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2021.- Perché Bruxelles non darà l’ok al Def M5S-Lega. Parola di Upb (che non ha validato la Nadef)

Dopo aver ascoltato le puntuali dichiarazioni di Paolo Savona, ragionevolmente ottimista e fatalmente possibilista, su <associazioneeuropalibera.wordpress.com> andiamo a questa sintesi di Sebastiano Torrini tratta per Start dall’articolo di Policy Maker  “L’Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb), formato da tecnici messi lì da Renzi – bisogna notarlo – boccia Def e manovra”. Cerchiamo di analizzare che cosa ha messo per iscritto l’Ufficio di bilancio, l’Authority istituita dopo l’introduzione nel nostro ordinamento del Fiscal Compact, che ieri ha negato la “validazione” al documento finanziario durante l’audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato. Considerate anche le pulsioni elettorali che animano il governo giallo-verde, la comunanza di livello culturale fra leghisti e pentastellati che affratella i rispettivi leader e caratterizza il DEF, in linea di principio, il cittadino non capisce come sarebbe meglio agire e cosa accadrà in futuro. L’ultima di Salvini: ha detto che se aumenta lo spread gli italiani saranno pronti a dare una mano al governo. In che modo? Aggiungasi che i media, per nulla indipendenti, anticipando le mosse dello schieramento conservatore, portano confusione ulteriore anche nel mercato. In calce, riportiamo, in originale, l’Audizione dell’Ufficio parlamentare di bilancio nell’ambito dell’esame della NADEF 2018.

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“Dall’esame dell’interlocuzione con la Commissione europea si evincono perplessità delle istituzioni sovranazionali sul quadro programmatico proposto con la NADEF”. Non solo: la Commissione europea “potrebbe considerare come ‘particolarmente grave’ il mancato rispetto delle regole del Patto”.

E’ quanto mette per iscritto l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), l’Authority istituita dopo l’introduzione nel nostro ordinamento del Fiscal Compact, che ieri ha negato la “validazione” al documento finanziario durante l’audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato.

Dopo le critiche di Bankitalia e Corte dei Conti, è arrivata dunque la prima bocciatura ufficiale per la Nota di aggiornamento al Def presentata dal governo giallo-verde.

Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) le previsioni di crescita alla base della manovra sono “troppo ottimistiche”, e ci sono “forti rischi al ribasso” per la congiuntura debole e le “turbolenze finanziarie”.

Ecco tutti i dettagli.

POSSIBILE L’ATTIVAZIONE DEL “COMPLY OR EXPLAIN”

Il meccanismo prevede ora che, nel caso un terzo dei componenti della commissione lo chieda, si possa attivare il meccanismo del “comply or explain” secondo il quale il ministro dell’Economia può scegliere o di rivedere al ribasso le stime contenute nel documento – ripensando di fatto tutto l’impianto della manovra – oppure di spiegare le ragioni che lo hanno portato a mettere nero su bianco quei numeri.

TROPPO OTTIMISTICHE LE STIME DI PIL REALE E NOMINALE

Più nel dettaglio l’UPB ritiene che “non sia possibile validare le previsioni macroeconomiche sul 2019” del quadro programmatico della NADEF 2018 giudicando che “i significativi e diffusi disallineamenti relativi alle principali variabili del quadro programmatico rendono eccessivamente ottimistica la previsione di crescita sia del Pil reale (1,5 per cento) sia di quello nominale (3,1 per cento nel 2019), variabile quest’ultima cruciale per la dinamica degli aggregati di finanza pubblica”.

I RILIEVI DELL’AUTHORITY SUI CONTI PUBBLICI

I disallineamenti che inducono un giudizio negativo riguardano, in ultima analisi, “la dimensione – ma non il segno – dell’impatto della manovra sul quadro macroeconomico. Inoltre, vanno ricordati i forti rischi al ribasso cui sono soggette le previsioni per il 2019 alla luce di diversi fattori:

a) le deboli tendenze congiunturali di breve termine, che rendono poco realistici forti trend al rialzo rispetto allo scenario tendenziale del prossimo anno;

b) la possibilità che nelle attese degli operatori di mercato lo stimolo di domanda ingenerato dall’espansione dell’indebitamento venga limitato dal contestuale aumento delle turbolenze finanziarie”.

LE PERPLESSITA’ DELLA COMMISSIONE EUROPEA

Lo scenario programmatico della NADEF 2018 si distingue da quello delineato nel DEF 2018 di aprile per l’allontanamento nel 2019 e l’arresto nel 2020-21 del percorso di avvicinamento verso l’Obiettivo di medio termine (OMT). I cambiamenti ipotizzati si riflettono sul rispetto delle regole di bilancio In particolare per il 2019 il deterioramento del saldo strutturale di 0,8 punti percentuali di Pil, a fronte dello stesso aggiustamento richiesto (0,6 punti percentuali) comporta una deviazione significativa della regola sul saldo strutturale in termini sia annuali sia in media su due anni. Analogamente, le previsioni implicano una deviazione significativa anche per la regola della spesa”. In questo senso la Commissione europea “potrebbe considerare come ‘particolarmente grave’ il mancato rispetto delle regole del Patto”.

MANCA L’ANALISI CHE HANNO PORTATO IL GOVERNO A DEVIARE DAGLI OBIETTIVI DI RISANAMENTO

Infine, rileva l’Upb, “sembrerebbe mancare una compiuta analisi delle condizioni cicliche che hanno portato alla proposta del Governo di deviare dal percorso di avvicinamento all’obiettivo di medio termine, nonché la scansione temporale del piano di rientro. Dall’esame dell’interlocuzione con la Commissione europea si evincono perplessità delle istituzioni sovranazionali sul quadro programmatico proposto con la NADEF. La mancanza di un quadro di condivisione degli spazi aggiuntivi di flessibilità sembrerebbe essere l’elemento di differenza maggiore rispetto alle Relazioni al Parlamento presentate negli esercizi precedenti”.

IL NUOVO DEFICIT INCORPORA UNA MAGGIORE SPESA PER INTERESSI DOVUTA ALL’AUMENTO DELLO SPREAD

Non solo. Il contenuto della Nota di aggiornamento, osserva Upb, consente di osservare che “il nuovo deficit programmatico della NADEF 2018 incorpora una maggiore spesa per interessi rispetto alle previsioni tendenziali dovuta all’aumento dello spread rispetto agli altri paesi della Ue registrato nei mesi recenti che, tra il 2018 e il 2021, raggiunge complessivamente almeno 17 miliardi (0,9 punti percentuali di PIL)”.

(estratto di un articolo di Policy Maker)

Cosa pensa la gente.

Si parla d’Europa solo per i propri interessi. Per essere chiari: 1) l’euro non è altro che un Deutsche Mark travestito da moneta unica; 2) l’eurozona è un’ area di influenza economica sotto il controllo della Germania ed a suo esclusivo beneficio; 3) il pareggio di bilancio serve a preservare il tasso di cambio dell’euro.

 

Audizione dell’Ufficio parlamentare di bilancio nell’ambito dell’esame della NADEF 2018

9 ottobre 2018

 

 

Il Presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) Giuseppe Pisauro è stato ascoltato oggi in audizione dalle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, riunite in seduta congiunta, nell’ambito dell’esame preliminare della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (NADEF) 2018 pubblicata il 4 ottobre scorso dal Ministero dell’Economia e delle finanze (MEF). Di seguito i principali elementi contenuti nel testo dell’audizione.

 

Il quadro macroeconomico della NADEF – L’UPB ha valutato il quadro macroeconomico programmatico, che incorpora gli effetti della prossima manovra di bilancio, avvalendosi, come di consueto, delle analisi del panel di previsori (oltre all’UPB, CER, Prometeia, Ref-Ricerche). L’UPB ritiene che non sia possibile validare le previsioni macroeconomiche sul 2019 del quadro programmatico della NADEF 2018 giudicando che i significativi e diffusi disallineamenti relativi alle principali variabili del quadro programmatico – rispetto alle stime elaborate dal panel dei previsori – rendono eccessivamente ottimistica la previsione di crescita sia del PIL reale (1,5 per cento) sia di quello nominale (3,1 per cento nel 2019), variabile quest’ultima cruciale per la dinamica degli aggregati di finanza pubblica. I disallineamenti che inducono un giudizio negativo riguardano, in ultima analisi, la dimensione – ma non il segno – dell’impatto della manovra sul quadro macroeconomico.  Inoltre, vanno ricordati i forti rischi al ribasso cui sono soggette le previsioni per il 2019 alla luce di diversi fattori: a) le deboli tendenze congiunturali di breve termine, che rendono poco realistici forti trend al rialzo rispetto allo scenario tendenziale del prossimo anno; b) la possibilità che nelle attese degli operatori di mercato lo stimolo di domanda ingenerato dall’espansione dell’indebitamento venga limitato dal contestuale aumento delle turbolenze finanziarie. Disallineamenti rispetto alle stime del panel UPB e fattori di incertezza sulla crescita reale riguardano anche il biennio 2020-2021, periodo al di fuori dell’orizzonte di validazione.

 

Evoluzione del quadro di finanza pubblica – La NADEF prevede per il 2019 un saldo strutturale pari all’1,7 per cento del PIL nell’intero triennio di programmazione 2019-2021. In questo quadro, il deficit nominale, stimato pari all’1,8 per cento del PIL nel 2018, a seguito della manovra che sarà attuata con la prossima legge di bilancio, è programmato in crescita al 2,4 per cento nel 2019 e quindi in riduzione al 2,1 per cento nel 2020 e all’1,8 per cento nel 2021. Se un’analisi esaustiva del quadro di finanza pubblica sarà possibile solo quando saranno disponibili tutti i dettagli della manovra contenuta nel disegno di legge di bilancio, il contenuto della NADEF consente già di alcune prime osservazioni.  1) Il nuovo deficit programmatico della NADEF 2018 incorpora una maggiore spesa per interessi rispetto alle previsioni tendenziali dovuta all’aumento dello spread rispetto agli altri paesi della UE registrato nei mesi recenti che, tra il 2018 e il 2021, raggiunge complessivamente almeno 17 miliardi (0,9 punti percentuali di PIL). 2) Il saldo nominale e quello strutturale programmatici risentono della neutralizzazione totale della clausola di salvaguardia su IVA e accise nel 2019 e di una parziale disattivazione nei due anni successivi; a differenza dei precedenti documenti di programmazione, il mantenimento delle clausole nel 2020 e 2021 non è utilizzato per raggiungere nell’arco del periodo di programmazione l’obiettivo del pareggio di bilancio strutturale, ma per mantenere stabile il deficit strutturale al livello del 2019, finanziando pertanto misure permanenti di maggiore spesa e minore entrata; senza clausole il deficit nominale salirebbe al 2,8 per cento del PIL nel 2020 per poi posizionarsi al 2,6 per cento nel 2021 (il deficit strutturale programmatico salirebbe dall’1,7 per cento del 2019 al 2,4 per cento del 2020 e al 2,5 per cento nel 2021). 3) L’incidenza sul PIL degli investimenti dovrebbe aumentarne dall’1,9 per cento del 2018 al 2,3 per cento nel 2021, obiettivo certamente auspicabile ma che appare particolarmente ambizioso in confronto con l’andamento recente (gli investimenti presentano tassi di variazione negativi dal 2010 al 2017 e nel 2018 dovrebbero registrare una riduzione del 2,2 per cento a fronte di un incremento previsto nel DEF  del 2,5 per cento), dal momento che si programmano aumenti degli investimenti del 16 per cento nel 2019, 10,7 per cento nel 2020 e 7,1 per cento nel 2021.

 

Sensitività del debito – Per verificare la sensitività nel breve/medio termine del rapporto debito/PIL lo scenario programmatico NADEF 2018 è stato confrontato con scenari alternativi. Un primo scenario valuta gli effetti dell’eliminazione della clausola di salvaguardia sull’IVA parzialmente mantenuta per il biennio 2020-2021: il rapporto debito/PIL continuerebbe la sua discesa nel biennio 2020-2021 ma in misura minore rispetto allo scenario programmatico NADEF, collocandosi al 128,4 per cento alla fine del periodo di programmazione anziché al 126,7. Un secondo scenario simula la crescita reale del PIL necessaria per la stabilizzazione del rapporto debito/PIL al livello del 2018 (130,9 per cento), collocandola all’ 1 per cento nel 2019, allo 0,7 per cento nel 2020 e all’ 1,1 per cento nel 2021. In un terzo esercizio vengono considerati diversi scenari relativi alla differenza tra crescita del PIL nominale e costo implicito del debito. La dinamica del rapporto debito/PIL della NADEF sarebbe coerente con valori particolarmente favorevoli di tale differenza, verificatisi solo nei migliori cinque degli ultimi diciotto anni.

 

Rispetto delle regole di bilancio – Lo scenario programmatico della NADEF 2018 si distingue da quello delineato nel DEF 2018 di aprile per l’allontanamento nel 2019 e l’arresto nel 2020-21 del percorso di avvicinamento verso l’Obiettivo di medio termine (OMT). I cambiamenti ipotizzati si riflettono sul rispetto delle regole di bilancio In particolare per il 2019 il deterioramento del saldo strutturale di 0,8 punti percentuali di PIL, a fronte dello stesso aggiustamento richiesto (0,6 punti percentuali) comporta una deviazione significativa della regola sul saldo strutturale in termini sia annuali sia in media su due anni. Analogamente, le previsioni implicano una deviazione significativa anche per la regola della spesa. A livello UE, nel caso lo sforzo di bilancio indicato per il 2019 nella NADEF venisse confermato nel Documento programmatico di bilancio (DPB) e se tale sforzo fosse giudicato dalla Commissione europea “chiaramente” al di sotto di quanto raccomandato dal Consiglio nel luglio scorso (aggiustamento strutturale di 0,6 punti percentuali), essa potrebbe considerare come “particolarmente grave” il mancato rispetto delle regole del Patto.

 

La Relazione al Parlamento – L’analisi della Relazione al Parlamento evidenzia alcuni elementi problematici. In particolare, sembrerebbe mancare una compiuta analisi delle condizioni cicliche che hanno portato alla proposta del Governo di deviare dal percorso di avvicinamento all’obiettivo di medio termine, nonché la scansione temporale del piano di rientro. Dall’esame dell’interlocuzione con la Commissione europea si evincono perplessità delle istituzioni sovranazionali sul quadro programmatico proposto con la NADEF. La mancanza di un quadro di condivisione degli spazi aggiuntivi di flessibilità sembrerebbe essere l’elemento di differenza maggiore rispetto alle Relazioni al Parlamento presentate negli esercizi precedenti.

 

 

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2018.- Libia: Stop alla guerriglia francese. La parola a Trump e, se riesce, a Putin. Un’altra dimostrazione dell’inutilità dell’Ue presieduta da chi non si sa.

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L’ITALIA ha abdicato alla sua politica estera con le dimissioni dell’ultimo governo Berlusconi. Penso alle misere figure che hanno amministrato la Farnesina nei governi Napolitano, che si sono succeduti, mentre, ancora ieri, “lo statista” era ospite di Putin. L’Italia, centro di un Mediterraneo in guerra, è tornata sulla scena internazionale e il Governo deve tutelare i nostri interessi. Chiaro che la prima parola spetta ai grandi. Senza nulla togliere all’azione diplomatica di Giuseppe Conte e del ministro Moavero, sono gli Stati Uniti che non possono arrischiare ancora di più la loro supremazia in Mediterraneo, lasciando la Libia nel caos per avvantaggiare e premiare l’attivismo dei francesi. Leggo così la partecipazione del presidente Trump al convegno di Palermo. Per cui, aver chiamato in causa i due Grandi, costituisce, al tempo stesso, un successo diplomatico della Farnesina e una dimostrazione delle nostre limitate possibilità; ma, da un’altro angolo di visuale, mostra l’incapacità dei francesi di costruire insieme una unione e l’inutilità di “questa”Unione europea in politica estera: quell’Unione a cui questi ultimi presidenti della Repubblica avrebbero ceduto la sovranità. L’accettazione dell’invito della Farnesina, con la partecipazione in prima persona di Vladimir Putin dipenderà dalla posta che sapremo porre sul tavolo. È un segno del destino che, in questo passaggio cruciale per l’Italia, ancora una volta, Silvio Berlusconi abbia potuto rappresentarci. Grazie Presidente. Augurando al Governo ogni successo, ricordiamo che sia Donald Trump e sia Vladimir Putin, daranno precedenza ai loro interessi. Parleranno i risultati.

Con queste premesse, leggo l’articolo di Maurizio Blondet:

Immigrazione, Vladimir Putin in aiuto dell’Italia sulla Libia: così ferma le porcate di Emmanuel Macron.

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Il governo italiano ha invitato il presidente russo Vladimir Putin alla conferenza sulla libia che si terrà l’11 e il 12 di novembre a Palermo. Il capo della diplomazia russa Serghiei Lavrov, al quale il nostro ministro degli Esteri Enzo Moavero ha avanzato la richiesta, ha assicurato la presenza di Mosca al meeting ma ha aggiunto che per quanto «riguarda il livello di partecipazione», leggi la presenza di Putin, il governo di Mosca si riserva di «analizzare il materiale» che è stato inoltrato insieme all’invito.

Il nostro ministero degli Esteri ha poi specificato che lo stesso invito è stato inviato ad altri capi di Stato e tra questi pare ovvio che il primo della lista sia il presidente americano Donald Trump che già a luglio, incontrando il premier Conte, aveva appoggiato una conferenza sulla Libia da tenersi in Italia, fermo restando che Roma stessa diventi «il punto di riferimento in Europa e il principale interlocutore» del Paese nordafricano. La presenza di Trump sarebbe anche suffragata dal fatto che l’11 di novembre, il giorno prima, il presidente Usa si troverà a Parigi per le celebrazioni della vittoria nella Prima guerra mondiale, mentre il 12 avrebbe dovuto compiere una visita a Dublino che però è già stata annullata per «motivi di agenda».

LA SVOLTA
Con questa mossa il governo italiano compie una svolta nella politica verso la Libia, il che non significa che tutto quello che è stato fatto dal governo precedente sarà definitivamente buttato, ma significa solo che Roma ha finalmente preso atto della realtà e degli equilibri di forze del Paese nordafricano che sono profondamente mutati da quando l’Italia appoggiava senza riserve il governo Al Sarraj di Tripoli, quello ancora sostenuto dall’Onu e da gran parte della Comunità internazionale. La Russia infatti è schierata dalla parte del Generale Haftar, l’uomo che controlla con il suo esercito, l’unico che si possa chiamare tale in quel Paese, gran parte del territorio libico e dei pozzi petroliferi. Per la verità Moavero aveva già iniziato l’opera di avvicinamento ad Haftar, incontrando prima il presidente egiziano Al Sisi, con il quale si è convenuto di arrivare a una soluzione su Tripoli il più presto possibile, poi a sorpresa, in settembre, lo stesso generale libico con il quale è stato discusso della conferenza di novembre e di future elezioni.».

LE CONDIZIONI
Pare però che le aperture di Haftar siano condizionate dalla rimozione di Al Sarraj e del nostro ambasciatore a Tripoli Giuseppe Perrone, considerato dal Parlamento di Trobruk (quello di Haftar) «persona non gradita» per le sue posizioni ovviamente vicine a quelle del governo ufficiale.

L’eventuale assenza di Perrone, peraltro non ancora confermata, avrebbe anche creato non pochi dissapori tra governo e i servizi segreti che operano instancabilmente in Libia e che negli ultimi anni si sono prodigati per spianare la strada ad Al Sarraj. Ma le mosse del governo italiano non sono certo prive di altri importanti effetti secondari, più o meno desiderati. L’eventuale presenza di Trump e Putin alla conferenza di Palermo relegherebbe a un ruolo di secondo piano la Francia, il cui presidente si è già speso per improbabili elezioni per il prossimo dicembre.

Ma le mosse del governo italiano non sono certo prive di altri importanti effetti secondari, più o meno desiderati. L’eventuale presenza di Trump e Putin alla conferenza di Palermo relegherebbe a un ruolo di secondo piano la Francia, il cui presidente si è già speso per improbabili elezioni per il prossimo dicembre.

Peraltro il ruolo doppiogiochista di Parigi che da una parte riconosce Al Sarraj dall’altra arma e addestra l’esercito di Haftar non è servito a molto quando Macron nel maggio scorso ha invitato entrambi a Parigi per cercare inutilmente di convincerli alle elezioni. Ben diversi saranno gli effetti alla conferenza di Palermo se gli eventuali accordi saranno benedetti dalle due superpotenze.

di Carlo Nicolato, liberoquotidiano.it

(MB: Moavero rettifica la politica idiota e fallimentare del clintoniano Gentiloni, che ci aveva costretto a puntare tutto solo su  Sarraj, il perdente. Un vertice sulla Libia a Palermo, con Trump e Putin che si parlano su invito del  premier Conte: se   riesce, è un capolavoro della  diplomazia italiana e il riconoscimento da parte di Mosca del nostro ruolo in  Libia. Tanto di cappello.  Già solo il tentativo dice che questo è il governo migliore che potevamo avere). 

2015.- STRALCIO DELLA NOTA DI AGGIORNAMENTO AL DEF 2018

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Legge di Bilancio 2019: Dal testo della nota di aggiornamento del DEF 2018 pubblicato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Pubblichiamo la Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza 2018 (NaDef) 2018), che è stata presentata alle Camere.
La NADEF aggiorna le previsioni economiche e gli obiettivi di finanza pubblica in relazione alle maggiori e più stabili informazioni disponibili sugli andamenti macroeconomici.
Ai sensi della legge 243 del 2012, il governo ha trasmesso al Parlamento, dopo aver informato la Commissione europea sul nuovo percorso di finanza pubblica, anche la relazione con la quale chiede l’autorizzazione a discostarsi temporaneamente dall’obiettivo programmatico.
La versione definitiva della Nota di aggiornamento al Def dovrà essere approvata dai due rami del Parlamento prima del varo del ddl di bilancio. La crescita del PIL nel 2019 scende dall’1,4 previsto dal Def allo 0,9%, nel 2020 dall’1,3 all’1,1% e nel 2021 dall’1,2 all’1,1%.
12 Disegni di legge collegati conterranno tutte le misure annunciate dai 5 Stelle, tra cui il reddito di cittadinanza.
La Nota d’aggiornamento al Documento di economia e finanza 2018 dovrà essere approvata dalle Camere prima della legge di bilancio, dunque prima del 20 ottobre.
La crescita del PIL prevista per il 2019 scende dall’1,4 del DEF allo 0,9 per cento, nel 2020 dall’1,3 all’1,1 per cento e nel 2021 dall’1,2 all’1,1 per cento.
L’indebitamento netto è fissato al 2,4 per cento del PIL nel 2019, al 2,1 per cento nel 2020 e all’1,8 per cento nel 2021, in coerenza con un obiettivo di saldo strutturale costante al -1,7 per cento del PIL in ciascuno degli anni del triennio 2019-2021.
Tra le principali linee di intervento:
• Tassazione: flat tax e riordino delle spese fiscali
• Investimenti pubblici
• Infrastrutture e mobilità
• Rete idrica, edilizia pubblica e prevenzione rischi sismici
• Valorizzazione del patrimonio immobiliare e dei beni demaniali
• Concessioni
• Giustizia
• Pubblica amministrazione
• Sostegno alle imprese
La Nota di Aggiornamento del DEF di quest’anno riveste particolare importanza in quanto si tratta del primo documento di programmazione economica del nuovo Governo ed essa viene presentata in una fase di cambiamento nelle relazioni economiche e politiche a livello internazionale, accompagnato da segnali di rallentamento della crescita economica e del commercio mondiale.
Il Contratto firmato dai leader della coalizione di Governo formula ambiziosi obiettivi in campo economico e sociale, dall’inclusione al welfare, dalla tassazione all’immigrazione. Vi è inoltre una pressante esigenza di conseguire una crescita più sostenuta dell’economia e dell’occupazione e di chiudere il divario di crescita che l’Italia ha registrato nei confronti del resto d’Europa nell’ultimo decennio.
L’obiettivo primario della politica economica del Governo è di promuovere una ripresa vigorosa dell’economia italiana, puntando su un incremento adeguato della produttività del sistema paese e del suo potenziale di crescita e, allo stesso tempo, di conseguire una maggiore resilienza rispetto alla congiuntura e al peggioramento del quadro economico internazionale.
La strategia di politica economica del Governo è quindi quella di affrontare efficacemente questi problemi ponendosi l’obiettivo di ridurre sensibilmente entro i primi due anni della legislatura il divario di crescita rispetto all’eurozona e in tal modo assicurare la diminuzione costante del rapporto debito/PIL in direzione dell’obiettivo stabilito dai trattati europei.

Presentata dal Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte
e dal Ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria
Deliberata dal Consiglio dei Ministri il 27 Settembre 2018
PREMESSA
La Nota di Aggiornamento del DEF di quest’anno riveste particolare importanza in quanto si tratta del primo documento di programmazione economica del nuovo Governo ed essa viene presentata in una fase di cambiamento nelle relazioni economiche e politiche a livello internazionale, accompagnato da segnali di rallentamento della crescita economica e del commercio mondiale.
Il Contratto firmato dai leader della coalizione di Governo formula ambiziosi obiettivi in campo economico e sociale, dall’inclusione al welfare, dalla tassazione all’immigrazione. Vi è inoltre una pressante esigenza di conseguire una crescita più sostenuta dell’economia e dell’occupazione e di chiudere il divario di crescita che l’Italia ha registrato nei confronti del resto d’Europa nell’ultimo decennio.
L’obiettivo primario della politica economica del Governo è di promuovere una ripresa vigorosa dell’economia italiana, puntando su un incremento adeguato della produttività del sistema paese e del suo potenziale di crescita e, allo stesso tempo, di conseguire una maggiore resilienza rispetto alla congiuntura e al peggioramento del quadro economico internazionale.
Ciò richiede un cambiamento profondo delle strategie di politica economica e di bilancio che negli anni passati non hanno consentito di aumentare significativamente il tasso di crescita, ridurre il tasso di disoccupazione e porre il rapporto debito/PIL su uno stabile sentiero di riduzione.
Anche il rafforzamento della fiducia dei mercati finanziari e l’aumento dell’attrattività dell’Italia per gli investimenti esteri incontrano un ostacolo in previsioni di crescita non soddisfacenti e non in grado di produrre quel consenso e stabilità sociale che sono la base per la creazione di un ambiente favorevole alle attività economiche.
La strategia di politica economica del Governo è quindi quella di affrontare efficacemente questi problemi ponendosi l’obiettivo di ridurre sensibilmente entro i primi due anni della legislatura il divario di crescita rispetto all’eurozona e in tal modo assicurare la diminuzione costante del rapporto debito/PIL in direzione dell’obiettivo stabilito dai trattati europei.
In questa strategia il rilancio degli investimenti è la componente cruciale e uno strumento essenziale per perseguire obiettivi di sviluppo economico sostenibile e socialmente inclusivo. A causa delle politiche svolte in passato, gli investimenti pubblici quest’anno toccheranno un nuovo minimo dell’1,9 per cento in rapporto al PIL, laddove nel decennio precedente la crisi del 2011 essi furono pari in media al 3 per cento del PIL. Il Governo si propone di promuovere gli
MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE III
NOTA DI AGGIORNAMENTO DEL DOCUMENTO DI ECONOMIA E FINANZA 2018
investimenti pubblici e privati nel quadro di un ambiente economico e sociale favorevole attraverso l’azione normativa e una riorganizzazione mirata della pubblica amministrazione. Nell’arco della presente legislatura è auspicabile riportare gli investimenti pubblici ai livelli pre-crisi, il che richiederà non solo adeguati spazi finanziari, ma anche un recupero di capacità decisionali, progettuali e gestionali.
A questo scopo, il Governo intende mettere in campo una serie di azioni ad ampio raggio volte ad espandere, accelerare e rendere più efficiente la spesa per investimenti pubblici, migliorando la capacità delle pubbliche amministrazioni di preparare, valutare e gestire piani e progetti. Nel quadro di queste azioni, il Governo attiverà entro la fine di quest’anno una task force sugli investimenti pubblici. Riprendendo le esperienze di altri Paesi, che hanno affrontato con successo problematiche di investimenti pubblici e di gap infrastrutturali simili a quelli italiani, il Governo creerà inoltre un centro di competenze dedicato. Questo avrà il compito di offrire servizi di assistenza tecnica e di assicurare standard di qualità per la preparazione e la valutazione di programmi e progetti da parte delle amministrazioni pubbliche centrali e periferiche. Questa azione permetterà anche di creare nel tempo un insieme di capacità professionali interne alla PA nell’intera gamma di competenze, tipologie e dimensioni della progettazione tecnica ed economica degli investimenti pubblici.
Lo sforzo di rilancio degli investimenti e di sviluppo delle infrastrutture dovrà coinvolgere non solo tutti i livelli delle amministrazioni pubbliche, ma anche le società partecipate o titolari di concessioni pubbliche che hanno, in numerosi casi, beneficiato di un regime di bassi canoni ed elevate tariffe, rinviando i programmi di investimento previsti nei piani economici finanziari. Gli opportuni cambiamenti organizzativi e regolatori saranno prontamente introdotti onde rimuovere gli ostacoli che hanno frenato le opere pubbliche assicurando, al contempo, congrui livelli di investimento da parte delle società concessionarie, nonché un riequilibrio del regime dei canoni.
In questo quadro assume particolare rilievo un rinnovato impegno del Governo a promuovere la liberalizzazione nei settori ancora caratterizzati da rendite monopolistiche e da ostacoli alla concorrenza, con risultati benefici sul fronte dei prezzi, dell’efficienza e degli incentivi all’innovazione.
Settori strategici per la crescita su cui il Governo punterà anche per realizzare opportune sinergie pubblico-privato sono in particolare quelli della ricerca scientifica e tecnologica, della formazione di capitale umano, della innovazione e delle infrastrutture, in quanto portatori di effetti rilevanti e duraturi sulla produzione e la capacità del Paese di creare valore.
Il mutamento di strategia di politica economica a sostegno della crescita richiede anche di creare le condizioni favorevoli ad un rapido processo di ristrutturazione e ammodernamento della nostra struttura produttiva. Questo appare ancora più necessario a fronte dell’esigenza di porsi al passo con l’innovazione tecnologica e i mutamenti imposti dall’economia digitale e le nuove dimensioni della competizione globale. A tal fine è anche necessario riformare
IV MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE
PREMESSA
profondamente la logica e il disegno degli investimenti in capitale umano per favorire l’efficiente allocazione delle risorse.
Lo strumento del reddito di cittadinanza che verrà posto in essere fin dal prossimo anno è un obiettivo primario del governo ed è necessario per assicurare un più rapido ed efficace accompagnamento al lavoro dei cittadini. Esso ha il duplice scopo di garantire la necessaria mobilità del lavoro e un reddito per coloro che nelle complicate fasi di transizione, determinate dai processi di innovazione, si trovano in difficoltà. Tale misura eliminerà al tempo stesso sacche di povertà non accettabili nel settimo paese più industrializzato del mondo.
Parimenti è necessaria una riforma del sistema pensionistico allo scopo di promuovere il rinnovo delle competenze professionali necessarie a supportare il processo di innovazione. L’attuale regime, infatti, pur garantendo nel lungo periodo la stabilità finanziaria del sistema previdenziale, nel breve e medio periodo impedisce alle imprese il fisiologico turnover delle risorse umane impiegate. Per consentire al mercato del lavoro di stare al passo con i progressi tecnologici è oggi necessario accelerare e non ritardare questo processo e dare spazio alle nuove generazioni interrompendo il paradosso per il quale giovani, anche con elevata istruzione, rimangono fuori dal mondo produttivo mentre le generazioni più anziane non possono uscirne.
Infine è necessario semplificare il sistema di tassazione diretta e indiretta, riducendo allo stesso tempo la pressione fiscale su imprese e famiglie, come più volte raccomandato anche dalle istituzioni internazionali. Dal prossimo anno si inizierà ad agire in modo deciso sulla tassazione delle imprese.
I vincoli finanziari entro cui si attuerà il programma sono stringenti: la pressione fiscale in Italia rimane assai elevata, e il quadro tendenziale di finanza pubblica, ereditato dal precedente governo, prevede un ulteriore inasprimento dell’imposizione indiretta, contro cui il nuovo Parlamento si è già pronunciato, impegnando il Governo ad assumere tutte le iniziative per favorire il disinnesco delle clausole di salvaguardia inerenti all’aumento delle aliquote IVA e delle accise su benzina e gasoli.
Di importanza fondamentale è anche la riduzione del debito pubblico in rapporto al PIL, che da ormai trent’anni vincola le politiche economiche e sociali dell’Italia e che – a prescindere dalle regole di bilancio europee – va affrontato al fine di liberare spazi di bilancio e ridurre la pressione fiscale. Gli ultimi dati Istat mostrano che negli scorsi tre anni il rapporto fra debito pubblico e PIL è sceso di soli sei decimi di punto sebbene le condizioni economiche e finanziarie a livello europeo ed internazionale fossero nel complesso favorevoli. Il Governo intende seguire un approccio che combini responsabilità fiscale e stimolo alla crescita, assicurando una graduale riduzione del rapporto debito/PIL.
È altresì necessario che le politiche europee e le regole fiscali comuni siano maggiormente orientate alla crescita e alla convergenza economica fra i paesi dell’Area euro. Il Governo intende giocare un ruolo critico ma anche propositivo e propulsivo riguardo all’approfondimento dell’Unione Monetaria e alle politiche
MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE V
NOTA DI AGGIORNAMENTO DEL DOCUMENTO DI ECONOMIA E FINANZA 2018
dell’Unione Europea, al fine di rafforzare la crescita economica e sociale e il ribilanciamento fra paesi membri in termini di livelli di reddito e di occuapazione. All’interno di questo disegno dovrà essere garantita anche la tutela dei risparmiatori e la fiducia nel sistema bancario anche con il graduale completamento dell’Unione bancaria e del mercato dei capitali.
Gli squilibri macroeconomici dei paesi membri devono essere corretti in modo simmetrico, coinvolgendo maggiormente quelli che attualmente presentano elevati surplus di partite correnti e di bilancio. Le distorsioni degli attuali meccanismi di sorveglianza multilaterale e delle regole di bilancio vanno superate, al fine di debellare le pressioni deflazionistiche, ancora oggi evidenti in alcuni paesi membri, e ripristinare un clima di ottimismo circa le prospettive economiche dell’Area Euro e più in generale dell’Europa.
Obiettivi di crescita e di finanza pubblica
Nella prima metà dell’anno la crescita economica in Italia e in Europa ha rallentato, in corrispondenza di un indebolimento del commercio mondiale e della produzione industriale. La cosiddetta ‘guerra dei dazi’ ha probabilmente influito su aspettative e decisioni di investimento in scorte e beni capitali da parte delle imprese, con complessi effetti tramite le catene del valore. La previsione macroeconomica tendenziale prende atto di questa evoluzione e del peggioramento di alcuni indicatori congiunturali. La stima di crescita del PIL per quest’anno scende dall’1,5 all’1,2 per cento, e la previsione tendenziale per il 2019 viene ridotta dall’1,4 allo 0,9 per cento. Nei due anni seguenti, la crescita riprenderebbe lievemente, salendo all’1,1 per cento. Queste previsioni si basano sulla legislazione vigente, che prevede corposi rialzi delle imposte indirette a partire dal 2019.
Il Governo ritiene, come già sottolineato, che i tassi di crescita del PIL e dell’occupazione dello scenario tendenziale siano inaccettabilmente bassi. Il programma fiscale ereditato dal precedente governo non consentirebbe inoltre di attuare i punti qualificanti del Contratto di Governo e di promuovere il rilancio degli investimenti poc’anzi prospettato. Si intende pertanto adottare una politica fiscale meno restrittiva, con un indebitamento netto pari al 2,4 per cento del PIL nel 2019, al 2,1 per cento nel 2020 e all’1,8 per cento nel 2021. Si ritiene tale livello compatibile sia con le esigenze di stimolo all’economia sia con la volontà di mantenere una gestione delle finanze pubbliche stabile ma più graduale e meglio congegnata rispetto allo scenario tendenziale.
Il Governo ritiene inoltre opportuno intervenire sulle clausole di salvaguardia ereditate dal passato attraverso la totale sterilizzazione degli aumenti previsti per il 2019 e la loro riduzione per il biennio successivo. Nel Programma di Stabilità 2019 sarà presentato un piano di intervento volto a sostituire le residue clausole di salvaguardia con interventi di riduzione della spesa e di potenziamento dell’attività di riscossione delle imposte.
VI MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE
PREMESSA
L’obiettivo del Governo è quello di ridurre sensibilmente il divario di crescita con l’Area euro, che permane da oltre un decennio. La politica economica, l’azione di riforma, la buona gestione della PA e il dialogo con imprese e cittadini saranno quindi rivolti a conseguire una crescita del PIL di almeno l’1,5 per cento nel 2019 e l’1,6 per cento nel 2020, come indicato nel nuovo quadro programmatico. Su un orizzonte più lungo, l’Italia dovrà crescere più rapidamente del resto d’Europa, onde recuperare il terreno perso negli ultimi vent’anni.
Questi obiettivi di crescita economica sono ambiziosi ma realistici, e potrebbero essere oltrepassati, per almeno due motivi.
In primo luogo, le azioni che il Governo ha già intrapreso per rimuovere gli ostacoli agli investimenti cominceranno a dispiegare i loro effetti sul PIL già nel 2019. A tal fine sono state recentemente approvate le prime misure per consentire l’utilizzo degli avanzi da parte delle amministrazioni territoriali. Ulteriori interventi per semplificare e consentire l’utilizzo degli avanzi di amministrazione per investimenti saranno definiti nella prossima legge di bilancio. Come già illustrato precedentemente, verrà inoltre varato un piano di investimenti pubblici sorretto da un adeguamento della capacità progettuale, di valutazione e selezione della pubblica amministrazione, da una penetrante semplificazione normativa e dalla riforma dei meccanismi di gestione dei servizi pubblici. Una rilevazione interna presso un campione rappresentativo di grandi aziende delle infrastrutture e dell’energia indica che l’attuazione delle suddette misure porterebbe a livelli di investimento superiori di oltre il 10 per cento rispetto allo scenario tendenziale. Se ciò avverrà il tasso di crescita dell’economia italiana potrà essere significativamente superiore a quello indicato prudenzialmente nel presente documento.
In secondo luogo, i recenti livelli dei rendimenti sui titoli di Stato, su cui ci si è basati per formulare le previsioni programmatiche di crescita e di finanza pubblica, non riflettono i dati fondamentali del Paese (surplus di bilancio primario della PA, surplus di partite correnti, basso debito privato, solido sistema bancario). Contiamo che una volta che il programma di politica economica del Governo sarà approvato dal Parlamento, si dissolva l’incertezza che ha gravato sul mercato dei titoli di Stato negli ultimi mesi. Con livelli dei rendimenti più allineati ai dati fondamentali, le proiezioni di crescita economica e di finanza pubblica miglioreranno significativamente.
Per quanto riguarda la riduzione del debito pubblico, lo scenario programmatico, pur con previsioni di crescita prudenziali e di rendimenti sui titoli di Stato elevati, traccia in ogni caso un percorso di significativa riduzione del rapporto debito/PIL, che dal 131,2 per cento del 2017 scenderà al 126,7 per cento nel 2021. Una riduzione ancor più accentuata sarà possibile se si realizzerà la maggior crescita a cui il Governo punta come obiettivo prioritario.
MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE VII
NOTA DI AGGIORNAMENTO DEL DOCUMENTO DI ECONOMIA E FINANZA 2018
Punti essenziali del programma di politica economica e finanziaria
Oltre agli interventi sulle clausole di salvaguardia, il programma di politica economica e finanziaria illustrato nel presente documento può essere riassunto nei seguenti punti principali:
• Attuazione del Reddito di Cittadinanza nell’ambito di un’ampia riforma delle politiche di inclusione sociale;
• Introduzione di modalità di pensionamento anticipato per incentivare l’assunzione di lavoratori giovani;
• Prima fase dell’introduzione della ‘flat tax’ a favore di piccole imprese, professionisti e artigiani;
• Taglio dell’imposta sugli utili d’impresa per le aziende che reinvestono i profitti e assumono lavoratori aggiuntivi;
• Rilancio degli investimenti pubblici e della ricerca scientifica e tecnologica;
• Promozione dei settori-chiave dell’economia, in primis il manifatturiero avanzato, le infrastrutture e le costruzioni.
Si tratta di un ambizioso programma, che mira anzitutto a rispondere all’aumento della povertà registrato dalla crisi in poi, soprattutto fra i giovani e le famiglie numerose e nelle regioni meridionali del Paese, e a consentire, come sopra ricordato, una maggiore flessibilità nei pensionamenti anticipati, creando maggiore spazio per l’occupazione giovanile. Esso verrà attuato con gradualità, onde conseguire una significativa riduzione del rapporto debito/PIL nel prossimo triennio.
Ciò consentirà di combinare in una strategia coerente le istanze di cambiamento e le aspettative degli italiani con i vincoli economici e finanziari. Si sono individuate priorità chiare e indicati gli strumenti per perseguirle. Confido che la presente Nota di Aggiornamento ponga le basi per una proficua sessione di Bilancio e, cosa più importante, per una vera ripresa dell’Italia nei prossimi anni.
Giovanni Tria
Ministro dell’Economia e delle Finanze
VIII MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE
INDICE
I. QUADRO COMPLESSIVO E OBIETTIVI DI POLITICA DI BILANCIO
1. I.1 Tendenze recenti e prospettive per l’economia italiana
2. I.2 Quadro macroeconomico e di finanza pubblica tendenziale
3. I.3 Obiettivi della politica di bilancio e quadro macroeconomico programmatico
II. QUADRO MACROECONOMICO
1. II.1 Lo scenario macroeconomico internazionale
2. II.2 L’economia italiana, recenti andamenti
3. II.3 Quadro macroeconomico tendenziale e programmatico
III. INDEBITAMENTO NETTO E DEBITO PUBBLICO
1. III.1 Dati di consuntivo e previsioni a legislazione vigente
2. III.2 Percorso programmatico di finanza pubblica
3. III.3 Evoluzione del rapporto debito/PIL
4. III.4 La regola del debito e gli altri fattori rilevanti
5. III.5 Principali provvedimenti di finanza pubblica adottati nel 2018
6. III.6 Valorizzazione del patrimonio pubblico
IV. LA STRATEGIA DI RIFORMA DEL GOVERNO
1. IV.1 Il Programma di Governo
2. IV.2 Le raccomandazioni del Consiglio al Paese
3. IV.3 Le principali linee di intervento
APPENDICE
Tavola A.1 Tavola A.2 Tavola A.3
ALLEGATI
Effetti del D.L. n. 55/2018 sull’indebitamento netto della PA Effetti del D.L. n. 87/2018 sull’indebitamento netto della PA Effetti del D.L. n. 91/2018 sull’indebitamento netto della PA
Relazione al Parlamento ai sensi della Legge n. 243/2012 art. 6, c. 5
Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva
Relazioni sulle spese di investimento e relative leggi pluriennali – anno 2018 (vol. I e II) Rapporto programmatico recante gli interventi in materia di spese fiscali
Rapporto sui risultati conseguiti in materia di misure di contrasto all’evasione fiscale e contributiva

…………

Venendo all’andamento del rapporto debito/PIL, nello scenario programmatico si ipotizzano proventi da dismissioni ed altre entrate afferenti al Fondo di Ammortamento del Debito Pubblico pari a 0,3 punti di PIL all’anno per il periodo 2018-2020. Tenuto conto di tali introiti, nello scenario programmatico la discesa del rapporto debito/PIL è attesa pari a 0,3 punti quest’anno, e quindi 0,9 punti nel 2019, 1,9 nel 2020 e 1,3 nel 2021.
Con riferimento al 2019, la regola del debito non sarebbe soddisfatta in chiave prospettica, dato che il rapporto debito/PIL nel 2021 è previsto eccedere il benchmark di 3,9 punti percentuali. È tuttavia necessario sottolineare la tendenza discendente del rapporto debito/PIL, pur avendo il Governo rinunciato all’aumento della pressione fiscale previsto nello scenario tendenziale e a misure una tantum – e tutto ciò in un contesto economico non favorevole. Diversi fattori rilevanti rappresentano elementi positivi ai fini della valutazione del rispetto della regola del debito ai sensi dell’Articolo 126(3) del TFUE.

2014.- Il commento dell’editorialista Gianfranco Polillo sulla Nota di aggiornamento al Def

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da Start

Nello spazio di qualche giorno il deficit di bilancio, previsto dal governo, è passato dal 2,4, per l’intero triennio, al 2,4 per il 2019, al 2,1 per l’anno successivo e all’1,8 per il 2021. Al tempo stesso, il tasso di crescita ipotizzato è sceso dall’1,6 per cento del 2019 e dell’1,7 per cento l’anno successivo, indicato dal ministro dell’Economia a il Sole 24 ore nella sua intervista di domenica scorsa, rispettivamente all’1,5 e all’1,4 per cento.

IL DEF E IL RUOLO DI TRIA

Troppo facile sarebbe attribuire le colpe di questi continui ripensamenti a Giovanni Tria. Purtroppo essi non sono che le spie più evidenti delle contraddizioni sotterranee di questa strana maggioranza. Che definire strabica, dal punto di vista programmatico, è dire poco. Le varie incertezze che si sono concretizzate nei continui ripensamenti, se non in vere e proprie testa – coda, altro non sono che il tentativo di far quadrare i conti partendo da un “a priori”. A sua volta costituito dalla mediazione tra le due opposte esigenze – lo sviluppo da un lato, l’assistenza dall’altro – che hanno caratterizzato, fin dall’inizio, il programma di governo.

IL BIVIO DEL TESORO

Il ministro dell’Economia, con i suoi tecnici, si è trovato all’interno di questa tenaglia. Costretto ad operare tra l’incudine – le insistenze dei politici – e il martello – la Commissione europea – decisa a far rispettare se non tutte, almeno qualche regola comune. La Nota d’aggiornamento al Def risente di tutti questi condizionamenti che, in qualche modo, ne hanno snaturato la funzione originaria. Le relative procedure, in passato, erano strumento di garanzia non solo per il Parlamento, ma per l’intera comunità nazionale. Oggi sono poco più di una barocca finzione, da cui, almeno per ora, non è possibile prevedere quali possibili danni potrebbero ancora derivare.

IL MALE MINORE

Tria sarà ingiustamente considerato il principale colpevole. Poteva resistere: dirà qualcuno. Doveva dimettersi: aggiungerà qualcun altro. Dov’è finita la dignità di un accademico! Si rammaricherà più di un benpensante. Ma, come nella canzone di De André, se si guarda in faccia alla realtà, sarà Bocca di rosa, ancora una volta, a dare la risposta al tempo stesso meno convenzionale e più sensata. La caduta del ministro dell’Economia, su un terreno così scivoloso quale la manovra di finanza pubblica, avrebbe aperto la strada a qualsiasi avventura. Tra i due possibili mali, era, quindi, meglio puntare sul minore, con lo scopo di limitare il danno.

EFFETTO 4 MARZO

Non si dimentichi che le elezioni del 4 marzo hanno segnato un passaggio di fase, più nel segno dell’alternativa che non della semplice alternanza del potere. Qualcosa di simile a quanto accadde dopo il 1993. Si è quindi di fronte ad un nuovo ciclo politico dalle caratteristiche non solo inedite ma ancora indefinite. Con le due forze principali – Lega e 5 stelle – che non sono in grado di separarsi, puntando su nuovi alleati per formare maggioranze alternative di destra o di sinistra. Non avendo i numeri in Parlamento. Ma costrette a convivere in una fase di transizione, tutta da definire.

LA TRINITA’ ECONOMICA

Quali gli elementi essenziali? Almeno tre, tra loro strettamente intrecciati. Il “primum vivere” coincide con la stabilità politica, senza la quale il Paese rischia di entrare in una crisi profonda e dagli esiti imprevedibili. Quel presupposto va tuttavia coniugato con una reale capacità di governo, che faccia dello sviluppo il suo perno centrale. Altrimenti che nuova fase sarebbe? Sviluppo – ecco il terzo elemento – che può dischiudere il dialogo con l’Europa. La verità è che si è davanti a una sorta di “trinità” (concetto già usato nella letteratura economica) che richiede una grande coerenza complessiva. Quella che oggi manca. Senza la quale il rischio di un possibile corto circuito aumenta in modo esponenziale.

LE MISURE ELETTORALISTICHE

Da questo punto di vista, ogni soddisfazione sarebbe fuori luogo. La stabilità è stata garantita, ma non certo il buon governo. Nella manovra domina una logica che più che “assistenziale” è prevalentemente elettoralistica. Dire che con 10 miliardi si combatte il malessere sociale di 6,5 milioni di persone (salario e pensioni di cittadinanza) è solo un bluff. Basta una semplice divisione per avere contezza della sproporzione tra bisogni e risorse messe in campo. Rimborsare anche coloro che avevano acquistato le azioni delle banche, poi fallite, è negare i fondamentali che regolano la logica dei mercati finanziari. In entrambi i casi: scelte che l’Europa non può capire.

IL TEMA PIU’ SPINOSO

Ed ecco allora il tema più spinoso. Un conto è avere manovre che danno una spinta vera alla produzione di ricchezza, un conto è presentare ipotesi fantasiose, come quelle contenute nella Nota d’aggiornamento. Nel primo caso ci sarà anche materia di discussione con la Commissione europea. Ma alla fine la quadratura del cerchio è facile da trovare. La stessa Europa è interessata alla maggior crescita possibile della sua terza potenza economica. E non solo per ragioni di prestigio a livello internazionale. Le interdipendenze del mercato unico determinano spillover anche sul fronte della crescita degli altri partner, grazie al maggior sviluppo commercio intercomunitario. La stessa moneta unica acquista forza sui mercati finanziari. Tutti elementi che consentono forti momenti di condivisione. Nel secondo caso, invece, (quello del quasi raggiro) ci si può appellare solo alla clemenza della Corte.

LA STATURA DEI LEADER EUROPEI

Esiste una relazione evidente tra i successi conseguiti da ogni governo, sul fronte interno, ed il suo prestigio internazionale. Basti guardare alla statura effettiva dei vari leader europei. Se quel presupposto manca è perfettamente inutile alzare la voce. Sarebbe il ruggito del topo. Bisogna allora arrendersi o, peggio ancora, subire le provocazioni, come avvenuto anche di recente? Tra questi due estremi, esiste la possibilità di mostrare una “forza tranquilla”, come diceva François Mitterrand. Che non è gonfiate i muscoli, ma fare appello alla razionalità. Facendo valere, in altri termini, le ragioni più profonde che spingono l’Italia a respingere una politica di semplice austerità.

LA BILANCIA DEI PAGAMENTI

Esistono? Difficile non vederle. Basti pensare al forte attivo delle partite correnti della sua bilancia dei pagamenti. Che il FMI, e non quel “barbaro’”di Matteo Salvini, invita a ridurre, facendo crescere la domanda interna. Oppure allo stesso “Fiscal Compact”: giunto al capolinea al termine dei 5 anni di non felice sperimentazione. Ben due mozioni, approvate nella passata legislatura dalla Camera e dal Senato, impegnavano il governo a votare contro il suo semplice inserimento nell’ordinamento europeo. Ed allora governava Paolo Gentiloni, non Giuseppe Conte. A dimostrazione di come un certo risentimento nei confronti di Bruxelles sia molto più antico di quanto si possa immaginare. Si potrebbe ancora continuare, ma non è necessario.

LO SCENARIO EUROPEO

Sfidare inutilmente l’Europa, invece di esporre con la fermezza, ma anche la duttilità necessaria, il proprio punto di vista serve a nulla. È una battaglia che non consente vincitori. Non perché ci siano truppe pronte ad invadere il Bel Paese. Ma perché queste polemiche fanno solo il gioco della grande speculazione internazionale. Che non lavora per la stabilità politica del Paese. Bensì per terremotarlo, al fine accaparrarsi maggiori profitti. Un gioco che richiede, appunto, quella fibrillazione costante e continua che traspare dai più recenti tracciati della borsa o dello spread. E che qualcuno con le proprie intemperanze, forse anche consapevoli, finisce per favorire.

2013.- Def: Bruxelles strattona l’Italia, il governo Conte commenta (e mormora). Tutti i dettagli

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La lettera tosta della Commissione europea sul Def, la reazione ufficiale del governo Conte, umori e malumori nella maggioranza M5s-Lega. Ecco il punto della situazione.

LA LETTERA DELLA COMMISSIONE EUROPEA

La Commissione europea non molla sul deficit. La risposta alla lettera di Tria è arrivata in 24 ore, tempi rapidi per Bruxelles, spia di una certa fretta di dare un segnale e indurre il governo a cambiare impostazione. Non è un atto di routine, come accaduto negli anni scorsi, notano gli addetti ai lavori a Bruxelles.

La lettera dell’Ue fornisce un primo giudizio negativo dei piani di politica economica dell’esecutivo M5s-Lega. Invitandolo a scrivere una manovra accettabile, perché strutturandola attorno alle cifre nel Def rischia la bocciatura immediata.

I TIMORI DI BRUXELLES

La lettera del ministro Tria ha confermato alla Ue ciò che più temeva, e che sottolinea nella sua risposta: il deficit 2019 salirà al 2,4%, e il saldo strutturale peggiorerà di 0,8 punti, invece di migliorare come ci si aspettava e come richiesto dalle regole.

I commissari Dombrovskis e Moscovici ricordano all’Italia le sue responsabilità in sede europea: ci sono delle raccomandazioni, approvate dal Consiglio, Italia compresa, il 13 luglio, che chiedono al Paese “di assicurare che il tasso di crescita nominale della spesa netta primaria non superi lo 0,1% nel 2019, che corrisponde ad un aggiustamento strutturale di 0,6% del pil nel 2019”. E’ per questo, sottolineano i commissari, che i nuovi target suscitano “seria preoccupazione”.

I NUMERI SOTTOLINEATI DAI COMMISSARI

Il tutto con una stima di crescita all’1,5%, in controtendenza rispetto alle revisioni al ribasso dell’economia attese dal Fondo monetario internazionale e già previste di recente da Confindustria e dalle agenzie di rating. Un quadro preoccupante per Bruxelles, che vede il rischio di uno scostamento significativo dall’obiettivo di medio termine, cioè il pareggio di bilancio in termini strutturali.

La seria deviazione, per la Ue, indica che il debito non scende al ritmo concordato e che quindi l’Italia non sta rispettando gli impegni presi. E le misure pro-crescita descritte dal ministro nella sua lettera non bastano a rassicurare. I commissari chiedono quindi al governo di agire prima che sia troppo tardi, cioè prima che la violazione degli impegni finisca nella legge di stabilità, cosa che costringerebbe Bruxelles a rigettarla subito, chiedendone una nuova al Parlamento entro fine ottobre.

CHE COSA AVEVA DETTO TRIA

“Sono ottimista”, assicura il ministro Tria, che si dice convinto che si aprirà un “confronto costruttivo”. Anche perché “i deficit fanno parte degli strumenti di politica economica consentiti dalla prassi”. Tria spiega la necessità, in un contesto di una congiuntura che rallenta, di fare una manovra espansiva. Ma questo – scrive il governo nel Def – solo in parte poggerà sull’aumento del deficit. Investimenti, sostegno al reddito, politiche a favore delle imprese consentiranno di spingere sull’acceleratore del Pil, richiedono risorse. Per far quadrare i conti bisognerà anche tirare la cinghia su altri fronti, a partire dai tagli di spesa, nei ministeri e non solo, e da una nuova, inaspettata, stretta fiscale: dalla cancellazione di incentivi all’aumento degli acconti delle imposte sui redditi.

LA REAZIONE DI PALAZZO CHIGI

Subito dopo la lettera di Bruxelles, sono arrivate le prime reazioni da parte della presidenza del Consiglio. “In merito alla lettera di risposta inviata al ministro Tria, fonti di Palazzo Chigi fanno presente che non c’è stata alcuna bocciatura da parte dell’Ue, anche perché non è stata ancora avviata – né poteva essere – alcuna interlocuzione formale. La valutazione della Commissione Ue, si ricorda, avverrà in base al documento “draft budgetary plan” che sarà inviato dal governo italiano entro il 15 ottobre.

Il governo, inoltre, secondo Palazzo Chigi, rimane fortemente convinto della bontà delle misure che andranno a costituire la manovra economica. Altrettanto forte è la volontà ad avviare un dialogo costruttivo con l’Ue, hanno aggiunto fonti di Palazzo Chigi in merito alla lettera inviata dall’Ue al ministro del Tesoro Tria sul Def.

I TWEET EMBLEMATICI DI BAGNAI (LEGA)

Emblematico degli umori e dei malumori in casa della Lega di Matteo Salvini è il tweet di Alberto Bagnai, presidente della commissione Bilancio del Senato e portavoce della Lega su questioni economiche.

Alberto Bagnai

Sono ridicoli. Imporci l’austerità ha creato sufficienti problemi anche a casa loro. Questi padri dell’Europa che credono che la loro figlia correrà più in fretta alleggerendosi col taglio di una delle due gambe manifatturiere sono pericolosi, ma soprattutto ridicoli.

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LA REAZIONE DI BARRA CARACCIOLO, SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI EUROPEI

Ancor più diretto il tweet di Luciano Barra Caracciolo, giurista, sottosegretario della presidenza del Consiglio agli Affari europei, dicastero retto da Paolo Savona:

LucianoBarraCaraccio

Rassicurare imercati con atteggiamenti di buon senso macroeconomico
La Commissione cita le “raccomandazioni del Consiglio”…
Ma davvero credono che la crescita e quindi il rapporto debito/PIL migliorino con deficit a 1 virgola mai ottenuto prima (e certo non da FRA e ESP)?

L’INTERVENTO DI SAVONA

D’altronde la posizione del governo sul merito della lettera giunta da Bruxelles è rintracciabile in un recente intervento del ministro Paolo Savona pubblicato da Mf/Milano Finanza, Italia Oggi e Start Magazine.

Ecco i passi salienti dell’intervento con un raffronto Italia-Francia e gli auspici per un cambio di impostazione nei palazzi europei:

“Si sente ripetere che la Francia può programmare un deficit di bilancio per il 2,8% del suo PIL, mentre l’Italia non potrebbe, perché il suo debito pubblico è inferiore al nostro. Queste affermazioni sono fuori da ogni schema logico di macroeconomia e paiono frutto di ideologia e superficiale valutazione della realtà. La Francia ha un doppio (twin) deficit, di bilancia estera e pubblica, accompagnato da un aumento dei prezzi al consumo che ha recentemente superato il tetto stabilito dalla BCE. Unica nei principali paesi dell’euroarea, il suo disavanzo estero di parte corrente è dell’1,1% del Pil, seguita solo dalla Grecia con il con l’1,2%. Vive cioè al di sopra delle proprie risorse. Il suo deficit di bilancio pubblico è del 2,4%, a livello di quello preventivato per il 2019 dall’Italia, attualmente al 2%. I dati sono quelli del The Economist che sono ben standardizzati per i confronti internazionali.

Questa condizione richiederebbe una stretta fiscale, ma il saggio di crescita reale della Francia è nell’ordine dell’1,7%, leggermente superiore al nostro, comunque insufficiente per affrontare la sua disoccupazione del 9,2%, non discosta dal 10,4% dell’Italia; ha dovuto pertanto scegliere se procedere nella direzione della stretta fiscale o puntare alla ripresa produttiva. Si può discutere se ha scelto di attivare lo strumento adatto, ossia la riduzione delle tasse, ma si deve ritenere che, se ha deciso di aumentare il deficit pubblico, la sua scelta è comprensibile, pur essendo conscia che il risultato sarà un peggioramento dei due deficit. Essa porta quest’onere a carico del resto del mondo assorbendo risparmio estero.

L’Italia ha invece un avanzo di parte corrente sull’estero del 2,5%, vive cioè al di sotto delle sue risorse, e ha un 2% per cento di deficit pubblico. La concezione più elementare di politica economica suggerisce di espandere la domanda interna; secondo i canoni più classici anche “scavando fosse o costruendo piramidi”. Intende invece affrontare la sua crisi di crescita, attualmente la più bassa dei principali paesi dell’eurozona, puntando a un mix tra investimenti, per stimolare la crescita, e spese correnti per combattere, in particolare, la povertà e la disoccupazione giovanile. Essa non chiede di assorbire risparmio estero, ossia portare il peso dell’aggiustamento sugli altri. Anche per l’Italia si può discutere se ha scelto gli strumenti adatti, ma la discussione deve avvenire nel quadro della dinamica politica che deve affrontare“.

2011.- LI CHIAMANO INVESTIMENTI: NON POTEVA FUNZIONARE E NON FUNZIONA.

L’hanno chiamata “manovra del popolo” ed è una “manovra del…piffero”. Nel Def, tre furbate per far tornare i conti.

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Due persone serie strette fra le sgomitate elettorali dei vice presidenti, in competizione tra loro, dovrebbero fare ripartire l’economia investendo nelle imprese 2 miliardi su 40 della manovra.

Crescita gonfiata, il ritorno delle clausole e 10 miliardi di privatizzazioni: così Tria chiude una nota indigesta per l’Europa. Verso una manovra da 40 miliardi, per lo più in deficit. 10 miliardi vanno al reddito di cittadinanza, 7 a quota 100 e l’ennesima favola delle privatizzazioni: Svendita del patrimonio pubblico per finanziare le paghette. Come sempre, quasi nessuno comprerà e qualcosa ci resterà.

 

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“Noi facciamo quello che abbiamo promesso e non ci muoveremo da lì “ (… perché non sappiamo come si fa). Che un ignorante, che non ha mai lavorato, possa governare una nazione perché eletto da una massa di ignoranti  è cosa che non sta né in cielo né in terra. Con gli 80€ di Renzi abbiamo perso quasi tre anni (Lasciateci provare); ora, con i 780€ di Di Maio rischiamo di perdere quel poco che rimane. E Salvini: “L’Italia ha già dato”. E la Merkel ci rispedisce due charter di migranti. Questa non è democrazia.

L’articolo di Giuseppe Colombo e Pietro Salvatori per Huffington Post contiene alcune riflessioni condivisibili.

 

Una crescita ipertrofica, il ricorso monstre a quelle privatizzazioni che sono tradizionalmente foriere di delusioni, le clausole di salvaguardia sull’Iva che restano per il 2020 e il 2021. È un tridente ambizioso, ma fragile nella sua struttura, quello che il governo gialloverde schiera nella Nota di aggiornamento al Def, la cornice della manovra, trasmessa alle Camere con una settimana di ritardo rispetto alla scadenza e dopo lunghissime giornate di fibrillazioni sulla direttrice Roma-Bruxelles, ma anche e soprattutto tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio sulla spartizione della torta, con il Tesoro preso d’assalto per trovare la quadra. È un tridente spuntato perché poggia su tre elementi che per l’esecutivo sono in grado di fare tornare i conti, ma per i principali osservatori e decisori – cioè Bruxelles e i mercati – la prospettiva si delinea già come ben diversa, cioè indigesta.

Un tridente con tre “furbate” per provare a tenere in piedi la promessa di abbattere il debito di ben quattro punti percentuali in tre anni e di ridurre progressivamente il deficit. Scavando, però, dentro l’operazione sui conti si scopre un vulnus profondo, quello relativo al cosiddetto saldo strutturale, l’indicatore a cui guarderà Bruxelles per valutare la solidità e la serietà degli impegni. In tutte le interlocuzioni che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha avuto con la Commissione europea da quando è nato il governo fino a un mese, l’impegno è sempre stato quello di migliorare il deficit strutturale. Ora, nella Nota, è previsto un peggioramento dello 0,8% per il 2019, 2020 e 2021. E così, nero su bianco, il governo scrive che il processo di riduzione dell’indebitamento strutturale partirà solo dal 2022. Altra regola che il governo ammette già di non potere rispettare è quella del debito. L’andamento è decrescente, ma il rapporto debito-Pil nel 2021 è previsto eccedere il benchmark di 3,9 punti percentuali.

La super crescita si diceva. Le stime del Pil (1,5% nel 2019, 1,6% nel 2020 e 1,4% nel 2021) sono portate a livelli molto distanti rispetto alle previsioni dei principali organismi nazionali e internazionali, che collocano in media l’asticella intorno all’1-1,1 per cento per il prossimo anno. Come fa il governo a spingersi così in alto? La risposta si trova tra i numeri della Nota di aggiornamento, accompagnati da un ragionamento politico: l’impatto sul Pil delle misure previste, dal reddito di cittadinanza al superamento della Fornero, è pari allo 0,6 per cento per quanto riguarda il 2019, allo 0,5% nel 2020 e allo 0,3% l’anno successivo. Che sia un’operazione ambiziosa lo riconosce lo stesso Tria nella prefazione che apre la Nota, rilanciando al rialzo: “Questi obiettivi di crescita economica sono ambiziosi ma realistici, e potrebbero essere oltrepassati, per almeno due motivi”. Qui entrano in gioco altri due frecce che il governo pensa siano in grado di centrare il bersaglio della crescita, ma che rischiano alla fine di trasformarsi in boomerang: un piano di rilancio degli investimenti pubblici, che negli ultimi anni non sono mai decollati, e la convinzione – si legge sempre nel testo – “che una volta che il programma di politica economica del Governo sarà approvato dal Parlamento, si dissolva l’incertezza che ha gravato sul mercato dei titoli di Stato negli ultimi mesi”. In pratica un’inversione dello spread, che però nelle ultime settimane ha mostrato una dinamica totalmente opposta: è salito, anche oltre gli 300 punti, quando le discussioni sulla manovra si focalizzavano su prospettive vicine allo schema finale tracciato per i conti pubblici.

Un’altra bacchetta magica che il governo è pronto a imbracciare è quella delle privatizzazioni. Nel biennio 2019-2020 – è la stima del governo – si punta a incassare circa 10 miliardi in modo da riversarli nell’operazione di abbattimento del rapporto debito/Pil. E’ una ricetta antica, che ora viene rispolverata, ma che negli ultimi anni ha avuto un iter alquanto complesso, portando un magro bottino nelle casse dello Stato. Era il 1992 quando si pensò alle privatizzazioni per abbattere il debito. In mezzo ci sono più di 25 anni di operazioni travagliate e insuccessi. Basta pensare al grande piano di dismissioni lanciato da Berlusconi nel 2001: si volevano portare a casa 60 miliardi, ma alla fine il risultato fu il trasferimento delle quote di Enel, Eni e altri asset strategici dal Tesoro alla Cassa depositi e prestiti. C’è la storia del tentativo non riuscito su Alitalia e molti altri esempi. La ricetta, riproposta, ingloba molte incognite e poche certezze. Pacchetto che contempla la vendita del patrimonio immobiliare e il proposito di rivedere di rivedere i canoni di concessionari, riferimento quest’ultimo alla vicenda Autostrade.

Capitolo clausole di salvaguardia sull’Iva. Nel 2019 l’Iva non aumenterà e si farà ricorso all’extra deficit, ma nel 2020 e nel 2021 le clausole ci saranno ancora: saranno ridotte come portata, e questo porterà a un beneficio sul deficit, ma l’altra faccia della medaglia contempla l’aumento, anche se limitato, dell’imposta. Uno schema, quindi, che da una parte punta a un beneficio, ma dall’altro ha un costo politico altissimo. Ma appare una via obbligata perché le risorse per coprire le misure, soprattutto nel 2020 e nel 2021, sono ridotte al lumicino.

Qui si innesta la seconda partita dell’operazione conti pubblici, cioè le misure da inserire nella manovra. Dopo l’ennesima giornata di tensioni sulla spartizione delle risorse, alla fine si decide una composizione che assegna 10 miliardi al reddito di cittadinanza (9 per le pensioni e il reddito, 1 per la riforma dei centri per l’impiego), 7 miliardi alla quota 100 per il superamento della legge Fornero sulle pensioni, 2 per la flat tax al 15% destinata alle partite Iva, 1 miliardi per le assunzioni nelle forze dell’ordine e 1,5 miliardi per i risparmiatori che hanno avuto perdite per colpa dei fallimenti bancari. La spartizione è definita, ma non è detto che accontenti Salvini e Di Maio. Fonti di governo, infatti, riferiscono di malumori in capo al leader della Lega che sarebbe stato costretto a ridurre la portata della quota 100 per chiudere l’accordo con i 5 Stelle. L’importo di 7 miliardi, in effetti, delinea il bacino più ristretto tra tutti quelli ipotizzati nelle scorse settimane: 400mila uscite e quota 100 solo con la formula 62+38 (età anagrafica+anni di contributi) a fronte di 495mila prepensionamenti che sarebbero stati garantiti se si avessero avuti a disposizione 8,5 miliardi.

 

2008.- Tra sussidi che creano gli schiavi di Stato, panni caldi e spese immorali


Una manovra propagandista, da campagna elettorale e un ricatto: “Lasciateci finire la legislatura e noi avremo ridotto il deficit”: quel deficit in ascensore, che sale e che scende. Andare a debito per produrre più ricchezza di quanto ci si indebita è un sano criterio; ma gli investimenti che dovrebbero compensare e giustificare il deficit, stando allo stillicidio di notizie, sono di scarsa qualità: 20 miliardi di investimenti di sopravvivenza. Niente di meritocratico, capace di impegnare le risorse migliori nel rilancio dell’economia. Un miliardo per i nuovi 10.000 agenti, un’altro, dico uno, alla Sanità. Per fare che? 7 miliardi per le pensioni anticipate, cancellando la Fornero. Saranno 400.000 a poterne beneficiare e – udite! – saranno 400.000 disoccupati in meno. Sì, perché le aziende navigano nell’oro e riassumeranno, oppure, ma a casa loro, va via un esperienza di decenni e arriva un ragazzo a prenderne il posto. Non sempre è possibile. Poi, 2 miliardi per la Flat Tax alle partite IVA, e ci sta. E siamo a undici miliardi; nove di non investimenti produttivi; ma, ecco la campagna elettorale dei 5 Stelle: 10 miliardi per esorcizzare i Centri per l’Impiego: 9.000 persone abituate a non produrre risultati e, comunque, miliardi per i poveri, i diseredati, i disoccupati volontari e non, ma anche per i lavoratori in nero, i rom, gli immigrati, le prostitute e le loro mafie. Fossero 10 miliardi solo per i 5.000.000 di poveri, sarebbero 2.000€ a testa. Pochi! Il reddito si fa con il Lavoro, non con le paghette! Dopo il can-can sull’immigrazione, le ONG sono state fermate, ma siamo “pieni” e non vi è cenno di un piano di rimpatri. Non si parla di sostegni alla maternità e siamo una società a termine. Vuoi vedere che il PIL del futuro crescerà con le risorse della Boldrini? Avremo un fondo per i truffati dalle banche, ma non sarà a carico dei truffatori, bensì dei conti dormienti dei cittadini, cioè, ce lo paghiamo. Il Governo sembra alternarsi fra le boutade alla Pontida, le grida del San Paolo di Napoli: “Vulite, friccica?” e le lezioni compassate della Sapienza. Se non altro, abbiamo capito quanto grande sia la percentuale dei cittadini inconsapevoli. Saranno liberi di acquistare quello che non è immorale, come vuole Di Maio o accetteranno qualsiasi lavoro uscirà dal cilindro magico digitale. Mi lascio andare a una profezia: L’esecutivo europeo partirà con un No, ridurrà di qualcosa il 2,4%, ma, alla fine, accetterà la crescita del debito perché questa è l’arma dei poteri finanziari. La usano in Africa, l’hanno usata in Grecia e, ora, la useranno per dare il colpo finale agli italiani, fra gli applausi dei veri poveri, dei rom, degli immigrati, delle prostitute e delle loro mafie: Tutti rigorosamente in nero, a contributi zero e, in più, a paghetta, sia che sia reddito o che sia pensione. I neoliberisti sono alle stelle e i comunisti del piffero anche. Ma noi? Noi dovremmo chiedere al Governo di avere più coraggio e di aumentare, per quanto occorre, il suo piano d’investimenti perché siamo un popolo di lavoratori e VOGLIAMO LAVORARE!

verticedef

 

Le uniche spese immorali sono quelle della legge di Bilancio

Luigi Di Maio si lancia nella moralizzazione degli acquisti con il reddito di cittadinanza ma, dal condono alle contro-riforma Fornero, le uniche spese pazze sembrano quelle

della Legge di Bilancio.

Passa la voglia di fare ironia sulle uscite di Luigi Di Maio sulle “spese immorali” che i beneficiari dello pseudo-reddito di cittadinanza non saranno autorizzati a compiere. Le sigarette, magari, i gratta e vinci, un nuovo rasoio elettrico. Chissà. Il reddito sarà erogato su una carta e questo permette la tracciabilità, ha spiegato il vicepremier. Ed è fin troppo semplice accusare il governo di “effetto 1984”, cioè di puntare a un ecosistema orwelliano tenuto strettamente sotto controllo. In cui la povertà è abolita ma solo se si acquista quanto permesso, in una personalissima concezione di dignità.Insomma, non interessa fare ironia se non, magari, sottolineare la pochezza tecnologica con cui si sta mettendo in cantiere il provvedimento, con il Team per la trasformazione digitale che sta per perdere il suo demiurgo Diego Piacentini. Stesso discorso per i centri per l’impiego (datemi il tempo di metterli a posto e un software per gestirli), che impiegano “appena” 9mila persone in 550 sportelli. I numeri dell’Istat ci raccontano come il Italia i disoccupati che hanno trovato impiego si sono rivolti a questi uffici soltanto nel 2,4% dei casi, preferendo contattare amici e parenti (40,7%) o direttamente i potenziali datori di lavoro (17,4%).

Anche le imprese vi si rivolgono poco o nulla: secondo l’ultima rilevazione disponibile (Unioncamere-Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, 2015), nel 2014 appena l’1,5% delle aziende ha utilizzato per ricerca e selezione del personale un centro di collocamento. Dovrà essere miracoloso, il software che vuole Di Maio. Certo, qualcosa di più di Rousseau e delle piattaforme che girano alla Casaleggio & dintorni.

Il punto però è un altro. E il tira e molla dell’ultima settimana – partito dal balcone di palazzo Chigi e transitato sul barcone sul Tevere dove il cerchio pentastellato avrebbe bissato i festeggiamenti – sta a dimostrarlo. Se vogliamo dirla, tutta le uniche “spese immorali” che si vedono al momento sul tavolo sono quelle messe in cantiere dalla maggioranza per la prossima legge di Bilancio, anticipate dal perimetro che si sta costruendo con un faticoso (e al momento virtuale) Documento di economia e finanza.

Sono immorali per una grande quantità di ragioni.

  1. Mettono a repentaglio gli impegni di riduzione del deficit, in ottica debito, assunti con l’Unione Europea.
  2. Fin dallo scorso giugno stanno partorendo maggiori spese per gli interessi legati al rifinanziamento di quello stesso debito. Cioè stanno togliendo agli italiani mentre promettono di dare.
  3. Spostano sulle generazioni future, già praticamente certe di una pensione da cani, il peso di un welfare tutto orientato alle fasce più anziane della popolazione. Certo da tutelare, ma che sfoggiano evidentemente un peso elettorale maggiore rispetto ai giovani di questo Paese, pochi e disorganizzati. Oltre che disoccupati.
  4. Si mette in cantiere l’ennesimo condono fiscale e forse pure previdenziale, in un Paese dissanguato dall’evasione e non si introduce alcuno strumento di equità e giustizia (piccolo ma significativo esempio: qualche bella sanzione per chi non usa i POS, visto che a Di Maio sembra piacere molto la tracciabilità?).
  5. Si prendono in giro quegli stessi giovani che si ignorano. Basti leggere le dichiarazioni di ieri del ministro degli Affari europei, ma dell’Economia in pectore, Paolo Savona:

La revisione della legge Fornero sulle pensioni è stata decisa perché siamo sufficientemente convinti che avrà un moltiplicatore per cui ogni pensionato trascinerà due giovani nel sistema del lavoro.

Ma Questo non è detto, è anzi abbastanza improbabile. Come ha detto qualche giorno fa il presidente dell’Inps Tito Boeri:

Non c’è nessuna garanzia che i giovani vadano a sostituire i nuovi pensionati, dal momento che le aziende reagiscono a seconda delle situazioni in cui si trovano e potrebbero approfittare di questo per gestire lo smaltimento organici.

Nella storia del nostro Paese non c’è mai stata la sostituzione dei pensionati con i giovani.

Non è forse immorale parlare in questi termini e spacciare simili illusioni? Ce ne sarebbero molte altre, di ragioni per cui le uniche “spese immorali” sono quelle di Di Maio e dei suoi fratelli al governo.

Un altra potrebbe essere lo stesso metodo utilizzato in questi giorni, che mette sotto accusa i tecnici dei ministeri per lavarsene le mani, quando l’allocazione delle risorse di bilancio è una questione squisitamente politica, così come i tagli. Ma questa strategia torna utile per mostrarsi agli elettori sempre con le mani pulite.

Altro motivo è il balletto delle cifre sia all’interno della maggioranza che nelle dinamiche che vengono comunicate, spesso a vuoto o con spazi bianchi da riempire. Dal 2,4% annuale del deficit triennale si è passati a un percorso “più morbido” per i due anni seguenti (2,1%, 1,8%).

Poco degno anche il battibecco con l’Unione Europea, che non ci dà più soldi – come alcuni forse pensano – ma ci ricorda di non indebitarci ulteriormente. O infine l’allusione continua ai “piani B” e alle “monete nazionali”, per alcuni evidentemente reale obiettivo di governo.

Taglio-ACE

Taglio detrazioni fiscali per finanziare la Legge di Bilancio

Ipotesi taglio di due punti per le detrazioni fiscali al 19%, oppure intervento sull’agevolazione mutui: cosa succederà all’IRPEF in Legge di Bilancio.

Flat tax da una parte, taglio delle detrazioni IRPEF al 19% in dichiarazione dei redditi dall’altra: è una delle ipotesi che circolano negli ultimi giorni in relazione alla Legge di Bilancio 2019. Il punto è sempre lo stesso: bisogna recuperare risorse per finanziare la manovra, anche dopo aver alzato l’asticella del deficit/PIL al 2,4%.

Già il capitolo IRPEF era fra i più incerti vista la proposta di rimodulazione delle aliquote (da cinque a tre, oppure una riduzione del primo scaglione dal 23 al 22%). Ora, si pensa addirittura di ridurre lo sconto IRPEF portandolo al al 17%.Significa toccare una delle voci più utilizzate in dichiarazione dei redditi, ovvero la detrazione su spese sanitarie, farmaci, mutui, spese universitarie, e via dicendo. In realtà non è chiaro se si tratterebbe di un taglio lineare, che quindi riguarderebbe tutte le voci che attualmente ricadono sotto la detrazioni al 19%, oppure solo alcune. Una delle voci di cui si parla con più insistenza è quella sui mutui.

L’ipotesi sta circolando insistentemente, per quanto sia difficile da inserire nel contesto di una manovra che ha fra gli obiettivi principali quello di abbassare le tasse. Obiettivo perseguito con la flat tax per le Partite IVA (con due scaglioni a 65mila e 100mila euro) nel 2019 e nel corso degli anni per tutti i contribuenti.

Sembra quindi in controtendenza con questo obiettivo l’idea, nel frattempo, di alzare le tasse. E un taglio alla detrazione del 19%, anche nell’ipotesi in cui venga limitata ai soli mutui, sarebbe indubbiamente un incremento fiscale. Secondo i calcoli Uil, un taglio di due punti alla detrazione del 19%consentirebbe un maggior gettito di 580 milioni di euro all’anno, che però graverebbe soprattutto sui redditi fino a 35mila euro lordi.

2005.- Juncker, parla Rinaldi: “Sembra Maria Antonietta. Ultima chiamata per salvare l’Europa”

C’è grande attivismo a Bruxelles contro la manovra del Governo e, in particolare, contro l’intenzione di portare il rapporto deficit/PIL al 2,4%. Trovo poco serio, da parte del vicepresidente della Commissione Ue, avere affermato, entrando all’Eurogruppo: “Aspettiamo la bozza di legge di stabilità” ma “a una prima vista” i piani di bilancio italiani “non sembrano compatibili con le regole del Patto”. Un conto è che discutiamo noi, fra noi della manovra palesando le aspettative su investimenti più marcatamente idonei a stimolare la produzione di ricchezza e le critiche per l’anticipo dato al sostegno ai deboli senza ancora poterne disporre, altro conto è che l’esecutivo Ue si lasci andare a giudizi, comunque, negativi, prima di avere esaminato in dettaglio quel piano d’investimenti, tutt’altro che definitivo, che tutti attendiamo di conoscere e sul quale ognuno potrà avere le sue opinioni. Più accettabile è l’osservazione del commissario agli affari economici, Pierre Moscovici: “Per il momento quello che so è che il deficit del 2,4%, non solo per l’anno prossimo ma per tre anni, rappresenta una deviazione molto, molto significativa rispetto agli impegni presi” dall’Italia.” Infatti, le opinioni a confronto non guardano precisamente al deficit, alle cambiali sottoscritte, come dice Giorgia Meloni, ma alla ricchezza che saremo capaci di produrre con gli investimenti che il Governo intende realizzare. Riguardo alle regole del Patto e agli impegni presi, possiamo ben affermare che su quella via non avremmo trovato la soluzione alla stagnazione della nostra economia e l’esecutivo Ue deve riflettere e dare una motivazione al nostro stare nell’eurozona. Con gli interventi strutturali che andremo a realizzare si deve stimolare la crescita e far  scendere il debito. Sul come riuscirci, è compito del Governo. Se non ci riesce, cambierà gli interventi, altrimenti, cambieremo il governo. Il presidente della Commissione europea Jean-Claud Juncker, purtroppo, per lui, ha perso ogni credibilità e può dire ciò che vuole. Attendano, quindi, la bozza di legge di stabilità, senza creare tensioni che non portano bene all’economia, non solo italiana. Ripubblico l’intervista dell’amico Antonio Maria Rinaldi.

Il presidente della Commissione europea Jean-Claud Juncker è sceso in campo commentando la decisione del governo italiano di sforare il rapporto deficit-pil del 2,4%: «Se l’Italia vuole un trattamento particolare supplementare, questo vorrebbe dire la fine dell’euro. Bisogna essere molto rigidi», ha dichiarato in un intervento in Germania, citato dai media internazionali. Intanto continuano le turbolenze nei mercati, con lo spread inizialmente a 300 punti poi scesi a 295. Negativo anche l’avvio di Piazza Affari. Lo Speciale ne ha parlato con l’economista Antonio Maria Rinaldi, animatore del sito Scenari Economici.

Come commenta le parole di Juncker?

Penso che il presidente della Commissione europea commetta un grande errore nel vedere soltanto la punta del proprio naso invece che la luna”.

In che senso?

“Nel senso che se è davvero convinto della necessità di essere rigidi con l’Italia per mettere in sicurezza l’euro, allora significa che non ha ancora capito come questa cieca rigidità non produrrà altro risultato che la disgregazione dell’Unione Europea”.

Cosa glielo fa pensare?

“A Bruxelles non hanno compreso che ormai da parte dei cittadini italiani, ma direi anche degli altri Paesi, c’è la consapevolezza che la governance europea non abbia saputo affrontare e risolvere i problemi dell’economia reale in fatto di occupazione, lotta alla povertà, diritti inalienabili, perseguendo soltanto politiche a supporto della Finanza e delle grandi multinazionali. Juncker farebbe meglio a tacere”.

Ma come mai adesso l’Italia diventa così importante al punto da mettere persino in pericolo l’euro?

“Perché se dovesse passare la linea dell’Italia, ossia quella di fare gli interessi dei cittadini avanti a tutto ed in modo particolare ai diktat europei, anche gli altri Paesi che si trovano nelle stesse condizioni potrebbero seguirne l’esempio. In pratica se vince la linea dell’Italia, rischierebbe di essere messa in discussione una volta per tutte quella funzione di rigido controllo dei bilanci che Bruxelles esercita sugli Stati. E’ come un tappo che salta liberando tutto quello che fino ad ora è stato contenuto. Badate bene però che questo discorso vale soltanto per l’Italia, perché verso la Francia che ha condizioni peggiori di noi in termini macroeconomici, nessuno ha mai protestato tutte le volte che ha sforato il deficit. Juncker e company dovrebbero fare invece un doveroso mea culpa e capire dove hanno sbagliato, cercando di mettere in moto dei meccanismi capaci di far funzionare e rendere sostenibile l’Unione europea per tutti”.

Lo spread sale, i mercati sono in agitazione, stanno forse preparando una crisi politica?

“Sono le conseguenze delle dichiarazioni a borsa aperta di Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari economici. Dichiarazioni assolutamente fuori luogo, anche perché prima di parlare dell’Italia dovrebbe preoccuparsi dei problemi del suo Paese dove è stato ministro dell’Economia. Qui si sta facendo un gioco che non esito a definire sporco. Stavolta però da parte dei cittadini c’è una consapevolezza molto diversa da quella del 2011, quando con la leva dello spread fu messo in atto quello che io definisco un colpo di stato finanziario, con la defenestrazione di un governo eletto dai cittadini e la sua sostituzione con un esecutivo tecnico privo di legittimazione popolare. Questa volta il giochino lo abbiamo capito tutti e questo spaventa i signori di Bruxelles chiusi nelle loro torri d’avorio e incapaci di interpretare il sentire popolare. Mi sembrano come Maria Antonietta con le brioches e forse capiranno i loro errori soltanto quando sarà troppo tardi per salvare l’Europa”.

Le mancate dimissioni di Tria come vanno lette? Come la necessità di restare a via XX Settembre per rassicurare l’Europa, i mercati e il Capo dello Stato?

“Tria non ha mai pensato di dimettersi e non mi risulta nemmeno abbia perorato ossessivamente la causa dell’1,6% o addirittura si sia detto disponibile a non andare oltre l’1,9%. Come dice il ministro Paolo Savona non si può scrivere un bilancio partendo da una percentuale, nessun testo di economia lo prevede. Prima si fissano gli obiettivi in termini di crescita economica, rilancio dell’occupazione, investimenti e lotta alla povertà, e poi si tirano le somme e si fanno i conti fissando i punti percentuali. Capisco che da parte dei media vi sia la necessità di creare il caso politico, ma a me non risulta che ci sia stata questa grande tensione nel governo, al di là di una normale dialettica politica. Tante cose dette e scritte nei giorni scorsi mi sono sembrate ricostruzioni da Grande Fratello”.

Valdis Dombrovskis, Pierre Moscovici, Jean-Claud Juncker. Salvini ha respinto l’intervento di Juncker: “In Italia nessuno – ha detto – si beve le minacce di Juncker, che ora associa il nostro Paese alla Grecia. Vogliamo lavorare per rispondere ai bisogni dei nostri cittadini. I diritti al lavoro, alla sicurezza e alla salute sono priorità del governo e andremo fino in fondo. Alla faccia di chi rimpiange l’Italia impaurita, quella con le aziende e il futuro in svendita. Non ci fermeranno. Basta minacce e insulti dall’Europa, l’Italia è un paese sovrano”. Mattarella lo sa?

2002.- EUROPA: CHI STA CON GLI STATI SOCIALI E CON LA CRISTIANITA’ E CHI NO

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La Macedonia dice no all’Europa: fallisce il referendum per cambiare in FYROM il nome del Paese. Il tanto atteso referendum, consultivo e non vincolante, sull’accordo con la Grecia per il nuovo nome del Paese ex jugoslavo (Macedonia del nord) non ha raggiunto il quorum: il presidente nazionalista Ivanov aveva invitato al boicottaggio perché l’accordo è una «flagrante violazione della sovranità» nazionale macedone e una capitolazione di fronte agli interessi greci. Il presidente nazionalista Gjorgje Ivanov aveva dichiarato: «Questa è la Macedonia, qui vivono i macedoni, la nostra identità è quella macedone, la nostra lingua è il macedone, i nostri antenati erano macedoni». Per l’approvazione delle modifiche costituzionali legate all’accordo con la Grecia per il nuovo nome è richiesta la maggioranza dei due terzi, che attualmente il governo non ha. L’affluenza alle urne non ha raggiunto il 50% più uno. L’ultimo dato diffuso dalla commissione elettorale parlava di una partecipazione di appena sopra il 34% alle 18.30, mezz’ora prima della chiusura dei seggi. A metà dei voti scrutinati, oltre il 90,8% dei votanti aveva scelto il cambio di nome, rispetto al 6,18% dei no. Da Bruxelles – che aveva posto la soluzione sul nome conteso con la Grecia come condizione al cammino di adesione all’Ue – anche il Commissario all’allargamento Johannes Hahn ha invitato in un tweet «tutti i partiti» a tenere conto «con grande senso di responsabilità» della «notevole maggioranza di voti a favore» dell’accordo, nonostante non si sia raggiunto il quorum.

Il problema esiste da quando nel 1991 la Macedonia dichiarò la sua indipendenza dalla Jugoslavia scegliendo il nome “Repubblica di Macedonia”, lo stesso nome che aveva quando faceva parte della federazione jugoslava. Diversi politici greci accusarono il nuovo paese di essersi appropriato di un nome e di un’identità culturale e storica appartenente a un’area geografica e una storia – quella dell’antico regno macedone – di tradizione prevalentemente greca. Secondo questa tesi, la Repubblica di Macedonia si era appropriata di figure come Alessandro Magno e altri simboli antichi. Il loro uso è percepito come una scorrettezza e una minaccia per la regione più settentrionale della Grecia (che infatti si chiama Macedonia): per questo motivo la Grecia ha sempre posto il veto all’ingresso della Macedonia nell’UE o nella NATO, spiegando che prima andava risolta la questione del nome e dell’eredità dell’antico regno macedone.

Per evitare problemi nel 1993 le Nazioni Unite accettarono la Macedonia a patto che il suo nome ufficiale fosse FYROM,“Former Yugoslav Republic of Macedonia” . Nel 1995 il contenzioso tra Grecia e Macedonia arrivò alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja: nel 2011 la Corte diede ragione alla Macedonia, che ha infatti continuato a chiamarsi con il nome scelto nel 1991. Ma la Grecia ha comunque continuato ad opporsi all’entrata della Macedonia nell’Unione Europea e nella NATO.

Il referendum chiedeva proprio ai cittadini di rispondere alla domanda «Sei favorevole a entrare nella NATO e nella Unione Europea, e accetti l’accordo tra Repubblica di Macedonia e Grecia?». Il principio di accordo era stato firmato a giugno da Zaev e dal primo ministro greco Alexis Tsipras, dopo un voto favorevole da parte del parlamento greco.

La disputa con la Grecia dura da 27 anni, ma una è la Macedonia ed è quella del Nord.

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Londra fuori, Turchia e Macedonia dentro. Europa, fatti una domanda… titola il Secolo d’Italia.

Il referendum in Macedonia sull’ingresso del Paese balcanico nell’Unione europea e sul cambio del nome per contrasti con la Grecia, “ha riportato” all’attenzione dell’Europa lo stato disastroso della Ue. Il Paese poverissimo nato dalla frantumazione della Jugoslavia vorrebbe entrare nella ricca Ue (ha presentato domanda di adesione nel 2004), allo scopo di ricevere sostanziosi finanziamenti per “progetti” di sviluppo, mentre. ad esempio, la Serbia, molto più ricca ed evoluta della Macedonia, è ostacolata con ringhioso sospetto dagli eurocrati di Bruxelles. E questo a causa della guerra di Bosnia, nel corso della quale Onu, Ue e Usa hanno preso smaccatamente parte contro Belgrado e a favore dei musulmani. Il risultato finale della guerra di Bosnia è stato che ora abbiamo due Stati musulmani piantati nel cuore dell’Europa. Dei sei Stati in cui si è polverizzata la Jugoslavia solo due, Croazia e Slovenia, sono stati accolti. Diverso il discorso della Turchia, che geograficamente neanche fa parte dell’Europa, che ha presentato domanda nel lontanissimo 1987, e la cui candidatura è stata sostenuta per anni dalla sinistra europea, Italia compresa. Sembrava cosa fatta, se non che la Turchia, membro della Nato, ha iniziato una deriva fondamentalista che ha raffreddato gli animi e aperto gli occhi ai popoli europei sulla presidenza Erdogan. Senza contare le proteste sanguinose, i disordini, la repressione, ricordiamo che le truppe di Ankara (assegnate alla NATO, cui contribuiamo pesantemente in denaro e con una batteria di missili a difesa di Ankara. ndr) hanno invaso militarmente uno Stato sovrano, la Siria, senza che le sedicenti organizzazioni internazionali, Onu, Ue, Nato, dicessero nulla, mentre quando la Serbia fece esattamente lo stesso per proteggere l’unità del Paese, fu addirittura bombardata dagli Stati “democratici”. La Turchia inoltre continua a perseguitare i curdi, forte minoranza etnica nel Paese (si stima intorno a 20 milioni la popolazione curda in Turchia) e a effettuare arresti politici indiscriminati. Su Ankara inoltre pesa il genocidio degli Armeni del 1915 che si rifiuta di ammettere nonostante la mole di prove. Candidate all’ingresso nella Ue anche Albania e Montenegro, mentre Romania e Bulgaria già sono dentro. Se si considera che il Regno Unito, uno dei Paesi più ricchi e civili del mondo, è liberamente uscito con il referendum della Brexit e se si considera che la Norvegia, altro Paese estremamente civile ed evoluto, non è mai neanche voluta entrare, e se si considera infine che la civilissima Islanda ha addirittura ruitirato la propria candidatura nel 2015, non ci si può sottrarre dal porci qualche domanda su questa Unione europea. Come mai gli Stati più ricchi, evoluti e a più antica tradizione di libertà fuggono e quelli più poveri – meglio se musulmani – premono per entrare? E’ evidente che la logica suicida di Bruxelles è una logica pauperista tesa a portare al ribasso gli standard di vita degli europei, non adeguandoli a quelli inglesi ma abbassandoli a quelli macedoni, in un’ottica di livellamento quasi sovietico e cinese della popolazione. I governi sedicenti liberali e di sinistra che negli ultimi anni hanno governato la Ue hanno scelto la strada suicida della povertà e della antidemocrazia, per rendere gli europei schiavi ai diktat di Bruxelles, forzando questa strategia con l’ingresso indiscriminato nel continente di milioni di africani e asiatici di religioni diverse da quella europea, allo scopo di annichilire il vecchio continente. La fuga di Londra dovrebbe aprirci gli occhi. Ma c’è ancora una speranza per l’Europa, prima che sia tardi: i movimenti sovranisti e identitari stanno facendo prendere coscienza della situazione ai popoli europei, che iniziano a ribellarsi alle lobbies finanziarie che foraggiano le ong, ai potentati economici che armano i terroristi che stanno insanguinando l’odiata Europa. Ma che ci odino gli estremisti islamici è quasi comprensibile, quello che non è comprensibile è che alcuni europei odino i loro compatrioti.

Antonio Pannullo

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1993.- L’editorialista Guido Salerno Alettai svela dove è andata davvero l’enorme liquidità della Bce

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Da Teleborsa, leggiamo questa interessante analisi della politica finanziaria della BCE. Non cessiamo di ricordare che la Banca Centrale Europea è privata.

Tutta la enorme liquidità emessa dalla Bce a partire dal marzo 2014, con 2.510 miliardi di euro di asset comprati sul mercato alla data dell’8 settembre, di cui 2.059 di titoli del debito pubblico, non ha giovato.

Bisogna capire dove è andata a finire questa enorme quantità di capitale. La politica adottata in questi anni dalla Bce sembra aver aiutato solo la turbofinanza. La liquidità ha sostenuto le quotazioni sui mercati; ha consentito a poche grandi aziende quotate in Borsa di sostituire i debiti già emessi a tassi elevati con altri più a buon mercato; ha ingozzato le singole banche centrali nazionali di titoli di Stato già in portafoglio agli investitori, che se ne sono disfatti per cercare rendimenti più elevati.

La svolta della BCE, a favore di un accomodamento monetario eccezionale, inizia nel settembre del 2011. Due emissioni di Long Term refinancing operation (LTro) senza limiti quantitativi, poi una Targeted long term rifinancing operation (T-Ltro), poi ancora gli acquisti di Abs’s ed infine il Quantitative Easing (QE) che prevede l’acquisto anche di titoli pubblici, che inizia nell’aprile del 2015 e che terminerà il prossimo dicembre.

Vediamo, allora, i conti di Banca d’Italia: alla data dell’8 settembre ha in portafoglio titoli del debito pubblico italiano per 356,4 miliardi di euro. E non è la sola: la banca di Francia ne ha per 410 miliardi e la Bundesbank addirittura per 503 miliardi.

Facciamoci i conti per quanto riguarda l’Italia: a partire dal 2014, il deficit pubblico è stato complessivamente pari a 200 miliardi tondi (cifra tonda, che si ottiene sommando i 48,4 miliardi nel 2014, i 42,6 miliardi nel 2015, i 41,6 miliardi del 2016, i 39,7 miliardi del 2017 ed i 28,1 miliardi del 2018). Praticamente, la Banca d’Italia ha comprato anche il maggior debito pubblico corrispondente agli anni 2011, 2012 e 2013 (rispettivamente 60,2 miliardi nel 2011, 47,1 miliardi nel 2012 e 46,9 miliardi nel 2013): dal 2011 al 2018, il deficit cumulato è stato infatti di 354,6 miliardi. Abbiamo ingoiato il Rospo del debito pubblico, ma con risultati nulli, anzi.

Le banche italiane hanno mantenuto il loro portafoglio di titoli di Stato, ed il debito pubblico non è stato monetizzato con il QE, come si va dicendo in giro: non è stata immessa moneta nuova nell’economia reale a fronte di titoli di Stato, ma si sono comprati sul mercato titoli già emessi, per fare altra finanza all’estero, e non certo per fare credito all’economia finanziando investimenti.

PRIMO ROSPO

La liquidità del Qe è forse stata immessa nel sistema economico e finanziario italiano?

Neanche per idea, visto che le negoziazioni per il ritiro dal mercato anche dei titoli italiani si è svolta a Francoforte, con un effetto paradossale. Allora, poiché si lavora sul mercato tedesco, è materialmente la Bundesbank che immette liquidità a favore del venditore del titolo e che ritira quindi i titoli di Stato italiani, iscrivendo contemporaneamente nel suo bilancio un debito per moneta creata a favore del venditore ed un credito di pari entità per via del titolo comprato. A questo punto, dovendo cedere il titolo di Stato alla Banca d’Italia, la Bundesbank sostituisce il credito rappresentato dal titolo di Stato italiano con un credito di pari entità nei confronti della Banca d’Italia. A sua volta, la Banca d’Italia iscrive un credito verso lo Stato italiano, detenendo un titolo, e corrispondentemente un debito verso la Bundesbank. In pratica, solo per questa tecnica di negoziazione, la nostra posizione nel Target 2 è peggiorata, con la Banca d’Italia che risulta debitrice della Bundesbank: ed è la stessa Banca d’Italia a riconoscerlo espressamente, affermando che il saldo del Target 2 “può essere inoltre interpretato in base alla distribuzione all’interno dell’Eurosistema della liquidità immessa da ciascuna BCN attraverso le operazioni di politica monetaria”. (Bollettino economico n. 3 del 2015, pag. 25).

Da una parte abbiamo ricomprato dal mercato 356 miliardi di debito pubblico, che era il primo Rospo, e dall’altra abbiamo aumentato il saldo negativo nel Target 2, che è arrivato a luglio scorso a -481 miliardi di euro, che è il secondo Rospo. Eppure, ad aprile 2014 era di -194 miliardi rispetto al picco di -285 miliardi toccato all’apice della crisi sui mercati, nell’agosto del 2012.

SECONDO ROSPO

Nel 2008, allo scoccare della crisi, in Italia le banche erogavano complessivamente prestiti a residenti italiani per un importo di 2.322,5 miliardi di euro, di cui 238,5 miliardi erano destinati a finanziare la Pubblica Amministrazione, 869,4 miliardi andavano alle società non finanziarie e 371,4 miliardi alle famiglie consumatrici.

Nel 2011, prima che arrivasse il tornado finanziario che ha costretto il governo Berlusconi alle dimissioni, il sistema bancario dimostrava di essersi adoperato fattivamente per contrastare gli effetti recessivi derivanti dalla crisi americana: i finanziamenti alla Pubblica Amministrazione erano arrivati a 257,5 miliardi (+19,0 miliardi), i prestiti alle società non finanziarie erano arrivati a 893,6 miliardi (+24,2 miliardi) mentre quelli alle famiglie valevano ben 507,2 miliardi (+135,8 miliardi).

A giugno 2018, i prestiti delle banche ai residenti italiani sono ammontati a 2.332 miliardi, con un aumento di soli 9,8 miliardi rispetto al 2008. Il credito a favore della Pubblica Amministrazione è stato di 263,6 miliardi (+25,1 miliardi), quello a favore delle società finanziarie è crollato a 703,5 miliardi (-165,9 miliardi), mentre alle famiglie è stato aumentato di una cifra corrispondente, arrivando a 537 miliardi (+165,6 miliardi).

Alle imprese, ai loro investimenti, è stato tolto credito.

TERZO ROSPO

Paradossalmente, c’è un consistente miglioramento della posizione finanziaria netta dell’Italia sull’estero: a un saldo negativo nel 2008 di 358 miliardi siamo passati ad un saldo negativo a fine 2017 di 116 miliardi. Ciò è dipeso da una acquisizione netta da parte degli italiani di asset esteri e di crediti verso l’estero di ben 869 miliardi di euro, mentre gli stranieri hanno aumentato le loro detenzioni in Italia di soli 631 miliardi.

In pratica, il sistema italiano produce reddito esportando all’esterno con successo, ma esporta ancor più capitali, che vanno a finanziare anche i nostri concorrenti. Le banche, con i loro canali di raccolta indiretta, i Fondi di investimento ed i gestori di risparmio portano i fondi all’estero.

Nessuno è stato convinto della bontà delle politiche strutturali: hanno portato solo fallimenti, miseria, disoccupazione, sfiducia nel futuro.

Abbiamo dovuto ingoiare solo Rospi.

I Draghi della crisi non sono stati sconfitti.

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Articolo pubblicato su Teleborsa.it