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1631.- KOSOVO: La Corte Speciale per i crimini dell’UCK è sotto attacco, sale la tensione. Esecuzione a Mitrovica Nord.

Riccardo Celeghini

La Corte Speciale per i crimini commessi dall’Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK) è già a rischio prima di cominciare. Le forze politiche al governo in Kosovo, difatti, minacciano di abrogare quest’organo, nato con il compito di perseguire i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità ed altri crimini commessi tra il 1998 e il 2000 dall’UÇK nella sua guerra contro le forze della Serbia di Slobodan Milošević. Il tentativo è stato per ora frenato dalla comunità internazionale, che ha reagito duramente contro una mossa che mette a serio rischio le relazioni esterne del paese, proprio nell’anno in cui si festeggia il decennale dell’indipendenza.

Il blitz di dicembre

Il tentativo di fermare l’azione della Corte Speciale è stato reso pubblico la sera del 22 dicembre scorso. In quella data, 43 deputati appartenenti ai partiti di maggioranza hanno firmato una richiesta di sessione straordinaria del parlamento per revocare la legge che nel 2015 ha creato la Corte stessa. Solo un massiccio intervento degli attori internazionali presenti in Kosovo ha bloccato la proposta. L’ambasciatore americano ha parlato di una pugnalata alle spalle degli Stati Uniti, quello britannico della peggior notte nella storia del Kosovo dai tempi della guerra, mentre l’Ufficio dell’Unione europea ha definito la scelta come spaventosa.

L’attacco del governo

Questa presa di posizione immediata ha fermato l’iniziativa, ma non ha placato le polemiche. Già ad inizio del nuovo anno, gli attacchi contro la Corte sono ripresi. La critica maggiore espressa da diversi esponenti politici è che quest’organo giudiziario rappresenta uno strumento volto a punire la popolazione albanese e la sua lotta contro un regime discriminatorio quale era quello di Milošević. Una posizione condivisa dai tre partiti di governo, l’Alleanza per il futuro del Kosovo (AAK), il Partito Democratico del Kosovo (PDK) e Iniziativa – NISMA, tutti guidati da ex-leader dell’UÇK.

Il primo ministro Ramush Haradinaj si è detto fermamente contrario alla Corte, sostenendo il tentativo di abrogarla. Ancora più duro ci è andato suo fratello, Daut, deputato per il suo stesso partito, l’AAK, che ha lanciato velate minacce: ad i primi arresti, ha dichiarato, gli ex-militanti dell’UÇK sono pronti a mobilitarsi. Più diplomatico è stato il presidente della Repubblica e storico leader della guerriglia albanese durante la guerra, Hashim Thaçi. Thaçi, fondatore del PDK, ha fatto sapere che per ora l’impegno preso rimane, ma il parlamento è sovrano e può decidere, se c’è la maggioranza, di abolire la Corte.

Le preoccupazioni della comunità internazionale

Che la temperatura intorno alla questione sia ancora alta lo dimostra il viaggio a Pristina di due inviati di Francia e Germania per le questioni relative ai Balcani occidentali, avvenuto il 10 gennaio. I due diplomatici hanno incontrato le più alte cariche dello stato, ricordando come un nuovo tentativo del parlamento di abolire la Corte danneggerebbe pesantemente le relazioni tra il Kosovo ed i suoi partner occidentali. Un concetto ribadito ancora dall’Unione europea due giorni dopo con un comunicato ufficiale. Le preoccupazioni sono dovute al fatto che la richiesta dei 43 deputati non è stata stralciata, dunque potrebbe essere sottoposta a breve alla presidenza dell’assemblea, e, se approvata, andare al voto in aula.

I rischi che sta correndo il Kosovo sono altissimi. In un contesto già complicato dai casi legati al mancato accordo per la definizione dei confini con il Montenegro e ai ritardi della messa in atto dell’Accordo di Bruxelles raggiunto con la Serbia, nonché dal recentissimo omicidio di uno dei leader della comunità serba, Oliver Ivanović, gli attacchi alla Corte stanno innervosendo ulteriormente i paesi europei e gli Stati Uniti. Un’azione così mirata e aggressiva lascia fortemente intendere che i primi rinvii a giudizio stanno per arrivare, e non è escluso che toccheranno le più alte cariche istituzionali del Kosovo. L’atmosfera che si respira oggi lascia intendere che se questo accadrà, i rischi di tensioni nel paese sono reali.

Le origini della Corte

La Corte Speciale, propriamente chiamata Specialist Chambers and Specialist Prosecutor’s Office, è nata per perseguire i presunti crimini commessi dall’UÇK contro civili serbi, rom ed albanesi, sulla base delle accuse raccolte in un report del 2011 del Consiglio d’Europa. Proprio da questo report è nata la Special Investigative Task Force (SITF), che dal 2011 ad oggi ha condotto un vasto numero di indagini. La Corte Speciale è stata formata proprio con l’intento di giudicare i responsabili dei presunti crimini sulla base di quanto raccolto dalla SITF. A differenza del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, la Corte Speciale deve la sua fondazione ad una legge approvata dal parlamento di Pristina, dunque è parte del sistema giuridico kosovaro, ma, proprio come il Tribunale, ha sede a l’Aja e ha giudici internazionali, per garantirne la sicurezza. La Corte dovrebbe emettere i primi rinvii a giudizio nelle prossime settimane.

Intanto, leggendo da Yurii Colombo de il Manifesto, apprendiamo di una esecuzione a Mitrovica Nord: assassinato da professionisti della morte il leader serbo Oliver Ivanovic
Kosovo/Serbia. Il presidente serbo Vucic ritira la delegazione dal negoziato di pace di Bruxelles

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“Rischia di deragliare il già difficile negoziato tra Serbia e Kosovo, dopo che ieri mattina a Mitrovica Nord è stato assassinato – con esecuzione «professionale» – Oliver Ivanovic, 64 anni, leader dei serbi in Kosovo. Era stato segretario di Stato in Serbia dal 2008 al 2012 presso il ministero per il Kosovo-Metohja; già guida nel 1999 dei «guardiani del ponte», la difesa serba di Mitrovica, ancora divisa in due sul fiume Ibar; e aveva fondato da qualche anno il movimento civico Sloboda, Demokratija, Pravda che punta sulla pace e la convivenza.
Malgrado fosse stato accusato di crimini contro i civili kosovaro-albanesi nel 1999, Ivanovic si è sempre proclamato innocente.

Condannato in primo grado a 9 anni di reclusione, ha trascorso quasi 3 anni in carcere, nel febbraio del 2017 il tribunale kosovaro ha annullato la condanna ordinando un nuovo processo. Una « assoluzione» contro cui si è scatenata una dura campagna dei kosovaro-albanesi di Pristina.

Anche se non rivendicato, l’omicidio è avvenuto con una puntualità che non lascia dubbi: proprio infatti ieri a Bruxelles dovevano riprendere le trattative tra i rappresentati di Belgrado e di Pristina. Il presidente serbo Alexander Vucic, malgrado le autorità di Pristina si siano precipitate a condannare l’attentato, ha richiamato in patria la sua delegazione convocando d’urgenza il Consiglio di sicurezza nazionale su questo «attacco terroristico contro gli interessi serbi».

La guerra del Kosovo, che si inserì negli anni ’90 nel quadro della dissoluzione della Federazione jugoslava fondata da Tito, durò 3 anni e provocò la morte di almeno 3.000 persone. Nel 1999 l’intervento massiccio dell’aviazione Nato a fianco delle milizie kosovaro-albanesi dell’Uck nel conflitto, condusse alla sconfitta e alla resa della Serbia, la quale dovette abbandonare la regione. Da quel momento il Kosovo è stato in preda ad una pulizia etnica alla rovescia, con migliaia di serbi messi in fuga con il terrore, decine di civili assassinati, ben 144 monasteri e chiese ortodosse distrutte. Il Kosovo dichiarò poi nel 2008 l’indipendenza unilaterale dalla Serbia, contro gli accordi di pace di Kumanovo diventati risoluzione Onu; nel 2010 la corte internazionale di giustizia ha sostenuto che la dichiarazione «non infrange il diritto internazionale né le risoluzioni Onu». Ma l’indipendenza del Kosovo non è riconosciuta da cinque stati europei, Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro Nord; né da Russia, Cina e India e tra i paesi dell’Onu, solo da 111 su 193 Stati membri. Il fatto più impediente resta però un altro: su Hashim Thaqi, leader politico-militare dell’Uck, diventato nel 2016 presidente della repubblica proprio per impedire ogni incriminazione internazionale, pende l’accusa del Rapporteur del Consiglio d’Europa Dick Marty di coinvolgimento «in un traffico di armi, droga ed organi espiantati a prigionieri civili serbi»; gli stessi capi d’accusa per i quali l’ex procuratrice del Tpi Carla Del Ponte chiede inascoltata all’Onu di incriminarlo.

Belgrado, che punta a rafforzare la sua crescita economica (+3% del Pil nel 2017) con l’ingresso nell’Ue, non ha mai interrotto il dialogo.

Ma ora l’Ue lo condiziona al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo; mentre la Serbia, che considera quel territorio culla della propria storia, dichiara che «non riconoscerà mai l’indipendenza» neppure nella versione light del «riconoscimento de facto». Malgrado ciò in 6 anni di trattative sono stati sottoscritti 17 piccoli accordi che hanno permesso alle due comunità di riprendere alcune relazioni istituzionali ed economiche. La stessa Federica Mogherini ha dichiarato che una trattativa del genere «non può essere giudicata solo in termini di rapidità temporale». Il 19 dicembre il presidente serbo Vucic ha incontrato a Mosca Putin per chiedere – vista l’insistenza di

Pristina per inserire nella trattativa gli Usa che hanno in Kosovo una mega-base militare – un ruolo di Mosca più attivo. Ricevendo un sì convinto del presidente russo.

Ivanovic non aveva mai cessato di operare per giungere a un compromesso tra Pristina e Belgrado e anzi aveva denunciato la politica del Partito Progressista Serbo di sostenere nelle elezioni del Kosovo solo liste composte da serbi. Il clima di intimidazione verso lui non si era mai fermato. Nella campagna elettorale dell’ottobre 2017 per le municipali di Mitrovica Nord (dove poi il suo partito ha conquistato tre seggi e Ivanovic è stato eletto) alcuni dei candidati del suo movimento erano stati costretti a ritirarsi. Lo stesso Ivanovic aveva dichiarato a France Presse «di essere sempre sotto la pressione di minacce» e recentemente gli era stata incendiata l’automobile.”

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1565.- IL SUPERSTATO CANAGLIA. MA BERLINO (forse) SI SMARCA.

di Maurizio Blondet
“Non accetteremo mai l’occupazione e la tentata annessione della Crimea”, ha scandito Rex Tillerson a Vienna: “Le sanzioni resteranno fino a quando la Russia restituirà il pieno controllo della penisola all’Ucraina”. Poche ore dopo, volato a Parigi, vi ha incontrato il premier libanese Hariri, che aveva ritirato le dimissioni date a Ryad sotto costrizione del reuccio saudita. Tillerson ha “Incoraggiato il governo libanese e altri stati ad agire in modo più aggressivo per limitare l’attività destabilizzatrice di Hezbollah nella regione, ciò che renderà più forte e stabile il Libano”. Non importa la semplice verità, che Hezbollah nel sequestro saudita di Hariri abbia operato come forza di stabilità. Ormai è chiaro: le posizioni della Casa Bianca si sono irrigidite e puntano al conflitto con l’Iran e i suoi alleati.

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Da sinistra: Lavrov, il segretario dell’OSCE Thomas Greminger, il ministrro degli esteri austriaco Kurz e Tillerson alla riunione di Vienna. Dove il piano di Mosca per la pacificazione del Donbass è stato frantumato.

A Vienna, riunione dell’OSCE, Tillerson ha respinto e frantumato la proposta Putin (accettata cautamente da Germania e Francia) per allentare la crisi del Donbass: sostituire gli “osservatori OSCE” che nulla osservano, con caschi blu dell’ONU nelle zone separatiste, che consentano e sorveglino la tenuta di libere elezioni in vista di un ritorno in una Ucraina federale.

Per mandare a monte la proposta, il regime di Kiev – senza impegnarsi a promettere né uno status speciale per il Donbass né un’amnistia per i combattenti – ha posto due condizioni: che non solo l’ONU assuma il governo delle regioni secessioniste, ma che i Caschi Blu siano posizionati anche sul confine tra Donbass e Russia – oggi incustodito – e che fra i Caschi Blu non siano ammessi soldati russi, dato che la Russia “è parte in causa”. In realtà, per gli accordi di Minsk , Mosca non è parte in causa, bensì mediatore. E mettere truppe sul confine russo-Donbass significa affamare le popolazioni, perché da lì arrivano i rifornimenti alimentari e sanitari per i secessionisti. Il Washington Post (che è ufficialmente il quotidiano del Deep State da quando Jeff Bezos, il miliardario di Amazon, l’ha acquistato per conto della CIA) ha definito la proposta di Putin “una trappola”. A Vienna, Tillerson ha se possibile rincarato la dose: “la Russia arma, guida e combatte insieme alle forze anti-governo”, e poi appunto: “mai accetteremo l’annessione della Crimea”, eccetera. Il tono è stato tale, che il ministro Lavrov s’è detto “allarmato del tentativo di trasformare il senso della nostra proposta di sostituire l’OSCE con l’ONU”, e ha detto che a questo punto, “non ci sarebbe più processo di Minsk”.

Tillerson ha detto anche: “I russi hanno resistito a lungo ad una forza di mantenimento della pace, ma ora hanno accettato…”. Anders Rasmussen , già capo civile della NATO fino al 2014, nel forum di politica estera Berlino,ha suggerito che i Caschi Blu da piazzare in Ucraina(praticamente solo truppe NATO) dovrebbero essere diecimila. “La Russia deve capire che una normalizzazione delle relazioni tra Russia e Occidente dipende dal rapporto fra Mosca e Kiev. Questo deve capire la Russia”: Insomma secondo istruzioni, la Russia è stata messa sul banco degli accusati per non riconoscerla come mediatrice. Una tattica ben nota.

https://www.voanews.com/a/vienna-tillerson-sparred-lavrov-ukraine-conflicts/4153877.html

Il punto è tirare in lungo, mentre si affama la popolazione del Donbass. Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite ha annunciato che da febbraio interromperà le consegne di alimentari nell’Est Ucraina, per mancanza di fondi: ha chiesto ai paesi donatori 200 milioni di dollari, ne ha ricevuto solo il 30%. Nelle attuali condizioni, la popolazione nell’Ucraina orientale ha di fronte la carestia. Anche questa una tattica di guerra ibrida ben nota, vedi Yemen.

Fortuna che Lavrov non ha perso il suo proverbiale senso dell’humour. A margine dell’incontro, a proposito della decisione unilateraledi Donald di fare di GErusalemme la capitale di Sion, ha rivelato ai giornalisti. “Rex [Tillerson] mi ha lasciato capire che gli Usa si attendono di fare “l’accordo del secolo” che risolverà il conflito israelo-palestinese d’un solo colpo. Certamente vogliamo capire come vedono avvenbire questo”.

Sigmar Gabriel critica Washington e “ammira” Pechino
Da segnalare come fatto positivo il cambiamento di tono del ministro tedesco degli Esteri Sigmar Gabriel (che probabilmente resterà su quella poltrona se si riforma la grande coalizione di governo). Miracolo dello sbiadire di Angela Merkel, il 5 dicembre a Berlino, Gabriel ha ammesso che “la percezione implicita del ruolo fondamentalmente protettore degli Stati Uniti nonostante dispute occasionali, comincia a collassare”, ed ha espressamente sottolineato che questo resterà anche se Trump venisse mandato via dalla Casa Bianca. “Il ritiro degli Stati Uniti non dipende da un solo presidente. Ciò non cambierà in modo fondamentale nemmeno dopo le elezioni”. Sostanzialmente, con precisione “implacabile che fa pensare a una risoluzione operative” (così Philippe Grasset), Gabriel ha scandito: gli Usa non fanno più la loro parte; debbono diventare per noi (Germania, Europa) un blocco di potenza fra gli altri; la Germania si deve rifiutare di seguire gli Usa nelle sue avventure di politica estera che sono completamente estranee ai nostri interessi e alla nostra visione del mondo”: Qui ha citato le sanzioni alla Russia, che mettono in pericolo “gli interessi economici nostri”; sulla Siria, al contrario di Roosevelt che consigliava di “parlare piano e agitare un grosso bastone” noi “abbiamo gridato forte e agitato un bastone piccolo”; poi c’è il ripudio Usa dell’accordo con l’Iran, e adesso la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale ebraica.

Mai in nessun momento Sigmar Gabriel ha citato la NATO. Per contro, ha citato ampiamente la iniziativa One Belt One Road” (la nuova Via della Seta) come “concetto geostrategico in cui la Cina applica le sue concezioni d’ordine: politica commerciale, geografia, geopolitica, ed eventualmente anche forza militare”. Precisando subito che le sue parole “non hanno affatto lo scopo di “biasimare la Cina”, ma al contrario di “suscitare il rispetto e l’ammirazione. Noi, in Occidente, potremmo essere a giusto titolo criticati per non aver concepito alcuna strategia paragonabile”.

Possibile che Angela Kasner in arte Merkel sia così sbiadita? Che la Germania si svegli dal sonno dogmatico?

Forse contribuisce al risveglio l’interesse. Nell’ambito della One Belt One Road , Pechino guida l’iniziativa ”16 + 1” che sta rafforzando la cooperazione con 11 paesi membri della UE e cinque paesi balcanici: Albania, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia e Slovenia. La regione ha una popolazione di 120 milioni di persone.

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La ferrovia Ungheria-Serbia fatta coi cinesi. E’ solo il primo tratto di una futura rete che unirà i Balcani meridionali. Anzi, molto oltre:

 

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la linea Baku-Tbilisi -Kars che unirà il Mar Nero al Caspio.

La cooperazione ha come punta di lancia le INFRASTRUTTTURE. Il premier Orban ha stretto con la Cina un accordo per una linea ferroviaria nord-Sud dalla Polonia ai Balcani meridionali. La maggior parte degli investimenti cinesi sarà concentrata in Ungheria. Il 28 novembre è partito da Mortara il primo treno merci cinese diretto a Chendu Cina, 17 vagoni con merci italiane. La frequenza dei convogli dipenderà dall’intensià del’interscambio.

Naturalmente “nostra” classe “dirigente” ha ben più concrete preoccupazoni:

 

Altro che immigrati, delinquenza e disoccupazione….abbiamo paura dei fassisti.

1536.- La difesa comune €uropea servirà a reprimere il dissenso e a fortificare il pensiero unico dominante (di Giuseppe PALMA)

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Tutti che parlano di maggiore integrazione europea. Tutti che, con la scusa di difendere il vecchio continente dal terrorismo islamico, invocano l’esercito unico europeo e quindi l’ulteriore ed illegittima cessione di sovranità anche in campo militare. Ma la verità è un’altra: la cosiddetta “difesa comune” servirà solo a REPRIMERE i dissidenti e le voci contrarie al crimine dell’€uro, in modo tale che esista una voce sola: il pensiero unico dominante. Chi difenderà la Costituzione sarà considerato un sovversivo. Come sostenne Spinelli nel tanto osannato Manifesto di Ventotene, il passaggio dalle Nazioni all’Europa unita si avrà attraverso un processo anti-democratico, cioè con sospensione dei processi democratici. Ed è quello che sta avvenendo dal 1992 in avanti. E con particolare “violenza” dal 2011 in poi. Se ad uno Stato togli la moneta e la difesa, togli l’essenza stessa di essere Stato. I grossi gruppi finanziari divengono i veri detentori della sovranità, disponendo della vita e della morte sia delle Istituzioni che di ciascun singolo individuo. Se non dovesse rinascere un sano patriottismo costituzionale, la nostra classe politica – già da decenni totalmente asservita al capitale internazionale – svendera’ anche gli ultimi residui di Sovranità. Con l’esercito comune europeo, tanto per capirci, il soldato tedesco reprimera’ il dissenso in Italia e viceversa. Con la particolarità che entrambi non risponderanno ad organismi eletti direttamente dal popolo (in assenza di qualsivoglia controllo democratico), bensì alla Commissione europea e alla Bce.

Avv. Giuseppe PALMA

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1486.- EX CONSIGLIERE DI STATO USA: “ECCO PERCHÉ ABBIAMO UCCISO ALDO MORO”

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“La decisione di far uccidere Moro non venne presa alla leggera. Ne discutemmo a lungo, perché a nessuno piace sacrificare delle vite. Ma Cossiga mantenne ferma la rotta e così arrivammo a una soluzione molto difficile, soprattutto per lui…”

“Con la sua morte impedimmo a Berlinguer di arrivare al potere e di evitare così la destabilizzazione dell’Italia e dell’Europa».

Così parlò nel 2006 Steve Pieczenik – il consigliere di Stato USA, chiamato al fianco di Francesco Cossiga per risolvere la condizione di crisi – in un’intervista pubblicata in Francia dal giornalista Emmanuel Amara, nel libro “Nous avons tué Aldo Moro”.

Ancora prima, il 16 marzo del 2001, in una precedente dichiarazione rilasciata a “Italy Daily”, lo stesso Pieczenik disse che il suo compito per conto del governo di Washington era stato quello «…di stabilizzare l’Italia in modo che la Dc non cedesse. La paura degli americani era che un cedimento della Dc avrebbe portato consenso al Pci, già vicino a ottenere la maggioranza. In situazioni normali, nonostante le tante crisi di governo, l’Italia era sempre stata saldamente in mano alla Dc. Ma adesso, con Moro che dava segni di cedimento, la situazione era a rischio. Venne pertanto presa la decisione di non trattare. Politicamente non c’era altra scelta. Questo però significava che Moro sarebbe stato giustiziato. Il fatto è che lui non era indispensabile ai fini della stabilità dell’Italia».

Queste dichiarazioni di un esponente ufficiale del governo statunitense (assistente del segretario di Stato sotto Kissinger, Vance, Schultz, Baker) sono di dominio pubblico da tempo. Il 9 marzo 2008, sono state riportate anche dal quotidiano “La Stampa” (“Ho manipolato le br per far uccidere Moro”) e non sono mai state smentite né da Cossiga né Andreotti.

Kissinger e Napolitano al QuirinaleMa allora, come mai la magistratura italiana, ovvero la procura della Repubblica di Roma, non ha mai convocato Steve Pieczenik? Proprio Pieczenik nei primi anni Settanta fu chiamato da Henry Kissinger a lavorare come consulente presso il ministero degli Esteri, con l’approvazione di Nixon. Quel Kissinger che aveva minacciato di morte Aldo Moro e che, ai giorni nostri, è stato ricevuto come se niente fosse da Giorgio Napolitano, quello eletto da onorevoli illegittimi, che ha piazzato ben tre governi abusivi, ossia Monti, Letta, Renzi (sentenza della Corte costituzionale numero 1 del gennaio 2014) che il popolo “sovrano” non ha votato.

L’ex vicepresidente del CSM ed ex vicesegretario della Democrazia Cristiana, Giovanni Galloni, il 5 luglio 2005, in un’intervista rilasciata alla trasmissione NEXT di Rainews24, disse che poche settimane prima del rapimento, Moro gli confidò, discutendo della difficoltà di trovare i covi delle BR, di essere a conoscenza del fatto che sia i servizi americani che quelli israeliani avevano degli infiltrati nelle BR, ma che gli italiani non erano tenuti al corrente di queste attività che sarebbero potute essere d’aiuto nell’individuare i covi dei brigatisti.

Galloni sostenne anche che vi furono parecchie difficoltà a mettersi in contatto con i servizi statunitensi durante i giorni del rapimento, ma che alcune informazioni potevano tuttavia essere arrivate dagli USA: «Pecorelli scrisse che il 15 marzo 1978 sarebbe accaduto un fatto molto grave in Italia e si scoprì dopo, che Moro doveva essere rapito il giorno prima (…). L’assassinio di Pecorelli potrebbe essere stato determinato dalle cose che il giornalista era in grado di rivelare».

Lo stesso Galloni aveva già effettuato dichiarazioni simili, durante un’audizione alla Commissione Stragi il 22 luglio 1998, in cui affermò anche che durante un suo viaggio negli USA del 1976 gli era stato fatto presente che, per motivi strategici (il timore di perdere le basi militari su suolo italiano, che erano la prima linea di difesa in caso di invasione dell’Europa da parte sovietica) gli Stati Uniti erano contrari ad un governo aperto ai comunisti come quello a cui puntava Moro: «Quindi, l’entrata dei comunisti nel Governo o nella maggioranza era una questione strategica, di vita o di morte, “life or death”… come dissero, per gli Stati Uniti d’America, perché se fossero arrivati i comunisti al Governo in Italia, sicuramente loro sarebbero stati cacciati da quelle basi e questo non lo potevano permettere a nessun costo. Qui si verificavano le divisioni tra colombe e falchi. I falchi affermavano in modo minaccioso che questo non lo avrebbero mai permesso, costi quel che costi, per cui vedevo dietro questa affermazione colpi di Stato, insurrezioni e cose del genere».

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La prigione di Aldo Moro, nel cuore di Roma, ovvero nel quartiere ebraico, ad un soffio da via Caetani dove il 9 maggio 1978, fu ritrovato il corpo senza vita dello statista, era ben nota al governo di allora (Cossiga e Andreotti). Il 16 marzo 1978, la strage di via Fani fu compiuta da uomini dei servizi segreti italiani. Era presente in loco il colonnello Guglielmi. Quei cosiddetti brigatisti rossi non sapevano neanche tenere in mano un’arma giocattolo, figuriamoci sparare con armi vere e assassinare due carabinieri e tre poliziotti. Mai come allora, gli apparati di cosiddetta sicurezza italian, unitamente alle forze dell’ordine, mostrarono una così grande inettitudine voluta.

I brigatisti grazie a una trattativa segreta con lo Stato tricolore sono oggi tutti liberi. Come se la spassano adesso Valerio Morucci (vari ergastoli), Mario Moretti (condannato a 6 ergastoli) e Barbara Balzerani? A proposito: le carte sulla vicenda Moro, in barba alla legge vigente, sono ancora sottoposte all’impermeabile segreto di Stato, nonostante i proclami propagandistici di Renzi.

Anche per questo siamo una colonia a stelle e strisce, un’Italietta delle banane eterodiretta dall’estero, a sovranità inesistente.

Articolo di Gianni Lannes

Fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2015/03/il-governo-usa-abbiamo-ucciso-aldo-moro.html

1404.- In Italia ci sono 70 bombe nucleari americane, ma non si possono più fare domande

Da sempre c’è stretto riserbo sulle armi nucleari americane nel nostro Paese. Eppure secondo le stime siamo la nazione che ospita il maggior numero di queste bombe sul suolo europeo. Erano circa 70, ma, dopo il golpetto anti Erdogan, sembra vi si siano aggiunte le quasi altrettante B-61 della base turca di Incirlik. Da qualche settimana il Pentagono ha deciso di secretare anche i report sulla sicurezza degli arsenali.

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Sarebbero almeno settanta gli ordigni nucleari ospitati nel nostro paese. Un record. Secondo gli esperti siamo la nazione con il più alto numero di armamenti atomici americani stoccati sul suolo europeo. Poco meno della metà, rispetto a un totale di 180 bombe. Un arsenale nucleare presente in due diverse basi militari, ad Aviano e Ghedi. Il condizionale è d’obbligo. Anche perché da sempre sulla vicenda pesa uno stretto riserbo. Un silenzio destinato a rimanere tale, considerando che alcune settimane fa il Pentagono ha deciso di secretare anche le poche informazioni finora disponibili, relative ai report sulla sicurezza degli arsenali.

Intanto la vicenda torna ancora una volta in Parlamento. A Montecitorio i deputati di Sinistra Italiana e Movimento Cinque Stelle provano ad accendere i riflettori sulla questione. Le premesse sono note. Fin dai primi anni Settanta l’Italia ha ratificato il trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Un documento che oltre ad impegnare i firmatari a interrompere la corsa agli armamenti, fissava alcuni precisi paletti. In particolare, ognuno dei paesi militarmente non nucleari, come il nostro, si impegnava «a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi». Ipotesi che secondo alcuni confligge con la presenza italiana all’interno dell’Alleanza atlantica. «In contrasto con tale impegno – si legge nella mozione a prima firma Giulio Marcon – l’Italia continua a mettere a disposizione il proprio territorio per l’installazione, il transito, la detenzione e l’uso di armi nucleari». Il documento parlamentare cita i dati della Federation of American Scientists, importante organizzazione scientifica con sede a Washington. E la stima di almeno settanta ordigni nucleari americani sul nostro territorio. Ma ricorda anche l’accordo di condivisione nucleare della Nato che impegna in prima persona il nostro Paese. Un trattato che oltre allo stoccaggio degli ordigni – sotto il controllo degli Stati Uniti – prevede «l’addestramento di piloti italiani per il possibile uso delle armi e la partecipazione italiana alle riunioni del Nuclear Planning Group della Nato». Ovviamente non siamo i soli. Insieme all’Italia – che pure detiene il primato per numero di bombe – continuano a ospitare armi nucleari tattiche statunitensi (Ant), anche membri dell’alleanza atlantica come Olanda, Belgio e Germania.

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Sarebbero settanta o addirittura 134 su un totale di 180 bombe in Europa, gli ordigni nucleari americani ospitati nel nostro paese.

 

Di quali ordigni si tratta? «Il tipo di arma nucleare a disposizione della Nato attualmente ospitata sul territorio europeo è la bomba B-61» certifica la mozione Cinque Stelle. Oggi sono in servizio alcune versioni che risalgono al periodo 1979-1989, le B-61-3, B-61-4 e B-61-10. Ordigni che possono essere trasportati da aerei da guerra statunitensi, ma anche da velivoli delle forze aeree europee, compresi i nostri Tornado. «Con varie opzioni di potenza da 0,3 a 170 chilotoni». Intanto gli Stati Uniti stanno rinnovando il loro arsenale nucleare. L’ultima versione delle bombe sono le B-61-12, che, con ogni probabilità, presto arriveranno anche nel nostro paese. Ordigni moderni, di grande potenza, che potranno essere trasportati sui nuovi F-35. I famosi cacciabombardieri di cui si sta dotando, tra le polemiche degli ultimi anni, anche l’Italia.

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Siamo un Paese che ha rinunciato all’energia atomica, da sempre in prima linea nelle campagne internazionali contro la proliferazione di armi nucleari. Eppure i cacciabombardieri F-35 della nostra Aeronautica potranno essere armati proprio con ordigni nucleari.

Come è noto, finora la questione è sempre stata trattata con la massima riservatezza. Pochissime le informazioni sull’arsenale nucleare ospitato nel territorio italiano. Del resto ogni paese membro della Nato ha precisi obblighi a riguardo. Già nel febbraio 2014, rispondendo a un’interrogazione della deputata M5S Tatiana Basilio, l’allora ministro della Difesa Mario Mauro aveva confermato la linea. «Con riferimento alla questione della presenza di armi nucleari in Europa – le sue parole – si fa rilevare che l’Alleanza, pur mantenendo un atteggiamento assolutamente trasparente sulla propria strategia nucleare e sulla natura del proprio dispositivo in Europa, non può agire, tuttavia, a discapito della sicurezza di questo dispositivo e della riservatezza che è indispensabile avere in relazione ai siti, la loro dislocazione, i quantitativi e la tipologia di armamento in essi contenuti».

«Le poche informazioni di cui si dispone – si legge nella mozione di Sinistra Italiana – provengono in gran parte dai rapporti delle ispezioni sulla sicurezza degli arsenali nucleari, rilasciati dal Pentagono». Documenti ufficiali in cui veniva quantomeno indicata la presenza di eventuali rischi o problemi legati allo stoccaggio degli ordigni. Adesso è calato il silenzio anche su questi report

Se il governo italiano non ha mai fornito informazioni a riguardo, fino a poco tempo fa esisteva comunque una forma di trasparenza, seppure molto limitata. Ne parla il documento depositato dai deputati di Sinistra Italiana. «Le poche informazioni di cui si dispone – si legge – provengono in gran parte dai rapporti delle ispezioni sulla sicurezza degli arsenali nucleari, rilasciati dal Pentagono». Documenti ufficiali in cui veniva quantomeno indicato il rispetto delle procedure di sicurezza e la presenza di eventuali rischi o problemi legati allo stoccaggio degli ordigni. Adesso è calato il silenzio anche su questi report. Come si legge nel documento parlamentare, depositato a fine luglio, «per effetto di una decisione della US Air Force e del Joint Chiefs of Staff, gli Usa hanno deciso di secretare anche tali report, rendendo impossibile l’accesso anche a queste informazioni minime».

Il Parlamento italiano è chiamato a discutere anche di questo. I documenti di Cinque stelle e Sinistra Italiana, che saranno votati in Aula, elencano una serie di impegni per il nostro governo. I grillini chiedono di presentare in Parlamento i dettagli sulla presenza di armi nucleari nel nostro Paese, la loro dislocazione e potenza. Ma chiedono anche di eliminare ogni possibile utilizzo di questi ordigni da parte delle nostre Forze armate, arrivando a ipotizzare il divieto di attracco nei nostri porti per navi e sommergibili, anche di paesi alleati, che abbiano a bordo armi nucleari. I deputati di Sinistra Italiana vanno oltre, chiedendo la rimozione immediata di qualsiasi ordigno nucleare presente sul nostro territorio. «Liberando gli italiani – si legge – dalla minaccia che essi rappresentano». E invitano l’esecutivo a criticare la decisione del Pentagono di secretare i report delle ispezioni sulla sicurezza degli armamenti stoccati nel nostro paese.

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1369.- F-35 e Typhoon “separati in casa” in Italia?

Questo articolo del 10 maggio 2017, di Silvio Lora Lamia, pubblicato in Analisi Italia, ci illustra, meglio di ogni altro, il quadro strategico che gli Stati Uniti stanno costruendo in Europa. Assistiamo, da un lato, a un progressivo accerchiamento, sempre più consistente, delle frontiere russe da parte della NATO e, dall’altro, all’impegno delle risorse europee per la difesa (ma potremmo, già, chiamarla “offesa”) in programmi fra loro niente affatto coerenti, onerosi e a lunga scadenza. Con lo sguardo alle Forze Armate italiane,   assistiamo all’assorbimento delle risorse della Marina e dell’Aeronautica militari da parte del bombardiere nucleare F-35, F-35B, che si è sovrapposto al caccia multiruolo Typhoon, pienamente operativo, ha troncato lo sviluppo industriale aeronautico e ha richiesto una squadra di tre portaerei. L’aeroplano USA, in perenne aggiornamento, non sembra nato per combattere e, oltre a volare, sarà bisognoso di finanziamenti per tutta la sua vita , fino a quando entrerà a far parte del Museo di Vigna di Valle. In pratica, svolgerà egregiamente il ruolo di bersaglio per un eventuale attacco nucleare preventivo dei russi, sul suolo europeo, qualora si sentano presi per la gola, contribuendo alla salvezza del territorio USA e, fino ad allora, a finanziarne l’industria bellica. Intanto le forze aeree italiane si avviano a disporre non di una, ma di due diverse (diversissime) linee da combattimento multiruolo. Un lusso che nemmeno altri Paesi NATO più ricchi (e avveduti) del nostro si possono permettere. Una vera pazzia.

 

 

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Come collaboreranno, come comunicheranno, come si “spalleggeranno” a vicenda il Joint Strike Fighter e l’Eurofighter nelle file delle nostre forze aeree? E più in generale, che confronti si possono fare oggi, rapportandoli allo scenario militare e alle potenzialità tecnologico-industriali italiani, fra i due aeroplani da combattimento dopo le consegne dei primi JSF all’Aeronautica Militare e la più che raggiunta maturità del caccia europeo?

Domande che ci si pone da tempo e che non potevano trovare risposte nell’ultima occasione pubblica che ha visto Leonardo e l’Aeronautica protagoniste della scena in occasione della consegna a Torino l’11 aprile all’Arma Azzurra del 500° Eurofighter F-2000 Typhoon prodotto dal consorzio europeo.

Una cerimonia contenuta ma che comunque ha lanciato precisi messaggi, come l’esaltazione dell’Europa e nella fattispecie della collaborazione nei sistemi d’arma, ma allo stesso tempo, nelle accorate parole del capo della Divisione Velivoli di Leonardo ingegner Filippo Bagnato, la denuncia della “sclerosi” che il Vecchio Continente si è auto-inflitta proprio nel settore dei velivoli militari negli ultimi dieci anni; non a caso, gli stessi che hanno visto l’avvio della partecipazione di almeno quattro importanti player dell’industria aerospaziale europea al programma statunitense F-35.

Possiamo partire subito dalla nota questione dello scarso lavoro riservato alla nostra industria aerospaziale dal JSF, dopo aver brevemente scambiato qualche idea a Torino con Fabrizio Giulianini, capo della Divisione Elettronica, Difesa e Sistemi di sicurezza di Leonardo e mancato nuovo Amministratore delegato che sarebbe piaciuto anche ai militari.

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Dall’ingegner Giulianini arriva la conferma di quanto denunciato di recente dal Presidente di AIAD e dall’ex premier Renzi. “Nel settore avionico e in generale sistemistico, il programma F-35 non ci ha riservato praticamente nulla. Abbiamo avuto difficoltà fin dall’inizio, quado gli Americani ci offrivano ‘target price’ che rischiavano di non coprire nemmeno i costi. Chiedemmo di poterci approvvigionare per le componenti dalle stesse fonti agevolate cui si rivolgevano le ditte americane, ma non ci fu permesso”.

Il dirigente di Leonardo è tranchant anche sulle promesse che ci erano state fatte per la manutenzione: “Lo Hub di cui si è tanto parlato, di fatto non è stato stabilito qui da noi, ma in Gran Bretagna”.

 

La “rivincita” della Divisione elettronica di Leonardo

Nel campo dell’elettronica, fa notare l’ingegner Giulianini, Leonardo mantiene la sua competitività, dopo aver archiviato un 2016 con risultati “addirittura over budget” e il pieno di nuovi ordini. “Prendiamo il caso dei sensori IRST(InfraRed Search and Track) per i caccia di nuova generazione. Quello che abbiamo progettato, sviluppato e stiamo producendo tutto da soli per la nuova generazione del caccia svedese Gripen, lo SkyGuard, è tanto avanzato e promettente che siamo riusciti a proporlo nientemeno che sul mercato americano: Northrop Grumman ne equipaggerà sulla parte frontale un suo pod avanzato di ricerca e designazione dei bersagli”.

Facendo così concorrenza agli analoghi sistemi di Lockheed Martin, dalle eccellenze del cui strike di quinta generazione la parte sistemistica di Leonardo è stata esclusa. Lo SkyGuard italiano sui velivoli da combattimento americani è una grossa soddisfazione e in qualche modo una rivalsa per la nostra società, che si è così tolta un sassolino dalla scarpa.

Sassolino che tuttavia potrebbe rientrare se il Decreto esecutivo del 18 aprile con cui il presidente Trump ha disposto nuove rigide disposizioni riguardo il “Buy American” anche nella Difesa, avrà un seguito concreto, finendo però per indebolire la stessa base industriale americana, che – come proprio il programma F-35 insegna – poggia anche su indispensabili forniture estere, frutto di accordi pregressi.

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Il colpo grosso della Divisione elettronica di Leonardo sta comunque a dimostrare che il treno tecnologico dell’F-35 non è perso nel tutto. In questa prospettiva, con tutto il rispetto, alcune recenti considerazioni del generale Mario Arpino (“…Misteriosamente, ancora oggi compaiono lobbistiche sollecitazioni, di origine non solo politica, a continuare con l’Eurofighter, snaturandone il concetto. Della serie ‘vogliamo continuare a far solo ciò che sappiamo già fare, perché ci costa di meno e ci fa guadagnare di più’. Concetto forse comodo, ma molto malato”), appaiono forse un po’ fuori tempo. “Certo ci vorrebbe un nuovo programma europeo per consentirci di proseguire sulla strada dell’innovazione e della competitività”, è il commento di Giulianini.

 

Il problema dello scambio di dati

Non si può arrivare a dire che alla cerimonia torinese l’F-35 fosse il “convitato di pietra” (solo tre giorni dopo alcuni esemplari dell’USAF hanno compiuto il primo rischieramento in Europa, volando fino in Estonia), ma confronti e paralleli erano sulla bocca di molti, con Leonardo impegnata nel JSF assai più “passivamente” che non nell’F-2000, e l’Aeronautica Militare che lo sta finalmente ricevendo (col contagocce, e in gran segreto) sulle sue basi.

Qualcuno fra i convenuti ha proposto questo scenario: il Typhoon come tipico caccia di quarta generazione-plus suscettibile di costanti – certo lunghi e dispendiosi – incrementi di capacità, e il Joint Strike Fighter con rivoluzionarie doti comunicative ma con – ancora per anni – prospettive di costo/efficacia troppo scadenti per i portafogli europei (in Norvegia assorbirà il 35% dei budget della Difesa fino al 2025), sono in qualche misura sovrapponibili.

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In altre parole, tolte le intrinseche preziose capacità di fungere da mini-AWACS e mini-Joint STARS del secondo, per i compiti strike in condizioni stand-off e non, basterebbe il primo. Una tesi forse azzardata (o di parte, malignerà qualcuno) ma non priva di un fondo di verità: quella (non poca) quota di “sovrapponibilità” fra i due sistemi d’arma potrebbe portare ad assurdi sprechi e doppioni e alle deleterie classiche prassi – ideologiche prima che operative – tipiche delle coppie “separate in casa”.

Ci mancherebbe altro. Ci mancherebbe, per esempio, che il multiruolo e super-elettronico F-35 avesse bisogno – ma i rapporti del Pentagono dicono il contrario – se impiegato in teatri poco permissivi della protezione dei caccia (nei casi italiano e britannico degli Eurofighter) e/o dei velivoli da disturbo elettronico (ma la Navy americana ha già capito che al JSF dovrà mandar dietro l’EA-18G Growler col suo nuovo Next Generation Jammer). Ci mancherebbe che F-35 e Typhoon non potessero scambiarsi i dati più preziosi senza compromettere la Low Observability del primo.

La Royal Air Force britannica sta provando a scongiurare questo rischio introducendo una modifica nel data link MADL (Multifunction Advanced Data Link) dell’F-35B, una misura che in una recente campagna di test negli USA ha dimostrato di poter “tradurre” i dati in uscita dal MADL nel formato del Data Link 16 usato dagli Eurofighter e in generale da tutte le forze armate occidentali, sistema che finora non poteva trasmettere/ricevere certi dati sensibili al/dal Joint Strike Fighter.

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Abbiamo chiesto ad Armaereo se anche i nostri F-35 ed Eurofighter potranno parlarsi in questo modo. Ecco la risposta: Ad oggi non risultano iniziative poste all’attenzione della partnership (di Eurofighter; ndr) tese ad implementare tale sistema sul velivolo F-35; al momento attuale, quest’ultimo è già in grado di offrire, by design, un elevato livello di interoperabilità con gli altri sistemi d’arma attraverso i sistemi di bordo che consentono lo scambio di informazioni utili e importanti per l’esecuzione della propria missione, come dimostrato durante le attività propedeutiche alla dichiarazione della Initial Operational Capability di USMC e USAF, nonché nel corso della recente esercitazione “Red Flag 2017-01”. Non risulta, peraltro, che il suddetto dispositivo sia a oggi implementato nella configurazione dei velivoli Eurofighter delle Aeronautiche che hanno in servizio il suddetto aeromobile”.

Non è implementato, ma resta il fatto che i Britannici abbiano fatto un primo passo in quella direzione, noi no.

 

Due percorsi evolutivi diversi

Possibili sovrapposizioni – coi relativi aumenti di costo – e al tempo stesso paradossi tecnico/operativi almeno per ora appaiono però inevitabili, per lo meno nell’AM. Non entriamo nel discorso della prospettata “complementarietà” fra i due velivoli, interessante quanto si vuole ma – a quanto si avverte – non facile da tradurre in funzionalità concrete e soprattutto moltiplicatrici di capacità.

Né abbiano elementi sufficienti per bonificare il campo minatissimo delle sinergie che si dovranno stabilire fra la componente STOVL dell’Aeronautica e quella della Marina, con quest’ultima che non dovrà/potrà abdicare ai suoi peculiari requisiti operativi in nome di un’integrazione che comincerebbe a complicarsi già nella fase addestrativa.

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A Torino i raffronti fra i due “campioni” erano insomma nell’aria. A livello di progetto, tanto per cominciare. Nell’F-2000 sistemi e sensori hanno ciascuno il proprio processore, che spedisce dati già filtrati al main computer. Per l’F-35 invece si è scelta una via più ardita: sensori e sistemi inviano i dati direttamente al computer centrale, che fa tutto. Anche se non ci sono conferme ufficiali, gli addetti ai lavori non escludono che per l’estrema difficoltà di implementare e rendere accettabilmente stabile una simile architettura di sistema, Lockheed Martin alla fine abbia scelto una specie di via di mezzo fra le due “filosofie”. Quello che è certo, osservano, è che rispetto al caccia europeo i costi di manutenzione della parte – semplifichiamo al massimo – “intelligente” del JSF risulteranno enormemente superiori.

I due aerei hanno storie comunque diverse, così come le strade evolutive imboccate: il caccia europeo sta vivendo una maturazione “incrementale”, quello americano sta lottando contro il tempo per imporre il suo primato, rischiando di rimanere sempre indietro. Ma a Caselle Sud c’era un “terzo incomodo”, l’addestratore avanzato M-346 nella nuova versione Fighter Attack col radar italiano Grifo 346, per la quale (ma si parla anche della variante scuola/attacco Fighter Trainer, senza radar) l’AM pare stia decidendo di andare assai più in là del “saremmo anche interessati” di prammatica. Nuova carne al fuoco, nuovi conti e piani da ipotizzare, avendo però sempre sul groppone il programma americano, “non negoziabile”.

Nel settore decisivo dei sensori asserviti all’armamento, con gli ultimi upgrade l’Eurofighter ha poco da invidiare al Joint Strike Fighter. Addirittura fa meglio nella designazione dei bersagli grazie a un pod esterno allo stato dell’arte come il Rafael Litening III, già montato da tempo su AMX e Tornado. Israele s’è accorta fin da subito dell’obsolescenza del sistema di targeting dell’F-35, e ora è pronta a equipaggiare i suoi F-35I “Adir” con qualcosa di meglio dell’EOTS (Electro-Optical Targeting System) montato sui 200 F-35 già consegnati (anche all’Italia).

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L’EOTS nasce da specifiche di vent’anni fa, dunque non è, non può essere allo stato dell’arte: range, risoluzione delle immagini (che si degraderebbero in presenza di umidità) e apertura del campo visivo della telecamera all’infrarosso offrono prestazioni inferiori ai sistemi cui si accennava più sopra, che equipaggiano gli aerei che l’F-35 deve sostituire. Cose risapute e già scritte su queste colonne, ma ora dai più recenti rapporti del Pentagono emerge che l’EOTS obbliga il pilota ad avvicinarsi troppo all’obiettivo, vanificando così il fattore sorpresa di un attacco (soprattutto nel supporto aereo ravvicinato alle forze di terra).

Ma nessuno scandalo: anche il sensore all’infrarosso PIRATE del Typhoon è arrivato ai reparti già un po’ vecchiotto, mentre lo SkyGuard italiano, di una generazione successiva, lo surclassa ampiamente. Dell’EOTS dell’F-35 viene ora proposta una configurazione avanzata con prestazioni generali più confacenti alle necessità odierne e del futuro immediato. Il tutto grazie all’aggiunta di una nuova telecamera a onde medie, a una all’infrarosso a onde corte (TV SWIR, Short-Wave IR) per una maggiore risoluzione in condizioni ambientali differenti, a un nuovo IR marker.

A questo upgrade del sistema Lockheed sta lavorando già dal 2011, e ci si chiede perché ci voglia ancora tanto per renderlo disponibile, dato che stringi stringi altro non è (come abbiamo già osservato in un precedente articolo) che un più che mai indispensabile “svecchiamento” dell’attuale apparato attraverso migliorie hardware del tipo plug-in, che non richiedono l’alterazione delle sue geometrie interne.

Domanda retorica, perché si conosce bene il motivo di tanta attesa: per montare l’Advanced EOTS bisognerà aspettare che sia disponibile la versione del software che lo farà funzionare, il Block 4. E questo non accadrà prima del 2021, o anche più in là se – come si teme – i relativi fondi verranno in parte drenati da quelli supplementari richiesti alla fine del 2016 per la conclusione dello sviluppo del velivolo.

Sulla disponibilità del Block 4 nei tempi stabiliti nutre però grossi dubbi il Government Accountability Office statunitense, che in un rapporto del 17 aprile in pratica pone un preciso veto: l’Amministrazione non prenderà in considerazione lo stanziamento dei previsti 600 milioni di dollari necessari nel solo 2018 (così specifica il GAO) per lo sviluppo di questa evoluzione del sistema F-35 prima che sia terminato il lavoro sul software precedente, l’ormai “mitico” Block 3F, quello della “full combat capability”.

Lavoro di validazione e certificazione, dice il GAO, che sulla base dei test fin qui portati a termine (molti meno di quelli necessari) rischia di subire un nuovo ritardo di 12 mesi. Riassumendo: niente soldi per il Block 4 fino a quando il Block 3F avrà dimostrato tutte le funzionalità previste in sede contrattuale. Significativo e allarmante a questo riguardo un passaggio del rapporto di aprile: “Il problema è che il Pentagono non ha idea di cosa debba modernizzare sul F-35, perché non ha finito di sviluppare il progetto iniziale”.

 

Aggiornamenti “minimi”?

Quali saranno i riflessi sul fronte italiano per l’Aeronautica e la Marina? I primi 8-10 JSF in consegna alle nostre forze aeree hanno il software 3I. Dovrebbero ricevere il 3F nel maggio 2018, ma se il GAO ha ragione – e come al solito il Joint Program Office del JSF non gliel’ha data – si andrà al 2019 inoltrato. Riceveranno poi il Block 4 – ricordiamolo, con l’EOTS “aggiustato” – nel periodo 2021-23. Ma, ancora, se le analisi della Corte dei conti americana (il GAO) si dimostrassero corrette, si andrebbe alla metà del prossimo decennio.

Anche su questo abbiamo voluto sentire Armaereo: Le capacità del velivolo al termine della fase di sviluppo SDD (System Development and Demonstration), saranno quelle previste da specifiche contrattuali relative al blocco di software 3F. Come dimostrato dai risultati della prima esercitazione “Red Flag” a cui ha partecipato l’F-35A dell’USAF, le capacità del velivolo non hanno eguali e i suoi sistemi rappresentano già oggi lo stato dell’arte, garantendo primato tecnologico e assoluta superiorità (…). L’aggiornamento del sistema d’arma F-35 sarà quindi dedicato principalmente all’introduzione di nuove capacità, non disponibili in passato, per adeguarlo alle necessità future e, solo in minima parte, all’aggiornamento di quelle esistenti e previste dal blocco di software 3F. La posizione di supremazia tecnologica raggiunta alla data odierna, quindi, andrà mantenuta attraverso l’implementazione di blocchi e sotto-blocchi incrementali di capacità. Il primo pacchetto capacitivo di prevista implementazione è il Block 4; esso si baserà su aggiornamenti software biennali ai quali si sovrapporranno, con cadenza quadriennale, degli aggiornamenti hardware. La lista finale delle capacità contenute nel Blocco 4 viene approvata congiuntamente dalle nazioni partner. Il contributo economico per l’implementazione è funzione del livello di partecipazione al Programma nella fase PSFD (Production, Sustainment and Follow-on Development). La somma che l’Italia dovrà contribuire è pari a poco meno del 3% della somma totale”.

F-35 BF-17 from the F-35 Integrated Test Force in Formation with RAF Typhoons, Edwards AFB, CA April 4, 2014 F-35 test pilot LtCol Jon "Miles" Ohman performs interoperability testing.

Solo una osservazione. Oltre al sistema dei designazione dei bersagli EOTS, ci saranno varie altre cose a diversi gradi di obsolescenza sugli F-35 col software Block 3F. Siamo così sicuri che il Block 4 aggiornerà “solo in minima parte” le capacità di un aereo da combattimento le cui specifiche risalgono a più di vent’anni fa?

Un esempio per tutti. Il più volte citato EOTS è in grado di trovare un bersaglio in movimento e tracciarlo, ma deve lasciare al pilota il compito di calcolare dove si sposterà e di indirizzare al posto e al momento giusti le bombe a guida laser, avendo un marcatore laser non adeguato allo scopo/non allo stato dell’arte. Per battere bersagli mobili senza gravare sul carico di lavoro del pilota, al tempo della formulazione dei requisiti dell’F-35 si pensava di ricorrere al munizionamento cluster, cioè del tipo a saturazione d’area – colloquialmente, “dove colgo, colgo”.

Queste bombe furono però successivamente messe al bando da un trattato internazionale. A complicare le cose c’era anche il fatto che la cluster bomb in questione – la CBU-99/100 Rockeye II – doveva essere trasportata all’esterno sotto le semiali, compromettendo la stealthness dell’aeroplano.

L’Air Force americana ora ha trovato una soluzione, che a volerla chiamare col suo nome è un ripiego. Su un esemplare di F-35C dotato della release 3F del software, ha montato e provato un ordigno guidato “dual mode” (laser e satellitare GPS) Raytheon Enhanced Paveway II GBU-49 opportunamente modificato con l’aggiunta di un misuratore inerziale delle accelerazioni. Ha poi associato questa bomba super-dotata a un EOTS dotato di una nuova logica aggiuntiva, detta Lead Point Computer, che ha il compito di ritardare lo sgancio della bomba per darle modo coi suoi cinematismi di agguantare il fuggitivo. Una simile soluzione non è però prevista dal programma nella configurazione finale 3F degli F-35 attualmente in consegna con la precedente 3I; e il Pentagono ha già fatto sapere che i test che dovranno validare l’efficacia della soluzione/ripiego non dovranno intralciare le attività sperimentali tese a rendere disponibile fra un anno la capacità “full combat” con il software 3F –  per la quale come s’è detto il GAO prevede però tempi più lunghi.

 

Non una, ma due linee multiruolo

Tutto questo ha risvolti assolutamente paradossali. Riassumendo, primo: i sistemi di puntamento del JSF e le armi a questi associate che erano previsti nel momento in cui questi aerei con il software 3F avrebbero potuto/dovuto definirsi “full capable”, più efficaci secondo la vulgata americana dei caccia che devono sostituire, non permettono di fare qualcosa – colpire bersagli in veloce spostamento – che da molti anni rappresenta “il pane” di ogni aereo da attacco che si rispetti. Un pane che manca alle decine di F-35A e F-35B STOVL che Washington ha mandato in Europa e nel Pacifico a mostrare bandiera.

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Secondo: se la bomba guidata “miracolosa” per l’F-35 sarà impiegabile solo fra uno-due anni, gli Eurofighter, anche quelli italiani, ne hanno una simile (la GBU-48, da 1.000 libbre) già in dotazione da tempo. Per la cronaca, questo tipo d’arma fu collaudato sul caccia europeo nel lontano 2008 proprio dall’Italia allorché l’allora Alenia Aeronautica lo sperimentò a Decimomannu su un proprio prototipo strumentato del Typhoon. Ma nove anni fa (come del resto ancora oggi) erano tutti lì a strillare che l’Eurofighter era nato come caccia da difesa aerea ed era sacrosanto che facesse solo quello, guai a trasformarlo in qualcos’altro! Peccato che non sia così: il Typhoon, fu spiegato a chi scrive una quindicina di anni fa dal massimo dirigente del consorzio industriale allora in carica, aveva già nel suo Dna le caratteristiche tipiche del multiruolo. Punto.

Sul Typhoon le capacità nell’attacco (in parallelo con quelle nell’aria-aria) saranno ancora accresciute con i previsti nuovi aggiornamenti P3E e P4E, il primo ormai disponibile per il retrofit e il secondo in fase di sviluppo dopo la firma, anche da parte dell’Italia, del relativo contratto. Ci contano molto i Britannici, che da tempo hanno ufficializzato la “migrazione” della massima parte delle funzioni dei loro Tornado sull’Eurofighter.

Un approccio forse un po’ meno “estremista” ma pur sempre analogo nelle sue implicazioni operative si è consolidato anche in seno all’Aeronautica Milìtare, che ha stabilito come d’ora in poi tutti i Gruppi di volo che hanno in linea l’F-2000 (quattro, in prospettiva cinque), saranno Gruppi multiruolo – non fosse altro per non dover considerare buttati dalla finestra le centinaia di milioni di euro spesi anche dal nostro Paese per dotare a mano a mano questo caccia di capacità sempre più multirole-swingrole sempre più allo stato dell’arte.

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Da questo punto di vista la cerimonia di Torino non ha fatto altro che confermare premesse consolidate da fatti e risultati. Il settore avionìca e sistemi di Leonardo continua a rappresentare un partner-chiave del programma proprio là dove latita nel concorrente che ha in casa, il Joint Strike Fighter. Vedremo se il Sistema Paese – Governi in testa – saprà resistere agli inviti/pesanti richiami da Oltre Oceano per una maggiore diffusione fra gli alleati più fedeli di quote sempre maggiori di prodotti aeronautici militari statunitensi – un “Buy American” funzionale a una futuribile grande Joint Force interalleata che servirebbe poi, guarda caso, anche a ridurre i costi dei procurement del Pentagono.

Nel frattempo sono 300 i lavoratori degli stabilimenti torinesi della Divisione Velivoli distaccati nella FACO di Cameri. La grande camera anecoica e il vasto, moderno parco-simulatori di Caselle Sud sono sotto-occupati: il lavoro grosso lo stanno facendo gli analoghi impianti realizzati sulla base novarese con/per gli Americani per il caccia americano. L’Aeronautica Militare riceverà gli ultimi 11 Typhoon da qui al 2019 (9 monoposto e due biposto), ma per fortuna c’è la commessa per il Kuwait, che si esaurirà solo nel 2023. Si parla di un fornitura al Belgio: l’offerta industriale è stata presentata, c’è qualche speranza (Bruxelles non ha messo fra i requisiti per il sostituto dei suoi F-16 il trasporto della bomba nucleare, che l’F-35 può sganciare e l’Eurofighter no).

Congedando chi scrive dopo una breve chiacchierata, il CEO di Eurofighter Volker Paltzo ha detto “incrociamo le dita. Inshallah”. Leonardo in cuor suo spera che dietro ci siano intenzioni più convinte. Si spera ancora di piazzare dei Typhoon alla Svizzera e alla Finlandia: nuovi clienti aiuterebbero a dar vita a nuove capacità incrementali (Paltzo ha accennato a possibili P5E e P6E).

Intanto le forze aeree italiane si avviano a disporre non di una, ma di due diverse (diversissime) linee da combattimento multiruolo. Un lusso che nemmeno altri Paesi NATO più ricchi (e avveduti) del nostro si possono permettere. Una vera pazzia.

Foto:  AM, RAF, Lockheed Martin e The Aviationist

1356.- Srebrenica: esce fuori la verità, il massacro fu compiuto da tagliagole bosniaci musulmani

22 Gennaio 2016

Finalmente emerge la verità su Srebrenica: i civili non furono uccisi dai Serbi, ma dagli stessi musulmani bosniaci per ordine di Alija Izetbegovic, presidente dei musulmani bosniaci, d’accordo con Bill Clinton. Una operazione, come le bombe di mortaio sul mercato di Sarajevo, per incolpare i serbi e bombardarli. Un po’ come il gas nervino in Siria.

(Nicola Bizzi) – Dopo la confessione shock del politico bosniaco Ibran Mustafić, veterano di guerra, chi restituirà la dignità a Slobodan Milošević, ucciso in carcere, aRadovan Karadžić e al Generale Ratko Mladić, ancora oggi detenuti all’Aja?

Lo storico russo Boris Yousef,  in un suo saggio del 1994, scrisse quella che ritengo una sacrosanta verità: «Le guerre sono un po’ come il raffreddore: devono fare il loro decorso naturale. Se un ammalato di raffreddore viene attorniato da più medici che gli propinano i farmaci più disparati, spesso contrastanti fra loro, la malattia, che si sarebbe naturalmente risolta nel giro di pochi giorni, rischia di protrarsi per settimane e di indebolire il paziente, di minarlo nel fisico, e di arrecare danni talvolta permanenti e imprevedibili».

Yousef scrisse questa osservazione nel Luglio del 1994, nel bel mezzo della guerra civile jugoslava, un anno prima della caduta della Repubblica Serba di Krajina e sedici mesi prima dei discussi accordi Dayton che scontentarono in Bosnia tutte le parti in campo, imponendo una situazione di stallo potenzialmente esplosiva. E ritengo che tale osservazione si adatti a pennello al conflitto jugoslavo. Un lungo e sanguinoso conflitto che, formalmente iniziato nel 1991, con la secessione dalla Federazione delle repubbliche di Slovenia e Croazia, era stato già da tempo preparato e pianificato da alcune potenze occidentali (con in testa l’Austria e la Germania), da diversi servizi segreti, sempre occidentali, da gruppi occulti di potere sovranazionali e transnazionali (Bilderberg, Trilaterale, Pinay, Ert Europe, etc.) e, per certi versi, anche dal Vaticano.

La Jugoslavija, forte potenza economica e militare, da decenni alla guida del movimento dei Paesi non Allineati, dopo la morte del Maresciallo Tito, avvenuta nel 1980, era divenuta scomoda e ingombrante e, di conseguenza, l’obiettivo geo-strategico primario di una serie di avvoltoi che miravano a distruggerla, a smembrarla e a spartirsi le sue spoglie.

Si assistette così ad una progressiva destabilizzazione del Paese, avviata già nel biennio 1986-87, destabilizzazione alla quale si oppose con forza soltanto Slobodan Milošević, divenuto Presidente della Repubblica Socialista di Serbia, e che toccò il culmine con la creazione in Croazia, nel Maggio del 1989, dell’Unione Democratica Croata (Hrvatska Demokratska Zajednica o HDZ), partito anti-comunista di centro-destra che a tratti riprendeva le idee scioviniste degli Ustascia di Ante Pavelić, guidato dal controverso ex Generale di Tito Franjo Tuđman.

Sarebbe lungo in questa sede ripercorrere tutte le tappe che portarono al precipitare degli eventi, alla necessità degli interventi della Jugoslosvenska Narodna Armija dapprima in Slovenia e poi in Croazia, alla definitiva scissione dalla Federazione delle due repubbliche ribelli e all’allargamento del conflitto nella vicina Bosnia. Si tratta di eventi sui quali esiste moltissima documentazione, la maggior parte della quale risulta però essere fortemente viziata da interpretazioni personali e di parte degli storici o volutamente travisata da giornalisti asserviti alle lobby di potere mediatico-economico europee ed americane. Giornalisti che della Jugoslavija e della sua storia ritengo che non abbiano mai capito niente.

Come ho scritto poc’anzi, ritengo che la saggia affermazione di Boris Yousef si adatti molto bene al conflitto civile jugoslavo. A prescindere dal fatto che esso è stato generato da palesi ingerenze esterne, ritengo che sarebbe potuto terminare ‘naturalmente’ manu militari nel giro di pochi mesi, senza le continue ingerenze, le pressioni e le intromissioni della sedicente ‘Comunità Internazionale’, delle Nazioni Unite e di molteplici altre organizzazioni che agivano dietro le quinte (Fondo Monetario Internazionale, OSCE, UNHCR, Unione Europea e criminalità organizzata italiana e sud-americana). Sono state proprio queste ingerenze (i vari farmaci dagli effetti contrastanti citati nella metafora di Yousef) a prolungare il conflitto per anni, con la continua richiesta, dall’alto, di tregue impossibili e non risolutive, e con la pretesa di ridisegnare la cartina geografica dell’area sulla base delle convenienze economiche e non della realtà etnica e sociale del territorio.

Ma si tratta di una storia in buona parte ancora non scritta, perché sono state troppe le complicità di molti leader europei, complicità che si vuole continuare a nascondere, ad occultare. Ed è per questo che gli storici continuano ad ignorare che la Croazia di Tuđman costruì il suo esercito grazie al traffico internazionale di droga (tutte quelle navi che dal Sud America gettavano l’ancora nel porto di Zara, secondo voi cosa contenevano?). È per questo che continuano a non domandarsi per quale motivo tutto il contenuto dei magazzini militari della defunta Repubblica Democratica Tedesca siano prontamente finiti nelle mani di Zagabria.

Si tratta di vicende che conosco molto bene, perché ho trascorso nei Balcani buona parte degli anni ’90, prevalentemente a Belgrado e a Skopje. Parlo bene tutte le lingue dell’area, compresi i relativi dialetti, e ho avuto a lungo contatti con l’amministrazione di Slobodan Milošević, che ho avuto l’onore di incontrare in più di un’occasione. Sono stato, fra l’altro, l’unico esponente politico italiano ad essere presente ai suoi funerali, in una fredda giornata di Marzo del 2006.

Sono stato quindi un diretto testimone dei principali eventi che hanno segnato la storia del conflitto civile jugoslavo e degli sviluppi ad esso successivi. Ho visto con i miei occhi le decine di migliaia di profughi serbi costretti a lasciare Knin e le altre località della Srpska Republika Krajina, sotto la spinta dell’occupazione croata delle loro case, avvenuta con l’appoggio dell’esercito americano.

Ho seguito da vicino tutte le tappe dello scontro in Bosnia, i disordini nel Kosovo, la galoppante inflazione a nove cifre che cambiava nel giro di poche ore il potere d’acquisto di una banconota. Ho vissuto il dramma, nel 1999, dei criminali bombardamenti della NATO su Belgrado e su altre città della Serbia. Ed è per questo che non ho mai creduto – a ragione – alle tante bugie che riportavano la stampa europea e quella italiana in primis. Bugie e disinformazioni dettate da quell’operazione di marketing pubblicitario (non saprei come altro definirla) pianificata sui tavoli di Washington e diLangley che impose a tutta l’opinione pubblica la favoletta dei Serbi ‘cattivi’ aguzzini di poveri e innocenti Croati, Albanesi e musulmani bosniaci. Favoletta che ha però incredibilmente funzionato per lunghissimo tempo, portando all’inevitabile criminalizzazione e demonizzazione di una delle parti in conflitto e tacendo sui crimini e sulle nefandezze delle altre.

La guerra, e a maggior ragione una guerra civile, non è ovviamente un pranzo di gala e non vi si distribuiscono caramelle e cotillon. In guerra si muore. In guerra si uccide o si viene uccisi. La guerra significa fame, sofferenza, freddo, fango, sudore, privazioni e sangue. Ed è fatta, necessariamente, anche di propaganda. Durante il lungo conflitto civile jugoslavo nessuno può negare che siano state commesse numerose atrocità, soprattutto dettate dal risveglio di un mai sopito odio etnico. Ma mai nessun conflitto, dal termine della Seconda Guerra Mondiale, ha visto un simile massiccio impiego di ‘false flag’, azioni pianificate ad arte, quasi sempre dall’intelligence, per scatenare le reazioni dell’avversario o per attribuirgli colpe non sue. Ho già spiegato il concetto di ‘false flag’ in numerosi miei articoli, denunciando l’escalation del loro impiego su tutti i più recenti teatri di guerra.

Fino ad oggi la più nota ‘false flag’ della guerra civile jugoslava era la tragica strage di civili al mercato di Sarajevo, quella che determinò l’intervento della NATO, che bombardò ripetutamente, per rappresaglia, le postazioni serbo-bosniache sulle colline della città. Venne poi appurato con assoluta certezza che fu lo stesso governo musulmano-bosniaco di Alija Izetbegović a uccidere decine di suoi cittadini in quel cannoneggiamento, per far ricadere poi la colpa sui Serbi.

E quella che io ho sempre ritenuto la più colossale ‘false flag’ del conflitto, ovvero il massacro di oltre mille civili musulmani avvenuto a Srebrenica, del quale fu incolpato l’esercito serbo-bosniaco comandato dalGenerale Ratko Mladić, che da allora venne accusato di ‘crimi di guerra’ e braccato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja fino al suo arresto, avvenuto il 26 Maggio 2011, si sta finalmente rivelando in tutta la sua realtà. In tutta la sua realtà, appunto, di ‘false flag’.

I giornali italiani, che all’epoca scrissero titoli a caratteri cubitali per dipingere come un ‘macellaio’ ilGenerale Mladić e come un folle criminale assetato di sangue il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić, anch’egli arrestato nel 2008 e sulla cui testa pendeva una taglia di 5 milioni di Dollari offerta dagli Stati Uniti per la sua cattura, hanno praticamente passato sotto silenzio una sconvolgente notizia. Una notizia a cui ha dato spazio nel nostro Paese soltanto il quotidiano Rinascita, diretto dall’amico Ugo Gaudenzi, e fa finalmente piena luce sui fatti di Srebrenica, stabilendo che la colpa non fu dei vituperati Serbi, ma dei musulmani bosniaci.

Ibran Mustafić, veterano di guerra e politico bosniaco-musulmano, probabilmente perché spinto dal rimorso o da una crisi di coscienza, ha rilasciato ai media una sconcertante confessione: almeno mille civili musulmano-bosniaci di Srebrenica vennero uccisi dai loro stessi connazionali, da quelle milizie che in teoria avrebbero dovuto assisterli e proteggerli, durante la fuga a Tuzla nel Luglio 1995, avvenuta in seguito all’occupazione serba della città. E apprendiamo che la loro sorte venne stabilita a tavolino dalle autorità musulmano-bosniache, che stesero delle vere e proprie liste di proscrizione di coloro a cui «doveva essere impedito, a qualsiasi costo, di raggiungere la libertà».

Come riporta Enrico Vigna su Rinascita, Ibran Mustafić ha pubblicato un libro, Caos pianificato, nel quale alcuni dei crimini commessi dai soldati dell’esercito musulmano della Bosnia-Erzegovina contro i Serbi sono per la prima volta ammessi e descritti, così come il continuo illegale rifornimento occidentale di armi ai separatisti musulmano-bosniaci, prima e durante la guerra, e – questo è molto significativo – anche durante il periodo in cui Srebrenica era una zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite.

Mustafić racconta inoltre, con dovizia di particolari, dei conflitti tra musulmani e della dissolutezza generale dell’amministrazione di Srebrenica, governata dalla mafia, sotto il comandante militare bosniaco Naser Orić. A causa delle torture di comuni cittadini nel 1994, quando Orić e le autorità locali vendevano gli aiuti umanitari a prezzi esorbitanti invece di distribuirli alla popolazione, molti bosniaci fuggirono volontariamente dalla città. «Coloro che hanno cercato la salvezza in Serbia, sono riusciti ad arrivare alla loro destinazione finale, ma coloro che sono fuggiti in direzione di Tuzla ( governata dall’esercito musulmano) sono stati perseguitati o uccisi», svela Mustafić. E, ben prima del massacro dei civili musulmani di Srebrenica nel Luglio 1995, erano stati perpetrati da tempo crimini indiscriminati contro la popolazione serba della zona. Crimini che Mustafić descrive molto bene nel suo libro, essendone venuto a conoscenza già nel 1992, quando era fuggito da Sarajevo a Tuzla.

«Lì – egli scrive – il mio parente Mirsad Mustafić mi mostrò un elenco di soldati serbi prigionieri, che furono uccisi in un luogo chiamato Zalazje. Tra gli altri c’erano i nomi del suo compagno di scuola Branko Simić e di suo fratello Pero, dell’ex giudice Slobodan Ilić, dell’autista di Zvornik Mijo Rakić, dell’infermiera Rada Milanović. Inoltre, nelle battaglie intorno ed a Srebrenica, durante la guerra, ci sono stati più di 3.200 Serbi di questo e dei comuni limitrofi uccisi».

Mustafić ci riferisce a riguardo una terribile confessione del famigerato Naser Orić, confessione che non mi sento qui di riportare per l’inaudita credezza con cui questo criminale di guerra descrive i barbari omicidi commessi con le sue mani su uomini e donne che hanno avuto la sventura di trovarsi alla sua mercé. Ma voglio citare il racconto di uno zio di Mustafić, anch’esso riportato nel libro: «Naser venne e mi disse di prepararmi subito e di andare con la Zastava vicino alla prigione di Srebrenica. Mi vestii e uscii subito. Quando arrivai alla prigione, loro presero tutti quelli catturati precedentemente a Zalazje e mi ordinarono di ritrasportarli lì. Quando siamo arrivati alla discarica, mi hanno ordinato di fermarmi e parcheggiare il camion. Mi allontanai a una certa distanza, ma quando ho visto la loro furia ed il massacro è iniziato, mi sono sentito male, ero pallido come un cencio. Quando Zulfo Tursunović ha dilaniato il petto dell’infermiera Rada Milanovic con un coltello, chiedendo falsamente dove fosse la radio, non ho avuto il coraggio di guardare. Ho camminato dalla discarica e sono arrivato a Srebrenica. Loro presero un camion, e io andai a casa a Potocari. L’intera pista era inondata di sangue».

Da quanto ci racconta Mustafić, gli elenchi dei ‘bosniaci non affidabili’ erano ben noti già da allora alla leadership musulmana ed al Presidente Alija Izetbegović, e l’esistenza di questi elenchi è stata confermata da decine di persone. «Almeno dieci volte ho sentito l’ex capo della polizia Meholjić menzionare le liste. Tuttavia, non sarei sorpreso se decidesse di negarlo», dice Mustafić, che è anche un membro di lunga data del comitato organizzatore per gli eventi di Srebrenica. Secondo Mustafić, l’elenco venne redatto dalla mafia di Srebrenica, che comprendeva la leadership politica e militare della città sin dal 1993. I ‘padroni della vita e della morte nella zona’, come lui li definisce nel suo libro. E, senza esitazione, sostiene: «Se fossi io a dover giudicare Naser Orić, assassino conclamato di più di 3.000 Serbi nella zona di Srebrenica (clamorosamente assolto dal Tribunale Internazionale dell’Aja!) lo condannerei a venti anni per i crimini che ha commesso contro i Serbi; per i crimini commessi contro i suoi connazionali lo condannerei a minimo 200.000 anni di carcere. Lui è il maggiore responsabile per Srebrenica, la più grande macchia nella storia dell’umanità».

Ma l’aspetto più inquietante ed eclatante delle rivelazioni di Mustafić  è l’ammissione che il genocidio di Srebrenica è stato concordato tra la comunità internazionale e Alija Izetbegović , e in particolare tra Izetbegović e il presidente USA Bill Clinton, per far ricadere la colpa sui Serbi, come Ibran Mustafić afferma con totale convinzione.
«Per i crimini commessi a Srebrenica, Izetbegović e Bill Clinton sono direttamente responsabili. E, per quanto mi riguarda, il loro accordo è stato il crimine più grande di tutti, la causa di quello che è successo nel Luglio 1995. Il momento in cui Bil Clinton entrò nel Memoriale di Srebrenica è stato il momento in cui il cattivo torna sulla scena del crimine», ha detto Mustafić. Lo stesso Bill Clinton, aggiungo io, che superò poi se stesso nel 1999, con la creazione ad arte delle false fosse comuni nel Kosovo (altro clamoroso esempio di ‘false flag’), nelle quali i miliziani albanesi dell’UCK gettavano i loro stessi caduti in combattimento e perfino le salme dei defunti appositamente riesumate dai cimiteri, per incolpare mediaticamente, di fronte a tutto il mondo, l’esercito di Belgrado e poter dare il via a due mesi di bombardamenti sulla Serbia.

Come sottolinea sempre Mustafić, riguardo a Srebrenica ci sono inoltre state grandi mistificazioni sui nomi e sul numero reale delle vittime. Molte vittime delle milizie musulmane non sono state inserite in questo elenco, mentre vi sono stati inseriti ad arte cittadini di Srebrenica da tempo emigrati e morti all’estero. E un discorso simile riguarda le persone torturate o che si sono dichiarate tali. «Molti bosniaci musulmani – sostiene Mustafić – hanno deciso di dichiararsi vittime perché non avevano alcun mezzo di sostentamento ed erano senza lavoro, così hanno usato l’occasione. Un’altra cosa che non torna è che tra il 1993 e il 1995 Srebrenica era una zona smilitarizzata. Come mai improvvisamente abbiamo così tanti invalidi di guerra di Srebrenica?».

Egli ritiene che sarà molto difficile determinare il numero esatto di morti e dei dispersi di Srebrenica. «È molto difficile  – sostiene nel suo libro – perché i fatti di Srebrenica sono stati per troppo tempo oggetto di mistificazioni, e il burattinaio capo di esse è stato Amor Masović, che con la fortuna fatta sopra il palcoscenico di Srebrenica potrebbe vivere allegramente per i prossimi cinquecento anni! Tuttavia, ci sono stati alcuni membri dell’entourage di Izetbegović che, a partire dall’estate del 1992, hanno lavorato per realizzare il progetto di rendere i musulmani bosniaci le permanenti ed esclusive vittime della guerra».

Il massacro di Srebrenica servì come pretesto a Bill Clinton per scatenare, dal 30 Agosto al 20 Settembre del 1995, la famigerata Operazione Deliberate Force, una campagna di bombardamento intensivo, con l’uso di micidiali bombe all’uranio impoverito, con la quale le forze della NATO distrussero il comando dell’esercito serbo-bosniaco, devastandone irrimediabilmente i sistemi di controllo del territorio. Operazione che spinse le forze croate e musulmano-bosniache ad avanzare in buona parte delle aree controllate dai Serbi, offensiva che si arrestò soltanto alle porte della capitale serbo-bosnica Banja Lukae che costrinse i Serbi ad un cessate il fuoco e all’accettazione degli accordi di Dayton, che determinarono una spartizione della Bosnia fra le due parti (la croato-musulmana e la serba). Spartizione che penalizzò fortemente la Republika Srpska, che venne privata di buona parte dei territori faticosamente conquistati in tre anni di duri combattimenti.

Alija Izetbegović, fautore del distacco della Bosnia-Erzegovina dalla federazione jugoslava nel 1992, dopo un referendum fortemente contestato e boicottato dai cittadini di etnia serba (oltre il 30% della popolazione) è rimasto in carica come Presidente dell’autoproclamato nuovo Stato fino al 14 Marzo 1996, divenendo in seguito membro della Presidenza collegiale dello Stato federale imposto dagli accordi di Dayton fino al 5 Ottobre del 2000, quando venne sostituito da Sulejman Tihić. È morto nel suo letto a Sarajevo il 19 Ottobre 2003 e non ha mai pagato per i suoi crimini. Ha anzi ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali, fra cui le massime onorificenze della Croazia (nel 1995) e della Turchia (nel 1997). E ha saputo bene far dimenticare agli occhi della ‘comunità internazionale’ la sua natura di musulmano fanatico e fondamentalista ed i suoi numerosi arresti e le sue lunghe detenzioni, all’epoca di Tito, (in particolare dal 1946 al 1949 e dal 1983 al 1988) per attività sovversive e ostili allo Stato.

Nella sua celebre Dichiarazione Islamica, pubblicata nel 1970, dichiarava: «non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche» e che «il movimentoislamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico». E ha mantenuto fede a queste sue promesse, precipitando la tradizionalmente laica Bosnia-Erzegovina, luogo dove storicamente hanno sempre convissuto in pace diverse culture e diverse religioni, in una satrapia fondamentalista, con l’appoggio ed i finanziamenti dell’Arabia Saudita e di altri stati del Golfo e con l’importazione di migliaia di mujahiddin provenienti da varie zone del Medio Oriente, che seminarono in Bosnia il terrore e si resero responsabili di immani massacri.

Slobodan Milošević, accusato di ‘crimini contro l’umanità’ (accuse principalmente fondate su una sua presunta regia del massacro di Srebrenica), nonostante abbia sempre proclamato la sua innocenza, venne arrestato e condotto in carcere all’Aja. Essendo un valente avvocato, scelse di difendersi da solo di fronte alle accuse del Tribunale Penale Internazionale, ma morì in circostanze mai chiarite nella sua cella l’11 Marzo 2006. Sono insistenti le voci secondo cui sarebbe stato avvelenato perché ritenuto ormai prossimo a vincere il processo e a scagionarsi da ogni accusa, e perché molti leader europei temevano il terremoto che avrebbero scatenato le sue dichiarazioni.

Radovan Karadžić, l’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, e il Generale Ratko Mladić, comandante in capo dell’esercito bosniaco, sono stati anch’essi arrestati e si trovano in cella all’Aja. Sul loro capo pendono le stesse accuse di ‘crimini contro l’umanità’, fondate essenzialmente sul massacro di Srebrenica.

Adesso che su Srebrenica è finalmente venuta fuori la verità, dovrebbe essere facile per loro arrivare ad un’assoluzione, a meno che qualcuno non abbia deciso che debbano fare la fine di Milošević.

Ma chi restituirà a loro e al defunto Presidente Jugoslavo la dignità e l’onorabilità? Tutte le grandi potenze occidentali, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dovrebbero ammettere di aver sbagliato, ma dubito sinceramente che lo faranno.

 

1297.- La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO

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A quali obbiettivi sono effettivamente mirate, rispettivamente, la NATO e l’Unione europea?” E, dall’altro: “Quale gerarchia di rapporti è possibile fra gli Stati Uniti d’America e questa anomalia istituzionale che chiamiamo Unione europea? Infine, per inquadrare strategicamente gli obbiettivi di questo nostro esercito: “Quale è realmente il grado d’incompatibilità, politica e commerciale, fra gli Stati europei, anzi, occidentali e la Russia? E, ancora meglio: Dove è la minaccia? Se essa viene dall’Asia, ritenete che sia essenziale il ruolo equilibratore dell’Europa nei confronti dei rapporti Russo-Americani? Vi sembra questo un indirizzo compatibile con le linee politiche della NATO, di monsieur Macron e frau Merkel?

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Come la NATO giustifica il nazismo lettone
Russie Politics 13 luglio 2017La NATO diffonde un video per legittimare la lotta dei “partigiani” nazisti lettoni, i “fratelli della foresta”, camuffandoli da grandi combattenti contro i russi. Oltre a riscrivere la storia, è quasi un invito all’omicidio dei russi e della Russia. Il video della NATO inizia confondendo soldati degli eserciti “russo” e “sovietico”. L’idea è mostrare che i “fratelli della foresta” combatterono i russi e non i sovietici, dato che i lettoni facevano parte dell’esercito sovietico… Poi si spiega che quei “pochi uomini” erano civili inermi costretti dalla situazione a combattere “l’occupante” russo, che dopo la Seconda guerra mondiale occupò i territori liberati. Ricordiamo che l’Armata Rossa liberò l’Austria e si ritirò pochi anni dopo perché 1) non vi era alcuna volontà della gente di passare dal capitalismo al sistema comunista; 2) perché l’Austria non fece mai parte dell’impero russo, a differenza della Lettonia. La cosiddetta “occupazione” della Lettonia da parte dei comunisti ed adesione all’URSS sono spiegati dal fatto che la grande indipendenza lettone si ebbe dopo la caduta dell’Impero russo. Tutto qui. Poi i quadri comunisti del Paese erano appunto lettoni. Il video mostra persone testimoniare tale epica lotta patriottica della Lettonia contro l’occupazione sovietica. Occupanti che ebbero la sfortuna di liberare il Paese, ovviamente contro la sua volontà, dai nazisti piuttosto ben apprezzati. Negli anni ’40, i lettoni o erano nelle file dell’Armata Rossa e dei suoi partigiani, venendo poi perseguitati, o nell’esercito nazista e nella sua Polizei ed altri ausiliari che massacravano allegramente. La strana neutralità “dei lettoni” è un nuovo mito usato per giustificare la riscrittura della storia e legittimare la politica russofoba, paradigma internazionale “della lotta del bene contro il male”. La portavoce del Ministero degli Esteri russo Zakharova ha reagito al video ricordando che i “fratelli della foresta” furono creati e finanziati da servizi segreti occidentali dopo la Seconda guerra mondiale per respingere politicamente l’URSS dopo la vittoria militare. Perciò arruolarono i collaborazionisti della Polizei, dell’amministrazione lettoni, ufficiali e soldati lettoni al servizio delle SS. In breve, per nulla persone di tutto rispetto. Tale organizzazione compì oltre 3000 aggressioni principalmente contro la popolazione civile, fino alla metà degli anni ’50.

Sul mito della neutralità lettone

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Della partecipazione lettone alle SS nel 1941 – 1945, una pagina intera è disponibile sul sito del Ministero degli Esteri russo. Si tratta della famigerata legione lettone, un’unità delle Waffen SS composta da due divisioni: la 15° Divisione e la 19° Divisione Waffen Grenadier delle SS, la cui memoria è ancora celebrata con una sfilata a Riga, anche se il Paese fa parte dell’Unione europea. Su ciò, il nostro testo: L’Europa ama i nazisti perché odiano la Russia. Durante la guerra, la legione SS lettone partecipò a pogrom, pulizia etnica degli ebrei, persecuzione dei comunisti, fucilazioni di massa di civili, ecc. Proprio sul piccolo territorio di tale mini-Paese furono creati tra il 1941 e il 1945 esattamente 46 carceri, 23 campi di concentramento e 48 ghetti. Secondo i dati ufficiali, solo i collaborazionisti delle SS lettoni uccisero 313798 civili (tra cui 39835 bambini) e 330032 soldati sovietici. Dall’autunno 1941 basandosi sui battaglioni di autodifesa furono addestrati dalle SS i battaglioni della Polizei incaricati del lavoro sporco. Alcuni furono inviati a combattere i partigiani nella regione russa di Pskov o in Bielorussia. 41 battaglioni di 300-600 persone furono quindi costituti in Lettonia (23 in Lituania e 26 in Estonia). Durante la guerra, i battaglioni lettoni furono integrati nell’esercito nazista e nelle strutture delle SS: brigate motorizzate, legione SS lettone, brigate di volontari, ecc. Erano i collaborazionisti delle SS a formare le fila dei “partigiani” “fratelli della foresta”. Ma di tutto questo la NATO non parla, logicamente. Essa sviluppò tali organizzazioni naziste dopo la Seconda guerra mondiale, per combattere fisicamente contro l’Unione Sovietica e la Russia, ed oggi usa immagini “photoshoppate” dell’epoca sempre contro la Russia, questa volta in una guerra virtuale. Anche se il video è al limite dell’istigazione a delinquere…
Dovremmo lasciar giustificare l’orrore contro cui i nostri padri combatterono? A meno che non abbiamo tutti la stessa storia…La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO
La NATO produce un documentario divertente e motivante sulla guerriglia delle Waffen-SS che non mollarono mai!

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Russia Insider 14/7/2017

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Prima di concentrarsi sugli sforzi difensivi bombardando nazioni del terzo mondo, la NATO si specializzò nell’armare ed addestrare le forze “di retrovia” in Europa che difendessero i valori occidentali con il terrorismo attribuito poi ai socialisti locali. Tale capitolo orgoglioso della storia della NATO è noto come Operazione Gladio. Ma prima di Gladio, c’erano i fratelli della foresta, un’accozzaglia di legionari delle SS e altri amici della democrazia armati dalle agenzie d’intelligence occidentali per permettere alla guerriglia nel Baltico di uccidere molti civili. Non sorprende che la NATO abbia deciso di onorare tali mitiche creature forestali delle SS producendo un breve “documentario” completo di costumi. Dmitrij Rogozin, Viceprimo Ministro russo e ex-inviato presso la NATO, sa di cosa si tratta: “La NATO ha pubblicato un video sui “Fratelli della foresta” che uccidono i nostri soldati. Ciò conferma che abbiamo a che fare con i resti nazisti della NATO
Dmitrij Rogozin (@DRogozin) 13 luglio 2017”.

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Il Gran Muftì di Gerusalemme passa in rivista la divisione SS Handzar in Yugoslavia, nel 1944. Nel suo discorso affermò esservi molte similitudine fra i principi dell’ISLAM  e quelli del Nazional-socialismo.

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SS di ieri e di oggi. L’obbiettivo è ancora la Russia! 

Alla fine della guerra 25 delle 38 divisioni della Waffen-SS erano formate da personale volontario straniero, per una percentuale superiore al 50% del numero complessivo appartenenti a tale forza armata. Le provenienze dei volontari furono le più disparate sia come nazionalità sia come estrazione ideologica, in quanto a fianco di volontari decisamente convinti dell’ideologia nazista operarono anche persone semplicemente contrarie al bolscevismo, fanatici anti-semiti, compresi molti musulmani, e soldati che scelsero di arruolarsi come alternativa all’internamento nei campi di prigionia tedeschi.

Così Zakharova, ovviamente: “Il video della NATO sui combattenti filonazisti negli Stati baltici è disgustoso e tenta di riscrivere la storia, Ambasciata russa del Regno Unito (@RussianEmbassy) 13 luglio 2017”.
RT: “Zakharova ha invitato storici, giornalisti e scienziati politici a non rimanere indifferenti su tale nuovo tentativo di distorcere la storia. “Non si rimanga indifferenti, è una perversione della storia che la NATO diffonde coscientemente per minare l’esito del tribunale di Norimberga e vi va posto fine!” ha scritto, ricordando anche che molti dei fratelli della foresta erano collaborazionisti dei nazisti e membri della SS Waffen baltiche, e che tali guerriglieri uccisero migliaia di civili nelle loro incursioni”.

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Sfortunatamente, il quadretto di famiglia amichevole della NATO non dà il giusto merito alle persone responsabili di tutto ciò: “Fate una ricerca su google
(Dall’Estonia https://mobile.twitter.com/Malinka1102/status/885218501371330560/photo/1
Malinka (@ Malinka1102) 12 luglio 2017” – di sitoaurora).

1264.- Bilderberg – i fascisti corporativi che (credono) di governare il mondo

Dutch Queen Beatrix abdicates, eldest son to succeed

La regina d’Olanda Beatrice e il padre principe Bernhard

Quest’ultimo fine settimana a Chantilly, Virginia, Stati Uniti, s’incontrava il famigerato gruppo Bilderberg, denunciato nei miei libri Il tradimento di Maastricht (1994) e Ciclo completo dell’Europa (1997) come sostenitore del corporativismo fascista euro-federalista fin dal 1954, quando fu fondato da un ex-ufficiale dell’intelligence delle SS nazista e da un socialista polacco (espulso da Francia e Regno Unito durante la prima guerra mondiale). La somiglianza tra l’Europa dominata dai tedeschi oggi (dove grandi corporazioni e globalisti socialdemocratici dominano popoli scontenti ed impotenti) e l’Europa fascista dominata dai nazisti degli anni Trenta non è una coincidenza. Poche organizzazioni lo dimostrano meglio dei Bilderberg.
Il principe Bernhard dei Paesi Bassi (tedesco sposatosi con una famigliare dei reali olandesi) fondò il Bilderberg, il cui nucleo (se non tutti coloro che parteciparono alle riunioni) svolge un ruolo centrale nel processo di distruzione degli Stati nazionali d’Europa e di loro costituzioni, parlamenti e, con l’euro, economie e strutture sociali.

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Fu il socialista polacco Joseph Retinger che fondò il movimento europeo e che, dopo la guerra, ottenne fondi della CIA attraverso il “Comitato americano per un’Europa unita”, ad avvicinare il principe Bernhard (attraverso l’Unilever) per fondare il Bilderberg. Nel mio libro Ciclo completo dell’Europa, nel capitolo 6 viene chiamato “Joseph Resigner – dall’intrigo personale al potere collettivo”. Il principe Bernhard fu un membro del partito nazista dal 1933 al 1937, si dimise il giorno dopo il controverso matrimonio con la futura regina dei Paesi Bassi. La tempistica della lettera di dimissioni (per sposarsi con una della famiglia reale olandese) ci dice molto sul suo apparente successivo appoggio alla causa alleata. Una copia non firmata della lettera di dimissioni del principe Bernhard fu trovata negli archivi nazionali di Washington. La lettera finiva con un “Heil Hitler”, difficilmente un commiato dal partito nazista. Nel 1934 fu oggetto di una relazione di un comitato del Congresso statunitense che l’identificò come ufficiale delle SS collegato al principale alleato industriale del governo nazista, la IG Farben. Si dimise dai Bilderberg nel 1976, anno in cui fu rivelato dalla Commissione Donner del governo olandese che aveva accettato una tangente di un milione di dollari dalla Lockheed Corporation. Come riportato sul Times del 10 e 12 giugno 1976, uno dei testimoni, che si recava presso la Commissione con nastri e documenti, fu investito da un’auto e la valigetta fu rubata. Il testimone era uno zoologo inglese, Tom Ravensdale, ex-addetto alle PR del World Wildlife Fund di cui il principe Bernhard era presidente. Le origini di tale segreto gruppo internazionale di uomini d’affari, politici e socialisti corporativisti, giornalisti (che convenientemente dimenticano la loro devozione all’aperta discussione democratica quando sono invitati dai Bilderberg) e certi confusi reali del continente, si trovano nelle relazioni europeo-statunitensi della Seconda guerra mondiale.
I Bilderberg apparentemente rappresentano e attraggono il tipo di persone che considerano il potere corporativista e statale più “efficiente” dei desideri di individui, famiglie e nazioni. L’ex-ambasciatore statunitense a Bonn, George McGhee, fu colto dire che, “Il trattato di Roma che ha portato alla Comunità europea fu preparato nelle riunioni dei Bilderberg”. Richard Aldrich, ex-operatore della CIA ed accademico, scrisse in Diplomacy and Statecraft del marzo 1997: “Anche se Bilderberg e movimento europeo condivisero gli stessi fondatori, membri ed obiettivi, probabilmente i Bilderberg costituirono il meccanismo più efficace… è chiaro che il Trattato di Roma fu proposto dai Bilderberg quell’anno”. Aldrich afferma (e dovrebbe sapere) che il Comitato americano per un’Europa unita condivise tanti “fondatori, soci e obiettivi” coi Bilderberg: “…rivela lo stile delle prime azioni occulte, e non meno fiducia nelle organizzazioni private, anche se coordinate da una cerchia ristretta di amici”. I verbali della prima riunione di Bilderberg ne dichiarano lo scopo: “…creare un ordine internazionale che guarderebbe oltre la crisi attuale. Quando il momento sarà maturo, i nostri attuali concetti di affari mondiali andranno estesi a tutto il mondo”. Le frasi chiave, anzi le parole in codice, di tale élite auto-nominata, includono l'”ordine internazionale”, una frase comune ai corporativisti ingenui di oggi e ai perniciosi capi della Germania nazista. “Quando il momento è maturo” indica una loro pianificazione a lungo termine (“i nostri concetti attuali”) e segretezza. La frase “tutto il mondo” rivela il desiderio di potere sovranazionale e l’intenzione di eliminare gli aspetti non inquadrabili come le democrazie nazionali. Oggi chiameremo questo corporativismo sovranazionale “Globalismo”.
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Praticamente tutte le figure più importanti dei Bilderberg sono anche membri del Consiglio per le Relazioni Estere degli Stati Uniti che, nonostante la presenza di molti internazionalisti liberali e conservatori, fu fondato dal più fanatico sostenitore del governo mondiale, Paul Warburg. Warburg fu direttore della IG Farben America che durante la Seconda Guerra Mondiale stipulò accordi per trasferire tecnologia con la Standard Oil dei Rockefellers e beneficiò del monopolio della Standard Oil sulla gomma sintetica, ampliando notevolmente i profitti degli scambi della Germania nazista e la sua capacità di fabbricare materiale bellico. La tecnologia ad Iso-ottani, fondamentale per il carburante aeronautico tedesco, fu fornita esclusivamente dalla Standard Oil of New Jersey dei Rockefeller. Fu il figlio di Paul Warburg, James che, testimoniando a un comitato del Senato degli Stati Uniti nel 1950, meglio articolò gli obiettivi dei collettivisti mondialisti: “Avremo il governo mondiale che ci piaccia o meno. L’unica domanda è se il governo mondiale si avrà con la conquista o il consenso”. Quindi il principale pilastro europeo del gruppo Bilderberg era un nazista ben introdotto, mentre il pilastro statunitense erano i Rockefeller la cui compagnia familiare, Standard Oil, fu utile al regime nazista ed ebbe un’impresa comune, dal 1920 al 1942, con il principale alleato industriale dei nazisti (IG Farben).
James Stewart Martin, ex-capo della sezione guerra economica del dipartimento di Giustizia, rilevò nel suo libro “Tutti gli uomini onorevoli” del 1950 come i corporativisti tedeschi e statunitensi controllavano gli “affari globali” negli anni Trenta e Quaranta, quindi idealmente posizionati per fare la stessa cosa nel dopoguerra, quando cospirarono per creare l’Unione europea: “Un quadro cominciò ad emergere su un nemico che non aveva bisogno dei servizi di spie e sabotatori. Con l’accordo tra i produttori di magnesio tedeschi e statunitensi (necessario per gli aeromobili) la produzione negli Stati Uniti prima della guerra fu limitata a non più di 5000 tonnellate all’anno. Al contrario, la Germania nel 1939 ne aveva prodotto solo 13500 tonnellate e nei successivi cinque anni consumò magnesio al tasso di 33000 tonnellate all’anno”. Reuters riferì (5.10.1996) sui documenti declassificati dall’intelligence statunitense che confermarono un incontro nell’agosto 1944 tra SS e rappresentanti di sette aziende tedesche, tra cui Krupp, Rochling, Messerschmitt e Volkswagen. In questa riunione (La riunione della Casa Rossa) a Strasburgo, furono elaborati piani per costruire ricchezza, potere e capacità industriale all’estero, “affinché un forte impero tedesco possa essere creato dopo la sconfitta”. Un’analisi del dipartimento del Tesoro statunitense del 1946 riferì che i tedeschi avevano trasferito 500 milioni di dollari fuori dal Paese, prima della fine della guerra. L’obiettivo era preparare “una campagna commerciale dopo la guerra”, in altre parole il tipo di pianificazione politico-industriale che questo libro descrive come “corporativista”. Le aziende tedesche furono incoraggiate ad allearsi con società straniere e le SS si riferirono agli accordi internazionali sui brevetti che la Krupp stipulò con le società statunitensi, di cui il precedente accordo IG Farben-Standard Oil era l’esempio classico. Ciò che i politici oggi dimenticano è che alla fine degli anni ’40 e all’inizio degli anni ’50, prima dell’invasione sovietica dell’Ungheria e della costruzione del muro di Berlino, la Germania perseguiva gli stessi obiettivi nazionalistici (cioè aggressivi nazionali) degli anni Trenta, ma usando “l’Europa” come strumento.
In questo periodo del dopoguerra si ritrovano i legami tra Europa nazista, “ordine mondiale” di Hitler e crisi odierna dell’Europa e del “nuovo ordine mondiale”. Ciò non dovrebbe sorprendere, perché 134 impiegati pubblici del ministro degli Esteri di von Ribbentrop lavorarono sotto Adenauer e lo stesso uomo nominato da Hitler a segretario del suo “Comitato Europa” (Heinz Trützschler von Falkenstein) fu scelto da Adenauer nel 1949 per un incarico simile a quello di direttore della “divisione europea” dell’Ufficio estero tedesco-occidentale. Consideriamo il tema comune in queste tre citazioni del 1931, 1950 e 1951.
Il primo del dottor Duisberg della IG Farben, del 1931: “Solo un blocco commerciale integrato permetterà all’Europa di acquisire la più intima forza economica… desiderio millenario di cui il Reich grida per un nuovo approccio. Perciò tale scopo possiamo usare il miraggio della pan-Europa”. Dal 1934 in poi IG Farben fu il principale veicolo industriale dei preparativi di guerra di Hitler. Si noti qui che i moderni capi tedeschi sopprimono ciò che i nazisti non mascherarono, cioè che per molti tedeschi “Europa” e “das Reich” sono la stessa cosa.
Il secondo di Konrad Adenauer (fondatore tedesco della Comunità europea e della Germania moderna) nel 1950: “Un’Europa federata sarà la terza forza… la Germania è tornata ad essere un fattore con cui altri dovranno contare… Se noi europei colonizzeremo l’Africa creeremo allo stesso tempo un fornitore di materie prime per l’Europa”. Anche per Adenauer, dunque, l’Europa era una grande ambizione imperiale piuttosto che un interesse nazionale.
E del 1951, il ministro del Commercio di Adenauer, il dottor Seebohm anticipò la frase preferita del governo inglese “La Gran Bretagna al centro dell’Europa”: “L’Europa libera vuole unirsi alla Germania? La Germania è il cuore dell’Europa e le membra devono adattarsi al cuore e non il cuore alle membra”.

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I Bilderberg è la riunione di politici antidemocratici corporativisti e in parte cacciatori di potere cospiratori, ma soprattutto ingenui arrampicatori politico-sociali e “il tipo di persone che” non bada a sopraffare democrazia e Stati nazionali, e che si crede un “potente dietro le quinte” e pianificatore del “destino” del mondo. Per decenni la loro parola d’ordine era “segreto”, rendendo la presenza dei giornalisti che non denunciassero i loro incontri tanto più riprovevole. David Rockefeller espresse gratitudine alla “stampa libera” delle nazioni democratiche sul silenzio quando si occuparono di una riunione segreta dei Bilderberg a Sand, in Germania, nel giugno 1991. Di seguito una traduzione dalla rivista francese “Minute” del 19 giugno 1991. “Siamo grati a Washington Post, New York Times, Time Magazine e altre grandi pubblicazioni i cui direttori hanno partecipato alle nostre riunioni e rispettato la promessa di discrezione per quasi quattro decenni”. La definizione di “grande pubblicazione” è evidentemente volta a chi non pubblica nulla d’importante. Certamente a chi comprende che la “libertà di stampa” non è la libertà del popolo e che il diritto di conoscere è un diritto dei governi, non dei governati. Rockefeller continuò: “Non avremmo potuto sviluppare il nostro piano mondiale se in tutti questi anni fossimo stati sottoposti a una piena pubblicità. Ma il mondo è ora più sofisticato e disposto a muoversi verso un governo mondiale che non conoscerà la guerra, ma solo pace e prosperità per tutta l’umanità”. Chi si riunisce a porte chiuse, progetta la fine degli Stati nazionali, sfida la democrazia e sottolinea la natura elitaria del propri gruppo e l’inadeguatezza degli altri, viene ovviamente oltraggiato dalla volontà democratica che non si adatta ai propri piani. Credono inoltre che le loro competenze siano indispensabili per un’élite governativa. Naturalmente il banchiere Rockefeller affermò: “La sovranità sovranazionale di un’élite intellettuale e di banchieri mondiale è sicuramente preferibile all’autodeterminazione praticata nei secoli passati”. Naturalmente solo perché teme che il mondo rifiuti le loro idee, che l’élite Bilderberg s’incontra in segreto, cercando d’imporre il suo fantastico “nuovo mondo” prima che i popoli si sveglino e l’impediscano.

Kenneth Clarke reveals plans to stand down from Parliament
Kenneth Clarke e Bilderberg

I partecipanti sono spesso finanziati dai fondi dei Bilderberg e alcuni furono inviati dai loro governi ad assistervi ufficialmente (confermato da David Owen e Tony Blair), smentendo così i Bilderberg che affermano che ognuno assiste da “privato”. Alcuni hanno ricordi piuttosto insignificanti su chi gli abbia pagato ciò e mancato sempre di riportarlo sul registro parlamentare degli interessi dei membri. Kenneth Clarke, come la maggior parte dei politici che partecipa a questi incontri, sostiene di non sapere nulla dell’origine del fondatore dei Bilderberg. Fu nel 1993 che Lynn Riley ed io, perseguendo le spese indebite presso i Bilderberg di Kenneth Clarke, riuscimmo ad ottenere un documento ufficiale inglese (una relazione della commissione sulle norme in materia di pubblica utilità pubblicata dalla cancelleria di sua maestà) che citava il gruppo Bilderberg per la prima volta! Molti vorranno sapere perché chi deve la propria posizione agli elettori nazionali debba partecipare (a spese dei contribuenti o di un gruppo segreto) ad incontri di un’organizzazione fondata da un ex- nazista e ufficiale delle SS per perseguire un’agenda segreta con capi e affaristi internazionali che, come abbiamo visto nell’Unione Europea, può avere gravi conseguenze sui loro elettori ignorati. Ogni deputato è eletto in maniera aperta con un manifesto democraticamente discusso, e si riunisce nel parlamento nazionale per decidere unicamente nell’interesse del proprio elettorato nazionale. Partecipare ad incontri segreti di gruppi dal programma segreto, la maggior parte dei quali mai eletta e in luoghi ben protetti, non è affatto ciò che gli elettori hanno in mente. Il libro Tradimento a Maastricht elenca chi partecipò alla riunione dei Bilderberg del 1993 in Grecia. Vi erano tre inglesi: Kenneth Clarke, Tony Blair e Sir Patrick Sheehy (allora presidente della BAT, lo stesso posto più tardi occupato da Kenneth Clarke!) che a poche settimane l’uno dall’altro, all’inizio del 1995, scrissero articoli sui giornali inglesi a sostegno dell’abolizione della sterlina e della Banca d’Inghilterra, e a favore della moneta unica europea. Nel 1995 e 1996 vi fu un nuovo nome inglese nell’elenco degli ospiti dei Bilderberg, il presidente del Congresso sindacale John Monks. Un dirigente sindacalista tra i politici corporativisti dei Bilderberg. Come i dirigenti aziendali, funzionari e politici, i sindacalisti credono nell’organizzazione del capitale, del lavoro, dei prezzi, dei parlamenti e, infine naturalmente delle nazioni. Monks iniziò subito a promuovere l’abolizione della sterlina!

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Per un esame più approfondito dei Bilderberg si veda il Capitolo 7 del mio libro “Ciclo completo dell’Europa”. 20 anni dopo la pubblicazione del libro, i Bilderberg sono ancora forti. I partecipanti sono come al solito dirigenti aziendali al 95%, frammischiati ad alcuni politici eletti democraticamente e alcuni giornalisti, soprattutto di Financial Times ed Economist, mentre il London Evening Standard era rappresentato quest’anno dall’ex-deputato conservatore ed ex-cancelliere George Osborne, la cui crociata eurofederalista fu arrestata improvvisamente dal popolo inglese nel referendum per la Brexit del giugno 2016.

Conservative press conference

George Osborne

Invitati dei Bilderberg 2017
Presidente Castries, Henri de (FRA), ex-presidente e CEO dell’AXA; Presidente dell’Institut Montaigne

Partecipanti
Achleitner, Paul M. (DEU), Chairman of the Supervisory Board, Deutsche Bank AG
Adonis, Andrew (GBR), Chair, National Infrastructure Commission
Agius, Marcus (GBR), Chairman, PA Consulting Group
Akyol, Mustafa (TUR), Senior Visiting Fellow, Freedom Project at Wellesley College
Alstadheim, Kjetil B. (NOR), Political Editor, Dagens Næringsliv
Altman, Roger C. (USA), Founder and Senior Chairman, Evercore
Arnaut, José Luis (PRT), Managing Partner, CMS Rui Pena & Arnaut
Barroso, José M. Durão (PRT), Chairman, Goldman Sachs International
Bäte, Oliver (DEU), CEO, Allianz SE
Baumann, Werner (DEU), Chairman, Bayer AG
Baverez, Nicolas (FRA), Partner, Gibson, Dunn & Crutcher
Benko, René (AUT), Founder and Chairman of the Advisory Board, SIGNA Holding GmbH
Berner, Anne-Catherine (FIN), Minister of Transport and Communications
Botín, Ana P. (ESP), Executive Chairman, Banco Santander
Brandtzæg, Svein Richard (NOR), President and CEO, Norsk Hydro ASA
Brennan, John O. (USA), Senior Advisor, Kissinger Associates Inc.
Bsirske, Frank (DEU), Chairman, United Services Union
Buberl, Thomas (FRA), CEO, AXA
Bunn, M. Elaine (USA), Former Deputy Assistant Secretary of Defense
Burns, William J. (USA), President, Carnegie Endowment for International Peace
Çakiroglu, Levent (TUR), CEO, Koç Holding A.S.
Çamlibel, Cansu (TUR), Washington DC Bureau Chief, Hürriyet Newspaper
Cebrián, Juan Luis (ESP), Executive Chairman, PRISA and El País
Clemet, Kristin (NOR), CEO, Civita
Cohen, David S. (USA), Former Deputy Director, CIA
Collison, Patrick (USA), CEO, Stripe
Cotton, Tom (USA), Senator
Cui, Tiankai (CHN), Ambassador to the United States
Döpfner, Mathias (DEU), CEO, Axel Springer SE
Elkann, John (ITA), Chairman, Fiat Chrysler Automobiles
Enders, Thomas (DEU), CEO, Airbus SE
Federspiel, Ulrik (DNK), Group Executive, Haldor Topsøe Holding A/S
Ferguson, Jr., Roger W. (USA), President and CEO, TIAA
Ferguson, Niall (USA), Senior Fellow, Hoover Institution, Stanford University
Gianotti, Fabiola (ITA), Director General, CERN
Gozi, Sandro (ITA), State Secretary for European Affairs
Graham, Lindsey (USA), Senator
Greenberg, Evan G. (USA), Chairman and CEO, Chubb Group
Griffin, Kenneth (USA), Founder and CEO, Citadel Investment Group, LLC
Gruber, Lilli (ITA), Editor-in-Chief and Anchor “Otto e mezzo”, La7 TV
Guindos, Luis de (ESP), Minister of Economy, Industry and Competiveness
Haines, Avril D. (USA), Former Deputy National Security Advisor
Halberstadt, Victor (NLD), Professor of Economics, Leiden University
Hamers, Ralph (NLD), Chairman, ING Group
Hedegaard, Connie (DNK), Chair, KR Foundation
Hennis-Plasschaert, Jeanine (NLD), Minister of Defence, The Netherlands
Hobson, Mellody (USA), President, Ariel Investments LLC
Hoffman, Reid (USA), Co-Founder, LinkedIn and Partner, Greylock
Houghton, Nicholas (GBR), Former Chief of Defence
Ischinger, Wolfgang (INT), Chairman, Munich Security Conference
Jacobs, Kenneth M. (USA), Chairman and CEO, Lazard
Johnson, James A. (USA), Chairman, Johnson Capital Partners
Jordan, Jr., Vernon E. (USA), Senior Managing Director, Lazard Frères & Co. LLC
Karp, Alex (USA), CEO, Palantir Technologies
Kengeter, Carsten (DEU), CEO, Deutsche Börse AG
Kissinger, Henry A (USA), Chairman, Kissinger Associates Inc.
Klatten, Susanne (DEU), Managing Director, SKion GmbH
Kleinfeld, Klaus (USA), Former Chairman and CEO, Arconic
Knot, Klaas H.W. (NLD), President, De Nederlandsche Bank
Koç, Ömer M. (TUR), Chairman, Koç Holding A.S.
Kotkin, Stephen (USA), Professor in History and International Affairs, Princeton University
Kravis, Henry R. (USA), Co-Chairman and Co-CEO, KKR
Kravis, Marie-Josée (USA), Senior Fellow, Hudson Institute
Kudelski, André (CHE), Chairman and CEO, Kudelski Group
Lagarde, Christine (INT), Managing Director, International Monetary Fund
Lenglet, François (FRA), Chief Economics Commentator, France 2
Leysen, Thomas (BEL), Chairman, KBC Group
Liddell, Christopher (USA), Assistant to the President and Director of Strategic Initiatives
Lööf, Annie (SWE), Party Leader, Centre Party
Mathews, Jessica T. (USA), Distinguished Fellow, Carnegie Endowment for International Peace
McAuliffe, Terence (USA), Governor of Virginia
McKay, David I. (CAN), President and CEO, Royal Bank of Canada
McMaster, H.R. (USA), National Security Advisor
Micklethwait, John (INT), Editor-in-Chief, Bloomberg LP
Minton Beddoes, Zanny (INT), Editor-in-Chief, The Economist
Molinari, Maurizio (ITA), Editor-in-Chief, La Stampa
Monaco, Lisa (USA), Former Homeland Security Officer
Morneau, Bill (CAN), Minister of Finance
Mundie, Craig J. (USA), President, Mundie & Associates
Murtagh, Gene M. (IRL), CEO, Kingspan Group plc
Netherlands, H.M. the King of the (NLD)
Noonan, Peggy (USA), Author and Columnist, The Wall Street Journal
O’Leary, Michael (IRL), CEO, Ryanair D.A.C.
Osborne, George (GBR), Editor, London Evening Standard
Papahelas, Alexis (GRC), Executive Editor, Kathimerini Newspaper
Papalexopoulos, Dimitri (GRC), CEO, Titan Cement Co.
Petraeus, David H. (USA), Chairman, KKR Global Institute
Pind, Søren (DNK), Minister for Higher Education and Science
Puga, Benoît (FRA), Grand Chancellor of the Legion of Honor and Chancellor of the National Order of Merit
Rachman, Gideon (GBR), Chief Foreign Affairs Commentator, The Financial Times
Reisman, Heather M. (CAN), Chair and CEO, Indigo Books & Music Inc.
Rivera Díaz, Albert (ESP), President, Ciudadanos Party
Rosén, Johanna (SWE), Professor in Materials Physics, Linköping University
Ross, Wilbur L. (USA), Secretary of Commerce
Rubenstein, David M. (USA), Co-Founder and Co-CEO, The Carlyle Group
Rubin, Robert E. (USA), Co-Chair, Council on Foreign Relations and Former Treasury Secretary
Ruoff, Susanne (CHE), CEO, Swiss Post
Rutten, Gwendolyn (BEL), Chair, Open VLD
Sabia, Michael (CAN), CEO, Caisse de dépôt et placement du Québec
Sawers, John (GBR), Chairman and Partner, Macro Advisory Partners
Schadlow, Nadia (USA), Deputy Assistant to the President, National Security Council
Schmidt, Eric E. (USA), Executive Chairman, Alphabet Inc.
Schneider-Ammann, Johann N. (CHE), Federal Councillor, Swiss Confederation
Scholten, Rudolf (AUT), President, Bruno Kreisky Forum for International Dialogue
Severgnini, Beppe (ITA), Editor-in-Chief, 7-Corriere della Sera
Sikorski, Radoslaw (POL), Senior Fellow, Harvard University
Slat, Boyan (NLD), CEO and Founder, The Ocean Cleanup
Spahn, Jens (DEU), Parliamentary State Secretary and Federal Ministry of Finance
Stephenson, Randall L. (USA), Chairman and CEO, AT&T
Stern, Andrew (USA), President Emeritus, SEIU and Senior Fellow, Economic Security Project
Stoltenberg, Jens (INT), Secretary General, NATO
Summers, Lawrence H. (USA), Charles W. Eliot University Professor, Harvard University
Tertrais, Bruno (FRA), Deputy Director, Fondation pour la recherche stratégique
Thiel, Peter (USA), President, Thiel Capital
Topsøe, Jakob Haldor (DNK), Chairman, Haldor Topsøe Holding A/S
Ülgen, Sinan (TUR), Founding and Partner, Istanbul Economics
Vance, J.D. (USA), Author and Partner, Mithril
Wahlroos, Björn (FIN), Chairman, Sampo Group, Nordea Bank, UPM-Kymmene Corporation
Wallenberg, Marcus (SWE), Chairman, Skandinaviska Enskilda Banken AB
Walter, Amy (USA), Editor, The Cook Political Report
Weston, Galen G. (CAN), CEO and Executive Chairman, Loblaw Companies Ltd and George Weston Companies
White, Sharon (GBR), Chief Executive, Ofcom
Wieseltier, Leon (USA), Isaiah Berlin Senior Fellow in Culture and Policy, The Brookings Institution
Wolf, Martin H. (INT), Chief Economics Commentator, Financial Times
Wolfensohn, James D. (USA), Chairman and CEO, Wolfensohn & Company
Wunsch, Pierre (BEL), Vice-Governor, National Bank of Belgium
Zeiler, Gerhard (AUT), President, Turner International
Zients, Jeffrey D. (USA), Former Director, National Economic Council
Zoellick, Robert B. (USA), Non-Executive Chairman, AllianceBernstein L.P.

standard-oil-ogo-ig-farben-swastika-rockefeller-nazi-germany-carteldi sitoaurora, Rodney Atkinson, Free Nations, 4 giugno 2017

 

1214.- Trump minaccia la guerra commerciale alla Germania

Peggiora lo scontro a puntate tra Trump e Merkel. Il presidente Usa cinguetta contro la Germania: “pagate meno del dovuto in spese militari. Male per gli Usa. Questo cambierà”. Si apre il rischio di una guerra commerciale negli Usa contro i marchi tedeschi prodotti e venduti in America.

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Per Trump, la Ue era e rimane inutile e dannosa e, tra l’altro sta dando l’ennesima prova di comportamenti assurdi. Molti in Europa avranno gongolato vedendo che il neo presidente non ha alcuna remora nell’attaccare un totem come Angela Merkel e nell’accusare la Germania di sfruttare l’Unione ai propri fini nazionali. Per il tycoon, in campagna elettorale, pure la Nato era obsoleta, se non addirittura inutile e tale è rimasta anche ora. Pur tra i tanti dubbi espressi dagli ambienti militari Usa e dai governi europei, non pare sia disposto a un ripensamento radicale sull’argomento. Caso mai solo a piccoli aggiustamenti per non scontentare soprattutto alcuni militari che hanno posizioni di rilievo nel suo team.

Botta e risposta. Lo scontro tra Trump e Merkel peggiora e come nelle migliori fiction procede a puntate e senza esclusione di colpi. Questa mattina il presidente Usa ha attaccato come da abitudine via twitter: “Noi abbiamo un massiccio deficit con la Germania, inoltre loro pagano molto meno di quanto dovrebbero per la Nato e le attività militari. Molto male per gli Usa. Questo cambierà”.

Lo scontro ha avuto inizio pubblicamente con le rivelazioni del giornale tedesco Der Spiegel secondo cui Trump aveva definito molto cattiva la Germania per le sue politiche commerciali, con particolare riferimento alla vendita auto negli Usa delle aziende tedesche.

Al G7 di Taormina il clima è peggiorato proprio su questioni come ambiente, commercio e immigrazione al punto di far saltare la tradizionale conferenza stampa Usa-Germania.

Nel frattempo la Merkel ha detto in un comizio che l’Europa deve prendere nelle proprie mani il suo destino, perché non può più fare affidamento sugli alleati, cioè Usa e Gran Bretagna.

Per Trump la Germania investe meno del 2% del PIL nella difesa, come l’Italia del resto, ma trascura il fatto che le basi militari Usa più importanti sono ospitate in Europa. Perdere un appoggio del genere per gli Stati Uniti sarebbe molto grave. Sul piano economico, il problema per Donald Trump è che molti dei prodotti venduti negli Usa sono sì marchi tedeschi ma realizzati in America con posti di lavoro garantiti per migliaia di lavoratori. Uno scontro sul piano commerciale potrebbe comportare dei costi non irrilevanti per gli americani. Per ora nessuno fa un passo indietro ma fare un passo avanti potrebbe portare a un punto di non ritorno dove non è possibile calcolare i costi per entrambe le parti.

Di , per Remocontro, 30 maggio 2017