Archivi categoria: Politica estera – Iran

1572.- Le milizie irachene minacciano le forze statunitensi

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Andrej Akulov SCF 13.12.2017

A dispetto degli avvertimenti mondiali, il presidente Trump ha riconosciuto Gerusalemme capitale d’Israele. L’annuncio ha provocato una reazione diplomatica quasi universale ed ha irritato i Paesi con significative popolazioni musulmane. La maggior parte della comunità internazionale non riconosce Gerusalemme capitale israeliana finché la questione non sarà risolta nei negoziati coi palestinesi. Non sono solo proteste diplomatiche; la decisione potrebbe innescare un grande conflitto militare sminuendo la guerra allo Stato islamico e il conflitto in Siria. Aqram al-Qabi, leader dell”Haraqat Hezbollah al-Nujaba, sostenuto dall’Iran, affermava che la decisione del presidente Trump è “ragione legittima” per attaccare le forze statunitensi in Iraq. Con circa 10000 combattenti, Nujaba è una delle milizie più importanti del Paese. Costituita da iracheni, è fedele all’Iran. Il gruppo fa parte delle Forze di mobilitazione popolare irachene (PMF), una coalizione soprattutto di milizie sciite filo-iraniane che hanno avuto grande ruolo nella lotta allo Stato islamico. Le PMF sono riconosciute dal governo e riferiscono formalmente all’ufficio del Primo ministro Haydar al-Abadi. Nujaba schiera forze in Siria a sostegno del governo siriano. A novembre, il senatore repubblicano Ted Poe presentò una proposta di legge al Congresso degli Stati Uniti, suggerendo che il governo degli Stati Uniti consideri i gruppi armati iracheni Haraqat Hezbollah al-Nujaba (Nujaba) e Asaib Ahl al-Haq (AAH) emanazioni del Corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane (IRGC). Gli Stati Uniti hanno oltre 5200 soldati schierati in Iraq. Il leader del Nujaba Aqram al-Qabi fu sanzionato dal dipartimento del Tesoro “per aver minacciato la pace e la stabilità dell’Iraq”. L’ex-Primo Ministro iracheno Nuri al-Maliqi definiva l’annuncio di Trump “dichiarazione di guerra”. Il potente religioso sciita Muqtada al-Sadr, a capo di una milizia, ha chiesto la chiusura dell’ambasciata USA a Baghdad e avvertiva che “Possiamo raggiungere Israele dalla Siria”. Allo stesso tempo, la decisione del presidente degli Stati Uniti è sostenuta dai curdi iracheni indignati per la campagna a sostegno di Gerusalemme e dei diritti palestinesi, ignorando i diritti curdi. Va notato che non era la prima minaccia di colpire le forze statunitensi nella regione, tali avvertimenti furono già fatti il 1° novembre 2017, quando il quotidiano libanese al-Aqbar pubblicò un articolo che citava elementi della “Resistenza irachena” dichiarare l’intenzione di attaccare le truppe statunitensi in Iraq. Le PMU, composte da circa 40 milizie, si “preparano a riorganizzare le fila e al grande conflitto cogli statunitensi”. La maggior parte, se non tutte, le fazioni del PMU percepiscono la presenza militare USA in Iraq come un’occupazione.
Il presidente Trump ha concesso ai comandanti statunitensi l’autorità di ordinare attacchi nei Paesi con presenza militare statunitense, il 29 gennaio. Gli Stati Uniti sono già presenti in Siria e Golfo Persico dove si profila lo scontro con l’Iran. Aumentando notevolmente il rischio d’innescare un conflitto in caso di incidente. Se iniziasse, gli Stati Uniti combatteranno un nemico formalmente parte dell’esercito regolare iracheno, loro alleato. Miliardi di dollari in aiuti e armi avanzate sono stati utilizzati per ricostruire le forze armate irachene nell’ultimo decennio. La domanda è: gli Stati Uniti saranno in guerra con l’Iraq? Il governo iracheno non può compromettere le relazioni con le PMU e rischiare crisi interne. Gli scontri porteranno automaticamente a combattimenti tra Stati Uniti e Iran nella regione? Le unità sciite hanno una grande presenza in Siria. Se s’innesca un conflitto, è probabile che arrivi in Siria, cogli Stati Uniti che vi aumentano la presenza militare per influenzare negativamente le prospettive avviate dalla Russia sul processo di pace. Le forze dell’opposizione coglieranno le opportunità dal conflitto tra Stati Uniti e sciiti. Coi curdi che sostengono gli USA sulla questione di Gerusalemme, i pishmerga (unità paramilitari) potrebbero combattere le formazioni sciite. Se le forze USA saranno rinforzate per combattere le PMU, la tentazione di riconquistare Qirquq e i giacimenti petroliferi sarebbe irresistibile, per annetterli ancora al Kurdistan. Una volta che un conflitto derivasse dal riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele, i combattenti delle PMU godranno del sostegno pubblico nei Paesi arabi. Un’altra conseguenza: probabilmente i combattimenti saranno seguiti da scontri tra forze israeliane e unità sciite in Siria. Ciò potrebbe coinvolgere le truppe del governo siriano sostenute dalla Russia. È grande la probabilità che, prima o poi, la situazione porti a combattimenti tra Stati Uniti ed Iran, e al conflitto Israele-Iran. I combattimenti si diffonderanno in Libano, dove Hezbollah gode di grande influenza.
Cosa c’è da aspettarsi nel prossimo futuro? Gli Stati Uniti dovranno aumentare la presenza militare in Iraq e in Siria. Le loro forze navali prenderanno posizione nel Golfo Persico e nel Mediterraneo. È probabile che gli Stati Uniti evitino l’ulteriore aggravarsi della situazione nella penisola coreana, per non essere coinvolti simultaneamente in due conflitti. Il rischio di una guerra tra Stati Uniti e Iran evolverà secondo determinati scenari e avrà conseguenze globali. C’è la grande possibilità che l’Iran guidi il movimento musulmano contro Stati Uniti e Israele provocato dal riconoscimento di Gerusalemme. In realtà, il riconoscimento non è ciò che a prima vista comporta in definitiva, ma è provocatorio e prematuro. La decisione ha molti svantaggi ed è improbabile che avvantaggi gli Stati Uniti se non creandogli grattacapi. Si raccoglie ciò che si semina. L’esercito statunitense affronta una seria minaccia in Iraq. Se scoppiasse la guerra, le conseguenze saranno terribili.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio,di aurora

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1554.- Siria: questa occupazione statunitense – o “presenza” – è insostenibile

“Tutta la storia sembra sancire che, sedatosi il conflitto civile in Siria, le potenze in gioco stiano riaprendo la partita della destabilizzazione mediterranea, puntando questa volta sul Libano, Paese diviso e fragile, strategicamente affacciato sul Mediterraneo orientale, i cui porti, molto vicini ad Israele, non devono cadere, come quelli siriani, in mano ai russi e quindi agli iraniani”…

 

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Gli Stati Uniti stanno ora occupando la Siria nord-orientale. Con quest’arma di ricatto vogliono costringere il governo siriano a un “cambio di regime”. L’occupazione è, tuttavia, insostenibile e il suo obiettivo è irraggiungibile. I generali che hanno ideato questi piani mancano di intuizioni strategiche. Ascoltano le lobby o le persone sbagliate.

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Lo Stato islamico non occupa più alcuna area significativa sia in Siria e sia in Iraq. Ciò che ne è rimasto in alcune città della valle dell’Eufrate sparirà presto. I suoi resti saranno alcune delle varie bande terroristiche nella regione. Le forze locali possono e vogliono tenerle sotto un adeguato controllo. Lo stato islamico è finito. Questo è il motivo per cui il libanese Hezbollah ha annunciato di ritirare tutti i suoi consiglieri e le sue unità dall’Iraq. È la ragione per cui la Russia ha iniziato a rimpatriare alcune delle sue unità dalla Siria. Le forze straniere non sono più necessarie per eliminare i resti dell’ISIS.

Nella sua risoluzione 2249 (2015), Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la lotta contro ISIS, la posizione del Consiglio era:

“A riaffermare il suo rispetto per la sovranità, integrità territoriale, indipendenza e unità di tutti gli Stati in conformità con gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite,

Invitare gli Stati membri che hanno la capacità di farlo ad adottare tutte le misure necessarie, nel rispetto del diritto internazionale, in particolare della Carta delle Nazioni Unite, … sul territorio sotto il controllo dell’ISIL noto anche come Daesh, in Siria e in Iraq, per raddoppiare e coordinare i loro sforzi per prevenire e reprimere gli atti terroristici commessi specificamente dall’ISIL … e le entità associate ad Al-Qaida … e per sradicare il porto sicuro che hanno stabilito su parti significative dell’Iraq e della Siria;
Non esiste, ora, più alcun “territorio sotto il controllo dell’ISIL”. I suoi “rifugi sicuri” sono stati “sradicati”. Il compito assegnato e legittimato nella risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU è terminato. È finita. Non c’è più alcuna giustificazione, sotto la Risoluzione 2252 dell’UNSC, per le truppe americane in Siria o in Iraq.

Altre giustificazioni legali, come un invito dei legittimi governi di Siria e Iraq, potrebbero essere applicate. Ma mentre la Siria ha invitato le forze russe, iraniane e libanesi a rimanere nel suo paese, non ha invitato le forze degli Stati Uniti. Ora occupano illegalmente la terra siriana nel nord-est del paese. Il governo siriano lo ha esplicitamente chiamato così.

(C’è da chiedersi quanto tempo impiegherà la santificata Unione Europea a sanzionare gli Stati Uniti per la sua grave violazione del diritto internazionale e per aver violato la sovranità della Siria).

 

 

Secondo i documenti ufficiali più di 1.700 soldati statunitensi sono attualmente in Siria. Il numero annunciato pubblicamente è solo 500. Le forze “temporanee” fanno la differenza. (Nel complesso, i numeri delle truppe statunitensi in Medio Oriente sono aumentati del 33% negli ultimi quattro mesi: i numeri sono raddoppiati in Turchia, Kuwait, Qatar e Emirati Arabi Uniti.Non sono state fornite spiegazioni per questi aumenti).

Le truppe americane in Siria sono alleate con l’YPG curdo. L’YPG è il ramo siriano dell’organizzazione terroristica curda designata internazionalmente PKK. Solo circa il 2-5% della popolazione siriana è di origine curda-siriana. Sotto il comando degli Stati Uniti ora controllano oltre il 20% del territorio dello stato siriano e circa il 40% delle riserve di idrocarburi. Questo è furto su larga scala.

Per mascherare la loro cooperazione con i terroristi curdi, gli Stati Uniti ribattezzarono il gruppo nelle “Forze Democratiche Siriane” (SDF). Furono aggiunti alcuni combattenti arabi delle tribù della Siria orientale. Questi sono per lo più ex soldati a piedi dell’ISIS che hanno cambiato posizione quando gli Stati Uniti hanno offerto una paga migliore. Altri combattenti furono immessi in servizio. Il popolo della città arabo-siriana Manbij, che è occupato dalle forze YPG e statunitensi, ha protestato quando l’YPG ha iniziato a coscrivere violentemente la sua gioventù.

Nuove truppe furono aggiunte alla SDF durante gli ultimi giorni in cui i combattenti dell’ISIS fuggirono dall’assalto delle forze siriane e irachene ad Abu Kamal (alias Albu Kamal aka Bukamal). Sono fuggiti verso nord verso YPG / U.S. aree detenute. Come altri combattenti dell’ISIS, gli Stati Uniti hanno contribuito affinché sfuggissero alla loro meritata punizione. Queste forze saranno ribattezzate e reimpiegate.

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Il ministero della Difesa russo ha accusato gli Stati Uniti di aver  bloccato lo spazio aereo inferiore su Abu Kamal, mentre i suoi alleati siriani stavano cercando di liberarlo. Per otto giorni i bombardieri russi a lunga gittata ad alta quota dovettero venire dalla Russia per fornire supporto alle sue truppe sul terreno. In un recente discorso televisivo, il leader del libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha accusato le truppe statunitensi in Siria di fornire servizi segreti all’ISIS ad Abu Kamal. L’ISIS lo ha usato per sganciare le forze siriane e alleate. Diversi alti ufficiali del Corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane sono stati uccisi in tali attacchi. Nasrallah ha anche detto che gli Stati Uniti hanno usato misure di guerra elettronica per disabilitare le radio della forza attaccante. Ha detto che hanno salvato le truppe in fuga dell’ISIS. Le accuse di Nasrallah sono coerenti con le notizie raccolte sul terreno. (Anche gli Stati Uniti e i loro alleati continuano a rifornire altri gruppi terroristici nel nord-ovest e nel sud-ovest della Siria).

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Né Nasrallah né l’IRGC dimenticheranno quei misfatti. Il comandante dell’operazione dell’IRGC, il generale Quasem Soleimani, ha recentemente riferito al leader supremo dell’Iran Khamenei:

Tutti questi crimini sono stati progettati e implementati dalla leadership e dalle organizzazioni statunitensi, secondo il riconoscimento del più alto ufficiale degli Stati Uniti che è attualmente presidente degli Stati Uniti; inoltre, questo schema viene ancora modificato e implementato dagli attuali leader americani.

Gli Stati Uniti hanno cambiato la loro regola di ingaggio e hanno dichiarato ufficiosamente una no-fly zone per gli aerei russi e siriani sul lato est dell’Eufrate. Dicono che attaccherà qualsiasi forza che attraversa il fiume per inseguire l’ISIS. Sta apertamente proteggendo i suoi terroristi.

Dieci giorni fa il Segretario della Difesa degli Stati Uniti (rtd) Mattis ha annunciato le intenzioni degli Stati Uniti di occupare illegalmente la Siria:

 

The U.S. military will fight Islamic State in Syria “as long as they want to fight,” Defense Secretary Jim Mattis said on Monday, describing a longer-term role for U.S. troops long after the insurgents lose all of the territory they control.

“We’re not just going to walk away right now before the Geneva process has traction,” he added.

Turkey said on Monday the United States had 13 bases in Syria and Russia had five. The U.S-backed Syrian YPG Kurdish militia has said Washington has established seven military bases in areas of northern Syria.

Traduco: Le forze armate statunitensi combatteranno lo Stato islamico in Siria “finché vogliono combattere”, ha detto il segretario alla Difesa Jim Mattis, descrivendo un ruolo a lungo termine per le truppe americane molto tempo dopo che gli insorti perdono tutto il territorio che controllano.

“Non ce ne andremo subito prima che il processo di Ginevra abbia trazione”, ha aggiunto.

La Turchia ha detto oggi che gli Stati Uniti hanno 13 basi in Siria e la Russia ne ha cinque. La milizia curda YPG siriana sostenuta dagli USA ha detto che Washington ha stabilito sette basi militari nelle aree della Siria settentrionale.

Un rapporto nel Washington Post di oggi è più specifico. Il titolo adatto: gli Stati Uniti si muovono verso una presenza aperta in Siria dopo “l’imbarco” dello Stato islamico:

I Kurdi vengono usati.

L’amministrazione Trump sta ampliando i suoi obiettivi in ​​Siria oltre il routing dello Stato islamico per includere una soluzione politica della guerra “civile” del paese.

Con le forze fedeli al presidente Bashar al-Assad e ai suoi alleati russi e iraniani che ora stanno facendo pressione sulle ultime città controllate dai militanti, la sconfitta dello Stato islamico in Siria potrebbe essere imminente – insieme alla fine della giustificazione americana per esserci. NOI i funzionari dicono che sperano di utilizzare la presenza in corso di truppe americane nel nord della Siria, a sostegno delle forze democratiche siriane dominate dai kurdi (SDF), per fare pressione su Assad per fare concessioni ai colloqui di pace con le Nazioni Unite a Ginevra.

Un brusco ritiro degli Stati Uniti potrebbe completare la spazzata del territorio siriano di Assad e contribuire a garantire la sua sopravvivenza politica – un risultato che costituirebbe una vittoria per l’Iran, suo stretto alleato.

Per evitare questo risultato, i funzionari degli Stati Uniti affermano che intendono mantenere una presenza di truppe statunitensi nel nord della Siria – dove gli americani hanno addestrato e aiutato l’SDF contro lo Stato islamico – e stabilire una nuova governance locale, a parte il governo di Assad, in quelle aree.

“Non ponendo alcuna scadenza alla fine della missione degli Stati Uniti. . . il Pentagono sta creando un quadro per mantenere gli Stati Uniti impegnati in Siria per gli anni a venire “[ha detto Nicholas Heras del Centro per una nuova sicurezza americana di Washington.]

Persino gli scrittori addetti alla propaganda del Washington Post ammettono che non esiste più alcuna giustificazione per la presenza degli Stati Uniti in Siria. L’intento degli Stati Uniti è di commettere un ricatto: “fare pressione su Assad per ricevere concessioni”. Il metodo per farlo è la “presenza” militare. Non c’è verso che il governo siriano e il suo popolo si arrenderanno a tale ricatto. Non hanno combattuto per oltre sei anni per rinunciare alla loro sovranità agli intrighi degli Stati Uniti. Chiameranno questo il bluff degli Stati Uniti.

 

Fonte: Southfront

Nessun manuale militare include la “presenza” come missione militare. Non ci sono regole per un compito così indefinito. L’ultima volta che gli Stati Uniti hanno usato il termine è stato nei primi anni ’80 durante la guerra civile in Libano. Il compito delle truppe statunitensi di stanza a Beirut era definito come “presenza” militare. Dopo che tali unità e forze navali degli Stati Uniti hanno interferito su un lato della guerra civile, una parte offesa si è vendicata contro gli Stati Uniti e l’esercito francese di stanza a Beirut. Le loro caserme sono state fatte saltare in aria, 241 americani e 58 soldati francesi sono morti. La “presenza” militare statunitense a Beirut è terminata.

Anche la “presenza” militare statunitense in Siria è condannata.

L’alleanza degli Stati Uniti con l’YPG / PKK spinge la Turchia verso un’alleanza con la Russia, l’Iran e la Siria. Diverse migliaia di soldati e civili turchi sono morti a causa degli attacchi del PKK. La scorsa settimana aerei da trasporto russi hanno attraversato lo spazio aereo turco sui loro voli dalla Russia alla Siria. Questo è stato il primo Gli Stati Uniti avevano sollecitato i propri alleati della NATO, compresa la Turchia, a prevenire tali voli e gli aerei russi dovevano percorrere la strada più lunga attraverso lo spazio aereo iraniano e iracheno. A causa dell’alleanza degli Stati Uniti con l’YPG e per molti altri motivi, la Turchia si sente alienata dagli Stati Uniti e dalla NATO. Si sta spostando nel campo della “resistenza”.

Il confine settentrionale tra Turchia e Siria è quindi chiuso per i rifornimenti degli Stati Uniti alle loro forze nel nord-est della Siria. Verso l’ovest e il sud le forze siriane e i loro alleati proibiscono qualsiasi rifornimento degli Stati Uniti. Il territorio curdo iracheno ad est è per ora l’unico modo per una rotta di rifornimento di terra. Ma il governo di Baghdad è alleato con l’Iran e la Siria e sta spingendo per riprendere il controllo su tutti i posti di frontiera dell’Iraq, compresi quelli ancora detenuti dai curdi e usati dalle forze degli Stati Uniti. Diverse milizie irachene che hanno combattuto l’ISIS sotto il comando del governo iracheno hanno annunciato la loro ostilità alle forze degli Stati Uniti. Il governo iracheno potrebbe tentare di regnare, ma difficilmente svaniranno. La rotta di rifornimento di terra degli Stati Uniti attraverso le aree iracheno-curde può quindi essere chiusa in qualsiasi momento. Lo stesso vale per qualsiasi spazio aereo intorno al nord-est della Siria.

Il nord-est della Siria è circondato da forze ostili verso gli Stati Uniti. Oltre a questo, molti siriani nella Siria nord-orientale ora occupata continuano ad essere fedeli allo stato siriano. L’intelligence siriana, turca, iraniana e di Hezbollah sta lavorando sul terreno. Ci sono molti arabi locali ostili alla prepotenza dei kurdi. Le basi degli Stati Uniti, gli avamposti e tutti i suoi trasporti nell’area potrebbero presto subire un fuoco prolungato. Mentre la Russia ha detto che non interverrà contro le forze alleate della SDF, molte altre entità hanno motivi e mezzi per farlo.

La missione delle oltre 1.700 truppe statunitensi nel nord-est della Siria non è definita. Le loro rotte di rifornimento non sono sicure e possono essere bloccate dai suoi nemici in qualsiasi momento. La popolazione locale è in gran parte ostile a loro. Tutti i paesi e le entità circostanti hanno motivi per raggiungere la fine di qualsiasi presenza degli Stati Uniti nell’area il più presto possibile. Richiederebbe una forza di terra che sia almeno dieci venti volte più grande per assicurare la presenza degli Stati Uniti e le sue vie di comunicazione e approvvigionamento.

La presenza è inutile e insostenibile come la presenza degli Stati Uniti meridionali ad al-Tanaf.

Trump aveva parlato contro tale occupazione e le interferenze in Medio Oriente:

Il presidente degli Stati Uniti [..] ha promosso un impegno per evitare di essere risucchiato in conflitti irrisolti.
La giunta militare che controlla Trump e la Casa Bianca, i (ex) generali McMaster, Kelly e Mattis, non agiscono nell’interesse degli Stati Uniti, dei suoi cittadini e delle truppe.

Stanno seguendo la chiamata dell’Istituto ebraico sionista per la sicurezza nazionale dell’America, che sta spingendo per una guerra contro tutte le entità e gli interessi relativi all’Iran in Medio Oriente. JINSA pubblicizza la sua enorme influenza sul più alto corpo degli ufficiali degli Stati Uniti. Non è un caso che un recente discorso presso l’Jewish Policy Center di Washington abbia descritto l’esercito degli Stati Uniti come organizzazione sionista. Ma come altri simili desideri, non riesce a spiegare perché il sostegno indiscusso a una colonia di razzisti dell’Europa orientale nell’Asia occidentale sia di “interesse americano”.

La missione militare della forza di occupazione statunitense nel nord-est della Siria non è definita. Le posizioni non sono sostenibili. Lo scopo per cui questa “presenza” si dice sia irraggiungibile. Non esiste un concetto più ampio in cui si adatta.

I generali che governano la Casa Bianca possono essere dei geni tattici nei loro campi. Sono neofiti quando si tratta di strategia. Seguono ciecamente il richiamo della sirena della Lobby solo per spingere nuovamente la nave dello stato degli Stati Uniti sulle scogliere delle realtà mediorientali.

La fonte originale di questo articolo è Moon of Alabama.

1531.- IL REFERENDUM PER L’INDIPENDENZA DEL KURDISTAN IRACHENO: ERA UNA BOMBA INNESCATA DA ANNI

Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan voluto Masoud Barzani analizzato in un commento a uno scritto di Antonio Vecchio del 04/10/17

Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan dello scorso 25 settembre ha rappresentato un punto di svolta per il Medioriente, non solo per le implicazioni di natura politica e territoriale, ma, anche e soprattutto, per il precedente che ha introdotto.

Il quesito proponeva la secessione della Regione Autonoma del Kurdistan (KRG) dalla Repubblica d’Iraq: un evento dalla portata dirompente non solo per l’integrità dello Stato, ma anche perché è intervenuto con forza sull’attuale assetto regionale, figlio degli accordi Sykes-Picot del 1916 con i quali Francia e Regno Unito definirono le rispettive sfere di influenza nel Medioriente.

E poiché (anche) in geopolitica i vuoti tendono sempre ad essere riempiti, tutti al momento si sono affrettati con dichiarazioni e minacce a sostegno della integrità statuale dell’Iraq.

Baghdad, ha reagito immediatamente chiudendo lo spazio aereo sul KRG e declassando l’aeroporto di Erbil a scalo nazionale.

Il parlamento iracheno ha inoltre votato la rimozione del governatore della città petrolifera di Kirkuk, reo di aver supportato il referendum, e l’invio di truppe nel suo centro urbano liberato dai Peshmerga nel 2014 e da questi tutt’ora presidiato, sul cui palazzo del governo, a inizio di questo anno, era stato issato il tricolore curdo.

Neppure Iran e Turchia, le principali potenze regionali, sono rimaste inerti temendo che l’iniziativa potesse causare un effetto domino in seno alle rispettive minoranze curde (20% degli abitanti turchi è curdo, 10% in Iran).

La Sublime Porta ha minacciato la chiusura della pipeline Kirkuk-Ceylan che porta il petrolio curdo sul mercato europeo, ha sospeso tutti i collegamenti aerei con Erbil e rimosso tre canali curdi da un proprio satellite.

L’Iran invece ha preso le distanze dall’iniziativa di Erbil chiudendo i confini (riaperti il 3 ottobre u.s.), nonostante il referendum sia stato sostenuto anche dall’Unione Patriottica dei Lavoratori (PUK), il secondo partito curdo di base a Sulemanye, tradizionalmente filoiraniano.

Teheran non può accettare ai suoi confini uno stato curdo indipendente per una serie di motivi, tra i quali la presenza al suo interno di una significativa minoranza curdo-iraniana (proprio in Iran, nel 1946, il primo tentativo di autonomismo curdo con la Repubblica di Mahabad) e il pericolo, con l’indebolimento del potere sciita a Baghdad, di perdere influenza sulla regione.

La Russia, dal canto suo, ha assunto un atteggiamento ambivalente segnato dalle recenti dichiarazioni del Ministro Sergey Lavrov alla Tv curda Rudaw, di netta contrarietà alla iniziativa di Masoud Barzani motivata dalle “considerevoli implicazioni geopolitiche, geografiche, demografiche ed economiche” ad essa correlate, cui però seguirono, lo scorso mese di agosto, quelle del vice capo Consolare a Erbil, che annunciò pieno “supporto alle decisioni prese dal popolo del Kurdistan, se frutto di un passaggio referendario”.

Per finire anche gli USA, sebbene sponsor e protettori storici del KRG, hanno a più riprese dichiarato la loro contrarietà ad un Kurdistan indipendente.

A questo punto è naturale chiedersi se il Presidente Barzani sia stato solo uno scommettitore d’azzardo che ha sbagliato l’ultima giocata puntando sul tavolo l’intero patrimonio (il KRG) oltre al nome e la storia suoi e della sua famiglia (suo nonno Mustafa Barzani, generale, fu l’epico difensore di Mahabad).

È possibile che nessuno dei consiglieri abbia saputo suggerirgli una diversa linea di condotta, fosse solo il procrastinare ad altra epoca lo svolgimento referendario?

Tutto sembrerebbe portare a tale conclusione, dato che ad oggi le conseguenze della scelta curda hanno vanificato i potenziali vantaggi.

Il congelamento delle frontiere da parte iraniana e turca unitamente alla chiusura dello spazio aereo hanno dato il colpo di grazia ad una economia in continua recessione iniziata con la caduta del costo del petrolio nel 2014 e proseguita per tutta la durata della guerra contro ISIS.

Quella del KRG rimane, infatti, una economia da “render state” totalmente incentrata sulla produzione e smercio del petrolio, e Ankara, chiudendo la pipeline Kirkuk-Ceylan affossa l’unica fonte economica: le riserve della Regione – fonte Il Sole 24 Ore – ammontano a 45 miliardi di barili, che salivano quasi a 60 comprendendovi  Kirkuk.

Elementi questi che, uniti all’isolamento di Erbil (formalmente sostenuta solo da Israele) ed alle manovre militari congiunte tra Iraq-Iran e Iraq-Turchia ai rispettivi confini con il Kurdistan, hanno rafforzato l’ipotesi di un vero e proprio azzardo strategico da parte della leadership curda.

La partita di Barzani può però avere avuto una sua logica ben precisa.

Uno stato curdo indipendente avrebbe creato e creerebbe, infatti, una interruzione della dorsale sciita che da Teheran giunge a Hezbollah in Libano passando per l’Iraq e la Siria, alla cui costituzione gli USA hanno grandemente contribuito nel 2003 consegnando Baghdad agli sciiti.

In tale ottica, le dichiarazioni formali statunitensi contro il referendum sarebbero state espressione di un gioco delle parti nel quale ciò che si dice non sempre è ciò che si vuole: un Kurdistan indipendente, visto da una prospettiva diversa, finirebbe, comunque, per indebolire l’influenza iraniana nell’area, proprio come si propone l’attuale amministrazione USA.

Circa, poi, la posizione turca con la minaccia di interrompere le relazioni economiche. Anche in questo caso, dalle minacce di embargo e di chiusura della pipeline non necessariamente deve sortire alcun provvedimento reale.

Il cliente curdo è funzionale all’economia turca – Ankara è il primo partner economico con circa 4000 compagnie presenti – e la sospensione dei rapporti causerebbe enormi perdite sul piano delle transazioni commerciali finanziarie.

Gli interessi commerciali di Ankara nel KRG ammontano a circa 9 miliardi di dollari, cui di recente si è aggiunto un accordo petrolifero della durata di 50 anni per lo sfruttamento e il trasporto di petrolio grezzo curdo, i cui benefici verrebbero annullati tout court dalla chiusura della citata pipeline con danni enormi per un Paese come la Turchia di progressiva industrializzazione.

Senza considerare che una iniziativa unilaterale di rottura delle relazioni commerciali finirebbe per agevolare gli interessi economici del competitor persiano, tradizionalmente molto attivo nell’area.

La carta petrolifera potrebbe fare la differenza anche nell’approccio russo al problema curdo.

Mosca è grandemente interessata al petrolio curdo, sia perché è di facile estrazione peraltro poco costosa, ma anche perché GAZPROM e ROSNEFT, le due OIL Company presenti da tempo, hanno investito ingenti risorse nella Regione e subirebbero forti perdite in caso di chiusura della pipeline (ROSNEFT, a sette giorni dal referendum, ha firmato un accordo con il KRG per la costruzione di gasdotti sino in Turchia) .

I rapporti di Mosca con il KRG sono antichi – (Mustafa Barzani – foto sopra – visse per oltre 10 anni in Unione Sovietica dopo la fallita esperienza indipendentista di Mahabad) – e pensare ad una improvvisa chiusura non è ragionevole, vista la tendenza russa a sfruttare le situazioni per trarne il maggior vantaggio.

Se a questo si aggiunge che la presenza di un interlocutore affidabile, ed Erbil lo è da anni per Mosca e Ankara, introduce un fattore di stabilità nell’intera area, certamente preferibile ad una situazione di progressivo caos nella quale anche Israele rischierebbe di avere un ruolo, la scommessa di Masoud Barzani parrebbe rispondere ad una strategia ben precisa, potenzialmente in grado di produrre per il KRG risultati migliorativi del quadro attuale.

Magari solo una rivisitazione in chiave estensiva dei confini attuali del KRG comprendenti anche Kirkuk (originariamente curda, arabizzata da Saddam), in un quadro statuale federale, rimandando ad altro momento, con modalità da concordare con la controparte irachena, la celebrazione di un referendum questa volta non consultivo.

Risultato di grande rilievo, che ascriverebbe Masoud Barzani a pieno titolo tra i padri della Nazione, proprio come suo padre Mustafa; per il vecchio presidente ormai prossimo a cedere il comando, un traguardo considerevole che lo consegnerebbe alla storia.

(foto: U.S. DoD / Rudaw / Türk Silahlı Kuvvetleri / web)

1530.- TRISTE EPILOGO DEL SOGNO CURDO

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Quando il cuore trepidava per le eroine di Kobane …

Dal 25 settembre scorso, data di svolgimento del referendum per l’indipendenza del Kurdistan, alla fine della scorsa settimana era successo ben poco, fatti salvi i ripetuti proclami e minacce indirizzati da Baghdad alla Regione Autonoma (KRG), con il sostegno di Turchia e Iran.

Alla sostanziale fermezza del presidente Barzani, che ha più volte invocato trattative, il primo ministro iracheno Al Abadi ha opposto il rifiuto al dialogo, se prima il referendum non fosse stato annullato.

Gli Stati Uniti hanno assunto sin da subito un atteggiamento di apparente terzietà, ben espressa dalla recente dichiarazione di Trump di non voler entrare in una disputa interna tra Stati, preceduta però da una dichiarazione del suo segretario di Stato, Tillerson, che sostanzialmente offriva il pieno sostegno degli USA a trattative fra le parti della durata di un anno, al termine del quale, in caso di non accordo, l’America avrebbe appoggiato le ragioni del referendum.

La situazione è poi precipitata il 15 ottobre scorso, allorquando Kirkuk, importante città petrolifera, si è trovata accerchiata da un importante schieramento di Iraqi Security Forces (ISF), forze speciali contro terrorismo (CTS) e milizie popolari (PMU) in massima parte sciite e sostenute da Teheran, il cui più noto generale, Qasem Soleimani, regista di tutte le attività militari iraniane all’estero, si trovava già da tempo nel KRG.

A sporadici combattimenti, che hanno lasciato sul terreno alcune decine di morti e feriti in massima parte curdi, ha fatto seguito il cedimento della linea difensiva dei Peshmerga, le cui unità di combattenti facenti capo all’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) – partito di opposizione del KRG – si sono ritirate spontaneamente lasciando passare le forze di Baghdad, che hanno in breve tempo occupato aeroporto, palazzo del governo, la base militare K1 e, non da ultimo, i pozzi petroliferi della città.

La reazione di Al Abadi non si è fatta attendere anche nel resto del Paese: il 17 ottobre è stata la volta di Sinjiar, città yazida passata di mano – pare – dopo una trattativa tra componenti yazide dei Peshmerga e delle milizie popolari di mobilitazione (PMU), seguita dalla cessione di altri territori nel nord dell’Iraq, che erano passati sotto controllo curdo con l’avvio, giusto un anno prima, dell’offensiva militare per liberare Mosul.

La cessione di territorio si è svolta senza particolari criticità tra le parti, preceduta da trattative e da un accordo di massima, confermato direttamente dal Ministero dei Peshmerga nella tarda mattinata del 18 ottobre.

Il presidente Barzani ha accusato, due giorni fa, il PUK per essersi accordato con le PMU ed aver ceduto Kirkuk senza opporre resistenza, riconducendo invece la cessione di territorio nel resto del Paese alla “volontà di difendere il popolo curdo”.

Sembrerebbe dunque che l’iniziativa del presidente sia destinata a risolversi nel nulla, e con essa il carisma di un leader molto amato, perlomeno nella sua area geografica di riferimento (nord del KRG).

Al tramonto della sua figura e del progetto che incarnava, si contrappone la rinnovata credibilità del premier Al Abadi, che ha tenuto mano ferma in tutte le fasi della crisi, appellandosi all’unità del Paese e al rispetto della sua Costituzione.

È lui, al momento, quello destinato a staccare il dividendo maggiore, alla cui realizzazione ha contribuito in massima parte il vicino iraniano.

Teheran, infatti, ha influenzato non poco, oltre che la leadership politica dell’Iraq anche l’evolversi delle operazioni sul terreno, contando sulle PMU sciite ringalluzzite dalla presenza in loco del mito di Soleimani.

All’influenza iraniana occorre riferire anche la divisione politica in seno al KRG, con la frattura tra Partito Democratico del Kurdistan (PDK) che sostiene la famiglia Barzani e il PUK, quest’ultimo vicino all’Iran.

In tal modo, l’ingombrante vicino sciita ha avuto anche modo di inviare un messaggio a Trump, impegnato da tempo a contenerne l’influenza regionale.

Ancora una volta, il progetto di indipendenza curdo pare destinato ad un mesto rinvio, ostacolato dagli stati della regione ed impedito dalle divisioni interne.

Sarà il futuro a confermarci o meno questo possibile pronostico, e dirci se l’invio, mentre scrivo, di ulteriori Peshmerga a difesa dei pozzi di Kirkuk (quegli stessi ceduti lunedì scorso), è solo il tardivo scatto d’orgoglio di una leadership ormai al tramonto.

(di Antonio Vecchio) 19/10/17, (foto: U.S. DoD)

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Tra i pozzi di petrolio di Kirkuk, una tranquilla disfatta

Viaggio nella città conquistata dalle forze di Bagdad. «Congelata» l’indipendenza, vincono le rivalità: è la fine del sogno curdo?

di dall’inviato Lorenzo Cremonesi
È arrivando in centro città che si coglie appieno il senso della sconfitta curda. Una sconfitta non solo militare, soprattutto politica. Kirkuk, uno tra i maggiori poli petroliferi dell’Iraq, è tornata pienamente nell’orbita di Bagdad. I combattenti curdi, che l’avevano presa approfittando della guerra contro Isis nel giugno 2014, si sono ritirati verso nord a più di 20 chilometri di distanza, spaventati, male armati rispetto al nuovo esercito iracheno riorganizzato dagli Usa. Da metà ottobre la regione autonoma del Kurdistan iracheno ha perso almeno il 40% del suo territorio, dalle alture di Sinjar verso la Siria al confine con l’Iran, e oltre il 70% delle risorse di greggio concentrate proprio in questa zona.
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Schermata 2017-11-27 alle 09.09.45.pngUn collasso economico. I vincenti di ieri nella sfida contro l’Isissono in ginocchio, con il rischio di perdere le conquiste ottenute gradualmente sin dalla Guerra del Golfo nel 1991. Come nei momenti difficili della sua storia, il «popolo delle montagne» si divide, prevale l’antica indole tribale, con le fazioni che si alleano ai vicini più potenti pur di combattersi a vicenda. Lo riprova la richiesta curda al governo di Bagdad nelle ultime ore di «congelare» i controversi risultati del referendum per la nascita di uno Stato indipendente del 25 settembre.

Un clamoroso passo indietro. Secondo il suo massimo artefice, il presidente della regione autonoma Massoud Barzani, doveva rappresentare la coronazione di un lungo processo nato da ancestrali aspirazioni nazionali. Si è trasformato in una catastrofe anche personale, che potrebbe costringerlo alla dimissioni.

Il premier iracheno Haider al Abadi, che prima trattava con lui quasi da pari a pari, adesso detta legge. Tre anni fa, al momento della presa di Mosul da parte di Isis, era nella polvere, chiedeva aiuto a Barzani. Ora i suoi portavoce sostengono che entro il 27 dicembre assumeranno il controllo dell’aeroporto di Erbil. E nelle prossime settimane manderanno militari a presidiare i confini nord del Paese con la collaborazione di Ankara e Teheran. Una lezione per tutto il Medio Oriente che guarda incerto agli assetti del dopo-Isis.

I due massimi alleati degli americani, curdi e iracheni, si fanno la guerra. Dove condurrà questo rimescolamento di carte? A Kirkuk il traffico è regolare: strade pulite, negozi aperti, persino i poliziotti con le divise bianche. L’attività ai pozzi petroliferi e le raffinerie sembra normale. È trascorsa una settimana dalla fuga dei peshmerga. Solo nelle periferie sono evidenti i segni di combattimenti sparsi, più schermaglie che altro: qualche muro scalfito dalle pallottole, vecchi posti di blocco investiti da bombe di mortaio, cartelli con le immagini dei leader e dei partiti curdi bruciati. Dove prima sventolavano  le bandiere del Pdk, il partito che fa capo a Barzani e al suo governo di Erbil, oltre a quelle del Puk, il corrispettivo guidato dal clan Talabani insediato a Suleimaniya, si sono sostituiti i drappi sciiti con l’immagine dell’imam Hussein su sfondo verde oltre ai simboli delle Hashd Shabi, le bellicose milizie sciite legate a filo doppio all’Iran. «Non c’è stato un vero scontro armato. Le vittime? Una ventina a Kirkuk, meno di 200 in tutto il Paese. Ma le conseguenze sono gravi. Su circa un milione e trecentomila abitanti, meno del 30% sono fuggiti verso Suleimaniya, quasi tutti curdi. Se prevarrà la calma degli ultimi due giorni torneranno presto alle loro case, pur sotto una diversa sovranità», racconta Qais Mumtal, parroco dell’arcivescovado caldeo (cattolico). E aggiunge: «L’errore di Barzani è imperdonabile. Non doveva fare il referendum. Noi abbiamo paura che da Teheran possano giungere limitazioni alla libertà religiosa».

Le critiche all’anziano leader arrivano dagli stessi curdi di Kirkuk con veemenza anche più acre. «Barzani, ovvero l’arte di farsi male da solo. Un leader ammalato d’onnipotenza, che si è circondato di passivi signorsì incapaci di dirgli la verità: cioè che il referendum sull’indipendenza andava per lo meno rinviato. Lui ha voluto proseguire nonostante i nostri alleati, europei e americani in testa, fossero contrari. E il risultato è sotto gli occhi di tutti. Stiamo perdendo il nostro Kurdistan. La recente sconfitta dei peshmerga contro le milizie sciite irachene evidenzia l’errore politico. Barzani, che si presentava come il profeta dell’antica utopia dello Stato curdo, si rivela il massimo responsabile della nostra disfatta», dice senza mezze parole il quarentenne Ako Karim, proprietario del noto ristorante Sulimanya, che si affaccia sulla piazza centrale. Una versione più controversa arriva da Nejdalmin Karim, l’ex governatore filo-Barzani rifugiato a Suleimaniya. «Sono stati i figli di Jalal Talabani (l’ex presidente iracheno di origine curda morto da pochi giorni, ndr) a svenderci alle milizie sciite. Hanno stretto un accordo a tradimento con Bagdad e abbandonato i peshmerga inviati da Erbil. I combattenti del Puk si sono ritirati all’improvviso da Kirkuk senza combattere, lasciando soli quello del Pdk». Tornano i rancori del 1996, quando Barzani si alleò con Saddam Hussein (il massacratore dei curdi con le armi chimiche) e Jalal Talabani con gli iraniani. E lo scontro fratricida non promette nulla di buono.

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DA KIRKUK, L’IRAQ PARTE VERSO UN NUOVO CENTRALISMO

(di Antonio Vecchio)
09/11/17

Sono 60 i peshmerga deceduti e circa 150 quelli feriti, nel confronto militare che ha portato Baghdad, il 15 ottobre scorso, a rimpossessarsi di Kirkuk e di tutte le aree contese, ora tutte sotto il pieno controllo della Capitale, con i confini del Kurdistan Regional Government (KRG) “retrocessi” a quelli antecedenti la seconda guerra del Golfo (2003).

Lo sconquasso creato dalla iniziativa dell’ex presidente Massoud Barzani è sotto gli occhi di tutti, con una leadership politica azzerata, l’ arco parlamentare diviso come non mai, e più di 200mila sfollati curdi, che hanno abbandonato Kirkuk alla volta di Erbil, città che di profughi ne conteneva già diverse decine di migliaia.

Il premier Al Abadi usa tutto il capitale politico accumulato con la ricomposizione territoriale dello Stato per frammentare ulteriormente la regione autonoma del nord.

L’ultima iniziativa in ordine di tempo prevede l’impegno di Baghdad a pagare direttamente i “civil servant” del KRG senza passare per il governo della regione autonoma, i cui dati ufficiali sui rispettivi dipendenti pubblici sono considerati dal governo centrale lontani, per eccesso, da quelli reali.

Come se ciò non bastasse, nella bozza della legge finanziaria per il 2018, stilata senza coinvolgere i curdi, la percentuale dei trasferimenti al KRG è scesa dal 17% – somma prevista dalla Carta costituzionale – al 12.7%, inasprendo ancora di più gli animi e le dichiarazioni ufficiali delle parti.

L’impressione è che Al Abadi stia cogliendo la finestra di opportunità creatasi, per rafforzare ulteriormente il potere centrale, e con esso, quello personale: a questo mirerebbero i contatti ufficiali avviati direttamente con le “province del nord” – come sono ora indicati i territori curdi – bypassando completamente il parlamento (invero scaduto) di Erbil.

La controparte curda ha risposto, il 6 novembre scorso, con una lunga (e debole) dichiarazione del primo ministro Mansour Barzani, di disponibilità al dialogo, nell’ambito – si legge tra le righe – di uno stato unitario e federale.

In altre parole, un completo ravvedimento rispetto a quanto veniva annunciato solo venti giorni addietro, una dichiarazione di resa, tendente a ripristinare gli equilibri di potere vigenti prima del referendum per l’indipendenza.

Anche l‘ex presidente Barzani ha commentato per la prima volta gli ultimi avvenimenti.

In una intervista al settimanale statunitense Newsweek ha lamentato lo scarso appoggio ricevuto dall’alleato americano e dalla comunità internazionale, rei di aver consentito alle milizie filo iraniane di Hashd al-Shaabi la condotta di operazioni militari con equipaggiamenti e mezzi USA, attuate, tra l’altro, con il supporto britannico nel campo non meglio specificato della “knowledge”.

La disponibilità dei principali esponenti curdi a trattare non ferma il primo ministro Al Abadi , che questa settimana ha iniziato un giro di colloqui per puntellare la propria ri-candidatura alle elezioni politiche del 15 maggio prossimo.

A muoverlo, la volontà di giocare in anticipo rispetto al rivale Al Maliki, ma anche la certezza di non poter più contare sul supporto dei curdi (55 seggi su 328 alle elezioni del 2010).

Ed è di ieri la dichiarazione del vice presidente Osama al-Nujaifi, sunnita, di supporto “condizionato” alla riconferma del primo ministro iracheno, a patto che le milizie filo iraniane di Hashd al-Shaabi siano ricondotte quanto prima dall’esecutivo sotto il pieno controllo dell’autorità governativa.

Hashd al-Shaabi, altrimenti conosciute come Popular Mobilisation Unit (PMU), sono costituite da circa 60 milizie armate – mosse da Teheran – costituite per combattere Isis nel 2014, su chiamata del grand ayatollah Ali Sistani.

Nel mese di dicembre 2016, il parlamento di Baghdad le ha regolarizzate impiegandole, al pari delle forze regolari, nella guerra contro lo Stato islamico.

Ora, da più parti (sciite), si preme affinché vengano pagate alla stessa stregua delle Iraqi Security Forces (ISF), riconoscendole come parte integrante del sistema di difesa nazionale.

Da questa partita, apparentemente laterale, dipenderà buona parte del futuro politico di Al Abadi, che dovrà scegliere in che misura staccarsi dal gioco del potente vicino iraniano, pena la perdita di credibilità e consenso tra le cancellerie occidentali, pur mantenendo la coesione del fronte sciita interno del quale è espressione.

(foto: U.S. Army / U.S. Air Force)

1521.- Medio oriente: Il generale Qassem Suleimani ha sconfitto l’Isis

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Qassem Suleimani è un grande generale

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Il generale Qassem Suleimani, guida delle brigate di al Quds della Guardia Repubblicana, riconosciuto nel mondo come il più autorevole militare iraniano, ha annunciato ufficialmente la vittoria sull’Isis, o Daesh in arabo.

E lo ha fatto in una lettera indirizzata all’ajatollah Khamenei, la guida spirituale degli sciiti. Naturalmente è anche un atto di accusa contro Israele e gli Stati Uniti, che secondo il generale avrebbero alimentato la follia dell’Isis.

Al di là di tali accuse, ovvie in questo momento di contrasto a tutto campo tra Israele e i Paesi del Golfo alleati di Tel Aviv e l’Iran (e che si incrociano con le accuse inverse,  ovvero quelle rivolte all’Iran di alimentare il terrorismo nella regione), la lettera appare più che importante. Un documento, a suo modo, storico.

Anzitutto perché l’annuncio della vittoria sull’Isis ci riguarda da vicino: riguarda i tanti morti ammazzati da questa Agenzia del Terrore in tutto l’Occidente, i loro familiari che ancora piangono quei lutti o i tanti feriti, alcuni dei quali porteranno per sempre il segno di quella follia.

Ma anche quanti sono solo stati toccati dall’ansia e dalla paura a seguito delle perverse operazioni degli agenti dell’oscuro Califfo, obiettivo insito nella strategia del Terrore.

Hanno perso: il Califfato non è più. Ciò non vuol dire che il Terrore globale è finito, ma certo ha subito un rovescio durissimo. E il sogno di uno Stato islamico incistato nel cuore del modo – tale è il Medio oriente – è andato in frantumi.

ZSU fire

E a sconfiggerli non è stato l’Occidente, ma l’Iran e i suoi alleati. In questo ha ragione il generale, anche se in Occidente fanno e faranno di tutto per negarlo.

E poi perché la lettera racconta un’altra verità, quella che in questi anni si è ignorata per alimentare la narrativa dello scontro di civiltà che vede gli islamici, tutti gli islamici, nemici della civiltà occidentale.

Non è così. L’Isis ha devastato l’islam molto più che l’Occidente, come emerge anche dalla missiva. Ne pubblichiamo degli stralci.

New Pics of General Qassem Suleimani in Tikrit Frontline

 

Sei anni fa, una fitna (sedizione,ndr) si manifestò,simile a quella sperimentata dal principe dei credenti, Ali (P). Una sedizione che ha privato i musulmani della reale percezione di un autentico islam “maomettano”. Questa fitna era complessa, istigata dal sionismo e dall’Arroganza, e ha devastato il mondo islamico come una tempesta distruttiva.

Questa pericolosa e velenosa sedizione è stata creata dai nemici per infiammare il mondo islamico su larga scala e incitare i musulmani a uccidersi a vicenda. Un movimento malefico, noto “Stato islamico dell’Iraq e del Levante” è riuscito nei suoi primi mesi, ad attrarre [e far affluire ndr.] decine di migliaia di giovani musulmani in due Paesi molto influenti e molto importanti nel mondo islamico: Iraq e Siria.

Tale movimento ha causato una crisi pericolosa  in questi due Paesi e ha imposto la sua egemonia su centinaia di migliaia di chilometri quadrati, migliaia di villaggi e città e centri vitali delle province. Per non parlare della distruzione di migliaia di fabbriche e di tutte le infrastrutture in questi due Paesi, come strade, ponti, raffinerie […] il costo di danni e perdite è inestimabile, le prime stime valutano in 500 miliardi di dollari i danni subiti.

[…] Nel corso di questi eventi si sono verificati crimini estremamente dolorosi che non possono essere elencati tutti: decapitazioni di bambini, uomini scuoiati vivi di fronte alle loro famiglie, ragazze e donne innocenti rapite, stupri, uomini dati alle fiamme ancora vivi e massacri di massa di centinaia di giovani.

I musulmani di questi Paesi [Iraq e Siria ndr.] sono rimasti sconcertati da questa tempesta velenosa, alcuni hanno sofferto i colpi dei gruppi estremisti Takfiri (falsi islamici, di fatto apostati ndr. ), milioni di altri hanno lasciato le loro case e sono diventati senzatetto in città di altri Paesi. Migliaia di moschee e luoghi santi musulmani sono stati demoliti e moschee sono state distrutte con i loro imam e i loro seguaci all’interno.

Più di 6.000 giovani, sottoposti al lavaggio del cervello, si sono fatti esplodere, in auto-bomba o con cariche di esplosivo, nelle piazze, nelle moschee, nelle scuole e persino negli ospedali pubblici e nei centri sanitari e di preghiera islamica.  Come risultato di questi atti criminali, decine di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti sono caduti martiri o sono stati feriti.

[…] La sconfitta di questa cospirazione infida e pericolosa è stata raggiunta attraverso la divina provvidenza e la bontà del Messaggero di Dio, la pace sia su di lui e sulla sua onorevole famiglia. Inoltre, grazie alla saggia e consapevole direzione della sua eminenza, l’ayatollah Ali al-Sistani [guida spirituale sciita dell’Iraq ndr.], che ha mobilitato tutte le capacità per affrontare questa tempesta avvelenata.

A seguito della vittoria di Abu Kamal in Siria«annuncio la fine dell’egemonia di questo albero maledetto e malevolo».

A nome di tutti i leader e combattenti ignoti, a nome delle migliaia di martiri e feriti difensori dei luoghi santi, sia iraniani che iracheni, siriani, libanesi, afghani e pakistani che si sono sacrificati per difendere la vita dei musulmani e il loro onore, Vi invio le mie migliori congratulazioni per questa grande e decisiva vittoria».

 

Come detto, è un documento di parte, e come tale va considerato. Ma rivela l’immane tragedia che si è abbattuta sulla Siria e sull’Iraq, area che è divenuta motore mobile dello stragismo internazionale.

Una tragedia della quale non abbiamo avuto piena contezza leggendo i resoconti dei media mainstream, che hanno continuato a magnificare le gesta della coalizione anti-Isis creata dagli americani, alquanto inutile se non dannosa in questa sporca guerra (vedi ad esempio Piccolenote).

Resoconti che si sono preoccupati più di ripetere in maniera ossessiva il mantra anti-Assad, anti-hezbollah e anti-Iran, tralasciando il particolare – secondario? – che senza tali argini la follia di dell’Isis sarebbe dilagata in Medio oriente e nel mondo.

La guerra è finita. E l’Isis è stato sconfitto. Ne inizieranno altre certo, non vogliamo alimentare illusioni. Ma oggi è un giorno nuovo per il mondo.

 

Ps. Invano cercherete sui media nazionali notizie di tale evento: mentre fiumi di inchiostro sono versati per descrivere le magnifiche sorti e progressive della (ormai) inutile politica italiana o per altro e ancor meno interessante. Tale l’abisso di povertà in cui è precipitata la stampa italiana, che pure ha conosciuto un passato più che onorevole. A questa pagina di storia è riservato il silenzio. «Come si tace un’onta, come si tace una speranza ineffabile» (Rilke).

1478.-GLI STATI UNITI “D’ISRAELE” NON DARANNO RAKKA ALLA SIRIA. E ALTRE SOVVERSIONI.

 

 

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Flags of the SDF, YPG, and YPJ in the centre of Raqqa city after its complete capture by the SDF.

La città siriana di Rakka è stata “liberata/abbandonata” dall’occupazione di Daesh dalle cosiddette Forze Democratiche Siriane (FDS), che  sono i curdi sostenuti dagli Stati Uniti, ostili (solo in teoria) a Daesh come a Damasco. Curdi e non solo:  nelle loro file sono stati notati mercenari europei ed americani della (ex) Blackwater, secondo le fonti iraniane  circa 2 mila.

La “liberazione”  non è avvenuta a seguito di feroci combattimenti:  le forze “democratiche”  si sono accordate coi jihadisti, ai quali è stato permesso di uscire da Rakka  con armi, famiglie e bagagli senza colpo ferire. Gli americani, che guidano le Forze “Democratiche” Siriane, hanno diramato la dichiarazione: “La Coalizione non ha partecipato alle discussioni” coi terroristi perché lasciassero Rakka.  Una menzogna subito  scoperta: la BBC ha mostrato  il generale Usa Jim Glynn mentre, il 12 ottobre, s’incontrava con  i capi jihadisti per negoziare l’accordo. Qui il video:

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SDF fighters with a Humvee in central Raqqa

Nella realtà, si vede chiaro adesso che lo “Stato Islamico” aveva conquistato Rakka per conto degli Stati Uniti, ed ha consegnato le chiavi al vero padrone. Infatti pochi giorni dopo la pretesa “Liberazione” concordata, a Rakka è comparso, a fianco del generale Brett  McGurk,  che sarebbe  lo “special envoy” di Washington a dirigere la suddetta “coalizione internazionale” (ossia il sostegno e  la durata del terrorismo takifiro  e proseguire la guerra  d’usura per procura) , il ministro saudita Thamer Al –Saban.

Recuperati i loro terroristi. Per usarli dove?

Uno dei motivi  della visita è, “in tutta impudenza, il recupero dei dirigenti e quadri di Daesh caduti nelle mani delle unità kurde di protezione del popolo,  YPG e restituiti da queste ai  paesi che li hanno inviati – scrive Ghaleb Kandil, direttore del Center Middle  East News –  Per i sauditi, si tratterebbe di migliaia di combattenti, quadri e predicatori, gestiti a suo tempo dal principe Bandar Bin Sultan e del generale David Petraeus   all’inizio della guerra in Siria”.

 

Il generale Brett McGurk con il principe Al Sabba a Rakka, in una foto rubata.

 

Bandar Bin Sultan,  detto “Bandar-Bush”, 22 anni ambasciatore  del Regno in Usa, amicissimo della dinastia presidenziale USA, capo dei servizi e grande manovratore delle trame anti-siriane, è stato rimandato a vita privata nel 2014; è quello che aveva minacciato  Putin di attentati terroristici durante i giochi di Sochi, perché  “il terrorismo lo gestiamo noi”.

Kandil racconta che pochi giorni prima,  “delegati britannici e francesi sono giunti per una simile missione”, recuperare i loro jihadisti,  “nel momento in cui una ri-orientazione di terroristi è in corso sotto la supervisione degli Stati Uniti con la partecipazione dell’Arabia Saudita, del Qatar e della Turchia”.  Questi recuperati sono stati “trasportai verso la Turchia con l’aiuto del governo del Kurdistan iracheno, data la difficoltà da  un trasferimento diretto dal territorio siriano”.  I terroristi saranno  ovviamente  ridispiegati in altre missioni per proseguire la guerra di logoramento Usa-Israele per interposti jihadisti: sul dove, ci sono solo ipotesi: “Libia, Mali Egitto, Somalia, Algeria, Cina, Russia, Myanmar” ad “aiutare” i Rohynga…

Effettivamente, l’indecifrabile  mega-attentato con i camion esplosivi in Somalia di metà ottobre, 270 morti per lo più venditori ambulanti, ha una dimensione  di strategia della tensione di tale inutile spietatezza  da poter apparire una “firma” di questi esperti recuperati a Rakka.  Una firma forse confermata dallo strano silenzio  su questa immane tragedia della “comunità internazionale”, sempre pronta a piangere sui bambini di Goutha o di Aleppo.

Coincidenza,  ‘Algeria ha scoperto basi di Daesh.

Per coincidenza, anche l’Algeria ha scoperto “numerose basi sotterranee con quantità di munizioni appartenenti a Daesh”, insieme a razioni alimentari.  Il giornale algerino Al-Shuruq ha  riferito   di aver smantellato, nella zona di Tizi Uzu, 150 chilometri ad Est di Algeri, “una cellula di Daech che progettava  attacchi terroristi”.  Sono quattro giovani locali che però “tenevano scambi regolari con terroristi di Daesh presenti all’estero” (all’estero dove?) attraverso social media. L’Algeria è l’unico paese dove – data la sorveglianza del regime – non sia stata realizzata ancora nessuna destabilizzazione americana (dello Stato Islamico, voglio dire).

La visita di Thamer al-Sabhan, il ministro saudita per gli affari del Golfo, ha però un altro e più grave peso.  E’ un personaggio settario al limite, e forse oltre il limite, della paranoia. Messo a fare l’ambasciatore a Baghdad, quel governo ha pregato Ryad di ritirarlo, perché il cosiddetto diplomatico si abbandonava ad insopportabili insulti contro la guida religiosa locale Al Sistani (sciita),  tirate pubbliche contro le Unità di Mobilitazione Popolare, ossia  le milizie combattenti che affiancano l’armata regolare irachena e che (come del resto gli americani) accusa di essere forate non d iracheni ma da iraniani.   Nominato ministro nell’ottobre 2016, per prima cosa fa lanciato un appello a “distruggere lo stato criminale Iran”.

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Much of Raqqa has suffered extensive damage during the battle, while an activist in the ISIL-held neighborhoods said that the situation for the besieged populace was “beyond catastrophic, I can’t describe the situation as anything besides hellish. People are just waiting for their turn to die.”

La visita di un tal personaggio significa che gli americani stanno per affidare ai sauditi la “ricostruzione” di Rakka. Ossia che la città non sarà mai restituita al governo siriano, e diverrà invece un isolotto autonomo e protetto,  una base perenne per i sunniti curdi e terroristici vari, in funzione ovviamente anti-sciita, un bstone fra le ruote dell’asse sciita Irak-Iran-Siria-Libano (Hezbollah).  Nell’intesse, ultimamente, di Israele.

 

Thamer Sabhan. Si terrà Rakka.

La città di RAkka ètanto distrutta dai bombardamenti americani, che le autorità russe l’hanno paragonata alla Dresda  calcinata dai britannici   nella seconda guerra mondiale. Il Dipartimento  di Stato  ha notificato in una conferenza stampa: “Noi [americani] daremo assistenza nel riportare l’acqua, la luce – ma in definitiva la  gestione della Siria  è qualcosa a cui tutte le nazioni sono molto interessate”.  Frase che viene interpretata come: noi Usa non abbiamo né i  capitali né la voglia di  ricostruire, la cosa interessa i sauditi.

In Irak, manovre contro la milizia di Al Sistani

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Truppe irachene in vedetta

Manovre sospette sono segnalate anche in Irak .  Il 22 ottobre, il primo ministro iracheno Abadi  (sciita)  s’è recato in visita ufficiale in Arabia Saudita, accolto con  tutti gli onori.  Come per caso, a fianco del re Salman ha trovato Rex Tillerson, il segretario di Stato americano.Il giorno dopo Tillerson è andato a Baghdad. Secondo fonti vicine alle milizie, sono in corso manovre per assicurare – con i milioni sauditi – la rielezione di Abadi, considerato lo Eltsin  iracheno; “libanizzare” l’Irak corrompendo la classe poltiia irachena; ma soprattutto, indurre il governo legale a disciogliere la Hashd Shaabi, ossia la stessa milizia volontaria sciita: che non è più solo sciita, perché, benché formatasi per una fatwa (un ordine) dell’Iman Al Sistani, adesso ha al suo interno  cristiani, yezidi, ed anche sunniti, scampati alle atrocità dei jihadisti di DAesh e desiderosi di vendicarsi. Questa milizia fortemente motivata costituisce un nucleo “nazionale” che ovviamente è un ostacolo allo smembramento del paese per linee etnico-religiose, che rimane lo scopo finale della sovversione occidentale; hanno combattuto Daesh “troppo” efficacemente. Il 7 agosto scorso, forze  aeree  americane avevano bombardato un nucleo di questa milizia che stava combattendo Daesh sulla frontiera Irak-Siria  –  nello sforzo non solo di  aiutare lo Stato Islamico, ma di impedire l’apertura  di quella comunicazione fra i due paesi, che tanto preoccupa Netanyahu perché rende geograficamente unitario l’asse sciita.  E’ noto che Netanyahu ha preteso da Putin  che mandasse via gli Iraniani dalla Siria. Putin lo ha assicurato che poteva garantirgli di non lasciar avvicinare gli iraniani a  meno di 8 chilometri dal confine israeliano,  non di più.  Il seguito alla prossima puntata.

E se  invece Trump e Bannon fossero due geni politici?

Per completezza d’informazione, ci corre l’obbligo di riferire la posizione di Thierry Meyssan: persona generalmente assai bene informata, Meyssan  insiste che le esagerazioni verbali di Trump contro Iran,  Corea del Nord eccetera sarebbero finzioni, per disorientare i suoi avversari. Lo deve fare perché è paralizzato nella sua azione dal Congresso, dove la maggioranza, benché repubblicana,  è coalizzata coi democratici contro di lui. Mentre inveisce  e minaccia guerre mondiali, Trump avrebbe in realtà incaricato il suo uomo ed ideologo, Steve Bannon,  che finge di aver scaricato, di  organizzare da fuori la presa in  ano del partito repubblicano.

Trump e Bannon. O Cesare e Marco Antonio?

 

Effettivamente è quel che Bannon sta facendo in queste settimane. Il 13-15 ottobre ha agitato alla rivolta le delegazioni dei “Value Voters”, gruppi  di associazioni familiari cristiane che si battono contro i diritti LGBT e quindi sono catalogate come razziste e omofobe, riunite all’Omni Shoreham Hotel di Washington.  Bannon ha attaccato i miliardari, l’establishment globalista che han portato in Cina i  lavori degli americani; ha attacato Hillary Clinton; ma soprattutto, ha sparato a palle incatenate contro il senatore Bob Corker (che aveva definito laCasa Bianca sotto Trump “un asilo per adulti”, che “ci portarà alla Terza guerra mondiale”), il senatore Mitch McConnel, che come capo della maggioranza repubblicana ha accusato di essere il sabotatore della presidenza, il senatore McCain, ed ha concluso: il partito repubblicano ha dichiarato guerra al popolo americano, dunque noi gli dichiariamo guerra.

Soros McCain

Sempre loro!

Detto fatto, “gli amici di Bannon si sono iscritti contro i caporioni del partito repubblicano, per ottenere l’investitura del partito al loro posto in tutte le elezioni locali”.  E’ una strada lunga e rischiosa,  se non una fantasia  – degna tuttavia di Shakespeare, di uno dei quei drammi  dove Amleto o un principe Edgar  si finge pazzo per rovesciare l’usurpatore.  Qualcosa di vero può esserci,   viste le reazioni di alcuni senatori repubblicani: come il senatoprer Jeff Flake, Arizona,  che l’altro ieri ha attaccato Trump in un discorso violentissimo, alla fine del quale ha annunciato che non si ricandiderà nelle elezioni di metà mandato del 2018. Il punto è che Flake, senatore dal 2013, non ha alcuna prospettiva di essere rieletto: il suo anti-Trumpismo  lo ha fatto scendere nei sondaggi fra i suoi elettori al 18%. .  Dopo   l’annuncio, il blog Politico ha commentato: “Un altro scalpo alla collezione di Bannon”. Commento significativo.

Se Meyssan ha visto giusto, Trump non è un mattoide incoerente, ma un   genio politico  da essere ricordato al pari di Giulio Cesare   per coragio, o di Ottaviano Augustoper astuzia, e Bannon il suo Marco Antonio, e Rex Tillerson, Cinna, il fedele amico di Caesar.  Caratteri  davvero a quel livello di grandiosità  “romana”. Stiamo a vedere, sperando che Thierry abbia ragione.

Maurizio Blondet

1444 .- In Medio Oriente tutte le strade portano a Mosca. E Trump?

Si accentua il declino degli Stati Uniti, sottoposti al potere finanziario, senza più anima e i petrolieri arabi prendono la via di Putin, il vincitore in Siria. Così, mentre il monarca saudita si trova a Mosca e mentre i leader iraniani e turchi si riuniscono a Teheran, mi domando: Che farà con gli Hezbollah Israele?

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Mentre i media statunitensi continuano a speculare sui motivi della strage di Las Vegas e la stampa inglese critica l’ultimo discorso della prima ministra Theresa May, ci sono cambiamenti significativi nelle alleanze mediorientali. Re Salman bin Abdulaziz al-Saud arrivava a Mosca per incontrare il Presidente Vladimir Putin in ciò che alcuni media presentavano come visita per rafforzare i legami energetici, soprattutto sulla persistenza dei prezzi petroliferi. Se è vero che russi e sauditi, una volta nelle condizioni estreme dei mercati del petrolio e del gas, si sono coordinati negli ultimi tre anni sugli accordi dell’OPEC per ridurre la produzione aumentando i prezzi. Ma i due Paesi hanno molto di più su cui puntare nella geopolitica del Medio Oriente. Primo, la Russia è una forte sostenitrice del Presidente Bashar Al Assad, contro cui i sauditi erano fermamente contrari adottado gravi misure per abbatterlo. “Posso dire che le nostre relazioni sono evidenziate dalla somiglianza delle opinioni su molti problemi regionali e internazionali. Il coordinamento bilaterale continua su tutto ciò che promuove maggiore sicurezza e prosperità per i nostri Paesi”, affermava re Salman secondo la TASS. Traduzione: come concordare su Siria (e Iran). Re Salman ha detto a Putin che Riyadh vuole risolvere diplomaticamente la guerra in Siria, posizione in netto contrasto con quella di altri Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, soprattutto il Qatar. I sauditi, insieme a Bahrayn, Egitto ed Emirati, vorrebbero un cambio di regime a Doha e la riorganizzazione (o chiusura) della rete al-Jazeera. Anche il Qatar si trova ad occupare una delle più grandi riserve di gas del mondo, e ad essere un importante fornitore di gas dei mercati globali che, a un certo punto, minacciava la Russia per il sostegno ad Assad.

Acqua passata non macina più?
Ma il Qatar è nulla rispetto all’elefante iraniano. I sauditi temono la crescente influenza dell’Iran in Siria, sia direttamente che attraverso Hezbollah che combatte a fianco dell’Esercito arabo siriano contro i terroristi armati da Riyad e Doha. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava che i sauditi lavorano per creare un’opposizione unita (meno gli affiliati a SIIL e al-Qaida) che sarebbero rappresentata negli eventuali ultimi colloqui di pace, secondo gli accordi di Astana. Ciò sarebbe una svolta significativa negli sforzi regionali per porre fine alla crisi siriana, in quanto i sauditi appaiono in sintonia con il punto di vista russo, e guardano anche ai colloqui di pace di Astana, in Kazakistan, vedendovi formare la nuova coalizione tra Iran, Russia e Turchia. Putin concluse la visita in Turchia della settimana prima, in cui i due ex-nemici stipulavano un accordo per fornire ad Ankara avanzati sistemi di difesa aerea russi. Sembra che i sauditi vogliano la loro parte. La stampa saudita riferiva che Riyadh ha firmato accordi per l’acquisto del sistema di difesa aerea S-400, così come di altre armi avanzate. Ciò avviene pochi mesi dopo che il presidente Donald Trump aveva visitato l’Arabia Saudita, caratterizzato da decine di miliardi di vendite in armamenti degli Stati Uniti al regno. La stampa saudita descriveva la visita di re Salman in Russia come l’inizio di una “nuova amicizia”. Va notato che l’Iran solo due settimane prima testava un nuovo missile balistico dalla gittata di 2000 km e a testata multipla. La CNN riferiva che il missile può raggiungere Israele e Arabia Saudita.

Iran + Iraq + Turchia
Nel frattempo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan incontrava l’omologo iraniano Hassan Ruhani a Teheran per discutere le misure per contrastare il referendum per l’indipendenza curda nell’Iraq settentrionale. Erdogan affermava che il suo Paese si coordina con Iran e Iraq per sventare l’indipendenza curda. Mentre la loro riunione e gli sforzi concentrati sarebbero dovuti a una visione condivisa, non cosa da poco che la potenza sunnita più forte incontri la prima potenza sciita. E che entrambe siano alleate dei russi. I sauditi avevano la sensazione di aver perso il treno? L’Arabia Saudita affronta molte sfide interne, soprattutto socioeconomiche, e teme l’avazanta dell’estremismo islamico che in qualche modo ha creato. Ma riconosce anche che con tutte le intenzioni, la guerra alla Siria è perduta, mentre le forze di Assad ed Hezbollah riprendono le regioni occupate da Stato islamico e altri estremisti. Sa anche che l’Europa non rinnegherà l’accordo nucleare P5+1 con l’Iran, nonostante tutte le pretese di Washington che minaccia di ritirarsi dall’accordo o di aumentare le sanzioni alla Repubblica islamica. E Riyadh vede che con Trump, con un ruolo minore in Siria e che continua a ritirarsi dai trattati internazionali e multilaterali, tutte le strade portano a Mosca, importante mediatrice di questi due sviluppi. Per contrastare l’Iran, come ha fatto in modo feroce negli ultimi anni, dove sul teatro siriano si aveva una guerra per procura, l’Arabia Saudita si rivolge a Mosca per limitare l’influenza di Teheran a Damasco. Poco probabile che Putin lo faccia. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha suonato l’allarme su ciò che chiamava basi militari iraniane in Siria, ha visitato Mosca quattro volte negli ultimi due anni per sollecitare la Russia, senza successo, a fermare l’Iran.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio

E Trump?

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Putin ha accolto le richieste di Erdogan per acquistare i missili contraerei S-400 e Trump vende all’Arabia Saudita il sistema missilistico, THAAD. Un affare da 15 miliardi di dollari per la difesa dell’area ad alta quota (THAAD), chiaramente, in funzione anti iraniana. Così, gli Stati Uniti, sconfitti in Siria, “per modo di dire”, alimentano le tensioni nella regione del Golfo Persico. “Per modo di dire”, perché la guerra in Siria ha fruttato lucrosi contratti alle multinazionali degli armamenti USA e, questo, è sempre il loro obbiettivo primario. Lo ha affermato in un’intervista a Press TV, sabato, James Jatras, un ex consigliere e diplomatico politico del senato americano, che è anche uno specialista in relazioni internazionali e politiche legislative a Washington, DC.

L’amministrazione di Donald Trump, approvando la vendita di armi venerdì scorso, ha voluto affrontare le preoccupazioni regionali del regno saudita. Ha dichiarato il Dipartimento di Stato: “Questa vendita aiuta gli Stati Uniti a garantire la sicurezza nazionale e gli interessi della politica estera e appoggia la sicurezza a lungo termine dell’Arabia Saudita e della regione del Golfo Persico di fronte a minacce iraniane e di altre regioni”.

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A conferma del nostro giudizio, Jatras ha detto a Press TV che l’acquisto saudita è “principalmente diretto contro l’Iran”:

“L’ultima puntata dell’acquisto di armi del governo saudita, come abbiamo visto in passato molto spesso che l’Arabia Saudita acquista armi sofisticate che non sono ancora in grado di utilizzare”, ha dichiarato.

“Non sono sicuro che sarebbe qui il caso. Molto probabilmente queste armi sarebbero state fornite con il personale tecnico per farli funzionare “, ha detto l’analista.

“Naturalmente queste armi hanno una gamma molto ampia che coprirà gran parte della regione – chiaramente questo è principalmente diretto contro l’Iran”, ha osservato.

“Penso che questo sia un ulteriore passo in un’escalation nella regione del Golfo Persico che non può avere un buon risultato se continuiamo a scendere questa strada”, ha concluso. Insomma, un altro po’ di morti. Mi torna, però, alla mente la vendita della Gran Bretagna all’impero Ottomano di un incrociatore con cannoni di ottimo legno.

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Gli Stati Uniti hanno deciso di vendere il sistema missilistico THAAD in Arabia Saudita.

Oltre al THAAD, il pacchetto americano per l’Arabia Saudita includeva anche missili Patriot, carri armati, artiglieria, mezzi blindati, navi da guerra, elicotteri, pattuglie e sistemi di armi associati.  Secondo la DSCA, Saudis aveva messo in ordine 44 lanciatori THAAD, 360 missili Interceptor, 16 Fire Control e Communications Mobile Tactical Station Group e sette radar THAAD all’avanguardia AN / TPY-2.

Lockheed Martin e Raytheon sono i due principali contraenti americani che trarranno profitto dalla vendita.

Traduzione di Mario Donnini.

L’analisi di Carlo Pelanda

 

L’accordo bilaterale Russia-Arabia Saudita è un altro segnale del mutamento in atto nel sistema delle relazioni internazionali, che inciderà sulla futura configurazione del mercato globale. La tendenza può essere semplificata come transizione da un mondo americocentrico, imperniato sul dominio militare, finanziario e in materia di standard commerciali degli Stati Uniti, a una frammentazione in regioni, ciascuna dominata da una nazione leader e con standard propri. Tale mutazione è stata avviata dalla riduzione del perimetro esterno varcato il quale scatta la tutela degli interessi vitali degli Usa, avviata inizialmente, nel 2001, da Bush in base alla Dottrina dell’interesse nazionale (esplicitata da Condoleezza Rice su Foreign Affairs) contrapposta a quella dell’impegno globale perseguita in precedenza da Clinton.

Il ritiro dell’impero americano dal mondo fu interrotto per la guerra globale contro lo jihadismo. Fu ripreso da Obamadal 2009 al 2012, ma fu poi trasformato – su pressione della burocrazia imperiale – in una strategia volta alla creazione di un mercato integrato amerocentrico (Tpp e Ttip) che escludesse e condizionasse, dominando gli accessi, Cina e Russia. Trump ha interrotto questo tentativo e ha confermato la trasformazione degli Usa da impero in regno, non riuscendo ancora a definire la propria area d’influenza regionale. Nello spazio lasciato vuoto da Washington ora Russia e Cina sono in competizione per conquistarlo, preso atto che l’Ue a guida tedesca e l’India restano ferme, e che il Giappone è indeciso sulle alleanze così come Canada, Australia e Regno Unito.

In particolare, per difendersi dall’espansione cinese, Mosca ha visto l’opportunità di conquistare la fiducia degli alleati di un’America non più affidabile: Israele, Turchia, Giappone, Corea del Sud. Ora corteggia i Saud, profittando della convergenza sugli interessi petroliferi, per reperire capitali non soggetti a condizioni, come lo sono quelli cinesi, per rafforzare la traballante economia russa. L’azione avrà successo perché i sauditi si fidano della Russia: ha sostenuto il regime siriano (anche) per mantenere la parola data mentre l’America tende a non rispettare gli accordi. Ciò è più importante degli schieramenti, soprattutto per la monarchia saudita che, inoltre, vuole armi nucleari. Quindi gli attori di mercato usi alla vecchia globalizzazione devono prendere atto della frammentazione e aprire in ogni regione un centro d’affari autonomo, la vecchia strategia francese.

1423.- L’Iran mette le pastoie a USA e Israele

 

 

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Il nuovo ministro della Difesa iraniano, il generale Amir Hatami ha detto: “L’Iran non chiederà il permesso di nessun Paese per produrre missili di vario tipo e armi di difesa terrestre, navale e aerea”. “Finché la retorica di alcuni costituirà una minaccia – ha aggiunto Hatami facendo riferimento alle dichiarazioni del presidente americano Donald Trump -, il rafforzamento del potere di difesa dell’Iran proseguirà”.

L’annuncio di Teheran sulla riuscita prova di un missile balistico con gittata di 2000 chilometri e capace di trasportare più testate belliche per colpire diversi obiettivi, muta notevolmente l’equilibrio militare in Medio Oriente. Israele e le circa 45000 truppe statunitensi dispiegate in Medio Oriente, Giordania (1500 truppe), Iraq (5200), Quwayt (15000), Bahrayn (7000), Qatar (10000), EAU (5000) e Oman (200), rientrano nella gittata del missile iraniano. L’Iran ha dimostrato una deterrenza che priverà Stati Uniti e Israele dell’opzione militare.

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L’Iran ha testato con successo il suo nuovo super-missile Khoramshahr, con una gittata di oltre duemila chilometri e capace di trasportare più testate. Il missile era stato mostrato al mondo durante la parata militare in occasione della “Settimana della Difesa Sacra”.

Il test del missile è una sfida strategica di Teheran agli Stati Uniti, dopo le scandalose osservazioni del presidente Donald Trump contro l’Iran nel discorso all’ONU. Da questo punto, Trump deve prestare molta attenzione nel strappare l’accordo nucleare con l’Iran. Tale atto da Trump o dal Congresso (imponendo nuove sanzioni) può essere usato da Teheran per riprendere il programma nucleare, con implicazioni di vasta portata, date le sue capacità missilistiche.

 

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Ecco Donald Trump nel suo primo discorso all’ONU, fatto di minacce e di frasi fatte. Dopo aver concluso con la Corea, minacciando di distruggerla, riferendosi all’accordo con l’Iran, promosso da Obama, che ha favorito dopo 50 anni il disgelo nei rapporti con l’Occidente, ha detto: “È imbarazzante per gli Usa far parte dell’accordo con l’Iran”. Ma l’Iran, ha detto Trump, ha paura: “Oltre al potere militare enorme degli Usa, ci teme, ha paura di noi, per questo il governo ha eliminato internet, per questo non consente le proteste studentesche. Ma noi non possiamo accettare i regimi. Mi appello affinché gli ostaggi, chi è lì contro il suo volere, sia immediatamente rilasciato”. L’Iran, ha spiegato, “sotto la democrazia nasconde un governatore violento. Uno stato canaglia che esporta violenza, sangue e caos”, e che inoltre “invoca la distruzione degli americani e dello stato di Israele”. Le milizie di hezbollah “minacciano anche i Paesi arabi pacifici”. Pertanto “non possiamo rispettare un accordo” con un Paese, non “se acconsente all’implementazione di un programma nucleare”. L’Occidente “deve porre fine al regime di Teheran”.

Il Presidente Hasan Ruhani ha adottato la linea dura dopo essere tornato da New York, avvertendo che se Trump viola l’accordo nucleare, “ci opporremo e tutte le opzioni saranno riconsiderate”. Il Ministro degli Esteri Mohammed Javad Zarif ha detto al New York Times che se gli Stati Uniti vorranno rinegoziare l’accordo nucleare, Teheran insisterà sulla rinegoziazione di ogni singola concessione fatta, “Siete disposti a restituirci 10 tonnellate di uranio arricchito?” Ruhani espose un discorso rigoroso alla sfilata militare a Tehran del 22 settembre, osservando che l’Iran non ha bisogno di alcun permesso per rafforzare la sua capacità missilistica, aggiungendo: “La nazione iraniana è sempre stata per la pace e la sicurezza nella regione e nel mondo e difenderà i popoli oppressi yemenita, siriano e palestinese, che piaccia o meno”. “Finché alcuni parlano minacciando, il rafforzamento della difesa del Paese continuerà e l’Iran non cercherà l’autorizzazione da alcun Paese per produrre vari tipi di missili”, dichiarava il Ministro della Difesa Amir Hatami.

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L’Iran ha fatto sfilare in parata il nuovo super-missile Khoramshahr

Ciò che emerge è la determinazione dell’Iran a consolidare l’influenza in Siria. Gli Stati Uniti dovranno valutare attentamente le ripercussioni prima di qualsiasi intervento (cui Israele preme). Ancora una volta, l’Iran può stabilire una presenza a lungo termine in Siria. La milizia sciita sostenuta dall’Iran in Iraq e in Siria è un esercito di 100000 unità e l’Iran può scacciare le forze statunitensi da Iraq e Siria. L’amministrazione Trump deve considerare con la massima serietà le minacce velate del comandante del Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica Mohammad Ali Jafari (in risposta al discorso di Trump all’ONU), “È giunto il momento di correggere gli errori statunitensi. Ora che gli Stati Uniti mostrano pienamente la propria natura, il governo deve utilizzare tutte i mezzi per difendere gli interessi della nazione iraniana. Adottare una posizione decisa contro Trump è solo l’inizio e ciò che è strategicamente importante è che gli Stati Uniti ricevano risposte dannose con azioni, comportamento e decisioni che l’Iran adotterà nei prossimi mesi”. Il test del missile balistico veniva eseguito 3 giorni dopo la minaccia del Gen. Jafari. Allo stesso modo, la tempistica del test si staglia sullo sfondo del referendum previsto per il 25 settembre dei curdi dell’Iraq settentrionale, che vogliono un Kurdistan indipendente. Teheran non ha dubbi che il piano curdo sia un’iniziativa statunitense e israeliana per creare una base permanente nella regione per destabilizzare l’Iran e minarne l’avanzata regionale in Siria e Iraq. Non sorprende che Israele sia furioso per il test missilistico iraniano. Il ministro della Difesa Avigdor Liberman l’ha definito “provocazione e schiaffo a Stati Uniti ed alleati” e tentativo di sondarli. “Chiaramente, Israele è spaventato dall’Iran che costantemente, ma inesorabilmente, lo sovrasta come prima potenza regionale del Medio Oriente. Tuttavia, al di là della retorica, Israele non può fare molto verso il ruolo iraniano. Israele ha ingannato scioccamente Trump provocando Teheran proprio in questa fase, quando a malapena può affrontare la crisi nell’Asia nordorientale. La strategia del contenimento dell’Iran non è più fattibile. La saggezza va a un’amministrazione Trump che impegni l’Iran con spirito costruttivo nell’influenzare la politica regionale. Le minacce non hanno mai funzionato con l’Iran, e spesso si sono dimostrate controproducenti. MK Bhadrakumar, Indian Punchline, Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Dalla provincia di Kermanshah, nell’Iran occidentale,  nella notte del 19 giugno 2017, i pasdaran iraniani lanciarono alcuni missili contro le postazioni dell’Isis nella cittadina di Deir el zor, nell’est della Siria.  Il lancio avvenne in rappresaglia all’attacco sferrato a Teheran e a Qom dallo Stato Islamico alcuni giorni prima. Ma “tra i principali destinatari di questo messaggio ci furono anche i sauditi e gli americani”, come dichiarò il generale Ramazan Sharif.

 

1351.- Trump, Israele ed Hezbollah

Dubito e non concordo con Wayne Madsen che Donald Trump ignori la situazione politica in Libano. Al contrario, vede lontano e ha dato a Saad Hariri un chiaro messaggio sul da che parte saranno schierati gli USA e un monito. Del resto, non è una sorpresa che sia Israele a tirare la giacca della Casa Bianca in Medio Oriente. Sono gli Hezbollah la spina nel fianco di Israele? Diciamo di sì, sopratutto se il terreno dello scontro potrà essere la Siria e l’Iran un avversario. A parte questo Madsen dipinge chiaramente i contrasti all’interno della Casa Bianca e le posizioni del sorosiano consigliere per la sicurezza nazionale Usa Tenente-Generale HR McMaster. McMaster è stato per 11 anni senior fellow di un importante think-tank finanziato da George Soros.

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Il primo ministro libanese Saad Hariri durante la visita alla Casa Bianca. Donald Trump sa bene che all’orizzonte si affaccia un nuovo conflitto tra lo Stato ebraico e gli Hezbollah, magari in Siria e poco e nulla importa che questi siano alleati del Libano nella lotta all’ISIS. 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, avido di due minuti di attenzione, ha dimostrato la totale ignoranza della situazione politica in Libano durante la visita alla Casa Bianca del primo ministro libanese Saad Hariri. Durante la conferenza stampa alla Casa Bianca, Trump osservava a un sorpreso Hariri e al pubblico televisivo libanese: “Il Libano è sul fronte della lotta contro SIIL, al-Qaida e Hezbollah”. Trump aveva ragione sul Libano che combatte Stato islamico e al-Qaida, ma con l’aiuto di Hezbollah, il movimento libanese sciita con cui il governo Hariri mantiene una fragile, ma matura intesa politica. Trump seguitava commentando: “Hezbollah è una minaccia allo Stato libanese, al popolo libanese e all’intera regione. Il gruppo continua ad aumentare l’arsenale e minaccia di avviare un altro conflitto con Israele, combattendo costantemente. Con il sostegno dell’Iran, l’organizzazione alimenta anche la catastrofe umanitaria in Siria. Hezbollah ama ritrarsi come difensore degli interessi libanesi, ma è molto chiaro che i suoi veri interessi sono quelli suoi e dello sponsor, l’Iran”. Dopo la riunione e la conferenza stampa con Trump, Hariri fu costretto a correggerlo per non affrontare la caduta del governo a Beirut. Hariri ha detto: “Combattiamo SIIL e al-Qaida. Hezbollah è al governo, fa parte del parlamento e abbiamo un’intesa”. Non c’è dubbio che Trump, influenzato dagli agenti israeliani come il genero Jared Kushner, non fu informato sul ruolo cruciale di Hezbollah nel sostenere il governo Hariri, volendo causare una crisi politica libanese. Fortunatamente, Hezbollah non è caduto nella trappola e nello scontro indotto dagli israeliani alla Casa Bianca. Ovviamente Kushner aveva informato Trump sulla necessità di attaccare Hezbollah. Subito dopo i commenti di Trump su Hezbollah, il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Tenente-Generale HR McMaster licenziava un membro indesiderato, Ezra Cohen-Watnick, residuo dall’ex-Tenente-Generale Michael Flynn al Consiglio di sicurezza nazionale. Dopo che Flynn fu licenziato da Trump nel febbraio 2017, McMaster tentò di cacciare Cohen-Watnick, che cercava di usare settori dell’Agenzia Centrale d’Intelligence e dell’Agenzia d’Intelligence della Difesa, dove aveva lavorato, per rovesciare il governo dell’Iran. La rete propagandistica israeliana negli Stati Uniti e all’estero iniziò a rilanciare il vecchio slogan dell'”antisemitsimo” per criticare McMaster e chiederne il licenziamento da Trump. Immediatamente, “voci” cominciarono a circolare alla Casa Bianca, provenienti dalla cerchia di Kushner, secondo cui Trump pensava di dimettere McMaster da consigliere della sicurezza nazionale e mandarlo a comandare le truppe statunitensi in Afghanistan, una mossa simile ad Adolf Hitler che inviava i generali tedeschi ribelli sul “fronte russo”. La banda di Kushner aveva anche suggerito che Trump sia stato ingannato sulla situazione in Libano da Hariri, accusato di collusione con Hezbollah, il presidente libanese Michel Aoun, alleato politico di Hezbollah, forze armate libanesi, il direttore della Direzione generale della sicurezza libanese Abas Ibrahim e le organizzazioni di lobbying libanesi a Washington DC, cercando di “vendere” un’“agenda pro-iraniana” in Libano e Siria. Solo i cabalisti esperti che compongono la lobby israeliana, dalla ricca tradizione di cospirazioni autentiche, potevano inventarsi tale complessa teoria della cospirazione fittizia per completare la loro retorica isterica sul Libano.
Con Cohen-Watnick fuori al Consiglio di Sicurezza Nazionale e il nuovo capo dello staff di Trump, l’ex-Generale dei Marines John Kelly, che cerca di limitare l’accesso di Kushner all’ufficio ovale e il suo coinvolgimento nelle decisioni politiche sul Medio Oriente, forse Trump potrà essere istruito sul documentato sostegno militare, logistico e d’intelligence d’Israele ai gruppi sunniti jihadisti in Siria che combattono contro i militari siriani e i volontari di Hezbollah e Iran. Tuttavia, Trump odia ascoltare consigli da chiunque ne sappia di più di lui sugli affari internazionali, ovvero chiunque possieda una laurea in scienze politiche o storia. La vicenda di Trump con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sulle sanzioni contro il Qatar, ideate ad Abu Dhabi piratando i computer della Qatar News Agency, ne è un esempio. L’intera vicenda sembra essere stata ideata da Kushner, irritato dopo che il Qatar respinse la sua richiesta di un investimento da 500 milioni di dollari per il suo centro direzionale al 666 Fifth Avenue di Manhattan, e dall’ambasciatore filo-israeliano e anti-Qatar degli EAU a Washington Yusif al-Utayba. Trump preferiva seguire i consigli di Kushner, dei sauditi e degli emiroti che quelli di McMaster e del segretario di Stato Rex Tillerson. Trump ovviamente agiva da vecchio playbook neocon incontrando Hariri. È vero, Hariri è da tempo considerato un politico sunnita filo-saudita, a Beirut. Ma Hariri è primo ministro grazie a un accordo di condivisione del potere negoziato accuratamente, che ha visto Aoun diventare presidente, Hariri primo ministro e Hezbollah sostenere l’accordo di unità nazionale. Mentre Trump non ha la minima cognizione seria della politica internazionale, lo stesso non è vero per agenti come Kushner ed alleati nella Casa Bianca. È probabile che tali elementi filo-israeliani cercassero una crisi politica in Libano, per favorire Israele. Hezbollah, che ha avuto impressionanti successi militari contro le forze militari israeliane e che è riuscito ad indurire i propri sistemi di telecomunicazioni dall’aggressione israeliana, non ha abboccato all’esca di Kushner. Hariri ha pubblicamente riconosciuto e lodato il ruolo di Hezbollah nella sconfitta militare di al-Qaida e delle forze jihadiste dello Stato islamico sul confine settentrionale del Libano, definendolo “un grande successo”. Hariri dichiarava: “Abbiamo il nostro parere ed Hezbollah ha il suo, ma alla fine abbiamo un consenso col popolo libanese nell’economia, la sicurezza e la stabilità”. Il leader di Hezbollah, Nasrallah, evitava la trappola israeliana e wahhabita. Piuttosto che denunciare Trump per i commenti mal informati su Hezbollah, Nasrallah ha semplicemente detto che l’avrebbe evitato per non danneggiare Hariri e il suo entourage. Le parole di Hariri e il “no comment” di Nasrallah irritavano gli israeliani e i loro alleati wahhabiti a Riyad e Abu Dhabi, speranzosi di sconvolgere il quadro politico a Beirut.
Da anni israeliani e sauditi tentano d’imporre un governo radicale sunnita in Libano. I servizi d’intelligence di entrambi i Paesi sono coinvolti nell’assassinio con un’autobomba a Beirut, nel novembre 2005, del padre di Hariri, l’ex-primo ministro Rafiq Hariri. Ciò fu confermato da un comitato delle Nazioni Unite guidato dall’ex-procuratore canadese Daniel Bellemare, che concluse che Rafiq Hariri fu assassinato da una “rete criminale”, non dall’intelligence siriana o da Hezbollah, come spacciato dalla propaganda neocon attiva a Washington DC e Gerusalemme. Infatti, l’intelligence libanese accertò che l’assassinio di Hariri e altre 22 persone fu opera di agenti siriani, drusi e palestinesi attivi in Libano agli ordini del servizio d’intelligence israeliano del Mossad. L’intera operazione fu progettata per attaccare Hezbollah, Siria ed alleati cristiani libanesi. Gli israeliani cercavano un casus belli per giustificare l’attacco occidentale alla Siria. La guerra con la Siria fu sospesa fino alla decisione errata dell’amministrazione Obama di sostenere le rivolte “arabe” in tutto il mondo arabo secolare. Trump, scientemente o inconsapevolmente, ha tentato di lanciare una bomba a tempo politica in Libano con i suoi commenti su Hezbollah. La politica libanese è maturata notevolmente dal 2005 ed Hezbollah, Hariri, Aoun e altre legittime voci politiche libanesi non cadranno mai nella trappola tesa da Gerusalemme, Riyadh e think tank israeliani a Washington.

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Ezra Cohen-Watnick. 

Wayne Madsen. Tradotto per Aurora da Alessandro Lattanzio

1345.- Mosca “avverte” severamente Israele. Che morde il freno.

 

 

“Se violasse la tregua, la Russia saprebbe come regolarsi”:  un  severo avvertimento è stato lanciato dal generale Aleksei Kozin, numero due del Centro di Comando delle forze russe nella Siria  meridionale al governo israeliano, contro ogni “tentativo di violazione del  cessate il fuoco nel Sud della Siria”. Evidentemente sanno che Sion preparava qualche colpo.

Notoriamente, ciò che ha messo lo stato ebraico in quelle condizioni di ansia esistenziale e di stress pre-traumatico, così etnicamente tipico,  che lo costringono talvolta a bombardare   col fosforo  la gente a Gaza o abbattere aerei, è il cessate il fuoco concluso fra Putin e  Trump a margine del G20 di Amburgo, per fare del Sud siriano (a ridosso del confine israeliano) una zona di de-escalation garantita della presenza della polizia militare di Mosca e di truppe Usa.

Tel Aviv,  che in quella zona ha stipendiato ed armato i suoi terroristi islamici di sostegno,  protesta continuamente con Mosca e soprattutto con Washington;   pretenderebbe che sue  truppe giudaiche partecipassero alla sorveglianza nel territorio siriano; non si sente garantita dai russi, perché “La Russia è alleata dell’Iran e di Hezbollah nella guerra contro il terrorismo”.  “Israele si oppone ormai radicalmente alla tregua russo-americana” entrata in vigore una settimana fa,  riporta il giornale AlAkhbar;  ha avanzato una lista di sue esigenze per essere tranquillizzata:  il ritiro non solo delle forze iraniane ed Hezbollah dal sud siriano, ma anche l’armata di Damasco dal Golan, il dispiegamento di osservatori non russi su mandato israeliano, e   che all’esercito di Assad sia rifiutato ogni mezzo per ristrutturarsi. Ed ha anche minacciato di passare all’atto se Washington e Mosca non le obbediscono.

“Le minacce sono state prese molto male a Mosca”, scrive Al Akhbar, “La Russia ha affermato con non esiterà a ripagare con la stessa moneta Israele, se questa metterà a rischio latregua”.

Channel 2, una tv sionista, ha citato queste parole del  generale Kozin : “La  Russia ha posto le sue condizioni a Israele nel quadro di questa tregua.  Se Tel Aviv ha fino ad oggi goduto di una totale libertà d’azione in Siria, Mosca  oggi si aspetta da lei che rispetti alla lettera il cessate il fuoco. Se decidesse di violare la tregua, allora noi russi sappiamo come regolarci, dal  momento che siamo noi  i garanti di questa tregua”. Secondo la tv israeliana “Iran e Hezbollah restano sulle loro posizioni nel sud della Siria”.  Ha aggiunto, rivolto ai terroristi locali mantenuti da Sion, che “la  regione di Quneitra (il Sud siriano) sarà presto messa in sicurezza e i terroristi hanno poco tempo per deporre le armi e consegnarsi all’armata siriana”.

Ciascuno potrà valutare il  rischio in corso, conoscendo Israele, il suo potere sugli Usa e il fatto che gli altri “osservatori”, quelli americani, hanno – per ordine del Pentagono – comportamenti piuttosto inquietanti a proposito della loro parola e lealtà. Nel  Nord-Est,sul confine tra Siria e Irak, aerei americani hanno attaccato una formazione delle Unità di Mobilitazione Popolare (Al-Hashad al-Shabi), ossia i miliziani volontari che affiancano l’esercito iracheno e quello di Damasco, che combattono l’ISIS, uccidendo quaranta  militanti e ferendone una decina.  USAF   o il Pentagono non si rassegnano a vedere disfatti i loro terroristi? O applicano la strategia del dissanguamento delle forze sciite vittoriose?  Una  risposta   russa ad un’azione bellica di Israele rende troppo probabile un confronto diretto  con  Washington.

Tanto più che potenti forze dietro le quinte  stanno già facendo di tutto per indurre Washington a  fare la guerra vera e propria all’Iran.  Donald Trump  sarebbe favorevole.  Anzi peggio. Secondo il New York Times, il presidente ha messo insieme un “gabinetto nero” il cui compito sarebbe di fabbricare prove per dimostrare che Teheran viola gli accordi sulla moratoria del proprio programma nucleare del 2015, stracciare questo accordo firmato da Obama, e quindi “un pretesto per fare la guerra all’Iran”, come ha detto un anonimo ex caso di un servizio di spionaggio europeo. Il fatto è che proprio poche settimane fa gli ispettori internazionali hanno riaffermato che Teheran rispetta la tregua; “Ma ne viola lo spirito”, ha ribattuto Trump –  in attesa di trovare un pretesto? O di crearlo?

Mogherini mandata a Teheran

Il rischio deve essere molto sentito negli ambienti europei che contano. E’  questo il vero motivo per cui, ostentatamente, alla cerimonia  d’insediamento del nuovo capo di governo Rouhani è stata mandata Federica Mogherini l’alta rappresentante esteri UE: non certo per sua iniziativa privata.  Siccome la UE è  uno dei firmatari di quell’accordo sul nucleare (JPACG, firmato a Vienna il 14 luglio 2015),  Bruxelles – o diciamo Berlino – hanno voluto mandare un segnale alla Casa  Bianca: “noi” europei  non vi appoggeremo stavolta  nella fabbricazione di  prove false, per noi l’Iran rispetta scrupolosamente i patti, anzi è  un regime rispettabile e amico.

 

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Per la UE, l’Iran è in regola. Lo sappia Trump. 

 

Tutto sta a vedere se alla Casa Bianca e più in generale a Washington  si abbia la capacità e la voglia di tener conto dei delicati e finemente allusivi messaggi europei.  Voci molto più potenti ed assordanti si fanno sentire  a Trump e compari.  A Washington  esiste un circolo chiamato “United Against a Nuclear Iran”, il  quale fa incessante propaganda  asserendo   falsamente che Tehran si sta facendo la Bomba di   nascosto; che quindi bisogna  che l’Occidente  lo seppellisca sotto le bombe; per intanto,  aggravi le sanzioni contro questo regime oscurantista di sterminatori del loro stesso popolo eccetera eccetera.

In Europa, qualunque impresa che stringa una qualsiasi relazione d’affari con l’Iran, riceve un insieme di avvertimenti da questo think tank che lo avverte dei rischi, multe e sanzioni da parte degli Usa  cui si  esporrà, se continua.

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La lobby scatenata coontro l’Iran.

 

United Against a Nuclear Iran” è  una accolta di vecchi nomi dell’ebraismo neocon,  già visto all’opera  – purtroppo eficace –    quando si trattò di lanciare l’America contro Saddam Hussein:  l’ex senatore Joel Lieberman  (j), John Bolton  (j) , gli ex ambasciatori Richard Hooolbroke  (j)  e Dennis Ross (j), e   per far buon  peso un paio di ex direttori del Mossad, Tamir Pardo e Meir Dagan.  Nell’eletto mucchio troviamo anche il “nostro” (loro ) Terzi di Sant’Agata,  che fu sciaguratamente ministro degli esteri per poco, certo per il tipico spirito di servizievolezza italico.  Questo think tank è riccamente finanziato dalla famiglia di miliardari Kaplan (j) e da quella del  tycoon Sheldon Adelson (j);  ha condotto campagne  diffamatorie  che hanno intimidito e dissuaso dal fare affari con l’Iran giganti come Caterpillar, General  Electric, INgersoll Rand, KPGM ; ha allestito campagne  televisive costosissime per dimostrare quanto satanico e pericoloso sia l’Iran per il mondo occidentale  e quanto male abbia fatto Obama a firmare l’accordo sul nucleare iraniano;  nel settembre 2009, quando Ahmadinejad  parlò all’Assemblea Generale dell’Onu,   il think tank ebraico chiamò tutti i grandi alberghi di New York ed intimò loro di negare l’ospitalità all’Iraniano; ottenendone obbedienza.

Insomma questo United Against a Nuclear Iran non si darà e non darà pace alla Casa Bianca e  al Congresso  fino a che non  riuscirà a scatenare la superpotenza  in un conflitto grandioso con l’Iran, per il bene di Israele.

Secondo Foreign Policy, il segretario di stato Rex Tillerson, richiesto espressamente da Trump di  fabbricare il caso per denunciare l’accordo dell’Iran, si è rifiutato;  a capo del “gabinetto nero” sarebbe invece Steve Bannon. Strana e indecifrata la posizione  del generale McMaster,  ritenuto il “controllore”  messo dal  Deep State a fianco del Presidente inaffidabile. Il 3 agosto scorso, Trump  ha convocato McMaster ad un colloqui (presente anche Jared…) e alla fine ha dettato la seguente dichiarazione pubblica: “Il generale McMaster ed io lavoriamo molto bene insieme.  E’ una brava persona e molto  pro-Israele”.

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Trump: “McMaster is very pro-Israel”.

 

Una uscita, nel contesto  che abbiamo illustrato,  altamente inquietante.  Che diventa anche più allarmante se unita ad una intervista televisiva di Channel 10 (israeliana) al generale sionista Giora Eland, ex capo del consiglio di sicurezza nazionale israeliano. “ Israele non è pronta a impegnarsi in una nuova guerra con Hezbollah, e non sarà nemmeno capace d subirne le conseguenze […]. Bisogna impedire che una nuova guerra si scateni fra le due parti; ma se dovesse avvenire, bisogna farla finire in tre giorni, non durare 33  giorni come nel 2006” – Il 2006 in cui Sion, per la  prima volta, prese una batosta spaventosa.  Un’idea fissa, voglia di guerra e paura allo stesso tempo, molto freudiano.

Corea, niente guerra.

Non temete invece che gli Usa scatenino davvero un attacco bellico preventivo contro la Corea del Nord. Sono minacce vuote (che mirano a tenere separate le due Coree, d’accordo con Pechino.ndr). Non interessa Israele.