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2268.- Xi Jinping va da Macron. Parigi prepara la mossa anti Italia

Macron è un fetente, ma non è scemo. Funziona meglio l’asse Washington-Parigi-Berlino o l’asse Washington-Roma? Sarà Pechino a deciderlo? E l’Ue? L’incontro di Xi Jinping con la UE è previsto per il 9 aprile e, allora, come leggiamo questi incontri di Roma e Parigi? Di certo, L’Italia deve battersi da sola in Europa. Il problema è Strategico ed è tutto europeo: l’Italia aveva già ceduto per metà il Controllo dello Spazio Aereo ai cinesi e, ora, cede lo sviluppo della telefonia mobile di 5G a Huawei,piuttosto che a società italiane o europee. Malgrado, gli avvertimenti di Washington sulla sicurezza e i rischi, dopo i treni che già collegano Wuhan a Lione, saremo il secondo paese del G7 à entrare nella “nuova via della seta”.
L’italia aprirà alla Cina la porta sud del’Europa in modo più efficace dei treni con la Francia e della Grecia con il porto di Salonicco. Il porto di Trieste farà guadagnare cinque giorni alle merci cinesi, che si ritroveranno direttamente nel cuore dell’ Europa e, a Trieste, le merci possono giungere in ferrovia dalla Russia e imboccare la TAV, fino a Lione. Non dovremo sottovalutare il rischio di controllo e di proprietà a lungo termine delle infrastrutture strategiche (porti) e della cessione di tecnologia. Possiamo dire che le politiche dell’austerità di Bruxelles e l’ostilità di Parigi, alla fine, ci hanno portato fra le braccia di Xi? Il detto “L’unione fa la forza” è una chimera. Sono questi i punti su cui terrei il dibattito.



L’articolo è di Lorenzo Vita, per Occhi della guerra. 25 marzo 2019:

Emmanuel Macron incontra Xi Jinping, lo invita a Parigi e con lui chiama a raccolta anche Angela Merkel e Jean-Claude Juncker. Ormai sembra impossibile non vedere in ogni azione del presidente francese una mossa tesa a colpire gli interessi italiani. Ma è del tutto evidente che questa decisione di chiamare a raccolta all’Eliseo la triade per eccellenza dell’Ue per vedere il leader cinese ha un chiaro messaggio politico internazionale. Macron vuole parlare a nome della Francia ma anche dell’Europa. E guarda caso, proprio dopo la visita di Xi in Italia: viaggio che ha creato una breccia di non poco conto sia nei rapporti Italia-Europa che nei rapporti fra Italia e Stati Uniti.

L’impressione che si ha in questi giorni è che la Cina non sia il vero e proprio “rivale sistemico” dell’Europa, come definito in questi giorni dai vertici Ue. Il rischio è che quella del capo dell’Eliseo e di Frau Merkel sia l’ennesima mossa per fare in modo che l’Italia non abbia modo di beneficiaredi una pur minima posizione di vantaggio. Anzi, la premiata coppia franco-tedesca sembra aver messo in atto un piano perfetto, sfruttare l’allontanamento fra Roma e Washington e colpire subito dopo dall’Europa le possibilità italiane nella Nuova Via della Seta.

Il doppio gioco di Francia e Germania sulla Cina è a questo punto un metodo a dir poco perfetto. Ma facilmente individuabile. Macron ha dapprima urlato allo scandalo per l’approccio italiano alla Nuova Via della Seta, ribadendo che fosse necessario un approccio comune europeo nei confronti della Cina. Poi però cosa ha fatto? Ha steso il tappeto rosso all’imperatore di Pechino facendo capire fisicamente a Xi Jinping che l’Unione europea è a trazione franco-tedesca. E questo non implica una sudditanza, ma una doppia strategia: mostrarsi come i veri (unici) interlocutori in Europa e frenare qualsiasi tipo di avanzata cinese in Ue che non sia autorizzata da questo duopolio. Una strategia a tutto tondo che prevede diversi obiettivi.

Parigi vuole intrattenere con Pechino rapporti proficui. E questo è confermato dal fatto che anche in Francia verranno sottoscritte alcune intese che andranno dal settore nucleare a quello aerospaziale fino all’energia pulita, tema particolarmente caro proprio a Macron in funzione anti Trump. “Abbiamo molte cose da fare assieme, in termini di azione climatica e multilateralismo, ma dobbiamo anche difendere i nostri interessi”, ha detto Macron a Bruxelles giovedì scorso. E nel frattempo prepara una manovra che ha un significato molto profondo, a dimostrazione di quanto sia fondamentale capire che il capo dell’Eliseo non sia per niente uno sprovveduto.

Da un lato si proporrà come interlocutore europeo privilegiato rispetto alla Cina. Dall’altro lato, prepara insieme alla Merkel le contromosse per fermare la Cina in Europa. Come? Con una proposta che l’asse franco-tedesca pensa di rispolverare dai cassetti della Commissione europea, dove giace indisturbata da qualche anno. Come spiega Repubblica, il progetto di chiama Ipi ed è una norma “che vieterebbe alle imprese di Paesi extra Ue, cinesi in primis, di partecipare alle gare pubbliche d’appalto in Europa, se quei Paesi non garantiscono parità di accesso alle aziende comunitarie. Di fatto significa escludere Pechino da tutte le commesse infrastrutturali, che sul proprio territorio il Dragone ‘riserva’ ai campioni locali”.

L’idea franco-tedesca arriva insieme al nuovo sistema di monitoraggio sugli investimenti extra Ue approvato dall’Unione in questi giorni. Uno scudo che guarda caso è arrivato proprio alcuni giorni prima della visita di Xi Jinping in Italia e cui sia il governo italiano che quello britannico si sono astenuti. Una scelta che serve a Roma per entrare nella Nuova Via della Seta e per aprire agli investimenti cinesi. E che adesso ci porta a vedere un pericoloso avvicinamento fra i desiderata di Donald Trump e quelli della coppia Macron-Merkel.

2266.- il testo definitivo del Memorandum Italia-Cina. Ci sono anche le tlc

da Start

Ci sono anche le tlc, ma si era sentito dire che Mattarella le avrebbe bloccate. Del resto, la Cina è già dentro l’Ente Nazionale Assistenza al Volo, ENAV. Più di così?

Il Governo della Repubblica Italiana ed il Governo della Repubblica Popolare cinese (di seguito definite “le Parti”) mossi dall’intento di approfondire la cooperazione bilaterale concreta; Accogliendo con favore l’organizzazione del “Belt and Road Forum for International Cooperation”, tenutosi a Pechino nel maggio 2017;

Riconoscendo l’importanza ed i benefici derivanti da un miglioramento della connettività tra Asia ed Europa ed il ruolo che l’iniziativa “Belt and Road” può svolgere a tale riguardo; Richiamando il Comunicato congiunto della Tavola Rotonda dei Leader al “Belt and Road Forum for International Cooperation”;

Richiamando il Piano d’Azione per il rafforzamento della cooperazione economica, commerciale, culturale e scientificotecnologica tra Italia e Cina 2017-2020, adottato a Pechino nel maggio 2017;

Richiamando il Comunicato congiunto della Nona sessione del Comitato intergovernativo Italia-Cina, tenutasi a Roma il 25 gennaio 2019 e l’impegno ivi espresso per promuovere il partenariato bilaterale in uno spirito di mutuo rispetto, uguaglianza e giustizia, con modalità reciprocamente vantaggiose, nell’ottica di una rafforzata solidarietà globale;

Consapevoli del comune patrimonio storico sviluppato lungo le vie di comunicazione terrestri e marittime tra l’Europa e l’Asia, nonché del tradizionale ruolo dell’Italia quale terminale della Via della Seta marittima; Rinnovando il comune impegno all’osservanza degli scopi e dei principi espressi nella Carta delle Nazioni Unite ed alla promozione di una crescita inclusiva e di uno sviluppo sostenibile, in linea con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici;

Richiamando altresì gli obiettivi stabiliti dall’Agenda Strategica di Cooperazione UE-Cina 2020 e i principi che guidano la Strategia UE per la Connettività tra Europa ed Asia adottata nell’ottobre 2018; hanno raggiunto i seguenti intendimenti:

Paragrafo I: Obiettivi e Principi guida della Collaborazione 1.

Le Parti si adopereranno insieme nell’ambito dell’Iniziativa “Belt and Road” al fine di tradurre i rispettivi complementari punti di forza in reciproci vantaggi per una collaborazione concreta ed una crescita sostenibile, sostenendo le sinergie tra l’iniziativa “Belt and Road” e le priorità identificate nel Piano d’Investimenti per l’Europa e le Reti di Trasporto Trans-Europee, tenuto conto delle discussioni in corso in seno alla “Piattaforma di connettività UE-Cina”. In tal modo, le Parti intendono anche rafforzare i rapporti politici, i legami economici e gli scambi diretti tra i due popoli. Le Parti rafforzeranno la collaborazione e promuoveranno la connettività regionale in un contesto aperto, inclusivo e bilanciato, vantaggioso per tutti, così da promuovere la pace, la sicurezza, la stabilità e lo sviluppo sostenibile nella regione. 2. Le Parti promuoveranno la collaborazione bilaterale sulla base dei seguenti principi:

(i) Guidate dagli obiettivi e dai principi della Carta delle Nazioni Unite, le Parti lavoreranno per lo sviluppo e la prosperità comuni, per una più profonda fiducia reciproca e una collaborazione di mutuo vantaggio;

(ii) Nel rispetto delle rispettive leggi e regolamenti nazionali ed in conformità con i rispettivi obblighi internazionali, le Parti si sforzeranno di promuovere il regolare sviluppo dei loro progetti di collaborazione;

(iii) Le Parti esploreranno possibili sinergie e assicureranno coerenza e complementarietà con i meccanismi di collaborazione bilaterali e multilaterali e con le piattaforme regionali di cooperazione già esistenti.

Paragrafo II: Ambiti di Collaborazione. 3 Le Parti collaboreranno nei seguenti settori:

1. Dialogo sulle politiche. Le Parti incoraggeranno sinergie e consolideranno la comunicazione e il coordinamento. Promuoveranno inoltre il dialogo sulle politiche relative alle iniziative di connettività e sugli standard tecnici e regolamentari. Le Parti si adopereranno congiuntamente nell’ambito della Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB), al fine di promuovere la connettività, in conformità con gli scopi e le funzioni della Banca.

2. Trasporti, logistica e infrastrutture. Entrambe le Parti condividono una visione comune circa la necessità di migliorare il sistema dei trasporti in un’ottica di accessibilità, sicurezza, inclusione e sostenibilità. Le Parti collaboreranno nello sviluppo della connettività infrastrutturale, compresi aspetti quali le modalità di finanziamento, l’interoperabilità e la logistica, in settori di reciproco interesse (quali strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia – incluse le energie rinnovabili e il gas naturale – e telecomunicazioni). Le Parti esprimono il loro interesse a sviluppare sinergie tra l’iniziativa “Belt and Road”, il sistema italiano di trasporti ed infrastrutture -quali, ad esempio, strade, ferrovie, ponti, aviazione civile e porti- e le Reti di Trasporto Trans-europee (TEN-T). Le Parti accolgono con favore le discussioni in seno alla “Piattaforma di connettività UE-Cina” tese a migliorare l’efficienza della connettività tra Europa e Cina. Le Parti collaboreranno al fine di facilitare lo sdoganamento delle merci, rafforzando la cooperazione per trovare soluzioni di trasporto sostenibile, sicuro e digitale, nonché nei relativi piani di investimento e finanziamento. Le Parti sottolineano l’importanza di procedure di appalto aperte, trasparenti e non discriminatorie.

3. Commercio ed investimenti senza ostacoli. Le Parti si adopereranno al fine di accrescere investimenti e flussi di commercio in entrambe le direzioni, così come la collaborazione industriale bilaterale, nonché la collaborazione nei mercati di Paesi terzi, attraverso l’individuazione di modalità utili a favorire una reale ed  efficace collaborazione reciproca. Le Parti ribadiscono la comune volontà di favorire un sistema commerciale e di investimenti libero ed aperto, contrastare squilibri macroeconomici eccessivi e opporsi all’unilateralismo e al protezionismo. Nel quadro dell’Iniziativa “Belt and Road”, le Parti incoraggeranno una collaborazione commerciale ed industriale trasparente, non discriminatoria, aperta e libera; procedure di appalto aperte; la messa in opera di un level playing field ed il rispetto per i diritti di proprietà intellettuale. Le Parti esploreranno modalità di collaborazione e di partenariato più strette che siano reciprocamente vantaggiose e che comportino anche il miglioramento della cooperazione Nord-Sud, Sud-Sud e triangolare.

4. Collaborazione finanziaria. Le Parti rafforzeranno la comunicazione ed il coordinamento bilaterali in tema di politiche fiscali, finanziarie e di riforme strutturali, al fine di creare un ambiente favorevole alla cooperazione economica e finanziaria, anche attraverso l’istituzione del Dialogo Italia-Cina a livello finanziario tra il Ministero dell’Economia e delle Finanze della Repubblica Italiana ed il Ministero delle Finanze della Repubblica Popolare Cinese. Le Parti favoriranno partenariati tra le rispettive istituzioni finanziarie per sostenere congiuntamente la collaborazione in materia di investimenti e finanziamenti, a livello bilaterale e multilaterale e nei confronti di Paesi terzi, nel quadro dell’iniziativa “Belt and Road”.

5. Connettività people-to-people. Le Parti cercheranno di ampliare gli scambi interpersonali, sviluppare la rete di città gemellate, valorizzare il Forum Culturale Italia-Cina per la realizzazione dei progetti di gemellaggio tra siti italiani e cinesi registrati dall’UNESCO quali patrimoni dell’umanità. Esse promuoveranno forme di collaborazione, tra le rispettive Amministrazioni, sui temi dell’istruzione, della cultura, della scienza, dell’innovazione, della salute, del turismo e della previdenza pubblica. Le Parti promuoveranno scambi e collaborazioni tra le rispettive Autorità locali, i mezzi di comunicazione, think-tank, le università e tra i giovani.

6. Cooperazione per lo Sviluppo verde. Le Parti sostengono pienamente l’obiettivo di sviluppare la connettività seguendo un approccio sostenibile e rispettoso dell’ambiente, promuovendo attivamente il processo di transizione globale verso lo sviluppo verde, a bassa emissione di carbonio e l’economia circolare. In questo spirito, le Parti collaboreranno nel campo della protezione ecologica ed ambientale, dei cambiamenti climatici ed in altri settori di reciproco interesse. Le Parti scambieranno opinioni sullo sviluppo verde e promuoveranno attivamente la realizzazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e l’Accordo di Parigi sui Cambiamenti climatici. Il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare della Repubblica Italiana parteciperà attivamente alla Coalizione Internazionale per lo Sviluppo Verde nell’ambito dell’iniziativa “Belt and Road”, avviata dal Ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente della Repubblica Popolare Cinese e dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP).

Paragrafo III: Modalità di Collaborazione 

1. Le modalità di collaborazione possono includere – ma non saranno limitate a: (i) Scambi di visite ad alto livello e discussioni nel quadro dei meccanismi di scambio governativi e non governativi già esistenti. Le Parti amplieranno lo scambio di informazioni in vari settori e tramite molteplici canali, allo scopo di aumentare la trasparenza ed incoraggiare la partecipazione da ogni settore della società. (ii)Esplorare la possibilità di avviare programmi-pilota in settori chiave, scambi e cooperazione economica, ricerca congiunta, capacity building, scambi di risorse umane e formazione.

2. Le Parti individueranno modelli di collaborazione reciprocamente vantaggiosi al fine di promuovere l’attuazione dei principali progetti previsti nell’ambito dell’iniziativa “Belt and Road”. Le Parti seguiranno principi di mercato, promuoveranno la collaborazione tra capitale pubblico e privato, incoraggeranno gli investimenti e il sostegno finanziario attraverso modelli diversificati. Entrambe le Parti rinnovano il proprio impegno verso investimenti sostenibili da un punto di vista ambientale e sociale ed economicamente fattibili.

3. Le Parti esploreranno congiuntamente opportunità di collaborazione in Italia ed in Cina e discuteranno della collaborazione nei Paesi terzi. Le Parti si impegnano in favore di modalità di collaborazione vantaggiose per tutti i partecipanti e di 6 progetti che apportino benefici a Paesi terzi, sostenendone le priorità in termini di sviluppo e di bisogni delle popolazioni locali, in maniera sostenibile ed efficace dal punto di vista fiscale, sociale, economico ed ambientale.

4. Le competenti Autorità delle Parti possono finalizzare intese per la collaborazione in settori specifici e per la creazione di appositi meccanismi di collaborazione.

Paragrafo IV: Meccanismi di collaborazione

Le Parti utilizzeranno a pieno i meccanismi bilaterali già esistenti al fine di sviluppare la collaborazione nell’ambito dell’iniziativa “Belt and Road”. Il Comitato Governativo Italia-Cina sarà utilizzato per monitorare progressi e seguiti. Paragrafo V: Divergenze Interpretative Le Parti risolveranno amichevolmente eventuali divergenze interpretative del presente Memorandum d’Intesa mediante consultazioni dirette.

Paragrafo VI: Legge applicabile

Il presente Memorandum d’Intesa non costituisce un accordo internazionale da cui possano derivare diritti ed obblighi di diritto internazionale. Nessuna delle disposizioni del presente Memorandum deve essere interpretata ed applicata come un obbligo giuridico o finanziario o impegno per le Parti. L’interpretazione del presente Memorandum d’Intesa deve essere in conformità con le legislazioni nazionali delle Parti nonché con il diritto internazionale applicabile e, per quanto riguarda la Parte italiana, con gli obblighi derivanti dalla appartenenza dell’Italia all’Unione Europea.

***

Il presente Memorandum acquista efficacia alla data della firma.

Il presente Memorandum rimarrà valido per un periodo di cinque anni e sarà automaticamente prorogato di cinque anni in cinque anni, salvo che una Parte vi ponga termine dandone un preavviso scritto di almeno tre mesi all’altra Parte.

2264.- Perché non convincono del tutto le sintonie a 5 stelle fra Italia e Cina


di Gianfranco Polillo

via della Seta

Difficile non vedere in tutto questo movimento l’inizio di una piccola rivoluzione, dopo anni di torpore, in cui la Cina, in Europa, ha ottenuto quello che voleva, senza colpo ferire. Il commento di Gianfranco Polillo

La terza legge della dinamica stabilisce che a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Questo principio della fisica, a volte, vale anche per la politica. Non avviene sempre, ma di sicuro quando si è troppo ecceduto. Fino a qualche settimana fa i rapporti tra l’Occidente e la Cina popolare erano vissuti con grande discrezione. Ognuno faceva i propri affari, anche se quelli cinesi, data la mole di quel Paese, ma soprattutto la maggior potenza economica e finanziaria, erano certamente migliori.

Poi l’enfasi riporta dal Governo italiano sul memorandum of understanding che avrebbe dovuto dischiudere la “nuova via della seta”, unito al fantasmagorico viaggio di Xi Jinping, a Roma, con il suo numeroso seguito di dignitari, ha acceso un faro. E dato sostanza alle precedenti riserve americane, culminate nel suggerimento dell’ambasciatore Eisenberg. Rivolgendosi a Luigi Di Maio, in procinto di recarsi a Washington, secondo quanto riporta “Il sole”, lo avrebbe messo in guardia: sarà accolto con gentilezza, ma anche con molte, molte riserve.

Più istituzionale la reazione europea. Qualche giorno fa, esattamente lo scorso 13 marzo, la Commissione Europe aveva pubblicato un paper (Foreign direct investment in the Ue), in cui si aggiornavano precedenti studi in materia. Ma, soprattutto, si cercava di illustrare in che modo l’Europa stessa potesse essere condizionata dalla presenza del capitale estero. Specie se proveniente da quelle parti del Mondo (paradisi fiscali, mondo arabo o Cina comunista) considerate meno affidabili.

Inevitabile un lungo capitolo sulla Cina popolare in cui se ne metteva in evidenza la grande espansione, intervenuta soprattutto a partire dal 2013. Epoca in cui gli investimenti, in Europa, raggiungevano il valore di 25 miliardi, rispetto ai 2,5 del 2009 – 2010. Con l’aggravante ch’essi erano effettuati soprattutto da aziende pubbliche, controllate in larga misura dallo Stato centrale. La cui influenza – si legge nel rapporto – poteva orientare le acquisizioni di imprese europee più da un punto di vista strategico che non commerciale o finanziario. Tanto più che quelle stesse aziende potevano contare, grazie alla presenza dello Stato, su straordinari apporti finanziari.

Semplice teoria? Tutt’altro. Mentre a Roma il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, firmava, con la Cina, un protocollo, che, a suo dire, aveva solo un valore simbolico. Come se i simboli non contassero in politica estera. Bruxelles si apprestava a decretare un vero e proprio stato di assedio. Avendo la responsabilità della politica commerciale, ai quali principi i singoli Stati dovranno attenersi, intendeva varare un complesso di regole destinate, in qualche modo, a limitare le scorrerie che fino ad allora si erano verificate.

Saranno, ovviamente, regole generali. Ma che hanno un centro di imputazione precisa. Come facile vedere l’imputato numero uno è proprio la Cina. In prospettiva, infatti, vi dovrà essere uno screening sugli investimenti esteri. Saranno benvenuti quelli che non portano problemi. Respinti quelli che generano sospetti di natura politica. Sarà, in particolare, un’Autorità indipendente a valutarne i profili. Mentre una sorta di “golden power” europeo distinguerà i settori strategici da quelli semplicemente commerciali.

Altro tema è quello delle aziende pubbliche, partecipate dallo Stato. Non sarà consentito loro di partecipare ad eventuali appalti, per non alterare il principio di concorrenza. È infatti evidente che vi sarebbe uno squilibrio di base inaccettabile, data la loro maggiore facilità nel procurarsi le necessarie risorse finanziarie. Stessa cautela per l’acquisizione di altri asset su base competitiva. Vi dovrà, poi, essere reciprocità: quella trasparenza invocata dallo stesso Presidente della repubblica, Sergio Mattarella. Sarà impedito l’ingresso di quelle aziende i cui Paesi applicano limitazioni inaccettabili nei confronti di quelle europee.

Sullo sfondo, infine, la necessità di contribuire attivamente alla nascita di quei “campioni europei” che rappresentano la diga più forte al predominio in Europa dei grandi gruppi internazionali. Siano essi americani, cinesi o semplicemente apolidi. L’impegno maggiore dovrebbe essere prodotto proprio nei settori più strategici ed a più alto contenuto tecnologico. Imponendo quelle modifiche alla stessa legislazione antitrust che molti Paesi europei hanno usato come una clava, per impedire processi di razionalizzazione produttiva. Che alcuni di questi Paesi, poi, avessero già firmato gli accordi con la Cina, può essere letto maliziosamente, ma con una forte probabilità di non sbagliare.

Difficile non vedere in tutto questo movimento l’inizio di una piccola rivoluzione, dopo anni di torpore, in cui la Cina, in Europa, ha ottenuto quello che voleva, senza colpo ferire. Sembra quasi una legge del contrappasso. Xi Jinping che giunge a Roma per siglare l’intesa del secolo, con un Paese del G7; Bruxelles che, pur tra inchini e sorrisi, risponde alzando i ponti levatoi. Se fosse così, i 5 stelle non dovrebbero essere molto contenti. Hanno gestito l’affaire, violando regole e consuetudini internazionali. Hanno, di fatto, estromesso la Farnesina e concentrato tutto sul Ministero dello sviluppo economico. Come se la crescita degli scambi commerciali fosse un variabile indipendente rispetto alla politica estera. Ed ora si trovano isolati, nel mezzo di una piccola bufera. Di cui, forse, non hanno ancora contezza. Ma che presto ricadrà sulla loro testa.

2263.- Huawei con il 5G potrà spiare le basi Nato in Italia. Report centro studi Machiavelli


di Francesco Bechis e Rebecca Mieli . Il saggio sarà commentato nella sua stesura integrale in una prossima riunione.

Alcune nazioni occidentali si stanno trovando di fronte all’eventualità di implementare una tecnologia estremamente rilevante e invasiva tutta completamente ideata e gestita dalla Cina, e questa circostanza potrebbe tradursi in un prezzo da pagare in termini di sicurezza nazionale. A tal proposito, attraverso la rete 5G, la Huawei potrebbe avere accesso anche ai dati sensibili di milioni di cittadini in tutto il mondo. Ecco un estratto del report realizzato dal giornalista Francesco Bechis e dall’analista Rebecca Mieli per il centro studi Machiavelli promosso da Guglielmo Picchi, attuale sottosegretario della Lega agli Esteri

Nell’ambito di un imponente conflitto geostrategico ed economico tra Cina e Stati Uniti, la questione del 5G sta acquisendo un’importanza primaria, soprattutto per quanto concerne i presunti rischi alla sicurezza nazionale americana e dell’area atlantica. Oltre alle tensioni che circondano lo sviluppo della rete ultraveloce, negli ultimi mesi si sono sollevate anche numerosi voci circa i rischi della catena di approvvigionamento globale delle telecomunicazioni, in particolare dalle agenzie di intelligence americane, come la National Security Agency.

Questi dubbi circondano in primo luogo le compagnie di telecomunicazioni cinesi più importanti, ovvero Huawei e Zte (la seconda di proprietà statale), le quali secondo quanto contenuto dell’articolo 7 della legge cinese sull’intelligence emanata nel 2007, hanno – come tutte le aziende – l’obbligo di fornire ai servizi segreti di Pechino qualsiasi informazione ottenuta nell’esercizio del proprio lavoro all’estero. Gli Stati Uniti in particolare temono una rete globale o in larga parte controllata dalla Cina, considerandola un forte rischio per la propria sicurezza nazionale e per quella dei propri alleati. In primo luogo, dopo la scoperta di alcune backdoor inserite dai produttori cinesi nelle supply chain di alcuni prodotti della Super Micro, dal quale vengono assemblati devices di notissimi colossi tech Usa, Washington ha accusato la Cina di perpetrare attività di spionaggio attraverso dispositivi tecnologici.

Per questa ragione – a prescindere dallo sviluppo della rete 5G – le tecnologie hardware prodotte dai colosso tech cinesi sono state vietate da qualsiasi utilizzo istituzionale e governativo, nonché agli appaltatori governativi. Oltre alla questione dello spionaggio politico perpetrato attraverso backdoor, una delle maggiori critiche mosse all’affidabilità delle aziende cinesi nell’area delle telecomunicazioni è il fatto che il progetto della rete di nuova generazione collegherà centinaia di dispositivi contemporaneamente, andando senza dubbio ad aumentare le vulnerabilità degli stessi. Il dibattito sta coinvolgendo progressivamente sempre più Stati, dai Paesi in via di sviluppo (che grazie ai bassi costi delle aziende cinesi hanno l’opportunità di abbracciare queste nuove tecnologie) fino alle grandi potenze mondiali, europee e non, interessate a proficue collaborazioni con la Cina, ma allo stesso tempo preoccupate per la propria sicurezza nazionale.

Non sono da sottovalutare le remore statunitensi circa il traffico di dati sensibili che si ritroverebbero a viaggiare su una rete internet di progettazione cinese. Nei Paesi Nato (soprattutto Italia e Germania) queste preoccupazioni si accentuano a causa della presenza di basi militari e statunitensi e dell’Alleanza. Comunicazioni riguardanti informazioni militari o di intelligence potrebbero essere messe a rischio da una rete vulnerabile, un rischio che gli Stati Uniti (soprattutto secondo quanto dichiarato dal segretario di Stato Mike Pompeo) non sono intenzionati a correre e che si potrebbe tradurre nell’interruzione dei rapporti informativi tra funzionari militari e di intelligence.

L’approccio end-to-end della Huawei al 5G, ovvero quello per il quale l’azienda si propone di fornire sia componenti hardware sia software, rende l’azienda cinese attraente dal punto di vista del prezzo, ma problematica dal punto di vista delle vulnerabilità.

A tal proposito, rientrerebbero nelle sue competenze anche aggiornamenti e patch attraverso il quale – anche tramite backdoor – la Repubblica Popolare potrebbe prelevare un imponente flusso di informazioni. Ciò potrebbe costituire un grosso problema, soprattutto dopo le numerose accuse di furto di proprietà intellettuale, spionaggio economico e industriale.

Alcune nazioni occidentali si stanno trovando di fronte all’eventualità di implementare una tecnologia estremamente rilevante e invasiva tutta completamente ideata e gestita dalla Cina (ndr: Chi pensava che l’austerità avrebbe consentito alle nazioni europee di competere sui mercati mondiali, non teneva in conto, né che le università cinesi laureano un milione e mezzo di ingegneri all’anno né i capitali accumulati dalla Cina), e questa circostanza potrebbe tradursi in un prezzo da pagare in termini di sicurezza nazionale. A tal proposito, attraverso la rete 5G, la Huawei potrebbe avere accesso anche ai dati sensibili di milioni di cittadini in tutto il mondo.

La sicurezza dei dati e la privacy dei cittadini, altro grande pilastro della sicurezza dei Paesi occidentali, andrebbe a scontrarsi inevitabilmente – secondo i più critici – con la preponderanza assoluta della legge sull’intelligence cinese. Le aziende che – come Huawei – si faranno promotrici di una rete internet ultraveloce «Made in China», andrebbero quindi non solo a disporre della capacità di estrarre informazioni classificate nei confronti dell’Alleanza Atlantica e dei suoi Stati Membri, ma anche di dati e informazioni sensibili riguardanti la cittadinanza qualora richieste dai Servizi segreti cinesi.

2262.- Con il MoU l’Italia sarà sottomessa alla Cina. Parla Giulio Terzi (ex ministro degli Esteri nel governo Monti)


di Marco Orioles

All’Ovest, niente di nuovo. Gira e volta anche Conte fa il ducetto: sgambetta Trump che non venne a Palermo e si firma da solo i trattati internazionali. Ora, in Libia, chiederà aiuto a Xi Jinping.

“Il governo Conte dice che il MoU non è un trattato. Però attenzione: è un documento, che vale cinque anni, tra lo Stato italiano e quello cinese. È dunque politicamente impegnativo. Quindi, se domani ci fosse un altro governo, la Cina avrà modo di dire che è vincolato da quel documento, almeno per cinque anni. Ci rendiamo conto della leva enorme che un simile documento costituisce per condizionare l’Italia? Ad ogni passo che faremo d’ora in poi su qualcosa che può infastidire la Cina, il nostro ambasciatore a Pechino sarà convocato e gli si chiederanno spiegazioni. Il MoU è un documento di sottomissione”. Parola di Giulio Terzi, ex ministro degli Esteri nel governo Monti, già ministro degli Esteri e ambasciatore d’Italia in Israele e negli Stati Uniti, ora vicino al movimento Fratelli d’Italia e presidente della società CybSec

Oggi è il gran giorno: nel pomeriggio, due Boeing 747 atterreranno a Roma facendo scendere Xi Jinping con il suo folto seguito. È la prima visita di Stato dell’attuale presidente cinese in Italia ed è anche, a quanto pare, l’atto primo di una incipiente collaborazione italo-cinese che si dispiegherà sul terreno dell’ormai famosa “Belt and Road Initiative” (Bri), la Nuova Via della Seta.

Sabato mattina, insieme al premier Giuseppe Conte e al capo del Mise Luigi di Maio, il n. 1 della Repubblica Popolare firmerà il Memorandum of Understanding (MoU) che regolamenterà la nostra partecipazione alla Bri. Primo Paese del G7 e primo membro fondatore dell’Unione Europea a fare questo passo, l’Italia diventerà così un tassello fondamentale della strategia cinese che, per il tramite di ambiziosi progetti infrastrutturali, incrementerà non poco la penetrazione economica del Dragone nel Vecchio Continente. Dando comunque al nostro Paese l’opportunità, debitamente sottolineata da autorevoli esponenti del governo gialloverde, di inserirsi nei robusti flussi commerciali che scorreranno lungo la Via della Seta, facendo così sperabilmente aumentare il nostro export in direzione del mercato cinese.

In cambio di questi benefici economici, però, la Repubblica Italiana pagherà un prezzo. E molto caro. A sottolinearlo, e a lanciare l’allarme, è l’ex ministro degli Esteri del governo Monti, Giulio Terzi. Che, da un paio di settimane a questa parte, è particolarmente attivo su Twitter. Dal suo profilo sono partiti numerosi moniti e denunce. Che descrivono i pericoli insiti nella firma del MoU. Pericoli che, in questa conversazione con Start Magazine, Terzi snocciola, uno per uno, sollevando una serie di problemi rilevanti.

Dunque, Giulio Terzi: abbiamo osservato la sua fervida attività su Twitter, e non potevamo non notare che lei ha definito la firma del Mou “una follia” e lanciato addirittura l’hashtag #ViadellaSottomissione. Si vuole spiegare?

Ho scoperto una cosa: come se non bastasse il MoU, è stata redatta una dichiarazione congiunta che sarà emanata alla fine della visita di Xi. In quel testo si dice che l’Italia riconosce il principio di “una sola Cina”. Ricordo che noi quel principio lo intendiamo come “una Cina, due sistemi”. Noi infatti riconosciamo Taiwan, sia pure non con rapporti diplomatici ma con la presenza di un ufficio di rappresentanza nell’isola, e con uno di Taiwan da noi. Taiwan è una realtà che va tutelata, perché ha valori occidentali, rispetta lo Stato di diritto, i diritti umani. Prima di Xi, la Cina riconosceva la diversità dei sistemi. Da quando c’è Xi, non è più così.

Che altro dice questa dichiarazione?

Si dice che le parti sosterranno le questioni che sono di interesse prioritario, ossia le questioni che sono prioritarie per la politica estera dei due paesi. Affermare una cosa del genere da parte di un Paese che è parte di un’alleanza politica, militare e strategica con gli Stati Uniti e che ha degli interessi di sicurezza comuni con il Giappone e l’Australia, e in un certo senso anche con le Filippine, è assurdo. È assurdo affermare una cosa del genere assieme ad un Paese che ha rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale in aperto conflitto con tanti paesi, tra cui le Filippine per esempio, le quali hanno ottenuto una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia contro il comportamento della Cina, condannata per aver militarizzato di nove isolotti in un mare che Pechino considera un mare interno, quando invece è un mare aperto. La Cina ha come preoccupazione fondamentale appropriarsi di quel Mare in contrasto con Vietnam, Filippine, Brunei, Indonesia. Quindi, firmando quella dichiarazione, l’Italia si allontanerà dal rispetto del diritto internazionale che dice il contrario di quanto affermano i cinesi, e si impegna invece a sostenere le rivendicazioni cinesi quando questo problema verrà fuori in qualsiasi sede multilaterale o bilaterale. Questo solo per dirne una.

C’è dell’altro?

Certamente. Se la Cina è preoccupata di cambiare la composizione etnica dello Xinjang e di espellere i tibetani dal Tibet per sostituirli con i cinesi Han, come sta facendo da parecchi anni, noi non potremo associarci con le posizioni europee ed occidentali che esprimono preoccupazione per questi fenomeni. E dovremo dire che ha ragione la Cina nello spopolare il Tibet o nel reprimere i musulmani dello Xinjang, La nostra quindi è una posizione inquietante.

Ma tutto questo, scusi, cosa c’entra con il MoU, che è un accordo bilaterale tra Paesi di pari dignità?

Questo ragionamento oscura il problema di fondo della Bri. La Cina persegue, nei rapporti con gli altri Paesi nell’ambito della Via della Seta, un vero e proprio dominio globale. Persegue una presenza strategica basata su una caratteristica fondamentale: l’integrazione tra componente civile e militare. I porti coinvolti nella Bri saranno sì utilizzati per motivi commerciali, ma allo stesso tempo saranno predisposti con l’organizzazione di punti d’appoggio per la flotta cinese. Una flotta non più limitata alle acque territoriali cinesi, ma di grande proiezione, che comprende la presenza di portaerei e caccia. Questa integrazione la si vede chiaramente nei campi dell’alta tecnologia e dell’innovazione. Tutta l’agenda cinese sulla sfera Cyber, o sull’AI, sullo spazio, sui robot, parte dall’individuazione di tutte le tecnologie che possano far fare dei salti di qualità e di efficienza al sistema militare. È tutto un sistema integrato, finalizzato a ottenere la superiorità in tutti i campi. Quindi, andare a firmare con un gigante che ha queste ambizioni un’intesa politica, confermata dalla dichiarazione politica di cui parlavo prima, che prevede di adattare la nostra politica estera ai desiderata di Pechino, è semplicemente una follia.

Ma, ripeto, non stiamo parlando di un accordo bilaterale, basato quindi sulla reciprocità?

Sarebbe reciproco se l’Italia avesse un peso economico e militare anche lontanamente assimilabile a quello della Cina. Ma noi siamo uno gnomo che ha a che fare con un gigante. Allora il rapporto nasce sbilanciato. Sa questo gigante cosa farà d’ora in poi? Dirà che i nostri obiettivi sono una scemenza al confronto dei suoi. Questo atteggiamento la Cina l’ha già mostrato in vari incontri internazionali. Per fare un esempio, un paio di anni fa ad un meeting dei Paesi del Sud-est Asiatico, qualcuno, credo il Vietnam, disse che bisognava parlare tra pari. Sa cosa rispose il ministro degli Esteri cinese? Rispose: ma quale pari e pari! Voi avete a che fare con un Paese di un miliardo e trecento milioni di persone! Quindi, come vi permettete di dire che le cose che interessano a noi sono pari ai vostri interessi? Se lo fanno con i paesi asiatici, si figuri se non lo faranno con noi.

Quindi, per sintetizzare, stiamo per firmare la nostra annessione all’impero cinese?

Il nostro è un atteggiamento sottomesso. Il governo ci dice, naturalmente, che il MoU non è un trattato. Però attenzione: è un documento, che vale cinque anni, tra lo Stato italiano e quello cinese. È dunque politicamente impegnativo. Quindi, se domani ci fosse un altro governo, la Cina avrà modo di dire che è vincolato da quel documento, almeno per cinque anni. Ci rendiamo conto della leva enorme che un simile documento costituisce per condizionare l’Italia? Ad ogni passo che faremo d’ora in poi su qualcosa che può infastidire la Cina, il nostro ambasciatore a Pechino sarà convocato e gli si chiederanno spiegazioni. Il MoU è un documento di sottomissione.

Lei tra l’altro su Twitter ha ricordato che anche che il dossier telecomunicazioni è parte integrante dell’accordo con Pechino.

Certamente. Sta scritto nel MoU. Mi sembra indicativo anche il modo in cui è stato prima inserito nella bozza di novembre, e poi per lungo tempo ci sono state smentite. Sembrava che, dopo l’intervento del Quirinale, fosse subentrato un momento di attesa. Invece, nel MoU adesso si trova la parola telecomunicazioni. Che vuol dire tutto: Cyber, 5G, Huawei.

Quindi, oltre ad aspetti di sostanza, lei contesta anche il metodo con cui si è arrivati al MoU.

Senz’altro. Un passo così importante doveva essere fatto sotto i riflettori. Doveva esserci la massima trasparenza nei confronti del Parlamento e dell’opinione pubblica. Invece c’è stato un gioco di sotterfugi, falsità e doppiezze. Non si capisce davvero come venga declinato l’interesse nazionale. Vogliamo davvero che Trieste faccia la fine del Pireo? Lo sa chi costruirà le infrastrutture a Trieste? Le costruirà la CCCC, una società di Stato cinese, fintamente privatizzata ma con capitali di Stato. La CCCC si occuperà di tutto, dal progetto alle maestranze. Noi non toccheremo palla.

Quindi hanno ragione gli americani: quelli cinesi sono investimenti predatori.

Certamente. È così in tutto il mondo. I primi otto Paesi che hanno aderito alla Via della Seta, in due anni, hanno nettamente peggiorato il loro indebitamento, grazie agli interessi sul debito, alle scadenze non onorate e agli impegni che sono stati costretti a prendere da Pechino. Le cito come sono cambiati i dati sul rapporto debito-Pil per effetto degli investimenti Bri: Laos, dal 50 al 70%; Kirghizistan, dal 23 al 74%; Maldive, dal 39 al 75%; Montenegro, dal 10 al 42%; Gibuti, dall’80 al 95%; Tagikistan, dal 50 all’80%; Mongolia, dal 40 al 60%; Pakistan, dal 12 al 48%. Si dice che la Bri porti ricchezza, e invece porta povertà. Porta ricchezza solo per i cinesi.

C’è un ritratto di Michele Geraci – il sottosegretario al Mise in quota Lega che è il regista dell’operazione Bri – sul South China Morning Post di ieri. Che ne pensa?

È normale. Per i cinesi, Geraci è un eroe. Gli daranno sicuramente la più alta onorificenza.

2249.- A CHI CONVIENE DAVVERO L’ACCORDO TRA ITALIA E CINA PER LA VIA DELLA SETA

Un dragone in casa. Come funziona la nuova via della seta

Divorati dal Dragone: è il rischio degli Stati che non rispettano gli impegni assunti con la “Belt and Road Initiative”. È successo in Sri Lanka ma anche in Grecia. Ecco perché il memorandum che l’Italia firmerà con la Cina mette in allarme l’Europa.

Alberto Berlini: Astronauta mancato, come molti suoi coetanei. Cronista per Today.it. Classe 1984, cresce a Santarcangelo di Romagna, dove inizia a collaborare con il Resto del Carlino nel 2000. Studia Sociologia all’università di Urbino dove tra i primi in Italia analizza l’evoluzione del giornalismo digitale e poi a Roma dove si laurea con una tesi su satira e conservatorismo americano. Dopo esperienze nel mondo della comunicazione, ritorna al giornalismo collaborando con la redazione romana di Affaritaliani.it. Collabora con Citynews dal giugno 2016.“

Xi’an Railway Cargo Container Center-

Sul memorandum d’intesa tra Italia e Cina si sarebbe creata “una tempesta in un bicchier d’acqua” secondo il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Ma è davvero così? Tutto nasce da un’intesa che il governo italiano dovrebbe firmare in occasione della visita a Roma di Xi Jinping, segretario generale del Partito Comunista Cinese e presidente della Repubblica Popolare Cinese .

Come spiega giustamente il ministro Tria nel memorandum d’intesa Italia-Cina -di cui Today ha già dato conto- si ribadiscono alcuni principi di collaborazione e di cooperazione economico-commerciale. “Ovviamente – prosegue Tria – nessuna regola commerciale ed economica viene cambiata, e non sarebbe neppure nelle possibilità italiane, visto che il commercio internazionale è una competenza europea. Detto questo, forse questo bisogna tenere conto di alcune preoccupazioni“.

Cina, via della seta: cosa c’è da sapere

Per fare chiarezza quindi facciamo un passo indietro.

Negli ultimi giorni si è tornati a parlare della Belt and Road Initiative – o comunemente rinominata “la Nuova via della seta” – è un’iniziativa strategica della Repubblica Popolare Cinese lanciata nel 2013 per il miglioramento dei collegamenti commerciali euroasiatici attraverso direttrici terrestri e marittime.

L’Unione europea, dal canto suo, si focalizza sulle questioni legali: i Paesi comunitari temono che la Cina possa egemonizzare gli appalti infrastrutturali …

La «Via della Seta» unirà con l’alta velocità Europa e Asia…se si farà.

Ma come funziona l’inziativa sinica? In pratica Pechino cofinanzia infrastrutture utili alla Cina tramite una banca d’investimento, la AIIB di cui è partner fondatore anche l’Italia, e un fondo ad hoc, il Silk Road Fund. Ovviamente non si tratta di prestiti “a babbo morto”: se gli stati non rimborsano le quote le infrastrutture diventano di proprietà degli investitori, in modo non dissimile da quello che sta succedendo in Grecia.

L’Italia è direttamente coinvolta nella Belt and Road Initiative come approdo nel Mediterraneo del merci in transito verso il Nord Europa. Gentiloni, presidente del Consiglio dei Ministri durante il Summit di Pechino nel 2017 mise sul piatto i porti di Venezia, Trieste e Genova.

Bri, tutti i dubbi sulla nuova via della seta

Tuttavia quella che appare una iniziativa di largo respiro ha suscitato molti dubbi – sopprattutto derivati dall’attivismo cinese – e nell’aprile del 2018 27 su 28 ambasciatori dell’Unione europea in Cina hanno firmato un rapporto che critica i metodi della Belt and Road Initiative cinese

La relazione critica aspramente il progetto denunciandolo come concepito per ostacolare il libero scambio; mettere a profitto le imprese cinesi in assenza di qualsiasi tipo di tutela dei diritti umani.

Nel documento adottato dal parlamento europeo in una votazione che ha visto il voto favorevole dei rappresentanti dei 5 stelle – e l’astensione della Lega– l’iniziativa cinese viene etichettata come “la più ambiziosa iniziativa di politica estera che il paese abbia mai adottato, comprendente dimensioni geopolitiche e legate alla sicurezza e quindi al di là del campo di applicazione della politica economica e commerciale”.

Lo stesso documento europeo ammonisce rispetto ad alcune anomalie:

  • alcuni progetti infrastrutturali relativi alla BRI hanno già collocato i paesi terzi in uno stato di sovraindebitamento;
  • i progetti di infrastrutture cinesi potrebbero creare ingenti debiti per i governi europei verso le banche statali cinesi che offrono prestiti a condizioni non trasparenti;
  • creano pochi posti di lavoro in Europa, considerando anche che finora la parte del leone di tutti i contratti relativi alla BRI sono stati assegnati a società cinesi visto che i progetti relativi alla BRI non devono essere aggiudicati in una gara non trasparente;
  • gli investimenti fanno parte di una strategia globale per far assumere alle imprese cinesi controllate dallo stato o finanziate dallo stato il controllo del settore bancario e dell’energia, nonché di altre catene di approvvigionamento.

Bri, a chi conviene davvero

Per capire quanto e come vengano usati gli investimenti della Belt and Road Initiative basta analizzare quanto è stato realizzato in questi 5 anni visti anche gli oltre 1000 miliardi di dollari investiti, e una lunga serie di incongruenze registrate.

Se la retorica cinese non si è risparmiata nel sottolineare i benefici potenziali degli oltre 1000 progetti realizzati o in corso d’opera in oltre 50 paesi di mezzo mondo, in realtà è in corso un ripensamento diffuso per l’eccessiva influenza acquisita dalla Cina.

Come mette in evidenza l’istituto Ispi il primo e celeberrimo caso di evoluzione repentina del sentiment nazionale da filo-cinese a sino-scettico è quello dello Sri Lanka, dove il porto di Hambantota, insieme a 15.000 acri di terreno circostante, sono stati dati in concessione per 99 anni alla Cina in seguito all’incapacità del governo cingalese di ripagare il debito contratto con Pechino.

Malaysia, Myanmar e Pakistan hanno rinegoziato gli accordi nel timore di ritrovarsi in circostanze simili a quelle cingalese, timori ingigantiti dagli Stati Uniti in una retorica parallela e concorrente a quella cinese promossa con Australia, Giappone, India in ottica di contenimento degli interessi di Pechino.

Sul versante europeo, l’Europa si è trovata di fatto la Belt and Road in casa sua con due progetti di investimento cinese: l’acquisizione del porto del Pireo e costruzione della ferrovia Belgrado-Budapest.

Inoltre il gruppo di import/export della stato cinese China Ocean Shipping Company (COSCO) ha acquisito le società di gestione nel trasporto dei container per i porti spagnoli di Bilbao nell’oceano Atlantico e di Valencia sul mar Mediterraneo nel 2017 e di Zeebrugge (in Belgio) nel 2018, situato sul Mare del Nord. E in Italia, per il momento la COSCO controlla il 40% del porto di Vado Ligure.

Via della Seta, gli effetti

I dati ufficiali di fonte cinese enfatizzano l’aumento dell’interscambio tra la Cina e i partner della Belt and Road (3,7 punti percentuali in più del commercio estero cinese con tutto il resto del mondo)m tuttavia la bilancia commerciale è tutt’altro che equilibrata:

  • per la cina si registra un avanzo commerciale pari a 141,66 miliardi di dollari (Export: 704,73 miliardi dollari verso i paesi B&R; import 563,07 miliardi di dollari).
  • l’import è costituito in buona parte da risorse naturali ed energetiche;
  • l’export è diretto soprattutto verso paesi con buone prospettive di crescita della domanda interna.

In poche parole ad oggi la BRI conviene di gran lunga alla Cina, un aspetto che all’arma l’Europa e sopratutto gli Stati Uniti. Come ricorda il documento citato poco sopra, emerge chiaramente come l’iniziativa di Pechino sia davvero strategica.

In tempi di Tav e corridoi paneuropei, un altro aspetto cui tenere conto è l’interconnessione ferroviaria: alla fine di agosto 2018 il numero di treni merci cinesi-europei operativi aveva superato le 10.000 unità, scambiando merci per 5mila miliardi di dollari (aumento anno su anno del 34,5%).

Inoltre la Cina ha stabilito rotte navali con oltre 600 grandi porti in oltre 200 paesi in tutto il mondo e ha firmato accordi di trasporto aereo realizzando voli diretti verso 45 paesi con circa 5.100 voli settimanali.“

The CSCL South China Sea container ship sits docked at the Port of Oakland in Oakland, California, U.S., on Tuesday, July 3, 2018. President Donald Trump threatened to impose tariffs on every single Chinese import into America as the world’s two largest economies exchanged the first blows in a trade war that isn’t set to end anytime soon. Photographer: David Paul Morris/Bloomberg. GettyImages.

2247.- Tutti gli errori dell’Italia su Cina e Nuova Via della Seta. Parla il sinologo Sisci

“La maggioranza degli italiani è favorevole al Tav, ivi compresi quelli che votano per il centrosinistra. Salvini sostiene che, al punto in cui siamo, sarebbe più costoso bloccare tutto. Certo, il progetto va rivisto e i costi abbassati, ma “tappare il buco” costerebbe comunque alle casse dello Stato. Fin dalla firma del famoso contratto, che ha dato origine al governo, le posizioni erano note. Quindi nessuna meraviglia per la situazione sotto i nostri occhi. Si conosceva in anticipo chi sarebbe rimasto col cerino in mano. Ecco perché Salvini se n’è tornato al Nord per il Sabato grasso del rito Ambrosiano. La quaresima per Di Maio è invece iniziata mercoledì scorso: e purtroppo si vede.” Guglielmo Donnini

TAV O NON TAV?
Si vede anche che ieri, come oggi, la politica italiana non è all’altezza delle sfide mondiali e nemmeno è coerente con l’alleanza con gli Stati Uniti d’America, come fu con tutti gli alleati del nostro passato. La tendenza è sempre quella di tenere due piedi in una scarpa e c’è anche chi punterebbe a fare di Roma un punto di equilibrio fra Stati Uniti e Russia, ma da quale piedistallo? La nostra centralità nel Mediterraneo non basta e può essere foriera di ritorni positivi, come anche negativi. Le guerre, quelle calde e quelle fredde, vengono partorite dalle crisi e il commercio che porta la crescita è portatore di pace. Anche per le merci, il futuro viaggia su rotaia, a velocità sempre maggiori. Potremmo già collegare Milano e Roma in 25’ e pesa che Finmeccanica abbia ceduto ai giapponesi di Hitachi Rail la Breda Treni di Ansaldo STS, fondata da Cavour. Oggi, la Nuova Via della Seta o Belt and Road Initiative (BRI), attraversa Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia e Germania e non l’Italia, che, per adesso, è tagliata fuori, ma non lo sarà in futuro con l’inaugurazione del tunnel del Gottardo, e poi con la Torino-Lione. Il percorso naturale sarebbe quello che attraversa la Pianura Padana. Oggi, l’attraversamento alpino a 1300 metri di quota con il dislivello del vecchio tunnel del 1871, è penalizzante e incompatibile con le nuove tipologie di treni. Quindi, rivedremo le quote di partecipazione con Parigi, ma facciamo questa TAV. La Nuova Via della Seta è, comunque, un progetto faraonico al quale dobbiamo prendere parte, sia che si realizzi e sia di stimolo alla crescita dell’Europa sia che finisca per soccombere di fronte alla involuzione dell’economia cinese o ne risulti trasformato. Oltre al confronto strategico fra Cina e Stati Uniti, vi sono, infatti, altri attori, in Asia, che devono ancora salire compiutamente sul piatto della bilancia. Mario Donnini

Dal 21 aprile 2016, un treno carico di merci dalla Cina, arriva alle 11.20 alla piattaforma logistica di Saint-Priest, vicino a Lione. È la nuova “via ferroviaria della seta” verso la Francia, ma non attraverso il corridoio mediterraneo, più breve, che, storicamente, ha unito la Cina all’Europa. I container della compagnia cinese Wuhan Asia Europe Logistics, contenenti materiale elettronico e meccanico, attraversano Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia e Germania, con uno scalo a Duisburg e raggiungono Lione dopo quindici giorni e 11.300 chilometri di viaggio: metà del percorso marittimo.



Parla, ora, il sinologo Sisci

È vero che l’Italia è il terminale naturale delle vie della seta, che in origine finiva, o iniziava a seconda dei punti di vista, proprio nel Mediterraneo. Quindi l’Italia, che è nel centro del Mediterraneo, non può che essere coinvolta. Ma qui c’è un punto tutto politico: l’Italia non può prendere l’iniziativa senza parlarne con l’America, con la Francia, la Germania e i paesi africani. Questo finora è mancato. Manca del tutto il quadro politico, e l’Italia è totalmente impreparata su questo”. Parla Francesco Sisci, uno dei maggiori sinologi ed esperti di Cina, intervistato da Start Magazine

Non usa mezzi termini Francesco Sisci per commentare l’imminente adesione dell’Italia alla Belt and Road Initiative (BRI), le “nuove vie della seta” cinesi. Per l’illustre sinologo, quella del nostro paese è una “scelta sciocca”. Maturata, per di più, “in perfetto isolamento”, senza consultare nessuno, nemmeno il nostro maggior alleato, gli Stati Uniti, che è giustamente contrariato.

Una “leggerezza” imperdonabile, la definisce Sisci, che mette in luce la temerarietà di questo governo, lanciatosi senza riflettere – e senza considerare le conseguenze – in un progetto dagli ovvi risvolti geopolitici che non possono essere presi così alla leggera.

In questa intervista concessa a Start Magazine, Sisci spiega tutte le sue perplessità. Ma ci tiene, anzitutto, a sottolineare cosa sia la BRI, quale valenza abbia per la seconda economia del mondo, quali suggestioni storiche recuperi e quali esigenze intende soddisfare.

Cos’è dunque, Sisci, “una cintura, una strada”?

E’ un’iniziativa senz’altro molto importante. Un’iniziativa che, dal punto di vista geografico, era necessaria: il territorio della Cina è per tre quarti infilato nell’Asia centrale. E l’Eurasia, il più grande continente del pianeta, a seguito della conquista turca di Costantinopoli e poi del blocco turco del Mediterraneo orientale, è stata saltata per secoli. Una situazione che fu risolta grazie agli spagnoli e ai portoghesi, che aprirono la via alle Indie attraverso l’America. La battaglia di Lepanto è del 1570, lo stesso anno in cui gli spagnoli stabilirono Manila come loro centro di commercio con l’Asia e verso il Messico. Questa rotta euroasiatica è durata per secoli e oggi è giusto e naturale che se ne riapra una diversa. Questa rotta non può che coinvolgere direttamente la Cina, con un’iniziativa di apertura commerciale euroasiatica che è giustamente ambiziosa.

Sembra proprio che l’Italia abbia colto perfettamente il senso dell’operazione di Pechino e sia alquanto interessata ai vantaggi che potrà offrirci.

L’iniziativa italiana, in linea di principio, va bene. Il problema è che tutto dovrebbe essere concordato con gli Stati Uniti, che rimangono il nostro principale alleato e partner commerciale. Se l’Italia pensa di avviare un’iniziativa così importante e significativa anche dal punto di vista simbolico, deve necessariamente parlarne con l’America. Non farlo sarebbe pura follia: significherebbe non possedere l’ABC della politica.

Può spiegarsi meglio?

La Belt and Road non è una cosa che l’Italia può fare in perfetto isolamento. È un cambiamento epocale, che rilancia quattrocento anni di storia di relazioni politiche e commerciali. È vero che l’Italia è il terminale naturale delle vie della seta, che in origine finiva, o iniziava a seconda dei punti di vista, proprio nel Mediterraneo. Quindi l’Italia, che è nel centro del Mediterraneo, non può che essere coinvolta. Ma qui c’è un punto tutto politico: l’Italia non può prendere l’iniziativa senza parlarne con l’America, con la Francia, la Germania e i paesi africani. Questo finora è mancato. Manca del tutto il quadro politico, e l’Italia è totalmente impreparata su questo.

Una questione di metodo, dunque.

Certamente. Sulla Corea del Nord, l’America parla con tutti: cinesi, sudcoreani, giapponesi, russi. È così che si procede, perché occorre creare un consenso ampio, perché ogni rapporto bilaterale delicato ha un impatto molto più ampio. Tanto più quando ci sono alleati di mezzo. È impossibile muoversi in solitudine, non porta risultati positivi ma solo danni complessivi.

Se dobbiamo prestare ascolto a quel che dice l’uomo che sta seguendo il dossier, il sottosegretario al Mise Michele Geraci, l’Italia ha motivi evidenti per procedere: le nostre esportazioni in Cina languono rispetto al bottino di altri paesi europei come Francia, Germania e Gran Bretagna. La BRI è in questo senso lo strumento perfetto per centrare questo obiettivo così importante per la nostra economia altrimenti boccheggiante.

Io capisco i ragionamenti del sottosegretario, ma mi tocca ripetere il punto: non possiamo permetterci il lusso di operare da soli una scelta così strategica. Non ha senso sottolineare che dobbiamo esportare di più in Cina se poi non consideriamo insieme agli altri l’architettura entro cui gli scambi con la Cina dovrebbero avere luogo. Non ha senso a maggior ragione se consideriamo che l’America adesso ha una guerra commerciale in atto con la Cina, e in questo momento è ridicolo che l’Italia si metta a fare ponti con la Cina. È un’operazione che avrebbe senso solo se l’Italia desse sostanza ad una proposta politica, che però manca del tutto. Così come è stata fatta adesso, la scelta italiana è una scelta sciocca. Infatti…

Prego.

Ci piaccia o non ci piaccia, l’Italia è parte del sistema americano. Quindi, noi possiamo fare delle cose alla luce di quello che l’America ci dice o che concordiamo con lei. Non avendo in questo caso concordato nulla con Washington, ne consegue che tutto quello che annunciamo di voler fare con la Cina è aria fritta. Che ci mette in una situazione imbarazzante sia con l’America, sia con la Cina. Con la Cina dimostriamo, come al solito, di essere dei gradassi, di annunciare delle cose che poi non possiamo fare. All’America, invece, andiamo a fare uno sgambetto in un momento particolarmente difficile. Quindi gratuitamente, senza alcuna idea, senza alcun vantaggio, noi stiamo costruendo una situazione pericolosa.

Le faccio una provocazione: non è che l’Italia, aderendo alla BRI per prima tra i paesi del G7, sta compiendo la scelta pionieristica di schierarsi con la futura potenza egemone? In altre parole, quella che lei definisce una scelta sciocca non potrebbe invece essere definita lungimirante?

Se l’Italia decidesse di cambiare allineamento politico e militare, farebbe una scelta legittima. Ma per fare questo ci vuole preparazione politica, visione. A me sembra che non ci sia nulla di tutto questo. Quella italiana mi pare una scelta non pensata, fatta senza sapere leggere e scrivere. Una scelta del genere, di cambio di allineamento geopolitico, sarebbe importantissima per il paese e presenterebbe, oltre a degli ovvi rischi, anche delle opportunità, questo è innegabile. Ma io mi chiedo: alla Cina serve davvero un alleato antiamericano in Europa? Ripeto il concetto: a me sembra che non ci sia alcun calcolo strategico di fondo, ma pura leggerezza.

2734.- Delocalizzazione cinese in Africa, ed è subito rivoluzione industriale africana

Quando Mussolini parlava del pericolo giallo:

La rivoluzione industriale promossa dalla Cina, unitamente al progetto della nuova via della seta, assicurerà al Dragone Rosso il controllo dell’Africa.
Già nel 2011 la Cina ha superato gli Stati Uniti in termini di commercio e investimenti nel continente. Il volume d’affari tra Cina e Africa ha raggiunto i 126,9 miliardi di dollari, nel 2010. Entro il 2020 il commercio è stimato sui 380 miliardi di dollari. Le esportazioni dall’Africa sono concentrate sugli idrocarburi. Il 64% delle esportazioni africane di petrolio è diretto verso la Cina. Contrariamente ai luoghi comuni occidentali l’esportazione di minerali sui mercati cinesi rappresenta il 24% del totale delle esportazioni. La maggioranza dei minerali africani (compresi quelli di guerra, i così detti ‘minerali insanguinati‘) è accaparrata dall’Occidente. Anche l’esportazione di prodotti agricoli rimane di pertinenza occidentale e dell’Arabia Saudita. Le esportazioni agricole verso la Cina si stabilizzano su di un 5%. Le esportazioni di prodotti finiti dall’Africa è del 7%.

La Cina salva l’Africa? In parte. L’industria cinese necessita di materie prime, e queste sono concentrate nel continente. Come evitare un drastico calo delle importazioni di risorse naturali dall’Africa, causa il loro utilizzo per la rivoluzione industriale locale? Pechino ha cinicamente individuato alcuni Paesi africani che rimarranno legati alla economia coloniale. Paesi ricchi di risorse naturali ma deboli sul piano politico, tra i quali la Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan. In questi Paesi continuerà, anzi aumenterà, la rapina cinese di materie prime. Le coste dell’Africa Occidentale e della Somalia rimangono vittime di un intenso e illegale sfruttamento della pesca, attuato dai battelli cinesi. Uno sfruttamento che sta distruggendo la fauna marittima e causando ai Paesi africani direttamente coinvolti una perdita di profitti derivanti dalla pesca pari a 2 miliardi all’anno.

 

africa-rivoluzione-industriale-africana

One Belt On Road -nel corso di anni di lavoro intenso, gli ultimi cinque dei quali la Cina ha proceduto per fasi dettagliatamente studiate per mettere fuori gioco l’economia coloniale dell’Occidente nel continente africano-,  ha fatto decollare la rivoluzione industriale dell’Africa. Il punto di non ritorno, in questo caso di non paralesi, è stato quando la Cina ha ordinato alle sue multinazionali di delocalizzare in Africa il 32% della produzione industriale cinese. A questo punto la rivoluzione industriale africana targata Cina è divenuta irreversibile.

Una scelta obbligata dal punto di vista economico, la delocalizzazione industriale permette di ridurre i costi di trasporto della materie prime e aumenta il margine di profitto per le multinazionali cinesi. Il trasporto della materie prime africane contribuiva al 28% del costo di produzione dei prodotti finiti. La politica di contenimento demografico ‘One Child Policy‘ (un solo bambino) ha creato una carenza di mano d’opera in Cina e un aumento del suo costo. Dal 2004 operai e impiegati cinesi hanno ottenuto un aumento salariale annuo pari al 12%. Lontani sono i tempi in cui le ditte cinesi (statali e private) potevano contare su di un esercito di miserabili disposto a tutto. Ora la mano d’opera cinese va pagata bene, protetta a livello di sicurezza aziendale e l’opinione pubblica interna obbliga aumentare i costi per la protezione ambientale. L’alternativa (insostenibile per il Partito Comunista) è lo scoppio di rivolte popolari che facilmente potrebbero innescare un incontrollabile processo rivoluzionario contro il capitalismo di Stato cinese, segnando la fine del dominio comunista in Cina.

Ben altre sono le condizioni in Africa e tutte favorevoli. Le materie prime sono disponibili in loco e ora protette dalle politiche nazionalistiche, che sempre più Paesi africani stanno adottando contro l’Occidente. Il costo del loro trasporto ai centri di produzione non arriva al 3%, grazie alle infrastrutture economiche realizzate dalla Cina. La popolazione africana conosce un boom demografico senza precedenti offrendo a volontà mano d’opera specializzata e non. La  competizione sul mercato del lavoro di milioni di giovani africani permette una politica salariale inferiore del 45% rispetto a quella praticata in Cina. I prodotti cinesi creati in Africa possono contare sul vasto mercato internosostenuto dal boom del ceto medio, sul mercato cinese ed asiatico. Inoltre possono essere ottimi cavalli di Troia per la penetrazione di mercati occidentali ostili alla Cina, come sta diventando quello americano con l’Amministrazione Trump. Le misure protezionistiche applicate contro i prodotti ‘Made in China’ diventano inefficaci per i prodotti cinesi ‘Made in Africa’, a meno che i Paesi occidentali non vogliano creare gravi crisi diplomatiche con i Paesi africani che avrebbero dirette ripercussioni sull’afflusso di materie prime in Occidente.

Le multinazionali cinesi hanno risposto con entusiasmo all’ordine diramato dal Partito Comunista di delocalizzare in Africa. «In Cina riesco a garantire un profitto del 5% sui prodotti da me fabbricati. In Nigeria questo profitto arriva al 7%. I due punti di percentuali in più si tramutano in milioni di dollari che non potevo certamente sperare di guadagnare in Cina», spiega un investitore cinese che ha aperto una fabbrica di ceramica in Nigeria, Sun Jian. La delocalizzazione della produzione di ceramiche dalla regione di Canton alla Nigeria ha fruttato un fatturato annuo di 40 milioni di dollari in più e l’accesso a nuovi mercati delle mattonelle ‘Made in Nigeria’. Sul piano occupazionale il Governo nigeriano è più che soddisfatto. La ceramica di Jian occupa 1.100 lavoratori e l’indotto offre opportunità commerciali per 128 piccole e medie industrie nigeriane.
Jian rappresenta la punta del iceberg del ‘Made in Africa’ cinese. Secondo i dati forniti dalla Ministro della Commercio cinese, tra il secondo trimestre 2016 e i primi mesi del 2017, centocinquanta aziende cinesi hanno aperto unità produttive in vari Paesi africani -Sudan, Etiopia, Kenya, Nigeria, Ghana, Uganda, Rwanda, Gabon, Zimbabwe, Angola, Sud Africa, Egitto, Algeria. SI calcola che entro fine del 2017 saranno 2.000 le multinazionali cinesi che avranno delocalizzato la loro produzione in Africa. La delocalizzazione industriale cinese è attuata grazie a meticolosi studi di mercato in grado di far comprendere le reali necessità africane ed evitare di attivare stabilimenti industriali in settori non di interesse pubblico.

I progetti di investimento industriale della Cina trovano larghi consensi e facilitazioni presso i governi africani che da decenni stanno cercando investitori per potenziare il settore industriale e manufatturiero. La East African Community si è fissata l’obiettivo di promuovere l’industria per arrivare ad un contributo del 25% del PIL entro il 2036. Per raggiungere questo target si necessita di una crescita industriale annua del 11,7%. Queste necessità al momento riscontrano pareri positivi solo dalla classe imprenditoriale cinese. L’industrializzazione cinese dell’Africa Orientale segue scrupolosamente i settori indicati come prioritari dai rispettivi governi: agroalimentare, tessile, peletteria, mobili, cosmetici, auto, edile, industria pesante. L’unico settore dove la Cina trova difficoltà ad intervenire è quello dell’alta tecnologia, ancora in mano dell’industria occidentale. Questo obbliga Paesi come il Rwanda a differenziare gli investitori e aprire all’Occidente, mettendo a disposizione ottime opportunità nel settore, lasciando agli investitori cinesi lo sviluppo delle attività industriali classiche.

In Egitto, Pechino ha deciso di affiancare al potenziamento del Canale di Suez (progetto OBOR) il rafforzamento dell’apparato industriale egiziano grazie alla creazione della Zona Economica Cina Egitto che sorgerà nelle prossimità di Suez. La zona economica sorgerà su un’area di 6 Km quadrati e la produzione sarà orientata verso l’export. Il progetto durerà 10 anni. La prima fase prevede la costruzione di un hub logistico di 2 Km quadrati. Mentre l’hub inizierà ad essere attivo verranno costruiti impianti industriali ad alta tecnologia, business center, uffici e infrastrutture di ristorazione e ricreative sui restanti 4 Km quadrati. L’impatto occupazionale è enorme. Per la realizzazione delle infrastrutture si prevede il fabbisogno di 8.000 lavoratori qualificati e non. L’hub logistico impiegherà 2.000 dipendenti, mentre quello industriale dai 6 agli 8.000 dipendenti.

I benefici economici e politici per i Paesi africani sono innegabili. Il 90% della mano d’opera delle ditte cinesi delocalizzate in Africa è locale contribuendo così all’aumento della occupazione giovanile e alla diminuzione del lavoro precario, inserito nel settore informale. I salari, nonostante siano inferiori del 45% rispetto a quelli elargiti in Patria, sono 4 volte superiori ai salari delle ditte africane.

Da un punto di vista politico e di sviluppo sociale le ditte cinesi sono destinate a creare una nutrita classe operaia nel continente. Le dinamiche storiche dimostrano che le conquiste sociali e democratiche in un Paese sono rese possibili dalla classe operaia che rivendica progressivamente maggiori diritti e garanzie. Il processo di consapevolezza politica della classe operaia africana è stimato avrà tempi nettamente inferiori rispetto a quelli registrati nella classe operaia occidentale del 1700, poiché i giovani operai africani sono spesso istruiti e collegati via internet al villaggio globale.
Entro 10 anni si potrebbe assistere in vari Paesi africani al sorgere di partiti operai e sindacati con evidenti sconvolgimenti degli attuali assetti politici interni. Sconvolgimenti che creeranno tensioni e lotte sociali ma, se gestisti sapientemente, riusciranno a migliorare le condizioni di vita della popolazione e rafforzare gli spazi democratici. L’alternativa potrebbe essere l’avvio di processi rivoluzionari su base socialista, qualcosa di simile rispetto a quanto sta accadendo in Sudafrica.

da LINDRO, di Fulvio Beltrami.

1979.- È lo yuan la nuova ‘moneta africana. Ecco quanto l’Africa si sta indebitando con la Cina

“L’imperialismo è un sistema di sfruttamento che si verifica non solo nella forma brutale di chi viene a conquistare il territorio con le armi. L’imperialismo avviene spesso in modi  più sottili. un prestito, l’aiuto militare, il ricatto.”

Thomas Sankara

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LA NIGERIA ABBANDONA IL DOLLARO: È LO YUAN LA NUOVA ‘MONETA AFRICANA’

Abuja (AsiaNews/Agenzie) – Abuja utilizzerà la valuta cinese per tutte le transazioni economiche. Dopo l’Angola e i “petroyuan”, anche la prima economia africana sceglie la Cina come principale partner commerciale. Si stima che il 22% del debito dell’Africa sia contratto con la Cina. La Nigeria ha firmato a marzo un accordo con la Icbc, la più importante banca cinese, con lo scopo di adottare lo yuan come moneta commerciale. Il Paese africano ha compiuto uno scambio di valuta dal valore di 2,5 miliardi di dollari in yuan. L’obiettivo è quello di facilitare gli scambi commerciali tra i due Paesi. La scelta della Nigeria indica una tendenza ormai assodata in Africa: a fine maggio quattordici Paesi africani e diciassette banche centrali si sono riunite nello Zimbabwe per adottare lo yuan come moneta di riserva.

La valuta cinese è la settima moneta utilizzata negli scambi commerciali: si tratta del 2% delle transazioni mondiali. La Nigeria ha abbandonato il dollaro in seguito al crollo del prezzo del greggio del 2014. In quell’occasione il Paese africano era stato costretto a vendere i propri dollari sul mercato interbancario per aumentare la liquidità della naira nigeriana (la moneta nazionale).

D’altra parte l’introduzione della yuan è una mossa utile per la Nigeria anche per ripagare il suo debito con la Cina. Si stima che Il 22% del debito pubblico dell’Africa sia contratto con Pechino. Adottando la moneta cinese si azzerano i rischi derivati dal cambio e dalla fluttuazione dei valori monetari.

L’accordo con la Nigeria arriva dopo due anni di negoziazioni. In questo modo lo yuan diventerà la seconda moneta commerciale della Nigeria, tra le prime economie dell’Africa. Il patto arriva dopo un altro importante accordo siglato dalla Cina con l’Angola. Quest’ultima è il primo partner della Cina per quanto riguarda l’importazione di petrolio. Nel 2015 a Shanghai i due Paesi hanno siglato un accordo per cui la Cina può pagare in yuan il petrolio dell’Angola, il cosiddetto “petroyuan”. La Cina è il primo Paese al mondo importatore di greggio, con nove milioni di barili al giorno.

Infine, la Banca centrale cinese ha siglato con le autorità nigeriane un accordo triennale per lo scambio di valute per un valore di 15 miliardi di yuan, pari a 2,3 miliardi di dollari. Lo ha annunciato oggi in un comunicato lo stesso istituto centrale di Pechino, secondo cui l’operazione punta a facilitare il commercio e gli investimenti e a salvaguardare la stabilità dei mercati finanziari di entrambi i paesi. La Cina è uno dei principali investitori in Nigeria. Il mese scorso il gigante delle costruzioni China Gezhouba Group Corp ha iniziato i lavori di costruzione di una centrale idroelettrica in Nigeria del valore di 5,792 miliardi di dollari. Il progetto rappresenterà la più grande infrastruttura del paese africano e il più grande impianto idroelettrico che le imprese cinesi hanno mai costruito all’estero. La costruzione di quattro dighe e l’installazione di dodici generatori saranno completate entro 87 mesi per raggiungere una capacità produttiva di 4,7 miliardi di chilowatt di energia elettrica ogni anno.

In sintesi: Ai cinesi le ricchezze e a noi i migranti.

 

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ECCO QUANTO L’AFRICA SI STA INDEBITANDO CON LA CINA

L’analisi di Alessia Amighini, docente di Politica economica, sulle relazioni Africa-Cina

 

All’indomani del 7° Forum sulla cooperazione sino-africana, la Cina estende il suo peso in Africa, attraverso finanziamenti destinati a infrastrutture e attività estrattive. Il rapporto diventa così ancora più sbilanciato, a favore del gigante asiatico.

I RISULTATI DEL FORUM CINA-AFRICA

La cronaca dal 7° Forum sulla cooperazione sino-africana (Focac), svoltosi a Pechino il 3 e 4 settembre, ha sottolineato i profondi legami tra la Cina e l’Africa (53 su 54 paesi) e il ruolo propulsore che la Cina ha assunto nello sviluppo africano. Dal 2000 il Forum formalizza le relazioni tra Pechino e il continente africano e di fatto istituzionalizza la presenza crescente di imprese, capitali, lavoratori e merci cinesi in Africa; quest’anno il presidente Xi ha promesso altri 60 miliardi di dollari di prestiti in varie forme, che si aggiungono ai 136 miliardi già elargiti negli ultimi 17 anni a un alto numero di governi e imprese di stato.

IL RUOLO DELLA CINA

La Cina è la fabbrica manifatturiera del mondo ma non dispone di sufficienti materie prime per sostenere il suo sviluppo industriale. E così Pechino da qualche anno usa il suo supporto politico ed economico all’Africa sub-sahariana, ricca di materie e povera di capitali, per assicurarsi gli approvvigionamenti di molte materie prime, tra cui il petrolio. Secondo i dati del Sais (School of Advanced International Studies, divisione della John Hopkins University), il primo paese ricevente è l’Angola, con quasi un terzo (42,2 miliardi), seguito dall’Etiopia con 13,7 miliardi e dal Kenya con 9,8.

IL PESO CINESE IN AFRICA

La Cina estende così il suo peso nei finanziamenti all’Africa (il primo donatore/creditore sono ancora gli Stati Uniti), destinati soprattutto a infrastrutture e attività estrattive. La maggior parte dei fondi, infatti, è sotto forma di crediti commerciali, crediti all’esportazione, crediti di fornitura (il primato dell’Angola, per esempio, dipende da 19 miliardi di prestiti commerciali, non prestiti agevolati).

LA COOPERAZIONE

La cooperazione cinese in Africa contribuisce in parte all’assistenza umanitaria e allo sviluppo tramite progetti di responsabilità sociale d’impresa, istruzione, formazione, sanità, sicurezza, ma resta sempre strettamente legata agli obiettivi economici e commerciali di Pechino. Da qui il vasto numero dei paesi beneficiari, pochi dei quali però ottengono gran parte delle risorse (a loro volta concentrate su pochi settori produttivi).

RESTA LO SQUILIBRIO

La cooperazione economica e commerciale è volta a facilitare soprattutto gli scambi sino-africani. Peccato però che lo squilibrio commerciale sia uno dei temi più preoccupanti nelle relazioni sino-africane e non si vede come un ulteriore aumento dell’interscambio possa favorire l’Africa, che negli ultimi 15 anni ha importato sempre di più dalla Cina, ma ha esportato sempre meno.

LE ESPORTAZIONI DELLA CINA IN AFRICA

Il problema è che le esportazioni cinesi verso l’Africa consistono soprattutto di macchinari e manufatti, mentre le esportazioni africane verso la Cina sono dominate dal petrolio. Questo tipo di interscambio risponde alla consueta logica del vantaggio comparato: la Cina esporta in Africa i prodotti che le costano di meno (macchinari e manufatti) e importa quelli che le costano di più (materie prime).

GLI EFFETTI DELL’INTERSCAMBIO

Ma a lungo andare tale interscambio rischia di fossilizzare la concentrazione produttiva dell’Africa e rende volatili i proventi dall’export, che seguono le stesse oscillazioni del prezzo del greggio. La sensibile riduzione delle esportazioni africane verso la Cina dal 2015 dipende dal calo del loro valore pur con volumi stabili o crescenti.

IL BENEFICIO CINESE

In questo contesto, porsi obiettivi “comuni” di interscambio totale e non di riduzione del disavanzo africano è il segnale di una forte ed efficace manipolazione degli obiettivi africani a beneficio degli interessi cinesi. Solo 5 dei 60 miliardi promessi sono destinati a un fondo speciale per promuovere l’importazione dall’Africa di prodotti diversi dalle risorse naturali.

LE RETI INFRASTRUTTURALI

Anche la cooperazione della Cina con l’Unione africana per creare reti infrastrutturali e commerciali che promuovano il commercio e l’integrazione regionale e internazionale rischia di avvantaggiare soprattutto le logiche cinesi. Il commercio intra-regionale è da sempre limitato in Africa, rispetto agli altri continenti, certamente per la mancanza di infrastrutture, ma anche per la scarsa complementarietà delle economie. Solo se le reti commerciali e di trasporto che la Cina ha interesse a costruire in Africa serviranno ad aumentare anche la capacità di esportazione dei paesi africani, oltre che a potenziare le rotte e destinazioni delle esportazioni cinesi, il risultato porterà benefici reciproci.

I NUMERI ANNUNCIATI DA XI

Xi ha annunciato anche che 10 dei 60 miliardi di prestiti saranno sotto forma di investimenti di imprese. Per le grandi imprese cinesi, l’Africa è un mercato in crescita. Nel 2016, i ricavi annui lordi di quelle impegnate in progetti di costruzione sono stati di 50 miliardi di dollari. La metà dei quali in soli cinque paesi: Algeria, Etiopia, Kenya, Angola e Nigeria. Sono gli stessi in cui si è registrato un forte aumento di lavoratori cinesi, in totale oltre 227 mila alla fine del 2016. La formazione che la Cina si impegna a finanziare in Africa, sempre nei paesi che più le interessano, potrebbe essere un segnale positivo verso una maggiore integrazione del mercato del lavoro locale, ma i risultati ancora non si vedono.

IL PESO DEL DEBITO

Infine, in alcuni paesi riceventi il peso marginale del debito nei confronti della Cina è molto alto, per esempio a Gibuti, il caso più eclatante, con la quasi totalità del debito estero (80 per cento del Pil) dovuto alla Cina, ma anche in Kenya e in Etiopia. Alla dipendenza economica e finanziaria si aggiunge quella politica dal creditore principale.

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L’analisi è pubblicata su Lavoce.info. Dalle Newsletter di Start mag. 

1615.- Dietro le tensioni su Corea, Iran e Russia, la guerra finanziaria

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Cos’hanno in comune le tensioni tra Stati Uniti e Corea democratica, Iran e Russia? Risposta: sono componenti di una guerra finanziaria. Russia e Iran (insieme alla Cina) sono i tre attori chiave che danno forma a una zona di valuta alternativa enorme (quasi metà della popolazione mondiale). La questione nordcoreana è importante perché potenzialmente potrebbe precipitare gli Stati Uniti, a seconda degli eventi, verso una politica più aggressiva nei confronti della Cina (sia per rabbia per le esitazioni cinesi sulla Corea, sia come parte integrante del desiderio dell’Amministrazione USA di tagliare le ali commerciali della Cina). Gli Stati Uniti hanno intrapreso un piano per ripristinare il primato economico con la soppressione dei principali concorrenti commerciali (attraverso un quasi protezionismo) e nel contesto militare per garantirsi il dominio politico continuo. La strategia della sicurezza nazionale “America First” ha chiarito che Cina e Russia sono avversari ‘revisionisti’, e gli Stati Uniti devono e intendono vincere questa competizione. Il sottotesto è che i potenziali rivali principali devono essere messi al loro “posto” nell’ordine globale. Questa parte è chiara ed abbastanza esplicita, ma ciò che rimane non detto è che gli USA puntano tutto sullo status globale del dollaro riserva di valuta, poiché senza di essa gli obiettivi del presidente Trump difficilmente saranno raggiunti. Lo status del dollaro è cruciale, proprio a causa di ciò che è accaduto dopo la grande crisi finanziaria: l’esplosione di ulteriori debiti. Ma qui c’è un paradosso: come mai un candidato alla presidenza che ha promesso meno belligeranza militare, meno interventi esteri e alcuna imposizione dell’identità culturale occidentale, nel giro di un anno è diventato un presidente, falco su Corea e Iran. Cosa è cambiato nel suo modo di pensare? Il corso perseguito da entrambi gli Stati era ben noto e non prestava alcuna sorpresa (anche se i progressi della Corea democratica potrebbero essersi dimostrati quantitativamente più rapidi di quanto forse l’US Intelligence si aspettava: cioè anziché il 2020-2021, la Corea democratica potrebbe raggiungere l’obiettivo sulle armi nel 2018 , due anni prima delle stime)? Ma in sostanza il desiderio della Corea di essere accettato come potenza nucleare non è una novità. Sono “il debito federale” e il “tetto del debito” in sospeso ad essere cruciale. Non c’è dubbio che l’esercito statunitense non è quello di un tempo, e il Partito Repubblicano ha un’ala fondamentalista sulla limitazione del debito (Freedom Caucus). Una grave crisi militare è probabilmente l’unico modo con cui Trump potrebbe ottenere l’enorme aumento delle spese militari sui falchi fiscali del Congresso. Il presidente Trump, ci dice la saga della Tax Bill, sarà un grande elargitore col MAGA (Make America Great Again). L’aumento della spesa per la Difesa proposta dagli Stati Uniti, da solo equivale più o meno alla spesa annua della Difesa russa. Il debito federale degli Stati Uniti supera già i 20 trilioni di dollari e accelera: il fabbisogno dei prestiti è in aumento e gli interessi passivi al servizio di tale prestito aggiuntivo, normalmente dovrebbero aumentare. Ma Trump è anche esplicitamente un tizio dedito al basso tasso di interesse e al bilancio in espansione. Quindi, come si fa a finanziare un deficit di bilancio veramente maldestro, mantenendo bassi i tassi d’interesse o pari zero? Ebbene, una corsa da paur degli stranieri verso i titoli del Tesoro USA “privi di rischi” (vale a dire ancora una volta la crisi militare) serve storicamente a mantenere bassi i tassi, e i dollari abbondanti, mentre i “dollari stranieri” tornano a “casa”, a Wall Street. Questa potrebbe essere una soluzione, naturalmente, ma sarebbe interamente subordinata al mantenimento dello status attuale del dollaro e al grande ammontare di dollari detenuti all’estero allo scopo principale di dover effettuare transazioni in dollari. E perché al posto della distensione con la Russia, abbiamo Herman Gref, l’amministratore delegato della più grande banca commerciale russa, che dice al Financial Times che ogni ulteriore inasprimento delle sanzioni alla Russia, compresa la potenziale esclusione di banche e società russe dal sistema di pagamento SWIFT (la rete globale dei servizi di messaggistica finanziaria sicura) avrebbe tale effetto devastante che “renderebbe la Guerra fredda un gioco da ragazzi“? (Il Tesoro degli Stati Uniti dovrebbe presentare la relazione su ulteriori sanzioni al Congresso già a febbraio 2018, riferisce il Financial Times). Qual è il punto? Perché Stati Uniti ed Europa dovrebbero accedere in tale particolare tana del coniglio: sarebbe particolarmente dannoso per l’Europa? Bene, la risposta, probabilmente è simile: l’imperativo nel mantenere lo status globale del dollaro per il programma che reclama la preminenza degli USA che, dato l’eccesso di debito aggiuntivo dal 2008, dev’essere contingente allo status globale del dollaro. E dal punto di vista degli Stati Uniti, il Presidente Putin si è dichiarato primo avversario del dollaro quando, al vertice dei BRICS nel settembre 2017, insisteva sulle “preoccupazioni dei Paesi BRIC per l’ingiustizia dell’architettura finanziaria ed economica globale che non tiene nel debito conto il crescente peso delle economie emergenti”. Putin inoltre sottolineava la necessità di “superare l’eccessivo dominio di un numero limitato di valute di riserva“. La Russia ha conseguentemente ottenuto la collera statunitense per questa posizione. Sadam Husayn e Muammar Gheddafi misero in dubbio l’egemonia del dollaro, e si guardo cosa gli è successo.

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Il generale Hayden, ex-direttore della NSA e successivamente della CIA, descrisse la guerra finanziaria come principale mezzo bellico del ventunesimo secolo, e le sanzioni come le sue Precision Guided Munitions (PGM).

La guerra finanziaria, ovviamente, non è una novità. Gli Stati Uniti iniziarono a inscenare la guerra finanziaria negli annuali “Giochi di guerra” già nel 2005. Il generale Hayden, ex-direttore della NSA e successivamente della CIA, descrisse la guerra finanziaria come principale mezzo bellico del ventunesimo secolo, e le sanzioni come le sue Precision Guided Munitions (PGM). Ma, a quanto pare, ciò potrebbe portare problemi non solo per il presidente Trump, che ha bisogno di un tetto più elevato del debito, e per la disponibilità del debito a basso costo per finanziare la rinascita dell’economia statunitense; ma piuttosto che i nuovi semi piantati negli anni per la rivoluzione monetaria, potrebbero improvvisamente spezzare il terreno di copertura da nuovi germogli emergenti e pronti a fiorire, a tempo debito. Tradizionalmente, la trasformazione del sistema monetario globale fu convenzionalmente concepita non come improvvisa, ma piuttosto come lento mutamento da un sistema a un altro (o altri). Ma questi semi iniziarono ad essere piantate nel 2012 dopo che Washington bloccò la compensazione internazionale per ogni banca iraniana, congelò 100 miliardi di dollari in attività iraniane all’estero e ridusse la possibilità di Teheran di esportare petrolio. La conseguenza fu una forte inflazione in Iran che debilitò la valuta. Poi, nel 2014, l’Arabia Saudita progettò il calo del prezzo del petrolio contro la produzione di petrolio da scisto statunitense e per punire la Russia per il sostegno al Presidente Assad. E per spargere sale nelle ferite, il Tesoro degli Stati Uniti facilitò l’”incursione degli orsi” sul Rublo, arrestata solo dalla Cina, che intervenendo discretamente sul mercato dei cambi, impedì il crollo della valuta. A questo punto era chiaro che Cina, Russia e Iran condividevano l’interesse strategico nell’istituire una zona monetaria con la profondità dei mercati e delle infrastrutture, operando indipendentemente dalla sfera del dollaro. Questi Stati hanno ben chiarito d’essersi impegnati in una strategia a lungo termine per abbandonare il dollaro USA come valuta principale nel commercio globale. La strategia della sicurezza di Trump, se perseguita seriamente, rischia precisamente di sconvolgere l’equilibrio precario di tale guerra finanziaria (finora) in corso lentamente. Il perseguimento di sanzioni finanziarie aggressive nei confronti di uno qualsiasi di questi tre Stati rischia d’innescare prematuramente sostanziali cambiamenti monetari per rappresaglia (e concomitante rischio di caos finanziario). Probabilmente è quest’ultimo risultato a cui Herman Gref alludeva quando disse al Financial Times che bloccare la piazza internazionale alle banche russe che avrebbe avuto un effetto così devastante che avrebbe “reso la Guerra fredda in un gioco da ragazzi“. La chiave qui è la Cina: l’economia cinese è nove volte quella russa. Trump aveva già accusato la Cina di varie infrazioni commerciali e sulla proprietà intellettuale durante la campagna presidenziale, minacciando dazi per rappresaglia. Ciò accadeva prima che il segretario al Tesoro Mnuchin, asettembre, avvertisse la Cina che gli Stati Uniti avrebbero potuto imporle ulteriori sanzioni, interrompendo potenzialmente l’accesso al sistema finanziario statunitense (la “bomba ai neutroni” del Tesoro bloccando il sistema di liquidazione SWIFT), se la Cina non imponesse sanzioni alla Corea democratica, soddisfacendo la domanda degli Stati Uniti. Ora, nella dichiarazione della National Strategy statunitense, la Cina viene ripetutamente indicata come miscredente economico, “potenza revisionista” e “rivale” al primato economico e politico degli USA. L’aggravarsi delle relazioni è chiara.

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Come potrebbe reagire la Cina? La visione occidentale è ottimista: la Cina ha più da perdere in qualsiasi guerra finanziaria (a causa delle sue riserve del Tesoro USA), e comunque non c’è nulla che possa sostituire il dollaro con la sua unica profondità di mercato. Ma questa compiacenza è fuori luogo? Ciò che è chiaro è che Cina, Russia e Paesi BRICS hanno pensato e si sono preparati, al meglio, all’escalation della guerra finanziaria decisa da qualsiasi pretesto utilizzato per lanciarla. La Cina, inoltre, sembrerebbe condividere l’opinione di Hayden secondo cui i conflitti di oggi sono in primis geo-finanziari. In breve, secondo i consiglieri strategici cinesi è probabile che il rinnovato desiderio degli USA d’intensificare le tensioni militari, questa volta contro Corea democratica, Siria e forse Iran, sia un fronte della continua guerra finanziaria degli USA e che la Cina debba preparare le riposte. Ne ho già scritto, ma per gli indizi dovremmo, come suggerisce Alasdair Macleod, “guardare dal punto di vista della Cina. Lo stratega più influente dell’Esercito di Liberazione Popolare, il Generale Qiao Liang, espose la sua filosofia strategica globale in un forum del Comitato Centrale del Partito comunista nell’autunno 2015 (Qui, in calce, il suo discorso pubblicato da limes). La sua opinione può essere considerata quella della leadership cinese”. Come dice Qiao: “Gli Stati Uniti hanno evitato l’inflazione elevata lasciando circolare il dollaro a livello globale. Hanno anche bisogno di frenare la stampa di dollari per evitarne la svalutazione. Allora cosa dovrebbero fare quando finiranno i dollari? Gli statunitensi hanno trovato una soluzione: emettere debito per riportare il dollaro negli Stati Uniti. Gli statunitensi hanno iniziato a stampare soldi con una mano e a prendere denaro in prestito con l’altra. La stampa di denaro può creare soldi. Anche prendere prestiti può creare soldi. Questa economia finanziaria (usando il denaro per fare soldi) è molto più facile della vera economia (basata sull’industria). Perché preoccuparsi delle industrie che hanno una capacità di valore aggiunto basso? Dal 15 agosto 1971, gli Stati Uniti hanno gradualmente interrotto la propria economia reale e sono passati al un’economia virtuale, divenendo uno Stato economico “vuoto”. L’attuale prodotto interno lordo degli Stati Uniti (PIL) ha raggiunto i 18 trilioni di dollari, ma solo 5 trilioni provengono dall’economia reale. Con l’emissione del debito, gli Stati Uniti esportano una grande quantità di dollari, verso i tre grandi mercati statunitensi: delle materie prime, dei buoni del tesoro e l’azionario. Gli Stati Uniti ripetono questo ciclo per creare soldi: stampare denaro, esportarlo all’estero e farlo rientrare. Gli Stati Uniti sono quindi diventati un impero finanziario”. Macleod commenta: “La ricchezza degli USA è sostenuta da un’operazione di pompaggio e scarico facilitata dallo status di riserva del dollaro, sostituendo la vera produzione industriale. Va chiarito un punto: i dollari di proprietà straniera non escono mai dagli Stati Uniti, solo la loro funzione. È più corretto affermare che il governo degli Stati Uniti fa sì che i dollari vengano deviati dal commercio estero e dagli investimenti nel settore manifatturiero, per essere investiti in buoni del tesoro”. “Il primo ciclo identificato da Qiao fu l’espansione dei dollari volta a creare un boom in America Latina a metà degli anni settanta. Il secondo ciclo era rivolto al sud-est asiatico, espanso grazie a un dollaro indebolitosi dal 1986 in poi. Dal 1995, il dollaro iniziò a rafforzarsi, culminando nell’incursione degli orsi sul baht thailandese, diffondendosi poi in Malaysia, Indonesia e altri Paesi della regione. Il fenomeno delle tigri asiatiche fu creato e distrutto non dagli stessi Paesi, ma dall’inondazione e dal riflusso di proprietà ed investimenti del dollaro. Qiao osserva che la Cina è sfuggita a questa operazione d’ispirazione statunitense”. “Qiao rivolge l’attenzione al ciclo contemporaneo (nel 2015) della gestione del dollaro, sostenendo che ora è rivolto alla Cina. “Era proprio come la marea; il dollaro USA è stato forte per sei anni. Poi, nel 2002, iniziò a indebolirsi. Seguendo lo stesso schema, è rimasto debole per dieci anni. Nel 2012, gli statunitensi hanno iniziato a prepararsi per renderlo forte. Hanno usato lo stesso approccio: creare una crisi regionale per gli altri popoli. Sfortunatamente, gli Stati Uniti hanno giocato troppo col fuoco [nel proprio mercato dei mutui] prima e si sono lanciati in una crisi finanziaria nel 2008. Ciò ha ritardato un po’ i tempi del rialzo del dollaro USA. Se riconosciamo che esiste un ciclo dell’indice del dollaro USA e che gli statunitensi l’usano per rastrellarlo da altri Paesi, allora si può concludere che era giunto il momento per gli statunitensi di raccoglierlo dalla Cina. Perché? Perché la Cina aveva ottenuto la maggior quantità di investimenti al mondo. Le dimensioni dell’economia cinese non sono più quelle di un singolo Paese; ma persino più grande di tutta l’America Latina e delle stesse dell’economia dell’Asia orientale”. “Qiao va oltre affermando che l’evento più importante del ventesimo secolo non sono state le due guerre mondiali, ma l’abbandono statunitense del gold standard nel 1971. Questa è una dichiarazione“, esclama Macleod.
Lo è davvero… E qui sta il punto cruciale della strategia cinese. Ci vorranno alcuni anni prima che lo Yuan assuma lo status di grande valuta di riserva (avevano programmato un’ascesa ‘armoniosa’ – nel linguaggio non assertivo della Cina), ma la Cina domina il commercio mondiale ed è nella posizione di poter in qualsiasi momento legare petrolio (e materie prime) e all’oro, come previsto in origine. Lo Shanghai International Energy Exchange (INE) ha già eseguito quattro test ambientali di produzione per i future sul petrolio greggio. Quest’ultimo sarà convertibile in oro fisico sui mercati dell’oro di Shanghai e Hong Kong. E la Banca Centrale russa ha aperto un ufficio a Pechino, incaricato specificamente di risolvere gli aspetti tecnici dell’invio di oro dalla Russia alla Cina. Giusto per essere chiari: questi contratti sono disponibili solo per i commercianti non nazionali, e tutti i lingotti d’oro acquistati tramite i contratti future sull’oro yuan verranno acquistati dai mercati internazionali non dalla Cina e dai suoi cittadini. A lungo termine, col petrolio direttamente legato all’oro piuttosto che al dollaro, potremmo assistere alla rivalutazione dell’oro sul dollaro. E nell’ottobre 2015 la Cina inaugurava il suo International Payments System (CIPS). CIPS ha un accordo di cooperazione con la banca internazionale SWIFT con sede in Belgio, sistema di compensazione privato attraverso cui ogni transazione globale deve transitare, ma nel caso in cui la Cina venga esclusa da SWIFT, come Mnuchin accennò a settembre, Cina e Russia potranno agire attraverso il CIPS. Finora, la politica della Cina era evitare l’interruzione della sfera del dollaro, preferendo non rischiare di mutare il commercio globale, cosa che potrebbe facilmente verificarsi se ci fosse una sostanziale perdita di fiducia nel dollaro. Ma potrebbe la belligeranza statunitense nei confronti della Cina, legata in qualche modo alla Corea democratica, essere innescata? In effetti, il Venezuela ha già dato il via rifiutandosi di accettare i pagamenti del petrolio in dollari, dimostrando così al mondo che un sistema alternativo al petrodollaro è effettivamente possibile. Inoltre, Caracas ha iniziato a pubblicare l’indice dei prezzi del petrolio denominato in yuan. Il lancio operativo dell’opzione dei futures sul petrolio denominati in yuan in Cina, a seconda di quanto rapidamente i contratti possono essere aggiustati, ha la prospettiva di spostare il sistema petrolifero, specialmente se l’Arabia Saudita si impegna a vendere greggio alla Cina in Yuan (forse nell’ambito della partecipazione della Cina nell’offerta di acquisto di Aramco). La Cina ha altre opzioni se gli Stati Uniti diventassero più aggressivi e tentassero negativamente di cambiare le ragioni di scambio con la Cina. Potrebbe semplicemente passare al trading di beni esclusivamente in Yuan, eliminando così completamente il dollaro come mezzo per le transazioni. Cina e Russia sarebbero quasi sicuramente raggiunte dai principali partner commerciali BRICS, nonché dai Partner eurasiatici dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), con una popolazione di oltre 3 miliardi di persone, il 42% della popolazione mondiale. Ma poiché la Cina possiede ancora grandi quantità di titoli del Tesoro e riserve in dollari USA, per il momento potrebbe preferire aspettare prima di eseguire tale colpo di grazia. Ma se spinta rudemente dalla squadra di Trump, attuarla: da qui l’avvertimento di Gref.
Quindi la domanda più grave, se Trump persegue la strategia del “contenimento economico della Cina”, e Cina ed alleati rispondono, ciò avrà l’effetto sui buoni del Tesoro USA “privi di rischio” seguendo un importante segmento dell’economia globale nel proprio corso? E come potrà il governo statunitense finanziare il debito al livello attuale e crescente? Questioni su cui meditare, forse.

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Qiao Liang (乔良) Major General in the People’s Liberation Army

One belt, one road
17/07/2015
by Gen. Qiao Liang
ASIA AND PACIFIC RIM, NORTH AMERICA, REGIONS, CHINA, CHINA’S STRATEGY, NEW SILK ROAD, PIVOT TO ASIA, US
This document, which general Qiao Liang has allowed us to publish, was delivered at the University of Defense, China’s top military school, where the general is in charge of the education curriculum for the officers. The speech therefore must have the endorsement of the leaders of the school and ultimately also of the president of the Military Commission, Mr. Xi Jinping.
The document casts a light on China’s new strategic thinking. Beijing’s biggest challenge is not geopolitical but economic. This derives from a cold and cruel analysis of US behavior since 1944, the time of the Bretton Woods agreement, and more importantly since 1971, with the dollar decoupling from gold, and 1973 with the US imposing the use of the petro-dollar. Qiao Liang argues that the US goal in all these years was not just geopolitical; it was to accrue profits, and the US found a way, after the disastrously costly wars with North Korea and especially Vietnam, to make a profit out of regional crisis, with or without war. The general finds a dollar cycle of about 16 years: for 10 the US currency is weak, for 6 it is strong. The beginning of the strong dollar corresponds with a regional crisis that crashes a regional economy.
However, the US failed in its latest attempt to create a regional crisis around China in 2012 because Beijing didn’t fall for the US trap and get drawn into conflict with Japan or the Philippines over the Senkaku or the Scarborough Shoals. Qiao Liang is confident that China will not fall for a regional crisis and believes that new dramatic changes are ahead of us. The new bit money, which could well grow to dominate world finance, is challenging old transaction processes, and 3D printing may dramatically change production methods. These changes create a situation totally new for everybody and here Qiao Liang says the US should collaborate with other countries.
Therefore, according to this dispassionate analysis, China not only doesn’t see the necessity to fight a war but believes that a war directly or indirectly against America would be against Chinese national interests. It thinks that Washington will not fight Beijing for the next ten years, but to make sure that in ten years the US doesn’t change its mind, China must set its affairs in order and internationalize its currency, the RMB. This broad strategic vision also provides a deep justification for the ongoing anti-corruption campaign. China must hurry to overhaul its economy to face the risks of the next decade. If it doesn’t do it now, in a decade it could well be doomed.
This analysis then leaves ample room for collaboration with the US on the future risks that both face. In this analysis, China is confident, assured, and has a clear direction. Economists may agree or disagree with the analysis of the dollar cycles, but what is most important is that this analysis changes the playing field for the Chinese military: shooting weapons becomes not as important as understanding and managing finance. This should also help American military and strategists to better understand Chinese thinking.
(by Francesco SIsci)

First, the situation surrounding China and the US dollar exchange-rate cycle
1. For the first time in history, the emergence of the financial empire.
On this issue, I believe there are many comrades, financial experts, who are better suited than me to speak about the economy. What is different is that I talk about it in strategic terms. From August 15, 1971, after the decoupling of the US dollar from gold, the ship of the dollar lifted its anchor, which was gold. Let us start from the beginning. In July 1944, in order to take over leadership from the British and their currency, the US promoted the establishment of three world systems: a political system, the United Nations; a trading system, the GATT (which then became the WTO); and a monetary and financial system, the Bretton Woods system.
The Bretton Woods system, in accordance with the wishes of the Americans, was to establish the leadership of the dollar. But in fact after a full 27 years, from 1944 to 1971, the Americans’ monetary leadership was slipping because of the weight of gold. At the beginning of the Bretton Woods system, to affirm the leadership of the dollar, Americans pledged to the world: the money of different countries will be locked to dollar, while the dollar will be pegged to gold. How to peg it? With a fixed price for convertibility of $35 per ounce of gold. With this commitment to the world, the Americans could not do whatever they wanted with the dollar. Simply put, the $35-per-ounce-of-gold convertibility meant that the Americans could not just excessively print dollars; if you print more than $35, your treasury will have to have more than an ounce of gold reserves.
America could make such a commitment to the world because it possessed then about 80% of the world’s gold reserves. But the situation later became not as simple as the Americans might have wished. After World War II, the United States got foolishly involved in the Korean and the Vietnam wars. These were two costly wars for the US, especially the Vietnam War. The Vietnam War destroyed almost $800 billion through military spending. With the increasing costs of war, the United States was taking on more than it could afford. According to the US pledge, the loss of every $35 meant the loss of one ounce of gold.
In August 1971, the Americans still had more than 8,800 tons of gold. At this time the Americans knew they had some troubles, and other people were creating new troubles. For example, French President Charles de Gaulle did not have faith in the dollar, so he got the French finance minister and central bank governor to check on the French dollar reserves. France then had about $2.2–2.3 billion, and de Gaulle then ordered them to return all the dollars to the US and get in return the corresponding value in gold. The French blow produced a similar response from other countries. They similarly told the Americans: we do not want dollars; we want gold. This put the Americans in a corner.
Thus, on August 15, 1971, then US President Richard Nixon announced the closure of the gold window—the dollar was delinked from gold. It was the beginning of the collapse of the Bretton Woods system, but it was also a time when the Americans went back on their pledge. But as far as the world was concerned, things were not entirely clear at the time. People believed in the dollar because there was gold behind it. The dollar had been used as an international, settlement, and reserve currency for almost 30 years, and people had become used to the dollar. If the dollar suddenly brakes and there is no longer gold behind it, in theory, it becomes a piece of simple green paper—then how can we still use it? One could stop using it, but there would be the problem of what measure to use in the international settlement of the value of goods? Because money is the measure of values, if one does not use the dollar, how can one also trust other currencies? For example, between the yuan and the ruble, Russia (then the Soviet Union) says, if you do not recognize the ruble, we do not recognize the yuan, and then one can only continue to take the dollar as a medium of exchange between us.
So, the Americans used the world’s inertia and in October 1973 pushed the Petroleum Exporting Countries (OPEC) to accept American conditions: global oil transactions must be settled in US dollars. Prior to this, the global oil trading could use a variety of international settlement currencies, but after October 1973, everything changed, and OPEC announced that the dollar must be used on the global oil trade settlement. Thus, after the decoupling of dollar and gold, the Americans pegged the dollar to the basic commodity of oil. Why? Because the Americans saw clearly that one may not like the dollar, but one cannot do withou
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the energy: one can do without the dollar, but would you do without oil? All countries must consume energy, and all countries need oil; in this case, one’s need for oil becomes equivalent to need for dollars, which was a very clever move by the Americans. In fact, after the 1971 dollar and gold decoupling, with the 1973 peg of dollar and oil, the US set a new milestone, though few people realized it at the time.
Many economists—financial experts—did not see clearly that the most important events of the 20th century were not World War I, World War II, and the collapse of Soviet Union. The most important event of the 20th century was the August 15, 1971 decoupling of dollar and gold. Since then, humanity saw the emergence of a financial empire, and this financial empire took all of the humanity race into its financial system. In fact, the so-called dollar leadership began at this moment. Today it is about 40 years old. After that day, we entered into an era of real paper notes, but behind the dollar there is no longer a precious metal—it uses entirely the government’s credibility and support from all over the world to gain profits. Simply put, the Americans can use a piece of printed green paper to get physical wealth from all over the world. We never had such a thing in human history. There were a lot of ways to make profits in human history, sometimes with money exchange, sometimes by using gold or silver; at other times countries used war to gain plunders, but the cost of war remained enormous. But after the appearance of the dollar as simply a green paper, the cost-benefit ratio for the United States we can say became extremely low.
Because of the dollar-gold decoupling, gold no longer drags on the dollar, and the United States is freer to print dollars. If a lot of dollars stay in the United States, they will cause inflation in the US. If the dollars go abroad, then the whole world will digest the US inflation, which is one of the reasons why the dollar’s inflation rate is not high. In other words, the outflow of US dollars abroad dilutes its domestic inflation. But the after of the global outflow of dollars, Americans have no money, and if they continue to print money, the dollar continues to depreciate, which is not good for the United States. So the Fed does not, as some people imagine, go on crazily printing money. Actually the Fed fully understands restraint. In the 100 years of its existence, from 1913 to 2013, the Fed issued a total about 10 trillion dollars.
In comparison, some people began to blame China’s central bank. Why? From the time it started to issue the new currency—the renminbi—in 1954 up to now, our central bank has issued over 120 trillion yuan. If converted at the exchange rate of 6.2 to the US dollar, we issued about $20 trillion. But that does not mean crazily printing money in China because after the reform and opening up, China earned a lot of dollars, and now there are a lot of dollars as foreign investment in China. Due to foreign exchange controls, the dollar cannot circulate in China, so the central bank has to release RMB of corresponding dollar and other currency value. However, foreign investments in China, after they make money, may be withdrawn in the future; at the same time, there will be a lot of foreign exchange to buy resources, energy, products, and technology. In this way, a lot of dollars will eventually move out while the RMB stays. One then cannot possibly destroy the corresponding amount of RMB, but can only let the yuan in China continue to circulate, so the stock of RMB becomes a force larger than the dollar. This in turn proves these amazing 30 years of China’s economic development. China’s central bank acknowledged that in recent years it probably issued over 20 trillion yuan. Most of this huge amount stayed in China, which drives to talk about the following problem: why the RMB must be internationalized.
2. The relationship of the dollar cycle and the global economy

The reason why the United States has no inflation is largely because of the global circulation of the dollar. But the US cannot issue unlimited amount of dollars, which would devalue the dollar—you want control. If exercising that control means don’t have dollars, what can you do? Americans have another set of solutions to this problem: they issue dollar bonds, and through the issuance of bonds, they get the dollars out of the country to flow back home. But when this outflows goes back to the United States through debt capital, Americans begin to play a new game, printing money with one hand and borrowing with the other. Printing money can make money, and borrowing can also make money, producing money with money. If it is easier to make money through finance than in real economy, then who is willing to sweat doing hard labor in the low-value-added manufacturing and processing of the real economy? After August 15, 1971, Americans gradually abandoned the real economy in favor of the virtual economy, turning into a hollow country. Today’s US GDP has reached $18 trillion, but the real economy contribution to GDP does not exceed $5 trillion—most of the rest is created by the virtual economy. Through the issuance of bonds, the US gets a large number of dollars circulating abroad back to the United States and into the three US markets: the futures market, bond market, and stock market. American money begets money in this way, and then the money flows abroad, so the cycle of outflow and inflow makes a profit and with this the US becomes a financial empire. United States takes the world financial system into itself. Many people think that after the decline of the British Empire, the colonial history was basically over. In fact it is not like that, because after the United States became a financial empire, it started using the dollar as a hidden “colonial” expansion: it controlled national economies through dollars, thus making various countries of the world its financial “colonies.” Today we see a lot of sovereign and independent countries, including China, that although sovereign, with their own constitutions and governments, still can’t shed the dollar. In the end, the countries’ wealth will be expressed in dollars and they will have their physical wealth enter the US through exchange and a steady stream of dollars.
We can see this very clearly over a 40-year period in the dollar exchange-rate chart. The August 15, 1971 US dollar-gold decoupling meant the Americans got rid of the shackles of gold, they could freely print dollar, the dollar circulation increased, and the dollar exchange rate was naturally low. From 1971, in particular with the 1973 oil crisis, the dollar exchange rate has been trading low, which indicates that they print a lot of dollars. This situation lasted nearly 10 years. A low US dollar exchange rate is not entirely a bad thing for the world economy because it means that the dollar supply increased, which means an increase in the flow of capital. Most of this capital did not stay in the United States but went abroad. At the start of the low dollar exchange rate, a lot of dollars went to Latin America, which stimulated investment and also brought prosperity. This was the 1970s economic boom in Latin America.
The period of dollar flood lasted for about 10 years. Then in 1979, the Americans decided to close the sluice. A low US dollar exchange rate is equivalent to the Americans opening the floodgates, and the closing of those flood gates is actually reducing the dollar’s liquidity. In 1979, the dollar exchange rate became strong and dollars flowing abroad were reduced. Latin America thought it was receiving a lot of dollars that drove development. Suddenly investment was reduced, liquidity dried up, the chain of capital investment broke, and naturally the economies had troubles.
Once trouble started each Latin American country started to think of ways to save itself. Take for instance Argentina. It
s per capita GDP had entered the ranks of the developed countries. But when the Latin American economic crisis appeared, Argentina was the first to enter recession. There are many ways to solve a recession, but unfortunately, when the Argentine government came to power through a military coup, the president was Galtieri, who had no sense of the economy. As a soldier, Galtieri’s only idea was war, and he hoped to rescue the situation with a war. He set his goal on the Malvinas Islands, 600 km away from Argentina’s mainland and called the Falkland Islands by the British. The islands had been under British rule for over 100 years, and Galtieri decided to claim them back. But Argentina is South America, which has always been regarded as America’s backyard. To fight a war in America’s backyard one can’t avoid asking America. So Galtieri people went to talk with US President Ronald Reagan, to see the US attitude on in it. Reagan must have known that if Galtieri wanted to fight this battle, it could lead to a large-scale war with the British, but allegedly he casually declared that this was a matter between Argentina and the United Kingdom, it had nothing to do with the United States: “we do not have any position; we remain neutral.” Galtieri thought it was the US president acquiescence, so he launched the Falklands War and easily recovered the Falklands. All in Argentina cheered, like an over-enthusiastic carnival. However, British Prime Minister Margaret Thatcher declared that she would never accept this outcome, and also forced the US president to take a stand. Reagan then immediately put down the mask of neutrality and issued a statement strongly condemning Argentina’s acts of aggression, while standing firm with Britain. Subsequently, the British sent an aircraft carrier task force over a lengthy and strenuous expedition of 8,000 sea miles, winning back the Malvinas.
In the meantime, the dollar began to strengthen, and international capital returned to the United States in accordance with the US wishes. When the Falklands War broke out, global investors drew immediate conclusions: Latin America was in a regional crisis and there was a deterioration of the investment climate in Latin America. One after the other, investors went to divest from Latin America. The Federal Reserve saw the moment and immediately announced an increase in interest rates. After the rates rose, disinvestment from Latin America gained momentum. Latin America’s economy was in ruins. The withdrawal of capital from Latin America almost all went to the United States in pursuit of the three markets (the bond, futures, and stock markets) in the US, and this brought the US the first big bull market after the dollar-gold decoupling. The dollar exchange rate had grown by 60 points then in one leap rose over 120 points, an increase of 100%. The three American markets did not keep this money there but seized the opportunity to earn more by going back to Latin America, this time to buy high-quality assets whose prices had dropped to the floor, thus savagely fleecing again Latin American economies. This was the situation after the first dollar strengthening.
If similar things happened only once, then it would be a rare occurrence; if they occur repeatedly, then it must be the rule. At the time of the first cycle—“10 years of weak dollar, six years of strong dollar”—people were not sure whether it was the rule. After the peak of the financial crisis in Latin America, the dollar exchange rate began to fall again starting in 1986. After that there was the Japanese financial crisis and the European currency crisis, but the dollar exchange rate was still low. Some 10 years later, in 1997, the dollar strengthened again. The strong dollar this time also lasted six years. This is very interesting, we can see that the dollar exchange rate showed more or less the same pattern: 10 years weak, six years strong, and then again 10 years weak, six years strong.
After 1986, the dollar exchange rate began to weaken for the second time, then after 10 years, the dollar came back like a flood, spilling all over the world. The main flood zone this time was in Asia. In 1980s what idea was hottest? The “four Asian Tigers,” “the Asian Geese,” and so on. Many people believed that Asia’s prosperity came through the hard work, intelligence, and the business acumen of the Asians. In fact, a big reason was because Asian countries received enough dollars for ample investments. When the Asian economies were roughly prosperous, the Americans felt it was time to reap the harvest. Then, after 1997, when the dollar exchange rate had been low for a full 10 years, by reducing the money supply to Asia, Americans brought back a strong dollar reversal. Most Asian countries, enterprises, and industries suffered liquidity shortages, and some even simply broke the chain of capital financing, and so came the signs of the Asian economic and the financial crisis.
This time the water in the pot was already 99 degrees, only 1 degree short of boiling, and then with the other degree the regional crisis would break out. It is not necessarily a war like that of Argentines. To create a regional crisis, war is not the only way. Since the goal is to squeeze out the capital, even without a fight one can create regional crisis. Then we saw that financial speculators like Soros, with his Quantum Fund, and hundreds of the world’s hedge funds, like a pack of wolves begin to attack the weakest economies of countries in Asia, such as Thailand, attacking the Thai currency the baht. A week or so after the baht crisis began, there was a chain reaction, all the way south, gradually moving to Malaysia, Singapore, Indonesia, and the Philippines, then north to China, Taiwan, Hong Kong, Japan, South Korea, and all the way up to Russia—the East Asian financial crisis broke out. This time the water was boiling. Global investors concluded that the investment environment in Asia had deteriorated and withdrew their capital from Asia. The Fed once again seized the opportunity to sound the trumpet for interest-rate hikes. Following the withdrawal order from Asia to the US, capital once again sought the three major US markets and brought the second great bull market to the United States. When Americans saved enough money, as they had done in Latin America, they came back to Asia to buy quality assets in Asia at floor price. This time the Asian economies had been totally smashed, with no strength to fight back. This time China was the only lucky one.
3. Now it’s China’s turn

Thereafter, timely and accurate as tides, after six years of being strong, the dollar exchange rate in 2002 it began to weaken again, and then again 10 years, in 2012, the Americans began to prepare to make the strong dollar weak again. The method was still the same old one: to create regional crises for others. We have seen the Cheonan incident [translator’s note: A South Korean navy ship sunk in 2010, possibly by a North Korean torpedo]; in neighboring China, the Diaoyu/Senkaku Islands dispute [translator’s note: between China and Japan], and the Huangyan Island/Scarborough Shoal dispute [between China and the Philippines]. Almost all took place within a very short period. But very unfortunately, the United States in 2008, playing with fire in its own home, was first hit by the financial crisis. This resulted in a delay in the strengthening of the US dollar exchange rate. It seems that the Sino-Philippine dispute on the Huangyan and the Sino-Japanese on the Diaoyu Islands did not much impact the US dollar exchange rate, but does it really matter? Why did these incidents occur just at the beginning of the third 10-year period of weak dollar? Few people have been explored this issue, but it is really worth considering.
If we admit that from the 1971 dollar-gold decoupling there has been a dollar exchange rate cycle, and according to the cycle, the Americans take the opportunit
y to strain the economies of other countries, then we can conclude that, now it is China’s turn. Why do we say so? Because now China has become a global attraction for receiving investments and a large quantity of international capital arrives in China from those optimistic about its economy. From the perspective of economic laws, it is not just China as a country. An economy the size of China’s is equivalent to the whole of Latin America, even bigger than the total economic output of Latin America; and if we compare it with East Asian economies then we can say that China’s economy is equivalent to the whole rest of East Asia. Moreover, in the past decade, a lot of capital came into China, making China’s economy to grow at a mouthwatering speed and becoming the world’s second largest. If this is so, it is not strange that the United States aims to target China for its third straining.
If the assessment is true, then, from 2012, since the Sino-Japanese Diaoyu Islands dispute and the Sino-Philippines Huangyan Island dispute, China’s neighborhood disputes came one after the other, until last year’s Sino-Vietnamese clash over the “981” rig and then later the “Occupy Central” Hong Kong movement. Can the occurrence of all these events still be seen as accidental? Last year in May, when I accompanied General Liu Yazhou, political commissar of the National Defense University, to Hong Kong for a study visit, the “Occupy Central” movement was already brewing and would possibly start at the end of May. But by the end of May it did not begin, nor by the end of June or July or August. What was the reason? What was this brewing movement waiting for? Let’s compare the timetable of another event: Fed QE (quantitative easing) exit timetable. Early last year, the United States said it would withdraw QE, but come April, May, June, July, and August, still it did not end it. If the US did not end QE, then they were still issuing many dollars and dollar cannot be strong, so Hong Kong’s “Occupy Central” movement did not start. The timetables of both events completely overlap. At the end of September last year, the Fed finally announced the US withdrawal from the QE, and the dollar exchange rate began to turn strong in early October—and then the Hong Kong “Occupy Central” movement broke out. In fact, the Diaoyu Islands, the Philippines Huangyan Island, the 981 drilling rig, and Hong Kong “Occupy Central” movement are four explosive situations. If any of these four blows up, they would lead to a regional financial crisis, which would mean that the region surrounding China is no longer good for investment. This would fully satisfy the basic condition of the dollar revenue model: “when the dollar exchange rate becomes stronger, other areas must appear as in regional crisis; this deterioration of the investment environment in the region forces a large number of investors to withdraw capital.” But unfortunately for Americans, this time it they had to deal with Chinese as opponents. The Chinese people used the taijiquan method to solve one by one the crises in the neighborhood. The result up to the present is that what the Americans hoped for—that 99 degree hot water goes up an extra degree—has failed to occur; the water is not boiling.
If the water does not boil, the Fed has to hold on raising interest rates. It seems the United States understands it is not so easy to shear China’s wool, but it has no intention of just waiting around. At the same time as promoting the “Occupy Central” movement in Hong Kong, the United States multi-pronged approach was starting to move in other areas. Where? Ukraine, where the EU meets with Russia. Ukraine, under the leadership of Viktor Yanukoviych, of course was not a perfect egg, so flies could fill it with maggots. But the United States was eyeing Ukraine not just because it was a rotten egg, but because it was good at fighting Yanukovych, a disobedient politician, and also blocking the EU and Russia from getting closer. This could also cause a worsening of the European investment environment—the ideal objective of killing three birds with one stone. Thus, a Ukrainian seemingly spontaneous popular “color revolution” broke out, and the goal of the Americans was achieved beyond the expectations of Americans or anyone on Earth: Russian strongman Vladimir Putin, taking advantage of the opportunity, recovered Crimea. Although the move was not in the American plan, it gave Americans a reason to put pressure on the European Union as well as Japan, forcing them to join the United States in sanctions against Russia, bringing great pressure to the Russian but also to the European economy.
Why did Americans have to do it? Often one looks at issue from a geopolitical perspective, rather than from the perspective of capital. After the crisis in Ukraine, Russia’s relations with Europe and America deteriorated rapidly, but Western sanctions against Russia created a deterioration of the investment environment in Europe, leading to the withdrawal of capital. According to statistics, over a trillion dollars of capital left Europe. America’s two-pronged design was successful. That is, if you cannot get capital to withdraw from China in pursuit of the United States, then at least you can cause European capital to go to the US. This was the first step to achieve a dramatic change in the situation in Ukraine, but the second step, did not go as the United States wished. The capital withdrawn from Europe did not go to the United States, according to data—most of it went to Hong Kong. This means that global investors are still not optimistic about the US economic recovery. Although its economic growth is slowing down, they still are looking to the country with the fastest growth rate: China.
This is the first point. The second is that the Chinese government announced last year it wants to have the “Shanghai and Hong Kong markets communication” so global investors are eagerly hoping to make some money through the “Shanghai and Hong Kong communication.” Western capital in the past did not dare to enter the Chinese stock market. A very important reason was China’s strict foreign exchange controls, with strict exits—you are free to come in, but you cannot easily go out—so investors are generally afraid to invest in China’s stock market. Since the “Shanghai and Hong Kong communication,” they can easily through Hong Kong invest in the Shanghai stock market, and they can just leave after they make money. Over a trillion dollars are now stuck in Hong Kong and have been since last September, which is the beginning of the “Occupy Central” movement. This is why the forces behind the “Occupy Central” movement have always refused to give up and always wanted a comeback—Americans need to create a regional crisis aimed at China, so the capital stuck in Hong Kong will be withdrawn from China in favor of the American economy.
Why does the US economy need and so strongly depend on international capital flows? The reason is that after the August 15, 1971 dollar-gold decoupling, the US economy gradually gave up on physical production and left the real economy. Americans consider the real economy—low-end manufacturing, low-value-added industries—as garbage industries or call them “sunset industries,” and gradually transferred them to developing countries, especially to China. Furthermore, aside from the so-called high-tech industries such as IBM, Microsoft, and other companies, America has gradually turned about 70% of jobs to finance and financial services. Now, the United States has become industrially empty and does not have much of a real economy that can bring large profits to global investors. In this case, the Americans have to open another door, that of the virtual economy. Virtual economy is its three markets. As long as the international financial capital gets into the
pond of its three markets, it makes money for America’s own money. Then, it uses the money earned to fleece the world, and now this is the only way Americans can live. Or we call it the American way of life. The approach is that the United States requires the return of a lot of capital to support the daily lives of Americans and the US economy. Those blocking capital returns to the US are the enemy of the United States. We must understand this to think about it clearly.
Second, whose cheese was moved by the rapid rise of China?
1. Why the birth of the euro provoked a war?

On January 1, 1999, the euro was born. Three months later, the Kosovo war broke out. Many people thought that the war in Kosovo came about because the United States and NATO joined forces to fight the Milosevic regime, which had massacred ethnic Albanians in Kosovo, creating an appalling humanitarian disaster. After the war, the lie quickly burst, and Americans admitted that this was a move played jointly by the CIA and the Western media with the goal of hitting the Yugoslavian government. However, was the war in Kosovo really against Yugoslavia? Europeans overwhelmingly believe it was for this purpose, but after 72 days of war, the Europeans found themselves fooled, and why?
With the launch of the euro, the Europeans were very confident. They set the euro-dollar rate 1: 1.07. After the outbreak of the Kosovo war, the Europeans were fully involved in the NATO action, in support the US attack on Kosovo. After 72 days of bombing, the Milosevic regime collapsed and Yugoslavia yielded. But then after all of this, the Europeans found the accounts did not match. In these 70 days of the war, the euro actually was crippled. When the war ended, the euro plummeted 30 percent, to $0.82 to one euro. Europeans suddenly realized they were sold out, and they were still counting the money for other people. The Europeans began to wake up. That is why later when the United States fought in Iraq, France and Germany—the two EU powers—firmly opposed the war.
Some say that Western democracies do not fight among each other. So far, after World War II, there has been no direct war between Western countries, but this does not mean there is no economic or financial war between them. The Kosovo war was the Americans’ indirect financial war with the euro, the fight was with Yugoslavia but pain was felt by the euro. That is because the birth of the euro moved the dollar’s cheese. Before the birth of the euro, the world currency was the US dollar, and the dollar was used for about 80% of global settlements—even now it is around 60%. The emergence of the euro immediately cut away a chunk of US cheese. The EU is a $27 trillion economy, and its appearance suddenly overshadowed the world’s largest economy, the North American Free Trade Area ($24–25 trillion dollars). As a large economy, the European Union certainly could not be happy with the dollar settling its internal trade, so the Europeans decided to launch their own currency, the euro. The emergence of the euro cut away about a third of the dollar settlements, and now 23% of world trade settlement uses the euro instead of the dollar. Americans were vigilant enough when the Europeans started talking about the euro, but later when they discovered that the appearance of the euro was a challenge to the primacy of the dollar, it was a little too late. Therefore, the US learned a lesson, and on one hand it presses down the EU and the euro, on the other hand it must press down other challengers.
2. What does America want to balance with the “Asia-Pacific strategic rebalancing”?

The rise of China makes us the new challenger. The 2012 Diaoyu Islands dispute and the Huangyan Island dispute are the latest attempt to suppress the American challenger’s success. Both occurred in China’s neighboring geopolitical areas, and although they failed to cause large capital outflows from China, they at least partially met American goals and created two problems. In early 2012, China-Japan-Korea negotiations on a trilateral Northeast Asian FTA were close to success; in April, China and Japan had a preliminary agreement on Japanese currency and bond swaps. But this time, the Diaoyu Islands dispute and the Huangyan Island dispute appeared one after another, and all of a sudden the Northeast Asian FTA negotiations and the Japanese currency swaps went up in the wind. After a few years, we have barely completed bilateral negotiations on a China-South Korea FTA, which has little significance, since it is quite different from the Northeast Asian FTA. Why is that? Because once China-Japan-Korea FTA negotiations succeed, it will include China, Japan, Korea, Hong Kong, Macao, and Taiwan. A Northeast Asian FTA would mean the third-largest economy would appear, a world-scale giant of about 20 trillion dollars. Then, once the Northeast Asian FTA was in place, it would not stop but would quickly move south to integrate the Southeast Asia free-trade area and form a free-trade area in East Asia generating over 30 trillion dollars. It would be the world’s first economy bigger than that of the EU and North America. Then we could continue to speculate that a free trade-zone in East Asia still would not stop. It could bring in India in the southwest, then move north to integrate the five Central Asian republics, and then go west to integrate the Middle East—so that the entire Asian FTA would have a scale of over 50 trillion US dollars, more than the EU and North America put together. If such a large free-trade zone were to appear, would it be willing to use the euro or the US dollar for clearing its internal trade? Of course not. This means that an Asian dollar might be born.
But I think, if an Asian FTA is to come about, we can only promote the internationalization of the RMB and allow the yuan to become Asia’s dominant currency, like the dollar became the hard currency in North America and then for the flow of goods around the world. The meaning of RMB internationalization goes far beyond what we say about the RMB: to go out and play a role in the “one belt, one road” policy and so on. It would split the world with the US dollar, and the euro. Chinese people can see it, will the Americans not see this? When Americans announced a rebalancing east, they pushed Japan on the Diaoyu Islands and wrangled with China to back the Philippines in the Huangyan Islands confrontation. If we think short-sightedly then the Diaoyu Islands dispute was started after the Japanese right-wing “bought the island” and the dispute with the Philippines started when Philippine President Corazon Aquino got carried away trying to stir trouble with China. But what we don’t see is American foresight in preventing the RMB from becoming a challenger the dollar. The Americans knew very well what they were doing because they knew they must not let such a thing happen again [as with the euro]. If the Northeast Asian FTA were formed, it would have a ripple effect dividing the world in three. If only a third of the global money is in the hands of the dollar, how can the US currency maintain its leadership? Could a hollowed out United States, left without monetary leadership, still be a global leader? If we want to understand this point, we should see why behind all of China’s recent troubles there is the shadow of the United States. This is because the United States has to think more long-term than us, see things more deeply to prevent China’s “peril” in the first place, and thus always give us trouble. This is the fundamental reason the US implemented its Asia-Pacific rebalancing strategy. What do you want to balance exactly? It is really to try to balance China and Japan, China and the Philippines, or China and other countries? Of course not, the goal is to balance out the momentum of China’s rising power today.
Third, the secret that American soldiers
fight for the US dollar
1. The Iraq War and the currency used in accounting oil deals
Everybody says the power of America rests on three pillars: money, technology, and military. In fact, today we can see that the real pillars of the US are monetary and military, and supporting the currency is the United States military. Wars all over the world burn money, but the US military goes on fighting despite it. But it can burn money on one hand and earn money for the US on the other hand, which other countries cannot do. Only the United States can gain a great deal through war, although the United States also has lost some hands.
Why did the Americans fight in Iraq? Most people have in mind just one word: oil. Did Americans really go to war for oil? Definitely not. If Americans went to war for oil, then why didn’t the Americans take a single barrel of oil from Iraq after the victory? Moreover, oil prices went from $38 a barrel before the war, to $149 a barrel after the war. The American people did not get low oil prices because of the US occupation of Iraq. Therefore, the US war in Iraq is not about oil, but the dollar.
Why, you say? The reason is very simple. Because in order to control the world, the United States needs the world to use dollars. In order to let the world use dollars, the Americans made a very clever move in 1973: they linked the dollar and oil by forcing the leading OPEC country, Saudi Arabia, to conduct its global oil transactions in dollars. If you understand that global oil transactions are in US dollars, you can understand why the Americans fight for oil. A direct consequence of war in the oil-producing countries is the surge in oil prices, and a surge in oil prices means that the demand for dollars increases. Before the war, for example, if you had $38, in theory, you can buy a barrel of oil from an oil company. With the war, oil prices have more than quadrupled, reaching $149. So, $38 is only enough to buy a quarter of a barrel of oil, and for the remaining 3/4 of the barrel you are short more than 100 dollars. What to do then? You can only go to the Americans with your own products and resources and hand them out in return for American dollars. And then the US government can confidently, openly, and justifiably print dollars. It is through war—war against the oil-producing countries creating high oil prices—that the US creates a high demand for dollars.
The American war in Iraq had more than just one goal. It was also about maintaining the dollar leadership. Why then did George W. Bush insist on war in Iraq? Now we can very clearly that Saddam did not support terrorism or al-Qaeda, nor did he weapons of mass destruction—why was Saddam finally brought to the gallows? Because Saddam thought himself smart, and played with fire with superpowers. At the official launch of the euro in 1999, Saddam Hussein seized the opportunity to play with fire between the dollar and the euro—the United States and the European Union—and he could not wait to announce that the Iraqi oil transactions would occur in euros. This is what angered the Americans, in particular, it produced a chain reaction. Russian President Vladimir Putin, Iranian President Mahmoud Ahmadinejad, and Venezuelan President Hugo Chavez, also announced the settlement of their country’s oil exports would be in euros. Was this not a stab in American backs? Some people think it is too far-fetched to say that after this war in Iraq was mandatory. Then please take a look at this: what did the Americans do after winning Iraq? Even before seizing Saddam, the Americans set up an Iraqi interim government whose first decree was to declare Iraqi oil exports would be accounted in dollars and not in euros. That’s why Americans are fighting for dollars.
2. The Afghan war and US capital account surplus
Some might say that the war in Iraq to for fight US dollars is understandable, but in Afghanistan there is no oil, so the US war in Afghanistan could not have been fought for the dollar, right? Moreover, the war in Afghanistan came clearly after “9/11,” when the United States wanted to retaliate against al-Qaeda and the Taliban for supporting al-Qaeda. But is that really true? The war in Afghanistan started over a month after “9/11″—it was kind of rush. After a while the US ran out of cruise missiles but the war still continued. The Pentagon could not but order open the stash of nuclear weapons, remove the 1,000 nuclear warheads from cruise missiles, and put in place conventional warheads, Then they lobbed 900 more missiles and only then beat down Afghanistan. This is obvious proof that preparation was very inadequate, and in that case, why did the Americans insist on rushing into battle?
Americans could not wait any longer. In the early 21st century, the United States was an industrially hollow country and needed about $700 billion every year in net inflows to survive. But within a month after “9.11,” the investment climate in the US had badly deteriorated to a level of worries and anxiety never felt before. No matter how strong it is, if the United States could not look after its own security, how could it ensure investors’ financial security? As a result, over $300 billion of hot money left the United States. This forced the United States to fight a war as soon as possible. The war was not only to punish the Taliban and al-Qaeda, but also to regain global investors’ confidence. As the first cruise missiles exploded in Kabul, the Dow Jones rebounded 600 points in one day, the capital flowing out began to return to the US, and by the end, there was about $400 billion moving back to the US. Does this not prove that the war in Afghanistan was for the dollar and capital?
3. Why aircraft carriers gave way to rapid global strike systems
Many people have great expectations about China’s own aircraft carrier, because they have seen the history of aircraft carriers and eagerly look forward to China with its own. Then when we heard the whistle of the Liaoning, we rushed to catch the last train of a Chinese aircraft carrier. While the aircraft carrier remains today a sign of a big country, it is but a sign. Because the global economy is increasingly focused on financial technology, the role of aircraft carriers will gradually decline. The history of aircraft carriers is a product of its times. When the British Empire flourished, it promoted global trade, and it would sell its manufactured goods to the world, and then get resources in return. It needed a strong navy to ensure the smooth flow of sea lanes. Later the development of aircraft carriers was all to control the seas and to ensure the safety of sea lanes. It was the era of “logistics is king”: to guarantee control of the flow of resources and products on the sea would guarantee control of the flow of global wealth. But the world today is in the era of “capital is king.” Billions, hundreds of billions, or even trillions in capital flow from one place to another place within a few seconds with the tap of a few keys on the computer. Of course, the aircraft carrier sailing the oceans at the speed of logistics, but unable to keep up with the speed of capital, will not be able to control global capital.
Today, what are the alternatives? Can you keep up with the direction, volume, and speed of the flow of global capital supported by the Internet? Americans are developing a huge, rapid global combat system: using ballistic missiles and supersonic aircraft five times or ten times faster than a supersonic cruise missile, it can quickly hit any area of high concentration of capital. Now the US claims it can hit any part of the world within 28 minutes, so no matter where capital is concentrated, it can hit anywhere in the world. As long as the United States does not want a particular place to have capital, a missile can get there in 28 minutes. And when the missile goes down, capital ca
n be still quietly and nicely withdrawn. This is the reason why a fast global combat system will replace the carriers. Of course, the aircraft carrier of the future will still have irreplaceable roles, such as the protection of maritime safety and of sea lanes, humanitarian missions, and so on, because the carrier is a very good offshore platform. But as a weapon to control future capital flows, it has far less speed than the global strike systems.
Fourth, the “Air and Sea Battle”: A Gordian knot for the US
When Americans consider the use of military means to deal with the rise of China, they proposed a concept called the “air and sea battle.” I think the “air and sea battle” remains intractable dilemma for the US. The “air and sea battle” against China was raised at the 2010 joint US Air Force and Navy summit. The strategy primarily reflects the fact that the US military today is weakening. US troops used to think that it could use air strikes and the Navy against China. Now the US finds neither the Air Force nor the Navy by themselves can gain advantages against China; a joint air-and-sea attack can provide a certain advantage over China. But though the US raised the idea a little more than four years ago, the Americans suddenly changed the name, now calling it a “concept of global common involvement and joint mobility.”
In this joint concept of operations by air and sea, Americans believe that there will be no war between the two countries within the next ten years. After recent American studies on China’s military development, they believe the US’s existing capacity is not sufficient to offset some advantages the Chinese military has established, such as the ability to destroy space systems or attack aircraft carriers. The United States must then come up with ten years of development and a more advanced combat system to offset China’s advantages. This means that Americans may schedule a war for ten years later. While war may still not happen in a decade, we must be prepared for it. If Chinese do not want a war in the next ten years, we need to put all of our affairs in order, including the preparation of the military and war.
Fifth, the strategic significance of “one belt, one road”
Let’s look at the Americans’ passion for sports: the first is basketball and the second is boxing. Boxing typically reflects strength in the style Americans advocate: go straight, strike, the KO (knockout) wins, and everything is clear. China, by contrast, likes blur and softness, and we do not look forward to knocking you out, but want to resolve and understand all your actions. Chinese people like to practice taiji, which is indeed a higher art than boxing.
“One belt, one road” reflects this idea. The history of the rise of all great powers concerns their globalization movement. This means that globalization is not a consistent process from antiquity to the present day, but each place—the Roman Empire, the Qin Empire—has its own globalization process. Each process of globalization was being pushed by the rising empire; every empire is associated with a period of globalization, with its heyday of globalization when it reached a peak. And globalization will also be limited by their strength, which is the maximum range that can be achieved by their vehicles—that is, it’s the end point for each phase of globalization. Therefore, both the Roman and Qin Empire globalization, today only seem like a process of regionalization of imperial expansion. The real globalization of modern history came from the beginning of the great British Empire, which was the globalization of trade. After the United States took over the mantle of the British Empire, it carried on with the globalization of trade, while the truly American globalization was the globalization of dollars. This is the globalization that we are experiencing today. But I do not agree that today’s Chinese strategy of “one belt, one road” is an integration into the global economic system. To say that the dollar will continue its globalization and integration is a misunderstanding. As a rising great power, “one belt, one road” is the initial stage of China globalization. As a big country, the process of rising must be about the plan for advancing globalization.
“One belt, one road” is by far the best strategy China can put forward. It is a hedge strategy against the eastward move of the US. Some people will question this, believing hedging should be in the same direction—how can you hedge by going in the opposite direction? Right, “one belt, one road” is China’s hedge strategy of turning its back to the US eastward shift: You push in one direction; I go in the opposite direction. Didn’t you pressure me to it? I go west, neither to avoid you nor because I am afraid, but to very cleverly defuse the pressure you gave me on the east.
“One belt, one road” is not a strategy of two parallel lines, but there should be primary and secondary focuses. Given that China’s sea power is still weak, the first choice of “one belt, one road” should be to compete on land, which means “the way (sea lanes)” should be a secondary attack direction and “the belt” should be the main direction. If “the belt” has become the main direction, it means that we must re-recognize the role of the Army. Some people say that the Chinese Field Army is invincible. If they mean it within the scope of Chinese territory, yes, the Chinese Army is invincible. Who would want to set foot on Chinese territory to fight large-scale battles? The problem is, does the Chinese army have expeditionary capabilities?
Last year I talked about this issue at the Global Times forum. I said that in choosing China as its rival, America chose the wrong opponent and the wrong direction. Because in the future, the real challenge to the United States is not China; it is the United States itself, and the United States will bury itself. Because it does not realize that a great era is ending, the United States will fall with time because financial capitalism has been brought to the highest stage. On the one hand, through the virtual economy, the United States has already eaten up all the profits of capitalism. On the other hand, through scientific and technological innovation—of which it is proudly is a world leader—the Internet, big data, and the cloud are pushed to the extreme will eventually bury in the United States, as the representatives of the most important opponent of financial capitalism. [That is, the internet and the cloud will gain a life of their own and oppose the government of the US].
On last year’s “double 11” [November 11, Chinese Valentine day], online shopping reached 50.7 billion yuan in a day for Alibaba’s Taobao. Over the three days after the Thanksgiving holiday, US online and on-the-ground store sales had a total equivalent to 40.7 billion yuan, less than Alibaba sales in one day. And China was not even counting Netease, Tencent, Jingdong, or revenue from malls. This means that a new era has already arrived, while the American reaction is still slow. Alibaba deals were all made directly with Alipay. What does direct pay mean? It means that the currency is already out of the transaction stage, and the American leadership is built on the dollar. What is the dollar? It is a currency. In the future, when we no longer use money, traditional money settlement will become useless. When money becomes useless, will an empire built on money still exist? That is the question to be considered by the Americans.
3D printers also represent a future direction and will bring a fundamental changes in the mode of production in today’s society. Because production is changing and trade is changing, the world is bound to change radically. But history has proven that real change
can lead to changes in the social nature, which will be led by these two [changes in production and trade modes] and no other factors. In China from the period of the late Qin Emperor, people began to rebel: Chen Sheng Wu Guang rose a revolution and uprisings occurred many times during 2,000 years of history. Rebellions, wars, revolutions—do they solve the problem? They do not solve the problem; they just bring a change of rulers, a low-level water circulation. These movements could not change the nature of the farming community, nor did they change the modes of production or the ways of trade. They could only bring a regime change. In the West too, Napoleon brought the glory of the French Revolution and led a new army baptized in the revolution across Europe, throwing down one crown after the other, but when he failed at Waterloo, Napoleon stepped down. All European kings were restored and immediately they returned to feudal society. The Industrial Revolution came when the British steam engine allowed humanity to greatly enhance its production and a large number of surplus products appeared. With the remaining products there was surplus value, and thus capital and capitalists. Capitalist society had arrived.
So today when capital may disappear with the disappearance of money and when production will also change with the emergence of 3D printer, mankind is about to enter a new social stage. This time China and the United States stand on the same starting line, the starting line of the Internet, big data, and cloud computing. We have to compare who is better at entering this era, rather than the vie for who will suppress whom. In this sense, I was saying that the United States picked the wrong opponent. The real opponent is the United States itself—or is this era. Precisely on this point, Americans appear amazingly slow. Because they are too eager to keep their leadership and never thought to share power with other countries, approaching this new social stage jointly still has many unknown areas and many uncertain barriers.