti. Il primo ostacolo è la solidarietà europea che vale quasi sempre solo a parole. Minniti d i suoi colleghi tedesco e francese avevano appena concluso un vertice sui migranti, che è intervenuto a gamba tesa il presidente Emmanuel Macron. Parigi non ha alcuna intenzione di far attraccare una sola nave nei suoi porti. E lo stesso discorso vale per la Spagna. La disponibilità francese a diminuire il peso degli arrivi sulle nostre spalle si restringe alla minoranza dei profughi, che hanno diritto all’asilo e non ai migranti economici, stragrande maggioranza. A parole l’Ue è pronta ad imprimere una svolta ai ricollocamenti nei vari paesi, che per ora è un fallimento totale in termini numerici, ma furbescamente non vuole allargare le nazionalità previste. Di fatto sono stati ricollocati dall’Italia solo poche migliaia di siriani ed eritrei.

Il buco nero della Libia rischia di far franare qualsiasi piano ben fatto, ma studiato a tavolino. Si punta ad aumentare l’addestramento e le capacità della Guardia costiera libica. Al momento le quattro motovedette già consegnate non vengono utilizzate perché inadatte ai soccorsi in mare e soprattutto disarmate contro i trafficanti armati fino ai denti. I controlli dei confini meridionali della Libia, porta d’ingresso dei migranti dal resto dell’Africa, attraverso i paesi confinanti è un’altra chimera. Non solo per i 5mila chilometri di frontiera nel deserto, ma per la scarsa affidabilità dei governi e delle forze di sicurezza locali, nonostante l’aumento dei fondi europei per fermare il flusso di migranti all’origine.

L’unico dato certo è che tutti i paesi europei vogliono un codice di «condotta» delle Ong scritto dall’Italia. Peccato che le associazioni di sinistra come l’Arci abbiamo già alzato gli scudi per difendere le organizzazioni non governative. Minniti ha buone idee, ma non sarà facile tenere la flottiglia umanitaria lontana dalle acque libiche o vietare l’ingresso nei nostri porti. Basti pensare che le Ong hanno rifiutato sdegnate la presenza a bordo di agenti italiani per individuare scafisti o trafficanti. Anche la lotta sulla maggiore trasparenza di bilanci e sostenitori sarà dura. La discussa Moas con sede a Malta non ha ancora reso pubblico il bilancio dello scorso anno, nonostante le promesse. Per ora il vero dato reale è che gli arrivi dall’inizio dell’anno sono in aumento del 20% (85.183 migranti) rispetto allo stesso periodo del 2016. E difficilmente il piano italiano invertirà la tendenza.

1227.- Libia: Haftar avanza nel Fezzan per prendersi Tripoli

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Battaglia del Fezzan. L’Esercito Nazionale Libico del maresciallo Khalifa Haftar vincente nella regione desertica meridionale libica contro le milizie di Misurata e i loro alleati legati al governo sempre più incerto di al-Sarraj.

 

In Libia è in corso una battaglia probabilmente decisiva di cui quasi nessuno ci racconta. Strano vero?
La battaglia del Fezzan, la regione desertica meridionale libica dove le truppe dell’uomo forte del governo di Tobruk si stanno scontrando con le milizie di Misurata e alleati legati al governo di al-Sarraj, sostenuto da Onu, Usa e Italia. Con il rischi sempre più concreto che a vincere tra i tre ‘governi’ che si contendono il controllo del Paese, sia la parte che ha il sostegno, di Russia, Egitto ed Emirati arabi.

Pochi giorni fa le truppe del generale Khalifa Haftar, hanno conquistato la base aerea di Al-Jufra, 500 chilometri a sud di Tripoli e i centri di Hun e Sukna, cittadine a circa 250 km in linea d’aria a sud di Sirte, dove sono stati trovati depositi di munizioni e veicoli. LNA, scrive Analisi Difesa, controlla ora i centri nevralgici militari del Fezzan dopo che il 25 maggio le truppe di Haftar avevano preso il controllo della base aerea di Tamenhant vicino a Seba.

Successi delle truppe di Haftar e assenza di una resistenza organizzata che -dicono gli esperti di cose militari- aprirebbe alle truppe di Tobruk la strada per attaccare da sud Tripoli e Misurata.
«Al-Jufra è sotto il nostro controllo. In effetti tutto il sud è sotto il nostro controllo”, ha dichiarato all’ANSA il colonnello Ahmed Almesmari, portavoce delle Forze armate libico arabe confermando che la conquista è avvenuta “senza incontrare alcuna resistenza”».

Le forze in campo

L’offensiva dell’esercito di Haftar ha l’appoggio delle forze aeree messe in campo dagli Emirati Arabi Uniti, dai consiglieri militari russi e dell’Egitto che nei giorni scorsi ha più volte bombardato Derna, roccaforte jihadista sulla costa della Cirenaica.
Raid soprattutto egiziani ufficialmente per unire i gruppi islamisti locali considerati dal Cairo i mandanti della strage di egiziani cristiani copti a Minya, rivendicato dallo Stato Islamico.

Mentre Haftar rafforza le sue posizioni e punta -sempre lettura militare- a saldare le sue posizioni a sud con gli alleati delle milizie di Zintan a ovest di Tripoli circondando così la capitale e la Tripolitania settentrionale. Sempre più instabile la posizione del premier del governo di unità nazionale al-Sarraj dopo gli scontri dei giorni scorsi a Tripoli tra milizie a lui fedeli e quelle legate all’ex premier Ghweil, sostenuto dai Fratelli Musulmani e altre milizie islamiste.

Gli scontri nella capitale contesa. L’Aeroporto di Tripoli, a sud della capitale, è stato fortemente danneggiato dai combattimenti dell’estate 2014, quando le milizie di Fajr Libya, Alba della Libia, di Ghweil, s’erano impadronite della capitale. A febbraio Ghweil aveva annunciato la riapertura prossima dell’aeroporto dopo ampi lavori di ricostruzione. Lo scorso venerdì le forze leali a Ghweil hanno tentato per l’ennesima volta senza successo di riprendere le posizioni nel centro della città.

1199.- Libia, battaglia in una base del sud. “Uccisi 141 soldati di Haftar” dagli alleati dell’Italia: una strage!

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Ahmad al-Mismari, un generale vicino ad Haftar, ha accusato il governo di unità nazionale di aver ordinato l’attacco , ma è stato subito smentito e condannato: il ministro della Difesa Mahdi al-Barghathi e il generale Jamal al-Treiki sono però stati sospesi. I militari uccisi nell’attacco stavano tornando da una parata e sembra fossero disarmati.

TRIPOLI – Due milizie alleate del governo Fayez al Serraj, la “Terza forza” di Misurata e la “Benghazi Defence Force” di Bengasi sarebbero responsabili dell’attacco a una base aerea del Sud della Libia in cui sarebbero stati uccisi 141 fra militari fedeli al generale Khalifa Haftar e civili presenti nella base.

 

LIBIA

Da settimane la milizia del generale che controlla la Cirenaica, Libyan National Army, aveva iniziato ad avanzare verso Sud, nel Fezzan, per conquistare posizioni alle spalle di Tripoli e Misurata. Haftar aveva fatto bombardare dalla sua aviazione le truppe di Misurata che da mesi erano schierate nel Sud. E dalla base di Brak Al Shati i miliziani di Misurata tenevano sotto tiro un’altra base militare importante, quella di Tamihint, in cui da mesi la “Terza Forza” di Misurata era bersagliata anche con bombardamenti aerei.

Oggi i miliziani di Misurata hanno lanciato un attacco a sorpresa contro Brak Al-Shati, che si trova a circa 600 chilometri da Tripoli. Secondo alcune fonti molti dei 141 morti sarebbero stati freddati in maniera sommaria, come se si trattasse di vere e proprie esecuzioni dopo che la base era già stata conquistata. Il sindaco della vicina Brak, che ha denunciato le esecuzioni sommarie, ha parlato di 74 vittime, ma più tardi altre fonti hanno aggiornata il bilancio.

La Terza Forza di Misurata ha confermato di aver lanciato l’attacco, ma ha negato di aver messo in atto esecuzioni sommarie. A Tripoli il Consiglio Presidenziale di Fayez Serraj ha condannato nei “termini più forti” l’attacco che vanifica gli sforzi per giungere ad una “riconciliazione nazionale” e ha negato di averlo ordinato attraverso il proprio ministero della Difesa. A riprova ha ordinato la formazione di una commissione d’inchiesta.

Il comando generale di Haftar ha però promesso che le sue forze “vendicheranno i martiri” della “Brigata 12” che presidiava la base e ha minacciato una risposta “crudele e forte”.

I soldati di Haftar sarebbero stati colti di sorpresa dall’attacco di Misurata, e hanno provato a fuggire nel deserto. A Tripoli il ministro della Difesa del governo di accordo nazionale sostenuto dall’Onu ha dichiarato che la responsabilità dello scontro è delle forze di Haftar, che da giorni avevano iniziato ad attaccare le truppe di Misurata. L’operazione sembra essere stata “benedetta” dal ministro della Difesa Barghuti senza che Serraj e gli altri membri del Consiglio presidenziale fossero al corrente della forza massiccia che sarebbe stata impiegata. Fra l’altro nelle prossime ore l’esame dei corpi dei soldati uccisi confermerà o meno le accuse di esecuzioni sommarie. Se fossero confermate le ripercussioni politiche del caso sarebbero certamente molto pesanti. (v.n.)

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Il sindaco della città di Barak al Shati, Ibrahim Zami, ha annunciato tramite il sito informativo libico “al Wasat” che le vittime tra le forze del generale Khalifa Haftar dell’attacco lanciato tre giorni fa dalle milizie fedeli al governo di Tripoli sull’aeroporto cittadino sarebbero 74.

Cosa scrive Alessandro Lattanzio (aurora, 21/5/2017)

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Mentre fogne mediatiche come Huffington Post e Vice, propagandano l’accoglienza a 90 gradi verso i profughi creati dalle guerre celebrate, invocate e salutate dai su medesimi siti di disinformazione imperialista (Left, Vice, Huffington Post e altra spazzatura), in Libia, il 18 maggio, bande armate composte dai miliziani armati dal governo Renzi-Gentiloni e dai terroristi di al-Qaida, che diverse ONG italiane definiscono ‘umanitari numero uno’, uccidevano, decapitavano e bruciavano vive 150 persone nell’aeroporto libico di Baraq al-Shati. Ovvio il sonoro silenzio del sistema merdiatico italiano. SitoAurora è l’unico sito a riferire in Italia di questo massacro commesso dagli alleati dei servizi segreti italiani e della Farnesina in Libia, ovvero al-Qaida e la fratellanza mussulmana turcofila di Misurata, dove l’esercito italiano ha posto la propria base operativa libica.

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Il 17 marzo, la sede di Saraj presso la base navale di Abu Sita, veniva attaccata da sconosciuti, mentre a Misurata i seguaci di Salah Badhi e Qalifa Gwal attaccavano la TV e la radio locale, venendo respinti. Contemporaneamente Saraj era Roma per discutere con il Gruppo di Contatto per il Mediterraneo Centrale che riunisce UE, Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (organismo logistico dei mercenari islamisti). Saraj chiedeva all’Italia l’invio in Libia di 20 motovedette, 4 elicotteri, 24 imbarcazioni, 10 autoambulanze, 30 autoveicoli blindati e telefoni satellitari. Il 30 marzo, a Roma rappresentanti delle tribù Tabu e Ulad Sulayman di Sabha firmavano un accordo di riconciliazione, con cui il governo italiano avrebbe pagato gli indennizzi alle vittime della faida tribale. L’Italia, tramite la comunità di sant’Egidio, interveniva perché interessata a controllare l’aeroporto Taminhint di Sabha. Ma già il leader tribale dei Tabu, Adam Dazi, affermava che i capitribù non avevano idea di che accordo si trattasse. Già nel novembre 2015 il Qatar mediò un simile accordo di riconciliazione, poi violato nel novembre 2016.
La Libyan Cement Company (LCC), è uno dei più grandi cementifici della Libia, con tre stabilimenti a Bengasi, al-Huari e Derna, assumeva gli specialisti della società russa RSB-Group per sminare il cementificio di Bengasi, avviato il 22 agosto 2016. Il cemento è necessario per ripristinare le infrastrutture distrutte dai terroristi. Finora veniva importato dalla Tunisia. Nell’aprile 2016 l’Esercito nazionale della Libia eliminò i terroristi dalla zona degli impianti industriali del cementificio. I genieri dell’esercito libico non poterono completare la bonifica per mancanza di attrezzature, a causa delle sanzioni imposte dai Paesi occidentali contro Tobruq. Inoltre, diversi genieri libici morirono nelle operazioni di sminamento. Inizialmente i libici si rivolsero a una società inglese, che volle 50 dollari per metro quadro, quindi si rivolsero agli specialisti russi del RSB-Group, che bonificarono 750000 mq di superficie per 15 dollari a metro quadro. Il RSB-Group opera in Egitto, Colombia e Cina, oltre che Libia. La LCC è di proprietà della Libya Holdings Group (LHG) di Tripoli e di 15 investitori di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il 5 aprile, l’Esercito nazionale libico (LNA) avviava le operazioni per liberare la base di Tamanhant, presso Sabha, mentre il GNA di Tripoli condannava l’azione e ordinava alle sue forze di respingere l’attacco del LNA.

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A marzo, 16 militari feriti venivano inviati in Italia per cure mediche. Il 12 aprile Fayaz al-Saraj dichiarava che “Purtroppo l’Europa non ci ha aiutato, ma ha fatto solo vuote promesse. Abbiamo bisogno urgente di aiuti seri per proteggere e controllare le coste. Inoltre, la comunità internazionale deve fare di più per contribuire a stabilizzare il Paese”. Intanto, numerosi terroristi dello Stato islamico provenienti dalla Libia venivano curati in cliniche in Europa almeno dal 2015; “Elementi dello SIIL coinvolti nell’espatrio di feriti libici usano questa strategia per uscire dalla Libia con falsi passaporti”, secondo un documento dell’intelligence italiana. Il piano era incentrato su un progetto occidentale per riabilitare i feriti, il Centro per il sostegno dei libici feriti, gestito “in modo dubbio e ambiguo” sotto la supervisione dal governo di al-Saraj a Tripoli. Secondo il documento, gli infiltrati dello SIIL utilizzavano falsi passaporti forniti da una rete criminale e inoltre, all’inizio del 2016, lo SIIL occupando Sirte poté accedere a 2000 passaporti in bianco. “Dal 15 dicembre 2015, un numero ignoto di combattenti feriti dello Stato islamico in Libia è espatriato verso un ospedale d’Istanbul per cure mediche”. Da lì, i terroristi venivano inviati in altri ospedali turchi, provenendo soprattutto da Misurata, Sirte e Bengasi. “Misurata è la sede di tale contrabbando dalla Libia verso l’Europa. Ed è anche il luogo dove si svolge il mercato dei passaporti falsi, quando a costoro è necessaria una falsa identità per nascondersi”. I principali Paesi che accolgono i terroristi feriti, secondo il documento dello spionaggio italiano, sono Turchia, Romania, Bosnia, Francia, Germania e Svizzera. Il medico Rodolfo Bucci confermava al Guardian di esser stato contattato da un individuo appartenente alla rete del contrabbando. “Sono stato contattato da alcuni uomini per coordinare queste cure mediche perché sono uno specialista nella terapia del trattamento del dolore. Ma poi non so cosa sia successo. Non so se il programma fu interrotto”. Il documento dell’intelligence italiano descrive la posizione del governo al-Saraj come “altamente ambivalente” perché, anche se non finanzia l’assistenza medica ai terroristi dello SIIL, “ufficialmente permette l’espatrio di elementi del MSTB (Majlis Shura Thuwar Benghazi), una milizia jihadista collegata allo SIIL”. Secondo il rapporto dell’intelligence italiana, i documenti preparati dagli ospedali che organizzano l’espatrio dei libici feriti recano pochi dettagli sulle ferite, o ne sono totalmente privi.
Il 2 maggio 2017, ad Abu Dhabi s’incontravano il premier-fantoccio al-Saraj ed il Generale Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, per discutere su quali organizzazioni andassero definite terroristiche, sullo scioglimento delle milizie, sul rifiuto dell’accordo sui migranti con l’Italia, sull’eliminazione dell’Art.8 del Libyan Political Agreement di Shqirat, che garantiva al Presidente del Consiglio Presidenziale ampi poteri su Forze Armate ed intelligence. Inoltre al-Saraj e Haftar convenivano nel formare un comando militare congiunto, con a capo Haftar, e ad unire le istituzioni statali. Gli Emirati Arabi Uniti inoltre dispiegavano velivoli da combattimento a sostegno del Generale Qalifa Haftar, nella Libia orientale, sulla base aerea al-Qadim. In Libia la produzione di petrolio superava il picco dell’ottobre 2014, arrivando a 780000 barili al giorno; grazie anche all’esenzione dai tagli della produzione nell’OPEC. Il maggiore giacimento petrolifero della Libia, Sharara, pompava circa 225000 barili al giorno, che arrivavano alla raffineria di Zawiyah. Anche al-Fil, o giacimento Elefante, nella Libia occidentale, veniva riavviato ad aprile dopo un’interruzione di due anni. Sharara, che ha una capacità di 330000 barili al giorno, è gestita da una joint venture tra Libia National Oil Corp., Repsol SA, Total SA, OMV AG e Statoil ASA, mentre al-Fil è gestito da una joint venture tra NOC ed ENI, e può pompare fino a 90000 barili al giorno destinati all’impianto di Malitah. Il 18 maggio, il ministero degli Esteri del governo fantoccio di al-Saraj licenziava 12 ambasciatori, 10 dirigenti aziendali e 4 consoli generali. Ciò avveniva il giorno dopo che il ministro degli Esteri di al-Saraj, Muhamad Syala, licenziava l’alleato di Qalifa Haftar e ambasciatore in Arabia Saudita Abdulbasit al-Badri. Gli ambasciatori rimossi erano quelli in Canada, Etiopia, Grecia, Ungheria, Paesi Bassi, Panama, Qatar, Serbia, Slovacchia, Sudan, Vaticano e Regno Unito, i consoli generali quelli di Alessandria, Dubai, Istanbul e Milano. Venivano richiamati in patria gli addetti commerciali in Australia, Belgio, Croazia, Cipro, Costa d’Avorio, Nicaragua, Oman, Pakistan, Sierra Leone e Sri Lanka.

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Il 18 maggio, 141 persone venivano uccise nell’attacco perpetrato dalle milizie del GNA contro la base aerea di Baraq al-Shati, dove le forze islamiste uccisero sommariamente decine di soldati disarmati. “I soldati tornavano da una sfilata militare, non erano armati, la maggior parte di essi fu uccisa”. Il portavoce dell’Esercito nazionale libico, Colonnello Ahmad Mismari, annunciava che gli attacchi aerei di risposta erano iniziati dalla base aerea di Jufra contro i terroristi, e che “non ci sarebbe stato un cessate il fuoco”. L’attacco terroristico era stato guidato da Ahmad Abduljalil al-Hasnawi e da Jamal al-Trayqi del 13.mo battaglione di Misurata (fazione islamista armata ed informata direttamente dall’Esercito italiano) con l’appoggio della 201.ma brigata e delle brigate di difesa di Bengasi. La base era difesa dal 10.mo Battaglione del LNA, che perse 17 uomini, oltre a subire 11 dispersi, e dal 12.mo Battaglione, che perse 86 uomini. Gran parte del 12.mo Battaglione si trovava invece a Tuqra, per le celebrazioni dell’operazione Qaramah. Inoltre, anche 7 piloti civili furono uccisi. Uno dei testimoni aveva dichiarato che le vittime non furono uccise in combattimento ma erano state allineate e giustiziate. Il sindaco di Baraq al-Shati riferiva che almeno 5 soldati furono decapitati. Un altro testimone affermava, “Hanno ucciso tutti nella base: soldati, cuochi, addetti alle pulizie”, molti con un colpo alla testa. Alcuni erano cadetti appena laureatisi ufficiali durante la cerimonia del LNA per celebrare il terzo anniversario dell’operazione Qaramah. Le forze che difendevano la base, guidate dal generale Muhamad bin Nayal, erano riuscite parzialmente a ritirarsi, grazie ad informazioni sull’attacco imminente. Il Comando Generale del LNA dichiarava che la risposta sarà “dura e forte”, parlando apertamente di vendetta, “I responsabili saranno schiacciati”. Il governo di Tobruq accusava apertamente del massacro il Consiglio di Presidenza di al-Saraj e il suo ministro della Difesa, oltre che di aver violato la tregua concordata ad Abu Dhabi. I membri del Congresso di Tobruq chiedevano il licenziamento del ministro della Difesa di al-Saraj, Mahdi Al-Barghathi, e di processarlo per il massacro, mentre Ali Gatrani, componente del Congresso di Tobruq, accusava del massacro anche il capo dei fratelli musulmani libici Sadiq al-Ghariani, potente alleato dell’Italia. I burattinai di Saraj, l’inviato speciale dell’ONU Martin Kobler e l’ambasciatore inglese Peter Millett, chiedevano all’esercito libico di non reagire all’aggressione, indicando la mano del mandante della strage. Il fantoccio della Farnesina, Fayaz al-Saraj, sospendeva ‘per 15 giorni’ il suo ministro della Difesa, l’islamista filo-turco Mahdi al-Barghathi. Inoltre, Saraj riconosceva che Jamal al-Trayqi, a capo del 13.ma battaglione (con cui l’esercito italiano collabora) era responsabile dell’attacco a Baraq al-Shati. Le brigate di difesa di Benghazi, coinvolte nel massacro, hanno stretti legami con Barghathi e la fratellanza mussulmana filo-turca di Misurata.
Quindi, l’Esercito nazionale libico (LNA) dichiarava che al-Qaida e le milizie del governo del fantoccio italiano al-Saraj avevano attaccato la base aerea di Baraq al-Shati, decapitando decine di soldati libici. La maggior parte degli aggressori erano stranieri. Muhamad Lifrays, portavoce del 12.mo Battaglione del LNA, che aveva subito l’assalto, dichiarava, “Siamo convinti che combattevamo al-Qaida”. Diversi soldati erano stati decapitati o bruciati vivi. La maggior parte dei soldati era stata uccisa con colpi alla testa o sgozzati. Almeno 15 civili furono uccisi dai terroristi. Il comandante delle Forze Speciali Sayqa, Mahmud Warfali, affermava “L’LNA libererà la base aerea”, mentre 112.mo, 117.mo e 173.mo Battaglione libici si avvicinavano a Baraq al-Shati. L’Egitto condannava tale “attacco terroristico brutale”, e il Ministero degli Esteri di Cairo esprimeva “solidarietà al popolo libico e all’Esercito libico nazionale, chiedendo di occuparsi seriamente dei responsabili dell’azione terroristica”, aggiungendo che la politica libica non dev’essere soggetta a gruppi criminali che si fanno strada con il terrorismo o collaborando con le organizzazioni terroristiche finanziate da Paesi esteri. Anche il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Algeria condannava l’attacco, “Condanniamo fermamente questi attacchi e notiamo che per diversi anni abbiamo costantemente incoraggiato i partiti libici a sostenere il dialogo e la riconciliazione nazionale per risolvere la crisi”. Nel frattempo, gli ambasciatori della Libia in Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti (si noti l’assenza di quello in Italia) condannavano tale crimine, “condanniamo i tentativi di cambiare la situazione in Libia con la forza, che pregiudicano il dialogo politico e prolunga le sofferenze del popolo libico”.

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Il capo di Stato Maggiore italiano generale Graziano, a Misurata, base delle milizie islamiste filo-turche.

1198.- Gommoni, ONG e Puttanazze, il mistero dei migranti in Libia si sta svelando.

Le migrazioni ci sono sempre state, ma sono state sempre osteggiate dai nativi nel cui territorio avvenivano ( ad es. gli Hyksos verso l’ Egitto: i micenei verso le coste anatoliche: la “guerra di Troia” ne è un episodio; etc.); con gli stati moderni sono state regolate e finalizzate alla loro formazione e sviluppo economico (USA; Argentina; Australia; etc.). Tornando all’ impero romano sono state proprio le immigrazioni non più controllate che facendo venire meno le leggi, la cultura, i valori che erano stati propri di Roma ne segnarono il declino e la fine, esattamente come sta avvenendo per l’ Europa se non vi si pone rimedio. Quello che è totalmente nuovo è questa protezione del Governo ai trafficanti che vanno a prendere quasi sulle spiagge libiche i migranti, per lucrarci buoni affari. E, poi, i numeri dell’invasione, che non lasciano spazio a nessuna integrazione. Destabilizzeranno l’ordine pubblico e la società italiana quando saranno abbandonati al loro destino.

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Il mistero dei migranti in Libia si sta svelando.

Ora che Santa Gabanelli © ha finalmente parlato degli strani intrecci tra ONG e scafisti libici, torniamo a fare chiarezza.

Schermata 2017-05-17 alle 15.02.18barconePersino le Puttanazze dei media italici si sono improvvisamente accorti che qualcosa non quadra, nella “nobile opera” della navi che “salvano” i migrati, in realtà comodi taxi per trasportarli in Italia, e poco più.

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I “gommoni” che vengono utilizzati,  tubolari con chiglia praticamente piatta sono assemblati nella vicina Tunisia. Non vengono dalla Cina, come molti affermano, sbagliando. Chissà, magari qualcuno potrebbe fare un giro in zona Monastir oppure più a nord, nella regione di Zaghouan…. Il mondo della nautica è piccolo, e magari qualcuno sa qualcosa.

Questi gommoni, assemblati in PVC del tipo economico, del solito grigio chiaro, non possono neanche essere montati e caricati sulla spiaggia. occorre avvitare i vari pannelli di compensato che ne costituiscono il fondo gli uni con gli altri, poi i migranti si caricano il gommone in spalla, lo portano in mare e dall’acqua salgono a bordo.

Per essere precisi, come ha chiarito bene il buon Lolli, i gommoni ed i migranti partono attualmente dalla città libica di Zuara, controllata da una tribù berbera.

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I coniugi Catambrone, titolari dell’ONG MOAS con il Presidente della Repubblica.

La situazione politica il Libia è un filino complicata, la costa della Tripolitania è controllata dalle varie tribù e milizie Twuar. Milizie di cui lo stesso Lolli fa parte, e che hanno inflitto un colpo terribile ai miliziani dell’Isis: nel modo corretto, ovvero prendendo i fanatici salafiti uno ad uno e facendoli fuori fisicamente, non alleandosi con loro, come fa il generale Haftar, paladino dell’occidente.

Rimane il sud della Libia, il Fezzan, controllato dalle tribù berbere (barbari per i romani), che fanno passare i migranti provenienti dal centro Africa e diretti verso la zona vicino alla Tunisia, la città di Zuara. Ma i berberi della costa sono alleati con i Twuar, contro le milizie Warshefanna, che fanno capo ad Haftar, e la tratta dei migranti non può essere fermata con la forza.

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Le tribù berbere del Fezzan libico sono i Tebu, i Suleman e, più noti, i nomadi Tuareg.

Tratta che è molto interessante dal punto di vista economico, se ogni migrante paga minimo tremila euro per arrivare sulla costa ed essere imbarcato nei gommoni quest’anno con almeno quattrocentomila migranti in transito parliamo di cifre ben oltre il miliardo di euro. Soldi a cui andranno aggiunti i fondi stanziati dai governi occidentali per “fermare il traffico”.

Appartenenti alla classe media

Un bel business anche quelle delle navi controllate dalle ONG che prelevano i migranti stessi a poche miglia dalla costa. Ricordiamo che tanti soldi confluiscono in queste ONG, organizzazioni che non pubblicano bilanci e che investono a loro discrezione, stipendiando tra l’altro i “volontari” che per qualche migliaio di euro al mese accolgono i migranti. Tutto legittimo, per carità.

Pensavate che i medici e gli infermieri lavorassero gratis? Di questi tempi anche i duemilasettecento euro che Medici Sans Frontieres e Emergency pagano ogni mese sono soldi anche per un neolaureato, spesso costretto ad accontentarsi di molto meno, lavorando e facendo i turni per una clinica privata in Italia. E poi fa curriculum.

A questo punto è facile immaginare che gli scafisti telefonino direttamente alle ONG (cosa tra l’altro riportata nel rapporto Frontex, non da siti complottisti) o che siano le luci stesse delle navi al largo che indichino agli scafisti quando partire, sia come sia gli scafisti sanno esattamente quando far partire i gommoni. Droni e satelliti ormai controllano le coste libiche e movimenti strani di vecchie navi mercantili o pescherecci sono facilmente rilevabili. Senza i gommoni realizzati da “misteriose” aziende tunisine, che incassano decine di milioni di euro all’anno per i loro servizi, i migranti semplicemente non potrebbero partire.

Infatti si è appena aperta una nuova rotta, i migranti provenienti dal Bangladesh arrivano in Egitto con l’aereo, da lì compiono un lungo viaggio attraverso il Sudan e la Libia fino ad arrivare a Zuara, diretti verso l’Italia.

Cosa vengono a fare in Italia?

E’ presto detto, sono appartenenti alla classe media. Si, sono della classe media, ma di solito secondi o terzi figli;  il primogenito si tiene l’attività di famiglia, che so una piccola fabbrica, un negozietto o robe del genere. Il cadetto va all’avventura come ai tempi delle Crociate, ma al contrario. E deve rendere i soldi che gli sono stati prestati per il viaggio alla famiglia.

Comunque in Italia si sta meglio che nel loro disgraziato paese, l’obbiettivo è quello di ottenere un permesso di soggiorno e alla lunga di potersi liberamente spostare verso altri paesi europei. Nel frattempo vanno avanti a colpi di ricongiungimento familiare al fine di garantire una pensione minima e assistenza medica gratuita agli anziani della famiglia.

Altri benvenuti dalle organizzazioni di assistenza, che ricevono miliardi di euro per sfamarli e assisterli, facendo lavorare tanta gente, italiani che altrimenti resterebbero disoccupati. Lavoranti nelle coop, insegnanti di italiano e altri, tutti volti buoni per una certa parte politica e per il controllo del territorio.

Del migrante non si butta via niente, e poi mica hanno l’etichetta con la scadenza!

Ma le ONG svolgono solo una parte del traffico. Prima di giungere al mare, i migranti sono nelle mani dei berberi. Questo pezzo di Ennio Remondino è di aprile, ma è importante per valutare l’efficacia dell’opera del Governo, alla luce dei risultati di un mese, considerando che gli sbarchi proseguono al ritmo di 3.000 al giorno. Una luce inquietante viene dal blocco delle partenze ordinato per il tempo del G7 di Taormina. 

avatar2  Ennio Remondino

In Libia, patto con le tribù per sigillare i deserti a sud

Un vero e proprio trattato tra i capi delle tribù, delle kabile libiche Tebu, Suleyman e Tuareg, l’accordo tra di loro e l’Italia mediatrice e garante. Il ‘capo tribù’ che rappresentava l’Italia in quel salone enorme del Viminale, Marco Minniti, ministro degli interni e sopratutto, ex responsabile politico delle spie.

Un accordo di pace tra le tribù, tra i popoli del Fezzan, siglato in un clima top secret. Tebu, Suleman,Tuareg. Per noi lettori di antichi fumetti e libri d’avventura, sono questi ultimi, i tuareg, gli ‘Uomini blu’ a suscitare ricordi e attenzione. Dalla memorie al futuro, saranno d’ora in avanti loro, gli uomini del deserto che, finalmente alleati, torneranno a vigilare lungo i 5 mila chilometri al confine con Ciad, Algeria e Nigeria.
Non solo il controllo delle coste libiche, ma anche quello a Sud del Paese, per frenare l’ondata migratoria dall’Africa verso le coste italiane.
Per presidiare i confini della Libia meridionale, strategica la pace nel Fezzan, nel cuore del deserto del Sahara. Il patto tra le tribù Tebu e Suleyman alla presenza dei capi dei nomadi Tuareg e del vice premier libico Ahmed Maitig. Capo della tribù ospite, il ministro Marco Minniti. Nell’ombra altri personaggi che non gradiscono comparire.

Mediazione lunga e complessa, non sotto l’ombra di una palma da datteri in un’oasi del deserto, ma nel suk romano. Mesi di incontri a Roma dei singoli capi tribù per ascoltare le ragioni di ciascuno. Poi, passo dopo passo, le proposte ai madiazione, i piccoli passi avanti sulla strada dell’accordo. La diplomazia del deserto basata sulla fiducia e sulla mediazione personale.
Regole e codici tradizionali, e anche soldi, li metterà l’Italia, operativa da adesso in poi anche sul fronte libico meridionale.
Lo stop alla guerra tra le tribù Tebu e Suleyman – che solo negli ultimi anni ha provocato 500 morti – segna una svolta sul fronte immigrazione sia per l’Italia, sia per gli altri Paesi europei. «Sigillare la frontiera a Sud della Libia significa sigillare la frontiera a Sud dell’Europa», vanta legittimamente Minniti.
Una guardia di frontiera libica per sorvegliare i confini Sud della Libia, 5000 chilometri di confine con Ciad, Algeria e Nigeria, mentre a Nord, contro gli scafisti sarà operativa la guardia costiera libica, addestrata sempre da noi italiani, che dal 30 aprile sarà dotata di 10 motovedette che sempre noi stiamo finendo di ristrutturare.

Decisamente curioso il racconto dell’insolito vertice sulla Stampa. Sessanta capi clan, chi in abiti occidentali, chi con la lunga tunica, il turbante e la ‘tagelmust’, la sciarpa bianca a coprire il volto- a discutere per 72 ore, al secondo piano del ministero dell’Interno, intorno a un enorme tavolo. Protagonisti principali i capi degli Awlad Suleyman e i Tebu, ma c’erano anche i leader Tuareg.
Formidabili i dettagli. Per i Tebu è intervenuto il sultano Zilawi Minah Salah, per i Suleiman il generale Senussi Omar Massaoud mentre per i Tuareg, Sheikh Abu Bakr Al Faqwi.
Compromesso atteso, sperato. La riconciliazione tra i Tebu e i Suleyman permetterà alle due tribù di unire le forze per contrastare la criminalità, il terrorismo e lo jihadismo. Non va infatti dimenticato Con Isis ormai sulla difensiva in Iraq e Siria, diventa prioritario proteggere l’area del Mediterraneo dalla fuga dei foreign fighters.

Pace senza protocolli è pace credibile?
«Per noi che siamo beduini, gli accordi sono un fatto di sangue» hanno detto i capi tribù salutando il ministro Minniti.
«Io sono calabrese, e anche per la regione da cui provengo conta il sangue», replica il ministro.
Libia e meridionalità assieme per segrete mediazioni.

QUEL SUD DELLA LIBIA DOVE TUTTO PASSA

Territorio delle tribù Tebu, di qua e di là del confine col Niger. Loro, i Tebu, conoscono bene tutte le strade dei contrabbandieri e dei trafficanti di uomini. L’estremo Sud del Fezzan, sbocco naturale per le colonne di migranti che dal Sahel risalgono verso la Libia.
Sono carovane di camion stracarichi, anche 70-80 alla volta, che partono da Agadez, la più importante città nel Nord del Niger, e arrivano fino a Dirku, l’ultima cittadina prima del confine. Poi, di lì cercano di passare in Libia, raggiungere Sebha, attraversare il deserto libico fino alla costa. É il Fezzan, una regione grande quanto la Francia, porta di accesso per l’Europa. Il Fezzan, dopo la caduta di Gheddafi, è tornato regno assoluto delle tribù.

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I ‘Neri del deserto’
I Tebu, di etnia e lingua africani, spesso apostrofati come «mori» dai libici della costa, controllano la parte meridionale, alle frontiere con Niger e Ciad. Sono «neri del deserto», sparsi fino al Sudan e al Darfur, guerrieri coraggiosissimi che spesso combattono al soldo di milizie arabe. Nella lotta per il potere nel Fezzan, dopo l’uccisione di Gheddafi, hanno alla fine scelto di stare con Al-Sarraj. È un punto importante, conquistato anche nella battaglia di Sirte contro l’Isis, quando piccole milizie Tebu hanno combattuto al fianco di quelle di Misurata alleate di Al-Sarraj. Ora i Tebu, il «popolo delle rocce», sono la chiave per chiudere il confine con il Niger e il Ciad.

Tuareg, gli ‘uomini blu’
L’altra sono i Tuareg. Altra popolazione non araba. Berberi, «navigatori del deserto». Come i Tebu non conoscono frontiere, sanno come attraversarle e quindi anche come sigillarle. In Libia, la loro roccaforte è la zona di Ghat, dove lo scorso settembre erano stati rapiti Danilo Calonego e Bruno Cacace, poi rilasciati anche grazie all’aiuto delle tribù berbere. Ghat è un crocevia di traffici e terrorismo. Al-Qaeda nel Maghreb islamico, Aqmi, si è impiantata nelle montagne, ha cercato alleanze, si è inserita nei traffici e si è espansa soprattutto durante gli scontri fra Tuareg e Tebu per il controllo della cittadina di Ubari, nel 2015.

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Tuareg con Gheddafi
I Tuareg hanno avuto un rapporto privilegiato con Tripoli, a scapito dei Tebu, durante l’intervento libico in Ciad negli anni Ottanta, allora su fronti opposti. Nel novembre del 2015, con la mediazione del Qatar, i Tuareg con i Tebu a sostegno del governo di Al-Sarraj. L’accordo ha permesso all’attuale premier di prevalere nel Sud del Fezzan, ma Haftar ha cercato subito di avere il sopravvento nel Nord, verso Sebha, il capoluogo. Il generale ha trovato un forte alleato negli Al-Qadhadhfa che da Sirte, città natale di Ghedaffi, si sono spostati negli scorsi decenni verso il Fezzan. Tribù contro tribù, o kabila, se preferite, come da sempre in quei territori accade.

La guerra della scimmietta
Esempio la tribù degli Awlad Sulaiman, i figli di Solimano, beduini, arabi nomadi del deserto, ostili a Gheddafi fin dalla sua presa del potere. La rivalità con gli Al-Qadhadhfa è scoppiata lo scorso novembre per il «caso della scimmietta», quando una bertuccia di un commerciante ha strappato il velo a una ragazza Awlad. Un pretesto per scatenare la guerra per il controllo di Sebha. Ora, con gli accordi di Roma, gli Awlad Sulaiman hanno due potentissimi alleati nei Tuareg e nei Tebu e possono contrastare gli aiuti che arrivano dal generale Haftar agli Al-Qadhadhfa. La battaglia nel Fezzan non è solo per il controllo delle frontiere. É per il controllo della Libia.