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1912.-“Jacques Attali, l’eminenza grigia che guadagna milioni con le ONG”. Da Ilaria Bifarini

Queste figure sataniche possono prosperare se hanno importanti connivenze.

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ONG, finanza e migranti. Il caso Jacques Attali

Conosciuto come l’eminenza grigia della politica francese dai tempi di Mitterand e noto per il suo ultraeuropeismo, Jacques Attali è l’uomo che ha scoperto Macron, presentandolo al presidente Hollande del quale è diventato consigliere.

A lui viene attribuita la paternità di una frase molto esplicativa sul sentimento elitarista : “Ma cosa crede, la plebaglia europea: che l’euro l’abbiamo creato per la loro felicità?”.

Meno nota è invece un’altra affermazione dell’illustre economista, professore, finanziere e a lungo consigliere di fiducia dell’Eliseo: “La forma di egoismo più intelligente è l’altruismo”.

La filantropia, questo vezzo umanitarista che sembra contagiare gli uomini di maggiore successo, non ha risparmiato Jacques Attali, che nel 1998 fonda l’associazione no profit Planet Finance.

Certo, il nome tradisce un po’ da subito quello che dovrebbe essere il fine umanitario di questa organizzazione che opera in 60 Paesi e offre servizi e consulenze di tipo finanziario, microfinanza per l’esattezza.

Finita nell’occhio del ciclone per il trattamento economico “schiavistico” riservato agli stagisti cui si richiedevano requisiti di prim’ordine, la società cambia nome e diventa Positive Planet, evocando nel nome la positività del modello economico di cui si fa portatrice.

Tra i suoi obiettivi ci sono “l’inclusione economica, sociale e ambientale in tutto il mondo in modo sostenibile ed equo.” Come? Rendendo possibile l’accesso ai servizi finanziari da parte dei Paesi più poveri.

La sua mission è infatti quella di “combattere la povertà attraverso lo sviluppo della microfinanza.” Per realizzarla si serve di otto unità specializzate, compresa un’agenzia di rating di microfinanza.

L’organizzazione è così efficiente da aver ricevuto un premio per l’80a migliore ONG del mondo secondo il Global Journal nel 2013. Nello stesso anno ha realizzato un fatturato (chiffre d’affaires) di 2 251 000,00 €.

Gli organi societari annoverano nomi di grande peso sul piano politico ed economico mondiale.

Da Jacques Delors al ministro degli Affari esteri dell’Oman, passando per partner di colossi della consulenza come Ernst & Young e Bain, fino al presidente di Microsoft International.

Dulcis in fundo, il cofondatore di questa ramificatissima Ong è il bengalese Muhammad Yunus, il padre del microcredito moderno.

Grazie all’appoggio di illustri sostenitori, come i Clinton e Bill Gates e con il sostegno della stessa Banca mondiale, nei primi anni Ottanta creò in Bangladesh la Grameen Bank, un istituto finanziario che concedeva denaro alle persone più indigenti, impossibilitate ad avere accesso al credito.

Come già riscontrato in uno studio condotto sulla Cambogia, in cui analizzando la frequenza e le modalità di emigrazione della popolazione è emersa una correlazione diretta tra espansione del microcredito e aumento dei flussi migratori verso l’estero, anche qui i prestiti concessi si tramutarono in un incentivo all’emigrazione per la popolazione locale.

Il Bangladesh è infatti paese di origine di circa un decimo dei migranti che ogni anno arrivano in Italia (oltre 10 mila nel solo 2017).

Ed è proprio qui che è nato il business dei cosiddetti “migration loans”, i prestiti per finanziare i viaggi dei migranti, gestiti dalla BRAC (Bangladesh Rural Advancement Commitee), leader nel settore e la più grande ONG al mondo, che opera anche in Asia e in Africa (Leggi anche Microcredito e migrazioni di massa: la finanziarizzazione della disperazione).

Una commistione molto fruttuosa quella tra ONG, migranti e finanza, un vaso di Pandora ancora da scoperchiare del tutto e che ci riserverà incredibili sorprese. Fonte Bocconiana (bella e )redenta. Potete trovare tutta l’inchiesta sul libro: I coloni dell’Austerity: Africa, neoliberismo e migrazioni di massa.

ONG, finanza e migranti. Il caso Jacques Attali

Conosciuto come l’eminenza grigia della politica francese dai tempi di Mitterand e noto per il suo ultraeuropeismo, Jacques Attali è l’uomo che ha scoperto Macron, presentandolo al presidente Hollande del quale è diventato consigliere.

A lui viene attribuita la paternità di una frase molto esplicativa sul sentimento elitarista : “Ma cosa crede, la plebaglia europea: che l’euro l’abbiamo creato per la loro felicità?”.

Meno nota è invece un’altra affermazione dell’illustre economista, professore, finanziere e a lungo consigliere di fiducia dell’Eliseo: “La forma di egoismo più intelligente è l’altruismo”.

La filantropia, questo vezzo umanitarista che sembra contagiare gli uomini di maggiore successo, non ha risparmiato Jacques Attali, che nel 1998 fonda l’associazione no profit Planet Finance.

Certo, il nome tradisce un po’ da subito quello che dovrebbe essere il fine umanitario di questa organizzazione che opera in 60 Paesi e offre servizi e consulenze di tipo finanziario, microfinanza per l’esattezza.

Finita nell’occhio del ciclone per il trattamento economico “schiavistico” riservato agli stagisti cui si richiedevano requisiti di prim’ordine, la società cambia nome e diventa Positive Planet, evocando nel nome la positività del modello economico di cui si fa portatrice.

Tra i suoi obiettivi ci sono “l’inclusione economica, sociale e ambientale in tutto il mondo in modo sostenibile ed equo.” Come? Rendendo possibile l’accesso ai servizi finanziari da parte dei Paesi più poveri.

La sua mission è infatti quella di “combattere la povertà attraverso lo sviluppo della microfinanza.” Per realizzarla si serve di otto unità specializzate, compresa un’agenzia di rating di microfinanza.

L’organizzazione è così efficiente da aver ricevuto un premio per l’80a migliore ONG del mondo secondo il Global Journal nel 2013. Nello stesso anno ha realizzato un fatturato (chiffre d’affaires) di 2 251 000,00 €.

Gli organi societari annoverano nomi di grande peso sul piano politico ed economico mondiale.

Da Jacques Delors al ministro degli Affari esteri dell’Oman, passando per partner di colossi della consulenza come Ernst & Young e Bain, fino al presidente di Microsoft International.

Dulcis in fundo, il cofondatore di questa ramificatissima Ong è il bengalese Muhammad Yunus, il padre del microcredito moderno (ovvero di un sistema di piccoli prestiti destinati ad imprenditori troppo poveri per ottenere credito dai circuiti bancari tradizionali.ndr).

Grazie all’appoggio di illustri sostenitori, come i Clinton e Bill Gates e con il sostegno della stessa Banca mondiale, nei primi anni Ottanta creò in Bangladesh la Grameen Bank, un istituto finanziario che concedeva denaro alle persone più indigenti, impossibilitate ad avere accesso al credito.

Come già riscontrato in uno studio condotto sulla Cambogia, in cui analizzando la frequenza e le modalità di emigrazione della popolazione è emersa una correlazione diretta tra espansione del microcredito e aumento dei flussi migratori verso l’estero, anche qui i prestiti concessi si tramutarono in un incentivo all’emigrazione per la popolazione locale.

Il Bangladesh è infatti paese di origine di circa un decimo dei migranti che ogni anno arrivano in Italia (oltre 10 mila nel solo 2017).

Ed è proprio qui che è nato il business dei cosiddetti “migration loans”, i prestiti per finanziare i viaggi dei migranti, gestiti dalla BRAC (Bangladesh Rural Advancement Commitee), leader nel settore e la più grande ONG al mondo, che opera anche in Asia e in Africa.

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Una commistione molto fruttuosa quella tra ONG, migranti e finanza, un vaso di Pandora ancora da scoperchiare del tutto e che ci riserverà incredibili sorprese. Fonte Bocconiana redentaPotete trovare tutta l’inchiesta sul libro: I coloni dell’Austerity: Africa, neoliberismo e migrazioni di massa.
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1890.- Misteriosa morte di un giornalista che investigava sui finanziamenti di Soros ai gruppi antifa in Europa

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Bechir Rabani, giornalista indipendente morto suicidato. É evidente che aveva scoperto cose che non doveva sapere né divulgare. Proprio per questo ci attendiamo che si indaghi più a fondo prendendo debite precauzioni, sì perché quando ti ammazzano significa che hai preso un pesce molto grosso.
Da Controinformazione.info

Sembra ormai sulla via dell’archiazione la morte del giornalista investigativo Bechir Rabani, che si era infiltrato nei gruppi violenti di sinistra come gli antifas ed era stato trovato morto nel dicembre 2017, poco dopo aver presentato delle denunce sui finaziamenti occulti del finanziere globalista George Soros a queste organizzazioni.

Bechir Rabani, 33 anni, di origine palestinese, con passaporto svedese, era un giornalista indipendente e blogger molto conosciuto in Svezia per le sue inchieste e per le sue rivelazioni circa le collusioni fra i settori dell’alta finanza e le organizzazioni pro immigrazione che operano in Europa. Alcune delle sue inchieste avevano suscitato reazioni ed attacchi dagli ambienti della sinistra mondialista e dai media ufficiali che lo accusavano di “complottismo”.

I sui amici avevano scritto di lui “”Bechir era un combattente caparbio che ha sperato nella giustizia e che senza esitazione ha difeso tutti quelli che non potevano o non osavano. Ricorderemo Bechir per la sua energia, la sua forza trainante e non da ultimo per il suo lavoro”.

Poco prima della sua strana morte Rabani aveva rivelato che era in procinto di svelare i legami di corruzione che collegavano Soros con il produttore televisivo e presentatore, Robert Aschberg, un personaggio molto conosciuto in Svezia . Robert Aschberg, pochi giorni prima della morte di Rabani, risulta che aveva rifiutato una intervista con lui e aveva fatto minacciare il giornalista tramite la moglie.

Di fatto Rabani aveva promesso di disporre di prove per mettere in luce il lavoro occulto di Soros ed i sui piani per destabilizzare l’Europa.

Bechir Rabani, giornalista libero
Il popolare presentatore e showman televisivo, Robert Aschberg (su cui Rabani stava indagando per i suoi collegamenti con Soros), membro del consiglio di amministrazione dell’Expo Foundation, multimilionario, è il nipote di Olof Aschberg, un banchiere ebreo che finanziò i bolscevichi nel 1917 e dai quali fu nominato (per riconoscenza) direttore della Banca internazionale Ruskonbank. Questo personaggio, ex maoista in gioventù, si dedicava alla caccia ai così detti “trolls” antimigrazione che, secondo lui, diffondevano falsità contro i migranti, utilizzava la TV per mettere all’indice gli oppositori antiglobalisti e praticava forme di intolleranza contro qualsiasi dissidenza contro la linea mondialista ed immigrazionista della sistema politico svedese.

Secondo la polizia, il giornalista Rabani è stato trovato morto in circostanze sospette. Facilmente l’inchiesta sulla morte del giornalista sarà archiviata come suicidio da barbiturici o per morte naturale, considerando “naturale”la morte di un giovane di 33 anni pieno di energia e di voglia di lottare in prima persona contro le possenti organizzazioni globaliste che, in Svezia, come in Europa, gestiscono i grandi media, la finanza e i principali partiti politici.

Nota: Di fronte ad un mondo di giornalisti prostituiti al potere, Bechir Rabani era un esempio di valido di un uomo che non si era piegato alle offerte di soldi e carriera ma che si era dedicato alla ricerca della verità. A suo rischio e pericolo.

Fonti: TheTruth Seeker Culture-wars.com. Traduzione e nota: Luciano Lago

1887.- Minacce a bordo, sos, mail: così i ministri si dividono sul ruolo delle motovedette. L’allarme dalla Vos Thalassa: dobbiamo salvare l’equipaggio.

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Questa è la triste storia della Vos Thalassa, dove due, dico due “facinorosi” MINACCIANO l’equipaggio della nave se non vengono portati in Italia. Ma, prima di leggere la vera storia di questa operazione grottesca, iniziata in area SAR libica, cerchiamo di capire di chi è, che nave è e cosa fa in Libia la Vos Thalassa?
Il caso vuole che Vos Thalassa sia dello stesso armatore genovese della Vos Hestia, usata dall’ONG Save the Children, già perquisita in passato ed oggi alla fonda a Porto Said (Egitto), in attesa d’intervenire come un avvoltoio. La Ong ha cambiato nave ma non il suo scopo, perché la Vos Thalassa fa servizio sulle coste libiche, “ufficialmente”, per il campo petrolifero della TOTAL ed è un rimorchiatore, cargo commerciale. Ma perché, se è un rimorchiatore, porta sulle fiancate in caratteri grandi RESCUE ZONE in campo giallo (vedete la foto?)? RESCUE ZONE di chi? Della TOTAL? ma non è francese? Un’altra domanda: E’ la prima operazione di trasbordo migranti cui questo rimorchiatore partecipa? E trasbordo da che? Questo è un gommone dei mercanti di esseri umani o dei migranti, se vi piace. Guardate. Ha un solo motore fuoribordo da 40 HP soltanto e non vedete taniche di carburante e rifornimenti di acqua e cibo per raggiungere l’Italia. Questo gommone contiene 100 persone. Il tragitto per l’Italia è di 500 Km e, con quel motore di 40 HP, a circa 7 Km.h, verrebbero coperti in 3 giorni! Quindi, vanno all’appuntamento con gli scafisti e, dopo qualche foto di finto naufragio,…! Come ampiamente ipotizzato, alla fine, la pirateria a bordo della Vos Thalassa è stata ampiamente ridimensionata, come dichiara il portavoce dell’armatore Vroon. Quindi si può presupporre una mossa orchestrata per giustificare il trasbordo sulla Diciotti.

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Leggo che Toninelli e la Guardia Costiera italiana sarebbero caduti nel tranello, esattamente, come due polli. Ridicolo il fatto che DUE soli immigrati possano tenere in ostaggio un INTERO EQUIPAGGIO, buffonerie cattocomuniste coi due attori pagati per sostenere la parte. I due si faranno qualche giorno di carcere per poi essere rimpatriati, come da copione. Se andrà bene l’impresa (sbarco degli immigrati), rivedremo a iosa la farsa della “rivolta a bordo”. Ma lasciateci il dubbio che la rivolta sia stato solo lo stratagemma escogitato per mettere in atto il piano concordato con il capitano collaborazionista….
In effetti e’ scontato che, portati davanti ad un giudice italiano, saranno subito lasciati liberi, con GPS e telefonino wifi. Caro Toninelli siamo alla frutta se 2 (due) clandestini possono impossessarsi di una nave, che sia Italiana o no. Così… non potendo più sbarcare, si ingegnano a farli entrare a dosi omeopatiche: prima la nave cargo Maersk; poi Enavmedfor; poi la nave danese Samuel Beckett dell’Operazione Sophia; poi, ancora, l’operazione Pontus; poi nave Diciotti e nave Dattilo; poi le minacce etc.
A vederle, queste navi e la Vos Thalassa sembrano fatte apposta per i migranti.

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Per me, sono comunque imputabili anche gli uomini della nave Vos Thalassa, per il loro modo scorretto di operare in zona SAR libica, e se poi ripenso ai circa 860 clandestini che quell’equipaggio e quella nave porto’ in Italia tempo addietro, io darei l’ergastolo a tutto l’equipaggio.
Ma chi sono i 67 o 66 africani ribelli e da dove fuggono?

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Ha ragione Salvini. Violenti in carcere e riportati in Libia o dove sono nati, guerre o non guerre. Navi Diciotti e Dattilo, le navi della loro avventura siano dedicate a questi rimpatri. Non riesco a pensare a cosa sarà delle nostre città fra un anno, con questi violenti, tutti in grado d’uccidere con le sole mani.
No amici, non può funzionare così. Mentono in troppi!!!! Per la narrativa ufficiale del mainstream, i migranti sono “naufraghi”. Non sono degli strani naufraghi quelli che una volta soccorsi, salgono a bordo di una nave, il Von Thalassa, si ribellano contro i soccorritori e li minacciano di morte? Ieri mi chiedevo: Vorrei che il Governo riferisse al Parlamento. Se la vos Thalassa è intervenuta in acque dell’area SAR libica, come si è coordinata con Tripoli? E Roma e Tripoli,quali procedure hanno seguito? I rivoltosi erano solo 2 o 67?Sono stati arrestati ed espulsi?
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Ed eccomi esaudito.

Sono le comunicazioni «bordo-terra» tra la nave Vos Thalassa e la Guardia costiera italiana a raccontare che cosa è accaduto marcando la distanza tra il ministro dell’Interno Matteo Salvini e quello delle Infrastrutture Danilo Toninelli su come intervenire per i 67 migranti recuperati al largo della Libia che viaggiano adesso verso le nostre coste. Una traversata che fino alla tarda serata di ieri aveva ancora una meta ignota visto che il Viminale non ha comunicato il porto di sbarco.
Il salvataggio notturno
A mezzanotte di lunedì i migranti sono a bordo del rimorchiatore che li ha soccorsi nelle acque antistanti la Libia. Dal centro di Roma viene intimato di portarli verso Tripoli dove saranno recuperati da una motovedetta della guardia costiera locale. Dalla Vos Thalassa arriva il primo messaggio per chiedere aiuto. «Alle 22 la nave è partita per il punto di incontro con la motovedetta libica. Alle 23 circa qualcuno dei migranti in possesso di telefoni e Gps ha accertato che la nave dirigeva verso sud. I migranti in gran numero dirigevano verso il marinaio di guardia chiedendo spiegazioni in modo molto agitato e chiedendo di poter parlare con il comandante. Lo stesso, impaurito e accerchiato, contattava il ponte via Vhf. I migranti hanno accerchiato a questo punto l’ufficiale chiedendo spiegazioni e manifestando un forte disappunto, spintonando lo stesso e minacciandolo… In questa situazione di pericolo il primo ufficiale cercava di calmare le persone dicendogli che a breve saremmo tornati indietro… Una volta informato il comandante e l’ufficio la nave ha invertito la rotta. Il primo ufficiale tornava in coperta per rassicurare i migranti che nuovamente lo accerchiavano e lo spintonavano. Le loro richieste risultano chiare ad un possibile intervento libico ci sarebbe stata una reazione non certo pacifica. Per tranquillizzare la situazione abbiamo dovuto affermare che verrà una motovedetta italiana».
La nave libica
Dalle Infrastrutture viene avvisato il Viminale, Salvini fa sapere che non autorizzerà lo sbarco della Vos Thalassa «perché ha anticipato l’intervento dei libici che erano già stati allertati». Alle 14.41 di lunedì arriva una nuova richiesta di aiuto: «La situazione sta degenerando a bordo. Le persone danno segni di agitazione chiedendo insistentemente quando verranno recuperati. Da parte nostra richiediamo una tempestiva soluzione a questa situazione che potrebbe degenerare ancora». Non accade nulla, tre ore dopo c’è un nuovo sos di un manager della società che scrive alla Guardia costiera: «Siamo seriamente preoccupati per l’incolumità del nostro equipaggio e della nostra nave. Il Vos Thalassa ha salvato la vita di 66 persone (anche se la versione ufficiale parla di 67, ndr) circa 24 ore fa e non ha ancora ricevuto alcuna assistenza. Pochi minuti fa è arrivata una motovedetta libica incaricata di riportare i migranti in Libia. È evidente che appena i migranti se ne renderanno conto reagiranno in malo modo. La Diciotti è a 45 miglia nautiche. Vi chiediamo di coordinarvi con la Guardia costiera libica e ritardare il trasferimento per consentire alla Diciotti di arrivare in modo che le operazioni di trasbordo potranno avvenire in sicurezza. Non possiamo permetterci di mettere a repentaglio la vita del nostro equipaggio che ha il diritto sacrosanto di tornare a casa dalle proprie famiglie».
Le versioni dei ministri
Danilo Toninelli autorizza la Diciotti, nave della Guardia costiera, a prendere i migranti a bordo «per motivi di ordine pubblico». Salvini è contrario, ribadisce a Toninelli che «la Guardia costiera italiana non può sostituirsi a quella libica». Informa il premier Giuseppe Conte e l’altro vice Luigi Di Maio. «I responsabili delle minacce di morte all’equipaggio dell’imbarcazione Vos Thalassa saranno fermati e arrestati», chiarisce Toninelli. Intanto la Diciotti affianca la Vos Thalassa, viene effettuato il trasbordo. Alle 16 di ieri il Viminale rende nota la nazionalità dei 66 migranti. Sono Pakistan, Marocco, Algeria, Bangladesh, Ciad, Egitto, Ghana, Libia, Nepal, Palestina, Sudan e Yemen. «In quale di questi Paesi c’è la guerra?», chiede Salvini con un tweet. Nella stessa nota si specifica che «i due accusati di essere facinorosi, sono un ghanese e un sudanese», per sottolineare che non esisteva un reale pericolo.
10 luglio 2018 | di Fiorenza Sarzanini, CORRIERE DELLA SERA – DI SOLA LETTURA

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Com’è andata in realtà.

1856.- LIBIA: UNA SERIE DI INIZIATIVE UMANITARIE IN STRETTA SINERGIA CON OPERAZIONI MILITARI.

Libia migranti

Nei momenti di maggiore crisi del fenomeno, anzi, del traffico migratorio, nell’Unione Europea, si è parlato spesso di un piano che preveda una serie di iniziative umanitarie in stretta sinergia con operazioni militari. In prima linea dovrebbe esserci l’Italia i cui governi di questi ultimi anni hanno deciso di subire questa invasione, ma non potrebbero mancare Francia e Germania, che si sono attribuite il ruolo di direttorio e, naturalmente, gli USA. In pratica, possiamo ragionevolmente ipotizzare che il traffico di esseri umani e la schiavitù dei migranti “economici” africani, prigionieri dei trafficanti, in Libia, diventerà un nuovo business dei poteri finanziari mondiali, attraverso ONG occidentali, Agenzie Umanitarie ONU e – immancabile – l’Organizzazione Mondiale per l’Immigrazione (International Organization for Migration o I.O.M.), ma non rappresenterà l’obbiettivo principale. Quando si confrontano i diritti umani con gli interessi delle lobby finanziarie e petrolifere, l’ipocrisia la fa da padrona, come viene sempre denunciato.
In pratica, dovrebbe trattarsi di una duplice joint operation, sinergica, umanitaria e militare, fra le Nazioni Unite, l’Unione Africana e l’Unione Europea, ufficialmente, per salvare gli immigrati africani intrappolati in Libia, obbiettivo più che secondario, inevitabilmente, rispetto a quello di comporre le ambizioni dei paesi che intendono assicurarsi il controllo della Libia e dei suoi immensi giacimenti di petrolio e gas naturale, sottratti all’egemonia dell’Italia, che ai tempi di Muhammar Gheddafi – pace all’anima sua – godeva, attraverso l’ENI, di una posizione di monopolio sullo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi libici.

Quindi e se USA, Russia, Gran Bretagna, Francia, Egitto e Germania trovassero un punto di accordo, assisteremmo a una serie di iniziative umanitarie in stretta sinergia con operazioni militari. Saranno rivolte, anzitutto, agli immigrati e rifugiati presenti nei campi di detenzione o, meglio, di concentramento esistenti in Libia e a questi sarà fornita l’assistenza umanitaria. Insieme a queste iniziative, assisteremmo a operazioni militari congiunte per smantellare le reti dei trafficanti di esseri umani e dei contrabbandieri del petrolio libico e, forse, con l’occupazione militare, si potrà garantire una stabilità alla Libia; ma chi conosce la Libia e la storia delle sue tribù, quata garanzia è pura utopia. La Libia è ingovernabile, così com’è, tuttora, sconvolta dalla guerra civile. È così dal 2011, da quando, cioè, Francia, Gran Bretagna e USA decisero di opporsi al progetto finanziario del Dinaro Oro di Muhammar Gheddafi creando una falsa Primavera Araba e assassinando il Colonello. La sua morte brutale ha creato in Libia il caos e non so quanto potranno avvalersene coloro che l’hanno voluta. Così, è tutto da verificare se trarranno vantaggio dal dilagare del terrorismo salafita di origine saudita in tutto il Nord Africa e nell’Africa Occidentale.

Regna l’assoluto riserbo sui contingenti militari dei Paesi già presenti in Libia e se si partirà da questi per estirpare i trafficanti di esseri umani e i contrabbandieri del petrolio. Quanto all’obbiettivo di stabilizzare la Libia, possiamo affermare, senza ombra di dubbio,che si tratti di una chimera. Molto dipenderà dal Generale Khalifa Belqasim Haftar, che comanda il Consiglio nazionale di transizione libico. Haftar non è proprio amico dell’Italia, che insieme agli Usa, sostiene al-Sarray. Macron ha tentato il colpo gobbo, con l’incontro dei due opponenti libici all’Eliseo, ma i fatti dicono che l’iniziativa ha avuto scarso successo, a parte confermare la nullità della nostra diplomazia e la nostra assenza.

in tutto questo, degli immigrati ridotti in schiavitú si parla poco e niente.

La proposta della duplice joint operation costituisce un’altra iniziativa della Francia, fino a ieri, sostenuta dalla Germania. Prendendo come pretesto la sicurezza degli immigrati si vuole anche incontrare l’ondata montante di dissenso fra gli europei contro i flussi migratori. I migranti, partiti da casa con i portafogli ben forniti, sono stati fortunati perché o li hanno “salvati” le ONG dalle onde del mare o saranno “salvati” dai loro aguzzini dalle truppe della joint operation. Ora, saranno, prima, espulsi e, poi, rimpatriati “a domanda” e con un mucchietto di euro in mano, verso i Paesi d’origine.
Anche “secondo gli osservatori africani, parlare di rimpatrio volontario è un eufemismo, in quanto è chiara l’intenzione dei Paesi europei di non accogliere gli immigrati africani intrappolati in Libia. Dinanzi a questo netto rifiuto gli immigrati non avranno altra scelta che accettare i rimpatri assistiti. Il IOM ha dichiarato di essere in grado di rimpatriare 10.000 immigrati”: nulla! Secondo notizie fornite dal sito di informazione africano “Slate Afrique”, 3.800 immigrati sono già stati rimpatriati dalla Libia. Notizia confermata dal Presidente della Commissione UA, Moussa Faki Mahamat, precisando che si trattava di immigrati ritrovati in un campo di detenzione vicino a Tripoli, quindi di più facile accesso rispetto agli altri campi di detenzione conosciuti.

Contatti non ufficiali sono avvenuti con alcuni Paesi africani disponibili ad accogliere i rifugiati presenti in Libia dietro cospicuo compenso finanziario per ogni rifugiati accolto. Come saranno accolti e integrati? Non interessa a nessuno. Anche in questo caso, i rifugiati rappresentano semplicemente un ottimo affare che non ha che fare con l’ostentata solidarietà panafricana e, d’altra parte, è evidente che, per concretezza, dovremmo parlare di chi li ha ingannati e di loro, che si sono fatti ingannare.
Ora, di fronte all’entità dell’invasione in atto, non si può più parlare di migrazione e, ancora meno, di integrazione e l’esigenza primaria è di diminuire la pressione migratoria sull’Europa. Uno dei problemi che sono stati abilmente nascosti dai media occidentali è l’impossibilità di integrare e assimilare le culture africane, con le loro superstizioni, i loro sacrifici umani rituali, le vendette, i saccheggi, il cannibalismo delle tribù e dei popoli sub sahariani e, poi, le mattanze islamiche e lo sgozzamento di noi infedeli. L’Europa rischia di diventare un altro Sudafrica, dove prevarranno le orge di ultraviolenza degli africani, la cultura dei riti di stregoneria ancestrali, il cannibalismo e altre schifezze dei selvaggi. Ma nessuno ne parla. Un minimo di informazione metterebbe a conoscenza di tutti la mattanza dei bianchi in Sudafrica, oppure, di come e con quali riti le mafie nigeriane governano il territorio…in Italia!

A causa dell’ostilità francese, ogni intervento militare o umanitario italiano in Libia non è attuabile. Da O L’Indro : “Alcuni osservatori africani nutrono il dubbio che la proposta di rimpatrio avanzata da Parigi sia stata anche pensata per impedire una qualsiasi presenza italiana in Libia e per evitare un rafforzamento politico di Roma che andrebbe a favore degli interessi petroliferi di ENI, nemico numero uno del Governo e delle multinazionali petrolifere francesi che si stanno facendo largo in Libia.” Invece, per interrompere il traffico di esseri umani dei trafficanti e il contrabbando e rimpatriare i loro detenuti, è necessario l’ordine militare e, fino a che ci sarà guerra civile, non potrà essere libico.
“Ma le operazioni di rimpatrio non sono così facili come da più parti si lascia intendere. A spiegarcelo è ‘African Slate’ in un articolo del 1° dicembre. «Si stima che vi siano dai 400 ai 700.000 immigrati africani intrappolati in Libia. Il Governo di Tripoli assicura che vi sono 42 campi di detenzione ma sappiamo che ve ne sono molti di più. In questi campi ufficiali vi sarebbero circa 15.000 immigrati, ma la maggioranza di questa massa di disperati soggetti ad ogni tipo di violenza e sopruso sono detenuti in campi segreti controllati dalle milizie vicine al Governo di Accordo Nazionale GNA e al Primo Ministro Fayez al-Sarraj. Questi detenuti sono fonte di guadagno per queste milizie e per il GNA che chiedono riscatti alle famiglie o li vendono come schiavi. Gli immigrati sono divenuti un lucroso commercio per Tripoli e le sue milizie, gestito da un network malavitoso che va al di la degli scafisti, semplici collaboratori». Stiamo parlando delle stesse milizie con le quali l’Italia fece accordi?

1836.- Il Code Civil (1804) e il diritto di famiglia

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Parliamo spesso della famiglia naturale, secondo il principio dell’amore cristiano e mi sovviene una sua fondamenta giuridica della Francia imperiale: Il
Code Civil, di Napoleone.

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Il 21 marzo 1804, con la legge del 30 ventoso anno Xii, dopo una lunga e complessa fase di elaborazione, vide finalmente la luce il Code Civile des francais. Come già evidenziato da eminenti giuristi, il dezza in primis, nel prescrivere l’ abolizione della vigenza delle fonti normative civilistiche antecedenti, la predetta legge delineava, simbolicamente, il momento di passaggio tra due grandi epoche della storia giuridica: dall’ età del diritto comune si passava infatti all’ età della codificazione.
Tre anni più tardi, il decreto imperiale 3 settembre 1807, assegnerà al Codice Civile l’ ossequiosa denominazione di Code napolèon, che sarà mantenuta fino alla caduta dell’imperatore, e ripresa solo da napoleone III per poi assumere definitivamente il nome di Code Civil. Con oltre due secoli di vita, tutt’ oggi vigente, anche se con ovvi “restauri”, rappresenta una vera e propria opera d’ arte nella storia giuridica europea. Si tratta infatti di un testo normativo che ancora costituisce il cardine del sistema delle fonti francesi e che fa parte del patrimonio culturale-giuridico dell’europa continentale. Più in particolare il Codice Civile del 1804 contraddistinto secondo una matrice tipicamente illuminista, da un linguaggio, comprensibile, immediato e semplice, risultava composto da 2281 articoli distribuiti in tre libri preceduti da un titolo preliminare, rubricato de la publication, des effets et de l’application de lois en general. La struttura era sostanzialmente non difforme da quella presente nei progetti elaborati in età rivoluzione sotto la guida di Cabàcères, che a sua volta si ispirava alla antica tripartizione romanista, persone cose-azioni, di radice gaiano-giustianea. In ordine poi ai contenuti, i punti che maggiormente qualificavano e qualificano il Code napolèon erano rappresentati dalla disciplina del ruolo e dei diritti dell’ individuo, con particolare riguardo alla proprietà e all’ autonomia negoziale, nonché dalla strenua difesa della famiglia considerata nucleo essenziale della società e dello Stato.
Ed è proprio con riguardo a quest’ ultimo istituto che il legislatore napoleonico, al fine di fronteggiare i numerosi problemi sociali che attanagliavano la francia di quegli anni, ha reintrodotto alcuni principi conservatori e autoritari. Nel testo del 1804, quello oggetto del nostro esame, il diritto di famiglia era posto sistematicamente nel primo libro, des personnes (artt. 7-515), i cui undici titoli disciplinavano: lo stato civile, il matrimonio, il divorzio, la paternità, la filiazione, l’ adozione, la patria potestà e la tutela. La predetta collocazione non appare una scelta causale. infatti la disciplina napoleonica, nella materia in oggetto, era tesa alla creazione di basi normative atte a diffondere e soprattutto a creare l’idea di una famiglia “forte”, fondata su un solido principio di autorità. insomma una “forte famiglia” come nucleo fondante di un “forte Stato”, con la peraltro inevitabile conseguenza della reintroduzione, come detto, di principi autoritari che si era tentato, solo qualche anno prima, di superare. Va peraltro sottolineato che in alcune materie i principi “rivoluzionari” vennero preservati, in quanto considerati indispensabili per la salvaguardia del principio di laicità dello Stato.

tale conservazione riguardava la disciplina dello stato civile, la secolarizzazione del matrimonio e il divorzio. Peraltro vanno rammentate le nuove scelte legislative, sostanzialmente uniformate a principi autoritari, in tema di patria potestà, figli naturali e posizione giuridica della donna. In particolare la patria potestà veniva restaurata pressoché integralmente con l’ attribuzione di ampi poteri direttivi e correzionali. i figli naturali non erano più equiparati ai figli legittimi e perdevano la qualifica di eredi a pieno diritto. inoltre per superiori ragioni di stabilità sociale, veniva introdotto il divieto di ricerca della paternità naturale. Per quel che atteneva poi la posizione della donna, l’ art. 213 poneva la stessa sotto la tutela giuridica del marito al quale doveva obbedienza. La tutela maritale si esplicava attraverso una serie di specifici istituti tra i quali l’autorizzazione del marito necessaria alla moglie per stare in giudizio, vendere beni e accendere ipoteche. inoltre era il solo marito l’amministratore dei beni dotali e comuni. Per quanto invece atteneva al regime patrimoniale, il codice, garantita una generica libertà di stipulare convenzioni particolari, delineava due modelli tipici: il regime dotale (molto diffuso nella francia meridionale e in normandia) e la comunione dei beni (molto diffuso nella francia settentrionale). Nel caso in cui i coniugi non avessero operato alcuna scelta a riguardo, trovava automatica applicazione la comunione dei beni. Coerentemente con la scelta volta alla creazione di una famiglia stabile e autoritaria, il divorzio, disciplinato dagli artt.li 229-311, pur essendo comunque previsto, veniva ridotto a istituto sostanzialmente eccezionale. Le sette cause statuite dalla legislazione rivoluzionaria erano ridotte a tre (adulterio, condanna a pena infamante, eccessi -sevizie ed ingiuria grave). era previsto anche il divorzio per mutuo consenso, ma si trattava di una via particolarmente ardua da percorrere, visto gli adempimenti che tale scelta comportava. infatti il tribunale era impossibilitato a pronunciarsi prima di un anno e la richiesta non veniva ammessa nei primi due anni di matrimonio ovvero dopo venti. Non era ammessa nemmeno se il marito aveva meno di 25 anni e la moglie meno di 21 o più di 45, ed era richiesto il consenso dei genitori o degli ascendenti. inoltre il mutuo consenso doveva essere manifestato quattro volte in un anno. A puro titolo di curiosità va ricordato che il divorzio, soprattutto quello per mutuo consenso, venne difeso contro la maggioranza dei membri
del Consiglio di Stato, dallo stesso napoleone. qualcuno sostenne per interesse personale … Come ben può comprendersi si tratta di un argomento
che meriterebbe maggiore approfondimento, in quanto, a prescindere da quelle che possono essere le scelte legislative più eclatanti, il Codice Napoleone ha gettato le basi per il moderno diritto di famiglia. non si può quindi non provare ammirazione per una tale opera, non solo per i principi in essa contenuti ma anche, soprattutto, per le doti di chiarezza, razionalità perfezione tecnica e linearità di struttura che la contraddistinguono.

[Avv. Christian Serpelloni]

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1831.- Ecco perché nessuno vuole Savona al Tesoro, sia Bruxelles che la BCE (e Banca d’Italia?), mentre sarebbe la soluzione per l’Italia! di Maurizio Blondet

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Ecco perché nessuno vuole Savona al Tesoro, sia Bruxelles che la BCE (e Banca d’Italia?), mentre sarebbe la soluzione per l’Italia!
di Maurizio Blondet

Guido Carli firmò nel 1992 il decreto su Maastricht. Il suo delfino era Paolo Savona, protegee di Cossiga, un altro sardo “uomo di potere”. Cossiga fu lo stesso che poi NON volle Draghi al governo, rifiutando di riallocarlo a Palazzo Chigi da direttore generale del Tesoro (ovvero la stessa direzione che poi firmò i contratti diciamo capestro sui derivati in nome e per conto dell’Italia, non fosse perché negli anni sono costati circa 47 miliardi di euro ai contribuenti), preferendogli Romano Prodi. Il motivo del niet di Cossiga dipendeva dal fatto che Draghi fu sorpreso sul Britannia appena prima delle privatizzazioni italiane imposte dall’estero a seguito di Tangentopoli (…). Non aggiungo altro, se non rilevare la successiva, fulgida carriera di Mario Draghi a livello globale.
Forse, non casualmente, oggi Draghi è uno dei più acerrimi rivali (dovrei forse dire nemici) di Paolo Savona.

Quando Guido Carli firmò il trattato di Maastricht si dice – quanto meno ci sono soggetti molto ben informati che sottintendono di non avere dubbi (…) – che siano stati inseriti protocolli riservati concordati con l’EUropa (leggasi Francia e Germania) all’atto della firma italiana del trattato, visto che l’Italia accettava la conversione di un enorme debito contratto in valuta debole, la lira, trasformandolo in valuta forte, l’euro. Secondo alcuni autori, tali protocolli segreti, si suppone, avrebbero dunque a determinate condizioni regolamentato e soprattutto permesso l’uscita dalla moneta unica (cfr. Rinaldi, Agosto 2013 e 2015).

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Tali protocolli, più volte emersi in forma ufficiosa, come ipotesi, sulla stampa, ma mai confermati (né smentiti, come da prassi per i protocolli riservati) fanno regolarmente capolino. In breve, si ritiene che, se applicati oltre che confermati/esistenti, mai sarebbe dovuto succedere quanto accaduto nel 2011 e poi ancora oggi, ovvero, l’Italia non sarebbe dovuta, MAI! essere ricattata dall’EU in forza del debito eccessivo ereditato in lire. Pena l’uscita dalla moneta unica.

Chiaramente questa versione andrà verificata col tempo e, soprattutto, con gli eventi là da venire (…).

La cosa buffa è che, sembrerebbe, tali accordi riservati – se esistenti, … – siano stati “dimenticati” da Banca d’Italia e Ministero del Tesoro per tanti anni, visto che delle persone di allora – era il 1992 – solo Savona resta in vita per poterselo ricordare di persona, essendo stato uno che ai tempi sedeva nella stanza dei bottoni (essendo braccio destro del potentissimo Guido Carli).
Ecco, forse, spiegato perché Savona al Ministero del Tesoro, oggi, non lo vuole nessuno, in quanto, prendendo la direzione del dicastero, potrebbe invocare la riproduzione degli accordi riservati che, se esistenti (…), dimostrerebbero che ci sono soggetti informati, magari anche i governatori della Banca d’Italia, gli unici a poterli richiamare in forma ufficiale assieme al presidente della Repubblica.
Non sono nelle condizioni di aggiungere altro., se non ricordare il contenuto della Costituzione, all. Art. 1 (quello che Gianni Riotta non conosce per intenderci).

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Questa versione, ripresa da eminenti commentatori nel recente passato e mai smentita, spiegherebbe la volontà di non permettere solo ed esclusivamente ad un singolo soggetto – Paolo Savona – di prendere in mano il Tesoro italiano, che per altro ha anche la titolarità dell’oro nazionale messo a riserva (negli USA).

Se e solo se (…) Savona potesse richiedere la riproduzione di tali accordi cosa succederebbe? Da una parte chi li avesse nascosti rischierebbe anche l’alto tradimento, se non altro per i danni fatti al Paese. Dall’altra l’EU verrebbe messa sul banco degli imputati come strumento neocoloniale. Per non parlare della richiesta di danni da parte italiana, ca va sans dire che l’austerità terminerebbe nottetempo e probabilmente anche la moneta unica avrebbe i giorni contati.

Un cataclisma.

Per tale ragione la salute di Paolo Savona è un asset di interesse nazionale, da preservare.

MD

da scenarieconomici.it

1798.- Contratto di Governo Lega e 5 Stelle: i punti chiave

Movimento 5 Stelle e Lega hanno definito il “contratto per un governo del cambiamento”: a Di Maio e Salvini gli ultimi ritocchi, poi consultazione tra gli elettori e scelta del premier.

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Quasi chiuso il contratto di programma tra Lega e Movimento 5 Stelle per un nuovo Governo di “alleanze”. Circa 40 pagine programmatiche, che toccano temi di vario genere, dalla Cultura all’Ambiente, dall’Università all’Agricoltura, dalla Previdenza alla Giustizia. Il testo sintetizza le posizioni dei due partiti e attende il placet dei leader, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, su alcuni aspetti ancora da definire. Stralciata l’uscita dall’Euro, tra i punti in programma ci sono alcune conferme rispetto alla prima bozza:
Sussidio di disoccupazione per indigenti (“reddito di cittadinanza”), pari a 780 euro a persona.
La misura si configura come uno strumento di sostegno al reddito per i cittadini italiani che versano in condizione di bisogno; l’ammontare dell’erogazione è stabilito in base alla soglia di rischio di povertà calcolata sia per il reddito che per il patrimonio. L’ammontare è fissato in 780,00 Euro mensili per persona singola, parametrato sulla base della scala OCSE per nuclei familiari più numerosi. A tal fine saranno stanziati 17 miliardi annui.
Riduzione tasse (“flat tax”), con due aliquote IRPEF al 15% e 20% per i lavoratori (persone fisiche, partite IVA e famiglie) e una al 15% per le società. Per le famiglie è prevista “una deduzione fissa di 3mila euro in base al reddito”.
La parola chiave è “flat tax”, caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali. Punto di partenza è la revisione del sistema impositivo dei redditi delle persone fisiche e delle imprese, con particolare riferimento alle aliquote vigenti, al sistema delle deduzioni e detrazioni e ai criteri di tassazione dei nuclei familiari.
Pensione di cittadinanza a chi vive sotto la soglia minima di povertà.
La nostra proposta è rappresentata da un’integrazione per un pensionato che ha un assegno inferiore ai 780,00 euro mensili, secondo i medesimi parametri previsti per il reddito di cittadinanza.
Espulsioni immigrati irregolari e centri per il rimpatrio, con dettagli ancora da definire.
Vincolo parlamentari, che decadono se si iscrivono ad un partito diverso da quello con cui è stati eletti.
Comitato di riconciliazione, ossia un governo ombra per risolvere le controversie interne alla coalizione, che oltre a premier e ministri interessati include i due leader di partito e i capigruppo.
Le questioni legate all’Europa (revisione trattati..) restano da definire. Così come la scelta del premier. Secondo indiscrezioni, tanto Di Maio quanto Salvini sarebbero ancora in lizza per ricoprire l’incarico.

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TAV Torino-Lione si farà.

Pensioni: stop Legge Fornero
Ecco uno stralcio dall’ultima bozza.

Riforma Pensioni, l’ipotesi M5S-Lega rilancia la quota 100
15 maggio 2018
Daremo fin da subito la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100, con l’obiettivo di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti.
Inoltre è necessario riordinare il sistema del welfare prevedendo la separazione tra previdenza e assistenza.

Prorogheremo la misura sperimentale “opzione donna” che permette alle lavoratrici con 57-58 anni e 35 anni di contributi di andare in quiescenza subito, optando in toto per il regime contributivo. Prorogheremo tale misura sperimentale, utilizzando le risorse disponibili.
Iter
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella valuterà il programma soltanto a contratto sottoscritto dai due leader di partito. Tutte le bozze vengono considerate tali e pertanto non valutate. I tempi non sono però immediati.

Dopo i ritocchi di Salvini e Di Maio, il Movimento 5 Stelle sottoporrà il programma al voto degli iscritti sulla piattaforma Rousseau, la Lega svolgerà invece una consultazione interna al centrodestra (con modalità da definire).

1792.- Perché la Turchia ha sostenuto l’attacco missilistico statunitense in Siria?

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Il ruolo della Turchia nella guerra in Siria è controverso sin dall’inizio. Dall’iniziale sostegno a Stati Uniti e NATO allo scontro con la Russia, il “malato d’Europa” recentemente compiva una svolta drammatica verso Russia e Iran, ritirando la richiesta di uscita di Assad dal potere. Fin dalla svolta politica, la Turchia ha cooperato con Russia ed Iran nei processi di pace di Sochi e Astana per porre fine alla guerra. E proprio quando questi piani iniziavano a dare frutti, la Turchia compiva un’altra svolta “salutando” l’attacco missilistico USA in Siria per il presunto attacco chimico del governo siriano, in sostanza smentito. Poi si vide Ankara respingere la richiesta di Mosca di consegnare Ifrin, che la Turchia controlla, al governo siriano, arrogandosi invece autorità e tempistica per consegnarla non al governo siriano, ma al popolo d’Ifrin, come recentemente affermato da Erdogan. Tale svolta aveva luogo nonostante Mosca abbia recentemente avviato una centrale nucleare in Turchia; la Russia è stata accomodante sin dal riavvicinamento cogli interessi di Ankara in Siria, permettendole le operazioni militari contro i gruppi curdi sostenuti dagli Stati Uniti, con la Turchia profondamente interessata ad acquistare piattaforme antiaeree S-400 russe. Ciò che spiega svolta e scopi turchi in Siria va decifrato nella complessa geopolitica della guerra in Siria.

La Turchia vuole rimanere nella NATO
Abbastanza importante, tale svolta turca è avvenuta mentre il presidente degli Stati Uniti annunciava l’intenzione di ritirarsi dalla Siria. Mentre il controverso attacco missilistico si rivelava una strategia per salvare la faccia degli Stati Uniti in Siria, l’annuncio in sé aveva il significato, per la Turchia, che gli Stati Uniti potevano infine soccombere alla domanda di Ankara di disarmare i curdi. Con gran piacere della Turchia, il presidente degli Stati Uniti già decise di por fine a finanziamento e sostegno alle milizie curde in Siria. Secondo i media degli Stati Uniti, la Casa Bianca ordinava di congelare 200 milioni di dollari destinati ai “fondi infrastrutturali” nelle aree controllate dai curdi in Siria. Tale congelamento, oltre al fatto che gli Stati Uniti seriamente pensano di ritirare le truppe, significa che alla Turchia non sarà impedito sopprimere le milizie curde lontano dai propri confini. Ciò significa potenzialmente che gli Stati Uniti sono disposti ad assecondare la vecchia domanda della Turchia di staccarsi dalla crescente confluenza con Russia e Iran. Gli Stati Uniti, in altre parole, dopo aver perso i mezzi per influenzare la Siria, ora si rivolgono alla Turchia per influenzare la conclusione del conflitto in Siria attraverso essa. Il segretario di Stato Mike Pompeo aveva già accennato a una simile possibilità. Nell’udienza di conferma, rispose alla domanda sul dialogo trilaterale tra Russia, Iran e Turchia, affermando che “il popolo statunitense dev’essere rappresentato in quel tavolo” e che “può far parte dei colloqui”. E mentre la principale preoccupazione turca era il concentramento curdo ai confini, comportando instabilità fino ad Ankara, anche la NATO sembrava seria nel correggere tale fattore. Ciò fu confermato dal segretario generale della NATO Jens Stoltenberg durante la visita in Turchia, dove affermava che alcun membro della NATO ha subito più attentati (leggi: attacchi del PKK) della Turchia, “l’alleato più esposto all’instabilità in questa regione”. La Turchia, quindi, non ha alcuna esitazione nel rispondere positivamente all’occidente volendo tenere conto dei propri interessi principali. La Turchia, sempre membro della NATO, vorrebbe quindi certamente rimanervi guidando gli interessi occidentali ad Astana e Sochi, agendo per limitare l’influenza iraniana e russa in Siria e Medio Oriente.

La Turchia cambia le regole d’ingaggio in Siria
Ma cosa succede esattamente? Le differenze tra Turchia e Russia ed Iran su Ifrin sono già note. Con la Turchia che si rifiuta di consegnarla alla Siria collegando il proprio ritiro al ritiro di altre forze straniere (leggi: russi e iraniani) dalla Siria, inviava un messaggio chiaro a Mosca e Teheran: l’alleanza con loro rimane di convenienza e tende a separare le relazioni economiche con la Russia dagli interessi in Siria, convergenti nella misura in cui la Russia permette alla Turchia di operare contro i curdi, ma che ora si discostano nel restituire il territorio al governo siriano. Tali disaccordi sottolineano con forza che, malgrado la cooperazione, la Turchia è ben lungi dall’abbandonare la NATO per la Russia o l’Iran. Ma riprogettandosi da attore chiave, la Turchia indicava di sospettare dei processi di Astana e Sochi e di voler tracciare la sua via fino Ifrin e Idlib, quest’ultima già oggetto di feroci negoziati e indubbiamente prossimo obiettivo della guerra in Siria. Per la Turchia, Idlib rimane cruciale, e già aveva invitato Russia ed Iran a impedirvi l’offensiva siriana, che potrebbe iniziare in qualsiasi momento; l’importanza d’Ifrin aumentava per la Turchia, poiché intende utilizzarla come mezzo per continuare a controllare Idlib e mantenervi i suoi jihadisti trincerati, per influenzare l’esito finale della partita siriana ed estorcere le massime concessioni da Russia e Iran nella prossima conferenza di Sochi.

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Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali ed affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

1755.- L’OCCIDENTE E I FARISEI SENZ’ANIMA NON CONVINCONO PIU’

14 aprile 2018. Il Presidente Trump ha ordinato un attacco di precisione sulla Siria contro obiettivi militari associati ad armi chimiche. Esplosioni nella zona di Damasco dove, a detta della propaganda USA, ci sarebbero i depositi di armi chimiche. Partecipano UK e Francia, senza mandato dell’ONU. Funzionari militari statunitensi si sono affrettati a dichiarare ai giornalisti questo stesso venerdì sera che gli strike, che hanno preso di mira tre siti, sono finiti, per ora, e non sono previsti ulteriori attacchi. Mattis ha detto che non risutano segnalazioni di perdite subite dagli Stati Uniti durante i raid aerei. Il segretario alla Difesa britannico, dal canto suo, ha affermato che gli strike hanno avuto molto successo e pensa che avranno un impatto su ciò che la Siria può fare in futuro. Al colmo dell’ipocrisia, ha anche chiesto alla Russia di usare la sua influenza sulla Siria per porre fine al conflitto. Cioè, per intenderci, un invito a negoziare la spartizione del Medio Oriente insieme agli sconfitti sul campo.

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L’attacco missilistico di questa notte in Siria è stato il “minimo sindacale”, la solita manfrina per salvare la faccia dopo le considerazioni avventate di Trump e di Macron. I due, di fronte alla ferma posizione russa, si sono dovuti accordare con Putin sui siti che si potevano colpire; ma dovevano essere evacuati e ci hanno impiegato tre giorni. Putin ha mantenuto la parola, anche lui al minimo sindacale: Il Ministero Difesa della Russia ha riportato percentuali di successo della difesa aerea siriana pari al 100% su alcuni aeroporti militari (18 missili abbattuti su 18 ecc.), utilizzando Pantsir, buk, vecchi S-200, antiquati S-125 e cannoncini dell’antiaerea, oltre, naturalmente, agli S-300 e 400. Davvero una performance notevole e uno scacco commerciale per la Raytheon che fabbrica i Tomahawk.
Assad, dal suo canto, ha ostentato fiducia, calma e sangue freddo, restando oggi nel suo paese, a fianco del suo popolo, sotto l’attacco di USA, UK e Francia, schierati con quelli che chiamano “ribelli”, ma che altro non sono che una banda di tagliagole islamici. Intendiamoci, se l’opinione pubblica si schiera sempre con l’aggredito, non è che fra gli sciiti l’uso di sgozzare il nemico sia meno in uso: lo predicò Maometto.

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Tre aree sono state l’obbiettivo dello strike: un centro di ricerca scientifica nell’area di Damasco, un deposito di sostanze chimiche(?) a ovest di Homs e un posto di comando nelle vicinanze dell’obiettivo di Homs, pensato per essere utilizzato per lo stoccaggio di armi chimiche (che noia!).

Fonti del regime di Assad hanno affermato che contro la Siria “sono stati lanciati circa 30 missili, un terzo dei quali sono stati abbattuti”. La Reuters lo scrive in un tweet. Successivamente, secondo il Ministero Difesa siriano, i missili sarebbero stati 110, in gran parte abbattuti e ha aggiunto: “Questi attacchi non impediranno alle nostre forze armate e alle forze alleate di persistere per annientare ciò che resta dei gruppi terroristici armati”. Hanno precisato che le basi sono state evacuate “giorni fa” dopo un primo avvertimento dalla Russia; il ministro della Difesa francese ha detto che la Russia è stata avvertita in vista dello strike. Migliore conferma del flop dei nostri “alleati” non si poteva avere.
Un alto funzionario di una fazione regionale che sostiene Bashar al-Assad ha dichiarato alla Reuters che “gli strike sono stati assorbiti” e che si stanno valutando i danni.

L’ambasciatore russo Washington ha reagito immediatamente e ha dichiarato che gli strike sulla Siria sono un “insulto al Presidente russo” e ha affermato che si tratta di un atto che sarà seguito da “conseguenze”. Assurdo pensare che Putin voglia giocare il ruolo di un sacco di punch. Putin deve difendere i risultati dell’accordo di Ankara, che sembra, anzi, è il vero obbiettivo dei quattro paesi attaccanti, per non dimenticare Israele, che hanno scelto di non parteciparvi. Se la loro opzione era per questa prova muscolare, meschina, bisogna dire che i neocon globalisti valgono proprio poco; ma lo sapevamo. Chissà se la Russia preparerà una risposta alle sanzioni degli Stati Uniti.

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Selon les termes de l’article 35 de la Constitution, le gouvernement dispose de trois jours pour informer le Parlement d’une intervention de l’armée à l’étranger.

Ma più importante per noi italiani e per gli europei, senza timone né timoniere, è la consapevolezza che l’ONU non vale il suo titolo, non vale più nulla; che L’Unione europea è un fantoccio, un sacchetto di euro; che la NATO è la pistola fumante di Billy Kid e che chi spara fesserie, poi, spara anche i missili. La verità è un’altra. La governance finanziaria degli Stati Uniti manovra i presidenti e ha una politica estera volutamente conflittuale, perché la guerra permanente significa profitti continui per le sue multinazionali delle armi (che trovano nella Russia un valido competitor). Al tempo stesso, le sue multinazionali del petrolio si trovano a combattere su tre fronti: quello della ridefinizione delle zone d’influenza sul Medio Oriente, quello della sopravvivenza o dell’imperialismo israeliano e quello del dominio della finanza sionista sulle banche centrali degli Stati. Guarda caso, la famiglia Rothschild possiede le Banche Centrali di ogni paese di questo mondo, meno: Corea del Nord, Iran, Siria e Russia. L’acquisizione di Afghanistan, Iraq, Sudan, Libia e Cuba è di questi anni. Di quale ricchezza e potere stiamo parlando, è facile immaginare. Altro che le contorsioni di Donald Trump, Theresa May ed Emmanuel Macron! Altro che le armi chimiche e i bambini siriani!
Nominando l’Unione europea, è d’obbligo notare che la Germania pende verso l’economia russa e che si è tenuta fuori dall’avventura; la Francia, che con la Germania condivide il direttorio di Berlino, è ancora convinta di essere una potenza e, così, con più ragione, anche la Gran Bretagna. È una notazione importante per i sostenitori del globalismo che blaterano di Stati Uniti d’Europa e per i non-italiani che cedono, cedono la nostra sovranità, in cambio di cosa, lo sanno loro.

Uno sguardo su cosa pensa un’autorevole sinistra italiana della adesione di Mattarella e Gentiloni, con la partecipazione delle cisterne volanti KC-767 alle operazioni in Siria:

Crisi siriana: l’Italia sia coerente con i suoi principi costituzionali

L’attacco missilistico compiuto congiuntamente da Stati Uniti, Francia e Inghilterra nelle prime ore del 14 aprile costituisce un grave vulnus alla legalità internazionale, poiché è avvenuto in aperta contraddizione con il divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali stabilito dall’art. 2, comma 4, della Carta delle Nazioni Unite.
L’uso della forza, non autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite, ai sensi del Cap. VII della Carta, costituisce un atto di aggressione che non può essere legittimato dalle giustificazioni fornite all’opinione pubblica dai Paesi attaccanti. Infatti, se siano state usate armi chimiche lo può dire solo un’inchiesta sul terreno degli ispettori dell’OPAC (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche), a cui la Siria non si oppone. Ed è stata proprio l’OPAC (non certo i bombardamenti) che ha smantellato l’arsenale chimico di Assad, nell’ottobre del 2013, mettendo sotto sigilli oltre mille tonnellate di agenti chimici ed armi chimiche.
In ogni caso, anche se venisse provato l’uso di armi chimiche, che indubbiamente integra un crimine di guerra, solo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU potrebbe autorizzare sanzioni comportanti l’uso della forza.
Come nell’ordinamento interno nessuno può farsi giustizia da sé, così nell’ordinamento internazionale gli Stati non possono risolvere le loro controversi a suon di bombe.
Il nostro Paese con la Costituzione, in accordo con la Carta dell’ONU, ha detto no per sempre alla legge della giungla nelle relazioni internazionali. In questo momento, in cui un conflitto disastroso viene ulteriormente alimentato con il rischio di provocare ulteriori deflagrazioni, l’Italia faccia sentire alta la sua voce di civiltà ed in obbedienza ai suoi principi costituzionali, rifiuti di fornire basi ed appoggio logistico per gli attacchi contro la Siria, invitando gli “alleati” a cooperare con le istituzioni internazionali per pervenire finalmente ad una soluzione pacifica del conflitto.
Roma, 14 aprile 2018
Massimo Villone, Alfiero Grandi, Domenico Gallo, Alfonso Gianni

1753.- GIORNALISTA PREMIO PULITZER: HILLARY CLINTON APPROVÒ L’INVIO DI GAS SARIN AI RIBELLI SIRIANI PER INCASTRARE ASSAD.

Di Voci dall’Estero, un articolo più che mai attuale.

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Il sito Free Thought Project riporta un articolo sui legami di Hillary Clinton con l’attacco chimico al gas sarin a Ghouta, in Siria, nel 2013. Dalle relazioni tra USA e Siria (ne avevamo parlato qui), al ruolo della Clinton nella politica estera USA e nell’approvvigionamento di armi dalla Libia verso l’Isis (ne avevamo parlato Qui e qui), alle dichiarazioni del giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh su un accordo del 2012 tra l’amministrazione Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, per imbastire un attacco con gas sarin e darne la colpa ad Assad, tutte le prove punterebbero in una direzione: i precursori chimici del gas sarin sarebbero venuti dalla Libia, il sarin sarebbe stato “fatto in casa” e la colpa gettata sul governo siriano come pretesto perché gli Stati Uniti potessero finanziare e addestrare direttamente i ribelli siriani, come desideravano i sauditi intenzionati a rovesciare Assad. Responsabile della montatura l’allora Segretario di Stato USA e poi candidata alla presidenza per i Democrat, Hillary Clinton.

Nell’aprile del 2013, la Gran Bretagna e la Francia informarono le Nazioni Unite che c’erano prove credibili che la Siria avesse usato armi chimiche contro le forze ribelli. Solo due mesi più tardi, nel giugno del 2013, gli Stati Uniti conclusero che il governo siriano in effetti aveva usato armi chimiche nella sua lotta contro le forze di opposizione. Secondo la casa bianca, il presidente Obama ha subito usato l’attacco chimico di Ghouta come pretesto per l’invasione e il sostegno militare americano diretto e autorizzato ai ribelli.

Da quando gli Stati Uniti finanziano questi “ribelli moderati”(dati raccolti al tempo della campagna elettorale di Trump), sono state uccise più di 250.000 persone, più di 7,6 milioni sono state sfollate all’interno dei confini siriani e altri 4.000.000 di esseri umani sono stati costretti a scappare dal paese.

Tutta questa morte e distruzione portata da un sadico esercito di ribelli finanziati e armati dal governo degli Stati Uniti era basata – è quello che ora ci viene detto – su una completa montatura.

Seymour Hersh, giornalista noto a livello mondiale, ha rivelato, in una serie di interviste e libri, che l’amministrazione Obama ha falsamente accusato il governo siriano di Bashar al-Assad per l’attacco con gas sarin e che Obama stava cercando di usarlo come scusa per invadere la Siria. Come ha spiegato Eric Zuesse in Strategic Culture, Hersh ha indicato un rapporto dell’intelligence britannica che sosteneva che il sarin non veniva dalle scorte di Assad. Hersh ha anche affermato che nel 2012 è stato raggiunto un accordo segreto tra l’amministrazione Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, per imbastire un attacco con gas sarin e darne la colpa ad Assad in modo che gli Stati Uniti potessero invadere e rovesciare Assad.

“In base ai termini dell’accordo, i finanziamenti venivano dalla Turchia, e parimenti dall’Arabia Saudita e dal Qatar; la CIA, con il sostegno del MI6, aveva l’incarico di prendere armi dagli arsenali di Gheddafi in Siria. ”

Zuesse nel suo rapporto spiega che Hersh non ha detto se queste “armi” includevano i precursori chimici per la fabbricazione del sarin che erano immagazzinati in Libia. Ma ci sono stati molteplici rapporti indipendenti che sostengono che la Libia di Gheddafi possedeva tali scorte, e anche che il Consolato degli Stati Uniti a Bengasi, in Libia, controllava una “via di fuga” per le armi confiscate al regime di Gheddafi, verso la Siria attraverso la Turchia.

Anche se Hersch non ha specificamente detto che la “Clinton ha trasportato il gas”, l’ha implicata direttamente in questa”via di fuga” delle armi delle quale il gas sarin faceva parte.

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Seymour Hersh Weighs In on Sanders vs. Clinton: “Something Amazing Is Happening in This Country”

Riguardo al coinvolgimento di Hillary Clinton, Hersh ha detto ad AlterNet che l’ambasciatore Christopher Stevens, morto nell’assalto dell’ambasciata Bengasi,…“L’unica cosa che sappiamo è che [la Clinton] era molto vicina a Petraeus che era il direttore della CIA in quel periodo… non è fuori dal giro, lei sa quando ci sono operazioni segrete. Dell’ambasciatore che è stato ucciso, [sappiamo che] era conosciuto come un ragazzo, da quanto ho capito, come qualcuno che non sarebbe stato coinvolto con la CIA. Ma come ho scritto, il giorno della missione si stava incontrando con il responsabile locale della CIA e la compagnia di navigazione. Egli era certamente coinvolto, consapevole e a conoscenza di tutto quello che stava succedendo. E non c’è modo che qualcuno in quella posizione così sensibile non stesse parlando col proprio capo [Hillary Clinton, all’epoca Segretario di Stato, figura che nel governo statunitense ha la responsabilità della politica estera e del corpo consolare, NdVdE], attraverso qualche canale. “

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Obama dichiarò la sua ferma e unanime condanna per l’assalto al consolato Usa a Bengasi in cui furono uccisi l’ambasciatore e tre componenti dello staff. “L’attentato è stato compiuto da un “gruppo selvaggio ma ristretto, non dal popolo o dal governo della Libia”, spiegò Hillary Clinton. “Sono morti di nuovo innocenti, è come l’11 settembre”,disse. “E’ stata tolta la vita a persone che erano impegnate ad aiutare il popolo libico a costruire un futuro migliore per il loro Paese”, sottolineò il segretario di Stato americano. “Questa violenza senza senso dovrebbe scuotere le coscienze dei popoli di tutte le fedi religiose in tutto il mondo”, continuò il segretario di Stato americano, “Stevens sarà ricordato come un eroe” e concluse, “Una Libia libera e stabile è ancora negli interessi americani”. Gli Stati Uniti “non torneranno indietro”, non arretreranno di un millimetro nel loro impegno per aiutare la nuova la Libia. “Una missione – spiegò Clinton – “nobile e necessaria”. Il mondo “ha bisogno di altri Chris Stevens” continuò Clinton. “Ho parlato con sua sorella”, “le ho detto che sarà ricordato come un eroe da molte nazioni. Stevens ha iniziato a costruire le nostre relazioni con i rivoluzionari libici” e “ha rischiato la sua vita per cercare di fermare un tiranno” come Muammar Gheddafi. Quante bugie!

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A supportare Hersh nelle sue affermazioni è il giornalista investigativo Christof Lehmann, che dopo gli attacchi ha scoperto una pista di prove che riporta al Presidente dello Stato Maggiore Congiunto Martin Dempsey, al Direttore della CIA John Brennan [subentrato nella guida della CIA l’8 marzo 2013 dopo le dimissioni di Petraeus nel novembre 2012 e il successivo interim di Morell, NdVdE], al capo dell’intelligence saudita principe Bandar, e al Ministero degli Interni dell’Arabia Saudita.

Come ha spiegato Lehmann, i russi e altri esperti hanno più volte affermato che l’arma chimica non avrebbe potuto essere una dotazione standard dell’arsenale chimico siriano e che tutte le prove disponibili – tra cui il fatto che coloro che hanno offerto il primo soccorso alle vittime non sono stati lesionati – indicano l’uso di sarin liquido, fatto in casa. Questa informazione è avvalorata dal sequestro di tali sostanze chimiche in Siria e in Turchia.

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Anche se non è la prova definitiva, non si deve glissare su questa implicazione. Come il Free Thought Project ha riferito ampiamente in passato, il candidato alla presidenza ha legami con i cartelli criminali internazionali che hanno finanziato lei e suo marito per decenni.

Quando Hillary Clinton divenne Segretario di Stato nel 2009, la Fondazione William J. Clinton ha accettato di rivelare l’identità dei suoi donatori, su richiesta della Casa Bianca. Secondo unprotocollo d’intesa, rivelato da Politifact, la fondazione poteva continuare a raccogliere donazioni provenienti da paesi con i quali aveva rapporti esistenti o che stavano tenendo programmi di finanziamento.

Le registrazioni mostrerebbero che dei 25 donatori che hanno contribuito con più di 5 milioni di dollari alla Fondazione Clinton nel corso degli anni, sei sono governi stranieri, e il maggior contribuente è l’Arabia Saudita.

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La miliardaria clinton finanziata dal ministro dell’ambiente italiano! Alla convention del Partito democratico americano a Philadelphia che ha conferito la nomination presidenziale a Hillary Rodham Clinton non avrebbero dovuto presenziare né il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, né il presidente della Camera, Laura Boldrini. L’ unico esponente delle istituzioni italiane titolato a parteciparvi era il ministro dell’ Ambiente, Gianluca Galletti.

L’importanza del ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento dei Clinton è enorme, così come il rapporto tra Siria e Arabia Saudita nel corso dell’ultimo mezzo secolo è tutto quello che concerne questa guerra civile.

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Come Zuesse sottolinea nel suo articolo su Strategic Culture:

Quando l’intervistatore ha chiesto ad Hersh perché Obama sia così ossessionato dalla sostituzione di Assad in Siria, dal momento che “il vuoto di potere che ne deriverebbe avrebbe aperto la Siria a tutti i tipi di gruppi jihadisti”; e Hersh ha risposto che non solo lui, ma lo Stato Maggiore Congiunto, “nessuno riusciva a capire perché.” Ha detto, “La nostra politica è sempre stata contro di lui [Assad]. Punto.”

Questo è stato effettivamente il caso non solo da quando il partito che Assad guida, il partito Ba’ath, è stato oggetto di un piano della CIA poi accantonato per un colpo di stato finalizzato a rovesciarlo e sostituirlo nel 1957; ma, in realtà, il primo colpo di stato della CIA era stato non solo pianificato, ma anche effettuato nel 1949 in Siria, dove rovesciò un leader democraticamente eletto, con lo scopo di consentire la costruzione di un oleodotto per il petrolio dei Saud attraverso la Siria verso il più grande mercato del petrolio, l’Europa; e la costruzione del gasdotto iniziò l’anno successivo.

Ma poi c’è stato un susseguirsi di colpi di stato siriani (innescati dall’interno anziché da potenze straniere – nel 1954, 1963, 1966, e, infine, nel 1970), che si sono conclusi con l’ascesa al potere di Hafez al-Assad durante il colpo di stato del 1970. E l’oleodotto trans-arabico a lungo pianificato dai Saud non è ancora stato costruito. La famiglia reale saudita, che possiede la più grande azienda mondiale di petrolio, l’Aramco, non vuole più aspettare. Obama è il primo presidente degli Stati Uniti ad aver seriamente tentato di svolgere il loro tanto desiderato “cambio di regime” in Siria, in modo da consentire la costruzione attraverso la Siria non solo dell’oleodotto trans-arabico dei Saud, ma anche del gasdotto Qatar- Turchia che la famiglia reale Thani (amica dei Saud), che possiede il Qatar, vuole che sia costruita lì. Gli Stati Uniti sono alleati con la famiglia Saud (e con i loro amici, le famiglie reali del Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Oman). La Russia è alleata con i leader della Siria – così come in precedenza lo era stata con Mossadegh in Iran, Arbenz in Guatemala, Allende in Cile, Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia, e Yanukovich in Ucraina (tutti rovesciati con successo dagli Stati Uniti, ad eccezione del partito Baath in Siria).

Matt Agorist è un veterano congedato con onore del Corpo degli US Marines ed ex operatore di intelligence direttamente incaricato dalla NSA. Questa precedente esperienza gli fornisce una visione unica nel mondo della corruzione del governo e dello stato di polizia americano. Agorist è stato un giornalista indipendente per oltre un decennio ed è apparso sulle reti tradizionali in tutto il mondo.
da NincoNanco