Archivi categoria: Politica USA in Europa

1760.- LETTERA APERTA

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ORDINE E’ LIBERTA’
I governi di quella cariatide, i parlamenti illegittimi hanno imbalsamato le Forze di Polizia: SI PICCHIANO I CARABINIERI!!! L’Islam, con la sua legge violenta, è funzionale al dominio della Finanza Mondiale globalista. Perciò, hanno tramutato le città in casbah, incoraggiato la violenza che l’Islam predica nel corano, contro la Costituzione (leggetelo!). È questo dei ragazzi pestati a sangue, delle ragazze stuprate, squartate l’Ordine Pubblico? La legge obbedisce, ci impedisce qualunque difesa. in Italia, NELL’INDIFFERENZA GENERALE, SI PRATICA ADDIRITTURA IL CANNIBALISMO. Chi ne parla è contro corrente. Io, cultore dei principi della Costituzione, io che ho il tricolore nella mia casa, sono contro corrente? L’informazione ci depista; la politica ci divide. Chi viene eletto deve conformarsi alla volontà malata di quattro farisei. Siamo uno Stato senza più sistema nervoso, colonizzato dai vermi, incapace di competere in un sistema libero. Siamo in un empasse istituzionale voluto, costruito ad arte con la legge; siamo sull’orlo del precipizio finanziario; saremo travolti da un debito pubblico artefatto, ma non sembra che ci riguardi. Se la democrazia richiede la partecipazione libera dei cittadini, la libertà non fa per noi. Né la Costituzione dei partiti senza regole, né i partiti delle consorterie la vogliono. Il popolo bischero non se ne cura. Preferirà un assegno di disoccupazione, un’elemosina di Stato da spendere la domenica nelle moschee della finanza: all’IKEA, su Amazon, ma finché ce n’è! Nella Repubblica fondata sul Lavoro, il popolo non chiede la dignità di un reddito da lavoro per sé e per i suoi figli. Senza lavoro non c’é dignità e senza dignità non c’è Libertà. Non si investe sulla piena occupazione con l’IRPEF di Bersani, con le tasse non gira l’economia! Non si investe senza una banca centrale che dia al governo la moneta e la Banca Centrale Europea la moneta ce la presta a debito perché è una banca privata! La finanza dittatoriale, sionista ci tiene stretti per la gola. Corre a bloccare i giudici che vogliono fermare la tratta degli schiavi e viene ricevuta a palazzo con gli onori! Il 25 aprile vergognatevi per tutti i morti della Resistenza. I partigiani, mai stati partigiani dell’ANPI lo trascorrano davanti a uno specchio! Gli altri guardino avanti. Abbiamo rischiato la guerra nucleare. Senza scomodare il balcone di Piazza Venezia, ma nemmeno il Parlamento, un impostore ha messo in campo le Forze Armate contro la Siria; ha rifornito in volo i bombardieri del male, ma no! Non era un atto di guerra! Come contro la Serbia, contro l’alleata Libia! In cambio di che? A chi va il premio, visto che non contiamo un beato cavolo? Non mi è rimasto più nulla in cui credere! Nemmeno il papa! Qualunque sistema sarà più democratico di questa repubblica. Liberiamoci dalla dittatura dell’Unione europea e rifondiamo un’Europa libera. Libera come quella della nostra gioventù.

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1740.- Con le mani nella marmellata il Ministero degli esteri del Regno Unito si arrende e cancella il tweet in cui accusava la Russia del caso Skripal. Dimissioni?

L’Occidente è un pagliaccio nelle mani dei quattro farisei. Non c’è più dignità, non c’è più politica; ma si muore.

Il Foreign Office del Regno Unito, altro pupazzo della Finanza mondiale, di fatto ora nega che l’agente nervino usato nell’avvelenamento di Salisbury degli Skripals provenisse direttamente dalla Russia.

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Boris Johnson blatantly lies to Deutsche Welle and says Porton Down lab were “absolutely categorical” that Russia was behind the Salisbury nerve agent attack

Il ministero degli esteri britannico ha ammesso di aver cancellato il tweet che il 22 marzo scorso affermava che l’agente nervoso, identificato dal Regno Unito come A-234 e noto anche come Novichok – usato nell’avvelenamento di Salisbury degli Skripals, proveniva direttamente dalla Russia. “L’analisi da parte degli esperti di rango internazionale del Laboratorio di Scienza e Tecnologia della Difesa di Porton Down ha chiarito che si trattava di un agente nervino di tipo militare Novichok prodotto in Russia”, si legge nel testo che aveva scritto su Twitter il 22 marzo.

Liam O’Hare
Account verificato

@Liam_O_Hare
This is a direct quote from the British ambassador to Russia, Laurie Bristow. The tweet has since been deleted by @foreignoffice. This does not look good for the UK government.Traduci dalla lingua originale: inglese

Liam O’Hare
Account verificato

@Liam_O_Hare
24 h24 ore fa
Altro
Here the British ambassador says: “There is no doubt that this Novichok was produced… by the Russian state.” Strangely this tweet hasn’t been deleted.Traduci dalla lingua originale: inglese
Foreign Office 🇬🇧
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Foreign Office 🇬🇧
British Ambassador to Russia Dr Laurie Bristow has briefed the international diplomatic community in Moscow on the UK Government response to the Salisbury attack http://ow.ly/1mt930j6EmG
22:47 – 22 mar 2018

Da parte sua, il pittoresco ministro degli Esteri del Regno Unito, Boris Johnson, ha dichiarato nel corso di un’intervista con il tedesco catena Deutsche Welle “persone Porton Down, il laboratorio … erano assolutamente categorica” ??sulla sostanza, è venuto dalla Russia : “Ho chiesto io stesso all’uomo, ho detto: ‘Sei sicuro?’ E ha detto che non ci sono dubbi. ”
Il tweet cancellato è una chiara dimostrazione di resa. Quando le dimissioni di May e Johnson?

1730.- LE DECINE DI DIPLOMATICI RUSSI ESPULSI. COSA C’È DIETRO?

Cosa nasconde il supporto avvelenamento della spia Skripal e di sua figlia? Interessante l’abiura di Teresa MAY alla Russia, che richiama la guerra perenne al terrorismo scatenata dopo l’11 settembre.
Ecco cosa ne ha detto Maurizio Blondet, ieri, 27 marzo 2018. (tratto da rischiocalolato)

Quando il governo USA espelle 60 diplomatici russi e 18 paesi europei, fra cui 15 della UE, fanno altrettanto in una mossa clamorosa e concertata basata su falsità – la situazione è ovviamente gravissima. Aspettarsi una minima spiegazione di “cosa c’è dietro” è prematuro. Certo è che chi “c’è dietro” è un potere enorme. Che ha uno scopo di rottura totale fra Russia e Occidente.
Noi possiamo solo mostrare come il fraseggio usato da tutti i paesi UE per spiegare le espulsioni, anch’esso concordato, sia assurdo sul piano logico, diplomatico, e legale:
Donald Tusk: “E’ altamente probabile che la Federazione Russa sia responsabile di questo attacco [il supporto avvelenamento della spia Skripal] e non c’è altra spiegazione possibile”.
Jean-Yves Le Drian, ministro degli Esteri di Parigi : “… Convenuto che non esisteva altra spiegazione plausibile che la responsabilità della federazione russa”.

Teresa May: “….Nessun altro paese ha la capacità, l’intenzione o il motivo per tale aggressione …La sfida della Russia durerà negli anni a venire”.
Heiko Maas, ministro degli esteri tedesco: “I fatti e le prove suggeriscono che la Russia è dietro questa aggressione”: come, “suggeriscono”? Lasciano intendere? Perché non esibire queste prove pubblicamente e prendere decisioni gravissime come la rottura delle relazioni diplomatiche in base a un “suggerimento” non consolidato da un arresto, risultati di un indagine, esibizione di prove a carico?
L’ammiraglio Carlo Jean (NATO, consigliere “americano” di Cossiga, “ massone, iscritto alla loggia coperta di Roma Adriano Lemme come risulta dal volume IV, tomo II della relazione della commissione parlamentare sulla loggia P2. A pagina 845 (Altre forme massoniche coperte) si legge al numero 127 del registro degli iscritti: Carlo Jean, nato a Mondovì, Cuneo”…
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/07/06/due-americani-vicini-al-quirinale.html. Sta in nota 1.

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Carlo Jean è Generale di Corpo d’Armata, presidente del Centro Studi di Geopolitica Economica, docente all’Università Guglielmo Marconi, Link Campus University, alla Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia. Svolge corsi di Geopolitica alla Scuola di Perfezionamento delle Forze di Polizia e alla Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze. Fra i tanti incarichi, è stato Consigliere Militare del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. E’ stato Presidente del Centro Alti Studi per la Difesa.

intervistato da Le Formiche.net:
“Non ci sono prove che sia responsabile il Cremlino o un’organizzazione statale di Mosca, ancora si deve trovare chi ha inserito il gas nervino nella valigia della figlia di Skripal. Tuttavia è assai probabile che l’omicidio dell’ex spia sia avvenuto per mano di qualche ex membro dei servizi segreti russi”. Fra le cose che “lasciano intendere” la colpa russa, Jean enuncia:
“Il governo russo ha avuto una reazione piuttosto insolita, commentando addirittura con ironia quel che è capitato”.
Sic.
Sul fatto che anche il governo Gentiloni si sia accodato espellendo due diplomatici:
“Non potevamo fare altrimenti. A seguito del risultato delle elezioni italiane, con la vittoria dei partiti euroscettici, Francia e Germania stanno riattivando il cosiddetto “triangolo di Weimar”, cioè l’alleanza con fra Parigi, Berlino e Varsavia che esclude l’Italia dai grandi giochi europei, non possiamo accettarlo. Abbiamo bisogno degli Stati Uniti e dei nostri partner nel Mediterraneo”.
E alla domanda che magari il prossimo governo italiano sarà contrario alle sanzioni a Mosca:
“A mio avviso il futuro governo dovrà tener conto della maggiore importanza di Stati Uniti e Regno Unito per l’Italia rispetto alla Russia. Dovevamo seguire gli alleati. Ma soprattutto dimostrare solidarietà al Regno Unito, in ossequio a due alleanze che hanno permesso negli anni la crescita e modernizzazione del nostro Paese, cioè l’Unione Europea e la Nato”:
Abbastanza chiaro: la NATO e la UE serrano le fila e la gabbia.

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Il generale ritiene la scelta della Farnesina di espellere i diplomatici russi una soluzione obbligata. L’alleanza con Washington e Londra vale più dei rapporti con Mosca.
http://formiche.net/2018/03/italia-skripal-russi-jean/ Sta in nota 2.

Fatto notevole, la piccola Austria s’è rifiutata di imitare gli altri europei nelle espulsioni.
Da rilevare ancora un breve esercizio letterario del noto Bernard Henry-Lévy: “Qualche ora nella testa di Vladimir Putin”. Lo ritrae gioioso dopo la vittori elettorale e “la messa”, riflettere su “questo affare del veleno: Francamente non pensava che gli occidentali ne avrebbero fatto una storia così. “Non hanno mosso costa quando ho sterminato 100 mila ceceni. Si sono appena commossi quando mi sono sbarazzato di qualche migliaia di eccitati mandati a uccidersi a vicenda nel Donbass. E non parlo nemmeno dei bambini siriani che si è dovuti gasare, con l’amico Assad, e non hanno strappato loro una lacrima”.
La riconoscete? E’ la narrativa ebraica. La narrativa ebraica su Putin che è stata diffusa dai nostri telegiornali ed altri media. Le fake news, la hitlerizzazione di Vladimir, raccolte per così dire alla fonte.
https://laregledujeu.org/2018/03/26/33550/quelques-heures-dans-la-tete-de-vladimir-poutine/

Il generale Delawarde dei servizi francesi manda un messaggio
Ma devo citare anche un altro esercizio letterario di fantasia: due lettere immaginarie che Putin scrive a Teresa May. Solo che queste le ha scritta il generale Dominique Delawarde: il quale è stato un altissimo dirigente dello spionaggio militare, capo della «Situation-Renseignement-Guerre électronique» presso lo Stato Maggiore interarmi per la pianificazione operativa. Dovremo quindi desumere che nella sua lettera immaginaria, abbia inserito informazioni che superano di molto le nostre ipotesi.

Nella prima immaginaria, c’è un passo in cui Putin dice all’amica May: “…Ma stavo per dimenticare Bibi, vostro prudente complice che ha saputo, lui, agire dietro le quinte e lasciare ai robustoni il compito di dire degli spropositi eccessivi. Ditegli che non lo dimentico e gli conservo un posto molto speciale nei miei pensieri”.
Infatti Netanyahu non si è unito alla marea di espulsioni coordinate di diplomatici russi, né ha elevato l’accusa che “è altamente probabile…”.
Nella seconda lettera, l’immaginario Putin parla alla immaginaria May “della ipotesi abracadabresca che il vostro governo e voi stessa siate caduti in potere di un personaggio più forte di voi perché controlla una parte importante del personale politico britannico, oltre che di mezzi mediatici e finanziari notevoli nel regno di sua maestà. Questo uomo sarebbe in grado di domandarvi dei servizi che vanno nel senso degli interessi che difende, e che voi non potete rifiutare.
“Una inchiesta dei miei servizi in corso da diversi mesi mette in evidenza la presenza di un uomo in corso di identificazione che vi ha incontrato davanti a una porta oscura che è, a prima vista, quella di una casa chiusa […] Allo stato attuale è stabilito che la vostra complicità con costui è “altamente probabile”: Questo stesso uomo sarebbe stato visto, qualche istante più tardi, nell’ufficio del vostro ministro degli affari esteri in stato avanzato di ilarità. Anche la loro complicità, dunque, è “altamente probabile”.
Dopo aver fatto il verso al fraseggio che sopra abbiamo indicato, il generale Delawarde prosegue, sempre fingendo di essere Putin: “…La faccia di questo misterioso individuo mi ricorda qualcuno che ho incontrato a più riprese. I miei servizi mi indicano del resto che l’uomo che ho incontrato periodicamente e quello che nella foto ride con il vostro ministro degli esteri, potrebbero essere la stessa persona, ed essere stati implicati in tre affari di corruzione nel suo paese” [Netanyahu è sotto inchiesta per corruzione]
“La sua carta di identità sarebbe stata trovata sotto una foglia morta dagli inquirenti di Scotland Yard nella prossimità immediata del luogo dove è stato trovato lo sfortunato Skripal e sua figlia. Ma i vostri inquirenti sembrano a disagio a divulgare questo dettaglio perché il personaggio disporrebbe di potenti protezioni nel vostro paese e i giornalisti, stranamente, non hanno voglia di fare questo scoop che giudicano inappropriato e non connesso all’inchiesta. Quanto al vostro ministro della difesa, s’è abbandonato a dichiarazioni infiammate in un ricevimento parlamentare annuale riservato ai deputati conservatori, che s’è tenuto a Londra. Ne ha raccontato un giornale che dovreste ben conoscere. L’articolo di cui le do il link mostra una collusione “altamente probabile” tra 50 parlamentari britannici desiderosi di assicurarsi la rielezione, guidato dal vostro ministro della difesa, e una lobby che difende gli interessi di uno stato estero. Se facesse verificare tutti o parte dei fatti sopra riportati, lei potrebbe chiudere rapidamente l’inchiesta sul caso Skripal e non darvi seguito per evitare gli schizzi”.
Il link che il generale Delawarde fornisce è:
https://fr.timesofisrael.com/gavin-williamson-salue-la-relation-extraordinaire-avec-israel/

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Gavin Williamson, secrétaire britannique à la Défense, s’exprimant lors d’un événement organisé par les Amis conservateurs d’Israël le 30 janvier 2018. Gavin Williamson salue « la relation extraordinaire » avec Israël (Crédit : Autorisation CFI). Sta in nota 4

Che riporta il discorso del ministro della difesa inglese Gavin Williamson all’annuale incontro dei Conservative Friends of Israel, il 1 febbraio, dove il ministro si spertica in lodo a Israele “faro di speranza, paese liberale,libero e appassionante”, lodando “la meravigliosa fioritura della democrazia in Israele” e condannando senza mezzi termini “l’odio irragionevole” di cui lo stato ebraico è vittima innocente.
https://reseauinternational.net/deuxieme-lettre-de-vladimir-a-theresa-general-dominique-delawarde/
Insomma il Delawarde accusa, in modo trasparente, la lobby e “Bibi”. Un “antisemita” come ce ne sono tanti nella Rete? Ma il generale non è un blogger complottista qualunque; è un alto dirigente dei servizi, che fa sapere di sapere, e manda un messaggio.
“Gli Stati Uniti capiscono solo la forza”: Anatoly Antonov, ambasciatore russo a Washington.
Intanto nessuno dei Paesi ha fato le condoglianze alla Russia per l’orribile incendio, che si sospetta dolsoso, di un grande shopping center di KEmerovo, in Siberia: 64 morti fra cui 11 bambini.

RIFERIMENTI

1. Archivio > la Repubblica.it > 1991 > 07 > 06 > I DUE ‘AMERICANI’ VICINI …
I DUE ‘AMERICANI’ VICINI AL QUIRINALE
ROMA Quando ha voglia di scherzare, Gianfranco Miglio sa che cosa dire al capo dello Stato. Gli dice: Caro Presidente, gli unici due generali che sanno leggere e scrivere sono Carlo Jean e Giuseppe D’ Ambrosio. Il teorico della repubblica presidenziale, ascoltato suggeritore delle scelte istituzionali di Bettino Craxi, ascoltatissimo consigliere di Francesco Cossiga, quei due generali li conosce bene, li incontra spesso, spesso li consiglia, spesso con loro a lungo discute. Giuseppe Alessandro D’ Ambrosio e Carlo Jean, ecco i generali del Quirinale. Sempre abbronzato, profumatissimo, sempre in gran forma fisica grazie alle lunghe ore di tennis giocate al circolo dei Parioli, nato a Benevento, 59 anni, doppia cittadinanza ereditata dal padre commerciante di alimentari tra Benevento e Brooklyn, generale di corpo d’ armata, il primo. Alto, magro, quasi ieratico, sorriso nervoso e accattivante, generale degli alpini, cuneense, 55 anni, considerato uno dei massimi esperti europei di strategie militari, il secondo. Cossiga li ha fortissimamente voluti accanto a sè chiamando Carlo Jean al Colle come consigliere militare, imponendo D’ Ambrosio alla segreteria del Consiglio supremo di Difesa, sostenendolo da otto mesi senza incertezze e diplomazie per la direzione del servizio segreto militare. Il teorico e l’ operativo Se, come dice Francesco D’ Onofrio, da venti anni Cossiga, con Andreotti, è stato l’ unico leader democristiano capace di porsi come baricentro dei rapporti tra Usa e apparati dello Stato, Jean e D’ Ambrosio sono oggi il nodo della corda che stringe gli Stati Uniti agli apparati militari e strategici di casa nostra. Per questo Cossiga li ha voluti accanto a sè, per questo li incontra ogni giorno, ne ascolta i consigli, ne valuta le analisi. Jean e D’ Ambrosio per carriera, esperienza e cultura si completano a vicenda. Carlo Jean è un teorico. Comandante della Brigata Alpina Cadore, Stato Maggiore dell’ Esercito e della Difesa, docente della Luiss, corsi in tutto il mondo, financo alla Accademia militare di Pechino, da quattro anni direttore, a Palazzo Salviati, del Centro Alti Studi della Difesa, è il sostenitore di un sostanziale autoritarismo nelle Forze Armate. Solo la disciplina può evitare la frammentazione interna e la politicizzazione dei militari sostiene In altre parole, anche nella società più democratica è lo stesso principio del controllo politico sulle Forze Armate che impone loro di essere un organismo sostanzialmente autoritario. La democraticità dell’ ordinamento militare consiste soprattutto nella completa subordinazione dei militari ai politici, non sicuramente nella mancanza di disciplina e nell’ assemblearismo. Giuseppe Alessandro D’ Ambrosio è un operativo, è soprattutto il grande amico degli americani. Allievo prediletto di Miglio, che lo ha chiamato alla Cattolica alla cattedra di Storia delle Istituzioni militari, negli anni Settanta come addetto militare a Washington D’ Ambrosio ha potuto coltivare con successo amicizie decisive. Amico di Richard Nixon, grande amico di Henry Kissinger, D’ Ambrosio è di casa tra i funzionari della Casa Bianca, i generali del Pentagono, gli strateghi della Cia. Due carriere di soldato, osservano con distacco negli ambienti militari, senza nulla di straordinario. D’ altronde gli incarichi ai massimi livelli quasi mai vengono assegnati in base a criteri di pefessionalità ha osservato lo studioso di cose militari Luigi Caligaris Di solito è decisiva l’ anzianità di servizio e viene privilegiato chi alza meno polvere o, come dicono gli americani, chi non ha fatto onde. Di onde, Jean e D’ Ambrosio, in verità, ne hanno anche mosse ma senza nessuna conseguenza. Carlo Jean è massone, iscritto alla loggia coperta di Roma Adriano Lemme come risulta dal volume IV, tomo II della relazione della commissione parlamentare sulla loggia P2. A pagina 845 (Altre forme massoniche coperte) si legge al numero 127 del registro degli iscritti: Carlo Jean, nato a Mondovì, Cuneo, il 12 ottobre del 1936, professione ufficiale dell’ Esercito, iniziato alla massoneria il 26 aprile 1977. E’ vero hanno chiesto recentemente ad Andreotti i deputati del Pds Tortorella e Bellocchio che Jean figura tra gli iscritti al capitolo nazionale coperto del rito scozzese antico e accettato della massoneria di Palazzo Giustiani e, in quanto tale, si è ritrovato con gli iscritti della P2 ad essere coordinato da Licio Gelli?. Con i massoni della P2 Con i massoni della P2 ha invece a lungo lavorato D’ Ambrosio chiamato dal generale Giuseppe Santovito a condurre le operazioni del Sismi come suo braccio destro dal giugno del 1980 al novembre del 1981. Era un Sismi molto distratto. Nulla vide, nulla sentì quando il 27 giugno 1980 cadde il Dc9 nel mare di Ustica. Nulla seppe, il 2 agosto del 1980, della strage alla stazione di Bologna. Un Sismi particolarissimo, che con il generale Musumeci depistava le indagini dei giudici, e forniva tessere e lasciapassare ai latitanti della banda Cutolo per condurre in porto la liberazione dell’ assessore Ciro Cirillo. Un Sismi infiltrato dalla P2 che travolge il direttore Santovito, Musumeci, agenti come Francesco Pazienza, politologi vicini all’ amminisrazione Reagan come Michael Ledeen ma non d’ Ambrosio che era già riuscito a far dimenticare un’ altra ben gonfia onda montata nel 1974. Anche questa storia è possibile ricostruirla dagli atti della commissione P2, volume III, tomo IV, parte prima. Alla pagina 172, c’ è un documento originale del 27 giugno 1974, inviato dal Sid al giudice Luciano Violante il 17 maggio 1975. Si legge: Nel 1972, in Roma si evidenzia per intransigenza e animosità un ufficiale in servizio presso il Comando VIII Cmt, l’ attuale generale B. Ugo Ricci… Ricci (dal ‘ 73 in contatto con Pacciardi e Sogno) ricerca adesioni fra gli ufficiali di Stato Maggiore non disdegnando di conivolgere nomi di alti ufficiali, da lui avvicinati (allegato I) nel proposito di un risanamento della situazione nazionale. L’ allegato I è a pagina 245. Si legge: Elenco nominativi degli ufficiali che fonti di settore affermano siano aderenti all’ idea-Ricci: gen. Cacciò, gen. Zavattaro Ardizzi, gen. Salatiello, colonnello D’ Ambrosio, comandante Montebello, generale Picchiotti. Nel 1974, Giuseppe Alessandro D’ Ambrosio era appunto comandante dei Lancieri di Montebello. Che cosa avesse in mente il generale Ricci è schematicamente raccontato in un altro appunto (pagina 247): Ricci, da tempo, coglieva ogni occasione per esporre ai colleghi l’ esistenza di una soluzione della situazione nazionale e per raccogliere l’ adesione nel caso di intervento delle Forze Armate….
di GIUSEPPE D’ AVANZO
06 luglio 1991

2. L’Europa passa dalle parole ai fatti. A seguito delle conclusioni del Consiglio Europeo del 22-23 marzo alcuni degli Stati membri dell’Ue hanno dato il via alle espulsioni di diplomatici russi in risposta all’uccisione dell’ex spia Sergei Skripal a Salisbury con del gas nervino. Fra questi c’è anche l’Italia, che attraverso la Farnesina ha annunciato l’imminente espulsione di due funzionari dell’ambasciata russa. L’ondata di ritorsioni diplomatiche è stata coordinata in perfetta sincronia con l’altra sponda dell’Atlantico: nelle stesse ore gli Stati Uniti hanno infatti dichiarato che espelleranno 60 diplomatici russi e chiuderanno il Consolato di Seattle. È stata una mossa strategica previdente in un momento di delicata transizione in politica interna? “L’unica scelta possibile” chiosa Carlo Jean, generale di corpo d’armata, presidente del Centro Studi di Geopolitica Economica, era “stare dalla parte dell’Occidente”.

Generale Jean, l’Italia si accoda all’ondata di espulsioni di diplomatici russi per il caso Skripal. Una decisione saggia?

Non potevamo fare altrimenti. A seguito del risultato delle elezioni italiane, con la vittoria dei partiti euroscettici, Francia e Germania stanno riattivando il cosiddetto “triangolo di Weimar”, cioè l’alleanza con fra Parigi, Berlino e Varsavia che esclude l’Italia dai grandi giochi europei, non possiamo accettarlo. Abbiamo bisogno degli Stati Uniti e dei nostri partner nel Mediterraneo.

É una decisione che può prendere un governo dimissionario tenuto all’ordinaria amministrazione?

A mio avviso questa è ordinaria amminstrazione, la risposta italiana è allineata agli Stati membri dell’Ue. Noi abbiamo espulso due diplomatici, Francia, Germania e Polonia ben quattro. La Farnesina e la presidenza del Consiglio dei Ministri non potevano non tener conto delle alleanze storiche dell’Italia, che rimangono il nostro unico ombrello.

La maggioranza degli elettori ha votato partiti che hanno preso posizione contro la politica delle sanzioni a Mosca. L’annuncio della Farnesina non rischia di mettere in difficoltà il prossimo governo?

A mio avviso il futuro governo dovrà tener conto della maggiore importanza di Stati Uniti e Regno Unito per l’Italia rispetto alla Russia. Dovevamo seguire gli alleati. Ma soprattutto dimostrare solidarietà al Regno Unito, in ossequio a due alleanze che hanno permesso negli anni la crescita e modernizzazione del nostro Paese, cioè l’Unione Europea e la Nato. Se ci fosse stato un “caso Skripal” in Italia avremmo desiderato una reazione simile degli Stati membri dell’Ue.

Però ancora non sono state fornite prove di un coinvolgimento diretto di Mosca.

Indubbiamente non ci sono prove che sia responsabile il Cremlino o un’organizzazione statale di Mosca, ancora si deve trovare chi ha inserito il gas nervino nella valigia della figlia di Skripal. Tuttavia è assai probabile che l’omicidio dell’ex spia sia avvenuto per mano di qualche ex membro dei servizi segreti russi. In questo modo è stato violato un tacito accordo che è sempre stato valido per gli scambi di spie, secondo cui la spia che viene riconsegnata non deve più essere perseguita e uccisa. Probabilmente Skripal si fidava di questa prassi e non era sorvegliato a sufficienza.

Cosa le fa pensare che Mosca sia responsabile dell’omicidio Skripal?

Il governo russo ha avuto una reazione piuttosto insolita, commentando addirittura con ironia quel che è capitato. Inoltre un gas nervino come il Novichok non si trova nei supermercati, viene prodotto in fabbriche altamente specializzate, esattamente come il polonio usato con Litvinenko nel 2006. Sicuramente Mosca è responsabile dell’assenza di controllo sul commercio di questi agenti nervini, che possono finire nelle mani di delinquenti o corpi di guardia. Ripeto, non ci sono prove di un coinvolgimento diretto del Cremlino, ma è plausibile che sia stato uno dei trecento agenti la cui copertura è saltata a causa dell’ex colonnello del Gru.

La vicenda Skripal impone una domanda. L’Itaila ha una politica estera autonoma da Washington e Bruxelles?

Nessun Paese può avere una politica estera del tutto autonoma. L’autonomia dipende dalla potenza di cui si dispone, ma anche dal sistema politico interno. Uno Stato come la Francia, in cui vige un sistema presidenziale, può agire con più efficacia e prontezza in politica estera rispetto a una Repubblica parlamentare come l’Italia.

Si aspettava dagli Stati Uniti di Donald Trump una reazione così dura?

Assolutamente si. Da quando si è insediato il presidente Trump i rapporti diplomatici con la Russia hanno seguito una linea di continuità. Anzi, in talune occasioni ci sono state frizioni più pesanti rispetto all’amministrazione precedente. La politica delle sanzioni contro Mosca crea un solo problema a Washington: avvicina la Russia alla Cina. Un’ipotesi che il Cremlino vorrebbe evitare fino all’ultimo, pur di diventare junior partner del governo di Pechino, che negli ultimi anni è riuscito a estendere la sua influenza in Asia centrale e nelle province marittime.

Quali ripercussioni ci possono essere sul conflitto nel Donbass?

In Ucraina c’è una situazione di stallo. La Russia ha allentato la presa perché non ha fondi a sufficienza per gestire la guerra in Siria, il conflitto in Ucraina, inviare forze speciali a sostegno dei libici di Haftar. Putin però può sfruttare un momento di particolare debolezza dell’Unione Europea dovuta all’instabilità politica della Germania.

4. Le secrétaire britannique à la Défense, Gavin Williamson, a salué la « relation extraordinaire » entre le Royaume-Uni et Israël et a qualifié l’Etat juif de « phare de la lumière » au Moyen-Orient et a condamné la « haine déraisonnable » dirigée contre lui.

Williamson intervenait lors d’une réception parlementaire annuelle organisée par les amis conservateurs d’Israël (CFI) mardi.

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S’adressant à plus de 250 sympathisants de la CFI, dont 50 parlementaires et l’ambassadeur d’Israël au Royaume-Uni, Mark Regev, Williamson a salué Israël qu’il considère comme un « phare de lumière et d’espoir » dans une région où il y a tant de haine et de souffrance. Nous ne devrions pas sous-estimer à quel point il est difficile de garder cette lumière brillante et brûlante. »

Evoquant son voyage dans le pays pendant son adolescence, Williamson a déclaré : « je ne savais pas trop à quoi m’attendre d’Israël. Ce que j’ai trouvé était un pays libéral, libre et passionnant, qui était si à l’aise avec lui-même, un pays qui absorbait et accueillait tant de gens. Cela m’a fait une énorme impression. »

Williamson a condamné la « haine pure et simple », souvent complètement déraisonnable, dirigée vers Israël. Il a demandé : « si nous ne sommes pas là pour défendre un pays dont les vues et les idéaux sont si proches, ou sont simplement les nôtres, que sommes-nous en tant que nation ? Que sommes-nous en politique, si nous ne pouvons pas accepter et célébrer l’épanouissement merveilleux de la démocratie qu’est Israël, mais plutôt nous tourner vers un récit de dépit, de l’envie ? ».

Soulignant le rôle du Royaume-Uni dans la création d’Israël, il a déclaré que les deux pays avaient « une relation forte et ferme de travail en commun. C’est une relation de partenaires. Nous apprenons beaucoup d’Israël et j’espère que les forces israéliennes vont aussi un peu [apprendre] de nous. C’est un partenariat d’égal à égal. Un partenariat d’amis. »

Williamson a loué Israël pour son « impressionnant » investissement militaire et a noté qu’ « Israël doit prendre sa défense très au sérieux. S’il ne prend pas sa défense au sérieux, alors il ne se protège pas en tant que nation. »

« La Grande-Bretagne sera toujours là pour travailler avec vous, vous soutenir et être l’un de vos amis les plus proches et les meilleurs », a-t-il ajouté.

« Notre relation avec [Israël] est la pierre angulaire d’une grande partie de ce que nous faisons au Moyen-Orient, et je suis impatient d’avoir l’occasion, lorsque je serai secrétaire à la Défense, de continuer à construire sur cette base ».

6.Par le général (CR) Dominique Delawarde
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Vladimir Moscou le 24 Mars 2018

Résidence présidentielle du Kremlin

Place Rouge, Moscou

mail: jamesb007@russia.net

Russian President Putin visits China

Bien chère Thérésa

Quelle ne fût pas ma stupéfaction le 20 mars au matin de voir que vous aviez jeté ma lettre du 19 mars en pâture aux internautes sans aucun égard pour notre douce intimité épistolaire qui animait, jusqu’alors, mes soirées et mes songes. Plusieurs dizaines de milliers d’entre eux ont donc pu percevoir, sur une dizaines de sites, et par la puissance du réseau Facebook, l’orage qui montait sur notre relation jusqu’alors sans nuage. Ça fait beaucoup de monde dans la confidence !

Lorsque j’ai épluché les messages de félicitation des chefs d’état des grands pays en recherche du votre, j’ai bien trouvé ceux de mes bons camarades BRICS/OCS, celui de Donald, celui de Jean Claude (président de l’UE) et ceux de mes fans, toujours plus nombreux, venus du monde entier. Même Angela avait l’air heureuse de me féliciter. Aucun d’entre eux n’a fait allusion à «l’affaire du poison» qu’ils semblent avoir déjà oubliée, ni même à l’affaire syrienne.

Ce n’est qu’en arrivant aux messages des puissances moyennes, voire très moyennes, que j’ai trouvé quelques discrètes allusions à la Syrie et à l’affaire Skripal.

Emmanuel, par exemple, ménageant prudemment la chèvre britannique et l’ours russe, m’a félicité chaleureusement, mais m’a demandé de «faire toute la lumière sur les responsabilités liées à l’inacceptable attaque de Salisbury et de reprendre en main fermement d’éventuels programmes qui n’auraient pas été déclarés à l’Organisation pour l’interdiction des armes chimiques (OIAC)». Par ailleurs, il a exprimé «sa grande préoccupation à propos de la Syrie».

Allons voyons, il me prend pour un électricien avec son histoire de lumière, et voilà qu’il me donne des consignes précises sur ce que je dois faire. Décidément, il ne doute de rien ce frenchy! Bon, à sa décharge, je note l’emploi du conditionnel et du mot «éventuel» qui dénote une grande prudence de sa part et je note aussi que nous avons tout de même deux points communs très forts: nous sommes tous deux «grandement préoccupés à propos de la Syrie» et nous estimons tous deux que «l’attaque de Salisbury est inacceptable». On devrait finir par s’entendre.

Même Bibi dont je connais bien les arrière-pensées et le rôle éminent de marionnettiste virtuose qu’il joue en coulisse a su, lui, ne pas mélanger les genres. Voici ce qu’il m’a écrit :

«Monsieur le Président, veuillez accepter mes sincères félicitations pour votre victoire lors des élections d’hier. J’apprécie profondément notre dialogue personnel et je me réjouis de continuer à travailler avec vous en étroite collaboration, avec confiance et compréhension, afin de promouvoir les intérêts vitaux de nos pays».

La sincérité des félicitations de ce vieux crocodile et le fait qu’il dise apprécier et se déclare réjoui de travailler avec moi me laissent dubitatif, mais je dois reconnaître qu’il a été correct et particulièrement malin en ne manifestant aucun soutien particulier envers la Grande Bretagne. Il est vrai qu’en matière d’élimination de ses adversaires sur des territoires étrangers, Bibi et ses affidés ont toujours eu une grande expérience et une longueur d’avance sur tout le monde. Il serait mal venu, il le sait, de me faire la leçon sur l’affaire Skripal. Du coup, il n’a même pas évoqué la Syrie ou l’Iran. Comme c’est étrange…..

Mais vous, Thérésa, pourquoi m’avez vous oublié, dans ce concert de congratulations quasi-unanimes, alors que nous nous entendions si bien autrefois ? Vos félicitations m’ont beaucoup manqué.

Après mûre réflexion, je ne vois que trois hypothèses :

La première est que, dans le but de refaire l’unité très chancelante de votre pays, d’éviter l’éventuelle sécession de l’Écosse et de pouvoir enfin montrer vos talents de chef de guerre (ce qui est toujours utile pour de futures élections), vous avez voulu prendre exemple sur la dame de fer en montrant à vos concitoyens une détermination sans faille et même peut-être supérieure à celle de notre défunte et respectée Margaret. Bref, mieux que la dame de fer, vous rêvez peut-être d’être la dame d’acier ! Pour faire bonne mesure et montrer au monde que vous n’avez vraiment peur de rien, vous vous êtes choisi un adversaire qui est un tout petit peu plus grand que les Malouines: la Russie. Je crains que vous n’ayez eu les yeux plus gros que le ventre.

Car hélas, l’état d’obsolescence avancée de vos forces armées et la puissance de l’adversaire que vous avez choisi risquent de rendre votre aventure périlleuse et devraient vous inciter à la prudence: d’autant qu’il n’y a pas, en Russie, que quelques rares gardiens de moutons à combattre, que l’hiver et les forces armées russes ont déjà vaincu par deux fois des adversaires très puissants, et que votre pays a beaucoup perdu de son influence sur son ancien empire colonial. L’Inde et le Pakistan, par exemple, sont aujourd’hui de fidèles partenaires de mon pays et des exercices bilatéraux de nos forces armées sont organisés chaque année. Par ailleurs, vos alliés de l’UE et de l’OTAN ne semblent pas tous prêts à vous suivre et à risquer l’apocalypse pour une affaire qui est loin d’être aussi nette que l’assassinat de l’archiduc héritier d’Autriche à Sarajevo en juin 1914: événement qui a, malheureusement, déclenché le premier conflit mondial au cours duquel, je vous le rappelle, la Russie a combattu à vos côtés.

La deuxième hypothèse est que, quittant prochainement une Union Européenne qui vous impose une facture BREXIT particulièrement salée, vous ayez décidé de la torpiller juste avant votre départ pour lui interdire tout rapprochement avec la Russie, rapprochement qui pourrait la faire grandir et prospérer demain au détriment d’un Royaume-Uni hors UE et des USA, votre allié de toujours. J’ai bien compris que le projet North Stream 2, symbole d’un tel rapprochement ne vous convenait pas et qu’il ne convenait pas non plus à Donald. La crise Skripal vient donc à point nommé enfoncer un coin entre l’UE et la Russie pour au moins retarder, au mieux torpiller le projet North Stream 2. Votre action d’éclat dans le montage de cette affaire Skripal vous vaudra certainement de retrouver votre place de complice privilégiée de Donald lorsque le BREXIT sera effectif.

Il me paraît toutefois dommageable, pour l’image d’indépendance du Royaume-Uni que, dans un de vos discours récents, vous parliez entourée de deux drapeaux qui ne sont manifestement pas ceux de votre pays.

La troisième hypothèse, tout à fait abracadabrantesque évidemment, serait que votre gouvernement et vous-même soyez tombés sous la coupe d’un personnage plus fort que vous car contrôlant une part importante du personnel politique britannique ainsi que des moyens médiatiques et financiers considérables au sein du royaume de sa gracieuse majesté. Cet homme pourrait vous demander des services allant dans le sens des intérêts qu’il défend, services que vous ou vos ministres ne pourriez pas refuser de lui rendre.

Une enquête de mes services spéciaux est en cours depuis plusieurs mois et les premiers rapports mettent en évidence la présence d’un homme en cours d’identification vous rencontrant devant une porte sombre qui est, à première vue, celle d’une maison close. Une photo et une vidéo ont même été prises qui confirment la rencontre.

Cet homme paraît particulièrement heureux des instants qu’il vient de passer en votre compagnie. D’ailleurs la lecture labiale sur la vidéo indique clairement qu’il prononce la phrase: «Merci pour ce moment».

A ce stade de l’enquête il est établi que votre complicité avec lui est «hautement probable».

Ce même homme aurait été aperçu, quelques instants plus tard, dans le bureau de votre ministre des affaires étrangères en état d’hilarité avancé. Leur complicité est donc, elle aussi, «hautement probable».

Bien qu’il ne soit pas encore formellement identifié, la tête de cet individu mystérieux me rappelle quelqu’un que j’ai rencontré à plusieurs reprises.

Mes services viennent d’ailleurs de m’indiquer que l’homme que j’ai rencontré périodiquement et l’homme qui figure sur ces photos, avec votre ministre, pourraient ne faire qu’un et avoir été impliqué dans trois affaires de corruption dans son propre pays. Il serait aujourd’hui interrogé par la police .

Sa carte d’identité aurait été retrouvée sous une feuille morte par les enquêteurs de Scotland Yard à proximité immédiate du lieu où l’on a retrouvé le malheureux Skripal et sa fille. Mais vos enquêteurs semblent gênés aux entournures pour divulguer ce détail car le personnage disposerait de puissantes protections dans votre pays et les journalistes, étrangement, ne seraient pas preneurs de ce scoop qu’ils jugent inapproprié et déconnecté de l’enquête.

Quant à votre ministre de la défense, il s’est livré à des déclarations enflammées lors d’une réception parlementaire annuelle, réservée aux députés conservateurs, qui s’est tenue à Londres. Le récit en a été fait par un journal que vous devriez bien connaître. L’article dont le lien est donné ci-dessous montre une collusion «hautement probable» entre 50 parlementaires britanniques conservateurs, soucieux d’assurer leur réélection et conduits par votre ministre de la défense, et un lobby défendant les intérêts d’un état étranger.

https://fr.timesofisrael.com/gavin-williamson-salue-la-relation-extraordinaire-avec-israel/

Si tout ou partie des faits rapportés ci-dessus était avéré, vous pourriez clore rapidement l’enquête sur le cas Skripal et la classer sans suite pour en éviter les éclaboussures…….

Ma coopération avec votre enquête ayant été totale et avant d’aller prendre un repos bien mérité, je vous supplie une nouvelle fois, chère Thérésa, de rétablir le niveau de connivence qui était le notre avant votre dernière crise. Je vous recommande tout particulièrement de garder secret le contenu de ce billet.

Je souhaite, vivement, vous le savez bien, établir avec votre pays le même genre de «relation extraordinaire» dont parle Gavin, votre fougueux ministre de la défense, dans l’article mentionné plus haut.

Bien à vous,

Votre très cher Vladimir

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1708.- ALDO MORO: UN OMICIDIO CENTRAL INTELLIGENCE AGENCY

Leggete IL CASO MORO di Leonardo Sciascia (scritto ‘a caldo’ nel agosto del 78) per capire TUTTO! La cosa importante è capire PERCHE’ e perché anche fu poi costretto alle dimissioni il presidente Leone. Si trattava dell’argomento non detto dei biglietti di stato, emessi per circa 450 miliardi dai governi Moro che creavano opportunità di spesa per lo stato senza né debiti né interessi? Stesso motivo dell’eliminazione di Kennedy. Come per Enrico Mattei, il tentativo di rendersi autonomi ed autosufficienti in termini di energia o di spesa pubblica è intollerabile per i nostri padroni angloamericani.

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di Gianni Lannes

Cinque processi e due commissioni parlamentari. Risultato? Ufficialmente, il nulla, nonostante i numerosi riscontri probanti. Nessun colpevole, ovvero: ancora ignoti i mandanti altolocati italiani e d’oltre Atlantico. In compenso è stato propinato il solito copione di Stato, pilotato con sottofondo P2 (società eversiva finanziata e protetta dalla CIA): depistaggi, omissioni, insabbiamenti e strani decessi come per Ustica. Eppure, i fatti sono di per sé eloquenti e sotto i nostri occhi distratti.

Il Governo dell’epoca – Andreotti & Cossiga che ricevette un plauso ufficiale dall’amministrazione presidenziale del democratico Carter per la “buona riuscita dell’operazione” – era perfino a conoscenza del luogo di prigionia di Moro, riferito anzitempo dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Strage, sequestro e omicidio in appalto ai servizi segreti del Governo nord-americano infiltrati nelle brigate rosse. I morti sono sottoterra, dimenticati dai più. Gli assassini invece sono liberi ed impuniti. Mentre l’Italia è sempre sotto il padrone USA.

Sulla lapide dell’agguato di via Fani a Roma non si legge chi ha ucciso lo statista Aldo e Moro e i cinque uomini della scorta, barbaramente trucidati da professionisti militari, non certo brigatisti alle prime armi (Morucci compreso) sotto la supervisione dell’ufficiale dei servizi segreti Guglielmi, presente in loco la mattina del 16 marzo 1978 (come accertato inequivocabilmente dalla Commissione parlamentare di inchiesta). Anche se poi nel 2003, l’allora ministro Martino (aspirante piduista) in risposta all’interrogazione del deputato Walter Bielli, negò la presenza di Gugliemi, mentendo spudoratamente e senza alcuna conseguenza penale. Nulla è scritto su quella targa commemorativa della minaccia di morte rivolta dal criminale Henry Kissinger (esponente di spicco del Bilderberg Group e del Comitato mondiale dei 300) al presidente Aldo Moro.

Sul muro di quella tragica via di Roma all’incrocio con via Stresa, c’è una lapide, protetta da un vetro, che ricorda gli angeli custodi di Moro (a tre dei quali è stato inflitto il colpo di grazia da un killer della Nato). «In questo luogo cinque uomini, fedeli allo Stato e alla democrazia, sono stati uccisi con fredda ferocia mentre adempivano al loro dovere». Non si legge di Aldo Moro, come se quegli uomini non fossero morti per il presidente della Dc. Non si legge dei terroristi telecomandati delle Brigate rosse. Chi ha ucciso quegli uomini e perché? Non c’è scritto nulla degli insospettabili membri a Firenze della direzione strategica delle Br. E niente c’è scritto di Igor Markevitch, marito in secondo nozze di una Caetani della nobiltà nera capitolina. E neppure vi è scritto della prigionia di Moro nella stessa via Caetani, nei presso di un palazzo del Sisde (il servizio segreto civile).

Quel giorno il traffico non era intenso. Le due auto – una 130, un’Alfetta – scendevano veloci dalla collina Trionfale quando la Fiat 128 di Mario Moretti con una targa rubata del Corpo diplomatico frenò di botto all’incrocio. Fu allora che gli altri, con gli impermeabili blu, i berretti da piloti dell’Alitalia, uscirono da dietro la siepe con pistole e mitragliatori. Spararono 91 proiettili contro i cinque uomini della scorta di Moro, il maresciallo Oreste Leonardi, i brigadieri Domenico Ricci e Francesco Zizzi, gli agenti di polizia Giulio Rivera e Raffaele Iozzino – il solo che riuscì a replicare con due colpi. Furono sterminati in una manciata di secondi.

Ero un ragazzino e quel giorno appresi la notizia a scuola, ma il ricordo si è cristallizzato in me, ed è come se fosse ora. Non c’è chi non ricordi dov’era e con chi in quel momento, che cosa disse e fece in quel momento preciso quando seppe che cosa era accaduto a Roma. Per chi ha l’età del ricordo, non c’è chi non abbia ancora negli occhi – al punto da poterne avvertire ancora l’ansia del filmato televisivo della Rai – i parabrezza frantumati, i fori neri nell’auto bianca, il corpo di Iozzino a braccia larghe coperto da un lenzuolo bianco e la macchia di sangue sull’asfalto – densa, scura – un caricatore vuoto accanto al marciapiede nel piano sequenza di 3 minuti e 12 secondi dell’operatore del telegiornale che accompagna la voce ansimante di Paolo Frajese.

Non bisogna chiedersi per quale ragione i dilettanti allo sbaraglio delle br hanno rapito il presidente Moro e si accingevano a liberarlo avendo richiesto in cambio un riconoscimento politico, ma perché buona parte delle forze politiche, in primis la ditta Andreotti & Cossiga, compreso il corrotto Craxi (che voleva approfittare della situazione per emergere), nonché la CIA, il Mossad e i servizi segreti italiani (Sismi e Sisde), ne hanno decretato la morte.

E’ sufficiente leggere attentamente il memoriale di Moro (perfino la versione apocrifa) – o comunque mettere a confronto le due versioni: quella rinvenuta a Milano in via Montenevoso nel 1978 e quella del 1990 – per comprendere la logica perversa del doppio ostaggio. Vale a dire: i segreti rivelati da Aldo Moro sul conto della NATO.
Per sciogliere il cosiddetto mistero, bastava torchiare a dovere Moretti affiliato all’Hyperion di Parigi (quello che ha materialmente assassinato il 9 maggio 1978 il presidente Aldo Moro, sparandogli a bruciapelo) e Morucci, come gli specialisti delle forze dell’ordine (polizia e carabinieri) sanno fare quando vogliono.

Ci sono tanti di quegli elementi probanti per procedere speditamente alla revisione processuale ed aprire un nuovo e decisivo processo ai responsabili nazionali ed internazionali. Cosa si aspetta? Ecco alcune evidenze: la stampatrice in possesso delle br proveniente dai servizi di sicurezza italiani (Rus), la scomparsa di alcune foto scattate da un testimone oculare in via Fani e consegnata al sostituto procuratore Luciano Infelisi, la sparizione addirittura di alcuni verbali di interrogatorio, il mancato ritrovamento nell’auto del presidente Moro di due (contenenti documenti estremamente riservati) delle cinque borse dalle quali lo statista non si separava mai, la composizione quasi totalmente piduista del comitato costituito presso il ministero dell’Interno da Cossiga con il compito di seguire la vicenda del sequestro.

Soprattutto: il ruolo del consulente personale del ministro Francesco Cossiga (il più autorevole depistatore italiota) Steve Pieczenik (laureato ad Harvard in psichiatria e al Massachussets Intitute of Technology), vice assistente del segretario di Stato, capo del servizio antiterrorismo del dipartimento di Stato degli USA. Il suo ufficio venne creato personalmente da Henry Kissinger. Secondo Sergio Flamigni (il più autorevole studioso del caso Moro) «Pieczenik diede consigli su un certo numero di strategie e tattiche molto sofisticate, che però sono rimaste segrete”. Alla Commissione parlamentare d’inchiesta Cossiga ebbe a dire in proposito soltanto questo: «Il governo degli Stati Uniti ci ha garantito una qualificata collaborazione a livello di gestione della crisi».

Nel settembre 1974, una settimana prima del viaggio ufficiale del presidente della Repubblica Giovanni Leone e dell’allora ministro degli esteri Aldo Moro negli USA, su consiglio di Kissinger, il presidente Gerald Ford ammise che il suo governo era intervenuto tra il 1970 ed il ’73, per rovesciare Salvador Allende in Cile: «Abbiamo fatto ciò che gli Stati Uniti fanno per difendere i loro interessi all’estero» (conferenza stampa di Gerald Ford, Washington, 17 settembre 1974).

Lo stesso Kissinger tornò sopra l’argomento tre giorni dopo l’arrivo della delegazione italiana: «Ci rimproverate per il Cile. Ci rimproverereste ancora più duramente se non facessimo nulla per impedire l’arrivo dei comunisti al potere in Italia o in altri paesi dell’occidente europeo» (New York Times, 27 settembre 1974).

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Al ritorno da quel viaggio, Moro apparve profondamente turbato: infatti comunicò al suo collaboratore Corrado Guerzoni, la volontà di ritirarsi dall’attività politica per due o tre anni, e confidò alla moglie il motivo principale della sua preoccupazione: «E’ una delle pochissime volte in cui mio marito mi ha riferito con precisione che cosa gli avevano detto. Adesso provo a ripeterla come la ricordo: “Onorevole (detto in lingua inglese naturalmente), lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei pagherà cara. Veda lei come vuole intendere” – La frase era così. E’ una cosa che a me ha fatto molta impressione. Sono rimasta a meditarci a lungo, da allora in poi» (Testimonianza di Eleonora Moro, 19 luglio 1982, in Commissione Moro, vol. LXXVII, Atti giudiziari 1a corte d’Assise di Roma interrogatori di imputati processo Moro e Moro-bis, udienza del 19 luglio 1982, Roma, Tipografia del Senato, 1993, pp. 51-52; il file dell’Archivio storico on-line del Senato risulta essere danneggiato; Commissione parlamentare di inchiesta, vol. V, pagg. 5-6).

Tra i protagonisti politici dell’epoca è stato il socialista Claudio Signorile a sostenere che, nei giorni precedenti l’uccisione di Moro, le Br stessero attuando un cambiamento di strategia, causato da pressioni di servizi segreti stranieri (Audizione dell’onorevole Claudio Signorile, 20 aprile 1999, in Commissione stragi, 13a legislatura, 51a seduta). All’inizio, per le Br, uccidere Moro non sarebbe stato necessario; a loro sarebbe bastato restituirlo in condizioni tali da costringerlo a ritirarsi dalla vita politica (una soluzione che peraltro lo stesso Moro aveva già ipotizzato prima di essere sequestrato): questo risultato avrebbe potuto soddisfare i brigatisti, simbolica contro lo Stato che combattevano, sarebbe stato utile per il mantenimento degli equilibri internazionali (e avrebbe fatto il gioco di Usa e Urss), e avrebbe grandemente avvantaggiato una parte della maggioranza democristiana e gli stessi socialisti.

Questo scenario sarebbe suffragato dalla posizione espressa su OP dal giornalista investigativo Mino Pecorelli (assassinato il 20 marzo 1979, mentre si accingeva a fare rivelazioni bomba sul caso Moro), in una fantomatica lettera al direttore (molto probabilmente prefabbricata dallo stesso per lanciare alcune ipotesi), in cui si affermava che “il ministro di polizia sapeva tutto, sapeva perfino dove era tenuto il prigioniero, dalle parti del ghetto ebraico” e si avanzava l’ipotesi che Moro sarebbe stato liberato il 9 maggio (OP, 17 ottobre 1978).

Non solo dal “carcere brigatista” ma anche in precedenza risulta che Moro apparisse alquanto preoccupato dei rapporti tra i servizi segreti stranieri e quelli italiani. Già nel 1977, come sostengono Galloni e Roberto Gaja, ambasciatore italiano a Washington, secondo Moro i servizi segreti di alcuni paesi alleati, come la Cia e il Mossad, non fornivano informazioni utili al governo italiano riguardo i loro eventuali infiltrati nelle organizzazioni delle Br, o comunque, qualora le fornissero, evidentemente esse non pervenivano alle persone giuste. molti dei membri dei servizi segreti italiani di quegli anni, come è risultato più recentemente, erano controllati dalla loggia P2 (G. Galloni, 30 anni con Moro, cit., p. 220; S. Flamigni, Le idi di marzo, cit., p. 254). Non era la prima volta che Moro incappava in complicazioni di questo genere. Non molti sanno che già in tempi lontani, alla vigilia del tentativo di “golpe bianco” di Edgardo Sogno, Moro, il 4 agosto 1974, secondo la testimonianza della figlia Maria Fida, per raggiungere la famiglia a Bellamonte, avrebbe dovuto viaggiare sul treno Italicus (che poche ore dopo sarebbe stato colpito da un sanguinoso attentato organizzato da gruppi neofascisti toscani e servizi segreti deviati), da cui tuttavia, incredibilmente, poco prima che partisse, venne fatto scendere, grazie all’intervento di alcuni collaboratori (Cfr. Maria Fida Moro, La nebulosa del caso Moro, Milano, Selene Edizioni, 2004; Giovanni Fasanella, Antonella Grippo, I silenzi degli innocenti, Milano, Bur, 2006, p. 114; Giorgio Bocca, Gli anni del terrorismo, Roma, Armando Curcio, 1988, pp. 291-293).

Durante i giorni del sequestro, Raniero La Valle scrisse parole che, lette oggi, risultano profetiche: «Mia convinzione è che queste brigate […] siano solo l’iceberg di un potente avversario che gioca su molti tavoli, non tutti clandestini, che riemerge a sinistra dopo essere stato battuto a destra, che non solo usa carte d’identità false, ma anche falsi nomi, falsi gerghi e dichiara falsi obiettivi […]. Per difendersene, lo Stato deve difendersi anche da se stesso, da ciò che alberga dentro di sé, nelle proprie stesse strutture, dalle sue inadempienze, dalle sue deviazioni […] Dopo Moro gli sconfitti di ieri si muoveranno per la rivincita e quanti sono riusciti a far prevalere finora un progetto politico lungimirante, si troveranno a fronteggiare delle prove assai dure. Allora non ci sarà più il crudele, irriconoscibile volto del terrorismo. I conti ce li presenteranno signori inappuntabili e incensurati […]. E allora sì che dovremo trattare (Raniero La Valle, Moro non è soltanto una vita, “Paese sera”, 24 aprile 1978).

Morte preannunciata – Che Moro dovesse fare una brutta fine era un’idea molto diffusa già negli anni precedenti ai giorni del sequestro. Nel 1976 il regista Elio Petri, nel film Todo modo, tratto dall’omonimo romanzo di Sciascia, con la sua visione surreale, grottesca e apocalittica, descriveva una riunione di notabili democristiani tenutasi in una sorta di convento-albergo, apparentemente per degli esercizi spirituali ma in realtà per una trattativa concernente la spartizione del potere, alla fine della quale il presidente – in cui erano facilmente ravvisabili moltissimi tratti di Moro – interpretato anche in quell’occasione dall’attore Gian Maria Volonté, veniva assassinato. Qualche tempo prima del sequestro, anche il regista Pier Francesco Pingitore allestì uno spettacolo al Teatro del Bagaglino in cui Moro veniva rapito proprio in via Fani. Ma, ancora più delle ‘premonizioni’ dei due registi, colpisce la notizia che Renzo Rossellini, direttore di Radio Città futura, la mattina del 16 marzo comunicò – circa tre quarti dopo prima – durante la consueta rassegna stampa, poco prima della strage di via Fani, la notizia che c’era appena stato un attentato all’onorevole Moro (Claudio Signorile, Anti Craxi, filo Craxi, anti Craxi e adesso ricco pensionato, intervista con Claudio Sabelli Fioretti, “Sette”, 18 ottobre 2001; audizione dell’onorevole Claudio Signorile, 20 aprile 1999, cit. a nota 131; audizione del dottor Franco Piperno, 18 maggio 2000, in Commissione stragi, 13a leg., 68a seduta; audizione del dottor Lanfranco Pace, 3 maggio 2000, in Commissione stragi, 13a leg., 67a seduta).

A parte gli elementi di ambiguità, secondo Giovanni Pellegrino (dal 27 settembre 1996 al 29 maggio 2001 presidente della Commissione parlamentare di inchiesta) sono emersi alcuni ulteriori elementi, cruciali secondo lo stesso Pellegrino: «la sparizione di una documentazione fotografica, scattata dal carrozziere Gherardo Nucci, pochi minuti dopo il rapimento, sul luogo della strage; il blocco delle linee telefoniche della zona al momento del sequestro; la scoperta tardiva del covo di via Gradoli (dal quale si sapeva già che qualcuno trasmetteva in alfabeto Morse); la mancata cattura dei brigatisti la mattina dell’uccisione di Moro; l’impossibilità che fossero i brigatisti ad avere ucciso con precisione millimetrica gli uomini della scorta di Moro. In particolare quest’ultimo aspetto vale la pena di essere sottolineato: infatti, dagli atti del processo risulta che alla strage di via Fani abbia partecipato un tiratore scelto, rimasto ancora senza nome, che sparò più della metà dei circa novanta colpi di pistola esplosi. È stato infatti accertato che a nessuno dei brigatisti arrestati e di quelli indicati nei vari processi poteva essere attribuita una simile caratteristica di tiratore scelto».

A questo proposito è utile osservare che, secondo il perito balistico professor Antonio Ugolini (perizia messa agli atti nel primo processo Moro), i bossoli ritrovati in via Fani risultavano provenire da proiettili in dotazione esclusiva di forze statali non convenzionali (intervento di Luigi Cipriani, in Atti parlamentari. Camera dei deputati, Discussioni, 10a legislatura, seduta dell’11 gennaio 1991, resoconto stenografico, consultabile on-line nel sito della Camera dei deputati, Legislature precedenti, X legislatura pp. 77517-77520).

A parere del fratello di Moro, non fu effettuata per moltissimo tempo alcuna perizia giudiziaria per valutare se i risultati dell’autopsia del cadavere fossero compatibili con le testimonianze fornite dai brigatisti (A.C. Moro, Storia di un delitto, cit., pp. 62-63). In effetti, successivamente, secondo alcune perizie sul parafango esterno della Renault 4, sono stati ritrovati dei filamenti di fibre vegetali, tracce che, secondo gli esperti, sarebbero volate via qualora il percorso dell’automobile fosse stato più lungo anche di pochi metri. Nella sua prima lettera a Cossiga, Moro gli aveva fornito alcune indicazioni criptate circa il luogo dove era stato portato, perché sapeva, per il tempo impiegato nel percorso da via Fani alla “prigione del popolo”, di trovarsi sicuramente nel centro di Roma e probabilmente questa sua certezza era anche confortata da qualche segno acustico (Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, Sellerio, 1978).

Questo, alla luce delle ultime perizie, appare un dato incontrovertibile, che contrasta totalmente con le affermazioni dei brigatisti circa l’esistenza di un’unica “prigione”. Inoltre, dai risultati dell’autopsia compiuta sul corpo di Moro il pomeriggio del 9 maggio, disponibili dal 2001, è emerso un altro dato che contrasta con quanto sinora è stato affermato: alle 16.30 il cadavere era ancora caldo (32,5° C), praticamente senza segni di rigor mortis. Il decesso, secondo i periti, è avvenuto, dunque, tra le 9 e le 10 del mattino, e non di primo mattino, intorno alle 6, come hanno finora sostenuto i terroristi (Il Corriere della Sera, 9 maggio 2001).

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Aldo Moro con tutta probabilità era prigioniero nell’insospettabile palazzo Caetani, nel cuore di Roma, nei pressi di un immobile del Sisde. Ecco quanto ha dichiarato Giovanni Pellegrino sul conto di Markevitch (marito di una Caetani):

«Agli atti della commissione Moro era allegato un rapporto del Sismi in cui si diceva che, secondo alcune fonti, un certo Igor Caetani – che poi abbia scoperto essere invece Igor Markevitch – poteva essere uno dei cervelli del sequestro Moro, addirittura uno di quelli che conducevano l’interrogatorio nella prigione di via Montalcini; ma la pista era stata poi abbandonata perché non portava a niente. Quell’appunto veniva da un ufficiale di grado elevato, l’attuale generale Cogliandro, il quale dichiarava attendibile la fonte dell’informazione. Il Sismi decise però che quella pista non portava da nessuna parte. Le ragioni di questa valutazione sono però rimaste misteriose. Abbiamo chiesto spiegazioni al Servizio militare, ma nessuno ci ha risposto» (Fasanella, Sestieri, Pellegrino, Segreti di Stato, Einaudi, 2000).

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Esecuzione ravvicinata – Lo statista Aldo Moro non fu ucciso in via Camillo Montalcini, 8. La mattina del 9 maggio i suoi carcerieri lo fecero vestire con gli stessi abiti di marzo. Fecero sistemare Aldo Moro nel bagagliaio. Il corpo di traverso appoggiato sul fianco sinistro. Gli coprirono il volto con il lembo di una coperta di colore rosso bordò. Mario Moretti e Germano Maccari gli spararono con una Walter Ppk silenziata, che si inceppò subito, e due raffiche definitive di una Skorpion.
La Renault 4 targata N56786 compie un tragitto di pochi metri. L’auto viene parcheggiata in via Michelangelo Caetani tra i civici 8 e 9 accostata allo stretto marciapiede di porfido, il muso rivolto verso via Funari. Via Caetani è una strada breve, austera, umida, buia. Ci si passa in fretta. C’è una sola macchia di colore nel grigio della pietra. È di fronte al palazzo che ospita l’Istituto di storia moderna, la Discoteca di Stato, il Centro studi americani.

L’ombra di fronte a Palazzo Caetani è di un giallo sbiadito lungo poco più di due metri, alto tre. Al centro, la lapide ricorda: “Cinquantaquattro giorni dopo il suo barbaro rapimento, venne ritrovato in questo luogo, la mattina del 9 maggio 1978, il corpo crivellato di proiettili di Aldo Moro. Il suo sacrificio freddamente voluto con disumana ferocia da chi tentava inutilmente d’impedire l’attuazione di un programma coraggioso e lungimirante a beneficio dell’intero popolo italiano resterà quale monito e insegnamento a tutti i cittadini per un rinnovato impegno di unità nazionale nella giustizia, nella pace, nel progresso sociale”.

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Dicono che via Caetani sia stata una “scelta simbolica” per le Brigate rosse. Dicono che la strada è giusto nel mezzo tra il palazzo di via Botteghe Oscure, dov’era la direzione del Partito comunista, e palazzo Cenci Bolognetti che ospitava, a piazza del Gesù, la direzione della Democrazia cristiana. Dicono che quell’uomo mostrato agli occhi del Paese come un fagotto abbandonato in tutta fretta in un’auto doveva dire agli italiani quanto fosse impossibile e nefasto il patto politico del “compromesso storico”. Nella costruzione di questa memoria c’è una manipolazione, uno scarto anche toponomastico. Via Caetani non è nel mezzo tra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù. È lontano un centinaio di metri dal palazzo rosso. È in un’altra direzione rispetto al palazzo bianco. La nuova collocazione di quella strada buia nel cuore di Roma scolpisce nella memoria collettiva una rappresentazione sapientemente alterata della morte di Aldo Moro. Liquida con una scelta perentoria ogni necessità di storia. Ne confonde le logiche. Ne occulta le responsabilità. Perché rapirlo e non ucciderlo subito, lì a via Fani, con la sua scorta? Quale influenza ebbe – non sul sequestro del presidente della Dc, ma negli ambigui 54 giorni che seguirono – quell’ area occulta del potere che, negli anni settanta, era particolarmente affollata di logge massoniche, servizi segreti “deviati”, affaristi, neofascisti, mafiosi, funzionari, alti prelati, prenditori e politicanti che ancora oggi spadroneggiano nel Belpaese?

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Dopo trentacinque anni noi non abbiamo ancora fatto i conti col nostro passato. La verità è ancora tutta da scrivere. Nel frattempo, il miglior ricordo è ancora oggi soltanto nelle parole che, nell’ora dell’addio, Aldo Moro scrisse a Norina:

«Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo».

1707.- Ex Consigliere di Stato USA: “Ecco perché abbiamo ucciso Aldo Moro”

Se gli Stati Uniti non fossero vittime consapevoli di banchieri criminali, tutto ciò non sarebbe mai successo. Qui, di Gianni Lannes,la confessione di Steve Pieczenik, consigliere di Stato USA, che mi significa: “A buon intenditor, poche parole!”.

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“La decisione di far uccidere Moro non venne presa alla leggera. Ne discutemmo a lungo, perché a nessuno piace sacrificare delle vite. Ma Cossiga mantenne ferma la rotta e così arrivammo a una soluzione molto difficile, soprattutto per lui…”

“Con la sua morte impedimmo a Berlinguer di arrivare al potere e di evitare così la destabilizzazione dell’Italia e dell’Europa».

Così parlò nel 2006 Steve Pieczenik – il consigliere di Stato USA, chiamato al fianco di Francesco Cossiga per risolvere la condizione di crisi – in un’intervista pubblicata in Francia dal giornalista Emmanuel Amara, nel libro “Nous avons tué Aldo Moro”, “ABBIAMO UCCISO ALDO MORO”.

Ancora prima, il 16 marzo del 2001, in una precedente dichiarazione rilasciata a “Italy Daily”, lo stesso Pieczenik disse che il suo compito per conto del governo di Washington era stato quello «…di stabilizzare l’Italia in modo che la Dc non cedesse. La paura degli americani era che un cedimento della Dc avrebbe portato consenso al Pci, già vicino a ottenere la maggioranza. In situazioni normali, nonostante le tante crisi di governo, l’Italia era sempre stata saldamente in mano alla Dc. Ma adesso, con Moro che dava segni di cedimento, la situazione era a rischio. Venne pertanto presa la decisione di non trattare. Politicamente non c’era altra scelta. Questo però significava che Moro sarebbe stato giustiziato. Il fatto è che lui non era indispensabile ai fini della stabilità dell’Italia».

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Queste dichiarazioni di un esponente ufficiale del governo statunitense (assistente del segretario di Stato sotto Kissinger, Vance, Schultz, Baker) sono di dominio pubblico da tempo. Il 9 marzo 2008, sono state riportate anche dal quotidiano “La Stampa” (“Ho manipolato le br per far uccidere Moro”) e non sono mai state smentite né da Cossiga né Andreotti.

Kissinger e Napolitano al QuirinaleMa allora, come mai la magistratura italiana, ovvero la procura della Repubblica di Roma, non ha mai convocato Steve Pieczenik? Proprio Pieczenik nei primi anni Settanta fu chiamato da Henry Kissinger a lavorare come consulente presso il ministero degli Esteri, con l’approvazione di Nixon. Quel Kissinger che aveva minacciato di morte Aldo Moro e che, ai giorni nostri, è stato ricevuto come se niente fosse da Giorgio Napolitano, quello eletto da onorevoli illegittimi, che ha piazzato ben tre governi abusivi, ossia Monti, Letta, Renzi (sentenza della Corte costituzionale numero 1 del gennaio 2014) che il popolo “sovrano” non ha votato.

L’ex vicepresidente del CSM ed ex vicesegretario della Democrazia Cristiana, Giovanni Galloni, il 5 luglio 2005, in un’intervista rilasciata alla trasmissione NEXT di Rainews24, disse che poche settimane prima del rapimento, Moro gli confidò, discutendo della difficoltà di trovare i covi delle BR, di essere a conoscenza del fatto che sia i servizi americani che quelli israeliani avevano degli infiltrati nelle BR, ma che gli italiani non erano tenuti al corrente di queste attività che sarebbero potute essere d’aiuto nell’individuare i covi dei brigatisti.

Galloni sostenne anche che vi furono parecchie difficoltà a mettersi in contatto con i servizi statunitensi durante i giorni del rapimento, ma che alcune informazioni potevano tuttavia essere arrivate dagli USA: «Pecorelli scrisse che il 15 marzo 1978 sarebbe accaduto un fatto molto grave in Italia e si scoprì dopo, che Moro doveva essere rapito il giorno prima (…). L’assassinio di Pecorelli potrebbe essere stato determinato dalle cose che il giornalista era in grado di rivelare».

Lo stesso Galloni aveva già effettuato dichiarazioni simili, durante un’audizione alla Commissione Stragi il 22 luglio 1998, in cui affermò anche che durante un suo viaggio negli USA del 1976 gli era stato fatto presente che, per motivi strategici (il timore di perdere le basi militari su suolo italiano, che erano la prima linea di difesa in caso di invasione dell’Europa da parte sovietica) gli Stati Uniti erano contrari ad un governo aperto ai comunisti come quello a cui puntava Moro: «Quindi, l’entrata dei comunisti nel Governo o nella maggioranza era una questione strategica, di vita o di morte, “life or death”… come dissero, per gli Stati Uniti d’America, perché se fossero arrivati i comunisti al Governo in Italia, sicuramente loro sarebbero stati cacciati da quelle basi e questo non lo potevano permettere a nessun costo. Qui si verificavano le divisioni tra colombe e falchi. I falchi affermavano in modo minaccioso che questo non lo avrebbero mai permesso, costi quel che costi, per cui vedevo dietro questa affermazione colpi di Stato, insurrezioni e cose del genere».

La prigione di Aldo Moro, nel cuore di Roma, ovvero nel quartiere ebraico, ad un soffio da via Caetani dove il 9 maggio 1978, fu ritrovato il corpo senza vita dello statista, era ben nota al governo di allora (Cossiga e Andreotti). Il 16 marzo 1978, la strage di via Fani fu compiuta da uomini dei servizi segreti italiani. Era presente in loco il colonnello Guglielmi. Quei cosiddetti brigatisti rossi non sapevano neanche tenere in mano un’arma giocattolo, figuriamoci sparare con armi vere e assassinare due carabinieri e tre poliziotti. Mai come allora, gli apparati di cosiddetta sicurezza italian, unitamente alle forze dell’ordine, mostrarono una così grande inettitudine voluta.

I brigatisti grazie a una trattativa segreta con lo Stato tricolore sono oggi tutti liberi. Come se la spassano adesso Valerio Morucci (vari ergastoli), Mario Moretti (condannato a 6 ergastoli) e Barbara Balzerani? A proposito: le carte sulla vicenda Moro, in barba alla legge vigente, sono ancora sottoposte all’impermeabile segreto di Stato,nonostante i proclami propagandistici di Renzi.

Anche per questo siamo una colonia a stelle e strisce, un’Italietta delle banane eterodiretta dall’estero, a sovranità inesistente.

Articolo di Gianni Lannes

1631.- KOSOVO: La Corte Speciale per i crimini dell’UCK è sotto attacco, sale la tensione. Esecuzione a Mitrovica Nord.

Riccardo Celeghini

La Corte Speciale per i crimini commessi dall’Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK) è già a rischio prima di cominciare. Le forze politiche al governo in Kosovo, difatti, minacciano di abrogare quest’organo, nato con il compito di perseguire i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità ed altri crimini commessi tra il 1998 e il 2000 dall’UÇK nella sua guerra contro le forze della Serbia di Slobodan Milošević. Il tentativo è stato per ora frenato dalla comunità internazionale, che ha reagito duramente contro una mossa che mette a serio rischio le relazioni esterne del paese, proprio nell’anno in cui si festeggia il decennale dell’indipendenza.

Il blitz di dicembre

Il tentativo di fermare l’azione della Corte Speciale è stato reso pubblico la sera del 22 dicembre scorso. In quella data, 43 deputati appartenenti ai partiti di maggioranza hanno firmato una richiesta di sessione straordinaria del parlamento per revocare la legge che nel 2015 ha creato la Corte stessa. Solo un massiccio intervento degli attori internazionali presenti in Kosovo ha bloccato la proposta. L’ambasciatore americano ha parlato di una pugnalata alle spalle degli Stati Uniti, quello britannico della peggior notte nella storia del Kosovo dai tempi della guerra, mentre l’Ufficio dell’Unione europea ha definito la scelta come spaventosa.

L’attacco del governo

Questa presa di posizione immediata ha fermato l’iniziativa, ma non ha placato le polemiche. Già ad inizio del nuovo anno, gli attacchi contro la Corte sono ripresi. La critica maggiore espressa da diversi esponenti politici è che quest’organo giudiziario rappresenta uno strumento volto a punire la popolazione albanese e la sua lotta contro un regime discriminatorio quale era quello di Milošević. Una posizione condivisa dai tre partiti di governo, l’Alleanza per il futuro del Kosovo (AAK), il Partito Democratico del Kosovo (PDK) e Iniziativa – NISMA, tutti guidati da ex-leader dell’UÇK.

Il primo ministro Ramush Haradinaj si è detto fermamente contrario alla Corte, sostenendo il tentativo di abrogarla. Ancora più duro ci è andato suo fratello, Daut, deputato per il suo stesso partito, l’AAK, che ha lanciato velate minacce: ad i primi arresti, ha dichiarato, gli ex-militanti dell’UÇK sono pronti a mobilitarsi. Più diplomatico è stato il presidente della Repubblica e storico leader della guerriglia albanese durante la guerra, Hashim Thaçi. Thaçi, fondatore del PDK, ha fatto sapere che per ora l’impegno preso rimane, ma il parlamento è sovrano e può decidere, se c’è la maggioranza, di abolire la Corte.

Le preoccupazioni della comunità internazionale

Che la temperatura intorno alla questione sia ancora alta lo dimostra il viaggio a Pristina di due inviati di Francia e Germania per le questioni relative ai Balcani occidentali, avvenuto il 10 gennaio. I due diplomatici hanno incontrato le più alte cariche dello stato, ricordando come un nuovo tentativo del parlamento di abolire la Corte danneggerebbe pesantemente le relazioni tra il Kosovo ed i suoi partner occidentali. Un concetto ribadito ancora dall’Unione europea due giorni dopo con un comunicato ufficiale. Le preoccupazioni sono dovute al fatto che la richiesta dei 43 deputati non è stata stralciata, dunque potrebbe essere sottoposta a breve alla presidenza dell’assemblea, e, se approvata, andare al voto in aula.

I rischi che sta correndo il Kosovo sono altissimi. In un contesto già complicato dai casi legati al mancato accordo per la definizione dei confini con il Montenegro e ai ritardi della messa in atto dell’Accordo di Bruxelles raggiunto con la Serbia, nonché dal recentissimo omicidio di uno dei leader della comunità serba, Oliver Ivanović, gli attacchi alla Corte stanno innervosendo ulteriormente i paesi europei e gli Stati Uniti. Un’azione così mirata e aggressiva lascia fortemente intendere che i primi rinvii a giudizio stanno per arrivare, e non è escluso che toccheranno le più alte cariche istituzionali del Kosovo. L’atmosfera che si respira oggi lascia intendere che se questo accadrà, i rischi di tensioni nel paese sono reali.

Le origini della Corte

La Corte Speciale, propriamente chiamata Specialist Chambers and Specialist Prosecutor’s Office, è nata per perseguire i presunti crimini commessi dall’UÇK contro civili serbi, rom ed albanesi, sulla base delle accuse raccolte in un report del 2011 del Consiglio d’Europa. Proprio da questo report è nata la Special Investigative Task Force (SITF), che dal 2011 ad oggi ha condotto un vasto numero di indagini. La Corte Speciale è stata formata proprio con l’intento di giudicare i responsabili dei presunti crimini sulla base di quanto raccolto dalla SITF. A differenza del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, la Corte Speciale deve la sua fondazione ad una legge approvata dal parlamento di Pristina, dunque è parte del sistema giuridico kosovaro, ma, proprio come il Tribunale, ha sede a l’Aja e ha giudici internazionali, per garantirne la sicurezza. La Corte dovrebbe emettere i primi rinvii a giudizio nelle prossime settimane.

Intanto, leggendo da Yurii Colombo de il Manifesto, apprendiamo di una esecuzione a Mitrovica Nord: assassinato da professionisti della morte il leader serbo Oliver Ivanovic
Kosovo/Serbia. Il presidente serbo Vucic ritira la delegazione dal negoziato di pace di Bruxelles

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“Rischia di deragliare il già difficile negoziato tra Serbia e Kosovo, dopo che ieri mattina a Mitrovica Nord è stato assassinato – con esecuzione «professionale» – Oliver Ivanovic, 64 anni, leader dei serbi in Kosovo. Era stato segretario di Stato in Serbia dal 2008 al 2012 presso il ministero per il Kosovo-Metohja; già guida nel 1999 dei «guardiani del ponte», la difesa serba di Mitrovica, ancora divisa in due sul fiume Ibar; e aveva fondato da qualche anno il movimento civico Sloboda, Demokratija, Pravda che punta sulla pace e la convivenza.
Malgrado fosse stato accusato di crimini contro i civili kosovaro-albanesi nel 1999, Ivanovic si è sempre proclamato innocente.

Condannato in primo grado a 9 anni di reclusione, ha trascorso quasi 3 anni in carcere, nel febbraio del 2017 il tribunale kosovaro ha annullato la condanna ordinando un nuovo processo. Una « assoluzione» contro cui si è scatenata una dura campagna dei kosovaro-albanesi di Pristina.

Anche se non rivendicato, l’omicidio è avvenuto con una puntualità che non lascia dubbi: proprio infatti ieri a Bruxelles dovevano riprendere le trattative tra i rappresentati di Belgrado e di Pristina. Il presidente serbo Alexander Vucic, malgrado le autorità di Pristina si siano precipitate a condannare l’attentato, ha richiamato in patria la sua delegazione convocando d’urgenza il Consiglio di sicurezza nazionale su questo «attacco terroristico contro gli interessi serbi».

La guerra del Kosovo, che si inserì negli anni ’90 nel quadro della dissoluzione della Federazione jugoslava fondata da Tito, durò 3 anni e provocò la morte di almeno 3.000 persone. Nel 1999 l’intervento massiccio dell’aviazione Nato a fianco delle milizie kosovaro-albanesi dell’Uck nel conflitto, condusse alla sconfitta e alla resa della Serbia, la quale dovette abbandonare la regione. Da quel momento il Kosovo è stato in preda ad una pulizia etnica alla rovescia, con migliaia di serbi messi in fuga con il terrore, decine di civili assassinati, ben 144 monasteri e chiese ortodosse distrutte. Il Kosovo dichiarò poi nel 2008 l’indipendenza unilaterale dalla Serbia, contro gli accordi di pace di Kumanovo diventati risoluzione Onu; nel 2010 la corte internazionale di giustizia ha sostenuto che la dichiarazione «non infrange il diritto internazionale né le risoluzioni Onu». Ma l’indipendenza del Kosovo non è riconosciuta da cinque stati europei, Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro Nord; né da Russia, Cina e India e tra i paesi dell’Onu, solo da 111 su 193 Stati membri. Il fatto più impediente resta però un altro: su Hashim Thaqi, leader politico-militare dell’Uck, diventato nel 2016 presidente della repubblica proprio per impedire ogni incriminazione internazionale, pende l’accusa del Rapporteur del Consiglio d’Europa Dick Marty di coinvolgimento «in un traffico di armi, droga ed organi espiantati a prigionieri civili serbi»; gli stessi capi d’accusa per i quali l’ex procuratrice del Tpi Carla Del Ponte chiede inascoltata all’Onu di incriminarlo.

Belgrado, che punta a rafforzare la sua crescita economica (+3% del Pil nel 2017) con l’ingresso nell’Ue, non ha mai interrotto il dialogo.

Ma ora l’Ue lo condiziona al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo; mentre la Serbia, che considera quel territorio culla della propria storia, dichiara che «non riconoscerà mai l’indipendenza» neppure nella versione light del «riconoscimento de facto». Malgrado ciò in 6 anni di trattative sono stati sottoscritti 17 piccoli accordi che hanno permesso alle due comunità di riprendere alcune relazioni istituzionali ed economiche. La stessa Federica Mogherini ha dichiarato che una trattativa del genere «non può essere giudicata solo in termini di rapidità temporale». Il 19 dicembre il presidente serbo Vucic ha incontrato a Mosca Putin per chiedere – vista l’insistenza di

Pristina per inserire nella trattativa gli Usa che hanno in Kosovo una mega-base militare – un ruolo di Mosca più attivo. Ricevendo un sì convinto del presidente russo.

Ivanovic non aveva mai cessato di operare per giungere a un compromesso tra Pristina e Belgrado e anzi aveva denunciato la politica del Partito Progressista Serbo di sostenere nelle elezioni del Kosovo solo liste composte da serbi. Il clima di intimidazione verso lui non si era mai fermato. Nella campagna elettorale dell’ottobre 2017 per le municipali di Mitrovica Nord (dove poi il suo partito ha conquistato tre seggi e Ivanovic è stato eletto) alcuni dei candidati del suo movimento erano stati costretti a ritirarsi. Lo stesso Ivanovic aveva dichiarato a France Presse «di essere sempre sotto la pressione di minacce» e recentemente gli era stata incendiata l’automobile.”

1565.- IL SUPERSTATO CANAGLIA. MA BERLINO (forse) SI SMARCA.

di Maurizio Blondet
“Non accetteremo mai l’occupazione e la tentata annessione della Crimea”, ha scandito Rex Tillerson a Vienna: “Le sanzioni resteranno fino a quando la Russia restituirà il pieno controllo della penisola all’Ucraina”. Poche ore dopo, volato a Parigi, vi ha incontrato il premier libanese Hariri, che aveva ritirato le dimissioni date a Ryad sotto costrizione del reuccio saudita. Tillerson ha “Incoraggiato il governo libanese e altri stati ad agire in modo più aggressivo per limitare l’attività destabilizzatrice di Hezbollah nella regione, ciò che renderà più forte e stabile il Libano”. Non importa la semplice verità, che Hezbollah nel sequestro saudita di Hariri abbia operato come forza di stabilità. Ormai è chiaro: le posizioni della Casa Bianca si sono irrigidite e puntano al conflitto con l’Iran e i suoi alleati.

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Da sinistra: Lavrov, il segretario dell’OSCE Thomas Greminger, il ministrro degli esteri austriaco Kurz e Tillerson alla riunione di Vienna. Dove il piano di Mosca per la pacificazione del Donbass è stato frantumato.

A Vienna, riunione dell’OSCE, Tillerson ha respinto e frantumato la proposta Putin (accettata cautamente da Germania e Francia) per allentare la crisi del Donbass: sostituire gli “osservatori OSCE” che nulla osservano, con caschi blu dell’ONU nelle zone separatiste, che consentano e sorveglino la tenuta di libere elezioni in vista di un ritorno in una Ucraina federale.

Per mandare a monte la proposta, il regime di Kiev – senza impegnarsi a promettere né uno status speciale per il Donbass né un’amnistia per i combattenti – ha posto due condizioni: che non solo l’ONU assuma il governo delle regioni secessioniste, ma che i Caschi Blu siano posizionati anche sul confine tra Donbass e Russia – oggi incustodito – e che fra i Caschi Blu non siano ammessi soldati russi, dato che la Russia “è parte in causa”. In realtà, per gli accordi di Minsk , Mosca non è parte in causa, bensì mediatore. E mettere truppe sul confine russo-Donbass significa affamare le popolazioni, perché da lì arrivano i rifornimenti alimentari e sanitari per i secessionisti. Il Washington Post (che è ufficialmente il quotidiano del Deep State da quando Jeff Bezos, il miliardario di Amazon, l’ha acquistato per conto della CIA) ha definito la proposta di Putin “una trappola”. A Vienna, Tillerson ha se possibile rincarato la dose: “la Russia arma, guida e combatte insieme alle forze anti-governo”, e poi appunto: “mai accetteremo l’annessione della Crimea”, eccetera. Il tono è stato tale, che il ministro Lavrov s’è detto “allarmato del tentativo di trasformare il senso della nostra proposta di sostituire l’OSCE con l’ONU”, e ha detto che a questo punto, “non ci sarebbe più processo di Minsk”.

Tillerson ha detto anche: “I russi hanno resistito a lungo ad una forza di mantenimento della pace, ma ora hanno accettato…”. Anders Rasmussen , già capo civile della NATO fino al 2014, nel forum di politica estera Berlino,ha suggerito che i Caschi Blu da piazzare in Ucraina(praticamente solo truppe NATO) dovrebbero essere diecimila. “La Russia deve capire che una normalizzazione delle relazioni tra Russia e Occidente dipende dal rapporto fra Mosca e Kiev. Questo deve capire la Russia”: Insomma secondo istruzioni, la Russia è stata messa sul banco degli accusati per non riconoscerla come mediatrice. Una tattica ben nota.

https://www.voanews.com/a/vienna-tillerson-sparred-lavrov-ukraine-conflicts/4153877.html

Il punto è tirare in lungo, mentre si affama la popolazione del Donbass. Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite ha annunciato che da febbraio interromperà le consegne di alimentari nell’Est Ucraina, per mancanza di fondi: ha chiesto ai paesi donatori 200 milioni di dollari, ne ha ricevuto solo il 30%. Nelle attuali condizioni, la popolazione nell’Ucraina orientale ha di fronte la carestia. Anche questa una tattica di guerra ibrida ben nota, vedi Yemen.

Fortuna che Lavrov non ha perso il suo proverbiale senso dell’humour. A margine dell’incontro, a proposito della decisione unilateraledi Donald di fare di GErusalemme la capitale di Sion, ha rivelato ai giornalisti. “Rex [Tillerson] mi ha lasciato capire che gli Usa si attendono di fare “l’accordo del secolo” che risolverà il conflito israelo-palestinese d’un solo colpo. Certamente vogliamo capire come vedono avvenbire questo”.

Sigmar Gabriel critica Washington e “ammira” Pechino
Da segnalare come fatto positivo il cambiamento di tono del ministro tedesco degli Esteri Sigmar Gabriel (che probabilmente resterà su quella poltrona se si riforma la grande coalizione di governo). Miracolo dello sbiadire di Angela Merkel, il 5 dicembre a Berlino, Gabriel ha ammesso che “la percezione implicita del ruolo fondamentalmente protettore degli Stati Uniti nonostante dispute occasionali, comincia a collassare”, ed ha espressamente sottolineato che questo resterà anche se Trump venisse mandato via dalla Casa Bianca. “Il ritiro degli Stati Uniti non dipende da un solo presidente. Ciò non cambierà in modo fondamentale nemmeno dopo le elezioni”. Sostanzialmente, con precisione “implacabile che fa pensare a una risoluzione operative” (così Philippe Grasset), Gabriel ha scandito: gli Usa non fanno più la loro parte; debbono diventare per noi (Germania, Europa) un blocco di potenza fra gli altri; la Germania si deve rifiutare di seguire gli Usa nelle sue avventure di politica estera che sono completamente estranee ai nostri interessi e alla nostra visione del mondo”: Qui ha citato le sanzioni alla Russia, che mettono in pericolo “gli interessi economici nostri”; sulla Siria, al contrario di Roosevelt che consigliava di “parlare piano e agitare un grosso bastone” noi “abbiamo gridato forte e agitato un bastone piccolo”; poi c’è il ripudio Usa dell’accordo con l’Iran, e adesso la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale ebraica.

Mai in nessun momento Sigmar Gabriel ha citato la NATO. Per contro, ha citato ampiamente la iniziativa One Belt One Road” (la nuova Via della Seta) come “concetto geostrategico in cui la Cina applica le sue concezioni d’ordine: politica commerciale, geografia, geopolitica, ed eventualmente anche forza militare”. Precisando subito che le sue parole “non hanno affatto lo scopo di “biasimare la Cina”, ma al contrario di “suscitare il rispetto e l’ammirazione. Noi, in Occidente, potremmo essere a giusto titolo criticati per non aver concepito alcuna strategia paragonabile”.

Possibile che Angela Kasner in arte Merkel sia così sbiadita? Che la Germania si svegli dal sonno dogmatico?

Forse contribuisce al risveglio l’interesse. Nell’ambito della One Belt One Road , Pechino guida l’iniziativa ”16 + 1” che sta rafforzando la cooperazione con 11 paesi membri della UE e cinque paesi balcanici: Albania, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia e Slovenia. La regione ha una popolazione di 120 milioni di persone.

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La ferrovia Ungheria-Serbia fatta coi cinesi. E’ solo il primo tratto di una futura rete che unirà i Balcani meridionali. Anzi, molto oltre:

 

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la linea Baku-Tbilisi -Kars che unirà il Mar Nero al Caspio.

La cooperazione ha come punta di lancia le INFRASTRUTTTURE. Il premier Orban ha stretto con la Cina un accordo per una linea ferroviaria nord-Sud dalla Polonia ai Balcani meridionali. La maggior parte degli investimenti cinesi sarà concentrata in Ungheria. Il 28 novembre è partito da Mortara il primo treno merci cinese diretto a Chendu Cina, 17 vagoni con merci italiane. La frequenza dei convogli dipenderà dall’intensià del’interscambio.

Naturalmente “nostra” classe “dirigente” ha ben più concrete preoccupazoni:

 

Altro che immigrati, delinquenza e disoccupazione….abbiamo paura dei fassisti.

1536.- La difesa comune €uropea servirà a reprimere il dissenso e a fortificare il pensiero unico dominante (di Giuseppe PALMA)

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Tutti che parlano di maggiore integrazione europea. Tutti che, con la scusa di difendere il vecchio continente dal terrorismo islamico, invocano l’esercito unico europeo e quindi l’ulteriore ed illegittima cessione di sovranità anche in campo militare. Ma la verità è un’altra: la cosiddetta “difesa comune” servirà solo a REPRIMERE i dissidenti e le voci contrarie al crimine dell’€uro, in modo tale che esista una voce sola: il pensiero unico dominante. Chi difenderà la Costituzione sarà considerato un sovversivo. Come sostenne Spinelli nel tanto osannato Manifesto di Ventotene, il passaggio dalle Nazioni all’Europa unita si avrà attraverso un processo anti-democratico, cioè con sospensione dei processi democratici. Ed è quello che sta avvenendo dal 1992 in avanti. E con particolare “violenza” dal 2011 in poi. Se ad uno Stato togli la moneta e la difesa, togli l’essenza stessa di essere Stato. I grossi gruppi finanziari divengono i veri detentori della sovranità, disponendo della vita e della morte sia delle Istituzioni che di ciascun singolo individuo. Se non dovesse rinascere un sano patriottismo costituzionale, la nostra classe politica – già da decenni totalmente asservita al capitale internazionale – svendera’ anche gli ultimi residui di Sovranità. Con l’esercito comune europeo, tanto per capirci, il soldato tedesco reprimera’ il dissenso in Italia e viceversa. Con la particolarità che entrambi non risponderanno ad organismi eletti direttamente dal popolo (in assenza di qualsivoglia controllo democratico), bensì alla Commissione europea e alla Bce.

Avv. Giuseppe PALMA

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1486.- EX CONSIGLIERE DI STATO USA: “ECCO PERCHÉ ABBIAMO UCCISO ALDO MORO”

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“La decisione di far uccidere Moro non venne presa alla leggera. Ne discutemmo a lungo, perché a nessuno piace sacrificare delle vite. Ma Cossiga mantenne ferma la rotta e così arrivammo a una soluzione molto difficile, soprattutto per lui…”

“Con la sua morte impedimmo a Berlinguer di arrivare al potere e di evitare così la destabilizzazione dell’Italia e dell’Europa».

Così parlò nel 2006 Steve Pieczenik – il consigliere di Stato USA, chiamato al fianco di Francesco Cossiga per risolvere la condizione di crisi – in un’intervista pubblicata in Francia dal giornalista Emmanuel Amara, nel libro “Nous avons tué Aldo Moro”.

Ancora prima, il 16 marzo del 2001, in una precedente dichiarazione rilasciata a “Italy Daily”, lo stesso Pieczenik disse che il suo compito per conto del governo di Washington era stato quello «…di stabilizzare l’Italia in modo che la Dc non cedesse. La paura degli americani era che un cedimento della Dc avrebbe portato consenso al Pci, già vicino a ottenere la maggioranza. In situazioni normali, nonostante le tante crisi di governo, l’Italia era sempre stata saldamente in mano alla Dc. Ma adesso, con Moro che dava segni di cedimento, la situazione era a rischio. Venne pertanto presa la decisione di non trattare. Politicamente non c’era altra scelta. Questo però significava che Moro sarebbe stato giustiziato. Il fatto è che lui non era indispensabile ai fini della stabilità dell’Italia».

Queste dichiarazioni di un esponente ufficiale del governo statunitense (assistente del segretario di Stato sotto Kissinger, Vance, Schultz, Baker) sono di dominio pubblico da tempo. Il 9 marzo 2008, sono state riportate anche dal quotidiano “La Stampa” (“Ho manipolato le br per far uccidere Moro”) e non sono mai state smentite né da Cossiga né Andreotti.

Kissinger e Napolitano al QuirinaleMa allora, come mai la magistratura italiana, ovvero la procura della Repubblica di Roma, non ha mai convocato Steve Pieczenik? Proprio Pieczenik nei primi anni Settanta fu chiamato da Henry Kissinger a lavorare come consulente presso il ministero degli Esteri, con l’approvazione di Nixon. Quel Kissinger che aveva minacciato di morte Aldo Moro e che, ai giorni nostri, è stato ricevuto come se niente fosse da Giorgio Napolitano, quello eletto da onorevoli illegittimi, che ha piazzato ben tre governi abusivi, ossia Monti, Letta, Renzi (sentenza della Corte costituzionale numero 1 del gennaio 2014) che il popolo “sovrano” non ha votato.

L’ex vicepresidente del CSM ed ex vicesegretario della Democrazia Cristiana, Giovanni Galloni, il 5 luglio 2005, in un’intervista rilasciata alla trasmissione NEXT di Rainews24, disse che poche settimane prima del rapimento, Moro gli confidò, discutendo della difficoltà di trovare i covi delle BR, di essere a conoscenza del fatto che sia i servizi americani che quelli israeliani avevano degli infiltrati nelle BR, ma che gli italiani non erano tenuti al corrente di queste attività che sarebbero potute essere d’aiuto nell’individuare i covi dei brigatisti.

Galloni sostenne anche che vi furono parecchie difficoltà a mettersi in contatto con i servizi statunitensi durante i giorni del rapimento, ma che alcune informazioni potevano tuttavia essere arrivate dagli USA: «Pecorelli scrisse che il 15 marzo 1978 sarebbe accaduto un fatto molto grave in Italia e si scoprì dopo, che Moro doveva essere rapito il giorno prima (…). L’assassinio di Pecorelli potrebbe essere stato determinato dalle cose che il giornalista era in grado di rivelare».

Lo stesso Galloni aveva già effettuato dichiarazioni simili, durante un’audizione alla Commissione Stragi il 22 luglio 1998, in cui affermò anche che durante un suo viaggio negli USA del 1976 gli era stato fatto presente che, per motivi strategici (il timore di perdere le basi militari su suolo italiano, che erano la prima linea di difesa in caso di invasione dell’Europa da parte sovietica) gli Stati Uniti erano contrari ad un governo aperto ai comunisti come quello a cui puntava Moro: «Quindi, l’entrata dei comunisti nel Governo o nella maggioranza era una questione strategica, di vita o di morte, “life or death”… come dissero, per gli Stati Uniti d’America, perché se fossero arrivati i comunisti al Governo in Italia, sicuramente loro sarebbero stati cacciati da quelle basi e questo non lo potevano permettere a nessun costo. Qui si verificavano le divisioni tra colombe e falchi. I falchi affermavano in modo minaccioso che questo non lo avrebbero mai permesso, costi quel che costi, per cui vedevo dietro questa affermazione colpi di Stato, insurrezioni e cose del genere».

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La prigione di Aldo Moro, nel cuore di Roma, ovvero nel quartiere ebraico, ad un soffio da via Caetani dove il 9 maggio 1978, fu ritrovato il corpo senza vita dello statista, era ben nota al governo di allora (Cossiga e Andreotti). Il 16 marzo 1978, la strage di via Fani fu compiuta da uomini dei servizi segreti italiani. Era presente in loco il colonnello Guglielmi. Quei cosiddetti brigatisti rossi non sapevano neanche tenere in mano un’arma giocattolo, figuriamoci sparare con armi vere e assassinare due carabinieri e tre poliziotti. Mai come allora, gli apparati di cosiddetta sicurezza italian, unitamente alle forze dell’ordine, mostrarono una così grande inettitudine voluta.

I brigatisti grazie a una trattativa segreta con lo Stato tricolore sono oggi tutti liberi. Come se la spassano adesso Valerio Morucci (vari ergastoli), Mario Moretti (condannato a 6 ergastoli) e Barbara Balzerani? A proposito: le carte sulla vicenda Moro, in barba alla legge vigente, sono ancora sottoposte all’impermeabile segreto di Stato, nonostante i proclami propagandistici di Renzi.

Anche per questo siamo una colonia a stelle e strisce, un’Italietta delle banane eterodiretta dall’estero, a sovranità inesistente.

Articolo di Gianni Lannes

Fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2015/03/il-governo-usa-abbiamo-ucciso-aldo-moro.html

1404.- In Italia ci sono 70 bombe nucleari americane, ma non si possono più fare domande

Da sempre c’è stretto riserbo sulle armi nucleari americane nel nostro Paese. Eppure secondo le stime siamo la nazione che ospita il maggior numero di queste bombe sul suolo europeo. Erano circa 70, ma, dopo il golpetto anti Erdogan, sembra vi si siano aggiunte le quasi altrettante B-61 della base turca di Incirlik. Da qualche settimana il Pentagono ha deciso di secretare anche i report sulla sicurezza degli arsenali.

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Sarebbero almeno settanta gli ordigni nucleari ospitati nel nostro paese. Un record. Secondo gli esperti siamo la nazione con il più alto numero di armamenti atomici americani stoccati sul suolo europeo. Poco meno della metà, rispetto a un totale di 180 bombe. Un arsenale nucleare presente in due diverse basi militari, ad Aviano e Ghedi. Il condizionale è d’obbligo. Anche perché da sempre sulla vicenda pesa uno stretto riserbo. Un silenzio destinato a rimanere tale, considerando che alcune settimane fa il Pentagono ha deciso di secretare anche le poche informazioni finora disponibili, relative ai report sulla sicurezza degli arsenali.

Intanto la vicenda torna ancora una volta in Parlamento. A Montecitorio i deputati di Sinistra Italiana e Movimento Cinque Stelle provano ad accendere i riflettori sulla questione. Le premesse sono note. Fin dai primi anni Settanta l’Italia ha ratificato il trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Un documento che oltre ad impegnare i firmatari a interrompere la corsa agli armamenti, fissava alcuni precisi paletti. In particolare, ognuno dei paesi militarmente non nucleari, come il nostro, si impegnava «a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi». Ipotesi che secondo alcuni confligge con la presenza italiana all’interno dell’Alleanza atlantica. «In contrasto con tale impegno – si legge nella mozione a prima firma Giulio Marcon – l’Italia continua a mettere a disposizione il proprio territorio per l’installazione, il transito, la detenzione e l’uso di armi nucleari». Il documento parlamentare cita i dati della Federation of American Scientists, importante organizzazione scientifica con sede a Washington. E la stima di almeno settanta ordigni nucleari americani sul nostro territorio. Ma ricorda anche l’accordo di condivisione nucleare della Nato che impegna in prima persona il nostro Paese. Un trattato che oltre allo stoccaggio degli ordigni – sotto il controllo degli Stati Uniti – prevede «l’addestramento di piloti italiani per il possibile uso delle armi e la partecipazione italiana alle riunioni del Nuclear Planning Group della Nato». Ovviamente non siamo i soli. Insieme all’Italia – che pure detiene il primato per numero di bombe – continuano a ospitare armi nucleari tattiche statunitensi (Ant), anche membri dell’alleanza atlantica come Olanda, Belgio e Germania.

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Sarebbero settanta o addirittura 134 su un totale di 180 bombe in Europa, gli ordigni nucleari americani ospitati nel nostro paese.

 

Di quali ordigni si tratta? «Il tipo di arma nucleare a disposizione della Nato attualmente ospitata sul territorio europeo è la bomba B-61» certifica la mozione Cinque Stelle. Oggi sono in servizio alcune versioni che risalgono al periodo 1979-1989, le B-61-3, B-61-4 e B-61-10. Ordigni che possono essere trasportati da aerei da guerra statunitensi, ma anche da velivoli delle forze aeree europee, compresi i nostri Tornado. «Con varie opzioni di potenza da 0,3 a 170 chilotoni». Intanto gli Stati Uniti stanno rinnovando il loro arsenale nucleare. L’ultima versione delle bombe sono le B-61-12, che, con ogni probabilità, presto arriveranno anche nel nostro paese. Ordigni moderni, di grande potenza, che potranno essere trasportati sui nuovi F-35. I famosi cacciabombardieri di cui si sta dotando, tra le polemiche degli ultimi anni, anche l’Italia.

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Siamo un Paese che ha rinunciato all’energia atomica, da sempre in prima linea nelle campagne internazionali contro la proliferazione di armi nucleari. Eppure i cacciabombardieri F-35 della nostra Aeronautica potranno essere armati proprio con ordigni nucleari.

Come è noto, finora la questione è sempre stata trattata con la massima riservatezza. Pochissime le informazioni sull’arsenale nucleare ospitato nel territorio italiano. Del resto ogni paese membro della Nato ha precisi obblighi a riguardo. Già nel febbraio 2014, rispondendo a un’interrogazione della deputata M5S Tatiana Basilio, l’allora ministro della Difesa Mario Mauro aveva confermato la linea. «Con riferimento alla questione della presenza di armi nucleari in Europa – le sue parole – si fa rilevare che l’Alleanza, pur mantenendo un atteggiamento assolutamente trasparente sulla propria strategia nucleare e sulla natura del proprio dispositivo in Europa, non può agire, tuttavia, a discapito della sicurezza di questo dispositivo e della riservatezza che è indispensabile avere in relazione ai siti, la loro dislocazione, i quantitativi e la tipologia di armamento in essi contenuti».

«Le poche informazioni di cui si dispone – si legge nella mozione di Sinistra Italiana – provengono in gran parte dai rapporti delle ispezioni sulla sicurezza degli arsenali nucleari, rilasciati dal Pentagono». Documenti ufficiali in cui veniva quantomeno indicata la presenza di eventuali rischi o problemi legati allo stoccaggio degli ordigni. Adesso è calato il silenzio anche su questi report

Se il governo italiano non ha mai fornito informazioni a riguardo, fino a poco tempo fa esisteva comunque una forma di trasparenza, seppure molto limitata. Ne parla il documento depositato dai deputati di Sinistra Italiana. «Le poche informazioni di cui si dispone – si legge – provengono in gran parte dai rapporti delle ispezioni sulla sicurezza degli arsenali nucleari, rilasciati dal Pentagono». Documenti ufficiali in cui veniva quantomeno indicato il rispetto delle procedure di sicurezza e la presenza di eventuali rischi o problemi legati allo stoccaggio degli ordigni. Adesso è calato il silenzio anche su questi report. Come si legge nel documento parlamentare, depositato a fine luglio, «per effetto di una decisione della US Air Force e del Joint Chiefs of Staff, gli Usa hanno deciso di secretare anche tali report, rendendo impossibile l’accesso anche a queste informazioni minime».

Il Parlamento italiano è chiamato a discutere anche di questo. I documenti di Cinque stelle e Sinistra Italiana, che saranno votati in Aula, elencano una serie di impegni per il nostro governo. I grillini chiedono di presentare in Parlamento i dettagli sulla presenza di armi nucleari nel nostro Paese, la loro dislocazione e potenza. Ma chiedono anche di eliminare ogni possibile utilizzo di questi ordigni da parte delle nostre Forze armate, arrivando a ipotizzare il divieto di attracco nei nostri porti per navi e sommergibili, anche di paesi alleati, che abbiano a bordo armi nucleari. I deputati di Sinistra Italiana vanno oltre, chiedendo la rimozione immediata di qualsiasi ordigno nucleare presente sul nostro territorio. «Liberando gli italiani – si legge – dalla minaccia che essi rappresentano». E invitano l’esecutivo a criticare la decisione del Pentagono di secretare i report delle ispezioni sulla sicurezza degli armamenti stoccati nel nostro paese.

Guerra-nucleare