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1259.-BAIL IN, IL PROBLEMA E’ IL 1834 CC

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   (Andrea Cavalleri)

Perché se una banca fallisce ci devono rimettere i correntisti?

In realtà bisognerebbe anche chiedersi perché una banca fallisce, ma qui il discorso diventa un po’ troppo tecnico, consiglio in merito di leggere le pubblicazioni del gruppo di studio inglese “Positive money” o di guardare i loro video con sottotitoli in italiano.

Torniamo quindi al nodo della questione che interessa il cittadino: se l’azienda bancaria fallisce logico che gli azionisti perdano tutto, logico che chi avanza dei diritti nei confronti della banca, come obbligazionisti e detentori di titoli vari, venga liquidato in percentuale a seguito della vendita delle residue attività, logico che vi sia una scala gerarchica nella ripartizione dei proventi fallimentari: lo Stato, i privilegiati, i chirografari.

Ma, si chiede il cittadino, perché io che ho messo i miei soldi in banca non posso riprendermeli e devo invece pagare per l’incapacità o la disonestà dei dirigenti dell’istituto?

Se io fossi un sarto, come Armani, e avessi depositato in un magazzino le mie giacche, in caso di fallimento del magazzino non sarei mai tenuto a rimborsare i creditori della logistica con i miei capi firmati, in banca non è lo stesso?

La risposta è no, non è per niente lo stesso, perché mentre Armani ha le sue giacche in magazzino, tu non hai i tuoi soldi in banca né potrai mai averli perché non esiste nemmeno la possibilità di “avere i propri soldi in banca”.

Il conto corrente bancario rientra in una fattispecie giuridica detta “deposito a vista” descritta dal

  1. 1834 del codice civile (quello italiano, comunque identico a tutti gli analoghi regolamenti bancari vigenti nel modo democratico, moderno e progredito, che tanto bene vuole ai suoi cittadini) che suona così:

Nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria, alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante, con l’osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi.

Dal testo risulta quindi che i soldi segnati nel conto corrente sono di proprietà della banca, in quanto il correntista glieli ha prestati all’atto stesso del deposito.

Due riflessioni in merito.

La prima: la legge non ammette ignoranza, dunque formalmente il rapporto cittadino-banca è perfettamente regolare e rispetta un contratto sottoscritto e approvato bilateralmente.

Però sostanzialmente, dato che, a essere ottimisti, un cittadino su mille conosce i termini della questione, i contratti bancari procedono da una circonvenzione di incapace e si configurano come falso ideologico e truffa di massa.

La seconda: la guerra al contante e l’obbligo sempre più massivo di effettuare ogni transazione passando da un conto corrente, ha come effetto quello di costringere la popolazione a prestare i suoi soldi alle banche. Dal punto di vista razionale e morale è una mostruosità senza precedenti, qualcuno mi può spiegare cosa significa “essere obbligati a prestare dei soldi”?

L’unica situazione analoga che mi viene in mente è quella di un “promotore assicurativo” dal forte accento meridionale, che forza imprenditori e commercianti a stipulare una “polizza di copertura contro rischi generici” magnificando la protezione attiva garantita dal general manager don Vito Corleone.

L’evocazione di don Vito ci riporta al secondo aspetto cruciale della questione, ovvero il perché i regolamenti bancari siano così anti intuitivi, contorti e poco spiegati al pubblico.

Forse la materia è così problematica che gli esperti non sanno trovare soluzioni migliori?

Direi proprio di no. Gli studi scientifici definitivi in materia risalgono al 1936 e sono dovuti al grande economista Irving Fisher (“Debt-deflaction theory” e “100% money” detto Chicago plan).

Questi spiegò che l’uso della riserva frazionaria (il metodo di gestione dei depositi a vista) non solo mette a rischio le proprietà del singolo correntista, ma che è la causa principale di tutte le grandi depressioni economiche, perché può provocare la scomparsa di ingenti quantità di moneta, precipitando il sistema in una gravissima crisi da deflazione. Nel caso della crisi del ’29, un terzo dei dollari di tutta la nazione americana scomparvero nel nulla, dollari che figuravano virtualmente sui conti correnti, ma che erano solo la proiezione di una serie di parametri bancari che, una volta compromessi, determinarono la volatilizzazione dei soldi.

Il rimedio a questo tallone d’Achille del sistema monetario è forse troppo complicato?

No, è banale!

Fisher spiegò chiaramente che bastava usare la “moneta intera” cioè moneta reale e non virtuale, ovvero permettere al cittadino di “avere i suoi soldi in banca”.

Ma allora perché non lo si fa?

E qui ritorna don Vito Corleone, cioè la persona umana dietro il sistema.

Dire che noi prestiamo i nostri soldi alle banche, significa, in ultima istanza, che noi diamo i nostri soldi ai banchieri (che poi ce li re-imprestano a interesse).

Questo andazzo, protratto ormai da qualche secolo, ha prodotto un accumulo incommensurabile di ricchezza e di potere nelle mani di una ristretta cerchia di banchieri e tra i poteri che queste persone si sono accaparrati c’è ovviamente quello di decidere sui regolamenti bancari e monetari.

Insomma il buon vecchio e sicuro conflitto di interessi elevato all’ennesima potenza.

Questa è la ragione per cui le migliori menti, studiano, escogitano metodi sicuri ed efficienti per garantire il benessere generale, magari ottengono dei riconoscimenti (come il premio Nobel a Tobin, quello della Tobin tax) ma poi non vedono mai applicate realmente le loro teorie.

Al contrario vengono regolarmente adottati i provvedimenti più assurdi, utilizzando come giustificazione teorie antiquate, inconsistenti e più volte smentite dai fatti, ma funzionali a garantire i privilegi di una ristretta casta dominante.

E’ così perché conviene a lorsignori. Conviene? Ma neanche, basta che piaccia.

Pensate che negli ultimi lustri si è sviluppato un sistema di scommesse detto dei “contratti derivati” che, pur con alcune eccezioni di utilità, è al 95% un giro di truffe e riffe da biscazzieri.

Ebbene in caso di fallimento di una banca i contratti derivati hanno una priorità rispetto ai conti correnti. Cioè quando il commissario liquidatore avrà racimolato il patrimonio derivato dalla cessione di tutti gli attivi, prima dovrà pagare le scommesse di lorsignori chiamate derivati e poi, nell’eventualità -impossibile- che avanzi qualche briciola, potrà ripartirla tra i correntisti.

Giustamente vengono prima i loro divertimenti e poi le nostre necessità.

Per concludere la logica vorrebbe che il bail in fosse la normale procedura fallimentare, ma con moneta intera, cioè coi “miei soldi in banca” e che non si toccano!

Per fare questo bisognerebbe pensare a una campagna referendaria per l’abrogazione del 1834 del codice civile, il che equivarrebbe a una rivoluzione e imporrebbe in pratica una costituente.

Il vecchio potere non acconsentirà mai, ma un tale referendum costituirebbe comunque la legittimazione giuridica e democratica dei forconi. Forconi che non devono andare in piazza, ma nei collegi degli azionisti di maggioranza delle banche, nelle fondazioni bancarie e nelle direzioni generali degli istituti di credito.

Con le buone maniere si ottiene sempre tutto.

 di Maurizio Blondet

 

1258.- NOTE CRITICHE SUL C.D. “PAREGGIO DI BILANCIO”

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La legge di revisione dell’art. 81 della Costituzione intitolata “Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale”, salvo qualche limitato accenno, non fu oggetto del dibattito politico, incentrato piuttosto sul processo di risanamento finanziario e di contenimento del deficit e del debito pubblico, a parole, in corso di faticosa attuazione per via di legislazione ordinaria. Dell’introduzione del c.d. principio del pareggio di bilancio in Costituzione si parlò con pressoché esclusivo riferimento agli impegni assunti dall’Italia in sede di Unione europea, al fine di garantire una ritrovata immagine di credibilità del sistema dei bilanci pubblici e del debito italiani al cospetto dei mercati finanziari. In questa sede ci si limiterà, invece, ad una rapida lettura dei contenuti del progetto di revisione costituzionale, inquadrandone altresì il significato normativo nel contesto del c.d. Fiscal compact3, trattato internazionale sottoscritto al di fuori del contesto dei trattati su cui si fonda l’Unione europea.

Sembrano comunque opportune due brevi premesse. Le osservazioni critiche che seguiranno non devono essere assunte quale obiezione all’indispensabile necessità di garantire una finanza pubblica in equilibrio e un debito sostenibile. Con la naturale conseguenza di ritenere necessarie azioni per la riduzione dell’ammontare del debito accumulato negli anni, unitamente a politiche di sostegno allo sviluppo funzionali al controllo di un adeguato livello del prodotto interno lordo. Elementi del resto assunti ormai anche in via di fatto – oltre che giuridicamente formalizzati in specifici impegni fin dall’entrata in vigore del Trattato di Maastricht – quali criteri di valutazione della affidabilità finanziaria del sistema pubblico dei singoli Paesi e di evidente strumentalizzazione ad opera dei movimenti speculativi nei mercati finanziari. In secondo luogo deve essere, altresì, chiaro che i contenuti della riforma costituzionale in corso di approvazione non sono direttamente funzionali agli scopi ora richiamati, contenendo piuttosto la disciplina di strumenti asseritamente necessari al fine del consolidamento dei risultati di risanamento finanziario che si presume debbano essere conseguiti nel frattempo e per via di legislazione ordinaria. La revisione dell’art. 81 della Costituzione italiana così come il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria hanno lo scopo di definire, quindi, regole di contenimento delle politiche economiche pubbliche, come si suol dire in questi casi, “a regime”, non implicando alcuna conseguenza immediata sul piano delle politiche di risanamento finanziario in corso nei vari Stati europei, se non sull’ineffabile piano della “psicologia dei mercati”.

Il progetto di revisione costituzionale introduce nel secondo comma dell’art. 81 della Costituzione italiana la seguente disposizione: “Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. Il successivo art. 5, comma 1, lett. d) del progetto di riforma, qualifica tali “eventi eccezionali” come: “gravi recessioni economiche, crisi finanziarie e gravi calamità naturali”4. Il portato normativo di questa disposizione pare introdurre, quindi, un divieto di indebitamento – salvi i casi, alle condizioni e con le procedure aggravate previste dal testo della legge di riforma – misura ben più pervasiva dell’obbligo di garantire l’“equilibrio tra le entrate e le spese” del bilancio dello Stato con cui si apre invece il primo comma del nuovo art. 81. L’ultimo comma della nuova disposizione rimette, comunque, ad una futura legge costituzionale la definizione della normativa di principio nel cui contesto una successiva legge, approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, dovrà provvedere a dare attuazione alla riforma. La legge di revisione costituzionale prevede, inoltre, tra le altre cose: a) la riconduzione della materia “armonizzazione dei bilanci pubblici” alla competenza esclusiva dello Stato5; b) una forte revisione dell’art. 119 Cost. con l’introduzione di ulteriori e gravi limiti all’autonomia finanziaria di Regioni6 ed enti locali; c) un ulteriore limite al ricorso all’indebitamento di tutti gli enti di autonomia con l’impegno di questi di concorrere, comunque, “alla sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni”7.

Ci si limiterà qui soltanto a sollevare alcuni interrogativi, in parte frutto della acritica ed affrettata stesura del testo della riforma. Ciò appare, del resto, evidente conseguenza della conclamata urgenza con cui si è dato avvio al progetto di revisione costituzionale sotto la forsennata pressione delle istituzioni europee, dei governi di alcuni Stati membri dell’UE, delle istituzioni finanziarie internazionali e dei mercati nella grave crisi di affidabilità del debito pubblico italiano durante i concitati mesi dello scorso autunno. E’ del tutto evidente, ad esempio, la polisemia dell’espressione “equilibrio tra le entrate e le spese” di cui al primo comma dell’art. 81, il che la rende in qualche misura adattabile alle differenti letture connesse alla discrezionalità delle politiche economiche a seconda della congiuntura. Ben maggiori problemi interpretativi porrà, invece, nella prassi applicativa la formula “ricorso all’indebitamento”9 di cui al secondo comma. E’ un riferimento specifico ai saldi di bilancio? Se sì, con quale declinazione? E’ possibile convenire di ridurne semanticamente il senso quale mero sinonimo di deficit ai sensi dei trattati europei e del Patto di stabilità e crescita? Dobbiamo ritenere che, a regime, la Costituzione italiana vieti il ricorso a soglie anche minime di deficit pubblico se non ai limitati fini e con le procedure di cui al nuovo secondo comma dell’art. 81? Il necessario ricorso alla maggioranza assoluta affinché, al fine di considerare gli effetti del ciclo economico o al verificarsi di eventi eccezionali, si possa procedere alla elaborazione di politiche di spesa pubblica anche se minimamente idonee a determinare un deficit di bilancio, inoltre, sottrae la disponibilità di questo fondamentale strumento di politica economica a qualunque maggioranza politica, a qualunque governo – salvi i benefici di un occasionale sistema elettorale ad ampio effetto maggioritario – implicando il necessario coinvolgimento di parte delle opposizioni anche solo per sfruttare gli effetti di una congiuntura economica particolarmente favorevole. A meno di non ritenere di voler riservare l’utilizzo di questo strumento a soli governi tecnici, o comunque sostenuti da maggioranze parlamentari bipartisan. Per tacere dei drammatici effetti che la riforma produrrà sull’autonomia finanziaria di Regioni ed enti locali, sembra quindi consolidarsi nel testo della Costituzione la scelta (di politica contingente) di eliminare dall’orizzonte del possibile la elaborazione di politiche espansionistiche anche in fasi congiunturali positive. Senza poterci, qui, peraltro impegnare in una disamina delle differenti teorie economiche in relazione agli effetti e ai possibili rimedi dell’intervento pubblico nell’economia nelle fasi congiunturali avverse10. Il recente appello al Presidente degli Stati Uniti di ben cinque premi Nobel per l’economia contro l’inserimento dell’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione per via dei gravi rischi di recessione e di contrazione del PIL, con conseguente avvitamento in una crisi di sostenibilità del debito pubblico, avrebbe però dovuto indurre ad assumere maggiori cautele prima di cristallizzare in un testo costituzionale gli effetti di una delle possibili dottrine economiche in materia di ruolo dello Stato e della spesa pubblica in economia, a quanto pare anche scarsamente condivisa11.

Tra l’altro il testo della legge di revisione costituzionale italiana nell’indicare il divieto, salve le già richiamate rare e modulate eccezioni, del ricorso all’indebitamento tout court si pone in linea distonica tanto con le analoghe iniziative assunte da altri Stati europei, quanto con le più recenti prescrizioni del Trattato contenente il c.d. Fiscal compact. Come è noto la legge di revisione della Costituzione francese non ha compiuto il suo iter e la procedura è attualmente bloccata in attesa dell’esito delle prossime elezioni presidenziali12. Ma anche il testo del nuovo art. 135 della Costituzione spagnola non si spinge a vietare acriticamente il ricorso all’indebitamento, né a fissare una soglia percentuale di deficit pubblico, indicando piuttosto l’obbligo di non “incurrir en un déficit estructural que supere los márgenes establecidos, en su caso, por la Unión Europea para sus Estados Miembros” rinviando quindi, per la determinazione in dettaglio dei limiti di deficit strutturale ammissibile, ad una successiva legge organica. Questa formula consente, ad un tempo, un margine di manovra per le politiche espansionistiche nelle fasi in cui la stessa Unione europea dovesse consentirle, ponendo contemporaneamente la Spagna in una posizione di pari dignità con gli altri Stati membri quanto alle determinazioni di politica economica, alla sorveglianza sul debito pubblico e alla elaborazione di scelte di politica economica congiunturalmente aperte alla ipotesi di espansione del deficit a sostegno della crescita o a garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini. Il disposto normativo del nuovo testo dell’art. 81 della Costituzione italiana, invece, pone un divieto di indebitamento che alla lettera non contempla analoghi margini di flessibilizzazione.

A fronte di una disciplina di bilancio che, nel testo originario della Costituzione e a prescindere dagli errori e dalla scarsa attenzione all’equilibrio dei saldi imputabili nel tempo al sistema politico, non comprometteva la scelta per un determinato modello sociale, l’attuale proposta di revisione determinerà radicali mutamenti nella forma di Stato, per i significativi riflessi che la scelta di costituzionalizzazione della opzione di politica economica implicata dalle formule normative richiamate determinerà sul sistema delle autonomie regionali e locali e sulla garanzia dei diritti fondamentali in effettiva condizione di eguaglianza. La gestione della crisi finanziaria mondiale e di sostenibilità del debito pubblico italiano, pur in fase di superamento grazie a politiche di bilancio finalmente rigorose e attente, viene pertanto assunta quale strumentale occasione per modificare a regime la forma di Stato ponendo le premesse giuridiche per il superamento, di fatto, dell’impianto sociale dell’economia di mercato.

L’altro fronte del processo di riforma della disciplina dei bilanci pubblici e degli strumenti di contenimento del debito è quindi rappresentato, come accennato, dalla stipula del c.d. Fiscal compact, il Trattato sulla Stabilità, sul Coordinamento e sulla Governance nell’Unione economica e monetaria. Si tratta, come è noto, di un trattato internazionale stipulato al di fuori dell’ordinamento giuridico dell’UE13 la cui entrata in vigore (indicata nel 1° gennaio 2013) è subordinata alla ratifica, non più di tutti, ma di soli 12 Stati contraenti14. Il sistema di procedure atte a contenere e correggere l’indebitamento dei singoli Stati aderenti all’Euro in una con l’abbattimento strutturale del debito pubblico eccedente la soglia massima del 60% rispetto al PIL è articolato in una serie di potestà, competenze e strumenti giuridici vincolanti per la cui declinazione si rinvia direttamente al testo dell’articolato15. Nel quadro di quanto già esposto con riferimento alle criticità del processo di revisione costituzionale in corso in Italia e proprio in considerazione della natura ad esso complementare di fatto assunta dal Trattato – seppur successivo all’avvio del richiamato procedimento di revisione costituzionale16 – qui ci limiterà ad indicare tre sintomi del superamento del principio di eguaglianza tra gli Stati membri dell’UE e della pari dignità formale, oltre che sostanziale, dei relativi sistemi di governo. Circostanza che appare in rottura del limite della “condizione di parità con gli altri Stati” al quale l’art. 11 della Costituzione italiana subordina le limitazioni di sovranità necessarie alla costruzione dell’ordinamento comunitario prima e dell’UE, successivamente.

L’art. 3 del Trattato fissa un limite percentuale di indebitamento sostenibile con una soglia positiva dello 0,5%. E’ ovvio che fasi congiunturali avverse e obbiettivi di abbattimento del livello di debito pubblico possono generare la necessità, giuridicamente vincolata già in applicazione del Patto di stabilità e crescita, di prevedere un bilancio pubblico addirittura in regime di avanzo primario. Ma alternativamente è possibile che la congiuntura suggerisca interventi di politica economica in regime di seppur minimo disavanzo, cosa appunto consentita dal Trattato ma impedita dal nuovo art. 81 della Costituzione italiana. L’indicazione di un valore di riferimento positivo di un eventuale disavanzo – pur sempre sostenibile – nel testo del Fiscal compact mette a disposizione di tutti gli Stati dell’area Euro17 uno strumento di intervento nell’economia a sostegno della crescita, di cui l’Italia intende invece privarsi – almeno a voler prendere sul serio quanto previsto dal nuovo secondo comma dell’art 81 Cost. – rinunciando ad un importantissimo elemento negoziale in sede di istituzioni europee a difesa delle proprie politiche pubbliche; e rinunciando altresì ad un fondamentale strumento di politica economica a sostegno della crescita dell’economia reale utile anche al fine di correggere la sproporzione tra debito pubblico e Prodotto interno lordo. In termini di confronto sul piano della crescita economica ciò significherà avere meno risorse disponibili rispetto agli altri Stati membri direttamente concorrenti. A ciò deve aggiungersi, proprio sul piano della eguaglianza formale, che l’art. 3, comma 1 lett. d) del Trattato, consente agli Stati membri che abbiano un debito pubblico inferiore alla soglia del 60% del PIL di spingere legittimamente il proprio deficit strutturale fino all’1%, con ciò aumentando anche giuridicamente il divario tra gli strumenti idonei a sostenere la crescita economica a disposizione degli Stati virtuosi rispetto a quelli a disposizione degli altri Stati; e consentendo un più forte differenziale di progresso economico e sociale che renderà ancora più significativo il tasso di diseguaglianza territoriale nel mercato interno. Diseguaglianza non compensata tra l’altro da adeguate politiche di spesa pubblica a sostegno delle aree depresse, che negli Stati unitari possono correggere i rischi di creazione di colonie interne a fronte di tassi di sviluppo economico difformi tra le diverse aree del Paese.

Terzo elemento di disparità tra gli Stati aderenti, l’art. 4 del Trattato impone agli Stati il cui ammontare di debito pubblico ecceda il limite del 60% del PIL di adottare politiche di risanamento che ne riducano il peso in ragione del differenziale tra effettivo ammontare del debito e il 60% del PIL in ragione di un ventesimo per ogni anno a partire dal 201318. La fotografia dei punti di partenza dei diversi Stati all’atto dell’entrata in vigore del Trattato determinerà, quindi, la disparità nelle chances di crescita in ragione della quantità di risorse che i diversi Stati dovranno matematicamente destinare all’abbattimento del debito, dato di mero fatto. Con ciò certificando la disparità nei diritti dei singoli Stati alla promozione di politiche anticongiunturali a sostegno della crescita, incrementandone la diseguaglianza economica e incentivando la differenza del tasso di sviluppo a vantaggio di alcuni Stati ma non di altri, i quali ultimi saranno giuridicamente costretti a rinunciare a politiche di sostegno dell’economia per un mero meccanismo aritmetico, pur laddove eventualmente gravati da un debito, alto sì, ma sostenibile. Con ciò non soltanto cristallizzando un’opzione di politica economica tra le tante, e rendendola giuridicamente vincolante, ma sancendo altresì una disparità nel diritto alla crescita economica tra i diversi Stati membri19.

Ma è con riferimento alla distribuzione degli strumenti giuridici atti a correggere eventuali scostamenti da tali obblighi che il Trattato è più radicalmente portatore di un diritto diseguale tra i diversi Stati membri dell’Unione economica e dell’Euro. Con la stipula di questo accordo gli Stati hanno sottoscritto, infatti, una clausola compromissoria ai sensi dell’art. 273 del Trattato sul Funzionamento dell’UE, che consente agli Stati membri di rimettere alla Corte di Giustizia la competenza a giudicare, con efficacia obbligatoria e vincolante, “qualsiasi controversia tra Stati membri in connessione con l’oggetto dei trattati, quando tale controversia le venga sottoposta in virtù di un compromesso”20. Dal che si deduce, in primo luogo, che l’efficacia giuridica delle disposizioni del Trattato sulla Stabilità e degli ulteriori obblighi che ne deriveranno in caso di assunzione di impegni correttivi di situazioni di disavanzo o di debito pubblico eccessivi, si risolve in vincoli formalmente giustiziabili dinanzi alla Corte di Giustizia. Ma in aggiunta a ciò, e oltre le procedure di sorveglianza multilaterale reciproca tra gli Stati collegialmente gestite nelle sedi istituzionali dell’UE per come disciplinate dai Trattati, dal Patto di Stabilità e Crescita e dalla relativa normativa di attuazione, l’art. 8 del Fiscal Compact attribuisce poteri di sorveglianza e di denuncia alla Corte di Giustizia degli Stati eventualmente inadempienti in capo ai singoli Stati contraenti – starei per dire ad alcuni di questi, se non ad uno in particolare – . Compresa la potestà di ulteriore deferimento, in seconda battuta, alla Corte di quegli Stati che manchino di dare corretta esecuzione alle sentenze in materia di violazione del Fiscal compact della stessa Corte di Giustizia, fino a provocare l’adozione delle sanzioni di carattere finanziario previste dal Trattato stesso21.

Salvi gli effetti di eventuali affievolimenti del portato normativo del Trattato in sede di applicazione concreta, pur sempre suscettibile di negoziato politico nei concreti rapporti tra gli Stati membri anche in conseguenza della effettiva situazione di equilibrio in cui possano trovarsi i bilanci pubblici degli stessi Stati virtuosi22, e salva altresì la concreta determinazione che dell’attuale significato del nuovo art. 81 della Costituzione italiana verrà articolata nella legge costituzionale e nella legge ordinaria di relativa attuazione, sembra pertanto che il nuovo regime giuridico dei bilanci pubblici presenti plurime e diffuse incongruenze nei rapporti tra ordinamento italiano e ordinamento dell’UE; oltre alla paventata rottura della parità di condizioni che sembra andarsi sempre più formalizzando nei reciproci rapporti tra i diversi Stati aderenti all’Unione economica e monetaria, almeno nella più recente fase del processo di integrazione.

1257.- CETA, OVVERO NEOLIBERISMO CONTRO COSTITUZIONI

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L’attuazione del pensiero neoliberista, nelle cui finalità c’è quella di distruggere i Popoli e le Nazioni, trova il suo completamento nella approvazione dello scellerato trattato, detto CETA, tra UE e Canada.
Si tratta di un Accordo internazionale che ha la finalità di superare il principio di precauzione vigente nell’Unione Europea secondo il quale non è possibile commerciare prodotti dannosi per l’uomo e per l’ambiente. Infatti con questo accordo si stabilisce che sulle Costituzioni europee deve prevalere il principio della libertà di investimento e di commercio anche se ciò comporta la lesione di altri principi e diritti fondamentali previsti dalle Costituzioni stesse. Si prevede in particolare che se gli investitori e i commercianti americani incontrino ostacoli nelle misure poste a tutela della salute e dell’ambiente, detti commercianti e investitori avranno diritto al risarcimento del danno, da determinarsi da parte di un organismo da loro stessi nominato. Ciò comporta che qualora l’Italia volesse adottare misure protettive della salute e dell’ambiente sarebbe obbligata ad accantonare nei propri bilanci somme ingentissime per pagare detti risarcimenti. Si internazionalizza, in sostanza, il principio dell’egemonia del mercato senza limiti sovvertendo l’ordinamento di tutte le comunità politiche europee, che hanno come fine fondamentale la difesa della dignità della persona e il progresso spirituale e materiale della società.

E’ evidente che questo trattato sostituisce di fatto il TTIP, che l’amministrazione USA di Obama voleva contrarre con l’Europa, e che Trump ha eliminato dal suo programma. Infatti non ci vuol molto per capire che i commercianti e gli investitori statunitensi possono molto agevolmente aprire in Canada loro sedi o succursali.

E’ dubbio che esso possa avere reale applicazione, poiché, secondo la nostra giurisprudenza costituzionale, gli accordi internazionali sono, come suol dirsi, “norme interposte” tra la Costituzione e la legislazione ordinaria, e su di esse permane intatto il potere di annullamento della Corte, se e in quanto si tratti di norme, come certamente lo sono quelle in esame, contrarie ai principi fondamentali della nostra Costituzione repubblicana.
Ciò non toglie, tuttavia, lo sconcerto che ci assale pesando che questo provvedimento, tanto negativo per gli interessi italiani, sia stato dapprima approvato dai nostri parlamentari europei, ed è oggi oggetto di ratifica dal nostro Parlamento, avendo già ottenuto il voto favorevole da parte della competente Commissione del Senato ed essendo velocemente passato all’esame dell’Aula del Senato stesso.

Stiamo assistendo ad un vero e proprio “tradimento” del nostro Popolo a favore delle richieste della finanza e delle multinazionali di oltreoceano. La soggezione a queste del nostro governo e della nostra maggioranza parlamentare è divenuta, intollerabilmente, “spudorata”. Ma i media tacciono.

E agli Italiani, tenuti all’oscuro di queste incredibili e proditorie manovre ai loro danni, potranno accorgersi delle malefatte di questo governo solo a cose avvenute, quando diverranno concreti gli effetti di questa inqualificabile azione dei nostri rappresentanti politici.

Paolo Maddalena

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1251.- Helmut Kohl e le cicatrici della riunificazione tedesca

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Il 16 giugno, all’età di 87 anni, si è spento nella sua casa di Ludwigshafen Helmut Kohl. Per anni leader del partito di centro CDU (L’Unione Cristiano Democratica di Germania), Kohl è e verrà sempre ricordato come il cancelliere della riunificazione tedesca. E’ celebre la frase in cui descriveva i “paesaggi fioriti” che in poco tempo sarebbero comparsi nell’Est della Germania, a sostituirne il grigiore.

La metafora si riferiva alla situazione economica dell’ex repubblica socialista che, secondo Kohl, presto avrebbe raggiunto i livelli della metà occidentale del Paese. Non fu poi tutto rose e fiori, come è il caso di dire: la via della riunificazione fu lunga e, per molti, dolorosa. Ancora oggi, sebbene dal punto di vista economico ci sia stata una convergenza tra le due parti, le “cicatrici” nel processo di riunificazione sono rimaste. Fu Willy Brandt il primo a parlare di “cicatrici deturpanti” che sarebbero potute rimanere come segno di una riunificazione malriuscita. Brandt, infatti, viene ricordato per la frase “ora crescerà insieme ciò che è destinato a stare insieme”, frase di cui raramente si cita la versione intera, che poneva una condizione per una crescita senza ferite: “Solo con tatto e con il rispetto per l’autostima dei nostri compatrioti fin qui separati da noi”.

Le cicatrici temute da Brandt sono rimaste in buona parte della popolazione della zona orientale, mentre la percezione dell’unificazione tedesca e le sue conseguenze sono ancor oggi, dopo oltre 25 anni, oggetto di dibattito. Cosa ha comportato la presenza di questi segni e cosa ha reso il processo di unificazione imperfetto? Il discorso è più complesso di quanto si possa esprimere in poche righe, ma si può forse riassumere al meglio con ciò che il sociologo Helmut Wiesenthal ha denominato “insoddisfazione post-unificazione”, sindrome che colpì i tedeschi orientali.

La teoria di Wiesenthal fa luce su molti aspetti che hanno contribuito a creare insoddisfazione e ad allontanare ancora di più le due società, invece che avvicinarle: lo spietato programma di liberalizzazione dell’economia non è abbastanza per spiegare il malcontento degli Ossis (così venivano chiamati e, in parte, vengono chiamati i cittadini dell’est). I cittadini dell’ex-DDR furono sottoposti a un processo di occidentalizzazione in tutti gli aspetti della vita, a una velocità e un’intensità tali da traumatizzarne e deluderne molti. Non era questa la nuova Germania che i cittadini orientali si aspettavano, non erano questi il tatto e il rispetto che Willy Brandt aveva auspicato.

Il processo di unificazione spesso non fu altro che un’occidentalizzazione forzata, un tentativo di fare tabula rasa nella vita dei cittadini della DDR. Fu in questo modo che la cultura politica e l’identità della società tedesca orientale iniziarono a trasformarsi e a distanziarsi da quella dei compatrioti occidentali: non solo, dunque, un retaggio del regime socialista, ma una vera e propria risposta a ciò che molti avevano percepito come un’annessione, come un tentativo di colonizzazione.

Una parte della popolazione a oriente ritiene che la propria versione della storia non sia mai stata raccontata: la storia della riunificazione tedesca è quasi sempre narrata come una storia di successo e così viene percepita quasi unanimemente, soprattutto all’estero.
A questo proposito, dalla generazione dei ragazzi cresciuti a cavallo del 1989 stanno nascendo progetti volti a contrastare una visione spesso unidimensionale e “occidentalocentrica” del processo di unificazione. Un esempio è il gruppo Dritte Generation Ost (“Terza generazione est”), che cerca, con eventi e pubblicazioni, di diffondere un punto di vista spesso poco considerato, ma che aggiunge complessità alla narrazione di quegli eventi.

Helmut Kohl è dunque una figura da ricordare e senza di lui sarebbe stato tutto diverso; molte cose sono cambiate, è vero, ma non tutto il paesaggio è fiorito.

Maria Baldovin

 
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Nata a Ivrea (To) nel 1991, ha studiato lingue e letterature straniere all’università di Torino ed è poi migrata verso Forlì, dove ha frequentato la specialistica in studi interdisciplinari sull’Est Europa (MIREES). Per East Journal scrive di Russia, ma ha un debole anche per la Germania (ex orientale, ovviamente). Gli articoli di analisi scritti per East Journal sono co-pubblicati anche da PECOB, università di Bologna.
 

 

1245.- L’ISIS: perde la battaglia ma vince la guerra

 

L’ISIS: perde la battaglia ma vince la guerra; ma chi ha creato l’ISIS?  

Propongo questo articolo di Di Giulio Meotti, di ieri, 21 giugno 2017, perché rappresenta un’analisi acuta della guerra mortale scatenata dalla finanza sionista contro la civiltà occidentale, attraverso il terrorismo; e il terrore, nella cultura del popolo ebraico è l’arma più potente da seminare fra i nemici. C’è una logica in tutto questo e dobbiamo premettere che dire finanza sionista non significa il popolo ebraico, che spesso nella storia, ha pagato per questa associazione. La Finanza domina attraverso le banche e deprime le nazioni, per sottometterle. Il suo obbiettivo è una unica massa umana di meticci, bastardi e asessuati, di consumatori, resi succubi dei media del potere e sudditi, senza famiglia, con una sola lingua, nessuna bandiera, nessuna tradizione, arte, cultura e una sola legge: la loro!  Nessuna coesione e la solidarietà ridotta a una mera espressione vuota. L’Italia è già l’esempio che si sta formando, con i terremotati abbandonati a se stessi e con le macerie ancora nelle strade, con le mandrie congelate dal ghiaccio nella notte; con i giovani meravigliosi figli di meravigliose madri, costretti a espatriare, con gli anziani morti di fame e dignità; con la fine del pluralismo nella politica e nell’informazione: cardini della democrazia; con le formazioni intermedie della partecipazione politica dei cittadini ridotte a un partito unico: una mangiatoia per poveri di spirito; con i sacrifici delle tasse spesi per ingrassare loschi individui e mantenere a ufo, oggi, centinaia di migliaia di selvaggi, domani, milioni e chi obietta che i numeri sono impossibili è sommerso dalle oche e dagli eunuchi alle grida di razzista o fascista; con la salute a pagamento, per chi può, con la libertà fatta serva di istituzioni occupate da anni! da impostori, illegittimi, dove comandano i mercati e i mercanti e dove non c’è legalità. I beni pubblici appartengono al popolo. Non si cartolarizzano, non si vendono e non si svendono! Non c’è più regola e non c’è pietà. I trattati europei vogliono tutto questo. Il trattato di Lisbona, il Fiscal Compact, il Pareggio in Bilancio sono strumentali alla svendita del nostro patrimonio, quello pubblico e quello privato e al sequestro dei nostri risparmi. L’Unione europea, diretta dalle banche, con un parlamento farsa, è l’esempio di ciò che i farisei della Finanza intendono per governo dei popoli. Dio, dove sei?

Mario Donnini

Al-Baghdadi, un terrorista cresciuto all’ombra degli Usa

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Se l’ISIS si sta ritirando da Mosul, sta rapidamente avanzando a Manchester. Il califfato sta guadagnando la sua guerra in Europa. Sei mesi fa, in Gran Bretagna, sarebbe stata impensabile l’ascesa di Jeremy Corbyn, leader del partito laburista ultrapartifista che ha attribuito alla “guerra al terrorismo” i recenti attacchi a Manchester e Londra.

Mentre il Califfato ha raso al suolo tutto sul suo cammino, l’Europa ha reagito come se ciò fosse solo il risultato di una cultura negativa che non dovrebbero riguardarla. Gli islamisti, però, avevano altri piani.

“Perché, nell’agosto del 2015, l’ISIS ha avuto bisogno di far saltare e distruggere quel tempio di Baalshamin? perché era un tempio in cui i pagani venivano davanti all’Islam ad adorare idoli mendaci? No, è perché quel monumento venne venerato dagli occidentali contemporanei, la cui cultura comprende un interesse garbato per i “monumenti storici” ed una grande curiosità per le credenze di altre persone e altre cose. E gli islamisti vogliono dimostrare che i musulmani hanno una cultura diversa dalla nostra, una cultura che è unica e solo loro “. – Paul Veyne, archeologo.

Lo Stato islamico si sta sgretolando – se troppo lentamente. Sono passati più di due anni da quando il presidente francese François Hollande ha promesso: “Bombarderemo Raqqa”. Prima o poi, l’ISIS sarà probabilmente ridotta in una piccola enclave senza continuità territoriale e il suo capo, Abu Bakr al Baghdadi, sarà eliminato. Sarebbe comunque più pericoloso relegare questi tre anni come una breve parentesi: il nazismo non è durato a lungo: “solo” 12 anni di potere e cinque in guerra con il resto d’Europa. Le conseguenze fisiche e culturali della tirannia nazista sono purtroppo ancora visibili in Europa. Lo stesso vale per lo Stato islamico. Tre anni di terrore e di conquiste non sono male per una guerra del Califfato contro tutti gli altri.

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L’ISIS si lascerà dietro un retaggio terroristico senza precedenti (277 europei uccisi sul terreno europeo in due anni). Se l’ISIS si sta ritirando a Mosul, sta rapidamente avanzando a Manchester. Il califfato sta guadagnando la sua guerra in Europa. Sei mesi fa in Gran Bretagna, l’ascesa di Jeremy Corbyn, leader del partito laburista ultra-pacifista che ha incolpato la “guerra al terrore” per i recenti attacchi a Manchester e Londra, sarebbe stata impensabile. Il suo successo è chiaramente legato al recente fatto di sangue nelle strade britanniche.

In Occidente, l’ISIS ha assalito il parlamento a Ottawa, i caffè di Copenaghen, le spiagge di Nizza, i centri sociali di San Bernardino, la metropolitana e gli aeroporti di Bruxelles, i festival musicali di Manchester, teatri, stadi sportivi, ristoranti e mercati kosher a Parigi. Rouen, mercati di Natale a Berlino, centri commerciali a Stoccolma. Non male per un “team JV”, come Barack Obama ha chiamato il Califfato.

L’ISIS è stata un’attrazione ineguagliabile per l’umma, la comunità mondiale dei fedeli islamici: circa 30.000 musulmani in tutto il mondo – 6.000 dall’Europa – hanno lasciato le loro case per combattere sotto la bandiera nera mortale del Califfo. ISIS è stata in grado di costruire una rete globale di terrore. Gruppi jihadisti come Ansar Bayt al-Maqdis in Egitto, Abu Sayyaf nelle Filippine, Ansar al-Sharia in Libia, Boko Haram in Nigeria, Emirato del Caucaso in Russia e Movimento islamico dell’Uzbekistan insieme ad altri hanno tutti promessi Fedeltà a ISIS. Il califfato è diventato anche il gruppo terroristico più ricco della storia. Sebastian Gorka, consigliere di Casa Bianca sull’Islam radicale, ha dichiarato: “Gli attacchi dell’11 settembre 2001, costano appena 500 mila dollari. ISIS li guadagna in sei ore! Ti senti sicuro?”

ISIS ha fatto il male virale. Il mondo restò stupefatto quando ISIS sommerse l’immaginazione occidentale con le esecuzioni pubbliche dei giornalisti, con i massacri di soldati catturati, con i mercati per la schiavitù sessuale, con le esecuzioni dei gay e gli annegamenti pubblici, quando bruciavano persone vive e crocifissi. “Mai, prima, nella storia i terroristi hanno avuto un accesso così facile alle menti e agli occhi oculari di milioni”, ha scritto Brendan Koerner, osservando che “l’ISIS sta vincendo la guerra dei media sociali”. Spesso, il male funziona. Poche settimane fa, a Parigi, una donna ebrea, Sarah Halimi è stata uccisa da un grido musulmano “Allahu Akbar”. Il caso era appena coperto dalla stampa mainstream. Poi molti intellettuali francesi chiedono alle autorità di denunciarla come un caso di antisemitismo. Le minacce di ISIS sono ora così intense che anche gli esperti accademici dell’Islam, come Gilles Kepel, sono sotto la protezione della polizia.

 

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In pochi mesi lo Stato islamico ha lcancellato il confine coloniale storico disegnato dagli accordi Sykes-Picot, ha conquistato la metà della Siria, ha distrutto città intere di reperti antichi come Palmyra, ha raggiunto la periferia di Baghdad e ha scacciato l’esercito iracheno su cui gli Stati Uniti avevano investito 25 miliardi di dollari. Ecco perché molti analisti del terrorismo chiedono intelligentemente se “ISIS sta vincendo”. Tuttavia, l’eredità principale di ISIS è la devastazione, sia culturale che umana. ISIS ha avuto successo nel fare tabula rasa, una sorta di “anno zero” islamico, in cui, dopo un’apocalisse, la storia avrà inizio ancora – presumibilmente vergine e pura. Il califfato lascerà un Medio Oriente sempre più islamico, non solo nel panorama ma anche nella demografia. ISIS ha spazzato via intere comunità non musulmane che non torneranno mai. Molte città cristiane e Yazidi all’interno della sua orbita rimarranno permanentemente vuote a causa della macellazione, dell’esilio e della scomparsa dei sopravvissuti. Lo Stato islamico è stato in grado di distruggere l’antica comunità cristiana di Mosul.

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Un nuovo studio pubblicato dalla rivista settimanale Plos Medicine ha concluso che circa 10.000 membri della minoranza etnica e religiosa Yazidi sono stati uccisi. I ricercatori hanno stimato che furono rapiti 6.800 altri Yazidis e che più di un terzo sono ancora mancanti.

“Il cristianesimo in Iraq è finito”, ha detto Canon Andrew White, il grande vicario anglicano di Baghdad. ISIS riuscì, per la prima volta nel 2000, a annullare la comunione cristiana a Ninive. Il professor Amal Marogy, nativo dell’Iraq, ha dichiarato, in una conferenza presso l’Hudson Institute, che mentre un’infrastruttura come la diga di Mosul può essere salvata dall’ISIS, l’eradicazione della presenza cristiana in Iraq significa “la fine di una civiltà pacifica” . Ci sono commentatori che ora notano che “ISIS vince quando i cristiani lasciano il Medio Oriente”.

I jihadisti hanno recentemente vandalizzato antiche statue e manufatti romani presso il sito archeologico siriano di al-Salhiye, noto come Dura Europos. ISIS ha devastato le capitali più famose dell’antica Mesopotamia, da Nimrud a Hatra. “Questa distruzione è senza precedenti nella storia recente”. Lo dice Marina Gabriel, coordinatore delle scuole americane di ricerca orientale, iniziative sui beni culturali, un istituto che segue la distruzione dello Stato islamico.

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Nimrud ziggurat, non c’è più!

Il Nimrud ziggurat, costruito quasi 2900 anni fa – la più spettacolare struttura sacra conosciuta nell’antica Mesopotamia – non esiste più. I terroristi ISIS hanno devastato la Biblioteca pubblica di Mosul, dove sono stati bruciati o rubati 10.000 manoscritti. ISIS è riuscita anche a cancellare tutta la storia ebraica di Mosul, tra cui le tombe di Jonah, di Seth e di Daniel. Il Califfato distrusse la prima città assira, Khorsabad. La più grande devastazione, invece, si è svolta a Palmyra, il più importante gioiello archeologico del Medio Oriente. Palmyra delenda est. Lo Stato islamico ha inoltre eliminato migliaia di anni di storia siriana e irachena, polverizzando squisiti tesori antichi come il tempio di Bal.

Khalid al-Asaad, capo e innamorato, già pensionato, del sito archeologico della città siriana di Palmyra. Assassinato dall’ISIS.

Mentre il Califfato ha raso a terra tutto sul suo cammino, l’Europa ha reagito come se fosse solo il risultato di una inciviltà che non dovrebbe riguardarla. Gli islamisti, però, avevano altri piani. Il professor Paul Veyne scrive nel suo libro su Palmyra:

“Perché, nell’agosto del 2015, l’ISIS ha avuto bisogno di far saltare in aria e distruggere quel tempio di Baalshamin, perché era un tempio in cui i pagani davanti all’Islam venivano ad adorare gli idoli mendaci? No, perché il monumento venerato dagli occidentali contemporanei, la cui cultura comprende un amore educato per i “monumenti storici” e una grande curiosità per le credenze di altre persone e altre volte, e gli islamisti vogliono dimostrare che i musulmani hanno una cultura diversa dalla nostra, una cultura unica: la loro. Hanno fatto saltare in aria il tempio di Palmyra e hanno saccheggiato diversi siti archeologici nel Vicino Oriente per dimostrare che sono diversi da noi e che non rispettano quello che la cultura occidentale ammira”.

Bruxelles, ma sempre con qualche dubbio.

Ecco perché, dopo Palmyra, lo Stato islamico ha attaccato le sale da musica e altri simboli occidentali in Europa. Il “team JV” potrebbe perdere terreno, ma finora sta vincendo la guerra delle civiltà. L’Occidente sarà in grado non solo di liberare Raqqa e Mosul, ma anche di invertire questa valanga culturale cercando di schiacciarla?

 

 

1233. – IL CAPITALISMO E’ “GREAT AGAIN”. SALVO GRANDE CRACK IN AUTUNNO.

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Il Fondo Monetario “rivede al rialzo le previsioni sulla crescita italiana”, dicono i media: da 0,8 saliamo a 1,3.   Grandi esperti questi visitati del Fondo Monetario. Vengono a Roma e si fanno dare le cifre dal loro vecchio amico ministro Padoan.  C’è bisogno di un po’ di ottimismo per sostenere il governo Gentiloni, consentire alla UE la finzione di credere ad una nostra maggior crescita per lasciarci sforare, fare ancora un po’ più debito senza “riforme” (le riforme vere, quelle dei  50 miliardi annui di sprechi e malversazioni pubbliche, non si faranno mai; magari tagliate un po’ le pensioni, suggerisce il FMI).  Infine, c’è bisogno di  far credere agli italiani che anche noi, sebbene meno e ultimi, “stiamo uscendo dalla crisi” come “tutto l’Occidente”. Ma  soprattutto, credo, perché il Sistema deve scongiurare il panico  della gente, mentre si moltiplicano i sinistri scricchiolii  del crack prossimo venturo.

Rialzi azionari oggi, e poco prima del 1929.

Altro che ripresa. Oggi  il 44 per cento dei gestori di fondi, sondati dalla Bank of America, dicono che  le azioni – specie quelle delle imprese  “alta tecnologia”  (il grande bluff)  sono sopravvalutate; è la percentuale più alta dal 1999. A maggio, erano il 37% a rispondere così.

http://www.zerohedge.com/news/2017-06-13/record-number-market-participants-says-market-overvalued-surpassing-1999-bubble-high

I grandi operatori prevedono titanici scoppi delle grandi bolle  create dalle banche centrali con i loro mostruosi quantitative easing nella seconda metà dell’anno.

Quale operatore più grosso di Bill Gross? Il fondatore di Pimco, oggi di JAnus, una  ricchezza sua di  2,5 miliardi di patrimonio, ha gestito 250 miliardi di fondi.     E’ la quintessenza del finanziere, di quello che “fa soldi coi soldi” invece che investendo nell’economia reale, Adesso, a Bloomberg, dice: Un capitalismo finanziario guasto, sostenuto da una politica monetaria [delle  banche centrali] sempre più distruttiva, ha cominciato ad erodere, non a promuovere, l’economia reale”.

Bill Gross

Ed enumera: “Debiti eccessivi, popolazione che invecchia, conati di protezionismo,  uso dei  robot al posto degli uomini,  creano una forza opposta al capitalismo creativo dell’inizio del secolo, schumpeteriano-darwiniano; oggi le arterie del capitalismo sono ostruite da forze secolari che bloccano la crescita Usa e globale molto al disotto delle norme storiche. La strategia di “far denaro col denaro” è seriamente minacciata”.

Marko Kolanovic, uno dei capintesta della JP Morgan, avverte che “un modesto rialzo della volatilità accoppiato ad un calo della liquidità può portare a perdite catastrofiche”. Jeff Gundlach, capo supremo del fondo DoubleLine  avverte “gli speculatori: fate liquidità letteralmente adesso”.

Felix Zulauf, padrone del fondo speculativo svizzero Zulauf Asset Management, si aspetta un crollo dell’azionario cinese (FANG) e Nasdaq  “fra agosto e novembre: e non parlo di un calo del 5%,  ma del 20, che può giungere a -30, -40%”.

http://www.zerohedge.com/news/2017-06-13/felix-zulauf-today-feels-late-1999-i-expect-fang-stocks-fall-30-or-40

Howard Kunstler, saggista e giornalista, teme il momento in cui “i mostruosi debiti cumulati di  persone, imprese,  fondi sovrani, si mostreranno  improvvisamente, traumaticamente, ed evidentemente non pagabili, e tutti i titoli che li rappresentano  saranno risucchiati in quei vortici dello spazio-tempi di  quei film di fantascienza su mummie e astronauti”.  E aggiunge: “Nessuno al potere in questo paese dedica attenzione a quanto sia vicino questo epico momento. O più precisamente, non sanno come preparare  i cittadini e cosa fare –  Le società rispondono a crisi come l’imminente disfarsi della nostra economia finanziarizzata in modi disordinati e sorprendenti…”.

Negli Stati Uniti, VISA ha rivelato che le vendite nei negozi  fisici sono calate  del 5,3% anno su anno  a maggio, il calo più  rapido degli ultimi cinque anni. “Siamo al verde”.  Ogni settimana chiudono un migliaio di negozi al dettaglio.

Alcuni  titoli dai giornali americani:

“L’Apocalisse della vendite al dettaglio si estende al Canada”

“La recessione delle catene di ristoranti sta diventando strutturale? Un calo di 15 mesi”.

“Rinascono i mutui subprime”.

“I proprietari d’immobili calano  63,6 % – erano il 69% nel 2005  –  un calo  mai visto negli ultimi 50 anni”.

ww.govtslaves.com/u-s-homeownership-plummets-to-63-6-near-its-lowest-level-in-more-than-five-decades/

Per Michael Snyder, specialista in prodromi della catastrofe, la prossima crisi finanziaria è già avvenuta: in Europa.  E punta il dito sulla  “improvvisa implosione del Banco Popular”, sesta banca spagnola, salvata con un inghippo concepito dai regolatori UE con l’intervento del Santander, a cui l’hanno fatta acquistare per 1 euro. In cambio, Santander “prenderà ai suoi azionisti 7 miliardi di  euro per  alzare capitale necessario a risollevare il Popular: un  drammatico salvataggio a spese dei privati. Infliggerà perdite per 3,3 miliardi agli azionisti ed obbligazionisti, ma eviterà un salvataggio a  spese del contribuente. Il vero motivo della fulminea decisione è che il nervosismo, diciamo il panico, si stava già aggravando fra depositanti ed azionisti spagnoli, e la corsa agli sportelli stava avvenendo,  mentre la speculazione accentuava le vendite allo scoperto (scommettendo sul ribasso) delle azioni di certe banche disastrate.  Il feroce “salvataggio” privato del  Popular ha aggravato il panico invece di calmarlo. Vista la rovina fulminea della sesta banca spagnola, ora i capitalisti si chiedono   quale sarà la prossima: e si volgono a Liberbank, l’ottava banca iberica, ingrossatasi  da qualche anno per “il matrimonio forzato con tre cajas (casse di risparmio) fallite”. Il governo ha vietato le vendite allo scoperto di Liberbank.

Ma tutti gli sguardi, ovviamente,  in Europa si puntano su “una bolla enormemente più grande.  Attualmente, un trilione di dollari (mille miliardi) di debito pubblico italiano hanno rendimenti negativi. E’ una situazione perversa: prestare allo Stato italiano comporta rischio, per cui i rendimenti dei titoli di debito italiani dovrebbero essere altissimi, non bassissimi”. Il miracolo, il trucco, è dovuto alla BCE che stampa denaro per comprare titoli di stato italici. Dal 2008, la BCE e le banche italiane hanno acquistato l’88% del  debito pubblico nazionale. Berlino sta facendo pressioni perché la BCE smetta. Se la BCE smette,   gli interessi sul debito pubblico italiota schizzano alle stelle, e lo Stato italiano non potrà più finanziare le sue spese.  Le banche italiane, già praticamente fallite per conto loro,  hanno in pancia 253 miliardi del debito pubblico; la frana dallo Stato si trasmetterà al  sistema bancario, diventando valanga. Quel che succederebbe all’Europa intera, la  seconda economia mondiale, non è nemmeno immaginabile.

Banche centrali: stampa, stampa, stampa!

E le banche centrali? Continuano a stampare denaro. Ossia trattano il problema d’insolvenza come un problema di mancanza di liquidità. “Non hai liquidi? Te ne presto un po’”.  E’ la “soluzione” Grecia, a scala   globale.

Ecco perché il Fmi è venuto a “rivedere al rialzo  la crescita del Pil italiano”.  Quando  un sistema deve falsificare le cifre e le statistiche della propria economia  – vedi Unione Sovietica – vuol dire che è proprio alla fine.

14 giugno 2017

1218.- ANGELONA ALLO SCONTRO CON GLI USA: L’APPARATO R€PRESSIVO DELLA SUA €UROPA E IL 25 LUGLIO FRATTALICO

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1. Non disperiamo e, soprattutto, non disperdiamoci.
Comincerei, pertanto, dalla sintesi contenuta in questo commento di Lorenzo che contiene una dose fenomenologica di elementi essenziali:
“Mi par di capire, sintetizzando al massimo che la strategia politica sia di:
a) imporre la manovra (di stabilità per il 2018) per il tramite di un particolarissimo ‘stato di eccezione’: in pratica sarà proposta da un governo dimissionario ad un parlamento non in grado di esprimere una maggioranza e che la approverà seguendo la regola del ‘tutti colpevoli nessun colpevole’ (voto magari accompagnato da una spruzzatina di ‘spread’, giusto per sollecitare ‘l’urgenza’);
b) un sistema elettorale che, di fatto, porti a compimento lo svuotamento ‘idraulico’ delle elezioni.Anche il comportamento del Capo dello Stato è singolare: fondamentalmente sta dettando a priori l’agenda politica del futuro Parlamento…….
Ma questa tattica funzionerà? La posta in gioco non è più la mera sopravvivenza politica, ma la tenuta del ‘sistema-Paese’. Veramente non c’è coscienza di questo? Quella d’ottobre potrebbe essere la ‘manovra’ che apre per noi le strade della Grecia……
Forse (dico forse), ci potrebbe essere una visione alternativa, dove un governo dimissionario e un parlamento senza maggioranza tergiversino con continui rifacimenti della manovra per prendere tempo, finendo alla fine, comunque nell’esercizio provvisorio?Forse, questa volta, ci stiamo davvero avvicinando alla svolta frattalica?

Tutti cercano di sfilarsi dalle responsabilità di una guerra ormai persa e la scelta sta diventando dicotomica: o l’occupazione, o la liberazione…”.
2. Aggiungerei un secondo elemento che, in chiave frattalica, ha un indubbio rilievo: la Merkel che (certamente “piccata” a titolo personale per il trattamento ricevuto nella sua visita a Washington), inaugura la, per molti versi clamorosa, linea di esplicito anti-americanismo, giustificato dall’avversione ad personam verso l’attuale POTUS.
Una realizzazione pratica di questa presa formale della leadership (extraistituzionale, naturalmente) da parte della super-cancelliera, in termini politici, e quindi, di riforme dell’eurozona, seguirebbe questa agenda, secondo una ricostruzione di Dagoreport(esclusivamente limitata ad obiettivi generalissimi):
La Nuova Europa si svilupperà su tre passaggi fondamentali (almeno così la raccontano in tedesco).
Il primo: la sostituzione di Weidmann con Draghi [ndr; ovviamente è l’inverso] alla guida della Bce nel 2019. Il secondo: attribuzione alla Francia della posizione di ministro unico delle Finanze europee; un identikit che la stessa Commissione ha tratteggiato con il suo piano, infarcito di eurobond (ma guai a chiamarli così) e di Fondo monetario europeo. Il terzo: assegnazione all’Italia del ministro della Difesa europea; un progetto di lungo periodo che presuppone una aggregazione politica dall’intensità maggiore dell’attuale.
Prima di tornare alle implicazioni frattaliche, è meglio chiarire in cosa realmente si traducano i “passaggi fondamentali” che la Merkel vorrebbe imporre, reclamando una leadership fondata sullo “stato di eccezione” – cioè sulla effettiva sovranità, a bene vedere- determinato dalla situazione conflittuale con Trump…da lei stessa creata (!).
D’altra parte, sovrano è colui che ha il potere di dichiarare lo stato di eccezione; e, a maggior ragione, chi ha il potere di crearlo, allo scopo di riaffermare la propria sovranità, sia essa legittima o no.
3. E dunque, su ciascuno di questi tre elementi generali di “€uro-riforma”, specifichiamo le concrete implicazioni attualmente in discussione.
I primi due possono essere visti congiuntamente per la loro intima connessione.
Diciamo subito che l’affidamento della BCE a Weidman determina l’applicazione “credibile”, (non necessariamente “seria”, che è un altro discorso), del principio del “piacere della crudeltà del creditore” (qui, p.6.1.: da Corey Robin che cita Nietzsche).
Una linea che, peraltro, risulta già chiaramente enunciata dalla sentenza CGUE sull’Outright Monetary Transaction e che si riassume nella seguente Grund-Norm dell’eurozona:
ogni scostamento dalla regola del no-bail out (e sempre nei limiti del divieto di acquisto diretto dei titoli di Stato e di intervento “solidale” a carico delle istituzioni UE o di un altro Stato-membro), anche per quanto riguarda la politica monetaria, deve essere accompagnato dalla imposizione di rigorose e stringenti condizionalità nei confronti degli Stati non rispettosi dei limiti di deficit e di rapporto debito/PIL previsti dal fiscal compact.
Con Weidman, c’è un “nuovo sceriffo in città” e per l’Italia, sprecona e piagnona, QE e interventi monetari accomodanti sono per sempre esclusi.
4. Quanto alla istituzione di un ministro delle finanze €uropeo (a “riserva” francese), il quadro che si delinea è strettamente connesso.
Tale figura, se pure gestirà un bilancio federale rafforzato (in misure e modalità di “contribuzione” statale del tutto incongrue e antisolidali, v.p.10), avrà essenzialmente poteri sanzionatori, cioè di enforcement del pareggio di bilancio e della riduzione del debito pubblico, in quanto istituito col ruolo prioritario di attivatore di un apparato di imposizione e controllo nell’attuazione delle condizionalità (qui, pp.9-10 per avere lumi e fonti dirette €uropee).

Le finalità essenziali di questo €uro-apparato, ora chiarite, consentono (integrate dalla lettura dei links), di decifrare senza troppe difficoltà questo organigramma, postato da Marco Zanni (e che corrisponde a un paper “di discussione” già approvato dalla Commissione UE, oltreche corrispondente a un deliberato preliminare già licenziato dall’europarlamento):

5. Logicamente, la connessione ministro delle €urofinanze-€uroapparato repressivo fiscale, ci collega alla “leggera impopolarità” che la sua azione potrebbe suscitare.
E, di conseguenza, ci porta al terzo punto: la “difesa €uropea”.
Condizionalità e sanzioni (finanziarie e socio-politiche) di natura fiscale, possono condurre a rivolte e disordini (tanto più se teutonicamente “credibili”), onde la necessità di preservarne l’effettiva attuazione mediante un congegno militar-poliziesco che, in nome della “€urodifesa”, contro populismi e “irresponsabilità” dei riottosi PIGS (specie italiani), possa prontamente intervenire per garantire, al neo-€apparato fiscal-repressivo (e ai suoi “missi imperiali” sparsi per i vari Stati sotto accusa), un’adeguata protezione fisica nonché una preventiva capacità deterrente e materialmente repressiva.
Piccolo dettaglio: la guida “politica”, teoricamente italiana, sarebbe solo di bandiera; l’euroesercito si è già avviato sotto il comando operativo, cioè militare-effettivo, della Germania.
La tendenza alla militarizzazione dell’attività di polizia è già largamente in atto negli USA: le sue implicazioni in una “federazione interstatale” di tipo liberoscambista, cioè governata dai “mercati”, sono evidenti e ne abbiamo discusso qui.
6. Risulta però utile aprire gli occhi su quali concrete misure corrisponderanno al dotare di normatività, e quindi di sanzionabilità, supreme e incondizionate, le regole fiscali dell’eurozona. Almeno per l’Italia e, appunto, proprio per capire perché ci potrebbero essere delle non piccole resistenze popolari.
Se si leggono con attenzione questi passaggi esemplificativi tratti da twitter, le prospettive concrete non si prestano a grandi equivoci. Andiamo per successive e coerenti indicazioni.
Naturalmente il tutto viene cosmeticamente presentato come un vantaggio: si abbassa il debitopubblicobrutto (che bello!) e perciò si potrebbero abbassare le tasse (ancora più bello!). Cosa saranno mai un piccolo sacrificio e l’arrivo degli” €uro caschi blu”?
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Voi immaginate un giornale tedesco che pubblica questa roba parlando del proprio paese? O un giornale francese?

1214.- Trump minaccia la guerra commerciale alla Germania

Peggiora lo scontro a puntate tra Trump e Merkel. Il presidente Usa cinguetta contro la Germania: “pagate meno del dovuto in spese militari. Male per gli Usa. Questo cambierà”. Si apre il rischio di una guerra commerciale negli Usa contro i marchi tedeschi prodotti e venduti in America.

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Per Trump, la Ue era e rimane inutile e dannosa e, tra l’altro sta dando l’ennesima prova di comportamenti assurdi. Molti in Europa avranno gongolato vedendo che il neo presidente non ha alcuna remora nell’attaccare un totem come Angela Merkel e nell’accusare la Germania di sfruttare l’Unione ai propri fini nazionali. Per il tycoon, in campagna elettorale, pure la Nato era obsoleta, se non addirittura inutile e tale è rimasta anche ora. Pur tra i tanti dubbi espressi dagli ambienti militari Usa e dai governi europei, non pare sia disposto a un ripensamento radicale sull’argomento. Caso mai solo a piccoli aggiustamenti per non scontentare soprattutto alcuni militari che hanno posizioni di rilievo nel suo team.

Botta e risposta. Lo scontro tra Trump e Merkel peggiora e come nelle migliori fiction procede a puntate e senza esclusione di colpi. Questa mattina il presidente Usa ha attaccato come da abitudine via twitter: “Noi abbiamo un massiccio deficit con la Germania, inoltre loro pagano molto meno di quanto dovrebbero per la Nato e le attività militari. Molto male per gli Usa. Questo cambierà”.

Lo scontro ha avuto inizio pubblicamente con le rivelazioni del giornale tedesco Der Spiegel secondo cui Trump aveva definito molto cattiva la Germania per le sue politiche commerciali, con particolare riferimento alla vendita auto negli Usa delle aziende tedesche.

Al G7 di Taormina il clima è peggiorato proprio su questioni come ambiente, commercio e immigrazione al punto di far saltare la tradizionale conferenza stampa Usa-Germania.

Nel frattempo la Merkel ha detto in un comizio che l’Europa deve prendere nelle proprie mani il suo destino, perché non può più fare affidamento sugli alleati, cioè Usa e Gran Bretagna.

Per Trump la Germania investe meno del 2% del PIL nella difesa, come l’Italia del resto, ma trascura il fatto che le basi militari Usa più importanti sono ospitate in Europa. Perdere un appoggio del genere per gli Stati Uniti sarebbe molto grave. Sul piano economico, il problema per Donald Trump è che molti dei prodotti venduti negli Usa sono sì marchi tedeschi ma realizzati in America con posti di lavoro garantiti per migliaia di lavoratori. Uno scontro sul piano commerciale potrebbe comportare dei costi non irrilevanti per gli americani. Per ora nessuno fa un passo indietro ma fare un passo avanti potrebbe portare a un punto di non ritorno dove non è possibile calcolare i costi per entrambe le parti.

Di , per Remocontro, 30 maggio 2017

1212.- LA SVEZIA VIETA LE VACCINAZIONI OBBLIGATORIE…

 

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26 maggio 2017

Il 10 maggio il Parlamento svedese ha respinto 7 proposte che avrebbero promosso le vaccinazioni obbligatorie. Il governo svedese ha deciso infatti che le politiche di vaccinazione forzata sono contrarie ai diritti costituzionali dei loro cittadini.

La Svezia, invece di aderire alla pressione delle aziende farmaceutiche o delle tattiche spaventose dei media mainstream, ha adottato la decisione di rifiutare l’applicazione della vaccinazione obbligatoria ai suoi cittadini. Infatti, un tale mandato, hanno affermato, violerebbe la Costituzione del paese.Anche altri fattori hanno influenzato questa decisione. Da un lato c’è stata la pressione dei cittadini che hanno manifestato chiaramente il loro dissenso al concetto di vaccinazioni forzate. Il testo di uno dei motivi relativi alla decisione ha rilevato che i parlamentari avevano osservato “una grande resistenza a tutte le forme di coercizione per quanto riguarda la vaccinazione“.

I politici hanno anche citato alcuni dati dall’NHF (National Health Federation Sweden) che hanno rivelato frequenti e “gravi reazioni avverse” al vaccino MMR (morbillo, orecchioni e rosolia) ed hanno osservato che tali reazioni sono specificate anche nel foglietto informativo del vaccino. I politici hanno affermato che siccome i bambini dovrebbero ricevere due dosi di questa vaccinazione, questi considerevoli rischi sarebbero raddoppiati. Inoltre hanno sottolineato che tali rischi non erano limitati al vaccino MMR, ma che altri vaccini causavano “reazioni avverse simili”.

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Ecco l’articolo originale in svedese di ciò che è avvenuto (è tradotto con il traduttore dato che non conosciamo lo svedese ):

“La NHF svedese ha inviato una lettera al Comitato e ha spiegato che violerebbe la nostra Costituzione se introducesse la vaccinazione obbligatoria o la vaccinazione obbligatoria come è stata presentata nel moto di Arkelstens. Molti altri hanno anche presentato una corrispondenza e molti hanno richiamato il Parlamento e i politici. I politici parlamentari hanno sicuramente notato che c’è una massiccia resistenza a tutte le forme di coercizione per quanto riguarda la vaccinazione.”

Inoltre, questo deve essere osservato da tutti i paesi che impongono vaccinazioni obbligatorie di bambini e adulti, specialmente in Italia, dove esiste un vero e proprio regime nazista fatto di minacce e ritorsioni a tutti coloro che mettono in dubbio il dogma dei vaccini, senza alcuna apertura al dialogo e alla comprensione delle critiche. Su ActivistPost leggiamo:

“La NHF svedese mostra anche le frequenti reazioni avverse in base al tasso a cui FASS specifica nel foglietto illustrativo del vaccino MMR, quando si vaccina un gruppo intero di anno. Inoltre, bisogna tener conto che ogni gruppo di età riceverà due volte il vaccino MMR, per cui gli effetti collaterali sono raddoppiati. Non dobbiamo dimenticare che, inoltre, si applicano simili liste di reazioni avverse per altri vaccini. Nella lettera abbiamo anche incluso una vasta lista degli additivi trovati nei vaccini – sostanze che non sono sostanze per la salute e non appartengono a bambini o bambini. Abbiamo finito l’opinione dei politici con una scoraggiante lista di studi che dimostrano che la vaccinazione è una cattiva idea.”

E’ importante notare un punto che viene sempre tralasciato in questa campagna mediatica portata avanti in Italia da televisioni e giornali dove si usa tanta retorica e poco cervello, perché “non si discute sui vaccini” ovvero “non si usa il cervello, si fa il gregge e basta”. La questione degli additivi trovati nei vaccini che “non sono sostanze per la salute e certamente non appartengono ai neonati o ai bambini”.

Quali sono gli additivi dei vaccini?

Leggiamo sul sito ufficiale canadeseImmunize Canada leggiamo ad esempio che nei vaccini c’è:

Su Wikipedia leggiamo anche altri eccipienti:

  • Siero di vitello bovino
  • albumina umana
  • siero di albumina umana
  • gelatina idrolizzata
  • L-glutamato monosodico
  • proteine cellulari MRC-5

Tessuti di feti umani abortiti nei vaccini

Come leggiamo su Wikipedia le proteine cellulari MRC-5 sono:

“Una linea di coltura umana diploidi composta da fibroblasti derivata da tessuto polmonare di un feto maschio caucasico abortito di 14 settimane. [1][2] La linea cellulare è stata isolata da J.P. Jacobs e colleghi nel settembre 1966.

Le cellule MRC-5 vengono utilizzate per produrre diversi vaccini tra cui MMR [NdR: morbillo, orecchioni rosolia], Varicella e Polio. Le cellule infette MRC-5 secernono il virus e possono essere coltivate in grandi volumi adatti alla produzione commerciale.”

Tempo fa avevamo pubblicato la notizia di uno studio che mostra la connessione tra autismo e inserimento di feti umani abortiti nei vaccini.

I morti per morbillo e i morti per vaccino da morbillo

Ebbene, nel ricercare questo articolo ho scoperto due fonti di informazioni molto interessanti dai media principali, che, se esaminati collettivamente, forniscono una reale comprensione del modo in cui il nostro pensiero è manipolato su questo tema. Come afferma Tracey Watson che ha scoperto questi dati:

  1. Un articolo sulla NBC News intitolato 7 Miti vaccinali esaminati dai medici. Uno dei “miti” che presumibilmente crollano è l’idea che “più persone muoiono dal vaccino che da morbillo”. Essi affermano che mentre il morbillo uccide 140.000 persone di tutto il mondo ogni anno, solo 57 dichiarazioni di morte dal vaccino contro il morbillo sono state depositato con il Programma di Compensazione Colpiti dai Vaccini (VICP). Ora, è interessante notare che questo articolo esamina la morte in tutto il mondo, ma cita solo i tassi di mortalità dei vaccini per gli Stati Uniti, dove il VICP è stato istituito nel 1986.
  2. Andiamo al secondo articolo parlando dei mali del morbillo. Questo articolo di Very Well effettivamente dà il numero di persone che sono morte di morbillo negli Stati Uniti. L’articolo fornisce solo cifre dal 2000, ma rileva con rabbia che sono stati 11 morti per morbillo da quell’anno.

Quindi, l’articolo ci dice che 57 sentenze di morte per vaccino contro il morbillo sono state presentate con VICP (presumibilmente dal 1986), mentre l’altro ci dice che un totale complessivo di 11 persone è morto dalla malattia stessa tra il 2000 e il 2015. Anche se volessimo raddoppiare quel numero per conto degli anni tra il 1986 e il 2000 (portandolo da 11 a 22), ciò significa ancora che più del doppio di persone è morto per vaccino contro il morbillo rispetto al morbillo reale…

Da notare che in Francia una decisione simile a quella della Svezia è stata presa all’inizio di quest’anno – il ministro della sanità stava spingendo per i vaccini obbligatori e aumentando il numero di vaccini raccomandati, avevano una commissione e stavano spingendo questa opzione, ma il pubblico e alcuni esperti li persuasero a non farlo.

Disclaimer: Questo articolo ha solo fine illustrativo e non sostituisce il parere del medico. Non è destinato a fornire consigli medici, diagnosi o trattamento. Disclaimer completo

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Vaccini, bimba di due mesi muore nel sonno a Torino dopo esavalente.

Una bimba di due mesi, figlia di una coppia di rifugiati di origine nigeriana ospite di una comunità a Lemie, nel Torinese, stamattina è stata trovata morta nella sua culla. I carabinieri, intervenuti sul posto, hanno rilevato che il decesso è avvenuto per cause apparentemente naturali. Potrebbe dunque trattarsi di Sids, la sindrome di morte improvvisa del lattante che in Italia uccide circa 300 neonati l’anno. La piccola ieri era stata sottoposta a vaccinazione esavalente e non sembrava aver accusato alcun malessere. Per dare una spiegazione si attende l’esito dell’autopsia disposta dalla procura di Ivrea. Il fascicolo è stato affidato al pm Giuseppe Drammis.

L’Asl To4 ha sostituito, in via precauzionale, tutti i lotti del vaccino esavalente del tipo a cui era stata sottoposta la bimba. «Le vaccinazioni – ha dichiarato il direttore sanitario Giovanni Lavalle – non subiscono alcuna sospensione e sono effettuate secondo i calendari programmati». La bambina – fa sapere l’Asl – era nata pretermine. «Siamo particolarmente colpiti dal dramma che ha interessato la famiglia della piccola – ha dichiarato il direttore generale dell’ASL TO4, dottor Lorenzo Ardissone – anche perchè di fronte alla morte improvvisa di un bimbo non si può che rimanere attoniti e profondamente addolorati. Siamo comunque in collegamento diretto con la Procura della Repubblica e stiamo predisponendo la documentazione clinica utile a chiarire quanto accaduto». Nella giornata di ieri – spiega l’Asl – la piccola era stata vaccinata con l’esavalente (vaccino contro difterite, epatite B, infezioni da Haemophilus Influenzae tipo B, pertosse, poliomielite e tetano) più il vaccino anti-Rotavirus.

«Il fascicolo è di atti relativi al decesso in quanto al momento non è accertata alcuna responsabilità. Dopo l’autopsia si faranno le valutazioni del caso». Così il procuratore di Ivrea, Giuseppe Ferrando, in merito alla vicenda della bimba nigeriana di due mesi morta a Lemie. «Non ci sono sequestri di vaccino da parte della procura – precisa Ferrando – ma solo un ritiro a scopo cautelativo dei lotti di vaccino da parte dell’Asl To4».

1210.- Mentre ci sbraniamo per i vaccini, Gentiloni approva il CETA in silenzio stampa…

 

Ricordate il CETA?

ttip_021L’ultimo consiglio dei ministri ha approvato ddl di ratifica del trattato di libero scambio con il Canada, un provvedimento dalle nefaste ripercussioni di cui nessuno dei grandi e piccoli media nazionali ha dato notizia.

E’ arrivato il CETA, ma non ditelo in giro. Il governo ha approvato il disegno di legge per la sua ratifica ed attuazione, ossia per l’accordo economico e commerciale tra l’Unione europea e il Canada. Ma piano – per favore! – non strillatelo.Eh già, perché il temuto trattato, firmato lo scorso 30 ottobre a Bruxelles e ratificato dal parlamento europeo questo febbraio sta per arrivare al parlamento italiano. Chi lo dice? Il consiglio dei ministri che si è riunito mercoledì sera in fretta e furia e senza neanche un minuto di preavviso; quel cdm di cui i rappresentanti solitamente si affrettano a propagandare i risultati e per il quale invece non è stata convocata neanche l’ombra di una conferenza stampa. E come mai, c’è da chiedersi, neanche il più ridicolo e scarso dei media (provare per credere? Fatevi un giro su google) ha dato questa notizia di epocale importanza? Perché è meglio farlo passare in sordina, o perché forse questo “gran valore” economico non lo ha? Per entrambi i motivi.

di Guido Rossi

Scopo dell’Accordo – si legge nel comunicato del governo – “è stabilire relazioni economiche avanzate e privilegiate, fondate su valori e interessi comuni, con un partner strategico”. Si creano nuove opportunità per il commercio e gli investimenti tra le due sponde dell’Atlantico – si legge ancora – “grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali per gli operatori economici”. Accidenti, che grande occasione, addirittura la sola Italia potrebbe beneficiare in termini di maggiori esportazioni verso il Canada “per circa 7,3 miliardi di dollari canadesi”. Ripetiamolo insieme: sette miliardi. Per avere un’idea, l’IMU che noi italiani abbiamo pagato sui nostri immobili, nel solo 2016, è costata 10 miliardi di euro; circa la stessa cifra è stata spesa dal governo Renzi per pagare i famigerati “80 euro”. Il governo Gentiloni ha recentemente “salvato” il sistema bancario creando con estrema facilità un fondo da 20 miliardi di euro. Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, ma il concetto è chiaro: questo accordo economicamente non vale la carta su cui è stampato, e il problema maggiore è che a fronte di un così ridicolo guadagno – nemmeno sicuro, considerato che si tratta di stime – stiamo per svendere completamente la nostra nazione, e non è un esagerazione. Perché ciò che più fa male è che i nostri governanti si affrettino a specificare come l’accordo “garantirà comunque espressamente il diritto dei governi di legiferare nel settore delle politiche pubbliche, salvaguardando i servizi pubblici (approvvigionamento idrico, sanità, servizi sociali, istruzione) e dando la facoltà agli Stati membri di decidere quali servizi desiderano mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Peccato che la cosa, oltre a suonare palesemente come una “escusatio non petita”, è oltremodo falsa.

Spieghiamoci. E’ vero che “espressamente” il testo del Ceta – nelle sue premesse – “riconosce” agli Stati membri il diritto di prendere autonome decisioni in materie di interesse pubblico come appunto la sanità e il resto, ma in maniera altrettanto precisa descrive il funzionamento del “dispute settlement”, ossia di un arbitrato internazionale cui una “parte” (che può essere uno Stato ma anche un’azienda che opera sul suo territorio) può fare ricorso in caso sia in disaccordo con decisioni prese da altre parti. Tradotto, un’altra nazione o peggio una semplice società, spesso multinazionale, può impugnare una decisione di uno Stato anche quando adottata “nel diritto di legiferare nel settore delle politiche pubbliche”, qualora questa vada a “discriminare” il business dell’azienda. Il funzionamento di questo “tribunale privato” fa diretto richiamo al DSS, identico strumento previsto dall’Organizzazione Mondiale del commercio (o “WTO”, accordo simile al Ceta ma su scala globale). Quest’ultimo prevede la selezione di un “panel” di giudici, composto da esperti provenienti solitamente dal mondo della consulenza privata (esatto, delle multinazionali) o da atenei altrettanto privati. Il panel redige un rapporto contenente la propria opinione circa l’esistenza o meno di un’infrazione alle regole del WTO.

Esso non ha la forza legale di una vera e propria sentenza eppure la procedura di appello ha una durata massima prevista in novanta giorni, e la sentenza, dopo l’approvazione, è definitiva. Sintetizzando: l’Organizzazione Mondiale del Commercio (cui l’Europa e l’Italia hanno aderito da più di vent’anni, nel 1995) ha fini prettamente economici e finanziari; gli Stati, si dice, sono sovrani, eppure i principi che regolano gli scambi internazionali sono al di sopra delle leggi nazionali, ed internazionali; in caso di controversie, le parti (non gli Stati in realtà, quanto le società multinazionali “discriminate”) possono rivolgersi al WTO e chiedere se sia giusto o meno non applicare il suo regolamento; il WTO, privato e- sicuramente -imparzialissimo, emette la sentenza, che, per carità, non ha forza legale vera e propria (non essendo un vero tribunale), però è ad ogni modo inappellabile e definitiva. Democraticamente. E quel che è previsto per il Wto vale per il CETA. Il tribunale del WTO è stato mai adito per questioni sugli scambi internazionali? Oh sì! Solo gli Stati Uniti sono stati coinvolti in più di 95 casi contro società private, e di questi processi gli USA, in qualità di nazione, ne ha persi 38 e vinti appena 9. Gli altri o sono stati risolti tramite negoziazioni preliminari oppure sono ancora in dibattimento. In circa 20 casi il Panel addirittura non è mai stato formato, e la maggior parte dei processi che hanno perso riguarda livelli di standard ambientale, misure di sicurezza, tasse e agricoltura.

Questo panegirico forse può risultare oscuro pertanto è utile fare una semplificazione: lo Stato italiano, al contrario di quanto dice il governo Gentiloni, non può decidere autonomamente alcunché, prima di tutto perché fa parte dell’Unione europea e ha siglato accordi comunitari come il Patto di stabilità e il fiscal compact, oltre a far parte di un’unione monetaria, quindi di partenza non ha alcun potere decisionale in termini di politiche monetarie, fiscali, economiche e sociali. Secondo poi, pur godesse di una simile sovranità, comunque rischierebbe di trovarsi contro cause miliardarie– private –e di perderle, con tanti saluti al “potere politico”. Quel che allora il misero comunicato stampa del consiglio dei ministri dice in parte è vero, ossia che il governo può “decidere quali servizi mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Scopo dell’accordo è infatti di liberalizzare completamente qualsivoglia tipo di merce o servizio, inclusi quelli che teoricamente uno Stato soltanto dovrebbe garantire, e che invece già stanno finendo in mano ai privati (cliniche sanitarie, scuole, ecc ecc), in un mondo che sempre più sarà alla portata di poche persone e tasche. Ed ecco che la nostra carta Costituzionale si trasforma in carta igienica.

Quanto alle “potenzialità” di esportazione la nostra bella Penisola, da sempre caratterizzata da una grande vocazione all’export, già da tempo ha incrementato la vendita dei propri beni all’estero. Siamo più competitivi? Facciamo cose migliori? Ne più ne meno come prima, semplicemente gli italiani non hanno più una lira (i consumi domestici sono drasticamente calati, grazie a politiche iniziate da Mario Monti che in una celebre intervista ammise di “distruggere la domanda interna”) e quindi le imprese (quelle che non hanno chiuso) si sono arrangiante puntando ancor più sui mercati forestieri; solo pochi giorni fa l’Istat ha registrato nei suoi dati la “morte” della classe media italiana. Nel frattempo, visto che le merci di qualità come quelle nostrane non ce le possiamo permettere, nei nostri negozi arrivano tonnellate di merce a basso costo ma di pessima qualità che viene assoggettata a controlli scarsi o addirittura nulli, poiché già siamo in un’unione di libero scambio, l’Unione europea, che stiamo per estendere al Canada. Inutile dire che simili politiche danneggiano direttamente le nostre imprese, dunque il lavoro e in generale il benessere del nostro popolo. Tutto questo per – forse – sette miseri miliardi. Neanche i 30 denari di Giuda.