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1929.- Bigami si può. In Italia sono almeno 20mila, fuorilegge e mai puniti

L’intervento ai funerali di Stato dell’imam di Genova Salah Husein, intervenuto dopo l’orazione finale per i defunti e a fianco del cardinale Angelo Bagnasco:
“Genova, che in arabo significa ‘la bella’, saprà rialzarsi. Le comunità islamiche pregano perché la pace sia con tutti voi. Che il Signore protegga l’Italia e gli italiani”.
Così ha detto l’imam a conclusione della preghiera dedicata a Edi Bokrina di 28 anni e Marius Djerri, di 22 anni, entrambi albanesi di fede musulmana (come possono esserlo gli albanesi, ndr) morti nel crollo del cavalcavia.
Da una parte, l’intervento ai funerali di Stato dell’imam e del cardinale insieme, da un’altra, la nostra legge, la tradizione e la morale cristiana e il nostro impegno a favore della famiglia e della donna, ci hanno ricordato questo articolo-inchiesta di Nino Materi su Giornale it. del 16/11/2015, a proposito della bigamia e dell’Islam.
La sfida degli imam: “Il problema è solo vostro”.
Allah, nel Corano, legittima la poligamia: fino a quattro mogli contemporaneamente più tutte le schiave che si possono possedere. Può ripudiare la moglie ripetendo per tre volte “ti ripudio” e, subito dopo, sostituirla con un’altra moglie.
Dice il Corano: E se temete di essere ingiusti nei confronti degli orfani, sposate allora due o tre o quattro tra le donne che vi piacciono; ma se temete di essere ingiusti, allora sia una sola o le ancelle che le vostre donne possiedono, ciò è più atto ad evitare di essere ingiusti. (4,3).
Le ancelle sono schiave “legalmente” detenute; ma per quale legge? Non la nostra.

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Ecco come è possibile vivere con due mogli in Italia, aggirando le regole. Lo leggiamo in questo articolo-inchiesta di Nino Materi, dove racconta la storia d’amore» di Fatima, 32 anni, egiziana, iniziata con un matrimonio in una moschea italiana piena di fiori. E finito a Monza in un garage pieno di immondizia, dove suo marito Hammed, 50 anni, egiziano, l’aveva scaricata come un sacco di spazzatura.
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È qui che i carabinieri l’hanno trovata con i suoi tre figli piccoli, anche loro ammassati nel box. La denuncia contro di lui non è scattata per le condizioni in cui faceva vivere donna e figli, ma perché la sua prima moglie (sposata civilmente ma da cui era separato) l’ha accusato di stalking. Fatima era diventata la seconda famiglia di Hammed, poligamo praticante. Fedele al Corano e alla Sharia che gli consente di avere fino a 4 donne.

Mogli di riserva, mogli di scorta. Come Fatima. Non riconosciuta dalla legge italiana. Quindi senza nessun diritto. La vicenda riflette un fenomeno – il concubinaggio – che in Italia sta crescendo in maniera esponenziale sull’onda dell’arrivo massiccio della popolazione musulmana. Un impatto cui lo Stato italiano mostra di non essere adeguato sotto il profilo legislativo. La nostra giurisprudenza, in tema di normativa del concubinaggio, ne è una prova clamorosa. Come conferma il giudice Dembele Diarra, un’autorità in materia di poligamia, ex vicepresidente della Corte penale internazionale: «In Italia è possibile essere poligami di fatto senza violare formalmente la legge, anche se essa sanziona il reato di bigamia». L’alto magistrato ha recentemente presieduto un summit fra esperti di diritto di famiglia di sette Paesi (Turchia, Italia, Francia, Mali, Bulgaria, Israele, Senegal). Le parole più sferzanti l’alto magistrato le ha riservate proprio al nostro Paese, dove «le donne sono vittime di questa gravissima forma di violenza che si chiama poligamia». Il motivo? «La vostra legge non è chiara e finisce col legittimare i matrimoni religiosi all’interno delle moschee: riti celebrati da imam privi di scrupoli che non richiedono nessun tipo di certificazione civile».Una procedura contra legem che Ali Abu Shwaima, ex imam della moschea di Segrate, «poligamo praticante» (con due mogli e sette figli), non ha difficoltà a confermare: «Personalmente ho celebrato decine di matrimoni religiosi. Non mi sento assolutamente in colpa. Il problema è solo di voi italiani. La legge è infatti dalla nostra parte. Non solo la Corte Costituzionale ha abrogato l’articolo 560, quello che puniva il concubinato. Ma non si configura nemmeno il reato previsto dall’articolo (…)(…) 556, quello sulla bigamia, considerato che il secondo matrimonio è un semplice matrimonio religioso, senza alcun effetto civile».

Dacia Valent, da ex deputato del Pd al Parlamento italiano, presentò un esposto alla Procura di Milano, accusando Ali Abu Shwaima di bigamia. L’esposto fu archiviato. Ancora più tagliente il giudizio di Mohamed Baha’ el-Din Ghrewati, ex presidente della Casa della cultura islamica di Milano: «La società che non permette la poligamia è incivile e noi musulmani proponiamo la poligamia come rimedio al fallimento della società italiana». Secondo una ricerca condotta dall’Associazione donne marocchine in Italia, presieduta dall’ex parlamentare del Pdl, Suad Sbai, in Italia i bigami sono circa 20mila (non esistono statistiche ufficiali ma solo stime di riferimento), di cui la metà tra Lombardia e Veneto.

MATRIMONIO BREVE

Ma come si è arrivati a questo dato? Le moschee che in Italia celebrano matrimoni religiosi hanno un «albo» dove l’imam annota lo status dello sposo, il quale nel 90% dei casi risulta già coniugato civilmente con una donna musulmana (o italiana di fede cristiana oppure italiana convertita all’Islam). A queste celebrazioni bisogna aggiungere i cosiddetti «orfi», vale a dire i matrimoni a tempo, spesso stipulati in consolati o ambasciate compiacenti. Si tratta di un istituto previsto dalla legge islamica: un’unione suggellata da un patto tra marito e moglie, alla presenza del notaio e di due testimoni. I mariti arabi sposati in Italia tornano al loro Paese di origine per contrarre matrimoni a tempo con donne locali che spesso non sanno che il marito è già sposato. Non drammatizza il problema il professor Stefano Allievi, uno dei massimi esperti dell’islam italiano: «Fare un calcolo è impossibile, ma credo che la poligamia nel nostro Paese rappresenti un fenomeno irrilevante: riguarda poche famiglie, all’interno delle quali spesso la presenza di più mogli non crea alcun problema, perché è normale nella cultura di provenienza o perché è accettata anche da donne italiane convertite». Di tenore ben diverso però la denuncia di Suad Sbai: «In nome di un distorto concetto di integrazione e accoglienza l’Italia finisce col far finta di non vedere la piaga della poligamia che rende schiave migliaia di donne, sottoponendole a ogni tipo di vessazione. Una realtà tanto più paradossale considerato che la poligamia è contrastata da decenni in Tunisia, Turchia, Egitto; annullata dal nuovo codice della famiglia marocchino e severamente regolamentata in molti altri Paesi del mondo arabo».

COLPEVOLI SOLO SULLA CARTA

Negli ultimi 4 anni sono state un centinaio le sentenze di condanna emesse da tribunali italiani nei confronti di uomini (per lo più originari da Paesi arabi) «rei» (ma solo formalmente) di concubinaggio: le pene inflitte sono state infatti comminate non per il reato di poligamia ma per violenze. In altre parole in Italia, per finire in galera «bisogna» almeno picchiare (o uccidere) una delle mogli dell’harem.Il nostro codice penale, sul tema, è contraddittorio: «Considera la poligamia reato, ma non la persegue come fuorilegge – spiega l’avvocato Michelle Gruosso, esperto di diritto di famiglia -. Motivo? Se solo il primo dei suoi matrimoni è registrato civilmente nel nostro Paese e gli altri sono solo effetto di cerimonie religiose all’interno delle moschee italiane, tutto diventa regolare». Ma anche se entrambi i matrimoni fossero stati registrati civilmente non ci sarebbe troppa differenza: nel 2003 il tribunale di Bologna riconobbe a due figli dello stesso padre il diritto di far arrivare in Italia le rispettive madri, prima e seconda moglie dell’uomo in questione. In questo caso, argomentò il giudice, «il reato non sussiste, essendo entrambe le nozze state contratte in un Paese che le consente». Una sentenza che ha fatto giurisprudenza, finendo col legittimare una pratica che comincia a essere proibita perfino in molti Stati dell’islam moderato.«Indubbiamente ci troviamo di fronte a un problema che finora il diritto europeo non è riuscito a risolvere – sostiene Roberta Aluffi, docente di Diritto islamico all’università di Torino -; la poligamia è contraria al nostro concetto di uguaglianza, ma è vero anche che occorre rispettare una donna che ha contratto matrimonio secondo la religione e la legge del suo Paese e che non può essere spogliata di ogni diritto una volta arrivata qui». Il Corano stabilisce che un uomo possa avere fino a quattro mogli, ma la condizione imprescindibile è che riservi a tutte lo stesso trattamento, in termini di tempo, attenzioni e denaro. «Formalmente – sottolinea l’avvocato Aluffi – già il fatto che lo Stato italiano riconosca solo a una delle spose il titolo di moglie ufficiale non permette di rispettare il principio dell’uguaglianza».

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1784.- [L’inchiesta] Donne schiave, riti voodoo e sottomissione. Viaggio nella ferocia della mafia nigeriana

pamela-innocent-oseghale10“Pamela, uccisa con riti voodoo, bevuto il sangue. I Pm tacciono”. Meluzzi choc sulla mafia nigeriana

«Come gli schiavi liberi dopo aver pagato fino a 30.000 euro. E chi non porta soldi ogni giorno viene picchiata, costretta al digiuno». Il racconto del procuratore Gratteri, di Guido Ruotolo, editorialista e giornalista d’inchiesta

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In Nigeria, a Benin city, nell’Edo State, e’ accaduto un fatto storico che potrebbe liberare molte ragazze vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale

Fa paura questa mafia nigeriana. Che nasce nelle università come confraternite e che sta dilagando oltre ogni immaginazione. In Italia, in Europa, nel mondo. Il suo collante è l’intimidazione e i riti juju, un misto di rito vodoo impregnato da giuramenti e sottomissioni. I suoi affari sono droga e prostituzione. «Le ragazze destinate alla prostituzione sono moderne schiave, vittime di violenza e di stupri. Ne abbiamo liberate cento». Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, per la prima volta si ritrova di fronte alla mafia nigeriana, anche se “tecnicamente” il reato di associazione mafiosa non è stato contestato nei sette fermi eseguiti ieri mattina a Lamezia Terme ma il favoreggiamento alla immigrazione clandestina, riduzione in schiavitù e tratta di donne.

Procuratore Gratteri, state nei fatti indagando, anche se non è emerso ancora “tecnicamente”, nulla potente mafia nigeriana. Siamo in Calabria e, dunque, cosa fa la ‘Ndrangheta? Si limita a guardare?
«Sembra inverosimile. Per il momento, però non sono emerse evidenze processuali di rapporti tra le due organizzazioni. Sappiamo però che le ragazze che si prostituiscono devono pagare diciamo una rata per l’occupazione del suolo pubblico. Stiamo lavorando per dare una identità a questi esattori».

Come nasce questa inchiesta?
«Nasce a gennaio con una ragazza costretta a prostituirsi che decide di raccontarci il dramma che aveva vissuto e che stava vivendo. Convinte a partire per avere un futuro di lavoro come cameriere o parrucchiere e invece si ritrovano costrette a prostituirsi dopo un viaggio allucinante che le ha portate in Niger e poi in Libia dove, in veri centri di stoccaggio, di detenzione vengono istruite alla prostituzione. E violentate».

Costrette a dover pagare un riscatto per tornare libere?
«Come gli schiavi liberi dopo aver pagato fino a 30.000 euro. E chi non porta soldi ogni giorno viene picchiata, costretta al digiuno».

Tutto questo accade a Castel Volturno come in Piemonte, in Veneto o in Sicilia. E poi c’è il grande affare dell’accoglienza. Il prefetto di Reggio ha notificato una interdittiva antimafia a una cooperativa che gestiva l’accoglienza di 700 richiedenti asilo.
«Dove ci sono i soldi c’è la Ndrangheta. Nell’inchiesta sul centro di accoglienza di Isola di Capo Rizzuto persino il prete ha preteso 180.000 euro da giustificare sotto la voce di assistenza spirituale».

Uno spaccato inquietante. i fermi di Lamezia Terme sono solo l’inizio di una indagine destinata ad allargarsi. Tra le carte c’è la testimonianza di Blessing, che ha deciso di collaborare con la magistratura. Ecco una sintesi delle sue dichiarazioni.
«Appartengo a una famiglia molto povera e ho due figli che vivono attualmente con mia mamma a Oute in Nigeria, dove ci sono anche mio fratello e mia sorella». «Ho lasciato il mio paese e sono venuta in Italia per migliorare la mia condizione di vita e quella dei miei familiari rimasti in Nigeria, dopo aver accettato la proposta di Johnson, che mi aveva promesso un aiuto per raggiungere l’Italia, dove mi avrebbero fatto trovare un lavoro legale, che mi avrebbe consentito di restituire gradualmente la somma di circa l5mila euro, che mi era stata anticipata per affrontare il viaggio, e di guadagnare per aiutare economicamente i miei familiari». «Prima della partenza, avevo dovuto giurare, attraverso un rito wudu praticato da uno stregone, di restituire questa somma economica una volta giunta in Italia e che avrei dovuto rispettare le indicazioni della signora (madame) che avrei trovato qui e che mi avrebbe indicato il lavoro da fare. In quell’occasione erano presenti al rito di giuramento anche mio fratello, mia sorella, Johnson e Ifanyi, un ragazzo di etnia igbo di circa 30 anni, fratello maggiore – a suo dire – della signora (madame) che avrei conosciuto in Italia».

«E’ cosi che sono partita dalla Nigeria per giungere in una macchina guidata da Ifanyi fino in Libia, attraversando il Niger e il deserto. È stato un viaggio completamente diverso rispetto a quello che mi avevano prospettato: nel deserto sono stata violentata da altri nigeriani; durante una sosta in Niger ho saputo casualmente da un’altra ragazza nigeriana che il vero lavoro che avrei dovuto fare, una volta giunta in Italia, sarebbe stato quello della prostituzione; in Libia sono rimasta tre quattro mesi a casa di un signore ghanese, che si faceva chiamare papa, che costringeva me e altre cinque ragazze anche loro nigeriane (Stella, Vivian, Haisse e altre due di cui non ricordo il nome) a fare sesso con lui e con altre persone abitanti la sua casa. Non avevamo altra scelta perché non ci facevano uscire e, se non ci concedevamo a tutto quello che ci chiedevano, non ci davano da mangiare e ci picchiavano. Più volte, dopo aver capito le vere intenzioni delle persone e il vero motivo del viaggio, avevo chiesto spiegazioni e aiuto a Ifanyi. Non sapevo come fare: non avevo soldi, ero senza cellulare e chiusa in casa insieme alle altre 5 ragazze; lo stesso Ifanyi mi ha intimato di finire di chiedergli aiuto, perché dovevo soltanto acconsentire e obbedire a quello che successivamente in Italia mi avrebbe detto di fare la sorella (madame), pena le ripercussioni sulla mia famiglia e sui miei figli in Nigeria».

«Dopo quattro mesi trascorsi a casa di questo signore che si faceva chiamare papa, io e le altre cinque ragazze siamo state accompagnate da un signore arabo in un altro posto. Era una specie di campo in Libia, dove vivevano tante persone, alcune delle quali venivano continuamente a chiedere a me e alle altre cinque ragazze di praticare attività sessuale. Tuttavia, il ragazzo arabo, che ci aveva accompagnato da casa del papa fino in quel campo, si frapponeva ed evitava che fossimo costrette a prostituirci o venissimo violentate. Preciso che mi ero separata da Ifanyi, quando ero stata data a questo signore arabo, che mi aveva portato in questo campo ed era amico di Ifanyi, che quest’ultimo era già arrivato in Italia e mi stava aspettando con la sorella (madame). Tramite Kelvin, Ifanyi mi aveva dato l’indicazione di mettermi immediatamente in contatto con la sorella (madame), una volta che sarei sopraggiunta in Italia, contattandola fingendo a chi mi avrebbe prestato il cellulare o dato una scheda telefonica di voler contattare i miei parenti in Nigeria; sempre secondo queste indicazioni, non avrei dovuto dire niente di quello che mi era successo e non avrei dovuto usare il nome “madame”, con il quale la sorella di Ifanyi veniva chiamata dallo stesso, e soprattutto non mi sarei dovuta fare identificare».

«Da questo campo libico ci hanno trasportato sulle coste e ci hanno fatto salire su una barca che è sbarcata il 13/02/16 in Sicilia. Subito dopo lo sbarco, sono stata identificata e portata prima in un centro di accoglienza in Sicilia e poi in un altro in Calabria. Appena sbarcata, sono riuscita ad avvisare mia madre per dirle che ero viva, ma ho avuto sempre grande vergogna di dirle ciò che mi era successo e il giro in cui ero finita. Avevo vergogna e paura che potesse succedere qualcosa di brutto a tutti noi. Giunta in Calabria, a Olivadi, con l’aiuto di un’altra ragazza accolta nel centro, ho contattato la madame al numero che mi aveva dato Ifanyi. Costei si è presentata come Elisa e mi ha detto che sarebbe venuto un signore di nome Osagie (detto Osas) a prendermi all’indirizzo del centro di Olivadi, che le avevo dato. Dopo due giorni, è venuto Osas a prendermi per portarmi dal campo di Olivadi a casa sua a Lamezia Terme Sant’Eufemia». «Abbiamo viaggiato con un pullman di colore blu fino a Sant’Eufemia e Osas mi ha portato a casa sua. Qui c’erano la moglie e la figlia di due anni di nome Gift; c’erano inoltre due ragazze di nome Favor e Juliet Success, anche loro nigeriane. Era una casa a un piano molto alto: una casa grande con un soggiorno, la cucina vicino al soggiorno e subito dopo un bagno. La stanza di Favor e di Juliet Success era attaccata a quella di Osas e della moglie. Io stavo chiusa a chiave nella stanza di Favor e, una volta che rientravano a casa Favor e Juliet Success, mi facevano trasferire nel soggiorno e anche in tal caso la moglie di Osas mi chiudeva a chiave».

«Ho aspettato così per circa tre giorni, fino a quando è arrivata la madame, che era stata chiamata dalla moglie di Osas, che l’aveva avvisata del mio arrivo. Sopraggiunta la madame, costei ha detto alla moglie di Osas di aggiustarmi i capelli perché avrei dovuto prostituirmi. Mi hanno dato dei vestiti che avrei dovuto indossare per prostituirmi: alcuni li aveva portati la madame nella sua borsa; altri me li ha dati la moglie di Osas. Ho provato a rifiutarmi, ma mi è bastata la sua smorfia e la sua aria minacciosa per capire che non avrei avuto altra scelta. Quella sera stessa sono dovuta uscire con Juliet, per andare nel parcheggio (quello con il trenino al centro) di Sant’Eufemia a prostituirmi. Ricordo che, prima di uscire, la moglie di Osas mi ha dato il cellulare, spiegandomi come avrei dovuto comportarmi: quando si fermavano i clienti avrei dovuto indicare due dita o tre dita, in segno di 20 o 30 euro. E’ stata lei ad andare a comprare i preservativi con i 5,00 euro che le ho dovuto dare. La stessa mi ha dato il cellulare e mi ha detto che sarei dovuta scappare in caso fosse arrivata la Polizia e che, se mi avessero fermata, non avrei dovuto dire nulla».

«La madame, invece, è rimasta per due giorni in quella casa e poi è andata via. La prima sera non sapevo neppure come fermare le macchine. E’ stata Juliet Success a fermare un cliente per me e, dopo la fine del servizio, ho ricevuto la paga di 20,00 euro. Rientrata a casa, ho dovuto dare i soldi guadagnati dall’attività alla moglie di Osas che ne ha preso nota su un foglio. La moglie di Osas ha sgridato me e Juliet Success perché eravamo rientrate troppo presto, e Juliet Success le ha detto che avevamo fatto rientro prima perché c’era la polizia nella zona. Preciso che non distinguendo bene i luoghi, non mi ero neppure accorta dell’accaduto».

«Il giorno dopo siamo andate a prostituirci a domicilio da due ragazzi che ci hanno dato 50,00 euro. Tornate a casa Juliet Success, ha consegnato questi soldi alla moglie di Osas. Sono rimasta a casa anche perché faceva freddo e mi vergognavo. La moglie di Osas mi ha detto che avrei dovuto portare i soldi a casa se volevo mangiare e vivere. Le sere ero costretta a uscire per andare a prostituirmi nel parcheggio. Le prime volte non riuscivo, mi vergognavo e i clienti non si fermavano. Rientrata a casa, lei mi diceva che non avevo lavorato bene e non mi faceva mangiare e mi diceva che se non avessi lavorato, non mi avrebbe fatto rimanere lì e avrei passato grossi problemi».

«Io e Juliet Success andavamo a prostituirci nel parcheggio dietro la stazione; Favor prendeva il treno per andare in un altro posto a prostituirsi.
Una volta ottenuto il permesso di soggiorno, Juliet Success ha iniziato a prostituirsi in un’altra zona, su indicazione della moglie di Osas. Io invece continuavo a prostituirmi nel parcheggio. Così è stato per circa due mesi. In un’occasione sono rimasta per tre giorni a casa perché non volevo più prostituirmi. La moglie di Osas ha chiamato la madame che è sopraggiunta immediatamente con due persone, un ghanese e un nigeriano. Tutti e tre, la madame, il ghanese e il nigeriano, mi hanno picchiato. Tutte le volte che tornavo senza soldi rimanevo senza mangiare».

«Preciso che Juliet Success dava il ricavato della prostituzione a Osas; io e Favor alla moglie. Per un periodo di tempo nell’abitazione di Sant’Eufemia, nella mia stessa stanza, aveva vissuto un’altra ragazza di nome Precious che si prostituiva insieme a Favor. A volte riuscivo a telefonare di nascosto in Nigeria, acquistando una ricarica di euro 5,00: sentivo mamma e mi vergognavo di dire quello che stava accadendo. Una volta ho sentito il marito di mia sorella e gli ho detto che stavo lavorando in un supermercato. Ma era domenica e i supermercati erano chiusi e lui ha capito che non stavo dicendo la verità; mi ha chiesto come mai non fossi andata in chiesa. Lui mi ha detto di pregare e poco dopo mi hanno fermata e sono stata accolta nel progetto».

DOMANDA: ricorda se durante il periodo in cui si trovava a Lamezia è stata costretta a ricorrere a cure mediche/ricoveri in ospedale?
RISPOSTA:«- si, in una occasione, appena arrivata a Sant’Eufemia, dopo aver effettuato il viaggio, sono stata portata presso una abitazione, non so dire di preciso dove, perché ero rimasta incinta a seguito delle violenze subite durante il viaggio per raggiungere l’Italia. Ero incinta di circa 5 mesi e la “madame” e la moglie di Osas mi hanno costretta ad abortire, portandomi in una casa privata, viaggiando col treno per pochi minuti dopo essere partiti da Sant’Eufemia e siamo scesi all’ultima fermata, ma non so indicare con precisione quale sia il paese. Qui, un uomo di colore, del quale non conosco il nome, mi ha dato alcuni medicinali che mi hanno provocato un aborto spontaneo, uccidendo il feto. Io ero contraria ad abortire, ma sono stata obbligata dalla madame e dalla moglie di Osas. Quando io ho chiesto il motivo di tale aborto mi è stato riferito che era necessario farlo perché dovevo lavorare e ad una mia richiesta circa quale lavoro dovevo intraprendere mi è stato detto che dovevo andare “in strada” e che quindi dovevo prostituirmi».
DOMANDA:«- ha mai avuto a che fare con qualche italiano che aiutava la madame o Osas?».
RISPOSTA:«No, tengo a precisare che il numero di telefono riportato in oggetto è attivo ed è da me utilizzato, ma da quando mi trovo nella comunità è spento. Lo accendo solo sporadicamente per sentire i miei familiari ed in tali occasioni ricevo molteplici messaggi e chiamate da parte delle utenze indicate in querela che mi chiedono dove mi trovo e che fine io abbia fatto in quanto vogliono che io mi prostituisca di nuovo. Inoltre i miei aguzzini sono riusciti a raggiungere la mia famiglia in Africa, minacciandoli affinchè questi mi convincano a ritornare a prostituirmi a Sant’Eufemia. Infatti anche da loro ricevo delle pressioni per ritornare nella vecchia abitazione perché hanno paura che sia a me che a loro possa succedere qualcosa di brutto».

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20 dicembre 2017

1711.- FAMIGLIA E CRESCITA DEMOGRAFICA AL CENTRO DELLA POLITICA DI RINASCITA DELLA NAZIONE

Mentre la Francia ha realizzato l’equilibrio demografico o, meglio, il tasso naturale di sostituzione della popolazione, per cui tanti francesi muoiono, tanti ne nascono, il governo italiano persegue l’ulteriore squilibrio per cui tanti italiani muoiono, tanti africani entrano.

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I rilevamenti statistici denunciano il dramma nazionale di un numero di nascite in calo per il sesto anno consecutivo, appena 1,34 figli per donna, quando la cosiddetta “soglia di rimpiazzo”, che garantirebbe quanto meno il ricambio generazionale, viene comunemente fissata oltre i 2,1 figli per donna.

È più che urgente correre ai ripari, i bonus bebè una tantum non servono a nulla e l’alto tasso di natalità degli immigrati costituisce una seria minaccia alla stessa sopravvivenza del popolo italiano.

Le giovani coppie vanno, dunque, seriamente e costantemente incentivate, anche economicamente.
Bisogna far comprendere loro che, specie in una fase di perdurante crisi come questa, i figli sono davvero una ricchezza. La famiglia, elemento primo e cardine della società, va quindi sostenuta e privilegiata, il lavoro della donna entro le mura domestiche incentivato, le famiglie numerose vanno adeguatamente incoraggiate, come Forza Nuova sostiene, del resto, già dal ’97 nel suo secondo punto programmatico.

La nostra proposta di legge prevede € 650,00 al mese, a partire dal settimo mese di gravidanza, per il primo figlio, o per il primo dall’entrata in vigore della legge, a cui si aggiungono € 350,00, a partire dallo stesso periodo di gestazione, per ogni figlio dopo il primo, secondo il dispositivo di legge, fino al conseguimento dei diciotto anni.

Il «REDDITO ALLE MADRI» è dovuto dallo Stato per il solo titolo della maternità, indipendentemente dal reddito del beneficiario o del suo nucleo familiare, ed è esente da imposte o pignoramenti.

Il «REDDITO ALLE MADRI» non deve gravare sulle tasche degli italiani, privati e imprese, ma far circolare ricchezza reale per le famiglie e per l’intera economia.

Il «REDDITO ALLE MADRI» si finanzia esclusivamente attingendo ad una parte delle ingenti risorse destinate ad incentivare l’immigrazione e, grazie a una sorta di “patrimoniale” mirata, con i profitti che lo Stato ricava dal gioco d’azzardo e dalle lotterie, dalle aliquote su petrolio e gas (con le necessarie clausole di salvaguardia per il consumatore). La “patrimoniale”, anziché puntare a salvare le banche e punire i contribuenti, si rivolgerà alla speculazione e all’usura bancaria, tassando le partecipazioni statali, le riserve e i profitti di quella SPA che è la Banca d’Italia, obbligando anche l’Agenzia delle Entrate – Riscossione a contribuire al futuro d’Italia.

Il «REDDITO ALLE MADRI» prevede (art. 6) incentivi a favore delle imprese per le madri lavoratrici.

Le donne italiane in età fertile sono circa 5 milioni e 200mila, se anche la metà di queste dovesse mettere al mondo un figlio dopo l’approvazione della legge, la spesa annuale complessiva si aggirerebbe intorno ai 20 miliardi, la stessa cifra stanziata dal governo per salvare le banche, il gettito previsto da una finanziaria tra le meno pesanti degli ultimi anni, i costi relativi alla gestione dell’immigrazione… Cifra facilmente raggiungibile, come specifichiamo nelle varie voci che riguardano la copertura finanziaria (art.5) necessaria alla costituzione del Fondo Nazionale per il «REDDITO ALLE MADRI».