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1445.- “Indagate sull’università di Cambridge che mandò Giulio Regeni incontro alla morte”

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Giulio Regeni

Di Maurizio Blondet

Riportiamo ampi stralci dell’intervista pubblicata da Tiscali di Claudia Fusani con il generale Leonardo Tricarico, ora presidente del think tank di analisti che fa capo a Icsa, consigliere militare a palazzo Chigi quando l’inquilino era D’Alema. Osservatore attento delle dinamiche geopolitiche nel teatro africano e mediorientale, Tricarico punta il dito contro “il Regno Unito e quelle manine che muovono i fili per alzare la tensione tra Roma e il Cairo”. Invita i genitori di Giulio a vedere questa storia con una prospettiva diversa. “Se fosse proprio il ritorno dell’ambasciatore a favorire la verità?”. Allargando il discorso, suggerisce anche quale deve essere il prossimo passo: “L’Italia ha bisogno di interloquire con la Russia di Putin”.

DA TISCALI

Generale Tricarico, lei è persona che ha sempre messo i diritti al primo posto. Il diritto alla verità e alla giustizia soprattutto. Cosa può dire alla famiglia Regeni?

“Comprendo il dolore per un figlio ammazzato dopo torture indicibili. Ma li inviterei ad osservare la faccenda anche da altri punti di vista. Ad esempio, io punterei il dito contro i mandanti più che contro gli esecutori. Contro i secondi c’è stata un’iniziativa forte, ci si augura che dal topolino venga fuori elefante. Ma nei confronti del mandante, purtroppo, nulla è stato fatto”.

Chi sarebbe il mandante?

”L’università di Cambridge che ha mandato al Cairo un giovane ricercatore come Giulio senza chiarire confini e rischi del suo mandato. Tutta la parte della storia relativa a Cambridge, ai professori, all’incarico di Giulio è ancora molto opaca. E questo non aiuta a trovare la verità”.

Si riferisce al fatto che Regeni, prima di andare al Cairo, aveva lavorato per un anno per Oxford Analitica, think tank che analizza le tendenze politiche-economiche su scala globale?

“No, mi riferisco al fatto che nel 2016, pochi mesi dopo la tragedia di Regeni, l’università di Cambridge ha provato ad ingaggiare un altro studente italiano e a mandarlo al Cairo per svolgere inchieste analoghe a quelle di cui si occupava Giulio (i modelli organizzativi dei sindacati, ndr). Cioè, gli inglesi ci hanno provato di nuovo. Perché? Qual è il vero obiettivo di quell’università?”.

Quel ragazzo è partito?

“No, fortunatamente il ricercatore ha messo alcune condizioni alla sua partenza, cose del tipo ‘vado solo se le autorità egiziane sono informate della mia presenza e del mio ruolo’. Cambridge ha lasciato perdere”.

Che significa?

“Che è necessario capire e sapere chi c’è dietro questi incarichi, cosa si muove. Questo è un aspetto totalmente trascurato in quel gigantesco buco nero che è il sequestro, le torture e poi il ritrovamento del cadavere dello studente friulano. Occorre indagare in questa direzione. Anche gli stessi genitori che vogliono verità e giustizia devono andare a guardare qui. Sono certo che da Cambridge passa un pezzo importante della storia”.

Palazzo Chigi, il premier Gentiloni che ha informato personalmente la famiglia, dicono che “l’invio dell’ambasciatore e la sua presenza al Cairo va nell’interesse della verità”. E’ d’accordo?

“Lo sto dicendo da due-tre mesi.

Avere l’ambasciatore sul posto fa l’interesse della verità. Un’interlocuzione non zoppa è necessaria qualora dovessero essere percorse altre strade. E poi, non mi sembra che in questi 18 mesi lo strumento di massima pressione diplomatica abbia prodotto chissà quali risultati. Insomma, la famiglia invece che indignata dovrebbe sentirsi protetta. Ma davanti al dolore di una famiglia si può solo tacere”.

Si parla di “golpe d’agosto”, di decisione assunta quando il Parlamento è chiuso e il paese è distratto dalle vacanze per limitare le polemiche.

”Le polemiche infatti ci sono… Non sono d’accordo, non è stato un golpe. La procura parla di nuovi atti, di passi avanti nella collaborazione giudiziaria. Finalmente sapremo cosa hanno ripreso quelle telecamere (presenti sul luogo dove Giulio è scomparso, ndr). Ma ripeto, va allargato il campo di indagine, e puntare il dito sui mandanti. In questo caso non significa buttare la palla in tribuna…”.

Non negherà che ci sono molti altri interessi nazionali che passano dall’Egitto. Ha vinto la real politik?

”E da quando la real politik sarebbe qualcosa di disdicevole e di cui vergognarsi? L’interesse nazionale italiano consiste nel fatto che l’Egitto è un paese-cerniera che può giocare un ruolo decisivo su molti dossier. L’Egitto è tra i più ascoltati dal generale Haftar, il padrone della Cirenaica, verso il quale ha potere  di indirizzo e di supporto, non solo moral suasion nelle decisioni più importanti ma anche capacità militare. Non c’è dubbio quindi che se l’Italia è la prima vittima dello sbando della Libia, il processo di stabilizzazione di quell’area passa soprattutto da Haftar. Già questo mi pare un ottimo motivo per riaprire i nostri uffici al Cairo. Poi, come tutti sanno, l’Eni ha grossi interessi nell’area. E anche un centinaio di altre aziende che da oltre un anno sono in un pantano pericoloso. E poi Israele, Sudan…, tutte frontiere e stati che hanno, per motivi diversi, assoluta importanza”.

Trova riscontri l’ipotesi che l’omicidio Regeni sia stata un’operazione tesa a danneggiare i rapporti tra Roma e il Cairo?

”E’ più di un sospetto che la distensione e la restaurazione di rapporti virtuosi nel Mediterraneo, in Europa e nei confronti della Russia, siano meccanismi che qualche manina tende sistematicamente a fare inceppare. Soprattutto il crescente ruolo di Putin nella determinazione degli equilibri regionali specie con il progressivo disimpegno degli Stati Uniti. Quindi coloro che oggi gridano allo scandalo sono da considerasi a tutti gli effetti  utili idioti per chi ha interesse a destabilizzare gli equilibri cui invece mira la nostra politica estera”.

Cosa dice alle organizzazioni umanitarie che oggi gridano al golpe d’agosto?

”Non mi hanno mai convinto i talebani dei diritti civili quando poi, magari lontano dai nostri occhi, assistiamo alla morte di migliaia di innocenti in Siria o tra i migranti. Esiste una sproporzione inaccettabile tra come vengono affrontate tragedie epocali e la perentorietà con cui ci si accanisce su un caso singolo”.

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1409.- LA GIUSTIZIA ITALIANA NON È ADEGUATA ALLA SFIDA DELL’INVASIONE

Attacco terroristico nella metropolitana di Londra, il quinto attentato a Londra nel 2017. I feriti sono stati 29 e diversi pendolari sono rimasti ustionati in seguito all’esplosione di un ordigno sul vagone del metrò, alla stazione di Parsons Green che si trova nella zona sud ovest della capitale.

++ Londra: testimoni, 'palla di fuoco su treno metro' ++

Il Sun, mostra uno scatto pubblicato su Twitter di un secchio ancora fumante all’interno di una busta frigo della catena di supermercati Lidl.

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I testimoni, fra cui l’italiana Roberta Amuso, hanno raccontato d’una fiammata, quindi del fumo, della sensazione da topi in trappola. Non tutti hanno udito con chiarezza il boato, segno di una deflagrazione probabilmente solo parziale del marchingegno, come confermato in seguito da Scotland Yard. Mentre tutti si sono ritrovati nella calca quando all’apertura delle porte é scattato l’inevitabile fuggi fuggi: “Chi inciampava e cadeva per terra veniva calpestato. 

Invece, fu una sorpresa per noi italiani quando fu identificato il terzo terrorista dell’attentato del furgone sui passanti del London bridge, il 3 giugno :

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Khuram Butt e Rachid Redouane e uno dei nuovi italiani, Youssef Zaghba, 

Youssef Zaghba, un italo-marocchino, figlio di una bolognese, aveva il doppio passaporto. Nel marzo del 2016 fu fermato all’aeroporto del capoluogo emiliano. Nel suo cellulare furono trovati video dell’Isis; ma il Tribunale del riesame giudicò che non fossero motivo sufficiente per formulare un’accusa di terrorismo.

Gli altri due si chiamavano Khuram Butt e Rachid Redouane. Khuram Butt – classe ’90, cittadino britannico nato in Pakistan –  era considerato il capo della cellula che ha sferrato l’attacco. Ventisette anni di Barking, il quartiere nell’est di Londra dove ieri la polizia ha effettuato i primi raid, secondo il Telegraph è l’uomo che compare nel documentario di Channel 4 sull’integralismo islamico nel Regno Unito mentre srotola una bandiera dell’Isis a Regent’s Park. Il capo dell’antiterrorismo di Scotland Yard, Mark Rowley sottolinea che Khuram Butt, uno dei terroristi dell’attacco a Londra, era “noto” alle forze di sicurezza ma non c’era prova che stesse pianificando un attentato. 

Redouane invece aveva 30 anni (era nato il 31 luglio del 1986) e sosteneva di essere marocchino e libico. In passato, aggiunge Scotland Yard, aveva assunto anche un’altra identità facendosi chiamare Rachid Elkhdar, e sostenendo di essere nato il 31 luglio del 1991. A differenza di Khuram Butt, Rachid Redouane non era noto alle forze di sicurezza britanniche. 

Attacco con furgone a London Bridge: 7 morti. I 3 terroristi, hanno, poi, accoltellato altri passanti, fuggendo verso Borough Market. Almeno una dozzina di bombe Molotov sono state trovate nel furgone usato dai tre jihadisti. 

Video di propaganda dell’Isis, sermoni religiosi: gli indizi di un’adesione alla jihad. E’ quello che gli investigatori italiani trovarono nel marzo 2016 sul telefonino di Youssef Zaghba, il terzo degli attentatori di Londra. Yussef, 22 anni, madre italiana e padre marocchino, ha vissuto a Bologna per alcuni periodi. Proprio nel capoluogo emiliano venne fermato mentre cercava di imbarcarsi su un volo per la Turchia. Gli agenti della polizia di frontiera si insospettirono perché aveva un biglietto di sola andata e un piccolo zaino: niente soldi, né bagagli. Elementi che fecero subito scattare il fermo, con l’ipotesi che si trattasse di un volontario destinato a raggiungere lo Stato Islamico.

La madre, che vive tuttora a Bologna, spiegò alla polizia che il ragazzo le aveva detto di volere andare a Roma, chiedendole i soldi per  il biglietto, e non le aveva mai parlato di Turchia. La procura dispose il sequestro del suo cellulare, in cui i tecnici della polizia trovarono quelle immagini che confermavano la volontà di aderire allo Stato Islamico. Il pm decise anche di perquisire l’abitazione della donna, portando via un computer e altro materiale informatico ritenuto di interesse per le indagini. Fu anche disposto dalla magistratura il sequestro del passaporto.

Ma il giovane si rivolse a un avvocato e presentò istanza al Tribunale del Riesame: un ricorso accolto, perché i giudici non avrebbero ritenuto sufficienti gli indizi per formulare un’accusa di terrorismo. Venne così ordinato il dissequestro del cellulare e del computer. La cittadinanza italiana invece ha impedito di procedere con un provvedimento di espulsione, come avviene nel caso di stranieri sospettati di adesione ai valori della jihad. Il nome però venne inserito nella lista dei soggetti pericolosi e tenuto sotto controllo.

I nostri apparati di sicurezza sostengono di avere condiviso tutte le informazioni raccolte all’epoca con l’intelligence britannica. Ma da Scotland Yard fa sapere che Youssef Zaghba non era monitorato né dalla polizia né dall’Mi5.

Youssef Zaghba negli ultimi anni era stato a Bologna solo sporadicamente, trascorrendo invece la maggior parte del tempo in Gran Bretagna, dove vivevano diversi familiari. Da qui l’allerta trasmessa a Londra, con le notizie raccolte dall’esame del cellulare e dagli altri controlli effettuati a Bologna. Un dossier completo che sarebbe stato inoltrato all’MI5 nell’aprile 2016, più di un anno prima dell’attacco al London Bridge.

Ieri erano stati rivelati i nomi degli altri due terroristi che sabato sera hanno ucciso sette persone nel centro di Londra:

Cinque attacchi

Da inizio anno a oggi, la Gran Bretagna ha subito cinque attacchi terroristici in cui hanno perso la vita 35 persone. Il 22 marzo, l’auto guidata da Khalid Masood si lancia sulla folla sul Westminster Bridge: il bilancio è di cinque morti, oltre al terrorista. Il 22 maggio, un kamikaze si fa saltare in aria alla fine del concerto della popstar statunitense Ariana Grande; uccide 22 persone e ne ferisce 116. Il 3 giugno, un furgone travolge i passanti sul London Bridge, poi i tre assalitori, armati di coltelli, si muovono verso Borough Market dove accoltellano i passanti. Il bilancio è di sette morti, oltre a tre terroristi uccisi dalla polizia, e una cinquantina di feriti. Il 19 giugno, ancora un furgone che investe la folla davanti a una moschea nell’area di Flinnsbury Park, a Londra. Muore un uomo musulmano e una decina di fedeli vengono feriti.

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“Un altro attacco, a Londra, di un terrorista sbandato. Queste sono persone malate e dementi già nel mirino di Scotland Yard. Bisogna stare sull’attenti”.

1405.- DALLA UE AL QUARTO REICH? UN PUTSCH SILENZIOSO E’ IN CORSO.

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Un putsch silenzioso è in corso nelle istituzioni europee, con la brutale velocità di un blitzkrieg,  per mutare  la UE    in Quarto Reich. Così  sussurrano  le voci ben informate del deep superstate  a Bruxelles, raccolte dal sito belga Dedefensa, che ha nell’ambiente buone entrature.

“Con il Brexit, i  funzionari britannici stanno lasciando posti strategici nel labirinto istituzionale e burocratico che hanno  occupato, da abili  tattici, da  una trentina d’anni. Invece di aprire una procedura trasparente di ripartizione fra i  funzionari degli stati membri, i tedeschi li occupano praticamente tutti loro, approfondendo il loro potere su queste retrovie strategiche decisive e dando la loro impronta alla UE.

“il punto è che i britannici, fautori accaniti della sovranità nazionale, in quei posti chiave erano  riusciti a bloccare i più ambiziosi progetti sovrannazionali  ed oligarchici delle tecno-eurocrazie. Va riconosciuto che hanno proseguito in  questo l’opera che condusse contro i  progetti delle  tecnocrazie “apatridi” il  generale De Gaulle nel primo decennio della Comunità. Partiti loro, e data l’incredibile stato  di deliquescenza della Francia ormai subalterna a Berlino, la via è  aperta alla chiusura in gabbia degli europei in un sistema che corrisponde all’ideologia e agli  istinti profondi dello Stato  più grosso e  pesante economicamente, che  impoliticamente ha sempre avuto della nazione un  concetto volkisch, naturalistico e non politico; la volontà  benintenzionata di abolire i conflitti invece di riconoscerli in istituzioni appropriate, ossia politicamente pluraliste. Ricordiamo che la Prussia non unificò  la Germania proponendo gli altri staterelli germanofoni un esplicito progetto politico, bensì una  pacifistica Unione Doganale (Zollwerein) ;   che il concetto di Stato non è affatto  compreso in quello di Reich, parola che mal si traduce come Impero, perché ogni impero è multinazionale, mentre il Reich del Kaiser  puntò alla omogeneità del Volk  e della   Kultur. Di fatto, divenne una struttura di comando e obbedienza, ossia l’estensione del prussianesimo  dalla Baviera ad Hannover. Su questa pericolosa forma che l’Unione Europea tende a prendere di per sé sotto il dominio  delle tecnoburocrazie a-politiche e sovrannazionali,  John Laughland ha scritto un saggio la  cui lettura andrebbe   resa obbligatoria ai politici, The Tainted Source (La fonte inquinata).

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I politici  d’oggi non avendo la levatura di un Andreotti ( “amo tanto la Germania che ne preferisco due”) non sono  capaci di capire il rischio, a cui daranno la loro adesione nel nome  – ovvio –  del “ci vuole più Europa”, a cui il Quarto Reich somiglia.  I  servi mediatici ci parleranno di una Merkel che “avanza verso il federalismo europeo”…

Intanto i tedeschi annetteranno alla loro già smodata potenza economica e finanziaria che governano coi diktat nel più brutale disprezzo delle regole che loro  stessi impongono (vedasi il loro demenziale surplus)  anche la politica estera comune e a difesa “europea”. Allora sarà davvero il Quarto Reich.

La dipartita dei  britannici lascia in balia della Germania lo  European External Action Service (EEAS) , il  colossale sub-ministero (scommetto che pochi ne avrete sentito parlare) i  cui burocrati dettano la politica  estera europoide, forte d 3400 dipendenti e di 140  delegazioni estere;  fatto aggravato dalla vera e propria incredibile e sospetta dimissione francese, quando il segretario generale di questo servizio  estero, Alain Le Roy, s’è dimesso per “motivi personali” senza che l’Eliseo di Hollande reclamasse il posto. Posto immediatamente occupato per cooptazione da Helga Schmidt, tedesca, fatta salire da n.2  del servizio a n. 1 senza che i francesi né alcun altro ”latino” chiedessero almeno questo n.2 liberatosi.

Naturalmente la bella  Helga spadroneggia con mano pesante germanica sul servizio ed  ha messo in ombra la Alta Rappresentante, ossia la nostra Mogherini, non solo perché ci vuol poco, ma perché non ha alle spalle  un  governo che debba  la sua elezione agli italiani, e che deve invece la sua sopravvivenza al potere (e ai quattrini)  al benvolere della Merkel, della BCE e al “progetto  europeista”  anti-populista: quindi nella condizione  di servitù perenne   che gli conosciamo.  Servitù – sia detto  en passant – che la Merkel vuole rendere eterna avendo chiesto a Berlusconi (che ha eliminato come sappiamo  nel 2011) di formare dopo le elezioni un governo col PD, per non dare il potere  ai “populisti”.  Inutile dire che il cavaliere, scodinzolando,  ha detto sì.

Adesso le residue (e scarse) speranze sono  affidate a Parigi:  si tratta infatti della Difesa Comune Europea  –  un progetto  di Monnet che De Gaulle stracciò nel 1954,  e che i britannici hanno da allora in poi impedito in funzione filo-americana. Adesso  la Merkel lo vuole fortemente, l’esercito europeo.  Il che significa, retorica a parte che siano i francesi a conferire al Reich  le forze armate. Berlino è infatti  disarmata  per volontà americana e propria,  e solo la Francia (grazie a De Gaulle) ha una potenza militare autonoma, la force de frappe, la capacità di  proiettare forza a distanza, autonome tecnologie (i Mirages, mica gli F-15),  il deterrente nucleare, la capacità organizzatrice.  Adesso l’annessione di fatto sta forse per sorgere attraverso la finzione di un “aereo da combattimento europeo”, dove la Dassault dovrebbe  mettere quasi tutto a disposizione.  “E dopo si porrà  la questione della  potenza nucleare di dissuasione, che la Germania vorrà  sia conferita all’esercito europeo, ossia alla Germania”.

Non c’è dubbio che Macron  darà il  suo sì,  “europeista” com’è. Ma accetterà  l’Armée? La  Grande Muette,  nella cui storia c’è Napoleone e De Gaulle e la ferita di Sedan e l’occupazione prussiana  di Parigi?  Non è improbabile che quando Macron ha sbattuto fuori il generale De Villiers,  il capo di stato maggiore, sia stato perché costui obiettava alla “fusione-acquisizione” delle armate francesi da parte di Berlino. E il saluto corale e silenzioso che tutto  il personale ha tributato al generale dimissionario, è  forse la sola ultima speranza che che il Quarto Reich mercantile e brutale venga impedito.

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Speriamo di no.

1219.- Un attacco hacker indirizzato contro la flotta strategica del Regno Unito avrebbe conseguenze catastrofiche.

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E’ questa la conclusione del rapporto Hacking UK Trident: A Growing Threat, a firma dell’influente think tank inglese British American Security Information Council, meglio noto come BASIC. Nelle 38 pagine si analizzano le criticità dell’architettura Trident, ritenuta vulnerabile ad un attacco hacker che, secondo l’istituto di ricerca, sarebbe in grado di rendere inutilizzabile qualsiasi tipo di risposta nucleare inglese.

La classe Vanguard

La capacità deterrente della Royal Navy si basa si quattro sottomarini classe Vanguard, armati con missili balistici Trident-II D5 equipaggiati con testate Mirv/Marv costantemente aggiornati da 46 anni. Ogni sottomarino classe Vanguard ne trasporta sedici per 200 testate termonucleari a rientro multiplo indipendente, scesi a otto in base ai trattati del 2010 per 40 testate. La ridondanza inglese prevista dalla Continuous At-Sea Deterrence, si basa su un sottomarino strategico a propulsione nucleare sempre in navigazione a copertura di possibili bersagli, uno in riserva e due in addestramento/manutezione. La più grande base missilistica della Gran Bretagna si trova in Scozia ed ospita l’intera forza strategica inglese. Dal 1998, il Trident rappresenta l’unico sistema deterrente nucleare della Gran Bretagna. Sebbene relativamente moderni, i sottomarini a propulsione nucleare classe Vanguard, entrati in servizio nel 1990, necessitano di continui interventi di manutenzione. Il comando centrale dei Vanguard si trova in Scozia, nella base di Clyde nota come Faslane. I Vanguard saranno sostituiti nel 2030/2035 da una nuova classe di sottomarini balistici, mentre il governo continuerà a supportare l’asset basato sui Trident, pena la fine della capacità deterrente sub-lanciata inglese. I Trident II / D5 armeranno anche i nuovi sottomarini strategici inglesi.

Hacking UK Trident: A Growing Threat

“Un attacco informatico potrebbe neutralizzare completamente le operazioni, con conseguenze catastrofiche sulle testate nucleari. Il Ministero della Difesa ha ripetutamente affermato che i sistemi operativi dei sottomarini nucleari britannici non possono essere violati in mare perché non collegati sulla rete in quel momento. E’ senza dubbio vero: quando in pattugliamento, i sottomarini non sono collegati ad internet o ad altre reti, tranne quando ricevono dati molto semplici dall’esterno. Tuttavia, l’architettura Trident non è al sicuro poiché se da un lato è vero che un sottomarino in pattugliamento non può essere attaccato in forma digitale, dall’altro è vulnerabile quando ancorato alla base di Faslane, in Scozia, per manutenzione. I sistemi informatici, come quelli dei Trident non sono collegati a Internet o a qualsiasi altra rete civile. Tuttavia, la nave, i missili, le testate e tutti i sistemi di supporto si basano su computer, dispositivi e software, ognuno dei quali deve essere progettato e programmato. Tutti incorporano dati univoci e devono essere regolarmente aggiornati, riconfigurati e patchati”.

Sarebbero diverse le vulnerabilità informatiche riscontrate nell’architettura Trident.

“Per ridurre il rischio sarebbe necessaria una massiccia ed inevitabilmente costosa operazione per rafforzare la resilienza dei subappaltatori, i sistemi di manutenzione, la progettazione dei componenti e gli aggiornamenti software. Una spesa di diversi miliardi di sterline da spalmare nei prossimi 15 anni”.

La segmentazione della rete non può essere considerata una difesa efficace contro tutti i cyber-attacchi.

Violare la classe Vanguard

I sottomarini classe Trident, considerando l’intero ciclo di vita, resteranno in mare soltanto il 30-45% del loro tempo.

L’introduzione di malware autonomi potrebbe avvenire durante le fasi di approvvigionamento, configurazione o aggiornamento dei software. Una trasmissione radio in remoto, ad esempio, potrebbe essere utilizzata per attivare qualsiasi malware dormiente in uno dei sistemi primari, qualora avesse accesso al software di ricezione.

“E’ più probabile che il malware venga preconfigurato per attivarsi in risposta a un evento particolare, come ad esempio il lancio di un missile. Proprio i malware preinstallati potrebbero causare una catena di eventi in un attacco multidimensionale. Negli scenari analizzati, il sottomarino colpito da un cyber-attacco potrebbe addirittura interrompere una risposta nucleare o modificare le coordinate dei missili o neutralizzare le testate”.

Londra: come si ordina una rappresaglia nucleare

Soltanto il Primo Ministro può autorizzare il lancio dei missili balistici Trident, secondo rigorosi protocolli di autenticazione. I codici verificano soltanto l’identità del Primo Ministro. Da rilevare che i Trident inglesi non dispongono del Permissive Action Link installato sui missili statunitensi. Il CTF 345 di Northwood, l’unica struttura di collegamento con i Vanguard in pattugliamento, è responsabile dell’autenticazione dei codici. Abilitati i lancio, il CTF 345 invia gli ordini, tramite Emergency Action Message, al sottomarino. Il two-person concept, impedisce l’uso accidentale di armi nucleari. I due ufficiali che custodiscono le sole chiavi del pannello di controllo, devono concordare sui codici preformattati ricevuti ed in forma integra ricevuti. Nel messaggio anche il tipo di opzione nucleare prescelta dal Primo Ministro. Solanto nel caso in cui il Regno Unito cessasse di esistere dopo un attacco nucleare preventivo, il comandante dell’unità aprirebbe la lettera di ultima istanza, custodita in una cassaforte nel ponte della sala di controllo e ne seguirebbe le istruzioni.

Le Lettere di Ultima Istanza

Al momento del suo insediamento, il Primo ministro inglese, a cui è conferita la capacità di ordinare un attacco nucleare, scrive a mano le quattro “Letters of last resort”. Ogni lettera rappresenta l’incertezza del deterrente ed è immediatamente riposta dai servizi segreti nella cassaforte della sala di controllo di ogni sottomarino. Il comandante del sottomarino deve avere una ragionevole certezza che un disastro nucleare abbia colpito il Regno Unito. Qualora fallissero i tentativi di entrare in contatto con il Comando Navale e se non venissero captate le principali emittenti radio inglesi, come i programmi sulla BBC Radio 4, il comandante del sottomarino aprirà il documento sigillato. Il contenuto di quelle lettere rappresenta l’ultimo ordine diretto del governo britannico, che si ritiene possa essere stato cancellato da un attacco nucleare preventivo. Il vertice dell’autorità politica, il Primo ministro (vi è anche una seconda figura designata non pubblica), concede all’autorità militare, il comandante del sottomarino, la completa autonomia decisionale sul lancio dei missili strategici e consigli, come quello di mettere l’unità sotto il comando degli Stati Uniti (qualora esistessero ancora) o di fare rotta verso l’Australia. Quelle lettere rappresentano sia il testamento di chi le scrive che l’ordine di ritorsione contro chi ha presumibilmente cancellato la Gran Bretagna.

Il problema dell’affidabilità dell’arsenale nucleare della Royal Navy

Tra il 2008 e il 2013, il Ministero della Difesa inglese ha registrato 316 incidenti di sicurezza nucleare. Questa definizione generale include sia la contaminazione radioattiva che le carenze nei protocolli di sicurezza standard. Tre quarti dei 262 incidenti registrati tra il 2008 ed il 2012 sono imputabili ad un errore umano. Nella base di Clyde nota come Faslane, si sarebbero verificati la maggior parte degli incidenti che, secondo il Ministero della Difesa inglese, non hanno mai causato danni a militari e civili. Nella base inglese di Devonport (poco distante dalla città di Plymouth), la più grande base navale in Europa occidentale, si sono verificati alcuni incidenti, compresa la perdita di alimentazione per 90 minuti al sistema di raffreddamento del reattore di un sottomarino nucleare. Preoccupazioni confermate anche da un documento del 2011, precedentemente classificato e poi reso pubblico, sulla pericolosità dei reattori nucleari dei sottomarini basati a Devonport. Nonostante lo scafo di un sottomarino sia progettato per contenere la maggior parte del materiale radioattivo all’interno, qualche perdita è ritenuta probabile. Se un sottomarino nucleare dovesse esplodere a Devonport, contaminerebbe nell’immediato un’area di due chilometri, raggiungendo Plymouth. Il problema dei reattori ad acqua pressurizzata è noto. Qualora cedesse il circuito primario, si potrebbe verificare un immediato aumento della temperatura del reattore con possibile rilascio di radiazioni dal nocciolo. Un episodio simile, per intenderci, alla tragedia del K-19, nel 1961. A Devonport gli inglesi hanno diversi sottomarini dismessi e svariate tonnellate di barre di combustibile nucleare. Ed il numero dei sottomarini nucleari dismessi continuerà ad aumentare.

Il mistero del Trident lanciato contro gli Usa

Nel giugno dello scorso anno sarebbe avvenuto, Londra ha ordinato il silenzio stampa, un presunto test fallito di un missile balistico Trident II D5. Lo scorso giugno, il sottomarino balistico a propulsione nucleare della Royal Navy, l’HMS Vengeance, durante una serie di test programmati, ha lanciato un missile balistico Trident disarmato. La quarta unità della classe Vanguard, prima di raggiungere Port Canaveral, in Florida, base statunitense utilizzata dalla Royal Navy per i test finali, ha subito interventi di manutenzione presso l’HMS Drake di Devenport. L’obiettivo del missile Trident era localizzato nel cosiddetto campo di tiro orientale, al largo della costa occidentale dell’Africa. Qualcosa però sembra essere andato storto: il missile sembrerebbe aver fatto rotta verso la costa della Florida. Il lancio di un missile balistico è un evento raro, ma molto pubblicizzato dal governo che lo effettua. Il Regno Unito ha lanciato soltanto cinque Trident nel XXI° secolo: ogni missile costa circa 21 milioni di dollari. Tuttavia, per il lancio del giugno dello scorso anno, la Royal Navy non ha rilasciato alcun report o video sul test di volo effettuato. Subito dopo l’espulsione del missile, sarebbe avvenuto un qualche tipo di malfunzionamento. Il Trident, invece di volare attraverso l’Atlantico, avrebbe fatto rotta verso la terraferma americana. Downing Street ha immediatamente posto il segreto militare sull’operazione ed imposto il silenzio stampa sulle dinamiche del test. La componente Trident rappresenta la spina dorsale del deterrente strategico britannico: un malfunzionamento di un tale asset potrebbe portare a perdite inimmaginabili. In un breve comunicato sul blog del Ministero della Difesa inglese, si legge che “l’HMS Vengeance ha condotto un test di volo di ruotine: la prontezza al combattimento dell’equipaggio e dell’unità è stata certificata con successo. Il governo non fornisce ulteriori dettagli sulle operazioni sottomarine per ovvie ragioni di sicurezza nazionale”.

Nessun commento da Lockheed Martin, produttore dei Trident. La produzione dei D5 è al momento fissata a dodici missili l’anno.

Secondo i media britannici, il “governo inglese avrebbe deciso di insabbiare il fallimento del missile balistico a causa dell’imminente dibattito che si sarebbe svolto poche settimane dopo in Parlamento per il voto cruciale sul futuro del programma deterrente nucleare della Gran Bretagna, pari a 40 miliardi di sterline”.

fonte Il Giornale.it

1115.- Chi sono (davvero) gli elmetti bianchi

Perché questo manipolo è subito e sempre presente laddove accadono orrori dei quali l’Occidente deve scandalizzarsi?

I white Helmet fanno servizio civile e di pronto intervento nelle aree controllate da Al Qaeda. Praticamente, svolgono la funzione che nelle aree controllate dal governo siriano è invece ricoperta dalla “normale” protezione civile. Agiscono indisturbati nelle zone controllate dai terroristi mercenari manovrati da U.S.A./Israele, GB, Arabia &C., se ne deduce che coordinati con loro. Altrimenti sarebbero stati immediatamente fatti fuori dai suddetti terroristi mercenari, che i governi e mass media occidentali chiamano (con immensa ipocrisia) “ribelli”.

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In questi mesi si fa un gran parlare degli elmetti bianchi. Sono stati loro, lo scorso agosto, a salvare il piccolo Omran Daqneesh dalle macerie di Aleppo. Un’azione senza dubbio nobile che ha giustamente fatto il giro del mondo. Anche perché gli elmetti bianchi si trovano ogni giorno in prima linea per cercare di salvare vite mettendo a repentaglio  la propria. Questo è il loro compito. Un compito rischioso e nobile per il quale sono stati candidati al Nobel per la pace. Fin qui tanto di cappello, quindi.

Gli obiettivi della Clinton in Siria sono purtroppo noti: “Cacciare Assad da lì“. E il modo in cui intende farlo è solo uno: la guerra. Esattamente l’obiettivo degli elmetti bianchi.

Ma, approfondendo un po’ di più la storia degli elmetti bianchi e del loro fondatore, si scopre ben altro. L’ideatore di questa Ong è infatti James Le Mesurier, ex ufficiale dell’esercito inglese, consulente del ministero degli Esteri e del Commonwealth. Ha iniziato a lavorare in Siria nel 2011, proprio in concomitanza con le primavere arabe, come ha raccontato lo scorso 5 ottobre a Il Foglio: “Ho lavorato in zone di conflitto in tutto il Medio Oriente, e l’approccio standard dei governi che vogliono stabilizzare degli Stati falliti o fragili di solito segue due linee guida; la democratizzazione e il buon governo e il rafforzamento del settore della sicurezza. (…)  Ho speso tutta la mia carriera a lavorare sull’una o sull’altra”. Le vicende di Le Mesurier ricordano quelle di un altro ufficiale, questa volta americano, Robert L. Helvey. Anche lui attivo in aree di crisi, “specialista nell’azione clandestina”, ha dedicato parte della sua vita a “democraticizzare” Stati e a “renderli più sicuri”. Helvey, infatti, “compare più volte in giro per il mondo, in luoghi dove si preparano rivolte e rivoluzioni, dalla Birmania alla Cina, dalla Serbia alla Thailandia” (Alfredo Macchi, Rivoluzioni S.p.a, p. 47). Entrambi ex ufficiali ed entrambi sostenuti dall’America per operare in aree di crisi.

Finanziati dagli Usa (ma con riserva)

A partire dal 2013, l’Usaid (United States Agency for International Development) ha finanziato gli elmetti bianchi con aiuti pari a 23 milioni di dollari. Il braccio destro del responsabile siriano dei “white helmets” è Zouheir Albounni, un impiegato dell’Usaid, come scrive Business Insider. L’organizzazione è sostenuta anche da Regno Unito, Giappone, Danimarca e Germania. Ma come è possibile che gli elmetti bianchi possano essere super partes se vengono foraggiati da governi attivi – chi in un modo e chi nell’altro – nel conflitto siriano? È semplicemente impossibile. Gli elmetti bianchi, inoltre, agiscono solamente nelle zone controllate dai ribelli ed è per questo scorretto chiamarli “protezione civile siriana”. Ma non solo. Nella sezione “Broken promises” del loro sito, i “white helmets” ricordano che l’Onu ha giurato più volte di intervenire in Siria contro Assad, senza però mantenere mai la promessa. Promessa che deve essere rispettata “usando la forza per proteggere i civili”. Facendo guerra al governo siriano, insomma.

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Ciò che colpisce, nella storia degli elmetti bianchi, è il ruolo ambiguo degli Stati Uniti, loro grandi finanziatori. Lo scorso aprile gli Usa hanno vietato l’ingresso a Raed Saleh, responsabile dei “white helmets” in Siria. Non appena Saleh è arrivato all’aeroporto di Washington, le autorità americane gli hanno comunicato che il “suo visto era stato annullato”. Il motivo? Sconosciuto. Pochi giorni dopo, il portavoce della Casa Bianca, Mark Toner, è stato incalzato dai giornalisti: “Comandate questi gruppi, continuerete a supportarli, eppure avete revocato il visto al loro leader. Non ha alcun senso”, ha detto un giornalista. Il portavoce non è riuscito a dare una risposta convincente. Ha balbettato: “Non possiamo parlare di ogni singolo caso di visto”. E poi, cambiando totalmente registro, dopo aver elogiato gli elmetti bianchi, ha detto: “Abbiamo dato loro 23 milioni di dollari”.

White helmets are wonderful, however its leader Raed Saleh is suspect

La risposta di John Kirby, del Dipartimento di Stato, è stata invece più sibillina: “Il sistema del governo Usa prevede il continuo vaglio ed implica che i registri dei viaggiatori vengano controllati ogni volta sulla base delle informazioni disponibili. Anche se non possiamo confermare eventuali azioni specifiche in questo caso, abbiamo la capacità, non appena arrivano nuove informazioni, di coordinarci immediatamente con i nostri partner”. Una domanda sorge quindi spontanea: quali sono le informazioni che hanno portato alla cancellazione del visto a Saleh?

Graditi alla Clinton

Visti negati a parte, gli elmetti bianchi piacciono a certi ambienti americani. Lo staff di Hillary Clinton, per esempio, impazzisce per loro. Laura RosembergForeign Policy Advisor di Hillary Clinton, il 19 agosto scorso twittava: “Quando le bombe cadono come pioggia, loro gli corrono incontro. Ispirata dai ‘White Helmets’ e dagli altri che aiutano color che hanno bisogno nel mondo”.

Laura Rosenberger @rosenbergerlm:

White Helmets Are White Knights for Desperate Syrians. Civil defense team helps rescue those caught in the rubble in war-torn cities like Aleppo

BN-NU613_HARAHj_P_20160501153817When bombs rain down, they rush in. Inspired by the White Helmets & others helping those in need worldwide. http://www.wsj.com/articles/white-helmets-are-white-knights-for-desperate-syrians-1462146569 

La frase della Rosemberg è stata subito ritwittata dalla candidata alla presidenza Usa, come scrive esultante su Twitter “The Syria campaign”.

Come nasce un brand

Come abbiamo già scritto altrove, il governo di Sua Maestà è attivo nel curare la propaganda dei ribelli siriani. L’immagine degli elmetti bianchi è invece strettamente legata ad una società inglese di nome “Purpose”, il cui motto è “We create brands”. Tim Dixon, responsabile europeo di “Purpose”, è infatti il cofondatore di “The Syria campaign“, volano mediatico degli elmetti bianchi. Tra i fondatori di “The Syria campaign” ci sono la Fondazione Rockefeller e la Fondazione Asfari. Come è noto, Ayman Asfari ha più volte detto che Assad se ne deve andare dalla Siria. Come è possibile avere donatori simili quando, in bella mostra del sito “The Syria campaign”, campeggia la scritta “siamo fieramente indipendenti e non accettiamo fondi da governi o da parti coinvolte nel conflitto siriano”?

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Ma non c’è solamente “The Syria Campaign”. Esiste anche un altro sito, legato a doppio filo a “Purpose”, che si occupa degli elmetti bianchi: “Avaaz”. Uno dei suoi cofondatori è infatti Jeremy Heimans, cofondatore anche di “Purpose”. Secondo il Guardian, Avaaz è il  network di attivisti più influente al mondo. Tra i suoi fondatori c’è anche  Eli Parisier, “Advisory Board Member” di Open Society, fondazione di George Soros. Ma non solo: con “Avaaz” ha collaborato anche Pedro Abramovay, direttore generale per l’America Latina di Open Society. In passato, Avaaz è stata considerata un’emanazione diretta di Soros. Falso o vero che sia, quel che è certo è che ci sono forti legami tra le due iniziative.

Armati?

Come ricorda Le Mesurier, all’inizio delle attività in Siria, “distribuivamo un sacco di equipaggiamento… e mi ricordo che loro ci ringraziavano per i computer portatili e per gli strumenti di comunicazione che li aiutavano a connettersi a internet”. Già, perché gli elmetti bianchi hanno solamente compiti difensivi e mai offensivi. Eppure basta cercare “white helmets” su YouTube per rendersi conto che, troppo spesso, i soccorritori impugnano armi e si trovano in compagnia di gruppi radicali, come per esempio Al Nusra.

Pubblicato il 04 mag 2016

In questo video gli uomini del ‘leggendario’ gruppo di soccorso che i media occidentali descrivono come ‘imparziali’ , si vedono che sono chiaramente armati e di parte. Utilizzati al seguito delle unità ribelli per loro primaria utilità.
Questi uomini fanno parte dell’organizzazione White Helmets che si dichiara imparziale e indipendente e che ha ricevuto 23 millioni di dollari da USAID.

White Helmets claim to be impartial & unarmed. Footage shows the group is sectarian imbedded with Al Qaeda in Syria.

Non solo. Sul web è disponibile anche un filmato in cui si vede l’esecuzione di un uomo siriano da parte di un gruppo ribelle molto probabilmente legato ad Al Qaida. Sembra un filmato dell’Isis, anche se realizzato con tecniche di bassissima qualità. Il boia proclama la condanna poi spara alla vittima. Pochi secondi dopo arrivano gli elmetti bianchi per raccogliere il corpo del defunto. E vanno via così, come se niente fosse.

https://www.liveleak.com/ll_embed?f=ffec5d46eed0

as expected, youtube deleted this very incriminating video of the s-called “White Helmets” working hand in hand with Al Qaeda.

Another CIA fail, trying to sell us these “White helmet” as civilian workers and volunteers, while they are simply Nusra jihadists. What to think of theri claims about “chlorine”? 🙂 hmmm….
Read more at https://www.liveleak.com/view?i=fd8_1430900709#yeVtTxLXi5EFV3sQ.99

Ossannati dai media

Tutti i media, in parte anche giustamente, non fanno che parlar bene degli elmetti bianchi. Il Guardian, per esempio, ha lanciato una campagna per sostenere la loro volata al Nobel; il Foglio dello scorso 5 ottobre ha invece dedicato una pagina intera al fondatore dei “white helmets” mentre il Time ha riservato loro una copertina. Netflix si è spinto più in là, realizzando  una serie tv.

Netflix_2-1024x499La didascalia sotto il titolo è epica: “Mentre raid aerei bersagliano quotidianamente obiettivi civili in Siria, un gruppo di indomabili soccorritori rischia la vita per salvare le vittime dalle macerie”. L’immagine scelta da Netflix è hollywoodiana. Un elmetto bianco guarda verso il cielo dove vola un elicottero. Attorno a lui solo macerie e colonne di fumo. Come non commuoversi?

Il peso mediatico degli elmetti bianchi è elevatissimo. A marzo 2015, per esempio, il Washington Post ha pubblicato un appello scritto dal leader siriano dei white helmets in cui si chiedeva la fine dei bombardamenti con le micidiali barrel bombs. Come? Imponendo una no-fly zone. Esattamente quello che chiedono da anni gli Stati Uniti e i loro alleati. Una via che, se venisse seguita, aiuterebbe solamente i ribelli.

La cosa che colpisce di più delle vicende degli elmetti bianchi è la totale sintonia con coloro che – politici, governi o fondazioni – hanno fatto il possibile per destabilizzare e smembrare la Siria. Ma è davvero questo ciò di cui il popolo siriano ha bisogno?

956.-La flotta inglese è alla deriva

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Mentre le marine occidentali vanno a mostrare i muscoli davanti all’Iran, capita di dover parlare della loro efficienza. WikiLeaks pubblica: “Le falle del programma Trident rendono il Regno Unito soggetto ad un attacco terrorista nucleare”e riporta come William McNeilly, un ingegnere esperto in armi che ha servito la Marina inglese tra gennaio ed aprile di quest’anno nel sottomarino HMS Victorious, ha affermato che le falle nel sistema di sicurezza del sistema Trident rende il deterrente nucleare britannico soggetto a potenziali attacchi terroristi che “potrebbero uccidere la nostra popolazione e distruggere la nostra terra”. “Qualsiasi psicopatico può accedere al sito nucleare del Regno Unito”. La mancanza di controlli nella sicurezza sarebbero “una procedura standard”. Così, la British Royal Navy ha formalmente avviato un’indagine dopo la denuncia di McNeilly, il quale ha precisato di aver assistito ad una serie di incredibili violazioni della sicurezza durante il suo periodo di formazione con il programma Trident. “100 contractors scendono tranquillamente nel sottomarino, senza che la loro attrezzatura venga controllata. Basta una pacca sulla spalla per scendere.”

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ing. William McNeilly. fonte: L’antidiplomatico

Tutto ciò che serve ad un terrorista è di portare una bomba a bordo per poter commettere il peggior attacco terroristico nel Regno Unito che il mondo abbia mai visto”, ha scritto.
Oltre ai problemi di sicurezza, l’ingegere denuncia una serie di problemi tecnici gravi, tra cui una perdita di acqua di mare, un vano siluro allagato e bagni difettosi. Nelle sue rivelazioni emergerebbe come un compartimento missilistico venga utilizzato come palestra e il sistema di comunicazione interno sia molto difficile da capire. La situazion è così caotica che McNeilly afferma che qualsiasi “psicopatico” possa accedere al sito nucleare del Regno Unito.

Una flotta alla deriva

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HMS Vanguard

Tutti i sette sottomarini d’attacco a propulsione nucleare (SSN) del Regno Unito sono fuori servizio. I cinque sottomarini HMS Triumph, HMS Torbay, HMS Artful, HMS Talent e HMS Trenchant, sono in riparazione per guasti mentre il sottomarino diesel-elettrico (SSK) HMS Ambush è in riparazione dopo lo speronamento con una nave mercantile presso Gibilterra, nel luglio 2016. L’HMS Talent ha subito danni alla vela per 500mila sterline, con una collisione contro un lastrone di ghiaccio mentre inseguiva delle navi russe. Secondo il Daily Mail, nel 1981, quando il sottomarino a propulsione nucleare HMS Sceptre si scontrò contro il sottomarino sovietico K-211, all’equipaggio della nave inglese fu ordinato di dire che avevano colpito un iceberg, e non un battello sovietico. L’Ambush invece è un sottomarino classe Astute da 7400 tonnellate di dislocamento, costato 1,1 miliardi di dollari e dotato di missili da crociera Tomahawk. A più di sei mesi dall’incidente, è ancora in riparazione.
Il professor Anthony Glees, esperto di politica, sicurezza ed intelligence presso l’Università di Buckingham, ritiene che, “Quando si tratta di sorvegliare i nostri confini con le navi, abbiamo bisogno di una flotta forte. Ma la mia sensazione è che la sicurezza dipenda dal successo dell’economia. Credo che tutti siano d’accordo che, dopo la Brexit, la Gran Bretagna sarà più povera piuttosto che più ricca“. Nel novembre 2016 i sottomarini del Regno Unito rimanevano senza missili antinave per motivi di bilancio. “La linea di fondo è che ciò è imbarazzante per il governo. Se siamo una Gran Bretagna dagli interessi globali, dobbiamo difenderli. È una notizia particolarmente cattiva per il governo della Brexit di May. Non penso che questo sia dovuto a sue responsabilità, ma le conseguenze saranno di sua competenza. La Gran Bretagna sarà più povera come la volontà del contribuente di spendere soldi per la difesa? La maggioranza ha votato la Brexit per ridurre i costi“. In effttti, il ministero della Difesa di Londra, per via delle riduzioni del bilancio della Marina, limiterà l’armamento delle navi di superficie ai soli cannoni da 114mm e da 30mm, mettendo da parte il sistema missilistico antinave Harpoon Block-1C, imbarcato sui cacciatorpediniere antiaerei Tipo 45 e le fregate antisom Tipo 23. “Di conseguenza, le navi da guerra della Royal Navy avranno una potenza di fuoco inferiore a quella del nemico, più di quanto non fosse nel 19.mo secolo”. Inoltre, la Royal Navy disporrà di sole 17 navi, tra fregate e cacciatorpediniere, il minimo storico. Nel 2010, il Regno Unito radiò i cacciatorpediniere lanciamissili Tipo 42 e le fregate Tipo 22, il cui armamento missilistico fu trasferito su almeno 3 cacciatorpediniere Tipo 45.

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Anche il programma nucleare Trident del Regno Unito ha creato problemi a Londra, oltre al costo di 252 milioni di dollari all’anno. L’ingegnere inglese William McNeilly nel maggio 2015 pubblicò un rapporto di 18 pagine su Internet sull’inefficienza della sicurezza della flotta sottomarina nucleare del Regno Unito. L’ingegnere della base navale di Faslane, in Scozia, si dava alla latitanza dopo la pubblicazione del rapporto, dove descriveva lo stato generale del programma Trident come “disastro in attesa di accadere”, e definiva la Royal Navy così disperata da assumere personale di cui non conosce il passato, così è “questione di tempo prima che s’infiltri uno psicopatico o un terrorista”. Il Regno Unito dispone di quattro sottomarini lanciamissili balistici a propulsione nucleare (SSBN) basati in Scozia, nell’unica struttura che può ospitarli. Nel giugno 2016, l’HMS Vengeance lanciò un missile Trident, privo di testata, in un’esercitazione al largo della Florida, ma il missile per un errore di navigazione puntò sulle coste orientali degli USA, invece di volare sull’Oceano Atlantico verso l’Africa. L’errore fu nascosto, per mesi, allo scopo di non disturbare il voto, del 18 luglio, sulla sostituzione dei vecchi SSBN classe Vanguard, di cui HMS Vengeance fa parte, con quattro nuovi SSBN classe Dreadnought, da progettare e costruire in collaborazione con il programma Columbia della Marina degli Stati Uniti entro il 2028, per un costo stimato in 50 miliardi di dollari. Il governo fu accusato di aver nascosto il fallito test quando la nuova Prima ministra Theresa May, intervistata in televisione, rifiutò per quattro volte di dire se avesse saputo dell’incidente prima del dibattito al Parlamento sul programma Dreadnought. May disse solo che aveva, “fede assoluta nei nostri missili Trident“. Inoltre, anche se il ministero della Difesa insisteva ad affermare che l’esercitazione con il missile Trident era riuscita, si è sempre rifiutato di divulgarne le informazioni, citando la segretezza sulla sicurezza nazionale, ma senza convincere il partito laburista all’opposizione. Se il ministro della Difesa Michael Fallon dichiarò alla Camera dei Comuni: “Contrariamente alle notizie della stampa, l’HMS Vengeance e il suo equipaggio sono stati testati con successo e certificati pronti ad essere operativi“. Julian Lewis, del partito conservatore e presidente del comitato ristretto sulla Difesa dei Comuni, chiedeva: “Il ministro ci dice che nulla è andato storto in questo particolare lancio? Pur ammettendo che il deterrente nucleare va tenuto segreto, una volta comparsa la notizia sul possibile fallito lancio di un missile, non è meglio essere sinceri, soprattutto se non avrebbe alcuna importanza strategica, in questo caso?” La deputata laburista Mary Creagh chiese conferma della notizia della CNN secondo cui il missile si era autodistrutto al largo della Florida. “Se è così, perché Parlamento e pubblico inglesi sono gli ultimi a saperlo?” E il deputato laburista Kevin Brennan affermava che il silenzio del governo non ha “alcun senso, visto che… i nostri omologhi del Congresso degli USA certamente hanno tutti i dettagli di ciò che successe nel test“. Brendan O’Hara del Partito nazionale scozzese, oppositore del programma Trident, affermava: “Dato che uno dei missili nucleari del Regno Unito è virato sugli Stati Uniti, è un insulto alla nostra intelligenza cercare di rivendicare, come fa il governo, che capacità ed efficienza del Trident sono insindacabili“. Fallon rispose: “Non confermo le speculazioni della stampa e metto in guardia i parlamentari dal credere a tutto quello che leggono sulla stampa domenicale. I governi precedenti in diverse situazioni, anzi in tempi più benevoli, avrebbero preso decisioni diverse sulle informazioni da rivelare (sul test). Ma questi non sono, ovviamente, tempi benevoli”. A ciò Horatio West, ex-primo lord del mare e ministro della Sicurezza, rispondeva che il fatto che il governo non riconoscesse il “piccolo errore” del sistema missilistico, è “strano e stupido“.

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HMS Ambush

Alessandro Lattanzio, 11/2/2017

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Come riferito dal Guardian, dopo oltre cinque ore di dibattito il 18 luglio 2016 la Camera dei Comuni ha votato il rinnovo del programma nucleare Trident con una maggioranza di 355 voti. La proposta è stata sostenuta da tutto il Partito Conservatore e da 138 parlamentari laburisti, tra cui Angela Eagle e Owen Smith, gli sfidanti di Corbyn nelle prossime primarie. Hanno votato contro 48 laburisti, il Partito Nazionale Scozzese e i Liberaldemocratici, mentre 45 laburisti si sono astenuti.

Preoccupante la posizione del neo Primo Ministro Theresa May: in caso di necessità, ha affermato di essere pronta a lanciare un attacco nucleare.

Il Primo Ministro Theresa May e Jeremy Corbyn, leader del Partito laburista

Nella sua pagina Facebook Jeremy Corbyn ha ribadito la sua posizione contraria alle armi nucleari dichiarando:
“Il Parlamento ha appena votato a favore del rinnovo del programma Trident, ma io mi sono espresso contro la mozione presentata dal governo.

I missili Trident sono armi di distruzione di massa – ognuna delle nostre 40 testate nucleari può uccidere un milione di persone!”