Archivi categoria: Unione europea

1362.- NEL SILENZIO PIU’ TOTALE DEI MEDIA ITALIANI LA CORTE COSTITUZIONALE TEDESCA METTE IL PRIMO CHIODO SULLA BARA DELL’EURO

 

In Italia è ferragosto e quindi tutti sono al mare, al sole, in vacanza, anche se magari se ne stanno a casa perchè non si possono permettere le ferie .

Purtroppo non è lo stesso in Germania, dove una pensante pronuncia della Corte Costituzionale del 14 agosto rischia di mettere la prima pietra per la Tomba della BCE e dell’Euro.

La Corte Costituzionale Tedesca ha rinviato alla Corte di Giustizia Europea la decisione circa la legittimità della politica  monetaria espansiva tramite acquisto di titoli sul mercato secondario : infatti per Karlsruhe vi sono gravi indizi che il QE esercitato dalla Banca Centrale Europea come parte della propria politica monetaria non sia altro che un aiuto finanziario diretto agli stati, fatto specificamente vietato dallo statuto della BCE.

Praticamente gli acquisti fatti da Draghi, secondo la Corte tedesca, avrebbero arbitrariamente ridotto gli interessi, stimolato i prestiti e quindi sarebbero intervenuti sui budget dei singoli stati facilitandone il finanziamento.

Ecco il volume degli acquisti di titoli tedeschi, francesi ed italiani fatti con il programma del QE,

 

La Corte di Giustizia Europea di Strasburgo non potrà dismettere il ricorso tedesco con facilità. Inoltre la Corte Costituzionale, secondo Die Welt, potrebbe perfino imporre alla Bundesbank di ritirarsi dal programma di politica monetaria della BCE, provocando una frattura profonda nella Banca Centrale Europea ed oggettivamente mettendo fine alla politica monetaria comune, primo passo verso la fine dell’euro.

Nello stesso tempo appare impossibile poter governare una moneta senza fare politica monetaria con acquisti e vendite di titoli sul mercato secondario, strumento tradizionalmente usato dalla Banche Centrali. Proprio la politica monetaria rilassata del “Whatever it takes” voluta da Draghi ha salvato l’unione monetaria all’indomani della crisi greca e dell’esplosione dello spread italiano. Rinunciare a questa politica significherebbe sottoporre l’area a stress fortissimi e, in ultima analisi, accellerarne la rottura. Perciò, la Commissione europea difende la Bce, ritenendo che stia agendo sulle basi e nei limiti dei Trattati, con l’acquisto di bond di stato sul mercato secondario, nell’ambito delle proprie operazioni di politica monetaria» e «interverrà in questo senso nel procedimento». Così ha fatto subito sapere la portavoce della Commissione europea per gli Affari economici e finanziari Annika Breidthardt, dichiarando che il Qe sia ancora necessario.

Come dicevano gli antichi: gli Dei accecano chi vogliono distruggere.

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Per i giudici di Karlsruhe l’acquisto di titoli di Stato viola la proibizione, sancita dai Trattati Ue, di finanziare direttamente gli Stati, superando i limiti del mandato della Bce. Draghi è nel mirino.

I ricorsi
Alla Corte costituzionale di Karlsruhe erano stati presentati tre distinti ricorsi a maggio, settembre e ottobre 2015. Il secondo, in particolare, era stato promosso da Bernd Lucke, il professore universitario di economia che ha fondato Alternative für Deutschland, il partito euroscettico rimasto fuori dal Bundestag per un soffio (4,7%) alle elezioni del 2013. Il partito si era però spaccato e Lucke ne è uscito fondando Alfa, acronimo di Allianz für Fortschritt und Aufbruch (Alleanza per il progresso e la rinascita).

«Le cause sono dirette, appunto, contro il programma di acquisto di titoli della Bce e mettono nel mirino Parlamento e governo tedeschi per non essere riusciti a fermarlo» aveva dichiarato il portavoce di Karlsruhe, Michael Allmendinger.

Un altro ricorrente è l’ex parlamentare Peter Gauweiler, bavarese della Csu ed euroscettico, già tra i promotori del ricorso contro il programma di acquisti Omt (Outright Monetary Transactions) del 2012. All’epoca la Corte tedesca si rivolse a quella europea, che respinse il ricorso, ritenendo legittimo il programma. «Con la sua eufemistica politica di Quantitative easing, la Bce sta cercando di provocare fiammate inflazionistiche, stampando una quantità enorme di moneta» aveva detto Gauweiler. «Questo è un programma di politica economica che serve alle banche dalle quali la Bce compra prestiti problematici. Si sta trasformando nella bad bank d’Europa».

 

1361.- E’ GEORGE SOROS A FINANZIARE L’INVASIONE AFRICANA DELL’ITALIA. ECCO NOMI, ORGANIZZAZIONI, NAVI E PIANI CRIMINALI… VIA LE ONG, TRITON RIPARTE.

Le principali ONG impegnate nel traffico di africani verso l’Italia sono state: Moas, Jugend Rettet, Stichting Bootvluchting, Médecins sans frontières, Save the children, Proactiva Open Arms, Sea-Watch.org, Sea-Eye, Life boat.

Il principale finanziatore di questa galassia di organizzazioni che hanno riversato orde immani di africani in Italia è stata la Open Society di George Soros. A queste ONG Soros ha promesso – e quindi iniziato a “donare” – 500 milioni di dollari per organizzare l’arrivo dei migranti africani in Italia e dall’Italia in altre nazioni europee.

Il primo a svelare questo retroscena fu il capo di Frontex, Fabrice Leggeri che denunciò il fatto che le navi di queste ONG finanziate da Soros caricavano a bordo gli africani, sempre più vicino alle coste libiche, spiegando come questo comportamento criminale incoraggiasse i trafficanti a stiparli su barche inadatte al mare con rifornimenti di acqua e carburante di giorno in giorno sempre più scarsi.

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Le parole di Leggeri – come scrisse il Giornale in un documentato articolo pubblicato lo scorso 2 febbraio  – hanno rappresentato un’esplicita denuncia delle attività di soccorso marittimo finanziate da Soros.

Le navi che sono state impegnate in questo traffico di africani verso l’Italia sono: il Topaz Responder da 51 metri del Moas, il Bourbon Argos di Msf e l’MS di Sea Eye. I costi altissimi di gestione di queste grosse navi sono stati coperti totalmente dai finanziamenti di Soros. E’ Soros il mandante dell’invasione dell’Italia e lo sarà ancora.

E c’è un aspetto oltremodo sospetto di un gigantesco piano criminale: questa è una flotta di navi fantasma. Battono bandiera panamense la Golfo azzurro, della Boat Refugee Foundation olandese e la Dignity 1, di Medici senza frontiere.

Batte bandiera del Belize il Phoenix, di Moas, e bandiera delle isole Marshall il Topaz 1, sempre di Moas. Tra le ONG che gestiscono questa flotta fantasma c’è la tedesca Sea Watch armatrice di due di queste navi. E la Sea Watch dichiara di agire per il presunto diritto alla libertà di movimento (di chiunque senza rispettare la sovranità delle nazioni come l’Italia) e di non accettare alcuna distinzione tra profughi e clandestini senza alcun diritto in base alle leggi internazionali di accoglienza.

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Sappiamo tutti degli ostacoli frapposti alle indagini del procuratore Carmelo Zuccaro, dell’incursione immediata di Soros nell’ufficio di Gentiloni e dell’incremento assunto dalle operazioni delle ONG.

Per favore, nessuno dica che non sapessimo chi ha pagato l’invasione dell’Italia dalla Libia e che queste ONG operassero nella più totale illegalità.

 

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Ora, dopo la presa di posizione di Haftar, che ha capito come inserirsi nel gioco e ha chiesto all’Ue 20 miliardi in 20 anni, grazie all’impegno della guardia costiera libica e  grazie, anzitutto,  anche a al-Serraj, gli sbarchi di migranti in Italia si sono azzerati.  E’ vero anche che gli scontri tra fazioni nella zona di Sabrata, porto d’elezione per i trafficanti hanno complicato le operazioni dei trafficanti. Ma è bastato “mostrare le armi”, e Medécins sansa Frontieres, Save the Children, la spagnola “Poractiva Open Arms”, la tedesca Sea Eye hanno rinunciato ai loro salvataggi.

Effetto: un calo del 76 per cento degli arrivi rispetto allo stesso periodo di agosto 2016. E’ dunque evidente che le navi delle ONG “umanitarie” facevano da richiamo ed appello.

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D’accordo, i libici fanno questo dietro congrui pagamenti del “governo” Gentiloni-Alfani-Minniti. Pagati per fare quel che i  nostri non vogliono  fare apertamente; ma questo  è il livello della politica estera italiana – mazzette e tangenti.

Un grazie anche a “Generazione Identitaria”, che ha segnalato per prima le losche  collusioni della tedesca Iuventa con gli scafisti,  accendendo  un faro sulle operazioni delle ONG , che operavano continuamente protette dalla nebbia di lodi ed esaltazioni delle nostre Boldrini, dei nostri Saviano e dei media, col governo Soros-Gentiloni a far finta di niente, ed  il business parassitario dell’accoglienza a fare miliardi.  Ovviamente la nave  di Generazione Identitaria, la C-Star, con i ragazzi di Defend Europe, è  stata e  viene subissata di insulti:  nazisti, razzisti, omofobi, negazionisti dell’oloqué… la nave  di Generazione Identitaria, la C-Star e i ragazzi di Defend Europe hanno fatto molto, ma molto di più della pomposa Marina Militare.

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Ovvio:  la demonizzazione di  cittadini che, senza i fondi di Soros, si organizzano efficacemente, fino a noleggiare una nave, per contrastare i soprusi del potere  globale, è un riflesso tipico delle oligarchie. Ci si abitueranno.

Ora che le ONG hanno virato di bordo, la Marina italiana sostiene la guardia costiera libica e a Ceuta arriva la stessa quantità di migranti del 2016, la domanda è: Chi li sta spostando? Chi? Ma l’Ue è impegnata con Soros, il governo è impegnato con Soros. Sanno loro in cambio di che o di quanto e, mentre molti si compiacciono, via le ONG, tocca alle navi “da guerra”! L’illusione è durata un solo attimo. Riparte Triton l’operazione che ha moltiplicato gli sbarchi dei clandestini. La Ue e’ soddisfatta, Soros anche: la sostituzione prosegue.

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1350.- Time to close ranks? It’s time for a common EU army

Time to close ranks

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German soldiers took part in the ATALANTA operation against Somali pirates in 2008.

When it comes to defence, each member state has so far been content to pump money into its own army. But challenges posed by the conflict in Afghanistan may force a rethink of this policy.

This year could prove to be pivotal for the future of European defence. The countries fighting the Taliban in Afghanistan will find out whether their new counter-insurgency strategy works on the ground. NATO and the European Union will know whether the conflict on Cyprus will be resolved or frozen, which is important because membership of the two alliances, NATO and the EU, has significant overlap and Cyprus is the single-biggest impediment to closer co-operation between the two.

The US and the UK will undertake strategic defence reviews to define the main threats facing them and how to respond. NATO, following the return of France to its military structures, will likewise get a new strategic concept that is supposed to infuse it with renewed relevance. And the EU will learn whether the new foreign policy and security institutions and mechanisms that it has fashioned for itself under the Lisbon treaty make action more coherent and efficient.

Problems revealed by war on Taliban

Since the end of the Cold War two decades ago, various strategic defence reviews undertaken by individual allies have held out the promise of “radical change”. But the impact of such ambitions has often been negligible, not just in the member states but at the supranational level, too. The EU’s battlegroups, for which planning began in 2004, were supposed to make the EU faster and more flexible in reacting to crises. To this day, not a single battlegroup has ever been deployed.

What is different this time around, however, can be summarised in two words: Afghanistan and budgets. Afghanistan has driven home the point that neither NATO nor the EU nor their member states have the means to fight the kind of war that the Taliban are waging. They will have to adapt if they are going to win.

Closer co-operation required

Soaring budget deficits have ramped up the pressure to increase the efficiency of defence spending. The combined defence budgets of the EU’s 27 member states currently amount to around half of the sum the US spends on its military. But because European spending is fragmented and each country essentially maintains a full-service army, a far smaller share than in the US flows into investment, including research and development – €42 billion in Europe and €166bn in the US, according to 2008 figures from the European Defence Agency (EDA). By contrast, the EDA’s 26 member states (all the EU members except Denmark) spent more in absolute terms on personnel than the US, €106bn compared with €93bn. This suggests bloated armed forces that are equipped by an armaments industry that is not as competitive as it could be.

Such figures reinforce the logic behind the EDA, whose projects aim to promote co-operation on research and development and, in the long run, to create an internal defence market. But the EDA and project-based co-operation more generally are still hampered by the engrained habit that the EU’s 27 member states conduct their own threats assessments and strategic planning. The 2003 European Security Strategy, updated in December 2008, is far too general to serve as a strategic guide. But such an overarching guide is sorely needed because EU member states set their defence priorities in strikingly different areas with very little thought given to complementarities and economies of scale. Some member states focus on territorial defence against an imaginary enemy; others are shifting their resources to new kinds of warfare, such as cyber-attacks; yet others see the main task of their armed forces as peacekeeping or state-building, and so put more emphasis on deployability and on ‘softer’ skills and capabilities.

The development of the European Security and Defence Policy (ESDP) over the past decade has been driven in large part by the member states. But in the absence of a proper assessment of the member states’ defence capabilities and how they might complement each other, the ESDP will continue to be hampered by ad-hoc solutions and national policies that are far less efficient than they ought to be. Afghanistan is just the kind of crisis that makes the costs of this approach visible.

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Des soldats des troupes françaises de l’EUFOR RCA à leur arrivée à l’aéroport de Bangui, le 30 avril 2014.

As the discussion on a European defence is back on tracks, especially under the impulse of France and Germany, the time has come for creating a common army under the authority of a High Security Council, says journalist and former MEP Olivier Dupuis.

When we talk about a European Army what exactly do we mean? A single or common EU army? An intergovernmental army, or an army under the command of European institutions? An army that is composed of national contingents or an army made of European soldiers? Depending on the answer to these questions, the scenarios that emerge are very diverse, whether it be an (improbable) configuration of 27 States, or a model that combines few select Member States by way of Permanent Structured Cooperation.

A single, intergovernmental European army

This would be a more or less organic alliance among all or some of the national armies of the Member States, a sort of second version of the European Defense Community (EDC) where authority would remain in the hands of the states themselves. In this updated scenario, the whole of each national army would pass under an intergovernmental European authority yet still remain under its own country’s authority for all practical purposes (decision-making power, organization and budget on the one hand, and veto power at the level of European intergovernmental institutions). Integration would be limited, which is to say, non-existent.

Moreover, it is easy to imagine several States, particularly the “smallest” ones, that are not about to give up a bird in hand (NATO with all that it means in terms of a guarantee of security – Article 5, the deterrent of a powerful backer that the US’s presence guarantees, the strength of the regular American army, and so on) for two in the bush, a single European army that would basically be at the service of the old-school alliances.

A single, joint European army

According to this scenario, national armies would be incorporated into a larger European army placed under the authority of common European institutions: the European Commission, the European Council, the European Parliament, and, for the authority to intervene, the European Council of the Heads of State and Government meeting as the European High Security Council. The finished product would be a decidedly more European army.

But this scenario is not without its own particularly problematic issues. To begin with, it presupposes being able to join national armies whose traditions, modes of organization and engagement are often very different, especially when we are not able to count on the power or harmonizing support of the United States, as is the case with NATO. It also implies managing, on the one hand, the great tension between a common European decision-making structure and, on the other, the means (the armies themselves) that continue to take their orders from their respective Member States. Moreover, it requires immediately dealing with the delicate question of the political and military structuring between France’s deterrent ability and the common army, as well as the question of the security and defense of overseas territories that are not part of the European Union.

Some of the EU’s recent decisions, such as preparing for the creation of a European “general staff”, or of a fund for military research, stem from this scenario to the extent that they are part of a common framework. But the speed with which these types of initiatives are being put into place suggests that the development of a European army will be indefinitely postponed.

A common and intergovernmental European army

Unlike the two previous scenarios, this “European” army would be made up of segments of national armies rather than the armies in their entirety. The recent proposal of creating European “Battle groups” is part of this idea, whose two main drawbacks are that it is subject to changes in the governing majority in the relevant Member countries, and that it opens itself to the risk of threats of blackmail in times of intervention. As numerous experiences of armed intervention in recent history show (Bosnia, Rwanda, Iraq, Afghanistan, etc.), it is extremely easy (through hostage taking or suicide bombs) to put pressure on countries participating in an international initiative (here, a European one) to get them to withdraw their contingent.

Moreover, rather than attenuate them, this type of army would intensify national rivalries with regard to questions of command and, more importantly, the choice of arms, which is currently in the hands of national industries.

The different experiences of incorporating armies with respect to security and defense over the last twenty or thirty years also fall into this category: Eurocorps and the Franco-German Brigade, among others. The operational deployment of these armies has been virtually non-existent, precisely because each of the different members in question maintains its national affiliations. Lastly, and though it carries more of an imperial than a European connotation, Germany’s policy of incorporating the Dutch, Romanian, Czech, and shortly even Finnish and Swedish brigades into the Bundeswehr must be seen in the same light.

A joint and common European army

Unlike a single, joint European Army, the joint, common European army we are proposing would set itself apart from national armies. Placed under the exclusive authority of European institutions (the Commission, the Council, the European Parliament and High European Council on Security made up of the heads of state and government of the participating Member States), this army would be made up of European officers and soldiers. In other words, this army would be created from scratch.

Curiously, this option is the one that is least often discussed, and when it does come up, it is the one that is eliminated from consideration the fastest and with the greatest casualness, which is precisely the reason that we will develop it most thoroughly here. What truths are used to denigrate this option? For its detractors, the absence of legitimacy of the European political institutions called upon to make decisions of life and death is a deal-breaker by itself.

Which is no less surprising in an institutional configuration where all decisions concerning engagement proposed by the President of the Commission would be ratified by the majority of the High European Council on Security made up of the heads of state and government, which, moreover would adopt its decisions based on a qualified majority. Another concern that is mentioned is the mammoth task involved in creating a new army out of nothing. This argument dismisses the expertise of the soldiers from different national armies, as well as two recent experiences: the creation of the Croatian army in 1991, and more recently, the creation of the Ukrainian army almost entirely from scratch.

The last objection is the intrinsic impossibility of being able to count on European patriotism, i.e. the soldiers’ and officers’ willingness to engage in combat as Europeans and no longer as citizens of this or that Member country. This argument is not the less surprising given that we know that the majority of several of the most prestigious units (and the ones most often used in external theaters of operation) of some Member States are made up of citizens from other countries.

Nor is it less surprising when we recall all of the foreign soldiers who made up the majority of the troops who liberated Western Europe in 1944. And still more forgotten by history are the tens of thousands of North Africans and Africans who died in Europe during the First and Second World Wars. This argument is all the more astonishing when we consider that the history of the construction of Europe has shown that the national “neutrality” of civil servants of the European Commission has, by and large, been a success, as was the neutrality of the Judges of the Court of Justice in Luxembourg, for instance.

Lastly, a definitive argument: the lack of financial means in a Europe plunged in economic crisis. But unless we are beginning with the assumption that the only factors we need to consider are the ones that threaten our “internal” cohesion, whether economic or social, and unless we’re also considering that these have no relation to external factors, it is imperative to examine the real ability of each of the Member States of the Union as a whole to respond to outside threats at the moment. And while not all of Russia’s vengeful encroachments up to our borders are military in nature – quite the contrary – they still rely on the threat of military action to call into question the borders of European States (Georgia, Moldavia, Ukraine).

Moreover, the weakness – we might even say decay – of States in close proximity to Europe (Iraq, Syria, Libya, Mali, etc.) and the rise of terrorist elements that precede, accompany or result from them, combined with the United States’ growing isolationist stance all put into radically new focus the question of the security and defense of the Union.

Already at the Cardiff Summit in 2014 and in response to this new situation, the Member countries of NATO put forth the objective of devoting 2 percent of their GDP to defense by the year 2024.

European defense and German rearmament

Like the other member countries of NATO, Germany has pledged to devote 2 percent of its GDP to defense. Although this promise has no legal status, it was entered into before and with the other members of NATO, which confers a strong political meaning upon it. Concretely, it means that German military expenditures could reach upwards of 62 billion euros in 2024.

France, which, according to SIPRI, already devotes 2.2 percent of its GDP to the military, could see its own military costs rise to 50 billion euros by the same time, with 3.5 billion set aside for nuclear deterrents and 2.5 billion to updating these deterrents. In other words, 44 billion would remain for its conventional forces. Similarly, Italian and Spanish military costs would likely rise to 34 and 22 billion euros, respectively, in 2024.

These numbers are a much stronger argument than any lengthy discourse, and they are not the only ones striving to foretell the future. The Bundeswehr policy of incorporating large portions of the national armies of other Member States, a policy that is necessarily imperial and intentionally mercantile, does in fact have strong implications on the choice of weapons of these “incorporated” armies. Moreover, it is a source of significant benefits to the German defense industry, which some already consider the dominant defense industry in Europe.

“The only European army is the French army”

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Jean-Luc Sauron, Il estime aussi que la seule défense européenne concevable, c’est un financement communautaire de l’effort militaire de la France, ce pays ayant la seule armée apte à combattre au moins pour quelques années.

While France unquestionably boasts the most effective army among the 27 European nations, enjoying the highest level of autonomy, this does not in any way make its army one that can single-handedly counter the threats that Europe currently faces. This was amply demonstrated by France and Britain’s muddled intervention in Libya, which required NATO assistance, as well as by the sad fiasco of the aborted mission in Syria following the American president’s about-face and France’s “retreat”. Or, in more prosaic terms, a part-time air and sea force, and a deficit in satellite information are here to remind us that simply being better than all the others does not mean being up to the task.

But unless we are prepared to have certain Member States make the decisions while others pay, this still does not make of the French army a European army – far from it. No more than the Deutschmark could be the basis for the euro. Which it is not, as can be seen by the functioning of the Council of Governors of the European Central Bank, where Germany is more often than not in the opposition. A European army cannot be a national army, nor a derivative of one of them.

Last but not least, France faces strategic choices on a tight timeline that presages no-win budgetary decisions: modernizing nuclear deterrents, building a second aircraft carrier, investing in cyber-warfare, developing and building the successor to the Rafale… only to name a few of the sectors where significant investment will or would be necessary.

A priceless army

Taking into account General Perruche’s indispensable white paper on European defense, and thus also the deployment of the varied skills in the domain of security and defense of the twenty-seven nations of the EU, and based on the principal threats mentioned above, we can envision what the first core of a common army would look like: three rapid intervention divisions (consisting of 45,000 soldiers) based in the Baltic region, Slovakia and Romania; three air and sea groups based in the Baltic region, Greece and Portugal; a military information service with strong satellite capabilities; a service dedicated to cyber-warfare; and all of this with a budget equivalent to 0.3 percent of the GDP, or some 30 billion euros, which is more or less what the Financial Transaction Tax brings in.

The undeniable advantages of a joint, common European army

The first, and indisputable, merit of this army is that its mere presence would contribute to the cohesion of a European construct in dire need of cohesion. Through the institutional process that it would be a part of, it would represent an opportunity and means of creating a space for building trust among Member States in an area rife with suspicion, mistrust, long-standing rivalries and consolidated national interests.

Without impinging upon NATO membership, the mere existence of this army would bolster our defense against our great neighbor to the East, while also reassuring the countries in the European Union that share Russia’s borders. This army “would help to establish a foreign policy and policy of common security”, as the EU Commission Jean-Claude Juncker said, and as a result, to regain footing in the “hot” areas where we currently play – in the most charitable terms – a minor role (Syria, Iraq, the Gulf States, etc.).

This army would contribute to the emergence of a generally self-sufficient European arms market, and as a result, a more integrated European defense industry, which is a source of considerable savings, as the European parliament pointed out in 2015. By so doing, it would allow us, as General de Gaulle recommended, to eventually marry foreign policy to arms sales, and no longer base foreign policy on the possible sale of arms, which is currently so often the case.

It would make it possible for us to protect military and technological expertise, especially in the areas of most conspicuous expense (satellites, air and sea forces, IT, aeronautics, etc.). It would provide – only partially, of course – an answer to the thorny question of the European budget, boosting it by 30 percent.

It would represent the beginnings of a response to the feeling of powerlessness instilled in European citizens by decades of inability to respond politically and in good time to the crises, wars and genocides perpetrated only a short distance from Europe – in Yugoslavia, Rwanda, Chechnya, and now Ukraine, Syria and Iraq.

Therefore, unlike the many initiatives that make sense only to experts, and like the euro that, despite all the defects of its conception, continues to be approved by the citizens of Europe, a joint, common European army would represent a tangible realization whose usefulness they can concretely measure and that they could make their own.

Translated from the Italian by Anis Memon

france_elections_markus_grolikTHE EU AFTER THE BRITISH AND FRENCH ELECTIONS: Things are moving in Europe

The political crisis in Britain and the victory of pro-European Emmanuel Macron in France heralds a new dawn for Europe, and will only make it stronger.

The Channel has never seemed so wide. The popular mandate which Theresa May failed to consolidate on Thursday has been obtained by Emmanuel Macron on Sunday, and spectacularly so.

While May is on the decline, and will find it difficult to keep hold of power, Macron – record abstentions or not – is taking charge of things. Beyond the personal destinies of these leaders, this means two things.

The first is that while Great Britain has dug itself into a deep political crisis, France clearly wants to pull itself out from the quagmire and get things moving. The second, even more important, is that this reinvigoration of France gives it a weight in the EU that the UK has lost twice over: by voting for Brexit and then refusing, less than a year later, the “hard Brexit” threatened by May, and thus entering negotiations without any clear idea of what it wants to obtain or avoid.

In three days everything has changed in Europe. No longer will there be British politicians holding the brakes on economic and political integration. Those in other member states who hold similar attitudes will no longer be able to lean on London for help. Power relations have already changed in the Union, but, from Thursday, the sovereigntists and the new far-right will no longer be able to claim that Brexit is a good example for other states, since not even Britain itself seems certain of that.

Not only are the defenders of European unity strengthened, but this is happening at a time when the new French president’s main ambition is to put the Union back on track, and when Germany aims to adopt the French idea of European power – a political Union capable of playing an important role on the international stage.

Angela Merkel and Emmanuel Macron want to solidify this project. Their councillors and ministers have been tasked with developing common proposals. France and Germany are converging once again to move the European Union forward. Paris and Berlin may announce within a month the creation of a common fund to finance the first contours of European Defence.

When the French and the Germans are in agreement that things should get moving, the situation is certainly changing, but that is not all. There is Trump, whose unpredictability incites Europeans – all Europeans – to get their house in order. There is also the imperial nostalgia of Vladimir Putin, and the growing chaos in the middle east, a cause for Europeans to get a move on, especially when there’s no more assurance of American protection.

Everything is changing in Europe, because Britain has left, because France is back and because everything in the world is changing too.

18560      European defence in 2020

A force of 120,000 troops that can respond within 60 days, a fleet of military helicopters and cargo planes to transport them to conflict zones, an intelligence service to evaluate the political and military risks of missions, and an EU defence budget to pay for all of the above — according to the Institute for Security Studies (ISS), these will be the key provisions for Europe’s defence in 2020,” reports Die Presse.

In its study — What Ambitions for European Defence in 2020? — the European think tank insists on the fact that astute diplomacy and generous support for reconstruction and foreign development will not be enough to protect European citizens and economic interests. The Viennese daily concurs with the view that the European Union is lacking in resources. The rapid reaction force of 60,000 troops, whose creation was announced in Helsinki in 1999, has yet to be established — and there has been no deployment of fifteen 1,500-strong EU battle groups, which were also promised. On the contrary, European military missions have been preceded by “long winded negotiations on the number of troops each member state would contribute to deployments in the African desert or the Balkans.”

Ce sont des sommets d’attente avant les rendez-vous électoraux de septembre en Allemagne. Avant que le monde politique interne de l’Union ne soit à nouveau stabilisé, il ne faut pas s’attendre à décisions marquantes. C’est d’autant plus désespérant, que la présidence tournante de l’Union est exercée par Malte qui, ça n’est pas lui faire insulte, ne peut prétendre jouer un rôle sur la scène politique mondiale. L’Union est donc politiquement fragile alors qu’elle est confrontée à une donne géopolitique radicalement nouvelle, entre le libéralisme économique du président du parti communiste chinois, un pôle anglo-américain qui a toujours existé, mais qui s’affirme brutalement et la Russie qui poursuit un rêve euro-asiatique. En outre, le monde est devenu d’une instabilité époustouflante : qui aurait dit il y a trois ans que les BRICS alors vantés comme les phares de la croissance mondiale auraient aujourd’hui quasiment disparu ? Le Brésil est en pleine déconfiture, la Russie, même si elle fait très peur, n’a pas résolu ses difficultés économiques et politiques, l’Inde est instable, etc. Le monde change de trimestre en trimestre et il devient très compliqué de construire des alliances et des projets.

Dans ce monde instable, l’Union sait-elle ce qu’elle veut ?

Les rêves de refondation sont totalement aberrants, car les États membres n’ont pas de vision commune de l’avenir de leur Union. On ne relancera pas la machine européenne à Vingt-sept, il faut l’admettre une bonne fois pour toutes. Il faut reconstruire sur un socle interétatique, entre quelques pays qui acceptent de se mettre en convergence et en concertation, sans pour autant se substituer à l’UE. Cela peut se faire soit entre l’Allemagne et la France, soit entre ces deux pays et le Benelux soit, enfin, entre l’Allemagne, la France et la Pologne. Cette consolidation d’une partie de l’Union stabilisera toute la construction européenne.

Cela veut dire qu’on négocie une série de traités bilatéraux ou multilatéraux à l’intérieur de l’UE ?

Pas nécessairement. Paris et Berlin peuvent simplement décider que leurs gouvernements auront le même nombre de ministres, dotés des mêmes attributions, afin de travailler ensemble sur une série de dossiers et de législations convergentes afin de coordonner les politiques suivies dans les deux pays. Si ces deux pays qui représentent 50 % du PIB européen parviennent à harmoniser leur droit fiscal, leur droit de la consommation, leur droit social, par exemple, tout le monde suivra et cela redynamisera l’espace européen. Aujourd’hui, c’est le moins actif qui bloque tout le monde. Le grand schéma à Vingt-sept, ça ne marche plus : on n’arrive plus à exécuter les politiques annoncées. Si on n’arrive pas à relancer la machine européenne, nous serons le champ de manœuvre du reste du monde, soumis à des stratégies d’influence contradictoires. Au passage, et contrairement à ce que croient les déclinistes, l’Europe reste le centre du monde : c’est à travers nous que les puissances s’affrontent. Il faut donc que nous tirions parti de cette force pour influencer le monde.

Le fait que l’administration Trump souhaite la disparition de l’UE ne va-t-il pas aider l’Union à se renforcer ?

La brutalité du discours de Donald Trump recouvre une réalité américaine qu’on a souvent occultée : les États-Unis ont toujours voulu un peu d’Europe pour contrebalancer les Soviétiques et éviter l’émergence de régimes révolutionnaires, mais pas trop d’Europe pour qu’on ne vienne pas leur manger la laine sur le dos. Or l’euro, par exemple, est vécu comme une contestation de la suprématie du dollar, ce qui est inacceptable pour eux. Trump dit clairement que l’Union aujourd’hui ne peut être qu’un marché et non un acteur politique et économique.

Les Vingt-sept veulent faire de la défense européenne un nouveau projet mobilisateur. Est-ce sérieux ?

Je ne crois pas à une armée européenne. Pour envoyer des gens combattre et mourir, il faut un gouvernement légitime. Or aujourd’hui il n’y a pas d’autorité européenne légitime en dehors des États. En Europe, il y a deux armées et demie, la Britannique, la Française et un peu l’Allemande. Mais une vraie armée est une armée qui se bat sur le terrain, ce qui n’est pas le cas de l’armée allemande. Avec le Brexit, il n’y a en réalité plus que la France qui se bat, non pas pour mener des opérations post-coloniales comme on a pu le dire ici ou là, mais pour protéger le continent européen, que ce soit au Mali, en Centrafrique ou en Syrie. Il faut donc que les Européens financent l’effort militaire de la France et que la France accepte dans son armée des citoyens européens : la colonne vertébrale militaire de l’Europe est française, c’est la réalité.

Est-ce que l’Europe est prête à accepter que la France remplace les États-Unis comme garant de sa sécurité ?

Y a-t-il une alternative ? Qui nous protégera ? Les Russes ?

Si les Européens financent l’effort militaire français, ils voudront pouvoir participer à la décision d’envoyer des troupes…

On ne peut imaginer que ce soit le conseil des ministres de la Défense à Bruxelles qui décide d’engager l’armée française, il faut être sérieux. Et ce n’est pas parce qu’on paye qu’on a son mot à dire. Si les Allemands veulent décider, il faut qu’ils aient une armée en capacité de combattre.

1341.- Il banchiere Gotti Tedeschi a Libero: “Per difendere l’euro ci attende un futuro terrificante”. Allegria!

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Ettore Gotti Tedeschi, economista e banchiere, già presidente dell’Istituto per le Opere di Religione (Ior) dal 2009 al 2012 ha una lunga carriera nel mondo dell’economia e finanza, iniziata con l’americana McKinsey e proseguita con la co-fondazione di Akros Finanziaria. Ha insegnato per vari anni in Università Cattolica ed in Aseri (Alta scuola di economia e relazioni internazionali). È stato consigliere del ministro del Tesoro dal 2008 al 2011, consigliere della Cassa Depositi e Prestiti per tre mandati e presidente del Fondo infrastrutture F2i.

Professore, la sua ultima lettera al sito di Maurizio Blondet ha suscitato un dibattito tra gli “internauti”. I giornali hanno ignorato la sua missiva che mette in rilievo la necessità non solo economica, ma di “libertà democratica” di uscire dalla moneta unica. Può spiegare ai lettori di Libero la sua posizione al riguardo? 
«La mia posizione, è la seguente: l’ euro è stato utilizzato come scusa per ridimensionare il nostro Paese da un punto di vista economico e “morale” (spiegherò che vuol dire). Le altre giustificazioni sono insostenibili da più punti di vista. Dette giustificazioni usano un modello (ir)razionale che confonde cause con effetti, è lo stesso usato per spiegare decisioni che provocano le condizioni per giustificarle, come è successo per l’ immigrazione (gap di popolazione) o l’ ambientalismo (neomalthusianesimo). Così le pressioni fatte al nostro Paese per difendere l’ Euro (tedesco) sono state giustificate dall’ alto debito pubblico italiano, che è un falso problema perché è il debito complessivo di un paese che va misurato, come il caso Usa 2008-2010 ha ben dimostrato (in situazione di insolvenza, tutto il debito privato diventa debito pubblico). Ma dette pressioni ci hanno ridotto allo stremo economico, con rischio morale. La carta stampata ha ignorato la mia considerazione perché può avere indirizzi politici da rispettare: «No touch issues», che sono tabù e vanno trattati in un certo modo. Per esempio appunto l’ immigrazione, l’ ambientalismo,l’ Europa, l’ euro, Bergoglio, ecc.».
Vuole dire che questo argomento può essere affrontato solo in un modo? 
«L’ Europa e l’ euro non devono essere messi in discussione a meno che non lo autorizzi la signora Merkel. Poiché l’ economia non è una scienza, è piuttosto arduo prevedere con un minimo di certezza ciò che può succedere con l’ uscita dalla moneta unica. Troppo spesso politici ed economisti fanno prognosi senza aver fatto una corretta diagnosi, ne consegue che se non sono state intese le cause delle nostre difficoltà attuali nel sistema euro, difficilmente si potrà esser credibili nelle proposte di soluzione degli effetti».
Potrebbe farci degli esempi su questo? 
«Oggi ci ricordiamo in che situazione economica era l’ Italia prima dell’ entrata nell’ euro, quali condizioni le vennero imposte per entrare e come realizzò dette condizioni? Ci ricordiamo quanto pesava negli anni ’90 l’ economia “di Stato” direttamente e indirettamente sul Pil? (quasi il 65%). E quanto pesavano le banche private sul sistema creditizio? (qualche percentuale minima). Ci ricordiamo come si realizzarono le privatizzazioni? (molto male). Il lettore ricorda il famoso algoritmo Prodi per passare da un deficit di 7 punti al deficit di 3 punti percentuali? Ho spiegato questo per far intendere che i problemi riferiti all’ euro sono un po’ più complessi di quanto spesso vengano spiegati. Ma temo che la nostra capacità decisionale in proposito sia piuttosto bassa ed il rischio di pagar cara l’ uscita piuttosto alto».
Cosa intende quando dice “pagar caro”?
«Si deve riflettere su cosa significhi “pagar caro” la decisione di uscire, comparata con il costo di restare, costo che temo non sia solo economico, ma di libertà democratica di cui potremmo venir privati».
Ad oggi quindi la questione dell’ euro non è più un solo problema economico, ma di democrazia? 
«Per giustificare l’ economia, si potrà forzare la libertà. La moneta unica per funzionare necessita di un governo unico europeo che dovrà coesistere con il governo del mondo globale. A questo si sta arrivando, in modo sempre più accelerato dopo la crisi globale scoppiata nel 2007, grazie agli organismi sovranazionali che impongono leggi, discipline, modelli democratici, governanti cooptati, e soprattutto visione morale omogenea».
Allora il nostro destino è sottostare a questo “supergoverno mondiale”? 
«Probabilmente sì, l’ attuale situazione mi fa pensare che dobbiamo riconoscere la nostra impotenza, che non possiamo più fare nulla. I giochi son fatti e noi non giochiamo più, siamo diventati un gioco in mano ad altri. Il nuovo mondo globale aspira ad un’ omogeneità culturale e pertanto morale, che significa relativizzare le norme morali. Tutto questo porta ad una forma di sincretismo religioso, che necessariamente tende ad arrivare ad una religione globale panteista, ambientalista (animalista e vegana), neomalthusiana e orientata alla decrescita. Se questo è vero e l’ euro venisse usato come strumento per forzare chi non è d’ accordo, si spiega la mia preoccupazione. Se fossi stato un governante nel nostro Paese, negli ultimi 6-7 anni, avrei fatto il contrario di ciò che è stato invece fatto».
Se questa è la situazione, come vede il futuro per il nostro Paese? 
«Con la scusa di difendere l’ euro dai problemi italiani, il nostro futuro non potrà che essere terrificante. Attenzione però, il problema non è nell’ euro in sé, ma nell’ avere un euro gestito “abusivamente” da altri, grazie alle nostre debolezze politiche».
Può fare degli esempi? 
«Darei due esempi, per ora solo immaginabili: in una siffatta Europa a governo unico, per ridurre il debito pubblico ci potrebbe venir imposto di espropriare i beni dei cittadini. Per ridurre il deficit di bilancio ci potrebbe venir imposta l’ eutanasia per i pensionati ultrasessantacinquenni, per tagliare la spesa pubblica di pensioni e sanità».
Si andrebbe persino verso il superamento del principio della dignità umana? 
«E chi la afferma più? Ormai legge civile, salute, vita, morale, ecc. che significato hanno? Quello deciso dall’ Oms all’ Onu ? Se così fosse la vita e la salute sarebbero benessere psicosociale. Se riconoscessimo che un governo, “cooptato o gradito”, è sottoposto alla “moral suasion” internazionale (che si può immaginare possa utilizzare anche i vincoli di una moneta unica), e se convenissimo che i paesi influenti, al di là delle forme diplomatiche, ci disprezzano, ci boicottano e ci vedono come un vantaggio da acquisire per rafforzare se stessi, che concluderemmo? Quale governo, non cooptato, saprebbe oggi decidere le specifiche soluzioni necessarie al nostro paese, rifiutando, se il caso, l’ applicazione di leggi economico-morali, da altri ritenute necessarie ma che danneggiano economicamente e, soprattutto, possono privare i cittadini di libertà democratica e personale?».
Una serie di interrogativi a cui appare difficile rispondere. Ma adesso ci permetta di fare un passo al 1992, all’ alba del trattato di Maastricht. Come giudica lo stato attuale dell’ Ue? Secondo lei ci sarà ancora un futuro per questa Unione? 
« I Padri fondatori quali De Gasperi, Adenauer, Schuman e Monnet avevano progettato un’ Europa sussidiaria ai vari Paesi, destinata a valorizzarne le identità. Ma il progetto di moneta unica doveva essere destinato a valorizzare le singole economie dei Paesi europei. Poi sono sopravvenute “modifiche genetiche” di carattere cultural-politico che hanno cambiato lo spirito originario facendo persino rinnegare le radici cristiane. Poi è arrivata la crisi economica del 2007 che fa esplodere le contraddizioni economiche, politiche e morali facendo trionfare gli stessi egoismi arroganti che avevano snaturato il progetto originario».
Lei ha parlato di radici cristiane può precisare meglio questo punto? 
«L’ Europa è fatta da tre “culture religiose”: quella protestante-calvinista, quella cattolica e quella illuminista-laicista. Quando le cose vanno male, quale visione di cosa è bene o male prevale secondo voi? Secondo “loro” deve prevalere una forma di pragmatismo egoistico che rifiuta morali forti e dogmatiche e pretende morali relative, in evoluzione, pluraliste, dove l’ Autorità morale non deve più intervenire nel confronto con le leggi (etiche) dello stato, ormai leggi globali di uno stato globale. Che succede se l’ Autorità morale è invitata ad occuparsi di socio-economia e non più di morale? E chi ci difende e tutela allora? Ecco perché sono sempre più preoccupato».
Come giudica l’ attuale posizione della Chiesa Cattolica rispetto a quella precedente di Benedetto XVI, secondo il quale “prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare”? 
«Meglio se non rispondo a questa domanda, rischierei una “scomunica”. Quanto ci manca Benedetto XVI, mai come ora! Le migrazioni son sempre più manifestamente state volute e pianificate, soprattutto per “aiutare” il nostro Paese, dove risiede la massima Autorità morale al mondo, a correggersi e aprirsi al “multiculturalismo” orientato a un sincretismo religioso necessario a prevenire “guerre di religione”. Temo che non riusciremo a metter in discussione più nulla , ahimè».
Ci consenta un’ ultima domanda. Di fronte a questo scenario che ha delineato alle prossime elezioni, quale sarebbe secondo lei la prima cosa da fare per il futuro governo? 
«Per vincere le elezioni. Risposta seria: produrre un vero progetto per il paese e dotarsi delle capacità di gestirle (un paio di nomi io li avrei), invece di sperare di prender voti coccolando cani e gatti in tv. Risposta provocatoria: andare a cercare all’ estero,anche fuori Europa, i consensi necessari facendo alleanze e compromessi a destra e manca. Risposta realistica e rassegnata: fare atto di sottomissione alla Germania. Per governare e risolvere i problemi del Paese (escludendo la prima risposta). Andare a pregare la Madonna a Medjugorje. Anche rischiando scomuniche». 

di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti

1336.- Le elites ex-naziste tedesche dietro al finanziamento della ONG Jugend Rettet (non è uno scherzo)

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Le notizie scottanti finalmente filtrano. La nave ONG Jugend Rettet, scoperta a trattare con gli scafisti grazie agli infiltrati dell’AISE sulla nave tedesca – grazie alla cooperazione italiana con potenze internazionali (…) – hanno dimostrato come ci sia un coordinamento nell’invasione italiana dei migranti [gli italiani quando decidono di far le cose per bene sono molto bravi, ndr]. Meglio detta, esiste ed esisteva un vero e proprio piano per far arrivare sulle coste della Penisola più migranti possibili e le ONG straniere ne sono parte integrante.

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Ben inteso, spero che a tutti sia chiaro come dette ONG, soprattutto se attive in scenari di guerra, siano in realtà il paravento umanitario dietro a cui si celano le teste di ponte dei vari servizi segreti occidentali con il fine sia di carpire informazioni sul posto che di infiltrare propri uomini nelle fila nemiche, se non addirittura promuovere operazioni coi locali (…). Caso scuola è quello di Medicines Sans Frontieres (MSF), ONG francese attiva anch’essa nella tratta dei migranti verso l’Italia, il cui fondatore B. Kouchner è stato addirittura ministro degli Esteri dell’era Sarkozy e prima segretario di Stato nel governo Rocard del 1988 se ricordo bene. La tedesca Jugend Rettet svolge compiti simili: nata da poco per lo scopo di portare migranti dentro l’Italia, l’organizzazione scoperta con le mani della marmellata del piano di invasione dell’Italia evidentemente è coordinata da quel BND tedesco tanto bravo a rubare i dati fiscali dalla vicina Svizzera usati per ricattare i politici europei scomodi (vedasi il caso greco sotto molti versi ricopiato in Italia) quanto enormemente grossolano nel gestire operazioni che distino più di 500 km dai propri confini soprattutto se a sud/sud-est.

Quello che deve preoccupare è che tutte le ONG dei grandi paesi ex coloniali siano oggi attive non solo in Ucraina, Syria, Libya, Somalia, Iraq, Afghanistan ma anche in Italia!!

Ma la notizia interessante non è questa. Per il motivo spiegato sopra gli Stati ex coloniali non possono fondare loro stessi ONG altrimenti sarebbero semplicemente un’altra colonna delle loro stesse forze armate. Hanno infatti bisogno di sodali privati che facciano il lavoro sporco per conto dei governi. Nel caso di Jugend Rettet la “finanziatrice” è la bellezza teutonica Maria Furtwaengler (come indicato dalla FAZ nel 2016), nipote di Wilhelm Furtwaengler, il famoso direttore d’orchestra che dirigeva per Goebbels ed Hitler, il quale non solo fece parte del partito nazionalsocialista ma addirittura – secondo una sua biografia, di Eberhard Straub – trasse vantaggi personali dal nazismo, arricchendosi. Solo per cercare successivamente di nascondere il suo indicibile passato. (Pensate che il motto della Jugend Rettet è qualcosa di simile a “Fancul.. centro di coordinamento italiano per i migranti“, come riportato da agenzie di stampa oggi, …, ndr).

Tale Maria, discendente di cotanta stirpe, sapete chi ha sposato? Hubert Burda, il magnate dell’impresa editoriale tra le più conosciute in Germania e molto vicino ad Angela Merkel, discendente diretto di quel Franz Burda che non solo fu nazista ma addirittura profondamente antisemita fino ad impossessarsi di beni durante l’arianizzazione degli ebrei. Ecco dunque i finanziatori di Jugend Rettet!
(Si noti che non è un caso che i nipoti dei nazisti si imparentino tra loro, visto che normalmente Norimberga processò solo la punta dell’iceberg dei sodali nazisti, lasciando quasi intonse le gerarchie imprenditoriali, ad es. i proprietari attuali di BMW, i Quandt, sono i nipoti di Goebbels; ma i casi si sprecano, andate a vedere Adidas, Thyssen, Krupp, le famiglie dietro al colosso Aldi, Voslkwagen, Porsche etc.). Non è un caso che dette elites esportatrici industriali tedesche siano tutte indistintamente interessate a mantenere l’euro a tutti i costi – possibilmente debole – e quindi ovviare ad ogni tentativo di uscita dalla moneta unica soprattutto dei paesi che contribuiscono all’indebolimento dell’euro.

Ovvero, quanto sosteniamo su queste pagine da anni – che esiste un piano per i migranti fatti arrivare che in Italia e Grecia (la geopolitica tedesca aveva previsto fin dal 2012 l’invasione dei migranti: come abbiano potuto avere cotante capacità divinatorie è stato poi spiegato dagli eventi che si sono succeduti) – sta purtroppo dimostrandosi nella sua interezza. Ugualmente il piano economico nazista post invasione dell’Europa nazista (Piano Funk) sta oggi reincarnandosi nel progetto della moneta unica, da tenere in piedi a tutti i costi. Anche con metodi nazisti. Da qui il finanziamento di Jugend Rettet da parte di una delle elites tra le più ex naziste di Germania.

Vale la pena ricordare perché l’Italia sia vittima di tale indebita ingerenza: in un contesto di crisi globale di fatto irrisolta dal 2008 (siamo tornati globalmente a circa lo stesso livello di debito del 2008, quando si fermerà il QE ci sarà di nuovo l’implosione globale), l’Italia da una parte è una minaccia mortale per l’EU e dall’altra fa gola per i suoi assets. Minaccia perché è l’unico paese profondamente euroscettico in grado di deragliare il vero progetto dei globalisti, l’euro, oltre ad essere troppo storicamente vicina agli USA che oggi l’asse franco-tedesco vorrebbe sostituire al comando dell’EUropa. Dall’altra ha ancora tanti assets che fanno gola, dal residuo delle fu possenti aziende di stato, ai risparmi degli italiani, passando per primarie aziende private (Generali, le banche nazionali, aziende manifatturiere ecc.). Dunque va neutralizzata e per fare questo non si esita a farla invadere di migranti, per destabilizzare a fondo la struttura sociale del paese ossia per abbassare i salari degli italiani, inseminare violenza straniera, creare disagio ovvero dare la colpa del crollo della ricchezza italica non al vero responsabile (l’EU tedesca con l’euro) ma ai migranti. Sempre il solito trucco.
Caso mai Roma volesse azzardarsi ad uscire dall’euro, proprio ora che gli USA di Trump sono a favore della fine dell’euro….

3DlYgszy_bigger  Antonio M. Rinaldi‏, scenari economici.it

1327.- Quando gli USA scontano le sanzioni: Russia e Iran firmano un accordo da 2,5 miliardi di dollari

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Russia e Iran hanno firmato il 1* agosto un accordo da 2,5 miliardi di dollari per avviare la dovuta produzione ferroviaria. L’accordo è stato stipulato tra Organizzazione Industriale per lo Sviluppo e il Rinnovamento dell’Iran (IDRO) e Transmashholding, il più grande fornitore di attrezzature ferroviarie della Russia. Le parti creeranno una nuova joint venture di proprietà per l’80%, anche se completamente finanziata, del partner russo. L’Iran è attualmente in ciò che si potrebbe chiamare slancio nella costruzione delle infrastrutture, dopo decenni di sanzioni che hanno lasciato gran parte dell’infrastruttura dei trasporti in decadenza. L’Iran ha intrapreso la ricostruzione quasi completa delle reti autostradale e ferroviaria. Il Paese dovrebbe aggiungere 15000 chilometri di nuove linee ferroviarie nei prossimi cinque anni, un’espansione che richiederà 8000-10000 nuovi vagoni all’anno. Il rafforzamento dei trasporti è fondamentale per l’idea dell’Iran di sfruttare la propria posizione geografica quale snodo commerciale eurasiatico, rientrando nell’iniziativa Fascia e Via della Cina, e per continuare la cooperazione economica con la Russia nello spazio post-sovietico. L’Iran è anche un partner fondamentale, insieme a Russia e India, del suddetto corridoio dei trasporti nord-sud, volto a creare una rotta commerciale multimodale che riduca i tempi di viaggio tra le città sulla costa occidentale dell’India e San Pietroburgo, superando le questioni territoriali con la Russia sul Mar Caspio. Spinto dalle sanzioni statunitensi, l’accordo per la produzione di materiale rotabile per le nuove ferrovie iraniane è l’ultimo di una serie di accordi che mostrano la crescente partnership tra Teheran e Mosca. Apparentemente mettendo da parte i vecchi sentimenti di diffidenza e concorrenza, dovuti a vari scontri militari del periodo sovietico, Iran e Russia hanno recentemente istituito partenariati economici e strategici su molti fronti, tra cui energia, infrastrutture e aiuti militari. Dalla stessa parte nella crisi siriana, secondo il portavoce del parlamento iraniano, l’Iran ha anche dato alla Russia priorità in qualsiasi settore voglia investire.
Il commercio tra Russia e Iran è raddoppiato nel 2016, con la vendita di attrezzature militari, come elicotteri Mi-17 e diversi sistemi missilistici, con alcune acquisizioni molto ricercate dall’Iran. Le società energetiche russe si recano in Iran, con Gazprom che ha recentemente ottenuto il contratto per lo sviluppo del giacimento di gas Farzad-B. Si stima che il commercio annuale bilaterale raggiungerà presto i 10 miliardi di dollari, aumentando dal minimo di 1,68 miliardi di dollari del 2014. Oltre ad acquisto e vendita di tappeti e aerei commerciali, le compagnie degli Stati Uniti non possono semplicemente affrontare un Iran in rapida espansione, in quanto restano le sanzioni degli USA per il presunto sostegno di Teheran al terrorismo e sui diritti umani, sanzioni da poco acuite. Gli USA inoltre hanno grande influenza sulle azioni delle imprese europee in Iran, con società come l’azienda petrolifera Total francese che ha bisogno dell’approvazione degli Stati Uniti per entrare nel mercato iraniano. Ciò lascia campo libero alla Russia. In quest’epoca di massicci commerci ed investimenti all’estero, il modo con cui i Paesi s’influenzano avviene aumentando l’attività economica e i progetti congiunti di sviluppo. In questa sfida, le sanzioni sostanzialmente escludono dai giochi e lasciano tutto il tavolo ai rivali che accumulano ricchezza e potenza. La Cina lo sa e la Russia lo sa. Putin probabilmente deve ringraziare il Congresso USA.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio Aurora.

Purtroppo le sanzioni colpiscono noi!

1326.- Perché Francia e Italia si scontrano sui cantieri navali. E poi? Poi, mai fidarsi dei francesi!

Je vous annonce que nous avons pris la décision d’exercer le droit de préemption de l’État sur STX.

06:25 – 27 lug 2017

Il controllo di Fincantieri sulla francese Stx non piace a Macron, che ha dato il via libera alla nazionalizzazione e rotto accordi internazionali.

 

Il presidente francese Emmanuel Macron è riuscito nel suo intento. Voleva impedire che l’italiana Fincantieri acquisisse i due terzi dei cantieri navali francesi della società coreana Stx e ci è riuscito. Con un colpo di mano ha mandato all’aria gli accordi dello scorso 12 aprile, di cui era a conoscenza, essendo stato ministro dell’Economia nel governo Valls fino al 2016, e ha esercitato il diritto di prelazione del governo francese. C’era tempo fino a sabato. I cantieri di Saint-Nazaire, dove Stx France sviluppa commesse per le compagnie di crociera e per l’esercito, saranno nazionalizzati.

Il governo francese dichiara di voler trovare un accordo con l’Italia, che dovrebbe rinunciare ai due terzi della compagnia a favore di un 50-50. È uno schiaffo diplomatico sonoro quello che Macron assesta ai vicini italiani.

In barba ai proclami sull’Europa unita con cui ha accompagnato la campagna elettorale, salutati con favore da Roma e soprattutto dal Partito Democratico di Matteo Renzi. Tanto che per l’ultima scalata del Pd l’ex sindaco di Firenze ha costituito il movimento In cammino, manifesto riferimento all’En Marche di Macron.

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L’amico Macron ha raccolto applausi in Italia ma ci ha già messo alla porta

La ragion di Stato ha avuto la meglio. La Francia ora ha il coltello della parte del manico. I cantieri sono suoi e può dettare le regole dell’integrazione con Fincantieri, agitando la corte di altri acquirenti o di strategie di sviluppo chenon contemplino l’Italia. L’evoluzione dell’industria navale consiglia alleanze.

Il settore si muove verso la concentrazione e il peso specifico dei giganti d’Oriente impone di crescere di dimensione se si vuole giocare ad armi pari. Fincantieri e Stx France, dopo il matrimonio, potrebbero vantare un portafoglio ordini di 36 miliardi di euro.

Per questo il gruppo italiano ha messo gli occhi sulla compagnia d’oltralpe. A maggio ha vinto l’asta per acquisire il 66,66% dei cantieri francesi, offrendo 79,5 milioni di euro, con una cordata di cui fa parte anche la

 

A pochi giorni dalla vittoria alle elezioni, però, Macron ha insinuato che gli accordi sarebbero stati rivisti, nonostante anche il tribunale di Seul, dove ha sede la capogruppo, ad aprile ha acceso il semaforo verde all’operazione di Fincantieri. Per l’inquilino dell’Eliseo una maggioranza italiana in un’azienda considerata “strategica a livello nazionale” non è possibile. Il suo piano è di far entrare nell’azionariato le compagnie crocieristiche Msc e Rccl, annacquando il controllo di Fincantieri. Per questo nelle ultime settimane ha spinto per una divisione a metà delle quote di maggioranza, irritando la politica italiana. L’obiettivo finale però è lo strappo di ieri: invocare la ragion di Stato per scoprire la carta della prelazione e ottenere una posizione di vantaggio per dettare le condizioni della trattativa.

L’Italia ha chiesto l’intervento della Commissione europea ma il rinsaldato asse franco-tedesco non lascia presagire che timidi richiami di Bruxelles. Come fare il solletico. Martedì primo agosto il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, incontrerà a Roma il ministro italiano del Tesoro, Pier Carlo Padoan, e il collega allo Sviluppo economico, Carlo Calenda. Nessuno dei due ha nascosto l’irritazione. Anche la telefonata di ieri tra Macron e il primo ministro italiano, Paolo Gentiloni, è state gelida, nonostante l’Eliseo abbia diramato un comunicato rassicurante in cui specifica che si punta a “un accordo che faccia un largo spazio a Fincantieri”.

 

L’Italia ha chiesto l’intervento della Commissione europea ma il rinsaldato asse franco-tedesco non lascia presagire che timidi richiami di Bruxelles. Come fare il solletico. Martedì prossimo il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, incontrerà a Roma il ministro italiano del Tesoro, Pier Carlo Padoan, e il collega allo Sviluppo economico, Carlo Calenda. Nessuno dei due ha nascosto l’irritazione. Anche la telefonata di ieri tra Macron e il primo ministro italiano, Paolo Gentiloni, è state gelida, nonostante l’Eliseo abbia diramato un comunicato rassicurante in cui specifica che si punta a “un accordo che faccia un largo spazio a Fincantieri”.

Il voltafaccia di Parigi sta costando caro a Fincantieri. Da una settimana il titolo perde quota in Borsa e questo si riflette sui valori della Cassa depositi e prestiti, che possiede al 100% l’azionista di maggioranza della compagnia navale, Fintecna (71,6%).

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TIM è un’azienda italiana diventata francese, ma considerata “strategica a livello nazionale”. Con l’uscita di Cattaneo, le sue deleghe sono passate al presidente Arnaud de Puyfontaine, che della francese Vivendi è amministratore delegato. È possibile?

Mentre l’Eliseo alza gli scudi per difendere Stx, il finanziere bretone Vincent Bolloré stringe il controllo su Tim. La sua Vivendi è azionista di maggioranza della compagnia telefonica italiana. Oggi è l’ultimo giorno di lavoro per l’amministratore delegato uscente Flavio Cattaneo e le sue deleghe passeranno al presidente Arnaud de Puyfontaine, che di Vivendi è amministratore delegato. In questo caso i francesi puntano ad abbassare i toni dello scontro con il governo, tanto da aver congelato il progetto più spinoso, quello di cablare le aree bianche in concorrenza con Open Fiber. Tuttavia tacciono ancora sulla strategia per ottemperare agli ordini dell’Autorità sulle comunicazioni: due partecipazioni di peso in società strategiche come Tim e Mediaset non possono sussistere. In una delle due Vivendi dovrà ridurre la sua quota.

di Luca Zorloni 28 LUG, 2017

 

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Il nuovo uomo forte di Telecom, Arnaud de Puyfontaine, presidente e ad del gruppo per conto dei francesi di Vivendi, apre per la prima volta all’ipotesi dello scorporo della rete, e il governo non chiude. Anzi. Il contrario. Sia l’esecutivo Renzi che quello Gentiloni hanno sempre giudicato un errore la privatizzazione della rete. Ora c’è da evitare la duplicazione della rete (una Telecom, l’altra Enel) nella costruzione della banda larga. Ecco perché l’ipotesi scorporo (un dossier che rispunta come un fiume carsico da una decina d’anni) è tornata sul tavolo. “Oggi c’è la prima concreta apertura, nelle prossime settimane vedremo meglio cosa vuol dire, possibile che a settembre se ne cominci a parlare”, rivelano fonti vicine al ministero dello Sviluppo economico.

Da tempo il ministro Carlo Calenda pensa che l’idea di una rete unica sia valida. Sbaglierebbe chi leggesse nella sua esternazione contro la nazionalizzazione della rete Telecom come ritorsione contro Parigi su Fincantieri una marcia indietro su quell’ipotesi. “Il ministro ha detto no a una manovra ritorsiva – spiegano dal ministero – ma il progetto di una società pubblica che abbia la rete di tlc è sicuramente interessante. Per ora c’è stata indisponibilità delle parti, poi si vedrà”.

Appunto, per ora. Le ultime dichiarazioni del presidente Telecom riaprono la partita. Il colosso delle tlc punta a ricucire gli strappi con il governo dell’era Cattaneo, a superare i ricorsi legali e gli scontri dell’ex amministratore delegato, che aveva ingaggiato una vera a propria guerra sulla banda larga. A dimostrazione del clima di “appeasement” inaugurato dai francesi ci sono anche i nomi che già circolano per la poltrona lasciata libera da Cattaneo. Si parla di Fabio Gallia, oggi ad di cassa depositi e prestiti, o di Mauro Moretti (ex Leonardo). Uomini del dialogo con l’esecutivo.

La partita Telecom, tuttavia, non è affatto semplice. C’è chi legge nelle ultime mosse dei francesi solo una tattica per aprire altri fronti molto delicati. In prima linea c’è Mediaset, dove Parigi dovrebbe sterilizzare due terzi dei suoi diritti di voto proprio per la concentrazione con Telecom sul mercato delle Tlc. Un passo indietro che Vivendi non sembra intenzionata a fare. Per questo alcuni sospettano che l’apertura sullo scorporo della rete non serva ad altro che ad abbassare il fatturato in Telecom per superare il diktat dell’Autorità delle comunicazioni su Mediaset. E magari un domani unire le due aziende, anche se oggi i francesi spergiurano di non essere interessati.

Al netto della vicenda Mediaset, arrivare a una unica rete di controllo pubblico nel Paese oggi sembra un’operazione tutta in salita. Il fatto è che i due operatori esistenti hanno ingaggiato un duro confronto, che certo non fa bene al Paese. Open Fiber, la società creata da Enel per la banda larga, può vantare una tecnologia più avanzata di quella di Telecom, rimasta ai collegamenti in rame. Per questo i vertici Enel fanno spallucce solo a sentir parlare di fusione con Telecom. Il gruppo di tlc, d’altro canto, ha già avviato un piano di investimenti ed ha una rete già in funzione. Con il suo know-how ha cercato di contrastare l’espansione della competitor pubblica nelle aree non di mercato (dove ci sono finanziamenti da fondi strutturali europei), che in precedenza aveva deciso di lasciare sguarnite. Insomma, un braccio di ferro continuo che finora ha prodotto solo una guerra di posizione, con ogni contendente a difendere le proprie condizioni. Oggi l’apertura. Che la guerra sia finita? Certamente i francesi, aprendo proprio nel momento in cui tutto sembrava essersi chiuso, pensano in questo modo di poter dare le carte al tavolo. Ma è troppo presto per sapere già chi avrà l’asso da calare.

 

 

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Dove mira la politica antieuropea di Macron: a indebolire l’alleanza di Fincantieri con la China State Shipbuilding Corporation, al controllo di Stx France, a colpire la Cassa depositi e prestiti o, più semplicemente, ad avocare a Parigi le decisioni di indirizzo politico-economico e mantenere alta la quotazione della Francia?

Nonostante il governo di Pechino si sia posto l’obiettivo di costruire la maggioranza delle proprie navi nei cantieri del Paese di Mezzo, per i ricercatori “ci sarà ampio spazio di sviluppo nell’industria cantieristica navale cinese nei prossimi anni e gli investitori globali dovranno porvi attenzione”. Nonostante il gigante asiatico possa contare su prezzi più competitivi dei concorrenti vicini e lontani, la domanda crescerà a una tale velocità che i solo cantieri cinesi non riusciranno a stare dietro agli ordini. Per entrare, però, bisogna dimostrare di avere un peso specifico sufficiente.

Il Castrol Maritime Trend Barometer (ultima edizione nel 2015) inserisce l’Italia tra le dieci nazioni al mondo per commercio di pezzi di navi, con un giro d’affari di 4,9 miliardi di dollari, lontani dai 33,7 miliardi di Singapore (prima classificata). Nell’elenco rientrano Germania, Norvegia, Regno Unito e Olanda, ma non la Francia. Il Belpaese è anche presente tra i principali esportatori e importatori a livello globale.

Il direttore operativo di Castrol, Mandhir Singh, ha indicato nell’area del Pacifico l’epicentro della futura industria navale e ha ammonito nazioni che hanno una tradizione nella cantieristica navale, come Germania e Regno Unito, ad alzare il livello se vogliono competere ad armi pari. In un’intervista al Corriere della Sera sul caso Fincantieri, il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani osserva che “non possiamo che ragionare con dimensioni europee, altrimenti saremo marginali”.

Emmanuel Macron sta facendo sì gli interessi della Francia, ma non è scontato che la sua linea protezionistica alla lunga dia i risultati sperati. Al contrario, i dati indicano che in una competizione globale conviene lavorare per aggregazioni e sia l’Europa sia la Francia sono sprovviste di un campione in grado di partecipare all’agone.

Il primo inquilino dell’Eliseo vuole annacquare il peso di Fincantieri per ridimensionare l’influenza del ministero italiano dell’Economia, che attraverso Cassa depositi e prestiti e Fintecna vigila sulla compagnia, e avocare a Parigi le decisioni di indirizzo politico-economico. Per la società finanziaria Kepler Cheuvreux, l’idea di un “Airbus dei mari”, come l’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, ha ribattezzato l’alleanza con Stx, renderebbe l’Europa più competitiva anche nei mercati extra-comunitari. E Fincantieri ha già individuato una strada per fare affari fuori dal continente, alleandosi con la China State Shipbuilding Corporation per la costruzioni di navi da crociera. E la compagnia italiana, nonostante tra il 2013 e il 2016 abbia perso quote di mercato, detiene un 38% degli ordini di navi a livello mondiale, più del doppio di Stx.

Domani l’incontro con il ministro Le Maire svelerà meglio le carte che Parigi vuole giocare. Roma, però, ha un asso che non ha ancora scoperto. È la famiglia sorrentina Aponte, proprietaria della compagnia di navigazione Msc. Macron ha pensato al gruppo di logistica e crociere per ridistribuire l’azionariato di Stx. Anche per il governo italiano, però, Msc potrebbe rappresentare un alleato

Fincantieri-Stx, ora Parigi offre una cooperazione militare

Il ministro dell’Economia Le Maire: il nostro è un gesto di apertura, fino a qui abbiamo parlato solo di commesse civili
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Bruno Le Maire, ministro francese dell’Economia

La trattativa va avanti, ma è rinviata al 27 settembre, secondo quanto emerso nell’incontro tra i ministri dell’Economia di Roma e Parigi.

«Siamo due grandi popoli, siamo due paesi fratelli, abbiamo una difficoltà e due opinioni diverse su Saint Nazaire, Stx, ma troveremo una soluzione adeguata», ha detto il ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, al termine dell’incontro al Mef con il suo omologo italiano Pier Carlo Padoan e il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. Le Maire ha sottolineato che l’obiettivo è una «cooperazione per costruire con l’Italia un grande campione industriale europeo in campo navale, civile e militare»: in sostanza «un Airbus navale tra Italia e Francia».

Per il ministro Calenda «le posizioni sono certamente ancora distanti. Non ci aspettavamo molto di diverso». Secondo il ministro «per creare un grande gruppo occorre fiducia reciproca e la premessa è raggiungere una conclusione che rispetti gli accordi su Stx». Sulla stessa linea il ministro Padoan:

«Constato che tra Italia e Francia permangono differenze che non si sono sanate – ha detto – Non è possibile accettare» una ripartizione 50 e 50, «come abbiamo detto fino ad adesso. Questa posizione rimane e su questo rimarremo fermi».

(Il ministro Calenda è fermo e su posizioni realistiche. Se vogliamo competere a livello mondiale, devono esserci i presupposti, aggiungerei.ndr)

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“Vogliamo la maggioranza nell’alleanza Fincantieri-Stx”. Per il ministro, Macron “non è un campione di apertura. Fa solo gli interessi della Francia. E non è comunque un gioco di infanzia dove mostriamo i muscoli. Non volete gli italiani al 51%? Gli italiani non vengono per meno dei coreani”.

L’offerta di collaborazione navale anche militare francese ha precedenti nei progetti Orizzonte e FREMM. La classe Orizzonte comprende quattro cacciatorpediniere lanciamissili antiaerei: il Caio Duilio l’Andrea Doria, della Marina Militare. E i francesi Forbin e Chevalier Paul.

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Le unità classe Orizzonte in formazione

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1323.- Cappuccetto rosso è Gentiloni, ma il capo chi è?

28 Luglio 2017

 

 

(Adriano Scianca) – Una delle poche virtù che ancora, nonostante tutto, faceva parte dell’armamentario culturale degli italiani, era la furbizia. Ovvero il pragmatismo, la scaltrezza, l’arte di arrangiarsi, la capacità di capire le situazioni prima degli altri e di modificare di conseguenza la propria strategia, anche se questo vuol dire aggirare norme e regole. Non era molto, ma pare che abbiamo perso anche quello. Nello scacchiere internazionale, i nostri governanti sembrano costantemente preda di una terribile fiducia nelle favole. Il premier, Paolo Gentiloni, fa un po’ la figura di un tizio che, in piena apocalisse zombi, vada al supermercato e si metta in fila al banco dei salumi, prendendo il numeretto: mentre tutti fuggono, combattono, saccheggiano, lui sta lì, a presidio di regole ormai inesistenti. La figura che stiamo facendo nei confronti della Francia è esattamente questa.

Dopo aver sostenuto Macron in nome di un europeismo del tutto illusorio (falso!), ci siamo ritrovati con un vicino di casa che chiude i porti e le frontiere agli immigrati,che prende iniziativa autonoma in Libia, che nazionalizza senza troppi problemi laddove percepisca che “l’amico italiano” invade i suoi interessi strategici. L’inquilino dell’Eliseo, ovviamente, fa bene: agisce da leader di uno Stato sovrano. Certo, un po’ di retorica sulle virtù della Ue ce la poteva anche risparmiare, il pupillo dei Rothschild. Ma, all’estero, hanno ben chiara la differenza tra parole e fatti. Noi no. Noi ci beviamo tutto.

Ndr: Vuol dire che siamo posseduti in tutto e per tutto, che pochi ruzzolasoldi ebrei possiedono tutti gli italiani.  Sono bravi. Del resto, non avevano crocifisso anche Cristo? Ma i francesi lo sanno che la famiglia possiede anche loro o pensano che Macron sia piovuto dalle urne? Macron e’ il loro Renzi, con le dovute proporzioni, s’intende.

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I Rothschild sono senza dubbio i pionieridel settore bancario internazionale, la Dinastia Rothschild è infatti la famiglia più benestante nella storia del mondo, che riuscì a distriscarsi dalla gabbia dell’ antisemitismo europeo per creare le sue  fortune finanziarie nei continenti. Secondo le stime degli esperti, la famiglia dei Rothschild controllerebbe più di 350 miliardi di dollari, se consideriamo tutti i patrimoni sommati della famiglia.”I Rothschild… sono i guardiani del tesoro papale.” –Encyclopedia Judaica, 1901–1906, Vol. 10, p.497. Malgrado questa onnipotenza, la notte del 30 aprile 2000, quando Raphel, Baron De Rothschild, si è addentato il laccio emostatico attorno al braccio, ha infilato l’ago, ha premuto lo stantuffo della “pera”, a Manhattan, nessuno ha allungato una mano per salvarlo dall’ overdose.

La fiducia dei governanti italiani nella Ue, nel libero mercato, nei regolamenti internazionali, è commovente. Gentiloni & co. credono di vivere in un mondo ordinato, equo, amichevole, dove tutti si vogliono bene, masticano con la bocca chiusa e ti chiedono permesso prima di entrare. Vivono, insomma, nel mondo delle favole. La favola più grande è quella secondo cui gli Stati non contano più nulla, non possono fare nulla, hanno le mani legate, perché tanto fa tutto l’Ue, o il mercato, o l’Onu o chissà chi altro. E invece gli Stati continuano a governare il mondo, a prendere l’iniziativa, a tutelare i propri interessi, forzando le leggi, aggirandole, usandole a proprio comodo, semplicemente fottendosene.

Lo scopo dell’Europa unita doveva essere quello di far sì che, almeno nel perimetro europeo, questo non accadesse più, che si imponesse un unico interesse nazionale, quello della nazione Europa, contro tutti gli altri. Questo non è mai accaduto, ed è il principale fallimento della Ue, che ha fornito solo un’ipocrita veste formale a una solidarietà fra nazioni che non c’è mai stata. L’Ue resta il campo di battaglia fra europei, non fra gli europei e tutti gli altri. Quindi è inutile, ha fallito. E noi, che ci ostiniamo a credere fideisticamente in essa, falliamo con lei.

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Brigitte Macron, le Baron David de Rothschild et Emmanuel Macron, en février 2016. EREZ LICHTFELD/SIPA
Prima di apparire sulla scena politica europea, Emmanuel Macron, ha permesso al colosso svizzero Nestlé di strappare la divisione che opera nel business del cibo per bambini della Pfizer ai rivali francesi della Danone. Un’operazione da quasi 12 miliardi di dollari, di cui Macron è stato advisor quando nel 2012 lavorava come banchiere d’affari in Rothschild. Lo scontro ha permesso alla Nestlé di crescere in Cina e nei mercati emergenti, dove non aveva grandi quote di mercato, e di aggiudicarsi marchi come S-26, Sma, Promil che si sono andati ad aggiungere ad altri già in suo possesso quali Nan, Geber, Lactogen, Nestogen. L’operazione a tutti gli analisti delle principali banche d’affari era apparsa conveniente dal punto di vista industriale, ma aveva fatto storcere il naso a molti perché era stata giudicata troppo cara. Nestlé per sconfiggere i concorrenti ha sborsato 11,85 miliardi di dollari. Non poco rispetto alla cifra iniziale che si aggirava tra i 9 e i 10 miliardi. E un ruolo di primo piano nel convincere la Nestlé ad alzare la posta, l’avrebbe avuto proprio Macron. Marine LePen  l’ha accusato di aver conti offshore e in rete sono circolati documenti al riguardo, bollati subito come falsi da Macron stesso: un numero uno di quella finanza, insomma.

1319.- Saprà la Merkel gestire in modo razionale l’inevitabile Italexit?

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“All’Italia conviene tornare alla lira”. Lo sostiene il tedesco Marc Friedrich, consulente finanziario di fama, in una intervista  a Sputnik Deutschland. Non solo l’Italia, affondata da un tasso record di debito e disoccupazione, ma “tutti i paesi del Sud Europa  starebbero meglio con una moneta sovrana invece che con l’euro. Questi ‘ paesi, con i limiti imposti dalla Banca Centrale, non vedranno mai  quell’inizio di  crescita  che permetterebbe loro di rimettersi”.

 

Marc Friedrich è co-autore di un saggio « Der groesste Raubzug der Geschichte », che è stato un best seller nel 2012. “Già allora dimostravamo  che l’euro non funziona.   Adesso vedo che per la prima volta, in Italia il concetto di Italexit non è più tabù”.

Cita “Alberto Bagnai dell’università di Pescara” . Ha ragione Bagnai.  “In marzo, sostenendo che l’euro collasserà comunque qualunque sia il capitale politico investito in esso,  questo professore  di economia ha sottolineato la necessità di una  uscita “controllata” dalla moneta unica, padroneggiando l’inevitabile:

“La causa più probabile –ha scritto Bagnai – sarà  il collasso del sistema bancario italiano, che trascinerà  con sé il sistema tedesco.  E’ nell’interesse di  ogni potere politico, certo  dei dirigenti europei declinanti, e probabilmente anche degli USA, gestire questo evento invece di attenderlo  passivamente”.

 

 

Parole di buon senso. Di fronte alle quali non c’è, probabilmente, il vero e proprio terrore delle  oligarchie dominanti davanti a quel che hanno fatto col loro malgoverno monetario.   Che le paralizza.  Pochi sanno che nell’eurozona, i prestiti andati a  male in pancia alle banche assommano alla cifra stratosferica di 1.092 miliardi di euro. L’Italia è la prima del disastro, con 276 miliardi di  prestiti  inesigibili; ma  la seconda è la Francia di Macron con 148 miliardi. Seguono la Spagna con 141, e la Grecia con 115. La Germania  ne cova 68 miliardi, l’Olanda 45,  il Portogallo 41.

Prima della Germania, ci seguirebbe nel precipizio la Francia – trascinandosi evidentemente giù anche l’Egemone  di Berlino.

Il rischio è passato inosservato, spiega  l’economista francese Philippe Herlin, perché si comparano questi 148  miliardi di prestiti andati a male con i bilanci delle grandi banche francesi,  il triplo del Pil nazionale  ( che ammonta a 2.450 miliardi di dollari).  Errore, perché in caso di crisi  le  cifre iscritte a bilancio sono poco o nulla mobilizzabili; “quel che conta è la liquidità, il cash, i fondi propri”. I fondi propri delle banche francesi sono 259,7 miliardi; quasi il 60 per cento (il 57) sarebbero dunque divorati dai prestiti marciti;  Herlin prevede  dunque l’uso di bad bank  riempite con il denaro dei contribuenti.  “Per ora  non c’è urgenza, al contrario dell’Italia, ma in caso di aggravamento della crisi finanziaria  (aumento dei fallimenti, un  qualunque shock finanziario)il governo sarà forzato a intervenire”.

Non riusciamo ad immaginare i sudori freddi che provoca a Berlino la prospettiva di contribuire coi risparmi  dei virtuosi  tedeschi ad una badbank  pan-europea  da  mille miliardi. Eppure, continua Friedrich,  “se l’Italia deve restare nella UE, allora  l’economia  più forte del blocco, la Germania, deve accollarsi il  fardello delle  sovvenzioni all’Italia e agli altri Stati membri del Sud”.  Ovviamente, anche lui ritiene che l’immane compra di titoli  di debito che sta facendo la BCE  al ritmo di 60 miliardi di  euro al mese, non fa che nascondere il problema e guadagnare tempo.  Per farlo, i vertici hanno  rotto tutte le regole,  a cominciare dalle loro.  Ma  collasserà, e possiamo solo sperare che i politici responsabilmente cercheranno allora di  minimizzare i guasti e di eliminare l’euro in modo controllato. In ogni caso ciò costerà caro”.

Si potrà  contare sulla Merkel  come la politica che responsabilmente smonterà la  moneta unica in modo controllato?  E’ assorbita non tanto dalle prossime elezioni, ma dalla  strategia che ha (espresso anche a nome nostro) dopo il disastroso G7 di Taormina, e lo scontro con Trump: “Noi europei dobbiamo veramente prendere in mano il nostro destino”.   Ma  come? Per quanto erratico  e imprevedibile, in mano a pulsioni emotive incontrollate e sotto  schiaffo del Deep State che vuole la sua eliminzione (e lo sta facendo), The Donald è chiaro e costante nella sua ostilità commerciale verso la Germania, che accusa  di slealtà e di manipolazione della moneta .

Angela alle prese con le nuove sanzioni USa…

Un mese fa, il Senato Usa ha varato schiacciante maggioranza un pacchetto di nuove e draconiane sanzioni contro la Russia,  “come punizione per le  interferenze nelle elezioni americane del 2016 e per le sue aggressioni militari in Ucraina e Siria”.  Non Mosca, ma Berlino e Vienna hanno protestato, queste nuove sanzioni “non concordate, rompono la linea unitaria dell’Occidente sull’Ucraina”,   ma in realtà perché queste nuove sanzioni sono un siluro alle  ditte europee (le  tedesche Wintershall e Uniper, l’austriaca Omv, la francese Engie e l’anglo-olandese Royal-Dutch Shell) che stanno costruendo con Gazprom il NordStream 2,  investendoci 4,7 miliardi; e ciò nel quadro di una grande strategia, per cui Washington vorrebbe sostituire Mosca come fornitore energetico all’Europa gabellandoci  il suo gas di petrolio liquefatto e i prodotti della sua fatturazione idraulica: la Polonia l’ha già fatto, per  l’americanismo da neofita unito all’anti-russismo tradizionale.

Sembrava che Trump non avesse intenzione di ratificare queste nuove sanzioni; ma poi   – messo all’angolo, come un vecchio pugile, dai pugni che il Deep State gli martella allo stomaco accusandolo di essere  un agente di Mosca – “ha cambiato idea” e  le ha fatte proprie.    “Siamo  nel mezzo di una guerra economica”,  conclude Folker Hellmeyer, analista capo della Bremer Bank, “sono sanzioni contro  la Russia, ma anche contro la UE e la Germania; agiscono contro la cooperazione  eurasiatica”.  Wolfgang Büchele,  presidente della Commisisone per l’economia tedesca dell’Est, è chiarissimo: “Queste  sanzioni sono tali da ostacolare una politica energetica europea insieme indipendente e sostenibile”.

Oltretutto Trump, o chi per lui (infatti si dice che Rex Tillerson, segretario di stato, stia per dimettersi), ha spedito a Kiev come ambasciatore Usa Kurt Volker, ex diplomatico presso la NATO; uomo di McCain. Che appena arrivato è andato a parlare alle milizie nazistoidi promettendo armamento pesante americano per vincere la guerra del Donbass. “Questo non è un conflitto congelato, è una guerra calda ed è una crisi immediata di cui dobbiamo occuparci subito”.

 

Kurt Volker coi nazi ucraini: ha promesso loro  armi pesanti.

Aver fatto del Donbass un “conflitto congelato” è uno dei pochi successi esteri di Angela Merkel. Il discorso di Volker è dunque contro la Cancelliera e  promette una riapertura bellica della piaga ucraina in funzione antitedesca.

“…esorta la UE a imporre sanzioni  più dure alla Russia”

Orbene, cosa fa la Merkel? Secondo Reuters,”Esorta l’Unione Europea a  varare più  dure sanzioni contro la Russia”,  punitive, per via di certe grandi turbine Siemens  per la produzione di elettricità che  sono comparse in Crimea, dove non dovevano essere, perché sulla Crimea ci sono le  sanzioni; e la Siemens (che con la Russia fa 1,2 miliardi di affari l’anno) dice di essere stata ingannata dai russi,  che l’avevano assicurata che le macchine sarebbero andate in un’altra regione, non  sanzionata.

Ciascuno può constatare la demente inspiegabilità di tutto ciò. “Forse”,  ipotizzaDeutsche  Wirtschaft Nachrichten, “il governo federale vuol segnalare agli americani che  sta guidando la UE alla linea dura contro la Russia. E’ dubbio che ciò porti al ritiro delle [nuove] sanzioni americane”

ttps://deutsche-wirtschafts-nachrichten.de/2017/07/25/deutschland-draengt-eu-auf-schaerfere-sanktionen-gegen-russland/

Sembra che il desiderio bottegaio di tenere il piede in tante scarpe,   non giovi alla lucidità e alla statura politica della Cancelliera in questo cruciale passo storico, dove  la Mutti  dovrebbe guidarci tutti quanti verso l’autonomia dagli Usa.  Anche perché adesso si è scoperto  che le grandi case tedesche che vendono milioni di auto negli Usa,  Audi, Bmw, Daimler, Porsche e Volkswagen,   invece di farsi concorrenza, da quasi 30 anni,  dal 1990 hanno costituito un cartello segreto per concordare i prezzi, dividersi i costi di ricerca e sviluppo (ogni società si è concentrata su   aspetti diversi  senza   doppioni), promuovere la tecnologia Diesel. Dopo il Dieselgate, la Volkswagen che falsificava i dati delle missioni inquinanti, e che  è costato alla Casa 4,3 miliardi di multe americane,   qui ci dobbiamo attendere lo scatenamento  della  virtuosa ira statunitense per questo trucco ignobile  che falsa la sacra concorrenza: i miliardi  di multe  possono essere 50, e il mercato americano può diventare   molto  chiuso  per Das Auto. 

Guai grossi per l’auto tedesca.

 

Le sanzioni “producono una valanga  di  protezionismo, che seppellisce il libero scambio”,   piagnucola Büchele.

Già, ecco  il punto.  Siamo entrati in un’era nuova, la fine del libero scambio di cui l’export  tedesco ha tanto prosperato, anche  con i metodi truffaldini che cominciamo a scoprire; e la  Merkel   cerca disperatamente di prolungarla  ancora un po’  (fino alle elezioni…?) tenendosi buona la nuova America e  inimicandosi Mosca ancor  di più –  perché non ha un piano B, soprattutto è priva delle  doti di statista che servono per far cambiare rotta al gigante economico e nano politico tedesco  in piena tempesta.

Una persona  così, investita da tali rivolgimenti epocali,  e con una Germania prossimamente in recessione per via del “protezionismo” americano,   saprà gestire in modo controllato e razionale  la smobilitazione dell’euro?  Probabilmente   sta pensando  ad una soluzione  minima: quando verrà il collasso, salverà  la Francia  e  le sue banche, sia perché costa meno, sia perché ne ha  bisogno come vassallo e satellite, e sbatterà  nella tormenta  l’Italia.

Gentiloni: schiaffi da Macron, schiaffi dalle ONG

E qui veniamo alla qualità del  “nostro” (loro) governo.   Come uno zombi coatto, Gentiloni  continua ad appellarsi a una “Unione Europea” , a una solidarietà europea, che palesemente non esiste più. E’ stato sorpreso ed offeso da Macron che ha riuniuto i due contendenti libici ad un tavolo a  Parigi, “tagliandoci fuori”? Ma  persino Di  Maio  aveva proposto a Gentiloni ed Alfano di farlo, mesi fa,   ma Gentiloni no: lui ancora non ha preso atto che a vincere in Usa non è stata la sua Hillary,   è rimasto senza ordini, quindi lui non parla con  Haftar (che ha con sé Mosca e il Cairo, e adesso anche Parigi) ma con Sarraj, “riconosciuto dalla comunità internazionale”. Una  comunità internazionale perlomeno fantomatica, ormai.  Impagabile, il Mattarella dal Quirinale ha  rigettato con orgoglio i suggerimenti di Orban e  implorato la “europeizzazione dell’accoglienza e dei rimpatri e la predisposizione dei canali di  immigrazione”,   perché “Solo un’Europa coesa potrà concorrere con efficacia a far valere i propri valori e a determinare gli equilibri mondiali”.

http://www.ilvelino.it/it/article/2017/07/24/migranti-mattarella-europa-e-africa-sempre-piu-vicine-europeizzare-acc/e62832dd-d9c4-4644-bbba-9e9966d8f7fe/

Patetico: due giorni dopo, Macron ci ha fottuto la Libia, senza nememno avvertirci come si usa fra buoni vicini. Juncker, che forse già è occupato dal  suo trasloco, ci ha assicurato, sui migranti,  l’appoggio di una UE che non esiste più, dove ognuno  sta ingegnandosi di perseguire il suo interesse nazionale.  Persino le Ong a Roma  si rifiutano di obbedire a Minniti, ossia di obbedire al codice di comportamento che  “l’Europa” ci ha approvato (cosa le costa?).    Solo noi siamo rimasti a fare sacrifici “per l’Europa”, e prendiamo calci in faccia persino dalle ONG:  dopo quello che ci hanno visto prendere da Macron, non gli ispiriamo certo timori di   nostre ritorsioni.   Se per la Merkel ci sono  dubbi  sulle sue qualità di statista  e comandante da grandi tempeste, per Gentiloni, Mattarella ed Alfano è proprio un dubbio sul Q.I., il quoziente intellettivo.

 

(Qualcuno lo avverta che la UE non c’è più)

Maurizio Blondet

1316.- SIAMO SPREMUTI DALLA GERMANIA E SIAMO IN GUERRA CON LA FRANCIA. È QUESTA L’EUROPA?

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Continua in crescendo l’esodo dal Niger all’Italia: i militari francesi lasciano passare i migranti. Il “corridoio” che porta in Libia è presidiato dall’Armée. Che non muove un dito sono già passati 300mila clandestini pronti a imbarcarsi per l’Italia.

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In Africa la Francia sta giocando la sua partita contro l’Italia. Da oltre due anni, come riferisce Repubblica, l’esodo dei migranti economici, che da tutta l’Africa muovono verso la Libia per imbarcarsi verso le coste italiane, passa dal Niger dove sono di stanza i militari francesi.

Che non muovono un dito per fermarli. E così, stando ai dati ufficiali dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Iom), soltanto nel 2016 sono transitati 291mila clandestini.

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Gli interessi della Francia sull’Africa sono molteplici. Oggi il presidente francese Emmanuel Macron incontrerà il capo del governo di unità nazionale della Libia, Fayez al Serraj, e il generale Khalifa Hafter. Sulla carta vuole cercare una soluzione al conflitto che infiamma dalla cacciata del rais Muhammar Gheddafi, in realtà punta al petrolio e alle commesse commerciali che un tempo erano italiane. Attualmente, due governi si contendono il potere sostenuti da varie milizie stanno combattendo: Al Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite a Tripoli, e un altro nella zona orientale sotto il generale Haftar, che domina circa il 60% del territorio nazionale. “Per la Francia – riferisce una nota dell’Eliseo – la sfida è creare uno Stato in grado di soddisfare le esigenze di base dei libici, dotato di un esercito unificato sotto l’autorità del potere civile. 

È una necessità per il controllo del territorio libico e dei suoi confini, al fine di combattere i gruppi terroristici e il traffico di armi e di migranti, ma anche di fronte a un ritorno a una vita istituzionale stabile”. Dietro l’unità nazionale e la lotta al terrorismo, in realtà, si celano altri interessi. Che, guarda caso, confliggono con quelli dell’Italia.

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Nel “fortino” di Madama, nel Nord del Niger, ci sono da 250 a 1000 militari francesi.

Il Niger è l’ultimo avamposto presidiato prima di arrivare in Libia. I migranti economici, che puntano a imbarcarsi per l’Italia, passano tutti dal crocevia di Agadez per poi raggiungere Séguédine. “Si muovono in lunghe colonne di camion e pickup, colmi all’inverosimile di merci e persone – spiega Repubblica – difficile non notarli nella vastità del Sahara, soprattutto per il contingente francese che schiera squadriglie di Mirage da ricognizione, di droni da sorveglianza e di elicotteri”. Nel “fortino” di Madama, nel Nord del Niger, ci sono almeno 250 militari che, durante le operazioni più impegnative, vengono raddoppiati. Se a questi si aggiungono quelli dell’operazione Barkhane, arriviamo a più di mille uomini. “Ma – si legge ancora su Repubblica – la guarnigione dell’Armée non si cura di questa moltitudine in movimento nel deserto. Ci sono foto che mostrano l’equipaggio dei blindati francesi mentre saluta i migranti stipati in cima a un camion, gli stessi che settimane dopo verranno soccorsi dalle navi nel Canale di Sicilia. O – spiega – immagini dei fuoristrada zeppi di persone che arrancano vicino ai bimotori Transall parcheggiati sull’aeroporto della base militare.

Ieri, a Tunisi, si è tenuta la seconda riunione del Gruppo di Contatto sulla rotta del Mediterraneo centrale. Nel suo intervento, come spiega il Giornale, il ministro dell’Interno Marco Minniti ha ribadito che l’Europa e l’Africa possono e devono lavorare insieme. “Oggi abbiamo fatto un altro passo avanti – ha spiegato ai microfoni del Tg1 – non era semplice coinvolgere altri Paesi africani”. Oggi, ha proseguito Minniti, “si sono aggiunti alla Tunisia e alla Libia, l’Algeria, il Niger, il Mali e il Ciad che sono Paesi chiave per il controllo della rotta del Mediterraneo centrale”. L’idea del titolare del Viminale è governare i flussi migratori in Africa. Ma nei territori sorvegliati da Parigi i militari francesi si preoccupano solo di sorvegliare le miniere di uranio, che alimentano gli impianti nucleari della Francia, e di combattere i fondamentalisti islamici. Fermare i migranti economici non sono un loro problema. Anche perché Macron ha già militarizzato la frontiera a Ventimiglia. Chiunque riesca a valicarla, viene riportato in Italia dalla gendarmerie.

“Stai sereno Paolo… Alla Libia ci penso io”