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1963.- IN GERMANIA NASCE ‘AUFSTEHEN’, ALZARSI IN PIEDI, CON LA LEADER SAHRA WAGENKNECHT CHE SI PREPARA ALLE ELEZIONI EUROPEE, DOVE SI PREANNUNCIA UNA GUERRA TRA GLI ORBANIANI ALLA SALVINI E LA FAZIONE PODEMOS-VAROUFAKIS-CORBYN. I VECCHI PARTITI SARANNO ROTTAMATI?

Quelle parti della politica, dette destra e sinistra, con cui si indicano le componenti del Parlamento che siedono, rispettivamente, alla destra e alla sinistra del Presidente dell’assemblea legislativa e, in generale, l’insieme delle posizioni politiche qualificate come conservatrici e quelle egualitariste e progressiste, avevano un senso negli Stati sovrani e sociali eretti a difesa della triade popolo, territorio, ordinamento. Da quando è l’economia a dettare le leggi e non più il viceversa, da quando il globalismo ha cancellato le frontiere e la sovranità, gli Stati sociali non tutelano più la vita naturale dei cittadini, ma la vita utile dei sudditi. Ecco che parlare di destra e sinistra, di partiti conservatori o egualitaristi e progressisti non ha più un senso perché non esistono più e non sarebbero attuali. DIEGO FUSARO, filosofo, scrittore saggista, appassionato commentatore politico, giornalista, contro il sistema capitalistico, contro l’Europa delle banche e del pensiero unico globalizzato, dice: “Mi impegno nello studio del pensiero dei filosofi nei secoli, soprattutto Marx e Gramsci, per dar vita a un progetto sociale con cui attirare l’attenzione dei politici verso programmi che abbiano come priorità di governo l’attenzione agli offesi della Terra e alla tutela delle diverse culture, possibilmente dove esse si sono sviluppate.” In Germania e in Europa la presa d’atto di questa trasformazione dei cittadini in sudditi, o, peggio, in schiavi, sta rendendo obsoleti i partiti tradizionali, le loro logiche, le loro organizzazioni clientelari, incapaci di costituire lo strumento per la partecipazione democratica dei cittadini alla vita politica. Nemmeno il sovranismo si dimostra adeguato e sufficiente a contrastare quello che viene chiamato globalismo, ma, in realtà, è il dominio dei pochi, della finanza sui popoli. Quindi, né i populisti di destra, i sovranisti, né i populisti di sinistra sono in grado di contrastare la finanza mondiale e i suoi eserciti. Entrambi combattono soltanto per perdere, sempre più e sparire. Quindi, contesto la presentazione di questo articolo di Pierre Haski per France Inter, fatta da Dagospia perché:
Non c’è più destra né sinistra e dopo i populisti di destra non ci sono i ‘responsabili’ o i ‘competenti’, ma nemmeno ci sono i populisti di sinistra su cui contare. Aria nuova dunque!

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SAHRA WAGENKNECHT

La storia ci dirà se il movimento Aufstehen, nato il 4 settembre a Berlino, segnerà un punto di svolta nella politica della Germania, o se sarà solo un fenomeno effimero. Il fatto merita comunque attenzione perché interessa tutta l’Europa.
Aufstehen, “alzarsi in piedi” in tedesco, è stato lanciato da un’esponente della sinistra radicale del paese, Sahra Wagenknecht, e ha una linea dura contro l’immigrazione, il che è piuttosto significativo in questo periodo segnato dall’avanzata dell’estrema destra e dagli eventi di Chemnitz, nell’est della Germania.

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Sahra Wagenknecht e i fondatori di Aufstehen

Wagenknecht non è una sconosciuta: è la copresidente del gruppo della Linke, il partito della sinistra radicale tedesca, nel Bundestag, il parlamento federale. Wagenknecht ha creato Aufstehen senza lasciare il partito, per rivolgersi a quella parte di elettori che ha ceduto alla tentazione dell’estrema destra.

Secondo Wagenknecht, dopo l’ondata migratoria del 2015 che ha spinto la cancelliera Angela Merkel ad accogliere un milione di profughi in Germania, l’estrema destra ha cavalcato lo scontento di una parte dell’elettorato. Alternative für Deutschland (Afd), il partito ostile all’immigrazione fondato nel 2013, può contare sul terzo gruppo parlamentare più numeroso al Bundestag, e secondo gli ultimi sondaggi scavalcherebbe il Partito socialdemocratico se si andasse a votare ora.

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Sahra Wagenknecht Aufstehen

La conclusione di Wagenknecht è che la sinistra deve abbandonare la sua “buona coscienza” sul tema dell’accoglienza e del controllo delle frontiere. La leader di Aufstehen rispolvera anche una vecchia analisi marxista secondo cui i padroni usano l’immigrazione per abbassare i salari.

A suo modo, Wagenknecht vuole offrire agli elettori delle classi popolari, che si sentono minacciati dagli stranieri, un’alternativa all’Afd, e ha deciso di farlo fuori dal partito, contrastando con un populismo di sinistra le tentazioni dell’estrema destra.

Traduzione di Andrea Sparacino per http://www.internazionale.it

In Germania la sinistra è quindi combattuta tra l’imperativo morale della solidarietà e questo nuovo realismo (o meglio, cinismo) che non vuole lasciare all’estrema destra il monopolio del discorso sull’immigrazione.
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SAHRA WAGENKNECHT AUFSTEHEN

Il dibattito tedesco è una dimostrazione del caos provocato dall’avanzata dell’estrema destra, soprattutto nell’ex Germania dell’Est da cui provengono sia Wagenknecht sia Merkel. Questo confronto interessa buona parte dell’Europa, Francia compresa, ma è in Germania che ha ormai raggiunto il culmine, con il populismo che interferisce con i valori classici della sinistra.

È necessario rispondere alla radicalizzazione della destra con le consuete proteste, come hanno fatto i 60mila partecipanti al concerto antinazista organizzato a Chemnitz all’inizio della settimana, a rischio di coinvolgere solo le persone già schierate? O è meglio pensare, come fa Wagenknecht, che le ragioni di chi vota per l’estrema destra debbano essere ascoltate, a rischio di perdere la propria anima?

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1885.- COSA SI NASCONDE DIETRO LA GUERRA COMMERCIALE FRA USA E UNIONE EUROPEA. ECCO COME C’ENTRA CON IL NUOVO GOVERNO ITALIANO

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La “guerra economica” scoppiata fra gli Stati Uniti e l’Unione Europea è molto di più di una controversia dovuta all’inaudito surplus commerciale tedesco. Molto più di una questione di dazi: è il ritorno della Storia.

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Infatti la Germania, che di certo è un grande Paese, ora è tornata ad essere anche un grande problema. Non solo per l’Europa, ma pure per gli Stati Uniti. E Trump ha tutta l’intenzione di vincere il braccio di ferro con la Merkel, ridimensionando i disegni imperiali tedeschi (già la Brexit è andata in questa direzione: la Gran Bretagna è storicamente ostile agli imperi continentali).

La Germania perderà il confronto con gli Usa e potrebbe essere un duro colpo per tutta l’attuale Unione Europea di Maastricht (da non confondere con la Comunità europea originaria).

Le leggi della geopolitica sono fatali e le nazioni che tendono alla supremazia continentale, come la Germania, dovrebbero imparare dagli errori del passato.

Era questo l’ammonimento che Paolo Savona nel 2012 aveva intelligentemente espresso nel libro “Lettera agli amici tedeschi e italiani”, uno scritto che – rilanciato nelle settimane scorse – ha suscitato le ire dell’establishment germanico ed è costato a Savona il posto di ministro del Tesoro.

Savona voleva “sollecitare” gli amici tedeschi per avere

“un vostro maggiore impegno nell’evitare che l’Europa si infili in una nuova tragedia – quella del ritorno alla povertà di alcuni popoli con gli odi e i conflitti che seguirebbero – operando in modo tale da garantire non solo una continuazione della crescita per il vostro paese, ma anche per tutti gli altri, in uno sforzo cooperativo”.

E’ evidente infatti che l’euro così come è stato realizzato e i Trattati di Maastricht hanno avvantaggiato enormemente la Germania e hanno svantaggiato molti altri (in primis l’Italia).

Savona spiegava che invece dell’armonica crescita comune

“ora prevale la competizione conflittuale. Ma ancora più grave è il riproporsi, per fortuna in forme non militari, ma più subdole, della competizione conflittuale che ha causato le drammatiche vicende della guerra (…). Dai vostri recenti comportamenti collettivi”, scrive ai tedeschi, “viene il sospetto che stiate scivolando nuovamente sul piano economico nella direzione proposta dal Piano Funk (dal nome dell’allora ministro delle Finanze tedesco, ndr) del 1936. La politica economica che voi suggerite getta le basi per una disgregazione del sogno europeo di pace e di un comune progresso civile. Il Piano Funk prevedeva che la Germania divenisse il ‘paese d’ ordine d’Europa’ ed è quello che ora proponete; che le monete nazionali ‘confluissero nell’ area del marco’ ed è ciò che desiderate e, in parte, avete ottenuto; che lo sviluppo industriale fosse di vostra esclusiva pertinenza, solo affiancati dall’ alleato ‘storico’ del vostro paese, la Francia, una soluzione che il mercato comune europeo e la moneta unica sta causando”.

Queste preveggenti parole di Savona, tornate d’attualità nei giorni della formazione del governo, sono preziose anche per capire la concomitante iniziativa di Trump che, proprio nelle stesse ore, ha stabilito dazi commerciali per acciaio e alluminio provenienti dalla Ue, mirando così a colpire soprattutto la Germania (con cui gli Usa hanno 75 miliardi di deficit commerciale).

L’eccessivo surplus commerciale tedesco – che supera perfino quello cinese e che da anni trasgredisce le regole europee – provoca enormi squilibri, sia a scapito degli altri paesi europei sia a scapito degli Stati Uniti.

Ma finora la UE si è ben guardata dal “punire” la Germania, come invece minaccia sempre di fare con l’Italia se osasse trasgredire il parametro del deficit. E gli Stati Uniti, con l’Amministrazione Obama, si sono limitati alle critiche e alle proteste verbali verso Berlino.

Invece Trump è passato alla guerra commerciale, come aveva promesso in campagna elettorale. Naturalmente i dazi statunitensi ora danneggeranno anche (in parte minore) l’Italia che – per l’incapacità dei suoi governi – ha pagato finora l’arroganza imperiale tedesca e paga adesso la ritorsione americana verso l’UE.

Tuttavia il ridimensionamento della Germania e il conflitto euroamericano potrebbe destabilizzare “questa” Unione Europea e l’euro nella direzione auspicata dal nuovo governo Lega-M5S.

Perciò l’Italia avrebbe tutto l’interesse a stabilire una forte alleanza politica e commerciale con gli Stati Uniti di Trump. E il nuovo esecutivo Conte ha l’ottica giusta per farlo non essendo succube della Merkel come i precedenti governi.

La “guerra commerciale” appena scoppiata fa anche capire un’altra cosa preziosa.

Negli ultimi 25 anni l’ideologia economica iperliberista – che Tremonti chiama “mercatismo” – ha assunto i tratti di un dogma teologico indiscutibile ed è alla base dei Trattati di Maastricht.

Sembra che l’assoluto dominio dei mercati sia il Bene metafisico e comporti l’automatico progresso dell’umanità. Mentre ciò che (specie per l’esistenza degli Stati, dei governi e della democrazia) impedisce il loro totale arbitrio pare rappresentare il Male metafisico e il regresso nella miseria più oscura.

Adesso scopriamo che invece non è così e che le categorie liberismo/protezionismo sono solo due possibili opzioni che gli Stati adottano a seconda dei momenti storici, perseguendo anzitutto il loro interesse nazionale. E lo si vede soprattutto nella storia americana.

Paul Bairoch, nel libro “Economia e storia mondiale”, scrive: “nelle regioni che vennero gradualmente a comporre il mondo sviluppato, il protezionismo fu la politica commerciale dominante. Tale fu soprattutto il caso degli Stati Uniti che, lungi dall’essere un paese liberista come molti pensano, può essere definito ‘la culla e il bastione del protezionismo’ ”.

Nessuno può negare che questa scelta protezionista abbia portato la massima prosperità agli Usa. Del resto che il mercatismo non sia automaticamente sinonimo di prosperità, ma anzi possa portare nel baratro è dimostrato per l’Europa da questi decenni (e specie dalla crisi finanziaria 2007-2008).

Lo avevano già capito nell’Ottocento. Bairoch citando Disraeli, nello storico dibattito del 1846 sul sistema di libero scambio e il protezionismo, evoca l’esempio dell’Impero ottomano dove “con un’applicazione totale e prolungata nel tempo del sistema della concorrenza illimitata” si è distrutto uno dei sistemi manifatturieri “più belli del mondo”.

La lezione che dunque ci arriva da Trump è questa. Dopo essere stati ammorbati per anni dal dogma mercatista, secondo cui occorreva inchinarsi al totale arbitrio dei mercati e del libero scambio, scopriamo che – se non vogliamo soccombere – il primato spetta agli Stati, cioè ai popoli, non ai mercati. E la bussola delle politiche pubbliche deve essere la difesa dell’interesse nazionale.

Anche questo è un tema a cui il nuovo governo dovrebbe essere sensibile. I governi che si sono succeduti finora a Roma lo avevano dimenticato.

Antonio Socci, da Lo Straniero..

1876.- A chi serve la Forza militare d’intervento europea

Abbiamo già trattato l’argomento Esercito europeo e le sue implicazioni dal lato ordinativo – organizzativo, anche nei confronti della NATO. Citiamo l’iniziativa dell’Unione europea nell’ambito della Politica di sicurezza e di difesa comune: La Cooperazione strutturata permanente (il suo acronimo è PESCO, dall’inglese Permanent Structured Cooperation) volta all’integrazione strutturale delle forze armate di 25 dei 28 stati membri. Dopo anni di acronimi e sigle NATO, ci mancavano quelle europee. Comunque, la PESCO è simile ad una cooperazione rafforzata, poiché non richiede l’adesione di tutti gli stati membri per poter essere avviata e si basa sull’articolo 42.6 e sul protocollo 10 del TUE, Trattato sull’Unione europea che con il TFEU, compone il Trattato di Lisbona del 2007 ed è stata avviata nel 2017 con un primo gruppo di progetti che saranno lanciati, appunto, quest’anno.
La PESCO è, quindi, attiva e la sua funzione di segretariato viene svolta congiuntamente dal “Servizio europeo per l’azione esterna” e dall’”Agenzia europea per la difesa”.
Ora, l’evoluzione della politica del direttorio franco – tedesco, attratto dal mercato russo, ha influito sul legame transatlantico per quegli stati, che seguendo Germania e Francia, progettano un affrancamento dalla catena di comando e controllo NATO e, qui, c’entra in gioco lo sfilamento annunciato da Trump dai bilanci della NATO.
L’Italia, che di recente ha espresso il suo favore per Mosca, ma a Bruxelles non vi ha dato seguito e che ha approvato nuovamente le sanzioni, vuole vedere chiarite le posizioni dell’Unione nei riguardi della migrazione di massa e dubito che si sottrarrebbe alla NATO per sottomettersi alla politica di Parigi; così, è rimasta fuori da questa “intesa a nove”, pure se l’anno passato ha già aderito a un corpo sanitario militare comune. Recuperando, però, Mussolini, l’Italia è una portaerei nel Mediterraneo, la terza o la prima del Gruppo d’Attacco della Sesta Flotta e può contare, comunque, sull’interesse di Trump: un interesse che misureremo presto nell’incontro di Giuseppe Conte alla Casa Bianca, il 30 luglio.
Sorvolando su queste considerazioni, un esercito rappresenta l’ultima chance della diplomazia e ha senso se si ha una politica estera, cosa che assolutamente manca all’Unione Europea. Singolare la partecipazione della Gran Bretagna a questa intesa, come dire, “fuori dall’Unione, dentro l’Europa”. Per quanto abbiamo sostenuto in più occasioni, nei confronti delle politiche europee finanziarie, sui flussi migratori ed estere in generale, presupposto e condizione necessaria di una vera unione europea è la definizione del rapporto, equivoco per certi versi, tenuto da Parigi fra l’eurozona e la Comunità Finanziaria Africana del franco CFA, che fa della Francia una potenza colonialista, in contraddizione con l’Unione; un rapporto che si aggiunge alle diseguaglianze nelle politiche economiche e finanziarie. Non è casuale che si sia venuto a creare un direttorio franco-tedesco. Ecco che è necessario e importante comprendere sia dove va e dove potrà andare l’Europa di oggi, sia “A chi serve la Forza militare d’intervento europea” e lo leggiamo da LIMES, in questo articolo a cura di Lorenzo Di Muro.

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Nove Stati membri dell’Ue hanno siglato un’intesa per la creazione di una Forza militare di intervento europea volta, tramite l’integrazione tra un gruppo ristretto di eserciti nazionali, a prevenire e fronteggiare crisi internazionali.
Mentre non è ancora chiaro se la natura della Forza sia difensiva o meno, quali crisi debba fronteggiare e possibili teatri di impiego (probabilmente, in prossimità dei confini comunitari), il progetto voluto dal presidente francese Emmanuel Macron – cui hanno aderito sinora Germania, Belgio, Uk, Danimarca, Olanda, Estonia, Spagna e Portogallo – è distinto dai quadri di riferimento Nato e Ue (Pesco) e soprattutto conta la partecipazione di Londra. Il Regno Unito si era sempre opposto a costruzioni in grado di minare la special relationship transatlantica, soppiantando la Nato o il coinvolgimento degli Usa nella sicurezza del Vecchio Continente. Una posizione alterata da Brexit, che impone invece all’esecutivo di Theresa May di spingere per preservare un’influenza in Europa anche dal punto di vista militare.
Altrettanto significativa è l’assenza dell’Italia, il cui precedente governo – stando a Parigi – aveva dato il proprio sostegno al piano presentato da Macron alla Sorbona lo scorso anno. Fonti interne riferiscono di uno scetticismo di Roma sulla complementarità del progetto alla Nato e alla Pesco, ma visti i dossier attualmente in discussione sul tavolo comunitario – su tutti quello migratorio – il messaggio italiano è precipuamente politico.
Per il presidente di Francia, d’altro canto, l’istituzione di tale Forza risponde a diversi calcoli: la creazione di una forza indipendente propriamente europea ma ristretta, con strutture decisionali che garantiscano una maggiore efficienza e reattività rispetto al formato a 25 della Pesco (nel cui ambito ieri il Consiglio Europeo ha adottato un documento sulle linee guida); un contrappeso all’influenza economica tedesca in Europa (che difatti aveva finora privilegiato un approccio inclusivo in materia); la risposta, paradossalmente, alla richiesta di Trump all’Europa di farsi carico della propria difesa; nonché un potenziale stimolo all’industria bellica nazionale.
In tal senso, il ministro della Difesa francese Florence Parly ha vagheggiato la creazione di una “cultura strategica europea”; un’esternazione paradigmatica dell’assenza di soggettività geopolitica dell’Ue, che si riflette – oltre che nel limbo comunitario nei comparti della difesa e della sicurezza – soprattutto nella mancanza di una visione e dunque di una strategia comune nella gestione della politica estera.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha incontrato oggi papa Francesco a Roma, dove presso la basilica di San Giovanni in Laterano nel pomeriggio riceverà il titolo di protocanonico d’onore del capitolo lateranense.
Il vertice con il pontefice dopo l’incontro con una delegazione della Comunità di Sant’Egidio – mentre non è previsto alcun meeting con le autorità italiane – ha una evidente dimensione politica. Nel corso del bilaterale, i duei capi di Stato hanno discusso di temi quali migranti, clima, futuro della cristianità e responsabilità dell’Europa, la quale affronterà fra tre giorni l’ennesimo Consiglio Europeo che rischia di far saltare la costruzione comunitaria.
Per Macron – che si dice agnostico in ossequio alla laicité dello Stato ma fa sfoggio della sua istruzione gesuita e si è reso protagonista di un riavvicinamento con la Santa Sede e l’episcopato locale dopo gli anni difficili sotto la presidenza di Hollande – il sostegno (anche retorico) del papa può difatti costituire un perno non secondario nel suo attivismo in politica estera.
In primis – malgrado la necessità di destreggiarsi tra un approccio alla questione migratoria che cozza con i toni usati per raffigurare la posizione in materia del nuovo esecutivo italiano – ottenendo la sponda papale prima del vertice di Bruxelles. E magari, come sul fronte militare, consolidando la posizione di Parigi alla guida (anche sul piano morale) di un’Europa en marche.
USA E COREA DEL NORD
Gli Usa non impongono scadenze temporali nel negoziato con P’yongyang, ma continueranno a valutare le mosse del paese eremita verso la denuclearizzazione per il ristabilimento di piene relazioni.
Lo ha dichiarato il segretario di Stato Mike Pompeo dopo che ieri era circolata la voce che gli Usa fossero in procinto di presentare a Kim Jong-un una lista di specifiche richieste con relative scadenze, al fine di vagliare l’aderenza di P’yongyang al documento siglato durante il vertice di Singapore. Frattanto, il segretario alla Difesa Jim Mattis è arrivato in Cina, dove il dossier coreano sarà uno dei temi di discussione con Pechino.
La notizia conferma come Washington debba accontentarsi di contropartite limitate da parte di P’yongyang, come la cancellazione della manifestazione “anti-imperialista” annuale. Probabilmente, gli Stati Uniti hanno già raggiunto il massimo risultato ottenibile in questa fase, ossia provare a convincere il mondo dell’imminenza della (assai improbabile) rinuncia di Kim alla Bomba.
ALLARGAMENTO UE E NATO
L’Europa è divisa anche sull’allargamento dei confini comunitari, mentre si discute dell’apertura di negoziati per l’ingresso nell’Ue di Albania e Macedonia.
Da una parte Francia, Olanda e Danimarca sono i paesi più scettici, considerati gli scarsi avanzamenti di Tirana e Skopje in settori come la lotta alla corruzione e alla criminalità.
Dall’altra, l’allargamento ai Balcani occidentali è sostenuto dall’Ungheria e più recentemente dalla Germania, cui potrebbe far comodo anche la creazione di hotspot (centri di accoglienza) per migranti – progetto di cui si sta valutando la fattibilità – in paesi come l’Albania. Dell’apertura delle trattative è fautrice anche la Nato, di cui Tirana è già membro e che vedrebbe l’ingresso macedone nell’Ue come prodromico a quello nell’Alleanza Atlantica.

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1869.- IL CAPO DELLA BUNDESBANK SI È LASCIATO SCAPPARE COSA VOGLIONO I TEDESCHI DALL’ITALIA

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Di un mese fa, ma viste le acque in cui naviga l’Unione … Se il capo della Bundesbank Weidmann dovesse sostituire Draghi?

Da qualche tempo i tedeschi hanno fatto trapelare l’ipotesi e l’interessato stesso non ha smentito questa possibilità nell’intervista appena rilasciata alla Rai. Già il fatto che l’unica intervista rilasciata da Weidmann sia stata ai media italiani la dice lunga sull’avanzamento del progetto e infatti Weidmann ha lanciato un messaggio piuttosto chiaro su cosa dovrebbe essere fatto nei nostri confronti.

E cosa diamine avrà mai il presidente della Bundesbank che non va? La fiatella? Gli puzzano i piedi? Ha le chiappe chiacchierate? Strozza le vecchiette per hobby? Se fosse solo per queste cosucce non sarebbe tanto diverso da un Brunetta qualsiasi, il guaio è che Jens Weidmann conserva dell’Italia l’immagine stereotipata trasmessa dai film americani degli anni Cinquanta (pizza, mafia e mandolino), ma soprattutto non si capacita di come questi cialtroni mediterranei possiedano una ricchezza privata media superiore a quella di un tedesco. Weidmann lo dice col sorriso tirato tipico dei primi della classe, ma lo dice chiaramente e proprio nell’intervista messa in onda ieri da RaiUno nella trasmissione di Lucia Annunziata.«Sa che è stata fatta una ricerca tra i paesi dell’area euro nella quale si evidenzia che le famiglie italiane hanno più patrimonio delle famiglie tedesche? Non penso però che qualcuno auspichi un trasferimento di patrimoni dall’Italia alla Germania…»

Così ha detto Weidmann all’intervistatrice, sfoggiando un bel sorriso sarcastico. I passaggi dell’intervista sono piuttosto lunghi e numerosi e tutti i giornalisti, in queste ore, si stanno soffermando sulle dichiarazioni del Presidente della Bundesbank con riferimento al quantitative easing di Mario Draghi, che per Weidmann è stato un fallimento, o sulla necessità che l’Italia provveda quanto prima a ridurre il debito pubblico. Invece, il punto chiave è quello evidenzaito dal sottoscritto: LE FAMIGLIE ITALIANE HANNO PIU’ PATRIMONIO DI QUELLE TEDESCHE!E’ di assoluta evidenza, per uno studioso del fenomeno capitalistico, che l’ultracapitalismo non può reggersi a lungo quando consente alla maggior parte della popolazone di tutelarsi attraverso il risparmio. Se ci facciamo caso, i paesi maggiormente capitalistici, come gli Stati Uniti, promuovono la spesa dei privati tramite carte di credito, tramite i “pagherò”, ma non certo tramite il risparmio. E persino la prima casa è molto più tassata che in Italia. Lasciamo perdere le faraoniche idiozie che ha raccontato Berlusconi per anni, la verità è che nei paesi capitalistici i patrimoni sono riservati ai ricchi e che anche gli alti stipendi della middle class vengono puntualmente sputtanati in tasse, assicurazioni e cianfrusaglie da comprare (tipo il suv coi rostri per i bufali, anche se abiti a New York City).

Per gli americani avere una casa di proprietà (e non essere in affitto) vuol dire veramente avercela fatta nella vita. Difatti, a parte i ricchi ricchi, praticamente nessuno ne ha un’altra, la famosa seconda casa. Bene, ora guardatevi un po’ attorno: quanti impiegati e operai conoscete, in Italia, che hanno una seconda casa? Io abito in Veneto e oserei dire, almeno una famiglia su tre. Ma al di là delle impressioni personali, quel che è certo, è che i tedeschi non sono nelle nostre stesse condizioni e non si capacitano del perchè, nonostante il loro efficentismo e i loro (ex) alti stipendi, siano più poveri degli italiani come beni rifugio accumulati. Ma Weidmann lo sa (welfare e tasse basse sul patrimonio) ed è lì che andrà a picchiare se diventerà il nuovo inquilino della Bce a Francoforte. Con Weidmann al posto di Draghi il debito italiano non avrà più alcuna copertura e diventerà facile occasione di vendite allo scoperto per gli speculatori. Il governo italiano, qualsiasi esso sia, dovrà porvi rimedio attraverso alte tasse sui patrimoni della classe media italiana, trasferendo di fatto quella ricchezza alle banche tedesche, finalmente monopolio del board della Bce. Se c’è una cosa bella dei tedeschi è che non sanno mentire. Purtroppo, troppi italiani non capiscono e non sanno trarre le conclusioni politiche dalle confessioni d’oltralpe.
di Massimo Bordin

1863.- Macron: psicopatico in crisi di nervi. Il piano coloniale gli scoppia in mano. Di Stefano Alì

L’Unione Europea è, può dirsi fallita grazie all’arrivismo di Francia e Germania; ma l’appetito insaziabile della Francia è molto più pericoloso per i nostri interessi dell’egoismo della Germania. Fino a ieri, da Prodi e D’Alema ai governi Napolitano siamo stati messi in situazioni dispari con queste due nazioni. Ricordiamo che i soldati in Niger ce li hanno mandati il pesce lesso Gentiloni e la pulzella e che sono lì a far la guardia alle pietre, all’uranio “No” e alla pista dei migranti “Nemmeno”, ciò non di meno, ci restano, obbediscono in silenzio al loro dovere. Oggi, a Bruxelles, al vertice UE sull’immigrazione, Conte incontra un Emmanuel Macron che sta sbroccando di brutto. Con la questione dei migranti (e non solo) gli sta saltando il piano coloniale per la Libia. Ma non è tutto: Intanto, che il nostro Conte, “isolato”, fa tremare gli equilibri dell’Unione Europea, il governo “forte” della Merkel è ad un passo dalla caduta, sotto la pressione del ministro dell’Interno Seehofer e dei bavaresi, domani Salvini incontrerà al-Serray a Tripoli. Bello questo articolo su Il Cappello Pensatore

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Emmanuel Macron – uno psicopatico in crisi di nervi

Uno spettacolo da non perdere. Il narcisista psicopatico Emmanuel Macron è in piena crisi di nervi. Per la prima volta l’Italia “osa” fare i suoi interessi e non quelli della Francia.
Per inquadrare il discorso è necessario ascoltare le parole del Prof. Adriano Segatori. Segatori è psichiatra-psicoterapeuta, membro della sezione scientifica “Psicologia Giuridica e Psichiatria Forense” dell’Accademia Italiana di Scienze Forensi.

Quindi Emmanuel Macron è fondamentalmente uno psicopatico. La “favola” dell’amore infantile coronato dal matrimonio con la sua professoressa è una narrazione che dovrebbe fare inorridire. Infatti la verità nuda e cruda è la seguente: è stato vittima di abuso sessuale.

L’Italia serva sciocca
Perché Macron sbrocca? Ma semplice. Era abituato (lui e la Merkel) a una Italia sempre agli ordini. Era abituato a una Italia che alimentava il suo delirio di onnipotenza. Una Italia che non si sarebbe sognata di sollevare un sopracciglio alle intemperanze francesi.

Il bombardamento della Libia
Per rimanere alla storia contemporanea, partiamo brevemente dall’intervento militare in Libia, giusto per rettificare la narrazione.

«Fu Giorgio Napolitano (Re Giorgio) a imporlo a Berlusconi».

Forse, ma siccome la forma italiana di Governo è la Repubblica Parlamentare (e non Presidenziale), Berlusconi e il Parlamento avrebbero potuto (e dovuto) dire di no.

Ciò per tutta una serie di motivi, non ultimi i rapporti economici privilegiati e, sopratutto, il fatto che la Libia di Gheddafi costituisse un tappo. La Libia di Gheddafi impediva che il Mediterraneo venisse travolto dalle contraddizioni e dai conflitti che percorrevano (e percorrono) l’Africa.

Dall’altra parte ci stava la Francia.

Non aveva alcun interesse a mantenere il “tappo” perché la sua deflagrazione avrebbe coinvolto l’Italia, come poi è avvenuto
Non sopportava l’asse economico privilegiato fra Libia e Italia
Circolano anche altre “aggravanti”. Un finanziamento di Gheddafi alla campagna elettorale dell’ex Presidente Francese Sarkosy.

Il trattato di Caen
Immediatamente prima della tornata elettorale del 4 marzo era scoppiato il caso della cessione di porzioni di mare italiano alla Francia.

Con un semplice trattato (il trattato di Caen), infatti, il Ministro degli Esteri Gentiloni aveva ceduto alla Francia porzioni di mare italiano. Porzioni pescosissime in cui, ad esempio, viene catturato il famosissimo gambero rosso.

Il bello è che tutto era avvenuto in assoluto silenzio.

Ci si è accorti della cessione solo perché la Francia ha immediatamente esercitato il suo “diritto di proprietà”.

A gennaio 2018 viene multato e sequestrato il peschereccio “Mina” che pescava i gamberi, come al solito, al largo di Sanremo.

La storia si ripete in Sardegna. Anche in Sardegna, infatti, avviene un episodio simile: nessuna multa né sequestro, ma un’intimazione a un equipaggio italiano di allontanarsi dalle acque francesi.

Con l’insediamento del nuovo governo, la Francia ci riprova. Con atti unilaterali prova ad appropriarsi porzioni di mare a nord della Sardegna.

Ma questa volta viene stoppata dal neo Ministro Danilo Toninelli.

Mi sono già occupato del “caso Niger” nel post Militari italiani in Niger. Per i migranti o per l’uranio francese? e quindi non ci torno.

Mi fermo a questi esempi, giusto per far comprendere il fatto inedito: l’Italia si riappropria di un ruolo cui aveva abdicato da ormai troppi anni.

Il colonialismo francese
Altro elemento da tenere in considerazione è l’ambizione coloniale della Francia.

La quasi totalità dei migranti che sbarcano parlano il francese e di certo non perché lo abbiano studiato alla Sorbona.

Tutta la zona dell’Africa occidentale (esclusa la Libia) e centrale, per un totale di 14 Paesi erano colonie francesi fino agli anni ’60.

La truffa del Franco CFA
In realtà la condizione coloniale non è mai cessata.

Tutte le ex colonie francesi adottano la stessa moneta, il Franco CFA. La sigla, originariamente, significava Colonie Francesi d’Africa (Colonies Françaises d’Afrique). Dopo l’acquisizione della “indipendenza” perfino l’acronimo è rimasto identico. È solo cambiato il suo significato: Comunità Finanziaria Africana.

Le regole:

La zona franco deve applicare quattro regole, formalizzate in due trattati firmati dalla Francia e dai 14 Paesi in questione nel 1959 e nel 1962. Eccole

la Francia garantisce la convertibilità illimitata del CFA in euro;
il tasso di conversione tra CFA e euro (prima franco) è fisso: 1 euro=655,957 franco CFA;
i trasferimenti di capitali tra la zona franco e la Francia sono liberi;
come contropartita di questi primi tre principi il 50% delle riserve di cambio dei Paesi della zona franco devono essere depositate su un conto della Banca di Francia, a Parigi.
Da Italia Oggi:

Con l’avvento dell’euro, il Franco Cfa non è scomparso, ma il suo valore è stato fissato alla valuta europea (100 Cfa = 0,15 euro). Come detto, però, è sempre il Tesoro francese e non la Bce che continua a garantirne la convertibilità. Come sia possibile tutto ciò ancora non è dato sapere.

Parigi, quindi, detiene le riserve auree di 14 Paesi africani!

Scrive vociglobali.it

Le riserve del franco CFA nella Banca di Francia sono stimate approssimativamente in 10 miliardi di euro, denaro che – dice chi critica fortemente questo sistema – potrebbe essere utilizzato per piani di sviluppo dei Paesi in questione. Evitando, d’altra parte la richiesta di prestiti che non fanno che aumentare il debito nei confronti delle istituzioni finanziarie europee e dei singoli Paesi..

Guai a lamentarsi. Ci pensa Boko Haram
Ci si potrebbe chiedere “ma perché i Paesi africani non si sganciano dal Franco CFA?”

Più facile a dirsi che a farsi.

Da ultimo ci ha provato il Ciad.

Sempre Italia Oggi

Sia come sia, a ottobre 2015 (due mesi dopo il niet del Ciad alle scuse chieste da Parigi e dopo la contestuale esternazione di voler uscire dal regime del franco coloniale) Boko Haram ha attaccato per la prima volta un villaggio nel paese centrafricano, causando dieci morti. Ma questa è solo una tendenziosa coincidenza. Come, del resto, è una curiosa coincidenza che Boko Haram, movimento radicale islamista recentemente affiliatosi al Daesh, sia un fenomeno che colpisce solo le ex colonie francesi dotate di franco coloniale. Più la potente e ricca Nigeria che ambisce al ruolo di player geopolitico nell’area.

E, come si legge nello stesso articolo, è proprio la Francia ad armare Boko Haram.

Macron e la Libia
La totale acquiescenza italiana ha consentito a Emmanuel Macron di alimentare il suo delirio di onnipotenza nell’espandere il colonialismo francese alla Libia.

Il Sole 24 Ore

Pur cercando assiduamente di portare i due rivali al tavolo dei negoziati, l’Italia ha sempre sostenuto le autorità di Tripoli. Non è peraltro irrilevante il fatto che la maggior parte dei giacimenti dove opera l’Eni si trovi proprio in Tripolitania. Parigi non stava a guardare. Sotto la presidenza di François Hollande, forze speciali francesi si erano già insediate in Cirenaica. Con un abile equilibrismo diplomatico Parigi sosteneva ufficialmente il Gnc, ma al contempo, stava al fianco del suo nemico. Di nascosto. Fino al 20 luglio 2016, quando la morte di tre soldati francesi precipitati con un elicottero nei pressi di Bengasi, dove Haftar stava combattendo contro milizie islamiste, costrinse il ministero francese della Difesa a uscire allo scoperto: la Francia aveva inviato forze speciali in Libia. A fianco di chi, è facile immaginarlo.

L’idea è semplice e si sviluppa in tre mosse:

“conquistare” la Libia
cacciare l’ENI
riempire l’Italia di “migranti” generati dal colonialismo francese
Da qui l’accordo che aveva stretto con la Merkel per rispedire in Italia e in Grecia tutti i migranti che si trovino in un qualsiasi Paese Europeo.

Gli accordi Macron-Merkel: l’Italia servita PER cena
Il fallimento dell’Italia e l’occupazione era già pronta.

Da una parte

Macron e Merkel mettono all’angolo le banche italiane sui crediti deteriorati ma si scordano dei derivati tedeschi e francesi. (Business Insider)

Con questo meccanismo, le banche italiane andrebbero in estrema sofferenza, mentre le banche francesi e tedesche tirerebbero un sospiro di sollievo. Giusto per ricordare, la situazione di Deutsche Bank è ben peggiore. Proprio il 22 giugno 2018 è stata declassata a BBB+.

Dall’altra predispongono da soli il documento finale che sarebbe dovuto uscire da un vertice.

Evidentemente erano abituati così. È stato così che l’Italia ha sottoscritto tutti i trattati. È stato così che ha messo la testa nel cappio. Così l’Italia ha sottoscritto gli accordi di Dublino.

L’accordo
L’accordo che avevano preparato, pronto per essere – come al solito – firmato dall’Italia senza fiatare, era una vera e propria trappola.

Tutti i migranti che si trovano in Europa sarebbero dovuti ritornare nei Paesi di primo approdo. Quindi Italia e Grecia.

La reazione del Governo italiano ha costretto Angela Merkel alla retromarcia, lasciando Emmanuel Macron con il cerino in mano.

Nel frattempo l’Ambasciatore presso l’UE, Maurizio Massari, avanza una riserva formale dell’Italia sui fondi per la Turchia e quelli per l’Africa.

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Facendo saltare i piani di Macron che non voleva che ai fondi per l’Africa accedesse la Libia. I fondi servirebbero, tra l’altro, per creare “hot spot” nei Paesi di transito e di partenza.

Se per alcuni Paesi Macron è felicemente favorevole (le “ex” colonie di cui ho scritto), per la Libia no.

Secondo Macron la situazione in Libia è troppo instabile per poter aprire centri di identificazione, e gestire la situazione in autonomia.

Certo, dimentica un passaggio: La Francia è stata in prima fila nella decisione di deporre Gheddafi, alimentando dunque l’attuale caos libico. Ed è a causa di ciò che l’Italia deve dunque fare i conti con una Tripoli sempre più nodo fondamentale per la rotta mediterranea.

E Macron sbrocca
La ritrovata dignità italiana ha fatto dare di matto Emmanuel Macron.

La diagnosi del Prof. Segatori (video all’inizio del post) è del Maggio 2017:

Vediamo le crisi isteriche di Macron nel momento in cui l’ammirazione viene meno

Figurarsi. Con il nuovo governo italiano non gliene sta andando bene una. Altro che crisi isteriche!

1656.- GENTILONI, UN DISASTRO TOTALE PER L’ITALIA. L’UMILIAZIONE DI UN PAESE RESO ZERBINO DI FRANCESI E TEDESCHI

MACRON GENT GEN18

Appare grottesco il tentativo di francesi e tedeschi di rifilarci il loro mite e remissivo Paolo Gentiloni come l’ideale premier che gli italiani dovrebbero scegliere per il futuro.

Di sicuro andrebbe benissimo per le politiche di Parigi e Berlino (ma non per difendere gli interessi italiani)

Macron, dieci giorni fa, lo ha detto esplicitamente. Con Gentiloni a Palazzo Chigi, Francia e Germania (che lui chiama “l’Europa”) hanno fatto bingo: “consentitemi di dire che l’Europa ha avuto molta fortuna ad averlo. Mi auguro – ha aggiunto – che potremmo continuare il lavoro che abbiamo cominciato”.

Un’ingerenza nelle elezioni italiane per sponsorizzare Gentiloni? Certo. Loro si intromettono quanto vogliono. Dove lo trovano un altro così? Gentiloni è una pasta d’uomo, è così remissivo con lorsignori.

La Francia spadroneggia nella vita economica italiana e poi ci prende a schiaffi quando gli italiani puntano ai loro cantieri? Il nostro premier non si scompone.

La Francia – per affermare i suoi interessi su quelli italiani – ha combinato con Sarkozy il disastro libico, che oggi è pagato soprattutto dall’Italia con l’immigrazione selvaggia? Sì, ma poi Macron schiocca le dita e subito Gentiloni è pronto ad aiutare i francesi in Niger con nostri soldati.

Guido Crosetto ha scritto in un tweet: “Stiamo andando in Niger per difendere l’Uranio della Francia. Cioè del paese che da anni cerca di colonizzarci. Geni assoluti!”

Va pure ricordato che la Francia ha votato per Amsterdam come nuova sede dell’European Medical Agency, che doveva andare a Milano. E’ stato facile per loro prendersi gioco di un’Italia rappresentata da un tale governicchio.

Oggi poi i parlamentari francesi e tedeschi votano un documento congiunto dove delineano la loro nuova Unione Europea e – come ha spiegato ieri Fausto Carioti su queste colonne – per l’Italia sarà una megafregatura.

Francesi e tedeschi fanno tutto tra loro e Gentiloni non ha nulla da eccepire sul decisionismo padronale di Macron e Merkel. Eppure l’Italia sarà proprio il pollo da spennare.

Peraltro è proprio in questo giorno “francotedesco” che Silvio Berlusconi torna ufficialmente a Bruxelles e saranno in molti, lì, a pensare che proprio il centrodestra potrebbe governare l’Italia dopo il 4 marzo e che – stando ai suoi programmi – difenderà gli interessi nazionali degli italiani. Niente più camerieri di francesi e tedeschi.

D’altronde il governo Gentiloni è latitante anche in altri consessi internazionali dove si discutono grossi interessi strategici.

Ieri – su “Libero” – è stato segnalato l’incredibile incidente diplomatico di Venezia, dove Gentiloni ha dato buca ai cinesi, per l’inaugurazione dell’“Anno del turismo 2018 Europa-Cina”, una “questioncella” in cui sarebbero in gioco miliardi di euro di investimenti e milioni di presenze turistiche.

Purtroppo è diventato abituale per il governo Gentiloni disertare certi appuntamenti internazionali che sarebbero importanti per l’Italia (E non per caso, ndr).

Ieri Giuseppe De Lorenzo, sul “Giornale”, ha ricordato il caso dei Consigli dell’Ue. La latitanza del governo Gentiloni è stata notata “agli ultimi Consigli sull’energia”: né ministri, né vice, né sottosegretari. Da Roma hanno mandato un ambasciatore che non ha alcun potere decisionale.

De Lorenzo ricorda che si discuteva, per esempio, del gasdotto Nord Stream 2 con la Russia. Sarebbe stata una questione vitale per noi, considerato che paghiamo l’energia il 25 per cento più degli altri. Ma forse i ministri “c’avevano” judo o il tennis o un summit del Pd sulle candidature.

Anche alle riunioni che trattavano altre questioni spinose sull’energia non c’erano ministri italiani. E De Lorenzo fa notare che lo stesso è accaduto al Consiglio telecomunicazioni per temi altrettanto delicati. Il governo Gentiloni non c’è mai. E quando c’è non dà dispiaceri a Parigi e Berlino.

Ora si capisce perché Francia e Germania sono così entusiaste di Gentiloni e vorrebbero rifilarcelo anche per il futuro. A loro va benissimo.

Antonio Socci

1655.- ECCO CIO’ CHE NON VI DICONO SULLE PROSSIME ELEZIONI

Il vero protagonista di questa campagna elettorale sta nell’ombra: è il “partito straniero”, che sui giornali (che nella quasi totalità stanno dalla sua parte) viene chiamato “l’Europa”. In realtà l’Europa è da tempo una colonia della Super Germania a cui cerca di associarsi la Francia. E l’Italia è il pollo da spennare (ormai già ridotto malissimo). Questa cosiddetta “Europa” – nelle elezioni italiane – punta sul PD e liste associate (come “Più Europa” di Emma Bonino che significa per l’Italia: più immigrati, più tagli, più tasse, più disoccupazione, più sottomissione dell’Italia, più laicismo anticristiano, più affossamento dello stato sociale e ancora più annientamento dello stato nazionale). Ho cercato di illustrare le vere strategie che si dispiegano e la vera posta in gioco in questo articolo di Antonio Socci pubblicato da “Libero”.

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C’è una campagna elettorale ufficiale sulla scena e ce n’è un’altra dietro le quinte dove si confrontano forze e progetti di cui gli elettori sono all’oscuro e la posta in gioco è l’Italia stessa.

Anzitutto consideriamo ciò che si vede pubblicamente. Sulla scena appare un Pd che arranca, in caduta libera, con un Renzi bollito, barricato nel bunker con i fedelissimi; poi un centrodestra con buoni sondaggi (come coalizione), ma dove coesistono programmi diversi; e un M5S col vento in poppa come lista singola.

Quindi tre contendenti e sui giornali si ipotizzano le loro possibili combinazioni future, in base all’esito delle elezioni. Questo è ciò che appare. Ma dietro la scena va in onda un’altra partita e i veri contendenti sono solo due.

C’è anzitutto un protagonista in incognito: la cosiddetta Europa, che significa le cancellerie di Berlino e Parigi le quali possono contare in Italia sull’establishment (anche nelle istituzioni) e sui media.

La partita vera è fra questo “partito europeo”, cioè coloro che intendono restare agli ordini di Bruxelles (ovvero della cancelliera Merkel e di Macron) e il “partito italiano” che intende riportare al centro della politica il nostro interesse nazionale, scongiurando il definitivo annichilimento del nostro sistema produttivo e della nostra sovranità.

Il M5S, che in teoria, fino all’altroieri, era definito “antisistema”, con l’allontanamento “spintaneo” di Grillo (e forse di Di Battista) appare del tutto normalizzato.

Lo dimostrano le dichiarazioni di Di Maio che annuncia l’abbandono della battaglia anti-euro e anti UE, che (a Londra) garantisce ai mercati di non voler togliere il cappio al collo dell’Italia e che dichiara finito l’isolamento per concorrere ai giochi di palazzo dopo le elezioni (si dice che per Di Maio sia già pronta la presidenza della Camera, con l’affettuoso placet di Mattarella).

L’altra “scheggia” da “normalizzare” è la Lega di Salvini: pare che l’operazione Maroni punti proprio all’azzoppamento del partito leghista, in previsione degli equilibri futuri.

Fra Forza Italia e il Pd renziano – che dovrebbero essere il pilastro su cui puntano la Merkel e Macron – è luna di miele.

Come dimostra il favore di Forza Italia al Pd renziano in Commissione banche e il fatto che Berlusconi eviti ogni attacco a Renzi, così come ha sempre evitato di fare opposizione al suo governo.

Il recente viaggio a Bruxelles di Berlusconi è servito – tramite Tajani – a rassicurare i padroni d’Europa che l’Italia non si sottrarrà al suo attuale status di colonia della Super-Germania.

Pure l’endorsement di Prodi (e perfino di Gentiloni) a sostegno degli alleati “euristi” del Pd – la lista Bonino e la lista Insieme – fa capire che l’establishment internazionale ha bisogno che il Pd non crolli (anche se Prodi ha assestato qualche calcio a Renzi per aver mandato a ramengo la coalizione di centrosinistra).

E’ curioso che mentre Berlusconi cerca in tutti i modi di proteggere Renzi come futuro interlocutore (giudicandolo il “meno peggio”, anche se lo ritiene del tutto inaffidabile), a progettare rese dei conti contro il politico fiorentino, dopo il 4 marzo, pare siano, proprio nel Pd, i Prodi, i Del Rio, i Franceschini, i Gentiloni, i Minniti, gli Sposetti e i La Torre.

A questo punto da “euronormalizzare” restano solo Salvini e la Meloni. I due ne sono ben consapevoli, ma sperano ancora di poter vincere come centrodestra e – una volta vinto – sperano di persuadere Berlusconi a lanciare un governo “italiano”, dando una “sòla” al padrone teutonico, visto che – in fin dei conti – proprio Berlusconi fu la vittima di quell’establishment franco-tedesco nel 2011: oggi potrebbe restituire la pariglia con una scaltra operazione di alta politica. E chissà che il suo progetto non sia proprio questo.

Si è fatto ormai accreditare dalla Merkel e dall’establishment estero come il normalizzatore del centrodestra, ma poi – di fronte a una vittoria netta del centrodestra unito – potrebbe legittimare un governo che riporta l’Italia alla sovranità e alla tutela del suo interesse nazionale.

E’ una mossa che oggi sarebbe possibile, perché la Merkel è indebolita e – a livello internazionale – la Ue e l’euro sono assediati e bombardati dagli Usa di Trump a cui si aggiungono la Brexit e la “sedizione” politica dell’est europeo contro Bruxelles.

Del resto la nuova pretesa egemonica di Merkel-Macron che pretendono di riformare la UE a loro piacimento e che puntano ad annientare gli altri (anzitutto l’Italia) spiana la strada a una politica italiana che si sottragga al vassallaggio al “partito straniero”, devastante per il nostro paese.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 1 febbraio 2018

1639.- Tattato dell’Eliseo, dichiarazione congiunta Francia-Germania

Addio all’Unione europea. Si va avanti con i trattati bilaterali per «preparare le nostre economie alle sfide di domani». A Francia e Germania questa Unione europea va alla grande. Pur di continuare a farci affari,oggi, 22 gennaio hanno firmato l’accordo per cambiarla, il 22 marzo presenteranno la loro idea di riforma della zona €uro.

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ATS ANS/MS

PARIGI-BERLINO – (ats ans) Una cooperazione più stretta tra Francia e Germania per «preparare le nostre economie alle sfide di domani» e per agire insieme «in favore della sicurezza, della pace e dello sviluppo»: questo il senso del nuovo Trattato dell’Eliseo, voluto da Francia e Germania per celebrare quello firmato 55 anni fa da Charles de Gaulle e Konrad Adenauer.

Secondo una dichiarazione congiunta diffusa questa mattina dall’Eliseo, il presidente Emmanuel Macron e la cancelliera Angela Merkel «riaffermano la determinazione ad approfondire ancora di più la cooperazione tra Francia e Germania» ed esprimono la soddisfazione per «la risoluzione comune dei Parlamenti dei due paesi e della loro volontà di rafforzare l’istituzionalizzazione della cooperazione grazie ad un accordo parlamentare bilaterale ufficiale».

«La nostra ambizione – si legge nella dichiarazione – è definire posizioni comuni su tutte le questioni europee e internazionali importanti».

Macron e Merkel hanno «convenuto di elaborare, il 19 gennaio a Parigi, un nuovo Trattato dell’Eliseo nel corso di quest’anno, che farà progredire la cooperazione», si legge nella dichiarazione.

In particolare, il trattato farà segnare passi avanti nella preparazione «delle nostre economie alle sfide di domani», con la messa a punto di «strumenti comuni per lo sviluppo sostenibile, il passaggio al digitale e l’innovazione di rottura», “rafforzando la competitività e favorendo la convergenza economica, fiscale e sociale».

Il Trattato si proporrà inoltre di «ravvicinare le società e i cittadini» di Francia e Germania, «in particolare i giovani», adottando fra l’altro «provvedimenti ambiziosi allo scopo di promuovere l’insegnamento reciproco delle lingue» e sviluppando gemellaggi fra scuole e programmi di scambio».

Il nuovo Trattato punterà anche all’azione «comune in favore di sicurezza, pace e sviluppo», «lotta al terrorismo», rafforzando le rispettive «culture strategiche in materia di difesa, sicurezza e informazione». «Insieme – continua la dichiarazione – possiamo unire le forze affinché i nostri partner siano in misura migliore in grado di gestire le crisi in modo autonomo e per favorire lo sviluppo, in particolare in Africa. Insieme, ci impegneremo risolutamente a trovare risposte europee alle sfide delle migrazioni incontrollate, rispettando le nostre responsabilità e i nostri valori in materia di asilo».

Il Trattato punta anche «rispondere alle sfide della mondializzazione», come «la protezione del clima, dell’energia, della mobilità, delle biotecnologie e dell’intelligenza artificiale».

1592.- Quando Himmler scrisse a De Gaulle

di Maurizio Blondet
Non faccio che copiare anche dal titolo questa scoperta di Nicolas Bonnal, scrittore, saggista,infaticabile ricercatore storico che mi onora della sua amicizia. Ha trovato i passi che cita in Mémoires de Guerre (Tomo 3, Le Salut, 1944-1946) del Generale: che essendo un tomo di oltre 1100 pagine, penso sia davvero stato letto da ben pochi.

Sono i primi giorni di maggio 1945, della disfatta totale del Reich. “La capitolazione tedesca non è più, adesso, che questione di formalità. Ma devono essere adempiute. [….] Himmler, secondo nell’ordine di successione, a preso contatto per parte sua con il conte Bernadotte, presidente della Croce Rossa svedese, e fa trasmettere da Stoccolma ai governi occidentali una proposta di armistizio. Himmler calcola che se le ostilità cessano sul fronte occidentale e proseguono all’Est si creerà nel blocco alleato una crepa di cui profitterà il Reich.

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“A me personalmente, Himmler fa pervenire una memoria che lascia apparire l’astuzia sotto la disperazione. “E’ inteso! Avete vinto voi!”, riconosce, “Quando si sa da dove siete partito, bisogna, generale De Gaulle, togliersi il cappello ….Ma adesso che cosa farete? Vi rimetterete agli Anglo-Sassoni? Vi tratteranno da satellite e vi faranno perdere l’onore. Associarvi ai sovietici? Sottometteranno la Francia alla loro legge e voi vi liquideranno … In verità, la sola via che possa portare il vostro popolo alla grandezza e alla indipendenza, è quello dell’intesa con la Germania vinta. Proclamatela immediatamente! Entrate in rapporto senza indugio con gli uomini che, nel Reich, dispongono ancora di un potere di fatto e vogliono condurre il loro paese in una direzione nuova .. Sono pronti. Ve lo chiedono … Se dominate lo spirito di vendetta, se afferrate l’occasione che la Storia vi offre oggi, voi sarete il più grand’uomo di tutti i tempi”.

Ed ecco come commenta il generale:

“A parte l’adulazione di cui si adorna questo messaggio dall’orlo della tomba, c’è senza dubbio del vero nel quadro che disegna. Ma il tentatore allo stremo essendo quello che è, non riceve da me alcuna risposta, e nemmeno dai governi di Londra e di Washington. Del resto, non ha niente da offrire”.

Un decennio dopo, De Gaulle adotterà la strategia consigliata da Himmler.

Nel 1955, Jean Monnet (il fiduciario delle banche americane, che gli avevano affidato la distribuzione dei fondi del Piano Marshall ai paesi europei distrutti, in base al seguente scambio: i fondi in cambio di cessioni di sovranità) creò il Comitato per gli Stato Uniti d’Europa; De Gaulle rispose lanciando l’idea di una collaborazione più stretta fra gli stati europei sovrani: L’Europa delle Patrie, il contrario esatto del “federalismo” fabbricato “nell’ombra” da Monnet. In una celebre conferenza stampa, alla sua Europa delle Patrie non invito “l’Inghilterra insulare” (per lui longa manus degli interessi americani) mentre vi chiamava la Germania divisa in due . “Al cuore del problema del continente c’è la Germania. Il suo destino è che nulla può essere fatto senza di essa”.

La mano tesa dal nemico storico fu presa con pronta gratitudine dal cancelliere Konrad Adenauer. “La sua alleanza con De Gaulle – era costretto ad ammettere Monnet – lascia al generale ogni iniziativa sull’Europa, la quale ai suoi occhi è ridotta ora alla solidarietà occidentale contro l’Est [sovietico]. La fiducia [di Adenauer] nell’appoggio americano è venuta meno, ed egli si comporta come se avesse ricevuto ferme promesse francesi su Berlino” . Adenauer aveva infatti ragione di temere che Kennedy, nella fase di “distensione” con Kruscev, pagasse quella distensione con una rinuncia di principio alla riunificazione tedesca. I due statisti firmarono il Trattato Franco Germanico (1963), prototipo di accordo fra Stati sovrani.

Quanto a Monnet, nelle sue memorie, schiuma di rabbia: “Il timore è che quest’accordo faccia naufragare la politica di integrazione. La forma del Trattato, che privilegia la ‘cooperazione’, pone una seria ipoteca sul futuro dell’integrazione”. Oggi abbiamo imparato che la loro “integrazione” europea è ben diversa da “cooperazione”…

“Le concezioni di De Gaulle, si irrita Monnet, sono fondate su nozioni superate, che ignorano la storia recente […] E’ impossibile che Stati che mantengano la piena sovranità possano risolvere i problemi d’Europa”. Lui era, ovviamente, delle stesse idee di George Ball, banchiere ‘affari e grande stratega della globalizzazione, che nel ’44 era stato capo dell’US Strategic Bombing Survey (l’organo che indicava le industrie da devastare alle ondate di bombardieri) rappresentante americano all’Onu e contemporaneamente senior manager della banca Lehman Kuhn & Loeb, e nel comitato esecutivo del Bilderberg come del Council on Foreign Relations: “Tutti i fattori della produzione – spiegò ancora nel 1967 – capitali, manodopera, materie prime, impianti e distribuzione – devono essere resi completamente mobili secondo il concetto della massima efficienza. E ciò può avvenire solo quando i confini nazionali non giocheranno più alcun ruolo nel definire gli orizzonti economici”. Sono i dogmi ideologici della globalizzazione che oggi gli eurocrati e i governanti continuano a voler attuare.

Seguendo la sua abilissima tattica, Monnet non si oppose al trattato, ma finse di accettarlo svuotandolo. Come, l’ho raccontato nel mio Complotti, capitolo “L’Europa delle Patrie”, a cui rimando.

In ogni caso, si vede come il generale non avesse affatto disprezzato l’idea di Himmler. Del resto, De Gaulle si rifiutò sempre di partecipare, come capo di stato e di governo, alle celebrazioni per lo sbarco in Normandia: “E’ stato l’affare degli anglo-sassoni, da cui la Francia è stata esclusa. Erano ben decisi a installarsi in Francia come in territorio nemico”.

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Ciò spiega perché qualche giorno fa Oliver Stone, il regista che ha condotto la grande intervista a Putin, ha detto: “De Gaulle… si aspetta un leader francese o europeo come lui, il vecchio continente, e più specialmente la Francia, ha bisogno di un uomo capace di dire no agli Stati Uniti”.

Torno alle Memorie. Poco sopra, De Gaulle che ha appena saputo del suicidio del Fuehrer, scrive: “L’impresa di Hitler fu sovrumana ed inumana. L’ha sostenuta implacabilmente. Fino alle ultime ore d’agonia nel fondo del bunker berlinese, è rimasto indiscusso, inflessibile, spietato, come lo era stato nei giorni più brillanti. Per l’oscura grandezza della sua battaglia e della sua memoria, aveva scelto di mai esitare, transigere o arretrare. Il Titano che si sforza di sollevare il mondo non può piegarsi, né addolcirsi. […] E’ il suicidio, non il tradimento, a mettere fine all’impresa di Hitler. Lui stesso l’aveva incarnata. L’ha terminata lui stesso”.

Un giudizio che tradisce qualche misura di rispetto per il nemico caduto, il riconoscervi una natura titanica.

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1565.- IL SUPERSTATO CANAGLIA. MA BERLINO (forse) SI SMARCA.

di Maurizio Blondet
“Non accetteremo mai l’occupazione e la tentata annessione della Crimea”, ha scandito Rex Tillerson a Vienna: “Le sanzioni resteranno fino a quando la Russia restituirà il pieno controllo della penisola all’Ucraina”. Poche ore dopo, volato a Parigi, vi ha incontrato il premier libanese Hariri, che aveva ritirato le dimissioni date a Ryad sotto costrizione del reuccio saudita. Tillerson ha “Incoraggiato il governo libanese e altri stati ad agire in modo più aggressivo per limitare l’attività destabilizzatrice di Hezbollah nella regione, ciò che renderà più forte e stabile il Libano”. Non importa la semplice verità, che Hezbollah nel sequestro saudita di Hariri abbia operato come forza di stabilità. Ormai è chiaro: le posizioni della Casa Bianca si sono irrigidite e puntano al conflitto con l’Iran e i suoi alleati.

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Da sinistra: Lavrov, il segretario dell’OSCE Thomas Greminger, il ministrro degli esteri austriaco Kurz e Tillerson alla riunione di Vienna. Dove il piano di Mosca per la pacificazione del Donbass è stato frantumato.

A Vienna, riunione dell’OSCE, Tillerson ha respinto e frantumato la proposta Putin (accettata cautamente da Germania e Francia) per allentare la crisi del Donbass: sostituire gli “osservatori OSCE” che nulla osservano, con caschi blu dell’ONU nelle zone separatiste, che consentano e sorveglino la tenuta di libere elezioni in vista di un ritorno in una Ucraina federale.

Per mandare a monte la proposta, il regime di Kiev – senza impegnarsi a promettere né uno status speciale per il Donbass né un’amnistia per i combattenti – ha posto due condizioni: che non solo l’ONU assuma il governo delle regioni secessioniste, ma che i Caschi Blu siano posizionati anche sul confine tra Donbass e Russia – oggi incustodito – e che fra i Caschi Blu non siano ammessi soldati russi, dato che la Russia “è parte in causa”. In realtà, per gli accordi di Minsk , Mosca non è parte in causa, bensì mediatore. E mettere truppe sul confine russo-Donbass significa affamare le popolazioni, perché da lì arrivano i rifornimenti alimentari e sanitari per i secessionisti. Il Washington Post (che è ufficialmente il quotidiano del Deep State da quando Jeff Bezos, il miliardario di Amazon, l’ha acquistato per conto della CIA) ha definito la proposta di Putin “una trappola”. A Vienna, Tillerson ha se possibile rincarato la dose: “la Russia arma, guida e combatte insieme alle forze anti-governo”, e poi appunto: “mai accetteremo l’annessione della Crimea”, eccetera. Il tono è stato tale, che il ministro Lavrov s’è detto “allarmato del tentativo di trasformare il senso della nostra proposta di sostituire l’OSCE con l’ONU”, e ha detto che a questo punto, “non ci sarebbe più processo di Minsk”.

Tillerson ha detto anche: “I russi hanno resistito a lungo ad una forza di mantenimento della pace, ma ora hanno accettato…”. Anders Rasmussen , già capo civile della NATO fino al 2014, nel forum di politica estera Berlino,ha suggerito che i Caschi Blu da piazzare in Ucraina(praticamente solo truppe NATO) dovrebbero essere diecimila. “La Russia deve capire che una normalizzazione delle relazioni tra Russia e Occidente dipende dal rapporto fra Mosca e Kiev. Questo deve capire la Russia”: Insomma secondo istruzioni, la Russia è stata messa sul banco degli accusati per non riconoscerla come mediatrice. Una tattica ben nota.

https://www.voanews.com/a/vienna-tillerson-sparred-lavrov-ukraine-conflicts/4153877.html

Il punto è tirare in lungo, mentre si affama la popolazione del Donbass. Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite ha annunciato che da febbraio interromperà le consegne di alimentari nell’Est Ucraina, per mancanza di fondi: ha chiesto ai paesi donatori 200 milioni di dollari, ne ha ricevuto solo il 30%. Nelle attuali condizioni, la popolazione nell’Ucraina orientale ha di fronte la carestia. Anche questa una tattica di guerra ibrida ben nota, vedi Yemen.

Fortuna che Lavrov non ha perso il suo proverbiale senso dell’humour. A margine dell’incontro, a proposito della decisione unilateraledi Donald di fare di GErusalemme la capitale di Sion, ha rivelato ai giornalisti. “Rex [Tillerson] mi ha lasciato capire che gli Usa si attendono di fare “l’accordo del secolo” che risolverà il conflito israelo-palestinese d’un solo colpo. Certamente vogliamo capire come vedono avvenbire questo”.

Sigmar Gabriel critica Washington e “ammira” Pechino
Da segnalare come fatto positivo il cambiamento di tono del ministro tedesco degli Esteri Sigmar Gabriel (che probabilmente resterà su quella poltrona se si riforma la grande coalizione di governo). Miracolo dello sbiadire di Angela Merkel, il 5 dicembre a Berlino, Gabriel ha ammesso che “la percezione implicita del ruolo fondamentalmente protettore degli Stati Uniti nonostante dispute occasionali, comincia a collassare”, ed ha espressamente sottolineato che questo resterà anche se Trump venisse mandato via dalla Casa Bianca. “Il ritiro degli Stati Uniti non dipende da un solo presidente. Ciò non cambierà in modo fondamentale nemmeno dopo le elezioni”. Sostanzialmente, con precisione “implacabile che fa pensare a una risoluzione operative” (così Philippe Grasset), Gabriel ha scandito: gli Usa non fanno più la loro parte; debbono diventare per noi (Germania, Europa) un blocco di potenza fra gli altri; la Germania si deve rifiutare di seguire gli Usa nelle sue avventure di politica estera che sono completamente estranee ai nostri interessi e alla nostra visione del mondo”: Qui ha citato le sanzioni alla Russia, che mettono in pericolo “gli interessi economici nostri”; sulla Siria, al contrario di Roosevelt che consigliava di “parlare piano e agitare un grosso bastone” noi “abbiamo gridato forte e agitato un bastone piccolo”; poi c’è il ripudio Usa dell’accordo con l’Iran, e adesso la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale ebraica.

Mai in nessun momento Sigmar Gabriel ha citato la NATO. Per contro, ha citato ampiamente la iniziativa One Belt One Road” (la nuova Via della Seta) come “concetto geostrategico in cui la Cina applica le sue concezioni d’ordine: politica commerciale, geografia, geopolitica, ed eventualmente anche forza militare”. Precisando subito che le sue parole “non hanno affatto lo scopo di “biasimare la Cina”, ma al contrario di “suscitare il rispetto e l’ammirazione. Noi, in Occidente, potremmo essere a giusto titolo criticati per non aver concepito alcuna strategia paragonabile”.

Possibile che Angela Kasner in arte Merkel sia così sbiadita? Che la Germania si svegli dal sonno dogmatico?

Forse contribuisce al risveglio l’interesse. Nell’ambito della One Belt One Road , Pechino guida l’iniziativa ”16 + 1” che sta rafforzando la cooperazione con 11 paesi membri della UE e cinque paesi balcanici: Albania, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia e Slovenia. La regione ha una popolazione di 120 milioni di persone.

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La ferrovia Ungheria-Serbia fatta coi cinesi. E’ solo il primo tratto di una futura rete che unirà i Balcani meridionali. Anzi, molto oltre:

 

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la linea Baku-Tbilisi -Kars che unirà il Mar Nero al Caspio.

La cooperazione ha come punta di lancia le INFRASTRUTTTURE. Il premier Orban ha stretto con la Cina un accordo per una linea ferroviaria nord-Sud dalla Polonia ai Balcani meridionali. La maggior parte degli investimenti cinesi sarà concentrata in Ungheria. Il 28 novembre è partito da Mortara il primo treno merci cinese diretto a Chendu Cina, 17 vagoni con merci italiane. La frequenza dei convogli dipenderà dall’intensià del’interscambio.

Naturalmente “nostra” classe “dirigente” ha ben più concrete preoccupazoni:

 

Altro che immigrati, delinquenza e disoccupazione….abbiamo paura dei fassisti.