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1444 .- In Medio Oriente tutte le strade portano a Mosca. E Trump?

Si accentua il declino degli Stati Uniti, sottoposti al potere finanziario, senza più anima e i petrolieri arabi prendono la via di Putin, il vincitore in Siria. Così, mentre il monarca saudita si trova a Mosca e mentre i leader iraniani e turchi si riuniscono a Teheran, mi domando: Che farà con gli Hezbollah Israele?

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Mentre i media statunitensi continuano a speculare sui motivi della strage di Las Vegas e la stampa inglese critica l’ultimo discorso della prima ministra Theresa May, ci sono cambiamenti significativi nelle alleanze mediorientali. Re Salman bin Abdulaziz al-Saud arrivava a Mosca per incontrare il Presidente Vladimir Putin in ciò che alcuni media presentavano come visita per rafforzare i legami energetici, soprattutto sulla persistenza dei prezzi petroliferi. Se è vero che russi e sauditi, una volta nelle condizioni estreme dei mercati del petrolio e del gas, si sono coordinati negli ultimi tre anni sugli accordi dell’OPEC per ridurre la produzione aumentando i prezzi. Ma i due Paesi hanno molto di più su cui puntare nella geopolitica del Medio Oriente. Primo, la Russia è una forte sostenitrice del Presidente Bashar Al Assad, contro cui i sauditi erano fermamente contrari adottado gravi misure per abbatterlo. “Posso dire che le nostre relazioni sono evidenziate dalla somiglianza delle opinioni su molti problemi regionali e internazionali. Il coordinamento bilaterale continua su tutto ciò che promuove maggiore sicurezza e prosperità per i nostri Paesi”, affermava re Salman secondo la TASS. Traduzione: come concordare su Siria (e Iran). Re Salman ha detto a Putin che Riyadh vuole risolvere diplomaticamente la guerra in Siria, posizione in netto contrasto con quella di altri Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, soprattutto il Qatar. I sauditi, insieme a Bahrayn, Egitto ed Emirati, vorrebbero un cambio di regime a Doha e la riorganizzazione (o chiusura) della rete al-Jazeera. Anche il Qatar si trova ad occupare una delle più grandi riserve di gas del mondo, e ad essere un importante fornitore di gas dei mercati globali che, a un certo punto, minacciava la Russia per il sostegno ad Assad.

Acqua passata non macina più?
Ma il Qatar è nulla rispetto all’elefante iraniano. I sauditi temono la crescente influenza dell’Iran in Siria, sia direttamente che attraverso Hezbollah che combatte a fianco dell’Esercito arabo siriano contro i terroristi armati da Riyad e Doha. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava che i sauditi lavorano per creare un’opposizione unita (meno gli affiliati a SIIL e al-Qaida) che sarebbero rappresentata negli eventuali ultimi colloqui di pace, secondo gli accordi di Astana. Ciò sarebbe una svolta significativa negli sforzi regionali per porre fine alla crisi siriana, in quanto i sauditi appaiono in sintonia con il punto di vista russo, e guardano anche ai colloqui di pace di Astana, in Kazakistan, vedendovi formare la nuova coalizione tra Iran, Russia e Turchia. Putin concluse la visita in Turchia della settimana prima, in cui i due ex-nemici stipulavano un accordo per fornire ad Ankara avanzati sistemi di difesa aerea russi. Sembra che i sauditi vogliano la loro parte. La stampa saudita riferiva che Riyadh ha firmato accordi per l’acquisto del sistema di difesa aerea S-400, così come di altre armi avanzate. Ciò avviene pochi mesi dopo che il presidente Donald Trump aveva visitato l’Arabia Saudita, caratterizzato da decine di miliardi di vendite in armamenti degli Stati Uniti al regno. La stampa saudita descriveva la visita di re Salman in Russia come l’inizio di una “nuova amicizia”. Va notato che l’Iran solo due settimane prima testava un nuovo missile balistico dalla gittata di 2000 km e a testata multipla. La CNN riferiva che il missile può raggiungere Israele e Arabia Saudita.

Iran + Iraq + Turchia
Nel frattempo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan incontrava l’omologo iraniano Hassan Ruhani a Teheran per discutere le misure per contrastare il referendum per l’indipendenza curda nell’Iraq settentrionale. Erdogan affermava che il suo Paese si coordina con Iran e Iraq per sventare l’indipendenza curda. Mentre la loro riunione e gli sforzi concentrati sarebbero dovuti a una visione condivisa, non cosa da poco che la potenza sunnita più forte incontri la prima potenza sciita. E che entrambe siano alleate dei russi. I sauditi avevano la sensazione di aver perso il treno? L’Arabia Saudita affronta molte sfide interne, soprattutto socioeconomiche, e teme l’avazanta dell’estremismo islamico che in qualche modo ha creato. Ma riconosce anche che con tutte le intenzioni, la guerra alla Siria è perduta, mentre le forze di Assad ed Hezbollah riprendono le regioni occupate da Stato islamico e altri estremisti. Sa anche che l’Europa non rinnegherà l’accordo nucleare P5+1 con l’Iran, nonostante tutte le pretese di Washington che minaccia di ritirarsi dall’accordo o di aumentare le sanzioni alla Repubblica islamica. E Riyadh vede che con Trump, con un ruolo minore in Siria e che continua a ritirarsi dai trattati internazionali e multilaterali, tutte le strade portano a Mosca, importante mediatrice di questi due sviluppi. Per contrastare l’Iran, come ha fatto in modo feroce negli ultimi anni, dove sul teatro siriano si aveva una guerra per procura, l’Arabia Saudita si rivolge a Mosca per limitare l’influenza di Teheran a Damasco. Poco probabile che Putin lo faccia. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha suonato l’allarme su ciò che chiamava basi militari iraniane in Siria, ha visitato Mosca quattro volte negli ultimi due anni per sollecitare la Russia, senza successo, a fermare l’Iran.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio

E Trump?

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Putin ha accolto le richieste di Erdogan per acquistare i missili contraerei S-400 e Trump vende all’Arabia Saudita il sistema missilistico, THAAD. Un affare da 15 miliardi di dollari per la difesa dell’area ad alta quota (THAAD), chiaramente, in funzione anti iraniana. Così, gli Stati Uniti, sconfitti in Siria, “per modo di dire”, alimentano le tensioni nella regione del Golfo Persico. “Per modo di dire”, perché la guerra in Siria ha fruttato lucrosi contratti alle multinazionali degli armamenti USA e, questo, è sempre il loro obbiettivo primario. Lo ha affermato in un’intervista a Press TV, sabato, James Jatras, un ex consigliere e diplomatico politico del senato americano, che è anche uno specialista in relazioni internazionali e politiche legislative a Washington, DC.

L’amministrazione di Donald Trump, approvando la vendita di armi venerdì scorso, ha voluto affrontare le preoccupazioni regionali del regno saudita. Ha dichiarato il Dipartimento di Stato: “Questa vendita aiuta gli Stati Uniti a garantire la sicurezza nazionale e gli interessi della politica estera e appoggia la sicurezza a lungo termine dell’Arabia Saudita e della regione del Golfo Persico di fronte a minacce iraniane e di altre regioni”.

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A conferma del nostro giudizio, Jatras ha detto a Press TV che l’acquisto saudita è “principalmente diretto contro l’Iran”:

“L’ultima puntata dell’acquisto di armi del governo saudita, come abbiamo visto in passato molto spesso che l’Arabia Saudita acquista armi sofisticate che non sono ancora in grado di utilizzare”, ha dichiarato.

“Non sono sicuro che sarebbe qui il caso. Molto probabilmente queste armi sarebbero state fornite con il personale tecnico per farli funzionare “, ha detto l’analista.

“Naturalmente queste armi hanno una gamma molto ampia che coprirà gran parte della regione – chiaramente questo è principalmente diretto contro l’Iran”, ha osservato.

“Penso che questo sia un ulteriore passo in un’escalation nella regione del Golfo Persico che non può avere un buon risultato se continuiamo a scendere questa strada”, ha concluso. Insomma, un altro po’ di morti. Mi torna, però, alla mente la vendita della Gran Bretagna all’impero Ottomano di un incrociatore con cannoni di ottimo legno.

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Gli Stati Uniti hanno deciso di vendere il sistema missilistico THAAD in Arabia Saudita.

Oltre al THAAD, il pacchetto americano per l’Arabia Saudita includeva anche missili Patriot, carri armati, artiglieria, mezzi blindati, navi da guerra, elicotteri, pattuglie e sistemi di armi associati.  Secondo la DSCA, Saudis aveva messo in ordine 44 lanciatori THAAD, 360 missili Interceptor, 16 Fire Control e Communications Mobile Tactical Station Group e sette radar THAAD all’avanguardia AN / TPY-2.

Lockheed Martin e Raytheon sono i due principali contraenti americani che trarranno profitto dalla vendita.

Traduzione di Mario Donnini.

L’analisi di Carlo Pelanda

 

L’accordo bilaterale Russia-Arabia Saudita è un altro segnale del mutamento in atto nel sistema delle relazioni internazionali, che inciderà sulla futura configurazione del mercato globale. La tendenza può essere semplificata come transizione da un mondo americocentrico, imperniato sul dominio militare, finanziario e in materia di standard commerciali degli Stati Uniti, a una frammentazione in regioni, ciascuna dominata da una nazione leader e con standard propri. Tale mutazione è stata avviata dalla riduzione del perimetro esterno varcato il quale scatta la tutela degli interessi vitali degli Usa, avviata inizialmente, nel 2001, da Bush in base alla Dottrina dell’interesse nazionale (esplicitata da Condoleezza Rice su Foreign Affairs) contrapposta a quella dell’impegno globale perseguita in precedenza da Clinton.

Il ritiro dell’impero americano dal mondo fu interrotto per la guerra globale contro lo jihadismo. Fu ripreso da Obamadal 2009 al 2012, ma fu poi trasformato – su pressione della burocrazia imperiale – in una strategia volta alla creazione di un mercato integrato amerocentrico (Tpp e Ttip) che escludesse e condizionasse, dominando gli accessi, Cina e Russia. Trump ha interrotto questo tentativo e ha confermato la trasformazione degli Usa da impero in regno, non riuscendo ancora a definire la propria area d’influenza regionale. Nello spazio lasciato vuoto da Washington ora Russia e Cina sono in competizione per conquistarlo, preso atto che l’Ue a guida tedesca e l’India restano ferme, e che il Giappone è indeciso sulle alleanze così come Canada, Australia e Regno Unito.

In particolare, per difendersi dall’espansione cinese, Mosca ha visto l’opportunità di conquistare la fiducia degli alleati di un’America non più affidabile: Israele, Turchia, Giappone, Corea del Sud. Ora corteggia i Saud, profittando della convergenza sugli interessi petroliferi, per reperire capitali non soggetti a condizioni, come lo sono quelli cinesi, per rafforzare la traballante economia russa. L’azione avrà successo perché i sauditi si fidano della Russia: ha sostenuto il regime siriano (anche) per mantenere la parola data mentre l’America tende a non rispettare gli accordi. Ciò è più importante degli schieramenti, soprattutto per la monarchia saudita che, inoltre, vuole armi nucleari. Quindi gli attori di mercato usi alla vecchia globalizzazione devono prendere atto della frammentazione e aprire in ogni regione un centro d’affari autonomo, la vecchia strategia francese.

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1423.- L’Iran mette le pastoie a USA e Israele

 

 

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Il nuovo ministro della Difesa iraniano, il generale Amir Hatami ha detto: “L’Iran non chiederà il permesso di nessun Paese per produrre missili di vario tipo e armi di difesa terrestre, navale e aerea”. “Finché la retorica di alcuni costituirà una minaccia – ha aggiunto Hatami facendo riferimento alle dichiarazioni del presidente americano Donald Trump -, il rafforzamento del potere di difesa dell’Iran proseguirà”.

L’annuncio di Teheran sulla riuscita prova di un missile balistico con gittata di 2000 chilometri e capace di trasportare più testate belliche per colpire diversi obiettivi, muta notevolmente l’equilibrio militare in Medio Oriente. Israele e le circa 45000 truppe statunitensi dispiegate in Medio Oriente, Giordania (1500 truppe), Iraq (5200), Quwayt (15000), Bahrayn (7000), Qatar (10000), EAU (5000) e Oman (200), rientrano nella gittata del missile iraniano. L’Iran ha dimostrato una deterrenza che priverà Stati Uniti e Israele dell’opzione militare.

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L’Iran ha testato con successo il suo nuovo super-missile Khoramshahr, con una gittata di oltre duemila chilometri e capace di trasportare più testate. Il missile era stato mostrato al mondo durante la parata militare in occasione della “Settimana della Difesa Sacra”.

Il test del missile è una sfida strategica di Teheran agli Stati Uniti, dopo le scandalose osservazioni del presidente Donald Trump contro l’Iran nel discorso all’ONU. Da questo punto, Trump deve prestare molta attenzione nel strappare l’accordo nucleare con l’Iran. Tale atto da Trump o dal Congresso (imponendo nuove sanzioni) può essere usato da Teheran per riprendere il programma nucleare, con implicazioni di vasta portata, date le sue capacità missilistiche.

 

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Ecco Donald Trump nel suo primo discorso all’ONU, fatto di minacce e di frasi fatte. Dopo aver concluso con la Corea, minacciando di distruggerla, riferendosi all’accordo con l’Iran, promosso da Obama, che ha favorito dopo 50 anni il disgelo nei rapporti con l’Occidente, ha detto: “È imbarazzante per gli Usa far parte dell’accordo con l’Iran”. Ma l’Iran, ha detto Trump, ha paura: “Oltre al potere militare enorme degli Usa, ci teme, ha paura di noi, per questo il governo ha eliminato internet, per questo non consente le proteste studentesche. Ma noi non possiamo accettare i regimi. Mi appello affinché gli ostaggi, chi è lì contro il suo volere, sia immediatamente rilasciato”. L’Iran, ha spiegato, “sotto la democrazia nasconde un governatore violento. Uno stato canaglia che esporta violenza, sangue e caos”, e che inoltre “invoca la distruzione degli americani e dello stato di Israele”. Le milizie di hezbollah “minacciano anche i Paesi arabi pacifici”. Pertanto “non possiamo rispettare un accordo” con un Paese, non “se acconsente all’implementazione di un programma nucleare”. L’Occidente “deve porre fine al regime di Teheran”.

Il Presidente Hasan Ruhani ha adottato la linea dura dopo essere tornato da New York, avvertendo che se Trump viola l’accordo nucleare, “ci opporremo e tutte le opzioni saranno riconsiderate”. Il Ministro degli Esteri Mohammed Javad Zarif ha detto al New York Times che se gli Stati Uniti vorranno rinegoziare l’accordo nucleare, Teheran insisterà sulla rinegoziazione di ogni singola concessione fatta, “Siete disposti a restituirci 10 tonnellate di uranio arricchito?” Ruhani espose un discorso rigoroso alla sfilata militare a Tehran del 22 settembre, osservando che l’Iran non ha bisogno di alcun permesso per rafforzare la sua capacità missilistica, aggiungendo: “La nazione iraniana è sempre stata per la pace e la sicurezza nella regione e nel mondo e difenderà i popoli oppressi yemenita, siriano e palestinese, che piaccia o meno”. “Finché alcuni parlano minacciando, il rafforzamento della difesa del Paese continuerà e l’Iran non cercherà l’autorizzazione da alcun Paese per produrre vari tipi di missili”, dichiarava il Ministro della Difesa Amir Hatami.

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L’Iran ha fatto sfilare in parata il nuovo super-missile Khoramshahr

Ciò che emerge è la determinazione dell’Iran a consolidare l’influenza in Siria. Gli Stati Uniti dovranno valutare attentamente le ripercussioni prima di qualsiasi intervento (cui Israele preme). Ancora una volta, l’Iran può stabilire una presenza a lungo termine in Siria. La milizia sciita sostenuta dall’Iran in Iraq e in Siria è un esercito di 100000 unità e l’Iran può scacciare le forze statunitensi da Iraq e Siria. L’amministrazione Trump deve considerare con la massima serietà le minacce velate del comandante del Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica Mohammad Ali Jafari (in risposta al discorso di Trump all’ONU), “È giunto il momento di correggere gli errori statunitensi. Ora che gli Stati Uniti mostrano pienamente la propria natura, il governo deve utilizzare tutte i mezzi per difendere gli interessi della nazione iraniana. Adottare una posizione decisa contro Trump è solo l’inizio e ciò che è strategicamente importante è che gli Stati Uniti ricevano risposte dannose con azioni, comportamento e decisioni che l’Iran adotterà nei prossimi mesi”. Il test del missile balistico veniva eseguito 3 giorni dopo la minaccia del Gen. Jafari. Allo stesso modo, la tempistica del test si staglia sullo sfondo del referendum previsto per il 25 settembre dei curdi dell’Iraq settentrionale, che vogliono un Kurdistan indipendente. Teheran non ha dubbi che il piano curdo sia un’iniziativa statunitense e israeliana per creare una base permanente nella regione per destabilizzare l’Iran e minarne l’avanzata regionale in Siria e Iraq. Non sorprende che Israele sia furioso per il test missilistico iraniano. Il ministro della Difesa Avigdor Liberman l’ha definito “provocazione e schiaffo a Stati Uniti ed alleati” e tentativo di sondarli. “Chiaramente, Israele è spaventato dall’Iran che costantemente, ma inesorabilmente, lo sovrasta come prima potenza regionale del Medio Oriente. Tuttavia, al di là della retorica, Israele non può fare molto verso il ruolo iraniano. Israele ha ingannato scioccamente Trump provocando Teheran proprio in questa fase, quando a malapena può affrontare la crisi nell’Asia nordorientale. La strategia del contenimento dell’Iran non è più fattibile. La saggezza va a un’amministrazione Trump che impegni l’Iran con spirito costruttivo nell’influenzare la politica regionale. Le minacce non hanno mai funzionato con l’Iran, e spesso si sono dimostrate controproducenti. MK Bhadrakumar, Indian Punchline, Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Dalla provincia di Kermanshah, nell’Iran occidentale,  nella notte del 19 giugno 2017, i pasdaran iraniani lanciarono alcuni missili contro le postazioni dell’Isis nella cittadina di Deir el zor, nell’est della Siria.  Il lancio avvenne in rappresaglia all’attacco sferrato a Teheran e a Qom dallo Stato Islamico alcuni giorni prima. Ma “tra i principali destinatari di questo messaggio ci furono anche i sauditi e gli americani”, come dichiarò il generale Ramazan Sharif.

 

1351.- Trump, Israele ed Hezbollah

Dubito e non concordo con Wayne Madsen che Donald Trump ignori la situazione politica in Libano. Al contrario, vede lontano e ha dato a Saad Hariri un chiaro messaggio sul da che parte saranno schierati gli USA e un monito. Del resto, non è una sorpresa che sia Israele a tirare la giacca della Casa Bianca in Medio Oriente. Sono gli Hezbollah la spina nel fianco di Israele? Diciamo di sì, sopratutto se il terreno dello scontro potrà essere la Siria e l’Iran un avversario. A parte questo Madsen dipinge chiaramente i contrasti all’interno della Casa Bianca e le posizioni del sorosiano consigliere per la sicurezza nazionale Usa Tenente-Generale HR McMaster. McMaster è stato per 11 anni senior fellow di un importante think-tank finanziato da George Soros.

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Il primo ministro libanese Saad Hariri durante la visita alla Casa Bianca. Donald Trump sa bene che all’orizzonte si affaccia un nuovo conflitto tra lo Stato ebraico e gli Hezbollah, magari in Siria e poco e nulla importa che questi siano alleati del Libano nella lotta all’ISIS. 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, avido di due minuti di attenzione, ha dimostrato la totale ignoranza della situazione politica in Libano durante la visita alla Casa Bianca del primo ministro libanese Saad Hariri. Durante la conferenza stampa alla Casa Bianca, Trump osservava a un sorpreso Hariri e al pubblico televisivo libanese: “Il Libano è sul fronte della lotta contro SIIL, al-Qaida e Hezbollah”. Trump aveva ragione sul Libano che combatte Stato islamico e al-Qaida, ma con l’aiuto di Hezbollah, il movimento libanese sciita con cui il governo Hariri mantiene una fragile, ma matura intesa politica. Trump seguitava commentando: “Hezbollah è una minaccia allo Stato libanese, al popolo libanese e all’intera regione. Il gruppo continua ad aumentare l’arsenale e minaccia di avviare un altro conflitto con Israele, combattendo costantemente. Con il sostegno dell’Iran, l’organizzazione alimenta anche la catastrofe umanitaria in Siria. Hezbollah ama ritrarsi come difensore degli interessi libanesi, ma è molto chiaro che i suoi veri interessi sono quelli suoi e dello sponsor, l’Iran”. Dopo la riunione e la conferenza stampa con Trump, Hariri fu costretto a correggerlo per non affrontare la caduta del governo a Beirut. Hariri ha detto: “Combattiamo SIIL e al-Qaida. Hezbollah è al governo, fa parte del parlamento e abbiamo un’intesa”. Non c’è dubbio che Trump, influenzato dagli agenti israeliani come il genero Jared Kushner, non fu informato sul ruolo cruciale di Hezbollah nel sostenere il governo Hariri, volendo causare una crisi politica libanese. Fortunatamente, Hezbollah non è caduto nella trappola e nello scontro indotto dagli israeliani alla Casa Bianca. Ovviamente Kushner aveva informato Trump sulla necessità di attaccare Hezbollah. Subito dopo i commenti di Trump su Hezbollah, il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Tenente-Generale HR McMaster licenziava un membro indesiderato, Ezra Cohen-Watnick, residuo dall’ex-Tenente-Generale Michael Flynn al Consiglio di sicurezza nazionale. Dopo che Flynn fu licenziato da Trump nel febbraio 2017, McMaster tentò di cacciare Cohen-Watnick, che cercava di usare settori dell’Agenzia Centrale d’Intelligence e dell’Agenzia d’Intelligence della Difesa, dove aveva lavorato, per rovesciare il governo dell’Iran. La rete propagandistica israeliana negli Stati Uniti e all’estero iniziò a rilanciare il vecchio slogan dell'”antisemitsimo” per criticare McMaster e chiederne il licenziamento da Trump. Immediatamente, “voci” cominciarono a circolare alla Casa Bianca, provenienti dalla cerchia di Kushner, secondo cui Trump pensava di dimettere McMaster da consigliere della sicurezza nazionale e mandarlo a comandare le truppe statunitensi in Afghanistan, una mossa simile ad Adolf Hitler che inviava i generali tedeschi ribelli sul “fronte russo”. La banda di Kushner aveva anche suggerito che Trump sia stato ingannato sulla situazione in Libano da Hariri, accusato di collusione con Hezbollah, il presidente libanese Michel Aoun, alleato politico di Hezbollah, forze armate libanesi, il direttore della Direzione generale della sicurezza libanese Abas Ibrahim e le organizzazioni di lobbying libanesi a Washington DC, cercando di “vendere” un’“agenda pro-iraniana” in Libano e Siria. Solo i cabalisti esperti che compongono la lobby israeliana, dalla ricca tradizione di cospirazioni autentiche, potevano inventarsi tale complessa teoria della cospirazione fittizia per completare la loro retorica isterica sul Libano.
Con Cohen-Watnick fuori al Consiglio di Sicurezza Nazionale e il nuovo capo dello staff di Trump, l’ex-Generale dei Marines John Kelly, che cerca di limitare l’accesso di Kushner all’ufficio ovale e il suo coinvolgimento nelle decisioni politiche sul Medio Oriente, forse Trump potrà essere istruito sul documentato sostegno militare, logistico e d’intelligence d’Israele ai gruppi sunniti jihadisti in Siria che combattono contro i militari siriani e i volontari di Hezbollah e Iran. Tuttavia, Trump odia ascoltare consigli da chiunque ne sappia di più di lui sugli affari internazionali, ovvero chiunque possieda una laurea in scienze politiche o storia. La vicenda di Trump con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sulle sanzioni contro il Qatar, ideate ad Abu Dhabi piratando i computer della Qatar News Agency, ne è un esempio. L’intera vicenda sembra essere stata ideata da Kushner, irritato dopo che il Qatar respinse la sua richiesta di un investimento da 500 milioni di dollari per il suo centro direzionale al 666 Fifth Avenue di Manhattan, e dall’ambasciatore filo-israeliano e anti-Qatar degli EAU a Washington Yusif al-Utayba. Trump preferiva seguire i consigli di Kushner, dei sauditi e degli emiroti che quelli di McMaster e del segretario di Stato Rex Tillerson. Trump ovviamente agiva da vecchio playbook neocon incontrando Hariri. È vero, Hariri è da tempo considerato un politico sunnita filo-saudita, a Beirut. Ma Hariri è primo ministro grazie a un accordo di condivisione del potere negoziato accuratamente, che ha visto Aoun diventare presidente, Hariri primo ministro e Hezbollah sostenere l’accordo di unità nazionale. Mentre Trump non ha la minima cognizione seria della politica internazionale, lo stesso non è vero per agenti come Kushner ed alleati nella Casa Bianca. È probabile che tali elementi filo-israeliani cercassero una crisi politica in Libano, per favorire Israele. Hezbollah, che ha avuto impressionanti successi militari contro le forze militari israeliane e che è riuscito ad indurire i propri sistemi di telecomunicazioni dall’aggressione israeliana, non ha abboccato all’esca di Kushner. Hariri ha pubblicamente riconosciuto e lodato il ruolo di Hezbollah nella sconfitta militare di al-Qaida e delle forze jihadiste dello Stato islamico sul confine settentrionale del Libano, definendolo “un grande successo”. Hariri dichiarava: “Abbiamo il nostro parere ed Hezbollah ha il suo, ma alla fine abbiamo un consenso col popolo libanese nell’economia, la sicurezza e la stabilità”. Il leader di Hezbollah, Nasrallah, evitava la trappola israeliana e wahhabita. Piuttosto che denunciare Trump per i commenti mal informati su Hezbollah, Nasrallah ha semplicemente detto che l’avrebbe evitato per non danneggiare Hariri e il suo entourage. Le parole di Hariri e il “no comment” di Nasrallah irritavano gli israeliani e i loro alleati wahhabiti a Riyad e Abu Dhabi, speranzosi di sconvolgere il quadro politico a Beirut.
Da anni israeliani e sauditi tentano d’imporre un governo radicale sunnita in Libano. I servizi d’intelligence di entrambi i Paesi sono coinvolti nell’assassinio con un’autobomba a Beirut, nel novembre 2005, del padre di Hariri, l’ex-primo ministro Rafiq Hariri. Ciò fu confermato da un comitato delle Nazioni Unite guidato dall’ex-procuratore canadese Daniel Bellemare, che concluse che Rafiq Hariri fu assassinato da una “rete criminale”, non dall’intelligence siriana o da Hezbollah, come spacciato dalla propaganda neocon attiva a Washington DC e Gerusalemme. Infatti, l’intelligence libanese accertò che l’assassinio di Hariri e altre 22 persone fu opera di agenti siriani, drusi e palestinesi attivi in Libano agli ordini del servizio d’intelligence israeliano del Mossad. L’intera operazione fu progettata per attaccare Hezbollah, Siria ed alleati cristiani libanesi. Gli israeliani cercavano un casus belli per giustificare l’attacco occidentale alla Siria. La guerra con la Siria fu sospesa fino alla decisione errata dell’amministrazione Obama di sostenere le rivolte “arabe” in tutto il mondo arabo secolare. Trump, scientemente o inconsapevolmente, ha tentato di lanciare una bomba a tempo politica in Libano con i suoi commenti su Hezbollah. La politica libanese è maturata notevolmente dal 2005 ed Hezbollah, Hariri, Aoun e altre legittime voci politiche libanesi non cadranno mai nella trappola tesa da Gerusalemme, Riyadh e think tank israeliani a Washington.

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Ezra Cohen-Watnick. 

Wayne Madsen. Tradotto per Aurora da Alessandro Lattanzio

1345.- Mosca “avverte” severamente Israele. Che morde il freno.

 

 

“Se violasse la tregua, la Russia saprebbe come regolarsi”:  un  severo avvertimento è stato lanciato dal generale Aleksei Kozin, numero due del Centro di Comando delle forze russe nella Siria  meridionale al governo israeliano, contro ogni “tentativo di violazione del  cessate il fuoco nel Sud della Siria”. Evidentemente sanno che Sion preparava qualche colpo.

Notoriamente, ciò che ha messo lo stato ebraico in quelle condizioni di ansia esistenziale e di stress pre-traumatico, così etnicamente tipico,  che lo costringono talvolta a bombardare   col fosforo  la gente a Gaza o abbattere aerei, è il cessate il fuoco concluso fra Putin e  Trump a margine del G20 di Amburgo, per fare del Sud siriano (a ridosso del confine israeliano) una zona di de-escalation garantita della presenza della polizia militare di Mosca e di truppe Usa.

Tel Aviv,  che in quella zona ha stipendiato ed armato i suoi terroristi islamici di sostegno,  protesta continuamente con Mosca e soprattutto con Washington;   pretenderebbe che sue  truppe giudaiche partecipassero alla sorveglianza nel territorio siriano; non si sente garantita dai russi, perché “La Russia è alleata dell’Iran e di Hezbollah nella guerra contro il terrorismo”.  “Israele si oppone ormai radicalmente alla tregua russo-americana” entrata in vigore una settimana fa,  riporta il giornale AlAkhbar;  ha avanzato una lista di sue esigenze per essere tranquillizzata:  il ritiro non solo delle forze iraniane ed Hezbollah dal sud siriano, ma anche l’armata di Damasco dal Golan, il dispiegamento di osservatori non russi su mandato israeliano, e   che all’esercito di Assad sia rifiutato ogni mezzo per ristrutturarsi. Ed ha anche minacciato di passare all’atto se Washington e Mosca non le obbediscono.

“Le minacce sono state prese molto male a Mosca”, scrive Al Akhbar, “La Russia ha affermato con non esiterà a ripagare con la stessa moneta Israele, se questa metterà a rischio latregua”.

Channel 2, una tv sionista, ha citato queste parole del  generale Kozin : “La  Russia ha posto le sue condizioni a Israele nel quadro di questa tregua.  Se Tel Aviv ha fino ad oggi goduto di una totale libertà d’azione in Siria, Mosca  oggi si aspetta da lei che rispetti alla lettera il cessate il fuoco. Se decidesse di violare la tregua, allora noi russi sappiamo come regolarci, dal  momento che siamo noi  i garanti di questa tregua”. Secondo la tv israeliana “Iran e Hezbollah restano sulle loro posizioni nel sud della Siria”.  Ha aggiunto, rivolto ai terroristi locali mantenuti da Sion, che “la  regione di Quneitra (il Sud siriano) sarà presto messa in sicurezza e i terroristi hanno poco tempo per deporre le armi e consegnarsi all’armata siriana”.

Ciascuno potrà valutare il  rischio in corso, conoscendo Israele, il suo potere sugli Usa e il fatto che gli altri “osservatori”, quelli americani, hanno – per ordine del Pentagono – comportamenti piuttosto inquietanti a proposito della loro parola e lealtà. Nel  Nord-Est,sul confine tra Siria e Irak, aerei americani hanno attaccato una formazione delle Unità di Mobilitazione Popolare (Al-Hashad al-Shabi), ossia i miliziani volontari che affiancano l’esercito iracheno e quello di Damasco, che combattono l’ISIS, uccidendo quaranta  militanti e ferendone una decina.  USAF   o il Pentagono non si rassegnano a vedere disfatti i loro terroristi? O applicano la strategia del dissanguamento delle forze sciite vittoriose?  Una  risposta   russa ad un’azione bellica di Israele rende troppo probabile un confronto diretto  con  Washington.

Tanto più che potenti forze dietro le quinte  stanno già facendo di tutto per indurre Washington a  fare la guerra vera e propria all’Iran.  Donald Trump  sarebbe favorevole.  Anzi peggio. Secondo il New York Times, il presidente ha messo insieme un “gabinetto nero” il cui compito sarebbe di fabbricare prove per dimostrare che Teheran viola gli accordi sulla moratoria del proprio programma nucleare del 2015, stracciare questo accordo firmato da Obama, e quindi “un pretesto per fare la guerra all’Iran”, come ha detto un anonimo ex caso di un servizio di spionaggio europeo. Il fatto è che proprio poche settimane fa gli ispettori internazionali hanno riaffermato che Teheran rispetta la tregua; “Ma ne viola lo spirito”, ha ribattuto Trump –  in attesa di trovare un pretesto? O di crearlo?

Mogherini mandata a Teheran

Il rischio deve essere molto sentito negli ambienti europei che contano. E’  questo il vero motivo per cui, ostentatamente, alla cerimonia  d’insediamento del nuovo capo di governo Rouhani è stata mandata Federica Mogherini l’alta rappresentante esteri UE: non certo per sua iniziativa privata.  Siccome la UE è  uno dei firmatari di quell’accordo sul nucleare (JPACG, firmato a Vienna il 14 luglio 2015),  Bruxelles – o diciamo Berlino – hanno voluto mandare un segnale alla Casa  Bianca: “noi” europei  non vi appoggeremo stavolta  nella fabbricazione di  prove false, per noi l’Iran rispetta scrupolosamente i patti, anzi è  un regime rispettabile e amico.

 

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Per la UE, l’Iran è in regola. Lo sappia Trump. 

 

Tutto sta a vedere se alla Casa Bianca e più in generale a Washington  si abbia la capacità e la voglia di tener conto dei delicati e finemente allusivi messaggi europei.  Voci molto più potenti ed assordanti si fanno sentire  a Trump e compari.  A Washington  esiste un circolo chiamato “United Against a Nuclear Iran”, il  quale fa incessante propaganda  asserendo   falsamente che Tehran si sta facendo la Bomba di   nascosto; che quindi bisogna  che l’Occidente  lo seppellisca sotto le bombe; per intanto,  aggravi le sanzioni contro questo regime oscurantista di sterminatori del loro stesso popolo eccetera eccetera.

In Europa, qualunque impresa che stringa una qualsiasi relazione d’affari con l’Iran, riceve un insieme di avvertimenti da questo think tank che lo avverte dei rischi, multe e sanzioni da parte degli Usa  cui si  esporrà, se continua.

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La lobby scatenata coontro l’Iran.

 

United Against a Nuclear Iran” è  una accolta di vecchi nomi dell’ebraismo neocon,  già visto all’opera  – purtroppo eficace –    quando si trattò di lanciare l’America contro Saddam Hussein:  l’ex senatore Joel Lieberman  (j), John Bolton  (j) , gli ex ambasciatori Richard Hooolbroke  (j)  e Dennis Ross (j), e   per far buon  peso un paio di ex direttori del Mossad, Tamir Pardo e Meir Dagan.  Nell’eletto mucchio troviamo anche il “nostro” (loro ) Terzi di Sant’Agata,  che fu sciaguratamente ministro degli esteri per poco, certo per il tipico spirito di servizievolezza italico.  Questo think tank è riccamente finanziato dalla famiglia di miliardari Kaplan (j) e da quella del  tycoon Sheldon Adelson (j);  ha condotto campagne  diffamatorie  che hanno intimidito e dissuaso dal fare affari con l’Iran giganti come Caterpillar, General  Electric, INgersoll Rand, KPGM ; ha allestito campagne  televisive costosissime per dimostrare quanto satanico e pericoloso sia l’Iran per il mondo occidentale  e quanto male abbia fatto Obama a firmare l’accordo sul nucleare iraniano;  nel settembre 2009, quando Ahmadinejad  parlò all’Assemblea Generale dell’Onu,   il think tank ebraico chiamò tutti i grandi alberghi di New York ed intimò loro di negare l’ospitalità all’Iraniano; ottenendone obbedienza.

Insomma questo United Against a Nuclear Iran non si darà e non darà pace alla Casa Bianca e  al Congresso  fino a che non  riuscirà a scatenare la superpotenza  in un conflitto grandioso con l’Iran, per il bene di Israele.

Secondo Foreign Policy, il segretario di stato Rex Tillerson, richiesto espressamente da Trump di  fabbricare il caso per denunciare l’accordo dell’Iran, si è rifiutato;  a capo del “gabinetto nero” sarebbe invece Steve Bannon. Strana e indecifrata la posizione  del generale McMaster,  ritenuto il “controllore”  messo dal  Deep State a fianco del Presidente inaffidabile. Il 3 agosto scorso, Trump  ha convocato McMaster ad un colloqui (presente anche Jared…) e alla fine ha dettato la seguente dichiarazione pubblica: “Il generale McMaster ed io lavoriamo molto bene insieme.  E’ una brava persona e molto  pro-Israele”.

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Trump: “McMaster is very pro-Israel”.

 

Una uscita, nel contesto  che abbiamo illustrato,  altamente inquietante.  Che diventa anche più allarmante se unita ad una intervista televisiva di Channel 10 (israeliana) al generale sionista Giora Eland, ex capo del consiglio di sicurezza nazionale israeliano. “ Israele non è pronta a impegnarsi in una nuova guerra con Hezbollah, e non sarà nemmeno capace d subirne le conseguenze […]. Bisogna impedire che una nuova guerra si scateni fra le due parti; ma se dovesse avvenire, bisogna farla finire in tre giorni, non durare 33  giorni come nel 2006” – Il 2006 in cui Sion, per la  prima volta, prese una batosta spaventosa.  Un’idea fissa, voglia di guerra e paura allo stesso tempo, molto freudiano.

Corea, niente guerra.

Non temete invece che gli Usa scatenino davvero un attacco bellico preventivo contro la Corea del Nord. Sono minacce vuote (che mirano a tenere separate le due Coree, d’accordo con Pechino.ndr). Non interessa Israele.

1263.- Gli Stati Uniti si ritirano da al-Tanaf e dall’occupazione della Siria sudorientale

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Inizia la corsa finale per la Siria e per i Curdi. Ma è in ballo tutto l’Occidente, se, come penso, non c’è futuro nella contrapposizione USA-Russia. Il Pentagono, costretto a inseguire le altalenanti politiche dei neocon, subisce le tattiche dei siriani e dei russi, spendendo il suo buon nome e le sue risorse. Il bombardamento degli F-18 sugli avamposti dell’ISIS, sarà anche riuscito a frizzare la riserva di Spazio Aereo dichiarata dai russi, ma ha dato una immagine senza valore della strategia USA. La politica estera deve avere un filone da seguire e non può altalenare da un business all’altro.

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Aurora: Moon of Alabama 29 giugno 2017. Gli Stati Uniti rinunciano alla posizione, senza speranza, al confine tra Siria e Iraq, vicino al-Tanaf, nella Siria sudorientale. I militari statunitensi avevano già bombardato le forze siriane quando si avvicinavano alla posizione, ma si trovarono esclusi dai combattimenti, isolati a nord e chiusi in una zona inutile. Al-Tanaf è nell’area blu con le due frecce blu nella parte inferiore della mappa. Sarà presto rossa, venendo liberata e posta sotto il controllo del governo siriano.

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Ricapitolando: “Il piano statunitense era di avanzare da al-Tanaf a nord, verso l’Eufrate, per prendere e controllare tutto il sud-est della Siria. Ma Siriani ed alleati compivano una mossa inattesa impedendo il piano. Gli invasori sono ora sono isolati dall’Eufrate da una linea ovest-est che termina al confine siriano-iracheno. Elementi delle Unità Militari Popolari iracheni sotto il comando del governo iracheno, avanzano per incontrare le forze siriane al confine. Gli invasori statunitensi sono ora nel mezzo del deserto, in una posizione piuttosto inutile, attorno al-Tanaf, dove la sola opzione è morire di noia o rientrare nella Giordania da dove sono venuti”. Le forze armate statunitensi avevano anche trasferito un lanciarazzi HIMARS per 300 km dalla Giordania ad al-Tanaf. Una mossa ridicola. Non ne migliorava le capacità passando dalla posizione iniziale in Giordania a poche miglia ad ovest. Ma qualcuno nell’esercito statunitense credeva che mostrare tale arma in una zona condannata avrebbe impressionato le forze siriane e russe e cambiato la realtà. Non l’ha fatto. Era chiaro che gli Stati Uniti avrebbero dovuto andarsene. Ora sembra stia accadendo. Una fonte informata afferma: “TØM CAT @TomtheBasedCat – 3:38 PM – 29 giugno 2017. LOL.
Evidentemente l’FSA di al-Tanaf sta davvero volando verso Shaddadi. Il piano “C” è in corso”.
C’erano diverse voci (https://twitter.com/lrozen/status/880256235211247616) a questo proposito sin da ieri e le notizie ora le confermano. LOL davvero. Circa 150 miliziani addestrati dagli Stati Uniti passeranno da al-Tanaf alla Siria nordorientale, dove si uniranno alle (odiate) forze curde. Possono, poi, cercare di raggiungere Dayr al-Zur assediata dall’ISIS a Nord, o eseguire una missione suicida contro un’altra posizione dell’ISIS.

L’Esercito arabo siriano si avvicina per liberare Dayr al-Zur probabilmente da Sud e da Est. È improbabile che lascerà che “i fantocci” (immagino l’umore dei ranger.ndr) degli USA vi partecipino. Il contingente statunitense si sposterà ad Ovest da al-Tanaf, tornando in Giordania. Le forze siriane e irachene prenderanno il controllo del confine da al-Walid ad al-Tanaf e riprenderà il regolare traffico commerciale sull’autostrada Damasco-Baghdad.
I propagandisti che hanno sostenuto la grande missione statunitense (molto tardiva.ndr) di occupare l’intero confine iracheno-siriano e la Siria orientale hanno perso. La “mezzaluna sciita” dall’Iran al Libano che avrebbero voluto impedire con tale mossa non è mai stato un collegamento stradale fisico e certamente nulla che gli Stati Uniti potessero combattere con qualsiasi mezzo fisico. La spinta all’occupazione statunitense della Siria orientale e l’incitamento a un grande conflitto sono ormai falliti.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

1261.- NEI CIELI SIRIANI, LA GRANDE SFIDA!

Gli Stati Uniti forniscono un supporto aereo all’Esercito Siriano – ma solo per sconfiggere la Russia

Gli Stati Uniti hanno bombardato le posizioni dell’ ISIS vicino a Palmyra – agevolando l’avanzata siriana e inviando un messaggio alla Russia

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24 giugno.

La coalizione guidata dagli Stati Uniti ha condotto una missione strike a Palmyra, Siria, il 23 sera. Cioè, ben ad Ovest dell’Eufrate. By passando, così, l’avvertimento della Russia. Giovedì, gli aeroplani di coalizione guidati dagli Stati Uniti hanno attaccato le posizioni dell’ISIS vicino a Palmyra, e proprio di fronte all’Esercito Siriano che avanzava.

Gli Stati Uniti hanno voluto segnare un punto e inviare un messaggio alla Russia.

Ricordiamo: Mosca aveva annunciato lunedì che avrebbe “inseguito” tutti gli aeroplani della coalizione che volano a ovest dell’Eufrate.

Ma cosa può realmente fare la Russia se i piani della coalizione (senza invito) forniscono, tuttavia, il supporto aereo per l’Esercito Siriano?

 

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Qui leggete il rapporto trasmesso dal CENTCOM:

SOUTHWEST ASIA – Il 22 giugno le forze militari della coalizione hanno condotto 32 strike costituiti da 103 ingaggi contro i terroristi ISIS in Siria e in Iraq.

In Siria, le forze militari della coalizione hanno condotto 28 attacchi, costituiti da 49 ingaggi contro gli obiettivi ISIS.
* Vicino a Abu Kamal, sette strike hanno impegnato due unità tattiche ISIS e hanno distrutto nove cisterne di petrolio dell’ISIS, quattro autocarri, tre miscelatori di cemento, tre veicoli, tre veicoli tattici, due gru, un deposito di armi, una presa a pompa e un manifold.
* Vicino a Dayr Az Zawr, uno strike distrusse sei serbatoi di petrolio dell’ISIS.
* Vicino a Palmyra, uno strike distrusse quattro ingressi del tunnel dell’ISIS.
* Nei pressi di Raqqah, 19 strike hanno ingaggiato 14 unità tattiche ISIS; Distrutto 12 postazioni di combattimento, due veicoli e un deposito di IED; e ha danneggiato un canale di rifornimento dell’ISIS.

Ma, sopratutto, lo strike di Palmyra ha rotto il cerchio. esso non è stato condotto bene a Ovest dell’Euphrates—ma è avvenuto proprio sul cielo delle truppe del SAA mentre attaccavano le posizioni dell’ISIS:

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Qui vedete la mappa ingrandita, per meglio contestualizzare:

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Il punto che gli americani stanno tentando di fare è abbastanza chiaro: la Russia dovrà proteggere gli aeroplani della coalizione che volano a ovest dell’Eufrate che operano contro l’ISIS?

Cinico? Ovviamente.

L’obbiettivo finale: la Russia avrà non poche difficoltà a cercare di scoraggiare gli aerei degli Stati Uniti dal volare dove vogliono.

US Air Force General: “ISIS Is a Sideshow”, the Real Fight Comes After

The US general says a “state-on-state” fight is coming

Inherent Resolve

Brig. Gen. Charles S. Corcoran is the Commander, 380th Air Expeditionary Wing, Southwest Asia. The 380th is comprised of four groups and 15 squadrons. He is responsible for the wing’s air refueling, intelligence, surveillance and reconnaissance, air battle management, control and reporting center, ground attack, air support, theatre security cooperation and airlift missions in support of overseas contingency operations in Southwest Asia.

Il Brigadiere generale Charles Corcoran della US Air Force sta combattendo contro l’ISIS, ma crede anche che la lotta sia un “anteprima” della vera lotta “Stato-contro-Stato” che inizierà una volta che la minaccia dell’ISIS “sarà stata allontanata”.

La testata Military.com ha intervistato Corcoran nel suo quartier generale negli Emirati Arabi Uniti; La parte più interessante della relazione dice:

Durante un’intervista nel suo ufficio, Corcoran ha sottolineato: “Siamo qui per combattere l’ISIS”, ma ha anche indicato una mappa della Siria e dell’Iraq per definire alcune aree come “rosse” o controllate dallo stato islamico.

 

“È abbastanza chiaro che ad un certo punto il” rosso “andrà via,” ha detto “, e avremo forze dello stato sullo stato”. “L’ISIS è anteprima … ma cosa succederà quando gli altri due si incontreranno? Strategicamente, cosa succederà quando non ci sarà più l’ISIS, questo è il vero problema”.

Speriamo che Corcoran stia andando in questa direzione, piuttosto che a parlare dei piani reali USA. Quella dell’US Air Force, insieme con quella delle forze speciali – tradizionalmente, è la più feroce guerra che possa essere condotta da tutti i rami del Pentagono.

 

Ci sono veramente poche guerre che l’US Air Force ha mai visto e non gli sono piaciute. I generali dell’USAF, soprattutto il capo di Corcoran, il generale Jeffrey L. Harrigan, molto probabilmente sabotarono deliberatamente l’accordo di cessate il fuoco Kerry-Lavrov nel settembre 2016, organizzando un attacco alle truppe siriane nella città assediata di Deir ez-Zoor e uccidendone circa 100.

Corcoran racconta a Military.com che, quando i combattenti americani hanno sparato al Su-22 siriano e ai due drone forniti dagli iraniani, in ciascuno dei tre incidenti la decisione di fare fuoco è stata presa da piloti in volo:

In ciascuno degli abbattimenti, che hanno coinvolto gli aeromobili provenienti da altre località, i piloti americani hanno fatto la prevista chiamata per far scattare le regole di ingaggio, ha detto Corcoran. In tutti e tre i casi, “aerei indifesi” come gli aerei cisterna e gli altri aerei hanno lasciato lo spazio aereo a causa dell’incertezza di ciò che i siriani oi russi avrebbero potuto fare dopo, ha detto.

Questo, però, significa che le forze aeree americane e la Marina hanno prescritto regole di ingaggio molto permissive per la Siria.

Corcoran è il comandante del 380th Air Expeditionary Wing che gestisce la ricognizione,, il controllo del Traffico Aereo e le operazioni di rifornimento in volo per le forze aeree dell’USAF impiegate nelle operazioni USA in Syria e in Iraq.

1248, IL PUNTO SULLA SIRIA E SULLE FAZIONI IN LOTTA. I

PERCHE’ LA SIRIA.

1 – in Siria, non c’ è nessuna banca centrale Rothschild.
2 – la Siria ha vietato gli alimenti geneticamente modificati e la coltivazione e l’ importazione degli stessi.
3 – la Siria è l’ unico paese arabo che non ha debiti con il fondo monetario internazionale, né con la Banca mondiale, né con chiunque altro.
4 – la famiglia Assad appartiene all’ orientamento alauita di Islam tollerante.
5 – le donne siriane hanno gli stessi diritti degli uomini allo studio, sanità e istruzione.
6 – le donne siriane non sono obbligate a indossare il burka. La Sharia (legge islamica) è incostituzionale.
7 – la Siria è l’ unico paese arabo con una Costituzione laica e non tollera movimenti estremisti islamici.
8 – circa il 10% della popolazione siriana appartiene a uno dei molti rami cristiani, sempre presenti nella vita politica e sociale.
9 – in altri paesi arabi la popolazione cristiana non raggiunge l’ 1% a causa dei maltrattamenti subiti.
10- la Siria è l’ unico paese del Mediterraneo interamente proprietario del suo petrolio (circa 500.000 barr/day) e che non ha privatizzato le sue aziende statali.
11- la Siria ha un’ apertura verso la società e la cultura occidentale come nessun altro paese arabo.
12- la Siria era il solo Paese pacifico in zona, senza guerre o conflitti interni.
13- la Siria è l’ unico paese al mondo che ha ammesso i rifugiati iracheni, senza alcuna discriminazione sociale, politica o religiosa.
14- Bashar Al-Assad ha un’ elevatissima approvazione popolare.
15- la Siria ha discrete riserve di petrolio (circa 2,5 miliardi di barili), che è riservato alle imprese statali.
16- la Siria si oppone al sionismo e all’ apartheid israeliano criminale.

Adesso potete capire meglio e in maniera compiuta ciò che sta accadendo in Siria.

In merito alla strategia di contenimento da attuare contro il sedicente “califfato” dell’ISIS, è difficile dire cosa sia preferibile (o peggiore) tra l’esibizione muscolare della macchina bellica statunitense alla sua ennesima potenza, fatta da Trump, tramite un precipitoso interventismo militare attraverso la Giordania, per recuperare posizioni; oppure l’inconcludente irrisolutezza per eccesso di prudenza della presidenza Obama, indecisa su tutto, in assenza di prospettive definite. 

Difficile, certo, biasimare il cauto Barack Obama per la sua riluttanza ad infilarsi a piedi nudi nel ginepraio mediorientale, come, anche,la politica di Israele, sempre alla ricerca di un primato, senza farlo apparire. Sottolineo, la presenza in campo degli ingombranti alleati europei (ma in questo poligono mondiale non mancano gli australiani), anzi tutti, inglesi e francesi, costantemente divisi su tutto e in competizione fra loro. 

Al di là di un pletorico dispiegamento di cacciabombardieri, per altro sotto-utilizzati contro bersagli totalmente marginali se non addirittura risibili, di un fallimentare lancio di missili dalla VIa Flotta  e dell’impiego di reparti di Forze Speciali, la coalizione nei fatti non c’è, mancando di tutti i requisiti fondamentali per potersi definire tale: prima di tutto, un obbiettivo comune.

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Scontati, per tutti, l’interesse della Finanza mondiale (leggi Rothschild) per il controllo della Banque Centrale de Syrie e l’interesse rappresentato dagli enormi giacimenti di petrolio e di gas della regione e dalle opzioni possibili per i sistemi di trasporto, gli interessi in gioco sono molteplici e vanno dalla necessità vitale per la Russia di evitare una presenza militare USA in Siria, a ridosso delle sue frontiere; alla politica espansiva dei neocon USA a scapito della Russia, con o senza l’ONU, con o senza la NATO; alle aspirazione del popolo curdo di esercitare la sovranità su un proprio territorio, sfruttate abilmente da Trump; alla contrapposta volontà di ogni governo turco di non cedere terreno a una ipotetica nazione curda. Dietro tutte, c’è l’aspirazione di Israele di occupare l’intero Golan, già addentato nella Guerra dei Sei giorni, di tenere in sommovimento il Medio Oriente, già di suo diviso perennemente fra sciiti e sunniti e – vitale – di evitare la saldatura delle vie di rifornimento degli Hezbollah con l’Iran, attraverso l’Irak, pochissimo difeso da un esercito demoralizzato e inaffidabile, che, schierato contro l’ISIS, si volge a combattere i Curdi. 

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Rojava

Sicuramente più efficienti sono i combattenti “peshmerga”, per giunta logorati da anni di guerra, dell’autoproclamata “Regione autonoma del Kurdistan iracheno”, entità semi-indipendente ritagliata nelle montagne a nord dell’Iraq, nel distretto di Mosul, al confine con l’Iran. 

Sul confine turco-siriano, nella totale indifferenza della “coalizione” anti-califfo, hanno resistito nel più disperato isolamento i curdi della confederazione del Rojava, da non confondersi coi peshmerga del PDK. People's Protection Units FlagSono i miliziani delle “unità di difesa popolare” (YPG) quelli che hanno organizzato un ponte di soccorso, spezzando l’assedio di cristiani e yazidi accerchiati sul Monte Sinjar, permettendone la salvezza, mentre i peshmerga titubavano nelle loro ridotte attorno a Mosul in attesa di aiuti occidentali mai arrivati.

L’eroica città di Kobane, stretta d’assedio dai mujaheddin ceceni Kobaneconfluiti nell’ISIS ha dimostrato tutta la forza del popolo curdo. Ricordiamo le eroine di quella battaglia.

Tutta la situazione del nord del Kurdistan iracheno, è un groviglio di alleanze e di interessi geopolitici in continua evoluzione. Tant’è, che a tutt’oggi la più efficace difesa contro le orde dell’ISIS nella regione risultano essere i battaglioni scelti della Brigata Al-Quds (tra cui la famigerata “Unità 400”), ovvero i pasdaran iraniani della “Guardia rivoluzionaria”. 

Di ieri, la notizia di una nuova iniziativa turca in Siria e dobbiamo ricordare che  i Curdi e la Siria di Bashar al-Assadsono i due suoi nemici storici. Dopo il respingimento della sua ammissione nella UE, il governo di Ankara è ormai proiettato ad Oriente in una deriva neo-ottomana, cercando di ritagliarsi un ruolo come potenza regionale e trescando segretamente tanto con le formazioni jihadiste della “resistenza” siriana, tanto con le fazioni siriane dell’IS, mantenendo una sostanziale ambiguità di fondo. è noto il sostegno dato per anni da Erdogan ai jihadisti, per esempio, con i sette campi di addestramento, intorno a Istambul. Nell’immediato, tanto Erdogan, quanto Netanyahu stanno a guardare, in attesa di cogliere il momento propizio per intervenire nell’area contesa e la prossima caduta di Raqqa potrebbe rappresentare quel momento. Quel giorno, finalmente a carte scoperte, il popolo siriano conoscerà il suo destino.

 

TAF - Esercito turco

Guardando all’ISIS del cosiddetto “Califfato”, a maggior ragione che delle sue forze combattenti , ad eccezione delle efferatezze e della brutalità dei suoi capi-banda, si conosce ben poco: non l’esatta consistenza numerica, non l’effettivo potenziale bellico a disposizione, non gli scenari di battaglia. Quello che si sa, è che

È difficile infatti credere che 15.000-20.000 psicopatici omicidi, sia pure altamente mobili e flessibili, possano controllare con successo un fronte di guerra di oltre 1000 km². E la sensazione dominante è che, da un lato, che siano stati altamente sottovalutati e, dall’altro, che siano diretti da Washington (come lo fu l’esercito privato della Compagnia delle Indie, da Londra). È  certo e ben noto, invece, che sono sostenuti, finanziati e armati, in chiave anti-sciita dagli storici ‘alleati’ sunniti, ovverosia: le monarchie assolute del Golfo arabico, che con l’Isis hanno in comune, almeno in parte, il fondamentalismo salafita di ispirazione wahabita.

 

L’offensiva delle Syrian democratic forces e l’obiettivo strategico dei curdi 

L’offensiva delle Syrian democratic forces, addestrate dagli Stati Uniti e composte per quattro quinti da curdi e per un quinto da ribelli moderati arabi, è durata 10 giorni e si è fermata. Il motivo è da cercarsi nelle esigenze strategiche e politiche dei curdi. Lo Ypg, principale gruppo curdo che controlla quasi tutto il Nord della Siria, ha convinto gli americani a espugnare prima la cittadina di Manbij, vicino al posto di frontiera di Jarabulus, l’ultimo controllato dall’Isis. Un modo per tagliare la principale via di rifornimento per Raqqa. Ma l’obiettivo strategico è un altro. I curdi vogliono unire tutti i territori in loro possesso: i cantoni di Jazira, Kobane e Afrin. Gli manca solo la striscia di territorio fra Jarabulus e l’altro posto di frontiera di Bab al-Salama. Ecco perché la «deviazione» può trasformarsi in una lunga campagna e ritardare l’assalto finale a Raqqa.

I curdi si trovano ora a meno di 40 km a Nord della capitale dell’Isis. L’esercito di Bashar al-Assad, che avanza da Sud-Ovest, lungo la superstrada 42, Salamiyah-Ithriyah-Raqqa, era rimasto indietro, ma negli ultimi tre giorni, con l’appoggio di forze speciali russe e raid, ha fatto un balzo ed è a 80 km dalla città. Ieri, secondo fonti dell’Hezbollah libanese, gli uomini dei Falchi del deserto, reparto speciale siriano addestrato dai russi, hanno varcato il confine del governatorato di Raqqa e puntano adesso a Tabqa, e alla diga sull’Eufrate a monte di Raqqa. A quel punto sarebbero più vicini dei curdi.

CON LA CONQUISTA DELLA DIGA DEL LAGO ASSAD, SI AVVICINA LA CONQUISTA DI RAQQA E LA SPARTIZIONE DELLA SIRIA

I guerriglieri curdi appoggiati dagli Stati Uniti hanno conquistato la strategica diga di Tabqa, 40 chilometri a Ovest di Raqqa. La diga, la più grande della Siria, controlla le acque del Lago Assad e poteva essere usata dall’Isis per causare un’inondazione catastrofica. Con la sua presa si avvicina l’assalto finale alla capitale del Califfato.

The Kurdish YPG militia and US military units patrol the Syrian-Turkish border

Armi pesanti

I curdi dello Ypg formano il grosso, circa tre quarti, della Syrian democratic forces (Sdf) addestrate dagli Usa per sconfiggere lo Stato islamico nel Nord della Siria. Ieri il presidente Donald Trump ha dato l’ok alla fornitura di armi pesanti. Arriveranno mortai, missili anti-carro, mezzi blindati.

Il sostegno statunitense ai kurdi siriani non è una novità: a marzo Trump ha inviato la prima unità ufficiale di marines. Ora fa un passo in più: Obama aveva approvato solo armi leggere, per non indispettire troppo la Turchia che su Rojava ha altre mire, renderla una zona cuscinetto ripulita dalla presenza del Pkk.

Ora ne arriveranno altre: bulldozer, blindati, fucili, mitragliatrici e munizioni, radar. In cambio, dicono fonti Usa, le Ypg hanno promesso di consegnare Raqqa, una volta liberata, alla popolazione araba che la abita.

I tempi non sono stati indicati, ma è probabile che avvenga a breve. Sempre più pressanti le contraddizioni insite nelle alleanze sul terreno: gli Usa armano un gruppo che il loro alleato Nato bombarda.

Le proteste di Erdogan

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha protestato per la decisione che potrebbe portare “guai” agli Stati Uniti e ha chiesto a Washington di rivederla. Ma il Pentagono ha confermato che dopo la conquista di Tabqa comincerà la fase finale dell’assalto a Raqqa. Ankara considera lo Ypg il braccio siriano del Pkk, un’organizzazione terroristica.  In una nota l’Ypg, afferma che la decisione degli Usa equivale ad una smentita delle “distorsioni” della Turchia, secondo la quale le milizie curde sono “terroriste” perché legate al Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) turco.

Intesa Usa-Russia

Ma per Washington i curdi sono l’unica forza “in grado di prendere Raqqa in un futuro prossimo” e non vogliono rimettere in discussione la decisione strategica. La Russia sembra appoggiare per il momento questa scelta che si inquadra nella divisione della Siria in sfere di influenza.

Taglia sul capo di Al-Qaeda

La visita del ministro degli Esteri Sergei Lavrov alla Casa Bianca sembra aver cementato l’intesa. Un convergenza con Mosca nella lotta ai gruppi islamisti, priorità della Russia e del regime di Damasco. Gli Usa hanno messo un taglia di dieci milioni di dollari sul più pericoloso capo ribelle, Mohammed al-Joulani, che guida il gruppo jihadista Hayat al-Tahrir al-Sham, legato ad Al-Qaeda.

Il nuovo gruppo jihadista, ideologicamente di matrice salafita, denominato “Hayyat Tahrir al-Sham(HTS) (Movimento di Liberazione del Levante) è stato formato in Siria il 28 gennaio 2017. Come emerso dalla dichiarazione ufficiale pubblicata (vedi immagine sotto) Tahrir al-Sham, ancorato su posizioni qaediste, nasce dalla fusione tra Jabhat Fateh al-Sham (ex Jabhat al-Nusra), Jabhat Ansar al-Din, Jaysh al-Sunnah, Liwa al-Haqq, Harakat Nour al-Din al-Zenki; in seguito sono confluite nella nuova formazione anche alcune milizie e individui interni al gruppo Ahrar al-Sham.

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1243.- Suleimani: Il generale fantasma iraniano su tutti i fronti

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Maggiore Generale Qassem Suleimani, dal 1998 comandante dell’unità al-Quds dell’Esercito dei Guardiani della Rivoluzione Islamica.

Gatto con il topo: la manovra in cui eccelle il famoso generale iraniano, Qassem Suleimani, comandante della rinomata unità al-Quds, corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica in Iran che ha dato un nuovo corso all’offensiva dell’esercito siriano.

Nonostante sia consapevole di essere ricercato dagli USA che vogliono sfruttare un buon momento per ucciderlo, ciò non gli impedisce di avventurarsi in tutte le direzioni, in particolare in Siria e in Iraq, e anche in Russia, per portare avanti la sua missione. Secondo i media, è stato visto sul fronte della provincia di Aleppo in Siria, dove l’esercito siriano ed i suoi alleati si trovano ora a 16 km dal confine con la Turchia.

«Gli statunitensi hanno un piano per uccidere generale, talmente che gli mette spavento”, ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, il Generale Hassan Feirouzabafi durante un briefing con i giornalisti a Teheran.

La specialità del generale Suleimani è nell’organizzare le sue forze e nel seguire lo svolgimento dei suoi piani, ma ha assicurato Feirouzabadi che sono state prese tutte le precauzioni necessarie per garantire la sua sicurezza.

 New Pics of General Qassem Suleimani in Tikrit Frontline

Le voci sulla sua morte

Circolano molte voci circa i movimenti del generale iraniano e sulla sua salute. Molte volte i media hanno riferito della sua morte o che sia rimasto ferito.
È stato così, lo scorso novembre, quando i media vicini all’opposizione iraniana avevano detto che era stato ferito in combattimento nella provincia di Aleppo. Informazione confermata da alcuni giornalisti, ma negata dalla leadership dei Pasdaran.
Il 22 gennaio scorso, ha fatto la sua comparsa in occasione della commemorazione annuale del generale iraniano Mohammad Ali Dadi, caduto martire e con 5 combattenti di Hezbollah (compreso Jihad, il figlio del comandante martire Resistenza islamica Imad Moughniyyeh), in un raid israeliano nel sud della Siria, lo scorso anno. Ha poi assicurato che migliaia di persone stanno combattendo in Siria, che sono estranei al Corano e al Popolo della Famiglia del Profeta (Ahl al-Beit).
Ma l’informazione più forte sembra essere quella dei funzionari degli Stati Uniti, i quali, hanno riferito che il generale Suleimani ha visitato la Russia la scorsa estate per incontrare i funzionari russi. Nonostante le sanzioni e il divieto di viaggio imposto sulla sua persona da parte delle Nazioni Unite.
Si è scoperto, in seguito, che c’è qualcosa di suo nella decisione russa di intervenire militarmente in Siria nel mese di settembre.

Il Quinto occhio dell’Iran

«Gli iraniani credono di avere quattro occhi dalla rivoluzione del 1979: la loro dottrina, la loro volontà, la scienza e la ragione», ha affermato il giornalista iraniano e consigliere dell’ex presidente iraniano Mohammad Khatami, Mohammad Sadiq Husseini che conosce Suleimani.
«Ma hanno un quinto, il comandante dell’unità al-Quds generale Qassem Suleimani. È lì che questo occhio ha pedinato gli statunitensi durante la loro invasione dell’Iraq e l’esercito israeliano durante la guerra del 2006 in Libano, senza dimenticare Daesh e Co. sui fronti iracheni e siriani», ha aggiunto.

Quello che porta la vittoria con lui

La sua reputazione di leader forte che sfida la sconfitta e respira lo spirito di resistenza lo precede ovunque vada.
Husseini riferisce che il presidente siriano Bashar al-Assad gli aveva detto di persona, quando lo ha incontrato a Damasco, nel settembre del 2013, che «la presenza del generale Suleimani con noi in più di una battaglia è stato uno dei fattori principali per i cambiamenti che si sono verificati».
Il generale iraniano, è stato tra l’altro presente nella battaglia di Baba Amro, il primo baluardo dei terroristi liberato nella città di Homs. In Sahl al-Ghab ad Hama e in particolare nella provincia di Aleppo.
Ma è soprattutto in Iraq, dove si fa vedere.

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Inoltre, il generale Suleimani nei media ha la fama di agire in fretta, ben prima degli statunitensi durante l’invasione di Mosul e del Governatorato di Al Anbar da parte dell’Isis nel 2014. Ha poi avuto l’idea geniale di formare le forze di mobilitazione popolare, al-Hached al-Chaabi, volontari iracheni, mentre l’esercito iracheno non è stato in grado di affrontare la sfida.
Una fonte della forza Hached Chaabi ha rivelato ad al-Manar che «i nemici sono andati in confusione quando hanno saputo che Suleimani era sul campo di battaglia».

Quello che l’Iraq è come la Siria

Il corrispondente di al-Manar, Hassan Hamza ha incontrato il generale iraniano nella provincia di Diyala. Ha raccontato che è stato colpito dalla sua modestia e che è rimasto sorpreso quando gli aveva chiesto notizie di Aleppo, dove era stato prima di andare in Iraq.
«Non vi è alcuna differenza tra i fronti siriani e iracheni, entrambi fanno parte di un unico progetto», ha riferito Suleimani ad Hamza.
Ha anche spiegato che tutti i combattenti Hached incontrati erano convinti che quando si combatte in presenza del generale Suleimani erano sicuri e certi di trionfare.

Colui che bacia la mano di feriti

Oltre alla sua esperienza militare, è molto apprezzato da tutti coloro che lo circondano, a causa del suo temperamento calmo e tranquillo. Sa ascoltare bene gli altri, anche quando lo interrompono per esprimere le loro opinioni, secondo il corrispondente di al-Manar. Ama i Mujahideen e cerca di stare loro vicino, dormire con loro, di apprendere sempre da loro.
Un funzionario HACHED assicura di aver visto più volte baciare le mani dei combattenti feriti.
“Sul campo di battaglia, è sempre in prima linea e non lascia mai le postazioni, anche quando la battaglia è nel pieno svolgimento. Non indossa mai il giubbotto antiproiettile, non circola mai alla guida di un veicolo blindato. Nelle battaglie di Tikrit, viaggiava in moto e guardava di persona il nemico prima di lanciare l’assalto. Egli è coraggioso e non ha paura della morte. Quando una bomba gli esplode vicino, non si tira indietro, come se nulla fosse accaduto».

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Il generale Suleimani con i peshmerga irakeni

Nel mirino degli statunitensi e degli israeliani

Gli statunitensi lo tengono d’occhio. Secondo un funzionario iracheno che ha chiesto l’anonimato, gli statunitensi gli mandarono un messaggio attraverso un mediatore per riferirgli che lo osservavano a Dayala, ed erano disposti a dargli una mano. Il generale rispose che aveva abbastanza materiale per raggiungere i suoi obiettivi.
«È sempre molto vicino agli statunitensi , li segue come un fantasma”, ha affermato Sadek Mohammad Husseini.
Inoltre, ha aggiunto che gli israeliani anche lo sorvegliavano nella guerra dei 33 giorni in Libano del 2006 e sembra che erano ben consapevoli della sua presenza sul campo di battaglia  in quel momento e che lo avrebbero visto nell’operazione effettuata a Tiro.

Per lui tutte le battaglie portano ad Al-Quds

Husseini racconta di averlo incontrato nel 2009 presso la Facoltà dell’ Imam Ali a Teheran affiliata alla sua unità. Esattamente, si ricorda di aver a parlato con lui di Al-Quds e della causa palestinese. Per lui, «ogni combattimento deve portare a Gerusalemme»,.
Ogni volta che c’è  una voce sulla sua morte, il generale Suleimani risponde con un grande sorriso, si aspetta di morire da martire in qualsiasi momento.
Ma in sua assenza, i leader delle Guardie Rivoluzionarie rispondono per lui: «No, non è caduto da martire. E continua la sua lotta fino alla liberazione di Al-Quds».

1242.- L’AGGRESSIONE STATUNITENSE NON IMPEDISCE L’AVANZATA SU DAYR AL-ZUR

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Moon of Alabama 19 giugno 2017. Nell’ultimo riassunto affermavo che la fine della guerra in Siria è ora in vista: “a meno che gli Stati Uniti non cambino e avviino un grande attacco alla Siria con le proprie forze armate, la guerra alla Siria è finita”. Ci sono pochi militari e civili nella Casa Bianca che spingono per ampliare la guerra alla Siria in guerra totale USA-Iran. La dirigenza militare retrocede, temendo per le sue forze in Iraq e altrove nella regione. Ma vi sono anche elementi nelle forze armate statunitensi e nella CIA che assumono una posizione più aggressiva per la guerra. Un aviogetto F-18 statunitense abbatteva un cacciabombardiere siriano presso Raqqa. Il Comando Centrale statunitense scherzava scioccamente affermando che si trattasse di “autodifesa” delle proprie forze d’invasione e dei fantocci curdi (Forze Democratiche Siriane – SDF) nella “zona di deconflitto” dopo che le SDF furono attaccate a Jadin. Bugie. Non c’è alcun accordo sulla “zona di deconflitto” presso Jadin, occupata dalle SDF al momento dell’attacco, in modo chiaramente illegale: “Gli Stati Uniti… non hanno alcun diritto legale di proteggere le forze partner non statali che perseguono cambi di regime ed altri obiettivi politici. Non c’è diritto all’autodifesa collettiva di agenti non statali…” Il governo siriano e testimoni sul terreno smentiscono le affermazioni statunitensi. L’Osservatorio siriano in Gran Bretagna, spesso citato come autorevole, afferma che non ci fu alcun attacco siriano alle SDF. Gli aviogetti degli Stati Uniti attaccarono i siriani per sostenere le forze islamiste: “Un aereo da guerra del regime è stato colpito cadendo nell’area di al-Rasafah… l’aereo è stato abbattuto sull’area di al-Rasafah, di cui le forze del regime hanno raggiunto i confini oggi, e fonti hanno suggerito all’Osservatorio siriano per i diritti umani che la coalizione internazionale lo prese di mira durante il volo in prossimità dello spazio aereo dei velivoli della coalizione, causando la caduta dei relitti su Rasafa, assieme al destino ignoto del pilota. Fonti confermavano che l’aereo non mirava alle aree controllate dalle forze democratiche siriane sulla linea di contatto con le aree controllate dalle forze del regime ad ovest di al-Tabaqa, sull’autostrada Raqqah-Rasafah”. Ecco una panoramica della situazione in Siria sudorientale:

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In basso a sinistra c’è l’area di Tadmur, a destra Dayr al-Zur, sopra Raqqa. Le aree scure sono occupate dallo Stato islamico. Centomila civili e una piccola guarnigione siriana a Dayr al-Zur sono assediati dallo Stato islamico. L’Esercito arabo siriano avanza a est su due direttrici per liberare la città. Una dalla zona di Tadmur lungo la strada a nord-est per Dayr al-Zur. La distanza ancora da percorrere è di circa 130 chilometri e va liberata una grande città, al-Suqanah, prima di procedere. L’altra da sud di Raqqa. Il guerriero della domenica, stilava questa ottima mappa di ciò che gli ricorda il “salto della rana” della Seconda guerra mondiale. Il deserto orientale siriano ha pochi centri abitati collegati da strade di altissimo valore per controllare enormi aree. Mostra il potenziale degli assi dell’avanzata e l’importanza di Rasafah, al centro dell’incidente dell’aereo.

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Raqqa è attualmente assediata dalle forze curde delle SDF (giallo) che occupano la sponda meridionale dell’Eufrate presso Tabaqa. L’Esercito arabo siriano avanza a sud di tali forze, verso est. L’obiettivo attuale è Rasafah, snodo tra strada 6 e strada 42. Se libera l’incrocio avanzerà a sud-est lungo la strada principale per Dayr al-Zur. Inoltre taglierà la via di ritirata delle forze islamiste che sfuggono a sud dall’attacco curdo su Raqqa. La distanza per Dayr al-Zur è circa 100 chilometri e non vi sono grandi ostacoli.

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Liberare l’incrocio è estremamente importante per alleviare l’assedio alla città orientale.Raqqa è oltre il limite superiore destro della mappa della zona di Tabqa. Le forze curde sono segnate in giallo, l’Esercito arabo siriano in rosso. L’Esercito arabo siriano avanza molto velocemente verso est per liberare il crocevia di Rasafah. Poche ore prima che l’aereo siriano fosse abbattuto, aveva liberato Jadin:

“Yusha Yuseef@MIG29_
Breaking, EA e Queat al-Nimr liberano Jadin, villaggio a nord di al-Asui, a sud di Raqqa
15:36 – 18 giugno 2017”
L’abbattimento dell’aereo siriano si ebbe alcune ore dopo: “Dr Abdulqarim Umar – abdulkarimomar1
La coalizione internazionale abbatte un aereo militare del regime siriano a Raqqa dopo aver bombardato i siti delle SDF nella zona di Tabaqa
18:18 – 18 giu 2017”
Posso confermare che abbiamo perso un aereo su Rasafah, lontano dalle posizioni delle SDF
Non ci sono ulteriori informazioni sul ruolo degli Stati Uniti
18:14 – 18 giugno 2017”

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Il Mig-29 siriano abbattuto è il fallimento siriano degli USA.

Ora gli Stati Uniti affermano che l’aereo siriano aveva attaccato le forze curde a Jadin. Ma non ce n’erano quando l’incidente avvenne. La città era già nelle mani dell’Esercito arabo siriano. L’aereo siriano aveva attaccato forze islamiste presso Rasafah. L’Esercito arabo siriano liberava Rasafah dallo Stato islamico, raggiungendo l’incrocio che gli permetterà di togliere l’assedio dello SIIL su Dayr al-Zur. Il cacciabombardiere siriano aveva bombardato le forze islamiste a Rasafah. Gli Stati Uniti l’avevano abbattuto affermando falsamente che attaccava le proprie forze di ascari curdi. Ciò può essere interpretato solo come tentativo degli Stati Uniti di impedire o ostacolare le forze siriane nel liberare Dayr al-Zur al più presto possibile.

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Il pilota del Mig-29 siriano abbattuto, il Ten. Col. Ali Fahd, si è lanciato con successo.

Gli Stati Uniti, volentieri o meno, aiutano le forze islamiste impegnate in attacchi pesanti alla guarnigione assediata di Dayr al-Zur. Il governo russo ha definito l’attacco degli Stati Uniti “atto di aggressione in violazione del diritto internazionale, aiutando i terroristi” dello Stato islamico. Sospendeva il coordinamento sullo spazio aereo in Siria con il comando delle operazioni statunitensi. Inoltre: “Nelle aree operative della flotta aerea russa nei cieli siriani, tutti gli oggetti aerei, compresi aeromobili e velivoli senza equipaggio della coalizione internazionale (statunitense) situati a ovest del fiume Eufrate, saranno inseguiti dalle forze di difesa di terra e aeree russe come bersagli aerei”, dichiarava il Ministero della Difesa russo”. Se fossi un pilota statunitense, eviterei la zona… Qualunque fosse l’intento statunitense, non fermavano l’Esercito arabo siriano. Rasafa veniva liberata dalle Forze Armate siriane. Il pilota abbattuto, Ali Fahd, veniva recuperato da dietro le linee nemiche da un gruppo della Quwat al-Nimr.

T90 siriano

Carro da battaglia T-90 siriano. Putin non guarda a spese.
Indipendente agli avvenimenti di Raqqa, la Guardia Rivoluzionaria iraniana lanciava missili balistici a media portata dall’Iran alle forze dello Stato islamico nei pressi di Dayr al-Zur in Siria. La distanza è di circa 600 chilometri. Il lancio sarebbe la rappresaglia per gli attentati del 7 giugno al parlamento di Teheran, in Iran. I missili colpivano i bersagli. Il messaggio inviato con essi va oltre la semplice rappresaglia. L’Iran dimostra di poter colpire obiettivi lontani. Stati wahhabiti del Golfo Persico e forze statunitensi nella regione dovranno prenderne atto. Non sono al sicuro dalla rappresaglia iraniana, anche in assenza di forze iraniane nelle vicinanze. L’Iran osserva di poter ripetere tali attacchi quando necessario: “Sauditi e statunitensi sono in particolare i destinatari di questo messaggio”. Secondo il Generale dell’IRGC Ramazan Sharif. “Ovviamente e chiaramente, alcuni Paesi reazionari della regione, in particolare l’Arabia Saudita, avevano annunciato di aver cercato di creare insicurezza in Iran”.
Come descritto l’ultima volta, le forze statunitensi occupano il valico di confine di al-Tanaf tra Siria e Iraq, nel sud-est della Siria.

Terroristi pro USA

US “ribelli” di AL QAEDA addestrati dalla CIA e armati dall’US ARMY

I “ribelli” addestrati dagli Stati Uniti furono fermati a nord dall’avanzata dell’Esercito arabo siriano fino al confine con l’Iraq. La milizia irachena sotto il comando del Primo ministro vi si univa e al-Tanaf è ora isolata. Diversi rapporti affermavano che gli Stati Uniti inviavano forze di agenti curdi dal nordest della Siria per difendere al-Tanaf. Ovviamente non si fidano delle forze “ribelli” arabe che avevano addestrato per occupare la Siria sudorientale. Poche centinaia di forze curde non cambiano la situazione tattica. Non c’è alcuna utilità ragionevole per esse e il contingente statunitense, che alla fine dovranno ritirarsi in Giordania. Israele da tempo sostiene i “ribelli” di al-Qaida nel sud-ovest della Siria nei pressi e sulle alture del Golan. Ciò è noto almeno dal 2014 e il sostegno israeliano è stato documentato anche dagli osservatori delle Nazioni Unite nella zona. Ma in qualche modo i media statunitensi si “dimenticavano” di riferirlo e gli israeliani erano riluttanti nel commentarla. Ciò è cambiato. Adesso c’è un diluvio di relazioni sul sostegno e finanziamento israeliano dei “ribelli” sul Golan, vicino alle parti occupate da Israele in Siria. Poche menzioni tuttavia sul fatto che le forze che Israele sostiene sono terroristi di al-Qaida. Ci sono anche gruppi dello Stato islamico che si sono “scusati” con Israele dopo uno scontro con forze israeliane. È chiaro che Israele sostiene apertamente i terroristi. Qualcuno diffonde intenzionalmente questi articoli. Presumo che Israele lo faccia preparando il quadro politico per l’ulteriore occupazione di terre siriane. Articoli confrontano le manovre israeliane con l’occupazione del Libano meridionale negli anni ’80 e ’90, trascurando di raccontare tutta la storia. L’occupazione israeliana del sud del Libano portò all’avanzata di Hezbollah e alla sconfitta delle forze israeliane, che nel 2000 si ritirarono dalle terre occupate, ed Hezbollah ora è il nemico più temuto da Israele. Sembra che Israele voglia ripetere questa esperienza.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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1241.- CINA E IRAN: MANOVRE NAVALI CONGIUNTE AD ORMUZ. Risposta all’Escalation Usa.

1530311_499402710230945_6132659780291696905_nSEMPRE PIU’ VICINI!

 

Il 18 giugno navi da guerra iraniane e  cinesi hanno compiuto manovre militari congiunte nello stretto di Ormuz, passaggio strategico posto al sud dell’Iran e a nord degli Emirati Arabi Uniti. Queste esercitazioni avvengono nel pieno dello scontro diplomatico tra Teheran e Washington  e di una crisi maggiore che scuote la penisola arabica,  e che oppone il Qatar ai suoi vicini, specie l’Arabia Saudita.  Il contrammiraglio cinese Shen Hao, citato dall’egenzia iraniana IRNA,  ha spiegato che  tali manovre  congiunte  hanno lo scopo di rinforzare la fiducia le due  marine militari”.

La zona delle esercitazioni navali cino-iraniane.

Nelle stesse ore i Guardiani della rivoluzione iraniani hanno reso noto di aver sparato due missili balistici a medio raggio contro obiettivi ribelli siriani nella zona di Deir ez-Zor:  questa è  l’enclave leale al governo di Damasco che resta da anni sotto accerchiamento di Isis e altre formazioni terroristiche, e che gli americani hanno bombardato nel settembre 2016, deliberatamente  uccidendo 80-90 soldati di Assad  là assediati – sia per aiutare l’ISIS (infatti ,lo Stato Islamico ha  sferrato un attacco subito dopo il bombardamento, in evidente coordinazione Usa)  sia  per mandare a monte il primo cessate il fuoco imbastito da Mosca fra i belligeranti. Ipotizziamo come più che probabile che fra “il gran numero di miliziani” che l’Iran dice di aver ucciso coi suoi missili, ci siano anche “consiglieri” (leggi commandos) americani, britannici o israeliani.  Gli iraniani hanno dichiarato che  il lancio è anche una riposta  al recente  attentato  al Parlamento di Teheran e al mausoleo di Khomeini, rivendicato dall’ISIS (o Rita Katz). “Lo spargimento di sangue innocente non resterà senza risposta”, hanno scritto i pasdaran in un comunicato.

Risposta alla risposta, subito  dopo,  “l’esercito siriano ha confermato che aerei della coalizione a guida USA hanno abbattuto un suo velivolo SU-22 alla periferia di Raqqa. “Questo attacco arriva in un momento in cui l’esercito siriano e i suoi alleati stavano avanzando nella lotta contro i terroristi dell’Isis, i quali sono stati battuti in più di un modo nel deserto”, scrive il portavoce dell’esercito di Damasco.

E’ una vendetta  per i rovesci che le forze americane alleate ai “ribelli” hanno subito ad Al-Tanf,  posto del confine tra Irak e Siria, dove hanno tentato invano, con attacchi proditori, di impedire alle forze siriane regolari di collegarsi con le forze irachene anti-ISIS.    Ad Al Tanf , le forze statunitensi (Berretti Verdi sotto comando CIA) dispiegate all’interno di una base  ufficialmente per “preparare” le forze ribelli,  ma sono state colte di sorpresa dalla velocità e l’efficienza delle tattiche  utilizzate dalle unità delle forze armate siriane .

L’intervento degli F-18 e degli A-10 americani hanno fatto pagare un alto prezzo ai combattenti siriani, privi di copertura aerea e ancor più crudelmente, di anti-aerea: 88 soldati uccisi  dai cannoncini di bordo.

E  nonostante ciò, una controffensiva sferrata dai ribelli  guidati dai Berretti Verdi subito dopo l’attacco aereo, evidentemente coordinata  con l’Air Force, è stata fatta fallire dai siriani.  Le cui forze speciali “hanno  superato sul fianco i ribelli e sono riusciti a condurre una perfetta  manovra di accerchiamento”. Si parla di 1300 ribelli perduti per l’America.Le perdite americane non sono dichiarate, come al solito  (mica possono confessare che si battono a fianco dei tagliagole), ma non possono esser mancate.

..”I ribelli e le forze Usa con loro si son trovati intrappolati  ed hanno dovuto la loro salvezza dall’annientamento solo ad  una pressione molto energica dei russi sul comando siriano. Il Pentagono ha riconosciuto il ruolo della Russia nello “acquietamento” di Al Tanf”. Fin qui il comunicato siriano.

https://strategika51.wordpress.com/2017/06/18/le-declin-tactique-dal-tanf/

Ovviamente la Russia  non dà  agli alleati la copertura aerea per non arrivare ad un confronto diretto con l’aviazione americana.  Il Pentagono   ha ringraziato,  riconosciuto che i suoi soldati sono stati salvati da Mosca, e poi 1) abbattuto il vecchio aereo siriano, e 2) mandato a rafforzare la base  di Al Tanf  i loro  lanciarazzi plurimi su automezzo  HIMARS (High Mobility Multiple Advanced Rocket System).

Mosca  avvisa: ogni oggetto volante sarà abbattuto

 

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Quindi vogliono la rivincita; siano i russi ad evitare il confronto, a mantenere un senso di responsabilità;  loro preparano l’escalation – fin dove, se non verso la guerra mondiale?

A questo punto, Mosca ha interrotto ogni coordinamento con la aviazione americana, ed ha annunciato che “nelle zone d’intervento della  flotta aerea russa in Siria, ogni oggetto volanti, droni compresi, della coalizione internazionale [ quella messa insieme dagli Usa] all’ovest dell’Eufrate, saranno considerati come bersagli dalle forze  terrestri e  aeree russe” (19 giugno).

I comandi regolari siriani, nonostante le perdite, hanno evidenti motivi  di soddisfazione: in tre occasioni le loro forze sono riuscite  ad accerchiare le forze  speciali americane, che hanno rivelato così una palese inferiorità tattica  e combattiva; hanno dovuto richiedere l’appoggio aereo; ma intanto  i siriani si sono spinti fino alla frontiera con l’Irak – ciò che i brutali interventi americani volevano impedire.

Cosa accadrà adesso è difficile dire.  “Alcuni civili pazzi alla Casa Bianca spingono per ampliare il conflitto in una vera e propria guerra Iran-Usa. I comandi militari  stanno frenando”, il che non stupisce dopo i rovesci sul terreno, e temendo per le loro truppe nella più vasta area irachena, esposte ad un vero conflitto – –  ma ci sono elementi al Pentagono e alla Cia che sono per  l’escalation.

https://www.yahoo.com/news/white-house-officials-push-widening-225019128.html?.tsrc=jtc_news_index

Frattanto il Senato Usa ha votato, con una maggioranza di 98 su cento, un vero e proprio atto di guerra contro Teheran. Non solo rimette in vigore  le sanzioni già tolte e ne aggiunge di nuove, ma esige dal presidente che dia ordine “di ispezionare sistematicamente navi e aerei iraniani”  per impedire ogni assistenza armata ai  paesi in preda alla guerra contro(o pro) il terrorismo; per la prima volta, pone le Guardie della Rivoluzione Islamica iraniane nella lista delle “organizzazioni terroristiche”; invita il presidente a “identificare ogni  altra azione iraniana suscettibile di essere sottoposta a sanzioni”,  e  a studiare modo di impedire all’Iran di finanziare il suo programma missilistico.

IRAN-NAVI

Le esercitazioni navali congiunte Pechino-Teheran sullo stretto di Ormuz  sembrano essere una risposta, molto cinese, a  questa frenesia di rabbia e demenzialità Usa.