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2202.- PERCHÉ C’È IL SILENZIO SUI GILET JAUNES

Proteste a Parigi
Oggi, alla 11esima giornata e alla prima notte di protesta sociale, stanno partecipandoo 4.000 parigini e, in tutta la Francia, 69.000 francesi. È incredibile come a distanza di undici settimane di protesta, la gendarmeria, su ordine di Macron, continui a sparare flashball in faccia ai gilet gialli. Oggi hanno colpito proditoriamente Jerôme Rodriguez, vicino al leader Eric Drouet e sempre presente con la sua telecamera durante le manifestazioni, che ha probabilmente perso un occhio. Maxime Nicolle, uno dei leader dei gilet gialli, è stato arrestato questa notte a Bordeaux. Chi oggi va in piazza per protestare contro Macron, va in galera. Nel silenzio dell’Unione europea sulla dittatura di Emmanuel Macron, continua la mattanza del popolo francese da parte dei macellai della Police e della Gendarmerie. Stranamente, però, l’Ue attacca la Russia, il Venezuela e l’Ungheria. Non credo che voterò a maggio, ma, mi raccomando, non parlatemi di esercito europeo!


Una granata flashback, sparata in faccia e senza ragione da brevissima distanza, ha colpito Jerôme Rodriguez, che ha ripreso lui stesso l’attimo dello sparo. Qui, di seguito, l’attimo dello sparo e la fiammata:

Il fenomeno dei gilet gialli francesi, per certi osservatori e certa stampa, sembra essere quasi un meteorite misterioso, precipitato nel bel mezzo dell’Europa.

Pietro Vinci

Hanno cercato, anche goffamente e in modo sicuramente poco decoroso, di dipingere i tantissimi francesi tutt’ora in mobilitazione generale come scherati al soldo della Russia o di chissà chi: si è trattato dell’ennesimo ridicolo insulto nei confronti di una nazione con la quale sarebbe giusto, e opportuno, essere amici e soprattutto un affronto alla coscienza delle masse francesi.

Emmanuel Macron

Macron vuole approfittare delle proteste per risolvere i problemi nazionali

Non si è trattato né si tratta, dunque, di un fenomeno “misterioso”, precipitato da oscure lande inesplorate: la rabbia sociale, in Francia così come praticamente in tutta l’Europa occidentale, è qualcosa di reale, con motivazioni serie e che sarebbe stato possibile prevedere con largo anticipo. Forse si è deciso di non parlarne, di non alzare il tappeto per mostrare quanto sporco si annida nella Ue, quanta ingiustizia e malessere; si è trattato di un “regalo” magnifico per affaristi, politici europeisti e per l’establishment nel suo complesso, ma questo “silenzio” è rivoltato contro i responsabili della catastrofe socio-economica in atto.

Siamo alla presenza di una crescita economica ambigua, o definibile con maggior precisione a favore di pochi possidenti: l’economia ha un trend in crescita, così come l’occupazione, ma la povertà dei lavoratori nell’Unione europea continua a lacerarne le vite.

Il Financial Times , a dicembre, ha tracciato con precisione questo paradossale stato di cose: citando i dati statistici dell’Eurostat, si dimostra che i lavoratori in una condizione familiare al di sotto del livello di povertà sono uno ogni dieci; si tratta di dati feroci, stazionari da un paio di anni e al livello più alto mai registrato. I governi europeisti continuano a colpire a suon di tagli gli aiuti sociali, che sono in ogni caso ben poco rispetto a un sacrosanto livello di benessere generale dato da salari decenti e opportunità lavorative, le famiglie si sostengono a malapena con un solo salario al loro interno e le paghe sono misere.

L’Eurostat fornisce un quadro impietoso: riferendosi al 2017, lo spettro della povertà minaccia e colpisce sempre più persone, soprattutto i lavoratori temporanei o part-time. Aumenta questo rischio persino per gli impiegati a tempo pieno o con contratti permanenti. Si cerca disperatamente un lavoro full-time, ma queste ricerche finiscono per scontrarsi con l’assenza quasi totale di offerte di lavoro simili: il lavoro temporaneo impera, soprattutto in Italia e Spagna; le nazioni fuori da questo trend negativo risultano essere la Germania e il Regno Unito — che chissà come abbandonerà l’Unione europea.

Un aumento spropositato dei contratti di lavoro part-time si è avuto in Germania, ad esempio, a seguito delle massicce riforme legislative sul mercato del lavoro nel 2003; unendo questo dato storico con la realtà lavorativa e sociale europea, di una crescita mutilata che arricchisce i pochissimi e deprime i moltissimi, non è difficile parlare di uno status quo che ha favorito non i lavoratori ma i detentori di capitali, più ricchi inoltre. Si è trattato di scelte, in campo di leggi realizzate e di scelte economiche attuate, volute e sicuramente apprezzate da chi si sta approfittando del nuovo esercito di “working poor“. Questo è il neologismo che indica coloro che, sebbene lavorino e stringano la cinta, non riescono a elevarsi al di sopra di una mesta condizione di miseria reale.

L’irlandese Irish Examiner, sempre il mese scorso, parlava laconicamente coi dati implacabili dell’Ufficio centrale di statistica: aumentano i segni di privazioni sociali, come non poter cambiare mobili rotti, l’impossibilità di vedersi con amici per un pasto fuori o una bevuta oppure la difficoltà a tener riscaldata la propria dimora.

Angela Merkel
Merkel ricorda il ruolo del G20 nel risolvere problemi dell’economia mondiale e sviluppo.© REUTERS / VINCENT KESSLER

La radio tedesca in lingua inglese Deutsche Welle, ha analizzato il tenore dei salari minimi in Germania constatando che sono vicinissimi alla soglia della povertà. “Si considera a rischio di povertà chi ha un salario minore del 60% della media nazionale” si legge e, al contempo, si equipara quanto un lavoratore tedesco con salario minimio riesce a ricavare — successivamente anche alla falce delle tasse — 1.110 Euro mensili, se non si ha prole. Le nazioni che seguono, tragicamente, questo principio secondo il quale la retribuzione base è sin troppo vicina alla soglia della povertà sono per esempio — nell’Europa occidentale — Lussemburgo (lo avreste mai pensato?), Malta, Francia, Spagna e Belgio. Un po’ come se in queste nazioni si dicesse “Lavorate, schiavi! Dovete spezzarvi la schiena ed esser felici per le bricioline che riceverete!“.

In Italia, spaventosamente, persiste una differenza retributiva gigantesca fra il Settentrione e il Mezzogiorno: nella prima parte del Paese, dove vi è la maggior concentrazione di industrie e attività produttive, i salari sono mediamente sui 24mila Euro annui; al Sud, fra deindustrializzazione (ossia la fine di quelle poche industrie, spesso a conduzione familiare o persino più piccole), mancanza di infrastrutture adeguate, di piani nazionali per l’industrializzazione e povertà dilagante si arriva a 16mila Euro. L’Italia è come se avesse, al suo interno, una porzione di Mondo sottosviluppato, lasciato all’indigenza o al massimo alla sopravvivenza “assicurata” dall’assistenzialismo. Alla fine di questa classifica nazionale vi è la Calabria, già salassata da malaffare e mafie, con lo scioccante dato di Vibo Valentia: 12mila Euro.

C’è forse da meravigliarsi se, proprio nel cuore dell’Occidente, le masse popolari si ribellano o perlomeno iniziano a mostrare gravi segni di insoddisfazione? Certo che no.

Le bandiere britannica e UE
© REUTERS / JON NAZCAEsperta russa: Brexit senza un accordo è catastrofe per Gran Bretagna e UE

Il giornale online Euractiv, con sede centrale a Londra ma interessato alla realtà di tutta Europa (dalla Spagna sino a Romania e Serbia), ha lacerato il velo di silenzio e mancanza di notizie dalle campagne francesi: qui si suicida un contadino ogni due giorni, come media. Lo appurò l’Agenzia nazionale di sanità pubblica di Francia, comparando i dati di 5 anni fa. Percentuali di disperazione alle stelle, salari e introiti da fame (sui 350 Euro), picchi indicibili di morti nei periodi nei quali il prezzo del latte crollava. Nel 2017 l’Istituto nazionale francese per la ricerca agricola dimostrò che erano soprattutto i piccoli proprietari, e non i grandi latifondisti o le grandi aziende agricole, a essere inghiottiti dall’angoscia e quindi portati al suicidio.

La Commissione europea, e non è la prima volta, agisce col bisturi sulla carne viva: si ridurrà del 5%, dal 2020, il budget per la Politica agricola comune e dovranno essere le nazioni, singole, a dover incrementare i pagamenti diretti per i contadini.

Chissà perché, in Francia ad esempio, impazza la protesta e l’indignazione di massa verso l’Unione europea e i governi a lei fedeli. In uno scenario simile, la “diserzione” di queste armate di sfruttati, immiseriti o truffati dalla saga propagandistica della “bellezza” dell’assenza di protezionismo, della liberalizzazione dei salari, delle privatizzazioni selvagge è soltanto l’inizio: ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido (le ingiustizie sociali e salariali) riceve una spinta verticale dal basso verso l’alto, uguale per intensità al peso del volume di fluido spostato.

Si tratta del principio di Archimede: applicandolo alla società, bisogna aspettarsi la grande ondata dell’insorgenza.

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2072.- Senza euro l’Italia non sarebbe l’Argentina o la Turchia, ma il Regno Unito

Barron’s – Italy Without the Euro Would Not Be Argentina or Turkey—It Would Be the U.K. . By Matthew C. Klein:

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Gli italiani non stanno vivendo nel migliore dei mondi possibili. Se non fossero mai entrati nell’euro i loro problemi attuali non sarebbero quelli dell’Argentina, del Brasile o della Turchia. Non se la starebbero passando bene – l’Italia è l’unico grande paese sviluppato ad aver fatto peggio del Regno Unito negli ultimi dieci anni – ma se la passerebbero sicuramente meglio di adesso.

 

Un articolo molto chiaro e documentato su Barron’s traccia un confronto tra l’economia italiana e quella britannica. Storicamente i fondamentali dei due paesi sono molto simili, con tassi di inflazione pressoché uguali e tassi di interesse reali largamente paragonabili. Entrambi i paesi hanno alcuni problemi strutturali e culturali, peraltro non troppo diversi. Londra è una metropoli globale, ma è anche un’eccezione nel contesto britannico. La grande differenza negli sviluppi economici recenti l’ha fatta il regime monetario, con una Gran Bretagna indipendente e un’Italia agganciata al marco tedesco (l’euro). Ridicolizzati i tentativi di confronto con i mercati emergenti (sullo stesso tema si veda anche questo articolo di Borghi e Bagnai sul Corriere), un buon termine di paragone per l’Italia è dunque il Regno Unito.

Nel mio articolo economico dello scorso maggio sostenevo che i difetti dell’area euro spiegano molti dei problemi economici che l’Italia ha avuto nello scorso decennio. In particolare la moneta unica ha trasformato i titoli pubblici da prodotti con un tasso di rendimento in prodotti di credito. Questo costringe la politica fiscale ad essere troppo restrittiva, specialmente durante le fasi di contrazione dell’economia, e rende anche la politica monetaria più restrittiva di quello che dovrebbe essere.

Alcuni lettori erano in disaccordo. I costi di indebitamento dell’Italia, secondo loro, avrebbero avuto una componente di credito pro-ciclica anche se l’Italia avesse avuto la propria valuta e se la Banca d’Italia l’avesse potuta stampare. Il Brasile, per esempio, ha la sua propria valuta e un mercato di titoli pubblici denominati per lo più in valuta nazionale, e nonostante questo è stato costretto ad aumentare i suoi tassi di interesse e a praticare tagli di bilancio nel bel mezzo della peggiore recessione che fosse capitata da decenni. Jokesters ha disegnato dei diagrammi di Venn notando che l’Italia e l’Argentina hanno entrambe una vasta componente di etnia italiana nelle proprie popolazioni, mentre l’Italia e la Turchia hanno in comune una valuta locale tradizionale che si chiama lira. L’implicazione sarebbe che l’Italia è un caso disperato.

Questi argomenti però perdono di vista il punto fondamentale. L’Italia non è un mercato emergente, non più di quanto lo sia il Regno Unito, né storicamente né in questo momento.

Per prima cosa si considerino i tracciati di andamento dell’inflazione. È difficile distinguere quale tra le due sia l’economia “responsabile” e quale invece non lo sia:

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Cosa ancora più importante dell’inflazione è la storia dei tassi di interesse. Il valore della sovranità monetaria è che il costo dei capitali segue le previsioni di crescita. Il grafico sotto confronta il tasso di interesse di riferimento del debito italiano rispetto a quello britannico dopo aver sottratto l’inflazione:

 

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Come si può vedere, il governo italiano ha pagato tassi di interesse sostanzialmente uguali a quelli del Regno Unito nel corso degli ultimi quattro decenni, con due eccezioni da notare. Si tratta della crisi dello SME all’inizio degli anni ’90 e della crisi dell’euro negli anni recenti. Il Regno Unito avrebbe attraversato un’esperienza simile a quella dell’Italia, eccetto che il governo britannico, a differenza di quello italiano, ha deciso di abbandonare l’aggancio al marco tedesco durante la crisi dello SME, e di conseguenza ha perso l’opportunità di entrare nell’euro.

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L’Italia ha molti altri problemi. Come ho scritto lo scorso maggio, l’Italia ha un andamento demografico eccezionalmente negativo, una contrapposizione molto netta tra il Nord e il Sud e una cultura aziendale anti-meritocratica. Ma anche il Regno Unito ha un sacco di problemi, se è per quello, tra cui una simile contrapposizione netta tra Nord e Sud e una cultura dell’istruzione che spesso premia il “bravo sportivo” e il “dilettante talentuoso” rispetto al rigoroso accademico. Entrambi i paesi hanno il problema delle banche gonfie (di crediti di dubbio valore, ndt). Togliete la metropoli londinese – la cui prosperità dipende in modo preoccupante dalla volontà di fornire servizi agli oligarchi del Medio Oriente e dell’ex Unione Sovietica – e il Regno Unito diventerà uno dei paesi più poveri dell’Europa Occidentale.

Tutto questo contribuisce a spiegare perché i lavoratori italiani sono stati, storicamente, più produttivi di quelli britannici, e anche ora sono circa allo stesso livello. Né l’Italia né il Regno Unito hanno avuto una gran crescita della produttività dal 2007 a oggi. Anche il governo britannico ha aumentato le tasse e tagliato le spese dopo le elezioni del 2010, e questo senza che ve ne fosse alcuna necessità o che i mercati dei capitali spingessero a farlo. Il fatto che la produzione economica nei due paesi sia stata notevolmente diversa [in questo contesto] è dipeso dal fatto che il Regno Unito gode della sovranità monetaria. Questo ha parzialmente compensato la debolezza delle sue istituzioni e l’incompetenza dei suoi politici. Come risultato il Regno Unito ha avuto una maggiore inflazione e più posti di lavoro.

Il grafico sotto mette a confronto i cambiamenti nel prodotto interno lordo pro-capite in Italia e nel Regno Unito assieme a due andamenti ipotetici:

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La linea grigia tratteggiata mostra cosa sarebbe successo se l’Italia avesse avuto lo stesso incremento in occupazione e in ore lavorate che c’è stato nel Regno Unito, mentre la linea gialla tratteggiata mostra cosa sarebbe successo se il Regno Unito avesse avuto lo stesso andamento del mercato del lavoro che c’è stato in Italia.

Ricordate che il PIL è semplicemente il prodotto per ora lavorata (produttività) moltiplicato per il numero di ore lavorate. Poiché l’Italia e il Regno Unito hanno avuto livelli e tassi di crescita della produttività quasi identici negli ultimi dodici anni, la differenza in crescita del PIL pro-capite è dovuta quasi interamente ai cambiamenti nel numero di ore lavorate.

Il Regno Unito ha sempre avuto tassi di occupazione maggiori rispetto all’Italia, perché il suo mercato del lavoro è meno regolamentato e ci sono meno barriere culturali all’ingresso delle donne nella forza lavoro. Gli italiani storicamente hanno compensato questa differenza occupando meno posti di lavoro part-time. Nel 2007 il lavoratore italiano medio ha lavorato circa l’8,5% di ore in più all’anno rispetto al lavoratore britannico medio, mentre la proporzione di britannici con un posto di lavoro era circa del 13% più alta della proporzione di italiani con un posto di lavoro.

Ovviamente c’è ampio spazio per dei miglioramenti nelle leggi sul lavoro in Italia. Ma ciò che conta ai fini di questo confronto è come il tasso di occupazione e le ore lavorate per posto di lavoro siano cambiate in ciascun paese. Dal 2007 a oggi il tasso di occupazione britannico è cresciuto di tre punti percentuali, mentre il numero di ore lavorate per posto di lavoro è rimasto invariato. In Italia il tasso di occupazione è caduto di quasi un punto percentuale, mentre il numero di ore lavorate per posto di lavoro è crollato di quasi il 5%. Nessuno dei due paesi ha fatto dei gran cambiamenti negli incentivi a lavorare, il che suggerisce che le differenze siano dovuto per lo più alle differenze tra i rispettivi regimi monetari.

L’effetto combinato è sorprendente. Se l’Italia avesse avuto lo stesso (basso) costo dei capitali e la stessa flessibilità nel tasso di cambio di cui ha goduto il governo britannico, oggi andrebbe meglio di circa il 10%. Al contrario, se il Regno Unito fosse stato gravato dall’appartenenza all’euro come l’Italia, i suoi standard di vita oggi sarebbero del 10% inferiori.

Gli italiani non stanno vivendo nel migliore dei mondi possibili. Se non fossero mai entrati nell’euro i loro problemi attuali non sarebbero quelli dell’Argentina, del Brasile o della Turchia. Non se la starebbero passando bene – l’Italia è l’unico grande paese sviluppato ad aver fatto peggio del Regno Unito negli ultimi dieci anni – ma se la passerebbero sicuramente meglio di adesso.

1876.- A chi serve la Forza militare d’intervento europea

Abbiamo già trattato l’argomento Esercito europeo e le sue implicazioni dal lato ordinativo – organizzativo, anche nei confronti della NATO. Citiamo l’iniziativa dell’Unione europea nell’ambito della Politica di sicurezza e di difesa comune: La Cooperazione strutturata permanente (il suo acronimo è PESCO, dall’inglese Permanent Structured Cooperation) volta all’integrazione strutturale delle forze armate di 25 dei 28 stati membri. Dopo anni di acronimi e sigle NATO, ci mancavano quelle europee. Comunque, la PESCO è simile ad una cooperazione rafforzata, poiché non richiede l’adesione di tutti gli stati membri per poter essere avviata e si basa sull’articolo 42.6 e sul protocollo 10 del TUE, Trattato sull’Unione europea che con il TFEU, compone il Trattato di Lisbona del 2007 ed è stata avviata nel 2017 con un primo gruppo di progetti che saranno lanciati, appunto, quest’anno.
La PESCO è, quindi, attiva e la sua funzione di segretariato viene svolta congiuntamente dal “Servizio europeo per l’azione esterna” e dall’”Agenzia europea per la difesa”.
Ora, l’evoluzione della politica del direttorio franco – tedesco, attratto dal mercato russo, ha influito sul legame transatlantico per quegli stati, che seguendo Germania e Francia, progettano un affrancamento dalla catena di comando e controllo NATO e, qui, c’entra in gioco lo sfilamento annunciato da Trump dai bilanci della NATO.
L’Italia, che di recente ha espresso il suo favore per Mosca, ma a Bruxelles non vi ha dato seguito e che ha approvato nuovamente le sanzioni, vuole vedere chiarite le posizioni dell’Unione nei riguardi della migrazione di massa e dubito che si sottrarrebbe alla NATO per sottomettersi alla politica di Parigi; così, è rimasta fuori da questa “intesa a nove”, pure se l’anno passato ha già aderito a un corpo sanitario militare comune. Recuperando, però, Mussolini, l’Italia è una portaerei nel Mediterraneo, la terza o la prima del Gruppo d’Attacco della Sesta Flotta e può contare, comunque, sull’interesse di Trump: un interesse che misureremo presto nell’incontro di Giuseppe Conte alla Casa Bianca, il 30 luglio.
Sorvolando su queste considerazioni, un esercito rappresenta l’ultima chance della diplomazia e ha senso se si ha una politica estera, cosa che assolutamente manca all’Unione Europea. Singolare la partecipazione della Gran Bretagna a questa intesa, come dire, “fuori dall’Unione, dentro l’Europa”. Per quanto abbiamo sostenuto in più occasioni, nei confronti delle politiche europee finanziarie, sui flussi migratori ed estere in generale, presupposto e condizione necessaria di una vera unione europea è la definizione del rapporto, equivoco per certi versi, tenuto da Parigi fra l’eurozona e la Comunità Finanziaria Africana del franco CFA, che fa della Francia una potenza colonialista, in contraddizione con l’Unione; un rapporto che si aggiunge alle diseguaglianze nelle politiche economiche e finanziarie. Non è casuale che si sia venuto a creare un direttorio franco-tedesco. Ecco che è necessario e importante comprendere sia dove va e dove potrà andare l’Europa di oggi, sia “A chi serve la Forza militare d’intervento europea” e lo leggiamo da LIMES, in questo articolo a cura di Lorenzo Di Muro.

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Nove Stati membri dell’Ue hanno siglato un’intesa per la creazione di una Forza militare di intervento europea volta, tramite l’integrazione tra un gruppo ristretto di eserciti nazionali, a prevenire e fronteggiare crisi internazionali.
Mentre non è ancora chiaro se la natura della Forza sia difensiva o meno, quali crisi debba fronteggiare e possibili teatri di impiego (probabilmente, in prossimità dei confini comunitari), il progetto voluto dal presidente francese Emmanuel Macron – cui hanno aderito sinora Germania, Belgio, Uk, Danimarca, Olanda, Estonia, Spagna e Portogallo – è distinto dai quadri di riferimento Nato e Ue (Pesco) e soprattutto conta la partecipazione di Londra. Il Regno Unito si era sempre opposto a costruzioni in grado di minare la special relationship transatlantica, soppiantando la Nato o il coinvolgimento degli Usa nella sicurezza del Vecchio Continente. Una posizione alterata da Brexit, che impone invece all’esecutivo di Theresa May di spingere per preservare un’influenza in Europa anche dal punto di vista militare.
Altrettanto significativa è l’assenza dell’Italia, il cui precedente governo – stando a Parigi – aveva dato il proprio sostegno al piano presentato da Macron alla Sorbona lo scorso anno. Fonti interne riferiscono di uno scetticismo di Roma sulla complementarità del progetto alla Nato e alla Pesco, ma visti i dossier attualmente in discussione sul tavolo comunitario – su tutti quello migratorio – il messaggio italiano è precipuamente politico.
Per il presidente di Francia, d’altro canto, l’istituzione di tale Forza risponde a diversi calcoli: la creazione di una forza indipendente propriamente europea ma ristretta, con strutture decisionali che garantiscano una maggiore efficienza e reattività rispetto al formato a 25 della Pesco (nel cui ambito ieri il Consiglio Europeo ha adottato un documento sulle linee guida); un contrappeso all’influenza economica tedesca in Europa (che difatti aveva finora privilegiato un approccio inclusivo in materia); la risposta, paradossalmente, alla richiesta di Trump all’Europa di farsi carico della propria difesa; nonché un potenziale stimolo all’industria bellica nazionale.
In tal senso, il ministro della Difesa francese Florence Parly ha vagheggiato la creazione di una “cultura strategica europea”; un’esternazione paradigmatica dell’assenza di soggettività geopolitica dell’Ue, che si riflette – oltre che nel limbo comunitario nei comparti della difesa e della sicurezza – soprattutto nella mancanza di una visione e dunque di una strategia comune nella gestione della politica estera.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha incontrato oggi papa Francesco a Roma, dove presso la basilica di San Giovanni in Laterano nel pomeriggio riceverà il titolo di protocanonico d’onore del capitolo lateranense.
Il vertice con il pontefice dopo l’incontro con una delegazione della Comunità di Sant’Egidio – mentre non è previsto alcun meeting con le autorità italiane – ha una evidente dimensione politica. Nel corso del bilaterale, i duei capi di Stato hanno discusso di temi quali migranti, clima, futuro della cristianità e responsabilità dell’Europa, la quale affronterà fra tre giorni l’ennesimo Consiglio Europeo che rischia di far saltare la costruzione comunitaria.
Per Macron – che si dice agnostico in ossequio alla laicité dello Stato ma fa sfoggio della sua istruzione gesuita e si è reso protagonista di un riavvicinamento con la Santa Sede e l’episcopato locale dopo gli anni difficili sotto la presidenza di Hollande – il sostegno (anche retorico) del papa può difatti costituire un perno non secondario nel suo attivismo in politica estera.
In primis – malgrado la necessità di destreggiarsi tra un approccio alla questione migratoria che cozza con i toni usati per raffigurare la posizione in materia del nuovo esecutivo italiano – ottenendo la sponda papale prima del vertice di Bruxelles. E magari, come sul fronte militare, consolidando la posizione di Parigi alla guida (anche sul piano morale) di un’Europa en marche.
USA E COREA DEL NORD
Gli Usa non impongono scadenze temporali nel negoziato con P’yongyang, ma continueranno a valutare le mosse del paese eremita verso la denuclearizzazione per il ristabilimento di piene relazioni.
Lo ha dichiarato il segretario di Stato Mike Pompeo dopo che ieri era circolata la voce che gli Usa fossero in procinto di presentare a Kim Jong-un una lista di specifiche richieste con relative scadenze, al fine di vagliare l’aderenza di P’yongyang al documento siglato durante il vertice di Singapore. Frattanto, il segretario alla Difesa Jim Mattis è arrivato in Cina, dove il dossier coreano sarà uno dei temi di discussione con Pechino.
La notizia conferma come Washington debba accontentarsi di contropartite limitate da parte di P’yongyang, come la cancellazione della manifestazione “anti-imperialista” annuale. Probabilmente, gli Stati Uniti hanno già raggiunto il massimo risultato ottenibile in questa fase, ossia provare a convincere il mondo dell’imminenza della (assai improbabile) rinuncia di Kim alla Bomba.
ALLARGAMENTO UE E NATO
L’Europa è divisa anche sull’allargamento dei confini comunitari, mentre si discute dell’apertura di negoziati per l’ingresso nell’Ue di Albania e Macedonia.
Da una parte Francia, Olanda e Danimarca sono i paesi più scettici, considerati gli scarsi avanzamenti di Tirana e Skopje in settori come la lotta alla corruzione e alla criminalità.
Dall’altra, l’allargamento ai Balcani occidentali è sostenuto dall’Ungheria e più recentemente dalla Germania, cui potrebbe far comodo anche la creazione di hotspot (centri di accoglienza) per migranti – progetto di cui si sta valutando la fattibilità – in paesi come l’Albania. Dell’apertura delle trattative è fautrice anche la Nato, di cui Tirana è già membro e che vedrebbe l’ingresso macedone nell’Ue come prodromico a quello nell’Alleanza Atlantica.

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1850.- LA PRATICA DELLA VENDITA DELLE MOGLI NELL’INGHILTERRA DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE.

Nell’Inghilterra della Rivoluzione industriale, se si voleva divorziare, era comune, soprattutto tra i poveri, andare al mercato in cui si vendevano mucche e cavalli e mettere all’asta la propria moglie per il miglior offerente. Sto cercando di spiegare questa pratica dal punto di vista economico.

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Tra la fine del XVIII e la metà del XIX secolo, in Inghilterra, le donne sposate venivano comunemente comprate e vendute alle fiere di paese. Durante questo periodo non passava anno in cui non ci fosse un caso giudiziario riguardante la vendita di una moglie. Tra il 1780 e il 1850 furono registrati sicuramente i casi di vendita di 300 mogli, donne libere trattate come un bene mobile, oltre ai casi delle tantissime donne che non vennero registrate.

Per comprendere il motivo di tale usanza è bene specificare le ragioni economiche e sociali dietro la vendita delle mogli. Il primo divorzio registrato in Inghilterra fu nel 1857, e prima rappresentava una pratica difficile e costosa. Al fine del riconoscimento legale di una separazione o annullamento di un matrimonio era necessario un atto privato del Parlamento che aveva un prezzo di circa 3.000 sterline, qualcosa come 15 mila sterline odierne, e di un riconoscimento dell’annullamento da parte della Chiesa.

Per un qualunque cittadino inglese erano cifre sostanzialmente proibitive, riservate soltanto a poche persone nobili, e l’unica alternativa all’annullamento del matrimonio era quello di organizzare una vendita pubblica della moglie. Nei ceti più bassi della popolazione, una moglie era considerata come un vero e proprio bene, che poteva essere venduto come qualsiasi altra merce.
Il marito portava la donna all’asta del mercato dei bovini e la registrava come un bene in vendita, apponendole una corda appesa al collo, alla vita o al polso. L’asta aveva poi luogo sulla pubblica piazza e la moglie veniva venduta. Fortunatamente era una pratica già considerata illegale, ma per l’uomo medio era l’unica chance di separarsi dalla moglie senza incorrere in costi proibitivi. Le autorità erano solite chiudere un occhio.

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Una stampa francese di una vendita inglese

Quando l’affare veniva concluso, l’acquirente e il venditore andavano alla taverna del paese a festeggiare la buona riuscita della transazione. E’ bene specificare che quasi tutte le donne vendute mediante questo “trucco” burocratico andavano all’asta di propria volontà, e mettevano un veto sui potenziali acquirenti.

In molti casi la vendita veniva annunciata su un giornale locale, in modo da dare all’acquirente il tempo necessario a prepararsi. La moglie aveva anche modo di decidere quale dei potenziali acquirenti potesse andarle bene, e di porre un veto su altri non di proprio gradimento.
La vendita, sostanzialmente, era il divorzio dei poveri

Uno dei primi casi di vendita della moglie ebbe luogo 1733, a Birmingham, dove Samuel Whitehouse vendette la moglie, Mary Whitehouse, a Thomas Griffiths, per 1 pound. In molti casi, inoltre, era proprio la donna che insisteva per essere venduta, un’operazione che le avrebbe consentito di uscire da un matrimonio particolarmente infelice.

Le vendite delle mogli raggiunsero il proprio apice fra il 1820 e il 1830, per poi esser sostituite dal divorzio legale e legalizzato. L’ultima vendita, sembra, ebbe luogo nel 1913, quando una donna affermò di esser stata venduta dal marito ad un proprio compagno di lavoro per 1 pound.

Matteo Rubboli

1756.- Morire per Donald?

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Morire per Donald? Il comitato padovano per la costituzione, di spiccato fede marxista, nato per contestare la riforma costituzionale del governo Renzi, nella sua rubrica: “Medioriente: cessate il fuoco!” lancia questo appello e chiama alla mobilitazione contro la guerra infinita che sta massacrando la Siria, che si sta avvitando in un ulteriore e drammatico sviluppo. Per dare a questo appello una collocazione politica, è necessario valutarne la sincerità alla luce del reale scontro in atto fra la finanza sionistica mondiale, padrona indiscussa degli Stati Uniti, dell’ONU, della NATO, del FMI e dell’Unione europea e i poteri che le si oppongono, rappresentati dalle nazioni orientali che fanno capo alla Russia. La radice della contrapposizione in atto in tutto il pianeta è la medesima del confronto costituzionale che, in Italia, ha visto schierati i fautori del Sì e i comitati del No, fra cui, appunto, anche questo. L’ordo liberismo della finanza mondiale, infatti, vuole eliminare i principi delle Costituzioni e degli Stati sociali, perché incidono negativamente sui profitti e le possibilità di dominio del genere umano. Addirittura, vogliono eliminare le Costituzioni e, infatti, l’Unione europea non ha una sua costituzione ed è gestita da una banca centrale privata, la BCE. Tutto questo non traspare dall’articolo del pacifista Domenico Gallo, edito dal Quotidiano del Sud e richiamato nell’appello del comitato di Padova, che ripubblichiamo, come non appariva nella campagna per il No al referendum costituzionale. Siamo di fronte a una impostazione che fa capo al diritto costituzionale? Non è chiaro. Mi domando perché. Ora leggiamo Domenico Gallo, che condivido, tranne che nella conclusione, perché il Parlamento che abbiamo eletto non lo seguirà e perché questo vento di guerra ha schiaffeggiato i nostri visi, come le vele e non siamo affatto disponibili a seguire i governicchi in campo e l’alleanza atlantica in questo scontro per il predominio della finanza mondiale sulla Russia, sull’Iran, sulla Siria e sulle loro banche centrali; per il dominio di Israele sulle risorse e sui territori dei popoli arabi; per il predominio dei sunniti sugli sciiti o per i progetti demenziali del turco.

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Per quanto possa sembrare assurdo, ne abbiamo avuto conoscenza attraverso un tweet di Donald Trump che si rivolge alla Russia con toni di esaltazione della guerra tipicamente dannunziani: “”La Russia giura di abbattere tutti i missili sparati sulla Siria. Preparati Russia perché arriveranno, belli e nuovi e intelligenti!”.

Questo tono provocatorio e beffardo, oltre a farci dubitare della sanità mentale di un leader politico che ha nelle mani le chiavi per la distruzione della vita sulla terra, ci comunica che l’obiettivo dell’annunciato attacco missilistico non è una velleitaria punizione di Assad, per il crimine di uso di armi chimiche, ma il confronto militare diretto con la Russia, potenza protettrice di Assad, la cui influenza nella regione gli Stati Uniti vogliono ridimensionare. Dopo sette anni in cui Russia, Stati Uniti ed Iran si sono confrontati indirettamente, a spese della popolazione siriana, muovendo le loro pedine sul campo, adesso che Assad ha rovesciato le sorti del conflitto a suo favore, caduta ogni schermatura, ci stiamo avvicinando pericolosamente allo scontro diretto fra Russia e Stati Uniti, con il corollario dello scontro fra Iran ed Israele, già in atto, con l’attacco compiuto lunedi dall’aviazione israeliana alla base aerea sita nella provincia di Homs.

Le reazioni di Mosca, per quanto più misurate, confermano che la Russia si considera direttamente implicata nel preannunciato attacco americano. Mosca si dice pronta ad «abbattere i missili» con i suoi sistemi di difesa antiaerea S-300 e S-400 e a «distruggere i siti di lancio». Ora si dà il caso che i siti di lancio sono le navi militari ed i sottomarini americani (ed eventualmente quelli inglesi se parteciperanno all’azione). E che non si tratti solo di parole lo dimostra il fatto che tutte le navi russe ormeggiate nel porto Siriano di Tartous sono salpate ed adesso incrociano nel Mediterraneo orientale, evidentemente per contrastare l’annunciato attacco americano.

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In questo scenario appare del tutto evidente che la questione dell’uso di armi chimiche a Douma nella scorsa settimana è un semplice pretesto per creare il casus belli. Se siano state usate armi chimiche lo può dire solo un’inchiesta sul terreno degli ispettori dell’OPAC (Organizzazione per la proibizione della armi chimiche). Ed è stata proprio l’OPAC, non certo i bombardamenti americani, che ha smantellato (almeno in massima parte) l’arsenale chimico di Assad, nell’ottobre del 2013, mettendo sotto sigilli oltre mille tonnellate di agenti chimici ed armi chimiche. D’altronde non possiamo dimenticare che la menzogna è la levatrice di ogni guerra. Quanti ricordano le oscene menzogne del segretario di stato USA Colin Powell, che il 5 febbraio 2003 cercò di convincere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad autorizzare l’uso della forza, esponendo le “prove” dell’esistenza di armi di distruzione di massa irachene, che semplicemente non esistevano?

I rapporti fra Stati Uniti e Russia non sono mai stati così vicino allo scontro militare dai tempi della crisi di Berlino del 1961 e da quella dei missili a Cuba nel 1962. E tuttavia all’epoca la situazione era meno pericolosa perché i capi della Potenze contrapposte erano guidati da ideologie che, per quanto differenti, li costringevano a rendere conto del loro operato e a mantenere il conflitto entro i binari della razionalità. In questa nuova situazione il conflitto nasce da pulsioni nazionaliste e da degenerazioni delle classi dirigenti. Così un presidente americano narcisista ed ignorante, cosa può trovare di meglio del ricorso a missili belli ed intelligenti per far dimenticare i suoi traffici con le pornostar e gli intrighi preelettorali con gli agenti di Putin?

Se non vogliamo morire per Donald dobbiamo agire subito per smarcarci dall’alleanza che Trump sta cercando di costruire con Francia ed Inghilterra per andare allo scontro con la Russia. La prima cosa da fare è recuperare la nostra dignità di nazione ed impedire l’uso delle basi di Aviano e Sigonella.

Dire no alla guerra, prima che sia troppo tardi.

Domenico Gallo

1743.- LE RESURREZIONI DEGLI SKRIPAL.

Il caso Skripal è stato molto battuto. Niente di nuovo, ma, a mio parere, perché ha dimostrato come siamo giunti a una metodologia mistificatoria sistematica, non più episodica, della verità, che, tradotto, mi annuncia la fine del giornalismo eroico, anche come immagine. In due parole: La verità è quella di chi urla più forte e dallo schermo più in alto. Tutto in linea, con relativismo, qualunquismo e prevalenza della finanza sul diritto.

Theresa May opted to expel 23 Russian diplomats from their posts in response to the poisoning of the Skripals on March 4 in Salisbury. Several UK allies followed suit, and Russia, in turn, imposed a raft of retaliatory tit-for-tat diplomatic sanctions against them.
There must be a general petition to the Met Police, Salisbury doctors and the scientist at Porton Down: tell the truth and avoid the incitement to WW3, if you care about your own butts!

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Dopo che, il 4 marzo scorso, l’ex colonnello russo GRU Sergei Skripal, uomo dell’intelligence britannica, e sua figlia Yulia, cittadina russa fidanzata con un agente del KGB, sono stati trovati svenuti in un centro commerciale a Salisbury, in Inghilterra, i governi occidentali hanno orchestrato una nuova campagna di demonizzazione della Russia. Il Regno Unito ha accusato la Russia di averli avvelenati, lasciando intendere che sarebbero deceduti. Invece, Yulia Skripal è resuscitata lo scorso fine settimana ed è tornata in Russia, senza farsi problemi di essere una scampata vittima di avvelenamento da parte del KGB. Il padre, l’ex- colonnello GRU Sergei Skripal,che stento a capire se “fosse” un’agente russo o una spia britannica o, com’è probabile, entrambe le cose, si è svegliato e parla: non è ufficialmente più morto da questo fine settimana. Siamo in piena Pasqua di Resurrezione, dunque. Certamente, Skripal non sarà libero di parlare; ma sarà sotto pressione degli inglesi e, almeno per ora, dovremo attendere prima di conoscere tutta la storia di queste pedine della politica internazionale; ma, dopo i primi annunci di ripresa e di buon andamento del percorso terapeutico, c’era già stato dell’altro.
Il Ministro degli esteri del Regno Unito Boris Johnson aveva fatto marcia indietro, cancellando il tweet del 22 marzo scorso in cui aveva affermato che l’agente nervino, di tipo militare, usato nell’avvelenamento di Salisbury degli Skripals, provenisse direttamente dalla Russia:
“il simpatico ministro degli Esteri del Regno Unito, Boris Johnson, aveva dichiarato nel corso di un’intervista con il tedesco catena Deutsche Welle “persone di Porton Down, il laboratorio … erano assolutamente categoriche” sulla sostanza: è venuta dalla Russia : “Ho chiesto io stesso alla persona: ‘Sei sicuro?’ E ha detto che non ci sono dubbi. ”
Infine, il ministro, prima, aveva negato che quell’agente nervino, meglio noto nel Regno Unito come come Novichok o A-234 provenisse dalla Russia; quindi, aveva fatto seguire il ritiro di ogni accusa rivolta alla Russia sul caso Skripal. Insomma, apparentemente, Putin avrebbe affrontato il clamore internazionale, l’ONU, l’espulsione dei diplomatici e la guerra finanziaria dell’Occidente solo per far stare un po’ di giorni ‘a letto – dove non si sa – Sergei e Yulia Skripal, che non sono stati mostrati in ospedale, a differenza dell’agente Litvinyenko, di cui si videro immagini ospedaliere. E come credere a chi disse che erano in coma? Che erano stati avvelenati. In base a quali prove? Chi ci dice che non si sia trattato di droghe a effetto ritardato nei cibi della loro cena? E se Yulia è voluta tornare in Russia, Sergei potrà farlo?
Ci chiediamo a chi possa aver giovato tanta grossolana asinità, oppure, di cosa altro può essersi trattato? La risposta “potremmo” chiederla alla Finanza sionista mondiale e al suo agente a Londra George Soros, che non vanta soltanto la sua appartenenza ai trenta uomini più ricchi del mondo, ma oggi è sicuramente il più intrigante negli affari degli Stati europei. Il ministro Boris, per parte sua, ha già affermato di essere un sionista, come, del resto, aveva fatto il predecessore di Churchill e come si sa di Cameron.
Seguendo altre piste, resta difficile giustificare la serie di eventi, con cui si è costruito, accompagnato il montare del caso Skripal e, poi, si è virato di bordo, battendo sul tempo la resurrezione di Lazzaro.
Orbene, un tale agire si comprende soltanto se il Foreign Office, oppure il suo ministro, è un burattino della Finanza sionista mondiale – neocon, se vi pare – e se l’obbiettivo della sceneggiata, molto pesante per i suoi ampi risvolti, non fosse soltanto di colpire la Russia, ostacolare la rielezione di Putin; ma principalmente il premier Theresa May e la BREXIT.
Proprio gli ampi risvolti del caso Skripal avvalorano questa tesi, con l’assoluta mancanza di riguardo per le istituzioni dei paesi occidentali, coerente con il concetto che ne ha la Finanza (maiuscolo) sionista e con i suoi obbiettivi. L’impressione, però, in generale, è che questa Finanza sionista che ha gestito gli Stati Uniti, il Regno Unito, Israele, l’Unione europea e molti dei suoi Stati, di pari passo con il progressivo fallimento della globalizzazione, stia perdendo sempre più il controllo. Dio ce ne liberi!
Ma si chiude un teatrino e se ne apre un altro e, mentre la Gran Bretagna chiude vergognosamente il caso Skripal, screditando Theresa May e il suo ministro Boris Johnson, ricomincia la tiri-tera USA dei gas di Bashar al-Assad e delle vittime bambini. Sì perché la Banca Centrale della Siria non appartiene ancora ai Rothschild.
Buona Pasqua ortodossa 2018 al presidente russo Valdimir Putin che l’ha celebrata questa mattina insieme alla moglie Ljudmila Aleksandrovna Putina, al primo ministro Dimitri Medveded e al sindaco di Mosca Sergej Sobyanin alla cerimonia ortodossa presso la cattaderale di Cristo Salvatore di Mosca.
Mario Donnini

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1740.- Con le mani nella marmellata il Ministero degli esteri del Regno Unito si arrende e cancella il tweet in cui accusava la Russia del caso Skripal. Dimissioni?

L’Occidente è un pagliaccio nelle mani dei quattro farisei. Non c’è più dignità, non c’è più politica; ma si muore.

Il Foreign Office del Regno Unito, altro pupazzo della Finanza mondiale, di fatto ora nega che l’agente nervino usato nell’avvelenamento di Salisbury degli Skripals provenisse direttamente dalla Russia.

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Boris Johnson blatantly lies to Deutsche Welle and says Porton Down lab were “absolutely categorical” that Russia was behind the Salisbury nerve agent attack

Il ministero degli esteri britannico ha ammesso di aver cancellato il tweet che il 22 marzo scorso affermava che l’agente nervoso, identificato dal Regno Unito come A-234 e noto anche come Novichok – usato nell’avvelenamento di Salisbury degli Skripals, proveniva direttamente dalla Russia. “L’analisi da parte degli esperti di rango internazionale del Laboratorio di Scienza e Tecnologia della Difesa di Porton Down ha chiarito che si trattava di un agente nervino di tipo militare Novichok prodotto in Russia”, si legge nel testo che aveva scritto su Twitter il 22 marzo.

Liam O’Hare
Account verificato

@Liam_O_Hare
This is a direct quote from the British ambassador to Russia, Laurie Bristow. The tweet has since been deleted by @foreignoffice. This does not look good for the UK government.Traduci dalla lingua originale: inglese

Liam O’Hare
Account verificato

@Liam_O_Hare
24 h24 ore fa
Altro
Here the British ambassador says: “There is no doubt that this Novichok was produced… by the Russian state.” Strangely this tweet hasn’t been deleted.Traduci dalla lingua originale: inglese
Foreign Office 🇬🇧
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Foreign Office 🇬🇧
British Ambassador to Russia Dr Laurie Bristow has briefed the international diplomatic community in Moscow on the UK Government response to the Salisbury attack http://ow.ly/1mt930j6EmG
22:47 – 22 mar 2018

Da parte sua, il pittoresco ministro degli Esteri del Regno Unito, Boris Johnson, ha dichiarato nel corso di un’intervista con il tedesco catena Deutsche Welle “persone Porton Down, il laboratorio … erano assolutamente categorica” ??sulla sostanza, è venuto dalla Russia : “Ho chiesto io stesso all’uomo, ho detto: ‘Sei sicuro?’ E ha detto che non ci sono dubbi. ”
Il tweet cancellato è una chiara dimostrazione di resa. Quando le dimissioni di May e Johnson?

1733.- “La guerra in Siria è una guerra economica fra due gasdotti che si fanno la concorrenza”

Nel sangue dei curdi, abbandonati da tutti al loro destino, e dei siriani si svolgerà la spartizione delle zone d’influenza sull’ex impero ottomano. Per capire la politica degli USA, di Israele, della Russia, e di Turchia, Gran Bretagna, Francia, Arabia Saudita e Qatar, leggiamo:

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di Juan Manuel Olarieta
https://movimientopoliticoderesistencia.blogspot.it/2017/01/la-guerra-de-siria-es-una-guerra.html

In un’intervista a un quotidiano italiano, il presidente siriano Bashar al Assad ha affermato che la causa scatenante della guerra in Siria è stata il rifiuto opposto dal suo governo al passaggio di un gasdotto che doveva attraversare il paese per portare il gas del Qatar in Europa attraverso la Turchia.

Assad afferma che il piano qatariota, offerto nel 2000, era un gasdotto che doveva attraversare la Siria da nord a sud; ma c’era un altro progetto di oltre 1.500 chilometri per farlo da est a ovest e arrivare al Mediterraneo attraversando l’Iraq dall’Iran. I rispettivi patrocinatori, il Qatar e l’Iran, hanno le principali riserve mondiali di gas naturale. Il gasdotto qatariota avrebbe permesso agli emiri del Golfo sia di aumentare sia il volume delle esportazioni, sia di ridurre i costi e le limitazioni di volume imposti dal trasporto marittimo. Il Qatar ha bisogno di una flotta di 1.000 navi cargo, con costi esorbitanti.

I due progetti erano in concorrenza ma non erano sul medesimo piano perché il progetto, quello del Qatar, oltre a rappresentare una fonte di proventi per gli emiri del Golfo, aveva due funzioni strategiche ulteriori, contro due paesi antagonisti degli Stati uniti: all’Iran avrebbe tolto l’accesso al mercato europeo e quanto alla Russia, avrebbe fatto la concorrenza al suo gas da sud, mandandolo in Europa attraverso la Turchia.

Nel 2010 il governo di al-Assad optò per il secondo gasdotto, a scapito del primo. L’anno dopo, a quattro mesi dall’inizio della cosiddetta primavera araba, il governo di Damasco firmava l’accordo con l’Iran, uno degli incubi peggiori delle monarchie sunnite del Golfo e degli imperialisti. Un fatto inammissibile. La conseguenza fu appunto la guerra, scatenata nel 2011 grazie alle interferenze esterne.

Sul lato russo, il piano qatariota era un tentativo di asfissia perché l’impresa Gazprom fornisce all’Europa la quarta parte del fabbisogno in gas e gli introiti rappresentano la quinta parte del bilancio statale.

Dopo sei anni di guerra, l’esito non può essere più disastroso per l’imperialismo perché – in un sol colpo – ha perso due pedoni ed è possibile che li perda tutti. Il primo pedone è la Turchia e il secondo è il Qatar.

Come conseguenza dell’esito della guerra in Siria, la Turchia sembra volersi sottrarre dall’influenza della Nato. E, rispetto ai gasdotti, ne passerà in Turchia un terzo, che porterà il gas russo attraverso il mar Nero; inoltre, ormai, oltre alla Siria, l’Iran può contare sulla Turchia come sbocco per il suo gas.

L’altro lacchè che ha smesso di ballare al suono della musica di Washington è il Qatar, che fino a ieri era l’alleato più fidato che gli Usa avevano nella regione. Sono in Qatar due delle principali basi militari imperialiste e la sede del comando centrale degli Usa in Medioriente. Ebbene, sembra che l’abilità di Putin, con una delle sue sorprendenti manovre, abbia toccato anche il Qatar: l’agenzia petrolifera russa Rosneft, la più grande al mondo, ha venduto il 20% delle proprie azioni al Qatar. La Russia ha incassato oltre 10.000 milioni di euro con i quali pagherà la riduzione degli introiti provocata dalle sanzioni economiche degli imperialisti. Eppure, sembra che sia stata Mosca a fare un favore agli arabi.

Questa cessione non è puro e semplice business, perché Rosneft non è un’impresa privata. Si tratta qui di politica e diplomazia, un inizio di accordo fra Qatar e Russia i cui passi successivi sono imprevedibili. E’ possibile sospettare che dietro il Qatar andranno le altre monarchie del Golfo, compresa l’Arabia saudita, che già ha accettato un accordo con la Russia per stabilizzare i prezzi mondiali del petrolio. Se questo avverrà, sarà la fine dell’Accordo del Quincy (1945) e la totale scomparsa degli Stati uniti dallo scenario mediorientale.

Ma la capacità i traino del Qatar non si limita agli sceicchi del Golfo e arriva alla stessa Europa, il cui vergognoso intervento nella guerra in Siria non si spiega con l’obbedienza al diktat statunitense ma con la dipendenza finanziaria di alcuni paesi europei dal Qatar. Se gli emiri arrivano a un accordo con la Russia e, dunque, con la Siria, la Turchia e l’Iran, il loro denaro trascinerà un’Europa ridotta alla mendicità verso posizioni simili, e cioè verso un accordo con la Russia.

Per terminare, occorre aggiungere che, come ha detto Assad, i gasdotti sono “uno degli elementi” che hanno contribuito a scatenare la guerra; non l’unico. Non dimentichiamolo.

traduzione a cura di Marinella Correggia

1719.- La Psyop dell’MI6 su Facebook di Dean Henderson

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Se mai ci fossero prove decisive su chi sia dietro la manipolazione della geopolitica globale, questo è lo scandalo che coinvolge Facebook e Cambridge Analytica. Il caso svela il nodo gordiano che lega le intelligence inglese ed israeliana al servizio dei banchieri della City di Londra. Ho sostenuto a lungo che Facebook di Mark Zuckerberg è un’operazione d’intelligence del Mossad israeliano volta a raccogliere un dossier su ogni persona del pianeta mentre distrugge sia il tessuto sociale necessario a sfidare l’egemonia bancaria con la disinformazione, la divisione e la creazione di conflitti; e il benessere emotivo dell’umanità attraverso una guerra psicologica intelligentemente orchestrata. Cambridge Analytica è una società di “data mining” inglese, il cui logo è un cervello composto da vettori che collegano punti. Nel 2013 fu scorporata dalla società madre SCL (Strategic Communications Laboratories) Group per “partecipare alla politica statunitense”. Le università di Cambridge e Oxford nel Regno Unito sono incubatrici dell’élite bancaria globale, producendo, come ad Harvard e Yale negli Stati Uniti, la classe manageriale degli Illuminati. L’insider di Cambridge Analytica Robert Mercer è stato uno dei primi pionieri dell’intelligenza artificiale ed importante finanziatore di gruppi statunitensi di estrema destra come Heritage Foundation, Cato Institute, Breitbart e Club for Growth. Risiede nella villa “Owl’s Nest” a New York. Mercer è stato anche il principale finanziatore della Brexit, via Nigel Farrage e del partito per l’indipendenza del Regno Unito. Mentre molti vedono la Brexit come emancipazione dalla tirannia europea, ho a lungo sostenuto che fu orchestrata dall’élite per cementare l’alleanza anglostatunitense ed isolare le banche della City di Londra dai regolamenti UE sulle loro sporche attività. Lo stesso Mercer fu nominato direttore di otto diverse società delle Bermuda controllate dalla Corona, implicate nell’evasione fiscale secondo i Paradise Papers. Ma una recente indagine sotto copertura di Channel 4 rivelava attività molto più nefande, che fanno di Cambridge Analytica e Facebook un aspetto simile a una ben orchestrata operazione d’intelligence anglo-israeliana. In realtà, è un esempio da manuale di come l’Impero inglese, ora molto silenzioso, gestisce ancora il mondo usando i suoi surrogati israeliani e statunitensi. In circa 12 minuti d’intervista all’amministratore delegato di Cambridge, Alexander Nix, viene ripresa dalla telecamera vantandosi di come spesso le società inglesi “subappaltano” il lavoro ad imprese israeliane, “molto efficaci nella raccolta d’informazioni”. Il reporter in incognito di Channel 4 News si propose come agente di un cliente facoltoso che sperava di far eleggere certi candidati nello Sri Lanka. Nix disse al giornalista: “…siamo abituati ad operare attraverso diversi mezzi nell’ombra, e non vedo l’ora di costruire una relazione a lungo termine e segreta con voi”. Nix si vantava quindi di come Cambridge e il suo gruppo SCL abbiano manipolato segretamente le elezioni in oltre 200 Paesi nel mondo, tra cui Nigeria, Kenya, Repubblica Ceca, Argentina e India.
Cambridge ha usato bustarelle, prostitute e documenti falsi per elaborare i risultati elettorali. Nix descrive le trappole al miele che la sua azienda attuava per screditare certi candidati dove avrebbero inviato “alcune ragazze nella casa del candidato. Le ucraine sono molto belle. Trovo che funzioni molto bene”. Non è un caso che una delle più grandi operazioni MI6/Mossad negli ultimi anni sia stata il colpo di Stato ucraino che ha portato al potere il miliardario Petro Poroshenko e la sua mafia. La schiavitù bianca è un marchio dell’intelligence inglese, dove la pedofilia dilaga. Lo spinoff di Cambridge nel 2013 ha dato ora agli Illuminati l’accesso diretto per manipolare le elezioni presidenziali statunitensi nel 2016. Mentre la City di Londra diffonde la menzogna sul Russiagate, ed ora sembra che sia stato il Regno Unito a progettare la vittoria di Trump nel tentativo di annullare la rivoluzione americana. L’ha fatto usando un “subappaltatore” israeliano chiamato Facebook, che forniva i dati a Cambridge, mentre GCHQ era impegnato a monitorare la campagna di Trump per assicurarsi che la loro carta venisse presto giocata, facendo come gli era stato detto. Ma Cambridge non solo estraeva dati da Facebook. I memo recentemente scoperti rivelano che manipolava i dati con la consapevolezza di Facebook per “creare stati emotivi desiderati” negli utenti. Come Nix si vantava nell’intervista, “Abbiamo solo messo le informazioni nel flusso sanguigno d’Internet, per oi guardarlo crescere, dargli una spintarella ogni tanto… come un telecomando. Deve succedere senza che nessuno pensi, ‘quella è propaganda’, perché nel momento in cui lo pensi la prossima domanda diventa, ‘chi l’ha diffonde?’. Molti dei nostri clienti non vogliono essere visti lavorare con una società straniera… così spesso abbiamo creato, se ci lavoriamo, identità e siti falsi, possiamo essere studenti che svolgono ricerche collegati a un’università, possiamo essere turisti, ci sono così tante opzioni da scegliere. Ho molta esperienza in questo”. Direttamente dalla bocca del “contractor” dell’MI6.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio, Aurora

1718.- Déjà Vu delle accuse inglesi alla Russia, di Wayne Madsen

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Alle porte delle elezioni russe e mentre la NATO salta sui carboni per la politica aggressiva e ondivaga di Erdogan, il governo del primo ministro britannico Theresa May ha fomentato una campagna di diffamazione della Russia, accusata, senza prove, dell’avvelenamento da gas nervino dell’agente doppio russo Sergej Skripal e di sua figlia Yulia, cittadina russa, trovati senza conoscenza su una panchina di Salisbury, nel Regno Unito, casualmente – si dice – non lontano da Porton Down, alla periferia di Salisbury, dove sorge il laboratorio militare delle armi chimico–batteriologico-nucleari, che produce il gas, di tipo Novichok e dove, in particolare, si addestrano le forze speciali che poi si recano segretamente in Siria. Anche nel 2017. La zona viene già utilizzata da tempo per simulare attacchi con i gas nervini.

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La fotografia che vedete, ritrae le due vittime ed è stata presa nel ristorante dove avevano cenato, probabilmente proprio con chi, poi, li ha avvelenati, che, sbadatamente, si è autoritratto nello specchio alle spalle delle vittime. Dopo la morte degli Skripal, prima la Gran Bretagna, per arroventare i rapporti e, poi, la Russia, per ritorsione, hanno ciascuna espulso 23 diplomatici. Non è questo il primo caso che vede coinvolti agenti doppiogiochisti russi, avvelenati in Gran Bretagna e il Governo britannico. Aurora ci propone questa analisi di Wayne Madsen.

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Una cosa dei neo-conservatori, che hanno penetrato a fondo il governo tory della prima ministra inglese Theresa May e, data la natura salvifica del reality show di Donald Trump, occupano rapidamente il maggior numero possibile di posti nell’amministrazione statunitense, è che sono coerenti. I neoconservatori, che non fanno mistero del desiderio di grandi conflagrazioni militari, hanno rispolverato un vecchio libro di esercitazioni sull’avvelenamento da gas nervino dell’agente doppio russo Sergej Skripal e di sua figlia a Salisbury, nel Regno Unito. Le contorte accuse formulate dal governo inglese recano tutte le caratteristiche dell’intossicazione da radiazioni da polonio 210 dell’ex-agente dei servizi segreti russo Alexandr Litvinenko, morto a Londra nel 2006. Nel giugno 2008, il governo inglese ammise che il governo del primo ministro laburista Tony Blair inventò ed esagerò affermazioni sul coinvolgimento della Russia nell’avvelenamento di Litvinenko. Apparentemente, l’attuale governo May ritiene che la gente seria non ricordi ciò che accadde in Gran Bretagna dodici anni fa. I servizi segreti inglesi, che avevano rapporti con Litvinenko, non potevano più sopprimere le prove schiaccianti che il suo avvelenamento fosse dovuto al complotto della criminalità anti-Putin residente in Gran Bretagna, Israele, Ucraina e Polonia, per imbarazzare il governo russo. I sospetti sul ruolo della criminalità in esilio russo-israeliana nell’avvelenamento del ricercato Litvinenko, compreso l’amico oligarca russo-israeliano Boris Berezovskij, riemersero dopo che l’ex-primo ministro russo Egor Gajdar si ammalò gravemente dopo aver fatto colazione a una conferenza a Dublino, in Irlanda. Le leggi sul segreto bancario irlandese ne facevano il luogo preferito della mafia eurasiatico-israeliana. La morte sospetta di Berezovskij nel marzo 2013, il cui corpo fu scoperto nella tenuta di Ascot, nel Regno Unito, suggerì che la criminalità anti-russa, che collaborava col miliardario degli hedge fund George Soros e la Central Intelligence Agency, eliminò Berezovskij perché stava per rivelarne la natura al governo russo. La maggior parte dei resoconti sui media inglesi, all’epoca, sostenevano che Berezovskij morì per cause naturali. Altri suggerirono suicidio od omicidio. È interessante notare che Berezovskij era stato di recente curato in Israele. Gli amici espatriati di Berezovskij in Gran Bretagna e Israele includevano oligarchi in esilio oggetto di mandati d’arresto dalla Russia. Tra costoro l’affarista russo-israeliano Leonid Nevzlin, ex-amministratore delegato di Jukos Oil oggetto di un mandato d’arresto russo per omicidio, appropriazione indebita ed evasione fiscale. Nevzlin, ex-capo del Congresso ebraico russo, risiedeva a Tel Aviv sotto la protezione del governo israeliano. I compari esiliati russo-israeliani di Nevzlin includevano Vladimir Dubov, importante azionista della Jukos, e l’oligarca ricercato Vladimir Gusinskij. Gli ex-funzionari di Jukos ricercati, ora alleati dell’ex-capo espatriato di Jukos ed ex-galeotto Mikhail Khodorkovskij, erano anche legati al ricco affarista inglese Jacob Rothschild. Berezovskij guidava dall’esilio una grande rete di supporto ai terroristi ceceni. Uno dei loro capi, Ahmed Zakaev, era uno stretto collaboratore di Berezovskij e Litvinenko.
Proprio come Litvinenko, Sergej Skripal aveva rapporti personali coi servizi segreti russi e occidentali, suggerendo che come Litvinenko, si era imbarcato in una vita pericolosa da agente doppio o triplo. Skripal lavorò per il “centro informazioni” dell’ambasciata USA a Mosca e presso l’Holiday Inn di Southampton, nel Regno Unito. I posti di lavoro negli hotel sono la posizione di “copertura non ufficiale” preferita del Secret Intelligence Service (MI-6) inglese. Fino all’arresto da parte delle autorità russe, Sergej Skripal era un agente dell’MI-6. Nel 2010 gli fu concesso asilo in Gran Bretagna dopo un importante scambio di spie tra Stati Uniti e Russia. L’agente nervino che avrebbe colpito Skripal e sua figlia sarebbe il “Novichok”, da una serie di agenti binari presumibilmente sviluppati dall’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Questi agenti nervini sarebbero anche apparentemente stoccati nell’impianto di ricerca militare chimico inglese di Porton Down, a sole otto miglia da Salisbury, dove gli Skripal si ammalarono. Ma l’esistenza del Novichok è, a sua volta, discutibile. Le affermazioni sul Novichok provengono da Vil Mirzajanov, scienziato sovietico che sosteneva di averlo inventato in una struttura della Repubblica socialista sovietica uzbeka. Nel 1994, Mirzajanov fuggì negli Stati Uniti, dove passò sotto il controllo della CIA. Nel 2016, il Dr. Robin Black, capo del Detection Laboratory di Porton Down, pubblicò un articolo accademico che metteva in discussione la veridicità delle affermazioni di Mirzajanov. L’avvelenamento degli Skripal fu seguito a breve distanza dalla morte a Londra del vecchio socio e amico di Berezovskij Nikolaj Glushkov. La polizia inglese ne definì la morte “sospetta”, citando come causa “compressione al collo”. Berezovskij morì per impiccagione, secondo la polizia un “suicidio”. Tracce radioattive del Polonio 210 usato per avvelenare Litvinenko furono rinvenute nell’ufficio di Berezovskij al 7 di Down Street, nel quartiere Mayfair di Londra. Nel 2008, Badri Patarkatsishvili, socio georgiano-israeliano di Berezovskij, cadde e morì a casa sua, a soli 15 miglia dalla tenuta di Berezovskij. La morte del 52enne fu determinata dalle autorità come causata da “infarto”.

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L’uso di un agente nervino militare per avvelenare l’ex spia russa Sergey Skripal a Salisbury, versione difesa da Londra, “avrebbe causato molte vittime”, ha detto Vladimir Ermakov, un alto funzionario diplomatico russo, durante l’incontro organizzato al ministero degli Esteri con gli ambasciatore dei paesi accreditati in Russia. “Qualsiasi sostanza tossica militare avrebbe causato più vittime sul luogo dell’avvelenamento. Ma a Salisbury non è stato affatto così”, ha aggiunto Ermakov. L’ambasciatore britannico si è fatto sostituire da un dipendente alla riunione convocata al ministero degli Esteri di Mosca

Molto più che prove circostanziali suggeriscono che Berezovskij, Glushkov e Patarkatsishvili siano stati assassinati da oppositori in esilio del governo russo, essendo anche dei capi della mafia eurasiatico-israeliana (e ti pareva!) che usa la Gran Bretagna come principale base delle operazioni. Il Regno Unito è favorito da tali sindacati criminali per lo stretto rapporto di lavoro che hanno con le agenzie d’intelligence anglo-statunitensi, così come con Soros, che ha una residenza a Londra.

Da sinistra, Boris Berezovskij, Nikolai Glushkov, Badri Patarkatsishvili.

Proprio come le accuse infondate sulla Russia fatte dai funzionari del governo inglese dopo la morte di Litvinenko, gli attuali funzionari inglesi trovavano difficile tenere in piedi le loro storie. Uno di tali funzionari è il segretario agli Esteri Boris Johnson, ex-sindaco di Londra soprannominato “Trump inglese”. Johnson affermò ridendo che la Russia diresse “l’uso di un agente nervino per le strade del Regno Unito, d’Europa, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale”. Proprio come l’uso sfrenato da parte dell’amministrazione Trump di “notizie false” e “fatti alternativi”, Johnson si era impegnato a creare una “falsa storia”. Non ci sono prove che alcuna arma chimica, per non parlare di agenti nervini, sia stata usata dalla Germania contro la Gran Bretagna durante la Seconda Guerra Mondiale. Adolf Hitler e la sua unità dell’esercito tedesco erano vicino Ypres, in Francia, nell’attacco che portò Hitler all’ospedale militare con polmoni bruciati e parziale cecità, convincendo il dittatore tedesco a non usare armi chimiche contro Gran Bretagna o Unione Sovietica. Sebbene i nazisti conservassero scorte di agenti nervini tabun e sarin, Hitler proibì ai suoi generali d’impiegarli in battaglia, tranne l’uso di gas asfissianti dalle truppe chimiche delle SS nelle caverne e catacombe di Sebastopoli e Odessa contro militari e civili sovietici che cercavano riparo dall’invasione tedesca. E sebbene i nazisti abbiano usato l’acido cianidrico e il monossido di carbonio per assassinare milioni di ebrei, rom, prigionieri di guerra sovietici e altri nei campi di concentramento d’Europa, la dichiarazione di Johnson sull’uso di agenti nervini per le strade inglesi ed europee nella Seconda guerra mondiale è ridicola, oltre che palesemente falsa. Ciò che non è falso è che i generali inglesi dissuasero il primo ministro Winston Churchill dall’usare gas velenoso e antrace sui centri abitati tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Certamente, Churchill fu un grande promotore dell’uso del gas velenoso, ordinando l’uso del gas lacrimogeno debilitante e del mortale gas mostarda contro i ribelli in Iraq, nel 1920.
Nel mondo dell’intelligence inglese, la “finzione” dei film a volte è più rivelatrice sulla vera natura delle operazioni dell’MI-6. Gli sceneggiatori del film “Casino Royale”, riconobbero la vera natura dei mafiosi internazionali che si occupano di assassini di individui per scopi propagandistici. Nel film, non solo c’è un rete mafiosa eurasiatica in Montenegro, uno dei centri della criminalità eurasiatico-israeliana, coinvolta nel terrorismo internazionale per manipolare il mercato azionario, ma c’è un riferimento di “M” “(Judi Dench) a un gruppo del genere impegnato a collocare opzioni azionarie prima degli attacchi da 11 settembre, al fine di ricavare tonnellate di soldi dai mercati mondiali. Sembra che le spie di fantasia sappiano di più su tali intrighi, su come gli omicidi di Litvinenko, Berezovskij, Patarkatsishvili e Glushkov e gli avvelenamenti degli Skripal e di Gajdar provochino crisi internazionali, che non le controparti reali e gli ottusi come Boris Johnson e Theresa May.

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Eltsin e Berezovskij
Traduzione di Alessandro Lattanzio, Aurora