Archivi categoria: Germania

1319.- Saprà la Merkel gestire in modo razionale l’inevitabile Italexit?

comedonchisciotte-controinformazione-alternativa-js114182460_ap_-large_trans_nvbqzqnjv4bq3480unuu8ufsxdsay1n7mexmcpibdm4qqakrlnjmmwy-660x330

“All’Italia conviene tornare alla lira”. Lo sostiene il tedesco Marc Friedrich, consulente finanziario di fama, in una intervista  a Sputnik Deutschland. Non solo l’Italia, affondata da un tasso record di debito e disoccupazione, ma “tutti i paesi del Sud Europa  starebbero meglio con una moneta sovrana invece che con l’euro. Questi ‘ paesi, con i limiti imposti dalla Banca Centrale, non vedranno mai  quell’inizio di  crescita  che permetterebbe loro di rimettersi”.

 

Marc Friedrich è co-autore di un saggio « Der groesste Raubzug der Geschichte », che è stato un best seller nel 2012. “Già allora dimostravamo  che l’euro non funziona.   Adesso vedo che per la prima volta, in Italia il concetto di Italexit non è più tabù”.

Cita “Alberto Bagnai dell’università di Pescara” . Ha ragione Bagnai.  “In marzo, sostenendo che l’euro collasserà comunque qualunque sia il capitale politico investito in esso,  questo professore  di economia ha sottolineato la necessità di una  uscita “controllata” dalla moneta unica, padroneggiando l’inevitabile:

“La causa più probabile –ha scritto Bagnai – sarà  il collasso del sistema bancario italiano, che trascinerà  con sé il sistema tedesco.  E’ nell’interesse di  ogni potere politico, certo  dei dirigenti europei declinanti, e probabilmente anche degli USA, gestire questo evento invece di attenderlo  passivamente”.

 

 

Parole di buon senso. Di fronte alle quali non c’è, probabilmente, il vero e proprio terrore delle  oligarchie dominanti davanti a quel che hanno fatto col loro malgoverno monetario.   Che le paralizza.  Pochi sanno che nell’eurozona, i prestiti andati a  male in pancia alle banche assommano alla cifra stratosferica di 1.092 miliardi di euro. L’Italia è la prima del disastro, con 276 miliardi di  prestiti  inesigibili; ma  la seconda è la Francia di Macron con 148 miliardi. Seguono la Spagna con 141, e la Grecia con 115. La Germania  ne cova 68 miliardi, l’Olanda 45,  il Portogallo 41.

Prima della Germania, ci seguirebbe nel precipizio la Francia – trascinandosi evidentemente giù anche l’Egemone  di Berlino.

Il rischio è passato inosservato, spiega  l’economista francese Philippe Herlin, perché si comparano questi 148  miliardi di prestiti andati a male con i bilanci delle grandi banche francesi,  il triplo del Pil nazionale  ( che ammonta a 2.450 miliardi di dollari).  Errore, perché in caso di crisi  le  cifre iscritte a bilancio sono poco o nulla mobilizzabili; “quel che conta è la liquidità, il cash, i fondi propri”. I fondi propri delle banche francesi sono 259,7 miliardi; quasi il 60 per cento (il 57) sarebbero dunque divorati dai prestiti marciti;  Herlin prevede  dunque l’uso di bad bank  riempite con il denaro dei contribuenti.  “Per ora  non c’è urgenza, al contrario dell’Italia, ma in caso di aggravamento della crisi finanziaria  (aumento dei fallimenti, un  qualunque shock finanziario)il governo sarà forzato a intervenire”.

Non riusciamo ad immaginare i sudori freddi che provoca a Berlino la prospettiva di contribuire coi risparmi  dei virtuosi  tedeschi ad una badbank  pan-europea  da  mille miliardi. Eppure, continua Friedrich,  “se l’Italia deve restare nella UE, allora  l’economia  più forte del blocco, la Germania, deve accollarsi il  fardello delle  sovvenzioni all’Italia e agli altri Stati membri del Sud”.  Ovviamente, anche lui ritiene che l’immane compra di titoli  di debito che sta facendo la BCE  al ritmo di 60 miliardi di  euro al mese, non fa che nascondere il problema e guadagnare tempo.  Per farlo, i vertici hanno  rotto tutte le regole,  a cominciare dalle loro.  Ma  collasserà, e possiamo solo sperare che i politici responsabilmente cercheranno allora di  minimizzare i guasti e di eliminare l’euro in modo controllato. In ogni caso ciò costerà caro”.

Si potrà  contare sulla Merkel  come la politica che responsabilmente smonterà la  moneta unica in modo controllato?  E’ assorbita non tanto dalle prossime elezioni, ma dalla  strategia che ha (espresso anche a nome nostro) dopo il disastroso G7 di Taormina, e lo scontro con Trump: “Noi europei dobbiamo veramente prendere in mano il nostro destino”.   Ma  come? Per quanto erratico  e imprevedibile, in mano a pulsioni emotive incontrollate e sotto  schiaffo del Deep State che vuole la sua eliminzione (e lo sta facendo), The Donald è chiaro e costante nella sua ostilità commerciale verso la Germania, che accusa  di slealtà e di manipolazione della moneta .

Angela alle prese con le nuove sanzioni USa…

Un mese fa, il Senato Usa ha varato schiacciante maggioranza un pacchetto di nuove e draconiane sanzioni contro la Russia,  “come punizione per le  interferenze nelle elezioni americane del 2016 e per le sue aggressioni militari in Ucraina e Siria”.  Non Mosca, ma Berlino e Vienna hanno protestato, queste nuove sanzioni “non concordate, rompono la linea unitaria dell’Occidente sull’Ucraina”,   ma in realtà perché queste nuove sanzioni sono un siluro alle  ditte europee (le  tedesche Wintershall e Uniper, l’austriaca Omv, la francese Engie e l’anglo-olandese Royal-Dutch Shell) che stanno costruendo con Gazprom il NordStream 2,  investendoci 4,7 miliardi; e ciò nel quadro di una grande strategia, per cui Washington vorrebbe sostituire Mosca come fornitore energetico all’Europa gabellandoci  il suo gas di petrolio liquefatto e i prodotti della sua fatturazione idraulica: la Polonia l’ha già fatto, per  l’americanismo da neofita unito all’anti-russismo tradizionale.

Sembrava che Trump non avesse intenzione di ratificare queste nuove sanzioni; ma poi   – messo all’angolo, come un vecchio pugile, dai pugni che il Deep State gli martella allo stomaco accusandolo di essere  un agente di Mosca – “ha cambiato idea” e  le ha fatte proprie.    “Siamo  nel mezzo di una guerra economica”,  conclude Folker Hellmeyer, analista capo della Bremer Bank, “sono sanzioni contro  la Russia, ma anche contro la UE e la Germania; agiscono contro la cooperazione  eurasiatica”.  Wolfgang Büchele,  presidente della Commisisone per l’economia tedesca dell’Est, è chiarissimo: “Queste  sanzioni sono tali da ostacolare una politica energetica europea insieme indipendente e sostenibile”.

Oltretutto Trump, o chi per lui (infatti si dice che Rex Tillerson, segretario di stato, stia per dimettersi), ha spedito a Kiev come ambasciatore Usa Kurt Volker, ex diplomatico presso la NATO; uomo di McCain. Che appena arrivato è andato a parlare alle milizie nazistoidi promettendo armamento pesante americano per vincere la guerra del Donbass. “Questo non è un conflitto congelato, è una guerra calda ed è una crisi immediata di cui dobbiamo occuparci subito”.

 

Kurt Volker coi nazi ucraini: ha promesso loro  armi pesanti.

Aver fatto del Donbass un “conflitto congelato” è uno dei pochi successi esteri di Angela Merkel. Il discorso di Volker è dunque contro la Cancelliera e  promette una riapertura bellica della piaga ucraina in funzione antitedesca.

“…esorta la UE a imporre sanzioni  più dure alla Russia”

Orbene, cosa fa la Merkel? Secondo Reuters,”Esorta l’Unione Europea a  varare più  dure sanzioni contro la Russia”,  punitive, per via di certe grandi turbine Siemens  per la produzione di elettricità che  sono comparse in Crimea, dove non dovevano essere, perché sulla Crimea ci sono le  sanzioni; e la Siemens (che con la Russia fa 1,2 miliardi di affari l’anno) dice di essere stata ingannata dai russi,  che l’avevano assicurata che le macchine sarebbero andate in un’altra regione, non  sanzionata.

Ciascuno può constatare la demente inspiegabilità di tutto ciò. “Forse”,  ipotizzaDeutsche  Wirtschaft Nachrichten, “il governo federale vuol segnalare agli americani che  sta guidando la UE alla linea dura contro la Russia. E’ dubbio che ciò porti al ritiro delle [nuove] sanzioni americane”

ttps://deutsche-wirtschafts-nachrichten.de/2017/07/25/deutschland-draengt-eu-auf-schaerfere-sanktionen-gegen-russland/

Sembra che il desiderio bottegaio di tenere il piede in tante scarpe,   non giovi alla lucidità e alla statura politica della Cancelliera in questo cruciale passo storico, dove  la Mutti  dovrebbe guidarci tutti quanti verso l’autonomia dagli Usa.  Anche perché adesso si è scoperto  che le grandi case tedesche che vendono milioni di auto negli Usa,  Audi, Bmw, Daimler, Porsche e Volkswagen,   invece di farsi concorrenza, da quasi 30 anni,  dal 1990 hanno costituito un cartello segreto per concordare i prezzi, dividersi i costi di ricerca e sviluppo (ogni società si è concentrata su   aspetti diversi  senza   doppioni), promuovere la tecnologia Diesel. Dopo il Dieselgate, la Volkswagen che falsificava i dati delle missioni inquinanti, e che  è costato alla Casa 4,3 miliardi di multe americane,   qui ci dobbiamo attendere lo scatenamento  della  virtuosa ira statunitense per questo trucco ignobile  che falsa la sacra concorrenza: i miliardi  di multe  possono essere 50, e il mercato americano può diventare   molto  chiuso  per Das Auto. 

Guai grossi per l’auto tedesca.

 

Le sanzioni “producono una valanga  di  protezionismo, che seppellisce il libero scambio”,   piagnucola Büchele.

Già, ecco  il punto.  Siamo entrati in un’era nuova, la fine del libero scambio di cui l’export  tedesco ha tanto prosperato, anche  con i metodi truffaldini che cominciamo a scoprire; e la  Merkel   cerca disperatamente di prolungarla  ancora un po’  (fino alle elezioni…?) tenendosi buona la nuova America e  inimicandosi Mosca ancor  di più –  perché non ha un piano B, soprattutto è priva delle  doti di statista che servono per far cambiare rotta al gigante economico e nano politico tedesco  in piena tempesta.

Una persona  così, investita da tali rivolgimenti epocali,  e con una Germania prossimamente in recessione per via del “protezionismo” americano,   saprà gestire in modo controllato e razionale  la smobilitazione dell’euro?  Probabilmente   sta pensando  ad una soluzione  minima: quando verrà il collasso, salverà  la Francia  e  le sue banche, sia perché costa meno, sia perché ne ha  bisogno come vassallo e satellite, e sbatterà  nella tormenta  l’Italia.

Gentiloni: schiaffi da Macron, schiaffi dalle ONG

E qui veniamo alla qualità del  “nostro” (loro) governo.   Come uno zombi coatto, Gentiloni  continua ad appellarsi a una “Unione Europea” , a una solidarietà europea, che palesemente non esiste più. E’ stato sorpreso ed offeso da Macron che ha riuniuto i due contendenti libici ad un tavolo a  Parigi, “tagliandoci fuori”? Ma  persino Di  Maio  aveva proposto a Gentiloni ed Alfano di farlo, mesi fa,   ma Gentiloni no: lui ancora non ha preso atto che a vincere in Usa non è stata la sua Hillary,   è rimasto senza ordini, quindi lui non parla con  Haftar (che ha con sé Mosca e il Cairo, e adesso anche Parigi) ma con Sarraj, “riconosciuto dalla comunità internazionale”. Una  comunità internazionale perlomeno fantomatica, ormai.  Impagabile, il Mattarella dal Quirinale ha  rigettato con orgoglio i suggerimenti di Orban e  implorato la “europeizzazione dell’accoglienza e dei rimpatri e la predisposizione dei canali di  immigrazione”,   perché “Solo un’Europa coesa potrà concorrere con efficacia a far valere i propri valori e a determinare gli equilibri mondiali”.

http://www.ilvelino.it/it/article/2017/07/24/migranti-mattarella-europa-e-africa-sempre-piu-vicine-europeizzare-acc/e62832dd-d9c4-4644-bbba-9e9966d8f7fe/

Patetico: due giorni dopo, Macron ci ha fottuto la Libia, senza nememno avvertirci come si usa fra buoni vicini. Juncker, che forse già è occupato dal  suo trasloco, ci ha assicurato, sui migranti,  l’appoggio di una UE che non esiste più, dove ognuno  sta ingegnandosi di perseguire il suo interesse nazionale.  Persino le Ong a Roma  si rifiutano di obbedire a Minniti, ossia di obbedire al codice di comportamento che  “l’Europa” ci ha approvato (cosa le costa?).    Solo noi siamo rimasti a fare sacrifici “per l’Europa”, e prendiamo calci in faccia persino dalle ONG:  dopo quello che ci hanno visto prendere da Macron, non gli ispiriamo certo timori di   nostre ritorsioni.   Se per la Merkel ci sono  dubbi  sulle sue qualità di statista  e comandante da grandi tempeste, per Gentiloni, Mattarella ed Alfano è proprio un dubbio sul Q.I., il quoziente intellettivo.

 

(Qualcuno lo avverta che la UE non c’è più)

Maurizio Blondet

1265.- LA FRANCIA E L’UE: Emmanuel Macron riuscirà a far ripartire l’Europa?

L’Unione europea è un’anomalia istituzionale: un parto del secolo passato, con radici che affondano prima della Guerra Mondiale. Non rappresenta lo strumento capace di equilibrare l’Occidente, con tutto svantaggio dei rapporti fra Stati Uniti e Russia, della pace nel Mediterraneo e in Medio Oriente e con vantaggio per la Cina, oggi e per l’India domani. Dobbiamo darci una guida e un governo all’altezza del compito, per rifondarla sui principi delle costituzioni post-moderne.

Sin dal loro primo incontro il nuovo presidente Macron e la cancelliera Merkel hanno fissato le priorità del “motore europeo”: riformare l’Unione e opporsi insieme alle derive populiste in Europa e nel mondo. Ma cos’è che chiamano populismo? Le riforme che non rimetteranno i cittadini al centro del processo d’integrazione, subordinando la competitività sui mercati mondiali al loro benessere e che, perciò, non incideranno profondamente sulle fondamenta dei trattati, saranno tamquam non esset. Temo che non siano questi due leader ciò di cui abbiamo bisogno.

Il 31 maggio 2017, ALTERNATIVES ÉCONOMIQUES PARIGI, ha pubblicato in 5 lingue questo auspicio per la politica di Macron:

Se vuole riformare l’Unione, il presidente francese dovrà convincere Berlino a invertire la rotta sull’austerità permanente e a mettere fine alle politiche deflazionistiche sul lavoro. Difficile, ma non impossibile, secondo il direttore di Alternatives économiques.

Emmanuel Macron riuscirà a riformare l’Unione europea e la zona euro? La questione europea è stata centrale durante la campagna presidenziale. La prospettiva di una “Frexit”, paventata da Marine Le Pen, le è costata cara al secondo turno, dato che, nonostante le recenti difficoltà, la stragrande maggioranza dei francesi rimane affezionata alla costruzione europea e all’euro. Ma lo statu quo non è più tollerabile. E il successo di Emmanuel Macron dipenderà in maniera decisiva dalla sua capacità di far cambiare le politiche economiche e sociali adottate in Europa. Infatti, con un notevole deficit verso l’estero, la ripresa dell’economia francese e l’abbassamento della disoccupazione non possono risultare soltanto dal rilancio della domanda interna: è soprattutto la domanda da parte della zona euro che può fare da traino in Francia.

Dunque, Emmanuel Macron avrà successo là dove François Hollande ha fallito — senza per altro tentare seriamente con altre strategie? Per far ciò, dovrebbe riuscire a invertire la tendenza alla permanente austerità di bilancio e soprattutto porre fine alle politiche deflazionistiche per il mercato del lavoro, che impediscono all’economia della zona euro di ripartire, nonostante la politica monetaria molto espansiva della banca centrale. Missione impossibile? Se Emmanuel Macron decidesse di impegnarsi in questo senso — il che non è sicuro per il momento — il successo sarebbe meno improbabile di quanto pensano oggi molti francesi.

Anzitutto, questo dipende senza dubbio dall’atteggiamento della Germania e di quello del suo governo, ma anche della sua opinione pubblica. Ragion per cui il primo viaggio di Emmanuel Macron dopo il suo insediamento è stato a Berlino. La clamorosa sconfitta di Marine Le Pen al secondo turno è stata una bella sorpresa per i tedeschi, che temevano, se non la vittoria della candidata frontista, quanto meno un risultato testa a testa.

Quest’ampia vittoria rassicura sia i francesi sia il resto del mondo: la Francia non rischia ancora di abbandonare completamente la sua storia dai tempi dell’Illuminismo. Tuttavia, il risultato tende a indebolire un po’ la posizione di Emmanuel Macron nell’immediato: dopo un’elezione con un risultato 55 per cento a 45 per cento, la paura del Front National avrebbe forse spinto il governo tedesco a accettare più facilmente dei cambiamenti sostanziali in ambito europeo. Ma un’elezione finita 66 per cento contro 34 per cento probabilmente, agli occhi dei vicini tedeschi, riduce l’urgenza di una simile riforma.

Lo testimonia il fuoco di sbarramento preventivo fatto dalla stampa tedesca contro le eventuali rivendicazioni future di Emmanuel Macron. Ad esempio, il grande settimanale Der Spiegel il 12 maggio scorso titolavain prima pagina “Caro Macron”, giocando sulla parola “caro”, e come sottotitolo: “Emmanuel Macron salva l’Europa…e la Germania deve pagare”. Quanto alla cancelliera, ha immediatamente fatto sapere che lei non può fare nulla per ridurre il surplus commerciale tedesco, a suo parere dovuto a elementi che non dipendono dalle azioni del governo: l’eccellenza delle aziende tedesche unita alla politica monetaria troppo lassista della Banca centrale europea.

Nonostante queste reazioni, le possibilità di successo di una riforma dell’Europa sono maggiori di quel che i francesi pensano di solito. A condizione che Emmanuel Macron si mobiliti a sufficienza in questo senso. In virtù del suo peso demografico, economico e della sua posizione geografica al centro dell’Europa allargata, la Germania ha senza dubbio un ruolo dominante all’interno dell’Unione. Ma il rapporto di forza in suo favore non è così squilibrato come si pensa solitamente, soprattutto in Francia, e in ogni caso oggi è molto meno squilibrato di quanto potesse esserlo nel 2010.

Anzitutto, perché i principali problemi che l’Europa si è trovata a dover affrontare negli ultimi anni sono di natura geopolitica. Lo testimoniano la situazione in Ucraina, la minaccia islamista in Maghreb e nel Sahel o ancora le conseguenze del caos tra Siria e Iraq. E in questo ambito, la Germania rimane indietro rispetto alla Francia, che mantiene ancora un po’ di importanza a livello internazionale.

Conseguenze della Brexit

Inoltre, la Brexit ha indebolito molto la posizione dei conservatori tedeschi, che negli ultimi anni si erano abituati a fare affidamento sui colleghi britannici per fermare i progressi in materia di armonizzazione sociale o fiscale all’interno dell’Unione. Adesso, la loro unica opzione tra i grandi paesi dell’Unione è accordarsi coi dirigenti francesi, tanto più che l’ondata euroscettica che ha investito la maggior parte dei paesi dell’Europa centrale e orientale priva la Germania del suo ruolo di centro di gravità d’Europa e la obbliga a rivolgersi di più a ovest se vuole evitare che l’Unione si sfasci.

Insomma, Emmanuel Macron dispone a priori di un rapporto di forza non trascurabile nei confronti dei colleghi tedeschi se decide di far avanzare un piano di riforme della zona euro dedicato al sostegno all’attività e a una maggiore solidarietà. Tenuto conto della sensibilità della loro opinione pubblica su questi temi, i tedeschi dunque potranno fare progressi in questo ambito solo dopo le loro elezioni legislative del 21 settembre. È dunque in autunno che si aprirà davvero questo spiraglio di opportunità.

Paradossalmente, ciò che rischia di indebolire maggiormente Emmanuel Macron in questo scontro indispensabile per salvare l’Europa e l’euro è la politica interna. Il nuovo presidente francese ritiene infatti che per convincere i tedeschi a cambiare l’Europa, la Francia debba assolutamente cominciare a fare ciò che i tedeschi le chiedono, ossia una serie di “riforme” come quelle all’epoca approvate da Gerhard Schröder, per liberalizzare il mercato del lavoro, ridurre la protezione sociale e abbassare il costo del lavoro. Eppure è ciò che François Hollande ha già fatto per cinque anni, con addirittura quattro importanti riforme del mercato del lavoro e la creazione del patto di responsabilità. Ed è per questo che ha fallito sia sul piano economico sia sul piano sociale e politico.

Proseguendo o addirittura accelerando in questa direzione, Emmanuel Macron rischia soprattutto di frenare di nuovo la debole crescita economica intrapresa e di aizzare gli uni contro gli altri i due terzi di francesi che l’hanno eletto il sette maggio, riaccendendo le tensioni sociali e politiche. Ciò non farebbe altro che indebolire il suo ruolo di negoziatore non solo con il governo ma anche con l’opinione pubblica tedesca.

Traduzione di Stefania Paluzzi, Andrea Torsello

1264.- Bilderberg – i fascisti corporativi che (credono) di governare il mondo

Dutch Queen Beatrix abdicates, eldest son to succeed

La regina d’Olanda Beatrice e il padre principe Bernhard

Quest’ultimo fine settimana a Chantilly, Virginia, Stati Uniti, s’incontrava il famigerato gruppo Bilderberg, denunciato nei miei libri Il tradimento di Maastricht (1994) e Ciclo completo dell’Europa (1997) come sostenitore del corporativismo fascista euro-federalista fin dal 1954, quando fu fondato da un ex-ufficiale dell’intelligence delle SS nazista e da un socialista polacco (espulso da Francia e Regno Unito durante la prima guerra mondiale). La somiglianza tra l’Europa dominata dai tedeschi oggi (dove grandi corporazioni e globalisti socialdemocratici dominano popoli scontenti ed impotenti) e l’Europa fascista dominata dai nazisti degli anni Trenta non è una coincidenza. Poche organizzazioni lo dimostrano meglio dei Bilderberg.
Il principe Bernhard dei Paesi Bassi (tedesco sposatosi con una famigliare dei reali olandesi) fondò il Bilderberg, il cui nucleo (se non tutti coloro che parteciparono alle riunioni) svolge un ruolo centrale nel processo di distruzione degli Stati nazionali d’Europa e di loro costituzioni, parlamenti e, con l’euro, economie e strutture sociali.

retinger-sepia

Fu il socialista polacco Joseph Retinger che fondò il movimento europeo e che, dopo la guerra, ottenne fondi della CIA attraverso il “Comitato americano per un’Europa unita”, ad avvicinare il principe Bernhard (attraverso l’Unilever) per fondare il Bilderberg. Nel mio libro Ciclo completo dell’Europa, nel capitolo 6 viene chiamato “Joseph Resigner – dall’intrigo personale al potere collettivo”. Il principe Bernhard fu un membro del partito nazista dal 1933 al 1937, si dimise il giorno dopo il controverso matrimonio con la futura regina dei Paesi Bassi. La tempistica della lettera di dimissioni (per sposarsi con una della famiglia reale olandese) ci dice molto sul suo apparente successivo appoggio alla causa alleata. Una copia non firmata della lettera di dimissioni del principe Bernhard fu trovata negli archivi nazionali di Washington. La lettera finiva con un “Heil Hitler”, difficilmente un commiato dal partito nazista. Nel 1934 fu oggetto di una relazione di un comitato del Congresso statunitense che l’identificò come ufficiale delle SS collegato al principale alleato industriale del governo nazista, la IG Farben. Si dimise dai Bilderberg nel 1976, anno in cui fu rivelato dalla Commissione Donner del governo olandese che aveva accettato una tangente di un milione di dollari dalla Lockheed Corporation. Come riportato sul Times del 10 e 12 giugno 1976, uno dei testimoni, che si recava presso la Commissione con nastri e documenti, fu investito da un’auto e la valigetta fu rubata. Il testimone era uno zoologo inglese, Tom Ravensdale, ex-addetto alle PR del World Wildlife Fund di cui il principe Bernhard era presidente. Le origini di tale segreto gruppo internazionale di uomini d’affari, politici e socialisti corporativisti, giornalisti (che convenientemente dimenticano la loro devozione all’aperta discussione democratica quando sono invitati dai Bilderberg) e certi confusi reali del continente, si trovano nelle relazioni europeo-statunitensi della Seconda guerra mondiale.
I Bilderberg apparentemente rappresentano e attraggono il tipo di persone che considerano il potere corporativista e statale più “efficiente” dei desideri di individui, famiglie e nazioni. L’ex-ambasciatore statunitense a Bonn, George McGhee, fu colto dire che, “Il trattato di Roma che ha portato alla Comunità europea fu preparato nelle riunioni dei Bilderberg”. Richard Aldrich, ex-operatore della CIA ed accademico, scrisse in Diplomacy and Statecraft del marzo 1997: “Anche se Bilderberg e movimento europeo condivisero gli stessi fondatori, membri ed obiettivi, probabilmente i Bilderberg costituirono il meccanismo più efficace… è chiaro che il Trattato di Roma fu proposto dai Bilderberg quell’anno”. Aldrich afferma (e dovrebbe sapere) che il Comitato americano per un’Europa unita condivise tanti “fondatori, soci e obiettivi” coi Bilderberg: “…rivela lo stile delle prime azioni occulte, e non meno fiducia nelle organizzazioni private, anche se coordinate da una cerchia ristretta di amici”. I verbali della prima riunione di Bilderberg ne dichiarano lo scopo: “…creare un ordine internazionale che guarderebbe oltre la crisi attuale. Quando il momento sarà maturo, i nostri attuali concetti di affari mondiali andranno estesi a tutto il mondo”. Le frasi chiave, anzi le parole in codice, di tale élite auto-nominata, includono l'”ordine internazionale”, una frase comune ai corporativisti ingenui di oggi e ai perniciosi capi della Germania nazista. “Quando il momento è maturo” indica una loro pianificazione a lungo termine (“i nostri concetti attuali”) e segretezza. La frase “tutto il mondo” rivela il desiderio di potere sovranazionale e l’intenzione di eliminare gli aspetti non inquadrabili come le democrazie nazionali. Oggi chiameremo questo corporativismo sovranazionale “Globalismo”.
paul-warburg

Praticamente tutte le figure più importanti dei Bilderberg sono anche membri del Consiglio per le Relazioni Estere degli Stati Uniti che, nonostante la presenza di molti internazionalisti liberali e conservatori, fu fondato dal più fanatico sostenitore del governo mondiale, Paul Warburg. Warburg fu direttore della IG Farben America che durante la Seconda Guerra Mondiale stipulò accordi per trasferire tecnologia con la Standard Oil dei Rockefellers e beneficiò del monopolio della Standard Oil sulla gomma sintetica, ampliando notevolmente i profitti degli scambi della Germania nazista e la sua capacità di fabbricare materiale bellico. La tecnologia ad Iso-ottani, fondamentale per il carburante aeronautico tedesco, fu fornita esclusivamente dalla Standard Oil of New Jersey dei Rockefeller. Fu il figlio di Paul Warburg, James che, testimoniando a un comitato del Senato degli Stati Uniti nel 1950, meglio articolò gli obiettivi dei collettivisti mondialisti: “Avremo il governo mondiale che ci piaccia o meno. L’unica domanda è se il governo mondiale si avrà con la conquista o il consenso”. Quindi il principale pilastro europeo del gruppo Bilderberg era un nazista ben introdotto, mentre il pilastro statunitense erano i Rockefeller la cui compagnia familiare, Standard Oil, fu utile al regime nazista ed ebbe un’impresa comune, dal 1920 al 1942, con il principale alleato industriale dei nazisti (IG Farben).
James Stewart Martin, ex-capo della sezione guerra economica del dipartimento di Giustizia, rilevò nel suo libro “Tutti gli uomini onorevoli” del 1950 come i corporativisti tedeschi e statunitensi controllavano gli “affari globali” negli anni Trenta e Quaranta, quindi idealmente posizionati per fare la stessa cosa nel dopoguerra, quando cospirarono per creare l’Unione europea: “Un quadro cominciò ad emergere su un nemico che non aveva bisogno dei servizi di spie e sabotatori. Con l’accordo tra i produttori di magnesio tedeschi e statunitensi (necessario per gli aeromobili) la produzione negli Stati Uniti prima della guerra fu limitata a non più di 5000 tonnellate all’anno. Al contrario, la Germania nel 1939 ne aveva prodotto solo 13500 tonnellate e nei successivi cinque anni consumò magnesio al tasso di 33000 tonnellate all’anno”. Reuters riferì (5.10.1996) sui documenti declassificati dall’intelligence statunitense che confermarono un incontro nell’agosto 1944 tra SS e rappresentanti di sette aziende tedesche, tra cui Krupp, Rochling, Messerschmitt e Volkswagen. In questa riunione (La riunione della Casa Rossa) a Strasburgo, furono elaborati piani per costruire ricchezza, potere e capacità industriale all’estero, “affinché un forte impero tedesco possa essere creato dopo la sconfitta”. Un’analisi del dipartimento del Tesoro statunitense del 1946 riferì che i tedeschi avevano trasferito 500 milioni di dollari fuori dal Paese, prima della fine della guerra. L’obiettivo era preparare “una campagna commerciale dopo la guerra”, in altre parole il tipo di pianificazione politico-industriale che questo libro descrive come “corporativista”. Le aziende tedesche furono incoraggiate ad allearsi con società straniere e le SS si riferirono agli accordi internazionali sui brevetti che la Krupp stipulò con le società statunitensi, di cui il precedente accordo IG Farben-Standard Oil era l’esempio classico. Ciò che i politici oggi dimenticano è che alla fine degli anni ’40 e all’inizio degli anni ’50, prima dell’invasione sovietica dell’Ungheria e della costruzione del muro di Berlino, la Germania perseguiva gli stessi obiettivi nazionalistici (cioè aggressivi nazionali) degli anni Trenta, ma usando “l’Europa” come strumento.
In questo periodo del dopoguerra si ritrovano i legami tra Europa nazista, “ordine mondiale” di Hitler e crisi odierna dell’Europa e del “nuovo ordine mondiale”. Ciò non dovrebbe sorprendere, perché 134 impiegati pubblici del ministro degli Esteri di von Ribbentrop lavorarono sotto Adenauer e lo stesso uomo nominato da Hitler a segretario del suo “Comitato Europa” (Heinz Trützschler von Falkenstein) fu scelto da Adenauer nel 1949 per un incarico simile a quello di direttore della “divisione europea” dell’Ufficio estero tedesco-occidentale. Consideriamo il tema comune in queste tre citazioni del 1931, 1950 e 1951.
Il primo del dottor Duisberg della IG Farben, del 1931: “Solo un blocco commerciale integrato permetterà all’Europa di acquisire la più intima forza economica… desiderio millenario di cui il Reich grida per un nuovo approccio. Perciò tale scopo possiamo usare il miraggio della pan-Europa”. Dal 1934 in poi IG Farben fu il principale veicolo industriale dei preparativi di guerra di Hitler. Si noti qui che i moderni capi tedeschi sopprimono ciò che i nazisti non mascherarono, cioè che per molti tedeschi “Europa” e “das Reich” sono la stessa cosa.
Il secondo di Konrad Adenauer (fondatore tedesco della Comunità europea e della Germania moderna) nel 1950: “Un’Europa federata sarà la terza forza… la Germania è tornata ad essere un fattore con cui altri dovranno contare… Se noi europei colonizzeremo l’Africa creeremo allo stesso tempo un fornitore di materie prime per l’Europa”. Anche per Adenauer, dunque, l’Europa era una grande ambizione imperiale piuttosto che un interesse nazionale.
E del 1951, il ministro del Commercio di Adenauer, il dottor Seebohm anticipò la frase preferita del governo inglese “La Gran Bretagna al centro dell’Europa”: “L’Europa libera vuole unirsi alla Germania? La Germania è il cuore dell’Europa e le membra devono adattarsi al cuore e non il cuore alle membra”.

kas-seebohm_hans-christoph-bild-628-1
I Bilderberg è la riunione di politici antidemocratici corporativisti e in parte cacciatori di potere cospiratori, ma soprattutto ingenui arrampicatori politico-sociali e “il tipo di persone che” non bada a sopraffare democrazia e Stati nazionali, e che si crede un “potente dietro le quinte” e pianificatore del “destino” del mondo. Per decenni la loro parola d’ordine era “segreto”, rendendo la presenza dei giornalisti che non denunciassero i loro incontri tanto più riprovevole. David Rockefeller espresse gratitudine alla “stampa libera” delle nazioni democratiche sul silenzio quando si occuparono di una riunione segreta dei Bilderberg a Sand, in Germania, nel giugno 1991. Di seguito una traduzione dalla rivista francese “Minute” del 19 giugno 1991. “Siamo grati a Washington Post, New York Times, Time Magazine e altre grandi pubblicazioni i cui direttori hanno partecipato alle nostre riunioni e rispettato la promessa di discrezione per quasi quattro decenni”. La definizione di “grande pubblicazione” è evidentemente volta a chi non pubblica nulla d’importante. Certamente a chi comprende che la “libertà di stampa” non è la libertà del popolo e che il diritto di conoscere è un diritto dei governi, non dei governati. Rockefeller continuò: “Non avremmo potuto sviluppare il nostro piano mondiale se in tutti questi anni fossimo stati sottoposti a una piena pubblicità. Ma il mondo è ora più sofisticato e disposto a muoversi verso un governo mondiale che non conoscerà la guerra, ma solo pace e prosperità per tutta l’umanità”. Chi si riunisce a porte chiuse, progetta la fine degli Stati nazionali, sfida la democrazia e sottolinea la natura elitaria del propri gruppo e l’inadeguatezza degli altri, viene ovviamente oltraggiato dalla volontà democratica che non si adatta ai propri piani. Credono inoltre che le loro competenze siano indispensabili per un’élite governativa. Naturalmente il banchiere Rockefeller affermò: “La sovranità sovranazionale di un’élite intellettuale e di banchieri mondiale è sicuramente preferibile all’autodeterminazione praticata nei secoli passati”. Naturalmente solo perché teme che il mondo rifiuti le loro idee, che l’élite Bilderberg s’incontra in segreto, cercando d’imporre il suo fantastico “nuovo mondo” prima che i popoli si sveglino e l’impediscano.

Kenneth Clarke reveals plans to stand down from Parliament
Kenneth Clarke e Bilderberg

I partecipanti sono spesso finanziati dai fondi dei Bilderberg e alcuni furono inviati dai loro governi ad assistervi ufficialmente (confermato da David Owen e Tony Blair), smentendo così i Bilderberg che affermano che ognuno assiste da “privato”. Alcuni hanno ricordi piuttosto insignificanti su chi gli abbia pagato ciò e mancato sempre di riportarlo sul registro parlamentare degli interessi dei membri. Kenneth Clarke, come la maggior parte dei politici che partecipa a questi incontri, sostiene di non sapere nulla dell’origine del fondatore dei Bilderberg. Fu nel 1993 che Lynn Riley ed io, perseguendo le spese indebite presso i Bilderberg di Kenneth Clarke, riuscimmo ad ottenere un documento ufficiale inglese (una relazione della commissione sulle norme in materia di pubblica utilità pubblicata dalla cancelleria di sua maestà) che citava il gruppo Bilderberg per la prima volta! Molti vorranno sapere perché chi deve la propria posizione agli elettori nazionali debba partecipare (a spese dei contribuenti o di un gruppo segreto) ad incontri di un’organizzazione fondata da un ex- nazista e ufficiale delle SS per perseguire un’agenda segreta con capi e affaristi internazionali che, come abbiamo visto nell’Unione Europea, può avere gravi conseguenze sui loro elettori ignorati. Ogni deputato è eletto in maniera aperta con un manifesto democraticamente discusso, e si riunisce nel parlamento nazionale per decidere unicamente nell’interesse del proprio elettorato nazionale. Partecipare ad incontri segreti di gruppi dal programma segreto, la maggior parte dei quali mai eletta e in luoghi ben protetti, non è affatto ciò che gli elettori hanno in mente. Il libro Tradimento a Maastricht elenca chi partecipò alla riunione dei Bilderberg del 1993 in Grecia. Vi erano tre inglesi: Kenneth Clarke, Tony Blair e Sir Patrick Sheehy (allora presidente della BAT, lo stesso posto più tardi occupato da Kenneth Clarke!) che a poche settimane l’uno dall’altro, all’inizio del 1995, scrissero articoli sui giornali inglesi a sostegno dell’abolizione della sterlina e della Banca d’Inghilterra, e a favore della moneta unica europea. Nel 1995 e 1996 vi fu un nuovo nome inglese nell’elenco degli ospiti dei Bilderberg, il presidente del Congresso sindacale John Monks. Un dirigente sindacalista tra i politici corporativisti dei Bilderberg. Come i dirigenti aziendali, funzionari e politici, i sindacalisti credono nell’organizzazione del capitale, del lavoro, dei prezzi, dei parlamenti e, infine naturalmente delle nazioni. Monks iniziò subito a promuovere l’abolizione della sterlina!

bernhard_thumb1

 

Per un esame più approfondito dei Bilderberg si veda il Capitolo 7 del mio libro “Ciclo completo dell’Europa”. 20 anni dopo la pubblicazione del libro, i Bilderberg sono ancora forti. I partecipanti sono come al solito dirigenti aziendali al 95%, frammischiati ad alcuni politici eletti democraticamente e alcuni giornalisti, soprattutto di Financial Times ed Economist, mentre il London Evening Standard era rappresentato quest’anno dall’ex-deputato conservatore ed ex-cancelliere George Osborne, la cui crociata eurofederalista fu arrestata improvvisamente dal popolo inglese nel referendum per la Brexit del giugno 2016.

Conservative press conference

George Osborne

Invitati dei Bilderberg 2017
Presidente Castries, Henri de (FRA), ex-presidente e CEO dell’AXA; Presidente dell’Institut Montaigne

Partecipanti
Achleitner, Paul M. (DEU), Chairman of the Supervisory Board, Deutsche Bank AG
Adonis, Andrew (GBR), Chair, National Infrastructure Commission
Agius, Marcus (GBR), Chairman, PA Consulting Group
Akyol, Mustafa (TUR), Senior Visiting Fellow, Freedom Project at Wellesley College
Alstadheim, Kjetil B. (NOR), Political Editor, Dagens Næringsliv
Altman, Roger C. (USA), Founder and Senior Chairman, Evercore
Arnaut, José Luis (PRT), Managing Partner, CMS Rui Pena & Arnaut
Barroso, José M. Durão (PRT), Chairman, Goldman Sachs International
Bäte, Oliver (DEU), CEO, Allianz SE
Baumann, Werner (DEU), Chairman, Bayer AG
Baverez, Nicolas (FRA), Partner, Gibson, Dunn & Crutcher
Benko, René (AUT), Founder and Chairman of the Advisory Board, SIGNA Holding GmbH
Berner, Anne-Catherine (FIN), Minister of Transport and Communications
Botín, Ana P. (ESP), Executive Chairman, Banco Santander
Brandtzæg, Svein Richard (NOR), President and CEO, Norsk Hydro ASA
Brennan, John O. (USA), Senior Advisor, Kissinger Associates Inc.
Bsirske, Frank (DEU), Chairman, United Services Union
Buberl, Thomas (FRA), CEO, AXA
Bunn, M. Elaine (USA), Former Deputy Assistant Secretary of Defense
Burns, William J. (USA), President, Carnegie Endowment for International Peace
Çakiroglu, Levent (TUR), CEO, Koç Holding A.S.
Çamlibel, Cansu (TUR), Washington DC Bureau Chief, Hürriyet Newspaper
Cebrián, Juan Luis (ESP), Executive Chairman, PRISA and El País
Clemet, Kristin (NOR), CEO, Civita
Cohen, David S. (USA), Former Deputy Director, CIA
Collison, Patrick (USA), CEO, Stripe
Cotton, Tom (USA), Senator
Cui, Tiankai (CHN), Ambassador to the United States
Döpfner, Mathias (DEU), CEO, Axel Springer SE
Elkann, John (ITA), Chairman, Fiat Chrysler Automobiles
Enders, Thomas (DEU), CEO, Airbus SE
Federspiel, Ulrik (DNK), Group Executive, Haldor Topsøe Holding A/S
Ferguson, Jr., Roger W. (USA), President and CEO, TIAA
Ferguson, Niall (USA), Senior Fellow, Hoover Institution, Stanford University
Gianotti, Fabiola (ITA), Director General, CERN
Gozi, Sandro (ITA), State Secretary for European Affairs
Graham, Lindsey (USA), Senator
Greenberg, Evan G. (USA), Chairman and CEO, Chubb Group
Griffin, Kenneth (USA), Founder and CEO, Citadel Investment Group, LLC
Gruber, Lilli (ITA), Editor-in-Chief and Anchor “Otto e mezzo”, La7 TV
Guindos, Luis de (ESP), Minister of Economy, Industry and Competiveness
Haines, Avril D. (USA), Former Deputy National Security Advisor
Halberstadt, Victor (NLD), Professor of Economics, Leiden University
Hamers, Ralph (NLD), Chairman, ING Group
Hedegaard, Connie (DNK), Chair, KR Foundation
Hennis-Plasschaert, Jeanine (NLD), Minister of Defence, The Netherlands
Hobson, Mellody (USA), President, Ariel Investments LLC
Hoffman, Reid (USA), Co-Founder, LinkedIn and Partner, Greylock
Houghton, Nicholas (GBR), Former Chief of Defence
Ischinger, Wolfgang (INT), Chairman, Munich Security Conference
Jacobs, Kenneth M. (USA), Chairman and CEO, Lazard
Johnson, James A. (USA), Chairman, Johnson Capital Partners
Jordan, Jr., Vernon E. (USA), Senior Managing Director, Lazard Frères & Co. LLC
Karp, Alex (USA), CEO, Palantir Technologies
Kengeter, Carsten (DEU), CEO, Deutsche Börse AG
Kissinger, Henry A (USA), Chairman, Kissinger Associates Inc.
Klatten, Susanne (DEU), Managing Director, SKion GmbH
Kleinfeld, Klaus (USA), Former Chairman and CEO, Arconic
Knot, Klaas H.W. (NLD), President, De Nederlandsche Bank
Koç, Ömer M. (TUR), Chairman, Koç Holding A.S.
Kotkin, Stephen (USA), Professor in History and International Affairs, Princeton University
Kravis, Henry R. (USA), Co-Chairman and Co-CEO, KKR
Kravis, Marie-Josée (USA), Senior Fellow, Hudson Institute
Kudelski, André (CHE), Chairman and CEO, Kudelski Group
Lagarde, Christine (INT), Managing Director, International Monetary Fund
Lenglet, François (FRA), Chief Economics Commentator, France 2
Leysen, Thomas (BEL), Chairman, KBC Group
Liddell, Christopher (USA), Assistant to the President and Director of Strategic Initiatives
Lööf, Annie (SWE), Party Leader, Centre Party
Mathews, Jessica T. (USA), Distinguished Fellow, Carnegie Endowment for International Peace
McAuliffe, Terence (USA), Governor of Virginia
McKay, David I. (CAN), President and CEO, Royal Bank of Canada
McMaster, H.R. (USA), National Security Advisor
Micklethwait, John (INT), Editor-in-Chief, Bloomberg LP
Minton Beddoes, Zanny (INT), Editor-in-Chief, The Economist
Molinari, Maurizio (ITA), Editor-in-Chief, La Stampa
Monaco, Lisa (USA), Former Homeland Security Officer
Morneau, Bill (CAN), Minister of Finance
Mundie, Craig J. (USA), President, Mundie & Associates
Murtagh, Gene M. (IRL), CEO, Kingspan Group plc
Netherlands, H.M. the King of the (NLD)
Noonan, Peggy (USA), Author and Columnist, The Wall Street Journal
O’Leary, Michael (IRL), CEO, Ryanair D.A.C.
Osborne, George (GBR), Editor, London Evening Standard
Papahelas, Alexis (GRC), Executive Editor, Kathimerini Newspaper
Papalexopoulos, Dimitri (GRC), CEO, Titan Cement Co.
Petraeus, David H. (USA), Chairman, KKR Global Institute
Pind, Søren (DNK), Minister for Higher Education and Science
Puga, Benoît (FRA), Grand Chancellor of the Legion of Honor and Chancellor of the National Order of Merit
Rachman, Gideon (GBR), Chief Foreign Affairs Commentator, The Financial Times
Reisman, Heather M. (CAN), Chair and CEO, Indigo Books & Music Inc.
Rivera Díaz, Albert (ESP), President, Ciudadanos Party
Rosén, Johanna (SWE), Professor in Materials Physics, Linköping University
Ross, Wilbur L. (USA), Secretary of Commerce
Rubenstein, David M. (USA), Co-Founder and Co-CEO, The Carlyle Group
Rubin, Robert E. (USA), Co-Chair, Council on Foreign Relations and Former Treasury Secretary
Ruoff, Susanne (CHE), CEO, Swiss Post
Rutten, Gwendolyn (BEL), Chair, Open VLD
Sabia, Michael (CAN), CEO, Caisse de dépôt et placement du Québec
Sawers, John (GBR), Chairman and Partner, Macro Advisory Partners
Schadlow, Nadia (USA), Deputy Assistant to the President, National Security Council
Schmidt, Eric E. (USA), Executive Chairman, Alphabet Inc.
Schneider-Ammann, Johann N. (CHE), Federal Councillor, Swiss Confederation
Scholten, Rudolf (AUT), President, Bruno Kreisky Forum for International Dialogue
Severgnini, Beppe (ITA), Editor-in-Chief, 7-Corriere della Sera
Sikorski, Radoslaw (POL), Senior Fellow, Harvard University
Slat, Boyan (NLD), CEO and Founder, The Ocean Cleanup
Spahn, Jens (DEU), Parliamentary State Secretary and Federal Ministry of Finance
Stephenson, Randall L. (USA), Chairman and CEO, AT&T
Stern, Andrew (USA), President Emeritus, SEIU and Senior Fellow, Economic Security Project
Stoltenberg, Jens (INT), Secretary General, NATO
Summers, Lawrence H. (USA), Charles W. Eliot University Professor, Harvard University
Tertrais, Bruno (FRA), Deputy Director, Fondation pour la recherche stratégique
Thiel, Peter (USA), President, Thiel Capital
Topsøe, Jakob Haldor (DNK), Chairman, Haldor Topsøe Holding A/S
Ülgen, Sinan (TUR), Founding and Partner, Istanbul Economics
Vance, J.D. (USA), Author and Partner, Mithril
Wahlroos, Björn (FIN), Chairman, Sampo Group, Nordea Bank, UPM-Kymmene Corporation
Wallenberg, Marcus (SWE), Chairman, Skandinaviska Enskilda Banken AB
Walter, Amy (USA), Editor, The Cook Political Report
Weston, Galen G. (CAN), CEO and Executive Chairman, Loblaw Companies Ltd and George Weston Companies
White, Sharon (GBR), Chief Executive, Ofcom
Wieseltier, Leon (USA), Isaiah Berlin Senior Fellow in Culture and Policy, The Brookings Institution
Wolf, Martin H. (INT), Chief Economics Commentator, Financial Times
Wolfensohn, James D. (USA), Chairman and CEO, Wolfensohn & Company
Wunsch, Pierre (BEL), Vice-Governor, National Bank of Belgium
Zeiler, Gerhard (AUT), President, Turner International
Zients, Jeffrey D. (USA), Former Director, National Economic Council
Zoellick, Robert B. (USA), Non-Executive Chairman, AllianceBernstein L.P.

standard-oil-ogo-ig-farben-swastika-rockefeller-nazi-germany-carteldi sitoaurora, Rodney Atkinson, Free Nations, 4 giugno 2017

 

1251.- Helmut Kohl e le cicatrici della riunificazione tedesca

30 Jahre Wahl Helmut Kohls zum Kanzler

Il 16 giugno, all’età di 87 anni, si è spento nella sua casa di Ludwigshafen Helmut Kohl. Per anni leader del partito di centro CDU (L’Unione Cristiano Democratica di Germania), Kohl è e verrà sempre ricordato come il cancelliere della riunificazione tedesca. E’ celebre la frase in cui descriveva i “paesaggi fioriti” che in poco tempo sarebbero comparsi nell’Est della Germania, a sostituirne il grigiore.

La metafora si riferiva alla situazione economica dell’ex repubblica socialista che, secondo Kohl, presto avrebbe raggiunto i livelli della metà occidentale del Paese. Non fu poi tutto rose e fiori, come è il caso di dire: la via della riunificazione fu lunga e, per molti, dolorosa. Ancora oggi, sebbene dal punto di vista economico ci sia stata una convergenza tra le due parti, le “cicatrici” nel processo di riunificazione sono rimaste. Fu Willy Brandt il primo a parlare di “cicatrici deturpanti” che sarebbero potute rimanere come segno di una riunificazione malriuscita. Brandt, infatti, viene ricordato per la frase “ora crescerà insieme ciò che è destinato a stare insieme”, frase di cui raramente si cita la versione intera, che poneva una condizione per una crescita senza ferite: “Solo con tatto e con il rispetto per l’autostima dei nostri compatrioti fin qui separati da noi”.

Le cicatrici temute da Brandt sono rimaste in buona parte della popolazione della zona orientale, mentre la percezione dell’unificazione tedesca e le sue conseguenze sono ancor oggi, dopo oltre 25 anni, oggetto di dibattito. Cosa ha comportato la presenza di questi segni e cosa ha reso il processo di unificazione imperfetto? Il discorso è più complesso di quanto si possa esprimere in poche righe, ma si può forse riassumere al meglio con ciò che il sociologo Helmut Wiesenthal ha denominato “insoddisfazione post-unificazione”, sindrome che colpì i tedeschi orientali.

La teoria di Wiesenthal fa luce su molti aspetti che hanno contribuito a creare insoddisfazione e ad allontanare ancora di più le due società, invece che avvicinarle: lo spietato programma di liberalizzazione dell’economia non è abbastanza per spiegare il malcontento degli Ossis (così venivano chiamati e, in parte, vengono chiamati i cittadini dell’est). I cittadini dell’ex-DDR furono sottoposti a un processo di occidentalizzazione in tutti gli aspetti della vita, a una velocità e un’intensità tali da traumatizzarne e deluderne molti. Non era questa la nuova Germania che i cittadini orientali si aspettavano, non erano questi il tatto e il rispetto che Willy Brandt aveva auspicato.

Il processo di unificazione spesso non fu altro che un’occidentalizzazione forzata, un tentativo di fare tabula rasa nella vita dei cittadini della DDR. Fu in questo modo che la cultura politica e l’identità della società tedesca orientale iniziarono a trasformarsi e a distanziarsi da quella dei compatrioti occidentali: non solo, dunque, un retaggio del regime socialista, ma una vera e propria risposta a ciò che molti avevano percepito come un’annessione, come un tentativo di colonizzazione.

Una parte della popolazione a oriente ritiene che la propria versione della storia non sia mai stata raccontata: la storia della riunificazione tedesca è quasi sempre narrata come una storia di successo e così viene percepita quasi unanimemente, soprattutto all’estero.
A questo proposito, dalla generazione dei ragazzi cresciuti a cavallo del 1989 stanno nascendo progetti volti a contrastare una visione spesso unidimensionale e “occidentalocentrica” del processo di unificazione. Un esempio è il gruppo Dritte Generation Ost (“Terza generazione est”), che cerca, con eventi e pubblicazioni, di diffondere un punto di vista spesso poco considerato, ma che aggiunge complessità alla narrazione di quegli eventi.

Helmut Kohl è dunque una figura da ricordare e senza di lui sarebbe stato tutto diverso; molte cose sono cambiate, è vero, ma non tutto il paesaggio è fiorito.

Maria Baldovin

 
Author Image
Nata a Ivrea (To) nel 1991, ha studiato lingue e letterature straniere all’università di Torino ed è poi migrata verso Forlì, dove ha frequentato la specialistica in studi interdisciplinari sull’Est Europa (MIREES). Per East Journal scrive di Russia, ma ha un debole anche per la Germania (ex orientale, ovviamente). Gli articoli di analisi scritti per East Journal sono co-pubblicati anche da PECOB, università di Bologna.
 

 

1192.- Il futuro dell’Europa Orientale secondo Emmanuel Macron e come, invece, lo vogliamo

DAGgpeGUIAAFlML

Macron, ardente sostenitore della globalizzazione e dell’integrazione europea fra stati a più velocità, immagina l’asse franco-tedesco, come il motore propulsore dell’intera UE. Gira che ti gira, sempre un Reich saremo, a meno di una provvidenziale… ITALEXIT! L’Europa deve integrarsi, rifondandosi sui principi degli stati sociali, ma Berlino e Parigi sono l’ostacolo da abbattere, e presto. Il tempo dei Reich appartiene al passato, come la leadership degli Stati Uniti volge al tramonto. Dobbiamo integrare l’intero Occidente, ma sulla base di una partecipazione coesa di tutte le identità nazionali, la nostra vera ricchezza.

9vpWObZY

L’elezione alla presidenza francese da parte di Emmanuel Macron ha certo fatto tirare un sospiro di sollievo a chi, negli anni, si è fatto portatore di una più stretta integrazione in seno all’Unione Europea.

Lo stesso, tuttavia, non si è potuto dire per paesi come Polonia e Ungheria, il cui peso politico, animato da un forte euroscetticismo, potrebbe ora risultare irrimediabilmente ridimensionato.

La Polonia, ad esempio, è stata la più esplicita fra i paesi dell’Europa centro-orientale a denunciare la possibilità che la ritrovata cooperazione fra gli stati dell’area occidentale rischierebbe di erodere il mercato unico europeo, fino a ridurre il sostegno economico verso i paesi dell’area mitteleuropea.

L’ascesa di Macron e il suo aperto sostegno al disegno europeo a “più velocità”, idea cui si è spesso fatto riferimento dal concretizzarsi dello scenario tracciato dal caso Brexit fino alla recente Conferenza di Roma, ha generato diverse preoccupazioni, a Budapest come a Varsavia, e cioè che possa avverarsi il timore d’un cerchio politico-decisionale ristretto, totalmente sbilanciato verso ovest.

Polonia, Ungheria e social dumping

Sottolineando proprio questi timori, diversi analisti e politici polacchi hanno accusato il neo-presidente francese di violare lo spirito del mercato unico europeo spingendo sul pedale delle riforme in tema di mobilità dei lavoratori.

Al riguardo, la campagna elettorale francese, fra i temi affrontati, si è concentrata in parte sulla decisione da parte di Whirlpool, azienda leader nel campo degli elettrodomestici, di spostare una propria filiale produttiva dalla Francia in Polonia.

Mentre il candidato del Front National, Marine Le Pen, si è detto favorevole alla nazionalizzazione dell’impianto, Macron, ardente sostenitore della globalizzazione e dell’integrazione europea, si è smarcato da una simile posizione.

Tuttavia, sempre Macron ha puntato il dito proprio contro Varsavia, accusandola di sfruttare le differenze nel costo del lavoro per attrarre investimenti, alludendo al problema del social dumping, fra gli argomenti più sentiti dall’opinione pubblica d’oltralpe, e alla necessità di contrastarlo con ogni strumenti disponibile.

Con social dumping si indica l’operato di quelle aziende che investono in paesi in cui il costo del lavoro è più basso e le regolamentazioni in materia meno stringenti al fine di massimizzare i profitti.

Pronta è arrivata la risposta del Ministro delle Finanze polacco, Mateusz Morawiecki, il quale ha parlato di «discriminazione» e di violazione del principio del mercato unico.

«Non è possibile», ha continuato Morawiecki, «che quando si tratta di esportare, la Polonia sia considerata un ottimo mercato […] mentre quando è la Polonia ad attrarre investimenti, fra cui quelli francesi, allora ciò non vada bene».

Anche l’Ungheria pare oggi attraversata dai medesimi timori.

Hendrik Hansen, direttore del Dipartimento di Politiche Internazionali ed Europee all’Università Andrassy di Budapest, ha recentemente affermato che «l’idea di un’Europa a più velocità è divenuta ora più vicina e con Macron l’asse franco-tedesco, inteso come motore propulsore dell’intera UE, è d’un tratto divenuto più importante».

Fine dei finanziamenti?

Il progetto ideato da Macron per la realizzazione d’un unico budget europeo e un unico ministro delle finanze – sebbene recepita con scetticismo da Berlino – ha suscitato paure in tutto il blocco orientale, per il timore che questo possa significare la fine dei fondi elargiti da Bruxelles per una più rapida integrazione.

La Polonia, ad esempio, è la più grande beneficiaria di fondi comunitari, con la bellezza di 77.6 miliardi di euro in arrivo fra il 2014 e il 2020, al fine di potenziare la rete infrastrutturale e implementare proprio la competitività economica.

Tuttavia, le rassicurazioni non bastano e per Szabolcs Takacs, Segretario di Stato ungherese agli affari europei, «la realizzazione d’una Europa ha più velocità significherà il tracollo dell’Unione Europea tutta».

1034 .- CHIOSANDO dal blog “REMOCONTRO, la virtù del dubbio”

Merkel-Trump, non è amore. ‘Cafone in Chief’

Merkel-Trump, incontro teso alla Casa Bianca. Il presidente Usa: “L’immigrazione non è un diritto”.
La replica: “Dobbiamo proteggere i nostri confini ma allo stesso tempo guardare ai rifugiati che scappano dalle guerre e dalla povertà”.
‘Cafone in Chief’, Trump che nello studio Ovale si è rifiutato di stringerle la mano

trump-merkel

Troppo coinvolgente il flash di oggi sull’ incontro fra il presidente Trump e il cancelliere Merkel presentato su “Remocontro, la virtù del dubbio” da Ennio Remondino.

Lo riporto per Voi e, poi, apro un dialogo, chiosandolo per noi.

Sgarberie diplomatiche e qualcosa oltre perché Trump è davvero un rozzo. La visita nello studio Ovale cominciata con la cancelliera seduta e protesa verso il presidente. “Ci stringiamo la mano?”, gli ha chiesto. Lui, senza guardarla, le mani le ha tenute palmo a palmo, incastrate fra le gambe. Il video ha fatto il giro del mondo prima ancora che il colloquio iniziasse.
Dopo di che, è diplomazia, cioè finzione: l’incontro è stato “produttivo”, ha dice Trump; “soddisfacente”, rincorre Merkel. Balle.

Questioni affrontate tante, accordi raggiunti ben pochi. A partire dalla Nato. Trump ha ribadito la necessità che gli alleati paghino la loro “giusta quota”. La Germania si è impegnata ad aumentare le spese militari dall’attuale 1,2% del pil per avvicinarsi al 2%, l’obiettivo chiesto degli Usa, ma che solo quattro sui 27 Paesi dell’Alleanza hanno intenzione ed economia per farlo.
Pace in Ucraina. Dura la Merkel a dar dispiaceri all’interlocutore: “Le relazioni con la Russia devono migliorare ma prima deve essere risolta la crisi ucraina”. E Iraq, e Siria, e Libia.

Lo scontro ideologico, sull’immigrazione. “L’immigrazione è un privilegio, non un diritto”, attacca Trump. “Dobbiamo proteggere i nostri confini ma allo stesso tempo guardare ai rifugiati che scappano dalle guerre e dalla povertà”, replica la cancelliera. Non c’è mediazione possibile.
Durante una telefonata nel gennaio scorso, la cancelliera aveva ricordato al neo presidente che la Convenzione di Ginevra obbliga i suoi firmatari, Stati Uniti compresi, ad accogliere i rifugiati di guerra per motivi umanitari. E Berlino insiste e ripete la regole che il miliardario ha probabilmente l’abitudine ad aggirare.

Ma il vero fronte di scontro è molto più concreto. Commercio. Trump, con il suo concetto “America first”, ha minacciato di imporre dazi del 35% sulle case automobilistiche tedesche che producono in Messico le auto per il mercato statunitense. La Germania ha replicato con la minaccia di un ricorso all’Organizzazione del commercio mondiale (Wto) contro gli Stati Uniti se entrerà in vigore la ‘border tax’.
Trump: ‘Gli Usa vogliono accordi commerciali giusti che non costringano le nostre aziende a chiudere’. Merkel che invoca l’accordo di libero scambio con l’Unione europea già morto con Obama.
Aria fritta e nessun accordo, è la traduzione.

Il ‘Cafone in Chief’

La cancelliera tedesca è arrivata alla Casa Bianca per la terza volta ad incontrare un terzo presidente. Un primato da esibire il suo. Dopo George W. Bush e Barack Obama, le tocca lo strano 45esimo presidente degli Stati Uniti.
Il quale rifiuta di stringere la mano al capo del governo tedesco, con un gesto ostentato, per la ripresa televisiva.
Trump non è solo pericoloso politicamente, ma è anche cafone, apprende il mondo. Maleducato e anche ignorante.
Ignora che sono ben 60 mila i militari americani, distribuiti in 37 basi e installazioni in Germania. Ed è qui che Vittorio Zucconi, su Repubblica, attribuisce al miliardario di passaggio alla Casa Bianca, il titolo di ‘Cafone in Chief’.

Trump villano che ha platealmente offeso il capo del governo tedesco, e con lei, anche un po’ di Europa. Una America sgradevolmente arrogante quella rappresentata ieri alla Casa Bianca dall’apprendista Presidente.
Una America sfruttata, è quella che ha provato ad interpretare il miliardario, a credere che nei 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Usa siano stati truffati dagli avidi europei.
E Trump, così facendo, sta rimettendo in discussione le fondamenta sulle quali la potenza americana è stata costruita. “Sega, conclude Zucconi, quel ramo della Nato sul quale l’America è seduta da due generazioni”.

Schermata 2017-03-18 alle 13.30.57.png

Mi permetto di aprire il dialogo, proponendo una mia versione, irriverentemente ma amichevolmente chiosata di questo flash, come fossimo a ‘tu per tu’ :
“La cancelliera tedesca è arrivata alla Casa Bianca per la terza volta ad incontrare un terzo presidente. Un primato da esibire il suo. Dopo George W. Bush e Barack Obama, le tocca lo strano 45esimo presidente degli Stati Uniti, il quale rifiuta di stringere la mano al capo del governo tedesco, con un gesto ostentato, per la ripresa televisiva.” Bene. Proviamo a leggere Remocontro,partendo dall’assunto che la politica USA, soprattutto della finanza USA, sia stata messa in angolo in Siria, come nel Mare Cinese Meridionale. Chiosando:

“Trump non è solo pericoloso politicamente, ma sa anche essere cafone” …con chi lo merita – dico io -, “malgrado siano ben 60 mila i militari americani, distribuiti in 37 basi e installazioni in Germania”. Ed è qui che non condivido Vittorio Zucconi, che, su Repubblica, attribuisce al miliardario della Casa Bianca, il titolo di ‘Cafone in Chief’, perché ha platealmente offeso il capo del governo tedesco, e con lei, anche un po’ di Europa. Un’America ‘sinceramente’ arrogante quella rappresentata ieri alla Casa Bianca dal Presidente ‘trasparente’.
“Una America sfruttata, è quella che ha provato ad interpretare il miliardario, a credere che nei 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Usa siano stati truffati dagli avidi europei”. Indubbiamente, la VI Flotta e le basi USA/NATO in Europa sono state e sono un fattore di sicurezza per gli europei; tuttavia la posizione è difficile da condividere per quanti vedono nella NATO e nell’Unione europea due braccia della politica e, specificamente, della finanza americana.
A Trump, che vuole riproporre la leadership dell’Occidente, non sfugge la politica doppia di Merkel sia quella finanziaria verso i partner europei sia quella commerciale verso la Russia. Sembra che, così facendo, Trump stia rimettendo in discussione le fondamenta sulle quali la potenza americana è stata costruita. “Sega, ‘sostiene’ Zucconi, quel ramo della Nato sul quale l’America è seduta da due generazioni”. “Mi sento di sostenere il contrario e, cioè; che Trump avverta le difficoltà della NATO e l’impossibilità per gli USA di reggere, da soli, il confronto con Russia e Cina (17 anni fa l’US NAVY ipotizzava il suo sorpasso da parte della Marina popolare cinese nel 2025). Voglio dare credito, perciò, al Presidente Trump e, contemporaneamente, a Putin, che ha posto la condizione di un interlocutore unico europeo: Se vogliamo evitare la guerra, un Nuovo Occidente sarà necessario per fronteggiare la crescente potenza asiatica, ma dovrà comprendere Stati Uniti e Russia e l’Europa, quale elemento equilibratore. Non questa Europa tecnocratica-finanziaria, senza un suo leader, rifiutata da troppi europei, ma una nuova Europa, unita in una confederazione di Stati sovrani e sociali, che sia garantita dal sostegno dei suoi popoli. L’opposto di quanto l’avida e fedifraga Merkel sta per festeggiare a Roma. La vecchia Europa degli egoismi è, a un tempo, alle corde e in sella. Sarà questione dei leader che saprà esprimere. Grazie.

Mi permetto di aprire il dialogo, proponendo una mia versione, irriverentemente ma amichevolmente chiosata di questo flash, come fossimo a ‘tu per tu’ :
“La cancelliera tedesca è arrivata alla Casa Bianca per la terza volta ad incontrare un terzo presidente. Un primato da esibire il suo. Dopo George W. Bush e Barack Obama, le tocca lo strano 45esimo presidente degli Stati Uniti, il quale rifiuta di stringere la mano al capo del governo tedesco, con un gesto ostentato, per la ripresa televisiva.” Bene. Proviamo a leggere Remocontro,partendo dall’assunto che la politica USA, soprattutto della finanza USA, sia stata messa in angolo in Siria, come nel Mare Cinese Meridionale. Chiosando:

“Trump non è solo pericoloso politicamente, ma sa anche essere cafone” …con chi lo merita – dico io -, “malgrado siano ben 60 mila i militari americani, distribuiti in 37 basi e installazioni in Germania”. Ed è qui che non condivido Vittorio Zucconi, che, su Repubblica, attribuisce al miliardario della Casa Bianca, il titolo di ‘Cafone in Chief’, perché ha platealmente offeso il capo del governo tedesco, e con lei, anche un po’ di Europa. Un’America ‘sinceramente’ arrogante quella rappresentata ieri alla Casa Bianca dal Presidente ‘trasparente’.
“Una America sfruttata, è quella che ha provato ad interpretare il miliardario, a credere che nei 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Usa siano stati truffati dagli avidi europei”. Indubbiamente, la VI Flotta e le basi USA/NATO in Europa sono state e sono un fattore di sicurezza per gli europei; tuttavia la posizione è difficile da condividere per quanti vedono nella NATO e nell’Unione europea due braccia della politica e, specificamente, della finanza americana.
A Trump, che vuole riproporre la leadership dell’Occidente, non sfugge la politica doppia di Merkel sia quella finanziaria verso i partner europei sia quella commerciale verso la Russia. Sembra che, così facendo, Trump stia rimettendo in discussione le fondamenta sulle quali la potenza americana è stata costruita. “Sega, ‘sostiene’ Zucconi, quel ramo della Nato sul quale l’America è seduta da due generazioni”. “Mi sento di sostenere il contrario e, cioè; che Trump avverta le difficoltà della NATO e l’impossibilità per gli USA di reggere, da soli, il confronto con Russia e Cina (17 anni fa l’US NAVY ipotizzava il suo sorpasso da parte della Marina popolare cinese nel 2025). Voglio dare credito, perciò, al Presidente Trump e, contemporaneamente, a Putin, che ha posto la condizione di un interlocutore unico europeo: Se vogliamo evitare la guerra, un Nuovo Occidente sarà necessario per fronteggiare la crescente potenza asiatica, ma dovrà comprendere Stati Uniti e Russia e l’Europa, quale elemento equilibratore. Non questa Europa tecnocratica-finanziaria, senza un suo leader, rifiutata da troppi europei, ma una nuova Europa, unita in una confederazione di Stati sovrani e sociali, che sia garantita dal sostegno dei suoi popoli. L’opposto di quanto l’avida e fedifraga Merkel sta per festeggiare a Roma. La vecchia Europa degli egoismi è, a un tempo, alle corde e in sella. Sarà questione dei leader che saprà esprimere. Grazie.

960.-INCONTRO DRAGHI-MERKEL: MA L’ART.130 TFUE E’ IN DESUETUDINE APPLICATIVA?

art.130 del Trattato di Lisbona, TFUE :
“Nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri a loro attribuiti dai trattati e dallo Statuto del SEBC e della BCE, nè la Banca centrale europea, nè una banca centrale nazionale nè un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni, dagli organi o agli organismi dell’Unione, DAI GOVERNI DEGLI STATI MEMBRI nè da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni gli organi e gli organismi dell’Unione, NONCHE’ I GOVERNI, DEGLI STATI MEMBRI SI IMPEGNANO A RISPETTARE QUESTO PRINCIPIO E A NON CERCARE DI INFLUENZARE I MEMBRI DEGLI ORGANI DECISIONALI DELLA BANCA CENTRALE…”

La proposta di Angela Merkel di diverse velocità d’integrazione non riguarderebbe l’eurozona, da mantenere unita tramite tutti i trattati, come il fondo salva Stati, ma sembra aver dettato al “Guardiano dell’€uro” le istruzioni per la sua politica.

barra-caracciolo1

a-1-ab-desuetudine-diritto-internazionale

1. In attesa delle elezioni, – non quelle in Italia, dove per definizione le cose, nel breve temine, non possono cambiare in modo sostanziale- c’è una notevole confusione in €uropa: al punto che, all’interno nell’avvicendarsi di notizie, e analisi espertologiche, orwelliane, sfuggono i risvolti di quelle veramente rilevanti.
Prendiamo l’incontro Draghi-Merkel di pochi giorni fa. La cancelliera aveva parlato di “europa a più velocità” e, in molti, l’avevano fraintesa: in effetti, ciò che contava, in quella dichiarazione, era più un’oscura minaccia a chi non si adeguava all’intensificazione dell’attuale modello mercantilista a trazione germanica che non la prospettiva di una volontà politica di cambiare i trattati. Insomma, contava più quello che non era stato detto: e di sicuro non era stato detto, dalla Merkel, che lei, proprio lei, ipotizzasse un euro a più velocità.

1000x-1Mario Draghi and Angela Merkel have never publicly disagreed with one another. Now they have something to agree on.

2. Su questo punto, riportiamo la sintesi “ufficiale” dell’incontro fatta dal Corriere della sera:
Non hanno parlato di tassi d’interesse, Angela Merkel e Mario Draghi, nel loro incontro alla cancelleria di Berlino. Hanno però parlato di qualcosa di più: del futuro dell’Europa. E la cancelliera ha chiarito che la sua proposta di diverse velocità d’integrazione non riguarda l’eurozona, da mantenere unita. «Non è vero che ho parlato di velocità diverse riguardo all’eurozona — ha detto dopo il colloquio con il presidente della Bce — Anzi, l’area euro dev’essere coesa e continuare a sostenere tutti i progetti varati assieme, come il fondo salva Stati»
La confusione, chiunque l’avesse fatta e amplificata, viene esplicitamente stigmatizzata:
Nei giorni scorsi, c’erano state discussione e confusione sulla proposta di Merkel di formalizzare un’Europa a velocità multiple. Tra queste, il sospetto che intendesse un nucleo forte di Serie A e i Paesi deboli ai margini. Idea che avrebbe messo in discussione la tenuta dell’euro. Dopo avere parlato con il guardiano della moneta, Merkel ha voluto dunque precisare che la proposta riguarda altro, non l’unità valutaria.
3. Al di là di fumose esemplificazioni sulle “diverse velocità” in alcuni irrilevanti settori (almeno per le priorità dei cittadini comuni che, in €uropa, sono alle prese con disoccupazione strutturale devastante e distruzione sistematica del welfare), al di là della generica inquietudine, priva di qualsiasi autocritica, per cui l’UE sarebbe alle prese con “enormi cambiamenti”, appunto, “nell’era della Brexit, di Donald Trump e delle crisi multiple dell’Europa”, l’incontro è servito in pratica per dire che l’applicazione dei trattati prosegue per quella che è, che è sempre stata e che sempre sarà.
Anche nei settori, – su tutti l’immigrazione e il controllo dei megasurplus esteri di Germania e Olanda-, in cui le crisi “multiple” sono, evidentemente, dei momenti evolutivi interni al “migliore dei mondi possibile”. Quello dei trattati della pace, della cooperazione e della “durezza del vivere”.

4. Infatti, ci tiene a precisare il Corsera,
“Draghi…non ha mai caricato di significati eccessivi il surplus commerciale tedesco e sa che Merkel non potrà, in un anno elettorale, frenare la spinta all’export delle imprese”.
Traduciamo però in termini di previsioni normative dei trattati questo bel siparietto, così rassicurante e sereno sul futuro dell’eurozona: la Merkel, in veste e nell’esercizio delle sue funzioni di capo del governo dello Stato membro dell’eurozona più importante, – che passa il suo tempo a pianificare e a dettare le politiche socio-economiche cui, esplicitamente, si devono adeguare gli altri paesi dell’eurozona stessa-, incontra il presidente della BCE, la più importante istituzione “federale” dell’eurozona (anzi, l’unica, necessaria e sufficiente, a rigor di trattati) per rassicurare tutti gli altri Stati membri che le cose andranno avanti così.
Quindi, Draghi avrebbe ricevuto e/o sollecitato istruzioni, attinenti all’esercizio delle sue funzioni, – se non altro perché la Merkel avrebbe potuto ventilare un diverso quadro normativo che regolasse tale esercizio-, e la Merkel, proprio riguardo all’esercizio della sua iniziativa politica quale capo di governo in proiezione applicativa ma anche modificativa dei trattati (le “più” velocità), avrebbe ricevuto e/o sollecitato istruzioni da Draghi.
Chiariamo che le istruzioni sono proprio delle indicazioni orientative, adottabili nelle più diverse forme, compreso un incontro “diplomatico”, pubblico e “protocollare”, attinenti ai rispettivi indirizzi generali nell’esercizio dell’ampia discrezionalità che caratterizza sia i poteri della BCE sia, al contempo, il potere di negoziazione, rilevantissimo, che all’interno delle istituzioni €uropee caratterizza la posizione di capo del governo tedesco.

5. E cosa dicono i trattati sul punto? Quello che è espresso nell’art.130 del TFUE (che abbiamo già incontrato varie volte):
“Nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri a loro attribuiti dai trattati e dallo Statuto del SEBC e della BCE, nè la Banca centrale europea, nè una banca centrale nazionale nè un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni, dagli organi o agli organismi dell’Unione, DAI GOVERNI DEGLI STATI MEMBRI nè da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni gli organi e gli organismi dell’Unione, NONCHE’ I GOVERNI, DEGLI STATI MEMBRI SI IMPEGNANO A RISPETTARE QUESTO PRINCIPIO E A NON CERCARE DI INFLUENZARE I MEMBRI DEGLI ORGANI DECISIONALI DELLA BANCA CENTRALE…”

6. Dunque, l’anomalo incontro tra il presidente della BCE e il capo del governo tedesco, culminato in una dichiarazione concordata che indirizza la futura discrezionalità di entrambi nell’esercizio delle rispettive funzioni all’interno del quadro istituzionale UE-M, è esattamente la situazione che è vietata dalla norma in questione.
Basti pensare che Draghi, – che è abituato ad esternare, anche in via scritta, sulle più minuziose istruzioni relative alle politiche fiscali dei paesi dell’eurozona, e sulla priorità delle più drastiche riforme del mercato del lavoro-, viene indotto, a sentire il Corsera, a glissare, per l’ennesima volta, sul surplus commerciale tedesco che, sul piano delle sue competenze, influisce in modo decisivo nel rendere insostenibile l”eurozona e nel vanificare i suoi tentativi, più o meno creativi, di limitare le asimmetrie determinate dalla moneta unica.
L’assuefazione a questa alterazione applicativa dei trattati (economici), nei ruoli dei rispettivi protagonisti, e negli indirizzi anticooperativi che ne scaturiscono, – tutti rafforzativi delle problematiche che comporta la moneta unica-, è una cosa molto grave.

7. E in questo quadro, risulta quasi un beffa che, contemporaneamente all’incontro in questione, la Germania abbia, ancora una volta, preso un unilaterale posizione sulla questione Grecia, come, sempre lo stesso articolo, ci riferisce:
Sempre ieri, una vecchia crisi è tornata, quella greca. In discussione è la sostenibilità del piano di salvataggio ellenico da parte dell’Europa. Le opinioni sono contrastanti e il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble ha detto che Atene deve fare le riforme stabilite, «altrimenti dovrà andare per un’altra strada», cioè abbandonare l’euro. Posizione forte, come da tempo ha il ministro tedesco sulla questione. Ma che Merkel ha poi sempre mediato, con l’appoggio di Draghi, per non mettere in crisi l’eurozona. Due leader uniti di fronte alle debolezze dell’Europa.
8. Cosa poi abbia mediato la Merkel, con l’appoggio di Draghi, nel massacro continuativo della Grecia, non è dato di sapere. Specialmente se ha appena detto a Draghi che l’eurozona non si tocca, cioè che la Grecia deve rimanere nell’euro…per ripagare i debitI corrispondenti al surplus tedesco. Il che vale, come monito e esempio “educativo”, per tutti i paesi “debitori” dell’eurozona.
Ma questo è è lo stesso identico concetto espresso da Schauble, che ipotizza la Grexit solo dopo essersi assicurato che i soldi dell’ESM e della trojka abbiano messo al sicuro i crediti bancari tedeschi, prospettando che l’uscita, cioè il default, ovvero il taglio concordato del debito greco, comunque accompagnato dalla svalutazione della neo-dracma, siano a carico di chi ha contribuito all’ESM…cioè noi (che avevamo posizioni creditorie trascurabili, a differenza dei francesi, verso la stessa Grecia).

Così, Orizzonte 48. Ora, traduco la critica di Alessandro Speciale e Birgit Jennen su Blomberg:

Mario Draghi e Angela Merkel non sono mai entrati pubblicamente in disaccordo tra loro. Ora hanno qualcosa da concordare.

Tre giorni dopo aver respinto in coro le accuse degli Stati Uniti che la Germania è responsabile di un euro grossolanamente sottovalutato, il presidente della Banca centrale europea si è recato a Berlino per una delle sue periodiche discussioni, a porte chiuse con il cancelliere tedesco. L’incontro, probabilmente, ha toccato gli argomenti già noti – lo stato dell’economia, della combustione crisi della Grecia del debito e la politica monetaria – e la tempistica è pertinente.

La Germania si sta preparando per le elezioni di settembre, e con l’inflazione al livello più alto dal 2013, la pressione nella più grande economia europea sta montando per via di un segnale che – dopo più di due anni di acquisti di asset e tassi di interesse negativi – la BCE si starebbe preparando per la normalizzazione. Ma anche se nelle 19 nazioni dell’eurozona la ripresa ha preso velocità e la disoccupazione è in calo, molte economie devono fare ancora affidamento sugli incentivi monetari, e la loro rimozione improvvisa potrebbe fare il gioco dei partiti che vogliono invertire la rotta in materia di integrazione europea.

“Una strategia di uscita è in ritardo”, ha detto Alexander Radwan, un esperto di finanza dell’Unione socialista cristiano, alleato bavarese della Merkel; mentre ha ammesso che “un ritiro improvviso degli incentivi potrebbe creare situazioni difficili per alcuni paesi dell’area dell’euro”; ha,poi, aggiunto che quei paesi “dovrebbero essere informati prima che sta arrivando la fine gli incentivi monetari, al fine di accelerare la realizzazione delle riforme necessarie.”

Alla vigilia dei colloqui, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble aveva detto che “preparare e pianificare di uscire da una politica monetaria straordinaria per evitare distorsioni più grandi è un arte da applicare con attenzione”. In un’intervista alla televisione ARD, aveva sostenuto che la Germania non ha alcun interesse per gli sviluppi incontrollabili “, e quindi, “sono felice che la BCE voglia tentare di eseguire una politica monetaria prudente, attentamente bilanciata.”

600x-1

La critica tedesca per la politica monetaria non convenzionale si è fatta più forte dopo che, nel mese di gennaio, il tasso di inflazione del paese è balzato all’ 1,9 per cento, un livello che la BCE mira a mantenere nel medio termine in tutta l’area dell’euro.

merkel-angela-schaeuble-wolfgang-deu-kabinett-ap-258x258

Wolfgang Schaeuble, gioca a scaricabarile con il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. Dopo le accuse lanciate dall’amministrazione Trump contro l’euro e Berlino, la risposta del ministro tedesco non si fatta attendere. Il superconsulente al commercio del neo presidente Usa, Peter Navarro, direttore del National Trade Council, ha definito l’euro un «marco mascherato» e pesantemente sottovalutato, aggiungendo senza mezzi termini che Berlino avrebbe sfruttato il mercato comunitario ai danni degli altri paesi europei e degli Stati Uniti d’America. In risposta a queste pesanti accuse, Schaeuble non ha trovato di meglio da fare che tentare di scaricare la responsabilità della politica neomercantilista tedesca sulla Bce.

Non tutti i tedeschi approvano la politica europea di Mekel e di Schäuble. E’ contro ogni logica pensare di poter favorire la competitività delle esportazioni tedesche sui mercati mondiali, a spese degli altri Stati europei.

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2F121083388058285%2Fvideos%2F710325042467447%2F&show_text=0&width=560

932.-Uscita dall’euro e svalutazione: quelli che “il marco passò da 1880 lire a 1500 lire”.

Chi meglio di Prodi, di Amato e D’Alema sa che questa faccia da kapò ci sfrutta grazie alla sottovalutazione del marco sull’€uro: da 1880 a 1500 Lire ? Cosa disse Alberto Bagnai?

Ma mentre tutti si preoccupano per le opinioni, ai fatti, ai poveri, nudi fatti, chi ci pensa? È lecito tutelare un’opinione, quando questa stupra i fatti?

In fondo, anche il maniaco sessuale “opina” che portare a termine il suo progetto sia un suo diritto, e anche il maniaco sessuale vive in democrazia, come del resto le sue potenziali vittime. A chi ritenesse il paragone eccessivo, e mi facesse notare che la violenza sessuale è un crimine punito dall’articolo 609 bis del Codice Penale, farei notare che secondo il Testo Unico della Finanza (TUF) anche la violenza contro i fatti economici è un crimine, punito dall’art. 185 TUF, il quale recita: “Chiunque diffonde notizie false o pone in essere operazioni simulate o altri artifizi concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro ventimila a euro cinque milioni”. Ne abbiamo sentite, ultimamente, di notizie false! Ad esempio, il preteso default dello Stato italiano a novembre 2011 era vero quanto le “armi di distruzione di massa” irachene che tanto preoccupavano Blair (il nuovo compagno di merende del nostro premier). Per chi si fosse distratto, ricordo che le armi di distruzione di massa in Iraq non c’erano, e non c’era nemmeno il default in Italia, anche se l’austerità fatta col pretesto di evitarlo ha aggravato la nostra situazione distruggendo i nostri redditi, e questo ormai lo ammettono tutti.

I magistrati hanno cose più serie da fare, ma siccome alterazione del mercato ci fu, chissà, magari fare un giretto sui giornali di tre anni fa potrebbe aprire loro interessanti prospettive.

Non va meglio in televisione, dove trasmissioni trash ci propongono una variopinta corte dei miracoli eurista che scambia la libertà di opinione per libertà di menzogna. Ieri, 30 novembre 2014, data da segnare albo lapillo negli annali della lotta di liberazione del nostro paese, se n’è avuta una plastica illustrazione nel dibattito fra Claudio Borghi Aquilini e Gianluca Brambilla alla Gabbia.

Notate un dato significativo: ormai che l’euro sia un problema lo ammettono tutti. Zingales, il più scaltro fra gli economisti dell’establishment, lo va dicendo dal 2010! Queste ammissioni hanno un ovvio motivo: il redde rationem si avvicina e chi vuole rimanere in sella deve smettere di mentire. Ne consegue che a mentire vengono mandati personaggi di secondo o terzo rango, personaggi “expendable”, sacrificabili, come si direbbe in gergo militare, accomunati da due tratti caratteristici:
– mentono sui fatti più elementari, e:
– sono in un palese conflitto di interessi.

Cominciamo dalla menzogna.

È significativo il passaggio in cui il Brambilla dice: “La svalutazione che ho vissuto sulla mia pelle, era il 13 settembre del 1992, il marco tedesco passò dalla sera alla mattina da 880, ehm, 1880 lire a praticamente 1500 lire il giorno dopo”. Una perla di proporzioni inaudite, meglio: un autentico diamante, del quale vi guiderò, per vostra edificazione, ad apprezzare le molteplici sfaccettature.

itl-630x341

Cominciamo dai dati. In figura vedete i dati settimanali del cambio lira/marco, espresso in lire per marco, cioè come costo del marco in lire italiane (i dati sono tratti da questo sito). Ho cerchiato in rosso l’episodio del 1992 che infiniti lutti addusse al Brambilla.

Notate che l’imprenditore comincia quasi bene, nel senso che dice una cosa solo lievemente imprecisa, situando a 880 lire il valore del marco prima della svalutazione del 1992. In effetti prima della svalutazione il marco era a 764 lire. Fra 880 e 764 la differenza è “solo” del 15%: un po’ troppo, mi direte, per uno che pretende di essere del settore e di ricordare bene l’episodio. Ma nulla in confronto alla castroneria immediatamente seguente: il Brambilla infatti si corregge, e parla di 1880 lire per marco, con successiva “svalutazione” a 1500. E qui abbiamo altre due sfaccettature:
– il marco non è mai arrivato a 1880 lire, come tutti ricordiamo e come la figura mostra. La massima svalutazione ci portò poco sopra 1200 lire per marco (nel 1995). Non voglio dire che Brambilla menta o sia ignorante. Sicuramente, se dice di aver acquistato un marco a 1880 lire, sarà vero e io gli credo. Ciò implica che qualcuno sia riuscito a venderglielo a quel prezzo. Al venditore propongo di erigere un monumento: è evidentemente un genio (del male), come il partenopeo che è riuscito a collocare in Germania una banconota da 300 euro. Preciso, per il signor Brambilla, che la banconota da 300 era falsa (non si sa mai).
– Se veramente il marco fosse passato da 1880 a 1500 lire, significa che sarebbe costato di meno (tutti capiamo, vero, che una cosa che costava 1500 lire costava meno di una che ne costava 1880, no?). Quindi nel caso prospettato dal Brambilla sarebbe stato il marco a costare di meno, cioè a svalutarsi, di circa il 25%, non la lira! E in una notte!

La domanda sorge spontanea: come può fare impresa uno che pensa di rimetterci acquistando una cosa quando costa di meno? Beati i suoi fornitori! Scusate, vi lascio: vado a fare l’imprenditore…

Le cose andarono in tutt’altro modo. Fra il 13 settembre 1992 la lira cedette del 7% (non del 25%), cioè il prezzo del marco aumentò da 764 a 818 lire. Una prima cuspide di svalutazione venne raggiunta, come il grafico mostra, molto dopo, nella settimana del 30 marzo 1993: il marco arrivò a costare 990 lire, cioè il 30% di più rispetto al valore pre-svalutazione. Ma c’erano voluti più di 200 giorni per arrivare a questo, non una singola notte, come sostenuto dal Brambilla. Fra l’altro, il mercato corresse immediatamente questa sottovalutazione della lira, che si riprese, per poi cedere nuovamente e attestarsi intorno alle 1000 lire per marco (vicino al valore di ingresso nell’euro).

Ricapitolando:
– violenza ai fatti (il valore del marco era un altro);
– violenza alla logica (svalutazione della lira significa che il marco costa di più, non di meno);
– violenza al dato storico (per quello che il Brambilla enuncia ci vollero 200 giorni, non uno).

La domanda è: perché tanta violenza?

La carità cristiana ci esorta ad essere misericordiosi con il carnefice come con le vittime, a intuirne e compatirne le ragioni. E Claudio Borghi le ragioni del Brambilla le intuisce, e gliele spiattella in faccia, suscitando una meritatissima standing ovation: il Brambilla è un importatore. Non un imprenditore che crea valore in Italia, dando lavoro a italiani, ma un commerciante che fa campare imprenditori esteri, acquistando i loro beni per venderli a noi, dando lavoro a cittadini esteri.

Intendiamoci: non siamo per l’autarchia. Lo scambio (incluso quello del Dna) è una naturale e salutare pulsione della natura umana, che ci evita il compito di provvedere da noi a tutti i nostri bisogni: già Robinson Crusoe ebbe le sue difficoltà, come ricorderete, in un tempo di bisogni relativamente rudimentali. Pensate oggi! Come faremmo a costruirci da soli uno smartphone? E poi, se il global warming rende possibile vinificare in Inghilterra, in Groenlandia ancora non si può, e proprio perché nel Mediterraneo stanno arrivando i barracuda, è difficile che ci si possa pescare il merluzzo bianco: quindi, se agli italiani piace il baccalà, e ai groenlandesi il vino, commerciare aumenterà il benessere: è nella logica dei fatti, prima che in ogni libro di testo.

Non c’è quindi nulla di male nell’essere importatore, anzi!, come del resto non c’è nulla di male nell’esportare, e in generale nel difendere i propri interessi. Il problema, come spiego nel mio ultimo libro, è un altro, è il capitalismo straccione e bancarottiere del “testa vinco io, croce perdi tu”: questo è il vero cancro del nostro paese e del nostro continente.

È lecito che un importatore preferisca un mercato falsato da una moneta troppo forte. Nel breve periodo ne trae vantaggi: acquistare all’estero gli costa meno, e i suoi margini di profitto aumentano. Nel frattempo, però, le imprese che esportano chiudono, e alla fine chiude anche l’importatore, perché dopo aver beneficiato di una moneta forte che gli ha assicurato margini alti (mentre comprimeva quelli degli esportatori), alla fine si accorge che il paese è morto, e che le cose che lui compra all’estero grazie alla moneta forte, all’interno nessuno ha più i soldi per comprarle.

Ho incontrato spesso simili imprenditori. La trama è sempre questa: arriva uno che si preoccupa dell’uscita dall’euro, della svalutazione. Tu gli chiedi: “Scusi, lei che fa”, lui ti risponde: “Io importo”. Allora gli dici: “Certo nel 1992 deve essere stata dura, all’inizio, ma nel 1991 le cose come andavano?”, e lui: “Malissimo, il paese era fermo, acquistavo bene ma non vendevo”, e tu: “Ah, ecco, e invece nel 1993?”, e lui: “Be’, l’economia è ripartita, finalmente riuscivo a vendere le cose che importavo, e anche se mi costavano di più, il mio fatturato era in crescita”.

Ogni volta la stessa storia, perché è Storia, perché le cose sono andate così, e non come dice il Brambilla (più che dimostrarvelo dati alla mano non posso fare).

Agli imprenditori italiani dobbiamo chiedere lo sforzo di pensare in un’ottica di sistema, e di non vivere un giorno alla volta. Lo so: è difficile, in questo periodo di enormi tensioni economiche, nel quale loro, più di altri, sono in trincea. Ma a queste tensioni ci siamo arrivati anche per l’egoismo e la miopia dei singoli. L’importatore che teme perdite future, oggi sta facendo profitti perché il mercato dei cambi è falsato a suo vantaggio. Non può andare sempre bene, e il mercato si vendica di chi lo falsa. Capirlo rapidamente e trarne le debite conclusioni è interesse di tutti. Chi pensa solo a se stesso in un simile momento di crisi per il nostro paese è amico dei propri interessi e nemico del nostro paese, cioè, alla fine, nemico anche dei suoi stessi interessi (che lo capisca o meno).

Ah, scusatemi, una lieve imprecisione l’ho detta anch’io. Non è vero che il Brambilla sia solo un importatore. Lui esporta anche, o meglio, vorrebbe esportare una merce molto particolare. Quale? I nostri anziani, per i quali, in caso di problemi che richiedano lunghe degenze, propone la deportazione in Nord Africa, dove tutto costa meno. Nulla di nuovo: com’è noto, questo è il modello tedesco. Ho sincera compassione di Brambilla: gli auguro dal profondo del mio cuore di non dover sperimentare lo strazio del sovvenire ai bisogni di un parente anziano e malato, in un paese nel quale la crisi causata dagli egoismi individuali sta distruggendo lo stato sociale. Ma io non conto nulla: decide nostro Signore. L’unica cosa che posso fare per il Brambilla, quindi, è ricordarlo nelle mie preghiere, e certo non mancherò di farlo, come credo molti di voi. “Verrà un giorno…”.

abagnai-thumb   Alberto Bagnai a Il fatto ,
Professore associato di Politica economica, Facoltà di Economia, Uni. G.D’Annunzio, Pescara

891.- LA GERMANIA SI SOTTOMETTE ALLA LEGGE DELLA SHARIA

“In Germania, si è creato un sistema giuridico parallelo”. 
germany-rape-crisis-outrage-600x315

Un tribunale tedesco ha stabilito che sette islamisti che avevano formato una ronda per far rispettare la sharia per le strade di Wuppertal non hanno violato le leggi tedesche, avendo esercitato semplicemente il loro diritto alla libertà di parola. La sentenza “politicamente corretta”, che può essere impugnata, di fatto autorizza la “polizia della sharia” a continuare a far rispettare la legge islamica a Wuppertal.

L’autoproclamata “polizia della sharia” ha distribuito volantini in cui si annunciava a Wuppertal la costituzione di una “zona controllata dalla sharia”. I “poliziotti” esortavano i passanti musulmani, e non, a frequentare le moschee e ad astenersi da alcol, droghe, gioco d’azzardo, musica, pornografia e prostituzione.

Secondo gli oppositori, i procedimenti giudiziari – soprattutto quelli in cui la legge tedesca ha un ruolo secondario rispetto alla legge della sharia – riflettono una pericolosa ingerenza della legge islamica nel sistema giuridico tedesco.

Nel giugno del 2013, un tribunale di Hamm stabilì che chiunque contragga matrimonio secondo la legge islamica in un paese musulmano e poi chieda il divorzio in Germania deve rispettare le condizioni del contratto di matrimonio stabilite dalla sharia. La sentenza di riferimento ha in effetti legalizzato la pratica della sharia del “triplo talaq” secondo cui si può divorziare pronunciando tre volte la frase “Io ti ripudio”.

In Germania, un numero crescente di musulmani sta deliberatamente bypassando del tutto i tribunali tedeschi e decide di affidare la soluzione di una controversia ai tribunali informali della sharia, che proliferano in tutto il paese.

“Se lo Stato di diritto non riesce ad affermare la sua autorità e a farsi rispettare, allora può immediatamente dichiarare fallimento.” – Franz Solms-Laubach, giornalista parlamentare del Bild.

Un tribunale tedesco ha stabilito che sette islamisti che avevano formato una ronda per far rispettare la sharia per le strade di Wuppertal non hanno violato le leggi tedesche, avendo esercitato semplicemente il loro diritto alla libertà di parola. Sono stati accusati in base a una legge che vieta di indossare uniformi durante le manifestazioni pubbliche – una legge che era stata inizialmente concepita per impedire ai gruppi neonazisti di sfilare in pubblico.
Un tribunale tedesco ha stabilito che sette islamisti che avevano formato una ronda per far rispettare la sharia per le strade di Wuppertal non hanno violato le leggi tedesche e hanno semplicemente esercitato il loro diritto alla libertà di parola.
Questa sentenza, che di fatto legittima la legge della sharia in Germania, è solo un esempio di un crescente numero di casi giudiziari in cui i tribunali tedeschi – intenzionalmente o meno – promuovono la creazione nel paese di un sistema giuridico parallelo basato sulla legge islamica.
Nel settembre del 2014, l’autoproclamata “polizia della sharia” suscitò lo sdegno dell’opinione pubblica distribuendo volantini gialli in cui si annunciava la costituzione di una “zona controllata dalla sharia” a Elberfeld, un quartiere di Wuppertal. I “poliziotti” esortavano i passanti musulmani, e non, a frequentare le moschee e ad astenersi da alcol, droghe, gioco d’azzardo, musica, pornografia e prostituzione.

1653

Un tribunale tedesco ha stabilito che sette islamisti che avevano formato una ronda per far rispettare la sharia per le strade di Wuppertal non hanno violato le leggi tedesche, avendo esercitato semplicemente il loro diritto alla libertà di parola. Sono stati accusati in base a una legge che vieta di indossare uniformi durante le manifestazioni pubbliche – una legge che era stata inizialmente concepita per impedire ai gruppi neonazisti di sfilare in pubblico.

I sedicenti poliziotti sono seguaci del salafismo, un’ideologia violentemente anti-occidentale che cerca apertamente di rimpiazzare la democrazia in Germania (e non solo) con un governo islamico basato sulla sharia.

L’ideologia salafita afferma che la sharia è superiore ai secolari principi della common law perché emana da Allah, l’unico legislatore legittimo, e pertanto essa è giuridicamente vincolante per tutta l’umanità. Secondo la visione salafita del mondo, la democrazia cerca di porre la volontà dell’uomo al di sopra di quella di Allah ed è quindi una forma di idolatria che deve essere condannata. In altre parole, la sharia e la democrazia sono incompatibili.

Il sindaco di Wuppertal Peter Jung si è detto fiducioso del fatto che la polizia assuma una linea dura contro gli islamisti: “L’intenzione di queste persone è quella di provocare, intimidire e imporre la loro ideologia agli altri. Noi non permetteremo questo”.

Il capo della polizia di Wuppertal, Birgitta Radermacher, ha dichiarato che questa “pseudo polizia” rappresenta una minaccia per lo Stato di diritto e solo gli ufficiali e gli agenti di polizia che prestano servizio alle dipendenze dello Stato sono i legittimi rappresentanti dell’ordine in Germania. E ha aggiunto:

“Il monopolio del potere spetta esclusivamente allo Stato. Un comportamento che intimidisce, minaccia o provoca non sarà tollerato. Questa ‘polizia della sharia’ non è legittima. Chiamate il 110 [il numero della polizia] quando v’imbattere in questa gente”.

Il procuratore di Wuppertal, Wolf-Tilman Baumert, ha affermato che gli uomini, indossando giubbotti di colore arancione con la scritta “SHARIAH POLICE”, avevano violato una legge che vieta di indossare uniformi durante le manifestazioni pubbliche. Questa legge, che proibisce in particolare le uniformi che esprimono idee politiche, era stata inizialmente concepita per impedire ai gruppi neonazisti di sfilare in pubblico. Secondo Baumert, i giubbotti sono illegali perché hanno un “deliberato effetto intimidatorio e militante”.

Il 21 novembre 2016, tuttavia, la Corte distrettuale di Wuppertal ha stabilito che i giubbotti, che non possono essere considerati delle uniformi, non costituiscono affatto una minaccia. Il tribunale ha detto che i testimoni e i passanti non avrebbero potuto sentirsi intimiditi da quegli uomini e che condannarli avrebbe significato violare la loro libertà di espressione. La sentenza “politicamente corretta”, che può essere impugnata, di fatto autorizza la “polizia della sharia” a continuare ad applicare la legge islamica a Wuppertal.

I tribunali tedeschi e la sharia

I giudici tedeschi fanno sempre più riferimento alla legge della sharia e si rimettono ad essa perché gli attori o i convenuti sono musulmani. Secondo gli oppositori, i procedimenti giudiziari – soprattutto quelli in cui la legge tedesca ha un ruolo secondario rispetto alla legge della sharia – riflettono una pericolosa ingerenza della legge islamica nel sistema giuridico tedesco.

Nel maggio del 2016, ad esempio, una Corte d’Appello di Bamberg ha convalidato l’unione tra una ragazza siriana di 15 anni e suo cugino di 21 anni. Il tribunale ha stabilito che, conformemente alla sharia, il matrimonio era valido perché era stato contratto in Siria, dove unioni del genere sono consentite in base alla sharia, che non pone alcun limite di età per contrarre matrimonio. La sentenza ha in pratica legalizzato i matrimoni di minori in Germania.

Il caso è diventato pubblico poco dopo l’arrivo della coppia in un centro di accoglienza per profughi di Aschaffenburg, nell’agosto 2015. L’Ufficio di assistenza ai giovani (Jugendamt) si è rifiutato di riconoscere il loro matrimonio e ha separato la ragazza dal marito. La coppia ha intentato causa e un tribunale minorile si è espresso a favore dello Jugendamt, che è diventato il tutore legale della ragazza.

La Corte di Bamberg ha rovesciato questa sentenza e ha stabilito che, conformemente alla sharia, il matrimonio è valido perché era già stato consumato, aggiungendo però che l’Ufficio di assistenza ai giovani non aveva alcuna autorità legale per separare la coppia.

La decisione – che è stata definita come “un corso intensivo di diritto matrimoniale islamico siriano” – ha scatenato una tempesta di critiche. Qualcuno ha accusato il tribunale di Bamberg di anteporre la sharia al diritto tedesco per legalizzare una pratica vietata in Germania.

Coloro che hanno stigmatizzato la decisione del tribunale hanno fatto riferimento alla legge introduttiva al codice civile tedesco (Einführungsgesetz zum Bürgerlichen Gesetzbuche, EGBGB), che afferma:

“Una norma di legge di un altro Stato non può essere applicata se la sua applicazione dovesse produrre un risultato manifestatamente inconciliabile con i principi fondamentali del diritto tedesco. In particolare, non è applicabile se la sua applicazione fosse inconciliabile con i diritti fondamentali”.

 

Questa disposizione viene regolarmente ignorata, a quanto pare nell’interesse della correttezza politica e del multiculturalismo. In effetti, la sharia viola il sistema giuridico tedesco pressoché incontrollato da quasi due decenni. Qui di seguito qualche esempio:

Nell’agosto del 2000, un tribunale di Kassel ordinò a una vedova di condividere la pensione del defunto marito marocchino con un’altra donna con cui l’uomo era anche sposato. Anche se la poligamia è illegale in Germania, il giudice stabilì che le due vedove dovevano condividere la pensione, conformemente alla legge del Marocco.

Nel marzo del 2004, un tribunale di Coblenza concesse alla seconda moglie di un iracheno residente in Germania il diritto di soggiorno permanente nel paese. La Corte stabilì che dopo cinque anni di matrimonio poligamico in Germania, sarebbe stato ingiusto pretendere che la donna facesse ritorno in Iraq.

Nel marzo del 2007, una giudice di Francoforte citò il Corano in una causa di divorzio che coinvolgeva una donna tedesca di origine marocchina che era stata ripetutamente picchiata dal marito marocchino. Anche se la polizia aveva ordinato all’uomo di stare lontano dalla ex moglie, egli continuò ad abusare di lei, minacciandola perfino di ucciderla. La giudice Christa Datz-Winter si rifiutò di accordare il divorzio, citando il versetto 34 della Sura 4 del Corano, che giustifica “sia il diritto del marito di utilizzare le punizioni corporali contro una donna disobbediente sia la superiorità del marito nei confronti della moglie”. La giudice fu poi rimossa dal caso.

Nel dicembre del 2008, un tribunale di Düsseldorf condannò un uomo turco a corrispondere alla sua ex figliastra una dote di 30.000 euro (32.000 dollari), ai sensi della sharia.

Nell’ottobre del 2010, un tribunale di Colonia stabilì che un uomo iraniano doveva pagare alla sua ex moglie 162.000 euro (171.000 dollari), l’attuale controvalore di 600 monete d’oro, in linea con quanto disposto dal contratto di matrimonio islamico.

Nel dicembre del 2010, un tribunale di Monaco stabilì che una vedova tedesca aveva diritto solamente a un quarto del patrimonio lasciatole dal defunto marito, che era nato in Iran. La Corte assegnò, ai sensi della sharia, gli altri tre quarti dell’eredità ai parenti dell’uomo che vivevano a Teheran.

Nel novembre del 2011, un tribunale di Siegburg permise a una coppia iraniana di divorziare due volte, la prima con una sentenza pronunciata da un giudice tedesco, secondo la legge tedesca, e la seconda davanti a un religioso iraniano, ai sensi della sharia. Per il capo della Corte Distrettuale di Sieburg, Birgit Niepmann, la sentenza della sharia “era un servizio della Corte”.

Nel luglio del 2012, un tribunale di Hamm condannò un uomo iraniano a pagare alla sua ex moglie un mantenimento, come previsto nel contratto di matrimonio in caso di divorzio. La causa riguardava una coppia che si era sposata con rito islamico in Iran, si era poi trasferita in Germania e infine separata. Come da accordo matrimoniale, il marito aveva promesso di pagare alla moglie 800 monete d’oro, pagamento da effettuare su richiesta. Il tribunale stabilì che il marito desse alla moglie 213.000 euro (225.000 dollari), l’attuale controvalore delle monete.

Nel giugno 2013, un tribunale di Hamm stabilì che chiunque contragga matrimonio secondo la legge islamica in un paese musulmano e poi chieda il divorzio in Germania deve rispettare le condizioni del contratto di matrimonio stabilite dalla sharia. La sentenza di riferimento ha in effetti legalizzato la pratica della sharia del “triplo talaq” secondo cui si può divorziare pronunciando tre volte la frase “Io ti ripudio”.

Nel luglio del 2016, un tribunale di Hamm ha ordinato a un libanese di pagare alla sua ex moglie un assegno di mantenimento, come previsto nel contratto di matrimonio in caso di divorzio. La causa riguardava una coppia che si era sposata con rito islamico in Libano, in seguito trasferita in Germania e poi separata. Come da accordo matrimoniale, il marito aveva promesso di pagare alla moglie 15.000 dollari. Il tribunale tedesco ha stabilito che l’uomo versi alla donna l’equivalente di 15.000 dollari in euro.

In un’intervista a Spiegel Online, Mathias Rohe, esperto di Islam, ha spiegato che l’esistenza di strutture giuridiche parallele in Germania è una “conseguenza della globalizzazione”. E ha aggiunto: “Noi applichiamo la legge islamica così come la legge francese”.

I tribunali islamici in Germania

In Germania, un numero crescente di musulmani sta deliberatamente bypassando del tutto i tribunali tedeschi e decide di affidare la soluzione di una controversia ai tribunali informali della sharia, che proliferano in tutto il paese. Si stima che siano circa 500 i giudici che dirimono controversie civili fra i musulmani che vivono in Germania – un dato che indica l’esistenza nel paese di un sistema di giustizia, basato sul diritto islamico, parallelo a quello statale.

Una delle principali ragioni di questa proliferazione di tribunali della sharia è dovuta al fatto che la Germania non riconosce la poligamia né i matrimoni che coinvolgono minorenni.

Il ministero dell’Interno tedesco, rispondendo a un’interrogazione sulla legge sulla libertà d’informazione, di recente ha rivelato che 1.475 minori sposati vivono in Germania dal 31 luglio 2016, e tra questi 361 hanno meno di 14 anni. Il numero esatto dei matrimoni di minori sarebbe molto più elevato di quello che dicono le statistiche ufficiali.

La poligamia, sebbene sia illegale per la legge tedesca, è comune tra i musulmani di tutte le principali città tedesche. A Berlino, ad esempio, si stima che un terzo degli uomini musulmani che vivono nel quartiere di Neukölln abbia due o più mogli.

Secondo un servizio giornalistico trasmesso dall’emittente tv RTL, una delle principali imprese mediatiche tedesche, gli uomini musulmani residenti in Germania beneficiano regolarmente del sistema di previdenza sociale portando con loro nel paese tre o quattro donne provenienti dal mondo musulmano, per poi sposarle in presenza di un imam. Una volta arrivate in Germania, le donne richiedono prestazioni sociali, compreso il pagamento dell’affitto di una casa in cui vivere con i loro figli perché “madri single”.

La cancelliera Angela Merkel ha dichiarato una volta che i musulmani che desiderano vivere in Germania devono rispettare la Costituzione e non la sharia. Più di recente, il ministro della Giustizia Heiko Maas ha dichiarato:

“Nessuno di coloro che arrivano qui ha diritto di mettere i suoi valori culturali o religiosi al di sopra delle nostre leggi. Tutti devono conformarsi alla legge, poco importa se siano cresciuti qui o siano appena arrivati”.

Ma in realtà i leader tedeschi hanno tollerato un sistema giuridico parallelo basato sulla sharia, che consente ai musulmani di farsi giustizia da soli, con delle conseguenze talvolta tragiche.

Il 20 novembre 2016, ad esempio, un tedesco di origine curda, di 38 anni e residente in Bassa Sassonia, ha legato il capo di una corda attorno alla parte posteriore della sua auto e l’altra estremità al collo della sua ex moglie, e poi ha trascinato la poverina per le strade di Hameln. La donna è sopravvissuta, ma versa in condizioni critiche.

Il settimanale Focus ha riportato che l’uomo era un “musulmano molto religioso, sposato e divorziato secondo la legge della sharia”. Il giornale ha aggiunto: “In base alla legislazione tedesca, tuttavia, i due non erano sposati”. Il Bild ha scritto che l’uomo era sposato “una volta secondo la legge tedesca e quatto volte secondo la sharia”.

Il reato, che ha riportato l’attenzione sul problema della sharia in Germania, ha allarmato alcuni membri dell’establishment politico e mediatico.

Wolfgang Bosbach, dell’Unione cristiano-democratica (Cdu), ha dichiarato: “Anche se qualcuno rifiuta di ammetterlo, un sistema giuridico parallelo si è progressivamente instaurato in Germania. Questo mostra un palese rifiuto dei valori e del nostro ordine giuridico”.

Il 23 novembre, il Bild, il più diffuso quotidiano tedesco, ha ammonito sulla “capitolazione [del paese] davanti alla legge islamica”. In uno speciale “Rapporto sulla sharia”, il giornale ha affermato:

“La Cdu e i socialdemocratici si erano impegnati nel loro accordo di coalizione firmato nel 2013 a ‘rafforzare il monopolio legale dello Stato. Noi non tollereremo una giustizia parallela illegale’, avevano detto. Ma così non è stato”.

Franz Solms-Laubach, giornalista parlamentare del Bild, ha così scritto:

germany-child-marriage-600x315

“Anche se ci rifiutiamo ancora di crederlo, intere zone della Germania sono governate dalla legge islamica! Poligamia, matrimoni di minori, giudici della sharia – da troppo tempo non si fa rispettare lo Stato di diritto. Molti politici hanno sognato il multiculturalismo…

“Non è una questione di folklore, né di usi e costumi stranieri. È una questione di legge e ordine.

“Se lo Stato di diritto non riesce ad affermare la sua autorità e a farsi rispettare, allora può immediatamente dichiarare fallimento”.

Soeren Kern, 4 dicembre 2016

headshot           Soeren Kern è senior fellow al Gatestone Institute di New York e senior fellow per la politica europea del Grupo de Estudios estratégicos/Strategic Studies Group che ha sede a Madrid. Soeren si è laureato presso la School of Foreign Service della Georgetown University di Washington, DC. Ha inoltre studiato la politica presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Ha visitato più di un centinaio di paesi, tra cui la maggior parte di quelli del Medio Oriente; è recentemente tornato da un lungo viaggio in Iran, probabilmente uno dei paesi più affascinanti del mondo dopo gli Stati Uniti e Israele.

Soeren, nativo del Wisconsin, è una doppia cittadinanza degli Stati Uniti e la Germania, ed è fluente in inglese, tedesco e spagnolo.

890.- Il suicidio della Germania

 

coqjtbmxgaetytt

di Guy Millière

Del milione e duecentomila migranti che sono arrivati in Germania nel 2014 e nel 2015, solo 34.000 hanno trovato lavoro.

Angela Merkel è andata a deporre delle rose bianche sul luogo dell’attentato al mercatino di Natale a Berlino. Migliaia di tedeschi hanno fatto lo stesso. Molti hanno portato candele e hanno pianto. Ma la rabbia e la volontà di combattere la minaccia sono rimaste in gran parte assenti.

Niente descrive meglio la situazione attuale della Germania del triste destino di Maria Ladenburger, una ragazza di 19 anni uccisa all’inizio di dicembre. La giovane, che faceva parte di un’organizzazione che offre assistenza umanitaria ai rifugiati, era fra coloro che hanno accolto i migranti nel 2015. È stata violentata e uccisa da una delle persone che stava aiutando. I genitori hanno chiesto a chi volesse rendere omaggio alla loro figlia di donare soldi alle associazioni che si occupano di rifugiati, in modo che altri profughi possano arrivare in Germania.

La legge che condanna l’incitamento all’odio, probabilmente al fine di impedire un ritorno delle idee naziste, pende come una spada di Damocle su chi parla troppo duramente della crescente islamizzazione del paese.

coke_6jwyaedb64

La grande maggioranza dei tedeschi non vuole rendersi conto che la Germania è in guerra, perché un nemico spietato gli ha dichiarato guerra. Essi non vogliono vedere che la guerra è stata dichiarata alla civiltà occidentale. Accettano la sconfitta e fanno docilmente ciò che i jihadisti vogliono che facciano: si sottomettono.

Se Angela Merkel non riesce a cogliere la differenza esistente tra gli ebrei sterminati dai nazisti e i musulmani che minacciano di sterminare i cristiani, gli ebrei e altri musulmani, allora è ancora più incapace di capire di quel che sembra.

L’attacco sferrato a Berlino, il 19 dicembre scorso, era prevedibile. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha creato le condizioni che lo hanno reso possibile. Ella porta su di sé una responsabilità schiacciante. Geert Wilders, parlamentare olandese e uno dei soli leader politici europei perspicaci, l’ha accusata di avere le mani sporche di sangue. E ha ragione.

Quando la Merkel ha deciso di aprire le porte della Germania a centinaia di migliaia di musulmani provenienti dal Medio Oriente e da paesi più lontani, avrebbe dovuto sapere che i jihadisti erano nascosti tra la gente che arrivava a frotte. E avrebbe anche dovuto sapere che la polizia tedesca non avrebbe potuto controllare quegli arrivi in massa e sarebbe stata rapidamente sopraffatta dal numero di persone che avrebbe dovuto controllare. Ma la cancelliera l’ha fatto comunque.

Quando la notte di Capodanno dello scorso anno, a Colonia e in altre città della Germania, sono stati perpetrati centinaia di stupri e aggressioni a sfondo sessuale, la cancelliera aveva detto che i responsabili dovevano essere puniti ” a prescindere dalla loro origine”, ma non ha cambiato la sua politica. Subito dopo gli attacchi terroristici di Hannover, Essen, Wurzburg e Monaco, la Merkel si è astenuta dai commenti per poi pronunciare frasi asettiche sulla “necessità” di combattere il crimine e il terrore. Ma non ha fatto alcuna retromarcia.

Di recente, ha solo rivisto la sua posizione, a quanto pare perché vuole ricandidarsi nel 2017 e ha visto la sua popolarità in declino.

I commenti formulati subito dopo l’attentato del 19 dicembre sono stati noiosi. La cancelliera ha detto che “se l’autore di questo è un richiedente asilo” sarà “molto difficile da tollerare” e “particolarmente ripugnante per tutti i tedeschi che aiutano i rifugiati ogni giorno”.

Commenti del genere potrebbero sembrare ingenui se pronunciati da qualcuno disinformato, ma Angela Merkel non ha questa scusa. Non poteva ignorare i moniti emessi dai servizi di intelligence tedeschi e americani sulla presenza di terroristi dello Stato islamico nascosti tra i profughi che progettavano di usare camion per sferrare attacchi nel periodo natalizio. Da più di un anno i tedeschi vivono una situazione assai difficile da sopportare. La criminalità è ” salita alle stelle”; le malattie estinte da decenni sono ricomparse, senza poter disporre di vaccini per contrastarle; le seconde case sono state requisite dal governo per ospitare i migranti e così via dicendo. Non c’è voluto molto per scoprire che il principale sospettato dell’attentato di Berlino era un richiedente asilo che viveva in un centro di accoglienza per rifugiati.

In un altro paese, la Merkel forse sarebbe stata costretta a dimettersi. In Germania, invece, è in corsa per un nuovo mandato.

2156

La popolazione tedesca sta invecchiando e il tasso di natalità è pericolosamente basso: 1,38 figli per donna. Gli immigrati rimpiazzano la popolazione tedesca, che sta scomparendo poco a poco. I tedeschi che muoiono sono cristiani o, molto spesso, atei. Come dappertutto in Europa, il Cristianesimo sta rantolando e i migranti che sostituiscono i tedeschi sono musulmani.

L’economia tedesca è ancora forte, ma perde slancio. I rendimenti sul capitale investito sono notevolmente diminuiti. In un’epoca in cui il capitale umano è la principale fonte di profitti, il capitale umano tedesco è al collasso: le persone provenienti dai paesi sottosviluppati non possono facilmente rimpiazzare i tedeschi altamente qualificati. La maggior parte non ha le qualifiche adatte al mercato: i nuovi arrivati rimarranno a lungo senza lavoro e continueranno a non essere autonomi. Del milione e duecentomila migranti che sono arrivati in Germania nel 2014 e nel 2015, solo 34.000 hanno trovato lavoro. Se il tasso di disoccupazione è basso, il motivo è dovuto a una crescente carenza di manodopera: oggi il 61 per cento dei tedeschi ha tra i 20 e i 64 anni. Si prevede che entro la metà del secolo, la cifra scenderà al 41 per cento.

I discorsi di propaganda politicamente corretti che vengono inesauribilmente diffusi in Germania – come nel resto d’Europa – non parlano mai di demografia. Piuttosto, confutano ogni prova che l’economia tedesca va male. Dicono anche che il Cristianesimo e l’Islam sono equivalenti; sono ostinatamente ciechi al fatto che l’Islam è più che una religione: è un sistema politico, economico e morale che ingloba ogni aspetto della vita e non è mai coesistito a lungo e pacificamente in una cultura differente dalla sua. Questi discorsi ignorano quasi totalmente l’ascesa dell’Islam radicale e l’emergenza terrorismo; invece, essi affermano che l’Islam radicale è un culto marginale e che il terrorismo jihadista si limita a reclutare lupi solitari o malati di mente. Ma soprattutto ripetono costantemente che ogni critica mossa alla migrazione o all’Islam è ignominiosa e razzista.

La popolazione tedesca è intimidita dalla paura del comportamento antisociale di molti migranti e dal controllo delle idee da parte del proprio governo. Molti tedeschi non hanno nemmeno il coraggio di parlare. Quelli che usano i mezzi pubblici si rassegnano agli insulti. Abbassano la testa e corrono a rifugiarsi nelle loro case. La frequentazione di ristoranti e teatri è in forte calo. Le donne si sono rassegnate a indossare abiti “modesti” e stanno attente a non uscire da sole. Le proteste organizzate da Pegida (acronimo che sta per “Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente”) non hanno mai attirato più di qualche migliaio di persone dopo che è stata diffusa una foto del suo fondatore con tanto di baffi e taglio di capelli alla Hitler.

Il partito Alternativa per la Germania (AfD), che chiede di fermare l’immigrazione musulmana in Germania e continua a guadagnare voti, resta comunque un partito di minoranza. La legge che condanna l’incitamento all’odio (Volksverhetzung), probabilmente al fine di impedire un ritorno delle idee naziste, è maneggiata come una spada che pende su chi parla troppo duramente della crescente islamizzazione del paese.

Il 20 dicembre, Angela Merkel è andata a deporre delle rose bianche sul luogo dell’attentato al mercatino di Natale a Berlino. Migliaia di tedeschi hanno fatto lo stesso. Molti hanno portato candele e hanno pianto. Ma la rabbia e la volontà di combattere la minaccia sono rimaste in gran parte assenti. Entro poche settimane si volterà pagina la pagina, fino alla prossima volta.

Niente descrive meglio la situazione attuale della Germania del triste destino di Maria Landenburger, una ragazza di 19 anni uccisa all’inizio di dicembre. La giovane, che faceva parte di un’organizzazione che offre assistenza umanitaria ai rifugiati, era fra coloro che hanno accolto i migranti nel 2015. È stata violentata e uccisa da una delle persone che stava aiutando. I genitori hanno chiesto a chi volesse rendere omaggio alla loro figlia di donare soldi alle associazioni che si occupano di rifugiati, in modo che altri profughi possano arrivare in Germania.

La grande maggioranza dei tedeschi non vuole rendersi conto che la Germania è in guerra, perché un nemico spietato gli ha dichiarato guerra. Essi non vogliono vedere che la guerra è stata dichiarata alla civiltà occidentale.

Accettano la sconfitta e fanno docilmente ciò che i jihadisti vogliono che facciano: si sottomettono.

Analizzando l’attentato del 19 dicembre al mercatino di Natale, il giornalista tedesco Josef Joffe, direttore di Die Zeit, ha spiegato la decisione di Angela Merkel di accogliere i rifugiati come “un atto espiatorio” e un modo di accogliere una popolazione minacciata, sette decenni dopo l’Olocausto. Joffe ha inoltre spiegato la passività di numerosi tedeschi con un senso di colpa collettivo.

Se Joffe ha ragione, se Angela Merkel non riesce a cogliere la differenza esistente tra gli ebrei sterminati dai nazisti e i musulmani che minacciano di sterminare i cristiani, gli ebrei e altri musulmani, allora è ancor più incapace di capire di quel che sembra.

Se molti tedeschi sono pieni di senso di colpa collettiva al punto che vogliono rimediare a quello che la Germania ha fatto agli ebrei accogliendo centinaia di migliaia di musulmani, molti dei quali dicono apertamente che vogliono rimpiazzare la cultura giudaico-cristiana della Germania con l’Islam, e che stanno sostituendo la sua popolazione cristiana con una popolazione musulmana – che includerà nei suoi ranghi degli assassini spietati – questo mostra che i tedeschi oggi si detestano così tanto da desiderare la loro stessa distruzione o che hanno semplicemente perso la voglia di difendere quello a cui tengono, un atteggiamento altrimenti conosciuto come resa.

di Guy Millière 3 gennaio 2017.

unknown    gatestone-logo-1000

Guy Millière, dottore in letteratura, è stato assistente e poi docente presso l’Università di Parigi, fino al 2014 ed è autore di 27 libri sulla Francia, l’Europa e gli Stati Uniti. 
Collabora a numerosi gruppi di riflessione, tra cui il Gatestone Institute, i siti web Dreuz.info e Upjf.org, oltre che a Israël Magazine e Metula News.
Sostiene le tesi dei neo-conservatori e ha parteggiato, in particolare, per il candidato del partito repubblicano nelle elezioni presidenziali americane del 2000, 2004 e 20088 ed è stato un sostenitore dell’invasione dell’Iraq nel 2003 .
Si è trasferito negli Stati Uniti nel 2016 e ha sostenuto la campagna di Donald Trump nel 2016.
Le sue opere nel campo della politica:
– Une Torpeur française ou la démocratie totalitaire, Éditions Hallier, 175 p., 1979.
– L’Amérique monde: les derniers jours de l’empire américain, Hors Collection, Éditions François-Xavier de Guibert, 278 p., 2000.
– Un goût de cendres… France, fin de parcours ?, Éditions François-Xavier de Guibert, 222 p., 2002.
– Ce que veut Bush, Éditions La Martinière, 390 p., 2003.
– Qui a peur de l’islam ?, Collection Essais, Éditions Michalon, 139 p., 2004.
– Pourquoi Bush sera réélu, Collections Essais, Éditions Michalon, 157 p., 2004.
– Le Futur selon George W. Bush, Collection Essai Politique, Éditions Page après Page, 271 p., 2005.
– Pourquoi la France ne fait plus rêver, Essai Politique, Éditions Page après Page, 95 p., 2006.
– Houdna, Éditions Underbahn, 213 p., 2007.
– Michael Moore. Au-delà du miroir, collection Document, Éditions du Rocher, 297 p., 2008, [présentation en ligne [archive]].
– Survivre à Auschwitz, Éditions Cheminements, 154 p., 2008.
– Mille et une vies: la vie ordinaire et extraordinaire de Fereydoun Hoveyda, diplomate iranien, écrivain, artiste, penseur, entretiens avec Fereydoun Hoveyda, Éditions Turgot, Cheminement/ L’Apart, 243 p., 2008.
– L’Amérique et le Monde après Bush, collection: PAR DE VERITÉ, Éditions Cheminements/ L’Apart, 280 p., 2008.
– La Septième dimension. Le nouveau visage du monde : après la crise, Éditions Cheminements/L’àpart de l’esprit, 390 p., 2009.
– La résistible ascension de Barack Obama, Collection Ma part de vérité, Éditions L’àpart de l’esprit, 250 p., 2010.
– Comme si se préparait une seconde Shoah, Collection: Les incorrects, Éditions de Passy, 100 p., 2011.
Face à l’islam radical (en coll. avec Daniel Pipes), Collection: ARTICLES SANS C, Éditions David Reinharc, 76 p., 2012.
– Le désastre Obama, Éditions Tatamis, 215 p., 2012.
– L’islam radical est une arme de destruction massive, Collection: ARTICLES SANS C, Éditions David Reinharc, 71 p., 2013.
– L’État à l’étoile jaune, Éditions Tatamis, 230 p., 2013.
– Voici revenu le temps des imposteurs, Éditions Tatamis, 80 p., 2014.
– Après Obama, Trump ?, La Maison d’Edition, 100 p., 2016.
– Israël raconté à ma fille, Les Provinciales, 124 p., 2016.