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1462.- I PIANI DI EMMANUEL MACRON PER UNA NUOVA IDEA DI EUROPA

Nel suo discorso per una “nuova Europa” alla Sorbona, il presidente francese ha detto che l’idea di Europa va difesa con ambizione come entità “sovrana, unita e democratica”. Ha parlato di “un’unica forza di protezione civile a livello europeo”. E, qui, è il vero centro del discorso di Macron. A cosa mira? Non certo a difenderci dalla Russia, che non ci minaccia né dal terrorismo che sappiamo da dove e perché ha occupato la nostra vita. Senza una Politica Estera europea, non ha senso disporre del suo braccio armato. Cosa significa, invece “una forza di protezione civile” e contro chi? Contro di noi? E perché?

MacronIl presidente francese Emmanuel Macron ha parlato alla Sorbona, a Parigi, pronunciando un discorso in cui ha svelato i suoi piani per una nuova idea di Europa martedì 26 settembre 2017.

Macron ha tenuto un discorso con cui ha proposto la “rifondazione” di un’Europa sovrana e unita, incrementando la cooperazione dell’eurozona su difesa, immigrazione, forze di polizia e sicurezza dei confini.

A meno di cinque mesi dall’inizio della sua presidenza, e dopo aver promesso di lavorare con la cancelliera tedesca Angela Merkel per migliorare l’integrazione dell’eurozona attraverso l’istituzione di un ministro delle finanze unico a livello europeo, Macron si è trovato a dover ridimensionare le sue ambizioni dopo il risultato elettorale tedesco di domenica 24 settembre, che ha visto la crescita del partito antieuropeista Afd in Germania.

Il discorso alla Sorbona

Al suo arrivo alla Sorbona, il presidente Macron è stato contestato da alcuni gruppi di studenti che hanno urlato “Macron vattene, l’università non è tua”.

“Non è mai il momento giusto per parlare d’Europa, o è troppo presto o è troppo tardi”, ha detto all’inizio del suo discorso il presidente francese. “Almeno quando si tratta di strategie. Parlare di strumenti invece è facile”, ha sottolineato.

Macron ha sottolineato che l’idea di Europa va riguadagnata e difesa con ambizione.

“Abbiamo dimenticato di difendere questa Europa”, ha detto il presidente. “L’idea di fraternità è più forte della vendetta e dell’odio”, ha proseguito, facendo riferimento a “idee ciniche che per troppo tempo abbiamo ignorato” e che invece mostrano che il passato nero dell’Europa può tornare.

“Non dobbiamo concentrare le nostre energie sulle divisioni interne”, ha continuato il capo dell’Eliseo.

Ecco cosa ha detto il presidente francese in punti:

• Macron ha detto che l’unico modo in cui il nostro futuro può essere garantito è la “rifondazione” di un’Europa “sovrana, unita e democratica”.

• Il presidente francese ha proposto la creazione di un fondo unico per finanziare gli investimenti comuni e per assicurare la stabilità di fronte agli shock economici.

• Macron ha chiesto la creazione di un ufficio europeo per le richieste d’asilo, che velocizzi e armonizzi le procedure. Ha detto inoltre che auspica un programma europeo che finanzi l’integrazione e la formazione dei rifugiati. Infine, ha chiesto la creazione graduale di una polizia dei confini, che offra una maggiore protezione dei confini europei.

• L’Africa non può più essere vista come una minaccia, ma deve essere considerata come un partner, ha detto il capo dell’Eliseo, che ha chiesto anche di aumentare gli aiuti allo sviluppo.

• Un’altra proposta del presidente francese è quella di creare una “forza di risposta rapida” a livello europeo entro il 2020. Ha chiesto inoltre un budget comune per la difesa e principi comuni che regolino la sua azione. Ha parlato di “un’unica forza di protezione civile a livello europeo”.

• Secondo Macron serve inoltre un prezzo unico per il carbone a livello europeo, insieme a una “Carbon Tax” europea per migliorare la tutela dell’ambiente.

Qui sotto da TPI la diretta del discorso:

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fthepostinternazionale%2Fvideos%2F1878035872211917%2F&show_text=0&width=560

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1457.- In Catalogna, Puigdemont sta perdendo consensi, anziché riacquistarli e Rajoy non è l’uomo giusto. Questa crisi ci riguarda tutti.

La crisi catalana è anche spagnola, europea e, per molti aspetti, è figlia della crisi irreversibile degli Stati nazionali. Condividiamo l’approccio degli analisti di Formiche e guardiamo alla Catalogna e anche al nostro futuro. Avremmo voluto vedere una maggiore ricerca del dialogo e meno interessi partitici, ma non è anche questo un sintomo della crisi dello Stato nazione? Intanto, non si è ancora capito se Puigdemont farà un passo indietro (ma ha fatto un passo avanti?), mentre Rajoy, da una parte, minimizza il referendum e lo definisce una farsa per minimizzare i suoi errori e, dall’altra, minaccia di applicare l’articolo 155 (ma lo minaccia e basta?). 

 

Spanish Prime Minister Mariano Rajoy gives a statement after an extraordinary Cabinet meeting

L’articolo 155:

1. Si una Comunidad Autónoma no cumpliere las obligaciones que la Constitución u otras leyes le impongan, o actuare de forma que atente gravemente al interés general de España, el Gobierno, previo requerimiento al Presidente de la Comunidad Autónoma y, en el caso de no ser atendido, con la aprobación por mayoría absoluta del Senado, podrá adoptar las medidas necesarias para obligar a aquella al cumplimiento forzoso de dichas obligaciones o para la protección del mencionado interés general.

  1. Para la ejecución de las medidas previstas en el apartado anterior, el Gobierno podrá dar instrucciones a todas las autoridades de las Comunidades Autónomas”.

Tradotto: 

Art. 155. 1) Qualora una Comunità autonoma non adempia agli obblighi impostile dalla Costituzione o da altre leggi, o agisca in modo da attentare gravemente all’interesse della Spagna, il Governo, previa intimazione al Presidente della Comunità e, nel caso in cui non sia ascoltato, con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà adottare le opportune misure per costringere la Comunità ad adempiere ai suddetti obblighi o per proteggere l’interesse generale in pericolo.
2) Per l’attuazione delle misure di cui al comma precedente, il Governo potrà dare istruzioni a tutte le autorità delle Comunità autonome.

Art. 115. – 1) Il Presidente del Governo, previa deliberazione del Consiglio dei ministri e sotto la sua esclusiva responsabilità, potrà proporre lo scioglimento del Congresso, del Senato o delle Cortes, che verrà decretato dal Re. Il decreto di scioglimento fisserà la data delle elezioni.
2) La proposta di scioglimento non potrà, essere presentata quando sia stata avviata una mozione di censura.
3) Non potrà esservi un nuovo scioglimento prima che sia passato un anno da quello precedente, fatto salvo il disposto dell’art. 99, comma 5.

Art. 116. – 1) Una legge organica regolerà gli ” stati d’allarme “, ” di eccezione ” e “d’assedio”, nonché le competenze e restrizioni corrispondenti.
2) Lo ” stato d’allarme ” sarà dichiarato dal Governo, con decreto deciso dal Consiglio dei ministri, per un termine massimo di quindici giorni, informandone il Congresso dei deputati riunito immediatamente allo scopo; senza l’autorizzazione di quest’ultimo detto termine non potrà essere prorogato. Il decreto stabilirà l’ambito territoriale a cui si estendono gli effetti della dichiarazione.
3) Lo ” stato di eccezione ” sarà dichiarato dal Governo con decreto deciso dal Consiglio dei ministri, previa autorizzazione del Congresso dei deputati. L’autorizzazione e la proclamazione dello ” stato di eccezione ” dovrà indicare espressamente gli effetti di quest’ultimo, l’ambito territoriale a cui si estende e la sua durata, che non potrà superare, è trenta giorni, prorogabili per altri trenta alle stesse condizioni.
4) Lo ” stato d’assedio ” sarà dichiarato dal Congresso dei deputati a maggioranza assoluta, su esclusiva proposta del Governo. Il Congresso ne determinerà l’ambito territoriale, la, durata e le condizioni.
5) Non si potrà procedere allo scioglimento del Congresso mentre sia in atto qualcuno degli ” stati ” contemplati nel presente articolo, restando automaticamente convocate le Camere qualora non siano in sessione. Il loro funzionamento, come quello degli altri Poteri costituzionali dello Stato, non potrà essere interrotto mentre siano in atto i suddetti ” stati “.
Sciolto il Congresso o spirato il suo mandato, qualora si verifichi una situazione che possa dar luogo ad uno qualunque degli stati suddetti, le funzioni del Congresso saranno assunte dalla sua Commissione permanente.
6) La dichiarazione dello ” stato d’allarme ” e ” di eccezione ” o ” di assedio ” non modificherà il principio della responsabilità del Governo e dei suoi rappresentanti, riconosciuto dalla Costituzione e dalle leggi.

Mariano Rajoy è un uomo moderato e un politico modesto. Ha visto logorarsi il suo consenso e resta al governo come pegno della debolezza di un sistema politico indebolito e sotto stress, anche come conseguenza di una crisi durissima, apparentemente superata sul piano economico grazie all’aiuto e al benevolo occhio della Unione europea, ma ancora lacerante dal punto di vista sociale (basti guardare alla disoccupazione ancora superiore al 20%). Adesso, ha deciso di attivare il meccanismo previsto dall’articolo 155 della Costituzione (in fondo il testo dell’articolo), al quale è stato fatto appello solo una volta nel 1989 da parte di Felipe Gonzalez nei confronti delle isole Canarie che non volevano pagare le tasse per l’Europa. La mossa, che richiede la maggioranza assoluta del Senato, non provoca la sospensione dell’autonomia, almeno non subito. Ma intima alla comunità autonoma di esercitare le proprie prerogative in accordo con la Costituzione e le leggi, affidando al governo centrale i poteri affinché ciò avvenga. Si applica in caso di un attentato grave all’interesse generale della Spagna. Una norma simile esiste anche in Italia, Portogallo, Austria e Germania. In Italia, va sotto il titolo dei DIRITTI CONTRO LA PERSONALITà DELLO STATO (Vedi il saggio dell’avv. Antonio Giuffrida al N. 1458). L’articolo 155 non implica automaticamente l’uso delle forze armate. In tal caso, bisogna ricorrere all’articolo 116 comma 4 che regola la proclamazione dello stato d’assedio e richiede l’autorizzazione del congresso dei deputati, cioè la camera bassa.

L’applicazione dell’articolo 155 può avvenire in modo progressivo, sostengono gli esperti. Il primo passo sarebbe prendere il comando dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana. Poi il governo centrale potrebbe sospendere i trasferimenti in denaro e servizi o la nazionalizzazione delle imprese locali. La dottrina, non il testo della legge, prevede anche la possibilità di imporre delegati con poteri speciali e diritto di veto all’interno della amministraziione, sostituendosi temporalmente ai titolati. Tutto ciò prescinde, in ogni caso, dalle possibili reazioni delle autorità locali e della popolazione. E per questo non ci sarà molto da attendere.

Che cosa dirà adesso l’Unione europea? La Commissione ha taciuto, poi ha difeso a parole il legittimo governo di Madrid. A tutela dello Stato nazione perché la Ue è una unione di Stati sovrani, ha annunciato di non riconoscere la futura Catalogna indipendente per poi corregge in parte il tiro sostenendo che non riconosce una dichiarazione unilaterale di indipendenza all’interno dei suoi confini. A parlare sono i singoli governi e lo fanno in ordine sparso. Angela Merkel invita al dialogo. Emmanuel Macron sta con Madrid. Tutti gli altri si adeguano. Nessuno ha una chiara visione del prossimo futuro.

Formiche ha seguito lo schema dei tre errori convergenti (Puidgemont, Rajoy e Bruxelles) e sembra che gli eventi successivi lo abbiano confermato. Ma più tempo passa più la crisi mette in discussione alcune questioni di fondo che continueranno a lacerare la Spagna e l’intera Europa anche se si raggiungerà, come le persone di buon senso sperano, un qualche provvisorio accordo. E la questione riguarda la crisi storica e forse irreversibile dello Stato nazionale così come lo abbiamo conosciuto.

Il sovranismo di ritorno in contrasto con la globalizzazione e con l’affermarsi di mega-Stati a vocazione imperiale (gli Stati Uniti, la Cina, la Russia) è degenerato in microsovranismo, sempre più piccolo: dove si fermerà, al villaggio, alla tribù, alla famiglia, o forse all’individuo quando la propria libertà entra in conflitto con la libertà degli altri ed è lo stato di natura di Hobbes, l’homo homini lupus.

Grazie al populismo destrorso (ma ha fatto strada anche in quello sinistrorso) si è diffusa l’idea che la democrazia sia nata e sia possibile solo dentro lo stato (grande o piccolo che sia) nazionale. In realtà, la democrazia moderna, quella che si basa sull’autogoverno attraverso le leggi e le istituzioni, è nata nei comuni italiani e in quello olandesi, nelle repubbliche marinare così come nelle città libere tedesche. Esattamente là dove è nata la borghesia.

Il fiorire politico, economico e sociale dei borghi e della borghesia, è avvenuto all’interno di un grande contemitore, il Sacro Romano Impero, tutt’altro che rigido e autocratico (lo stesso imperatore venica scelto dai grandi elettori). Lo stato nazionale è una creazione dell’assolutismo monarchico in Francia, in Inghilterra, in Spagna. Nell’Europa centro-orientale assume le vesti di una reazione all’imperialismo sovietico tutt’altro che flessibile e benevolente perché basato sulla dittatura comunista, riscoprendo identità improbabili se non proprio artificiose.

Lo Stato nazionale oggi attaccato dall’alto e dal basso difficilmente potrà resistere se chi lo dirige insiste nella sua difesa rigida come fa il governo spagnolo. Lo stesso Macron che pure vuol proporsi come leader di un salto in avanti verso una “Europa sovrana”, resta vittima del riflesso condizionato post-gollista se non proprio da erede di Colbert e del Re Sole.

Comunque vada a finire, la crisi catalana segna uno spartiacque. Classi dirigenti ottuse possono trasformarlo in un’alluvione, classi dirigenti illuminate possono cogliere l’occasione per guidare un processo lungo e accidentato, davvero epocale.

 

Federico Guiglia ci spiega il vicolo cieco degli indipendentisti.

“Cercasi buonsenso per la grave crisi catalana. Chiunque possa offrirlo, anche in Europa, è benvenuto. Perché quando il gioco si fa duro -e tra Barcellona e Madrid è ormai durissimo-, non si può più giocare neanche con le parole.

È quello che, invece, è successo con la tanto attesa dichiarazione che Puigdemont (in foto), il presidente della Catalogna, ha fatto nel Parlamento della sua regione: non ha sortito l’effetto dell’incantesimo che molti auspicavano. “Dichiarazione inammissibile”, l’ha subito bollata e bocciata il governo della capitale.

Parlando in un’aula spaccata a metà tra secessionisti e unionisti, e in mondovisione (a conferma dell’attenzione universale su una questione solo all’apparenza locale), Puigdemont ha proclamato l’indipendenza. Ma, un minuto dopo, ne ha sospeso l’efficacia “per negoziare”, ha spiegato. Barcellona se ne va, anzi, ancora no.

E’ una mossa, più che di un Machiavelli in salsa catalana, da prestigiatore della politica in difficoltà. Intanto, con quella parte del suo stesso elettorato che, dopo il controverso referendum del 1° ottobre, preme per l’addio ora e subito dalla Spagna. E poi con la maggioranza silenziosa dei catalani contrari alla disgregazione, come lo è, ovviamente, gran parte degli spagnoli nel resto del Paese. Come lo sono tutte le istituzioni politiche ed economiche in Europa, cioè proprio i potenziali interlocutori di una Catalogna-Stato.

“E’ un’implicita dichiarazione di secessione, non cederemo al ricatto”, la risposta di Madrid a Puigdemont. Che pure aveva condito il suo strappo proclamato, ma sospeso con disponibilità al confronto. “Non siamo golpisti”, ha detto, alludendo al premio Nobel, Vargas Llosa, che ha paragonato la secessione perseguita a un colpo di Stato senza armi.

Dunque, il dialogo da tutti invocato, è ancora un dialogo tra sordi. Puigdemont non può rimangiarsi le promesse separatiste in cui crede, e fa una mezza marcia indietro per accontentare i suoi e per negoziare con gli altri. La Spagna non può cedere sul principio: finché c’è di mezzo la parola costituzionalmente impronunciabile, ossia indipendenza, nessuna trattativa è possibile.

Ma la Catalogna deve uscire dal vicolo cieco e Madrid deve darle una mano per farlo nel quadro della legge. Sembra tutto elementare, eppure tutto è così difficile.”

La Catalogna e tutta la Spagna stanno vivendo uno psicodramma. Stefano Cingolani, su Formiche, mette il dito sulla incapacità di dialogare dei due cosiddetti leader. Evidente che non sanno uscire dai rispettivi vicoli ciechi, dell’autoritarismo costituzionale, l’uno e del populismo demagogico l’altro: 

“Nonostante da qualche giorno si parli insistentemente della necessità di iniziare un dialogo politico per superare la crisi, in Catalogna la situazione continua a essere molto incerta e lontana dall’essere risolta. Ieri il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha annunciato di essere pronto ad applicare l’articolo 155 della Costituzione – quello pensato per obbligare il governo di una comunità autonoma spagnola a rispettare la legge e la Costituzione. Puigdemont ha scritto su Twitter: «Chiedi il dialogo e ti rispondono mettendo sul tavolo il 155. Capito.»

Dopo un Consiglio dei ministri del governo spagnolo convocato ieri mattina, Mariano Rajoy, primo ministro spagnolo e leader del Partito Popolare (PP), ha fatto un discorso che in un certo senso ha messo Puigdemont con le spalle al muro: ha chiesto formalmente a Puigdemont di chiarire se quella pronunciata due giorni fa al Parlamento catalano fosse una vera dichiarazione d’indipendenza della Catalogna oppure no. La domanda di Rajoy è stata ritenuta legittima da molti. Puigdemont, infatti, aveva sospeso gli effetti di una dichiarazione d’indipendenza mai veramente proclamata, rimanendo in una zona grigia per lui vantaggiosa perché più difficilmente perseguibile dalla legge spagnola (la questione è piuttosto complicata ed è spiegata meglio qui).

 

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La richiesta formale di Mariano Rajoy a Puigdemont di tornare a rispettare i suoi obblighi costituzionali e legali»

Nella sua richiesta di quattro giorni fa, Rajoy ha dato tempo a Puigdemont di chiarire questo punto fino alle 10 di lunedì 16 ottobre. Se il governo catalano risponderà che il discorso di Puigdemont di martedì è stato effettivamente una dichiarazione di indipendenza, avrà tempo fino alle 10 di giovedì 19 per ritrattare la dichiarazione. Se non succederà, il governo spagnolo chiederà al Senato l’attivazione dell’articolo 155 della Costituzione, una misura che finora non era stata ancora presa perché considerata troppo dura e perché non aveva un appoggio politico ampio. Nessuno comunque ha ancora chiaro cosa il governo potrà fare tramite l’articolo 155, che ha una formulazione piuttosto vaga e che finora non è mai stato attivato. L’articolo 155 parla infatti dell’adozione «di misure necessarie per obbligare [la comunità autonoma] all’adempimento forzato» dei suoi obblighi derivanti dal rispetto della legge e della Costituzione della Spagna: come si riuscirà a obbligare il governo catalano a rispettare i suoi obblighi, ancora non si sa.

Se invece Puigdemont dovesse dire che la sua non era una vera dichiarazione di indipendenza, sarebbe una vittoria politica di Rajoy: di fatto il referendum – che per lui non è mai avvenuto, in quanto illegale – non avrebbe avuto conseguenze per ammissione dello stesso Puigdemont.

Art. 155. – 1) Qualora una Comunità autonoma non adempia agli obblighi impostile dalla Costituzione o da altre leggi, o agisca in modo da attentare gravemente all’interesse della Spagna, il Governo, previa intimazione al Presidente della Comunità e, nel caso in cui non sia ascoltato, con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà adottare le opportune misure per costringere la Comunità ad adempiere ai suddetti obblighi o per proteggere l’interesse generale in pericolo.
2) Per l’attuazione delle misure di cui al comma precedente, il Governo potrà dare istruzioni a tutte le autorità delle Comunità autonome.

L’articolo 155 della Costituzione conferisce ampi poteri al governo centrale, compreso quello di esautorare o destituire il presidente Carles Puigdemont e i suoi ministri. Il governo spagnolo, recita il testo dell’articolo, “potrà adottare le misure necessarie per costringere al rispetto forzoso dei propri obblighi” una regione se “non compie gli obblighi imposti dalla Costituzione e le leggi o agisce in modo che danneggia gravemente gli interessi generali della Spagna”. Può così “dare istruzioni a tutte le autorità” della regione in causa. Rajoy potrà procedere a una sorta di commissariamento della Catalogna ‘à la carte’, a seconda delle necessità. Può destituire e sostituire il presidente Puigdemont, i suoi ministri, prendere il controllo di fette dell’amministrazione catalana, imporre un suo uomo al posto del ‘president’, forse il prefetto Enric Millò, convocare elezioni regionali anticipate. Una misura, quest’ultima, invocata in particolare dal leader di Ciudadanos Albert Rivera, il cui partito guida l’opposizione catalana e spera di arrivare primo in nuove elezioni. Per caricare il cannone del 155, prima Rajoy deve inviare una sorta di diffida formale a Puigdemont, ordinandogli di fare marcia indietro. Se la risposta sarà negativa, dovrà ottenere il via libera del Senato, il cui ‘sì’ è scontato dato che il Pp ha la maggioranza assoluta. Se invece decidesse di usare l’articolo 116 della Costituzione per imporre in Catalogna lo stato di emergenza – un’ipotesi che per ora sembra scartata – dovrebbe chiedere luce verde al Congresso, dove il suo governo è minoritario, anche se il Psoe oggi gli ha confermato il suo appoggio. La probabile prima mossa di Rajoy non appena avrà in pugno il 155 dovrebbe essere prendere il controllo dei 17mila uomini della polizia regionale dei Mossos d’Equadra. Così avrebbe campo libero per intervenire sulle altre leve del potere catalano. Una destituzione di Puigdemont e del suo vice Oriol Junqueras, che rimarrebbero senza immunità, potrebbe accelerare un loro possibile arresto. Certo, il rischio di una messa in campo del 155 potrebbe essere una ‘rivolta’ catalana e una fuga in avanti del Govern verso la proclamazione immediata della Repubblica. Con conseguenze che nessuno sottovaluta alla Moncloa.

La richiesta di Rajoy è stata appoggiata non solo dal suo partito, il PP, ma anche dai Socialisti (PSOE) e da Ciudadanos. È stata invece osteggiata da Podemos, il terzo partito per seggi nel Parlamento spagnolo, il cui leader, Pablo Iglesias, si è opposto all’applicazione dell’articolo 155 e ha ribadito che Rajoy dovrebbe avviare dei negoziati seri con Puigdemont per risolvere la crisi. PP e PSOE si sono anche accordati per iniziare una riforma della Costituzione spagnola, una «decisione storica», l’ha definita il PSOE: non è chiaro però a quale tipo di modifiche costituzionali si potrebbe arrivare, e se tra le vie considerate ci sarà quella di permettere un referendum legale sull’indipendenza alla Catalogna, un’ipotesi finora considerata molto improbabile.

1435.- Elezioni Germania: perché i tedeschi hanno bastonato la Merkel e Schulz

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro

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Se anche gli italiani dovessero applicare gli stessi criteri dei tedeschi, quando il prossimo anno (forse) si recheranno alle urne, il PD dovrebbe scendere all’1%!!!

L’analisi del voto tedesco non poteva essere più facile: puniti i partiti di governo, premiati gli altri. E’ vero, fa un po’ specie notare che siano state penalizzate le formazioni politiche che costituivano l’esecutivo di un Paese che non ha mai avuto nella sua storia una situazione economica così florida.

In Germania infatti la Borsa è sui massimi storici, l’economia continua a crescere ad un ritmo sostenuto, il tasso di disoccupazione non è mai stato così basso, per non parlare della bilancia commerciale che ha surplus superiori a quelli della Cina.

Insomma se anche gli italiani dovessero applicare gli stessi criteri, quando il prossimo anno si recheranno alle urne, il PD, visti i risultati, dovrebbe scendere all’1%!!!

Ed allora sembra logico chiedersi, ma i tedeschi sono dei pazzi a “punire” elettoralmente chi li ha resi più ricchi che mai?

La risposta, evidentemente, è no! E per diversi motivi.

Sorvolando sul fatto che l’andamento economico, nelle scelte elettorali, conta molto ma non è tutto, dobbiamo ricordare che una persona, quando entra nella cabina elettorale, non pensa soltanto a sé, ma anche, se non soprattutto, ai suoi figli, ed i tedeschi, giustamente, si sono chiesti cosa ne sarà della Germania se le cose dovessero continuare di questo passo.

Sono stato recentemente in vacanza a Monaco di Baviera, ho visto una sola persona vestita col costume bavarese, suonava la chitarra e cantava, raccogliendo offerte, nella piazzetta antistante una celeberrima “birreria”.

In compenso ho visto decine se non centinaia di donne col “niqab”, il velo integrale islamico che lascia scoperti solo gli occhi. Passeggiando su marciapiedi, poi, anche in zone centrali della città, spesso si viene investiti da nuvole di fumo, sono numerosi infatti i locali con tavolini che danno sulla strada in cui gli avventori fumano “narghilè”.

Non ci si può stupire quindi dell’affermazione di Alternative fur Deutschland, un partito destinato ad ottenere sempre più consensi non solo per la problematica gestione del fenomeno immigrazione, ma soprattutto per le prospettive tutt’altro che rosee  in seno all’Unione europea.

Il voto in Germania, infatti, non ha evidenziato solo insofferenza per come sia stato gestito il flusso migratorio, i tedeschi sono altresì preoccupati per la piega che sta prendendo l’Unione europea.

La paventata istituzione di un unico Ministero delle Finanze, a loro modo di vedere, potrebbe essere l’anteprima di quelle misure straordinarie di politica economica, come ad esempio gli eurobond, che il popolo tedesco ha sempre avversato.

L’opinione pubblica ritiene che già ora la Grecia sopravviva grazie alle sovvenzioni provenienti dell’Ue, della quale sono i maggiori contribuenti, il loro timore, quindi, è che queste sovvenzioni vengano estese anche ad altri Stati con i conti pubblici non in ordine.

Insomma, Unione sì … ma fin quando conviene a loro.

 

1431.- Referendum in Catalogna

 

Da dove arriva l’indipendentismo catalano. Le ragioni di favorevoli e contrari all’indipendenza, come le ha viste il prof. Francesc-Marc Álvaro.

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La sudditanza degli Stati sociali alla finanza sta rafforzando le spinte autonomistiche,ma la frammentazione consente di tutelare i popoli? 

Non è la prima volta che in Catalogna si prova a tenere un referendum sull’indipendenza catalana: c’era già stato un tentativo tre anni fa, che dopo essere stato bloccato dal Tribunale costituzionale spagnolo era stato trasformato in una consultazione informale. L’indipendentismo è un tema al centro del dibattito politico catalano da molti anni, ma che di recente ha acquistato nuova forza, oltre che essere fonte di tensione costante tra governo spagnolo di Madrid e governo catalano.

Già oggi, comunque, la Catalogna ha una certa autonomia dalla Spagna: ha un suo inno, una sua bandiera e una sua lingua, il catalano, che viene parlata da tutti i dipendenti pubblici e usata negli atti ufficiali.

Per capire ciò che sta succedendo oggi in Catalogna bisogna ricordare che nel 2010 il Tribunale Costituzionale (Tc) della Spagna ha deciso di svuotare lo Statuto di autonomia approvato nel 2006 dal Parlamento catalano, le Corti spagnole e i cittadini catalani con un referendum. Quello Statuto doveva aggiornare il testo approvato nel 1979, durante la transizione democratica, così come rinforzare le competenze, il riconoscimento e i finanziamenti del governo regionale.

Il Partito popolare (Pp) si è opposto dal primo momento alla miglioria dell’autonomia catalana e ha usato la vicenda per logorare il governo socialista di Zapatero. I conservatori hanno fatto una campagna molto aggressiva in tutta la Spagna, chiedendo firme contro il nuovo Statuto e fomentando i luoghi comuni più negativi sui catalani. La fobia verso i catalani si è scatenata nei mezzi di comunicazione vicini alla destra. I socialisti hanno alla fine avallato il discorso centralista e intransigente del Pp. Nella società catalana è cresciuto un sentimento di disagio.

Dal quel momento è successo qualcosa di insolito: molti catalani moderati si sono sentiti espulsi dalla Spagna e ingannati dai grandi partiti spagnoli. Hanno quindi abbracciato l’idea dell’indipendenza per garantire i diritti e gli interessi della Catalogna. Ha avuto anche influenza il rifiuto assoluto di Rajoy ad accordare un miglior finanziamento dell’autogoverno. Ed è curioso che l’indipendentismo è sempre stato, finora, una corrente minoritaria. I politici del catalanismo (sia di destra che di sinistra) hanno cercato dalla fine dell’Ottocento formule di tipo autonomista e federale per riformare la Spagna in un senso plurinazionale.

La sentenza del Tc sullo Statuto è stata interpretata a Barcellona come la rottura arbitraria del patto tra la Catalogna e lo Stato che si era forgiato dopo la morte di Francisco Franco. Bisogna ricordare che la dittatura aveva soppresso l’autonomia, aveva proibito l’uso del catalano e aveva cercato di ridurre l’identità catalana a un semplice «patois». Da sette anni è cresciuto uno scollegamento mentale da parte di tanti catalani nei confronti dello Stato spagnolo. Questo scollegamento, che è alla base della grande mobilitazione indipendentista, non è un sentimento contro i singoli spagnoli, ma una profonda sfiducia verso il potere di Madrid e una necessità di collegare la Catalogna direttamente con l’Europa e il mondo globale. E proprio alla finanza globale conviene la frammentazione degli Stati in entità più facili da dominare. Vediamo come si presenterebbe l’Europa se si realizzassero tutte le spinte indipendentistiche:

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L’indipendentismo governa la «Generalitat», ha la maggioranza nel Parlamento regionale, possiede la centralità della società e dà forma ad ampi settori della classi medie dinamiche. Il suo successo si basa sulla costruzione di una narrazione sul «diritto a decidere». Il carattere civico, non etnico, del catalanismo radica il suo discorso nell’esercizio della democrazia e non nei messaggi identitari. Lo scopo principale dell’indipendentismo era organizzare un referendum d’accordo con il governo centrale, come quello che avevano celebrato gli scozzesi nel 2014. Mariano Rajoy non ha mai voluto parlarne, così come i socialisti. Perché il Pp e il Partito socialista operaio spagnolo (Psoe) si rifiutano? Perché dovrebbero prima riconoscere la Catalogna come una nazione (così avevano fatto il Regno Unito con la Scozia e il Canada con il Québec), cosa impensabile secondo la mentalità centralista che domina oggi le élite spagnole. E quindi l’indipendentismo catalano prova a fare qualcosa di insolito: un referendum contro il divieto espresso dello Stato. A Madrid si sono resi conto troppo tardi che questa vicenda non è uno scherzo.

Perché si dice che il referendum contro il divieto espresso dello Stato è illegale?

Il governo centrale di Madrid guidato dal primo ministro conservatore Mariano Rajoy, molte forze di opposizione e il Tribunale costituzionale, tra gli altri – considera il referendum illegale, contrario alla Costituzione, e negli ultimi giorni ha agito di conseguenza. Su richiesta della procura, mercoledì la Guardia civile spagnola è entrata in diversi edifici governativi catalani a Barcellona: ha sequestrato del materiale pronto per essere usato al referendum e ha arrestato 14 persone legate al governo locale, tra cui un consigliere molto vicino a Oriol Junqueras, vicepresidente della Catalogna e uno dei politici più in vista dell’indipendentismo catalano. La reazione del governo della Catalogna – appoggiato da una maggioranza di partiti indipendentisti – è stata durissima. L’account Twitter del governo ha pubblicato frasi come:

«I cittadini sono convocati l’1 ottobre per difendere la democrazia da un regime repressivo e intimidatorio»; oppure: «Pensiamo che il governo spagnolo abbia oltrepassato la linea rossa che lo separava dai regimi autoritari e repressivi».

Al centro della contesa legale tra governo catalano e governo spagnolo c’è una legge approvata dal Parlamento catalano il 6 settembre, la “Ley del referéndum de autodeterminación vinculante sobre la independencia de Cataluña”, che come suggerisce il nome è stata pensata per essere vincolante: in caso di vittoria del SÌ, le autorità catalane dovrebbero dichiarare unilateralmente l’indipendenza della Catalogna; in caso di vittoria del NO dovrebbero indire nuove elezioni.

La legge è stata approvata con il voto favorevole delle forze che sostengono il governo, cioè Junts pel Sí (JxSí), una coalizione formata in occasione delle ultime elezioni il cui obiettivo è l’indipendenza della Catalogna, e Candidatura d’Unitat Popular-Crida Constituent (CUP-CC), altra coalizione elettorale che rappresenta la sinistra indipendentista catalana. Catalunya Sí que es Pot (CSQP), coalizione elettorale di sinistra che include anche Podemos, si è astenuta, mentre hanno votato contro le forze catalane legate ai grandi partiti nazionali, Partito Popolare, Partito Socialista e Ciudadanos, che hanno definito la legge e le modalità della sua approvazione “illegali”. In generale alle elezioni catalane del 2015 il 47,8 per cento del voto popolare era andato a partiti indipendentisti: l’approvazione della legge sul referendum, per quanto contestata, non era arrivata certamente come una sorpresa.

Cosa potrebbe succedere domani: le cose da sapere

Il popolo catalano e il governo di Madrid sono stati trascinati in una ridicola avventura che minaccia  l’Europa,che crea altre fratture in Spagna. Si parla di 460 feriti, di cui uno è grave. Alcuni collegi sono aperti, alcune urne saranno riempite ed evidentemente non si prevede l’abbondanza di voti negativi, quindi gli indipendentisti potranno dire, se lo vorranno, che avrà vinto il «Sí» a prescindere dalla partecipazione e nonostante l’assoluta mancanza di trasparenza e la violenza brutale della Guardia Civil.

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Non abbiamo visto scontri. Solo la Guardia Civil è stata violenta, non la gente. Domani non ci sarà una Catalogna indipendente, ma un governo che s’è mostrato incapace,una Spagna più debole e un’immagine di una Guardia Civil stoltamente violenta

È impossibile non riconoscere che le proteste per le strade hanno superato di gran lunga qualsiasi previsione del governo di Madrid, anche se, in realtà, sembrerebbe non aver previsto quasi nulla in questo caso. La goffaggine del pubblico ministero, l’assenza della politica, l’incapacità statica del presidente hanno anche molte colpe in questo monumentale sbaglio, nel quale si mischiano l’indipendentismo con il diritto a decidere, e nel quale la gente si alza e riempie gli spazi pubblici, ma è anche indignata, e con un obiettivo diverso dall’indipendenza: far fuori il governo Rajoy e le politiche del Partito popolare.

Domani alcuni diranno che, nonostante gli ostacoli dei tribunali e la repressione di Madrid, sono riusciti a far sì che una massa considerevole di cittadini si avvicinasse alle urne o almeno cercasse di farlo: cioè, che la consultazione si è celebrata, salvo nei casi in cui è stato impedito dalle forze pubbliche. Altri, che non c’è stato il referendum perché, appunto, non poteva esserci. La sproporzionata repressione giudiziaria e della polizia in questi giorni ha avuto un effetto boomerang per Rajoy, perché accresce la mobilitazione indipendentista e genera molta più sfiducia verso lo Stato spagnolo. Da questo punto di vista, qualsiasi sia il risultato, la Catalogna è già da oggi un altro Paese.

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Il pompiere paura non ha … e la Polizia colpisce con i manganelli i vigili del fuoco che cercano di proteggere gli elettori. La Catalogna è già da oggi un altro Paese. 

Da ricordare che i due principali partiti politici spagnoli, il Partito Popolare (PP) e il Partito Socialista (PSOE), entrambi contrari all’indipendenza della Catalogna, avevano proposto agli indipendentisti catalani di avviare un processo di “dialogo dentro la legge”, ma solo dopo la rinuncia al referendum. Sarà da qui che si dovrà ripartire – credo, dopo nuove elezioni – , per ricucire l’unità degli spagnoli, anche con il peso delle violenze di oggi. Non ci sarà l’indipendenza in Catalogna come conseguenza della consultazione, ma i danni creati, abbastanza visibili, saranno profondi: divisione e confronti tra i catalani; diffidenza mutua tra Catalogna e resto d’Europa; crescita dell’ispanofobia nella Comunità autonoma e logoramento della democrazia spagnola. Saremo di fronte, come se non bastasse, al rigermogliare del nazionalismo spagnolo, fomentato dalla destra al potere; alla frammentazione della sinistra, già accusata dopo il disordine interno che hanno prodotto gli attuali leader del Psoe; e a un rinvigorimento delle pulsioni conservatrici e del centralismo, considerevolmente dannosi per il futuro di tutto il Paese. Ma la sfida indipendentista non attenta più di tanto all’unità spagnola, che non verrà rotta e non produrrà gli effetti desiderati da coloro che l’hanno ideata e promossa; ma attenta alla stabilità del processo politico ed economico e anche alla sopravvivenza stessa dello Stato. Quindi, dopo la Grecia e l’Italia, cattive notizie per gli spagnoli. Certo, anche per gli europei in generale, ma soprattutto per noi del Sud Europa.

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1420.- Perché deve vincere Angela Merkel.

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Questa sera, 24 settembre, intorno alle 18, si apriranno le urne per rinnovare il Bundestag, la camera principale del parlamento tedesco. Gli elettori saranno così chiamati a decidere chi dovrà governare il paese per i prossimi quattro anni. I riflettori sono puntati sulla sfida tra i cristiano-democratici guidati dalla cancelliera uscente Angela Merkel e i socialdemocratici di Martin Schulz, una sfida che secondo gli ultimi sondaggi sembra già essere senza storia, con il centro destra in netto vantaggio sui socialisti. Se questa previsione dovesse rivelarsi esatta, l’attuale cancelliera Angela Merkel – in carica dal 2005 – si avvicinerebbe al record di durata al vertice dell’esecutivo – 16 anni – detenuto dal suo mentore ed ex cancelliere federale Helmut Kohl, morto di recente.

LA CAMPAGNA ELETTORALE

Si può dire che la campagna elettorale tedesca si è svolta in un clima di tranquillità e pacatezza, fino allo schiaffo di Monaco, dove, proprio all’ultimo comizio, Angela è stata sonoramente fischiata. Il suo discorso sulla Marienplatz è stato accompagnato da un concerto di fischi. Probabilmente era attesa da militanti populisti e xenofobi di AfD , Alternativa per la Germania. fino allora nessuna grande polemica, niente nervosismi e neppure particolari scontri fra i vari avversari politici. Neanche i temi più caldi al centro di questa tornata elettorale – immigrazione, terrorismo, giustizia sociale e Turchia – sono riusciti a scaldare gli animi. A meno di improbabili ribaltoni, le elezioni vedranno Angela Merkel ottenere a 63 anni il suo quarto mandato come cancelliera.

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Angela Merkel ha tra l’altro detto:

“Abbiamo bisogno di ogni singolo voto per poter continuare a vivere bene e ad amare la vita in Germania. Ecco perché non ci adagiamo sul nostro successo, sul fatto che abbiamo dimezzzato la disoccupazione negli ultimi 12 anni, ma sappiamo che viviamo nel XXI secolo, in un’epoca in cui abbiamo bisogno di trovare sempre nuove risposte per nuove sfide.”

I giovani voteranno Merkel, soprattutto per il basso livello di disoccupazione giovanile che, però, da solo non basta a spiegare la popolarità dei partiti conservatori. Da quando Angela Merkel ha vinto le sue prime elezioni nel 2005 ha dovuto gestire un problema dopo l’altro: il crack finanziario, la crisi dell’euro, la guerra in Ucraina, le migrazioni di massa, la Brexit e un rapporto non facile con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La sua voce calma e rassicurante ha accompagnato gran parte delle loro vite degli elettori più giovani.

“La cancelliera – dice Onur Bayar, un altro giovane volontario della Cdu a Neukölln – ha affrontato con calma e correttezza le situazioni più complicate degli ultimi 12 anni, dalla crisi dell’euro a quella dei profughi. La sensazione di stabilità e sicurezza che trasmette è molto importante per tanti giovani. Guarda al futuro e sul piano politico agisce per centrare obiettivi chiari e raggiungibili”.

A volte è facile dimenticare che Angela Merkel è alla guida di un partito conservatore. L’Unione Cristiano-Democratica si è opposta fino a pochi mesi fa ai matrimoni omosessuali. Su altri temi però la Merkel ha assunto posizioni più vicine a quelle della sinistra, decidendo ad esempio di abbandonare l’energia atomica entro il 2022 e aprendo le porte a 800mila profughi nel 2015.

Secondo gli esperti di alcuni istituti di sondaggio queste scelte hanno fatto breccia tra gli elettori più giovani. “Vent’anni fa, quando era alla fine del suo mandato, Helmut Kohl non era molto amato dai giovani – dice Rainer Faus, direttore dell’istituto di ricerca tedesco Pollytix -. Oggi non è più così. La Merkel ha reso accettabile per i giovani il fatto di votare per i conservatori perché è una figura moderata. Il suo partito non lo è, ma la Merkel, che rappresenta la faccia pubblica del partito, è una figura politica decisamente moderata”.

In difficoltà, invece, il candidato socialdemocratico alla cancelleria, Martin Schulz , ha giocato le ultime carte a Colonia, per tentare di mobilitare fino all’ultimo simpatizzante e gli indecisi; ma Schultz ha fatto parte del Parlamento europeo dal 2000 e ha trascorso lì la maggior  parte della sua vita politica; perciò, non ha avuto molto tempo per farsi conoscere, almeno dal milione di giovani che andranno al voto per la prima volta:

Martin Schulz :

“Non combatto per uno scopo personale. No. Non combatto neanche per i voti o per convincere i sondagggisti. Non lo faccio per l’immagine. Lotto per le nostre convinzioni e per i nostri principi. Ci battiamo per voi. Per la gente di questo paese.”

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In Italia, Schulz è conosciuto soprattutto per lo scontro del 2003 con l’allora premier Silvio Berlusconi, che gli disse che avrebbe potuto interpretare il ruolo di “kapò” in un film sui campi di concentramento tedeschi.

Schulz ha messo la giustizia sociale al centro del suo programma, senza però fare breccia nell’elettorato. La Germania ha goduto di 12 anni di prosperità sotto la Merkel, che durante la campagna elettorale non ha mancato di sottolineare i risultati ottenuti in campo economico, su tutti la riduzione della disoccupazione.

L’ex presidente del Parlamento europeo ha promesso che il suo partito non formerà alleanze di governo a meno che non siamo garantiti salari equi, istruzione gratuita, pensioni sicure e impegno per un’Europa democratica.

Secondo l’ultimo sondaggio, il 40% dei 61 milioni circa di elettori non sapeva ancora per chi votare. Si saranno decisi probabilmente all’ultimo momento. I pronostici danno CDU prima, SPD seconda, mentre AfD potrebbe diventare il terzo partito tedesco, superando Die Linke, la formazione a sinistra della SPD, che sarebbe in calo. Dietro la Linke i liberali e i verdi.

Mentre al di fuori del paese il clima di tensione e di incertezza continua ad aggravarsi, in Germania l’approccio prescelto nei confronti delle grandi sfide del futuro sembra essere quello della serenità e della ragionevolezza. A cosa è riconducibile questa tranquillità? Una prima spiegazione potrebbe essere fornita dalla personalità della cancelliera in carica, Angela Merkel, e al suo modo di confrontarsi con i rispettivi antagonisti politici. La cancelliera riesce a far cadere nel vuoto qualsiasi attacco indirizzato alla sua persona oppure alle sue idee, reagendo in modo pacato ed equilibrato. Questo fa sì che molte delle critiche nei suoi confronti, vengano percepite come inappropriate e fuori contesto, dimostrando quindi un’incapacità da parte degli sfidanti a contrastare una Kanzlerin (cancelliera) che sembra ormai destinata ad essere riconfermata per la quarta volta consecutiva. Una seconda interpretazione potrebbe anche essere la volontà di non cambiare lo status quo, essendo la Germania di Angela Merkel uno dei paesi più stabili dell’Unione europea, con una crescita stimata al 2,1 per cento per il restante 2017, con il più basso tasso di disoccupazione dalla riunificazione e con un surplus nel bilancio economico che supera addirittura i limiti imposti dalle regole Ue.

ILLUMINANTE L’INTERVISTA A FRANZ UNTERSTELLER, ESPONENTE DEI VERDI

Come rivela in un’intervista in esclusiva per TPI, Franz Untersteller, esponente dei Verdi e ministro dell’Ambiente, del Clima e delle Politiche Energetiche del land tedesco del Baden-Württemberg: “In Germania non c’è alcun’atmosfera di cambiamento”. “Ho l’impressione che i tedeschi siano soddisfatti della situazione attuale del paese. Dopotutto, la Germania sta bene economicamente. Cambiare cancelliere, vorrebbe dire cambiare un punto di riferimento e soprattutto una delle poche cose sicure in un mondo continuamente minacciato da crisi e incertezze”. In effetti, a guardare i dati economici, la Germania esce vincente su tutti i campi, dalla crescita all’occupazione, dal lavoro all’innovazione. Oltre alla personalità della cancelliera e la prosperità economica della Germania, la causa principale della volontà di non cambiamento è anche dovuta all’incapacità del principale rivale della cancelliera, il socialdemocratico Martin Schulz, nel proporre agli elettori tedeschi un progetto alternativo a quello di Angela Merkel. Prima di tutto, perché è lo stesso Schulz con la sua SPD a far parte della “Große Koalition” (grande coalizione), e quindi qualsiasi critica rivolta al governo è in un certo senso una critica rivolta al suo stesso partito. La credenza comune della gente in questi casi è la solita: se siete stati al governo per quattro anni, pur essendo in una coalizione, perché non avete attuato le politiche che adesso proponete? La scelta elettorale di Schulz nel voler dare un peso prevalente ai temi legati alla giustizia sociale, in uno dei paesi europei più prosperi economicamente, non è stata strategicamente brillante. Come ha sottolineato il ministro Untersteller: “Pur essendo corretto parlare di temi legati alla giustizia sociale per un partito socialdemocratico, è stato un errore non portare in prima linea questioni legate al futuro. Il tema dell’ambiente e delle politiche climatiche, per esempio, sono tematiche troppo importanti per non essere prese in considerazione in una campagna elettorale”. “Schulz, come Angela Merkel, parla troppo poco di temi ambientali, e questo è stato decisamente evidente nello scontro televisivo tra i due candidati di domenica 3 settembre. Proprio questo dibattito televisivo rappresentava una grande possibilità per Schulz di portare in primo piano temi legati al clima, differenziandosi così dalle posizioni assunte dalla Merkel. Di questo non si vede traccia nella campagna elettorale di Schulz”, prosegue il ministro. Secondo l’esponente dei Verdi, il candidato socialdemocratico “gioca in modo troppo difensivo e non si differenzia sufficientemente dalla cancelliera”. La grande abilità della Merkel è stata quella di prendere temi appartenenti a partiti di diverso orientamento politico e farli propri, intercettando perfettamente i sentimenti del paese. Salario minimo, giustizia sociale, svolta energetica, matrimoni omosessuali e accoglienza dei migranti sono solo alcuni temi originariamente portati avanti dai Verdi o dall’Spd diventati materia della Merkel. La legge per i matrimoni tra coppie omosessuali è stata approvata lo scorso giugno, con l’astuzia della cancelliera, che avendo dato libertà di coscienza ai deputati nell’esprimere il proprio voto, aveva lei stessa liberamente votato “No”. Inoltre, rendendo il suo voto pubblico poco dopo, ha dimostrato di non voler tradire i valori di una gran parte della Germania conservatrice e religiosa. Nel picco della crisi dei migranti nel settembre 2015 e con le stazioni di Budapest e di Vienna stracolme di persone in cerca di asilo politico, la Germania della Merkel fu la prima a prendere una posizione netta a riguardo, aprendo le porte a più di un milione di profughi. In questa modo si è resa sicuramente impopolare nei confronti di alcuni esponenti della Csu, il partito cristiano-sociale della Baviera e federato alla Cdu di cui la cancelliera fa parte, ma allo stesso tempo ha dimostrato di avere un profondo senso di umanità oltre che rispettare pienamente l’articolo uno della Costituzione tedesca, che afferma che “la dignità umana è inviolabile”. I tragici fatti di Fukushima nel 2011, portarono la cancelliera Angela Merkel alla decisione di abbandonare una politica energetica nucleare, interpretando così la volontà della gran parte dei tedeschi e rubando in questo modo la scena a una campagna contro il nucleare che avrebbe dovuto spettare quasi interamente ai Verdi. Quanto allo stato sociale, l’introduzione del salario minimo (8,50 euro all’ora) nel 2015 parla da sé. Come afferma il ministro Untersteller, “la cancelliera Angela Merkel è riuscita a ‘socialdemocratizzare’ la Cdu”. I PARTITI IN CORSA Mentre tutti i riflettori sono puntati sulla sfida tra CDU e SPD, il vero cambiamento di queste elezioni sarà soprattutto determinato da chi riuscirà ad arrivare terzo e quarto dopo i partiti tradizionali. Con il sistema elettorale proporzionale in vigore in Germania, saranno necessarie delle alleanze politiche per riuscire a formare un governo, data la scarsa probabilità che un partito riesca a raggiungere la maggioranza assoluta. Tra i partiti in corsa per questi posti, si possono trovare la sinistra radicale dei Die Linke, i liberali dell’FDP, i Verdi e infine la destra radicale dell’AFD. Secondo il ministro Untersteller, “il terzo e quarto posto saranno determinanti per definire la linea politica del nuovo governo”. “Chi conosce la Germania, sa che c’è una notevole differenza tra il land del Nordrhein-Westfalen, governata dalla coalizione tra Cdu e Fdp, e quello del Schleswig-Holstein, con un governo formato da Cdu, Verdi e Fdp. Se si osservano sotto la lente di ingrandimento gli accordi di coalizione di queste due regioni, si possono constatare le enormi differenze”. “Il clima, per esempio, non viene visto come una priorità nel Nordrhein-Westfalen, al contrario nello Schleswig-Holstein – con la partecipazione dei Verdi – viene messo in prima linea. Proprio quest’esempio lascia trapelare quelle che saranno le politiche del nuovo governo. Un governo formato da Cdu e Fdp risulterebbe fatale per quanto riguarda la questione climatica e la svolta energetica del paese. Mentre la partecipazione dei Verdi all’esecutivo garantirebbe una maggiore dedizione al clima e alle politiche ambientali”.

Infine…

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INFINE:

Giuseppe Palma commenta così il risultato di Pirro di Angela

L’esito del voto tedesco porterà alle seguenti conseguenze:
1) l’alleanza della Merkel coi liberali, quindi più austerità e sempre minori condivisioni dei rischi;
2) il forte ridimensionamento del progetto di Macron, che chiedendo “più Europa” troverà la strada sbarrata dai liberali tedeschi che mai, e dico mai, accetteranno una fiscalità comune;
3) la nomina di Weidmain alla Bce (nel 2019), con conseguente fine del Quantitative Easing.

Traetene gli effetti…

1418.- I separatismi buoni e quelli cattivi. Dal Kosovo alla Catalogna

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Madrid “commissaria” la Catalogna.  Le rivendicazioni indipendentiste in Catalogna hanno motivazioni che risalgono al primo medioevo: dalla sconfitta dei mori nell’801 d.C. all’indipendenza finita con la conquista di Barcellona da parte dei Borboni nel 1714.

l ministero dell’Interno spagnolo ha deciso di assumere il coordinamento delle forze di sicurezza in Catalogna per impedire la celebrazione del referendum del 1 ottobre, dichiarato illegale da una sentenza della Corte costituzionale. Il governo della Generalitat guidato da Carles Puigdemont fa appello ai Paesi democratici: “Eʼ una lotta tra libertà e autoritarismo”. L’Ue, per bocca di Tajani: “io sto con Madrid”. Il corpo dei Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana, dipendente dalle autorità regionali, è finito sotto la tutela del Ministero dell’Interno spagnolo. Il governo Rajoy lo ha annunciato dopo aver comunicato al consigliere per gli affari interni della Generalitat, Joaquim Forn, l’invio in Catalogna di unità della Policia Nacional e della Guardia Civil “in appoggio” ai Mossos d’Esquadra. Attesi fino a 4mila agenti.

Il comandante operativo dei Mossos, il maggiore Josep Lluis Trapero, criticato per un “atteggiamento blando” verso gli indipendentisti, teme a questo punto di essere esautorato e avrebbe già informato gli agenti alle sue dipendenze che non accetterà la disposizione comunicata dalla procura. Anche le autorità catalane, l’amministrazione regionale di Barcellona, non si sono fatte attendere: il consigliere per gli affari interni, Joaquim Forn, ha respinto l’imposizione di Madrid sostenendo che è “intollerabile che lo Stato diriga le operazioni di polizia in Catalogna attraverso un alto dirigente del Ministero”. I servizi giuridici regionali stanno studiando la misura per stabilire se possa essere contestata per vie legali.

In realtà, dopo l’offensiva lanciata negli ultimi giorni dallo Stato centrale, con il sequestro di milioni di schede, il blocco dell’invio per posta delle lettere destinate ai componenti dei seggi elettorali, l’ondata di arresti di funzionari dell’amministrazione e la minaccia di una multa di 12mila euro al giorno per i membri della giunta elettorale, neppure il governo della Generalitat guidato da Carles Puigdemont è più in grado di garantire che i catalani possano davvero andare alle urne. Però, almeno questo è certo, il 1 ottobre si trasformerà in una grande giornata di mobilitazione del fronte secessionista, con non pochi problemi per il mantenimento dell’ordine pubblico. Da qui la decisione, presa su richiesta della procura, di affidare il coordinamento delle forze dell’ordine alla Segreteria di Stato per la Sicurezza, dipendente dal Ministero dell’Interno.

Ma dal governo centrale si assicura che non verranno sottratte competenze ai Mossos, ai quali già erano state affidate le delicate indagini e le operazioni di polizia seguite agli attentati jihadisti di Barcellona e Cambrils dell’agosto scorso. Madrid sostiene che la legge del 1986 che regola le forze di sicurezza dello Stato è molto chiara: all’articolo 38 prevede l’intervento di polizia e Guardia civile per il mantenimento dell’ordine pubblico in Catalogna in appoggio ai Mossos d’Esquadra. Ai quali spetta questo compito con “carattere prioritario”, ma senza pregiudizio per la partecipazione delle altre forze di sicurezza quando “lo ritengano opportuno le autorità statali competenti”. Ed è ovvio che, mai come in questo momento, il governo Rajoy lo ritiene opportuno.

L’argomento è di attualità in Veneto, dopo le giornate per l’indipendentismo celebrate a Venezia con i catalani e alle soglie del referendum da 14milioni pompato dalla Lega. Ennio Remondino, dal suo blog, si chiede perché esistano separatismi buoni e separatismo cattivi. Leggiamolo:

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“Le nuove statualità in Europa, dopo la seconda guerra mondiale

 
La caduta del Muro di Berlino sgretola antichi confini di schieramento che coinvolgono e stravolgono l’ex mondo comunista. Poi la caduta della Jugoslavia coronata da tre mesi di bombardamenti Nato sulla Serbia per il Kosovo. Prima guerra in casa dopo quella mondiale per un Kosovo Stato indipendente per due terzi dei Paesi Onu. Non riconoscono ancora oggi l’indipendenza del Kosovo 5 dei 27 Stati dell’Ue, Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro.
Elenco rivelatore: Paesi che hanno in casa grandi problemi di unità nazionale e di spinte separatiste.

Domanda scontata ma priva di risposta credibile in casa occidentale: perché una guerra vera per il Kosovo e repressioni e guerre minacciate contro altre spinte separatiste? Qual’è la differenza tra separatismi leciti e quelli da reprimere?

Per oggi parliamo soltanto di storia.

Dal 1945 al 1989 i confini interni in Europa non sono cambiati, ma varie e antiche questioni non per questo si sono risolte da sole e alla fine sono ricomparse con prepotenza tra le rovine del muro di Berlino. Dal 1989 in poi si può dire quindi che ci sia stata un’accelerazione nei cambiamenti di frontiere che spesso ha portato a dolorosi conflitti, soprattutto dove queste antiche questioni si ritenevano dimenticate. La dissoluzione jugoslava degli anni Novanta è stata la prima a riportarle in luce e indubbiamente, per drammaticità e complessità delle vicende, sarà ricordata ancora a lungo come una delle crisi peggiori. A seconda dei punti di vista la nascita di un nuovo stato era ritenuta una secessione (o anche un tradimento bello e buono), oppure il compimento di un sogno nazionale atteso e auspicato da tempo.

Tra i primi in ordine di tempo a proclamare la propria indipendenza in Europa nordorientale furono i paesi baltici. L’Estonia, approfittando del progressivo indebolimento dell’Unione Sovietica, iniziò già prima del novembre 1989 a promulgare proprie leggi sulla lingua ufficiale, sull’indipendenza economica e sul sistema elettorale per ammettere al voto solo i residenti estoni. L’11 marzo 1990 fu la Lituania a proclamarsi indipendente, seguita il 4 maggio 1990 dalla Lettonia. Tuttavia, per ottenere la piena sovranità, fu necessario attendere la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’autunno del 1991, ma le ultime truppe russe si ritirarono definitivamente nel 1993. Questi avvenimenti non si limitarono all’area del mar Baltico, perché altri ne seguirono a sud nell’area del mar Nero: nello stesso periodo della crisi del 1991 infatti anche la Moldavia si staccò dall’Unione Sovietica, ma l’anno successivo subì la secessione della Transnistria filorussa che ancora oggi resta irrisolta.

L’indipendenza del Kosovo

Cosa accadde nel decennio balcanico è noto, essendo tra l’altro più vicino a noi. Nel gennaio 1990 la Slovenia e la Croazia, che fino a quel momento erano parte dello stato federale jugoslavo, ritirarono le proprie delegazioni dal congresso della Lega dei comunisti. A giugno, nel corso delle prime elezioni, il successo andò a quei partiti che non intendevano più conservare la vecchia Jugoslavia. Il 23 dicembre in Slovenia si tenne un referendum per l’indipendenza a favore della quale si espresse quasi il 90% dei votanti. In mezzo a forti tensioni e difficili trattative si arrivò al 25 giugno 1991, quando il parlamento sloveno proclamò l’indipendenza. Nel corso della seduta inoltre era giunto anche un telegramma da Zagabria che annunciava che la stessa decisione era stata presa anche in Croazia, visti i risultati del referendum che si era tenuto il 19 marzo 1991. Anche qui però, già nel mese di aprile, la Krajina -una parte del nuovo stato- aveva dichiarato di non accettare le decisioni prese, e ad essa si era unita la Slavonia.

Nel cuore della Mitteleuropa asburgica si svolse invece l’unica vicenda che forse ebbe un andamento normale e senza strappi, frutto cioè di trattative politiche e dibattiti parlamentari. La separazione tra Slovacchia e Repubblica ceca, che già nel 1990 avevano creato con lungimiranza uno stato federale, si svolse in maniera consensuale e la proclamazione dell’indipendenza slovacca avvenne il 1° gennaio 1993. Anche in Slovacchia però, con il passare del tempo, si formò una corrente politica nazionalista che vedeva nella minoranza ungherese un elemento di disturbo alla vita del nuovo stato. Di fatto, poiché essa si trova suddivisa tra quattro diverse province della Slovacchia, non sembra possibile immaginare una secessione territoriale, ma sono tuttora frequenti i contrasti sull’applicazione di una legge ungherese che considera tali anche propri cittadini residenti all’estero come nel caso della Slovacchia.

Giovanni Punzo

1405.- DALLA UE AL QUARTO REICH? UN PUTSCH SILENZIOSO E’ IN CORSO.

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Un putsch silenzioso è in corso nelle istituzioni europee, con la brutale velocità di un blitzkrieg,  per mutare  la UE    in Quarto Reich. Così  sussurrano  le voci ben informate del deep superstate  a Bruxelles, raccolte dal sito belga Dedefensa, che ha nell’ambiente buone entrature.

“Con il Brexit, i  funzionari britannici stanno lasciando posti strategici nel labirinto istituzionale e burocratico che hanno  occupato, da abili  tattici, da  una trentina d’anni. Invece di aprire una procedura trasparente di ripartizione fra i  funzionari degli stati membri, i tedeschi li occupano praticamente tutti loro, approfondendo il loro potere su queste retrovie strategiche decisive e dando la loro impronta alla UE.

“il punto è che i britannici, fautori accaniti della sovranità nazionale, in quei posti chiave erano  riusciti a bloccare i più ambiziosi progetti sovrannazionali  ed oligarchici delle tecno-eurocrazie. Va riconosciuto che hanno proseguito in  questo l’opera che condusse contro i  progetti delle  tecnocrazie “apatridi” il  generale De Gaulle nel primo decennio della Comunità. Partiti loro, e data l’incredibile stato  di deliquescenza della Francia ormai subalterna a Berlino, la via è  aperta alla chiusura in gabbia degli europei in un sistema che corrisponde all’ideologia e agli  istinti profondi dello Stato  più grosso e  pesante economicamente, che  impoliticamente ha sempre avuto della nazione un  concetto volkisch, naturalistico e non politico; la volontà  benintenzionata di abolire i conflitti invece di riconoscerli in istituzioni appropriate, ossia politicamente pluraliste. Ricordiamo che la Prussia non unificò  la Germania proponendo gli altri staterelli germanofoni un esplicito progetto politico, bensì una  pacifistica Unione Doganale (Zollwerein) ;   che il concetto di Stato non è affatto  compreso in quello di Reich, parola che mal si traduce come Impero, perché ogni impero è multinazionale, mentre il Reich del Kaiser  puntò alla omogeneità del Volk  e della   Kultur. Di fatto, divenne una struttura di comando e obbedienza, ossia l’estensione del prussianesimo  dalla Baviera ad Hannover. Su questa pericolosa forma che l’Unione Europea tende a prendere di per sé sotto il dominio  delle tecnoburocrazie a-politiche e sovrannazionali,  John Laughland ha scritto un saggio la  cui lettura andrebbe   resa obbligatoria ai politici, The Tainted Source (La fonte inquinata).

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I politici  d’oggi non avendo la levatura di un Andreotti ( “amo tanto la Germania che ne preferisco due”) non sono  capaci di capire il rischio, a cui daranno la loro adesione nel nome  – ovvio –  del “ci vuole più Europa”, a cui il Quarto Reich somiglia.  I  servi mediatici ci parleranno di una Merkel che “avanza verso il federalismo europeo”…

Intanto i tedeschi annetteranno alla loro già smodata potenza economica e finanziaria che governano coi diktat nel più brutale disprezzo delle regole che loro  stessi impongono (vedasi il loro demenziale surplus)  anche la politica estera comune e a difesa “europea”. Allora sarà davvero il Quarto Reich.

La dipartita dei  britannici lascia in balia della Germania lo  European External Action Service (EEAS) , il  colossale sub-ministero (scommetto che pochi ne avrete sentito parlare) i  cui burocrati dettano la politica  estera europoide, forte d 3400 dipendenti e di 140  delegazioni estere;  fatto aggravato dalla vera e propria incredibile e sospetta dimissione francese, quando il segretario generale di questo servizio  estero, Alain Le Roy, s’è dimesso per “motivi personali” senza che l’Eliseo di Hollande reclamasse il posto. Posto immediatamente occupato per cooptazione da Helga Schmidt, tedesca, fatta salire da n.2  del servizio a n. 1 senza che i francesi né alcun altro ”latino” chiedessero almeno questo n.2 liberatosi.

Naturalmente la bella  Helga spadroneggia con mano pesante germanica sul servizio ed  ha messo in ombra la Alta Rappresentante, ossia la nostra Mogherini, non solo perché ci vuol poco, ma perché non ha alle spalle  un  governo che debba  la sua elezione agli italiani, e che deve invece la sua sopravvivenza al potere (e ai quattrini)  al benvolere della Merkel, della BCE e al “progetto  europeista”  anti-populista: quindi nella condizione  di servitù perenne   che gli conosciamo.  Servitù – sia detto  en passant – che la Merkel vuole rendere eterna avendo chiesto a Berlusconi (che ha eliminato come sappiamo  nel 2011) di formare dopo le elezioni un governo col PD, per non dare il potere  ai “populisti”.  Inutile dire che il cavaliere, scodinzolando,  ha detto sì.

Adesso le residue (e scarse) speranze sono  affidate a Parigi:  si tratta infatti della Difesa Comune Europea  –  un progetto  di Monnet che De Gaulle stracciò nel 1954,  e che i britannici hanno da allora in poi impedito in funzione filo-americana. Adesso  la Merkel lo vuole fortemente, l’esercito europeo.  Il che significa, retorica a parte che siano i francesi a conferire al Reich  le forze armate. Berlino è infatti  disarmata  per volontà americana e propria,  e solo la Francia (grazie a De Gaulle) ha una potenza militare autonoma, la force de frappe, la capacità di  proiettare forza a distanza, autonome tecnologie (i Mirages, mica gli F-15),  il deterrente nucleare, la capacità organizzatrice.  Adesso l’annessione di fatto sta forse per sorgere attraverso la finzione di un “aereo da combattimento europeo”, dove la Dassault dovrebbe  mettere quasi tutto a disposizione.  “E dopo si porrà  la questione della  potenza nucleare di dissuasione, che la Germania vorrà  sia conferita all’esercito europeo, ossia alla Germania”.

Non c’è dubbio che Macron  darà il  suo sì,  “europeista” com’è. Ma accetterà  l’Armée? La  Grande Muette,  nella cui storia c’è Napoleone e De Gaulle e la ferita di Sedan e l’occupazione prussiana  di Parigi?  Non è improbabile che quando Macron ha sbattuto fuori il generale De Villiers,  il capo di stato maggiore, sia stato perché costui obiettava alla “fusione-acquisizione” delle armate francesi da parte di Berlino. E il saluto corale e silenzioso che tutto  il personale ha tributato al generale dimissionario, è  forse la sola ultima speranza che che il Quarto Reich mercantile e brutale venga impedito.

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Speriamo di no.

1379.- L’IMPORTANZA DI UN ESERCITO COMUNE PER UNA MAGGIORE INTEGRAZIONE EUROPEA

L’argomento corre sulle ali delle ambizioni francesi e tedesche, ma, a costo di ripetermi, le Forze Armate sono l’ultima chance della Politica Estera, che, assolutamente, l’Unione europea non ha e, poi, c’è la NATO. A chi farebbero capo i centri di comando di queste forze armate europee? Costituirebbero un inutile doppione? Verrebbero a sostituire la NATO con la copertura della Force de Frappe francese invece che di quella USA? Allora, la domanda più seria da porsi è: “Cui prodest?” All’Italia non di certo, a meno che… Ricordo che il Libro Bianco della Difesa, da alcuni anni, prevede l’impiego dell’Esercito nell’Ordine Pubblico, cioè contro le manifestazioni di piazza dei cittadini. Ecco, allora, si comprendono i come e i perché della proposta e – non vorrei dirlo – anche del terrorismo dei “tutti morti con documenti in bella vista”.  Vive la France. 

Nonostante la gran parte delle operazioni militari dei paesi europei vengano oggi condotte nell’ambito di coalizioni multinazionali (europee o NATO), le Forze Armate rappresentano un elemento chiave della sovranità nazionale. Lo strumento militare è quindi pensato e strutturato in funzione degli obiettivi strategici che ogni Paese si pone e sebbene l’Alleanza Atlantica e l’UE forniscano un quadro di interessi condivisi, può accadere che questi obiettivi non convergano e che, quindi, un Paese debba prendere l’iniziativa di intervenire guidando una coalizione ad hoc (come ad esempio l’Italia con l’operazione Alba del 1997 in Albania). In un contesto non federale non è nell’interesse strategico di nessun Paese rinunciare ad una sua autonomia operativa. È invece più realistico pensare ad una maggiore integrazione a livello di pianificazione operativa e di acquisizione e sviluppo di capacità nell’ambito di una cooperazione rafforzata.

Qual è il ruolo dell’industria della difesa per il raggiungimento degli obiettivi europei nel campo della politica estera e di sicurezza comune?

L’industria della difesa e della sicurezza (i confini tra i due ambiti si vanno sempre più assottigliando) rappresenta un fattore essenziale di indipendenza ed autonomia strategica ma l’onerosità dello sviluppo dei sistemi per la difesa rende necessaria in Europa la cooperazione internazionale (pensiamo all’Eurofighter o alle fregate FREMM). Anche in un contesto di forte cooperazione internazionale l’Italia non può però prescindere da un certo livello di autonomia industriale e tecnologica per assicurare sia la sicurezza degli approvvigionamenti (security of supply) in aree tecnologiche particolarmente critiche, sia per consentire al Paese di negoziare la partecipazione ai programmi collaborativi da posizioni di parità. Senza contare che quello della sicurezza e difesa è uno dei pochi settori dell’alta tecnologia ancora presidiati dall’industria nazionale.
Lo sviluppo di un quadro europeo per l’industria della Difesa rappresenta oggi una priorità e l’Agenzia Europea della Difesa (EDA) rappresenta la struttura dell’Unione dedicata alla collaborazione in ambito industriale e tecnologico. Oggi il bilancio dell’Agenzia è di appena 30€ milioni, sarà quindi necessario rafforzare l’Agenzia dotandola di un budget in linea con le sfide che si prospettano. Un passo importante è stato compiuto dalla Commissione europea con la pubblicazione, alla fine del 2016 del “European Defence Action Plan” che ha lanciato la creazione di un Fondo Europeo per la Difesa che verrà strutturato su due “finestre”, una dedicata alla ricerca con finanziamenti di circa 500€M l’anno a partire dal 2020, ed una dedicata allo sviluppo di capacità che mira ad incoraggiare lo sviluppo di programmi collaborativi. Il Fondo è considerato uno strumento cruciale per sostenere la competitività dell’industria europea della difesa. Non dimentichiamo che tantissime innovazioni tecnologiche che migliorano la nostra vita ogni giorno derivano da programmi di ricerca tecnologica militare (le telecomunicazioni mobili, internet stesso, e così via)

I terroristi stanno colpendo ovunque in Europa, cosa fa l’Unione europea per la nostra sicurezza?

L’ottenimento di un alto livello di sicurezza per i cittadini europei è un obiettivo prioritario per l’Unione europea che ha individuato il terrorismo come una delle minacce principali unitamente al crimine organizzato ed al cyber-crime. La natura fluida e transnazionale della minaccia richiede un approccio complessivo al problema ed è per questo motivo che L’Unione europea si sta muovendo per implementare una “Unione della Sicurezza“. Lo scorso anno la Commissione ha creato uno specifico portafoglio (Security Union) per implementare questa Unione definendo anche un’Agenda per la Sicurezza europea.
L’obiettivo è affrontare le minacce a livello globale europeo superando l’approccio della semplice cooperazione tra gli Stati. L’Unione europea si è concentrata sulle misure di prevenzione e contrasto alla radicalizzazione, sulle misure che regolano il possesso di armi e sullo scambio di informazioni (PNR – Personal Name Record) sui passeggeri dei voli provenienti da paesi terzi. Nel marzo di quest’anno è stata approvata una Direttiva (che dovrà essere recepita dagli ordinamenti nazionali) che stabilisce delle norme minime relative alla definizione dei reati e delle sanzioni nell’ambito sia dei reati di terrorismo (inclusa la minaccia di commettere attentati) sia dei reati riconducibili ad un gruppo terroristico (come ad esempio il finanziamento di gruppi terroristici).
L’Unione europea ha anche costituito nell’ambito di Europol un centro anti terrorismo per migliorare il coordinamento tra le autorità nazionali. Una modifica legislativa è stata anche apportata al codice che regola lo spazio Schengen. Mentre in precedenza i cittadini europei erano soggetti a controlli minimali in ingresso e uscita dallo spazio Schengen, d’ora in avanti saranno oggetto di controlli sistematici volti a verificare l’autenticità dei documenti di viaggio ed a verificare che la persona non sia oggetto di segnalazione nei database nazionali ed internazionali. Come gli ultimi attacchi terroristici hanno dimostrato è, nella pratica, difficile controllare in tempo reale migliaia di soggetti identificati come pericolosi. Una strada da seguire per facilitare il compito delle forze di sicurezza può basarsi, oltre che su un rafforzamento della cooperazione tra i servizi di intelligence, anche su soluzioni tecnologiche come ad esempio l’uso di braccialetti elettronici (applicati alle caviglie) deciso dalla Germania per monitorare i possibili terroristi.

1376.- Schaeuble, piano per poter commissariare l’Italia

Gli gnomi dell’alta dittatura finanziaria sono contrariati dalla resistenza del popolo italiano e hanno deciso che quella anomalia istituzionale chiamata Commissione europea, benché di koro nomina, sia tuttavia un organo troppo politico (!) e influenzabile dai governi. Qualcuno dirà: “Scopro che abbiamo un Governo!”. Ecco, allora, che spunta il fondo Esm che assumerà i poteri che ora spettano alla Commissione europea nella verifica dei conti pubblici e nelle sanzioni agli Stati, indovinate quali? Quelli come l’Italia, che non rispettano le regole di bilancio e, a non rispettarle, ci pensa questa serie di governi, sostenuti dalla fiducia di un parlamento illegittimo. Quindi, miliardi a gogò: alle banche, agli F-35, agli afroasiatici, più afro che asiatici, che hanno vinto la lotteria del buonismo italiano e ciucciano in compagnia di chi può. Oggi, un altro italiano disperato suicida. Insomma, hanno deciso che dobbiamo essere commissariati e che marceremo al passo dell’oca; infatti, l’Esm è finanziato dalla Germania per il 22%. Così pagheremo all’infinito un debito pubblico inventato – quasi, quasi – per noi. Tutto questo grazie agli eredi sinistri della Resistenza, che ci guarderanno dall’alto dei loro conti correnti esteri e con la benedizione del Vaticano.

 

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Il ministro delle Finanze tedesco vuole una troika tutta europea. Il meccanismo europeo di stabilità (Esm), detto anche fondo salva Stati, potrebbe essere usato dagli Stati anche per situazioni di crisi come catastrofi naturali e per migliorare le congiunture in periodi negativi e non solo in caso di fallimento. In cambio però i paesi che non rispettato le regole di Bilancio perderebbero la loro sovranità e sarebbero commissariati. Sarebbe questo il piano del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble secondo un articolo di Bild.

Il progetto di riforma delle istituzioni europee, che dovrebbe essere lanciato subito dopo le elezioni Federali in Germania, prevede la creazione di un Fondo monetario europeo e getterebbe le basi per poter commissariare i paesi in crisi non virtuosi. I soldi dei contribuenti tedeschi verrebbero messi a disposizione dei Paesi del Sud d’Europa (degli 80 miliardi del bilancio del Fondo, 22 sono versati da Berlino) ma la contropartita a cui pensa Schaeuble è molto grossa.

In cambio l’Esm avrebbe infatti una maggiore influenza nelle politiche di bilancio degli Stati. Stando alla prima bozza del piano, il fondo Esm andrebbe a prendere importanti poteri che ora spettano alla Commissione europea nella verifica dei conti pubblici e nelle sanzioni agli Stati che non rispettano le regole di bilancio.

La Commissione è considerata da alcuni come un organo troppo politico per prendere queste decisioni e troppo sensibile alle richieste dei Paesi membri. Le indiscrezioni sulla proposta di Schaeuble arrivano poco prima delle elezioni tedesche del 24 settembre e sembrano andare incontro alle richieste del presidente francese Emmanuel Macron in favore di un bilancio unico in Eurozona.

Nella visione della Germania, il rispetto della disciplina di bilancio è il presupposto per il rafforzamento della governance economica europea. Il Meccanismo europeo di stabilità è dotato di 80 miliardi di euro, di cui 22 miliardi sono messi dalla Germania. Nei calcoli di Schaeuble, il Paese avrebbe così maggiore potere di intervento sui bilanci degli Stati europei.

“Non sono previsti eurobond né ricette miliardarie”, ha precisato la portavoce di Schaeuble in conferenza stampa, “ma in gioco c’è lo sviluppo del Meccanismo di stabilità europeo e il progresso dell’Eurozona”.

D’altra parte, la Commissione è contraria ad attribuire all’Esm la funzione di guardiano dei conti pubblici perché il Fondo avrebbe soltanto il ruolo di gestione di potenziali crisi nell’area euro, anche se il fondo è visto come il futuro sostegno comune dell’Unione bancaria.

Oggi, 24 agosto 2017, di Livia Liberatore