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1920.- Paolo Barilla: Pasta senza glifosato? Il costo, da 20 centesimi, passerebbe a 2 euro a piatto. Lo scippo del grano sardo.

Lo scippo del grano sardo Senatore Cappelli trovò d’accordo l’allora Ministro Martina – quello che blatera oggi su tutto il da farsi – e continua. Mentre il Sud si conferma la ‘colonia’ del Centro Nord Italia, esattamente come dopo la ‘presunta’ unificazione italiana del 1860. Allora i piemontesi spedivano in Sicilia Cialdini di turno per scannare i contadini meridionali che si rifiutavano di andare a servire per sette anni – tanto durava il servizio militare – un regno che il Sud non riconosceva. Il Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Gian Marco Centinaio deve intervenire in fretta

Oggi le industrie del Centro Nord tengono basso il prezzo del grano duro ordinario per potere fare affari con il grano duro canadese, regalando ai consumatori pasta industriale con glifosato e micotossine.

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Paolo Barilla è presidente dell’Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane: un imprenditore che guarda al profitto. Si giudica da solo.
da i I Nuovi Vespri 13 agosto 2018

Paolo Barilla dice il vero; ma la questione va ribaltata con la seguente domanda: che cosa contiene la pasta che costa 20 centesimi di euro a piatto? Ci vogliono fare credere che i contaminanti – glifosato, ma non solo – non fanno male alla nostra salute? Il ruolo del mercato di Chicago e della UE: E l’assenza del Governo nazionale e delle Regioni

E’ di qualche giorno fa la prima, clamorosa condanna per la Monsanto, la multinazionale che ha riempito il mondo di glifosato, un erbicida molto utilizzato in agricoltura (e, purtroppo, anche dalle pubbliche amministrazioni che, per diserbare le strade, risparmiano sulla manodopera utilizzando il glifosato!).

Come i lettori di I Nuovi Vespri sanno, il blog conduce da tempo una difficilissima battaglia contro il grano duro estero pieno di glifosato che arriva in Italia. Ci sono state pure due denunce e si è finiti in Tribunale a Roma. E’ andata bene, ma questo dà la misura delle difficoltà che si incontrano quando, con le inchieste, si toccano certi temi (e, soprattutto, certi interessi).

Oggi torniamo sulla vicenda glofosato-grano duro partendo da una dichiarazione di Paolo Barilla, presidente dell’Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane e vicepresidente dell’omonimo gruppo:

“Per l’industria tutto dipende da che tipo di prodotto produrre e a quali costi, perché se noi dovessimo fare un prototipo di pasta perfetta, in una zona del mondo non contaminata, senza bisogno di chimica, probabilmente quel piatto di pasta invece di 20 centesimi costerebbe due euro. Una pasta a ‘glifosato zero’ – aggiunge il vicepresidente dell’omonimo gruppo – è possibile, ma solo alzando i costi di produzione. Si sta dando molta enfasi a qualcosa che non è un rischio – spiega Paolo Barilla – noi rispettiamo le norme, la nostra filosofia d’impresa ci impone anche un ulteriore principio della cautela che realizziamo attraverso i nostri controlli. Detto questo, per arrivare ai limiti previsti dalla legge bisognerebbe mangiare duecento piatti di pasta al giorno”. (SU I NUOVI VESPRI TROVATE L’INTERVISTA A PAOLO BARILLA PER ESTESO).

Non entriamo nel merito dell’azione del glifosato sulla nostra salute, tema che abbiamo affrontato più volte e che, proprio qualche giorno fa, è stato ricordato da Cosimo Gioia in una lettera al Ministro delle Politiche agricole, Gian Marco Centinaio: lettera nella quale Gioi arriva a conclusioni molto diverse da quelle espresse da Paolo Barilla (SU I NUOVI VESPRI TROVATE LA LETTERA DI COSIMO).

Noi, oggi, vogliamo ribaltare il ragionamento di Paolo Barilla.

Il numero due del gruppo Barilla afferma:

Se noi dovessimo fare un prototipo di pasta perfetta, in una zona del mondo non contaminata, senza bisogno di chimica, probabilmente quel piatto di pasta invece di 20 centesimi costerebbe due euro”.

Bene. Ribaltiamo il ragionamento con una domanda: che cosa contiene il piatto di pasta che costa 20 centesimi di euro?

Il problema è tutto lì. Gli industriali della pasta sostengono che il grano duro prodotto in Italia non basta alle stesse industrie. Ma allora come mai buona parte del grano duro del Mezzogiorno d’Italia dello scorso anno e buona parte della produzione di quest’anno è invenduto?

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Grano Cappelli, consorzio sardo beffato: invenduti 8000 quintali
Il passaggio dell’esclusiva agli emiliani blocca le vendite come varietà da semina. Dice la giovane presidente del Consorzio sardo Grano Cappelli, Laura Accalai -, era un punto fermo, riconosciuto a livello nazionale, perché è difficile farlo bene. Ora non è più possibile perché l’esclusiva l’ha vinta la Sis. Possiamo commerciarlo solo come grano da macina. Un’operazione che va esattamente nel senso contrario di ciò che dovrebbero essere le politiche agricole e che ha di fatto privato il Consorzio e la ditta sementiera Selet di Tuili di un bene creato con un lavoro trentennale che cominciava a dare i suoi frutti”.
In calce, leggiamo l’articolo di Antonello Palmas per La Nuova Sassari

Le industrie della pasta dovrebbero acquistare il grano duro prodotto in Italia e, poi, se non dovesse bastare,il grano duro estero.

Perché, invece, le industrie della pasta acquistano prima il grano duro estero, contribuendo a far precipitare il prezzo del grano duro del Sud del nostro Paese a 18 euro circa al quintale, ben al di sotto del costo di produzione dello stesso grano duro del Mezzogiorno d’Italia, che oscilla tra 23 e 24 euro al quintale?

La verità è che, a monte di questa storia, c’è una speculazione internazionale che parte da Chicago, il più importante mercato dei cereali del mondo. Da Chicago si arriva a Bruxelles, con le politiche dell’Unione Europea che puntano a scoraggiare la produzione di grano duro, con il ricorso al Set-Aside (in inglese, letteralmente, mettere da parte): un regime agronomico adottato nell’ambito della politica agricola comune dall’Unione europea nel 1988, che consisteva nel ritiro dalla produzione di una determinata quota. E’ noto che l’Unione europea non tutela la salute.

In terza battuta c’è il Governo nazionale, che fino ad oggi non solo non ha sostenuto la cerealicoltura del Sud Italia, ma ha delegato all’industria le scelte in materia agricola!

In quarta battuta ci sono le Regioni. I Presidenti delle due Regioni del Sud Italia più importanti per la produzione di grano duro – Michele Emiliano per la Puglia e Nello Musumeci per la Sicilia – rispetto a questo tema sono praticamente ‘latitanti’.

Il risultato di tutto questo è duplice:

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Da una parte, nel Sud Italia, negli ultimi anni, si registra l’abbandono di circa 600 mila ettari di seminativi;
dall’altra parte, il nostro Paese è letteralmente sommerso dal grano duro estero, con in testa il grano duro canadese, che continua ad arrivare in Italia. È bene precisare che la maturazione indotta con il glifosato – riguarda le aree fredde e umide del Canada. Poi ci sono altre zone del Canada dove si produce un ottimo grano duro, ma questo “noi” non lo acquistiamo.

A conti fatti, sono le scelte ‘esterne’ all’Italia (leggere scelte imposte dalle multinazionali), avallate dal Governo nazionale e dalle Regioni (queste ultime potrebbero promuovere i controlli sulla sanità del grano estero: se lo facessero, gran parte di questo prodotto verrebbe rimandato al mittente e le industrie della pasta italiana sarebbero costrette ad acquistare grano duro del Sud Italia; aumentando la domanda, il prezzo del grano duro del Sud Italia salirebbe).

Invece avviene l’esatto contrario: vincono le multinazionali, il grano duro del Sud Italia costa 18 euro al quintale e rimane invenduto e trionfa la pasta industriale che costa 20 centesimi di euro a piatto.
Ma cosa c’è nel piatto di pasta che costa 20 centesimi di euro?
Provate a darvi la risposta da voi…

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Si parla del glifosato contenuto nel grano duro che arriva dal Canada e delle micotossine nei derivati del grano, ma come fare a individuare un pane fatto con grano che contiene micotossine?

“Il grano canadese che arriva in Europa è un rifiuto speciale che finisce sulle nostre tavole”

Lo racconta il noto micologo pugliese, Andrea Di Benedetto, che, da anni, si occupa dei problemi del grano duro e di micotossine. Questo ‘regalo’ lo dobbiamo all’Unione Europea che, dal 2006, in seguito alle pressioni delle lobby, consente l’arrivo, con le navi, di grani duri che in altre parti del Mondo vengono smaltiti come rifiuti tossici. Il problema vale per tutti i consumatori europei ma, in particolare, per gli italiani: soprattutto per gli abitanti del Sud Italia che, in media, tra pasta, pane, pizze, dolci ingeriscono ogni anno 130 chilogrammi di derivati del grano. Da qui l’aumento di malattie: Morbo di Crohn, Parkinson, Autismo e altre patologie autoimmuni. E anche la Gluten sensitivity, scambiata per Celiachia
“Partiamo da una semplice considerazione – ci dice il micologo Di Benedetto -: un grano che ha viaggiato molto deve costare di più. Invece, con riferimento al grano duro che arriva dal Canada, avviene l’esatto contrario: alcune partite di grano duro costano poco. Questo ci dovrebbe fare riflettere”.
Si parla del glifosato contenuto nel grano duro che arriva dal Canada e delle micotossine nei derivati del grano. E’ il caso del cosiddetto DON, acronimo di Deossinivalenolo. La presenza di questa micotossina nei mangimi prodotti e commercializzati in Canada, in una quantità oltre a mille ppb (sigla che sta per parti per miliardo ndr), crea seri problemi agli animali monogastrici, che non progrediscono nella crescita”.
L’Unione Europea, nel 2006, in seguito alle pressioni delle lobby, ha fissato il limite di questa micotossina a 1750 ppb”.

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Il grano duro che in Canada non si potrebbe utilizzare nemmeno per gli animali è un rifiuto tossico e speciale, che dovrebbe essere smaltito con certi costi. Un prodotto che, invece, finisce sulle tavole dei consumatori europei”.
Lo portano con le navi. Questo grano duro pieno di DON viene miscelato con i nostri grani duri – parlo dei grani duri del Sud Italia che hanno un contenuto di DON pari a zero – e poi viene utilizzato per produrre pasta, pane, pizze, dolci e via continuando”. In condizioni normali i villi intestinali non assorbono il glutine. Il DON altera la funzione dei villi intestinali che iniziano ad assorbire il glutine dall’intestino che, a propria volta, va nel sangue e crea problemi al nostro organismo”: per esempio, la Sla e il morbo di Alzheimer, il morbo di Crohn. Poi ci sono malattie del sistema nervoso: per esempio Parkinson, Autismo e altre patologie autoimmuni”.

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Nelle farine per il pane, spesso, ci sono meno controlli e passa di tutto: glifosato, micotossine e anche metalli pesanti”. Nel Centro – Nord d’Italia c’è da rabbrividire. Si comincia con una testimonianza di alcuni tecnici di laboratorio che raccontano di aver analizzato ben 135 tipi di farine prodotte con grano tenero. E che cosa hanno trovato? Tante micro-nano particelle di ferro e di altre sostanze dannose per la salute. Metalli – nel servizio lo si dice a chiare lettere – che, a lungo andare provocano il cancro. Da qui una domanda: se il grano tenero conservato nei silos presenta ferro e altri metalli dannosi per la salute dell’uomo, che cosa si troverà nel grano duro che viene trasportato con petroliere?
Buona parte del grano tenero, oggi, arriva in Italia dall’Ungheria, dalla Bulgaria e dalla Romania. Non arriva sotto forma di farina, ma di farina impastata e surgelata ancor prima che inizi la lievitazione.
La grande distribuzione organizzata, nel Centro Nord Italia, non dà molte informazioni sul pane che mette in vendita. I consumatori leggono:
“Pane appena sfornato”.
La notizia è corretta. Ma è pane che arriva dai Paesi dell’Est europeo. E viene importato perché costa poco.
Questo ci dice che, oggi, la povertà ha raggiunto ampie fasce di popolazione del Centro Nord Italia. Perché un pane che arriva impastato nell’Est europeo, che può rimanere surgelato anche due anni, non può che essere di pessima qualità.

“La prova sulla fettina del pane è valida per escludere la presenza di due funghi che producono l’ocratossina, che è ancora più pericolosa del DON” perché sembra che sia addirittura cancerogena”. La prova è valida: serve per escludere la presenza – nelle farine con le quali è stato prodotto il pane – di Aspergillus e Penicillium, ma attenzione: anche il nostro grano duro, se conservato male, può sviluppare Aspergillus e Pennicillium e, quindi, ocratossine”. La prova è facile: se la fettina di pane conservata per sei-sette giorni produce la patina verdastra – cioè i funghi Aspergillum e Pennicillum possiamo dire che le farine erano di pessima qualità?

Possiamo dire che tutto questo nasce dal fatto che Paesi dove il grano non dovrebbe essere coltivato viene invece coltivato. Il grano è una coltura che dovrebbe essere tipica delle aree del mondo a Sud del 42 parallelo nell’emisfero boreale. In queste zone – e il Mezzogiorno d’Italia ne è un esempio classico – le radiazioni ultraviolette del sole eliminano i funghi che producono micotossine. Non altrettanto può dirsi delle aree umide, dove i grani, proprio a causa dell’umidità, sviluppano funghi e quindi micotossine”.

A causa del grano duro canadese al glifosato e alle micotossine, il Sud Italia ha abbandonato circa 600 mila ettari di seminativi.

La fusione tra la Monsanto e la Bayer

“La Monsanto è una multinazionale americana che opera nel settore dei pesticidi e degli erbicidi. La Bayer nel settore medicale. Magari sarà un po’ sinistro quello che dico, ma ho l’impressione che le multinazionali si stiano attrezzando: ci fanno ammalare e poi ci curano…”.

Le associazioni i Nuovi Vespri e GranoSalus, da cui abbiamo attinto quanto avete letto, hanno deciso di fare chiarezza su tutti i derivati del grano duro che circolano in Italia. L’associazione GranoSalus sta mettendo insieme i produttori di grano duro del Mezzogiorno d’Italia con l’obiettivo di rilanciare un prodotto di alta qualità messo in crisi dalla globalizzazione dell’economia.

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Nel nostro Paese esiste una produzione di pasta alta qualità, legata ai grani locali?

“Certo che esiste. Parliamo, ovviamente, del Sud Italia. In Molise, ad esempio, opera il Pastificio Spighe Molisane Piemme food srl. Si trova a Cerce Maggiore, a Campobasso. E’ una pasta prodotta al cento per cento con grani duri locali. Una pasta di alta qualità la si può trovare anche in Basilicata, a Stigliano, in provincia di Matera, dove opera il Pastificio Fatti in casa di Delle Fave Nunzia snc. Questo pastificio lavora solo con la cultivar di grano duro Senatore Cappelli (varietà di grano duro pugliese sulla quale ha lavorato il grande genetista Nazareno Strampelli: si tratta di un grano duro antico di altissima qualità ndr)”.

Ci sono anche la Puglia e la Sicilia.

“Certamente. In Puglia ci sono alcune realtà importanti. Segnalo il Pastificio Granoro di Corato, a Bari, azienda di medie dimensioni che lavora solo grani duri locali, ovvero grano duro al cento per cento della Puglia. Poi l’azienda Agrigiò-Candela, a Foggia, che lavora solo con il grano duro Senatore Cappelli con macina in pietra; produce pasta e pane molto ricchi di fibra. E, ancora, sempre per restare in Puglia, Il Fornaio dei Mulini vecchi di Barletta, altra azienda che lavora solo con la cultivar Senatore Cappelli con macina in pietra”.

Andiamo alla Sicilia.

“In Sicilia c’è il Pastificio Valledolmo, che lavora solo con i grani locali. E’ una bella realtà che va crescendo. Segnalo anche il Pastificio agricolo Lenato, a Caltagirone. Questa è un’azienda particolare che trasforma il grano duro che produce. E’ un’azienda agricola di circa 150 ettari che si è trasformata in un pastificio”.

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Una lapide all’esterno della casa di Strampelli reca la scritta: ‘Dove cresceva una spiga di grano ne fece crescere due’. Gli affaristi di oggi, invece, siccome non conoscono le regole della concorrenza, ‘Dove cresce una spiga ne fanno morire due’!

Eccoci, ora, al Grano Cappelli, consorzio sardo beffato: invenduti 8000 quintali
Il passaggio dell’esclusiva agli emiliani blocca le vendite come varietà da semina. La società bolognese SIS, Società italiana sementi – dietro la quale ci sono potentati del mondo agricolo nazionale cui è difficile opporsi: Negli accordi di esclusiva c’è di mezzo Coldiretti, Consorzi Agrari d’Italia (Lombardo-Veneto) & Proseme, Molino Grassi, Molino De Vita e Pastificio Sgambaro”. – che ha partecipato a un bando del Crea di Foggia e l’ha vinto, aggiudicandosi per 15 anni l’esclusiva di riproduzione e certificazione di uno dei più noti grani antichi del Sud Italia – la varietà Senatore Cappelli – e adesso impedisce la commercializzazione di questo grano duro per la semina. «Possibile commerciarlo solo per la macina. L’operazione è stata fermata (ma non bloccata, perché non sappiamo ancora come finirà questa storia, ma occorre fare in fretta»: tutto deve passare da loro! Succederà la stessa cosa con le varietà di grano duro antiche della Sicilia, dalla Tumminìa al Russello, dal Perciasacchi al Maiorca? A nostro modesto avviso, visto che è passato un principio assurdo, il pericolo c’è.
Per la cronaca, l’allora Ministro delle Politiche agricole, PD, affermò che non esisteva alcun monopolio nell’azione della Sis. Mah…”. È stato chiesto al Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura, Crea, che ha istruito il bando, l’accesso agli atti per verificarne la regolarità, senza avere avuto ancora risposta”.
L’articolo di Antonello Palmas:

TUILI. Montagne di grano duro “Senatore Cappelli” invenduto: 8000 quintali. L’appello viaggia sui social: aiutateci. È il risultato dell’operazione che ha portatola bolognese Sis all’acquisizione dei diritti di certificazione sulla pregiata qualità, bloccando una filiera che solo a livello regionale conta un centinaio di aziende, ma ci sono ripercussioni anche nel settore bio nazionale. «Prima potevamo venderlo in tutta Italia come grano da semina – dice la giovane presidente del Consorzio sardo Grano Cappelli, Laura Accalai –, era un punto fermo, riconosciuto a livello nazionale, perché è difficile farlo bene. Ora non è più possibile perché l’esclusiva l’ha vinta la Sis. Possiamo commerciarlo solo come grano da macina».

Un’operazione che va esattamente nel senso contrario di ciò che dovrebbero essere le politiche agricole e che ha di fatto privato il Consorzio e la ditta sementiera Selet di Tuili di un bene creato con un lavoro trentennale che cominciava a dare i suoi frutti. Tutto nacque grazie all’intuizione di Santino Accalai, che recuperò da un anziano contadino la varietà ormai abbandonata agli anni 60 per altre considerate più redditizie. In 30 anni quel grano ha riacquistato valore, sfondando in tutta Italia.

Ma ha attirato l’attenzione di qualcuno che ne ha capito le potenzialità. Un bando istruito con condizioni considerate inaccettabili per la piccola realtà sarda ha di fatto consegnato il piccolo gioiello, che stava creando lavoro e rappresentava un modello di efficienza, nelle mani degli emiliani della Società italiana sementi, dietro la quale ci sono potentati del mondo agricolo nazionale cui è difficile opporsi.

Il Consorzio ha affidato a facebook la sua preoccupazione e da tutta Italia arrivano richieste, ma non basta. «L’annata è stata ottima solo da noi, con 20 quintali di resa a ettaro. È il primo anno che abbiamo così tanto grano – commenta Laura, figlia di Santino – E invece dobbiamo vivere nell’ansia. Dopo quello che è accaduto ci sono 8000 quintali di “ Cappelli” invenduti». Il motivo? L’esclusiva, finita in altre mani: «Senza certificazione il nostro grano non è tracciabile, gli agricoltori dopo il raccolto non potrebbero scrivere nella documentazione che è un “Cappelli”, insomma – spiega Laura – si ritroverebbero con un grano duro qualsiasi che a quel punto riterrebbero non conveniente da seminare. Solo con l’auto-dissemina puoi prorogare la qualità, ma per un anno. Nel frattempo il piano di semina da mille ettari è sceso a zero: con questo invenduto non possiamo prendere altri impegni con gli agricoltori».

E così la montagna dorata resta nei granai. E occorre fare in fretta per smaltirla. C’è di mezzo anche il meteo. La responsabile del Consorzio: «Siamo a gennaio e ci sono anche 20 gradi e parecchia umidità, che certo non aiutano la conservazione di un grano biologico, che oltretutto non può essere trattato contro il punteruolo. Il grano è bellissimo, ma occorre vendere in fretta, non sappiamo se dura sino a giugno». Gran parte della filiera, composta da agricoltori, panificatori, agriturismo, sostiene il Consorzio: «Sono tutti arrabbiati e sperano che la situazione torni quella di prima – dice Laura – . Abbiamo mosso i nostri passi sul piano legale e chiesto, ad esempio a Crea, che ha istruito il bando, l’accesso agli atti per verificarne la regolarità, senza avere avuto per ora risposte».

E gli emiliani? «Il loro progetto era di chiudere chissà quanti contratti nel biologico, ma sappiamo che la nuova esclusiva non ha portato alla chiusura di contratti nel biologico. Nessuno ha accettato la loro intenzione di fare monopolio, anche se il ministro Martina afferma che non esiste alcun monopolio nell’azione della Sis. Mah…». La politica? «Tante promesse, ma alla fine la Regione non ha fatto nulla. Lo affermo senza polemica. Dicono che la politica ha i suoi tempi. Così come sembra inutile che la questione sia finita
in Parlamento». Ma il Consorzio non demorde: «Le idee non mancano – dice la Accalai –, lavoriamo su altri progetti e altre varietà, tutte antiche, anche in collaborazione con l’università di Firenze. Chiaro che ci vorranno altri anni per ripartire».

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1919.- BORGHI:’TURCHIA? NOI NON ABBIAMO PIÙ LA GARANZIA DELLA BCE. SE ARRIVA LA TEMPESTA, SERVE IL PIANO B’

CHI SUONA LA LIRA – IL LEGHISTA NO-EURO BORGHI: ”MOAVERO DICE CHE L’EURO CI PROTEGGE DALLE CRISI? POVERO, IL SUO COMPITO È RASSICURARE I MERCATI. MA I MERCATI SONO IRRAZIONALI. L’UNICA COSA CHE CI PROTEGGEVA ERA LA GARANZIA DELLA BCE, CHE ORA INVECE STANNO TOGLIENDO. SE ARRIVA UNA TEMPESTA, SENZA OMBRELLO, CI SERVIRÀ IL PIANO B…” – ”I MUTUI SCHIZZEREBBERO ALLE STELLE? BALLA COLOSSALE. INVECE…’’

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Felicissima intervista di Luca Telese a Claudio Borghi per ‘La Verità”
Ha letto, onorevole Claudio Borghi?

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«Ho letto, ho letto…».

Dicono che il crollo della Turchia è una lezione severa per i nostalgici della lira. Cioè voi.

«Uhhhh. E i siriani?»

Cosa c’ entrano?

«Perché c’ è anche la lira siriana! Ma ovviamente non c’ entra nulla né con la Turchia né con l’ Italia».

Nulla.

«Zero. È come dire che Milano Marittima ha attinenza con Milano perché entrambe hanno nel nome “Milano”. Una corbelleria. Un’ altra cosa…».

Quale?

«Non sono, non siamo “nostalgici della lira”. Se dovessimo cambiare moneta proporrei di chiamarla fiorino».

Un omaggio a Renzi?

«Per carità. Un tributo ai banchieri toscani che hanno inventato la finanza moderna.

La storia è complessa».

In che senso?

«Lo sa che più antica moneta d’ Italia proviene dai fenici ed è conservata a Como?

Questo per dire come le monete si rincorrono nella storia in modo difficilmente prevedibile».

Ha letto l’ intervista del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi?

«Ahimè, sì».

Perché ahimè?

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Giovanni Tria e Claudio Borghi

«Moavero è andato a parlare nel posto non più propizio al governo…».

Non ci sono state smentite.

«Lo so bene. Ma so come tutto si giochi sui titoli, ormai. È bastato che il ministro facesse un apprezzamento sull’ euro, perché nel titolo questo pensierino non traumatico diventasse subito una terribile sconfessione dei sovranisti».

Ho capito, ce l’ ha con Moavero e se la prende con Il Foglio.

«Affatto. Solo che credo di essere uno titolato a capire come funzionano “i mercati” perché sono stato per tutta la vita “i mercati”, per mestiere. La lezione turca è un’ altra.

Dobbiamo preoccuparci per l’ euro, non gioire per la sua presunta solidità».

Mi spieghi.

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Matteo Salvini Claudio Borghi

«Torniamo ai mercati: sono molto semplici. Se per qualsiasi motivo uno o più fattori di insicurezza iniziano a turbinare sulla testa di qualcuno, se tu presti i soldi inizi a chiederti se stai facendo bene».

Sta accadendo ai turchi?

«Esatto. Mi perdoni il gioco di parole: il debitore non ha credito».

Cosa intende?

«Se tu chiedi un mutuo, alla banca la cosa che interessa meno sono il tuo lavoro, le tue prospettive, il tuo sorriso. Cosa vogliono?».

Garanzie.

«Esatto. Ti mandano a periziare la casa e ti chiedono la dichiarazione dei redditi.

Ma conta la garanzia. Prova tu a farti dare l’ equivalente di un mutuo da 150.000 euro senza ipoteca. Ti fanno ciao ciao, anche se guadagni bene».

E quindi il nostro problema è la garanzia?

«Già. La garanzia sul debito sovrano la dà la banca centrale. E questa garanzia sta venendo meno».

Ma anche un Paese ha un patrimonio!

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Claudio Borghi, Matteo Salvini, Alberto Bagnai

«Sì, ma non è esigibile. Prendi il debito emesso dalla Fiat: se fallisce la Fca, si vendono i beni e si va a parziale copertura del debito. Ma sui beni dello Stato non c’ è pignoramento. Salta il banco».

Lei pensa alla fine del “bazooka” di Mario Draghi.

«Sì. I mercati sono calmi se c’ è una banca centrale che garantisce, perché può ripagare. Mentre l’ unica cosa certa è che se noi diciamo: “Faremo i bravi, siamo virtuosi, spenderemo poco”, ai nostri creditori non importa un fico secco…».

Altra stoccata a Moavero.

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Claudio Borghi lira

«Ma no… Lui, come Tria, si è autoassegnato questo compito di rassicurare, lo fa con impegno. Solo che all’ omino che accende il suo computer alla borsa di New York e fa viaggiare i soldi di quei pensieri virtuosi non frega nulla».

Se non c’ è garanzia del debito, che succede?

«Il nodo è tutto qui. Abbiamo le elezioni europee tra poco, dobbiamo spiegare ai cittadini spiegare che c’ è un problema di democrazia».

Borghi Salvini Bagnai

Diranno: cercano alibi, perché i mercati sono incerti per la manovra.

«Guardi, metta in conto che noi siamo cattivoni e cicale. Ma nel 2012 era luglio, c’ era Monti, eravamo buoni bravi e formichine, c’ è stato un casino con le banche in Spagna e gli spread si sono messi a correre».

Il solito omino dei mercati che accende il computer e fa casini?

«Sempre lui».

Perché?

«C’ era la paura della recente crisi greca e di finire fregati come i possessori dei titoli di Atene: l’ euro non “protesse” nulla e lo spread finì a 500 in Italia e a 200 in Francia.

Matteo Salvini Claudio Borghi

Per fortuna…».

Fortuna?

«Quando il Paese forte è finito nei guai, è arrivata la soluzione. Sempre quella, l’ unica. Ovvero la garanzia della Bce».

Ma il debito pubblico?

«Non ci crederà mica, spero. Da quel punto in poi, in tutta Europa del debito non è fregato nulla a nessuno. Si sono fatte manovre in deficit, ci sono stati gli attentati, in Catalogna c’ era la gente in strada e non fregava una cippa a nessuno!».

Quindi lei non crede di dover rassicurare i mercati?

«Il mio dovere non è rassicurare i mercati. È vigilare sul voto e sulla volontà dei cittadini».

Come?

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Moavero Salvini

«Sarebbe opportuno iniziare a parlarne della questione della garanzia senza raccontare più palle».

Quali?

«La comoda bugia – come abbiamo visto – è che la “buona condotta” aiuti».

E la scomoda verità?

«Che l’ unica maniera (per tutti) per mantenere le cose come sono è rimettere la garanzia, altro che terminare il Quantitative easing. La Bce deve dichiarare che non tollererà spread superiori ai 150 punti fra due paesi dell’ eurozona».Ma dicono che è un’ uscita lenta.

«Ma cosa pensano i tanti omini che accendono i loro computer in tutto il mondo?

Lenta o veloce, la garanzia non c’ è più».

Cosa combina l’ ometto?

«Immagina di essere uno che domani mattina entri in un desk in cui si guadagna sulle oscillazioni dei titoli. Se nessuno mette mano al portafoglio per difenderli, l’ omino inizia a scommettere al ribasso».

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Enzo Moavero Milanesi

Dicono che non c’ è motivo razionale.

«I mercati spesso non sono razionali, seguono istinti animali. Se esistono gli spread, esistono le differenze. Se esistono le differenze, esiste un rischio diverso, e quindi in extrema ratio un rischio Italia. O Turchia. O Spagna. L’ animale, se percepisce il rischio, scappa».

Ma lei cosa farebbe?

«Bisognerà prendere le posizioni. O si mette una nuova garanzia, o si prepara un piano B».

Uscire dall’ euro?

«La domanda è un’ altra. C’ è tempesta. Se arriva il tornado noi siamo pronti? Vede, con i turchi la scusa Cottarelli del debito pubblico cattivo non funziona: hanno un debito al 38%».

Però sono sotto attacco.

«Esatto. Moavero è caduto nell’ equivoco di pensare che l’ euro ci tuteli».

Non è così?

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ERDOGAN TRUMP

«No. La Turchia è sotto attacco proprio per i debiti fatti nelle valute che non controlla. In questo mondo strano, se chi ha i capitali pensa che il Paese sia solido, intravvede il profitto e si precipita a prestargli i soldi».

La Turchia era questo.

«L’ amichetta della Germania: aveva le basi Nato, serviva contro l’ Isis».

E poi?

«È finita l’ Isis, è cambiata la politica americana, la Nato non si capisce più a che serva».

Arriva il tweet di Trump e crolla tutto.

«Sono tra i Paesi meno indebitati del mondo, ma hanno il debito privato alto e non nella loro moneta».Perché? «Gli ometti correvano a investire, e loro si sono gonfiati come dei tacchini. Ma non hanno sovranità sul debito privato in dollari. E quindi sono deboli, perché – di nuovo – non c’ è garanzia».

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Draghi Merkel

Erdogan dice di comprare le lire turche.

«Ma loro, al contrario di noi sono in disavanzo commerciale: fabbricano delle bellissime Tipo, ma con i soldi esteri a prestito si sono presi le Bmw».

Come finisce?

«Le aziende turche faranno default sui debiti in valuta. Ma dato che hanno la loro moneta non andranno in ginocchio: quando la moneta sarà scesa a sufficienza, il Paese comincerà a recuperare grazie alla svalutazione. Restano fregati – capiremo in quale misura – i prestatori incauti».

E noi?

«La nostra bilancia commerciale è in attivo. Se invece importi più di quello che esporti, quando si ferma la giostra qualcuno si fa male».

Sì, ma l’ Italia?

«Ripeto: noi siamo già in surplus. Se avessimo la nostra moneta, se ci attaccassero facendola scendere andremmo in super surplus».

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Draghi euro

E i mutui in euro schizzerebbero alle stelle?

«Una balla colossale. Verrebbero convertiti al momento del cambio, semmai sarebbero abbattuti dalla svalutazione».

Quindi lei sta dicendo che Moavero e Tria sbagliano.

«No, sono loro vicino. Dover rassicurare i mercati è un brutto mestiere: sono come dei terapeuti che provano a dare certezze a un paranoico grave. Auguri».

1916.- “L’Italia delle decisioni opache”: gli auspici nostri e di Vitalba Azzolini

VOGLIA DI ANDARE VIA

Vitalba Azzollini, funzionario CONSOB, pubblica sulla rubrica ISTITUZIONI E FEDERALISMO de La Voce, il suo auspicio che i recenti sviluppi in sede Ue verso una maggiore trasparenza possano orientare nel medesimo senso anche l’ambito istituzionale italiano.
Questa opinione, espressa a titolo personale, merita di essere conosciuta e ci sollecita perché darebbe per scontato che l’Ordinamento di quell’anomalia istituzionale, chiamatasi Unione europea, possa improntarsi ai principi che condizionano l’esistenza della democrazia, già chiari ad Aristotele, come la trasparenza e l’alternanza, per citare i le principali. Posto che il Trattato di Lisbona, anteponendo la competitività dell’Unione sui mercati mondiali, è antitetico alla trama dei principi della Parte Prima della Costituzione della Repubblica e, quindi, è incostituzionale alla radice, gli orientamenti che la governance intenderà adottare, a partire dalla sua Banca Centrale privata, ci lasciano indifferenti. Sono, invece, condivisibili le riflessioni e l’auspicio di Vitalba Azzollini per “una migliore conoscenza dell’operato dei pubblici poteri” in Italia, cioè a dire, per una reale trasparenza del processo decisionale dei legislatori italiani ai vari livelli; in ciò significando l’esigenza di una effettiva partecipazione dei cittadini alla vita politica della Nazione; ma questo ci richiama alla revisione dell’articolo 49 della Costituzione, con cui i padri costituenti ci vincolarono al sistema dei partiti, senza avere costituzionalizzato i principi cui questi devono informarsi. Fra questi, appunto, ma non solo, la trasparenza e l’alternanza. Con questo auspicio, tenemmo la nostra prima conferenza divulgativa della Costituzione e, con questo, perseveriamo ancora, dopo sei lunghi anni.

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Vitalba Azzolini

“L’ordinamento europeo si orienta verso una sempre maggiore trasparenza delle istituzioni. In Italia restano invece zone d’ombra, dall’attività delle commissioni parlamentari alla regolamentazione delle lobby e alla valutazione delle politiche pubbliche.

Anche i triloghi diventano pubblici

Per garantire ai cittadini “una migliore conoscenza dell’operato dei pubblici poteri” e, quindi, una più stretta partecipazione ai processi decisionali, l’ordinamento europeo si è progressivamente evoluto verso una maggiore trasparenza delle istituzioni. A ciò hanno contribuito nel tempo anche alcune pronunce dei giudici. L’ultima è la sentenza del tribunale dell’Unione europea che, il 22 marzo scorso, ha consentito l’accesso integrale alle tabelle a quattro colonne redatte nell’ambito dei cosiddetti triloghi, negoziati informali fra i due co-legislatori (Parlamento e Consiglio), finalizzati a raggiungere un’intesa per la successiva adozione formale degli atti legislativi. I negoziati non vengono contemplati dai trattati dell’Unione europea, ma sono diventati comuni nella pratica poiché la soluzione “ufficiale” prevista in caso di divergenza tra le due istituzioni – la“conciliazione”, cui può ricorrersi solo nella fase conclusiva dei lavori- si è dimostrata complessa e poco efficiente. I triloghi – possibili, invece, in ogni fase – hanno reso più spedita la co-decisione, che costituisce la procedura legislativa ordinaria dopo il trattato di Lisbona. Tuttavia, le trattative dei triloghi presentano un aspetto critico in termini di trasparenza: si svolgono a porte chiuse.

Il citato documento a quattro colonne “è l’unico atto che consente sia di tenere traccia di quanto effettivamente accade durante le riunioni, che di conoscere l’evoluzione delle posizioni espresse dalle delegazioni partecipanti”: ma mentre le prime due colonne del documento – proposta della Commissione e posizione del Parlamento – sono pubbliche, le altre due – posizione del Consiglio e proposta di compromesso – sono normalmente segretate. A questo riguardo, in seguito a un’inchiesta sui triloghi svolta nel 2015, il difensore civico europeo ha richiamato a una maggiore trasparenza. E la sentenza di marzo del tribunale dell’UE, sancendo che non esiste una “presunzione generale di non divulgazione” relativamente alle procedure legislative dell’Unione, ha dato ampia applicazione ai principi di pubblicità e trasparenza delle stesse. “L’esercizio da parte dei cittadini dei loro diritti democratici presuppone la possibilità di seguire in dettaglio il processo decisionale all’interno delle istituzioni che partecipano alle procedure legislative e di avere accesso a tutte le informazioni pertinenti” (punto 98). Del resto, in ogni democrazia rappresentativa – UE o ordinamenti nazionali – “la rappresentanza può aver luogo soltanto nella sfera della pubblicità”, non “in segreto e a quattr’occhi”.

La situazione in Italia

Ma qual è il grado di la trasparenza del processo decisionale dei legislatori italiani?

In Italia vige il principio della pubblicità delle sedute delle Camere (articolo 64 Costituzione), per garantire la conoscibilità alle scelte operate, e la tecnologia ha consentito una sempre maggiore informazione sui lavori dell’assemblea. Eppure, restano margini di opacità nell’azione dei decisori. Innanzitutto, vi sono zone d’ombra sul funzionamento delle commissioni parlamentari permanenti, “cuore del processo legislativo(…). È in questi organi che si svolge la maggior parte del lavoro sugli emendamenti, in cui si cercano convergenze politiche e in cui il dibattito entra realmente nel merito delle questioni”. Solo per le sedute delle commissioni in sede deliberante o redigente vi è l’obbligo – non sempre rispettato– del resoconto stenografico (articolo 65 regolamento Camera; articoli 60 e 33 regolamento Senato) e può essere richiesta la pubblicità dei lavori.Invece, se le commissioni si riuniscono in sede referente o consultiva vengono stilati solo “resoconti sommari con molte poche informazioni. La poca accountability e trasparenza è evidente anche nelle votazioni. Il voto elettronico non è la regola, ed è quindi impossibile ricostruire come i membri delle commissioni votino sui singoli emendamenti, articoli, provvedimenti”.

In secondo luogo, in Italia non esiste una disciplina delle lobby e, pertanto, a differenza di quanto accade in UE, vi è totale opacità sulle “pressioni” che influenzano il processo legislativo.

Inoltre, vengono poco e male usati strumenti per la trasparenza della regolamentazione prodotta dal governo: l’analisi di impatto, cioè la valutazione preventiva di costi e benefici delle ipotesi di intervento normativo, mediante comparazione di opzioni alternative; e la verifica di impatto, vale a dire il successivo esame degli effetti prodotti dall’opzione prescelta.

Infine, manca un compiuto “ciclo di valutazione” delle politiche pubbliche, non solo per i profili regolatori, ma soprattutto per quelli inerenti alla definizione del problema da risolvere, agli studi di fattibilità delle diverse ipotesi di azione, al controllo in itineree alla verifica dei risultati: la trasparenza di tale “ciclo” consentirebbe un’effettiva conoscenza dell’operato dei pubblici poteri.

I margini di opacità sui processi decisionali restano, dunque, rilevanti. L’auspicio è che i recenti sviluppi in sede UE verso una maggiore trasparenza possano orientare nel medesimo senso anche l’ambito italiano.”

1901.- SPECIALE CETA – Una riforma istituzionale nascosta (parte 1)

Parlammo e tenemmo conferenze sul TTIP e sul CETA, molto partecipate. Ora, dal Parlamento europeo – Movimento 5 Stelle, giunge e pubblichiamo la prima parte dello “SPECIALE CETA – Una riforma istituzionale nascosta”: riforma nascosta perché, già da 10 mesi e grazie all’escamotage dell’attuazione provvisoria, vincola le decisioni degli Stati che devono approvarlo a non ostacolare il libero commercio e gli investimenti, qualsivoglia, dei canadesi. In pratica, un TTIP col passaporto canadese e, più verosimilmente, col doppio passaporto. A chi come noi si è votato alla trama dei principi costituzionali della Repubblica, vien da gettare la spugna e guardare ai neoliberisti della finanza israelo-americana come fossero Alberto Sordi, che ci rammenta: “Io so io e Voi siete un caxxo! Cominciate a capire perché, per Washington, la Russia non può far parte dell’Occidente? “.

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Il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) è un trattato fra UE e Canada. Dal 21 settembre 2017 è applicato quasi per intero a titolo provvisorio e a tempo indeterminato, aggirando così la prevedibile opposizione dei Parlamenti di vari Stati membri alla ratifica. In questo momento l’iter per la ratifica é in corso in vari Stati UE, compresa l’Italia.

Le circa 1600 pagine del CETA sono sul sito internet della Commissione Europea.
Formalmente, il CETA é un trattato di libero scambio. Dal punto di vista sostanziale si tratta di una riforma istituzionale nascosta perché subordina la possibilità dell’UE e degli Stati di prendere decisioni nel pubblico interesse al fatto che queste decisioni non comportino la creazione di nuove barriere commerciali col Canada e non limitino l’amplissimo raggio d’azione concesso dal trattato agli investitori canadesi nell’UE.

In particolare il trattato:

istituisce una cooperazione normativa fra UE e Canada ed incarica organismi bilaterali dell’esame preventivo delle nuove norme affinché esse non creino barriere agli scambi commerciali
– fissa amplissimi spazi per l’intervento privato nei servizi (scuola, acqua, salute…) ed impegna gli Stati a non ridurli
– detta i criteri per il rilascio di permessi e licenze connesse con le attività economiche
– antepone gli interessi privati a quelli pubblici attraverso l’ICS, la clausola sostanzialmente equivalente alla classica ISDS che consente agli investitori canadesi nell’UE (e viceversa) di citare in giudizio lo Stato in caso di leggi che ledano i loro interessi. L’entrata in vigore della clausola sembra tuttavia rimandata a tempo indeterminato
– lascia in bianco il paragrafo relativo alle caratteristiche che gli alimenti canadesi devono possedere per essere venduti nell’UE. Queste caratteristiche verrano definite dai burocrati del Ceta Joint Committee. In Canada si producono e si consumano anche OGM e carne agli ormoni
– lancia un siluro al principio di precauzione incardinato nei trattati europei, che ora evita, fra l’altro, la massiccia importazione nell’UE di cibi OGM, ed inserisce un cavallo di Troia nelle norme UE relative alla sicurezza alimentare.

Il CETA ha un pesante effetto sull’agricoltura UE. Inoltre é un trattato in grado di modificare se stesso attraverso il CETA Joint Committee, un organismo bilaterale non soggetto a controllo democratico incaricato di rivedere ed aggiornare varie parti del trattato stesso, fra cui:

– le categorie dei prodotti soggetti diritti di proprietà intellettuale
– la definizione dei trattamento “giusto ed equo” in assenza del quale gli investitori possono citare in giudizio lo Stato per danni.

Secondo la Commissione Europea, il CETA porta benefici alla gente e al mondo degli affari perché fa aumentare gli scambi commerciali fra UE e Canada e, con questo, contribuisce a generare crescita economica ed occupazione.

Tuttavia gli studi di impatto del CETA che la stessa Commissione Europea ha richiesto e finanziato prospettano un aumento del PIL europeo compreso fra lo 0,03% e lo 0,08% complessivo nell’arco di sette anni: nel migliore dei casi, lo 0,012% all’anno. Un aumento così esiguo può essere assorbito e cancellato dal margine di errore che é naturale in qualsiasi proiezione economica. Inoltre questo piccolo aumento del PIL sarebbe accompagnato da effetti collaterali indesiderabili: fra l’altro, 167.000 europei dovrebbero cercarsi un nuovo lavoro.

Uno studio di impatto indipendente tratteggia invece esiti funesti del CETA sull’UE, particolarmente acuti in Italia e in Francia: compressione salariale, diminuzione delle entrate pubbliche, perdita di posti di lavoro, diminuzione del PIL.

Dal punto di vista del libero scambio vero e proprio, il CETA:

– elimina la quasi totalità dei dazi doganali sui beni scambiati fra Canada ed UE. Questi dazi già in precedenza erano molto bassi (in media il 3,5% per le esportazioni UE verso il Canada e il 2,2% per le esportazioni canadesi verso l’UE)
– elimina gran parte delle “barriere non doganali”: sono le norme, i regolamenti di conformità, gli standard e simili che dettano le caratteristiche dei prodotti. Molti di essi sono state istituiti per proteggere salute ed ambiente. Standard diversi possono impedire che una medesima merce sia venduta sia in Canada sia nell’UE
– consente alle aziende canadesi di partecipare agli appalti pubblici dell’UE (e viceversa)
– apre agli investitori canadesi i mercati UE di servizi finanziari, trasporti, servizi, energia (e viceversa, anche in questo caso).

La Commissione Europea ama dipingere il CETA come un accordo in grado di governare la globalizzazione7) grazie alle sue efficaci regole (“strong rules”) per il rispetto dell’ambiente e per la protezione dei lavoratori. In realtà i capitoli del CETA sull’ambiente e sul lavoro contengono dichiarazioni prive di effetti pratici.

(continua…)

Testo estratto dal wiki CETA di Dario Tamburrano e Tiziana Beghin.

1893.- DUE PIEDI IN UNA SCARPA, VANNO PIANO E NON LONTANO.

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Donald Trump ha visitato l’Europa per il summit della Nato e ha chiesto ai governi NATO europei di portare il loro impegno per la spesa militare al 4% dei PIL, manifestando l’intento di diminuire l’impegno degli Stati Uniti e non poteva essere diversamente vista l’ambiguità della politica tedesca nei rapporti con la Russia. Il via libera di Berlino al raddoppio del gasdotto Nord Stream 2 sotto il Baltico, osteggiato dai Paesi dell’Europa centro-orientale (alleati della Germania nella Nato e nell’Ue) ha un significato geopolitico altissimo. facile vedervi il segno di una strategia indipendente dalla NATO. Certamente, come in passato,orienterà la politica estera dell’Unione europea. Leggo l’adesione tedesca, ma anche la nostra, alle sanzioni Ue alla Russia come una contrapposizione alla naturale attrazione dei mercati europeo e russo. Anche nella crisi ucraina si è vista l’indipendenza della politica tedesca nei confronti della NATO. Ciò vale, appunto, anche per l’Italia, il cui interscambio con la Russia valeva diversi milioni di euro al giorno. Ce lo ricorda Matteo Salvini. Quindi, lo scombaciarsi progressivo tra Nato e Ue non è portato soltanto dallo spostamento del baricentro degli interessi strategici americani verso il Pacifico, ma possiamo dire che dipende in egual misura da quelle stesse esigenze mercantili che ispirano la politica tedesca verso la Russia e la politica USA verso l’Ue. Sono queste le ragioni che hanno mosso Trump a incontrarsi con il suo pari Putin? È l’insignificanza e la mancanza di fiducia nella politica estera Ue che ha chiamato al tavolo i “grandi”? Oppure, entrambe le cose?
La doppiezza tedesca di fronte alla Russia è datata e affonda le proprie radici nei delicati equilibri dell’Europa centro-orientale e non è affatto coerente con la sua appartenenza alla NATO e con lo schieramento di aerei, mezzi corazzati e truppe attuato da mesi sulle frontiere con la Russia.

G-20 summit in Hamburg

“Fu l’Ostpolitik di Willy Brandt ad aprire per prima canali di dialogo e di collaborazione con l’Unione Sovietica e con l’intero blocco del Patto di Varsavia. Oggi, sono le tante spinte lobbistiche del mondo imprenditoriale tedesco, che nella Russia di Putin ha investito risorse e denari e che da quasi un lustro soffre le conseguenze delle sanzioni economiche per una crisi artefatta, come quella ucraina.
In due occasioni, negli ultimi 15 anni, Berlino si è distanziata in maniera plateale dalla solidarietà occidentale, alimentando sospetti di inseguire un suo particolare Sonderweg nel mondo post-Muro: nel 2002-2003, quando Gerhard Schröder realizzò un asse con Parigi e Mosca contro la scelta dell’America di Bush di invadere l’Iraq e nel 2011 quando Angela Merkel si astenne nel voto del Consiglio di sicurezza dell’Onu sull’attacco alla Libia. “

Ma, qui, vengono in gioco gli equilibri non solo geopolitici e il colloquio strettamente personale fra Trump e Putin deve essersi focalizzato sui rischi di lasciare libertà d’azione a una Germania, troppo modesta e finanziariamente troppo fragile perché frau Merkel possa garantire la sua politica filorussa, facendo, fra l’altro, riferimento ad aree politiche interne eterogenee. Quindi, il significato che darei all’incontro di Helsinki fra i presidenti Trump e Putin è: “La parola è tornata ai grandi”.
Il messaggio per l’Ue e per la sua modestissima politica estera è stato di non illudersi di poter pendere a Est e farvi affari, sotto l’ombrello delle Forze Armate USA. Nell’attesa del viaggio del presidente Conte alla Casa Bianca, per l’Italia, si prospetta un’altra ragione di indipendenza dalla Ue e l’attuazione – volevo dire “ a scelta”, ma.. – di una cooperazione bilaterale rafforzata con gli Stati Uniti. Qui, verrebbero in discorso l’aspettativa di vita dell’euro e la nostra posizione disparitaria nell’eurozona. Cito, a proposito, il ministro per gli Affari Europei professore Paolo Savona, che chiede di stimolare la crescita attraverso gli investimenti, ma che per poterli attuare deve chiedere il permesso alla Banca Centrale Europea, privata. È vero: siamo un grande Paese; siamo al centro del Mediterraneo e, forse, abbiamo in Italia più soldati americani che italiani; ma, quali che siano le soluzioni adottate da questo Governo europeista per stimolare la crescita e le concessioni che la BCE farà alla sua vittima perché sopravviva, gli italiani non si illudano di potersi affidare gratis, ma legati mani e piedi, al dollaro.

1888.- PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE: Modifiche agli articoli 97, 117 e 119 della Costituzione, concernenti il rapporto tra l’ordinamento italiano e l’ordinamento dell’Unione europea. Atto Camera N. 298.

VOGLIA DI ANDARE VIA

CAMERA DEI DEPUTATI

N. 298

PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE

d’iniziativa dei deputati
MELONI, CIRIELLI, RAMPELLI, ACQUAROLI, BELLUCCI, BUCALO, BUTTI, CARETTA, CIABURRO, CROSETTO, LUCA DE CARLO, DEIDDA, DELMASTRO DELLE VEDOVE, DONZELLI, FERRO, FIDANZA, FOTI, FRASSINETTI, GEMMATO, LOLLOBRIGIDA, LUCASELLI, MASCHIO, MONTARULI, OSNATO, RIZZETTO, ROTELLI, SILVESTRONI, TRANCASSINI, VARCHI, ZUCCONI

Modifiche agli articoli 97, 117 e 119 della Costituzione, concernenti il rapporto tra l’ordinamento italiano e l’ordinamento dell’Unione europea

Presentata il 23 marzo 2018

Artt.50 54  

Onorevoli Colleghi! — Oggi nella Costituzione non è previsto un diritto di ribellione, ma piuttosto un dovere di sottomissione. «Ogni cittadino ha il dovere di essere fedele alla Repubblica, di osservarne la Costituzione e le leggi, di adempiere con disciplina ed onore le funzioni che gli sono affidate».
  Ma: «Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino».
  Formulato in questi termini dall’onorevole Dossetti, nel 1947, durante i lavori dell’Assemblea costituente (e leggibile nel testo del «Comitato dei 75»), questo articolo, sul diritto di ribellione, non fu approvato.

  Nel 2001 nel nuovo titolo V della parte seconda della Costituzione, in specie con il nuovo articolo 117, primo comma, è stato all’opposto introdotto il nostro dovere di sottomissione all’Europa: «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto (…) dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario».
  In particolare questa è una norma che, per il suo ampio disposto, non solo si sovrappone al «vecchio» articolo 11 della Costituzione, ai sensi del quale l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicura la pace e la giustizia fra le nazioni, ma va molto oltre, costituzionalizzando per importazione in Italia tutti i materiali giuridici di fonte europea. Non solo i princìpi europei, ma anche, e a trecentosessanta gradi, tutti i vincoli derivanti da tutte le fonti giuridiche europee. E dunque non solo i vincoli derivati dai trattati, ma anche i vincoli derivanti dai regolamenti, dalle direttive, dalle decisioni europee e da altre norme.
  I princìpi europei sono alti e nobili, ma sono formulati in termini generalissimi e programmatici e pertanto sono elastici e flessibili, e per questo tali da sovrapporsi per confusione ai più fondati, chiari, precisi, dispositivi, non ideologici e non programmatici princìpi costituzionali italiani.
  Ma non solo i princìpi, lo si ripete. La più vasta gamma dei vincoli europei a cui l’Italia si è subordinata e si subordina, in forza del citato articolo 117, primo comma, della Costituzione, non solo ha forma opposta rispetto ai princìpi, essendo rigida e specifica, ma soprattutto è una classe di vincoli che può derivare anche da atti di livello inferiore, da atti para-amministrativi più o meno oscuramente formulati e verbalizzati nelle prassi e dalle prassi europee.
  A partire, per esempio, dalle decisioni del collegio dei Commissari europei, per arrivare a quelle dei vari Consigli europei, atti questi che non sono certo leggi, ma che in Italia, proprio per effetto del citato articolo 117, primo comma, diventano ancora più che leggi, fonte di vincoli addirittura costituzionalmente rafforzati.
  In questi termini ci siamo volontariamente e follemente «desovranizzati». Nelle Costituzioni degli altri Paesi fondatori dell’Unione europea non si trovano norme così generali, così automatiche e così sottomesse.
  È vero che, se pure ad altri effetti, l’articolo 11, primo comma, della Costituzione, fa riferimento a fonti giuridiche internazionali, ma comunque stabilisce espressamente il principio della «parità con gli altri Stati». Un principio, questo della parità, che è invece del tutto assente nel più volte citato articolo 117, primo comma.
  Quanto è stato fatto in Italia nel 2001 sembra ancora più assurdo in considerazione dell’articolo 4, paragrafo 2, dell’allora Trattato sull’Unione europea (TUE), come modificato dal Trattato di Lisbona, che ha segnato il rapporto tra l’Unione europea e l’identità costituzionale degli Stati membri nei seguenti termini: «L’Unione rispetta l’uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale, compreso il sistema delle autonomie locali e regionali. Rispetta le funzioni essenziali dello Stato».
  Al proposito devono poi essere ricordate la giurisprudenza dell’allora Corte di giustizia delle Comunità europee in materia di rapporti tra ordinamento interno e dell’Unione europea, come anche le sentenze della nostra Corte costituzionale (in particolare le sentenze n. 170 del 1984, n. 286 del 1986, n. 117 del 1994, n. 126 del 1996 e n. 93 del 2010), tutte basate sullo stesso principio che ora informa l’articolo 4, paragrafo 2, del TUE.
  In sintesi, il Trattato di Lisbona traccia una strada opposta a quella dell’articolo 117, primo comma, della Costituzione, salvaguardando le prerogative costituzionali fondamentali degli Stati membri e non, all’opposto, circoscrivendone la portata.
  In ipotesi si potrebbe anche tentare di formulare un’interpretazione riduttiva dell’articolo 117, primo comma, assumendo che questa sia una norma applicabile solo nel rapporto interno tra Stato e regioni. Tuttavia la forma ampia della norma esclude questo particolare tipo di interpretazione restrittiva e la ragione non ne consentirebbe comunque un’applicazione logica e lineare.
  Può darsi che nel 2001 non fossero chiare ai «costituenti» le conseguenze politiche e sistemiche della nuova normativa europea che stavano introducendo nella Costituzione. Ma oggi ne sono, per contro, drammaticamente forti ed evidenti gli effetti. Così che il nuovo titolo V non solo ha assurdamente sovrapposto un particolare nuovo tipo di «federalismo» al già operato e già per suo conto devastante «decentramento» dello Stato, ma ha in più e radicalmente alterato i termini della nostra sovranità nazionale.
  È per queste ragioni che si prevede la soppressione dei richiami che subordinano il nostro ordinamento a quello dell’Unione europea all’articolo 117, primo comma, della Costituzione e, a seguire e nella stessa logica, anche agli articoli 97, primo comma, e 119, primo comma. Ma non solo.
  In un ambiente ispirato all’inizio dall’etica politica classica del no taxation without representation, il «vecchio» articolo 81 della Costituzione ha tenuto per un lungo tratto di tempo.
  In specie, ha tenuto dal dopoguerra fino all’inizio degli anni settanta quando, a fronte delle grandi trasformazioni che stavano intervenendo nella struttura della società italiana, a partire dalle grandi migrazioni dal sud al nord e dall’Appennino alla pianura, ha preso avvio una politica di deficit spending, poi degenerata in quella «democrazia del deficit» che ha portato l’Italia ad avere il terzo debito pubblico del mondo, certamente senza che l’Italia abbia la terza economia del mondo.
  La crisi finanziaria mondiale ha infine impartito all’Europa, e all’Italia, una lezione fondamentale: è impossibile continuare a produrre più deficit e debiti pubblici che prodotto interno lordo.
  Dato il nostro enorme debito pubblico, è per questa ragione che nel 2011-2012 è stato introdotto nella Costituzione il «nuovo» articolo 81. È questa una norma molto seria ed efficace e perciò qui non in discussione. Una norma sulla quale va peraltro notato quanto segue:

   a) nel corpo della nuova norma non c’è alcun riferimento ai cosiddetti «vincoli europei». La sovranità di bilancio è dunque totalmente nazionale, una forma di esercizio costituzionale della responsabilità esclusiva delle Camere;

   b) soprattutto, un conto è limitare per il futuro la crescita ulteriore del deficit e del debito pubblico italiani, come si fa nel «nuovo» articolo 81, dove proprio per questo si prevede l’«equilibrio di bilancio»; un conto è, invece, il corso forzoso imposto dall’Europa per la riduzione dello stock storico del nostro debito pubblico, come invece si vuole con il cosiddetto «fiscal compact».

  Il fiscal compact è stato come tale battezzato e formalizzato nel corso del 2012. Prima non era affatto così.
  L’idea originaria di una disciplina europea dei bilanci nazionali, un’idea su cui si iniziò a discutere in Europa nel biennio 2009-2010, era basata sulla doppia formula, della «responsabilità» sopra, ma anche della «solidarietà» sotto: non l’una senza l’altra.
  Per essere chiari, l’idea politica che allora si stava sviluppando in Europa era questa: se la nuova geopolitica del mondo portata dalla globalizzazione e poi drammatizzata dalla crisi poneva termine all’età dell’oro dell’Europa, impedendole di fare più deficit e debiti pubblici che prodotti interni lordi, e, comunque, apriva per l’Europa la sfida che veniva da un nuovo mondo articolato nel confronto-competizione non più tra Stati-nazione ma tra blocchi continentali, allora l’Europa non aveva altra scelta se non quella di prenderne atto, avviando un processo di reazione e di riorganizzazione.
  E dunque non solo meno deficit e debiti pubblici, ma anche più unità e armonizzazione su scala europea nella disciplina dei bilanci pubblici e, proprio in questa logica strategica, più compattezza continentale. Per converso, dovevano però esserci anche più intelligenza politica nella formulazione e nell’applicazione dei parametri europei e più solidarietà.
  Alla base, dal lato dell’Italia, c’erano allora tre obiettivi essenziali:

   1) calcolare le percentuali di riduzione del debito pubblico italiano non solo in base al valore assoluto del nostro debito pubblico, e dunque in modo non rigidamente matematico, ma calcolarle anche in considerazione di altri fattori rilevanti. In particolare si trattava di fattori favorevoli all’Italia, quali la ricchezza patrimoniale (gli italiani, rispetto a tanti altri, hanno molto patrimonio e pochi debiti), la riforma delle pensioni (quella italiana considerata in Europa ottima già nel 2010), l’andamento dell’export (in crescita allora in Italia quasi più che altrove) e altro. Va notato a questo proposito che, dopo una lunga e non facile opposizione, questa richiesta fu alla fine accettata (e, se del caso, dovrebbe oggi essere difesa con forza, in sede di eventuale – si spera di no – applicazione del fiscal compact).

   2) Subordinare la sottoscrizione del relativo trattato all’avvio degli «eurobond», nella forma compatibile con i vigenti trattati (si veda a questo proposito, a titolo indicativo: Junker-Tremonti, «E-bonds would end crisis», The Financial Times, 5 dicembre 2010). È possibile credere nell’euro, se non si crede negli «eurobond»?

   3) In ogni caso, anche come strumento negoziale, si chiedeva di calcolare il contributo di ogni Paese al nuovo fondo di salvataggio europeo (ESM) non in base alla percentuale nazionale di partecipazione al capitale della Banca centrale europea (per l’Italia pari circa al 18 per cento), ma in percentuale rispetto all’effettivo grado di esposizione al rischio estero di ciascun sistema bancario-finanziario nazionale (per l’Italia questo era circa pari al 5 per cento).

  Il successivo Governo Monti, generato, come nel cinquecento, dalla «chiamata dello straniero», ha invece scelto di regredire rispetto a questa linea. Ovvero, come si dice, ha ceduto… con fermezza!
  È così che ora e per il futuro, sostanzialmente a partire dal 2014, e per ironia della storia proprio per espressa volontà nostra, ci troviamo obbligati non solo a pagare il conto delle perdite bancarie degli altri, ma anche a operare per molti anni, violenti (e recessivi) tagli della spesa pubblica.
  Tagli che pur in ipotesi di una crescita economica continua, anche se unita a un discreto e pure continuo livello di inflazione monetaria, pari, in ipotesi, a un 3 per cento di crescita complessiva, sarebbero comunque necessari per grandi numeri, da operare con continue manovre di finanza pubblica, prima per portare e poi per tenere allo «zero» assoluto il nostro squilibrio di bilancio (si ricordi che attualmente siamo intorno al 3 per cento), dovendo dunque negli anni a venire vincere la naturale e storica tendenza alla crescita della nostra spesa pubblica. A partire dagli andamenti demografici avversi e perciò a partire dagli automatismi incrementali impliciti nei diritti attualmente universali all’assistenza e alla salute, passando poi, per esempio, alle crescenti esigenze della sicurezza per arrivare, infine, al federalismo fiscalmente irresponsabile delle regioni e delle nuove «mega-province» ovvero delle «aree vaste».
  E, si faccia attenzione, notare tutto questo non è apologia della spesa pubblica e difesa dell’ancora viva «cultura parlamentare» del deficit, ma è piuttosto responsabile realismo. Tutto questo è, in particolare, realistica comprensione dell’intensità politica, prima ancora che economica, dei problemi che si stanno addensando sul nostro Paese. Minimizzare tutto questo in base a calcoli «scientifici», illudere e illudersi è tutto fuorché prudente, anche nella prospettiva interna ed esterna del (ri)sentimento verso l’Europa.
  Per come nel corso del 2012 è stato geometricamente configurato, il fiscal compact viene infatti ad essere lo strumento permanente di dominio dell’Europa sull’Italia: essere costretti, e per beffa costretti da noi stessi, a fare qualcosa che molto difficilmente possiamo fare; dovere per questo e senza speranza e per gli anni futuri subire ogni possibile forma di condizionamento, di riduzione e, infine, anche di azzeramento della nostra sovranità nazionale.
  Nel «nuovo» articolo 81, lo si ribadisce, si prescrive l’equilibrio di bilancio per il futuro, ma non si prescrive affatto la riduzione forzosa e forsennata del debito pubblico accumulato in precedenza.
  Purtroppo, la relativa legge di attuazione, la legge 24 dicembre 2012, n. 243, è radicalmente uscita da questo schema, incorporando e persino rafforzando le politiche di bilancio a matrice europea basate, nella logica del fiscal compact, sull’idea della corsa forzata alla riduzione dello stock storico del nostro debito pubblico.
  È proprio in questi termini che, nel corso del 2012, sulla scia del principio generale di «desovranizzazione» contenuto nell’articolo 117, primo comma, il fiscal compact è entrato non solo nel nostro ordinamento, per effetto della ratifica del cosiddetto «Trattato Monti», ma è entrato anche nella meccanica di attuazione della Costituzione.
  È per questo che qui si propone l’adeguamento della legge n. 243 del 2012 in modo che essa sia solo l’attuazione del «nuovo» articolo 81, per com’è scritto, e non altro.
  Nell’insieme, su questa proposta di legge costituzionale si chiede un voto che non è contro l’Europa, ma è per la nostra dignità nazionale e per la nostra libertà. Ad essere lungimiranti e non miopi, sia l’azione in Europa del nostro Governo sia l’Europa stessa ne trarranno giovamento.

PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE

Art. 1.
(Modifica all’articolo 97 della Costituzione).

  1. All’articolo 97, primo comma, della Costituzione, le parole: «, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea,» sono soppresse.

Art. 2.
(Modifica all’articolo 117 della Costituzione).

  1. All’articolo 117, primo comma, della Costituzione, le parole: «, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali» sono soppresse.

Art. 3.
(Modifica all’articolo 119 della Costituzione).

  1. All’articolo 119, primo comma, della Costituzione, le parole: «, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea» sono soppresse.

Art. 4.
(Disposizione transitoria).

  1. Le disposizioni della legge 24 dicembre 2012, n. 243, sono adeguate alle disposizioni di cui agli articoli 1, 2 e 3 della presente legge costituzionale, con apposita legge da emanare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della medesima legge costituzionale.

1886.- Grecia: l’operazione è riuscita, il paziente è morto

Offenderei la Vostra intelligenza se confermassi che la Grecia ha superato la crisi e sta uscendo dal piano di aiuti. La verità è che i greci superstiti vivranno sotto la Troika e le sue austerità, che piloterà anche i prossimi governi, fino alla distruzione totale. Che sia un governo Tsipras o di Nuova Democrazia, che sia di destra o di sinistra, la Grecia è, ormai, una nazione morta. Pare che 333.000 greci abbiano rinunciato alle eredità delle famiglie per non avere di che con cui pagare le tasse di successione e ci sono mezzo milione di greci in meno. è la fine della rana bollita, felice nell’acqua calda fino al bollore. Ci attende un destino simile, ma siamo una Nazione di ben altro spessore e occorrerà più tempo. Importante sarà che restiamo nell’eurozona, altrimenti questi italiani , con la loro creatività e la passione per il Lavoro, verranno di nuovo a galla, come i funghi dopo le piogge; importante sarà anche che governino i partiti degli ignoranti, altrimenti il palco del boia cascherebbe. Vi sovviene che entrambi i leader vincitori delle elezioni del 4 marzo sono passati prima dalla Trilaterale, Di Maio e da Bruxelles, Salvini? C’è passato anche Berlusconi e, infatti, potrebbe raccogliere il testimone da Tajani. E quel pallone sgonfio di Saviano, tutti i giorni lì, a impestare il web? Ci vogliono nudi, meglio se a culo nudo, ma con una maglietta rossa. E ci avranno!

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Il primo ministro della Grecia Alexis Tsipras: Missione compiuta!

E, adesso, leggiamo Roberto Pecchioli.
Il debito pubblico era attorno al 100 per cento del PIL, adesso sfiora il 190, molti vivono di carità privata. Queste sono le macerie che lascia la dittatura quasi decennale delle “istituzioni finanziarie”.
Suonano a distesa le campane euro entusiaste: la Grecia è fuori della crisi che la attanaglia da dieci anni, la Troika (BCE, Fondo Monetario, Commissione Europea) che l’ha commissariata si ritira. Paolo Gentiloni, già primo ministro italiano, ha ringraziato commosso il suo omologo Tsipras, l’ex beniamino della sinistra fattosi massacratore del popolo greco.

6125748Il ministro delle Finanze Euclid Tsakalotos e il primo ministro della Grecia Alexis Tsipras assistono alla seduta parlamentaria ad Atene. PHOTO / PETROS GIANNAKOURIS

La Grecia esce dal piano di aiuti. Tsipras: evento storico
La gioia del conte Gentiloni Silverj è assai sospetta e merita mostrare i dati socio economici. Il primo dato che sgomenta è l’ampiezza degli interventi dei “benefattori”. Gli aiuti hanno superato i 241 miliardi di euro, una parte dei quali uscita da tasche italiane. La maggior parte di questa cifra è servito per salvare l’enorme esposizione delle banche tedesche e francesi (oltre 90 miliardi), il resto sono andati in interessi.
Cerchiamo di capire che cosa è accaduto dal 2008-2009, allorché il precipizio si è aperto sotto i piedi del popolo ellenico.

Il PIL della Grecia è ora in lieve rialzo dopo essere disceso per anni, con una punta al ribasso del 15 per cento. E il popolo greco? Ha dovuto sopportare finora circa 800 “riforme” economiche e sociali imposte dai dittatori finanziari. La prima parte del loro sporco lavoro è fatta. Assomiglia a quei bollettini medici in cui si dice che l’operazione è tecnicamente riuscita, ma il paziente è morto.

In meno di dieci anni la Grecia ha perso mezzo milione di abitanti, passando da 11,3 milioni a 10,8. La mortalità è aumentata con punte raggelanti tra i neonati e i bambini, l’aspettativa di vita è calata. Un greco su 4 non ha accesso a cure mediche per lo smantellamento del sistema pubblico e la mancanza di denaro per le terapie. Il tasso di suicidi si è alzato del 35,7 per cento. Quattro bambini su 10 vivono in povertà: il dato è semplicemente ignobile e rende disgustose le congratulazioni di Gentiloni e compagni.

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La bandiera greca davanti alla borsa di Atene.PHOTO / PETROS GIANNAKOURIS

Grecia, cosa pensano i parlamentari dell’uscita dal piano di aiuti
La Grecia è stata espropriata di tutto. La sua fragile economia è quasi interamente in mani straniere, spiccano tedeschi, francesi e cinesi. Sono stati svenduti i porti- l’antichissimo Pireo ha gli occhi a mandorla- gli aeroporti, gli immobili turistici, le ferrovie, le scarse industrie e il settore agricolo intensivo. La disoccupazione, al 10 per cento prima del governo Troika-Tsipras è adesso al 20 per cento, un successone, giacché si toccò il 28 per cento. Ma i numeri sono difficili da nascondere dietro le fumisterie contabili: solo il 35 per cento della popolazione è attiva, l’età media di chi lavora è salita per l’emigrazione massiccia dei giovani. Industria ed esportazione sono in modesta ripresa, ma ci vorranno decenni per risalire al dato pre-crisi. Lo stipendio medio di un dipendente del settore privato non supera i 500 euro, la contrattazione collettiva è stata abolita per legge. Le pensioni sono state tagliate ben 13 volte, e nel 2019 è prevista un’altra sforbiciata; la media è inferiore a 400 euro.
Mancano i farmaci per molte patologie e lo stesso sistema bancario, che gli usurai si vantano di aver risanato ha un euro di impieghi su due a rischio di mancata restituzione. Tuttavia, il ministro francese Bruno Lemaire e il suo collega tedesco Olof Scholz si congratulano con Tsipras: ha fatto un buon lavoro. Parola di necrofori. L’euro non è in discussione, esultano. Gioiscono assai meno i 200 mila dipendenti tagliati nel settore pubblico e l’intera popolazione il cui potere d’acquisto si è eroso di oltre il 28 per cento. In compenso, crescono i profitti greci della Germania.

Ma hanno fatto un ottimo lavoro e soffrono intensamente leggendo che il 35,6 per cento dei greci è oltre la soglia della povertà. Piangono ogni notte sapendo che nel 2017 ci sono state l’enormità di 133.000 rinunce all’eredità, con un balzo del 333 per cento. Mancano i soldi per pagare le tasse relative, i beni vanno all’asta e capirete a chi finiscono.

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Fondo Monetario Internazionale (FMI). PHOTO / ITSUO INOUYE

Tsipras: la Grecia può sopravvivere senza FMI
Il debito pubblico era attorno al 100 per cento del PIL, adesso sfiora il 190, molti vivono di carità privata. Queste sono le macerie che lascia la dittatura quasi decennale delle “istituzioni finanziarie”. La Grecia è un morto che cammina, come ripete un farmacista ateniese impossibilitato a rifornire i suoi clienti. Oltre a chi non può più permettersi terapie e medicine, oltre le carenze di approvvigionamento e distribuzione e i tagli selvaggi alla sanità, sussiste l’obbligo di fornire i farmaci antitumorali soltanto a pochi pazienti. La legge prescrive che la fornitura sia legata all’aspettativa presunta di vita, che viene direttamente indicata sulla ricetta. Insomma, i greci devono morire, per di più soffrendo senza cure, affinché le istituzioni finanziarie si riprendano i soldi che avevano improvvidamente prestato.
La verità è che la Troika non si ritira dalla Grecia. Ha infatti imposto ulteriori politiche di austerità e tagli, che troveranno ubbidienti esecutori nel prossimo governo. Tsipras perderà le elezioni, ma nulla cambierà, giacché gli succederà Nuova Democrazia: la destra e la sinistra che hanno distrutto la Grecia si danno il cambio.

di Roberto Pecchioli<img

E, per completezza,leggiamo Giuseppe PALMA:

Ecco cosa sta accadendo in Grecia. Le bufale di Tv e giornaloni sull’uscita dalla crisi
Quando vi dicono che la Grecia è uscita dalla crisi tornando, grazie all’austerità, a collocare sul mercato i suoi Titoli di Stato, la verità è questa:

1) Il governo Tsipras ha messo la finanza pubblica (i conti) in ordine massacrando cittadini e imprese, cioè tagliando in misura inaccettabile le voci di spesa pubblica più sensibili (sanità, pensioni etc);

2) per l’effetto, i mercati sono garantiti dai conti in ordine e il governo non deve pagare interessi molto alti per collocare i suoi titoli di stato sul mercato primario;

3) nel frattempo, per finanziarsi, avendo perso sovranità monetaria, il governo ha fatto ricorso ai prestiti del Fondo Monetario Internazionale, della Bce e della Ue (vi dice qualcosa il Mes, Meccanismo Europeo di Stabilità?), garantiti dagli asset pubblici (beni artistici, porti, aeroporti, in gran parte finiti in mano tedesca).

Per comprendere ancor meglio la situazione, vi ricordate come fa uno Stato privo di sovranità monetaria a reperire la moneta? Deve andarsela a cercare. Come?

1) chiedendola in prestito ai mercati dei capitali privati, quindi a banche private, assicurazioni etc, che applicano tassi di interesse commisurati all’affidabilità della finanza pubblica di ciascuno Stato a poterla “restituire”. In pratica lo Stato colloca mensilmente i propri Titoli di Stato sul mercato primario, cioè quelli battuti ogni mese dal Tesoro (così incamera la moneta), ed è quindi il mercato a decidere i tassi di interesse: più i conti dello Stato sono in ordine (cioè tagli selvaggi alla sanità, alle pensioni, all’istruzione, alla giustizia etc…) e più i tassi di interesse saranno bassi; più lo Stato aiuta cittadini e imprese (quindi spende a deficit) e più i tassi di interesse saranno alti;

2) andandola ad estorcere a cittadini e imprese attraverso l’aumento delle tasse, l’inasprimento dei sistemi di accertamento fiscale e i tagli selvaggi alle voci di spesa pubblica più sensibili come sanità e pensioni;

3) favorendo l’ingresso di capitali esteri attraverso gli investimenti stranieri e le esportazioni. Riguardo queste ultime, in termini di competitività – non potendo più intervenire sul cambio (cioè non potendo più svalutare la moneta visto che l’euro è un accordo di cambi fissi) -, siamo costretti ad intervenire sul lavoro attraverso la contrazione dei salari e dei diritti fondamentali (svalutazione del lavoro), e medesimo discorso dicasi per attirare gli investimenti esteri: chi intende investire nel nostro Paese non vuole trovarsi “irritanti commerciali” che gli impediscano la realizzazione del massimo profitto, cioè deve poter gestire il capitale investito senza dover fare i conti tutti i giorni con i diritti fondamentali che, nella sostanza, costituiscono un intralcio alla realizzazione del massimo profitto. Diversamente, troverà convenienza ad investire in altri Paesi con legislazioni maggiormente flessibili in materia di lavoro.

Ora mettete insieme i pezzi del puzzle e arriverete a capire, da soli, cosa sta accadendo veramente in Grecia.

Ma in Tv e sui giornaloni nazionali vi diranno (anzi, vi stanno già dicendo) che la Grecia è uscita dalla crisi grazie all’austerità, proponendovi a reti unificate la sinfonia che “più Europa” fa bene.

Tutto questo deve farci riflettere. Attenzione alla bozza franco-tedesca sulla riforma dell’eurozona. Macron e Merkel vogliono introdurre un Fondo Monetario Europeo (sostituendolo al Mes) che intervenga come paracadute in caso di crisi del debito degli Stati più a rischio, cioè col debito pubblico più alto. In cambio, gli Stati che ne facessero ricorso dovranno dare in garanzia gli asset pubblici, cioè i “gioielli di famiglia”, il tesoro nazionale.

In Grecia tutto questo è già avvenuto.

Di fronte alla proposta franco-tedesca il governo italiano deve opporsi e, se l’asse Macron-Merkel dovesse insistere, Conte deve porre il veto.

Avv. Giuseppe PALMA

1885.- COSA SI NASCONDE DIETRO LA GUERRA COMMERCIALE FRA USA E UNIONE EUROPEA. ECCO COME C’ENTRA CON IL NUOVO GOVERNO ITALIANO

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La “guerra economica” scoppiata fra gli Stati Uniti e l’Unione Europea è molto di più di una controversia dovuta all’inaudito surplus commerciale tedesco. Molto più di una questione di dazi: è il ritorno della Storia.

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Infatti la Germania, che di certo è un grande Paese, ora è tornata ad essere anche un grande problema. Non solo per l’Europa, ma pure per gli Stati Uniti. E Trump ha tutta l’intenzione di vincere il braccio di ferro con la Merkel, ridimensionando i disegni imperiali tedeschi (già la Brexit è andata in questa direzione: la Gran Bretagna è storicamente ostile agli imperi continentali).

La Germania perderà il confronto con gli Usa e potrebbe essere un duro colpo per tutta l’attuale Unione Europea di Maastricht (da non confondere con la Comunità europea originaria).

Le leggi della geopolitica sono fatali e le nazioni che tendono alla supremazia continentale, come la Germania, dovrebbero imparare dagli errori del passato.

Era questo l’ammonimento che Paolo Savona nel 2012 aveva intelligentemente espresso nel libro “Lettera agli amici tedeschi e italiani”, uno scritto che – rilanciato nelle settimane scorse – ha suscitato le ire dell’establishment germanico ed è costato a Savona il posto di ministro del Tesoro.

Savona voleva “sollecitare” gli amici tedeschi per avere

“un vostro maggiore impegno nell’evitare che l’Europa si infili in una nuova tragedia – quella del ritorno alla povertà di alcuni popoli con gli odi e i conflitti che seguirebbero – operando in modo tale da garantire non solo una continuazione della crescita per il vostro paese, ma anche per tutti gli altri, in uno sforzo cooperativo”.

E’ evidente infatti che l’euro così come è stato realizzato e i Trattati di Maastricht hanno avvantaggiato enormemente la Germania e hanno svantaggiato molti altri (in primis l’Italia).

Savona spiegava che invece dell’armonica crescita comune

“ora prevale la competizione conflittuale. Ma ancora più grave è il riproporsi, per fortuna in forme non militari, ma più subdole, della competizione conflittuale che ha causato le drammatiche vicende della guerra (…). Dai vostri recenti comportamenti collettivi”, scrive ai tedeschi, “viene il sospetto che stiate scivolando nuovamente sul piano economico nella direzione proposta dal Piano Funk (dal nome dell’allora ministro delle Finanze tedesco, ndr) del 1936. La politica economica che voi suggerite getta le basi per una disgregazione del sogno europeo di pace e di un comune progresso civile. Il Piano Funk prevedeva che la Germania divenisse il ‘paese d’ ordine d’Europa’ ed è quello che ora proponete; che le monete nazionali ‘confluissero nell’ area del marco’ ed è ciò che desiderate e, in parte, avete ottenuto; che lo sviluppo industriale fosse di vostra esclusiva pertinenza, solo affiancati dall’ alleato ‘storico’ del vostro paese, la Francia, una soluzione che il mercato comune europeo e la moneta unica sta causando”.

Queste preveggenti parole di Savona, tornate d’attualità nei giorni della formazione del governo, sono preziose anche per capire la concomitante iniziativa di Trump che, proprio nelle stesse ore, ha stabilito dazi commerciali per acciaio e alluminio provenienti dalla Ue, mirando così a colpire soprattutto la Germania (con cui gli Usa hanno 75 miliardi di deficit commerciale).

L’eccessivo surplus commerciale tedesco – che supera perfino quello cinese e che da anni trasgredisce le regole europee – provoca enormi squilibri, sia a scapito degli altri paesi europei sia a scapito degli Stati Uniti.

Ma finora la UE si è ben guardata dal “punire” la Germania, come invece minaccia sempre di fare con l’Italia se osasse trasgredire il parametro del deficit. E gli Stati Uniti, con l’Amministrazione Obama, si sono limitati alle critiche e alle proteste verbali verso Berlino.

Invece Trump è passato alla guerra commerciale, come aveva promesso in campagna elettorale. Naturalmente i dazi statunitensi ora danneggeranno anche (in parte minore) l’Italia che – per l’incapacità dei suoi governi – ha pagato finora l’arroganza imperiale tedesca e paga adesso la ritorsione americana verso l’UE.

Tuttavia il ridimensionamento della Germania e il conflitto euroamericano potrebbe destabilizzare “questa” Unione Europea e l’euro nella direzione auspicata dal nuovo governo Lega-M5S.

Perciò l’Italia avrebbe tutto l’interesse a stabilire una forte alleanza politica e commerciale con gli Stati Uniti di Trump. E il nuovo esecutivo Conte ha l’ottica giusta per farlo non essendo succube della Merkel come i precedenti governi.

La “guerra commerciale” appena scoppiata fa anche capire un’altra cosa preziosa.

Negli ultimi 25 anni l’ideologia economica iperliberista – che Tremonti chiama “mercatismo” – ha assunto i tratti di un dogma teologico indiscutibile ed è alla base dei Trattati di Maastricht.

Sembra che l’assoluto dominio dei mercati sia il Bene metafisico e comporti l’automatico progresso dell’umanità. Mentre ciò che (specie per l’esistenza degli Stati, dei governi e della democrazia) impedisce il loro totale arbitrio pare rappresentare il Male metafisico e il regresso nella miseria più oscura.

Adesso scopriamo che invece non è così e che le categorie liberismo/protezionismo sono solo due possibili opzioni che gli Stati adottano a seconda dei momenti storici, perseguendo anzitutto il loro interesse nazionale. E lo si vede soprattutto nella storia americana.

Paul Bairoch, nel libro “Economia e storia mondiale”, scrive: “nelle regioni che vennero gradualmente a comporre il mondo sviluppato, il protezionismo fu la politica commerciale dominante. Tale fu soprattutto il caso degli Stati Uniti che, lungi dall’essere un paese liberista come molti pensano, può essere definito ‘la culla e il bastione del protezionismo’ ”.

Nessuno può negare che questa scelta protezionista abbia portato la massima prosperità agli Usa. Del resto che il mercatismo non sia automaticamente sinonimo di prosperità, ma anzi possa portare nel baratro è dimostrato per l’Europa da questi decenni (e specie dalla crisi finanziaria 2007-2008).

Lo avevano già capito nell’Ottocento. Bairoch citando Disraeli, nello storico dibattito del 1846 sul sistema di libero scambio e il protezionismo, evoca l’esempio dell’Impero ottomano dove “con un’applicazione totale e prolungata nel tempo del sistema della concorrenza illimitata” si è distrutto uno dei sistemi manifatturieri “più belli del mondo”.

La lezione che dunque ci arriva da Trump è questa. Dopo essere stati ammorbati per anni dal dogma mercatista, secondo cui occorreva inchinarsi al totale arbitrio dei mercati e del libero scambio, scopriamo che – se non vogliamo soccombere – il primato spetta agli Stati, cioè ai popoli, non ai mercati. E la bussola delle politiche pubbliche deve essere la difesa dell’interesse nazionale.

Anche questo è un tema a cui il nuovo governo dovrebbe essere sensibile. I governi che si sono succeduti finora a Roma lo avevano dimenticato.

Antonio Socci, da Lo Straniero..

1877.- IL SUGGERIMENTO DEL PREMIO NOBEL JOSEPH STIGLITZ ALL’ITALIA: “LASCIATE L’EURO”

exit from the eurozone
How to exit the eurozone
Italy is right to consider leaving the EU’s common currency area.
By JOSEPH STIGLITZ 6/26/18, 1:02 PM CET Updated 7/2/18, 7:23 AM CET

Joseph Stigliz, il premio nobel 2001 per l’economia, la scorsa settimana, ha attribuito alla moneta unica la responsabilità della stagnazione italiana. Il motivo? Semplice: “Il fatto di avere la moneta unica senza più controllo sulle politiche fiscali e monetarie – ha spiegato Stigliz – ha tolto margine di manovra al Paese per migliorare la propria condizione.” Il risultato, secondo Stigliz, sono stati “vent’anni senza crescita significativa.” E il peggio, secondo il premio Nobel, deve ancora venire dal momento che “Le strutture di controllo dell’Euro non consentono all’Italia di crescere, dato il sistema economico e produttivo del Paese. E non ci sono riforme strutturali che possano cambiare questa situazione.”
Insomma: per Stigliz la madre di tutti i problemi è e resta l’Euro. Quella dei compiti a casa da fare in Italia – un mantra degli euroentusiasti – è solo una retorica buona per tenere calme le masse. Certo, ammette il professore, l’uscita dalla moneta unica sarebbe complessa e non priva di criticità. Ma rappresenterebbe, se non altro, una strada per ridare una prospettiva di crescita al Paese. L’alternativa è restare sulla vecchia via che porta, verso un risultato sicuro: un’Italia destinata a diventare colonia economica di Germania e Francia.

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L’ECONOMISTA DELLA COLUMBIA UNIVERSITY CONSIGLIA “DI INTRODURRE UNA MONETA PARALLELA E USARE UNA MONETA ELETTRONICA SEMPRE PIU’ SEMPLICE ED EFFICACE” PER NON MORIRE STRAZIATI DALL’ECONOMIA EUROPEA: “SE LA GERMANIA NON È DISPOSTA A MIGLIORARE L’UNIONE MONETARIA, DOVREBBE FARE LA COSA MIGLIORE: LASCIARE L’EUROZONA”.

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Francesco Specchia per “Libero quotidiano”: JOSEPH STIGLITZ

L’euro è la nostra peste, la Germania il suo cocciuto untore. Consiglia ferocemente all’ appena insediatosi «governo italiano euroscettico» Joseph E.Stiglitz – Nobel con l’ elmetto, Torquemada della moneta unica – di «introdurre una moneta parallela» e «usare una moneta elettronica sempre più semplice ed efficace» per evitare di morire straziati dall’ economia Ue dominata dalla Germania e dall’ euro cattivo. Non è un’ idea nuova, quella che l’ economista della Columbia University propone in un articolo per la testata Politico Global Policy Lab e che accenna tra le pagine nella nuova edizione del suo La globalizzazione e i suoi oppositori (Einaudi, dove il tema sono gli Usa).

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Non è un’idea nuova, la sua evocata uscita dall’euro da parte dell’Italia. Ma stavolta la prende più alla larga. Sostiene, Stieglitz, che l’euro così com’è abbia «aumentato le divisioni all’interno dell’ Ue, in particolare tra paesi creditori e debitori»; e che sia alla base della «crisi migratoria, in cui le norme europee impongono un onere ingiusto ai paesi in prima linea che ricevono migranti, come la Grecia e l’Italia»; che, in realtà, la vera causa del disallineamento dei tassi di cambio potenziali sia nella politica fiscale e salariale molto stitica della Merkel (“stitico” non è il proprio il suo termine, ma rende l’ arroganza dello squilibrio commerciale che viola le norme comunitarie).

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Stiglitz cita le gestioni personalistiche negli approcci economici di Trump e Berlusconi dominati da «corrotti cercatori di rendite»; e afferma che fuori dall’ euro il Belpaese «avrebbe maggiori probabilità di cooperare in altri settori chiave con l’ Europa: migrazione, una forza di difesa europea, sanzioni contro la Russia, politica commerciale». Un crescendo epico. Ed ecco, poi, il cambio di passo: l’ Italia chieda, in pratica, di ristrutturare il suo debito, pagando in titoli di Stato.

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A quel punto gli altri membri Ue avrebbero due strade: o espellerci (ma, data la possanza del nostro debito, 3° al mondo, crollerebbe l’ intera Ue); o, addottando con successo una moneta più flessibile – un “euro morbido”- e creando una sorta di «zona euro meridionale vicino a un’ area valutaria ottimale», accadrebbe che altri paesi ci seguirebbero. E Stiglitz ricorda le vicissitudini finanziarie della Grecia.

La quale, messa malissimo, era lì lì per introdurre il meccanismo di una nuova dracma; me venne fermata dalla Banca Centrale europea, che la «strangolò». Certo, ora pare uscita definitivamente dalla crisi, ma la cura da cavallo a cui si sottopose fu per anni un dramma euripideo. Stiglitz è comunque onesto. Non nega che l’ addio all’ euro possa essere dolorosetto: «alcune aziende falliranno, altri vedranno il declino dei loro redditi reali». Ma se la Germania non avesse agito con egoismo, «se l’ economia italiana avesse trascorso i 20 anni dalla crescita della creazione dell’ euro al tasso della zona euro nel suo insieme, il suo Pil sarebbe stato del 18% più alto». Cari Salvini e Di Maio, volete uscire dalla gabbia Bruxelles? Parliamone. La replica dei nostri – e del ministro dell’ economia Tria – non è tutt’ ora pervenuta..

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1875.- Un nuovo governo ha “vinto” a Bruxelles. Non è quello italiano.

Nella sostanza, l’influenza negativa di Sergio Mattarella, attraverso il (suo) ministro degli esteri, era scontata e le conclusioni del Consiglio europeo erano prevedibili. Basteranno a salvare Angela Merkel?

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Al primo Consiglio europeo utile, l’approccio di un nuovo governo ha immediatamente prodotto dei risultati.
Il nuovo governo è quello del socialista Pedro Sánchez: la Spagna è espressamente indicata [pag.3] tra gli Stati membri dell’Ue che riceveranno un sostegno “finanziario e non solo” per contenere l’immigrazione dal Mediterraneo Occidentale (cioè in particolare dal Marocco, a sua volta destinatario di fondi europei). La sostanziale continuità nell’ortodossia europeista, più della pur apprezzata retorica comunitaria, permette a Madrid di capitalizzare presso il resto dell’Ue la propria cruciale posizione geografica.
Al premier italiano Giuseppe Conte, anch’egli al suo primo Consiglio, Bruxelles garantisce la solidarietà e poco più. Il regolamento di Dublino non viene messo in discussione, i movimenti secondari di migranti (dal paese di entrata – che spesso è l’Italia – al resto d’Europa) vengono condannati, i centri di controllo saranno su base volontaria. Roma è sostanzialmente isolata e con un margine di manovra ridotto, anche a causa del suo alto debito pubblico – tema su cui Bruxelles vigila e che non tende a dimenticare quando si occupa di migranti.
Scopriremo domenica, alla fine della riunione in programma tra la CDU di Angela Merkel e la CSU del suo presunto alleato e ministro dell’Interno Seehofer, se è stato raggiunto l’obiettivo principale di questo Consiglio europeo: garantire la permanenza della cancelliera alla guida della Germania.
a cura di Niccolò Locatelli

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