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2137.-LIBIA E EGITTO SONO LO SPECCHIO DELLA POLITICA ESTERA DEBOLE DEL GOVERNO CONTE.

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Le vicende dei patrioti Gilets Jaunes riguardano il futuro dell’Europa e fanno passare in secondo piano la competizione Italia-Francia sulla Libia. Ma la Francia è la Francia, nelle piazze, come nell’agone internazionale. In entrambe le situazioni, il popolo italiano non ha una sua voce da far sentire e l’Italia non è riuscita a compensare l’ostilità della Francia con un aiuto da parte dell’America di Trump e della Russia di Putin. Le contraddizioni della politica italiana in Libia sono palesate dai tentativi altalenanti di ottenere condivisione e sostegni, quando da Washington, quando da Mosca, fino all’ambizione, un po’ puerile e di mussoliniana memoria, di poter rappresentare l’ago della bilancia degli interessi in gioco nel Mediterraneo. Il summit di Palermo ha rappresentato, invece, il modesto palcoscenico di questa ingiustificata ambizione ed è stato definito, prima, un azzardo diplomatico e, poi, un flop del Governo Conte. Il giudizio è pesante, ma è stato dimostrato dall’assenza di Donald Trump, eletto dai giallo-verdi a nostro padrino, di Vladimir Putin, contro-padrino e di Angela Merkel, assurta, improvvisamente, ad amica dell’Italia. Tutti assenti al “compleanno dei bambini, ma che hanno avuto modo d’incontrarsi il giorno prima a Paris, all’anniversario della vittoria della 1ª Guerra Mondiale (anche la data scelta per il summit dimostra grande acutezza). Al forfait dei “più grandi” è seguito il giudizio del rappresentante turco, che ci ha lasciati quattro a zero- ha detto -, per non perdere tempo. Anche il generale Haftar ha fatto una presenza simbolica, con tanto di foto ricordo e ha lasciato Palermo, letteralmente, a metà. Il summit è servito a dare sia la conferma della nostra modestia in politica estera sia un’ulteriore dimostrazione dell’instabilità politica della Libia e ha dato il pretesto ad Haftar per confermare le rivalità mai sopite tra la regione di Bengasi e la Tripolitania ele divisioni tribali di quel popolo. Moavero non si è dimesso, Conte nemmeno. Si poteva, buona mente, plaudire all’aver raccolto in Italia tanti leader africani, in particolare, l’Egitto, ma ci ha pensato il somaro di turno che, pagato o poco sobrio che sia stato, ha interrotto i rapporti tra i parlamenti italiano e egiziano, seguendo la procura di Roma (riecco la magistratura politica), che, dopo anni, ha pensato di indagare cinque ufficiali dei servizi segreti civili e della polizia investigativa egiziani. Il reato contestato è concorso in sequestro di persona e la persona è il povero Regeni. Povero soltanto per la fine che ha fatto in Egitto, dove, però, era andato, da semplice turista qualunque, a sobillare i sindacati, fornito allo scopo di, sembra, 9.000 sterline dagli inglesi, che nessuno ha indagato né indagherà mai. Una parola su questo episodio è d’obbligo: O era un agente inglese che sapeva quel che faceva, o era uno sprovveduto che non sapeva quello che stava facendo e cui andava incontro. L’Egitto non potrà far finta di nulla, ma una cosa è certa e, cioè, che il lavoro dell’ENI in Libia e in Egitto merita più rispetto. Non ho voluto offendere nessuno; ma avete mai visto i somari vincere un concorso ippico? Sulle illusioni di Conte e Moavero, diciamo che Trump è interessato, certamente, all’Italia; ma alla sua posizione geostrategica, alle 113 basi che ospitiamo e come partner europeo in funzione anti-tedesca; invece, sul perché, sulla Libia, la Russia non sarà un alleato dell’Italia suggerisco, per chi ha tempo, un’interessante analisi di Micol Flammini.

Perché, sulla Libia, la Russia non sarà un alleato dell’Italia. Gli interessi del Cremlino in Libia divergono da quelli italiani. Anche in questo Putin non aiuterà i gialloverdi.

Roma. La Russia in Libia ha interessi importanti, legati più al mantenimento del caos che a un impegno per la stabilizzazione del paese. Quando il 7 novembre Haftar è andato a Mosca per parlare con il ministro della Difesa Sergei Shoigu e con il capo dello stato maggiore Valeri Gerasimov non si poteva non notare che la visita del generale libico fosse molto vicina alle giornate organizzate a Palermo per la conferenza sulla Libia. Qualche giorno dopo, il quotidiano russo Novaya Gazeta ha pubblicato uno scoop, uno dei giornalisti aveva notato che tra i presenti all’arrivo di Haftar c’era anche Evgeni Prigozhin, il finanziatore delle truppe mercenarie di Mosca, che combattono ovunque: in Ucraina, in Siria, nella Repubblica Centrafricana e anche in Libia. I giornalisti russi insistono da tempo sulla presenza di truppe, regolari e non, a Tobruk e Bengasi, e la presenza di Prigozhin all’incontro sembrerebbe confermare le inchieste condotte finora. “Era lì soltanto in qualità di responsabile del catering”, si è affrettato a rispondere il Cremlino – prima di diventare il coordinatore delle truppe mercenarie, prima di gestire la fabbrica dei troll, Prigozhin era conosciuto come il “cuoco di Putin” –, risposta un po’ goffa alla quale la stampa non ha creduto. La Russia in Libia sta cercando di riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti e, nel conflitto disordinato che va avanti dal 2011, ha degli interessi importanti che, a ben guardare, collidono con quelli del governo italiano. E’ stato il tabloid britannico Sun a parlare per primo della volontà di Vladimir Putin di fare della Libia “la sua nuova Siria”. Secondo fonti dell’intelligence britannica, Mosca avrebbe già inviato a Tobruk e a Bengasi degli agenti del Gru, i servizi segreti militari. Ma nelle due città costiere ci sarebbero anche gli uomini della Wagner, truppe mercenarie. Anche la rivista economica russa Rbc ha verificato la presenza di soldati russi in Libia e, benché il Cremlino continui a smentire – nega ancora la sua presenza in Ucraina, perché dovrebbe ammettere di essere in Libia? – secondo l’inchiesta ci sarebbero anche dei missili russi e dei sistemi di difesa antiaerei dispiegati sul territorio libico. I frequenti incontri tra Haftar e i russi lasciano capire da quale parte stia il Cremlino, ma soprattutto fanno intendere che i rapporti e gli affari tra Mosca e Tobruk potrebbero avere un peso importante anche alla conferenza internazionale iniziata ieri a Palermo.

Khalifa Belqasim Haftar in plancia della portaerei russa Admiral Kuznetzov

 

Come accaduto in Siria, la Russia starebbe cercando di ottenere il controllo sulle riserve petrolifere in Libia. Nel febbraio dello scorso anno, Rosneft e la Noc, la National oil corporation libica, hanno firmato un accordo di cooperazione. La Noc ha la sua sede a Tripoli, ma la maggior parte dei suoi giacimenti petroliferi sono nella parte orientale del paese, nelle zone di Haftar. Questo, secondo il giornalista Kirill Semenov, basterebbe per spiegare perché Mosca sta rafforzando i suoi scambi con il generale. Il Cremlino, sotto il regime di Gheddafi, aveva firmato un accordo per costruire in Libia, tra Tripoli e Bengasi, una ferrovia per l’alta velocità. Il progetto che valeva 2,5 miliardi di dollari è stato sospeso e secondo il New York Times la Russia starebbe trattando anche per questo.

Costruire un futuro di sviluppo per la Libia significa investire in nuove infrastrutture da costruire al più presto. I lavori per la nuova rete ferroviaria nel Paese sono in stand-by dall’inizio della rivoluzione che ha portato alla caduta di Gheddafi. Tripoli progetta di passare dalle reti a scartamento ridotto costruite dagli italiani a una rete di 3170 chilometri, ma costruita da russi e cinesi.

A differenza della Siria, dove Europa e Stati Uniti si oppongono al regime di Assad, in Libia non c’è unità. Quando Gheddafi fu deposto, le nazioni occidentali hanno perso un nemico comune, ma ora non esiste una strategia uniforme, una tattica politica unica. Le forze americane hanno avuto un ruolo importante nel rovesciamento di Gheddafi, ma sia Obama sia Trump si sono opposti a un intervento in Libia, fatta eccezione per le operazioni antiterrorismo contro lo Stato islamico. Agli europei la Libia interessa soprattutto per ridurre l’immigrazione, ma la conferenza è stata boicottata da Macron e Merkel, due attori fondamentali. E se il governo aveva sperato in un intervento di Trump, si è dovuto accontentare di un sottosegretario. In Russia, dove, al termine del vertice con Giuseppe Conte il mese scorso, Putin aveva detto che avrebbe inviato a Palermo “un rappresentante di alto livello”, Mosca ha tenuto tutti sulle spine, confermando soltanto durante la giornata di ieri l’arrivo di Medvedev, che rappresenterà la sua nazione assieme a Mikhail Bogdanov, viceministro degli Esteri. Alla Russia il caos libico interessa e più è caotico, più c’è possibilità di conflitto, più ha la possibilità di fare affari e di far valere le sue ragioni: petrolio, ferrovie, armi. Non ha interesse, per il momento, a pacificare la regione. Per capirlo, basta pensare a quel fotogramma, che i giornalisti di Novaya Gazeta avranno riguardato infinite volte, pensare che quando Haftar era a Mosca, non soltanto si è incontrato con il ministro della Difesa e con il capo di stato maggiore, ma era anche con Prigozhin, un uomo il cui ruolo non è mai stato quello di concludere accordi di pace.

 

 

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2100.-LA RILEVANZA DEL SUMMIT DI PALERMO. COSA DOVEVA ESSERE E COSA NON È STATO. E, ADESSO, A ROMA.

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Torniamo sull’argomento, discusso, del summit di Palermo, per rimarcare quelle che erano le aspettative dichiarate del Governo Conte e che non si sono realizzate, a mio parere, per la defezione dei grandi dal summit. Contano i perché, Abbiamo visto ritirarsi, infatti, prima, Donald Trump, inizialmente sostenitore dell’iniziativa e, poi, il suo Segretario di Stato Mike Pompeo. Conseguentemente, assenti, prima, Vladimir Putin e, poi, il suo ministro degli Esteri Sergey Lavrov. Forfait anche da Angela Merkel, per quel che avrebbe potuto contare. Assenze che hanno pesato due volte perché, fino agli ultimi giorni, hanno tenuto in bilico e lasciato che si esponesse il nostro Presidente del Consiglio. Naturale conseguenza della defezione è stata l’incertezza sulla partecipazione del generale Haftar, risolta, a tempo quasi scaduto, dall’intervento di Alberto Manenti (Aise) a Mosca, doveva si trovava e, certamente, da Putin. Haftar è il generale con esercito, mentre Al-Serraj non ha un esercito ed è supportato da noi e dall’ONU; ma non basta l’ONU a mettere d’accordo sia i due capi libici sia, ancora di più, le non poche bande armate, che, come sperimentato nel ventennio, capiscono solo il linguaggio della forza e del denaro. Diciamo chiaro che i grandi non ci hanno riconosciuto la patente di interlocutore privilegiato sulla Libia, perché l’hanno distrutta per fare i loro interessi contro i nostri e hanno, probabilmente, fatto i loro affari a Parigi, alla celebrazione della vittoria: la cosiddetta “vittoria mutilata”, per marcare una costante di poco rispetto per ciò che diamo. La debolezza della nostra politica estera non ha potuto superare questi gap e la timidezza della nostra presenza nell’Unione europea ha fatto sì che il direttorio Parigi – Berlino facesse la sua parte a Bruxelles. Quali effetti, ancora, produrranno queste defezioni? Il presidente della Tunisia Beji Caid Essebsi,  i capi di Stato di Ciad e Niger, Idriss Deby Itno e Mahamadou Issoufou, il primo ministro algerino Ahmed Ouyahia, e gli inviati di Qatar e Turchia, che ha sbattuto la porta; ma anche il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ricorderanno questo sgarbo all’Italia. Altro che nuovo paladino del Mediterraneo! vero Donald?

Quali erano gli obbiettivi?

  1. neutralizzare i piani alternativi, ostili della Francia e puntare sul processo politico, sostenuto dalle Nazioni Unite, per ristabilire la pace, l’ordine istituzionale e civile in Libia;
  2. far sedere insieme, attorno a un tavolo, se non tutti i capi dei dieci partiti politici (offesissimi, riporta il quotidiano “Libya Herald”), delle tribù e delle bande armate, almeno il presidente del governo di Accordo Nazionale, Fayez Al-Serraj, il feldmaresciallo Khalifa Haftar, capo indiscusso della Cirenaica, il presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, e il capo dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli, Khalid Al Meshri, cioè, i maggiori responsabili del perdurante stallo del processo politico;
  3. un accordo verbale e non un documento finale, come già a Parigi, che condividesse la linea tracciata dall’ONU, qui rappresentato da Salamé;
  4. stabilire la necessità di eleggere un’assemblea del popolo libico per approvare la Costituzione, condividere una legge elettorale e indire le elezioni a primavera.

Cominciamo a tirare le somme. Brutti e sparpagliati, eternamente divisi, contiamo, comunque, abbastanza in Mediterraneo, in Europa, nella NATO e per la Russia di Putin. Si tratta, allora, di saper giocare le nostre carte; e si chiama Politica. Vale nei confronti degli Stati Uniti, con le loro 113 basi e le 138 testate nucleari in Italia, con la base dell’US NAVY e dei drone a Sigonella e con le parabole e il reticolato di antenne a microonde del MUOS in Sicilia e, naturalmente, vale nei confronti della NATO, nella prospettiva di un esercito europeo franco-tedesco. Vale anche nei confronti dell’Unione europea, che questo Governo rinunciò a mettere fuori gioco, ritengo, con giovanile fiducia, salvo condizionamenti e vale, perciò, nei confronti di Parigi e Berlino, che fanno i grandi con il sudore degli italiani. Inutile dire che vale anche per la Russia, radicatasi nel Mediterraneo Orientale e alla quale ci legano importanti prospettive commerciali – spero io – sulla Nuova Via della Seta.

Con queste premesse, le assenze al summit erano, se non sicure, molto probabili e mi sovviene l’immagine di una ragazzina chiamata Italia, che ciabatta con le scarpe della madre. Khalifa Haftar si è comportato da generale, gentile, obbediente all’invito, ma determinato a non confondersi con chi ha meno potere di lui e con chi, come il Qatar, sostiene la Fratellanza Musulmana. Pure decretando l’irrilevanza del summit, sia evitando di partecipare alla seduta plenaria sia lasciandolo anticipatamente, ha colto l’occasione per mettere l’accento sul pericolo rappresentato dal progettato trasferimento in Libia dei reduci dell’ISIS dalla Siria. E, qui, mi sovviene Israele e rivolgerei una domanda a Trump. Ecco che la politica estera abbisogna di ben altri presupposti e, forse, di rappresentanti, oppure, in assenza, di commisurare le sue iniziative alle effettive possibilità.

Siamo un popolo facilmente influenzabile. Ieri, buona parte degli italiani sbavava per quel traffichino di Renzi: “lasciatelo provare”, dicevano, guadagnandosi l’occupazione delle istituzioni da parte di un partito ladrone; oggi, il 30% dei voti è andato a un partito di apprendisti stregoni: “lasciateci provare”. Attraverso le campagne denigratorie, è stato demonizzato Berlusconi, che aveva e ha i numeri per la politica estera. Ah, ma le donnine! Stranamente, nessuna campagna, invece, contro i festini omosessuali a Palazzo Chigi sotto l’egida di Maria Elena Boschi e di quell’altra. Risultato? Allo stato dei fatti, possiamo partecipare onorevolmente ai summit, ma non sembrano esserci le condizioni per indirli.

6609161-1Ma l’Italia non demorde. A fine mese, il 22 e 23 novembre, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con il ministro Enzo Moavero Milanesi incontreranno a Roma il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Il ministro Lavrov interverrà alla conferenza “MED-Rome Mediterranean Dialogues” e parteciperà a una serie di incontri bilaterali ai margini di questo forum”, ha detto il portavoce. Quindi, si parlerà di Libia, e non solo.

2083.- Libia, sgambetto di Merkel e Macron

Ci ricordiamo del colpo di stato con cui Gheddafi è stato assassinato con la partecipazione indiretta dei nostri “alleati”, la Francia e il Regno Unito e la benedizione di Hussein Obama, mentre noi stessi italiani abbiamo, prima, girato gli occhi dall’altra parte, mentre compivamo un atto disonorevole e vigliacco, contrario ai nostri interessi e, poi, abbiamo bombardato? Cosa volevano il Regno Unito e soprattutto la Francia ? Volevano questo:

1) Far fuori l’Italia dalla Libia dove il lavoro italiano aveva grandissime prospettive e non solo nel campo del ‘crudo’ ma anche nell’edilizia e nell’ammodernamento del Paese

2) la Francia,impedire che Gheddafi impiantasse una banca africana che emettesse moneta garantita in oro che sostituisse quel loro Franco CAF con cui depredano in uno scandalo neocolonialista il Centro Africa francofono. 

Silenzio anche sulle vergogne assassine della Francia (le truppe francesi , in Costa d’Avorio, hanno sparato sulla folla!) ) L’europeista Mattarella e tutta la UE tacciono. Dobbiamo ricordare l’intervento attivo di Napolitano affinchè intervenissimo in Libia, accanto alla Francia e all’Inghilterra, contro i nostri interessi e contro il nostro onore che, per poco che valga, derivava sempre da un Trattato di Amicizia da poco firmato con Gheddafi? Ci ricordiamo di Berlusconi che affermò di essere stato personalmente minacciato sia lui che la sua famiglia, ché era contrario all’operazione ma che fu voluta sia dal Colle sia dalla Farnesina?

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L’Unione europea, tanto servita dal Presidente Mattarella, non è al nostro fianco nella pacificazione della Libia. Dopo l’ostilità di Macron, è giunto lo sgambetto di Angela Merkel e dobbiamo pregare per l’appoggio di Trump e di Putin.  Quest’ultimo sembra avere le chiavi del problema e con lui si sono confrontati Silvio Berlusconi e Giuseppe Conte. Per ora, è stato un successo avere a Roma tutti i quattro leader libici. A Palermo, dunque. 

Mentre a Palermo si ripuliscono le strade dopo il maltempo e la città inizia a prepararsi per diventare, per due giorni, epicentro della politica mediterranea, a Roma proseguono i preparativi di natura prettamente politica. E non mancano certamente le tensioni. A Palazzo Chigi tutto è in fermento, molto più che a Villa Igiea, lo splendido scorcio sul mar Tirreno dove si terrà la conferenza in Sicilia. Il presidente del consiglio ha il suo bel da fare al momento, questo perché non è certo semplice poter unire al meglio tutti i pezzi dell’intricato mosaico inerente la conferenza sulla Libia. Ed il tutto poi, tra le altre cose, mentre il governo affronta alcuni punti ed alcune tematiche interne in grado di creare tensione nella maggioranza. Fonti di palazzo Chigi affermano che al momento ogni occasione è utile per parlare con i principali protagonisti dell’esecutivo della conferenza in Libia. Anche in riunioni fissate per discutere sulla prescrizione o sulla manovra, diventano possibilità per trattare i dettagli del summit siciliano.

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Mercoledì sera, si legge su La Stampa, si è svolto poi un vertice ad hoc sulla conferenza di Palermo. E qui sono arrivate alcune notizie che di certo non permettono sonni tranquilli a quattro giorni dall’apertura dei lavori. Tra tutte, l’annunciato forfait di Emmanuel Macron e quello, molto più clamoroso, di Angela Merkel.

La Francia prova ad isolare l’Italia e trascina la Germania

Che il rappresentante dell’Eliseo difficilmente potesse accettare l’idea di prendere un aereo per Palermo per assistere ad una passerella tra attori libici voluta dall’Italia, è chiaro da diverso tempo. Per Macron, che da quando si è insediato prova in tutti i modi a ritagliarsi sempre più spazio in Libia a scapito di Roma, vedere il fedele generale Haftar stringere la mano ad Al Serraj con sullo sfondo una bandiera italiana non deve essere certo un qualcosa di facilmente digeribile. E questo sia sotto il profilo politico che, probabilmente, anche personale. Dunque è già da quando il governo ha annunciato date e sede della conferenza che, da Roma, si prende in considerazione l’idea dell’assenza del presidente francese. Mal si digerisce però, specialmente dalle parti della Farnesina, l’azione che lo stesso Macron sta compiendo in questi giorni sul dossier libico. All’Eliseo giovedì pomeriggio arriveranno alcuni rappresentanti di Misurata, mentre è proprio di mercoledì la notizia che la presidenza francese ha invitato a Parigi il presidente tunisino per un bilaterale. La data scelta per questo incontro, manco a dirlo, è quella di lunedì 12 novembre e quindi giorno dell’inizio della conferenza di Palermo.

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Italia e Francia continuano a sfidarsi a colpi di diplomazia per avere il sopravvento sulla transizione in Libia. Il premier Giuseppe Conte sta facendo di tutto per avere il controllo della situazione. A Roma sono sfilate una dopo l’altra le personalità libiche più importanti. Fayez al Sarraj, Khalifa Haftar, ma anche il presidente dell’Alto consiglio di Stato, Khaled al Meshri, e il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh. Tutti nella capitale italiana per incontrare il presidente del Consiglio in vista della conferenza di Palermo: l’evento che dovrebbe rappresentare, nei piani del governo giallo-verde, la nascita formale della leadership italiana in territorio libico.

 

Tentativi palesi dunque non solo di portare dalla propria parte attori libici e dei Paesi vicini in vista del summit siciliano, ma anche di creare le condizioni per un ridimensionamento delle presenze a Palermo. Mosse che mirano, in poche parole, ad isolare l’Italia. La conferenza si farà a prescindere e, secondo quanto trapelato da Roma, per il premier Conte è già un successo portare Haftar ed Al Serraj a Palermo. Ma la Francia, proprio per questo, prova a giocare le ultime carte a sua disposizione per evitare che da villa Igiea possa uscir fuori una forte linea filo italiana a discapito di quella filo francese. E Macron, in tal senso, sembra aver trovato una sponda in Europa. Infatti, nonostante l’annuncio della sua presenza è stato tra i primi ad arrivare a Roma, a dare forfait è anche Angela Merkel. La cancelliera tedesca era data, fino a pochi giorni fa, sicura partecipante alla conferenza di Palermo. Dal vertice di mercoledì di Palazzo Chigi emerge invece il contrario. Da Berlino arriverà qualche rappresentante, ma non il capo dell’esecutivo. Francia e Germania, due Paesi europei di un certo peso, “bucheranno” l’appuntamento siciliano lasciando l’Italia isolata nel contesto del vecchio continente.

Usa e Russia “salvano” la diplomazia italiana

Isolata dunque in Europa, l’Italia certamente ha di che consolarsi. Gli Stati Uniti, sfumato il “sogno” di aver Trump, manderanno comunque un importante interlocutore che dovrebbe rispondere al nome del segretario di Stato Mike Pompeo. La Russia, dal canto suo, conferma l’appoggio all’Italia per l’organizzazione della conferenza. La situazione dal 24 ottobre scorso, da quando cioè Putin ha dato ampie rassicurazioni a Conte durante un incontro al Cremlino, non appare mutata. Da Mosca dovrebbe arrivare il primo ministro, Dmitri Medvedev. L’appoggio di Stati Uniti e Russia appare fondamentale e decisivo per dare un senso all’appuntamento di Palermo. Come già affermato in questi giorni, Washington e Mosca convergono su Roma per i propri reciproci interessi: gli Usa per quanto riguarda la sicurezza e la lotta al terrorismo, la Russia per motivi di natura geostrategica. Proprio il disco verde dato dal Cremlino a fine ottobre, ha anche convinto Haftar ad atterrare in Sicilia lunedì mattina. Dopo alcune incertezze, anche se non c’è ancora ufficialità, il generale avrebbe sciolto definitivamente la riserva dopo un viaggio lampo proprio a Mosca, avvenuto nelle scorse ore.

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La Libia è fondamentale per la sicurezza dell’Italia. A Palermo, Russia e Stati Uniti saranno rappresentati, rispettivamente, da Dmitri Medvedev e Mike Pompeo, mentre, a Parigi, Trump e Putin incontreranno Macron. è lui il nemico dell’Europa, come noi la intendiamo e non comprendo il tradimento di chi non lo denuncia, pur professandosi europeista.

Rimasta senza appoggio europeo, l’Italia dunque si affida ad Usa e Russia. Da palazzo Chigi e dalla Farnesina sperano anche in un appoggio pubblico di Trump alla conferenza in risposta alle azioni francesi. Da Roma si fa affidamento anche all’Onu, visto che di fatto le Nazioni Unite hanno rigettato il progetto di Parigi di indire elezioni il prossimo 10 dicembre. In Libia, secondo i piani dell’inviato speciale Salamè, si voterà se tutto va bene nel 2019. E questa linea è anche quella dell’Italia, che punta dunque a sancire tale principio al termine della due giorni palermitana. Difficile dire se l’assenza di Francia e Germania peserà sugli esiti del vertice, di certo però appare palese quello che è l’obiettivo minimo al momento dell’Italia: chiuse le porte di Villa Igiea, dovrà essere essenziale puntare sulle strette di mano tra i principali protagonisti dello scacchiere libico, in modo da uscire con un piano preciso vicino a quello ipotizzato dal palazzo di vetro. E quindi, nell’ordine, assemblea con tutte le tribù libiche, creazione di una vera forza militare riconosciuta da tutti, unione delle varie istituzioni per adesso divise tra est ed ovest, soltanto dopo puntare alle elezioni. Obiettivi che forse non saranno messi nero su bianco a Palermo, ma che dalla Sicilia dovranno apparire, se l’Italia vuol fare bella figura, meno utopistici di adesso.

da “gliocchidellaguerra”, con il contributo di Adriano Verani.

2059.- Libia dalla guerra infinita alla concreta chance di pace di Palermo

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Palermo epicentro del Maghreb. Ma più che nei riferimenti storici alla antica Capitale araba del Mediterraneo il travaglio per la predisposizione dei punti in discussione e la stessa partecipazione dei protagonisti, le prospettive dei due giorni della conferenza di pace per la Libia in programma dal 12 al 13 novembre, sembrano riecheggiare nella definizione di Leonardo Sciascia: “La contraddizione definisce Palermo. Pena antica e dolore nuovo, le pietre dei falansteri impastate di sangue ma anche di sudore onesto”.

Pur fra le tensioni di bilancio tra Italia ed Europa, al braccio di ferro fra Usa, Russia e Cina, al vulcano medio orientale, nonostante le molteplici incrinature dei rapporti internazionali la conferenza di Palermo sta comunque lievitando e già prevede un livello di interventi di primo piano.

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Assieme al leader Libico Fayez al-Serraj e al Generale Haftar hanno assicurato la loro presenza il Premier Russo Medeved, il Dipartimento di Stato Usa, la Cancelliera tedesca  Merkel, il appresentante speciale Onu per il paese del Nord Africa Ghassan  Salamé, delegazioni di alto livello di Gran Bretagna, Francia e Spagna, i vertici dell’Unione Africana e probabilmente anche il Presidente egiziano al-Sīsī.

“La conferenza di  Palermo sulla Libia rappresenta  la prima efficace iniziativa del nostro paese – dopo molto tempo- nel nord Africa” sottolinea l’analista di strategie internazionali  Arduino Paniccia, Presidente della Scuola di Competizione Economica Internazionale e Docente all’ Università di Trieste.

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  • Direttrici di intervento dell’Italia?

E’ stata di tracciata una strategia a tre cerchi concentrici  che attraverso il perseguimento di un prioritario  obiettivo, prevede di raggiungere non solo una soluzione duratura per il devastato e frantumato paese africano, ma di promuovere  uno sforzo europeo realmente comune, nell’ambito del quale l’Italia sarà capofila e responsabile dell’area libica.

  • In che modo e con quali alleanze ?

Con l’appoggio e il coinvolgimento di Stati Uniti e Russia che nonostante i venti di una nuova guerra fredda concordano con la mediazione italiana in Libia per scongiurare il latente conflitto che sta destabilizzando da tempo il Mediterraneo. E che non riguarda soltanto il destino di una Libia ormai allo stremo, ma soprattutto la punta dell’iceberg del terrorismo islamico in Africa.Libia dalla guerra infinita alla concreta chance di pace di Palermo

  • Italia first nel Maghreb?

Si. E’ un progetto molto ambizioso e audace che tuttavia è finalmente all’altezza dei compiti che aspettano il nostro Paese, l’unico realmente in grado, nonostante gli atteggiamenti sprezzanti della Francia,  di poter portare a compimento con la Conferenza di Palermo tutti  questi obiettivi che non sono solo una vetrina diplomatica, una passerella di grandi leader, ma una svolta essenziale per la stabilizzazione della Libia e del nord Africa

  • Ruolo dell’Italia ?

Stretta tra il vuoto conflittuale venutosi a creare nel mare nostrum e la coalizione dei paesi europei tesa soprattutto a mantenere i privilegi e il benessere acquisiti  che non vuole comprendere che lungo la riva sud del Mediterraneo c è una prima linea di gravissime problematiche che se esplodono rischiano di provocare conseguenze incontrollabili

  • E l’Europa ?

Il disinteresse delle capitali  nord europee, che attualmente dominano l’Unione,  sta provocando inevitabilmente spaccature in seno alla Ue stessa. Ma in definitiva l’Europa non potrà ignorare a lungo che il futuro della sponda africana e di quel continente è il futuro economico anche nostro e della stessa Europa. A partire dal drammatico problema dell’ immigrazione che senza la rinascita  della Libia non sarà risolto.

  • Conseguenze ?

Se l’Europa non interviene in Libia accanto all’Italia si ritroverà un’Africa neo colonizzata da cinesi e russi, come per altro sta indistintamente accadendo nell’altra area strategica, adriatico mediterranea, ovvero i Balcani, dimenticata da Bruxelles.

  • Che valenza ha la partecipazione di Angela Merkel alla Conferenza di Palermo ?

Segna una presa di distanza, l’avvio di una posizione autonoma rispetto la linea oltranzista e personalistica di Macron in Libia che non ha portato nessun reale risultato per la Francia. La presenta della Cancelliera Merkel ha una rilevanza internazionale: catalizza l’attenzione di diversi altri paesi europei e isola di fatto la politica francese in Libia, permettendo al generale Haftar- la cui presenza a Palermo è essenziale – e quindi al suo stretto alleato egiziano al-Sīsī di partecipare a pieno titolo senza veti, minacce e pressioni da parte di Parigi.

Libia dalla guerra infinita alla concreta chance di pace di Palermo

1973.- PERCHÈ SOLTANTO L’ONU POTREBBE DICHIARARE UN BLOCCO NAVALE DELLA LIBIA. SALTA IL PIANO DI MACRON.

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Protesta di donne libiche a Parigi.

L’ONU è una danzatrice di Valzer, che interviene quando lo chiedono i suoi padrini, oppure tace, non vede e non sente. Ricordate le armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein e, oggi, il genocidio nello Yemen da parte dell’Arabia Saudita, eletta, niente di meno, nella Commissione per i diritti delle donne. Anche le accuse di razzismo rivolte, senza fondamento, agli italiani e al Governo Conte sono una manifestazione di obbedienza ai noti poteri finanziari. Riguardo alla Libia, mercoledì 11 Aprile 2018 l’ONU ha dichiarato: “La Libia è un Paese senza diritti anche per i libici.” L’allora Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad Al Hussein tornava a contestare la politica italiana sui migranti, dicendo: «Uomini, donne e bambini in Libia sono detenuti in modo arbitrario, privati della libertà a seconda dell’appartenenza tribale, delle relazioni familiari e delle presunte affiliazioni politiche», si legge nel Rapporto. «Le vittime non hanno nessuna possibilità di ricorrere a strumenti legali, mentre i gruppi armati godono di un’impunità totale». E lo scorso novembre aveva dichiarato in un comunicato durissimo che «la sofferenza dei migranti detenuti nel Paese è un oltraggio alla coscienza dell’umanità», commentando le politiche dell’Unione Europea e dell’Italia a sostegno dei Centri di detenzione in Libia e della Guardia Costiera libica nell’intercettazione e nel respingimento dei migranti nel Mediterraneo. Perfettamente in sintonia con il suo successore Michelle Bachelet. Mi viene da chiedere: Alto Commissario di che? delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, e di chi? I migranti sono un prodotto e uno strumento del neocolonialismo dell’Occidente.

Veniamo al blocco navale. Ho partecipato alle missioni ONU e alle spalle c’è necessariamente una trattativa e un accordo diplomatico con ogni soggetto interessato. La capitolazione del governo serbo sotto la pressione dei bombardamenti NATO, nel 1998, portò al dispiegamento della missione ONU KFOR, disposta dal Consiglio di sicurezza a seguito di un accordo “a posteriori” includente Russia e Cina, a guida NATO e con una significativa presenza di truppe russe, a garanzia della Serbia. Sarebbe possibile oggi una missione ONU per garantire la pace e l’avvio verso libere elezioni in Libia? In Libia si sommano rifugiati e migranti, che si trovano nel mezzo di un conflitto fra i gruppi armati nel Paese e che ha costretto centinaia di migliaia di cittadini libici ad abbandonare le proprie case. Per incidens, a questi gruppi armati, le autorità libiche hanno delegato compiti di polizia e di giustizia. L’ultimo “Rapporto” dell’Alto Commissariato Zeid Ra’ad Al Hussein, parlava di migliaia di persone detenute nelle carceri del Paese in modo arbitrario e in condizioni disumane, senza accesso all’assistenza legale. Vi si confermava, con forte preoccupazione il ruolo chiave attribuito dal governo ai gruppi armati nel Paese.
Impossibile non chiedersi dove era l’Alto Commissariato UNHCR, quando venerdì 17 marzo 2011, con 10 voti a favore, 5 astenuti (Russia, Cina, Brasile, India e Germania) e nessun voto contrario, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu votò sì all’uso della forza contro Gheddafi, approvando l’uso di tutti i mezzi necessari per proteggere gli insorti, sostenuti da Sarkozy e praticamente, già sconfitti? L’unico limite imposto fu «nessuna forza occupante» in Libia. Piace ricordare che il viceministro degli Esteri libico Khalid Kaim, dopo il voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, si augurò che l’Italia restasse fuori dall’azione. Così non fu.

”Pace all’anima di Muhammad Gheddafi. Il 28 aprile, vi fu la prima missione di una coppia di Tornado contro obbiettivi militari libici, nella zona della città di Misurata. I decolli avvenivano dalla base aerea di Trapani-Birgi. Altre missioni furono effettuate il 29 aprile, e per tutta la durata dell’operazione militare. Vi presero parte anche gli AV8 Harrier II Plus della portaerei Giuseppe Garibaldi, e i cacciabombardieri AMX Ghibli. Ieri come oggi, l’Italia non poteva essere estromessa dal futuro della Libia.”

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La risoluzione ONU 1973 fu resa possibile perché venne meno il «no» di Russia e Cina. Gli USA, fino a pochi giorni prima titubanti, con diplomatica ipocrisia, mutarono posizione, temendo – dissero – il terrorismo e l’estremismo violento.

Da questa breve ricostruzione di quegli eventi, appare chiaro che gli interessi configgenti delle potenze in gioco e la frammentarietà della situazione politica in Libia, non consentono di ipotizzare né una invasione né il blocco navale della Libia. Appare altrettanto chiaro l’interesse della Francia, di Macron e di quelli cui fa capo, a ché, al più presto, si tengano elezioni in Libia, dalle quali si generi un governo con autorità su tutto il paese e da cui poter ottenere la stipula dei trattati necessari per la spartizione delle risorse energetiche della Libia, beffando l’ENI, l’Italia e il popolo libico.
Il governo fantoccio di Fayez Al-Sarraj voluto dall’ONU e appoggiato dall’Italia, non ha il controllo della Libia e, a malapena, per interposta persona, con patti e accordi di vario genere, controlla Tripoli, come abbiamo potuto vedere, appena nei giorni scorsi, con l’attacco della 7/a brigata di Al Kali. Ma è da Tripoli che transitano i nostri rifornimenti.
È di due ore fa la notizia, dataci dal Giornale.it che il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione del Regno Unito che estende di un anno la missione militare, ma non ha approvato la data del 10 dicembre per le elezioni, evitando, opportunamente, di fissare una data. Di più non si poteva chiedere, dopo la battaglia di Tripoli, scaturita dalle attività sobillatrici del governo Macron. Un Macron che si danneggia da solo, per nostra fortuna. Se, da un lato, la Francia fomenta i disordini, tenta di rovesciare Al-Sarraj e, dall’altra, preme perché si tengano elezioni libera fra le cannonate..Bene. Con questi “se” abbiamo la certezza che Macron non è affatto sicuro della sua politica e di sé.

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La risoluzione, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, è stata redatta dal Regno Unito e chiede elezioni presidenziali e legislative da tenere La Francia aveva insistito per “il prima possibile, a condizione che siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche”. Per l’ambasciatore francese all’Onu, François Delattre, era “più che mai essenziale avanzare nella transizione democratica in Libia”. Delattre aveva denunciato coloro che “ritarderebbero le scadenze con il pretesto che la situazione non lo permetterebbe”. “Una frase che, di fatto, era un j’accuse nei confronti dell’Italia che invece ha da sempre ritenuto fondamentale evitare elezioni prima della pacificazione reale del Paese.
La risoluzione, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, è stata redatta dal Regno Unito e chiede elezioni presidenziali e legislative da tenere “il prima possibile, a condizione che siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche”. La strategia degli Stati Uniti, molto simile a quella espressa dal governo Conte, è stata definita dal vice ambasciatore Jonathan Cohen. Il funzionario Usa aveva avvertito che “l’imposizione di scadenze false si ritorcerà” contro gli stessi ideatori e che porterebbe soltanto a nuove divisioni all’interno di un Paese già profondamente spaccato non solo sul presente ma anche sul futuro. Un segnale importante dell’asse fra Roma e Washington sul fronte libico.” Diciamo che, considerate anche le divisioni esistenti fra i partiti del Governo e malgrado i troppi attori sul palcoscenico, Giuseppe Conte sta portandoci dei risultati che non si vedevano da diversi anni.

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L’alternativa per l’Italia, per non essere esclusa dalla partita in Libia e per governare il problema dei migranti, sarebbe stata di venire a patti con Vladimir Putin che, dopo Tartus, mira ad avere un’altra base in Mediterraneo, che lo avvicini a Gibilterra. È soprattutto per questo che Putin ha sostenuto, dopo una fase di prudenza, il generale Khalifa Haftar. Haftar non è mai stato del tutto un uomo di Mosca; per 20 anni, al tempo dell’esilio impostogli da Muhammar Gheddafi, ha risieduto negli Stati Uniti. Questo lo escluderebbe dal potersi candidare alla presidenza, qualora le elezioni si tenessero dopo il referendum approvativo della costituzione libica, che lo vieta per chi è stato lontano dal paese per 20 anni. Sono noti anche i rapporti che il generale ha con i francesi.

Moavero vola da Haftar a Bengasi, 'ampia convergenza'

Finalmente, abbiamo assistito al disgelo nei rapporti fra l’Italia e il generale Haftar.
Nel recente incontro di Bengasi, con il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, abbiamo visto aprirsi una pagina nuova, di speranza per la Libia e per l’Italia. Il maresciallo Khalifa Haftar, l’uomo di Tobruk, l’alleato di Macron si dimostra un’alternativa capace di dare un futuro a tutti i libici. Le urne lo diranno, ma quando saranno cessate le ingerenze di quanti hanno di mira soltanto i loro interessi. Con gli incontri di Washington, del Cairo e di Bengasi, abbiamo aperto a un orizzonte di speranze.
Haftar, voltando pagina, ha offerto all’Italia di cooperare alla realizzazione di “un suo piano per la gestione dei flussi migratori, “che prevede un meccanismo di controllo della frontiera, in particolare del fianco sud, del deserto”. Diamo atto anche al ministro Moavero e alla Farnesina di questo risultato. Moavero ha illustrato, a sua volta, il piano davanti alle commissioni Esteri di Camera e Senato. Vi si prevedono:”posti di frontiera, pattugliamenti, collegamenti, naturalmente per via aerea, data l’ampiezza della zona e la carenza di infrastrutture”, con i relativi costi”. Una riflessione sui costi direbbe che i milioni necessari alla realizzazione del piano sarebbero meglio spesi di quelli per la finta accoglienza. Sottrarre allo sfruttamento dei trafficanti la gioventù africana che attraversa la Libia è un dovere e significa anche tutelare le frontiere esterne, italiane e dell’Unione europea.

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Il ministro si è riservato di sottoporre il piano alla competenza del Parlamento, anche “perché riteniamo che su questo genere di questione occorra una presa di responsabilità da parte dell’Europa”. È giunta l’ora che l’Unione europea faccia chiarezza anche nella politica estera dei suoi membri. Strasburgo dica se la Francia può essere una grande potenza, ostile ai nostri interessi; se il suo franco africano può continuare a essere fra le cause della migrazione; se Italia e Francia sono alleati o rivali. Da parte italiana, sicuramente, la Farnesina sta tessendo la sua azione nell’interesse degli italiani e dei libici e, se l’Unione europea non soddisfa le nostre aspettative, c’è Donald Trump che non dimentica il nostro peso strategico e la nostra fedeltà all’Alleanza Atlantica.
Da tutto quanto si è detto finora, si dimostra l’insuccesso e l’inutilità di continuare nell’operazione Sophia, ufficialmente denominata EunavForMed (European Union Naval Force Mediterranean) Sophia. Il ministro della Difesa Trenta ha dichiarato: «Chi ci ha preceduto aveva fatto in modo che tutti i migranti soccorsi dalle navi europee nel Mediterraneo venissero portati in Italia. Un principio inaccettabile che vogliamo rivedere» Ecco, ancora una volta, che si aggirano le cause del problema migrazione e non si va in Africa, alla sua radice. Ma di questo abbiamo parlato ampiamente. La debolezza di ogni accordo trae origine dalla situazione dei paesi africani, dalla nostra debolezza e dalla alterna utilità dell’ONU. Non possiamo sbarcare in Libia senza un mandato condiviso da un governo libico e, senza una risoluzione dell’ONU, nemmeno possiamo percorrere l’opzione del blocco navale. Per la Libia, la Farnesina sta lavorando a una soluzione politica. La nostra migliore possibilità, in linea con ciò che i libici rappresentano per noi, sta nell’offrirci al loro fianco, per tentare di ricostruire quanto è stato distrutto. È anche quanto scaturisce dalla offerta di Khalifa Haftar al ministro Moavero. Finalmente!

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Fin qui, il nostro punto di vista e i nostri commenti. Come d’uso, propongo il punta di vista di un’altra fonte. Lorenzo Vita, dagli Occhi della Guerra, titola:

UN BLOCCO NAVALE PER LA LIBIA?

Nonostante l’attenzione del mondo sulle operazioni russe sia naturalmente concentrato sulla Siria, la Libia rappresenta un punto fondamentale nell’agenda mediterranea del Cremlino. Per Mosca, il Mediterraneo rappresenta il naturale sbocco verso l’Atlantico. Controllare o comunque garantire la presenza nel Mediterraneo si traduce quindi nella capacità di uscire dal guscio del Mar Nero e ottenere posizioni nel mare intermedio fra i porti russi e l’oceano.

Il Mediterraneo serve. E dunque serve la Libia, visto che il conflitto che sta sconvolgendo da anni il Paese nordafricano riguarda principalmente le coste, dove sono presenti porti, arsenali, possibili basi militari e, inevitabilmente, i terminali dei giacimenti di gas e petrolio.
A tre anni dall’inizio dell’ operazione Sophia, ufficialmente European Union Naval Force Mediterranean, il tema migranti continua a essere centrale nel dibattito politico italiano ed europeo. Il caso della nave Diciotti della Guardia Costiera e l’incapacità dell’Unione europea di rispondere alle richieste di aiuto del governo italiano, continuano a provocare frizioni in Italia ne in Europa. E si torna a parlare con insistenza di un blocco navale davanti alle coste della Libia.

L’idea del blocco navale circola ormai con insistenza in larga parte della politica e dell’elettorato italiano. Molti esponenti politici chiedono che esso venga effettuato il prima possibile. Per molti, è l’unica soluzione per risolvere definitivamente il problema dell’arrivo dei barconi che partono dalla Libia e che si dirigono verso l’Italia.

Ma è davvero possibile effettuare un blocco navale di fronte alla Libia? Innanzitutto bisogna capire cosa sia effettivamente un “blocco navale”. Come spiegato dall’ammiraglio Fabio Caffio nel suo Glossario di Diritto del mare, “Il blocco navale (naval blockade) è una classica misura di guerra volta a impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di un belligerante”. E già da questa definizione è facile capire che il blocco navale sia un concetto quantomeno rischioso nel caso di Italia e Libia.

Tripoli è un nostro partner, non un Paese belligerante. E questo incide profondamente sulle capacità di manovra del nostro governo, che rischia di mettere in atto un vero e proprio atto di guerra nei confronti di uno Stato con cui sta dialogando da anni.Senza l’assenso di Tripoli, quindi di Fayez al Sarraj, e delle Nazioni Unite, il blocco navale non potrebbe più essere considerato un’operazione di tutela dei propri confini, ma una sorta di dichiarazione di guerra.

E veniamo quindi al secondo punto: Sarraj può realmente accettare un accordo con l’Italia su un blocco navale? È evidente che un gesto simile sarebbe controproducente per un governo che è costantemente sotto pressioni interne e e che rischia di cadere da un momento all’altro. Possiamo credere che un governo che controlla a malapena Tripoli e che sta faticosamente mettendo in atto una politica di pacificazione interna, possa accettare che l’Italia (l’ex potenza coloniale) si imponga con le sue navi di fronte alle coste libiche?

Difficile. Si può provare a chiedere un accordo, ma il rischio di rompere i fragili equilibri dei rapporti fra Roma e Tripoli è molto alto. Ed è rischioso, soprattutto se vogliamo strappare definitivamente la Libia alle mani della Francia.

In questo delicato gioco di leadership sulla Libia, imporre adesso un blocco navale rischia di interrompere la strategia del governo di Giuseppe Conte, che sta rosicchiando terreno a Emmanuel Macron proprio sfruttando l’erosione del consenso libico verso i francesi. E lo sta facendo anche grazie ai rapporti che si stanno instaurando (faticosamente) non solo con Sarraj ma anche con Khalifa Haftar.

L’alternativa al blocco navale, che sembra invocato molto spesso senza avere ben chiaro cosa possa comportare, sarebbe passare alla fase Tre dell’operazione Sophia. La campagna navale promossa dall’Unione europea è infatti definita su quattro fasi ben distinti. E il passaggio dall’una all’altra deve essere definita da una risoluzione delle Nazioni unite e dal consenso dello Stato costiero interessato.

Come spiega il sito del ministero della Difesa, la fase Tre dell’operazione è quella “volta a neutralizzare le imbarcazioni e le strutture logistiche usate dai contrabbandieri e trafficanti sia in mare che a terra e quindi contribuire agli sforzi internazionali per scoraggiare gli stessi contrabbandieri nell’impegnarsi in ulteriori attività criminali”.

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Questa terza fase sarebbe effettivamente l’unica in grado di cambiare radicalmente il quadro operativo della missione, perché consentirebbe ai Paesi coinvolti, e in particolare all’Italia – che detiene il Comando in mare della Task Force con la Nave San Marco, quale flagship dell’operazione – di entrare direttamente in acque territoriali libiche e a terra per colpire il traffico di migranti irregolari.

Ma è possibile credere che l’Onu e la Libia concordino con il passaggio a questa terza fase dell’operazione Eunavfor Med? Come visto sopra, è complicato. Soprattutto perché gli ultimi blocchi navali noti nell’area del Mediterraneo allargato sono quello di Israele su Gaza e quello della coalizione a guida saudita in Yemen. Non certo esempi utili per farlo accettare alle milizie libiche legate o alla Francia o al terrorismo islamico. Ma non è impossibile.

L’Italia dovrà puntare assolutamente su questo. Non parlare di blocco navale, ma di fase tre dell’operazione Sophia. In questo modo non solo non saremmo percepiti come potenza che interferisce nella sovranità della Libia, ma daremmo un quadro di legittimità giuridica e politica a un’operazione molto incisiva senza poterla tacciare di atto di guerra. Bisogna andare in punta di fioretto: solo così fermeremo il traffico di irregolari trattenendo comunque la Libia sotto la nostra leadership.

1917.- Cos’è il Mediterraneo allargato dove Trump vuole Roma protagonista

“Gli occhi della guerra” ha pubblicato una serie di riflessioni sull’interesse nazionale italiano tornato a rivestire, anche in politica, la posizione tra Occidente e Oriente che madre natura ci ha dato. Nell’incontro alla Casa Bianca fra Donald Trump e Giuseppe Conte si è rifondato un rapporto particolare nel Mediterraneo. Un rapporto che forse spiega anche perche’, nell’intero periodo della Guerra Fredda (lasciamo nel suo ambito ristretto la crisi di Sigonella del 1986), gli USA hanno impedito ai francesi e ai britannici di nuocere ai nostri interessi in Libia. Il ritorno dell’Italia al centro della politica estera USA deve riguardare, naturalmente, anche i rapporti dei due Paesi con l’Unione europea, con particolare attenzione alla Germania; ma la diplomazia italiana deve poter dialogare in Mediterraneo con tutte le parti in causa se si vuole guadagnare la stabilizzazione della Libia.

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Le due portaerei del Gruppo d’attacco dell’US NAVY in Mediterraneo con, al centro, la portaerei De Gaulle seguita dal Cavour.

Giuseppe Conte è uscito da questo summit con Donald Trump con la garanzia che l’Italia sarà partner privilegiato degli Stati Uniti per il Mediterraneo allargato. “Da oggi abbiamo un fatto nuovo, significativo: una cabina di regia permanente Italia-Usa nel Mediterraneo allargato, è una cooperazione strategica, quasi un gemellaggio, in virtù del quale l’Italia diventa punto di riferimento in Europa e interlocutore privilegiato per le principali sfide del terrorismo e di tutte le crisi del Mediterraneo, con particolare riguardo alla Libia”.

Il Mediterraneo allargato

Il concetto espresso da Conte in conferenza stampa forse è stato sottovalutato da molti. Concentrandosi sulla parola “Mediterraneo”, ci si è soffermati poco sull’aggettivo al suo fianco: allargato. Ma è invece lì la differenza sostanziale che c’è fra quello che noi riteniamo essere il bacino cui faceva riferimento Conte insieme a Trump e quello che invece risulta da questa definizione. Perché confondere il Mar Mediterraneo con il Mediterraneo allargato rischia di creare confusione.

Il concetto di Mediterraneo allargato nasce dall’esigenza di definire quell’area che ha il nostro mare come bacino principale, ma a sua volta collegandolo a tutti i mari e a tutte le aree che lo circondano e che, apparentemente, non rientrano nel suo ambito. Il Mediterraneo per come lo intendiamo noi è un mare piccolo, semichiuso, fondamentalmente secondario nelle logiche delle grandi potenze internazionali. Ma preso insieme ad altre aree ed altri bacini ad esso vicini o collegati culturalmente, politicamente e geograficamente, il Mediterraneo diventa il centro di interessi strategici fondamentali che ad esso sono connessi.

Ecco che allora il Mediterraneo allarga i suoi confini. Non si ferma a Gibilterra, ma arriva all’Atlantico finendo alle Canarie e alla costa occidentale dell’Africa settentrionale. A sud, non c’è più la costa mediterranea a fungere da confine:ma si deve guardare per forza al Sahel, visto che le sue crisi colpiscono direttamente il Mare Nostrum. A nord-est, il confine arriva direttamente in Crimea: il Mar Nero è parte integrante di questo sistema. E infine, ancora più a Est e Sud-est, bisogna fare particolare attenzione a questa “cabina di regia” fra Italia e Stati Uniti.

Il Mediterraneo allargato, infatti, non solo lambisce, ma penetra in Medio Oriente. Sicuramente ne fa parte il Mar Rosso e certamente ne fa parte anche il Corno d’Africa. Ma c’è addirittura chi si spinge oltre e considera il Golfo Persico come un bacino che rientra in questo concetto geopolitico. E allora, i nostri orizzonti devono estendersi anche in settori che consideriamo (colpevolmente) lontani. Ma sono aree dove i nostri interessi strategici sono ben più presenti di quanto possiamo immaginare.

L’Italia pioniera del Mediterraneo allargato

Per l’Italia questa sfida è il frutto di decenni di strategia. Perché per i governi italiani è stato sempre chiaro che non si potevano ridurre i nostri confini strategici al Mediterraneo come lo conosciamo dalle carte geografiche. Perché gli interessi commerciali italiani che transitano per il Canale di Suez, porta sudorientale del nostro mare, sono a loro volta costretti a transitare per il Golfo di Aden, Bab el Mandeb e il Mar Rosso. E non a caso nella campagna contro la pirateria la Marina italiana è sempre stata in prima linea. I nostri interessi hanno un orizzonte che giunge direttamente sulle coste della Penisola arabica

Questo percorso di avvicinamento è stato costante ma da sempre chiaro. Lo è stato dall’intervento militare in Libano del 1982 fino ai nostri giorni, con le missioni nelle aree di nostro interesse. Siamo parte di un’Alleanza, certo, ma siamo anche un Paese che molto spesso sottovaluta se stesso e si dimentica che partecipare a certe crisi significa anche mantenere contatti e controllo che le guerre e i rovesciamenti rischiano di minare nel profondo.

Non esserci, significa non tornare più. Lo si è capito in Libia, quando o intervenivamo o perdevamo tutto quello che avevamo guadagnato in anni di accordi. Ma lo si capisce anche nella stessa Siria, Paese con cui l’Italia aveva ottimi rapporti commerciali. E lo si capisce anche con l’Iran e cosa stanno comportando le sanzioni per la nostra imprenditoria.

Una carta da giocare bene

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Grazie anche a un’interessante convergenza di fattori interni ed esterni, Conte ha trasformato la simpatia e l’affinità elettiva con Trump in un risultato politico che ci pone al centro della strategia americana per il fronte Sud dell’Europa.

Il ruolo che Conte è riuscito a strappare al vertice con Trump è fondamentale. Se l’Italia saprà sfruttare al meglio l’opportunità di queste convergenze di fattori, interni ed esterni, che ci rendono interlocutore privilegiato a Washington e allo stesso tempo amici di Mosca, possiamo effettivamente ripristinare una certa influenza italiana nell’area di tutti i bacini di nostro interesse.

Naturalmente, questa carta va giocata bene. Da un punto di vista strategico, questa cabina di regia deve diventare un modo per sfruttare, da gregari (perché la superpotenza è chiaramente un’altra), una via per essere riconosciuti come interlocutori dei Paesi che vivono e si occupano di questa vasta area che va dal Sahel alle Alpi, dall’Atlantico al Golfo Persico.

Ma è anche il riconoscimento di un ruolo cui l’Italia, fondamentalmente, ha sempre ambito. Il governo Conte ha ottenuto un ruolo che strategicamente Roma ha sempre voluto. Quindi l’obiettivo, a questo punto, deve essere trasformare la contingenza favorevole in un’idea di sistema. Gli Stati Uniti avranno chiaramente la leadership. È del tutto evidente che l’Italia non può diventare la potenza mediterranea. Ma questo “gemellaggio” ci dà intanto la guida della stabilizzazione della Libia. Ora sarà a noi essere capaci di gestire al meglio la situazione senza trasformarci soltanto in pedine della strategia americana

1904.- Il governo fa bene a puntare sulla Libia. Il generale di Squadra Aerea Mario Arpino spiega perché

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Quella del ministro Trenta è una politica “giusta nei modi e nei tempi”, utile soprattutto a contrastare le iniziative della Francia, da sempre ostile alla nostra presenza in Nord Africa. Conversazione con il generale Mario Arpino, già capo di Stato Maggiore della Difesa (dal 15 febbraio 1999, fino al marzo 2001).

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“Una politica organica, corretta nei modi e nei tempi, anche in risposta ad analoghe iniziative francesi”. Così Mario Arpino, generale dell’Aeronautica militare e già capo di Stato Maggiore della Difesa, descrive la due-giorni del ministro Elisabetta Trenta in Tunisia e Libia. Tra “la storica competizione” con la Francia e l’esigenza di stabilizzare l’area del nord Africa, abbiamo chiesto al generale di commentare il viaggio “a sorpresa” della titolare del dicastero di via XX settembre, che fa seguito alle recenti visite dei ministri di Interno ed Esteri, Matteo Salvini ed Enzo Moavero Milanesi. In sintesi, il governo sta dimostrando di muoversi in modo “organico e sistematico”.

Generale, come interpreta la strategia del ministro Trenta, che ieri era in Tunisia e oggi in Libia?

Ritengo che queste visite siano molto importanti, anche perché stanno riprendendo la politica del precedente ministro dell’Interno, Marco Minniti. Al di là di grida e sussurri, la politica resta tutto sommano la stessa, e anzi sembra essere stata ripresa in modo anche più organico. Quella del ministro Trenta non è l’unica visita in Libia, e spero che lei stessa vada anche in Egitto (come ha fatto di recente Salvini e farà prossimamente Moavero Milanesi, ndr). Mi sembra la giusta risposta, con tempi immediati, ad analoghe azioni portate avanti dai francesi, i quali stanno perseverando nel tentativo di furto delle iniziative dell’Italia in nord Africa, ma d’altronde non si tratta di politiche nuove. Ad ogni modo, tornando alla sua domanda e a prescindere dalla Francia, mi sembra un’iniziativa corretta nei tempi e nei modi.

Dunque, secondo lei si può parlare di una vera e propria competizione tra Italia e Francia per acquisire influenza sulla Libia?

Purtroppo sì. E questo, come sta già succedendo, finirà per precludere o rallentare tutto il processo di distensione nell’area del Mediterraneo tra Roma e Parigi. Dietro c’è la lotta tra Eni e Total, insieme a molte altre cose che non conosciamo, anche se è così da sempre. La Francia non ha mai visto di buon grado la presenza italiana nel nord Africa, sin da quando abbiamo preso la Libia nel 1911-1912. Prima della Seconda guerra mondiale, Italo Balbo, che dal 1934 era governatore della Libia, non sapeva se tamponare il confine orientale od occidentale. Quando nel 1938 si iniziò a pensare alla difesa della colonia, si ritenne molto più pericoloso il settore ovest, cioè il confine con la Tunisia francese, piuttosto che il settore est, dove c’erano gli inglesi. Non a caso, Balbo creò un battaglione di paracadutisti libici, guidati dal generale dell’Aeronautica italiana, Goffredo Tonini, con i quali mise in atto un esercitazione di massa nella zona della Gefara, antistante il confine con la Tunisia. Fino alla sua neutralizzazione durante la guerra, la Francia è stata ritenuta molto più pericolosa, considerando tra l’altro che i suoi tentativi di penetrazione in Libia, da sud e da est, proseguirono anche dopo. Insomma, la Francia ci ha sempre un po’ tarpato le ali in nord Africa.

Considerando i recenti viaggi nel Paese di Salvini e Moavero Milanesi, pare che il governo abbia affrontato con decisione il dossier. È così?

Sì. Si tratta, come detto, di un approccio organico, ovvero selettivo e qualitativo per materia e per competenza. È l’intero governo che si sta muovendo. Prima, si muoveva solo il povero Minniti che faceva la parte degli altri e che non era nemmeno ben visto da tutti all’interno del suo stesso partito, da cui sono arrivate anche critiche aperte. Ora, non ci sono critiche ed è tutta la politica nazionale che si sta svolgendo in modo organico e sistematico.

Lo scopo della visita odierna, fanno sapere da Palazzo Baracchini, è procedere verso gli obiettivi di “stabilizzazione dell’aerea e contenimento dei flussi migratori”. Quanto sono connessi questi due elementi?

Sono estremamente legati. Il contenimento non si può fare senza accordi precisi e stabili con il governo libico e con i vari governi dell’area. Per farlo, serve stabilità, ma questa è impossibile fino a quando ci sarà l’anarchia di organizzazioni criminali (e non tribale, visto che a mio avviso le tribù c’entrano ben poco) e fino a quando l’area sarà campo fertile per le organizzazioni criminali che, a catena, con una spinta dal sub-Sahel spostano i migranti. Il contrasto ai consorzi criminali e la stabilizzazione sono premesse indispensabili affinché i governi possano stringere accordi sostenibili.

Questo si lega evidentemente alla missione in Niger. La ritiene un impegno rilevante per questa strategia di stabilizzazione e contenimento?

Certo, ed è importante proseguirla per i motivi e per le finalità con cui è nata fin dall’inizio. È importante che non si deformi. Dopo alcuni problemi, sembra che con l’incontro a Roma tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il presidente del Niger Mahamadou Issoufou, i termini siano tornati quelli iniziali. Ora, la missione va proseguita.

E poi?

E poi, tornando alla Libia, bisognerebbe andare oltre, fino nelle zone del Fezzan che hanno bisogno di stabilizzazione, poiché anche da lì si origina il mercato degli schiavi, di poveri popoli prima incitati e poi trasportati, a ondate, dal Sudan e dal Niger, con almeno tra passaggi di mano che avvengono anche in Libia. Certo, l’Italia non può affrontare il problema da sola. Con amici che non sono amici ma infidi, ci troviamo a doverci arrangiare fin dove possiamo arrivare con le forze a nostra disposizione, e intendo non le forze militari, ma la capacità di stipulare accordi diplomatici che a sua volta prevede, almeno in fieri, una robustezza militare da poter manifestare e dispiegare.

Stefano Pioppi, formichen

1856.- LIBIA: UNA SERIE DI INIZIATIVE UMANITARIE IN STRETTA SINERGIA CON OPERAZIONI MILITARI.

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Nei momenti di maggiore crisi del fenomeno, anzi, del traffico migratorio, nell’Unione Europea, si è parlato spesso di un piano che preveda una serie di iniziative umanitarie in stretta sinergia con operazioni militari. In prima linea dovrebbe esserci l’Italia i cui governi di questi ultimi anni hanno deciso di subire questa invasione, ma non potrebbero mancare Francia e Germania, che si sono attribuite il ruolo di direttorio e, naturalmente, gli USA. In pratica, possiamo ragionevolmente ipotizzare che il traffico di esseri umani e la schiavitù dei migranti “economici” africani, prigionieri dei trafficanti, in Libia, diventerà un nuovo business dei poteri finanziari mondiali, attraverso ONG occidentali, Agenzie Umanitarie ONU e – immancabile – l’Organizzazione Mondiale per l’Immigrazione (International Organization for Migration o I.O.M.), ma non rappresenterà l’obbiettivo principale. Quando si confrontano i diritti umani con gli interessi delle lobby finanziarie e petrolifere, l’ipocrisia la fa da padrona, come viene sempre denunciato.
In pratica, dovrebbe trattarsi di una duplice joint operation, sinergica, umanitaria e militare, fra le Nazioni Unite, l’Unione Africana e l’Unione Europea, ufficialmente, per salvare gli immigrati africani intrappolati in Libia, obbiettivo più che secondario, inevitabilmente, rispetto a quello di comporre le ambizioni dei paesi che intendono assicurarsi il controllo della Libia e dei suoi immensi giacimenti di petrolio e gas naturale, sottratti all’egemonia dell’Italia, che ai tempi di Muhammar Gheddafi – pace all’anima sua – godeva, attraverso l’ENI, di una posizione di monopolio sullo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi libici.

Quindi e se USA, Russia, Gran Bretagna, Francia, Egitto e Germania trovassero un punto di accordo, assisteremmo a una serie di iniziative umanitarie in stretta sinergia con operazioni militari. Saranno rivolte, anzitutto, agli immigrati e rifugiati presenti nei campi di detenzione o, meglio, di concentramento esistenti in Libia e a questi sarà fornita l’assistenza umanitaria. Insieme a queste iniziative, assisteremmo a operazioni militari congiunte per smantellare le reti dei trafficanti di esseri umani e dei contrabbandieri del petrolio libico e, forse, con l’occupazione militare, si potrà garantire una stabilità alla Libia; ma chi conosce la Libia e la storia delle sue tribù, quata garanzia è pura utopia. La Libia è ingovernabile, così com’è, tuttora, sconvolta dalla guerra civile. È così dal 2011, da quando, cioè, Francia, Gran Bretagna e USA decisero di opporsi al progetto finanziario del Dinaro Oro di Muhammar Gheddafi creando una falsa Primavera Araba e assassinando il Colonello. La sua morte brutale ha creato in Libia il caos e non so quanto potranno avvalersene coloro che l’hanno voluta. Così, è tutto da verificare se trarranno vantaggio dal dilagare del terrorismo salafita di origine saudita in tutto il Nord Africa e nell’Africa Occidentale.

Regna l’assoluto riserbo sui contingenti militari dei Paesi già presenti in Libia e se si partirà da questi per estirpare i trafficanti di esseri umani e i contrabbandieri del petrolio. Quanto all’obbiettivo di stabilizzare la Libia, possiamo affermare, senza ombra di dubbio,che si tratti di una chimera. Molto dipenderà dal Generale Khalifa Belqasim Haftar, che comanda il Consiglio nazionale di transizione libico. Haftar non è proprio amico dell’Italia, che insieme agli Usa, sostiene al-Sarray. Macron ha tentato il colpo gobbo, con l’incontro dei due opponenti libici all’Eliseo, ma i fatti dicono che l’iniziativa ha avuto scarso successo, a parte confermare la nullità della nostra diplomazia e la nostra assenza.

in tutto questo, degli immigrati ridotti in schiavitú si parla poco e niente.

La proposta della duplice joint operation costituisce un’altra iniziativa della Francia, fino a ieri, sostenuta dalla Germania. Prendendo come pretesto la sicurezza degli immigrati si vuole anche incontrare l’ondata montante di dissenso fra gli europei contro i flussi migratori. I migranti, partiti da casa con i portafogli ben forniti, sono stati fortunati perché o li hanno “salvati” le ONG dalle onde del mare o saranno “salvati” dai loro aguzzini dalle truppe della joint operation. Ora, saranno, prima, espulsi e, poi, rimpatriati “a domanda” e con un mucchietto di euro in mano, verso i Paesi d’origine.
Anche “secondo gli osservatori africani, parlare di rimpatrio volontario è un eufemismo, in quanto è chiara l’intenzione dei Paesi europei di non accogliere gli immigrati africani intrappolati in Libia. Dinanzi a questo netto rifiuto gli immigrati non avranno altra scelta che accettare i rimpatri assistiti. Il IOM ha dichiarato di essere in grado di rimpatriare 10.000 immigrati”: nulla! Secondo notizie fornite dal sito di informazione africano “Slate Afrique”, 3.800 immigrati sono già stati rimpatriati dalla Libia. Notizia confermata dal Presidente della Commissione UA, Moussa Faki Mahamat, precisando che si trattava di immigrati ritrovati in un campo di detenzione vicino a Tripoli, quindi di più facile accesso rispetto agli altri campi di detenzione conosciuti.

Contatti non ufficiali sono avvenuti con alcuni Paesi africani disponibili ad accogliere i rifugiati presenti in Libia dietro cospicuo compenso finanziario per ogni rifugiati accolto. Come saranno accolti e integrati? Non interessa a nessuno. Anche in questo caso, i rifugiati rappresentano semplicemente un ottimo affare che non ha che fare con l’ostentata solidarietà panafricana e, d’altra parte, è evidente che, per concretezza, dovremmo parlare di chi li ha ingannati e di loro, che si sono fatti ingannare.
Ora, di fronte all’entità dell’invasione in atto, non si può più parlare di migrazione e, ancora meno, di integrazione e l’esigenza primaria è di diminuire la pressione migratoria sull’Europa. Uno dei problemi che sono stati abilmente nascosti dai media occidentali è l’impossibilità di integrare e assimilare le culture africane, con le loro superstizioni, i loro sacrifici umani rituali, le vendette, i saccheggi, il cannibalismo delle tribù e dei popoli sub sahariani e, poi, le mattanze islamiche e lo sgozzamento di noi infedeli. L’Europa rischia di diventare un altro Sudafrica, dove prevarranno le orge di ultraviolenza degli africani, la cultura dei riti di stregoneria ancestrali, il cannibalismo e altre schifezze dei selvaggi. Ma nessuno ne parla. Un minimo di informazione metterebbe a conoscenza di tutti la mattanza dei bianchi in Sudafrica, oppure, di come e con quali riti le mafie nigeriane governano il territorio…in Italia!

A causa dell’ostilità francese, ogni intervento militare o umanitario italiano in Libia non è attuabile. Da O L’Indro : “Alcuni osservatori africani nutrono il dubbio che la proposta di rimpatrio avanzata da Parigi sia stata anche pensata per impedire una qualsiasi presenza italiana in Libia e per evitare un rafforzamento politico di Roma che andrebbe a favore degli interessi petroliferi di ENI, nemico numero uno del Governo e delle multinazionali petrolifere francesi che si stanno facendo largo in Libia.” Invece, per interrompere il traffico di esseri umani dei trafficanti e il contrabbando e rimpatriare i loro detenuti, è necessario l’ordine militare e, fino a che ci sarà guerra civile, non potrà essere libico.
“Ma le operazioni di rimpatrio non sono così facili come da più parti si lascia intendere. A spiegarcelo è ‘African Slate’ in un articolo del 1° dicembre. «Si stima che vi siano dai 400 ai 700.000 immigrati africani intrappolati in Libia. Il Governo di Tripoli assicura che vi sono 42 campi di detenzione ma sappiamo che ve ne sono molti di più. In questi campi ufficiali vi sarebbero circa 15.000 immigrati, ma la maggioranza di questa massa di disperati soggetti ad ogni tipo di violenza e sopruso sono detenuti in campi segreti controllati dalle milizie vicine al Governo di Accordo Nazionale GNA e al Primo Ministro Fayez al-Sarraj. Questi detenuti sono fonte di guadagno per queste milizie e per il GNA che chiedono riscatti alle famiglie o li vendono come schiavi. Gli immigrati sono divenuti un lucroso commercio per Tripoli e le sue milizie, gestito da un network malavitoso che va al di la degli scafisti, semplici collaboratori». Stiamo parlando delle stesse milizie con le quali l’Italia fece accordi?

1838.- L’Aquarius, George Soros e Gino Strada. Le Ong sfidano il governo: è battaglia nel Mediterraneo –

Chiamano l’importazione di migranti SALVATAGGI.MA SI CHIAMA TRUFFA A MEZZO LEGGE.
Li raccolgono in mare, sempre sullo stesso punto, né un miglio più né uno meno, CON L’INTENZIONE di traghettarli in ITALIA, e la Guardia Costiera lo sa bene. E, per farlo, invocano in diritto marinaro….

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Prima due parole sull’Aquarius. L’Aquarius,costa 11.000 € a vari assetti finanziari. Uno dei soci fondatori di SOS MEDITERRANEE è Cospe Onlus, onlus italiana che si occupa di migranti ed integrazione. Cospe è finanziata dalla UE, dai nostri ministeri degli Interni e degli Esteri, e da altre istituzioni pubbliche. Tra i sostenitori troviamo anche la Open Society Foundations di George Soros, come documentato dai file di Wikileaks.

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Aquarius appartiene a SOS Mediterranée. E’ associata con e imbarca pure personale di Medici Senza Frontiere per il supporto medico e anche supporto economico per la locazione della nave Aquarius. Dal febbraio 2016, è in Mediterraneo e si calcola che, fino ad oggi, avrà caricato 40.000 migranti economici (pagano 5-6.000 € l’uno) nel suo avanti e indietro, dalla Sicilia, fino sempre allo stesso punto del mare libico.

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Un sindaco non può disattendere le direttive del Ministro degli Interni perché, per quanto riguarda la sicurezza, è ufficiale di governo,subordinato al Prefetto che, quantomeno, ma molto “meno”, deve diffidarlo.
Facciamo due conti: L’Aquarius, ora, ha imbarcato 123 minori non accompagnati x45€ a testa=5.535 al giorno + 506 adulti x 35 € = 17.710 al giorno per un totale di 23.245 € al giorno, 23.245 €! Quanto spetterebbe a forfait, al sindaco del porto che, da ufficiale del governo trasgredisse l’ordine del governo?ne varrebbe la pena? E vogliamo parlare dei bambini? 28 minori al giorno scompaiono, togliendo i finti minorenni, i bambini veri e non accompagnati si può ben immaginare quale altro traffico alimentino: Pedofilia o organi? Scelgano i buonisti.


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Quando l’inviato di Report salì sulla famigerata nave di Sos Mediterraneé, l’Ong francese che gestisce la nave Aquarius insieme a Medici Senza Frontiere: “DIALOGAVA CON I TRAFFICANTI”. La sequenza svela come avvengono realmente le operazioni di ‘salvataggio’ dei clandestini a largo delle coste libiche. In un sms un volontario delle ONG rivela a Report : «Avevamo l’ordine di non riprendere i barchini con gli scafisti, altrimenti ci avrebbero lasciato a casa». Le immagini confermano quanto scritto nel rapporto riservato di Frontex.
Insomma: Ong complici del traffico con i miliziani libici.

Durante un soccorso del 18 maggio 2017, le telecamere Rai riprendono nello stesso spicchio di mare due barconi carichi di migranti, due un gommone di salvataggio, una motovedetta libica, la nave Prudence di MsF, la Phoenix di Moas, la Iuventa, la Golfo Azzurro di Proactiva Open Arms, Sea Eye e pure un barchino non identificato. A bordo sostengono si tratti di “pescatori”, ma diverse inchieste giornalistiche hanno dimostrato che – in realtà – sono “facilitatori” o trafficanti (a bordo infatti non hanno reti da pesca). Sopra di loro vola un elicottero dell’operazione Sophia di Enuav for Med.

Chi sono quei quattro uomini sulla motovedetta libica? Secondo il comando della Guardia Costiera di Tripoli, sentito da Report, non sarebbero loro uomini. Non è escluso, dunque, che in realtà si tratti di miliziani libici. Ovvero trafficanti. Bisogna ricordare che l’accordo tra Al Serraj e il ministro Minniti che ha permesso al governo libico di prendere il controllo delle coste è successivo alle immagini raccolte dalla trasmissione di Rai3. La motovedetta si avvicina ad uno dei barconi usati per il trasporto di carne umana e lo incendia, non prima però di aver tratto in salvo il motore. A quanto pare a quei libici interessa e non poco recuperare le imbarcazioni: per questo dietro la nave di Medici Senza Frontiere viene consegnato un barcone alla motovedetta libica, nonostante il codice dei soccorsi preveda sia l’Ong a distruggerlo per impedire che torni nelle mani dei trafficanti. Le telecamere di Report riprendono anche una barca di facilitatori che “indica” la barca di Sos Mediterraneé ai migranti, “come a dire: adesso vi vengono a prendere loro”. Un’ulteriore prova di come i trafficanti utilizzassero la presenza delle Ong per aumentare le partenze, incrementare i guadagni e moltiplicare gli sbarchi in Italia. E infatti subito dopo arrivano i soccorsi per recuperare i migranti. Quando i soccorritori delle Ong si allontanano, i facilitatori si avvicinano come a controllare qualcosa. Ed ecco il saluto: ad un certo punto, però, operatori umanitari e scafisti si salutano. Come se fossero amici.
A rendere particolare l’ultimo traghettamento dei trafficanti umanitari, il comunicato post ‘salvataggio’ della stessa Ong, che sembra una sorta di tentativo di crearsi un alibi in caso di indagini.

Durante il soccorso erano presenti nell’area due piccole barche da pesca. Sebbene i loro occupanti non abbiano ostacolato il salvataggio, i nostri team hanno assistito all’estrazione del motore e della benzina dal gommone da parte degli occupanti di questi pescherecci una volta completata l’operazione di soccorso.
Questa è la confessione, di fatto, di una collaborazione con gli scafisti/miliziani islamici. Altro che “non hanno ostacolato”.
Se vuoi nascondere qualcosa, mettilo in bella vista.
Così, se qualcuno ti stava fotografando o seguendo dal satellite mentre prelevavi i clandestini a pochi metri dagli scafisti che te li avevano portati dove era previsto, alla richiesta di chiarimenti di qualche magistrato, puoi dire che sì, c’erano degli strani barchini, ma tu non li conoscevi.
Del resto è il comportamento descritto da Zuccaro nelle inchieste: gli scafisti danno appuntamento alle Ong, portano i barconi e tolgono i motori per riutilizzarli per futuri viaggi. Poi affidano i barconi alle navi delle Ong.
Scrivendolo nel comunicato tentano di derubricare il tutto ad avvenimento occasionale e non concordato. E si creano un alibi.

E, ora, passiamo a Malta con Tiziana Di Giovannandrea 10 giugno 2018
Prosegue il botta e risposta tra le autorità maltesi e l’Italia sulla vicenda della nave Aquarius con a bordo 629 migranti, tra cui 123 minorenni soli, 11 bambini e 7 donne incinte. In serata l’ambasciatore maltese in Italia Vanessa Frazier intervenendo telefonicamente a ‘Non è l’Arena’, programma di La7, ha affermato: “”Non abbiamo chiuso i porti, stiamo rispettando la legge che è molto chiara: i soccorsi non sono iniziati in acque maltesi”. Con il ministro dell’Interno Matteo Salvini “siamo molto in linea con la questione migranti. Ma questa volta ha sbagliato: la deve smettere di fare dichiarazioni forti e provocatorie come questa. Non c’entra nulla ora che Malta accolga i 629 migranti soccorsi a bordo di nave Aquarius, pena la chiusura dei porti italiani” ha ancora detto l’ambasciatore. Il diplomatico ha aggiunto: “I 629 migranti dell’Aquarius non li accogliamo, è una questione di principio. L’operazione SAR (Search and Rescue) nel Mediterraneo, come diffuso da un comunicato del ministero dell’Interno e della Sicurezza Nazionale maltese, è avvenuta nella SAR libica coordinata dal centro RCC di Roma. Per cui è assolutamente escluso che i migranti debbano essere sbarcati a Malta”, ha spiegato Frazier. Per l’ambasciatore la destinazione dei migranti dovrebbe essere “la Libia o Lampedusa. Ma non a Malta. Il centro di coordinamento per il salvataggio di Malta non ha la competenza, e non è neanche l’autorità di coordinamento. E’ senz’altro una questione di principio, una battaglia vera e propria di principio, poiché Malta non è in assoluto contraria all’accoglienza dei migranti, ma è necessario che vengano rispettate le regole, sempre. Ciò che conta non è il porto in cui vengono sbarcati i migranti, quanto piuttosto il luogo in cui avviene il soccorso”. “Voglio ricordare che nel momento dei soccorsi i migranti sono stati tratti in salvo da 4 navi, tra cui 2 italiane e un mercantile. Ebbene, vista anche la posizione geografica del soccorso SAR, non vedo cosa possa entrarci Malta. Noi non abbiamo nulla a che fare con questa vicenda”, ha concluso l’ambasciatore.

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L’ambasciatore di Malta in Italia, Vanessa Frazier: “Su Aquarius La Valletta rispetta la legge. I 629 migranti dell’Aquarius non li accogliamo, è una questione di principio”.

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Le Ong sfidano il governo: è battaglia nel Mediterraneo.

Roma, 10 giu – Da due giorni le ONG tedesche, Sea Watch e Sea-Eye, stanno pubblicamente sfidando a duello il nuovo governo di Giuseppe Conte e in particolar modo il Viminale di Matteo Salvini.

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Le armi in mano agli “umanitari” sono i 342 migranti a bordo delle loro navi, usati come vero e proprio strumento di ricatto rivolto al Ministro dell’Interno.

Sea Watch e Sea-Eye hanno pattugliato per giorni lo specchio di mare antistante la zona di Beni Walid, diventata tristemente nota il 25 maggio perché teatro di una tragedia[1]: i migranti hanno provato a scappare da un rifugio dei trafficanti, e questi per non perdere “la merce” hanno aperto il fuoco sui fuggitivi.

Da qualche tempo, tutte le ONG impegnate nelle operazioni SAR in Libia si sono spostate curiosamente nella suddetta area di Beni Walid, abbandonando quella di Zuwara, a ovest di Tripoli, dove le Autorità di Sicurezza Libiche hanno arrestato diversi trafficanti e liberato centinaia di migranti pronti a partire per l’Italia.

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In tre differenti “salvataggi” tra cui un curioso trasbordo dal Vos Purpose, rimorchiatore appartenente allo stesso armatore Vroon che locava la nave Vos Hestia a Save The Children fino all’ottobre scorso[2], Sea Watch e Sea-Eye, colti dal prevedibilissimo maltempo, hanno iniziato con le solite pressioni per ottenere dall’MRCC di Roma (Centro di Coordinamento Soccorsi Marittimi) l’autorizzazione allo sbarco in Sicilia, ovviamente mobilitando le istituzioni politiche straniere e le organizzazioni internazionali.

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Malta, come al solito, ha negato ogni tipo di assistenza alle due ONG allo sbando, con un rimpallo di responsabilità con le autorità italiane.

L’inadeguata nave Seefuchs di Sea-Eye, in completa balia delle onde con a bordo 120 migranti e chiaramente comandata da dilettanti come già abbiamo documentato, è stata dapprima soccorsa da una nave cargo e successivamente dalla nave Diciotti della nostra Guardia Costiera.

Dopo due giorni di crisi nei quali l’MRCC di Roma ha negato l’accesso ai nostri porti (mai successo prima d’ora) e nonostante ciò Sea Watch ostinatamente si sia posizionata in acque territoriali italiane, le autorità hanno concesso alla ONG l’autorizzazione allo sbarco nel porto di Reggio Calabria.

Nel frattempo, la nave di Sea-Eye è stata scortata dalla Diciotti e da una nave cargo, a causa dell’impossibilità al trasbordo per le avverse condizioni meteo.

Arrivate nei rispettivi porti di sbarco, Sea Watch a Reggio Calabria e Sea-Eye a Pozzallo, i comandanti delle due ONG sono stati prelevati dalle autorità italiane e portati di fronte ai Magistrati negli uffici della Polizia Giudiziaria, per un lungo interrogatorio. Le autorità hanno altresì predisposto il sequestro dei materiali probatori a bordo delle navi, tra i quali i video del giornalista Fabio Butera de La Repubblica, che si trovava a bordo della nave di Sea Watch.

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Oggi, 11 giugno, il premier socialista spagnolo Pedro Sanchez annuncia a sorpresa: “L’Aquarius venga da noi, potrà attraccare a Valencia”. Il premier italiano Giuseppe Conte lo ringrazia: “Avevamo chiesto un gesto di solidarietà da parte dell’Ue su questa emergenza. Non posso che ringraziare le autorità spagnole per aver raccolto l’invito”. E aggiunge che agli incontri di venerdì e lunedì con Macron e Merkel, gia fissati da tempo, chiederà la modifica del regolamento di Dublino.

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18.48 LMT: Qualcuno comunichi la decisione del governo Spagnolo alla nave Aquarius, che continua ad andare avanti e indietro nello stesso punto a velocità 2 nodi (ora prua sulla Grecia). L’Aquarius è diretta verso la spagna? Perche Hanno oscurato la tracciabilità?
21.35 LMT. Per ora pendola. L’equipaggio della nave sta deliberatamente provocando lo Stato Italiano e sta cercando il morto a bordo. Non si dirigono verso Valencia.

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12 giugno. L’Aquarius è stato rifornito ed è scortato a Valencia da due unità, che hanno preso a bordo parte dei migranti. Sono circa 700 miglia.

1787.- Libia, Haftar annuncia l’inizio dell’operazione per liberare Derna

Il generale libico annuncia il disco verde alle operazioni volte ad allontanare gli islamisti da Derna, ultima roccaforte jihadista in Cirenaica. In ballo la stabilità della regione ed il futuro politico dello stesso Haftar, prossimo candidato alla presidenza.

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Era nell’aria da tempo, in Libia già da diversi giorni ci si preparava all’annuncio ufficiale: è partita l’operazione volta a riconquistare la città di Derna, nella Cirenaica.
A dare notizia del via all’azione contro l’ultima città in mano agli islamisti è stato il generale Haftar, uomo forte della regione orientale della Libia ed a capo di milizie autoproclamatesi Esercito Nazionale Libico.

Dato per morto lo scorso 13 aprile, Haftar in realtà ha avuto non meglio precisato problemi di salute e sul finire del mese scorso è apparso all’aeroporto militare di Bengasi di ritorno dalla Francia e dall’Egitto. Con Derna il generale ha un conto in sospeso da almeno quattro anni, da quando cioè ha lanciato la cosiddetta “operazione dignità”, con il quale per conto del governo con sede a Tobruck (contrapposto a quello riconosciuto dall’Onu con sede a Tripoli) è partita una vasta offensiva contro le forze jihadiste ed islamiste della Cirenaica.

Nei mesi scorsi le sue forze hanno liberato la città di Bengasi, la più importante della regione e la seconda per grandezza dell’intera Libia: all’appello, per l’appunto, manca ancora Derna. Apparso in video al rientro da Il Cairo, Haftar aveva già preannunciato l’intenzione di chiudere i conti definitivamente con gli islamisti ancora asserragliati in quella che appare, a livello storico, come uno dei centri di primaria importanza economica e sociale dell’intera Cirenaica. Adesso l’annuncio ufficiale: “Abbiamo iniziato a bombardare le postazioni islamiste – si legge in una sua dichiarazione riportata su Lapresse – Per i jihadisti a Derna è iniziato l’anno zero”.

Derna è occupata dagli islamisti dal 2011, è stato uno dei primi centri più importanti a cadere in mano terrorista dopo l’uccisione di Gheddafi: qui i gruppi salafiti hanno trovato un’importante roccaforte ed hanno messo radici sul territorio, sfruttando anche l’attenzione interna ed internazionale su altre città, quali Sirte (per breve tempo “capitale” del piccolo califfato Isis che era sorto nel 2016) e soprattutto Bengasi.

L’annuncio di Haftar sul via alle operazioni per Derna, arriva a poche ore dalle dichiarazioni di uno dei più importanti leader islamisti asserragliati in città: proprio in questo lunedì mattina infatti, Mohammed al Mansuri (portavoce del Consiglio della Shura dei Muhajideen di Derna) ha sottolineato la persistenza di una situazione “sotto controllo” in città nonostante la vicinanza delle forze di Haftar, dichiarando inoltre alla tv libica “al Tanaseh” il timore che l’autoproclamato esercito libico volesse emulare quanto già effettuato a Bengasi in occasione della recente offensiva.

Se l’operazione volta a liberare Derna va in porto, di fatto quasi tutta la Cirenaica sarebbe liberata dalla presenza di fazioni islamiste, anche se la situazione sotto il profilo della sicurezza rimarrebbe comunque precaria per via dell’attività di numerose cellule terroriste sparse nel territorio. Dal canto suo, Haftar si gioca anche una buona fetta del suo futuro da politico: secondo indiscrezioni che circolano dopo il suo rientro, il generale sarebbe intenzionato a lasciare l’esercito dopo la fine della battaglia di Derna, per concentrarsi sulla sua sempre più probabile candidatura alle presidenziali previste entro e non oltre il 2019.

Mauro Indelicato – Lun, 07/05/2018