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1435.- Elezioni Germania: perché i tedeschi hanno bastonato la Merkel e Schulz

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro

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Se anche gli italiani dovessero applicare gli stessi criteri dei tedeschi, quando il prossimo anno (forse) si recheranno alle urne, il PD dovrebbe scendere all’1%!!!

L’analisi del voto tedesco non poteva essere più facile: puniti i partiti di governo, premiati gli altri. E’ vero, fa un po’ specie notare che siano state penalizzate le formazioni politiche che costituivano l’esecutivo di un Paese che non ha mai avuto nella sua storia una situazione economica così florida.

In Germania infatti la Borsa è sui massimi storici, l’economia continua a crescere ad un ritmo sostenuto, il tasso di disoccupazione non è mai stato così basso, per non parlare della bilancia commerciale che ha surplus superiori a quelli della Cina.

Insomma se anche gli italiani dovessero applicare gli stessi criteri, quando il prossimo anno si recheranno alle urne, il PD, visti i risultati, dovrebbe scendere all’1%!!!

Ed allora sembra logico chiedersi, ma i tedeschi sono dei pazzi a “punire” elettoralmente chi li ha resi più ricchi che mai?

La risposta, evidentemente, è no! E per diversi motivi.

Sorvolando sul fatto che l’andamento economico, nelle scelte elettorali, conta molto ma non è tutto, dobbiamo ricordare che una persona, quando entra nella cabina elettorale, non pensa soltanto a sé, ma anche, se non soprattutto, ai suoi figli, ed i tedeschi, giustamente, si sono chiesti cosa ne sarà della Germania se le cose dovessero continuare di questo passo.

Sono stato recentemente in vacanza a Monaco di Baviera, ho visto una sola persona vestita col costume bavarese, suonava la chitarra e cantava, raccogliendo offerte, nella piazzetta antistante una celeberrima “birreria”.

In compenso ho visto decine se non centinaia di donne col “niqab”, il velo integrale islamico che lascia scoperti solo gli occhi. Passeggiando su marciapiedi, poi, anche in zone centrali della città, spesso si viene investiti da nuvole di fumo, sono numerosi infatti i locali con tavolini che danno sulla strada in cui gli avventori fumano “narghilè”.

Non ci si può stupire quindi dell’affermazione di Alternative fur Deutschland, un partito destinato ad ottenere sempre più consensi non solo per la problematica gestione del fenomeno immigrazione, ma soprattutto per le prospettive tutt’altro che rosee  in seno all’Unione europea.

Il voto in Germania, infatti, non ha evidenziato solo insofferenza per come sia stato gestito il flusso migratorio, i tedeschi sono altresì preoccupati per la piega che sta prendendo l’Unione europea.

La paventata istituzione di un unico Ministero delle Finanze, a loro modo di vedere, potrebbe essere l’anteprima di quelle misure straordinarie di politica economica, come ad esempio gli eurobond, che il popolo tedesco ha sempre avversato.

L’opinione pubblica ritiene che già ora la Grecia sopravviva grazie alle sovvenzioni provenienti dell’Ue, della quale sono i maggiori contribuenti, il loro timore, quindi, è che queste sovvenzioni vengano estese anche ad altri Stati con i conti pubblici non in ordine.

Insomma, Unione sì … ma fin quando conviene a loro.

 

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1420.- Perché deve vincere Angela Merkel.

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Questa sera, 24 settembre, intorno alle 18, si apriranno le urne per rinnovare il Bundestag, la camera principale del parlamento tedesco. Gli elettori saranno così chiamati a decidere chi dovrà governare il paese per i prossimi quattro anni. I riflettori sono puntati sulla sfida tra i cristiano-democratici guidati dalla cancelliera uscente Angela Merkel e i socialdemocratici di Martin Schulz, una sfida che secondo gli ultimi sondaggi sembra già essere senza storia, con il centro destra in netto vantaggio sui socialisti. Se questa previsione dovesse rivelarsi esatta, l’attuale cancelliera Angela Merkel – in carica dal 2005 – si avvicinerebbe al record di durata al vertice dell’esecutivo – 16 anni – detenuto dal suo mentore ed ex cancelliere federale Helmut Kohl, morto di recente.

LA CAMPAGNA ELETTORALE

Si può dire che la campagna elettorale tedesca si è svolta in un clima di tranquillità e pacatezza, fino allo schiaffo di Monaco, dove, proprio all’ultimo comizio, Angela è stata sonoramente fischiata. Il suo discorso sulla Marienplatz è stato accompagnato da un concerto di fischi. Probabilmente era attesa da militanti populisti e xenofobi di AfD , Alternativa per la Germania. fino allora nessuna grande polemica, niente nervosismi e neppure particolari scontri fra i vari avversari politici. Neanche i temi più caldi al centro di questa tornata elettorale – immigrazione, terrorismo, giustizia sociale e Turchia – sono riusciti a scaldare gli animi. A meno di improbabili ribaltoni, le elezioni vedranno Angela Merkel ottenere a 63 anni il suo quarto mandato come cancelliera.

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Angela Merkel ha tra l’altro detto:

“Abbiamo bisogno di ogni singolo voto per poter continuare a vivere bene e ad amare la vita in Germania. Ecco perché non ci adagiamo sul nostro successo, sul fatto che abbiamo dimezzzato la disoccupazione negli ultimi 12 anni, ma sappiamo che viviamo nel XXI secolo, in un’epoca in cui abbiamo bisogno di trovare sempre nuove risposte per nuove sfide.”

I giovani voteranno Merkel, soprattutto per il basso livello di disoccupazione giovanile che, però, da solo non basta a spiegare la popolarità dei partiti conservatori. Da quando Angela Merkel ha vinto le sue prime elezioni nel 2005 ha dovuto gestire un problema dopo l’altro: il crack finanziario, la crisi dell’euro, la guerra in Ucraina, le migrazioni di massa, la Brexit e un rapporto non facile con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La sua voce calma e rassicurante ha accompagnato gran parte delle loro vite degli elettori più giovani.

“La cancelliera – dice Onur Bayar, un altro giovane volontario della Cdu a Neukölln – ha affrontato con calma e correttezza le situazioni più complicate degli ultimi 12 anni, dalla crisi dell’euro a quella dei profughi. La sensazione di stabilità e sicurezza che trasmette è molto importante per tanti giovani. Guarda al futuro e sul piano politico agisce per centrare obiettivi chiari e raggiungibili”.

A volte è facile dimenticare che Angela Merkel è alla guida di un partito conservatore. L’Unione Cristiano-Democratica si è opposta fino a pochi mesi fa ai matrimoni omosessuali. Su altri temi però la Merkel ha assunto posizioni più vicine a quelle della sinistra, decidendo ad esempio di abbandonare l’energia atomica entro il 2022 e aprendo le porte a 800mila profughi nel 2015.

Secondo gli esperti di alcuni istituti di sondaggio queste scelte hanno fatto breccia tra gli elettori più giovani. “Vent’anni fa, quando era alla fine del suo mandato, Helmut Kohl non era molto amato dai giovani – dice Rainer Faus, direttore dell’istituto di ricerca tedesco Pollytix -. Oggi non è più così. La Merkel ha reso accettabile per i giovani il fatto di votare per i conservatori perché è una figura moderata. Il suo partito non lo è, ma la Merkel, che rappresenta la faccia pubblica del partito, è una figura politica decisamente moderata”.

In difficoltà, invece, il candidato socialdemocratico alla cancelleria, Martin Schulz , ha giocato le ultime carte a Colonia, per tentare di mobilitare fino all’ultimo simpatizzante e gli indecisi; ma Schultz ha fatto parte del Parlamento europeo dal 2000 e ha trascorso lì la maggior  parte della sua vita politica; perciò, non ha avuto molto tempo per farsi conoscere, almeno dal milione di giovani che andranno al voto per la prima volta:

Martin Schulz :

“Non combatto per uno scopo personale. No. Non combatto neanche per i voti o per convincere i sondagggisti. Non lo faccio per l’immagine. Lotto per le nostre convinzioni e per i nostri principi. Ci battiamo per voi. Per la gente di questo paese.”

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In Italia, Schulz è conosciuto soprattutto per lo scontro del 2003 con l’allora premier Silvio Berlusconi, che gli disse che avrebbe potuto interpretare il ruolo di “kapò” in un film sui campi di concentramento tedeschi.

Schulz ha messo la giustizia sociale al centro del suo programma, senza però fare breccia nell’elettorato. La Germania ha goduto di 12 anni di prosperità sotto la Merkel, che durante la campagna elettorale non ha mancato di sottolineare i risultati ottenuti in campo economico, su tutti la riduzione della disoccupazione.

L’ex presidente del Parlamento europeo ha promesso che il suo partito non formerà alleanze di governo a meno che non siamo garantiti salari equi, istruzione gratuita, pensioni sicure e impegno per un’Europa democratica.

Secondo l’ultimo sondaggio, il 40% dei 61 milioni circa di elettori non sapeva ancora per chi votare. Si saranno decisi probabilmente all’ultimo momento. I pronostici danno CDU prima, SPD seconda, mentre AfD potrebbe diventare il terzo partito tedesco, superando Die Linke, la formazione a sinistra della SPD, che sarebbe in calo. Dietro la Linke i liberali e i verdi.

Mentre al di fuori del paese il clima di tensione e di incertezza continua ad aggravarsi, in Germania l’approccio prescelto nei confronti delle grandi sfide del futuro sembra essere quello della serenità e della ragionevolezza. A cosa è riconducibile questa tranquillità? Una prima spiegazione potrebbe essere fornita dalla personalità della cancelliera in carica, Angela Merkel, e al suo modo di confrontarsi con i rispettivi antagonisti politici. La cancelliera riesce a far cadere nel vuoto qualsiasi attacco indirizzato alla sua persona oppure alle sue idee, reagendo in modo pacato ed equilibrato. Questo fa sì che molte delle critiche nei suoi confronti, vengano percepite come inappropriate e fuori contesto, dimostrando quindi un’incapacità da parte degli sfidanti a contrastare una Kanzlerin (cancelliera) che sembra ormai destinata ad essere riconfermata per la quarta volta consecutiva. Una seconda interpretazione potrebbe anche essere la volontà di non cambiare lo status quo, essendo la Germania di Angela Merkel uno dei paesi più stabili dell’Unione europea, con una crescita stimata al 2,1 per cento per il restante 2017, con il più basso tasso di disoccupazione dalla riunificazione e con un surplus nel bilancio economico che supera addirittura i limiti imposti dalle regole Ue.

ILLUMINANTE L’INTERVISTA A FRANZ UNTERSTELLER, ESPONENTE DEI VERDI

Come rivela in un’intervista in esclusiva per TPI, Franz Untersteller, esponente dei Verdi e ministro dell’Ambiente, del Clima e delle Politiche Energetiche del land tedesco del Baden-Württemberg: “In Germania non c’è alcun’atmosfera di cambiamento”. “Ho l’impressione che i tedeschi siano soddisfatti della situazione attuale del paese. Dopotutto, la Germania sta bene economicamente. Cambiare cancelliere, vorrebbe dire cambiare un punto di riferimento e soprattutto una delle poche cose sicure in un mondo continuamente minacciato da crisi e incertezze”. In effetti, a guardare i dati economici, la Germania esce vincente su tutti i campi, dalla crescita all’occupazione, dal lavoro all’innovazione. Oltre alla personalità della cancelliera e la prosperità economica della Germania, la causa principale della volontà di non cambiamento è anche dovuta all’incapacità del principale rivale della cancelliera, il socialdemocratico Martin Schulz, nel proporre agli elettori tedeschi un progetto alternativo a quello di Angela Merkel. Prima di tutto, perché è lo stesso Schulz con la sua SPD a far parte della “Große Koalition” (grande coalizione), e quindi qualsiasi critica rivolta al governo è in un certo senso una critica rivolta al suo stesso partito. La credenza comune della gente in questi casi è la solita: se siete stati al governo per quattro anni, pur essendo in una coalizione, perché non avete attuato le politiche che adesso proponete? La scelta elettorale di Schulz nel voler dare un peso prevalente ai temi legati alla giustizia sociale, in uno dei paesi europei più prosperi economicamente, non è stata strategicamente brillante. Come ha sottolineato il ministro Untersteller: “Pur essendo corretto parlare di temi legati alla giustizia sociale per un partito socialdemocratico, è stato un errore non portare in prima linea questioni legate al futuro. Il tema dell’ambiente e delle politiche climatiche, per esempio, sono tematiche troppo importanti per non essere prese in considerazione in una campagna elettorale”. “Schulz, come Angela Merkel, parla troppo poco di temi ambientali, e questo è stato decisamente evidente nello scontro televisivo tra i due candidati di domenica 3 settembre. Proprio questo dibattito televisivo rappresentava una grande possibilità per Schulz di portare in primo piano temi legati al clima, differenziandosi così dalle posizioni assunte dalla Merkel. Di questo non si vede traccia nella campagna elettorale di Schulz”, prosegue il ministro. Secondo l’esponente dei Verdi, il candidato socialdemocratico “gioca in modo troppo difensivo e non si differenzia sufficientemente dalla cancelliera”. La grande abilità della Merkel è stata quella di prendere temi appartenenti a partiti di diverso orientamento politico e farli propri, intercettando perfettamente i sentimenti del paese. Salario minimo, giustizia sociale, svolta energetica, matrimoni omosessuali e accoglienza dei migranti sono solo alcuni temi originariamente portati avanti dai Verdi o dall’Spd diventati materia della Merkel. La legge per i matrimoni tra coppie omosessuali è stata approvata lo scorso giugno, con l’astuzia della cancelliera, che avendo dato libertà di coscienza ai deputati nell’esprimere il proprio voto, aveva lei stessa liberamente votato “No”. Inoltre, rendendo il suo voto pubblico poco dopo, ha dimostrato di non voler tradire i valori di una gran parte della Germania conservatrice e religiosa. Nel picco della crisi dei migranti nel settembre 2015 e con le stazioni di Budapest e di Vienna stracolme di persone in cerca di asilo politico, la Germania della Merkel fu la prima a prendere una posizione netta a riguardo, aprendo le porte a più di un milione di profughi. In questa modo si è resa sicuramente impopolare nei confronti di alcuni esponenti della Csu, il partito cristiano-sociale della Baviera e federato alla Cdu di cui la cancelliera fa parte, ma allo stesso tempo ha dimostrato di avere un profondo senso di umanità oltre che rispettare pienamente l’articolo uno della Costituzione tedesca, che afferma che “la dignità umana è inviolabile”. I tragici fatti di Fukushima nel 2011, portarono la cancelliera Angela Merkel alla decisione di abbandonare una politica energetica nucleare, interpretando così la volontà della gran parte dei tedeschi e rubando in questo modo la scena a una campagna contro il nucleare che avrebbe dovuto spettare quasi interamente ai Verdi. Quanto allo stato sociale, l’introduzione del salario minimo (8,50 euro all’ora) nel 2015 parla da sé. Come afferma il ministro Untersteller, “la cancelliera Angela Merkel è riuscita a ‘socialdemocratizzare’ la Cdu”. I PARTITI IN CORSA Mentre tutti i riflettori sono puntati sulla sfida tra CDU e SPD, il vero cambiamento di queste elezioni sarà soprattutto determinato da chi riuscirà ad arrivare terzo e quarto dopo i partiti tradizionali. Con il sistema elettorale proporzionale in vigore in Germania, saranno necessarie delle alleanze politiche per riuscire a formare un governo, data la scarsa probabilità che un partito riesca a raggiungere la maggioranza assoluta. Tra i partiti in corsa per questi posti, si possono trovare la sinistra radicale dei Die Linke, i liberali dell’FDP, i Verdi e infine la destra radicale dell’AFD. Secondo il ministro Untersteller, “il terzo e quarto posto saranno determinanti per definire la linea politica del nuovo governo”. “Chi conosce la Germania, sa che c’è una notevole differenza tra il land del Nordrhein-Westfalen, governata dalla coalizione tra Cdu e Fdp, e quello del Schleswig-Holstein, con un governo formato da Cdu, Verdi e Fdp. Se si osservano sotto la lente di ingrandimento gli accordi di coalizione di queste due regioni, si possono constatare le enormi differenze”. “Il clima, per esempio, non viene visto come una priorità nel Nordrhein-Westfalen, al contrario nello Schleswig-Holstein – con la partecipazione dei Verdi – viene messo in prima linea. Proprio quest’esempio lascia trapelare quelle che saranno le politiche del nuovo governo. Un governo formato da Cdu e Fdp risulterebbe fatale per quanto riguarda la questione climatica e la svolta energetica del paese. Mentre la partecipazione dei Verdi all’esecutivo garantirebbe una maggiore dedizione al clima e alle politiche ambientali”.

Infine…

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INFINE:

Giuseppe Palma commenta così il risultato di Pirro di Angela

L’esito del voto tedesco porterà alle seguenti conseguenze:
1) l’alleanza della Merkel coi liberali, quindi più austerità e sempre minori condivisioni dei rischi;
2) il forte ridimensionamento del progetto di Macron, che chiedendo “più Europa” troverà la strada sbarrata dai liberali tedeschi che mai, e dico mai, accetteranno una fiscalità comune;
3) la nomina di Weidmain alla Bce (nel 2019), con conseguente fine del Quantitative Easing.

Traetene gli effetti…

1405.- DALLA UE AL QUARTO REICH? UN PUTSCH SILENZIOSO E’ IN CORSO.

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Un putsch silenzioso è in corso nelle istituzioni europee, con la brutale velocità di un blitzkrieg,  per mutare  la UE    in Quarto Reich. Così  sussurrano  le voci ben informate del deep superstate  a Bruxelles, raccolte dal sito belga Dedefensa, che ha nell’ambiente buone entrature.

“Con il Brexit, i  funzionari britannici stanno lasciando posti strategici nel labirinto istituzionale e burocratico che hanno  occupato, da abili  tattici, da  una trentina d’anni. Invece di aprire una procedura trasparente di ripartizione fra i  funzionari degli stati membri, i tedeschi li occupano praticamente tutti loro, approfondendo il loro potere su queste retrovie strategiche decisive e dando la loro impronta alla UE.

“il punto è che i britannici, fautori accaniti della sovranità nazionale, in quei posti chiave erano  riusciti a bloccare i più ambiziosi progetti sovrannazionali  ed oligarchici delle tecno-eurocrazie. Va riconosciuto che hanno proseguito in  questo l’opera che condusse contro i  progetti delle  tecnocrazie “apatridi” il  generale De Gaulle nel primo decennio della Comunità. Partiti loro, e data l’incredibile stato  di deliquescenza della Francia ormai subalterna a Berlino, la via è  aperta alla chiusura in gabbia degli europei in un sistema che corrisponde all’ideologia e agli  istinti profondi dello Stato  più grosso e  pesante economicamente, che  impoliticamente ha sempre avuto della nazione un  concetto volkisch, naturalistico e non politico; la volontà  benintenzionata di abolire i conflitti invece di riconoscerli in istituzioni appropriate, ossia politicamente pluraliste. Ricordiamo che la Prussia non unificò  la Germania proponendo gli altri staterelli germanofoni un esplicito progetto politico, bensì una  pacifistica Unione Doganale (Zollwerein) ;   che il concetto di Stato non è affatto  compreso in quello di Reich, parola che mal si traduce come Impero, perché ogni impero è multinazionale, mentre il Reich del Kaiser  puntò alla omogeneità del Volk  e della   Kultur. Di fatto, divenne una struttura di comando e obbedienza, ossia l’estensione del prussianesimo  dalla Baviera ad Hannover. Su questa pericolosa forma che l’Unione Europea tende a prendere di per sé sotto il dominio  delle tecnoburocrazie a-politiche e sovrannazionali,  John Laughland ha scritto un saggio la  cui lettura andrebbe   resa obbligatoria ai politici, The Tainted Source (La fonte inquinata).

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I politici  d’oggi non avendo la levatura di un Andreotti ( “amo tanto la Germania che ne preferisco due”) non sono  capaci di capire il rischio, a cui daranno la loro adesione nel nome  – ovvio –  del “ci vuole più Europa”, a cui il Quarto Reich somiglia.  I  servi mediatici ci parleranno di una Merkel che “avanza verso il federalismo europeo”…

Intanto i tedeschi annetteranno alla loro già smodata potenza economica e finanziaria che governano coi diktat nel più brutale disprezzo delle regole che loro  stessi impongono (vedasi il loro demenziale surplus)  anche la politica estera comune e a difesa “europea”. Allora sarà davvero il Quarto Reich.

La dipartita dei  britannici lascia in balia della Germania lo  European External Action Service (EEAS) , il  colossale sub-ministero (scommetto che pochi ne avrete sentito parlare) i  cui burocrati dettano la politica  estera europoide, forte d 3400 dipendenti e di 140  delegazioni estere;  fatto aggravato dalla vera e propria incredibile e sospetta dimissione francese, quando il segretario generale di questo servizio  estero, Alain Le Roy, s’è dimesso per “motivi personali” senza che l’Eliseo di Hollande reclamasse il posto. Posto immediatamente occupato per cooptazione da Helga Schmidt, tedesca, fatta salire da n.2  del servizio a n. 1 senza che i francesi né alcun altro ”latino” chiedessero almeno questo n.2 liberatosi.

Naturalmente la bella  Helga spadroneggia con mano pesante germanica sul servizio ed  ha messo in ombra la Alta Rappresentante, ossia la nostra Mogherini, non solo perché ci vuol poco, ma perché non ha alle spalle  un  governo che debba  la sua elezione agli italiani, e che deve invece la sua sopravvivenza al potere (e ai quattrini)  al benvolere della Merkel, della BCE e al “progetto  europeista”  anti-populista: quindi nella condizione  di servitù perenne   che gli conosciamo.  Servitù – sia detto  en passant – che la Merkel vuole rendere eterna avendo chiesto a Berlusconi (che ha eliminato come sappiamo  nel 2011) di formare dopo le elezioni un governo col PD, per non dare il potere  ai “populisti”.  Inutile dire che il cavaliere, scodinzolando,  ha detto sì.

Adesso le residue (e scarse) speranze sono  affidate a Parigi:  si tratta infatti della Difesa Comune Europea  –  un progetto  di Monnet che De Gaulle stracciò nel 1954,  e che i britannici hanno da allora in poi impedito in funzione filo-americana. Adesso  la Merkel lo vuole fortemente, l’esercito europeo.  Il che significa, retorica a parte che siano i francesi a conferire al Reich  le forze armate. Berlino è infatti  disarmata  per volontà americana e propria,  e solo la Francia (grazie a De Gaulle) ha una potenza militare autonoma, la force de frappe, la capacità di  proiettare forza a distanza, autonome tecnologie (i Mirages, mica gli F-15),  il deterrente nucleare, la capacità organizzatrice.  Adesso l’annessione di fatto sta forse per sorgere attraverso la finzione di un “aereo da combattimento europeo”, dove la Dassault dovrebbe  mettere quasi tutto a disposizione.  “E dopo si porrà  la questione della  potenza nucleare di dissuasione, che la Germania vorrà  sia conferita all’esercito europeo, ossia alla Germania”.

Non c’è dubbio che Macron  darà il  suo sì,  “europeista” com’è. Ma accetterà  l’Armée? La  Grande Muette,  nella cui storia c’è Napoleone e De Gaulle e la ferita di Sedan e l’occupazione prussiana  di Parigi?  Non è improbabile che quando Macron ha sbattuto fuori il generale De Villiers,  il capo di stato maggiore, sia stato perché costui obiettava alla “fusione-acquisizione” delle armate francesi da parte di Berlino. E il saluto corale e silenzioso che tutto  il personale ha tributato al generale dimissionario, è  forse la sola ultima speranza che che il Quarto Reich mercantile e brutale venga impedito.

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Speriamo di no.

1319.- Saprà la Merkel gestire in modo razionale l’inevitabile Italexit?

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“All’Italia conviene tornare alla lira”. Lo sostiene il tedesco Marc Friedrich, consulente finanziario di fama, in una intervista  a Sputnik Deutschland. Non solo l’Italia, affondata da un tasso record di debito e disoccupazione, ma “tutti i paesi del Sud Europa  starebbero meglio con una moneta sovrana invece che con l’euro. Questi ‘ paesi, con i limiti imposti dalla Banca Centrale, non vedranno mai  quell’inizio di  crescita  che permetterebbe loro di rimettersi”.

 

Marc Friedrich è co-autore di un saggio « Der groesste Raubzug der Geschichte », che è stato un best seller nel 2012. “Già allora dimostravamo  che l’euro non funziona.   Adesso vedo che per la prima volta, in Italia il concetto di Italexit non è più tabù”.

Cita “Alberto Bagnai dell’università di Pescara” . Ha ragione Bagnai.  “In marzo, sostenendo che l’euro collasserà comunque qualunque sia il capitale politico investito in esso,  questo professore  di economia ha sottolineato la necessità di una  uscita “controllata” dalla moneta unica, padroneggiando l’inevitabile:

“La causa più probabile –ha scritto Bagnai – sarà  il collasso del sistema bancario italiano, che trascinerà  con sé il sistema tedesco.  E’ nell’interesse di  ogni potere politico, certo  dei dirigenti europei declinanti, e probabilmente anche degli USA, gestire questo evento invece di attenderlo  passivamente”.

 

 

Parole di buon senso. Di fronte alle quali non c’è, probabilmente, il vero e proprio terrore delle  oligarchie dominanti davanti a quel che hanno fatto col loro malgoverno monetario.   Che le paralizza.  Pochi sanno che nell’eurozona, i prestiti andati a  male in pancia alle banche assommano alla cifra stratosferica di 1.092 miliardi di euro. L’Italia è la prima del disastro, con 276 miliardi di  prestiti  inesigibili; ma  la seconda è la Francia di Macron con 148 miliardi. Seguono la Spagna con 141, e la Grecia con 115. La Germania  ne cova 68 miliardi, l’Olanda 45,  il Portogallo 41.

Prima della Germania, ci seguirebbe nel precipizio la Francia – trascinandosi evidentemente giù anche l’Egemone  di Berlino.

Il rischio è passato inosservato, spiega  l’economista francese Philippe Herlin, perché si comparano questi 148  miliardi di prestiti andati a male con i bilanci delle grandi banche francesi,  il triplo del Pil nazionale  ( che ammonta a 2.450 miliardi di dollari).  Errore, perché in caso di crisi  le  cifre iscritte a bilancio sono poco o nulla mobilizzabili; “quel che conta è la liquidità, il cash, i fondi propri”. I fondi propri delle banche francesi sono 259,7 miliardi; quasi il 60 per cento (il 57) sarebbero dunque divorati dai prestiti marciti;  Herlin prevede  dunque l’uso di bad bank  riempite con il denaro dei contribuenti.  “Per ora  non c’è urgenza, al contrario dell’Italia, ma in caso di aggravamento della crisi finanziaria  (aumento dei fallimenti, un  qualunque shock finanziario)il governo sarà forzato a intervenire”.

Non riusciamo ad immaginare i sudori freddi che provoca a Berlino la prospettiva di contribuire coi risparmi  dei virtuosi  tedeschi ad una badbank  pan-europea  da  mille miliardi. Eppure, continua Friedrich,  “se l’Italia deve restare nella UE, allora  l’economia  più forte del blocco, la Germania, deve accollarsi il  fardello delle  sovvenzioni all’Italia e agli altri Stati membri del Sud”.  Ovviamente, anche lui ritiene che l’immane compra di titoli  di debito che sta facendo la BCE  al ritmo di 60 miliardi di  euro al mese, non fa che nascondere il problema e guadagnare tempo.  Per farlo, i vertici hanno  rotto tutte le regole,  a cominciare dalle loro.  Ma  collasserà, e possiamo solo sperare che i politici responsabilmente cercheranno allora di  minimizzare i guasti e di eliminare l’euro in modo controllato. In ogni caso ciò costerà caro”.

Si potrà  contare sulla Merkel  come la politica che responsabilmente smonterà la  moneta unica in modo controllato?  E’ assorbita non tanto dalle prossime elezioni, ma dalla  strategia che ha (espresso anche a nome nostro) dopo il disastroso G7 di Taormina, e lo scontro con Trump: “Noi europei dobbiamo veramente prendere in mano il nostro destino”.   Ma  come? Per quanto erratico  e imprevedibile, in mano a pulsioni emotive incontrollate e sotto  schiaffo del Deep State che vuole la sua eliminzione (e lo sta facendo), The Donald è chiaro e costante nella sua ostilità commerciale verso la Germania, che accusa  di slealtà e di manipolazione della moneta .

Angela alle prese con le nuove sanzioni USa…

Un mese fa, il Senato Usa ha varato schiacciante maggioranza un pacchetto di nuove e draconiane sanzioni contro la Russia,  “come punizione per le  interferenze nelle elezioni americane del 2016 e per le sue aggressioni militari in Ucraina e Siria”.  Non Mosca, ma Berlino e Vienna hanno protestato, queste nuove sanzioni “non concordate, rompono la linea unitaria dell’Occidente sull’Ucraina”,   ma in realtà perché queste nuove sanzioni sono un siluro alle  ditte europee (le  tedesche Wintershall e Uniper, l’austriaca Omv, la francese Engie e l’anglo-olandese Royal-Dutch Shell) che stanno costruendo con Gazprom il NordStream 2,  investendoci 4,7 miliardi; e ciò nel quadro di una grande strategia, per cui Washington vorrebbe sostituire Mosca come fornitore energetico all’Europa gabellandoci  il suo gas di petrolio liquefatto e i prodotti della sua fatturazione idraulica: la Polonia l’ha già fatto, per  l’americanismo da neofita unito all’anti-russismo tradizionale.

Sembrava che Trump non avesse intenzione di ratificare queste nuove sanzioni; ma poi   – messo all’angolo, come un vecchio pugile, dai pugni che il Deep State gli martella allo stomaco accusandolo di essere  un agente di Mosca – “ha cambiato idea” e  le ha fatte proprie.    “Siamo  nel mezzo di una guerra economica”,  conclude Folker Hellmeyer, analista capo della Bremer Bank, “sono sanzioni contro  la Russia, ma anche contro la UE e la Germania; agiscono contro la cooperazione  eurasiatica”.  Wolfgang Büchele,  presidente della Commisisone per l’economia tedesca dell’Est, è chiarissimo: “Queste  sanzioni sono tali da ostacolare una politica energetica europea insieme indipendente e sostenibile”.

Oltretutto Trump, o chi per lui (infatti si dice che Rex Tillerson, segretario di stato, stia per dimettersi), ha spedito a Kiev come ambasciatore Usa Kurt Volker, ex diplomatico presso la NATO; uomo di McCain. Che appena arrivato è andato a parlare alle milizie nazistoidi promettendo armamento pesante americano per vincere la guerra del Donbass. “Questo non è un conflitto congelato, è una guerra calda ed è una crisi immediata di cui dobbiamo occuparci subito”.

 

Kurt Volker coi nazi ucraini: ha promesso loro  armi pesanti.

Aver fatto del Donbass un “conflitto congelato” è uno dei pochi successi esteri di Angela Merkel. Il discorso di Volker è dunque contro la Cancelliera e  promette una riapertura bellica della piaga ucraina in funzione antitedesca.

“…esorta la UE a imporre sanzioni  più dure alla Russia”

Orbene, cosa fa la Merkel? Secondo Reuters,”Esorta l’Unione Europea a  varare più  dure sanzioni contro la Russia”,  punitive, per via di certe grandi turbine Siemens  per la produzione di elettricità che  sono comparse in Crimea, dove non dovevano essere, perché sulla Crimea ci sono le  sanzioni; e la Siemens (che con la Russia fa 1,2 miliardi di affari l’anno) dice di essere stata ingannata dai russi,  che l’avevano assicurata che le macchine sarebbero andate in un’altra regione, non  sanzionata.

Ciascuno può constatare la demente inspiegabilità di tutto ciò. “Forse”,  ipotizzaDeutsche  Wirtschaft Nachrichten, “il governo federale vuol segnalare agli americani che  sta guidando la UE alla linea dura contro la Russia. E’ dubbio che ciò porti al ritiro delle [nuove] sanzioni americane”

ttps://deutsche-wirtschafts-nachrichten.de/2017/07/25/deutschland-draengt-eu-auf-schaerfere-sanktionen-gegen-russland/

Sembra che il desiderio bottegaio di tenere il piede in tante scarpe,   non giovi alla lucidità e alla statura politica della Cancelliera in questo cruciale passo storico, dove  la Mutti  dovrebbe guidarci tutti quanti verso l’autonomia dagli Usa.  Anche perché adesso si è scoperto  che le grandi case tedesche che vendono milioni di auto negli Usa,  Audi, Bmw, Daimler, Porsche e Volkswagen,   invece di farsi concorrenza, da quasi 30 anni,  dal 1990 hanno costituito un cartello segreto per concordare i prezzi, dividersi i costi di ricerca e sviluppo (ogni società si è concentrata su   aspetti diversi  senza   doppioni), promuovere la tecnologia Diesel. Dopo il Dieselgate, la Volkswagen che falsificava i dati delle missioni inquinanti, e che  è costato alla Casa 4,3 miliardi di multe americane,   qui ci dobbiamo attendere lo scatenamento  della  virtuosa ira statunitense per questo trucco ignobile  che falsa la sacra concorrenza: i miliardi  di multe  possono essere 50, e il mercato americano può diventare   molto  chiuso  per Das Auto. 

Guai grossi per l’auto tedesca.

 

Le sanzioni “producono una valanga  di  protezionismo, che seppellisce il libero scambio”,   piagnucola Büchele.

Già, ecco  il punto.  Siamo entrati in un’era nuova, la fine del libero scambio di cui l’export  tedesco ha tanto prosperato, anche  con i metodi truffaldini che cominciamo a scoprire; e la  Merkel   cerca disperatamente di prolungarla  ancora un po’  (fino alle elezioni…?) tenendosi buona la nuova America e  inimicandosi Mosca ancor  di più –  perché non ha un piano B, soprattutto è priva delle  doti di statista che servono per far cambiare rotta al gigante economico e nano politico tedesco  in piena tempesta.

Una persona  così, investita da tali rivolgimenti epocali,  e con una Germania prossimamente in recessione per via del “protezionismo” americano,   saprà gestire in modo controllato e razionale  la smobilitazione dell’euro?  Probabilmente   sta pensando  ad una soluzione  minima: quando verrà il collasso, salverà  la Francia  e  le sue banche, sia perché costa meno, sia perché ne ha  bisogno come vassallo e satellite, e sbatterà  nella tormenta  l’Italia.

Gentiloni: schiaffi da Macron, schiaffi dalle ONG

E qui veniamo alla qualità del  “nostro” (loro) governo.   Come uno zombi coatto, Gentiloni  continua ad appellarsi a una “Unione Europea” , a una solidarietà europea, che palesemente non esiste più. E’ stato sorpreso ed offeso da Macron che ha riuniuto i due contendenti libici ad un tavolo a  Parigi, “tagliandoci fuori”? Ma  persino Di  Maio  aveva proposto a Gentiloni ed Alfano di farlo, mesi fa,   ma Gentiloni no: lui ancora non ha preso atto che a vincere in Usa non è stata la sua Hillary,   è rimasto senza ordini, quindi lui non parla con  Haftar (che ha con sé Mosca e il Cairo, e adesso anche Parigi) ma con Sarraj, “riconosciuto dalla comunità internazionale”. Una  comunità internazionale perlomeno fantomatica, ormai.  Impagabile, il Mattarella dal Quirinale ha  rigettato con orgoglio i suggerimenti di Orban e  implorato la “europeizzazione dell’accoglienza e dei rimpatri e la predisposizione dei canali di  immigrazione”,   perché “Solo un’Europa coesa potrà concorrere con efficacia a far valere i propri valori e a determinare gli equilibri mondiali”.

http://www.ilvelino.it/it/article/2017/07/24/migranti-mattarella-europa-e-africa-sempre-piu-vicine-europeizzare-acc/e62832dd-d9c4-4644-bbba-9e9966d8f7fe/

Patetico: due giorni dopo, Macron ci ha fottuto la Libia, senza nememno avvertirci come si usa fra buoni vicini. Juncker, che forse già è occupato dal  suo trasloco, ci ha assicurato, sui migranti,  l’appoggio di una UE che non esiste più, dove ognuno  sta ingegnandosi di perseguire il suo interesse nazionale.  Persino le Ong a Roma  si rifiutano di obbedire a Minniti, ossia di obbedire al codice di comportamento che  “l’Europa” ci ha approvato (cosa le costa?).    Solo noi siamo rimasti a fare sacrifici “per l’Europa”, e prendiamo calci in faccia persino dalle ONG:  dopo quello che ci hanno visto prendere da Macron, non gli ispiriamo certo timori di   nostre ritorsioni.   Se per la Merkel ci sono  dubbi  sulle sue qualità di statista  e comandante da grandi tempeste, per Gentiloni, Mattarella ed Alfano è proprio un dubbio sul Q.I., il quoziente intellettivo.

 

(Qualcuno lo avverta che la UE non c’è più)

Maurizio Blondet

1265.- LA FRANCIA E L’UE: Emmanuel Macron riuscirà a far ripartire l’Europa?

L’Unione europea è un’anomalia istituzionale: un parto del secolo passato, con radici che affondano prima della Guerra Mondiale. Non rappresenta lo strumento capace di equilibrare l’Occidente, con tutto svantaggio dei rapporti fra Stati Uniti e Russia, della pace nel Mediterraneo e in Medio Oriente e con vantaggio per la Cina, oggi e per l’India domani. Dobbiamo darci una guida e un governo all’altezza del compito, per rifondarla sui principi delle costituzioni post-moderne.

Sin dal loro primo incontro il nuovo presidente Macron e la cancelliera Merkel hanno fissato le priorità del “motore europeo”: riformare l’Unione e opporsi insieme alle derive populiste in Europa e nel mondo. Ma cos’è che chiamano populismo? Le riforme che non rimetteranno i cittadini al centro del processo d’integrazione, subordinando la competitività sui mercati mondiali al loro benessere e che, perciò, non incideranno profondamente sulle fondamenta dei trattati, saranno tamquam non esset. Temo che non siano questi due leader ciò di cui abbiamo bisogno.

Il 31 maggio 2017, ALTERNATIVES ÉCONOMIQUES PARIGI, ha pubblicato in 5 lingue questo auspicio per la politica di Macron:

Se vuole riformare l’Unione, il presidente francese dovrà convincere Berlino a invertire la rotta sull’austerità permanente e a mettere fine alle politiche deflazionistiche sul lavoro. Difficile, ma non impossibile, secondo il direttore di Alternatives économiques.

Emmanuel Macron riuscirà a riformare l’Unione europea e la zona euro? La questione europea è stata centrale durante la campagna presidenziale. La prospettiva di una “Frexit”, paventata da Marine Le Pen, le è costata cara al secondo turno, dato che, nonostante le recenti difficoltà, la stragrande maggioranza dei francesi rimane affezionata alla costruzione europea e all’euro. Ma lo statu quo non è più tollerabile. E il successo di Emmanuel Macron dipenderà in maniera decisiva dalla sua capacità di far cambiare le politiche economiche e sociali adottate in Europa. Infatti, con un notevole deficit verso l’estero, la ripresa dell’economia francese e l’abbassamento della disoccupazione non possono risultare soltanto dal rilancio della domanda interna: è soprattutto la domanda da parte della zona euro che può fare da traino in Francia.

Dunque, Emmanuel Macron avrà successo là dove François Hollande ha fallito — senza per altro tentare seriamente con altre strategie? Per far ciò, dovrebbe riuscire a invertire la tendenza alla permanente austerità di bilancio e soprattutto porre fine alle politiche deflazionistiche per il mercato del lavoro, che impediscono all’economia della zona euro di ripartire, nonostante la politica monetaria molto espansiva della banca centrale. Missione impossibile? Se Emmanuel Macron decidesse di impegnarsi in questo senso — il che non è sicuro per il momento — il successo sarebbe meno improbabile di quanto pensano oggi molti francesi.

Anzitutto, questo dipende senza dubbio dall’atteggiamento della Germania e di quello del suo governo, ma anche della sua opinione pubblica. Ragion per cui il primo viaggio di Emmanuel Macron dopo il suo insediamento è stato a Berlino. La clamorosa sconfitta di Marine Le Pen al secondo turno è stata una bella sorpresa per i tedeschi, che temevano, se non la vittoria della candidata frontista, quanto meno un risultato testa a testa.

Quest’ampia vittoria rassicura sia i francesi sia il resto del mondo: la Francia non rischia ancora di abbandonare completamente la sua storia dai tempi dell’Illuminismo. Tuttavia, il risultato tende a indebolire un po’ la posizione di Emmanuel Macron nell’immediato: dopo un’elezione con un risultato 55 per cento a 45 per cento, la paura del Front National avrebbe forse spinto il governo tedesco a accettare più facilmente dei cambiamenti sostanziali in ambito europeo. Ma un’elezione finita 66 per cento contro 34 per cento probabilmente, agli occhi dei vicini tedeschi, riduce l’urgenza di una simile riforma.

Lo testimonia il fuoco di sbarramento preventivo fatto dalla stampa tedesca contro le eventuali rivendicazioni future di Emmanuel Macron. Ad esempio, il grande settimanale Der Spiegel il 12 maggio scorso titolavain prima pagina “Caro Macron”, giocando sulla parola “caro”, e come sottotitolo: “Emmanuel Macron salva l’Europa…e la Germania deve pagare”. Quanto alla cancelliera, ha immediatamente fatto sapere che lei non può fare nulla per ridurre il surplus commerciale tedesco, a suo parere dovuto a elementi che non dipendono dalle azioni del governo: l’eccellenza delle aziende tedesche unita alla politica monetaria troppo lassista della Banca centrale europea.

Nonostante queste reazioni, le possibilità di successo di una riforma dell’Europa sono maggiori di quel che i francesi pensano di solito. A condizione che Emmanuel Macron si mobiliti a sufficienza in questo senso. In virtù del suo peso demografico, economico e della sua posizione geografica al centro dell’Europa allargata, la Germania ha senza dubbio un ruolo dominante all’interno dell’Unione. Ma il rapporto di forza in suo favore non è così squilibrato come si pensa solitamente, soprattutto in Francia, e in ogni caso oggi è molto meno squilibrato di quanto potesse esserlo nel 2010.

Anzitutto, perché i principali problemi che l’Europa si è trovata a dover affrontare negli ultimi anni sono di natura geopolitica. Lo testimoniano la situazione in Ucraina, la minaccia islamista in Maghreb e nel Sahel o ancora le conseguenze del caos tra Siria e Iraq. E in questo ambito, la Germania rimane indietro rispetto alla Francia, che mantiene ancora un po’ di importanza a livello internazionale.

Conseguenze della Brexit

Inoltre, la Brexit ha indebolito molto la posizione dei conservatori tedeschi, che negli ultimi anni si erano abituati a fare affidamento sui colleghi britannici per fermare i progressi in materia di armonizzazione sociale o fiscale all’interno dell’Unione. Adesso, la loro unica opzione tra i grandi paesi dell’Unione è accordarsi coi dirigenti francesi, tanto più che l’ondata euroscettica che ha investito la maggior parte dei paesi dell’Europa centrale e orientale priva la Germania del suo ruolo di centro di gravità d’Europa e la obbliga a rivolgersi di più a ovest se vuole evitare che l’Unione si sfasci.

Insomma, Emmanuel Macron dispone a priori di un rapporto di forza non trascurabile nei confronti dei colleghi tedeschi se decide di far avanzare un piano di riforme della zona euro dedicato al sostegno all’attività e a una maggiore solidarietà. Tenuto conto della sensibilità della loro opinione pubblica su questi temi, i tedeschi dunque potranno fare progressi in questo ambito solo dopo le loro elezioni legislative del 21 settembre. È dunque in autunno che si aprirà davvero questo spiraglio di opportunità.

Paradossalmente, ciò che rischia di indebolire maggiormente Emmanuel Macron in questo scontro indispensabile per salvare l’Europa e l’euro è la politica interna. Il nuovo presidente francese ritiene infatti che per convincere i tedeschi a cambiare l’Europa, la Francia debba assolutamente cominciare a fare ciò che i tedeschi le chiedono, ossia una serie di “riforme” come quelle all’epoca approvate da Gerhard Schröder, per liberalizzare il mercato del lavoro, ridurre la protezione sociale e abbassare il costo del lavoro. Eppure è ciò che François Hollande ha già fatto per cinque anni, con addirittura quattro importanti riforme del mercato del lavoro e la creazione del patto di responsabilità. Ed è per questo che ha fallito sia sul piano economico sia sul piano sociale e politico.

Proseguendo o addirittura accelerando in questa direzione, Emmanuel Macron rischia soprattutto di frenare di nuovo la debole crescita economica intrapresa e di aizzare gli uni contro gli altri i due terzi di francesi che l’hanno eletto il sette maggio, riaccendendo le tensioni sociali e politiche. Ciò non farebbe altro che indebolire il suo ruolo di negoziatore non solo con il governo ma anche con l’opinione pubblica tedesca.

Traduzione di Stefania Paluzzi, Andrea Torsello

1264.- Bilderberg – i fascisti corporativi che (credono) di governare il mondo

Dutch Queen Beatrix abdicates, eldest son to succeed

La regina d’Olanda Beatrice e il padre principe Bernhard

Quest’ultimo fine settimana a Chantilly, Virginia, Stati Uniti, s’incontrava il famigerato gruppo Bilderberg, denunciato nei miei libri Il tradimento di Maastricht (1994) e Ciclo completo dell’Europa (1997) come sostenitore del corporativismo fascista euro-federalista fin dal 1954, quando fu fondato da un ex-ufficiale dell’intelligence delle SS nazista e da un socialista polacco (espulso da Francia e Regno Unito durante la prima guerra mondiale). La somiglianza tra l’Europa dominata dai tedeschi oggi (dove grandi corporazioni e globalisti socialdemocratici dominano popoli scontenti ed impotenti) e l’Europa fascista dominata dai nazisti degli anni Trenta non è una coincidenza. Poche organizzazioni lo dimostrano meglio dei Bilderberg.
Il principe Bernhard dei Paesi Bassi (tedesco sposatosi con una famigliare dei reali olandesi) fondò il Bilderberg, il cui nucleo (se non tutti coloro che parteciparono alle riunioni) svolge un ruolo centrale nel processo di distruzione degli Stati nazionali d’Europa e di loro costituzioni, parlamenti e, con l’euro, economie e strutture sociali.

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Fu il socialista polacco Joseph Retinger che fondò il movimento europeo e che, dopo la guerra, ottenne fondi della CIA attraverso il “Comitato americano per un’Europa unita”, ad avvicinare il principe Bernhard (attraverso l’Unilever) per fondare il Bilderberg. Nel mio libro Ciclo completo dell’Europa, nel capitolo 6 viene chiamato “Joseph Resigner – dall’intrigo personale al potere collettivo”. Il principe Bernhard fu un membro del partito nazista dal 1933 al 1937, si dimise il giorno dopo il controverso matrimonio con la futura regina dei Paesi Bassi. La tempistica della lettera di dimissioni (per sposarsi con una della famiglia reale olandese) ci dice molto sul suo apparente successivo appoggio alla causa alleata. Una copia non firmata della lettera di dimissioni del principe Bernhard fu trovata negli archivi nazionali di Washington. La lettera finiva con un “Heil Hitler”, difficilmente un commiato dal partito nazista. Nel 1934 fu oggetto di una relazione di un comitato del Congresso statunitense che l’identificò come ufficiale delle SS collegato al principale alleato industriale del governo nazista, la IG Farben. Si dimise dai Bilderberg nel 1976, anno in cui fu rivelato dalla Commissione Donner del governo olandese che aveva accettato una tangente di un milione di dollari dalla Lockheed Corporation. Come riportato sul Times del 10 e 12 giugno 1976, uno dei testimoni, che si recava presso la Commissione con nastri e documenti, fu investito da un’auto e la valigetta fu rubata. Il testimone era uno zoologo inglese, Tom Ravensdale, ex-addetto alle PR del World Wildlife Fund di cui il principe Bernhard era presidente. Le origini di tale segreto gruppo internazionale di uomini d’affari, politici e socialisti corporativisti, giornalisti (che convenientemente dimenticano la loro devozione all’aperta discussione democratica quando sono invitati dai Bilderberg) e certi confusi reali del continente, si trovano nelle relazioni europeo-statunitensi della Seconda guerra mondiale.
I Bilderberg apparentemente rappresentano e attraggono il tipo di persone che considerano il potere corporativista e statale più “efficiente” dei desideri di individui, famiglie e nazioni. L’ex-ambasciatore statunitense a Bonn, George McGhee, fu colto dire che, “Il trattato di Roma che ha portato alla Comunità europea fu preparato nelle riunioni dei Bilderberg”. Richard Aldrich, ex-operatore della CIA ed accademico, scrisse in Diplomacy and Statecraft del marzo 1997: “Anche se Bilderberg e movimento europeo condivisero gli stessi fondatori, membri ed obiettivi, probabilmente i Bilderberg costituirono il meccanismo più efficace… è chiaro che il Trattato di Roma fu proposto dai Bilderberg quell’anno”. Aldrich afferma (e dovrebbe sapere) che il Comitato americano per un’Europa unita condivise tanti “fondatori, soci e obiettivi” coi Bilderberg: “…rivela lo stile delle prime azioni occulte, e non meno fiducia nelle organizzazioni private, anche se coordinate da una cerchia ristretta di amici”. I verbali della prima riunione di Bilderberg ne dichiarano lo scopo: “…creare un ordine internazionale che guarderebbe oltre la crisi attuale. Quando il momento sarà maturo, i nostri attuali concetti di affari mondiali andranno estesi a tutto il mondo”. Le frasi chiave, anzi le parole in codice, di tale élite auto-nominata, includono l'”ordine internazionale”, una frase comune ai corporativisti ingenui di oggi e ai perniciosi capi della Germania nazista. “Quando il momento è maturo” indica una loro pianificazione a lungo termine (“i nostri concetti attuali”) e segretezza. La frase “tutto il mondo” rivela il desiderio di potere sovranazionale e l’intenzione di eliminare gli aspetti non inquadrabili come le democrazie nazionali. Oggi chiameremo questo corporativismo sovranazionale “Globalismo”.
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Praticamente tutte le figure più importanti dei Bilderberg sono anche membri del Consiglio per le Relazioni Estere degli Stati Uniti che, nonostante la presenza di molti internazionalisti liberali e conservatori, fu fondato dal più fanatico sostenitore del governo mondiale, Paul Warburg. Warburg fu direttore della IG Farben America che durante la Seconda Guerra Mondiale stipulò accordi per trasferire tecnologia con la Standard Oil dei Rockefellers e beneficiò del monopolio della Standard Oil sulla gomma sintetica, ampliando notevolmente i profitti degli scambi della Germania nazista e la sua capacità di fabbricare materiale bellico. La tecnologia ad Iso-ottani, fondamentale per il carburante aeronautico tedesco, fu fornita esclusivamente dalla Standard Oil of New Jersey dei Rockefeller. Fu il figlio di Paul Warburg, James che, testimoniando a un comitato del Senato degli Stati Uniti nel 1950, meglio articolò gli obiettivi dei collettivisti mondialisti: “Avremo il governo mondiale che ci piaccia o meno. L’unica domanda è se il governo mondiale si avrà con la conquista o il consenso”. Quindi il principale pilastro europeo del gruppo Bilderberg era un nazista ben introdotto, mentre il pilastro statunitense erano i Rockefeller la cui compagnia familiare, Standard Oil, fu utile al regime nazista ed ebbe un’impresa comune, dal 1920 al 1942, con il principale alleato industriale dei nazisti (IG Farben).
James Stewart Martin, ex-capo della sezione guerra economica del dipartimento di Giustizia, rilevò nel suo libro “Tutti gli uomini onorevoli” del 1950 come i corporativisti tedeschi e statunitensi controllavano gli “affari globali” negli anni Trenta e Quaranta, quindi idealmente posizionati per fare la stessa cosa nel dopoguerra, quando cospirarono per creare l’Unione europea: “Un quadro cominciò ad emergere su un nemico che non aveva bisogno dei servizi di spie e sabotatori. Con l’accordo tra i produttori di magnesio tedeschi e statunitensi (necessario per gli aeromobili) la produzione negli Stati Uniti prima della guerra fu limitata a non più di 5000 tonnellate all’anno. Al contrario, la Germania nel 1939 ne aveva prodotto solo 13500 tonnellate e nei successivi cinque anni consumò magnesio al tasso di 33000 tonnellate all’anno”. Reuters riferì (5.10.1996) sui documenti declassificati dall’intelligence statunitense che confermarono un incontro nell’agosto 1944 tra SS e rappresentanti di sette aziende tedesche, tra cui Krupp, Rochling, Messerschmitt e Volkswagen. In questa riunione (La riunione della Casa Rossa) a Strasburgo, furono elaborati piani per costruire ricchezza, potere e capacità industriale all’estero, “affinché un forte impero tedesco possa essere creato dopo la sconfitta”. Un’analisi del dipartimento del Tesoro statunitense del 1946 riferì che i tedeschi avevano trasferito 500 milioni di dollari fuori dal Paese, prima della fine della guerra. L’obiettivo era preparare “una campagna commerciale dopo la guerra”, in altre parole il tipo di pianificazione politico-industriale che questo libro descrive come “corporativista”. Le aziende tedesche furono incoraggiate ad allearsi con società straniere e le SS si riferirono agli accordi internazionali sui brevetti che la Krupp stipulò con le società statunitensi, di cui il precedente accordo IG Farben-Standard Oil era l’esempio classico. Ciò che i politici oggi dimenticano è che alla fine degli anni ’40 e all’inizio degli anni ’50, prima dell’invasione sovietica dell’Ungheria e della costruzione del muro di Berlino, la Germania perseguiva gli stessi obiettivi nazionalistici (cioè aggressivi nazionali) degli anni Trenta, ma usando “l’Europa” come strumento.
In questo periodo del dopoguerra si ritrovano i legami tra Europa nazista, “ordine mondiale” di Hitler e crisi odierna dell’Europa e del “nuovo ordine mondiale”. Ciò non dovrebbe sorprendere, perché 134 impiegati pubblici del ministro degli Esteri di von Ribbentrop lavorarono sotto Adenauer e lo stesso uomo nominato da Hitler a segretario del suo “Comitato Europa” (Heinz Trützschler von Falkenstein) fu scelto da Adenauer nel 1949 per un incarico simile a quello di direttore della “divisione europea” dell’Ufficio estero tedesco-occidentale. Consideriamo il tema comune in queste tre citazioni del 1931, 1950 e 1951.
Il primo del dottor Duisberg della IG Farben, del 1931: “Solo un blocco commerciale integrato permetterà all’Europa di acquisire la più intima forza economica… desiderio millenario di cui il Reich grida per un nuovo approccio. Perciò tale scopo possiamo usare il miraggio della pan-Europa”. Dal 1934 in poi IG Farben fu il principale veicolo industriale dei preparativi di guerra di Hitler. Si noti qui che i moderni capi tedeschi sopprimono ciò che i nazisti non mascherarono, cioè che per molti tedeschi “Europa” e “das Reich” sono la stessa cosa.
Il secondo di Konrad Adenauer (fondatore tedesco della Comunità europea e della Germania moderna) nel 1950: “Un’Europa federata sarà la terza forza… la Germania è tornata ad essere un fattore con cui altri dovranno contare… Se noi europei colonizzeremo l’Africa creeremo allo stesso tempo un fornitore di materie prime per l’Europa”. Anche per Adenauer, dunque, l’Europa era una grande ambizione imperiale piuttosto che un interesse nazionale.
E del 1951, il ministro del Commercio di Adenauer, il dottor Seebohm anticipò la frase preferita del governo inglese “La Gran Bretagna al centro dell’Europa”: “L’Europa libera vuole unirsi alla Germania? La Germania è il cuore dell’Europa e le membra devono adattarsi al cuore e non il cuore alle membra”.

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I Bilderberg è la riunione di politici antidemocratici corporativisti e in parte cacciatori di potere cospiratori, ma soprattutto ingenui arrampicatori politico-sociali e “il tipo di persone che” non bada a sopraffare democrazia e Stati nazionali, e che si crede un “potente dietro le quinte” e pianificatore del “destino” del mondo. Per decenni la loro parola d’ordine era “segreto”, rendendo la presenza dei giornalisti che non denunciassero i loro incontri tanto più riprovevole. David Rockefeller espresse gratitudine alla “stampa libera” delle nazioni democratiche sul silenzio quando si occuparono di una riunione segreta dei Bilderberg a Sand, in Germania, nel giugno 1991. Di seguito una traduzione dalla rivista francese “Minute” del 19 giugno 1991. “Siamo grati a Washington Post, New York Times, Time Magazine e altre grandi pubblicazioni i cui direttori hanno partecipato alle nostre riunioni e rispettato la promessa di discrezione per quasi quattro decenni”. La definizione di “grande pubblicazione” è evidentemente volta a chi non pubblica nulla d’importante. Certamente a chi comprende che la “libertà di stampa” non è la libertà del popolo e che il diritto di conoscere è un diritto dei governi, non dei governati. Rockefeller continuò: “Non avremmo potuto sviluppare il nostro piano mondiale se in tutti questi anni fossimo stati sottoposti a una piena pubblicità. Ma il mondo è ora più sofisticato e disposto a muoversi verso un governo mondiale che non conoscerà la guerra, ma solo pace e prosperità per tutta l’umanità”. Chi si riunisce a porte chiuse, progetta la fine degli Stati nazionali, sfida la democrazia e sottolinea la natura elitaria del propri gruppo e l’inadeguatezza degli altri, viene ovviamente oltraggiato dalla volontà democratica che non si adatta ai propri piani. Credono inoltre che le loro competenze siano indispensabili per un’élite governativa. Naturalmente il banchiere Rockefeller affermò: “La sovranità sovranazionale di un’élite intellettuale e di banchieri mondiale è sicuramente preferibile all’autodeterminazione praticata nei secoli passati”. Naturalmente solo perché teme che il mondo rifiuti le loro idee, che l’élite Bilderberg s’incontra in segreto, cercando d’imporre il suo fantastico “nuovo mondo” prima che i popoli si sveglino e l’impediscano.

Kenneth Clarke reveals plans to stand down from Parliament
Kenneth Clarke e Bilderberg

I partecipanti sono spesso finanziati dai fondi dei Bilderberg e alcuni furono inviati dai loro governi ad assistervi ufficialmente (confermato da David Owen e Tony Blair), smentendo così i Bilderberg che affermano che ognuno assiste da “privato”. Alcuni hanno ricordi piuttosto insignificanti su chi gli abbia pagato ciò e mancato sempre di riportarlo sul registro parlamentare degli interessi dei membri. Kenneth Clarke, come la maggior parte dei politici che partecipa a questi incontri, sostiene di non sapere nulla dell’origine del fondatore dei Bilderberg. Fu nel 1993 che Lynn Riley ed io, perseguendo le spese indebite presso i Bilderberg di Kenneth Clarke, riuscimmo ad ottenere un documento ufficiale inglese (una relazione della commissione sulle norme in materia di pubblica utilità pubblicata dalla cancelleria di sua maestà) che citava il gruppo Bilderberg per la prima volta! Molti vorranno sapere perché chi deve la propria posizione agli elettori nazionali debba partecipare (a spese dei contribuenti o di un gruppo segreto) ad incontri di un’organizzazione fondata da un ex- nazista e ufficiale delle SS per perseguire un’agenda segreta con capi e affaristi internazionali che, come abbiamo visto nell’Unione Europea, può avere gravi conseguenze sui loro elettori ignorati. Ogni deputato è eletto in maniera aperta con un manifesto democraticamente discusso, e si riunisce nel parlamento nazionale per decidere unicamente nell’interesse del proprio elettorato nazionale. Partecipare ad incontri segreti di gruppi dal programma segreto, la maggior parte dei quali mai eletta e in luoghi ben protetti, non è affatto ciò che gli elettori hanno in mente. Il libro Tradimento a Maastricht elenca chi partecipò alla riunione dei Bilderberg del 1993 in Grecia. Vi erano tre inglesi: Kenneth Clarke, Tony Blair e Sir Patrick Sheehy (allora presidente della BAT, lo stesso posto più tardi occupato da Kenneth Clarke!) che a poche settimane l’uno dall’altro, all’inizio del 1995, scrissero articoli sui giornali inglesi a sostegno dell’abolizione della sterlina e della Banca d’Inghilterra, e a favore della moneta unica europea. Nel 1995 e 1996 vi fu un nuovo nome inglese nell’elenco degli ospiti dei Bilderberg, il presidente del Congresso sindacale John Monks. Un dirigente sindacalista tra i politici corporativisti dei Bilderberg. Come i dirigenti aziendali, funzionari e politici, i sindacalisti credono nell’organizzazione del capitale, del lavoro, dei prezzi, dei parlamenti e, infine naturalmente delle nazioni. Monks iniziò subito a promuovere l’abolizione della sterlina!

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Per un esame più approfondito dei Bilderberg si veda il Capitolo 7 del mio libro “Ciclo completo dell’Europa”. 20 anni dopo la pubblicazione del libro, i Bilderberg sono ancora forti. I partecipanti sono come al solito dirigenti aziendali al 95%, frammischiati ad alcuni politici eletti democraticamente e alcuni giornalisti, soprattutto di Financial Times ed Economist, mentre il London Evening Standard era rappresentato quest’anno dall’ex-deputato conservatore ed ex-cancelliere George Osborne, la cui crociata eurofederalista fu arrestata improvvisamente dal popolo inglese nel referendum per la Brexit del giugno 2016.

Conservative press conference

George Osborne

Invitati dei Bilderberg 2017
Presidente Castries, Henri de (FRA), ex-presidente e CEO dell’AXA; Presidente dell’Institut Montaigne

Partecipanti
Achleitner, Paul M. (DEU), Chairman of the Supervisory Board, Deutsche Bank AG
Adonis, Andrew (GBR), Chair, National Infrastructure Commission
Agius, Marcus (GBR), Chairman, PA Consulting Group
Akyol, Mustafa (TUR), Senior Visiting Fellow, Freedom Project at Wellesley College
Alstadheim, Kjetil B. (NOR), Political Editor, Dagens Næringsliv
Altman, Roger C. (USA), Founder and Senior Chairman, Evercore
Arnaut, José Luis (PRT), Managing Partner, CMS Rui Pena & Arnaut
Barroso, José M. Durão (PRT), Chairman, Goldman Sachs International
Bäte, Oliver (DEU), CEO, Allianz SE
Baumann, Werner (DEU), Chairman, Bayer AG
Baverez, Nicolas (FRA), Partner, Gibson, Dunn & Crutcher
Benko, René (AUT), Founder and Chairman of the Advisory Board, SIGNA Holding GmbH
Berner, Anne-Catherine (FIN), Minister of Transport and Communications
Botín, Ana P. (ESP), Executive Chairman, Banco Santander
Brandtzæg, Svein Richard (NOR), President and CEO, Norsk Hydro ASA
Brennan, John O. (USA), Senior Advisor, Kissinger Associates Inc.
Bsirske, Frank (DEU), Chairman, United Services Union
Buberl, Thomas (FRA), CEO, AXA
Bunn, M. Elaine (USA), Former Deputy Assistant Secretary of Defense
Burns, William J. (USA), President, Carnegie Endowment for International Peace
Çakiroglu, Levent (TUR), CEO, Koç Holding A.S.
Çamlibel, Cansu (TUR), Washington DC Bureau Chief, Hürriyet Newspaper
Cebrián, Juan Luis (ESP), Executive Chairman, PRISA and El País
Clemet, Kristin (NOR), CEO, Civita
Cohen, David S. (USA), Former Deputy Director, CIA
Collison, Patrick (USA), CEO, Stripe
Cotton, Tom (USA), Senator
Cui, Tiankai (CHN), Ambassador to the United States
Döpfner, Mathias (DEU), CEO, Axel Springer SE
Elkann, John (ITA), Chairman, Fiat Chrysler Automobiles
Enders, Thomas (DEU), CEO, Airbus SE
Federspiel, Ulrik (DNK), Group Executive, Haldor Topsøe Holding A/S
Ferguson, Jr., Roger W. (USA), President and CEO, TIAA
Ferguson, Niall (USA), Senior Fellow, Hoover Institution, Stanford University
Gianotti, Fabiola (ITA), Director General, CERN
Gozi, Sandro (ITA), State Secretary for European Affairs
Graham, Lindsey (USA), Senator
Greenberg, Evan G. (USA), Chairman and CEO, Chubb Group
Griffin, Kenneth (USA), Founder and CEO, Citadel Investment Group, LLC
Gruber, Lilli (ITA), Editor-in-Chief and Anchor “Otto e mezzo”, La7 TV
Guindos, Luis de (ESP), Minister of Economy, Industry and Competiveness
Haines, Avril D. (USA), Former Deputy National Security Advisor
Halberstadt, Victor (NLD), Professor of Economics, Leiden University
Hamers, Ralph (NLD), Chairman, ING Group
Hedegaard, Connie (DNK), Chair, KR Foundation
Hennis-Plasschaert, Jeanine (NLD), Minister of Defence, The Netherlands
Hobson, Mellody (USA), President, Ariel Investments LLC
Hoffman, Reid (USA), Co-Founder, LinkedIn and Partner, Greylock
Houghton, Nicholas (GBR), Former Chief of Defence
Ischinger, Wolfgang (INT), Chairman, Munich Security Conference
Jacobs, Kenneth M. (USA), Chairman and CEO, Lazard
Johnson, James A. (USA), Chairman, Johnson Capital Partners
Jordan, Jr., Vernon E. (USA), Senior Managing Director, Lazard Frères & Co. LLC
Karp, Alex (USA), CEO, Palantir Technologies
Kengeter, Carsten (DEU), CEO, Deutsche Börse AG
Kissinger, Henry A (USA), Chairman, Kissinger Associates Inc.
Klatten, Susanne (DEU), Managing Director, SKion GmbH
Kleinfeld, Klaus (USA), Former Chairman and CEO, Arconic
Knot, Klaas H.W. (NLD), President, De Nederlandsche Bank
Koç, Ömer M. (TUR), Chairman, Koç Holding A.S.
Kotkin, Stephen (USA), Professor in History and International Affairs, Princeton University
Kravis, Henry R. (USA), Co-Chairman and Co-CEO, KKR
Kravis, Marie-Josée (USA), Senior Fellow, Hudson Institute
Kudelski, André (CHE), Chairman and CEO, Kudelski Group
Lagarde, Christine (INT), Managing Director, International Monetary Fund
Lenglet, François (FRA), Chief Economics Commentator, France 2
Leysen, Thomas (BEL), Chairman, KBC Group
Liddell, Christopher (USA), Assistant to the President and Director of Strategic Initiatives
Lööf, Annie (SWE), Party Leader, Centre Party
Mathews, Jessica T. (USA), Distinguished Fellow, Carnegie Endowment for International Peace
McAuliffe, Terence (USA), Governor of Virginia
McKay, David I. (CAN), President and CEO, Royal Bank of Canada
McMaster, H.R. (USA), National Security Advisor
Micklethwait, John (INT), Editor-in-Chief, Bloomberg LP
Minton Beddoes, Zanny (INT), Editor-in-Chief, The Economist
Molinari, Maurizio (ITA), Editor-in-Chief, La Stampa
Monaco, Lisa (USA), Former Homeland Security Officer
Morneau, Bill (CAN), Minister of Finance
Mundie, Craig J. (USA), President, Mundie & Associates
Murtagh, Gene M. (IRL), CEO, Kingspan Group plc
Netherlands, H.M. the King of the (NLD)
Noonan, Peggy (USA), Author and Columnist, The Wall Street Journal
O’Leary, Michael (IRL), CEO, Ryanair D.A.C.
Osborne, George (GBR), Editor, London Evening Standard
Papahelas, Alexis (GRC), Executive Editor, Kathimerini Newspaper
Papalexopoulos, Dimitri (GRC), CEO, Titan Cement Co.
Petraeus, David H. (USA), Chairman, KKR Global Institute
Pind, Søren (DNK), Minister for Higher Education and Science
Puga, Benoît (FRA), Grand Chancellor of the Legion of Honor and Chancellor of the National Order of Merit
Rachman, Gideon (GBR), Chief Foreign Affairs Commentator, The Financial Times
Reisman, Heather M. (CAN), Chair and CEO, Indigo Books & Music Inc.
Rivera Díaz, Albert (ESP), President, Ciudadanos Party
Rosén, Johanna (SWE), Professor in Materials Physics, Linköping University
Ross, Wilbur L. (USA), Secretary of Commerce
Rubenstein, David M. (USA), Co-Founder and Co-CEO, The Carlyle Group
Rubin, Robert E. (USA), Co-Chair, Council on Foreign Relations and Former Treasury Secretary
Ruoff, Susanne (CHE), CEO, Swiss Post
Rutten, Gwendolyn (BEL), Chair, Open VLD
Sabia, Michael (CAN), CEO, Caisse de dépôt et placement du Québec
Sawers, John (GBR), Chairman and Partner, Macro Advisory Partners
Schadlow, Nadia (USA), Deputy Assistant to the President, National Security Council
Schmidt, Eric E. (USA), Executive Chairman, Alphabet Inc.
Schneider-Ammann, Johann N. (CHE), Federal Councillor, Swiss Confederation
Scholten, Rudolf (AUT), President, Bruno Kreisky Forum for International Dialogue
Severgnini, Beppe (ITA), Editor-in-Chief, 7-Corriere della Sera
Sikorski, Radoslaw (POL), Senior Fellow, Harvard University
Slat, Boyan (NLD), CEO and Founder, The Ocean Cleanup
Spahn, Jens (DEU), Parliamentary State Secretary and Federal Ministry of Finance
Stephenson, Randall L. (USA), Chairman and CEO, AT&T
Stern, Andrew (USA), President Emeritus, SEIU and Senior Fellow, Economic Security Project
Stoltenberg, Jens (INT), Secretary General, NATO
Summers, Lawrence H. (USA), Charles W. Eliot University Professor, Harvard University
Tertrais, Bruno (FRA), Deputy Director, Fondation pour la recherche stratégique
Thiel, Peter (USA), President, Thiel Capital
Topsøe, Jakob Haldor (DNK), Chairman, Haldor Topsøe Holding A/S
Ülgen, Sinan (TUR), Founding and Partner, Istanbul Economics
Vance, J.D. (USA), Author and Partner, Mithril
Wahlroos, Björn (FIN), Chairman, Sampo Group, Nordea Bank, UPM-Kymmene Corporation
Wallenberg, Marcus (SWE), Chairman, Skandinaviska Enskilda Banken AB
Walter, Amy (USA), Editor, The Cook Political Report
Weston, Galen G. (CAN), CEO and Executive Chairman, Loblaw Companies Ltd and George Weston Companies
White, Sharon (GBR), Chief Executive, Ofcom
Wieseltier, Leon (USA), Isaiah Berlin Senior Fellow in Culture and Policy, The Brookings Institution
Wolf, Martin H. (INT), Chief Economics Commentator, Financial Times
Wolfensohn, James D. (USA), Chairman and CEO, Wolfensohn & Company
Wunsch, Pierre (BEL), Vice-Governor, National Bank of Belgium
Zeiler, Gerhard (AUT), President, Turner International
Zients, Jeffrey D. (USA), Former Director, National Economic Council
Zoellick, Robert B. (USA), Non-Executive Chairman, AllianceBernstein L.P.

standard-oil-ogo-ig-farben-swastika-rockefeller-nazi-germany-carteldi sitoaurora, Rodney Atkinson, Free Nations, 4 giugno 2017

 

1251.- Helmut Kohl e le cicatrici della riunificazione tedesca

30 Jahre Wahl Helmut Kohls zum Kanzler

Il 16 giugno, all’età di 87 anni, si è spento nella sua casa di Ludwigshafen Helmut Kohl. Per anni leader del partito di centro CDU (L’Unione Cristiano Democratica di Germania), Kohl è e verrà sempre ricordato come il cancelliere della riunificazione tedesca. E’ celebre la frase in cui descriveva i “paesaggi fioriti” che in poco tempo sarebbero comparsi nell’Est della Germania, a sostituirne il grigiore.

La metafora si riferiva alla situazione economica dell’ex repubblica socialista che, secondo Kohl, presto avrebbe raggiunto i livelli della metà occidentale del Paese. Non fu poi tutto rose e fiori, come è il caso di dire: la via della riunificazione fu lunga e, per molti, dolorosa. Ancora oggi, sebbene dal punto di vista economico ci sia stata una convergenza tra le due parti, le “cicatrici” nel processo di riunificazione sono rimaste. Fu Willy Brandt il primo a parlare di “cicatrici deturpanti” che sarebbero potute rimanere come segno di una riunificazione malriuscita. Brandt, infatti, viene ricordato per la frase “ora crescerà insieme ciò che è destinato a stare insieme”, frase di cui raramente si cita la versione intera, che poneva una condizione per una crescita senza ferite: “Solo con tatto e con il rispetto per l’autostima dei nostri compatrioti fin qui separati da noi”.

Le cicatrici temute da Brandt sono rimaste in buona parte della popolazione della zona orientale, mentre la percezione dell’unificazione tedesca e le sue conseguenze sono ancor oggi, dopo oltre 25 anni, oggetto di dibattito. Cosa ha comportato la presenza di questi segni e cosa ha reso il processo di unificazione imperfetto? Il discorso è più complesso di quanto si possa esprimere in poche righe, ma si può forse riassumere al meglio con ciò che il sociologo Helmut Wiesenthal ha denominato “insoddisfazione post-unificazione”, sindrome che colpì i tedeschi orientali.

La teoria di Wiesenthal fa luce su molti aspetti che hanno contribuito a creare insoddisfazione e ad allontanare ancora di più le due società, invece che avvicinarle: lo spietato programma di liberalizzazione dell’economia non è abbastanza per spiegare il malcontento degli Ossis (così venivano chiamati e, in parte, vengono chiamati i cittadini dell’est). I cittadini dell’ex-DDR furono sottoposti a un processo di occidentalizzazione in tutti gli aspetti della vita, a una velocità e un’intensità tali da traumatizzarne e deluderne molti. Non era questa la nuova Germania che i cittadini orientali si aspettavano, non erano questi il tatto e il rispetto che Willy Brandt aveva auspicato.

Il processo di unificazione spesso non fu altro che un’occidentalizzazione forzata, un tentativo di fare tabula rasa nella vita dei cittadini della DDR. Fu in questo modo che la cultura politica e l’identità della società tedesca orientale iniziarono a trasformarsi e a distanziarsi da quella dei compatrioti occidentali: non solo, dunque, un retaggio del regime socialista, ma una vera e propria risposta a ciò che molti avevano percepito come un’annessione, come un tentativo di colonizzazione.

Una parte della popolazione a oriente ritiene che la propria versione della storia non sia mai stata raccontata: la storia della riunificazione tedesca è quasi sempre narrata come una storia di successo e così viene percepita quasi unanimemente, soprattutto all’estero.
A questo proposito, dalla generazione dei ragazzi cresciuti a cavallo del 1989 stanno nascendo progetti volti a contrastare una visione spesso unidimensionale e “occidentalocentrica” del processo di unificazione. Un esempio è il gruppo Dritte Generation Ost (“Terza generazione est”), che cerca, con eventi e pubblicazioni, di diffondere un punto di vista spesso poco considerato, ma che aggiunge complessità alla narrazione di quegli eventi.

Helmut Kohl è dunque una figura da ricordare e senza di lui sarebbe stato tutto diverso; molte cose sono cambiate, è vero, ma non tutto il paesaggio è fiorito.

Maria Baldovin

 
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Nata a Ivrea (To) nel 1991, ha studiato lingue e letterature straniere all’università di Torino ed è poi migrata verso Forlì, dove ha frequentato la specialistica in studi interdisciplinari sull’Est Europa (MIREES). Per East Journal scrive di Russia, ma ha un debole anche per la Germania (ex orientale, ovviamente). Gli articoli di analisi scritti per East Journal sono co-pubblicati anche da PECOB, università di Bologna.
 

 

1192.- Il futuro dell’Europa Orientale secondo Emmanuel Macron e come, invece, lo vogliamo

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Macron, ardente sostenitore della globalizzazione e dell’integrazione europea fra stati a più velocità, immagina l’asse franco-tedesco, come il motore propulsore dell’intera UE. Gira che ti gira, sempre un Reich saremo, a meno di una provvidenziale… ITALEXIT! L’Europa deve integrarsi, rifondandosi sui principi degli stati sociali, ma Berlino e Parigi sono l’ostacolo da abbattere, e presto. Il tempo dei Reich appartiene al passato, come la leadership degli Stati Uniti volge al tramonto. Dobbiamo integrare l’intero Occidente, ma sulla base di una partecipazione coesa di tutte le identità nazionali, la nostra vera ricchezza.

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L’elezione alla presidenza francese da parte di Emmanuel Macron ha certo fatto tirare un sospiro di sollievo a chi, negli anni, si è fatto portatore di una più stretta integrazione in seno all’Unione Europea.

Lo stesso, tuttavia, non si è potuto dire per paesi come Polonia e Ungheria, il cui peso politico, animato da un forte euroscetticismo, potrebbe ora risultare irrimediabilmente ridimensionato.

La Polonia, ad esempio, è stata la più esplicita fra i paesi dell’Europa centro-orientale a denunciare la possibilità che la ritrovata cooperazione fra gli stati dell’area occidentale rischierebbe di erodere il mercato unico europeo, fino a ridurre il sostegno economico verso i paesi dell’area mitteleuropea.

L’ascesa di Macron e il suo aperto sostegno al disegno europeo a “più velocità”, idea cui si è spesso fatto riferimento dal concretizzarsi dello scenario tracciato dal caso Brexit fino alla recente Conferenza di Roma, ha generato diverse preoccupazioni, a Budapest come a Varsavia, e cioè che possa avverarsi il timore d’un cerchio politico-decisionale ristretto, totalmente sbilanciato verso ovest.

Polonia, Ungheria e social dumping

Sottolineando proprio questi timori, diversi analisti e politici polacchi hanno accusato il neo-presidente francese di violare lo spirito del mercato unico europeo spingendo sul pedale delle riforme in tema di mobilità dei lavoratori.

Al riguardo, la campagna elettorale francese, fra i temi affrontati, si è concentrata in parte sulla decisione da parte di Whirlpool, azienda leader nel campo degli elettrodomestici, di spostare una propria filiale produttiva dalla Francia in Polonia.

Mentre il candidato del Front National, Marine Le Pen, si è detto favorevole alla nazionalizzazione dell’impianto, Macron, ardente sostenitore della globalizzazione e dell’integrazione europea, si è smarcato da una simile posizione.

Tuttavia, sempre Macron ha puntato il dito proprio contro Varsavia, accusandola di sfruttare le differenze nel costo del lavoro per attrarre investimenti, alludendo al problema del social dumping, fra gli argomenti più sentiti dall’opinione pubblica d’oltralpe, e alla necessità di contrastarlo con ogni strumenti disponibile.

Con social dumping si indica l’operato di quelle aziende che investono in paesi in cui il costo del lavoro è più basso e le regolamentazioni in materia meno stringenti al fine di massimizzare i profitti.

Pronta è arrivata la risposta del Ministro delle Finanze polacco, Mateusz Morawiecki, il quale ha parlato di «discriminazione» e di violazione del principio del mercato unico.

«Non è possibile», ha continuato Morawiecki, «che quando si tratta di esportare, la Polonia sia considerata un ottimo mercato […] mentre quando è la Polonia ad attrarre investimenti, fra cui quelli francesi, allora ciò non vada bene».

Anche l’Ungheria pare oggi attraversata dai medesimi timori.

Hendrik Hansen, direttore del Dipartimento di Politiche Internazionali ed Europee all’Università Andrassy di Budapest, ha recentemente affermato che «l’idea di un’Europa a più velocità è divenuta ora più vicina e con Macron l’asse franco-tedesco, inteso come motore propulsore dell’intera UE, è d’un tratto divenuto più importante».

Fine dei finanziamenti?

Il progetto ideato da Macron per la realizzazione d’un unico budget europeo e un unico ministro delle finanze – sebbene recepita con scetticismo da Berlino – ha suscitato paure in tutto il blocco orientale, per il timore che questo possa significare la fine dei fondi elargiti da Bruxelles per una più rapida integrazione.

La Polonia, ad esempio, è la più grande beneficiaria di fondi comunitari, con la bellezza di 77.6 miliardi di euro in arrivo fra il 2014 e il 2020, al fine di potenziare la rete infrastrutturale e implementare proprio la competitività economica.

Tuttavia, le rassicurazioni non bastano e per Szabolcs Takacs, Segretario di Stato ungherese agli affari europei, «la realizzazione d’una Europa ha più velocità significherà il tracollo dell’Unione Europea tutta».

1034 .- CHIOSANDO dal blog “REMOCONTRO, la virtù del dubbio”

Merkel-Trump, non è amore. ‘Cafone in Chief’

Merkel-Trump, incontro teso alla Casa Bianca. Il presidente Usa: “L’immigrazione non è un diritto”.
La replica: “Dobbiamo proteggere i nostri confini ma allo stesso tempo guardare ai rifugiati che scappano dalle guerre e dalla povertà”.
‘Cafone in Chief’, Trump che nello studio Ovale si è rifiutato di stringerle la mano

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Troppo coinvolgente il flash di oggi sull’ incontro fra il presidente Trump e il cancelliere Merkel presentato su “Remocontro, la virtù del dubbio” da Ennio Remondino.

Lo riporto per Voi e, poi, apro un dialogo, chiosandolo per noi.

Sgarberie diplomatiche e qualcosa oltre perché Trump è davvero un rozzo. La visita nello studio Ovale cominciata con la cancelliera seduta e protesa verso il presidente. “Ci stringiamo la mano?”, gli ha chiesto. Lui, senza guardarla, le mani le ha tenute palmo a palmo, incastrate fra le gambe. Il video ha fatto il giro del mondo prima ancora che il colloquio iniziasse.
Dopo di che, è diplomazia, cioè finzione: l’incontro è stato “produttivo”, ha dice Trump; “soddisfacente”, rincorre Merkel. Balle.

Questioni affrontate tante, accordi raggiunti ben pochi. A partire dalla Nato. Trump ha ribadito la necessità che gli alleati paghino la loro “giusta quota”. La Germania si è impegnata ad aumentare le spese militari dall’attuale 1,2% del pil per avvicinarsi al 2%, l’obiettivo chiesto degli Usa, ma che solo quattro sui 27 Paesi dell’Alleanza hanno intenzione ed economia per farlo.
Pace in Ucraina. Dura la Merkel a dar dispiaceri all’interlocutore: “Le relazioni con la Russia devono migliorare ma prima deve essere risolta la crisi ucraina”. E Iraq, e Siria, e Libia.

Lo scontro ideologico, sull’immigrazione. “L’immigrazione è un privilegio, non un diritto”, attacca Trump. “Dobbiamo proteggere i nostri confini ma allo stesso tempo guardare ai rifugiati che scappano dalle guerre e dalla povertà”, replica la cancelliera. Non c’è mediazione possibile.
Durante una telefonata nel gennaio scorso, la cancelliera aveva ricordato al neo presidente che la Convenzione di Ginevra obbliga i suoi firmatari, Stati Uniti compresi, ad accogliere i rifugiati di guerra per motivi umanitari. E Berlino insiste e ripete la regole che il miliardario ha probabilmente l’abitudine ad aggirare.

Ma il vero fronte di scontro è molto più concreto. Commercio. Trump, con il suo concetto “America first”, ha minacciato di imporre dazi del 35% sulle case automobilistiche tedesche che producono in Messico le auto per il mercato statunitense. La Germania ha replicato con la minaccia di un ricorso all’Organizzazione del commercio mondiale (Wto) contro gli Stati Uniti se entrerà in vigore la ‘border tax’.
Trump: ‘Gli Usa vogliono accordi commerciali giusti che non costringano le nostre aziende a chiudere’. Merkel che invoca l’accordo di libero scambio con l’Unione europea già morto con Obama.
Aria fritta e nessun accordo, è la traduzione.

Il ‘Cafone in Chief’

La cancelliera tedesca è arrivata alla Casa Bianca per la terza volta ad incontrare un terzo presidente. Un primato da esibire il suo. Dopo George W. Bush e Barack Obama, le tocca lo strano 45esimo presidente degli Stati Uniti.
Il quale rifiuta di stringere la mano al capo del governo tedesco, con un gesto ostentato, per la ripresa televisiva.
Trump non è solo pericoloso politicamente, ma è anche cafone, apprende il mondo. Maleducato e anche ignorante.
Ignora che sono ben 60 mila i militari americani, distribuiti in 37 basi e installazioni in Germania. Ed è qui che Vittorio Zucconi, su Repubblica, attribuisce al miliardario di passaggio alla Casa Bianca, il titolo di ‘Cafone in Chief’.

Trump villano che ha platealmente offeso il capo del governo tedesco, e con lei, anche un po’ di Europa. Una America sgradevolmente arrogante quella rappresentata ieri alla Casa Bianca dall’apprendista Presidente.
Una America sfruttata, è quella che ha provato ad interpretare il miliardario, a credere che nei 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Usa siano stati truffati dagli avidi europei.
E Trump, così facendo, sta rimettendo in discussione le fondamenta sulle quali la potenza americana è stata costruita. “Sega, conclude Zucconi, quel ramo della Nato sul quale l’America è seduta da due generazioni”.

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Mi permetto di aprire il dialogo, proponendo una mia versione, irriverentemente ma amichevolmente chiosata di questo flash, come fossimo a ‘tu per tu’ :
“La cancelliera tedesca è arrivata alla Casa Bianca per la terza volta ad incontrare un terzo presidente. Un primato da esibire il suo. Dopo George W. Bush e Barack Obama, le tocca lo strano 45esimo presidente degli Stati Uniti, il quale rifiuta di stringere la mano al capo del governo tedesco, con un gesto ostentato, per la ripresa televisiva.” Bene. Proviamo a leggere Remocontro,partendo dall’assunto che la politica USA, soprattutto della finanza USA, sia stata messa in angolo in Siria, come nel Mare Cinese Meridionale. Chiosando:

“Trump non è solo pericoloso politicamente, ma sa anche essere cafone” …con chi lo merita – dico io -, “malgrado siano ben 60 mila i militari americani, distribuiti in 37 basi e installazioni in Germania”. Ed è qui che non condivido Vittorio Zucconi, che, su Repubblica, attribuisce al miliardario della Casa Bianca, il titolo di ‘Cafone in Chief’, perché ha platealmente offeso il capo del governo tedesco, e con lei, anche un po’ di Europa. Un’America ‘sinceramente’ arrogante quella rappresentata ieri alla Casa Bianca dal Presidente ‘trasparente’.
“Una America sfruttata, è quella che ha provato ad interpretare il miliardario, a credere che nei 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Usa siano stati truffati dagli avidi europei”. Indubbiamente, la VI Flotta e le basi USA/NATO in Europa sono state e sono un fattore di sicurezza per gli europei; tuttavia la posizione è difficile da condividere per quanti vedono nella NATO e nell’Unione europea due braccia della politica e, specificamente, della finanza americana.
A Trump, che vuole riproporre la leadership dell’Occidente, non sfugge la politica doppia di Merkel sia quella finanziaria verso i partner europei sia quella commerciale verso la Russia. Sembra che, così facendo, Trump stia rimettendo in discussione le fondamenta sulle quali la potenza americana è stata costruita. “Sega, ‘sostiene’ Zucconi, quel ramo della Nato sul quale l’America è seduta da due generazioni”. “Mi sento di sostenere il contrario e, cioè; che Trump avverta le difficoltà della NATO e l’impossibilità per gli USA di reggere, da soli, il confronto con Russia e Cina (17 anni fa l’US NAVY ipotizzava il suo sorpasso da parte della Marina popolare cinese nel 2025). Voglio dare credito, perciò, al Presidente Trump e, contemporaneamente, a Putin, che ha posto la condizione di un interlocutore unico europeo: Se vogliamo evitare la guerra, un Nuovo Occidente sarà necessario per fronteggiare la crescente potenza asiatica, ma dovrà comprendere Stati Uniti e Russia e l’Europa, quale elemento equilibratore. Non questa Europa tecnocratica-finanziaria, senza un suo leader, rifiutata da troppi europei, ma una nuova Europa, unita in una confederazione di Stati sovrani e sociali, che sia garantita dal sostegno dei suoi popoli. L’opposto di quanto l’avida e fedifraga Merkel sta per festeggiare a Roma. La vecchia Europa degli egoismi è, a un tempo, alle corde e in sella. Sarà questione dei leader che saprà esprimere. Grazie.

Mi permetto di aprire il dialogo, proponendo una mia versione, irriverentemente ma amichevolmente chiosata di questo flash, come fossimo a ‘tu per tu’ :
“La cancelliera tedesca è arrivata alla Casa Bianca per la terza volta ad incontrare un terzo presidente. Un primato da esibire il suo. Dopo George W. Bush e Barack Obama, le tocca lo strano 45esimo presidente degli Stati Uniti, il quale rifiuta di stringere la mano al capo del governo tedesco, con un gesto ostentato, per la ripresa televisiva.” Bene. Proviamo a leggere Remocontro,partendo dall’assunto che la politica USA, soprattutto della finanza USA, sia stata messa in angolo in Siria, come nel Mare Cinese Meridionale. Chiosando:

“Trump non è solo pericoloso politicamente, ma sa anche essere cafone” …con chi lo merita – dico io -, “malgrado siano ben 60 mila i militari americani, distribuiti in 37 basi e installazioni in Germania”. Ed è qui che non condivido Vittorio Zucconi, che, su Repubblica, attribuisce al miliardario della Casa Bianca, il titolo di ‘Cafone in Chief’, perché ha platealmente offeso il capo del governo tedesco, e con lei, anche un po’ di Europa. Un’America ‘sinceramente’ arrogante quella rappresentata ieri alla Casa Bianca dal Presidente ‘trasparente’.
“Una America sfruttata, è quella che ha provato ad interpretare il miliardario, a credere che nei 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Usa siano stati truffati dagli avidi europei”. Indubbiamente, la VI Flotta e le basi USA/NATO in Europa sono state e sono un fattore di sicurezza per gli europei; tuttavia la posizione è difficile da condividere per quanti vedono nella NATO e nell’Unione europea due braccia della politica e, specificamente, della finanza americana.
A Trump, che vuole riproporre la leadership dell’Occidente, non sfugge la politica doppia di Merkel sia quella finanziaria verso i partner europei sia quella commerciale verso la Russia. Sembra che, così facendo, Trump stia rimettendo in discussione le fondamenta sulle quali la potenza americana è stata costruita. “Sega, ‘sostiene’ Zucconi, quel ramo della Nato sul quale l’America è seduta da due generazioni”. “Mi sento di sostenere il contrario e, cioè; che Trump avverta le difficoltà della NATO e l’impossibilità per gli USA di reggere, da soli, il confronto con Russia e Cina (17 anni fa l’US NAVY ipotizzava il suo sorpasso da parte della Marina popolare cinese nel 2025). Voglio dare credito, perciò, al Presidente Trump e, contemporaneamente, a Putin, che ha posto la condizione di un interlocutore unico europeo: Se vogliamo evitare la guerra, un Nuovo Occidente sarà necessario per fronteggiare la crescente potenza asiatica, ma dovrà comprendere Stati Uniti e Russia e l’Europa, quale elemento equilibratore. Non questa Europa tecnocratica-finanziaria, senza un suo leader, rifiutata da troppi europei, ma una nuova Europa, unita in una confederazione di Stati sovrani e sociali, che sia garantita dal sostegno dei suoi popoli. L’opposto di quanto l’avida e fedifraga Merkel sta per festeggiare a Roma. La vecchia Europa degli egoismi è, a un tempo, alle corde e in sella. Sarà questione dei leader che saprà esprimere. Grazie.