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2402.- L’ONU E IL PIANTO DEL COCCODRILLO IN LIBIA.

La Libia non è solo petrolio. Gli interessi in conflitto, presenti in Libia, in Mediterraneo, in Medio Oriente, nel mondo arabo e nell’Africa Sub-Sahariana sono tali e tanti che, all’ONU, non è riuscito di imporre e, nemmeno, di proporre una tregua intorno a Tripoli, sostenuta da una operazione di Peace Enforcing. Neppure il riaccendersi del terrorismo dell’Isis, reduce dalla Siria e l’entrata in campo di Erdogan, al fianco di al-Sarraj, sono valsi a dare forza all’attività di Antonio Guterres e la prima considerazione che viene alla ribalta è che Putin vince in Medio Oriente, ma non abbastanza, perché non combatte direttamente contro Israele e gli Stati Uniti. L’embargo rafforzato sulle armi per la Libia richiesto da Guterres sembra più una dichiarazione di resa o, se vogliamo, di attesa degli eventi. Altrettanto, le dimostrazioni di Tripoli contro i razzi e le bombe di Haftar avranno un valore politico per il futuro, e poco per il presente. La seconda considerazione, invece, é che Mike Pompeo dovrà dire di più su come Trump intende giocare le carte libica, turca e iraniana. Mario

Il Capo delle Nazioni Unite Antonio Guterres: l’embargo sulle armi della Libia deve essere applicato.

Fermare il traffico delle armi è fondamentale per la sicurezza e la stabilità della popolazione civile, mentre i combattimenti si intensificano, afferma Guterres.

Le forze del governo di Tripoli si stanno scontrando con le forze fedeli a Khalifa Haftar alla periferia di Tripoli [Goran Tomasevic / Reuters]

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha detto:Tutti i paesi devono attenersi all’embargo sulle armi decretato dalle Nazioni Unite contro la Libia, contro i trasferimenti illegali di armi via terra, mare e aria che alimentano gli attuali combattimenti nel paese ricco di petrolio.

Guterres ha lanciato l’appello durante un rapporto diffuso lunedì prima dell’approvazione unanime del Consiglio di sicurezza dell’ONU di una risoluzione che autorizza, per un altro anno, l’ispezione in ​​alto mare delle navi dirette da o verso la Libia per far rispettare l’embargo sulle armi.

L’operazione Sophia dell’Unione europea è stata l’unica operazione navale regionale a condurre ispezioni.

Esperti delle Nazioni Unite che monitorano l’embargo sulle armi, i singoli paesi e le organizzazioni regionali “hanno tutti riferito di trasferimenti illeciti di armi e di materiale bellico da e per la Libia”, ha osservato Guterres.

Il rispetto di tutte le misure connesse all’embargo sulle armi è “di immediata importanza per ridurre la criticità dell’attuale situazione” ed è “di importanza fondamentale per la protezione dei civili e per il ripristino della sicurezza e della stabilità, non solo in Libia, ma nella regione”, ha detto il segretario generale.

I libici sono costretti a scavare per cercare l’acqua nei cortili.

Il conflitto è in aumento


Una breve scansione: La guerra civile in Libia nel 2011 è stata provocatata e, a seguire, ha portato all’assassinio del dittatore di lunga data Muhammar Gheddafi.
Il caos che ne seguì portò a un paese diviso, con un’amministrazione riconosciuta dalle Nazioni Unite, ma debole, nella capitale Tripoli, che sovrintendeva all’ovest del paese e un governo rivale nell’Est, allineato con l’esercito auto-dichiarato nazionale libico. guidato da un comandante militare rinnegato: Khalifa Haftar (così, http://www.aljazeera.com)
Ognuno dei due contendenti è supportato da una schiera di milizie e di gruppi armati che combattono, ma per il controllo delle risorse e del territorio.

Haftar ha lanciato un’offensiva militare all’inizio di aprile per prendere Tripoli, nonostante gli impegni presi verso le elezioni nel paese nordafricano. Gli scontri sono diminuiti quando il mese sacro musulmano del Ramadan è iniziato a maggio, ma, in seguito, si sono intensificati.

Il coordinatore politico del Regno Unito all’ONU, Stephen Hickey – il cui paese ha sponsorizzato la risoluzione ONU – ha espresso profonda preoccupazione dopo il voto al “conflitto ormai protratto e crescente”, che ha portato a un deterioramento della sicurezza e della situazione umanitaria in Libia.

Tiri di mortai pesanti nei sobborghi di Tripoli.

“Le armi che continuano a giungere in Libia non faranno che intensificare il conflitto e a ridurre le prospettive di un cessate il fuoco “, ha detto Hickey al Consiglio di sicurezza.” Rispettare l’embargo sulle armi è solo una parte della soluzione per la Libia, che richiede un pieno dialogo politico e di riconciliazione. ” Belgio, Francia, Germania, Sudafrica, Costa d’Avorio e Indonesia hanno ribadito gli appelli per un cessate il fuoco e il ritorno ai colloqui fra le parti politiche, sotto la supervisione delle Nazioni Unite.

È la soluzione militare l’unica opzione percorribile in Libia?

Guma El-Gamaty

by Guma El-Gamaty, Middle East eye

Rifornimenti constanti’

L’ambasciatore sudafricano Jerry Matjila ha dichiarato che “sono trascorsi due mesi da quando la crisi è iniziata in Libia senza che siano, in alcun modo, rispettati gli appelli del Consiglio a un cessate il fuoco da parte di tutte le parti coinvolte nel conflitto”, che, a suo parere, è “alimentato dal costante rifornimento di armi”.
Mentre l’UE, a marzo, ha esteso il mandato dell’operazione Sophia fino al 30 settembre, ha sospeso lo spiegamento di navi, dicendo che avrebbe inviato più aerei per monitorare l’area, invece….
L’Italia ha il comando dell’operazione Sophia, ma il governo populista a Roma si rifiuta di permettere alle sue navi o ai suoi mezzi di soccorso di soccorrere i rifugiati e i migranti e di sbarcarli nei porti italiani. La decisione di sospendere la missione navale da parte dell’UE è stata, ampiamente, vista come un tentativo di allentare le tensioni con il governo anti-migranti in Italia.

NOTA: Jerry Matjila e, con lui, Kacou Adom, ambasciatore della Costa d’Avorio, non sono credibili quando riducono il problema migratorio dell’Africa, principalmente Sub-Sahariana, al soccorso in mare e alla ghettizzazione dei migranti e, di conseguenza, alla destabilizzazione della società, non solo italiana. Infatti, non solo prescindono dal fatto che il calvario dei migranti ha inizio nel deserto, ma trascurano che, senza dubbio alcuno, nessun paese africano o europeo sarà mai in grado di istruire e, quindi, integrare in una società civile, milioni di esseri umani cresciuti senza regole e, sopratutto, che non le accettano. ndr.

Ilyushin Il-76, Locheed C-130, Beechraft C-350. C’è un grande andirivieni nei cieli libici.
Libya: Flight data places mysterious planes in Haftar territory

SOURCE: AP NEWS AGENCY

Mentre gli italiani stanno concentrando i loro sforzi sulla GNA e limitando le loro relazioni con Haftar a semplici visite di protocollo, la Francia sembra avere un rapporto molto più stretto e più amichevole con il maresciallo libico. Non c’è ambiguità: la Francia è semplicemente pragmatica e in linea con i propri interessi, anche se preferirebbe evitare di riconoscerlo ufficialmente. La Francia, infatti, gioca entrambe le parti in Libia. Come membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, protettore della legittimità statale, la Francia dovrebbe sostenere il governo di al-Sarraj. Anche Parigi sostiene ufficialmente gli sforzi delle Nazioni Unite per risolvere la crisi libica in un modo chenon lascerebbe fuori nessuno degli attori politici, a cominciare dal Governo di Accordo Nazionale (GNA) della Libia. Allo stesso tempo, la Francia ha intessuto i suoi rapporti con uno degli aspri nemici della GNA, Haftar. Uno dei principali sobillatori della Libia, le sue forti risorse finanziarie e militari hanno fatto sentire la loro importanza nel panorama politico libico.
Il popolo libico, in queste manifestazioni di protesta, tenutesi a Tripoli, chiede la fine dell’attacco di Haftar (Reuters)

MORE ON LIBYA

2355.- Abubakr al-Baghdadi si nasconde in Libia, dice l’intelligence militare britannico

Abubakr al-Baghdadi è “resuscitato” in Libya, dopo essere sparito in Syria.

THE LYBIA TIMES, Published: 12 May 2019, traduzione Mario Donnini

Abubakr al-Baghdadi

“He is hiding in Libya, says British military”

Si ritiene che il leader dello Stato islamico si nasconda in Libia da febbraio dopo essere fuggito dalla Baghdria siriana. Lo hanno annunciato oggi ufficiali militari britannici. Secondo un rapporto del numero di oggi della rivista britannica Sunday Express, la scorsa notte, aerei britannici, americani e italiani hanno compiuto missioni di sorveglianza del terreno libico nel tentativo di localizzare Abubakr al-Baghdadi. Il giornale citava una fonte militare britannica che diceva di Baghdadi: “Non può muoversi liberamente e ovunque sia, ci si aspetta che mantenga un profilo molto basso, ma abbiamo molti metodi per localizzare lui o la sua squadra e, prima o poi, faranno un errore “.

The Sunday Express, Sunday, 12 May 2019
The Sunday Express, Sunday, 12 May 2019

Si ritiene che la connessione fra la Libia e Baghdadi sia stata stabilita sulla base delle osservazioni degli utenti dei social media libici sull’ultima apparizione video di Baghdadi, sottolineando la stretta somiglianza tra due oggetti presenti nel video e oggetti trovati nel mercato libico. In primo luogo, sostenevano molti utenti, il tessuto visto nel video come copertura per il materasso e i cuscini di Baghdadi sembrava stranamente simile a un oggetto prodotto da una fabbrica di proprietà statale nella città nord-occidentale di Bani Walid.

Mattress and cushions look similar to products found in Libya
Copriletto e cuscini sono simili ai prodotti del mercato libico

In secondo luogo, altri osservatori hanno notato che il gilet indossato da Baghdadi sembrava identico a quello indossato da Salah Badi, un comandante della milizia della città portuale occidentale di Misurata.

Baghdadi is said to be sharing the sense of style of local militiamen
Si fa notare che Baghdadi ha adottato lo stile di alcuni miliziani locali

Con una taglia di 25 milioni di dollari sulla testa, Baghdadi è il terrorista più ricercato al mondo, ma se fosse davvero in Libia, non sarebbe il primo leader di alto profilo dello Stato islamico a compiere il viaggio dalla Siria al paese nordafricano dilaniato dalla guerra. Nel 2014, Turki al-Binali, esponente religioso dello stato islamico, dalla Syria, apparve misteriosamente in Libia, dove trascorse settimane a tenere sermoni e conferenze nelle sue moschee prima di tornare in Siria dove fu ucciso nel 2017 da un attacco aereo statunitense, a Mayadin. Oltre a lui, l’ex emiro designato del ramo libico dello Stato islamico, Abu Nabil al-Anbari, riuscì, in qualche modo, a spostarsi dall’Iraq verso la Libia, dove fu ucciso nel 2015 da un attacco aereo statunitense, a Darnah.

Il nostro responsabile della sicurezza dice che i nascondigli più probabili di Baghdadi in Libia includono: “Zawya”, dove si credeva che le cellule dello Stato islamico collegate ai recenti attacchi di alto profilo a Tripoli si fossero infiltrate nelle milizie locali “ e in città dominate dai Tebu, vicino ai confini sudorientali della Libia, Bani Walid, Khoms, Tajoura o Emsallata.
Le ultime settimane hanno visto un aumento degli attacchi terroristici dello Stato islamico, specialmente nel sud della Libia. Questo, dopo il video di Baghdadi, il primo da cinque anni, nel quale ha ordinato ai seguaci del paese di “continuare a versare il sangue dei loro nemici”. & nbsp; Tuttavia, il nostro responsabile della sicurezza afferma che gli attacchi nel sud potrebbero essere spiegati come il ritorno dell’Isis alla ribalta con un semplice sfruttamento di obiettivi soft, oppure, come una mossa calcolata, per distogliere l’attenzione dalla presenza dello Stato islamico e da attività segrete altrove nel nord.

Da THE LYBIA TIMES

Una nota all’articolo.

Alla notizia di grande interesse per noi italiani, sopratutto per quelli di noi che si sono giurati, rectius, venduti alla causa della migrazione, rectius, del traffico di esseri umani, aggiungo che la quadratura del cerchio vuole che il terrorismo creato, addestrato e sostenuto da certa finanza mondiale debba perseguire entrambi gli obbiettivi, laddove il Sud della Libia va inteso come tutto il Sahel, come lo disegnano le rotte dei popoli Tuareg e Tebu, coinvolgendo Algheria, Niger e Chad, mentre il Nord della Libia corrisponde alla quarta sponda dell’Italia, porta dell’Europa. Non ho citato la Tunisia perché l’alto numero di terroristi che vi appartengono la pone fra gli attori, più che fra le vittime dell’Isis. L’alto numero di tunisini, algerini e di chissà dove, che continua a sbarcare in Italia – poco importa che siano diminuiti -, sicuramente, sta consolidando una situazione di pericolo. E, con lo sguardo alla fine dell’impero romano cristiano, diciamo: “Mala tempora currunt”.

Aree dove vivono i Tuareg. Non sembra che l’Alto Consiglio dei Tuareg della Libia, genti indipendenti e libere, fino alla battaglia di Tit (1902) e alla conquista francese, sia favorevole ai cosiddetti poteri che governano il terrorismo.

2344.- Il Libyan National Army ha abbattuto un Mirage F. 1 di Misurata.

12 aprile. I piloti francesi arrivati alla base aerea di Wattayah, comandati dal colonnello pilota François Djamal.
I Dassault Mirage F. 1 sono caccia multiruolo di terza generazione francesi che l’Arméèe de l’Air ha ritirato dal servizio nel giugno 2014.

I Mirage che volano in Libia appartenevano all’aviazione di Gheddafi. Allora, si stimava che il personale dell’aeronautica libica fosse di 18 000 effettivi, con una dotazione di 374 aeroplani da combattimento, dispiegati su 13 basi aeree militari. La scelta di farli pilotare da mercenari potrebbe essere la conseguenza della diserzione di due colonnelli, che, nel 2011, atterrarono a Malta con due di questi caccia, perché si erano rifiutati di bombardare i manifestanti di Bengasi durante la guerra civile. Se in Libia, venire a patti con le milizie è la prassi, per bombardare le città, non si può certo fare affidamento su chi ha dimostrato di essere un difensore del proprio popolo.

Gli attacchi al suolo di questi giorni hanno colpito Qasr Bin Gashir, Tarhouna, Souq al-Khamis, Gharyan e Tajoura e sono condotti da piloti mercenari stranieri che decollano dalla base aerea di Misurata. Per esempio, il pilota americano, quarantaduenne, Joseph Frederick Schroeder, qui ritratto, ha ricevuto un contratto dal Qatar e vola con l’aviazione di Misurata dal 2015. Secondo alcune informazioni di intelligence, anche i missili antiaerei impiegati dalle truppe di Tripoli sono stati forniti dal Qatar. Finora, si sono avuti dozzine di raid che stanno facendo molte vittime anche tra i civili. Sono mirati a interrompere le linee di rifornimento e a colpire le milizie del premier al-Sarraj, che conta tra le sue file pericolosi jihadisti e ricercati internazionali.

Il Qatar ha iniziato a impiegare Schroeder e altri piloti mercenari a sostegno della cosiddetta Libia Dawn, una coalizione di milizie formata dal National Salvation Government del General National Congress nel 2014 per combattere l’Esercito Nazionale Libico (LNA) in seguito al lancio delle operazioni LNA Dignità.

Il portavoce del Comando Generale della LNA, il generale di brigata Ahmed al-Mesmari, ha detto in una conferenza stampa di sabato che le milizie del governo di Accordo nazionale (GNA) con sede a Tripoli stanno ora utilizzando i piloti mercenari stranieri per combattere la LNA.

Per comprendere entro quali intrecci e quali risvolti si muovano intorno alla situazione libica, in questi giorni, Qatar e governo di Tripoli hanno stretto ancora di più la loro collaborazione per fronteggiare l’attacco militare dell’esercito del generale Khalifa Haftar.

Diversi piloti dell’aviazione di Misurata hanno ricevuto un contratto dal Qatar, come il pilota americano Joseph Frederick Schroeder.

La situazione libica, al apri degli interessi in gioco, è tutta un intreccio. L’esercito dei mercenari nell’Est conta almeno 70 società di contractor. Poi, ci sono la Russian Security System (Rsp) e il gruppo Wagner, russi. Nel febbraio 2016 Reuters rivelò che un contingente di forze speciali francesi aiutava le forze di Haftar a liberare Bengasi dalle fazioni islamiste, incluso lo Stato islamico. Nell’aeroporto militare di Benina nello stesso periodo c’erano anche forze speciali americane e un contingente di incursori italiani, ed entrambi per lo più facevano da osservatori. Si dice che la Francia appoggi anche con i suoi militari l’operazione di Haftar contro il governo di Tripoli sostenuto dalla comunità internazionale e 13 di questi sono stati arrestati dalla polizia di frontiera tunisina. Haftar sostiene che, da Misurata, l’Italia appoggia al-Sarraj. Non si può escludere nulla.

L’ultimo Mirage F. 1ED di Misurata è stato abbattuto oggi

Lo schianto del Mirage
Ciò che resta del caccia abbattuto.

Oggi, la notizia dell’abbattimento dell’ultimo Mirage F. 1ED di Misurata, dal Libyan National Army. Il sito d’informazione vicino a Tobruk, al-Marsad, scrive che un aereo delle milizie fedeli a Tripoli è stato abbattuto dagli uomini del comandante della Cirenaica. Dalle dichiarazioni che il portale attribuisce al generale Mabrouk al-Ghazoui, assistente del capo della sicurezza di Tripoli, il pilota ingaggiato dall’”Accademia aerea di Misurata”, ha “confessato di essere portoghese”, di avere 29 anni, di chiamarsi Jimmy Reiss e di operare “da settimane a Misurata”, compiendo “decine di raid“ per i quali veniva pagato alcune migliaia di dollari. Al-Marsad pubblica anche un video, dal quale sono state tratte le immagini che vedete, qui di seguito, riprese nel quartier generale della sala operativa di Al Karama. Al giovane pilota viene pulito il volto sporco di sangue, anzi, il testo precisa che gli sono state prestate “necessarie cure mediche” e che, al momento, è sotto inchiesta, secondo quanto previsto dalle leggi internazionali. Nel video, ripreso dopo il suo arresto, Reiss ha detto che gli è stato “richiesto di distruggere strade e ponti”. Quando gli è stato chiesto chi gli ha fatto tale richiesta, Reiss ha detto di essere stato contrattato da un uomo di nome “Al-Hadi”, aggiungendo che non ne conosce il cognome. Il portavoce di Haftar, Generale Brigadiere Ahmed al-Mesmari, ha precisato di non ritenere coinvolto il Portogallo e che Reiss viene trattato secondo la legge islamica. L’aereo era il secondo ed ultimo Mirage F. 1 disponibile dell’Aviazione Misuratina fedele a Sarraj. È stato abbattuto a nord del nodo strategico di Gharian, secondo fonti militari, nell’area di al-Hira, a Sud di Tripoli. Il primo dei due Mirage era stato abbattuto il 10 aprile dalle forze del generale Khalifa Haftar.

Al giovane pilota portoghese viene pulito il volto sporco di sangue, anzi, il testo precisa che gli sono state prestate “necessarie cure mediche”

2335.- Caffè e l’Europa ma anche specificamente Caffè e l’euro.

Pur essendo state redatte per fini di insegnamento universitario, queste «Lezioni», qui presentate in una nuova edizione rivista e aggiornata da Nicola Acocella, rispondono anche a più ampie esigenze di informazione critica su problemi che si impongono quotidianamente alla pubblica attenzione. Il significato del mercato nella realtà oligopolistica contemporanea, la composita struttura imprenditoriale nel nostro paese, le dimensioni e le caratteristiche del settore pubblico dell’economia in Italia e in altri paesi con i quali il confronto sia significativo, la complessità delle relazioni economiche e finanziarie internazionali in una società di ineguali, sono alcuni tra gli aspetti trattati con una esposizione sollecita della chiarezza e dell’accessibilità. Criterio ispiratore della trattazione è quello dello stretto legame di connessione e di continuità tra economia generale, economia finanziaria e politica economica: considerate tutte quali «stadi successivi nel passaggio da una maggiore a una minore astrazione di un inscindibile sistema teorico». Da un lato, pertanto, l’evoluzione della politica economica viene costantemente riferita agli schemi interpretativi via via proposti o ripensati dall’analisi economica; dall’altro, l’accostamento ai problemi concreti tende a porre in evidenza il processo storico che ha portato alla loro consapevolezza, senza dissimulare l’ampio divario che tuttora esiste tra gli obiettivi ideali di disegni di politica economica socialmente desiderabili e le nostre capacità istituzionali di renderli praticamente realizzabili.


“Nel suo manuale (Lezioni di politica economica, a cura di N. Acocella, Bollati Boringhieri, Torino, 1990) Caffè mette in guardia per ben tre volte contro l’ipotesi di una moneta unica europea. Eccovele: 

pagg. 110-11: “Il difficile cammino della integrazione europea viene reso più arduo sia dalla pretesa di anticipare gli eventi, prima che se ne siano stabilite le basi (ad esempio ‘la moneta europea’); sia dalla pretesa di non tener conto delle fasi congiunturali avverse, come se la Comunità fosse stata configurata soltanto in vista di periodi favorevoli.”;

pagg. 298-99: parlando del gold standard: “In esso coesistevano varie e distinte monete (sterlina, dollaro, marco, franco ecc.), ma, attraverso il vincolo dei cambi fissi e sin quando fossero rispettate le “regole del gioco” necessarie per il buon funzionamento del gold standard (le regole, cioè, elencate a p. 294), si può dire che sostanzialmente la situazione era molto analoga a quella che comportasse l’esistenza di una moneta unica. Le singole economie nazionali dovevano adattarsi alle esigenze di uno standard monetario intemazionale: questo assicurava la stabilità dei cambi; ma non la stabilità dei prezzi interni dei singoli paesi che dovevano adattarsi, come si è visto, per assicurare il riequilibrio delle bilance dei pagamenti.
La stabilità dei cambi favoriva lo sviluppo degli scambi e degli investimenti internazionali; ma imponeva questo vincolo di adattabilità delle economie interne, adattabilità che molto di frequente si realizzava attraverso la disoccupazione e in genere la più o meno prolungata sottoutilizzazione delle risorse disponibili. E opportuno non perderlo di vista oggi che (in mutate condizioni) si prospettano possibilità di una “moneta unica” nell’ambito di aree integrate.
”;

pag. 344: “Rispetto a questi problemi costituiscono ’’risposte fatue” quelle fornite dal moltiplicarsi di progetti di pretese soluzioni che sembrano non tener conto degli insegnamenti della storia (dalle proposte per la creazione di una “moneta europea”, alla possibilità che dovrebbe essere concessa ai cittadini di economie ritardatane di effettuare investimenti in valuta estera, all’attrattiva che continua a esercitare il ritorno al sistema aureo). Il carattere “fatuo” delle risposte non vuol dire, peraltro, che esse non siano rappresentative di giudizi di valore e di interessi sezionali chiaramente individuabili. A monte dei problemi tecnici considerati nel presente capitolo vi è una crisi irrisolta delle politiche economiche: la riaffermazione di un liberismo economico che spesso confonde la valorizzazione dell’iniziativa individuale con la salvaguardia a oltranza di posizioni privilegiate; l’offuscarsi della concezione di Stato garante del benessere sociale, che spesso si tende a valutare alla stregua di uno Stato acrìticamente assistenziale (Caffè, 1982), la tendenza a riabilitare il mercato, trascurandone le inefficienze (vedi p. 50).”.

Insomma, anche Caffè era fra “quelli che ce l’avevano detto”. Ovviamente, direi.”

2334.- VADEMECUM PER LA DIFESA DELLA SOVRANITA’ DEMOCRATICA (NO SOVRANITA’, NO DEMOCRAZIA)

Orizzonte48

VADEMECUM

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1. La sovranità viene oggi strumentalmente intesa come un concetto negativo che nuocerebbe alla pace internazionale e alla “crescita”, che sorgerebbero esclusivamente, ci dicono, per effetto del liberoscambismo più ampio possibile, cioè globalizzato a seguito di scelte politiche istituzionali assunte, in base ad una legittimazione “occulta” ai più, da oligarchie sottratte ad ogni controllo democratico (anche solo formale-elettorale) e, peraltro, trasformate in leggi di diritto interno (di ratifica o “recepimento”, peraltro costituzionalmente disfunzionali come fonti e come contenuti). Queste leggi  di ratifica e “recepimento” del sistema dei trattati corrispondente al diritto internazionale privatizzato (Lordon) vengono ritenute “ineluttabili” da parte degli “attori politici” nazionali che, anzi, così facendo, “valorizzano” il proprio ruolo realizzando interessi, – privati “ristretti” ed economicamente prevalenti-, estranei a quelli per la cui tutela hanno ricevuto il proprio mandato elettorale.
Le due principali obiezioni  alla sovranità degli Stati nazionali (in quanto: a) anti-pace e b) anti-crescita), come sappiamo, si rivelano radicalmente false e fondano la propria accettazione acritica, da parte dei popoli oggettivamente danneggiati dalla globalizzazione mediante trattati, sulle “forze materiali sterminate” che creano e mantengono i “centri di irradiazione” di un sistema mediatico-culturale che, ormai, non si accontenta di occultare il vero concetto costituzionale (qui, pp. 9-14) di sovranità (democratica del lavoro)accolto dal diritto internazionale generale e dalle Costituzioni, ma accusa di costituire “fake news” ogni voce di dissenso, quand’anche intesa a richiamare la legalità costituzionale violata nella sua più elementare sostanza. Forniamo dunque una serie di fonti che consentono – ad ogni cittadino italiano interessato alle sorti del benessere e della libertà propria e della propria famiglia- di verificare i punti essenziali di questa sintetica ma densa premessa. Padroneggiare questi argomenti è la base cosciente indispensabile per poter esercitare in modo “libero e eguale” il diritto di voto.
1a. Sulla natura istituzionale e non spontanea e naturalistica della globalizzazione:“una “globalizzazione senza regole” non può esistere, perché essa non è un fenomeno “naturale” (come ben sanno i suoi maggiori teorici): la globalizzazione può essere solo un fatto istituzionale, cioè di regole pretesamente “superiori” alle Costituzioni democratiche, promosso ed imposto dal diritto internazionale. Nella nostra epoca, più che mai, dal diritto internazionale di specifici trattati.I trattati pongono obblighi a carico degli Stati nazionali, e questi divengono il vettore di un’azione di denazionalizzazione e, dunque, di sostituzione dei loro scopi fondamentali (precedenti); vale a dire, inevitabilmente, per virtù della prevalenza reclamata dalle regole del trattato, sostitutivi di quelli che caratterizzano la sovranità costituzionale….Le regole pattizie sovranazionali che impongono la globalizzazione, poi, sono regole di liberoscambismo, cioè di affermazione del dominio dei “mercati” sulle società umane, i cui bisogni, – l’occupazione, la dignità del lavoro, la solidarietà sociale espressa nella cura pubblica dell’istruzione, della previdenza e della sanità- divengono recessivi e subordinati alla “scarsità di risorse” (pp. 4-5), che caratterizza gli squilibri crescenti tra le varie aree del mondo, determinati dalla logica inevitabile del liberoscambismo istituzionalizzato e regolato “contro” le Costituzioni democratiche. Infatti, l’essenza (supernormativa) del liberoscambismo istituzionalizzato mediante trattati, cioè sempre iper-regolato e vincolante, è quella di rimuovere gli ostacoli (pp. 7-10) alla instaurazione dell’ordine sovranazionale dei mercati, che altro non è che il perseguimento di una specializzazione estesa a livello mondiale (possibilmente; ma soprattutto e sicuramente €uropeo), in base al principio economico dei vantaggi comparatiLa globalizzazione è dunque un sistema di regolazione sovranazionale mirato a rafforzare le mire dei paesi (Stati nazionali) che la propugnano, da posizioni iniziali di forza politica ed economica, nel conquistare “i mercati esteri”. Questo meccanismo fondamentale si esprime inevitabilmente non solo come denazionalizzazione ma anche in termini di privatizzazione (antistatuale) degli interessi tutelati dalle norme istituzionali sulla globalizzazione: la conquista dei mercati avviene da parte dei monopoli e degli oligopoli privati delle nazioni più forti a danno di quelle più deboli e presuppone la minuziosa conservazione dei saldi della contabilità nazionale.Nulla più della globalizzazione istituzionalizzata indulge a rilevare gli effetti del “vincolo esterno“, cioè dell’indebitamento commerciale (e quindi privato) con l’estero dei vari paesi. E a trarne le conseguenze in termini di politiche che si impongono sui singoli Stati nazionali: politiche, a loro volta, riflesso automatico e condizionale delle regole precostituite nei trattati e per l’azione delle istituzioni organizzate che essi prevedono.

1b. Sulla natura degli interessi privati preorganizzati, al di fuori delle istituzioni democratiche nazionali, che danno luogo al sistema liberoscambista dei trattati economici internazionali:Vi chiederete allora (forse), perchè mai i più deboli aderiscano ai trattati: tendenzialmente perchè gli Stati, che come abbiamo visto sono gli unici soggetti-parti del diritto internazionale, stanno già subendo, a livello pregiuridico, puramente socio-politico, il rapporto di forza che viene poi ratificato nel trattato; quest’ultimo, appunto, nella logica “transattiva”, mitiga, o consente di offrire un risultato, quantomeno in termini di comunicazione politica, che “deve” essere fatto apparire come utile (o eticamente positivo), ai cittadini-elettori, da parte dei governi che sono gli organi che, per il diritto internazionale, negoziano e concludono i trattati….In un mondo che sostanzialmente vede la diffusione del modello capitalista (liberoscambista) a livello praticamente planetario, i rapporti di forza della comunità internazionale, che una volta erano legati alle dirette “pressioni” esercitate dalle “cannoniere”, sono oggi svolti sul piano essenzialmente economico-finanziario, e ovviamente monetario, e legati sempre più alla capacità di penetrazione dei grandi gruppi finanziari internazionaliNon si tratta più di indagare la prevalenza degli Stati in sé, ma il modo in cui gli stati collimino, nelle loro scelte, con la classe dirigente mondiale, la famosa oligarchia mondiale, e quindi non più con l’interesse nazionale in senso democratico. E su questo il professore coreano di Cambridge Chang nel suo libro “Bad samarhitans” credo offra il punto di vista più lucido.Molte organizzazioni internazionali sono di fatto oggi dominate dai gruppi economici che utilizzano gli stati per la loro legittimazione formaleIn sede UE, WTO, Banca mondiale, FMI, gli Stati non vanno a rappresentare gli interessi delle componenti sociali che danno luogo all’investitura elettorale, ma sono presenti in quelle sedi con elites definite tecniche, che in realtà sono emanazione diretta di quei gruppi economico-finanziari che sempre più controllano le istituzioni. Lo stato che entra nell’alveo di tale tipo di organizzazione internazionale riflette quindi una scelta quasi irreversibile compiuta da chi ha acquisito una rappresentatività di diritto internazionale fuori dal controllo democratico. Lo stesso Stato nazionale fa sfumare la sua soggettività nell’ambigua, e spesso nascosta,  investitura della multinazionale, del grande gruppo finanziario.”

1c. Sulla disfunzionalità costituzionale delle leggi di ratifica (e a maggior ragione degli altri strumenti corrispondenti) come procedure formali e rispetto ai loro contenuti:Fortunatamente, e paradossalmente, buona parte del problema ce lo ha già risolto…Amato (qui, p.6.1.)
“Cito in argomento un autore insospettabile di antieuropeismo come Giuliano Amato(Costituzione europea e parlamenti, Nomos, 2002, 1, pag. 15): “Quando si ratificano i trattati internazionali, in genere si ratificano quelli che disciplinano le relazioni esterne. Quando si ratifica una modifica dei trattati comunitari non si ratifica una decisione che attiene alle relazioni esterne, ma una decisione che attiene al governo degli affari interni. Il processo di ratifica così com’è è congegnato è allora del tutto inadatto ad assicurare ai parlamenti il ruolo che ad essi spetta rispetto agli affari interniIl procedimento di ratifica è tarato sull’essere ed il poter essere un potere intrinsecamente dei governi esercitato sotto il controllo dei parlamenti. Tant’è vero che la legge di ratifica è una legge di approvazione e non è una legge in senso formale.”Ma il vero clou del paradosso, dicevo, consiste nel fatto che “la politica dei piccoli passi nel processo di integrazione comunitaria ha fatto sì che mai nessuno abbia detto espressamente che, con i Trattati che si andavano stipulando, si stava costruendo una nuova costituzione.” (Luciani, op. cit., pagg. 85-6). …Un secondo punto da conoscere è quello relativo alla pretesa supremazia dei trattati sul diritto nazionale (e citiamo sempre il post di Arturo che, comunque, ha preannunziato di approfondire ulteriormente la questione):”Dopo il fallimento del progetto di costituzione europea a seguito dei due referendum francese e olandese, il 22 giugno del 2007 la Presidenza del Consiglio Europeo se n’è uscito con questa solenne dichiarazione:L’approccio costituzionale (ndr; in sede di trattato sull’unione europea), che consiste nell’abrogare tutti i Trattati e rimpiazzarli con un singolo testo definito “Costituzione” è abbandonato. […] Il TUE e il TFUE non avranno un carattere costituzionaleLa terminologia usata nei Trattati rifletterà questo cambiamento: il termine “costituzione” non verrà usato […]. Con riguardo alla supremazia del diritto comunitario, la conferenza intergovernativa adotterà una dichiarazione ricordando l’attuale giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea”.Tale dichiarazione è diventata la numero 17 allegata all’atto finale della conferenza intergovernativa che ha approvato il Trattato di Lisbona firmato il 13 dicembre 2007, ossia: “La conferenza ricorda che, per giurisprudenza costante della Corte di giustizia dell’Unione europea, i trattati e il diritto adottato dall’Unione sulla base dei trattati prevalgono sul diritto degli Stati membri alle condizioni stabilite dalla summenzionata giurisprudenza.Inoltre, la conferenza ha deciso di allegare al presente atto finale il parere del Servizio giuridico del Consiglio sul primato, riportato nel documento 11197/07 (JUR 260): «Parere del Servizio giuridico del Consigliodel 22 giugno 2007Dalla giurisprudenza della Corte di giustizia si evince che la preminenza del diritto comunitario è un principio fondamentale del diritto comunitario stesso. Secondo la Corte, tale principio è insito nella natura specifica della Comunità europea. All’epoca della prima sentenza di questa giurisprudenza consolidata (Costa contro ENEL, 15 luglio 1964, causa 6/64 […] non esisteva alcuna menzione di preminenza nel trattatoLa situazione è a tutt’oggi immutata. Il fatto che il principio della preminenza non sarà incluso nel futuro trattato non altera in alcun modo l’esistenza del principio stesso e la giurisprudenza esistente della Corte di giustizia.”…Premettiamo pure che la “denunzia” di Amato, relativa alla non idoneità della legge di ratifica rispetto ai contenuti in quanto incidenti sugli “affari interni”, è una pregiudiziale di ordine “procedurale” (cioè attiene alla legittimità dello specifico strumento costituzionale nel caso di quei contenuti e con quegli effetti), e prescinde dall’autonoma questione se QUALSIASI strumento (previsto dalla Costituzione, ovviamente), e qualsiasi tipo di dibattito parlamentare, possano introdurre nell’ordinamento quei contenuti: tale questione si risolverebbe, negativamente, alla stregua dell’art.11 Cost. e dei c.d. controlimiti…ove mai fossero applicati da…”qualcuno”: v.qui, p.7, infine

1.d. Sul ruolo e la portata degli “attori politici” nazionali che si fanno portatori della globalizzazione istituzionalizzata (ben diversa dal fenomeno storico sintetizzabile nel fatto che il progresso tecnologico, nel campo delle comunicazioni, dei trasporti, dei sistemi di produzione, riduca le “distanze fisiche”  tra le varie aree del mondo rendendo più agevoli le condizioni di scambio e di investimento, senza che ciò nulla implichi sul radicale mutamento delle condizioni istituzionali, in ciascuno Stato, del perseguire selettivamente gli interessi fondamentali del rispettivo sub-strato sociale, cioè nell’esercizio della sovranità democratica): La Sassen, famosa teorizzatrice della “città globale”, in un’illuminante intervista, ci dice alcune cose interessanti sui punti a) e b) sopra riassunti, che ci consentono di capire meglio quello c). Proviamo a esaminarle e a commentarle: 
1) “non esiste nessuna persona giuridica che rappresenti le marche globali; quello che esiste invece è uno spazio istituzionale, legale, formalizzato, che è stato prodotto passo dopo passo affinché le aziende globali potessero operarvi. E questi nuovi regimi giuridici, indispensabili alla geografia globale dei processi economici, sono stati creati e legittimati dallo Stato, attra verso processi di denazionalizzazione. Gli spazi globalizzati non nascono dal nulla, ma sono stati creati attraverso un importantissimo lavoro altamente specializzato compiuto dallo stato. Questo significa che all’interno dello stato nazionale ci sono alcuni settori che risultano essenziali per edificare uno spazio internazionalizzato. In questo senso sostengo che il globale si afferma anche all’interno e per mezzo del nazionale, attraverso un processo di denazionalizzazione portato avanti da alcune componenti dello stato nazionale…E’ chiaro il concetto? La globalizzazione è frutto di “nuovi regimi giuridici“, che, come sappiamo, fanno capo alla conclusione di trattati internazionali che, – come ammette senza alcuna preoccupazione, anzi, con un certo “apprezzamento”, la Sassen-, constano:a) di un punto di riferimento finale, cioè il titolare dell’interesse tutelato e realizzato dai trattati, individuato nelle “marche globali” (sarebbe poi a dire, le industrie multinazionali);b) un punto di riferimento statuale nazionale, individuato in “alcuni settori“, o “alcune componenti” interne allo Stato nazionale (!) che con un lavoro “altamente specializzato” – cioè di quelli ben retribuiti- portano avanti la denazionalizzazione per edificare uno spazio internazionalizzato nell’interesse non dei cittadini – che, necessariamente, sono coloro nel cui interesse devono agire i vari “settori” dello Stato-, ma delle imprese multinazionali.  Infatti queste, poverine, non avendo una persona giuridica che le tutela (a livello mondiale), si devono accontentare di…catturare settori dello Stato per fargli attuare politiche di proprio interesse…non nazionale!E la Sassen ce lo dice così, senza battere ciglio, con l’intervistatore, a quanto pare, incapace di scorgere la portata di quanto apertamente affermato!…”Perché se riconosciamo i processi di denazionalizzazione, se in altri termini comprendiamo che la globalizzazione è un processo parzialmente endogeno al nazionale piuttosto che a esso esterno, possiamo capire che è proprio all’interno del nazionale che si stanno aprendo nuovi spazi politici potenzialmente globali per tutta una serie di attori confinati nel nazionale. Attori che possono prendere parte alla politica globale non solo attraverso strumenti globali, di cui possono anche non disporre, ma attraverso gli strumenti formali dello stato nazionale…”.Questo passaggio può apparire un po’ criptico e, addirittura, (nella tentazione di andare oltre), può indurre a soprassedere. Mal ve ne incoglierebbe! Quello che la Sassen ci sta dicendo nel suo metalinguaggio (che l’ha ormai resa celebre) è, tradotto in corretti e concreti termini giuridico-economici: i politici che assumono il ruolo di promuovere, concludere e, successivamente, attuare i trattati internazionali che tutelano gli interessi delle “marche globali”(=”multinazionali”) acquistano un maggiore e crescente spazio istituzionale, funzionalmente giustificato dallo sviluppo dell’azione agevolatrice già svolta.

1.e. Sulla “vera crescita” che si verifica, a livello planetario, a seguito della globalizzazione istituzionalizzata, affermatasi in particolare, tramite il Washington Consensus e l’UE-M:Al riguardo, ci basterà rammentare i dati, nudi e crudi, che si offre Ha-Joon Chang, in “Bad Samaritans” (capitolo 1, “The real history of globalization”, pagg.6-14). 
Ebbene, già al tempo dei “misfatti” dell’Impero inglese, – che pur ammessi non portano gli storici ad ammettere, altrettanto, la realtà economica conseguente e induce anzi a continuare a lodare gli effetti positivi “per tutti i paesi coinvolti” della globalizzazione “imperialista” dell’800-, l’Asia, che prima dei trattati aveva paesi al vertice dei PIL mondiali (tipicamente la Cina nella prima parte del secolo) crebbe solamente dello 0,4% all’anno tra il 1870 e il 1913. L’Africa, il più vantato esempio di civilizzazione e progresso free-trade colonialista, crebbe, nello stesso periodo, dello 0,6%. Europa e USA crebbero invece, rispettivamente, dell’1,3 e dell1,8% in media negli stessi anni. Notare che i paesi dell’America Latina, che nello stesso periodo recuperarono autonomia tariffaria e di politica economica, crebbero allo stesso livello degli USA! (Tralasciamo gli eventi susseguenti alla crisi del ’29, quando i free-traders dominanti, abbandonarono il gold-standard e aumentarono sensibilmente le tariffe alle importazioni, prima nei settori dell’agricoltura e poi in generale nell’industria manifatturiera)…Che accadde nel dopoguerra del 1945, quando si verificò il progressivo smantellamento del colonialismo e l’adozione degli Stati interventisti praticamente in tutto il mondo, sviluppato (e in ricostruzione) o in “via di sviluppo” (col tanto deprecato neo-protezionismo, da incentivazione pubblica all’industria nazionale e alla ricerca)?Riassuntivamente: nei deprecati anni del protezionismo, rigettato come Satana dai vari governatori di tutte le banche centrali del mondo divenute indipendenti, in specie negli anni ’60 e ’70, i paesi in via di sviluppo che adottarono le “politiche “sbagliate” del protezionismo, crebbero del 3% in media all’anno: questo dato, sottolinea Chang, è il migliore che, tutt’ora, abbiano mai accumulato. 
Ma gli stessi “paesi sviluppati” crebbero, negli stessi decenni, al ritmo di 3,2% medio all’anno….Poi intervengono le liberalizzazioni nella circolazione dei capitali e gli accordi tariffari: i paesi sviluppati, già negli anni ’80 vedono la crescita media annuale abbattersi al 2,1%. Anche questi facevano le riforme, e infatti gli effetti di deflazione  e rallentamento della crescita si vedono (finanziarizzazione e redistribuzione verso l’alto del reddito crescono a scapito delle invecchiate democrazie sociali). Ma le riforme più intense, sono imposte proprio ai paesi in via di sviluppo, tramite il solito FMI: è qui che si registra il calo della crescita più marcato.I paesi emergenti, infatti, debitamente “riformati” e “aperti” nelle loro economie, vedono la crescita praticamente dimezzarsi dal 3% a circa la metà, negli anni ’80-’90, cioè all’1,7 medio annuo.Ma attenzione: la decrescita “infelice”, cioè l’impoverimento neo-colonizzatore, sarebbero ancora più marcati se si escludessero Cina e India. Infatti, nota Chang, questi paesi si imposero progressivamente alla crescita, realizzando un 30% del prodotto globale dei paesi in via di sviluppo già nel 2000 (dal 12% degli anni ’80): ma India e Cina rifiutarono il Washington Consensus e le “riforme” stile “golden straitjacket” tanto propugnate dal noto Thomas Friedman (che abbiamo già incontrato in questo specifico post).

1.f. Sulla “curiosa” dimenticanza storica che il free-trade globale non sia portatore di imperitura pace (di certo non di “prosperità..), com’è del tutto naturale in quanto si fonda sull’imposizione e amplificazione di rapporti di forza che, ben lungi dal travalicare in “nazionalismo”, tendono a evolversi inevitabilmente in “imperialismo”: cioè in uso della forza da parte, pensate un po’, dei forti (cosa del tutto prevedibile, anzi scontata, ma che il sistema mediatico da ESSI controllato si adopera costantemente di nascondere ai popoli “dominati”) per preservare l’assetto da essi istituzionalizzato, allorché i popoli assoggettati si risveglino nella disperazione materiale e respingano il carattere predatorio del “vincolo esterno” asimmetrico:”Keynes, si interroga sulla efficacia dell’internazionalismo economico relativamente all’ottenimento della pace (sempre nei limiti di contesto, punto di osservazione, e di momento storico, fin qui tratteggiati; cfr; pagg.95-98):  
“…al momento attuale non sembra logico che la salvaguardia e la garanzia della pace internazionale siano rappresentate da una grande concentrazione degli sforzi nazionali per conquistare i mercati esteri, dalla penetrazione, da parte delle risorse e dell’influenza di capitali stranieri, nella struttura economica di un paese e dalla stretta dipendenza della nostra vita economica dalle fluttuazioni delle politiche economiche di paesi stranieri.Alla luce dell’esperienza e della prudenza, è più facile arguire proprio il contrarioLa protezione degli attuali interessi stranieri di un paese, la conquista di nuovi mercati, il progresso dell’imperialismo economico, sono una parte difficilmente evitabile di un sistema che punta al massimo di specializzazione internazionale e di diffusione geografica del capitale, a prescindere dalla residenza del suo proprietario….Ma quando lo stesso principio (ndr; di scissione tra proprietà “azionaria” del capitale e gestione dell’impresa multinazionale, cioè che investe all’estero) è applicato su scala internazionale, esso è, in periodi di difficoltà, intollerabile: io non sono responsabile di ciò che posseggo e coloro che gestiscono non sono responsabili verso la mia proprietà non sono responsabili nei miei confronti. Vi può essere qualche calcolo finanziario che mostra i vantaggi di investire i miei risparmi in qualche parte della Terra, mettendo in evidenza la più elevata efficienza marginale del capitale o il più elevato daggio d’interesse ch eposso ricavare. Ma l’esperienza dimostra sempre di più che quando si considerino le relazioni tra gli uomini, il distacco tra proprietà e gestione è un male, e che esso quasi sicuramente, nel lungo periodo, provocherà tensioni e antagonismi, facendo fallire il calcolo finanziario.”…Sulla scorta di questa premessa previsionale, relativa a “tensioni e antagonismi” che, col senno di poi, paiono un understatement rispetto agli eventi che si produrrano sulla scena mondiale, Keynes azzarda una ricetta, applicando la quale per tempo si sarebbe potuto evitare il disastroI paesi colonizzati, in questo schema, avrebbero avuto un necessario grado di autonomia politica per poter sviluppare, con un ragionevole protezionismo (qui, p.6), l’infant capitalism (ben prima della fase del trentennio d’oro), i mostri del nazi-fascismo sarebbero stati (forse) in gran parte ridimensionati, sul piano delle stesse motivazioni sovrastrutturali che li animavano, dalla riapertura dei giochi (specie sulle materie prime,) e delle conseguenti “gerarchie” che erano la giustificazione per la conservazione degli imperi coloniali europei; la stessa tendenza al gold-strandard e alle politiche di bilancio austere in caso di crisi, incentrate sul riequilibrio naturale dei prezzi e dei salari, avulse dalla politica delle bilance di pagamento in attivo (o del loro equilibrio raggiunto a scapito della permanente dipendenza economica delle aree coloniali), avrebbero perso gran parte della loro implicita ragione politica (molto più forte, già allora, di quella economico-scientifica, essendo in corso già le conseguenze della crisi del ’29).
…In conclusione, a complemento del discorso svolto da Keynes, ci pare opportuno riportare l’analisi di Gramsci (citata da Francesco), che con la sua consueta nitidezza, tratteggia, in raccordo alle stesse intuizioni keynesiane, una cornice storico-economica che, oggi, risulta più che mai attuale; la visione gramsciana, infatti, appare capace di descrivere le analoghe tensioni a cui sono esposte, sempre a causa dell’ordine internazionale dei mercati come paradigma che si deve affermare a qualsiasi costo, la pace e il democratico benessere dei popoli:”Lontani anni luce da Gramsci che non si era fatto attrarre da tali sirene, consapevole della vocazione globale del capitalismo mercataro e del falso mito dell’internazionalismo: “Tutta la tradizione liberale è contro lo Stato. […] La concorrenza è la nemica più accerrima dello stato. La stessa idea dell’Internazionale è di origine liberale; Marx la assunse dalla scuola di Cobden e dalla propaganda per il libero scambio, ma criticamente” (A. Gramsci, L’Ordine nuovo, 1919-1920, Torino, 1954, 380).
E sulla “globalizzazione”, diversamente da rapporti inter-nazionali tra Stati sovrani come concepita, già allora scriveva: “Il mito della guerra – l’unità del mondo nella Società delle Nazioni – si è realizzato nei modi e nella forma che poteva realizzarsi in regime di proprietà privata e nazionale: nel monopolio del globo esercitato e sfruttato dagli anglosassoniLa vita economica e politica degli Stati è controllata strettamente dal capitalismo angloamericano. […] Lo Stato nazionale è morto, diventando una sfera di influenza, un monopolio in mano a stranieri. Il mondo è “unificato” nel senso che si è creata una gerarchia mondiale che tutto il mondo disciplina e controlla autoritariamente; è avvenuta la concentrazione massima della proprietà privata, tutto il mondo è un trust in mano di qualche decina di banchieri, armatori e industriali anglosassoni” (A. Gramsci, L’Ordine nuovo, cit. 227-28).(A proposito: chi mi ritrova il commento, credo di Arturo, ove era riportato il discorso di Hitler sulla politica economica salariale legata alla sola crescita reale del prodotto e in condizioni di gold standard, cioè dando priorità alle esportazioni?) Pubblicato da Quarantotto

2315.- IL 25 APRILE CI RICORDA TROPPE ATROCITÀ. BASTA CON LA CULTURA DELL’ODIO!

Non solo da una parte ci furono esseri spregevoli. Non ho niente da festeggiare, né mi sento libero. Liberato, ieri forse, ma libero non di certo! Mi chiamo Mario in ricordo del mio padrino, ufficiale pilota assassinato mentre cercava casa per il suo matrimonio, e non era fascista né altro.

MODENA CITTA’ MEDAGLIA D’ORO
La famiglia del veterinario Pallotti fu sterminata in casa la sera del 9 gennaio 1945. Ai suoi due bambini fu sparato in faccia.
Carlo Azzali fu gettato nel Secchia con le mani legate dietro la schiena (12 febbraio ’45).
Jolanda Pignatti, fu sepolta viva (27 aprile ’45).
Prima Stefanini, di 38 anni e la figlia Paolina di 18, furono sequestrate e violentate per dodici giorni e poi soppresse (20 aprile ’45).
Casto Elmotti fu torturato con il taglio dei testicoli, lo strappo delle unghie e l’enucleazione degli occhi (27 aprile ’45).
Don Luigi Lenzini fu torturato con il taglio del pene e l’enucleazione degli occhi (21 luglio ’45).
Elio Lugli fu affogato in un pozzo nero (6 gennaio ’45).
Albina Gualtieri fu bruciata viva assieme al marito Ercole Martini(4 luglio ’44).
Con simili metodi in questa provincia altre centottanta persone furono soppresse.
Fu Resistenza?
Sì, la Resistenza fu anche questo.
Nella foto (1985) gli assassini, nel dopoguerra nel libro paga del PCI modenese.

Da un libro di Gianfranco Stella

2308.- La Francia: «Italia a rischio, in arrivo i terroristi islamici». E noi? Risponderemo a colpi di direttive!

Mentre la Libia è nel caos e assistiamo al ritorno in armi dell’ISIS, quel ministro della Difesa Elisabetta Trenta che inneggia agli e alle omosessuali in uniforme e quel presidente del Consiglio, entrato in punta di piedi, fattosi consapevole del suo ruolo, camuffano la nostra inconsistenza, blaterando di porti aperti: “Il futuro non è gestibile con la chiusura dei porti”.  “Non sono quella che dice ‘apriamo a tutti, assolutamente no – ha precisato il ministro della Difesa – però ragioniamo sul futuro perché prima o poi questo futuro ci sfugge di mano”. Certamente non gestiremo il futuro monitorando la guerra in Libia, come fa l’ONU, rifiutando ogni opzione di imposizione militare della pace ed è vero, che una iniziativa solo italiana, se fatta con l’esercito sarebbe un disastro; ma se sosteniamo un governo libico nel cammino verso libere elezioni, abbiamo il dovere e l’interesse, almeno, di armarlo. Non c’è soluzione politica fra le parti in lotta, che non passi attraverso l’impiego della forza militare. Non c’è soltanto la libertà del popolo libico o gli interessi dell’ENI da difendere. L’ISIS è ricomparso in armi a Sud di Tripoli e ogni migrante che sbarca in Italia è potenzialmente un terrorista. l’Europa è sotto attacco e lo dimostrano le quattro cattedrali incendiate in questo ultimo mese a Parigi (Saint Nicholas, nel nord della Francia, Saint Alain nella Francia del sud, il 17 marzo scorso l’incendio doloso della cattedrale di Saint-Sulpice) , gli altri 60 attacchi in Francia a chiese cattoliche con atti vandalici, ruberie, profanazioni e i social dei musulmani inneggianti alla vendetta di Allah.  Gli islamici esultano, ma sarà una coincidenza.. Peccato che non credo alle coincidenze.. Infatti, su Al Jazeera i mi piace e le faccine che ridevano, mentre Notre Dame era in fiamme, e ancora ridono, si sprecano. Sarà un caso? Forse si, come queste parole. È tutto un caso.

“In terra udita Santa Voce della Dama Santa,
Umana fiamma si vedrà brillare per divina:
Farà dei preti, di lor sangue terra spanta,
E i sacri templi per gli impuri alla rovina.”
Nostradamus

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini non lascia. Ha detto “non resterò a guardare”. È solo e risponde come può; ma le direttive non bastano.

La direttiva del Viminale commentata dal Secolo d’Italia:

La tensione è altissima. Centinaia di terroristi islamici potrebbero arrivare in Italia approfittando del caos libico. Non a caso la Francia ha chiesto ufficialmente di prorogare la chiusura delle frontiere con l’Italia per altri sei mesi, per «emergenza nazionale» legata al terrorismo. È quanto si apprende da fonti del Viminale che ha immediatamente risposto con una direttiva.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha inviato una intimazione ai vertici delle forze dell’ordine e al capo di Stato Maggiore della Difesa in cui dispone «di vigilare affinché il comandante e la proprietà della nave Mare Jonio» si attengano alle «vigenti normative nazionali ed internazionali in materia di coordinamento delle attività di soccorso in mare e di idoneità tecnica dei mezzi impiegati» per questa attività. Nell’intimazione il ministro sottolinea come questa attività «può determinare rischi di ingresso sul territorio nazionale di soggetti coinvolti in attività terroristiche o comunque pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica, in quanto trattasi della totalità dei cittadini stranieri privi di documenti di identità e la cui nazionalità è presunta sulla base della rispettive dichiarazioni».

Nell’intimazione del Viminale si sottolinea che «il rispetto e la salvaguardia della vita umana in mare comportano l’obbligo di applicare le vigenti normative internazionali, evitando ogni comportamento che concorra alla determinazione di situazioni di rischio per la vita umana e ad incentivare i pericolosi attraversamenti via mare da parte di immigrati». Inoltre si considera che «gli interventi da parte di imbarcazioni private in determinate e circoscritte aree di mare, che si risolvono nel preventivato ed intenzionale trasporto dei migranti verso le coste europee, concretizzano, anche per le attività di pubblicizzazione, una cooperazione “mediata” che, di fatto, incentiva gli attraversamenti via mare di cittadini stranieri non in regola con il permesso del soggiorno e ne favorisce obiettivamente l’ingresso illegale sul territorio nazionale». Inoltre va considerato che le «strategie criminali dei trafficanti di migranti», sfruttano l’attività in mare svolta da «imbarcazioni private che non hanno titolo e legittimazione a porre in essere azioni idonee al contrasto del traffico illecito». Il ministero rileva anche che «imbarcazioni battenti bandiera italiana o estera hanno svolto le descritte attività sistematiche di prelievo in mare di cittadini stranieri in aree che, ai sensi della vigente normativa internazionale, non rientravano nella responsabilità Sar (Search and rescue) italiana e che tali imbarcazioni hanno rifiutato il coordinamento Sar delle Autorità straniere legittimamente responsabili ai sensi della vigente normativa internazionale ovvero non hanno ottemperato alle istruzioni emanate dalle suddette Autorità».

2305. Libia. Oggi, Haftar al Cairo da al-Sisi. Domani a Roma trilaterale con il Qatar e Misurata


Non si ferma in Libia, alle porte di Tripoli, la guerra tra le forze fedeli al governo nazionale di Fayez al-Sarraj e quelle del generale Khalifa Haftar che, secondo il quotidiano egiziano Al Ahram, oggi è arrivato al Cairo per incontrare il presidente Abdel Fattah al-Sisi. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il numero delle vittime dall’inizio del conflitto è salito a 121, mentre quello dei feriti a 561. L’Associazione medici stranieri in Italia (Amsi) ha riferito che tra i morti ci sono 28 sono bambini e tra i feriti circa 200, mentre l’Ocha parla di circa 16mila sfollati. Intanto l’Italia rilancia la sua azione diplomatica incontrando uno dei più potenti sponsor arabi del governo di Sarraj, il Qatar: il vicepremier Mohammmed Bin Abdulrahman Al Thani è a Roma e domani pomeriggio avrà un incontro con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e molto probabilmente con Ahmed Maitig o Maiteeq vice presidente del Governo libico e leader di Misurata, detto l’ago della bilancia.

Ahmed Maitig

16.000 sfollati, 2.000 solo nelle ultime 24 ore, cercano scampo in Tunisia

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (Ocha), sono oltre duemila le persone che hanno lasciato le proprie case solo nelle ultime 24 ore. Negli scontri, scrive l’Ocha, sono state danneggiate altre due ambulanze, portando a otto il numero dei veicoli di soccorso danneggiati dall’inizio delle ostilità a Tripoli. Nella nota, l’Ufficio Onu sottolinea inoltre che “i partner umanitari forniscono assistenza laddove l’accesso lo consente”, mettendo in risalto il fatto che “finora sono state raggiunte circa 4.000 persone con una qualche forma di assistenza umanitaria”. Inoltre, con implicito riferimento ai raid aerei delle forze del generale Khalifa Haftar, la Missione di supporto dell’Onu in Libia (Unsmil) “avverte che il bombardamento di scuole, ospedali, ambulanze e aree civili è severamente proibito dal diritto internazionale umanitario”. “La missione – si legge in un tweet – sta monitorando e documentando tutti gli atti di guerra che violano questa legge al fine di informare il Consiglio di sicurezza e la Cpi”, la Corte penale internazionale dell’Aja.

Ospedali al collasso e rischio epidemie

La battaglia sempre più cruenta alle porte di Tripoli, riferisce Foad Aodi, presidente dell’Amsi, sta provocando il collasso degli ospedali libici per mancanza di strumentazione e scorte di sangue, con il rischio concreto che possano scoppiare delle epidemie. Le strutture, spiega Aodi, “sono al collasso e sono triplicate le richieste di operare in Italia i bimbi feriti. Da quanto mi stanno riferendo i colleghi medici dalla Libia – afferma – si registrano numerose persone ferite che sono ancora nelle proprie case e la situazione è drammatica perché manca sangue e materiale chirurgico negli ospedali per effettuare gli interventi necessari. C’è il rischio di una crisi umanitaria ed epidemie se non vengono curati i feriti”. Risulta, afferma Aodi, che “negli ospedali manchi tutto. Su 500 feriti, almeno 120 sono gravissimi e non possono essere operati perché mancano strumenti chirurgici”.

I bambini-soldato

I numeri di morti e feriti, aggiunge Aodi, “crescono di ora in ora e a ciò si affianca un’altra emergenza di cui nessuno parla: sono centinaia i minori a rischio e che vengono utilizzati come bambini-soldato negli scontri in Libia”. “In questi ultimi mesi – denuncia – stimiamo che oltre 1000 bambini e minorenni siano stati utilizzati nei combattimenti e lo siano tuttora. È un fenomeno molto diffuso: hanno da 14 a 17 anni e sono provenienti dalla Siria, dal mercato delle immigrazioni ma anche da famiglie molto povere libiche che vengono ricattate dai combattenti”.

Domani il bilaterale con il vicepremier del Qatar

Intanto il governo italiano, con il premier Conte che ieri ha parlato di “serio e concreto rischio, di una crisi umanitaria”, si muove per vie diplomatiche. Lunedì arriverà a Roma il vicepremier e ministro degli Esteri qatarino Mohammed Al Thani, influente membro della famiglia reale dell’emiro Tamim Al Thani. Conte lo incontrerà insieme al titolare della Farnesina Enzo Moavero Milanesi e non è escluso che, lo stesso giorno, atterri nella capitale anche il vicepresidente del Consiglio presidenziale del governo di Tripoli, Ahmed Maitig, uno degli uomini forti del presidente Sarraj, esponente di Misurata, la città libica più potente a livello militare.

La tensione con la Francia

Non si allenta, invece, la tensione diplomatica con la Francia: mentre si rincorrono sempre più frequenti le voci sulla presenza di esperti militari francesi tra le fila dell’esercito del generale Haftar, ieri i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono tornati a denunciare le ambiguità di Emmanuel Macron sulla Libia. Il primo è stato il ministro dell’Interno: “Stiamo lavorando affinché in Libia le cose non peggiorino. Speriamo che tutti i Paesi occidentali facciano lo stesso e non ci sia qualcuno che, come in passato, gioca alla guerra per interessi economici. In passato la Francia lo fece e speriamo che non stia ripetendo lo stesso scherzetto perché poi ne pagano le conseguenze tutti”. Poi Di Maio: “Già nel 2011, quando l’Ue non è stata compatta, abbiamo pagato lo scotto di azioni singole in Libia. Allora la Libia è stata destabilizzata e l’Italia ha pagato per 5-6 anni lo scotto più grande di decisioni autonome singole di Stati europei che hanno interferito con le azioni che si stavano portando avanti in Libia. Mi auguro che non ci siano altre influenze europee nello scenario libico”.

Un cannone semovente OTO Melara “Palmaria” delle brigate di Misurata

Gli scontri

Ieri, nel decimo giorno della guerra proclamata da Haftar, ci sono stati violenti scontri lungo l’asse a sudovest della capitale Tripoli. Sul campo, hanno riferito fonti attendibili, sono arrivate anche le temibili milizie di Zintan, protagoniste della cacciata di Muammar Gheddafi da Tripoli nel corso della rivoluzione del 2011 e pronte ora a combattere per la difesa della capitale. I soldati del generale della Cirenaica hanno sfondato le linee avversarie, avanzando a colpi di artiglieria, missili Grad e sostenuti dai raid aerei. Due le zone conquistate per diverse ore: quella di Suani ben Adem, 25 km a sudovest di Tripoli, e quella di Aziziya, una trentina di chilometri più a sud, lungo la direttrice che conduce a Zintan e Gharyan. Dopo ore di battaglia, le milizie di Tripoli hanno lanciato il contrattacco e respinto i nemici a Suani ben Adem. Le truppe di Haftar sono state costrette alla ritirata, lasciando diverse unità di fanteria lungo la linea di un fronte frastagliato, lontane dalle retrovie. I soldati che difendono la capitale sono poi avanzati anche su Aziziya, strappando parte della città agli avversari.

È il pick up Toyota con cannone mitragliera il sistema d’arma più diffuso fra quelli offerti dai mercanti.

Abbattuto un jet dell’LNA. I piloti si sono eiettati.


2294 .- Una rabbia dilagante. Sondaggi Swg: in Europa sfiducia verso la politica e sospetto verso il modello capitalista


Esclusiva Huffpost: un’istantanea dell’insoddisfazione e del malessere, che in Germania e Francia è superiore che in Italia 

JERRY LAMPEN / REUTERS

Sfiducia verso la classe politica, paura per la minaccia rappresentata da multinazionali e grandi banche, adesione ideale alle violente proteste dei gilet gialli, disinganno e sospetto nei confronti del modello capitalista. In sintesi: la grande rabbia che monta e attraversa tutti i Paesi dell’Ue. E come una livella, appiana per una volta le differenze sociali, economiche e culturali di una unione politica disfunzionale. È quanto emerge da una macro-indagine condotta da Swg in Italia e da altri quattro istituti di ricerca in Germania, Austria, Polonia, Spagna e Francia. Stesse domande a cittadini di sei Stati, utili a fotografare il sentiment elettorale alla vigilia del voto europeo del 23-26 maggio.

Al di là dei risultati che usciranno dalle urne, su cui influiscono fattori molteplici – come la collocazione spesso scoordinata di partiti affini in gruppi diversi per meri calcoli politici, il numero di seggi assegnati ai Paesi in base al loro “peso”, o l’esito ancora incerto del processo Brexit – il maxi-sondaggio è un’istantanea dell’insoddisfazione e del malessere di colui che per primo avrebbe dovuto beneficiare del sogno comunitario: il cittadino europeo.

Si vede quindi che la metà degli elettori di Germania, Austria e Spagna crede che tutti i politici, o comunque la maggior parte di essi, siano disonesti. Una tale sfiducia nell’integrità della classe politica è superiore solo in Francia (55%). A ben vedere, sono l’Italia (44%) e la Polonia (43%) i Paesi dove la diffidenza è minore. E dove – coincidenza – governano partiti di vena euroscettica.

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Al sospetto si unisce poi la paura per lo strapotere di multinazionali e grandi banche d’affari sulle vite dei singoli. In Spagna il 72% dei cittadini si dice preoccupato, in Austria il 70%, in Germania il 67%, in Italia il 61%, in Francia il 60% e in Polonia il 52%. A dimostrazione che il grande ombrello istituzionale di Bruxelles appare incapace, agli occhi dei popoli europei, di dare quella protezione sociale che pure l’unione avrebbe dovuto garantire.

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Serve quindi un cambiamento, è convinzione unanime. Stupisce però un dato che emerge dall’indagine dei cinque istituti demoscopici: il consenso che in alcuni Paesi, anche in quelli che guidano le classifiche macroeconomiche dell’Ue, viene attribuito a forme di protesta prossime alla violenza. Più di un francese su due (53%) si dice d’accordo sulla necessità di arrivare a un cambiamento attraverso la rivolta. Non a caso i gilet gialli da settimane scendono in strada per manifestare contro il caro vita continuando a godere di una discreta approvazione sociale, nonostante tanti episodi di aggressioni e vandalismo. Nell’Italia che ancora stenta a tornare ai livelli pre-crisi è il 43% dei cittadini a dirsi favorevole all’idea di ricorrere anche alla violenza per attuare un cambiamento sempre più necessario. Sorprende la Germania, dove ben quattro elettori su dieci condividono l’approccio dei gilet gialli. La (fu?) locomotiva dell’economia europea oggi è alle prese con l’avanzata dell’estrema destra, in ascesa negli ultimi anni nei consensi soprattutto nella area orientale del Paese dove è più alto il prezzo pagato alla globalizzazione. Basti pensare che ormai un po’ ovunque, anche in Germania, il capitalismo è considerato sorpassato. Si solleva anzi la richiesta di un sistema economico nuovo, o totalmente differente rispetto al modello capitalista o misto, che ne allevi gli effetti nefasti.

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In Germania solo il 15% dei cittadini lo “difende”, riporta l’indagine. E non si fatica a capirne le ragioni. Come mostra un recente studio del Diw di Berlino, dal 1995 nonostante il boom del mercato del lavoro e la forte crescita economica, la quota dei bassi salari tra le retribuzioni dei lavoratori tedeschi si è ampliata, invece di diminuire. La famosa “forbice” delle diseguaglianze si è allargata e a pagare il prezzo maggiore sono state le donne e i cittadini dell’ex Germania dell’Est (circa il 30%). Naturale, quindi, che l’insoddisfazione investa il modello economico in vigore. Solo in Polonia resiste una certa dose di fiducia nel capitalismo mentre in tutti gli altri Paesi si avverte l’esigenza di un cambiamento radicale.

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L’analisi Swg svela in tutta la sua amarezza lo stato d’animo dell’elettore europeo, a poche settimane da quello che molti osservatori non esitano a definire un voto cruciale, uno spartiacque nella storia dell’Ue. Racconta di un cittadino sopraffatto e indifeso di fronte a un modello economico oppressivo e a una classe politica inadeguata al ruolo che lei stessa si è ritagliata senza avere le capacità necessarie ad onorarlo. Se a più di un quarto di secolo da Maastricht ci si interroga sulla effettiva convenienza dello stare insieme, è chiaro che qualcosa è andato storto.

Claudio Paudice

2293.- Papa Ratzinger: la Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali


Questo è il lungo articolo che il Papa emerito, Benedetto XVI, ha scritto sotto forma di appunti sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. È un’analisi approfondita e impietosa su come è nato e si è diffuso questo crimine anche nel mondo ecclesiastico. Un crimine figlio di un «collasso morale» così difficile da combattere. La riflessione di Joseph Ratzinger copre mezzo secolo di storia e verrà pubblicata dal mensile tedesco Klerusblatt. Il Corriere della Sera ha avuto il testo in esclusiva per l’Italia, “che riproponiamo”.

di Benedetto XVI

Papa Ratzinger: la Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali

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Dal 21 al 24 febbraio 2019, su invito di Papa Francesco, si sono riuniti in Vaticano i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo per riflettere insieme sulla crisi della fede e della Chiesa avvertita in tutto il mondo a seguito della diffusione delle sconvolgenti notizie di abusi commessi da chierici su minori. La mole e la gravità delle informazioni su tali episodi hanno profondamente scosso sacerdoti e laici e non pochi di loro hanno determinato la messa in discussione della fede della Chiesa come tale. Si doveva dare un segnale forte e si doveva provare a ripartire per rendere di nuovo credibile la Chiesa come luce delle genti e come forza che aiuta nella lotta contro le potenze distruttrici.

Avendo io stesso operato, al momento del deflagrare pubblico della crisi e durante il suo progressivo sviluppo, in posizione di responsabilità come pastore nella Chiesa, non potevo non chiedermi – pur non avendo più da Emerito alcuna diretta responsabilità – come, a partire da uno sguardo retrospettivo, potessi contribuire a questa ripresa. E così, nel lasso di tempo che va dall’annuncio dell’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali al suo vero e proprio inizio, ho messo insieme degli appunti con i quali fornire qualche indicazione che potesse essere di aiuto in questo mo­mento difficile. A seguito di contatti con il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, e con lo stesso Santo Padre, ritengo giusto pubblicare su «Klerusblatt» il testo così concepito. 

Il mio lavoro è suddiviso in tre parti. In un primo punto tento molto breve­mente di delineare in generale il contesto sociale della questione, in mancanza del quale il problema risulta incomprensibile. Cerco di mostrare come negli anni ’60 si sia verificato un processo inaudito, di un ordine di grandezza che nella storia è quasi senza precedenti. Si può affermare che nel ventennio 1960-1980 i criteri validi sino a quel momento in tema di sessualità sono venuti meno completamente e ne è risultata un’assenza di norme alla quale nel frattempo ci si è sforzati di rimediare.

In un secondo punto provo ad accennare alle conseguenze di questa si­tuazione nella formazione e nella vita dei sacerdoti. 

Infine, in una terza parte, svilupperò alcune prospettive per una giusta ri­ sposta da parte della Chiesa.

I
Il processo iniziato negli anni ’60 e la teologia morale 

1. La situazione ebbe inizio con l’introduzione, decretata e sostenuta dallo Stato, dei bambini e della gioventù alla natura della sessualità. In Ger­mania Käte Strobel, la Ministra della salute di allora, fece produrre un film a scopo informativo nel quale veniva rappresentato tutto quello che sino a quel momento non poteva essere mostrato pubblicamente, rap­porti sessuali inclusi. Quello che in un primo tempo era pensato solo per informare i giovani, in seguito, come fosse ovvio, è stato accettato come possibilità generale.

Sortì effetti simili anche la «Sexkoffer» (valigia del sesso) curata dal governo austriaco. Film a sfondo sessuale e pornografici divennero una realtà, sino al punto da essere proiettati anche nei cinema delle stazioni. Ricordo ancora come un giorno, andando per Ratisbona, vidi che attendeva di fronte a un grande cinema una massa di persone come sino ad allora si era vista solo in tempo di guerra quando si sperava in qual­che distribuzione straordinaria. Mi è rimasto anche impresso nella memoria quando il Venerdì Santo del 1970 arrivai in città e vidi tutte le colonnine della pubblicità tappezzate di manifesti pubblicitari che presentavano in grande formato due persone completamente nude abbracciate strettamente.

Tra le libertà che la Rivoluzione del 1968 voleva conquistare c’era anche la completa libertà sessuale, che non tollerava più alcuna norma. La propensione alla violenza che caratterizzò quegli anni è strettamente legata a questo collasso spirituale. In effetti negli aerei non fu più consentita la proiezione di film a sfondo sessuale, giacché nella piccola comu­nità di passeggeri scoppiava la violenza. Poiché anche gli eccessi nel ve­stire provocavano aggressività, i presidi cercarono di introdurre un abbigliamento scolastico che potesse consentire un clima di studio.

Della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente. Quantomeno per i giovani nella Chiesa, ma non solo per loro, questo fu per molti versi un tempo molto difficile. Mi sono sempre chiesto come in questa situazione i giovani potessero andare verso il sacerdozio e accet­tarlo con tutte le sue conseguenze. Il diffuso collasso delle vocazioni sa­cerdotali in quegli anni e l’enorme numero di dimissioni dallo stato cle­ricale furono una conseguenza di tutti questi processi.

2. Indipendentemente da questo sviluppo, nello stesso periodo si è verifica­to un collasso della teologia morale cattolica che ha reso inerme la Chiesa di fronte a quei processi nella società. Cerco di delineare molto brevemente lo svolgimento di questa dinamica. Sino al Vaticano II la teologia morale cattolica veniva largamente fondata giusnaturalistica­mente, mentre la Sacra Scrittura veniva addotta solo come sfondo o a supporto. Nella lotta ingaggiata dal Concilio per una nuova compren­sione della Rivelazione, l’opzione giusnaturalistica venne quasi comple­tamente abbandonata e si esigette una teologia morale completamente fondata sulla Bibbia. Ricordo ancora come la Facoltà dei gesuiti di Francoforte preparò un giovane padre molto dotato (Bruno Schüller) per l’elaborazione di una morale completamente fondata sulla Scrittura. La bella dissertazione di padre Schüller mostra il primo passo dell’elaborazione di una morale fondata sulla Scrittura. Padre Schüller venne poi mandato negli Stati Uniti d’America per proseguire gli studi e tornò con la consapevolezza che non era possibile elaborare sistemati­camente una morale solo a partire dalla Bibbia. Egli tentò successiva­mente di elaborare una teologia morale che procedesse in modo più pragmatico, senza però con ciò riuscire a fornire una risposta alla crisi della morale.

Infine si affermò ampiamente la tesi per cui la morale dovesse essere de­finita solo in base agli scopi dell’agire umano. Il vecchio adagio «il fine giustifica i mezzi» non veniva ribadito in questa forma così rozza, e tut­tavia la concezione che esso esprimeva era divenuta decisiva. Perciò non poteva esserci nemmeno qualcosa di assolutamente buono né tantome­no qualcosa di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative. Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio.

Sul finire degli anni ’80 e negli anni ’90 la crisi dei fondamenti e della presentazione della morale cattolica raggiunse forme drammatiche. Il 5 gennaio 1989 fu pubblicata la «Dichiarazione di Colonia» firmata da 15 professori di teologia cattolici che si concentrava su diversi punti critici del rapporto fra magistero episcopale e compito della teologia. Questo testo, che inizialmente non andava oltre il livello consueto delle rimo­stranze, crebbe tuttavia molto velocemente sino a trasformarsi in grido di protesta contro il magistero della Chiesa, raccogliendo in modo ben visibile e udibile il potenziale di opposizione che in tutto il mondo anda­va montando contro gli attesi testi magisteriali di Giovanni Paolo II (cfr. D. Mieth, Kölner Erklärung, LThK, VI3,196).

Papa Giovanni Paolo II, che conosceva molto bene la situazione della teologia morale e la seguiva con attenzione, dispose che s’iniziasse a la­vorare a un’enciclica che potesse rimettere a posto queste cose. Fu pubblicata con il titolo Veritatis splendor il 6 agosto 1993 suscitando violente reazioni contrarie da parte dei teologi morali. In precedenza già c’era stato il Catechismo della Chiesa cattolica che aveva sistematica­mente esposto in maniera convincente la morale insegnata dalla Chiesa.

Non posso dimenticare che Franz Böckle – allora fra i principali teologi morali di lingua tedesca, che dopo essere stato nominato professore emerito si era ritirato nella sua patria svizzera -, in vista delle possibili decisioni di Veritatis splendor, dichiarò che se l’Enciclica avesse deciso che ci sono azioni che sempre e in ogni circostanza vanno considerate malvagie, contro questo egli avrebbe alzato la sua voce con tutta la forza che aveva. Il buon Dio gli risparmiò la realizzazione del suo proposito; Böckle morì l’8 luglio 1991. L’Enciclica fu pubblicata il 6 agosto 1993 e in effetti conteneva l’affermazione che ci sono azioni che non possono mai diventare buone. Il Papa era pienamente consapevole del peso di quella decisione in quel momento e, proprio per questa parte del suo scritto, aveva consultato ancora una volta esperti di assoluto livello che di per sé non avevano partecipato alla redazione dell’Enciclica. Non ci poteva e non ci doveva essere alcun dubbio che la morale fondata sul principio del bilanciamento di beni deve rispettare un ultimo limite. Ci sono beni che sono indisponibili. Ci sono valori che non è mai lecito sacrificare in nome di un valore ancora più alto e che stanno al di sopra anche della conservazione della vita fisica. Dio è di più anche della sopravvivenza fisica. Una vita che fosse acquistata a prezzo del rinnegamento di Dio, una vita basata su un’ultima menzogna, è una non-vita. Il martirio è una categoria fondamentale dell’esistenza cristiana. Che esso in fondo, nella teoria sostenuta da Böckle e da molti altri, non sia più moralmente necessario, mostra che qui ne va dell’essenza stessa del cristianesimo.

Nella teologia morale, nel frattempo, era peraltro divenuta pressante un’altra questione: si era ampiamente affermata la tesi che al magistero della Chiesa spetti la competenza ultima e definitiva («infallibilità») solo sulle questioni di fede, mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale. In questa tesi c’è senz’altro qualcosa di giusto che merita di essere ulteriormente discusso e approfondito. E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta. Da tutto ciò emerge come sia messa radicalmente in discussione l’autorità della Chiesa in campo morale. Chi in quest’ambito nega alla Chiesa un’ultima competenza dottrinale, la costringe al silenzio proprio dove è in gioco il confine fra verità e menzogna.

Indipendentemente da tale questione, in ampi settori della teologia mo­rale si sviluppò la tesi che la Chiesa non abbia né possa avere una propria morale. Nell’affermare questo si sottolinea come tutte le affermazioni morali avrebbero degli equivalenti anche nelle altre religioni e che dunque non potrebbe esistere un proprium cristiano. Ma alla questione del proprium di una morale biblica, non si risponde affermando che, per ogni singola frase, si può trovare da qualche parte un’equivalente in al­tre religioni. È invece l’insieme della morale biblica che come tale è nuo­vo e diverso rispetto alle singole parti. La peculiarità dell’insegnamento morale della Sacra Scrittura risiede ultimamente nel suo ancoraggio all’immagine di Dio, nella fede nell’unico Dio che si è mostrato in Gesù Cristo e che ha vissuto come uomo. Il Decalogo è un’applicazione alla vi­ta umana della fede biblica in Dio. Immagine di Dio e morale vanno in­sieme e producono così quello che è specificamente nuovo dell’atteggiamento cristiano verso il mondo e la vita umana. Del resto, sin dall’inizio il cristianesimo è stato descritto con la parola hodòs. La fede è un cammino, un modo di vivere. Nella Chiesa antica, rispetto a una cultura sempre più depravata, fu istituito il catecumenato come spazio di esistenza nel quale quel che era specifico e nuovo del modo di vivere cristiano veniva insegnato e anche salvaguardato rispetto al modo di vivere comune. Penso che anche oggi sia necessario qualcosa di simi­le a comunità catecumenali affinché la vita cristiana possa affermarsi nella sua peculiarità.

II
Prime reazioni ecclesiali

1. Il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale, da lungo tempo preparato e che è in corso, negli anni ’60, come ho cercato di mostrare, ha conosciuto una radicalità come mai c’era stata prima di allora. Questa dissoluzione dell’autorità dottrinale della Chiesa in materia morale doveva necessariamente ripercuotersi anche nei diversi spazi di vita della Chiesa. Nell’ambito dell’incontro dei presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo, interessa soprattutto la questione della vita sacerdotale e inoltre quella dei seminari. Riguardo al problema della preparazione al ministero sacerdotale nei seminari, si constata in effetti un ampio collasso della forma vigente sino a quel momento di questa preparazione.

In diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari. In un seminario nella Germania meridionale i candidati al sacerdozio e i candidati all’ufficio laicale di referente pastorale vivevano in­sieme. Durante i pasti comuni, i seminaristi stavano insieme ai referenti pastorali coniugati in parte accompagnati da moglie e figlio e in qualche caso dalle loro fidanzate. Il clima nel seminario non poteva aiutare la formazione sacerdotale. La Santa Sede sapeva di questi problemi, senza esserne informata nel dettaglio. Come primo passo fu disposta una Visita apostolica nei seminari degli Stati Uniti.

Poiché dopo il Concilio Vaticano II erano stati cambiati pure i criteri per la scelta e la nomina dei vescovi, anche il rapporto dei vescovi con i loro seminari era differente. Come criterio per la nomina di nuovi vescovi va­leva ora soprattutto la loro «conciliarità», potendo intendersi natural­mente con questo termine le cose più diverse. In molte parti della Chie­sa, il sentire conciliare venne di fatto inteso come un atteggiamento cri­tico o negativo nei confronti della tradizione vigente fino a quel momen­to, che ora doveva essere sostituita da un nuovo rapporto, radicalmente aperto, con il mondo. Un vescovo, che in precedenza era stato rettore, aveva mostrato ai seminaristi film pornografici, presumibilmente con l’intento di renderli in tal modo capaci di resistere contro un comportamento contrario alla fede. Vi furono singoli vescovi – e non solo negli Stati Uniti d’America – che rifiutarono la tradizione cattolica nel suo complesso mirando nelle loro diocesi a sviluppare una specie di nuova, moderna «cattolicità». Forse vale la pena accennare al fatto che, in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio. I miei libri venivano nascosti come letteratura dannosa e venivano per così dire letti sottobanco.

La Visita che seguì non portò nuove informazioni, perché evidentemente diverse forze si erano coalizzate al fine di occultare la situazione reale. Venne disposta una seconda Visita che portò assai più informazioni, ma nel complesso non ebbe conseguenze. Ciononostante, a partire dagli anni ’70, la situazione nei seminari in generale si è consolidata. E tutta­via solo sporadicamente si è verificato un rafforzamento delle vocazioni, perché nel complesso la situazione si era sviluppata diversamente.

2. La questione della pedofilia è, per quanto ricordi, divenuta scottante solo nella seconda metà degli anni ’80. Negli Stati Uniti nel frattempo era già cresciuta, divenendo un problema pubblico. Così i vescovi chiesero aiuto a Roma perché il diritto canonico, così come fissato nel Nuovo Co­dice, non appariva sufficiente per adottare le misure necessarie. In un primo momento Roma e i canonisti romani ebbero delle difficoltà con questa richiesta; a loro avviso, per ottenere purificazione e chiarimento sarebbe dovuta bastare la sospensione temporanea dal ministero sacerdotale. Questo non poteva essere accettato dai vescovi americani perché in questo modo i sacerdoti restavano al servizio del vescovo venendo così ritenuti come figure direttamente a lui legate. Un rinnovamento e un approfondimento del diritto penale, intenzionalmente costruito in modo blando nel Nuovo Codice, poté farsi strada solo lentamente.

A questo si aggiunse un problema di fondo che riguardava la concezione del diritto penale. Ormai era considerato «conciliare» solo il così detto «garantismo». Significa che dovevano essere garantiti soprattutto i diritti degli accusati e questo fino al punto da escludere di fatto una condanna. Come contrappeso alla possibilità spesso insufficiente di difendersi da parte di teologi accusati, il loro diritto alla difesa venne talmente esteso nel senso del garantismo che le condanne divennero quasi impossibili.

Mi sia consentito a questo punto un breve excursus. Di fronte all’estensione delle colpe di pedofilia, viene in mente una parola di Gesù che dice: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare» (Mc 9,42). Nel suo significato originario questa parola non parla dell’adescamento di bambini a scopo sessuale. Il termine «i piccoli» nel linguaggio di Gesù designa i credenti semplici, che potrebbero essere scossi nella loro fede dalla superbia intellettuale di quelli che si credono intelligenti. Gesù qui allora protegge il bene della fede con una perentoria minaccia di pena per coloro che le recano offesa. Il moderno utilizzo di quelle parole in sé non è sbagliato, ma non deve occultare il loro sen­so originario. In esso, contro ogni garantismo, viene chiaramente in luce che è importante e abbisogna di garanzia non solo il diritto dell’accusato. Sono altrettanto importanti beni preziosi come la fede. Un diritto canonico equilibrato, che corrisponda al messaggio di Gesù nella sua interezza, non deve dunque essere garantista solo a favore dell’accusato, il cui rispetto è un bene protetto dalla legge. Deve proteg­gere anche la fede, che del pari è un bene importante protetto dalla legge. Un diritto canonico costruito nel modo giusto deve dunque contenere una duplice garanzia: protezione giuridica dell’accusato e protezione giuridica del bene che è in gioco. Quando oggi si espone questa concezione in sé chiara, in genere ci si scontra con sordità e indifferenza sulla questione della protezione giuridica della fede. Nella coscienza giuridica comune la fede non sembra più avere il rango di un bene da proteggere. È una situazione preoccupante, sulla quale i pastori della Chiesa devo­no riflettere e considerare seriamente.

Ai brevi accenni sulla situazione della formazione sacerdotale al mo­mento del deflagrare pubblico della crisi, vorrei ora aggiungere alcune indicazioni sull’evoluzione del diritto canonico in questa questione. In sé, per i delitti commessi dai sacerdoti è responsabile la Congregazione per il clero. Poiché tuttavia in essa il garantismo allora dominava am­piamente la situazione, concordammo con papa Giovanni Paolo II sull’opportunità di attribuire la competenza su questi delitti alla Con­gregazione per la Dottrina della Fede, con la titolatura «Delicta maiora contra fidem». Con questa attribuzione diveniva possibile anche la pena massima, vale a dire la riduzione allo stato laicale, che invece non sa­rebbe stata comminabile con altre titolature giuridiche. Non si trattava di un escamotage per poter comminare la pena massima, ma una con­seguenza del peso della fede per la Chiesa. In effetti è importante tener presente che, in simili colpe di chierici, ultimamente viene danneggiata la fede: solo dove la fede non determina più l’agire degli uomini sono possibili tali delitti. La gravità della pena presuppone tuttavia anche una chiara prova del delitto commesso: è il contenuto del garantismo che rimane in vigore. In altri termini: per poter legittimamente comminare la pena massima è necessario un vero processo penale. E tuttavia, in questo modo si chiedeva troppo sia alle diocesi che alla Santa Sede. E così stabilimmo una forma minima di processo penale e lasciammo aperta la possibilità che la stessa Santa Sede avocasse a sé il processo nel caso che la diocesi o la metropolia non fossero in grado di svolgerlo. In ogni caso il processo doveva essere verificato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per garantire i diritti dell’accusato. Alla fine, però, nella Feria IV (vale a dire la riunione di tutti i membri della Congrega­zione), creammo un’istanza d’appello, per avere anche la possibilità di un ricorso contro il processo. Poiché tutto questo in realtà andava al di là delle forze della Congregazione per la Dottrina della Fede e si verificavano dei ritardi che invece, a motivo della materia, dovevano essere evi­tati, papa Francesco ha intrapreso ulteriori riforme.

III
Alcune prospettive

1. Cosa dobbiamo fare? Dobbiamo creare un’altra Chiesa affinché le cose possano aggiustarsi? Questo esperimento già è stato fatto ed è già falli­to. Solo l’amore e l’obbedienza a nostro Signore Gesù Cristo possono in­dicarci la via giusta. Proviamo perciò innanzitutto a comprendere in modo nuovo e in profondità cosa il Signore abbia voluto e voglia da noi.

In primo luogo direi che, se volessimo veramente sintetizzare al massi­mo il contenuto della fede fondata nella Bibbia, potremmo dire: il Signo­re ha iniziato con noi una storia d’amore e vuole riassumere in essa l’intera creazione. L’antidoto al male che minaccia noi e il mondo intero ultimamente non può che consistere nel fatto che ci abbandoniamo a questo amore. Questo è il vero antidoto al male. La forza del male nasce dal nostro rifiuto dell’amore a Dio. È redento chi si affida all’amore di Dio. Il nostro non essere redenti poggia sull’incapacità di amare Dio. Imparare ad amare Dio è dunque la strada per la redenzione degli uo­mini.

Se ora proviamo a svolgere un po’ più ampiamente questo contenuto es­senziale della Rivelazione di Dio, potremmo dire: il primo fondamentale dono che la fede ci offre consiste nella certezza che Dio esiste. Un mon­do senza Dio non può essere altro che un mondo senza senso. Infatti, da dove proviene tutto quello che è? In ogni caso sarebbe privo di un fondamento spirituale. In qualche modo ci sarebbe e basta, e sarebbe privo di qualsiasi fine e di qualsiasi senso. Non vi sarebbero più criteri del bene e del male. Dunque avrebbe valore unicamente ciò che è più forte. Il potere diviene allora l’unico principio. La verità non conta, anzi in realtà non esiste. Solo se le cose hanno un fondamento spirituale, so­lo se sono volute e pensate – solo se c’è un Dio creatore che è buono e vuole il bene – anche la vita dell’uomo può avere un senso.

Che Dio ci sia come creatore e misura di tutte le cose, è innanzitutto un’esigenza originaria. Ma un Dio che non si manifestasse affatto, che non si facesse riconoscere, resterebbe un’ipotesi e perciò non potrebbe determinare la forma della nostra vita. Affinché Dio sia realmente Dio nella creazione consapevole, dobbiamo attenderci che egli si manifesti in una qualche forma. Egli lo ha fatto in molti modi, e in modo decisivo nella chiamata che fu rivolta ad Abramo e diede all’uomo quell’orientamento, nella ricerca di Dio, che supera ogni attesa: Dio di­viene creatura egli stesso, parla a noi uomini come uomo.

Così finalmente la frase «Dio è» diviene davvero una lieta novella, pro­prio perché è più che conoscenza, perché genera amore ed è amore. Rendere gli uomini nuovamente consapevoli di questo, rappresenta il primo e fondamentale compito che il Signore ci assegna.

Una società nella quale Dio è assente – una società che non lo conosce più e lo tratta come se non esistesse – è una società che perde il suo cri­terio. Nel nostro tempo è stato coniato il motto della «morte di Dio». Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché vie­ne meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisa­mente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia. Teorizzata ancora non troppo tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commet­tono cose che rischiano di distruggerli. Che questo potesse diffondersi anche nella Chiesa e tra i sacerdoti deve scuoterci e scandalizzarci in misura particolare.

Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere? In ultima analisi il motivo sta nell’assenza di Dio. Anche noi cristiani e 
sacerdoti preferiamo non parlare di Dio, perché è un discorso che non sembra avere utilità pratica. Dopo gli sconvolgimenti della Seconda guerra mondiale, in Germania avevamo adottato la nostra Costituzione dichiarandoci esplicitamente responsabili davanti a Dio come criterio guida. Mezzo secolo dopo non era più possibile, nella Costituzione euro­pea, assumere la responsabilità di fronte a Dio come criterio di misura. Dio viene visto come affare di partito di un piccolo gruppo e non può più essere assunto come criterio di misura della comunità nel suo complesso. In questa decisione si rispecchia la situazione dell’Occidente, nel quale Dio è divenuto fatto privato di una minoranza.

Il primo compito che deve scaturire dagli sconvolgimenti morali del no­stro tempo consiste nell’iniziare di nuovo noi stessi a vivere di Dio, rivol­ti a lui e in obbedienza a lui. Soprattutto dobbiamo noi stessi di nuovo imparare a riconoscere Dio come fondamento della nostra vita e non ac­cantonarlo come fosse una parola vuota qualsiasi. Mi resta impresso il monito che il grande teologo Hans Urs von Balthasar vergò una volta su uno dei suoi biglietti: «Il Dio trino, Padre, Figlio e Spirito Santo: non presupporlo ma anteporlo!». In effetti, anche nella teologia, spesso Dio viene presupposto come fosse un’ovvietà, ma concretamente di lui non ci si occupa. Il tema «Dio» appare così irreale, così lontano dalle cose che ci occupano. E tuttavia cambia tutto se Dio non lo si presuppone, ma lo si antepone. Se non lo si lascia in qualche modo sullo sfondo ma lo si riconosce come centro del nostro pensare, parlare e agire.

2. Dio è divenuto uomo per noi. La creatura uomo gli sta talmente a cuore che egli si è unito a essa entrando concretamente nella storia. Parla con noi, vive con noi, soffre con noi e per noi ha preso su di sé la morte. Di questo certo parliamo diffusamente nella teologia con un linguaggio e con concetti dotti. Ma proprio così nasce il pericolo che ci facciamo si­gnori della fede, invece di lasciarci rinnovare e dominare dalla fede.

Consideriamo questo riflettendo su un punto centrale, la celebrazione della Santa Eucaristia. Il nostro rapporto con l’Eucaristia non può che destare preoccupazione. A ragione il Vaticano II intese mettere di nuovo al centro della vita cristiana e dell’esistenza della Chiesa questo sacra­mento della presenza del corpo e del sangue di Cristo, della presenza della sua persona, della sua passione, morte e risurrezione. In parte questa cosa è realmente avvenuta e per questo vogliamo di cuore ringraziare il Signore.

Ma largamente dominante è un altro atteggiamento: non domina un nuovo profondo rispetto di fronte alla presenza della morte e risurrezio­ne di Cristo, ma un modo di trattare con lui che distrugge la grandezza del mistero. La calante partecipazione alla celebrazione domenicale dell’Eucaristia mostra quanto poco noi cristiani di oggi siamo in grado di valutare la grandezza del dono che consiste nella Sua presenza reale. L’Eucaristia è declassata a gesto cerimoniale quando si considera ovvio che le buone maniere esigano che sia distribuita a tutti gli invitati a ra­gione della loro appartenenza al parentado, in occasione di feste familia­ri o eventi come matrimoni e funerali. L’ovvietà con la quale in alcuni luoghi i presenti, semplicemente perché tali, ricevono il Santissimo Sa­cramento mostra come nella Comunione si veda ormai solo un gesto cerimoniale. Se riflettiamo sul da farsi, è chiaro che non abbiamo bisogno di un’altra Chiesa inventata da noi. Quel che è necessario è invece il rinnovamento della fede nella realtà di Gesù Cristo donata a noi nel Sacramento.

Nei colloqui con le vittime della pedofilia sono divenuto consapevole con sempre maggiore forza di questa necessità. Una giovane ragazza che serviva all’altare come chierichetta mi ha raccontato che il vicario parrocchiale, che era suo superiore visto che lei era chierichetta, introduceva l’abuso sessuale che compiva su di lei con queste parole: «Questo è il mio corpo che è dato per te». È evidente che quella ragazza non può più ascoltare le parole della consacrazione senza provare terribilmente su di sé tutta la sofferenza dell’abuso subìto. Sì, dobbiamo urgentemen­te implorare il perdono del Signore e soprattutto supplicarlo e pregarlo di insegnare a noi tutti a comprendere nuovamente la grandezza della sua passione, del suo sacrificio. E dobbiamo fare di tutto per proteggere dall’abuso il dono della Santa Eucaristia.

3. Ed ecco infine il mistero della Chiesa. Restano impresse nella memoria le parole con cui ormai quasi cento anni fa Romano Guardini esprimeva la gioiosa speranza che allora si affermava in lui e in molti altri: «Un evento di incalcolabile portata è iniziato: La Chiesa si risveglia nelle anime». Con questo intendeva dire che la Chiesa non era più, come prima, semplicemente un apparato che ci si presenta dal di fuori, vissu­ta e percepita come una specie di ufficio, ma che iniziava ad essere sen­tita viva nei cuori stessi: non come qualcosa di esteriore ma che ci toc­cava dal di dentro. Circa mezzo secolo dopo, riflettendo di nuovo su quel processo e guardando a cosa era appena accaduto, fui tentato di capo­volgere la frase: «La Chiesa muore nelle anime». In effetti oggi la Chiesa viene in gran parte vista solo come una specie di apparato politico. Di fatto, di 
essa si parla solo utilizzando categorie politiche e questo vale persino per dei vescovi che formulano la loro idea sulla Chiesa di domani in larga misura quasi esclusivamente in termini politici. La crisi cau­sata da molti casi di abuso ad opera di sacerdoti spinge a considerare la Chiesa addirittura come qualcosa di malriuscito che dobbiamo decisa­mente prendere in mano noi stessi e formare in modo nuovo. Ma una Chiesa fatta da noi non può rappresentare alcuna speranza.

Gesù stesso ha paragonato la Chiesa a una rete da pesca nella quale stanno pesci buoni e cattivi, essendo Dio stesso colui che alla fine dovrà separare gli uni dagli altri. Accanto c’è la parabola della Chiesa come un campo sul quale cresce il buon grano che Dio stesso ha seminato, ma anche la zizzania che un «nemico» di nascosto ha seminato in mezzo al grano. In effetti, la zizzania nel campo di Dio, la Chiesa, salta all’occhio per la sua quantità e anche i pesci cattivi nella rete mostrano la loro forza. Ma il campo resta comunque campo di Dio e la rete rimane rete da pesca di Dio. E in tutti i tempi c’è e ci saranno non solo la zizzania e i pesci cattivi ma anche la semina di Dio e i pesci buoni. Annunciare in egual misura entrambe con forza non è falsa apologetica, ma un servizio necessario reso alla verità.

In quest’ambito è necessario rimandare a un importante testo della Apocalisse di San Giovanni. Qui il diavolo è chiamato accusatore che accusa i nostri fratelli dinanzi a Dio giorno e notte (Ap 12, 10). In questo modo l’Apocalisse riprende un pensiero che sta al centro del racconto che fa da cornice al libro di Giobbe (Gb 1 e 2, 10; 42, 7-16). Qui si narra che il diavolo tenta di screditare la rettitudine e l’integrità di Giobbe co­me puramente esteriori e superficiali. Si tratta proprio di quello di cui parla l’Apocalisse: il diavolo vuole dimostrare che non ci sono uomini giusti; che tutta la giustizia degli uomini è solo una rappresentazione esteriore. Che se la si potesse saggiare di più, ben presto l’apparenza della giustizia svanirebbe. Il racconto inizia con una disputa fra Dio e il diavolo in cui Dio indicava in Giobbe un vero giusto. Ora sarà dunque lui il banco di prova per stabilire chi ha ragione. «Togligli quanto possie­de – argomenta il diavolo – e vedrai che nulla resterà della sua devozio­ne». Dio gli permette questo tentativo dal quale Giobbe esce in modo po­sitivo. Ma il diavolo continua e dice: «Pelle per pelle; tutto quanto ha, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e toccalo nell’osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia» (Gb 2, 4s). Così Dio concede al diavolo una seconda possibilità. Gli è permesso anche di stendere la mano su Giobbe. Unicamente gli è precluso ucci­derlo. Per i cristiani è chiaro che quel Giobbe che per tutta l’umanità esemplarmente sta di fronte a Dio è Gesù Cristo. Nell’Apocalisse, il dramma dell’uomo è rappresentato in tutta la sua ampiezza. Al Dio creatore si contrappone il diavolo che scredita l’intera creazione e l’intera umanità. Egli si rivolge non solo a Dio ma soprattutto agli uo­mini dicendo: «Ma guardate cosa ha fatto questo Dio. Apparentemente una creazione buona. In realtà nel suo complesso è piena di miseria e di schifo». Il denigrare la creazione in realtà è un denigrare Dio. Il diavolo vuole dimostrare che Dio stesso non è buono e vuole allontanarci da lui.

L’attualità di quel che dice l’Apocalisse è lampante. L’accusa contro Dio oggi si concentra soprattutto nello screditare la sua Chiesa nel suo complesso e così nell’allontanarci da essa. L’idea di una Chiesa migliore creata da noi stessi è in verità una proposta del diavolo con la quale vuole allontanarci dal Dio vivo, servendosi di una logica menzognera nella quale caschiamo sin troppo facilmente. No, anche oggi la Chiesa non consiste solo di pesci cattivi e di zizzania. La Chiesa di Dio c’è an­che oggi, e proprio anche oggi essa è lo strumento con il quale Dio ci salva. È molto importante contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male nella Chiesa ci sono. Ma anche oggi c’è pure la Chiesa santa che è indistruttibile. Anche oggi ci sono molti uomini che umilmente credono, soffrono e amano e nei quali si mostra a noi il vero Dio, il Dio che ama. Anche oggi Dio ha i suoi testimoni («martyres») nel mondo. Dobbiamo solo essere vigili per vederli e ascoltarli.

Il termine martire è tratto dal diritto processuale. Nel processo contro il diavolo, Gesù Cristo è il primo e autentico testimone di Dio, il primo martire, al quale da allora innumerevoli ne sono seguiti. La Chiesa di oggi è come non mai una Chiesa di martiri e così testimone del Dio vivente. Se con cuore vigile ci guardiamo intorno e siamo in ascolto, ovunque, fra le persone semplici ma anche nelle alte gerarchie della Chiesa, possiamo trovare testimoni che con la loro vita e la loro soffe­renza si impegnano per Dio. È pigrizia del cuore non volere accorgersi di loro. Fra i compiti grandi e fondamentali del nostro annuncio c’è, nel limite delle nostre possibilità, il creare spazi di vita per la fede, e soprat­tutto il trovarli e il riconoscerli.

Vivo in una casa nella quale una piccola comunità di persone scopre di continuo, nella quotidianità, testimoni così del Dio vivo, indicandoli an­che a me con letizia. Vedere e trovare la Chiesa viva è un compito meraviglioso che rafforza noi stessi e che sempre di nuovo ci fa essere lieti della fede.

Alla fine delle mie riflessioni vorrei ringraziare Papa Francesco per tutto quello che fa per mostrarci di continuo la luce di Dio che anche oggi non è tramontata. Grazie, Santo Padre!