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1404.- In Italia ci sono 70 bombe nucleari americane, ma non si possono più fare domande

Da sempre c’è stretto riserbo sulle armi nucleari americane nel nostro Paese. Eppure secondo le stime siamo la nazione che ospita il maggior numero di queste bombe sul suolo europeo. Erano circa 70, ma, dopo il golpetto anti Erdogan, sembra vi si siano aggiunte le quasi altrettante B-61 della base turca di Incirlik. Da qualche settimana il Pentagono ha deciso di secretare anche i report sulla sicurezza degli arsenali.

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Sarebbero almeno settanta gli ordigni nucleari ospitati nel nostro paese. Un record. Secondo gli esperti siamo la nazione con il più alto numero di armamenti atomici americani stoccati sul suolo europeo. Poco meno della metà, rispetto a un totale di 180 bombe. Un arsenale nucleare presente in due diverse basi militari, ad Aviano e Ghedi. Il condizionale è d’obbligo. Anche perché da sempre sulla vicenda pesa uno stretto riserbo. Un silenzio destinato a rimanere tale, considerando che alcune settimane fa il Pentagono ha deciso di secretare anche le poche informazioni finora disponibili, relative ai report sulla sicurezza degli arsenali.

Intanto la vicenda torna ancora una volta in Parlamento. A Montecitorio i deputati di Sinistra Italiana e Movimento Cinque Stelle provano ad accendere i riflettori sulla questione. Le premesse sono note. Fin dai primi anni Settanta l’Italia ha ratificato il trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Un documento che oltre ad impegnare i firmatari a interrompere la corsa agli armamenti, fissava alcuni precisi paletti. In particolare, ognuno dei paesi militarmente non nucleari, come il nostro, si impegnava «a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi». Ipotesi che secondo alcuni confligge con la presenza italiana all’interno dell’Alleanza atlantica. «In contrasto con tale impegno – si legge nella mozione a prima firma Giulio Marcon – l’Italia continua a mettere a disposizione il proprio territorio per l’installazione, il transito, la detenzione e l’uso di armi nucleari». Il documento parlamentare cita i dati della Federation of American Scientists, importante organizzazione scientifica con sede a Washington. E la stima di almeno settanta ordigni nucleari americani sul nostro territorio. Ma ricorda anche l’accordo di condivisione nucleare della Nato che impegna in prima persona il nostro Paese. Un trattato che oltre allo stoccaggio degli ordigni – sotto il controllo degli Stati Uniti – prevede «l’addestramento di piloti italiani per il possibile uso delle armi e la partecipazione italiana alle riunioni del Nuclear Planning Group della Nato». Ovviamente non siamo i soli. Insieme all’Italia – che pure detiene il primato per numero di bombe – continuano a ospitare armi nucleari tattiche statunitensi (Ant), anche membri dell’alleanza atlantica come Olanda, Belgio e Germania.

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Sarebbero settanta o addirittura 134 su un totale di 180 bombe in Europa, gli ordigni nucleari americani ospitati nel nostro paese.

 

Di quali ordigni si tratta? «Il tipo di arma nucleare a disposizione della Nato attualmente ospitata sul territorio europeo è la bomba B-61» certifica la mozione Cinque Stelle. Oggi sono in servizio alcune versioni che risalgono al periodo 1979-1989, le B-61-3, B-61-4 e B-61-10. Ordigni che possono essere trasportati da aerei da guerra statunitensi, ma anche da velivoli delle forze aeree europee, compresi i nostri Tornado. «Con varie opzioni di potenza da 0,3 a 170 chilotoni». Intanto gli Stati Uniti stanno rinnovando il loro arsenale nucleare. L’ultima versione delle bombe sono le B-61-12, che, con ogni probabilità, presto arriveranno anche nel nostro paese. Ordigni moderni, di grande potenza, che potranno essere trasportati sui nuovi F-35. I famosi cacciabombardieri di cui si sta dotando, tra le polemiche degli ultimi anni, anche l’Italia.

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Siamo un Paese che ha rinunciato all’energia atomica, da sempre in prima linea nelle campagne internazionali contro la proliferazione di armi nucleari. Eppure i cacciabombardieri F-35 della nostra Aeronautica potranno essere armati proprio con ordigni nucleari.

Come è noto, finora la questione è sempre stata trattata con la massima riservatezza. Pochissime le informazioni sull’arsenale nucleare ospitato nel territorio italiano. Del resto ogni paese membro della Nato ha precisi obblighi a riguardo. Già nel febbraio 2014, rispondendo a un’interrogazione della deputata M5S Tatiana Basilio, l’allora ministro della Difesa Mario Mauro aveva confermato la linea. «Con riferimento alla questione della presenza di armi nucleari in Europa – le sue parole – si fa rilevare che l’Alleanza, pur mantenendo un atteggiamento assolutamente trasparente sulla propria strategia nucleare e sulla natura del proprio dispositivo in Europa, non può agire, tuttavia, a discapito della sicurezza di questo dispositivo e della riservatezza che è indispensabile avere in relazione ai siti, la loro dislocazione, i quantitativi e la tipologia di armamento in essi contenuti».

«Le poche informazioni di cui si dispone – si legge nella mozione di Sinistra Italiana – provengono in gran parte dai rapporti delle ispezioni sulla sicurezza degli arsenali nucleari, rilasciati dal Pentagono». Documenti ufficiali in cui veniva quantomeno indicata la presenza di eventuali rischi o problemi legati allo stoccaggio degli ordigni. Adesso è calato il silenzio anche su questi report

Se il governo italiano non ha mai fornito informazioni a riguardo, fino a poco tempo fa esisteva comunque una forma di trasparenza, seppure molto limitata. Ne parla il documento depositato dai deputati di Sinistra Italiana. «Le poche informazioni di cui si dispone – si legge – provengono in gran parte dai rapporti delle ispezioni sulla sicurezza degli arsenali nucleari, rilasciati dal Pentagono». Documenti ufficiali in cui veniva quantomeno indicato il rispetto delle procedure di sicurezza e la presenza di eventuali rischi o problemi legati allo stoccaggio degli ordigni. Adesso è calato il silenzio anche su questi report. Come si legge nel documento parlamentare, depositato a fine luglio, «per effetto di una decisione della US Air Force e del Joint Chiefs of Staff, gli Usa hanno deciso di secretare anche tali report, rendendo impossibile l’accesso anche a queste informazioni minime».

Il Parlamento italiano è chiamato a discutere anche di questo. I documenti di Cinque stelle e Sinistra Italiana, che saranno votati in Aula, elencano una serie di impegni per il nostro governo. I grillini chiedono di presentare in Parlamento i dettagli sulla presenza di armi nucleari nel nostro Paese, la loro dislocazione e potenza. Ma chiedono anche di eliminare ogni possibile utilizzo di questi ordigni da parte delle nostre Forze armate, arrivando a ipotizzare il divieto di attracco nei nostri porti per navi e sommergibili, anche di paesi alleati, che abbiano a bordo armi nucleari. I deputati di Sinistra Italiana vanno oltre, chiedendo la rimozione immediata di qualsiasi ordigno nucleare presente sul nostro territorio. «Liberando gli italiani – si legge – dalla minaccia che essi rappresentano». E invitano l’esecutivo a criticare la decisione del Pentagono di secretare i report delle ispezioni sulla sicurezza degli armamenti stoccati nel nostro paese.

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1369.- F-35 e Typhoon “separati in casa” in Italia?

Questo articolo del 10 maggio 2017, di Silvio Lora Lamia, pubblicato in Analisi Italia, ci illustra, meglio di ogni altro, il quadro strategico che gli Stati Uniti stanno costruendo in Europa. Assistiamo, da un lato, a un progressivo accerchiamento, sempre più consistente, delle frontiere russe da parte della NATO e, dall’altro, all’impegno delle risorse europee per la difesa (ma potremmo, già, chiamarla “offesa”) in programmi fra loro niente affatto coerenti, onerosi e a lunga scadenza. Con lo sguardo alle Forze Armate italiane,   assistiamo all’assorbimento delle risorse della Marina e dell’Aeronautica militari da parte del bombardiere nucleare F-35, F-35B, che si è sovrapposto al caccia multiruolo Typhoon, pienamente operativo, ha troncato lo sviluppo industriale aeronautico e ha richiesto una squadra di tre portaerei. L’aeroplano USA, in perenne aggiornamento, non sembra nato per combattere e, oltre a volare, sarà bisognoso di finanziamenti per tutta la sua vita , fino a quando entrerà a far parte del Museo di Vigna di Valle. In pratica, svolgerà egregiamente il ruolo di bersaglio per un eventuale attacco nucleare preventivo dei russi, sul suolo europeo, qualora si sentano presi per la gola, contribuendo alla salvezza del territorio USA e, fino ad allora, a finanziarne l’industria bellica. Intanto le forze aeree italiane si avviano a disporre non di una, ma di due diverse (diversissime) linee da combattimento multiruolo. Un lusso che nemmeno altri Paesi NATO più ricchi (e avveduti) del nostro si possono permettere. Una vera pazzia.

 

 

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Come collaboreranno, come comunicheranno, come si “spalleggeranno” a vicenda il Joint Strike Fighter e l’Eurofighter nelle file delle nostre forze aeree? E più in generale, che confronti si possono fare oggi, rapportandoli allo scenario militare e alle potenzialità tecnologico-industriali italiani, fra i due aeroplani da combattimento dopo le consegne dei primi JSF all’Aeronautica Militare e la più che raggiunta maturità del caccia europeo?

Domande che ci si pone da tempo e che non potevano trovare risposte nell’ultima occasione pubblica che ha visto Leonardo e l’Aeronautica protagoniste della scena in occasione della consegna a Torino l’11 aprile all’Arma Azzurra del 500° Eurofighter F-2000 Typhoon prodotto dal consorzio europeo.

Una cerimonia contenuta ma che comunque ha lanciato precisi messaggi, come l’esaltazione dell’Europa e nella fattispecie della collaborazione nei sistemi d’arma, ma allo stesso tempo, nelle accorate parole del capo della Divisione Velivoli di Leonardo ingegner Filippo Bagnato, la denuncia della “sclerosi” che il Vecchio Continente si è auto-inflitta proprio nel settore dei velivoli militari negli ultimi dieci anni; non a caso, gli stessi che hanno visto l’avvio della partecipazione di almeno quattro importanti player dell’industria aerospaziale europea al programma statunitense F-35.

Possiamo partire subito dalla nota questione dello scarso lavoro riservato alla nostra industria aerospaziale dal JSF, dopo aver brevemente scambiato qualche idea a Torino con Fabrizio Giulianini, capo della Divisione Elettronica, Difesa e Sistemi di sicurezza di Leonardo e mancato nuovo Amministratore delegato che sarebbe piaciuto anche ai militari.

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Dall’ingegner Giulianini arriva la conferma di quanto denunciato di recente dal Presidente di AIAD e dall’ex premier Renzi. “Nel settore avionico e in generale sistemistico, il programma F-35 non ci ha riservato praticamente nulla. Abbiamo avuto difficoltà fin dall’inizio, quado gli Americani ci offrivano ‘target price’ che rischiavano di non coprire nemmeno i costi. Chiedemmo di poterci approvvigionare per le componenti dalle stesse fonti agevolate cui si rivolgevano le ditte americane, ma non ci fu permesso”.

Il dirigente di Leonardo è tranchant anche sulle promesse che ci erano state fatte per la manutenzione: “Lo Hub di cui si è tanto parlato, di fatto non è stato stabilito qui da noi, ma in Gran Bretagna”.

 

La “rivincita” della Divisione elettronica di Leonardo

Nel campo dell’elettronica, fa notare l’ingegner Giulianini, Leonardo mantiene la sua competitività, dopo aver archiviato un 2016 con risultati “addirittura over budget” e il pieno di nuovi ordini. “Prendiamo il caso dei sensori IRST(InfraRed Search and Track) per i caccia di nuova generazione. Quello che abbiamo progettato, sviluppato e stiamo producendo tutto da soli per la nuova generazione del caccia svedese Gripen, lo SkyGuard, è tanto avanzato e promettente che siamo riusciti a proporlo nientemeno che sul mercato americano: Northrop Grumman ne equipaggerà sulla parte frontale un suo pod avanzato di ricerca e designazione dei bersagli”.

Facendo così concorrenza agli analoghi sistemi di Lockheed Martin, dalle eccellenze del cui strike di quinta generazione la parte sistemistica di Leonardo è stata esclusa. Lo SkyGuard italiano sui velivoli da combattimento americani è una grossa soddisfazione e in qualche modo una rivalsa per la nostra società, che si è così tolta un sassolino dalla scarpa.

Sassolino che tuttavia potrebbe rientrare se il Decreto esecutivo del 18 aprile con cui il presidente Trump ha disposto nuove rigide disposizioni riguardo il “Buy American” anche nella Difesa, avrà un seguito concreto, finendo però per indebolire la stessa base industriale americana, che – come proprio il programma F-35 insegna – poggia anche su indispensabili forniture estere, frutto di accordi pregressi.

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Il colpo grosso della Divisione elettronica di Leonardo sta comunque a dimostrare che il treno tecnologico dell’F-35 non è perso nel tutto. In questa prospettiva, con tutto il rispetto, alcune recenti considerazioni del generale Mario Arpino (“…Misteriosamente, ancora oggi compaiono lobbistiche sollecitazioni, di origine non solo politica, a continuare con l’Eurofighter, snaturandone il concetto. Della serie ‘vogliamo continuare a far solo ciò che sappiamo già fare, perché ci costa di meno e ci fa guadagnare di più’. Concetto forse comodo, ma molto malato”), appaiono forse un po’ fuori tempo. “Certo ci vorrebbe un nuovo programma europeo per consentirci di proseguire sulla strada dell’innovazione e della competitività”, è il commento di Giulianini.

 

Il problema dello scambio di dati

Non si può arrivare a dire che alla cerimonia torinese l’F-35 fosse il “convitato di pietra” (solo tre giorni dopo alcuni esemplari dell’USAF hanno compiuto il primo rischieramento in Europa, volando fino in Estonia), ma confronti e paralleli erano sulla bocca di molti, con Leonardo impegnata nel JSF assai più “passivamente” che non nell’F-2000, e l’Aeronautica Militare che lo sta finalmente ricevendo (col contagocce, e in gran segreto) sulle sue basi.

Qualcuno fra i convenuti ha proposto questo scenario: il Typhoon come tipico caccia di quarta generazione-plus suscettibile di costanti – certo lunghi e dispendiosi – incrementi di capacità, e il Joint Strike Fighter con rivoluzionarie doti comunicative ma con – ancora per anni – prospettive di costo/efficacia troppo scadenti per i portafogli europei (in Norvegia assorbirà il 35% dei budget della Difesa fino al 2025), sono in qualche misura sovrapponibili.

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In altre parole, tolte le intrinseche preziose capacità di fungere da mini-AWACS e mini-Joint STARS del secondo, per i compiti strike in condizioni stand-off e non, basterebbe il primo. Una tesi forse azzardata (o di parte, malignerà qualcuno) ma non priva di un fondo di verità: quella (non poca) quota di “sovrapponibilità” fra i due sistemi d’arma potrebbe portare ad assurdi sprechi e doppioni e alle deleterie classiche prassi – ideologiche prima che operative – tipiche delle coppie “separate in casa”.

Ci mancherebbe altro. Ci mancherebbe, per esempio, che il multiruolo e super-elettronico F-35 avesse bisogno – ma i rapporti del Pentagono dicono il contrario – se impiegato in teatri poco permissivi della protezione dei caccia (nei casi italiano e britannico degli Eurofighter) e/o dei velivoli da disturbo elettronico (ma la Navy americana ha già capito che al JSF dovrà mandar dietro l’EA-18G Growler col suo nuovo Next Generation Jammer). Ci mancherebbe che F-35 e Typhoon non potessero scambiarsi i dati più preziosi senza compromettere la Low Observability del primo.

La Royal Air Force britannica sta provando a scongiurare questo rischio introducendo una modifica nel data link MADL (Multifunction Advanced Data Link) dell’F-35B, una misura che in una recente campagna di test negli USA ha dimostrato di poter “tradurre” i dati in uscita dal MADL nel formato del Data Link 16 usato dagli Eurofighter e in generale da tutte le forze armate occidentali, sistema che finora non poteva trasmettere/ricevere certi dati sensibili al/dal Joint Strike Fighter.

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Abbiamo chiesto ad Armaereo se anche i nostri F-35 ed Eurofighter potranno parlarsi in questo modo. Ecco la risposta: Ad oggi non risultano iniziative poste all’attenzione della partnership (di Eurofighter; ndr) tese ad implementare tale sistema sul velivolo F-35; al momento attuale, quest’ultimo è già in grado di offrire, by design, un elevato livello di interoperabilità con gli altri sistemi d’arma attraverso i sistemi di bordo che consentono lo scambio di informazioni utili e importanti per l’esecuzione della propria missione, come dimostrato durante le attività propedeutiche alla dichiarazione della Initial Operational Capability di USMC e USAF, nonché nel corso della recente esercitazione “Red Flag 2017-01”. Non risulta, peraltro, che il suddetto dispositivo sia a oggi implementato nella configurazione dei velivoli Eurofighter delle Aeronautiche che hanno in servizio il suddetto aeromobile”.

Non è implementato, ma resta il fatto che i Britannici abbiano fatto un primo passo in quella direzione, noi no.

 

Due percorsi evolutivi diversi

Possibili sovrapposizioni – coi relativi aumenti di costo – e al tempo stesso paradossi tecnico/operativi almeno per ora appaiono però inevitabili, per lo meno nell’AM. Non entriamo nel discorso della prospettata “complementarietà” fra i due velivoli, interessante quanto si vuole ma – a quanto si avverte – non facile da tradurre in funzionalità concrete e soprattutto moltiplicatrici di capacità.

Né abbiano elementi sufficienti per bonificare il campo minatissimo delle sinergie che si dovranno stabilire fra la componente STOVL dell’Aeronautica e quella della Marina, con quest’ultima che non dovrà/potrà abdicare ai suoi peculiari requisiti operativi in nome di un’integrazione che comincerebbe a complicarsi già nella fase addestrativa.

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A Torino i raffronti fra i due “campioni” erano insomma nell’aria. A livello di progetto, tanto per cominciare. Nell’F-2000 sistemi e sensori hanno ciascuno il proprio processore, che spedisce dati già filtrati al main computer. Per l’F-35 invece si è scelta una via più ardita: sensori e sistemi inviano i dati direttamente al computer centrale, che fa tutto. Anche se non ci sono conferme ufficiali, gli addetti ai lavori non escludono che per l’estrema difficoltà di implementare e rendere accettabilmente stabile una simile architettura di sistema, Lockheed Martin alla fine abbia scelto una specie di via di mezzo fra le due “filosofie”. Quello che è certo, osservano, è che rispetto al caccia europeo i costi di manutenzione della parte – semplifichiamo al massimo – “intelligente” del JSF risulteranno enormemente superiori.

I due aerei hanno storie comunque diverse, così come le strade evolutive imboccate: il caccia europeo sta vivendo una maturazione “incrementale”, quello americano sta lottando contro il tempo per imporre il suo primato, rischiando di rimanere sempre indietro. Ma a Caselle Sud c’era un “terzo incomodo”, l’addestratore avanzato M-346 nella nuova versione Fighter Attack col radar italiano Grifo 346, per la quale (ma si parla anche della variante scuola/attacco Fighter Trainer, senza radar) l’AM pare stia decidendo di andare assai più in là del “saremmo anche interessati” di prammatica. Nuova carne al fuoco, nuovi conti e piani da ipotizzare, avendo però sempre sul groppone il programma americano, “non negoziabile”.

Nel settore decisivo dei sensori asserviti all’armamento, con gli ultimi upgrade l’Eurofighter ha poco da invidiare al Joint Strike Fighter. Addirittura fa meglio nella designazione dei bersagli grazie a un pod esterno allo stato dell’arte come il Rafael Litening III, già montato da tempo su AMX e Tornado. Israele s’è accorta fin da subito dell’obsolescenza del sistema di targeting dell’F-35, e ora è pronta a equipaggiare i suoi F-35I “Adir” con qualcosa di meglio dell’EOTS (Electro-Optical Targeting System) montato sui 200 F-35 già consegnati (anche all’Italia).

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L’EOTS nasce da specifiche di vent’anni fa, dunque non è, non può essere allo stato dell’arte: range, risoluzione delle immagini (che si degraderebbero in presenza di umidità) e apertura del campo visivo della telecamera all’infrarosso offrono prestazioni inferiori ai sistemi cui si accennava più sopra, che equipaggiano gli aerei che l’F-35 deve sostituire. Cose risapute e già scritte su queste colonne, ma ora dai più recenti rapporti del Pentagono emerge che l’EOTS obbliga il pilota ad avvicinarsi troppo all’obiettivo, vanificando così il fattore sorpresa di un attacco (soprattutto nel supporto aereo ravvicinato alle forze di terra).

Ma nessuno scandalo: anche il sensore all’infrarosso PIRATE del Typhoon è arrivato ai reparti già un po’ vecchiotto, mentre lo SkyGuard italiano, di una generazione successiva, lo surclassa ampiamente. Dell’EOTS dell’F-35 viene ora proposta una configurazione avanzata con prestazioni generali più confacenti alle necessità odierne e del futuro immediato. Il tutto grazie all’aggiunta di una nuova telecamera a onde medie, a una all’infrarosso a onde corte (TV SWIR, Short-Wave IR) per una maggiore risoluzione in condizioni ambientali differenti, a un nuovo IR marker.

A questo upgrade del sistema Lockheed sta lavorando già dal 2011, e ci si chiede perché ci voglia ancora tanto per renderlo disponibile, dato che stringi stringi altro non è (come abbiamo già osservato in un precedente articolo) che un più che mai indispensabile “svecchiamento” dell’attuale apparato attraverso migliorie hardware del tipo plug-in, che non richiedono l’alterazione delle sue geometrie interne.

Domanda retorica, perché si conosce bene il motivo di tanta attesa: per montare l’Advanced EOTS bisognerà aspettare che sia disponibile la versione del software che lo farà funzionare, il Block 4. E questo non accadrà prima del 2021, o anche più in là se – come si teme – i relativi fondi verranno in parte drenati da quelli supplementari richiesti alla fine del 2016 per la conclusione dello sviluppo del velivolo.

Sulla disponibilità del Block 4 nei tempi stabiliti nutre però grossi dubbi il Government Accountability Office statunitense, che in un rapporto del 17 aprile in pratica pone un preciso veto: l’Amministrazione non prenderà in considerazione lo stanziamento dei previsti 600 milioni di dollari necessari nel solo 2018 (così specifica il GAO) per lo sviluppo di questa evoluzione del sistema F-35 prima che sia terminato il lavoro sul software precedente, l’ormai “mitico” Block 3F, quello della “full combat capability”.

Lavoro di validazione e certificazione, dice il GAO, che sulla base dei test fin qui portati a termine (molti meno di quelli necessari) rischia di subire un nuovo ritardo di 12 mesi. Riassumendo: niente soldi per il Block 4 fino a quando il Block 3F avrà dimostrato tutte le funzionalità previste in sede contrattuale. Significativo e allarmante a questo riguardo un passaggio del rapporto di aprile: “Il problema è che il Pentagono non ha idea di cosa debba modernizzare sul F-35, perché non ha finito di sviluppare il progetto iniziale”.

 

Aggiornamenti “minimi”?

Quali saranno i riflessi sul fronte italiano per l’Aeronautica e la Marina? I primi 8-10 JSF in consegna alle nostre forze aeree hanno il software 3I. Dovrebbero ricevere il 3F nel maggio 2018, ma se il GAO ha ragione – e come al solito il Joint Program Office del JSF non gliel’ha data – si andrà al 2019 inoltrato. Riceveranno poi il Block 4 – ricordiamolo, con l’EOTS “aggiustato” – nel periodo 2021-23. Ma, ancora, se le analisi della Corte dei conti americana (il GAO) si dimostrassero corrette, si andrebbe alla metà del prossimo decennio.

Anche su questo abbiamo voluto sentire Armaereo: Le capacità del velivolo al termine della fase di sviluppo SDD (System Development and Demonstration), saranno quelle previste da specifiche contrattuali relative al blocco di software 3F. Come dimostrato dai risultati della prima esercitazione “Red Flag” a cui ha partecipato l’F-35A dell’USAF, le capacità del velivolo non hanno eguali e i suoi sistemi rappresentano già oggi lo stato dell’arte, garantendo primato tecnologico e assoluta superiorità (…). L’aggiornamento del sistema d’arma F-35 sarà quindi dedicato principalmente all’introduzione di nuove capacità, non disponibili in passato, per adeguarlo alle necessità future e, solo in minima parte, all’aggiornamento di quelle esistenti e previste dal blocco di software 3F. La posizione di supremazia tecnologica raggiunta alla data odierna, quindi, andrà mantenuta attraverso l’implementazione di blocchi e sotto-blocchi incrementali di capacità. Il primo pacchetto capacitivo di prevista implementazione è il Block 4; esso si baserà su aggiornamenti software biennali ai quali si sovrapporranno, con cadenza quadriennale, degli aggiornamenti hardware. La lista finale delle capacità contenute nel Blocco 4 viene approvata congiuntamente dalle nazioni partner. Il contributo economico per l’implementazione è funzione del livello di partecipazione al Programma nella fase PSFD (Production, Sustainment and Follow-on Development). La somma che l’Italia dovrà contribuire è pari a poco meno del 3% della somma totale”.

F-35 BF-17 from the F-35 Integrated Test Force in Formation with RAF Typhoons, Edwards AFB, CA April 4, 2014 F-35 test pilot LtCol Jon "Miles" Ohman performs interoperability testing.

Solo una osservazione. Oltre al sistema dei designazione dei bersagli EOTS, ci saranno varie altre cose a diversi gradi di obsolescenza sugli F-35 col software Block 3F. Siamo così sicuri che il Block 4 aggiornerà “solo in minima parte” le capacità di un aereo da combattimento le cui specifiche risalgono a più di vent’anni fa?

Un esempio per tutti. Il più volte citato EOTS è in grado di trovare un bersaglio in movimento e tracciarlo, ma deve lasciare al pilota il compito di calcolare dove si sposterà e di indirizzare al posto e al momento giusti le bombe a guida laser, avendo un marcatore laser non adeguato allo scopo/non allo stato dell’arte. Per battere bersagli mobili senza gravare sul carico di lavoro del pilota, al tempo della formulazione dei requisiti dell’F-35 si pensava di ricorrere al munizionamento cluster, cioè del tipo a saturazione d’area – colloquialmente, “dove colgo, colgo”.

Queste bombe furono però successivamente messe al bando da un trattato internazionale. A complicare le cose c’era anche il fatto che la cluster bomb in questione – la CBU-99/100 Rockeye II – doveva essere trasportata all’esterno sotto le semiali, compromettendo la stealthness dell’aeroplano.

L’Air Force americana ora ha trovato una soluzione, che a volerla chiamare col suo nome è un ripiego. Su un esemplare di F-35C dotato della release 3F del software, ha montato e provato un ordigno guidato “dual mode” (laser e satellitare GPS) Raytheon Enhanced Paveway II GBU-49 opportunamente modificato con l’aggiunta di un misuratore inerziale delle accelerazioni. Ha poi associato questa bomba super-dotata a un EOTS dotato di una nuova logica aggiuntiva, detta Lead Point Computer, che ha il compito di ritardare lo sgancio della bomba per darle modo coi suoi cinematismi di agguantare il fuggitivo. Una simile soluzione non è però prevista dal programma nella configurazione finale 3F degli F-35 attualmente in consegna con la precedente 3I; e il Pentagono ha già fatto sapere che i test che dovranno validare l’efficacia della soluzione/ripiego non dovranno intralciare le attività sperimentali tese a rendere disponibile fra un anno la capacità “full combat” con il software 3F –  per la quale come s’è detto il GAO prevede però tempi più lunghi.

 

Non una, ma due linee multiruolo

Tutto questo ha risvolti assolutamente paradossali. Riassumendo, primo: i sistemi di puntamento del JSF e le armi a questi associate che erano previsti nel momento in cui questi aerei con il software 3F avrebbero potuto/dovuto definirsi “full capable”, più efficaci secondo la vulgata americana dei caccia che devono sostituire, non permettono di fare qualcosa – colpire bersagli in veloce spostamento – che da molti anni rappresenta “il pane” di ogni aereo da attacco che si rispetti. Un pane che manca alle decine di F-35A e F-35B STOVL che Washington ha mandato in Europa e nel Pacifico a mostrare bandiera.

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Secondo: se la bomba guidata “miracolosa” per l’F-35 sarà impiegabile solo fra uno-due anni, gli Eurofighter, anche quelli italiani, ne hanno una simile (la GBU-48, da 1.000 libbre) già in dotazione da tempo. Per la cronaca, questo tipo d’arma fu collaudato sul caccia europeo nel lontano 2008 proprio dall’Italia allorché l’allora Alenia Aeronautica lo sperimentò a Decimomannu su un proprio prototipo strumentato del Typhoon. Ma nove anni fa (come del resto ancora oggi) erano tutti lì a strillare che l’Eurofighter era nato come caccia da difesa aerea ed era sacrosanto che facesse solo quello, guai a trasformarlo in qualcos’altro! Peccato che non sia così: il Typhoon, fu spiegato a chi scrive una quindicina di anni fa dal massimo dirigente del consorzio industriale allora in carica, aveva già nel suo Dna le caratteristiche tipiche del multiruolo. Punto.

Sul Typhoon le capacità nell’attacco (in parallelo con quelle nell’aria-aria) saranno ancora accresciute con i previsti nuovi aggiornamenti P3E e P4E, il primo ormai disponibile per il retrofit e il secondo in fase di sviluppo dopo la firma, anche da parte dell’Italia, del relativo contratto. Ci contano molto i Britannici, che da tempo hanno ufficializzato la “migrazione” della massima parte delle funzioni dei loro Tornado sull’Eurofighter.

Un approccio forse un po’ meno “estremista” ma pur sempre analogo nelle sue implicazioni operative si è consolidato anche in seno all’Aeronautica Milìtare, che ha stabilito come d’ora in poi tutti i Gruppi di volo che hanno in linea l’F-2000 (quattro, in prospettiva cinque), saranno Gruppi multiruolo – non fosse altro per non dover considerare buttati dalla finestra le centinaia di milioni di euro spesi anche dal nostro Paese per dotare a mano a mano questo caccia di capacità sempre più multirole-swingrole sempre più allo stato dell’arte.

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Da questo punto di vista la cerimonia di Torino non ha fatto altro che confermare premesse consolidate da fatti e risultati. Il settore avionìca e sistemi di Leonardo continua a rappresentare un partner-chiave del programma proprio là dove latita nel concorrente che ha in casa, il Joint Strike Fighter. Vedremo se il Sistema Paese – Governi in testa – saprà resistere agli inviti/pesanti richiami da Oltre Oceano per una maggiore diffusione fra gli alleati più fedeli di quote sempre maggiori di prodotti aeronautici militari statunitensi – un “Buy American” funzionale a una futuribile grande Joint Force interalleata che servirebbe poi, guarda caso, anche a ridurre i costi dei procurement del Pentagono.

Nel frattempo sono 300 i lavoratori degli stabilimenti torinesi della Divisione Velivoli distaccati nella FACO di Cameri. La grande camera anecoica e il vasto, moderno parco-simulatori di Caselle Sud sono sotto-occupati: il lavoro grosso lo stanno facendo gli analoghi impianti realizzati sulla base novarese con/per gli Americani per il caccia americano. L’Aeronautica Militare riceverà gli ultimi 11 Typhoon da qui al 2019 (9 monoposto e due biposto), ma per fortuna c’è la commessa per il Kuwait, che si esaurirà solo nel 2023. Si parla di un fornitura al Belgio: l’offerta industriale è stata presentata, c’è qualche speranza (Bruxelles non ha messo fra i requisiti per il sostituto dei suoi F-16 il trasporto della bomba nucleare, che l’F-35 può sganciare e l’Eurofighter no).

Congedando chi scrive dopo una breve chiacchierata, il CEO di Eurofighter Volker Paltzo ha detto “incrociamo le dita. Inshallah”. Leonardo in cuor suo spera che dietro ci siano intenzioni più convinte. Si spera ancora di piazzare dei Typhoon alla Svizzera e alla Finlandia: nuovi clienti aiuterebbero a dar vita a nuove capacità incrementali (Paltzo ha accennato a possibili P5E e P6E).

Intanto le forze aeree italiane si avviano a disporre non di una, ma di due diverse (diversissime) linee da combattimento multiruolo. Un lusso che nemmeno altri Paesi NATO più ricchi (e avveduti) del nostro si possono permettere. Una vera pazzia.

Foto:  AM, RAF, Lockheed Martin e The Aviationist

1356.- Srebrenica: esce fuori la verità, il massacro fu compiuto da tagliagole bosniaci musulmani

22 Gennaio 2016

Finalmente emerge la verità su Srebrenica: i civili non furono uccisi dai Serbi, ma dagli stessi musulmani bosniaci per ordine di Alija Izetbegovic, presidente dei musulmani bosniaci, d’accordo con Bill Clinton. Una operazione, come le bombe di mortaio sul mercato di Sarajevo, per incolpare i serbi e bombardarli. Un po’ come il gas nervino in Siria.

(Nicola Bizzi) – Dopo la confessione shock del politico bosniaco Ibran Mustafić, veterano di guerra, chi restituirà la dignità a Slobodan Milošević, ucciso in carcere, aRadovan Karadžić e al Generale Ratko Mladić, ancora oggi detenuti all’Aja?

Lo storico russo Boris Yousef,  in un suo saggio del 1994, scrisse quella che ritengo una sacrosanta verità: «Le guerre sono un po’ come il raffreddore: devono fare il loro decorso naturale. Se un ammalato di raffreddore viene attorniato da più medici che gli propinano i farmaci più disparati, spesso contrastanti fra loro, la malattia, che si sarebbe naturalmente risolta nel giro di pochi giorni, rischia di protrarsi per settimane e di indebolire il paziente, di minarlo nel fisico, e di arrecare danni talvolta permanenti e imprevedibili».

Yousef scrisse questa osservazione nel Luglio del 1994, nel bel mezzo della guerra civile jugoslava, un anno prima della caduta della Repubblica Serba di Krajina e sedici mesi prima dei discussi accordi Dayton che scontentarono in Bosnia tutte le parti in campo, imponendo una situazione di stallo potenzialmente esplosiva. E ritengo che tale osservazione si adatti a pennello al conflitto jugoslavo. Un lungo e sanguinoso conflitto che, formalmente iniziato nel 1991, con la secessione dalla Federazione delle repubbliche di Slovenia e Croazia, era stato già da tempo preparato e pianificato da alcune potenze occidentali (con in testa l’Austria e la Germania), da diversi servizi segreti, sempre occidentali, da gruppi occulti di potere sovranazionali e transnazionali (Bilderberg, Trilaterale, Pinay, Ert Europe, etc.) e, per certi versi, anche dal Vaticano.

La Jugoslavija, forte potenza economica e militare, da decenni alla guida del movimento dei Paesi non Allineati, dopo la morte del Maresciallo Tito, avvenuta nel 1980, era divenuta scomoda e ingombrante e, di conseguenza, l’obiettivo geo-strategico primario di una serie di avvoltoi che miravano a distruggerla, a smembrarla e a spartirsi le sue spoglie.

Si assistette così ad una progressiva destabilizzazione del Paese, avviata già nel biennio 1986-87, destabilizzazione alla quale si oppose con forza soltanto Slobodan Milošević, divenuto Presidente della Repubblica Socialista di Serbia, e che toccò il culmine con la creazione in Croazia, nel Maggio del 1989, dell’Unione Democratica Croata (Hrvatska Demokratska Zajednica o HDZ), partito anti-comunista di centro-destra che a tratti riprendeva le idee scioviniste degli Ustascia di Ante Pavelić, guidato dal controverso ex Generale di Tito Franjo Tuđman.

Sarebbe lungo in questa sede ripercorrere tutte le tappe che portarono al precipitare degli eventi, alla necessità degli interventi della Jugoslosvenska Narodna Armija dapprima in Slovenia e poi in Croazia, alla definitiva scissione dalla Federazione delle due repubbliche ribelli e all’allargamento del conflitto nella vicina Bosnia. Si tratta di eventi sui quali esiste moltissima documentazione, la maggior parte della quale risulta però essere fortemente viziata da interpretazioni personali e di parte degli storici o volutamente travisata da giornalisti asserviti alle lobby di potere mediatico-economico europee ed americane. Giornalisti che della Jugoslavija e della sua storia ritengo che non abbiano mai capito niente.

Come ho scritto poc’anzi, ritengo che la saggia affermazione di Boris Yousef si adatti molto bene al conflitto civile jugoslavo. A prescindere dal fatto che esso è stato generato da palesi ingerenze esterne, ritengo che sarebbe potuto terminare ‘naturalmente’ manu militari nel giro di pochi mesi, senza le continue ingerenze, le pressioni e le intromissioni della sedicente ‘Comunità Internazionale’, delle Nazioni Unite e di molteplici altre organizzazioni che agivano dietro le quinte (Fondo Monetario Internazionale, OSCE, UNHCR, Unione Europea e criminalità organizzata italiana e sud-americana). Sono state proprio queste ingerenze (i vari farmaci dagli effetti contrastanti citati nella metafora di Yousef) a prolungare il conflitto per anni, con la continua richiesta, dall’alto, di tregue impossibili e non risolutive, e con la pretesa di ridisegnare la cartina geografica dell’area sulla base delle convenienze economiche e non della realtà etnica e sociale del territorio.

Ma si tratta di una storia in buona parte ancora non scritta, perché sono state troppe le complicità di molti leader europei, complicità che si vuole continuare a nascondere, ad occultare. Ed è per questo che gli storici continuano ad ignorare che la Croazia di Tuđman costruì il suo esercito grazie al traffico internazionale di droga (tutte quelle navi che dal Sud America gettavano l’ancora nel porto di Zara, secondo voi cosa contenevano?). È per questo che continuano a non domandarsi per quale motivo tutto il contenuto dei magazzini militari della defunta Repubblica Democratica Tedesca siano prontamente finiti nelle mani di Zagabria.

Si tratta di vicende che conosco molto bene, perché ho trascorso nei Balcani buona parte degli anni ’90, prevalentemente a Belgrado e a Skopje. Parlo bene tutte le lingue dell’area, compresi i relativi dialetti, e ho avuto a lungo contatti con l’amministrazione di Slobodan Milošević, che ho avuto l’onore di incontrare in più di un’occasione. Sono stato, fra l’altro, l’unico esponente politico italiano ad essere presente ai suoi funerali, in una fredda giornata di Marzo del 2006.

Sono stato quindi un diretto testimone dei principali eventi che hanno segnato la storia del conflitto civile jugoslavo e degli sviluppi ad esso successivi. Ho visto con i miei occhi le decine di migliaia di profughi serbi costretti a lasciare Knin e le altre località della Srpska Republika Krajina, sotto la spinta dell’occupazione croata delle loro case, avvenuta con l’appoggio dell’esercito americano.

Ho seguito da vicino tutte le tappe dello scontro in Bosnia, i disordini nel Kosovo, la galoppante inflazione a nove cifre che cambiava nel giro di poche ore il potere d’acquisto di una banconota. Ho vissuto il dramma, nel 1999, dei criminali bombardamenti della NATO su Belgrado e su altre città della Serbia. Ed è per questo che non ho mai creduto – a ragione – alle tante bugie che riportavano la stampa europea e quella italiana in primis. Bugie e disinformazioni dettate da quell’operazione di marketing pubblicitario (non saprei come altro definirla) pianificata sui tavoli di Washington e diLangley che impose a tutta l’opinione pubblica la favoletta dei Serbi ‘cattivi’ aguzzini di poveri e innocenti Croati, Albanesi e musulmani bosniaci. Favoletta che ha però incredibilmente funzionato per lunghissimo tempo, portando all’inevitabile criminalizzazione e demonizzazione di una delle parti in conflitto e tacendo sui crimini e sulle nefandezze delle altre.

La guerra, e a maggior ragione una guerra civile, non è ovviamente un pranzo di gala e non vi si distribuiscono caramelle e cotillon. In guerra si muore. In guerra si uccide o si viene uccisi. La guerra significa fame, sofferenza, freddo, fango, sudore, privazioni e sangue. Ed è fatta, necessariamente, anche di propaganda. Durante il lungo conflitto civile jugoslavo nessuno può negare che siano state commesse numerose atrocità, soprattutto dettate dal risveglio di un mai sopito odio etnico. Ma mai nessun conflitto, dal termine della Seconda Guerra Mondiale, ha visto un simile massiccio impiego di ‘false flag’, azioni pianificate ad arte, quasi sempre dall’intelligence, per scatenare le reazioni dell’avversario o per attribuirgli colpe non sue. Ho già spiegato il concetto di ‘false flag’ in numerosi miei articoli, denunciando l’escalation del loro impiego su tutti i più recenti teatri di guerra.

Fino ad oggi la più nota ‘false flag’ della guerra civile jugoslava era la tragica strage di civili al mercato di Sarajevo, quella che determinò l’intervento della NATO, che bombardò ripetutamente, per rappresaglia, le postazioni serbo-bosniache sulle colline della città. Venne poi appurato con assoluta certezza che fu lo stesso governo musulmano-bosniaco di Alija Izetbegović a uccidere decine di suoi cittadini in quel cannoneggiamento, per far ricadere poi la colpa sui Serbi.

E quella che io ho sempre ritenuto la più colossale ‘false flag’ del conflitto, ovvero il massacro di oltre mille civili musulmani avvenuto a Srebrenica, del quale fu incolpato l’esercito serbo-bosniaco comandato dalGenerale Ratko Mladić, che da allora venne accusato di ‘crimi di guerra’ e braccato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja fino al suo arresto, avvenuto il 26 Maggio 2011, si sta finalmente rivelando in tutta la sua realtà. In tutta la sua realtà, appunto, di ‘false flag’.

I giornali italiani, che all’epoca scrissero titoli a caratteri cubitali per dipingere come un ‘macellaio’ ilGenerale Mladić e come un folle criminale assetato di sangue il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić, anch’egli arrestato nel 2008 e sulla cui testa pendeva una taglia di 5 milioni di Dollari offerta dagli Stati Uniti per la sua cattura, hanno praticamente passato sotto silenzio una sconvolgente notizia. Una notizia a cui ha dato spazio nel nostro Paese soltanto il quotidiano Rinascita, diretto dall’amico Ugo Gaudenzi, e fa finalmente piena luce sui fatti di Srebrenica, stabilendo che la colpa non fu dei vituperati Serbi, ma dei musulmani bosniaci.

Ibran Mustafić, veterano di guerra e politico bosniaco-musulmano, probabilmente perché spinto dal rimorso o da una crisi di coscienza, ha rilasciato ai media una sconcertante confessione: almeno mille civili musulmano-bosniaci di Srebrenica vennero uccisi dai loro stessi connazionali, da quelle milizie che in teoria avrebbero dovuto assisterli e proteggerli, durante la fuga a Tuzla nel Luglio 1995, avvenuta in seguito all’occupazione serba della città. E apprendiamo che la loro sorte venne stabilita a tavolino dalle autorità musulmano-bosniache, che stesero delle vere e proprie liste di proscrizione di coloro a cui «doveva essere impedito, a qualsiasi costo, di raggiungere la libertà».

Come riporta Enrico Vigna su Rinascita, Ibran Mustafić ha pubblicato un libro, Caos pianificato, nel quale alcuni dei crimini commessi dai soldati dell’esercito musulmano della Bosnia-Erzegovina contro i Serbi sono per la prima volta ammessi e descritti, così come il continuo illegale rifornimento occidentale di armi ai separatisti musulmano-bosniaci, prima e durante la guerra, e – questo è molto significativo – anche durante il periodo in cui Srebrenica era una zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite.

Mustafić racconta inoltre, con dovizia di particolari, dei conflitti tra musulmani e della dissolutezza generale dell’amministrazione di Srebrenica, governata dalla mafia, sotto il comandante militare bosniaco Naser Orić. A causa delle torture di comuni cittadini nel 1994, quando Orić e le autorità locali vendevano gli aiuti umanitari a prezzi esorbitanti invece di distribuirli alla popolazione, molti bosniaci fuggirono volontariamente dalla città. «Coloro che hanno cercato la salvezza in Serbia, sono riusciti ad arrivare alla loro destinazione finale, ma coloro che sono fuggiti in direzione di Tuzla ( governata dall’esercito musulmano) sono stati perseguitati o uccisi», svela Mustafić. E, ben prima del massacro dei civili musulmani di Srebrenica nel Luglio 1995, erano stati perpetrati da tempo crimini indiscriminati contro la popolazione serba della zona. Crimini che Mustafić descrive molto bene nel suo libro, essendone venuto a conoscenza già nel 1992, quando era fuggito da Sarajevo a Tuzla.

«Lì – egli scrive – il mio parente Mirsad Mustafić mi mostrò un elenco di soldati serbi prigionieri, che furono uccisi in un luogo chiamato Zalazje. Tra gli altri c’erano i nomi del suo compagno di scuola Branko Simić e di suo fratello Pero, dell’ex giudice Slobodan Ilić, dell’autista di Zvornik Mijo Rakić, dell’infermiera Rada Milanović. Inoltre, nelle battaglie intorno ed a Srebrenica, durante la guerra, ci sono stati più di 3.200 Serbi di questo e dei comuni limitrofi uccisi».

Mustafić ci riferisce a riguardo una terribile confessione del famigerato Naser Orić, confessione che non mi sento qui di riportare per l’inaudita credezza con cui questo criminale di guerra descrive i barbari omicidi commessi con le sue mani su uomini e donne che hanno avuto la sventura di trovarsi alla sua mercé. Ma voglio citare il racconto di uno zio di Mustafić, anch’esso riportato nel libro: «Naser venne e mi disse di prepararmi subito e di andare con la Zastava vicino alla prigione di Srebrenica. Mi vestii e uscii subito. Quando arrivai alla prigione, loro presero tutti quelli catturati precedentemente a Zalazje e mi ordinarono di ritrasportarli lì. Quando siamo arrivati alla discarica, mi hanno ordinato di fermarmi e parcheggiare il camion. Mi allontanai a una certa distanza, ma quando ho visto la loro furia ed il massacro è iniziato, mi sono sentito male, ero pallido come un cencio. Quando Zulfo Tursunović ha dilaniato il petto dell’infermiera Rada Milanovic con un coltello, chiedendo falsamente dove fosse la radio, non ho avuto il coraggio di guardare. Ho camminato dalla discarica e sono arrivato a Srebrenica. Loro presero un camion, e io andai a casa a Potocari. L’intera pista era inondata di sangue».

Da quanto ci racconta Mustafić, gli elenchi dei ‘bosniaci non affidabili’ erano ben noti già da allora alla leadership musulmana ed al Presidente Alija Izetbegović, e l’esistenza di questi elenchi è stata confermata da decine di persone. «Almeno dieci volte ho sentito l’ex capo della polizia Meholjić menzionare le liste. Tuttavia, non sarei sorpreso se decidesse di negarlo», dice Mustafić, che è anche un membro di lunga data del comitato organizzatore per gli eventi di Srebrenica. Secondo Mustafić, l’elenco venne redatto dalla mafia di Srebrenica, che comprendeva la leadership politica e militare della città sin dal 1993. I ‘padroni della vita e della morte nella zona’, come lui li definisce nel suo libro. E, senza esitazione, sostiene: «Se fossi io a dover giudicare Naser Orić, assassino conclamato di più di 3.000 Serbi nella zona di Srebrenica (clamorosamente assolto dal Tribunale Internazionale dell’Aja!) lo condannerei a venti anni per i crimini che ha commesso contro i Serbi; per i crimini commessi contro i suoi connazionali lo condannerei a minimo 200.000 anni di carcere. Lui è il maggiore responsabile per Srebrenica, la più grande macchia nella storia dell’umanità».

Ma l’aspetto più inquietante ed eclatante delle rivelazioni di Mustafić  è l’ammissione che il genocidio di Srebrenica è stato concordato tra la comunità internazionale e Alija Izetbegović , e in particolare tra Izetbegović e il presidente USA Bill Clinton, per far ricadere la colpa sui Serbi, come Ibran Mustafić afferma con totale convinzione.
«Per i crimini commessi a Srebrenica, Izetbegović e Bill Clinton sono direttamente responsabili. E, per quanto mi riguarda, il loro accordo è stato il crimine più grande di tutti, la causa di quello che è successo nel Luglio 1995. Il momento in cui Bil Clinton entrò nel Memoriale di Srebrenica è stato il momento in cui il cattivo torna sulla scena del crimine», ha detto Mustafić. Lo stesso Bill Clinton, aggiungo io, che superò poi se stesso nel 1999, con la creazione ad arte delle false fosse comuni nel Kosovo (altro clamoroso esempio di ‘false flag’), nelle quali i miliziani albanesi dell’UCK gettavano i loro stessi caduti in combattimento e perfino le salme dei defunti appositamente riesumate dai cimiteri, per incolpare mediaticamente, di fronte a tutto il mondo, l’esercito di Belgrado e poter dare il via a due mesi di bombardamenti sulla Serbia.

Come sottolinea sempre Mustafić, riguardo a Srebrenica ci sono inoltre state grandi mistificazioni sui nomi e sul numero reale delle vittime. Molte vittime delle milizie musulmane non sono state inserite in questo elenco, mentre vi sono stati inseriti ad arte cittadini di Srebrenica da tempo emigrati e morti all’estero. E un discorso simile riguarda le persone torturate o che si sono dichiarate tali. «Molti bosniaci musulmani – sostiene Mustafić – hanno deciso di dichiararsi vittime perché non avevano alcun mezzo di sostentamento ed erano senza lavoro, così hanno usato l’occasione. Un’altra cosa che non torna è che tra il 1993 e il 1995 Srebrenica era una zona smilitarizzata. Come mai improvvisamente abbiamo così tanti invalidi di guerra di Srebrenica?».

Egli ritiene che sarà molto difficile determinare il numero esatto di morti e dei dispersi di Srebrenica. «È molto difficile  – sostiene nel suo libro – perché i fatti di Srebrenica sono stati per troppo tempo oggetto di mistificazioni, e il burattinaio capo di esse è stato Amor Masović, che con la fortuna fatta sopra il palcoscenico di Srebrenica potrebbe vivere allegramente per i prossimi cinquecento anni! Tuttavia, ci sono stati alcuni membri dell’entourage di Izetbegović che, a partire dall’estate del 1992, hanno lavorato per realizzare il progetto di rendere i musulmani bosniaci le permanenti ed esclusive vittime della guerra».

Il massacro di Srebrenica servì come pretesto a Bill Clinton per scatenare, dal 30 Agosto al 20 Settembre del 1995, la famigerata Operazione Deliberate Force, una campagna di bombardamento intensivo, con l’uso di micidiali bombe all’uranio impoverito, con la quale le forze della NATO distrussero il comando dell’esercito serbo-bosniaco, devastandone irrimediabilmente i sistemi di controllo del territorio. Operazione che spinse le forze croate e musulmano-bosniache ad avanzare in buona parte delle aree controllate dai Serbi, offensiva che si arrestò soltanto alle porte della capitale serbo-bosnica Banja Lukae che costrinse i Serbi ad un cessate il fuoco e all’accettazione degli accordi di Dayton, che determinarono una spartizione della Bosnia fra le due parti (la croato-musulmana e la serba). Spartizione che penalizzò fortemente la Republika Srpska, che venne privata di buona parte dei territori faticosamente conquistati in tre anni di duri combattimenti.

Alija Izetbegović, fautore del distacco della Bosnia-Erzegovina dalla federazione jugoslava nel 1992, dopo un referendum fortemente contestato e boicottato dai cittadini di etnia serba (oltre il 30% della popolazione) è rimasto in carica come Presidente dell’autoproclamato nuovo Stato fino al 14 Marzo 1996, divenendo in seguito membro della Presidenza collegiale dello Stato federale imposto dagli accordi di Dayton fino al 5 Ottobre del 2000, quando venne sostituito da Sulejman Tihić. È morto nel suo letto a Sarajevo il 19 Ottobre 2003 e non ha mai pagato per i suoi crimini. Ha anzi ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali, fra cui le massime onorificenze della Croazia (nel 1995) e della Turchia (nel 1997). E ha saputo bene far dimenticare agli occhi della ‘comunità internazionale’ la sua natura di musulmano fanatico e fondamentalista ed i suoi numerosi arresti e le sue lunghe detenzioni, all’epoca di Tito, (in particolare dal 1946 al 1949 e dal 1983 al 1988) per attività sovversive e ostili allo Stato.

Nella sua celebre Dichiarazione Islamica, pubblicata nel 1970, dichiarava: «non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche» e che «il movimentoislamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico». E ha mantenuto fede a queste sue promesse, precipitando la tradizionalmente laica Bosnia-Erzegovina, luogo dove storicamente hanno sempre convissuto in pace diverse culture e diverse religioni, in una satrapia fondamentalista, con l’appoggio ed i finanziamenti dell’Arabia Saudita e di altri stati del Golfo e con l’importazione di migliaia di mujahiddin provenienti da varie zone del Medio Oriente, che seminarono in Bosnia il terrore e si resero responsabili di immani massacri.

Slobodan Milošević, accusato di ‘crimini contro l’umanità’ (accuse principalmente fondate su una sua presunta regia del massacro di Srebrenica), nonostante abbia sempre proclamato la sua innocenza, venne arrestato e condotto in carcere all’Aja. Essendo un valente avvocato, scelse di difendersi da solo di fronte alle accuse del Tribunale Penale Internazionale, ma morì in circostanze mai chiarite nella sua cella l’11 Marzo 2006. Sono insistenti le voci secondo cui sarebbe stato avvelenato perché ritenuto ormai prossimo a vincere il processo e a scagionarsi da ogni accusa, e perché molti leader europei temevano il terremoto che avrebbero scatenato le sue dichiarazioni.

Radovan Karadžić, l’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, e il Generale Ratko Mladić, comandante in capo dell’esercito bosniaco, sono stati anch’essi arrestati e si trovano in cella all’Aja. Sul loro capo pendono le stesse accuse di ‘crimini contro l’umanità’, fondate essenzialmente sul massacro di Srebrenica.

Adesso che su Srebrenica è finalmente venuta fuori la verità, dovrebbe essere facile per loro arrivare ad un’assoluzione, a meno che qualcuno non abbia deciso che debbano fare la fine di Milošević.

Ma chi restituirà a loro e al defunto Presidente Jugoslavo la dignità e l’onorabilità? Tutte le grandi potenze occidentali, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dovrebbero ammettere di aver sbagliato, ma dubito sinceramente che lo faranno.

 

1297.- La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO

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A quali obbiettivi sono effettivamente mirate, rispettivamente, la NATO e l’Unione europea?” E, dall’altro: “Quale gerarchia di rapporti è possibile fra gli Stati Uniti d’America e questa anomalia istituzionale che chiamiamo Unione europea? Infine, per inquadrare strategicamente gli obbiettivi di questo nostro esercito: “Quale è realmente il grado d’incompatibilità, politica e commerciale, fra gli Stati europei, anzi, occidentali e la Russia? E, ancora meglio: Dove è la minaccia? Se essa viene dall’Asia, ritenete che sia essenziale il ruolo equilibratore dell’Europa nei confronti dei rapporti Russo-Americani? Vi sembra questo un indirizzo compatibile con le linee politiche della NATO, di monsieur Macron e frau Merkel?

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Come la NATO giustifica il nazismo lettone
Russie Politics 13 luglio 2017La NATO diffonde un video per legittimare la lotta dei “partigiani” nazisti lettoni, i “fratelli della foresta”, camuffandoli da grandi combattenti contro i russi. Oltre a riscrivere la storia, è quasi un invito all’omicidio dei russi e della Russia. Il video della NATO inizia confondendo soldati degli eserciti “russo” e “sovietico”. L’idea è mostrare che i “fratelli della foresta” combatterono i russi e non i sovietici, dato che i lettoni facevano parte dell’esercito sovietico… Poi si spiega che quei “pochi uomini” erano civili inermi costretti dalla situazione a combattere “l’occupante” russo, che dopo la Seconda guerra mondiale occupò i territori liberati. Ricordiamo che l’Armata Rossa liberò l’Austria e si ritirò pochi anni dopo perché 1) non vi era alcuna volontà della gente di passare dal capitalismo al sistema comunista; 2) perché l’Austria non fece mai parte dell’impero russo, a differenza della Lettonia. La cosiddetta “occupazione” della Lettonia da parte dei comunisti ed adesione all’URSS sono spiegati dal fatto che la grande indipendenza lettone si ebbe dopo la caduta dell’Impero russo. Tutto qui. Poi i quadri comunisti del Paese erano appunto lettoni. Il video mostra persone testimoniare tale epica lotta patriottica della Lettonia contro l’occupazione sovietica. Occupanti che ebbero la sfortuna di liberare il Paese, ovviamente contro la sua volontà, dai nazisti piuttosto ben apprezzati. Negli anni ’40, i lettoni o erano nelle file dell’Armata Rossa e dei suoi partigiani, venendo poi perseguitati, o nell’esercito nazista e nella sua Polizei ed altri ausiliari che massacravano allegramente. La strana neutralità “dei lettoni” è un nuovo mito usato per giustificare la riscrittura della storia e legittimare la politica russofoba, paradigma internazionale “della lotta del bene contro il male”. La portavoce del Ministero degli Esteri russo Zakharova ha reagito al video ricordando che i “fratelli della foresta” furono creati e finanziati da servizi segreti occidentali dopo la Seconda guerra mondiale per respingere politicamente l’URSS dopo la vittoria militare. Perciò arruolarono i collaborazionisti della Polizei, dell’amministrazione lettoni, ufficiali e soldati lettoni al servizio delle SS. In breve, per nulla persone di tutto rispetto. Tale organizzazione compì oltre 3000 aggressioni principalmente contro la popolazione civile, fino alla metà degli anni ’50.

Sul mito della neutralità lettone

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Della partecipazione lettone alle SS nel 1941 – 1945, una pagina intera è disponibile sul sito del Ministero degli Esteri russo. Si tratta della famigerata legione lettone, un’unità delle Waffen SS composta da due divisioni: la 15° Divisione e la 19° Divisione Waffen Grenadier delle SS, la cui memoria è ancora celebrata con una sfilata a Riga, anche se il Paese fa parte dell’Unione europea. Su ciò, il nostro testo: L’Europa ama i nazisti perché odiano la Russia. Durante la guerra, la legione SS lettone partecipò a pogrom, pulizia etnica degli ebrei, persecuzione dei comunisti, fucilazioni di massa di civili, ecc. Proprio sul piccolo territorio di tale mini-Paese furono creati tra il 1941 e il 1945 esattamente 46 carceri, 23 campi di concentramento e 48 ghetti. Secondo i dati ufficiali, solo i collaborazionisti delle SS lettoni uccisero 313798 civili (tra cui 39835 bambini) e 330032 soldati sovietici. Dall’autunno 1941 basandosi sui battaglioni di autodifesa furono addestrati dalle SS i battaglioni della Polizei incaricati del lavoro sporco. Alcuni furono inviati a combattere i partigiani nella regione russa di Pskov o in Bielorussia. 41 battaglioni di 300-600 persone furono quindi costituti in Lettonia (23 in Lituania e 26 in Estonia). Durante la guerra, i battaglioni lettoni furono integrati nell’esercito nazista e nelle strutture delle SS: brigate motorizzate, legione SS lettone, brigate di volontari, ecc. Erano i collaborazionisti delle SS a formare le fila dei “partigiani” “fratelli della foresta”. Ma di tutto questo la NATO non parla, logicamente. Essa sviluppò tali organizzazioni naziste dopo la Seconda guerra mondiale, per combattere fisicamente contro l’Unione Sovietica e la Russia, ed oggi usa immagini “photoshoppate” dell’epoca sempre contro la Russia, questa volta in una guerra virtuale. Anche se il video è al limite dell’istigazione a delinquere…
Dovremmo lasciar giustificare l’orrore contro cui i nostri padri combatterono? A meno che non abbiamo tutti la stessa storia…La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO
La NATO produce un documentario divertente e motivante sulla guerriglia delle Waffen-SS che non mollarono mai!

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Russia Insider 14/7/2017

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Prima di concentrarsi sugli sforzi difensivi bombardando nazioni del terzo mondo, la NATO si specializzò nell’armare ed addestrare le forze “di retrovia” in Europa che difendessero i valori occidentali con il terrorismo attribuito poi ai socialisti locali. Tale capitolo orgoglioso della storia della NATO è noto come Operazione Gladio. Ma prima di Gladio, c’erano i fratelli della foresta, un’accozzaglia di legionari delle SS e altri amici della democrazia armati dalle agenzie d’intelligence occidentali per permettere alla guerriglia nel Baltico di uccidere molti civili. Non sorprende che la NATO abbia deciso di onorare tali mitiche creature forestali delle SS producendo un breve “documentario” completo di costumi. Dmitrij Rogozin, Viceprimo Ministro russo e ex-inviato presso la NATO, sa di cosa si tratta: “La NATO ha pubblicato un video sui “Fratelli della foresta” che uccidono i nostri soldati. Ciò conferma che abbiamo a che fare con i resti nazisti della NATO
Dmitrij Rogozin (@DRogozin) 13 luglio 2017”.

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Il Gran Muftì di Gerusalemme passa in rivista la divisione SS Handzar in Yugoslavia, nel 1944. Nel suo discorso affermò esservi molte similitudine fra i principi dell’ISLAM  e quelli del Nazional-socialismo.

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SS di ieri e di oggi. L’obbiettivo è ancora la Russia! 

Alla fine della guerra 25 delle 38 divisioni della Waffen-SS erano formate da personale volontario straniero, per una percentuale superiore al 50% del numero complessivo appartenenti a tale forza armata. Le provenienze dei volontari furono le più disparate sia come nazionalità sia come estrazione ideologica, in quanto a fianco di volontari decisamente convinti dell’ideologia nazista operarono anche persone semplicemente contrarie al bolscevismo, fanatici anti-semiti, compresi molti musulmani, e soldati che scelsero di arruolarsi come alternativa all’internamento nei campi di prigionia tedeschi.

Così Zakharova, ovviamente: “Il video della NATO sui combattenti filonazisti negli Stati baltici è disgustoso e tenta di riscrivere la storia, Ambasciata russa del Regno Unito (@RussianEmbassy) 13 luglio 2017”.
RT: “Zakharova ha invitato storici, giornalisti e scienziati politici a non rimanere indifferenti su tale nuovo tentativo di distorcere la storia. “Non si rimanga indifferenti, è una perversione della storia che la NATO diffonde coscientemente per minare l’esito del tribunale di Norimberga e vi va posto fine!” ha scritto, ricordando anche che molti dei fratelli della foresta erano collaborazionisti dei nazisti e membri della SS Waffen baltiche, e che tali guerriglieri uccisero migliaia di civili nelle loro incursioni”.

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Sfortunatamente, il quadretto di famiglia amichevole della NATO non dà il giusto merito alle persone responsabili di tutto ciò: “Fate una ricerca su google
(Dall’Estonia https://mobile.twitter.com/Malinka1102/status/885218501371330560/photo/1
Malinka (@ Malinka1102) 12 luglio 2017” – di sitoaurora).

1264.- Bilderberg – i fascisti corporativi che (credono) di governare il mondo

Dutch Queen Beatrix abdicates, eldest son to succeed

La regina d’Olanda Beatrice e il padre principe Bernhard

Quest’ultimo fine settimana a Chantilly, Virginia, Stati Uniti, s’incontrava il famigerato gruppo Bilderberg, denunciato nei miei libri Il tradimento di Maastricht (1994) e Ciclo completo dell’Europa (1997) come sostenitore del corporativismo fascista euro-federalista fin dal 1954, quando fu fondato da un ex-ufficiale dell’intelligence delle SS nazista e da un socialista polacco (espulso da Francia e Regno Unito durante la prima guerra mondiale). La somiglianza tra l’Europa dominata dai tedeschi oggi (dove grandi corporazioni e globalisti socialdemocratici dominano popoli scontenti ed impotenti) e l’Europa fascista dominata dai nazisti degli anni Trenta non è una coincidenza. Poche organizzazioni lo dimostrano meglio dei Bilderberg.
Il principe Bernhard dei Paesi Bassi (tedesco sposatosi con una famigliare dei reali olandesi) fondò il Bilderberg, il cui nucleo (se non tutti coloro che parteciparono alle riunioni) svolge un ruolo centrale nel processo di distruzione degli Stati nazionali d’Europa e di loro costituzioni, parlamenti e, con l’euro, economie e strutture sociali.

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Fu il socialista polacco Joseph Retinger che fondò il movimento europeo e che, dopo la guerra, ottenne fondi della CIA attraverso il “Comitato americano per un’Europa unita”, ad avvicinare il principe Bernhard (attraverso l’Unilever) per fondare il Bilderberg. Nel mio libro Ciclo completo dell’Europa, nel capitolo 6 viene chiamato “Joseph Resigner – dall’intrigo personale al potere collettivo”. Il principe Bernhard fu un membro del partito nazista dal 1933 al 1937, si dimise il giorno dopo il controverso matrimonio con la futura regina dei Paesi Bassi. La tempistica della lettera di dimissioni (per sposarsi con una della famiglia reale olandese) ci dice molto sul suo apparente successivo appoggio alla causa alleata. Una copia non firmata della lettera di dimissioni del principe Bernhard fu trovata negli archivi nazionali di Washington. La lettera finiva con un “Heil Hitler”, difficilmente un commiato dal partito nazista. Nel 1934 fu oggetto di una relazione di un comitato del Congresso statunitense che l’identificò come ufficiale delle SS collegato al principale alleato industriale del governo nazista, la IG Farben. Si dimise dai Bilderberg nel 1976, anno in cui fu rivelato dalla Commissione Donner del governo olandese che aveva accettato una tangente di un milione di dollari dalla Lockheed Corporation. Come riportato sul Times del 10 e 12 giugno 1976, uno dei testimoni, che si recava presso la Commissione con nastri e documenti, fu investito da un’auto e la valigetta fu rubata. Il testimone era uno zoologo inglese, Tom Ravensdale, ex-addetto alle PR del World Wildlife Fund di cui il principe Bernhard era presidente. Le origini di tale segreto gruppo internazionale di uomini d’affari, politici e socialisti corporativisti, giornalisti (che convenientemente dimenticano la loro devozione all’aperta discussione democratica quando sono invitati dai Bilderberg) e certi confusi reali del continente, si trovano nelle relazioni europeo-statunitensi della Seconda guerra mondiale.
I Bilderberg apparentemente rappresentano e attraggono il tipo di persone che considerano il potere corporativista e statale più “efficiente” dei desideri di individui, famiglie e nazioni. L’ex-ambasciatore statunitense a Bonn, George McGhee, fu colto dire che, “Il trattato di Roma che ha portato alla Comunità europea fu preparato nelle riunioni dei Bilderberg”. Richard Aldrich, ex-operatore della CIA ed accademico, scrisse in Diplomacy and Statecraft del marzo 1997: “Anche se Bilderberg e movimento europeo condivisero gli stessi fondatori, membri ed obiettivi, probabilmente i Bilderberg costituirono il meccanismo più efficace… è chiaro che il Trattato di Roma fu proposto dai Bilderberg quell’anno”. Aldrich afferma (e dovrebbe sapere) che il Comitato americano per un’Europa unita condivise tanti “fondatori, soci e obiettivi” coi Bilderberg: “…rivela lo stile delle prime azioni occulte, e non meno fiducia nelle organizzazioni private, anche se coordinate da una cerchia ristretta di amici”. I verbali della prima riunione di Bilderberg ne dichiarano lo scopo: “…creare un ordine internazionale che guarderebbe oltre la crisi attuale. Quando il momento sarà maturo, i nostri attuali concetti di affari mondiali andranno estesi a tutto il mondo”. Le frasi chiave, anzi le parole in codice, di tale élite auto-nominata, includono l'”ordine internazionale”, una frase comune ai corporativisti ingenui di oggi e ai perniciosi capi della Germania nazista. “Quando il momento è maturo” indica una loro pianificazione a lungo termine (“i nostri concetti attuali”) e segretezza. La frase “tutto il mondo” rivela il desiderio di potere sovranazionale e l’intenzione di eliminare gli aspetti non inquadrabili come le democrazie nazionali. Oggi chiameremo questo corporativismo sovranazionale “Globalismo”.
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Praticamente tutte le figure più importanti dei Bilderberg sono anche membri del Consiglio per le Relazioni Estere degli Stati Uniti che, nonostante la presenza di molti internazionalisti liberali e conservatori, fu fondato dal più fanatico sostenitore del governo mondiale, Paul Warburg. Warburg fu direttore della IG Farben America che durante la Seconda Guerra Mondiale stipulò accordi per trasferire tecnologia con la Standard Oil dei Rockefellers e beneficiò del monopolio della Standard Oil sulla gomma sintetica, ampliando notevolmente i profitti degli scambi della Germania nazista e la sua capacità di fabbricare materiale bellico. La tecnologia ad Iso-ottani, fondamentale per il carburante aeronautico tedesco, fu fornita esclusivamente dalla Standard Oil of New Jersey dei Rockefeller. Fu il figlio di Paul Warburg, James che, testimoniando a un comitato del Senato degli Stati Uniti nel 1950, meglio articolò gli obiettivi dei collettivisti mondialisti: “Avremo il governo mondiale che ci piaccia o meno. L’unica domanda è se il governo mondiale si avrà con la conquista o il consenso”. Quindi il principale pilastro europeo del gruppo Bilderberg era un nazista ben introdotto, mentre il pilastro statunitense erano i Rockefeller la cui compagnia familiare, Standard Oil, fu utile al regime nazista ed ebbe un’impresa comune, dal 1920 al 1942, con il principale alleato industriale dei nazisti (IG Farben).
James Stewart Martin, ex-capo della sezione guerra economica del dipartimento di Giustizia, rilevò nel suo libro “Tutti gli uomini onorevoli” del 1950 come i corporativisti tedeschi e statunitensi controllavano gli “affari globali” negli anni Trenta e Quaranta, quindi idealmente posizionati per fare la stessa cosa nel dopoguerra, quando cospirarono per creare l’Unione europea: “Un quadro cominciò ad emergere su un nemico che non aveva bisogno dei servizi di spie e sabotatori. Con l’accordo tra i produttori di magnesio tedeschi e statunitensi (necessario per gli aeromobili) la produzione negli Stati Uniti prima della guerra fu limitata a non più di 5000 tonnellate all’anno. Al contrario, la Germania nel 1939 ne aveva prodotto solo 13500 tonnellate e nei successivi cinque anni consumò magnesio al tasso di 33000 tonnellate all’anno”. Reuters riferì (5.10.1996) sui documenti declassificati dall’intelligence statunitense che confermarono un incontro nell’agosto 1944 tra SS e rappresentanti di sette aziende tedesche, tra cui Krupp, Rochling, Messerschmitt e Volkswagen. In questa riunione (La riunione della Casa Rossa) a Strasburgo, furono elaborati piani per costruire ricchezza, potere e capacità industriale all’estero, “affinché un forte impero tedesco possa essere creato dopo la sconfitta”. Un’analisi del dipartimento del Tesoro statunitense del 1946 riferì che i tedeschi avevano trasferito 500 milioni di dollari fuori dal Paese, prima della fine della guerra. L’obiettivo era preparare “una campagna commerciale dopo la guerra”, in altre parole il tipo di pianificazione politico-industriale che questo libro descrive come “corporativista”. Le aziende tedesche furono incoraggiate ad allearsi con società straniere e le SS si riferirono agli accordi internazionali sui brevetti che la Krupp stipulò con le società statunitensi, di cui il precedente accordo IG Farben-Standard Oil era l’esempio classico. Ciò che i politici oggi dimenticano è che alla fine degli anni ’40 e all’inizio degli anni ’50, prima dell’invasione sovietica dell’Ungheria e della costruzione del muro di Berlino, la Germania perseguiva gli stessi obiettivi nazionalistici (cioè aggressivi nazionali) degli anni Trenta, ma usando “l’Europa” come strumento.
In questo periodo del dopoguerra si ritrovano i legami tra Europa nazista, “ordine mondiale” di Hitler e crisi odierna dell’Europa e del “nuovo ordine mondiale”. Ciò non dovrebbe sorprendere, perché 134 impiegati pubblici del ministro degli Esteri di von Ribbentrop lavorarono sotto Adenauer e lo stesso uomo nominato da Hitler a segretario del suo “Comitato Europa” (Heinz Trützschler von Falkenstein) fu scelto da Adenauer nel 1949 per un incarico simile a quello di direttore della “divisione europea” dell’Ufficio estero tedesco-occidentale. Consideriamo il tema comune in queste tre citazioni del 1931, 1950 e 1951.
Il primo del dottor Duisberg della IG Farben, del 1931: “Solo un blocco commerciale integrato permetterà all’Europa di acquisire la più intima forza economica… desiderio millenario di cui il Reich grida per un nuovo approccio. Perciò tale scopo possiamo usare il miraggio della pan-Europa”. Dal 1934 in poi IG Farben fu il principale veicolo industriale dei preparativi di guerra di Hitler. Si noti qui che i moderni capi tedeschi sopprimono ciò che i nazisti non mascherarono, cioè che per molti tedeschi “Europa” e “das Reich” sono la stessa cosa.
Il secondo di Konrad Adenauer (fondatore tedesco della Comunità europea e della Germania moderna) nel 1950: “Un’Europa federata sarà la terza forza… la Germania è tornata ad essere un fattore con cui altri dovranno contare… Se noi europei colonizzeremo l’Africa creeremo allo stesso tempo un fornitore di materie prime per l’Europa”. Anche per Adenauer, dunque, l’Europa era una grande ambizione imperiale piuttosto che un interesse nazionale.
E del 1951, il ministro del Commercio di Adenauer, il dottor Seebohm anticipò la frase preferita del governo inglese “La Gran Bretagna al centro dell’Europa”: “L’Europa libera vuole unirsi alla Germania? La Germania è il cuore dell’Europa e le membra devono adattarsi al cuore e non il cuore alle membra”.

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I Bilderberg è la riunione di politici antidemocratici corporativisti e in parte cacciatori di potere cospiratori, ma soprattutto ingenui arrampicatori politico-sociali e “il tipo di persone che” non bada a sopraffare democrazia e Stati nazionali, e che si crede un “potente dietro le quinte” e pianificatore del “destino” del mondo. Per decenni la loro parola d’ordine era “segreto”, rendendo la presenza dei giornalisti che non denunciassero i loro incontri tanto più riprovevole. David Rockefeller espresse gratitudine alla “stampa libera” delle nazioni democratiche sul silenzio quando si occuparono di una riunione segreta dei Bilderberg a Sand, in Germania, nel giugno 1991. Di seguito una traduzione dalla rivista francese “Minute” del 19 giugno 1991. “Siamo grati a Washington Post, New York Times, Time Magazine e altre grandi pubblicazioni i cui direttori hanno partecipato alle nostre riunioni e rispettato la promessa di discrezione per quasi quattro decenni”. La definizione di “grande pubblicazione” è evidentemente volta a chi non pubblica nulla d’importante. Certamente a chi comprende che la “libertà di stampa” non è la libertà del popolo e che il diritto di conoscere è un diritto dei governi, non dei governati. Rockefeller continuò: “Non avremmo potuto sviluppare il nostro piano mondiale se in tutti questi anni fossimo stati sottoposti a una piena pubblicità. Ma il mondo è ora più sofisticato e disposto a muoversi verso un governo mondiale che non conoscerà la guerra, ma solo pace e prosperità per tutta l’umanità”. Chi si riunisce a porte chiuse, progetta la fine degli Stati nazionali, sfida la democrazia e sottolinea la natura elitaria del propri gruppo e l’inadeguatezza degli altri, viene ovviamente oltraggiato dalla volontà democratica che non si adatta ai propri piani. Credono inoltre che le loro competenze siano indispensabili per un’élite governativa. Naturalmente il banchiere Rockefeller affermò: “La sovranità sovranazionale di un’élite intellettuale e di banchieri mondiale è sicuramente preferibile all’autodeterminazione praticata nei secoli passati”. Naturalmente solo perché teme che il mondo rifiuti le loro idee, che l’élite Bilderberg s’incontra in segreto, cercando d’imporre il suo fantastico “nuovo mondo” prima che i popoli si sveglino e l’impediscano.

Kenneth Clarke reveals plans to stand down from Parliament
Kenneth Clarke e Bilderberg

I partecipanti sono spesso finanziati dai fondi dei Bilderberg e alcuni furono inviati dai loro governi ad assistervi ufficialmente (confermato da David Owen e Tony Blair), smentendo così i Bilderberg che affermano che ognuno assiste da “privato”. Alcuni hanno ricordi piuttosto insignificanti su chi gli abbia pagato ciò e mancato sempre di riportarlo sul registro parlamentare degli interessi dei membri. Kenneth Clarke, come la maggior parte dei politici che partecipa a questi incontri, sostiene di non sapere nulla dell’origine del fondatore dei Bilderberg. Fu nel 1993 che Lynn Riley ed io, perseguendo le spese indebite presso i Bilderberg di Kenneth Clarke, riuscimmo ad ottenere un documento ufficiale inglese (una relazione della commissione sulle norme in materia di pubblica utilità pubblicata dalla cancelleria di sua maestà) che citava il gruppo Bilderberg per la prima volta! Molti vorranno sapere perché chi deve la propria posizione agli elettori nazionali debba partecipare (a spese dei contribuenti o di un gruppo segreto) ad incontri di un’organizzazione fondata da un ex- nazista e ufficiale delle SS per perseguire un’agenda segreta con capi e affaristi internazionali che, come abbiamo visto nell’Unione Europea, può avere gravi conseguenze sui loro elettori ignorati. Ogni deputato è eletto in maniera aperta con un manifesto democraticamente discusso, e si riunisce nel parlamento nazionale per decidere unicamente nell’interesse del proprio elettorato nazionale. Partecipare ad incontri segreti di gruppi dal programma segreto, la maggior parte dei quali mai eletta e in luoghi ben protetti, non è affatto ciò che gli elettori hanno in mente. Il libro Tradimento a Maastricht elenca chi partecipò alla riunione dei Bilderberg del 1993 in Grecia. Vi erano tre inglesi: Kenneth Clarke, Tony Blair e Sir Patrick Sheehy (allora presidente della BAT, lo stesso posto più tardi occupato da Kenneth Clarke!) che a poche settimane l’uno dall’altro, all’inizio del 1995, scrissero articoli sui giornali inglesi a sostegno dell’abolizione della sterlina e della Banca d’Inghilterra, e a favore della moneta unica europea. Nel 1995 e 1996 vi fu un nuovo nome inglese nell’elenco degli ospiti dei Bilderberg, il presidente del Congresso sindacale John Monks. Un dirigente sindacalista tra i politici corporativisti dei Bilderberg. Come i dirigenti aziendali, funzionari e politici, i sindacalisti credono nell’organizzazione del capitale, del lavoro, dei prezzi, dei parlamenti e, infine naturalmente delle nazioni. Monks iniziò subito a promuovere l’abolizione della sterlina!

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Per un esame più approfondito dei Bilderberg si veda il Capitolo 7 del mio libro “Ciclo completo dell’Europa”. 20 anni dopo la pubblicazione del libro, i Bilderberg sono ancora forti. I partecipanti sono come al solito dirigenti aziendali al 95%, frammischiati ad alcuni politici eletti democraticamente e alcuni giornalisti, soprattutto di Financial Times ed Economist, mentre il London Evening Standard era rappresentato quest’anno dall’ex-deputato conservatore ed ex-cancelliere George Osborne, la cui crociata eurofederalista fu arrestata improvvisamente dal popolo inglese nel referendum per la Brexit del giugno 2016.

Conservative press conference

George Osborne

Invitati dei Bilderberg 2017
Presidente Castries, Henri de (FRA), ex-presidente e CEO dell’AXA; Presidente dell’Institut Montaigne

Partecipanti
Achleitner, Paul M. (DEU), Chairman of the Supervisory Board, Deutsche Bank AG
Adonis, Andrew (GBR), Chair, National Infrastructure Commission
Agius, Marcus (GBR), Chairman, PA Consulting Group
Akyol, Mustafa (TUR), Senior Visiting Fellow, Freedom Project at Wellesley College
Alstadheim, Kjetil B. (NOR), Political Editor, Dagens Næringsliv
Altman, Roger C. (USA), Founder and Senior Chairman, Evercore
Arnaut, José Luis (PRT), Managing Partner, CMS Rui Pena & Arnaut
Barroso, José M. Durão (PRT), Chairman, Goldman Sachs International
Bäte, Oliver (DEU), CEO, Allianz SE
Baumann, Werner (DEU), Chairman, Bayer AG
Baverez, Nicolas (FRA), Partner, Gibson, Dunn & Crutcher
Benko, René (AUT), Founder and Chairman of the Advisory Board, SIGNA Holding GmbH
Berner, Anne-Catherine (FIN), Minister of Transport and Communications
Botín, Ana P. (ESP), Executive Chairman, Banco Santander
Brandtzæg, Svein Richard (NOR), President and CEO, Norsk Hydro ASA
Brennan, John O. (USA), Senior Advisor, Kissinger Associates Inc.
Bsirske, Frank (DEU), Chairman, United Services Union
Buberl, Thomas (FRA), CEO, AXA
Bunn, M. Elaine (USA), Former Deputy Assistant Secretary of Defense
Burns, William J. (USA), President, Carnegie Endowment for International Peace
Çakiroglu, Levent (TUR), CEO, Koç Holding A.S.
Çamlibel, Cansu (TUR), Washington DC Bureau Chief, Hürriyet Newspaper
Cebrián, Juan Luis (ESP), Executive Chairman, PRISA and El País
Clemet, Kristin (NOR), CEO, Civita
Cohen, David S. (USA), Former Deputy Director, CIA
Collison, Patrick (USA), CEO, Stripe
Cotton, Tom (USA), Senator
Cui, Tiankai (CHN), Ambassador to the United States
Döpfner, Mathias (DEU), CEO, Axel Springer SE
Elkann, John (ITA), Chairman, Fiat Chrysler Automobiles
Enders, Thomas (DEU), CEO, Airbus SE
Federspiel, Ulrik (DNK), Group Executive, Haldor Topsøe Holding A/S
Ferguson, Jr., Roger W. (USA), President and CEO, TIAA
Ferguson, Niall (USA), Senior Fellow, Hoover Institution, Stanford University
Gianotti, Fabiola (ITA), Director General, CERN
Gozi, Sandro (ITA), State Secretary for European Affairs
Graham, Lindsey (USA), Senator
Greenberg, Evan G. (USA), Chairman and CEO, Chubb Group
Griffin, Kenneth (USA), Founder and CEO, Citadel Investment Group, LLC
Gruber, Lilli (ITA), Editor-in-Chief and Anchor “Otto e mezzo”, La7 TV
Guindos, Luis de (ESP), Minister of Economy, Industry and Competiveness
Haines, Avril D. (USA), Former Deputy National Security Advisor
Halberstadt, Victor (NLD), Professor of Economics, Leiden University
Hamers, Ralph (NLD), Chairman, ING Group
Hedegaard, Connie (DNK), Chair, KR Foundation
Hennis-Plasschaert, Jeanine (NLD), Minister of Defence, The Netherlands
Hobson, Mellody (USA), President, Ariel Investments LLC
Hoffman, Reid (USA), Co-Founder, LinkedIn and Partner, Greylock
Houghton, Nicholas (GBR), Former Chief of Defence
Ischinger, Wolfgang (INT), Chairman, Munich Security Conference
Jacobs, Kenneth M. (USA), Chairman and CEO, Lazard
Johnson, James A. (USA), Chairman, Johnson Capital Partners
Jordan, Jr., Vernon E. (USA), Senior Managing Director, Lazard Frères & Co. LLC
Karp, Alex (USA), CEO, Palantir Technologies
Kengeter, Carsten (DEU), CEO, Deutsche Börse AG
Kissinger, Henry A (USA), Chairman, Kissinger Associates Inc.
Klatten, Susanne (DEU), Managing Director, SKion GmbH
Kleinfeld, Klaus (USA), Former Chairman and CEO, Arconic
Knot, Klaas H.W. (NLD), President, De Nederlandsche Bank
Koç, Ömer M. (TUR), Chairman, Koç Holding A.S.
Kotkin, Stephen (USA), Professor in History and International Affairs, Princeton University
Kravis, Henry R. (USA), Co-Chairman and Co-CEO, KKR
Kravis, Marie-Josée (USA), Senior Fellow, Hudson Institute
Kudelski, André (CHE), Chairman and CEO, Kudelski Group
Lagarde, Christine (INT), Managing Director, International Monetary Fund
Lenglet, François (FRA), Chief Economics Commentator, France 2
Leysen, Thomas (BEL), Chairman, KBC Group
Liddell, Christopher (USA), Assistant to the President and Director of Strategic Initiatives
Lööf, Annie (SWE), Party Leader, Centre Party
Mathews, Jessica T. (USA), Distinguished Fellow, Carnegie Endowment for International Peace
McAuliffe, Terence (USA), Governor of Virginia
McKay, David I. (CAN), President and CEO, Royal Bank of Canada
McMaster, H.R. (USA), National Security Advisor
Micklethwait, John (INT), Editor-in-Chief, Bloomberg LP
Minton Beddoes, Zanny (INT), Editor-in-Chief, The Economist
Molinari, Maurizio (ITA), Editor-in-Chief, La Stampa
Monaco, Lisa (USA), Former Homeland Security Officer
Morneau, Bill (CAN), Minister of Finance
Mundie, Craig J. (USA), President, Mundie & Associates
Murtagh, Gene M. (IRL), CEO, Kingspan Group plc
Netherlands, H.M. the King of the (NLD)
Noonan, Peggy (USA), Author and Columnist, The Wall Street Journal
O’Leary, Michael (IRL), CEO, Ryanair D.A.C.
Osborne, George (GBR), Editor, London Evening Standard
Papahelas, Alexis (GRC), Executive Editor, Kathimerini Newspaper
Papalexopoulos, Dimitri (GRC), CEO, Titan Cement Co.
Petraeus, David H. (USA), Chairman, KKR Global Institute
Pind, Søren (DNK), Minister for Higher Education and Science
Puga, Benoît (FRA), Grand Chancellor of the Legion of Honor and Chancellor of the National Order of Merit
Rachman, Gideon (GBR), Chief Foreign Affairs Commentator, The Financial Times
Reisman, Heather M. (CAN), Chair and CEO, Indigo Books & Music Inc.
Rivera Díaz, Albert (ESP), President, Ciudadanos Party
Rosén, Johanna (SWE), Professor in Materials Physics, Linköping University
Ross, Wilbur L. (USA), Secretary of Commerce
Rubenstein, David M. (USA), Co-Founder and Co-CEO, The Carlyle Group
Rubin, Robert E. (USA), Co-Chair, Council on Foreign Relations and Former Treasury Secretary
Ruoff, Susanne (CHE), CEO, Swiss Post
Rutten, Gwendolyn (BEL), Chair, Open VLD
Sabia, Michael (CAN), CEO, Caisse de dépôt et placement du Québec
Sawers, John (GBR), Chairman and Partner, Macro Advisory Partners
Schadlow, Nadia (USA), Deputy Assistant to the President, National Security Council
Schmidt, Eric E. (USA), Executive Chairman, Alphabet Inc.
Schneider-Ammann, Johann N. (CHE), Federal Councillor, Swiss Confederation
Scholten, Rudolf (AUT), President, Bruno Kreisky Forum for International Dialogue
Severgnini, Beppe (ITA), Editor-in-Chief, 7-Corriere della Sera
Sikorski, Radoslaw (POL), Senior Fellow, Harvard University
Slat, Boyan (NLD), CEO and Founder, The Ocean Cleanup
Spahn, Jens (DEU), Parliamentary State Secretary and Federal Ministry of Finance
Stephenson, Randall L. (USA), Chairman and CEO, AT&T
Stern, Andrew (USA), President Emeritus, SEIU and Senior Fellow, Economic Security Project
Stoltenberg, Jens (INT), Secretary General, NATO
Summers, Lawrence H. (USA), Charles W. Eliot University Professor, Harvard University
Tertrais, Bruno (FRA), Deputy Director, Fondation pour la recherche stratégique
Thiel, Peter (USA), President, Thiel Capital
Topsøe, Jakob Haldor (DNK), Chairman, Haldor Topsøe Holding A/S
Ülgen, Sinan (TUR), Founding and Partner, Istanbul Economics
Vance, J.D. (USA), Author and Partner, Mithril
Wahlroos, Björn (FIN), Chairman, Sampo Group, Nordea Bank, UPM-Kymmene Corporation
Wallenberg, Marcus (SWE), Chairman, Skandinaviska Enskilda Banken AB
Walter, Amy (USA), Editor, The Cook Political Report
Weston, Galen G. (CAN), CEO and Executive Chairman, Loblaw Companies Ltd and George Weston Companies
White, Sharon (GBR), Chief Executive, Ofcom
Wieseltier, Leon (USA), Isaiah Berlin Senior Fellow in Culture and Policy, The Brookings Institution
Wolf, Martin H. (INT), Chief Economics Commentator, Financial Times
Wolfensohn, James D. (USA), Chairman and CEO, Wolfensohn & Company
Wunsch, Pierre (BEL), Vice-Governor, National Bank of Belgium
Zeiler, Gerhard (AUT), President, Turner International
Zients, Jeffrey D. (USA), Former Director, National Economic Council
Zoellick, Robert B. (USA), Non-Executive Chairman, AllianceBernstein L.P.

standard-oil-ogo-ig-farben-swastika-rockefeller-nazi-germany-carteldi sitoaurora, Rodney Atkinson, Free Nations, 4 giugno 2017

 

1214.- Trump minaccia la guerra commerciale alla Germania

Peggiora lo scontro a puntate tra Trump e Merkel. Il presidente Usa cinguetta contro la Germania: “pagate meno del dovuto in spese militari. Male per gli Usa. Questo cambierà”. Si apre il rischio di una guerra commerciale negli Usa contro i marchi tedeschi prodotti e venduti in America.

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Per Trump, la Ue era e rimane inutile e dannosa e, tra l’altro sta dando l’ennesima prova di comportamenti assurdi. Molti in Europa avranno gongolato vedendo che il neo presidente non ha alcuna remora nell’attaccare un totem come Angela Merkel e nell’accusare la Germania di sfruttare l’Unione ai propri fini nazionali. Per il tycoon, in campagna elettorale, pure la Nato era obsoleta, se non addirittura inutile e tale è rimasta anche ora. Pur tra i tanti dubbi espressi dagli ambienti militari Usa e dai governi europei, non pare sia disposto a un ripensamento radicale sull’argomento. Caso mai solo a piccoli aggiustamenti per non scontentare soprattutto alcuni militari che hanno posizioni di rilievo nel suo team.

Botta e risposta. Lo scontro tra Trump e Merkel peggiora e come nelle migliori fiction procede a puntate e senza esclusione di colpi. Questa mattina il presidente Usa ha attaccato come da abitudine via twitter: “Noi abbiamo un massiccio deficit con la Germania, inoltre loro pagano molto meno di quanto dovrebbero per la Nato e le attività militari. Molto male per gli Usa. Questo cambierà”.

Lo scontro ha avuto inizio pubblicamente con le rivelazioni del giornale tedesco Der Spiegel secondo cui Trump aveva definito molto cattiva la Germania per le sue politiche commerciali, con particolare riferimento alla vendita auto negli Usa delle aziende tedesche.

Al G7 di Taormina il clima è peggiorato proprio su questioni come ambiente, commercio e immigrazione al punto di far saltare la tradizionale conferenza stampa Usa-Germania.

Nel frattempo la Merkel ha detto in un comizio che l’Europa deve prendere nelle proprie mani il suo destino, perché non può più fare affidamento sugli alleati, cioè Usa e Gran Bretagna.

Per Trump la Germania investe meno del 2% del PIL nella difesa, come l’Italia del resto, ma trascura il fatto che le basi militari Usa più importanti sono ospitate in Europa. Perdere un appoggio del genere per gli Stati Uniti sarebbe molto grave. Sul piano economico, il problema per Donald Trump è che molti dei prodotti venduti negli Usa sono sì marchi tedeschi ma realizzati in America con posti di lavoro garantiti per migliaia di lavoratori. Uno scontro sul piano commerciale potrebbe comportare dei costi non irrilevanti per gli americani. Per ora nessuno fa un passo indietro ma fare un passo avanti potrebbe portare a un punto di non ritorno dove non è possibile calcolare i costi per entrambe le parti.

Di , per Remocontro, 30 maggio 2017

1211.- AI FANATICI DELLA NATO TRUMP NON E’ PIACIUTO.

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No, non ha ripetuto che l’Alleanza Atlantica è “obsoleta”. Ma col linguaggio del corpo, Trump è stato inequivocabile. A  cominciare da  come ha sbattuto da parte il primo ministro del Montenegro Dusko Markovic, prossimo membro della NATO: certo,   Donald non lo conosceva (e chi mai lo conosce?) ma l’atto è altamente  simbolico: Stoltenberg e i servi europei di Obama hanno voluto  il Montenegro nella NATO, contro Mosca, a tutti i costi,  al punto da tentare un colpo di Stato per farlo.  Per il resto, ha ripetuto agli alleati a muso duro: pagate per la nostra protezione. Un discorso da commerciale, il che è un benefico miglioramento rispetto  moralismo bellicista coltivato dai Stoltenberg e dai Tusk in funzione anti-Mosca, il Bene  in lotta contro il Male, contro il Putin “aggressivo alle frontiere”.

Soprattutto, attenzione, Trump si è rifiutato di evocare esplicitamente l’articolo 5: ossia il principio che l’attacco ad un solo membro dell’Alleanza sarà considerato automaticamente un attacco a tutti. Ogni presidente americano prima di lui ha ripetuto l’impegno a rispettare l’aricolo 5, ad alta ed esplicita voce;  a Trump  era stato chiesto, con insistenza, dietro le quinte; lui, duro, niente. Un anonimo funzionario della Casa Bianca ha spiegato poi che l’impegno all’articolo 5 veniva da sé…

Ma no, ha  risposto The Guardian fremente di rabbia: “Per gli alleati, specie per quelli sulla frontiera d’Europa all’ombra di una Russia sempre più aggressiva, non va da sé”. Insomma i baltici e la Polonia “avevano bisogno di sentirlo dalle labbra del presidente, e non l’hanno sentito”.  Il  Guardian giunge al punto di dire:   “L’ostinazione del suo rifiuto di usare il linguaggio  che è stato consueto a tutti i presidenti di prima, ha rafforzato i diffusi e persistenti  riferimenti che Mosca ha una qualche  influenza sul presidente”: il che è la solita accusa demente  a cui in Usa gli anti-Trump cercano invano di dare concretezza, ma è  bello vedere un giornale progressista  schierarsi coi più guerrafondai dell’Alleanza.

“Un grave colpo per l’Alleanza”, ha commentato un ex ambasciatore americano alla NATO, Ivo Daalder

Invece di nominare Mosca come nemica, Trump alla NATo ha dedicato molti passi alla “lotta contro il terrorismo e contro l’immigrazione”, e ancora una volta il Guardian non si contiene dal commentare: “Non è chiaro che ruolo si aspetti che la NATO svolga  nella gestione dell’immigrazione”. Chissà, magari bombardare meno la Siria? Smettere di destabilizzare la Libia? Sparare agli scafisti?

“La  prima visita di Trump era una opportunità di unire l’Alleanza; purtroppo, la NATO è oggi più divisa che mai”, ha commentato l’ex ambasciatore Daalder. Del che personalmente non ci addoloreremo troppo.

Perché Macron riceve Putin, a Versailles

Un altro colpo all’Alleanza  è pronto:  sorprendentemente, il neo-presidente Emmanuel Macron  sta per ricevere Putin. Lo riceverà a Versailles, laddove fu ricevuto nel 1717 Pietro il Grande, gesto altamente simbolico.  Il motivo per cui  Macron  ha  deciso di dedicare alla Russia la prima visita ufficiale che accoglie, è molteplice. Da una parte, si tratta di correggere l’orrenda mascalzonesca ostilità che Hollande ha dedicato a Mosca, a cominciare dal rifiuto di venderle le navi Mistral che aveva pagato, fino a  provocare Putin a annullare una sua visita  a  Parigi un anno fa, per le restrizioni offensive che Hollande aveva posto al  viaggio. Una stupidità politica e diplomatica senza precedenti.

Più vicini di quanto si creda?

L’altro motivo è che Macron ha bisogno di una sponda, in vista della dura opposizione che si aspetta dalla Merkel:  il giovinotto ha promesso di “fare le riforme” (tagli ai salari) come Angela chiede, ma per poter poi esigere “un bilancio comune della zona euro controllato da un parlamento dell’eurozona”.  Buona fortuna:   vuol costringere Berlino a mettere in comune i suoi surplus con i deficit e debiti  italiani, spagnoli, francesi, greci,  in un debito pubblico condiviso e solidale.   Ciò ovviamente non avverrà mai: la Germania ha sempre ripetuto a tutti, “prima”, fate le riforme. Ossia riducete il bisogno di solidarietà, anzi fate sparire il bisogno di  solidarietà  verso i paesi in deficit, e solo poi noi accederemo alla solidarietà.  In questo però Trump  ha dato una   mano insperata a  Macron, ripetendo che la Germania è “cattiva” per via dell’enorme surplus (280 miliardi) della sua bilancia commerciale.

Insomma   la situazione è in movimento.   Di fatto, fino ad oggi, è stata la Germania non solo a dettare la linea ostile a  Putin nella UE, ma anche a fare  la sola interlocutrice (e grassi affari)  a nome della UE con la Russia; ora Macron, certo su consiglio del suo creatore Attali, sta cercando di riprendere una certa iniziativa in fatto di politica estera, una vaga eco di gollismo…

Un’altra ragione è che, al contrario di Hollande, Macron non ha manifestato  alcuna voglia di impegnare le forze armate francesi contro Assad,  nella “lotta al terrorismo”, insomma ha dei motivi per allentare un po’ l’impegno  bellicista  in Medio Oriente. Lo ha detto in modo singolarmente esplicito: “Metterò fine agli accordi che favoriscono il Katar in Francia. C’è  stata troppa compiacenza…”. Il Katar? Il massimo finanziatore (in concorrenza con l’Arabia Saudita, più che in coordinamento)  dei terroristi in Siria, è un cliente  di gran valore   per la Francia, perché compra i suoi “Rafale”.

Ryad e il Katar ai ferri corti, quasi in guerra

Un grosso affare che profuma di scandali mal coperti e di mazzette miliardarie, di cui non ci si stupirebbe di apprendere, un giorno, che alcune sono finite nelle tasche di Hollande e del suo entourage:  tutto l’affare è stato basato sulla “amicizia personale” fra Hollande  e il pretendente al trono katarino Tamim bin Hamad Al Thani, spesso invitato all’Eliseo;  reciprocamente, Hollande ha visitato il Katar due volte, confricandosi coi miliardari locali.

Al Thani sotto attacco saudita.

Ora, sta succedendo qualcosa di grave proprio alla   famiglia Al Thani  del Katar:  la sua tv Al Jazeera è stata attaccata e silenziata da hackers; la tv saudita Al Arabyia ha dato notizia che il Katar “ha convocato i suoi ambasciatori dall’Arabia Saudita ,  Bahrein, Egitto, Emirati”: notizia falsa, che   il Katar ha dovuto smentire.

Sono, come si è potuto intuire, atti di ostilità messi in atto dal principe saudita Bin Salman (notoriamente “Impulsivo”)  che comanda al posto del vecchio re Alzheimer, contro   il mal sopportato concorrente in terrorismo. Fonti chiaramente saudite attribuiscono al katarino Al Thani  propositi come: Hezbollah è “un movimento di resistenza” (fra i wahabiti è obbligo definirlo “terrorista”),  “c’è della pazzia nel voler persistere in ostilità verso l’Iran”, lui,  Al Thani, vuole “cooperare  coi vicini a portare la pace nella regione”, intrattenendo buone relazioni sia con l’Iran sia con gli Usa, le cui truppe “proteggono il Katar dalle  voglie territoriali dei vicini” (delicata allusione a contestazioni confinarie coi sauditi).

Al Jazeera vittima di hackers (no, stavolta non è stato Putin).

Sono frasi che fanno di Al Thani un filo-sciita e dunque, per i Saud e i wahabiti in genere,   un candidato alla decapitazione  come kafir. Non si sa se le abbia davvero pronunciate, anzi si tende ad escluderlo: si tratterebbe di “fake news” messe in  giro per ordine della corte saudita, e dell’impulsivo Bin Salman, che ha un modo tutto suo di usare l’informazione. Certo è che  ciò avviene a sole  48 ore dalla visita di Trump con la sua volontà di  costituire una “NATO del Golfo”   per  combattere il “terrorismo” iraniano.

Gran disordine sotto il cielo, dunque tempi eccellenti. O almeno meno peggio del prevedibile.

Minolta DSC      Maurizio Blondet 26 maggio 2017

1175.- Il Congresso degli USA indaga su Soros.

 

Il Washington Times titolava tre mesi fa, “il dipartimento di Stato infetto da Soros gioca in Albania
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Hoyt Brian Yee

Il presidente del comitato sulla giustizia del Congresso, il repubblicano Bob Goodlatte (R-VA), guida una delegazione di 15 membri in una missione urgente in Grecia, Bosnia, Albania, Macedonia, Kosovo e Italia, per testimonianze sul favoritismo dell’era Obama che continua a danno di cittadini, istituzioni e stabilità regionali. La delegazione del Congresso (noto come codel) è partita il 6 maggio per un’indagine congressuale di dieci giorni. Un addetto dell’ufficio giustizia del Congresso rifiutava di commentare citando preoccupazioni sulla sicurezza. Anche se sei dei nove membri sono repubblicani, come i conservatori Steve King (IA) e Tom Marino (PA), la natura della missione estera del Congresso, Codel, dipende dal dipartimento di Stato; dove gli ambasciatori in ogni Paese sono nominati dall’amministrazione Obama che continuano ad attuarne le politiche. È difficile immaginare che la delegazione riceva informazioni imparziali dalle ambasciate assai invadenti nella politica locale, secondo le comunità dirigenti di ogni Paese.

Procuratore Generale dell’Albania contro ambasciata USA a Tirana
Quest’anno si verificò una brutta emergenza tra il Procuratore Capo dell’Albania, un’entità nazionale politicamente neutrale, e l’ambasciatore cino-statunitense Donald Lu. “Il primo ministro Edi Rama, sostenuto dall’ambasciatore statunitense, ha distrutto l’indipendenza della nostra giustizia”, dichiarava un procuratore di Tirana all’American Spectator. “Sotto la bandiera della riforma giudiziaria, c’è la politicizzazione”. Edi Rama, vecchio capo del Partito Socialista, è un amico fidato di George Soros, la cui rete è profondamente presente in Albania e collabora con l’ambasciata degli Stati Uniti su numerosi progetti, tra cui uno dell’USAID da 8,8 milioni di dollari su… s’indovini, la riforma giudiziaria. “Quando abbiamo espresso opinioni professionali diverse dall’ambasciata statunitense, opinioni professionali su diversi approcci, Lu si arrabbiò”, affermava il procuratore, non disposto ad essere nominato. Spiegò che la Commissione di Venezia dell’Unione Europea, concepita per adeguare le proposte di riforma rispettando la legislazione europea, ha spesso affiancato i procuratori albanesi in queste controversie tecniche. Il procuratore aggiunse che il suo ufficio ha cercato di dare priorità al traffico di droga e criminalità, questioni importanti in Albania, mentre l’ambasciata statunitense ha rigettato la massiccia coltivazione ed esportazione di cannabis come “non un problema statunitense”. Le priorità divergenti tra autorità giuridiche albanesi e ambasciata degli Stati Uniti sono confermate dal sito indipendente Exit.al. Donald Lu ha punito i procuratori e i giudici che non sono d’accordo con lui revocando i visti per gli USA, già concessi, a circa 70 giudici e procuratori, secondo il procuratore capo Adriatik Llalla. In risposta, Llalla avvertì l’ambasciatore Lu accusandolo di manipolazione e ricatto in una lettera pubblicata sul sito dell’ufficio e in una conferenza stampa, a febbraio. Llalla ha anche accusato Lu di cercare d’impedire al suo ufficio d’indagare sulla corruzione di una grande società cinese, Bankers Petroleum. Come titolava Washington Times su questo conflitto, riassunto tre mesi fa, “il dipartimento di Stato infetto da Soros gioca in Albania”.

Crisi politica in Macedonia
Non soddisfatto dal danneggiare il proprio Paese, Edi Rama ha colpito la vicina Macedonia provocando profonde instabilità nel tentativo aggressivo di aiutare socialisti ed albanesi musulmani. L’ambasciata statunitense è ampiamente considerata una base del partito socialista in Macedonia come in Albania. Rama convocava una riunione dei tre partiti politici macedone-albanesi (il 15-20% della Macedonia è albanese) e ha elaborato la cosiddetta “Piattaforma di Tirana”, un documento pericolosamente separatista che mina l’identità della Macedonia. Questi partiti albanesi quindi si sono coalizzati con i socialisti macedoni e chiedono il diritto di formare un nuovo governo, contro il partito conservatore VMRO-DPMNE, che fino all’attuale crisi ha gestito l’economia di libero mercato più riuscita nei Balcani. In tutto il Paese, i macedoni protestano contro la piattaforma di Tirana e contro l’ambasciatore Jess Baily, ritenuto pregiudizievole verso il VMRO. Ultimamente, il conflitto è esploso nel parlamento. Ancora una volta, la maggior parte dei funzionari locali ha priorità diverse rispetto all’ambasciata: i macedoni hanno subito secoli di incursioni dai vicini. Sono preoccupati soprattutto per la sicurezza, mentre gli statunitensi finanziano le ONG su “mobilitazione” e “attivismo”. Come il leader macedone-statunitense Bill Nicholov scrisse a fine aprile: “Il dipartimento di Stato e l’ambasciata statunitensi in Macedonia sono… s’ingannano sugli affari interni della Macedonia, provocando sconvolgimenti e attacchi all’origine etnica e alla sovranità dei macedoni”. Nicholov invita il presidente Trump a cambiare strada sul piccolo Paese a nord della Grecia.

Crisi nella crisi in Grecia
Proprio come in Albania e Macedonia, il governo degli Stati Uniti appoggia apertamente il giovane leader di sinistra in Grecia che implementa politiche polarizzanti come il primo ministro e capo del partito Syriza (coalizione dei partiti radicali di sinistra). Durante il suo ultimo tour europeo, il presidente Barack Obama visitava Atene per vedere il primo ministro greco Alex Tsipras, coerente marxista cui gli Stati Uniti si concedono: istituti multilaterali di prestito sarebbero gentili con il suo governo. Obama è stato solidale e protettivo con Tsipras quanto Bill Clinton quando il primo ministro visitò New York per partecipare a un’iniziativa della Clinton Global Initiative nel settembre 2015. Eppure, l’immediata liberalizzazione della politica d’immigrazione quando prese il potere nel 2015 è il fattore più importante della crisi dei rifugiati che travolge e mette in pericolo l’Europa. A pochi mesi dalla presa del potere, un ministro di Syriza annunciò che il governo avrebbe trasformato le strutture di detenzione dei rifugiati in centri di accoglienza ed interrotto la politica aggressiva di identificazione e deportazione dei migranti clandestini. Nei quattro mesi successivi alla dichiarazione del governo, nell’aprile 2015, secondo cui i profughi siriani avrebbero ricevuto documenti di viaggio per l’Europa, gli arrivi aumentarono del 721%. Ancora oggi i migranti continuano ad arrivare dalla Turchia, Paese che non ha ancora la situazione finanziaria in ordine. Può l’ambasciatore statunitense ricevere fiducia dal rapporto del congressista Goodlatte del Codel sulla disastrosa crisi che colpisce la Grecia? Probabilmente no. L’ambasciatore Geoffrey Pyatt fu inviato ad Atene lo scorso anno, dopo tre anni a Kiev, dove fu ampiamente considerato agente di coloro che promossero il colpo di Stato, tra cui George Soros. Pyatt è meglio noto, forse, per essere l’interlocutore sulla telefonata “si fotta l’Europa!” dell’assistente segretaria Victoria Nuland. Anche se Nuland si è dimessa dopo l’elezione del presidente Donald Trump, il suo vicesegretario aggiunto per gli affari europei e eurasiatici Hoyt Brian Yee rimane responsabile della politica del dipartimento di Stato nei Balcani. Continua a viaggiare spesso nei Balcani, anche se solo poche settimane prima il presidente macedone si rifiutasse d’incontrarlo, sconvolto dalla manipolazione statunitense del proprio Paese.

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Geoffrey Pyatt

Kosovo
Yee è stato accolto con entusiasmo dai funzionari in Kosovo, dove la pressione statunitense e i bombardamenti crearono la piccola nazione di 1,8 milioni di persone. (La giornalista balcanica Masha Gessen indica come il bombardamento NATO della Serbia nel 1999, senza consultare la Russia, creò il precedente per l’intervento della Russia in Crimea secondo il governo russo). Tuttavia, anche in Kosovo, i funzionari locali reagiscono alle direttive statunitensi, regolarmente svolte in pubblico piuttosto che discrete o per via diplomatica. Per esempio, Yee s’è recato a Pristina a fine marzo per ordinare ai capi nazionali, che contemplavano la decisione di trasformare la forza di sicurezza della nazione in un esercito formale, di “escludere la legge”. Se gli Stati Uniti non vogliono che Pristina crei un esercito, perché diavolo li abbiamo addestrati e incoraggiati per anni? È facile per l’ambasciatore statunitense Greg Delawie pubblicare video sconvolgenti su YouTube in cui appare come un clown mentre discute dei piani anticorruzione, ma la sicurezza non è uno scherzo per chi vive nei Balcani.

Scommettere in Bosnia
Un altro ambasciatore statunitense che sembra preferire la diplomazia amatoriale degli #hashtag sui media sociali e gli scontri pubblici con funzionari nazionali, è l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Bosnia Erzegovina Maureen Cormack, altro Paese che gli Stati Uniti hanno contribuito a creare e a cui i contribuenti statunitensi versano 1,6 miliardi di dollari di aiuti. A una settimana dall’arrivo nel Paese nel 2015 postò un blog sull’istruzione della Bosnia, accusandola di essere discriminatoria ed etnicamente divisiva. Mi scusi, ambasciatrice Cormack, ma il governo degli Stati Uniti ha creato una nazione sulla divisione etnica secondo gli accordi di Dayton, così … benvenuta al suo posto. Quest’anno, la sconvolgente incuria verso il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, presidente della regione autonoma serba, la Repubblica Srpska, problema nel problema nell’accordo sul Paese, ha raggiunto nuove altezze: fece imporre al Tesoro degli Stati Uniti le sanzioni al presidente per aver celebrato una festa serba ortodossa il 9 gennaio, giorno di Santo Stefano. In risposta, la dichiarò “nemica dei serbi, sgradita nella Repubblica serba”. Bel lavoro.
Nel complesso, gli ambasciatori dell’era Obama sono riusciti a favorire la tensione etnica (in particolare in Macedonia e Bosnia), promuovendo favoriti politici recuperati, soprattutto socialisti e membri della rete di George Soros (Albania, Grecia, Macedonia), che reputano di sapere cosa sia meglio per il proprio Paese (Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia). Il segretario di Stato Rex Tillerson annunciava la scorsa settimana che gli Stati Uniti non imporrano più agli altri Paesi l’adozione dei valori statunitensi. Le nostre ambasciate nei Balcani chiaramente non hanno ricevuto il memo.

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Maureen Cormack
“Kurir – The American Spectator 10 maggio 2017 (Aurora). Traduzione di Alessandro Lattanzio

1131.- GENERALI FRANCESI. COSA PENSANO DEL PENTAGONO E DELLE SUE IMPRESE.

Di Maurizio Blondet

Il generale Dominique Delawarde, francese,  è stato capo della Guerra Elettronica e Informazione allo Stato Maggiore Interarmi di pianificazione operativa.  Sulle ultime imprese del Pentagono, e specie sul  lancio della MOAB,  descritta dai media occidentalisti come  la tremenda “madre di tutte le bombe”, la “bomba non atomica più potente  in mano ai militari Usa”,  ha scritto un rapporto, come dire?, alquanto beffardo. Che dice qualcosa sulla considerazione in cui gli alti gradi militari  di  Francia tengono la qualità militare della Unica Superpotenza Rimasta.

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generale Dominique Delawarde– Ancien chef «Situation-Renseignement-Guerre électronique» à l’État-major interarmées de planification opérationnelle

Vale la  pena di tradurre:

“Una settimana dopo il suo attacco spettacolare ed illegale in Siria, Trump continua la sua dimostrazione di forza in Afghanistan utilizzando per la prima volta la bomba ‘non-nucleare’ più potente del suo  arsenale,   soprannominata MOAB (Mother of all Bombs).  Con questa nuova iniziativa, offre a ciascuno l’opportunità di porsi delle domande sugli attacchi Usa in generale, e questo in particolare.

1 – Quadro  generale.

In  base alle fonti ufficiali Usa  facilmente consultabili  (

http://blogs.cfr.org/zenko/2017/01/05/bombs-dropped-in-2016/

http://www.afcent.af.mil/Portals/82/December%20Airpower%20Summary.pdf?ver=2017-01-04-094321-250)

appare che, in rigorosa applicazione del diritto del più forte, senza accordo dell’Onu  e in genere senza l’accordo dello Stato interessato,  le forze  aeree Usa  hanno nel 2016  bombardato 7 paesi e lanciato un totale di 26.172 bombe,  al minimo.

Un totale impressionante che è in aumento: di 3 mila bombe (+12%)  rispetto al 2015. Da notare: la US  Air Force ha effettuato il 67% dei bombardamenti della coalizione occidentale in Irak, con il consenso del governo, e il 96% dei bombardamenti della coalizione in Siria  senza  consenso del governo legale. Questo scarto percentuale sembra mostrare una reticenza della maggioranza dei paesi della coalizione ad intervenire in Siria  senza mandato Onu e senza il permesso del governo legale.

II – Il bombardamento in Afghanistan

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Giovedì 13 aprile alle  ore  19.32 locali, l’US Air Force ha lanciato da  un C130 il  primo  esemplare, dei 15-20 esemplari in servizio, della sua “Mega bomba a spostamento d’aria” (GBU-43/B Massive Ordnance Air Blast Bomb: MOAB) su una rete di tunnel fortificati che  sarebbero serviti di base a Daesh.  Il  lancio è stato fatto col consenso del presidente afghano Ashraf Ghani.

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(Effetti del MOAB, prima e dopo)

Testata prima della messa in servizio nel 2003, questa bomba,   la più potente  non-nucleare dell’arsenale Usa, pesa 10,3 tonnellate, sviluppa  una potenza esplosiva equivalente a 11 tonnellate di tritolo e costa  16 milioni di dollari ad unità,  ossia il prezzo di 16  o  25  missili Tomahawk, secondo i modelli di quest’ultimi.  Il suo raggio di efficacia totale  di soli 150  metri.

Particolare aneddotico, secondo il New York Times,  la rete di tunnel presi di mira sarebbe stata finanziata con varie decine di milioni di dollari, negli anni ’80 dalla Cia,  per  sostenere i mujaheddin nella loro lotta contro l’URSS  (il contribuente americano paga la costruzione, e poi la distruzione…).

“E i russi ce l’hanno più grossa…”

“Altro dettaglio aneddotico:  la famosa MOAB è largamente superata in potenza ed efficacia dalla «Aviation Thermobaric Bomb of Increased Power».  Questa bomba non nucleare russa, testata prima della sua messa in servizio nel 2007,  è stata, per derisione del MOAB, FOAB (Father of  all  Bombs). Essa è del 30% più   leggera della MOAB (7,1  tonnellate contro più di 8) ma sviluppa una potenza esplosiva equivalente  a 44  tonnellate di TNT (4 volte superiore a quella di 10 tonn del MOAB Usa), grazie al suo esplosivo sviluppato con l’impiego di nanotecnologie.  Il suo raggio di efficacia è di 300 metri, il doppio di quella americana.

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Un fotomontaggio russo che mostra la FOAB e il suo vettore Tupolev Tu 160

Quanto all’efficacia dell’attacco in Afghanistan, abbiamo due versioni di cui nessuna può esser considerata più valida dell’altra. Il comunicato “Us government – Afghan” rende conto di 96  combattenti di DAESH uccisi. Il comunicato di DAESH  sostiene che questo    attacco non ha fatto alcuna vittima.  Siamo qui nella guerra dell’informazione e dei comunicati.

III – Conclusioni.

Braccato  quotidianamente dai media e dai neocon da quando è entrato in funzione, Trump sembra lanciarsi in una retotica  bellicista per tre ragioni:

  • Disarmare i neocon e dare qualcos’altro da raccontare ai media perché lo lascino un po’ in pace. Questa tecnica è stata utilizzata con successo da Bill Clinton il 16  dicembre 1998,  alla vigilia dell’esame per la sua destituzione (impeachment) da  parte della  camera dei rappresentanti per le sue menzogne nell’affare Lewinsky: allora ordinò degli attacchi aerei sull’Irak (Operazione Desert Fox).  Furono lanciati 415 missili Tomahawks facendo da 600 a 2 mila uccisi  in  3 giorni.  L’attenzione dei media fu distolta dallo scandalo Lewinsky.  Beninteso, gli iracheni ne hanno  pagato  il prezzo.
  • Dare agli americani “lambda” l’immagine di un comandante in capo solido, determinato, che non arretra, e tentare di ricostruire un minimo di coesione e di unità nella popolazione USA :  non c’è niente come una buona guerra per unificare un paese [effettivamente la popolarità di Donald è salita  al 50%  dopo il lancio dei Tomahawks.  ]
  • Inviare un messaggio subliminale agli  avversari (Siria, Iran, Corea del Nord, Russia, Cina..): “Gli Usa sono forti, fortissimi. Possono agire in modo unilaterale, brutale e imprevedibile, senza il permesso dell’ONU.  Il loro comandante in capo non esiterà..”.

Dunque questi bombardamenti hanno  meno a che fare con la ricerca de una efficacia militare, che con “cinema e comunicazione”.  La semplice aritmetica mostra che le 26.172 bombe lanciate dagli Us Air Force nel 2016 rappresentano, senza fare altrettanto rumore, l’equivalente di 3 MOAB al giorno”.

 “I militari  USa hanno  ancora i mezzi per le loro ambizioni?”

 Ora,  per i lettori dei nostri blog alternativi quelle qui date dal generale non sono novità sensazionali. Ma  il punto è che   vengono da un esperto militare, uno specialista in valutazioni strategiche e  operative:  che non nasconde il suo disprezzo per la puerilità, incompetenza e nullità tattica e  strategica delle scelte militari della supposta superpotenza. Lo spreco di risorse costosissime per “il cinema”   suscita nel generale Delawarde i sarcasmi  che abbiamo letto.

Una tale valutazione delle sceneggiate aggressive americane è, vedo, largamente condivisa negli ambienti francesi della Difesa.

Il sito Dedefensa, spesso da noi citato, interpreta la furia bellicista di Trump e dei generali che gli hanno messo attorno (McMaster come  capo del consiglio di sicurezza nazionale, Mattis al Pentagono)  quasi come un rabbioso attacco di panico di fronte alla scoperta che le forze armate russe sono state ricostituite, snelle ed efficaci, mentre negli ultimi vent’anni “la situazione generale  delle forze Usa s’è naturalmente degradata, come è naturale per un bilancio militare che arriva penosamente [sic: sarcasmo] a 700 miliardi di dollari l’anno [la spesa della difesa russa è inferiore di 10 volte, ndr.] –   Il Pentagono è da molto tempo  ormai in una crisi costante di gestione,  ossia nell’incapacità di realizzare un lavoro normale di produzione, manutenzione e modernizzazione delle forze armate  esistenti, e non si parla del loro rafforzamento.  La situazione di queste forze armate che sono all’opera un po’ dappertutto [700 basi all’estero!, ndr.] è dunque estremamente indebolita,  costantemente  in durata, con la tendenza normale all’indebolimento a causa dell’invecchiamento e dell’usura dei materiali”.

[…] “Questi militari si trovano più o meno a dover frenare insieme  i loro ardori e la  belva che hanno scatenato in Trump, nella misura in cui si accorgono, presto, che non hanno  i mezzi per le loro ambizioni”.

Giorni fa  si è attribuito al generale McMaster  il progetto di  mandare 50 mila uomini che avrebbe voluto mandare in Siria, a combattere Assad (e i russi, gli iraniani, Hezbollah..) ma poi, è caduto il silenzio.   Il clamore è stato puntato sulle portaerei  mandate  a minacciare la Corea del Nord – cosa che Emmanuel Todd ha chiamato operazione di “militarismo teatrale”  – e i media volonterosi hanno restituito agli Usa la corona di gendarme del mondo, e a Trump quella del solito grande presidente americano di guerra.  Per Philippe Gasset  di Dedefensa,  “diventa un Trump che  ogni volta conduce  la macchina dell’americanismo all’orlo dell’abisso di decisioni sempre più difficili da prendere”.

Come abbiamo detto  (grazie amico Nicolas Bonnal che l’ha segnalato), Emmanuel Todd parla di “militarismo teatrale” : attenzione:   ne parlava già 15 anni fa nel suo saggio Aprés l’Empire  (2001), dove profetizzava il declino della superpotenza.

“Assistiamo a un militarismo teatrale che comprende tre elementi essenziali:

  • Mai risolvere un problema, onde giustificare  l’azione militare indefinita dell’unica superpotenza su scala planetaria.
  • Prendersela con micro-potenze  – Irak, Iran, Corea del Nord, Cuba eccetera. Il solo modo di restare politicamente al centro del mondo è di “affrontare” degli attori minori, valorizzanti per la potenza americana, onde impedire, o almeno ritardare la presa di coscienza delle potenze maggiori chiamate a condividere con gli Stati Uniti il controllo del pianeta: l’Europa, il Giappone e  la Russia a medio termine, la Cina a più lungo termine.
  • Sviluppare armi nuove, che si suppone mettano gli Stati Uniti “più avanti” nella corsa agli armamenti, che non deve mai cessare.

Questa strategia  – concludeva Emmanuel Todd nel 2001 –  fa dell’America un ostacolo nuovo e inatteso alla pace nel mondo”.

Chiunque vede, spero, la pericolosità  di questa psiche collettiva: la Superpotenza  dubita di poter vincere una guerra contro una  vera forza armata moderna, e perciò non solo provoca  sovversioni e destabilizzazioni, ma è tentata di rincarare la posta per poter  ricorrere all’unico apparato militare in cui ha, o crede, di “essere ancora più avanti”: l’arma atomica.

Rammodernare e sofisticare armamento nucleare con “nuove armi avanzate”  era l’ossessione del precedente ministro della Difesa americano, Ashton Carter, colto da rabbia e panico alla scoperta che la Russia   era intervenuta  in Siria, spostando i suoi caccia e bombardieri senza che la  costosissima intelligence Usa (17  enti) se ne accorgesse.

Di fatto,   come ha rivelato Manlio Dinucci del Manifesto,  Washington ha messo a punto la nuova bomba atomica B61-12 che potrà essere adesso prodotta in serie,  e che gli Usa daranno da lanciare anche “all’aviazione italiana, in violazione dei trattati di non-proliferazione e della  Costituzione italiana” (la più bella del mondo)..(ma in galera non va mai nessuno? ndr).

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La B61-12, nuova bomba nucleare USA destinata a sostituire la B-61 schierata in Italia e altrove, è nella fase di ingegnerizzazione che prepara la produzione in serie

“La B61-12 non è una semplice versione ammodernata della precedente, ma una nuova arma: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili a seconda dell’obiettivo da colpire;  un sistema di guida che permette di sganciarla non in verticale, ma a distanza dall’obiettivo; la capacità  di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un first strike nucleare”.

E ricorda che quando ebbero l’ordine di mandare altri uomini per la “Operazione Serval in Mali” (una guerra di tuareg contro il governo di Bamako, presto metamorfosata in Al Qaeda nel Maghreb Islamico, 2012-2015), “il capo di stato maggiore generale e i capi di SM delle tre armi si sono detti pronti a dare le dimissioni al ministro della difesa. La gente non lo sa, ma venti generali erano pronti a seguire i loro capi.  Bisogna rompere il silenzio per consentire una presa di coscienza. La politica esita troppo: se non è messa davanti  a situazioni drammatiche, non si prendono decisioni”.

Leggete il resto qui:

http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=127673

Air Force Nuclear Weapons Center comunica il 13 aprile che, nel poligono di Nellis in Nevada, «un caccia F-16 della U.S. Air Force ha sganciato una bomba nucleare B61-12 inerte, dimostrando la capacità dell’aereo di usare quest’arma e testando il funzionamento dei componenti non-nucleari della bomba, compresi l’armamento e azionamento del sistema di controllo, il radar altimetrico, i motori dei razzi di rotazione e il computer di controllo». Ciò indica che la B61-12, la nuova bomba nucleare USA destinata a sostituire la B-61 schierata in Italia e altri paesi europei, è ormai nella fase di ingegnerizzazione che prepara la produzione in serie. I molti componenti della B61-12 vengono progettati e testati nei laboratori nazionali di Los Alamos e Albuquerque (Nuovo Messico), di Livermore (California), e prodotti in una serie di impianti in Missouri, Texas, Carolina del sud, Tennessee. Si aggiunge a questi la sezione di coda per la guida di precisione, fornita dalla Boeing.
La B61-12 non è una semplice versione ammodernata della precedente, ma una nuova arma: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili a seconda dell’obiettivo da colpire;  un sistema di guida che permette di sganciarla non in verticale, ma a distanza dall’obiettivo; la capacità  di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un first strike nucleare.
Il test conferma che la nuova bomba nucleare può essere sganciata dai caccia F-16 (modello C/D) della 31st Fighter Wing, la squadriglia di cacciabombardieri USA dislocata ad Aviano (Pordenone), pronta all’attacco attualmente con 50 bombe B61 (numero stimato dalla Fas, la Federazione degli scienziati americani).
2560px-B-61_bomb_rack.jpgCome siamo diventati guerrafondai e come finiremo fra le scorie nucleari, a nostra insaputa

La B61-12, specifica il comunicato, può essere sganciata anche da cacciabombardieri Tornado PA-200, tipo quelli del 6° Stormo dell’Aeronautica italiana schierati a Ghedi (Brescia), pronti all’attacco nucleare attualmente con 20 bombe B61. In attesa che arrivino anche all’aeronautica italiana i caccia F-35 nei quali, annuncia la U.S. Air Force, «sarà integrata la B61-12».

Che piloti italiani vengano addestrati all’attacco nucleare sotto comando USA – scrive la Fas – lo dimostra la presenza a Ghedi del 704th Munitions Support Squadron, una delle quattro unità della U.S. Air Force dislocate nelle basi europee (oltre che in Italia, in Germania, Belgio e Olanda, da decenni, almeno dagli anni ‘60) «dove le armi nucleari USA sono destinate al lancio da parte di aerei del paese ospite». I piloti dei quattro paesi europei e quelli turchi vengono addestrati all’uso delle B-61, e ora delle B61-12, nella Steadfast Noon, l’esercitazione annuale NATO di guerra nucleare. Nel 2013 si è svolta ad Aviano, nel 2014 a Ghedi.
Secondo il programma, le B61-12, il cui costo è previsto in 8-10 miliardi di dollari per 480 bombe,  cominceranno ad essere fabbricate in serie nel 2020. Da allora saranno sostituite alle B-61 in Italia e negli altri paesi europei. Foto satellitari, diffuse dalla Fas, mostrano che nelle basi di Aviano e Ghedi, e nelle altre in Europa e Turchia,  sono già state effettuate modifiche a tale scopo.
Non si sa quante B61-12 siano destinate all’Italia, ma non è escluso, data la crescente tensione con la Russia, che il loro numero sia maggiore di quello delle attuali B61. Non è neppure escluso che, oltre che ad Aviano e Ghedi, esse vengano dislocate in altre basi, tipo quella di Camp Darby dove sono stoccate le bombe della U.S. Air Force.
Il fatto che, all’esercitazione NATO di guerra nucleare svoltasi a Ghedi nel 2014, abbiano preso parte per la prima volta anche piloti polacchi con cacciabombardieri F-16C/D, indica che con tutta probabilità le B61-12 saranno schierate anche in Polonia e in altri paesi dell’Est. Caccia F-16 e altri aerei NATO a duplice capacità convenzionale e nucleare sono dislocati, a rotazione, nelle repubbliche baltiche a ridosso della Russia.
Una volta iniziato nel 2020 (ma non è escluso anche prima) lo schieramento in Europa della B61-12, definita dal Pentagono «elemento fondamentale della triade nucleare USA» (terrestre, navale e aerea), l’Italia, ufficialmente . per il suo popolo – paese non-nucleare, verrà confermata nella prima linea di un ancora più pericoloso confronto nucleare tra USA/NATO e Russia.
Lo stesso  generale James Cartwright, già capo del Comando strategico degli Stati uniti, avverte che «armi nucleari come le B61-12 di minore potenza (da 0,3 a 50 kiloton) e più precise aumentano la tentazione di usarle, perfino di usarle per primi invece che per rappresaglia». In tal caso è certo che l’Italia sarebbe il primo bersaglio della inevitabile rappresaglia nucleare.
Fonte: il manifesto, 18 aprile 2017.

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Due parole sul generale Delawarde e i  suoi sarcasmi. Il fatto che li abbia resi pubblici è una rottura della norma, da parte di un ufficiale dell’intelligence. Essa riflette il nervosismo, anzi l’insofferenza degli alti gradi francesi, al comando della sola forza armata in Europa di alta qualità e di specifica cultura (giacobino-napoleonica, e patriottico-gaullista,  comunque sia  non-atlantista), di  essere stati assoggettati dai politici borghesi (Sarkozy e Hollande) alla NATO, e al comando di una simile forza idiota e pericolosa.

Da tempo i generali francesi danno segni di volontà di critica radicale al potere civile e alle sue politiche.  Il generale Tauzin ha tentato di presentarsi alle elezioni presidenziali, deriso dai media. Un generale Picquemal ha partecipato a  manifestazioni contro “l’accoglienza” dei “migranti”, ed è stato per questo sottoposto a sanzioni disciplinari .

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Generale Chistian Piquemal
Si può arrestare un generale pluridecorato, un eroe per l’opinione pubblica, uno che ha servito la patria con lealtà e abnegazione, senza mai venir meno ai suoi doveri, reo di aver partecipato ad una manifestazione non  autorizzata a Calais (6 febbraio 2016,ndr)? Stiamo parlando di Chistian Piquemal, reduce dall’Algeria, alla testa di un infinità di missioni segrete come capo della Legione straniera, chiamato dai governi francesi (anche da quelli a guida socialista) a condurre delicate e pericolose azioni militari in Ciad, Nuova Caledonia, Bosnia. Il generale Piquemal , 75 anni, è presidente di “Citoyens-Patriotes”, una associazione che si prefigge di difendere la nazione, la sua identità e i diritti dei cittadini. Sabato scorso i “Patrioti” avevano aderito alle manifestazioni indette dal movimento Pegida (Patriottici europei contro l’islamizzazione dell’Occidente) in molte città europee. Quella di Calais, dove vivono cinquemila persone tra immigrati e rifugiati, era stata vietata dalle autorità. Nonostante il divieto migliaia di persone si erano presentate all’appuntamento. Tra queste, il generale Piquemal. Per il quale è scattato  il fermo e la custodia cautelare. Un’onta alla quale il militare non ha retto. Dopo 50 ore di arresto, Piquemal si è sentito male. Di qui il ricovero immediato in ospedale e, dopo la visita, il permesso di tornare a casa per riprendersi. Secondo i medici le sue condizioni di salute non erano tali da consentirgli di poter essere  presente alla udienza prevista per lunedì scorso. Udienza spostata , quindi, al 12 maggio. L’arresto di Piquemal ha provocato un’ondata di sdegno in tutta la Francia. E la reazione, soprattutto, della destra francese, a cominciare dal Front National di Marine e Marion Le Pen.  Pochi istanti prima di essere arrestato, Piquemal aveva parlato in Tv definendo “scandalosa” la proibizione della manifestazione e censurando il comportamento di quei gendarmi che “quando risuona la Marsigliese restano a riposo invece di mettersi sull’attenti e cantare con noi”. “Questo mi dice che la Francia sta morendo”, aveva aggiunto. Il governo di Hollande è considerato privo di nerbo difronte alla minaccia terroristica e permissivo nei confronti di chi infanga la reputazione della Francia “faro di civiltà”. Si permette – è l’accusa che viene dalla destra e non solo dalla destra – che i militanti di sinistra imbrattino la statua del generale De Gaulle e poi si fa arrestare un eroe pluridecorato  perché ha manifestato contro l’invasione di immigrati. Un problema sul quale la gran parte dell’opinione pubblica transalpina la pensa come Piquemal. (di Karim Bruno)

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Un generale Soubelet  ha appoggiato il candidato Macron per qualche settimana, per poi allontanarsene quando ha visto che dietro a Macron c’era Hollande…Adesso il  presidente degli ufficiali della riserva, generale Anoine Martinez, ha scritto un libro  “Quand la Grande Muette prendra la parole” –   (la Grande Muta è, per tradizione, l’Armée Francaise,  per dire che obbedisce tacendo – anche se freme) dove dice: basta con questo dovere di tacere; abbiamo il dovere di parlare. E giù critiche alla politica  di immigrazione, “importiamo una religione che vuole la nostra morte” – e racconta di episodi di ammutinamento di soldati “francesi” islamici  in zone d’operazione in paesi musulmani –   giù allarmi sulla “unità della Nazione” in pericolo,  giù  critiche alla riduzione di  personale:

“Le forze armate sono state tagliate di 54 mila uomini fra il 2008 e il 2015. L’attuale presidente [Hollande] ha previsto di ridurle di altri 34 mila uomini, insomma circa 90 mila uomini in   meno. Ciò pone enormi problemi di avvicendamenti, anche perché non sono mai state tanto impegnate all’estero come adesso”.GRANDE-MUETTE

978.-PUTIN NON SCHERZA PIU’. PERSA LA SPERANZA IN TRUMP.

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Non che ci si illudesse più di tanto, ma l’effetto Trump è stato breve e deludente per tutti, in particolare per Vladimir Putin. La risposta russa all’aggressione diplomatica contro l’Iran e all’escalation della guerra guerreggiata di Kiev è stata la verifica a sorpresa dello stato di prontezza dell’aviazione militare russa, voluta da Putin, ad un mese di distanza – segno che sperava – dallo schieramento, deciso durante l’ultimo vertice dell’Alleanza Atlantica che si è svolto lo scorso luglio a Varsavia, di decine di carri armati (200) e oltre 3mila effettivi americani della Nato al confine con la Russia. I militari statunitensi – e anche italiani- sono arrivati all’inizio di gennaio in Polonia, per essere schierati nei Paesi dell’Europa orientale che condividono il proprio confine con la Russia, incluse le repubbliche baltiche. L’ispezione alle forze aerospaziali russe vuole verificarne la prontezza al combattimento.  Particolare attenzione è stata riservata “al dispiegamento della difesa antiaerea per tempi di guerra e alla disposizione dei raggruppamenti aerei per respingere un’aggressione”. Il colloquio telefonico con Trump ai primi di febbraio aveva lasciato pensare ad un prossima definizione delle questioni ucraina e siriana, atteso anche che Assad svolge una funzione stabilizzatrice utile anche agli USA. Se Putin aveva dichiarato che i soli a combattere contro l’ISIS sono Russia, Iran e Siria, il comando USA, invece, in dicembre, aveva consentito il trasferimento di 9.000 miliziani dell’ISIS da Mosul (Iraq) verso l’Est della Siria per attaccare Palmira e controbilanciare le vittorie delle forze siriane ad Aleppo. La zona di Mosul si trovava sotto il controllo delle forze aeree e terrestri della coalizione diretta dagli USA: nessun movimento di truppe dell’ISIS (in zona desertica) avrebbe potuto sfuggire agli aerei USA. Sempre più evidente la complicità di USA con i miliziani dell’ISIS. E’ dimostrato quello che sosteniamo da tempo: l’ISIS è l’esercito mercenario degli USA, utile per tutti gli usi, come lo era la Compagnia delle Indie per la corona britannica. La speranza di un’inversione di tendenza della politica estera USA, con Trump, faceva sperare ad un asse USA-Europa-Russia, capace di riproporre una leadership occidentale. La speranza è l’ultima a morire.

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Mentre l’Unione europea, obbediente ai dittatori tecnocrati della finanza, soffoca gli spiriti europeisti, la rivalità fra USA e Russia, lasciata a se stessa, ci spinge verso “un mondo post-Occidentale”. Junker e Merkel non sono assolutamente all’altezza della situazione.

Il 18 febbraio, Putin ha emanato un decreto (ukase) che riconosce la validità dei passaporti rilasciati dalle “repubbliche” di Donetsk e Lugansk, le due regioni secessioniste dell’Ucraina. I cittadini di queste possono andare in Russia liberamente. Un passo in più, e sarebbe da parte di Mosca il riconoscimento ufficiale delle due repubbliche. E Putin lo ha fatto in coincidenza col vertice internazionale della sicurezza di Monaco, con presenti Poroshenko (che l’ha saputo lì), Merkel, generali americani e politici della nuova amministrazione Trump. Per dare più rilievo al messaggio.

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Lavrov e il vicepresidente Mike Pence

E’ la risposta al traccheggiare ambiguo di Berlino, UE e Washington sulla questione ucraina; alle lezioncine su “Mosca rispetti Minsk” di Merkel e Stoltenberg, o a “Mosca restituisca la Crimea” di Trump e dei suoi tirapiedi ministeriali e gallonati. Secondo il giornalista Alexander Mercouris, l’iniziativa è venuta dopo “una telefonata di Putin a Merkel una settimana prima”, sul non-rispetto da parte di Kiev degli accordi di Minsk – che prevedono che Donetsk e Lugansk restino sì in Ucraina, ma in una Ucraina confederale, dove le due regioni mantengano una vasta autonomia. “E’ stato un messaggio a Merkel e agli europei di prendere più sul serio la soluzione del conflitto ucraino; dove da settimane Kiev ha scatenato un’escalation della guerra guerreggiata, e (peggio) strangola Donetsk e Lugansk economicamente: le sue milizie neonazi bloccano da tre settimane i vagoni di carbone là estratto, e che Kiev compra (nonostante il conflitto…anche questo secondo gli accordi di Minsk), e Kiev dice di non poterci fare nulla. Il riconoscimento dei passaporti ha dunque anche una motivazione umanitaria, consentendo ai cittadini delle due repubbliche di rifornirsi in Russia. Ma il senso politico è: “più Kiev ritarda una composizione negoziale del conflitto, più le due repubbliche popolari allontanano le loro orbite da Kiev”.
Deve avere particolarmente irritato – a ragione – il ripetuto tentativo di Ue, Merkel ed i nuovi americani di far scadere Mosca, da garante con loro degli accordi di Minsk, a colpevole della crisi ucraina, come se fosse uno scolaretto da mettere dietro la lavagna. Sicché l’ukase è “servito a ricordare a Merkel che Mosca è perfettamente in grado di agire unilateralmente quando il processo diplomatico non va da nessuna parte”.

Nello stesso 19 febbraio, a Monaco, durante l’annuale vertice sulla sicurezza, Lavrov ha sentito il nuovo vice-presidente Usa Pence, e il nuovo segretario alla Difesa Mattis, ripetere le solite frasi sulla NATO da rafforzare causa “aggressività russa” e su Mosca che deve cessare di “invadere” la Ucraina eccetera; la risposta del ministro degli esteri di Mosca è stata tagliente e recisa in modo insolito, per una persona di inconcussa gentilezza formale. “Formando frasi semplici, in modo che le controparti americane potessero capire”, ha malignato il giornalista Rudy Panko di Russia Insider, “Lavrov ha risposto che sono passati i tempi in cui l’Occidente poneva condizioni, che la NATO è un relitto della guerra fredda, e che lui sperava che il mondo avrebbe scelto un ordine mondiale post-occidentale (post-West order) in ci ogni nazione è definita dalla propria sovranità”. E ha aggiunto: “Mosca vuole costruite con Washington relazioni pragmatiche nel mutuo rispetto e riconoscimento della nostra reciproca responsabilità per la stabilità mondiale”.

Il netto cambiamento di tono ha un motivo preciso, secondo diversi osservatori: per settimane, Putin e Lavrov hanno subìto ed accettato sorridendo, anche dei veri e propri insulti e minacce (il senatore Graham, compare di McCain: “Il 2017 sarà l’anno che daremo il calcio in culo alla Russia” in attesa che Trump mettesse in atto quella politica di distensione con la Russia che tanto vocalmente lasciato credere, e vincesse la sua guerra civile interna con lo stato profondo. Persino il Foreign Policy aveva notato il 13 febbraio che “Putin è divenuto ostaggio della sopravvivenza e del successo di Trump. Questo restringe gravemente le opzioni geopolitiche della Russia”. Orbene, questa volontaria auto-limitazione è giunta alla fine. Putin e Lavrov hanno capito che Trump non può attuare una politica filo-russa, premuto com’è dai suoi nemici interni. Quando lo hanno sentito ventilare l’idea di formare in Siria “zone di sicurezza”, secondo il vecchio progetto saudita-israeliano e di Erdogan, hanno posto fine all’attesa, che stava erodendo la posizione strategica russa in Medio Oriente,il suo prestigio e la sua influenza. Da quel momento, dice DEBKA, “è stato ordinato alla nave-spia SSV 175 Viktor Leonov di posizionarsi davanti alla costa del Delaware, e i Su-24 hanno cominciato a fare il pelo all’incrociatore USS Porter nel Mar Nero”.

O per dirla come Pranko: “la Russia ha realizzato che non hanno a che fare con persone normali e ragionevoli. Che Washington è una cabala di psicopatici”. Per cui è tornata alla strategia che ha cominciato con l’intervento in Siria: “Un cambiamento sismico delle relazioni internazionali, perché Russia ed Iran hanno dimostrato che r resistere al bullo funziona. E altri paesi hanno preso nota”.

Dopo Flynn, il generale più nemico di Mosca

Più che la partenza forzata del generale Flynn, a far capire ai russi che le sperate aperture americane sono tramontate, è stata la personalità con cui Flynn è stato sostituito. Il generale H.R. McMaster è l’uomo che ha messo in allarme il Congresso col sospetto che, sì, forse la Russia è militarmente più moderna ed efficace degli Stati Uniti. Panico.

“Mentre le nostre forze armate erano impegnate in Afghanistan e Irak”, ha detto il generale alla Commissione Difesa una settimana fa, “i russi hanno studiato le nostre vulnerabilità, e si sono impegnati in una modernizzazione efficace. In Ucraina ad esempio, la loro combinazione di droni a di capacità di disturbo elettronico testimonia di un alto grado di sofisticazione tecnica”.

McMaster, è risultato, è uno degli osservatori Usa che sono stati decine di volte in Ucraina dalla parte di Kiev ed hanno valutato le qualità offensive di Mosca: “Hanno una varietà di razzi, missili, sistemi d’artiglieria che sono più letali dei pari sistemi e munizioni Usa”. In Ucraina il generale ha visto volare “fino a 14 tipi diversi di droni” russi, ha visto che i vecchi carri armati T-90, creduto obsoleti, sono diventati “quasi invulnerabili ai missili anticarro”. L’effetto-sorpresa in Siria, unito alla capacità russa di sostenere un conflitto di notevole durata e scala, sono state altre sgradevoli prese di coscienza. Wesley Clark, il generale a riposo che fu il comandante NATO nella guerra dei Balcani (Kossovo), dice che gli Usa non si sono preparati più a contrastare attacchi aerei “dal 1943: ed ora siamo in grado di abbattere squadriglie di droni?”. Il sorprendente rammodernamento di Mosca “pone problemi che le forze armate Usa non si sono più poste dalla fine della guerra fredda, 15 anni fa”. Detto altrimenti, il quasi ventennio di guerre americane contro avversari male armati e poco sviluppati, ha fatto scadere il livello delle armate Usa, disabituato i comandi al pensiero strategico e all’eventualità di dover affrontare, invece che talebani, somali o iracheni e siriani, l’esercito regolare moderno di una potenza militare evoluta.

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McMaster, nuovo consigliere alla sicurezza nazionale.

E’ la ragione per cui McMaster ha fondato al Pentagono, e dirige, un gruppo di studio d’alto livello, “Russia New Generation Warfare Study”, i cui membri hanno visitato la linea del fronte in Ucraina almeno 22 volte dal 2014 per studiare da vicino la superiorità russa e progettare le nuove forze armate americane del 2020. Ciascuno può constatare la pericolosità di un simile atteggiamento, prodromo di riarmo e provocazioni e conflitti ulteriori.

Dunque, è l’addio al sogno che Trump potesse aprire una fase di distensione storica con Mosca. La russofobia è al diapason a Washington forse anche più che ai tempi di Obama, anche perché tinta da un timor panico di aver perso il primato militare. La Superpotenza non può permetterlo. Putin e Lavrov hanno raccolto la sfida: per “un mondo post-Occidentale”.

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L’estremo saluto a Andrey Karlov

Quattro ambasciatori russi morti in 3 mesi

Nè si può escludere che abbiano colto un sinistro messaggio nella morte, per arresto cardiaco, dell’ambasciatore all’ONU Vitali Churkin il 20 febbraio. Con lui, sono quattro gli ambasciatori russi morti in circostanze violente o dubbie negli ultimi mesi. L’ambasciatore in Turchia Andrei Karlov, ucciso a revolverate dal poliziotto “impazzito”ad Ankara il 20 dicembre. Il 9 gennaio 2017, Andrei Malanin, esponente dell’ambasciata russa ad Atene, è stato trovato morto sul pavimento sel suo bagno. Il 26, Aleksandr Kadakin, ambasciatore in India dal 2009, grande imbastitore dei rapporti eocnomici dei BRICS,, è morto il 26 gennaio 2017 “dopo breve malattia”. Novembre 2015, in una suite del lussuoso hotel di Washington DuPont Circle, del milionario, ministro e amico di Putin Mihail Lesin, fondatore della tv in inglese Russia Today, che tanta concorrenza fa a CNN. Immediatamente attribuita ad infarto, solo mesi dopo il medico legale statunitense ha attribuito la morte a “ “un fortissimo trauma alla testa e altri colpi alle gambe, alle braccia e al torace”. Mosca comunicò: “Attendiamo spiegazioni e fatti ufficiali”. Non pare che siano mai arrivate.

Fonte: Maurizio Blondet

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Il Presidente Putin ordina alle forze russe di prepararsi per i “tempi di guerra

Il presidente russo, Vlady Putin, ha ordinato una immediata ispezione delle Forze Aeree russe, con il fine di valutare la loro effettiva preparazione per i “tempi di guerra”.
Questo è stato l’annuncio dato il Martedì dal ministro russo della Difesa, Serguei Shoigu, il quale ha dichiarato: “Nel corso della ispezione si deve prestare speciale attenzione alle unità in allerta permanente, allo schieramento di sistemi di difesa aerea in tempo di guerra ed alla preparazione dei gruppi dell’aviazione per respingere una aggressione”, questo il testo ,secondo l’agenzia russa Tass.

Nello stesso modo il ministro ha enfatizzato la necessità che, lungo tutto il corso dell’ispezione, sia garantita la conformità ai requisiti di sicurezza delle armi e del munizionamento, l’assenza di danni alla proprietà pubblica e di impatti negativi sul medio ambiente.
Inoltre ha ordinato di portare a termine “prove tattiche ed esercitazioni di controllo” sulle unità militari che saranno sottoposte ad ispezione, con l’obiettivo di migliorare la loro interazione.

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Il ministro russo della Difesa, Serguei Shoigu

L’ordine del presidente della Russia ricade nel contesto delle azioni del paese euroasiatico volte ad aumentare le proprie capacità militari, visto che lo vede come necessario nel mezzo di una fase di tensione che stanno vivendo le relazioni fra la Russia ed i paesi membri della NATO, per le divergenze sorte negli ultimi anni.

Le menzionate tensioni fra le parti si sono prodotte, in concreto, per causa dell’espansionismo della NATO vicino alle frontiere occidentali russe, con il pretesto di accusare Mosca di svolgere un presunto ruolo nel caso dell’annessione della Crimea alla Federazione Russa e della crisi Ucraina.
La Russia, avendo denunciato il rinforzo delle truppe della NATO, indica l’espansione della Alleanza Atlantica come una “minaccia” alla propria sicurezza nazionale ed un fattore di destabilizzazione nella regione. Bisogna menzionare che, fra le altre misure della Russia per fare fronte alla NATO, figura anche il rafforzamento della sua capacità nucleare.

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I missili balistici intercontinentali nucleari Topol-M, sono la punta di diamante della forza missilistica strategica delle Federazione russa. Il Topol-M (NATO reporting name SS-27) è un ICBM a tre stadi, alimentato da combustibile solido, fatto che ne permette una lunga vita operativa. Ha un raggio d’azione di 11,000 kilometri (6,835 miles) e misura 22 metri in altezza e 1,9 metri di diametro.  E’ il primo ICBM a non avere componenti fabbricati in Ucraina, perché viene prodotto interamente dal MIT (Istituto Moscovita di Termotecnica).

La Russia respinge le accuse di Washington all’Iran e ribadisce la sua alleanza con Teheran

Nel frattempo il portavoce della Presidenza russa, Dmitri Peskov, ha risposto in merito alle accuse infondate lanciate dal presidente Trump contro l’Iran, che è stato qualificato dal Trump come lo “stato terrorista numero 1”. “Non siamo d’accordo con questa impostazione”, ha sottolineato Peskov e nello stesso tempo ha ricordato le buone relazioni esistenti tra la Teheran e Mosca. “Voi sapete come la Russia mantiene buone relazioni con l’Iran e sviluppa con questo paese una intensa cooperazione nel settore del commercio dell’economia ed aspiriamo ad un ulteriore sviluppo di queste”.

L’Iran ha fatto tutto il possibile per eliminare dalla zona gli estremisti takfiri in Iraq ed in Siria, prestando assistenza militare alle autorità della Siria e dell’Iraq nella loro lotta antiterrorista, inoltre ha inviato aiuti ai civili ed ai profughi di questi paesi, afflitti dalle conseguenze dei conflitti , ha ribadito Peskov.

Lo stesso Trump, nel corso della sua campagna presidenziale, aveva ammesso che soltanto la Siria, la Russia e l’Iran stavano combattendo contro il Daesh in Siria.

Nota: Forse che il presidente Trump, per causa della sua inesperienza in geopolitica, ha confuso l’Iran con l’Arabia Saudita, il fido alleato e socio in affari degli USA, che da anni supporta, finanzia ed arma i gruppi terroristi e che diffonde in Medio Oriente, in Africa ed altrove la sua ideologia radicale wahabita e salafita che è la stessa ideologia fanatica ed intollerante predicata dai terroristi del Daesh e degli altri gruppi.

Uno sbaglio non da poco conto, visto che l’Iran in questi anni è stato un baluardo contro la diffusione di questo terrorismo che risulta essere stato invece favorito ed alimentato proprio dal predecessore di Trump alla Casa Bianca, mr. Obama e i suoi segretari di Stato, Hillary Clinton prima e Johnn Kerry poi. Di quest’ultimo sarebbe interessante ascoltare l’ultima registrazione in cui ha dichiarato in modo palese di aver favorito l’avanzata dell’ISIS in Siria per rovesciare il governo di Basahar al-Assad a Damasco, purtroppo per lui senza successo.

Fonti: Hispan TV

Traduzione e Nota: Luciano Lago