Archivi categoria: Unione europea

1862.- Gentiloni si congratula con Tsipras per “aver scommesso sull’Europa”!

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Mentre l’Europa accoglie migranti economici dall’Africa, in Grecia, dove l’Europa è nata, oltre il 30% della popolazione continua ad essere a rischio povertà. Chiamasi “imbroglio sulla pelle dei popoli”. Restiamo sulla Grecia e con la sua condanna a morte, leggendo Giuseppe Palma da Scenari Economici.

“Gentiloni si congratula con Tsipras per “aver scommesso sull’Europa”! Peccato non dica che l’€uropa ha imposto alla Grecia di fare AVANZO PRIMARIO fino al 2060 (di Giuseppe PALMA).

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Tra gli accordi presi in sede di Eurogruppo tra Grecia e creditori (Ue, Fondo monetario internazionale e Bce), ce n’è uno tra i più terribili di sempre cui Tsipras ha dovuto sottostare: continuare a fare avanzo primario fino al 2060, cioè per altri quarantadue anni.
Sapete cos’è l’avanzo primario? Per spiegarlo farò tre esempi:

1) quando lo Stato spende 100 e tassa 97 fa deficit in misura del 3%, cioè decide di lasciare 3 di ricchezza a cittadini e imprese;
2) quando lo Stato spende 100 e tassa 100 fa pareggio di bilancio, cioè lascia ZERO ricchezza a cittadini e imprese;
3) quando lo Stato spende 100 e tassa 103 fa invece avanzo primario. Ma da dove va a prendere la differenza? Dal risparmio privato di cittadini e imprese, erodendo la ricchezza collettiva.

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Dovete sapere una cosa. Al netto degli interessi passivi che paghiamo sul debito pubblico, sono 27 anni che anche l’Italia fa avanzo primario. Il deficit è dato solo dagli interessi passivi sul debito.

Alla Grecia hanno invece imposto l’avanzo primario calcolando anche gli interessi passivi sul debito pubblico, quindi potete immaginare in che situazione sarà la Patria della democrazia nel 2060. Probabilmente non esisterà più, depredata da questa Unione europea e da questa moneta unica. Del resto lo stipendio medio di un dipendente privato greco è di circa 350-400 euro al mese, ma il governo della sinistra globalista/radical-chic di Tsipras è già da diversi anni che fa avanzo primario di circa il 4% nel rapporto col Pil.

Ma quantomeno il primo ministro Tsipras ha potuto mettere la cravatta, così che Tv e giornaloni possano osannare l’austerità e l’Ue a reti unificate. Che poi, simbolicamente, quando si ha a che fare coi creditori la “cravatta” non è mai un oggetto di buon auspicio.

Perché Gentiloni non dice queste verità invece di twittare menzogne?”

Avv. Giuseppe PALMA

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1861.- LA GRECIA TORNA SUI MERCATI FINANZIARI; MA, SE NON E’ UNA SCHIAVA, E’ UN SORVEGLIATO ECONOMICO.

LA FINE DI UNO STATO SOVRANO IN SEI ATTI E LA VITTORIA DELLA BCE.
Dopo otto anni di un programma finanziario segnato da oltre 800 riforme economiche restrittive, tensioni sociali e crisi politiche, finanche un referendum votato a sfavore di Tsipras e di Bruxelles da due greci su tre, la Grecia si avvia a ritornare sui mercati finanziari. Nella notte dell’altro ieri, i ministri delle Finanze della zona euro hanno negoziato in Lussemburgo un ultimo accordo per concedere ai greci l’atteso alleggerimento del debito pubblico (ricordate cos’è il debito pubblico?). In cambio, Atene dovrà sottostare a un controllo passo, passo della sua politica economica: la BCE (privata) dovrà controllare che la Grecia rispetti i target di finanza pubblica (un surplus primario del 3,5% del PIL fino al 2022 e del 2,2% in media annua tra il 2023 e il 2060. Mica sono tedeschi!) ed eviti di annacquare le tante riforme adottate nell’ultimo decennio. Ma non sarà la Grecia di dieci anni fa a rialzarsi. Il 35% della sua popolazione è stata costretta ad emigrare o, semplicemente, “non ce l’ha fatta!”, malgrado o a causa dei 273 miliardi di aiuti dei tre diversi programmi di “aggiustamento economico”. Intanto, però, Berlino ammette di avere guadagnato 2,9 miliardi di euro dalla crisi greca; ma, allora, di cosa stiamo parlando? Ce l’han detto il ministro delle Finanze francese Bruno Le Mairee il suo omologo tedesco Olaf Scholz: “Dobbiamo ammettere che la Grecia ha fatto un ottimo lavoro”. E ancora dovrà farne – aggiungo – perché deve “restituire” 96 miliardi, o, meglio, la Grecia ha ottenuto un rinvio di 10 anni sul rimborso di 96,9 miliardi di euro di debito. Nel frattempo, Atene riceverà un nuovo prestito da 15 miliardi di euro perché abbia un salvaggente di 24,1 miliardi che gli permetta di non essere ostaggio del rifinanziamento sul mercato per un periodo di 24 mesi. I ministri garantiranno un versamento di 600 milioni ogni sei mesi fino al 2022 purché Atene rispetti i patti con i suoi creditori. Il denaro verrà dai profitti della Banca centrale europea sui titoli greci. Gentiloni si è congratulato con Tsipras per “aver scommesso sull’Europa”! Peccato – scrive Giuseppe Palma – non dica che l’€uropa ha imposto alla Grecia di fare avanzoprimario fino al 2060. Insomma, i greci sono e noi siamo nella tela del ragno.

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Ripercorriamo l’analisi della tragedia greca con Vittorio Da Rold, “senza la finale «katastrophe». Ma…”

“Tutto ha inizio con la voragine del deficit pubblico. La Grecia nell’ottobre 2009 ammette di aver sottostimato per anni il deficit, che il nuovo governo Papandreou rivede al 12,5% del Pil dalla precedente stima del 3,7 per cento. Successivamente il deficit arriverà al 15% del Pil. Seguono i primi downgrade del debito greco da parte delle agenzie di rating e scatta la speculazione internazionale che cerca di trarre profitto dalla possibilità che la Grecia sia costretta a uscire dalla zona euro.

LA DECISIONE DELL’EUROGRUPPO 22 giugno 2018
Accordo sulla Grecia, addio Troika: «sì» ad alleggerire il debito. Grecia, parla il ministro dell’Economia: «Con lo sconto sul debito possiamo camminare sulle nostre gambe»; il ministro delle Finanze greco Euclide Tsakalotos: “Sono felice. A questo punto, perché i sacrifici si dimostrino utili, il popolo greco deve vedere risultati concreti”. L’intesa è giunta dopo sette ore di trattative tra i creditori.

Maggio 2010
Il primo piano di aiuti da 110 miliardi di euro complessivi viene deciso dai partner europei e dal Fondo monetario internazionale in un summit straodinario a Bruxelles attraverso prestiti diretti dei paesi membri. L’Eurogruppo non aveva ancora a disposizione il fondo salva stati che verrà approntato da lì a poco come EFSF e poi ESM.
Dopo ulteriori downgrade del debito (con S&P che considera ormai i titoli greci junk bond) e la minaccia di default, arriva il via libera al primo bailout: per Atene un pacchetto di aiuti internazionali da 110 miliardi sotto la vigilanza della troika dei creditori (Ue, Fmi e Bce). I Paesi dell’eurozona non possono accettare che un paese membro faccia default, c’è il concreto rischio che il contagio possa contaminare anche altri paesi come infatti avvenne in seguito con Cipro, Irlanda, Portogallo e Spagna.

Nell’estate del 2011 appare chiaro che la Grecia non rispetterà il cammino di risanamento fissato con il primo piano di aiuti. Così il 21 luglio viene raggiunta un’intesa per un nuovo pacchetto di aiuti che si somma al precedente. Allo sforzo creditizio sono chiamati però a partecipare anche i creditori privati della Grecia, che dovranno accettare un haircut (taglio) dei loro crediti che alla fine sarà pari al 53,5%. Si arriva a un taglio su 200 miliardi di euro, il maggiore della stroria moderna in materia.

Febbraio 2012 -Il secondo piano di aiuti da 130 miliardi
L’Eurogruppo si accorda per un secondo piano di aiuti internazionali alla Grecia da 130 miliardi. L’errore di fondo è stato non seguire il suggerimento del Fmi che, oltre alle politiche di austerità e di contenimento delle spese pubbliche, chiedeva un taglio del capitale del debito ma gli europei si opposero.

IL TERZO PIANO DI AIUTI 15 giugno 2018
La Troika si prepara a lasciare la Grecia, saprà Atene camminare da sola?
5 luglio 2015 -Il referendum anti-austerity con i no al 61,3%
Nel pieno delle trattative con i creditori internazionali per un nuovo pacchetto di aiuti, il premier greco Alexis Tsipras (leader del partito di sinistra Syriza, salito al potere all’inizio dell’anno dopo il governo Samaras) indice un referendum a luglio sulle dure condizioni poste per il nuovo salvataggio. Quasi due greci su tre votano no, ma Atene si piegherà poco dopo a quelle richieste della troika e nonostante un refrendum che andava nella direzione contraria. Tsipras fa la famosa kolutoumba, la capriola, e si libera del ministro Yanis Varoufakis sostinuteondolo con Euklid Tzakalotos e accetta nuova austertà in cambio del terzo piano di aiuti da 86 miliardi di euro. Le pensioni vengono tagliate per la tredicesima volta dall’inizio della crisi.

14 agosto 2015 -Il terzo piano di aiuti da 86 miliardi
L’Eurogruppo dà il via libera al terzo piano triennale di salvataggio per la Grecia, rimandando la questione della sostenibilità del debito. Atene si impegna a varare altre 88 azioni prioritarie che portano complessivamente a 450 il numero delle riforme varate e da implementare negli anni a venire oltre a privatizzare beni per 50 miliardi di euro. A oggi sono stati privatizzati beni pubblici per 7 miliardi di euro.

20 agosto 2018 – L’uscita dal bailout e il debito al 179% del Pil
Nella notte tra il 21 e 22 giugno 2018 è arrivato il previsto via libera dell’Eurogruppo, con un alleggerimento del debito greco che prevede un rinvio per 10 anni di debiti pari a 96,8 miliardi di euro. Inoltre Atene ha ricevuto 15 miliardi di euro di prestiti per formare una riserva (cash buffer) di 24,1 miliardi di euro così da aver ossigeno per 22 mesi senza dover ricorrere al mercato dei capitali. Atene uscirà dal bailout il 20 agosto senza avere una linea di credito precauzionale ma una sorveglianza rafforzata. Sullo sfondo resta ancora da chiarire come rendere sostenibile il debito pubblico, oggi al 179% del Pil. Non a caso l’Fmi non ha partecipato finanziariamente al terzo piano di aiuti con la sua quota di 1,6 miliardi di euro che è rimasta congelata. Ce la farà Atene? Manca il riacquisto dei più costosi debiti del Fmi e soprattutto non c’è nemmeno l’ombra di un taglio del capitale del debito. Per ora si è deciso di rinviare il problema più avanti sperando che non ci siano turbolenze in vista. Contenti i greci…

1857.- ALBERTO BAGNAI: RELAZIONE INTRODUTTIVA AL DEF E CLAUDIO BORGHI AQUILINI DISCUSSIONE DEF – 2 PAROLINE SUI DATI EREDITATI 19/06/2018

Aria fresca nel Parlamento, ma Tria rassicura l’Unione Europea sugli impegni di Bilancio italiani.

DEF TRA IMPEGNI DI BILANCIO E PROGRAMMI DI GOVERNO

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DEF a politiche invariate, il programma del nuovo Governo sarà inserito nella versione di settembre, sempre nel rispetto degli impegni di bilancio con la UE.

Il Parlamento ha approvato la risoluzione di maggioranza Lega e M5S sul DEF, in base alla quale il Governo si impegna ad assumere iniziative per il disinnesco delle clausole di salvaguardia (aumento aliquote IVA e accise su benzina e gasolio) e individuare misure 2018 nel rispetto dei saldi di bilancio.
Il Documento di Economia e Finanza al momento presentato, prevede una crescita del PIL all’1,5% nel 2018, che scende all’1,4% nel 2019 e si riduce fino all’1,2% nel 2021. Ma si tratta di un quadro a politiche economiche invariate, presentato dal precedente Governo.

L’Esecutivo in carica presenterà il suo DEF nel prossimo mese di settembre, come ha spiegato il ministero dell’Economia, Giovanni Tria nel suo primo intervento alla Camera.

Il quadro macroeconomico programmatico che il Governo presenterà a settembre terrà conto delle scelte di politica economica, così come delle più recenti evoluzioni della congiuntura internazionale e nazionale.

Aumento IVA nel DEF: i partiti dimenticano gli impegni
27 aprile 2018
Il raggiungimento della crescita media proiettata nel DEF per il 2018 richiede un’accelerazione del ciclo, nella seconda metà dell’anno, mentre gli obiettivi successivi al 2019, i tassi di crescita previsti a legislazione vigente sono ancora «alla nostra portata», spiega Tria.
Che intanto rassicura l’Europa sugli impegni di Bilancio italiani:

il mantenimento dell’impegno di riduzione del debito è condizione di stabilità finanziaria, essenziale all’operare fruttuoso del nostro sistema produttivo e del nostro sistema creditizio. […] Condizione di forza per rivendicare non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa, una svolta decisiva che consenta di considerare la spesa per investimenti diversamente dalla spesa corrente, anche ai fini degli obiettivi di indebitamento.
E’ una ricetta per la crescita che l’Italia porta dunque in Europa, una svolta che secondo Tria è matura e che deve portare a «una significativo piano europeo per gli investimenti». Gli investimenti pubblici materiali e immateriali, secondo il Govern

dovranno essere la chiave per ottenere quel di più di crescita che permetterà di conciliare l’attuazione del programma di riforme strutturali, annunciato dal Governo, con un quadro di finanza pubblica coerente con l’obiettivo di diminuzione progressiva del rapporto debito-PIL, sul quale il Governo si è impegnato.
Il Governo ritiene che:

i maggiori ostacoli alla spesa pubblica per investimenti non vengano dalla carenza di risorse finanziarie, bensì dalla perdita delle competenze tecniche e progettuali delle amministrazioni pubbliche, dalla spesso difficile interazione tra le amministrazioni, sia centrali sia territoriali, e dagli effetti, non voluti, del recente codice degli appalti. Verrà istituita una task force con l’intento di affrontare tali temi in maniera rapida ed organica.
Il nuovo quadro programmatico di finanza pubblica che verrà presentato a settembre conterrà anche l’impatto delle misure di Riforma eventualmente inserite, individuerà le coperture, nell’ambito della strategia delineata.

Ogni proposta di riforma sarà attentamente articolata in considerazione dei suoi effetti sulla crescita, sull’equità e sulla dinamica di breve e lungo termine delle finanze pubbliche.

di Barbara Weisz

Claudio Borghi
Ecco i dati del PIL 2017. Italia ultima. Ecco l’eredità del PD.

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1848.- Ashoka Mody – L’Italia non avrebbe mai dovuto entrare nell’euro, e ora la BCE non può salvarla dalla prossima crisi

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Da Voci dall’estero. Su Market Watch Ashoka Mody, ex vicedirettore del dipartimento europeo del Fondo Monetario Internazionale, sottolinea che l’Italia non avrebbe mai dovuto entrare a far parte dell’eurozona, e che una volta entrata il disastro economico è stato un’inevitabile conseguenza, che rischia ora di trascinare con sé tutta l’eurozona e l’economia globale. L’articolo contiene a nostro parere delle imprecisioni, ad esempio il fatto che la lira sia descritta come una “moneta debole” perché perdeva valore rispetto al marco tedesco – mentre è stato già ampiamente chiarito che la lira era in linea con le altre maggiori valute mondiali, ed era piuttosto il marco a rivalutarsi costantemente, esempio qui; peggio ancora, a questa presunta “debolezza” viene attribuito un valore morale, come nei peggiori luoghi comuni. Ad ogni modo, le principali conclusioni sono ragionevoli.

di Ashoka Mody, 12 giugno 2018

Il sisma finanziario italiano sta ricominciando a rumoreggiare minacciosamente. I rendimenti dei titoli di stato a 10 anni, che avevano per un breve periodo raggiunto il 3% quando il Presidente Sergio Mattarella aveva temporaneamente impedito la formazione del governo 5 Stelle – Lega, sembrano destinati a salire ulteriormente, gettando potenzialmente l’Italia e l’eurozona in una crisi ingestibile.

L’Italia non è solo un paese con delle grosse difficoltà, è anche un paese molto grande. Il suo caotico settore bancario è il terzo dell’eurozona, dopo quelli di Francia e Germania. Il debito di 2,5 mila miliardi di euro del governo italiano ha circa lo stesso valore del debito francese e tedesco, ed è superiore alla somma dei debiti pubblici di Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda, i tre paesi che hanno avuto bisogno di salvataggi finanziari. Una crisi finanziaria in Italia distruggerebbe rapidamente le linee di difesa costruite dalle autorità dell’eurozona.

Questa situazione non era inevitabile. Negli anni ’90 gli osservatori più attenti avevano capito che aderire all’eurozona non era stata una buona idea per l’Italia. Nélo erano stati rinunziare alla propria politica monetaria e alla propria moneta, la lira. Nel corso di tre decenni, dal 1970 al 1990, la lira aveva perso progressivamente l’80% del suo valore rispetto al marco tedesco. All’inizio del nuovo millennio l’Italia subiva la competizione delle economie emergenti dell’Est Europa e ancor più della Cina. Incapace di accelerare la crescita della produttività, l’Italia ricorreva a svalutazioni della lira.

Nonostante questo i maggiori economisti e operatori finanziari italiani insistettero veementemente per entrare nell’eurozona. Aderivano ciecamente alla prospettiva del cosiddetto “vincolo esterno”. Insistevano sul fatto che, in mancanza di una via di fuga tramite la svalutazione della lira, i leader politici italiani non avrebbero avuto altra scelta se non quella di imporre buone politiche fiscali e strutturali, politiche che assicurassero un futuro migliore agli italiani. Gli studiosi dell’Unione Europea, come Kenneth Dyson e Kevin Featherstone sostengono che Mario Draghi, l’attuale presidente della BCE, allora direttore generale del Ministero del Tesoro italiano, “credeva con tutta l’anima” che l’euro avrebbe costretto i governi italiani a quella disciplina di cui l’Italia aveva tanto bisogno.

Prevalse in questo modo lo spirito della “hubris” [la “tracotanza” in greco, NdT] e l’Italia entrò nell’eurozona fin dal suo inizio, il 1° gennaio 1999. I litigiosi governi italiani, però, non avevano la pazienza e la tenacia di gestire i problemi endemici del paese. L’economia italiana cadde a quel punto in uno stato di crescita zero della produttività, e nonostante i potenziali benefici della vivace crescita dell’economia mondiale a partire da metà 2003, il tasso di disoccupazione alla vigilia della crisi finanziaria globale del 2007 era quasi al 7%. Le banche italiane registravano scarsi profitti, e il debito pubblico rasentava il 100% del PIL.

La crisi globale del 2007-2009, e poi la crisi dell’eurozona del 2011-2013 hanno ingigantito le fragilità economiche e finanziarie di cui l’Italia soffriva prima dell’euro. Il difetto fondamentale della costruzione dell’euro era venuto a galla: non esiste un’unica politica monetaria che possa funzionare al tempo stesso per la forte economia tedesca e per la sempre più pericolante economia italiana. A peggiorare le cose, la BCE adottò una politica monetaria molto più restrittiva sia rispetto a quella della Federal Reserve americana sia a quella della Banca d’Inghilterra. Arrivati alla metà del 2011, per di più nel mezzo di una pretesa di austerità decisamente eccessiva da parte delle autorità dell’eurozona, l’Italia avrebbe avuto disperatamente bisogno di una politica monetaria più flessibile e di una ampia svalutazione dell’euro.

L’Italia non si è mai più ripresa da quel trauma. Nel luglio 2012, Mario Draghi, il presidente della BCE, aveva provato a risanare le ferite con la sua altisonante promessa di fare “whatever it takes” [“qualsiasi cosa sia necessaria”, NdT] per salvare i paesi dell’eurozona. Questo portò allo scudo delle Outright Monetary Transactions, che implicavano la promessa che la BCE avrebbe acquistato quantità illimitate di titoli di debito dei paesi membri. Ma nonostante questo abbia calmato i mercati, i tassi di interesse italiani restavano troppo alti, e questo, combinato a una spietata austerità fiscale, ha gettato l’economia italiana in recessione.

Con la BCE che continuava a fornire scarso stimolo monetario, il tasso di disoccupazione saliva, raggiungendo il 12% verso l’inizio del 2013. I posti di lavoro, laddove c’erano, erano precari, e, con un senso di disperazione, sempre più italiani smettevano di cercare lavoro. Per troppe persone lo stress finanziario si era fatto troppo acuto. I sentimenti anti-europei si diffondevano. Nelle elezioni del febbraio 2013 il partito anti-establishment e anti-euro chiamato Movimento 5 Stelle emerse prepotentemente come forza elettorale, raccogliendo un quarto dei voti.

La patologia economica definitiva è subentrata quando la BCE ha rifiutato di equiparare il programma di acquisto titoli definito Quantitative Easing (QE) agli stessi termini di quello che la Federal Reserve americana aveva iniziato nel dicembre 2008. Avendo già sofferto una contrazione di quasi il 5% del PIL dalla fine del 2011, l’economia italiana fu spinta in deflazione entro la metà del 2013. Se è vero che una bassa inflazione è di solito preferibile, un’inflazione troppo bassa fa sì che le persone posticipino gli acquisti, che la crescita economica rallenti ulteriormente, e che il peso del debito salga. Questo è precisamente ciò che è avvenuto in Italia. Quando la BCE ha introdotto, molto tardivamente, il QE nel gennaio 2015, l’Italia era già in una trappola deflattiva: aspettandosi una bassa, se non nulla, crescita dei prezzi, gli Italiani evitavano di spendere, e questo manteneva l’inflazione ancora più bassa.

Oggi l’economia italiana è in bilico. Con un tasso di inflazione bloccato attorno allo 0,6%, le famiglie e le aziende italiane hanno dei tassi di interesse reali (cioè corretti per l’inflazione) che sono oltre il 2%. Non possono permettersi tassi di interesse così alti, però, perché la produttività dell’economia è rimasta stagnante per anni, in combinazione con un drastico declino degli investimenti negli anni della recessione, e questo ha fatto sì che le previsioni di crescita del PIL siano inferiori all’uno percento nel corso dei prossimi tre o cinque anni. Per di più, con il rallentamento della crescita globale, il livello di crescita del PIL italiano potrebbe anche ricadere in zona recessione. Se ciò avvenisse, i debitori farebbero ancora più fatica a ripagare i crediti dovuti alle banche italiane perennemente in affanno. Il gettito fiscale del governo crollerebbe, rendendo ancora più difficile ripagare il debito.

Se l’Italia ricade ancora nella crisi, la BCE, a differenza che nel luglio 2012, avrebbe ben poche possibilità di disinnescarla. In linea di principio la BCE potrebbe acquistare una quantità illimitata di titoli italiani, e questo ridurrebbe i tassi di interesse e farebbe sparire la crisi. Ma detenendo già un quarto del debito pubblico italiano, la BCE correrebbe il rischio di incorrere in danni ancora maggiori in caso di default.

I funzionari del Nord dell’eurozona, e specialmente i tedeschi, sono in ansia, temendo di dover sostenere, alla fine, i costi delle perdite della BCE. Loro vogliono mettere fine al QE. Anche Peter Praet, il capo economista della BCE, è pronto a dichiarare l’obiettivo raggiunto: l’economia dell’eurozona si è stabilizzata e l’inflazione ricomincerà presto a crescere, dice. Queste previsioni ottimistiche ignorano i segnali di rallentamento della crescita dell’eurozona. Non tengono conto, soprattutto, della trappola nella quale si trova l’Italia. Se la BCE termina il QE, l’euro diventerà ancora più forte e i tassi di interesse reali dell’Italia aumenteranno ulteriormente, peggiorando la fragilità finanziaria italiana. In questo contesto il ricorso alle (non ancora utilizzate) Outright Monetary Transactions avvierebbe delle trattative litigiose sull’austerità fiscale con il governo italiano, e creerebbe una crisi politica ancor prima che la BCE possa porgere un qualsiasi aiuto finanziario all’Italia.

Le priorità politiche del nuovo governo italiano sono palesemente contrastanti con le necessità di bilancio. Ma detto semplicemente, una volta che l’Italia è inopportunamente entrata nell’eurozona, la tragedia era già scritta. Ora le faglie del terremoto italiano minacciano di scatenare un effetto domino sull’eurozona e il sistema finanziario globale. Una recessione italiana potrebbe creare una tensione insostenibile al sistema bancario del paese, che è ancora schiacciato sotto il peso dei crediti in sofferenza. Un crack di qualche banca potrebbe produrre delle linee di frattura in tutta Europa. Ad aggiungersi ai guai, un rallentamento del gettito fiscale aumenterebbe il deficit di bilancio del governo, spingerebbe gli investitori a chiedere tassi di interesse ancora maggiori, e metterebbe l’economia e le banche sotto un’ancora maggiore pressione.

Date le sue ampie dimensioni e le sue profonde vulnerabilità, l’Italia potrebbe spingere l’eurozona e il mondo intero dalla parte sbagliata del punto di non ritorno.

1843.- DE GRAUWE E LA “CONCESSIONE” DEL LIBERAL-GLOBAL ORDER (“UN ERRORE NEL SISTEMA”)

Abbiamo il piacere di augurare “Buon Lavoro” al fondatore di Orizzonte48, professor Luciano Barra Caracciolo, giurista e magistrato, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alle Politiche Europee.
Non è il primo incarico del genere per il giurista e magistrato romano che nel 1994 era stato nominato consigliere giuridico del Ministro della funzione pubblica Giuliano Urbani primo governo Berlusconi, incarico che aveva mantenuto nel 1995 con Franco Frattini nel Governo – tecnico – guidato da Lamberto Dini (già ministro con Berlusconi). Sempre all’interno del governo Berlusconi I è Barra Caracciolo è stato Capo di gabinetto del Ministero per gli italiani nel mondo. Dal 2001 al 2005 – durante il secondo governo guidato da Silvio Berlusconi – Luciano Barra Caracciolo è stato Vice Segretario generale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

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Migrants wait to disembark from Aquarius in the Sicilian harbour of Catania

1. Accadono strani fenomeni.
In apparenza.
E per comprendere questa apparenza, ragioniamoci un po’ su.
Un indicatore del “variare” di questa apparenza, può essere la posizione che assume Paul De Grauwe, un economista certamente prestigioso e, probabilmente, il più accreditato e organico all’interno dell’ambiente istituzionale e scientifico-economico dell’Ue.

2. Soltanto tredici mesi fa, De Grauwe, chiamato ad esprimersi nel dibattito sull’euro apertosi nel mainstream mediatico italiano, aveva ammesso che la partecipazione all’euro della nostra Repubblica fosse stata un errore, che l’aggiustamento del costo del lavoro da operare per riconquistare la “competitività” fosse “doloroso” ma “anche inevitabile”.
Tuttavia, al tempo, concludeva questa indicazione terapeutica con una diagnosi che addossava praticamente ogni responsabilità – di questo errore e di questa necessaria “sofferenza” (secondo una prognosi che aveva effettuato già Padoan dagli scranni dell’OCSE) – alla realtà antropologica e, di conseguenza istituzionale, italiana (sempre qui, p.5):
“L’inevitabile conclusione è che l’Italia non funziona bene in un’unione monetaria. Le sue istituzioni politiche la rendono inadatta all’Eurozona. Se queste istituzioni politiche non cambieranno radicalmente, l’Italia sarà costretta a lasciare la moneta unica: non può rimanere ferma a guardare il suo tessuto economico che continua a deteriorarsi.
Prima dell’arrivo dell’euro, quando l’Italia aveva una propria moneta, capitava spesso che perdesse competitività a causa dell’inflazione, ma riusciva sempre a ripristinarla attraverso le svalutazioni. Questo aveva creato un modello economico con frequenti crisi valutarie e inflazione alta. Non era un granché, ma almeno era coerente con la debolezza delle istituzioni politiche. In assenza di istituzioni politiche più forti, l’Italia dovrà prepararsi a un’uscita dall’euro nel prossimo futuro.”
2.1. Quindi tredici mesi fa, per De Grauwe, l’Italia doveva fare le riforme istituzionali per mantenere il privilegio di rimanere nell’eurozona: e questa profonda revisione di ordine costituzionale, come ben sappiamo, perseguiva l’obiettivo di meglio consentire le “riforme strutturali”. La quali, poi, altro non sono che l’aggiustamento, per via di austerità fiscale, del costo del lavoro.

3. E veniamo all’oggi.
De Grauwe muta non secondariamente la sua analisi. E, per di più, la evolve non nella sede dei media italiani, bensì in un’intervista, significativamente, ad una testata tedesca.
Il passaggio saliente dell’intervista rivede profondamente l’attribuzione delle “responsabilità”, imputate ai meccanismi istituzionali dell’euro in sè, – come d’altra parte era di comune dominio (presso la comunità scientifica più prestigiosa) fin dalla sua immutata progettazione iniziale nel rapporto Werner – e non unicamente all’un-fitness antropologico-istituzionale italiana.

4. Lo spunto lo fornisce l’esito elettoral-governativo delle ultime elezioni italiane:
“È il risultato delle difficoltà di ripresa dei paesi della periferia dell’Euro dopo la crisi finanziaria. Molti paesi hanno perso competitività. Per cercare di ristabilire un equilibrio economico hanno ridotto i prezzi e i salari al fine di essere competitivi, un meccanismo chiamato dagli economisti “svalutazione interna”. Si tratta di un processo molto doloroso, in cui ai paesi viene imposta l’austerità. La svalutazione interna ha intensificato la recessione, aumentato la disoccupazione e causato sofferenze a molte persone. Ci sono stati contraccolpi politici, in particolare in Italia.
Il paese ha decisamente esagerato nell’imporre misure di austerità.
Questo ha causato uno scontento diffuso, che i partiti politici hanno saputo incanalare. Una certa responsabilità di ciò ricade sui paesi del Nord Europa.
Questi paesi avrebbero potuto alleviare l’onere dell’Italia stimolando la propria economia. Invece essi stessi hanno adottato politiche di austerità. Questo ha creato fino a tempi recenti una tendenza deflazionistica nella zona euro. Tutti i costi sono ricaduti sui paesi in deficit, mentre i paesi creditori non erano disposti a condividere la loro parte. C’è un errore nel sistema.”

5. Non andiamo oltre nel riportare il (neo)pensiero di De Grauwe nell’intervista: si tratta di sviluppi logico-economici e corollari a noi ben noti.
Quello che importa è che l’autorevole voce del nostro, ammetta che si è esagerato con l’austerità in Italia. E che l’aggiustamento è stato incongruamente, dal punto di vista politico-economico, asimmetrico (cioè non cooperativo, e quindi, dal punto di vista del nostro sistema costituzionale fondamentale, contrario all’art.11 Cost.). Questo asimmetrico, incongruo e a-cooperativo aggiustamento, peraltro, era del tutto prevedibile alla luce della struttura istituzionale e della composizione statuale, germanocentrica, dell’eurozona: sulla prima la “palma” della primogenitura, ci pare debba andare al compianto Winne Godley (v. qui, nella prefazione), mentre sulla seconda, non paradossalmente, allo stesso Prodi pre-svolta governativa (quale citato da Halevi, qui, p.5).

6. Ma la domanda è: supponendo che questa ammissione, oggi, risulti sostanzialmente copernicana, dopo una fase tolemaica di cui la massima espressione era questa affermazione di Draghi del 2013 “La Germania aiuta (!) al meglio l’euro col rafforzare la propria competitività” (e altre durissime constatazioni…controintuitive, in una mitica intervista a Der Spiegel), essa ha poi un senso politico? Vale a dire: è una qualche concessione che preluda ad un riassetto sensato, sul piano economico-scientifico e del perseguimento della pace e della giustizia tra le Nazioni?

7. C’è da dubitarne: ammissioni ufficiose, affidate a esponenti “dal volto umano” dell’establishment €uropeo-global trade, sono in realtà spesso utilizzate come sedativi (per il “populace”) a momenti di destabilizzazione del sistema; in genere scaturenti dai deprecati effetti del suffragio universale nei singoli Stati-nazione (in coerenza con le reazioni già avute dall’establishment liberal-globa in occasione del Brexit-deliryum).
De Grauwe, in fondo, utilizza una tecnica di richiamo al buon senso in cui eccelle Wolff, con il quale, per dire, De Grauwe condivide la pubblicazione di articoli sul Financial Times.
Ma si tratta di un riposizionamento meramente verbale, che prospetta posizioni compromissorie che possono tranquillamente cadere nel nulla, non appena altri strumenti di pressione, di segno del tutto contrario, riducano le opinioni pubbliche a più miti consigli. Quest’ultima è la linea tedesca, come abbiamo visto: tutta spread, impliciti ricatti BCE sulla liquidità e “adesso vi daremo una lezione”.

8. D’altra parte, questa duplice tecnica, – ammissioni ufficiose e comprensive di voci autorevoli dell’establishment sui media/ durezza negoziale e istituzionale senza alcun concreto arretramento -, appare utilizzata, prima di tutto nei confronti del fenomeno Trump.
Gli articoli di Wolf, sopra linkati, in definitiva, tendevano a raggiungere un “ragionevole compromesso”, che la figura del Presidente attuale contiene in sè, e che peraltro, non è tutt’ora considerato accettabile da un liberal-global order sempre più in una posizione di irriducibile preferenza per qualche forma di “eliminazione” dell’avversario.

9. Ce ne fornisce la conferma questo articolo di Zerohedge, a firma di James George Jatras, tratto da The Strategic Culture Foundation, di cui consiglio la lettura completa, attesa la sua visione “panoramica” sui vari temi ricorrenti geo-politico-economici elencati minuziosamente; l’articolo trova il suo punto focale in questo passaggio, (dopo aver peraltro dedicato un paragrafetto proprio alla situazione italiana, testualmente intitolato Viva l’Italia!):
“Sarebbe inaccurato dire che (quelle perseguite da Trump, sul piano geo-politico, economico e commerciale, cioè nel por fine, tra l’altro, a una situazione in cui gli USA praticano unilateralmente il free-trade e i paesi presunti “amici” si dedicano al mercantilismo) possano definirsi “mosse” dello US government, del quale Trump ha solo un parziale controllo.
Con una struttura burocratica di governo – per non dire addirittura di coloro che sono stati nominati da lui stesso – che cerca di sabotarlo ad ogni passo, Trump pare ricorrere all’unico strumento a sua personale disposizione: disruption (cioè, la rottura degli schemi).

(la gente, specialmente della Rust Belt) ha votato per lui perché voleva un toro in un negozio di porcellane cinesi, una wrecking ball (palla di ferro per la demolizione), a bomba a mano umana, un grande “FU” (significato dell’acronimo…intuitivo) al sistema.

Con certezza, nessuno degli sviluppi sopra elencati delle iniziative di Trump è decisivo. Ma presi insieme puntano a una notevole confluenza di buoni auspici, almeno dal punto di vista di quelli che volevano scuotere, e persino infrangere, le comode convenienze che hanno guidato il cosiddetto“liberal global order.”
Ma quelli le cui carriere e i cui privilegi, ed in alcuni casi le cui libertà e le cui stesse vite, dipendono dalla perpetuazione di tale “ordine” non accetteranno con gentilezza questa “buona notte”.
Costoro si stanno innervosendo.
Ciò significa, in particolare, gli elementi dei “servizi speciali” di US-UK, i Democratici e i GOP (Repubblicani) “mai insieme con Trump), i Trump-hating fake news media, e le non-entità burocratiche di Brussels (not only at the European Commission but at NATO headquarters).

Se qualcuno pensa che ci sia un qualche limite oltre il quale i nemici di Trump non si spingerebbero, ci riflettesse bene”.

10. Ecco: un conflitto epocale è dunque già in corso.
L’epicentro (planetario) è il fenomeno di rifiuto popolare che ha innalzato l’onda di Trump.
Per lui, come per chi tentasse in Italia, in un’ulteriore vicenda che sta assumendo una crescente importanza non periferica, di riportare l’interesse nazionale democraticamente espresso al centro dell’azione politica, i nemici sono ben definiti; e, in entrambi i casi, quelli le cui carriere e i cui privilegi dipendono dalla perpetuazione dell’ordine globale liberale, lotteranno con ogni mezzo contro ogni tentativo di porvi fine, ridando senso alle democrazie fondate sulla sovranità popolare.

1837.- Michele Boldrin: “Il debito pubblico? Dobbiamo crescere, solo così smetterà di essere un problema ”

Mentre lo spread è alto e il nuovo governo parla di flat tax e reddito di cittadinanza, l’economista dice: “Smettiamola di pensare al debito, concentriamoci sulla crescita e sul taglio della spesa. Ci reggiamo solo sull’export e non abbiamo molto tempo prima che salti tutto in aria”
di Lidia Baratta.

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Economista, professore alla Washington University in Saint Louis, ed ex leader del partito “Fare per fermare il declino”. Non c’è figura migliore di Michele Boldrin per fare un’analisi della situazione economica italiana e delle ricette proposte dal nuovo governo Lega-Cinque Stelle. «Ma smettiamola di concentrare tutta l’attenzione e la preoccupazione sul debito pubblico italiano!», dice Boldrin, arrivato a Milano per partecipare a un dibattito sul fisco e la tenuta dei conti pubblici organizzato da Linkiesta e Moneyfarm nell’ambito della rassegna “Redazione Finanza”. «Il debito pubblico non è un problema in sé. La retorica politica ha messo enfasi su questo, facendo nascere l’idea di dover ripagare il debito, ma non è così. Smettiamola di alimentare la mitologia dei tedeschi cattivi e pensiamo a preoccuparci invece di come diventare credibili e di come non far diventare il debito un fattore di rischio. La soluzione è puntare sulla crescita».

Professore, perché il debito pubblico non è un problema?
C‘è una strana concezione che gira, secondo cui il problema del debito è che noi dobbiamo ripagarlo. Ma nessun debito pubblico serio si ripaga! I debiti pubblici più seri della storia della finanza mondiale, quelli dell’impero inglese, avevano per definizione la seguente spiegazione: questi soldi non ve li restituiremo mai. Voi mi date cento pound? Io li spendo come voglio perché sono The Queen e poi vi prometto che vi pago il 2,5-3% forever.

Allora da dove nasce l’idea di dover ripagare il debito?
Spunta quando percepisci che non è più solido. È una specie di reazione pavloviana di un creditore che dice: “Meglio che porto a casa quello che posso”. Per cui spingersi continuamente sulla linea argomentativa del dover ripagare il debito significa suggerire: “Guarda che io sono un debitore poco affidabile”. Che non è una bella cosa.

E cosa bisogna fare allora?
Devi fare l’opposto. Cioè garantire anzitutto che non stai facendo crescere il debito più della tua capacità di servirlo. Il rapporto tra debito e Pil serve proprio a mostrare che tu sei in grado di pagare gli interessi; che il rapporto fra quanto sei esposto e quanto gettito sai generare è stabile; e che quindi c’è ragione di credere che tu questo debito riuscirai a soddisfarlo a tempo indeterminato. Ciò che conta dal punto di vista di un creditore è la capacità dello Stato di estrarre risorse dall’economia privata trasformandolo in gettito fiscale per servire il debito.

E noi come siamo messi?
Quando un Paese come l’Italia si è avvicinato alla soglia massima della capacità di estrarre valore aggiunto dal settore privato per pagare i suoi costi, è chiaro che chi ti sta prestando soldi dice: “Aspetta un attimo”. Quando sei molto lontano dal limite, allora è un’altra cosa, anche se il rapporto tra debito e Pil è simile al nostro. Il debito argentino, ad esempio, è continuamente un fattore di rischio anche se il rapporto sul Pil è inferiore al nostro. Perché l’Argentina è un Paese che ha obiettivamente raggiunto il limite della sua capcaità di estrarre gettito dal settore privato. Quindi il debito si trasforma in rischio. Io l’approccio al debito in Italia lo farei da questo punto di vista, che poi porta sempre a ragionare dei problemi atavici di questo Paese.

La retorica politica ha fatto nascere l’idea di dover ripagare il debito, ma non è così. Smettiamola di alimentare la mitologia dei tedeschi cattivi e pensiamo a preoccuparci invece di come diventare credibili e di come non far diventare il debito un fattore di rischio, puntando sulla crescita
Michele Boldrin
Quali sono i fattori di debolezza italiani?
Il problema della crescita, del sistema fiscale poco efficiente che non favorisce la crescita, e la spesa. Se tu continui ad avere una struttura della spesa alta e rigida, per niente ciclica ma strutturale, è chiaro che stai dicendo a chi ti presta i soldi: “Sì, sono uno che viaggia sulla lama del rasoio e a qualsiasi colpo di vento rischio di cadere sul rasoio”. È questo il rischio del debito, non il debito per sé. Sarebbe importante riuscire a eliminare dal dibattito tutti questi discorsi che hanno a che fare con l’ammontare del debito, con la necessità che gli altri Paesi ci aiutino ad assicurare il nostro debito o che la Bce ce lo monetizzi comprando da noi più debito degli altri come se fosse la Befana che fa regali solo agli italiani. Se togliamo questa mitologia, forse evitiamo anche i conflitti assurdi con i tedeschi, con la Bce, con gli altri partner europei e ci concentriamo sulla cosa che conta. Che è garantire che siamo in grado di servire il debito. Poi nessuno ci chiederà di ripagarglielo. Invece c’è gente che va in giro facendo proposte vicine alla stregoneria su come miracolosamente assicurare il debito pubblico, e questo ci toglie credibilità.

A che cosa si riferisce?
Recentemente, ad esempio, insieme ad altri economisti, mi sono trovato a criticare un articolo del Corriere della sera sul debito pubblico. Nell’articolo si esponeva una proposta fatta da alcuni economisti di mutualizzazione del debito, con la costruzione di un fondo europeo che assicurerebbe il debito italiano coprendo la perdita in caso di default. Ora, gli altri saranno anche cattivi e mangeranno crauti ma non sono scemi, ma dicono: “Scusa, mi stai dicendo che devo pagare io per te?”. Non si può costruire una reputazione internazionale dicendo cose del genere e non è possibile che il maggior quotidiano italiano diffonda cose del genere e poi non abbia l’onesta di dire “Abbiamo sbagliato”. Si corregge il New York Times, può anche correggersi il Corriere della sera, no?

Quindi c’è anche un problema di come raccontiamo il debito pubblico?
Certo, in Italia c’è questa idea di massa che occorre fare cose strane di ingegneria finanziaria a livello europeo per proteggerci da noi stessi. Questo ragionamento continua a far pensare che queste cose non possiamo farle perché Draghi è cattivo e i tedeschi sono cattivi. Invece non è così. Quando sei un Paese credibile, con un Pil che cresce, non devi inventarti tecniche di ingegneria. Se la classe politica avesse la capacità di spostare l’attenzione dal debito pubblico ai problemi della crescita, dell’aggiustamento della pressione fiscale, del miglioramento della produttività, credo che il mondo potrebbe anche dire “gli italiani non hanno più voglia di fare trucchi”. È chiaro che dobbiamo anche dirgli che non vogliamo fare esplodere il debito nei prossimi cinque anni. Ma se io ho tanto debito e ti prometto che farò reddito futuro, e quindi gettito fiscale, divento credibile.

Se io fossi al governo, penserei a come creare impresa e a trasformare questa crescita trainata dall’export in crescita endogena. Che buttino alle ortiche sciocchezze come il reddito cittadinanza e la flat tax e si mettano a governare il Paese! Non abbiamo molto tempo
Michele Boldrin
E allora come risolvere il problema del gettito fiscale italiano? La proposta di flat tax contenuta nel contratto di governo Lega-5S può essere una soluzione?
No, l’idea che il problema del nostro gettito fiscale possa provenire da una riduzione delle aliquote è meglio gettarla alle ortiche. Quello che invece è vero è che l’Italia ha un sistema di tassazione particolarmente punitivo su certi tipi di reddito, ma non mi pare che ci sia nulla nel contratto di governo su questo. Ridurre le aliquote crea comunque una riduzione del gettito. Non c’è maniera di discutere di riduzione complessiva del carico fiscale in Italia se non si discute di riduzione della spesa, perché altrimenti l’unico effetto che hai è che crei un buco di bilancio di 2-3 punti percentuali e lo rendi strutturale.

Sei anni fa con un gruppo di economisti stilava il programma di “Fare per fermare il declino”: quelle ricette sono ancora valide?
Le cose da fare sono ancora quelle. Basta proclami, basta promesse: comincino a tagliare la spesa per davvero, dai forestali alle pensioni. E ad alleggerire burocrazia onnivora che mina la produttività e causa spreco di risorse.

Eppure si parla di crescita e di ripresa.
Il problema è che non c’è crescita nostra. L’Italia ha una fortuna straordinaria, cioè il fatto di avere che ha una macchina da guerra intorno al Po che riesce a produrre una quantità di roba stupenda nonostante tutto. Un gruppo di 15-18mila imprese è riuscito a creare la ripresa e ad approfittare della crescita mondiale. In questo momento, alla faccia delle cretinate sull’euro che ci uccide, grazie alla stabilità dell’euro, la macchina export italiana tiene in piedi tutto. Non c’è nient’altro che si sia ripreso. Se io fossi al governo, penserei a quelli. A come tenerli in piedi, a come evitare che becchino un’altra botta gigantesca come quella del 2009-2011, a vedere se ne arrivano degi altri e se qualcuno di questi trovi ragioni di profitto ed efficienza per cominciare a scendere lungo la dorsale appenninica e a fare impresa un po’ più giù. Lo si può fare con un governo saggio che non faccia annunci sciocchi. Che buttino alle ortiche sciocchezze come il reddito cittadinanza e la flat tax: si mettano a governare il Paese! Se quel motore si inceppa un’altra volta, siamo rovinati. Ma non abbiamo molto tempo.

Quanto ci resta?
Dobbiamo augurarci che gli altri Paesi che comprano da noi continuino a crescere, perché non è che i periodi di crescita durano all’infinito. Non abbiamo molto tempo per permettere a questa crescita trainata dall’export di diventare endogena con la nascita di imprese. Invece di perder tempo a dir cose strane, quindi, si dedicassero a cercare di espandere le imprese laddove non ci sono. Perché se l’impresa del bergamasco che fa freni non ha più domanda da parte dell’impresa in Bavaria che fa le macchine, poi anche il fornaio vende meno pane.

1834.- NEL VORTICE DI AUTODISTRUZIONE DELL’OCCIDENTE-MONDO

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di Maurizio Blondet
“La Russia deve essere al G7, piaccia o no, dobbiamo avere la Russia al tavolo negoziale”, vibra Trump in una non certo improvvisata uscita, e i salotti tv anti-governativi scoprono che il primo ministro Giuseppe Conte, quello da loro dipinto come uno sciocco re travicello di una alleanza populista velleitaria, impreparata e scema, può dire al suo primo vertice in Canada, per nulla intimidito: “Sono d’accordo con il presidente Donald Trump, la Russia dovrebbe tornare al G8. Nell’interesse di tutti”.

Non è che ci sia qui una qualche alleanza. Quella cui assistiamo è la disintegrazione dell’ordine occidentale, che comporta inaspettate ricomposizioni, forse temporanee. Le centrali pensanti inglesi, nel travaglio di un Brexit che Merkel-Juncker vogliono sempre più ostile e punitivo, ha colto l’occasione per appoggiare il ben fondato malcontento italiano, spiegando in diversi articoli come sia la Germania la sola che ci ha guadagnato dall’euro, e quella che ha più da perdere facendo della UE “un nemico invece che un alleato” dell’Italia. E in altri articoli, hanno spiegato a fondo la crisi di Deutsche Bank. E un articolo del Financial Times ha non poco poter nel mondo della finanza internazionale.

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Incapaci di leadership, sempre in ritardo politico.

Trump ha continuato a modo suo la stessa politica. Ridicolmente, Macron (come ventriloquo della Merkel) ha lamentato che Trump, imponendo dazi sull’acciaio europei, “tratta gli alleati come nemici”. E’ esattamente quello che fa Berlino con Grecia e Italia.

Non è che il governo giallo-verde ha trovato amici. Si tratta solo di notare, in questa disintegrazione che avrà (non illudiamoci) effetti apocalittici, la mobile capacità politica anglosassone, il capire al volo, di fronte all’autistica impoliticità tedesca – e di conseguenza, della centrale di comando UE, la BCE. Non hanno alcuna intenzione, loro, di riconoscere le istanze italiane come quelle di un pari e fondatore; alzano lo spread come si alza un randello. Come abbiamo detto e ripetuto, non sono i “mercati” ad alzare lo spread, ma la BCE – che acquista integralmente i titoli d i debito italiano, e lascia agire i mercati per esercitare una minaccia: non si spiega altrimenti sennò che il nostro spread sia superiore a quello della Grecia. Evidentemente sono “mercati” che premiamo l’obbedienza cadaverica a Berlino.

Fonti interne alla BCE fanno sapere che il consiglio della Banca Centrale discuterà la fine degli acquisti di titoli di debito pubblico (inteso:italiani) subito subito, già il 14 giugno in riunione in Lettonia – “Certo, non c’è momento migliore per la BCE per discutere l’uscita dal quantitative easing, che nel momento in cui i rendimenti italiani salgono già tanto”, commenta sardonico Zero Hedge, additando come la BCE stia appunto manipolando i mercati. Cosa alquanto strana, perché una banca centrale dovrebbe calmare i mercati, come garante d’ultima istanza verso tutti i paesi dell’euro; dovrebbe insomma essere almeno un po’ anche la nostra banca centrale – ma lo è stata solo fino a Gentiloni. Adesso, pratica l’apartheid monetario. Fa annunciare dal suo emissario, Monti, l’arrivo della troika.

A chi ha paura di questa situazione e tremebondo, ricordiamo che il tracollo italiano sul debito, e l’uscita dall’euro, sarà inevitabile comunque: nel 2019 a capo d ella BCE andrà Weidmann, che già da anni va indicando ai mercati che l’Italia è insolvente, e che non è giusto che gli interessi che noi paghiamo sul debito siano sempre troppo bassi – quella in cui ci hanno cacciato è una dittatura disumana, bancaria e burocratica.

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Prima dell’euro, la Germania cresceva meno di noi.

Quel che importa ora notare la follia e il ritardo mentale con cui l’ “Europa” viene sorpresa dagli eventi. Macron e MErkel sono andtai in Canada con il proposito di essere aggressivi verso Trump, di “isolarlo” come hanno isolato il governicchio indebitatissimo italiano, di mettere Trump sotto accusa (cosa di per sé ridicola, perché allo stesso tempo invocano che non metta dazi sulle auto tedesche, e le compagnie europee che cominciavano a fare affari con l’Iran hanno smesso piegandosi alle sanzioni USA): l’uscita di Trump sulla Russia li ha colto in contropiede. E’ stato Trump a isolare loro, piantandoli in asso per affrettarsi al vertice di Singapore con Kim il nord coreano. Per giunta, Trump ha rifiutato un colloquio con Teresa May, trovandola “una direttrice scolastica”.

Macron, fuori di sé dalla sorpresa, è arrivato a minacciare (o augurare) la morte a Donald: “Nessun presidente è per sempre”. Ed ha aggiunto: se non si cura di “essere isolato” sulla questione “improduttiva” dei dazi (che Trump ha messo su acciaio e allumino) e del patto anti-nucleare con l’Iran, ebbene il il G7 lo isolerà, “non ci mettiamo niente a diventare sei, se occorre”: Già: era il G8; cacciata la Russia (dagli europei e da Obama), è il G7. Adesso Macron vuole espellere gli Stai Uniti, restare il G6.

Un club privé. Il “G” in questi vertici sta, ovviamente, per “Grande”. Gli otto Grandi, i Sette Grandi, i Sei Grandi…vertici di ex grandi. Da cui sono assenti, perché non invitate, non solo Russia, ma Cina e India, le potenze dominanti dell’Asia e did omani. I “grandi” di ieri, sempre più piccoli, si assestano colpi reciproci di dazi, sanzioni e controsanzioni, in un crescendo di accuse di dumping e di protezionismo. Insomma stanno diroccando il mondo che hanno creato, il mondo-Occidente. E’ il vertuice più disfunzionale ed antagonista mai visto: il vecchio ordine sta morendo, e la tragedia italiana, “l’isolamento” dell’Italia in questa Europa, la sua ribellione, è solo un mulinello nel gigantesco Maelstrohm del più vasto quadro del collasso dell’Occidente – in una follia di cui “l’europeismo” è solo una parte essa stessa.

Basta qui elencare qualche fatterello: Bruxelles (l’idea è degli uffici di Juncker) avrebbe ordinato alle case automobilistiche europee di non usare parti fabbricate nel Regno Unito, per rendere il Brexit più costoso e rovinoso.

https://www.express.co.uk/news/politics/970103/Brexit-news-EU-car-industry-Dutch-Europe-trade+

Bruxelles vuole espellere la Gran Bretagna dal programma Galileo (di posizionamento satellitare), benché il sistema Galileo si fondi su stazioni a terra che stanno in territori britannici, le Falkland e l’Isola di Ascension!

https://www.express.co.uk/news/science/970848/Brexit-news-galileo-eu-european-union-esa-falklands-ascension-satellite

Nello stesso tempo, la May in Canada ha incitato gli alleati ad allestire insieme una “forza di reazione rapida” multinazionale contro la Russia, ciò che ha suscitato la protesta di Mosca. Probabilmente nella velleità di rappezzare la disintegrazione europea con lo spettro del Nemico.

https://sputniknews.com/europe/201806081065215625-uk-russia-g7-summit-proposal/

Ovviamente, gli Usa continuano a cercare di impedire ad ogni costo il completamento del Nord Stream 2, e la Germania lotta per salvarlo – la stessa Germania che vuol far durare le sanzioni contro la Russia.

Berlino minaccia di espellere – nientemeno che – l’ambasciatore Usa,Ricard Grenelle, un trumpiano, per aver dichiarato che intende sostenere “Altri conservatori in Europa”, altri sovranisti coem l’austriaco Sebastian Kurz o Salvini. L’ambasciatore si atteggia a “ una sorta di difensore di pupulisti di destra e di sinistra che vogliono distruggere la nostra società libera”, ha detto CDU/CSU, Roderich Kiesewette

http://www.investmentwatchblog.com/breaking-germany-is-calling-for-trumps-us-ambassador-in-berlin-to-be-expelled/

La Svezia ha operato la mobilitazione totale della sua guardia nazionale (40 battaglioni) in una esercitazione non annunciata che simula la difesa da una invasione russa.

http://www.investmentwatchblog.com/breaking-the-entire-swedish-home-guard-was-just-mobilized/

La società ucraina Naftogaz ha annunciato che un tribunale olandese ha approvato la sua petizione per congelare le attività di Gazprom nei Paesi Bassi, ed ha ordinato a Gazprom di pagare $ 2,6 miliardi alle controllate olandesi da Gazprom alla società ucraina. Alla fine di febbraio, un tribunale arbitrale con sede a Stoccolma ha assegnato a Naftogaz 4,63 miliardi di dollari da Gazprom perché Gazprom non era riuscita a rifornire l’Ucraina della quantità concordata di gas naturale. Il 30 maggio, Naftogaz ha anche annunciato di aver avviato l’esecuzione della decisione giudiziaria da $ 2,6 miliardi in Svizzera e che le autorità svizzere si sono attivate per impadronirsi delle attività di Gazprom in Svizzera. L’Ucraina sta cercando di impadronirsi delle attività di Gazprom in Svizzera, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito, ha detto il presidente ucraino Petro Poroshenko. Ciò potrebbe includere anche le attività e le azioni di Nord Stream e Nord Stream 2 .

Frattanto, l’economia dell’eurozona sta rallentando sotto l’austerità tedesca, mentre quella della Gran Bretagna è in ripresa. L’istinto politico britannico è da secoli un passo avanti a quello di Berlino. E si deve ammettere che sanno riconoscere una dittatura tedesca, quando ne vedono una.

Ora, nonostante tutto quel che vi racconta la propaganda dei nemcii interni ed eurocratici, abbiamo il miglior governo possibile (insisto sul “Possibile”) per affrontare la tempesta. Mai avevamo avuto un ministro dell’economia come Tria, che consapevole che la nostra crisi è dovuta al taglio degli investimenti pubblici impostoci da BErlino e dai suoi servi : “gli investimenti fissi delle pubbliche amministrazioni sono scesi di circa il 28% nell’eurozona… tra 2009 e 2019….. In Italia il calo è stato di quasi il 40% (da 3,4 o a 2,2 r del PIL).

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Alla UE, l’Italia dà più di quel che riceve.

Mai avevamo avuto un governo che, consapevolmente, propone la separazione fra banchd commerciali e banche d’affari. Nè che si oppone alle “riforme” delel piccole banche cooperative, che l’Europa vuole aggruppare in due holdin, ossia società per azioni, perché il sistema bancario tedesco possa scalarle. Mai avevamo sentito un senatore pd dire, come Bagnai, alla REuters: “Per effetto della riforma, Iccrea e Cassa centrale Banca saranno sottoposte alla vigilanza unica europea e dovranno quindi rispettare più severi requisiti patrimoniali. Le banche cooperative tedesche, invece, continueranno ad essere sotto il controllo delle sole autorità di Berlino e avranno maggiore libertà nella gestione del credito”.

1831.- Ecco perché nessuno vuole Savona al Tesoro, sia Bruxelles che la BCE (e Banca d’Italia?), mentre sarebbe la soluzione per l’Italia! di Maurizio Blondet

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Ecco perché nessuno vuole Savona al Tesoro, sia Bruxelles che la BCE (e Banca d’Italia?), mentre sarebbe la soluzione per l’Italia!
di Maurizio Blondet

Guido Carli firmò nel 1992 il decreto su Maastricht. Il suo delfino era Paolo Savona, protegee di Cossiga, un altro sardo “uomo di potere”. Cossiga fu lo stesso che poi NON volle Draghi al governo, rifiutando di riallocarlo a Palazzo Chigi da direttore generale del Tesoro (ovvero la stessa direzione che poi firmò i contratti diciamo capestro sui derivati in nome e per conto dell’Italia, non fosse perché negli anni sono costati circa 47 miliardi di euro ai contribuenti), preferendogli Romano Prodi. Il motivo del niet di Cossiga dipendeva dal fatto che Draghi fu sorpreso sul Britannia appena prima delle privatizzazioni italiane imposte dall’estero a seguito di Tangentopoli (…). Non aggiungo altro, se non rilevare la successiva, fulgida carriera di Mario Draghi a livello globale.
Forse, non casualmente, oggi Draghi è uno dei più acerrimi rivali (dovrei forse dire nemici) di Paolo Savona.

Quando Guido Carli firmò il trattato di Maastricht si dice – quanto meno ci sono soggetti molto ben informati che sottintendono di non avere dubbi (…) – che siano stati inseriti protocolli riservati concordati con l’EUropa (leggasi Francia e Germania) all’atto della firma italiana del trattato, visto che l’Italia accettava la conversione di un enorme debito contratto in valuta debole, la lira, trasformandolo in valuta forte, l’euro. Secondo alcuni autori, tali protocolli segreti, si suppone, avrebbero dunque a determinate condizioni regolamentato e soprattutto permesso l’uscita dalla moneta unica (cfr. Rinaldi, Agosto 2013 e 2015).

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Tali protocolli, più volte emersi in forma ufficiosa, come ipotesi, sulla stampa, ma mai confermati (né smentiti, come da prassi per i protocolli riservati) fanno regolarmente capolino. In breve, si ritiene che, se applicati oltre che confermati/esistenti, mai sarebbe dovuto succedere quanto accaduto nel 2011 e poi ancora oggi, ovvero, l’Italia non sarebbe dovuta, MAI! essere ricattata dall’EU in forza del debito eccessivo ereditato in lire. Pena l’uscita dalla moneta unica.

Chiaramente questa versione andrà verificata col tempo e, soprattutto, con gli eventi là da venire (…).

La cosa buffa è che, sembrerebbe, tali accordi riservati – se esistenti, … – siano stati “dimenticati” da Banca d’Italia e Ministero del Tesoro per tanti anni, visto che delle persone di allora – era il 1992 – solo Savona resta in vita per poterselo ricordare di persona, essendo stato uno che ai tempi sedeva nella stanza dei bottoni (essendo braccio destro del potentissimo Guido Carli).
Ecco, forse, spiegato perché Savona al Ministero del Tesoro, oggi, non lo vuole nessuno, in quanto, prendendo la direzione del dicastero, potrebbe invocare la riproduzione degli accordi riservati che, se esistenti (…), dimostrerebbero che ci sono soggetti informati, magari anche i governatori della Banca d’Italia, gli unici a poterli richiamare in forma ufficiale assieme al presidente della Repubblica.
Non sono nelle condizioni di aggiungere altro., se non ricordare il contenuto della Costituzione, all. Art. 1 (quello che Gianni Riotta non conosce per intenderci).

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Questa versione, ripresa da eminenti commentatori nel recente passato e mai smentita, spiegherebbe la volontà di non permettere solo ed esclusivamente ad un singolo soggetto – Paolo Savona – di prendere in mano il Tesoro italiano, che per altro ha anche la titolarità dell’oro nazionale messo a riserva (negli USA).

Se e solo se (…) Savona potesse richiedere la riproduzione di tali accordi cosa succederebbe? Da una parte chi li avesse nascosti rischierebbe anche l’alto tradimento, se non altro per i danni fatti al Paese. Dall’altra l’EU verrebbe messa sul banco degli imputati come strumento neocoloniale. Per non parlare della richiesta di danni da parte italiana, ca va sans dire che l’austerità terminerebbe nottetempo e probabilmente anche la moneta unica avrebbe i giorni contati.

Un cataclisma.

Per tale ragione la salute di Paolo Savona è un asset di interesse nazionale, da preservare.

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da scenarieconomici.it

1828.- SERBIA: Perché Belgrado dovrebbe riconoscere il Kosovo

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Da BELGRADO – “La Serbia deve risolvere il problema del Kosovo oppure ci aspetta il fallimento”, con queste parole il presidente serbo Aleksandar Vucic riassume la sfida più grande che Belgrado dovrà affrontare nel prossimo anno. Un aut aut che riguarda la più annosa questione nazionale serba, nonché la più importante disputa territoriale ancora aperta nei Balcani.

Il riconoscimento legale dell’indipendenza della sua ex provincia potrebbe dare il via a un più rapido processo di integrazione della Serbia nell’Unione Europea, o almeno è così che da mesi viene presentata sui media serbi la questione politica che tiene impegnati i vertici della politica serba.

Il presidente Vucic sa che si tratta di una decisione che non si può più rimandare ma che determinerà anche il suo futuro politico. Le conseguenze potrebbero costargli molto care ed è per questo che si sta giocando tutto il suo repertorio di martire melodrammatico che si sacrifica per il bene della nazione.

Verso un referendum?

Mentre il presidente è consapevole che una completa integrazione nell’UE non può avvenire se non con una chiara definizione dei confini nazionali, l’elettorato potrebbe non perdonargli il “tradimento della patria” con il riconoscimento dell’indipendenza della terra che da sempre tiene vivo il mito nazionale serbo.

Infatti, secondo un recente sondaggio condotto dall’Istituto per gli Affari Europei di Belgrado, l’81% degli intervistati ha dichiarato di non essere favorevole ad un riconoscimento del Kosovo anche se questo comportasse un’accelerazione del processo di adessione all’UE della Serbia.

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“La caratteristica principale dei rapporti tra Belgrado e Pristina è l’inesistenza di leader in entrambe le società che siano pronti a risolvere in via definitiva il rapporto tra serbi e albanesi, in quanto questo nuocerebbe alle loro politiche nazionaliste sulla base delle quali sono giunti al potere e sulla base delle quali qui vi rimangono”, ha dichiarato per East Journal Naim Leo Besiri, direttore dell’Istituto per gli Affari Europei, commentando i dati raccolti. E aggiunge: “Quando il Kosovo smetterà di essere un problema, verranno a galla tutti quei problemi della vita reale, come gli stipendi medi, le pensioni, la sanità e l’istruzione, per i quali i nazionalisti non hanno fin’ora offerto nulla”.

E l’elettorato schierato su posizioni apertamente nazionaliste potrebbe infatti complicare la questione qualora la decisione venisse presa attraverso referendum.

Per quanto ventilato da più parti, non è certo se si arriverà a un quesito referendario sul Kosovo, né quale potrebbe essere la domanda a cui sarebbero chiamati a rispondere i cittadini serbi. Quel che è probabile è che il presidente Vucic presenterebbe l’eventuale referendum come una richiesta di supporto al suo operato politico.

Tra Belgrado e Pristina, le promesse di Bruxelles

Da quando a Bruxelles è iniziato il cosiddetto processo di normalizzazione dei rapporti tra Belgrado e Pristina non sono mancati momenti di alta tensione. A dire il vero, sono sembrati quasi sempre dei “teatrini” orchestrati ad hoc per compattare i rispettivi elettorati, ma soprattutto per prendere tempo, quello che alla Serbia è necessario per compiere il grande passo. Due “teatrini” esemplari sono stati il treno Belgrado-Mitrovica ricoperto dalle scritte “il Kosovo è Serbia” e spedito verso Mitrovica a inizio 2017, e lo spettacolare arresto del capo dell’ufficio per il Kosovo, Marko Djuric. Entrambi gli episodi hanno portato ad una interruzione dei negoziati mediati dall’UE.

Dal canto suo, Pristina dovrebbe finalmente garantire la costituzione dell’Associazione dei Comuni Serbi, sancita cinque anni fa dagli Accordi di Bruxellex e mai realizzata. Si tratta di una forma di garanzia e tutela per i quasi cinquantamila serbi che abitano il nord del Kosovo (ovvero metà dei serbi rimasti in Kosovo) e che, qualora prendesse vita, potrebbe essere rivendicata come una vittoria della diplomazia di Belgrado.

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Aleksandar Vučić (in serbo Александар Вучић, Presidente della Repubblica di Serbia

Per Bruxelles, la completa attivazione degli Accordi rappresenta un punto fondamentale del processo di normalizzazione tra Kosovo e Serbia, entrambi destinati ad entrare nell’UE. Tuttavia, l’Unione Europea si è dimostrata a tratti incoerente sulla questione.
Mentre la strategia per l’allargamento ai Balcani occidentali dello scorso febbraio aveva definito Serbia e Montenegro dei “frontrunner” nella regione, prevedendone un ingresso entro il 2025, al summit di Sofia dello scorso maggio tra membri UE e paesi dei Balcani, la questione dell’integrazione è rimasta ai margini. Il presidente francese Emmanuel Macron si è detto contrario ad un’apertura ad altri paesi, riferendosi all’idea per cui sia prima necessaria una riforma dell’Unione Europea, che mai come negli ultimi due anni sta affrontando diverse crisi, da quella del debito greco a quella del ritorno dei populismi, passando per la crisi dei migranti.
Dunque se pur Vucic si decidesse di riconoscere definitivamente il Kosovo, niente gli garantirebbe al cento per cento una sicura integrazione nel’UE.

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Chissà quindi se la questione nazionale dei Balcani troverà finalmente pace in un’Europa che a sua volta sembra sempre più “balcanizzata” e se a guidare il frontrunner della regione sarà ancora Vucic, definito da più parti come garante di stabilità.
Quello che invece è certo è che la politica serba, al netto delle proprie ragioni storiche e culturali, riconoscendo il Kosovo darebbe una grande dimostrazione di maturità politica, nonché di sacrificio dei propri interessi nazionali – come nessun’altro paese europeo è forse stato in grado di fare – andando oltre quel mantra che per decenni si è espresso con la frase “il Kosovo è Serbia”, senza però mai offrire una prospettiva futura alla questione.

Di Giorgio Fruscione, da Belgrado giorgiofruscione-150x150

1824.- AMBROSE EVANS PRITCHARD SUL GOLPE ANTI-ITALIANO di Maurizio Blondet

mattarella-cottarelli-845x522-400x200iL COLPO DI STATO EUROPEISTA SEGNA UNO SPARTIACQUE.

Le élite italiane favorevoli all’euro si sono spinte troppo in avanti. Il Presidente Sergio Mattarella ha creato lo straordinario precedente che nessun movimento politico, o coalizione di partiti, potrà mai prendere il potere se sfida l’ortodossia dell’Unione Monetaria.

Senza rendersi conto, ha inquadrato gli eventi come se fossero una battaglia tra il popolo italiano e un’eterna “casta” fedele ad interessi stranieri, facendo il gioco dei ribelli Grillini e dei nazionalisti antieuro della Lega. Per giustificare il suo veto all’euroscetticismo ha incautamente invocato lo spettro dei mercati finanziari ma, nell’insieme, le sue azioni hanno reso la situazione infinitamente peggiore.

Lo spread sulle obbligazioni italiane a 10 anni è salito di quasi 30 punti base, fino al massimo di 235 (Lunedì), quando gli investitori si sono resi conto delle terribili implicazioni dello spasmo costituzionale: una crisi che durerà tutta l’estate e che potrà concludersi solo con nuove elezioni, che non risolveranno nulla.
Negli ultimi giorni si è fatto molto per ridurre il calo delle azioni bancarie, ma queste stanno ora cedendo in modo ancora più forte. Banca Generali è scesa del 7,2% e Unicredit del 5%.

Che si tratti o meno di un “ colpo di stato morbido”, il terreno resta comunque assai pericoloso. Il Presidente Mattarella ha apertamente dichiarato di non poter accettare come Ministro delle Finanze Paolo Savona, perché le sue passate critiche alla moneta unica “potrebbero provocare l’uscita dell’Italia dall’euro” e portare ad una crisi finanziaria.
In un certo senso questo veto poteva essere previsto. Anche il Governo Berlusconi fu rovesciato nel 2011 da Bruxelles e dalla Banca Centrale Europea. Qualche “informatore” ha rivelato di aver manipolato gli spread sui bond per poter esercitare la massima pressione. L’UE aveva persino provato a reclutare Washington, che però si rifiutò d’intervenire. “Non possiamo sporcare di sangue le nostre mani”, dichiarò il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Tim Geithner. La novità è che la santità dell’euro dovrebbe amaramente essere formalizzata come imperativo costituzionale italiano!

“Abbiamo un problema di democrazia, perché gli italiani sono sovrani e non possono essere governati dallo spread”, ha detto Matteo Salvini, l’uomo forte della Lega, in forte ascesa. “È una questione molto seria il fatto che Mattarella abbia scelto i mercati e le regole dell’Unione Europea invece degli interessi del popolo italiano”.
“Perché non diciamo semplicemente che in questo paese il voto è inutile, visto che sono le agenzie di rating e le lobby finanziarie a decidere i Governi?”, ha dichiarato Luigi di Maio, leader del Movimento Cinque Stelle.

La Costituzione italiana concede al Presidente Mattarella alcuni poteri, per lo più non sperimentati e comunque posti in una zona grigia. Potrebbe anche sostenere che il blitz fiscale Lega-Grillini violi l’art. 80 della Costituzione e che comunque egli ha il dovere di salvaguardare i trattati dell’UE. Tuttavia, non ha alcun mandato diretto conferito dal popolo. Egli fu scelto come compromesso di basso profilo nell’ambito di un accordo preso dietro le quinte. Non ha l’autorità per bloccare in eterno l’Italia nell’euro.

L’onorevole Di Maio sta ora facendo richiesta d’impeachment, ai sensi dell’articolo 90. “Voglio che il Presidente sia processato, voglio che questa crisi istituzionale venga risolta dal Parlamento per evitare che il malcontento popolare sfugga di mano”, ha dichiarato. I ribelli, in effetti, hanno voti sufficienti per poterlo rimuovere.

Ciò che è degno di nota è che le élite pro-euro hanno agito in modo veramente rozzo, spingendo la situazione verso un’impasse pericolosa. Il Ministro delle Finanze proposto, Paolo Savona, non è un testa calda. E’ stato funzionario della Banca d’Italia, Ministro e Presidente di Confindustria, oltre che Direttore di un hedge-fund londinese.

Aveva fatto dichiarazioni concilianti, lasciando cadere la suggestione che l’euro sia una “gabbia tedesca”. Aveva insistito sul fatto che il suo “Piano B” per uscire dalla moneta unica (2015) non era più operativo e che il suo vero obiettivo era tornare ad un euro più equo, radicato nell’art. 3 del Trattato di Lisbona, che prevede crescita economica, creazione di posti di lavoro e solidarietà. Le sue argomentazioni legali erano impeccabili.

Con un po’ di furbizia, i “poteri forti” e i “mandarini” italiani avrebbero potuto collaborare con il Sig. Savona e trovare un modo per attenuare le posizioni della Lega e dei Grillini. La spinta ad escluderlo del tutto – per cercare di soffocare la ribellione euroscettica, come avevano già fatto con Syriza in Grecia – proveniva da Berlino, Bruxelles e dalla struttura di potere dell’UE. Il tempo dirà se hanno preso una cantonata, cadendo in una trappola.

“In un certo senso sono molto felice perché abbiamo finalmente sgombrato il tavolo dalle str…ate”, ha dichiarato Claudio Borghi, portavoce per l’economia della Lega. “Ora sappiamo che si tratta di una scelta fra democrazia e spread. Devi giurare fedeltà al dio dell’euro per poter avere una vita politica, in Italia. E’ peggio di una religione”.

“Quello che stiamo vedendo costituisce il problema fondamentale dell’eurozona: non si può avere un governo che dispiaccia ai mercati o al ‘club dello spread’, la BCE e l’Eurogruppo li utilizzerebbero per annientare la vostra economia. Siete molto fortunati, nel Regno Unito, perché vivete ancora in un paese libero “, ha continuato.

Il Presidente Mattarella ha scelto Carlo Cottarelli – veterano del FMI e simbolo d’austerità – per formare un governo tecnico. Questo tentativo disperato non ha alcuna possibilità di ottenere un voto di fiducia nel Parlamento italiano. Sopravviverà in un limbo costituzionale. “È incredibile che stiano comunque cercando di farlo. Porterà a rivolte e a proteste politiche di massa. Alla stragrande maggioranza degli italiani non gliene frega niente dello spread”, ha concluso Borghi.

Il calcolo di coloro che circondano il Presidente è che gli italiani da loro umiliati, davanti all’abisso finanziario e politico, possano cambiare idea e rinunciare all’insurrezione. La scommessa è che l’attrito politico possa ridisegnare il paesaggio entro Ottobre, considerato il mese più probabile per un nuovo voto. Questo gioco può anche riuscire, ma è in ogni caso una supposizione pericolosa.

La Lega di Matteo Salvini ha già guadagnato otto punti nei sondaggi, dopo le ultime elezioni. Si è impadronita degli eventi delle ultime 24 ore per capitalizzare l’umore nazionalista, come Gabriele d’Annunzio a Fiume nel 1919. “Non saremo mai servi e schiavi dell’Europa”, ha detto Salvini.

Ha già proclamato che il prossimo voto sarà un plebiscito sulla sovranità italiana e un atto di resistenza nazionale contro “Merkel, Macron e i mercati finanziari”.
Ma c’è un altro pericolo. La fuga di capitali ha una sua logica implacabile. È visibile nel crescente tasso di cambio con il franco svizzero. Esiste il rischio che i flussi in uscita accelerino e spingano gli squilibri interni Target2 della BCE verso il punto di rottura.

I crediti Target2 della Bundesbank tedesca sono già a 923 miliardi di euro. È probabile che arriveranno ad 1 trilione di euro in breve tempo, provocando forti richieste da parte di Berlino perché siano congelati. L’Istituto IFO, in Germania, ha già avvertito che devono esserci dei limiti. Ma qualsiasi mossa per limitare i flussi di liquidità significherebbe che la Germania è vicina a staccare la spina dell’Unione Monetaria e questo scatenerebbe un’inarrestabile reazione a catena.

Il Sig. Mattarella affronterà un’estate estenuante. Rischia di andare a sbattere, fra quattro mesi, con la stessa alleanza Lega-Grillini, ma con una maggioranza ancora più ampia e un fragoroso mandato a favore del loro “governo del cambiamento”.

Potrebbe seguire la strada del Presidente legittimista francese Patrice de MacMahon che, sotto la Terza Repubblica, tentò d’imporre il suo “ordine morale” ad un’ostile Camera dei Deputati, negli anni ‘70 dell’Ottocento, invocando i suoi teorici poteri. Il tentativo fallì. Il Parlamento lo affrontò presentandogli un ultimatum: “sottomettersi o dimettersi”.

Prevalse la democrazia.

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Ambrose Evans-Pritchard