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1568.- L’Italia e il nodo libico

Tripoli
Libia. Da colonia italiana a colonia globale: Nei primi mesi del 2011, a cent’anni esatti dall’impresa coloniale italiana in Libia, si è consumato un nuovo intervento militare contro il Paese nordafricano Artefici di quest’attacco piratesco, come è qui documentato con precisione, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, a cui presto si è dovuta accodare anche l’Italia, il più stretto e importante partner economico-commerciale della Libia Ne è seguito un disastro immane le cui vere ragioni sono state tenute nascoste al pubblico internazionale Con molta lentezza, mentre si consumava la tragedia che ha dilaniato l’ex colonia italiana, sono emersi qua e là taluni brandelli di notizie sulle cause che hanno portato all’entrata in guerra della NATO contro Mu’ammar Gheddafi Ma, come già era avvenuto, i media mainstream hanno continuato a tacere sul disegno e le finalità complessive dell’operazione In addition to not claim justice for the “statesmen” responsible for such social and humanitarian catastrophe The book by Paolo Sensini is a contribution that is essential for anyone who wants to really understand what happened in Libya and, more generally, on what has gone down in history with the bombastic name of “Arab spring” Is a gripping tale, who leads us by the hand into the labyrinth of Libya and of which the author, which completed the picture by publishing important contributions on the strategy of chaos in the Middle East, up to the latest events and updates us with wealth beyond

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La Libia, un Paese nel caos più totale dal futuro tuttora ignoto, si ritrova al centro degli interessi geopolitici delle grandi potenze. L’attuale labirinto libico, dossier strategico per Roma, va letto nella prospettiva della guerra del 2011. L’Italia e il nodo libico.
Per comprendere a fondo il complesso scacchiere libico è fondamentale sapere le ragioni dell’attacco contro la Libia del 2011, accompagnato da un coro mediatico secondo cui Muammar Gheddafi da un giorno all’altro diventò un dittatore pazzo da distruggere. “Libia. Da colonia italiana a colonia globale” è un libro di Paolo Sensini (edito da Jaca Book) che ripercorre la travagliata storia della Libia gettando luce sulle fatidiche “primavere arabe” e sulle vicende che i media mainstream hanno taciuto.

Paolo Sensini, storico, analista geopolitico
© FOTO: FORNITA DA PAOLO SENSINI
Paolo Sensini, storico, analista geopolitico
Gli interessi economici dei Paesi occidentali e le immense risorse di petrolio furono le principali cause di quella guerra che segnò l’inizio di un disastro degenerato fino ai giorni nostri. Oggi i riflettori della stampa sono puntati sul dramma dei migranti trattenuti e torturati in Libia, scenario sempre più complesso dove a scontrarsi sono gli interessi dell’Italia e dei suoi “alleati” occidentali. Quali sono le possibili soluzioni della crisi libica? Qual è il ruolo della Russia in questo contesto? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Paolo Sensini, storico, analista geopolitico e autore del saggio “Libia. Da colonia italiana a colonia globale”.
— Il dossier libico è di un’importanza cruciale per l’Italia. Paolo, qual è il ruolo di Roma e qual è la posta in gioco in questo scenario?

— La posta in gioco è molto alta, perché con la guerra del 2011 l’Italia si è giocata il rapporto con il Paese più importante del Nord Africa, fra i più grandi produttori di petrolio dell’intero continente africano. A seguito di quel disastro, causato in primis dai francesi congiuntamente a Gran Bretagna e Stati Uniti è iniziata una catastrofe economica, sociale e politica che si è protratta fino ad oggi. Il Paese è stato lasciato nel completo caos con brandelli di governi che si contendono diverse parti della Libia. Tutto ciò con un afflusso di centinaia di migliaia di persone, forse qualche milione da quando è crollato il Paese nel 2011 verso le coste italiane.

Oggi è in discussione il dossier che il ministro Minniti aveva cercato di trattare con il governo Serraj, cioè per un possibile controllo dei flussi di migranti, ma quest’iniziativa è stata condannata dall’ONU, perché si sostiene che non si possono fermare persone in Libia per via delle torture e ci sono dei rischi di violazione del principio di non respingimento. L’ONU vanifica quest’estremo tentativo per cercare di fermare quest’afflusso continuo.

— Per capire la situazione attuale della Libia è indispensabile analizzare anche il passato del Paese. “Libia da colonia italiana a colonia globale” è il libro che hai scritto in merito. Ce ne puoi parlare?

— Durante il 2011 avevo già dato un contributo con il libro “Libia 2011” in seguito ad un viaggio che feci con una delegazione internazionale in Libia. Nel 2011 ricorreva il 150-simo anniversario dell’Unità d’Italia e il 100-simo anniversario dell’occupazione italiana delle due province, la Cirenaica e la Tripolitania.

Migranti in un campo profughi
© REUTERS/ GORAN TOMASEVIC
Politico libico chiede all’ONU di trovare fondi per mantenere un esercito in Africa
Ho scritto “Libia da colonia italiana a colonia globale” perché mi sembrava fondamentale capire la storia di quel Paese. Oltre all’aspetto storico parlo dello sviluppo e delle componenti religiose in particolare della Sanusiyya, la branca islamica della Libia molto estremista, per certi versi assimilabile ai wahabiti, perché anche loro sono letteralisti. Proprio loro sono stati i protagonisti della rivolta che i media occidentali ci spacciavano per rivolta democratica. Queste persone in realtà hanno gettato nel più completo caos il Paese. Ho cercato di chiarire questi aspetti che sono poco conosciuti e di entrare nel merito delle vere ragioni che hanno scatenato quel conflitto, in particolare da parte della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dei Paesi del Golfo. I Paesi del Golfo hanno contribuito non solo con soldi e mezzi, ma anche con l’informazione, pensiamo ad al Arabiya e al Jazeera. Parliamo di una vera info war nei confronti della Libia. Essendo stato lì di persona ho potuto rendermi conto, parlando con le autorità, di ciò che era avvenuto.
— In Libia si scontrano gli interessi di più Paesi, frenando la soluzione della crisi alla fin fine. Qual è il gioco condotto dagli “alleati” dell’Italia?

— A noi era stato raccontato durante quel periodo che si interveniva perché c’erano le fosse comuni, si rievocava un immaginario che sconvolgeva la gente, quindi si giustificava un intervento militare anche dell’Italia. L’Italia è un Paese che nel 2009 firmò un trattato con la Libia con cui c’era un’amicizia e cooperazione. Questo trattato addirittura contemplava l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Libia qualora essa fosse stata attaccata da qualcuno. Poi sappiamo com’è andata, anche l’Italia ha partecipato a bombardarla…

Copertina del libro “Libia. Da colonia italiana a colonia globale” di Paolo Sensini
© FOTO: FORNITA DA PAOLO SENSINI
Copertina del libro “Libia. Da colonia italiana a colonia globale” di Paolo Sensini
Perché la Francia è intervenuta in quel modo? Le ragioni sono il fulcro del problema. La Libia, in particolare Gheddafi, aveva un grave torto a loro avviso: Gheddafi era l’artefice principale dell’introduzione in Africa del dinaro d’oro, un tentativo cioè di un ridisegno dell’assetto monetario del continente africano. Si introduceva una moneta tangibile che metteva fine al saccheggio delle enormi materie prime africane pagate con carta straccia: gli americani col dollaro e soprattutto i Paesi dell’area del Sahel, ex colonie dell’Impero francese, che contrattavano con il franco CFA, moneta battuta da Parigi. Introdurre quindi il dinaro d’oro minacciava di eliminare il franco e il dollaro.

Saif al-Islam Gheddafi
© AP PHOTO/ AMMAR EL-DARWISH
Avvocato famiglia Gheddafi: il figlio del colonnello tornerà in politica
— Quindi?

— Questo ha scatenato uno tsunami, Gheddafi fu indicato come un nemico esistenziale degli asset finanziari africani. Le e-mail diffuse da Wikileaks fra Sidney Blumenthal e la Clinton hanno confermato questo fatto epocale. Seppure Gheddafi pagò la campagna elettorale a Sarkozy nel 2007, la Francia intervenne molto attivamente, la ragione del conflitto fu il desiderio di impossessarsi del petrolio e di scalzare l’Eni sostituendola con la Total. Togliere di mezzo Gheddafi, che era incontrollabile per questi Paesi, era un fatto importante.

— Per quanto riguarda i possibili scenari per la Libia, credi che siano fattibili delle elezioni?

— La vedo molto difficile attualmente perché il quadro politico vede dei rappresentanti come al Serraj, che è un personaggio messo dagli stessi attori che hanno distrutto la Libia, cioè le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza. Chi ha organizzato il bombardamento della Libia sono gli stessi che oggi hanno inserito al Serraj. Dall’altro lato c’è Khalifa Haftar, un personaggio sicuramente più rappresentativo e più forte da un punto di vista militare. Neanche lui gode però di grande popolarità. È una situazione dove c’è un vuoto di potere.

Una soluzione, molto complessa, che potrebbe garantire a mio avviso il futuro della Libia, sarebbe provare a rimettere in gioco Saif al Islam, il figlio di Gheddafi, personaggio ben posizionato prima del crollo, il quale cercò un’apertura con l’Occidente. È stato imprigionato per molto tempo e liberato di recente. È una strada tutta in salita, ma l’unica che potrebbe avere, secondo me, un risultato in una situazione complessissima.

— Qual è il ruolo della Russia in Libia dal punto di vista della partita diplomatica fra Haftar e Serraj?

Libia prima e dopo Gheddafi
© SPUTNIK.
Libia: prima e dopo Gheddafi
— Secondo il mio punto di vista la Russia ha giocato molto bene le sue carte. Ammaestrata dalla vicenda siriana, dove è intervenuta a fine settembre 2015, di fatto salvando un Paese dalla devastazione dei takfiri, sta giocando nel modo più intelligente possibile la sua partita nel Mediterraneo. Con gli accordi fra Haftar e Serraj e il tentativo di mediazione anche con l’Egitto, la Russia sta facendo un’opera molto importante cercando di tenere insieme i pezzi.

Mosca ovviamente fa la propria politica nel Mediterraneo, cerca di mediare delle situazioni, che gli americani avevano esasperato fino al disastro. L’abbiamo visto con le primavere arabe, dobbiamo ringraziare la signora Hillary per questo. Proprio questi giorni Putin ha dichiarato che la Siria è stata quasi integralmente bonificata, l’ISIS è stato quasi tutto debellato salvo qualche sacca. Da una parte vediamo l’importanza dell’intervento russo, d’altro canto vediamo che, pacificatasi la situazione, Israele attraverso i bombardamenti verso la Siria continua a creare una tensione pericolosa.

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1559.- I 100 anni del genocidio degli Armeni.

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Il 24 aprile sono stati commemorati i cent’anni del genocidio commesso tra il 1915 e il 1917 dall’impero ottomano. L’odio per i cristiani e i curdi in Turchia non è di oggi e non è limitato ai funzionari governativi. È diffuso anche tra il pubblico e ampiamente espresso sui social media. In risposta a un tweet di un giornalista kurdo che chiede la fine della devastazione di Sur, gli utenti di Twitter turchi non solo lo hanno definito un “cane vile e infido armeno” e “sperma armeno”, che, come tutti gli armeni, “deve morire . La Turchia non potrà mai essere europea, né l’Islam può essere considerato religione perché Dio è vita e da vita, mai morte. 

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“… io non accuso il popolo semplice di questo paese il cui animo è profondamente onesto, ma io credo che la casta di dominatori che lo guida non sarà mai capace, nel corso della storia, di renderlo felice, perché essa ha distrutto totalmente la nostra fiducia nelle loro capacità di incivilire ed ha tolto alla Turchia, per sempre, il diritto all’auto-governo”.(Armin T. Wegner) “

TESTIMONIANZE DEL GENOCIDIO DEGLI ARMENI Armin. T Wegner è stato testimone oculare dello sterminio del popolo armeno iniziato a Istanbul il 24 aprile 1915 con una retata che lasciò la nazione armena priva di una guida spirituale, culturale e politica. Documentò lo sterminio con le fotografie che riuscì a scattare. Fece pervenire parte del materiale fotografico in Germania e negli Stati Uniti. E ancora oggi le sue foto sono tra le testimonianze storiche più preziose di quanto avvenne in quel periodo. “ Mi hanno raccontato che Gemal Pascià, il carnefice siriano, ha proibito, pena la morte, di scattare fotografie nei campi profughi. Io conservo le immagini di terrore e di accusa legate sotto la mia cintura… So di commettere in questo modo un atto di alto tradimento, e tuttavia la consapevolezza di aver contribuito per una piccola parte ad aiutare questi poveretti mi riempie di gioia più di qualsiasi cosa abbia fatto” “E’ a nome della Nazione Armena che io mi appello a voi, come uno dei pochi europei che sia stato testimone oculare, fin dal suo inizio, dell’atroce distruzione del Popolo Armeno nei fertili campi dell’Anatolia, oso rivendicare il diritto di farvi il quadro delle scene di sofferenza e di terrore che si sono snodate davanti ai miei occhi per circa due anni, che non si potranno mai cancellare dalla mia memoria.” (Armin T. Wegner) “… io non accuso il popolo semplice di questo paese il cui animo è profondamente onesto, ma io credo che la casta di dominatori che lo guida non sarà mai capace, nel corso della storia, di renderlo felice, perché essa ha distrutto totalmente la nostra fiducia nelle loro capacità di incivilire ed ha tolto alla Turchia, per sempre, il diritto all’auto-governo”.(Armin T. Wegner) “ I malati e i vecchi, nonché i bambini, cadevano lungo la strada per non più rialzarsi. Delle donne sul punto di partorire, erano obbligate sotto la minaccia delle baionette o della frusta d’andare avanti fino al momento del parto, poi venivano abbandonate sulla strada per morirvi d’emorragia. Le ragazze più attraenti venivano ripetutamente violentate. E quelle che potevano si suicidavano. Delle madri divenute folli gettavano i loro figli nel fiume per porre fine alla loro sofferenza. Centinaia di migliaia di donne e di bambini soccombevano a causa della fame, della sete…” Armin Theophil Wegner nasce a Wuppertal, in Germania nel 1886. Allo scoppio della prima guerra mondiale, è inviato in Medio Oriente come membro del servizio sanitario tedesco nel quadro dell’alleanza militare tra la Germania e la Turchia. Nel corso della campagna mesopotamica del 1915-1916, Wegner è testimone oculare del genocidio del popolo armeno, la prima pulizia etnica del XX secolo. Nonostante i divieti, scatta centinaia di fotografie nei campi dei deportati, raccoglie lettere di supplica per le ambasciate, invia missive in Germania, scrive un diario, raccoglie appunti e riesce a far giungere a destinazione parte del materiale. Scoperta la sua attività clandestina, nel novembre del 1916 è espulso dalla Turchia e richiamato in Germania, dove cerca di diffondere le notizie sulla tragedia degli armeni. Organizza conferenze e dibattiti; pubblica le lettere inviate alla madre e agli amici dal deserto di Deir es Zor nel libro intitolato ”La via senza ritorno”. Nel 1919 invia una lettera aperta al Presidente degli Stati Uniti, nella quale denuncia lo sterminio della nazione armena e auspica una patria per i sopravissuti. Nel 1933, all’indomani della serrata contro gli ebrei, indirizza ad Adolf Hitler una lettera di protesta contro i comportamenti antiebraici e antiumani del regime. Viene arrestato dalla Gestapo, torturato e incarcerato. Liberato, dopo varie peregrinazioni, si rifugia in Italia, dove risiede fino alla morte, nel 1978. Dopo il 1965 il suo ruolo di testimone del genocidio armeno e di difensore dei diritti dei popoli, degli armeni e degli ebrei, è riconosciuto a livello internazionale. Nel 1968 viene insignito del titolo di “Giusto tra le Nazioni” dallo Yad Vashem in Israele e dell’ordine di S. Gregorio, a Yerevan, capitale dell’Armenia, dove una strada porta il suo nome. Qui, nel 1996, le sue ceneri sono state tumulate nel “Muro della memoria”. Testimonianza del Console italiano Giovanni Gorrini che così scrisse: “Dal 24 giugno non ho più dormito ne mangiato. Ero preso da crisi di nervi e da nausea al tormento di dover assistere all’esecuzione di massa di quegli innocenti ed inermi persone. Le crudeli cacce all’uomo, le centinaia di cadaveri sulle strade, le donne ed i bambini l’anima e quasi fanno perdere la ragione.” “Nel 1914, quando ebbe inizio la prima guerra mondiale, i turchi vennero nel nostro villaggio, radunarono gli uomini armeni e li portarono via per arruolarli nell’esercito ottomano. Ma ci fu poi chi portò la notizia che, lungo la strada, li avevano uccisi tutti a colpi di accetta. Tra quegli uomini c’era anche mio padre”. Mesrop Minassian aveva 4 anni nel 1914. Nato a Samsun in Anatolia, é uno dei sopravvissuti al genocidio che novant’anni fa si consumò in Turchia nel tentativo (quasi riuscito) di eliminare un intero popolo. La data simbolo é il 24 aprile 1915: ma in realtà il progetto era già iniziato nel 1894 col sultano Abdul-Hamid, che aveva organizzato battaglioni di curdi detti appunto hamidies e che, scrive Claude Mutafian, “sarebbero diventati la punta di diamante della repressione contro gli armeni”. Ma se per l’impero ottomano battevano gli ultimi rintocchi della storia, furono poi i “Giovani Turchi” a riprendere in mano il progetto di sterminio con maggior vigore. L’uomo che vide il genocidio “Arrivarono – continua Mesrop – e ci fecero uscire tutti dalle case. Ragazze, donne, bambini: ci portarono tutti nel deserto. Così, come un agnellino, mi hanno strappato da mia madre. Mi misero sottoterra, mi seppellirono lasciando fuori solo la testa e si allontanarono dicendo ‘Domani uccidiamo anche questo qui. Poi se andarono a scegliersi le ragazze più belle: quelle brutte le uccidevano o le gettavano nel fiume. Aprivano la pancia alle donne incinte, per vedere se il figlio era maschio o femmina. Alle ragazze vergini tagliavano i capezzoli, mentre alle donne tagliavano i seni e glieli mettevano sulle spalle. Io, dal buco dove ero interrato, vedevo tutto con i miei occhi”. Mesrop é uno dei pochi che ha potuto raccontare quella tragedia. Tutto il resto è fatto di ricordi. Per molti versi simili. Gerard Chaliand, come Antonio Arslan, si sono affidati alla memoria e ai racconti che si facevano in famiglia. Yves Ternon o Vahakn Dadrian invece si sono basato su archivi, carte, documenti. Ma le testimonianze dirette di quanto accadde a ridosso della grande guerra, quando i “Giovani Turchi” inseguivano il sogno panturco (che prevedeva la pulizia etnica dei non turchi), restano i più vividi. A Mesrop capitò, dopo aver assistito alla tragedia di amici e parenti, di essere anche lui rapito: “Un turco che passava da quelle parti, sentì i miei lamenti. Venne, mi tirò fuori e mi portò a casa sua. Poi mi condusse dal mullah e mi fece circoncidere. Mi fecero stendere per strada, in mezzo al paese, in modo che chi passava vedesse che c’era un musulmano in più. Io rimasi con il mio padrone turco, badavo alle sue pecore. Mia madre era una donna molto bella ed era stata rapita da un altro turco. Il mio padrone un giorno mi lasciò andare da lei, perché la vedessi: arrotolavano le foglie del dolma. Mi vide e non disse niente, fece finta di nulla: intinse soltanto una foglia nell’acqua e me la diede perché la mangiassi… Il mio padrone mi utilizzava come servo. Ogni giorno mi diceva: ‘Infedele! Porta le pecore al pascolo e torna!’. Mi davano i compiti piu umili. Lui si accucciava per fare i suoi bisogni e poi mi diceva: ‘Infedele! Porta una pietra e puliscimi il sedere!’. Un giorno tardai e si infuriò, prese una grossa pietra e me la voleva tirare in testa, ma la moglie si mise in mezzo e io mi salvai”. E’ dovere di noi tutti effettuare nelle sue linee più ampie la realizzazione del nobile progetto di cancellare l’esistenza degli armeni che per secoli hanno costituito una barriera la progresso e alla civiltà dell’Impero… Siamo criticati e richiamati ad essere pietosi; questa semplificazione è una sorta di ingenuità. Per coloro che non cooperano con noi troveremo un posto che stringerà la fibra dei loro cuori delicati”. (Ministro dell’Interno Talaat, 18 novembre 1915). “Il luogo di esilio di questa gente sediziosa è l’annientamento”. (Ministro dell’Interno Talaat, 1 dicembre 1915). ” Dopo aver fatto inchieste, è risultato che solo il 10 per cento degli armeni soggetti a deportazione generale ha raggiunto i luoghi a loro destinati; il resto è morto di cause naturali, come fame e malattie. Vi informiamo che stiamo lavorando per avere lo stesso risultato riguardo quelli ancora vivi, usando severe misure”. (Abdullahad Nouri, 10 gennaio 1916). “Il numero settimanale dei morti durante gli ultimi giorni non era soddisfacente”. (Abdullahad Nouri Bey, 20 gennaio 1916.) “…Senza ascoltare nessuna delle loro ragioni, rimuoverli immediatamente, donne, bambini, chiunque essi siano, anche se sono incapaci di muoversi; e non lasciate che la gente li protegga, perché con la loro ignoranza mettono al primo posto guadagni materiali piuttosto che sentimenti patriottici e non riescono ad apprezzare la grande politica del governo. Perché, invece di misure indirette di sterminio usate in altri luoghi, come severità, furia (per portare avanti le deportazioni), difficoltà di viaggio, miseria, possono essere usate misure più dirette da voi, perciò lavorate con entusiasmo…” ( Ministro dell’Interno Talaat, 9 marzo 1915). “…La Jemiet (Assemblea) ha deciso di salvare la madrepatria dalle ambizioni di questa razza maledetta e di prendersi carico sulle proprie spalle patriottiche della macchia che oscura la storia ottomana. La Jemiet, incapace di dimenticare tutti i colpi e le vecchie amarezze, ha deciso di annientare tutti gli armeni viventi in Turchia, senza lasciarne vivo nemmeno uno e a questo riguardo è stato dato al governo ampia libertà d’azione…” (Comitato Unione e Progresso, 25 marzo 1915) “Non è un segreto che il piano previsto consisteva nel distruggere la razza armena in quanto razza”. (Leslee Davis, Console USA, 24 luglio 1915) “Non vi è alcun dubbio che questo crimine sia stato pianificato ed eseguito per ragioni politiche”. (Sir Winston Churchill) “Credo che la storia della razza umana non comprenda un episodio terrificante come questo. Il grande massacro e le persecuzioni del passato sembrano insignificanti se comparate a quella della razza armena in 1915”.( Henry Morghentau, Amb.USA in Turchia) “Il governo turco si è reso colpevole di un massacro la cui atrocità eguaglia e supera qualsiasi altro che la storia abbia mai registrato”. (George Cleménceau, Primo Ministro di Francia) “… Gli armeni furono sospettati e sorvegliati dovunque, essi subirono una vera strage, peggiore del massacro. … Fu una strage e carneficina d’innocenti, cosa inaudita, una pagina nera, con la violazione fragrante dei più sacrosanti diritti di umanità, di cristianità e di nazionalità… La questione armena non è morta. Anzi, essa risorge e si mantiene viva, perché la giustizia internazionale, anche se ritardi, ho fede che finirà per imporsi. Spero che l’auspicato avvenimento, o presto, o tardi, si realizzerà; e lo auguro di gran cuore; come spero e auguro che a ciò possa contribuire principalmente l’Italia”.(Giacomo Gorrini, Console d’Italia in Trebisonda) “Il massacro degli armeni è considerato come il primo genocidio del XX secolo” (Sottocommissione Diritti Umani dell’ONU, 1973)

1552.- Mueller indica la potenza straniera “collusa” con Trump: Israele

Donald Trump marcia in rotta di collisione con la politica ONU della doppia nazionalità della Palestina, per la quale abbiamo visto adoperarsi la Mogherini. Da oggi, l’ambasciata statunitense in Israele lascia Tel Aviv e si trasferisce a Gerusalemme. Inutili gli scongiuri e le preghiere dell’autorità palestinese. Dopo la vittoria siriana di Putin, sia gli USA sia Israele vogliono rimescolare le carte della regione. Se ci riusciranno o meno,ci saranno di nuovo molti morti. Non ci sarà pace in Medio Oriente se Israele non lo vorrà. Vogliamo tutti che il popolo israeliano prosperi in pace; ma Gerusalemme non è solo israeliana. Dicono anche che un Medio Oriente in pace mette a rischio i proventi delle multinazionali sulle sue risorse energetiche e – dicono – la sicurezza di Israele. Ma ecco che, sotto nuove spoglie, risorge lo scandalo Trump: si chiama “Israelgate” e non “Russiagate”.

 

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Wayne Madsen .- Nell’accusa al gran giurì federale del consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, tenente-generale Michael Flynn, il consigliere speciale del dipartimento di Giustizia Robert Mueller indica chiaramente la potenza straniera collusa con la squadra di transizione presidenziale di Trump prima del giuramento del 20 gennaio 2017. La potenza straniera non era la Russia, la Cina o il Regno Unito, ma Israele. Subito dopo che Mueller annunciava che Flynn accettava di dichiararsi colpevole della sola accusa di falso a un agente del Federal Bureau of Investigation, l’autorevole squadra di propaganda israeliana, penetrata in ogni redazione di New York e Washington DC, entrava in azione. L’accusa a Flynn, che enuncia una delle sue due false dichiarazioni all’FBI, presenta una falsa dichiarazione di Flynn: “Il 22 dicembre 2016, Flynn non chiese all’ambasciatore russo di ritardare il voto o impedire una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni”. Kushner e il suo principale controllore, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, sepperp dell’intenzione dell’amministrazione uscente Obama di astenersi su una risoluzione egiziana, la 2334 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, sottoposta al Consiglio il 21 dicembre 2016, per condannare la decisione d’Israele d’espandersi in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Nello specifico, la risoluzione chiedeva che “Israele cessasse immediatamente e completamente tutte le attività d’insediamento nel territorio palestinese occupato, inclusa Gerusalemme Est”. L’astensione degli USA sulla 2334 rompeva col precedente degli Stati Uniti di porre il veto a qualunque risoluzione anti-israeliana nel Consiglio di sicurezza. Israele usò la considerevole influenza sulla squadra di Trump per sabotare la risoluzione delle Nazioni Unite, il cui voto era prevista il 23 dicembre 2016. L’accusa a Flynn afferma che chiese, su ordine di Kushner, all’ambasciatore russo a Washington di ritardare o comunque bloccare la risoluzione egiziana. L’accusa dichiara: “Intorno al 22 dicembre 2016, un membro del team di transizione presidenziale disse a Flynn di contattare funzionari di governi stranieri, inclusa la Russia, per sapere come ogni governo vedesse la risoluzione e l’influenzasse per ritardare il voto o non votare la risoluzione”. La dichiarazione sui reati di Flynn recita: “Durante il colloquio del 24 gennaio con l’FBI, Flyn rese ulteriori dichiarazioni false sulle chiamate fatte alla Russia e molti altri Paesi sulla risoluzione presentata dall’Egitto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 21 dicembre 2016″. L’accusa a Flynn afferma inoltre che aveva falsamente affermato di aver solo chiesto le posizioni dei Paesi sul voto, e che non chiese d’intraprendere azioni specifiche sulla risoluzione. Flynn affermò anche falsamente che l’ambasciatore russo non gli descrisse la risposta della Russia alla richiesta”. Flynn mentì in tutti e tre i casi. L’ambasciatore russo Sergej Kisljak respinse la richiesta di Flynn d’interferire col voto delle Nazioni Unite. L’episodio, lungi dal mostrare la “collusione” tra la squadra di Trump e la Russia, dimostra che la Russia non aderiva alle pretese di Trump, Kushner, Flynn o chiunque altro, inclusa l’ambasciatrice nominata alle Nazioni Unite Nikki Haley, che cercò di convincere l’ambasciatrice in carica Samantha Power a far decadere il voto del Consiglio di sicurezza. Secondo la rivista Foreign Policy, Flynn fece una tremenda pressione per affondare la risoluzione delle Nazioni Unite, riferendo: “Il team di transizione di Trump contattò il dipartimento di Stato con una richiesta urgente: avere numero di cellulare, e-mail e altri contatti degli ambasciatori e ministri degli Esteri dei 15 Stati membri del Consiglio di sicurezza”. Trump convinse il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ad ordinare alla delegazione ONU di ritardare il voto. L’Egitto poi ritirò il sostegno alla 2334. Tuttavia, quattro membri del Consiglio di sicurezza, Malaysia, Nuova Zelanda, Senegal e Venezuela, vi si opposero e portarono la risoluzione al voto del Consiglio. Passò e fu promulgata con l’astensione statunitense. È certo che l’amministrazione Obama cercasse l’aiuto dell’alleata militare e d’intelligence Nuova Zelanda, nel sostenere Malesia, Senegal e Venezuela contro la furiosa opposizione di retroguardia d’Israele e della squadra di transizione di Trump. Trump e Kushner decisero, poco prima dell’accusa a Flynn, di manifestare fedeltà ad Israele annunciando che gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto Gerusalemme sua capitale trasferendovi l’ambasciata. Tali azioni, lungi dal mostrare la “collusione” con una potenza straniera, accusa una lealtà conflittuale, per lo meno.
Non è noto chi nel team di transizione di Trump abbia molestato, tramite cellulare ed e-mail, ambasciatori e ministri degli Esteri di Russia, Egitto, Nuova Zelanda, Malesia, Senegal, Venezuela, Cina, Francia, Gran Bretagna, Angola, Giappone, Spagna, Ucraina e Uruguay, ma gli affari di Kushner e Trump hanno interessi finanziari significativi in Angola (miniere di diamanti), Cina (immobiliari ed abbigliamenti di Ivanka Trump), Gran Bretagna (corsi di golf di Trump) e Ucraina (partner commerciale di Kushner e Trump). Dopo che Netanyahu dichiarò al ministro degli Esteri della Nuova Zelanda Murray McCully che il suo sostegno alla risoluzione equivaleva a una dichiarazione di guerra, la Nuova Zelanda ritirò il suo sostegno. Kushner, secondo chi lo conosce, sarebbe stato più che capace di unirsi a Netanyahu nel minacciare diplomatici e governi rappresentati alle Nazioni Unite. Con un impeto di rabbia, Netanyahu richiamò gli ambasciatori israeliani in Senegal e Nuova Zelanda, cancellò i programmi di assistenza al Senegal e tolse l’accredito al ministro degli Esteri senegalese Mankeur Ndiaye per una visita programmata in Israele. In Israele chiamò gli ambasciatori di Stati Uniti ed altri dieci Paesi che votarono a favore della 2443 per rimproverarli verbalmente. Fu anche cancellata una visita programmata in Israele del primo ministro ucraino Volodymyr Grojsman, ebreo. Israele bloccò anche i visti di lavoro per i dipendenti di cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite attive nella West Bank ed espulse il portavoce dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso dei profughi della Palestina e del Vicino Oriente (UNRWA). La collusione israeliana con la squadra di transizione presidenziale di Trump va oltre Trump, Kushner e Flynn, e viola il Logan Act del 1799, legge arcana che proibisce ai cittadini statunitensi di avere una propria politica estera. Convincendo Trump, Kushner e Flynn che Obama fosse dietro la risoluzione 2443, Israele cooptò la squadra di transizione di Trump. Il Logan Act è irrilevante quando Trump, Kushner, Flynn e altri hanno commesso un tradimento virtuale contro il proprio Paese per promuovere gli obiettivi politici di Israele. Non c’è mai stato un processo riuscito col Logan Act e probabilmente non ce ne sarà mai. Tuttavia, chi aveva accesso ad informazioni classificate, Trump, Kushner, Flynn, Haley e altri che contemporaneamente prendevano ordini da Israele sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, potrebbe essere ritenuto colpevole di violazione della legge sullo spionaggio. Il “pianto greco” dei sostenitori d’Israele nei media e al Congresso degli Stati Uniti ha promosso il Logan Act per minimizzare il danno causato dalla collusione tra l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon, Netanyahu, Kushner, Flynn, Trump e Haley per sabotare la risoluzione. Se il Logan Act avesse avuto qualche efficacia, sarebbe stato usato da tempo per incriminare George Soros, Sheldon Adelson, Haim Saban, Paul Singer e altri miliardari filo-israeliani che rappresentano gli interessi di altre nazioni e s’impegnano in proprie politiche estere. L’aspetto più falso del cosiddetto “Russiagate” è che lo scandalo politico che coinvolge Trump, Kushner, Flynn, l’ex-direttore elettorale di Trump Paul Manafort, i consiglieri Steve Bannon e Stephen Miller e altri, difficilmente coinvolge il governo russo. Invece, gli oligarchi europeorientali-israeliani, insieme alle loro migliaia di società off shore in luoghi lontani come le Isole Vergini inglesi, l’Isola di Jersey, le Isole Marshall e le Seychelles, insieme a ben piazzati agenti d’influenza statunitense filo-Israele, sono in prima fila nello scandalo che ora minaccia di far cadere l’amministrazione Trump. È praticamente impossibile per i media aziendali statunitensi convincersi che il titolo appropriato per lo scandalo Trump sia “Israelgate” e non “Russiagate”.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio di Aurora

1545.- Il quadro globale della Terza guerra mondiale

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Siamo in guerra. La terza guerra mondiale. È una guerra non dichiarata ma reale, prevalentemente virtuale ma comunque violenta, non convenzionale ma strategica, graduale ma letale. Provoca morti fisiche e morti interiori, come si ci attenderebbe dalla più evoluta bomba “pulita” al neutrone, che uccide la vita e fa sopravvivere la materia. Questa inedita guerra mondiale accresce la povertà tra la popolazione, distrugge l’economia reale, scardina gli stati nazionali, fa venir meno la democrazia e lo stato di diritto, sconquassa il modello sociale e porta alla denatalità aggredendo l’istituto della famiglia naturale, distrugge il sistema di valori diffondendo il relativismo, favorisce l’invasione di clandestini e sollecita l’occupazione islamica. Sul banco degli imputati ci sono la dittatura della finanza speculativa globalizzata, dell’Eurocrazia, dello Stato-Mafia, della Chiesa relativista, dell’islam cosiddetto moderato, nel cui seno primeggiano i Fratelli Musulmani, e che inesorabilmente scatena il terrorismo islamico. Sembra apparentemente una “ammucchiata” di cinici criminali o di pazzi votati al suicidio che perseguono l’assoggettamento dell’intera umanità dopo averla “cosificata”, riducendo la persona a semplice strumento di produzione e di consumo della materialità. Ma a quei livelli nulla accade per caso. La Storia potrebbe confermare che si tratta piuttosto di una “Cupola” che realizza in modo deliberato una strategia criminale, una sorta di Massoneria mondiale che opera al di sopra di tutti e contro tutti.

La dittatura della finanza speculativa globalizzata utilizza l’arma del debito per devastare l’economia reale e sottometterla alla dimensione virtuale della moneta. Si tratta di una strategia deliberata utile a riciclare una massa di denaro virtuale, a partire dai titoli derivati stimati in 787 mila miliardi di dollari nel 2011, pari a circa 12 volte il Pil mondiale (Prodotto Interno Lordo, 66 mila miliardi di dollari nel 2011), condizionando e imponendo il proprio potere politico. La guerra finanziaria, emersa con il tracollo della banca d’affari americana Lehman Brothers il 15 settembre 2008, nel 2011 era costata ai cittadini americani 7.700 miliardi di dollari (pari al doppio del costo affrontato dagli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, circa 4 mila miliardi di dollari a valori odierni), mentre ai cittadini dell’Unione Europea era costata 2 mila miliardi di dollari. Contemporaneamente 30 milioni di persone nel mondo avevano perso il posto di lavoro.

1540.- Corea del Nord

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La Corea del Nord, (nome geografico completo: Repubblica Popolare Democratica di Corea) è uno Stato dell’Asia Orientale al centro delle cronache di tutto il mondo per le politiche del dittatore Kim Jong-un, a capo della Nazione dal 18 Dicembre 2011.

L’ordinamento politico

Si tratta di uno Stato che, dal punto di vista costituzionale, replica molto da vicino quello che era il sistema economico-politico della vecchia URSS, Nazione socialista con sistema economico pianificato, ovvero stato totalitario di stampo stalinista. Secondo le indagini di Amnesty International e Human Rights Watch ha uno dei livelli di rispetto dei diritti umani più bassi al mondo, non solo: è al terzo posto al Mondo fra i Paesi con il tasso di corruzione più alto al mondo.

Le sanzioni e gli embarghi imposti dai Paesi Occidentali non facilitano la situazione economica e la povertà dei cittadini nord coreani non appartenenti alla classe dirigente è fra le più alte al mondo.

Il programma nucleare

Dal 2006 la Corea del Nord ha dato il via a un programma nucleare, volto esclusivamente agli armamenti, che ha ulteriormente peggiorato e inasprito i rapporti verso Pyongyang. A oggi è uno dei nove Paesi al Mondo a essere dotato della bomba atomica.

Questa corsa agli armamenti, la continua ricerca e i test effettuati per ordine di Kim Jong-un stanno portando il Mondo sul baratro della terza guerra mondiale, il quadro geopolitico è abbastanza delineato e indicativo del rischio: da un lato la Corea del Nord trova nella Russia di Putin e nella Cina supporto, dall’altro la Corea del Sud, il vicino Giappone e gli Stati Uniti di Trump vedono nel regime di Pyongyang una seria minaccia.

Fortuna vuole che entrambi gli Stati Uniti e la Cina vogliano evitare la riunificazione delle Coree e la nascita di un super gigante economico.

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1538.- “Insieme ce la faremo”. Aprire le menti e salvare gli italiani

Dal Programma dell’Associazione “Amici di Magdi Cristiano Allam”. 

Maometto e il suo Allah

L’islam ci fa paura. Perché l’islam è violento. Perché l’islam ci sta conquistando. Perché non conosciamo l’islam.
L’islam è il Corano e Maometto. Il Corano è ciò che Maometto dice che Allah gli avrebbe rivelato. L’islam si riduce a Maometto. Noi tutti, compresi gli stessi musulmani, sappiamo poco o nulla di Maometto.
Magdi Cristiano Allam ci racconta chi è stato veramente Maometto, con le stesse parole dette da Maometto.
Se vogliamo vincere la paura leggiamo «Maometto e il suo Allah», il nuovo libro di Magdi Cristiano Allam pubblicato da MCA Comunicazione.

Potete averlo con la dedica personalizzata e la firma autografa dell’autore.

 

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Di fronte a questa crisi epocale che minaccia l’esistenza stessa dell’Italia come Stato, dei Comuni come ambito territoriale primario, delle piccole e medie imprese come fulcro del sistema produttivo, della famiglia natura come fondamento della costruzione sociale, degli italiani come persone depositarie dei valori inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà, l’Associazione “Amici di Magdi Cristiano Allam” si assume la responsabilità storica di aprire le menti e fortificare gli animi degli italiani, per passare dalla denuncia alla proposta, diffondendo informazione corretta e costituendo “Gruppi di Amici” dediti alla formazione sull’insieme delle tematiche che spaziano dalla moneta ai valori.

Questi “Gruppi di Amici” rappresentano la base popolare per promuovere il nostro riscatto su tutto il territorio nazionale e in seno alle comunità italiane all’estero, dando vita al movimento “Insieme ce la faremo” di mobilitazione e di azione, che ci consenta di passare dalle parole ai fatti, per salvare gli italiani e far rinascere l’Italia, ispirandosi al movimento di disobbedienza civile del Mahatma Ghandi e di Martin Luther King. L’obiettivo è di provocare un terremoto politico promuovendo una protesta in tutti i comuni d’Italia e far scandire all’unisono la denuncia e la proposta, “Basta tasse”, “Tassa unica al 20%”, “No euro”, “Sovranità monetaria”, “Basta debiti”, “Condono di giustizia”, “Basta clandestini”, “Prima gli italiani”, “Stop alle moschee”, “Difendiamo la nostra civiltà”.

Nella consapevolezza che oggi sussiste una straordinaria e urgente opportunità di riunire gli italiani che pagano sulla propria pelle la chiusura delle imprese, la perdita del lavoro, la diffusione della povertà, lo scollamento della famiglia, il crollo della natalità, l’assenza di un futuro per i nostri giovani che vengono costretti a emigrare; che sono delusi e disorientati dal fallimento della partitocrazia, dallo strapotere della magistratura e dal venir meno della giustizia; che hanno una paura crescente per la diffusione della criminalità e l’inadeguatezza delle forze dell’ordine a cui vengono sottratte risorse umane e materiali; che si sentono angosciati e sopraffatti dall’invasione di clandestini e dai privilegi accordati agli immigrati; che si sentono disarmati e impotenti di fronte alla guerra del terrorismo islamico e dall’islamizzazione dell’Italia che si perpetra attraverso uno “Stato islamico” in nuce all’interno del nostro stato di diritto, il movimento “Insieme ce la faremo” promuove una mobilitazione popolare all’altezza della sfida epocale, per aggregare il consenso degli italiani perbene, di buon senso, moderati, pragmatici, liberi e orgogliosi.

“Insieme ce la faremo” si propone di creare il fronte gli italiani che producono e lavorano, che rappresentano le comunità locali, che creano nuove tecnologie e capolavori artistici, che difendono la popolazione e le frontiere, ovvero gli imprenditori, i lavoratori, i sindaci e gli amministratori locali, i ricercatori, gli scienziati e gli artisti, i poliziotti e i militari. “Insieme ce la faremo” è favorevole a collaborare per il successo della comune missione con tutti i soggetti politici che condividono i tre punti qualificanti del progetto di salvezza degli italiani e rinascita dell’Italia che si ispira a un principio fondamentale:

Salviamo i tanti piccoli che fanno grande l’Italia, perché la realtà storica, sociale e imprenditoriale conferma che in Italia piccolo è bello, buono e di successo. Quindi salviamo i piccoli imprenditori, i piccoli comuni, la famiglia naturale, i valori tradizionali, il patrimonio ambientale e culturale. E’ la scelta del localismo che consentirà all’Italia di poter riemergere nel globalismo senz’anima, sottomesso agli interessi materiali dei poteri imprenditoriali e finanziari forti.

1) Riforma dello sviluppo: sovranità monetaria; condono dei debiti dei cittadini nei confronti dello Stato e delle banche; rilancio economico finanziando con denaro pubblico tre grandi progetti: la messa in sicurezza del territorio nazionale, l’autonomia alimentare e l’autonomia energetica; abbattere drasticamente i costi dello Stato; tassa unica al 20%; rendere gli imprenditori i protagonisti dello sviluppo

Il nostro obiettivo primario è il riscatto della sovranità monetaria, alimentare, energetica, legislativa, giudiziaria, popolare, istituzionale e nazionale, sul piano della difesa e della sicurezza, sottratta o violata dall’Unione Europea, dalla Banca Centrale Europea, dal Fondo Monetario Internazionale, dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, dalla partitocrazia e dall’oligarchia della Pubblica amministrazione, dalla Nato e dagli Stati Uniti. Concretamente significa innanzitutto uscire dall’euro e affrancarci dalla dittatura dell’Unione Europea dei banchieri e dei burocrati.

Noi crediamo che il rilancio dell’economia nazionale possa e debba realizzarsi mettendo gli imprenditori, specie i micro, piccoli e medi imprenditori che sono il fulcro del nostro sistema produttivo, nella condizione ottimale per assumersi il ruolo di protagonisti dello sviluppo in un contesto dove il ruolo dello Stato e delle istituzioni sarà di definire e far rispettare le regole che garantiscono l’interesse nazionale e perseguono il bene comune. A tale fine si deve abbattere drasticamente il costo dello Stato eliminando le istituzioni superflue, quali il Senato, le Province e le Regioni, gli enti fallimentari quali municipalizzate, parificate e ovunque lo Stato sia presente nei panni dell’imprenditore, per assicurare una sana gestione e consentire il drastico abbattimento delle tasse fino a ridursi a una tassa unica del 20% da corrispondere direttamente al Comune.

Serve un nuovo modello di sviluppo che valorizzi i tre grandi patrimoni di cui disponiamo, il patrimonio ambientale, il patrimonio culturale e il patrimonio umano, individuando tre direttrici principali, le tre “T”: Turismo, Terra e Tecnologia.

La messa in sicurezza del territorio nazionale per salvaguardare il patrimonio ambientale, culturale e urbanistico; il riciclaggio al 100% dei rifiuti urbani e industriali quale pilastro dell’autonomia energetica, liberandoci dalla schiavitù del petrolio e del gas; la bonifica delle falde acquifere, delle acque marittime, fluviali e lacustri, del territorio e dell’ambiente nazionale inquinati, ponendo immediatamente fine a tutte le cause dell’inquinamento, comprese le discariche, le perforazioni e la raffinazione degli idrocarburi; il rilancio della produzione agricola, zootecnica ed ittica per conseguire l’autonomia alimentare a livello nazionale, la costruzione di insediamenti urbani energeticamente autosufficienti e con criteri anti-sismici, la riqualificazione degli edifici dismessi e la messa a norma degli edifici obsoleti, costituiscono i grandi progetti per rilanciare lo sviluppo con un adeguato finanziamento statale per creare lavoro a decine di migliaia di aziende italiane che producono, investono e pagano le tasse in Italia, a dare lavoro a centinaia di migliaia di lavoratori italiani che vanno favoriti rispetto agli stranieri, affermando il principio che il lavoro è un dovere prima ancora di essere un diritto.

2) Riforma dello Stato: Federalismo dei Comuni autonomi e Repubblica presidenziale

Prendendo atto che la realtà storica dell’Italia evidenzia che da sempre sono i piccoli che fanno grande l’Italia, sia che si tratti di imprenditori o di Comuni, e scegliendo una filosofia di vita che mette al centro la qualità della vita della persona e non la quantità delle risorse accumulate dallo Stato sfruttando i cittadini ridotti a strumenti di produzione e consumo, noi consideriamo che i Comuni debbano diventare il fulcro della riforma dello Stato, rapportandosi direttamente con uno Stato più autorevole, efficiente e solidale grazie al sistema istituzionale della Repubblica presidenziale dove il capo dello Stato, al pari dei sindaci, ha il potere esecutivo del governo del Paese, è eletto direttamente dai cittadini con il voto di preferenza, ha il vincolo di mandato, la responsabilità civile e penale per gli atti commessi nel corso del suo mandato. I Comuni devono avere autonomia amministrativa e finanziaria, decidendo autonomamente l’amministrazione della comunità locale e lo sviluppo del proprio territorio, percependo direttamente le tasse di cui una quota viene devoluta allo Stato per quei compiti che sono di sua esclusiva pertinenza, quali la Difesa, la Sicurezza e la Politica Estera.

3) Riforma della società: più figli italiani per salvaguardare la nostra civiltà sia dal colonialismo economico cinese sia dall’invasione degli immigrati e dalla sottomissione all’islam

È prioritario porre un argine al suicidio-omicidio demografico che ha fatto precipitare l’Europa, in particolar modo l’Italia, agli ultimi posti al mondo per tasso di natalità. È più che mai vitale promuovere la natalità tra gli italiani, sostenendo la famiglia naturale e incentivando la maternità, riconoscendo la valenza economica del lavoro domestico e corrispondendo un adeguato compenso alle donne che scelgono di dedicarsi a tempo pieno o parziale ai figli, alla famiglia e alla casa; favorendo la cultura della sacralità della vita dalla nascita, all’intero corso dell’esistenza fino alla morte naturale, contrastando l’aborto, l’eugenetica, l’eutanasia, valorizzando e aiutando i disabili e gli anziani.

Una scelta storica per salvaguardare la nostra civiltà

Noi italiani ci troviamo di fronte a un bivio che c’impone una scelta storica: o ci rassegniamo alla strategia criminale che sta trasformando l’Italia ricca in italiani poveri, accettando la perdita totale della nostra sovranità per confluire negli Stati Uniti d’Europa e in prospettiva essere sottomessi al Governo mondiale dei poteri imprenditoriali e finanziari forti, oppure promuoviamo il riscatto della nostra sovranità monetaria, legislativa, giudiziaria e nazionale affrancandoci sia da questa Unione Europea assoggettata a banchieri e burocrati sia da questa globalizzazione appiattita sulla sola dimensione materiale della modernità.

“Insieme ce la faremo” è l’appello alla mobilitazione nazionale per riscattare i nostri diritti inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà, chiarendo che per noi la persona, la famiglia naturale, la comunità locale, i valori non negoziabili, le regole fondanti della civile convivenza e il bene comune vengono prima della moneta, delle banche, dei mercati, del profitto, del debito e del Pil. Su un piano più generale noi scegliamo la qualità della vita che soddisfa intimamente consentendo ciascuno di noi di sentirsi pienamente realizzato a casa propria e in seno ai propri cari, rispetto alla vita parametrata dalla quantità di beni e servizi che si producono a prescindere dall’impatto sul vissuto e nella quotidianità delle persone.

 

1535.-Estirpare dalla Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio. Una priorità per il Paese (di Giuseppe PALMA)

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Ora o mai più. La prossima Legislatura è l’ultima opportunità di salvare il Paese per via democratica. Se entro i prossimi 5 anni non ci saremo ripresi, anche solo in parte, la nostra Sovranità, dopo arriverà una tirannia feroce e duratura.. Che sia per mano dell’Ue o di altra natura non posso saperlo, ma arriverà.

Occorre quindi che la coalizione di centrodestra, che è l’unica al momento in grado di ottenere circa il 40% dei voti e quindi la maggioranza assoluta dei seggi (leggete a tal proposito questo articolo a firma mia e di Paolo Becchi, qui in calce:

http://lacostituzioneblog.com/2017/11/14/col-rosatellum-non-vincera-nessuno-falso-chi-prendera-il-40-nei-collegi-plurinominali-fara-piglia-tutto-in-quelli-uninominali-di-giuseppe-palma-e-paolo-becchi-su-libero/),

inserisca nel programma per le prossime elezioni politiche soprattutto questi tre punti:

– ripristino, quantomeno parziale, della sovranità monetaria (i minibot proposti da Claudio Borghi vanno nella giusta direzione);

– abrogazione per via costituzionale del vincolo del pareggio di bilancio, vigliaccamente costituzionalizzato nel 2012 con la pistola degli spread puntati alla tempia;

– ripristino concreto, anche ai tavoli europei, dell’interesse nazionale (quindi meno vincoli Ue).

Ora o mai più. Tra cinque anni, se non sarà la Troika, sarà qualcos’altro. E tra cinque anni il popolo potrebbe definitivamente non credere più alla politica. Non è uno scherzo: sono in gioco la democrazia e la salvezza della Nazione.

Abbiamo trascorso gli ultimi quattro anni a parlare del crimine del pareggio di bilancio, per di più in Costituzione. Non possiamo, proprio ora che si vota, non evidenziarne la necessità dell’abrogazione. Se non sarà il centrodestra ad inserire tale proposta nel suo programma elettorale, lo farà certamente il M5S, ipotecando quel consistente bacino elettorale.

Qui di seguito un mio articolo col quale spiego i gravi aspetti di criticità del vincolo del pareggio di bilancio: https://scenarieconomici.it/incompatibilita-art-1-costituzione-pareggio-bilancio-giuseppe-palma/

Giuseppe PALMA

 

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Col Rosatellum non vincerà nessuno? Falso! Chi prenderà il 40% nei collegi plurinominali farà “piglia-tutto” in quelli uninominali (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Il Corriere della Sera ha pubblicato sabato un sondaggio dell’Istituto di statistica Ipsos – diretto da Nando Pagnoncelli – dal quale emerge che, col nuovo sistema elettorale denominato Rosatellum, nessuno avrà la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento dopo le prossime elezioni politiche. Pagnoncelli non tiene conto però degli effetti scaturenti dall’assenza del voto disgiunto. Col Rosatellum l’elettore che intendesse esprimere il suo voto solo nei confronti del candidato del collegio uninominale, vedrà automaticamente estendere la sua scelta anche in favore della lista o delle liste collegate nei collegi plurinominali. E viceversa: il voto espresso solo nei confronti di una delle liste dei collegi plurinominali, verrà automaticamente attribuito anche al candidato del collegio uninominale collegato.

Ciò produce un dirompente “effetto-traino”: se la coalizione di centrodestra ottenesse nei collegi plurinominali circa il 40% dei voti su scala nazionale (circostanza probabile visto il risultato siciliano), ciò implicherà la vittoria dei candidati della coalizione di centrodestra nella stragrande maggioranza dei collegi uninominali, lì dove è sufficiente ottenere un solo voto in più degli altri per vedersi attribuire il seggio. Infatti il 40% dei voti ottenuti nei collegi plurinominali si riverserà interamente in gran parte dei collegi uninominali, determinando la vittoria del centrodestra in circa il 70% degli uninominali (circa 160 seggi, ai quali ne vanno aggiunti altrettanti – o poco meno – per quel che riguarda la quota proporzionale). Ciò porterà il centrodestra a raggiungere, seppur a pelo, la maggioranza assoluta dei seggi anche grazie a quelli attribuiti nelle circoscrizioni Estero e un residuo minimale di seggi derivanti dalle liste presentatesi singolarmente che non raggiungessero la soglia di sbarramento del 3% su base nazionale (nei collegi plurinominali).

E ricordiamoci che siamo in un sistema politico-elettorale tripolare, se non addirittura quadripolare a seconda di cosa farà il partito di Bersani e D’Alema. In un sistema così frammentato e con una legge elettorale che non prevede il voto disgiunto, chi ottiene il 40% nei collegi plurinominali fa da piglia-tutto in quelli uninominali. E se Bersani dovesse non correre in coalizione con Renzi, al centrodestra potrebbe bastare anche il 37-38%. Certi sondaggi dovrebbero essere presi con le pinze.

Non dimentichiamo i sondaggi e gli exit-pool diffusi dai grandi istituti di statistica alle elezioni politiche del 2006 e del 2013: addirittura 6-8 punti di vantaggio per il centrosinistra a due ore dalla chiusura delle urne per poi vedere un sostanziale pareggio nei dati reali. E che dire delle elezioni regionali siciliane di pochi giorni fa? Tutti gli istituti di statistica davano un sostanziale pareggio a urne chiuse e una vittoria al fotofinish per Musumeci a spoglio iniziato da due ore; dati clamorosamente smentiti a spoglio completato con il candidato di centrodestra avanti di addirittura cinque punti su quello pentastellato.

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1520.- Traffico di migranti. L’Italia ha stretto il “patto con il diavolo”

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Con un accordo sostenuto dall’Italia, il governo di Tripoli ha pagato le milizie implicate nel traffico di esseri umani per impedire agli immigrati di attraversare il Mediterraneo verso l’ Europa. Sarebbe questa una delle ragioni per la drastica diminuzione del traffico di immigrati nel Mediterraneo. Ad affermarlo è l’agenzia Associated Press e la notizia è stata ripresa con rilievo sulla stampa statunitense.

Questo accordo ha suscitato tensioni tra alcune delle forze di sicurezza libiche e gli attivisti delle Ong che si occupano di migranti, i quali denunciano come l’accordo arricchisca le milizie, consentendo loro di acquistare più armi e diventare più potenti. Nel caos del paese, le milizie possono in qualsiasi momento tornare alla tratta di esseri umani o rivolgersi contro il governo.

L’accordo – negato dalla Farnesina – continua a rafforzare potere sul campo delle milizie libiche, che dalla caduta di Gheddafi nel 2011 hanno condizionato o combattuto i governi successivi della Libia, incluso quello attuale di Fayez Serraj, riconosciuto a livello internazionale ma debolissimo sul piano interno.

Il sostegno europeo per l’accordo con le milizie non è una sorpresa. L’Unione Europea ha dato dieci milioni di euro al governo di Serraj per aiutarlo a fermare i migranti. In primo luogo, i soldi sono destinati a rafforzare la guardia costiera della Libia, rafforzando il confine meridionale con Ciad e Niger e cercando di migliorare le condizioni per i migranti rinchiusi nei centri di detenzione. Sembra anche che i fondi possano anche essere utilizzati per “sviluppare un’occupazione alternativa per coloro che sono coinvolti nella tratta”.

I due mesi passati hanno visto un calo esponenziale delle traversate dei barconi di migranti nel Mediterraneo, un segnale leggibile dai sorrisi stampati dei leader europei a Parigi. Gli arrivi a luglio sono scesi di metà rispetto all’anno precedente, mentre ad agosto finora sono arrivate circa 2.936 migranti rispetto ai 21.294 dell’agosto 2016, un calo del 86 per cento. Ufficialmente si ritiene che i pattugliamenti più rigorosi della guardia costiera libica siano in gran parte il motivo. Gli arrivi complessivi del 2017 in Italia sono il 6,8 per cento in meno rispetto all’anno precedente: 98.145 finora rispetto ai 105.357 per lo stesso periodo dello scorso anno.

Ma la causa sembra essere in gran parte dovuta agli affari realizzati con le due milizie più potenti della città libica di Sabratha, il principale punto di partenza per i migranti, per il pericoloso viaggio nel Mediterraneo. Le milizie, una conosciuta come “Al-Ammu” e l’altra come Brigata 48, sono guidate da due fratelli della grande famiglia al-Dabashi della zona.

Almeno cinque funzionari di sicurezza e attivisti con sede a Sabratha hanno detto che i miliziani erano noti per essere coinvolti con la tratta dei migranti. Un funzionario di sicurezza ha chiamato i fratelli “i re del traffico” a Sabratha. Nella sua ultima relazione in giugno, il gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia ha identificato al-Ammu come uno dei facilitatori principali del traffico di esseri umani.

Bashir Ibrahim, portavoce della milizia al-Ammu, ha affermato che un mese fa le due forze hanno raggiunto un accordo “verbale” con il governo italiano e il governo di Serraj per combattere il traffico. Ha detto che la milizia al-Ammu, composta tra i 400 a i 500 combattenti, è affiliata al Ministero della Difesa di Serraj, mentre la Brigata 48 rientra nel ministero dell’Interno.

Da allora, le milizie hanno impedito alle imbarcazioni dei migranti di lasciare le rive intorno a Sabratha e hanno detto ai contrabbandieri di porre fine al loro lavoro. In cambio, le milizie hanno ricevuto attrezzature, armi, barche e stipendi, ha detto Ibrahim.

La milizia al-Ammu, ufficialmente chiamata Brigata del martire Anas al-Dabashi, è stata inoltre pagata dal 2015 per proteggere il complesso petrolifero Mellitah a ovest di Sabratha, sito di un progetto congiunto tra la Libia e l’azienda petrolifera italiana Eni.

Ibrahim ha definito la situazione come una “tregua”, dipendente dal continuo flusso di rifornimenti e finanziamenti alla milizia. “Se il supporto alla brigata di al-Dabashi si ferma, essa non avrà la capacità di continuare a fare questo lavoro e il traffico ricomincerà” ha lasciato intendere il miliziano.

Nella sua pagina di Facebook, la milizia ha detto il 19 agosto di aver favorito il coordinamento tra l’ambasciata italiana con l’ospedale Sabratha per la consegna di tre spedizioni di assistenza medica del governo italiano. Il ministero degli Esteri italiano ha negato che Roma abbia fatto un accordo e ha detto che “il governo italiano non negozia con i trafficanti”.

Tuttavia, l’integrazione ufficiale delle due milizie nelle forze di sicurezza di Serraj permetterebbe l’Italia di lavorare direttamente con le forze delle milizie in quanto adesso non sarebbero considerate milizie o trafficanti ma parte del governo di Tripoli riconosciuto dall’Italia e dagli altri paesi europei

Tale integrazione è probabilmente poco più di una formalità. Le milizie libiche spesso operano sotto l’ombrello delle forze di sicurezza, ma di fatto rimangono indipendenti, i miliziani mantengono la loro lealtà ai propri comandanti, dispongono di fondi e armi propri.

I funzionari della sicurezza e gli attivisti di Sabratha intervistati dall’Associated Press hanno dichiarato che l’Italia ha realizzato l’accordo direttamente con i miliziani e che i funzionari italiani si sono incontrati con i leader delle milizie libiche.

Alcune settimane fa i rappresentanti del governo italiano si sono incontrati con i membri della milizia al-Ammu di Sabratha e sono giunti ad un accordo per far cessare l’attività degli scafisti, ha affermato Abdel-Salam Helal Mohammed, direttore generale delle Forze del Ministero dell’Interno incaricato di combattere il traffico di esseri umani, alla guida di un settore noto come Dipartimento per la Lotta alla Migrazione illegale.

Un anziano funzionario della sicurezza e un agente di polizia, entrambi di Sabratha, hanno anche detto che l’Italia ha stabilito direttamente l’accordo con le milizie. Il funzionario della sicurezza ha detto che l’intelligence italiana e i leader delle milizie si sono incontrati e hanno colpito un accordo senza rappresentanza del governo coinvolto. I due hanno parlato in condizione di anonimato perché non erano autorizzati a parlare con i media. “I trafficanti di ieri sono oggi la forza anti-traffico”, ha detto il funzionario della sicurezza, avvertendo che le milizie rafforzeranno il loro armamento proprio con gli aiuti ricevuti. “Quando la luna di miele sarà finita tra loro e gli italiani, ci troveremo ad affrontare una situazione più pericolosa”, lamentando che le forze di sicurezza normali erano troppo insufficienti per affrontare i contrabbandieri. “Siamo troppo deboli di risorse e di armi per ingaggiare una battaglia con loro”.

Un portavoce del governo italiano ha dichiarato che l’Italia non commenta i rapporti sulle attività di intelligence.

“Quello che gli italiani stanno facendo a Sabratha è molto sbagliato … tu così stai legittimando le milizie”, ha dichiarato uno degli attivisti, Gamal al-Gharabili, capo dell’Associazione per la Pace, la Cura e il Soccorso, la principale organizzazione non governativa che si occupa di immigrati a Sabratha.

Diversamente, Essam Karrar, un altro esponente delle associazioni della società civile a Sabratha, ha elogiato l’accordo. “Ciò impedirà ai migranti e allo stesso tempo offrirà opportunità di lavoro ai cittadini di Sabratha, perché molti sono parte della milizia”.

Negli ultimi anni le agenzie internazionali e i gruppi di diritti umani hanno documentato un feroce trattamento contro i migranti in detenzione in Libia, tra cui la tortura, l’abuso sessuale e la schiavitù.

Fonti: Associated Press, Washington Post, Ansa

1502.- LUIGI BISIGNANI: DIETRO IL M5S CI SONO CIA, SOROS E GOLDMAN SACHS

Secondo Luigi Bisignani, dietro il Movimento 5 Stelle ci sarebbero la Cia, Goldman Sachs e soprattutto lo sciacallo delle finanza George Soros, quello impegnato attualmente con profughi e clandestini, che ha destabilizzato la Macedonia. Detta così pare la solita sparata. Invece, a leggere finanche in controluce il libro-intervista – L’uomo che sussurra ai potenti – che Paolo Madron, nella parte del cronista-confessore, ha scritto con Luigi Bisignani, ti accorgi che l’irresistibile ascesa del Beppe Grillo politico potrebbe essere stata davvero in parte definita dalla longa manus di Washington «come vent’anni fa accadde con Antonio Di Pietro».

 

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Luigi Bisignani

dal Blog di Gianni Fraschetti (Informare)

Secondo Luigi Bisignani, dietro il Movimento 5 Stelle ci sarebbero la Cia, Goldman Sachs e lo sciacallo delle finanza George Soros. Detta così pare la solita sparata.

Invece, a leggere finanche in controluce il libro-intervista – L’uomo che sussurra ai potenti – che Paolo Madron, nella parte del cronista-confessore, ha scritto con Luigi Bisignani, ti accorgi che l’irresistibile ascesa del Beppe Grillo politico potrebbe essere stata davvero in parte definita dalla longa manus di Washington «come vent’anni fa accadde con Antonio Di Pietro».

Bisignani lobbysta e faccendiere, «colui-che-tutto-sa» e che tutto può ne è certo.

«Tutto parte dal protocollo numero C17586026, che sigla il primo documento sul Movimento 5 Stelle. Destinatari: il Dipartimento di Stato e altri uffici governativi diWashington. Stiamo parlando del 2008, quando il fenomeno Grillo era ancora lì da esplodere», afferma. Gli americani entrano in contatto col comico attraverso due sue «vecchie conoscenze».

Una è Franco Maranzana, geologo controcorrente di 78 anni, e l’altra è, soprattutto, Umberto Rapetto ex colonnello della Guardia di Finanza, il Magnum P.I. del Gat il gruppo anticrimine tecnologico, nonchè «intelligenza fuori dal comune» e uno dei migliori esperti di reati informatici al mondo.

Grillo e gli emissari del dipartimento di Stato e dell’Intelligence dunque si incontrano. Secondo un’anticipazione de La Stampa l’inizio del loro rapporto sarebbe, appunto , datato 4 aprile del 2008, quando l’allora ambasciatore Ronald Spogli aveva inviato al segretario di Stato Condoleezza Rice un rapporto in cui descriveva l’incontro avuto con l’ex comico.
Spogli concludeva il rapporto con una nota positiva: «… la sua prospettiva dà voce a una parte dell’opinione pubblica che non trova espressione altrove…».

 

Tra l’altro, quell’informativa allora segreta, ricevuta anche da Barack Obama, dalla Cia, dalla National Security, Bisignani la pubblica, paro paro, in appendice al libro. Come fossero banalissime note a margine.

Dopodichè i rapporti tra gli americani e Grillo non si fermano qui. Inciucia con Beppe pure Jim O’ Neill, della banca d’affari Goldman Sachs.
E l’entusiasmo dell’uomo della banca d’affari sarebbe talmente esasperato che Goldman Sachs è costretta perfino a «un parziale dietrofront». E, inoltre, afferma sempre Bisignani «l’unico studio scientifico fatto finora sul Movimento 5 Stelle è stato commissionato al think thank inglese Demos supportato dalla Open Society » di George Soros «un altro guru del capitalismo americano».

Altro che Gruppo Bilderberg dunque. Grillo sarebbe al servizio degli stessi poteri forti che Gianroberto Casaleggio vedeva al centro di una cospirazione mondiale. D’altronde, lo stesso Casaleggio perpetua volontà di Grillo di dialogare soltanto con i media stranieri, e quindi di farsi capire all’estero; e la traduce anche in una serie di incontri non ufficiali con personaggi d’oltreoceano. Questa storia di Grillo «puppet», marionetta dei servizi e delle banche americane, naturalmente sta scuotendo la politica.

Ieri, dopo la presentazione de – L’uomo che sussurra ai potenti – crocchi di giornalisti sostavano sotto la libreria Feltrinelli in una sorta di affannoso reading collettivo. Ognuno a controllare che accanto al nome di Grillo, della Cia, di Soros non ci fosse il proprio…

1496.- Statement between President of Russia Vladimir Putin and President of the United States Donald Trump

Si va verso la fine della globalizzazione?

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Oggi vengono fuori tutti gli scheletri dall’armadio. 

Per anni quasi tutte le monarchie del Golfo hanno finanziato movimenti jihadisti in paesi come Siria, Iraq e Libia. E’ bene ricordare che la guerra in Siria è stata voluta finanziata e provocata da Usa, Israele, Turchia, Arabia e Qatar. Ma, mentre le forze aeree e missilistiche russe martellano le posizioni jihadiste e i ribelli lungo la linea del fronte occidentale nelle province di Hama, Aleppo e Idlib e mentre si attende che i soldati dell’esercito arabo siriano si lancino all’assalto nelle prossime ore, spira un vento di pace per la Siria ed il suo popolo. 

In Vietnam l’incontro bilatelare Usa-Russia è saltato, ma i due presidente pare abbiano parlato lo stesso. Anzi hanno fatto molto di più: a margine del vertice Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), Donald Trump e Valdimir Putin hanno firmato una nota congiunta sulla Siria, approvata dopo una breve conversazione.

I due si sono detti d’accordo nel continuare gli sforzi congiunti nella lotta contro l’Isis fino a quando sarà del tutto sconfitto. Inoltre hanno concordato che non ci può essere una soluzione  militare per la guerra in Siria. La stabilità deve essere trovata attraverso i negoziati di Ginevra e, come precondizione di un accordo politico, ci deve essere una de-escalation militare.

Putin e Trump hanno inoltre confermato il loro impegno alla “sovranità, indipendenza, unità, integrità territoriale e natura secolare” della Siria, invitando le parti a partecipare ai colloqui di pace sotto l’egida Onu, a Ginevra. L’accordo sulla Siria è stato preparato da esperti dei due Paesi ed è stato messo a punto sabato dal ministro degli Esteri Sergei Lavrov e dal segretario di Stato Rex Tillerson, che si sono incontrati a margine del summit sulla Cooperazione economica asiatico-pacifica. Lo stesso in cui il tycoon e il magnate russo hanno scambiato qualche parole e si sono stretti la mano, dopo aver posato – con tanto di abito tradizionale – nella foto ufficiale dell’incontro internazionale.

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November 11, 2017. President Trump and President Putin today, meeting on the margins of the APEC

President of Russia Vladimir Putin and President of the United States Donald Trump approved a joint statement on Syria following a conversation on the sidelines of the APEC Economic Leaders’ Meeting.

The document had been drafted by the two countries’ experts and coordinated by the Russian Foreign Minister Sergei Lavrov and US Secretary of State Rex Tillerson. The statement has been specially prepared for the Danang meeting.

The 25th APEC Economic Leaders’ Meeting participants.

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With President of the United States Donald Trump. Vladimir Putin and Donald Trump had a conversation before the group photo ceremony for the APEC Economic Leaders.

Statement

November 11, 2017

President Trump and President Putin today, meeting on the margins of the APEC conference in Danang, Vietnam, confirmed their determination to defeat ISIS in Syria. They expressed their satisfaction with successful US-Russia enhanced de-confliction efforts between US and Russian military professionals that have dramatically accelerated ISIS’s losses on the battlefield in recent months. The Presidents agreed to maintain open military channels of communication between military professionals to help ensure the safety of both US and Russian forces and de-confliction of partnered forces engaged in the fight against ISIS. They confirmed these efforts will be continued until the final defeat of ISIS is achieved.

The Presidents agreed that there is no military solution to the conflict in Syria. They confirmed that the ultimate political solution to the conflict must be forged through the Geneva process pursuant to UNSCR 2254. They also took note of President Assad’s recent commitment to the Geneva process and constitutional reform and elections as called for under UNSCR 2254. The two Presidents affirmed that these steps must include full implementation of UNSCR 2254, including constitutional reform and free and fair elections under UN supervision, held to the highest international standards of transparency, with all Syrians, including members of the diaspora, eligible to participate. The Presidents affirmed their commitment to Syria’s sovereignty, unity, independence, territorial integrity, and non-sectarian character, as defined in UNSCR 2254, and urged all Syrian parties to participate actively in the Geneva political process and to support efforts to ensure its success.

Finally President Trump and President Putin confirmed the importance of de-escalation areas as an interim step to reduce violence in Syria, enforce ceasefire agreements, facilitate unhindered humanitarian access, and set the conditions for the ultimate political solution to the conflict. They reviewed progress on the ceasefire in southwest Syria that was finalized the last time the two Presidents met in Hamburg, Germany on July 7, 2017. The two presidents, today, welcomed the Memorandum of Principles concluded in Amman, Jordan, on November 8, 2017, between the Hashemite Kingdom of Jordan, the Russian Federation, and the United States of America. This Memorandum reinforces the success of the ceasefire initiative, to include the reduction, and ultimate elimination of foreign forces and foreign fighters from the area to ensure a more sustainable peace. Monitoring this ceasefire arrangement will continue to take place through the Amman Monitoring Center, with participation by expert teams from the Hashemite Kingdom of Jordan, the Russian Federation, and the United States.

The two Presidents discussed the ongoing need to reduce human suffering in Syria and called on all UN member states to increase their contributions to address these humanitarian needs over the coming months.

Vietnam, Danang, November 10, 2017

Intanto, però…

Leaked cable confirms Israel and Saudi Arabia are working together to start a Middle East war

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Evidence proving that Saudis and Israelis are coordinating to escalate the situation in the Middle East

Israeli Channel10 News published a leaked diplomatic cable sent to Israeli ambassadors concerning recent events in Lebanon and Saudi Arabia which, according to Zerohedge, began with Lebanese Prime Minister Saad Hariri’s unexpected resignation after he was summoned to Riyadh by his Saudi-backers, and led to the Saudis announcing that Lebanon had “declared war” against Saudi Arabia.

Zerohedge notes that “the classified embassy cable, written in Hebrew, constitutes the first formal evidence proving that the Saudis and Israelis are deliberately coordinating to escalate the situation in the Middle East.”

This is a EXPLOSIVE thread that proves how Saudi and Israel are deliberately coordinating to escalate the situation in the MidEast.

– On Sunday, just after Lebanese PM Hariri’s shocking resignation, Israel sent a cable to all of its embassies with the request that its diplomats do everything possible to ramp up diplomatic pressure against Hezbollah and Iran.
– The cable urged support for Saudi Arabia’s war against Iran-backed Houthis in Yemen.
– The cable stressed that Iran was engaged in “regional subversion”.
– Israeli diplomats were urged to appeal to the “highest officials” within their host countries to attempt to expel Hezbollah from Lebanese government and politics.


As is already well-known, the Saudi and Israeli common cause against perceived Iranian influence and expansion in places like Syria, Lebanon and Iraq of late has led the historic bitter enemies down a pragmatic path of unspoken cooperation as both seem to have placed the break up of the so-called “Shia crescent” as their primary policy goal in the region. For Israel, Hezbollah has long been its greatest foe, which Israeli leaders see as an extension of Iran’s territorial presence right up against the Jewish state’s northern border.

The Israeli reporter who obtained the document is Barak Ravid, senior diplomatic correspondent for Channel 10 News. Ravid announced via Twitter…

  • I published on channel 10 a cable sent to Israeli diplomats asking to lobby for Saudis/Harir and against Hezbollah. The cable sent from the MFA in Jerusalem [Israeli Ministry of Foreign Affairs] to all Israeli embassies toes the Saudi line regarding the Hariri resignation.
  • The Israeli diplomats were instructed to demarch their host governments over the domestic political situation in Lebanon – a very rare move.
  • The cable said: “You need to stress that the Hariri resignation shows how dangerous Iran and Hezbollah are for Lebanon’s security.”
  • “Hariri’s resignation proves wrong the argument that Hezbollah participation in the government stabilizes Lebanon,” the cable added.
  • The cable instructed Israeli diplomats to support Saudi Arabia over its war with the Houthis in Yemen. The cable also stressed: “The missile launch by the Houthis towards Riyadh calls for applying more pressure on Iran & Hezbollah.” 

 

Screenshot from the Channel 10 News report which features the Israeli diplomatic cable is below…

Below is a rough translation of the classified Israeli embassy cable using Google Translate as released by Israel’s Channel 10 News…

“To the Director-General: you are requested to urgently contact the Foreign Ministry and other relevant government officials [of your host country] and emphasize that the resignation of Al-Hariri and his comments on the reasons that led him to resign illustrate once again the destructive nature of Iran and Hezbollah and their danger to the stability of Lebanon and the countries of the region. 

Al-Hariri’s resignation proves that the international argument that Hezbollah’s inclusion in the government is a recipe for stability is basically wrong. This artificial unity creates paralysis and the inability of local sovereign powers to make decisions that serve their national interest. It effectively turns them into hostages under physical threat and are forced to promote the interests of a foreign power – Iran – even if this may endanger the security of their country.

The events in Lebanon and the launching of a ballistic missile by the signatories to the Riyadh agreement require increased pressure on Iran and Hezbollah on a range of issues from the production of ballistic missiles to regional subversion.”

Via Zerohedge

Thus, as things increasingly heat up in the Middle East, it appears the anti-Iran and anti-Shia alliance of convenience between the Saudis and Israelis appears to have placed Lebanon in the cross hairs of yet another looming Israeli-Hezbollah war. And the war in Yemen will also continue to escalate – perhaps now with increasingly overt Israeli political support. According to Channel 10’s commentary (translation), “In the cable, Israeli ambassadors were also asked to convey an unusual message of support for Saudi Arabia in light of the war in which it is involved in Yemen against the Iranian-backed rebels.”

All of this this comes, perhaps not coincidentally, at the very moment ISIS is on the verge of complete annihilation (partly at the hands of Hezbollah), and as both Israel and Saudi Arabia have of late increasingly declared “red lines” concerning perceived Iranian influence across the region as well as broad Hezbollah acceptance and popularity within Lebanon.

What has both Israel and the Saudis worried is the fact that the Syrian war has strengthened Hezbollah, not weakened it. And now we have smoking gun internal evidence that Israel is quietly formalizing its unusual alliance with Saudi Arabia and its power-hungry and hawkish crown prince Mohammed bin Salman.