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1248, IL PUNTO SULLA SIRIA E SULLE FAZIONI IN LOTTA. I

PERCHE’ LA SIRIA.

1 – in Siria, non c’ è nessuna banca centrale Rothschild.
2 – la Siria ha vietato gli alimenti geneticamente modificati e la coltivazione e l’ importazione degli stessi.
3 – la Siria è l’ unico paese arabo che non ha debiti con il fondo monetario internazionale, né con la Banca mondiale, né con chiunque altro.
4 – la famiglia Assad appartiene all’ orientamento alauita di Islam tollerante.
5 – le donne siriane hanno gli stessi diritti degli uomini allo studio, sanità e istruzione.
6 – le donne siriane non sono obbligate a indossare il burka. La Sharia (legge islamica) è incostituzionale.
7 – la Siria è l’ unico paese arabo con una Costituzione laica e non tollera movimenti estremisti islamici.
8 – circa il 10% della popolazione siriana appartiene a uno dei molti rami cristiani, sempre presenti nella vita politica e sociale.
9 – in altri paesi arabi la popolazione cristiana non raggiunge l’ 1% a causa dei maltrattamenti subiti.
10- la Siria è l’ unico paese del Mediterraneo interamente proprietario del suo petrolio (circa 500.000 barr/day) e che non ha privatizzato le sue aziende statali.
11- la Siria ha un’ apertura verso la società e la cultura occidentale come nessun altro paese arabo.
12- la Siria era il solo Paese pacifico in zona, senza guerre o conflitti interni.
13- la Siria è l’ unico paese al mondo che ha ammesso i rifugiati iracheni, senza alcuna discriminazione sociale, politica o religiosa.
14- Bashar Al-Assad ha un’ elevatissima approvazione popolare.
15- la Siria ha discrete riserve di petrolio (circa 2,5 miliardi di barili), che è riservato alle imprese statali.
16- la Siria si oppone al sionismo e all’ apartheid israeliano criminale.

Adesso potete capire meglio e in maniera compiuta ciò che sta accadendo in Siria.

In merito alla strategia di contenimento da attuare contro il sedicente “califfato” dell’ISIS, è difficile dire cosa sia preferibile (o peggiore) tra l’esibizione muscolare della macchina bellica statunitense alla sua ennesima potenza, fatta da Trump, tramite un precipitoso interventismo militare attraverso la Giordania, per recuperare posizioni; oppure l’inconcludente irrisolutezza per eccesso di prudenza della presidenza Obama, indecisa su tutto, in assenza di prospettive definite. 

Difficile, certo, biasimare il cauto Barack Obama per la sua riluttanza ad infilarsi a piedi nudi nel ginepraio mediorientale, come, anche,la politica di Israele, sempre alla ricerca di un primato, senza farlo apparire. Sottolineo, la presenza in campo degli ingombranti alleati europei (ma in questo poligono mondiale non mancano gli australiani), anzi tutti, inglesi e francesi, costantemente divisi su tutto e in competizione fra loro. 

Al di là di un pletorico dispiegamento di cacciabombardieri, per altro sotto-utilizzati contro bersagli totalmente marginali se non addirittura risibili, di un fallimentare lancio di missili dalla VIa Flotta  e dell’impiego di reparti di Forze Speciali, la coalizione nei fatti non c’è, mancando di tutti i requisiti fondamentali per potersi definire tale: prima di tutto, un obbiettivo comune.

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Scontati, per tutti, l’interesse della Finanza mondiale (leggi Rothschild) per il controllo della Banque Centrale de Syrie e l’interesse rappresentato dagli enormi giacimenti di petrolio e di gas della regione e dalle opzioni possibili per i sistemi di trasporto, gli interessi in gioco sono molteplici e vanno dalla necessità vitale per la Russia di evitare una presenza militare USA in Siria, a ridosso delle sue frontiere; alla politica espansiva dei neocon USA a scapito della Russia, con o senza l’ONU, con o senza la NATO; alle aspirazione del popolo curdo di esercitare la sovranità su un proprio territorio, sfruttate abilmente da Trump; alla contrapposta volontà di ogni governo turco di non cedere terreno a una ipotetica nazione curda. Dietro tutte, c’è l’aspirazione di Israele di occupare l’intero Golan, già addentato nella Guerra dei Sei giorni, di tenere in sommovimento il Medio Oriente, già di suo diviso perennemente fra sciiti e sunniti e – vitale – di evitare la saldatura delle vie di rifornimento degli Hezbollah con l’Iran, attraverso l’Irak, pochissimo difeso da un esercito demoralizzato e inaffidabile, che, schierato contro l’ISIS, si volge a combattere i Curdi. 

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Rojava

Sicuramente più efficienti sono i combattenti “peshmerga”, per giunta logorati da anni di guerra, dell’autoproclamata “Regione autonoma del Kurdistan iracheno”, entità semi-indipendente ritagliata nelle montagne a nord dell’Iraq, nel distretto di Mosul, al confine con l’Iran. 

Sul confine turco-siriano, nella totale indifferenza della “coalizione” anti-califfo, hanno resistito nel più disperato isolamento i curdi della confederazione del Rojava, da non confondersi coi peshmerga del PDK. People's Protection Units FlagSono i miliziani delle “unità di difesa popolare” (YPG) quelli che hanno organizzato un ponte di soccorso, spezzando l’assedio di cristiani e yazidi accerchiati sul Monte Sinjar, permettendone la salvezza, mentre i peshmerga titubavano nelle loro ridotte attorno a Mosul in attesa di aiuti occidentali mai arrivati.

L’eroica città di Kobane, stretta d’assedio dai mujaheddin ceceni Kobaneconfluiti nell’ISIS ha dimostrato tutta la forza del popolo curdo. Ricordiamo le eroine di quella battaglia.

Tutta la situazione del nord del Kurdistan iracheno, è un groviglio di alleanze e di interessi geopolitici in continua evoluzione. Tant’è, che a tutt’oggi la più efficace difesa contro le orde dell’ISIS nella regione risultano essere i battaglioni scelti della Brigata Al-Quds (tra cui la famigerata “Unità 400”), ovvero i pasdaran iraniani della “Guardia rivoluzionaria”. 

Di ieri, la notizia di una nuova iniziativa turca in Siria e dobbiamo ricordare che  i Curdi e la Siria di Bashar al-Assadsono i due suoi nemici storici. Dopo il respingimento della sua ammissione nella UE, il governo di Ankara è ormai proiettato ad Oriente in una deriva neo-ottomana, cercando di ritagliarsi un ruolo come potenza regionale e trescando segretamente tanto con le formazioni jihadiste della “resistenza” siriana, tanto con le fazioni siriane dell’IS, mantenendo una sostanziale ambiguità di fondo. è noto il sostegno dato per anni da Erdogan ai jihadisti, per esempio, con i sette campi di addestramento, intorno a Istambul. Nell’immediato, tanto Erdogan, quanto Netanyahu stanno a guardare, in attesa di cogliere il momento propizio per intervenire nell’area contesa e la prossima caduta di Raqqa potrebbe rappresentare quel momento. Quel giorno, finalmente a carte scoperte, il popolo siriano conoscerà il suo destino.

 

TAF - Esercito turco

Guardando all’ISIS del cosiddetto “Califfato”, a maggior ragione che delle sue forze combattenti , ad eccezione delle efferatezze e della brutalità dei suoi capi-banda, si conosce ben poco: non l’esatta consistenza numerica, non l’effettivo potenziale bellico a disposizione, non gli scenari di battaglia. Quello che si sa, è che

È difficile infatti credere che 15.000-20.000 psicopatici omicidi, sia pure altamente mobili e flessibili, possano controllare con successo un fronte di guerra di oltre 1000 km². E la sensazione dominante è che, da un lato, che siano stati altamente sottovalutati e, dall’altro, che siano diretti da Washington (come lo fu l’esercito privato della Compagnia delle Indie, da Londra). È  certo e ben noto, invece, che sono sostenuti, finanziati e armati, in chiave anti-sciita dagli storici ‘alleati’ sunniti, ovverosia: le monarchie assolute del Golfo arabico, che con l’Isis hanno in comune, almeno in parte, il fondamentalismo salafita di ispirazione wahabita.

 

L’offensiva delle Syrian democratic forces e l’obiettivo strategico dei curdi 

L’offensiva delle Syrian democratic forces, addestrate dagli Stati Uniti e composte per quattro quinti da curdi e per un quinto da ribelli moderati arabi, è durata 10 giorni e si è fermata. Il motivo è da cercarsi nelle esigenze strategiche e politiche dei curdi. Lo Ypg, principale gruppo curdo che controlla quasi tutto il Nord della Siria, ha convinto gli americani a espugnare prima la cittadina di Manbij, vicino al posto di frontiera di Jarabulus, l’ultimo controllato dall’Isis. Un modo per tagliare la principale via di rifornimento per Raqqa. Ma l’obiettivo strategico è un altro. I curdi vogliono unire tutti i territori in loro possesso: i cantoni di Jazira, Kobane e Afrin. Gli manca solo la striscia di territorio fra Jarabulus e l’altro posto di frontiera di Bab al-Salama. Ecco perché la «deviazione» può trasformarsi in una lunga campagna e ritardare l’assalto finale a Raqqa.

I curdi si trovano ora a meno di 40 km a Nord della capitale dell’Isis. L’esercito di Bashar al-Assad, che avanza da Sud-Ovest, lungo la superstrada 42, Salamiyah-Ithriyah-Raqqa, era rimasto indietro, ma negli ultimi tre giorni, con l’appoggio di forze speciali russe e raid, ha fatto un balzo ed è a 80 km dalla città. Ieri, secondo fonti dell’Hezbollah libanese, gli uomini dei Falchi del deserto, reparto speciale siriano addestrato dai russi, hanno varcato il confine del governatorato di Raqqa e puntano adesso a Tabqa, e alla diga sull’Eufrate a monte di Raqqa. A quel punto sarebbero più vicini dei curdi.

CON LA CONQUISTA DELLA DIGA DEL LAGO ASSAD, SI AVVICINA LA CONQUISTA DI RAQQA E LA SPARTIZIONE DELLA SIRIA

I guerriglieri curdi appoggiati dagli Stati Uniti hanno conquistato la strategica diga di Tabqa, 40 chilometri a Ovest di Raqqa. La diga, la più grande della Siria, controlla le acque del Lago Assad e poteva essere usata dall’Isis per causare un’inondazione catastrofica. Con la sua presa si avvicina l’assalto finale alla capitale del Califfato.

The Kurdish YPG militia and US military units patrol the Syrian-Turkish border

Armi pesanti

I curdi dello Ypg formano il grosso, circa tre quarti, della Syrian democratic forces (Sdf) addestrate dagli Usa per sconfiggere lo Stato islamico nel Nord della Siria. Ieri il presidente Donald Trump ha dato l’ok alla fornitura di armi pesanti. Arriveranno mortai, missili anti-carro, mezzi blindati.

Il sostegno statunitense ai kurdi siriani non è una novità: a marzo Trump ha inviato la prima unità ufficiale di marines. Ora fa un passo in più: Obama aveva approvato solo armi leggere, per non indispettire troppo la Turchia che su Rojava ha altre mire, renderla una zona cuscinetto ripulita dalla presenza del Pkk.

Ora ne arriveranno altre: bulldozer, blindati, fucili, mitragliatrici e munizioni, radar. In cambio, dicono fonti Usa, le Ypg hanno promesso di consegnare Raqqa, una volta liberata, alla popolazione araba che la abita.

I tempi non sono stati indicati, ma è probabile che avvenga a breve. Sempre più pressanti le contraddizioni insite nelle alleanze sul terreno: gli Usa armano un gruppo che il loro alleato Nato bombarda.

Le proteste di Erdogan

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha protestato per la decisione che potrebbe portare “guai” agli Stati Uniti e ha chiesto a Washington di rivederla. Ma il Pentagono ha confermato che dopo la conquista di Tabqa comincerà la fase finale dell’assalto a Raqqa. Ankara considera lo Ypg il braccio siriano del Pkk, un’organizzazione terroristica.  In una nota l’Ypg, afferma che la decisione degli Usa equivale ad una smentita delle “distorsioni” della Turchia, secondo la quale le milizie curde sono “terroriste” perché legate al Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) turco.

Intesa Usa-Russia

Ma per Washington i curdi sono l’unica forza “in grado di prendere Raqqa in un futuro prossimo” e non vogliono rimettere in discussione la decisione strategica. La Russia sembra appoggiare per il momento questa scelta che si inquadra nella divisione della Siria in sfere di influenza.

Taglia sul capo di Al-Qaeda

La visita del ministro degli Esteri Sergei Lavrov alla Casa Bianca sembra aver cementato l’intesa. Un convergenza con Mosca nella lotta ai gruppi islamisti, priorità della Russia e del regime di Damasco. Gli Usa hanno messo un taglia di dieci milioni di dollari sul più pericoloso capo ribelle, Mohammed al-Joulani, che guida il gruppo jihadista Hayat al-Tahrir al-Sham, legato ad Al-Qaeda.

Il nuovo gruppo jihadista, ideologicamente di matrice salafita, denominato “Hayyat Tahrir al-Sham(HTS) (Movimento di Liberazione del Levante) è stato formato in Siria il 28 gennaio 2017. Come emerso dalla dichiarazione ufficiale pubblicata (vedi immagine sotto) Tahrir al-Sham, ancorato su posizioni qaediste, nasce dalla fusione tra Jabhat Fateh al-Sham (ex Jabhat al-Nusra), Jabhat Ansar al-Din, Jaysh al-Sunnah, Liwa al-Haqq, Harakat Nour al-Din al-Zenki; in seguito sono confluite nella nuova formazione anche alcune milizie e individui interni al gruppo Ahrar al-Sham.

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1243.- Suleimani: Il generale fantasma iraniano su tutti i fronti

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Maggiore Generale Qassem Suleimani, dal 1998 comandante dell’unità al-Quds dell’Esercito dei Guardiani della Rivoluzione Islamica.

Gatto con il topo: la manovra in cui eccelle il famoso generale iraniano, Qassem Suleimani, comandante della rinomata unità al-Quds, corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica in Iran che ha dato un nuovo corso all’offensiva dell’esercito siriano.

Nonostante sia consapevole di essere ricercato dagli USA che vogliono sfruttare un buon momento per ucciderlo, ciò non gli impedisce di avventurarsi in tutte le direzioni, in particolare in Siria e in Iraq, e anche in Russia, per portare avanti la sua missione. Secondo i media, è stato visto sul fronte della provincia di Aleppo in Siria, dove l’esercito siriano ed i suoi alleati si trovano ora a 16 km dal confine con la Turchia.

«Gli statunitensi hanno un piano per uccidere generale, talmente che gli mette spavento”, ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, il Generale Hassan Feirouzabafi durante un briefing con i giornalisti a Teheran.

La specialità del generale Suleimani è nell’organizzare le sue forze e nel seguire lo svolgimento dei suoi piani, ma ha assicurato Feirouzabadi che sono state prese tutte le precauzioni necessarie per garantire la sua sicurezza.

 New Pics of General Qassem Suleimani in Tikrit Frontline

Le voci sulla sua morte

Circolano molte voci circa i movimenti del generale iraniano e sulla sua salute. Molte volte i media hanno riferito della sua morte o che sia rimasto ferito.
È stato così, lo scorso novembre, quando i media vicini all’opposizione iraniana avevano detto che era stato ferito in combattimento nella provincia di Aleppo. Informazione confermata da alcuni giornalisti, ma negata dalla leadership dei Pasdaran.
Il 22 gennaio scorso, ha fatto la sua comparsa in occasione della commemorazione annuale del generale iraniano Mohammad Ali Dadi, caduto martire e con 5 combattenti di Hezbollah (compreso Jihad, il figlio del comandante martire Resistenza islamica Imad Moughniyyeh), in un raid israeliano nel sud della Siria, lo scorso anno. Ha poi assicurato che migliaia di persone stanno combattendo in Siria, che sono estranei al Corano e al Popolo della Famiglia del Profeta (Ahl al-Beit).
Ma l’informazione più forte sembra essere quella dei funzionari degli Stati Uniti, i quali, hanno riferito che il generale Suleimani ha visitato la Russia la scorsa estate per incontrare i funzionari russi. Nonostante le sanzioni e il divieto di viaggio imposto sulla sua persona da parte delle Nazioni Unite.
Si è scoperto, in seguito, che c’è qualcosa di suo nella decisione russa di intervenire militarmente in Siria nel mese di settembre.

Il Quinto occhio dell’Iran

«Gli iraniani credono di avere quattro occhi dalla rivoluzione del 1979: la loro dottrina, la loro volontà, la scienza e la ragione», ha affermato il giornalista iraniano e consigliere dell’ex presidente iraniano Mohammad Khatami, Mohammad Sadiq Husseini che conosce Suleimani.
«Ma hanno un quinto, il comandante dell’unità al-Quds generale Qassem Suleimani. È lì che questo occhio ha pedinato gli statunitensi durante la loro invasione dell’Iraq e l’esercito israeliano durante la guerra del 2006 in Libano, senza dimenticare Daesh e Co. sui fronti iracheni e siriani», ha aggiunto.

Quello che porta la vittoria con lui

La sua reputazione di leader forte che sfida la sconfitta e respira lo spirito di resistenza lo precede ovunque vada.
Husseini riferisce che il presidente siriano Bashar al-Assad gli aveva detto di persona, quando lo ha incontrato a Damasco, nel settembre del 2013, che «la presenza del generale Suleimani con noi in più di una battaglia è stato uno dei fattori principali per i cambiamenti che si sono verificati».
Il generale iraniano, è stato tra l’altro presente nella battaglia di Baba Amro, il primo baluardo dei terroristi liberato nella città di Homs. In Sahl al-Ghab ad Hama e in particolare nella provincia di Aleppo.
Ma è soprattutto in Iraq, dove si fa vedere.

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Inoltre, il generale Suleimani nei media ha la fama di agire in fretta, ben prima degli statunitensi durante l’invasione di Mosul e del Governatorato di Al Anbar da parte dell’Isis nel 2014. Ha poi avuto l’idea geniale di formare le forze di mobilitazione popolare, al-Hached al-Chaabi, volontari iracheni, mentre l’esercito iracheno non è stato in grado di affrontare la sfida.
Una fonte della forza Hached Chaabi ha rivelato ad al-Manar che «i nemici sono andati in confusione quando hanno saputo che Suleimani era sul campo di battaglia».

Quello che l’Iraq è come la Siria

Il corrispondente di al-Manar, Hassan Hamza ha incontrato il generale iraniano nella provincia di Diyala. Ha raccontato che è stato colpito dalla sua modestia e che è rimasto sorpreso quando gli aveva chiesto notizie di Aleppo, dove era stato prima di andare in Iraq.
«Non vi è alcuna differenza tra i fronti siriani e iracheni, entrambi fanno parte di un unico progetto», ha riferito Suleimani ad Hamza.
Ha anche spiegato che tutti i combattenti Hached incontrati erano convinti che quando si combatte in presenza del generale Suleimani erano sicuri e certi di trionfare.

Colui che bacia la mano di feriti

Oltre alla sua esperienza militare, è molto apprezzato da tutti coloro che lo circondano, a causa del suo temperamento calmo e tranquillo. Sa ascoltare bene gli altri, anche quando lo interrompono per esprimere le loro opinioni, secondo il corrispondente di al-Manar. Ama i Mujahideen e cerca di stare loro vicino, dormire con loro, di apprendere sempre da loro.
Un funzionario HACHED assicura di aver visto più volte baciare le mani dei combattenti feriti.
“Sul campo di battaglia, è sempre in prima linea e non lascia mai le postazioni, anche quando la battaglia è nel pieno svolgimento. Non indossa mai il giubbotto antiproiettile, non circola mai alla guida di un veicolo blindato. Nelle battaglie di Tikrit, viaggiava in moto e guardava di persona il nemico prima di lanciare l’assalto. Egli è coraggioso e non ha paura della morte. Quando una bomba gli esplode vicino, non si tira indietro, come se nulla fosse accaduto».

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Il generale Suleimani con i peshmerga irakeni

Nel mirino degli statunitensi e degli israeliani

Gli statunitensi lo tengono d’occhio. Secondo un funzionario iracheno che ha chiesto l’anonimato, gli statunitensi gli mandarono un messaggio attraverso un mediatore per riferirgli che lo osservavano a Dayala, ed erano disposti a dargli una mano. Il generale rispose che aveva abbastanza materiale per raggiungere i suoi obiettivi.
«È sempre molto vicino agli statunitensi , li segue come un fantasma”, ha affermato Sadek Mohammad Husseini.
Inoltre, ha aggiunto che gli israeliani anche lo sorvegliavano nella guerra dei 33 giorni in Libano del 2006 e sembra che erano ben consapevoli della sua presenza sul campo di battaglia  in quel momento e che lo avrebbero visto nell’operazione effettuata a Tiro.

Per lui tutte le battaglie portano ad Al-Quds

Husseini racconta di averlo incontrato nel 2009 presso la Facoltà dell’ Imam Ali a Teheran affiliata alla sua unità. Esattamente, si ricorda di aver a parlato con lui di Al-Quds e della causa palestinese. Per lui, «ogni combattimento deve portare a Gerusalemme»,.
Ogni volta che c’è  una voce sulla sua morte, il generale Suleimani risponde con un grande sorriso, si aspetta di morire da martire in qualsiasi momento.
Ma in sua assenza, i leader delle Guardie Rivoluzionarie rispondono per lui: «No, non è caduto da martire. E continua la sua lotta fino alla liberazione di Al-Quds».

1242.- L’AGGRESSIONE STATUNITENSE NON IMPEDISCE L’AVANZATA SU DAYR AL-ZUR

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Moon of Alabama 19 giugno 2017. Nell’ultimo riassunto affermavo che la fine della guerra in Siria è ora in vista: “a meno che gli Stati Uniti non cambino e avviino un grande attacco alla Siria con le proprie forze armate, la guerra alla Siria è finita”. Ci sono pochi militari e civili nella Casa Bianca che spingono per ampliare la guerra alla Siria in guerra totale USA-Iran. La dirigenza militare retrocede, temendo per le sue forze in Iraq e altrove nella regione. Ma vi sono anche elementi nelle forze armate statunitensi e nella CIA che assumono una posizione più aggressiva per la guerra. Un aviogetto F-18 statunitense abbatteva un cacciabombardiere siriano presso Raqqa. Il Comando Centrale statunitense scherzava scioccamente affermando che si trattasse di “autodifesa” delle proprie forze d’invasione e dei fantocci curdi (Forze Democratiche Siriane – SDF) nella “zona di deconflitto” dopo che le SDF furono attaccate a Jadin. Bugie. Non c’è alcun accordo sulla “zona di deconflitto” presso Jadin, occupata dalle SDF al momento dell’attacco, in modo chiaramente illegale: “Gli Stati Uniti… non hanno alcun diritto legale di proteggere le forze partner non statali che perseguono cambi di regime ed altri obiettivi politici. Non c’è diritto all’autodifesa collettiva di agenti non statali…” Il governo siriano e testimoni sul terreno smentiscono le affermazioni statunitensi. L’Osservatorio siriano in Gran Bretagna, spesso citato come autorevole, afferma che non ci fu alcun attacco siriano alle SDF. Gli aviogetti degli Stati Uniti attaccarono i siriani per sostenere le forze islamiste: “Un aereo da guerra del regime è stato colpito cadendo nell’area di al-Rasafah… l’aereo è stato abbattuto sull’area di al-Rasafah, di cui le forze del regime hanno raggiunto i confini oggi, e fonti hanno suggerito all’Osservatorio siriano per i diritti umani che la coalizione internazionale lo prese di mira durante il volo in prossimità dello spazio aereo dei velivoli della coalizione, causando la caduta dei relitti su Rasafa, assieme al destino ignoto del pilota. Fonti confermavano che l’aereo non mirava alle aree controllate dalle forze democratiche siriane sulla linea di contatto con le aree controllate dalle forze del regime ad ovest di al-Tabaqa, sull’autostrada Raqqah-Rasafah”. Ecco una panoramica della situazione in Siria sudorientale:

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In basso a sinistra c’è l’area di Tadmur, a destra Dayr al-Zur, sopra Raqqa. Le aree scure sono occupate dallo Stato islamico. Centomila civili e una piccola guarnigione siriana a Dayr al-Zur sono assediati dallo Stato islamico. L’Esercito arabo siriano avanza a est su due direttrici per liberare la città. Una dalla zona di Tadmur lungo la strada a nord-est per Dayr al-Zur. La distanza ancora da percorrere è di circa 130 chilometri e va liberata una grande città, al-Suqanah, prima di procedere. L’altra da sud di Raqqa. Il guerriero della domenica, stilava questa ottima mappa di ciò che gli ricorda il “salto della rana” della Seconda guerra mondiale. Il deserto orientale siriano ha pochi centri abitati collegati da strade di altissimo valore per controllare enormi aree. Mostra il potenziale degli assi dell’avanzata e l’importanza di Rasafah, al centro dell’incidente dell’aereo.

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Raqqa è attualmente assediata dalle forze curde delle SDF (giallo) che occupano la sponda meridionale dell’Eufrate presso Tabaqa. L’Esercito arabo siriano avanza a sud di tali forze, verso est. L’obiettivo attuale è Rasafah, snodo tra strada 6 e strada 42. Se libera l’incrocio avanzerà a sud-est lungo la strada principale per Dayr al-Zur. Inoltre taglierà la via di ritirata delle forze islamiste che sfuggono a sud dall’attacco curdo su Raqqa. La distanza per Dayr al-Zur è circa 100 chilometri e non vi sono grandi ostacoli.

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Liberare l’incrocio è estremamente importante per alleviare l’assedio alla città orientale.Raqqa è oltre il limite superiore destro della mappa della zona di Tabqa. Le forze curde sono segnate in giallo, l’Esercito arabo siriano in rosso. L’Esercito arabo siriano avanza molto velocemente verso est per liberare il crocevia di Rasafah. Poche ore prima che l’aereo siriano fosse abbattuto, aveva liberato Jadin:

“Yusha Yuseef@MIG29_
Breaking, EA e Queat al-Nimr liberano Jadin, villaggio a nord di al-Asui, a sud di Raqqa
15:36 – 18 giugno 2017”
L’abbattimento dell’aereo siriano si ebbe alcune ore dopo: “Dr Abdulqarim Umar – abdulkarimomar1
La coalizione internazionale abbatte un aereo militare del regime siriano a Raqqa dopo aver bombardato i siti delle SDF nella zona di Tabaqa
18:18 – 18 giu 2017”
Posso confermare che abbiamo perso un aereo su Rasafah, lontano dalle posizioni delle SDF
Non ci sono ulteriori informazioni sul ruolo degli Stati Uniti
18:14 – 18 giugno 2017”

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Il Mig-29 siriano abbattuto è il fallimento siriano degli USA.

Ora gli Stati Uniti affermano che l’aereo siriano aveva attaccato le forze curde a Jadin. Ma non ce n’erano quando l’incidente avvenne. La città era già nelle mani dell’Esercito arabo siriano. L’aereo siriano aveva attaccato forze islamiste presso Rasafah. L’Esercito arabo siriano liberava Rasafah dallo Stato islamico, raggiungendo l’incrocio che gli permetterà di togliere l’assedio dello SIIL su Dayr al-Zur. Il cacciabombardiere siriano aveva bombardato le forze islamiste a Rasafah. Gli Stati Uniti l’avevano abbattuto affermando falsamente che attaccava le proprie forze di ascari curdi. Ciò può essere interpretato solo come tentativo degli Stati Uniti di impedire o ostacolare le forze siriane nel liberare Dayr al-Zur al più presto possibile.

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Il pilota del Mig-29 siriano abbattuto, il Ten. Col. Ali Fahd, si è lanciato con successo.

Gli Stati Uniti, volentieri o meno, aiutano le forze islamiste impegnate in attacchi pesanti alla guarnigione assediata di Dayr al-Zur. Il governo russo ha definito l’attacco degli Stati Uniti “atto di aggressione in violazione del diritto internazionale, aiutando i terroristi” dello Stato islamico. Sospendeva il coordinamento sullo spazio aereo in Siria con il comando delle operazioni statunitensi. Inoltre: “Nelle aree operative della flotta aerea russa nei cieli siriani, tutti gli oggetti aerei, compresi aeromobili e velivoli senza equipaggio della coalizione internazionale (statunitense) situati a ovest del fiume Eufrate, saranno inseguiti dalle forze di difesa di terra e aeree russe come bersagli aerei”, dichiarava il Ministero della Difesa russo”. Se fossi un pilota statunitense, eviterei la zona… Qualunque fosse l’intento statunitense, non fermavano l’Esercito arabo siriano. Rasafa veniva liberata dalle Forze Armate siriane. Il pilota abbattuto, Ali Fahd, veniva recuperato da dietro le linee nemiche da un gruppo della Quwat al-Nimr.

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Carro da battaglia T-90 siriano. Putin non guarda a spese.
Indipendente agli avvenimenti di Raqqa, la Guardia Rivoluzionaria iraniana lanciava missili balistici a media portata dall’Iran alle forze dello Stato islamico nei pressi di Dayr al-Zur in Siria. La distanza è di circa 600 chilometri. Il lancio sarebbe la rappresaglia per gli attentati del 7 giugno al parlamento di Teheran, in Iran. I missili colpivano i bersagli. Il messaggio inviato con essi va oltre la semplice rappresaglia. L’Iran dimostra di poter colpire obiettivi lontani. Stati wahhabiti del Golfo Persico e forze statunitensi nella regione dovranno prenderne atto. Non sono al sicuro dalla rappresaglia iraniana, anche in assenza di forze iraniane nelle vicinanze. L’Iran osserva di poter ripetere tali attacchi quando necessario: “Sauditi e statunitensi sono in particolare i destinatari di questo messaggio”. Secondo il Generale dell’IRGC Ramazan Sharif. “Ovviamente e chiaramente, alcuni Paesi reazionari della regione, in particolare l’Arabia Saudita, avevano annunciato di aver cercato di creare insicurezza in Iran”.
Come descritto l’ultima volta, le forze statunitensi occupano il valico di confine di al-Tanaf tra Siria e Iraq, nel sud-est della Siria.

Terroristi pro USA

US “ribelli” di AL QAEDA addestrati dalla CIA e armati dall’US ARMY

I “ribelli” addestrati dagli Stati Uniti furono fermati a nord dall’avanzata dell’Esercito arabo siriano fino al confine con l’Iraq. La milizia irachena sotto il comando del Primo ministro vi si univa e al-Tanaf è ora isolata. Diversi rapporti affermavano che gli Stati Uniti inviavano forze di agenti curdi dal nordest della Siria per difendere al-Tanaf. Ovviamente non si fidano delle forze “ribelli” arabe che avevano addestrato per occupare la Siria sudorientale. Poche centinaia di forze curde non cambiano la situazione tattica. Non c’è alcuna utilità ragionevole per esse e il contingente statunitense, che alla fine dovranno ritirarsi in Giordania. Israele da tempo sostiene i “ribelli” di al-Qaida nel sud-ovest della Siria nei pressi e sulle alture del Golan. Ciò è noto almeno dal 2014 e il sostegno israeliano è stato documentato anche dagli osservatori delle Nazioni Unite nella zona. Ma in qualche modo i media statunitensi si “dimenticavano” di riferirlo e gli israeliani erano riluttanti nel commentarla. Ciò è cambiato. Adesso c’è un diluvio di relazioni sul sostegno e finanziamento israeliano dei “ribelli” sul Golan, vicino alle parti occupate da Israele in Siria. Poche menzioni tuttavia sul fatto che le forze che Israele sostiene sono terroristi di al-Qaida. Ci sono anche gruppi dello Stato islamico che si sono “scusati” con Israele dopo uno scontro con forze israeliane. È chiaro che Israele sostiene apertamente i terroristi. Qualcuno diffonde intenzionalmente questi articoli. Presumo che Israele lo faccia preparando il quadro politico per l’ulteriore occupazione di terre siriane. Articoli confrontano le manovre israeliane con l’occupazione del Libano meridionale negli anni ’80 e ’90, trascurando di raccontare tutta la storia. L’occupazione israeliana del sud del Libano portò all’avanzata di Hezbollah e alla sconfitta delle forze israeliane, che nel 2000 si ritirarono dalle terre occupate, ed Hezbollah ora è il nemico più temuto da Israele. Sembra che Israele voglia ripetere questa esperienza.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

da sitoaurora

1241.- CINA E IRAN: MANOVRE NAVALI CONGIUNTE AD ORMUZ. Risposta all’Escalation Usa.

1530311_499402710230945_6132659780291696905_nSEMPRE PIU’ VICINI!

 

Il 18 giugno navi da guerra iraniane e  cinesi hanno compiuto manovre militari congiunte nello stretto di Ormuz, passaggio strategico posto al sud dell’Iran e a nord degli Emirati Arabi Uniti. Queste esercitazioni avvengono nel pieno dello scontro diplomatico tra Teheran e Washington  e di una crisi maggiore che scuote la penisola arabica,  e che oppone il Qatar ai suoi vicini, specie l’Arabia Saudita.  Il contrammiraglio cinese Shen Hao, citato dall’egenzia iraniana IRNA,  ha spiegato che  tali manovre  congiunte  hanno lo scopo di rinforzare la fiducia le due  marine militari”.

La zona delle esercitazioni navali cino-iraniane.

Nelle stesse ore i Guardiani della rivoluzione iraniani hanno reso noto di aver sparato due missili balistici a medio raggio contro obiettivi ribelli siriani nella zona di Deir ez-Zor:  questa è  l’enclave leale al governo di Damasco che resta da anni sotto accerchiamento di Isis e altre formazioni terroristiche, e che gli americani hanno bombardato nel settembre 2016, deliberatamente  uccidendo 80-90 soldati di Assad  là assediati – sia per aiutare l’ISIS (infatti ,lo Stato Islamico ha  sferrato un attacco subito dopo il bombardamento, in evidente coordinazione Usa)  sia  per mandare a monte il primo cessate il fuoco imbastito da Mosca fra i belligeranti. Ipotizziamo come più che probabile che fra “il gran numero di miliziani” che l’Iran dice di aver ucciso coi suoi missili, ci siano anche “consiglieri” (leggi commandos) americani, britannici o israeliani.  Gli iraniani hanno dichiarato che  il lancio è anche una riposta  al recente  attentato  al Parlamento di Teheran e al mausoleo di Khomeini, rivendicato dall’ISIS (o Rita Katz). “Lo spargimento di sangue innocente non resterà senza risposta”, hanno scritto i pasdaran in un comunicato.

Risposta alla risposta, subito  dopo,  “l’esercito siriano ha confermato che aerei della coalizione a guida USA hanno abbattuto un suo velivolo SU-22 alla periferia di Raqqa. “Questo attacco arriva in un momento in cui l’esercito siriano e i suoi alleati stavano avanzando nella lotta contro i terroristi dell’Isis, i quali sono stati battuti in più di un modo nel deserto”, scrive il portavoce dell’esercito di Damasco.

E’ una vendetta  per i rovesci che le forze americane alleate ai “ribelli” hanno subito ad Al-Tanf,  posto del confine tra Irak e Siria, dove hanno tentato invano, con attacchi proditori, di impedire alle forze siriane regolari di collegarsi con le forze irachene anti-ISIS.    Ad Al Tanf , le forze statunitensi (Berretti Verdi sotto comando CIA) dispiegate all’interno di una base  ufficialmente per “preparare” le forze ribelli,  ma sono state colte di sorpresa dalla velocità e l’efficienza delle tattiche  utilizzate dalle unità delle forze armate siriane .

L’intervento degli F-18 e degli A-10 americani hanno fatto pagare un alto prezzo ai combattenti siriani, privi di copertura aerea e ancor più crudelmente, di anti-aerea: 88 soldati uccisi  dai cannoncini di bordo.

E  nonostante ciò, una controffensiva sferrata dai ribelli  guidati dai Berretti Verdi subito dopo l’attacco aereo, evidentemente coordinata  con l’Air Force, è stata fatta fallire dai siriani.  Le cui forze speciali “hanno  superato sul fianco i ribelli e sono riusciti a condurre una perfetta  manovra di accerchiamento”. Si parla di 1300 ribelli perduti per l’America.Le perdite americane non sono dichiarate, come al solito  (mica possono confessare che si battono a fianco dei tagliagole), ma non possono esser mancate.

..”I ribelli e le forze Usa con loro si son trovati intrappolati  ed hanno dovuto la loro salvezza dall’annientamento solo ad  una pressione molto energica dei russi sul comando siriano. Il Pentagono ha riconosciuto il ruolo della Russia nello “acquietamento” di Al Tanf”. Fin qui il comunicato siriano.

https://strategika51.wordpress.com/2017/06/18/le-declin-tactique-dal-tanf/

Ovviamente la Russia  non dà  agli alleati la copertura aerea per non arrivare ad un confronto diretto con l’aviazione americana.  Il Pentagono   ha ringraziato,  riconosciuto che i suoi soldati sono stati salvati da Mosca, e poi 1) abbattuto il vecchio aereo siriano, e 2) mandato a rafforzare la base  di Al Tanf  i loro  lanciarazzi plurimi su automezzo  HIMARS (High Mobility Multiple Advanced Rocket System).

Mosca  avvisa: ogni oggetto volante sarà abbattuto

 

HIMARS Aamericani ad Al Tanf

Quindi vogliono la rivincita; siano i russi ad evitare il confronto, a mantenere un senso di responsabilità;  loro preparano l’escalation – fin dove, se non verso la guerra mondiale?

A questo punto, Mosca ha interrotto ogni coordinamento con la aviazione americana, ed ha annunciato che “nelle zone d’intervento della  flotta aerea russa in Siria, ogni oggetto volanti, droni compresi, della coalizione internazionale [ quella messa insieme dagli Usa] all’ovest dell’Eufrate, saranno considerati come bersagli dalle forze  terrestri e  aeree russe” (19 giugno).

I comandi regolari siriani, nonostante le perdite, hanno evidenti motivi  di soddisfazione: in tre occasioni le loro forze sono riuscite  ad accerchiare le forze  speciali americane, che hanno rivelato così una palese inferiorità tattica  e combattiva; hanno dovuto richiedere l’appoggio aereo; ma intanto  i siriani si sono spinti fino alla frontiera con l’Irak – ciò che i brutali interventi americani volevano impedire.

Cosa accadrà adesso è difficile dire.  “Alcuni civili pazzi alla Casa Bianca spingono per ampliare il conflitto in una vera e propria guerra Iran-Usa. I comandi militari  stanno frenando”, il che non stupisce dopo i rovesci sul terreno, e temendo per le loro truppe nella più vasta area irachena, esposte ad un vero conflitto – –  ma ci sono elementi al Pentagono e alla Cia che sono per  l’escalation.

https://www.yahoo.com/news/white-house-officials-push-widening-225019128.html?.tsrc=jtc_news_index

Frattanto il Senato Usa ha votato, con una maggioranza di 98 su cento, un vero e proprio atto di guerra contro Teheran. Non solo rimette in vigore  le sanzioni già tolte e ne aggiunge di nuove, ma esige dal presidente che dia ordine “di ispezionare sistematicamente navi e aerei iraniani”  per impedire ogni assistenza armata ai  paesi in preda alla guerra contro(o pro) il terrorismo; per la prima volta, pone le Guardie della Rivoluzione Islamica iraniane nella lista delle “organizzazioni terroristiche”; invita il presidente a “identificare ogni  altra azione iraniana suscettibile di essere sottoposta a sanzioni”,  e  a studiare modo di impedire all’Iran di finanziare il suo programma missilistico.

IRAN-NAVI

Le esercitazioni navali congiunte Pechino-Teheran sullo stretto di Ormuz  sembrano essere una risposta, molto cinese, a  questa frenesia di rabbia e demenzialità Usa.

1239.- La guerra incombente sull’Iran. Usa: raid di Israele sull’Iran? Terza guerra mondiale

La chiamano Terza Guerra Mondiale; mondiale o no, è in atto, ormai, da anni. Chi la chiama Guerra dei gasdotti, chi parla della manovra avvolgente degli USA e della NATO alle frontiere della Russia.  L’ipocrisia di chi soffia sul fuoco, che ha acceso, giunge a paventare le proprie future vittime. Così, il Pentagono, con una simulazione in caso conflitto in Medioriente: altri paesi coinvolti, a rischio centinaia di americani

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1951,4 km in 23 ore e 39 minuti, via terra

 

Dan Glazebrook spiega perché l’alleanza con la Russia di Trump possa aumentare le probabilità di una guerra contro l’Iran. La fine della diplomazia? L’ex analista della CIA, Mel Goodman, fornisce una guida sul campo all’armadietto di Trump.

Un eventuale conflitto tra Israele e Iran rischia di varcare i confini mediorientali e di diventare una vera e propria guerra mondiale. L’allarme non è fantapolitica ma la “traduzione” di un rapporto del Pentagono. Il New York Times riporta, citando fonti dell’amministrazione Usa, i timori americani per uno scontro, quello tra Gerusalemme e Teheran, che inevitabilmente coinvolgerebbe gli stessi Stati Uniti provocando la morte di centinaia di americani. Se Israele dovesse attaccare l’Iran si scatenerebbe una guerra più vasta in tutta la regione che potrebbe coinvolgere gli Stati Uniti e provocare la morte di centinaia di americani.

Paura al Pentagono – Le forze armate Usa hanno condotto una simulazione di un possibile raid israeliano contro gli impianti nucleari iraniani. L’operazione, Internal Look, è durata due settimane ed è servita a testare le comunicazioni militari e il coordinamento fra il quartier generale del Comando Centrale a Tampa, in Florida, e le forze  americane nel golfo Persico e in Medio Oriente. I militari hanno lavorato sull’ipotesi che gli Stati Uniti vengano trascinati nel conflitto dopo il raid israeliano. Nella simulazione, Teheran ritiene infatti che gli Stati Uniti siano coinvolti e reagisce lanciando missili contro una portaerei americana nel Golfo causando 200 morti. E ciò provoca un raid americano contro gli impianti nucleari iraniani. Il NY Times riferisce che il generale James Mattis, alla testa del Comando   Centrale, ne sia rimasto molto preoccupato. Secondo le valutazioni americane, un raid israeliano non potrebbe comunque fare molto di più che rallentare di un anno il programma iraniano, mentre la partecipazione americana rallenterebbe il programma di altri due anni.

The US Needs Global Conflicts: Russia and China Are Existential Threats to Dollar Dominance

China and Russia, along with the member nations of the SCO, EEU and BRICS are preparing to break free from the dollar. For Washington this is unacceptable

 

As we reported on March 30, China and Russia are taking steps to move away from their out of control “cousin”, the US dollar — and world reserve currency.

We learned in March 2016 that Kazakistan had been in formal talks with the Shanghai Gold Exchange regarding gold as currency along the New Silk Road (One Belt One Road) spearheaded by China. Kazakistan also smelts most of Russia’s gold and mines a small amount gold annually and is a member of both the Shanghai Cooperation Organization (SCO) and Eurasia Economic Union (EEU).

Then, in October of 2016 we continued covering how China had been working directly with the IMF to get the yuan/renminbi currency added to the SDR basket of currencies for global trade. That now appears to be a cover story for what lay ahead. With the renminbi now a global currency that changes how the renminbi functions within the currency markets and in global trade negotiations.

For the better part of the past year it has seemed as if the mainstream media, with talking points from the federal government, had been 100% obsessed with “Russia did it!!” “It” could be anything as the story has morphed so many times it’s hard to keep track. The “it” is not near as important as the cheerleading by the MSM to remind the public Russia is to blame!

The Russian obsession has, for the past several months, been running along side a new “enemy” – China. China and the South China Sea has been another point of beating war drums for the mainstream media. We now have two new enemies outside of Syrian President Assad, Iran, Iraq, Libya and whoever else we feel we need to bully. The whole list of enemies continues to grow even though there are exactly zero threats to the U.S. from any of these countries.

China began working their CIPS system, global trade settlement system, in October 2016, the same time the renminbi joined the SDR basket, allowing China to conduct global trade outside the U.S. owned and operated SWIFT system. Both systems are used to settle global trade transactions and the SWIFT system has been geared to the Federal Reserve Note – U.S. dollar – while the CIPS system is geared to the Chinese renminbi.

China International Payment System (CIPS) was launched last October [2015] and is now entering into the second phase of its implementation. Phase Two will allow for a further widening of the trading band between the RMB and USD, which will in turn give the Federal Reserve additional room to raise rates.  I predicted almost two years ago that CIPS would not overthrow or compete with the USD dominated SWIFT.  I suggested that both platforms would share a base code and would work together to transform the monetary framework.  That is exactly what is happening.

China strategically stated their gold reserves for the first time in 6 years in the lead up to the SDR announcement last year. This exact strategic announcement by China was predicted here on POM. Source

Enter Russia and their global trade settlement system based in Russian rubbles. It is not quiet ready for prime time, but not to worry, they are working around the clock to put the final pieces in place. Within the past two weeks Russia announced to the world where the system is, specifically, along with what is already in place.

“There were threats that we can be disconnected from SWIFT. We have finished working on our own payment system, and if something happens, all operations in SWIFT format will work inside the country. We have created an alternative,” Nabiullina said at a meeting with President Vladimir Putin on Wednesday.

She also added that 90 percent of ATMs in Russia are ready to accept the Mir payment system, a domestic version of Visa and MasterCard.

The picture should be getting a little clearer as to why Russia and, now China, has become the absolute “enemy” and must made into a monster by the mainstream media who are utilizing the warmongers talking points coming out of the back hallways of the federal government. Odds are the people occupying the back hallways of the Federal Reserve are also providing guidance to the mainstream media in just how to keep the “Russian enemy” in front of the American people. If it’s not about the reserve currency, Federal Reserve Note, U.S. dollar, then explain this:

One of the most significant measures under consideration is the previously reported push for joint organization of trade in gold. In recent years, China and Russia have been the world’s most active buyers of the precious metal. On a visit to China last year, the deputy head of the Russian Central Bank Sergey Shvetsov said that the two countries want to facilitate more transactions in gold between the two countries.

“We discussed the question of trade in gold. BRICS countries are large economies with large reserves of gold and an impressive volume of production and consumption of this precious metal. In China, the gold trade is conducted in Shanghai, in Russia it is in Moscow. Our idea is to create a link between the two cities in order to increase trade between the two markets,” First Deputy Governor of the Russian Central Bank Sergey Shvetsov told Russia’s TASS news agency.

Let’s take a look at the next step. Now that Russia and China have systems to conduct global trade outside of the Federal Reserve Note, U.S. dollar, both nations can make decisions that benefit their countries, and benefit their business interest, without fear their currencies will be disabled like what happened to Iran in March 2012. Iran was only reconnected to the SWIFT system in February 2017. Having another nation control your currency is a can be devastating. Iran learned the hard way and both Russia and China now have the capability to keep all currencies functioning both internally and globally, outside the SWIFT, U.S. dollar system.

Just last week we learned the BRICS nations are discussing the development of a “gold marketplace”.

Future plans to facilitate transactions between Moscow and Beijing in gold would certainly explain why the two countries are leading gold producers and buyers.

Creating a BRICS “gold marketplace” would be an excellent way of bypassing the dollar while also using a “currency” that could be easily recycled for trade with other member nations.

And while trading in gold won’t happen overnight, BRICS states have already moved towards creating a “new financial architecture” that “tackles the dominance of the U.S. dollar in global finance”:

The initiatives taken by the member nations of BRICs (Brazil, Russia, India, China, and South Africa) to set up a new financial architecture at its eighth summit held in October 2016 in India have recently been under the spotlight. In order to avoid the International Monetary Fund (IMF) type of loan conditionalities and tackle the dominance of the United States (US) dollar in global finance, the new institutions set up by the BRICs are expected to provide a much needed change in the global financial architecture. These institutions include the New Development Bank (NDB), the BRICS-led Contingency Reserve Fund (CRF), and the Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB). 

The Federal Reserve Note, U.S. dollar, has enjoyed a good long run as the world reserve currency. The Federal Reserve, their member banks and the U.S. federal government have stolen from nations around the world, 185 in total. The Federal Reserve, through the world reserve currency status, has been able to push inflation out of the U.S. economy and onto other nations. China and Russia, along with the member nations of the SCO, EEU and BRICS are in the final stages of moving completely away from the Federal Reserve Note, which is quickly becoming useless on the global stage.

China is already using a gold currency. $14.5 Million worth of gold currency was used in transactions during the 2017 Chinese Lunar New Year across the “we chat” platform. This is not a gold backed currency, this is a gold currency.

While these nations continue acquiring ton upon ton of gold the U.S. continues to acquire billions upon billions in debt. Which scenario is more sustainable? As these nations continue to build out their trading systems, to circumvent the world reserve currency, how will the U.S. contend with this new reality? The U.S. government is currently acting like the drunken cousin described above.

Why would BRICS nations, who are responsible for a significant portion of global GDP, continue to accept how the U.S. has treated them? The belligerence coming out of the White House and Pentagon, by way of NATO, has created a global divid. The U.S. is broke and can not pay back the owed debt. We can only bully other nations, steal their gold and bomb those that do not fall into line. Russia and China are large enough, wealthy enough and strong enough, militarily, to stand up to the U.S. They have been quietly going about their business – conducting business – while the U.S. has continually conducted war with anyone and everyone. The U.S. has now set its sights on these two power house nations. These nations are not Syria, Libya, Iraq or any of the other tiny nations these warmongers have bullied. This time it will be different and the golden rule still applies – he who has the gold makes the rules. China and Russia have the gold, the U.S. has debt.

Sarà difficile impedire alle persone di rischiare la propria vita sul mare mediterraneo. Finché non ci sono speranze nei paesi dove vivono, cercheranno di trovare un posto migliore. Questo è esattamente quello che le persone europee hanno fatto molto tempo fa quando sono fuggite verso l’America. La stessa cosa, per un’altra volta. Ora l’Europa deve offrire un’alternativa per loro nelle regioni da cui provengono. I paesi ricchi possono integrare migliaia di coloro che raggiungono le coste settentrionali. Ma la loro istruzione e le loro competenze non sono per lo più adeguate alle moderne società industriali. Quindi l’istruzione e la formazione di lavoro nei paesi d’origine con una prospettiva di entrata legale, per esempio, sembra essere il modo migliore per tenerli lontani da queste imbarcazioni. Sarebbe molto più umano e anche molto conveniente.

1238.- La guerra dei gasdotti

 

Gasdotti-accordo-Grecia-Russia

Esemplificazione di una delle cause principali del conflitto siriano.

di Daniele Ruffino

Le motivazioni dello scoppio e dell’aggravarsi della guerra siriana non sono dovute a un reale bisogno da parte dell’Occidente – elettosi come alfiere della democrazia e dei diritti – di portare civiltà in tutto il bellicoso, incivile e barbarico (a detta sua) Medio Oriente né tanto meno di salvare i civili e i profughi alla deriva. I fini sono ben altri, rilegati a questioni geostrategiche molto vecchie che tanto per cambiare ruotano sempre e solo attorno ad un elemento cardine: l’energia. Le accuse dell’America e della NATO circa l’utilizzo da parte del governo di Damasco di armi chimiche a Sud di Idlib ricordano molto quelle utilizzate dal Generale Colin Powell per giustificare la guerra a Saddam e la relativa invasione dell’Iraq (motivazioni smentite dallo stesso Powell alcuni anni dopo).

La Siria si trova in una posizione strategica poiché oltre l’accesso al Mar Mediterraneo e quindi un contatto diretto e rapido con il mercato europeo, è un territorio ricco di petrolio e gas naturale tanto da essere stato, prima della guerra, uno dei maggior produttori del Sudovest asiatico. Per la Repubblica Araba di Siria passano diversi oleodotti e gasdotti che collegano tutto il Medio Oriente (nord Africa compreso) e permettono l’accesso al mercato energetico europeo (dominato in gran parte dai russi) quali:

1) Arab Gas Pipeline: il quale parte dalla Siria e arriva fino in Egitto (Homs-Tripoli-Damasco-Amman-Aqaba-Taba-Arish) con un prolungamento verso Israele (Ashkelon). Nel 2006 è partito il progetto per un prolungamento verso la Turchia (Homs-Kilis).

 

2) Friendship Pipeline: un massiccio insieme di gasdotti e oleodotti che parte dall’Iran (Iran Gas Trunkline) e arriva fino in Siria passando per l’Iraq; la maggior parte dei gasdotti sono concentrati tra Iran e Iraq mentre gli oleodotti nel nord e nordest verso Turchia e Turkmenistan.

South-Pars

La grande quantità di reti energetiche di cui dispone la Siria è resa possibile grazie al sodalizio commerciale con l’Iran il quale a sua volta irrora le sue reti grazie all’enorme giacimento di gas naturale che possiede assieme al Qatar nel Golfo persico, il South Pars / North Dome Gas-Condensate field, vicino allo Stretto di Hormuz. Questo enorme giacimento ha una capacità di 51 trilioni di metri cubici di gas naturale e 7 trilioni di gas naturale condensato e copre un’area di quasi 10.000 chilometri quadrati. E’ di proprietà sia dell’Iran per quanto riguarda il South Pars (3700 km2) che del Qatar per quanto riguarda il North Dome (6000 km2).

L’Iran è uno dei maggiori finanziatori dei paesi sciiti sia a livello economico sia a livello energetico rifornendo gran parte del Sudovest asiatico e dell’Asia centrale attraverso le risorse che riesce estrarre dai propri giacimenti costieri (come il Kish Gas Field e l’Aghajari Oil Field) e soprattutto dall’abnorme cisterna di gas naturale marino; il South Pars è molto più piccolo di quello in dotazione al Qatar ma non essendoci una vera e propria divisione tra i due giacimenti tutto sta nel riuscire a pompare più velocemente carburante rispetto al proprio vicino. Il gasdotto iraniano è suddiviso in 27 “fasi” (12 di gas e 15 petrolchimiche) che variano in ampiezza e capienza, allo sviluppo di questo progetto concorrono più di 400 compagnie iraniane assieme a diversi colossi europei e non (la fase 2 e 3 è stata sviluppata infatti dalla Total e dalla Gazprom; la 4 e la 5 da un consorzio dell’Eni, probabilmente Saipem; la 6, 7 e 8 dalla norvegese Statoil e l’11 sempre dalla Total con un investimento di oltre 6 miliardi per il 50% dell’appezzamento). La zona nella quale questo mastodontico apparato di raffinerie e stoccaggio opera si chiama PSEEZ (Pars Special Economic Energy Zone) ed è situata nei pressi del villaggio iraniano di ‘Asaluyeh.

A meridione invece è situata la controparte qatarina che vede coinvolto il North Dome nel Dolphin Gas Project, uno dei primi progetti energetici del Gulf Cooperation Council (composto dalle monarchie petrolifere di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar, Kuwait e Bahrain), che ha come finalità quella di portare gas naturale dal Qatar all’Oman (Ras Laffan-Taweelah-Fujairah) e di ricongiungersi alla rete che collega già tutta la penisola arabica.

Arab gas pipeline

Quello che differenzia i due schieramenti è che il primo, quello che potremmo definire iraniano-sciita, ha già diverse partnership con paesi come la Russia e praticamente con tutto il Medio Oriente, riuscendo quindi a far concorrenza ai gasdotti caspici e a spartirsi gran parte del mercato asiatico ed europeo (seppur in dimensione ridotta); il secondo, quello che potremmo definire invece saudita-sunnita, ha invece un mercato meno ricco dovendo quindi svendere il proprio carburante ai paesi limitrofi (che se ne fanno ben poco a loro volta) accontentandosi di uno scarno mercato con USA e Cina che poco ripaga gli enormi finanziamenti che il GCC sta sostenendo.

La chiave di volta a questo problema, per quanto riguarda i sauditi, è appunto la Siria poiché confinando sia con la Turchia che con il Mediterraneo permetterebbe un collegamento diretto con il mercato europeo che è in mano alla controparte russa-iraniana. Il problema però sta nel fatto che la Siria, la quale è guidata dalla minoranza etnica alauita (di ispirazione sciita), ha come partners Iran e Russia: i primi, acerrimi nemici dei sauditi (sunniti wahabiti) e i secondi, secolari nemici del principale cliente del mercato arabico, gli US. I continui attacchi al blocco avverso (invasione dell’Iraq, sanzioni alla Russia, sanzioni all’Iran durante i mandati di Ahmadinejad e il conflitto siriano) sembrano più volti a sgretolare questa intesa piuttosto che a portare civiltà e democrazia (dato che la Comunità internazionale tace quando i raid sauditi radono al suolo lo Yemen).

Midstream Dolphin Pipeline map

 

copertina_damasco_3d-340x550Il conflitto siriano può quindi essere spiegato anche sotto questa ottica dato che da quasi dieci anni le monarchie del Golfo provano a sedurre la Siria onde riuscire ad avere i permessi per estendere le loro linee di rifornimento ma la famiglia Assad ha sempre scelto l’alternativa della sovranità energetica e del partenariato con Russia ed Iran; quindi cosa c’è di meglio di una guerra per ristabilire tutte le sfere di influenza poiché anche la Turchia spera di riuscire a strappare territori siriani quando la guerra sarà finalmente finita.

1237.- Attenzione ! La guerra con l’ Iran e’ cominciata: e’ in Siria

Ieri: 23 Febbraio 2012

Misteriosi gruppi armati sparano sulla polizia, che risponde al fuoco e fa i primi morti, subito elevati al rango di “martiri”. E’ l’inizio della “narrazione del genocidio”, modello Libia. In pochi mesi, il governo è isolato dal resto del mondo e costretto a rincorrere l’emergenza. Ma il resto del mondo non sta a guardare: si affretta anzi ad ammassare uomini e mezzi alla frontiera, preparando un “corridoio umanitario” da cui gli “insorti” scateneranno l’offensiva finale. Si scrive Siria, ma si legge Iran: la caduta di Damasco, pianificata a tavolino dagli Usa, provocherà il crollo di Hezbollah in Libano e il totale isolamento di Teheran, vero obiettivo della prossima guerra americana che il presidente Barack Obama sta costruendo giorno per giorno. Da Informare – il blog di Gianni Fraschetti

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La guerra con l’Iran è già cominciata, avverte Aisling Byrne su “Asia Times” in un reportage ripreso da “Megachip”, citando fonti israeliane: nulla Un F-16 decolla da Incirlik in Turchiaindebolirebbe il paese degli ayatollah più della perdita della Siria, sostiene il sovrano saudita Abdullah. Lo conferma Tom Donilon, consigliere di Obama per la sicurezza nazionale: la fine del regime di Bashar Assad «rappresenterebbe il peggior scacco per l’Iran in tutta la regione». Grandi manovre, come ammette Jeffrey Feltman, sottosegretario di Stato per il Medio Oriente: obiettivo, «sostenere l’opposizione e strangolare diplomaticamente e finanziariamente il regime siriano fino a quando il risultato non sarà raggiunto». Come sempre, circolano dossier illuminanti: da quello del Brooking Institute redatto già nel 2009 (titolo, “Quale strada per la Persia?”), al recentissimo “Verso una Siria del dopo-Assad”, firmato da John Hannah e Martin Indyk, entrambi ex funzionari neoconservatori dell’esecutivo Bush-Cheney ed entrambi fautori del rovesciamento del governo siriano, magari col solito “aiutino” di personaggi legati ad Al Qaeda.

La prima battaglia, cruciale, è quella della disinformazione a tappeto, ovvero la «deliberata costruzione di una narrativa in larga parte menzognera, che raffigura dimostranti democratici disarmati mentre vengono ammazzati a migliaia mentre protestano pacificamente contro un regime oppressivo e violento, una “macchina per uccidere” guidata dal “mostro” Assad», sintetizza Aisling Byrne. Il precedente perfetto è quello della Libia, dove i media hanno denunciato “stragi di civili” senza una sola notizia realmente accertata. Strumenti cardine nell’operazione Siria sono Al Jazeera e Al Arabiya, televisioni di regime controllate dalle monarchia petrolifere del Qatar e dell’Arabia Saudita, decise a far cadere il governo di Damasco. Per “Asia Times”, «a dieci anni di distanza dalla guerra in Iraq, Saddam Husseinpare che nessuna delle lezioni del 2003 – dalla demonizzazione di Saddam Hussein alle armi di distruzione di massa che non c’erano – sia stata imparata».

Nessun controllo sulle fonti del presunto “genocidio”: l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani è basato in Gran Bretagna e finanziato attraverso un fondo con sede a Dubai, eppure «ha avuto un ruolo guida nel fornire sostegno alla narrativa dei massacri di migliaia di manifestanti pacifici ad opera di infiltrati, di “fatti appurati” e di altre ed esagerate attestazioni di “massacri”». Totalmente ignorata l’unica vera notizia: secondo un recente sondaggio di “YouGov” commissionato dalla Qatar Foundation, il 55% dei siriani non vuole la caduta di Assad. «Il fatto che nessuno dei quotidiani di primo piano del mainstream e nessun notiziario televisivo abbiano riportato i risultati del sondaggio di “YouGov” non è strano: non si adattavano alla loro narrativa», ironizza Aisling Byrne.

Persino fonti dell’intelligence americana ammettono che realtà è ben altra: «La maggior parte delle asserzioni più serie fatte dall’opposizione siriana si sono rivelate esagerazioni grossolane o menzogne pure e semplici, rivelando più l’inconsistenza dell’opposizione che non l’instabilità del regime siriano», avverte Stratfor, importante struttura dei servizi segreti statunitensi. E l’“American Conservative” rivela che «gli analisti della Cia non nascondono il loro scetticismo nei confronti di questa marcia di avvicinamento alla guerra». Il rapporto alle Nazioni Unite che parla di 3500 civili finora uccisi dai soldati di Assad «è basato in larga parte su fonti che stanno coi ribelli e Tom Donilonnon è suffragato da prove», tant’è vero che «la Cia ha rifiutato di sottoscriverne l’appello».

Questo però non significa che piano proceda comunque, anche se con tempi più lunghi: «E’ chiaro – afferma il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov – che l’obiettivo è quello di provocare una catastrofe umanitaria, in modo da avere il pretesto per pretendere un’intromissione da parte di paesi esteri». Guida pratica per il rovesciamento dei governi: il terzo capitolo di “Una via per la Persia” tratta proprio della Siria, e scrive: «Sostenere di nascosto l’insurrezione consentirebbe agli Stati Uniti di poter negare in modo plausibile di averlo fatto, riducendo i contraccolpi sul piano diplomatico e politico». Infatti, «dopo che il governo sarà per alcune volte finito sotto scacco, ci sarà anche il pretesto per agire». Secondo questa relazione, l’intervento militare dovrebbe essere intrapreso solo dopo il fallimento di ogni altra opzione: davanti a questi fallimenti la “comunità internazionale” messa davanti al fatto compiuto riterrebbe che è stato il governo a “tirarsi addosso l’attacco militare” dopo aver rifiutato ogni miglior via d’uscita.

L’agenda americana è esplicita: si tratta di finanziare gruppi di opposizione siriani, incrementarne le capacità operative, fornire armi ed equipaggiamenti, e soprattutto «mettere in piedi una narrativa adeguata, col pieno appoggio dei media sostenuti dagli Stati Uniti». E poi il passo successivo, la creazione di un “corridoio sul terreno”, in un paese confinante, per «sostenere lo sviluppo di una infrastruttura a sostegno delle operazioni». Detto fatto: con la piena collaborazione di Francia e Gran Bretagna, «che hanno dato forma fin dall’inizio all’opposizione siriana», il piano si sta ora perfezionando con l’aiuto strategico della Turchia, che a Iskenderun ospita il “Libero esercito siriano” nonché miliziani reduci dalla La base turca di IncirlikLibia, mentre la base Nato di Incirlik si sta trasformando nel centro nevralgico della nuova guerra “umanitaria” in programma.

Al “regime change” collabora anche la Germania attraverso l’Swp, l’istituto tedesco per gli affari internazionali, che sta “allevando” il Consiglio Nazionale Siriano per prepararlo ad assumere il potere. L’investimento in termini di intelligence è stato enorme, rivela il “Washington Post” citando Wikileaks: il Dipartimento di Stato americano ha finanziato con milioni di dollari vari gruppi siriani in esilio – compreso il Movimento per la Giustizia e per lo Sviluppo con sede a Londra, un’organizzazione vicina ai Fratelli Musulmani – e vari individui Siria singoli fin dal 2006, tramite una “Middle East Partnership Initiative” amministrata da una fondazione statunitense, il Democracy Council.

Fin da quando tutto è cominciato, aggiunge “Asia Times”, sono state esercitate pressioni significative affinché la Turchia realizzasse un “corridoio umanitario” lungo la sua frontiera meridionale con la Siria. Lo scopo principale, come indicato in “Una via per la Persia”, è quello di fornire una base cui possano appoggiarsi gli insorti sostenuti dall’estero e da cui essi possano lanciare i loro attacchi. L’obiettivo di un simile “corridoio umanitario”, scrive Aisling Byrne, «è umanitario come le quattro settimane di bombardamenti aerei su Sirte che la Nato ha messo a segno esercitando il proprio “dovere di proteggere la popolazione”, secondo il mandato approvato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu».

Tutto questo non significa che la Siria non chieda democrazia, né che non siano stati commessi abusi anche sanguinosi nella repressione. Ma dimostra che la rappresentazione dei media non è veritiera, e che l’obiettivo non è quello dichiarato. Nel mirino c’è Iran, e la Siria è solo l’anticamera della nuova guerra destinata a incendiare il Medio Oriente. «Aerei da combattimento della Nato privi di contrassegni stanno arrivando nelle basi militari turche vicine a Iskenderun lungo la frontiera siriana, trasportando armi e volontari del Consiglio Nazionale di Transizione libico», scrive esplicitamente l’“American Conservative”. Il conto alla rovescia è già cominciato. E le grandi manovre congiunte Usa-Israele, annunciate per la primavera 2012, non faranno che aumentare la tensione. Si avvicinano scenari da Terza Guerra Mondiale, mentre le televisioni delle peggiori dittature petrolifere filo-occidentali raccontano che il popolo siriano lotta contro il feroce regime di Assad.

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Tutto per un pugno di gasdotti

1236.- E se l’ Iran attaccasse per primo….?

L’Iran è un Paese cui sono legato da molti ricordi. Ancora, sul web, ritrovo amici e colleghi di troppo tempo fa e, ancora, ricordo le belle figure dello Scià Reza Palevi, di Soraya e, poi, di Farah Diba. Oggi, che il destino di popoli che, per decenni, hanno costruito una società migliore, giace ai piedi delle compagnie petrolifere; che vedo distrutte le grandi opere di Muhammad Gheddafi per far decollare l’Africa e vedo la menzogna e l’ipocrisia, ma – perché no? – l’idiozia degli yankee e degli europei rivolgergli contro la morte: oggi la Persia mi è più cara. Salute e fortuna a te, Bahman Shafighi e ai nostri compagni.

IL DIRITTO DELL’IRAN DI ATTACCARE ISRAELE.

Dopo anni vissuti nel timore di un attacco militare israeliano, Teheran sta adesso contemplando l’idea di un attacco preventivo, considerati i preparativi israeliani per un raid aereo contro le istallazioni nucleari iraniane. Citando il diritto a una autodifesa preventiva e invece di aspettare che Israele faccia la prima mossa, l’Iran dovrebbe muoversi prima e mutilare la capacità di Israele di dare vita al minacciato attacco.

Questo piano iraniano di lanciare un attacco preventivo è perfettamente legale e in accordo col diritto consuetudinario internazionale, secondo il parere di diversi analisti politici di Teheran: “Secondo la carta delle Nazioni Unite, l’Iran ha il diritto proprio all’autodifesa che in questo caso si tradurrebbe al diritto di rispondere alla chiara e presente minaccia di attacco imminente da parte dello stato di Israele, in palese violazione delle leggi internazionali”, ci dice, con la garanzia dell’anonimato, un giurista politico dell’università di Teheran.

In parole povere, gli argomenti legali di Teheran in favore di un attacco preventivo si poggiano su diversi elementi incrociati.

Primo: secondo l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, l’Iran ha il diritto di attaccare Israele in quanto quest’ultimo si è già prodigato in una serie di atti ostili che includono gli assassinii di scienziati nucleari iraniani, vari sabotaggi e cyber-guerra con conseguenze letali, per non menzionare le dichiarazioni di intenti di un attacco all’Iran nell’immediato futuro da parte di suoi capi politici e militari.

Secondo, questi atti illegali, unitamente alle dichiarazioni di intenti, costituiscono un’imminente minaccia alla sicurezza nazionale iraniana, definita in base al diritto consuetudinario internazionale nei termini di atti ostili di offesa da parte di uno stato contro un altro.

Terzo, l’Iran ha già esaurito tutti i suoi mezzi diplomatici per evitare un attacco israeliano, e protestare a più riprese presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stato inutile in quanto non è mai stato ascoltato.

Quarto, la dichiarata intenzione da parte di Israele di attaccare l’Iran viola la legge internazionale per una serie di altre ragioni:

– l’Iran non ha mai minacciato di usare la sua capacità nucleare per attaccare Israele;

– esiste un impedimento legale contro qualsivoglia attacco ai siti nucleari iraniani, alla luce della risoluzione 533 della Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica che proibisce attacchi simili e li considera violazioni della legge internazionale;

– l’Iran è uno dei firmatari del Trattato di Non-Proliferazione, la sua dirigenza ha rinunciato formalmente agli armamenti nucleari, c’è assenza di qualsivoglia trattato che impedisca all’Iran di dotarsi un suo ciclo del combustibile nucleare e ancora oggi, dopo approfondite ispezioni alle sue istallazioni, l’AIEA non ha mai rilevato deviazioni di materiale nucleare verso fini militari;

– i fatti, compresi alcuni rapporti del Washington Post che citano l’opinione del Ministro della Difesa statunitense Leon Panetta, lasciano capire che Israele è ben oltre la fase preparatoria di un attacco e si sta scaldando per implementare questo piano nei prossimi mesi.

Considerato tutto ciò, esiste una ricca base legale per un attacco preventivo da parte dell’Iran verso Israele, senza discutere se ci stia o meno pensando o se ne avrebbe davvero l’effettiva capacità.

Secondo i rapporti dei media iraniani, l’Iran dispone di circa 11.000 missili in grado di colpire obiettivi su tutto il territorio israeliano. Ma lasciando da parte il discorso militare e restando nei limiti degli argomenti legali, l’illegittimità delle intenzioni ostili di Israele e la legittimità del diritto iraniano di attaccarlo per primo sono due facce della stessa medaglia.

Anche le sanzioni ONU contro l’Iran dovrebbero essere considerate illegali, secondo la legge internazionale. Secondo le bozze della commissione legale internazionale, un atto illegale intenzionale da parte di uno stato comprende due elementi (art. 3): l’elemento oggettivo che consiste in azione o omissione contraria a un obbligo internazionale e l’elemento soggettivo che ha a che fare con le intenzioni di uno stato. Nessuno dei due elementi è presente rispetto al programma nucleare iraniano.

L’assenza di prove che evidenzino la destinazione del materiale nucleare per scopi militari – confermata dopo estese ispezioni dei siti iraniani da parte dell’AIEA e insieme all’esplicita rinuncia alle armi nucleari da parte della dirigenza iraniana che si poggia su basi politiche, religiose e morali – costituisce un ostacolo tanto all’applicazione di sanzioni quanto alla realizzazione delle minacce di guerra all’Iran.

Questo è un promemoria per i diversi osservatori internazionali che hanno acclamato le recenti critiche di Barack Obama rivolte agli “irresponsabili tamburi di guerra contro l’Iran”, tralasciando il fatto che le esplicite minacce di Obama di tenere aperta “l’opzione militare” costituiscono una violazione della carta delle Nazioni Unite che proibisce minacce simili da parte degli stati membri.

Ma Obama, una volta professore di diritto costituzionale, persegue negli errori con l’Iran, continuando a sostenere che, una volta esauriti i canali diplomatici, gli Stati Uniti potrebbero ricorrere all’opzione estrema di attaccare le istallazioni nucleari iraniane. Come hanno correttamente sottolineato vari assennati opinionisti statunitensi, tra i quali il professore di giurisprudenza di Yale, Bruce Ackerman, in un recente editoriale sul Los Angeles Times, ogni attacco di tale natura sarebbe illegale secondo i fondamenti della legge internazionale.

Facendo eco all’opinione di Ackerman, va aggiunto che alcuni esperti pro-Israele che tendono a legittimare l’attacco israeliano hanno volontariamente distorto il significato e gli obiettivi del diritto all’autodifesa, presentandone una concezione alquanto dubbia che si rifà al tentativo fallito della amministrazione Bush di allargare il concetto di autodifesa preventiva e che fu fortunatamente sconfitto all’ONU.

Simili a un déjà vu storico, gli attuali strali pro-Israele che spingono verso un attacco all’Iran, sono sorprendentemente simili a quelli sentiti prima della guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq, che fu totalmente legittimata agli occhi dell’opinione pubblica grazie alla pressione esercitata dall’esercito propagandistico di Israele nei confronti della stampa occidentale.

La grande domanda è se la comunità internazionale ha imparato o meno la lezione del fiasco iracheno e, ancora più importante, se le voci della ragione potranno prevalere su quelle che spingono per un altro disastroso conflitto in Medio Oriente.

Secondo tutti gli indizi, nei prossimi mesi potremmo avere la risposta a questa stringente domanda.

DI KAVEH L. AFRASIABI

Iran’s legal right to attack Israel
By Kaveh L AfrasiabiPALO ALTO, California – After years of living in the shadow of an Israeli military strike, Iran is now openly contemplating the idea of pre-emptive strike, in light of Israel’s preparedness for imminent attack on Iran’s nuclear facilities. Citing a right to anticipatory self-defense, the Iranian argument is that instead of waiting for its Zionist adversary to make a move, Iran should take the offensive and cripple Israel’s ability to deliver on its threatened assault.

Iran’s plan to initiate a pre-emptive strike on Israel is perfectly legal under customary international law, according to several Tehran political analysts specializing on Iran’s foreign affairs. “Under the UN Charter, Iran has the inherent right of self-defense that in this case translates into the right to respond to the clear and present danger of imminent attack by the state of Israel in clear violation of international law,” says a Tehran University political scientist who spoke to the author on the condition of anonymity.

In a nutshell, Tehran’s legal argument in defense of a pre-emptive strike on Israel centers on several inter-related elements.

First, under Article 51 of the UN Charter, Iran has the right to strike Israel because Israel has already engaged in overt hostile acts including the assassination of Iran’s nuclear scientists, sabotage, and life-threatening cyber-warfare, not to mention Israeli political and military leaders’ open declarations of intent to attack Iran in the immediate future.

Second, these illegal acts combined with the declarations of intent constitute an imminent national security threat to Iran, defined under customary international law in terms of “outward hostile acts” of one state against another.

Third, Iran has already exhausted all the diplomatic means for deterring an Israeli strike, such as by repeatedly complaining to the UN Security Council, to no avail as the Security Council has turned a blind eye.

Fourth, Israel’s stated intention to attack Iran violates international law for a number of other reasons:

  • Iran has never threatened to use its nuclear capability to attack Israel.
  • There is a legal bar against any attack on Iran’s civilian nuclear facilities, in light of the Resolution 533 of International Atomic Energy Agency (IAEA), which prohibits any such attack and deems it a violation of international law.
  • Iran is a signatory to the Non-Proliferation Treaty (NPT), its leadership has formally renounced nuclear weapons, there is an absence of any treaty constraint barring Iran’s possession of a nuclear fuel cycle, and to this date after extensive inspection of Iran’s nuclear facilities, the IAEA has never detected any diversion of nuclear material to military purposes.
  • Evidence, including reports in Washington Post citing the opinion of US Defense Secretary Leon Panetta, suggests Israel is well beyond the “preparatory stages” of an attack on Iran and is gearing up to implement this plan within the next several months.Taken together, these arguments make a potent legal case for Iran’s anticipatory strike on Israel, irrespective of whether or not Iran moves forward with it or has the actual capability for a successful pre-emptory attack to disable its ardent enemy. According to Iranian media reports, Iran has some 11,000 missiles able to hit targets throughout Israel. The issue of military capability aside, within Iran’s legal discourse, the unlawfulness of Israel’s hostile intention and the lawfulness of Iran’s right to attack Israel first are basically two sides of the same coin. Even the UN sanctions on Iran, let alone US and or Israeli war on Iran, should be viewed as illegal under international law.

    According to the International Law Commission’s Draft Articles, an intentionally wrongful act of a state comprises two elements (Article 3): the objective element consisting in an action or omission contrary to an international obligation, and the subjective element having to do with intentions of a state. Neither element can be found with respect to Iran’s nuclear program.

    The absence of any evidence of diversion of nuclear material to military activities, based on extensive inspection of Iran’s facilities by the IAEA, together with explicit renunciation of nuclear weapons on political and moral and religious grounds by Iran’s leadership, constitute a bar to the application of both sanctions as well as threats of war on Iran. [1] This is a reminder to a number of international observers who have hailed United States President Barack Obama’s recent criticisms of “irresponsible drumbeats of war on Iran,” overlooking that Obama’s explicit threat of keeping the “military option” constitutes a violation of UN Charter, that forbids such threats by UN member states.

    The fact is that Obama, a former professor of constitutional law, continues to get it wrong on Iran by insisting that once all diplomatic channels are exhausted, then the US may resort to the final option of attacking Iran’s nuclear facilities. As a number of sane US pundits, such as Yale law professor Bruce Ackerman, in his recent opinion piece in Los Angeles Times, have rightly pointed out, any such strike would be illegal from the prism of international law.

    To add to Ackerman’s argument, pro-Israel pundits legitimizing an Israeli attack on Iran have willfully distorted the meaning and purview of the right to self-defense, by advancing a dubious understanding that harks back to the George W Bush administration’s ill-fated attempt to extend the definition of “anticipatory self-defense,” which was thankfully defeated at the UN. [2]

    A historical deja vu, the present pro-Israel discourses on attacking Iran, are strikingly similar to the ones heard prior to US’s “proxy war” on Iraq nine years ago, which was fully rationalized by the whole army of Israel propagandists swarming the Western media. The big question is whether or not the international community has learned any lesson from the Iraq fiasco and, more important, whether voices of reasons can prevail over voices that thirst for another calamitous conflict in the Middle East? By all indications, the next several months will hold the answer to this critical question.

    Notes:
    1. Security Council and Iran’s Legal Rights, A Rejoinder.
    2. UN Management Reform (2012).

    Kaveh L Afrasiabi, PhD, is the author of After Khomeini: New Directions in Iran’s Foreign Policy (Westview Press) . For his Wikipedia entry, click here. He is author of Reading In Iran Foreign Policy After September 11 (BookSurge Publishing , October 23, 2008) and Looking for Rights at Harvard. His latest book is UN Management Reform: Selected Articles and Interviews on United Nations CreateSpace (November 12, 2011).

    (Copyright 2012 Asia Times Online (Holdings) Ltd. All rights reserved. Please contact us about sales, syndication and republishing.)

1201.- Israele – Donald Trump, in visita nel paese ha ribadito il legame con Israele nella ricerca della pace… e nel contrasto all’Iran

Mentre la Cina avanza, gli USA e Israele premono alle frontiere dell’Iran, alleato della Russia, con i dollari e con il sangue dei popoli arabi.

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Fulvio Scaglione commenta il discorso pronunciato da Trump a Riad.

Filosofare sul “nuovo corso” per il Medio Oriente disegnato da Donald Trump nel viaggio in Arabia Saudita, soprattutto paragonandolo alle strategie proposte a suo tempo da Barack Obama, è un esercizio di rara futilità. L’uno e l’altro presidente, infatti, hanno un problema di discrasia tra le parole e i fatti.

Obama ebbe rapporti a dir poco freddi sia con il saudita re Salman sia con il premier israeliano Netanyahu. Ma nel 2009 compì il suo primo viaggio all’estero proprio in Arabia Saudita – come Trump – e già nel 2010, poco dopo aver ricevuto il premio Nobel per la Pace, siglò con l’Arabia Saudita la più grande singola vendita di armi a un singolo paese della storia degli Usa: un affare da 62 miliardi di dollari, completato negli anni a seguire da altre forniture.

Stessa storia con Israele, che da anni ha un asse strategico privilegiato con i sauditi: proprio Obama ha firmato nel 2016 la concessione di un pacchetto decennale di assistenza militare allo Stato ebraico da 3,8 miliardi di dollari l’anno, con un incremento di 700 milioni di dollari l’anno rispetto agli accordi precedenti. Patto che il dipartimento di Stato americano definì “il più grande accordo di assistenza militare nella storia degli Stati Uniti”.

Trump, che a differenza di Obama ha un forte problema di contestazione interna, si è affidato mani e piedi ai veri policy makers del suo paese, quelli che alla fin fine, al di là della forma, determinarono la sostanza anche degli orientamenti obamiami: dipartimento di Stato, apparato industrial-militare (ben rappresentato dal generale McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale), servizi segreti. Il risultato è quello che abbiamo visto. Un discorso sul terrorismo concettoso e pieno di belle parole: occorre una coalizione internazionale contro il terrorismo; le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che siano gli Stati Uniti a sconfiggere questo nemico che uccide in nome della fede; non siamo venuti a dirvi come dovete vivere; prenderemo le nostre decisioni sul mondo reale, non su ideologie inflessibili; quando sarà possibile cercheremo riforme graduali, non interventi improvvisi.

Discorso però grottesco in sé, per almeno due motivi. Il primo è che è stato tenuto in Arabia Saudita, cioè in casa del più grande sponsor del terrorismo che la storia conosca, il paese che ha devoluto centinaia e centinaia di miliardi alla causa del radicalismo islamico più violento, come tutti sanno e come la stessa Hillary Clinton ripetutamente ha scritto nel corso degli anni nelle mail poi pubblicate (e da lei mai smentite) da Wikileaks. Quale interpretazione abbiano dato al discorso i sauditi è assai chiaro, viste le accoglienze trionfali riservate a Trump: proseguite pure, noi saremo comunque al vostro fianco.

Il secondo motivo è che ad ascoltare Trump c’erano 55 leader mediorientali che non possono riconoscersi allo stesso modo in quelle parole. L’egiziano Al-Sisi il radicalismo islamico violento dell’Isis ce l’ha in casa e cerca di soffocarlo con i metodi brutali che sappiamo. Che cos’ha da spartire con il Qatar, per esempio, che di quei violenti è uno sponsor? E il premier della Tunisia, Yussef al-Shaed, che deve gestire il paese che ha prodotto più foreign fighters in assoluto e non riesce a far approvare la legge per metterli sotto processo una volta tornati in patria, come s’inquadra nel grande abbraccio tra gli Usa e la cultura wahabita (“Non siamo venuti a dirvi come dovete vivere”) che di quei miliziani è ispiratrice?

Ma soprattutto, come ai tempi di Obama, dietro i discorsi ci sono i fatti. E questi dicono che l’America di Trump, proprio come quella di Obama, si appresta a inondare l’Arabia Saudita con carichi di armi che faranno felici da un lato i terroristi che i sauditi supportano e dall’altro i “poteri forti” Usa (si parla di 350 miliardi di dollari in dieci anni, con 100 miliardi subito e gli altri a seguire). Lo stesso presidente ha avuto una gratificazione personale: Trump molto ha puntato su un programma di ammodernamento delle infrastrutture e re Salman ha deciso un investimento specifico da 200 miliardi in quattro anni. Soldi che il sovrano, alle prese con un deficit di bilancio da 53 miliardi di dollari che l’ha costretto a tagliare i salari di quel 65 per cento dei suoi cittadini impiegato nel settore pubblico, a quanto pare considera ben spesi.

Nulla cambia, dunque. E si può scommettere che nulla cambierà nemmeno sul fronte di Israele. Trump porterà la solita proposta “meno insediamenti per meno violenza”, Israele farà (forse) finta di accettare ben sapendo che gli insediamenti sono ormai vitali per la sua stabilità e la sua economia. Alla fine la Casa Bianca abbozzerà e concederà allo stato ebraico qualche altra forma di aiuto o assistenza. D’altra parte il presidente si è già ritagliato una via d’uscita. Quelli di Hamas, ha detto, sono solo terroristi. Non sarà difficile, in caso di necessità, usare la scusa delle divisioni tra i palestinesi o la motivazione del terrorismo per giustificare qualunque cambiamento di rotta o fallimento diplomatico.

L’unica vera differenza tra ieri e oggi, tra Obama e Trump, è la maggior enfasi ora posta sull’Iran come causa di tutti i mali del Medio Oriente. Rex Tillerson, il segretario di Stato, ha addirittura intimato a Teheran di ritirarsi dallo Yemen e dalla Siria. Le rielezione del riformista Hassan Rouhani, confermato presidente con un buon responso delle urne, ha in parte depotenziato la polemica, che è un chiaro omaggio all’asse Arabia Saudita-Israele e un monito indiretto alla Russia, alleata dell’Iran e della Siria di Assad.

L’accordo sul nucleare del 2015 fu in effetti la pagina più riuscita negli otto anni di politica estera di Barack Obama. Ma sarà bene ricordare che le sanzioni Usa contro Teheran, in vigore da 25 anni, non sono mai state ritirate per l’opposizione del Congresso a maggioranza repubblicana. Con queste posizioni, dunque, Trump potrebbe anche voler riconquistare quella parte del partito repubblicano che non l’ha mai amato e continua a tenerlo sulla corda. Il che porta a due ipotesi.

Se Trump e i suoi davvero credono che sia il solo Iran a destabilizzare il Medio Oriente, e non vedono l’enormità dei danni arrecati da loro fedeli alleati come Arabia Saudita, Qatar e Turchia, possiamo solo aspettarci altre guerre e distruzioni. Se invece si tratta di propaganda a uso interno… anche. Perché vuol dire che Trump ha già subito un impeachment di fatto e che a governare sono altri. Proprio quelli che The Donald tanto criticava in campagna elettorale.

Perché Trump ha deciso di visitare l’Arabia Saudita nel suo primo viaggio oltreoceano

Il presidente degli Stati Uniti vuole rafforzare i rapporti con il paese del Medio Oriente soprattutto nel contrasto all’Iran e al terrorismo (che significa continuare a tenere il Medio Oriente sotto pressione). Donald Trump visiterà l’Arabia Saudita, il Vaticano e Israele. La visita dell’inquilino della Casa Bianca in Arabia Saudita assume un’importanza particolare in seguito al Muslim ban deciso dall’amministrazione Trump per i viaggiatori che arrivano negli Stati Uniti da alcuni paesi a maggioranza musulmana. Il presidente era stato accusato di islamofobia per questo provvedimento.
Durante la campagna elettorale per la sua elezione, Donald Trump aveva fatto alcune affermazioni sul presunto coinvolgimento dell’Arabia Saudita nell’organizzazione degli attentati terroristici dell’11 settembre del 2001. Dopo l’inizio della presidenza, l’approccio di Trump nei confronti dell’Arabia Saudita è cambiato soprattutto perché ha deciso di intensificare i rapporti con Riyadh in senso anti-iraniano. La svolta nelle relazioni è stata segnata dalla visita alla Casa Bianca del principe Muhammad bin Salman nel mese di marzo.

L’accordo tra Arabia Saudita e Stati Uniti sull’Iran porterà a una maggiore tolleranza per quanto riguarda le denunce di violazione dei diritti umani da parte della monarchia di Riyadh. Infine, verrà sospeso il blocco delle forniture di munizioni per i bombardamenti contro i ribelli Houthi in Yemen, deciso nel 2016 dall’amministrazione Obama.

Per quanto riguarda i rapporti economici tra i due paesi, secondo alcune indiscrezioni, Trump spera di ottenere un ulteriore impegno saudita a un investimento di 40 miliardi di dollari negli Stati Uniti.

1053.- Cosa succede in Siria dopo Aleppo

il Post:

Tre cose da tenere d’occhio sulle guerre che si stanno combattendo e che coinvolgono il regime di Assad, i curdi siriani, l’ISIS, la Turchia e i ribelli più estremisti, tra gli altri

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Ribelli siriani appoggiati dalla Turchia ad al Bab (NAZEER AL-KHATIB/AFP/Getty Images)

In tutte le guerre ci sono dei momenti di svolta, quelli che segnano un prima e un dopo. Non sempre sono episodi precisi, che iniziano e finiscono in un solo giorno: sono più spesso eventi che si sviluppano nel tempo e che hanno conseguenze enormi. Per la guerra siriana uno di questi momenti è stato certamente la vittoria ad Aleppo delle forze alleate al regime del presidente siriano Bashar al Assad sui ribelli. È successo pochi giorni prima del Natale dello scorso anno e da allora le cose sono cambiate parecchio, anche se i combattimenti in Siria non sono neanche lontanamente finiti. Se volessimo sintetizzare quello che è successo negli ultimi due mesi, potremmo metterla così: dopo la battaglia di Aleppo si sono creati dei nuovi spazi in Siria, che non sono ancora stati riempiti del tutto. Sono quelli derivati dalla sconfitta dei ribelli siriani – perché sì, i ribelli, quelli non jihadisti, ad Aleppo hanno perso la loro guerra contro Assad – e quelli creati dalla fine dell’amministrazione statunitense di Barack Obama e dall’arrivo di Donald Trump, la cui strategia in Siria deve ancora essere annunciata. Per il momento gli Stati Uniti, almeno da un punto di vista diplomatico, hanno scelto di rimanere un po’ in disparte: la scorsa settimana a Ginevra, in Svizzera, si sono tenuti dei nuovi colloqui di pace sulla Siria (chiamati Ginevra IV, perché sono il quarto tentativo di colloqui sponsorizzati dall’ONU) e per la prima volta, ha scritto Liz Sly sul Washington Post, gli Stati Uniti non hanno preso l’iniziativa sulla negoziazione di una bozza di accordo.
Oggi ci sono soprattutto tre cose da tenere d’occhio in Siria, che sono tra loro collegate e si condizionano a vicenda: lo stato di salute dei ribelli anti-Assad dopo la sconfitta ad Aleppo; la complicatissima situazione di alleanze e ostilità che si è sviluppata nel nord della Siria tra Turchia, curdi siriani, regime di Assad, Stati Uniti e Russia, e che si sta riproponendo nella pianificazione dell’offensiva a Raqqa; e le incognite della strategia di Trump in Siria.

La Siria e i ribelli prima e dopo la sconfitta ad Aleppo. Cos’è cambiato?
Se si guarda una mappa della Siria prima e dopo la sconfitta dei ribelli ad Aleppo non si notano grandi differenze.

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Due mappe della Siria a confronto: una di settembre 2016 (quando Aleppo era ancora divisa in due) e l’altra di febbraio 2017 (quando il regime di Assad aveva già sconfitto i ribelli). La situazione attuale è leggermente diversa da quella illustrata nella mappa di destra: per esempio il regime di Assad, in rosso, ha riconquistato Palmira dallo Stato Islamico, in nero, il quale ha subìto una sconfitta militare anche ad al Bab, conquistata dai ribelli dall’Esercito libero siriano, in verde acceso (mappe di Thomas van Linge pubblicate sul blog di Pieter Van Ostaeyen)
Il regime di Assad (in rosso) continua a controllare i territori al confine occidentale, dove è riuscito a stabilire un saldo controllo dopo l’intervento in Siria della Russia, nel novembre del 2015. A nord, al confine con la Turchia, ci sono ancora le Forze democratiche siriane (Sdf, in verde chiaro), una coalizione di gruppi la cui componente principale è quella dei curdi siriani. I territori controllati dalle Sdf sono separati da un’area piuttosto estesa che negli ultimi mesi è stata conquistata dall’Esercito libero siriano (verde acceso), un insieme di gruppi ribelli appoggiati dalla Turchia. L’Esercito libero siriano è presente anche nel sud, al confine con la Giordania, mentre i ribelli che controllano la provincia di Idlib (a ovest e sud-ovest di Aleppo, in verde scuro) sono principalmente jihadisti e includono anche al Qaida, come già succedeva prima della fine della battaglia di Aleppo. Lo Stato Islamico (grigio e nero), che negli ultimi due anni ha perso molti territori, continua a controllare pezzi della Siria centrale: dalla mappa sembra un’area enorme, ma c’è anche da considerare che la maggior parte di quel territorio è deserto e i grossi centri urbani ancora governati dallo Stato Islamico sono solo due: Deir Ezzor e Raqqa.
Sembrerebbe che la battaglia di Aleppo abbia cambiato ben poco la guerra in Siria, ma non è così. L’analista Aron Lund ha scritto:
«La caduta di Aleppo orientale dello scorso dicembre ha dato inizio a una profonda crisi tra i gruppi di opposizione. Già prima di allora questi gruppi avevano differenze politiche ed ideologiche, rapporti incompatibili con stati esteri e recriminazioni interne dopo diversi tentativi di creare un fronte unico. Ora stanno vedendo loro stessi perdere la guerra.»
Dopo Aleppo, gli equilibri interni tra i gruppi ribelli sono cambiati: a guadagnarci sono stati i più estremisti, quelli che predicano il jihad e che sono predominanti nella provincia di Idlib, a rimetterci sono stati i moderati.
Alla fine di gennaio – nei giorni dell’inizio dei colloqui di pace in Kazakhstan promossi da Turchia e Russia – sono iniziati degli scontri tra Jabhat Fatah al Sham, un gruppo legato ad al Qaida, e gruppi sostenuti dall’Occidente che stavano partecipando ai negoziati. I gruppi sostenuti dall’Occidente si sono rivolti all’unica altra parte in grado di offrire loro protezione, cioè agli islamisti radicali di Ahrar al Sham. Si sono quindi creati due schieramenti, entrambi guidati da forze molto radicali. Le violenze non sono durate molto, anche perché entrambe le parti sapevano che in caso contrario l’unico vincitore sarebbe stato Assad, ma gli effetti sono stati enormi: l’ampio schieramento dei ribelli si è diviso ulteriormente, indebolendosi; e i gruppi radicali e jihadisti hanno preso il sopravvento su quelli moderati, che non sono più stati in grado di compiere operazioni offensive efficaci. Stando così le cose, non solo i ribelli hanno perso gran parte della loro forza militare, ma hanno perso anche la possibilità di essere sostenuti e aiutati dall’Occidente: nessuno, né gli Stati Uniti né l’Europa, darà appoggio a gruppi la cui componente principale è al Qaida o un’altra fazione jihadista.
Le guerre nel nord della Siria, dopo Aleppo
Una delle ragioni che spiegano la rapida sconfitta dei ribelli ad Aleppo è stata la decisione della Turchia di scaricarli. Dall’inizio della guerra, la Turchia si era schierata dalla parte dei ribelli – più o meno radicali poco importava – con l’obiettivo di sconfiggere Assad. Alla fine dell’agosto del 2016, per una serie infinita di ragioni, il governo turco decise di ridurre il suo impegno contro il regime siriano e di concentrare i suoi sforzi militari nel nord del paese contro i curdi siriani e lo Stato Islamico. Per riuscirci si alleò con l’Esercito libero siriano, una coalizione di gruppi ribelli che in passato era stata considerata anche un possibile partner degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico. Da allora la Turchia e l’Esercito libero siriano hanno riconquistato alcuni territori a ovest del fiume Eufrate, di fatto bloccando l’espansione territoriale dei curdi e iniziando una guerra più intensa contro lo Stato Islamico. La prima cosa importante è che questa manovra è stata possibile per una specie di accordo tra Assad e governo turco: Assad ha promesso alla Turchia che non avrebbe più fornito alcun tipo di aiuto ai curdi siriani, la Turchia ha promesso ad Assad di dimenticarsi di Aleppo. La seconda cosa importante è che questo accordo ha tolto ulteriore forza ai ribelli anti-Assad, che in pochissimo tempo hanno cominciato a perdere il loro sponsor principale (la Turchia) e uno dei gruppi con la faccia più spendibile di fronte all’Occidente (l’Esercito libero siriano).
L’accordo tra Assad e Turchia è proseguito anche dopo la sconfitta di Aleppo e si è trasformato in qualcosa di più: una collaborazione militare che si è concretizzata ad al Bab, una città di 100mila abitanti a una cinquantina di chilometri a nord-est di Aleppo. Ad al Bab si è combattuta una delle battaglie più importanti degli ultimi mesi: non tanto per il valore strategico della città, ma perché ai combattimenti hanno partecipato praticamente tutti gli schieramenti presenti nel nord della Siria e ne è venuto fuori un gran casino.

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Le forze che hanno combattuto ad al Bab: i rossi sono gli alleati di Assad, i verdi l’Esercito libero siriano appoggiato dalla Turchia, i gialli le Forze democratiche siriane, la cui componente principale sono i curdi siriani. In mezzo a tutte quelle frecce c’è al Bab, che fino a fine febbraio era controllata dallo Stato Islamico, rappresentato in grigio.

Al Bab era sotto il controllo dello Stato Islamico dal gennaio del 2014 ed è stata riconquistata dall’Esercito libero siriano, il gruppo di ribelli alleato con la Turchia, alla fine di febbraio 2017. Durante gli ultimi mesi di battaglia si sono viste alcune cose che aiutano a capire come siano cambiate le alleanze in Siria durante e dopo la battaglia per la conquista di Aleppo. Al Bab è stata attaccata dall’esercito siriano e dai suoi alleati da sud, dall’Esercito libero siriano appoggiato dalla Turchia da nord e dalle Forze democratiche siriane – la cui componente principale sono i curdi siriani – da est e ovest. Tutte queste forze, che hanno in comune la loro ostilità verso lo Stato Islamico, non si possono considerare alleate tra loro. L’Esercito libero siriano è uno dei principali gruppi che hanno combattuto contro Assad durante la guerra, anche se – come detto – negli ultimi mesi sono stati cooptati dalla Turchia con obiettivi diversi, scontrandosi anche con i curdi; la Turchia considera i curdi siriani come i suoi nemici numero uno, e anche i rapporti tra regime di Assad e curdi si sono raffreddati parecchio. Nonostante tutti questi livelli di inimicizia o aperta ostilità, ci sono stati momenti di collaborazione. Per esempio la Russia, il principale alleato di Assad, ha fornito supporto aereo sia agli alleati del regime siriano, a sud di al Bab, sia agli alleati della Turchia, a nord, paese con il quale ha stabilizzato i rapporti dopo la crisi provocata dall’abbattimento dell’aereo russo al confine turco-siriano nel novembre 2015. Gli stessi Stati Uniti hanno partecipato ai bombardamenti aerei contro lo Stato Islamico ad al Bab a sostegno delle operazioni turche, nonostante allo stesso tempo continuino ad addestrare e armare i curdi siriani nemici della Turchia.
Lo schema della battaglia di al Bab non verrà replicato nell’offensiva per riconquistare Raqqa, sotto il controllo dello Stato Islamico dal 2014, ma è utile a capire le ostilità tra i vari protagonisti della guerra: sono le stesse ostilità che hanno già cominciato a ripetersi nelle prime fasi delle operazioni militari a nord di Raqqa.
La liberazione di Raqqa
Raqqa è considerata la capitale dello Stato Islamico in Siria, ed è una città che per importanza si può paragonare in parte a Mosul, la capitale dello Stato Islamico in Iraq. Nel novembre del 2016 sono cominciate le operazioni militari per la riconquista di Raqqa, avviate a nord della città – molto a nord – dalle Forze democratiche siriane appoggiate dagli Stati Uniti. Il piano, aveva spiegato il colonnello americano John Dorrian, prevede che la coalizione accerchi la città interrompendo le vie di fuga e di rifornimento dello Stato Islamico, prima di avviare l’attacco vero e proprio con l’appoggio dei bombardamenti aerei americani. Uno schema che sulla carta non sembra particolarmente intricato, ma nella complicata realtà della guerra siriana ha già creato una serie di problemi che difficilmente verranno risolti, se non trovando un equilibrio di volta in volta.

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La situazione nell’area di Raqqa: lo Stato Islamico è in grigio, le Forze democratiche siriane sono in giallo, il regime di Assad è in rosso, i ribelli sono in verde (Liveumap)

Una delle questioni più controverse è la partecipazione dei curdi siriani all’offensiva militare su Raqqa, che è una città a maggioranza sunnita. Non c’è solo il problema di una loro eccessiva sovraesposizione nell’operazione, che potrebbe essere accolta poco positivamente dagli abitanti di Raqqa; c’è anche la forte opposizione del governo turco, che si oppone a qualsiasi piano che possa comportare un aumento di potere e influenza dei curdi nel paese. Per esempio alcuni funzionari americani dicono che per la riconquista di Raqqa i combattenti delle Forze democratiche siriane avranno bisogno di missili anticarro, mortai, armi pesanti e mezzi blindati. I turchi hanno paura che i curdi siriani – che loro considerano alla stregua del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan che combatte da decenni in Turchia per l’indipendenza dei curdi – possano usare poi quelle armi per avanzare rivendicazioni nelle aree a maggioranza curda della Turchia, e quindi si oppongono alle proposte statunitensi. D’altro canto la Turchia è un membro della NATO ed è considerato un alleato prezioso nella lotta contro lo Stato Islamico. La gestione di questa situazione, già di per sé evidentemente difficile, è resa ancora più complicata dal fatto che a Washington ci sia stato un cambio di amministrazione e che non sia ancora chiara la strategia che Trump intenda usare in Siria.
Fin dalla campagna elettorale, Trump si è mostrato molto più ben disposto di Obama a un’eventuale collaborazione con la Russia in Siria, «per sconfiggere i terroristi», come hanno più volte detto il governo russo e quello siriano. La scorsa settimana il segretario della Difesa americano, Jim Mattis, ha presentato alla Casa Bianca un piano che ha come obiettivo la rapida sconfitta dello Stato Islamico. I dettagli del piano non sono stati diffusi, ma alcune fonti citate dai giornali americani dicono che potrebbe includere un maggiore coinvolgimento dell’esercito americano in Siria e probabilmente un numero maggiore di truppe di terra. Rispetto alle dichiarazioni roboanti di Trump in campagna elettorale, sembra però che le intenzioni americane siano quelle di agire con cautela, per evitare che a una eventuale vittoria contro lo Stato Islamico segua l’inizio di altri conflitti (per esempio di un conflitto aperto e prolungato tra Turchia e curdi siriani): Associated Press ha scritto che il piano preparato da Mattis riprende molti degli elementi che erano stati centrali nella strategia adottata dall’amministrazione Obama, tra cui la necessità per l’esercito americano di sostenere in Siria delle forze locali, invece che farsi coinvolgere direttamente nei combattimenti.