Archivi categoria: Unione europea

1565.- IL SUPERSTATO CANAGLIA. MA BERLINO (forse) SI SMARCA.

di Maurizio Blondet
“Non accetteremo mai l’occupazione e la tentata annessione della Crimea”, ha scandito Rex Tillerson a Vienna: “Le sanzioni resteranno fino a quando la Russia restituirà il pieno controllo della penisola all’Ucraina”. Poche ore dopo, volato a Parigi, vi ha incontrato il premier libanese Hariri, che aveva ritirato le dimissioni date a Ryad sotto costrizione del reuccio saudita. Tillerson ha “Incoraggiato il governo libanese e altri stati ad agire in modo più aggressivo per limitare l’attività destabilizzatrice di Hezbollah nella regione, ciò che renderà più forte e stabile il Libano”. Non importa la semplice verità, che Hezbollah nel sequestro saudita di Hariri abbia operato come forza di stabilità. Ormai è chiaro: le posizioni della Casa Bianca si sono irrigidite e puntano al conflitto con l’Iran e i suoi alleati.

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Da sinistra: Lavrov, il segretario dell’OSCE Thomas Greminger, il ministrro degli esteri austriaco Kurz e Tillerson alla riunione di Vienna. Dove il piano di Mosca per la pacificazione del Donbass è stato frantumato.

A Vienna, riunione dell’OSCE, Tillerson ha respinto e frantumato la proposta Putin (accettata cautamente da Germania e Francia) per allentare la crisi del Donbass: sostituire gli “osservatori OSCE” che nulla osservano, con caschi blu dell’ONU nelle zone separatiste, che consentano e sorveglino la tenuta di libere elezioni in vista di un ritorno in una Ucraina federale.

Per mandare a monte la proposta, il regime di Kiev – senza impegnarsi a promettere né uno status speciale per il Donbass né un’amnistia per i combattenti – ha posto due condizioni: che non solo l’ONU assuma il governo delle regioni secessioniste, ma che i Caschi Blu siano posizionati anche sul confine tra Donbass e Russia – oggi incustodito – e che fra i Caschi Blu non siano ammessi soldati russi, dato che la Russia “è parte in causa”. In realtà, per gli accordi di Minsk , Mosca non è parte in causa, bensì mediatore. E mettere truppe sul confine russo-Donbass significa affamare le popolazioni, perché da lì arrivano i rifornimenti alimentari e sanitari per i secessionisti. Il Washington Post (che è ufficialmente il quotidiano del Deep State da quando Jeff Bezos, il miliardario di Amazon, l’ha acquistato per conto della CIA) ha definito la proposta di Putin “una trappola”. A Vienna, Tillerson ha se possibile rincarato la dose: “la Russia arma, guida e combatte insieme alle forze anti-governo”, e poi appunto: “mai accetteremo l’annessione della Crimea”, eccetera. Il tono è stato tale, che il ministro Lavrov s’è detto “allarmato del tentativo di trasformare il senso della nostra proposta di sostituire l’OSCE con l’ONU”, e ha detto che a questo punto, “non ci sarebbe più processo di Minsk”.

Tillerson ha detto anche: “I russi hanno resistito a lungo ad una forza di mantenimento della pace, ma ora hanno accettato…”. Anders Rasmussen , già capo civile della NATO fino al 2014, nel forum di politica estera Berlino,ha suggerito che i Caschi Blu da piazzare in Ucraina(praticamente solo truppe NATO) dovrebbero essere diecimila. “La Russia deve capire che una normalizzazione delle relazioni tra Russia e Occidente dipende dal rapporto fra Mosca e Kiev. Questo deve capire la Russia”: Insomma secondo istruzioni, la Russia è stata messa sul banco degli accusati per non riconoscerla come mediatrice. Una tattica ben nota.

https://www.voanews.com/a/vienna-tillerson-sparred-lavrov-ukraine-conflicts/4153877.html

Il punto è tirare in lungo, mentre si affama la popolazione del Donbass. Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite ha annunciato che da febbraio interromperà le consegne di alimentari nell’Est Ucraina, per mancanza di fondi: ha chiesto ai paesi donatori 200 milioni di dollari, ne ha ricevuto solo il 30%. Nelle attuali condizioni, la popolazione nell’Ucraina orientale ha di fronte la carestia. Anche questa una tattica di guerra ibrida ben nota, vedi Yemen.

Fortuna che Lavrov non ha perso il suo proverbiale senso dell’humour. A margine dell’incontro, a proposito della decisione unilateraledi Donald di fare di GErusalemme la capitale di Sion, ha rivelato ai giornalisti. “Rex [Tillerson] mi ha lasciato capire che gli Usa si attendono di fare “l’accordo del secolo” che risolverà il conflito israelo-palestinese d’un solo colpo. Certamente vogliamo capire come vedono avvenbire questo”.

Sigmar Gabriel critica Washington e “ammira” Pechino
Da segnalare come fatto positivo il cambiamento di tono del ministro tedesco degli Esteri Sigmar Gabriel (che probabilmente resterà su quella poltrona se si riforma la grande coalizione di governo). Miracolo dello sbiadire di Angela Merkel, il 5 dicembre a Berlino, Gabriel ha ammesso che “la percezione implicita del ruolo fondamentalmente protettore degli Stati Uniti nonostante dispute occasionali, comincia a collassare”, ed ha espressamente sottolineato che questo resterà anche se Trump venisse mandato via dalla Casa Bianca. “Il ritiro degli Stati Uniti non dipende da un solo presidente. Ciò non cambierà in modo fondamentale nemmeno dopo le elezioni”. Sostanzialmente, con precisione “implacabile che fa pensare a una risoluzione operative” (così Philippe Grasset), Gabriel ha scandito: gli Usa non fanno più la loro parte; debbono diventare per noi (Germania, Europa) un blocco di potenza fra gli altri; la Germania si deve rifiutare di seguire gli Usa nelle sue avventure di politica estera che sono completamente estranee ai nostri interessi e alla nostra visione del mondo”: Qui ha citato le sanzioni alla Russia, che mettono in pericolo “gli interessi economici nostri”; sulla Siria, al contrario di Roosevelt che consigliava di “parlare piano e agitare un grosso bastone” noi “abbiamo gridato forte e agitato un bastone piccolo”; poi c’è il ripudio Usa dell’accordo con l’Iran, e adesso la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale ebraica.

Mai in nessun momento Sigmar Gabriel ha citato la NATO. Per contro, ha citato ampiamente la iniziativa One Belt One Road” (la nuova Via della Seta) come “concetto geostrategico in cui la Cina applica le sue concezioni d’ordine: politica commerciale, geografia, geopolitica, ed eventualmente anche forza militare”. Precisando subito che le sue parole “non hanno affatto lo scopo di “biasimare la Cina”, ma al contrario di “suscitare il rispetto e l’ammirazione. Noi, in Occidente, potremmo essere a giusto titolo criticati per non aver concepito alcuna strategia paragonabile”.

Possibile che Angela Kasner in arte Merkel sia così sbiadita? Che la Germania si svegli dal sonno dogmatico?

Forse contribuisce al risveglio l’interesse. Nell’ambito della One Belt One Road , Pechino guida l’iniziativa ”16 + 1” che sta rafforzando la cooperazione con 11 paesi membri della UE e cinque paesi balcanici: Albania, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia e Slovenia. La regione ha una popolazione di 120 milioni di persone.

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La ferrovia Ungheria-Serbia fatta coi cinesi. E’ solo il primo tratto di una futura rete che unirà i Balcani meridionali. Anzi, molto oltre:

 

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la linea Baku-Tbilisi -Kars che unirà il Mar Nero al Caspio.

La cooperazione ha come punta di lancia le INFRASTRUTTTURE. Il premier Orban ha stretto con la Cina un accordo per una linea ferroviaria nord-Sud dalla Polonia ai Balcani meridionali. La maggior parte degli investimenti cinesi sarà concentrata in Ungheria. Il 28 novembre è partito da Mortara il primo treno merci cinese diretto a Chendu Cina, 17 vagoni con merci italiane. La frequenza dei convogli dipenderà dall’intensià del’interscambio.

Naturalmente “nostra” classe “dirigente” ha ben più concrete preoccupazoni:

 

Altro che immigrati, delinquenza e disoccupazione….abbiamo paura dei fassisti.

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1564.- Dalla Svizzera: “Euro è condannato a sparire”

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“L’euro è destinato a sparire”, secondo Pierre Kunz. Il presidente svizzero dell’Istituto nazionale di Ginevra ed ex deputato del partito Liberale Radicale (PLR) ha lanciato un appello per una rifondazione totale del progetto europeoe per l’abbandono della moneta unica, le cui condizioni di sopravvivenza non sono mai state completamente soddisfatte.

L’ex deputato del Grande Consiglio Federale Svizzero, che gestisce un blog sul sito del quotidiano de La Tribune de Geneve, sostiene che l’Europa rischia di implodere sotto gli effetti delle problematiche sociali, economiche e politiche che non riesce a superare perché il suo modello, che non ha intenzione di cambiare nonostante i suoi difetti, non è più adatto al nuovo mondo in cui ci troviamo.

“Questo nuovo mondo è quello delle nuove tecnologie, dell’informazone istantanea e universale, ma anche quello della ‘fine della mondializzazione‘ come ha sintetizzato François Lenglet, quello del ritorno dei popoli, dell’interesse e indentità nazionale, del protezionismo regionale, della concorrenza amministrata tra i grandi blocchi economici del mondo”, osserva il politico sul quotidiano Le Temps.

Europa: un orientamento testardo e irrazionale

Le autorità devono rimettere in causa le fondamenta su cui si è basata fino a oggi la politica europea dell’ultimo mezzo secolo, di quello che è stato definito “il progresso sociale” e devono ripensare il modello economico al quale siamo abituati, ossia quello della crescita attraverso i consumi. Bisogna creare un nuovo progetto che si basi sul produttore e non più sul consumatore.

“È il primo stadio, quello essenziale. Nel mirino dei riformatori deve essere la priorità. Non si tratta di prepararsi alla decrescita, fonte di disuguaglianze di reddito e di problemi sociali molto più gravi di quelli che si additano al capitalismo, bensì della capacità da parte dell’Europa di competere con le potenze emergenti. Per farlo serve un nuovo progetto di società“.

 

Libero scambio regionale e fine dell’euro

Servirebbe un piano per un’Europa federalista con meno accentramento dei poteri, spiega il politico svizzero, che abbandoni le sue procedure, le sue direttive e regolamenti, i suoi tecnocrati senza più contatto con la realtà, che vivono a Bruxelles nell’ignoranza di quello che succede ai popoli dei singoli Stati, quali sono le loro speranze, i loro problemi.

L’Europa che nascerebbe dalle ceneri del progetto dell’euro, nell’ideale di Kunz, “dovrebbe ridistribuire a suoi Paesi membri una buona parte di poteri, sovranità e fiscalità, mettendo fine alla libera circolazione delle persone come è in vigore oggi” e che ha contribuito – malgrado chi provi ancora a negare l’evidenza – a provocare la Brexit.

Quanto all’euro, “è condannato a sparire perché le condizioni della sua sopravvivenza, ossia il rigore di bilancio degli Stati membri dell’Unione, non sono state mai veramente rispettate”. Sparirà così anche la Bce, a meno che non trovi un ruolo meno ambizioso. Le misure di espansione monetaria straordinarie di Mario Draghi “non hanno permesso di raggiungere gli obiettivi promessi”, secondo Kunz.

Nel suo ultimo libro sulla moneta unica europea Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, dichiara che l’euro non ha mai rispettato le attese e che è molto improbabile che porti i benefici promessi. Perché tanto pessimismo? Semplicemente perché – per usare le parole dell’illustre economista “nessuno si immagina la Germania impegnarsi istituzionalmente a inondare anno dopo anno i deficit di bilancio dei paesi del Sud d’Europa”.

Il solo modo di salvare l’euro, secondo lui, sarebbe quello di fare più politica in Europa, un’altra condizione altamente improbabile. Stiglitz consola coloro i quali credono ancora nel progetto dell’euro e che verranno deluso dalla sua fine, ricordando “non sarà la fine del mondo, le monete in fondo nascono e muoiono“.

Commento:

E’ difficile , oltre che presentuoso , dissentire da  quello che dicono persone così illustri e preparate , le cui esternazioni  inoltre sono il condensato di anni di studi approfonditi . Io , però , non sono così negativo sull’Euro e sul suo futuro .   E’ indubbio che la moneta unica sia stata gestita male o , per lo meno , che non abbia dato i risultati che ci si aspettava . Ciò nonostante , ci sono almeno 2 motivi importanti per non buttare via tutto senza almeno provare a rimettere a posto le cose .     Il primo è che stiamo andando verso un periodo che sarà dominato dal ” gigantismo ” .   A livello privato assistiamo a continui accorpamenti di società  che devono diventare sempre più grandi per reggere la concorrenza , un po’ in tutti i settori .  A livello pubblico , la Cina e , fra un po’ , anche l’India sono colossi che domineranno il mondo , finanziario , politico e militare , non fosse altro che per il numero degli abitanti .   Non credo che l’Europa possa mantenere un ruolo primario operando tutto in piccolo , cioè restando divisa in tanti Stati  e con tante monete . Il secondo è che la moneta condivisa è una base essenziale per costruire un superStato ( comunque lo si voglia organizzare ) che che possa muoversi da protagonista nel contesto di cui sopra . Ovviamente occorre che sia inserita nel contesto giusto e che si faccia quello che si sarebbe dovuto già fare ma non si è fatto .  Politica , Economia , Esercito ,  Fiscalità  e Welfare devono essere impostati come pilastri  comuni   affinchè si possa immaginare e  supportare un progetto comune . Fatto questo , poi però si può , anzi di deve , lasciare più libertà alle singole entità statali e/o regionali : senza troppi particolarismi ma anche senza rigidità preconcette .  Conviene a tutti e quindi anche la Germania potrebbe rivedere il proprio atteggiamento .

1550.- MAASTRICHT: ERA GIA’ TUTTO PREVISTO (da Einaudi a Carli fino a Draghi: ma cosa c’entra la sinistra con l’elite liberale?)

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1. Questo video è ormai molto noto.

 

In esso Draghi spiega come deve funzionare, per necessità scientifico-economica e politica, l’eurozona. E parte direttamente dalla necessità degli “aggiustamenti”, tra i paesi dell’eurozona. Spiega, nella seconda parte, delle divergenze di crescita e di inflazione tra i paesi che vi appartengono e di come ciò dia luogo a fenomeni di movimento di capitali che, dai paesi più competitivi e con tassi di inflazione più bassi, finanziano le importazioni da parte dei paesi meno competitivi.

 

Racconta, per implicito, come l’invariabilità del cambio favorisca tutto ciò, rendendo conveniente effettuare questo credito da parte dei sistemi bancari dei paesi più forti e di come, però, a un certo punto, le posizioni debitorie così create (sottintende dovute principalmente a credito privato da scambio commerciale e da affluenza di capitali attratti dai tassi di interesse più alti nei paesi a inflazione maggiore), divengano eccessive e quindi “rischiose” (anche perché ciò droga la crescita col capitale preso a prestito e genera ulteriore innalzamento dell’inflazione).

 

 

1.1. Pertanto, superata questa soglia di rischio (visto come probabile incapacità di restituzione) ciò induce i creditori a chiedere il rientro delle proprie posizioni e obbliga i paesi “deboli” ad agire in un solo modo: effettuare la “internal devaluation” cioè comprimere la propria domanda interna mediante la leva fiscale (aumento delle tasse e taglio della spesa pubblica), al fine di correggere verso il basso i prezzi, in particolare i c.d. salari.

 

Draghi mostra di ritenere tutto ciò un male necessario, e quindi un sacrificio per un presunto bene superiore, in quanto non ci sarebbe altra scelta. E lo dice sottolineando che non possono esserci paesi per sempre (“permanent“) debitori e paesi per sempre creditori: fa l’esempio di “altre unioni monetarie” che contemplano questa possibilità, e la risolvono mediante i trasferimenti di un comune governo federale verso i paesi “debitori”, ma esclude che ciò sia praticabile in €uropa, non essendo “realistic” allo stato dell’attuale integrazione politica tra gli Stati europei.

 

2. Quando abbiamo parlato del primo progetto “ufficiale” di moneta unica, cioè già  ascrivibile alle (allora) istituzioni comunitarie europee, e quindi al Rapporto Werner del 1971, citammo un commento di Carli del 1973 a questo stesso primo progetto.

 

Questo commento lo ritrovate ne “La Costituzione nella palude” alle pagg. 137-138, preceduto da una sintesi critica (allora) di Maiocchi (del 1974) sui “meccanismi automatici di aggiustamento della bilancia dei pagamenti“: questi sarebbero una soluzione contraddittoria in quanto collegati alla preventiva rinuncia ai trasferimenti federali, lasciati a un’indefinita “seconda fase”, e prevedendosi, nel frattempo, aggiustamenti eccessivamente onerosi per i paesi “debitori” e il pratico impedimento a “politiche fiscali anticicliche e di crescita”, sovrastate e rese controproducenti dall’esigenza di mantenere la stabilità monetaria.

 

Quindi, tutto ciò in attesa di un tempo “futuro”, che abbiamo visto non sarebbe arrivato mai, in cui si sarebbe potuto istituire il meccanismo fiscale “compensativo”.

 

E questo a tacere dell’utilità (indimostrabile), in termini di crescita e di sviluppo, di un’unione monetaria in sè, quand’anche cioè caratterizzata in partenza dalla perfetta convergenza di indicatori economici (inflazione, produttività, dinamiche salariali, sistemi fiscali, amministrativi e persino giudiziari) tra i diversi Stati partecipanti.

 

3. Il commento del 1973 di Carli, perciò, non casualmente era il seguente:

 

“Se in questo momento la lotta all’inflazione appare l’obiettivo prioritario, l’Unione monetaria europea non può tuttavia essere imperniata su un meccanismo che tenda a relegare verso il fondo della scala gli obiettivi dello sviluppo e della piena occupazione, cioè ad invertire le scelte accettate dalla generalità dei popoli e dei governi in questo dopoguerra”.

 

Nel libro “Economia e luoghi comuni” Amedeo Di Maio (pag.26), al culmine di un’interessante esposizione del paradigma economico ordoliberista, – che conferma quanto a sua volta esposto ne “La Costituzione nella palude”- ci racconta come Müller-Armack,l’inventore della formula-simbolo dell’ordoliberismo, “economia sociale di mercato” (su cui così nitidamente ci ragguagliò Einaudi, v. infra), in uno scritto del 1978, avesse predicato che stabilità monetaria e finanziaria dovessero precedere l’instaurazione di un “ordine monetario” comune, e che l’unico mezzo per ottenere questo risultato era la precondizione del pareggio di bilancio nei vari Stati coinvolti (di cui era così enunciata la funzione equivalente, nell’ambito dei rapporti tra gli Stati appartenenti all'”ordine monetario”, al gold standard: garantire quella stabilità, ovverosia quell’attitudine del lavoro ad assorbire ogni aggiustamento reso necessario dal mantenimento della competitività e dell’equilibrio dei conti con l’estero, che si ottiene controllando ossessivamente la dinamica salariale mediante un alto livello strutturale di disoccupazione e precarietà).

 

4. Ma, altrettanto, noi sappiamo che si scelse apertamente di non percorrere questa via, che pure sarebbe stata, per tradizione culturale, quella preferita dai tedeschi (almeno da quelli del tempo dei primi progetti, cioè prima che il neo-ordoliberismo divenisse una pura strumentalità mercantilistica per convenienze immediate e non cooperative).

 

Si scelse invece quella attuale perché la moneta unica, e con essa il trattato di Maastricht (e prima ancora l’Atto Unico del 1987), vedevano concordi tutti i “negoziatori” dei paesi interessati nel creare questa costrizione al pareggio di bilancio e, comunque, alla stabilità monetaria e dunque all’inflazione “bassa e stabile”, proprio perché, come aveva preconizzato Einaudi negli anni ’40 e negli anni ’50, questo non avrebbe certo portato alla crescita, quanto al ridisegno sociale in senso liberista, e anti-socialcostituzionale, dell’intera Europa (così Einaudi, da ultimo citato, nel commento al pensiero economico di Erhard e Eucken: “O il mercato comune sarà liberista o correrà rischio di cadere nel collettivismo”;…”anche il qualificativo «sociale» è un semplice riempitivoil riempitivo «sociale» ha l’ufficio meramente formale di far star zitti politici e pubblicisti iscritti al reparto «agitati sociali».”).

 

5. Dunque, a seguire le teorie economiche che costituivano il patrimonio condiviso dei sostenitori dell’Europa economica e monetaria, (quale poi in effetti realizzata), le condizioni di stretta convergenza di crescita (realistica, cioè non tale da generare tensioni inflattive e da resdistribuire il potere socio-politico agli “agitati sociali”), inflazione e regime fiscale di pareggio di bilancio, avrebbero dovuto precedere e non seguire l’instaurazione dell’unione monetaria.

 

Ma l’occasione di costringere, ridisegnare e ridisciplinare le masse riottose dei paesi a costituzioni “socialiste”, era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire: dunque, si sarebbe offerta, in una cornice di opportuna propaganda mediatica, l’idea della pace e della cooperazione come perno della costruzione europea, ben sapendo che non sarebbe stata altro che severa disciplina fiscale e, naturalmente, del lavoro, chiamato a pagare il costo degli “aggiustamenti automatici” (a loro volta subito esaltati da Einaudi, che preferisce chiamarli fasi applicative di “sanzioni“, appunto automatiche, in una visione di chiara rivalsa verso una società eticamente distorta, secondo lui; qui p.5).

 

6. La conferma di questo percorso ci viene, ancora una volta, dalle memorie di Carli, che indulge in una serie di considerazioni apparentemente contraddittorie; nel senso che è cosciente dei problemi economici e distributivi che sarebbero sorti nel governare, in nome della sola concorrenza sui liberi mercati, le tensioni sociali riversate sul lavoro, ma rinuncia a mitigare tutto ciò, risolvendo quello che può apparire un problema di coscienza (che già si indovinava nel commento del 1973), sulla base di considerazioni “etiche” collimanti con quelle di Einaudi.

 

Ricostruiamo questo percorso, narrato da Carli, in base all’attenta selezione offertaci, more solito, da Arturo:

 

 

La questione riguarda la prima forma di tetto al deficit (ora previsto all’art.126 TFUE), laddove se l’ideale è appunto il pareggio di bilancio, è ovvio che “gli Stati membri devono evitare disavanzi pubblici eccessivi” (par.1), ma qualcosa “potrebbe” essere economicamente irrazionale nel prevedere un tetto rigido e automatico:

 

Se l’articolo 104 C, comma 2, a, punto 1 fu scritto dalla nostra delegazione, il punto seguente reca la firma della delegazione britannica, laddove esclude l’applicazione meccanica dei criteri in caso di scostamenti “eccezionali e temporanei”. 

 

E’ questo, in tutto il trattato, l’unico accenno al ciclo economico. Né deve stupire che siano stati i britannici a proporre quell’emendamento. L’Inghilterra resta pur sempre la patria di John Maynard Keynes. 

 

Per chi, come me, è stato sinceramente convinto della bontà dell’impianto complessivo degli statuti di Bretton Woods e della loro interpretazione successiva, è difficile accettare con animo leggero il fatto che l’obiettivo della stabilità dei prezzi sia indicato senza alcun riferimento al livello occupazionale e, dunque, al benessere delle comunità che si sono date questa nuova Costituzione monetaria

 

Ho provato ripetutamente nel corso del negoziato a inserire tra i criteri anche il livello di disoccupazione che pochi mesi dopo sarebbe riemerso, dopo tanta dimenticanza, come il problema principale dell’Europa. Senza successo.” (G. Carli, “Cinquant’anni di vita italiana”, Laterza, Roma-Bari, 1996 [1993], pag. 407).

 

7. Ma del tentativo “mitigatore” fallito, Carli non ritiene di doversi eccessivamente preoccupare, dato che (come già per Einaudi) ben altre sono le positive opportunità che possono derivare dall’adozione di una moneta unica che obbliga a deflazionare ed a disciplinare le politiche fiscali in senso “austero”, a prescindere da qualsiasi esigenza del “ciclo economico”, cioè, per l’appunto, in forza di automatismi che valgono come ridisegno preventivo dell’ordine sociale (rispetto a quello costituzionale) e, come dice Draghi, come sistema di aggiustamento.

 

Carli oscilla, con un misto di attrazione e repulsione, tra il mito del gold standard e la finale e risolutiva esigenza “etica” di un “appartenente alla elite liberale” di domare gli “istinti animalidella politica e delle plebi italiane.

 

Queste, dunque, avevano bisogno del “vincolo esterno”, costasse quel che costasse.

 

 

“Non si può dirla, la verità, soprattutto in Italia, perché significherebbe accendere la luce sul quarto partito e le sue decisioni, che hanno pesantemente condizionato tutta la storia repubblicana, per non andare più indietro nel tempo (come pure si potrebbe), erodendo via via qualsiasi margine per una politica alternativa, ormai anche contro i loro stessi interessi. O almeno alcuni di essi.

 

In effetti pochi documenti risultano più ferocemente candidi delle memorie di Guido Carli, evidentemente esaltato, ma anche preoccupato, dal “compimento” del suo disegno neoeinaudiano incarnato da Maastricht, nel chiarire i dilemmi e le oscillazioni di questo raggruppamento.
Si sa che Carli è stato un sostenitore entusiasta del vincolo esterno, che ci avrebbe “salvati” più volte. Che la misura della costrittività del medesimo possa rivelarsi eccessiva è però lui il primo ad ammetterlo, parlando della proposta di Jacques Rueff, consigliere economico di De Gaulle, che a partire dagli anni Sessanta, per contrastare il predominio americano nel mercato valutario, proponeva un ritorno al gold standard(episodio da ricordare agli acritici ammiratori del Generale…):  

 

“Nelle Considerazioni finali pronunciate nel maggio del 1965 avevo dato ampio spazio alle implicazioni sociali della scelta di un sistema monetario piuttosto che di un altro.
E mi riferivo a Rueff quando scrivevo:
L’argine contro il dilagare del potere d’acquisto che movendo dagli Stati Uniti minaccia di sommergere l’Europa, si continua a sostenere, potrebbe essere innalzato esclusivamente mediante il ripristino del gold standard. In realtà, concezioni del genere incontravano, un tempo, un coerente completamento nelle enunciazioni che attribuivano al meccanismo concorrenziale il compito di realizzare, mediante congrui adattamenti dei livelli salariali, il riequilibrio dei conti con l’estero.
Insomma, il ritorno alla convertibilità aurea generalizzata implicava governi autoritari, società costituite di plebi poverissime e poco istruite, desiderose solo di cibo, nelle quali la classe dirigente non stenta ad imporre riduzioni dei salati reali, a provocare scientemente disoccupazione, a ridurre lo sviluppo dell’economia

 

Quelli erano gli anni nei quali la piena occupazione era un imperativo per qualsiasi governo, anche conservatore. E non si deve dimenticare che negli statuti originari del Fondo monetario internazionale la piena occupazione era uno degli obiettivi primari, al fianco dell’abbattimento delle barriere ai commerci che il sistema monetario mondiale doveva concorrere a raggiungere.
Ci opponemmo sempre alle proposte francesi, anche perché erano incompatibili con il modello di sviluppo che, pur senza condividerlo in pieno, la Banca d’Italia doveva accettare come dato in quanto proveniva dall’ autorità politica

 

Il «gold standard» era simile a certe teorie monetariste, in quanto espelleva dal sistema ogni elemento di discrezionalità, era integralmente meccanicistico. Secondo me «presupponeva un ambiente economico nel quale le dimensioni del settore pubblico, il grado di organizzazione…delle forze economiche e le rigidità tecnologiche erano ben diverse da quelli oggi sperimentati». Per questo adottammo sempre politiche monetarie che cercassero di tutelare il tasso di crescita previsto per lo sviluppo del Paese.” (Cinquant’anni di vita italiana, Laterza, Roma-Bari, 1996 [1993], pag. 187).

 

 

Così Carli descrive il gold standard, quando noi sappiamo benissimo che l’euro è ancora più rigido!!
Ma allora come si spiega l’adesione, preoccupata (per il comportamento della Gran Bretagna e della Bundesbank: pag. 405), a Maastricht?
Vediamo:
I più intelligenti tra i miei critici di ispirazione comunistica [certo, come Caffè, Saraceno, Ardigò, Lombardi, talvolta perfino La Malfa…] misero in discussione l’assunto di fondo della nostra politica: il rispetto del vincolo esterno della bilancia dei pagamenti, perseguito attraverso uno sviluppo privilegiato della domanda estera,soddisfatta con esportazioni alle quali era demandato il compito di trainare tutta l’economia. Era il «modello di sviluppo» che l’élite liberale alla quale appartenevoaveva scelto fin dalla fine degli anni Quaranta.

 

Doveva essere rimesso in discussione sulla base di questa critica: una crescita trainata dalla domanda estera costringe a una politica salariale restrittiva e attua una redistribuzione a favore di quei limitati settori industriali sottoposti alla concorrenza internazionale

 

In questo modo si è trascurata la crescita, anche qualitativa, dei settori industriali non ordinati all’esportazione. Un modello basato su un più intenso sviluppo della domanda interna avrebbe consentito una politica salariale più generosa, attuando una redistribuzione del reddito più favorevole alle classi lavoratrici senza nuocere all’equilibrio esterno del Paese.
Questa obiezione contiene del vero
[lo ammette!!].  

 

Tuttavia, non ci si deve dimenticare che negli anni Cinquanta l’inserimento dell’Italia nel circuito delle merci, dei capitali e vorrei dire delle idee di un più vasto mercato mondiale ci appariva come una priorità assoluta. L’economia di mercato, mutuata dall’esterno, è sempre stata una conquista precaria, fragile, esposta a continui rigurgiti di mentalità autarchica.  

 

Il vincolo esterno ha garantito il mantenimento dell’Italia nella comunità dei Paesi liberi

 

La nostra scelta del «vincolo esterno» è una costante che dura fino ad anni recentissimi, e caratterizza anche la presenza della delegazione italiana a Maastricht. 

 

Essa nasce sul ceppo di un pessimismo basato sulla convinzione che gli istinti animali della società italiana, lasciati al loro naturale sviluppo, avrebbero portato altrove questo Paese.” (Ibid., pagg. 266-7).

 

10. Parole eloquenti e inequivocabili, per le quali ulteriori commenti risultano superflui (se si vuol capire): la visione è chiara, gli obiettivi e le priorità pure.

 

E questa, dunque è la “commemorazione” di Maastricht che, in prima battuta vi proponiamo: oggi hanno vinto e dominano, dentro la “costrizione” della moneta unica e contro ogni regola fondamentale della Costituzione, le sanzioni automatiche, gli aggiustamenti gravanti sul lavoro e fatti passare come beneficio contro lo spauracchio (quello sì “inflazionato”) dell’inflazione.

 

A proposito: Einaudi del 1944, qui v. addendum, nel definirla la più “odiosa delle tasse“, non aveva il copyright: si era ispirato alla Conferenza di Genova del 1922, dove lo stilema aveva già trovato enunciazione pressocché identica: qui, p.7.

 

Rimane inspiegabile come la sinistra italiana, non si sia mai accorta di tutto questo e difenda ancora a spada tratta l’euro, la lotta all’inflazione (non sapendo più tecnicamente come si possa, semmai, combattere la deflazione, al netto del peso dei prezzi petroliferi), e come e perché abbia dimenticato che la Costituzione non era nata per consentire tutto questo: ma, anzi, perché non potesse mai più “tornare”

1546.- BREVE GUIDA AL RECUPERO DELLA SOVRANITA’ E DEL SENSO DEL VOTO DEMOCRATICO

Un punto da conoscere o da ribadire è quello relativo alla pretesa supremazia dei trattati sul diritto nazionale. Cosa scrive Quarantotto:

 

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  1. La questione che mi accingo a proporvi è di quelle complicate (se non altro perché esige la conoscenza e la padronanza sistematica di un’ampia gamma di principi normativi ed economici).

Dare una risoluzione “tecnica”, esaustiva e soddisfacente, a tale questione richiederebbe un (pesante) volume, non solo interdisciplinare, ma anche volto a chiarire una molteplicità di punti in modo che non vi siano lacune dimostrative: proprio quelle “lacune” che, invece, come vedremo subito, caratterizzano tutta la costruzione €uropea nei trattati e, ancor peggio, la tentata giustificazione di essi che si fornisce sul piano costituzionale.

Un tentativo largamente fallito che, peraltro, ormai non si preoccupa nemmeno più di cercare una qualche rivisitazione delle barcollanti premesse da cui è partito: giungendo infatti a conclusioni palesatesi appunto come sempre più assurde.

Va detto, però, che la questione sarebbe meglio, molto meglio, se risultasse risolvibile come il riflesso di una coscienza diffusa da parte dei cittadini italiani: perché senza tale diffusione di consapevolezza, cioè senza una larga condivisione nell’opinione pubblica, non sarà possibile attivare quel processo politico-elettorale che, come in molti si rendono conto, è il propellente effettivo del recupero della sovranità democratico-costituzionale.

  1. Pongo allora ai lettori la questione: in presenza del quadro normativo attualmente risultante dai trattati europei, comefareste a riaffermare la sovranità democratica secondo un percorso praticabile a livello sia di consenso politico interno che di “relazioni” con gli altri paesi improntate ad un rigoroso rispetto del diritto internazionale?

E per “come”, intendo, non tanto la dettagliata indicazione dei contenuti di atti politici e normativi che portino al risultato voluto. Intendo, più semplicemente, il saper indicare (ma con non minore difficoltà, poiché precisare un indirizzo politico deve preferibilmente conseguire alla chiarezza di idee sulla risolvibilità di tutti i problemi di dettaglio) quali azioni di massima sono corrispondenti, appunto, alle linee di indirizzo politico effettivamente e legittimamente adottabili per l’obiettivo del recupero della sovranità democratica.

  1. Pongo quindi questo interrogativo e cerco di agevolarne la soluzione indicando alcuni riferimenti interpretativi e normativi che risultano logicamente rilevanti.

Partiamo da un “come” diametralmente opposto a quello che è oggetto della questione qui posta; e ciò nell’ovvia considerazione che, se un errore di scelta è stato fatto, il primo rimedio è compiere una scelta di segno opposto che si manifesti in un atto capace di rendere inoperativo quello erroneo o, peggio, viziato in cui si è concretizzata la scelta da correggere.

Partiamo dunque dal “come”, tecnicamente, siamo entrati in questo quadro istituzionale €uropeo.

La risposta pare facile, cioè: attraverso una legge di autorizzazione alla ratifica (art.80 Cost.), elemento che ci consente anche di dire che, quale scelta di segno opposto, non sia praticabile un referendum. E non solo, e non tanto, per via del divieto ex art.75, comma 2, Cost., ma per le ragioni giuridico-politiche e istituzionali spiegate qui.

Ma la risposta al “come ci siamo entrati?” non è (più) così semplice se la si intende nella sua legittimità sostanziale, cioè nei suoi risvolti relativi al rispetto del nucleo inviolabile della sovranità costituzionale ed all’effettivo contenuto dei trattati (che, nel loro significato e portata, diamo per scontati, in base a quanto detto in “Euro e/o democrazia costituzionale” e ne “La Costituzione nella palude“).

  1. Fortunatamente, e paradossalmente, buona parte del problema ce lo ha già risolto…Amato (qui, p.6.1.):

“Cito in argomento un autore insospettabile di antieuropeismo come Giuliano Amato (Costituzione europea e parlamenti, Nomos, 2002, 1, pag. 15):

Quando si ratificano i trattati internazionali, in genere si ratificano quelli che disciplinano le relazioni esterne. Quando si ratifica una modifica dei trattati comunitari non si ratifica una decisione che attiene alle relazioni esterne, ma una decisione che attiene al governo degli affari interni. 

Il processo di ratifica così com’è è congegnato è allora del tutto inadatto ad assicurare ai parlamenti il ruolo che ad essi spetta rispetto agli affari interni

Il procedimento di ratifica è tarato sull’essere ed il poter essere un potere intrinsecamente dei governi esercitato sotto il controllo dei parlamenti. Tant’è vero che la legge di ratifica è una legge di approvazione e non è una legge in senso formale.

Ma il vero clou del paradosso, dicevo, consiste nel fatto che “la politica dei piccoli passi nel processo di integrazione comunitaria ha fatto sì che mai nessuno abbia detto espressamente che, con i Trattati che si andavano stipulando, si stava costruendo una nuova costituzione.” (Luciani, op. cit., pagg. 85-6).

  1. Un secondo punto da conoscere è quello relativo alla pretesa supremazia dei trattati sul diritto nazionale (e citiamo sempre il post di Arturo che, comunque, ha preannunziato di approfondire ulteriormente la questione):

“Dopo il fallimento del progetto di costituzione europea a seguito dei due referendum francese e olandese, il 22 giugno del 2007 la Presidenza del Consiglio Europeo se n’è uscito con questa solenne dichiarazione:

L’approccio costituzionale (ndr; in sede di trattato sull’unione europea), che consiste nell’abrogare tutti i Trattati e rimpiazzarli con un singolo testo definito “Costituzione” è abbandonato. […] Il TUE e il TFUE non avranno un carattere costituzionale

La terminologia usata nei Trattati rifletterà questo cambiamento: il termine “costituzione” non verrà usato […]. Con riguardo alla supremazia del diritto comunitario, la conferenza intergovernativa adotterà una dichiarazione ricordando l’attuale giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea”.

Tale dichiarazione è diventata la numero 17 allegata all’atto finale della conferenza intergovernativa che ha approvato il Trattato di Lisbona firmato il 13 dicembre 2007, ossia:

La conferenza ricorda che, per giurisprudenza costante della Corte di giustizia dell’Unione europea, i trattati e il diritto adottato dall’Unione sulla base dei trattati prevalgono sul diritto degli Stati membri alle condizioni stabilite dalla summenzionata giurisprudenza.

Inoltre, la conferenza ha deciso di allegare al presente atto finale il parere del Servizio giuridico del Consiglio sul primato, riportato nel documento 11197/07 (JUR 260):

«Parere del Servizio giuridico del Consiglio

del 22 giugno 2007

Dalla giurisprudenza della Corte di giustizia si evince che la preminenza del diritto comunitario è un principio fondamentale del diritto comunitario stesso. Secondo la Corte, tale principio è insito nella natura specifica della Comunità europea. All’epoca della prima sentenza di questa giurisprudenza consolidata (Costa contro ENEL, 15 luglio 1964, causa 6/64 […] non esisteva alcuna menzione di preminenza nel trattato. La situazione è a tutt’oggi immutata. Il fatto che il principio della preminenza non sarà incluso nel futuro trattato non altera in alcun modo l’esistenza del principio stesso e la giurisprudenza esistente della Corte di giustizia.

  1. A questo punto, per agevolare ulteriormente una riflessione sulla soluzione da dare alla questione posta più sopra, vi cito le norme più importanti della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati che rilevano nel caso di assunzione di un obbligo internazionale da trattato, mediante una legge di ratifica che, nel caso dei trattati europei, abbiamo visto essere inadatta a rispettare il ruolo rappresentativo costituzionale dello stesso parlamento, (che si deve presumere necessariamente conforme alla sovranità popolare insita nell’art.1 Cost.), e ciò a causa dei contenuti “peculiari” del trattato sottoposto ad approvazione.

Premettiamo pure che la “denunzia” di Amato, relativa alla non idoneità della legge di ratifica rispetto ai contenuti in quanto incidenti sugli “affari interni”, è una pregiudiziale di ordine “procedurale” (cioè attiene alla legittimità dello strumento costituzionale nel caso di quei contenuti e con quegli effetti), e prescinde dall’autonoma questione se QUALSIASI strumento(previsto dalla Costituzione, ovviamente), e qualsiasi tipo di dibattito parlamentare, possano introdurre nell’ordinamento quei contenuti: tale questione si risolverebbe, negativamente, alla stregua dell’art.11 Cost. e dei c.d. controlimiti…ove mai fossero applicati da…”qualcuno”: v.qui, p.7, infine.

Ne abbiamo parlato nei libri sopra citati e molto, negli ultimi tempi, su questo blog.

  1. Stabilito che sia lo strumento utilizzato per vincolarci ai trattati europei, sia i contenuti degli stessi sono altamente controvertibili sul piano del rispetto di norme costituzionali non revisionabili, perché fondamentali e quindi non modificabili da alcun trattato, queste sono le norme rilevanti della Convenzione (che notoriamente hanno carattere di codificazione del diritto internazionale generale, qui, p.3, quello contemplato dall’art.10 Cost., e, quindi, sono una fonte superiore e prevalente rispetto alla previsioni di qualunque trattato):

Articolo 27 

Diritto interno e rispetto dei trattati
Una parte non può invocare le disposizioni del suo diritto interno per giustificare la mancata esecuzione di un trattato. Questa regola non pregiudica quanto disposto dall’art. 46.

Questione chiusa, sul piano del diritto internazionale?

Non proprio: occorre evidentemente andare a vedere cosa dica l’art.46 (e non fermarsi, come fanno gli spaghetti-liberisti ad affermare che il non sequitur della supremazia del diritto europeo, si estenda al diritto costituzionale nel suo intero perché…lo dice la Corte europea, senza che nessun principio del genere sia affermato esplicitamente nei trattati: e una ragione ci doveva pur essere se non sono stati in grado di farlo: chiedere alla Germania, per esempio, cfr; pp. 1f-1g…).

  1. Ecco allora l’art.46 (riporto anche l’intitolazione della relativa Sezione perché ci fa capire le conseguenze della illegittimità costituzionale che investa, come abbiamo visto, sia lo strumento che ha introdotto il vincolo sia i contenuti di quest’ultimo). Evidenzio le parti che fanno capire come l’apparente eccezionalità della previsione “finale”, non sia affatto tale se si versa in tema di violazione delle norme fondamentali di una Costituzione nazionale:

Sezione 2 NULLITA’ DEI TRATTATI Articolo 46
Disposizioni del diritto interno riguardanti la competenza a concludere trattati

1. Il fatto che il consenso di uno Stato a vincolarsi a un trattato sia stato espresso in violazione di una disposizione del suo diritto interno riguardante la competenza a concludere trattati non può essere invocato dallo Stato in questione come viziante il suo consenso, a meno che questa violazione non sia stata manifesta e non riguardi una norma del suo diritto interno di importanza fondamentale.
2. Una violazione è manifesta se essa è obiettivamente evidente per qualsiasi Stato che si comporti in materia secondo la pratica abituale e in buona fede.

  1. Ed allora; date tutte queste premesse, quale sarebbe secondo voi una soluzione al “come” che abbiamo posto all’inizio?

Consideriamo, infatti, che, le norme fondamentali della nostra Costituzione sono ben definite e notorie nella comunità internazionale e, sicuramente, alla cerchia dei politici e dei giuristi europei: al punto chela nostra Costituzione è servita da modello “positivo” per altri Stati europei, come pure da modello “negativo” per le forze del capitalismo finanziario sovranazionale, (da ultimo, chiedere a De Grauwe).
Dunque è nei fatti, storici e politici, attinenti allo sviluppo dei trattati che non si possa opporre una mancata “evidenza”, se ci si comporta in “buona fede”.

Insomma, sarebbe segno di sicura “cattiva fede” contestare una primaria evidenza: la nostra Costituzione non attribuisce a nessun organo costituzionalmente previsto la “competenza” a sopprimere, o a cedere, la titolarità dell’obbligo della Repubblica di tutelare il lavoro in tutte le sue forme.

Tanto più che questo obbligo statale è affermato anche nello ius cogens del diritto internazionale generale, anch’esso pacificamente prevalente sul diritto contenuto in qualsiasi trattato, e ciò in termini che dovrebbero valere per tutti gli Stati di diritto democratici!

  1. La risposta alla domanda posta sopra al punto 2., sulla scorta delle premesse “agevolative” finora svolte, è dunque una risposta importantissima che ognuno di noi può tentare di dare: ed è importantissima perché ogni cittadino dovrebbe poter valutare la ordinaria diligenza e competenza che dovrebbe impiegare chiunque sia coinvolto, su mandato del popolo sovrano nelle forme costituzionalmente previste, nel processo di adesione e applicazione dei trattati.
    Questa valutazione spettante a ciascun cittadino, adeguatamente informato, è appunto l’esercizio della democrazia (sostanziale).

Utilizzando questo metro di diligenza e competenza, infatti, ciascun cittadino ridiviene giudice consapevole delle responsabilità della sua classe dirigente e, quindi, si riappropria del proprio ruolo di detentore anche a titolo individuale della sovranità, esercitato anzitutto (ma non solo) tramite il processo elettorale.

In pratica, dare questa risposta costituisce l’UNICA via che consente di ridare senso al proprio voto.

Prima che diventi del tutto inutile: non solo nella sostanza, come già si verifica adesso, ma addirittura nella forma, cioè nell’assetto istituzionale prossimo futuro…derivante dai trattati e dalle loro ipotizzate “riforme”, (v.qui p.10), naturalmente.

1542.- La dittatura eurocratica e del relativismo

 

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La dittatura relativista ci sta spogliando della certezza di chi siamo e ci rende fragili dentro, prossimi a capitolare, negando che esiste la verità e mettendo sullo stesso piano tutte le ideologie, le religioni e i valori, aggredendo la famiglia naturale e disincentivando la natalità degli autoctoni, favorendo l’omosessualismo, l’immigrazionismo, il meticciato culturale, il filo-islamismo, al punto che è lo stesso Occidente a promuovere il suicidio sociale, il declino demografico, l’auto-invasione di clandestini e l’islamizzazione dell’Occidente.

Il relativismo è una dittatura nel momento in cui ci nega l’uso della ragione e il riferimento ai parametri valutativi e critici affinché non si entri nel merito dei contenuti, perché aprioristicamente ci impongono di considerare pari tutto e il contrario di tutto. Il caso più significativo è la litania delle “tre grandi religioni monoteiste, rivelate, abramitiche e del Libro”, promossa anche da parte della Chiesa, che mettendo sullo stesso piano ebraismo, cristianesimo e islam, legittima l’islam a prescindere dall’ideologia di odio, violenza e morte sancita da Allah nel Corano e dai detti e dai fatti di Maometto, e delegittima il cristianesimo.

Sul piano sociale, le leggi europee ispirate al relativismo valoriale stanno scardinando il tessuto sociale incentrato sulla famiglia naturale, promuovendo la “ideologia di genere” fondata sulla equivalenza e la parità di diritti, compreso il diritto al matrimonio e all’adozione di figli, tra coppie connotate dall’orientamento sessuale (eterosessuali, bisessuali, omosessuali, lesbiche, transessuali, asessuali, intersessuali). Ebbene elevando il desiderio e la passione individuale a diritto collettivo inalienabile, disgiunto dalla finalità della procreazione, dalla crescita sana dei figli che necessitano di un padre e di una madre, dalla necessità vitale di perpetuare la società autoctona per salvaguardare la propria civiltà, il relativismo sessuale degenererà ulteriormente nella legittimazione della poligamia, della pedofilia, dell’incesto e della zoerastia.

Quest’Italia e questa Unione Europea, mettendo al centro di tutto la moneta e relativizzando tutto, hanno finito per sprofondare all’ultimo posto al mondo per tasso di natalità, che è dell’1.3% rispetto al 2.1% necessario ad assicurare l’equilibrio della bilancia demografica. Secondo i demografi quando il tasso di natalità cala al di sotto dell’1.9% non è più possibile garantire il perpetuamento della società autoctona e salvaguardare la propria civiltà. Su circa 500 milioni di abitanti dei 29 Paesi membri dell’Unione Europea, solo il 16%, pari a 80 milioni di abitanti, hanno meno di 30 anni. Viceversa su circa 500 milioni di abitanti della sponda orientale e meridionale del Mediterraneo, sommando le popolazioni dei 22 Stati arabofoni più quelle della Turchia e dell’Iran, ben il 70% ha meno di 30 anni, pari a 350 milioni di abitanti. Quando si mettono su un piatto della bilancia 80 milioni di europei, cristiani in crisi d’identità con una consistenza minoranza musulmana, e sull’altro 350 milioni di mediorientali, al 99% musulmani convinti che l’islam è l’unica “vera religione” che deve affermarsi ovunque nel mondo, il risultato indubbio è che gli europei sono destinati ad essere sopraffatti e colonizzati demograficamente dagli islamici. A quel punto i musulmani non avranno più bisogno di farci la guerra o ricorrere al terrorismo. Potranno sottometterci all’islam limitandosi ad osservare le regole formali della nostra democrazia, che premia il soggetto politico più organizzato ed influente, in grado di condizionare e di accaparrare il consenso della maggioranza, senza entrare nel merito dei contenuti delle ideologie e delle religioni, soprattutto dell’islam.

1536.- La difesa comune €uropea servirà a reprimere il dissenso e a fortificare il pensiero unico dominante (di Giuseppe PALMA)

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Tutti che parlano di maggiore integrazione europea. Tutti che, con la scusa di difendere il vecchio continente dal terrorismo islamico, invocano l’esercito unico europeo e quindi l’ulteriore ed illegittima cessione di sovranità anche in campo militare. Ma la verità è un’altra: la cosiddetta “difesa comune” servirà solo a REPRIMERE i dissidenti e le voci contrarie al crimine dell’€uro, in modo tale che esista una voce sola: il pensiero unico dominante. Chi difenderà la Costituzione sarà considerato un sovversivo. Come sostenne Spinelli nel tanto osannato Manifesto di Ventotene, il passaggio dalle Nazioni all’Europa unita si avrà attraverso un processo anti-democratico, cioè con sospensione dei processi democratici. Ed è quello che sta avvenendo dal 1992 in avanti. E con particolare “violenza” dal 2011 in poi. Se ad uno Stato togli la moneta e la difesa, togli l’essenza stessa di essere Stato. I grossi gruppi finanziari divengono i veri detentori della sovranità, disponendo della vita e della morte sia delle Istituzioni che di ciascun singolo individuo. Se non dovesse rinascere un sano patriottismo costituzionale, la nostra classe politica – già da decenni totalmente asservita al capitale internazionale – svendera’ anche gli ultimi residui di Sovranità. Con l’esercito comune europeo, tanto per capirci, il soldato tedesco reprimera’ il dissenso in Italia e viceversa. Con la particolarità che entrambi non risponderanno ad organismi eletti direttamente dal popolo (in assenza di qualsivoglia controllo democratico), bensì alla Commissione europea e alla Bce.

Avv. Giuseppe PALMA

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1526.- UE VA COL PILOTA AUTOMATICO: DEL PENTAGONO.

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Vedo che alcuni siti  francesi che seguo vedono “prospettive liberatrici nella impasse di Merkel”.

L’intero quadro politico tedesco, destra sinistra e il presidente Steinmeyer, oltre che gli industriali e l’opinione pubblica, vogliono  misure seve sull’immigrazione e allacciare buoni rapporti con Mosca.  “Le sanzioni contro la Russia non devono  diventare permanenti”, ha sancito la CSU bavarese.  Emmanuel Macron, profittando del vuoto di potere a Berlino, può davvero “incontrare un  grande destino europeo e internazionale”, prendendo la leadership della riforma europeista.

La verità è che Merkel è ancora lì, e  più  ingombrante di prima. Terrà per chissà quanti mesi un governo degli affari correnti o di minoranza: situazioni ideali per fare quello  che  ha sempre fatto, i più meschini interessi bottegai della Germania in un quadro di immobilismo. Non posso mica fare “le riforme” che mi chiedete, Macron e Di Maio: non vedete  che ho un governo che può fare solo l’ordinaria amministrazione?

Ciò  non significa che la UE  andrà alla deriva e al crollo come speriamo. Sarà guidata dal pilota automatico, e questo significa:  dall’Alleanza Atlantica, che  americani e israeliani stanno pilotando con rotta inflessibile alla guerra contro la Russia.

Julian Rose, un celebre (nel Regno Unito) attivista ecologista che vive in Polonia dove lotta per salvare le piccole  imprese contadine dal rullo compressore della globalizzazione , ha lanciato l’allarme: qui, ha scritto su Globalresearch, la NATO  sta costruendo una “amata dell’Europa dell’Est”, a vostra insaputa: Francia e Germania affidano lo sporco  lavoro di “punzecchiare l’orso russo”  alla Polonia, per provocare la Russia con un atto  di aggressione grave, che fornirebbe l’alibi di una “base di guerra permanente legittima” con la Russia ai comandi occidentali.

Descrizione: https://i2.wp.com/www.maurizioblondet.it/wp-content/uploads/2017/11/KIEL.jpg?resize=280%2C176&ssl=1Kiel – vi è insediato il COE per la guerra sottomarina. 

“Tutto  questo avviene senza alcuna consultazione dei cittadini, che sono manipolati  freddamente [nel loro anti-russismo] per servire da carne da cannone  alle bellicose ambizioni di piccoli cortigiani dei grandi poteri tirannici”. Come indizio,  Rose cita l’aumento delle spese militari del governo polacco, e inoltre“l’insediamento d’un Centro di Eccellenza  a Krakovia”,  con il quale a Varsavia la NATO ha affidato il compito di fare da “agenzia di intelligence  per tutte le questioni riguardo alle attività  in Russia, e per estensione in Cina”.

https://www.sott.net/article/367523-Europe-Totalitarianism-now-on-its-doorstep

 24 COMANDI OCCULTI NATO

Un “Centro di Eccellenza”? E che cosa è? Apprendiamo  che la NATO  ne ha sparso 23  in Europa. Non direttamente ma attraverso un organo chiamato “Allied Command Transformation” (ACT –   con sede a Norfolk Virginia)  per non dare nell’occhio. Sono  centrali  che “elaborano strategie, analizzano gli sviluppi militari e conducono corsi di addestramento avanzati per   gli   alti  comandanti dei paesi NATO”.  Il Pentagono li ha allestiti  nel 2002-3 per evitare che “La NATO fosse marginalizzata” in una Europa “dove la  UE avrebbe guadagnato importanza” e si sarebbe integrata alla Russia, insomma dei comandi occulti mascherati da università per generali.

La ACT comanda direttamente tre centri  di comando: il “Joint Analysis and Lessons Learned” in Portogallo (Monsanto),  il Joint Warfare Center a Stavenger in Norvegia, e soprattutto  il Joint Force Training Center in Bydgoszcz,  Polonia.  Altri  Centri di Eccellenza (COE) si trovano all’Aia (Civil-Military Cooperation), e il COE della Medicina Militare a Budapest. La Germania ne ospita tre. Quello con sede a Kalkar nel basso Reno,  il Joint Air Power Competence Center (JAPCC) è  un vero e proprio comando strategico, si occupa delle forze aeree e dei droni essenziali nella guerra antisom.  Un suo ex direttore, Frank Gorenc, in una conferenza ad Essen  in ottobre, ha vantato: “La potenza unita aerea  NATO, con la sua velocità, flessibilità, portata ed alta readiness sarà la prima a rispondere, massimizzando l’impatto della altre forze militari che seguono. Un vantaggio storico” per l’alleanza.  Poi, a Ingolstadt, è insediato il Centro di Eccellenza per il  Military Engineering (MILENG)  e soprattutto a Kiel su Baltico, il COE per le Operazioni in Acque Basse e Confinate (CSW).

La “missione primaria”  di questo COE è “lo sviluppo di nuove idee tattiche operative ed approcci “, ricerche sull’uso di “sistemi senza equipaggio di ogni dimensione” per “creare un nuovo concetto di  guerra antisom per l’alleanza”.  Naturalmente questo COE “è diventato un magnete per i  baltici” dalla Danimarca alla Lituania, fino alla Norvegia e alla Finlandia che – formalmente neutrale – è diventata “un partner contributore al COE della NATO”.

https://www.german-foreign-policy.com/en/news/detail/7439/

Tutto conferma dunque l’allarme di Julian Rose: il Pentagono sta  spostando la forza NATO verso Est e facendo “captive”  i paesi del Nord  eccitando il loro antirussismo e la paranoica volontà di regolare i vecchi conti. E avrà mano ancora più libera nel vuoto di potere che Merkel saprà governare come ha sempre fatto, tenendo bordone ai neocon.  Donald Tusk e Stoltenberg saranno i manovratori di questa UE  con pilota automatico.  Una tradizione di famiglia, per Donald.

Descrizione: https://i1.wp.com/www.maurizioblondet.it/wp-content/uploads/2017/11/Donald_Tusk_and_grandfather.jpg?resize=675%2C708&ssl=1Il bisnonno di DonaldTusk, Joseph,si arruolò nelle SS. Molto somigliante al bisnipote europeista. 

In questa, è  interessante vedere Luigi Di Maio, speranzoso capo del governo 5 stelle, ha appena scritto a  Macron  una lettera in ginocchio, profondendosi in assicurazioni di europeismo, assicurando che il Movimento ““il Movimento 5 Stelle ha una visione molto vicina a quella del Suo Paese. Non abbiamo mai stigmatizzato, anzi abbiamo citato come buon esempio il persistente sforamento nel rapporto deficit/Pil che la Francia si è concessa negli anni per dare respiro a politiche di welfare e a investimenti produttivi”…non ha nulla a che fare con certe formazioni xenofobe e antagoniste che crescono un po’ ovunque in Europa”.

Insomma, il grillismo vuol farsi ammettere nel mainstream. Col cappello in mano, come fece a suo tempo Berlusconi assetato di “legittimità eurocratica”, bussa alla porta di Macron.  Sente il bisogno di un protettore. La cosa  curiosa è che il partitone che in Italia “Non fa  alleanza  con  nessuno”, in Europa vuole allearsi – anzi assoggettarsi – alla creaturina della Banca Rotschild e di Attali.

E ora: “Europa: il totalitarismo ormai alle porte”

di Julian Rose

Tranquillamente, senza che la maggior parte delle persone se ne accorga, la Commissione europea sta portando avanti una strategia che, senza dubbio, trasformerà l’UE nel primo modello pienamente operativo di un’autorità sopranazionale centralizzata di “uno stato”: “Un nuovo ordine mondiale”; la vecchia ambizione neoconservatrice che si trova al centro delle agende mondiali della società segreta e dell’egemonia geopolitica statunitense.

L’ingrediente chiave di questa strategia è l’istituzione di un “Tesoro dell’UE” che, secondo Donald Tusk, presidente del Consiglio dell’UE, entrerà in vigore nel giugno 2018, sotto il titolo ufficiale: Fondo monetario europeo. Ciò comporterà il controllo a punto unico di tutte le finanze dello Stato membro dell’UE.

Il piano comporterà un ulteriore sfruttamento del potere delle principali banche, per consolidare la loro influenza dominante sugli affari dell’UE. Combinando un “Tesoro dell’Unione europea” e un consolidamento del potere bancario, si compirà un passo importante nella “fusione di ogni cosa”; essere portato sotto l’unico ombrello di un Super Stato Totalitario. Stiamo parlando delle politiche monetarie dei singoli paesi; il militare; le forze di polizia e i servizi di intelligence sono tutti gestiti da un’unità centrale di controllo a Bruxelles. A questi seguiranno più o meno gli stessi – coprendo quasi tutti i settori del controllo amministrativo, che una volta erano il dominio dei singoli paesi.

L’istituzione in prima linea in questa presa di potere è la Bank for International Settlements, con sede a Basilea, in Svizzera, che ha un raggio d’azione globale e funge da canalizzazione per l’acquisizione e la distribuzione di ingenti somme di denaro internazionale globalmente fluido.

La Bank of International Settlements è stata fondata da circa ottomila manager di hedge fund con l’ambizione comune di governare il mondo. La maggior parte sono luciferiani che lavorano con quello che, in un altro saggio, ho chiamato energie “anti-vita”. Informano la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale di quanto denaro sarà disponibile di anno in anno e quali saranno i parametri di spesa.

Seguono le banche centrali: la Banca Centrale Europea, la Banca Federale degli Stati Uniti, la Banca d’Inghilterra, ecc. E sotto di esse arrivano i primi livelli di coinvolgimento dei governi nazionali e, per estensione, le ulteriori istituzioni bancarie di ogni nazione. Così il governo e le tesorerie nazionali sono relegati ad essere il quarto dalla cima della piramide del potere che controlla la maggior parte delle nostre vite di giorno in giorno. Il governo, in troppi casi, è solo un vettore per il progresso delle ambizioni aziendali.

L’istituzione di un Tesoro dell’Unione Europea significherà che a un’istituzione paneuropea di raccolta delle imposte viene dato il controllo su tutti gli stati membri, sostituendo il già diluito ruolo svolto dalle tesorerie nazionali per amministrare le economie degli Stati nazionali sovrani.

Con sede a Bruxelles, avrà il potere di raccogliere una quantità in più di entrate fiscali dai cittadini degli Stati membri, uno dei cui obiettivi sarà il finanziamento di un programma di completa unificazione militare – un ‘unico esercito dell’UE’. Una parte molto significativa di questo processo comporterà la creazione di un “esercito dell’Europa orientale”, noto come “forze dell’Europa orientale”.

Questo esercito coopererà con la NATO per spostare il centro geopolitico del blocco di potenza militare e strategia nei confini geografici più orientali dell’UE. Questo ruolo chiave deve essere assunto dalla Polonia, che ha appena aumentato il suo bilancio di difesa militare al 2,5% del PIL e aumentato di conseguenza il numero del suo personale militare.

La NATO ha timbrato la mossa di Pasqua istituendo un “Centro di eccellenza” a Cracovia; la cerimonia d’apertura prevedeva l’invito a invitare i principali capi della difesa della Polonia ad aderire ad un “Nuovo Memorandum d’Intesa” che vedrà la Polonia agire come un’agenzia di controspionaggio militare per tutte le questioni relative alle attività in Russia – e per estensione – la Cina. La Romania è stata anche invitata a svolgere un ruolo in questo esercizio di spionaggio internazionale.

Dobbiamo fermarci qui per comprendere appieno le implicazioni di queste manovre. Ciò che viene spinto, con pochissima consapevolezza, è una grande ridistribuzione del potere militare e geopolitico in Europa – e oltre.

In effetti, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e la Germania (NATO) si ritireranno dal fare il lavoro sporco e sporco di “frugare l’orso russo” – nel tentativo di provocarlo (Russia) in un atto di seria aggressione – passare questo lavoro in Polonia, i cui cittadini sono stati pienamente innescati per questo compito da un’infinita corrente di propaganda anti-russa governativa.

Questo è strategico. L’obiettivo di lunga data è stato quello di coinvolgere la Russia in un grave atto di aggressione che, a sua volta, fornirebbe l’alibi per le forze di comando occidentali da porre su quella che sarebbe considerata una “legittima” guerra legale permanente con la Federazione Russa. L’obiettivo è quello di rompere e distruggere la Federazione Russa ‘

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1524.- LE FORZE ARMATE TEDESCHE PREVEDONO CHE LA UE NON REGGERA’ A LUNGO, DISSOLUZIONE ENTRO IL 2040

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Ecco che l’attrazione per il mercato russo trova nuovi stimoli nella politica tedesca.

LONDRA – I membri della nostra classe politica italiana al governo, ovvero il Pd e i suoi sodali, non fanno che ripetere fino alla nausea che il futuro dell’Italia e’ all’interno della UE. Ma la UE ha un futuro?

Tutti coloro che lottano per distruggere questa istituzione malefica saranno felici di sapere che esiste uno studio secondo cui la UE potrebbe implodere prima del 2040 e a redigere questo rapporto non sono stati degli euroscettici ma strategisti delle forze armate tedesche.

In un rapporto di 102 pagine intitolato Strategic Perspective 2040 (prospettive strategiche per il 2040) la cui esistenza e’ stata rivelata pochi giorni fa da Die Spiegel gli strategisti delle forze armate tedesche hanno immaginato sei scenari per il futuro per i quali esistono grosse probabilita’ che possano diventare reali e rivelano una certa preoccupazione per una possibile implosione della UE.

In uno di questi scenari intitolato ” La disintegrazione della UE e la Germania in una posizione reattiva” gli strategisti prevedono che dopo la Gran Bretagna altri stati lasceranno la UE perche’ ha perso competitivita’ e la sua espansione sara’ destinata a fermarsi.

Un altro scenario intitolato “Ovest contro est” invece prevede un arresto dell’espansione a est della UE causata dal fatto che alcuni paesi dell’est europeo possano creare un blocco separato e allearsi con la Russia.

Uno scenario chiamato “competizione multipolare” prevede una crescita dei movimenti nazionalisti e l’adozione da parte di alcuni paesi di un modello capitalistico di tipo russo che prevede un ruolo centrale da parte dello stato.

Per gli strategisti tedeschi esistono buone possibilita’ che gli scenari elencati possano diventare realta’ e quanto detto non va ignorato visto che le forze armate tedesche hanno una lunga tradizione nel campo degli studi strategici che risale al 1850 quando il maresciallo prussiano Helmuth von Moltke inizio’ i primi studi aventi lo scopo di preparare le forze armate ad affrontare le sfide del futuro.

Qui c’e’ il link di questa notizia riportato da Russia Today:

https://www.rt.com/news/409085-germany-leak-predicts-eu-collapse/

E per chi conosce il tedesco, c’e’ il link sull’articolo pubblicato da Die Spiegel:

http://www.spiegel.de/politik/deutschland/bundeswehr-studie-haelt-zerfall-der-europaeischen-union-fuer-denkbar-a-1176367.html

Come e’ possible capire, questo studio e’ estremamente importante e non a caso ha avuto ampia copertura da parte della stampa britannica, mentre in Italia la sua esistenza e’ stata completamente censurata.

Noi ovviamente non ci stiamo e abbiamo deciso di riportare questa storia perche’ crediamo che gli italiani abbiano il diritto di sapere che nemmeno le forze armate del paese piu’ europeista della UE credono che questa istituzione abbia un futuro e vogliamo che si uniscano alla lotta per distruggerla definitivamente.

GIUSEPPE DE SANTIS

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1523.- PER COPRIRE IL BUCO NEI CONTI UE DELLA BREXIT, L’ITALIA DOVRA’ DARE UN MILIARDO L’ANNO IN PIU’ (IN CAMBIO? NIENTE!)

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L’ultima di martedì 21 novembre 2017

LONDRA – Tutti coloro che soffrono per le politiche di austerita’ imposte dalla UE saranno furiosi di sapere che questa istituzione malefica costa ogni anno 140 miliardi di euro (280mila miliardi delle vecchie lire) e ovviamente questi soldi non cadono dal cielo ma provengono dai bilanci dei vari paesi membri che a loro volta tassano i cittadini per procurarsi queste risorse.

Vista la forte crescita dei vari movimenti euroscettici in praticamente tutti gli stati della Ue, sarebbe logico pensare che i parassiti annidati a Bruxelles nei palazzi dell’Unione europea stiano pensando a un modo per ridurre questo bilancio, cosi’ da consentire ai vari paesi membri di avere piu’ risorse da destinare a coloro che vivono in poverta’.

E invece non e’ affatto cosi’.

Infatti, alcuni giorni fa il presidente del parlamento europeo Antonio Tajani ha proposto di raddoppiare il bilancio della UE portandolo a 280 miliardi di euro e di reperire questi fondi introducendo una eurotassa da far pagare a tutti i cittadini della UE.

Gia’ la UE deve trovare un modo per coprire il buco da 10 miliardi di euro – all’anno – causato dalla uscita della Gran Bretagna grazie all Brexit, buco che verra’ coperto con l’aumento dei contributi di altri paesi membri, ora addirittura raddoppiarne il bilancio rasenta la follia. Ma questa follia potrebbe materializzarsi a breve.

Comunque, per riempire il “buco” lasciato dalla Gran Bretagna, si prevede che la Germania aumentera’ il suo contributo di 5 miliardi di euro (passando dai 15 miliardi a 20 miliardi l’anno), la Francia 1.2 miliardi in piu’ e l’Italia 1 miliardo in piu’ all’anno e adesso Tajani vorrebbe anche che la UE introducesse una nuova tassa per raddoppiare il bilancio comunitario allo scopo di affrontare il problema del terrorismo e dell’arrivo dei rifugiati! Rifugiati che tali non sono per oltre l’80% di chi è arrivato in Europa, sempre illegalmente, dall’Africa, dall’Asia e dal Medio Oriente.

Per nostra fortuna pero’, questa eurotassa non verra’ approvata per via della forte opposizione della Germania.

Steffen Seibert, portavoce di Angela Merkel, ha dichiarato che questa proposta non e’ nell’agenda del governo tedesco e un funzionario del ministero delle finanze tedesco ha detto che il bilancio della UE e’ funzionale e cio’ che serve e’ spendere meglio i fondi esistenti.

Al momento le autorita’ tedesche non hanno specificato meglio il motivo di tale obiezione alla proposta di Tajani, ma e’ chiaro che temono che una nuova eurotassa possa portare ancora piu’ consenso ai vari movimenti euroscettici che stanno creando problemi alla UE. Resta il fatto, però, che per sanare la voragine nei conti derivata dalla Brexit, almeno per ciò che riguarda l’Italia “il conto” che verrà presentato dalla Ue sarà di un miliardo di euro in più da versare nelle voraci casse Ue ogni anno, senza avere nulla in cambio.

Questa notizia ha avuto ampia copertura da parte della stampa britannica e i giornali d’Oltremanica non hanno perso l’occasione di usare questa storia per spiegare perche’ sia importante uscire dalla UE.

In Italia invece questa notizia e’ stata ignorata e questo e’ inaccettabile visto che questa proposta avrebbe danneggiato di parecchio gli italiani ma si sa che i giornali di regime amano censurare cio’ che da’ fastidio al PD.

Noi ovviamente non ci stiamo e abbiamo deciso di riportare questa notizia perche’ vogliamo che gli italiani siano informati sulla vera natura della UE che non e’ il paradiso descritto dai mezzi di informazione ma una istituzione malefica da cui bisogna uscire al piu’ presto.

 

GIUSEPPE DE SANTIS – Londra

 

PER COPRIRE IL BUCO NEI CONTI UE DELLA BREXIT, L'ITALIA DOVRA' DARE UN MILIARDO L'ANNO IN PIU' (IN CAMBIO? NIENTE!)

 

1522.- L’Ema a Milano? No, non è abbastanza “gay friendly”

Quella letterina LGBT… ITALIANI non siete abbastanza GAY per avere “i buoni uffici europei” … l’Olanda invece è gay (e “fumo”) friendly …..

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Il Pirellone doveva essere la sede di EMA. 

C’è grande polemica sul web per il confronto impietoso tra la brochure di presentazione all’Ema di Amsterdam e quella di presentazione all’Ema di Milano

Alessandro Cornali 22 Nov 2017 (tratto da l’occidentale)

Alla fine una monetina ha sancito l’assegnazione dell’Ema (l’agenzia europea del farmaco) ad Amsterdam piuttosto che a Milano. Poco importa se, sulla carta, Milano fosse la sede con il dossier migliore. Dopo la sconfitta si cerca, naturalmente, un colpevole: le regole, non si affidano 1,7 miliardi di euro e circa 3mila dipendenti con una monetina (fatto salvo che, se ci fosse andata bene nessuno avrebbe avuto da ridire); la malasorte di questo nefasto anno 17; i biscotti, veri o presunti, dei Paesi del Nord (gli italiani hanno ancora in mente il biscotto calcistico degli europei del 2004 di Svezia-Danimarca) con la collaborazione dei nostri cugini spagnoli. È mancato l’appoggio del governo, ha ipotizzato il governatore Lombardo Roberto Maroni spiegando che, se il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri fossero stati presenti al sorteggio, avrebbero potuto fare un maggiore lavoro di lobby e i voti di Germania e Spagna non sarebbero mancati all’ultimo minuto. Anche la Slovacchia, ha scritto qualcuno, è tra i sospettati di avere remato contro di noi per vendicarsi dell’esclusione perché molti dipendenti di Ema si erano dichiarati poco propensi a trasferirsi a Bratislava.
Eppure, tra tanti sospettati, nessuno ricorda una particolare categoria di dipendenti di Ema che si era dichiarata contraria al trasferimento in alcuni Paesi, tra i quali l’Italia, perché non sufficientemente gay friendly. La notizia risale al 29 agosto scorso, quando un gruppo di dipendenti dell’Agenzia europea per il farmaco appartenenti alla comunità LGBT ha scritto una lettera indirizzata ad Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, a Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, a Jean-Claude Juncker presidente della Commissione europea e al Ceo dell’Ema Guido Rasi, manifestando preoccupazione per i Paesi in gara che non riconoscono il matrimonio omosessuale: “In particolare – si legge nella lettera – la legislazione di determinati Stati membri richiedenti non riconosce i matrimoni omosessuali o le unioni registrate dello stesso sesso. Di conseguenza, i membri del personale LGBT corrono il rischio reale di essere privati di una serie di diritti fondamentali associati al matrimonio o all’unione registrata”.
Gli estensori della lettera hanno inoltre richiamato la “decisione sulla procedura per il trasferimento delle agenzie dell’UE attualmente situate nel Regno Unito”, adottata dal Consiglio europeo il 22 giugno 2017, “che elenca sei criteri per il trasferimento dell’EMA. In particolare, il quarto criterio prevede un accesso appropriato al mercato del lavoro, alla sicurezza sociale e all’assistenza medica sia per i figli sia per i coniugi. Questo criterio riguarda la capacità di soddisfare i bisogni dei bambini e dei coniugi dell’attuale e del futuro personale per la sicurezza sociale e l’assistenza medica”. Vale la pena ricordare che la legge sulle unioni civili, approvata in Italia il 20 maggio del 2016, ha visto lo stralcio, tra mille polemiche, della stepchild adoption, ovvero la possibilità di adottare il figlio del partner dello stesso sesso. In Gran Bretagna invece, dal 2013, il matrimonio gay dà alla coppia gli stessi diritti del matrimonio eterosessuale. Dal 2002, con l’Adoption and Children Act, l’adozione da parte di coppie omosessuali è diventata legale in Inghilterra e Galles.
Nei Paesi Bassi la possibilità di adozione da parte di coppie dello stesso sesso è stata legalizzata assieme al matrimonio nel 2001; essa comprende anche l’adozione congiunta. Il parlamento olandese ha anche iniziato a permettere alle coppie dello stesso sesso di adottare bambini provenienti dall’estero nel 2005. Le coppie lesbiche possono inoltre ottenere l’accesso al trattamento di fecondazione in vitro. La lettera prosegue chiedendo che “la Task Force per il rilancio e la preparazione dell’operazione EMA consideri la legislazione degli Stati membri richiedenti il riconoscimento dei diritti LGBT” e che sottolinei “eventuali dubbi in modo appropriato” e che “la Commissione europea tenga pienamente conto delle preoccupazioni evidenziate nella presente lettera nella valutazione delle offerte”.

Quella letterina LGBT… ITALIANI non siete abbastanza GAY per avere “i buoni uffici europei” … l’Ol…