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1798.- Contratto di Governo Lega e 5 Stelle: i punti chiave

Movimento 5 Stelle e Lega hanno definito il “contratto per un governo del cambiamento”: a Di Maio e Salvini gli ultimi ritocchi, poi consultazione tra gli elettori e scelta del premier.

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Quasi chiuso il contratto di programma tra Lega e Movimento 5 Stelle per un nuovo Governo di “alleanze”. Circa 40 pagine programmatiche, che toccano temi di vario genere, dalla Cultura all’Ambiente, dall’Università all’Agricoltura, dalla Previdenza alla Giustizia. Il testo sintetizza le posizioni dei due partiti e attende il placet dei leader, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, su alcuni aspetti ancora da definire. Stralciata l’uscita dall’Euro, tra i punti in programma ci sono alcune conferme rispetto alla prima bozza:
Sussidio di disoccupazione per indigenti (“reddito di cittadinanza”), pari a 780 euro a persona.
La misura si configura come uno strumento di sostegno al reddito per i cittadini italiani che versano in condizione di bisogno; l’ammontare dell’erogazione è stabilito in base alla soglia di rischio di povertà calcolata sia per il reddito che per il patrimonio. L’ammontare è fissato in 780,00 Euro mensili per persona singola, parametrato sulla base della scala OCSE per nuclei familiari più numerosi. A tal fine saranno stanziati 17 miliardi annui.
Riduzione tasse (“flat tax”), con due aliquote IRPEF al 15% e 20% per i lavoratori (persone fisiche, partite IVA e famiglie) e una al 15% per le società. Per le famiglie è prevista “una deduzione fissa di 3mila euro in base al reddito”.
La parola chiave è “flat tax”, caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali. Punto di partenza è la revisione del sistema impositivo dei redditi delle persone fisiche e delle imprese, con particolare riferimento alle aliquote vigenti, al sistema delle deduzioni e detrazioni e ai criteri di tassazione dei nuclei familiari.
Pensione di cittadinanza a chi vive sotto la soglia minima di povertà.
La nostra proposta è rappresentata da un’integrazione per un pensionato che ha un assegno inferiore ai 780,00 euro mensili, secondo i medesimi parametri previsti per il reddito di cittadinanza.
Espulsioni immigrati irregolari e centri per il rimpatrio, con dettagli ancora da definire.
Vincolo parlamentari, che decadono se si iscrivono ad un partito diverso da quello con cui è stati eletti.
Comitato di riconciliazione, ossia un governo ombra per risolvere le controversie interne alla coalizione, che oltre a premier e ministri interessati include i due leader di partito e i capigruppo.
Le questioni legate all’Europa (revisione trattati..) restano da definire. Così come la scelta del premier. Secondo indiscrezioni, tanto Di Maio quanto Salvini sarebbero ancora in lizza per ricoprire l’incarico.

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TAV Torino-Lione si farà.

Pensioni: stop Legge Fornero
Ecco uno stralcio dall’ultima bozza.

Riforma Pensioni, l’ipotesi M5S-Lega rilancia la quota 100
15 maggio 2018
Daremo fin da subito la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100, con l’obiettivo di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti.
Inoltre è necessario riordinare il sistema del welfare prevedendo la separazione tra previdenza e assistenza.

Prorogheremo la misura sperimentale “opzione donna” che permette alle lavoratrici con 57-58 anni e 35 anni di contributi di andare in quiescenza subito, optando in toto per il regime contributivo. Prorogheremo tale misura sperimentale, utilizzando le risorse disponibili.
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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella valuterà il programma soltanto a contratto sottoscritto dai due leader di partito. Tutte le bozze vengono considerate tali e pertanto non valutate. I tempi non sono però immediati.

Dopo i ritocchi di Salvini e Di Maio, il Movimento 5 Stelle sottoporrà il programma al voto degli iscritti sulla piattaforma Rousseau, la Lega svolgerà invece una consultazione interna al centrodestra (con modalità da definire).

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1792.- Perché la Turchia ha sostenuto l’attacco missilistico statunitense in Siria?

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Il ruolo della Turchia nella guerra in Siria è controverso sin dall’inizio. Dall’iniziale sostegno a Stati Uniti e NATO allo scontro con la Russia, il “malato d’Europa” recentemente compiva una svolta drammatica verso Russia e Iran, ritirando la richiesta di uscita di Assad dal potere. Fin dalla svolta politica, la Turchia ha cooperato con Russia ed Iran nei processi di pace di Sochi e Astana per porre fine alla guerra. E proprio quando questi piani iniziavano a dare frutti, la Turchia compiva un’altra svolta “salutando” l’attacco missilistico USA in Siria per il presunto attacco chimico del governo siriano, in sostanza smentito. Poi si vide Ankara respingere la richiesta di Mosca di consegnare Ifrin, che la Turchia controlla, al governo siriano, arrogandosi invece autorità e tempistica per consegnarla non al governo siriano, ma al popolo d’Ifrin, come recentemente affermato da Erdogan. Tale svolta aveva luogo nonostante Mosca abbia recentemente avviato una centrale nucleare in Turchia; la Russia è stata accomodante sin dal riavvicinamento cogli interessi di Ankara in Siria, permettendole le operazioni militari contro i gruppi curdi sostenuti dagli Stati Uniti, con la Turchia profondamente interessata ad acquistare piattaforme antiaeree S-400 russe. Ciò che spiega svolta e scopi turchi in Siria va decifrato nella complessa geopolitica della guerra in Siria.

La Turchia vuole rimanere nella NATO
Abbastanza importante, tale svolta turca è avvenuta mentre il presidente degli Stati Uniti annunciava l’intenzione di ritirarsi dalla Siria. Mentre il controverso attacco missilistico si rivelava una strategia per salvare la faccia degli Stati Uniti in Siria, l’annuncio in sé aveva il significato, per la Turchia, che gli Stati Uniti potevano infine soccombere alla domanda di Ankara di disarmare i curdi. Con gran piacere della Turchia, il presidente degli Stati Uniti già decise di por fine a finanziamento e sostegno alle milizie curde in Siria. Secondo i media degli Stati Uniti, la Casa Bianca ordinava di congelare 200 milioni di dollari destinati ai “fondi infrastrutturali” nelle aree controllate dai curdi in Siria. Tale congelamento, oltre al fatto che gli Stati Uniti seriamente pensano di ritirare le truppe, significa che alla Turchia non sarà impedito sopprimere le milizie curde lontano dai propri confini. Ciò significa potenzialmente che gli Stati Uniti sono disposti ad assecondare la vecchia domanda della Turchia di staccarsi dalla crescente confluenza con Russia e Iran. Gli Stati Uniti, in altre parole, dopo aver perso i mezzi per influenzare la Siria, ora si rivolgono alla Turchia per influenzare la conclusione del conflitto in Siria attraverso essa. Il segretario di Stato Mike Pompeo aveva già accennato a una simile possibilità. Nell’udienza di conferma, rispose alla domanda sul dialogo trilaterale tra Russia, Iran e Turchia, affermando che “il popolo statunitense dev’essere rappresentato in quel tavolo” e che “può far parte dei colloqui”. E mentre la principale preoccupazione turca era il concentramento curdo ai confini, comportando instabilità fino ad Ankara, anche la NATO sembrava seria nel correggere tale fattore. Ciò fu confermato dal segretario generale della NATO Jens Stoltenberg durante la visita in Turchia, dove affermava che alcun membro della NATO ha subito più attentati (leggi: attacchi del PKK) della Turchia, “l’alleato più esposto all’instabilità in questa regione”. La Turchia, quindi, non ha alcuna esitazione nel rispondere positivamente all’occidente volendo tenere conto dei propri interessi principali. La Turchia, sempre membro della NATO, vorrebbe quindi certamente rimanervi guidando gli interessi occidentali ad Astana e Sochi, agendo per limitare l’influenza iraniana e russa in Siria e Medio Oriente.

La Turchia cambia le regole d’ingaggio in Siria
Ma cosa succede esattamente? Le differenze tra Turchia e Russia ed Iran su Ifrin sono già note. Con la Turchia che si rifiuta di consegnarla alla Siria collegando il proprio ritiro al ritiro di altre forze straniere (leggi: russi e iraniani) dalla Siria, inviava un messaggio chiaro a Mosca e Teheran: l’alleanza con loro rimane di convenienza e tende a separare le relazioni economiche con la Russia dagli interessi in Siria, convergenti nella misura in cui la Russia permette alla Turchia di operare contro i curdi, ma che ora si discostano nel restituire il territorio al governo siriano. Tali disaccordi sottolineano con forza che, malgrado la cooperazione, la Turchia è ben lungi dall’abbandonare la NATO per la Russia o l’Iran. Ma riprogettandosi da attore chiave, la Turchia indicava di sospettare dei processi di Astana e Sochi e di voler tracciare la sua via fino Ifrin e Idlib, quest’ultima già oggetto di feroci negoziati e indubbiamente prossimo obiettivo della guerra in Siria. Per la Turchia, Idlib rimane cruciale, e già aveva invitato Russia ed Iran a impedirvi l’offensiva siriana, che potrebbe iniziare in qualsiasi momento; l’importanza d’Ifrin aumentava per la Turchia, poiché intende utilizzarla come mezzo per continuare a controllare Idlib e mantenervi i suoi jihadisti trincerati, per influenzare l’esito finale della partita siriana ed estorcere le massime concessioni da Russia e Iran nella prossima conferenza di Sochi.

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Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali ed affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

1755.- L’OCCIDENTE E I FARISEI SENZ’ANIMA NON CONVINCONO PIU’

14 aprile 2018. Il Presidente Trump ha ordinato un attacco di precisione sulla Siria contro obiettivi militari associati ad armi chimiche. Esplosioni nella zona di Damasco dove, a detta della propaganda USA, ci sarebbero i depositi di armi chimiche. Partecipano UK e Francia, senza mandato dell’ONU. Funzionari militari statunitensi si sono affrettati a dichiarare ai giornalisti questo stesso venerdì sera che gli strike, che hanno preso di mira tre siti, sono finiti, per ora, e non sono previsti ulteriori attacchi. Mattis ha detto che non risutano segnalazioni di perdite subite dagli Stati Uniti durante i raid aerei. Il segretario alla Difesa britannico, dal canto suo, ha affermato che gli strike hanno avuto molto successo e pensa che avranno un impatto su ciò che la Siria può fare in futuro. Al colmo dell’ipocrisia, ha anche chiesto alla Russia di usare la sua influenza sulla Siria per porre fine al conflitto. Cioè, per intenderci, un invito a negoziare la spartizione del Medio Oriente insieme agli sconfitti sul campo.

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L’attacco missilistico di questa notte in Siria è stato il “minimo sindacale”, la solita manfrina per salvare la faccia dopo le considerazioni avventate di Trump e di Macron. I due, di fronte alla ferma posizione russa, si sono dovuti accordare con Putin sui siti che si potevano colpire; ma dovevano essere evacuati e ci hanno impiegato tre giorni. Putin ha mantenuto la parola, anche lui al minimo sindacale: Il Ministero Difesa della Russia ha riportato percentuali di successo della difesa aerea siriana pari al 100% su alcuni aeroporti militari (18 missili abbattuti su 18 ecc.), utilizzando Pantsir, buk, vecchi S-200, antiquati S-125 e cannoncini dell’antiaerea, oltre, naturalmente, agli S-300 e 400. Davvero una performance notevole e uno scacco commerciale per la Raytheon che fabbrica i Tomahawk.
Assad, dal suo canto, ha ostentato fiducia, calma e sangue freddo, restando oggi nel suo paese, a fianco del suo popolo, sotto l’attacco di USA, UK e Francia, schierati con quelli che chiamano “ribelli”, ma che altro non sono che una banda di tagliagole islamici. Intendiamoci, se l’opinione pubblica si schiera sempre con l’aggredito, non è che fra gli sciiti l’uso di sgozzare il nemico sia meno in uso: lo predicò Maometto.

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Tre aree sono state l’obbiettivo dello strike: un centro di ricerca scientifica nell’area di Damasco, un deposito di sostanze chimiche(?) a ovest di Homs e un posto di comando nelle vicinanze dell’obiettivo di Homs, pensato per essere utilizzato per lo stoccaggio di armi chimiche (che noia!).

Fonti del regime di Assad hanno affermato che contro la Siria “sono stati lanciati circa 30 missili, un terzo dei quali sono stati abbattuti”. La Reuters lo scrive in un tweet. Successivamente, secondo il Ministero Difesa siriano, i missili sarebbero stati 110, in gran parte abbattuti e ha aggiunto: “Questi attacchi non impediranno alle nostre forze armate e alle forze alleate di persistere per annientare ciò che resta dei gruppi terroristici armati”. Hanno precisato che le basi sono state evacuate “giorni fa” dopo un primo avvertimento dalla Russia; il ministro della Difesa francese ha detto che la Russia è stata avvertita in vista dello strike. Migliore conferma del flop dei nostri “alleati” non si poteva avere.
Un alto funzionario di una fazione regionale che sostiene Bashar al-Assad ha dichiarato alla Reuters che “gli strike sono stati assorbiti” e che si stanno valutando i danni.

L’ambasciatore russo Washington ha reagito immediatamente e ha dichiarato che gli strike sulla Siria sono un “insulto al Presidente russo” e ha affermato che si tratta di un atto che sarà seguito da “conseguenze”. Assurdo pensare che Putin voglia giocare il ruolo di un sacco di punch. Putin deve difendere i risultati dell’accordo di Ankara, che sembra, anzi, è il vero obbiettivo dei quattro paesi attaccanti, per non dimenticare Israele, che hanno scelto di non parteciparvi. Se la loro opzione era per questa prova muscolare, meschina, bisogna dire che i neocon globalisti valgono proprio poco; ma lo sapevamo. Chissà se la Russia preparerà una risposta alle sanzioni degli Stati Uniti.

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Selon les termes de l’article 35 de la Constitution, le gouvernement dispose de trois jours pour informer le Parlement d’une intervention de l’armée à l’étranger.

Ma più importante per noi italiani e per gli europei, senza timone né timoniere, è la consapevolezza che l’ONU non vale il suo titolo, non vale più nulla; che L’Unione europea è un fantoccio, un sacchetto di euro; che la NATO è la pistola fumante di Billy Kid e che chi spara fesserie, poi, spara anche i missili. La verità è un’altra. La governance finanziaria degli Stati Uniti manovra i presidenti e ha una politica estera volutamente conflittuale, perché la guerra permanente significa profitti continui per le sue multinazionali delle armi (che trovano nella Russia un valido competitor). Al tempo stesso, le sue multinazionali del petrolio si trovano a combattere su tre fronti: quello della ridefinizione delle zone d’influenza sul Medio Oriente, quello della sopravvivenza o dell’imperialismo israeliano e quello del dominio della finanza sionista sulle banche centrali degli Stati. Guarda caso, la famiglia Rothschild possiede le Banche Centrali di ogni paese di questo mondo, meno: Corea del Nord, Iran, Siria e Russia. L’acquisizione di Afghanistan, Iraq, Sudan, Libia e Cuba è di questi anni. Di quale ricchezza e potere stiamo parlando, è facile immaginare. Altro che le contorsioni di Donald Trump, Theresa May ed Emmanuel Macron! Altro che le armi chimiche e i bambini siriani!
Nominando l’Unione europea, è d’obbligo notare che la Germania pende verso l’economia russa e che si è tenuta fuori dall’avventura; la Francia, che con la Germania condivide il direttorio di Berlino, è ancora convinta di essere una potenza e, così, con più ragione, anche la Gran Bretagna. È una notazione importante per i sostenitori del globalismo che blaterano di Stati Uniti d’Europa e per i non-italiani che cedono, cedono la nostra sovranità, in cambio di cosa, lo sanno loro.

Uno sguardo su cosa pensa un’autorevole sinistra italiana della adesione di Mattarella e Gentiloni, con la partecipazione delle cisterne volanti KC-767 alle operazioni in Siria:

Crisi siriana: l’Italia sia coerente con i suoi principi costituzionali

L’attacco missilistico compiuto congiuntamente da Stati Uniti, Francia e Inghilterra nelle prime ore del 14 aprile costituisce un grave vulnus alla legalità internazionale, poiché è avvenuto in aperta contraddizione con il divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali stabilito dall’art. 2, comma 4, della Carta delle Nazioni Unite.
L’uso della forza, non autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite, ai sensi del Cap. VII della Carta, costituisce un atto di aggressione che non può essere legittimato dalle giustificazioni fornite all’opinione pubblica dai Paesi attaccanti. Infatti, se siano state usate armi chimiche lo può dire solo un’inchiesta sul terreno degli ispettori dell’OPAC (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche), a cui la Siria non si oppone. Ed è stata proprio l’OPAC (non certo i bombardamenti) che ha smantellato l’arsenale chimico di Assad, nell’ottobre del 2013, mettendo sotto sigilli oltre mille tonnellate di agenti chimici ed armi chimiche.
In ogni caso, anche se venisse provato l’uso di armi chimiche, che indubbiamente integra un crimine di guerra, solo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU potrebbe autorizzare sanzioni comportanti l’uso della forza.
Come nell’ordinamento interno nessuno può farsi giustizia da sé, così nell’ordinamento internazionale gli Stati non possono risolvere le loro controversi a suon di bombe.
Il nostro Paese con la Costituzione, in accordo con la Carta dell’ONU, ha detto no per sempre alla legge della giungla nelle relazioni internazionali. In questo momento, in cui un conflitto disastroso viene ulteriormente alimentato con il rischio di provocare ulteriori deflagrazioni, l’Italia faccia sentire alta la sua voce di civiltà ed in obbedienza ai suoi principi costituzionali, rifiuti di fornire basi ed appoggio logistico per gli attacchi contro la Siria, invitando gli “alleati” a cooperare con le istituzioni internazionali per pervenire finalmente ad una soluzione pacifica del conflitto.
Roma, 14 aprile 2018
Massimo Villone, Alfiero Grandi, Domenico Gallo, Alfonso Gianni

1753.- GIORNALISTA PREMIO PULITZER: HILLARY CLINTON APPROVÒ L’INVIO DI GAS SARIN AI RIBELLI SIRIANI PER INCASTRARE ASSAD.

Di Voci dall’Estero, un articolo più che mai attuale.

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Il sito Free Thought Project riporta un articolo sui legami di Hillary Clinton con l’attacco chimico al gas sarin a Ghouta, in Siria, nel 2013. Dalle relazioni tra USA e Siria (ne avevamo parlato qui), al ruolo della Clinton nella politica estera USA e nell’approvvigionamento di armi dalla Libia verso l’Isis (ne avevamo parlato Qui e qui), alle dichiarazioni del giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh su un accordo del 2012 tra l’amministrazione Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, per imbastire un attacco con gas sarin e darne la colpa ad Assad, tutte le prove punterebbero in una direzione: i precursori chimici del gas sarin sarebbero venuti dalla Libia, il sarin sarebbe stato “fatto in casa” e la colpa gettata sul governo siriano come pretesto perché gli Stati Uniti potessero finanziare e addestrare direttamente i ribelli siriani, come desideravano i sauditi intenzionati a rovesciare Assad. Responsabile della montatura l’allora Segretario di Stato USA e poi candidata alla presidenza per i Democrat, Hillary Clinton.

Nell’aprile del 2013, la Gran Bretagna e la Francia informarono le Nazioni Unite che c’erano prove credibili che la Siria avesse usato armi chimiche contro le forze ribelli. Solo due mesi più tardi, nel giugno del 2013, gli Stati Uniti conclusero che il governo siriano in effetti aveva usato armi chimiche nella sua lotta contro le forze di opposizione. Secondo la casa bianca, il presidente Obama ha subito usato l’attacco chimico di Ghouta come pretesto per l’invasione e il sostegno militare americano diretto e autorizzato ai ribelli.

Da quando gli Stati Uniti finanziano questi “ribelli moderati”(dati raccolti al tempo della campagna elettorale di Trump), sono state uccise più di 250.000 persone, più di 7,6 milioni sono state sfollate all’interno dei confini siriani e altri 4.000.000 di esseri umani sono stati costretti a scappare dal paese.

Tutta questa morte e distruzione portata da un sadico esercito di ribelli finanziati e armati dal governo degli Stati Uniti era basata – è quello che ora ci viene detto – su una completa montatura.

Seymour Hersh, giornalista noto a livello mondiale, ha rivelato, in una serie di interviste e libri, che l’amministrazione Obama ha falsamente accusato il governo siriano di Bashar al-Assad per l’attacco con gas sarin e che Obama stava cercando di usarlo come scusa per invadere la Siria. Come ha spiegato Eric Zuesse in Strategic Culture, Hersh ha indicato un rapporto dell’intelligence britannica che sosteneva che il sarin non veniva dalle scorte di Assad. Hersh ha anche affermato che nel 2012 è stato raggiunto un accordo segreto tra l’amministrazione Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, per imbastire un attacco con gas sarin e darne la colpa ad Assad in modo che gli Stati Uniti potessero invadere e rovesciare Assad.

“In base ai termini dell’accordo, i finanziamenti venivano dalla Turchia, e parimenti dall’Arabia Saudita e dal Qatar; la CIA, con il sostegno del MI6, aveva l’incarico di prendere armi dagli arsenali di Gheddafi in Siria. ”

Zuesse nel suo rapporto spiega che Hersh non ha detto se queste “armi” includevano i precursori chimici per la fabbricazione del sarin che erano immagazzinati in Libia. Ma ci sono stati molteplici rapporti indipendenti che sostengono che la Libia di Gheddafi possedeva tali scorte, e anche che il Consolato degli Stati Uniti a Bengasi, in Libia, controllava una “via di fuga” per le armi confiscate al regime di Gheddafi, verso la Siria attraverso la Turchia.

Anche se Hersch non ha specificamente detto che la “Clinton ha trasportato il gas”, l’ha implicata direttamente in questa”via di fuga” delle armi delle quale il gas sarin faceva parte.

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Seymour Hersh Weighs In on Sanders vs. Clinton: “Something Amazing Is Happening in This Country”

Riguardo al coinvolgimento di Hillary Clinton, Hersh ha detto ad AlterNet che l’ambasciatore Christopher Stevens, morto nell’assalto dell’ambasciata Bengasi,…“L’unica cosa che sappiamo è che [la Clinton] era molto vicina a Petraeus che era il direttore della CIA in quel periodo… non è fuori dal giro, lei sa quando ci sono operazioni segrete. Dell’ambasciatore che è stato ucciso, [sappiamo che] era conosciuto come un ragazzo, da quanto ho capito, come qualcuno che non sarebbe stato coinvolto con la CIA. Ma come ho scritto, il giorno della missione si stava incontrando con il responsabile locale della CIA e la compagnia di navigazione. Egli era certamente coinvolto, consapevole e a conoscenza di tutto quello che stava succedendo. E non c’è modo che qualcuno in quella posizione così sensibile non stesse parlando col proprio capo [Hillary Clinton, all’epoca Segretario di Stato, figura che nel governo statunitense ha la responsabilità della politica estera e del corpo consolare, NdVdE], attraverso qualche canale. “

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Obama dichiarò la sua ferma e unanime condanna per l’assalto al consolato Usa a Bengasi in cui furono uccisi l’ambasciatore e tre componenti dello staff. “L’attentato è stato compiuto da un “gruppo selvaggio ma ristretto, non dal popolo o dal governo della Libia”, spiegò Hillary Clinton. “Sono morti di nuovo innocenti, è come l’11 settembre”,disse. “E’ stata tolta la vita a persone che erano impegnate ad aiutare il popolo libico a costruire un futuro migliore per il loro Paese”, sottolineò il segretario di Stato americano. “Questa violenza senza senso dovrebbe scuotere le coscienze dei popoli di tutte le fedi religiose in tutto il mondo”, continuò il segretario di Stato americano, “Stevens sarà ricordato come un eroe” e concluse, “Una Libia libera e stabile è ancora negli interessi americani”. Gli Stati Uniti “non torneranno indietro”, non arretreranno di un millimetro nel loro impegno per aiutare la nuova la Libia. “Una missione – spiegò Clinton – “nobile e necessaria”. Il mondo “ha bisogno di altri Chris Stevens” continuò Clinton. “Ho parlato con sua sorella”, “le ho detto che sarà ricordato come un eroe da molte nazioni. Stevens ha iniziato a costruire le nostre relazioni con i rivoluzionari libici” e “ha rischiato la sua vita per cercare di fermare un tiranno” come Muammar Gheddafi. Quante bugie!

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A supportare Hersh nelle sue affermazioni è il giornalista investigativo Christof Lehmann, che dopo gli attacchi ha scoperto una pista di prove che riporta al Presidente dello Stato Maggiore Congiunto Martin Dempsey, al Direttore della CIA John Brennan [subentrato nella guida della CIA l’8 marzo 2013 dopo le dimissioni di Petraeus nel novembre 2012 e il successivo interim di Morell, NdVdE], al capo dell’intelligence saudita principe Bandar, e al Ministero degli Interni dell’Arabia Saudita.

Come ha spiegato Lehmann, i russi e altri esperti hanno più volte affermato che l’arma chimica non avrebbe potuto essere una dotazione standard dell’arsenale chimico siriano e che tutte le prove disponibili – tra cui il fatto che coloro che hanno offerto il primo soccorso alle vittime non sono stati lesionati – indicano l’uso di sarin liquido, fatto in casa. Questa informazione è avvalorata dal sequestro di tali sostanze chimiche in Siria e in Turchia.

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Anche se non è la prova definitiva, non si deve glissare su questa implicazione. Come il Free Thought Project ha riferito ampiamente in passato, il candidato alla presidenza ha legami con i cartelli criminali internazionali che hanno finanziato lei e suo marito per decenni.

Quando Hillary Clinton divenne Segretario di Stato nel 2009, la Fondazione William J. Clinton ha accettato di rivelare l’identità dei suoi donatori, su richiesta della Casa Bianca. Secondo unprotocollo d’intesa, rivelato da Politifact, la fondazione poteva continuare a raccogliere donazioni provenienti da paesi con i quali aveva rapporti esistenti o che stavano tenendo programmi di finanziamento.

Le registrazioni mostrerebbero che dei 25 donatori che hanno contribuito con più di 5 milioni di dollari alla Fondazione Clinton nel corso degli anni, sei sono governi stranieri, e il maggior contribuente è l’Arabia Saudita.

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La miliardaria clinton finanziata dal ministro dell’ambiente italiano! Alla convention del Partito democratico americano a Philadelphia che ha conferito la nomination presidenziale a Hillary Rodham Clinton non avrebbero dovuto presenziare né il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, né il presidente della Camera, Laura Boldrini. L’ unico esponente delle istituzioni italiane titolato a parteciparvi era il ministro dell’ Ambiente, Gianluca Galletti.

L’importanza del ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento dei Clinton è enorme, così come il rapporto tra Siria e Arabia Saudita nel corso dell’ultimo mezzo secolo è tutto quello che concerne questa guerra civile.

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Come Zuesse sottolinea nel suo articolo su Strategic Culture:

Quando l’intervistatore ha chiesto ad Hersh perché Obama sia così ossessionato dalla sostituzione di Assad in Siria, dal momento che “il vuoto di potere che ne deriverebbe avrebbe aperto la Siria a tutti i tipi di gruppi jihadisti”; e Hersh ha risposto che non solo lui, ma lo Stato Maggiore Congiunto, “nessuno riusciva a capire perché.” Ha detto, “La nostra politica è sempre stata contro di lui [Assad]. Punto.”

Questo è stato effettivamente il caso non solo da quando il partito che Assad guida, il partito Ba’ath, è stato oggetto di un piano della CIA poi accantonato per un colpo di stato finalizzato a rovesciarlo e sostituirlo nel 1957; ma, in realtà, il primo colpo di stato della CIA era stato non solo pianificato, ma anche effettuato nel 1949 in Siria, dove rovesciò un leader democraticamente eletto, con lo scopo di consentire la costruzione di un oleodotto per il petrolio dei Saud attraverso la Siria verso il più grande mercato del petrolio, l’Europa; e la costruzione del gasdotto iniziò l’anno successivo.

Ma poi c’è stato un susseguirsi di colpi di stato siriani (innescati dall’interno anziché da potenze straniere – nel 1954, 1963, 1966, e, infine, nel 1970), che si sono conclusi con l’ascesa al potere di Hafez al-Assad durante il colpo di stato del 1970. E l’oleodotto trans-arabico a lungo pianificato dai Saud non è ancora stato costruito. La famiglia reale saudita, che possiede la più grande azienda mondiale di petrolio, l’Aramco, non vuole più aspettare. Obama è il primo presidente degli Stati Uniti ad aver seriamente tentato di svolgere il loro tanto desiderato “cambio di regime” in Siria, in modo da consentire la costruzione attraverso la Siria non solo dell’oleodotto trans-arabico dei Saud, ma anche del gasdotto Qatar- Turchia che la famiglia reale Thani (amica dei Saud), che possiede il Qatar, vuole che sia costruita lì. Gli Stati Uniti sono alleati con la famiglia Saud (e con i loro amici, le famiglie reali del Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Oman). La Russia è alleata con i leader della Siria – così come in precedenza lo era stata con Mossadegh in Iran, Arbenz in Guatemala, Allende in Cile, Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia, e Yanukovich in Ucraina (tutti rovesciati con successo dagli Stati Uniti, ad eccezione del partito Baath in Siria).

Matt Agorist è un veterano congedato con onore del Corpo degli US Marines ed ex operatore di intelligence direttamente incaricato dalla NSA. Questa precedente esperienza gli fornisce una visione unica nel mondo della corruzione del governo e dello stato di polizia americano. Agorist è stato un giornalista indipendente per oltre un decennio ed è apparso sulle reti tradizionali in tutto il mondo.
da NincoNanco

1744.- Il “ritiro” dalla Siria di Trump è il tipico inganno degli Stati Uniti

Già ieri veniva riportata un’intensa attività aerea russa da alcune ore in Siria. Stavolta la Russia non potrà non rispondere ad un attacco americano contro la Siria. A quel punto, saremo già nel baratro.

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I media statunitensi preparano il pubblico globale all’intervento degli Stati Uniti in Siria in seguito a presunti “attacchi chimici” effettuati dai resti dei terroristi sostenuti dagli Stati Uniti a Duma, a nord-est di Damasco. Ciò dopo i commenti fatti dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump appena 3 giorni prima, in cui affermava di aver incaricato l’esercito statunitense di prepararsi al ritiro dalla Siria. Le forze statunitensi hanno invaso illegalmente ed occupato il territorio siriano per anni, col Washington Post nell’articolo del 4 aprile 2018 intitolato “Trump ordina ai militari d’iniziare a pianificare il ritiro dalla Siria”, collocare l’attuale numero di soldati statunitensi a circa 2000. Il Washington Post aveva anche affermato che: “Il presidente Trump ha incaricato i capi militari di ritirare quanto prima le truppe statunitensi dalla Siria e gli ha detto che vuole che gli alleati arabi se ne incarichino e paghino per stabilizzare e ricostruire le aree liberate dallo Stato islamico, secondo alti funzionari statunitensi”. Tuttavia, pochi giorni dopo, accuse di attacchi chimici al governo siriano a Duma fornivano non solo il pretesto prefetto per ritardare qualsiasi ritiro, ma di fatto giustificare un intervento militare degli Stati Uniti direttamente contro il governo della Siria. Mentre alcuni hanno tentato di ritrarre “Trump contro Stato profondo”, in realtà è un esempio da manuale degli inganni degli Stati Uniti descritti nei documenti politici statunitensi: un inganno in cui il presidente Trump ha un ruolo centrale.

Esibire il ritiro prima del grande conflitto è la documentata politica degli Stati Uniti
Nel documento politico della Brookings Institution del 2009 intitolato “Quale percorso verso la Persia? Opzioni per una nuova strategia statunitense verso l’Iran”, tutto, dal sostegno ai terroristi in una guerra per procura a provocazioni e guerre veniva pianificato in modo maniacale. Tra i piani del think-tank politico USA figurava la descrizione di un inganno simile a quello che ora si esibisce in Siria. Il documento indicava: “…qualsiasi operazione militare contro l’Iran sarà probabilmente impopolare nel mondo e richiederà il giusto contesto internazionale, sia per assicurare il supporto logistico che l’operazione richiederebbe, sia per minimizzarne il rifiuto. Il modo migliore per ridurre al minimo l’obiezione internazionale e massimizzare il supporto (comunque, a malincuore o segreto) è colpire solo quando c’è la diffusa convinzione che gli iraniani abbiano avuto, ma respingendola, una superba offerta, una cosa così buona che solo un regime deciso ad acquisire armi nucleari per le ragioni sbagliate rifiuterebbero. In tali circostanze, gli Stati Uniti (o Israele) potrebbero ritrarre le loro operazioni come controvoglia e non per rabbia, e almeno alcuni nella comunità internazionale concluderebbero che gli iraniani “ne hanno la colpa” rifiutando un ottimo accordo”. Per la Siria, l'”offerta” era il ritiro degli Stati Uniti “dando” a Damasco e vicini la responsabilità di porre fine umanamente al conflitto e stabilizzare la regione. Il “rifiuto” che invita gli Stati Uniti ad intervenire sono gli attacchi chimici inscenati a Duma che gli Stati Uniti citano. Sulle provocazioni inscenate, il documento del Brookings le menziona, sostenendo: “…sarebbe molto più preferibile se gli Stati Uniti potessero citare una provocazione iraniana come giustificazione ai raid aerei prima di lanciarli. Chiaramente, quanto più è oltraggioso, tanto più letale e meno provocato è l’intervento iraniano, tanto meglio sarà per gli Stati Uniti. Certo, sarà molto difficile rimproverare l’Iran con tale provocazione senza che il resto del mondo lo riconosca, per poi minarlo. (Un metodo che avrebbe qualche possibilità di successo sarebbe accelerare gli sforzi per il cambio di regime occulto nella speranza che Tehran reagisse apertamente, o anche solo parzialmente, potendolo interpretare come atto non provocato d’aggressione iraniana)”. Niente potrebbe essere più “oltraggioso” o “mortale” dell’utilizzo di armi chimiche sui civili. Che tali accuse su un attacco chimico siano già servite come pretesto per l’aggressione degli Stati Uniti sotto forma di attacchi missilistici sulla Siria del presidente Trump, è proprio il motivo per cui il governo siriano non avrebbe compiuto attacchi chimici del genere, e certamente non lo farebbe ora, specialmente se gli Stati Uniti presuntamente cerchino di uscire dal territorio siriano.Armi chimiche buone solo per una cosa: pretesto per l’aggressione degli Stati Uniti
L’Esercito arabo siriano, col sostegno di Russia e Iran, ha schiacciato i terroristi appoggiati dagli Stati Uniti in Siria con armi convenzionali. L’unico territorio significativo che la Siria deve ancora riprendere (a parte il Golan. ndr) è quello occupato da Stati Uniti e Turchia membri della NATO. Come già detto, l’uso di armi chimiche durante la guerra Iran-Iraq del 1980-1988, secondo la stessa valutazione dell’esercito statunitense, dimostra che tali armi sono inefficaci e inferiori alle armi convenzionali. Oltre al fatto che gli Stati Uniti cercano di utilizzare il dispiegamento di armi chimiche come pretesto per l’intervento militare diretto in Siria per il tanto ricercato cambio di regime a Damasco, la probabilità che Damasco usi armi chimiche è impossibile. C’è anche il fatto che la Siria ha già ceduto le scorte di armi chimiche con un accordo mediato dai russi e supervisionato dalle Nazioni Unite. Leggendo il documento del 2009 del Brookings, gli Stati Uniti hanno esaminato tutte le possibili opzioni preparate per l’Iran, ma contro la Siria, diverse volte, ma senza successo. Persino la prospettiva di balcanizzare la Siria appare fragile. Un tentativo di riprendere le accuse di “armi di distruzione di massa”, ancora una volta segnala la disperazione nei circoli politici occidentali. Per chi spera nel presidente Trump, il suo ruolo in un piano documentato per ingannare il pubblico globale e fare apparire l’aggressione militare statunitense come ultima risorsa dopo un’apparente ritiro dallo scontro, è prova sufficiente del fatto che non c’è un “Trump contro Stato profondo”, ma che “Trump è lo Stato profondo”. Va ricordato che le ultime nomine all’amministrazione del presidente Trump includono prominenti sostenitori della guerra tra cui John Bolton e Mike Pompeo, impazienti su un intervento militare degli Stati Uniti in Iran, il che rende ancor più discutibili le pretese del presidente Trump sul ritiro dalla Siria.

I terroristi gasano persone per far avanzare l’agenda di Washington
Va anche notato che i terroristi sostenuti dagli Stati Uniti a Duma essenzialmente gasano persone per far avanzare l’agenda politica occidentale. Come nel caso del Regno Unito contro la Russia sul presunto tentativo di omicidio di Sergej Skripal e della figlia. Considerando la storia di Washington e Londra di false accuse sulle armi chimiche, oltre ai documenti politici che pianificano provocazioni, Stati Uniti e Regno Unito appaiono i primi sospettati dei crimini contro l’umanità che coinvolgono le cosiddette “armi di distruzione di massa”. È assai chiaro che oltre all’occidente che alimenta il terrorismo che sostiene di combattere globalmente, lo stesso occidente rappresenta la principale minaccia nel mondo d’uso di armi chimiche.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio

1723.- Siria, Turchia e certi ‘esperti’. Finalmente si smaschera la guerra di Erdogan.

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Finalmente si smaschera la guerra di Erdogan. Costretto a barcamenarsi fra NATO e Russia per inseguire il suo neo impero ottomano, Erdogan ha scelto di combattere il nemico della Finanza mondiale. Per questo e per non vedere la NATO in frantumi, gli Stati Uniti hanno piantato, quattro a zero, l’alleato curdo e abbandonato il progetto Kurdistan. Per Erdogan, i curdi siriani sono strumentali al suo disegno, molto più ampio. L’obbiettivo della Finanza mondiale è Bashar al Assad, con la sua Banca Centrale non sottomessa e, come dicevamo giorni or sono, Erdogan ha fatto passare un messaggio: Se a ridosso della Russia ci saranno i turchi della NATO, anziché i curdi, per gli USA, presi tra i due fuochi delle aspirazioni regionali dei due alleati, sarà meglio. Dal punto di vista di Assad, il progetto di un’entità curda autonoma – ma soprattutto ufficiale e riconosciuta internazionalmente – all’interno dei confini siriani, fa della Siria uno stato federale che rientrerebbe nel progetto di spartizione della Siria in tre aree di influenza, una in mano agli sciiti, una ai sunniti e una in mano ai curdi, progetto che gli Stati Uniti hanno sperato fortemente di vedere realizzarsi. Assad non si è mai espresso chiaramente nei confronti della volontà dei curdi; ma è stato costretto ad ammettere che, al di là della federalizzazione della Siria o meno, bisognerà trattare la questione della Regione curda “in modo completamente differente” rispetto al passato per adeguarsi, tutti, ai cambiamenti radicali che hanno sconvolto l’intero paese. In altre parole il dott. Assad sa che i curdi, sostenuti sia dagli Stati Uniti che dai Russi, riuscirebbero a mantenere la loro posizione sul territorio siriano, anche e anzi forse soprattutto quando saranno deposte definitivamente le armi in Siria. Per Putin, già vincitore in Siria, continuare ad appoggiare Assad significa anche essere presente alla futura spartizione dell’area in zone di influenza. Peraltro, anche l’Occidente ha compreso che il futuro della Siria non può che passare dal mantenimento di un uomo forte al comando. La Libia docet. Tutto, insomma, sembra ruotare intorno al destino dei curdi, ma non sarei ottimista per loro.

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Samir Husayn, 22/03/2018. Un numero crescente di personalità alt-media cerca di dire al pubblico che l’invasione illegale della Turchia in Siria è coordinato e pienamente approvata dalla Russia, lasciando così l’impressione che il destino del Paese sia interamente nelle mani della Russia. Ma tuttavia chiaramente non è così. Anche se può essere vero che la Russia non ha mai risposto ferocemente o negativamente all’ultima ingerenza turca in Siria, non ha mai approvato ufficialmente le azioni turche, specialmente perché si sono rivelate dannose per l’Esercito arabo siriano, il principale alleato delle forze russe in Siria. Al momento, ci sono feroci scontri tra forze siriane e terroristi dell’ELS nelle campagne settentrionali della provincia di Aleppo, con due delle città che già cadendo nelle mani di questi ultimi, per non parlare di quante volte gli aerei turchi hanno bombardano le posizioni siriane ad Ifrin.
Per alcune di tali personalità alt-media, la Siria è fondamentalmente un malato il cui ulteriore destino è esclusivamente nelle mani del medico chiamato Russia. Sebbene l’intervento russo possa aver determinato in certa misura l’esito della guerra in Siria, l’esistenza di Bashar al-Assad e del suo governo, così come dello Stato siriano, non è mai dipesa dalla Russia. Non dimentichiamo che l’intervento russo in Siria iniziò nel settembre 2015. Al momento, lo Stato siriano aveva già riguadagnato gran parte del terreno precedentemente preso dai terroristi. Anche durante la liberazione di Aleppo, la Russia svolse un ruolo relativamente minore. La Russia è il principale partner strategico della Siria sin dai tempi sovietici. Russia e Siria sono anche Stati sovrani, obbligati a rispettare la sovranità degli altri Stati. La Russia non ha ufficialmente approvato alcuna incursione turca in Siria, né ha il diritto di farlo, basandosi su ciò che dice il diritto internazionale, il che significa che avrebbe bisogno del consenso del governo legittimo di Damasco per farlo. La sovranità della Siria si estende sui territori attualmente occupati da vari gruppi terroristici, il che significa che Damasco ha l’ultima parola anche per queste aree.

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Purtroppo, questo sembra essere ignorato da numerosi giornalisti, esperti e analisti. Alcuni hanno persino deciso di condannare le forze siriane e le loro operazioni contro gli invasori turchi, sostenendo che le forze siriane distruggono le forze turche e la loro azione per riportare la stabilità in Siria. Sì, perché inondare il Paese di migliaia di altri jihadisti che saccheggiano, distruggono e massacrano sistematicamente il popolo ovunque possono, sarebbe un meraviglioso esempio di stabilità, giusto??? Al momento, la situazione ad Ifrin è disastrsao, grazie ai terroristi appena arrivati. Un articolo pubblicato su uno di tali siti alt-news arrivava addirittura a sostenere che l’ELS (al contrario delle YPG) faceva del suo meglio per ridurre al minimo il numero di vittime civili e, a differenza delle YPG, non li usava mai come scudi umani. Questa è una menzogna sfacciata. Chiunque abbia seguito il conflitto in Siria dal 2011 sa che quando che che nell’uso dei civili come scudi umani, l’ELS è esperto. E non è diverso ad Ifrin. Ovviamente, questo Non significa che le YPG sono angeli. Lungi da ciò, il gruppo è sostenuto dalla NATO ed è estremamente ostile agli abitanti della Siria settentrionale, in particolare ai cristiani assiri. Il gruppo stesso fu coinvolto in vari crimini. Tuttavia, ciò non significa che l’invasione della Siria da parte di Erdogan sia la soluzione. Mentre Erdogan potrebbe essere contrario alle YPG, il suo obiettivo finale in Siria non è eliminare le YPG, ma piuttosto abbattere Bashar al-Assad. Use le YPG come scusa per il suo intervento. Ricordate la favola irachena delle armi di distruzione di massa? Bene, è lo stesso. Lo si associa all’intervento di Erdogan, nonostante l’illegalità della sua natura, apertamente sostenuta da Jens Stoltenberg, segretario generale della NATO. Inoltre, anche i cosiddetti “esperti” hanno completamente “dimenticato” che, se non fosse stato per il grande sostegno di Erdogan all’ELS ed altri terroristi, le YPG non sarebbe mai diventato così presenti, in primo luogo.
Ci dispiace, ma sul conflitto siriano, Erdogan sarà sempre il problema principale. Affrontatelo!

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Tradotto da Alessandro Lattanzio per Aurora.

1709.- Cose che Moro Sapeva. Quarant’anni prima di noi – Pietro Ratto

Aldo Moro, nei memoriali scritti durante i tremendi 55 giorni di prigionia della primavera del 1978, traccia una linea precisa dei poteri che si stavano affacciando e che andavano contrastati per non trasformare irrimediabilmente la società in un impero dominato dalla tecnocrazia economica, dai grandi capitali, dalle banche e dai “club” cui si vantava di non partecipare. Accusa la Commissione Trilaterale, che nasceva in quegli anni e mirava a ridurre l’eccesso di democrazia, e mette in guardia dall’Unione Europea, dominata dagli Stati Uniti che, attraverso il processo di unificazione, miravano a ridimensionarla a una dimensione regionale.
C’erano – oltre alla sua “blasfema” offerta di governo con il Partito Comunista – esattamente queste critiche nelle sue convinzioni e nei suoi scritti. Per questo, in un pantano di marciume morale che coinvolse, intrecciandole, praticamente tutte le forze sociali dell’Italia del secondo dopo guerra (comprese le più insospettabili), la sua vita fu sacrificata, consapevolmente. E in quello scempio si stavano accendendo tutti i temi che poi ci avrebbero investito, dalla P2 a Tangentopoli, alla grande aggressione del capitale ai danni delle democrazia, fino ai governi tecnici, in un intreccio che vide il ghigno del potere mostrare il suo lato più crudele sui volti di Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Licio Gelli, Steve Pieczenik, Gladio… Con la sola eccezione di Craxi, che premeva invece per la liberazione dello statista Presidente della DC. E che, probabilmente per questo, ne pagò 14 anni dopo il prezzo.

Aldo Moro è oggi, qui, adesso! Pietro Ratto, filosofo, giornalista, insegnante e musicista, racconta al pubblico di Byoblu, intervistato da Claudio messora, le “cose che Moro sapeva”, nel suo libro “L’Honda anomala – Il rapimento Moro, una lettera anonima e un ispettore con le mani legate” [http://amzn.to/2vK5jIk].

Abbiamo bisogno di uomini. Che sappiano anche perdere, perché la battaglia è ormai persa, ma che arrivino fino in fondo.

1700.- LA GUERRA DEI POVERI: I RADAR ITALIANI

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Taranto, agosto 1941. Il primo radar italiano, l’EC3/bis Gufo fa mostra sul torrione della R.N. Littorio. L’apparato era del tipo a rivelazione acustica, ed era dotato di uno sfasatore telemetrico. In pratica, si ruotava la manopola dello sfasatore finquando si udiva in cuffia l’eco di ritorno (il ricevitore era a supereazione). Il sistema non lavorava bene, inoltre la potenza d’uscita era molto bassa (circa 500W a 70 cm). Allora nacque la proposta di collegare all’uscita del ricevitore un indicatore del tipo “J”, in modo da avere almeno una visione “panoramica” degli echi, e la SAFAR produsse un dispositivo adatto allo scopo, una sorta di oscilloscopio dotato di tubo a raggi catodici a deflessione radiale.
Il secondo apparato radiotelemetrico installato, nel settembre 1942, in cima al torrione del Littorio, come sulla gemella R.N. VITTORIO VENETO, era un apparecchio EC/3 ter sperimentale, che venne poi sostituito a giugno 1943 con un apparato EC/3 ter di serie. Le antenne erano fissate al torrione con scarse possibilità di brandeggio.

La premessa di questo studio è stata la lettura di alcuni testi sull’argomento Radar in cui appare il ritorno alle accuse di disfattismo e tradimento di quelli che attribuiscono la sconfitta soltanto alla combinazione di quei due fattori.

“In realtà, mai come in questo settore appaiono chiari i limiti tecnologici del sistema paese italia che fanno apparire secondari anche le tante lamentele sul disinteresse dei vertici militari per questa tecnologia come scrisse l’Ing. Eugenio Gnesutta progettista e direttore del settore radio della Allocchio Bacchini nell’introduzione di un lungo articolo sui radiolocalizzatori, pubblicato su Radioindustria nel Giugno 1945.

Circa i “RARI” , cioè i radar italiani (Nb sigla formata dalle iniziali delle parole RAdio RIlevatori), ci sarebbe molto da dire, non tanto sui risultati raggiunti, quanto sul come questi non siano stati conseguiti e ciò malgrado alcuni tecnici valorosi si occupassero del problema ed intravvedessero la sua importanza fin dal 1935…… l’Inghilterra e l’America hanno impiegato migliaia di esperti per la progettazione e costruzione dei radar : in Italia i tecnici addetti ai radar erano al massimo qualche decina,il numero esiguo degli studiosi addetti li obbligava poi a seguire sia le ricerche sperimentali sia la produzione”

Il numero era molto piccolo ma era proporzionato al numero limitatissimo di tecnici specializzati nel settore radioelettrico.
Per fare un esempio la SAFAR (Società Anonima più tardi Fabbrica Apparecchi Radiofonici) una delle più avanzate delle poche società italiane nel settore impiegava nei due stabilimenti di Milano e Roma non più di 12 ingegneri, 60 progettisti e 4.500 fra impiegati e operai per una produzione ad ampio spettro civile (radio per uso domestico e i primi televisori) e militare (potenzialmente capace una produzione mensile di 200 telefoni interni per navi, 100 apparati radio per navi e basi aeree,40 apparati radio per aeromobili, 3/4 idrofoni, 6 ecogoniometri, 10 apparati RARI-per questi ultimi nel 43 si riteneva possibile produrre 15/20 rari, circa 3/4 al mese, per passare a regime nel 44)

Se questo numero di tecnici appare irrisorio e si ritenesse possibile uno sforzo maggiore si tenga presente che i più avanzati e ricchi Stati Uniti non riuscirono a coinvolgere nel loro programma di ricerca Radar non più di 4400 tecnici e ingegneri abbastanza qualificati pur potendo disporre di risorse e di una base di reclutamento enormemente più ampia. Da un gruppo iniziale di alcune centinaia di persone, si passò a circa 400 nel 1941 ed a 4400 nel 1946, con stanziamenti annuali passati da 1,7 a 13,7 milioni di dollari, il numero di progetti in corso da 200 a circa 900. mentre per la produzione di apparati Radar fu investta la somma di due miliardi e 700 milioni di dollari e questo senza contare l’apporto britannico che fu grande.

Fatta questa premessa ecco le tappe del programma italiano Nel 1933 G. Marconi, in una esperienza fatta alla presenza delle autorità militari italiane, dimostrò la possibilità di rivelare ostacoli mediante la riflessione di onde elettromagnetiche. A seguito delle esperienze di Marconi, nel 1935 venne presentato un rapporto al “Comitato Interministeriale per i Servizi Militari Elettrici” che sintetizzava una ricerca condotta da Ugo Tiberio intesa a chiarire “se e in qual modo gli apparati per il sondaggio ionosferico potessero adattarsi alla rivelazione di aerei e di navi a grande distanza”. In detto rapporto erano contenute la teoria elementare della portata radar (equazione del radar nello spazio libero) e gli schemi e i dati fondamentali dei due apparati, uno ad onda continua ed uno ad impulsi.

In ogni caso il Prof. Tiberio, nominato Ufficiale di complemento del Corpo Armi Navali, nel 1936 (anno in cui un primo prototipo di radar americano venne testato in mare cosa che dimostra che il ritardo tecnologico del nostro paese era di 3/4 anni non enorme ma incolmabile date le diverse realtà tecnico scientifiche) venne trasferito al Regio Istituto di elettrotecnica e delle Comunicazioni (RIEC) di Livorno con l’incarico di insegnare fisica e radiotecnica all’Accademia Navale e tra i suoi incarichi gli fu dato quello di approfondire le sue ricerche per arrivare a definire un Radiotelemetro. Gia da questa parola appare chiaro che quello che si ricercava non era un apparato di scoperta ma bensì un apparato in grado di misurare le distanze a integrazione dei tradizionali telemetri ottici, da impiegare in condizioni di scarsa visibilità quando questi non erano i grado di fornire i dati con sufficiente precisione e con secondarie capacità di scoperta (erano anche i requisiti alla Base dello sviluppo dei radar imbarcati tedeschi)

L’enfasi su questa funzione non era campata in aria ma una delle espressioni del massimo problema tecnologico della regia marina fra le due guerre. Durante la prima guerra mondiale La marina Italiana era consapevole che le sue navi non avrebbero potuto condurre il tiro da distanze superiori ai 10/12000 metri (come francesi austriaci russi e americani) aveva scoperto con raccapriccio che le marine britanniche e tedesca erano in grado di combattere a distanze attorno ai 20000 metri e quindi aveva iniziato un affannosa opera per colmare questo gap tecnologico sviluppando tutta una serie di attrezzature per la conduzione del tiro ( apparati di punteria generale, gimetri,inclinometri,telemetri centrali di tiro) e finanziando la nascita di un industria in grado di produrli,riuscendo a colmare questo gap solo all’inizio degli anni 30 ma rimanendo preoccupata che si potesse ricreare devolvendo molte risorse per evitarlo.

lo sviluppo della radiolocalizzazione si inserisce in questo sforzo cioè era volto alla progettazione di un apparato integrativo dei sistemi ottici di conduzione del tiro. il problema era che un apparato radiotelemetrico dell’epoca poteva fornire un rilevamento con un approssimazione di circa 150 metri che se era irrilevante per un apparato di scoperta era grande per un apparato di puntamento e questo aiuta a capire perchè fosse cosiderato troppo imperfetto per un uso pratico immediato da un esperto di sistemi della conduzion del tiro come l’ammiraglio Iachino. Il quale in questo caso può essere al massimo accusato di essersi troppo concentrato sulla materia di cui era riconosciuto specialista senza immaginare usi alternativi di questa tecnologia e questo al di la dei gravi problemi di integrazione a bordo di tali strumenti e di inaffidabilita tecnica di cui si era consapevoli.

Dal 1936 Ugo Tiberio portò avanti le ricerche e realizzò diversi prototipi di Radiotelemetro. I mezzi finanziari ed il personale messi a disposizione per tale compito furono limitatissimi (quattro sottufficiali, alcuni operai ed una assegnazione per l’anno 1937 di 20.000 lire – circa tredicimila Euro)
Assieme al professor Tiberio iniziò a lavorare nel progetto anche il professor Nello Carrara, altro insegnate di fisica presso i Corsi normali dell’Accademia Navale.

Il professor Carrara già dal 1924, giovane fisico, faceva parte dell’Istituto EC e, sin dal 1932 si occupava di ricerche nel campo delle microonde; è sua la creazione del neologismo “microonde” (e di “microwaves”) nella letteratura scientifica dell’epoca. Il professor Carrara nel progetto “RDT” si occupò principalmente della progettazione e realizzazione di valvole di potenza e magnetron, componenti, questi, indispensabili per poter ottenere risultati apprezzabili e che l’industria italiana non produceva

Nacque così nel 1936 il primo RDT (Radio Detector Telemetro) ad onda continua E.C.1 (acronimo derivato dal nome dell’Istituto EC) cui seguirono nel 1937 l’EC1/bis e l’EC/2 che non dettero risultati soddisfacenti.

Nel 1937 entrò a far parte del gruppo di ricercatori il Capitano delle Armi Navali, ingegner Alfeo Brandimarte che cominciò subito a lavorare alla realizzazione sperimentale del prototipo dell’EC3, non più ad onda continua modulata in frequenza, ma ad impulsi. Questa collaborazione, però, fu di breve durata perché Brandimarte, sposatosi senza autorizzazione, si vide precluse le possibilità di carriera in Marina, per l’entrata in vigore di una legge fascista sul celibato e fu costretto a dare le dimissioni. Purtroppo cadde poi Martire della Resistenza ed alla sua memoria fu decretata la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Nel 1939, sul tetto dell’Accademia Navale, allora comandata dall’amm. Iachino, giravano così due radiotelemetri e il prof. Ugo Tiberio fece assistere l’ammiraglio ad un esperimento nel quale l’apparato a impulsi rilevò un aeroplano alla distanza di 30 km. Difficile giustificare la sua sorpresa nella notte di Matapan.

Solo dopo la disfatta della battaglia di Capo Matapan , la ricerca sul radiotelemetro venne accellerata e la fase di ricerca in cui era stata fino ad allora investita la somma complessiva di 60000 dollari dell’epoca (1140000 lire/741000 euro) portò ai primi risultati concreti

Furono in gran fretta ripristinati i prototipi fino ad allora realizzati e da questi scaturirono due apparati, battezzati rispettivamente “Folaga” e “Gufo” che differivano principalmente per la banda di frequenza di lavoro e che facevano del “Folaga” un prototipo per la vigilanza costiera (dopo l’armistizio, i tedeschi trasferirono in Germania la sua catena di montaggio.ndr) e del “Gufo” un prototipo per l’impiego navale.

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Sul torrione della Nave Vittorio Veneto, in disarmo a La Spezia nel 1950, fa mostra il radiotelemetro EC3/ter Gufo. Italia e Vittorio Veneto furono rifiutati dall’U.S. Navy e dalla Royal Navy a motivo della loro scarsa autonomia, sufficiente per il teatro Mediterraneo e terminarono la guerra nell’esilio dei Laghi Amari.

Dal 1942 presso la divisione radiolettrica del centro sperimentale di Guidonia era stato costituito un altro gruppo di ricerca costituito da 3 ufficiali del genio aeronautico (Piccinini, Niutta,Barzilai)assistite da altri 4 tecnici e nell’ambito della “Mobilitazione RaRi”, vennero intrapresi per conto della Regia Aeronautica e del Regio Esercito studi e realizzazioni sperimentali di radar aviotrasportati per la ricerca marittima la caccia notturna e future contromisure elettroniche e terrestri per la ricerca lontana per la difesa del territori Nacquero così progetti, prototipi originali o derivati da altri prototipi che presero nomi come “Argo”, “Vespa”, “Razza”, “Veltro”, “Lepre”, “Lince”, nelle versioni “Lince Vicino” e “Lince lontano”.

Definiti i progetti fu impostato un piano di produzione da affidato alle poche ditte italiane in grado di produrre tali materiali (safar,alocchio bacchini, marelli che si ritenevano capaci di produrre fino a 25 RARI al mese) del valore di 970 milioni di lire, circa 50 milioni di dollari, che avrebbe dovuto permettere di schierare 510 radar terrestri per avvistastamento guidacaccia e direzione del tiro contraereo e di dotare di radar 120 unità navali (tutte quelle in linea dalle torpediniere alle navi da battaglia) nonchè apparati di guerra elettronica.

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Il pannello di controllo del radar italiano EC3/ter “Gufo”. Dati tecnici:
Radar di scoperta
Frequenza da 400 a 750 MHz(grazie alla modulazione di frequenza)
PRF 500 MHz
Brandeggio 6° (orizzontale), 12° (verticale)
modulazione di larghezza di impulso 4 μs
RPM 3
Portata 25–80 km (16–50 mi)
Potenza 10 kW

La Germania concesse la fornitura di 400 apparati radar di cui 200 consegnati e 120 resi operativi alla data dell’armistizio e la licenza di produzione di altri 266 ( produzione mai iniziata) presso la telefunken italia ditta non coinvolta nella produzione di radar italiani.

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Cosa produsse questo sforzo ?
Sulle produzioni effettive i dati divergono sembrerebbe che,prototipi compresi, l’industria italiana abbia costruito prima dell’armitizio 13 radar navali e 21 terresti e dopo l’armistizio 67 radar navali e 77 terrestri tuttavia i numeri non sono tutto avere i radar non vuol dire potere usarli efficacemente

Se per i radar terresti i problemi erano minori per quelli imbarcati voleva dire essere all’inizio del percorso.
Non si tratta di portare in una certa posizione della nave alcuni scatoloni, aprirli e collegare gli apparati come si farebbe con un televisore domestico: prima di tutto una nave era (ed è ancora) priva di spazi disponibili: imbarcare e mettere in funzione un apparato – il radar – in una delle zone più sensibili ed “affollate” di una nave già in servizio procedere ad un vero e proprio refitting delle aree operative.

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1942. Primo piano del torrione della R.N. Littorio con entrambi i radiotelemetri EC3/bis e EC3/ter Gufo.

Sulle navi dell’epoca il problema era già tragico, come spazi disponibili: imbarcare l’oggetto significava collegarlo, assegnare spazio agli operatori, alimentarlo con l’energia necessaria, con l’ulteriore piccolo particolare che le navi italiane dell’epoca non erano ridondanti come potenza elettrica installata, e non ultimo problema erano alimentate in corrente continua … Poi bisogna farlo funzionare: non solo chi e come lo deve gestire ma essere sicuri che gli apparati del sistema rispondano come nelle installazioni di prova: non siamo più sul terrazzo di un laboratorio di ricerca, ma su ponti metallici sottili, flessibili, in presenza di vibrazioni, di concussioni (non ci si meravigli quindi che la debolezza dei servomeccanismi, la poca potenza dei motori, le sollecitazioni meccaniche del moto nave, la temperatura, l’ umidità (non esisteva certo il condizionamento) furono il tallone di Achille del funzionamento a bordo, il fattore che ne impedì spesso l’ utilizzazione pratica, molto di più di quelle prassi di condotta della navigazione o dell’ assetto al combattimento che questi storiografi da tavolino citano a sproposito per colpevolizzare la marina e il loro operato citando gli “ordini superiori” di non impiegare gli apparati istallati come prova di collusioni e non come erano di non impiegare in combattimenti apparati con frequenti malfunzionamenti ancora in corso di sperimentazione.

Sempre riferendomi agli opinionisti, storiografi dell’8 settembre o sino all’ 8 settembre, è troppo trascurato il periodo di cobelligeranza che risulta invece molto significativo per valutare l’ “efficienza” del sistema navale italiano. Durante la cobelligeranza, per un breve periodo di prestito da parte inglese e poi nell’ immediato dopoguerra per cessione statunitense furono imbarcati i primi radar su alcune delle “unità maggiori”, come gli incrociatori della classe Abbruzzi: non è il caso di addentarsi in dettagli, ma malgrado si trattasse di apparati ormai conosciuti, diciamo di impiego comune e certo non sperimentali, si trattò di un compito arduo e mai con risultati soddisfacenti (sino a che non si procedette, con ogni regola possibile, al rimodernamento delle unità, aumentando le sovrastrutture ed irrobustendo ponti, supporti ed alberatura)

Da tutto questo appare la differenza tra l’italia e i belligeranti maggiori, pochi tecnici(sia pure di grande valore) poche risorse- si paragonino i 50 milioni di dollari che al massimo fu possibile trovare quando si era capito il valore dello strumento contro i 2,7 miliardi di dollari impiegati dagli Stati Uniti- poche ditte moderne e,parzialmente non erano comunque al massimo livello mondiale,tecnologicamente avanzate che non potevano supportare l’attività ricerca delle forze armate e in special modo della Marina che se compirono errori li fecero anche perché furono le sole a livello mondiale a dover scegliere tra pagare la ricerca e la produzione di navi e armi e su quali fronti di ricerca concentrare l’attività dei pochi ricercatori esistenti a detrimento di altri (caratteristico era il fatto che la safar era costretta a dividere le sue risorse produttive e di ricerca dando alternativamente la precedenza a RARI o ecogoniometri a seconda delle esigenze rallentando lo sviluppo di questi sensori entrambi assolutamente necessari).

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R.N. Scipione l’Africano. Il suo EC3/ter, alle 02.00 circa del 17-07-1943 avvistò nello stretto di Messina, davanti alla costa calabra compresa tra Reggio Calabria e capo Pellaro, 4 motosiluranti americane; aumentando alla velocità massima (43 nodi), l’incrociatore iniziò il tiro con tutte le arme di bordo. Le unità nemiche che nel frattempo , divisesi, avevano iniziato a lora volta l’attacco fino a breve distanza, furono colpite dalle prime salve e respinte. L’incrociatore rivendicò l’affondamento di tre motosiluranti, viste affondare sotto il fuoco delle armi (una per esplosione, una per incendio e l’altra per affondamento senza incendio). Per l’esplosione della MTB 305, parti dei suoi macchinari e pezzi di fasciame con il nominativo ricaddero sulla coperta dello SCIPIONE. L’U.S. Navy dichiarò, invece, che avevano partecipato all’azione le MTB 315, 316, 313 e 203 e che solo la 316 era stata persa per esplosione assieme a tutto il suo equipaggio.

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11 settembre 1943. La R.N. Italia, ex Littorio, sulla rotta di Malta, incrocia l’HMS Warspite.

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1688 .- Caso Eni. Si scrive Turchia ma si legge Russia. Parla Arduino Paniccia

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Continua l’approfondimento di Formiche.net sulla piattaforma Eni costretta a lasciare le coste di Cipro dopo l’intervento turco. Il prof. Paniccia invita ad una analisi più ampia
Oltre lo schiaffo di Ankara all’Eni: la partita è tra Bruxelles e Mosca, ecco come sul gas nel Mediterraneo “da oggi cambia tutto, per l’Ue e per gli assetti futuri”. Così Arduino Paniccia, analista di strategia militare e di geopolitica e docente di Relazioni Internazionali alla Facoltà di Scienze Politiche di Trieste, che ricostruisce “le movenze neo ottomane” della politica di Erdogan alla base dell’episodio Eni-Saipem e che si intrecciano con la mancata stabilizzazione istituzionale di paesi come Libia e Iraq e con la reale portata dello scontro che non è limitato a soli due paesi, ma tocca il prezzo del gas.

Come cambia, anche per l’Italia, la partita geopolitica legata agli idrocarburi dopo lo schiaffo di Ankara?

Non solo per l’Italia: quello scacchiere cambia del tutto da oggi. Cambia per l’Europa e per gli assetti del Mediterraneo orientale, un’area dove l’Italia ha comunque una sua sfera di interesse, tanto quanto la Turchia. Ankara considera quella porzione di mare nostrum, con tutto ciò che comprende, come una sua area di influenza diretta. Dietro le sue spalle vi sono anche i russi in questa nuova alleanza.

Tutto connesso quindi al problema del gas a Cipro, stato membro dell’Ue?

Sì ma è uno dei problemi in quella macroregione. La questione è molto più vasta, riguarda l’intero versante euromediterraneo, tocca l’Ue dietro le spalle dell’Italia e Mosca dietro le spalle di Ankara. Riduttivo inquadrarlo come uno scontro solo tra due paesi intorno ad un giacimento di gas. Concerne le linee economiche e strategiche dell’intero Mediterraneo orientale: quindi il problema è più vasto e lo sarà anche nell’immediato futuro.

Da escludere un passo indietro di Ankara?

Non recederà facilmente dal suo atteggiamento. Dobbiamo prepararci ad un grande braccio di ferro, intanto tra Italia e Turchia, ma poi in un ambito che diventa più vasto.

I tracciati dei gasdotti come si intrecciano a tale scenario?

Anch’essi riguardano il convitato di pietra che è dietro la Turchia, ovvero la Russia. Nel momento in cui parte un gasdotto che passa da Israele, Cipro, Grecia e arriva in Italia, tutti gli altri che passano per la Turchia verrebbero aggirati, perdendo di importanza. Inoltre, cosa che ai russi sta molto a cuore, il prezzo del gas per i paesi Ue potrebbe essere inferiore rispetto a quello praticato da Mosca.
Come giudica la reazione di Bruxelles, con le parole di Tajani?

Tardiva, perché da tempo i turchi avanzano pretese su quell’area. La questione relativa alla Repubblica turco cipriota autoproclamata da Ankara e non riconosciuta dall’Onu è stata per troppo tempo ignorata da Bruxelles che ha voltato la testa dall’altra parte. Ed oggi ne si pagano le conseguenze. Dal 1974 la zona nord dell’isola è ancora militarmente occupata dai turchi. Ma guardare altrove può andare bene fin quando il benessere copre tutto: va meno bene quando poi inizia la “lotta per il centesimo” sul gas. Da qui in avanti l’Ue si ritroverà ad affrontare quei dossier sui quali non è intervenuta in passato. Non è esattamente questo ciò che deve fare un’unione da 500milioni di persone.

La decisione di Trump di mollare il Mediterraneo per concentrarsi sul quadrante orientale ha influito su dinamiche e azioni?

E’il problema chiave che riguarda l’atteggiamento conseguente dell’Europa e della Turchia. Era da un pezzo che gli Usa, soprattutto dopo aver fatto la scelta dello shale oil, covavano questa deriva. La maggior parte di scelte simili hanno un substrato di natura economica, soprattutto oggi che non è più il tempo delle ideologie. Gli Usa oggi sono pari per export e produzione interna, e domani potrebbero essere esportatori netti di petrolio. Qui entrano in scena i turchi che, anziché fare i soldatini della Nato, hanno avviato con Erdogan una politica di stampo neo ottomana, con successi e insuccessi, ma perseguendo imperterriti sulla strada tracciata. Che passa anche per l’alleanza con Mosca, la quale ha ripreso lo spunto tanto caro alla vecchia Unione Sovietica di voler influenzare fortemente il Mediterraneo, arrivando addirittura a cercare basi in Libia. Se a questo quadro si somma la mancata stabilizzazione istituzionale di paesi chiave come Libia, Iraq e Siria allora lo scenario si delinea maggiormente in tutta la sua complessità.

1681.- LA PROSSIMA GUERRA AMERICANA SI RICOMBATTERA’ IN EUROPA!

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ANSA MONDO: Siria: Mosca invia i nuovissimi caccia ‘stealth’ SU-57
E’ il battesimo del jet. Tornano anche gli SU-35 e i SU-25. La Russia ha dislocato nella sua base siriana di Khmeimim due caccia SU-57 di quinta generazione (ovvero con tecnologia stealth). E’ la prima volta che questi aerei vengono utilizzati attivamente. Lo riporta Meduza che cita a sua volta il blogger Wael Al Hussaini, che ha pubblicato su Twitter un video con i due velivoli. I jet SU-57 sono ‘il gioiello della corona’ dell’aviazione russa. Mosca avrebbe inoltre inviato 4 jet SU-35, 4 SU-25 e 1 aereo da ricognizione A-50U. Il ministero della Difesa non ha commentato.

UN'ALTRA STRAGE IN SIRIA, A GHUTA 100 MORTI IN DUE GIORNIE’ di una decina di morti il bilancio di nuovi raid aerei governativi sulla Ghuta orientale, l’area a est di Damasco assediata dalle truppe lealiste e controllata da gruppi anti-regime. Lo riferiscono fonti mediche, citate dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani, secondo cui i bombardamenti più intensi proseguono nella parte sud della Ghuta, in particolare a Kfar Batna, dove si registrano le prime vittime di stamani.

Ieri, un mese esatto dopo l’inizio dell’offensiva turca su Afrin, nel nord della Siria, milizie fedeli al regime di Damasco sono entrate nell’enclave per cercare di dare man forte alle unità curde, portando a livelli di guardia le tensioni tra Ankara e Damasco. L’artiglieria turca ha immediatamente risposto, costringendo le milizie filo-Assad a ritirarsi di una decina di chilometri, secondo l’agenzia turca Anadolu. Alle porte di Damasco, intanto, si è consumata una delle peggiori tragedie dei sette anni di conflitto civile. Quasi 250 civili, di cui 57 bambini o adolescenti, sono stati uccisi a partire da domenica dai bombardamenti governativi con artiglieria, aerei ed elicotteri sulla regione della Ghuta orientale, controllata da una congerie di gruppi ribelli e fondamentalisti. Questi ultimi hanno risposto facendo piovere razzi e obici di mortaio su alcuni quartieri della capitale, dove almeno 8 civili, di cui 3 bambini, sono stati uccisi e 15 feriti.

La situazione nella regione della Ghuta orientale, in Siria, va “oltre l’immaginazione”, ha detto alla Bbc il coordinatore umanitario regionale delle Nazioni Unite, Panos Moumtzis, alla luce degli ultimi tre giorni di bombardamenti da parte delle forze governative.

La sconfitta militare dello ‘Stato islamico’ non ha messo fine alla guerra in Siria, cominciata ben prima dell’avvento dell’Isis nel 2013, e destinata a continuare a lungo mentre le cellule jihadiste si riorganizzano in clandestinità in aree “liberate”, controllate da un mosaico di eserciti regolari, milizie, signori della guerra siriani e stranieri. Nella Siria dilaniata dalla guerra si combattono due conflitti principali: uno a ovest, dove la Russia, l’Iran, la Turchia e la Giordania si stanno spartendo i territori che vanno dall’estremo sud al confine col regno hascemita, all’estremo nord alla frontiera turca; e uno a est, lungo la valle dell’Eufrate, nella parte più ricca dal punto di vista energetico, dove gli Stati Uniti sostengono il Pkk curdo per arginare l’avanzata russo-iraniana verso l’Iraq.

Negli accordi siglati ad Astana, in Kazakhstan, la Russia ha raggiunto l’anno scorso con Turchia e Iran un’intesa – detto di “de-escalation” – in cui i tre Paesi stabiliscono delle linee di demarcazione tra le rispettive aree di influenza: alla Turchia il nord-ovest, anche se c’è da sciogliere il nodo dell’enclave curda di Afrin e del distretto di Manbij, conquistato dai curdi ma rivendicato da popolazioni arabe. Alla Russia la zona costiera, con le importanti basi militari, aeree e marittime sul Mediterraneo, e ampie zone della Siria centrale e dell’area di Damasco. All’Iran la zona attorno al Libano, dove opera la milizia filo-iraniana Hezbollah, presente in Siria da anni, e vaste aree a ridosso delle Alture del Golan, controllate da Israele ma rivendicate dalla Siria. Lungo questo asse, rimangono delle sacche di oppositori armati ormai quasi del tutto controllati da attori esterni: dalla Turchia nel nord-ovest, dalla Giordania nel sud, dal Qatar e dall’Arabia Saudita nel nord e nel centro del paese. Nell’est e nel nord-est, l’ala siriana del Pkk, appoggiata dalla Coalizione a guida Usa e che al suo interno ha coinvolto milizie di altre comunità, si è allargata a zone non curde ma miste o del tutto arabizzate, come Raqqa, ex capitale dell’Isis in Siria, e la riva orientale del distretto di Dayr az Zor, tradizionalmente feudo di tribù sunnite legate a quelle della vicina regione irachena di Anbar, da 15 anni culla del qaidismo e del jihadismo.