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1323.- TUTTI GLI AMICI ITALIANI DI SOROS

di Francesca Totolo

(Maurizio Blondet : pubblico l’ottimo lavoro di Francesca Totolo per il sito di Luca Donadel, https://www.lucadonadel.it/soros-e-collegamenti-politici-italiani/

“Più una situazione si aggrava, meno ci vuole a rovesciarla, e più grande è il lato positivo”. George Soros

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Il noto “filantropo” ungherese naturalizzato americano nacque nel 1930 a Budapest con il nome di György Schwartz. Presto però dovette affrontare il dolore causato dal “re di tutti i mali”, il fascismo, che costrinse lui e la sua abbiente famiglia a cambiare il proprio cognome in Soros per sfuggire dal crescente antisemitismo nel Paese.
Anzi il padre del “neo-battezzato” George fece di più: Tividar comprò al piccolo erede dei documenti falsi che certificavano l’avvenuta adozione da parte di un cittadino ungherese che per professione aiutava gli ufficiali nazisti a confiscare le proprietà ed i beni degli ebrei magiari mandati nei campi di sterminio. L’infante Soros non poté fare altro che obbedire al volere del padre naturale, seguendo così il finto genitore adottivo e collaborando con lo stesso nelle operazioni di confisca a danno di quelli che sarebbero dovuti essere i suoi “amici”. In seguito, un Soros dichiarò a proposito di questa vicenda: “naturalmente sarei potuto essere stato dall’altra parte o potrei essere stato tra coloro a cui ho confiscato i beni. Ma non c’è alcun senso a teorizzare su questo ora, perché è come il mercato, se non l’avessi fatto io, qualcun’altro lo avrebbe fatto comunque. Io ero solo uno spettatore in quella situazione, quando la proprietà veniva confiscata: siccome non ero io il responsabile non avevo alcun senso di colpa”.1Per fortuna, quindi, la vicenda non segnò minimamente la coscienza di Soros e non ebbe nessuna ripercussione sulla sua condotta “morale”; forse non fu lo stesso per le vittime delle confische a cui prese parte.

Nel 1947, un Soros si trasferì in Inghilterra per sfuggire questa volta dal nuovo regime filosovietico instauratosi in Ungheria. Giunto in terra britannica, si riservò la migliore educazione possibile, studiando al London School Of Economics dove incontrò il suo vate nonché ispiratore morale, Karl Popper.

“La società aperta è aperta a più valori, a più visioni del mondo filosofiche e a più fedi religiose, ad una molteplicità di proposte per la soluzione di problemi concreti e alla maggior quantità di critica. La società aperta è aperta al maggior numero possibile di idee e ideali differenti, e magari contrastanti. Ma, pena la sua autodissoluzione, non di tutti: la società aperta è chiusa solo agli intolleranti”. Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici.

Giovano laureato in economia, nel 1954 diede inizio alla sua lunga e promettente carriera come impiegato nel reparto arbitraggio della banca d’affari londinese Singer & Friedlander. Nel 1956, capì che l’Europa era troppo piccola per contenere tutto il suo entusiasmo giovanile e si trasferì nella patria delle speranze, gli Stati Uniti d’America, dove consolidò le proprie esperienze nel ramo finanziario specializzandosi nella gestione dei mercati del vecchio continente operando in diversi istituti bancari. La svolta dell’ambizioso Soros avvenne nel 1969 quando fondò il Quantum Fund, che gli garantì rendimenti elevatissimi per più di un decennio.

Da bambino ebreo di Budapest perseguitato dal terribile fascismo ungherese, George Soros si trasformò in deciso uomo d’affari non lesinando neanche azioni speculative sui mercati finanziari (e comunque se non le avesse fatte lui, le avrebbero fatte altri, no?). Le speculazioni sorosiane riguardarono anche l’Italia; nel 1992, Soros partecipò insieme ad altri “investitori” ad un attacco alla Banca d’Italia causando una epica svalutazione della lira, l’uscita dal Sistema Monetario Europeo e la seguente crisi economica. Il “filantropo”, futuro paladino delle associazioni umanitarie dichiarò: “Ai tempi presi una posizione sulla lira perché avevo sentito dichiarazioni della Deutsche Bundesbank. Si trattava di dichiarazioni pubbliche, non ho avuto contatti personali. Quella fu una buona speculazione”. Lo fu un po’ meno per i portafogli del popolo italiano.
Soros non si limitò alle speculazioni operate sulla lira; anche l’Inghilterra subì lo stesso trattamento.

I suoi passatempi con le monete nazionali però non rimasero impunite in altri stati: in Francia fu processato e giudicato colpevole di “insider trading”, e dovette sborsare 2 miliardi di dollari, in Indonesia fu condannato all’ergastolo e in Malesia, invece, alla pena di morte.

Poi come San Paolo, il Soros ebbe l’illuminazione sulla via di Damasco (forse per quello che ha così a cuore le vicende del popolo siriano).
Ecco che da “avido” speculatore senza scrupoli, George Soros si trasforma nel benevolo filantropo, patron di ogni causa che riguardi la discriminazione e che impedisca una società civile “aperta” e inclusiva. Con il passare degli anni, la sua Open Society Foundations si impone come regina in ambito “umanitario”, occupandosi un po’ di tutto, dai diritti civili delle persone LGBT a quelli dei migranti musulmani in territorio europeo, aspirando ad un mondo senza confini di popperiana memoria.

La sua fondazione è molto attiva anche nel nostro Paese sostenendo diverse associazioni (Onlus e Migranti in Italia), e interagendo a vario titolo anche con illustri rappresentanti delle nostre istituzioni, come membri del parlamento nostrano ed europeo, e del governo, nonché con i sindaci delle città più esposte ai flussi di migranti (ricordiamo la stretta collaborazione con Giusi Nicolini a Lampedusa trattata nell’approfondimento Analisi ONG nel Mediterraneo).

A livello nazionale, li troviamo quasi tutti riuniti il 6 luglio del 2015 in occasione delle conferenza “Rivitalizzare l’accoglienza in Italia: Seminario di alto livello sul rafforzamento e l’espansione della capacità di accoglienza per i richiedenti asilo” organizzata dalla Fondazione De Gasperi (di cui Angelino Alfano è presidente), dal Migration Policy Institute (di cui la OSF è tra i maggiori finanziatori) e ovviamente dalla Open Society Foundations.2

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Vediamo nel dettaglio chi è intervenuto al seminario e i relativi legami con la Open Society Foundations:

Costanza Hermaninè Segretaria Particolare del Sottosegretario di Stato alla Giustizia On. Gennaro Migliore; uno dei suoi principali compiti è il “Monitoraggio della giurisdizione in materia d’asilo e relative proposte di riforma”. Dal 2009 al 2016, la Hermanin è stata Senior Analyst “Antidiscriminazione e Migrazioni” e manager del Progetto Italia della Open Society Foundation. Con Miriam Anati (anch’essa presente al seminario), ha sviluppato il progetto Open Migration (trattato nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).3 4Vediamo nel dettaglio chi è intervenuto al seminario e i relativi legami con la Open Society Foundations:
Costanza Hermaninè Segretaria Particolare del Sottosegretario di Stato alla Giustizia On. Gennaro Migliore; uno dei suoi principali compiti è il “Monitoraggio della giurisdizione in materia d’asilo e relative proposte di riforma”. Dal 2009 al 2016, la Hermanin è stata Senior Analyst “Antidiscriminazione e Migrazioni” e manager del Progetto Italia della Open Society Foundation. Con Miriam Anati (anch’essa presente al seminario), ha sviluppato il progetto Open Migration (trattato nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).3 4

Gennaro Migliore è Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia(nel governo Renzi e confermato nel governo Gentiloni) ed esponente del PD(dopo diversi cambi di casacca); in precedenza, è stato presidente della “Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza e di identificazione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti nei centri di accoglienza, nei centri di accoglienza per richiedenti asilo e nei centri di identificazione ed espulsione”. L’On. Migliore è sempre in prima linea quando gli eventi, le conferenze e i progetti riguardano la Open Society Foundations; la scelta della Hermanin come sue assistente sarà stata semplice.5 6 7 8 9

 

Pierfrancesco Majorino è assessore alle “Politiche Sociali, Salute e Diritti” del Comune di Milano (nella giunta Pisapia e riconfermato in quella di Beppe Sala). Majorino sempre presente alle iniziative promosse dalla Open Society Foundations e dalla associazione da questa sostenute, ha organizzato la mobilitazione “20 Maggio senza Muri” a Milano dove sono accorse tutte le Onlus e le organizzazioni sorosiane (trattata nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).10 11 12

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Luigi Manconi [un sardo che pratica ancora l’endogamia, convivendo con la miliardaria di Stato Berlinguer . nd.Blondet] è senatore delle Repubblica Italiana eletto nelle fila del PD, presidente della “Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani” e presidente dell’associazione “A Buon Diritto” fondata e sostenuta dalla Open Society Foundations (Manconi e “A Buon Diritto” sono stati trattati nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).
Mario Morcone ha ricoperto diverse cariche in altrettanti governi; è Capo di gabinetto del ministro Andrea Riccardi (fondatore della Comunità di Sant’Egidio trattata nell’approfondimento Associazioni Religiose e Migranti in Italia) durante il governo Monti nel 2011; nel 2014, è Capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione presso il Ministero dell’Interno e nel 2017 viene nominato Capo di Gabinetto del Ministero dell’Interno. Ricordiamo che ASGI e A Buon Diritto sono tra le associazioni italiane fondate e finanziate grazie alla Open Society Foundations.13 14

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Marco Perduca, storico esponente del Partito Radicale, viene eletto nelle liste del PD nel 2008; per la prima metà della legislatura è membro della III Commissione permanente “Affari esteri ed emigrazione” e successivamente diventa membro della II Commissione permanente “Giustizia”, nonché segretario della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani e membro della Commissione parlamentare per la semplificazione della legislazione. Ora si occupa dell’Associazione Luca Coscioni (finanziata anche dalla Open Society Foundations) e della Open Society Foundations.15 16

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1309.- Smith: verso la legge marziale in Inghilterra, usandol’Isis

 

Le battaglie fra poveri del popolo greco, quelle del popolo francese non hanno portato i risultati di quelle dei popoli dell’Europa dell’Est. L’ISIS, con le armi del terrore e delle leggi speciali e l’invasione di massa sono  la nuova Compagnia delle Indie del potere finanziario.

 

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«Temo che il Regno Unito finirà sotto legge marziale entro un anno: a meno che la gente non faccia qualcosa adesso, cadranno in un regime totalitario». Lo sostiene un analista indipendente come Brandon Smith, secondo cui «a lungo termine, aiuteranno solo quei globalisti che il movimento Brexit in particolare ha cercato di combattere: lo faranno calpestando l’immagine del nazionalismo e della sovranità usando la filosofia della sicurezza fornita dal governo», in modo da rendere il globalismo «piacevole e tollerabile». Questo, secondo Smith, il possibile esito degli attentati targati Isis che stanno martellando la Gran Bretagna, tutti messi a segno grazie ad anomale distrazioni delle forze di sicurezza e – dopo l’iniziale emozione – archiviati in fretta. «La ripetizione di tali attacchi sta assuefacendo il pubblico, quello europeo in particolare: non è raro ora che gli attacchi vengano dimenticati in una settimana». La grande paura tra gli europei “liberali”, scrive Smith, è un ritorno al fervore nazionalista, che loro credono abbia generato l’ascesa del Terzo Reich: ignorano «il coinvolgimento dell’élite “corporate” e bancaria nel finanziamento e nella fornitura di tecnologia vitale ai nazisti prima e durante la Seconda Guerra Mondiale».
Questa manipolazione sui veri retroscena del nazismo ha reso l’Europavulnerabile, permettendo ai globalisti di portare a forza milioni di immigrati musulmani in Ue, attraverso politiche di frontiera aperta, senza adeguate procedure di verifica. E nessuno ha fiatato, temendo di essere tacciato di “fascismo”, scrive Smith in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”. «La più grande minaccia non è solo il condizionamento della popolazione ad accettare l’invasione culturale, bensì ciò che inevitabilmente accadrà tra poco: l’apatia di una nazione sulla scia della prossima legge marziale». In risposta agli attentati-kamikaze dell’Isis, Theresa May ha dichiarato di “averne abbastanza”, e ha chiesto una revisione della strategia antiterroristica: la polizia di Londra è stata invitata ad adattarsi alle nuove condizioni, pattugliando le strade fortemente armata e usando elicotteri di sorveglianza con l’aiuto di unità speciali. «Dovremmo fare ancor di più per limitare la libertà e i movimenti dei sospetti terroristi». Noto teorema: meno libertà, più sicurezza. E cioè: esattamente quello che vorrebbe l’Isis, se fosse un soggetto autonomo, anziché una semplice pedina della strategia della tensione.
Lo spiegamento di  oltre 5.000 soldati britannici in posizioni strategiche, aggiunge Smith, fa parte di un piano del 2015 chiamato “Operation Temperer”: prevede la diffusione di truppe in risposta a “forti minacce terroristiche”. «In sostanza, è un programma di legge marziale che agisce in modo incrementale, piuttosto che apertamente. Una volta implementata, “Temperer” sarà difficile da invertire. Come i capi militari britannici hanno avvisato quando l’operazione è stata esposta pubblicamente, le truppe non verrebbero messe a riposo fino a che la minaccia terroristica non verrà “ridotta”, lasciando la definizione del “livello di minaccia” aperta ad un’interpretazione piuttosto ampia». L’operazione “Temperer” è oggi in pieno svolgimento, dato che i servizi di polizia richiedono aiuto militare. E’ già legge marziale? «Non proprio, ma ci va molto vicino», dice Smith. «Questo è il modo in cui la tirannia viene comunemente implementata; non tutta in una volta, ma un mattoncino alla volta». La May ha introdotto queste misure dopo l’attentato di Manchester, senza però riuscire a impedire l’ultimo attacco a Londra. Elezionied equivoco Brexit: al posto dello slancio sovranista subentra un esperimento ultraliberista, reazionario e securitario?
«E’ tutto parte del piano», scrive Smith, secondo cui «stiamo forse assistendo alla più grande “psy-op” di quarta generazione nella storia». Ovvero: «I globalisti hanno deliberatamente modificato le condizioni: le nazioni, quelle europee in particolare, o verranno travolte da un’ideologia straniera, senza essere protette dai propri governi, o dovranno rispondere con difficili contromisure. Vale a dire, gli europei dovranno fare una falsa scelta tra il multiculturalismo o vivere sotto legge marziale». La Brexit e Trump sono stati “concessi”. Ma, «nonostante le illusioni di alcuni nel movimento libertario, il “Deep State” è perfettamente posizionato per approfittare di entrambi gli eventi. Non si sono opposti affatto. Perché? Perché vogliono distruggere il nazionalismo, pensano a lungo termine. E il Regno Unito sembra essere in prima fila». Gli attacchi terroristici stanno aumentando, la soluzione che presenteranno sarà «ancor più esercito, non meno», fino alla legge marziale permanente: «Il governo potrebbe non definirla apertamente così, ma è quello che sarà». Avverte Smith: «Guardate le scelte concesse al popolo britannico: accettare il multiculturalismo senza domande o avere una Stato di polizia sacrificando la libertà personale».

«Temo che il Regno Unito finirà sotto legge marziale entro un anno: a meno che la gente non faccia qualcosa adesso, cadranno in un regime totalitario». Lo sostiene un analista indipendente come Brandon Smith, secondo cui «a lungo termine, aiuteranno solo quei globalisti che il movimento Brexit in particolare ha cercato di combattere: lo faranno calpestando l’immagine del nazionalismo e della sovranità usando la filosofia della sicurezza fornita dal governo», in modo da rendere il globalismo «piacevole e tollerabile». Questo, secondo Smith, il possibile esito degli attentati targati Isis che stanno martellando la Gran Bretagna, tutti messi a segno grazie ad anomale distrazioni delle forze di sicurezza e – dopo l’iniziale emozione – archiviati in fretta. «La ripetizione di tali attacchi sta assuefacendo il pubblico, quello europeo in particolare: non è raro ora che gli attacchi vengano dimenticati in una settimana». La grande paura tra gli europei “liberali”, scrive Smith, è un ritorno al fervore nazionalista, che loro credono abbia generato l’ascesa del Terzo Reich: ignorano «il coinvolgimento dell’élite “corporate” e bancaria nel finanziamento e nella fornitura di tecnologia vitale ai nazisti prima e durante la Seconda Guerra Mondiale».

Questa manipolazione sui veri retroscena del nazismo ha reso l’Europa vulnerabile, permettendo ai globalisti di portare a forza milioni di immigrati musulmani in Ue, attraverso politiche di frontiera aperta, senza adeguate procedure di verifica. E nessuno ha fiatato, temendo di essere tacciato di “fascismo”, scrive Smith in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”. «La più grande minaccia non è solo il condizionamento della popolazione ad accettare l’invasione culturale, bensì ciò che inevitabilmente accadrà tra poco: l’apatia di una nazione sulla scia della prossima legge marziale». In risposta agli attentati-kamikaze dell’Isis, Theresa May ha dichiarato di “averne abbastanza”, e ha chiesto una revisione della strategia antiterroristica: la polizia di Londra è stata invitata ad adattarsi alle nuove condizioni, pattugliando le strade fortemente armata e usando elicotteri di sorveglianza con l’aiuto di unità speciali. «Dovremmo fare ancor di più per limitare la libertà e i movimenti dei sospetti terroristi». Noto teorema: meno libertà, più sicurezza. E cioè: esattamente quello che vorrebbe l’Isis, se fosse un soggetto autonomo, anziché una semplice pedina della strategia della tensione.

Lo spiegamento di  oltre 5.000 soldati britannici in posizioni strategiche, aggiunge Smith, fa parte di un piano del 2015 chiamato “Operation Temperer”: prevede la diffusione di truppe in risposta a “forti minacce terroristiche”. «In sostanza, è un programma di legge marziale che agisce in modo incrementale, piuttosto che apertamente. Una volta implementata, “Temperer” sarà difficile da invertire. Come i capi militari britannici hanno avvisato quando l’operazione è stata esposta pubblicamente, le truppe non verrebbero messe a riposo fino a che la minaccia terroristica non verrà “ridotta”, lasciando la definizione del “livello di minaccia” aperta ad un’interpretazione piuttosto ampia». L’operazione “Temperer” è oggi in pieno svolgimento, dato che i servizi di polizia richiedono aiuto militare. E’ già legge marziale? «Non proprio, ma ci va molto vicino», dice Smith. «Questo è il modo in cui la tirannia viene comunemente implementata; non tutta in una volta, ma un mattoncino Theresa Mayalla volta». La May ha introdotto queste misure dopo l’attentato di Manchester, senza però riuscire a impedire l’ultimo attacco a Londra. Elezioni ed equivoco Brexit: al posto dello slancio sovranista subentra un esperimento ultraliberista, reazionario e securitario?

«E’ tutto parte del piano», scrive Smith, secondo cui «stiamo forse assistendo alla più grande “psy-op” di quarta generazione nella storia». Ovvero: «I globalisti hanno deliberatamente modificato le condizioni: le nazioni, quelle europee in particolare, o verranno travolte da un’ideologia straniera, senza essere protette dai propri governi, o dovranno rispondere con difficili contromisure. Vale a dire, gli europei dovranno fare una falsa scelta tra il multiculturalismo o vivere sotto legge marziale». La Brexit e Trump sono stati “concessi”. Ma, «nonostante le illusioni di alcuni nel movimento libertario, il “Deep State” è perfettamente posizionato per approfittare di entrambi gli eventi. Non si sono opposti affatto. Perché? Perché vogliono distruggere il nazionalismo, pensano a lungo termine. E il Regno Unito sembra essere in prima fila». Gli attacchi terroristici stanno aumentando, la soluzione che presenteranno sarà «ancor più esercito, non meno», fino alla legge marziale permanente: «Il governo potrebbe non definirla apertamente così, ma è quello che sarà». Avverte Smith: «Guardate le scelte concesse al popolo britannico: accettare il multiculturalismo senza domande o avere una Stato di polizia sacrificando la libertà personale».

1233. – IL CAPITALISMO E’ “GREAT AGAIN”. SALVO GRANDE CRACK IN AUTUNNO.

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Il Fondo Monetario “rivede al rialzo le previsioni sulla crescita italiana”, dicono i media: da 0,8 saliamo a 1,3.   Grandi esperti questi visitati del Fondo Monetario. Vengono a Roma e si fanno dare le cifre dal loro vecchio amico ministro Padoan.  C’è bisogno di un po’ di ottimismo per sostenere il governo Gentiloni, consentire alla UE la finzione di credere ad una nostra maggior crescita per lasciarci sforare, fare ancora un po’ più debito senza “riforme” (le riforme vere, quelle dei  50 miliardi annui di sprechi e malversazioni pubbliche, non si faranno mai; magari tagliate un po’ le pensioni, suggerisce il FMI).  Infine, c’è bisogno di  far credere agli italiani che anche noi, sebbene meno e ultimi, “stiamo uscendo dalla crisi” come “tutto l’Occidente”. Ma  soprattutto, credo, perché il Sistema deve scongiurare il panico  della gente, mentre si moltiplicano i sinistri scricchiolii  del crack prossimo venturo.

Rialzi azionari oggi, e poco prima del 1929.

Altro che ripresa. Oggi  il 44 per cento dei gestori di fondi, sondati dalla Bank of America, dicono che  le azioni – specie quelle delle imprese  “alta tecnologia”  (il grande bluff)  sono sopravvalutate; è la percentuale più alta dal 1999. A maggio, erano il 37% a rispondere così.

http://www.zerohedge.com/news/2017-06-13/record-number-market-participants-says-market-overvalued-surpassing-1999-bubble-high

I grandi operatori prevedono titanici scoppi delle grandi bolle  create dalle banche centrali con i loro mostruosi quantitative easing nella seconda metà dell’anno.

Quale operatore più grosso di Bill Gross? Il fondatore di Pimco, oggi di JAnus, una  ricchezza sua di  2,5 miliardi di patrimonio, ha gestito 250 miliardi di fondi.     E’ la quintessenza del finanziere, di quello che “fa soldi coi soldi” invece che investendo nell’economia reale, Adesso, a Bloomberg, dice: Un capitalismo finanziario guasto, sostenuto da una politica monetaria [delle  banche centrali] sempre più distruttiva, ha cominciato ad erodere, non a promuovere, l’economia reale”.

Bill Gross

Ed enumera: “Debiti eccessivi, popolazione che invecchia, conati di protezionismo,  uso dei  robot al posto degli uomini,  creano una forza opposta al capitalismo creativo dell’inizio del secolo, schumpeteriano-darwiniano; oggi le arterie del capitalismo sono ostruite da forze secolari che bloccano la crescita Usa e globale molto al disotto delle norme storiche. La strategia di “far denaro col denaro” è seriamente minacciata”.

Marko Kolanovic, uno dei capintesta della JP Morgan, avverte che “un modesto rialzo della volatilità accoppiato ad un calo della liquidità può portare a perdite catastrofiche”. Jeff Gundlach, capo supremo del fondo DoubleLine  avverte “gli speculatori: fate liquidità letteralmente adesso”.

Felix Zulauf, padrone del fondo speculativo svizzero Zulauf Asset Management, si aspetta un crollo dell’azionario cinese (FANG) e Nasdaq  “fra agosto e novembre: e non parlo di un calo del 5%,  ma del 20, che può giungere a -30, -40%”.

http://www.zerohedge.com/news/2017-06-13/felix-zulauf-today-feels-late-1999-i-expect-fang-stocks-fall-30-or-40

Howard Kunstler, saggista e giornalista, teme il momento in cui “i mostruosi debiti cumulati di  persone, imprese,  fondi sovrani, si mostreranno  improvvisamente, traumaticamente, ed evidentemente non pagabili, e tutti i titoli che li rappresentano  saranno risucchiati in quei vortici dello spazio-tempi di  quei film di fantascienza su mummie e astronauti”.  E aggiunge: “Nessuno al potere in questo paese dedica attenzione a quanto sia vicino questo epico momento. O più precisamente, non sanno come preparare  i cittadini e cosa fare –  Le società rispondono a crisi come l’imminente disfarsi della nostra economia finanziarizzata in modi disordinati e sorprendenti…”.

Negli Stati Uniti, VISA ha rivelato che le vendite nei negozi  fisici sono calate  del 5,3% anno su anno  a maggio, il calo più  rapido degli ultimi cinque anni. “Siamo al verde”.  Ogni settimana chiudono un migliaio di negozi al dettaglio.

Alcuni  titoli dai giornali americani:

“L’Apocalisse della vendite al dettaglio si estende al Canada”

“La recessione delle catene di ristoranti sta diventando strutturale? Un calo di 15 mesi”.

“Rinascono i mutui subprime”.

“I proprietari d’immobili calano  63,6 % – erano il 69% nel 2005  –  un calo  mai visto negli ultimi 50 anni”.

ww.govtslaves.com/u-s-homeownership-plummets-to-63-6-near-its-lowest-level-in-more-than-five-decades/

Per Michael Snyder, specialista in prodromi della catastrofe, la prossima crisi finanziaria è già avvenuta: in Europa.  E punta il dito sulla  “improvvisa implosione del Banco Popular”, sesta banca spagnola, salvata con un inghippo concepito dai regolatori UE con l’intervento del Santander, a cui l’hanno fatta acquistare per 1 euro. In cambio, Santander “prenderà ai suoi azionisti 7 miliardi di  euro per  alzare capitale necessario a risollevare il Popular: un  drammatico salvataggio a spese dei privati. Infliggerà perdite per 3,3 miliardi agli azionisti ed obbligazionisti, ma eviterà un salvataggio a  spese del contribuente. Il vero motivo della fulminea decisione è che il nervosismo, diciamo il panico, si stava già aggravando fra depositanti ed azionisti spagnoli, e la corsa agli sportelli stava avvenendo,  mentre la speculazione accentuava le vendite allo scoperto (scommettendo sul ribasso) delle azioni di certe banche disastrate.  Il feroce “salvataggio” privato del  Popular ha aggravato il panico invece di calmarlo. Vista la rovina fulminea della sesta banca spagnola, ora i capitalisti si chiedono   quale sarà la prossima: e si volgono a Liberbank, l’ottava banca iberica, ingrossatasi  da qualche anno per “il matrimonio forzato con tre cajas (casse di risparmio) fallite”. Il governo ha vietato le vendite allo scoperto di Liberbank.

Ma tutti gli sguardi, ovviamente,  in Europa si puntano su “una bolla enormemente più grande.  Attualmente, un trilione di dollari (mille miliardi) di debito pubblico italiano hanno rendimenti negativi. E’ una situazione perversa: prestare allo Stato italiano comporta rischio, per cui i rendimenti dei titoli di debito italiani dovrebbero essere altissimi, non bassissimi”. Il miracolo, il trucco, è dovuto alla BCE che stampa denaro per comprare titoli di stato italici. Dal 2008, la BCE e le banche italiane hanno acquistato l’88% del  debito pubblico nazionale. Berlino sta facendo pressioni perché la BCE smetta. Se la BCE smette,   gli interessi sul debito pubblico italiota schizzano alle stelle, e lo Stato italiano non potrà più finanziare le sue spese.  Le banche italiane, già praticamente fallite per conto loro,  hanno in pancia 253 miliardi del debito pubblico; la frana dallo Stato si trasmetterà al  sistema bancario, diventando valanga. Quel che succederebbe all’Europa intera, la  seconda economia mondiale, non è nemmeno immaginabile.

Banche centrali: stampa, stampa, stampa!

E le banche centrali? Continuano a stampare denaro. Ossia trattano il problema d’insolvenza come un problema di mancanza di liquidità. “Non hai liquidi? Te ne presto un po’”.  E’ la “soluzione” Grecia, a scala   globale.

Ecco perché il Fmi è venuto a “rivedere al rialzo  la crescita del Pil italiano”.  Quando  un sistema deve falsificare le cifre e le statistiche della propria economia  – vedi Unione Sovietica – vuol dire che è proprio alla fine.

14 giugno 2017

1229.- Migranti, un anno da 200mila sbarchi: ecco il nuovo piano del Viminale, ma è il DEF.

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Ancora record nel 2017. Il ministero dell’Interno chiede alle Regioni uno sforzo ulteriore e avvia l’apertura di 11 nuovi centri permanenti per il rimpatrio. L’Anci: “Oggi più sindaci fanno la loro parte”

 

“L’Italia si prepara ad accogliere (si fa per dire) la cifra record di 200mila migranti. Il nuovo piano di ripartizione è pronto. Ciascuno dovrà fare la propria parte”. Mentre proseguono gli sbarchi e si discute del ruolo delle Ong nel Mediterraneo, al Viminale si pensa a rinforzare le retrovie. La macchina dell’accoglienza dovrà fare di più. Due casi per tutti: nel 2017 la Lombardia dovrà passare dagli attuali 25mila posti a disposizione a oltre 28mila, la Campania da 16mila a oltre 19mila. Questa volta, però, senza migranti paracadutati dai prefetti sui vari territori, ma con tavoli di coordinamento con i sindaci. Due i modelli di riferimento: le province di Milano e Bologna che stanno riuscendo a distribuire in maniera uniforme i rifugiati tra tutti i comuni dell’aerea.

Il “piano dei 200mila” è nei numeri: basta pensare che ieri sono saliti a 43.245 gli arrivi via mare nel 2017, il 38,54% in più rispetto allo stesso periodo del 2016 (anno che con oltre 181mila sbarchi aveva già infranto ogni record nella storia del nostro Paese). Per questo ci si prepara a una maxi accoglienza sul territorio. In questo momento, tra strutture temporanee e centri governativi il nostro Paese ospita 179mila migranti. Ma le stime per fine anno spingono il Viminale a trovare posto per almeno 200mila persone. I parametri sono già concordati con l’Anci. A livello regionale fa fede l’accordo del 10 luglio 2014: ogni regione dovrà accogliere una percentuale di migranti pari alla propria quota di accesso al Fondo nazionale per le politiche sociali, con piccole eccezioni per i centri colpiti dai terremoti (per esempio alla Lombardia spetta il 14,15% del totale e al Lazio l’8,6%). Poi all’interno di ogni singola regione scatta l’accordo Viminale-Anci di dicembre scorso: i comuni fino a duemila abitanti dovranno ospitare 6 migranti, i comuni con più di 2mila abitanti ne accoglieranno 3,5 ogni mille abitanti, le città metropolitane (già gravate in quanto hub di transito di molti rifugiati) si limiteranno a 2 posti ogni mille residenti.

Il piano è già in atto: obiettivo prioritario del prefetto Gerarda Pantalone, capo del dipartimento Libertà civili del Viminale, è infatti coinvolgere più sindaci possibili nell’accoglienza, visto che attualmente sono solo 2.880 su oltre 8mila quelli che hanno aperto le loro porte ai rifugiati. E qualcosa già si muove. “Oggi i sindaci stanno facendo la loro parte – sostengono all’Anci – e questo grazie a una nuova modalità di contrattazione territoriale: non più migranti catapultati di imperio dai prefetti sui territori comunali, ma una distribuzione concordata con gli amministratori locali”.

Insomma nessuna imposizione. E i risultati si vedono: al 5 maggio scorso sono 154 i nuovi comuni che hanno presentato domanda volontaria per aderire allo Sprar (la rete d’accoglienza gestita appunto dall’Anci, ndr). “Sindaci ‘virtuosi’ per i quali scatterà la clausola di salvaguardia, nel senso che non potranno subire altri trasferimenti dai prefetti”.

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Degrado a Castel Sant’Angelo, un’immagine triste di Roma

Due modelli di accoglienza diffusa circolano, come detto, sui tavoli del ministero: quello della provincia di Bologna e quello di Milano. Nel capoluogo lombardo, per esempio, in base al recente “Protocollo tra prefettura, città metropolitana e comuni della zona omogenea” i sindaci si impegnano “ad accogliere gradualmente sul proprio territorio, entro il 2017, un numero di cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale in conformità al Piano Anci-Viminale e a reperire unità abitative di soggetti pubblici o privati necessarie alla copertura dei posti”. Spetterà poi alla prefettura stipulare le convenzioni con gli enti gestori dell’accoglienza al “prezzo unitario pro-capite di 35 euro al giorno oltre Iva”.

Sul fronte della lotta agli irregolari, il Viminale avvia invece l’apertura di 11 nuovi Cpr (i centri permanenti per il rimpatrio, ex Cie) in altrettante regioni, destinati all’identificazione ed espulsione dei migranti. In gran parte si tratta della ristrutturazione di Cie preesistenti. Si va da Gradisca d’Isonzo in Friuli Venezia Giulia alla caserma di Montichiari in Lombardia; da Ponte Galeria a Roma al carcere di Iglesias in Sardegna.

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Terremotato si impicca, lui era ancora senza casa: i profughi nell’hotel accanto. Non è stata la paura a sconfiggerlo, ma il futuro, o meglio: il timore averlo perduto. I disagi e la precarietà causati dal terremoto erano diventati un macigno impossibile da sopportare e così ha deciso di farla finita con la vita. L’uomo, un operaio di 57 anni, A. A., è stato trovato morto nella mattinata di ieri nella cantina della sua abitazione nelle campagne di Sarnano. L’uomo aveva dovuto lasciarla perché resa inagibile il sisma.
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IMMIGRAZIONE SENZA FINE: diecimila arrivi in tre giorni e nessuno di loro in fuga da una guerra. Il governo PD ormai è scafismo allo stato puro.

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È tutta una messinscena per far vedere che i soldi che gli diamo servono a qualcosa. Nel DEF hanno già stabilito quanti ne dovranno arrivare nel 2017

 

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SILENZIO ASSORDANTE SUI DUE ANZIANI TROVATI MORTI PER LA FAME A GENOVA: NON ERANO MIGRANTI. Franco e Renata Ricciardi, di 60 e 68 anni, erano seguiti dalla Caritas diocesana di Genova.

Articolo 38 Costituzione

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.

I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.

L’assistenza privata è libera.

1127.- Dalla Libia alla Siria, la strana storia di un giornalista free-lance finanziato da un miliardario..Soros

Pubblicato il 20 aprile 2017 in Internazionale/Medio Oriente  
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I media mainstream italiani stanno dando grande enfasi in queste ore alla storia eroica di Gabriele Del Grande, 35 anni, giornalista mai iscrittosi all’Ordine dei Giornalisti italiano, originario di Lucca. E’ stato fermato in Turchia nella provincia sud-orientale di Hatay, al confine con la Siria e sarà espulso dal Paese. Fonti giornalistiche occidentali affermano che Del Grande sia stato preso in consegna dalle autorità turche perché sprovvisto del necessario permesso stampa, senza il quale non puoi esercitare come giornalista. Ma, forse, c’è dell’altro…

Un free-lance e un magnateLA FIABA DI UN FREE-LANCE IDEALISTA E DI UN MAGNATE FILANTROPO

Bisogna infatti sapere che Del Grande, che deve la sua popolarità ai flussi migratori, gestisce il blog Fortress Europe, creato nel 2006 come “osservatorio sulle vittime della frontiera”, il quale è stato finanziato nientemeno che dalla Open Society Foundationdel miliardario George Soros. A confermarlo è anche la Agenzia Giornalistica Italiana (AGI) ma basterebbe navigare sul sito di Soros per scoprirlo (vedi). La Open Society Foundation è un ente che – stando anche a WikiLeaks – oltre a lucrare sull’emigrazione di massa, finanzia i partiti politici anti-russi e favorevoli all’Unione Europa, e gestisce una rete di think tank atti a influenzare l’opinione pubblica a favore del globalismo. In modo particolare Soros è ritenuto vicino ai movimenti eversivi filo-imperialisti, protagonisti ad esempio del colpo di stato fascista in Ucraina e delle cosiddette “primavere arabe” che hanno destabilizzato la Libia e la Siria facendo esplodere il dramma dei profughi. Insomma: con questi sponsor Del Grande non è propriamente l’immagine del free-lance indipendente e idealista di cui si parla e già nel 2013 la Radiotelevisione pubblica della Svizzera Italiana gli dava ampio spazio (link:

“Non aspettano più niente dal mondo”

I civili siriani convivono da due anni con le violenze della guerra. L’Aleppo bombardata e che tenta di sopravvivere nell’intervista al freelance italiano Gabriele Del Grande).
Che rumore ha la guerra ad Aleppo? “Il rumore è quello dei botti e delle mitragliate e degli aerei” che trasportano le bombe che saranno gettate sulla città. “Un altro rumore sono le pallottole sopra la testa, di quando attraversi le strade da una parte all’altra correndo” (ascolta l’audio a lato). E’ la descrizione che ci fa Gabriele Del Grande , classe 1982, giornalista freelance italiano, che abbiamo raggiunto telefonicamente a Gaziantep, in Turchia dove si trova da venerdì.
Nella città, patrimonio dell’UNESCO dal 1996, Del Grande ha viaggiato più volte: fino a ieri si trovava proprio tra le strade di Aleppo, che si è mostrata cambiata. Sei mesi fa, ci racconta, ci si poteva muovere tranquillamente, “ora è tutto diverso, sia gli attivisti, sia le persone legate al regime hanno paura di girare da un quartiere all’altro, hanno paura di essere fermati da miliziani di al Qaida”.
L’organizzazione infatti si è resa responsabile di sequestri arbitrari, omicidi, …”che indeboliscono chi crede ancora nel cambiamento”. Un cambiamento che, secondo i civili incontrati da Del Grande, non avverrà grazie alla diplomazia: “La gente non si aspetta niente dal mondo”, l’esercito libero invece afferma che un intervento americano non è utile, “preferisce ricevere strumenti per far fronte alle forze del regime, senza interventi diretti esterni”.
Il cumino, il profumo della resistenza
In una città, in un paese, in cui le violenze scandiscano ogni ora del giorno, le persone cercano la normalità. Da una parte i giovani si organizzano per diffondere le informazioni “attraverso radio, canali televisivi (vedi Aleppo news o Orient TV), Facebook e Twitter”, dall’altra le persone cercano di continuare a garantire un servizio sociale minimo: “Le scuole accolgo i bambini, gli insegnanti volontari impartiscono le lezioni e i medici si adoperano, in sale operatorie di fortuna, a medicare i feriti delle violenze”.
In questa realtà fatta da contraddizioni, oltre ai rumori delle bombe, ad Aleppo, ci confida Del Grande, c’è un odore che si diffonde nelle strade, tra le vie, è l’odore delle spezie dei mercanti, del cumino, un odore che parla di voglia di normalità e che “rappresenta la resistenza”.
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   Gabriele Del Grande, al centro, con gli attivisti siriani della radio libera Nevroz, davanti a una bandiera dell’insurrezione filo-atlantica

Prima di affrontare la guerra siriana questo strano free-lance ha raccontato il conflitto libico accusando i giornalisti della sinistra anti-imperialista di raccontare il falso: fra le vittime dei suoi anatemi non solo Valentino Parlato de “Il Manifesto”, ma anche “TeleSur”, il canale Tv latinoamericano promosso dal Venezuela di Hugo Chavez, definito in sostanza come poco affidabile. Insomma: solo Del Grande sapeva quello che accadeva davvero in Libia ed era naturalmente la solita retorica mielosa di una presunta rivolta di popolo per la libertà e la democrazia, senza alcuna ingerenza neo-coloniale estera. Basta vedere cosa è la Libia oggi per capire quali interessi rappresentava in realtà questo giornalista. Ma andiamo a leggere quale era l’accusa che Del Grande rivolgeva al governo libico di Muammer Al-Gheddafi: “l’unica forma di opposizione interna negli ultimi decenni è stata quella dell’islam politico. Represso durissimamente dalla dittatura!”. In pratica l’aver contrastato con forza il terrorismo di matrice islamista sarebbe stato …negativo! Ma questa uscita quasi simpatetica nei confronti dell’eversione islamista non è una gaffe… in altre occasioni il nostro strano free-lance si è espresso in termini ambigui, tanto che sembra, secondo voci per ora non confermate, che il suo fermo sia avvenuto mentre tentava di entrare illegalmente in territorio siriano dalla Turchia in compagnia di miliziani jihadisti. Del Grande, in effetti, ha più volte parlato dell’aggressione ai danni della Siria come di un movimento “rivoluzionario” e ha definito i terroristi come dei “partigiani”. In un suo testo è arrivato persino a descrivere la bandiera nera delle bande armate integraliste come un “simbolo dell’internazionalismo islamista” (sic!) arrivando a spiegare che molti terroristi “sono venuti semplicemente per seguire un grande ideale di solidarietà con la comunità musulmana sunnita siriana, a cui sentono di appartenere al di là delle frontiere”. Solidarietà sì, ma per rovesciare un governo laico, instaurare un regime di terrore estremista dedito alle decapitazioni? Non mancano foto che lo ritraggono con la bandiera dei ribelli siriani, quelli armati dagli Stati Uniti, mentre fa il segno della vittoria. Anche qui: più che un reporter super partes, appare come un militante ben addentro a una dinamica di guerra. “Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono” diceva Malcolm X…

1015.- Esclusiva, complotto Obama-Benedetto XVI. Gotti Tedeschi (ex Ior) con Negri: “Quello che so io”

Sapevamo bene che sui due papi “Gatta ci cova”. Leggiamolo con Maurizio Blondet

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Le ultime dichiarazioni dell’ex arcivescovo di Ferrara Luigi Negri rilasciate al quotidiano online Riminiduepuntozero stanno facendo molto discutere. Amico di Benedetto XVI prima che diventasse Papa e a lui rimasto legato sia durante il Pontificato che dopo la rinuncia, ha parlato a viso aperto raccontando quelli che per lui sono i retroscena sulla rinuncia di Benedetto XVI, frutto di forti pressioni cui Ratzinger non sarebbe riuscito a sottrarsi: “Non è un caso – ha dichiarato – che in America, anche sulla base di ciò che è stato pubblicato da Wikileaks, alcuni gruppi di cattolici abbiano chiesto al presidente Trump di aprire una commissione d’inchiesta per indagare se l’amministrazione di Barack Obama abbia esercitato pressioni su Benedetto (…)”. IntelligoNews, in esclusiva, ha intervistato Ettore Gotti Tedeschi, ex banchiere dello Ior dal 2009 al 2012 quando venne clamorosamente sfiduciato e rimosso dall’incarico mentre cercava di far pulizia nella Banca Vaticana come richiesto proprio da Ratzinger.

Monsignor Negri dice che ci sarebbe “la mano di Obama dietro le dimissioni di Benedetto XVI”. L’ex arcivescovo di Ferrara parla di un “complotto americano” contro il Papa. Plausibile?

“Il complotto appare essere americano solo perché loro hanno avuto la guida del Nuovo Ordine Mondiale. Vede, il complotto, se così possiamo chiamarlo, fu mirato a cercar di risolvere alcuni problemi causati dal fallimento del famoso Nuovo Ordine Mondiale degli anni ’70, gnostico neomalthusiano e ambientalista. Questo progetto di Nuovo Ordine, dichiaratamente, si prefiggeva (tra le varie cose) la relativizzazione delle fedi religiose più dogmatiche e manifestamente dimostrò di avversare tanto la fede cattolica da far dichiarare pubblicamente – e dai massimi responsabili Onu, Oms… – che l’etica cristiana non poteva più esser applicata e che si doveva esigere il sincretismo religioso per creare una nuova religione universale (anche grazie ai processi di immigrazione). Addirittura il Presidente Usa, Obama appunto, personalmente nel 2009 dichiarò che, essendo la salute benessere psico-bio-sociale, si doveva dare via libera ad aborto senza restrizioni, eutanasia grazie a limitazione delle cure, negazione al diritto di coscienza. Ebbene non è difficile comprendere che, in questo contesto di avversione alla fede cattolica, il Papa, massima autorità morale al mondo potesse diventare oggetto di attenzione sulla sua disponibilità o meno a voler “capire le esigenze del mondo globale”. Ora, Papa Benedetto XVI insisteva invece nel riproporre il problema antropologico secondo la visione cattolica (ergo l’uomo creatura di Dio-Creatore), combatteva il relativismo portando Dio al centro del dibattito culturale soprattutto azzerando le distanze fra fede e ragione e affermava l’esigenza di tornare ad evangelizzare, spiegando che il fallimento della civiltà occidentale era dovuto al rifiuto del cattolicesimo, etc. Come meravigliarsi che un tale Papa restauratore non dovesse esser considerato “fuori gioco”? Un famoso filosofo laicista scrisse come riporta il Fatto Quotidiano del 26 novembre 2009: “Quando la Chiesa del silenzio prenderà la parola, la “reconquista” di Ratzinger si dissolverà, come all’alba i sogni e i vampiri”.

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Se gli americani fossero stati capaci di far dimettere un Papa, potrebbero aver avuto la forza di farne eleggere un altro di loro gradimento?

“Gli americani son stati capaci di “licenziare” Clinton/Obama e far nominare Trump. Mi vien da pensare che abbiano grandi capacità reattive… Un giorno mi piacerebbe spiegare al Papa la mia esperienza vaticana con ambienti americani, direttamente ed indirettamente, influenti. Tornando però a Monsignor Negri, io penso che sia difficilmente comprensibile che si possa decidere di non valorizzare più un sacerdote del suo tenore. Non è a me neppure tanto comprensibile come persone come lui e i 4 cardinali che hanno espresso i Dubia, dimostrando solo quanto amano la Chiesa, possano venir ignorati e messi da parte. Non lo trovo solo incomprensibile, ma anche imprudente, perché in tal modo ci si priva della loro competenza, che non mi pare sia tanto facilmente surrogabile. Monsignor Negri, che vorrà certo continuare a servire la Chiesa, lo farà con molti cattolici di valore che gli sono vicino. E’ un peccato che gli attuali vertici della Chiesa vicino al Papa, rischino di privarsi del suo amorevole e prestigioso aiuto, competenza, energia. Qualcuno ieri suggeriva che si potrebbe pensare di affidare a Monsignor Negri la Comunità di Bose, al fine di “valorizzarla”, come è già stato fatto con i Francescani dell’Immacolata”.

La sua rimozione e le dimissioni di Ratzinger potrebbero esser collegate?

“Come potrei saperlo? Certo Negri era “figlio spirituale” prediletto di Ratzinger, certo con una personalità ed un temperamento straordinariamente forte, tipico di grandi personalità “sante” nella storia della Chiesa. Mi dicono peraltro che, prescindendo da tutto ciò, siamo solo agli inizi dell’attacco alla nostra santa Chiesa. Ma posso anche assicurarle che la Chiesa verrà difesa fino al martirio da persone proprio come monsignor Negri. Questa è la differenza tra un sant’uomo come lui e i tanti “leccacalzini “imperanti”.

1010.- LA VERITA’ SUI MIGRANTI CHE GENTILONI E MATTARELLA NASCONDONO

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La sporca invasione della terra italiana da parte di potenze finanziarie straniere che ci governano e usano contro di noi le nostre navi, ci viene raccontata dai media, in sintesi, così: Le navi italiane”salvano”vite nel Canale di Sicilia”. Nel Canale di Sicilia? Vero o falso? Se fosse vero, perchè secondo i trattati internazionali firmati anche dalla Tunisia non li portano a Zarzis? Non fai due passi che in mezzo alla nostra gente semplice e generosa non incontri più di qualche negro ben vestito o ben vestita. Non c’è centro commerciale, supermercato che non sia presidiato da loro. Sembra ci sia una seconda dimensione dalla quale provengono e dove vivono, ma ci sono e sono troppi, sono tanti. Un governo che prevede 300mila arrivi di afroislamici, all’ anno per 20 anni è irresponsabile o e nemico del Paese. Intanto, gli italiani diminuiscono, se ne vanno: 157.000 sono espatriati, 134.000 sono le nascite in meno, ma 135.000 negrotti regolarizzati declamano Dante per le strade. 1000 circa sono i suicidati perché non hanno la speranza di un lavoro. Ha un senso importare forza lavoro dove il lavoro non c’è o è anche questa una bugia? Bianco o nero, la differenza è nell’identità, nei valori nei quali ha vissuto. Guardo un colosso che mi passa vicino, agile e scattante, mentre accenna alla carità. E’ tutto firmato! ma se socchiudo gli occhi, mi è naturale immaginarlo in mimetica e armato fino ai denti. Ogni giorno il governo importa sconosciuti a migliaia, comprese le bestie feroci, mentre qui siamo tra pecore ammaestrate. È impossibile civilizzarli tutti e nemmeno loro lo vogliono. A quelle strusciabanchi che si santificano accogliendoli dico che c’è un limite anche all’accoglienza; ma qui non si tratta di accoglienza e lo vedremo molto presto. Leggo che per qualcuno, quel “presto” era ieri: “Rovigo, disoccupato si getta sotto un treno: aveva l’auto piena di curriculum”. Quando una magistratura indipendente..indagherà seriamente sul Business dell’immigrazione? Su chi lo finanzia? Su chi c’è dietro le Ong? Questo non è un governo!

E, ora, ridete:

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Roma, 8 marzo 2017 – Il Consiglio d’Europa bacchetta l’Italia sui rimpatri dei migranti. “Le debolezze del sistema italiano rischiano di incoraggiare l’afflusso di un sempre maggior numero di migranti economici irregolari”, mette in guardia l’organismo in un rapporto pubblicato oggi.

“L’Italia deve affrontare sfide enormi, poiché nel 2016 è stato raggiunto un nuovo record di sbarchi di rifugiati e di altri migranti che hanno percorso la rotta del Mediterraneo centrale – sottolinea – l’ambasciatore Tomas Bocek, rappresentante speciale del segretario generale del Consiglio d’Europa per le migrazioni e i rifugiati -. Sono stati compiuti notevoli sforzi per aumentare e migliorare i centri e i servizi di accoglienza, ma il numero elevato dei migranti giunti in Italia, che nel 2016 ha superato le 180mila persone, di cui circa 25mila minori non accompagnati, non ha consentito ai servizi disponibili di far fronte alle domande”.

“E’ chiaro che il ricollocamento dei richiedenti asilo dall’Italia verso altri Paesi attualmente richiede troppo tempo e questo crea ulteriore pressione sul sistema d’accoglienza, oltre a incoraggiare i richiedenti asilo a cercare di entrare in altri Paesi illegalmente”, si legge ancora nel rapporto. L’Italia – si raccomanda – “deve migliorare la capacità di accoglienza del proprio sistema di asilo e le politiche di integrazione, prevenire la tratta di esseri umani e combattere la corruzione nel campo dei servizi collegati all’immigrazione” e ” rafforzare la tutela dei minori”. Tuttavia nel rapporto si pone l’accento sulla necessità che anche gli altri Stati facciano la loro parte. Il Consiglio d’Europa propone di venire in auto all’Italia lanciando “un appello per aumentare le offerte di ricollocamento dei richiedenti, in particolare per i minori non accompagnati, sia sotto lo schema Ue o da parte di altri stati membri” non-Ue.

“Il problema non lo cancella neanche mago Merlino”

LA REPLICA – “Il problema della immigrazione non lo cancella neanche il mago Merlino”: è la replica del premier Paolo Gentiloni che chiede all’Unione Europea di fare “un passo in più” nella gestione dei flussi provenienti dalla Libia. Intervenendo al Senato, il presidente del Consiglio rassicura che le riforme nel nostro Paese non si fermano (“Non siamo i primi della classe, ma non accettiamo lezioni e lavoriamo nell’interesse comune”) ma al tempo stesso chiede maggior impegno “soprattutto in termini di risorse” per quello che riguarda le politiche sui migranti.

“Non mi rassegno all’idea di una Unione che abbia due diverse rigidità: una inamovibile quando si parla di virgole e di bilanci e una distratta e tollerante quando si parla di decisioni che affrontano questioni di principio come quella sui fluissi migratori”. aggiunge Gentiloni. “Il problema della immigrazione non lo cancella neanche il mago Merlino – prosegue -. Ma è possibile sostituire quella clandestina irregolare e micidiale per i migranti con flussi e canali. Questo è l’obiettivo della Ue e spero che a Bruxelles si facciano passi in più per aiutare il lavoro di avanguardia dell’Italia”.

“Non abbiamo fatto promesse – prosegue il premier -. Conosciamo la fragilità della situazione in Libia e la sua complessità, ma sappiamo anche che si è cominciato un lavoro, che nelle ultime settimane le autorità locali hanno cominciato a intervenire con loro mezzi per bloccare i migranti in procinto di partire. Sono segnali della direzione in cui lavoriamo”.

742.-IMMIGRAZIONE E CAPITALE

Leggiamo la traduzione dell’importante articolo di Maximilian Forte su Zero Anthropology – già segnalato dal prof. Alberto Bagnai su Goofynomics – in cui l’antropologo italo-canadese analizza impietosamente la svolta storica cui stiamo assistendo: la scomparsa della sinistra dal panorama del futuro. Concentrandosi sul caso degli Stati Uniti, egli fa un ritratto impietoso di una sinistra doppiamente ipocrita che rincorre i liberisti sul loro stesso piano abdicando totalmente ai suoi valori. Una sinistra che da un lato difende un’immigrazione senza limiti, dimenticando che questo significa generare una guerra tra poveri le cui prime vittime sono le classi locali meno abbienti assieme agli immigrati stessi. Dall’altro lato, una sinistra che tace sulle cause delle migrazioni: le invasioni e i bombardamenti dell’occidente. E’ ora di porre il tema dell’immigrazione al centro del dibattito politico, senza ipocrisie.
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L’immigrazione, a torto o a ragione, è diventata uno dei temi più dibattuti nell’attuale scontro politico in Europa e Nord America. Forse esagerando, il ruolo dell’imigrazione è considerato un fattore centrale per la scelta del Brexit nel Regno Unito, e per l’ascesa del movimento “America First” di Trump negli Stati Uniti. Sembra oggi impossibile poter discutere serenamente sull’immigrazione, senza che nel dibattito entrino in gioco ogni sorta di ordini del giorno, preconcetti, insinuazioni e ricriminazioni. Attori e interessi di ogni tipo rivendicano una voce nel dibattito, dall’identità e sicurezza nazionale al multiculturalismo, ai diritti umani, al cosmopolitismo globalista. Al contrario, ciò che viene generalmente ignorato nei dibattiti pubblici è una discussione della politica economica dell’immigrazione ed in particolar modo una critica del ruolo dell’immigrazione nel sostenere il sistema capitalista.

Prima di proseguire, dobbiamo innanzitutto smontare alcune tattiche di distrazione, spesso usate nel dibattito pubblico, che purtroppo confondono troppe persone. Primo: essere contrario all’immigrazione non rende una persona razzista. Le due cose non sono consequenzali. Essere razzista significa adottare una visione dell’umanità ordinata in base a delle differenze biologiche, che si immagina stabiliscano una gerarchia. Preferire “i propri simili” (qualsiasi cosa significhi) potrebbe essere la base di un certo etnocentrismo, ma non necessariamente del razzismo in quanto tale. E’ importante non scattare sempre istericamente sui termini più provocatori e sconcertanti solo perché la vis polemica richiede una vittoria immediata. In realtà, non si vince nulla, si dà solamente l’impressione di non sapere di cosa si sta parlando. Similmente, la xenofobia non implica né razzismo né etnocentrismo, perché può andare oltre si l’uno che l’altro nell’essere una paura o una repulsione nei confronti di chiunque sia “straniero” o “diverso”. Al contrario, uno può essere fermamente razzista ma allo stesso tempo a favore dell’immigrazione, a condizione che l’immigrazione sia consentita solamente ai membri della propria razza (politica ufficialmente seguita dall’Australia fino alla seconda guerra mondiale). Altre forme di politiche razziste favoreli all’immigrazione includono la schiavitù propriamente detta, il lavoro forzato, fino al razzismo spicciolo di chi dice “facciamo venire i Messicani, sono così bravi come giardinieri”. Bisogna aggiungere che alcuni sondaggi condotti negli Stati Uniti suggeriscono che “l’opposizione all’immigrazione negli Stati Uniti non sia legata al razzismo, bensì alla paura che gli immigrati meno qualificati non possano mantenersi senza usufruire di vari programmi assistenziali (Medicaid, SNAP [buoni pasto, ndT], crediti d’imposta,…). Reihan Salam aggiunge “credo che se la politica migratoria non fosse discussa in termini razziali, l’opposizione all’immigrazione sarebbe in realtà molto più forte.” Bisogna altresì distinguere tra opinioni anti-immigrati e politiche anti-immigrazione, anche se tra le due ci possono essere punti di contatto. In definitiva, tutte queste cose oscurano le domande essenziali che non vengono, in genere, mai poste: 1) Razzismo, identità ed apertura sono le questioni più importanti in tema di immigrazione? 2) Perché i lavoratori dovrebbero essere a favore dell’immigrazione?

Se rivolgiamo la nostra attenzione all’attuale politica economica dell’immigrazione in Europa e Nord America, e prestiamo attenzione alla relazione fra immigrazione e capitale, potremmo scoprire due strane assenze. La prima è che coloro i quali, a sinistra, negli anni passati erano apertamente critici nei confronti dell’immigrazione di massa, in particolar modo quella illegale, ora non si pronunciano su questo tema, o hanno cambiato opinione senza spiegare perché. La seconda è che molti intellettuali Marxisti, pur avendo tutti gli strumenti concettuali ed empirici per farlo, non collegano immigrazione e capitale nei loro lavori, evitando di fornire delle basi per una critica all’immigrazione. La mia spiegazione per entrambe le assenze è la paura di essere stigmatizzati come xenofobi o, peggio ancora, razzisti, anche se, come detto prima, tale paura è illogica e dovrebbe essere superata.

LA SINISTRA IN PASSATO: CRITICA PUBBLICA DELL’IMMIGRAZIONE
In un passato non molto remoto, attivisti e politici di sinistra come Naomi Klein e Bernie Sanders si erano pronunciati pubblicamente contro l’immigrazione per il suo ruolo nella depressione dei salari, nell’aumento della disoccupazione e della miseria tra le classi meno abbienti, e nella promozione di una forma elitista di distacco cosmopolita da ogni luogo. Concentriamoci su questi due autori.

Naomi Klein sosteneva che le persone legate alle proprie origini fossero la piu grande minaccia per il capitalismo neoliberista, perché hanno “radici e storie alle spalle”, mentre il capitalismo globale preferisce “assumere persone disposte a muoversi con facilità“. Klein riconosceva anche che questo modello economico crea eserciti di “lavoratori in surplus” e che i lavoratori migranti sono utili “a tenere i salari molto, molto bassi.” Naomi Klein si è pronunciata anche sulla ricostruzione di New Orelans in seguito all’uragano Katrina, in cui coloro che hanno perso le loro case, soprattutto afroamericani, non sono stati quelli che hanno ottenuto i lavori per ricostruirle, lavori per cui sono stati utilizzati invece “lavoratori immigrati”.

Bernie Sanders, che avrebbe in seguito denunciato le politiche a favore delle frontiere aperte come un piano degli oligarchi di destra, dei fratelli Koch [famosi affaristi americani, ndT], nel 2007 dichiarava:

“Se la povertà aumenta e i salari diminuiscono, non capisco perché abbiamo bisogno di milioni di persone che entrano in questo paese come lavoratori temporanei, che lavoreranno per stipendi più bassi di quelli dei lavoratori americani e porteranno ad un ulterore abbassamento dei salari, più di quanto non stia già accadendo ora.”

E l”intervistatore aggiungeva:

“E come sappiamo, le principali industrie che assumono la maggior parte degli immigrati illegali, industrie di costruzioni, di giardinaggio, dello svago, del turismo, sono tutte industrie in cui i salari stanno diminuendo… Questo punto non viene discusso al Senato da chi propone la regolarizzazione degli immigrati.”

A cui Sanders rispondeva:

“E’ vero, non hanno una risposta coerente a riguardo.” […]

IMMIGRAZIONE: AL SERVIZIO DEI DETENTORI DEL CAPITALE.
[…] In “Diciassette contraddizioni” Harvey [celebre antropologo inglese, ndT] nota che, per molti Marxisti, la contraddizione tra capitale e lavoro è la principale contraddizione del capitalismo, ma, seppur egli stesso Marxista, non pensa che questa contraddizione possa spiegare da sola tutte le crisi del capitale. La sua definizione di capitale, e il modo in cui lo distingue dal capitalismo, lasciano molto a desiderare. Avendo fissato il ruolo del lavoro nello sviluppo storico del capitalismo (fondamentale o no, il lavoro rimane centrale), Harvey personifica il capitale dicendo che “il capitale si sforza di produrre un paesaggio geografico favorevole alla sua riproduzione e successiva evoluzione,” anche se sono i capitalisti che lo fanno, e non il capitale in quanto tale. Avrebbe potuto aggiungere che rimaneggiare un paesaggio geografico implica considerare come gli esseri umani si inseriscono in questo paesaggio, e che spostare lavoratori in giro per il mondo significa senza dubbio rimaneggiare la geografia. Avendo stabilito la centralità della contraddizione capitale-lavoro, Harvey aggiunge il terzo elemento essenziale della sua analisi: “che un’economia basata sulla spoliazione è il nocciolo di quello che davvero è il capitalismo.” Come procede questa spoliazione dei lavoratori?

L’utilità dell’immigrazione nel sistema capitalistico sta nell’abilità, da parte dei capitalisti, di usarla per rompere il potere monopolistico del lavoro. Sostanzialmente, i lavoratori possono avere un monopolio virtuale sul loro lavoro, specialimente se il lavoro è specializzato e il numero dei lavoratori ridotto. Il flusso di migranti può spezzare questo monopolio, creando competizione tra i diversi lavoratori. Harvey spiega questo concetto in dettaglio, ma senza mai parlare esplicitamente di immigrazione, utilizzando un esempio che si rivela molto importante per la situazione americana odierna:

“Sull’agenda del capitale non c’è l’abolizione delle specializzazioni di per sé, ma l’abolizione delle specializzazioni monopolizzabili. Quando nuove competenze diventano importanti (ad esempio, il saper programmare al computer), allora il problema per il capitale non è necessariamente abolire queste abilità (cosa che alla fin fine potrebbe ottenere grazie all’intelligenza artificiale), ma minare il loro aspetto potenzialmente monopolizzabile finanziando una sovrabbondanza di opportunità per acquisire quella specializzazione. Quando, da un numero esiguo, la forza lavoro con competenze di programmazione cresce fino ad essere sovrabbondante, il potere del monopolio si rompe, facendo crollare il costo di quello specifico lavoro. Una volta che i programmatori possono essere pagati una pipa di tabacco, allora il capitale è certamente felice di riconoscere questa come forma di lavoro specializzato di cui si serve…”

Oggi possiamo aggiornare questa spiegazione in termini di immigrazione. Harvey sottolinea che l’aumento dell’accesso all’educazione porta ad un aumento del numero di lavoratori specializzati, ma non nota, e suona molto strano, dato che ha lavorato nell’università per gran parte della sua vita, che un altro metodo per aumentare quel numero è importare studenti stranieri perché seguano un corso di studi, e poi trattenere quegli studenti stranieri. In altre parole, importare specialisti dall’estero attraverso l’immigrazione. Questo è un punto cruciale del programma di Hillary Clinton in vista delle elezioni presidenziali del 2016, ma non se parla, proprio per quella tattica diversiva del politicamente corretto a cui accennavo precedentemente. Infatti, nel “Programma di Hillary Clinton su tecnologia e innovazione”, si legge:

“Attirare e far restare i migliori talenti da tutto il mondo: Il nostro sistema di immigrazione è minato da visti, burocrazia e altre barriere che impediscono ai lavoratori specializzati e agli imprenditori di venire, restare, e creare lavoro negli Stati Uniti. Troppo spesso imponiamo a persone provenienti da altri Paesi e formate negli Stati Uniti di ritornare a casa, senza dare loro la possibilità di rimanere e di continuare a contribuire alla nostra economia. Nel contesto di una soluzione più ampia per l’immigrazione, Hillary garantirebbe il visto (green card) a tutti i laureati e i dottorati in discipline scentifiche presso istituzioni accreditate, permettendo agli studenti stranieri che hanno finito il loro percorso di studi di accedere alla “green card”. Hillary sosterrà inoltre i visti “start-up”, che permettono ai migliori imprenditori stranieri di venire negli Stati Uniti, costruire imprese nei settori tecnologici più competitivi a livello globale, e creare posti di lavoro e opportunità per i lavoratori americani. Prima di ottenere il visto, gli imprenditori immigrati dovranno ottenere un impegno di copertura finanziaria da parte di investitori americani, e per ottenere la green card dovranno creare un certo numero di posti di lavoro e ottenere determinati risultati.”

A questo punto, per gli studenti americani, gravati di debiti contratti per ottenere i loro diplomi nelle discipline scientifiche, sarà sempre più difficile spuntarla quando dovranno competere con gli immigrati per un numero finito di posti di lavoro, oppure quando i loro stipendi diminuiranno, man mano che il numero di lavoratori dello stesso settore aumenterà. Quello che la Clinton sta proponendo, in effetti, non è niente di nuovo: formalizzerebbe e renderebbe più efficiente la competizione dei “colletti bianchi” stranieri che già esiste. (Munro, 2016)

La chiave del potere dei capitalisti di diminuire i salari sta nella diminuizione delle opportunità di lavoro. Nel caso degli Stati Uniti, non è solo il fatto che i lavoratori immigrati competono per i posti di lavoro, ma anche che si stanno appropriando di una fetta sproporzionata delle opportunità di lavoro disponibili. Infatti, anche se i lavoratori nati in un altro paese costituiscono solo il 15% della forza lavoro, si sono però accaparrati il 31% dei nuovi posti di lavoro (vedi Kummer, 2015).

Nell’analisi di Marx, i capitalisti sono interessati a possedere un vasto “esercito industriale di riserva” in modo tale da contenere le ambizione dei lavoratori. E, come aggiunge Harvey, “se tale surplus di lavoro non esistesse, il capitale dovrebbe crearlo.” E come può farlo? Harvey identifica due modi per creare un surplus di lavoro: disoccupazione causata dalla tecnologia (automazione) e accesso a nuove fonti di lavoro (ad esempio delocalizzare in Cina). E’ ancora una volta peculiare che Harvey non elenchi un’altra ovvia opzione: espandere l’offerta di lavoro interna importando lavoratori (immigrazione). Dato che l’immigrazione può avere un ruolo importante per la creazione di un surplus di lavoro, perché non dirlo?

Fino adesso abbiamo parlato di come l’immigrazione venga usata per rompere il potere monopolistico del lavoro, espandendo l’offerta interna di lavoro o attraverso la delocalizzazione. Harvey, a onor del vero, dice, di passaggio, che l’immigrazione serve da aggiustamento geografico del sistema capitalista, redistribuendo il surplus di lavoro dove è più necessario. Ma l’aggiustamento geografico odierno appare in due forme, una è quella che chiamiamo delocalizzazione o outsourcing. La delocalizzazione essenzialmente fa sovvenzionare il capitale ai lavoratori; è¨ una delle assurdità del “libero mercato” contemporaneo che qualsiasi sussidio governativo ai lavoratori sia vietato, mentre i lavoratori possono essere iper-sfruttati per salari atrocemente bassi che riflettono il basso prezzo dei loro prodotti dovuto alla competizione sul mercato globale. Questo è un sussidio, solo che non è volontario, e non è statale. In ogni caso, la delocalizzazione, con cui i posti di lavoro vanno all’estero, è solo uno dei modi in cui si può aumentare la competizione tra i lavoratori. Il secondo metodo lo potremmo chiamare “rilocalizzazione“, con cui non sono i lavori che vanno incontro ai lavoratori all’estero, ma sono i lavoratori all’estero che migrano per trovare i lavori, l’immigrazione. Sfortunatamente, Harvey non fa riferimento alla rilocalizzazione come parte di una coppia di opzioni assieme alla delocalizzazione.

Storicamente, l’immigrazione è stata usata per deprimere i salari dei lavoratori nella nazione che li riceve. Questo è particolarmente vero nel caso degli Stati Uniti. Come Paul Street ha recentemente spiegato:

“Il fatto che la domanda e l’offerta di forza lavoro sia in continuo cambiamento è un fattore non trascurabile nei trionfi, difficoltà e tribolazioni delle classi lavoratrici americane presenti e passate. Come spiega uno dei massimi economisti di sinistra americani, Richard Wolff, la lunga crescita dei salari reali negli Stati Uniti è finita più di 30 anni fa grazie ‘alla combinazione di computerizzazione, delocalizzazione, entrata delle donne nel mercato del lavoro, ed una nuova ondata migratoria… questa volta soprattutto dall’America Latina, specialmente dal Messico e dall’America Centrale… I capitalisti da Main Street a Wall Street capirono rapidamente che i datori di lavoro potevano rallentare o fermare l’aumento dei salari, perché l’offerta ora superava la domanda nel mercato del lavoro…’

‘Se non credete che l’immigrazione sia usata dai datori di lavoro per ridurre gli standard di vita e di lavoro negli Stati Uniti, allora potete andare a lavorare in una qualsiasi fabbrica americana che ha un numero significativo di mansioni spiacevoli e che non richiedono qualificazioni. Vedrete il vostro capo-capitalista che mantiene i salari bassi e i lavoratori intimiditi ed oppressi assumendo, tra le varie cose, degli immigrati la cui esperienza di povertà estrema, violenza, e altre forme di miseria nei loro paesi di origine, rende disposti a lavorare in una “manifattura moderna” con obbedienza e senza proteste per 10$ all’ora o meno.’

Ciò nonostante, l’”opinione degli esperti” continua a creare il mito che l’immigrazione non abbia impatti negativi sui lavoratori.

Un altro modo importante in cui l’immigrazione sostiene il capitale è legato al potere d’acquisto dei salari. Come abbiamo visto, è nell’interesse del capitalista di tenere i salari più bassi possibili. La contraddizione che però sorge, e Harvey vi presta notevole attenzione, è che salari più bassi significano meno denaro per fare acquisti. Ciò riduce le dimensioni del mercato, e riduce i margini di profitto dei capitalisti. Quindi, se i lavoratori hanno tutti meno soldi, chi sostiene la domanda? Una opzione è aumentare gli stipendi: male. L’altra è aumentare il credito, cosa che si sta facendo. La terza opzione è aumentare la massa totale dei lavoratori, cosa che si sta anche facendo. I lavoratori possono anche avere meno denaro da spendere singolarmente ma, importando più lavoratori, ci saranno più persone che spendono (anche se poco). Quindi l’immigrazione può aiutare a sostenere o perfino aumentare la domanda, senza aumentare i salari.

“Un fenomenale aumento della forza lavoro totale,” scrive Harvey, “potrebbe aumentare la massa di capitale che viene prodotta anche se il tasso di remunerazione individuale diminuisce.” Ciò che però Harvey non dice è che un modo per ottenere un aumento fenomenale della forza lavoro totale è quello di promuovere l’immigrazione di massa, o consentire tacitamente che grandi numeri di persone entrino illegalmente. Ciò che Harvey invece dice è che l’immigrazione può aiutare a sostenere lo sviluppo economico futuro, ma non è chiaro come, perché poco dopo dice che, nel caso degli Stati Uniti, “la creazione di posti di lavoro dopo il 2008 non si è evoluta parallelamente all’espansione della forza lavoro” e che l’apparente declino del tasso di disoccupazione riflette invece “una riduzione della proporzione di cittadini attivi che cerca effettivamente lavoro”. Nuovamente, non considera l’impatto di milioni di persone che entrano a far parte della forza lavoro arrivando dall’estero.

[…] Harvey avrebbe potuto trovare un approccio più fruttuoso, nel suo discorso, nel punto in cui scrive “gli affari più lucrativi del capitalismo contemporaneo” sono “il traffico di donne, lo spaccio di droga o la vendita clandestina di armi”. Traffico di “donne”? Perché non traffico di lavoratori, com’è il caso dell’immigrazione clandestina, che è sfruttata da trafficanti di esseri umani in numero di gran lunga maggiore del traffico solamente di donne? In ogni caso, le frontiere aperte o permeabili sono una pacchia per i “tre affari più lucrativi” del capitalismo contemporaneo. Il miglior modo per massimizzare la crescita della forza lavoro totale è precisamente attraverso vie illegali, perché, com’è ovvio, essendo illegale implica che 1) non è regolata dallo stato, e non è soggetta a dibattito politico, 2) non è limitata in volume e 3) esclude che i lavoratori possano avvalersi dei diritti garantiti dalle leggi sul lavoro.

[…] Harvey fornisce anche una prospettiva interessante sul fatto che siamo testimoni di un conflitto tra “politica” ed “economia” sul tema dell’immigrazione. Con politica, intende lo stato, con il suo potere su di un determinato territorio, e con economia intende gli interessi del capitale. Come Harvey osserva: “la lealtà dei cittadini nei confronti dei loro Stati, costruita dagli Stati stessi, è fondamentalmente in conflitto con la peculiare lealtà del capitale nei confronti del fare soldi, e nient’altro”. In quella che ancora una volta avrebbe potuto essere, per Harvey, un’occasione di riflettere sull’immigrazione, egli dice: “affetto e lealtà verso luoghi e forme culturali specifici sono visti come un anacronismo”, aggiungendo poi: “non è forse questo quello che la diffusione dell’etica neoliberista poponeva e, alla fine, ha ottenuto?” Si potrebbero qui andare a rileggere i commenti di Naomi Klein di cui parlavamo all’inizio. […]

IMMIGRAZIONE: AL SERVIZIO DEI DETENTORI DEI VOTI
Se si è d’accordo con Marx, che sia nell’interesse dei capitalisti di possedere un vasto esercito di riserva di lavoratori disoccupati per tenere bassi i salari e magari per spezzare le organizzazioni collettive dei lavoratori, allora non si può in nessun modo pensare che la creazione di lavoratori usa-e-getta sia un fenomeno nuovo. (E non serve essere Marxisti per essere d’accordo con quella che è in effetti un’osservazione della realtà.) In ogni caso, dovrebbe essere chiaro che negli Stati Uniti, in Canada e parti dell’Europa, la deindustrializzazione causata dai trattati di libero scambio ha creato molti più disoccupati che in passato. Il fenomeno dell’aumento della disoccupazione a causa del libero scambio globalizzato è una peculiarità del capitalismo neoliberale. A quelli che beneficiano di questa situazione (le elites politiche ed economiche che governano il sistema a proprio vantaggio), risulta chiaro che una crisi è iniziata. Vedono oggi una reazione da parte di coloro che hanno espropriato. La democrazia liberale, come sistema di potere, era consentita nel momento in cui la politica era stata separata dall’economia, ed il voto non sembrava poter mettere in discussione il sistema economico. Quando, invece, i lavoratori sfruttati trovano un modo per far sentire le loro proteste attraverso le elezioni, allora quella separazione inizia a rompersi. Nessuno stupore, quindi, che le elite democratiche ora proclamino ad ogni occasione che assistiamo al “suicidio della democrazia”, scrivendo perfino con tono apocalittico che“la fine è imminente” e che la “tirannia” si avvicina. Ciò che è al capolinea, perché deve esserlo, essendo stato così ovviamente irrazionale e insostenibile, è il sistema dell’elitismo democratico che i governanti avevano creato e che speravano avrebbe preservato il sistema economico esistente eliminando ogni forma di politica popolare. (Bachrach, 1980). Gli elettori, invece, ora realizzano che in casi eccezionali possono effettivamente esprimere un voto sulla globalizzazione, il libero mercato ed il neoliberismo, come nel caso del voto per il Brexit nel Regno Unito e come nel caso del movimento di Trump negli Stati Uniti.

(Ma chi l’avrebbe mai detto che le elite fossero così sensibili, ed isteriche? Ora che sono più ricche di sempre nella storia dell’uomo qualsiasi discorso di una riduzione della loro abilità di avere di più è visto come un suicidio ed un’apocalisse?)

Altrimenti, la democrazia liberale non sottopone mai a giudizio questioni che riguardino il libero mercato o l’immigrazoione. Non ha mai voluto farlo, perché i lavoratori sono tenuti in grande disprezzo (vedi Krugman, 2016; Confessore, 2016). Nel caso del Brexit, vi è stato un aperto disdegno della democrazia da parte di quelli che hanno votato Remain, che è andato dall’esortare il Parlamento ad ignorare, semplicemente, il risultato del referendum, sino a chiedere un secondo referendum con una soglia più alta, necessaria a sancire una vittoria del Brexit. Entrambe le iniziative hanno fallito. Membri della sinistra metropolitana hanno voltato le spalle alle classi lavoratrici. Il fatto che alcun sostenitori del Remain fossero motivati dalla prospettiva di nuove quantità di lavoro a basso prezzo non è passato inosservato. Gli oligarchi sono profondamente preoccupati, e vorrebbero che noi altri li salvassimo.

Un sistema oligarchico in crisi cerca, ovviamente, rimedi. Avendo reso la maggioranza dei lavoratori superflui, la chiave sta nel trovare il modo per renderli superflui anche come elettori. Fortunatamente per gli oligarchi, la storia offre delle soluzioni. Sul sito del dipartimento degli Stati Uniti si trovano delle lezioni su come far sopravvivere un regime importando migranti che, per ringraziare, lo sosterranno. Uno di questi casi riguarda la Guyana sotto il governo di Forbes Burnham e del “People’s National Congress” (PNC). Con una classe lavoratrice spaccata tra Afro-Guyanesi ed Indo-Guyanesi, questi ultimi sostenitori del partito d’opposizione e in maggioranza, quello che Burnham fece fu importare immigrati neri dalle vicine isole più piccole dei Caraibi, che avrebbero poi votato PNC per ringraziare Burnham del sostegno. Cose simili accaddero a Trinidad e Tobago, sotto il governo sostenuto da Washington di Eric Williams e del “people’s National Movement (PNM). In questo caso vi furono sospetti diffusi che la grossa crescita della popolazione immigrata da Grenada e St. Vincent portasse ad un aumento della base del PNM.

Negli Stati Uniti, sembra che si provi un sollievo che sconfina in sollucchero quando i Democratici possono dichiarare il declino nel numero dei loro sostenitori tra i lavoratori bianchi, e la crescita del numero di voti dagli Ispanici, grazie all’immigrazione, sia legale che illegale, che le loro politiche hanno aiutato a promuovere. Non voglio sostenere che gli odierni governanti degli Stati Uniti abbiano preso suggerimento diretto da regimi che hanno usato l’immigrazione per costruire una nuova base demografica di sostegno, né penso che questa sia un logica così esotica da dover essere importata. Al contrario, il punto è capire come l’immigrazione sia usata come uno strumento per far sopravvivere un regime in una nazione divisa sul piano etnico. Un elemento di inusuale saggezza è emerso da un partecipante di destra ad un dibatitto radiofonico negli Stati Uniti che, volendo ironizzare sulla pratica politicamente corretta di chiamare gli immigrati illegali “lavoratori senza permesso”, li ha invece chiamati “Democratici senza documenti”.

Abbattere i confini offre l’opportunità di allungare la vita di un regime impopolare. Le elite dominanti capiscono che (a) i lavoratori a disposizione sono votanti a didposizione e (b) che possono sempre importare una nuova base di votanti che sarà riconoscente per l’appoggio, almeno finché il discorso pro-immigrazione rimane in piedi. Questo è il momento in cui si rivolgono alle politiche identitarie, al lobbismo neo-tribale ed al narcisismo morale che sfrutta calcolate espressioni di sdegno. Mentre gli oligarchi ci chiedono di salvarli, in molti rimangono affascinati dalla politica dell’identità e del moralismo, seducente e sfruttatrice. Alcuni lo fanno nell’illusione di essere in qualche eterna lotta al “fascismo” ed entrano nella lotta appropriatamente muniti di foto, postate sui social media, di testi classici del Marxismo dell’800 e inizi ‘900 che stanno orgogliosamente leggendo. Altri si fanno sedurre perché ancora una volta lasciano che reazioni emotive a caldo li guidino verso obiettivi che a malapena intuiscono.

E’ istruttivo notare che il fascismo reale prese piede in una nazione che non aveva alti livelli di immigrazione. Era, invece, una delle più grandi produttrici di emigranti: l’Italia, dove l’idea stessa di fascismo fu inventata. In effetti, il fascismo, così come è realmente esistito nella storia, includeva un piano di colonizzazione per stabilire e impiegare a casa una popolazione in forte crescita. Nulla di tutto questo fa parte dell’agenda di Trump.

Mentre l’immigrazione può far sopravvivere un regime dentro i confini, può essere un fattore di destabilizzazione quando è causata da un cambio di regime all’estero. L’immigrazione è stata uno dei fattori determinanti che ha portato alla vittoria del Brexit (vedi Kummer, 2016). Come alcuni hanno osservato, “la società Britannica è stata trasformata du un’ondata migratoria senza precedenti nella sua storia”: dall’avvento di Tony Blair al governo, “sono arrivati in Gran Bretagna circa due volte gli immigrati che erano arrivati nei cinquant’anni precedenti”. Alcuni sostengono che, di conseguenza, la vittoria del Brexit sia una vittoria delle classi lavoratrici.

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Nel caso dell’Europa, le conseguenze del forte afflusso, nel corso degli ultimi due anni, di rifugiati e migranti che hanno viaggiato attraverso Turchia, Grecia e Libia, non hanno portato stabilità alla classe politica dominante. Si vedono i governi europei, alcuni dei quali hanno attivamente sostenuto (o magari ancora sostengono) le campagne statunitensi per il cambio di regime in Iraq, Afghanistan, Libia e Siria, che fronteggiano ora il conseguente afflusso di rifugiati. Avendo indebolito, o reso praticamente inesistenti, le strutture statali dell’Afghanistan, dell’Iraq e della Libia, ed avendo severamente compromesso la Siria, il livello di violenza senza precedenti in queste nazioni ha generato un fortissimo afflusso di rifugiati. Per un po’, è stato possibile scaricare il barile a paesi poco o pochissimo in grado di ospitare dei rifugiati, come la Giordania e la Turchia, o perfino la Grecia, già profondamente fragile. La stessa Siria ha ospitato centinaia di migliaia di Iracheni, dopo l’invasione statunitense. Una volta che una porzione dei rifugiati di queste regioni ha iniziato a spostarsi verso nord, dentro l’Unione Europea, le elite al governo hanno a tutti gli effetti trasferito i costi sulle classi più povere, sovraccaricando uno stato sociale già immiserito dall’austerità, ed esigendo un atteggiamento benevolente. Le proteste di questi strati sociali sono state bollate come “razziste” e “xenofobe”, specialmente dai cosiddetti “progressisti”. Il punto qui non dovrebbe essere se quelli che meno possono permetterselo debbano accogliere a braccia aperte o no i rifugiati ed i migranti. Il punto è innanzitutto che l’occidente non avrebbe dovuto creare quelle masse di rifugiati, come ha invece fatto con le sue invasioni, occupazioni e bombardamenti.

CONCLUSIONI: LA SCOMPARSA DELLA SINISTRA?
Abbiamo raccolto una serie di casi in cui la sinistra, a grandi linee, ha abbandonato qualsiasi tentativo di articolare una prospettiva critica sull’immigrazione. Lo vediamo in casi come:

la ritirata di Naomi Klein e Bernie Sanders e, in generale, di politici ed attivisti di sinistra, che o si sono chiusi nel silenzio o hanno proprio cambiato posizione;
la chiara riluttanza di accademici Marxisti, come David Harvey, a trarre le ovvie conclusioni dal loro stesso lavoro;
esponenti della sinistra che rifiutano le rimostranze delle classi lavoratrici, nel momento in cui viene loro imposta un’ulteriore austerità dovuta al fatto che sanità, istruzione e servizi sociali devono occuparsi dei migranti;
le elite politiche che cercano un appoggio da sinistra, fingendosi progressiste, mentre sostengono l’immigrazione dal Messico e dall’America Centrale.
Data, però, la stretta relazione tra immigrazione e capitalismo neoliberista, e dato l’attuale collasso dell’ordine neoliberale, la sinistra si sta condannando all’estinzione seguendo le tracce dei politici neoliberali. “Non voto per un razzista o un bigotto” si può facilmente tradurre con “sto salvando l’oligarchia”. Nell’occidente, potremmo quindi essere di fronte ad un punto di svolta storico ancora più grande di quanto avremmo potuto immaginare: un futuro plasmato dall’assenza della sinistra dal futuro stesso. Volendo essere meno pessimisti, la sinistra potrebbe diventare poco più che un residuo, un’eredità, che a volte riappare in forma di apparizioni superficiali, o di frasi fatte, piuttosto che una vera forza sociale.

Senza una sinistra, l’attuale distinzione destra-sinistra (che sta già sfumando ed evaporando da entrambi i lati) perderà ancor più senso, in special modo nel momento in cui la destra inizia ad appropriarsi di tematiche e preoccupazioni che per la sinistra una volta erano cruciali. […]

La cosa più importante da fare ora, in termini politici generali, è mettere le politiche migratorie al centro del dibattito democratico. Bisogna discuterne a fondo, e dovrebbe esserci una vasta consultazione pubblica. Biasimare semplicemente le persone per zittirle, con l’aiuto di facili e a volte ipocrite accuse di “razzismo”, non può essere un sostituto della democrazia. Il pubblico deve sapere come l’immigrazione colpisce i salari, i prezzi, le opportunità di lavoro, i servizi sociali, le organizzazioni sindacali, dato che questo tema è così profondamente legato alla politica economica, commerciale, e dello stato sociale. Sospetto che, al momento, negli Stati Uniti, secondo troppe persone “di sinistra”, il governo degli Stati Uniti dovrebbe rispondere più agli stranieri che ai cittadini americani, per quanto riguarda la politica migratoria. Questo è un approccio dannoso ed irrazionale. Oltre a ciò, troppo spesso le decisioni sull’immigrazione sono state prese a porte chiuse da comitati legati ad interessi privati, producendo programmi per l’immigrazione contorti e loschi, e deviando il dibattito fino al punto che le posizioni politiche sono così polarizzate che il discorso procede solo su posizioni che non ammettono alcuna obiezione. Infine, in termini di politica estera statunitense, serve un’inversione di rotta della pratica pluridecennale di promozione all’estero degli Stati Uniti come un faro, un modello, il punto più alto dello sviluppo e ricchezza umane, cosa che li rende la destinazione più ovvia per così tante persone che compiono delle scelte senza farsi troppe domande e senza sapere a cosa vanno incontro.

Note

Bachrach, Peter. (1980). The Theory of Democratic Elitism: A Critique. Lanham, MD: University Press of America.

Clinton, Hillary. (2016). Hillary Clinton’s Initiative on Technology & Innovation. HillaryClinton.com, June 27.

Confessore, Nicholas. (2016). “How the G.O.P. Elite Lost Its Voters to Donald Trump”. The New York Times, March 28.

Editors, Globe and Mail. (2016). “The end is nigh: Donald Trump, and other signs of the apocalypse”. The Globe and Mail, July 24.

Encyclopedia.com. (2007). Trinidad and Tobago. Worldmark Encyclopedia of Nations.

Forte, Maximilian C. (2016a). “The Wall: A Monument to the Nation-State”.Zero Anthropology, April 17.

Forte, Maximilian C. (2016b). “Social Imperialism and New Victorian Identity Politics”. Zero Anthropology, July 30.

Gilens, Martin, & Page, Benjamin I. (2014). “Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Groups, and Average Citizens”. Pre-publication draft, April 9.

Greenfield, Jeff. (2016). “Doubts Start Creeping In for Democrats”. Politico Magazine, August 1.

Guyana Times. (2015). “Letter to the Editor: Kamaluddin Mohamed did greater damage than good”. Guyana Times, December 14.

John, A

705.-In Spagna, la Fondazione Soros redige una vera e propria lista di proscrizione. Che altro dobbiamo sapere?

Nota e traduzione a cura della redazione di Marx21.it

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Da tempo è noto un elenco (sicuramente incompleto) delle Ong “filantropiche” finanziate dal magnate George Soros. E’ noto anche il ruolo “propulsivo” che tali organizzazioni hanno svolto e svolgono nella preparazione delle numerose “rivoluzioni colorate” riuscite o fallite in ogni angolo del pianeta, che ebbero inizio a partire dall’implosione del sistema socialista su scala mondiale, nel 1989. Sono organizzazioni che non hanno esitato a sostenere le azioni eversive e i crimini di gruppi nazi-fascisti e formazioni terroristiche, come nel caso del golpe in Ucraina del febbraio 2014 e del supporto logistico e propagandistico prestato in questi giorni, ad Aleppo, al cosiddetto “esercito della conquista” che raccoglie le bande di tagliagole islamisti non direttamente riconducibili allo “Stato Islamico” e che si battono contro il legittimo governo di Damasco, sostenute apertamente dagli Stati Uniti e dai suoi alleati della NATO.

Quello che però è emerso in questi giorni con la stesura, ad opera della Fondazione Soros, di una vera e propria lista di proscrizione di esponenti politici e giornalisti spagnoli, accusati di essere “filo-russi” (link), indica un salto di qualità nell’iniziativa del “filantropo” statunitense e fa calare ombre inquietanti sul già precario stato di salute della “democrazia” e della libertà di opinione in quello che, ai tempi della guerra fredda contro il sistema socialista, veniva con enfasi definito “mondo libero”. E francamente stupisce che una simile notizia sia passata praticamente inosservata nel nostro paese, dove, ricordiamo, operano strutture che collaborano con la fondazione di Soros.

Solleva in particolare la nostra preoccupazione che, tra i nomi segnalati, ci siano anche quelli di dirigenti del Partito Comunista di Spagna (PCE), come il compagno Javier Parra, del quale i nostri lettori conoscono alcuni contributi pubblicati nei mesi scorsi, e a cui manifestiamo tutta la nostra solidarietà.

Per questa ragione, e per richiamare l’attenzione dei comunisti e dei democratici italiani sulla sconcertante rivelazione, abbiamo ritenuto di tradurre la dichiarazione che il compagno Parra ha rilasciato all’edizione spagnola di “Sputnik”.

Marx21.it

La denuncia di Javier Parra

Un politico nella lista di Soros denuncia la gravità del fatto di essere segnalato per le proprie opinioni

L’esistenza di una lista elaborata per incarico della fondazione del magnate George Soros, che segnala vari politici, attivisti e giornalisti spagnoli come filo-russi è un fatto di “enorme gravità”.

Il fatto rende evidente che sulla questione ucraina si sta giocando una “partita a Risiko mondiale”, ha dichiarato a “Sputnik” il segretario generale del Partito Comunista del Paese Valenciano (PCPV), Javier Parra, il cui nome compare nella lista.

“L’esistenza di una tale lista già mi pare di un’estrema gravità: penso che si tratti di una lista nera che segnala politici, giornalisti e organizzazioni, che non si sono lasciati influenzare dai grandi mezzi di comunicazione per quanto concerne il colpo di Stato in Ucraina”, sostiene Parra.

Nei giorni scorsi una indiscrezione della Fondazione per una Società Aperta ha rivelato numerosi documenti della fondazione del magnate George Soros.

Tra loro si trova un elenco di persone che esercitano influenza nel dibattito pubblico sulla questione ucraina e le modalità delle assegnazioni di bilancio per il finanziamento di think tank in diversi paesi europei.

Tra questi figura il CIDOB, un istituto spagnolo che ha ricevuto 25.000 euro dalla fondazione del magnate. Precisamente, incaricati della stesura della lista di persone influenti nella formazione dell’opinione pubblica in merito alla questione ucraina, sono due ricercatori di questa organizzazione, Nicolás de Pedro y Marta Ter.

Secondo Parra, gli oltre 2.500 documenti diffusi dimostrano che “si sta giocando una partita a Risiko mondiale” in cui “ci sono persone che stanno muovendo le loro pedine sulla base di finanziamenti a organizzazioni, senza che importi qualcosa che siano progressiste o naziste. L’importante è che servano gli interessi di Soros e dei suoi soci”.

Tali interessi, continua il politico, sono “ampliare lo spazio di influenza degli Stati Uniti ed espandere il neoliberalismo economico”.

“Non so come si sia pensato di utilizzare tale lista. Ciò che ho chiaro è che le organizzazioni di Soros hanno fatto ricorso a ogni tipo di mezzo, non importa se violento o pacifico, per soddisfare i propri interessi”, ha spiegato Parra.

Il politico spiega che la lista che individua i creatori di opinione, sia favorevoli alla Russia che all’Ucraina “è una mappatura che servirà per l’azione in Spagna e in altri paesi, come Francia e Germania”.

I documenti trapelati comprendono anche un elenco di mezzi di comunicazione (El Pais, eldiario.es, El Periodico, el diario Ara, la Directa e Radio Klara) che sono catalogati come “potenziali alleati” dalla Fondazione Soros.

“In molti abbiamo denunciato che la maggior parte dei mezzi di comunicazione sono al servizio degli interessi di chi li finanzia. Soros sa come funziona la storia e quindi conosce quali possono essere i mezzi di comunicazione potenzialmente alleati”, ha assicurato.

Tuttavia, Parra sostiene che “Internet può rompere l’egemonia dei mezzi di comunicazione”.

“Per questo a chi può raggiungere diverse migliaia di persone si attribuisce un’importanza enorme”, ha detto Parra sulla sua inclusione nella lista, in cui viene classificato come “filo-russo”, sebbene egli rifiuti questa etichetta e preferisca definirsi “una persona non influenzabile”.

680.-CI AMMAZZANO COME CONIGLI. MEGLIO, SE POSSONO, I BAMBINI.

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La sera del 14 luglio, Richard Gutjahr è  a Nizza, sulla promenade, e riprende in video la scena del camion che fa’ strage, che tutti abbiamo potuto vedere. Il 22 luglio, Richard Gutjahr   si trova a Monaco di Baviera: incredibile  fortuna/sfortuna,  giusto davanti allo shopping center  dove il diciottenne  “assassino solitario”   sta per fare una strage – o l’ha appena fatta. E’ lui quello che

riprende  la prima scena, mandata in onda da tutti i media, probabilmente con lauto guadagno per l’autore.  Un video   le  cui circostanze lasciano subito perplesso  il giornalista Marcello Foa: “Chi filma è dall’altra parte di una strada molto trafficata e l’entrata di un Mc Donald è quanto di più banale ci sia. Ne converrete: è inverosimile che qualcuno decida di fare un filmino proprio lì e proprio mentre il killer esce, alza il braccio e inizia a sparare. Tanto più che quando l’assassino appare, l’inquadratura stringe subito sul folle tiratore.La circostanza è troppo straordinaria per essere casuale. E allora? E’ evidente che chi ha filmato sapeva quel che stava per accadere. Era lì apposta. Un complice. E dai nervi d’acciaio. Nelle immagini seguenti si vede la telecamera puntata a terra mente l’uomo si allontana velocemente. Poi si sente la sua voce, parla in Hoch Deutsch, il miglior tedesco. Dice ai passanti: “Sta venendo qui. Correte gente”, ma senza urlare, senza panico.  Il tono è appena concitato, non è quello di un uomo sconvolto che ha appena assistito a un omicido. Appare controllato, straordinariamente padrone di sé. Chissà se la polizia lo ha già individuato. Chissà se lo identificherà mai. Speriamo”. 

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Eccolo identificato:  Richard Gutjahr, che si definisce un po’ “attore” e un po’ “giornalista indipendente”, riempie you tube

di proprie immagini, è sposato con Einat Wilf, ex deputata israeliana nel partito di Netanyahu,   che viene dai ranghi della intelligence militare di Sion.  C’è qualche polizia che abbia voglia non dico di interrogarlo (sarebbe antisemitismo e negazionismo dell’Oloké)  ma intervistarlo su queste sua capacità paranormale? Se  non altro – come mi suggerisce una lettrice – per sapere dove il caro Richard intende fare il prossimo viaggio con strage annessa. Il giovinotto dovrebbe gradire:   dalle immagini che sparge di sé sui social media, gradisce la   notorietà.

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La moglie, tenente Einat Wilf

 

Anche la mogliettina non esita a  postare sé stessa su Wikipedia: Sappiamo così che Einat Wilf, nata a Gerusalemme ma laureata ad Harvard, è tornata in patria per  essere arruolata, da tenente,  nella Unit 8200: il corpo (Yehida Shmoneh-Matayim) che si dedica alla intelligence “dei segnali” (SIGINT).   La graziosa signora è stata anche consigliera di politica estera   del primo ministro Shimon Peres, membro di un ente chiamato  Jewish People Policy Planning Institute , ed editorialista del quotidiano israelian Israel HaYom, uno dei media più vicini a Netanyahu e all’ala estremista del Likud. Nel 2007,   la Wilf – veramente ambiziosa! – ha concorso per la presidenza del World Jewish Congress, Congresso Ebraico Mondiale (la centrale delle centrali, si può dire), ritirandosi però prima del voto (sic). Nel parlamento israeliano è entrata nel 2009 – ma solo  come sostituzione di  un deputato che s’era ritirato. Ha perso il seggio nel 2013. Ha scritto un paio di saggi:   My Israel, Our Generation, e Global actors and global politics : the case of the World Jewish Congress campaign against the Swiss Banks(2008).  

Dunque nelle due stragi in Europa, sembra trattarsi di una stessa strategia della tensione volta a provocare paura nelle folle. Le stesse paure di uscire, andare al ristorante, sul lungomare; la stessa paura del “musulmano”  accoltellatore e assassino  …che provano coloro che hanno rubato ai palestinesi terra, case, aranceti. E ci stanno riuscendo. In un prossimo articolo,  converrà ricordare come è stata messa a punto la tecnica della diffusione di ‘états d’esprit‘  collettivi. Perché lo fanno. 

Il caos e la strage possono essere dei fini in sé, per creature che si sono date al MAle assoluto. Ricordo i suoi attributi: Padre di Menzogna e Omicida fin da Principio. Guardate come sono riusciti a ridurre paesi come Irtakm, Afghanistan, Siria, Libia: ancora non capite? Adesso tocca a noi.

 

D’altra parte, creare le paura nelle masse europee, bovine ed ovine, serve a renderle sempre più docili agli arbitri del potere, alla riduzione delle libertà politiche, ad accettare le durezze economiche e – forse – anche la guerra: dopotutto, il potere ci sta difendendo dal “terrorismo”, e ‘ci vuole più Europa”..). A me, 2 + 2 fa 4, perciò, chi blatera ci vuole più Europa è dalla parte degli assassini; obbedisce allo stesso/i padroni. In cambio di che? Una nota è dobbligo: In quasi tutti gli attentati – a partire dell’11 settembre 2001, agli ultimi due, passando per la metropolitana di Londra – viene fuori la notizia che lo stato di Israele o qualche suo adepto conosceva già la situazione. Possiamo accettare l’idea che tali fughe di notizie siano dovute a leggerezza, anche solo come conseguenza del loro sentirsi superiori a Tutti? Passi per una volta, ma qui gli episodi sono troppi per non destare qualche sospetto di manipolazione programmata dell’immagine relativa al “popolo più perseguitato della storia”.
Sanno, per caso, che, tanto, la resa dei conti è vicina e a poco serve continuare a nascondersi dietro questa Reputazione? O hanno in mente un piano “b” da sdoganare al momento opportuno, aizzando le folle contro di loro affinché questi si imbarchino per Israele aumentandone gli adepti?  Non deridiamo i complottisti.