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2020.- PAOLO SAVONA: DEF, EUROPA, OCCIDENTE.

… L’operazione del 2,4 parte se partono gli investimenti. Il deficit di partenza, cioè, il tendenziale, che ereditiamo dal passato, è 2,0. Lo 0,4 è il servizio di queste operazioni che abbiamo fatto: Flat tax, Fornero e Reddito di cittadinanza. … Paolo Savona attacca l’Unione Europea: “Si andrà a schiantare”. … Diventa fondamentale il comportamento della Commissione. .. Ci troviamo di fronte a una situazione in cui la disoccupazione è già alta abbiamo una caduta gravissima e non si fa niente? rispetta i parametri altrimenti si scatenerà la speculazione internazionale. .. Il mercato ha retto bene e lo trovo più saggio di quanto non sia lo scontro politico .. scontro fra le forze conservatrice e le forze riformiste che non sono solo in Italia, è insano e preoccupa; i mercati sono sani, reagiscono moderatamente allo scontro politico in atto e alla campagna mediatica. … Ci vuole una mente pensante europea, nelle politiche monetaria e fiscale. ..

Spread, il ministro Savona ammette: «Se s’impenna cambieremo la manovra»

«Draghi dovrebbe abbattere lo spread», afferma il ministro degli Affari europei, Paolo Savona, intervenendo a Porta a porta. Il suo è un richiamo forte alla Bce ma anche una dimostrazione di scarsa fiducia nella capacità del mercato dei titoli di Stato italiani di reggere l’onda d’urto della speculazione e delle sfiducia dei mercati, anche se Savona sostiene che “lo spread non arriverà a 400, ne sono abbastanza sicuro. Vince il mercato”. Dietro l’angolo, però, c’è una possibile correzione di rotta: «Se ci sfugge lo spread deve cambiare la manovra entro fine anno».

Intanto, potrebbe slittare a lunedì prossimo il Consiglio dei ministri con il dl fiscale collegato alla manovra all’ordine del giorno. Il decreto, infatti, non sarebbe pronto: mancherebbero all’appello una serie di norme per velocizzare i tempi della sanità e introdurre il meccanismo per risarcire i cosiddetti truffati dalle banche.Quindi, spiegano autorevoli fonti di governo M5S, il vicepremier Luigi Di Maio avrebbe intenzione di chiedere nel corso del vertice economico in programma questa sera a Palazzo Chigi con il presidente Giuseppe Conte, il vicepremier Matteo Salvini e il ministro dell’Economia Giovanni Tria, il rinvio del cdm sul dl fiscale a lunedì della prossima settimana. Una riunione del Consiglio dei ministri, viene spiegato, dovrebbe comunque tenersi domani ma con all’odg solo l’approvazione di leggi regionali.

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1992.- PAOLO MADDALENA: L’UNICO STRUMENTO PER SALVARCI SONO LE NAZIONALIZZAZIONI

Riportiamo alcuni contributi sulle nazionalizzazioni e sulla politica delle privatizzazioni del professor Paolo Maddalena, giurista e magistrato italiano, che ha ricoperto l’incarico di giudice costituzionale.

In calce, leggerete gli Articoli della Costituzione 41, 42, 43, annotati, che riguardano la Libertà d’impresa, sia privata che pubblica e un commento di Mauro Mezzetti Sforza.

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 Il Governo fa marcia indietro su un radicale cambiamento della politica delle privatizzazioni,infatti,mentre confermava la decisione di revocare alla Benetton la concessione della rete autostradale alla stessa conferita, si è detto dubbioso (evidente conseguenza delle pressioni del potere economico) su un radicale cambiamento della politica delle privatizzazioni.

L’unico strumento per salvarci sono le nazionalizzazioni

Sia il Governo, sia i cosiddetti esperti della materia, nell’affermare che ciò che conta non sono le privatizzazioni, ma “come” queste vengono effettuate, insistono sulla necessità di valutare gli effetti di questo prospettato cambio di rotta, come se mantenere allo Stato e cioè al popolo sovrano i profitti delle fonti di ricchezza che al popolo appartiene, per Costituzione, a titolo di sovranità, sia un dato economicamente “pericoloso”.

Si dice che il privato gestisca meglio del pubblico dimenticando che centinaia di fatti registrati negli anni sono prova del contrario. Si afferma ancora che in alcuni paesi, come la Germania, le privatizzazioni hanno funzionato bene. Affermazione, questa, totalmente falsa, poiché gli Stati che si sono difesi meglio dalla crisi sono quelli che hanno saputo proteggersi dal mercato globale, nazionalizzando e mantenendo lo Stato sociale. Si tratta per l’appunto della Germania, della Francia e soprattutto dell’Islanda. È dunque necessità improrogabile ricorrere alle nazionalizzazioni per difendere la ricchezza nazionale italiana dalle aggressioni del mercato globale.

I contributi del Professor Paolo Maddalena.

È indubbio che le ragioni dell’economia e della tecnologia richiedano sempre maggiormente la formazione di Stati federali, cioè di un insieme di Stati tenuti a seguire un medesimo ordinamento giuridico. Questo non significa tuttavia che i singoli Stati nazionali debbano auto annullarsi: la federazione richiede proprio l’unione di più Stati.

Se il singolo Stato vuole esistere come tale non può fare a meno di possedere una ricchezza propria: quella che proviene, oltre che dal territorio, dalle industrie che ineriscono a fonti di energia o a servizi pubblici essenziali, in relazione ai quali il guadagno è certo ed elevato perché è determinato da tariffe. Si tratta di vere e proprie fonti di produzione di ricchezza nazionale.

Dopo l’assassinio di Aldo Moro (ne capiamo, quindi, il movente, ndr) i governi italiani hanno, mediante infinite privatizzazioni, distribuito queste risorse a singoli privati che sono diventati ricchissimi a danno dell’intera collettività che è diventata poverissima.

Se vogliamo uno Stato efficiente occorre che i profitti sicuri derivati da dette fonti di produzione di ricchezza (autostrade, rotte aeree, linee marittime, frequenze televisive, eccetera) tornino alla comunità statale e cioè al popolo e non siano dissipati tra privati.

È pazzesco arricchire i singoli sottraendo al popolo la proprietà pubblica di detti beni, trasformando gli enti pubblici in società per azioni scalabili da tutti e quindi anche da stranieri.

Insomma le privatizzazioni sono una cosa micidiale e distruttiva per gli Stati nazionali. È indispensabile che beni e servizi pubblici oggetto di un vera e propria appropriazione indebita (sia pur legalizzata) da parte di privati tornino nella proprietà collettiva demaniale che spetta al popolo a titolo di sovranità. E si tenga presente che le privatizzazioni sono contratti privi di causa giuridica e non hanno diritto ad alcun indennizzo. È semplice pertanto rinazionalizzare i beni e i servizi che sono stati privatizzati.

Lo prescrive l’articolo 43 della Costituzione. E, guarda caso, la Germania ha di recente rinazionalizzato le industrie inerenti a fonti di energia, mentre noi lasciamo ancora la proprietà delle autostrade alla Benetton che si impossessa di oltre 1 miliardo all’anno di tariffe.

Se vogliamo salvarci dalla miseria e dalla distruzione dobbiamo opporci al fagocitante mercato unico globale e l’unico strumento per farlo, come già detto, è la nazionalizzazione dei beni e servizi di proprietà del popolo.

Nazionalizzazioni e privatizzazioni.

In modo insulso sì è detto che nazionalizzare sarebbe un tornare indietro. Ma se le privatizzazioni si sono rivelate rovinose per l’occupazione e per lo sviluppo economico dell’Italia ciò vuol dire che si tratta di una strada sbagliata e che è assurdo ritenere che occorre percorrerla ancora senza tornare indietro.

Le entrate di bilancio sono costituite dalle imposizioni fiscali e dai prodotti dell’economia. Se i guadagni, cioè i profitti, non tornano nelle casse dello Stato e vanno a impinguare le tasche di privati italiani e soprattutto stranieri, come potrà fare l’Italia per ottenere le risorse necessarie al suo sviluppo?

Una cosa è certa e indiscutibile: le imprese che riguardano la produzione di energia e di servizi pubblici essenziali, le imprese cioè a profitto sicuro ed abbondante, devono appartenere allo Stato o a enti pubblici territoriali, ovvero a comunità di lavoratori o di utenti.

Questi profitti non provengono dal mercato, ma da tariffe imposte dallo Stato e le concessioni stradali in particolare rientrano in questa fenomenologia. Nel 1995 il governo Dini regalò le concessioni autostradali a Benetton con un contratto capestro secondo il quale, sia nel caso dell’inadempienza dell’impresa, sia nel caso di cambio di volontà da parte della Pubblica Amministrazione, i Benetton avrebbero avuto diritto a una quantità incredibile di milioni di euro.

Si tratta di contratti di concessione assolutamente nulli, perché privi di causa giuridica ai sensi dell’articolo 1325 del Codice Civile, cioè della mancanza di un sinallagma tra prestazione e controprestazione: a Benetton da tutto, al popolo italiano nulla.

Pertanto dette concessioni vanno revocate senza alcun indennizzo alla Società Autostrade. Una l’azione che ci aspettiamo dal governo: la revoca delle concessioni autostradali senza corrispondere nessun indennizzo.

Lo impone il citato articolo 1325 emesso sotto l’imperio dello Statuto Albertino del 1848 e lo impone l’articolo 41 della vigente Costituzione Repubblicana, secondo il quale: “l’iniziativa economica è libera, ma non può essere in contrasto con l’utilità sociale o recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Le nazionalizzazioni non sono un regresso, ma la salvezza dell’Italia

Il linguaggio giornalistico e spesso anche quello politico fanno a gara per confondere le idee sulla necessità delle nazionalizzazioni dei trasporti.

Si usa sempre più spesso il termine “tornare indietro con le nazionalizzazioni”, facendo intendere che si tratti di un regresso laddove si tratta solo di correggere un imperdonabile errore di politica economica.

Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio esprime dubbi, come se gli effetti devastanti prodotti in ogni campo dalle privatizzazioni (producendo tra l’altro elevati debiti che ricadranno sulla collettività) e culminato nel disastro di Genova, non fossero motivi sufficienti per respingere la malsana idea neoliberista e privatistica delle privatizzazioni.

La verità è che si è capovolto il problema. Si parte dall’idea che esista in natura una legge di mercato, laddove, come già insegnava Aristotele, la disciplina del mercato è creata dalla legge.

In sostanza la legge non riconosce e garantisce le cosiddette leggi naturali del mercato, ma pone le linee costitutive del mercato stesso. Nel sistema menzognero del neoliberismo si cerca di scaricare le responsabilità sulla burocrazia senza tener conto che proprio le privatizzazioni pongono il presupposto per una collusione tra poteri economici, politica e burocrazia.

È da sottolineare inoltre che quanto intascano i gestori del servizio pubblico non serve al miglioramento del servizio stesso, ma a un ulteriore arricchimento delle società in questione. La famiglia Benetton dice che ricostruirà il ponte di Genova in ferro. Intanto ha già acquistato da tempo tutto il territorio di Maccarese, non si sa con quali emolumenti, per costruire altre tre inutili piste aeree a Fiumicino.

Sta succedendo in Italia quanto emblematicamente accaduto in Russia allorché i beni dello Stato sono passati a poche famiglie, divenute ricchissime, mentre il popolo langue nella miseria.

È arrivato il momento di ricostruire l’Italia, spezzettata nelle mani di pochi oligarchi, poiché l’intero territorio italiano appartiene al popolo a titolo di sovranità, mentre l’iniziativa economica privata e la proprietà privata sono riconosciute e garantite dalla legge soltanto per il perseguimento dell’utilità sociale. Lo impongono gli articoli 41, 42 e 43 della Costituzione.

I beni e servizi pubblici devono tornare alla proprietà collettiva del popolo

Sarebbe un avvenimento di grande portata politica ed economica che i beni e servizi pubblici essenziali tornassero la da dove sono venuti: e cioè nella proprietà collettiva e sovrana del popolo. Lo impongono gli articoli 41, 42 e 43 della Costituzione.

Significherebbe passare da un sistema predatorio neoliberista  (il quale con una politica  ottusa e balorda dona ai privati le fonti di ricchezza del popolo italiano, ricevendo in cambio solo disastri, disservizi e danni)  a un sistema economico produttivo di stampo Keynesiano che assicura agli italiani l’utilizzo in proprio delle fonti di produzione di ricchezza nazionale.

Il professor Maddalena cita l’Islanda, la quale tornando alle nazionalizzazioni è uscita definitivamente dalla crisi.

 

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Gli Art. 41 – 42 e 43 della Costituzione.

Gli Articoli che riguardano la Libertà d’impresa, sia privata che pubblica devono essere ridefiniti per Principio e per i Limiti economici, per evitare deformazioni assolutistiche.
Gli Articoli sono formulati in modo ambiguo e non di Principio e Metodo, potete esaminarli.

Art. 41.

L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

 

N O T E

  1. La libertà in esame si sostanzia nella possibilità sia di scegliere se intraprendere o meno un’attività economica sia nella libertà di scegliere quale attività esercitare.
  2. I limiti al privato, quindi, si pongono nella fase dell’esercizio dell’attività (liberamente) scelta. Secondo alcuni il comma in esame contiene una riserva di legge implicita poichè, enunciati questi limiti, essi devono essere concretamente specificati da una legge ordinaria. In ogni caso, essi sono espressione di valori costituzionalmente rilevanti, come il diritto alla libertà di cui all’art. 13 Cost.; quello alla sicurezza, che comprende anche il diritto alla salute (art. 32 Cost.); quello alla dignità sia dei lavoratori (art. 35 Cost.) che dei consumatori, destinatari, questi ultimi, anche di un’apposita tutela sia a livello comunitario (art. 38 della Carta fondamentale dei diritti dell’Unione Europea) che nazionale (d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206, c.d. Codice del consumo).
  3. Da questo comma emerge la tendenza del costituente ad introdurre una forma di economia mista, pubblica e privata, in cui, cioè, lo Stato non si limita a porre delle norme di regolamento ma interviene in qualità di soggetto imprenditore, sia costituendo imprese sia assumendo il controllo, totale o parziale, di imprese già esistenti. Tuttavia si tratta di una situazione che ha caratterizzato il periodo dal secondo dopoguerra agli anni ’90, a partire dai quali si è assistito ad un processo esattamente opposto: la dismissione delle partecipazioni statali detenute ed, in generale, una tendenza a privatizzare le imprese pubbliche.
  4. Con questa norma il costituente ha voluto realizzare una sintesi tra la libertà di iniziativa economica e la necessità che questa non sia assoluta ma tenga conto dei limiti di legge e venga esercitata in un’ottica solidaristica.

 

Art. 42.

La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.
La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

 

N O T E

 

  1. A livello comunitario la proprietà privata è disciplinata dall’art. 17 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Questa disposizione, da un lato è accostabile all’art. 832 c.c., in quanto specifica parte dei poteri di cui gode il proprietario; dall’altro include, al secondo comma, anche la proprietà intellettuale, che nel nostro ordinamento è disciplinata solo da legge ordinaria.
  2. In particolare, questa “funzione sociale” sarebbe espressione di più principi: non solo, in senso lato, quello solidaristico (art. 2 Cost.) ma anche quello lavoristico (art. 4 Cost.) nonchè di tutela del patrimonio storico ed artistico di cui all’art. 9 Cost. . Di fatto, si ritiene oggi che non si possa parlare “della proprietà” bensì “delle proprietà” atteso che ne esistono diverse tipologie, accomunate solo dalla disciplina codicistica di base (art. 810 ss. c.c.).
  3. L’ultima parte del periodo persegue la “funzione sociale” della proprietà, accessibile a tutti in base al principio cardine di eguaglianza di cui all’art. 3 Cost.. Infatti, si noti come il costituente abbia previsto dei limiti all’estensione della proprietà terriera (art. 44Cost.), nonchè forme di tutela del risparmio teso a conseguire questo tipo di diritto (art. 47 Cost.). A livello di legge ordinaria si considerino, ad esempio, le normative che introducono misure di favore (come mutui agevolati) per l’acquisto della prima casa.
  4. Quanto al concetto di espropriazione le maggiori problematiche riguardano l’occupazione appropriativa (con la quale la Pubblica Amministrazione prima occupa un fondo e poi, realizzatavi un’opera di pubblica utilità non removibile, ne acquista la proprietà a titolo originario) e l’occupazione usurpativa (che si verifica quando, per varie cause, l’acquisizione è illegittima sin dall’inizio e non viene sanata). In seguito ad un contenzioso, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha affermato che entrambe queste forme di espropriazione non sono ammesse perchè violano il principio di legalità di cui all’art. 1 del Protocollo alla CEDU. Oggi la questione è regolata dall’art. 43 del D.P.r. 327/2001.
    In ordine all’indennizzo solo di recente, con il D.P.R. 327/2001, esso è giunto ad integrare i requisiti di “serietà, congruità ed adeguatezza”.
    A livello comunitario l’espropriazione, così come, in generale, il diritto di proprietà sono disciplinati dall’art. 17 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
  5. Con la Costituzione si scelse di porre la proprietà tra i diritti economici, e non più tra quelli fondamentali del singolo (come previsti dallo Statuto Albertino all’art. 29), nonchè di stabilire che essa doveva avere funzione sociale. Lo scopo del legislatore era quello di ricondurla entro una dimensione non più individuale ma, appunto, globale e strettamente economica.

 

Art. 43.

A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

N O T E

  1. La norma disciplina le c.d. collettivizzazioni o nazionalizzazioni che, secondo la norma, sono soggette a riserva di legge rinforzata, considerando che la scelta di realizzarle spetta al legislatore ma secondo quanto indicato dalla presente norma. Esse possono avere ad oggetto solo imprese, vale a dire aziende che tendono, quantomeno, alla parità tra costi ed entrate. Nei fatti, le nazionalizzazioni hanno avuto scarsa diffusione, essendo l’unica ipotesi contemplata dall’ordinamento quella della l. 6 dicembre 1962, n. 1643 che, costituito l’ENEL, gli ha trasferito le imprese relative alle funzioni elettriche. L’ordinamento tende, infatti, a stimolare la libera concorrenza.

  2.  Anche a livello comunitario si devono registrare le due opposte tendenze di ammettere le collettivizzazioni e di incentivare la concorrenza. Infatti, l’art. 36 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea garantisce la possibilità, al fine di mantenere la coesione comunitaria, che tutti accedano a determinati servizi, considerati essenziali, secondo le disposizioni dei singoli ordinamenti. Al contempo, il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea contiene una normativa chiaramente volta a garantire la libera concorrenza (artt. 26, 101 ss. e 107 ss. TFUE). Pur se operano su due piani parzialmente diversi, si tratta di discipline che esprimono concetti opposti.

  3. La possibilità che si realizzino collettivizzazioni si spiega considerando che si tratta di settori (energia ecc.) che producono servizi i quali devono essere garantiti a tutti, ciò che potrebbe non accadere se vi fosse totale privatizzazione, atteso che le aziende private tendono, di regola, solo alla realizzazione del profitto.

Scrive, invece, Mauro Mezzetti Sforza:

Dopo le esperienze di manipolazioni mentali del 900, ad opera di ideologie assolutistiche, sostenute da poteri economici assoluti, in alcuni settori, si è previsto, nel dopoguerra, di non consentire ad alcuno, di accumulare ricchezze, in uno o più settori, nella misura del 32 % circa, per evitare una concentrazione lesiva della libertà di mercato e degli altri concorrenti, cioè lesiva della Libertà sociale e politica.
L’affermazione deve essere di Principio e per Legge, senza ambiguità e contraddizioni nella stesura, cosa normale nelle Democrazie Europee, evitato dall’Italia Clero-comunista – socialista.

Equivalente a scrivere che :
Art. 41 : La Libertà delle iniziativa d’impresa è principio sociale inalienabile, nei Limiti della Libertà di mercato e della libera concorrenza, equivalente al 31 %  della quota mercato,a parità di condizioni, in altri settori dopo il primi solo la metà del 31 %.
La proprietà privata non può in alcun modo essere ceduta ad uno Stato assoluto religioso.
La proprietà privata ha obbligo di tutelare il territorio dove opera, congiuntamente allo Stato.
La proprietà privata come quella pubblica sono soggette a controlli degli enti di Stato della Sanità e Finanza.
La Proprietà privata non deve oltrepassare i limiti di Legge, pena l’espropriazione delle quote in esubero, o l’espropriazione totale se l’attività diventa sovversiva del mercato.
Così viene eliminato l’Art. 42.
L’Art. 43 è antidemocratico in assoluto. Se vi è espropriazione delle proprietà è in funzione di una ricollocazione nel mercato secondo proporzionalità di quote di mercato, non per un controllo gestionale delle imprese ,da parte dello Stato.
Lo Stato democratico non si può arrogare il diritto di monopolio, se non in 2 soli casi al 51 %, ed essi sono la Scuola e la sanità, ed ovviamente i segreti di Stato per la difesa interna del paese.

Pertanto la definizione prolissa ed ambigua, che evita affermazioni di Principio sulla Libertà  sociale ed economica  dei cittadini, rimane una arretratezza italiana che non si confronta con la realtà storica del 900 Europeo, e, con 2 guerre mondiali, per arretratezze sociali ed ideologie.

Dopo oltre 70 anni di ininterrotto sviluppo tecnico e sociale, le Leggi italiane sono improntate ad un rifiuto della libertà dei mercati, e di conseguenza del ruolo dello Stato come regolatore dei fini ed obiettivi, quindi nel modo più assoluto lo Stato non deve essere gestore e controllore per privilegio di ruolo.
La conclusione: Libertà, eguaglianza e proporzionalità = Democrazia
La crescita tumultuosa delle popolazioni  del pianeta, negli ultimi 50 anni pone non pochi problemi.

1989.- L’ACCORDO TRA PUTIN ED ERDOGAN RIVELA IL DESTINO DI IDLIB E DELLA SIRIA

Abbiamo atteso con ansia gli sviluppi dell’attacco missilistico terroristico occidentale alla Siria e ai russi, di pochi giorni fa. Ci siamo chiesti a chi avremmo inferto le sanzioni questa volta; invece, da parte di Putin, tutto è finito in un mirabile NOTAM, tecnicamente, un AVVISO AI NAVIGANTI con cui si annunciano le restrizioni degli spazi aerei:

mercoledì 19 settembre. Difesa.
NOTAM della Marina della Federazione Russa: AVVISO AI NAVIGANTI. Pubblicata la “Zona di non-volo” intorno Israele e sul Mediterraneo: se gli F-16 IAF vogliono proprio volare sulla Siria, lo facciano al di sopra di 19.000 piedi (sopra 5.790 metri). In caso contrario, missili S-300 e S-400 entreranno in azione.
Il NOTAM si rivolge a tutti, anche alla US NAVY e all’ U.S. AIR FORCE. 15 morti a tradimento hanno un prezzo. I russi, invece, hanno avuto un solo minuto da Israele per spostare il loro aeroplano.

Leggiamo una sintesi commentata dei molti contributi di “Occhi della Guerra” alla conoscenza della guerra siriana, tassello di una ben più grande competizione nel Medio Oriente. Leggiamo un capitolo alla volta.

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Idlib è soprannominata, la madre di tutte le battaglie. Qui, si doveva o, chissà, si dovrà decidere il conflitto in Siria. È qui che i ribelli si sono rifugiati dopo le avanzate dei governativi ad Aleppo, a Deir Ezzor, nella Ghouta orientale e, infine, nella provincia di Daraa. È qui, nel nord del Paese, che si fronteggiano per la battaglia finale i governativi e i ribelli; ma è anche qui il punto critico dell’asse tra Vladimir Putin Recep Tayyip Erdogan.

L’esercito siriano vuole ritornare a controllare la provincia dopo quasi cinque anni di assenza. Le forze di Assad vengono da una serie di successi militari e politici che hanno determinato la possibilità di poter disporre, attorno la provincia di Idlib, molti uomini e mezzi. Tra febbraio e luglio il governo di Damasco ha recuperato il territorio della regione della Ghouta, così come per intero la provincia di Daraa. Questo ha fatto sì che quasi l’intero potenziale dell’esercito siriano adesso è disponibile per essere schierato e per riprendere Idlib.

Dall’altra parte, c’è una variegata galassia islamista divisa ed in lotta da anni. Oltre a Tahrir Al Sham, che indubbiamente appare il gruppo più pericoloso anche se gli analisti smentiscono la presenza di 10.000 uomini della milizia ad Idlib, vi sono sigle quali Nour al-Din al-Zinkie l’islamista nazionalista Ahrar al-Sham. Questi gruppi sono accreditato molto vicini ad Ankara: definiti più “moderati” rispetto ad Al Nusra, tuttavia le loro posizioni appaiono islamiste ed orientate verso la guerriglia. La Turchia sembra aver mantenuto “a bada” questi gruppi in questi anni, in cambio del via libera alla guerra voluta da Erdogan contro i curdi a nord di Aleppo. Ed ecco per l’appunto che qui entrano in gioco le forze internazionali. La Siria conta ovviamente sull’alleato russo, così come su quello iraniano: sia Mosca che Teheran hanno punti di osservazione militari ed umanitari attorno i confini della provincia di Idlib. La Turchia, dal canto suo, ha soldati e mezzi schierati in altri punti di osservazione, ma all’interno della provincia di Idlib.

L’importanza di Idlib per la Russia

Dal punto di vista russo, la riconquista della sacca di Idlib è fondamentale. Idlib è il capoluogo di una provincia che confina con quelle di Aleppo, Latakia, Hama, ma soprattutto con la Turchia. Il suo territorio è incastonato tra la costa, la metropoli più importante della Siria e la frontiera turca. Un territorio strategico, quindi, dove, non a caso, ha attecchito nel 2012 la guerriglia dei ribelli siriani, poi trasformatasi in una guerra vera e propria. Le prime rivolte interne alla Siria si hanno nel profondo sud della provincia di Daraa, ma i primi episodi di aggressione alle istituzioni dello Stato siriano si hanno proprio nella provincia di Idlib. E prendere questa provincia ha significato, per le sigle anti Assad, assicurarsi il passaggio di uomini, armi e munizioni dalla Turchia. Ricordate i sette campi di addestramento dell’Isis intorno a Istanbul? Adesso sembra arrivata la definitiva resa dei conti. Sarà una battaglia combattuta dalla diplomazia o dalle armi? Sarà ancora l’arte del compromesso di Vladimir Putin a prevalere? Gli attori in gioco sono, da una parte, Israele e tutto l’imperialismo occidentale, con i suoi alleati, dall’altra, Russia, Siria, Iran, Hezbollah e non dimentichiamo i turchi e i curdi. La Turchia ha da sempre Idlib sotto la sua protezione. Recep Tayyip Erdogan la considera la chiave della sua strategia in Siria. E dopo Afrin e Manbij, è la città nordoccidentale siriana a essere il vero avamposto delle truppe turche e delle milizie islamiche legate ad Ankara, che, da molto tempo, ha istituito una serie di postazioni a Idlib come parte dell’accordo raggiunto l’anno scorso con Russia e Iran. L’obiettivo era evitare che quella parte di Siria fosse oggetti dell’assedio da parte dell’esercito governativo. Ed è un accordo che è servito in qualche modo ad Assad per permettergli di liberare Damasco, le regioni intorno la capitale e infine, concentrarsi sul sud. Erdogan, minaccia di far saltare quell’accordo, perché deve evitare un esodo di massa verso i propri confini e salvaguardare l’incolumità dei propri soldati presenti a Idlib. Poi, ci sono i curdi, il principale problema di Erdogan cha, a fasi alterne, fa da ago della bilancia. Di fatto, il Sultano è un partner di cui nessuno può fare a meno. Se Putin lo molla, i turchi si spostano con gli Stati Uniti. Se gli Usa lo provocano con i curdi, lui si sposta verso Mosca. Erdogan, che era stato definito una mina vagante, entrato nella sfera d’influenza di Mosca, è diventato un soggetto chiave per il futuro e la stabilità politica della Siria e, con lui, i curdi. Il popolo curdo non ha nessuno su cui fare affidamento per combattere con le armi le forze turche.  Assad potrà sfruttare questa curiosa carta curda per avere un asso in più nella manica quando si dovrà discutere del processo di pace, garantendo ai curdi una maggiore autonomia. Quindi, potremmo concludere: garanzie a Erdogan e garanzie ai curdi. C’è, però, un’altro soggetto a complicare “la battaglia” ed è la popolazione di Idlib.

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Il popolo curdo ha sbagliato politica e non ha nessuno su cui poter fare affidamento, tranne, paradossalmente, il suo vecchio nemico turco.

 

Le conseguenze per la popolazione civile

La provincia di Idlib è tra le più densamente popolate della Siria. Un milione e mezzo di abitanti, a cui bisogna aggiungerne altrettanti arrivati da altre zone del paese. Di questi, almeno un milione si è già spostato più volte durante i sette anni in cui la Siria è stata coinvolta nel conflitto.

Stefanie Dekker di Al Jazeera riferisce che, ora, alcuni di loro stanno nuovamente facendo armi e bagagli, cercando sicurezza per se stessi e per le loro famiglie mentre le forze del regime, sostenute dal loro alleato russo, sono alle porte di Idlib.

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M.60 e M.113  turchi. L’esrcito turco schiera i mezzi assegnati alla NATO.

Questi tre milioni fra abitanti e sfollati, sono racchiusi in un fazzoletto di terra stretto tra la Turchia, Latakia, Hama ed Aleppo. In caso di battaglia prolungata, tra bombardamenti e combattimenti di terra, i civili avrebbero rischiato di trovarsi nel mezzo del conflitto e non si sarebbero contate le vittime. Quella di Idlib non è una battaglia per le armi, è l’inizio di una conferenza per la pace e sarà necessario addivenire a una seri di compromessi. Perciò, ci auguriamo, sarà combattuta o si sta già combattendo con la diplomazia.

Cosa prevede l’accordo

Tutto dipenderà anche dall’evoluzione della guerra perché la battaglia di Idlib non ci sarà, almeno nelle prossime settimane, ma l’offensiva dell’esercito governativo è solo sospesa senza particolari indicazioni sul futuro.

“Abbiamo deciso – ha detto il presidente Putin – di creare una zona cuscinetto di 15-20 chilometri, entro il 15 ottobre, lungo la linea di contatto tra le forze governative siriane e i gruppi ribelli. La fascia sarà pattugliata da militari turchi e russi. L’accordo prevede anche l’espulsione dalla provincia di Idlib delle formazioni jihadiste, mentre i turchi, con l’assenso di russi e iraniani potranno continuare a far guerra alle forze curdo-siriane, che sono state determinanti nella sconfitta dell’Isis nelle province settentrionali.“ 

Alcuni gruppi deporranno le armi, come accaduto in alcune zone della provincia di Daraa, la battaglia non ci sarà e molte vite saranno risparmiate. Un proposito difficile , visto che in meno di tre settimane si dovrebbe raggiungere una pacificazione fra parti che non sembrano intenzionate a trovare una via di dialogo. Ed è difficile credere che i terroristi cedano le armi.

Più in dettaglio, L’accordo di Sochi prevede per prima cosa la creazione di una zona demilitarizzata di circa 20 chilometri che divide le forze ribelli da quelle di terra dell’esercito russo. Al confine di quest’area, soprattutto nelle principali arterie autostradali che collegano Hama, Aleppo e Latakia, ci saranno pattugliamenti congiunti di militari russi e turchi. Un’opzione particolarmente importante visto che si tratta di eserciti appartenenti a due blocchi contrapposti: quello russo e quello Nato, di cui la Turchia fa parte. All’interno di quest’area, “tutti i carri armati, i lanciarazzi Mlrs (Multiple Rocket Launch Systems), l’artiglieria pesante e i mortai appartenenti alle parti in conflitto verranno ritirati” entro il 10 ottobre.

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La provincia di Idlib è per la Russia il crocevia degli obiettivi nella guerra in Siria. Il primo, chiaramente, è che a Idlib si concluderà la riconquista dell’Occidente siriano da parte dell’esercito, che significa la vittoria di Bashar Al Assad.

La posta in palio ad Idlib è molto alta: potrebbe di fatto rappresentare l’ultimo atto della guerra in Siria. Liberare Idlib dal terrorismo consente la stabilizzazione di tutta la regione prossima alle basi russe in Siria: Latakia, Tartous e Khmeimim sarebbero libere da nemici che da tempo minacciano e tentano di colpire le basi, in particolare attraverso l’utilizzo di droni: Una minaccia costante. Ricorderete che nella notte tra il 27 e il 28 luglio, la Russia comunicò di aver neutralizzato un drone partito da un avamposto ribelle. I  droni diretti verso la base delle forze russe di Khmeimim partivano dalla provincia siriana, non lontana dal confine con la Turchia.  Da un punto di vista logistico, il governatorato di Idlib è posizionata tra le basi russe e Aleppo, altra città fondamentale nello scacchiere siriano.

Quindi, per i russi, la partita non può essere soltanto a livello territoriale.  Idlib rappresenta il nucleo dell’impegno militare russo nel Paese, che ha avuto tre obiettivi:

  • mantenere Assad al potere,
  • mantenere le basi russe nel Mediterraneo orientale,
  • rendere la guerra la tomba per migliaia di terroristi che, come foreign fighter, hanno raggiunto il Paese per unirsi allo Stato islamico.

La strategia russa poggia sull’arte del compromesso di Vladimir Putin e può essere l’unica percorribile ora che la vittoria è alla sua portata di mano.

L’attacco terroristico di Israele, Stati Uniti e Francia alle basi di Latakia, Tartous e Homs del 17 settembre  culminato nell’abbattimento dell’Ilyushin-20  ha rischiato di compromettere, ma non ha segnato, la strategia russa nella guerra in Siria.

Putin ha combattuto una doppia guerra. Da un lato quella sul campo, in cui ha sostenuto e continua sostenere l’esercito di Damasco. Ma dal’altro lato, c’è un’altra partita, anche più complessa, che è quella diplomatica. In cui Putin deve riuscire a dirimersi fra interessi del tutto contrapposti e tutto per salvare la sua strategia siriana.

Tra Iran e Israele

I rapporti con Israele sono sotto questo profilo emblematici. Tra Benjamin Netanyahu e Putin si è costruito nel tempo un rapporti consolidato ed estremamente valido che ha permesso, per anni, di evitare incidenti come quello avvenuto lunedì scorso. La posizione di Putin non è affatto semplice: deve mediare fra istanze del tutto contrapposte.

Da una parte ha l’Iran, suo alleato sul campo, che non ha alcun interesse a ritirarsi dalla Siria visto che è la potenza che per prima si è impegnata nel conflitto al fianco di Assad. Dall’altra parte ha Israele, storico partner russo, che pur mettendo in difficoltà Mosca con i raid che hanno colpito incessantemente la Siria dall’inizio della guerra, è riuscito a creare un canale diretto diplomatico e militare proprio con il Cremlino.

Tali e tanti sono gli interessi in gioco in Medio Oriente, che Putin è riuscito a celebrare l’assassinio dei suoi 15 aviatori con un’altra vittoria: non si è fatto trascinare in una escalation militare, lui, che da vincitore avrebbe tutto da perdere.

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L’F-16 che si è fatto ombreggiare dall’Ilyushin, attirandogli il fuoco dell’antiaerea siriana è costato a Tel Aviv la fine dei raid con cui ha colpito incessantemente la Siria dall’inizio della guerra. Un altro passo verso la pace per Putin e Assad e un’altra garanzia da dare questa volta a Israele contro l’Iran e contro gli Hezbollah.

Il risultato di questo compromesso è stato, finora, l’allontanamento delle milizie legate a Teheran fino a 80 chilometri dal confine siriano con lo stato ebraico. Dall’altro lato, Israele ha interrotto il sostegno ai ribelli del Sud e smesso di bombardare per fare in modo che Assad riconquistasse Daraa e Quneitra. Un compromesso che però non sembra valere per il resto della Siria, dove i raid israeliani, proprio per questo motivo, sono continuati fino a lunedì scorso.

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Da un punto di vista logistico, il governatorato di Idlib è posizionata tra le basi russe e Aleppo, altra città fondamentale nello scacchiere siriano.

Come con Israele, anche con la Turchia quando, nel novembre 2015, l’F-16 della Türk Hava Kuvvetleri, sotto controllo NATO, abbattè il Sukhoi Su-24M russo sul confine.  Anche quella volta, molti temettero che la guerra avrebbe coinvolto su fronti contrapposti i due Stati. Ma anche in quel caso, la realpolitik prevalse sui venti di guerra. Perché è chiaro che Mosca avrebbe potuto reagire: ma come con Israele, le conseguenze di uno scontro militare sarebbero state del tutto imponderabili e controproducenti.

E il Golan? 

Resta aperta la questione del Golan, formalmente siriano e dal 1967, occupato dagli israeliani. Il presidente Bashar al Assad ha dichiarato che vuole ricostituire l’unità del territorio siriano e l’esercito siriano sembra intenzionato a completare l’opera visto che da tempo considera la riconquista del Golan come uno degli obiettivi dell’offensiva per liberare il Paese dalle ultime sacche jihadiste. Forse, proprio per questo decisionismo di Damasco e dopo l’occupazione siriana di un avamposto abbandonato dall’Undof, questa ha deciso di riprendere il controllo del Golan con il ritorno delle truppe irlandesi nella zona: unico modo per evitare l’intervento di Israele e, al contempo, fermare l’esercito siriano.  L’agenzia siriana Sana ha riferito, comunque, che due missili israeliani hanno colpito un obiettivo vicino all’aeroporto internazionale di Damasco. Secondo l’agenzia di stampa, non sono stati segnalati feriti o danni. L’Osservatorio siriano per i diritti umani (da Londra) ha affermato che l’obiettivo fosse un deposito di armi appartenente a Hezbollah. Israele, dopo la guerra dei sei giorni, prese possesso delle alture del Golan e ne pretende il controllo nonostante le risoluzioni Onu contrarie, ha motivi molto pragmatici. Quell’area a est del lago di Tiberiade rappresenta un tassello fondamentale per chiunque voglia avere il controllo della regione. Una prima ragione è di natura strategica. Incastonato fra Israele, Siria e Libano, il Golan ha una posizione invidiabile. Avere il controllo dei suoi rilievi, permette di avere il controllo a ovest su Tiberiade e parte della Galilea, e a est sulla pianura che scende fino a Damasco. Inoltre, riuscire a posizionare un avamposto militare sul monte Hermon (in arabo Jabal al-Shaykh) significa ottenere una torre da cui controllare i movimenti del nemico. Militarizzare le alture serve a monitorare tutto.

Ma controllare le alture del Golan si traduce soprattutto nel controllare uno dei più grandi serbatoi idrici del Medio Oriente. E controllare l’acqua di una regione significa avere un potere contrattuale immenso su tutti gli Stati limitrofi (chiedere alla Cina e alle gigantesche dighe che sta costruendo).

Per l’agricoltura israeliana, avere accesso diretto alle acque del monte Hermon è fondamentale. Basandosi su un modello intensivo, ogni goccia d’acqua è essenziale. Secondo alcune stime, le acque del Golan forniscono a Israele un terzo del fabbisogno idrico del Paese. Già solo questo motivo rende chiaro perché Israele teme qualsiasi tentativo di riconquista da parte della Siria.

L’acqua è un bene primario (tanto più per un Paese devastato dalla guerra) e l’economia siriana necessita di un approvvigionamento idrico costante . Inoltre, i cambiamenti della produzione agricola, specialmente nelle regioni meridionali, con la scelta del cotone al posto di altre piantagioni, hanno modificato radicalmente l’esigenza idrica del Paese, che è aumentata a dismisura. E ora la Siria vorrebbe quell’acqua di cui è stata privata.

Oro blu che, fra l’altro, è diminuito anche per via delle recenti dighe costruite dalla Turchia sull’Eufrate. La militarizzazione delle dighe e il controllo su uno dei fiumi fondamentali per il Medio Oriente ha di fatto consegnato a Recep Tayyp Erdogan un interruttore sull’economia della Siria e dell’Iraq. E vale lo stesso discorso fatto per il Golan. Chi ha in mano l’acqua, controlla la vita dei suoi vicini.

Non manca il petrolio e nel 2014 è stata incaricata dal Comitato israeliano per la pianificazione e la costruzione delle regioni settentrionali l’israeliana Afek Oil and Gas, parte della società statunitense Genie Energy, che vanta un comitato di consulenti costellato da ex funzionari di governo degli Stati Uniti (due fra tutti Dick Cheney, ex vicepresidente Usa, e R. James Woolsey Jr., ex direttore della Cia).

Finora i problemi delle trivellazioni sono stati due: la presenza dell’acqua del Golan, fonte imprescindibile per la popolazione israeliana e, evidentemente, ma soprattutto la sovranità della regione. Le alture del Golan sono state annesse unilateralmente da Israele ma nessuno le riconosce come territorio israeliano. L’Onu ha più volte intimato di abbandonare il territorio e gli stessi americani sono stati sempre molto cauti nel dare l’ok a questa situazione. Ma Israele non si è mai interessato a questo “particolare”. E tra milioni di metri cubi di acqua e potenziali milioni di barili di petrolio, si capisce il motivo per cui quelle alture saranno sempre difese dalle forze armate israeliane. E perché la Siria se ne senta legittimamente defraudata.

Meno male che abbiamo Vladimir Putin.

1982.- LA SOCIETA’ DEI PIRLACCIONI

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LA PIANIFICAZIONE DELL’OPERAZIONE È STATA CARENTE.

IL PREZZO CHE PAGHIAMO PER AVER LASCIATO I PREDONI D’UNA FINTA SINISTRA IMPOSSESSARSI DELLO STATO PER MERI FINI DI LUCRO È ANCHE QUESTO: SIAMO UN PAESE SENZA LEGGE.

QUANDO PRESTAVO LA MIA CONSULENZA AL GOVERNO ALBANESE UN MINISTRO MI DISSE: “MARIO, SIETE UN POPOLO DI COGLIONI.

DA VOI SI PUÒ FARE CIÒ CHE SI VUOLE.” QUATTRO GIUDICONZOLI DEL PARTITO HANNO EVIRATO LE FORZE DELL’ORDINE, UN PÒ COOPTANDO I LORO CAPI, UN PÒ COSTRINGENDOLE A DIFENDERSI PER ANNI IN TRIBUNALE A SPESE DELLE FAMIGLIE.

COME HA DETTO A SALVINI IL LUSSEMBURGHESE? TUTTI INSIEME: “MERDE!!!”

 

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Il caso di avaria dell’aeroplano non era stato oggetto della pianificazione del Viminale, così, non è rimasta altra chance che rimandarli a spasso con un pezzo di carta in mano.

Titola Ginevra Sorrentino:

“E due: i migranti tunisini che hanno schivato il rimpatrio sono spariti nel nulla

Spariti anche loro, i 17 tunisini sbarcati come i 40 migranti sbarcati dalla Diciotti accolti dal Vaticano e spariti dal centro d’accoglienza di Rocca di Papa. Come i tanti di cui non si hanno misteriosamente notizie in fuga da strutture del Belpaese verso destinazioni ignote e vite vissute all’insegna della clandestinità. Come quelli che svaniscono nel nulla e poi vengono temporaneamente rintracciati a Ventimiglia dove finiscono per svanire nel nulla definitivamente, anche gli immigrati che avrebbero dovuto imbarcarsi a Fiumicino e tornare in Tunisia sono tornati liberi nonostante l’obbligo di essere rimpatriati: causa un guasto all’aereo che avrebbe dovuto riportarli a casa.

Spariti nel nulla i migranti tunisini che dovevano essere rimpatriati

La vicenda ha un che di tragicomico se non fosse che affonda il coltello nella piaga d’una situazione a dir poco incistata e che nella tarda mattinata di giovedì 13 settembre – quando i migranti nordafricani, scortati da alcuni agenti di polizia all’aeroporto Leonardo Da Vinci di Fiumicino, erano pronti a rimpatriare – ha raggiunto apici grotteschi. Già perché dopo i preparativi e le procedure d’imbarco sul volo maltese che avrebbe dovuto raggiungere Palermo, prima, e Hammamet, poi, un guasto all’aereo che avrebbe dovuto riportarli indietro a casa loro ha interrotto il viaggio e vanificato gli sforzi diplomatici del Viminale impiegati per convincere le autorità tunisine a riprendersi i migranti sbarcati in Sicilia giorni prima.

Così  gli agenti, decisi ad evitare di incorrere nell’accusa di sequestro di persona (sciocchezza: il trattenimento finalizzato al rimpatrio è nella legge che ha recepito la direttiva Ue 2008/115/CE. ndr), e costretti dalla indisponibilità (non verificata prima di dare inizio all’operazione. ndr) di posti nei centri d’accoglienza in cui ricollocare gli ultimi arrivati, non hanno potuto far altro che rilasciare il gruppo, con tanto di ordine del Questore che li obbliga a lasciare il Belpaese entro e non oltre 7 giorni e con i loro mezzi: pena un’ammenda fino a 20mila euro che molto difficilmente verrà pagata dallo straniero irregolare beccato a trasgredire un provvedimento di cui avrà certamente già fatto carata straccia.

Un guasto all’aereo ha permesso di lasciarli a spasso in Italia. E ora…

A questo punto, gambe in spalla e una certa libertà di movimento hanno fatto il resto: e secondo quanto ipotizzato tra gli altri da il Tempo nelle scorse ore, «i tunisini rimessi in libertà grazie al guasto dell’aereo avranno già raggiunto la frontiera e magari azzardato il superamento del confine. Diversamente, invece, saranno nascosti chissà dove», a spasso per le strade delle nostre città che avrebbero dovuto abbandonare con tanto di foglio di via, pronti anche ad essere intercettati e fermati dalle forze dell’ordine, illegittimamente in giro per il Belpaese con un foglio di via o addirittura con più provvedimenti a carico: tanto uscire da situazioni come queste è facile come fuggire dai centri d’accoglienza e sconfinare a Ventimiglia…”

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T ranquilli, sono liberi e sani. La TBC la prendono da noi.

 

1970.- IN ARRIVO IL DECRETO CHE DICE BASTA AI RICORSI DEI MIGRANTI

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Annamaria Villafrate, avvocato civilista e redattrice dello Studio Cataldi, ha seguito particolarmente questo schema di decreto. Oggi titola: “Basta avvocati gratis per i migranti”. Tra le novità del decreto in arrivo lotta ai ricorsi dei migranti che, difesi gratuitamente dagli avvocati, intasano i tribunali e pesano sui contribuenti.
In attesa del testo definitivo del decreto migranti, si fa un gran parlare di migranti, uno dei temi più caldi del provvedimento.
C’è un punto però, anticipato dal Ministro Salvini nel giugno scorso, che riaccende le polemiche, ossia l’eliminazione della reiterazione delle impugnazioni da parte dei migranti che si sono visti respingere le richieste d’asilo.
Il patrocinio gratuito garantito in questi casi ai migranti, aveva dichiarato Salvini al Corriere della Sera non fa che arricchire “la lobby degli avvocati d’ufficio”, intasare le aule dei Tribunali e pesare sui contribuenti.
Nelle intenzioni già dichiarate dal ministro, la disciplina si pone l’obiettivo d’intervenire sul fenomeno migratorio perché, si legge nella relazione al testo, esiste una sproporzione tra il numero dei riconoscimenti delle forme di protezione internazionale e il numero dei rilasci dei permessi di soggiorno, il cui numero cresce, anche a causa delle concessioni dell’autorità giudiziaria successive ai ricorsi amministrativi contro le decisioni di rigetto. Questo non significa non concedere più permessi di soggiorno, ma limitarsi a casi speciali (malattia, stato di calamità del Paese di origine, finalità premiali per atti civici di rilievo), riservando i programmi d’integrazione solo ad alcuni, come i minori non accompagnati e i titolari di protezione internazionale. Linea dura contro i migranti che delinquono in Italia, per i quali è prevista, per i reati più gravi, la revoca della cittadinanza. Più controlli anche alle frontiere, dove è possibile procedere nei confronti di chi ha tentato o è riuscito a eludere i controlli.
Andiamo a esaminare come Villafrate aveva presentato, nel dettaglio, le novità del decreto Salvini sui migranti:

– Permessi di soggiorno umanitari
– Permesso di soggiorno solo in casi speciali
– Programmi d’integrazione
– Protezione internazionale
– Cittadinanza
– Spese di giustizia: no avvocati gratis

PERMESSI DI SOGGIORNO UMANITARI.

Il decreto Salvini si pone, prima di tutto, l’obiettivo di abrogare la tutela umanitaria dei migranti, considerato che, pur essendo prevista in casi eccezionali, di fatto è la forma di beneficio più riconosciuto a livello internazionale. La causa del continuo e costante aumento del rilascio dei permessi di soggiorno è determinata dalla eccessiva genericità della formula utilizzata nella norma che disciplina questa misura e che consente, da parte dei soggetti abilitati alla concessione, un’interpretazione estensiva, in contrasto con le effettive esigenze umanitarie “temporanee”.
Nell’articolo di oggi, che riportiamo, Villafrate si sofferma su questi punti: Decreto migranti: lotta ai ricorsi; Addio avvocati e consulenti gratis per i migranti; le altre novità del Decreto.
Infine, ci siamo soffermati su quelle misure, in particolare, destinate a incidere positivamente sulle spese di giustizia. Poiché, nelle intenzioni del Governo, il Decreto ha anche per obiettivo di recuperare risorse utili a meglio garantire l’assistenza sociale, vale a dire, un adeguato tenore di vita anche al cittadino che è titolare di un reddito inferiore ad una certa soglia e non può procurarsi altre entrate: invalidi, disoccupati involontari e, quanti altri rientrano nel dispositivo dell’articolo 38 Costituzione, che trovate, annotato,qui in calce.

NOSTRA NOTA
Assistenza sociale e previdenza sociale: il ruolo dello Stato.
L’ordinamento pone a carico dello stato l’obbligo di garantire un adeguato benessere socio-economico ai cittadini, che significa attivarsi concretamente, mediante appositi interventi erogati per sostituire, integrare oppure ripristinare la capacità economica di ciascuno. A ciò concorrono gli istituti di assistenza e previdenza sociale: Il primo, sostanzia il welfare e si rivolge a tutti i cittadini, in generale; il secondo è uno strumento di politica sociale, riservato ai lavoratori e destinato a prevenire condizioni di bisogno di soggetti che siano esposti ed economicamente indifesi, in quanto totalmente dipendenti dal lavoro quotidiano. È, pertanto, uno strumento sostitutivo, che garantisce determinate prestazioni a chi non potrebbe fruirne a causa di eventi lesivi previsti ed individuati dal legislatore.

Per diminuire il ricorso a questa forma di tutela il decreto Salvini priva, pertanto, le Commissioni territoriali e il Questore dei poteri di valutare, le prime la sussistenza “dei gravi motivi di carattere umanitario” e il secondo i “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano.” Alle Commissioni territoriali viene in ogni caso riconosciuto il potere di valutare le condizioni individuali dei richiedenti asilo, ponderando il pericolo a cui andrebbero incontro in caso di espulsione, al fine di garantire una certa elasticità e discrezionalità di analisi.

PERMESSO DI SOGGIORNO SOLO IN CASI SPECIALI

L’abrogazione del rilascio del permesso di soggiorno fa tuttavia salve le ipotesi eccezionali di tutela dello straniero, anche se con precisi limiti temporali, se l’espulsione dovesse violare i principi fondamentali dell’ordinamento italiano e internazionale:

. straniero affetto da problemi di salute di particolare gravità (permesso non superiore a un anno, rinnovabile in caso di eccezionale gravità debitamente certificate);
. Paese d’origine colpito da uno stato di calamità tale da rendere pericoloso il rientro (permesso non superiore a sei mesi e non convertibile in permesso per motivi di lavoro);
. sussistenza di finalità premiali nella concessione del permesso, se lo straniero ha compiuto atti di particolare valore civile (durata del permesso non superiore a due anni rinnovabile, previo parere della Commissione territoriale, non convertibile per motivi di lavoro).
Viene inoltre espunta dalla disciplina dei permessi di soggiorno per motivi umanitari, e riscritta a parte, la regolamentazione di quelli concessi alle vittime di violenza domestica o di sfruttamento lavorativo.

PROGRAMMI D’INTEGRAZIONE

Per razionalizzare le risorse si riservano poi i progetti di integrazione e inclusione sociale ai titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnati, mentre chi richiede asilo verrà ospitato in appositi centri di accoglienza.

PROTEZIONE INTERNAZIONALE

Per gestire più rapidamente le procedure di riconoscimento di protezione internazionale:

. “si introducono disposizioni per contrastare il ricorso strumentale alla domanda di protezione”;
. “si introduce una procedura di frontiera” nei confronti dello straniero fermato per aver cercato di aggirare o sia riuscito a eludere i controlli;
. si istituiscono presso le prefetture le “unità Dublino” per individuare lo Stato competente a esaminare la richiesta.

AMPLIATI I REATI

Non è tutto, il decreto amplia anche il novero dei reati che comportano, in caso di condanna definitiva, la revoca o la negazione della protezione internazionale. Tra gli illeciti previsti, quelli che destano una maggiore allarme sociale, come:

la violenza sessuale;
la mutilazione degli organi genitali femminili;
la rapina;
l’estorsione;
la detenzione, la produzione e il traffico di sostanze stupefacenti;
le lesioni personali gravi e gravissime;
la violenza, la minaccia e la resistenza a pubblico ufficiale;
il furto e il furto in abitazione aggravati dal porto d’armi o narcotici.

CITTADINANZA

Limiti stringenti e controlli più accurati anche sulle richieste di cittadinanza italiana da parte degli stranieri, limitata, in caso di applicazione del criterio dello ius sanguinis, ai discendenti in linea retta di secondo grado, capaci di documentare lo status di cittadino italiano dell’ascendente.

Si eliminano inoltre le disparità uomo – donna per quanto riguarda la disciplina della perdita della cittadinanza, nel rispetto delle censure della Corte Costituzionale a tale trattamento discriminatorio.

REVOCA DELLA CITTADINANZA

Pugno duro contro gli stranieri che delinquono. Il testo prevede la revoca della cittadinanza nei confronti degli stranieri che rappresentano una minaccia per la sicurezza del nostro paese, qualora abbiano riportato condanne per reati di terrorismo ed eversione. Misura necessaria per prevenire le minacce terroristiche, collegate anche ai foreign fighters.

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Seguiamo Annamaria Villafrate anche nel lavoro di oggi:

Decreto migranti: lotta ai ricorsi

Secondo il Ministro il sistema previsto per le domande di protezione è appesantito da un contenzioso gravato ulteriormente dalla previsione di ricorsi reiterati da parte dei migranti. Per Salvini, per scoraggiare il fenomeno dei ricorsi e diminuire i costi per i contribuenti, che di fatto pagano gli avvocati iscritti nelle liste del gratuito patrocinio, è necessario eliminare la possibilità di reiterare l’impugnazione del provvedimento, nel momento in cui il migrante ha completato il percorso per la prima volta.

Addio avvocati e consulenti gratis per i migranti

Nel frattempo, perfettamente in linea con le dichiarazioni di Salvini, l’art 14 del decreto (di cui si allega l’estratto) prevede, al pari di quanto avviene già nel processo penale, che se l’impugnazione, anche incidentale, viene dichiarata improcedibile o inammissibile, nessun compenso deve essere liquidato al difensore.
Ma non è tutto, il secondo comma prevede infatti che non possono essere liquidate neppure le spese relative alle consulenze tecniche di parte, se al momento del conferimento dell’incarico risultavano superflue o irrilevanti ai fini probatori.

Decreto migranti: le altre novità

Il tanto atteso decreto migranti, prevede, inoltre, tra le varie misure in programma:
– l’incremento dei posti nei Centri permanenti per il rimpatrio, con la creazione di nuove sedi in luoghi già individuati (Macomer in provincia di Nuoro, Modena, Gradisca d’Isonzo a Gorizia e Milano) e nelle regioni che al momento non ne dispongono. L’obiettivo è di ospitare 400 unità in più, che si vanno ad aggiungere alle 880 disponibili attualmente;

– il blocco delle richieste d’asilo per chi commette reati e incremento delle ispezioni nei centri di accoglienza;

– lo stop ai rientri in Patria da parte dei rifugiati, che rischia la perdita dello status di rifugiato in caso di permanenza prolungata;

– il contrasto al fenomeno degli sbarchi e delle infiltrazioni di terroristi tra i migranti attraverso la modifica del Regolamento di Dublino;

– la lotta alle occupazioni abusive degli immobili;

– l’aumento dei vigili urbani nella misura di 1600 nel quinquennio 2018-2022;

– la battaglia alle mafie e alle organizzazioni criminali.

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Inoltre, con lo schema di “DECRETO-LEGGE RECANTE DISPOSIZIONI URGENTI IN MATERIA DI RILASCIO DI PERMESSI DI SOGGIORNO TEMPORANEI PER ESIGENZE DI CARATTERE UMANITARIO NONCHE’ IN MATERIA DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE, DI IMMIGRAZIONE E DI CITTADINANZA”, si vuole modificare il testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115., nella parte in cui tratta delle:
– spese di giustizia per i ricorsi dei migranti,
quasi sempre strumentali al prolungamento della permanenza in Italia, nonché pretestuosi e fonte di business per i difensori e i consulenti tecnici di parte civile.
In particolare, l’Art.14 del decreto prevede che non saranno liquidate le spese sostenute per le consulenze tecniche di parte che, all’atto del conferimento dell’incarico, apparivano irrilevanti o superflue ai fini della prova; non sarà liquidato alcun compenso al difensore, quando nel processo civile, l’impugnazione anche incidentale, e dichiarata improcedibile o inammissibile
Si vuole, così, porre un limite al business dei ricorsi dei migranti che, difesi gratuitamente dagli avvocati, intasano i tribunali e pesano sui contribuenti.
Quindi, coerentemente con la politica del ministro di spostare le risorse ingiustificate del business dell’accoglienza a favore degli italiani in stato di bisogno, si da attuazione all’art. 38 della Costituzione, assolutamente disatteso o atteso in maniera insufficiente.
Secondo quanto sostenuto da Salvini, il Decreto pone uno stop al business degli avvocati che si arricchiscono alle spalle dei migranti. Restiamo in attesa del testo definitivo del decreto migranti.

Abbiamo citato l’art. 38 Costituzione della PARTE I – Diritti e doveri dei cittadini → Titolo III – Rapporti economici. L’articolo è a me caro e ne riporto il dispositivo e i commenti annotati dal Brocardi:

Art. 38 Costituzione

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale (1).
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria [2110 c.c.] (2).
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale (3).
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato (4).
L’assistenza privata è libera (5).

Note
“(1) Lo Stato si fa carico in prima persona dell’assistenza sociale, cioè di adottare quelle misure che servono a garantire un adeguato tenore di vita anche a chi è titolare di un reddito inferiore ad una certa soglia e non può procurarsi altre entrate (ad esempio perchè invalido di guerra o inabile al lavoro per malattia). Queste misure si sostanziano, tra gli altri, in corresponsione di pensioni di invalidità e guerra o in agevolazioni per la fruizione di servizi. Anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea si occupa di “sicurezza sociale e assistenza sociale” all’art. 34.
(2) Il secondo comma si occupa della previdenza sociale che, a differenza dell’assistenza di cui al primo comma, concerne i soli lavoratori. Essa si sostanzia in prestazioni economiche e sanitarie per tutelare, oltre che dai rischi lavorativi di infortuni, invalidità ecc., da eventi naturali quali la vecchiaia. Si tratta di una previdenza sociale obbligatoria, che grava in parte sullo Stato ed in parte sui datori di lavoro, salvo che i lavoratori scelgano di integrare queste misure con forme private di tutela. Lo scopo della previdenza sociale è quello di consentire al soggetto una vita dignitosa. Nel tempo, peraltro, si sono susseguite numerose disposizioni di legge volte a limitare o condizionare il diritto a queste forme di tutela e tali interventi sono stati ritenuti legittimi per la necessità di contemperare questo diritto con le risorse finanziarie disponibili.
(3) La particolare situazione di svantaggio in cui versano inabili e minorati comporta che ad essi è costituzionalmente attribuito il diritto all’avviamento professionale. In esecuzione di ciò il legislatore ha emanato la l. 23 marzo 1999, n. 68, attuata con D.P.R. 10 ottobre 2000, n. 333 con i quali, in particolare, ha stabilito che ogni datore di lavoro è tenuto ad assumere lavoratori affetti da disabilità (in misura variabile a seconda dei dipendenti che l’azienda impiega). A livello comunitario l’art. 26 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea disciplina l’inserimento dei disabili, oltre che nel mondo del lavoro, nella società e nella vita comunitaria.
(4) A tal fine gli istituti più rilevanti di cui l’ordinamento si è dotato sono l’INPS, che gestisce la tutela previdenziale degli occupati in imprese private e l’INAIL che, invece, ha copre il settore dell’infortunistica sul lavoro.
(5) Tra le forme previdenziali private che sono state introdotte vi sono associazioni di volontariato, cooperative ed istituti di patronato ed assistenza. Negli ultimi anni, a causa della scarsità delle risorse dello Stato, l’importanza dell’assistenza privata è aumentata.”
Taccio i miei commenti su quest’ultimo punto.

1949.- L’IPOCRISIA DELLA DEMOCRAZIA DEI PORTATORI D’INTERESSE E LA NUOVA RAPPRESENTANZA. L’ISTITUTO BRUNO LEONI.

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Leggendo una nota di Mario Seminerio sulla Flat tax, abbiamo visto citato l’Istituto Bruno Leoni. Ora, vedremo di conoscere, sia pure molto sommariamente, questo istituto di lobbying, anche se, alla fine, vi verrà voglia di dire: “Il popolo è sovrano, fino a che è succube della manipolazione di massa o fino a che tace”. Il lobbismo, infatti, incarna totalmente la politica italiana. C’era a inizi ‘900, quando Ansaldo vendeva incrociatori a mezzo mondo e c’è sempre stato; ma conduce al rischio di corruzione dei principi democratici. Meno male che, grazie agli americani e ai partiti della Resistenza, abbiamo debellato il pericolo fascista; siamo liberi di partecipare alla politica e che siamo governati secondo la trama di principi della Parte Prima della Costituzione moderna e democratica del 1948; meno male che fra quei principi non ce n’è uno, solo uno, che dica a quali principi devono conformarsi i partiti attraverso i quali è consentita a noi cittadini la partecipazione alla vita politica della Nazione. I partiti sono l’organo di trasmissione fra il popolo e la politica, fra il popolo e le istituzioni. C’è scritto, invece, soltanto “con spirito democratico”, perciò il liberismo e i lobbisti sono una naturale conseguenza e un’espressione di quello spirito. L’economia e la stessa politica dell’Unione europea sono influenzate dalle lobbies dei portatori di interesse. Fra studi di lobbisti e lobbisti “in house”, nel “Registro della Trasparenza” in vigore presso la Commissione e il Parlamento vi sono registrati in 11.000. I tribuni del popolo, di romana memoria, i sovranisti, i populisti non riusciranno a scalzarle perché sono il parlamento che conta. Il sovranismo, gli Stati sovrani sono una garanzia per i loro popoli contro il globalismo; ma il sistema di rappresentanza è decisamente più complesso, plurale ed articolato di quello sancito nella Costituzione. Dobbiamo metabolizzarlo per indirizzarlo verso un sistema democratico maturo; altrimenti, Vi piaccia o no, andremo velocemente verso una società prospera per pochi, affatto trasparente e aperta, rectius, senza confini che ci difendano. C’è – è vero – chi annuncia il pericolo, ma la manipolazione di massa non è più solo quella fascista. Pessimista? Dipende da Voi, cioè, da Noi!

L’istituto Bruno Leoni è nato nel 2003 per promuovere le “idee per il libero mercato”. Sulla carta, è un think tank indipendente di ispirazione definita, variamente, come “liberale”, “liberista”, “mercatista”; nella sostanza un centro di lobbying di primaria grandezza, . Abbiamo un’associazione Ibl e una fondazione Ibl. Come spesso accade in questi casi, la trasparenza sui finanziamenti e l’indipendenza delle analisi e delle ricerche sfornate dall’Ibl sono una chimera.
L’IBL vuole dare il suo contributo alla cultura politica italiana, affinché siano meglio compresi il ruolo della libertà e dell’iniziativa privata, fondamentali per una società davvero prospera e aperta. Su questo “prospera e aperta” liberista si incentrano le idee proposte da IBL, sul terreno delle politiche concrete: dare maggior respiro alla società civile e autonomia alle persone, restituire risorse all’economia, liberare la concorrenza e gli scambi e così costruire più benessere e ricchezza per tutti. In estrema sintesi,una società di diseguali, senza barriere, in cui c’è chi vince e c’è chi perde.
L’IBL prende a modello i think tank anglosassoni: centri di ricerca non profit, indipendenti dai partiti politici, con lo scopo di offrire un contributo al dibattito pubblico; promuove idee economiche e filosofiche estremamente liberali, ispirandosi agli economisti della scuola austriaca, tra i quali troviamo Friedrich von Hayek, Murray Rothbard, Ludwig von Mises. Vengono inoltre sponsorizzati economisti di differenti scuole come Milton Friedman dell’Università di Chicago, James M. Buchanan della Public Choice e Wilhelm Röpke dell’Ordoliberalismo. L’economista italiano Sergio Ricossa è stato presidente onorario fino alla sua morte.
Tra i principali impegni dell’IBL bisogna ricordare quelle a difesa della proprietà privata e contro l’imposizione fiscale, a favore della libera iniziativa e contro la programmazione economica, a favore della globalizzazione e contro il protezionismo. Una sua classica battaglia è anche il superamento dell’attuale sistema degli albi professionali, dato che, fin dal 2004 l’istituto, “per bocca del presidente pro tempore Alberto Mingardi è arrivato a reclamare l’abolizione degli ordini”
Il presidente dell’istituto è Franco Debenedetti, consigliere di Cir, senatore per tre legislature, di origine ebraica, figlio di Rodolfo Debenedetti e fratello di Carlo De Benedetti, che ha sempre preferito essere chiamato “De Benedetti” anziché – come risulterebbe all’anagrafe – “Debenedetti”. Alberto Mingardi, è attualmente Direttore Generale dell’Istituto e Amministratore Unico di IBL Libri, la casa editrice nata in seno al centro e siede contemporaneamente nell’advisory board di Cattaneo Zanetto, società di lobbying che tra i suoi clienti vanta numerose società. In più, qualche mese fa, Mingardi è vicepresidente della Fondazione Telecom, l’ente che si occupa di “corporate social responsability” per il colosso telefonico. Un rapporto consolidato con Giuseppe Recchi, attuale presidente di Telecom è alla base di questo incarico, ma, come lo stesso Mingardi ammette, l’attività di consulenza e collaborazione con Recchi risale anche al periodo in cui quest’ultimo era presidente dell’Eni. Fra i nomi che si sono incontrati negli organi dell’Ibl, troviamo anche: Fabio Carchiai, presidente di Atlantia proprietaria di Autostrade per l’Italia, che detiene la concessione della rete autostradale italiana e Giampaolo Galli, deputato Pd ed ex direttore generale di Confindustria.

1940.- COMMENTO ALLA DIRETTIVA UE SUI RIMPATRI

E’ necessario, anzitutto, analizzare la disciplina in materia di accoglienza dello straniero irregolare, inteso come quel soggetto che entra o permane all’interno dei confini nazionali in mancanza di una valida autorizzazione.

Lo status di straniero di paese terzo
Il concetto di “straniero” è un concetto ampio, che comprende diverse categorie di soggetti.
Appare doverosa una sia pur rapida operazione classificatoria al fine di chiarire in che modo le differenze in questione si traducano anche in un differente “trattamento giuridico” dello straniero.
Una prima categoria è rappresentata dal “rifugiato” o “richiedente asilo”, identificato in quel soggetto che «nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello stato di cui possiede cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole avvalersi della protezione di detto Stato». Al rifugiato non potrà essere applicata alcuna sanzione in considerazione del suo soggiorno irregolare, né potrà essere espulso dallo Stato ospitante, se non per ragioni di pubblica sicurezza. Secondo quanto previsto dal Regolamento di Dublino il rifugiato ha diritto di formulare nello Stato ospitante la richiesta di asilo, in ragione del fatto che egli non può far ritorno nel proprio Paese d’origine.
Alla predetta categoria di soggetti si affianca la figura del “beneficiario di protezione sussidiaria”, cioè dello straniero che «non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel Paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno […]».
Dai soggetti sopra indicati deve tenersi distinto il “beneficiario di protezione umanitaria” nei confronti del quale viene emesso, dallo Stato ospitante, un provvedimento di soggiorno per ragioni legate, ad esempio, all’età, alle condizioni di salute proprie o dei suoi familiari o alle calamità naturali verificatesi nel Paese d’origine.
Deve infine prendersi in considerazione la (ancor) più sfumata categoria dei migranti che si spostano dal Paese natale per motivi di natura economica, i quali possono beneficiare esclusivamente di permessi di soggiorno temporanei per ragioni connesse al lavoro.
La distinzione tra le diverse tipologie di stranieri, pur chiara in astratto, non risulta altrettanto netta sul piano operativo: molto spesso accade che, accanto ad esigenze economiche, coesistano cause di diversa natura. Si pensi all’ipotesi, tutt’altro che di scuola, dello straniero che abbia abbandonato il proprio Paese per questioni economiche, ma non vi possa far ritorno per ragioni legate alla sicurezza personale, con la conseguente possibilità per lo stesso di richiedere ed ottenere asilo nel Paese ospitante. Senza considerare che il più delle volte le esigenze di tipo economico sono il risultato dell’insta- bilità politica della Nazione, con l’effetto che risulta difficile individuare le ragioni che inducono il migrante a lasciare il proprio Paese.
La Direttiva 2005/85/CE (c.d. direttiva procedure)23 – e successivamente
le Direttive 2013/32/UE e 2013/33/UE24 – hanno ampliato il sistema di garanzie riconosciute al soggetto di un Paese terzo: una domanda di asilo non può essere rigettata qualora non sia stata presentata tempestivamente; i richiedenti devono essere informati della procedura riguardante l’asilo e in particolare, dei loro diritti25 e dei loro obblighi, nonchè della facoltà di ricorrere contro la decisione di rigetto della domanda; inoltre, i richiedenti possono rimanere all’interno dello Stato ospitante fino a quando non sia adottata una decisione sulla loro domanda.

NOTA 1.
Le Direttive 2013/32/UE e 2013/33/UE sono state recepite dall’ordinamento italiano mediante il d.lgs. n. 142 del 15, che risulta articolato in due Capi: il Capo I (artt. 1-24) contiene le norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e sosti- tuisce il precedente d.lgs. n. 140 del 2005; il Capo II (artt. 25 e 26) disciplina le procedure di riconoscimento della protezione internazionale, modificando il d.lgs. n. 25 del 2008 e il d.lgs. n. 150 del 2011.

Risulta quindi evidente che lo straniero, nell’attesa che venga definita la sua posizione giuridica, non possa essere qualificato come “irregolare”. Conclusione quest’ultima dalla quale derivano, come si cercherà di chiarire, conseguenze di indubbio rilievo. La direttiva in questione impone agli Stati membri di non generalizzare la condizione di irregolarità dello straniero, ma di valutare la situazione caso per caso: occorre infatti tenere in considerazione le condizioni di salute del cittadino del Paese terzo e garantire l’integrità psico-fisica dello stesso, nonchè il rispetto del principio del ricongiungimento familiare. La disciplina in esame si ispira infatti al principio di proporzionalità: lo strumento utilizzato nei confronti dello straniero irregolare deve essere pro- porzionale all’obiettivo perseguito dal Legislatore. Pertanto, il trattenimento dello straniero all’interno delle strutture di accoglienza costituisce l’extrema ratio, applicabile solo nel caso in cui non sia possibile procedere all’immediato allontanamento o ad un rimpatrio volontario.

NOTA 2.
Secondo la direttiva rimpatri, il trattenimento dello straniero dovrebbe essere disposto nei casi in cui non sia possibile applicare le misure coercitive meno afflitive (consegna del passaporto alle autorità, obbligo di dimora, presentazione nei giorni prestabiliti presso gli uffici competenti, costituzione di una garanzia finanziaria adeguata). Il carattere eccezionale e residuale della misura si riscontra anche nel caso in cui il destinatario della misura afflittiva sia un soggetto richiedente protezione internazionale, nei confronti del quale può essere disposto il trattenimento nelle ipotesi tassativamente indicate dalla legge: a) per determinarne o verificarne l’identità o la cittadinanza; b) per determinare gli elementi su cui si basa la domanda di protezione internazionale che non potrebbero ottenersi senza il trattenimento, in particolare se sussiste il rischio di fuga del richiedente; c) per decidere, nel contesto di un procedimento, sul diritto del richiedente di entrare nel territorio; d) quando una persona è trattenuta ai sensi della Direttiva 2008/115/CE, se lo Stato membro può provare sulla base di elementi oggettivi che la persona manifesta la volontà di presentare domanda di protezione al solo fine di ritardare o impedire il rimpatrio; e) quando lo impongono motivi di sicurezza nazionale o di ordine pubblico; f) nei casi di cui all’art. 28 Regolamento 2013/604/UE che disciplina l’ipotesi del trattenimento finalizzato al trasferimento nello Stato membro competente ad esaminare la domanda di protezione internazionale.

Analoga disposizione si rinviene nella Direttiva 2013/33/UE nell’ipotesi di trattenimento del richiedente asilo all’interno dei centri di accoglienza.
Nel caso in cui venga disposta la predetta misura, quest’ultima deve avere una durata «quanto più breve possibile»: il tempo strettamente necessario per preparare il rimpatrio o l’allontanamento dello straniero irregolare o per
definire la domanda di asilo avanzata dallo stesso.
Occorre evidenziare che la Direttiva 2008/115/CE non impone un obbligo per lo Stato membro di trattenere lo straniero irregolare sul proprio territorio, nemmeno nel caso in cui sussista un pericolo di fuga da parte dello stesso o nel caso in cui quest’ultimo eviti o ostacoli la preparazione del rimpatrio: ai sensi dell’art. 15, parag. 1) lettere a) e b), lo Stato membro ha la facoltà, ma non l’obbligo giuridico di trattenerlo30.
La Direttiva 2013/33/UE prescrive invece le condizioni di trattenimento dello straniero: i richiedenti asilo sono tenuti separati dai cittadini di Paesi terzi che non hanno presentato domanda di protezione internazionale; qualora ciò non risulti possibile, lo Stato membro attua nei confronti di questi ultimi tutte le cautele finalizzate al contenimento della misura restrittiva (accesso a spazi all’aria aperta, possibilità di ricevere comunicazioni e visite dall’UNHCR, da parenti, legali, nonchè informazioni relative alla normativa vigente)31. Analogamente alla direttiva emanata nel 2008 anche la direttiva del 2013 considera il trattenimento dello straniero un rimedio di natura eccezionale, suscettibile di un’applicazione residuale. Il crescente flusso migratorio ha imposto l’adozione di ulteriori misure finalizzate a garantire un’accoglienza rispettosa dei canoni imposti dalla CEDU. Il riferimento è, in particolare, al sistema delle aree di sbarco attrezzate (c.d hotsposts), proposto dalla Commissione Europea nel 2015: il meccanismo di funzionamento presuppone l’utilizzo di strutture situate in prossimità delle coste, adibite a centri di identificazione e contestuale smistamento dei migranti. All’esito delle operazioni di identificazione, gli stranieri che manifestano la volontà di formulare la domanda di asilo e sono legittimati a farlo, vengono trasferiti presso i regional hub32; gli altri migranti vengono invece rimpatriati.

La tutela dello straniero nell’ordinamento italiano
Nell’ordinamento italiano la materia dell’immigrazione è disciplinata dal d.lgs. n. 286 del 1998 e successive modifiche: il testo unico sull’immi- grazione (da ora t.u.imm.) costituisce il primo intervento normativo fina- lizzato a definire in modo organico la condizione giuridica del cittadino di un Paese terzo o apolide soggiornante in Italia.
La disciplina in esame prevede il trattenimento degli stranieri irregolari nei centri di identificazione e espulsione (art. 14 t.u.imm.)35. Il Legislatore
si è limitato ad intodurre un modello di detenzione, già sperimentato da alcuni ordinamenti europei, come quello inglese o francese36.
In particolare, gli stranieri che ricoprono una posizione giuridica di “irregolarità” – originaria o derivata – vengono trattenuti in Italia presso i centri di primo soccorso e accoglienza (CPSA), centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA), centri di identificazione ed espulsione (CIE): questi ultimi sono stati rinominati centri di permanenza per i rimpatri (CPR) dal d.l. n. 13 del 201737 convertito in legge n. 46 del 2017.

La gradualità delle modalità di allontanamento: partenza volontaria, esecuzione forzata e trattenimento.Privazione della libertà ai sensi della direttiva 2008/115/CE.

A norma del capo IV della direttiva 2008/115, intitolato «Trattenimento ai fini dell’allontanamento», è possibile ricorrere al trattenimento solo a titolo di ultima ratio, unicamente nella misura in cui sia strettamente necessario e in attesa di allontanamento (Articoli da 15 a 18 della direttiva 2008/115). Il principio sotteso alle disposizioni sul trattenimento è che solo lo svolgimento delle procedure di rimpatrio e di allontanamento giustifica la privazione della libertà e che, se tali procedure non sono svolte con la dovuta diligenza, il trattenimento cessa di essere giustificato ai sensi di tali disposizioni. Il trattenimento ai fini dell’allontanamento non ha né natura punitiva né carattere penale e non rappresenta una pena detentiva. Inoltre, l’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2008/115 esige un’interpretazione restrittiva, giacché il trattenimento forzato, quale privazione della libertà, costituisce un’eccezione al diritto fondamentale della libertà individuale.

Articolo 15. Trattenimento

1. Salvo se nel caso concreto possono essere efficacemente applicate altre misure sufficienti ma meno coercitive, gli Stati membri possono trattenere il cittadino di un paese terzo sottoposto a procedure di rimpatrio soltanto per preparare il rimpatrio e/o effettuare l’allontanamento, in particolare quando:
a)
sussiste un rischio di fuga o
b)
il cittadino del paese terzo evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o dell’allontanamento.
Il trattenimento ha durata quanto più breve possibile ed è mantenuto solo per il tempo necessario all’espletamento diligente delle modalità di rimpatrio.
2. Il trattenimento è disposto dalle autorità amministrative o giudiziarie.
Il trattenimento è disposto per iscritto ed è motivato in fatto e in diritto.
Quando il trattenimento è disposto dalle autorità amministrative, gli Stati membri:
a)
prevedono un pronto riesame giudiziario della legittimità del trattenimento su cui decidere entro il più breve tempo possibile dall’inizio del trattenimento stesso,
b)
oppure accordano al cittadino di un paese terzo interessato il diritto di presentare ricorso per sottoporre ad un pronto riesame giudiziario la legittimità del trattenimento su cui decidere entro il più breve tempo possibile dall’avvio del relativo procedimento. In tal caso gli Stati membri informano immediatamente il cittadino del paese terzo in merito alla possibilità di presentare tale ricorso.
Il cittadino di un paese terzo interessato è liberato immediatamente se il trattenimento non è legittimo.
3. In ogni caso, il trattenimento è riesaminato ad intervalli ragionevoli su richiesta del cittadino di un paese terzo interessato o d’ufficio. Nel caso di periodi di trattenimento prolungati il riesame è sottoposto al controllo di un’autorità giudiziaria.
4. Quando risulta che non esiste più alcuna prospettiva ragionevole di allontanamento per motivi di ordine giuridico o per altri motivi o che non sussistono più le condizioni di cui al paragrafo 1, il trattenimento non è più giustificato e la persona interessata è immediatamente rilasciata.
5. Il trattenimento è mantenuto finché perdurano le condizioni di cui al paragrafo 1 e per il periodo necessario ad assicurare che l’allontanamento sia eseguito. Ciascuno Stato membro stabilisce un periodo limitato di trattenimento, che non può superare i sei mesi.
6. Gli Stati membri non possono prolungare il periodo di cui al paragrafo 5, salvo per un periodo limitato non superiore ad altri dodici mesi conformemente alla legislazione nazionale nei casi in cui, nonostante sia stato compiuto ogni ragionevole sforzo, l’operazione di allontanamento rischia di durare più a lungo a causa:
a)
della mancata cooperazione da parte del cittadino di un paese terzo interessato, o
b)
dei ritardi nell’ottenimento della necessaria documentazione dai paesi terzi.

Il trattenimento o la detenzione al di fuori delle situazioni contemplate dalla direttiva 2008/115
Per quanto riguarda il trattenimento o la detenzione al di fuori delle situazioni contemplate dalla direttiva 2008/115, quest’ultima non contiene alcuna disposizione relativa alla possibilità per gli Stati membri di ricorrere al trattenimento o alla detenzione come sanzione penale in relazione un soggiorno irregolare. Il motivo è, a mio parere, evidente: se il fine della direttiva 2008/115 consiste nel consentire un rapido rimpatrio dei cittadini di Stati terzi il cui soggiorno sia irregolare, una sanzione di tal genere non ha motivo di essere. Qualsiasi provvedimento di trattenimento o pena detentiva non inflitta nell’ambito di una procedura di rimpatrio ritarderà, in definitiva, il procedimento stesso.

1926.- L’UNICEF RINUNCIA A QUERELARE I COGNATI DI RENZI E AI 6,6 MILIONI FINITI SUI CONTI LORO E DELLA FAMIGLIA, MA FINISCE PROPRIO TUTTO COSÌ?

villa Alessandro Conticini
Alessandro Conticini è indagato per i reati di appropriazione indebita e di autoriciclaggio di 6,6 milioni di dollari di donazioni a organizzazioni umanitarie come Unicef e Action USA con i fondi della Fondazione Pulitzer. Andrea è indagato per riciclaggio. La villa di Alessandro nella Beverly Hills di Lisbona.

Nella Gazzetta Ufficiale del 24 aprile 2018, n. 95, fu pubblicato il decreto che rientrava nel quadro dei provvedimenti in materia penale in applicazione della Riforma Orlando. Il testo era stato emanato in attuazione della legge 103 del 23 giugno 2017, ovvero la riforma della Giustizia firmata, appunto, dal ministro Andrea Orlando.
Il decreto, in particolare, ha disciplinato le «disposizioni di modifica della disciplina del regime di procedibilità per taluni reati in attuazione della delega di cui all’articolo 1, commi 16, lettere a) e b), e 17, della legge 23 giugno 2017, n. 103». In tema di “Procedibilità per i delitti contro il patrimonio”, il decreto ha introdotto modifiche per la procedibilità dei reati di truffa, fronde informatica e appropriazione indebita. Sono state, infatti, modificate le circostanze aggravanti che premettono la procedibilità d’ufficio per il reato di truffa e fronde informatica ed, altresì, viene abrogato il terzo comma dell’art. 646 c.p. (Appropriazione indebita) il quale prevedeva la procedibilità ufficio per detto reato in alcune circostanze.
Inoltre, il decreto ha dettato alcune disposizioni transitorie in materia di perseguibilità a querela precisando che «per i reati perseguibili a querela in base alle disposizioni del presente decreto, commessi prima della data di entrata in vigore dello stesso, il termine per la presentazione della querela decorre dalla predetta data, se la persona offesa ha avuto in precedenza notizia del fatto costituente reato». Ha aggiunto, inoltre, che «se è pendente il procedimento, il pubblico ministero, nel corso delle indagini preliminari, o il giudice, dopo l’esercizio dell’azione penale, anche, se necessario, previa ricerca anagrafica, informa la persona offesa dal reato della facoltà di esercitare il diritto di querela e il termine decorre dal giorno in cui la persona offesa è stata informata».

Quindi, il reato di APPROPRIAZIONE INDEBITA AGGRAVATA e DI FONDI DI UN’ASSOCIAZIONE BENEFICA, si può compiere se la parte vittima non sporge querela. Nella fattispecie Conticini – Unicef, quest’ultima non sembra possa rinunciare legittimamente a questo diritto senza ledere i diritti dei suoi donatori e dei suoi beneficiari. Se, malgrado ciò, la parte vittima rinunci, sostengo che si realizza, anche solo di fatto, un ASSOCIAZIONE A DELINQUERE fra il reo e la parte vittima, affinché non venga sporta la querela e non si possa procedere.”’Na cosa a me, una a te e ai bimbi africani un..”, direbbero a Napoli.
Solleva forti dubbi il fatto che la legge sia stata voluta dal Governo a Parlamento sciolto e nonostante il parere del Senato… Il governo, infatti, si è rifiutato di escludere dalla riforma varata ad aprile proprio il reato di appropriazione indebita, nonostante fosse una delle condizioni (non vincolanti) poste dalla commissione Giustizia del Senato all’unanimità. Non solo: dal testo finale è pure uscita una previsione (si procede d’ufficio se il danno è di “rilevante gravità”), che avrebbe consentito all’inchiesta fiorentina di andare avanti. Una norma ad hoc, si direbbe ed, infatti, è stata maccheronicamente soprannominata lex ad cognatum.
L’inchiesta, che data all’estate 2016, per la presunta sottrazione di almeno 6,6 milioni di euro di Unicef e di altre organizzazioni benefiche, destinati al sostegno dei bambini in Africa, è tornata agli onori delle cronache perché la Procura di Firenze ha scritto a Unicef e alle altre parti lese per invitarle a sporgere querela.
Diamo pure per buona la legge, sicuramente, a mio sommesso parere, siamo in presenza di un ASSOCIAZIONE A DELINQUERE fra il reo o i rei di APPROPRIAZIONE INDEBITA AGGRAVATA DI FONDI e l’UNICEF, parte vittima, affinché questa non sporga querela e non si possa procedere. Addirittura, il nucleo centrale dell’ incriminazione potrebbe essere rappresentato dall’ esistenza di un’ associazione avente un programma criminoso, nel quale il presidente dell’Unicef e quanti hanno contribuito alla decisione della rinuncia assumerebbero una partecipazione non di posizione, ma qualificata. Si presentano, infatti, due fattispecie diverse e autonome: una chiama in causa l’art. 646 C.P. riformato e l’altra le diverse azioni od omissioni nelle quali si è attuata la fattispecie criminosa. Le indagini potrebbero essere rivolte anche alla eventualità della avvenuta continuazione nel tempo delle indebite appropriazioni (ad Addis Abeba).
Ancora, ritengo che siano venute a mancare le condizioni per la iscrizione dell’Unicef fra i soggetti beneficiari della quote del 5 x 1000 e nell’elenco permanente dell’Agenzia delle Entrate, di nomi e sigle che non sono obbligati a chiedere ogni anno l’autorizzazione per permettere a ciascuno di noi di devolvere la quota del 5 x 1000 della propria imposta IRPEF a favore di enti benefici e associazioni o Comuni.

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Leggo Franca Selvatici per ”La Repubblica”

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Alessandro Conticini con la moglie

Una parte rilevante di alcune generose donazioni per l’ assistenza ai bambini africani risulta essere transitata sui conti personali di Alessandro Conticini, fratello di uno dei cognati di Matteo Renzi, e utilizzata per investimenti immobiliari all’ estero e per l’ acquisto di quote di società della famiglia Renzi o di persone ad essa vicine, fra cui Dot Media, l’ agenzia di comunicazioni che ha gestito la kermesse renziana nella ex stazione Leopolda. È quel che emerge dalle indagini dei pm di Firenze Luca Turco e Giuseppina Mione e della Guardia di finanza sulle donazioni ricevute dalla ” Play Therapy Africa”, organizzazione no profit di cui Alessandro Conticini era socio e direttore.

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Tiziano Renzi e Laura Bovoli

Ora Conticini, 42 anni, già rappresentante Unicef ad Addis Abeba e impegnato da anni in attività umanitarie, è indagato per appropriazione indebita aggravata e autoriciclaggio con il fratello minore Luca, 37 anni, che poteva operare sui conti della “Play Therapy Africa” e su quelli personali del fratello presso la filiale di Castenaso (città della famiglia Conticini) della Cassa di Risparmio di Rimini. Mentre Andrea, gemello di Luca e marito di Matilde Renzi, è sotto inchiesta per riciclaggio per aver investito parte del denaro proveniente dai conti del fratello maggiore in società della famiglia o della cerchia renziana.

Stando agli esiti di alcune rogatorie internazionali, fra il 2009 e il 2016 la Fondazione Pulitzer attraverso Operation Usa ha versato 5,5 milioni di dollari. Fra il 2008 e il 2013 altri 3,9 milioni di dollari sono arrivati da Unicef e quasi 900 mila dollari da varie organizzazioni umanitarie. In tutto si tratta di circa 10 milioni di dollari, di cui 6,6 milioni sarebbero transitati sui conti personali di Alessandro Conticini. Una quota troppo grande, secondo gli inquirenti, per poter essere giustificata come compensi per lui e per i suoi collaboratori.

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Matteo e Tiziano Renzi

Dalle indagini, avviate sulla scorta di alcune segnalazioni bancarie, sono risultati inoltre alcuni investimenti. I più consistenti risalgono al 2015 e 2017: si tratta di acquisti immobiliari in Portogallo per quasi due milioni di euro e della sottoscrizione di quote della società “Red Friar Private Equity Limited” con sede nell’ isola di Guernsey, per quasi 800mila euro. Gli investimenti più modesti, ma non meno interessanti, risalgono invece al 2011 e riguardano l’ acquisto di quote o l’ esecuzione di finanziamenti in conto soci nella Eventi 6, società della famiglia Renzi, nella “Quality Press Italia” e nella ” Dot Media”. Alla Eventi 6 sono arrivati 133mila euro, alla Quality Press Italia 129mila, alla Dot Media 4mila.


Benedetta Renzi sorella di Matteo

In base all’ elenco soci depositato nel 2016, la Eventi 6 di Rignano sull’ Arno ( capitale sociale versato di 60mila euro) risulta di proprietà per il 56% di Matilde Renzi, moglie di Andrea Conticini, per il 36% della sorella Benedetta e per l’ 8% della madre Laura Bovoli, moglie di Tiziano Renzi. “Quality Press Italia” e “Dot Media” hanno sede allo stesso indirizzo in viale Lavagnini 20 a Firenze. Nel 2014 Alessandro Conticini risultava socio al 30%, con una quota pari a 30mila euro, della ” Quality Press”, ora in liquidazione.

E nel 2017 risultava socio al 20% ( con una quota di 2mila euro) della ” Dot Media”, al pari di Matteo Spanò, amico storico dei Renzi. ” Dot Media” appartiene al 50% a Lilian Mammoliti, moglie di Patrizio Donnini, già editore del periodico Reporter, ed è la società di comunicazione nota per aver gestito gli eventi della kermesse renziana alla Leopolda.

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Andrea Conticini con la moglie Matilde Renzi

L’ avvocato Federico Bagattini, legale dei Conticini oltre che di Matteo e Tiziano Renzi, respinge le accuse, spiega che tutto è chiarito in una memoria che sarà depositata a fine indagini e fa rilevare che nessuno degli enti e fondazioni che hanno donato fondi alla organizzazione di Conticini « ha fatto la benché minima denuncia nei suoi confronti » . Poiché il reato di appropriazione indebita aggravata è divenuto da poco procedibile solo su querela di parte, con una nuova rogatoria i pm hanno informato i donatori, chiedendo se intendano presentare denuncia.
Testo e foto di Franca Selvatici

Ora, chiediamoci come possa essere accolta la dichiarazione del numero uno di questa famiglia, Matteo, di non essere al corrente di questa brutta storia e ascoltiamo questa dichiarazione prima che scompaia da ogni sito.

Gr1 ” Renzi Donazioni Unicef ” Notizia 11 Agosto 2018 “

1925.- Autostrade si controlla da sola in tema di sicurezza, senza alcun ruolo in merito da parte di organismi pubblici. Genova: Il mistero del maxi-appalto per rinforzare i tiranti e i lavori rinviati a dopo l’estate

Stiamo leggendo di delinquenti e della morte di cittadini e di una città che ambiva ad essere il porto del Mediterraneo. È lo Stato che è venuto meno e che non c’è. Bene fanno i parenti delle vittime a opporsi ai funerali di Stato a Genova. Ma c’è chi deve pagare e non soltanto i Benetton. Ad aprile del 2016, il senatore Rossi tornò a ribadire la mancata sicurezza del ponte, sempre rivolgendosi al piddino ministro Del Rio. “l viadotto Polcevera dell’autostrada A10, chiamato ponte Morandi, è un’imponente realizzazione lunga 1.182 metri, costituita su 3 piloni in cemento armato che raggiungono i 90 metri di altezza che collega l’autostrada Genova-Milano al tratto Genova-Ventimiglia, il ponte è stato oggetto di un preoccupante cedimento dei giunti che hanno reso necessaria un’opera straordinaria di manutenzione senza la quale è concreto il rischio di una sua chiusura”. Meno di un anno fa, il 23 ottobre 2017, Stefano Marigliani, direttore del Tronco di Genova di Autostrade per l’Italia, contro tutte le evidenze tutte le risultanze, dichiarò:”Al momento il viadotto non presenta alcun problema di carattere strutturale.” Benetton si prepari a sborsarli 20 miliardi di euro, non a riceverli.

Michele Arnese per http://www.startmag.it

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PROFESSOR UGO ARRIGO
“Autostrade si controlla da sola in tema di sicurezza, senza alcun ruolo in merito da parte di organismi pubblici. E’ sconcertante . E’ inaccettabile”. Parola di Ugo Arrigo, economista dei trasporti che insegna all’università degli studi di Milano-Bicocca.

Arrigo spiega e approfondisce la questione dei controlli di sicurezza sulla rete autostradale dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova e sulla scia di un articolo del quotidiano La Stampa in cui si sostiene: “Autostrade è, di fatto, l’unico controllore di se stesso, esegue con personale proprio ispezioni e (auto)certificazioni, oppure le affida a consulenti pagati dalla medesima società”.

IL NODO DELLA VIGILANZA E DELLE VERIFICHE DI AUTOSTRADE PER L’ITALIA
Che obblighi di vigilanza aveva Autostrade per l’Italia? Chi esegue le verifiche? A queste domande, l’inchiesta di due giornalisti della Stampa e del Secolo XIX risponde così: “Poiché il viadotto è stato realizzato nel 1967, il gestore non deve fornire un piano di manutenzione (il diktat vige per chi ha in carico le strutture nate dal ‘99 in poi).

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gilberto benetton

Non solo. Autostrade esegue per legge due tipi d’ispezione, certificate una volta compiute: trimestrale con personale proprio (controlli sostanzialmente visivi) e biennale con strumenti più approfonditi. In quest’ultimo frangente, al massimo, la ricognizione viene affidata a ingegneri esterni, ma alla fine sempre pagati da Autostrade. Né gli enti locali, né il ministero delle Infrastrutture intervengono con loro specialisti. E di fatto non esistono certificazioni di sicurezza recenti che non siano state redatte da tecnici retribuiti da Autostrade per l’Italia”.
DA DOVE NASCE LA NORMATIVA ATTUALE PRO AUTOSTRADE SECONDO IL PROF. ARRIGO
Ma perché sono queste le regole? Quando e perché sono state stabilite? Arrigo ha ricostruito la genesi della normativa: “Quando Autostrade era Iri si controllava da sola in quanto pubblica. Non avrebbe avuto senso che un soggetto pubblico con la mano sinistra (ossia Anas) controllasse un soggetto pubblico con la mano destra”, ha twittato ieri: “Con la privatizzazione il controllo pubblico è invece divenuto indispensabile ma non è stato attivato in quanto immagino abbiano ‘copiato’ la concessione precedente che non lo prevedeva. Non so se questo sia avvenuto per miopia burocratica o volutamente per favorire l’acquirente”.

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D’ALEMA

I DUE FAVORI DI CUI GODE IL GRUPPO ATLANTIA DEI BENETTON
In ogni caso – aggiunge Arrigo con Start Magazine – “almeno due altri grossi favori sono stati fatti all’acquirente, ossia alla società della famiglia Benetton ora Atlantia che controlla la concessionaria Autostrade per l’Italia”. Il primo favore? “E’ stata la vendita senza previa istituzione di un regolatore indipendente dei trasporti, come esplicitamente previsto dalle norme generali allora vigenti sui processi di privatizzazione”. Infatti l’obbligo dell’istituzione del regolatore indipendente ante privatizzazione per le società di servizi pubblici era previsto dall’articolo 1 bis della legge 474 del 1994. “Dunque la privatizzazione di Autostrade avvenne in violazione di questa norma”, chiosa l’economista.

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IL BLUFF DELL’AUTORITA’ DEI TRASPORTI, PALENZONA

L’autorità di regolazione dei trasporti (Art) è stata istituita (con 17 anni di ritardo) da un decreto legge del 2011, il collegio è stato nominato nel 2012 e l’authority è pienamente operativa dal 2013, ossia 19 anni dopo la legge del 1994. Ma c’è una sorpresa, di certo apprezzata molto dalla società Autostrade per l’ITalia: “L’Art ha competenza su tutte le tipologie di trasporto, comprese le autostrade, ma solo per le ‘nuove concessioni’. Non dunque su quelle in essere e tra esse neppure su quella più importante per la quale vi era un obbligo di istituzione ante privatizzazione”.

CONVENZIONI SECRETATE O NO?
In questi giorni si dibatte anche sul segreto delle convenzioni che legano lo Stato alle concessionarie autostradali. E’ vero che sono ancora secretate? Risponde Arrigo: “Tutte le concessioni autostradali sono da sempre secretate e non è possibile sapere all’opinione pubblica cosa prevedono. Il ministro Delrio effettivamente ha finalmente deciso all’inizio di quest’anno di renderle pubbliche.

Esse sono state dunque rese disponibili sul sito del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Peccato manchino gli allegati di maggiore interesse., in particolare i piani finanziari che giustificano le tariffe e loro variazioni”. Secondo Arrigo, “solo dai piani finanziari è possibile comprendere se le tariffe e la loro crescita nel tempo sono giustificate o meno e se i concessionari rispettano le promesse di investimento che le tariffe permettono comunque di recuperare”.

TUTTI I DIFETTI DELLE REGOLE SU TARIFFE-PEDAGGI
Ma qual è il secondo favore elargito ad Autostrade? “E’ stato – risponde Arrigo, come ha scritto anche su Twitter – il mantenimento del principio che si possa caricare in tariffa già oggi un investimento che si farà (forse) in futuro. Esso ha senso solo per gestori pubblici non per gestori privati. Andava bene per un sindaco che doveva rifare un acquedotto e che anziché aumentare le tasse ai cittadini aumentava la tariffa dell’acqua potabile, così poteva mettere da parte i soldi per l’investimento. Ma la stessa cosa non ha alcun senso per un gestore privato il quale, una volta incamerata la maggiorazione tariffaria per investimenti futuri inizia a distribuirla sotto forma di dividendi agli azionisti e bonus ai manager”.

Leggete e riflette il mistero del maxi-appalto per rinforzare i tiranti e i lavori rinviati a dopo l’estate. Più che di concessione, parlerei di cessione da parte di uno Stato che ha abdicato alle sue responsabilità; ma ora chi paga?

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Gli accertamenti scattati subito dopo il disastro di Genova (foto e video) ci dicono tre cose. Primo: Autostrade sapeva qual era l’emergenza, ma i tempi sono andati fuori controllo. Al punto che a maggio aveva bandito un maxi-appalto da 20 milioni con procedura ristretta, cioè a chiamata per accelerare, con l’obiettivo di rinforzare i “tiranti” superiori, il cui cedimento rappresenta agli occhi degli esperti la probabile causa dello scempio. I lavori, molto delicati, complessi e invasivi , dovevano iniziare subito dopo l’estate, ma evidentemente i calcoli erano sbagliati e non risulta fossero installati sensori per monitorare in tempo reale la tenuta del viadotto.

Secondo: sempre Autostrade è, di fatto, l’unico controllore di se stesso, esegue con personale proprio ispezioni e (auto)certificazioni, oppure le affida a consulenti pagati dalla medesima società. Nessun ente pubblico compie screening autonomi, perversione d’una norma le cui conseguenze possono essere catastrofiche. Terzo: già a fine Anni 90 l’Ordine degli ingegneri di Genova, lo conferma Donatella Mascia che ne fu presidente dal 1993 al 1999, propose nero su bianco di affiancare alla struttura in calcestruzzo una in acciaio, per alleggerire Morandi ritenuto incontrollabile dato l’incremento del traffico. «I politici – spiega Mascia – preferirono continuare a discutere di fantascientifici tunnel sottomarini, mai realizzati, e il ponte rimase così com’era fino al crollo».

Crollo di ponte Morandi, lo Speciale del Secolo XIX

Il tempo scaduto
Autostrade per l’Italia aveva capito che il problema stava sopra, e non sotto. L’incubo era rappresentato da quelli che volgarmente chiamiamo tiranti, ma che sul piano tecnico si definiscono «stralli», anima in metallo e rivestimento in calcestruzzo, i bracci che scendono dalla sommità dei piloni verso la strada a disegnare una serie di V rovesciate, e dovrebbero tenere sospeso il piano su cui corrono i mezzi. Una parte, quella verso il levante, era stata rinforzata alla fine degli Anni 90, ma il segmento che (forse) ha ceduto no. E il problema era così serio che il 3 maggio scorso l’azienda, colosso delle infrastrutture italiane con interessi all’estero, aveva pubblicato un avviso di gara per 20.159.344 euro.

Definizione tecnica: «Interventi di retrofitting strutturale del viadotto Polcevera al km 0 + 551». Traduzione, esaminando il dettaglio dei progetti: messa urgente in sicurezza dei tiranti sulla parte poi crollata. Le offerte erano state presentate l’11 giugno e finita l’estate – per non intralciare il viavai turistico che segna la Liguria fino ai primi di settembre – sarebbe partito un intervento lungo 784 giorni, che avrebbe comportato blocchi a singhiozzo delle varie carreggiate.Spiega Enrico Sterpi, attuale segretario dell’Ordine degli ingegneri liguri: «Questo bando significa due cose: Autostrade aveva focalizzato la criticità ed era disposta a prendersi una bella responsabilità, con una gara ristretta per un importo tanto elevato. È chiaro insomma che a un certo punto ci fosse necessità di accelerare la procedura». Autostrade sul punto si limita a confermare l’approvazione della commessa e l’imminente via ai lavori.

L’(auto)vigilanza
Che obblighi di vigilanza aveva Autostrade per l’Italia? Chi esegue le verifiche? Quanto può metterci il naso lo Stato? Poiché il viadotto è stato realizzato nel 1967, il gestore non deve fornire un piano di manutenzione (il diktat vige per chi ha in carico le strutture nate dal ‘99 in poi). Non solo. Autostrade esegue per legge due tipi d’ispezione, certificate una volta compiute: trimestrale con personale proprio (controlli sostanzialmente visivi) e biennale con strumenti più approfonditi. In quest’ultimo frangente, al massimo, la ricognizione viene affidata a ingegneri esterni, ma alla fine sempre pagati da Autostrade. Né gli enti locali, né il ministero delle Infrastrutture intervengono con loro specialisti. E di fatto non esistono certificazioni di sicurezza recenti che non siano state redatte da tecnici retribuiti da Autostrade per l’Italia.
Matteo Indice e Roberto Sculli dal Secolo XIX

QUEGLI ALLARMI INASCOLTATI

di Raffaello Binelli, da il Giornale.it

Parla l’ingegnere Pisani, che curò i lavori al ponte Morandi nei primi anni Novanta: “Vollero solo alcuni tiranti, perché non hanno voluto rinforzare tutto il ponte?”. Diversi gli allarmi degli esperti rimasti inascoltati

Da una vecchia foto scattata alcuni anni fa si vede bene che il ponte Morandi di Genova aveva due tipi di stralli (tiranti): quelli originari, in cemento armato, e quelli in acciaio realizzati nei primi anni Novanta alla pila 11.
A cedere sono stati i primi. Lo stesso lavoro di manutenzione straordinaria era previsto per la pila 9 e la pila 10 (quella crollata è la 9) e a tal fine lo scorso maggio era stato fatto un bando da circa 20 milioni di euro. Oggi ci si interroga su quei lavori non fatti. E su alcune frasi pronunciate ufficialmente, che testimoniano la sottovalutazione del problema: “Al momento il viadotto non presenta alcun problema di carattere strutturale”, disse il 23 ottobre 2017 in Consiglio regionale l’assessore alla Protezione civile Giacomo Giampedrone. Stava rispondendo ad una interrogazione di un consigliere che voleva dare voce alla preoccupazione degli abitanti delle case sotto al ponte. Ma come faceva l’assessore ad essere così sicuro della stabilità del ponte? Diceva di aver sentito personalmente le rassicurazioni di Stefano Marigliani: l’ingegnere affermava che va tutto bene e che”i lavori attualmente in corso sono opere manutentive, e sono in progetto due interventi di carattere strutturale da realizzarsi nel 2018 che consisteranno nell’installazione di stralli e impalcati per il rafforzamento della infrastruttura”.

Ma i tecnici consultati dalla stessa società Austostrade per l’Italia poche settimane dopo evidenziarono che c’erano dei problemi urgenti. Come scrive il Corriere della sera i professori Carmelo Gentile e Antonello Ruoccolo, del Politecnico di Milano, nella relazione consegnata alla società il 12 novembre segnalarono una “evidente” disparità di tenuta tra i tiranti. “In particolare gli stralli, ovvero i tiranti, del sistema numero 9 si presentano con una deformata modale non conforme alle attese e certamente meritevole di approfondimenti teorico-sperimentali”. Non si conoscono le cause di questi problemi (corrosione, eccessivo stress cui era sottoposta la struttura, difetti al momento della costruzione) ma di sicuro andava fatto un intervento per correre ai ripari.

Già altre volte erano stati lanciati degli allarmi, purtroppo rimasti inascoltati. Nel 2001 la professoressa Giovanna Franco, dell’Università di Genova, in uno studio per una rivista tecnica scriveva che “la fase diagnostica ha evidenziato una situazione ben più grave rispetto alle forme di degrado cui sono solitamente oggetto le infrastrutture realizzate con gli stessi materiali. Gli stralli, infatti, elementi generalmente tesi, sono in questo caso soggetti a compressione, così come la guaina di rivestimento in calcestruzzo”. Questo dettaglio tecnico aveva causato un problema di non poco conto: non era stato possibile “effettuare alcuna operazione ispettiva sui trefoli di acciaio, le singole fibre del cavo interno, che in molti casi avevano già raggiunto lo snervamento”. E più avanti la docente sottolineava che “numerosi trefoli erano tranciati o fortemente ossidati, altri erano visibilmente rilasciati lasciando supporre una loro rottura a valle”.

C’è poi un’altra domanda che pesa come un macigno. La pone l’ingegner Francesco Pisani, 84 anni, per 13 anni collaboratore di Riccardo Morandi, l’uomo che aveva progettato il ponte di Genova. Pisani ricorda quanto fu fatto nei primi anni Novanta: “Riparammo e rinforzammo solo gli stralli della pila 11. Un intervento mirato. Mi dissero che gli altri piloni erano in condizioni accettabili e sarebbero stati monitorati. Perché negli ultimi 25 anni non sono stati rinforzati come quello di cui mi sono occupato io? Questo dovete chiederlo ad Autostrade”.

1912.-“Jacques Attali, l’eminenza grigia che guadagna milioni con le ONG”. Da Ilaria Bifarini

Queste figure sataniche possono prosperare se hanno importanti connivenze.

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ONG, finanza e migranti. Il caso Jacques Attali

Conosciuto come l’eminenza grigia della politica francese dai tempi di Mitterand e noto per il suo ultraeuropeismo, Jacques Attali è l’uomo che ha scoperto Macron, presentandolo al presidente Hollande del quale è diventato consigliere.

A lui viene attribuita la paternità di una frase molto esplicativa sul sentimento elitarista : “Ma cosa crede, la plebaglia europea: che l’euro l’abbiamo creato per la loro felicità?”.

Meno nota è invece un’altra affermazione dell’illustre economista, professore, finanziere e a lungo consigliere di fiducia dell’Eliseo: “La forma di egoismo più intelligente è l’altruismo”.

La filantropia, questo vezzo umanitarista che sembra contagiare gli uomini di maggiore successo, non ha risparmiato Jacques Attali, che nel 1998 fonda l’associazione no profit Planet Finance.

Certo, il nome tradisce un po’ da subito quello che dovrebbe essere il fine umanitario di questa organizzazione che opera in 60 Paesi e offre servizi e consulenze di tipo finanziario, microfinanza per l’esattezza.

Finita nell’occhio del ciclone per il trattamento economico “schiavistico” riservato agli stagisti cui si richiedevano requisiti di prim’ordine, la società cambia nome e diventa Positive Planet, evocando nel nome la positività del modello economico di cui si fa portatrice.

Tra i suoi obiettivi ci sono “l’inclusione economica, sociale e ambientale in tutto il mondo in modo sostenibile ed equo.” Come? Rendendo possibile l’accesso ai servizi finanziari da parte dei Paesi più poveri.

La sua mission è infatti quella di “combattere la povertà attraverso lo sviluppo della microfinanza.” Per realizzarla si serve di otto unità specializzate, compresa un’agenzia di rating di microfinanza.

L’organizzazione è così efficiente da aver ricevuto un premio per l’80a migliore ONG del mondo secondo il Global Journal nel 2013. Nello stesso anno ha realizzato un fatturato (chiffre d’affaires) di 2 251 000,00 €.

Gli organi societari annoverano nomi di grande peso sul piano politico ed economico mondiale.

Da Jacques Delors al ministro degli Affari esteri dell’Oman, passando per partner di colossi della consulenza come Ernst & Young e Bain, fino al presidente di Microsoft International.

Dulcis in fundo, il cofondatore di questa ramificatissima Ong è il bengalese Muhammad Yunus, il padre del microcredito moderno.

Grazie all’appoggio di illustri sostenitori, come i Clinton e Bill Gates e con il sostegno della stessa Banca mondiale, nei primi anni Ottanta creò in Bangladesh la Grameen Bank, un istituto finanziario che concedeva denaro alle persone più indigenti, impossibilitate ad avere accesso al credito.

Come già riscontrato in uno studio condotto sulla Cambogia, in cui analizzando la frequenza e le modalità di emigrazione della popolazione è emersa una correlazione diretta tra espansione del microcredito e aumento dei flussi migratori verso l’estero, anche qui i prestiti concessi si tramutarono in un incentivo all’emigrazione per la popolazione locale.

Il Bangladesh è infatti paese di origine di circa un decimo dei migranti che ogni anno arrivano in Italia (oltre 10 mila nel solo 2017).

Ed è proprio qui che è nato il business dei cosiddetti “migration loans”, i prestiti per finanziare i viaggi dei migranti, gestiti dalla BRAC (Bangladesh Rural Advancement Commitee), leader nel settore e la più grande ONG al mondo, che opera anche in Asia e in Africa (Leggi anche Microcredito e migrazioni di massa: la finanziarizzazione della disperazione).

Una commistione molto fruttuosa quella tra ONG, migranti e finanza, un vaso di Pandora ancora da scoperchiare del tutto e che ci riserverà incredibili sorprese. Fonte Bocconiana (bella e )redenta. Potete trovare tutta l’inchiesta sul libro: I coloni dell’Austerity: Africa, neoliberismo e migrazioni di massa.

ONG, finanza e migranti. Il caso Jacques Attali

Conosciuto come l’eminenza grigia della politica francese dai tempi di Mitterand e noto per il suo ultraeuropeismo, Jacques Attali è l’uomo che ha scoperto Macron, presentandolo al presidente Hollande del quale è diventato consigliere.

A lui viene attribuita la paternità di una frase molto esplicativa sul sentimento elitarista : “Ma cosa crede, la plebaglia europea: che l’euro l’abbiamo creato per la loro felicità?”.

Meno nota è invece un’altra affermazione dell’illustre economista, professore, finanziere e a lungo consigliere di fiducia dell’Eliseo: “La forma di egoismo più intelligente è l’altruismo”.

La filantropia, questo vezzo umanitarista che sembra contagiare gli uomini di maggiore successo, non ha risparmiato Jacques Attali, che nel 1998 fonda l’associazione no profit Planet Finance.

Certo, il nome tradisce un po’ da subito quello che dovrebbe essere il fine umanitario di questa organizzazione che opera in 60 Paesi e offre servizi e consulenze di tipo finanziario, microfinanza per l’esattezza.

Finita nell’occhio del ciclone per il trattamento economico “schiavistico” riservato agli stagisti cui si richiedevano requisiti di prim’ordine, la società cambia nome e diventa Positive Planet, evocando nel nome la positività del modello economico di cui si fa portatrice.

Tra i suoi obiettivi ci sono “l’inclusione economica, sociale e ambientale in tutto il mondo in modo sostenibile ed equo.” Come? Rendendo possibile l’accesso ai servizi finanziari da parte dei Paesi più poveri.

La sua mission è infatti quella di “combattere la povertà attraverso lo sviluppo della microfinanza.” Per realizzarla si serve di otto unità specializzate, compresa un’agenzia di rating di microfinanza.

L’organizzazione è così efficiente da aver ricevuto un premio per l’80a migliore ONG del mondo secondo il Global Journal nel 2013. Nello stesso anno ha realizzato un fatturato (chiffre d’affaires) di 2 251 000,00 €.

Gli organi societari annoverano nomi di grande peso sul piano politico ed economico mondiale.

Da Jacques Delors al ministro degli Affari esteri dell’Oman, passando per partner di colossi della consulenza come Ernst & Young e Bain, fino al presidente di Microsoft International.

Dulcis in fundo, il cofondatore di questa ramificatissima Ong è il bengalese Muhammad Yunus, il padre del microcredito moderno (ovvero di un sistema di piccoli prestiti destinati ad imprenditori troppo poveri per ottenere credito dai circuiti bancari tradizionali.ndr).

Grazie all’appoggio di illustri sostenitori, come i Clinton e Bill Gates e con il sostegno della stessa Banca mondiale, nei primi anni Ottanta creò in Bangladesh la Grameen Bank, un istituto finanziario che concedeva denaro alle persone più indigenti, impossibilitate ad avere accesso al credito.

Come già riscontrato in uno studio condotto sulla Cambogia, in cui analizzando la frequenza e le modalità di emigrazione della popolazione è emersa una correlazione diretta tra espansione del microcredito e aumento dei flussi migratori verso l’estero, anche qui i prestiti concessi si tramutarono in un incentivo all’emigrazione per la popolazione locale.

Il Bangladesh è infatti paese di origine di circa un decimo dei migranti che ogni anno arrivano in Italia (oltre 10 mila nel solo 2017).

Ed è proprio qui che è nato il business dei cosiddetti “migration loans”, i prestiti per finanziare i viaggi dei migranti, gestiti dalla BRAC (Bangladesh Rural Advancement Commitee), leader nel settore e la più grande ONG al mondo, che opera anche in Asia e in Africa.

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Una commistione molto fruttuosa quella tra ONG, migranti e finanza, un vaso di Pandora ancora da scoperchiare del tutto e che ci riserverà incredibili sorprese. Fonte Bocconiana redentaPotete trovare tutta l’inchiesta sul libro: I coloni dell’Austerity: Africa, neoliberismo e migrazioni di massa.
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