Archivi categoria: Unione europea

2222.- PUTIN RESPINGE LE MIRE DI ERDOGAN SULLA SIRIA

“La Turchia non entrerà mai nell’Unione europea”. Nel settembre 2017, Parigi e Berlino vollero sospendere e, poi, chiudere, i rapporti con la Turchia che, dapprima, reagì con forza. Il ministro massacratore dei Gilet Jaunes, allora, portavoce del governo francese, Christophe Castaner, dichiarò all’emittente France Inter: “La situazione politica della Turchia non permette di vedere un proseguimento delle discussioni. Si può continuare il dialogo, ma i negoziati, sotto tutti gli aspetti, sono sospesi, oggi non ci sono più. Questa è la realtà”. Fecero eco Angela Merkel e Martin Schulz: Ankara non ha mai avuto e mai avrà una chance di far parte dell’Ue. Infine, durante l’assemblea plenaria a Strasburgo, gli eurodeputati votarono a maggioranza qualificata di due terzi per il congelamento della procedura di adesione della Turchia. La Turchia aveva presentato la domanda di adesione il 14 aprile 1987, quindi, era da 54 anni che sperava in qualcosa che non accadde e che non sarebbe accaduto mai. All’epoca, gli italiani erano anch’essi contrari all’ingresso in Europa di 80 milioni di musulmani, ma l’Italia insistette affinché venisse lasciata alla Turchia la responsabilità della rottura. Dire no alla Turchia in Europa significò rifiutare il primo Paese islamico a essere ufficialmente candidato nell’Unione, con importanti conseguenze nel resto del mondo musulmano. Oggi, che milioni di musulmani sono immigrati in Europa, ci chiediamo quale sarebbe stata l’evoluzione della Turchia e della politica di Recep Tayyip Erdogan dopo l’ingresso in Europa? Al momento, Erdogan chiese chiarezza all’Europa, in seguito, sposò il progetto di un rinato impero ottomano. Dobbiamo partire da lì.

Putin respinge le mire di Erdogan sulla Siria

di Maurizio Blondet


“Lo ha fatto  giovedì  a Sochi durante un incontro bilaterale con il turco: la Turchia non ha il diritto di stabilire una zona-tampone in Siria senza il consenso di Damasco e l’invito del presidente siriano Assad.

Da notare: prima di entrare nella riunione e a due, Erdogan aveva espresso davanti a giornalisti   che contava di ottenere da Mosca (e  dall’altro alleato, l’Iran) il coordinamento per ritagliarsi una zona di sicurezza in una fetta del territorio siriano  a Nord.

Il bilaterale  è avvenuto  nel quadro della riunione dei tre stati “garanti”  del processo di pace deciso ad Astana, in cui ha partecipato l’iraniano Hassan Rouhani.  Putin ha invitato  farla finita con l’ultima enclave di terroristi  . Rouhani  si è detto d’accordo, mentre Erdogan non ha risposto. Come poi ha confermato  il portavoce presidenziale Peskov,  nessuna operazione militare   contro Idlib è stata decisa dai tre, evidentemente a causa della diserzione turca.

La Reuters vede giustamente in questo un intensificarsi delle tensioni fra Mosca ed Erdogan. Costui di fatto continua a non riconoscere Assad come legittimo governante.  E  di fatto  i caccia americani che  coprono  dal cielo le milizie curde anti-Daesh, continuano a decollare dalle base (NATO) della Turchia. Commandos e comandi americani restano  operative nella zona nord della Siria, a fianco delle  milizie curde;  Putin ha   commentato che  l’annuncio di Trump di ritirare le sue truppe è “un passo molto positivo”; ma  ha subito aggiunto che il presidente Usa potrà non adempiere a queste promesse 2per ragioni di politica interna”.  Erdogan: “Se il ritiro dlele truppe USA si realizza, questa decisione avrà numerose conseguenze   nella regione”.  Evidentemente vuole sostituire le sue truppe a quelle che usciranno, invece che restituire il territorio al governo legittimo di Damasco.  Nella conferenza stampa finale, Putin ha nonostante tutto definito   molto positivo il clima del trilaterale, e s’è detto fiducioso che la crisi “sarà risolta dal processo politico e dai negoziati”.

Noi ricordiamo padre  Paisios dell’Atos:  “Ci sarà una guerra tra Russia e Turchia. All’inizio i Turchi crederanno di vincere, ma ciò sarà la loro rovina. I Russi alla fine vinceranno e la Città (Costantinopoli)  cadrà in mano loro. Poi la prenderemo noi… Saranno costretti a darcela…».
«Gli Inglesi e gli Americani ci concederanno Costantinopoli.
Non perché ci amino, ma perché ciò concorderà con i loro interessi.»

I Turchi saranno distrutti. Saranno cancellati dalle mappe, poiché sono una nazione non scaturita dalla benedizione di Dio.”

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2219.- La RDC Card: Un altro passo verso il controllo capillare dei cittadini.

PMI.it titola: “La RDC Card viola la Privacy”

e cita i cinque punti della “memoria” depositata dal Garante della Privacy in cui il decreto che disciplina il reddito di cittadinanza evidenzia rilevanti criticità.

Testualmente: “

Bocciato da parte del Garante della Privacy il reddito di cittadinanza, con particolare riferimento all’intero impianto del decreto legge che disciplina la nuova misura, a partire dal sito di riferimento, per passare all’eccessivo controllo dei cittadini, fino ad arrivare alle violazioni al GDPR.

Il presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, Antonello Soro, scrive nella memoria depositata presso la Commissione permanente XI (Lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato della Repubblica:

  1. viola il GDPR poiché il decreto-legge contiene previsioni di portata generale, inidonee a definire con sufficiente chiarezza le modalità di svolgimento delle procedure di consultazione e verifica delle varie banche dati;
  2. non sono previste misure di sicurezza per i database utilizzati da INPS, Anagrafe tributaria, PRA e le altre amministrazioni pubbliche detentrici dei dati per la verifica dei requisiti dei beneficiari. Un massivo flusso di informazioni per il quale non sono state previste adeguate misure di sicurezza dei dati;
  3. il monitoraggio delle spese è una sorveglianza smisurata, continua e capillare sugli utilizzatori della card;
  4. il sito web presenta diverse carenze nell’informativa sul trattamento dei dati e nelle modalità tecniche della sua implementazione;
  5. forti perplessità vengono sollevate anche sul rilascio delle attestazioni ISEE.

Il Garante Privacy scrive:

Alle attività di monitoraggio centralizzato e sistematico degli acquisti effettuati tramite la carta – suscettibili di comportare l’acquisizione anche di dati particolarmente sensibili – si aggiungono, quindi, i controlli puntuali sulle scelte di consumo individuali, condotti dagli operatori dei centri per l’impiego e dei servizi comunali, in assenza di procedure ben definite e di criteri normativamente individuati.

Per il Garante Privacy si tratta di un’intrusione sproporzionata e ingiustificata su ogni aspetto della vita privata degli interessati.

Blocco del reddito di cittadinanza

A fronte delle problematiche emerse in tema di protezione della privacy, il Codacons è pronto a chiedere in Tribunale il blocco dell’intera procedura di erogazione del reddito di cittadinanza. Il Presidente Carlo Rienzi spiega:

La protezione dei dati sensibili degli utenti è interesse prioritario rispetto al provvedimento economico del Governo, e pertanto in caso di violazione delle norme sulla privacy sarà inevitabile la sospensione dell’intera procedura.”

Aggiungiamo a questo articolo che la protezione della privacy è molto sentita dagli europei. Secondo i dati citati da Barbara Weisz, sono oltre 95mila reclami che sono arrivati alle autorità dei diversi stati per violazione del GDPR, la normativa comunitaria sulla protezione dei dati personali, in vigore dal 25 maggio 2018. Nella sola Italia (secondo i dati che si riferiscono al 31 dicembre 2018) ci sono state: 4mila 704 segnalazioni (in crescita, rispetto alle 3mila 378 dell’analogo periodo maggio-dicembre 2017, quando ancora non era in vigore il GDPR) e 630 notificazioni di data breach. All’Autorità italiana sono inoltre arrivate 43.269 comunicazioni sui DPO (Responsabili per la Protezione dei Dati).

Altre perplessità riguardano il ruolo e la figura stessa del Navigator: sorta di tutor chiamato ad affiancare i beneficiari del contributo nelle attività di ricerca di lavoro e riqualificazione.

Secondo i consulenti del lavoro, infatti, non è chiaro dove i Navigator verrebbero collocati e con quale modello organizzativo dovrebbero operare:

  • le attività connesse alla stipula del patto per il lavoro sono di pertinenza dei Centri per l’Impiego e, dove previsto, da operatori privati accreditati con proprio personale.
  • per la gestione dell’Assegno di ricollocazione è prevista la presenza di tutor dipendenti degli operatori stessi.

Secondo quanto affermato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, in audizione al Senato, caratteristiche e titoli di studio richiesti ai Navigator rientrano nell’ampio plafond di competenze professionali dei consulenti del lavoro: viene pertanto avanzata la disponibilità della categoria a dare il proprio contributo attraverso propri iscritti.

Per i previsti 10.000 Navigator è infatti necessaria laurea quinquennale in economia, giurisprudenza, sociologia, scienze politiche, psicologia o scienze della formazione e servono anche 4 anni di esperienza nel settore della consulenza del lavoro.

2218.- L’Act XIII dei Gilet Jaunes indica un’ovvietà: Non si fermerà

Gilets Jaunes Acte XIII, sabato: Una granata depotenziata sparata ad altezza d’uomo, come consueto, ha sfracellato la mano di un dimostrante, RIPETO: DI UN DIMOSTRANTE. Per Emmanuel Macron e per il suo ministro dell’interno Christophé Castaner, neanche la forca sarebbe sufficiente espiazione. Questa Unione europea è finita. Si regge sulla polizia di regime. più e peggio dei regimi nazifascisti. MA, QUI, NON SIAMO A GAZA!

Il punto di Boulevard Voltaire.

Sabato 9 febbraio, Acte XIII


Non si tratta più di posizionarsi a favore o contro il movimento. Non siamo come a favore o contro la pioggia. Cerchiamo di comprendere e poi ci conformiamo alla realtà. Nessuna scelta. Il movimento, a partire dal primo movimento Gilet Jaunes – perché, diciamolo chiaramente, c’è un’evoluzione dal 17 novembre 2018 a oggi: Non sta scemando.

Questo sabato 9 febbraio è stato l’occasione di nuovi scontri, alcuni dei quali alle porte del Palais Bourbon, là dove siedono i deputati.

La stampa si pone ancora furiosamente nei confronti dei gilet gialli e gli ripete continuamente, “ma alla fine, cosa volete?” Ed è vero che c’è una quadratura del cerchio per rispondere a questa domanda. … una parte di ciò che vogliono è del tutto illegale o al di sopra della legge: ad esempio, per deporre il presidente o per istituire un’Assemblea costituente, oppure, per rovesciare la rappresentanza nazionale e sostituirla con esperimenti di democrazia diretta, ecc. Quindi, inevitabilmente, può essere problematico dare una risposta alla domanda ricorrente sul loro “volere”.

Tuttavia, i Gilets sono lì, non fuggono da nessuna parte, e ogni sabato è un passo in più rispetto al sabato precedente. E non sono i giubbotti gialli a cui si deve porre la domanda sul futuro, ma al governo.

Sta a noi cittadini, bagnati dalla pioggia, che ci piaccia o no, rivolgerci ai nostri governanti e chiedere loro: “E adesso?”
Emmanuel Macron non ha risposto nulla.

Julien Michel

Questo sabato 9 febbraio, gli scontri, hanno raggiunto le porte del Palais Bourbon, là dove siedono i deputati.

Il punto amaro dei cittadini

Ma “destituire il Presidente è in tutto e per tutto illegale”. Julien Michel dovrebbe ricordare che l’articolo 68 della Costituzione francese prevede la possibilità che il Presidente venga destituito, in caso di “una mancata esecuzione delle sue funzioni, manifestamente incompatibile con l’esercizio del suo mandato”. Tutto ciò che occorre è che 58 deputati (o 35 senatori) avviino questa procedura.

François Asselineau, il presidente del partito politico “Union Populaire Républicaine” (UPR), che ha vinto lo 0,9% dei voti nel 2017


François Asselineau ha anche facilitato il lavoro ai parlamentari inviando loro un fascicolo con 13 violazioni della Costituzione compiute dal Presidente.
E finora, solo un deputato (MP) Franck Marlin (LR) ha dichiarato di essere disposto a firmare l’applicazione dell’articolo 68 della Costituzione: « Je ne supporte plus le mépris du président de la République et des membres du gouvernement ». Così Marlin, in una lettera del 18 dicembre.

Franck Marlin


Quindi, se il Presidente non viene “destituito”, non è perché la procedura sia illegale, ma solo perché gli “pseudo-avversari”, che hanno i mezzi costituzionali per liberarsi di questo dittatore, non fanno nulla … a parte biasimarlo nei post. Essi sono INTERAMENTE nella paga di Macron. Non siamo più in un paese democratico … la democrazia è morta ….. per il momento. E sarà così fino a quando questo presidente è lì. Grazie a tutti coloro che hanno votato per lui!

2217.- L’Italia fa guerra a Macron, ma la partita è molto più complessa

 

Sempre, i nodi vengono al pettine. Macron è solamente il rappresentante dei poteri finanziari che hanno voluto, creato e che gestiscono questa Unione europea. La partita è fra i popoli europei, con i loro stati sociali e quei poteri, con la BCE – banca privata, infatti – la sua ipocrisia e la sua austerità. Da una parte, le conquiste delle democrazie, edificate sulle rovine delle non poche conquiste dei nazionalismi, dall’altra parte, avvolta come spire di un serpente, la finanza mondiale, con la sua scia di povertà e di morte, in nome di un governo mondiale, ma di che? La guerra di Macron, passa attraverso la competizione economica, ma è contro i ribelli a quel disegno schiavista, di cui, lui, è soltanto uno dei miseri kapò. I Gilet Jaunes, sono i ribelli. Sono francesi perché sono un popolo coeso, al di sopra delle sacrosante divisioni politiche: quello che gli italiani non saranno mai. L’approccio dei 5 stelle agli eroici paladini gialli della democrazia è soltanto strategia elettorale: nessuna chiamata alle piazze, nessuna presa di posizione concreta delle istituzioni italiane, campioni senza valore da quando, in nome di questa Unione europea, a partire dal presidente della Repubblica, hanno rinnegato la Costituzione e la sua meravigliosa trama dei principi, come andava definirla Stefano Rodotà. Qui, leggiamo Lorenzo Vita, per Occhi della Guerra.

Piccolo uomo con le mani lorde del sangue dei suoi cittadini. Guardo gli occhi orbati, le mani sfracellate dalle granate, i morti e le migliaia di feriti dei patrioti, gli undici poliziotti suicidi. Per lui e il suo ministro Castaner, neanche la forca sarebbe sufficiente espiazione.

La guerra diplomatica fra Italia e Francia continua inesorabile. Dopo lo scontro fra Luigi Di Maio e il governo francese, che ha provocato l’ira di Parigi tanto da convocare l’ambasciatrice italiana al Quai d’Orsay. Lo scontro si fa ogni giorno più acceso. Ieri, il premier Giuseppe Conte e il ministro Enzo Moavero Milanesi hanno provato a disinnescare l’ordigno piazzato da lega e Movimento 5 Stelle.

Il ministro degli Esteri si è incontrato ieri con il suo omologo francese, Jean-Yves Le Drian, per discutere delle tensioni ormai infinite fra Roma e Parigi. Moavero ha provato a dialogare con la controparte francese, ma da parte del ministro d’Oltralpe sembrano essere arrivati toni molto duri. Le Drian era furioso: e non ha fatto niente per nasconderlo. La Farnesina ha provato a smorzare le accuse dicendo che si tratta di “campagna elettorale”. Una tesi che, come spiega La Stampa,è stato lo stesso Di Maio a negare in radice: “Non è campagna elettorale: è una battaglia di civiltà contro l’ipocrisia di Macron”. E la disputa a questo punto non accenna a diminuire.

Anche Conte prova a fare da pompiere. Il presidente del Consiglio ha ribadito che è giusto porsi delle domande sul futuro dell’Europa, sulle sue politiche e su come viene gestito il continente dagli altri Paesi, in particolare da Parigi. Conte tenta di aggiustare il tiro, ritiene legittimo interrogarsi sulle politiche globali sia dell’Unione Europea sia a livello di singoli Stati. “Ma questo non vuol dire mettere in discussione la nostra storica amicizia con la Francia, né tanto meno con il popolo francese. Continueremo a lavorare con le istituzioni di governo francesi, oltreché che europee e di altri Paesi, fianco a fianco per trovare soluzioni condivise”. Il tentativo di rimediare c’è. Ma la Lega né il Movimento 5 Stelle sembrano decise a seguire la linea del premier, che si trova ora a dover fare da paciere in uno scontro che rischia di diventare durissimo per la Francia ma anche per l’Italia.

In questi giorni, da Roma, si sono alzate le colombe per cercare di rimediare allo scontro. La stessa presidenza della Repubblica, con Sergio Mattarella in testa, sta cercando di spegnere le fiamme. E Moavero lavora in strettissimo contatto con il presidente, come più volte sottolineato in questa testata. Lo stesso ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha espresso in mattinata l’augurio che le “tensioni decrescano”. E del resto, fra Italia e Francia le questioni economiche sono aperte sono moltissime, da Fincantieri Stx ad Alitalia, passando per la grande quantità di grandi imprese italiane che hanno una quota francese.

La diplomazia ufficiale e non ufficiale si inizia a muovere per evitare la guerra. Ma da parte delle forze di maggioranza non sembrano esserci gli stessi intenti. Lo ha dimostrato Matteo Salvini, lo ha dimostrato Di Maio. L’opposizione, invece, è spaccata. La destra di Fratelli d’Italia segue la linea di Lega e M5S. Oggi Giorgia Meloni ha ribadito di ritenere il Trattato di Aquisgrana un “dichiarazione di guerra” contro l’Italia. Da parte di Forza Italia vige un rigoroso silenzio. Mentre il Partito democratico è quello più di tutti protesta per le tensioni con Parigi.

L’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, ha parlato di un isolamento controproducente da parte italiana. E alla presentazione del libro di Linda Lanzillotta Il Paese delle mezze riforme, l’ex premier Pd ha detto: “Oggi ho letto una dichiarazione del ministro Moavero, persona a cui mi lega stima e amicizia, sulla bagarre incredibile tra Italia e Francia. Dice che si tratta di campagna elettorale… Se questo è il nostro ‘deep State’, allora non c’è da essere per niente tranquilli”. E del resto, Gentiloni è lo stesso premier che ha voluto siglare il trattato del Quirinale con la Francia ricalcando quello dell’Eliseo fra Germania e Francia che è stato blindato e aggiornato ieri ad Aquisgrana da Angela Merkel ed Emmanuel Macron.

La questione quindi è anche di politica interna dei rispettivi Stati. Ed esistono due diplomazie alternative. Quella ufficiale e quella dei partiti. Da una parte quella ufficiale è paradossalmente molto più legata all’opposizione, con il Pd che si schiera insieme a Moavero e al presidente della Repubblica per raffreddare i toni. E il legame è chiaramente con i grandi gruppi industriali francesi e con Emmanuel Macron, che fu benedetto da tutti i leader del centrosinistra. Dall’altra parte, M5S e Lega si sono schierati con le opposizioni: i pentastellati, senza grandi risultati, con i gilet gialli; la Lega, con risultati molto più positivi e stabili con Marine Le Pen e il suo Rassemblement National. In ballo ci sono le elezioni europee e il blocco sovranista.

Il problema dell’Italia è triplice. Da un lato la Francia ci serve per provare a contrastare la politica di austerity voluta da Berlino. Dall’altro lato, abbiamo enormi interessi economici e industriali in comune. Terzo punto, fondamentale, c’è la Libia che ribolle. Nei giorni scorsi, come ricordato da La Stampa, “il sorvolo dei caccia francesi Raphale nel Sud della Libia a sostegno di un’operazione militare del generale Haftar è stato interpretato come un modo per fare pressione su Tripoli e sulla comunità internazionale, in contrasto con quanto definito alla Conferenza di Palermo”. 

Ora, dopo i commenti di Vita, vi propongo un esempio ignorante, che non si può collocare da qualunque parte e, perciò, fare oggetto di discussione. Italiano? nemmeno, ma uno qualunque dei senatori espressi dal voto altrettanto ignorante e che non sa nulla della competizione in atto.

Dove porta il vento, in nome di un interesse personale senza fondamenta.

2216.- Non è una guerra Italia-Francia Ma di Macron all’Italia giallo-verde

Emmanuel Macron ha dichiarato guerra all’Italia giallo-verde. È questo il vero tema dello scontro diplomatico che in questi giorni coinvolge Italia e Francia. E sbaglia chi crede che questa sia una sfida fra due Paesi che in realtà hanno legami ben più profondi che travalicano la disfida fra Eliseo e Palazzo Chigi. La realtà è che è sì, mai come questa volta i due Stati hanno agende contrapposte. Ma è soprattutto chiaro che il presidente francese, simbolo di quell’élite europea contrastata dai movimenti sovranisti e populisti, vuole infliggere colpi durissimi al governo composto da Lega e Movimento Cinque Stelle, che rappresentano i nemici perfetti dell’inquilino dell’Eliseo.

Parigi ha manifestato da subito la sua totale avversione nei confronti del governo italiano. E se è assolutamente vero che l’esecutivo italiano ha da sempre considerato Macron l’obiettivo numero uno della propria politica estera, è anche vero che non c’è mai stato da parte del presidente francese alcun interesse a dialogare con l’Italia. Anzi, da quando le elezioni di marzo 2018 hanno consegnato una maggioranza del tutto opposta a quanto preferito da Parigi (e Berlino), l’ordine del presidente francese è stato quello di scatenare una vera e propria sfida a 360 gradi nei confronti dell’agenda politica italiana. E lo hanno dimostrato le dichiarazioni nei confronti della maggioranza di governo (da “vomitevoli” a “lebbra nazionalista”) ma anche le azioni messe in atto dall’Eliseo per colpire gli interessi italiani (Libia, Fincantieri, Alitalia, deficit, Europa, migranti, sconfinamenti).

Da questa sfida all’Italia, il governo italiano ha ovviamente reagito con veemenza. E non sorprendono le prese di posizione di Matteo Salvini e Luigi di Maio che, pur con scelte opinabili, hanno sostanzialmente risposto a una serie di attacchi da parte del governo francese. Ma quello che è scaturito successivamente a questo scontro è l’idea, perpetrata da molti, che questo scontro fra governi sia in realtà una sfida fra Italia e Francia. Cioè fra due Paesi e non fra le loro rispettive amministrazioni.

In realtà non è così. E lo dimostrano soprattutto le alleanza politiche costruite in questi anni specialmente fra la Lega di Salvini e il Rassemblement National di Marine Le Pen. E lo dimostrano per certi versi anche i legami instaurati (pur molto fragili) fra Movimento 5 Stelle e gilet gialli. E questa è la dimostrazione più eloquente di come la fantomatica guerra dell’Italia alla Francia, come sostenuto da molti osservatori, sia in realtà un’idea assolutamente superficiale. Questa è una partita ben differente: è una sfida fra due idee di Europa fra loro inconciliabili. Ed è per questo che si sta spostando su un piano internazionale una questione che è prima di tutto politica.

Il governo di Giuseppe Conte, ha scalfito le certezze di un certo sistema europeo basato sull’asse franco-tedesco. Probabilmente non con i risultati sperati e non senza alcune conseguenze anche gravi. Ma è del tutto evidente che se a quelle elezioni presidenziali del 2017 fosse uscita vincente Marine Le Pen, nessuno avrebbe parlato di una guerra fra Italia e Francia, ma probabilmente di due Paesi amici e alleati. Naturalmente nessuno può avere la certezza.

Ma vedendo la profonda sinergia della Lega con quello che era il Front National e soprattutto vedendo l’asse fra le opposizioni e Macron (basti ricordare il legame fra En Marche! e il Partito democratico di Matteo Renzi) non si può non riflettere sul fatto che il presidente francese stia facendo il possibile per isolare e colpire l’Italia più perché rappresenta un avversario politico che un avversario strategico. Anche perché passare dal negoziato sul Trattato del Quirinale con Paolo Gentiloni a contrastare in ogni modo la politica italiana, significherebbe aver cambiato atteggiamento in maniera fin troppo rapida su Roma e le sue strategie. È cambiato il governo e le idee che muovono Palazzo Chigi: ed è per questo che Macron ha fatto scattare le rappresaglie.

2213.- Vi racconto che cosa (non) ho potuto fare nel governo e in Europa. Firmato: Paolo Savona


di Paolo Savona , START Magazine

Pubblichiamo un estratto dell’audizione tenuta il 25 settembre in Parlamento dal ministro degli Affari europei, Paolo Savona, nominato oggi dal consiglio dei ministri presidente della Consob, sulle prospettive dell’Ue

Spero che non vi attendiate che io risponda alle centinaia di problemi aperti, anche perché mi sembra opportuno ribadire la mia collocazione, sia personale sia nel Governo. Penso che si possa partire dai quesiti sollevati dall’onorevole Rossello. Lei ha parlato di competenza del ministero e ha detto «dato che lei è competente».

Io penso che vi sia chiaro che c’è un problema irrisolto, che, per pazienza, non considero urgente come tutti gli altri e che è dovuto al fatto che il ministero non esiste, ma esiste un dipartimento di Palazzo Chigi che dipende per tutti gli atti dal Segretario generale.

Questa era la collocazione naturale e importante all’inizio finché questo non è diventato un problema molto grosso per l’invasività della presenza europea, come dimostra l’ultima richiesta di approvazione delle direttive, per cui io mi auguro che i capi di Stato e di Governo – e ho invitato anche il mio – non passino tutte le direttive senza vederle. Questo poi succede: si parla dei grandi problemi e le direttive sono negoziate attentamente dal trilogo, dal Parlamento eccetera.

Poi, la gestione di questa problematica molto ampia è grosso modo rimasta con le vecchie strutture. Il sottosegretario, nel tempo, viene sostituito da un Ministro, però a un certo punto le sue responsabilità, alle quali lei si appella, non corrispondono ai suoi poteri e, quando – le mie esperienze insegnano – le responsabilità sono distinte dai poteri, il sistema non funziona e, prima o dopo, lo paghiamo.

Per esempio, di Africa e Balcani si interessa il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, il quale presenta, nella struttura interna, la Direzione generale per l’Unione europea, che ha una struttura amministrativa di risorse più potente del dipartimento, quindi evidentemente c’è un problema di specializzazione.

Al Ministro dell’economia e delle finanze, che si interessa in particolare dei problemi economici dell’Europa, sono state aggiunte, tra le mie competenze, quelle sull’Eurogruppo, che è una parte interna del totale. Allora, queste cose finora funzionano perché, come voi potete accertare, io mi fido dei miei colleghi e cerchiamo, finché è possibile, di mantenere un’unità di indirizzo. Tuttavia, qualora questa unità di indirizzo non viene mantenuta, io sto zitto per stile di vita e per coesione nell’ambito del Governo e c’è sempre la possibilità di ritrovare una discussione.

Ho scelto la specializzazione dei problemi di fondo che, in genere, durante le Commissioni ormai plurimensili, non si trattano, quindi c’è una parte che io considero molto importante. Si tratta della riapertura di un esame sull’architettura istituzionale europea, cioè sullo statuto della Banca centrale europea, sulla politica fiscale e su altri problemi connessi, che non è curata day by day dall’Europa, anzi è respinta, anche perché il tentativo è « non discutiamo », ma io mi impegno per discuterla, quindi sto svolgendo quest’attività.

Come – e lo dico a Pittella, ma anche agli altri – si svolge quest’attività? Io sono un Ministro tecnico e non posso mettere sul tavolo i milioni di voti necessari per far contare le proprie idee, che sono tipiche della democrazia, ma mi piace sentirvi e cerco di registrare tutto, anche se poi ne vedo alcune in prima persona e altre con i miei colleghi, che tempesto di lettere ed altro, dicendo « guarda che devi chiedere questo » o « vai tu ? » o « no, vado io » o « vai tu perché tu sei competente del bilancio, però, se parlate dell’euro, per favore tieni in considerazione ciò che io scrivo » oppure sollevando obiezioni, anche perché, nella formazione di questo documento, io ho avvertito sempre tutti e questo è un punto molto preciso.

C’è un problema di ridare unicità – e spero che, prima o dopo, il Parlamento ne venga investito – all’azione in ambito europeo perché l’Europa è diventata una grossissima realtà, per la quale ho usato il termine « invasiva », di tutta la nostra attività, con i mille problemi. Lei ha citato Africa e Balcani, per cui – mi sembra che abbia citato queste due aree – le dico che, se solo Moavero dovesse dedicarsi a questi problemi, non avrebbe un minuto di tempo per dedicarsi all’Europa, quindi teniamolo presente.

Per la politica economica, come tecnico cerco di trovare le soluzioni che mi chiede la politica e cerco di stare quanto più fuori perché, altrimenti, non svolgerei un’attività razionale per trovare soluzioni razionali ai problemi che ti pone la politica, cioè, se a un certo punto mi viene posto il problema « tu devi stare in Europa », io devo individuare come stare in Europa e non mi devo mettere a fare altro, anche perché, se voglio far politica sullo stare o uscire, io chiedo il voto, entro tra le vostre file e faccio le mie battaglie.

Questo è lo spirito che mi anima. Ora, perché mi serve partire da questa sua posizione e da questo chiarimento, al quale – lo ripeto – non pongo urgenza perché il Paese ha problemi un po’ più urgenti delle mie responsabilità e dei miei poteri ? Si tratta di qualcosa che ovviamente posso solo porre e questa è la prima volta che pongo in un consesso pubblico e in Parlamento – lo dico perché sto nel Parlamento – questo problema. Riguardo alle altre cose, io le tengo all’interno. Il presidente lo sa e i miei colleghi lo sanno e direi che, da questo punto di vista, finora non sono nati conflitti. Prendiamo il quadro generale del bilancio pluriennale dell’Europa. Uno è il 10 per cento del PIL europeo e qualcuno l’ha citato.

Io so benissimo che negli Stati Uniti – e lo uso anche come argomento con i miei colleghi – fanno attività di redistribuzione del reddito interterritoriale molto elevata da questo punto di vista. In Europa – ne ho parlato con Oettinger anch’io – è inutile che a un certo punto una coperta corta, come quella dell’1,20 per cento, venga tirata da una parte e dall’altra, con argomenti che irritano il popolo, al quale dobbiamo anche spiegarlo perché gli dobbiamo dire « abbiamo bisogno di più soldi per la Difesa, anche perché ce lo chiede la NATO, e di più soldi per l’immigrazione e li togliamo dall’agricoltura e dalla politica di coesione ». Attenzione, si usa l’espressione « li togliamo », ma la realtà è che con i parametri noi avremmo dovuto avere di più e ci fanno avere meno di quel di più.

Lo dico perché c’è anche questo tipo di cose. Noi contavamo per la politica di coesione sul 18 per cento in più o forse sbaglio le percentuali. Su una delle due, ma non so se sulla politica di coesione, secondo i parametri dovevamo prendere il 18 per cento. Ci modificano i parametri e piglieremo il 12 per cento, quindi ci tolgono il 6 per cento e questa è una delle battaglie. Il discorso fondamentale è che la coperta è corta e, se la tiriamo da una parte o dall’altra, dobbiamo essere capaci di spiegare agli elettori europei i motivi per cui essi vanno fatti perché, altrimenti, questo diventa motivo di scontro ulteriore. Può darsi anche che non si debba toccare da una parte e dall’altra, ma qui viene il problema sollevato delle risorse autonome e dei modi, che risponde anche ad altri quesiti che mi sono stati rivolti, compreso quello da parte di Pittella.

Il problema di fondo – sul quale personalmente insisto, ma naturalmente tutto è legato al fatto che andiamo in Europa a chiedere altre cose; me lo disse Carli: « io devo chiedere la convergenza e non potevo chiedere la modifica dei parametri perché, quando tu, in una trattativa, chiedi una cosa a venti persone e te la danno, tu non puoi chiedere più niente » – , il discorso di fondo è che la mia posizione è: prima di dare potere impositivo, io gradirei sapere come verranno usate queste risorse. Questa è la mia personale posizione, che può non essere compresa perché si potrebbe dire « se tu poni questo problema, non riusciremmo a ottenere di più per le politiche di coesione, che sono molto importanti».

Questi hanno ragione, quindi bisogna mantenere un equilibrio. Allora, vediamo nella trattativa se riusciamo a ottenere più per la politica di coesione per capire se uno può attenuare o spostare, a livello del mio documento, il discorso dell’uso delle risorse e di quale politica fiscale. Ho fatto l’esempio dell’immigrazione che è il più caldo e forse il più contestabile, dicendo « attenzione, o tu mi dai più risorse o io devo bloccare perché non ho le risorse sufficienti per integrare queste persone », oppure l’esempio del lodo a Salisburgo offerto dal Presidente Conte, il quale dice « chi non vuole accettare la quota delle persone che devono entrare nel suo Paese paghi all’Italia».

Questo è un punto su cui si può non essere d’accordo, ma è una proposta che è sempre legata alla politica fiscale: tu mi devi pagare, se non accetti la quota parte che era, direi per certi versi, parte dell’accordo di Dublino. Nelle trattative c’è sempre un compromesso da fare, cioè, se a un certo punto mi interpellano e mi dicono « ma tu prenderesti questo o quell’altro?», io faccio una valutazione in termini di costi-benefici per capire qual è più conveniente per il bene del Paese e lo suggerisco, ma i miei giudizi non sono verità e sono contestabili. Questo è un punto che io ripeto sempre ai miei colleghi: visto che noi siamo ministri tecnici, vogliamo mantenerci, da buoni ministri tecnici, il beneficio del dubbio?

Ci viene il dubbio che non stiamo trattando verità, quindi dobbiamo essere sempre pronti ad ascoltare ciò che la politica ci dice e fare tutto il possibile, naturalmente, per dare una risposta compatibilmente, che è quello che sta succedendo in questi giorni nella formazione del prossimo bilancio. Avviene – e lo ripeto, nonostante ciò che scrivono i giornali – che l’armonia che io ho trovato all’interno è decisamente più elevata di quanto mi aspettassi. Pensavo che a un certo punto lo scambio fosse più aggressivo, per dirne una. Sui singoli problemi, io penso che parte delle risposte vengano dal documento, però voglio trattare un altro aspetto importante. Il giorno dopo che ho mandato (sempre aspettando) i documenti, oltre che a tutti i miei colleghi, commettendo un errore per il quale mi sono scusato con Licheri, sono andato a un incontro con tutti gli ambasciatori in Italia dei Paesi dell’Unione europea ospiti dell’Austria, che, come voi sapete, ha la presidenza europea.

Tra parentesi, i sovranismi di cui parliamo e gli equilibri per i quali mi avete detto « che cosa intende lei per problemi riguardanti le prossime elezioni? » sono uno diverso dall’altro: il sovranismo austriaco è diverso dal sovranismo francese, che è diverso dal sovranismo tedesco, che è diverso dal nostro sovranismo. Qual è, quindi, la mia preoccupazione? La mia preoccupazione è che nessuno ha mai discusso sul futuro di un’Europa di cui abbiamo bisogno per i motivi che vi ho detto: un’economia aperta. Il nostro sviluppo è basato sulle esportazioni, ma anche sulle costruzioni, anche se questo è un altro problema che non avete toccato e che io tocco ed è legato agli investimenti.

L’economia italiana ha due motori e non uno. Ne abbiamo spento uno e l’aereo non vola. Tutto regge attraverso le capacità esportatrici, che addirittura poi non hanno effetti di moltiplicazione perché ci sono 50 miliardi circa di euro inutilizzati ogni anno che vanno all’estero a finanziare gli altri, come accade in tutta l’Europa. L’Europa ha un surplus di bilancio dei pagamenti correnti che è superiore al deficit degli Stati Uniti, quindi gli Stati Uniti si sviluppano e l’Europa non si sviluppa a sufficienza.

Ragazzi, non c’è una scienza esatta economica che ti dice il perché, però qualcosa del genere ci deve essere. Si tratta di un qualcosa che non può funzionare se, a un certo punto, la Germania ha il doppio del surplus della Cina. Si dice «stai criticando e stai parlando male della Germania». No, sto dicendo che le regole del gioco devono essere tali che chi sta in surplus deve spendere di più e aiutare le altre ad aggiustarsi. Tra questi, guarda caso, da un paio d’anni c’è l’Italia, il che vuol dire che il meccanismo non funziona. Questo io vi sto dicendo e ve lo sto dicendo da tecnico, con i politici, quindi state attenti a chiedere le cose corrette. Suggerisco qual è la cosa che dovete cor- reggere: ti chiedo di spendere 16 miliardi in più (l’1 per cento del PIL circa) sui 50 di risparmio e mi si dice « ma quelli sono già andati all’estero ». Quelli sono già andati all’estero perché non facciamo gli investimenti. Le cose, quindi, si reggono le une con le altre. Questo è il ruolo di un tecnico, come io lo interpreto.

Come vi ho detto, il giorno successivo ho incontrato i 35 ambasciatori. Abbiamo avuto una discussione molto interessante e devo dire che mi hanno rivolto tutta una serie di quesiti, quasi tutti incentrati, alla fine della storia, su «ma lei cosa si attende?», «Discutere con voi perché voglio sapere come la pensate» e «perché voi siete in grado di sapere esattamente come la pensa la Romania, la Lituania o l’Olanda sui vari temi che ho sollevato?». Non lo sappiamo e sappiamo solo che loro dicono «noi non vogliamo pagare i debiti dell’Italia».

Allora, siccome io non sollevo i problemi, ma indico soluzioni, quella che avete ricordato è la soluzione che io ho indicato. In precedenza, già nel 1993, quando ho fatto il Ministro dell’industria con Ciampi, avevo indicato: mettiamo tutti gli immobili e le ricchezze che abbiamo in un fondo comune e lo presentiamo a garanzia, quindi emettiamo i titoli del debito pubblico a tasso zero. Questa era la proposta ed era possibile farlo a tasso zero con una scadenza, garantendogli il rimborso. Sbaglio: non era a tasso zero, ma uguale al tasso dell’inflazione, cioè gli restituivamo il capitale reale. Ciampi reagì e mi convinse, sempre per il principio che alla fine era lui che doveva comandare e non io: altro punto molto buono insegnato in Banca d’Italia.

Le discussioni che avevamo con Guido Carli sui temi di politica monetaria e fiscale erano durissime. Infatti, quando sono stato porta a porta con lui in Confindustria, gli ho chiesto: «ma lei come ci sopportava?». E lui mi ha risposto: « voi facevate da sparring partner, da allenatori, e mi allenavate al dibattito che io avrei incontrato all’esterno». C’era un principio fondamentale che si discuteva per una o due ore. Alla fine della storia, il governatore decideva cosa fare e noi rispettavamo le sue decisioni. Questo è un altro punto fondamentale nel quale io credo e al quale oggi io continuo ad attenermi. Questi ambasciatori hanno già avvertito tutti i loro Governi. In particolare – ero ospite – l’ambasciatore austriaco ha avvertito il suo Governo riguardo al Governo italiano. Lo dico perché io parlavo autorizzato da Conte a nome del Governo italiano, ma prima aveva avuto l’incontro con Salvini, Di Maio e Moavero ed era stato avvertito il Presidente della Repubblica, quindi non è che a un certo punto mi sia mosso disordinatamente.

Ora, se un errore ho fatto, per il quale rinnovo le scuse a Licheri e anche a tutti voi, è quello di non avere inoltrato direttamente il documento. In questo caso, mi si ripeteva « per ignoranza » perché pare che anche oggi ci sia stato il discorso « tu non hai inoltrato ufficialmente il tuo documento al Parlamento». Ho detto: «Oddio, io non lo sapevo e nessuno me l’ha detto perché, se qualcuno me l’avesse detto, avrei fatto l’inoltro ufficiale». L’ho messo nel sito ufficiale del ministero, quindi davo per scontato che esso fosse stato già reso pubblico. Ho detto all’ambasciatore austriaco, per- sona assolutamente cortese e perbene, come tutti gli altri peraltro, e veramente non lo dico per complimento, di avvertire il suo Governo che noi ci attendiamo che alla fine venga messa all’ordine del giorno, ma non mi accontento solo di questo perché già sono in contatto con i rumeni, che hanno la presidenza l’anno prossimo nel periodo più caldo dell’Europa, il periodo elettorale, dicendo «se non riesco a farlo mettere all’ordine del giorno, prendetevelo voi l’impegno».

Immediatamente devo andare a Bucarest e devo muovermi per cercare di accreditare questa mia proposta. Questo io posso fare. Come ho detto, il problema non è, bene o male, sull’esistenza del documento, che mi è stata confermata anche dalla segreteria di Juncker, è stato detto «ha ricevuto il documento e lo sta leggendo – questo è il punto fondamentale – o qualcuno lo sta leggendo». Sul fatto che i miei sono argomenti validi, voi per certi versi mi avete dimostrato che non saremmo d’accordo su alcune cose, ma tutti voi, ovunque siate e ovunque operiate, avete la sensazione che questa Europa non funziona bene.

Non c’è, quindi, per certi versi – mi permetto – un’unica inottemperanza. Fazzolari ha parlato di fallimento di un’Europa e questo è un giudizio suo, che rispetto. Io, invece, se fossi certo che l’Europa è fallita, allora non farei niente. Io sono convinto che, invece, dell’Europa abbiamo ancora necessità, quindi per certi versi dobbiamo fare tutto ciò che è possibile. Infatti, nella sua esposizione, Fazzolari, lei lo dice: « ho bisogno di una accelerazione nel processo decisionale perché i tempi nelle mie valutazioni sono stretti ». Anche in questo caso posso sbagliarmi, ma non sono certo io a dire: attenzione alle elezioni europee per i diversi sovranismi o le diverse insoddisfazioni. C’è gente che è contro e insoddisfatta e non è sovranista, ma è contraria. Per una serie di circostanze può esservi tra loro un incontro e la situazione dal lato europeo ci sfugge dalle mani. Siamo preparati ad affrontare una situazione del genere? Io mi darò da fare per ogni genere di preparazione da questo punto di vista, quindi il discorso delle alleanze – e risponde a Occhionero – si formerà cammin facendo.

Questo è il punto: le alleanze verranno perché, più o meno, le esigenze ce l’hanno, però voglio vedere se qualcuno può dire « a me non interessa mantenere un’economia aperta, ma desidero chiudermi ». C’è tutta una storia economica e politica, che è forte da questo punto di vista. Certo, se si perde la speranza, allora si dice « che vada al diavolo e che non se ne parli più » e affronteremo le difficoltà, però non è che le possiamo affrontare a cuor leggero con una economia italiana che ancora regge sulle esportazioni, come ho detto prima. Quantomeno facciamo partire nuovamente le costruzioni e gli investimenti in infrastrutture e facciamo ripartire nuovamente l’edilizia, dove il moltiplicatore è molto alto e coinvolge circa trenta aziende industriali, che forniscono dal cemento al ferro, alle piastrelle, alle cucine, ai rubinetti eccetera. Passo ai compiti a casa e chiudo con cinque minuti. Ho messo dei compiti a casa, quindi, voi che siete l’organo politico, più di me che sono l’organo tecnico, dovete risolvere problemi come la TAV e la TAP e i problemi dell’ambiente o tutte queste cose qua e decidere se fare o meno il condono.

Mi riferisco anche problemi di principi generali dell’equità sociale. Io li ho definiti compiti a casa. Certo io, stando dentro il Governo, dico la mia su questi punti di vista, ma non ho la minima idea e neanche la sensazione che si faccia quello che io dico. Però ci sono anche compiti fuori: cioè io mi sto dedicando a convincere che c’è anche un compito fuori dall’Europa e non solo dall’Europa perché, se viene l’ambasciatore giapponese, l’ambasciatore cinese o l’ambasciatore americano parlo cercando di spiegare il fatto che, alla fine della storia, come ho detto Oettinger, « mi va benissimo che noi discutiamo del bilancio, ma poi le persone che vanno in Parlamento, cioè i politici (Salvini, Di Maio eccetera) devono dare una risposta a chi gli ha dato il voto» – quello gli ho detto – e lui mi ha detto anch’io sono nelle stesse condizioni. Quindi lo capiscono benissimo che a un certo punto fare il politico è decisamente più difficile che non fare il Ministro tecnico, come faccio io. Ecco questa è la filosofia che ci ispira e finora ha funzionato. Speriamo bene.

La prova della famosa cartina di tornasole acida o basica avverrà tra un paio di giorni. Spero che i risultati siano, in nome del bene del Paese, i migliori possibili per conciliare le diverse esistenze e che ci consentano di uscire da una situazione che per i nostri figli, ma già per i nostri nipoti, incomincia a essere un po’ pesante. Grazie molto dell’ospitalità.

2211.- Dicono gli Analisti: “Governo ha cercato attivamente recessione”. Nubi sul 2019. Patrimoniale?

Si profila la prima patrimoniale: quello che temevamo, a dicembre, ascoltando attoniti le sbruffate ottimistiche, ma solo ad arte, sulla manovra, e osservando le sparate roboanti di Salvini e le marce sempre indietro di Conte. Inevitabile! perché i debiti contratti non hanno avuto coperture. Ce la serviranno su un piatto d’argento, per evitare il commissariamento. Passi per il triumvirato dell’azzeccagarbugli, ma Savona, Bagnai, Borghi e tutti i grandi economisti che fanno coda dietro a loro – non si sa mai – cosa hanno fatto per evitare questa disgrazia? Sempre più spesso si sente dire che la serie dei teatrini che sono stati inanellati dal governo in questi mesi sia stata mirata a completare la politica demolitoria dei predecessori. Non per nulla, Giuseppe Conte è il 5° presidente del Consiglio propinato dai presidenti della Repubblica fautori della cessione della nostra sovranità e, già, Draghi annuncia che non siamo più sovrani e che le leggi verrano emanate dalla.. Banca Centrale Privata Europea, BCE. Vedete come si cancella la Costituzione? Volete difenderla nelle strade? Vi spareranno addosso, “alla francese”! Elezioni politiche entro maggio, è la mia soluzione. Altrimenti, come sbarazzarci di questi avventurieri?

La recessione in cui è finita l’economia italiana non è solo colpa del rallentamento globale, come sottolineato più volte dal governo nel corso delle ultime ore, ma è  anche frutto delle scelte dell’esecutivo. È questa l’opinione diffusa tra gli analisti il giorno dopo i dati sul Pil italiano del quarto trimestre 2018. Strategist ed economisti puntano il dito contro il calo della fiducia delle imprese, causato dalla lunga battaglia Roma-Bruxelles sulla legge di bilancio.

A determinare la gelata dell’economia, dal lato della domanda, stando alle indicazioni fornite da Istat, è stato il contributo negativo della componente nazionale, mentre la domanda estera netta ha offerto un apporto positivo.

“Questo, a mio avviso, sta a significare che i fattori esterni, come la debolezza del commercio internazionale, hanno sicuramente avuto un impatto, ma la recessione è causata essenzialmente da fattori interni”, commenta Nicola Nobile, economista di Oxford Economics.

Nell’ultima parte dell’anno, il duro confronto tra il governo e Bruxelles sulla manovra di bilancio ha determinato una forte volatilità sui mercati finanziari. La diatriba si è conclusa solo a ridosso di Natale con il contenimento del target deficit/Pil al 2,04% dal 2,4% delle indicazioni iniziali. Ma le tensioni hanno provocato una netta risalita dei rendimenti e dei premi di rischio suititoli di Stato italiani, poi solo parzialmente rientrata.

“L’aumento dello spread ha pesato su consumi e soprattutto sugli investimenti. Di questi ultimi mi aspetto un nuovo calo, per il secondo trimestre consecutivo”, prosegue Nobile.

Ragioni recessione: non c’entrano solo fattori esterni

Considerazioni che trovano d’accordo Francesco Daveri, Professor of Macroeconomic Practice alla School of Management dell’Università Bocconi, dove insegna Macroeconomics e Global Scenarios. In un articolo su La Voce.info scrive:

“La recessione italiana non è tutta colpa degli altri paesi o governi italiani, ma sembra essere trainata da un forte peggioramento delle aspettative delle imprese e da un parallelo calo degli investimenti (oltre degli acquisti di beni durevoli delle famiglie)”

“È possibile che una parte di questo brusco rallentamento sia il risultato dell’esaurimento degli acquisti di rimpiazzo di alcuni beni durevoli come le automobili. Ma è improbabile che tale esaurimento e il correlato ridimensionamento della crescita dei beni durevoli sia avvenuto in modo così drastico in un solo trimestre”.

A cavallo tra il terzo e il quarto trimestre, invece, c’è stata una rilevante novità, cioè la presentazione di un disegno di legge di bilancio che, almeno fino a Natale, è stato accolto con scetticismo dall’Europa e dai mercati. Durante questo periodo di tempo lo spread di rendimento tra Btp e Bund è salito a un massimo di 350 punti base e il Ftse-Mib (l’indice della Borsa italiana) è sceso dal valore “estivo” di 22 mila a un deludente 18 mila a fine anno (-18,2 per cento)”. E ora?

Problemi seri all’orizzonte, forse manovra bis

Secondo James Athey di Aberdeen Standard Investments,  “l’Italia dovrà affrontare problemi seri“. Le previsioni su cui si basa la legge di bilancio sono state contraddette”. Il rischio è di dover varare una manovra correttiva dal 4-7 miliardi di euro.

A parere dei principali analisti privati e istituzionali, non sembrano esserci le premesse perché l’Italia possa replicare quest’anno una crescita media del Pil di 1% registrata nel 2018. Tuttavia è l’obiettivo inserito dal governo nella legge di bilancio, che oggi il leader M5S e vicepremier Luigi Di Maio ha confermato.

Ma con una variazione acquisita del Pil di -0,2% nel 2019, anche le previsioni di Bankitalia e Fondo monetario internazionale, che proiettano un’espansione di 0,6%, rischiano di peccare di ottimismo.

“Il 2018 è il primo anno dal 2012 che lascia un’eredità negativa ai 12 mesi successivi. Ciò significa che occorrerebbe una accelerazione molto forte nel corso dell’anno per raggiungere la nostra più recente stima, rivista al ribasso a 0,6%”. Lo dice in una nota Paolo Mameli, economista di Intesa Sanpaolo.

“L’Italia si mantiene su una fase di leggero declino e anche nell’ipotesi di una ripresa in corso d’anno nel 2019 si arriverà a zero o a +0,1%”, commentaFedele De Novellis, economista di Ref.

Secondo Fabio Fois, economista di Barclays, la congiuntura resterà ferma nel primo trimestre. Per poi ritornare a una debole crescita nei trimestri successivi. E per arrivare infine a “una media d’anno di 0,2%, rivista al ribasso rispetto alla stima precedente di 0,4% per effetto dell’eredita statistica negativa”.

Rumor: Governo pensa a patrimoniale sugli immobili

Dietro alla facciata di ottimismo sulle sorti dell’economia italiana, il governo starebbe preparando, in gran segreto, una patrimoniale sugli immobili. Una batosta calcolata “tra il 5 e il 7%” il valore degli immobili. La misura “metterà definitivamente in ginocchio i cittadini, già gravati dall’Imu tra le più alte d’Europa”.

È l’ipotesi avanzata da Luigi Bisignani, noto faccendiere molto influente che di politica se ne intende, in un editoriale pubblicato ieri su Il TempoNell’articolo si cita un piano governativo “devastante” (come lo definisce Libero Quotidiano).

“Al di là delle dichiarazioni pubbliche, il Presidente Conte ha finalmente capito che dal punto di vista economico il 2019 non sarà certo un anno felice, come va dicendo tra un volo di stato e un altro, raggiungendo chiunque lo inviti per un caffè.

Dati e previsioni sconfortanti

I dati e le previsioni su Pil e altri indicatori macro sono “sconfortanti”, con “una crescita acquisita per l’anno in corso di -0,2% contro l’1% immaginato dal governo.

Sulle manovre di palazzo pesa anche la minaccia dell’aumento dell’Iva, pronto a scattare il primo gennaio 2020 per 23 miliardi di euro. Nonché “il buco di bilancio che crea il reddito di cittadinanza, quando a consuntivo costerà molto di più dei 7 miliardi stanziati e non produrrà gli effetti sperati”.

Per Bisignani:

“A poco servirà il meccanismo di salvaguardia che stanno studiando gli strateghi del Movimento 5 Stelle, legato al reddito delle famiglie e ai metri quadri, per dimostrare che loro sono come Robin Hood e tolgono ai ricchi per dare ai poveri. In realtà fanno felice solo la Cgil, Mario Monti e Carlo Cottarelli. Tra veti e contro veti, senza un rilancio della politica industriale e degli investimenti pubblici, una ripresa sarà impossibile“.

Prendere di mira i beni immobili è un classico della politica italiana. Questo perché il mattone è da sempre uno degli investimenti prediletti dalle famiglie. Stando agli ultimi dati raccolti e comunicati dall’Istat, i beni immobiliari rappresentavano nel 2017 l’84% della ricchezza “non finanziaria” in mano agli italiani. Continua a salire quindi la quota del patrimonio residenziale detenuto dalle famiglie. Due anni fa era pari al 92% del valore residenziale complessivo.

Bisignani, 65 anni, è un faccendiere italiano ritenuto uno degli uomini più potenti e “meglio piazzati” d’Italia. Il “manager del potere nascosto” è stato coinvolto in alcune inchieste pesanti, come quella sull’associazione a delinquere P4. Il 15 giugno 2011 è sottoposto a detenzione ai domiciliari per un ipotetico favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio.

scritti di Mariangela Tessa, WSI

Luigi Bisignani, il piano segreto di Giuseppe Conte: devastante patrimoniale sulla casa. Chi pagherà e quanto

L’avvocato del popolo sta per stangarlo. A riferire le manovre top secret di Giuseppe Conte è Luigi Bisignani, uno che di Palazzi romani se ne intende. Nel suo editoriale sul Tempo, rivela come il premier stia “preparando, in gran segreto, una patrimoniale sugli immobili tra il 5 e il 7% che metterà definitivamente in ginocchio i cittadini, già gravati dall’Imu tra le più alte d’Europa”. 

Raid nel conto corrente, indiscrezione horror. Patrimoniale al 10/12%


I 5 Stelle starebbero studiando un sistema di salvaguardia per i meno abbienti, “legato al reddito delle famiglie e ai metri quadri”, ma non basterà: “faranno felice solo la CgilMario Monti e Carlo Cottarelli“. Sarebbe dunque questa la risposta, drammatica, alla recessione tecnica in cui è ricaduta l’Italia, con previsioni fosche per il 2019 e le voci su una manovra bis all’orizzonte. Tra l’altro, ricorda Bisignani, c’è sempre “l’aumento dell’Iva, già pronto a scattare il primo gennaio 2020 per 23 miliardi di euro, e il buco di bilancio che crea il reddito di cittadinanza, quando a consuntivo costerà molto di più dei 7 miliardi stanziati e non produrrà gli effetti sperati”. 

2210.- Parte Seconda: LE ARMI DELLE BRIGATE NERE DI MACRON, MA NON SOLO

I manifestanti scendono in piazza per il 12 ° sabato consecutivo aprendo il corteo con uno striscione raffigurante persone ferite, accanto a un disegno di un agente di polizia che punta un’arma non letale (LBD 40). Siamo alla marcia del 2 febbraio 2019, a Parigi, indetta per protestare pacificamente contro la violenza della polizia nei confronti dei partecipanti agli ultimi tre mesi di manifestazioni in Francia. – In Francia, il movimento ‘Gilet Jaunes’ iniziò da principio come una protesta contro un futuro di miseria. (Foto di FRANCOIS GUILLOT / AFP)

Se queste sono armi per le forze dell’ordine, significa che i cittadini sono i loro nemici. Sarà per un rigurgito di coscienza che, dall’inizio dell’anno, 11 poliziotti francesi si sono suicidati?

Parliamo delle armi impiegate contro i Gilet Jaunes dai corpi di polizia francesi, ma ricordando che Italia e Francia partecipano insieme alla polizia anti-sommossa europea Eurogendfor. Nella parte tecnica, se il tempo a disposizione lo consente, leggeremo come si è evoluto in senso negativo, assolutamente inconcepibile in una nazione civile, l’apparato anti-sommossa e l’armamento di queste che ancora si fanno chiamare Forze dell’Ordine della Repubblica francese, ma che stanno a testimoniarne il carattere di dittatura finanziaria datogli dall’Unione europea.

Certamente, le manifestazioni dei Gilet Jaunes ci stanno mostrando un volto del regime dittatoriale che ha occupato le istituzioni degli europei. Un volto cinico, brutale, sanguinario che sta calpestando la dignità e la libertà dei cittadini, molto peggiore di quello che, già, ritenevamo crudele e disfattista per le sue politiche economiche di austerità. La grande maggioranza della folla dei Gilet Jaunes è composta di pacifisti che non hanno, evidentemente, un riferimento politico né uno strumento istituzionale per portare avanti le loro ragioni. Ma non tutti sono pacifici dimostranti. Ci sono sempre state persone il cui unico obiettivo è mantenere un odio che esiste solo per se stesso, per esprimerlo, per suscitarlo, per diffonderlo. Sono i vandali, i casseurs, che si infiltrano nelle manifestazioni, come hanno fatto i ladri che, profittando del caos, hanno depredato le botteghe. Costoro, quando fanno massa, si sostengono l’un l’altro nelle formazioni politiche dove l’ignoranza è un fattore comune e fanno da punta di lancia. Sono un pericolo ulteriore cui va incontro il movimento che, dal 17 novembre, per 12 volte, ha mostrato al mondo che i popoli non si sottomettono con la forza: Roma ancora docet. Colpisce la figura di, un gilet jaune divenuto famoso per essere stato orbato di un occhio, colpito da un granata depotenziata LBD 40, sparatagli da pochi metri da un mercenario di Macron, così, damblé, senza motivo, mentre, come di consueto, riprendeva la scena della manifestazione. Domandiamoci, allora, se fra i vandali, seminatori d’odio e questi poliziotti non ci sia una base culturale in comune e la domanda diventa: “Come vengono selezionati, addestrati e impiegati?

Jérôme Rodrigues è un grande cittadino

Jérôme Rodrigues, pur con la sua tragica ferita, chiama i Gilet Jaunes alla calma, a manifestare civilmente e a non cedere agli inviti alla violenza che i seminatori d’odio vorrebbero fare esplodere per vendicare i 13 morti, i 17 disabili e i più di 2.000 feriti causati da un polizia degna dei peggiori regimi comunisti, nazisti e – orribile a dirsi – in questa Unione europea. Sarebbe la fine del movimento e il più grande regalo al regime oppressore, che potrebbe, finalmente, scatenare i suoi giannizzeri senza alcun freno, più di quanto già non stia facendo. Mi guardo e domando: Sono anch’io un seminatore d’odio? No, perché ho ancora davanti agli occhi i tiratori scelti appostati nei Champs Elysee, con i fucili da cecchino imbracciati, a scrutare i “bersagli”, lo scorso 9 dicembre.

Da dodici anni la polizia francese e la gendarmerie vanno dotandosi di armi che nulla hanno a che fare con l’ordine pubblico, ma che costituiscono normali dotazioni degli eserciti. L’equivoco delle granate depotenziate e dei loro lanciatori “da difesa” non deve ingannare perché sempre granate sono e non basta la prescrizione di sparare su bersagli situati ad almeno 30-40 metri. Sono armi letali, capaci di dare la morte o, come vediamo, di creare disabilità permanenti; tant’è che negli Stati Uniti sono vietate.

La sola dizione di “uso autorizzato nelle manifestazioni (Usage autorisé en manifestation)” fa rabbrividire; la prescrizione di non usarle a distanze inferiori ai 10 metri sa di ridicolo.

Sopratutto, significa che era previsto che i cittadini avrebbero manifestato contro l’austerità e che si è consapevoli di non avergli voluto lasciare gli strumenti per opporsi democraticamente e civilmente a un governo che, senza tanti giri di parole, può solo definirsi dittatoriale. Dove non c’è democrazia, infatti, può solo esserci dittatura e le dittature si armano per sottomettere il popolo. Come può essere accaduto che i popoli europei siano caduti in questo tranello? Anzi tutto, gli è che l’Unione europea non ha una sua costituzione. Riguardo alle costituzioni degli Stati nazionali, invece, è stato possibile in nome dei principi: travisati, distorti, equivocati, falsati, snaturati e traditi. Un esempio? Siamo, ormai, avvezzi a chiamare le guerre con il nome di missioni di pace e a non dichiararle e, così, la Costituzione è stata aggirata:

Detta(va) l’ART. 11. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; …

Ecco un altro esempio: dice “limitazioni”, non “cessioni”, cioè, permanenti, come vuole chi è, ma solo di nome, presidente e garante della Repubblica. Potremmo seguitare. Concludiamo questa necessaria divagazione, dicendo che le Forze dell’Ordine che impiegano armi letali contro i manifestanti sono servi di una dittatura.  

Infatti, una cosa è la difesa dell’integrità dello Stato, compito che spetta alle Forze Armate, altra cosa è la tutela dell’Ordine Pubblico e l’impiego dei lanciagranate lo lascerei alle Forze Armate.

È, comunque, prevista la possibilità di fare ricorso alle Forze armate per far fronte a talune gravi evenienze che compromettano l’Ordine Pubblico. In Italia, il principale riferimento normativo in merito alle possibilità di impiego delle Forze armate in compiti di ordine pubblico è attualmente rappresentato dall’articolo 89 del Codice dell’ordinamento militare il quale include tra i compiti delle Forze Armate, oltre alla difesa della patria, il concorso alla “salvaguardia delle libere istituzioni”. La possibilità di fare ricorso alle Forze armate e, quindi, alle loro armi, per far fronte a talune gravi emergenze di ordine pubblico sul territorio nazionale è stata contemplata per la prima volta nel corso della XI legislatura (1992-1994). Attualmente l’invio di contingenti di personale militare, nel limite di 7.050 unità di personale, da affiancare alle forze dell’ordine nell’ambito di operazioni di sicurezza e di controllo del territorio e di prevenzione dei delitti di criminalità organizzata è previsto fino al 31 dicembre 2019. Alla luce dei delitti contro i manifestanti, cui stiamo assistendo in Francia e dell’adesione dell’Italia alla polizia anti-sommossa europea, chiediamoci se manifestare contro l’imposizione dell’austerità metta in pericolo la “salvaguardia delle libere istituzioni”.

Ora, se il tempo a disposizione lo consente, leggiamo come si è evoluto in senso negativo, assolutamente inconcepibile in una nazione civile, l’apparato anti-sommossa e l’armamento di queste che ancora si fanno chiamare Forze dell’Ordine della Repubblica francese, ma che stanno a testimoniarne il carattere di dittatura finanziaria datogli dall’Unione europea.

Il passaggio dai proiettili di gomma alle armi da 40 mm: un escalation repressiva dovuta alla nuova legge per la sicurezza interna

A partire dalla fine degli anni ’90, Charles Pasqua iniziò ad introdurre pratiche di polizia nordamericana in Francia. È da ricordare, in particolare, l’arrivo nelle mani della polizia francese delle prime armi “subletali” o “letali letali” o “semi-letali”, e in particolare il flashball.

Prodotta da Verney Carron, la pistola da 44 mm Flashball non è adatta per la polizia. Quindi equipaggia le squadre del BAC, appena riformato da Pasqua per condurre la guerra al crimine. Il concetto di anti-crimine era, quindi, entrato da solo dieci anni nel lessico degli agenti di polizia francesi.

Dopo i disordini del 2005 (Clichy sous Bois) e 2007 (Villiers le Bel), le unità di polizia che intervennero si erano lamentate dell’inefficienza del loro equipaggiamento e che il Flashball, impreciso e non molto potente, non era adatto per le operazioni di contrasto. Il Ministero dell’interno francese previde l’acquisizione di nuove armi dal produttore svizzero, Brüger e Thomet . Ecco quando appare il Defense Ball Launcher da 40 mm (LBD 40 o GL06-NL) .

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Scrivi una didascalia…
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Il costruttore francese SAPL vende anche allo stato francese il Lanciagranate a carica depotenziata (DBD / DMP) , che equipaggia la polizia dal 2007.

Queste armi e la legge per la sicurezza interna del 2003 (legge Sarkozy) che inquadra il loro uso, contrastano con i fondamenti della dottrina francese del mantenimento dell’ordine, che poggia sul controllo a distanza e sulla risposta graduata in base alla violenza dell’avversario. Queste armi di nuovo tipo, sono fatte per offendere il corpo, l’efficienza fisica e creare un effetto psicologico; non rientrano nella nomenclatura convenzionale delle armi fornite per mantenere l’ordine.

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La Brigade anti-criminalité (BAC) viene ad unirsi alla Compagnies Républicaines de Sécurité (CRS) e alle Mobile Guards (GM) e a nuove forze, le Società di intervento e sicurezza (CI, CDI, CSI), vengono create per supportarle nelle missioni di mantenimento dell’ordine durante le manifestazioni. Di conseguenza, le armi precedentemente pianificate per il ripristino dell’ordine nei quartieri sono anche nelle mani delle forze per il mantenimento dell’ordine.

Allora, il lanciatore di palloni da difesa da 40 mm tirava pallottole di plastica semirigide prodotte dalla compagnia nordamericana Combined Tactical Systems (CTS). Nel 2015, l’armamento delle forze francesi ha subito un notevole cambiamento: il Ministero degli Interni pubblicò un bando di gara per l’acquisto di diverse migliaia di nuove munizioni di difesa da 40 mm a corto raggio (MDCP), che fu vinto dalla società francese SAE Alsetex. Furono fornite alla polizia 115.000 palle di gomma di fabbricazione francese per sostituire i proiettili americani.

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Munitions de défense à courte portée de 40 mm produites par Combined Tactical Systems (US)
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Dal 2016, la “police française” si è dotata della “riot-gun Penn Arms” (PGL65)


Una fotografia scattata da Anar’ckanethym e pubblicata sulla sua pagina di Facebook, ripresa da Nantes Révoltée, ci aveva avvisato dell’uso di una nuova arma da parte delle forze dell’ordine francesi. Alla luce delle fotografie, inizialmente pensammo che fosse un fucile revolver da 37 mm (multi-shot), l’ARWEN, usato dalla polizia del Quebec.


Una foto scattata a Lione durante la manifestazione di giovedì 2 giugno contro la visita di Macron mostra un CRS (Compagnies Républicaines de Sécurité) con un’arma poco conosciuta ma impressionante: un “lanciagranate multiplo”. Un servizio le cui foto erano girate in tutto il mondo durante la “soppressione delle rivolte di Ferguson”, dopo la morte di Mike Brown. Aggiornamento Venerdì 23:30: anche il CRS ha impiegato questo lanciagranate, sembra a Nantes, per la prima volta.

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Parliamo di Lyon, le 2 juin 2016 (Anar’ckanethym). Mentre tutti iniziavano a preoccuparsi per la violenza della polizia, sembrò subito che questo fosse solo l’inizio. La polizia rivela sempre sorprese in questo settore. Fu l’eccellente sito web del collettivo Desarmons-les che lanciò l’allarme. Dopo il giorno di mobilitazione contro l’arrivo di Macron a Lione, un “compagno” della CGA pubblicò sulla sua pagina Facebook una foto di un CRS equipaggiato con questa enorme arma nel centro della città.

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Un’immagine impressionante che ricorda le mitragliatrici di Al Capone. La stessa arma era stata vista anche nelle mani del CRS durante le manifestazioni contro la Loi Travail nel 2016, a Lyon, Nantes e Parigi e lo scorso 14 aprile, ancora, a Nantes.
Penn Arms utilizzata con una granata CM3 a Nantes il 14 aprile 2018



Granata lacrimogena CM3 40mm – SAE Alsetex

Stranamente, e come se si dovesse compensare la perdita di un mercato per la società Combined Tactical Systems, il Ministero degli Interni ottiene pochi mesi dopo una nuova arma da 40 mm prodotta da questa azienda : il fucile revolver “Penn Arms riot gun” (PGL65). CTS perde il contratto di proiettili di difesa, ma in cambio vince un contratto per la vendita di armi per sparare i proiettili da 40mm ora acquistati da SAE Alsetex. Tutti sono felici.

Dispositivo di propulsione ritardata (DPR) da 40mm
Cariche lacrimogene – Granate CM3 (40mm)

Nel 2016, per la prima volta, la Penn Arms appare nelle mani del CRS che supervisiona le manifestazioni contro la legge sul lavoro.

Nel 2018, a Nantes, gli agenti di polizia equipaggiati con la nuova Penn Arms hanno iniziato a sparare granate lacrimogene da 40 mm, la CM3, prodotta da SAE Alsetex, che accompagna le granate da 40×56 mm dello stesso marchio, lanciate con il lanciagranate Cougar e Shuka.

La SAE Alsetex ha offerto da tempo un arsenale di munizioni da 40 mm, ma non erano mai state utilizzate dalle forze dell’ordine francesi. Niente ora impedisce al Ministero degli Interni di fare nuovi ordini, dato che ha già dotato le sue truppe di armi per spararle …

Parigi, 9 aprile 2016 (photo PaulDZA).

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Quest’arma è apparsa anche alcuni giorni prima, martedì 5 aprile, durante una manifestazione di fronte a un commissariato di polizia di Parigi dove erano state portate decine di studenti delle scuole superiori, in rue de l’Evangile. Questo 2 giugno, davanti all’hôtel de ville di Lione, di fronte all’Opera, quest’arma era impiegata per fronteggiare una cinquantina di manifestanti.
Secondo Désarmons-les, sarebbe un Arwen 37, conosciuto in Canada per aver ferito molti manifestanti sparando proiettili di plastica, a raffica. Esaminando più da vicino le foto, incluso il calcio e la maniglia, il dubbio si risolve. Allora, cos’è questa arma?

L’Arwen 37

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Il lanciagranate a ripetizione, portatile esibito dai CRS il 2 giugno a Lyon

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L’arma fotografata il 9 aprile a Paris

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L’ufficiale, ovviamente, si è rifiutato di specificare il modello o anche il fabbricante dell’arma nella foto. Lo comprendiamo, ma perché, alla fine, scopriamo il suo nome. È un lanciagranate Penn Arms 40mm, che funziona come un fucile da caccia, a pompa. Al centro un Penn Arms con la stessa configurazione di quello dei CRS


Con le foto prese da Internet, cercando nei forum di appassionati d’armi , non si trova nulla di conclusivo. Un amico di Radio Canut, che sta preparando un programma sui “casseurs , i vandali”, telefona al Ministero degli Interni: “Per quelle che sono le informazioni alla fonte, che abbiamo, lo ordineremo più avanti”.

Dopo aver chiesto “chiarimenti” ai suoi superiori, l’ufficiale responsabile della materia conferma che non è un Arwen 37, l’arma canadese. Dice solo che si tratta di un lanciagranate “multi-shot” o “a ripetizione”, in grado di sparare 6 proiettili in fila fino a 100 o 150 m. Un inferno di fuoco sulla folla! Un centinaio di questi lanciagranate sarebbero in dotazione dal 2010, al personale della polizia in Francia (alcuni di altri produttori secondo il Ministero).

Niente di nuovo allora? La documentazione di quest’arma, tuttavia, non si trova da nessuna parte. Per quanto riguarda il suo aspetto, era poco conosciuto fino a pochi mesi fa. L’impiego a “ripetizione del lanciatore di granate” deve essere eccezionale e, a volte, eccessivamente pericoloso per la polizia. Come questo giovedì 2 giugno a Lione, davanti a 50 manifestanti sotto la pioggia, davanti al municipio. Secondo i “chiarimenti” del Ministero, le procedure in uso sarebbero le stesse del lanciatore di lacrimogeni, quindi nessuna circolare specifica. Pratica risposta.

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Ferguson, 18 agosto 2014: un poliziotto spara con un lanciagranate multiplo Penn Arms equipaggiato con un mirino


È soprattutto una delle armi che simboleggiano la militarizzazione della polizia americana. Una foto di un poliziotto che la utilizzava a Ferguson, un sobborgo di St. Louis, Missouri e che fece il giro del mondo. Appare sulla copertina di un rapporto della polizia sulle rivolte di polizia dopo l’omicidio di Mike Brown, che avvenne il 9 agosto 2014. In seguito, l’ucciso, un afroamericano, venne associato a una rapina, ma era disarmato. Questo avvenimento, provocò manifestazioni e disordini a Ferguson, atti di vandalismo per più di una settimana. Le forze dell’ordine, attraverso svariati corpi tra cui le squadre speciali SWAT (unità speciali di polizia destinate a compiti ad alto rischio, come operazioni anti-terrorismo, salvataggio di ostaggi e antisommossa), alzarono progressivamente il livello di allerta, tanto da attirarsi critiche per la gestione – definita militare – dell’ordine pubblico.

Quello nelle mani dei nostri CRS, è più esattamente un lanciagranate multiplo PGL65-40. Quasi più granate alla volta, data la possibile rapidità della ripetizione (6 colpi in 4 secondi), ma anche per la varietà di munizioni offerta dal suo produttore americano.

Il ministero dice che vuole usarlo, almeno per il momento, solo per sparare gas lacrimogeni o fumo. Quest’arma è tuttavia pianificata da Combined Systems per trasformarsi in ripetizione di flashball (da 35 “ nel seguente video). Basta cambiare i proiettili:

Fatto più preoccupante e immediato, gli attuali lanciatori Cougar e Chouca, teoricamente, sono stati progettati per costringere la polizia a sparare gas lacrimogeni. “I tiri tesi non sono ammessi nella polizia”; ha dichiarato Michele Alliot-Marie nel 2009 . Tuttavia, ciò non impedisce alla polizia di farlo regolarmente come abbiamo visto negli ultimi mesi.

Raffica di 6 granate sparate in meno di un minuto contro una folla inerme

Il Penn Arms PGL 65-40 è, al contrario, destinato a sparare al bersaglio, come allo stand del tiro a segno o in guerra. Ha ferito gravemente i manifestanti di Occupy negli Stati Uniti, e un altro Penn Arms utilizzato dall’esercito israeliano ha ucciso un manifestante in Palestina, Mustafa Tamimi.

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Il Penn Arms è stato progettato per il
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La copertina decisamente militare del catalogo di armi “non troppo letali” di Combined Systems

Più in generale, le munizioni prodotte da Combined Systems hanno causato vittime in tutto il mondo. Se queste armi sono state recentemente utilizzate in Turchia o nel Bahrein, l’amministrazione statunitense, invece, ha deciso all’inizio dell’anno di ritirare i lanciagranate che aveva prestato alla polizia locale. In Francia, tuttavia, la militarizzazione del “mantenimento dell’ordine” non sembra disposta a fermarsi.

Aggiornamento 

[1] Nessun modello di lanciagranate a ripetizione è menzionato nei diversi decreti o circolari, a differenza dei singoli colpi da 56 mm “Chouca” e “Cougar” che ci innaffiano regolarmente con lacrimogeni. Ma in realtà, senza specificare il modello o la marca. Il codice di sicurezza nazionale autorizza lanciagranate da 40 mm (d’altri lanciatori, come Cougar et Chouca).

[2] Una nota dal blog collettivo del 27 novembre ci mette in pista richiamandosi al lanciagranate multiplo da 40 mm della Penn Arms, utilizzato dalla polizia francese. Le foto del produttore lo confermano: stessi dettagli del calcio, stessa canna, stessa “pompa” (la maniglia), lo stesso “caricatore tubolare” (sul quale scorre la pompa), ecc.

[3] La didascalia del rapporto afferma: “Un ufficiale spara un lanciamissili Multi-6 Penn Arms vicino a Avenue W. Florrizer, a Ferguson, lunedì 18 agosto 2014. Foto di credito: David Carson / St. Louis Post-Dispatch”. La stessa arma, con la stessa immagine, è dettagliata nell’appendice di questo rapporto, p. 24.

[4] I dettagli sono disponibili sul sito del suo progettista Combined Systems (CSI).


Elementi tecnici sul Penn Arms PGL65-40

Modello : Penn Arms Multi-Lanciatore a pompa 5″ Cyl. Calcio pieghevole

Calibro : 40 mm

Frequenza di tiro :  6 tiri in 4 secondi

Sistema di funzionamento : rotazione del tamburo mediante l’azione della pompa sull’impugnatura anteriore.

Peso : da 4 a 5 kg

Canna : 30,5 cm di lunghezza

Tamburo : 6 proiettili da 15 cm di lunghezza

Lunghezza : da 58 cm (con caricatore ripiegato) a 86 cm (caricatore bloccato in posizione di sparo)

Prezzo : da 2600 a 3000 euro

Munizioni : tutte le munitioni di calibro 40 mm (palle da difesa semi-rigide SIR o LBDR 40×46 ; cartucce di gas CS, palle di gomma, palle di caucciù, palle di legno, sacchetti di sabbia…)

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Informazioni sul fucile ARWEN

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Tristemente conosciuto dai cittadini francesi, l’Anti Riot Weapon Enfield 37 (ARWEN), fu creato nel 1977 dalla British Royal Small Arms Factory (RSAF) per sedare le rivolte nell’Irlanda del Nord ed è stato fabbricato dal 2001 da Police Ordnance. Compagny.

L’ARWEN ha già causato molti feriti gravi, come quelli di Maxence L. Valade, Dominique Laliberte e Alexandre Allard, feriti il 4 maggio 2012 nei movimenti studenteschi a Victoriaville. Il collettivo Armes à l’Oeil è stato formato in Quebec attorno ai feriti da questa arma per avvertire della sua pericolosità.

Quest’arma, come è stato spiegato nei dettagli in un articolo di Moise Marcoux Chabot, può sparare diversi proiettili: granate a gas lacrimogeno, ma anche proiettili di plastica, i “bastoncini cinetici” (modello AR-1).

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Va notato che i fucili ARWEN sono stati originariamente progettati per il governo britannico, durante il conflitto con l’Irlanda del Nord, per sostituire la pistola antisommossa L67A1 da 38 mm che sparava proiettili di gomma. Tra il 1970 e il 1975 furono sparati oltre 55.000 proiettili di gomma, uccidendo 17 persone, tra cui otto minori. I proiettili di gomma hanno anche causato molte vittime nel conflitto israelo-palestinese e rappresentano un pericolo reale per la vita. Non sorprende che David Cameron abbia aspettato il quarto giorno delle rivolte londinesi dell’agosto 2011 prima di consentire l’uso di proiettili di gomma o di plastica sui rivoltosi.

Inoltre, il fucile ARWEN non è stato adottato negli anni ’70 dal governo britannico, essendo considerato troppo intimidatorio. Fu prodotto solo nel 1983 e fu acquistato per la prima volta dalla polizia del Kentucky negli Stati Uniti. Ora è prodotto in esclusiva dalla Ontario Police Ordnance Company dal 2001. Brian Kirkey, CEO di Police Ordnance, ha già sottolineato il pericolo rappresentato dal fucile ARWEN: “Spezzerà le ossa se colpisce. Non puoi colpirli in testa. Non puoi colpirli al collo. Ecco dove hai un rischio di potenziale fatalità. “

Moïse Marcoux-Chabot, traduzione di mario Donnini

SAE Alsetex propose depuis toujours un arsenal de munitions de 40 mm, mais elles n’étaient encore jamais utilisées par les forces française. Rien n’empêche désormais le ministère de l’intérieur de faire des nouvelles commandes pour noël, puisqu’il a déjà équipé ses troupes d’armes permettant de les tirer…Étiquette 40 mmarmementsballe de gommeCM3combined tactical systemslanceur de balle de défenseLBDloi sécurité intérieuremaintien de l’ordremdcppasquapenn armsSAE alsetexsarkozy


2209.- LE BRIGATE NERE DEL REGIME DI MACRON E LE LORO ARMI.

Parte Prima: LE BRIGATE NERE DEL REGIME DI MACRON

Ieri, 1° febbraio, il Consiglio di Stato francese si è rifiutato di accogliere le richieste di sospendere l’uso del lancia granate da difesa LDL e della granata depotenziata LBD da 40×56 mm nelle prossime manifestazioni dei Gilet Jaunes.

Nella motivazione della decisione si sostiene che è necessario permettere alle forze di polizia l’uso di queste armi per fronteggiare il rischio di violenza. In piena polemica sulla brutale violenza della polizia la ​Confédération Générale du Travail (CGT) e il “Défenseur des droits”, una autorità giuridica indipendente francese che si occupa della difesa dei diritti fondamentali dell’uomo (Lega dei diritti dell’uomo, LDH) avevano tentato due giorni prima, durante un’udienza di emergenza, di convincere i giudici amministrativi a vietare questa arma, secondo loro “Pericolosa”, avendo causato molte ferite gravi, reso disabili 17 persone e che è stata utilizzata più di 9.200 volte dall’inizio del movimento di protesta sociale dei Gilet Jaunes. Jacques Toubon (LHD), aveva chiesto: “Annulliamo il rischio di pericolosità di queste armi, che esiste, sospendendo il loro utilizzo” 

Di cosa stiamo parlando?

Gli LBD sono i proiettili di gomma che la polizia usa per il contenimento delle “proteste” al posto dei Flash-Ball. Sono dichiarati, tecnicamente, armi non letali, ma solo perché non sono proiettili veri, la carica di lancio è depotenziata e a patto che siano rispettate le norme sul loro uso, per esempio, le distanze di tiro. Comincerei col dire, che, alla luce del loro larghissimo uso – ma chiamiamolo con il suo nome: “abuso” – contro i Gilet Gialli, si dovrebbe discutere su cosa vogliamo intendere per ‘armi non letali’, per “proteste” e per forze di polizia.

Con questi proiettili di gomma, da novembre, oltre 2.000 persone sono state ferite, in alcuni casi perdendo anche la vista o una mano e, cioè, rese disabili, come accennavamo. Del resto, dal 2000 al 2017, già l’uso delle Flash Ball – nota bene, diverse dalle LBD – ha causato 44 lesioni gravi. 

I video e le immagini delle manifestazioni ci mostrano questi proiettili di gomma che vengono sparati, proditoriamente, contro dimostranti inermi, da 10 metri e anche meno, sempre ad altezza d’uomo e spesso in faccia, anziché dai 30-40 m ammessi. Si tratta, evidentemente di ordini d’ingaggio che hanno reso ridicola la loro catalogazione sia come armi non letali sia come armi di difesa. Ordini d’ingaggio, inconcepibili in una democrazia e che ci fanno parlare di regime, con un ritorno ai metodi della Gestapo e delle SS naziste. Metodi che le democrazie dovevano aver cancellato e che, invece, vediamo risorgere ed essere approvati con il tacito consenso dalla NATO e dall’Europa unita, come testimonia il silenzio tombale dei loro vertici, evidentemente, imposto anche ai media di tutti i paesi europei.

Queste immagini che seguono chiedono giustizia o vendetta. Attendiamo una risposta.

Plain cloth policemen aim with a non-lethal hand-held weapon (LBD40) during an anti-government demonstration called by the Yellow Vests “Gilets Jaunes” movement, in Nimes, southern France on January 12, 2019. France braced for a fresh round of “yellow vest” protests on January 12, 2019 across the country with the authorities vowing zero tolerance for violence after weekly scenes of rioting and vandalism in Paris and other cities over the past two months. / AFP / Pascal GUYOT

Appena ieri, notavamo come il commissario europeo per i diritti umani Dunja Mijatović si è dichiarato preoccupato per la repressione soltanto ora, dopo tanti mesi di barbarie dei mercenari della Police e della Gendarmerie. Sui blindati che l’8 dicembre affrontavano i manifestanti per le strade di Parigi spiccava la bandiera dell’Unione europea e non fummo stupiti affatto, perché, da anni, abbiamo notato e fatto notare come tutto questo degrado democratico e morale fosse alla base dell’istituzione della polizia europea anti-sommossa, Eurogendfor, cui Francia e Italia hanno aderito con il Trattato di Velsen, nell’ormai lontano 2007. Un trattato in cui ci si preoccupò di rendere indenne questa polizia dal giudizio di qualunque tribunale, anche nel caso, sfortunato, che dovesse procurare la morte di un cittadino manifestante. Viene a mente la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, attraverso la quale il Consiglio d’Europa ha creato una zona libera dalla pena di morte che conta 47 paesi europei e oltre 820 milioni di persone. La pena di morte – si disse – non è mai la soluzione… tranne che in caso di sommossa? Perché, invece, non ci si preoccupò di rendere possibile ai cittadini di manifestare e far valere il loro dissenso verso una politica governativa o dell’Unione in una appropriata sede istituzionale, anziché per le strade? Vorrei chiedere: La Eurogendfor ha in dotazione le LBD?

A police officer points a non-lethal hand-held weapon at protesters during an anti-government demonstration called by the “Yellow Vest” (Gilets Jaunes) movement on January 12, 2019, on the Place de l’Etoile, in Paris. Thousands of anti-government demonstrators marched in cities across France on January 12 in a new round of “yellow vest” protests against the president, accused of ignoring the plight of millions of people struggling to make ends meet. / AFP / ludovic MARIN

Rispondo con pochi brevi esempi: Perché l’Unione europea, priva di una sua costituzione, è un’anomalia istituzionale. È solo un regime, con al suo centro una banca privata e niente affatto democratico. Per esempio, il trattato fondamentale di Lisbona pone al centro la competitività dell’Unione sui mercati mondiali e non il Lavoro, cioè, la Dignità della persona umana, quindi, la Libertà. L’Unione europea è priva di legislazione comune nell’imposizione fiscale né ha voce in capitolo per quanto attiene al modo in cui i diversi paesi spendono il rispettivo gettito fiscale; in campo sociale, ogni stato membro ha il suo welfare né sembra che la sostenibilità dei sistemi di welfare sia garantita dall’Unione. Le competenze in fatto di occupazione e politiche sociali sono quasi nulle. Sono brevi esempi del perché ai cittadini, per manifestare e per far valere il loro dissenso su una politica del governo, giudicata inappropriata, non restino che le strade, anziché le sedi e gli strumenti istituzionali: un referendum sulla fiducia, per esempio. Come si fa a parlare già di Unione e, poi, quale tipo di unione difende Macron? Al Parlamento europeo, da sempre sostenitore convinto della cooperazione europea in tema di difesa e sicurezza, noi cittadini chiediamo: Di quale sicurezza? Quella delle LBD?

Dalle granate letali, siamo finiti ai trattati, ma per dimostrare che la brutale violenza del governo Macron, del suo ministro Castaner e dei capi efferati delle sue polizie ha radici precise.

continua con la Parte Seconda: LE ARMI DELLE BRIGATE NERE DI MACRON

2208.- Gilets jaunes : Finalmente, il Consiglio d’Europa è preoccupato

Ci domandiamo: il Consiglio d’Europa è preoccupato per la repressione, per la disinformazione o teme per la sua campagna elettorale, in vista delle elezioni di maggio? Sarebbe bene se fosse preoccupato per tutte e tre le cose, ma, allora, perché, dopo tanti mesi di barbarie dei mercenari della Police e della Gendarmerie, il commissario per i diritti umani del Consiglio si è preoccupato solo oggi? Inoltre, il commissario europeo per la sicurezza Julian King ha minacciato di irrigidire e rendere obbligatoria l’autoregolamentazione adottata dalle piattaforme Internet firmatarie Facebook, Google, Twitter, Mozilla e ha detto, “Sono necessari ulteriori passi per garantire la piena trasparenza della pubblicità politica fin dall’inizio della campagna (…) in tutti gli Stati membri dell’UE”. Poi, ha aggiunto: “Non vogliamo svegliarci il giorno dopo le elezioni e capire che avremmo dovuto fare di più”.

Noi cittadini, invece, vogliamo addormentarci, sapendo chi, con quali criteri e con quali garanzie, decide di apporre la limitazione della visibilità ai siti che promuoverebbero la disinformazione”. Alla luce del silenzio tombale dei media, in questi mesi, sulle manifestazioni dei Gilet Jaunes in Francia e, almeno, in altri sette paesi europei, vogliamo sapere cosa King intende per disinformazione. Poi che a pensar male non si sbaglia, l’ “accesso adeguato ai nostri dati, per i ricercatori e il miglioramento della loro cooperazione con le autorità sta a significare l’instaurazione di un regime europeo di polizia? Non sono timori esagerati se penso che il sito facebook del mio povero amico Alfredo Negro: “Negro Automobili” di Treviso, è stato oscurato da qualche bischero.

Mario Donnini

L’articolo di Sadie Mestral per la Lettre Patriote, nella traduzione libera di Mario Donnini:

Per quanto riguarda la legge anti-vandalismi attualmente in discussione, il commissario europeo per i diritti umani Dunja Mijatović afferma anche che è “particolarmente preoccupata dalla disposizione di vietare preventivamente, con una decisione amministrativa e senza controllo preventivo da parte di un giudice, di prendere parte a un evento”, così come da quella di “Criminalizzare l’occultamento volontario parziale o totale del volto nel corso o intorno a un evento”.

Dunja Mijatović ha studiato presso l’università della propria città natale, l’università di Bologna, l’università del Sussex e la London School of Economics. Dunja Mijatović ha ricoperto numerosi compiti, in capo a diverse organizzazioni internazionali, in materia di difesa dei diritti umani. In particolar modo nel campo della tutela della libertà d’espressione e nel monitorare, in ambito internazionale, tali diritti.


Martedì, prima della pubblicazione di un rapporto completo, il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatović ha dichiarato “di essere particolarmente preoccupato per il gran numero di persone ferite, alcune molto seriamente, nelle manifestazioni o a margine di queste, in particolare con i cosiddetti proiettili intermedi per le armi di difesa come il lanciafiamme difensivo “. E questo, anche se “trova certamente che la polizia, tra cui molti feriti devono anche deplorare, operare in condizioni difficili, in particolare legate all’ostilità di alcuni manifestanti, ma anche a sovraccaricare il lavoro e, per alcune unità impegnate, addestramento inadeguato alle tecniche di applicazione della legge e all’uso di certe armi “.

Inaspettato – e benvenuto – supporto per i Gilet Jaunes.

Martedì la Commissione europea ha invitato Facebook, Google e Twitter a “intensificare i loro sforzi” contro la disinformazione online, in vista delle elezioni europee di maggio. Ha lasciato intravedere la minaccia di misure vincolanti in caso di risultati insufficienti.

“Dobbiamo fare di più e più velocemente prima di maggio”, ha dichiarato il commissario europeo Julian King, responsabile per le questioni di sicurezza, presentando i risultati cui è pervenuta la prima valutazione su un “Codice di condotta”, non vincolante, firmato nel 2018 da queste piattaforme di Internet.

Secondo lui, “sono stati compiuti alcuni progressi, in particolare per quanto riguarda la rimozione dei falsi account e la limitazione della visibilità dei siti che promuovono la disinformazione”. Ma “sono necessari ulteriori passi per garantire la piena trasparenza della pubblicità politica fin dall’inizio della campagna (…) in tutti gli Stati membri dell’UE”, ha aggiunto.

La Commissione chiede inoltre che le piattaforme Internet firmatarie (Facebook, Google, Twitter, Mozilla) forniscano un “accesso adeguato” ai loro dati per i ricercatori e migliorino la loro cooperazione con le autorità degli Stati membri.

“Non vogliamo svegliarci il giorno dopo le elezioni e capire che avremmo dovuto fare di più”, ha detto King.

Sir Julian King (Sutton Coldfield22 agosto 1964) è un diplomatico britannicoCommissario europeo per l’unione della sicurezza nella Commissione Juncker dal 19 settembre 2016

I rapporti saranno ora emessi con cadenza mensile e Bruxelles “effettuerà una valutazione completa” dell’applicazione del “Codice di condotta” entro la fine dell’anno. “Se i risultati si rivelassero insoddisfacenti, la Commissione potrebbe proporre altre azioni, comprese quelle di natura regolamentare”, vale a dire, abbandonando la natura “volontaria” dell’approccio …

Senza dubbio, il senso ultimo di tutto questo è semplice da intendere: “Se il punto di vista degli euro-scettici otterrà un risultato significativo alle prossime elezioni, l’Unione dovrà concludere che la disinformazione non sarà stata sufficientemente contenuta. In poche parole, pensa come noi, altrimenti …