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2149.- Quello che dirà domani Macron (secondo il JDD) : almeno 15 miliardi in più di deficit.

Domani sera Macron annuncerà la sua manovra. Farà un deficit fra 2,8 e 3,4%. La Francia può. Intanto, bombe depotenziate tirate addosso ai cittadini!!!!! Basta! Il Governo italiano non può restare in silenzio di fronte a tale violenza!!!!! Ma i gentiluomini UE che mandavano i Commissari per i Controlli per violazione dei Diritti Umani da noi, in Francia che mandano? Abbiamo notizie?

 

 

Il Journal du Dimanche, ripreso poi da tutti i quotidiani francesi, compreso Le Point, si è azzardato nel fare alcune valutazioni sulle concessioni che domani annuncerà in TV Macron alla nazione.  Alcune ovvie, alcune già parte del programma, alcune invece non previste. Iniziamo :

  • Cancellazione della carbon tax sui carburanti, cioè nesun aumento di 3 centesimi per la benzina e di 6 per il diesel, e neppure fine delle defiscalizzazioni a scopo professionale;
  • Cancellazione della “Taxe d’Habitation”, una delle varie tasse immobiliari francesi, sinora prevista per il 2021;
  • Un Aumento delle pensioni minime, forse piccolo ritocco alla SMIC (paga minima) , ma questo dubbio ;
  • Un premio fiscale ai 7 francesi su 10 che vanno al lavoro in auto, cosa promessa in campagna elettorale e che va all’opposto di quanto previsto dalla politica verde;
  • l’invito a tutti i datori di lavoro a dare un premio facoltativo defiscalizzato;
  • qualche altra misura simbolica, come ad esempio la cancellazione dell’odiato limite degli 80 all’ora sulle strade extraurbane.

Tutte queste misure, da calcoli approssimativi, verranno a pesare 15 miliardi di euro, cioè uno 0,6% in più di deficit. Dato che le previsioni sono ora al 2,8% significa arrivare al 3,4%, e questo va al di sopra dei limiti che vorrebbe imporre l’Unione. Qualcosa dovrebbe saltare, ed in questo caso si parla della riduzione delle imposte alle aziende dal 33,3 al 25%, ma questo, aggiungo io, andrebbe contro altre promesse, oltre ad essere in contrasto con le richieste impellenti, anche da parte del ministro del Lavoro francese, di concedere aumenti salariali lauti. Macron è stato eletto proprio con questa finalità con l’appoggio di ogni organizzazione degli imprenditori, che pure hanno investito in lui, per cui è anche possibile che non si proceda in questa direzione, ma si decida di superare i limiti comunitari nell’interesse del popolo, e del presidente, francese.

Intanto il ministro Bruno Le Maire, sempre da Le Point, parla di “Disastro per il commercio” e di “Crisi della democrazia”, annunciando poi aiuti ai commercianti danneggiati dalla stagione infausta. Anche se non sembra questo è un altro modo per concedere denari ai Gilet Gialli, molti dei quali sono lavoratori autonomi e piccoli imprenditori o commercianti, e che facevano della preferenza per il piccolo uno dei loro cavalli di battaglia.

Per terminare un sondaggio che indica, o dovrebbe indicare, chi votarono i Gilet Gialli alle ultime elezioni:

Europe Elects@EuropeElects

France, Elabe poll:

“Would you say that you are a ““?” ‘

Yes (%)’ 2017 Presidential election 1st round voters of…

Le Pen (FN-ENF): 42

Melenchon (FI-LEFT): 20

Fillon (LR-EPP): 16

Hamon (PS-S&D): 9

Macron (LREM-ALDE): 5

Sample Size: 1,000 Field Work: 27-28/11/18

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2147.- LA FINE DEL SOGNO EUROPEO E, PRESTO, DELL’UNIONE DELLE BANCHE.

Place de la République 8 XII
Liceali a Place de la République, 8 dicembre

 

Oggi, a Bruxelles è fallito l’assalto della folla al Parlamento europeo. A Parigi, la quarta grande manifestazione dei gilet jaunes era iniziata pacificamente e stava procedendo così, ma la polizia francese ha arrestato 500 persone – dicono- a scopo preventivo ed è andata avanti con i gas e 180 blindati. Ha sparato da brevi distanze, proiettili di gomma in faccia ai manifestanti, ferendoli gravemente. Ha usato addirittura granate GLI-FA4 anti uomo ed è l’unico Paese europeo ad averle in dotazione. Sebbene siano classificate come armi non mortali, ci sono già stati casi in cui hanno causato mutilazioni e ferite mortali. Dopo le scene da Gestapo di ieri con l’umiliazione dei ragazzi dei licei Saint-Exupery e Jean-Rostand di Mantes-la-Jolie, oggi, a Montbéliard, le squadre anti sommossa sono riuscite, in 10 contro 1, ad ammazzare a manganellate un giovane studente. La città diToulose è fuori controllo e le frontiere sono state sguarnite per combattere i gilet jaunes a Parigi. A Ventimiglia si passa e si ripassa.
Questo è il vero volto dell’Unione europea delle banche, una dittatura antidemocratica e sanguinaria disposta a tutto pur di dominarci. Nessuno in Italia e in Occidente ha alzato una voce per le violazioni dei diritti umani da parte di Macron. Solo Assad deve essere bombardato in nome della democrazia. In altri tempi, la ghigliottina non sarebbe stata abbastanza per un dittatore. Alcune immagini:

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Lo studente ucciso a Montbéliard
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I manifestanti colpiti in viso dai proiettili di gomma sparati da breve distanza a Parigi

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Contro i Gilets Jaunes Macron ha usato addirittura granate GLI-FA4 anti uomo.

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I nazi-poliziotti di Macron.

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Chi semina vento, raccoglie tempesta.

2145.- Cosa penso del programma economico dei Gilet Gialli anti Macron. Il commento del filosofo Ocone di Corrado Ocone

Il programma dei Gilet Jaunes,avanguardia europea,comincia così:

  1. STATI GENERALI DELLA FISCALITÀ.Costituzionalizzare il divieto per lo Stato di prelevare dai cittadini più del 25% del loro reddito.”Inscrine dans la Constitution l’impossibilité pour l’Ètat de prélever plus de 25% de la ricchezze des citoyens.

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Il programma economico dei Gilet Jaunes anti Macron. 

 

Il programma dei Gilet Gialli in Francia visto e analizzato dal filosofo Corrado Ocone, autore del recente saggio “La cultura liberale. Breviario per il nuovo secolo” (Giubilei Regnani editore)

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E’ davvero impressionante la somiglianza fra la piattaforma di richieste inviata alla stampa dei “gilet gialli” francesi (vedere in fondo) e il programma, in buona parte riversato nel “contratto di governo”, con cui i Cinquestelle si sono presentati agli elettori italiani il 4 marzo scorso. A riprova, se ancora ce ne fosse bisogno, che quella italiana non è una situazione politica “anomala” poiché i movimenti che se ne fanno interpreti al governo riflettono un sentire ormai comune a vaste frange dell’elettorato europeo.

Certo, si tratta di una sensibilità che si traduce spesso in richieste irrealistiche, demagogiche, in contraddizione le une con le altre, non riconducibili a una visione del mondo più o meno coerente o organica. Esse però possono essere sintetizzate con una parola che sembra essere il tenue filo rosso che le unisce: ciò che molti europei oggi cercano è protezione, sicurezza. E declinano questa richiesta sia dal punto di vista economico, come nel caso dei “gilet gialli”, sia da quello della legalità e dell’ordine pubblico. La garanzia di sicurezza o protezione della vita è, in verità, lo statuto costitutivo di ogni forma politica della modernità.

Lo Stato nasce per adempiere questo scopo e lo fa avocando a sé l’uso della forza, che, nelle sue mani e sotto il suo monopolio, diventa legittima. Lo Stato moderno però, nel garantire la sicurezza, vuole anche offrire un libero campo di gioco al sano conflitto delle opinioni e delle visioni del mondo, nonché alla libera intrapresa individuale. In questo senso, esso si pone come liberale o “Stato di diritto”.

Ora, invece, sembrerebbe che proprio questa dialettica sia entrata in crisi. In molti sembrerebbero oggi disposti a sacrificare quote non indifferenti di libertà in cambio di quella sicurezza e protezione che bene o male gli Stati occidentali hanno garantito negli ultimi decenni. Il fatto è che proprio questa garanzia sembra oggi essere venuta meno, o vacillare fortemente. E ciò genera ansia, preoccupazione, spavento. I “gilet gialli” si pongono come espressione di questo stato d’animo, soprattutto per la parte riguardante il malessere economico diffuso. Essi quindi si fanno portavoci di richieste sociali che un tempo non avremmo esitato a catalogare come “di sinistra”.

Ciò che però li differenzia dalla sinistra tradizionale mi sembra che sia, da una parte, la mancanza di ancoraggio ad una visione generale del mondo e ad una logica politica stringente, dall’altra, la mancanza di speranza e la connessa disillusione sulle possibilità del futuro. Il malessere più che dall’impoverimento delle nostre società, ancora per fortuna relativo, deriva in effetti dalla convinzione che per sé stessi e i propri figli sarà lecito aspettarsi in futuro sempre di meno.

Alla tendenza delle nostre società, che era stata quella di un progressivo allargamento della classe media, il futuro sembra oggi prospettare una riproletarizzazione dei neoborghesi. Proprio perché manca una visione generale o sistemica, che le vecchie classi proletarie avevano acquisito con la mediazione dei partiti (veri dispensatori della marxiana “coscienza di classe”), la tendenza prevalente è quella di chiedere sussidi e garanzie senza porsi il problema delle risorse: di voler spartire una torta senza capire che la torta rischia di diventare sempre più piccola. O, meglio, le risorse vengono viste come acquisite e definitive, in un gioco a somma zero, anche se ingiustamente accaparrate da “caste” di vario tipo. Le quali perseguirebbero i propri interessi non considerando minimamente i riflessi sulla vita delle persone delle loro politiche.

Il Macron patrocinatore di una rapida svolta ecologista e che non si pone il problema dell’incidenza che l’aumento delle tariffe del gasolio ha, anche e soprattutto psicologicamente, su una classe media impoverita o in via di impoverimento, è un esempio da manuale del fallimento delle élite politiche occidentali e insieme la miccia di questa sorta di jacquerie postmoderna che le strade e piazze parigine ci stanno in questi giorni offrendo.

Il “principio speranza” di cui parlava il filosofo tedesco Ernst Bloch, o semplicemente la fiducia nel futuro, ha abbandonato oggi i ceti deboli. Al contrario le élite, che per tutta la modernità avevano subito l’avanzata dei proletari e avevano maturato un sentimento pessimista sul mondo, guardano invece ora al futuro con l’ottimismo di chi sa che l’umanità si avvicina a un mondo, dominato dalla tecnica, che dischiude inaudite possibilità.

Questa inversione del sentimento dominante fra élite e popolo è un’altra delle contraddizioni del nostro tempo.

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IL PROGRAMMA DEI GILET GIALLI, SECONDO CORRADO OCONE, È QUI RIPORTATO DI SEGUITO, MA DIFFERISCE DA QUELLO PUBBLICATO DA NOI IN TESTA ALL’ARTICOLO.

  1. Urgente: risolvere il problema dei senzacasa. Circa 200 mila persone vivono per strada in Francia.
  2. Imposta sul reddito fortemente progressiva;
  3. Paga minima mensile di riferimento SMIC a 1300 euro;
  4. Favorire i piccoli commercianti con la fine della costruzione dei grandi centri commerciali e con la concessione dei parcheggi gratuiti nelle città;
  5. Che i grandi (Macdonald, Amazon, Carrefours) paghino tanto e i piccoli paghino poco;
  6. Tutti abbiano la stessa pensione, fine della discriminazione per i lavoratori dipendenti (RSI);
  7. Il sistema pensionistico deve essere socializzato ed essere solidale per tutti; 
  8. Fine dell’aumento dei carburanti;
  9. Pensioni minime a 1200 euro mese;
  10. Per tutti gli eletti lo stipendio ottenibile sarà lo stipendio MEDIO, con controllo per i rimborsi dei trasporti e gli altri trasporti ed il diritto alle ferie pagate. Anche questa richiesta ricorda molto quella del M5s in Italia, ed è anche indicativa della scarsa stima dei francesi per i loro politici;
  11. Tutti gli stipendi e le pensioni devono essere collegati all’inflazione;
  12. Difendere l’industria francese, combattere le delocalizzazioni e difendere il know how specifico;
  13. Fine del lavoro in trasferta. Tutti coloro che lavorano sul territorio francese devono essere sottoposti alle norme fiscali, contrattuali e previdenziali dei cittadini francesi, senza possibilità di fare concorrenza sleale ai lavoratori nazionali.
  14. Lotta per la sicurezza del posto di lavoro contro i Contratti a tempo determinato (CDD) ed a favore dei contratti a tempo indeterminato;
  15. Fine del CICE , cioè del regime speciale concesso alle imprese di riduzione del carico contributivo, e sua conversione in un fondo per lo sviluppo dell’auto francese a Idrogeno, quella si veramente ecologica, invece che quella elettrica , che ecologica non è (ed hanno ragione);
  16. Fine della politica di austerità, con il non pagamento di tutti quegli interessi sul debito che sono stati dichiarati illegittimi, e pagamento degli altri senza pesare sui poveri, ma cercando di rincorrere le frodi fiscali (80 miliardi).
  17. Che siano trattate le cause all’origine delle migrazioni; 
  18. Che i richiedenti asilo siano ben trattati, abbiano alloggi , cibo ed educazione, ma lavorando con l’ONU affinché attendano il permesso di accesso nei paesi d’origine;
  19. Che le concessioni ed i rinnovi dei permessi di soggiorno siano compiuti nei paesi d’origine;
  20. Che una vera politica dell’integrazione sia messa in atto, per cui immigrare in Francia significhi diventare francese, con corsi di lingua, di storia e di educazione civica, con un percorso certificato;
  21. Salario Minimo a 15 mila euro annui , 1250 euro al mese senza tredicesima;
  22. Creazione di nuovi posti di lavoro per i disoccupati; 
  23. Aumento dei fondi per gli handicappati;
  24. Tetto per gli affitti e affitti sotto controllo per gli studenti e i lavoratori sociali;
  25. Divieto della vendita di beni appartenenti allo Stato francese (esempio gli aeroporti, con la società Aeroporti di Parigi che è in vendita);
  26. Più mezzi per la giustizia, le forze dell’ordine e l’esercito a cui siano pagate le ore di straordinario;
  27. Tutto il denaro incassato dai pedaggi autostradali deve essere utilizzato per la sicurezza e l’ammodernamento delle autostrade francesi;
  28. Il prezzo del gas e dell’elettricità è aumentato dopo le privatizzazioni e quindi questi servizi devono tornare pubblici per ridurre il prezzo delle utenze;
  29. Fine della chiusura delle linee secondarie, dei pronto soccorso, degli uffici postali, delle maternità e delle scuole;
  30. Divieto di fare business sugli anziani. “L’oro grigio è finito”;
  31. Tetto massimo di 25 allievi in ogni scuola di ogni ordine e grado;
  32. Una legge per il referendum popolare, con un sito trasparente tove raccogliere le firme. Se una proposta raggiunge le 700 mila firme , dopo essere stata completata dal parlamento deve essere portata come referendum popolare entro un mese ed un anno;
  33. Ritorno del mandato del Presidente a 7 anni, con elezioni politiche ogni 5 in modo da dare un segnale politico al presidente stesso sulla qualità del suo comportamento;
  34. Obbligo pensionistico a 60 anni per i lavori usuranti che godranno della possibilità di pensione volontaria a 55 anni;
  35. Estensione del sistema di assistenza per la sorveglianza dei minori Pajemploi dai 6 ai 10 anni;
  36. Il trasporto per le merci deve favorire la ferrovia rispetto alla strada;
  37. Fine dei prelievi alla fonte;
  38. Fine dell’indennità presidenziale a vita;
  39. Divieto di far pagare commissioni sui pagamenti per carte di debito, Tasse sul gasolio navale e kerosene per aerei. 

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2143.- Perché la Bce acquisterà meno titoli di Stato italiani e perché la Germania festeggia

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Tutte le novità in arrivo dalla Bce sugli acquisti dei titoli di Stato. Con effetti diversi su Paesi come Italia e Germania. Fatti, numeri, approfondimenti, commenti e un’analisi di Fabio Vanorio

La Banca centrale europea ridurrà all’11,80%, dal 12,31%, la quota dell’Italia nel suo capitale (capital key).

Scende leggermente, infatti, la quota di titoli di Stato italiani acquistabili dalla Bce presieduta da Mario Draghi attraverso il quantitative easing a partire da gennaio 2019.

E’ quello che si legge in una nota dell’Istituto centrale con sede a Francoforte.

LA DECISIONE DELLA BCE

La decisione è stata presa nel quadro della revisione quinquennale della quota di ciascun Paese nel capitale della Bce (“capital key”) che si basa sui rispettivi Pil e popolazione.

L’IMPATTO DELLA SCELTA

Aumentano, invece, le capital key di Germania, Francia, Irlanda, Austria, Belgio: Paesi che così potranno giovarsi di maggiori acquisti di titoli da parte della Banca centrale europea.

LE STIME DI BLOOMBERG

Oggi la Bce ha in pancia quasi 350 miliardi di titoli italiani acquistati nell’ambito del Quantitative easing che termina a fine anno. Parte di questi titoli scadranno nel 2019 e dovranno essere rinnovati in base alle nuove regole. L’agenzia Bloomberg ha calcolato che a causa della rimodulazione delle quote di capitale il reinvestimento in titoli del debito italiano potrebbe in teoria risultare inferiore di quasi un miliardo rispetto alle previsioni,

LA QUESTIONE CAPITAL KEY

Ogni cinque anni la capital key della Banca centrale europea, ovvero la quota che ciascuna banca centrale nazionale detiene dell’azionariato Bce, viene aggiornata tenendo conto delle variazioni Pil e della popolazione dei Paesi dell’Eurozona. Sulla base della stessa capital key, vengono spartiti in proporzione fissa gli acquisti di asset da parte dell’Eurotower.

EFFETTI E SCENARI

La quota della Bundesbank nel capitale della Bce è previsto salire a scapito dei Paesi le cui economie si sono contratte, come Italia, Spagna e Grecia, secondo quanto emerge dalla nuova struttura dell’azionariato della Banca centrale europea.

LA RILEVANZA DELLA QUESTIONE

Considerata inizialmente come un fatto simbolico, oggi la questione sta assumendo un significato rilevante perché è utilizzato, appunto, per determinare la porzione di acquisto dei bond governativi, come previsto dal programma di stimolo della Bce.

IL COMMENTO DI CECCHINI SU HUFFINGTON POST

“Un’altra tegola cade sulla testa del governo gialloverde”, commenta su Huffington Post Italia Marco Cecchini, giornalista di lungo corso di economia e finanza, per anni al Corriere della Sera.

L’ANALISI DI MARCO VALERIO LO PRETE

A prevedere chiaramente quello che è stato deciso oggi è stato lo scorso maggio Marco Valerio Lo Prete, già capo dell’economia e della finanza del Foglio, ora al Tg1: “L’Italia è diventata decisamente più “leggera” in termini di Pil dell’Ue ed è rimasta stabile in termini di popolazione; la Germania ha guadagnato molto peso in termini di Pil e ne ha perso pochissimo dal punto di vista demografico. Dunque Berlino – la cui quota di partecipazione al capitale Bce è adesso pari a 17,9973 – potrebbe diventare ancora più influente all’Eurotower; invece l’Italia – la cui quota è oggi pari a 12,3108 – potrebbe perdere influenza. Per di più in una situazione in cui, per esempio, l’attuale programma di Quantitative easing prevede che la Bce acquisti titoli di debito pubblico degli Stati membri dell’Eurozona in proporzione alle quote del capitale sociale della Bce detenute dalle Banche centrali nazionali”, ha scritto su Public Policy.

ECCO DI SEGUITO UN ESTRATTO DELL’ANALISI DI FABIO VANORIO PER START PUBBLICATA IL 4 NOVEMBRE

Come notato dal Financial Times, il ricalcolo del “capital key” richiederebbe alla BCE di acquistare meno debito dai Paesi periferici nel 2019 rispetto a quanto l’attuale “capital key” ne consenta.

Secondo l’investment bank Jefferies, la modifica del “capital key” potrebbe autorizzare acquisti addizionali da parte della Bundesbank (in misura pari a circa €18bn di debito governativo tedesco) e da parte dei Paesi periferici che hanno migliorato la loro posizione fiscale (quali Irlanda e Portogallo). A fronte di questo, Banca d’Italia, Banque de France e Banco de España dovrebbero ridurre i propri flussi di debito governativo nazionale in misura rispettivamente pari a circa €28bn, €12bn, e €19bn. Per fare un esempio, nel 2019, allorquando la Banca d’Italia fosse nella condizione di reinvestire circa €35bn e il Banco de España circa €25bn da titoli sovrani in scadenza, i flussi di reinvestimento effettivi potrebbero essere solo pari a circa la meta’.

Secondo Pictet Wealth Management (PWM), mentre i valori assoluti di questa riduzione sono infimi (“peanuts”), c’è il rischio che la situazione incendi ulteriormente la retorica anti-euro in atto in Europa. PWM evidenzia, comunque, che gli acquisti programmati per il prossimo anno dalla BCE, ad esempio, di debito italiano sono già fissati in misura inferiore ad altri Paesi poiché la BCE detiene titoli del debito italiano a scadenze più lunghe, in media, che in paesi core quale la Germania.

2140.- BRUXELLES IN FLAMES

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Le rivolte dei Gilet Jaunes francesi si sono diffuse in Belgio – Centinaia di rivolte si scatenano in casa dell’UE.
La polizia belga ha usato cannoni ad acqua e dispiegato gas lacrimogeni nel centro di Bruxelles per respingere i manifestanti ispirati al movimento anti-tasse della “maglia gialla” francese, mentre i dimostranti hanno costretto il quartier generale della Commissione europea a un blocco dei lavori temporaneo.

di Joe Barnes, da Bruxelles

 

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Centinaia di attivisti hanno preso di mira i punti di riferimento politici del Belgio, marciando da uno all’altro tra nuvole di fumo di petardi e bombe fumogene, mentre erano inseguiti da dozzine di agenti anti sommossa, armati di manganelli, pronti ad assalirli. I manifestanti sono scesi nella sede della Commissione europea a Berlaymont, il cuore del processo decisionale dell’UE. Infatti, hanno creato la “campagna della giacca gialla” del Belgio contro l’aumento dei prezzi dei carburanti e contro il costo della vita. La Commissione Europea è stata costretta a chiudere temporaneamente le sue porte mentre le guardie di sicurezza dell’edificio si sono rifiutate di lasciare entrare o uscire chiunque mentre i manifestanti marciavano.
Una solitaria “giacca gialla” è rimasta di guardia fuori dalle porte chiuse, insistendo sul fatto che il Berlaymont era ormai “chiuso per tutto il giorno”.

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L’edificio della Commissione europea è stato costretto a chiudere temporaneamente le sue porte (Immagine: JOE BARNES)

Un altro manifestante, che voleva rimanere anonimo fra le scene di violenza, ha dichiarato a Express.co.uk: “Stiamo protestando contro l’aumento dei costi della benzina, della vita e delle tasse elevate“Accade la stessa cosa in Francia, a Parigi e, forse, presto in Olanda e, forse, in Inghilterra.”

Almeno due furgoni della polizia sono stati distrutti nello scontro iniziato quando una manifestazione pacifica, ma non autorizzata, è degenerata nella violenza.

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Almeno due furgoni della polizia sono stati distrutti nelle proteste (Immagine: JOE BARNES)

La polizia ha fatto dozzine di arresti dopo che i manifestanti, con i volti coperti da maschere o cappucci hanno tentato di irrompere attraverso le linee della polizia.

Il movimento dei “giubbotti gialli” del Belgio spera di ispirare a scene simili in tutta l’Europa, con Londra come particolare punto di riferimento, per la possibile violenza.
Usano i social media per diffondere il loro messaggio e affermano di aver già chiuso la pagina degli eventi di Facebook per la marcia di Bruxelles.
La polizia antisommossa è stata attaccata da una piccola fazione separatista mentre era intenta a disperdere pacifiche “giacche gialle”, lontano dal quartier generale della Commissione europea. Una dozzina di giovani, vestiti con felpe nere, senza le giacche ad alta visibilità, presero a sassate la polizia, che diede loro la caccia nelle vie secondarie.

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La polizia ha usato cannoni ad acqua per disperdere i dimostranti (Immagine: GETTY IMAGES)

I proprietari dei negozi affrettarono a sbarrare le loro porte in un clima di paura perché potevano diventare le vittime innocenti degli scontri tra la polizia e la folla.
I manifestanti pacifici, invece, hanno continuato a marciare lontano dalla Commissione con le mani in alto sopra le loro teste mentre aspettavano l’assalto della polizia antisommossa.
Alla fine centinaia di persone si sono date appuntamento nell’ufficio del primo ministro Charles Michel.
Le folle hanno chiesto le dimissioni della PM mentre cantavano “Michel, dimettiti!”
Michel è un alleato liberale di Macron, che ha espresso solidarietà per i problemi della gente, questo giovedì. Ma ha subito aggiunto: “Il denaro non cade dal cielo”.
La sua coalizione di centro-destra affronterà le elezione a maggio.

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La polizia ha detto che circa 500 manifestanti hanno preso parte alle manifestazioni (Immagine: JOE BARNES)

Un tweet del leader belga ha dichiarato: “Nessuna impunità per violenze inaccettabili a Bruxelles, chi viene a spaccare e rubare deve essere punito”.
Le proteste in Belgio, in particolare intorno ai depositi di carburante nel sud di lingua francese, sono state ispirate dai “gilet jaunes” in azione in Francia.
Le giacche gialle hanno inscenato dimostrazioni sui Champs-Élysées la scorsa settimana per protestare contro gli aumenti delle tasse sui carburanti imposti dal governo del presidente Emmanuel Macron (come il governo francese vuole che sia accreditata la rivolta. ndr), come parte degli sforzi per ridurre le emissioni che causano il riscaldamento globale.

PUBBLICATO: 00:01, sab, 1 dic, 2018 | AGGIORNAMENTO: 17:34, sab, 1 dic 2018. Segnalazione aggiuntiva di Harvey Gavin. traduzione libera di Mario Donnini.

2139.- LO SCONTRO CON LA UE HA PORTATO IL GOVERNO ITALIANO IN UN VICOLO CIECO. ECCO PERCHE’; MA SOPRATTUTTO: COME SE NE ESCE?

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Anche il più sfegatato fan di questo esecutivo ha, oggi, la sensazione che il governo si sia cacciato in un vicolo cieco e che sarà molto difficile uscirne senza danni, per l’attuale maggioranza o per il Paese.

Ormai si è capito, infatti, che la Commissione Europea – su mandato di Germania, Francia e degli altri paesi “amici” che vogliono l’Italia sotto scacco – non mollerà mai perché vuole far pagare al governo Lega-M5S le sue posizioni anti UE, per dare una lezione a tutti i “sovranisti” (colpirne uno per educarne cento), anche in vista delle prossime elezioni europee.

La Commissione europea ha in mano la corda (fornitale da chi, nei decenni scorsi, ha ceduto gran parte della nostra sovranità a Bruxelles), mentre il governo italiano ha il nodo scorsoio al collo (per la pesantissima eredità dei governi passati).

Dunque: o il governo cederà ai diktat della UE – e così farà una figura barbina e subirà una sconfitta grave che ne minerà la stabilità – o terrà duro, ma facendo subire al Paese la procedura d’infrazione e la guerra dei mercati contro di noi.

In entrambi i casi l’attuale maggioranza sarà in pericolo. Il tentativo penoso che il governo sta facendo in queste ore è quello di ammorbidire i toni, di mostrarsi dialogante e cedere solo un pochino(uno 0,2 del famoso 2,4 per cento di deficit per il 2019), in modo da poter dire di aver pareggiato la partita e aver comunque portato a casa l’obiettivo.

Ma è un’illusione, perché alla Commissione europea non importa un fico secco quella promessa dello 0,2 per cento in meno nel deficit. Ciò che vogliono è la capitolazione e l’umiliazione politica del governo italiano. Come accadde con Tsipras in Grecia. E tutto fa pensare che otterranno una resa sostanziale.

SOTTOMISSIONE

Certo, è una vicenda assurda e ingiusta. Sappiamo infatti che la UE ha sempre chiuso tutti e due gli occhi per le trasgressioni degli altri paesi (in primis Francia e Germania) e sappiamo benissimo che il 2,4 per cento di deficit (che è peraltro sotto il limite del 3 per cento di Maastricht) è tutt’altro che un’enormità, giacché è la soglia su cui si sono attestati anche i precedenti governi italiani (peraltro la procedura d’infrazione per debito eccessivo, di per sé, chiama in causa più i governi del passato, che il debito l’hanno aumentato, che l’attuale).

Ma questa non è una controversia fra ragionieri, né è una partita alla pari. È una dura guerra politica fra la UE e l’Italia. La UE – a guida tedesca e francese – vuole che il governo italiano soccomba perché l’Italia rimanga sottomessa (e sempre più asservita agli interessi altrui), mentre il governo italiano vorrebbe riprendersi pezzi di sovranità in politica economica.

A questo punto – siccome pare che sia la UE a vincere questa battaglia (salvo imprevisti) – si tratta di chiedersi dove ha sbagliato l’esecutivo Lega-M5S.

L’ERRORE

Certamente non ha sbagliato a darsi l’obiettivo di tornare ad essere padroni in casa propria, perché – di questo passo – l’Italia si ridurrà ad essere totalmente asservita ed economicamente collassata.

Il governo non ha sbagliato nemmeno nella diagnosi, perché è ormai evidente a tutti che la politica di austerità, imposta in questi anni dalla UE, ha dato risultati disastrosi, massacrando la nostra economia nazionale e la nostra gente, oltretutto facendo aumentare pure il nostro debito pubblico (anziché diminuirlo).

L’altroieri lo ha detto anche l’Institute of International Finance: “L’austerità di bilancio è un errore”. La controprova è data dagli Stati Uniti che – adottando una politica espansiva – hanno visto aumentare il loro Pil molto più dell’Europa e oggi con Trump hanno risultati eccezionali, anche sul lato dell’occupazione.

Ma allora dove ha sbagliato il governo? E’ stato fatto, all’inizio, un errore puerile. L’esecutivo si è presentato così: “in campagna elettorale abbiamo promesso a, b e c, dunque gli italiani devono avere tutto e subito e noi lo daremo perché manteniamo la parola data”.

Ma questo è un ragionamento dilettantesco, che non tiene conto delle compatibilità, della complessità dei problemi di questi anni, del contesto internazionale, dei vincoli a cui siamo sottoposti e dei tempi che l’economia e la politica esigono.

Gli italiani non sono stupidi. La maggior parte di loro avrebbe compreso benissimo un altro leale ragionamento di verità.

Il governo avrebbe dovuto dire: “cari italiani, i governi che ci hanno preceduto ci lasciano un’eredità pesantissima, sia per il debito pubblico, sia per le condizioni della nostra economia (siamo ultimi per la crescita in Europa). Noi governeremo cinque anni e, in questo lasso di tempo, realizzeremo quello che vi abbiamo promesso. Ma prima occorre che ripartano la crescita economica e l’occupazione perché se i soldi non ci sono, non si possono nemmeno distribuire. Oltretutto – da quando l’Italia ha ceduto la sovranità monetaria – tutto per noi è più arduo e faticoso”.

SUICIDIO

Con una manovra economica simile a quella di Trump, basata su detassazione e investimenti in infrastrutture e in settori produttivi che attivano occupazione e reddito, anche un eventuale deficit previsto al 2,4 per cento sarebbe passato in Europa, perché sarebbe stato possibile dimostrare che quella politica economica generava crescita e faceva diminuire il debito pubblico.

Invece hanno varato una manovra – per così dire – “distributiva” quando non c’è nulla da distribuire.

Una manovra centrata specialmente sul reddito di cittadinanza che al momento non ha nemmeno strutture che possano farlo funzionare, ma soprattutto un reddito di cittadinanza che in questa situazione non ci possiamo permettere e che non genera sviluppo, deprimendo ancor di più l’economia (e deprimendo l’Italia produttiva già troppo tartassata).

Così hanno consegnato in mano alla Commissione UE la corda e quelli la stanno usando. A questo punto resta da capire un altro mistero.

Perché il governo – conoscendo questa situazione – fin dall’inizio ha fatto la voce grossa, sfidando la Commissione europea?

Era logico pensare che avessero una carta riservata da giocare per vincere. Invece si scopre adesso che non hanno nulla. Dunque hanno dichiarato guerra e un nemico più forte sapendo di non avere né le armate per combattere, né un piano di fuga. E’ un errore enorme.

USCITA DI SICUREZZA

Peraltro quand’anche accadesse il miracolo di un “via libera” dall’Europa, per qualche 0,2 per cento in meno di deficit, il tracollo sarebbe solo rimandato, perché il dato Istat del terzo trimestre 2018 parla già di economia stagnante e porta il tasso di crescita tendenziale (annuo) del Pil dall’1,2 per cento allo 0,8. Se consideriamo che a dicembre si dissolverà pure lo scudo rappresentato dal “quantitative easing” (l’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea) c’è da tremare.

Va detto che questo vicolo cieco è anzitutto responsabilità del M5S, che è il socio di maggioranza del governo e che si è impuntato sul “reddito di cittadinanza”.
La Lega, in soli cinque mesi, ha realizzato obiettivi politici molto importanti. Anzitutto sull’immigrazione perché, col ministro Salvini, è riuscita non solo a far crollare gli sbarchi, ma anche a far accettare, nella UE, l’idea che l’Italia non è il campo profughi dell’Europa e dell’Africa e che non si può più subire l’emigrazione incontrollata del passato. Anche sull’ordine pubblico i risultati – in soli cinque mesi – sono più che positivi.

E’ evidente che – sebbene socio di minoranza – la Lega esprime una capacità di governo largamente superiore al M5S (i sondaggi mostrano che gli italiani se ne sono accorti). Inoltre il partito di Salvini ha le idee che – anche in economia (e sulla UE) – sarebbero quelle giuste da realizzare (dispone pure di uomini competenti).

Perciò a questo punto solo la Lega e il suo leader possono escogitare una “mossa del cavallo” che ci porti fuori dal vicolo cieco. E’ urgente. Qualunque essa sia.

.

Antonio Socci. Da “Libero”, 3 dicembre 2018

2138.- Gilet gialli rifiutano l’incontro con il governo francese e chiedono la nomina del generale de Villiers (che fu licenziato da Macron) a capo del Governo!

La police française découvre la France, tire et assassine une femme. Policiers ou délinquants? Les Gilets jaunes rejettent la rencontre avec le gouvernement français et exigent la nomination du général Pierre de Villiers (qui a été limogé par Macron) à la tête du gouvernement!

«Nous nous rendons compte que le gouvernement ne veut rien céder. Nous ne voulons pas être les marionnettes d’une communication politique»

l’un des principaux porte-parole, Benjamin Cauchy

Salutations générales de Villiers!

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Gillet gialli rifiutano l’incontro con il governo francese e chiedono la nomina del generale de Villiers (che fu licenziato da Macron) a capo del Governo! di Maurizio Blondet

di Mitt Dolcino

Le Figaro batte una notizia clamorosa: i manifestanti francesi rifiutano l’incontro con il governo francese, mossa attesa dopo la morte di una donna ottantenne a Marsiglia questa notte a causa di un proiettile sparato dalla polizia. Dunque nessun passo indietro nelle proteste.

Anzi,  tre avanti: si chedono le dimissioni immediate del governo e la nomina del generale de Villiers a capo del nuovo governo. Per vostra informazione, il gen. de Viliiers è colui che fu licenziato mesi fa da Macron e che tutti gli alti ranghi militari – contravvenendo agli ordini – scesero in piazza a salutare il giorno del suo congedo forzato.

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Ma la ragione letteralmente esplosiva è il motivo per cui de Villiers fu licenziato dal filo-tedesco Macron: egli era contrario al taglio degli investimenti alla difesa derivanti dalla sempre più stretta collaborazione con la Germania in ambiti militari. Ossia, de Villiers era il rappresentato delle forze armate contrario all’integrazione militare francese con la Germania!

Quella a cui stiamo assistendo è la reazione – anche violenta, purtroppo – di coloro – e sono davvero in tanti – che in Francia NON vogliono dare a Berlino il comando militare europeo. E nemmeno la “force de frappe” francese in veste EU.

Ossia, l’esercito EU è morto prima di iniziare. A Berlino – per ovviare al gran rifiuto francese di condividere l’arsenale militare,  vietato oltre Reno in forza della sconfitta nella seconda guerra mondiale – ora resta solo la dichiarazione che la bomba atomica comunque ce l’ha già, ma senza i test sul campo, solo via modellizzazioni (ossia, più propriamente, una bomba “sporca”) -.

Mitt Dolcino

(MB. Ricordo che   un anno e mezzo fa Macron s’è liberato di De Villiers. Il mio articolo qui: )

Così l’Armata ha salutato il generale De Villier, umiliato da Macron.

Umiliato pubblicamente da Macron  per la sua protesta (a porte chiuse) contro il  taglio di 850 milioni alla Difesa, il  generale Pierre De Villiers, capo di Stato Maggiore, ha dato le dimissioni. Senza aspettare il colloquio con Macron, previsto il 21 luglio, dove sicuramente sarebbe stato dimissionato. “Ha lasciato passare il 14 luglio, e ha dato le dimissioni. Oggi la sua dignità è perfettamente preservata”, ha detto il contrammiraglio Claude Gaucherand.

Ecco come, nella sede dello Stato Maggiore generale, i rappresentanti delle tre armi hanno salutato il loro generale.  Una “guardia d’onore” spontanea.  Un saluto commovente e  –  preccupante per  Macron Le Petit.

Un applauso corale, lunghissimo, insistito, di tutti i rappresentanti delle tre armi, e dei funzionari.  Una sola parola: “Grazie”, Merci.

De Villier  (un vandeano)  è popolarissimo fra i suoi soldati, che l’hanno visto spesso sul terreno accanto a loro nelle operazioni africane. Ma da tempo voci  di malcontento  verso i  politici si alzano dagli alti gradi  dell’Armée.   Il marzo dell’anno scorso,   è stato messo in pensione il generale Christian  Piquemal, capo della Legione Straniera, per aver partecipato ad una manifestazione non autorizzata  contro gli immigrati, in cui aveva criticato il  “porcaio di Calais”, ossia il modo in cui il governo aveva lasciato crescere l’accampamento di  clandestini che a Calais si sono ammassati per mesi  nel luridume e nella violenza, impunemente,  compiendo atti illegali per saltare su un TIR e arrivare in Gran Bretagna.

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generale Christian  Piquemal

Tre generali avevano appena scritto ad Hollande una lettera  in cui si chiedeva al presidente della République di assumere  “la sua responsabilità” davanti a : “questa zona di non-diritto che è diventata Calais”: “non potete sottrarvi al vostro dovere”.  Rimasta senza risposta, la lettera era divenuta una lettera aperta, pubblicata sul Figaro. 

Ad  aprile, ha perso il suo posto  di comandante della Gendarmerie d’Outre Mer il generale Bertrand Soubelet. A Hollande non era piaciuto il suo libro Tout ce qu’il ne faut pas dire,  “Tutto  quel che non bisogna dire”, estremamente critico sulla intera classe politica – segnatamente per il modo in cui gestiva la questione clandestini.  Soubelet  non è stato licenziato, è stato sollevato dalla funzione e messo a disposizione.   La sua risposta   avrebbe dovuto inquietare tutti i politici: “Ad esser messo da parte in queste condizioni,  a far niente,  ho  l’impressione di costituire un pericolo per il mio paese – ciò che mi fa’ riflettere sul mio futuro immediato e ai modi con cui continuerò a servire la Francia”.

“L’Armée non ha mai conosciuto tali umiliazioni”, ha scritto Armel Joubert des Ouches, autore di un sito specializzato in cose militari (dal cognome,  un aristocratico ex ufficiale): “In una intervista, il generale Pinay Legry mi diceva: “La nostra armata è sull’orlo della rottura”. Certi nostri elicotteri hanno più di 40 anni.  Un ufficiale della ALAT (Aviation Légère de l’Armée de Terre), mi diceva poco tempo fa: “Io non dispongo che di tre elicotteri da combattimento funzionanti, sui 45 della mia unità”.

La comparsa e  discutibile vittoria di Emmanuel Macron all’Eliseo ha lasciato un sentore di illegittimità ai  gallonati.  Che aborrono alla volontà,   che attribuiscono al giovinotto, di fondere l’Armée (che fu guidata da Napoleone), che i tedeschi hanno umiliato in due volte indimenticabili,  con la Bundeswehr, nel  nuovo  e  fantasioso esercito europeo.   Molti mugugni hanno accompagnato la distribuzione del nuovo fucile d’assalto, Made in Germany.    “Non  siamo più in democrazia, ma in un’oligarchia che gira a dittatura prima di virare, forse, al totalitarismo”, ha affermato a tutte lettere il generale Didier Tauzin, molto intervistato dalla sezione francese di Russia Today.

Armel Joubert des Ouches: già, una dittatura che impone al paese  l’afflusso di migranti “a   vagonate”: “Noi” abbiamo  soldi per miliardi  per questi stranieri, e non ne abbiamo per le nostre armate”.

A chi gli ricorda che l’Armèe  si vanta di chiamarsi La  Grande Muette (la grande muta), per il suo impegno di obbedir tacendo  (a  patto di dimenticare il tentato putsch di Algeri, 1961….)  , Tauzin  risponde: “Ci sono momenti in cui il dovere del silenzio deve lasciare il posto al dovere di espressione”. Secondo i giornali, Macron, sbattendo fuori De Villiers, s’è giocato il suo secondo  mandato”.

Cose che non possono avvenire in Italia.

Noi non  abbiamo mai avuto un  De Gaulle.  Abbiamo avuto un Badoglio (taccio le volgarità che suscita questo nome. ndr).

Mitt Dolcino   mi scrive, “l’Armée française è in guerra. Con  la Germania e i collaborazionisti, come fece De Gaulle”.  Se  vede giusto, è una sconfitta finbale per gli euroinomani e le sue oligarchie. .

 

Maurizio Blondet | 4 dicembre 2018

2132.- Jacques Sapir – I “giubbotti gialli” e la rabbia delle masse popolari

Jacques Sapir:”le rivendicazioni dei gilet gialli sono incompatibili con la permanenza della Francia dentro l’euro. Questa mobilitazione è una mobilitazione contro l’euro.” I popoli europei hanno preso consapevolezza. Per salvare la democrazia, occore mettere fine all’euro. A Berlino, i tedeschi sono scesi in piazza per manifestare la loro solidarietà ai gilet gialli francesi. Francia, Belgio, Olanda e ora Germania. Il movimento dei gilet gialli sta diventando un’alleanza dei popoli europei contro l’austerità imposta da Bruxelles.

Jacques Sapir commenta la rivolta dei giubbotti gialli in Francia, le sue cause profonde, le sue caratteristiche e i possibili sviluppi. Non si tratta di una semplice protesta fiscale: dietro c’è una prolungata esasperazione e un forte sentimento di ingiustizia che, al di là di organizzazioni partitiche o sindacali, individua nell’altezzoso presidente, nel suo establishment e nella sua corte dei francesi “bobo”  il suo antagonista naturale. Qualsiasi sarà l’evoluzione del movimento, a breve o a medio termine per il governo francese è l’inizio della fine.

Schermata 2018-12-02 alle 16.58.04di Jacques Sapir, 19 novembre 2018

 

Il 17 novembre, il giorno dei “giubbotti gialli”, è stato un enorme successo, con oltre 2.000 posti di blocco contro i 1.500 che erano stati annunciati. I dati sulla partecipazione diramati dal ministero degli Interni sembrano ampiamente sottovalutati. Purtroppo questo successo è stato oscurato dalla morte di una manifestante e dai molti feriti, nella maggior parte dei casi dovuti ai tentativi di forzare il blocco con le auto. Questo successo sfida i movimenti politici e i sindacati. Se la maggioranza (LaREM, sigla de La République en marche) con i suoi giornalisti su commissione lo presentano come un fenomeno odioso ed esecrabile, sarebbe invece necessario farsi qualche domanda sul significato di questo movimento e le sue possibili conseguenze.

Il giorno della collera

La Francia brucia: La Prefécture de Puy en Velay est en feu, mentre i tiratori scelti dell’esercito francese si appostano agli incroci strategici. Lo volete l’esercito europeo? Des snipers (tireurs d’élites militaires) ont été déployés sur les toits des Champs Elysees et sur des zones de protection des institutions. Selon une source de la DGSE cet ordre émanerait directement du chef de l’état. – 10 000 grenades lacrymogènes ont été tirées. – 140 000 litres d’eau ont été balancés sur les GiletsJaunes. Le syndicat de Police Alliance demande l’instauration de l’État d’Urgence et l’intervention de l’Armée. Paris, 1er decembre.

 

Questo movimento è stato innescato dall’annuncio di un aumento dei prezzi del carburante. Tuttavia, riflette una rabbia molto più profonda e cause molto più complesse. La questione dei prezzi del carburante rimanda alla cosiddetta “compressione dei consumi” delle famiglie delle classi popolari. Quando non si hanno mezzi di trasporto alternativi e si devono fare ogni giorno decine di chilometri per andare al lavoro, ebbene sì, il costo del carburante rappresenta un pesante onere. Detto in termini economici, in questo caso non vi è alcuna elasticità del consumo rispetto al prezzo.

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Tuttavia, un semplice aumento dei prezzi del carburante non avrebbe certamente causato una tale collera se non fosse arrivato in aggiunta ad altri aumenti e ad una pressione fiscale che le classi lavoratrici considerano eccessivamente onerosa. Le riforme fiscali realizzate lo scorso anno dal governo – tra cui la rimozione della ISF (Imposta di solidarietà sul patrimonio) – e le misure adottate dai governi precedenti – tra cui ricordiamo i 44 miliardi di sgravi fiscali del CICE (credito d’imposta per la competitività e l’occupazione) concessi alle grandi imprese in cambio della creazione di qualche posto di lavoro – sono alla base di questa rabbia. Si parla di una “esasperazione fiscale”; in certi casi ci si può arrivare. Ma qui si tratta soprattutto di un senso di ingiustizia fiscale.

A questo aggiungiamo le più che infelici osservazioni di un presidente della Repubblica il quale evidentemente non prova alcuna empatia per le classi popolari, affascinato com’è dagli “start-upper” e dalla ricchezza di coloro che, per usare la sua espressione, “si sono fatti dal nulla”. I termini estremamente dispregiativi che egli ha usato per anni contro le classi popolari sono ben noti. Non sono stati dimenticati da coloro a cui sono stati rivolti. I francesi, si dice, hanno la memoria corta. Invece hanno appena dimostrato l’esatto opposto.

Tutti questi sono stati fattori di coesione di una rivolta emersa dalle profondità della “Francia periferica”, per riprendere l’espressione del geografo Christophe Guilluy. L’odio dei rappresentanti organici della Francia “bobo” (bourgeois-bohème, corrispondente all’italiano radical-chic, ndt) segnala dove si trova la frattura.  Questa frattura, e qualcuno non se ne dispiaccia, è una frattura di classe. Gli slogan politici che abbiamo sentito non sono dovuti alla presenza di attivisti e di organizzazioni di partito, ma piuttosto al fatto che queste classi popolari identificano spontaneamente il governo e il presidente come loro nemici.

L’auto-organizzazione, i suoi precedenti, i suoi limiti e il suo futuro

Questa rivolta è stata in gran parte non organizzata, o più esattamente auto-organizzata. È partita da iniziative individuali, e si è amplificata sui social network. Un gran numero di manifestanti del 17 novembre erano alla loro prima esperienza di manifestazione, di lotta collettiva. Questa esperienza, questa forma specifica di socializzazione è di estrema importanza. Perché imparando a coordinarsi, a parlare insieme, queste persone smettono di essere individui isolati. Diventano consapevoli della loro forza. È per questo motivo che questo movimento, eterogeneo nella sua ideologia, i cui partecipanti sono disomogenei e tra loro differenziati, è fondamentalmente un movimento sociale progressista. Perché ogni esperimento sociale che oggi permette agli individui di uscire dal loro isolamento ha un carattere progressista.

Il disorientamento di certi partiti, ma anche di certi sindacati, di fronte a questa manifestazione è stato dirompente. La partecipazione dei dirigenti della France Insoumise, come Jean-Luc Mélenchon, François Ruffin, o Adrien Quatennens, mostra che questo movimento ha compreso la natura profonda di quanto stava accadendo. Bisogna anche dire che alcuni altri partiti hanno sostenuto l’evento, alcuni più timidamente altri con più convinzione. Per riprendere una espressione del mio ottimo collega Bruno Amable, la domanda che oggi si pone è se su questa base si verrà a formare un “blocco anti-borghese” in grado di contrastare il “blocco borghese” ora al potere.

Perché la forza dei giubbotti gialli può essere anche la loro debolezza. Se la mobilitazione vuole essere duraratura, e per affrontare l’intransigenza del governo è chiaro che deve esserlo, dovrà darsi una forma di organizzazione. Ma allora la pressione del governo aumenterà di conseguenza. Basti ricordare come Georges Clemenceau, allora ministro degli Interni, riuscì a manipolare Marcelin Albert, il leader della rivolta dei vignaioli del Mezzogiorno e in particolare della regione di Béziers nel 1907, di cui ci è rimasta la canzone “Gloire au 17ème“, che celebra la fraternizzazione dei soldati del 17° battaglione con i manifestanti. I giubbotti gialli avrebbero quindi interesse a strutturarsi in comitati di azione con coordinamenti regionali e nazionali, consentendo un controllo democratico che vada oltre la preparazione di una giornata di dimostrazione.

Ci sono poliziotti francesi, infiltrati, che si danno alla violenza per screditare il movimento.Vari video girano mentre i loro colleghi in divisa li aiutano ad indossare i gilet. Questo ragazzo arrestato grida “je suis avec vous” ovvero “io sono con te”, poi un altro poliziotto arriva e dice ‘va bene!’ Viene liberato, dopo l’arresto e saluta i colleghi con una pacca sulla spalla.

Oltre a questo rischio, sempre presente, la mobilitazione deve porsi la questione dell’allargamento del movimento, ma anche delle forme che deve assumere e degli obiettivi che deve darsi. La persistenza dei blocchi e delle manifestazioni nella giornata di domenica 18 novembre, l’estensione ai territori di oltremare, tutti questi sintomi indicano che potremmo essere alla vigilia di qualcosa di molto più importante di una semplice protesta contro le tasse.

La cancellazione dei sindacati e il potenziale di questa mobilitazione

Tuttavia, dobbiamo tornare alla cancellazione dei sindacati e al suo corollario: la mancanza di rappresentanti istituzionali dei giubbotti gialli. Ci sono molte ragioni per questa cancellazione, e il fenomeno della burocratizzazione delle grandi centrali è una di queste. Ma quando il governo fa tutto il possibile per eliminare i sindacati come forze sociali, poi non può lamentarsi dell’assenza di rappresentanti istituzionali nel movimento del 17 novembre, rappresentanti con cui potrebbe, nel caso, negoziare.

Nel maggio del 1968, furono i sindacati, e prima di tutto la CGT, gli artefici del compromesso – l’accordo di Grenelle – che permise al movimento di trovare una via d’uscita non rivoluzionaria. Questi accordi sono stati talmente significativi che la parola “Grenelle” oggi è ripresa in tutte le salse. Sarà difficile che un fatto del genere si ripeta.

Il governo si trova quindi di fronte a un movimento di tipo nuovo, un movimento di protesta che porta direttamente in sé la natura di una protesta politica. A meno di cedere molto velocemente, ed è molto difficile che questo possa accadere, il governo rischia di dover affrontare due gravi ostacoli.

Il primo è che questa mobilitazione continui a montare e che si arrivi, qua e là, a una fraternizzazione con le forze dell’ordine. Questo è lo scenario peggiore per questo governo. Anche se al giorno d’oggi è poco probabile, implicherebbe la trasformazione di questa mobilitazione in un movimento insurrezionale.

Il secondo, più verosimile, è che questa mobilitazione finisca per logorarsi per mancanza di opportunità concrete e per non riuscire a collegarsi con altri settori della popolazione. Ma, anche se questo movimento andrà ad esaurirsi, sarà solo in apparenza. La rabbia, e ora anche l’amarezza, saranno sempre lì, in attesa di un pretesto per riaffiorare, e un’opportunità, soprattutto elettorale, per esprimersi.

Il governo deve dunque affrontare una grande minaccia a breve termine, ma una minaccia altrettanto formidabile a medio termine. Ma qualunque cosa faccia, non si sbarazzerà del pericolo.

E, per gli amatori, le prime strofe della canzone.

 

GLORIA AL DICIASSETTESIMO

 

Legittima era la vostra collera
Rifiutarsi era un grande dovere
Non si devono uccidere i propri padri e madri
Per i grandi che sono al potere
Soldati, la vostra coscienza è pulita
Non ci si uccide tra Francesi
Rifiutandovi di insanguinare le vostre baionette
Soldatini, avete fatto bene

 

Vi saluto, vi saluto
Coraggiosi soldati del Diciassettesimo
Vi saluto, bravi marmittoni
Ognuno vi ammira e vi ama
Vi saluto, saluto voi
E il vostro magnifico gesto
Avreste, sparandoci addosso,
Assassinato la Repubblica.

 

(versione italiana di Riccardo Venturi)

Di Carmenthesister, immagini di archivio, Associazione Europa Libera.

2131.- Come e perché l’Ue è un po’ russa sull’ultima battaglia navale fra Russia e Ucraina

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PER FORTUNA, L’UNIVERSO NON VA A PETROLIO.

Al G20 di Buenos Aires, Vladimir Putin ha spiegato, a chi voleva sentire, i perché del fatto di Kerch. Su <associazioneeuropalibera.wordpress.com> abbiamo esaminato e commentato le ragioni di questo modesto scontro navale, cercato dal premier ucraino, traballante, Petro Oleksijovyč Porošenko.

Donald Trump, che non si è levato contro le bombe al cloro dei cosiddetti ribelli siriani – ricordate lo sciame di missili del 17 ottobre, in rappresaglia del falso attacco chimico di Assad – e né ha speso una parola per le 107 vittime, ha definito, sbrigativamente, Kerch un’“aggressione” russa e ha colto l’occasione per rifiutare l’incontro con Putin (Da Buenos Aires, Putin e Trump hanno avuto un breve incontro informale).

Questo è il livello della politica USA in Europa e Trump ha sbagliato, come sbaglia qualunque leader che non vuole (o non può?) sfruttare un’occasione di dialogo. Il neoliberismo Usa non ha lasciato la cloche e una cosa è certa: La guerra dell’impero alla Russia si farà sulla pelle dei popoli europei.

Copia di Donald

Start, di Valerio Giardinelli, ci porta il Punto di Marco Orioles

Cosa farà l’Europa dinanzi a quella che il presidente americano Donald Trump ha definito “aggressione” russa nei confronti dell’Ucraina? La crisi del mar di Azov, che fa risuonare il tamburo di guerra nelle propaggini nord-orientali del Vecchio Continente, ha trovato l’Unione europea apparentemente risoluta nella condanna delle azioni di Mosca. Ma ci sono voluti tre giorni perché, dalle prime, rapsodiche dichiarazioni dei singoli leader, si passasse ad un comunicato ufficiale dei 28 sulla vicenda: un tempo lunghissimo, che segnala la mancanza di compattezza del blocco nei confronti della politica di potenza della Russia e, soprattutto, fa intuire quanto sarà difficile convergere su eventuali ritorsioni.

Era stato il presidente del Consiglio Ue, il polacco Donald Tusk, a rompere il ghiaccio, a ventiquattro ore dai fatti, con una dichiarazione rilasciata dopo una telefonata di solidarietà con il presidente ucraino Pedro Poroshenko. “Condanno l’uso russo della forza nel mar di Azov”, ha detto Tusk. “Le autorità russe devono restituire i marinai ucraini, le navi e astenersi da ulteriori provocazioni”. “L’Europa”, ha concluso, “resterà unita a fianco dell’Ucraina”.

Poco dopo, è giunto il tweet dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Federica Mogherini, che definisce “inaccettabili” gli “sviluppi nel mar di Azov”. “Chiediamo a tutti”, ha scritto l’esponente Dem, “di mostrare moderazione. Ci aspettiamo dalla Russia che rilasci immediatamente l’equipaggio e le navi ucraine”.

Ieri è arrivata quindi l’esortazione del presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, che ha chiesto alla Russia di rilasciare “i marinai ucraini arrestati” e ha definito “fondamentale” l’integrità territoriale dell’Ucraina violata con l’atto proditorio della guardia costiera di Mosca nei pressi dello stretto di Kerch.

Ma a non passare inosservate sono state soprattutto le parole del ministro degli esteri austriaco Karin Kneissl. Che, a nome della presidenza di turno dell’Unione, ha sostenuto che l’Ue “non esclude nuove sanzioni” nei confronti di Mosca.

Passati i tre giorni di meditazione, l’Unione europea ieri ha infine rilasciato la sua dichiarazione ufficiale, emessa per bocca dell’Alto Rappresentante Mogherini. Nel testo si parla di “inaccettabile uso della forza” da parte della Russia e di “massima preoccupazione” dell’Europa “per il pericoloso incremento delle tensioni” in Ucraina. Si chiede alla Russia di liberare le navi e i marinai ucraini, e di assicurare il libero accesso al mare di Azov. Si esprime sostegno all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina, e si auspica moderazione da ambo le parti. Infine, si assicura che l’Ue “continua a seguire da vicino” le vicende e “agirà appropriatamente”.

Ma è proprio sulle azioni che l’Unione potrebbe mettere in campo per reagire alla prova di forza di Vladimir Putin che alcune fonti diplomatiche UE sentite da Reuters esprimono dei dubbi. A detta delle anonime feluche citate dall’agenzia di stampa, l’Ue non solo non si muoverà velocemente, ma potrebbe addirittura rimanere immobile, fissa al palo delle proprie divisioni interne.

È noto infatti che, in seno alla comunità, vi sono paesi che sposano la linea della durezza nei confronti della Russia e altri che preferirebbero un approccio più morbido o, addirittura, la caduta di quelle sanzioni che non sono state completamente digerite per via dei riflessi negativi sulle rispettive economie. Così, se da un lato le tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) e la Polonia, con l’assenso della Gran Bretagna, premono per una reazione incisiva dell’Unione, dall’altro lato Italia, Grecia, Bulgaria e Cipro fanno valere, sia pur dietro le quinte, le ragioni della distensione con un attore come la Russia col quale l’Unione dovrebbe tenere aperto il filo del dialogo.

Ecco così che una prima fonte diplomatica citata da Reuters ritiene che “non ci muoveremo molto velocemente su eventuali nuove sanzioni”. Certo, aggiunge: “Potrebbero essercene alcune più avanti, questo non è escluso. Ma per ora l’unità dei 28 è centrale. E il focus (è) sulla de-escalation”.

“Dubito che ci affretteremo” a varare nuove sanzioni, osserva la seconda fonte consultata da Reuters. La quale evidenzia come, nelle ore concitate seguite all’assalto russo contro le navi ucraine, si siano attivati “un sacco di contatti. Vediamo dove ci portano”. Il riferimento è, tra le altre cose, alla duplice telefonata fatta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel al presidente ucraino Poroshenko e a quello russo Putin, con tanto di offerta di mediazione tra le parti e di riattivazione di quel formato “Normandia” (che, oltre a Germania, Russia e Ucraina include anche la Francia) che condusse nel 2015 alla sigla degli accordi di Minsk.

Una terza fonte, infine, mette le mani avanti: “Al fine di discutere le sanzioni dovremmo avere un quadro più chiaro di cosa è successo”. Un rilievo che tradisce la preoccupazione maggiore in casa europea: non schierarsi automaticamente dalla parte dell’Ucraina al fine di non irritare troppo lo zar e danneggiare quella parvenza di relazioni russo-europee rimaste in piedi in questi anni di embargo.

Prudenza, dunque, è la parola d’ordine dominante nel palazzo europeo. Alle voci che chiedono provvedimenti non solo simbolici nei riguardi della Russia si affiancano quelle di chi non è disposto ad incrementare le tensioni né a prendere in considerazione nuove sanzioni. Sarà già un’impresa se, al prossimo Consiglio Ue di dicembre, i leader accorderanno per confermare quelle esistenti. E se in teoria il summit dei ministri degli esteri Ue previsto per il 10 dicembre potrebbe prendere in considerazione ulteriori ritorsioni nei confronti di Mosca, si può ritene sin d’ora difficile che si raggiungerà l’unanimità necessaria.

L’Orso russo fa paura, e divide fatalmente i 27 tra un fronte di falchi e uno di colombe che paralizzerà, come di consueto, il processo decisionale della macchina europea.

2130.- MACRON CEDE A BERLINO (ANCHE) IL SEGGIO FRANCESE AL CONSIGLIO DI SICUREZZA…

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Alcune brevi note a questo articolo di Maurizio Blondet sulla metamorfosi della Francia sotto la leadership tedesca:

L’Arco di Trionfo (Arc du Triomphe de la place Charles de Gaulle in francese) è un importante monumento di Parigi. Si trova all’inizio del famoso viale dei Champs-Élysées, al centro della Place del’Étoile (oggi chiamata Place Charles de Gaulle). Il monumento fu voluto da Napoleone Bonaparte per celebrare la vittoria . 

La Liberazione di Parigi durante la seconda guerra mondiale, avvenne il 25 agosto 1944 al termine della battaglia di Normandia e costituì un momento di grande importanza militare e politica simboleggiando la disfatta tedesca sul fronte occidentale e la fine dell’occupazione della Francia.

Grazie a De Gaulle, la Francia siede nel consiglio di sicurezza dell’ONU fra i “vincitori”, della guerra contro il III Reich.

È, soprattutto, nella Place Charles de Gaulle, davanti all’Arc du Triomphe e nei Champs-Élysées che i Gilets Jaunes si battono da giorni contro la polizia di Macron. Oggi erano in 75.000 in tutta la Francia e si stanno espandendo dalla Francia al Belgio, all’Olanda, alla Germania, alla Bulgaria. Non protestano più soltanto contro il caro vita, ma contro l’immigrazione e dopo Macron minacciano pure la Merkel.

Inviati di Russia Today a Parigi denunciano un uso sconsiderato e senza precedenti in Europa, di proiettili di gomma contro i Gilets Jaunes. Sono stati filmati agenti chasseurs travestirsi da manifestanti, infiltrarsi fra le loro file e aggredirli con violenza. L’UE sanziona Orban, quando Macron ha instaurato uno Stato di polizia nel cuore dell’Europa.

Chissà che la Nuova Europa non innalzi, presto, una bandiera gialla.

 

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Il vice-cancelliere Olaf Scholz ha proposto alla Francia di cedere alla UE il seggio al consiglio di sicurezza dell’ONU di cui dispone come “vincitore”, grazie a De Gaulle, della seconda guerra mondiale. Grazie a questo seggio, la Francia ha il potere di veto sulle decisioni degli altri membri,Usa, Regno Unito, Russia e Cina.

 

Che Berlino voglia questo seggio (e il suo potere) per sé sotto spoglie “europeiste” – come miri alla Bomba francese sotto la maschera della “difesa comune europea” – non è nemmeno un segreto. A giugno scorso, parlando in una riunione del PPE, Angela ha evocato la creazione di un gruppo di 10 paesi europei, operanti col veto francese e la Commissione “perché l’Europa parli con una sola voce” poiché questo gruppo di 10 sarebbe cangiante (in modo che tutti i 27 a rotazione vi entrino) è abbastanza ovvio che la Germania coi suoi satelliti (Paesi Bassi, Austria, Anseatici) avrebbe in esso sempre la maggioranza dirigente. Non a caso nella stessa riunione Merkel ha chiesto “con urgenza” un libro bianco sulla sicurezza europea, per misurare “il livello delle minacce gravanti sull’Unione”, ed annunciato l’aumento delle spese militari della Germania all’1,5% per il 2025. Che è l’80% in più di quel che spende oggi. E’ evidente che nel pensiero della Cancelleria, seggio francese all’ONU e  la disponibilità dell’ atomica francese sono concettualmente unite nello stesso progetto egemonico.

Olaf Scholz con MoscoWC e il greco Tsakalotos.

Il punto è che Macron sta aderendo a questo progetto. Con la incredibile sottomissione che ha dimostrato verso Berlino, e in segreto. Solo accidentalmente, in una conferenza ad Harvard il 6 ottobre, i francesi che vi partecipavano l’hanno saputo. Dall’ambasciatore tedesco alle Nazioni Unite, Christophe Heusegen, il quale ha reso noto che sono in corso discussioni per trasformare il seggio permanente della Francia in un seggio franco-tedesco; dal 2019, Berlino avrà il seggio permanente all’ONU,  ha  di fatto lasciato intendere.

Selon une indiscrétion d’Erwan Le Brasidec qui date de deux mois https://t.co/yOFWdJSh6h

— Rwan (@NapiIV) November 28, 2018

La cosa impressionante è che Macron stia facendo questo regalo, cessione del prestigio storico e del potere internazionale reale del suo Paese, non solo nonostante il crollo della sua reputazione presso la sua opinione pubblica, con l’insurrezione dei Gilet Gialli; ma senza nemmeno ottenere una contropartita. La sola contropartita che chiede ed implora da quando è all’Eliseo. “La Francia” disse allora, “si mette sotto i limiti di Maastricht [ossia si sottopone alle austerità prescritte da Berlino] ma si aspetta che in cambio la Germania impegni risorse in un bilancio europeo della zona euro, pari a vari punti del Pil, per permettere un rilancio dell’economia e il finanziamento di progetti strategici comuni”.


Di fatto, si sa come la Cancelliera ha sempre risposto. Prima, i paesi indebitati mettano a posto i conti, e solo allora si vedrà se la Germania contribuirà al bilancio comune, perché non vuole pagare i conti degli italiani, greci, portoghesi, spagnoli- (e francesi, ma questo lo dice meno). Macron faccia i compiti a casa, e poi si vede… sempre facendo balenare le meraviglie di un “asse franco-tedesco” , che i media francesi macroniani chiamano “la coppia franco-tedesca”, ma – fanno osservare i corrispondenti a Berlino, stranamente l’espressione “coppia franco-tedesca” non è mai usata né da Merkel né dai media germanici.
Su questa “amicizia” ha ironizzato recentemente il britannico Spectator: “Il grande progetto di Macron, di obbligare la Germania a farsi responsabile dei debiti non solo dell’Italia ma dei paesi del Sud, è fallito. La Germania non lo farà mai, se non obbligata con la forza. Sicché il grande progetto di Macron è sconfitto non dai suoi nemici populisti, in Italia o altrove, ma dai suoi “AMICI” tedeschi”.
Dunque il continuo cedimento senza contropartito di Macron alla Germania rivela qualcosa di più fondamentale che la mera stupidità e lo spirito di sottomissione; rivela irresponsabilità. Lo sottolinea ad alta voce Jean-Pierre Chevènement , ex ministro della Difesa con Mitterrand (si dimise quando la Francia partecipò alla prima guerra del Golfo, nel ‘92), e di Jospin: socialista, ma socialista patriottico, una delle menti più lucide del pensiero politico e schiena dritta.
Intervistato da Marianne, Chevénement sottolinea “la lunga serie di iniziative unilaterali che Berlino ha preso senza consultazione preventiva con Parigi: l’uscita dal nucleare nel 2001, l’obbligo di pareggio del bilancio, la minaccia di sbattere fuori la Grecia dall’euro, l’apertura dell’Unione Europea alla marea di rifugiati nel 2015 – e non dimentichiamo che la Germania ha anche imposto, nel 2008, la imposizione della sostanza del Trattato di Lisbona, rigettato per referendum dal 55% dei francesi”. Con questa costante tendenza alla prevaricazione, “tollerata in silenzio da Sarkozy e da Hollande”, cosa può far sperare che dopo essersi impadronita del seggio francese al Consiglio di Sicurezza, la Germania lo userà “per una Unione Europea con una diplomazia comune” sognata dagli idealisti europeisti?

Jean-Pierre Chevénement. Ruppe con Mitterrand perché contro la prima guerra anti-Irak, 1992.

Anche il forcing del vicecancelliere Olaf Scholz che ha chiesto alla Francia di mutualizzare il seggio è parte della stessa politica di unilateralismo e prevaricazione. Oltretutto, “dà il sentimento di voler riprendere il vecchio disegno tedesco di voler ridurre l’influenza della Francia in Europa”.
Aggiunge il vecchio politico: “Il degrado continuo della situazione economica della Francia dall’inizio degli anni 2000, si riflette nelle statistiche del commercio estero: 70 miliardi di deficit, di cui un quarto verso la Germania: esso mostra la deindustrializzazione del paese, che abbiamo consentito. Per contro c’è eccedente commerciale tedesco, 250 miliardi di euro l’anno, quasi il 10% del Pil, che è anch’esso contrario alle regole di Bruxelles: ma avete mai visto la Commissione istruire una procedura per surplus eccessivo?”.
Il punto, dice il vecchio “gollista rosso”, non è di profitti e di export. E’ che ”l’accumularsi dei deficit e la deindustrializzazione può impedire alla Francia, nel lungo termine, di mantenere e sviluppare il suo sforzo di difesa. Ora, la dissuasione nucleare è inseparabile dal seggio permanente al Consiglio di Sicurezza. Se la Francia non si reindustrializza, è aperta la via all’abdicazione nazionale” – e ad ogni velleità di parità e eguaglianza nella “coppia” franco-tedesca. “Se la Francia cede, accetta la retrocessione a nazione di terz’ordine”.

E’ evidente che la UE si  sta tramutando dietro le quinte  in ben altra, allarmante cosa rispetto al “sogno europeista” dei nostri filo-europei di potere,  anch’esi irresponsabili sostenitori di un tale progetto,  Mattarella in primis: una potenza mondiale prussiana.  Per l’Italia sarebbe, ovviamente, ancora peggio della prevaricazione che subisce ora, ad ispirazione di una BCE francofortese. Non resta che sperare nei Gilet Gialli.

Sovranità europea o servitù volontaria?