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1600.- Royal Navy e Armada de Chile affondarono l’ARA San Juan?

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Aurora. What Does It Mean, 15 dicembre 2017
Un nuovo sorprendente rapporto del Consiglio di sicurezza (SC) che circola oggi al Cremlino afferma che il presidente Donald Trump chiese urgentemente, il 14 dicembre, di parlare col Presidente Putin; durante la conversazione Trump rimase “inorridito” nell’essere informato da Putin che Royal Navy e Armada de Chile ebbero una “disavventura” nell’Atlantico meridionale, vicino le Isole Falkland, affondando un sottomarino dell’Armada de la República Argentina e il cui insabbiamento portava il Servizio di Sicurezza Federale (FSB) ad arrestare per tradimento una spia della CIA, di cui Trump “supplicava/invocava” Putin di risparmiare la vita, ma Putin suggeriva a Trump (che non sembrava saperlo) che la Russia ha abolito la pena di morte.

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Secondo questo rapporto, il motivo dichiarato del presidente Trump per richiedere la conferenza telefonica di emergenza col Presidente Putin era dovuto a un articolo della CNN pubblicato ieri che sosteneva che due non identificati funzionari della difesa degli Stati Uniti avevano detto che il 13 dicembre 2 caccia stealth F-22 degli Stati Uniti avrebbero intercettato 2 aerei russi che avevano sorvolato l’Eufrate in Siria, volando ad est della “linea di disaccordo” che dovrebbe separare gli aerei russi da quelli della coalizione degli Stati Uniti che operano sulla Siria, e durante tale “incontro”, i caccia statunitensi avevano “sparato razzi di avvertimento”. Il Presidente Putin, rispondendo alle preoccupazioni del presidente Trump su ciò, affermava che nulla era accaduto nei cieli della Siria tra le forze aeree russe e statunitensi, il 13 dicembre, e che l’articolo della CNN, in realtà, era una “vigliaccata” (per ovvi motivi di propaganda) che rilanciava l’incidente nei cieli siriani riportato dal Ministero della Difesa il 9 dicembre, e che il suo portavoce Maggiore-Generale Igor Konashenkov descrisse: “Un caccia F-22 statunitense ha attivamente impedito a una coppia di aerei d’attacco russi Su-25 di svolgere una missione di combattimento per distruggere la roccaforte dello SIIL alla periferia della città di Mayadin, nello spazio aereo sulla riva occidentale dell’Eufrate, il 23 novembre. L’F-22 sparò alcuni bengala ed usò gli aerofreni nelle manovre imitando una battaglia aerea”.

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Il Presidente Putin inoltre dichiarava al presidente Trump che dopo l’apparizione di un caccia super-manovrabile multiruolo russo Su-35S, l’aereo da caccia F-22 interruppe le sue pericolose manovre e si affrettò a rientrare nello spazio aereo iracheno, col Generale Konashenkov che inoltre dichiarava: “Le dichiarazioni dei rappresentanti dell’esercito degli Stati Uniti secondo cui una parte dello spazio aereo siriano appartiene agli Stati Uniti sono sconcertanti, la Siria è uno Stato sovrano aderente alle Nazioni Unite, quindi gli Stati Uniti non possiedono alcuna parte del suo cielo”.

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Essendo molto preoccupato dal fatto che il presidente Trump non fosse a conoscenza dei fatti alla base di tale articolo di propaganda della CNN, il Presidente Putin si allarmò durante la conferenza telefonica, quando Trump dimostrò di non sapere nulla della spia della CIA Aleksej Zhitnjuk, arrestato dall’FSB per tradimento il 30 novembre, dopo essere stato scoperto mentre tentava di accedere a documenti navali segreti relativi alla nave Jantar da 5320 tonnellate della Flotta del Nord russa.

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Un minisommergibile DSV classe Consul (Proekt 1681)

Il motivo per cui la CIA voleva informazioni sulla nave per impieghi speciali Jantar, sarebbe dovuto al fatto che è equipaggiata con un minisommergibile DSV classe Consul (Proekt 1681) e che il 22 novembre fu inviata dal MoD per trovare i resti del sottomarino della Marina argentina San Juan (S-42), scomparso il 15 novembre con 44 membri dell’equipaggio a bordo, nelle acque dell’Atlantico del Sud, vicino le Isole Falkland, e il cui ultimo “evento” registrato dalla Marina argentina era “un evento anomalo, singolare, breve, violento e non nucleare, coerente con un’esplosione”. Coi familiari dell’equipaggio del sottomarino San Juan che riferiscono che dalle ultime comunicazioni erano inseguiti da un elicottero della Royal Navy inglese e da una nave da guerra cilena, il MoD avrebbe confermato che Royal Navy e Armada de Chile condussero manovre antisom nelle acque delle Isole Falkland, col veicolo DSV della Jantar che scopriva poi che il sottomarino San Juan aveva subito danni coerenti con le armi usate da un aereo antisom C-295 della marina cilena.

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La nave Jantar da 5320 tonnellate della Flotta del Nord russa.

Dopo aver informato il Ministero della Difesa Nazionale (MND) del Cile sulla scoperta della Jantar sulla causa dell’affondamento del San Juan, la Marina cilena iniziò le indagini, portandola, il 13 dicembre, a licenziare 5 suoi alti ufficiali: contrammiraglio Kurt Hartung, contrammiraglio Jorge Rodríguez, contrammiraglio David Hardy, contrammiraglio Hernan Miller e contrammiraglio LT Mario Montejo. Il maggiore timore espresso al presidente Trump dal Presidente Putin sull’affondamento del San Juan, però, era che la CIA avesse segretamente collaborato con la Marina cilena fornendogli il sistema antimine sperimentale AQS-24B, che durante le prove avrebbe erroneamente identificato il sottomarino argentino come “bersaglio elettronico”, invece che vero battello con esseri umani a bordo.
Nelle note non classificate conclusive di questo rapporto che dettagliano la conversazione del Presidente Putin col presidente Trump, vari aderenti del Consiglio di sicurezza espressero “orrore/stupore” su quante informazioni siano nascoste a Trump dalle sue agenzie d’intelligence allineate allo “Stato profondo”, specialmente la CIA, ma Putin affermava che Trump riprenderà il pieno controllo, e dovrebbe essere relativamente facile dato che i sostenitori di Obama-Clinton anti-Trump appaiono deliranti, come evidenziato da “Il principale funzionario del controspionaggio dell’FBI, il disonorato FBI, Peter Strzok, esperto in comunicazioni sicure, che fa commenti rabbiosi al cellulare con l’amica dell’FBI Lisa Page, ora resi tutti pubblici”, e l’ancora più stupefacente moglie di Bruce Ohr, capo del dipartimento di Giustizia degli USA altrettanto disonorato, Nellie Ohr, che ottiene la licenza per gestire una radio ad onde corte pur essendo stata ingaggiata da Fusion GPS per creare il “dossier russo” contro Trump, credendo che la National Security Agency (NSA) non potrebbe monitorare le sue comunicazioni segrete con altri golpisti, mentre NSA (e anche la Russia), per decenni hanno registrato ogni trasmissione nel mondo al fine di scoprire le “stazioni numeriche” usate da agenzie d’intelligence di altre nazioni.

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Disagio russo perché il governo argentino non autorizza la Jantar a cercare l’ARA San Juan dove pensano si trovi
Juan José Salinas Pajaro Rojo 22/12/2017

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Dopo aver effettuato i calcoli necessari, la Marina Russa concluse che l’ARA San Juan affondò non molto lontano dall’area di ricerca assegnatagli, in particolare a 200 chilometri a sud-ovest. Di conseguenza, chiese che la nave oceanografica Jantar fosse autorizzata a cercarlo nella nuova posizione ma, sorprendentemente, ciò fu negato non dall’Armata, ma dal governo nazionale. Con lo Jantar a Puerto Nuevo, i diplomatici russi manifestavano malcontento al gruppo parlamentare di amicizia con la Federazione russa, il cui presidente, il deputato nazionale Carlos Gastón Roma (Cambiemos, Terra del Fuoco) prometteva provvedimenti per revocare tale rifiuto. Il governo russo vuole che la Jantar (nave con attrezzature per fotografare e filmare relitti affondati a più di mille metri di profondità, stabilendo se le cause del disastro siano endogene o esogene), riprenda la ricerca del sottomarino argentino durate un mese intero, ma non nella vasta area assegnatagli che considera impossibile trovarvisi il sottomarino. Il malcontento russo non è un problema minore dato che il presidente Mauricio Macri programma per il 23 gennaio una visita a Mosca per incontrare Vladimir Putin. Secondo i portavoce non ufficiali dell’ambasciata russa, oltre ad essere molto a nord-est del punto in cui è più probabile trovare l’ARA San Juan, divenuto sarcofago dei suoi sfortunati 44 membri d’equipaggio, l’area assegnata allo Jantar era artificialmente estesa, sospettando che lo fosse per far perdere tempo agli ufficiali, costringendoli a girare come un asino attaccato alla ruota a beneficio dei concorrenti statunitensi, i cui gruppi di ricerca raggiungono profondità inferiori.

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ARA San Juan S21 argentine submarine, a German-built diesel-electric vessel, near Buenos Aires, Argentina. Argentina’s Navy said Nov. 17, 2017, it has lost contact with its ARA San Juan submarine off the country’s southern coast. (Argentina Navy)

Il 20 dicembre, la Camera dei Deputati approvava la creazione di una “Commissione investigativa speciale su scomparsa, operazioni di ricerca e salvataggio del sottomarino ARA San Juan”, il cui obiettivo sarà “analisi, valutazione e chiarimento delle cause e circostanze del sinistro della nave, sviluppo delle azioni dello Stato argentino per la scoperta e attuazione della cooperazione internazionale su sua posizione e salvataggio”. Il progetto, presentato dal deputato Guillermo Carmona (FpV, Mendoza) col supporto di tutti i blocchi, prevede una commissione bicamerale formata da sei deputati e sei senatori, che va ancora approvata dal senato, ma l’alternativa è iniziare a lavorare in piena pausa estiva da commissione ad hoc della Camera dei Deputati, essendo chiari candidati all’integrazione, oltre a Carmona, la deputata correntina Araceli Ferreyra (Movimento Evita) e l’ex-ministro della Sicurezza di Buenos Aires ed ex-ambasciatore nella Repubblica orientale dell’Uruguay, Guillermo Montenegro (PRO, Cambio). Poiché teme che sospetti e denunce di aver nascosto informazioni si accumulino, il governo proverà con ogni mezzo a che la commissione sia presieduta da Montenegro, che oltre ad aver frequentato il Liceo Navale è figlio dell’ufficiale omonimo che fu sommergibilista.

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Viceammiraglio Kurt Hartung

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Aereo antisommergibile CASA 295 della Marina cilena.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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1595.-Documentazione riepilogativa sul complotto del Britannia

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14 gennaio 1993
La strategia anglo-americana dietro le privatizzazioni in Italia: il saccheggio di un’economia nazionale

Documento diffuso dall’Executive Intelligence Review e dal Movimento Solidarietà

Il 2 giugno 1992, a pochi giorni dall’assassinio del giudice Giovanni Falcone, si verificava in tutta riservatezza un altro avvenimento che avrebbe avuto conseguenze molto profonde sul futuro del Paese. Il «Britannia», lo yacht della corona inglese, gettava l’ancora presso le nostre coste con a bordo alcuni nomi illustri del mondo finanziario e bancario inglese: dai rappresentanti della BZW, la ditta di brockeraggio della Barclay’s, a quelli della Baring & Co. e della S.G. Warburg. A fare gli onori di casa era la stessa regina Elisabetta II d’Inghilterra. Erano venuti per ricevere alcuni esponenti di maggior conto del mondo imprenditoriale e bancario italiano: rappresentanti dell’ENI, dell’AGIP, Mario Draghi del ministero del Tesoro, Riccardo Gallo dell’IRI, Giovanni Bazoli dell’Ambroveneto, Antonio Pedone della Crediop, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, ed altri della Società Autostrade.

Si trattava di discutere i preparativi per liquidare, cedere a interessi privati multinazionali, alcuni dei patrimoni industriali e bancari più prestigiosi del nostro paese. Draghi avrebbe detto agli ospiti inglesi: “Stiamo per passare dalle parole ai fatti”. Da parte loro gli inglesi hanno assicurato che la City di Londra era pronta a svolgere un ruolo, ma le dimensioni del mercato borsistico italiano sono troppo minuscole per poter assorbire le grandi somme provenienti da queste privatizzazioni. Ergo: dovete venire a Londra, dove c’è il capitale necessario.

Fu poi affidato ai mass media, ed al nuovo governo Amato, il compito di trovare gli argomenti, parlare dell’urgente necessità di privatizzare per ridurre l’enorme deficit del bilancio. Al grande pubblico, sia il governo che i mass media hanno risparmiato la semplice verità che il “primo mobile” dietro tutto il dibattito sulle privatizzazioni è costituito dalle grandi case bancarie londinesi e newyorkesi. L’obiettivo è semplicemente quello di prendere il controllo di ogni aspetto della vita economica italiana sfruttando le numerose scuse di ingovernabilità, corruzione, partitocrazia, inefficienza, ecc.

Prima di esercitarci a calcolare quante lirette il ministero del Tesoro potrebbe ottenere dalla svendita dell’ENI, dell’IRI ecc., cerchiamo di mettere in luce i presupposti filosofici dei banchieri londinesi e dei loro associati newyorkesi della Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers e dei loro sostenitori nel Fondo Monetario Internazionale, nell’OCSE e nel mondo dei mass media. Queste grandi finanziarie di New York e Londra su cui si fonda il potere anglo-americano gestiscono il gioco della liberalizzazione dei mercati internazionali. Ne scrivono e riscrivono le regole per massimizzare di volta in volta i profitti. A Bruxelles contano su sir Leon Brittan, fratello del Samuel Brittan direttore del Financial Times. Fino al gennaio 1993 Leon Brittan è stato Commissario della CEE per la Politica di Concorrenza ed è l’autore delle regole bancarie ed assicurative che hanno favorito Londra, tanto criticate sia dalla Germania che dagli altri paesi membri della CEE. Sir Leon era un esponente del governo della Thatcher quando improvvisamente, nel gennaio del 1986, si dimise per andare a Bruxelles.

Nonostante le illusioni di grandeur, Parigi è un centro finanziario che non può tener testa alla prepotenza anglo-americana, e lo stesso discorso vale per i finanzieri di Francoforte, così come quelli del Sol Levante. Pur disponendo delle maggiori istituzioni bancarie e assicurative, il Giappone non è in grado di offrire una valida resistenza alle manipolazioni finanziarie anglo-americane.

La globalizzazione e il “Big Bang” londinese

La formula che gli anglo-americani tentano oggi di spacciare ai governi di tutto il mondo, convincerli cioè a svendere i patrimoni dello stato per ottenere qualche liquido con cui far fronte al dissesto del bilancio ed al tempo stesso “promuovere la competitività”, fu collaudata dalla finanza londinese alla fine del 1979, in particolare dalla N.M. Rothschild & Co., che coordinò la svendita generale per conto del governo della “Lady di Ferro”.

Così un ristretto gruppo di finanzieri ha dominato per quasi 12 anni l’economia inglese. Principalmente si tratta di esponenti della Società Mont Pelerin, come i consiglieri della Tatcher Karl Brunner, sir Alan Walters, lord Harris of High Cross ed altri ancora. La Società Mont Pelerin è stata presieduta internazionalmente fino a poco tempo fa dall’economista arciliberista Milton Friedman, ascoltatissimo dal Presidente Ronald Reagan.

Friedman è l’architetto della politica economica imposta al Cile dalla dittatura di Augusto Pinochet. Essa si riduce all’idea di tenere il governo fuori da ogni intervento e lasciare che gli interessi privati facciano il bello e cattivo tempo. Friedman fece scalpore quando propose che l’eroina e gli altri stupefacenti venissero considerati alla stregua di una “merce” normale, in modo da permettere al consumatore di “scegliere liberamente” se acquistarla o meno.

Sotto la rivoluzione “liberistica” imposta dalla Thatcher sono state messe all’asta le imprese migliori dell’Inghilterra, dalla British Petroleum alle compagnie del gas e dell’acqua, fino alla industria militare Vickers. Da quando la Thatcher è stata costretta ad andarsene vengono pian piano alla luce informazioni sempre più precise di come ad arricchirsi spudoratamente in quella “privatizzazione” furono principalmente gli amici della Lady di Ferro.

D’altro canto quel “collaudo” dimostra come non sia affatto vero che l’industria, una volta privatizzata, diventi più efficiente. Dopo 13 anni di thatcherismo, quella britannica è la più arretrata tra le grandi economie europee. Negli investimenti per la Ricerca e Sviluppo del settore macchine industriali ed automobile, l’Inghilterra è stata superata anche dall’Italia. L’essenza del “liberismo” thatcheriano è dare la priorità assoluta alla finanza, a scapito dello sviluppo industriale dell’economia nazionale.

Questa degenerazione britannica toccò il fondo nell’ottobre del 1986, quando il governo decretò la completa deregolamentazione finanziaria della City di Londra, che fu chiamata il “Big Bang”. Poco meno di un anno dopo, la borsa di Londra crollò insieme a tutte le altre, travolte dalla frenetica spirale di speculazioni e truffe da essa iniziata.

In Inghilterra il “problema” delle ditte di proprietà statale, come la British Leyland o la Jaguar, non era il fatto che esse fossero di proprietà dello stato, ma piuttosto che questo stato, amministrato dal governo della Thatcher, non volle impegnarsi in una oculata politica di pianificazione degli investimenti industriali, cosa caratteristica ad esempio del MITI in Giappone, perché quel governo esprimeva gli interessi dell’alta finanza e non quelli delle capacità produttive del paese. Oggi però dovrebbe essere chiaro anche ai non addetti che la deregolamentazione finanziaria londinese ha inesorabilmente portato alla rovina economica nazionale. L’Inghilterra versa nella peggiore crisi economica dagli anni Trenta, con la disoccupazione che è tornata ai livelli del 1979, quando si insediò la Thatcher. Il deficit del bilancio lievita ad un tasso annuale del 7% del PNL.

Però, contrariamente alla situazione del 1979, oggi il governo britannico non dispone più di una propria base industriale con cui mettere in moto tutta una serie di investimenti nel settore industriale.

Ma, a prescindere dal saccheggio compiuto da sir Jimmy Goldsmith, Jacob Rothschild, lord Hanson e compagnia dietro il paravento del “liberismo ad oltranza”, la privatizzazione decisa della Thatcher va collocata nel contesto della strategia anglo-americana per aprire altre regioni economiche a forme molto sofisticate di saccheggio neo-coloniale, perpetrato con la “mano invisibile” tanto cara alle teorie liberistiche. Questa “mano invisibile” anglo-americana regola i meccanismi di fusioni ed acquisizioni operate da altri governi nella misura in cui questi sono così stupidi e sprovveduti da richiedere e pagare profumatamente “consulenze finanziarie” proprio a quella cricca di finanzieri.

Alla fine degli anni Settanta, quando a Londra la Thatcher cominciò lo scontro col sindacato per ridurre i salari e cominciò a svendere le imprese statali ai suoi amici, a Wall Street gente come Donald Reagan, presidente della Merrill Lynch, e Walter Wriston, capo della Citicorp, si impegnarono a lanciare una “rivoluzione finanziaria” sulla stessa falsariga che in America fu chiamata “deregolamentazione dei mercati finanziari”.

Quando Ronald Reagan diventò presidente nel 1981, e prestò ascolto a Milton Friedman, la deregulation fece innumerevoli proseliti a Washington. Nei 12 anni che seguirono, fino alla sconfitta di George Bush nel novembre del 1992, Washington voltò le spalle ad una ben dosata politica di supervisione e regolamentazione governativa di attività particolarmente importanti come quella delle compagnie aree e degli autotrasporti, per non parlare dell’economia in generale. Le leggi che erano state escogitate negli anni della Grande Depressione per proteggere la proprietà di piccoli risparmiatori e azionisti furono abrogate o ignorate negli anni Ottanta per fare spazio alla “legge del Far West” che prevede la sopravvivenza del più cattivo.

Negli anni ruggenti della deregulation la filosofia negli USA era “tutto è ammesso, dillo con i soldi”. Così al crimine organizzato fu permesso di reinvestire i proventi illeciti nei regolari flussi finanziari, per poterli così usare nelle scalate speculative a Wall Street condotte da gente come Mike Milken, Ivan Boesky ed altri. Grazie al proliferare delle “obbligazioni spazzatura”, o altre tecniche speculative, si potevano acquisire imprese sane i cui nuovi proprietari trascuravano la politica di sviluppo a lungo termine su cui cresceva l’impresa, cercando solo di realizzare profitti a breve termine. Fu così che la TWA Airlines finì in mano a Carl Icahn, uno speculatore della banca Drexel. In questi anni Ottanta, i principali istituti finanziari di Londra e New York, come la S.G. Warburg, la Barclays, la Midland Bank, la Citicorp, la Chase Manhattan, la Goldman Sachs, la Merrill Lynch, la Salomon Bros., lanciarono la “globalizzazione dei mercati finanziari”. Il presupposto di partenza era che se tutti i paesi avessero abolito i controlli sui flussi di capitali ed altri meccanismi, la nuova finanza anglo-americana avrebbe potuto accedere a nuovi, grandi spazi economici, altamente profittevoli. I grandi nomi della finanza erano alla caccia di nuovi organismi sani su cui esercitare la propria distruttiva opera parassitaria, e così sedussero molti ambienti bancari, sia europei che giapponesi, a rinunciare alla naturale diffidenza per unirsi al gioco speculativo anglo-americano e “vincere”.

Uno dei sofismi utilizzati a questo proposito era quello che descriveva il sistema finanziario del paese preso di mira come “superato”, “obsoleto”, “non abbastanza dinamico”; insomma, da riformare per promuovere la nuova ondata di finanza creativa. Così l’intera Europa fu accusata di soffrire di “Eurosclerosi”. Tutti i trucchi sono buoni per costringere le economie nazionali a sollevare le barriere protettive e permettere alla finanza anglo-americana di dilagare su ciò che essa definiva mercati “arretrati” o “provinciali” e sfruttare la maggiore scaltrezza finanziaria per saccheggiarli.

La grande speculazione e la finanza angloamericana

Il vero e proprio inizio di questa dissennata corsa alla deregulation e alla “globalizzazione” dei mercati finanziari in stile thatcheriano, a cui assistiamo attualmente in Italia, risale alla fine degli anni ’60, inizio anni ’70. A partire da quel periodo, le grandi banche internazionali americane, come la Chase Manhattan e la Citicorp, iniziarono a cercare nuovi impieghi del capitale che fruttassero alti profitti, in quanto gli investimenti nell’economia interna americana non erano così profittevoli come quelli all’estero. Nel 1971, decine di miliardi di dollari avevano già abbandonato gli Stati Uniti ed erano approdati in Europa. L’astuto Sir Siegmund Warburg, presidente della omonima e celebre banca britannica (la stessa a cui il ministro del Tesoro Barucci si è recentemente rivolto per stimare il valore immobiliare dell’IMI), si recò allora a Washington per convincere il Tesoro e il Dipartimento di Stato USA a far rimanere all’estero quei capitali, in modo che Londra potesse usarli per ripristinare il ruolo di “banchiere mondiale” che la City aveva svolto fino al 1914. È ironico che il primo prestito in “Eurobbligazioni” sottoscritto da Siegmund Warburg fosse quello di 15 milioni di dollari lanciato dalla Società Autostrade dell’IRI.

La vera trovata di Warburg fu però l’uso dei dollari espatriati in Europa, i cosiddetti “Eurodollari”, che si rivelarono l’innovazione finanziaria più destabilizzante degli anni settanta. Il Presidente Nixon, seguendo il consiglio di George Shultz e Paul Volcker, annunciò il 15 agosto 1971 che da quel momento in poi Washington e la Federal Reserve, la banca centrale USA, si sarebbero rifiutate di riscattare in oro i dollari posseduti dalle altre banche centrali. Washington stracciò, con atto unilaterale, gli accordi di Bretton Woods del 1944 che stabilivano l’ordine monetario postbellico. Di colpo, il mondo si ritrovò ostaggio di un regime di “tassi di cambio fluttuanti” che trasformò il sistema monetario basato sul dollaro in una gigantesca arena speculativa.

Nel maggio 1973, sei mesi prima che scoppiasse la “crisi petrolifera”, l’oligarchia politico-finanziaria angloamericana si riunì segretamente nella località svedese di Saltsjoebaden per discutere la fase successiva del “ricatto” esercitato per mezzo del dollaro sull’economia mondiale.

Tra gli ospiti di quel ristretto gruppo di potenti, riuniti sotto l’egida del Club Bilderberg, c’era il Presidente della FIAT Gianni Agnelli. Si discusse che bisognava persuadere l’OPEC ad aumentare il prezzo del petrolio del 400%. Dato che dal 1945 il petrolio si acquistava solo con dollari, la mossa avrebbe automaticamente quadruplicato la domanda di dollari sul mercato internazionale.

Henry Kissinger, un altro ospite della riunione segreta del Bilderberg, battezzò l’idea col nome di “riciclaggio dei petrodollari”. I suoi interlocutori, come Lord Richardson della British Petroleum, Robert O. Anderson dell’americana Atlantic Ritchfield Corporation (ARCO) o lo svedese Marcus Wallenberg, non erano interessati a discutere come impedire i catastrofici effetti sull’economia mondiale derivanti da un quadruplicamento del prezzo del petrolio, ma, piuttosto, l’intera discussione in quella sperduta località della Svezia ruotò attorno all’idea di come assicurare che poche, scelte banche americane controllassero la nuova ricchezza dei “petrodollari” in mano araba. Si trattava quindi di come aumentare il potere nelle mani delle banche di Londra e New York, del cartello petrolifero e dei loro amici europei, alle spese del resto del mondo.

Negli anni ’80, dopo due crisi petrolifere e l’equivalente shock della stretta creditizia pilotata da Paul Volcker alla guida della Federal Reserve (1979-1982), la deregulation finanziaria di Thatcher e Reagan creò, nel contesto di un valore “fluttuante” del dollaro e del riciclaggio di prestiti in petrodollari che rifinanziavano il deficit dei paesi del Terzo Mondo, la cornice per un nuovo riciclaggio, quello dei narco-dollari. La liberalizzazione delle transazioni finanziarie in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi dieci anni è servita infatti ad aprire le porte al riciclaggio dei proventi illeciti della droga, che nel 1990 si stimava in un valore tra i 600 e i 1000 miliardi di dollari.

La Lugano connection

A questo punto occorre dedicare qualche riga alle finanziarie di Wall Street che svolgono un ruolo decisivo nella “privatizzazione” delle imprese pubbliche italiane. Sono tre le ditte impiegate all’uopo come “consulenti” del governo Amato: Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers. Lo stesso ministro dell’Industria Giuseppe Guarino, contrario a una “svendita” del patrimonio industriale raccolto nelle ex Partecipazioni Statali, sembra riporre fiducia in queste tre finanziarie, i cui dirigenti incontrò il 17 settembre scorso nel corso di un viaggio a New York.

Sono molti attualmente a ritenere la Goldman Sachs la più potente finanziaria di Wall Street, posizione conquistata almeno a partire dal 1991, quando scoppiarono gli scandali di “insider trading” che la coinvolgevano assieme alla Salomon Brothers. Il presidente della Goldman Sachs, Robert Rubin, sarà il capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale del Presidente Clinton. Quel posto dovrà essere un “ufficio di guerra economica” in stile britannico, per fronteggiare quelli che l’ex capo della CIA William Webster chiamò “gli alleati politici e militari dell’America che sono i suoi rivali economici”. Rubin non è il primo dirigente della Goldman Sachs che ricopre una carica nel governo americano. Prima di lui l’attuale vicepresidente, Robert Hormats, fu consigliere di Henry Kissinger al Dipartimento di Stato e un altro “senior partner”, John Whitehead, fu sottosegretario di Stato con Ronald Reagan. La Goldman Sachs é uno dei più influenti manipolatori del prezzo del petrolio e del valore delle monete, che determina tramite la sussidiaria J. Aron & CO., che opera sul mercato delle merci e dei “futures”. La Goldman Sachs ha rafforzato la sua presenza in Italia aprendo nel 1992 un “ufficio operativo” a Milano. Più avanti vedremo il ruolo cruciale che essa ha svolto nella crisi della lira e nella partita delle privatizzazioni.

La Salomon Brothers domina, assieme alla Goldman Sachs, il commercio di greggio mondiale. La Salomon possiede anche la svizzera Phibro (Philipp Brothers), che opera nel settore delle materie prime. Nel 1989 la Phibro fu coinvolta in un caso di riciclaggio di milioni di dollari ricavati dalla vendita di cocaina negli Stati Uniti. I soldi venivano riciclati dalla banda chiamata “La Mina”, che lavorava per il cartello della coca colombiano, nella Phibro Precious Metal Certificates.

Dopo gli scandali di “insider trading” e speculazione su Buoni del Tesoro USA scoppiati nel 1991, a cui abbiamo accennato sopra, ci fu un completo rinnovo dei vertici della finanziaria. Il nuovo presidente, attuale azionista di maggioranza, è Warren Buffett, originario di Omaha, Nebraska.

Buffett, oltre ad essere amico intimo di George Bush, è anche il principale azionista del Washington Post e della rete televisiva ABC. Egli possiede vasti interessi anche nell’American Express (del cui consiglio di amministrazione fa parte Henry Kissinger) e nella Wells Fargo Bank.

Lo stesso Buffett si dice sia implicato in uno scandalo di pedofili del Nebraska che facevano capo, fino alla fine degli anni ’80, al finanziere repubblicano Larry King, della banca Franklin Credit Union. Buffett era il patrocinatore e il sostenitore di King. La Warren Buffett Foundation, la fondazione intestata a suo nome, finanzia cause antidemografiche, come quelle lanciate da organizzazioni americane come Negative Population Growth, Planned Parenthood, l’Associazione per la Sterilizzazione Volontaria e il Population Council.

La Merrill Lynch è famosa per il ruolo che svolse in una sensazionale operazione di riciclaggio del denaro tra l’Italia, la costa orientale degli Stati Uniti e Lugano. Si tratta della “Pizza connection”, che portò al processo in cui la famiglia mafiosa newyorchese dei Bonanno fu accusata di aver riciclato circa 3,5 miliardi di dollari fino a quando fu arrestata, nel 1984. I Bonanno avevano usato, per i loro traffici, la sede centrale di New York e gli uffici di Lugano della Merrill Lynch. L’aspetto più sconcertante del processo sulla “Pizza connection” in Svizzera e a New York è che essi ignorarono completamente la complicità dei vertici della Merrill Lynch. All’epoca del processo il ministro del Tesoro americano, responsabile per le ispezioni sul riciclaggio del denaro, era l’ex presidente della Merrill Lynch Donald Reagan. Il processo si concluse con alcune multe nei confronti di funzionari minori della sede luganese della finanziaria americana, e la storia finì lì. Come è noto, la Merrill Lynch é stata incaricata dall’IRI, il 9 ottobre scorso, di preparare la privatizzazione del Credito Italiano.

Abbiamo fin qui identificato alcuni fatti poco noti che riguardano le tre finanziarie di Wall Street chiamate a svolgere un ruolo decisivo nella valutazione e nella stessa privatizzazione delle imprese pubbliche italiane. Queste finanziarie accedono a dati di grande importanza e delicatezza che riguardano alcune delle più valide imprese europee e si posizionano in assoluto vantaggio come “consiglieri per la privatizzazione”. Naturalmente, tutto secondo una rigida etica professionale e senza conflitti di interesse!

Moody’s e la guerra della lira

Quasi in contemporanea con la nomina del governo Amato, l’agenzia di “rating” newyorchese Moody’s annunciò, con la sorpresa di molti, che avrebbe retrocesso l’Italia in serie C dal punto di vista della credibilità finanziaria. Questo, senza che le cifre del debito italiano fossero cambiate drasticamente (la tendenza al deficit era nota almeno da due anni) e senza alcun rischio di insolvenza da parte dello stato. La giustificazione di Moody’s fu che il nuovo governo non dava sufficienti garanzie di voler apportare seri tagli al bilancio dello stato. Negli ambienti finanziari internazionali, Moody’s è famosa perché usa come arma “politica” la sua valutazione di rischio, tale che beneficia interessi angloamericani a svantaggio di banche rivali o, come nel caso dell’Italia, di intere nazioni. Il presidente della Moody’s, John Bohn, ha ricoperto un’alta carica nel ministero del Tesoro USA sotto George Bush.

La mossa di Moody’s costrinse il governo Amato ad alzare i tassi d’interesse sui BOT per non perdere gli investitori. Essa segnalò anche l’inizio di una guerra finanziaria contro la lira. Secondo fonti ben informate, i più aggressivi speculatori contro la lira, nell’attacco del luglio scorso, furono la Goldman Sachs e la S.G. Warburg di Londra. Ribadiamo che la speculazione ebbe un movente principalmente politico, non finanziario, e che, purtroppo, ebbe successo. L’Italia fu costretta ad abbandonare lo SME e il governo varò un piano di tagli e annunciate privatizzazioni per ridurre il deficit.

Ciò che Amato non ha mai detto è che la svalutazione della lira nei confronti del dollaro ha dato agli avventurieri della Goldman Sachs e delle altre finanziarie di Wall Street un grande “vantaggio”. Calcolato in dollari, l’acquisto delle imprese da privatizzare è diventato, per gli acquirenti americani, circa il 30% meno costoso. Lentamente, specialmente dopo l’ultimo attacco speculativo dell’inizio dell’anno, la lira si va assestando sul valore “politico” di circa 1000 lire a marco, esattamente il valore indicato dalla Goldman Sachs nel luglio scorso come “valore reale” della moneta italiana.

Come mai questa “coincidenza”? Come mai la finanziaria newyorchese ha appena aperto un ufficio operativo in un paese che secondo i suoi criteri sprofonda nella crisi? Come mai un economista come Romano Prodi, “senior adviser” della Goldman Sachs, suggerisce di privatizzare alla grande, vendendo tutte e tre le banche d’interesse nazionale (Banca Commerciale, Credito italiano, Banca di Roma), più il San Paolo di Torino, il Monte dei Paschi di Siena e l’Ina (Convegno presso l’Assolombarda il 30 settembre 1992)?

Lo stesso Prodi, che nel passato è stato a capo dell’IRI, oggi sembra aver sposato completamente la causa neoliberista angloamericana, tanto da aver proposto, a metà novembre, che l’Europa applichi verso i paesi dell’est una politica simile a quella dell’accordo di libero scambio siglato tra Stati Uniti, Messico e Canada (NAFTA). Un tale trattato darebbe il via libera alle grandi imprese per trasferire le loro attività all’est, dove la forza lavoro costa meno (è quanto è avvenuto ai confini tra Stati Uniti e Messico). Ciò aggraverebbe la crisi all’ovest e condurrebbe, nel medio-lungo termine, ad un abbassamento della produttività anche all’est, dato che la manodopera sottopagata è anche meno qualificata.

Il governo italiano deve scartare una simile politica, così come deve abbandonare il circolo vizioso dei tassi d’interesse alti che, per difendere la moneta, alimentano lo stesso deficit che si dichiara di voler combattere. Tra il giugno e il settembre scorso, i tassi sono aumentati paurosamente, da circa l’11% al 20% prima che la lira abbandonasse lo SME. Tuttora la Banca d’Italia mantiene il tasso d’interesse al 13%. Tenuto conto che ogni punto di aumento degli interessi si traduce in 15.000 miliardi in più sul debito dello stato a breve termine, il governo italiano è stato messo alle corde dagli speculatori angloamericani (e dai loro complici italiani) aumentando la pressione per privatizzare a prezzi di svendita.

Andando avanti su questa strada, l’Italia commetterà un suicidio economico. La sola via d’uscita è l’adozione di una politica creditizia nazionale del tipo che ai tempi di Enrico Mattei si sarebbe considerata ovvia. Occorre ripristinare il controllo sui cambi, congelare una parte del debito con una moratoria di 10-15 anni (salvaguardando naturalmente gli interessi dei piccoli risparmiatori), parallelamente all’avvio di una aggressiva politica di investimenti, favorita da crediti agevolati, nelle infrastrutture moderne, in concerto con i partner europei. Per far ciò, occorre che lo stato si riappropri della piena sovranità monetaria, il che significa che per finanziare gli investimenti esso non debba bussare alla porta della Banca d’Italia, la quale ha finora, incostituzionalmente, battuto moneta a nome dello stato per poi rivendergliela a tassi “di mercato”, cioè da usura. I motivi che hanno portato al “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia, e cioè l’improduttivo finanziamento del debito, esistono, ma combattere il malgoverno non significa eliminare il governo. Perciò occorre porre fine al “divorzio” tra Bankitalia e Tesoro.

Una efficace repressione dell’attività di riciclaggio del denaro da parte della mafia, compreso quello investito nei BOT, accompagnata da un astuto cambio della moneta (la famosa “lira pesante”), darebbe alle istituzioni dello stato una posizione di forza e la credibilità e la fiducia popolare. L’alternativa è il caos e la guerra civile.

28 giugno 1993
Come difendere l’industria nazionale dalla speculazione e dalle svendite indiscriminate

Ampia rappresentanza delle forze politiche italiane alla conferenza del Movimento Solidarietà e dell’Executive Intelligence Review

Il Movimento Solidarietà e la Executive Intelligence Review hanno tenuto il 28 giugno 1993 a Milano, presso la sala FAST, una conferenza sul tema dell’economia, affrontando in particolare aspetti come le moderne tecniche di speculazione finanziaria, le privatizzazioni ed i grandi programmi di sviluppo.

La caratteristica forse più singolare della conferenza è stata la partecipazione dei rappresentanti di numerose forze politiche, anche disparate o divergenti, animati dal comune interesse di approfondire la conoscenza del pensiero economico dell’economista americano Lyndon LaRouche e di misurarsi con questo.

Da qui l’opportunità di dedicare il primo numero del bollettino della nuova associazione alla pubblicazione degli atti del convegno, per mettere a disposizione di un più vasto pubblico le analisi e le documentazioni che gli specialisti dell’EIR William Engdahl e Claudio Celani hanno esposto nelle loro relazioni, come pure gran parte dei numerosi contributi con i quali parlamentari, giornalisti e altri partecipanti hanno arricchito e animato il convegno.

“La speculazione selvaggia sui mercati internazionali e la «geopolitica» britannica sono le due facce della stessa medaglia oligarchica”, ha affermato nella sua breve introduzione ai lavori il giornalista dell’EIR Paolo Vitali, moderatore della conferenza. Vitali ha sottolineato che le speranze di milioni e milioni di persone, a seguito della caduta dei regimi comunisti del 1989, non sono state tradite dal fatale sprigionarsi di eventi e forze che non subivano più le strettoie della divisione del mondo in rigide sfere d’influenza, come asseriscono certe teorie sociologiche, ma sono state negate da un preciso piano di destabilizzazione “geopolitico”, che è partito ancor prima del crollo del muro di Berlino, e dalla incapacità e codardia delle forze politiche ed élite europee di reagire a questa nuova e precisa minaccia.

“L’economista e politico americano Lyndon LaRouche, che sconta innocente in un carcere del Minnesota da quasi cinque anni una montatura giudiziaria orchestrata dall’amministrazione Bush” – ha continuato Vitali – “ha tracciato tempo fa il paragone tra le situazione post 1989 con il periodo che precedette la Prima Guerra mondiale. A quel tempo l’oligarchia imperiale britannica sviluppò il concetto della «geopolitica» per far fronte alla minaccia rappresentata dalla potenzialità di sviluppo economico e sociale in tutta l’Europa continentale, l’«Eurasia». Due guerre mondiali, il Trattato di Versailles e l’accordo di Yalta, furono le dirette conseguenze di questa strategia «geopolitica»”.
“Con l’avvicinarsi del crollo della Cortina di Ferro nel 1989, i circoli oligarchici anglo-americani decisero che bisognava a tutti i costi impedire che la riunificazione tedesca costituisse un trampolino di lancio per una nuova politica di indipendenza, integrazione e sviluppo economico per tutto il continente, ripristinando il progetto de Gaulle di «un’Europa dall’Atlantico agli Urali». Gli attacchi alla Germania come «Quarto Reich», partiti dalle più alte sfere londinesi, e fatti propri dai nazi-comunisti serbi, l’aggressione del Panama, la guerra del Golfo, le atrocità interminabili nell’ex Jugoslavia, la destabilizzazione economica dell’Est europeo con le folli «terapie d’urto» dei liberisti, l’eliminazione fisica di chi proponeva un piano alternativo di sviluppo, come il Presidente della Deutsche Bank Alfred Herrhausen, sono tutti aspetti di questa complessa e articolata strategia di destabilizzazione”.

“Questa è la stessa trama destabilizzatrice che in Italia, soprattutto con gli eventi dell’ultimo anno, mira a frantumare le fondamenta stesse del nostro essere nazione sovrana indipendente. Guerre e destabilizzazioni, politiche economiche super liberiste, una speculazione selvaggia che ha trasformato i mercati finanziari internazionali in un’unica casa da gioco d’azzardo, sono elementi solidali di una strategia oligarchica, come contiamo di dimostrare, che o è fermata e sconfitta o può farci sprofondare, in un futuro tutt’altro che lontano, in un altro catastrofico conflitto”.

La piaga della “finanza derivata” e l’economia dell’illusione

Discorso di William Engdahl, esperto economico dell’EIR di Wiesbaden, autore di «A Century of War», un libro che descrive il ruolo del petrolio come un’arma fondamentale nella politica anglo-americana dei Nuovo Ordine Mondiale.

L’Italia è vittima di una destabilizzazione sistematica ad opera di forze coordinate interne ed estere. La componente solitamente meno compresa è quella estera, rappresentata da un cartello di speculatori stranieri impegnati a distruggere il paese con denaro preso a prestito.

Nel 1948 l’Italia era considerata di importanza strategica nella NATO per arginare il diffondersi del comunismo in Europa, in particolare nei Balcani e nel Mediterraneo. In questo contesto di strategia geopolitica una crescita economica del Paese era ritenuta una componente essenziale.

Un discorso differente è invece quello che riguarda l’ indipendenza dell’Italia. Howard K. Smith, un “insider” americano, parlò apertamente della spartizione del bottino della seconda guerra mondiale nel 1949 affermando: “Fino al 1946 le potenze vittoriose si sono disputate gran parte del vuoto lasciato da Hitler (…) l’Italia, occupata dalle potenze occidentali, sarebbe diventata un’area in cui avrebbe predominato l’ influenza britannica”.

Questo predominio fu rappresentato principalmente dall’influenza che la Mediobanca avrebbe assunto sotto Enrico Cuccia. La Mediobanca fu posta sotto il controllo di fatto della Lazard Freres di Londra, una banca che è proprietà di un raggruppamento estremamente influente dell’establishment britannico, il Pearson Group PLC. Il Pearson Group controlla anche la rivista «Economist» ed il quotidiano «Financial Times», che si sono recentemente distinti nella campagna di attacchi alle istituzioni economiche e politiche italiane.

Dal 1989 però, e dalla fine del regime comunista di Mosca, l’establishment anglo-americano si è reso conto del fatto che un’Italia economicamente stabile e collegata ad un’Europa continentale che si rafforza attorno ad una Germania riunificata e pro- spera non serviva più agli scopi di un’egemonia globale atlanticista, anzi, rappresentava una minaccia.

La crisi finanziaria in cui sia l’America che l’Inghilterra versavano nel 1989 si avvicinava alle dimensioni della Grande Depressione degli anni Trenta. Per far fronte all’erosione della propria egemonia gli anglo-americani adottarono ulna dottrina tanto semplice quanto folle: cercare in ogni modo di distruggere la stabilità dell’Europa continentale per impedire che essa potesse fungere da polo antagonista all’egemonia globale anglosassone.

Questo è il contesto in cui si colloca tutto ciò che viene fatto contro l’Italia ed il resto dell’Europa.

George Soros e la finanza derivata

Il crac della borsa di Wall Street, nell’ottobre del 1987, coincise con il lancio di una strategia radicalmente nuova da parte delle grandi finanziarie, quali la Salomon Brothers, Merrill Lynch, Morgan Stanley e di grandi banche americane quali la Citicorp, Bankers’ Trust, J.P. Morgan & Co. Il crollo record di 508 punti dell’Indice Dow Jones, verificatosi il 19 ottobre 1987, fu causato da un’incredibile innovazione introdotta nelle transazioni finanziarie. Le grandi finanziarie acquistavano contratti a termine, i “futures”, non di ditte specifiche, ma su interi indici delle azioni borsistiche. Le finanziarie di Wall Street ricorsero ad un trucco, acquistando le “futures” ad un costo inferiore del 10% rispetto alle azioni stesse, ed influenzando così un rialzo del prezzo delle azioni sul mercato di New York. Ma poteva funzionare anche nel- la direzione opposta. Questo portò alla bolla speculativa che esplose il 19 ottobre, con l’effetto acceleratore dei sistemi computerizzati. I computer di Wall Street erano stati preprogrammati in modo da vendere automaticamente al verificarsi di una caduta dei mercati. Fu un gioco che spinse i mercati finanziari verso una paralisi irreversibile, ma a quella paralisi non ci si arrivò solo grazie al precipitoso intervento stabilizzatore da parte delle Banche Centrali. Proprio qui stava il trucco escogitato a Wall Street: avevano inventato un sistema di gioco d’ azzardo in cui non si rischia di perdere! Molto meno rischioso della gestione di un casinò a Las Vegas.

Il gruppo di Wall Street cominciò allora a sperimentare quest’arma terribile sulla borsa di Tokio. Nel novembre del 1989 l’Indice Nikkei Dow toccava i record storici di 39 mila Yen. Ma all’inizio dell’estate successiva quel valore era già dimezzato. A scatenare il tracollo furono le stesse case americane: Salomon Bros. Morgan Stanley, Merrill Lynch, Bankers Trust, Goldman Sachs, con un nuovo apporto dei brokers londinesi.

Una conseguenza delle operazioni per approfittare del drastico ribasso della borsa di Tokio (le cosiddette “put options” o “short-selling”) fu il ritiro pressoché completo degli investimenti giapponesi nel resto del mondo, mentre le banche del Sol Levante versavano nella crisi peggiore del dopoguerra.

Nel frattempo Washington e Londra esercitavano notevoli pressioni sulle altre capitali del Gruppo dei Sette perché favorissero la “liberalizzazione” dei mercati finanziari e la partecipazione al “gioco globale”. All’Uruguay Round dei negoziati GATT per la prima volta si discusse il libero scambio dei servizi finanziari.

Parallelamente alla “globalizzazione” dei mercati finanziari mondiali si verificò senza chiasso uno sviluppo estremamente importante.

Il direttore della Central Intelligence Agency William Webster decise di istituire una nuova sezione della CIA, il Directorate V. Annunciando la decisione a Los Angeles, Webster sottolineò l’ importanza della tendenza alla “globalizzazione dei mercati finanziari internazionali” come un’area d’interesse per la nuova CIA. Finita l’era della guerra fredda, Webster vedeva una nuova missione per la CIA nello spionaggio contro “gli alleati politici e militari dell’America che al tempo stesso sono nostri concorrenti economici”.

Dopo cinque anni di collaudi e affinamenti condotti a Tokio ed a Wall Street le tecniche innovative di Wall Street venivano sottoposte alla prova più ambiziosa: far crollare le valute nazionali, ad onta delle più autorevoli autorità bancarie centrali, mettendo i governi con le spalle al muro. A Wall Street furono introdotti nuovi strumenti finanziari che non avevano alcun collegamento concreto con il flusso reale di scambi commerciali e di investimenti. A questi strumenti fu dato il nome di “derivatives”, o finanza derivata.

A Wall Street svilupparono le operazioni nel regno dei tutto astratto dei contratti finanziari a termine, che poi furono estese anche alle valute; si stabilì così un mercato di “futures” tra vari paesi e non solo nell’ambito di una sola borsa. Si scommette sul prezzo futuro di una valuta rispetto ad un’altra, ad esempio il marco rispetto al dollaro, oppure sul valore di un titolo di stato di un paese rispetto a quello di un altro, ad esempio entro una scadenza di 90 giorni.

Si tenga ben presente però che l’oggetto della compravendita non è un Buono del Tesoro italiano e un qualsiasi altro corrispettivo straniero, ma si scommette, così come si fa alle corse, sul loro valore entro una data scadenza.

Le grandi finanziarie di Londra e di Wall Street si attrezzarono con i sistemi di Contrattazione computerizzata che collegarono con le principali piazze finanziarie internazionali realizzando così la globalizzazione finanziaria di cui parlava Webster.

I nuovi contratti furono chiamati “derivati” in quanto il loro prezzo deriva da un titolo azionario o finanziario reale, o da una merce, ma non esiste un collegamento con la sua diretta proprietà. A Chicago, ad esempio, iniziarono la contrattazione di contratti a termine dell’indice del Nikkei Dow di Tokio, e lo stesso fecero da re. A Tokio non svolgevano contrattazioni simili e non ne capivano l’importanza. Gli sforzi del ministero delle Finanze nipponico per ottenere la cooperazione di Singapore a sospendere tali scambi fallirono in blocco. Gli organi d’informazione statunitensi e britannici criticarono quell’iniziativa giapponese come “passata di moda”.

La Moody’s crea l’ambiente controllato

Nei giorni successivi al “no” danese nel referendum del 2 giugno 1992 sul Trattato di Maastricht gli “insider” di Wall Street prepararono il grande attacco. Nel luglio 1992 gli operatori più importanti furono messi al corrente del fatto che “entro la fine dell’anno ciascuna moneta dello SME in Europa avrebbe cominciato a fluttuare liberamente”. I manager delle finanziarie decisero pertanto di sbarazzarsi dei titoli e delle valute europee. Tra i candidati più ovvi per tale svendita spiccavano l’Italia, come pure l’Inghilterra.

Ciò di per sé però non bastava. Il rischio era troppo alto e bisognava andare invece sul sicuro, perché sullo SME vegliava uno schieramento di alcune tra le più potenti banche centrali del mondo, a partire dalla Bundesbank, legate da un patto di reciproca difesa. A questo punto si ricorse ai servigi della Moody’s Investor Service, una ditta che stabilisce il “rating” a Wall Street, stabilisce cioè il grado di affidabilità dei titoli.

Anni addietro l’Italia aprì le porte agli investimenti stranieri, e vi fu costretta per finanziare il deficit, dando anche agli stranieri l’opportunità di acquistare Buoni dei Tesoro. Bastava allora convincere questi investitori stranieri che il debito statale italiano valesse poco più di quello di un paese come la Bolivia, ed essi si sarebbero precipitati a liquidare quei titoli, costringendo così la Banca d’Italia ad offrire tassi di interesse sostanzialmente più alti per i nuovi Bot.

Questo è il compito che la Moody’s ha assolto a partire dal giugno dello scorso anno. Iniziò annunciando di aver posto il debito italiano nella lista del “credit watch”, cioè sotto osservazione per una probabile retrocessione, benché non si stesse verificando alcuna crisi di solvibilità. Poi ci fu la serie di retrocessioni del debito italiano decretate dalla Moody’s seguite ogni volta da un rialzo dei tassi di interesse che il Tesoro era costretto ad offrire agli acquirenti dei suoi titoli.

Ogni aumento dell’l% del tasso d’interesse sul vasto debito pubblico italiano significa un aumento medio del deficit governativo di circa 17 mila miliardi di lire, che in pochi minuti brucia i disperati tagli effettuati sulla spesa pubblica. Le nuove emissioni a tassi maggiorati erano interpretati dalla Moody’s come un nuovo segnale di “inaffidabilità”, e giù un altro votaccio sulla pagella dell’Italia. Si tratta evidentemente di un circolo vizioso deliberatamene messo in moto dalla Moody’s che culminò nel settembre scorso!

Ma cos’è questa Moody’s, questo ente privato che ha finito col decidere il destino di nazioni e governi sovrani? Chi gli conferisce tanta autorità? Perché ad esempio non ha dato pollice verso anche agli Stati Uniti, visto che il debito pubblico di quel paese ha superato i 4 mila miliardi di dollari?

Nel mondo finanziario la Moody’s è famosa come “la più politica” agenzia di “rating”. È presieduta da John Bohn, che nell’amministrazione di Bush era un funzionario ad alto livello del Tesoro. Mentre votava una retrocessione dopo l’altra dell’Italia l’estate scorsa la Moody’s dava un rapporto molto positivo sulle grandi banche, come la Citicorp, che avevano esteso prestiti all’impero immobiliare canadese Olimpia & York di Paul Reichmann finito in una bancarotta clamorosa. I Reichmann erano legati politicamente ad Henry Kissinger, a lord Carrington ed all’oggi famoso George Soros. La Moody’s e premurosa con gli amici.

La cosa è persino più palese. Proprietaria della Moody’s è la Dun & Bradstreet Inc. che è anche proprietaria del Wall Street Journal. Nel consiglio d’amministrazione della Dun & Bradstreet figurano i principali direttori delle più importanti finanziarie di Wall Street che hanno condotto la speculazione contro la lira, e che sono anche quelle che al tempo stesso “prestavano consulenze” al governo italiano su come condurre il delicato processo di privatizzazione delle imprese di stato. II conflitto d’interessi è ovvio.

Nel consiglio d’amministrazione della M.J. Evans, strettamente legata alla Moody’s, figura un personaggio che al tempo stesso è nel consiglio di amministrazione della Morgan Stanley ed un altro ancora, R.A. Hansen, figura nella direzione della ,J.P. Morgan e della Merrill Lynch! Un altro ancora è Charles Raikes, che è stato consigliere della Federal Reserve dal 1958.

George Leung, amministratore delegato della Moody’s Investors Service, dichiarava su Financial World del 18 febbraio: “La gente è sempre più disillusa nei confronti del governi, sempre più preoccupata degli imbrogli e problemi che vede nei governi e finisce col cercare qualcuno che possa indipendentemente far luce su tanta confusione. Questo è il nostro ruolo”. Questa dichiarazione d’intenti è anteriore alla campagna della Moody’s contro l’Italia. Chi ha affidato alla Moody’s il potere di decidere sulle nazioni? Nessuno. Moody’s ha colmato il vuoto creatosi con la paralisi dei governi, costringendo ad accettare i propri diktat con la minaccia di voti sfavorevoli sul debito. La Moody’s però ha solo preparato il terreno. L’attacco alla lira è stato sferrato dalla speculazione della finanza derivata, diretta a colpire il “fianco debole” dello SME.

Soros McCain

George Soros ed i suoi amici

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Con l’avvicinarsi in Francia della scadenza referendaria su Maastricht del 19 settembre,un raggruppamento di banche e speculatori di Wall Street, diretto da George Soros, uno strano personaggio di origine ungherese, lanciò una formidabile ondata speculativa per costringere la lira a svalutare ed uscire di conseguenza dallo SME.

Ecco come funzionò.

La finanza derivata, teniamolo presente, consiste in scambi in cui non si cedono o acquistano azioni o titoli reali, ma che rappresentano solo un accordo tra le due parti a compiere pagamenti ad una futura scadenza in rapporto al rendimento di una merce o una valuta. L’esempio tipico è dato da una banca che compie un’operazione commerciale “derivata” mettendo a disposizione soltanto il 10% dei valore nominale del contratto, cioè il deposito di garanzia. Grazie ai collegamenti personali con banche come la Citicorp di New York, George Soros è stato capace di far crollare la lira e la sterlina, come pure la corona svedese, il tutto soltanto con denaro preso a prestito, senza versare più del 5% per il margine di garanzia collaterale!

In sostanza Soros ha dato come garanzia soltanto 50 milioni di dollari di titoli per ottenere una linea di credito, dalla Citicorp ed altre banche, di un miliardo di dollari. Un prestito a tempi brevissimi, per scommettere sulla svalutazione forzata della lira nei giorni in cui in Francia si teneva il referendum! Il rapporto speculativo del suo denaro è stato di 20:1. Dal canto loro la Bundesbank, la Banca d’Italia e le altre banche per difendere la propria valuta hanno invece dovuto sborsare il prezzo completo degli acquisti. Si stima che la Bundesbank abbia speso a settembre 60 miliardi di dollari nelle varie operazioni di difesa delle monete dello SME. Utilizzando i “derivatives”, Soros e Wall Street hanno potuto spuntarla sulla Bundesbank con soli 3 milioni di dollari (20:1) !

In una tipica operazione di swap con i “derivatives” condotta da Soros lo scorso autunno si sono acquistate lire con i dollari, le lire sono poi state convertite in marchi tedeschi al tasso fisso di cambio dello SME. Poi è stata la volta della Moody’s a declassare l’Italia, mentre gli organi di informazione internazionali si davano da fare a descrivere la gravità della crisi economica e politica del paese. Le corporation hanno avuto paura ed hanno cominciato a vendere lire. La valuta italiana è così passata da 765 lire contro il marco all’inizio di settembre alle 980 lire solo quattro settimane più tardi.

A quel punto Soros poteva acquistare lire fortemente scontate (il 28% in meno) e ripagare il suo debito iniziale, prima che scadesse la data del suo contratto, per il quale aveva inizialmente versato solo il 5%. II profitto che ne ha ricavato si calcola sul 560%, cioè circa 280 milioni di dollari. Ma nessuna autorità di vigilanza sarebbe potuta intervenire perché l’operazione è stata condotta “fuori registro”, o come si suoi dire “Over-the-Counter”, direttamente tra le due parti interessate senza altre formalità.

Naturalmente, se la lira si fosse rivalutata del 5% l’impero di Soros sarebbe stato spazzato via all’istante. Soros però non è soltanto un giocatore d’azzardo “fortunato”.

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Se prima c’erano De Gasperi, Mattei ed altri uomini che sfidavano senza paura le pressioni esterne e i dictat stranieri, la storia recente ha visto emergere nomi che non hanno un briciolo di patriottismo, noi poi non li eleggiamo nemmeno più.

Intendo infatti spiegare che Soros è riuscito a condurre le sue recenti operazioni speculative in grande stile perché ha accesso alle informazioni più riservate dei centri di potere. Nel caso della crisi dello SME, come poteva sapere Soros quale delle 12 valute sarebbe stata colpita in quale giorno preciso?

Ex funzionari della Federal Reserve USA spiegano privatamente che Soros ha ricevuto informazioni riservate da parte di un amico che nella Federal Resene di New York lavora nel settore delle valute internazionali. La Fed di New York dispone, minuto per minuto, delle informazioni sull’andamento delle monete direttamente dalle banche centrali europee. Se Soros può disporre di tali informazioni il suo gioco è garantito.

Ma chi c’è dietro questo personaggio misterioso? Soros opera attraverso la Quantum Fund NV, una compagnia off-shore registrata nelle Antille Olandesi.

Opera insieme ad un raggruppamento internazionale che potrebbe essere chiamato il gruppo dei Rothschild. Nel consiglio di amministrazione della Quantum Fund figura Nils Taube, socio d’affari di lord Rothschild, e sir James Goldsmith, imparentato ai Rothschild. Altro membro del Quantum è Richard Katz che a Milano dirige la Rothschild Italia, S.p.A. Altri esponenti del Quantum sono Isidore Albertini della ditta di brocheraggio milanese Albertini & Co.; Alberto Foglia, capo della Banca del Ceresio di Lugano; e Edgar Picciotto, un socio di affari di Carlo de Benedetti. Picciotto dirige inoltre la CBITDB Union Bancaire Privée di Ginevra.

Si dice poi che al Quantum partecipino segretamente anche Marc Rich, uno svizzero latitante che operava nel settore dei metalli preziosi e del petrolio, ed il mercante di armi israeliano Shaul Eisenberg. Soros inoltre è colui che ha introdotto in Polonia ed in Russia il professore di Harward Jeffrey Sachs, il guru della terapia d’urto che causa il caos economico incontrollabile e profitti astronomici per gruppi ristretti di potere. Degno di nota è il fatto che Marc Rich ed Eisenberg sono stati tra gli investitori più attivi nell’Europa orientale e nel CSI a partire dal 1990.

Torniamo alla “Dottrina Webster” della CIA, promulgata nel 1989. All’epoca di Bush Washington era impegnata a sabotare l’unità economica europea. L’estate scorsa il governo USA fece strane dichiarazioni che ebbero l’effetto di scuotere le parità delle monete europee in rapporto al dollaro, come fase preliminare della crisi di settembre. Responsabile di quella operazione fu l’allora viceministro del Tesoro David Mulford, che oggi presiede la Credit Suisse First Boston di Wall Street. Prima di andare a Washington nel 1982 Mulford era uno dei direttori della Merrill Lynch, quando allora era presieduta da Donald Reagan, che andò anche lui a Washington come ministro del Tesoro sotto il Presidente Reagan.

Degno di nota è che una delle primissime nomine fatte dal Presidente Clinton riguarda Robert Rubin, presidente della Goldman Sachs, finanziaria più prestigiosa di Wall Street. Oggi Rubin è il Direttore dei nuovo Consiglio di Sicurezza Economica Nazionale della Casa Bianca. Esperti osservatori di Washington ritengono che il nuovo consiglio sia stato creato per coordinare l’applicazione della Dottrina Webster direttamente dalla Casa Bianca.

Le alte sfere della CIA, magari attraverso ex funzionari, hanno fatto opera di reclutamento nei consigli di amministrazione delle grandi finanziarie di Wall Street. Ai dirigenti delle finanziarie che accettano, la CIA impartisce un particolare addestramento ed essi tornano poi al loro mondo di Wall Street. Conosco personalmente un banchiere svedese che è stato invitato a Washington il novembre scorso ad un seminario dove l’ex capo della CIA William Colby teneva un discorso sul tema della nuova missione di spionaggio economico dei servizi segreti USA. Colby è personalmente impegnato a reclutare i dirigenti delle grandi finanziarie spiegando loro che adesso i mercati finanziari globali sono considerati un “area di interesse della sicurezza nazionale USA”. Il seminario era sponsorizzato dalla Merrill Lynch e dalla Borsa di New York.

L’esplosione della finanza derivata

“Senza la crescita enorme delle operazioni speculative della finanza derivata la crisi dello SME non si sarebbe mai verificata”, ha affermato recentemente un esperto banchiere europeo. Mentre nel 1987 le banche centrali furono in grado di difendere la stabilità dello SME a costi minimi, nel 1992 esse sono state ridotte all’impotenza dai meccanismi della finanza derivata.

Invece di svolgere una regolare attività di compravendita nei mercati a termine regolari, come quello di Chicago, dove le banche sono costrette a versare un deposito di garanzia ed a rendere nota quotidianamente la propria esposizione creditizia, i grandi di Wall Street eludono la sorveglianza del governo trattando direttamente, “Over the Counter”, tra banca e banca o tra banca e finanziarie straniere. La transazione non figura nel bilancio della banca cosicché gli investitori non possono sapere quanto è il rischio che l’istituto in questione corre di fronte ad un crollo del già enorme mercato dei “derivatives”.

La classifica dei grandi speculatori in “derivatives” era guidata lo scorso anno dalla Citicorp, che vantava operazioni per circa 1400 miliardi di dollari. Seconda era la Chemical Bank con 1300 miliardi di dollari, terze a pari merito la J.P. Morgan e la Bankers Trust, con mille miliardi di dollari ciascuna. Sono contratti che riguardano azioni, petrolio, obbligazioni come pure gli swap internazionali di valuta e gli swap dei tassi d’interesse. Per quanto riguarda queste ultime due voci, i contratti “derivati” oltre confine hanno già raggiunto l’astronomico ammontare di 4 mila miliardi di dollari.

La graduatoria dell’esposizione su questo mercato dei contratti “derivati” continua con la Merrill Lynch, per 720 miliardi di dollari, la Salomon Bros., con 730 miliardi di dollari e la Morgan Stanley con 300 miliardi di dollari. Queste attività hanno aperto tutto un vasto settore di informatica bancaria sofisticatissima, che impiega i supercomputer CRAY per processare i dati in parallelo, necessari per gestire la contrattazione automatica senza frontiere che avviene grazie a programmi capaci di far fronte ai complessi problemi di calcolo del rischio a variabile multipla. Ma, a parte questi aspetti pittoreschi, a fare profitti con la speculazione “derivata” so- no solo gli “insider traders” di New York. Il gioco d’azzardo è truccato, con la complicità di Washington. Cercare di capire gli aspetti “tecnici” della manovra con la quale Soros è riuscito ad intascare un miliardo di dollari di profitti speculando sulla sterlina a settembre è fatica sprecata. Certo è però che giornali finanziari quali il Wall Stret Journal ed il Financial Times fanno il possibile per destare l’impressione opposta.

Il che fare

Governi e banche centrali dell’ Europa continentale hanno sin ora respinto le nuove tecniche speculative della finanza derivata. Alcuni banchieri svizzeri e tedeschi sono convinti che l’offensiva condotta dagli anglo-americani con la finanza derivata sia “più pericolosa di una guerra nucleare con la Russia”. Il 24 novembre, poco dopo la crisi dello SME, il direttore generale della Banca per i Regolamenti Internazionali di Basilea Alexander Lamfalussy ha dichiarato ad un gruppo di banchieri a Londra: “Volete sapere perché molti colleghi delle banche centrali nutrono le mie stesse preoccupazioni che queste attività possano rappresenta- re problemi di natura sistemica nel sistema finanziario internazionale?” Lamfalussy teme il ripetersi del fenomeno verificatosi col crac borsistico del 1987: “l’attività sui mercati derivati potrebbe avere notevoli ripercussioni nei sotto- stanti mercati a pronti, al punto da accentuare proprio quella instabilità dei prezzi contro la quale si pensava di dare un’assicurazione con alcuni strumenti derivati”.

Lamfalussy ha inoltre spiegato che la grande esposizione negli strumenti fuori bi- lancio da parte delle banche “ha reso più opaca la natura e la distribuzione del rischio nelle operazioni sul mercato finanziario”. Ha infine prospettato lo scenario peggiore: “Qualora si verificasse un problema in un istituto le altre ditte reagirebbero immediatamente e drasticamente. Potrebbero ritirare improvvisamente ed indiscriminatamente linee di credito, e persino disimpegnarsi da operazioni in corso. Il tutto aumenterebbe la possibilità del verificarsi improvviso di un blocco globale di liquidità”.

Anche un personaggio di spicco a Wall Street come Henry Kaufman, che è stato il primo economista della Salomon Brothers, si è detto preoccupato perché la speculazione “derivata” fa intravedere “una prossima catastrofe colossale perle banche americane”. Altri così bollano queste novità nel sistema finanziario: “ventiseienni con il computer stanno costruendo la bomba all’idrogeno finanziaria.” Tuttavia non fanno nulla per controllare la situazione. La primavera scorsa Lamberto Dini condusse uno studio per il Fondo Monetario Internazionale, ma il suo rapporto è stato praticamente censurato, la stampa non ha ottenuto delle copie. Ad una mia domanda nel corso di una conferenza a febbraio, Lamberto Dini ha risposto: “Le banche americane e londinesi svolgono il grosso delle attività in questo processo. Dobbiamo determinare innanzitutto cosa stia effettivamente accadendo.

Alcuni segni di resistenza

Più recentemente il Presidente della Commissione Finanza e Banche del Congresso USA, l’on. Henry Gonzalez, ha richiesto alla Federal Reserve ed alla Commissione “Securities & Exchange” del governo di condurre un’indagine approfondita sulle attività all’estero del Quantum Fund di George Soros. Gonzalez ha chiesto di sapere come Soros possa fare profitti astronomici come quelli di settembre, quanto del suo capitale provenga dalle banche americane, in che misure le banche USA siano coinvolte nelle speculazioni di quel fondo, ed il ruolo specifico degli strumenti finanziari derivati nelle grandi manovre speculative di Soros. Questa è solo la superficie dei fatti.

Dietro le quinte infuria uno scontro tra le autorità bancarie europee e quelle americane. Le autorità d’oltre oceano sono radicali, ritengono che le banche statunitensi abbiano il diritto di non imporre alcuna restrizione alla finanza derivata. Ritengono infatti che questo sia il modo migliore di allentare la pressione sulle grandi banche USA, che disporrebbero in questo modo di maggiori capitali. Praticamente permettono che venga assicurato solo il margine netto di rischio, e non tutto il contratto. Le autorità di vigilanza europee non permettono una cosa del genere. Ritengono che sia dovere della banca assumersi al completo il rischio di un’insolvenza su tutto il valore nominale di un contratto.

Lo scorso ottobre il Congresso degli USA approvò la Futures Trading Practives Act of 1992, una legge che prevede che gli swap Over the Counter, cioè i contratti a pronti e termine di valuta o sui tassi di interesse che avvengono tra le due parti senza essere registrati, non rientrino più nella categoria dei “futures”, dei contratti a termine, dando vita in tal modo ad una proliferazione cancerosa di carta finanziaria fuori dal controllo di qualsiasi autorità.

L’economista americano Lyndon LaRouche ha recentemente lanciato la proposta di imporre una tassa globale e ben coordinata su queste attività speculative, perché tassarle sarebbe il modo migliore di renderle meno attraenti per gli speculatori e quindi sgonfiare la pericolosa bolla. LaRouche ha proposto una tassa dello 0,1 % sul valore nominale, non sul valore “netto”, di ciascuna transazione derivativa. “Questa è la bolla di John Law (nella Francia del 18mo secolo) all’ennesima potenza. La vulnerabilità di tutto il sistema finanziario, il caos e la distruzione delle strutture di produzione fisica sono potenzialmente incalcolabili, pertanto occorre mettere sotto controllo il fenomeno”. La settimana scorsa intanto George Soros ha fatto sapere che tornerà alla carica. Questa volta è deciso a spezzare uno degli elementi portanti della coesione europea: il suo nuovo obiettivo è quello di spezzare il legame che unisce il marco tedesco al franco francese.

I protagonisti della destabilizzazione italiana

Discorso di Claudio Celani, italian desk dell’EIR di Wiesbaden.

All’inizio dei gennaio scorso, l’EIR pubblicò un documento intitolato “La strategia anglo-americana dietro le privatizzazioni italiane: il saccheggio di un’economia nazionale”. In quello studio, inviato ad alcuni organi di stampa, alle forze politiche ed alle istituzioni, si delineava un quadro preoccupante di attacco all’economia italiana nel contesto della cosiddetta “globalizzazione dei mercati”, cioè la realizzazione di un unico sistema economico mondiale in cui non vi sarebbe stato più alcun controllo sui movimenti e sulla creazione di capitali.

In quel documento si riferiva un episodio passato inosservato, e che invece rivestiva una grandissima importanza. II 2 giugno 1992, a pochi giorni dalla morte del giudice Falcone, si svolgeva una riunione semisegreta tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, ed i manager pubblici italiani, rappresentanti del governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri nel governo Amato. Oggetto di discussione: le privatizzazioni. La cosa più grave è che questa riunione si svolse sul panfilo Britannia, di proprietà della regina Elisabetta II, la quale fu presente ai colloqui. Il Britannia, dopo aver imbarcato gli ospiti italiani a Civitavecchia, prese il largo ed uscì dalle acque territoriali. Avvenne dunque che i potenziali venditori delle aziende da privatizzare (governo e manager pubblici) discussero di ciò con i potenziali acquirenti, i banchieri londinesi, a casa di questi ultimi. Non sappiamo che cosa si siano detti questi signori, sappiamo solo che il direttore del Tesoro Mario Draghi provò tale imbarazzo che chiese di poter leggere il suo discorso quando il panfilo era ancora in porto, per poter scendere subito ed evitare di rimanerci quando questo prese il largo.

Sappiamo dell’imbarazzo di Draghi perché un settimanale, L’Italia, riprese l’articolo dell’EIR, citando la fonte, ed un parlamentare missino, Antonio Parlato, che lo lesse, presentò un’interrogazione parlamentare, anzi, poté rivolgere una domanda allo stesso Draghi, che quel giorno riferiva su altre questioni in Commissione Bilancio. In seguito, la notizia fu ripresa da numerosi organi di stampa, anche grazie al fatto che l’ex segretario del PSI Bettino Craxi aveva diffuso il documento dell’EIR alla Camera. Ci furono quindi numerose interrogazioni parlamentari (a Parlato, che ne fece mi sembra tre, si aggiunsero l’on. Tiscar, qui presente, e gli on. Pillitteri e Bottini) e altre sollecitazioni ufficiali (la senatrice Edda Fagni citò questo fatto nel discorso al Senato il giorno del voto di fiducia al governo Ciampi), ma né il governo di allora, guidato da Giuliano Amato, né quello attuale si sono sentiti in obbligo di fornire un chiarimento all’opinione pubblica ed al Parlamento.

Insisto su questo fatto perché mi sembra emblematico del modo in cui vengono prese le decisioni che determinano il futuro del nostro paese, cioè di milioni di cittadini che lavorano e pagano le tasse, ed hanno bisogno di avere fiducia in coloro che li rappresentano, che devono compiere scelte riguardanti il loro futuro, il loro posto di lavoro, i loro risparmi, i loro figli ecc.

Ebbene, il fatto del Britannia mostra che scelte decisive, come quelle delle privatizzazioni, vengono fatte al di fuori del Parlamento e addirittura in sedi così lesive dell’onore e della dignità nazionale come il panfilo della regina Elisabetta d’Inghilterra!

Su quel panfilo, siamo venuti a sapere, c’era anche l’attuale ministro degli Esteri Beniamino Andreatta, un personaggio che, benché non diriga personalmente un dicastero economico, entrò nel governo Amato proprio per accelerare il processo di privatizzazioni e tuttora, ne siamo certi, quando partecipa alle riunioni di gabinetto certamente dirà la sua in materia economica, anche per- ché di politica estera sembra capire ben poco. Ebbene, Andreatta dovrebbe come minimo chiari- re dinanzi al Parlamento che cosa disse e che cosa fece quel giorno sul Britannia e, nel caso emergano elementi compromettenti, dare le di- missioni. Noi siamo sicuri che Andreatta abbia qualcosa da raccontare, anche perché, analizzando il suo comportamento da ministro degli Esteri, si riscontrano evidenti coincidenze.

Guarda caso, infatti, l’ospite illustre della regina Elisabetta è anche quello che non appena messo piede alla Farnesina accoglie entusiasticamente la proposta britannica di mandare gli eserciti in Bosnia, a farsi massacrare dalle artiglierie serbe.

Andreatta, infatti, noncurante delle dichiarazioni dei nostri capi militari sul fatto che sarà una carneficina (non abbiamo nemmeno le corazze adatte sui nostri carri) afferma con disinvoltura che se è necessario si rivedrà il bilancio, quello stesso bilancio che fino ad un momento prima era una vacca sacra, intoccabile.

Preciso: non si tratta di essere contrari ad un intervento militare risolutore, ma esso va fatto senza mandare truppe coloniali sul territorio, bensì riarmando i bosniaci in modo che possano difendersi ed assistendoli cori l’aviazione.

Invece il comportamento di Andreatta è la prova che esiste un legame, come è stato detto nella introduzione, tra la strategia liberista, della “terapia d’urto” e delle privatizzazioni, e la geopolitica applicata nei Balcani per intrappolare l’Europa in uno scenario di conflitti. Quel documento dell’EIR, comunque, inquadrava l’episodio del Britannia in uno scenario più ampio, di vera e propria destabilizzazione politico-economica del paese. Come abbiamo sentito prima, la strategia geopolitica anglo-americana considera l’ Italia, assieme ai Balcani, il fianco sud, il “ventre molle” di un potenziale blocco di sviluppo euroasiatico, e per questo l’Italia viene colpita.

Che la destabilizzazione fosse in arrivo lo si sapeva da quando l’allora capo della CIA sotto Bush, William Webster, annunciò che, come conseguenza del crollo del comunismo, l’apparato di spionaggio USA avrebbe impegnato le sue risorse in una strategia volta a contrastare i rivali economici: l’Europa ed il Giappone. Webster enunciò la nuova dottrina proprio mentre il Muro stava cadendo, il 19 settembre 1989, di fronte al World Affairs Council di Los Angeles. La Dottrina Webster è uno dei pilastri del “nuovo ordine mondiale” inaugurato sotto la presidenza Bush. L’altro pilastro, più concepito per le nazioni del Terzo Mondo, è la cosiddetta “Dottrina Thornburgh”, secondo cui la legge americana è al di sopra del diritto internazionale. La Dottrina Thornburgh, dal nome dell’ex ministro della Giustizia USA, è quella che ha giustificato l’invasione del Panama.

Ed abbiamo, in coincidenza con questi sviluppi, l’apertura di una sede italiana della Bishop International, un’agenzia di informazioni operante nel mondo dell’economia, affiliata ad un altro ente simile, più noto, che si chiama Kroll International. Kroll è un ex agente della CIA che si è dato una copertura da “businessman” ma continua a lavorare per i vecchi padroni. Fu la Kroll, infatti, a raccogliere e divulgare informazioni sulle imprese europee che avevano fornito all’Irak materiale e tecnologia ritenuti “indesiderati” dall’ amministrazione Bush. Ebbene, Bishop è un ex agente di Scotland Yard che ha lavorato per anni con Kroll e poi si è messo in proprio a raccogliere “informazioni economiche”. Bishop ha aperto una filiale a Milano l’estate scorsa.

Ma l’iniziativa su scala più vasta sinora intrapresa nell’ ambito della Dottrina Webster ci sembra quella di Robert McNamara, il quale ha fondato nel maggio scorso un organismo internazionale chiamato “Transparency International”, il cui scopo sarebbe quello di combattere la corruzione su scala mondiale. Ora, è bene che noi italiani guardiamo con attenzione a ciò, perché dobbiamo evitare che nella sacrosanta lotta alla corruzione intrapresa a casa nostra (grazie a inquirenti che si sono svegliati dopo quarant’anni di letargo) ci affidiamo a metodi e “consigli” d’oltreoceano, se non addirittura a strutture investigative che sfuggono al controllo nazionale o sono influenzate da centri occulti. Questo vale sia per i reati amministrativi che per la lotta alla mafia.

Osserviamo da vicino l’iniziativa di McNamara. Innanzi tutto sorprende che un personaggio del genere scopra la vocazione per la giustizia. McNamara divenne famoso col nomignolo di “bodycount” (contacadaveri) quando era ministro della Difesa, durante la guerra del Vietnam. Quel nomignolo gli fu affibbiato perché compariva quasi ogni sera in televisione per vantarsi delle migliaia di nemici uccisi. Poi fece una famosa riforma al Pentagono, introducendo la dittatura dei ragionieri. Lui è fautore di una concezione economica di tipo assolutamente contabile, cioè non importa che cosa si produce ed a quale scopo, basta che il bilancio quadri. Andrebbe molto d’accordo col nostro Barucci o Andreatta. E’ il modo di pensare tipico dei banchieri usurai, i veri padroni di questo “tecnico” che ha rivestito posizioni di potere senza essere mai eletto.

Transparency International esibisce alcuni nomi famosi come fiore all’occhiello, come l’ex ambasciatore di Carter alle Nazioni Unite, Andrew Young, o l’ex presidente dei Costarica Arias (su quest’ultimo ci sarebbe da ridire), ma non saranno costoro a combattere la “corruzione”. Il compito sarà svolto dallo staff di funzionari, tutti provenienti dalla Banca Mondiale e dal Dipartimento di Stato americano. Transparency si occuperà di “consigliare” i paesi del Terzo Mondo e del settore in via di sviluppo, nonché quelli dell’ Europa dell’est, su quali contratti stipulare con le nazioni dell’OCSE, e quali no.

Al proposito è istruttivo leggere un articolo apparso sul quotidiano di Berlino Tageszaitung il 7 maggio scorso, articolo in cui veniva intervistato il direttore di Transparency, l’ex manager della Banca Mondiale Peter Eigen. Il vero obiettivo di Transparency sembra quello di impedire il trasferimento di tecnologia dall’Europa ai paesi in via di sviluppo. Gli acquisti di impianti ad alta tecnologia, macchine ecc., comportano infatti transazioni finanziarie elevate, all’interno delle quali, dichiarano quelli di Transparency, possono facilmente celarsi tangenti e bustarelle. I crociati della lotta alla corruzione si tradiscono quando parlano di “progetti superflui”: questa è la tradizionale politica malthusiana della Banca Mondiale, che ha sempre elargito i suoi scarsi finanziamenti a progetti di bassa produttività.

Non a caso l’organismo di McNamara ha scelto come sede Berlino ed ha annunciato che per il 1993 si prefigge l’obiettivo di stipulare contratti di consulenza con sei nazioni dell’Europa orientale. Sarà dunque l’ex carnefice del Vietnam a decidere che cosa i paesi dell’Europa dell’est acquisteranno dalla CEE e che cosa non acquisteranno. Naturalmente, c’è sempre lo zio Sam a fornire gli stessi beni senza bustarelle, cioè con tangenti “legali” del 5%.

Un altro protagonista della destabilizzazione economica è la più grande finanziaria di Wall Street, la Goldman Sachs. Nel nostro documento indicavamo come la G. Sachs avesse svolto un ruolo nel crollo della lira, dapprima annunciandone la sopravvalutazione ed indicando nel livello di 1000 lire al marco il tasso di cambio che essa riteneva realistico, poi buttandosi a vendere lire per contribuire a ottenere quel risultato. La Goldman Sachs si è posizionata sul mercato italiano aprendo l’anno scorso un ufficio “operativo” a Milano. Sorge quindi lecito il sospetto che la svalutazione della lira di circa il 30% serva tra l’altro a rendere più appetibili i pezzi delle ex PPSS che lo Stato ha deciso di mettere in vendita, e che andranno sicuramente ad acquirenti stranieri visto che nessuno in Italia ha i capitali a sufficienza. Il comportamento di un personaggio come Romano Prodi, nominato dall’ex governatore Ciampi a presidente dell’IRI, conferma questi sospetti. Già un anno fa Prodi aveva esposto le sue idee in materia di privatizzazioni: privatizzare tutte le banche d’interesse nazionale, più il San Paolo di Torino, il Monte dei Paschi di Siena e l’Ina. Ora, se crediamo ai resoconti di una sua intervista al Wall Street Journal, dichiara che non solo tutto delle ex PPSS si può vendere, ma anzi, le aziende vanno prima risanate e poi vendute. Quindi, prima le risaniamo con i soldi dei contribuenti italiani, poi le vendiamo a chi, ai soliti stranieri? Romano Prodi era fino a qualche tempo “senior adviser” della Goldman Sachs, e non ci risulta che si sia dimesso dalla carica. Allora deve decidere se fa gli interessi di Wall Strect o quelli dell’Italia. Oppure quelli del finanziere speculatore Soros, con cui collabora nei progetti di saccheggio dell’Europa orientale. Infatti, Prodi faceva parte del pool di economisti, assieme al famoso Jeffrey Sachs, che mise a punto il cosiddetto Piano Shatalin, un piano per la riconversione economica dell’ex URSS ideato da Soros, così radicale che fu respinto a suo tempo da Gorbaciov 1990-91).

Prodi è dunque collegato agli ambienti che speculano contro la lira, che saccheggiano l’economia dell’Europa dell’est ed hanno permesso in quei paesi un saldo insediamento della mafia. E’ legittimo, quindi, il sospetto che la liquidazione dell’IRI, col passaggio in mano straniera delle migliori aziende, ad alto contenuto tecnologico, sia stata già decisa e che Prodi sia un semplice esecutore delle volontà degli ambienti internazionali a cui è legato.

Non si tratta di sostenere il “socialismo reale” se si dubita che, per definizione, il privato sia meglio del pubblico.

In generale, la presenza dello stato dovrebbe limitarsi alle infrastrutture, in primis l’energia, ma anche i trasporti, la scuola e la sanità. Ma proprio il caso italiano mostra che, laddove essa è guidata da manager onesti e competenti, l’impresa pubblica è in grado di competere in quanto ad efficienza e risultati con quella privata. Se ciò non avviene è solo dovuto al fatto che non abbiamo più dirigenti del calibro di un Enrico Mattei. Ricordiamo che ai tempi di Mattei l’IRI, un complesso che ci era invidiato all’estero perché era in grado di fare tutto, moltiplicava ogni lira investita per sei-sette volte. Solo il Progetto Apollo della NASA ha saputo fare di meglio.

Dai pochi elementi qui presentati, potrebbe concludersi che c’è una destabilizzazione voluta dell’economia italiana? Certamente, anche se qualcuno potrebbe ribattere su ogni singolo punto offrendo una spiegazione diversa. Ciò che ci fa affermare con sicurezza che la destabilizzazione esiste, non è tanto un ragionamento di tipo deduttivo, cioè un’ipotesi desunta solo dagli elementi fattuali, come farebbe Sherlock Holmes o la FBI. Il fatto da cui bisogna partire è che coloro che oggi propongono la ricetta liberistica, privatizzazione più tagli, sanno benissimo che questa ricetta non funziona (basta vedere lo stato in cui è ridotta l’economia inglese) e che, anzi, essa ha effetti distruttivi sull’economia nazionale a cui viene applicata. Esiste, dunque, una mens rea a monte di tutto ciò, di cui sono complici coloro che per ingenuità o per stupidità se ne fanno i portavoce in Italia.

Il liberismo è una truffa sin dalla nascita: quando Adam Smith scrisse il suo libro “La ricchezza delle Nazioni” lo fece per convincere gli Stati Uniti a non diventare una nazione industriale, e rimanere un paese agricolo. Cosa che l’America si guardò bene dal fare. Oggi lo stesso trucco viene riproposto in forma moderna e su scala mondiale o, come dicono gli angloamericani, globale.

22 ottobre 2007
Mr. Britannia colpisce ancora

Alla riunione dei ministri finanziari del G7 tenutasi a Washington il 19 ottobre, è stata ascoltata la relazione di Mario Draghi, che oltre ad essere il governatore di Bankitalia è anche, dal 2006, capo del Global Financial Stability Forum, e cioè la squadra di salvataggio del sistema finanziario mondiale. Stando al testo distribuito, non si vedono minacce mortali al sistema, né attualmente né all’orizzonte. Addirittura, la parte finale della relazione consiste in una totale assoluzione del ruolo degli hedge funds: il settore degli hedge funds di per sé non si è rivelato come uno dei principali elementi problematici per l’intero sistema come pure ci si sarebbe potuti aspettare. Un’assoluzione normale per chi, fino ad un anno fa, era vicecapo europeo di Goldman Sachs, uno dei principali gestori di hedge funds, ma strabiliante per chi, nelle vesti di banchiere centrale, dovrebbe sapere bene che proprio gli hedge fund sono stati i veicoli del collasso del sistema.

In privato, i partecipanti al G7 hanno ammesso ben altre verità, come si desume dalle dichiarazioni del ministro delle Finanze tedesco Steinbrück, che ha paventato il rischio di crollo di una grossa banca internazionale proprio come conseguenza del mancato rifinanziamento della “spazzatura” degli hedge funds.

Ci si chiede se l’operato del governatore sarà messo mai sotto scrutinio: difficile nell’attuale clima politico italiano, sotto scacco dagli stessi “poteri forti” che hanno sponsorizzato la carriera dell’illustre governatore. Draghi, che va sporgendo denuncia contro chi lo chiama “Mr. Britannia” (ricordando il suo exploit sul panfilo della Regina Elisabetta il 2 giugno 1992), viene addirittura candidato alla successione di Prodi nel caso che la spinta del suo ex compagno di scuola, Luca Cordero di Montezemolo, riuscisse a rovesciare il governo Prodi. Sarebbe il colmo.

Marzo 2008
La distruzione dello Stato Sociale attraverso la catastrofe delle liberalizzazioni-privatizzazioni in Italia

Il Movimento Solidarietà pubblica un nuovo dossier per dimostrare che il processo di liberalizzazioni e privatizzazioni attuato in Italia dall’inizio degli anni Novanta non ha portato nessun beneficio al paese. Lo scritto iniziale, elaborato da Claudio Giudici, dimostra che:

le liberalizzazioni portano ad un aumento dei prezzi;
le liberalizzazioni portano alla distruzione di posti di lavoro ed all’abbassamento degli stipendi dei lavoratori e dei fatturati delle piccole imprese;
la liberalizzazione-privatizzazione dell’impresa pubblica nel periodo 1992-2000 non è stata conseguenza dell’inefficienza economica;
i processi di liberalizzazione-privatizzazione non hanno minimamente migliorato la capacità produttiva italiana;
le liberalizzazioni favoriscono i concentramenti di capitale in poche ricchissime mani;
il rendimento finanziario delle aziende privatizzate è stato peggiore rispetto alla generalità del mercato finanziario italiano.
Attraverso una serie di esempi lampanti, diventa sempre più evidente che questo processo di “modernizzazione” del paese in realtà rappresenta un grave attacco al suo tessuto produttivo, accelerando il processo di disintegrazione economica e finanziaria che sta già mettendo in ginocchio l’economia mondiale.

La seconda parte del dossier tratta “Le misure necessarie per fermare la crisi economica” elaborate dal Movimento di LaRouche, tra cui:

la nuova Bretton Woods;
il Disegno di Legge per la protezione dei proprietari di case e delle banche;
l’iniziativa contro la ratifica del Trattato di Lisbona.

1594.- Brunetta ci azzecca sul Britannia, ma deve crescere

Unknown

23 settembre 2009 (MoviSol) – Nel corso della sua sfuriata al convegno del PdL di Cortina d’Ampezzo, il ministro Brunetta ad un certo punto ha interrogato il suo pubblico: “Ve lo ricordate il Britannia?”.

“Ve lo ricordate il Britannia? Se non ve lo ricordate”, dice Brunetta, “ve lo ricordo io. Il Britannia è una nave, appartenuta già alla casa reale inglese, che navigò davanti alle coste italiane […], ospitando dentro banchieri, grand commis dello Stato, esponenti vari della burocrazia… in cui si svolse un lungo seminario, durato un paio di giorni, in cui si trassero le linee della svendita delle aziende di stato italiane”.

Benché imperfetta, l’evocazione di quel complotto, denunciato dall’EIR nel 1993 (vedi la documentazione riepilogativa), riapre il sipario sul secolare tentativo di Londra di “scrivere il destino” dell’Italia (come di tanti altri Paesi).

In questa strategia imperiale, secolare e globale, trovano posto tutte le azioni che possano rivelarsi utili a ricondurre l’Italia ad uno stato di molto precedente quello del boom economico postbellico, di fatto preda del sistema imperiale della globalizzazione.

A questo riguardo, è più interessante guardare al timoniere, piuttosto che agli ospiti del Britannia. Se vogliamo dirla tutta, si tratta della stessa cricca che arma la mano degli “insorti” che hanno trucidato i sei soldati italiani in Afghanistan. Non vogliamo certamente dire che Draghi ordina ai Talebani di bombardare i nostri soldati ma, come abbiamo scritto, che “il tritolo che ha ucciso i soldati italiani è stato pagato con i soldi di Soros”.

In altre parole, il pasticcio afghano in cui si è cacciata l’Italia a seguito degli Stati Uniti, è stato orchestrato dalle stesse forze del “nuovo impero britannico” che partorirono l’operazione Britannia. L’assalto contro l’Italia, che ebbe il culmine nell’anno del Britannia e che prosegue nella misura in cui dall’Italia si manifestano resistenze al nuovo impero della globalizzazione, al salvataggio delle banche ecc., va inquadrato nella strategia globale con cui si tenta di demolire gli stati nazionali per far posto alla Nuova Torre di Babele, come dice LaRouche. La guerra in Afghanistan fu escogitata per coinvolgere gli Stati Uniti in un disastro strategico e subire la stessa sorte che subì Atene con la Guerra del Peloponneso. A livello regionale, è la riedizione della strategia ottocentesca dell’Impero Britannico per il controllo dell’Asia meridionale.

Abbiamo più volte, in questo sito, documentato il ruolo degli inglesi nel “combattere e proteggere” i talebani, tanto da aver ottenuto per loro tramite un aumento della produzione dell’oppio. Dalle montagne afghane ai mercati della droga occidentali, riecheggia il nome di George Soros, paladino delle campagne per la liberalizzazione. Quel George Soros che l’Italia conobbe nella vicenda del Britannia e del successivo attacco alla lira che ci tramortì e ci fece accettare l’Euro senza batter ciglio.

Tuttavia – è bene ricordarlo – l’ossessione dei “Britannia Boys” non è l’Italia. Nel contesto della crisi globale, del collasso economico più grave della storia umana da noi conosciuta, l’oligarchia punta a rimuovere ogni paletto con cui la cospirazione repubblicana, che in America lottò in favore della “comunità di nazioni perfettamente sovrane” da contrapporre all’Impero Britannico, ha assestato i suoi successi storici.

Aver trascinato gli Stati Uniti, l’Italia e altri Paesi in Afghanistan, ovvero negli stessi luoghi in cui l’Impero Britannico sin dall’Ottocento non ebbe mai la meglio contro i “fanatici ribelli”, è l’estremo tentativo (forse il più palese, oltre quello del salvataggio degli speculatori con emissioni di credito nazionale americano) di far affossare il sistema americano e ogni altra sua influenza nelle istituzioni di altre nazioni.

Chi dovrebbe sostituire gli Stati Uniti nella loro egemonia globale (non priva di macchie) è, nella mente dell’oligarchia, il governo mondiale attraverso “quel che è di Cesare”, declinato nelle forme del “Financial Stability Board”, o del Fondo Monetario Internazionale.

L’Italia, grazie all’azione di Tremonti che si oppone ai salvataggi indiscriminati delle banche, è un ostacolo da rimuovere su questa strada, specialmente in vista della prossima grave fase della crisi, in cui si chiederà agli Stati di dissanguarsi ulteriormente per gli speculatori. Non pretendiamo che Brunetta afferri tutto ciò, ma constatiamo che denunciando i “Britannia Boys”, egli esprime un pensiero condiviso nel governo. Non basta per conquistare la fiducia del popolo italiano e di chi egli vorrebbe sganciare dalle “elites parassitarie”. Occorre abbandonare il liberismo e sposare quelle tesi rooseveltiane e quella Nuova Bretton Woods di LaRouche che Brunetta ha finora osteggiato (vedi “Gli industriali bellunesi invitano i rappresentanti di LaRouche”.).

1593.- I documenti UK che fanno gelare il sangue: da Enrico Mattei ad Aldo Moro

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Da Claudio Messora

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Ho intervistato Giovanni Fasanella, giornalista che da anni scava in quella storia italiana che nessuno vi racconta, autore di oltre 21 libri. Insieme a Mario José Cereghino ha scritto “Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra“.

Sono cose che dobbiamo sapere.

Quando si pensa alle ingerenze dall’estero nei confronti del nostro Paese si pensa sempre agli Stati Uniti d’America.

Basta aprire una cartina geografica e vedere dov’è l’Inghilterra, un’isola del Nord Europa, dove sono stati per molti decenni – a ancora oggi – i suoi interessi economici, strategici, militari. In Nord Africa, nel Medio Oriente e in Estremo Oriente. E cosa c’è tra la Gran Bretagna e i suoi interessi? C’è il Mediterraneo e, al centro del Mediterraneo, l’Italia. Quindi già dai tempi del Risorgimento, l’Italia per la Gran Bretagna era una postazione di fondamentale importanza, attraverso la quale poteva controllare i suoi domini e le sue rotte marittime.

Che cosa succede dalla seconda guerra mondiale in poi?

L’Italia perde la guerra e, tra Gran Bretagna e Stati Uniti, c’è una visione molto conflittuale sul problema Italia: per gli Stati Uniti noi eravamo un paese cobelligerante, cioè che si era autoliberato dal nazifascismo combattendo al fianco degli alleati. Per la Gran Bretagna invece noi eravamo un paese sconfitto tout-court. Punto e basta. Quindi un paese soggetto ai vincoli, imposti attraverso trattati internazionali, dalle potenze vincitrici alle nazioni sconfitte. Questo ha determinato il corso degli eventi della storia successiva, praticamente fino ai giorni nostri. Al tavolo della pace, quando le grandi potenze vincitrici cominciarono a spartirsi il mondo in aree di influenza, all’interno del campo atlantico la Gran Bretagna pretese e ottenne, dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, una sorta di diritto di supervisione sull’Italia. Quindi l’Italia, dalla seconda guerra mondiale in poi, è paese che appartiene all’area di influenza britannica.

Questa influenza come si è esplicata?

C’è una differenza importante tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Gli Stati Uniti hanno combattuto anche in Italia una guerra contro il comunismo. La Gran Bretagna non ha combattuto solo quella, ma anche una guerra contro l’Italia, in modo particolare contro quella parte della classe dirigente italiana del secondo dopoguerra – penso ai De Gasperi, ai Mattei, ai Fanfani, ai Vanoni fino agli Aldo Moro – sovranista, cioè che pur nel contesto di un’alleanza internazionale, l’alleanza atlantica, si muoveva con una propria visione sulla base di un proprio interesse nazionale. Era l’Italia del dopoguerra, uscita a pezzi, che però voleva crescere, riprendersi, ricostruire le proprie istituzioni, il proprio sistema economico e per poterlo fare aveva bisogno di quella materia prima che è il sangue, l’ossigeno per ogni sistema, e cioè il petrolio, l’energia. Questo è stato all’origine di un conflitto con la Gran Bretagna che dura ancora oggi.

Facciamo dei nomi: Enrico Mattei…

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La Gran Bretagna, che ha esercitato un controllo pressoché assoluto sul nostro sistema di informazione, ha usato la stampa, i giornali, gli opinion leader, gli intellettuali per orientare l’opinione pubblica e tentare di condizionare le scelte politiche dei partiti e dei governi. Una di queste grandi scelte su cui la Gran Bretagna ha tentato di condizionarci è stata la politica mediterranea, la politica energetica, petrolifera dell’Italia. De Gasperi, Presidente del Consiglio nel 1953, aveva il mandato britannico di sciogliere l’AGIP. Mattei, nel 1953, era stato messo alla presidenza dell’Agip per scioglierla. E invece di sciogliere l’AGIP lui fondò l’ENI, grazie anche a un decreto di De Gasperi. E dopo aver fondato l’ENI, Mattei cominciò ad attuare una propria politica. Non era accettata l’Italia di Mattei, dell’ENI, al tavolo delle grandi compagnie internazionali, in modo particolare di quelle britanniche, con pari dignità. Era ammessa a sedersi, tutt’al più, su uno strapuntino, ma Mattei e l’Italia di quegli anni non volevano assolutamente dipendere dal punto di vista energetico dalla Gran Bretagna. Per cui cercarono autonomamente le fonti di approvvigionamento, offrendo ai paesi produttori di petrolio, che erano quasi tutti controllati dalle compagnie britanniche, condizioni più favorevoli. C’era la famosa regola del fifty-fifty: 50% ai produttori, 50% alle compagnie petrolifere straniere. Questa era una regola imposta dalle sette sorelle. Mattei cambiò le regole dello scambio, proponendo il 25% alle compagnie e il 75% ai produttori: i paesi produttori trovarono più conveniente fare affari con l’Italia che non con la Gran Bretagna. Questo disturbò parecchio gli inglesi.

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La rivelazione di questo libro è l’esistenza di una vera e propria macchina della propaganda occulta britannica. E questa macchina venne scagliata contro De Gasperi e contro il suo erede politico Attilio Piccioni, attraverso la macchina del fango. De Gasperi venne coinvolto in uno scandalo, il famoso scandalo Guareschi – De Gasperi delle lettere che poi risultarono false, fabbricate dalla propaganda occulta inglese, e Piccioni venne coinvolto in un altro scandalo, quello famosissimo di Wilma Montesi, la ragazza trovata morta su una spiaggia di Tor Vaianica. Il figlio, Piero Piccioni, venne coinvolto in quello scandalo e il padre, Ministro degli Esteri, sodale di De Gasperi e protettore di Enrico Mattei, venne travolto da quell’ondata di fango. E poi lo scandalo si rivelò infondato, perché le responsabilità del figlio di Piccioni non erano quelle che la campagna ispirata dalla macchina occulta britannica gli aveva attribuito, tant’è che Piero Piccioni qualche anno dopo fu prosciolto, risultò innocente. Questo è solo un esempio di come la Gran Bretagna è intervenuta pesantemente nelle nostre vicende interne, e adesso ho citato due episodi che sono collegati alla guerra specifica energetico-petrolifera.

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Attilio Piccioni, vice presidente del Cpnsiglio con De Gasperi, fu tra i fondatori della Democrazia Cristiana

Il caso Montesi fu un fatto di cronaca nera avvenuto in Italia il 9 aprile 1953, che ebbe grande rilievo mediatico a causa del coinvolgimento di numerosi personaggi di spicco nelle indagini successive al delitto. Vittima fu la ventunenne Wilma Montesi (3 febbraio 1932 – 9 aprile 1953). Ancora oggi il caso risulta irrisolto, ivi compresa la causa del decesso della giovane.

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L’Iran di Mohammad Mosaddegh, primo ministro iraniano, aveva nazionalizzato il petrolio britannico. La Gran Bretagna reagì imponendo l’embargo e l’Italia dell’ENI e di De Gasperi violarono quell’embargo. Winston Churchill, allora premier britannico – nel libro ci sono dei documenti desecretati inglesi – ordinò ai suoi apparati di dare una lezione agli italiani, perché avevano osato violare l’embargo imposto dagli inglesi contro l’Iran.

E quindi, la morte di Mattei?

Sono emersi nuovi documenti sulla guerra scatenata dalla macchina della propaganda occulta contro Enrico Mattei. Mattei, attraverso la sua politica, emarginò progressivamente le compagnie che curavano gli interessi britannici, in aree che gli inglesi consideravano, per importanza – sto citando testualmente un documento -, seconde soltanto alla Gran Bretagna stessa. Aree come la Libia, come l’Egitto, come l’Iran, come l’Iraq che per gli inglesi erano di vitale importanza. Mattei andò a ficcare il naso, con la sua politica, in queste zone, disturbando, anzi emarginando addirittura nel corso degli anni la presenza britannica. In questi documenti Mattei venne definito dagli inglesi – cito testualmente – “un pericolo mortale per gli interessi britannici nel mondo”. E c’è un altro documento che fa venire la pelle d’oca. E’ del 1962. Gli inglesi dicono: “[Mattei] è una verruca, è un’escrescenza da rimuovere in ogni modo. Abbiamo tentato di fermarlo in tutti i modi e non ci siamo riusciti: forse è giunto il momento di passare la pratica alla nostra intelligence“. Sei mesi dopo Enrico Mattei morì in un incidente aereo che oggi sappiamo con certezza, anche sul piano giudiziario, essere stato causato da un atto di sabotaggio.

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E Aldo Moro?

La vicenda di Aldo Moro si colloca esattamente nello stesso contesto della vicenda di Enrico Mattei. Aldo Moro è stato l’erede della politica mediterranea di Enrico Mattei. Tra il 1969 e il 1975, Aldo Moro è stato l’ispiratore della politica estera italiana. Era Ministro degli Esteri in diversi Governi, e riuscì a mettere a segno ulteriori colpi contro gli interessi inglesi. Certo, non è che gli italiani scherzassero, a loro volta. In Libia nel 1969, con Moro ministro degli esteri, ci fu un colpo di stato che rovesciò la monarchia filo britannica e portò al potere il colonnello Muammar Gaddafi, addestrato nelle accademie militari italiane. E’ vero che Gheddafi cacciò via gli italiani, ma subito dopo nazionalizzò il petrolio che era controllato dalle compagnie britanniche, espulse dalla Libia le basi militari britanniche e iniziò un rapporto privilegiato con gli italiani, grazie al quale l’Italia conobbe un periodo di grande benessere economico.

E poi, negli anni successivi, ci furono altri colpi messi a segno, come in Iraq, dove il regime nazionalista aveva espropriato, nazionalizzato il petrolio controllato dalle compagnie britanniche e l’ENI era riuscita a penetrare anche lì, grazie ovviamente ai successori della politica energetica di Mattei, ma soprattutto grazie alla politica estera di Aldo Moro.

Leggi “Colonia Italia”
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Tra i documenti di “Colonia Italia“, ce n’è uno che veramente fa venire i brividi, riportato con tutti i suoi riferimenti archivistici, per cui chiunque voglia andare a controllare può farlo.. Nel gennaio del 1969 il responsabile della macchina della propaganda occulta a Roma dice: “Attraverso la macchina della propaganda occulta non abbiamo ottenuto grandi risultati contro questa classe dirigente italiana“. Quindi invita il suo Governo: “Dobbiamo adottare altri metodi“. Quali metodi? Questa parte del documento è oscurata ancora oggi. E’ ancora oggi coperta dal segreto. Io chiedo continuamente agli opinionisti, ai direttori dei giornali, alla stampa: “Ma perché non chiedete al Governo britannico la desecretazione di quella parte del documento in cui sono spiegati gli altri metodi da utilizzare contro l’Italia a partire dal 1969?”. Nel 1969 ci fu la strage di piazza Fontana e iniziò una stagione di sangue, lo stragismo, il terrorismo, che toccò il suo punto più alto con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. E anche qui c’è da dire qualcosa a proposito dell’intervento britannico.

Nel 1976 – questo è provato, perché lo dicono gli stessi documenti inglesi desecretati e conservati nell’archivio di Stato di Kew Gardens, a disposizione di tutti – ci fu un tentativo di colpo di stato organizzato o progettato dagli inglesi nei primi sei mesi del 1976 per bloccare la politica di Aldo Moro. Quel progetto venne sottoposto all’attenzione degli alleati francesi, tedeschi e americani. I francesi aderirono immediatamente, perché l’Italia era un concorrente temibile anche per i francesi, non solo per gli inglesi, mentre americani e tedeschi si mostrarono mostro più scettici, e dissero agli inglesi: “Ma voi siete pazzi! Un colpo di stato in Italia, a parte i contraccolpi negativi nell’opinione pubblica per l’alleanza atlantica, ma poi c’è una sinistra forte, c’è una organizzazione sindacale molto radicata, cioè ci sarebbe una reazione e quindi un bagno di sangue!“. Gli inglesi allora misero da parte il progetto di un colpo di stato vero e proprio, classico. Però c’è un altro documento, pubblicato nel libro. Scrivono: “Visto che non è possibile attuare un colpo di stato militare classico, per l’opposizione di Germania, e Stati Uniti d’America, passiamo al piano B“. Qual era questo piano B? Purtroppo anche in questo caso, come nel documento che ho citato prima, c’è soltanto il titolo. E il titolo è agghiacciante. Testualmente: “Appoggio a una diversa azione sovversiva per bloccare Aldo Moro“. Quale poteva essere questa azione sovversiva, naturalmente io non lo so, perché anche questa parte del documento è ancora oggi secretata, protetta dal segreto. A suo tempo venne oscurata persino agli americani e ai tedeschi. E anche in questo caso non mi trattengo dal chiedere agli opinionisti italiani, alla stampa italiana: “Siamo in un paese in cui rivendichiamo tutti i giorni verità e giustizia, beh: quando ci troviamo di fronte a documenti di questo tipo, ma che ci vuole a chiedere agli inglesi di desecretare anche questo documento per capire quale poteva essere la diversa azione sovversiva contro Moro?“. Magari non c’entra nulla con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, le cui responsabilità ovviamente ricadono sulle brigate rosse italiane. Magari, attraverso la desecretazione di quel documento, scopriamo che la diversa azione sovversiva con cui gli inglesi volevano bloccare Aldo Moro era una scampagnata soltanto una scampagnata della regina Elisabetta in Italia.

Ci sono due documenti drammatici, che segnano due fasi drammatiche della nostra storia: Piazza Fontana e l’assassinio di Aldo Moro. Entrambi questi documenti sono incompleti. Sono ancora oggi secretati. E visto che la Gran Bretagna è un paese nostro amico, addirittura nostro alleato, sarebbe utile per noi sapere se questo paese amico ha avuto un qualche ruolo, oppure no, nella strage di Piazza Fontana e nell’assassinio di Aldo Moro.

La manipolazione dell’opinione pubblica italiana da parte della Gran Bretagna è ancora in essere, oppure nel tempo si è attenutato?

Allo stato delle nostre ricerche, che ovviamente continuano – non posso fare riferimenti precisi, per il momento, a documenti sui quali stiamo ancora lavorando -, sulla base di quello che abbiamo letto e pubblicato finora, ho ragione di ritenere che oggi il controllo britannico sul nostro Paese sia ancora più forte di prima.

Pubblicato 12 novembre 2015

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Che cosa accadde realmente il 2 giugno 1992 a bordo del Britannia, pochi giorni soltanto dopo l’assassinio del giudice Giovanni Falcone?

LA CROCIERA DEL BRITANNIA FRA AFFARI E SOSPETTI. Di SERGIO ROMANO

Che cosa accadde realmente il 2 giugno 1992 a bordo del Britannia, il panfilo della Corona d’Inghilterra, dove manager ed economisti italiani discussero con i banchieri britannici della prospettiva delle privatizzazioni in Italia? Una minicrociera di mezza giornata al largo di Civitavecchia attorno alla quale si è sviluppata la leggenda di un complotto per svendere l’industria pubblica italiana alla finanza anglosassone. Quali esponenti italiani vi parteciparono? Che effetti ebbe quella riunione?

Giuseppe Zaro , | giuseppezaro@yahoo.it

Caro Zaro,
Posso dirle anzitutto quello che accadde nei giorni seguenti. Vi furo­no indignate prese di posizio­ne della stampa nazionalista. Vi furono preoccupate inter­rogazioni parlamentari di esponenti del Msi. E vi fu un coro di voci allarmate che de­nunciarono la «regia occulta» dell’incontro, le strategie dei «poteri forti», la «svendita dell’industria italiana». L’uso del panfilo della Regina Elisa­betta sembrò dimostrare che la crociera del Britannia era stata decisa e programmata dal governo di Sua Maestà. E il fatto che l’evento fosse sta­to organizzato da una società chiamata «British Invisibles» provocò una valanga di sorri­si, ammiccamenti e battute ironiche.
Cominciamo dal nome de­gli organizzatori. «Invisibili», nel linguaggio economico-fi­nanziario, sono le transazioni di beni immateriali, come per l’appunto la vendita di servizi finanziari. Negli anni in cui fu governata dalla signora Thatcher, la Gran Bretagna privatizzò molte imprese, ri­lanciò la City, sviluppò la componente finanziaria della sua economia e acquisì in tal modo uno straordinario capi­tale di competenze nel setto­re delle acquisizioni e delle fu­sioni. Fu deciso che quel capi­tale sarebbe stato utile ad al­tri Paesi e che le imprese fi­nanziarie britanniche avreb­bero potuto svolgere un ruo­lo utile al loro Paese. «British Invisibles» nacque da un co­mitato della Banca Centrale del Regno Unito e divenne una sorta di Confindustria delle imprese finanziarie. Oggi si chiama International Fi­nancial Services e raggruppa circa 150 aziende del settore. Nel 1992 questa organizzazio­ne capì che anche l’Italia avrebbe finalmente aperto il capitolo delle privatizzazioni e decise di illustrare al nostro settore pubblico i servizi che le sue imprese erano in grado di fornire. Come luogo dell’in­contro fu scelto il Britannia per tre ragioni. Sarebbe stato nel Mediterraneo in occasio­ne di un viaggio della regina Elisabetta a Malta. Era invalsa da tempo l’abitudine di affit­tarlo per ridurre i costi del suo mantenimento. E, infine, la promozione degli affari bri­tannici nel mondo è sempre stata una delle maggiori occu­pazioni del governo del Re­gno Unito.
Fra gli italiani che salirono a bordo del panfilo vi furono banchieri pubblici e privati, manager dell’Iri e dell’Efim, rappresentanti di Confindu­stria. Vi fu anche Mario Dra­ghi, allora direttore generale del Tesoro nel governo di Giu­liano Amato. Ma Draghi si li­mitò a introdurre i lavori del seminario con una relazione sulle intenzioni del governo italiano e scese a terra prima che la nave salpasse per l’Ar­gentario. La crociera fu breve e pittoresca, con una orche­strina della Royal Navy che suonava canzoni nostalgiche degli anni Trenta e un lancio di paracadutisti da aerei bri­tannici che si staccarono in volo da un incrociatore e sce­sero come stelle filanti intor­no al panfilo di Sua Maestà. Fu anche utile? È difficile fare i conti. Ma non c’è privatizza­zione italiana degli anni se­guenti in cui la finanza an­glo – americana non abbia svolto un ruolo importante.

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16.07.2017a

1586.- Sgretolamenti irresistibili dell’Ordine Mondiale ed eurocratico.

Il 2018 si presenta foriero di difficoltà per l’Unione europea, che unione non è. Germania, Spagna,Italia in catalessi politica,senza un governo, saranno la conferma dell’utopia con cui il neoliberismo ha creduto di gestire i popoli, senza le loro formazioni sociale: dalla famiglia agli stati sovrani. Nascerà una nuova Europa? Ce lo auguro. Propongo questa interessante analisi di Maurizio Blondet con i suoi e i nostri auguri.

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Poche ore, e l’ordine globalista, unilateralista è cambiato, quello eurocratico-atlantico è sgretolato tutto d’un colpo.

In Catalogna, i separatisti vincono la maggioranza. E’ cominciata una frammentazione irreversibile non solo della Spagna (non si potrà formare un governo per mesi), ma dell’Europa che cova i suoi secessionismi e particolarismi: fremono già la Corsica, la Scozia, perché no il Sudtirolo o il Donbass —e se un voto ha legittimato una secessione, perché non vale anche per la Crimea?

La Polonia scavalca la UE e stringe accordi militari con la Gran Bretagna. Ciò, nonostante l’ordine eurocratico (dunquedi Merkel) che tutti i rapporti con Londra fossero negoziati direttamente da Bruxelles nel quadro del Brexit e non unilateralmente da stato a stato. Ma Varsavia vuole meno Europa e più NATO: la sua insubordinazione mette fine alla finzione che UE e NATO siano la stessa cosa.

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Il nuovo primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e il premier britannico Theresa May il 21.12.2017 a Varsavia. (Foto: dpa)
In Austria, il nuovo governo si propone un taglio massiccio dei benefici ai richiedenti asilo, particolarmente dando solo più benefici in natura (oggi ricevono prestazioni in denaro, 840 euro mese) e nessun alloggio individuale, identificazione accurata di coloro che non hanno dato una chiara identità, attraverso “la lettura o il ripristino dei dati del telefono cellulare e altri mezzi di comunicazione come i social media, per ricostruire l’itinerario” del sedicente richiedente asilo. E rimpatrio rigoroso per quelli che non vengono da paesi in guerra. Se l’Austria si unisce al Gruppo di Visegrad, darà al blocco dell’Est una forza reale e simbolica impossibile da contornare – e con ciò ai sovranisti del resto d’Europa, che l’eurocrazia aveva “sconfitto”.

Notevole che ciò avvenga mentre la Germania è in catalessi politica, assente, non ha nulla da dire perché non ha un governo – come non lo avrà la Spagna , e da marzo nemmeno l’Italia: è la frammentazione estrema delle opinioni pubbliche conseguente all’individualismo liberista come pensiero unico economicista e consumista: che “ha liberato l’uomo occidentale di ogni forma di identità collettiva: religione, valori tradizionali, la gerarchia, acoscienza nazionale, per cui ognuno scegliere la propria religione, la propria nazione, e oggi il proprio sesso”. Per quale motivo allora “stare insieme” se conviene “ognuno per sé”? I puri interessi non uniscono mai, dividono

All’Onu, gli Usa sono rimasti per la prima volta isolati sulla questione di Gerusalemme capitale ebraica. Hanno ricevuto uno schiaffo in piena faccia da 128 paesi, e sono rimasti a votare con Sion e alcune isole della Micronesia.

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Verdi i voti contro Usrael
Il voto all’Onu contro Washington e Tel Aviv è un fallimento politico senza precedenti: persino la Gran Bretagna non ha votato secondo i desideri di Trump, persino l’Italia e la Germania. Il Canada s’è astenuto. . E ciò, nonostante Nikki Haley, la sciagurata ambasciatrice all’ONU, sia scesa ai livelli più infimi della bassezza minacciando “mi segno i nomi” di quelli che non voteranno come voglio io , e il taglio degli aiuti americani ai paesi disobbedienti. “Voglio che sappiate che il presidente e gli Stati Uniti prendono questo voto personalmente”, ha annunciato: “Il presidente osserverà questo voto con molta attenzione …e ha richiesto che io gli riferisca su quei paesi che voteranno contro di noi”.

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Nikki Haley: “Mi segno i nomi!”
La sciagurata Niki è così riuscita a porre le basi per aggravare il fallimento diplomatico: mostrando ciò che sarebbe meglio dissimulare più a lungo, che la Superpotenza non fa più paura al resto del mondo, e i suoi ruggiti sono quelli della tigre di carta. Una Casa Bianca ragionevole dovrebbe sostituire al più presto la fanatica incapace dannosa per la nazione. Invece Trump ha sostenuto la Nikki rincarando la minaccia: “Questi ci prendono centinaia di milioni di dollari, anche miliardi, e poi ci votano contro. Che votino contro di noi, e noi risparmieremo un sacco. Che ci frega”.

E la Haley che, appena subìto il disastro, ha rincarato: “Noi ci ricorderemo quando ci si chiederà ancora una volta di versare il più importante contributo alle Nazioni Unite. E ce ne ricorderemo quando numerosi paesi verranno a chiederci, come fanno tanto spesso, di pagare di più e di impiegare la nostra influenza a loro vantaggio”.

Che dire? Sembra che la lobby israeliana abbia portato gli Usa allo scacco. Sembra la crisi del ”diritto talmudico” internazionale basato sul delirio di onnipotenza israelo-americano, che possiede l’America dall’11 Settembre e dal mega-false flag criminoso. Il diritto talmudico poggia sull’ideologia o teologia che il popolo eletto essendo l’unica umanità, e gli Usa la sola “nazione necessaria” (come ripetuto molto da Obama), essi dettano la legge ai goym e ai noachici che sono animali parlanti. Applicano le leggi americane (ebraiche) al pianeta.

Lo ha ben notato Dimitri Orlov, vedendo nelle decisioni di Trump “un insieme di tratti che non sono specificamente suoi ma più generalmente americani [ebraici] e vengono sempre più esibiti via via che gli Stati Uniti entrano nella fase terminale della degenerazione”.

Premessa: lo status di Gerusalemme come corpo separato perché sacro alle tre religioni è “riconosciuto in diritto internazionale e de jure”, nonostante la città sia illegalmente occupata “de facto” da Israele dal 1967. La decisione unilaterale di Sion di farne propria capitale è stata condannata dalla risoluzione 478 del Consiglio di Sicurezza (dunque anche dagli Usa) del 1980.

Il primo tratto generale della Superpotenza in degenerazione è “che il diritto internazionale è ignorato, come fanno generalmente gli Stati Uniti. In forza di quale autorità giuridica le truppe americane sono piazzate sul territorio siriano, che è il territorio di una nazione sovrana membro dell’ONU? Nessuna”.

Avevano giurato a Gorbachev: mai allargheremo la NATO
Ben più grave: come risulta da documenti recentemente scoperti, nel 1990-91, il presidente Bush padre promise a Gorbachev che la NATP non si sarebbe mai allargata ad Est inglobando i paesi dell’ex Patto di Varsavia . L’allora segretario della NATO, il tedesco ed ex ministro della Difesa Manfred Woerner, ripeteva nel 1990 che considerava questo impegno come una “garanzia di sicurezza” data all’URSS in cambio dell’assenso di Mosca alla riunificazione delle due Germanie.

Il segretario di stato James Baker, in una lettera ad Helmut Kohl, aveva scritto che la NATO “non si sarebbe mossa di un pollice” dalla posizione che aveva allora. Tutti i capi europei, da Mitterrand alla Thatcher al capo della CIA Robert Gates, si premurarono di rassicurare Gorbachev: garantiamo noi! Tranquillo! Il russo non si fece mettere per iscritto l’impegno: come dubitare di questi paladini e maestri del diritto? Così Bill Clinton nel ’94 ha cominciato a violare la parola allargando la NATO.

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Questo è specificamente diritto internazionale talmudico: doppiezza, inganno, malafede , disprezzo degli esseri inferiori, violazione della parola data – data a chi? Ad animali parlanti?

(dobbiamo la scoperta a due ricercatori del “Washington University National Security Archives”, Svetlana Savranskaja e Tom Blanton)

http://www.zerohedge.com/news/2017-12-17/sorry-chump-you-didnt-have-it-writing

Altro caso segnalato da Orlov:

“Per esempio, il segretario di Stato Rex Tillerson esorta la Russia ad adempiere ai suoi obblighi previsti dagli accordi di Minsk sull’Ucraina. Voi potete domandare: quali sono gli obblighi della Russia in base agli accordi di Minsk? Ebbene: non ci sono. Leggete i testi degli accordi: non ne troverete uno”. Qui, la totale indifferenza e ignoranza verso il diritto internazionale si unisce all’altro tratto caratteristico che Orlov segnala: “Negli Stati Uniti, la realtà non ha più importanza” . Tratto che è proprio della mentalità talmudica: essendo il Regno d’ISraele già realizzato ed avendo il potere sul mondo e sulla realtà, “i fatti sono cose imbarazzanti che possono contraddire la narrativa preferita forzandovi a cambiarla”. Ma un potere talmudico-imperiale non può riconoscere di essere soggetto alla realtà, perché equivarrebbe a riconoscersi non divino.

Tipicamente, la ostilità bellicista verso Mosca basata sulla narrativa che “Putin ha fatto eleggere Trump”, racconto senza alcun indizio ma ripetuto all’infinito. ha imposto al Comitato Olimpico di vietare “agli atleti russi di partecipare alle Olimpiadi invernali. Ciò, sulla base di false prove comprate dagli americani ad un criminale latitante russo di nome Rodchenkov.”

Ora, questo disprezzo del diritto internazionale, il calpestare il diritto di Westfalia, la persecuzione e distruzione bellica di Stati legittimi con false prove, l’imposizione delle proprie “leggi” al mondo, ha successo (limitato) solo finché gli Stati Uniti e il suo Suggeritore e Falso Agnello sono percepiti come ultra-potenti, e pronti a schiacciare i deboli (animali parlanti) in guerre e stragi senza fine

Ma ecco che di colpo “tutti sanno che gli USA non hanno assolutamente nessuna opzione per forzare la Corea del Nord al disarmo nucleare”. Avendo visto cosa è accaduto a Irak e Libia “che avevano volontariamente disarmato” credendo(come Gorbachev) alla parola di Washington ,i nord coreani hanno preferito elevarsi al rango di potenza atomica e l’hanno dimostrato. “La realtà è che non resta che una strada: negoziare”. Ma negoziare con animali parlanti? “Gli preferiscono vivere in un mondo immaginario in cui potrebbero distruggere totalmente la Corea el Nord con uno schiocco di dita”

Washington è sempre più chiaramente esclusa dai negoziati più essenziali nel Medio Oriente (ovvio: come credere alla sua parola?) tanto che alle discussioni per la pacificazione della Siria partecipano la Russia, l’Iran e la Turchia, ma gli Usa non sono presenti. Non sono presenti nemmeno ai colossali progetti della Cina, nuova via della Seta, One Belt One Road. E Pechino sta per lanciare un “future” per comprare petrolio in yuan [non in dollari!], per di più convertibile in oro; con ciò, minando la base stessa dell’egemonia mondiale ed economica american, basata sull’obbligo per i goym di comprare e vendere le materie prime (anzitutto il petrolio) in dollari, ciò che consente a Washington di stampare la sola moneta “di riserva” mondiale, esportando fra l’altro i suoi deficit e le sue svalutazioni agli altri paesi.

In mancanza di diritto internazionale, l’America (come Sion) e avendo perso la forza assoluta di minaccia, “non fanno che dappertutto esacerbare e favorire i conflitti, all’estero ma anche alll’interno”.- Istigate guerre civili in Libia, Siria, Irak, Somalia, Sudan, e in Ucraina nel cuore d’Europa, adesso il governo Trump ha firmato, il 13 dicembre, una vendita di specifiche armi al regime di Kiev – decidendo dunque di invelenire anziché acquietare la ferita aperta del Donbass, sperando di giungere a una guerra mondiale – che le consentirebbe di recuperare l’assoluta egemonia perduta, il prestigio che ha buttato nella fogna e la primazia economica che basata sulla moneta falsa, il capitalismo finanziario da rapina in sé distruttore di risorse, e le manipolazioni dei mercati monetari.

SE tra il 1948 e il 1991 gli Stati Uniti hanno compiuto 46 interventi militari, dal 1992 al 2017 ne hanno fatto il quadruplo, 188 interventi bellici.

IL bello è che gli Usa incendiano i conflitti anche in patria: donne contro uomini (con la isteria delle molestie sessuali), bianchi contro neri (Black Lives Matter), liberals contro conservatori. Per Orlov, questa guerra di tutti contro tutti “è attivamente promossa con un obbiettivo unico e semplice: generare una cortina fumogena abbastanza spessa da nasconder quello che è il conflitto principale, quello tra l’oligarchia kleptocratica e la popolazione americana. L’obiettivo è di portare la popolazione – il cui lavoro non è più necessario e il cui mantenimento è semplicemente un costo – a scomparire il più rapidamente possibile. I conflitti internazionali servono allo stesso titolo della epidemia di oppiacei (59 mila morti americani nel 2016), i i suicidi aumentati del 25% dall’11 Settembre ad oggi (43 mila morti l’anno), i pazzi solitari che fanno stragi in scuole e concerti (sicuramente in numero maggiore dei 103 americani uccisi all’interno del paese dal terrorismo “islamico” o etichettato come tale negli ultimi 16 anni dall’11 Settembre 2001 ad oggi.

Comincia il disordine mondiale.
Il perché la “Kleptocrazia” abbia bosogno di far questo, Orlov lo dice con un aforisma magistrale: “Una regola fondamentale della kleptokrazia è che meno resta da rubare, più bisogna rubare”. Aforisma che vediamo applicare dalla cleptocrazia italiana e dai parassiti politivi pubblici: da due settimana ci strillano nelle orecchie della Boschi ed e di Banca Etruria, e intano tacciono del mezzo miliardo che De Benedetti non restituisce al Montepaschi, né dei regali che i politicanti hanno fatto a se stessi e alle loro clientele di parassiti pubblici con la legge di bilancio finale di questa dittatura dei ladri.

Tutto ciò, per concludere: sicuramente adesso comincia un periodo di sgretolamento finale degli “ordini” precedenti, globalisti ed burocratici, dominati dall’unilateralismo planetario americano ; tali “ordini” dal governo mondiale dell’economia tramite Organizzazione mondiale del Commercio, dollaro, “lotta al riscaldamento climatico”, “lotta al terrorismo globale” (armandolo) “E’ colpa di Putin” sono caduti nella crisi terminale non solo di legittimità, ma anche di efficienza. Per tutti noi sarà un periodo di turbolenze incalcolabili, di perdite di certezze e di alleanze (falsamente) credute solide, di leadership mancanti e di particolarismi virulenti. L’egemone folle americano, farà una fine sicuramente “cattiva e brutale”. Con Orlov, possiamo solo pregare che sia anche”corta”.

1498.- Perché il re George V d’Inghilterra non salvò il suo cugino russo, Nicholas II dopo la Rivoluzione?

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Braccio sotto braccio i due futuri re, che indossano entrambi uniformi da yachting, possono essere scambiati per due gemelli. Ma mentre i cugini, lo zar Nicola II della Russia e Perché , sono stati descritti come amici stretti, il loro rapporto si è concluso in circostanze spietate.
Come capo di un impero in declino, dove molti cittadini hanno vissuto un’estrema povertà e dove vigeva un dominio autocratico, Nicola II si trovò intrappolato tra una guerra mondiale e il malcontento del suo popolo. L’insieme di queste circostanze avrebbe accelerato la sua caduta, in solo poco più d’un anno, da monarca a prigioniero giustiziato.
L’uccisione di Nicola II, zar dal 1894 fino alla sua abdicazione forzata nel 1917, vide il crollo della famiglia reale di Russia. La sua morte brusca nel 1918 e l’omicidio della famiglia Romanov da parte di una squadra di bolscevichi in una casa a Ekaterinburg hanno anche messo sotto esame la reputazione di George V .

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100 anni fa: lo zar Nicola II fu costretto ad abdicare dalle  accuse e dal caos nella capitale russa

Numerose immagini d’archivio mostrano insieme i due re di tutta l’Europa. Alcune delle foto più sorprendenti mostrano la coppia vestita in abbigliamento di navigazione quasi abbinata e in posa per quello che sembra essere un ritratto reale.
Le immagini accennano a un legame stretto, che suggerisce che i parenti di Nicholas II in Gran Bretagna abbiano rifiutato o abbiano tenuto un atteggiamento passivo ancora più intrigante sul tentativo di salvarlo. Ci si domanda se il re d’Inghilterra abbia assistito inerte al passaggio dello zar e della sua famiglia lungo il fiume per preservare la sua base di potere o se sia stato messo sotto pressione dal suo governo (che livello di governo e per quali motivi? ndt) per ignorare gli SOS del cugino, di fronte alla questione più urgente di combattere la prima guerra mondiale? Inizialmente, il governo che aveva deposto lo zar era stato possibilista circa un suo esilio dal paese da vivo. Tuttavia, i loro successori bolscevichi furono meno interessati a garantirgli una partenza sicura. All’apparenza, il governo britannico avrebbe avuto dei piani per permettere che il legame affettivo ottenesse l’asilo da una sottoclasse in crescendo e da un partito bolscevico che chiedeva che la sua famiglia fosse proprio sradicata. Ma quell’aiuto non è mai arrivato a Nicola II ,che trascorse i suoi ultimi giorni come prigioniero, prima a Tobolsk e poi in una città a est delle montagne Ural. Fu a Ekaterinburg che gli zar, la moglie Alexandra e i loro cinque figli furono uccisi.
Theo Aronson Royal Biografo della BBC ha scritto come la morte di Nicholas II fu il prezzo per conservare la posizione di George V sul trono, dato il timore che la cattiva reputazione dello zar come monarca avrebbe potuto suscitare una rivolta di lavoratori simile a quella bolscevica in Gran Bretagna.
“[George V] capì che, per la maggior parte dei suoi soggetti, lo zar era un tiranno sporco di sangue … che non era il momento, per un monarca costituzionale, preoccupato della propria posizione, di stendere la mano dell’amicizia ad un autocratico – per quanto gli fosse strettamente legato. Così la famiglia imperiale russa fu lasciata al suo destino “, ha detto Aronson.
Lo storico Catherine Merridale, autore di “Lenin sul treno”, fa riferimento ad un’offerta di asilo che venne ritirata “per motivi personali e diplomatici”. In essa si affermava che Sir George Buchanan, l’ambasciatore britannico in Russia, aveva inizialmente messo a punto una proposta per il passaggio in Gran Bretagna, ma solo per farla cadere.
Nel frattempo, il principe Michael di Kent, cugino della Regina d’Inghilterra, ha affermato in un’intervista del 2010 che, nonostante la Gran Bretagna avesse abbandonato una richiesta di asilo per lo zar, George V aveva espresso la speranza di poter salvare il suo parente. “Erano molto vicini”, ha detto della relazione sui monarchi.

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In definitiva, nessun soccorso britannico giunse allo zar e la vita del sovrano russo, della moglie e dei suoi figli si concluse brutalmente in un basamento di Ekaterinburg, con i loro corpi nascosti in tombe segnalate fuori città per i decenni a venire.

Da RUSSIA INSIDER, “Why Didn’t the British King Save His Russian Cousin, Nicholas II After the Revolution?”, traduzione libera di Mario Donnini

1445.- “Indagate sull’università di Cambridge che mandò Giulio Regeni incontro alla morte”

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Giulio Regeni

Di Maurizio Blondet

Riportiamo ampi stralci dell’intervista pubblicata da Tiscali di Claudia Fusani con il generale Leonardo Tricarico, ora presidente del think tank di analisti che fa capo a Icsa, consigliere militare a palazzo Chigi quando l’inquilino era D’Alema. Osservatore attento delle dinamiche geopolitiche nel teatro africano e mediorientale, Tricarico punta il dito contro “il Regno Unito e quelle manine che muovono i fili per alzare la tensione tra Roma e il Cairo”. Invita i genitori di Giulio a vedere questa storia con una prospettiva diversa. “Se fosse proprio il ritorno dell’ambasciatore a favorire la verità?”. Allargando il discorso, suggerisce anche quale deve essere il prossimo passo: “L’Italia ha bisogno di interloquire con la Russia di Putin”.

DA TISCALI

Generale Tricarico, lei è persona che ha sempre messo i diritti al primo posto. Il diritto alla verità e alla giustizia soprattutto. Cosa può dire alla famiglia Regeni?

“Comprendo il dolore per un figlio ammazzato dopo torture indicibili. Ma li inviterei ad osservare la faccenda anche da altri punti di vista. Ad esempio, io punterei il dito contro i mandanti più che contro gli esecutori. Contro i secondi c’è stata un’iniziativa forte, ci si augura che dal topolino venga fuori elefante. Ma nei confronti del mandante, purtroppo, nulla è stato fatto”.

Chi sarebbe il mandante?

”L’università di Cambridge che ha mandato al Cairo un giovane ricercatore come Giulio senza chiarire confini e rischi del suo mandato. Tutta la parte della storia relativa a Cambridge, ai professori, all’incarico di Giulio è ancora molto opaca. E questo non aiuta a trovare la verità”.

Si riferisce al fatto che Regeni, prima di andare al Cairo, aveva lavorato per un anno per Oxford Analitica, think tank che analizza le tendenze politiche-economiche su scala globale?

“No, mi riferisco al fatto che nel 2016, pochi mesi dopo la tragedia di Regeni, l’università di Cambridge ha provato ad ingaggiare un altro studente italiano e a mandarlo al Cairo per svolgere inchieste analoghe a quelle di cui si occupava Giulio (i modelli organizzativi dei sindacati, ndr). Cioè, gli inglesi ci hanno provato di nuovo. Perché? Qual è il vero obiettivo di quell’università?”.

Quel ragazzo è partito?

“No, fortunatamente il ricercatore ha messo alcune condizioni alla sua partenza, cose del tipo ‘vado solo se le autorità egiziane sono informate della mia presenza e del mio ruolo’. Cambridge ha lasciato perdere”.

Che significa?

“Che è necessario capire e sapere chi c’è dietro questi incarichi, cosa si muove. Questo è un aspetto totalmente trascurato in quel gigantesco buco nero che è il sequestro, le torture e poi il ritrovamento del cadavere dello studente friulano. Occorre indagare in questa direzione. Anche gli stessi genitori che vogliono verità e giustizia devono andare a guardare qui. Sono certo che da Cambridge passa un pezzo importante della storia”.

Palazzo Chigi, il premier Gentiloni che ha informato personalmente la famiglia, dicono che “l’invio dell’ambasciatore e la sua presenza al Cairo va nell’interesse della verità”. E’ d’accordo?

“Lo sto dicendo da due-tre mesi.

Avere l’ambasciatore sul posto fa l’interesse della verità. Un’interlocuzione non zoppa è necessaria qualora dovessero essere percorse altre strade. E poi, non mi sembra che in questi 18 mesi lo strumento di massima pressione diplomatica abbia prodotto chissà quali risultati. Insomma, la famiglia invece che indignata dovrebbe sentirsi protetta. Ma davanti al dolore di una famiglia si può solo tacere”.

Si parla di “golpe d’agosto”, di decisione assunta quando il Parlamento è chiuso e il paese è distratto dalle vacanze per limitare le polemiche.

”Le polemiche infatti ci sono… Non sono d’accordo, non è stato un golpe. La procura parla di nuovi atti, di passi avanti nella collaborazione giudiziaria. Finalmente sapremo cosa hanno ripreso quelle telecamere (presenti sul luogo dove Giulio è scomparso, ndr). Ma ripeto, va allargato il campo di indagine, e puntare il dito sui mandanti. In questo caso non significa buttare la palla in tribuna…”.

Non negherà che ci sono molti altri interessi nazionali che passano dall’Egitto. Ha vinto la real politik?

”E da quando la real politik sarebbe qualcosa di disdicevole e di cui vergognarsi? L’interesse nazionale italiano consiste nel fatto che l’Egitto è un paese-cerniera che può giocare un ruolo decisivo su molti dossier. L’Egitto è tra i più ascoltati dal generale Haftar, il padrone della Cirenaica, verso il quale ha potere  di indirizzo e di supporto, non solo moral suasion nelle decisioni più importanti ma anche capacità militare. Non c’è dubbio quindi che se l’Italia è la prima vittima dello sbando della Libia, il processo di stabilizzazione di quell’area passa soprattutto da Haftar. Già questo mi pare un ottimo motivo per riaprire i nostri uffici al Cairo. Poi, come tutti sanno, l’Eni ha grossi interessi nell’area. E anche un centinaio di altre aziende che da oltre un anno sono in un pantano pericoloso. E poi Israele, Sudan…, tutte frontiere e stati che hanno, per motivi diversi, assoluta importanza”.

Trova riscontri l’ipotesi che l’omicidio Regeni sia stata un’operazione tesa a danneggiare i rapporti tra Roma e il Cairo?

”E’ più di un sospetto che la distensione e la restaurazione di rapporti virtuosi nel Mediterraneo, in Europa e nei confronti della Russia, siano meccanismi che qualche manina tende sistematicamente a fare inceppare. Soprattutto il crescente ruolo di Putin nella determinazione degli equilibri regionali specie con il progressivo disimpegno degli Stati Uniti. Quindi coloro che oggi gridano allo scandalo sono da considerasi a tutti gli effetti  utili idioti per chi ha interesse a destabilizzare gli equilibri cui invece mira la nostra politica estera”.

Cosa dice alle organizzazioni umanitarie che oggi gridano al golpe d’agosto?

”Non mi hanno mai convinto i talebani dei diritti civili quando poi, magari lontano dai nostri occhi, assistiamo alla morte di migliaia di innocenti in Siria o tra i migranti. Esiste una sproporzione inaccettabile tra come vengono affrontate tragedie epocali e la perentorietà con cui ci si accanisce su un caso singolo”.

1409.- LA GIUSTIZIA ITALIANA NON È ADEGUATA ALLA SFIDA DELL’INVASIONE

Attacco terroristico nella metropolitana di Londra, il quinto attentato a Londra nel 2017. I feriti sono stati 29 e diversi pendolari sono rimasti ustionati in seguito all’esplosione di un ordigno sul vagone del metrò, alla stazione di Parsons Green che si trova nella zona sud ovest della capitale.

++ Londra: testimoni, 'palla di fuoco su treno metro' ++

Il Sun, mostra uno scatto pubblicato su Twitter di un secchio ancora fumante all’interno di una busta frigo della catena di supermercati Lidl.

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I testimoni, fra cui l’italiana Roberta Amuso, hanno raccontato d’una fiammata, quindi del fumo, della sensazione da topi in trappola. Non tutti hanno udito con chiarezza il boato, segno di una deflagrazione probabilmente solo parziale del marchingegno, come confermato in seguito da Scotland Yard. Mentre tutti si sono ritrovati nella calca quando all’apertura delle porte é scattato l’inevitabile fuggi fuggi: “Chi inciampava e cadeva per terra veniva calpestato. 

Invece, fu una sorpresa per noi italiani quando fu identificato il terzo terrorista dell’attentato del furgone sui passanti del London bridge, il 3 giugno :

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Khuram Butt e Rachid Redouane e uno dei nuovi italiani, Youssef Zaghba, 

Youssef Zaghba, un italo-marocchino, figlio di una bolognese, aveva il doppio passaporto. Nel marzo del 2016 fu fermato all’aeroporto del capoluogo emiliano. Nel suo cellulare furono trovati video dell’Isis; ma il Tribunale del riesame giudicò che non fossero motivo sufficiente per formulare un’accusa di terrorismo.

Gli altri due si chiamavano Khuram Butt e Rachid Redouane. Khuram Butt – classe ’90, cittadino britannico nato in Pakistan –  era considerato il capo della cellula che ha sferrato l’attacco. Ventisette anni di Barking, il quartiere nell’est di Londra dove ieri la polizia ha effettuato i primi raid, secondo il Telegraph è l’uomo che compare nel documentario di Channel 4 sull’integralismo islamico nel Regno Unito mentre srotola una bandiera dell’Isis a Regent’s Park. Il capo dell’antiterrorismo di Scotland Yard, Mark Rowley sottolinea che Khuram Butt, uno dei terroristi dell’attacco a Londra, era “noto” alle forze di sicurezza ma non c’era prova che stesse pianificando un attentato. 

Redouane invece aveva 30 anni (era nato il 31 luglio del 1986) e sosteneva di essere marocchino e libico. In passato, aggiunge Scotland Yard, aveva assunto anche un’altra identità facendosi chiamare Rachid Elkhdar, e sostenendo di essere nato il 31 luglio del 1991. A differenza di Khuram Butt, Rachid Redouane non era noto alle forze di sicurezza britanniche. 

Attacco con furgone a London Bridge: 7 morti. I 3 terroristi, hanno, poi, accoltellato altri passanti, fuggendo verso Borough Market. Almeno una dozzina di bombe Molotov sono state trovate nel furgone usato dai tre jihadisti. 

Video di propaganda dell’Isis, sermoni religiosi: gli indizi di un’adesione alla jihad. E’ quello che gli investigatori italiani trovarono nel marzo 2016 sul telefonino di Youssef Zaghba, il terzo degli attentatori di Londra. Yussef, 22 anni, madre italiana e padre marocchino, ha vissuto a Bologna per alcuni periodi. Proprio nel capoluogo emiliano venne fermato mentre cercava di imbarcarsi su un volo per la Turchia. Gli agenti della polizia di frontiera si insospettirono perché aveva un biglietto di sola andata e un piccolo zaino: niente soldi, né bagagli. Elementi che fecero subito scattare il fermo, con l’ipotesi che si trattasse di un volontario destinato a raggiungere lo Stato Islamico.

La madre, che vive tuttora a Bologna, spiegò alla polizia che il ragazzo le aveva detto di volere andare a Roma, chiedendole i soldi per  il biglietto, e non le aveva mai parlato di Turchia. La procura dispose il sequestro del suo cellulare, in cui i tecnici della polizia trovarono quelle immagini che confermavano la volontà di aderire allo Stato Islamico. Il pm decise anche di perquisire l’abitazione della donna, portando via un computer e altro materiale informatico ritenuto di interesse per le indagini. Fu anche disposto dalla magistratura il sequestro del passaporto.

Ma il giovane si rivolse a un avvocato e presentò istanza al Tribunale del Riesame: un ricorso accolto, perché i giudici non avrebbero ritenuto sufficienti gli indizi per formulare un’accusa di terrorismo. Venne così ordinato il dissequestro del cellulare e del computer. La cittadinanza italiana invece ha impedito di procedere con un provvedimento di espulsione, come avviene nel caso di stranieri sospettati di adesione ai valori della jihad. Il nome però venne inserito nella lista dei soggetti pericolosi e tenuto sotto controllo.

I nostri apparati di sicurezza sostengono di avere condiviso tutte le informazioni raccolte all’epoca con l’intelligence britannica. Ma da Scotland Yard fa sapere che Youssef Zaghba non era monitorato né dalla polizia né dall’Mi5.

Youssef Zaghba negli ultimi anni era stato a Bologna solo sporadicamente, trascorrendo invece la maggior parte del tempo in Gran Bretagna, dove vivevano diversi familiari. Da qui l’allerta trasmessa a Londra, con le notizie raccolte dall’esame del cellulare e dagli altri controlli effettuati a Bologna. Un dossier completo che sarebbe stato inoltrato all’MI5 nell’aprile 2016, più di un anno prima dell’attacco al London Bridge.

Ieri erano stati rivelati i nomi degli altri due terroristi che sabato sera hanno ucciso sette persone nel centro di Londra:

Cinque attacchi

Da inizio anno a oggi, la Gran Bretagna ha subito cinque attacchi terroristici in cui hanno perso la vita 35 persone. Il 22 marzo, l’auto guidata da Khalid Masood si lancia sulla folla sul Westminster Bridge: il bilancio è di cinque morti, oltre al terrorista. Il 22 maggio, un kamikaze si fa saltare in aria alla fine del concerto della popstar statunitense Ariana Grande; uccide 22 persone e ne ferisce 116. Il 3 giugno, un furgone travolge i passanti sul London Bridge, poi i tre assalitori, armati di coltelli, si muovono verso Borough Market dove accoltellano i passanti. Il bilancio è di sette morti, oltre a tre terroristi uccisi dalla polizia, e una cinquantina di feriti. Il 19 giugno, ancora un furgone che investe la folla davanti a una moschea nell’area di Flinnsbury Park, a Londra. Muore un uomo musulmano e una decina di fedeli vengono feriti.

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“Un altro attacco, a Londra, di un terrorista sbandato. Queste sono persone malate e dementi già nel mirino di Scotland Yard. Bisogna stare sull’attenti”.

1405.- DALLA UE AL QUARTO REICH? UN PUTSCH SILENZIOSO E’ IN CORSO.

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Un putsch silenzioso è in corso nelle istituzioni europee, con la brutale velocità di un blitzkrieg,  per mutare  la UE    in Quarto Reich. Così  sussurrano  le voci ben informate del deep superstate  a Bruxelles, raccolte dal sito belga Dedefensa, che ha nell’ambiente buone entrature.

“Con il Brexit, i  funzionari britannici stanno lasciando posti strategici nel labirinto istituzionale e burocratico che hanno  occupato, da abili  tattici, da  una trentina d’anni. Invece di aprire una procedura trasparente di ripartizione fra i  funzionari degli stati membri, i tedeschi li occupano praticamente tutti loro, approfondendo il loro potere su queste retrovie strategiche decisive e dando la loro impronta alla UE.

“il punto è che i britannici, fautori accaniti della sovranità nazionale, in quei posti chiave erano  riusciti a bloccare i più ambiziosi progetti sovrannazionali  ed oligarchici delle tecno-eurocrazie. Va riconosciuto che hanno proseguito in  questo l’opera che condusse contro i  progetti delle  tecnocrazie “apatridi” il  generale De Gaulle nel primo decennio della Comunità. Partiti loro, e data l’incredibile stato  di deliquescenza della Francia ormai subalterna a Berlino, la via è  aperta alla chiusura in gabbia degli europei in un sistema che corrisponde all’ideologia e agli  istinti profondi dello Stato  più grosso e  pesante economicamente, che  impoliticamente ha sempre avuto della nazione un  concetto volkisch, naturalistico e non politico; la volontà  benintenzionata di abolire i conflitti invece di riconoscerli in istituzioni appropriate, ossia politicamente pluraliste. Ricordiamo che la Prussia non unificò  la Germania proponendo gli altri staterelli germanofoni un esplicito progetto politico, bensì una  pacifistica Unione Doganale (Zollwerein) ;   che il concetto di Stato non è affatto  compreso in quello di Reich, parola che mal si traduce come Impero, perché ogni impero è multinazionale, mentre il Reich del Kaiser  puntò alla omogeneità del Volk  e della   Kultur. Di fatto, divenne una struttura di comando e obbedienza, ossia l’estensione del prussianesimo  dalla Baviera ad Hannover. Su questa pericolosa forma che l’Unione Europea tende a prendere di per sé sotto il dominio  delle tecnoburocrazie a-politiche e sovrannazionali,  John Laughland ha scritto un saggio la  cui lettura andrebbe   resa obbligatoria ai politici, The Tainted Source (La fonte inquinata).

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I politici  d’oggi non avendo la levatura di un Andreotti ( “amo tanto la Germania che ne preferisco due”) non sono  capaci di capire il rischio, a cui daranno la loro adesione nel nome  – ovvio –  del “ci vuole più Europa”, a cui il Quarto Reich somiglia.  I  servi mediatici ci parleranno di una Merkel che “avanza verso il federalismo europeo”…

Intanto i tedeschi annetteranno alla loro già smodata potenza economica e finanziaria che governano coi diktat nel più brutale disprezzo delle regole che loro  stessi impongono (vedasi il loro demenziale surplus)  anche la politica estera comune e a difesa “europea”. Allora sarà davvero il Quarto Reich.

La dipartita dei  britannici lascia in balia della Germania lo  European External Action Service (EEAS) , il  colossale sub-ministero (scommetto che pochi ne avrete sentito parlare) i  cui burocrati dettano la politica  estera europoide, forte d 3400 dipendenti e di 140  delegazioni estere;  fatto aggravato dalla vera e propria incredibile e sospetta dimissione francese, quando il segretario generale di questo servizio  estero, Alain Le Roy, s’è dimesso per “motivi personali” senza che l’Eliseo di Hollande reclamasse il posto. Posto immediatamente occupato per cooptazione da Helga Schmidt, tedesca, fatta salire da n.2  del servizio a n. 1 senza che i francesi né alcun altro ”latino” chiedessero almeno questo n.2 liberatosi.

Naturalmente la bella  Helga spadroneggia con mano pesante germanica sul servizio ed  ha messo in ombra la Alta Rappresentante, ossia la nostra Mogherini, non solo perché ci vuol poco, ma perché non ha alle spalle  un  governo che debba  la sua elezione agli italiani, e che deve invece la sua sopravvivenza al potere (e ai quattrini)  al benvolere della Merkel, della BCE e al “progetto  europeista”  anti-populista: quindi nella condizione  di servitù perenne   che gli conosciamo.  Servitù – sia detto  en passant – che la Merkel vuole rendere eterna avendo chiesto a Berlusconi (che ha eliminato come sappiamo  nel 2011) di formare dopo le elezioni un governo col PD, per non dare il potere  ai “populisti”.  Inutile dire che il cavaliere, scodinzolando,  ha detto sì.

Adesso le residue (e scarse) speranze sono  affidate a Parigi:  si tratta infatti della Difesa Comune Europea  –  un progetto  di Monnet che De Gaulle stracciò nel 1954,  e che i britannici hanno da allora in poi impedito in funzione filo-americana. Adesso  la Merkel lo vuole fortemente, l’esercito europeo.  Il che significa, retorica a parte che siano i francesi a conferire al Reich  le forze armate. Berlino è infatti  disarmata  per volontà americana e propria,  e solo la Francia (grazie a De Gaulle) ha una potenza militare autonoma, la force de frappe, la capacità di  proiettare forza a distanza, autonome tecnologie (i Mirages, mica gli F-15),  il deterrente nucleare, la capacità organizzatrice.  Adesso l’annessione di fatto sta forse per sorgere attraverso la finzione di un “aereo da combattimento europeo”, dove la Dassault dovrebbe  mettere quasi tutto a disposizione.  “E dopo si porrà  la questione della  potenza nucleare di dissuasione, che la Germania vorrà  sia conferita all’esercito europeo, ossia alla Germania”.

Non c’è dubbio che Macron  darà il  suo sì,  “europeista” com’è. Ma accetterà  l’Armée? La  Grande Muette,  nella cui storia c’è Napoleone e De Gaulle e la ferita di Sedan e l’occupazione prussiana  di Parigi?  Non è improbabile che quando Macron ha sbattuto fuori il generale De Villiers,  il capo di stato maggiore, sia stato perché costui obiettava alla “fusione-acquisizione” delle armate francesi da parte di Berlino. E il saluto corale e silenzioso che tutto  il personale ha tributato al generale dimissionario, è  forse la sola ultima speranza che che il Quarto Reich mercantile e brutale venga impedito.

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Speriamo di no.