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2215.- M5S: ecco perché la restituzione dei rimborsi dei parlamentari, in realtà, è solo pubblicità a pagamento

Arriveranno anche in Liguria i due milioni di euro che i deputati del Movimento 5 Stelle si sono “tagliati” dagli stipendi di Parlamentari e che sono stati donati alla Protezione Civile per interventi in favore delle regioni alluvionate.
La somma verrà suddivisa tra Liguria, Friuli e Sicilia e
verrà destinata ad interventi per la messa in sicurezza del territorio e in sostegno delle comunità colpite dalle alluvioni.

Si tratta dell’ennesimo “Restitution day” che il Movimento 5 Stelle attua da quando è entrato in Parlamento e che ha già fatto risparmiare alle casse italiane per 97 milioni di Euro.

È il tassello più scoperto e visibile della più grande e spregiudicata operazione di marketing politico mai tentata nel nostro Paese: un investimento a rendita fissa i cui dividendi si misurano in voti e consenso. Il commento per TPI di Lorenzo Tosa, ex responsabile comunicazione M5S in Liguria.

In calce, riportiamo il regolamento interno che affida le somme restituite dai parlamentari a un comitato presieduto da Di Maio: le eccedenze saranno destinate, in ultima istanza, all’associazione di Casaleggio Rousseau. Lo ha rivelato l’agenzia AdnKronos. Protestano le senatrici Nugnes e Fattori: “Noi ci siamo impegnati a restituire i soldi ai cittadini non a Casaleggio”. 

Le cose stanno così. Parallelamente al M5S, il 7 agosto 2018 è stato costituito un “comitato per le rendicontazioni e i rimborsi del Movimento 5 Stelle” incaricato di “curare attivamente l’organizzazione, l’amministrazione, il coordinamento, la disciplina, la rendicontazione e la gestione delle restituzioni degli stipendi e dei rimborsi” dei parlamentari pentastellati.

Il comitato è presieduto dal capo politico del movimento, Luigi Di Maio, e dai due capigruppo alla Camera e al Senato, Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli.

Nell’atto costitutivo si legge che “allo scioglimento del comitato, dovessero restare fondi a disposizione, questi verranno devoluti all’Associazione Rousseau”. È questo il punto incriminato.

Vero o Falso?

A tre giorni dalle regionali in Abruzzo, puntuale come un congiuntivo sbagliato, il Movimento 5 Stelle ha sventolato a Roma un maxi-assegno da 2 milioni di euro frutto – come ci ripetono allo sfinimento – delle restituzioni degli stipendi dei parlamentari.

Un rituale che si ripete ormai da anni, identico, alla vigilia di ogni tornata elettorale, più o meno importante, più o meno locale. Lo chiamano “Restitution Day”, altro non è se non pubblicità a pagamento, come una qualsiasi inserzione sulla cartellonistica di una città o sulla pagina di un grande giornale. Con la sottile differenza che i grillini non pagano per pubblicizzare un prodotto, ma il pagamento è il prodotto stesso. E non è una differenza trascurabile.

Di tutte le favole che i grillini hanno raccontato agli italiani, quella delle restituzioni è senza dubbio la più subdola e ipocrita. Vale la pena dirlo chiaramente, una volta per tutte: questa roba qui non è gratis. Nulla è o è mai stato gratis in nessuna delle iniziative politiche che i 5 Stelle abbiano attuato, pensato o financo immaginato da quando Gianroberto Casaleggio ha teorizzato questo laboratorio del populismo realizzato.

Nell’impalcatura della propaganda grillina le restituzioni sono qualcosa più di una colonna: sono le fondamenta stesse che tengono ancora in piedi, pur tra alcune ombre o vere e proprie truffe, il mito fondativo della diversità genetica tra gli “onesti” e il resto del mondo. Ma è proprio così? Per capirlo bisogna fare un passo indietro alle origini del Movimento.

Casaleggio senior non è stato solo un visionario della forma della politica ma anche e soprattutto dei suoi meccanismi più nascosti e segreti. Mentre due lustri fa destra e sinistra si impantanavano in una difesa – pur condivisibile – del finanziamento pubblico ai partiti, il guru milanese aveva capito, con un anticipo spaventoso, due concetti che ancora oggi sono alla base del successo pentastellato.

1) I soldi, come i voti, non si pesano tutti allo stesso modo.

2) Se impari a dominare gli uni, gli altri arriveranno di conseguenza: un’equazione in cui puoi spostare a piacimento gli addendi senza che cambi il risultato finale.


D’altra parte, basta conoscere anche per sommi capi la macchina del consenso 5 Stelle per rendersi conto di come ogni operazione, ogni scelta, ogni strategia, nasca e si consumi nella gestione spregiudicata del denaro.

D’altra parte, basta conoscere anche per sommi capi la macchina del consenso 5 Stelle per rendersi conto di come ogni operazione, ogni scelta, ogni strategia, nasca e si consumi nella gestione spregiudicata del denaro.

Persino le misure bandiera del M5S altro non sono che partite di giro su larga scala che rifiutano ideologicamente gli strumenti tradizionali della politica, spostando il più possibile la questione su un territorio rapidamente comprensibile e di facilissima presa sugli elettori. E non c’è nulla di più immediato, chiaro e potente oggi, nella società attuale, del denaro. Non è un caso che tutti i principali capisaldi del programma politico grillino ruotino, più o meno indirettamente, attorno al denaro: il reddito di cittadinanza, il taglio degli stipendi dei parlamentari, la lotta senza quartiere alle pensioni d’oro.

Un’architettura propagandistica nella quale il “Restitution Day” e ogni forma di restituzione liquida giocano un ruolo decisivo. Ora, sorvoliamo sul fatto che la beneficenza, le donazioni e qualunque altra iniziativa di volontariato sono belle quando non vengono pubblicizzate, altrimenti a qualcuno potrebbe sorgere il sospetto che fini e finalità non coincidano. Ma la narrazione 5 Stelle si spinge addirittura oltre il semplice marketing.

Qui abbiamo oltrepassato da un pezzo la mera propaganda pelosa e siamo entrati ufficialmente nel campo, un poco sinistro in una democrazia, dell’auto-celebrazione, della glorificazione mitica, dell’auto-elevazione etica, a tratti messianica. Quella foto di gruppo con assegno scattata sulle scalinate di piazza del Parlamento è forse la forma più compiuta e plastica della concezione del denaro di Gianroberto Casaleggio.

Sarebbe persino limitante liquidarla come una semplice operazione pubblicitaria. È oltre, è di più: è il tassello più scoperto e visibile della più grande e spregiudicata operazione di marketing politico mai tentata nel nostro Paese. Un investimento a rendita fissa i cui dividendi si misurano in voti e consenso.

Casaleggio non si è inventato mica nulla. Ha solo trasposto su scala politica quello che ogni azienda minimamente lungimirante applica ogni giorno per accrescere il proprio business. C’è la società che investe in formazione dei dipendenti, chi in ricerca e sviluppo. E c’è chi, come il M5S, investe in restituzioni. Ogni milione restituito produce tre, quattro volte tanto in termini di consenso, che si traduce in voti, che a loro volta si traducono in seggi e, di lì, in nuovi stipendi e indennità ai gruppi parlamentari e regionali, in un circolo virtuoso – per loro – potenzialmente senza fine.

Stiamo parlando di un fiume di denaro pubblico che in larga parte viene recuperato in missioni, benzina, iniziative istituzionali più o meno utili o urgenti. Il tutto senza contare i ripetuti e acclarati casi di mancate restituzioni che, paradossalmente, rischiano di rovinare una macchina perfettamente oliata. Un giochino semplice semplice a spese degli italiani.

Qualunque cifra i 5 Stelle stiano restituendo, gli elettori gliela stanno ripagando al triplo del valore ogni volta che mettono una croce su quel simbolo. E, in cambio, per gratitudine, Di Maio & C. stanno contribuendo a sfasciare le fondamenta democratiche, sociali e civili di questo Paese. Non c’è che dire: un affare per tutti, se si escludono 60 milioni di italiani.

Leggiamo il:

TRATTAMENTO ECONOMICO ELETTI MOVIMENTO 5 STELLE

Il Comitato di Garanzia, ai sensi dell’art. 3, lett. F) e art. 9 lett. B) dello Statuto, approva la proposta di “Regolamento relativo al trattamento economico degli eletti del Movimento 5 Stelle”.

Ciascun parlamentare italiano, europeo, consigliere regionale eletto all’esito di una competizione elettorale nella quale si sia presentato sotto il simbolo del MoVimento 5 Stelle, percepirà il seguente trattamento economico:

1) L’indennità percepita dovrà essere pari ad un massimo di 3.250,00 euro netti mensili (D); 1 bis) L’indennità netta verrà ridotta di un importo corrispondente alle ritenute per le assenze

addebitate dall’Assemblea elettiva di appartenenza.

2) l’assegno di solidarietà (detto anche di fine mandato) dovrà essere commisurato a tale indennità: dunque, verrà percepito nella misura massima di 15.000 euro netti per 60 mesi di mandato effettivo.

3) dovrà rinunciare a ulteriori indennità e rimborsi in relazione a ulteriori cariche assunte;

4) per una questione di equità, di dignità e di giustizia sociale si impegnerà nel promuovere provvedimenti di carattere regolamentare e/o legislativo al fine di applicare per sé, e per tutti gli eletti, un trattamento previdenziale calcolato esclusivamente sulla base dei contributi effettivamente versati e della normativa vigente per la generalità dei cittadini e a rinunciare ad un trattamento previdenziale privilegiato equiparandolo a quello di un qualsiasi cittadino;

5) dovrà indicare l’indennità percepita e ogni altro importo, a qualunque titolo ricevuto in ragione della carica ricoperta, sul portale Tirendiconto (in seguito detto “portale”), pubblicando i relativi cedolini;

6) avrà diritto ad ogni altro rimborso erogato dall’Assemblea elettiva di appartenenza in misura pari all’importo delle spese effettivamente sostenute e rendicontate all’interno del portale;

7) Gli eletti dovranno rendicontare con regolarità e trasparenza, restituire le eccedenze delle indennità e dei rimborsi risultanti dalla rendicontazione, le ulteriori indennità e rimborsi eventualmente irrinunciabili e l’eccedenza del trattamento di fine mandato, seguendo i criteri indicati nel portale;

I portavoce eletti al parlamento italiano:

● Per le spese generali e di diaria potranno trattenere un importo stabilito in misura forfettaria pari a euro 3.000,00 che, per i soli parlamentari residenti nella provincia di Roma, si riduce ad euro 2.000,00. Questa quota include le spese di soggiorno, vitto, trasporti e spese telefoniche. (E)

  • ●  Dovrà invece essere puntualmente rendicontata la quota di rimborsi (F) ricavata sottraendo al Totale accreditato mensilmente al parlamentare (indennità e rimborsi) (A):- l’importo minimo da restituire previsto (B),
    – il contributo all’ Associazione Rousseau per il mantenimento delle piattaformetecnologiche (C),
    – l’indennità netta mensile spettante al portavoce (D),
    – la quota forfettaria relativa alle spese generali e di diaria di cui al punto (E)
  • ●  I rimborsi che prevedono la rendicontazione puntuale (F) sono così suddivisi:
    o una quota per l’organizzazione e la partecipazione ad eventi ufficiali del MoVimento5 Stelle pari a euro 1.000,00; (G)
    o larestanteparteperlespesedimandatopercollaboratori,consulenze,eventi,convegni; (L)
  • ●  Dovranno restituire mensilmente un importo minimo pari a euro 2.000,00. (B)
  • ●  Il totale da restituire (R) è composto dall’importo di euro 2.000 (B) a cui si sommano le eccedenze dei rimborsi non spesi per gli eventi ufficiali del MoVimento 5 Stelle (I) e quelle dell’esercizio del mandato (Collaboratori, consulenze, eventi, convegni). (N)
  • ●  Potranno essere effettuati controlli di coerenza a campione sulle rendicontazioni e sulle restituzioni.

8) Le eccedenze sopra indicate andranno versate con cadenza mensile, entro il secondo mese successivo al mese di riferimento, ad un conto corrente dedicato in attesa di individuarne periodicamente la destinazione finale attraverso votazione sulla piattaforma Rousseau.

9) I parlamentari, al fine di onorare l’impegno previsto dall’articolo 5 del Codice Etico, erogheranno un contributo mensile di euro 300,00 destinato al mantenimento delle piattaforme tecnologiche che supportano l’attività dei gruppi e dei singoli parlamentari;

10) I consiglieri e i deputati regionali al fine di onorare quanto previsto dall’articolo 5 del Codice Etico, erogheranno un contributo mensile di euro 300,00 destinato allo “Scudo della Rete”, che ha come obiettivo la difesa di iscritti ed eletti del MoVimento 5 Stelle dalle cause legali intentate nei loro confronti, nonché la tutela del MoVimento 5 Stelle e della Associazione Rousseau;

11) L’inadempimento di quanto previsto ai punti precedenti costituisce una grave violazione (che rischia di pregiudicare la stessa immagine del MoVimento 5 Stelle) suscettibile dell’applicazione di provvedimenti disciplinari.

DISPOSIZIONE FINALI

Destinatari del trattamento economico

Il trattamento economico così definito è destinato a ciascun parlamentare italiano, europeo, consigliere regionale eletto all’esito di una competizione elettorale, nella quale si sia presentato sotto il simbolo del MoVimento 5 Stelle, successivamente alla pubblicazione del codice etico (30/12/2017).

Destinazione delle restituzioni:

In attesa dell’apertura di un conto di raccolta dedicato per le restituzioni, gli eletti del MoVimento 5 Stelle verseranno le restituzioni con cadenza mensile al fondo per il microcredito o altra destinazione successivamente individuata attraverso votazione sulla piattaforma Rousseau.

Restituzione Trattamento di fine mandato:

– l’assegno di solidarietà (detto anche di fine mandato) dovrà essere commisurato all’indennità prevista dal trattamento economico (3.250,00 euro): dunque, verrà percepito nella misura massima di 15.000 euro netti per 60 mesi di mandato effettivo dai parlamentari italiani, europei e dai consiglieri regionali non rieletti, o rieletti con una carica diversa, o che in generale hanno ricevuto un importo a titolo di trattamento di fine mandato dall’Assemblea elettiva di appartenenza.

L’importo da restituire è individuato nella misura dell’importo totale ricevuto dal portavoce a titolo di Trattamento di fine mandato, sottratto dell’eventuale tassazione prevista per l’importo ricevuto (se non trattenuta alla fonte) e dell’importo spettante secondo il trattamento (massimo di 15.000 euro per 60 mesi di mandato effettivo).

DISPOSIZIONE TRANSITORIE
Per i parlamentari eletti nella XVII legislatura:

– Per il periodo 01 gennaio – 22 marzo 2018, al fine di semplificare la chiusura delle rendicontazioni relative la scorsa legislatura, i parlamentari restituiranno un importo forfettariopari a euro 3.500,00 da destinare al fondo del microcredito. A questo importo forfettario vanno aggiunti eventuali accantonamenti di rimborsi che hanno accumulato durante la rendicontazione.

Per i parlamentari eletti nella XVIII legislatura:

– Per il periodo 23 marzo – 30 giugno 2018 i parlamentari restituiranno un importo forfettario pari a euro 6.500,00 da destinare al fondo del microcredito. A partire dal mese di luglio 2018 si applicheranno le modalità di rendicontazione indicate nel presente regolamento.

– Per il periodo 23 marzo – 30 giugno 2018 i parlamentari onoreranno l’impegno assunto di versare un contributo all’ Associazione Rousseau, per il mantenimento delle piattaforme tecnologiche che supportano l’attività̀ dei gruppi e dei singoli parlamentari, pari a euro 950,00.

“Non è concepibile che una associazione privata sia la destinataria di eventuali fondi residui”

In base, dunque, al “Regolamento relativo al trattamento economico degli eletti del Movimento 5 Stelle” [qui il documento], i parlamentari devono restituire almeno 2mila euro al mese e possono trattenere un importo forfettario di 3mila euro mensili, che diventano 2mila per chi risiede in provincia di Roma. Inoltre è previsto un “contributo Rousseau” di 300 euro mensili per il mantenimento delle piattaforme tecnologiche M5S.

Il comitato che deve gestire le somme restituite è previsto che si sciolga contestualmente allo scioglimento delle Camere. Nell’atto costitutivo si legge che “l’assemblea determinerà le modalità della liquidazione, nominando l’organo deputato alla liquidazione stessa, scelto anche fra i non componenti del comitato, che curi la liquidazione in tutti i beni mobili ed immobili ed estingua le obbligazioni in essere”.

I consiglieri e il presidente del comitato “non hanno diritto a compensi e/o rimborsi e/o gettoni di presenza”. Ed è fatto divieto di “distribuire, anche in modo indiretto o differito, utili o avanzi di gestione, nonché fondi, riserve o capitale, salvo che la destinazione o la distribuzione non siano imposte dalla legge”.

Il comitato, che ha sede legale presso la Camera dei deputati, “ha l’obbligo di reinvestire l’eventuale avanzo di gestione a favore di attività istituzionali statutariamente previste”. Per quanto riguarda gli obblighi sulla trasparenza, “le deliberazioni del consiglio direttivo sulle modalità ed i limiti della raccolta fondi nonché i rendiconti approvati, verranno pubblicati sul sito internet ‘movimento5stelle.it’ o sul diverso sito al quale dovesse essere trasferito il coordinamento del comitato”.

La Restituzione è stata la “bandiera” del Movimento 5 Stelle sin dalla sua fondazione.


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2214.- La base Usa fra Siria e Iraq per difendere Israele e mettere gli Sciiti con le spalle al muro.


“Truppe Usa in Siria e Iraq per monitorare l’Iran”, di Roberto Vivaldelli

Secondo quando annunciato a dicembre dal presidente Donald Trump, gli Stati Uniti, “dopo aver sconfitto lo Stato islamico”, sarebbero in procinto di lasciare definitivamente la Siria. È davvero così? La realtà, come spesso accade, è un po’ più complessa degli annunci del tycoon. Alcune fonti interne dell’amministrazione americana hanno riferito all’autorevole Foreign Policy che Trump sta considerando l’opzione di mantenere una piccola forza statunitense in una base nella Siria sud-orientale, lontano da ciò che rimane dello Stato islamico, al fine di contrastare la presenza dell’Iran nel Paese.

Sempre secondo Foreign Policy, che mette in dubbio la legalità dell’operazione statunitense, si tratterebbe di una missione completamente diversa per le forze speciali americane attualmente impiegate in Siria a supporto dei curdi siriani – che potrebbe accrescere le possibilità di uno scontro diretto fra Stati Uniti e l’Iran. A tal proposito non è affatto un caso se, nei giorni scorsi, il presidente Trump abbia dichiarato di voler mantenere alcune truppe in Iraq per lo stesso scopo: sfidare Teheran.

“Voglio tenere d’occhio l’Iran”

In un’intervista rilasciata al programma Face the Nation della Cbs, Trump ha sottolineato l’importanza per gli Stati Uniti di avere una base militare chiave in Iraq che, secondo lui, è cruciale per la sorveglianza delle attività della Repubblica islamica.

“Abbiamo speso una fortuna per costruire questa incredibile base, tanto vale mantenerla”, ha detto riferendosi alla base aerea di Ain al-Asad nell’Iraq occidentale, che ha visitato lo scorso dicembre. “E uno dei motivi per cui voglio mantenerla è che voglio osservare l’Iran, che è il vero problema”, ha sottolineato Trump nell’intervista trasmessa domenica. “Siamo stati in molte località del Medio Oriente in grande difficoltà, ognuna delle quali ha problemi per via della nazione terroristica numero uno al mondo, che è l’Iran”. Alla domanda se avesse pianificato di usare le forze Usa in Iraq per “colpire” l’Iran, Trump ha risposto: “No…tutto quello che voglio fare è poter guardare”. Immediata la replica del presidente iracheno Barham Saleh, che ha attaccato Donald Trump per i suoi commenti. 

L’avamposto americano nel sud della Siria

La medesima strategia vale per la Siria. Il luogo individuato dall’amministrazione americana per mantenere un piccolo contingente nel Paese è stato teatro, un paio di anni fa, di un pericoloso incidente che ha (quasi) portato allo scontro tra le forze statunitensi e iraniane. Si tratta di al-Tanfche, come spiega Mauro Indelicato su Gli Occhi della Guerra, è da almeno tre anni sede di un avamposto guidato dagli Usa, nel cui accampamento risultano essere presenti anche soldati di altre nazioni occidentali, Gran Bretagna e Norvegia in primis. Nato in funzione anti Isis, la base di al Tanf di fatto impedisce il ricongiungimento territoriale tra Siria ed Iraq.

Come spiega Indelicato, infatti, la base occupata dagli americani è di estrema importanza strategica perché sbarra di fatto la strada tra Damasco e Baghdad, impedendo fisicamente l’avvio del cosiddetto “corridoio sciita”, capace di mettere in comunicazione terrestre Siria, Iraq ed Iran.

Presenza dubbia sotto il profilo legale e costituzionale

C’è da dire che le le forze militari americane non sarebbero autorizzate a prendere di mira attori statali – come l’Iran – a meno che non siano attaccati e rispondano per difesa, come ha osservato su Foreign Policy Melissa Dalton del Centro per gli studi strategici e internazionali.

Per Matthew Waxman, professore alla Columbia Law School e già funzionario presso il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa e il Consiglio di sicurezza nazionale, la presenza degli Stati Uniti in Siria è stata per lungo tempo dubbia sotto il profilo costituzionale. “L’amministrazione Trump non ha offerto alcuna chiara giustificazione riguardo il diritto internazionale per gli attacchi aerei in risposta all’uso di armi chimiche di Assad”, ha sottolineato l’esperto.

Il problema del Presidente Trump sta nel fatto che, al fine di mantenere il piccolo contingente americano presso la base di al-Tanf in funzione anti-iraniana – ora che lo Stato Islamico sotto il profilo militare è stato sconfitto – dovrà con ogni probabilità ricevere l’autorizzazione del Congresso. “Il Congresso non ha autorizzato alcuna missione anti-Iran in Siria. La verità è che la base legale per la presenza militare degli Stati Uniti in Siria è piuttosto traballante” ha spiegato a Fp un collaboratore del Senatore Bernie Sanders. Riuscirà the Donald a superare quest’ostacolo?

2212.- ITALIANO, FINO ALL’ULTIMO RESPIRO.

Questi avventurieri al governo sono i nostri maramaldi. È la conseguenza, la fine naturale di un percorso che principia dall’unità calata dall’alto, impastato dell’ignoranza della massa, privo dei legami della coesione, del rispetto e dei valori comuni, scritto dalla politica di una casa regnante mediocre, che ci ha dato la vittoria di Pirro della Guerra Mondiale. Lo slancio d’orgoglio nazionale dei reduci dovette essere puntellato da una dittatura, che l’annullò con un’altra Guerra Mondiale, per noi, assurda. La Repubblica dei vinti, con la trama stupenda di principi della sua Costituzione ad attuazione differita, inattuabile, ha ridato voce all’ignoranza delle masse, senza coesione, sempre divise e senza culto e rispetto dei valori comuni, infine, neppure per quelli della fede cristiana. Squallidi tribuni profittano per il loro volgare tornaconto, dell’assenza dei valori comuni che fanno un popolo. Noi non ci vedremo mai, tutti insieme, nelle strade a indossare un gilet giallo.

Questo Non Stato, troppo ricco per non essere preda dei più forti e ingenuo, ha aperto loro i suoi confini, convinto di fare squadra. La demolizione iniziò con gli inganni di Di Pietro e terminò con gli inganni di Grillo. Questi di oggi sono meschini esecutori fallimentari, sostenuti sempre dalle masse ignoranti. Sorrido amaramente vedendo gli ignoranti che credono di salire sulla scala perché sgomitano, mentre la nave affonda.

2178.-Testimonianze dalla Francia

Roma antica, imperiale, forte del suo ordinamento, ha assorbito le culture dei suoi popoli e concesso templi a tutte le religioni. Le nostre civiltà sono nate nel Mediterraneo. Ognuno di noi porta in sé qualcosa dell’altro e questo ci chiama al rispetto. Abbiamo combattuto nei secoli, per il potere marittimo, contro i turchi, contro i conquistatori arabi, non contro gli arabi.

Chi comanda la finanza mondiale e chi domina il Sahel con la sua moneta vuole che siamo divisi in nome della religione, ma lo vuole per il suo tornaconto. Vuole che, attraverso questo mare, accogliamo nel disordine i fuggiaschi delle sue colonie, perché disordine sia. Tutto vuole e non sa più cosa. Non vincerà.

Dal blog “Medio Oriente e Dintorni. Storie, cultura e sport dal Medio Oriente e Dintorni” del nostro lettore Khalid Valisi, traggo questo breve articolo che ripubblico per il vostro piacere. Buon anno Khalid. Mario Donnini

 

Francia arabi

Testimonianze dalla Francia

 

Abbiamo chiesto ad Oussama Karfaoui, un ragazzo cresciuto in Italia ora a Parigi, di descriverci la sua esperienza in Francia, anche alla luce dei recenti avvenimenti che stanno scuotendo il paese in questi giorni.

 

K: Com’è vivere in Francia in questi giorni? È cambiato qualcosa in questi giorni o ormai il paese è tragicamente abituato?

O: Io sono venuto in Francia nel febbraio 2016 e il clima si era già fatto teso a causa dell’attentato del Bataclan. Ricordo che mi colpì molto la presenza dei militari fuori dalla moschea il venerdì, inizialmente non pensavo servissero per la nostra sicurezza.C’è da dire però che in Francia il terrorismo è staccato dal pregiudizio. Non ho notato infatti particolari cambi d’atteggiamento nei confronti di noi arabi, mentre in Italia la cosa è diversa. Secondo me il tutto è dovuto anche alla “mancanza di abitudine”, ci si conosce meno e di conseguenza è più facile l’equazione arabo-terrorista. Qui non basta un attentato per esser visti in modo diverso.

K: Cosa pensi dei “Gillet Jeunes”?

O: Inizialmente la protesta era legata solo al caro benzina ma poi si è allargata toccando il potere d’acquisto dei francesi. Gli immigrati sentono di meno questo provvedimento perchè tendenzialmente hanno meno entrate e, di conseguenza, meno tasse.

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K: Dove hai notato le più grande differenze fra il vivere in Italia e in Francia?

O: La velocità e il cibo. La prima però forse è dovuta anche al fatto che ora vivo a Parigi mentre in Italia sono sempre stato in una piccola città. Con la seconda però ho capito di essere davvero italiano dentro, rispetto a quelli nostrani, i cibi francesi sono senza gusto. Vedere i francesi mi ha fatto capire che il mio modo di pensare è assolutamente italiano al 100 %.

2177.- Siria: esercito turco e jihadisti attaccano Manbij, esercito di Assad e kurdi la difendono insieme

Trump finge di ritirarsi. Israele lancia missili sulla Siria. La Siria risponde. I kurdi chiedono a russi e regime di Assad di difendere l’integrità territoriale della Siria da Erdogan. L’impero globalista cerca la guerra come rimedio al suo fallimento…. Erdogan ne approfitta e tenta il bluff, ma ha motivo di temere e l’annuncio di Capodanno di Trump è: Il ritiro slitta di 4 mesi.

 Kurdi e arabi: «Non lasceremo che Erdogan ristabilisca l’occupazione ottomana sulle nostre terre»

[28 Dicembre 2018]

 

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Secondo un comunicato dell’Esercito libero siriano – nato per combattere contro il regime di Assad ma ormai diventato un’armata jihadista di mercenari al servizio della Turchia – è iniziata l’offensiva militare appoggiata dalla Turchia per conquistare la città siriana di Manbij, ad ovest dell’Eufrate, in mano ai combattenti kurdi e arabi della Forze democratiche siriane.

Evidentemente Erdogan sta accelerando la promessa invasione del nord della Siria per liberarsi dei kurdi progressisti del Rojava, ma il gioco rischia di essere davvero pericoloso perché qualche ora prima dell’annuncio dei mercenari dell’Esercito libero siriano l’esercito siriano di Assad aveva a sua volta annunciato di essere entrato a Manbij  per «proteggere la sovranità nazionale e far fronte non solo al terrorismo ma anche a tutti gli invasori e occupanti del suo territorio nazionale». Fonti russe sottolineano che la decisione è stata presa dopo che le milizie kurde delle Yekîneyên Parastina Gel (Ypg – Unità  di protezione popolare del Rojava) hanno chiesto al governo siriano di proteggere Manbij e altre zone del nord del Paese dall’invasione turca.

Sono le prime tragiche conseguenze del tradimento dei kurdi del Rojava e dei loro alleati arabi da parte del presidente Usa Donald Trump ma Quella che sta emergendo è un’inedita coalizione federalista  kurdo-araba siriana disposta ad allearsi con il regime e i russi per respingere l’invasione turca nel nord-est della Siria.  E se Mosca dovrà scegliere tra Assad e Erdogan, dopo 6 anni di sanguinosa e costosissima guerra contro il Daesh e l’opposizione islamista, l’appoggio ad Assad è quasi scontato.

Un’alleanza tra kurdi progressisti e regime  (che il Rojava non ha mai attaccato militarmente, ma criticato politicamente) è nelle cose dopo il tradimento usa, tanto che è stato il tema centrale della riunione che si è tenuta la settimana scorsa a Raqqa, l’ex “capitale” dello Stato Islamico/Daesh liberata dalle milizie kurdo-arabe delle Forze democratiche siriane (Sdf)  che doveva decidere come affrontare le minacce di invasione del nord della Siria da parte della Turchia. Al meeting, organizzato dal Consiglio democratico siriano e dal Partito del Futuro (opposizione di sinistra al regime di Bashir al Assad) hanno partecipato centinaia di rappresentanti di tribù kurde e arabe della regione.

Ibrahim al-Qeftan, presidente del Partito del Futuro siriano, ha ricordato che «Gli Stati Uniti sono venuti qui per i loro propri interessi. In realtà nessuno Stato difende gli interessi del popolo siriano. Le Forze democratiche siriane si sono battute e hanno liberato il nostro Paese dal terrorismo. Gli abitanti della regione non vogliono né il Daesh né l’Impero ottomano».

La copresidente del Consiglio democratico siriano (Msd), Ilham Ehmed, ha sottolineato: «Abbiamo fatto molto contro il terrorismo e per la ricostruzione. La ritirata americana non significa la ritirata della coalizione  internazionale dal nord-est e dall’est della Siria. I mercenari del Daesh costituiscono un pericolo per numerosi Paesi. D’altronde noi ne deteniamo un gran numero. Stiamo per affrontare una nuova fase, continueremo questo processo e e insisteremo perché il regime (di Assad, ndr) protegga la dignità della Siria. Tutto il mondo si chiede chi rimpiazzerà gli Usa dopo la loro ritirata. Noi rispondiamo che le Sdf sono sempre in prima linea nella guerra e che ci opporremo a ogni minaccia contro la sicurezza del nostro popolo».

La leader kurda dell’Msd ha avvertito l’Unione europea che «Se in Siria proseguiranno gli attacchi della Turchia e la guerra, proseguiranno anche le migrazioni verso l’estero. La presenza del Daesh in Siria costituisce un pericolo per l’Europa».  La Ehmed  ha poi puntato il dito contro le grandi responsabilità della Turchia per la guerra in Siria, evidenziando che «Ankara era alla testa del sostegno al Daesh e cerca di attizzare più conflitti nella regione. Noi non vogliamo la guerra sulla nostra terra. Abbiamo assicurato la sicurezza e la stabilità con il sangue dei nostri martiri. Abbiamo sofferto per le distruzioni, per l’esodo e per la morte. Non accetteremo nessun intervento che causi la distruzione delle nostre città. Le nostre forze hanno vinto il terrore che sciamava in tutto il mondo e si sono levate contro i mercenari. Noi abbiamo protetto gli altri Paesi dal Daesh e garantito la loro sicurezza. Discutiamo dell’avvenire della Siria con tutti i popoli della Siria».

Rispondendo a una domanda sulla visita di esponenti dell’Msd in Francia, Ilham Ehmed ha detto che «Abbiamo chiesto l’attuazione di una no-fly zone. Speriamo di averli guadagnati alla nostra causa. La Francia ha detto che si rifiuta di abbandonare i suoi partner della regione e di opporsi alla decisione Usa di ritirarsi. Pensiamo che i Paesi membri della coalizione si oppongano a questa decisione perché costituisce una minaccia e apre la via alla resurrezione del Daesh».

Cheikh Hamid El Ferec, rappresentante di una tribù araba, ha dichiarato: «Dobbiamo sostenere le Sdf che ci hanno liberato dal terrore e qui noi dichiariamo che ci batteremo contro Erdogan e i suoi alleati e difenderemo le nostre terre, Non lasceremo che Erdogan ristabilisca l’occupazione ottomana sulle nostre terre». Poi anche lui si è rivolto al regime siriano e a tutti i siriani perché «si oppongano alle minacce di occupazione proferite dalla Turchia. Dobbiamo liberare le regioni come Bab, Jarablus e Afrin. Sono dei territori siriani».

E aggiungo: Siriani come il Golan occupato da Israele. Erdogan gioca a fare il califfo e mi ricorda mia sorella quando ticchettava per casa con le scarpe della madre.

2166.- PER QUALE UNIONE EUROPEA ANDREMO A VOTARE? CON CHI STIAMO TRATTANDO IL NOSTRO FUTURO?

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Dice Cesare Sacchetti: “L’UE continua a tacere sullo Stato di polizia che si chiama Francia”; ma – aggiungo – L’UE continua a tacere sul carnefice dell’Africa, lo Stato coloniale che si chiama sempre Francia. L’UE continua a tacere sui 500 miliardi rubati da Parigi, ogni anno, alle sue ex colonie costrette a adottare il suo Franco africano CFA (1 EUR = 655,957 CFA), con cui i francesi aggiustano i numeretti del loro deficit con Bruxelles. È qui, nelle ex colonie francesi, che nasce l’emigrazione perché le amministra ancora la dittatura della Banca di Francia, peggiore di quella di Bruxelles, ma eguale e con gli stessi identici sistemi, finanziari e militari, di quelli usati in Francia dal III° Reich: identici! Non c’è nessuna Unione possibile in Europa con una potenza coloniale e ci sarà sempre più fuga degli africani da casa loro finché alla dittatura “parassita” di Parigi non sarà imposto il rispetto degli africani, delle loro ricchezze e, anche, degli europei. Grazie all’ UE, tutti i paesi della zona euro esercitano, di fatto, il neo colonialismo nell’Africa francofona. Intanto, gli italiani pagano il mantenimento degli schiavi fuggiaschi in nome dell’Unione e dell’accoglienza. La Libia da cui partono, è stata massacrata dai francesi perché Mu’ammar Gheddafi – pace alla sua anima – voleva eliminare il colonialismo francese. Qui vedete Kemi Seba, senegalese. Non è emigrato, ma lo vedete che brucia alcune banconote CFA e, perciò, è stato arrestato! Ma con quale Unione Europea stiamo trattando il nostro futuro? E Macron e Merkel vogliono l’esercito europeo! Dove, perché e contro chi manderanno a farsi ammazzare i nostri figli?????

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L’UE REGALA IL TRE PER CENTO A MACRON

2160.- ITALIANI DIVISI IN CASA

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Senza riandare ai Guelfi e ai Ghibellini, tuttavia e fin da allora, la divisività ha caratterizzato da sempre gli italiani. La mancanza di coesione intorno ai beni comuni e ai diritti fondamentali, così bene “racchiusi” nella trama dei principi della Costituzione, ha una sua madre nell’ignoranza, sospinta alla sua massima espansione dalla cultura relativistica e che ho visto espressa perfettamente dall’esca “Uno vale Uno” di Grillo. Dicevo “racchiusi” perché la Prima Parte della Costituzione, con i suoi principi violati, ha il sapore di un monumento, posto a rappresentare un anelito democratico che non ha e non poteva trovare attuazione nel prosieguo della vita della Repubblica. Non è un caso che molti cittadini, dimentichi del principio che il tempo non ritorna, ricerchino nel passato regime fascista, gli esempi di ordine sociale da riproporre. Lo affermo con cognizione di causa perché la condivisione del valori della nostra identità deve scaturire come effetto dall’attualità e dal dialogo democratico. Quel dialogo costituisce la linfa, così come il principio dell’alternanza costituisce la condizione della democrazia. La trama dei principi costituzionali è stata rivolta soltanto ai cittadini, ma sono mancati e tuttora mancano, la divulgazione e l’insegnamento della Costituzione. La politica è un feudo dei partiti: quei partiti che l’art. 49 Costituzione indica come lo strumento attraverso il quale i cittadini possono partecipare alla vita politica.

                                                                 Art. 49 

“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”

Quali sono le funzioni dei partiti politici:
– il cittadino, per essere eletto, non può farlo da solo ma deve essere candidato cioè presentato da un partito.
– formano il parlamento determinano la politica nazionale stabilendo l’ordine del giorno.
– indicano al presidente della repubblica la persona da nominare come presidente del consiglio.

248px-Charles_Montesquieu           Montesquieu nel 1728

Il potere non deve essere assoluto l’ideatore di questo principio fu Montesquieu a metà del ‘700.

Sono sei anni che rimarchiamo a qualsivoglia uditorio politico l’assoluta insufficienza della disciplina rappresentata da questo “per concorrere con metodo democratico” e l’urgenza di costituzionalizzare e non, semplicemente, di legiferare principi che costituiscano una disciplina dei partiti politici. I governi sono il motore della Repubblica e i partiti sono l’organo di trasmissione senza del quale i cittadini, rectius, il popolo sovrano è un corpo avulso dalla vita politica. Cominciamo a comprendere il perché dell’assenteismo dilagante e perché è mancata l’attuazione della Costituzione? Non era attuabile, meno che mai, con leggi ordinarie di chi, come, quando e perché. Voglio pensare che i padri costituenti fossero consapevoli di questo vulnus; ma erano essi stessi espressione dei partiti intitolatisi vincitori e, poi, la politica era altra cosa. È così che siamo giunti a consentire la stipula di trattati incostituzionali, in chiave anti-comunista, prima e globalista, poi e, infine, la permanenza in carica di istituzioni fedifraghe. Questa modesta, ma sofferta premessa scaturisce dallo stravolgimento della volontà popolare espressa dal referendum del dicembre 2016 e dalle elezioni politiche del 4 marzo.

Per fortuna, con la sconfitta del globalismo, volge al termine l’epoca delle maggioranze populiste, quindi, anche quella del sovranismo e, presto, anche quella dei presidenti della Repubblica partigiani dell’Ue globalista. Taccio i perché i nemici dello Stato nazionale, ma amici dei poteri finanziari, siano contrari al federalismo europeo. Il teatrino delle finte schermaglie con la Commissione europea, degli slogan e delle sbruffate, della lotta all’immigrazione incontrollata con un braccio solo è il risultato della ignoranza politica degli italiani. Il pensiero va alla firma, di sottecchi, del Patto Globale per i Rifugiati e all’ulteriore rinvio di quella sul Patto Globale per le Migrazioni, malgrado la netta, contraria volontà della maggioranza degli elettori e a Matteo Salvini, che è stato ambasciatore di tutte quelle voci che si sono levate a difesa della nostra identità, che pochi venduti, certamente, vorrebbero annullare.

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L’ONU sta con la finanza sovranazionale (sionista che sia o non) “Il Global compact è la legalizzazione delle migrazioni di massa”: Chi parla contro le migrazioni può essere arrestato, i giornali che le criticano possono essere chiusi. Non ci sarà più distinzione fra clandestini e rifugiati. L’ONU è la cabina di regia del globalismo immigrazionistache mira a tagliare i costi del lavoro. ONU e UE ci portano alla più bieca delle dittature, ma non solo: Per l’UE, gli italiani possono assorbire ancora 182 milioni di rifugiati climatici o economici che siano. E sapete perché 700.000 uomini circolano liberi di molestare e spacciare? Perché si sono dichiarati rifugiati.

Dicono che il Global Compact for Refugees (peggio del GCM) non è giuridicamente vincolante? Va o non va ratificato? Leggiamo, ancora, la Costituzione:

Art. 10.

“L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.”

 

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Ma chi ha dato i poteri alla plenipotenziaria che ha firmato? Il Parlamento non ha approvato e i trattati internazionali vanno ratificati perché lo dice la Costituzione e perché non sono sottoponibili a referendum.

Art. 80.

“Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi.”

Appunto, modificazioni di leggi. Condivido quanto afferma Vladimiro Giacché:

“Il problema principale da noi è che alcune istituzioni della Repubblica, più i media, fanno una politica opposta a quella governativa”. Di questo si deve tenere conto e concludo, in estrema sintesi: L’incubo della democrazia italiana rimane il difetto strutturale della partecipazione dei cittadini alla vita politica della Nazione.

2159.-Già Bakunin ci aveva inquadrato bene, noi italiani.

La Commissione Europea ha dovuto accettare la proposta del governo Conte per un obiettivo del rapporto tra deficit e Pil del 2,04% l’anno prossimo.

La proposta è stata rispedita al mittente perché venga finalizzato l’accordo e il Parlamento italiano dovrà ratificare il testo, ma a questo punto trattasi di una mera formalità. Lo Spread tra Italia e Germania si è ridotto sotto i 260 punti base e anche Sul Forex o mercato valutario l’euro dovrebbe trarre giovamento dalla situazione di distensione.

Perché è proprio la crescita il punto da molti giudicato più debole nella legge di bilancio? “Il fatto che le previsioni di crescita siano inferiori a quelle preventivate dovrebbe indurre a fare una manovra più espansiva” — dice al Sussidiario l’economista Vladimiro Giacché — preferibilmente corretta sul lato degli investimenti

Ma anche la Ue deve aprire all’Italia, secondo Giacché, perché le regole europee (“una ricetta per il disastro”) sono estremamente fragili e l’Europa “non sarebbe in grado di resistere a una nuova recessione severa”.

 

Anche se sul breve le notizie vengono percepite come positive dai mercati finanziari, non bisogna perdere di vista l’orizzonte a lungo termine. Presto gli operatori di Borsa potrebbero trovarsi di nuovo a discutere dei problemi del debito pubblico italiani.

Un obiettivo come quello sul deficit rimane solo un obiettivo e se il governo italiano andrà avanti con le sue misure di espansione fiscale e queste non contribuiranno come sperato al rilancio dell’economia dopo la frenata degli ultimi mesi, il tasso debito Pil potrebbe finire per espandersi nuovamente nel 2019.

la Commissione UE ha graziato l’Italia. Non avvierà una procedura di infrazione, nonostante Bruxelles giudichi la soluzione trovata dal governo sulla manovra “non ideale”.

Maurizio Blondet: Questo articolo dell’amico Nicolas Bonnal, saggista e cercatore squisito di verità nascoste,  merita il posto d’onore.

L’anarchico Mikhail Bakunin (1814-1876) visse a Napoli dal 1865,  dove fondò il giornale Libertà e Giustizia  e  aprì la sezione della Lega Internazionale dei Lavoratori. 

Sicuramente, quindi, ha visto di persona la riduzione del già prospero Meridione alla miseria. E’ impressionante vedere come l’Italia che descrive, saccheggiata, malmenata, disonorata da una oligarchia  occupante tutti i « posti » lucrosi, somigli alla nostra di oggi. « Meno di cinque anni di indipendenza sono bastati a rovinare le sue finanze, affondare il paese in una situazione  economica senza uscita, per  uccidere la sua industria, il suo commercio… ».

Impressionante constatare come, nonostante i pregiudizi progressisti  su Garibaldi e Mazzini –  essi non fanno velo a Bakunin nel giudizio, durissimo, sulla Consorteria che ha non « liberato », ma  preso l’Italia come una terra che ha spogliato,   riducendone  in rovina le finanze e lo spirito stesso.

Ancor più m’impresssiona constatare  che questa verità, che già appariva in tutta la sua aberrazione agli occhi di uno straniero intelligente, sia stata nascosta a noi italiani –  dalla storiografia ufficiale  o piuttosto propaganda di regime che è stata insegnata nelle scuole del regno e poi della repubblica.

Per sapere la degradante  verità, noi  abbiamo dovuto attendere un secolo e mezzo,  gli scavi originali negli  archivi di una generazione di storiche animose – di  Angela Pellicciari (Risorgimento da riscrivere, 1998) di Elena Bianchini Braglia (Risorgimento; le radici della vergogna, La storia esemplare della Brigata Estense – e soprattutto  il memoriale del poliziotto Filippo Curletti, l’uomo di mano del Cavour e del Farini La verità sugli uomini e le cose del Regno d’Italia, 2005, assolutamente da leggere); nonché la pubblicazione di La Rivoluzione Italiana (2000)  dello storico e parlamentare  irlandese Patrick O’Clery, testimone oculare a Porta Pia, e da ultimo i libri di Pino Aprile.

E ancor oggi,  questi libri che hanno rivelato come  il  Risorgimento sia stato un fatto  di opportunismo cinico di una classe dirigente ingorda quanto incapace,  di manipolazione del consenso e brogli elettorali, di ruberie senza  limiti de denaro pubblico di   partiti fin da subito contigui e   ammanicati alle cosche malavitose, di dipendenza servile allo straniero, di repressioni militari  disumane  –  non sono entrati ancora nella coscienza comune. L’0ligarchia (la Consorteria) ha ancora cura di bollare la Pellicciari come « revisionista » (poco meno che “negazionista”), la Bianchini Braglia è definita « pasionaria » dai media mainstream ;  le loro opere, semi-censurate (basta non recensirle su Repubblica e il Corriere, non citarle mai nei salotti  progressisti), sono  note solo a  pochi.

Dobbiamo constatare quindi che vige ancora la Menzogna Primaria sull’Italia, che Bakunin identificò.  Il regime oligarchico – permanente da monarchia savoiarda a repubblica della resistenza, da liberista a progressista – si regge  tuttora, diciamo, sulla « fake news » originaria.   Che fino a che non sarà dissipata, nessuna speranza di rinascita è possibile.

Infine, leggiamo Nicolas Bonnal.

Ogni volta “Lo stesso tema, la stessa constatazione : le cose, i problemi non cambiano da due secoli o quasi. Leggete la conclusione delle Memorie d’Oltretomba di Chateaubriand  (1849)  e siete già nel nostro mondo. Mondo unificato, mondo imbruttito, mondo anti-artistico, mondo decivilizzato, mondo di controllo, di denaro, di quantità. […]

I problemi dell’Italia sono vecchi e datano dalla sua  unificazione  « mancata » da una cricca  corrotta, quella   che la assoggetta via via all’Inghilterra (liberali, senatori, massoni), alla Germania, all’America e poi all’Europa.

Nel 1869 l’anarchico Bakunin già  rileva  questo magro bilancio :

« In nessun luogo  come in Italia si può meglio studiare il nulla del vecchio principio della rivoluzione esclusivamente politica, e della decadenza della borghesia, questa rappresentante esclusiva delle idee dell’89 e del ’93 e di ciò che si chiama ancor oggi patriottismo rivoluzionario.

« Uscita da una rivoluzione nazionale vittoriosa, ringiovanita, trionfante, avendo la fortuna tanto  rara di possedere  un eroe e un grand’uomo, Garibaldi e Mazzini, l’Italia, questa patria dell’intelligenza e della bontà, pareva dovesse superare in pochi anni tutte le altre nazioni in prosperità e grandezza. Le ha superate in miseria. »

E constata tristemente Bakunin :

« Meno di cinque anni di indipendenza sono bastati a rovinare le sue finanze, affondare il paese in una situazione  economica senza uscita, per  uccidere la sua industria, il suo commercio, e quel che è peggio, per distruggere nella gioventù borghese quello spirito di eroica devozione che aveva servito per oltre trent’anni come leva potente a Mazzini ».

Paese nato morto, come la nostra Europa della Fine dei Tempi (regna un’atmosfera da Kali Yuga, evoliana, nel  testo del gran Bakunin) o come la nostra Francia repubblicana,  la borghesia mondializzata segò il ramo del Risorgimento :

« Il trionfo della causa nazionale, invece di ravvivare, aveva schiacciato tutto. Non solo la prosperità materiale, lo spirito stesso era morto ;  e  si restava stupefatti a vedere questa gioventù di un paese politicamente  rinascente, vecchia di non so quanti secoli e che, non avendo dimenticato nulla, non aveva alcuna cura di imparare qualcosa ».

C’è già  la sete di poltrone che si è vista con la loro Europa :

« Non si può nemmeno immaginare – scrive Bakunin – quale immensa  libidine di posizioni sociali e di « posti » è stata  risvegliata in seno alla borghesia italiana . E’ così che è nata la famosa Consorteria [in italiano nel testo , ndr],  questa cricca borghese che,   essendosi impadronita di tutti i posti lucrativi,  malmena,  saccheggia, disonora oggi l’Italia, e che, dopo aver trascinato la patria italiana in tutte le pozze di fango possibili, l’ha fatta concludere ai disastri di Custoza, di Lissa e di Mentana ».

Gli stessi problemi (denatalità, declino culturale, militarismo, statalismo) si pongono nel 1890.  Lo scienziato francese Gustave Le Bon annota :

« Il principio di nazionalità,  così caro agli uomini di stato e di cui facevano il fondamento della loro politica,  forse ancora  citato fra le idee direttrici di cui bisogna  subire  la pericolosa influenza. La sua realizzazione ha condotto l’Europa alle guerre più disastrose, l’ha messa sotto le  armi e condurra tutti gli stati moderni alla rovina e  all’anarchia.  Il solo motivo apparente che si poteva invocare per difendere questo  principio era che i paesi più grandi e popolosi sono i meno minacciati.  Segretamente, si pensava che erano i più adatti alle conquiste ».

[..]  L’abilissimo Le Bon [1841-1931] fa  l’elogio di Small is beautiful :

« Oggi risulta che  sono precisamente gli stati più piccoli e  meno popolati : Portogallo, Grecia, Svizzera, il Belgio, la Svezia, i meno minacciati. L’idea dell’unità  ha rovinato l’Italia,   prima così prospera, al punto  che oggi essa è sull’orlo di una rivoluzione e di una bancarotta. Il bilancio annuo di tutti gli stati italiani, che prima della unificazione d’Italia  toccava i 550 milioni,  oggi raggiunge i 2 miliardi ».

E Le Bon sottolinea anche la debolezza dei paesi latini, corrotti da lustri, secondo  lui, dal verbalismo, il socialismo, l’anarchia e il cesarismo ! Ma è più complicato di  così. Perché questo secolo dell’unificazione è stato quello del regno della  quantità nel senso guénoniano, e si può dire che la   bella Germania,quella della musica e della filosofia, della poesia e del romanticismo,  è finita con la sua unità – che sboccò nell’industrialismo, il socialismo e il bellicismo che sappiamo.

Ancora Gustave Le Bon, come avesse previsto il nazismo :

« La  Germania moderna, nonostante le ingannevoli apparenze di prosperità, ne sarà indubbiamente la prima vitima, a giudicare dal successo delle diverse sette che vi pullulano. Il socialismo che la rovinerà sarà senza dubbio rivestito di formule scientifiche rigide, buone  per una società ideale che l’umanità non produrrà mai, ma questo ultimo figlio della ragion pura sarà il più intollerante e il più temibile di tutti i suoi fratelli maggiori. Nessun paese è  tanto pronto a subirla quanto la Germania. Nessuno ha  più perduto oggi iniziativa, indipendenza e abitudine a governarsi » (1894).

Fonti:

Nicolas Bonnal – Chroniques sur la Fin de l’Histoire (Kindle)

Le Bon- Lois psychologiques de l’évolution des peuples

Leopold Kohr- the Breakdown of nations

Bakounine_ Lettre aux rédacteurs du Réveil, à Paris, octobre 1869 (inédit)

 

 

 

2148.- L’existence de l’euro, cause première des « gilets jaunes »

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A quasi venti anni dal lancio dell’euro, il 1 ° gennaio 1999, la situazione della moneta unica europea è paradossale. Da un lato, il fallimento di questo progetto è ovvio, essendo riconosciuto dalla maggior parte degli economisti competenti, tra cui molti premi Nobel. D’altra parte, questo argomento è ora tabù in Francia, al punto che nessun politico osa affrontarlo a testa alta. Come viene spiegata questa situazione?

Près de vingt ans après le lancement de l’euro, le 1er janvier 1999, la situation de la monnaie unique européenne est paradoxale. D’un côté, l’échec de ce projet est patent, étant reconnu par la plupart des économistes compétents, dont de très nombreux prix Nobel. De l’autre, ce sujet est maintenant tabou en France, au point qu’aucun responsable politique n’ose plus l’aborder de front. Comment s’explique une telle situation ?

Nessuno collega l’attuale movimento dei “giubbotti gialli” al fallimento dell’euro. Tuttavia, l’impoverimento dello stragrande numero di persone, ne rappresenta il segno più evidente e deriva direttamente dalle politiche messe in atto per cercare di salvare, ad ogni costo, la moneta unica europea.

Il problema non è tanto qui, ma nella politica monetaria del quantitative easing, ovvero, nell’aumento della moneta in circolazione, praticata dalla Banca centrale europea, inefficace o insufficiente, fra l’altro, per aumentare la produzione, così come nelle politiche fiscali, ovunque richieste dalla Commissione di Bruxelles, volte ad aumentare le tasse e abbassare gli investimenti pubblici. Questi fattori hanno, certamente, finito col ripristinare i conti esterni di alcuni paesi allora deficitari. D’altra parte, ciò poteva avvenire solo al prezzo di una “svalutazione interna”, cioè di una drastica diminuzione del reddito, associata a un crollo della domanda interna. Di conseguenza, c’è stato un drammatico crollo della produzione nella maggior parte dei paesi dell’Europa meridionale e un tasso di disoccupazione molto alto, nonostante vi sia stato un massiccio esodo da questi paesi.

Personne ne relie le mouvement actuel des « gilets jaunes » à l’échec de l’euro. Or, l’appauvrissement du plus grand nombre, dont il est le signe le plus manifeste, découle directement des politiques mises en œuvre pour tenter de sauver, coûte que coûte, la monnaie unique européenne.
Il ne s’agit pas tant, ici, de la politique monétaire d’assouplissement quantitatif pratiquée par la Banque centrale européenne, peu efficace, au demeurant, pour relancer la production, mais des politiques budgétaires de hausse des impôts et de baisse des investissements publics, partout exigées par la Commission de Bruxelles. Celles-ci ont, certes, fini par redresser les comptes extérieurs de certains pays déficitaires. En revanche, ce fut au prix d’une « dévaluation interne », c’est-à-dire d’une diminution drastique des revenus, associée à un étranglement de la demande interne. Elles ont ainsi engendré un effondrement dramatique de la production dans la plupart des pays d’Europe du Sud et un taux de chômage resté très élevé, en dépit d’un exode massif des forces vives de ces pays.

La zona euro è ora quella il cui tasso di crescita economica è diventato il più basso del mondo. Le differenze tra i paesi membri, lungi dall’essere state ridotte, sono notevolmente aumentate. Invece di promuovere l’emergere di un mercato europeo dei capitali, la “moneta unica” è stata accompagnata da un aumento del debito, pubblico e privato, nella maggioranza delle nazioni. Ma l’esistenza stessa dell’euro, i cui effetti potrebbero essere nuovamente discussi, è ora diventata un argomento tabù. Mentre il suo collegamento con l’attuale scontento è ovvio, i sostenitori dell’euro mostrano i suoi benefici in gran parte illusori (tranne la facilità di viaggiare in Europa –senza soldi! ndr-). Si va tracciando un quadro apocalittico della situazione economica che prevarrebbe in caso di uscita dalla “moneta unica”, capace di spaventare i francesi che non hanno approfondito la questione.

La zone euro est désormais celle dont le taux de croissance économique est devenu le plus faible du monde. Les divergences entre les pays membres, loin d’avoir été réduites, se sont largement amplifiées. Au lieu de favoriser l’éclosion d’un marché européen des capitaux, la « monnaie unique » s’est accompagnée d’une montée de l’endettement, public et privé, de la majorité des nations. Or, l’existence même de l’euro, dont on pouvait autrefois encore discuter les effets, est maintenant devenu un sujet absolument tabou. Tandis que son lien avec le mécontentement actuel est manifeste, les partisans de l’euro font miroiter aux Français ses avantages largement illusoires (sauf la facilité de déplacement en Europe). Ils dressent un tableau apocalyptique de la situation économique qui prévaudrait en cas de sortie de la « monnaie unique », dans le but d’affoler des Français qui n’ont pas approfondi le sujet.

 

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Economistes contre l’euro et la baisse du pouvoir d’achat. Gli economisti, contro l’euro e contro il basso potere di acquisto.

 

Di fronte a tali argomenti, dobbiamo ora mostrare tutto ciò che l’euro ha causato in  Francia in termini di perdita e di crescita economica (crollo della sua quota di mercato in Europa e nel mondo; drammatico indebolimento del suo apparato industriale) . I francesi stanno già registrando cali del potere d’acquisto, dell’occupazione, della qualità del sistema pensionistico, della qualità dei servizi pubblici, ecc. Le politiche di “svalutazione interna”, che sono essenziali per mantenere l’euro, non sono state ancora pienamente attuate in patria, a differenza di altri paesi dell’Europa meridionale, ma stanno già provocando reazioni di rifiuto. Il movimento di “gilet gialli” è la conseguenza diretta.

Face à de tels arguments, il faut aujourd’hui montrer tout ce que l’euro a fait perdre à la France en matière de croissance économique (effondrement de ses parts de marché en Europe et dans le monde, affaiblissement dramatique de son appareil industriel). Les Français subissent déjà des reculs en matière de pouvoir d’achat, d’emploi, de retraite, de qualité des services publics, etc. Les politiques de « dévaluation interne », qui sont indispensables si l’on veut garder l’euro, n’ont pas encore été pleinement mises en œuvre chez nous, contrairement aux autres pays d’Europe du Sud, mais elles provoquent déjà des réactions de rejet. Le mouvement des « gilets jaunes » en est la conséquence directe.

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La BREXIT ha suonato la campana per questa Unione poco europea, i Gilets Jaune stanno celebrando il suo funerale in Francia, in Belgio, in Olanda, in Germania, in Bulgaria.

Avendo presenti queste argomentazioni, dobbiamo, quindi, spiegare ai nostri connazionali che il principale svantaggio dell’euro, per la Francia, è un tasso di cambio eccessivamente alto che inevitabilmente porta a una perdita di competitività della nostra economia, aumentando i prezzi e il costo del lavoro in Francia. rispetto alla maggior parte dei paesi stranieri. Evitiamo di confondere gli animi con l’idea di una possibile convivenza tra un franco restaurato e una “moneta comune”, dotata di tutti i suoi attributi, perché è un vicolo cieco: una tale moneta potrebbe essere validamente concepita come come una semplice “unità di conto”, analoga alla vecchia ECU. Per quanto riguarda la perdita di sovranità dovuta all’euro, se, pure, è chiaramente percepibile, resta un argomento teorico, lontano dalle preoccupazioni dei francesi, che sono particolarmente sensibili alla loro situazione concreta.

Il faut donc expliquer à nos compatriotes que l’inconvénient majeur de l’euro, pour la France, est un taux de change trop élevé qui engendre, fatalement, une perte de compétitivité de notre économie, en majorant les prix et coûts salariaux français vis-à-vis de la plupart des pays étrangers. Évitons de brouiller les esprits avec l’idée d’une coexistence éventuelle entre un franc rétabli et une « monnaie 2 commune », pourvue de tous ses attributs, car c’est une voie sans issue : une telle monnaie ne pourrait se concevoir valablement que comme une simple « unité de compte », analogue à l’ancien ECU. Quant à la perte de souveraineté due à l’euro, si elle est indubitable, il s’agit d’un sujet théorique, loin des préoccupations des Français, ceux-ci étant surtout sensibles à leur situation concrète.

A causa della mancanza di comprensione dei problemi reali, molti dei nostri compatrioti mantengono, per il momento, un timore, tuttora non dissipato, di fronte a qualsiasi ipotesi di sconvolgimento dello status quo, nel mentre i sostenitori dell’euro levano le loro grida ogni volta che il loro feticcio viene messo in discussione. Cosa fare in queste condizioni? Di fronte al malcontento dei francesi, è ovvio che nessuna politica di recupero della Francia sarà possibile se non riusciamo a ricreare una moneta nazionale il cui tasso di cambio sia adattato al nostro paese. Ma è anche certo che questo cambiamento deve essere fatto in condizioni che siano sia quelle vitali sia accettate dal popolo francese.

Faute d’avoir compris les vrais enjeux, beaucoup de nos compatriotes gardent ainsi, pour l’instant, une peur non dissipée vis-à-vis de tout bouleversement du statu quo, cependant que les partisans de l’euro poussent des cris d’orfraie à chaque fois que leur fétiche est remis en question. Que faire, dans ces conditions ? Face au mécontentement des Français, il est évident qu’aucune politique de redressement de la France ne sera possible si l’on ne parvient pas à recréer une monnaie nationale dont le taux de change soit adapté à notre pays. Mais il est également certain que ce changement doit être opéré dans des conditions qui soient à la fois viables et acceptées par le peuple français.

La prima di queste condizioni sarebbe quella di preparare una transizione fluida verso un post-euro, se possibile, parlandone con i nostri partner per organizzare una smantellamento concertato, ma, per il resto, prendendo l’iniziativa unilateralmente, dopo aver messo in atto misure appropriate per la nostra sussistenza. La seconda sarebbe quella di rendere chiari ai nostri connazionali i vantaggi di una “svalutazione” del franco recuperato, insieme ad una politica economica coerente, per controllare l’inflazione, come è avvenuto nel 1958 con il generale de Gaulle, poi nel 1969 con Georges Pompidou. E oggi l’inflazione è ancora meno da temere proprio a causa della sottoutilizzazione della nostra capacità produttiva. L’inevitabile perdita di potere d’acquisto, derivante dall’aumento di alcune importazioni, sarebbe solo modesta e temporanea, essendo molto rapidamente compensata dalla ripresa della produzione nazionale. Il debito pubblico del nostro paese non aumenterebbe perché sarebbe automaticamente convertito in franchi (secondo la cosiddetta regola della lex monetae che prevale nelle finanze internazionali). La Francia e i Francesi recupererebbero, così, le brillanti prospettive future che l’euro ha, finora, costantemente soffocato.

La première de ces conditions serait de préparer une transition harmonieuse vers un après-euro, si possible en discutant avec nos partenaires l’organisation d’un démontage concerté, mais sinon en prenant l’initiative de façon unilatérale après avoir mis en place les mesures conservatoires appropriées. La seconde serait de faire comprendre à nos compatriotes les avantages d’une « dévaluation monétaire » du franc retrouvé, accompagnée d’une politique économique cohérente, maîtrisant l’inflation, comme ce fut le cas en 1958 avec le général de Gaulle, puis en 1969 avec Georges Pompidou. Et l’inflation serait encore moins à redouter aujourd’hui en raison du sous-emploi de nos capacités de production. La perte inéluctable de pouvoir d’achat, résultant du renchérissement de certaines importations, ne serait que modeste et passagère, étant très rapidement compensée par le redémarrage de la production nationale. La dette publique de notre pays ne s’alourdirait pas, car elle serait automatiquement convertie en francs (selon la règle dite lex monetae qui prévaut en matière de finance internationale). La France et les Français recouvreraient ainsi les brillantes perspectives d’avenir que l’euro a, jusqu’à présent, constamment étouffées.

 

Tribune collective firmato da Guy BERGER, Hélène CLÉMENT-PITIOT, Daniel FEDOU, Jean-Pierre GERARD, Christian GOMEZ, Jean-Luc GREAU, Laurent HERBLAY, Jean HERNANDEZ, Roland HUREAUX, Gérard LAFAY, Jean-Louis MASSON, Philippe MURER, Pascal PECQUET, Claude ROCHET, Jean-Jacques ROSA, Jacques SAPIR, Henri TEMPLE, Jean-Claude WERREBROUCK, Emmanuel TODD. Traduzione libera, didascalie e illustrazioni di Mario Donnini.

2125. – Il giorno dopo dopo lo scontro navale fra russi e ukraini nello stretto di Kerch

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Innanzitutto, ecco un riassunto di ciò che è accaduto (inclusi i video) pubblicato da RT:

Aggiungo che al momento in cui è stato compilato questo rapporto (07:38 UTC), la nave da carico che impediva il passaggio sotto il ponte è stata rimossa, il traffico navale è ripreso e la situazione è tornata alla normalità.

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Detto questo, possiamo passare all’elemento più importante per capire cosa sta e cosa non sta accadendo: il Mar d’Azov e il Mar Nero, in un ottica militare russa sono “laghi russi”. Ciò significa che la Russia ritiene di dover eliminare qualunque e tutte le navi (o aeroplani) in questi due mari: sul Mar Nero l’aspettativa di sopravvivenza di ogni intruso dovrebbe misurarsi in termini di minuti, sul Mar d’Azov in pochi secondi. Permettetemi di ripetere, anche qui, che qualunque e tutte le navi che vengono dislocate nel Mar Nero e nel mare di Azov vengono rilevate e tracciate dalla Russia e che tutte queste possono essere facilmente distrutte in pochi secondi. I russi questo lo sanno, gli ucraini lo sanno e, naturalmente, l’”Impero” lo sa. Ancora una volta, teniamo presente questo dato quando cerchiamo di dare un senso a quello che è successo.

Terzo punto, il fatto che le acque in cui si è verificato l’incidente appartengano o no alla Russia è del tutto irrilevante. Tutti sanno che la Russia considera come proprie queste acque e che quanti non intendono riconoscerlo hanno a loro disposizione una infinità di possibilità per contestare la legalità della posizione russa. Cercare di violare con le navi da guerra questi due mari che la Russia considera propria area vitale è semplicemente irresponsabile e francamente, semplicemente stupido (specialmente considerando il punto precedente). Questo è semplicemente ciò che non ci si dovrebbe aspettare da nazioni civili (e ci sono molti esempi di acque contestate sul nostro pianeta).

DDG 64 USS CarneyL’USS Carney, DDG64 a Odessa

Considerando i sondaggi a una singola cifra sull’attuale popolarità di Poroshenko e il fatto che non ha probabilità di essere rieletto (almeno non in elezioni minimamente credibili) il fatto che il regime di Ukronazi a Kiev abbia deciso di scatenare ancora un’altra crisi, per, poi, incolpare di questo la Russia, è un fatto negativo. L’ultimo cosa, veramente, di cui ha bisogno la Russia è un’altra crisi, specialmente, prima dell’incontro fra Putin e Trump, al vertice del G20 di Buenos Aires, che aprirà domani. Infatti, i blogger ucraini hanno immediatamente visto questa ultima provocazione come un tentativo di evitare le prossime elezioni.

Allora, cosa accadrà dopo?

 

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Il G20 del 2018 si terrà domani 30 novembre e il 1º dicembre 2018 nella città di Buenos Aires, in Argentina. Sarà la tredicesima riuniune del Gruppo dei Venti (G20). Sarà la più rovente, più di quella del 2009 che vide le maggiori potenze economiche mondiali affrontare la più grave crisi finanziaria del dopoguerra. Oggi, in cima alle preoccupazioni dei leader politici, degli economisti e degli osservatori internazionali c’è lo scontro sino-americano sul commercio: una tenzone cui il resto del mondo assiste con inquietudine viste le ripercussioni che può avere sulla crescita economica globale.

 

Bene, le opzioni più probabili sono solo un altro Ukie che borbotta “l’aggressione russa” con la speranza che questo:

a) aumenti il ​​valore del regime di Poroshenko agli occhi dell’Impero e

b) mandi all’aria la prevista riunione di Trump-Putin.

Non sono sicuro che a Poroshenko venga data la possibilità di annullare semplicemente le elezioni. Sì, non può vincere, ma l’Impero può sostituirlo. Non solo, ma l’annullamento definitivo delle elezioni sarebbe un disastro PR (a volte, viene scelto dai “figli di buona donna” dell’Impero come, ad esempio, Mahmoud Abbas). C’è ancora una buona possibilità che la dieta degli Ukronazis sentendosi come se non avesse niente da perdere, possa fare questo passo senza precedenti.

Da un punto di vista militare, qualunque sorta di operazione militare, ancorché limitata, dell’Ukronazi contro Russia, Novorussia, Crimea o contro il ponte di Kerch costituirebbe  un suicidio, ma, dal punto di vista della politica sarebbe molto vantaggiosa poiché  consentirebbe a Poroshenko di:
a) addebitare alla Russia tutti i problemi dell’Ucraina;
b) richiedere ancora più sostegno per poter “resistere all’aggressione russa “.
Il problema di questa opzione è che, da numerosi segnali, risulta che molti militari ucraini non se la sentono di combattere i russi in questo momento  (per esempio: si guardi a come tutti i soldati dell’Ukie hanno dato forfait in Crimea; anche i rapporti del blog del “Colonnello” Cassad “, dicono che delle tre navi che tentarono di violare la linea di demarcazione russa, almeno una era comandata da un ufficiale disposto a consegnare, volontariamente, ai russi la sua nave; e, infine, sembra che un marinaio ukraino sia stato fucilato perché si era rifiutato di aprire il fuoco contro i russi).
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È uno degli eventi più recenti nella storia della Federazione Russa o dei russi in quanto russi. Vale la pena di ricordare che domenica gli Ukronazis hanno mandato alcune altre navi, ovviamente perché dessero appoggio alle unità intercettate dai russi, ma non appena i russi hanno interdetto il passaggio e i Su-25 e Ka-52 russi sono apparsi nei cieli, si sono arrestate immediatamente e alla fine hanno lasciato la scena. Lo hanno fatto eseguendo un ordine o perché non erano disposti a morire? Non lo scopriremo mai.

Tirando le somme, c’è una possibilità molto reale di una guerra su vasta scala contro la Russia. Sì, gli Ukronazis sarebbero durati un paio di giorni, ma tenete presente che il loro obiettivo non sarebbe vincere, ma forzare la Russia in un’operazione militare aperta che l’intero “Occidente alleato” dovrebbe condannare come è accaduto per l’attacco alla Georgia l’08.08.08. (sapete bene come si sono comportati , in nome della “solidarietà”, durante la sceneggiata di Skripal). Per quanto riguarda i leader dell’impero anglo-sionista, essi sarebbero ben lieti di combattere la Russia, fino all’ultimo soldato ukraino, questo lo capiamo tutti.

Infine, lasciate che mi rivolga a quanti potrebbero pensare che la Russia in qualche modo abbia reagito in modo eccessivo o non avrebbe dovuto usare la forza. Innanzitutto, vorrei ricordare che stiamo parlando di navi armate e militari, non di barche da pesca. In secondo luogo, gli Ukronazis hanno, letteralmente, sognato ad occhi aperti di abbattere questo ponte ancor prima che fosse costruito. Allora, in che modo i russi avrebbero potuto sapere che quelle navi non erano piene di esplosivi?  In terzo luogo, vorrei ricordare che alcuni mesi fa gli Ukronazis inviarono alcune piccole navi militari a passare sotto il ponte. In quella prima occasione, chiesero il permesso e imbarcarono un pilota russo che li guidasse nell’attraversamento dello stretto. Eppure il regime di Kiev presentò l’evento come una grande “vittoria” contro i Moskal. Questa volta stava cercando di sgattaiolare senza chiedere. Se i russi li avessero lasciati, cosa pensate che avrebbero osato la prossima volta?

La verità è che il regime ucraino sostiene da anni di essere in guerra contro la Russia, che la Russia ha invaso l’Ukraina, che tutti coloro che si oppongono al regime o prendono la parola, financo dicendo la verità fondamentale, sono “agenti del Cremlino / FSB”. La cosa divertente non è che sia la prima volta nella storia di questo paese che la Russia sia accusata di fare una guerra alla quale non ha mai preso parte – è molto più ridicolo non che gli Ukronazis sostengano di essere in guerra con la Russia, ma che abbiano avuto una crisi di isterismo quando una delle loro (minuscole) navi è stata arrestata per aver violato il confine russo. C’è una guerra in corso o no ?! Che diavolo stavano pensando quando hanno cercato di forzare il passaggio ?!

Nota: Non vi è alcun dubbio su questo fatto: al personale militare ucraino viene chiesto perché combattono nel Donbass. Rispondono “perché i russi sono lì”. Poi viene loro chiesto perché non stiano * combattendo in Crimea e loro rispondono “perché i russi sono veramente lì !!”. In conclusione: tutti sanno molto beneche non ci sono forze russe in Novorussia]

Come provi che la controparte è uno “stato aggressore”? Semplice – costringendolo ad attaccarti. Considerando la “cecità selettiva” dell’Occidente collettivo, il fatto che tu sia stato il primo a usare la forza non farà assolutamente alcuna differenza (di nuovo, rivedi 08.08.08).

È ovvio che il regime nazista a Kiev si è venuto a trovare in una via senza uscita e che, se non ricorresse a una di queste azioni drammatiche, Poroshenko sarebbe già spacciato. La maggior parte della ghenga che lo circonda non è disposta a fare di più, specialmente se Timoshenko dovesse ottenere la presidenza (cosa che potrebbe accadere se l’Impero decidesse di dirlo a Poroshenko). Per loro le opzioni sono lasciare l’Ucraina o affrontare un periodo di carcere molto serio (all’incirca, la stessa situazione che Saakashvili ha dovuto affrontare).

Ci stiamo avventurando in un periodo di tempo molto pericoloso, quello in cui un regime Nazista totalmente corrotto è determinato a combattere con ogni stratagemma possibile pure di salvarsi. Se questo si tradurrà in una acutizzazione delle ostilità verso la Novorussia o la Russia è cosa impossibile da prevedere, ma noi dobbiamo tenere in conto che questa è una ulteriore possibilità.

Fonte: The Saker, traduzione Mario Donnini

 

A chiunque appartengano il Mare d’Azov e lo stretto di Kerch,dal punto di vista militare,fanno parte della zona vitale della Russia, resa più vitale dalla pressione esercitata dalla NATO a ridosso delle frontiere russe da Nord a Sud

 

Il presidente dell’Ucraina Petro Poroshenko

 

Aggiornamento: Lunedì 26 Novembre alle 11:11UTC:

Si è avuta l’impressione che Poroshenko abbia incontrato dei problemi seri nella Rada. Non sorprende che quasi tutte le parti politiche abbiano compreso immediatamente a cosa sarebbero andate incontro e abbiano categoricamente respinto il testo presentato da Poroshenko. Si sono limitate a adottare una nuova versione più blanda del provvedimento, nella quale la legge marziale verrà introdotta soltanto per un mese, anziché due e hanno riconfermato che le elezioni si terranno secondo quanto previsto. Così il nostro “favorito” Uber-perdente Poroshenko ha fallito di nuovo con il suo piano e noi, in questo frangente, dobbiamo guardarci da qualche altra iniziativa folle, perché il regime non cadrà senza rumore. Restiamo in guardia!