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1876.- A chi serve la Forza militare d’intervento europea

Abbiamo già trattato l’argomento Esercito europeo e le sue implicazioni dal lato ordinativo – organizzativo, anche nei confronti della NATO. Citiamo l’iniziativa dell’Unione europea nell’ambito della Politica di sicurezza e di difesa comune: La Cooperazione strutturata permanente (il suo acronimo è PESCO, dall’inglese Permanent Structured Cooperation) volta all’integrazione strutturale delle forze armate di 25 dei 28 stati membri. Dopo anni di acronimi e sigle NATO, ci mancavano quelle europee. Comunque, la PESCO è simile ad una cooperazione rafforzata, poiché non richiede l’adesione di tutti gli stati membri per poter essere avviata e si basa sull’articolo 42.6 e sul protocollo 10 del TUE, Trattato sull’Unione europea che con il TFEU, compone il Trattato di Lisbona del 2007 ed è stata avviata nel 2017 con un primo gruppo di progetti che saranno lanciati, appunto, quest’anno.
La PESCO è, quindi, attiva e la sua funzione di segretariato viene svolta congiuntamente dal “Servizio europeo per l’azione esterna” e dall’”Agenzia europea per la difesa”.
Ora, l’evoluzione della politica del direttorio franco – tedesco, attratto dal mercato russo, ha influito sul legame transatlantico per quegli stati, che seguendo Germania e Francia, progettano un affrancamento dalla catena di comando e controllo NATO e, qui, c’entra in gioco lo sfilamento annunciato da Trump dai bilanci della NATO.
L’Italia, che di recente ha espresso il suo favore per Mosca, ma a Bruxelles non vi ha dato seguito e che ha approvato nuovamente le sanzioni, vuole vedere chiarite le posizioni dell’Unione nei riguardi della migrazione di massa e dubito che si sottrarrebbe alla NATO per sottomettersi alla politica di Parigi; così, è rimasta fuori da questa “intesa a nove”, pure se l’anno passato ha già aderito a un corpo sanitario militare comune. Recuperando, però, Mussolini, l’Italia è una portaerei nel Mediterraneo, la terza o la prima del Gruppo d’Attacco della Sesta Flotta e può contare, comunque, sull’interesse di Trump: un interesse che misureremo presto nell’incontro di Giuseppe Conte alla Casa Bianca, il 30 luglio.
Sorvolando su queste considerazioni, un esercito rappresenta l’ultima chance della diplomazia e ha senso se si ha una politica estera, cosa che assolutamente manca all’Unione Europea. Singolare la partecipazione della Gran Bretagna a questa intesa, come dire, “fuori dall’Unione, dentro l’Europa”. Per quanto abbiamo sostenuto in più occasioni, nei confronti delle politiche europee finanziarie, sui flussi migratori ed estere in generale, presupposto e condizione necessaria di una vera unione europea è la definizione del rapporto, equivoco per certi versi, tenuto da Parigi fra l’eurozona e la Comunità Finanziaria Africana del franco CFA, che fa della Francia una potenza colonialista, in contraddizione con l’Unione; un rapporto che si aggiunge alle diseguaglianze nelle politiche economiche e finanziarie. Non è casuale che si sia venuto a creare un direttorio franco-tedesco. Ecco che è necessario e importante comprendere sia dove va e dove potrà andare l’Europa di oggi, sia “A chi serve la Forza militare d’intervento europea” e lo leggiamo da LIMES, in questo articolo a cura di Lorenzo Di Muro.

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Nove Stati membri dell’Ue hanno siglato un’intesa per la creazione di una Forza militare di intervento europea volta, tramite l’integrazione tra un gruppo ristretto di eserciti nazionali, a prevenire e fronteggiare crisi internazionali.
Mentre non è ancora chiaro se la natura della Forza sia difensiva o meno, quali crisi debba fronteggiare e possibili teatri di impiego (probabilmente, in prossimità dei confini comunitari), il progetto voluto dal presidente francese Emmanuel Macron – cui hanno aderito sinora Germania, Belgio, Uk, Danimarca, Olanda, Estonia, Spagna e Portogallo – è distinto dai quadri di riferimento Nato e Ue (Pesco) e soprattutto conta la partecipazione di Londra. Il Regno Unito si era sempre opposto a costruzioni in grado di minare la special relationship transatlantica, soppiantando la Nato o il coinvolgimento degli Usa nella sicurezza del Vecchio Continente. Una posizione alterata da Brexit, che impone invece all’esecutivo di Theresa May di spingere per preservare un’influenza in Europa anche dal punto di vista militare.
Altrettanto significativa è l’assenza dell’Italia, il cui precedente governo – stando a Parigi – aveva dato il proprio sostegno al piano presentato da Macron alla Sorbona lo scorso anno. Fonti interne riferiscono di uno scetticismo di Roma sulla complementarità del progetto alla Nato e alla Pesco, ma visti i dossier attualmente in discussione sul tavolo comunitario – su tutti quello migratorio – il messaggio italiano è precipuamente politico.
Per il presidente di Francia, d’altro canto, l’istituzione di tale Forza risponde a diversi calcoli: la creazione di una forza indipendente propriamente europea ma ristretta, con strutture decisionali che garantiscano una maggiore efficienza e reattività rispetto al formato a 25 della Pesco (nel cui ambito ieri il Consiglio Europeo ha adottato un documento sulle linee guida); un contrappeso all’influenza economica tedesca in Europa (che difatti aveva finora privilegiato un approccio inclusivo in materia); la risposta, paradossalmente, alla richiesta di Trump all’Europa di farsi carico della propria difesa; nonché un potenziale stimolo all’industria bellica nazionale.
In tal senso, il ministro della Difesa francese Florence Parly ha vagheggiato la creazione di una “cultura strategica europea”; un’esternazione paradigmatica dell’assenza di soggettività geopolitica dell’Ue, che si riflette – oltre che nel limbo comunitario nei comparti della difesa e della sicurezza – soprattutto nella mancanza di una visione e dunque di una strategia comune nella gestione della politica estera.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha incontrato oggi papa Francesco a Roma, dove presso la basilica di San Giovanni in Laterano nel pomeriggio riceverà il titolo di protocanonico d’onore del capitolo lateranense.
Il vertice con il pontefice dopo l’incontro con una delegazione della Comunità di Sant’Egidio – mentre non è previsto alcun meeting con le autorità italiane – ha una evidente dimensione politica. Nel corso del bilaterale, i duei capi di Stato hanno discusso di temi quali migranti, clima, futuro della cristianità e responsabilità dell’Europa, la quale affronterà fra tre giorni l’ennesimo Consiglio Europeo che rischia di far saltare la costruzione comunitaria.
Per Macron – che si dice agnostico in ossequio alla laicité dello Stato ma fa sfoggio della sua istruzione gesuita e si è reso protagonista di un riavvicinamento con la Santa Sede e l’episcopato locale dopo gli anni difficili sotto la presidenza di Hollande – il sostegno (anche retorico) del papa può difatti costituire un perno non secondario nel suo attivismo in politica estera.
In primis – malgrado la necessità di destreggiarsi tra un approccio alla questione migratoria che cozza con i toni usati per raffigurare la posizione in materia del nuovo esecutivo italiano – ottenendo la sponda papale prima del vertice di Bruxelles. E magari, come sul fronte militare, consolidando la posizione di Parigi alla guida (anche sul piano morale) di un’Europa en marche.
USA E COREA DEL NORD
Gli Usa non impongono scadenze temporali nel negoziato con P’yongyang, ma continueranno a valutare le mosse del paese eremita verso la denuclearizzazione per il ristabilimento di piene relazioni.
Lo ha dichiarato il segretario di Stato Mike Pompeo dopo che ieri era circolata la voce che gli Usa fossero in procinto di presentare a Kim Jong-un una lista di specifiche richieste con relative scadenze, al fine di vagliare l’aderenza di P’yongyang al documento siglato durante il vertice di Singapore. Frattanto, il segretario alla Difesa Jim Mattis è arrivato in Cina, dove il dossier coreano sarà uno dei temi di discussione con Pechino.
La notizia conferma come Washington debba accontentarsi di contropartite limitate da parte di P’yongyang, come la cancellazione della manifestazione “anti-imperialista” annuale. Probabilmente, gli Stati Uniti hanno già raggiunto il massimo risultato ottenibile in questa fase, ossia provare a convincere il mondo dell’imminenza della (assai improbabile) rinuncia di Kim alla Bomba.
ALLARGAMENTO UE E NATO
L’Europa è divisa anche sull’allargamento dei confini comunitari, mentre si discute dell’apertura di negoziati per l’ingresso nell’Ue di Albania e Macedonia.
Da una parte Francia, Olanda e Danimarca sono i paesi più scettici, considerati gli scarsi avanzamenti di Tirana e Skopje in settori come la lotta alla corruzione e alla criminalità.
Dall’altra, l’allargamento ai Balcani occidentali è sostenuto dall’Ungheria e più recentemente dalla Germania, cui potrebbe far comodo anche la creazione di hotspot (centri di accoglienza) per migranti – progetto di cui si sta valutando la fattibilità – in paesi come l’Albania. Dell’apertura delle trattative è fautrice anche la Nato, di cui Tirana è già membro e che vedrebbe l’ingresso macedone nell’Ue come prodromico a quello nell’Alleanza Atlantica.

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1875.- Un nuovo governo ha “vinto” a Bruxelles. Non è quello italiano.

Nella sostanza, l’influenza negativa di Sergio Mattarella, attraverso il (suo) ministro degli esteri, era scontata e le conclusioni del Consiglio europeo erano prevedibili. Basteranno a salvare Angela Merkel?

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Al primo Consiglio europeo utile, l’approccio di un nuovo governo ha immediatamente prodotto dei risultati.
Il nuovo governo è quello del socialista Pedro Sánchez: la Spagna è espressamente indicata [pag.3] tra gli Stati membri dell’Ue che riceveranno un sostegno “finanziario e non solo” per contenere l’immigrazione dal Mediterraneo Occidentale (cioè in particolare dal Marocco, a sua volta destinatario di fondi europei). La sostanziale continuità nell’ortodossia europeista, più della pur apprezzata retorica comunitaria, permette a Madrid di capitalizzare presso il resto dell’Ue la propria cruciale posizione geografica.
Al premier italiano Giuseppe Conte, anch’egli al suo primo Consiglio, Bruxelles garantisce la solidarietà e poco più. Il regolamento di Dublino non viene messo in discussione, i movimenti secondari di migranti (dal paese di entrata – che spesso è l’Italia – al resto d’Europa) vengono condannati, i centri di controllo saranno su base volontaria. Roma è sostanzialmente isolata e con un margine di manovra ridotto, anche a causa del suo alto debito pubblico – tema su cui Bruxelles vigila e che non tende a dimenticare quando si occupa di migranti.
Scopriremo domenica, alla fine della riunione in programma tra la CDU di Angela Merkel e la CSU del suo presunto alleato e ministro dell’Interno Seehofer, se è stato raggiunto l’obiettivo principale di questo Consiglio europeo: garantire la permanenza della cancelliera alla guida della Germania.
a cura di Niccolò Locatelli

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1461.- Che valore ha un referendum né legale né rappresentativo? La Catalogna può diventare davvero un paese dell’Ue?

La legge fondamentale spagnola disegna un modello di stato decentrato, in cui le regioni sono convertite in comunità autonome, con un proprio governo, un parlamento, tribunali regionali e uno statuto che ne garantisce le competenze.

L’articolo 2 della Costituzione riconosce infatti, oltre al principio di “indissolubile unità della Nazione spagnola”, anche il “diritto alla autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono”. 

Grazie a questo, Madrid riconobbe prima l’autonomia delle nazionalità storiche come la Catalogna, i Paesi Baschi, la Galizia e l’Andalusia e poi, in diverse fasi successive, permise a tutte le altre regioni di costituirsi come comunità autonome.

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L’opinione di Carlo Brenner sul referendum in Catalogna, privo dei requisiti minimi di legalità e rappresentatività, e pertanto discutibile nel suo esito

Il referendum catalano è illegale. Il Tribunale costituzionale lo ha comunicato al governo della regione che, pertanto, non aveva competenza per organizzarlo.

In Catalogna il governo presieduto da Carles Puigdemont si è molto lamentato delle brutalitàcompiute dallo stato spagnolo (foto), ma in realtà quest’ultimo è stato fin troppo blando: non ha applicato, ancora, l’articolo 155 della Costituzione, che gli permetterebbe di prendere immediatamente il controllo della regione, e nemmeno la legge di sicurezza nazionale, che gli consentirebbe di avocare a sé tutte le forze di polizia.

Considerata l’illegalità del referendum, bisogna anche ripesare la rappresentatività del suo risultato. Pare evidente che, il giorno del voto, la popolazione della Catalogna fosse divisa in due: chi era pro-referendum e chi era contro. I primi erano anche gli unici convinti della legittimità della consultazione.

Questa considerazione porta a pensare che gli “astenuti” possano in larga parte considerarsi come degli impliciti “no” all’indipendenza: perché una persona convinta dell’illegalità di una consultazione avrebbe dovuto presentarsi alle urne?

In ogni caso, proviamo a prendere il risultato per buono: considerando che l’affluenza alle urne dei 5.360.000 catalani aventi diritto è stata del 42,2 per cento per cento, ciò significa che a votare sono state 2.262.000 persone.

Tra queste il 90 per cento si è espresso per il Sì e il 7,8 per il No. Sottraendo i No e facendo il calcolo sul totale degli aventi diritto, risulta che il 38,9 per cento ha votato per l’indipendenza. E il restante 61,1 per cento? Se consideriamo che anche solo una parte di questi non sia andata a votare per rispetto delle indicazioni di Madrid, il risultato appare già viziato.

Il 1 ottobre molti cittadini catalani si saranno svegliati con questo dubbio: devo dar retta al governo centrale o a quello catalano? Oltre a questo aspetto, che già di per se inficia l’esito, bisogna considerare che la procedura di voto si è svolta, malgrado le migliori intenzioni degli organizzatori, in maniera non regolare.

Gli interventi della Guardia Civil hanno costretto alcuni seggi a spostarsi, a far votare la gente per strada, il voto telematico è proseguito oltre la chiusura dei seggi, l’identificazione del votante era fatta attraverso un’applicazione online che, nel pomeriggio, ha smesso di funzionare.

Potenzialmente, quindi, una persona potrebbe aver votato più volte, così come potrebbero aver espresso la loro preferenza anche persone non iscritte alle liste elettorali (ad esempio i turisti).

Tutto questo, ripeto, malgrado l’ottima organizzazione e le buone intenzioni degli organizzatori. In conclusione, il referendum per l’indipendenza della Catalogna non può essere considerato una reale espressione di voto del popolo catalano: non era legale e, comunque, il risultato non è rappresentativo.

Lo si potrebbe considerare una pittoresca e coreografica manifestazione pro indipendenza, questo sì, ma nulla di più. Quello che mi interessa capire è, quindi, cosa abbia portato molti catalani a una presa di posizione così forte.

I partiti e le associazioni pro indipendenza che hanno organizzato il referendum sono stati molto abili. Attraverso un lavoro intenso e ben organizzato durato anni sono riusciti a instillare il sentimento della secessione negli animi di diverse categorie di cittadini: la trasversalità e l’eterogeneità delle persone coinvolte ha colpito tutti gli osservatori.

Ma chi ha permesso che la visione di questi partiti e associazioni potesse prendere piede? Il buonismo e la mediocrità che caratterizzano la maggior parte della politica europea.

Questi sono gli elementi alla base del percorso che ha portato al referendum illegale per l’indipendenza della Catalogna. Non si può non notare che viviamo in un periodo contrassegnato da idee evanescenti, estemporanee e confuse.

Ci manca il coraggio di dedicarci completamente ad un progetto. Per questo siamo vulnerabili di fronte a chi, in questo caso i catalani, appare molto deciso nelle sue pretestuose prese di posizione sulle ragioni storiche della propria indipendenza.

Tutti gli stati moderni sono invenzioni arbitrarie. Comprese la Spagna e la Catalogna. La Spagna moderna è nata dal matrimonio tra Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia nel 1469 e la sua attuale monarchia, quella dei Borbone di Spagna, inizia con la guerra di successione spagnola all’inizio del 1700.

Si chiama “di successione” perché era una guerra per la successione al trono dopo la morte di Carlo II di Asburgo, che non avendo eredi aveva nominato suo successore Filippo V, un nipote di Luigi XIV di Francia.

Alla fine del ‘600 l’egemonia sull’Europa era contesa tra Inghilterra e Francia. Se la Spagnafosse finita sotto l’orbita di influenza francese, questo avrebbe alterato gli equilibri di potere sul continente: per questo ci fu una guerra che vide coinvolti gran parte dei regni europei.

In Catalogna, ancora oggi, l’11 settembre si festeggia la Diada, il giorno in cui, nel 1714, Filippo V ha conquistato la regione. I catalani però festeggiano l’eroismo della loro resistenza contro l’oppressore e non l’unione al resto del paese.

La festa è stata istituita a fine ‘800, arbitrariamente, come pretesto per richiedere l’indipendenza. Questo piccolo excursus sulle origini della Spagna mi serve per far notare che anche questo paese, come gli altri, è nato da lotte di potere delle famiglie regnanti e non da moti popolari, passioni, tradizioni, verità ancestrali.

Non esiste la “vera” origine di un popolo, il caso crea le opportunità e spesso le passioni vengono instillate a tavolino nel cuore delle persone.

Esattamente come è successo con i partiti e le associazioni che hanno organizzato il referendum. Nel momento in cui realizziamo che tutto è arbitrario ci rendiamo anche conto che l’unica cosa importante è prendere una posizione.

Oggi, adesso, per il futuro. A me non interessano le fantasmagoriche ragioni degli indipendentisti. La Catalogna mi preoccupa solo perché, se dovesse avere successo, accenderebbe una miccia che potrebbe facilmente propagarsi altrove.

In Italia dovremmo fare i conti con la lega Nord, che non manca di ricordarci che i padani hanno origini celtiche.

Oggi esiste un solo obiettivo per il vecchio continente: l’Europa. Non abbiamo bisogno di trovare una ragione storica, di ritrovare qualcuno che nel passato abbia detto per la prima volta “Europa”, o “una battaglia per l’Europa”. Non è questo che ci interessa.

L’Europa è un progetto per il futuro, è basato su un’idea comune di progresso, diritti, organizzazione statale, è il modo in cui la nostra parte del mondo può tornare a contare, ad avere un ruolo geopolitico, a non farsi schiacciare da est e da ovest.

È una decisione che prendiamo oggi per i giorni a venire. Ma qualunque decisione si prenda è sempre importante ricordare, per nostra chiarezza mentale, che è una decisione arbitraria, che non esiste una “verità”, e che quindi è inutile cercarla.

Esistono solo obiettivi per il futuro e la frammentazione non fa parti di questi. Tutti i vari indipendentismi muovono nella direzione opposta, allontanandoci quindi dai traguardi di lungo termine, quelli che dobbiamo perseguire con dedizione e costanza.

  • Da Madrid secondo ultimatum a Puigdemont: entro oggi doveva chiarire se ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna. 

La Catalogna può diventare davvero un paese dell’Ue?

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Rispetto della costituzione ed esercizio della democrazia non sono sempre sinonimi: in Catalogna, ieri, catalani hanno giocato l’espressione della democrazia per eccellenza, il voto, contro il dettato della costituzione; mentre gli spagnoli si sono trincerati dietro la lettera della costituzione negando lo spirito della democrazia. C’era probabilmente, anzi c’era sicuramente modo di non esasperare fino a questo punto le tensioni tra Madrid e Barcellona. Ma, dall’una e dall’altra parte, c’è stata incapacità, o indisponibilità, alla mediazione; e gli scambi di accuse e gli scarichi di responsabilità dopo l’attentato sulla Rambla di metà agosto hanno ulteriormente inasprito la situazione.

Così, il referendum c’è stato. Ma è stato un simulacro di consultazione: la libertà e il diritto di voto sono stati conculcati; e le condizioni di voto (senza garanzia di segretezza e senza la certezza che una persona non votasse più volte) erano approssimative. I dati ufficiali parlano di oltre due milioni di catalani alle urne, più o meno i due quinti degli aventi diritto, con un 90 per cento di sì all’indipendenza (la stragrande maggioranza dei contrari non sono semplicemente andati ai seggi). Un risultato largo, ma non probante: non un plebiscito di popolo, ma un plebiscito del popolo di parte.

Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha definito la consultazione elettorale una messinscena. Durante la giornata, gli scontri con la polizia hanno causato oltre 800 feriti

Adesso, siamo al punto che i catalani, che non hanno tanta voglia di essere ‘spagnoli’, ma che non hanno nessuna voglia di non essere ‘europei’, devono scegliere tra la Spagna e l’Unione: se ci sarà la dichiarazione d’indipendenza – e resta da vedere -, essa significherà l’uscita dall’Unione, senza avere in tasca il biglietto di ritorno, perché ogni paese ha diritto di veto su una nuova adesione (e, dunque, Madrid potrebbe tenere Barcellona fuori dall’Ue).

Siamo in una situazione speculare rispetto a quella scozzese: il no all’indipendenza nel referendum del 2014 fu anche favorito dal timore di ritrovarsi fuori dall’Unione; mentre un sì all’indipendenza in un referendum prossimo venturo potrebbe essere incoraggiato dalla decisione britannica d’uscire dall’Ue.

Lo si sapeva pure prima, è chiaro ora. Chi, prima e ora, invocava e invoca l’Europa, deprecandone il silenzio, e l’imbarazzo, di fronte a questa vicenda, non ne conosce la struttura e i meccanismi: un’Unione di stati che rispettano l’un altro i propri ordinamenti, cioè le proprie costituzioni. E che quindi paventano, a vicenda, scissioni non concordate nei paesi membri.

E non c’è dubbio che la vicenda catalana incoraggerà autonomismi, secessionismi, indipendentismi, in un continente che nel dopoguerra contava una trentina di stati e che oggi ne ha oltre 40, causa lo sgretolamento di Urss e Jugoslavia e la separazione tra cechi e slovacchi.

I referendum, specie quelli per l’indipendenza, sono strumenti strani, difficili da maneggiare e che suscitano reazioni contraddittorie. Chi, nel segno del diritto dei popoli all’autodeterminazione, provava ieri simpatia per la causa scozzese e oggi per quella catalana, che cosa dirà, o scriverà, se e quando a votare per l’indipendenza pretendessero di essere, ad esempio, i veneti? Chi, oggi, mette la sordina alla costituzione (spagnola) per il rispetto della democrazia (catalana), che cosa dirà, o scriverà, se e quando forze politiche italiane dovessero promuovere, contro la costituzione, referendum sul mantenimento dell’euro, o sulla permanenza nell’Unione?

Non sempre c’è coerenza negli atteggiamenti. Ricordiamoci che cosa accadeva negli anni bui – e molto più drammatici di quanto non lo sia finora stata la vicenda catalana – dello smembramento della Jugoslavia: il diritto all’autodeterminazione dei popoli, regolarmente invocato per la Slovenia e la Croazia e pure per paesi mai esistiti e dalla improbabile composizione etnica come la Bosnia, veniva regolarmente negato quando a invocarlo erano i serbi di Croazia o di Bosnia, che volevano essere serbi. Senza tenere in conto che le frontiere degli stati della Federazione jugoslava era state disegnate in funzione della Federazione, mescolando le etnie.

Fino al caso del Kosovo, la cui autoproclamata indipendenza è così giuridicamente controversa che tuttora, quasi vent’anni dopo, molti paesi di tutto il mondo e diversi paesi dell’Unione europea, fra cui, non a caso, la Spagna, non la riconoscono.

Che cosa accadrà, adesso, nell’Unione europea? Prima di rispondere, bisogna vedere che cosa accadrà in Spagna: se la spaccatura si rivelerà irreparabile o se le circostanze stesse in cui s’è prodotta indurranno tutti i protagonisti a cercare una via d’uscita nel dialogo, rinunciando gli uni e gli altri ai massimalismi.

Personalmente, io non so se la Spagna e la Catalogna non siano più compatibili l’un l’altra; ma sono certo che sono entrambe compatibili con l’Europa e indispensabili all’Europa.

1457.- In Catalogna, Puigdemont sta perdendo consensi, anziché riacquistarli e Rajoy non è l’uomo giusto. Questa crisi ci riguarda tutti.

La crisi catalana è anche spagnola, europea e, per molti aspetti, è figlia della crisi irreversibile degli Stati nazionali. Condividiamo l’approccio degli analisti di Formiche e guardiamo alla Catalogna e anche al nostro futuro. Avremmo voluto vedere una maggiore ricerca del dialogo e meno interessi partitici, ma non è anche questo un sintomo della crisi dello Stato nazione? Intanto, non si è ancora capito se Puigdemont farà un passo indietro (ma ha fatto un passo avanti?), mentre Rajoy, da una parte, minimizza il referendum e lo definisce una farsa per minimizzare i suoi errori e, dall’altra, minaccia di applicare l’articolo 155 (ma lo minaccia e basta?). 

 

Spanish Prime Minister Mariano Rajoy gives a statement after an extraordinary Cabinet meeting

L’articolo 155:

1. Si una Comunidad Autónoma no cumpliere las obligaciones que la Constitución u otras leyes le impongan, o actuare de forma que atente gravemente al interés general de España, el Gobierno, previo requerimiento al Presidente de la Comunidad Autónoma y, en el caso de no ser atendido, con la aprobación por mayoría absoluta del Senado, podrá adoptar las medidas necesarias para obligar a aquella al cumplimiento forzoso de dichas obligaciones o para la protección del mencionado interés general.

  1. Para la ejecución de las medidas previstas en el apartado anterior, el Gobierno podrá dar instrucciones a todas las autoridades de las Comunidades Autónomas”.

Tradotto: 

Art. 155. 1) Qualora una Comunità autonoma non adempia agli obblighi impostile dalla Costituzione o da altre leggi, o agisca in modo da attentare gravemente all’interesse della Spagna, il Governo, previa intimazione al Presidente della Comunità e, nel caso in cui non sia ascoltato, con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà adottare le opportune misure per costringere la Comunità ad adempiere ai suddetti obblighi o per proteggere l’interesse generale in pericolo.
2) Per l’attuazione delle misure di cui al comma precedente, il Governo potrà dare istruzioni a tutte le autorità delle Comunità autonome.

Art. 115. – 1) Il Presidente del Governo, previa deliberazione del Consiglio dei ministri e sotto la sua esclusiva responsabilità, potrà proporre lo scioglimento del Congresso, del Senato o delle Cortes, che verrà decretato dal Re. Il decreto di scioglimento fisserà la data delle elezioni.
2) La proposta di scioglimento non potrà, essere presentata quando sia stata avviata una mozione di censura.
3) Non potrà esservi un nuovo scioglimento prima che sia passato un anno da quello precedente, fatto salvo il disposto dell’art. 99, comma 5.

Art. 116. – 1) Una legge organica regolerà gli ” stati d’allarme “, ” di eccezione ” e “d’assedio”, nonché le competenze e restrizioni corrispondenti.
2) Lo ” stato d’allarme ” sarà dichiarato dal Governo, con decreto deciso dal Consiglio dei ministri, per un termine massimo di quindici giorni, informandone il Congresso dei deputati riunito immediatamente allo scopo; senza l’autorizzazione di quest’ultimo detto termine non potrà essere prorogato. Il decreto stabilirà l’ambito territoriale a cui si estendono gli effetti della dichiarazione.
3) Lo ” stato di eccezione ” sarà dichiarato dal Governo con decreto deciso dal Consiglio dei ministri, previa autorizzazione del Congresso dei deputati. L’autorizzazione e la proclamazione dello ” stato di eccezione ” dovrà indicare espressamente gli effetti di quest’ultimo, l’ambito territoriale a cui si estende e la sua durata, che non potrà superare, è trenta giorni, prorogabili per altri trenta alle stesse condizioni.
4) Lo ” stato d’assedio ” sarà dichiarato dal Congresso dei deputati a maggioranza assoluta, su esclusiva proposta del Governo. Il Congresso ne determinerà l’ambito territoriale, la, durata e le condizioni.
5) Non si potrà procedere allo scioglimento del Congresso mentre sia in atto qualcuno degli ” stati ” contemplati nel presente articolo, restando automaticamente convocate le Camere qualora non siano in sessione. Il loro funzionamento, come quello degli altri Poteri costituzionali dello Stato, non potrà essere interrotto mentre siano in atto i suddetti ” stati “.
Sciolto il Congresso o spirato il suo mandato, qualora si verifichi una situazione che possa dar luogo ad uno qualunque degli stati suddetti, le funzioni del Congresso saranno assunte dalla sua Commissione permanente.
6) La dichiarazione dello ” stato d’allarme ” e ” di eccezione ” o ” di assedio ” non modificherà il principio della responsabilità del Governo e dei suoi rappresentanti, riconosciuto dalla Costituzione e dalle leggi.

Mariano Rajoy è un uomo moderato e un politico modesto. Ha visto logorarsi il suo consenso e resta al governo come pegno della debolezza di un sistema politico indebolito e sotto stress, anche come conseguenza di una crisi durissima, apparentemente superata sul piano economico grazie all’aiuto e al benevolo occhio della Unione europea, ma ancora lacerante dal punto di vista sociale (basti guardare alla disoccupazione ancora superiore al 20%). Adesso, ha deciso di attivare il meccanismo previsto dall’articolo 155 della Costituzione (in fondo il testo dell’articolo), al quale è stato fatto appello solo una volta nel 1989 da parte di Felipe Gonzalez nei confronti delle isole Canarie che non volevano pagare le tasse per l’Europa. La mossa, che richiede la maggioranza assoluta del Senato, non provoca la sospensione dell’autonomia, almeno non subito. Ma intima alla comunità autonoma di esercitare le proprie prerogative in accordo con la Costituzione e le leggi, affidando al governo centrale i poteri affinché ciò avvenga. Si applica in caso di un attentato grave all’interesse generale della Spagna. Una norma simile esiste anche in Italia, Portogallo, Austria e Germania. In Italia, va sotto il titolo dei DIRITTI CONTRO LA PERSONALITà DELLO STATO (Vedi il saggio dell’avv. Antonio Giuffrida al N. 1458). L’articolo 155 non implica automaticamente l’uso delle forze armate. In tal caso, bisogna ricorrere all’articolo 116 comma 4 che regola la proclamazione dello stato d’assedio e richiede l’autorizzazione del congresso dei deputati, cioè la camera bassa.

L’applicazione dell’articolo 155 può avvenire in modo progressivo, sostengono gli esperti. Il primo passo sarebbe prendere il comando dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana. Poi il governo centrale potrebbe sospendere i trasferimenti in denaro e servizi o la nazionalizzazione delle imprese locali. La dottrina, non il testo della legge, prevede anche la possibilità di imporre delegati con poteri speciali e diritto di veto all’interno della amministraziione, sostituendosi temporalmente ai titolati. Tutto ciò prescinde, in ogni caso, dalle possibili reazioni delle autorità locali e della popolazione. E per questo non ci sarà molto da attendere.

Che cosa dirà adesso l’Unione europea? La Commissione ha taciuto, poi ha difeso a parole il legittimo governo di Madrid. A tutela dello Stato nazione perché la Ue è una unione di Stati sovrani, ha annunciato di non riconoscere la futura Catalogna indipendente per poi corregge in parte il tiro sostenendo che non riconosce una dichiarazione unilaterale di indipendenza all’interno dei suoi confini. A parlare sono i singoli governi e lo fanno in ordine sparso. Angela Merkel invita al dialogo. Emmanuel Macron sta con Madrid. Tutti gli altri si adeguano. Nessuno ha una chiara visione del prossimo futuro.

Formiche ha seguito lo schema dei tre errori convergenti (Puidgemont, Rajoy e Bruxelles) e sembra che gli eventi successivi lo abbiano confermato. Ma più tempo passa più la crisi mette in discussione alcune questioni di fondo che continueranno a lacerare la Spagna e l’intera Europa anche se si raggiungerà, come le persone di buon senso sperano, un qualche provvisorio accordo. E la questione riguarda la crisi storica e forse irreversibile dello Stato nazionale così come lo abbiamo conosciuto.

Il sovranismo di ritorno in contrasto con la globalizzazione e con l’affermarsi di mega-Stati a vocazione imperiale (gli Stati Uniti, la Cina, la Russia) è degenerato in microsovranismo, sempre più piccolo: dove si fermerà, al villaggio, alla tribù, alla famiglia, o forse all’individuo quando la propria libertà entra in conflitto con la libertà degli altri ed è lo stato di natura di Hobbes, l’homo homini lupus.

Grazie al populismo destrorso (ma ha fatto strada anche in quello sinistrorso) si è diffusa l’idea che la democrazia sia nata e sia possibile solo dentro lo stato (grande o piccolo che sia) nazionale. In realtà, la democrazia moderna, quella che si basa sull’autogoverno attraverso le leggi e le istituzioni, è nata nei comuni italiani e in quello olandesi, nelle repubbliche marinare così come nelle città libere tedesche. Esattamente là dove è nata la borghesia.

Il fiorire politico, economico e sociale dei borghi e della borghesia, è avvenuto all’interno di un grande contemitore, il Sacro Romano Impero, tutt’altro che rigido e autocratico (lo stesso imperatore venica scelto dai grandi elettori). Lo stato nazionale è una creazione dell’assolutismo monarchico in Francia, in Inghilterra, in Spagna. Nell’Europa centro-orientale assume le vesti di una reazione all’imperialismo sovietico tutt’altro che flessibile e benevolente perché basato sulla dittatura comunista, riscoprendo identità improbabili se non proprio artificiose.

Lo Stato nazionale oggi attaccato dall’alto e dal basso difficilmente potrà resistere se chi lo dirige insiste nella sua difesa rigida come fa il governo spagnolo. Lo stesso Macron che pure vuol proporsi come leader di un salto in avanti verso una “Europa sovrana”, resta vittima del riflesso condizionato post-gollista se non proprio da erede di Colbert e del Re Sole.

Comunque vada a finire, la crisi catalana segna uno spartiacque. Classi dirigenti ottuse possono trasformarlo in un’alluvione, classi dirigenti illuminate possono cogliere l’occasione per guidare un processo lungo e accidentato, davvero epocale.

 

Federico Guiglia ci spiega il vicolo cieco degli indipendentisti.

“Cercasi buonsenso per la grave crisi catalana. Chiunque possa offrirlo, anche in Europa, è benvenuto. Perché quando il gioco si fa duro -e tra Barcellona e Madrid è ormai durissimo-, non si può più giocare neanche con le parole.

È quello che, invece, è successo con la tanto attesa dichiarazione che Puigdemont (in foto), il presidente della Catalogna, ha fatto nel Parlamento della sua regione: non ha sortito l’effetto dell’incantesimo che molti auspicavano. “Dichiarazione inammissibile”, l’ha subito bollata e bocciata il governo della capitale.

Parlando in un’aula spaccata a metà tra secessionisti e unionisti, e in mondovisione (a conferma dell’attenzione universale su una questione solo all’apparenza locale), Puigdemont ha proclamato l’indipendenza. Ma, un minuto dopo, ne ha sospeso l’efficacia “per negoziare”, ha spiegato. Barcellona se ne va, anzi, ancora no.

E’ una mossa, più che di un Machiavelli in salsa catalana, da prestigiatore della politica in difficoltà. Intanto, con quella parte del suo stesso elettorato che, dopo il controverso referendum del 1° ottobre, preme per l’addio ora e subito dalla Spagna. E poi con la maggioranza silenziosa dei catalani contrari alla disgregazione, come lo è, ovviamente, gran parte degli spagnoli nel resto del Paese. Come lo sono tutte le istituzioni politiche ed economiche in Europa, cioè proprio i potenziali interlocutori di una Catalogna-Stato.

“E’ un’implicita dichiarazione di secessione, non cederemo al ricatto”, la risposta di Madrid a Puigdemont. Che pure aveva condito il suo strappo proclamato, ma sospeso con disponibilità al confronto. “Non siamo golpisti”, ha detto, alludendo al premio Nobel, Vargas Llosa, che ha paragonato la secessione perseguita a un colpo di Stato senza armi.

Dunque, il dialogo da tutti invocato, è ancora un dialogo tra sordi. Puigdemont non può rimangiarsi le promesse separatiste in cui crede, e fa una mezza marcia indietro per accontentare i suoi e per negoziare con gli altri. La Spagna non può cedere sul principio: finché c’è di mezzo la parola costituzionalmente impronunciabile, ossia indipendenza, nessuna trattativa è possibile.

Ma la Catalogna deve uscire dal vicolo cieco e Madrid deve darle una mano per farlo nel quadro della legge. Sembra tutto elementare, eppure tutto è così difficile.”

La Catalogna e tutta la Spagna stanno vivendo uno psicodramma. Stefano Cingolani, su Formiche, mette il dito sulla incapacità di dialogare dei due cosiddetti leader. Evidente che non sanno uscire dai rispettivi vicoli ciechi, dell’autoritarismo costituzionale, l’uno e del populismo demagogico l’altro: 

“Nonostante da qualche giorno si parli insistentemente della necessità di iniziare un dialogo politico per superare la crisi, in Catalogna la situazione continua a essere molto incerta e lontana dall’essere risolta. Ieri il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha annunciato di essere pronto ad applicare l’articolo 155 della Costituzione – quello pensato per obbligare il governo di una comunità autonoma spagnola a rispettare la legge e la Costituzione. Puigdemont ha scritto su Twitter: «Chiedi il dialogo e ti rispondono mettendo sul tavolo il 155. Capito.»

Dopo un Consiglio dei ministri del governo spagnolo convocato ieri mattina, Mariano Rajoy, primo ministro spagnolo e leader del Partito Popolare (PP), ha fatto un discorso che in un certo senso ha messo Puigdemont con le spalle al muro: ha chiesto formalmente a Puigdemont di chiarire se quella pronunciata due giorni fa al Parlamento catalano fosse una vera dichiarazione d’indipendenza della Catalogna oppure no. La domanda di Rajoy è stata ritenuta legittima da molti. Puigdemont, infatti, aveva sospeso gli effetti di una dichiarazione d’indipendenza mai veramente proclamata, rimanendo in una zona grigia per lui vantaggiosa perché più difficilmente perseguibile dalla legge spagnola (la questione è piuttosto complicata ed è spiegata meglio qui).

 

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La richiesta formale di Mariano Rajoy a Puigdemont di tornare a rispettare i suoi obblighi costituzionali e legali»

Nella sua richiesta di quattro giorni fa, Rajoy ha dato tempo a Puigdemont di chiarire questo punto fino alle 10 di lunedì 16 ottobre. Se il governo catalano risponderà che il discorso di Puigdemont di martedì è stato effettivamente una dichiarazione di indipendenza, avrà tempo fino alle 10 di giovedì 19 per ritrattare la dichiarazione. Se non succederà, il governo spagnolo chiederà al Senato l’attivazione dell’articolo 155 della Costituzione, una misura che finora non era stata ancora presa perché considerata troppo dura e perché non aveva un appoggio politico ampio. Nessuno comunque ha ancora chiaro cosa il governo potrà fare tramite l’articolo 155, che ha una formulazione piuttosto vaga e che finora non è mai stato attivato. L’articolo 155 parla infatti dell’adozione «di misure necessarie per obbligare [la comunità autonoma] all’adempimento forzato» dei suoi obblighi derivanti dal rispetto della legge e della Costituzione della Spagna: come si riuscirà a obbligare il governo catalano a rispettare i suoi obblighi, ancora non si sa.

Se invece Puigdemont dovesse dire che la sua non era una vera dichiarazione di indipendenza, sarebbe una vittoria politica di Rajoy: di fatto il referendum – che per lui non è mai avvenuto, in quanto illegale – non avrebbe avuto conseguenze per ammissione dello stesso Puigdemont.

Art. 155. – 1) Qualora una Comunità autonoma non adempia agli obblighi impostile dalla Costituzione o da altre leggi, o agisca in modo da attentare gravemente all’interesse della Spagna, il Governo, previa intimazione al Presidente della Comunità e, nel caso in cui non sia ascoltato, con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà adottare le opportune misure per costringere la Comunità ad adempiere ai suddetti obblighi o per proteggere l’interesse generale in pericolo.
2) Per l’attuazione delle misure di cui al comma precedente, il Governo potrà dare istruzioni a tutte le autorità delle Comunità autonome.

L’articolo 155 della Costituzione conferisce ampi poteri al governo centrale, compreso quello di esautorare o destituire il presidente Carles Puigdemont e i suoi ministri. Il governo spagnolo, recita il testo dell’articolo, “potrà adottare le misure necessarie per costringere al rispetto forzoso dei propri obblighi” una regione se “non compie gli obblighi imposti dalla Costituzione e le leggi o agisce in modo che danneggia gravemente gli interessi generali della Spagna”. Può così “dare istruzioni a tutte le autorità” della regione in causa. Rajoy potrà procedere a una sorta di commissariamento della Catalogna ‘à la carte’, a seconda delle necessità. Può destituire e sostituire il presidente Puigdemont, i suoi ministri, prendere il controllo di fette dell’amministrazione catalana, imporre un suo uomo al posto del ‘president’, forse il prefetto Enric Millò, convocare elezioni regionali anticipate. Una misura, quest’ultima, invocata in particolare dal leader di Ciudadanos Albert Rivera, il cui partito guida l’opposizione catalana e spera di arrivare primo in nuove elezioni. Per caricare il cannone del 155, prima Rajoy deve inviare una sorta di diffida formale a Puigdemont, ordinandogli di fare marcia indietro. Se la risposta sarà negativa, dovrà ottenere il via libera del Senato, il cui ‘sì’ è scontato dato che il Pp ha la maggioranza assoluta. Se invece decidesse di usare l’articolo 116 della Costituzione per imporre in Catalogna lo stato di emergenza – un’ipotesi che per ora sembra scartata – dovrebbe chiedere luce verde al Congresso, dove il suo governo è minoritario, anche se il Psoe oggi gli ha confermato il suo appoggio. La probabile prima mossa di Rajoy non appena avrà in pugno il 155 dovrebbe essere prendere il controllo dei 17mila uomini della polizia regionale dei Mossos d’Equadra. Così avrebbe campo libero per intervenire sulle altre leve del potere catalano. Una destituzione di Puigdemont e del suo vice Oriol Junqueras, che rimarrebbero senza immunità, potrebbe accelerare un loro possibile arresto. Certo, il rischio di una messa in campo del 155 potrebbe essere una ‘rivolta’ catalana e una fuga in avanti del Govern verso la proclamazione immediata della Repubblica. Con conseguenze che nessuno sottovaluta alla Moncloa.

La richiesta di Rajoy è stata appoggiata non solo dal suo partito, il PP, ma anche dai Socialisti (PSOE) e da Ciudadanos. È stata invece osteggiata da Podemos, il terzo partito per seggi nel Parlamento spagnolo, il cui leader, Pablo Iglesias, si è opposto all’applicazione dell’articolo 155 e ha ribadito che Rajoy dovrebbe avviare dei negoziati seri con Puigdemont per risolvere la crisi. PP e PSOE si sono anche accordati per iniziare una riforma della Costituzione spagnola, una «decisione storica», l’ha definita il PSOE: non è chiaro però a quale tipo di modifiche costituzionali si potrebbe arrivare, e se tra le vie considerate ci sarà quella di permettere un referendum legale sull’indipendenza alla Catalogna, un’ipotesi finora considerata molto improbabile.

1439.- AUTONOMIA, VOGLIAMO IL VENETO COME TRENTO E BOLZANO: LIBERO DI GESTIRE LE PROPRIE RISORSE

 

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Cita “Avvenire” che re Felipe nel suo discorso non ha mai accennato alle violenze della polizia nelle ore concitate del referendum.

Ed ora, il pensiero di Elena Donazzan.

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“In Catalunya non avremmo mai voluto vedere i volti di anziani insanguinati, né la Polizia costretta a intervenire con la forza sulla propria gente. Credo che la responsabilità maggiore vada ricondotta a chi ha portato avanti una azione separatista, illudendosi che sarebbe stata priva di reazione. I centri sociali col pugno chiuso si sono presentati come al solito a fomentare, a provocare, ma la responsabilità sta in capo al Presidente della Catalunya che poteva ben immaginare cosa sarebbe accaduto violando la legge. Una secessione non è mai pacifica. Fa male al cuore, ma la democrazia ha delle regole e i servitori dello Stato devono farle rispettare loro malgrado, in Spagna, come in qualsiasi altro Paese, altrimenti sarebbe caos e anarchia.

Ripeto: la secessione è sempre un momento traumatico ed è impensabile che possa avvenire attraverso un referendum. E bisogna essere realisti, senza gettare fumo negli occhi alle persone: in democrazia la secessione è un processo inattuabile.

Noi siamo convinti che l’autonomia e il federalismo a geometria variabile siano la miglior soluzione, perché crediamo fermamente nell’Unità nazionale e nel rispetto delle regole. Il 22 ottobre voteremo ‘Sì’ al referendum per l’autonomia perché vogliamo che il Veneto possa diventare come le Province di Trento e Bolzano: libero di gestire al meglio le proprie risorse per una maggiore crescita e un maggior sviluppo del territorio.”

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1436.- OCCHI PUNTATI SUI REFERENDUM

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“Visto che conta solo il referendum e non se le fila nessuno, ecco com’erano le due bellissime ragazze francesi trucidate a Marsiglia da un immigrato musulmano dai trascorsi italiani. Si chiamavano Laura Paumier (a destra) e Mauranne Harel (a sinistra). Giovanna Bertamino

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L’argomento dell’informazione sensazionalistica non sono le due giovinette, sgozzata una e accoltellata l’altra, a Marsiglia, né sono le vittime dell’altra bestia islamica, in Canada.   Ci stanno abituando a vivere nel terrore e noi lo sfuggiamo senza combatterlo. Lo nascondiamo come fanno loro, calando il silenzio. So bene quale popolo, fin dall’antichità, ha fatto del terrore, seminato nei popoli da conquistare, la sua arma migliore. Aggiungo che la sua arma nuova è, non solo, additare il proprio nemico come il responsabile delle sue efferatezze, ma fare sì che sia quello stesso, soprattutto l’Islam, a compierle, convinto di combatterlo. Per dirla come l’amico Magdi Allam, “Siamo in guerra”. Contro di loro siamo armati soltanto della nostra civiltà, tal quali i cristiani davanti alle belve nel Teatro Marcello di Roma imperiale e mai similitudine fu più vera. Oggi voglio rispettare quel silenzio e parlo di referendum. Leggetemi e commentate.

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Il presidente catalano Carles Puigdemont

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Tutti gli occhi sono puntati sulla Catalogna, sul referendum voluto da una parte politica corrotta al potere, e parlo di Convergència Democrática de Cataluña, che ha cavalcato la causa degli indipendentisti radicali, alimentando una frattura antica, ormai insanabile, al solo scopo di recuperare il consenso perduto. Il suo presidente Carles Puigdemont, profittando dell’onda centralista, ostile ai catalani e non volendo rinunciare per i suoi scopi al referendum, ha rifiutato l’offerta di “dialogo nella legge” dei partiti maggiori: il Partito popolare (Pp) e il il Partito socialista operaio spagnolo (Psoe)

Da Madrid, il primo ministro conservatore Mariano Rajoy si è mostrato incapace di mediare una soluzione politica, di riavvicinare, cioè, i catalani allo Stato e ai grandi partiti spagnoli. Sottovalutando, invece, l’opinione dei catalani, si è trincerato sulla illegalità del referendum dichiarata nel 2010 dal il Tribunale Costituzionale (Tc ), perché contrario alla Costituzione, e ha alimentato la corrente indipendentista, prima, minoritaria. Sì, perché la Catalogna già gode di molta autonomia. Ad aggravare la situazione, fino a porre in secondo piano i risultati del voto, ci si è messa la violenza brutale della Guardia Civil, esagerata e in tenuta antisommossa contro gente disobbediente, ma pacifica. Qualcuno ha pensato anche alla polizia europea antisommossa Eurogendfor, di cui abbiamo visto lo scorso anno pattuglie di spagnoli in Italia, ma non ne abbiamo visto i distintivi. Ecco, comunque, altri motivi di preoccupazione perché il nostro Libro Bianco della Difesa prevede, addirittura, l’impiego delle Forze Armate nell’ordine pubblico. Dispiace che due o tre avventurieri della politica abbiano fomentato questo conflitto fra il primo ministro, inadeguato e il popolo catalano esacerbato. Non resta, a mio sommesso avviso, che augurarsi nuove elezioni, per la Spagna e per l’Europa.

Ma, premesso che un referendum per l’autonomia è una cosa e per l’indipendenza, invece, è tutt’altra cosa, andiamo a parlare dell’Italia e del referendum sull’autonomia di Lombardia e Veneto. Qui la situazione è completamente diversa ed il referendum è coerente con la riforma costituzionale del 2001. Si tratta, per essere precisi, di chiedere di poter realizzare  un regionalismo differenziato.

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Dice il terzo comma dell’articolo 116 che alle Regioni a statuto ordinario è riconosciuta la possibilità di accedere a condizioni differenziate di autonomia. Quindi il quesito referendario è stato dichiarato legittimo dalla Corte Costituzionale. Altri quesiti di natura fiscale, erano e sono stati, invece, dichiarati illegittimi, ma è evidente che ad un aumento delle competenze dovrà corrispondere un adeguato aumento dei fondi. Si spera, così, di ridurre la differenza tra quanto le Regioni versano in tasse a Roma e quanto ricevono in servizi: il cosiddetto residuo fiscale. Restano escluse, oltre alla materia tributaria, le materie dell’immigrazione e della sicurezza, che, invece, sono vivamente sentite dalla popolazione lombardo-veneta, non solo leghista. Aggiungiamo che, solo in Veneto, per effetto del suo stesso statuto, è previsto il quorum (50 per cento più uno degli aventi diritto) e che, solo in Lombardia, si sperimenterà il voto elettronico.

Si prevede una forte affermazione dei Sì, ma la parola deve passare, poi, al Governo, intraprendendo le iniziative istituzionali necessarie per  ottenere la gestione di quante più materie possibili fra le ventisei competenze che la Costituzione indica come trasferibili o “concorrenti”. Esemplificando: giudici di pace, sicurezza sul lavoro, tutela dell’ambiente e beni culturali.

Diciamo che Lombardia e Veneto non potranno diventare Regioni a Statuto Speciale e, tuttavia, l’autonomia consentirebbe al Veneto di proporre alle Regioni confinanti Friuli-Venezia Giulia e Trentino- Alto Adige e da un piano di parità, quella macroregione Veneta che darebbe, indubbiamente, un forte impulso all’economia di tutta l’Europa.

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Cosa dire sul referendum in generale?

Di regola, nei referendum, prevale il voto emozionale e la ragione ha sempre la peggio. Nella maggior parte dei referendum, i cittadini consapevoli vedono prevalere la gente poco informata che, spesso, si lascia abbindolare facilmente da progetti grossolani. E’ la rinuncia alla ragione, ad ascoltare gli esperti, i dotti padroni della materia, che porta per risultato alla svalorizzazione della democrazia diretta o plebiscitaria; democrazia diretta diversa da quella del Movimento 5 Stelle, che oppone il voto on-line, senza quorum e senza garanzie al voto regolare che, invece, legittima il fare, come il disfare. Da sempre, il referendum è uno strumento di democrazia diretta che cavalca la pubblica opinione su una specifica questione per ottenere o per recuperare consensi ad una parte politica e, qui, diventa fondamentale il ruolo dell’informazione in cui prevalgono una stampa sensazionalistica e il servizio pubblico radiotelevisivo controllato dal governo. Qui, si combatte la battaglia della nuova democrazia fra media, totalmente o quasi asserviti al regime – volevo dire “al governo, ma…” – e la rete, che da noi non è stata ancora sottomessa, perché realizza, anche, uno strumento di controllo formidabile per il potere. Ho detto “della nuova democrazia”, ma, meglio, direi “l’ultima battaglia della democrazia” o, ancora, “l’ultima Resistenza”, perché e da quando? Accadde quando la prima multinazionale superò in liquidità uno Stato sovrano dell’Occidente. Da allora, la Finanza mondiale ha sovvertito gli ordinamenti; ha superato gli Stati sociali, non più sovrani e detta “lei” le leggi alla politica, dominando il diritto. In democrazia “era” il diritto a indirizzare con le leggi l’economia; infatti, gli italiani hanno visto venir meno il modello economico della loro Costituzione, troppo violabile e violata, da quando i sacrosanti Principi in essa intessuti come una trama, sono stati resi inattuabili dai trattati europei, attraverso leggi ordinarie approvate da un Parlamento ignorante e con voto bulgaro; o come, nel caso di Andreatta e Ciampi, quando il matrimonio fra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia, necessario ed essenziale per le politiche degli investimenti, fu cancellato con una semplice lettera. Si parlò di divorzio e fu, invece, un suicidio.

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Viene da chiedersi dov’è il colpevole di tutto questo? È, sopratutto, l’Unione europea, che unione non è e non sarà mai, ‘ché rappresenta una istituzione anomala creata e diretta dalle banche e che, perciò, pone al suo centro e al centro dei trattati la competitività degli europei nei mercati mondiali: quindi, in due parole, meno diritti ai lavoratori, salari più bassi, meno welfare, meno aspettativa di vita (cresceva troppo) e recessione demolitiva di diritti e di ricchezze. In pratica, “lavoro a carità, dove, come quando non so”, più disoccupati e per loro, per gli anziani e per i disabili, elemosine di Stato o – chiamatele come vi pare – di cittadinanza. Esattamente il contrario di quanto contenuto nell’art. 38 della Costituzione, che, della Solidarietà e del Lavoro, “faceva” e farebbe un ascensore, uno strumento di crescita sociale e, anche, politica del cittadino, perché la Democrazia è un lusso che gli ignoranti non possono permettersi. Altro che l’ “Uno vale Uno” dei grillini! Le Costituzioni post-moderne, invece, ponevano al centro la dignità della persona umana; come la nostra, che doveva essere fondata sul Lavoro, cioè, sulla ricerca della piena occupazione, perché il lavoro ci porta la dignità e, perciò è condizione di libertà; ma che ha fissato la sua trama di Principi, modernissima e rivoluzionaria, senza però garantirne l’attuabilità e senza sanzionarne in modo efficace, effettivamente percorribile la violazione. Ecco uno dei tre motivi per i quali abbiamo sempre contestato quanti parlano di Attuare la Costituzione, per riformare il sistema ed, invece, non riformeranno nulla, ma la utilizzano per traghettare, proprio essi, nel sistema. Infatti, un conto è richiamare la trama dei principi della Costituzione, un altro è attuarli, sic et simpliciter, senza aver preso atto di vulnus che in essa stessa si contengono e che hanno portato e porteranno sempre alla sua disapplicazione. Per chi non ci ha seguito, sono e sarò contrario alla nascita di un nuovo partito e all’attuazione della Costituzione fino a quando in essa non si conterranno i principi cui tutte le formazioni intermedie, partiti e sindacati in primis, devono attenersi per consentire quella partecipazione alla politica secondo trasparenza, onestà, alternanza, che non si è realizzata scrivendo semplicemente all’art. 49 “con metodo democratico”. Rebus sic stantibus, la Costituzione, scritta dai partiti e per i partiti, è la responsabile del difetto di partecipazione degli italiani alla politica, come dimostra l’assenteismo e il referendum, in generale, vi assume particolare importanza quale strumento, appunto, di democrazia diretta.