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2143.- Perché la Bce acquisterà meno titoli di Stato italiani e perché la Germania festeggia

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Tutte le novità in arrivo dalla Bce sugli acquisti dei titoli di Stato. Con effetti diversi su Paesi come Italia e Germania. Fatti, numeri, approfondimenti, commenti e un’analisi di Fabio Vanorio

La Banca centrale europea ridurrà all’11,80%, dal 12,31%, la quota dell’Italia nel suo capitale (capital key).

Scende leggermente, infatti, la quota di titoli di Stato italiani acquistabili dalla Bce presieduta da Mario Draghi attraverso il quantitative easing a partire da gennaio 2019.

E’ quello che si legge in una nota dell’Istituto centrale con sede a Francoforte.

LA DECISIONE DELLA BCE

La decisione è stata presa nel quadro della revisione quinquennale della quota di ciascun Paese nel capitale della Bce (“capital key”) che si basa sui rispettivi Pil e popolazione.

L’IMPATTO DELLA SCELTA

Aumentano, invece, le capital key di Germania, Francia, Irlanda, Austria, Belgio: Paesi che così potranno giovarsi di maggiori acquisti di titoli da parte della Banca centrale europea.

LE STIME DI BLOOMBERG

Oggi la Bce ha in pancia quasi 350 miliardi di titoli italiani acquistati nell’ambito del Quantitative easing che termina a fine anno. Parte di questi titoli scadranno nel 2019 e dovranno essere rinnovati in base alle nuove regole. L’agenzia Bloomberg ha calcolato che a causa della rimodulazione delle quote di capitale il reinvestimento in titoli del debito italiano potrebbe in teoria risultare inferiore di quasi un miliardo rispetto alle previsioni,

LA QUESTIONE CAPITAL KEY

Ogni cinque anni la capital key della Banca centrale europea, ovvero la quota che ciascuna banca centrale nazionale detiene dell’azionariato Bce, viene aggiornata tenendo conto delle variazioni Pil e della popolazione dei Paesi dell’Eurozona. Sulla base della stessa capital key, vengono spartiti in proporzione fissa gli acquisti di asset da parte dell’Eurotower.

EFFETTI E SCENARI

La quota della Bundesbank nel capitale della Bce è previsto salire a scapito dei Paesi le cui economie si sono contratte, come Italia, Spagna e Grecia, secondo quanto emerge dalla nuova struttura dell’azionariato della Banca centrale europea.

LA RILEVANZA DELLA QUESTIONE

Considerata inizialmente come un fatto simbolico, oggi la questione sta assumendo un significato rilevante perché è utilizzato, appunto, per determinare la porzione di acquisto dei bond governativi, come previsto dal programma di stimolo della Bce.

IL COMMENTO DI CECCHINI SU HUFFINGTON POST

“Un’altra tegola cade sulla testa del governo gialloverde”, commenta su Huffington Post Italia Marco Cecchini, giornalista di lungo corso di economia e finanza, per anni al Corriere della Sera.

L’ANALISI DI MARCO VALERIO LO PRETE

A prevedere chiaramente quello che è stato deciso oggi è stato lo scorso maggio Marco Valerio Lo Prete, già capo dell’economia e della finanza del Foglio, ora al Tg1: “L’Italia è diventata decisamente più “leggera” in termini di Pil dell’Ue ed è rimasta stabile in termini di popolazione; la Germania ha guadagnato molto peso in termini di Pil e ne ha perso pochissimo dal punto di vista demografico. Dunque Berlino – la cui quota di partecipazione al capitale Bce è adesso pari a 17,9973 – potrebbe diventare ancora più influente all’Eurotower; invece l’Italia – la cui quota è oggi pari a 12,3108 – potrebbe perdere influenza. Per di più in una situazione in cui, per esempio, l’attuale programma di Quantitative easing prevede che la Bce acquisti titoli di debito pubblico degli Stati membri dell’Eurozona in proporzione alle quote del capitale sociale della Bce detenute dalle Banche centrali nazionali”, ha scritto su Public Policy.

ECCO DI SEGUITO UN ESTRATTO DELL’ANALISI DI FABIO VANORIO PER START PUBBLICATA IL 4 NOVEMBRE

Come notato dal Financial Times, il ricalcolo del “capital key” richiederebbe alla BCE di acquistare meno debito dai Paesi periferici nel 2019 rispetto a quanto l’attuale “capital key” ne consenta.

Secondo l’investment bank Jefferies, la modifica del “capital key” potrebbe autorizzare acquisti addizionali da parte della Bundesbank (in misura pari a circa €18bn di debito governativo tedesco) e da parte dei Paesi periferici che hanno migliorato la loro posizione fiscale (quali Irlanda e Portogallo). A fronte di questo, Banca d’Italia, Banque de France e Banco de España dovrebbero ridurre i propri flussi di debito governativo nazionale in misura rispettivamente pari a circa €28bn, €12bn, e €19bn. Per fare un esempio, nel 2019, allorquando la Banca d’Italia fosse nella condizione di reinvestire circa €35bn e il Banco de España circa €25bn da titoli sovrani in scadenza, i flussi di reinvestimento effettivi potrebbero essere solo pari a circa la meta’.

Secondo Pictet Wealth Management (PWM), mentre i valori assoluti di questa riduzione sono infimi (“peanuts”), c’è il rischio che la situazione incendi ulteriormente la retorica anti-euro in atto in Europa. PWM evidenzia, comunque, che gli acquisti programmati per il prossimo anno dalla BCE, ad esempio, di debito italiano sono già fissati in misura inferiore ad altri Paesi poiché la BCE detiene titoli del debito italiano a scadenze più lunghe, in media, che in paesi core quale la Germania.

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2140.- BRUXELLES IN FLAMES

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Le rivolte dei Gilet Jaunes francesi si sono diffuse in Belgio – Centinaia di rivolte si scatenano in casa dell’UE.
La polizia belga ha usato cannoni ad acqua e dispiegato gas lacrimogeni nel centro di Bruxelles per respingere i manifestanti ispirati al movimento anti-tasse della “maglia gialla” francese, mentre i dimostranti hanno costretto il quartier generale della Commissione europea a un blocco dei lavori temporaneo.

di Joe Barnes, da Bruxelles

 

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Centinaia di attivisti hanno preso di mira i punti di riferimento politici del Belgio, marciando da uno all’altro tra nuvole di fumo di petardi e bombe fumogene, mentre erano inseguiti da dozzine di agenti anti sommossa, armati di manganelli, pronti ad assalirli. I manifestanti sono scesi nella sede della Commissione europea a Berlaymont, il cuore del processo decisionale dell’UE. Infatti, hanno creato la “campagna della giacca gialla” del Belgio contro l’aumento dei prezzi dei carburanti e contro il costo della vita. La Commissione Europea è stata costretta a chiudere temporaneamente le sue porte mentre le guardie di sicurezza dell’edificio si sono rifiutate di lasciare entrare o uscire chiunque mentre i manifestanti marciavano.
Una solitaria “giacca gialla” è rimasta di guardia fuori dalle porte chiuse, insistendo sul fatto che il Berlaymont era ormai “chiuso per tutto il giorno”.

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L’edificio della Commissione europea è stato costretto a chiudere temporaneamente le sue porte (Immagine: JOE BARNES)

Un altro manifestante, che voleva rimanere anonimo fra le scene di violenza, ha dichiarato a Express.co.uk: “Stiamo protestando contro l’aumento dei costi della benzina, della vita e delle tasse elevate“Accade la stessa cosa in Francia, a Parigi e, forse, presto in Olanda e, forse, in Inghilterra.”

Almeno due furgoni della polizia sono stati distrutti nello scontro iniziato quando una manifestazione pacifica, ma non autorizzata, è degenerata nella violenza.

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Almeno due furgoni della polizia sono stati distrutti nelle proteste (Immagine: JOE BARNES)

La polizia ha fatto dozzine di arresti dopo che i manifestanti, con i volti coperti da maschere o cappucci hanno tentato di irrompere attraverso le linee della polizia.

Il movimento dei “giubbotti gialli” del Belgio spera di ispirare a scene simili in tutta l’Europa, con Londra come particolare punto di riferimento, per la possibile violenza.
Usano i social media per diffondere il loro messaggio e affermano di aver già chiuso la pagina degli eventi di Facebook per la marcia di Bruxelles.
La polizia antisommossa è stata attaccata da una piccola fazione separatista mentre era intenta a disperdere pacifiche “giacche gialle”, lontano dal quartier generale della Commissione europea. Una dozzina di giovani, vestiti con felpe nere, senza le giacche ad alta visibilità, presero a sassate la polizia, che diede loro la caccia nelle vie secondarie.

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La polizia ha usato cannoni ad acqua per disperdere i dimostranti (Immagine: GETTY IMAGES)

I proprietari dei negozi affrettarono a sbarrare le loro porte in un clima di paura perché potevano diventare le vittime innocenti degli scontri tra la polizia e la folla.
I manifestanti pacifici, invece, hanno continuato a marciare lontano dalla Commissione con le mani in alto sopra le loro teste mentre aspettavano l’assalto della polizia antisommossa.
Alla fine centinaia di persone si sono date appuntamento nell’ufficio del primo ministro Charles Michel.
Le folle hanno chiesto le dimissioni della PM mentre cantavano “Michel, dimettiti!”
Michel è un alleato liberale di Macron, che ha espresso solidarietà per i problemi della gente, questo giovedì. Ma ha subito aggiunto: “Il denaro non cade dal cielo”.
La sua coalizione di centro-destra affronterà le elezione a maggio.

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La polizia ha detto che circa 500 manifestanti hanno preso parte alle manifestazioni (Immagine: JOE BARNES)

Un tweet del leader belga ha dichiarato: “Nessuna impunità per violenze inaccettabili a Bruxelles, chi viene a spaccare e rubare deve essere punito”.
Le proteste in Belgio, in particolare intorno ai depositi di carburante nel sud di lingua francese, sono state ispirate dai “gilet jaunes” in azione in Francia.
Le giacche gialle hanno inscenato dimostrazioni sui Champs-Élysées la scorsa settimana per protestare contro gli aumenti delle tasse sui carburanti imposti dal governo del presidente Emmanuel Macron (come il governo francese vuole che sia accreditata la rivolta. ndr), come parte degli sforzi per ridurre le emissioni che causano il riscaldamento globale.

PUBBLICATO: 00:01, sab, 1 dic, 2018 | AGGIORNAMENTO: 17:34, sab, 1 dic 2018. Segnalazione aggiuntiva di Harvey Gavin. traduzione libera di Mario Donnini.

2132.- Jacques Sapir – I “giubbotti gialli” e la rabbia delle masse popolari

Jacques Sapir:”le rivendicazioni dei gilet gialli sono incompatibili con la permanenza della Francia dentro l’euro. Questa mobilitazione è una mobilitazione contro l’euro.” I popoli europei hanno preso consapevolezza. Per salvare la democrazia, occore mettere fine all’euro. A Berlino, i tedeschi sono scesi in piazza per manifestare la loro solidarietà ai gilet gialli francesi. Francia, Belgio, Olanda e ora Germania. Il movimento dei gilet gialli sta diventando un’alleanza dei popoli europei contro l’austerità imposta da Bruxelles.

Jacques Sapir commenta la rivolta dei giubbotti gialli in Francia, le sue cause profonde, le sue caratteristiche e i possibili sviluppi. Non si tratta di una semplice protesta fiscale: dietro c’è una prolungata esasperazione e un forte sentimento di ingiustizia che, al di là di organizzazioni partitiche o sindacali, individua nell’altezzoso presidente, nel suo establishment e nella sua corte dei francesi “bobo”  il suo antagonista naturale. Qualsiasi sarà l’evoluzione del movimento, a breve o a medio termine per il governo francese è l’inizio della fine.

Schermata 2018-12-02 alle 16.58.04di Jacques Sapir, 19 novembre 2018

 

Il 17 novembre, il giorno dei “giubbotti gialli”, è stato un enorme successo, con oltre 2.000 posti di blocco contro i 1.500 che erano stati annunciati. I dati sulla partecipazione diramati dal ministero degli Interni sembrano ampiamente sottovalutati. Purtroppo questo successo è stato oscurato dalla morte di una manifestante e dai molti feriti, nella maggior parte dei casi dovuti ai tentativi di forzare il blocco con le auto. Questo successo sfida i movimenti politici e i sindacati. Se la maggioranza (LaREM, sigla de La République en marche) con i suoi giornalisti su commissione lo presentano come un fenomeno odioso ed esecrabile, sarebbe invece necessario farsi qualche domanda sul significato di questo movimento e le sue possibili conseguenze.

Il giorno della collera

La Francia brucia: La Prefécture de Puy en Velay est en feu, mentre i tiratori scelti dell’esercito francese si appostano agli incroci strategici. Lo volete l’esercito europeo? Des snipers (tireurs d’élites militaires) ont été déployés sur les toits des Champs Elysees et sur des zones de protection des institutions. Selon une source de la DGSE cet ordre émanerait directement du chef de l’état. – 10 000 grenades lacrymogènes ont été tirées. – 140 000 litres d’eau ont été balancés sur les GiletsJaunes. Le syndicat de Police Alliance demande l’instauration de l’État d’Urgence et l’intervention de l’Armée. Paris, 1er decembre.

 

Questo movimento è stato innescato dall’annuncio di un aumento dei prezzi del carburante. Tuttavia, riflette una rabbia molto più profonda e cause molto più complesse. La questione dei prezzi del carburante rimanda alla cosiddetta “compressione dei consumi” delle famiglie delle classi popolari. Quando non si hanno mezzi di trasporto alternativi e si devono fare ogni giorno decine di chilometri per andare al lavoro, ebbene sì, il costo del carburante rappresenta un pesante onere. Detto in termini economici, in questo caso non vi è alcuna elasticità del consumo rispetto al prezzo.

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Tuttavia, un semplice aumento dei prezzi del carburante non avrebbe certamente causato una tale collera se non fosse arrivato in aggiunta ad altri aumenti e ad una pressione fiscale che le classi lavoratrici considerano eccessivamente onerosa. Le riforme fiscali realizzate lo scorso anno dal governo – tra cui la rimozione della ISF (Imposta di solidarietà sul patrimonio) – e le misure adottate dai governi precedenti – tra cui ricordiamo i 44 miliardi di sgravi fiscali del CICE (credito d’imposta per la competitività e l’occupazione) concessi alle grandi imprese in cambio della creazione di qualche posto di lavoro – sono alla base di questa rabbia. Si parla di una “esasperazione fiscale”; in certi casi ci si può arrivare. Ma qui si tratta soprattutto di un senso di ingiustizia fiscale.

A questo aggiungiamo le più che infelici osservazioni di un presidente della Repubblica il quale evidentemente non prova alcuna empatia per le classi popolari, affascinato com’è dagli “start-upper” e dalla ricchezza di coloro che, per usare la sua espressione, “si sono fatti dal nulla”. I termini estremamente dispregiativi che egli ha usato per anni contro le classi popolari sono ben noti. Non sono stati dimenticati da coloro a cui sono stati rivolti. I francesi, si dice, hanno la memoria corta. Invece hanno appena dimostrato l’esatto opposto.

Tutti questi sono stati fattori di coesione di una rivolta emersa dalle profondità della “Francia periferica”, per riprendere l’espressione del geografo Christophe Guilluy. L’odio dei rappresentanti organici della Francia “bobo” (bourgeois-bohème, corrispondente all’italiano radical-chic, ndt) segnala dove si trova la frattura.  Questa frattura, e qualcuno non se ne dispiaccia, è una frattura di classe. Gli slogan politici che abbiamo sentito non sono dovuti alla presenza di attivisti e di organizzazioni di partito, ma piuttosto al fatto che queste classi popolari identificano spontaneamente il governo e il presidente come loro nemici.

L’auto-organizzazione, i suoi precedenti, i suoi limiti e il suo futuro

Questa rivolta è stata in gran parte non organizzata, o più esattamente auto-organizzata. È partita da iniziative individuali, e si è amplificata sui social network. Un gran numero di manifestanti del 17 novembre erano alla loro prima esperienza di manifestazione, di lotta collettiva. Questa esperienza, questa forma specifica di socializzazione è di estrema importanza. Perché imparando a coordinarsi, a parlare insieme, queste persone smettono di essere individui isolati. Diventano consapevoli della loro forza. È per questo motivo che questo movimento, eterogeneo nella sua ideologia, i cui partecipanti sono disomogenei e tra loro differenziati, è fondamentalmente un movimento sociale progressista. Perché ogni esperimento sociale che oggi permette agli individui di uscire dal loro isolamento ha un carattere progressista.

Il disorientamento di certi partiti, ma anche di certi sindacati, di fronte a questa manifestazione è stato dirompente. La partecipazione dei dirigenti della France Insoumise, come Jean-Luc Mélenchon, François Ruffin, o Adrien Quatennens, mostra che questo movimento ha compreso la natura profonda di quanto stava accadendo. Bisogna anche dire che alcuni altri partiti hanno sostenuto l’evento, alcuni più timidamente altri con più convinzione. Per riprendere una espressione del mio ottimo collega Bruno Amable, la domanda che oggi si pone è se su questa base si verrà a formare un “blocco anti-borghese” in grado di contrastare il “blocco borghese” ora al potere.

Perché la forza dei giubbotti gialli può essere anche la loro debolezza. Se la mobilitazione vuole essere duraratura, e per affrontare l’intransigenza del governo è chiaro che deve esserlo, dovrà darsi una forma di organizzazione. Ma allora la pressione del governo aumenterà di conseguenza. Basti ricordare come Georges Clemenceau, allora ministro degli Interni, riuscì a manipolare Marcelin Albert, il leader della rivolta dei vignaioli del Mezzogiorno e in particolare della regione di Béziers nel 1907, di cui ci è rimasta la canzone “Gloire au 17ème“, che celebra la fraternizzazione dei soldati del 17° battaglione con i manifestanti. I giubbotti gialli avrebbero quindi interesse a strutturarsi in comitati di azione con coordinamenti regionali e nazionali, consentendo un controllo democratico che vada oltre la preparazione di una giornata di dimostrazione.

Ci sono poliziotti francesi, infiltrati, che si danno alla violenza per screditare il movimento.Vari video girano mentre i loro colleghi in divisa li aiutano ad indossare i gilet. Questo ragazzo arrestato grida “je suis avec vous” ovvero “io sono con te”, poi un altro poliziotto arriva e dice ‘va bene!’ Viene liberato, dopo l’arresto e saluta i colleghi con una pacca sulla spalla.

Oltre a questo rischio, sempre presente, la mobilitazione deve porsi la questione dell’allargamento del movimento, ma anche delle forme che deve assumere e degli obiettivi che deve darsi. La persistenza dei blocchi e delle manifestazioni nella giornata di domenica 18 novembre, l’estensione ai territori di oltremare, tutti questi sintomi indicano che potremmo essere alla vigilia di qualcosa di molto più importante di una semplice protesta contro le tasse.

La cancellazione dei sindacati e il potenziale di questa mobilitazione

Tuttavia, dobbiamo tornare alla cancellazione dei sindacati e al suo corollario: la mancanza di rappresentanti istituzionali dei giubbotti gialli. Ci sono molte ragioni per questa cancellazione, e il fenomeno della burocratizzazione delle grandi centrali è una di queste. Ma quando il governo fa tutto il possibile per eliminare i sindacati come forze sociali, poi non può lamentarsi dell’assenza di rappresentanti istituzionali nel movimento del 17 novembre, rappresentanti con cui potrebbe, nel caso, negoziare.

Nel maggio del 1968, furono i sindacati, e prima di tutto la CGT, gli artefici del compromesso – l’accordo di Grenelle – che permise al movimento di trovare una via d’uscita non rivoluzionaria. Questi accordi sono stati talmente significativi che la parola “Grenelle” oggi è ripresa in tutte le salse. Sarà difficile che un fatto del genere si ripeta.

Il governo si trova quindi di fronte a un movimento di tipo nuovo, un movimento di protesta che porta direttamente in sé la natura di una protesta politica. A meno di cedere molto velocemente, ed è molto difficile che questo possa accadere, il governo rischia di dover affrontare due gravi ostacoli.

Il primo è che questa mobilitazione continui a montare e che si arrivi, qua e là, a una fraternizzazione con le forze dell’ordine. Questo è lo scenario peggiore per questo governo. Anche se al giorno d’oggi è poco probabile, implicherebbe la trasformazione di questa mobilitazione in un movimento insurrezionale.

Il secondo, più verosimile, è che questa mobilitazione finisca per logorarsi per mancanza di opportunità concrete e per non riuscire a collegarsi con altri settori della popolazione. Ma, anche se questo movimento andrà ad esaurirsi, sarà solo in apparenza. La rabbia, e ora anche l’amarezza, saranno sempre lì, in attesa di un pretesto per riaffiorare, e un’opportunità, soprattutto elettorale, per esprimersi.

Il governo deve dunque affrontare una grande minaccia a breve termine, ma una minaccia altrettanto formidabile a medio termine. Ma qualunque cosa faccia, non si sbarazzerà del pericolo.

E, per gli amatori, le prime strofe della canzone.

 

GLORIA AL DICIASSETTESIMO

 

Legittima era la vostra collera
Rifiutarsi era un grande dovere
Non si devono uccidere i propri padri e madri
Per i grandi che sono al potere
Soldati, la vostra coscienza è pulita
Non ci si uccide tra Francesi
Rifiutandovi di insanguinare le vostre baionette
Soldatini, avete fatto bene

 

Vi saluto, vi saluto
Coraggiosi soldati del Diciassettesimo
Vi saluto, bravi marmittoni
Ognuno vi ammira e vi ama
Vi saluto, saluto voi
E il vostro magnifico gesto
Avreste, sparandoci addosso,
Assassinato la Repubblica.

 

(versione italiana di Riccardo Venturi)

Di Carmenthesister, immagini di archivio, Associazione Europa Libera.

2130.- MACRON CEDE A BERLINO (ANCHE) IL SEGGIO FRANCESE AL CONSIGLIO DI SICUREZZA…

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Alcune brevi note a questo articolo di Maurizio Blondet sulla metamorfosi della Francia sotto la leadership tedesca:

L’Arco di Trionfo (Arc du Triomphe de la place Charles de Gaulle in francese) è un importante monumento di Parigi. Si trova all’inizio del famoso viale dei Champs-Élysées, al centro della Place del’Étoile (oggi chiamata Place Charles de Gaulle). Il monumento fu voluto da Napoleone Bonaparte per celebrare la vittoria . 

La Liberazione di Parigi durante la seconda guerra mondiale, avvenne il 25 agosto 1944 al termine della battaglia di Normandia e costituì un momento di grande importanza militare e politica simboleggiando la disfatta tedesca sul fronte occidentale e la fine dell’occupazione della Francia.

Grazie a De Gaulle, la Francia siede nel consiglio di sicurezza dell’ONU fra i “vincitori”, della guerra contro il III Reich.

È, soprattutto, nella Place Charles de Gaulle, davanti all’Arc du Triomphe e nei Champs-Élysées che i Gilets Jaunes si battono da giorni contro la polizia di Macron. Oggi erano in 75.000 in tutta la Francia e si stanno espandendo dalla Francia al Belgio, all’Olanda, alla Germania, alla Bulgaria. Non protestano più soltanto contro il caro vita, ma contro l’immigrazione e dopo Macron minacciano pure la Merkel.

Inviati di Russia Today a Parigi denunciano un uso sconsiderato e senza precedenti in Europa, di proiettili di gomma contro i Gilets Jaunes. Sono stati filmati agenti chasseurs travestirsi da manifestanti, infiltrarsi fra le loro file e aggredirli con violenza. L’UE sanziona Orban, quando Macron ha instaurato uno Stato di polizia nel cuore dell’Europa.

Chissà che la Nuova Europa non innalzi, presto, una bandiera gialla.

 

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Il vice-cancelliere Olaf Scholz ha proposto alla Francia di cedere alla UE il seggio al consiglio di sicurezza dell’ONU di cui dispone come “vincitore”, grazie a De Gaulle, della seconda guerra mondiale. Grazie a questo seggio, la Francia ha il potere di veto sulle decisioni degli altri membri,Usa, Regno Unito, Russia e Cina.

 

Che Berlino voglia questo seggio (e il suo potere) per sé sotto spoglie “europeiste” – come miri alla Bomba francese sotto la maschera della “difesa comune europea” – non è nemmeno un segreto. A giugno scorso, parlando in una riunione del PPE, Angela ha evocato la creazione di un gruppo di 10 paesi europei, operanti col veto francese e la Commissione “perché l’Europa parli con una sola voce” poiché questo gruppo di 10 sarebbe cangiante (in modo che tutti i 27 a rotazione vi entrino) è abbastanza ovvio che la Germania coi suoi satelliti (Paesi Bassi, Austria, Anseatici) avrebbe in esso sempre la maggioranza dirigente. Non a caso nella stessa riunione Merkel ha chiesto “con urgenza” un libro bianco sulla sicurezza europea, per misurare “il livello delle minacce gravanti sull’Unione”, ed annunciato l’aumento delle spese militari della Germania all’1,5% per il 2025. Che è l’80% in più di quel che spende oggi. E’ evidente che nel pensiero della Cancelleria, seggio francese all’ONU e  la disponibilità dell’ atomica francese sono concettualmente unite nello stesso progetto egemonico.

Olaf Scholz con MoscoWC e il greco Tsakalotos.

Il punto è che Macron sta aderendo a questo progetto. Con la incredibile sottomissione che ha dimostrato verso Berlino, e in segreto. Solo accidentalmente, in una conferenza ad Harvard il 6 ottobre, i francesi che vi partecipavano l’hanno saputo. Dall’ambasciatore tedesco alle Nazioni Unite, Christophe Heusegen, il quale ha reso noto che sono in corso discussioni per trasformare il seggio permanente della Francia in un seggio franco-tedesco; dal 2019, Berlino avrà il seggio permanente all’ONU,  ha  di fatto lasciato intendere.

Selon une indiscrétion d’Erwan Le Brasidec qui date de deux mois https://t.co/yOFWdJSh6h

— Rwan (@NapiIV) November 28, 2018

La cosa impressionante è che Macron stia facendo questo regalo, cessione del prestigio storico e del potere internazionale reale del suo Paese, non solo nonostante il crollo della sua reputazione presso la sua opinione pubblica, con l’insurrezione dei Gilet Gialli; ma senza nemmeno ottenere una contropartita. La sola contropartita che chiede ed implora da quando è all’Eliseo. “La Francia” disse allora, “si mette sotto i limiti di Maastricht [ossia si sottopone alle austerità prescritte da Berlino] ma si aspetta che in cambio la Germania impegni risorse in un bilancio europeo della zona euro, pari a vari punti del Pil, per permettere un rilancio dell’economia e il finanziamento di progetti strategici comuni”.


Di fatto, si sa come la Cancelliera ha sempre risposto. Prima, i paesi indebitati mettano a posto i conti, e solo allora si vedrà se la Germania contribuirà al bilancio comune, perché non vuole pagare i conti degli italiani, greci, portoghesi, spagnoli- (e francesi, ma questo lo dice meno). Macron faccia i compiti a casa, e poi si vede… sempre facendo balenare le meraviglie di un “asse franco-tedesco” , che i media francesi macroniani chiamano “la coppia franco-tedesca”, ma – fanno osservare i corrispondenti a Berlino, stranamente l’espressione “coppia franco-tedesca” non è mai usata né da Merkel né dai media germanici.
Su questa “amicizia” ha ironizzato recentemente il britannico Spectator: “Il grande progetto di Macron, di obbligare la Germania a farsi responsabile dei debiti non solo dell’Italia ma dei paesi del Sud, è fallito. La Germania non lo farà mai, se non obbligata con la forza. Sicché il grande progetto di Macron è sconfitto non dai suoi nemici populisti, in Italia o altrove, ma dai suoi “AMICI” tedeschi”.
Dunque il continuo cedimento senza contropartito di Macron alla Germania rivela qualcosa di più fondamentale che la mera stupidità e lo spirito di sottomissione; rivela irresponsabilità. Lo sottolinea ad alta voce Jean-Pierre Chevènement , ex ministro della Difesa con Mitterrand (si dimise quando la Francia partecipò alla prima guerra del Golfo, nel ‘92), e di Jospin: socialista, ma socialista patriottico, una delle menti più lucide del pensiero politico e schiena dritta.
Intervistato da Marianne, Chevénement sottolinea “la lunga serie di iniziative unilaterali che Berlino ha preso senza consultazione preventiva con Parigi: l’uscita dal nucleare nel 2001, l’obbligo di pareggio del bilancio, la minaccia di sbattere fuori la Grecia dall’euro, l’apertura dell’Unione Europea alla marea di rifugiati nel 2015 – e non dimentichiamo che la Germania ha anche imposto, nel 2008, la imposizione della sostanza del Trattato di Lisbona, rigettato per referendum dal 55% dei francesi”. Con questa costante tendenza alla prevaricazione, “tollerata in silenzio da Sarkozy e da Hollande”, cosa può far sperare che dopo essersi impadronita del seggio francese al Consiglio di Sicurezza, la Germania lo userà “per una Unione Europea con una diplomazia comune” sognata dagli idealisti europeisti?

Jean-Pierre Chevénement. Ruppe con Mitterrand perché contro la prima guerra anti-Irak, 1992.

Anche il forcing del vicecancelliere Olaf Scholz che ha chiesto alla Francia di mutualizzare il seggio è parte della stessa politica di unilateralismo e prevaricazione. Oltretutto, “dà il sentimento di voler riprendere il vecchio disegno tedesco di voler ridurre l’influenza della Francia in Europa”.
Aggiunge il vecchio politico: “Il degrado continuo della situazione economica della Francia dall’inizio degli anni 2000, si riflette nelle statistiche del commercio estero: 70 miliardi di deficit, di cui un quarto verso la Germania: esso mostra la deindustrializzazione del paese, che abbiamo consentito. Per contro c’è eccedente commerciale tedesco, 250 miliardi di euro l’anno, quasi il 10% del Pil, che è anch’esso contrario alle regole di Bruxelles: ma avete mai visto la Commissione istruire una procedura per surplus eccessivo?”.
Il punto, dice il vecchio “gollista rosso”, non è di profitti e di export. E’ che ”l’accumularsi dei deficit e la deindustrializzazione può impedire alla Francia, nel lungo termine, di mantenere e sviluppare il suo sforzo di difesa. Ora, la dissuasione nucleare è inseparabile dal seggio permanente al Consiglio di Sicurezza. Se la Francia non si reindustrializza, è aperta la via all’abdicazione nazionale” – e ad ogni velleità di parità e eguaglianza nella “coppia” franco-tedesca. “Se la Francia cede, accetta la retrocessione a nazione di terz’ordine”.

E’ evidente che la UE si  sta tramutando dietro le quinte  in ben altra, allarmante cosa rispetto al “sogno europeista” dei nostri filo-europei di potere,  anch’esi irresponsabili sostenitori di un tale progetto,  Mattarella in primis: una potenza mondiale prussiana.  Per l’Italia sarebbe, ovviamente, ancora peggio della prevaricazione che subisce ora, ad ispirazione di una BCE francofortese. Non resta che sperare nei Gilet Gialli.

Sovranità europea o servitù volontaria?

2121.-Perché si cela una mazzata all’Italia nel patto Merkel-Macron su conti statali e debito pubblico.

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Che cosa può nascondere per l’Italia il patto Francia e Germania al centro dei lavori dell’Eurogruppo. Il commento di Gianfranco Polillo

Dopo la vicenda un po’ burlesca dei termovalorizzatori (se ne farà uno in ogni provincia o si chiuderanno quelli della Lombardia?) un’altra tegola rischia di abbattersi sul governo giallo verde. E riguarda le prospettive europee. I lavori dell’Eurogruppo, che si sono appena conclusi, sono riservati, per non dire segreti. Al termine della riunione solo generiche assicurazioni da parte dei principali protagonisti. Ed ecco allora il ministro delle Finanze tedesche, Olaf Scholz, esultare, al termine della seduta: “Il 90-95 per cento del lavoro è fatto, resta ancora una parte cruciale da fare ma nel complesso è un successo”.

Sembrerebbe, quindi, che il treno della riforma del bilancio europeo sia partito, senza incontrare resistenze. “Sono stato felice di vedere – ha aggiunto il ministro tedesco nella conferenza stampa tenuta insieme al collega francese Bruno Le Maire – che nessuno è stato offeso dalla proposta franco-tedesca ma al contrario tutti sono stati d’accordo e c’è stato un dibattito molto cooperativo”. Quindi anche l’Italia non sembrerebbe aver posto obiezioni. Ed allora le prese di posizione nettamente contrarie di Matteo Salvini?

Riavvolgiamo il nastro. Il nodo del contendere era l’istituzione di un bilancio dell’Eurozona, la cui finalità doveva essere quella di aiutare i Paesi membri a realizzare le riforme indispensabili per conseguire una crescita più sostenuta. Riforme in genere costose dal punto di vista politico e sociale, a causa del loro impatto su abitudini consolidate. Avere a disposizione maggiori risorse può essere, quindi, lo strumento indispensabile per oliare giunture da tempo ossificate e promuovere i necessari processi di cambiamento. In passato erano i singoli Stati nazionali a realizzare progetti simili, com’era avvenuto in Germania con le riforme del mercato del lavoro, portate avanti da Peter Hartz. In quel caso le maggior risorse derivavano dalla possibilità di fare un deficit di bilancio anche superiore al 3 per cento del Pil, senza incorrere nei rigori della Commissione europea.

Che Bruxelles pensi di razionalizzare l’intero sistema, appostando a bilancio una cifra di 22,2 miliardi da redistribuire ai Paesi più virtuosi è cosa buona e giusta. Salvo naturalmente un giudizio finale sull’eventuale consuntivo. La coda del diavolo è nei dettagli. Da queste provvidenze – ma anche questo ha una sua logica – saranno esclusi quei Paesi che non rispettano le prescrizioni indicate dalla stessa Commissione, in sede d’esame dei programmi nazionali. A rigore, quindi, l’Italia dovrebbe essere fuori, essendo candidata ad essere l’imputato principale del delitto di violazione della “regola del debito”. Si spiega pertanto la dura reazione di Matteo Salvini: porremo il veto. Ma così, stando almeno alle dichiarazioni rese, non sembrerebbe essere stato.

Nel labirinto degli specchi, che caratterizza i lavori della Commissione, è difficile cogliere i punti di caduta delle discussioni in corso. Specie se il contesto è ancora estremamente fluido. Inoltre l’Italia si trova esposta su più fronti. Deve far digerire – se mai ci riuscirà – la “manovra del popolo” che a Bruxelles è vista come il fumo negli occhi. Forse aprire un altro fronte di scontro, prima di conoscere quali saranno le decisioni sull’eventuale procedura d’infrazione, non conveniva. Questo spiegherebbe le dichiarazioni sibilline di Scholz. In che cosa consiste esattamente “la parte cruciale” che resta da fare? Incorpora le riserve italiane? O altro? Visto che su un tavolo parallelo si sta anche discutendo di rinegoziazione dei titoli del debito pubblico.

Com’è noto i titoli aventi durata superiore ad 1 anno sono caratterizzati dalla cosiddetta clausola CAC’s (class actions). Sulla scorta degli avvenimenti greci, ogni rinegoziazione delle originarie clausole di emissione deve essere sottoposta ad una trattativa tra l’Ente emittente ed i suoi creditori. Trattandosi di titoli a larga diffusione, le attuali regole prevedano che la controparte privata sia costituita dalla maggioranza dei relativi possessori. L’eventuale trattativa, che può riguardare le scadenze, i livelli di interesse, l’abbattimento del capitale – l’hair cut – fino a giungere alla ridenominazione in valuta locale, nel caso di exit, è portata avanti da una maggioranza qualificata, che può escludere i possessori retail. Quei risparmiatori cioè che, spesso in modo inconsapevole, hanno seguito le indicazioni della propria banca.

A livello europeo si sta discutendo delle eventuali modifiche delle relative regole. Discussione che ha incontrato l’opposizione del ministro Tria, stando almeno ad informazioni stampa. L’elemento di riservatezza, che circonda queste discussioni, non consente di avere contezza della posta in gioco. Che comunque, nel caso italiano, dato il livello del debito, è rilevante. Per fortuna si tratta ancora di un livello istruttorio. Ma sarebbe comunque opportuno conoscere il dettaglio, onde evitare il bis del “bail in”. Quelle misure passarono nell’assoluta indifferenza generale. Lo stesso Parlamento si limitò a mettere il bollo, salvo poi trovarsi scoperto a seguito dei fallimenti bancari, i cui costi li pagheremo nell’attuale manovra. Evitiamo pertanto gli errori del passato, con una discussione aperta, fuori da circuiti misteriosi.

Come si vede la carne al fuoco è tanta. Si va dalla forse ormai inevitabile procedura d’infrazione, che alimenta il tormentone degli spread (oggi intorno a 330 punti base), all’eventuale esclusione dell’Italia dalle risorse del nuovo bilancio europeo, per giungere fino alle regole che garantiscono il rimborso dei titoli emessi, anche nell’eventualità di un’Italexit. Si può allora dar torto a Renato Brunetta, responsabile economico di Forza Italia, quando sollecita il premier Giuseppe Conte a recarsi in Parlamento per fornire un’adeguata informativa su tutta la vicenda?

 

2106.- Ora lo ammettono anche i tedeschi: “Ci arricchiamo danneggiando l’Ue”

 

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Il problema del surplus commerciale della Germania è un tema che deve interessare tutti. Per anni la questione è stata quasi sottaciuta. Non perché non se ne dovesse parlare, ma perché in fondo non interessava. Berlino era il motore dell’Unione europea, Angela Merkel era la leader indiscussa e indiscutibile del continente. E in fondo nessuno a Bruxelles era interessato a mettere in dubbio le politiche della leader del partiti più importante della maggioranza dell’Europarlamento e della guida della locomotiva europea.

Poi qualcosa è cambiato. Il vento sovranista ha messo in dubbio le granitiche certezza filo-tedesche che caratterizzavano i vari governi europei. E dall’altra parte dell’Atlantico, è arrivato Donald Trump, che si è abbattuto come un macigno sulla Germania andando direttamente al cuore del problema: la politica industriale e commerciale promossa da Angela Merkel e che rappresenta uno dei temi principali nell’agenda politica americana. Basta ricordare uno dei tweet del presidente Usa riguardo alla politica commerciale tedesca:

A quel punto, ciò che sembrava essere un tabù, si è rivelato un qualcosa di criticabile e di non più difendibile a priori. L’Europa è in crisi, Berlino non ha più una leader forte, e la crisi, che sembrava essere risolta dalle politiche di Bruxelles, si è rivelata un problema ancora esistente. Così, il problema del surplus commerciale tedesco è tornato a essere di nuovo argomento di interesse comune. Tanto che anche in Germania, qualcuno ha iniziato a capire che la politica commerciale voluta dai governi della Grande Coalizione è stata un errore. Soprattutto dopo che quest’anno il surplus commerciale ha fatto registrare un nuovo record: 36,5 miliardi di euro.

Di fronte a queste cifre, il problema è serio. Ma è serio non solo per gli Stati Uniti, ma soprattutto per i partner europei. Tanto è vero che anche l’Swp, l’Istituto tedesco per gli affari e la sicurezza internazionale, ha dichiarato che il surplus è dannoso per l’Europa e per i Paesi limitrofi. Non solo, ma gli analisti di questo think-tank, che è anche vicino alle posizione della Merkel, hanno smantellato la tesi secondo cui il surplus è legato a decisioni della imprese su cui il governo non può mettere il naso. Ipotesi smontata totalmente nelle poche pagine pubblicate dall’Swp.

 

“La Germania ha quattro opzioni principali per ridurre gli avanzi delle partite correnti e quindi l’ esportazione di capitali”, ha scritto il think tank come riportato da La Verità. “Il Paese potrebbe esportare di meno o importare di più. Altrettanto efficace sarebbe una riduzione del risparmio interno. Tuttavia, il miglior modo per ridurre gli avanzi delle partite correnti è quello di spingere il piede sull’acceleratore degli investimenti interni”.

Il punto segnalato dal quotidiano italiano è che la Germania fa da anni dumping sulle aziende concorrenti dell’Unione europea. Questo cosa significa? Significa che le aziende tedesche hanno a disposizione molta più liquidità da investire all’interno dell’Unione europea e anche in tutto il mondo. Ecco perché gli altri Stati europei sono fortemente contrariati da questa politica. Ed ecco perché Trump, appena eletto alla Casa Bianca, ha “dichiarato guerra” alla Germania e minacciato una guerra dei dazi nei confronti dell’Unione europea e di Berlino in particolare.

A questo, si aggiunge poi un dato poco conosciuto ma fondamentale. “Tra il 2006 e il 2015 il peso della tassazione sui profitti è calato dal 2,11% del Pil, all’1,74%. Soltanto Slovenia, Lettonia e Turchia, tra i Paesi Ocse hanno una percentuale inferiore, mentre la media all’interno dell’ organizzazione internazionale è del 2,8%. L’Italia è poco sopra”. E anche questo è un tema da tenere molto in considerazione, perché in pratica le aziende tedesche sfruttano una situazione decisamente favorevole in materia di tassazione potendo sostenere l’export. Se si pensa che, in linea tendenziale, le aziende tedesche pagano rispetto a quelle italiane un punto di Pil in meno, si comprende come possano essere avvantaggiate nei mercati internazionali.

“Sembra comprensibile che i partner commerciali si mettano sulla difensiva e si oppongano alle eccedenze tedesche”, si legge nel report del think tank. E si passa anche a parlare dell’Italia: “Il nuovo governo italiano è chiaramente in rotta di collisione e la retorica di alcuni politici si basa su una motivazione ovvia: l’ Italia è impantanata in una economia in stagnazione”. E in questa situazione deficitaria, la Germania persevera in politiche del tutto contrarie al benessere del resti dei Paese europei.

Anzi, l’Swp è chiarissimo nelle sue conclusioni. “Il punto più importante è semplice: il governo federale dovrebbe identificare la riduzione delle esportazioni di capitali come un compito politico. La posta in gioco non è solo la reputazione della Germania come attore responsabile e costruttivo nelle relazioni internazionali, ma anche il futuro del processo di integrazione europea e l’ulteriore sviluppo della globalizzazione. Quale potenza importante in Europa e nell’economia globale, la Germania dovrebbe considerare le conseguenze delle sue azioni per altri Paesi. Per stabilizzare il processo di integrazione europea e prevenire l’ulteriore discredito della globalizzazione, la Germania deve cambiare la sua politica economica estera e ridurre rapidamente le eccedenze elevate”. Eppure, a Bruxelles sembrano convinti del contrario.

2055.- Zoffi: la Germania bara, il suo debito vero è il 287% del Pil

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Angela Merkel e Günther Oettinger

Parliamo di Unione europea guardando sempre all’Italia, come all’anomalia, ma poco o mai della  ricca Germania, dei poveri tedeschi e del suo divario record in Europa. La domanda che dovremmo porci è se la politica e l’imprenditoria italiane siano a un livello adeguato per stare nell’Unione europea; se l’impoverimento cui siamo sottoposti sia il frutto del debito pubblico o della disonestà e del cinismo della Germania,  o, piuttosto, della nostra ignoranza e della facilità con cui si lasciano corrompere i nostri politici; e guardo alle 13 Legion d’onore concesse dalla Francia a politici italiani e penso a Prodi, alle sue bugie; ma altre ne sono state concesse e sono secretate.

Il debito pubblico dell’Italia, mentre scrivo, è di 2.342,600 miliardi, ma, in questi ultimi trent’anni, lo Stato italiano ha pagato più di 3.000 miliardi di interessi. Quindi? Se dal 1992-1993, lo Stato spende  sempre meno delle sue entrate, significa che rastrella ricchezza e non la investe e non la spende per noi. Il nostro problema è il deficit o sono gli interessi sul debito? Lasciamo che la BCE ci applichi lo stesso meccanismo che la cosiddetta Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale applicano agli stati africani neocolonizzati: Vogliamo essere europeisti e non sappiamo esserlo. La Germania, invece, non solo ha, praticamente, pagato il costo della riunificazione spolpando le nostre migliori aziende, ma sostiene la politica di deindustrializzazione dell’Italia, la sua peggiore concorrente prima dell’euro. Lo fa finanziandosi tramite la BCE ed e’ riuscita a distruggere gran parte della richezza prodotta dal lavoro degli italiani. Oltre la metà del sistema bancario tedesco ha lo Stato come azionista di maggioranza. E, tramite le proprie banche, di diritto privato, ma a capitale in maggioranza pubblico, lo Stato tedesco decide se investire o meno nei nostri bond, nei nostri Btp. Il regolamento europeo vieta alle banche centrali di concedere
liquidità agevolata ai propri Stati. Non lo vieta alle banche private a capitale di maggioranza pubblico. La nostra politica è ignorante? Questo artifizio tedesco è regolamentato dall’art. 123 del TFUE – Trattato di Lisbona; ma lo hanno letto?

L’Italia è stretta nella morsa del pareggio di bilancio e di un cambio fisso sbagliato ad arte, senza più meccanismi di riequilibrio, nemmeno di politica fiscale; ma per la Germania questi meccanismi ci sono. Agendo attraverso istituti bancari privati, la Germania può accedere alla Bce al tasso privilegiato dello 0,75%. Ne consegue che può acquistare massicciamente i propri titoli abbassando i loro tassi di interesse e facendo scendere lo spread, mentre è sufficiente che decida di non acquistare i nostri titoli Bot e Btp perché, per noi, lo spread si innalzi. Lo spread, voglio ribadirlo, è quello che decide della sorte dei governi italiani e lo rivedremo molto presto.

Leggevo di Pietro Cambi che, pochi anni fa, spiegava come attraverso questi aggiramenti “dell’articolo principale del regolamento europeo che, prima, vieta alle banche centrali di concedere Angela Merkelliquidità agevolata ai propri Stati, poi, concede questa facoltà decisiva agli “enti creditizi di proprietà pubblica”. Scriveva Cambi: In regime pre-euro, la funzione di “prestatore di ultima istanza” era prerogativa di Bankitalia: anche oggi, se fosse autorizzata, la banca centrale potrebbe infatti approvvigionarsi presso la Bce di liquidità ad un tasso privilegiato, come tutti gli istituti bancari europei, dello 0,75%: così, Bankitalia potrebbe «comprare i titoli di Stato italiani immessi sul mercato» e «spegnere immediatamente la febbre da spread». In concreto: gli interessi su Bot e Btp lo Stato li pagherebbe a se stesso, perché «sarebbe debitore di una banca di cui è il proprietario». Quindi quei soldi «tornerebbero allo Stato o, cosa equivalente, andrebbero a ricostituire le riserve della banca stessa, che così potrebbe meglio adempiere alle proprie funzioni e, alla fine, fare da sé», ovvero «comprare i titoli Btp senza più chiedere soldi alla Bce». C’è qualcosa che non torna.

La Germania bara, il suo debito vero è il 287% del Pil

di Maurizio Blondet

Stando ai conti pubblici, il grande malato dell’Eurozona non è l’Italia o un
altro dei paesi oggi considerati periferici, addirittura ribattezzati
“Pigs”, maiali, nel pieno della  <http://www.libreidee.org/tag/crisi/ crisi
del debito sovrano. La pietra dello scandalo è proprio la
<http://www.libreidee.org/tag/germania/ Germania di Angela Merkel, che
continua a fare la voce grossa con la Bce e gli altri condòmini del Vecchio
Continente. A raccontare al Giornale” il lato oscuro di Berlino è
Fabio Zoffi, veneziano, che da vent’anni vive con la famiglia a Monaco di
Baviera. Zoffi conduce attività che spaziano dall’alimentare al Big Data:
tra i suoi clienti Luxottica, Pirelli, Bnl, Banco Popolare e Benetton. «ll
debito pubblico complessivo tedesco non è pari all’80% del Pil, come
certificano i documenti ufficiali, ma al 287%», assicura il “venture
capitalist” italiano, dopo essersi preso la briga di rielaborare tabelle e
proiezioni statistiche. La colpa è del debito «implicito», che con
approssimazione possiamo definire «nascosto», prodotto dalle costose riforme
concesse dai governi che si sono succeduti negli ultimi decenni. Tutto
questo, nel 2020 comporterà pesanti aggravi alla spesa per le pensioni, le
assicurazioni sanitarie e l’assistenza ai malati cronici.

«Berlino è finora stata molto brava a nascondere la polvere sotto il
tappeto, ma ormai è impossibile non vedere le gobbe. E anche in
Germania gli economisti più capaci hanno iniziato a lanciare l’allarme», spiega Zoffi, citando tra i primi profeti di sventura proprio i presidenti dei
due maggiori think-tanks economici del paese: Hans-Werner Sinn, temutissima
voce dell’Ifo (per la verità più noto a sud della catena alpina per i
giudizi tranchant che ci ha riservato) e Marcel Fratzscher, capo del Diw e
autore del libro “Die Deutschland-Illusion” (l’illusione tedesca). A titolo
di raffronto, scrive Massimo Restelli sul “Giornale”, il debito complessivo
(implicito ed esplicito) italiano si attesterebbe invece al 160% del
prodotto interno lordo. In sostanza, negli ultimi anni Palazzo Chigi e
Parlamento italiano fatto “i compiti a casa”, mentre Frau Merkel e il
Bundestag no. A contribuire al disastro annunciato della Germania, insiste Zoffi, è poi il
suo quadro demografico squilibrato: è lo Stato con meno nascite al mondo.

L’altra falla aperta è rappresentata da un mercato del lavoro ormai composto
per un quarto da precari (tra part-time, stagisti e mini-job). Ne consegue
una distribuzione dei redditi sempre più squilibrata: nel 2011 il 10% della
popolazione deteneva il 66% della ricchezza contro il 44% del 1970. Per non
parlare delle grane del sistema del credito: le banche tedesche, sebbene tutte
promosse ai recenti esami patrimoniali della Bce (ma Berlino ha ottenuto di
esentare le problematiche casse di risparmio e le “landesbank”) da un lato
«contano debiti complessivi per 8.000 miliardi di euro» (raccolta alla
clientela, prestiti di varia natura e obbligazioni), e dall’altro – e questo
sembra il problema principe – ci sono «impieghi in asset di qualità sovente
discutibile: Abs, derivati, prestiti alle banche greche e spagnole». In
pratica, avrebbero investito male (e con una certa dose di pericolo) il
denaro raccolto: «Deutsche Bank assomiglia a un grande hedge fund», dice
Zoffi.

L’imprenditore italiano sottolinea di essere tornato a investire sulle
imprese dello Stivale all’apice della crisi, sfruttando i saldi provocati dallo sferzare dello spread. «Insomma – scrive Restelli – da uomo d’affari è convinto di aver fatto bene a credere
nell’Italia: stima che le sue attività (il gruppo Ors, specializzato nel Big
Data, la tenuta vitivinicola in Monferrato Noceto Marcel FratzscherMichelotti e
l’azienda friulana di insaccati di selvaggina Bertolini Wild, insieme alle
potenzialità di sviluppo del portale Gourmitaly) abbiano oggi un valore
potenziale di 50 milioni. «La Germania – chiosa Zoffi – resta però un esempio per la penisola sotto molti altri aspetti fondamentali, sia per la qualità di vita dei cittadini, sia
per la buona riuscita di un’impresa: a partire da un apparato
pubblico-burocratico e da un sistema della giustizia che funzionano a
dovere».

Lo stesso Zoffi è anche esponente del Movimento Roosevelt, fondato da Gioele
Magaldi. Dalla sua analisi, scrive il vicepresidente Marco Moiso sul blog del movimento, emerge come, dal punto di vista del debito, la Germania sia “messa peggio” del Bel Paese. «Eppure – scrive Moiso – questa non deve assolutamente essere l’occasione per puntarle il dito contro»,
chiedendo anche ai tedeschi di «sottomettersi alla cura venefica
dell’austerità, in nome di un miope e mal riposto senso di riscatto». Al
contrario: meglio se anche in Germania si aprissero gli occhi, scoprendo cosa significano le ricette del neoliberismo. «La sconfitta della democrazia tedesca – in un
contesto internazionale in cui la sovranità delle democrazie stesse viene
progressivamente rimpiazzata dall’econocrazia neoliberista – significherebbe
la vittoria di quei poteri apolidi che supportano il neoliberismo e hanno
interesse nello svuotare le istituzioni pubbliche di democrazia sostanziale, in nome
del mantenimento del valore assoluto del denaro da loro accumulato». Lo choc
dei conti truccati? Ottima cura, se serve a tornare alla sovranità popolare,
in ogni paese Ue. Missione impossibile?
Si domanda Moiso: «È pronto, il popolo tedesco, a lottare insieme agli altri
popoli europei contro l’econocrazia neoliberista e a favore di democrazia e politiche monetarie ed economiche sviluppate nell’interesse del popolo europeo sovrano?».

1963.- IN GERMANIA NASCE ‘AUFSTEHEN’, ALZARSI IN PIEDI, CON LA LEADER SAHRA WAGENKNECHT CHE SI PREPARA ALLE ELEZIONI EUROPEE, DOVE SI PREANNUNCIA UNA GUERRA TRA GLI ORBANIANI ALLA SALVINI E LA FAZIONE PODEMOS-VAROUFAKIS-CORBYN. I VECCHI PARTITI SARANNO ROTTAMATI?

Quelle parti della politica, dette destra e sinistra, con cui si indicano le componenti del Parlamento che siedono, rispettivamente, alla destra e alla sinistra del Presidente dell’assemblea legislativa e, in generale, l’insieme delle posizioni politiche qualificate come conservatrici e quelle egualitariste e progressiste, avevano un senso negli Stati sovrani e sociali eretti a difesa della triade popolo, territorio, ordinamento. Da quando è l’economia a dettare le leggi e non più il viceversa, da quando il globalismo ha cancellato le frontiere e la sovranità, gli Stati sociali non tutelano più la vita naturale dei cittadini, ma la vita utile dei sudditi. Ecco che parlare di destra e sinistra, di partiti conservatori o egualitaristi e progressisti non ha più un senso perché non esistono più e non sarebbero attuali. DIEGO FUSARO, filosofo, scrittore saggista, appassionato commentatore politico, giornalista, contro il sistema capitalistico, contro l’Europa delle banche e del pensiero unico globalizzato, dice: “Mi impegno nello studio del pensiero dei filosofi nei secoli, soprattutto Marx e Gramsci, per dar vita a un progetto sociale con cui attirare l’attenzione dei politici verso programmi che abbiano come priorità di governo l’attenzione agli offesi della Terra e alla tutela delle diverse culture, possibilmente dove esse si sono sviluppate.” In Germania e in Europa la presa d’atto di questa trasformazione dei cittadini in sudditi, o, peggio, in schiavi, sta rendendo obsoleti i partiti tradizionali, le loro logiche, le loro organizzazioni clientelari, incapaci di costituire lo strumento per la partecipazione democratica dei cittadini alla vita politica. Nemmeno il sovranismo si dimostra adeguato e sufficiente a contrastare quello che viene chiamato globalismo, ma, in realtà, è il dominio dei pochi, della finanza sui popoli. Quindi, né i populisti di destra, i sovranisti, né i populisti di sinistra sono in grado di contrastare la finanza mondiale e i suoi eserciti. Entrambi combattono soltanto per perdere, sempre più e sparire. Quindi, contesto la presentazione di questo articolo di Pierre Haski per France Inter, fatta da Dagospia perché:
Non c’è più destra né sinistra e dopo i populisti di destra non ci sono i ‘responsabili’ o i ‘competenti’, ma nemmeno ci sono i populisti di sinistra su cui contare. Aria nuova dunque!

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SAHRA WAGENKNECHT

La storia ci dirà se il movimento Aufstehen, nato il 4 settembre a Berlino, segnerà un punto di svolta nella politica della Germania, o se sarà solo un fenomeno effimero. Il fatto merita comunque attenzione perché interessa tutta l’Europa.
Aufstehen, “alzarsi in piedi” in tedesco, è stato lanciato da un’esponente della sinistra radicale del paese, Sahra Wagenknecht, e ha una linea dura contro l’immigrazione, il che è piuttosto significativo in questo periodo segnato dall’avanzata dell’estrema destra e dagli eventi di Chemnitz, nell’est della Germania.

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Sahra Wagenknecht e i fondatori di Aufstehen

Wagenknecht non è una sconosciuta: è la copresidente del gruppo della Linke, il partito della sinistra radicale tedesca, nel Bundestag, il parlamento federale. Wagenknecht ha creato Aufstehen senza lasciare il partito, per rivolgersi a quella parte di elettori che ha ceduto alla tentazione dell’estrema destra.

Secondo Wagenknecht, dopo l’ondata migratoria del 2015 che ha spinto la cancelliera Angela Merkel ad accogliere un milione di profughi in Germania, l’estrema destra ha cavalcato lo scontento di una parte dell’elettorato. Alternative für Deutschland (Afd), il partito ostile all’immigrazione fondato nel 2013, può contare sul terzo gruppo parlamentare più numeroso al Bundestag, e secondo gli ultimi sondaggi scavalcherebbe il Partito socialdemocratico se si andasse a votare ora.

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Sahra Wagenknecht Aufstehen

La conclusione di Wagenknecht è che la sinistra deve abbandonare la sua “buona coscienza” sul tema dell’accoglienza e del controllo delle frontiere. La leader di Aufstehen rispolvera anche una vecchia analisi marxista secondo cui i padroni usano l’immigrazione per abbassare i salari.

A suo modo, Wagenknecht vuole offrire agli elettori delle classi popolari, che si sentono minacciati dagli stranieri, un’alternativa all’Afd, e ha deciso di farlo fuori dal partito, contrastando con un populismo di sinistra le tentazioni dell’estrema destra.

Traduzione di Andrea Sparacino per http://www.internazionale.it

In Germania la sinistra è quindi combattuta tra l’imperativo morale della solidarietà e questo nuovo realismo (o meglio, cinismo) che non vuole lasciare all’estrema destra il monopolio del discorso sull’immigrazione.
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SAHRA WAGENKNECHT AUFSTEHEN

Il dibattito tedesco è una dimostrazione del caos provocato dall’avanzata dell’estrema destra, soprattutto nell’ex Germania dell’Est da cui provengono sia Wagenknecht sia Merkel. Questo confronto interessa buona parte dell’Europa, Francia compresa, ma è in Germania che ha ormai raggiunto il culmine, con il populismo che interferisce con i valori classici della sinistra.

È necessario rispondere alla radicalizzazione della destra con le consuete proteste, come hanno fatto i 60mila partecipanti al concerto antinazista organizzato a Chemnitz all’inizio della settimana, a rischio di coinvolgere solo le persone già schierate? O è meglio pensare, come fa Wagenknecht, che le ragioni di chi vota per l’estrema destra debbano essere ascoltate, a rischio di perdere la propria anima?

1885.- COSA SI NASCONDE DIETRO LA GUERRA COMMERCIALE FRA USA E UNIONE EUROPEA. ECCO COME C’ENTRA CON IL NUOVO GOVERNO ITALIANO

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La “guerra economica” scoppiata fra gli Stati Uniti e l’Unione Europea è molto di più di una controversia dovuta all’inaudito surplus commerciale tedesco. Molto più di una questione di dazi: è il ritorno della Storia.

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Infatti la Germania, che di certo è un grande Paese, ora è tornata ad essere anche un grande problema. Non solo per l’Europa, ma pure per gli Stati Uniti. E Trump ha tutta l’intenzione di vincere il braccio di ferro con la Merkel, ridimensionando i disegni imperiali tedeschi (già la Brexit è andata in questa direzione: la Gran Bretagna è storicamente ostile agli imperi continentali).

La Germania perderà il confronto con gli Usa e potrebbe essere un duro colpo per tutta l’attuale Unione Europea di Maastricht (da non confondere con la Comunità europea originaria).

Le leggi della geopolitica sono fatali e le nazioni che tendono alla supremazia continentale, come la Germania, dovrebbero imparare dagli errori del passato.

Era questo l’ammonimento che Paolo Savona nel 2012 aveva intelligentemente espresso nel libro “Lettera agli amici tedeschi e italiani”, uno scritto che – rilanciato nelle settimane scorse – ha suscitato le ire dell’establishment germanico ed è costato a Savona il posto di ministro del Tesoro.

Savona voleva “sollecitare” gli amici tedeschi per avere

“un vostro maggiore impegno nell’evitare che l’Europa si infili in una nuova tragedia – quella del ritorno alla povertà di alcuni popoli con gli odi e i conflitti che seguirebbero – operando in modo tale da garantire non solo una continuazione della crescita per il vostro paese, ma anche per tutti gli altri, in uno sforzo cooperativo”.

E’ evidente infatti che l’euro così come è stato realizzato e i Trattati di Maastricht hanno avvantaggiato enormemente la Germania e hanno svantaggiato molti altri (in primis l’Italia).

Savona spiegava che invece dell’armonica crescita comune

“ora prevale la competizione conflittuale. Ma ancora più grave è il riproporsi, per fortuna in forme non militari, ma più subdole, della competizione conflittuale che ha causato le drammatiche vicende della guerra (…). Dai vostri recenti comportamenti collettivi”, scrive ai tedeschi, “viene il sospetto che stiate scivolando nuovamente sul piano economico nella direzione proposta dal Piano Funk (dal nome dell’allora ministro delle Finanze tedesco, ndr) del 1936. La politica economica che voi suggerite getta le basi per una disgregazione del sogno europeo di pace e di un comune progresso civile. Il Piano Funk prevedeva che la Germania divenisse il ‘paese d’ ordine d’Europa’ ed è quello che ora proponete; che le monete nazionali ‘confluissero nell’ area del marco’ ed è ciò che desiderate e, in parte, avete ottenuto; che lo sviluppo industriale fosse di vostra esclusiva pertinenza, solo affiancati dall’ alleato ‘storico’ del vostro paese, la Francia, una soluzione che il mercato comune europeo e la moneta unica sta causando”.

Queste preveggenti parole di Savona, tornate d’attualità nei giorni della formazione del governo, sono preziose anche per capire la concomitante iniziativa di Trump che, proprio nelle stesse ore, ha stabilito dazi commerciali per acciaio e alluminio provenienti dalla Ue, mirando così a colpire soprattutto la Germania (con cui gli Usa hanno 75 miliardi di deficit commerciale).

L’eccessivo surplus commerciale tedesco – che supera perfino quello cinese e che da anni trasgredisce le regole europee – provoca enormi squilibri, sia a scapito degli altri paesi europei sia a scapito degli Stati Uniti.

Ma finora la UE si è ben guardata dal “punire” la Germania, come invece minaccia sempre di fare con l’Italia se osasse trasgredire il parametro del deficit. E gli Stati Uniti, con l’Amministrazione Obama, si sono limitati alle critiche e alle proteste verbali verso Berlino.

Invece Trump è passato alla guerra commerciale, come aveva promesso in campagna elettorale. Naturalmente i dazi statunitensi ora danneggeranno anche (in parte minore) l’Italia che – per l’incapacità dei suoi governi – ha pagato finora l’arroganza imperiale tedesca e paga adesso la ritorsione americana verso l’UE.

Tuttavia il ridimensionamento della Germania e il conflitto euroamericano potrebbe destabilizzare “questa” Unione Europea e l’euro nella direzione auspicata dal nuovo governo Lega-M5S.

Perciò l’Italia avrebbe tutto l’interesse a stabilire una forte alleanza politica e commerciale con gli Stati Uniti di Trump. E il nuovo esecutivo Conte ha l’ottica giusta per farlo non essendo succube della Merkel come i precedenti governi.

La “guerra commerciale” appena scoppiata fa anche capire un’altra cosa preziosa.

Negli ultimi 25 anni l’ideologia economica iperliberista – che Tremonti chiama “mercatismo” – ha assunto i tratti di un dogma teologico indiscutibile ed è alla base dei Trattati di Maastricht.

Sembra che l’assoluto dominio dei mercati sia il Bene metafisico e comporti l’automatico progresso dell’umanità. Mentre ciò che (specie per l’esistenza degli Stati, dei governi e della democrazia) impedisce il loro totale arbitrio pare rappresentare il Male metafisico e il regresso nella miseria più oscura.

Adesso scopriamo che invece non è così e che le categorie liberismo/protezionismo sono solo due possibili opzioni che gli Stati adottano a seconda dei momenti storici, perseguendo anzitutto il loro interesse nazionale. E lo si vede soprattutto nella storia americana.

Paul Bairoch, nel libro “Economia e storia mondiale”, scrive: “nelle regioni che vennero gradualmente a comporre il mondo sviluppato, il protezionismo fu la politica commerciale dominante. Tale fu soprattutto il caso degli Stati Uniti che, lungi dall’essere un paese liberista come molti pensano, può essere definito ‘la culla e il bastione del protezionismo’ ”.

Nessuno può negare che questa scelta protezionista abbia portato la massima prosperità agli Usa. Del resto che il mercatismo non sia automaticamente sinonimo di prosperità, ma anzi possa portare nel baratro è dimostrato per l’Europa da questi decenni (e specie dalla crisi finanziaria 2007-2008).

Lo avevano già capito nell’Ottocento. Bairoch citando Disraeli, nello storico dibattito del 1846 sul sistema di libero scambio e il protezionismo, evoca l’esempio dell’Impero ottomano dove “con un’applicazione totale e prolungata nel tempo del sistema della concorrenza illimitata” si è distrutto uno dei sistemi manifatturieri “più belli del mondo”.

La lezione che dunque ci arriva da Trump è questa. Dopo essere stati ammorbati per anni dal dogma mercatista, secondo cui occorreva inchinarsi al totale arbitrio dei mercati e del libero scambio, scopriamo che – se non vogliamo soccombere – il primato spetta agli Stati, cioè ai popoli, non ai mercati. E la bussola delle politiche pubbliche deve essere la difesa dell’interesse nazionale.

Anche questo è un tema a cui il nuovo governo dovrebbe essere sensibile. I governi che si sono succeduti finora a Roma lo avevano dimenticato.

Antonio Socci, da Lo Straniero..

1876.- A chi serve la Forza militare d’intervento europea

Abbiamo già trattato l’argomento Esercito europeo e le sue implicazioni dal lato ordinativo – organizzativo, anche nei confronti della NATO. Citiamo l’iniziativa dell’Unione europea nell’ambito della Politica di sicurezza e di difesa comune: La Cooperazione strutturata permanente (il suo acronimo è PESCO, dall’inglese Permanent Structured Cooperation) volta all’integrazione strutturale delle forze armate di 25 dei 28 stati membri. Dopo anni di acronimi e sigle NATO, ci mancavano quelle europee. Comunque, la PESCO è simile ad una cooperazione rafforzata, poiché non richiede l’adesione di tutti gli stati membri per poter essere avviata e si basa sull’articolo 42.6 e sul protocollo 10 del TUE, Trattato sull’Unione europea che con il TFEU, compone il Trattato di Lisbona del 2007 ed è stata avviata nel 2017 con un primo gruppo di progetti che saranno lanciati, appunto, quest’anno.
La PESCO è, quindi, attiva e la sua funzione di segretariato viene svolta congiuntamente dal “Servizio europeo per l’azione esterna” e dall’”Agenzia europea per la difesa”.
Ora, l’evoluzione della politica del direttorio franco – tedesco, attratto dal mercato russo, ha influito sul legame transatlantico per quegli stati, che seguendo Germania e Francia, progettano un affrancamento dalla catena di comando e controllo NATO e, qui, c’entra in gioco lo sfilamento annunciato da Trump dai bilanci della NATO.
L’Italia, che di recente ha espresso il suo favore per Mosca, ma a Bruxelles non vi ha dato seguito e che ha approvato nuovamente le sanzioni, vuole vedere chiarite le posizioni dell’Unione nei riguardi della migrazione di massa e dubito che si sottrarrebbe alla NATO per sottomettersi alla politica di Parigi; così, è rimasta fuori da questa “intesa a nove”, pure se l’anno passato ha già aderito a un corpo sanitario militare comune. Recuperando, però, Mussolini, l’Italia è una portaerei nel Mediterraneo, la terza o la prima del Gruppo d’Attacco della Sesta Flotta e può contare, comunque, sull’interesse di Trump: un interesse che misureremo presto nell’incontro di Giuseppe Conte alla Casa Bianca, il 30 luglio.
Sorvolando su queste considerazioni, un esercito rappresenta l’ultima chance della diplomazia e ha senso se si ha una politica estera, cosa che assolutamente manca all’Unione Europea. Singolare la partecipazione della Gran Bretagna a questa intesa, come dire, “fuori dall’Unione, dentro l’Europa”. Per quanto abbiamo sostenuto in più occasioni, nei confronti delle politiche europee finanziarie, sui flussi migratori ed estere in generale, presupposto e condizione necessaria di una vera unione europea è la definizione del rapporto, equivoco per certi versi, tenuto da Parigi fra l’eurozona e la Comunità Finanziaria Africana del franco CFA, che fa della Francia una potenza colonialista, in contraddizione con l’Unione; un rapporto che si aggiunge alle diseguaglianze nelle politiche economiche e finanziarie. Non è casuale che si sia venuto a creare un direttorio franco-tedesco. Ecco che è necessario e importante comprendere sia dove va e dove potrà andare l’Europa di oggi, sia “A chi serve la Forza militare d’intervento europea” e lo leggiamo da LIMES, in questo articolo a cura di Lorenzo Di Muro.

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Nove Stati membri dell’Ue hanno siglato un’intesa per la creazione di una Forza militare di intervento europea volta, tramite l’integrazione tra un gruppo ristretto di eserciti nazionali, a prevenire e fronteggiare crisi internazionali.
Mentre non è ancora chiaro se la natura della Forza sia difensiva o meno, quali crisi debba fronteggiare e possibili teatri di impiego (probabilmente, in prossimità dei confini comunitari), il progetto voluto dal presidente francese Emmanuel Macron – cui hanno aderito sinora Germania, Belgio, Uk, Danimarca, Olanda, Estonia, Spagna e Portogallo – è distinto dai quadri di riferimento Nato e Ue (Pesco) e soprattutto conta la partecipazione di Londra. Il Regno Unito si era sempre opposto a costruzioni in grado di minare la special relationship transatlantica, soppiantando la Nato o il coinvolgimento degli Usa nella sicurezza del Vecchio Continente. Una posizione alterata da Brexit, che impone invece all’esecutivo di Theresa May di spingere per preservare un’influenza in Europa anche dal punto di vista militare.
Altrettanto significativa è l’assenza dell’Italia, il cui precedente governo – stando a Parigi – aveva dato il proprio sostegno al piano presentato da Macron alla Sorbona lo scorso anno. Fonti interne riferiscono di uno scetticismo di Roma sulla complementarità del progetto alla Nato e alla Pesco, ma visti i dossier attualmente in discussione sul tavolo comunitario – su tutti quello migratorio – il messaggio italiano è precipuamente politico.
Per il presidente di Francia, d’altro canto, l’istituzione di tale Forza risponde a diversi calcoli: la creazione di una forza indipendente propriamente europea ma ristretta, con strutture decisionali che garantiscano una maggiore efficienza e reattività rispetto al formato a 25 della Pesco (nel cui ambito ieri il Consiglio Europeo ha adottato un documento sulle linee guida); un contrappeso all’influenza economica tedesca in Europa (che difatti aveva finora privilegiato un approccio inclusivo in materia); la risposta, paradossalmente, alla richiesta di Trump all’Europa di farsi carico della propria difesa; nonché un potenziale stimolo all’industria bellica nazionale.
In tal senso, il ministro della Difesa francese Florence Parly ha vagheggiato la creazione di una “cultura strategica europea”; un’esternazione paradigmatica dell’assenza di soggettività geopolitica dell’Ue, che si riflette – oltre che nel limbo comunitario nei comparti della difesa e della sicurezza – soprattutto nella mancanza di una visione e dunque di una strategia comune nella gestione della politica estera.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha incontrato oggi papa Francesco a Roma, dove presso la basilica di San Giovanni in Laterano nel pomeriggio riceverà il titolo di protocanonico d’onore del capitolo lateranense.
Il vertice con il pontefice dopo l’incontro con una delegazione della Comunità di Sant’Egidio – mentre non è previsto alcun meeting con le autorità italiane – ha una evidente dimensione politica. Nel corso del bilaterale, i duei capi di Stato hanno discusso di temi quali migranti, clima, futuro della cristianità e responsabilità dell’Europa, la quale affronterà fra tre giorni l’ennesimo Consiglio Europeo che rischia di far saltare la costruzione comunitaria.
Per Macron – che si dice agnostico in ossequio alla laicité dello Stato ma fa sfoggio della sua istruzione gesuita e si è reso protagonista di un riavvicinamento con la Santa Sede e l’episcopato locale dopo gli anni difficili sotto la presidenza di Hollande – il sostegno (anche retorico) del papa può difatti costituire un perno non secondario nel suo attivismo in politica estera.
In primis – malgrado la necessità di destreggiarsi tra un approccio alla questione migratoria che cozza con i toni usati per raffigurare la posizione in materia del nuovo esecutivo italiano – ottenendo la sponda papale prima del vertice di Bruxelles. E magari, come sul fronte militare, consolidando la posizione di Parigi alla guida (anche sul piano morale) di un’Europa en marche.
USA E COREA DEL NORD
Gli Usa non impongono scadenze temporali nel negoziato con P’yongyang, ma continueranno a valutare le mosse del paese eremita verso la denuclearizzazione per il ristabilimento di piene relazioni.
Lo ha dichiarato il segretario di Stato Mike Pompeo dopo che ieri era circolata la voce che gli Usa fossero in procinto di presentare a Kim Jong-un una lista di specifiche richieste con relative scadenze, al fine di vagliare l’aderenza di P’yongyang al documento siglato durante il vertice di Singapore. Frattanto, il segretario alla Difesa Jim Mattis è arrivato in Cina, dove il dossier coreano sarà uno dei temi di discussione con Pechino.
La notizia conferma come Washington debba accontentarsi di contropartite limitate da parte di P’yongyang, come la cancellazione della manifestazione “anti-imperialista” annuale. Probabilmente, gli Stati Uniti hanno già raggiunto il massimo risultato ottenibile in questa fase, ossia provare a convincere il mondo dell’imminenza della (assai improbabile) rinuncia di Kim alla Bomba.
ALLARGAMENTO UE E NATO
L’Europa è divisa anche sull’allargamento dei confini comunitari, mentre si discute dell’apertura di negoziati per l’ingresso nell’Ue di Albania e Macedonia.
Da una parte Francia, Olanda e Danimarca sono i paesi più scettici, considerati gli scarsi avanzamenti di Tirana e Skopje in settori come la lotta alla corruzione e alla criminalità.
Dall’altra, l’allargamento ai Balcani occidentali è sostenuto dall’Ungheria e più recentemente dalla Germania, cui potrebbe far comodo anche la creazione di hotspot (centri di accoglienza) per migranti – progetto di cui si sta valutando la fattibilità – in paesi come l’Albania. Dell’apertura delle trattative è fautrice anche la Nato, di cui Tirana è già membro e che vedrebbe l’ingresso macedone nell’Ue come prodromico a quello nell’Alleanza Atlantica.

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