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1674.- 6 anni di sovranismo, e poi?

Documento di analisi e di proposte politiche dell’Associazione Riconquistare la Sovranità (ARS)

Parte prima: l’ANALISI

1. Premessa.

La parte più nobile e moderna della Costituzione della Repubblica Italiana è costituita dal titolo dedicato ai “rapporti economici” (artt. 35-47). Essa, da almeno due decenni, è totalmente disapplicata, in ragione della prevalenza dei Trattati dell’Unione Europea e del diritto derivato (emanato dagli organi dell’Unione) sulle norme costituzionali volte a disciplinare la materia economica. Una congiuntura internazionale favorevole, un lungo periodo di bassi tassi di interesse, la promozione dell’indebitamento privato, che ha supplito per molto tempo la diminuzione dei salari e dei redditi da lavoro tutti, e la diffusione della ideologia globalista, mercatista, transnazionale, idolatra della concorrenza e individualista hanno oscurato a lungo, agli occhi del popolo italiano, questo dato di fondamentale rilevanza. Oggi siamo giunti al tempo della verità e alla necessità di invertire la rotta.

I principi fondamentali dell’Unione Europea non sono in grado di far uscire l’Italia dalla crisi economica, bensì spingono verso l’aggravamento e generano un difetto di coesione sociale e territoriale che sta minando l’Unità della Nazione e impoverendo larghi strati della popolazione.

2. L’insanabile contrasto tra Costituzione della Repubblica Italiana e Trattati dell’Unione Europea.

Il modello di disciplina dei rapporti economici prefigurato dai Trattati Europei è irrimediabilmente in contrasto con il modello di disciplina prefigurato nella Costituzione. I valori e gli interessi promossi dalla Costituzione della Repubblica Italiana sono opposti rispetto ai valori e agli interessi promossi dai Trattati dell’Unione Europea. In Particolare:

– “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni” , “aiuta la piccola e media proprietà”, “provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato” (artt. 37, 45), mentre l’Unione Europea: impone la deflazione salariale e la precarietà, come unico strumento per aumentare la produttività e reggere la competizione internazionale; spinge verso le liberalizzazioni a vantaggio del grande capitale, libero ormai di valorizzarsi anche nel campo delle professioni un tempo protette, anche là dove non vi è alcun odioso privilegio da estirpare; schiaccia gli agricoltori rendendo difficile o impossibile la libera organizzazione della loro attività, nell’interesse della grande distribuzione e dell’industria agroalimentare; costringe i commercianti a soggiacere al capitale marchio (in particolare tramite il contratto di franchising e in genere la valorizzazione dei marchi) e penalizza i piccoli esercizi commerciali, consentendo l’apertura anche nel tradizionale giorno di riposo.

– “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme” (art. 47, primo comma), mentre l’Unione Europea incoraggia l’indebitamento privato per l’acquisto di beni e servizi di consumo.

– La Repubblica “tutela il risparmio”, ossia lo preserva dall’inflazione. Mentre l’Unione Europea promuove le rendite – ossia la valorizzazione del denaro risparmiato senza che il risparmio sia investito, anche indirettamente, nella produzione di beni e servizi – e le plusvalenze derivate da scommesse finanziarie. Questo obiettivo è perseguito dall’Unione Europea sia direttamente, attraverso una ipocrita disciplina di tutela del cliente-investitore, sia indirettamente, vietando limitazioni alla libera circolazione dei capitali e quindi impedendo di tassare adeguatamente i proventi derivanti da plusvalenze, rendite e scommesse: in caso di elevamento dell’imposizione da parte di uno degli stati membri, i capitali fuggirebbero.

– “La Repubblica favorisce l’accesso del risparmio popolare… al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese” (art. 47, secondo comma), mentre l’Unione Europea impedisce all’Italia ogni vincolo di destinazione del risparmio degli italiani, sancendo la assoluta libertà di circolazione dei capitali, anche nei confronti dei paesi terzi, e garantendo il “diritto” dei risparmiatori, per lo più attraverso i grandi intermediari finanziari, di indirizzare il risparmio in ogni piazza finanziaria, alla ricerca della maggiore rendita e delle più attraenti scommesse.

– “ La Repubblica…disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”, mentre l’Unione Europea ha imposto una disciplina del credito, attuativa di direttive comunitarie, che ha sancito l’abbandono dei tradizionali principi italiani, con il vincolo per l’Italia di non poter reintrodurre gli antichi principi.

– La Costituzione ammette, in presenza di determinate condizioni, monopoli pubblici o collettivi, sia originari, sia derivanti da espropriazioni con indennizzo (art. 43). L’Unione europea promuove la concorrenza in ogni campo dell’attività economica e impedisce all’Italia di introdurre monopoli anche in alcuni dei casi previsti dalla Costituzione.

– La Costituzione italiana non vieta e quindi ammette il ricorso al protezionismo e anzi promuove limitazioni della libertà di circolazione dei capitali (art. 47, secondo comma: “La Repubblica… Favorisce l’accesso del risparmio popolare… al diretto ed indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese”). Al contrario, l’Unione Europea, per un verso, instaura un “mercato aperto”, che impone la libera circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali, anche nei confronti dei paesi terzi, privando gli stati della politica doganale anche nei confronti dei paesi estranei all’Unione europea; per altro verso, vieta gli aiuti di Stato. Ciò significa, per recare soltanto un esempio, che l’Italia, preso atto dell’elevato numero di computer, di telefonini e di televisori acquistati dagli italiani, non potrà mai destinare ingenti somme a imprese pubbliche o partecipate dallo Stato, che producano quei beni, inizialmente soprattutto per il mercato italiano, grazie a norme che garantiscano a quelle imprese quote di mercato, e che occupino i laureati italiani in informatica e in ingegneria, nonché i tecnici e gli operai del settore.

– La Costituzione Italiana promuove la piena occupazione (art. 4, primo comma) e quindi salari dignitosi, ammettendo, a tal fine, un’inflazione modesta o relativamente modesta. L’unione europea impone un’inflazione bassissima, impedisce la piena occupazione e promuove la deflazione salariale.

– La Costituzione non pone limiti al debito pubblico e al deficit pubblico e consente allo Stato di prevedere che i titoli invenduti siano acquistati dalla banca d’Italia. L’Unione Europea prevede precisi limiti al debito pubblico e al deficit, impedisce alla BCE e alle banche centrali nazionali di acquistare titoli del debito pubblico e vuole imporci l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione.

– In generale, l’Unione europea abbatte i confini degli stati europei, anche nei confronti dei paesi terzi e crea un mercato aperto nel quale deve vincere la logica del più forte. Al contrario, l’art. 41, terzo comma della Costituzione prevede che “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. L’Unione europea sopprime tutti i possibili poteri degli stati e quindi dei popoli di disciplinare l’economia, affidando il sistema economico alla pura concorrenza tra imprese e gestori dei grandi capitali internazionali. Mentre la Costituzione sancisce che il popolo italiano, attraverso lo stato italiano, disciplini l’economia.

I due programmi politico-economici sono in irrimediabile contrasto. O il Parlamento e il Governo italiani applicano l’uno o applicano l’altro. E in ragione del prevalere (nelle materie economiche) del diritto dell’Unione Europea sul diritto interno italiano (opinione giuridicamente infondata che, tuttavia, è un fatto), anche di rango costituzionale, sono ormai più di venti anni che Parlamento e Governo italiani svolgono il diritto europeo, anziché il diritto costituzionale dei rapporti economici. Quindi, “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi” (art. 54), salvo i membri del Governo e del Parlamento, che devono osservare il diritto europeo e violare sistematicamente il diritto dell’economia di rango costituzionale!

3. L’errore politico e tecnico dell’euro.

L’unione europea ha sottratto allo stato italiano anche il potere di gestire una moneta nazionale, vincolandolo a una moneta comune che non è di nessuno. L’adozione della moneta unica si è rivelata, oltre che un errore politico un grave errore tecnico.

Gli architetti politici che si sono occupati della costruzione dell’euro hanno scelto di non tener conto delle preoccupazioni espresse da vari esponenti della scienza economica.

Non sono pochi gli esperti che avevano rilevato per tempo come una unione monetaria fra Paesi molto diversi rispetto ad importanti parametri economici (come competitività e tassi di inflazione) avrebbe comportato numerosi squilibri, che sarebbero poi esplosi nei momenti di crisi. Questo è ciò che è puntualmente avvenuto. Nei circa dieci anni passati dall’avvento della moneta unica, i paesi PIGS hanno avuto livelli di inflazione significativamente più elevati di quelli della Germania, e di conseguenza hanno perso competitività, finendo per accumulare pesanti deficit commerciali, non a caso nei confronti della stessa Germania.

E’ questa la ragione principale della crisi di fiducia che i mercati esprimono nei confronti dell’eurozona. I Paesi meno competitivi rispetto alla Germania vedono peggiorare continuamente la loro situazione economica, senza poter reagire con lo strumento della svalutazione della moneta nazionale (che non hanno più), e sono quindi considerati a rischio default.

La crisi di fiducia impone ai Paesi meno competitivi di aumentare gli interessi sui titoli del debito pubblico, al fine di riuscire a collocarli sul mercato: ma dover corrispondere maggiori interessi rende sempre più difficile recuperare le risorse necessarie per pagarli, e per ripagare i titoli in scadenza.

Il tutto si traduce in ulteriore aumento del rischio di default.

È ormai comunemente accettata l’idea che per salvare l’Euro è necessario ridurre il gap di competitività fra i paesi dell’eurozona, allineandosi alla Germania. Non potendo svalutare la propria moneta, per recuperare competitività i Paesi con le economie più deboli devono necessariamente ripetere quello che i tedeschi hanno già fatto nel decennio passato: aumentare la produttività e contemporaneamente abbassare i salari reali. Tali misure, che comportano costi sociali altissimi, non possono determinare gli stessi effetti sulla crescita che hanno prodotto in Germania, ma solo contribuire ad avvitare i Paesi dell’eurozona in spirali recessive senza uscita, alimentate anche dai tagli alla spesa pubblica imposti dall’Unione Europea.

L’unico risultato possibile è la recessione, e anzi la depressione, entro al quale avverrà un forte impoverimento generale dei ceti medi e popolari, assieme al depauperamento dei servizi pubblici (istruzione, sanità, trasporti). Tutte le drammatiche misure di austerità imposte dall’Unione uropea e dalla BCE per salvare l’Euro non raggiungeranno il loro scopo. Primo o dopo l’Euro salterà. Ma il rischio è che ciò avvenga solo dopo aver messo letteralmente in ginocchio le economie e i tessuti sociali dei Paesi dell’eurozona o almeno dei Paesi del sud europa. A quel punto sarà durissimo sostenere gli effetti del crollo della moneta unica.

Nel frattempo, per poter imporre quanto deciso dalla BCE e dalla Commissione Europea (cioè da Francia e Germania), l’Unione Europea inasprisce il proprio carattere antidemocratico, tramite nuovi trattati che obbligano i Paesi membri a realizzare tutto ciò che viene deciso dai tecnocrati europei, indipendentemente dalla volontà popolare e dalle determinazioni dei Parlamenti nazionali.

Euro ed Unione Europea sono quindi i primi nemici da abbattere per chiunque voglia difendere le condizioni di vita dei ceti popolari e medi, la sovranità popolare, la democrazia politica.

4. Scuola e università.

È in atto da molto tempo un lento processo di distruzione della Scuola e dell’Università pubbliche. Le continue riforme che si succedono, ad ogni cambio di ministro, non fanno che portare avanti questa distruzione. Nella Scuola pubblica viene in sostanza cancellata la centralità delle discipline e dei contenuti, che sono la vera sostanza sulla quale si basa il processo educativo specificamente scolastico. Questa perdita di contenuti disciplinari riduce il lavoro scolastico ad una sorta di immane servizio di “babysitteraggio”, con la perdita di ogni reale valore educativo del tempo passato sui banchi. Le varie riforme, inoltre, colpiscono al cuore il carattere di scuola nazionale, uguale per tutti i cittadini, della scuola pubblica, prevedendo una sciagurata autonomia che significa soltanto trasformazione della scuola in azienda privata (anche se formalmente pubblica) che va a caccia di clienti sul Mercato. Analogo destino colpisce l’Università, i cui gravi problemi non vengono risolti ma accentuati dalle varie “riforme” succedutesi negli anni.

La fine della Scuola e dell’Università pubbliche, statali, nazionali, è una perdita gravissima per la possibilità stessa di continuare a pensare il nostro paese come una patria comune. La Scuola pubblica e l’Università pubblica devono tornare ad essere il principale strumento di promozione della mobilità sociale. Se oggi la mobilità sociale in Italia è bassissima, ciò è dovuto anche alla distruzione della Scuola e dell’Università pubbliche statali. È difficile contrastare questi fenomeni, perché essi derivano da meccanismi culturali profondi del nostro mondo. Per provare almeno a combatterli il recupero della sovranità nazionale e il distacco dalla “cultura” diffusa dal pensiero globalista e mercatista sono condizioni necessarie.

5. La Sanità.

In aderenza alle pulsioni e credenze del pubblico in tema di salute, opportunamente stimolate e pilotate, la medicina, alla quale ci si affida come un tempo alla religione, è stata trasformata in uno dei maggiori settori dell’imprenditoria liberista; un settore parassitario dove la Domanda è facilmente regolata da un’Offerta senza scrupoli, e sul quale si è sovrapposta l’economia fittizia della speculazione finanziaria.

Noti economisti auspicano che la quota sanità del PIL salga al di sopra del 15%; ciò è ottenibile, ma sarebbe una disgrazia, perché già oggi per far diventare la medicina un motore di crescita economica la si è gravemente inquinata con deviazioni e con pratiche fraudolente; così che essa non fornisce ciò che potrebbe dare mentre storna risorse e crea danni iatrogeni. Ad esempio, la “prevenzione” oggi non consiste nell’assicurare un ambiente salubre, condizioni di vita equilibrate e cibi genuini, alla luce delle conoscenze biomediche; ma in trattamenti medici di massa ai sani mediante costosi programmi di screening, l’inutilità e la dannosità dei quali sta venendo riconosciuta in diversi casi anche in sedi ufficiali. Si favorisce la cronicizzazione delle malattie, per trasformarle in rendite assicurando il maggior consumo di costose scatolette di farmaci proclamati efficaci, e si lascia alle famiglie la gran parte di carichi sanitari essenziali come le cure odontoiatriche e l’assistenza ai non autosufficienti. E’ anche possibile che, ridotta la democrazia reale al lumicino, i futuri sviluppi, che potrebbero includere una maggiore privatizzazione della sanità, si avvalgano di forme più tradizionali di autoritarismo, per giungere allo “Stato terapeutico” preconizzato da alcuni commentatori. I meccanismi coi quali il potere ottiene ciò sono oscurati da fattori psicologici e tecnici, potenziati dalla propaganda e dalla censura; ma gli effetti negativi sono percepiti da una quota crescente di cittadinanza.

Le forze liberiste nel perseguire lo sfruttamento della medicina si sono poste il problema di geometria istituzionale: “volendo impossessarci del governo della medicina, come massimizzare la sua distanza dai due centri naturali di controllo democratico, lo Stato e il territorio ?”. Lo hanno risolto ottenendo dai politici la sovraordinazione della UE allo Stato e la devoluzione della sanità alle Regioni. La UE considera apertamente la medicina come un settore economico strategico, la cui tutela consente deroghe ai diritti fondamentali; spodesta un governo centrale occupato da politici “cùpidi di servilismo”. Le Regioni, ricettacolo di corrotti, traducono in interventi legislativi e amministrativi gli interessi dei poteri forti della sanità a livello locale. Anche se da solo non è sufficiente, e il servizio pubblico non sempre è superiore all’iniziativa privata, è necessario che sia lo Stato nazionale, al servizio razionale delle necessità e richieste delle realtà locali, a controllare la medicina. Ciò renderà possibile l’intervento più urgente, quello di emancipare i cittadini dalla loro condizione di stampo del potere mediante una corretta informazione; sollecitando in loro il meglio, anziché il peggio come fa la dittatura a stampo; in modo che sappiano ciò che devono pretendere dalla sanità e ciò che non possono chiederle.

6. Agricoltura.

L’Unione Europea con la Politica Agricola Comune (PAC) degli ultimi decenni ha determinato un netto decremento della produzione agricola italiana, attraverso l’introduzione di aiuti finanziari legati esclusivamente alla proprietà del terreno ed incuranti dell’effettivo contributo produttivo. Inducendo così alcuni agricoltori a lasciare incolti i loro terreni per vivere di rendita o a modificarne la vocazione a fini esclusivamente ambientali, ricreativi o energetici. Ciò si è drammaticamente riflesso in negativo sulla bilancia commerciale italiana. Generando un potente flusso di materie prime agricole dall’estero che hanno ulteriormente indebolito l’agricoltura italiana e l’economia nazionale tutta. Inoltre, i processi di globalizzazione in atto, insieme al dirigismo tecnocratico della U.E., realizzato ad uso e consumo delle aziende che operano con economie di scala, stanno ulteriormente riducendo il numero delle piccole e medie aziende agricole disgregando il tessuto sociale che verte su di esse.

L’adozione di politiche protezioniste, con l’adozione di dazi e tariffe, in tutti quei casi in cui l’agricoltura nazionale risulti aggredita da fenomeni di concorrenza da parte di paesi terzi, insostenibile da parte dei nostri agricoltori, appare l’unica possibile soluzione per evitare l’ulteriore aggravarsi della crisi in atto.

Infine il ripristino di una politica agricola nazionale in luogo di quelle attuali euro-centriche ed il recupero di una moneta nazionale con cambio monetario gestibile in funzione delle necessità economiche appaiono sempre più una impellente necessità, al fine di garantire la sopravvivenza ed il rilancio dell’intero comparto agricolo.

7. I settori industriali strategici.

In un’ottica integralmente liberale, opposta, quindi, all’ottica che qui assumiamo, la nozione di settore strategico è di per sé vuota di contenuti ex-ante, essendo il mercato il solo ed unico giudice ammissibile (ex-post) delle decisioni produttive prese in modo indipendente dagli operatori privati sulla base della semplice convenienza valutata dal singolo. Non vi è alcuno spazio, in questa prospettiva, per giudizi generali e aprioristici circa la preferenza di una scelta produttiva rispetto ad un’altra.

Ponendoci invece in un’ottica opposta, di sovranità almeno parziale sulle scelte produttive, la nozione di strategicità diviene di estrema importanza.

Un settore strategico può essere considerato tale per una serie di ragioni che contribuiscono a dare al termine strategicità diverse accezioni che contribuiscono ad una definizione complessiva. Quattro sono le aree che ci riconducono alla strategicità:

A) Un settore è strategico anzitutto:

1- perché si occupa della produzione di un bene di consumo o un servizio primario per i bisogni della popolazione (è il caso di alcuni prodotti alimentari di base, dell’elettricità, dei combustibili, dell’edilizia abitativa, della sanità, dei farmaci, ma si può anche allargare il campo a molti altri servizi o prodotti)

2- perché si occupa della produzione di un bene o servizio di investimento legato direttamente alla produzione di beni di consumo considerati primari (un macchinario sanitario, la ricerca farmaceutica etc etc).

3- perché produce un bene o un servizio senza l’uso del quale, una parte considerevole di tutte le altre produzioni e attività economiche non potrebbe neanche avvenire (è il caso ad esempio dell’energia, dei trasporti, delle telecomunicazioni, dei sistemi informatici, della siderurgia, della chimica etc etc)

B) Descritto il concetto più elementare di strategicità, bisogna integrarlo con accezioni più complesse e meno immediate. Un settore è infatti parimenti strategico se:

4- contribuisce direttamente ad una parte considerevole dell’occupazione di lavoratori nel sistema economico.

5- presuppone, per la sua stessa esistenza, la presenza di un indotto produttivo a monte molto esteso, che fa sì che tale settore sia inscindibilmente legato ad un enorme fetta dell’apparato produttivo in generale e quindi ad un enorme quota parte di occupazione di lavoro

6- è legato a scelte di investimento di lungo periodo di carattere scientifico, tecnologico e culturale, in grado di modificare nel tempo, in maniera decisiva, lo sviluppo materiale e spirituale della società. E’ il caso della ricerca di medio-lungo periodo in tutte le sue sfumature: da quella medica e farmaceutica, alla ricerca orientata allo sviluppo di nuove tecnologie che consentono il risparmio energetico e di lavoro, fino alla ricerca umanistica in tutte le sue forme.

C) La strategicità ha poi un ulteriore importantissimo contenuto che investe anche il ruolo del paese nei rapporti internazionali:

E’ strategico da questo punto di vista, un settore:

7- che per l’alta intensità di contenuto tecnologico e di investimenti, gode di un alto valore aggiunto e quindi di un alto valore di scambio internazionale (è il caso di tutti i settori tecnologicamente avanzati)

8- che è sottoposto, per la sua stessa natura, a vincoli geopolitici molto forti che impongono l’esistenza di determinate relazioni tra paesi (è il caso di tutto il settore energetico di importazione o dei brevetti scientifici in mano ad altri paesi)

D) Infine, un’ultima importantissima accezione che contribuisce a definire il concetto di strategicità può portare ad affermare, in un ottica profondamente dirigistica e programmativa, che un settore è strategico se:

9- il suo sviluppo risponde ad esigenze di orientamento del sistema produttivo (in senso ampio) in una direzione ritenuta auspicabile da un punto di vista etico sulla base di scelte collettive condivise. Su questa base è strategico non solo, ovviamente, tutto il comparto culturale, ma in via indiretta ogni tipo di produzione anche materiale che contribuisce a definire una direzione di etica pubblica.

Queste numerose accezioni del concetto di strategicità sono tutte quante strettamente vincolate alla questione della sovranità. Se si accetta infatti la nozione di strategicità di un settore nelle diverse sfumature qui sommariamente elencate, automaticamente si accetta il terreno dell’ineludibilità della sovranità politica sui processi economici e dell’ineludibilità di una politica industriale intesa in senso interventista-discrezionale (e non come mero assecondamento della logica di mercato secondo la nozione oggi ormai comune di tale concetto).

Non è infatti logicamente possibile invocare la strategicità di un ramo della produzione economica, senza conseguentemente invocare il controllo e la programmazione politica di tale settore (nelle diverse forme possibili, dalla proprietà pubblica monopolistica o concorrenziale, alla partecipazione statale, fino al semplice controllo e orientamento della stessa produzione privata).

L’Italia, inserita nei meccanismi ultra-liberali e vincolanti dei trattati europei, ha da oltre vent’anni rinunciato ad una politica di orientamento e programmazione del sistema economico; ha sostanzialmente rinunciato ad una politica industriale sovrana, in favore dei dogmi del libero mercato e della concorrenza che impongono o il semplice “laissez faire” oppure l’implementazione di politiche attive che assecondino e favoriscano i meccanismi del “mercato ideale”.

Un recupero della sovranità politica è condizione ineludibile per una rinnovata programmazione economica, a partire dai settori vitali e strategici dell’economia.

8. Riformare le controriforme attuate nell’ultimo ventennio da una classe dirigente esterofila e in preda alla depressione.

Accanto alle direttive e ai vincoli giuridici provenienti dall’Unione Europea, altre forze, di natura “culturale”, parallele e in parte coincidenti con quelle provenienti dall’Unione Europea, sovente riconducibili alla colonizzazione dell’immaginario degli italiani operata dagli Stati Uniti d’America, hanno spinto, nell’ultimo ventennio, la classe dirigente italiana a modificare molteplici settori vitali dell’ordinamento giuridico italiano.

Tutto è stato riformato o abrogato: il sistema di distribuzione dei poteri normativi e amministrativi tra Stato ed enti locali; il sistema elettorale; settori dell’amministrazione statale affidati ad autorità indipendenti (da chi?), le quali opererebbero per l’affermazione e la tutela di asserite esigenze tecniche; l’Università; la Scuola; il processo penale; la legge fallimentare; il diritto societario; il diritto bancario; il diritto finanziario; le carriere amministrative; la gestione dei servizi pubblici locali; il diritto del lavoro subordinato; gli ordini professionali e le libere professioni; le autorizzazioni all’esercizio del commercio; il diritto industriale; e così via.

Gran parte della disciplina relativa all’intervento pubblico nell’economia è stata smantellata e con essa gran parte delle imprese pubbliche sono state privatizzate.

Tutte le riforme sono andate nella medesima direzione, suggerita o anticipata dal diritto statunitense o imposta dal diritto dell’Unione europea. A prescindere dal giudizio sulle singole riforme, talvolta astrattamente apportatrici di giusti o accettabili principi (ma calati meccanicamente in una realtà diversa da quella dalla quale sono stati tratti), si è omesso di considerare che un ordinamento giuridico statale è una realtà organica, che vive nella storia, realtà che, nei settori nevralgici, va modificata con grande attenzione e prudenza.

Più riformavamo e più le cose peggioravano. Più riformavamo e più problemi sorgevano. Più riformavamo e più diminuiva la nostra competitività rispetto agli altri stati, non soltanto europei. Il fenomeno non ha eguali negli altri stati europei e costituisce al tempo stesso la ragione dell’indebolimento dell’Italia e la prova che la classe dirigente italiana dell’ultimo ventennio (indifferentemente di centrodestra e di centrosinistra) è stata sciagurata e sarà irrevocabilmente condannata dal tribunale della storia. Non che gravi cedimenti non si fossero verificati anche nel decennio precedente; tuttavia nell’ultimo ventennio le riforme degenerative si sono moltiplicate in misura geometrica.

Non ci ha guidato un principio nuovo ma una depressione. Se una persona in poco tempo cambia nome, moglie, città, lavoro, sport preferito e hobby, possiamo essere certi che essa è stata depressa. Così è avvenuto per l’Italia, che ha “riformato” (e talvolta distrutto) moltissimi settori nevralgici dell’ordinamento giuridico italiano.

Sebbene pseudo intellettuali, che in venti anni non ne hanno azzeccata una, continuino a perorare “le riforme”, nel nome dell’efficienza, della competitività, della concorrenza, dell’apertura ai mercati internazionali e dell’adesione alle richieste dell’Unione Europea, dell’adeguamento a istituti e prassi dei paesi “a capitalismo avanzato”, è ormai palese, a chi non intenda bendarsi gli occhi, che l’Italia è stata colpita al cuore proprio dalle mille riforme. E che le prime riforme che è necessario veramente porre in essere consistono nella sottrazione dell’Italia a quei vincoli, politici, giuridici, “culturali”, tutti di carattere sovrannazionale, i quali ci hanno imposto o suggerito riforme distruttrici di ben efficaci e giusti assetti d’interesse che avevamo ereditato dalla nostra storia e che forse dovevano soltanto essere ritoccati con pazienza, sperimentando le riforme, dapprima in singole città o Università o Scuole, o settori per verificarne la bontà.

9. L’Italia deve tornare ad essere una nazione pacifica.

Nell’ultimo quindicennio, l’Italia ha partecipato a innumerevoli guerre di aggressione, sempre come ruota di scorta degli Stati Uniti, ora sotto l’ombrello della NATO ora sotto quello dell’ONU. Quelle guerre di aggressione hanno ribaltato giudizi di campi di battaglia; hanno comportato il bombardamento di popoli ed eserciti senza talvolta concedere agli avversari la possibilità di colpire gli aerei della coalizione degli aggressori e senza far seguire alla guerra aerea una parvenza di guerra terrestre; hanno ricondotto all’età della pietra stati che avevano sviluppato sistemi scolastici, sanitari e imprenditoriali di buon livello; sono state condotte servendosi di milizie locali razziste di stupratori e di sodomizzatori; hanno disintegrato stati unitari e hanno minato l’unità nazionale di altri.

Nessuna di quelle guerre, alle quali comunque non avremmo dovuto partecipare, è stata condotta nell’interesse degli italiani: della maggioranza o di una minoranza qualificata. Addirittura l’ultima, quella contro la Libia, è stata condotta contro i nostri interessi e nell’interesse di alcuni alleati. Nemmeno in questa occasione, la classe dirigente italiana ha avuto il coraggio di non accodarsi alla Francia e all’Inghilterra (nella guerra contro la Libia gli Stati Uniti hanno effettivamente mantenuto un profilo basso) e di rimanere neutrale, come invece ha fatto la Germania.

Quella parte dei cittadini italiani, fortunatamente ampia, che non è stata completamente ridotta alla condizione di video-consumatori di falsità mediatiche prova vergogna. E vergogna, ne siamo certi, provano anche i nostri migliori soldati, che non meritano di far parte di coalizioni con criminali razzisti e vorrebbero svolgere soltanto il compito di difendere la patria da aggressioni straniere e da tentativi armati di secessione.

Svincolarci dalla sudditanza politica, giuridica e “culturale” nei confronti degli Stati Uniti, ormai diretti da una classe dirigente di miliardari criminali, guerrafondai e pericolosissimi, è un imperativo morale, prima che politico.

10. La deriva della nazione.

La deriva della nazione ha trovato compimento, per un verso, nella guerra di aggressione contro la Libia, proprio perché, a tacer d’ogni altro profilo, si è trattato (caso più unico che raro) di una guerra condotta contro gli interessi degli italiani e a favore di interessi stranieri; per altro verso nella crisi del debito pubblico, dovuta – secondo i media ufficiali che da anni stupidiscono gli italiani – alla “sfiducia dei mercati” nei confronti dell’Italia e dell’ex Presidente del consiglio in particolare, e in realtà dipendente: da politiche che hanno preferito allocare sui mercati, anziché presso i risparmiatori italiani, il debito pubblico; che hanno voluto sopprimere la moneta nazionale a favore del corso forzoso di una moneta cosiddetta “comune” e che invece non appartiene a nessun popolo; che hanno consegnato l’immenso risparmio degli italiani ai grandi intermediari finanziari, imponendo al tempo stesso all’Italia di partecipare alla gara tra stati per attrarre capitali stranieri; che, hanno voluto concedere la massima autonomia alla BCE (e purtroppo già prima dell’ultimo ventennio alla Banca d’Italia).

11. Il commissariamento politico dell’Italia e la seconda morte della Patria.

L’esito di oltre venti anni di politiche globaliste, di apertura ai mercati internazionali e di cancellazione dei confini nazionali è stato catastrofico e si è materializzato in un vero e proprio governo di occupazione o, se si preferisce, di semplice commissariamento.

La composizione dell’attuale governo non lascia adito a dubbi. Il Presidente del consiglio è il proconsole della UE, dove ha svolto un ruolo di vertice e ultra-politico per dieci anni. Altro che tecnico! Come commissario europeo, Monti è stato indipendente dallo Stato Italiano (lo imponevano i trattati europei). Ma è stato pur sempre per dieci anni membro dell’organo di governo dell’Unione europea. Istituzionalmente, nel rispetto dei Trattati europei, ha sempre agito nell’interesse della comunità europea, in piena indipendenza dallo stato italiano. L’ammiraglio Giampaolo Di Paola, ministro della difesa, è l’uomo della Nato nel governo italiano. Era ammiraglio presso la NATO in Libia. Il ministro degli esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, è l’uomo di Israele e degli Stati Uniti nel governo italiano. E’ stato ambasciatore presso Israele e successivamente presso gli Stati Uniti, ove è restato in carica fino al momento di in cui è diventato Ministro degli esteri E’ stato anche consigliere politico della rappresentanza italiana presso la NATO. Non c’è ente sovrannazionale che non sia rappresentato nel nostro governo: persino l’OCSE è rappresentata da un sottosegretario che proviene dall’Invalsi, l’ente che da anni perora la causa dei test asseritamente volti ad accertare le capacità intellettive e culturali degli italiani e in realtà a stupidirli.

E’ la seconda morte della Patria.

12. La depressione economica.

Nessuna fiducia può essere riposta nel Governo Monti, appoggiato dalla sciagurata classe dirigente di centrodestra e di centrosinistra. Se qualche provvedimento, tra i tantissimi ingiusti e demagogici, può apparire giusto, è certo che il Governo Monti teorizza e persegue una politica economica che condurrà l’Italia in depressione.

Il Governo Monti, aumentando le imposte e tagliando al contempo le spese, diminuirà la domanda pubblica. La moneta comune, tenacemente e assurdamente difesa dal Governo, continuerà a cagionare scarsità di domanda estera e squilibri nella bilancia dei pagamenti, i quali a loro volta impediranno di ridurre lo spread a livelli insignificanti e continueranno a rendere costoso, per lo Stato Italiano, il reperimento di prestiti, rispetto ad altri stati europei.

Le banche, che sono decotte, diminuiranno i prestiti alla produzione e al consumo, cagionando un’ulteriore diminuzione dell’offerta e della domanda.

La manovra economica non ha spostato ricchezza dai ceti ricchi ai ceti poveri e medi, i quali hanno maggiore propensione al consumo e pertanto nemmeno per questo verso si avrà un aumento della domanda.

Né vi è ragione di credere che, nella attuale congiuntura, si verificherà un aumento degli investimenti diretti esteri in Italia, volti a costituire nuove imprese. Gli investimenti volti ad acquistare imprese italiane, invece, se in parte si verificheranno, saranno una sciagura, perché accanto a momentanei e relativi benefici, comporteranno un indebolimento e un impoverimento del sistema produttivo nazionale.

La logica non lascia scampo. Nei prossimi due anni l’Italia vedrà scendere sensibilmente il prodotto interno lordo. Le liberalizzazioni, nelle quali ripone fiducia il fanatico Monti, produrranno soltanto spostamenti di ricchezza, in pochi casi in una direzione giusta, negli altri, in direzione sbagliata. In nessun modo renderanno più produttivo il sistema economico italiano.

Parte seconda: le PROPOSTE

13. Riconquistare la Sovranità.

Che fare? Si impone la piena riconquista della Sovranità nazionale e quindi popolare: per ricollocare la Costituzione al vertice del nostro ordinamento, affinché torni ad essere il faro luminoso che guida il popolo italiano nella disciplina dei rapporti economici; e per attuare uno sganciamento, “culturale” oltre che politico, dagli Stati Uniti d’America e dalle ideologie che essi hanno diffuso nel loro esclusivo interesse e a vantaggio del grande capitale.

14. Combattere e sconfiggere prima il nemico vicino; poi il nemico lontano.

Due sono le fonti delle direttive culturali, giuridiche e politiche, obbedendo alle quali siamo giunti alla seconda morte della Patria: l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America.

Di quale fonte dobbiamo liberarci prima?

Senza dubbio dell’Unione europea, per una pluralità di ragioni.

In primo luogo, perché i vincoli statunitensi sono soprattutto di natura culturale e politica. Essi richiedono esercizio della sovranità e volontà di essere indipendenti, non sovranità (salvo i vincoli assunti nei confronti della NATO). Al contrario, l’Unione europea limita del tutto e ormai ha pressoché estinto la sovranità economica italiana. Sottrarci alle direttive “culturali” e alle pressioni politiche statunitensi è oggi giuridicamente (e quindi astrattamente) possibile. Invece, la sottrazione ai vincoli europei e la riconquista della sovranità economica implicano il recesso dai Trattati europei.

Senza recedere dai trattati europei, le norme di legge ordinaria che dovremmo emanare per sottrarci alla terribile crisi che è in corso e che comunque durerà fino a quando sarà stata riconquistata la sovranità, non possono essere validamente emanate nemmeno all’unanimità dal Parlamento Italiano. Su di esse prevarrebbe il diritto europeo, che, di fatto, si impone anche sulle norme italiane di rango costituzionale che disciplinano la materia economica.

In secondo luogo, non si può negare che nell’opinione pubblica il problema economico è avvertito in misura sensibilmente maggiore del problema militare e di politica estera. Soltanto una nazione che abbia risolto o abbia adottato i necessari provvedimenti per risolvere il problema economico può sperare di perseguire la piena indipendenza nel campo della politica estera e militare. E il problema economico si può risolvere soltanto recedendo dai trattati europei e prendendo una serie di provvedimenti necessari, che ora i Trattati europei ci impediscono di adottare.

In terzo luogo, risponde alla logica e all’esperienza storica che un paese economicamente sovrano, nel momento in cui adotta i provvedimenti necessari alla organizzazione, direzione e protezione del proprio sistema economico, si rende, in modo automatico, più indipendente o meno dipendente dalle grandi potenze che cercano di influenzarne la politica. Sovranità economica e liberazione sono la medesima cosa.

La storia italiana dal 1947 alla metà degli anni ottanta testimonia che prima che si fossero verificate limitazioni gravi alla sovranità economica, l’Italia ha tenuto, in politica estera, un atteggiamento più dignitoso e meno dipendente dagli Stati Uniti, nonostante la presenza di basi militari straniere sul proprio territorio.

Una proposta politica che sbandierasse e ponesse tra la priorità l’uscita dell’Italia dalla NATO sarebbe una proposta di nicchia e protestataria, non adatta a coagulare il necessario consenso e a far fronte alla grave minaccia che incombe sull’Italia.

Tutto ciò, ovviamente, non vuol significare che non si debba sostenere che nella prospettiva di lungo periodo le basi militari straniere debbano essere cacciate dal suolo italiano, riaffermando la piena sovranità sulla totalità del territorio nazionale, e che l’Italia debba uscire dalla NATO; né vuol significare che nella prospettiva di breve e medio periodo non si debba proporre che l’Italia debba suggerire e imporre alla NATO (che paradossalmente delibera le azioni con il consenso di tutti gli stati, salvo gli astenuti) di adottare strategie esclusivamente difensive e debba rifiutarsi di partecipare ad altre guerre di aggressione.

Significa soltanto che ci si colloca in una prospettiva realistica, consapevole che la riconquista piena della sovranità è un progetto di lunga durata, il quale impone di stabilire priorità. L’obiettivo non si realizzerà con declamazioni che pongono tutte le finalità sul medesimo piano, senza un ordine logico e strategico.

In ogni caso, è evidente che la eventuale implosione o comunque disintegrazione dell’Unione Europea e la riconquistata sovranità economica, e quindi la rinnovata indipendenza degli Stati Europei, sgretolerà o comunque metterà in crisi l’alleanza atlantica. Pertanto la lotta contro il nemico vicino è al tempo stesso una lotta contro il nemico lontano.

15. Recedere dai Trattati europei: i provvedimenti d’urgenza e le linee strategiche della politica economica italiana.

Occorre dunque recuperare la piena sovranità economica. E per far ciò è necessario esercitare un atto di recesso, previsto, al ricorrere di determinate condizioni, dal diritto internazionale consuetudinario; e previsto esplicitamente dai Trattati europei, senza che esso sia subordinato ad una o altra condizione.

Peraltro, si deve essere consapevoli che – salvo l’ipotesi che si verifichino le circostanze previste dal diritto internazionale consuetudinario (rilevante mutamento delle circostanze; o addirittura sopravvenuta impossibilità di adempiere); ma allora vorrà dire che si sarà verificato un crollo dell’economia e non semplicemente una grave crisi – la procedura di sganciamento degli Stati prevista dal Trattato di Lisbona, la quale inizia con un atto di recesso, può durare due anni e prevede una negoziazione a conclusione della quale, pur in mancanza di un accordo, lo Stato recedente esce dall’Unione. Orbene, due anni sono ovviamente troppi se nel frattempo lo Stato recedente fosse costretto a rispettare i vincoli posti dall’Unione Europea, non potesse esercitare la sovranità in materia economica e restasse esposto al “giudizio dei mercati”.

Pertanto, deve essere chiaro che lo sganciamento, pur volendo formalmente utilizzare la procedura prevista dal Trattato di Lisbona, avverrà con provvedimenti di rottura dell’ordine giuridico dell’Unione Europea, che anticiperanno il recesso e che dovranno essere adottati un venerdì, dopo la chiusura della Borsa italiana, dal Governo (non dal Parlamento) e che dovranno contenere necessarie misure d’urgenza.

In particolare, il recesso dovrà essere accompagnato dall’immediato ritorno alla valuta nazionale e da un provvedimento volto ad impedire la fuga di capitali dall’Italia, che vieti tutti i trasferimenti di valuta e di titoli, nonché limiti e sottoponga a controllo i pagamenti.

Adottati i provvedimenti d’urgenza, si dovrà promuovere una politica volta a contenere le divisioni sociali e territoriali. Si imporranno: una autonoma politica economica espansiva; trasferimenti di risorse ordinari e straordinari nelle zone e alle categorie particolarmente colpite dalla crisi; il ripristino del controllo dei capitali e dei saggi di interesse interni; una ricollocazione all’interno della maggior parte del debito pubblico italiano, anche attraverso provvedimenti che impongano ai cittadini italiani, in proporzione alle attività finanziarie possedute, la vendita di titoli dei grandi intermediari finanziari e bancari, per l’acquisto a basso tasso di interesse, di titoli del debito pubblico italiano; una maggiore progressività della imposizione fiscale; la tutela ad ogni costo dell’agricoltura italiana, nei confronti delle imprese agricole straniere che possano pregiudicarla e nei confronti della grande distribuzione e dell’industria agroalimentare. Investimenti strategici pubblici e convenzioni con multinazionali per la produzione in Italia di computer, telefonini, televisori e altri oggetti di consumo comune, assicurando alle imprese produttrici rilevanti quote di mercato; reintroduzione della stabilità del rapporto di lavoro vigente prima del cosiddetto Pacchetto Treu. Nazionalizzazione delle grandi banche e di alcune grandi assicurazioni ai sensi dell’art. 43 della Costituzione.

Sarebbe preferibile che l’uscita avvenisse nel medesimo contesto temporale dell’uscita di altre nazioni del sud Europa ed eventualmente dell’Europa dell’Est (ed è probabile che ciò accadrà), per rendere più agevoli le negoziazioni con l’unione Europea. L’importante è che sia chiaro che non si tratterà di un passaggio indolore e che lo scontro e il contrasto politico con la Germania ed altri paesi dell’Unione Europea sarà molto probabile: si verificherà se le parti non troveranno un accordo. La libertà ha, ed è bene che abbia, un costo.

16. E’ inutile dividerci ora su come eserciteremo un potere che oggi non abbiamo e che dobbiamo riconquistare.

Tutti i provvedimenti segnalati saranno volti a ricostituire una economia sociale e popolare, improntata alla giustizia sociale e conforme ai principi costituzionali. Una volta invertita la rotta, e riconquistata la sovranità economica, andranno riviste tutte le normative di recente introduzione, in materia economica (come la legge fallimentare) o in materie di diritti sociali (in particolare scuola e Università pubbliche).

Tuttavia, non è importante, possibile e opportuno affrontare oggi il problema di come debba essere esercitata la sovranità. Servirebbe soltanto a dividerci. Mentre è necessario perseguire la massima unità.

Come debba essere esercitata la riconquistata sovranità, lo deciderà democraticamente il popolo italiano. In questo momento è possibile indicare soltanto le linee di fondo tracciate in questo Documento. Esse però non sono poca cosa e sono davvero rivoluzionarie; segneranno un solco tracceranno la direzione; imporranno corollari.

17. E’ inutile dividerci sulla ricollocazione geopolitica dell’Italia. Alcuni principi accettabili da tutti coloro che intendono riconquistare la sovranità.

Nemmeno ha senso dividerci oggi sulla futura ricollocazione geopolitica dell’Italia. Troppe le variabili e quindi troppe ed eventualmente molto diverse le situazioni ipotetiche nelle quali ci si troverà ad operare.

E’ possibile soltanto tracciare linee e principi comuni, anche al fine di non creare divisioni che oggi sarebbero irragionevoli e infantili.

Tutti gli stati del sud Europa che usciranno dall’Unione Europea dovranno essere invitati a costituire una zona di libero scambio, con monete diverse, sulla falsariga del vecchio mercato comune e quindi stabilendo notevoli deroghe ai principio della libera circolazione dei capitali, dei servizi e delle merci. Alcuni settori strategici, come, per esempio, il settore bancario e assicurativo, dovranno rigorosamente essere tenuti fuori dagli accordi. Nella disciplina di questi settori la sovranità dovrà essere assoluta. Gli Stati partecipanti manterranno comunque poteri di dogana nei confronti dei paesi terzi.

La possibilità di accordi commerciali per il procacciamento di fonti energetiche non soggiacerà a vincoli di sudditanza politica con i quali si vorrebbe limitare la libertà dell’Italia nel perseguire una propria politica degli acquisti. Con gli stati fornitori dovranno essere stipulati trattati che li vincolino ad acquistare e far acquistare dalle loro imprese nazionali merci e servizi italiani per un importo tendenzialmente corrispondente al valore dei nostri acquisti di energia. Saranno preferiti gli stati-fornitori che accetteranno queste condizioni.

Dovrà essere promossa una alleanza militare tra stati europei, indipendenti e sovrani, fondata sul coordinamento tra gli eserciti nazionali, senza alcuna creazione di un esercito comune. Quali possano essere questi stati europei non è possibile dire, perché tutto dipenderà dalla situazione che si verrà a creare dopo il recesso dall’Unione Europea degli Stati del sud Europa, nonché di molti stati dell’est.

La repubblica italiana si adopererà per favorire lo sviluppo, nell’ambito delle industrie europee della difesa, principalmente delle industrie dei paesi che aderiranno all’alleanza militare, di tutte le tecnologie necessarie alla realizzazione dei sistemi d’arma necessari alla difesa degli stati partecipanti all’alleanza. In particolare, nessun settore tecnologico strategico dovrebbe dipendere da tecnologie e conoscenze scientifiche estranee ai paesi alleati.

18. I tempi: una valutazione realistica della situazione e del suo prevedibile svolgimento.

Il Governo Monti proseguirà la politica di attuazione delle direttive dell’Unione europea, volta al rispetto dei vincoli posti dall’Unione; una politica di austerità, depressiva e di impoverimento di larghe fasce della popolazione.

E’ possibile che già alle prossime elezioni politiche, in Parlamento riusciranno ad approdare forze dichiaratamente sovraniste. Ma non c’è da dubitare che il nuovo governo – espressione di quello che è sempre stato il partito unico delle due coalizioni ovvero appoggiato da una soltanto delle coalizioni del partito unico – proseguirà, almeno inizialmente, lungo la strada percorsa dal Governo Monti.

Il deterioramento della situazione economica, la discesa del prodotto interno lordo e l’aumento della disoccupazione, della povertà e della violenza proseguiranno. Niente si può dire, invece, sul ritmo della discesa del PIL e dell’aumento di disoccupazione e povertà. Se la BCE acquisirà il ruolo di acquirente residuale dei titoli del debito pubblico degli stati (ipotesi invero improbabile, almeno se intesa in senso assoluto), le crisi del debito potrebbero momentaneamente essere risolte. Resterebbero tuttavia gli squilibri e i deficit commerciali causati dall’euro a danno dei paesi del sud Europa; i trattati di libero scambio, stipulati dall’Unione Europea con i paesi terzi, indeboliranno ulteriormente le imprese agricole italiane; la dogana unica europea sarà incapace di difendere interi settori produttivi dei paesi del sud Europa dalla concorrenza dei paesi emergenti.

In un lasso di tempo relativamente breve, l’Italia si troverà pressappoco nella condizione attuale della Grecia, con disoccupazione che si aggirerà tra il 15 e il 20%, con centinaia di migliaia di imprese ed esercizi commerciali che chiuderanno. A quel punto anche il fronte globalista e fanatico servitore dei progetti dell’Unione Europea avrà avvertito crepe e avrà cominciato a disintegrarsi. In Grecia attualmente circa il 30% dei cittadini, di orientamenti politici diversi e anche contrastanti sotto altri profili, desidera l’uscita dall’Unione Europea. Come ha scritto Mikis Theodorakis, “L’unica forza che può realizzare questi cambiamenti rivoluzionari è il popolo greco, unito in un enorme Fronte di Resistenza e Solidarietà”.

L’Associazione Riconquistare la Sovranità, in vista di quel momento, si propone, con pazienza, realismo e intelligenza, di diffondere le idee sovraniste e le analisi e le proposte contenute in questo documento; di unire una massa critica di cittadini che sia la più ampia possibile; e di promuovere il Fronte di Resistenza e Solidarietà del Popolo Italiano.

Avezzano 3 marzo 2012

Testo scritto da Stefano D’Andrea, con collaborazione di alcuni amici: Marino Badiale (paragrafi sull’euro e sulla scuola); Lorenzo Dorato (paragrafo sui settori industriali strategici); Grano Duro (paragrafo sull’agricoltura); Menici60d15 (paragrafo sulla sanità); Fabrizio Tringali (paragrafo sull’euro).

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1670.- Che cosa è l’Europa?

Questioni di cuore
Gianni Fraschetti, 8 Febbraio 2018

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(Gianfrasket) – Che cosa e’ l’ Europa? Non esiste una definizione geografica del nostro Continente, bensì solo una etnica e culturale…Ci fu un tempo in cui l’ Europa era quell’ isola greca nella quale erano penetrate delle stirpi nordiche, per accendere da lì, per la prima volta, un faro che da allora, lentamente ma continuamente, cominciò a rischiarare il mondo degli uomini. E allorché Leonida e i suoi si immolarono alle Termopili e i Greci respinsero l’invasione dei conquistatori persiani, essi non difesero la loro patria, costituita dalla sola Grecia, bensì quel concetto, che loro intuivano perfettamente esistere intorno a loro, che oggi si chiama Europa.
E poi la fiaccola dell’ Europa passò dall’Ellade a Roma.
Nella battaglia dei Campi Catalaunici, Romani e Germani difesero per la prima volta unitamente, in una lotta fatale di significato storico incalcolabile, una civiltà millenaria che, cominciata coi Greci, era passata per i Romani e aveva attratto poi nella sua orbita anche i Germani. E quando le legioni comitali e i palatini, nel momento cruciale della carneficina, mossero verso gli Unni, tutti gli alleati di Roma, che avevano compreso la portata delle conseguenze di quella battaglia, si fermarono a guardare i legionari che avanzavano verso i barbari venuti da Est con il loro passo cadenzato, ritmato dai gladi battuti sull’umbone degli scudi. Squadrate, perfette, scintillanti sotto il sole di Giugno, le legioni davano spettacolo, forse per l’ultima volta, in quella pianura insanguinata dello Champagne, in Francia. E in quel preciso istante anche i Goti e i Burgundi e gli Alani e i Franchi e i Sassoni e tutti gli altri li imitarono e presero ad avanzare col passo ipnotico delle legioni. Tutti quel giorno si sentirono romani.
L’ Europa era cresciuta.

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La battaglia dei Campi Catalaunici, detta anche battaglia di Chalons, si svolse il 20 giugno 451 in una pianura della Gallia nei pressi dell’odierna Châlons-en-Champagne.
Nello scontro, le truppe del generale romano Ezio, reclutate soprattutto tra i barbari e affiancate dagli alleati Visigoti di Teodorico I, prevalsero sugli Unni di Attila.
La notte prima della battaglia, un contingente di Franchi alleati dei Romani si scontrò con una banda di Gepidi fedeli ad Attila. Lo scontro fu particolarmente duro, se si considera che Giordane (Getica 41.217) riferisce di 15.000 caduti da entrambe le parti.
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Seguendo le usanze unne, Attila chiese ai suoi indovini di esaminare le interiora di una vittima sacrificale durante la notte precedente alla battaglia. Questi predissero che il disastro incombeva sugli Unni, ma che d’altro canto uno dei capi dei loro nemici sarebbe caduto nella battaglia. Interpretando questo vaticinio come un auspicio della morte di Flavio Ezio, Attila decise di affrontare il rischio di una sconfitta pur di vedere morto il suo nemico, e diede l’ordine di disporsi alla battaglia, ma decise di ritardarne l’inizio fino al pomeriggio (nona ora) in modo che il tramonto imminente limitasse i danni in caso di sconfitta (Getica 37.196).

Giordane afferma che i Romani occupavano il lato sinistro dello schieramento, i Visigoti il destro, mentre gli Alani di Sangibano, sulla cui fedeltà si nutrivano dei dubbi, occupavano la parte centrale, dove potevano probabilmente essere tenuti meglio sotto controllo. Sempre secondo Giordane, nella piana catalauna si levava una collina dai versanti piuttosto ripidi. Questo rilievo geografico dominava il campo di battaglia ed era strategicamente importante da controllare, per cui divenne il centro dei combattimenti. Mentre gli Unni tentavano di salire dal lato destro della collina, i Romani cercavano di fare lo stesso dal lato sinistro, senza che nessuno riuscisse però inizialmente ad occuparne la sommità. Quando gli Unni riuscirono a guadagnare la sommità del rilievo, trovarono che i Romani l’avevano occupata prima di loro, e ne furono respinti. I guerrieri unni ripiegarono disordinatamente, portando lo scompiglio all’interno delle loro file e causando il collasso dell’intero schieramento unno (Getica 38).

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1645.- Egregio Presidente, lei invece che meriti ha?

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Alessandro Tamborini. Mio articolo su Fascismo e Giornata della Memoria.

FASCISMO:
MATTARELLA, LEI INVECE CHE MERITI HA?

Egregio signor Presidente,
durante le celebrazioni al Quirinale per la Giornata delle memoria 2018, Ella sul ventennio Fascista ha affermato: “Sorprende sentir dire, ancora oggi, che il fascismo ebbe alcuni meriti, ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l’entrata in guerra. Si tratta di un’affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione”.
Ed ancora: Razzismo e guerra «non furono deviazioni o episodi», e neanche degli sbagli strategici, «ma diretta conseguenza» del modo di pensare del governo di allora, una «macchia indelebile» della nostra storia. Un ventennio quindi tutto da buttare.

Mattarella, Lei sostiene che è un errore affermare che il Fascismo ebbe alcuni meriti,
ma a me in questo caso piace sbagliare.
Le spiego il perché.

Mi permetta anzitutto di proporLe, giusto per compensare la Sue lacune, un parziale elenco delle OPERE FATTE DA MUSSOLINI che troverà a fine testo.

Accerterà così che è stato fatto più in vent’anni di Fascismo che in settant’anni di democrazia.
I meriti del fascismo non sono un’invenzione di qualche nostalgico ma un dato ormai acquisito nella storiografia e nella coscienza comune, dopo lunghi decenni di rimozioni e demonizzazioni.

E’ grave che il Capo dello Stato ignori la differenza tra regimi totalitari – comunismo e nazismo – ed il regime autoritario, col consenso popolare, che fu il Fascismo.

Per quanto riguarda la Giornata della Memoria devo parimenti ricordarLe signor Presidente che non esistono morti di serie A o di serie B: qualcuno si ricorderà anche dei milioni di esseri umani uccisi nel secolo scorso dal comunismo? Non furono anche loro spogliati di ogni dignità, stuprati nell’anima prima di essere uccisi nel corpo, mentre anzi il mondo guardava ai loro carnefici spesso con indulgenza se non con approvazione? Non è forse orribile e incivile accettare con tacita accondiscendenza l’oblio, la totale mancanza di onori per le vittime del comunismo e l’impunità storica e giudiziale dei colpevoli? Molti sono vivi, liberi, ancora al potere e spesso godono degli ammiccamenti delle masse e dei governanti occidentali. Mi sembrerebbe giusto ricordare anche lo sterminio degli Armeni (1894 e 1915-16) e quello dei cinque milioni di contadini ucraini
(1932-33) i quasi due milioni di morti in Cambogia (1975-79) per mano dei Khmer Rossi e il milione di Ruandesi sterminati nel 1994. Se poi volessimo fare ancora meglio, potremmo ricordare anche il Genocidio dei Nativi Americani e quello dei popoli Africani, per non dire di altri “minori” massacri.

Per coerenza, egregio Presidente, celebrerà al Quirinale con la stessa enfasi anche le Foibe?

Ritornando al Ventennio, desidero ricordare che le Leggi razziali non erano nel Dna della dottrina fascista, come attesta il gran numero di ebrei che aderirono al fascismo fin dall’inizio. L’ebraismo italiano era “profondamente integrato nella società plasmata dal regime fascista!”
Gli ebrei fascisti non erano un corpo estraneo allo stato e i suoi più alti ed influenti esponenti proclamavano “l’assoluta fedeltà degli israeliti al fascismo e al suo duce”. Renzo De Felice, sul suo “Storia degli ebrei italiani”, scrive che gli ebrei furono fondatori, per esempio, dei fasci di combattimento di Milano, ebbero parte attiva nelle squadre di Italo Balbo e furono fra i protagonisti della “marcia su Roma”. I Caduti ebrei di quella epopea figurano nel “martirologio ufficiale della rivoluzione fascista”. Furono anche fra i finanziatori del partito fascista.
E’ noto che i provvedimenti a favore degli ebrei nel 1930, perfezionati nel 1931, risultarono tanto graditi alla comunità ebraica italiana che i rabbini innalzarono preghiere di ringraziamento nelle sinagoghe. E’ anche noto l’attacco lanciato dal Duce, contro le teorie nazionalsocialiste. Il 6 settembre 1934, dal palazzo del Governo di Bari Mussolini, dopo aver esaltato la civiltà mediterranea, disse: “Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine d’oltr’Alpe, sostenute da progenie di gente che ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto”. Uno spietato attacco all’antiebraismo della Germania. Pertanto sino ad allora non esisteva alcuna pregiudiziale anti ebraica nell’animo di Mussolini.

Come si giunse dunque alle leggi razziali?
Condivido qui le riflessioni di Francesco Paolo d’Auria, rimarcando che la guerra d’Etiopia provocò un inasprimento delle relazioni con Francia e Inghilterra, le nazioni imperialiste per antonomasia, che guidavano la Società delle Nazioni. Anche per il subdolo intervento di Roosevelt, furono imposte all’Italia le “Sanzioni” cioè l’embargo economico.
La Germania si dissociò e continuò ad intrattenere rapporti con l’Italia. Nel 1936 scoppia la guerra civile spagnola; i Paesi capitalisti si schierano, con l’Unione Sovietica, contro l’Italia che collabora con Francisco Franco. Di nuovo la Germania è accanto all’Italia. In questa fase storica si formano due schieramenti: uno di carattere democratico-capitalistico, guidato principalmente da Gran Bretagna, da Francia e dagli Stati Uniti di Roosevelt; l’altro da Germania e Italia. Mussolini cercò di evitare in ogni modo questa alleanza con il Führer di cui osteggiava fortemente la politica. Il 22 giugno 1936 rilasciò una intervista all’ex ministro francese Malvy, nella quale ribadiva la propria disponibilità a collaborare con la Francia e con l’Inghilterra: “Disse Mussolini: “La situazione è tale che mi obbliga a cercare altrove la sicurezza che ho perduto dal lato della Francia e della Gran Bretagna. A chi indirizzarmi se non a Hitler? Vi ho fatto venire perché informiate il vostro Governo della situazione. Io attenderò ancora, ma se prossimamente l’atteggiamento del Governo francese nei confronti dell’Italia fascista non si modifica, se non mi si darà l’assicurazione di cui ho bisogno, l’Italia diventerà alleata della Germania”. Questa testimonianza viene riportata da E. Bonnifour nella “Histoire politique de la troisième republique”.
Furono i Paesi capitalisti dunque a “gettare l’Italia in braccio” alla Germania per annientarle successivamente entrambe.

La guerra imperversava e i tedeschi rastrellavano gli ebrei nelle zone occupate ma, per ordine di Mussolini, “Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei (…). Un aperto conflitto si determinò tra Roma e Berlino a proposito del problema ebraico (…). Appena giunte sui luoghi di loro giurisdizione, le autorità italiane annullavano le disposizioni decretate contro gli ebrei (…)” (Léon Poliakov, “Il nazismo e lo sterminio degli ebrei”, pagg. 219-220). Questo schermo si ergeva, quindi, non solo in Italia, ma in Croazia, in Grecia, in Egeo, in Tunisia, e ovunque fossero presenti le truppe italiane.
Scrive Rosa Paini (ebrea) (“Il Sentiero della Speranza”, pag. 22): “Quel colloquio lo aveva voluto Mussolini ancora più favorevole agli ebrei, in modo da essere indotto a concedere tremila visti speciali per tecnici e scienziati ebrei che desideravano stabilirsi nel nostro Paese”.
Mordechai Poldiel (israelita): “L’Amministrazione fascista e quella politica, quella militare e quella civile, si diedero da fare in ogni modo per difendere gli ebrei, per fare in modo che quelle leggi rimanessero lettera morta”. Israel Kalk (“Gli ebrei in Italia durante il Fascismo”): “.. Siamo stati trattati con la massima umanità” e : “Credo di non temere smentite affermando che con voi la sorte è stata benigna e che la vostra situazione di internati in Italia è migliore di quella dei nostri fratelli che si trovano in libertà in altri paesi europei”.
Anche Salim Diamand (Internment in Italy – 1940-1945), scrive. “Non ho mai trovato segni di razzismo in Italia. C’era del militarismo, è ovvio, ma io non ho mai trovato un italiano che si avvicinasse a me, ebreo, con l’idea di sterminare la mia razza (…). Anche quando apparvero le leggi razziali, le relazioni con gli amici italiani non cambiarono per nulla (…). Nel campo controllato dai carabinieri e dalle Camicie nere gli ebrei stavano come a casa loro”.
L’autorevole docente dell’Università ebraica di Gerusalemme, George L. Mosse, nel suo libro “Il razzismo in Europa”, a pag. 245 ha scritto: “Il principale alleato della Germania, l’Italia fascista, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto il suo controllo (…). Come abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso a enunciare il principio “discriminare non perseguire”. Tuttavia l’esercito italiano si spinse anche più in là, indubbiamente con il tacito consenso di Mussolini (…). Ovunque, nell’Europa occupata dai nazisti, le ambasciate italiane protessero gli ebrei in grado di chiedere la nazionalità italiana. Le deportazioni degli ebrei cominciarono solo dopo la caduta di Mussolini, quando i tedeschi occuparono l’Italia .
Durante la guerra, nonostante le pressanti richieste da parte tedesca, Mussolini si rifiutò sempre di consegnare gli ebrei italiani ai nazisti e diede disposizioni per attuare nelle zone controllate dall’esercito italiano (Tunisia, Grecia, Balcani e sud della Francia) vere e proprie forme di boicottaggio per sottrarre gli ebrei ai tedeschi (era sufficiente avere un lontanissimo parente italiano, spesso inventato, per ottenere la cittadinanza italiana e sfuggire in questo modo alla deportazione).

Pochi della paludosa e mefitica giungla antifascista amano ricordare che nel 1940, quando già l’Italia era in guerra, la nave italiana Esperia, carica di profughi ebrei, salpò per l’Egitto. I bugiardi senza rimedio fanno risalire quel viaggio alla audacia del capitano, il Capitano Stagnaro, ma è fuor di dubbio che il governo fascista autorizzò tacitamente quel viaggio. In modo del tutto analogo, nel 1942, cioè in piena guerra, una altra nave carica di ebrei provenienti dalla Croazia e dai Balcani, circa 1500 persone, partì da Trieste in direzione Palestina. Il trasporto era stato organizzato dal governo italiano e concordato con i comandi inglesi. Inoltre è noto che Giorgio Perlasca, un ambasciatore italiano, fece miracoli per salvare perseguitati ebrei ma nessuno dice che Perlasca agiva per conto del governo fascista. Si è mai visto un ambasciatore agire contro le direttive del proprio governo? Perché non dare a Mussolini quantomeno il beneficio di aver deliberatamente chiuso ambedue gli occhi su queste vicende, dovendo egli costantemente affrontare la intransigenza germanica che si vedeva, ed era la verità, presa in giro?

Con la resa dell’Italia la situazione per gli ebrei peggiorò non essendoci più lo scudo alzato da Mussolini. Fu in quei giorni, ed esattamente il 16 ottobre 1943 che i tedeschi effettuarono un rastrellamento nel ghetto di Roma catturando più di mille ebrei. Finalmente i tedeschi ebbero la possibilità di mettere in atto quanto sino ad allora era stato proibito.
Perché non intervennero i partigiani a difendere i deportati?
I tedeschi furono ostacolati solo dal fascista Ferdinando Natoni che ospitò nella sua abitazione alcune ebree facendole passare per sue figlie. Altri nomi di fascisti meritano di essere citati accanto a quello di Natoni: Perlasca salvò la vita ad alcuni migliaia di ebrei in Ungheria; Zamboni (fascista) riuscì a far fuggire da Salonicco centinaia di ebrei; Palatucci (fascista) ne salvò alcune migliaia a Fiume; Calisse (fascista) operò in Francia e fece fuggire diverse decine di ebrei. Non dimentichiamo Farinacci, che nascose una famiglia di ebrei nella sua tipografia e il futuro segretario del Msi, Almirante che ne nascose alcuni nel Ministero dove lavorava. Potremmo citare altri casi e nomi, ma non possiamo abusare oltre.
Mentre si svolgevano questi fatti, gli antifascisti e i partigiani che facevano?
Renzo De Felice osserva “nei mesi successivi all’emanazione dell’ordine di polizia n° 5, la politica antisemita della Rsi fu in un certo senso abbastanza moderata (…). Il concentramento degli ebrei fu condotto dalle prefetture, in relazione al periodo in questione s’intende, con metodi e discriminazioni abbastanza umani ed esso non fu affatto totale, come lascerebbe credere l’ordine del 30 novembre 1943. ……”.

Quanto alla natura, il suo carattere dittatoriale è indubitabile ed è quanto meno chiaro a partire dalla soppressione delle libertà nel 1925. Il fascismo però non fu, nella fase del largo consenso (cioè almeno fino alla guerra di Etiopia e all’emanazione delle leggi razziali) un totalitarismo, come giustamente individuato da Hannah Arendt. Ciò sia per motivi interni, avendo il fascismo nel suo seno anime diverse e differenti che trovavano nel Duce solo un’unità simbolica; sia per motivi esterni, cioè la forza temperante comunque esercitata dalla Chiesa Cattolica e dalla stessa Monarchia.

Quindi, lungi dal voler disconoscere la gravità di ciò che portò alle leggi razziali ed all’evento bellico, insisto nel riconoscere il valore di tutto ciò che di buono è stato all’epoca realizzato. Mattarella, Lei sostiene che è un errore, ma a me in questo caso piace sbagliare.

Caro Presidente, attendo con ansia il Suo messaggio del prossimo 31 dicembre così ci spiegherà, a reti unificate, quali sono invece i meriti di questa Sinistra, anti italiana, che ci ha portato da quinta potenza del mondo a… non oso dirlo.
Ossequi a Lei.

Alessandro prof. dott. Tamborini*
*Plenipotenziario,
Responsabile Nazionale di FN per le politiche
di tutela e promozione del patrimonio culturale ed artistico.
Cattedratico di Scienze Religiose, Storia e Simbolismo dell’Arte Antica e Medievale.

Ecco specificamente quanto in 20 anni è stato fatto dal Fascismo, tenendo conto delle crisi belliche:

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Opere sociali e sanitarie

1. Assicurazione invalidità e vecchiaia, R.D. 30 dicembre 1923, n. 3184
2. Assicurazione contro la disoccupazione, R.D. 30 dicembre 1926 n. 3158
3. Assistenza ospedaliera ai poveri R.D. 30 dicembre 1923 n. 2841
4. Tutela del lavoratore di donne e fanciulli R.D 26 aprile 1923 n. 653
5. Opera nazionale maternità ed infanzia (O.N.M.I.) R.D. 10 dicembre 1925 n. 2277
6. Assistenza illegittimi e abbandonati o esposti, R.D. 8 maggio 1925, n. 798
7. Assistenza obbligatoria contro la TBC, R.D. 27 ottobre 1927 n. 2055
8. Esenzione tributaria per le famiglie numerose R.D. 14 maggio 1928 n. 1312
9. Assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, R.D. 13 maggio 1928 n. 928
10. Opera nazionale orfani di guerra, R.D.26 luglio 1929 n.1397
11. Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (I.N.P.S.), R.D. 4 ottobre 1935 n. 1827
12. Settimana lavorativa di 40 ore, R.D. 29 maggio 1937 n.1768
13. Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (I.N.A.I.L.), R.D. 23 marzo 1933, n. 264
14. Istituzione del sindacalismo integrale con l’unione delle rappresentanze sindacali dei datori di lavoro (Confindustria e Confagricoltura); 1923
15. Ente Comunale di Assistenza (E.C.A.), R.D. 3 giugno 1937, n. 817
16. Assegni familiari, R.D. 17 giugno 1937, n. 1048
17. I.N.A.M. (Istituto per l’Assistenza di malattia ai lavoratori), R.D. 11 gennaio 1943, n.138
18. Istituto Autonomo Case Popolari
19. Istituto Nazionale Case Impiegati Statali
20. Riforma della scuole “Gentile” del maggio 1923 (l’ultima era del 1859)
21. Opera Nazionale Dopolavoro (nel 1935 disponeva di 771 cinema, 1227 teatri, 2066 filodrammatiche, 2130 orchestre, 3787 bande, 1032 associazioni professionali e culturali, 6427 biblioteche, 994 scuole corali, 11159 sezioni sportive, 4427 di sport agonistico.)
I comunisti la chiamarono casa del popolo
22. Guerra alla Mafia e alla Massoneria (vedi “Prefetto di ferro” Cesare Mori)
23. Carta del lavoro GIUSEPPE BOTTAI del 21 aprile 1927
24. Lotta contro l’analfabetismo: eravamo tra i primi in Europa, ma dal 1923 al 1936 siamo passati dai 3.981.000 a 5.187.000 alunni – studenti medi da 326.604 a 674.546 – universitari da 43.235 a 71.512
25. Fondò il doposcuola per il completamento degli alunni
26. Istituì l’educazione fisica obbligatoria nelle scuole
27. Abolizione della schiavitù in Etiopia
28. Lotta contro la malaria
29. Colonie marine, montane e solari
30. Refezione scolastica
31. Obbligo scolastico fino ai 14 anni
32. Scuole professionali
33. Magistratura del Lavoro
34. Carta della Scuola
Opere architettoniche e infrastrutture
35. Bonifiche paludi Pontine, Emilia, Sardegna, Bassa Padana, Coltano, Maremma Toscana, Sele ed appoderamento del latifondo siciliano. Con la fondazione delle città di Littoria, Sabaudia, Aprilia, Pomezia, Guidonia, Carbonia, Fertilia, Segezia, Alberese, Mussolinia (oggi Alborea), Tirrenia, Tor Viscosa, Arsia e Pozzo Littorio e di 64 borghi rurali, 1933 – 1939
36. Parchi nazionali del Gran Paradiso, dello Stelvio, dell’Abruzzo e del Circeo
37. Centrali Idroelettriche ed elettrificazione delle linee Ferroviarie
38. Roma: Viale della Conciliazione
39. Progetto della Metropolitana di Roma
40. Tutela paesaggistica ed idrologica
41. Impianti di illuminazione elettrica nelle città
42. Prosciugamento del Lago di Nemi (1931) per riportare alla luce navi romane
43. Creazione degli osservatori di Trieste, Genova, Merate, Brera, Campo Imperatore
44. Palazzo della Previdenza Sociale in ogni capoluogo di Provincia
45. Fondazione di 16 nuove Province
46. Creazione dello Stadio dei Marmi (di fronte allo stadio si trova ancora un enorme obelisco con scritto “Mussolini Dux”)
47. Creazione quartiere dell’EUR
48. Ideazione dello stile architettonico “Impero”, ancora visibile nei palazzi pubblici delle città più grandi
49. Creazione del Centro sperimentale di Guidonia (ex Montecelio), dotata del più importante laboratorio di galleria del vento di allora (distrutto nel 1944 dalle truppe tedesche che abbandonavano Roma)
50. Costruzione di numerose dighe
51. Fondò l’istituto delle ricerche, profondo stimatore di Marconi che mise a capo dello stesso istituto grazie alla sua grandiosa invenzione della radio e dei primi esperimenti del radar, non finiti a causa della sua morte
52. Costruzione di molte università tra cui la Città università di ROMA
53. Inaugurazione della Stazione Centrale di Milano nel 1931 e della Stazione di Santa Maria Novella di Firenze
54. Costruzione del palazzo della Farnesina di Roma, sede del Ministero degli Affari Esteri
55. Opere eseguite in Etiopia: 60.000 operai nazionali e 160.000 indigeni srotolarono sul territorio più di 5.000 km di strade asfaltate e 1.400 km di piste camionabili. Avevano trasformato non solo Addis Abeba, ma anche oscuri villaggi in grandi centri abitati (Dessiè, Harar, Gondar, Dire, Daua). Alberghi, scuole, fognature, luce elettrica, ristoranti, collegamenti con altri centri dell’impero, telegrafo, telefono, porti, stazioni radio, aeroporti, financo cinematografi e teatri. Crearono nuovi mercati, numerose scuole per indigeni, e per gli indigeni crearono: tubercolosari, ospizi di ricovero per vecchi e inabili al lavoro, ospedali per la maternità e l’infanzia, lebbrosari. Quello di Selaclacà: oltre 700 posti letto e un grandioso istituto per studi e ricerche contro la lebbra. Crearono imprese di colonizzazione sotto forme di cooperative finanziate dallo stato, mulini, fabbriche di birra, manifatture di tabacchi, cementifici, oleifici, coltivando più di 75.000 ettari di terra.
56. Sviluppo aeronautico, navale, cantieristico
Opere politiche e diplomatiche
57. Patti Lateranensi, 11/02/1929
58. Tribunale del popolo
59. Tribunale speciale
60. Emanò il codice penale (1930), il codice di procedura penale (1933, sostituito nel 1989), il codice di procedura civile (1940), il codice della navigazione (1940), il codice civile (1942) e numerose altre disposizioni vigenti ancora oggi (il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, il Codice della Strada, le disposizioni relative a: polizia urbana, rurale, annonaria, edilizia, sanitaria, veterinaria, mortuaria, tributaria, demaniale e metrica)
61. Conferenza di Losanna
62. Conferenza di Locarno
63. Conferenza di Stresa
64. Patto a quattro
65. Patto anti-Comintern
Opere espansionistiche
66. Riconquista della Libia
67. Conquista dell’Etiopia
68. Guerra di Spagna
Opere economiche e finanziarie
69. Istituto di Ricostruzione Industriale (I.R.I.), 1932
70. Istituto Mobiliare Italiano (I.M.I.), 1933
71. Casse Rurali ed Artigiane, R.D. 26 agosto 1937, n. 1706
72. Riforma bancaria: tra il 1936 e il 1938 la Banca d’Italia passò completamente in mano pubblica e il suo Governatore assunse il ruolo di Ispettore sull’esercizio del credito e la difesa del risparmio
73. Socializzazione delle imprese. Legge della R.S.I., 1944
74. Parità aurea della lira
75. Battaglia del grano
76. 1929: crisi finanziaria mondiale. Il mondo del capitalismo è nel caos: il Duce risponde con 37 miliardi di lavori pubblici e in 10 anni vengono costruite 11.000 nuove aule in 277 comuni, 6.000 case popolari che ospitano 215.000 persone, 3131 fabbricati economici popolari, 1.700 alloggi, 94 edifici pubblici, ricostruzione dei paesi terremotati, 6.400 case riparate, acquedotti, ospedali, 10 milioni di abitanti in 2493 comuni hanno avuto l’acqua assicurata, 4.500 km di sistemazione idrauliche e arginature, canale Navicelli; nel 1922 i bacini montani artificiali erano 54, nel 1932 erano arrivati a 184, aumentati 6 milioni e 663 mila k.w. e 17.000 km di linee elettriche; nel 1932
c’erano 2.048 km di ferrovie elettriche per un risparmio di 600.000 tonnellate di carbone; costruiti 6.000 km di strade statali, provinciali e comunali, 436 km di autostrade. Le prime autostrade in Italia furono la Milano-Laghi e la Serravalle-Genova (al casello di Serravalle Scrivia si trova una scultura commemorativa con scritto ancora “Anno di inizio lavori 1930, ultimato lavori 1933”)
77. Salvò dalla bancarotta l’Ansaldo, il Banco di Roma e l’Ilva (1923-24)
78. Attacco al latifondo siciliano
79. Accordi commerciali con tutti gli Stati compreso l’Urss
80. Pareggio di bilancio già dal 1924
Opere sportive e culturali
81. Costruzione dell’Autodromo di Monza, 10/09/1923
82. Fondazione di Cinecittà
83. Creazione dell’ente italiano audizione radiofoniche (EIAR), anno 1927
84. Primi esperimenti della televisione che risalgono all’anno 1929 per volere del Duce; nel dicembre del ‘38 l’ufficio stampa dell’EIAR comunicò che nei primi mesi del ‘39 sarebbero iniziati servizi regolari di televisione. Il 4 giugno 1939 alla Mostra del Leonardo ci furono alcune trasmissione sperimentali, sul Radiocorriere apparvero i programmi e persino le pubblicità di alcuni paleolitici apparecchi televisivi. Purtroppo il progetto venne abbandonato a causa
dell’entrata in guerra
85. Istituzione della Mostra del Cinema di Venezia, prima manifestazione del genere al mondo, nata nel 1932 per opera del direttore dell’Istituto Luce, De Feo, e dell’ex ministro delle Finanze Giovanni Volpi di Misurata
86. Creazione dell’albo dei giornalisti, anno 1928
87. Fondazione dell’istituto LUCE, anno 1925
88. Nel 1933 appoggiò la prima trasvolata atlantica compiuta da Italo Balbo (tra l’altro, fu in quella occasione che venne inaugurata la posta aerea”)
89. Accademia d’Italia (Marconi, Pirandello, Mascagni, ecc.)
90. Littoriali della cultura e dell’arte
Opere di utilità varie
91. Registro per armi da fuoco
92. Istituzione della guardia forestale
93. Istituzione dell’archivio statale, anno 1923
94. Fondazione della FAO
95. Fondazione dei consorzi agrari
96. Annessione della Guardia di Finanza nelle forze armate
97. Istituzione di treni popolari per la domenica con il 70% di sconto, anno 1932
98. Istituì il Corpo dei Vigili del Fuoco.
99. Ammodernò il Pubblico Catasto urbano e dei terreni
100. Mappò tutto il territorio nazionale compilando le mappe altimetriche usate ancora oggi, e che non sono mai state aggiornate da allora.

ACQUA: per tutta la vita Mussolini cercò acqua potabile e creò innumerevoli acquedotti, i più famosi Pugliese e Peschiera;
AGRICOLTURA: la sua prima occupazione che continuò e promosse per tutta la vita fu
l’agricoltura;
AEREONAUTICA: la trovò quasi inesistente e la portò tra le migliori d’Europa;
ALBERI: istituì la Forestale;
AMMINISTRAZIONE: non sapeva amministrare i suoi soldi ma per quelli dello Stato fu modello;
ANALFABETISMO: eravamo i primi in Europa, siamo diventati ultimi nell’analfabetismo;
ANIMALI: puniva chi li maltrattava;
ARCHEOLOGIA: sviluppò l’archeologia in tutti i suoi rami;
ARCHIVI: dal 1923 istituì gli Archivi Statali;
ARTIGIANATO: dopo la cura dell’agricoltura ci fu per il Duce quella dell’artigianato;
ASFALTO: centuplicò le strade, fu il primo ad utilizzare l’asfalto;
ASSEMBLEA: amava le assemblee con gli stranieri, fondò la FAO;
ASSISTENZA: creò l’opera per la Maternità e per l’infanzia per l’assistenza di tutti, piccoli e grandi;
ATEISMO: fu il primo che fece sentire il nome di Dio e della Chiesa in Parlamento;
ATLETICA: ci volle tutti atleti, iniziò con la ginnastica dall’asilo fino alla maturità;
AUTARCHIA: siamo vissuti alcuni mesi in perfetta autarchia. I primi nel mondo;
AUTOMOBILE: la volle per tutti, vedi: Balilla, Topolino;
BIBLIOTECA: volle in tutti i paesi d’Italia la biblioteca a disposizione di tutti ;
BONIFICHE: bonificò milioni di ettari di terreno, rendendoli da incolti ,fertilissimi;
BRIGANTAGGIO: la Mafia e la Camorra furono completamente eliminate in Europa;
CALCIO: fece del gioco del Calcio il gioco nazionale, l’Italia vinse due titoli mondiali;
CAMPEGGIO: amava il campeggio e lo fece amare agli italiani;
CARBONE: fece scavare carbone in tutte le regioni d’Italia, Carbonia ne è la prova;
CASA: forse la preoccupazione più grande del Duce fu la casa per tutti, costruì le Case popolari per i poveri;
CHIESE: costruì migliaia di chiese, solo nelle paludi Pontine ne costruì 126 (es. Aprilia );
CINEMA: amò il cinema, fece costruire Cinecittà;
CIRCEO: un borgo antico abbandonato fatto rinascere come Parco Nazionale;
CITTA’ E COMUNI COSTRUITI DAL DUCE IN 10 ANNI: Latina, Aprilia, Sabaudia, Pomezia, Guidonia, Ardea, Ostia Lido, Fregene, Palo, Ladispoli, Macerata;
CITTÀ GIARDINO: ogni città italiana ha una città giardino detta Mussoliniana;
COLONIALISMO: definito il più grande colonizzatore, perché fece come Roma, volle le colonie;
CONSORZI: il Duce fondò i consorzi agrari al servizio degli agricoltori;
CONTADINI: tra tutti i lavoratori amava i contadini, i più utili d’Italia;
COSTRUZIONI: per tutta la vita fece costruire case, palazzi, ministeri;
DEMOCRAZIA: se tra tutti i politici c’è un Democratico è il Duce, seguiva il popolo;
DIGHE: ne fece costruire molte per raccogliere le acque;
DISCIPLINA: è vero, però, che il Duce voleva completa disciplina;
DISOCCUPAZIONE: la maggior preoccupazione per il Duce fu sempre la disoccupazione;
DITTATURA: quella del Duce non fu dittatura ma democrazia popolare;
DOPOSCUOLA: fondò i Doposcuola per completare la preparazione degli alunni;
DESERTO: fece del deserto libico zona di altissima produzione agricola;
EDILIZIA: costruzioni, monumenti, scuole;
ENCICLOPEDIA: il Duce è l’autore della più grande e completa Enciclopedia del mondo;
ESPORTAZIONE: un altro punto fisso del Duce: esportare i nostri prodotti agro-industriali;
ETIOPIA: è questo l’Impero coloniale sospirato dal Duce per il popolo;
FERROVIE: moltiplicate dal Duce;
FORO: il foro era per il Duce il centro dell’Impero;
FINANZE: altro Corpo istituito dal Duce, prima non era militarizzato;
GELA: cambiò il nome (era Terranuova) e ne fece una moderna città italiana;
GIORNALE: creò 7 giornali;
GOVERNO: il vero governo fu il suo, rimasto al potere 20 anni ;
GUARDIE: fondò la Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, la Guardia di tutti;
INDUSTRIA: durante il fascismo, Mussolini diede sviluppo all’industria a livelli esponenziali
ILLUMINAZIONE: al Duce piaceva la luce, illuminazione in città e paesi;
INTERNAZIONALISMO: volle avere contatti con tutti gli Stati della Terra;
LAGO DI NEMI: il Duce nel 1930-31 prosciugò il lago per riportare alla luce le navi romane;
LIBERTA’: parola fatidica per il Duce: libertà completa, controllata e civile;
LIRA: aumentò il valore della Lira;
MILLE MIGLIA: creazione del Duce;
MONZA, MUGELLO: questo circuito venne ideato da Mussolini;
‘900 : è uno stile di vita creato dal Duce, così nell’arte così nelle opere;
OSSERVATORI: i suoi capolavori : Trieste, Genova, Merate, Brera, Campo Imperatore;
PANE: per avere il pane per tutti vinse la battaglia“del grano”;
PINO, PIOPPO, ABETE: piante predilette dal Duce che distribuiva in tutta Italia;
PREVIDENZA SOCIALE: in ogni città vi è il palazzo della Previdenza Sociale;
PROVINCIE: furono 72, ne fondò altre sedici: Agrigento, Enna, Latina, Frosinone, Massa, Matera, Pistoia, Ragusa, Rieti, Terni, Savona, Varese, La Spezia ecc…;
RADIO: Mussolini amava la radio e il suo inventore aiutato da lui;
REFERENDUM: non ne aveva bisogno perché era sempre con il popolo;
REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA (R.S.I.): fu un bene operato dal Duce per la salvezza della Patria ;
RICERCHE: fondò l’Istituto delle Ricerche;
RIFORMA: ha riformato tutto, scuola, politica, Parlamento, vita stessa;
RIMBOSCHIMENTO: uno dei motivi della Forestale rimboscare tutto: monti, piani;
RINASCIMENTO: il fascismo vero moderno Rinascimento di tutto e di tutti;
RISPARMIO: era scrupolosamente risparmiatore nelle spese dello Stato;
RIVOLUZIONE: se rivoluzione vuol dire trasformazione, il Duce ha vinto;
ROMA: la sua passione, la Dea, l’Alma, la divina del Duce, ne fece una metropoli, vedi le sue strade, le sue piazze, i viali, i palazzi, i ministeri, le accademie, le università, l’antico portato alla luce del sole per nostro godimento;
STRADE: vedi ASFALTO;
TEMPO LIBERO: voleva che i giovani utilizzassero il tempo libero nella ginnastica;
TERME: il Duce amante dei romani li imitò in tutto e quindi anche nelle Terme;
TREBBIATRICI: ne comprò molte ai contadini.
TRIBUNALE DEL POPOLO: volle istituire il Tribunale del popolo per la difesa di questo;
TRIBUNALE SPECIALE: destinato per i nemici dello Stato e del Governo. L’unica condanna era quella del carcere o dell’esilio, mai la morte;
TUBERCOLOSI: era come la sifilide, inguaribile. Costruì il Forlanini per la sua cura;
UNIVERSITÀ: ha costruito innumerevoli università, anche la Città Universitaria a Roma;
URBANISTICA: la scienza che ha maggiormente eseguita, infatti, ecco le città;
UTOPIA: il fascismo non fu utopia perché ha realizzato ogni cosa propostasi. Fu utopia il Comunismo che pensava di conquistare il mondo ma ha fallito;
VACCINAZIONE ordinò la vaccinazione di tutti i bambini anche i più piccoli;
VELA: divenne sport al tempo del Duce come altri sport non esistenti allora;
VIGILI DEL FUOCO: istituiti dal Duce;
VULCANO: propose fin da allora uno studio speciale sulle eruzioni dei vulcani;
ZOLFO: il Duce cercò e trovò lo zolfo in tutte le regioni.

1643.- Berlusconi e Salvini sull’Europa: il grande inganno elettorale. Di Stefano Alì

Se Berlusconi e Salvini sull’Europa avessero davvero posizioni così diverse, se davvero fossero all’opposto su un tema così centrale, com’è che stanno in coalizione?Berlusconi e Salvini sull’Europa

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Le divergenze di vedute fra Berlusconi e Salvini sull’Europa sono solo il frutto della farsa elettorale. Se davvero avessero visioni così opposte non potrebbero stare in coalizione. Ma forse le differenze sono solo apparenti. Lo scrivevo già nel 2014.
Le differenze fra Berlusconi e Salvini sull’Europa e in politica economica sono solo un gioco delle parti
Dal TG La7 del 24/01/2017 ore 20.00 (al minuto 2: 24):

[…] e nel centro destra Berlusconi che minimizza le differenze con Salvini in politica economica, derubricandole quasi a un gioco delle parti pre-elettorale

Con il Rosatellum bis i programmi di coalizione sono solo uno specchietto per le allodole (o per gli allocchi)
Come ho già scritto in altri post, la Legge elettorale non prevede programmi di coalizione, ma solo di lista.

Chiunque sventoli programmi di coalizione, quindi, mente sapendo di mentire.

Ricapitolando
E adesso ricapitoliamo: Secondo la favola dell’anno, se vince Salvini l’agenda di Governo sarà noEuro, mentre se vince Berlusconi sarà proEuro.

Per questa ragione ciascuno dei due chiede i voti per superare l’altro, ma in ogni caso i voti vanno alla coalizione.

Ora, Ammettiamo pure che sia così. Ammettiamo anche, per pura ipotesi, che la coalizione di centro destra ottenga la maggioranza dei seggi.

Significa che se vince Salvini porterà in Parlamento Leggi antiEuro e Forza Italia le vota? E se vince Forza Italia il Parlamento esaminerà Leggi proEuro e Salvini le voterà?

Nessuno che si accorga dell’inganno?

Ma entriamo pure nel merito.

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Salvini non è più antiEuro. Parola di Berlusconi
Berlusconi sostiene che Salvini ha capito l’errore e non è più antiEuro.

Se non fosse vero la coalizione si sarebbe dovuta sciogliere immediatamente. Nel nostro caso, invece, la punizione (pena sospesa, per giunta) consiste in tre giorni di blocco su twitter da parte di Borghi:

berlusconi e salvini sull’europa. Berlusconi: privatizzazioni a go go
Berlusconi annuncia che per abbattere il debito pubblico verrà attuata una campagna di privatizzazioni per 5 punti percentuali di PIL.

Un punto di PIL vale circa 17 miliardi di Euro, quindi parliamo di privatizzazioni per circa 85 miliardi. Roba da far impallidire perfino Amato e Dini.

Fermo restando, poi, che le privatizzazioni mai hanno effettivamente abbattuto il debito.

Altro intervento del “responsabile economico della Lega”, Claudio Borghi

In apparenza neppure su questo sono d’accordo. Secondo Borghi, per non far fare le privatizzazioni a Berlusconi è sufficiente che la Lega abbia un voto in più.

Questo significa che se Berlusconi ha un voto in più e porta le privatizzazioni in Parlamento, la Lega vota le vota, ovviamente. La truffa è servita.

La “mossa del cavallo”: La Lega candida Bagnai
Il 22 gennaio Berlusconi è volato a Bruxelles per rassicurare sul rispetto di tutti i trattati, di tutti i limiti e vincoli e sull’imprescindibilità dell’Europa.

Uno schiaffo a Salvini? Si rompe la coalizione? Neanche per idea.

Questa sarà l’agenda di governo solo se Forza Italia avrà avuto un voto in più della Lega.

Ma chi mai dovrebbe poi votare i provvedimenti in Parlamento se non la maggioranza in coalizione con Forza Italia? E quindi la Lega!

Salvini il successivo 23 gennaio ha convocato una conferenza stampa per annunciare la candidatura di un altro economista professionista noEuro, oltre Borghi: Alberto Bagnai.

Berlusconi e Salvini sull’Europa: il diavolo si annida nei dettagli
Se il diavolo si annida nei dettagli, allora è importante soffermarsi su alcuni dettagli della conferenza stampa.

Salvini, effettivamente, non dice che il vincolo del 3% del rapporto deficit/PIL deve essere superato. Salvini, che fino a ieri era certo che costituisse un grave danno, dice che va superato “se costituisce danno”. Quindi ha ragione Berlusconi.

Bagnai, il cui ego smisurato è ormai entrato nella leggenda, sostiene che i giornali lo abbiano definito “la bestia nera dell’Europa”, ma sinceramente non sono riuscito a trovare un solo articolo in tale senso.

Bagnai, però, ha lodato l’iniziativa di Berlusconi. Ha sostenuto, infatti, che l’eventuale uscita dall’Euro deve avvenire in modo concordato con gli altri partner europei per non spaventare i mercati.

Ma come? Ma lui e Borghi sostenevano addirittura che si dovesse uscire con Decreto Legge adottato di notte del fine settimana! E adesso occorre concordare con i partner europei?

Salvini, Bagnai, Bolkestein e la direttiva europea ultraliberista
E che dire di Salvini che invoca l’abrogazione della direttiva Bolkestein?

Si tratta della direttiva 123/2006 che prende il nome da Frits Bolkestein, commissario europeo per il mercato interno della Commissione Prodi.

La direttiva è stata indicata come la prova di una deriva liberista che causerebbe l’eliminazione delle tutele sociali e dei diritti dei lavoratori e l’abbattimento del livello delle retribuzioni.

Ma qualcuno dovrebbe ricordare a Salvini che si tratta dello stesso Frits Bolkestein che ha sottoscritto il “Manifesto di solidarietà Europea” di Alberto Bagnai.

Quindi un liberista estremo scrive una direttiva che provoca il dumping sociale e che Salvini vorrebbe eliminare.

Ma è lo stesso liberista che ha sottoscritto il “Manifesto” di Bagnai per l’uscita dall’Euro.

D’altro canto, lo stesso Bagnai, nel 2004, cantava le lodi dell’Euro alla corte di Romano Prodi.

Berlusconi e Salvini sull’Europa: Cambiare tutto, anche la moneta unica per continuare con le politiche di austerità
Sono improvvisamente rinsaviti tutti o qualcosa non quadra?

La seconda, signora mia. Ne ho scritto profusamente in un vecchio post dell’aprile 2014: “Come i Gattopardi: fuori dall’Euro perché nulla cambi”

Il prof. Emiliano Brancaccio:

sta guadagnando consensi quella che ho definito una modalità gattopardesca di gestione della crisi, in base alla quale si sarebbe disposti a cambiare tutto, persino la moneta unica, pur di non mettere in discussione le politiche liberiste e di austerity degli ultimi anni, nonostante le sperequazioni e i tracolli occupazionali che hanno provocato.

E infatti Frits Bolkestein sostiene che dovrebbero uscire dall’Euro i paesi periferici (Italia e Grecia prima di tutti).

Ma giusto perché la Germania e i Paesi del Nord non devono sopportarne il peso economico. Ci sarà un perché, se sottoscrive il “Manifesto” di Bagnai?

Bolkestein ha sottoscritto il manifesto di Bagnai perché è stato colpito di botto dall’economia di Keynes?

Non perché il “Manifesto” di Alberto Bagnai, perfettamente in linea con il suo pensiero ultra liberista, consente l’uscita dall’Euro per favorire l’economia tedesca e dei “Paesi Core” dell’eurozona, come individuati da Goldman Sachs?

Volute, ma solo apparenti, le divergenze di Berlusconi e Salvini sull’Europa?

Tutto bellissimo se non fosse che costituisce la “prova regina” che il programma del centro destra non esiste.

E si pone da capo la domanda: Se davvero non fossero d’accordo su temi fondamentali di governo quali sono quelli economici e dei rapporti con l’Europa, com’è che sono in coalizione?

Stefano Alì

1632.- Questa Ue è fallita. Siamo un satellite della Francia. Dopo le industrie , anche l’esercito. Si va in Niger.

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anteprima
“Dietro alla missione in Niger c’è di più, molto di più”. Titola così Flavio Pasotti su Infosannio (Flavio Pasotti – glistatigenerali.com). Mi lascio attrarre dalla sua prosa fresca e affascinante, per dare un senso di concretezza ai mie pensieri. E’ una scala di pensieri e di ricordi che s’incatena, per terminare con un punto interrogativo. Sei proprio finita, Italia mia?
Seguitemi. Pinotti, il ministro della Difesa dei governi Napolitano, accennò a una leadership francese per le Forze Armate italiane.
A Francia e Germania, l’un contro l’altra vigile, questa Unione europea va alla grande. Pur di continuare a farci affari, il 22 gennaio prossimo firmeranno l’accordo per cambiarla, il 22 marzo presenteranno la loro idea di riforma della zona €uro. Si chiamerà Trattato dell’Eliseo, molto semplice e chiaro, con una decina di punti che qualsiasi cittadino può comprendere e l’occasione l’ha data il 55° anniversario dello storico trattato firmato da De Gaulle e Adenauer nel 1963. Silenzio dei partiti, di Gentiloni e Mattarella dal barile in cui nuotano. Ma non eravamo fondatori? Macron a Roma a fare che? Il parlamento è sciolto. Questo cosiddetto Trattato del Quirinale nasce a Lione nel settembre scorso – udite – da una domanda di Tullio Giannotti, dell’ANSA e mira a una specie di cooperazione rafforzata sul piano bilaterale». Uno strano metodo per integrarci in Europa questo dei trattati bilaterali e, pure, con effetti su tutti i partner. Quanto valgono i trattati con i francesi firmati da Gentiloni dopo lo scioglimento del parlamento, se il governo può occuparsi solo della ordinaria amministrazione? Per me, non valgono! MA TRANQUILLI, Macron e Merkel stan rifondano l’Unione europea alla faccia vostra e come comoda a loro. Sbrighiamoci con questi contorcimenti elettorali. FRANCIA E GERMANIA ci aspettano! L’Unione europea è stata ed è il contrario di quanto afferma la dottrina del fine comune di ogni società, che è il suo bene comune. Mi sovviene Mattarella, quasi mi avesse ascoltato: “Stiamo lavorando con Germaniai e Francia in Europa”. Presidente, dica, allora, perché si procede per trattati bilaterali e non siamo nemmeno invitati al loro summit o direttorio a Berlino il 22 gennaio. E cosa ci dice del viaggio a Pristina di due inviati di Francia e Germania per le questioni relative ai Balcani occidentali, avvenuto il 10 gennaio?
Mi rispondo da solo: “Perché loro sono loro e noi non siamo un ….!” Ma cosa bolle in pentola in Europa?
E’ solo un caso che, nemmeno una settimana dopo, a Mitrovica Nord, in Kosovo, sia stato assassinato da professionisti della morte il leader serbo Oliver Ivanovic? L’esecuzione è avvenuta con una puntualità che non lascia dubbi: proprio infatti quando a Bruxelles dovevano riprendere le trattative tra i rappresentati di Belgrado e di Pristina. Le autorità di Pristina hanno condannato l’attentato e potremmo credergli. Naturalmente, il presidente serbo Vucic ha ritirato la delegazione dal negoziato di pace di Bruxelles. Questo 2018 ha in serbo troppe sorprese. L’indipendentismo del Kosovo è stato voluto e armato dagli Stati Uniti, che misero fuori gioco gli autonomisti di Rugova, creando una guerra in Europa, in concomitanza con la temuta nascita dell’Euro. Rappresentò anche un attacco ai cristiani ortodossi e alla Serbia, a favore dei musulmani (per modo di dire) albanesi, cui rispose l’ostilità della Grecia verso la NATO. Di certo, Oliver Ivanovic era un sostenitore della pace e della convivenza, contrario alle aspirazioni, legittime, del rinascente nazionalismo serbo.
Da sempre, la Russia è vigile verso i Balcani e vedrei naturale, a favore del nazionalismo serbo, una sua attività nella regione, in risposta alla pressione della NATO sulle sue frontiere.
Torniamo a Flavio Pasotti e al Niger.

– Che gran fascino deve avere una notte in un ex Fortino della Legione Straniera dalle mura rosse e cotte sotto il sole dei 50 gradi del deserto del Tenerè, un nome che da solo evoca i suggestivi occhi profondi seminascosti dalla Tagelmust dei Tuareg che osservavano le moto della Parigi Dakar filanti nel nulla delle sabbie in uno stridio esotico da preglobalizzazione. Peccato che la corsa non si tenga più, che i soldati italiani vi alloggeranno per ben più di una notte e non saranno in un viaggio avventura ma solo in una avventura dai contorni bui come una notte nel deserto. Tanto per sapere cosa sia e dove sia il Niger del fortino Madama vediamolo in due-dati-due rubati dal sito della CIA che sì, è come Wikipedia ma più fico da citare.

Grande più o meno due volte il Texas (famo a capisse, dicono gli americani) è una nazione senza sbocchi sul mare, circondata da nazioni in guerra (Ciad, Mali, Libia, Nigeria) a rischio guerra (Algeria, Benin) e affamate (Burkina Fasu). 20 milioni di abitanti su 8 gruppi etnici che per l’80% pregano Allah. Il 50% della popolazione è sotto i 15 anni, il tasso di fertilità è tra i più alti del pianeta con una mortalità infantile entro i primi 4 anni di vita pari al 25% per la malnutrizione. Il deserto copre tre quarti del paese, il reddito è tra i più bassi del mondo e si aggira sui 1000 U$D, il 19% sa leggere e scrivere ma le cose più geopoliticamente rilevanti sono che la lingua ufficiale è il Francese, la moneta il Franco CFA, la risorsa principale l’Uranio e la prima azienda del paese è Areva, la multinazionale dell’energia naturalmente statale e naturalmente francese che gestisce l’intera filiera nucleare e che come di tradizione lascia ai nigerini le briciole della ricchezza cavata.
Rinvio i maniaci della materia a un reportage di Analisidifesa http://www.analisidifesa.it/wp-content/uploads/2014/07/Niger.pdf che non lascia altri spazi alle fantasie e mi limito a ripetere la domanda: che ci andiamo a fare?

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In Niger ci sono i “buoni”: francesi, americani e tedeschi che stanno combattendo i “Cattivi” terroristi dell’integralismo islamico di più o meno tutte le sigle conosciute. E ci sono quelli di un mondo di mezzo che noi annoveriamo tra i “cattivi” e che pensano invece di vivere la loro vita: i cosiddetti trafficanti di uomini. Il Niger è da sempre un luogo di passaggio tra est e ovest dell’Africa subsahariana e di recente il principale punto di transito delle carovane che trasportano sui pick up quei poveracci che finiscono sui barconi libici dopo un viaggio di una crudeltà inimmaginabile. Lo snodo è la città di Agadez, persa nel deserto più deserto che da sempre vive della economia connessa con le migrazioni: una Casablanca lontana anni luce dal Cafè Americain di Rick ma ancor più affollata di gente in cerca di un posto dove fuggire per sopravvivere. I francesi lo sanno benissimo e in questi anni non hanno fatto nulla per interrompere il passaggio giacchè avrebbe significato perdere il supporto delle tribù locali e della popolazione della città, fondamentale nella guerra ai terroristi. Queste carovane puntano a nord verso il passo al confine libico che dovrebbe essere presidiato dal Fortino Madama, nuova caserma degli italiani.

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Dire che i 470 uomini della prima spedizione possano minimamente influire sul traffico delle carovane è una bugia alla quale è difficile anche voler credere volendolo fortemente: perché sono pochi e perché il governo non ci ha detto la cosa fondamentale e cioè quali siano le regole di ingaggio. Che faranno bersaglieri e paracadutisti, si metteranno a sparare sulle carovane? Escluso, ovviamente. Controlleranno i documenti? E con quale autorità? E con che poteri? E dati da chi? E chi potranno fermare? No, il traffico dei migranti in quelle zone è cosa da soft power, non da manu militari. Tu puoi pensare di intervenire offrendo una opportunità economica alla popolazione locale diversa da quella generata dal traffico delle carovane e per quanto sia stato firmato un accordo economico tra alcuni paesi europei e il Niger non se ne vedono i presupposti e gli effetti non potranno essere che di lungo periodo.

Ne discende che nostri saranno il chip del governo sull’altra partita, quella guidata dalla Francia e tesa a combattere il terrorismo islamico e stabilizzare la regione. Non che sia meno importante, anzi: ma andrebbe detto! E andrebbero chiarite oltre alle regole di ingaggio e alla copertura giuridica per il nostro contingente anche chi comanda la missione. E, ancora, sarebbe il caso di capire quale sia il quadro delle relazioni internazionali all’interno del quale essa si dispiega perché sarebbe una assoluta novità, una inversione di tendenza storica vedere la politica estera italiana con un riferimento a Parigi e non a Washington e Bruxelles.

Eppure sembra proprio questa la strada scelta dal governo Gentiloni: un cambio di linea sottaciuto come da stile del personaggio ma quasi rivoluzionario nella tradizione italiana post conflitto mondiale, un atto di realismo in un momento in cui è venuta a mancare la sponda del liberalismo internazionale americano anche solo nella sciagurata declinazione isolazionista di Barak Obama. Con una America che pensa a se stessa, che sceglie manicheisticamente amici e nemici in una votazione Onu su Gerusalemme Capitale forse voluta più da Washington (per contrastarla e per definirsi) che dagli arabi (costretti a sostenerla), gli spazi per la tradizionale diplomazia militare atlantica italiana si sono ridotti al minimo. Con il Quai d’Orsay invece abbiamo una marea di dossier aperti che riguardano in Libia la rottura tra Tripolitania amica (se ben pagata) e Cirenaica russofrancese, il Fezzan nel quale Minniti voleva mettere mano ma nel quale la scoperta di miniere d’oro fa ai francesi più gola che il controllo dei migranti. E poi Unicredit, Generali, Leonardo, Fincantieri…. Qualcosa avevamo già scritto qui: http://www.glistatigenerali.com/geopolitica/immigrati-macron-e-noi-perche-la-difesa-e-compito-dello-stato/

Insomma, se la globalizzazione parla inglese e cinese alla Farnesina riscoprono il francese e a Palazzo Chigi chissà se sono arrivate telefonate da SciencePo’, la Grande École Des Sciences Politiques Internationales, fucina dell’Universalité della politica francese dove, stando sereno, insegna guardacaso quel vecchio amico di Gentiloni che di nome fa Enrico Letta.

Certo, se ce lo spiegassero anche….

Aggiornamento dello Stato Maggiore francese: 16/01/2018
Opération Kouffra sous groupement vert
Opération Kouffra sous groupement vert

Lo scorso dicembre, il Battle Armored Battle Group (GTD-B) “Dauphin” e il Destructive Infantry Battle Group (GTD-I)”Alsace” sono stati impegnati nell’operazione Koufra con tutti i loro reparti e mezzi.

 
Durante l’intera operazione, il Logistic Battle Group (GT-LOG) ha supportato i soldati a terra installando un centro logistico sulla base nel deserto di Ansongo (PfDR) e effettuando convogli logistici ogni volta. che era necessario raggiungere le unità con i materiali necessari allo svolgimento delle operazioni.

A metà dicembre, il sottogruppo logistico n. 1 del GT-LOG ha effettuato in particolare un’operazione logistica importante, rifornendo di carburante le unità GTD-B e GTD-I in meno di una mattina.

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Durante questa operazione logistica, le unità sono state rifornite di acqua, cibo, carburante e parti di ricambio.

Si tratta di un collegamento essenziale per la conduzione delle operazioni sul campo. Le unità GT-LOG sono impegnate quotidianamente a supporto dei gruppi operativi nel deserto per soddisfare i bisogni espressi dalle loro unità.

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L’operazione Barkhane è diretta dall’esercito francese, in collaborazione con i paesi del G5 Sahel. L’operazione è stata lanciata il 1 ° agosto 2014. Si basa su un approccio strategico improntato a una logica di partnership con i principali paesi della striscia Sahel-Sahariana ( BSS): Mauritania, Mali, Niger, Ciad e Burkina Faso. Riunisce circa 4.000 militari la cui missione è combattere i gruppi terroristici armati e sostenere le forze armate dei paesi partner in modo che possano tener conto di questa minaccia, in particolare come partecipanti alla forza congiunta del G5 Sahel attualmente operativa.

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Fonti: personale delle forze armate

1629.- Monsignor Livi si ribella alla follia bergogliana: “L’immigrazione incontrollata porta all’islamizzazione”

Chi dal governo o dalla chiesa cattolica sostiene l’immmigrazione incontrollata, ripeto, incontrollata, è certamente consapevole delle innumerevoli morti orrende riservate dagli islamici ai loro infedeli: ovunque nel mondo. Altrettanta consapevolezza lo accompagna guardando alla lotta mortale che dovremo sostenere nella nostra Patria, insieme ai nostri figli, quando l’Islam si sarà consolidato e sarà giunto per loro il tempo di dare obbedienza al comandamento di Maometto di ammazzare gli infedeli. Lo affermo perché, in Kosovo, ho già visto questa orribile tragedia di un popolo cristiano, i serbi: colonne di auto bruciate con dentro famiglie e, sopra, le loro masserizie. Nugoli di corvi. L’odore di morte si sentiva in cielo volando a 2000 piedi. Cadaveri ovunque, nelle cisterne, nelle celle frigorifere (i loro), nella piscina, nei frigoriferi di un albergo. L’ultimo piano, macabro, era un lago di sangue e di escrementi.
Uscendo da una curva, durante una ricognizione, vidi i corvi inzuppare il becco negli occhi di …sembravano due cavalli gonfi. No. Erano marito e moglie. Lei violentata e amputata dei piedi perché si muovesse un po’, lui legato col fil di ferro e, poi, mitragliato. Il porco che aveva fatto tutto questo – ma un porco è più gradevole a vedersi – si era, così, impossessato della loro vita, dell’auto, della casa e di ogni bene “degli infedeli”. I media vi mostravano colonne di profughi in fuga dai serbi? Erano, invece, colonne di islamici albanesi che salivano a Nord per prendersi ogni bene e la vita dei serbi, con l’aiuto e grazie alle bombe della Nato e di D’Alema. Blaterate pure di Solidarietà e di accoglienza! Siete tutti infedeli. Dimenticavo: Gli eccidi in Kosovo furono, all’origine della decisione della Nato di aprire le ostilità contro Belgrado.

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Un altro prelato si ribella alle follie eretiche di Bergoglio. Monsignor Antonio Livi, teologo e docente all’università, in un’intervista a Il Giornale, dà una lezione al pontefice abusivo e ai suoi adepti pro invasione e sostituzione etnica: “L’immigrazione incontrollata porta all’islamizzazione”.

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L’immigrazione indiscrimata può portare all’islamizzazione. Questa, in sintesi, è la posizione di Monsignor Antonio Livi, con il quale abbiamo dibattuto della maggior parte degli argomenti che stanno interessando la Chiesa di questi tempi. Livi è noto per la sua vasta produzione di saggi e trattati di logica del sapere scientifico, tradotti anche in inglese, francese e spagnolo.

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In una delle recenti interviste rilasciate, lei ha parlato di “adulatori di Bergoglio”. Lo scontro dottrinale, in sintesi, sembra essere destinato a non placarsi…

“La descrizione del mondo cattolico come diviso ideologicamente tra amici e nemici di papa Francesco è una fake news. Tutti i fedeli cattolici hanno il dovere di essere amici del papa, chiunque egli sia in un determinato momento della storia. Come vicario di Cristo, il papa non ha bisogno di essere difeso da immaginari “nemici interni”, così come non ha bisogno di essere adulato per il suo modo di esercitare l’autorità pontificia, perché tutti i fedeli cattolici lo venerano e gli obbediscono in quanto vedono in lui «il dolce Cristo in terra», come diceva santa Caterina da Siena. Ma di ogni papa si possono criticare certe azioni di governo che sembrano meno utili all’edificazione della Chiesa nella fede, così come si possono criticare i discorsi che egli fa parlando come “dottore privato”, senza impegnare l’autorità magisteriale e il carisma dell’infallibilità”

Cosa ne pensa del documento predisposto da tre vescovi kazaki, poi sottoscritto anche da Pujats, Negri, Viganò e Laun, su “Amoris Laetitia”?

“Essendo una “professione di fede” il cui oggetto sono le norme di morale cattolica derivanti dal dogma sui Sacramenti della grazia (Battesimo, Matrimonio, Penitenza, Eucaristia), tale documento è una cosa normale da parte di persone che sono vescovi, e come tali hanno il compito essenziale di essere “maestri della fede”. Da un punto di vista pastorale, quel documento viene incontro alla necessità di dissipare i dubbi che certe interpretazioni dell’esortazione post-sinodale Amoris laetitia hanno provocato”.

Tra i laici, specie tra quelli che vengono definiti “conservatori”, sta aumentando la preoccupazione per l’approccio della Chiesa sul tema dell’immigrazione. Alcuni hanno definito la teologia di Bergoglio una “teologia dell’immigrazionismo”. C’è un pericolo di perdita identitaria a causa dell’immigrazione incontrollata?

“Quello che Lei chiama “immigrazionismo” non è una teologia ma un progetto politico mondialista con evidenti interessi economici legati al neocapitalismo finanziario. Papa Francesco talvolta sembra appoggiare questo progetto perché lo ritiene assimilabile alla dottrina sociale della Chiesa. Ma dai principi della legge morale naturale e del Vangelo non deriva affatto l’obbligo per i singoli e per la comunità di favorire un’immigrazione indiscriminata e senza regole che destabilizza tanto i Paesi dai quali provengono i migranti quanto quelli che ne subiscono l’invasione. Senza parlare del pericolo reale di islamizzazione dei questi ultimi Paesi a detrimento della libertà di culto dei cristiani, già perseguitati lì dove l’Islam è politicamente egemone. So che Lei ha seguito attentamente questa drammatica vicenda e quindi capisce a che cosa mi riferisco”.

Un altro argomento molto dibattuto è quello relativo al cosiddetto “ius soli”, che riguarda ovviamente anche l’immigrazione. Molti, tra cui anche il cardinale Burke, sostengono la necessità di una non ingerenza da parte della Chiesa. Ha una posizione in merito?

“Le parole che ho letto nella sua intervista al cardinale Burke sono assolutamente giuste ed equilibrate. Come ogni uomo di fede e di dottrina, e come ogni Pastore responsabile dell’annuncio del Vangelo, Burke ha opportunamente ricordato che le scelte discrezionali su temi politici opinabili vano lasciate ai partiti politici, ai parlamenti, ai governi, rispettando il pluralismo democratico e l’autonomia die poteri civili”.

Tra le sue pubblicazioni, si può trovare: “Cristo non è Marx”. Ecco, l’impressione è che per alcuni Cristo sia diventato un simbolo politico di eguaglianza assoluta e ideologica. È ancora diffusa la teologia della liberazione?

“Purtroppo sì. La cosiddetta «teologia della liberazione» è nata in Germania, in ambito luterano, e poi è stata introdotta nella teologia cattolica da Johann Baptist Metz. Da lui sono poi derivate le dottrine filomarxiste dell’America Latina, a cominciare da quella del peruviano Gustavo Gutiérrez. E’ un’ideologia che interpreta in termini politici e materialistici il «Regno di Dio» annunciato da Cristo come evento di grazia nell’anima dei singoli credenti («il Regno di Dio è dentro di voi»), ed è diventata l’arma propagandistica di tutte le forme di azione politica che mirano alla conquista del potere negli ambienti sociali dover il richiamo al Vangelo suscita un facile consenso. Ma il Vangelo vero non promuove alcuna costruzione di “paradisi in terra”

La Chiesa è divisa. Questo è un argomento difficilmente smentibile. Secondo lei, però, c’è una tendenza giornalistica ad enfatizzare il tutto? Insomma, “la barca” è o non è nella “tempesta”?

“Certo che ci sono tante divisioni nella Chiesa, come sempre ce ne sono state. Ma quelle più appariscenti riguardano l’uso e l’abuso che le lobbies ideologiche fanno delle strutture di potere della Chiesa per sostenere le loro istanze politiche, non importa se di destra (conservatori, tradizionalisti) o di sinistra (progressisti, riformisti). Gli uni e gli altri mirano a una società civile strutturata secondo la loro ideologia, ma la presentano falsamente come l’unica maniera di essere fedeli al Vangelo. Si tratta di un fondamentalismo senza fondamento (teologico), che fa del Vangelo un «instrumentum regni». Io mi rifiuto di scegliere se stare da una parte (per esempio, dalla parte dei fautori americani del “neocapitalismo cattolico”) o dall’altra (per esempio, dalla parte dei “cattocomunisti”). Per questo criticavo prima la teologia della liberazione. Ripeto: ogni strumentalizzazione della Chiesa per fini meramente temporali è sempre contro la volontà di Cristo, che ha istituito la sua Chiesa come «sacramento universale di salvezza», ossia solo ed esclusivamente per garantire a tutti, in ogni tempo, la grazia della liberazione dal peccato e la speranza certa della vita eterna”.

Relativismo, secolarizzazione, perdita dell’identità occidentale: il Santo Padre sembra accennare ai mali del nostro tempo, ma certamente pare non accentuare troppo questi aspetti. Ratzinger, invece, ne parlava con maggiore costanza. Ritiene che questo pontificato sia troppo “materialista”?

“Anche su questo aspetto le dico che la risposta che le diede il cardinale Burke è quella giusta. Non c’è nulla da aggiungere”.
Con fonte Il Giornale

1621.- La sfida della costituzione italiana di Marino Sinibaldi

Caro Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio3, cari antifascisti: Parliamo di Costituzione, ma diciamoci chiaro e forte che la politica dell’Unione europea accresce le diseguaglianze. La Costituzione (art.3) impegna la repubblica contro la diseguaglianza, ma non è stata una novità, perché ancora la Costituzione della R.S.I. promuoveva il benessere dei lavoratori, l’incremento della ricchezza,una sua equa distribuzione. Dunque, pane al pane e vino al vino: Bandite siano le dittature, ma piantiamola con fascisti, comunisti e antifascisti, il problema è “Quale Europa?”

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È possibile ricordare e magari festeggiare la costituzione uscendo dalla retorica stucchevole della “più bella del mondo”, evitando le scorie avvelenate della battaglia referendaria, scansando dogmatismi conservatori e strumentali revisionismi? Difficile, molto difficile. E infatti il settantesimo anniversario della nostra carta sta trascorrendo senza alcunché di significativo, con poche, pallide celebrazioni rituali. Eppure proprio in un momento di involuzione politica e di degrado culturale come quello che stiamo vivendo, nell’intreccio di paure e di rassegnazione che paralizza gli italiani, la costituzione potrebbe dirci molto. Per quello che c’è scritto e per come è stata scritta.

C’è molto, dentro la costituzione, forse troppo. Ma c’è qualcosa di essenziale, che per ora potrebbe bastare. Sta in quegli articoli – i primi dodici– che i costituenti proclamarono come “Principi fondamentali”. Lì c’è un’idea di paese e di società per la quale varrebbe ancora la pena di impegnarsi. E non per un nobile sentimento di riconoscenza per chi ce li consegnò, ma perché, nella loro evidente idealità, disegnano possibilità realiste di convivenza anche di fronte a problemi che sono enormemente cambiati rispetto a settant’anni fa. Nulla di astratto, dunque, nulla di impossibile.

C’è una sorta di straordinario senso del movimento, in questi articoli. Lo si riconosce dall’uso di due verbi che hanno la stessa radice e indicano il rifiuto di ogni staticità. La repubblica rimuove, la repubblica promuove. Per la verità il secondo si trova solo in un punto: là dove all’articolo 3 si impegna la repubblica contro la diseguaglianza.

Cosa rimuovere
Cosa fare degli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza? Come trattare le negazioni di principi che in astratto sembrano facili da proclamare? E allora, ecco, “è compito della Repubblica rimuovere…”. Addirittura: eliminare, levare di torno, spazzare via, dicono i dizionari dei sinonimi.

Ed è singolare che in un testo scritto con sobrietà, quasi con gentilezza, affiori questo verbo forte e impegnativo, che richiama più l’impetuoso intervento di una ruspa che non il paziente, complesso lavoro costruttivo che contrassegna il resto della costituzione.

Del resto qui si prevede qualcosa che con questa forza esplicita nessuna carta istituzionale aveva mai previsto. Il primo movimento è dunque questo rivoluzionario spazzar via macerie materiali e difese, remore, refrattarietà intellettuali.

Cosa promuovere
Cosa promuovere, invece? Qui l’arco dei temi si fa più ampio, ma non troppo, in fondo. C’è sempre un senso di rigorosa economia, un tentativo di disegnare il perimetro stretto delle cose essenziali.

E allora, ecco, “la Repubblica riconosce e promuove le autonomie locali” e questa che a noi sembra un’ovvietà piena di problemi suonava come una rottura fragorosa dopo vent’anni di totalitarismo e quasi cento di oppressivo centralismo; “la Repubblica promuove la condizioni che rendono effettivo” il diritto al lavoro; “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica”; e infine promuove le organizzazioni impegnate nella pace e la giustizia internazionale.

Il lavoro, dunque, la cultura e la pace. Se ci sono dei pilastri su cui edificare una società nuova, non possono che essere questi.

Ma cosa significa promuovere? L’etimologia è così semplice: muovere, spostare, trascinare in avanti. Non basta dunque sgombrare la strada: bisogna incamminarsi. Se si pensa in particolare al mirabile articolo 9, alla cultura, al paesaggio, al patrimonio storico e artistico, l’uso di questo verbo e l’impegno che contiene sembrano liquidare anticipatamente tante polemiche e contrapposizioni di questi anni.

Nessun preambolo
Non è questione di tutela vs. valorizzazione. Una repubblica – cioè l’insieme di cittadini e istituzioni – deve spingere sempre in avanti i propri valori culturali, le proprie idee del mondo. Non si fissa nulla una volta per sempre nemmeno quando si scrive una carta costituzionale.

Questo senso del movimento continuo è l’unico che può tenere viva e unita una comunità quando si tagliano i ponti con la tradizione, con i valori e i principi delle autorità passate, con ogni legittimazione che venga da fuori o dall’alto. La nostra costituzione non ne contiene alcuna. Né nella forma di un qualche principio soprannaturale ispiratore (quando uno dei grandi costituenti, il religiosissimo Giorgio La Pira, fu tentato proprio alla vigilia della votazione finale di inserire un riferimento a dio si dissuase, per così dire, da sé), ma nemmeno nella trasformazione di quei primi dodici articoli in un preambolo, qualcosa di fondamentale, sacro e inviolabile, particolarmente autorevole – e però separato dal resto del testo.

A differenze di altre costituzioni, nella nostra non c’è nessun dio e nessun preambolo. Quei dodici articoli fanno parte del testo, non hanno nemmeno una numerazione o un’impaginazione separata. Sono l’architrave, ma l’architrave fa parte dell’edificio. E la costituzione non è un testo sacro, ma un capolavoro umano.

Una sfida continua
Impegnativa com’è, una carta del genere non può mai essere davvero realizzata. È sempre un problema aperto, una specie di sfida quotidiana. Non bisogna temere di affrontarla. Senza cedere alla stanchezza né alla soggezione. La stanchezza è certamente giustificata: a ripercorrere l’elenco delle inadempienze e dei tradimenti di questi settant’anni si cederebbe facilmente alla rassegnazione. E un sentimento non dissimile provocherebbe l’analisi dei mille tentativi falliti di cambiare e migliorare quello che – come in ogni opera umana – poteva essere cambiato e migliorato.

Ma ecco, la rassegnazione e la soggezione non sono sentimenti costituzionali. Nel senso che solo combattendoli poteva riuscire un’impresa del genere; e nel senso che questa è infine l’unica lezione che non dovremmo davvero tradire.

Perfino nei discorsi celebrativi dell’ultima seduta dell’assemblea costituente che il 27 dicembre 1947 votò il testo (con 453 voti a favore e 62 contrari, perché in democrazia si può anche votare contro e anche questo bisognava imparare), emergeva la consapevolezza che quello che si stava compiendo era migliorabile, era incompleto: “Noi stessi, ed i nostri figli, rimedieremo alle lacune e ai difetti, che esistono, e sono inevitabili”. Ma quello che si stava compiendo era qualcosa di grande. Era nato da tragedie immani e con energie che in qualche modo non si sapeva di avere. Del resto, dove avevano trovato valori così alti e parole così nitide uomini e donne cresciute nell’esilio, nel carcere o nell’inganno anche retorico del regime fascista?

Solo nel continuo, collettivo confronto di idee diverse che per mesi interi si sono confrontate e combattute, hanno accettato di compromettersi e di contaminarsi, hanno trovato soluzioni e parole nuove per dire qualcosa che non era mai stato detto. Un mirabile esempio di quella che, per altri grandi testi, è stata chiamata “scrittura collettiva”.

Per questo riconoscere la qualità delle idee e delle persone che fecero la Costituzione non è solo un omaggio necessario ma l’unico modo per capire quanto essa è viva. E quanto è viva la risposta che diede, in tempi durissimi, ad attese di nuove forme di convivenza, non ostile né servile, che, realizzandosi almeno in parte, si sono in questi settanta anni trasformate e cresciute, ponendo problemi sempre nuovi. È questo carattere vitale che ancora ci sfida, come un capolavoro che ogni generazione deve rileggere e ricreare. Come una eredità fantastica, felice, enormemente impegnativa.

1581.- Simone Di Stefano, l’intervista di Pietro Senaldi su Libero: “Ultima chiama a Salvini per fare la vera destra”

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Allora lei è l’ uomo nero, devo avere paura?
«Non siamo violenti, reagiamo».
La democrazia deve aver paura?
«Quando la Annunziata dice che con le carbonare voglio cancellare la democrazia, la gente a casa si mette a ridere. La sinistra usa l’ allarme fascismo come un collante per restare insieme, in mancanza di argomenti politici o di successi di cui vantarsi».

Però voi siete davvero fascisti
«Siamo i discendenti del fascismo, ma la stessa Repubblica Sociale aveva superato la dittatura, quando divenne chiaro che lo Stato totalitario favoriva la creazione di consorterie, che sono quelle che il 25 luglio tradirono. Nei 18 punti della Rsi era prevista l’ elezione di un presidente e l’ esistenza dei partiti. Oggi noi pensiamo che la democrazia sia uno strumento possibile per realizzare lo Stato che vogliamo e che questa Costituzione lo consenta».

Come la mette allora con i blitz di CasaPound?
«Li facciamo per rompere delle cortine fumogene e portare all’ attenzione di tutti certi argomenti. Però non è violenza, li facciamo contro dei Palazzi, strappiamo bandiere».

Assaltare i giornali o fare irruzioni in circoli di immigrati però
«Ma quello lo fanno gli altri. Gli elettori hanno capito la differenza tra noi e la destra radicale. I blitz contro i giornali aiutano chi vuol tenere alta la tensione contro i fascisti. Fanno comodo alla sinistra. Noi siamo diversi, più strutturati, come si vede dai numeri, e laici, mentre loro hanno una forte impronta religiosa».
Però la destra radicale vi voterà?
«Tra i venti arrestati a Livorno per i rifiuti tossici che dicevano “chi se ne frega se muoiono i bambini”, statisticamente la metà voterà Pd. È colpa di Renzi?».

Cos’ è il fascismo oggi?
«Comunemente è una parola utilizzata per evocare una dittatura ma è una visione sbagliata. Lo Stato totalitario può avere diversi colori: rosso, nero, ma può anche avere una parvenza di democraticità, come è avvenuto in questi anni con l’ Unione Europea, che è tutto tranne che rappresentativa dei popoli. Dall’ euro al bail in al fiscal compact, hanno deciso tutto gli eurocrati. Ma l’ Europa non è il solo caso».

Mi faccia altri esempi
«La legge Scelba dice che chi cerca di zittire gli avversari con la violenza di fatto ricostruisce il partito fascista. Bene, seguendo il dettato della legge, dovrebbero sciogliere i 400 centri sociali presenti sul territorio: se non ci fossero loro, non esisterebbe violenza politica in Italia oggi. No global e affini pensano di essere depositari del diritto di sfasciare e picchiare».

L’ uomo nero è Simone Di Stefano, 41 anni, romano, vicepresidente e premier in pectore di CasaPound, il movimento neofascista passato in pochi anni dall’ anonimato al 9% a Ostia, Lucca, Bolzano. Alle prossime elezioni punta al 5%. «Se ce la facciamo, poi diventa divertente» promette il candidato, reclutato sul tram quando aveva 15 anni da un segretario di sezione del Msi che lo vide con in mano il Secolo d’ Italia, il giornale del partito. E già non è normalissimo per un ragazzo.
«Ma io ero contro, vedevo l’ Italia in malora e mi guardavo indietro per capire quando si dava il massimo per la comunità. Così sono diventato fascista. Già allora, con Fini candidato sindaco a Roma, si parlava di onda nera.
Poi Fini ha deciso di fare il buono e io ho continuato a fare il cattivo».

Fini voleva fare il premier. Le prime tre cose che lei farebbe da premier?
«Fuori dall’ euro e dalla Ue: bisogna riprendere sovranità monetaria e nazionale. L’ Unione europea è il nemico, prima della moneta unica eravamo il quinto Paese più ricco al mondo. Lo Stato deve tornare a poter intervenire nell’ economia per combattere la globalizzazione che ci ha impoveriti. E poi 500 euro al mese fino ai sedici anni per gli italiani che fanno figli: la famiglia è il futuro».

Sarete di destra ma avete un programma di sinistra
«Mussolini era socialista. Noi però non siamo di sinistra, perché siamo per il libero mercato, entro determinati confini e regole, per abbassare le tasse. Non facciamo la guerra al “padrone”, ma al capitale, siamo per la casa e il lavoro sicuro per tutti e per far tornare gli italiani a fare figli. Le grandi aziende vanno bene, ma se perseguono l’ interesse della nazione, non devono delocalizzare. Mi piaceva l’ Iri».

Siete un po’ democristiani?
«Siamo italiani. Servono regole in economia. Lasciato a briglia sciolta, il capitale si alimenta da solo e mangia l’ uomo, come sta succedendo».

Passiamo in rassegna i suoi sfidanti alla premiership: Di Maio?
«Inconsistente, nessuno sa cosa vuole. Cambia idea a seconda di come soffia il vento».

Berlusconi?
«È il passato. Anche se oggi è ancora un protagonista, dobbiamo dimenticarlo. Aveva tante doti ed è entrato nel cuore degli italiani ma quando ha sostenuto Monti, che aveva orchestrato il colpo di Stato contro di lui, ha perso la mia fiducia. Anziché ribellarsi ha privilegiato i propri interessi rispetto a quelli dell’ Italia».

C’ è chi lo ha paragonato al Duce, è d’ accordo?
«Sotto elezioni una battuta sul Duce la fa sempre, perché sa che gli porta voti, ma Mussolini era un socialista, Silvio è per la rivoluzione liberale, socialista lo è stato solo con Craxi».

Renzi?
«È un curatore fallimentare per conto di Bruxelles. A parole critica la Ue, ma poi fa quello che gli dicono. Ora che lo attaccano tutti mi sta quasi simpatico, poi però si mette a parlare». Perché oggi è in crisi? «Perché si è messo a sentire i pazzi che stanno nel suo partito e lo spingono in mille direzioni, dallo ius soli alla teoria gender, al fiscal compact. Lui è migliore del Pd, ha provato a essere una figura di riferimento ma non ha avuto la forza di procedere da solo».

Gentiloni?
«Non è nulla».

Salvini?
«Eravamo alleati, abbiamo fatto due cortei insieme».

Aspetta una sua telefonata?
«Se chiude con Berlusconi c’ è un margine per tornare a parlare. Io sto cercando di rompere il centrodestra».

Allearsi con CasaPound sarebbe rischioso per lui?
«Se vuoi vincere, qualcosa devi rischiare. Certo, lui ha il problema dei governatori che vogliono stare con Silvio. Però è all’ ultima chiamata, o stacca o resta il nipotino di nonno Silvio».

Grasso e D’ Alema?
«Non hanno una visione di Stato, rientrano nel globalismo».

Ma se sono comunisti…
«La divisione destra e sinistra è fittizia. Oggi o si è globalisti o identitari».

E la Meloni?
«Le ho aperto io la porta al Movimento Sociale, poi nacque An e le nostre strade si sono divise. Lei non vuole diventare autonoma».

Sì ma adesso ci parla?
«Potrei parlarci ma Giorgia non vuole, ci vive come dei competitor: rappresentiamo quello che lei sarebbe potuta diventare senza rinnegare il passato. Solo che la Meloni preferisce fare la ministra di Berlusconi».

Ha quarant’ anni, è un grafico pubblicitario, davvero si sente in grado di fare il premier?
«Certo, basta che l’ Italia riprenda la propria sovranità e riscopra la propria identità di fronte alle difficoltà estreme in cui ci troviamo. Serve una guida politica, i tecnici sbagliano, non hanno una visione: servono ma vanno indirizzati».

Perché CasaPound ha scelto proprio lei come candidato?
«Sono un comunicatore chiaro e rassicurante. In tv non mi scompongo. Ho una pazienza zen che mi consente di farmi processare senza uscire di testa. Mi provocano, vogliono farmi passare per l’ uomo nero ma alla fine sono io a tirare fuori il mostro che c’ è negli altri».

Ha vinto delle primarie?
«Ma no, siamo un gruppo di ragazzi che ha iniziato quindici anni fa e ora è diventato un movimento grande con ventimila iscritti. Siamo sopravvissuti proprio perché non ci sono congressi, nessuno può comprarsi diecimila tessere e diventare segretario».

Non è molto democratico
«In realtà il movimento non è leaderistico. Siamo un gruppo di comunità e ciascun responsabile locale ha il massimo dell’ autonomia».

CasaPound la stipendia?
«Non sono un professionista della politica. Vivo del mio lavoro, ora ho dei rimborsi spese e un’ integrazione dall’ associazione per la promozione sociale di CasaPound. Credo di essere l’ unico, malgrado quel che si dice noi non abbiamo un euro».

E le inchieste sulle attività economiche del movimento: i ristoranti, i pub, le catene d’ abbigliamento?
«Ci finanziamo con i 15 euro dell’ iscrizione e con le donazioni. Siamo un mondo di militanti, ciascuno dà una mano: se devo andare al ristorante, scelgo quello di un camerata, così con i vestiti e i negozi. Tutte le inchieste uscite su di noi sono piene di bugie ma nessuno ci interpella. In tv ci chiamano solo per farci dei processi».

Perché se hanno tanta paura di voi non vi sciolgono?
«Perché dovrebbero motivarlo e non possono: non siamo razzisti, non siamo xenofobi, la nostra posizione contro l’ immigrazione ha delle basi socioeconomiche».

Siete antisemiti?
«Il fascismo è di natura inclusivo con tutte le identità della nazione e fino alle leggi razziali lo fu anche con la comunità ebraica: conosce Ettore Ovazza, l’ ebreo fascista? O il ministro fascista dell’ economia Guido Jung anche lui ebreo? Con le leggi razziali commettemmo un grave errore. Comprendo la rabbia della comunità ebraica nei nostri confronti ma noi non siamo antisemiti».

E gli sfottò ad Anna Frank
«Gli imbecilli in cerca di visibilità sono un male dei nostri tempi, non bisogna parlarne. Chi lo fa incoraggia i pazzi a esibirsi. Oggi fare un’ idiozia ti porta a finire sulle prime pagine dei giornali, ma questo solletica malate manie di protagonismo».

Mussolini fece un altro tragico errore: trascinò l’ Italia in guerra…
«Se vuoi essere una potenza mondiale non puoi chiamarti fuori da un confitto del genere».

Ma si schierò con i nazisti…
«Erano gli alleati del tempo, e ancora non si sapeva dell’ Olocausto».

Che però il Fuhrer non avesse tutti i venerdì a posto si intuiva…
«Nella guerra mondiale ognuno partecipa in ragione del proprio interesse nazionale. Noi volevamo espanderci in Africa, il nemico era l’ Inghilterra. La guerra doveva scoppiare a inizio anni Cinquanta, per dare all’ Italia il tempo di ricostruire l’ esercito dopo le campagne d’ Africa e di Spagna. Hitler sui tempi fece una forzatura».

di Pietro Senaldi

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Un unico slogan: “difendiamo la nazione, non vogliamo immigrazione”. E poi un grande striscione con su scritto “droga, furti, immigrazione: riprendiamoci il quartiere” ad aprire il corteo di Casapound a Ponte San Giovanni. Presente anche il vice nazionale del movimento, Simone Di Stefano.

1568.- L’Italia e il nodo libico

Tripoli
Libia. Da colonia italiana a colonia globale: Nei primi mesi del 2011, a cent’anni esatti dall’impresa coloniale italiana in Libia, si è consumato un nuovo intervento militare contro il Paese nordafricano Artefici di quest’attacco piratesco, come è qui documentato con precisione, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, a cui presto si è dovuta accodare anche l’Italia, il più stretto e importante partner economico-commerciale della Libia Ne è seguito un disastro immane le cui vere ragioni sono state tenute nascoste al pubblico internazionale Con molta lentezza, mentre si consumava la tragedia che ha dilaniato l’ex colonia italiana, sono emersi qua e là taluni brandelli di notizie sulle cause che hanno portato all’entrata in guerra della NATO contro Mu’ammar Gheddafi Ma, come già era avvenuto, i media mainstream hanno continuato a tacere sul disegno e le finalità complessive dell’operazione In addition to not claim justice for the “statesmen” responsible for such social and humanitarian catastrophe The book by Paolo Sensini is a contribution that is essential for anyone who wants to really understand what happened in Libya and, more generally, on what has gone down in history with the bombastic name of “Arab spring” Is a gripping tale, who leads us by the hand into the labyrinth of Libya and of which the author, which completed the picture by publishing important contributions on the strategy of chaos in the Middle East, up to the latest events and updates us with wealth beyond

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La Libia, un Paese nel caos più totale dal futuro tuttora ignoto, si ritrova al centro degli interessi geopolitici delle grandi potenze. L’attuale labirinto libico, dossier strategico per Roma, va letto nella prospettiva della guerra del 2011. L’Italia e il nodo libico.
Per comprendere a fondo il complesso scacchiere libico è fondamentale sapere le ragioni dell’attacco contro la Libia del 2011, accompagnato da un coro mediatico secondo cui Muammar Gheddafi da un giorno all’altro diventò un dittatore pazzo da distruggere. “Libia. Da colonia italiana a colonia globale” è un libro di Paolo Sensini (edito da Jaca Book) che ripercorre la travagliata storia della Libia gettando luce sulle fatidiche “primavere arabe” e sulle vicende che i media mainstream hanno taciuto.

Paolo Sensini, storico, analista geopolitico
© FOTO: FORNITA DA PAOLO SENSINI
Paolo Sensini, storico, analista geopolitico
Gli interessi economici dei Paesi occidentali e le immense risorse di petrolio furono le principali cause di quella guerra che segnò l’inizio di un disastro degenerato fino ai giorni nostri. Oggi i riflettori della stampa sono puntati sul dramma dei migranti trattenuti e torturati in Libia, scenario sempre più complesso dove a scontrarsi sono gli interessi dell’Italia e dei suoi “alleati” occidentali. Quali sono le possibili soluzioni della crisi libica? Qual è il ruolo della Russia in questo contesto? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Paolo Sensini, storico, analista geopolitico e autore del saggio “Libia. Da colonia italiana a colonia globale”.
— Il dossier libico è di un’importanza cruciale per l’Italia. Paolo, qual è il ruolo di Roma e qual è la posta in gioco in questo scenario?

— La posta in gioco è molto alta, perché con la guerra del 2011 l’Italia si è giocata il rapporto con il Paese più importante del Nord Africa, fra i più grandi produttori di petrolio dell’intero continente africano. A seguito di quel disastro, causato in primis dai francesi congiuntamente a Gran Bretagna e Stati Uniti è iniziata una catastrofe economica, sociale e politica che si è protratta fino ad oggi. Il Paese è stato lasciato nel completo caos con brandelli di governi che si contendono diverse parti della Libia. Tutto ciò con un afflusso di centinaia di migliaia di persone, forse qualche milione da quando è crollato il Paese nel 2011 verso le coste italiane.

Oggi è in discussione il dossier che il ministro Minniti aveva cercato di trattare con il governo Serraj, cioè per un possibile controllo dei flussi di migranti, ma quest’iniziativa è stata condannata dall’ONU, perché si sostiene che non si possono fermare persone in Libia per via delle torture e ci sono dei rischi di violazione del principio di non respingimento. L’ONU vanifica quest’estremo tentativo per cercare di fermare quest’afflusso continuo.

— Per capire la situazione attuale della Libia è indispensabile analizzare anche il passato del Paese. “Libia da colonia italiana a colonia globale” è il libro che hai scritto in merito. Ce ne puoi parlare?

— Durante il 2011 avevo già dato un contributo con il libro “Libia 2011” in seguito ad un viaggio che feci con una delegazione internazionale in Libia. Nel 2011 ricorreva il 150-simo anniversario dell’Unità d’Italia e il 100-simo anniversario dell’occupazione italiana delle due province, la Cirenaica e la Tripolitania.

Migranti in un campo profughi
© REUTERS/ GORAN TOMASEVIC
Politico libico chiede all’ONU di trovare fondi per mantenere un esercito in Africa
Ho scritto “Libia da colonia italiana a colonia globale” perché mi sembrava fondamentale capire la storia di quel Paese. Oltre all’aspetto storico parlo dello sviluppo e delle componenti religiose in particolare della Sanusiyya, la branca islamica della Libia molto estremista, per certi versi assimilabile ai wahabiti, perché anche loro sono letteralisti. Proprio loro sono stati i protagonisti della rivolta che i media occidentali ci spacciavano per rivolta democratica. Queste persone in realtà hanno gettato nel più completo caos il Paese. Ho cercato di chiarire questi aspetti che sono poco conosciuti e di entrare nel merito delle vere ragioni che hanno scatenato quel conflitto, in particolare da parte della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dei Paesi del Golfo. I Paesi del Golfo hanno contribuito non solo con soldi e mezzi, ma anche con l’informazione, pensiamo ad al Arabiya e al Jazeera. Parliamo di una vera info war nei confronti della Libia. Essendo stato lì di persona ho potuto rendermi conto, parlando con le autorità, di ciò che era avvenuto.
— In Libia si scontrano gli interessi di più Paesi, frenando la soluzione della crisi alla fin fine. Qual è il gioco condotto dagli “alleati” dell’Italia?

— A noi era stato raccontato durante quel periodo che si interveniva perché c’erano le fosse comuni, si rievocava un immaginario che sconvolgeva la gente, quindi si giustificava un intervento militare anche dell’Italia. L’Italia è un Paese che nel 2009 firmò un trattato con la Libia con cui c’era un’amicizia e cooperazione. Questo trattato addirittura contemplava l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Libia qualora essa fosse stata attaccata da qualcuno. Poi sappiamo com’è andata, anche l’Italia ha partecipato a bombardarla…

Copertina del libro “Libia. Da colonia italiana a colonia globale” di Paolo Sensini
© FOTO: FORNITA DA PAOLO SENSINI
Copertina del libro “Libia. Da colonia italiana a colonia globale” di Paolo Sensini
Perché la Francia è intervenuta in quel modo? Le ragioni sono il fulcro del problema. La Libia, in particolare Gheddafi, aveva un grave torto a loro avviso: Gheddafi era l’artefice principale dell’introduzione in Africa del dinaro d’oro, un tentativo cioè di un ridisegno dell’assetto monetario del continente africano. Si introduceva una moneta tangibile che metteva fine al saccheggio delle enormi materie prime africane pagate con carta straccia: gli americani col dollaro e soprattutto i Paesi dell’area del Sahel, ex colonie dell’Impero francese, che contrattavano con il franco CFA, moneta battuta da Parigi. Introdurre quindi il dinaro d’oro minacciava di eliminare il franco e il dollaro.

Saif al-Islam Gheddafi
© AP PHOTO/ AMMAR EL-DARWISH
Avvocato famiglia Gheddafi: il figlio del colonnello tornerà in politica
— Quindi?

— Questo ha scatenato uno tsunami, Gheddafi fu indicato come un nemico esistenziale degli asset finanziari africani. Le e-mail diffuse da Wikileaks fra Sidney Blumenthal e la Clinton hanno confermato questo fatto epocale. Seppure Gheddafi pagò la campagna elettorale a Sarkozy nel 2007, la Francia intervenne molto attivamente, la ragione del conflitto fu il desiderio di impossessarsi del petrolio e di scalzare l’Eni sostituendola con la Total. Togliere di mezzo Gheddafi, che era incontrollabile per questi Paesi, era un fatto importante.

— Per quanto riguarda i possibili scenari per la Libia, credi che siano fattibili delle elezioni?

— La vedo molto difficile attualmente perché il quadro politico vede dei rappresentanti come al Serraj, che è un personaggio messo dagli stessi attori che hanno distrutto la Libia, cioè le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza. Chi ha organizzato il bombardamento della Libia sono gli stessi che oggi hanno inserito al Serraj. Dall’altro lato c’è Khalifa Haftar, un personaggio sicuramente più rappresentativo e più forte da un punto di vista militare. Neanche lui gode però di grande popolarità. È una situazione dove c’è un vuoto di potere.

Una soluzione, molto complessa, che potrebbe garantire a mio avviso il futuro della Libia, sarebbe provare a rimettere in gioco Saif al Islam, il figlio di Gheddafi, personaggio ben posizionato prima del crollo, il quale cercò un’apertura con l’Occidente. È stato imprigionato per molto tempo e liberato di recente. È una strada tutta in salita, ma l’unica che potrebbe avere, secondo me, un risultato in una situazione complessissima.

— Qual è il ruolo della Russia in Libia dal punto di vista della partita diplomatica fra Haftar e Serraj?

Libia prima e dopo Gheddafi
© SPUTNIK.
Libia: prima e dopo Gheddafi
— Secondo il mio punto di vista la Russia ha giocato molto bene le sue carte. Ammaestrata dalla vicenda siriana, dove è intervenuta a fine settembre 2015, di fatto salvando un Paese dalla devastazione dei takfiri, sta giocando nel modo più intelligente possibile la sua partita nel Mediterraneo. Con gli accordi fra Haftar e Serraj e il tentativo di mediazione anche con l’Egitto, la Russia sta facendo un’opera molto importante cercando di tenere insieme i pezzi.

Mosca ovviamente fa la propria politica nel Mediterraneo, cerca di mediare delle situazioni, che gli americani avevano esasperato fino al disastro. L’abbiamo visto con le primavere arabe, dobbiamo ringraziare la signora Hillary per questo. Proprio questi giorni Putin ha dichiarato che la Siria è stata quasi integralmente bonificata, l’ISIS è stato quasi tutto debellato salvo qualche sacca. Da una parte vediamo l’importanza dell’intervento russo, d’altro canto vediamo che, pacificatasi la situazione, Israele attraverso i bombardamenti verso la Siria continua a creare una tensione pericolosa.