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1455.- DAL WEB, DUE NOTE SULLA POLITICA ITALIANA

Mario Donnini ai ragazzi di Forza Nuova

Cari ragazzi di ieri e di oggi,

Da un lato, fare riferimento a una esperienza finita tragicamente può essere politicamente poco produttivo, da un altro lato, non si possono né si devono dimenticare i risultati positivi raggiunti dall’apparato statale prima della guerra e di cui ancora godiamo. Qual’è il tema centrale dell’opposizione a Forza Nuova? A parte le goliarderie e i luoghi comuni di giovani e non giovani, un po’ stantii, se è la dittatura, osservo che quella di oggi è dittatura a tutti gli effetti e lo è anche molto peggio perché è distruttiva e marcatamente diretta dall’esterno, da poteri senza morale, come sono i poteri finanziari e come ha confermato la calata di Soros a Palazzo Chigi. Poi, osservando il nessun rispetto degli italiani di qualunque partito per i beni comuni e per i Principi democratici sbandierati nella Costituzione, violabile e del tutto violata, non posso che comprendere e approvare quei giovani che ritrovano in un passato irripetibile gli esempi del loro concetto dello Stato sovrano degli italiani. E comprendo anche la manica di malfattori che si batte contro quel concetto che non gli permetterebbe di malversare e profittare delle cose comuni, impunemente. Del resto, non sono quei concetti e i loro valori che vengono additati all’esecrazione, perché non riescono ad andare oltre l’epiteto di fascista. E mi domando: A parte la Guerra, perché abbiamo mandato soldati in tutte le guerre dal 1949 in poi e a parte le leggi razziali, incomprensibili per un popolo solidale come l’italiano, a parte questo, in cosa la monarchia e il regime fascista sono stati peggiori di questo mercato delle vacche, che chiamano democrazia e democrazia non è?

Il Vostro e il Nostro nemico è il neoliberismo, che non ammette Stati sovrani, frontiere e stati sociali e che ci domina attraverso la sua perversa Unione europea, smontando il welfare, la famiglia, la morale e, purtroppo, il Vostro e il Nostro futuro.

Simone Boemio parla ai grillini:

Caro ….,
i 5* avrebbero dovuto dimettersi in blocco dalle camere come promesso immediatamente dopo il referendum costituzionale causando una crisi senza precedenti e costringendo di fatto il presidente della repubblica ad indire nuove elezioni (che sarebbero state col sistema proporzionale a seguito delle bocciature del porcellum), ma puntualmente non hanno fatto ciò che hanno promesso – non erano quelli che volevano aprire il parlamento come una scatoletta di tonno?
Ora hanno fatto una manifestazione come tante, ma nulla di incisivo sul piano politico (come loro consuetudine) e che cosa hanno ottenuto? NIENTE!
Se fossero stati ONESTI intellettualmente, prima del voto di fiducia, avrebbero anche in questo caso, potuto bloccare i lavori parlamentari e dimettersi in massa (ti ricordo sempre la promessa del tonno aperto) e invece niente.
Sono il vuoto farcito di demagogia, superficialità e fanatismo.
Un giorno lo capirai anche tu.
A proposito del fatto che non hanno fatto NULLA DI EFFICACE per impedire questo ennesimo scempio alla democrazia (il rosatellum), ti faccio una domanda (che però presuppone una buona conoscenza del partito e della sua “cupola”): secondo te le vogliono vincere veramente queste elezioni?
Ti do una dritta: ASSOLUTAMENTE NO, sanno che verrebbero spazzati via dalla loro incompetenza, perchè “dire” di essere onesti è ben diverso dall'”essere” preparati.
Ora invece potranno raccontare ai gonzi che se non hanno vinto è stata colpa del sistema elettorale (che non hanno efficacemente contrastato).
Ma non è detta l’ultima parola, possono sempre vincere le elezioni e consegnare il paese alla troika (esattamente come syriza in grecia), io se fossi di maio non tirerei un sospiro di sollievo dopo l’approvazione del rosatellum.
Dai retta, fattela qualche domanda, è sempre utile e sopratutto sappi che chi ti dice questo, è attivo sul territorio quanto in rete, fa gazebi e conferenze per liberare l’Italia dalla dittatura dei mercati, dittatura dei mercati neanche percepita dai 5*.

E ora, come il web leghista crocifigge Matteo Salvini

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1452.- Legge elettorale. Il governo è andato avanti a colpi di fiducia per evitare il voto segreto. Manifestazioni di piazza di Mdp, Sinistra Italia e 5Stelle. E FI e Lega giobbano.

RICORDATE!

1. FI e Lega sono usciti dall’Aula per marcare il loro accordo sulla legge! 

2. Con lo sbarramento del 3%, tutti quelli che hanno messo in piedi una lista, un partitellum, magari in nome della Costituzione, senza raggiungere i numeri richiesti, potranno portare acqua ai partiti maggiori ed essere integrati, poi, loro nel sistema, alla faccia dei pirla che gli hanno abboccato.

3. Con questa Costituzione, si va alla politica con le fauci spalancate e le braghe calate. Troppi privilegi, troppi soldi e nessuna professionalità. Ignoranti i più.

 

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Legge elettorale, via libera della Camera anche alla seconda e alla terza fiducia. Le due fiducie sono passate con i voti di Pd, Ap, Civici, Minoranze linguistiche, mentre FI e Lega sono usciti dall’Aula per marcare il loro accordo sulla legge. Il “no” (come d’accordo?) è giunto da M5s, Mdp e Fdi. La prima fiducia, sull’articolo uno, ha riguardato il sistema di elezione della Camera (un mix di collegi uninominali maggioritari (il 36%) e di proporzionale in collegi plurinominali con liste bloccate (il 66%), ossia senza preferenze, per la ripartizione dei seggi). La seconda fiducia, sull’articolo 2, ha riguardato invece l’analogo sistema di voto per il Senato. La terza votazione di fiducia si è avuta oggi sulla delega al Governo per la determinazione dei collegi uninominali e dei collegi plurinominali.  I sì sono stati 309, i no 87 e gli astenuti 6.
ALLA FACCIA DELLA DEMOCRAZIA!
Il via libera alla prima fiducia, aveva riguardato l’articolo 1 delle legge elettorale. In questo primo caso i sì erano stati 307, 90 i contrari e nove gli astenuti. La Camera aveva confermato la fiducia al governo anche sul secondo articolo del cosiddetto “Rosatellum bis 2.0”. I voti a favore sono stati 308, 81 i contrari, otto gli astenuti. Le dichiarazioni di voto sulla terza ed ultima fiducia, quella posta sull’articolo 3 del testo, si sono tenute questa mattina. La votazione ha avuto inizio alle 11. A seguire, l’Assemblea di Montecitorio ha esaminato i restanti due articoli del provvedimento, il 4 e il 5, sui quali il governo non ha messo la fiducia.
L’articolo 4: 381 voti favorevoli, 152 contrari, un solo astenuto, riguarda la trasparenza del voto. Contiene l’elenco dei documenti da depositare in nome della trasparenza: il contrassegno depositato, lo statuto, il programma elettorale con il nome e cognome della persona indicata come capo della forza politica. Approvato anche il quinto e ultimo articolo del Rosatellum 2.0. I si sono stati 372, i no 149 e gli astenuti 6. La norma, vergognosa, detta  “salva Verdini” perché prevede le disposizioni transitorie per l’entrata in vigore della legge, con particolare riferimento alle circoscrizioni estere; cioè, consente ai residenti Italia di candidarsi nella circoscrizione estero.
A seguire gli ordini del giorno e le dichiarazioni di voto finali. Il voto finale sarà segreto ed è atteso nella serata di domani. Rimane l’incognita dello scrutinio segreto. Si temono i franchi tiratori (70 soltanto?) nelle file della maggioranza.
Legge elettorale. Il governo pone la fiducia per evitare il voto segreto. Vendola: “nasce il fascistellum”. Manifestazioni di piazza di Mdp, Sinistra Italia e 5Stelle. E Berlusconi gongola
La Camera, detta della vergogna, ha approvato oggi anche un emendamento all’articolo 5 del Rosatellum 2.0 che modifica una norma introdotta in Commissione. Quest’ultima stabiliva l’ineleggibilità nelle Circoscrizioni Estere dei cittadini che negli ultimi dieci anni avessero ricoperto cariche elettive o di governo, nelle forze armate e nella magistratura dei Paesi di residenza. L’emendamento diminuisce a cinque anni tale periodo. È stato denominato “emendamento salva Bueno” perché permette la ricandidatura della deputata italo-brasiliana Renata Bueno, che fino a sette anni fa era stata consigliere comunale in Brasile

Berlusconi gongola, mentre Sinistra Italiana, Mdp e 5Stelle annunciano manifestazioni di piazza

Silvio Berlusconi blinda il Rosatellum bis e ci mette la faccia. Il leader di Forza Italia, in una nota, garantisce che il suo partito “sarà leale e voterà compatto” il via libera finale alla legge, ma pur comprendendo i motivi che hanno spinto a porre al fiducia, gli azzurri non la voteranno. La scelta di maggioranza e governo viene accolta dagli oppositori del Rosatellum bis come un “atto eversivo”, ed è subito caos in Aula. Al grido di “Vergogna, vergogna” e “Venduti”, Movimento 5 Stelle, Mdp e Sinistra italiana (la sua parte di protesta la fa anche FdI) invocano l’intervento del Capo dello Stato – che però fa sapere di considerare positivo l’impegno del Parlamento a modificare la legge e si tiene fuori dalle decisioni dell’esecutivo – e annunciano manifestazioni in piazza per protestare contro una “legge antidemocratica e incostituzionale”. Sia i pentastellati che Mdp e Sinistra italiana scenderanno domani in piazza: i 5 Stelle alle 13 davanti Montecitorio, Si e Mdp alle 17,30 davanti al Pantheon. La riforma sostenuta da Pd, FI, Ap e Lega è “un colpo mortale alla democrazia, una violazione delle regole democratiche”, attacca il candidato premier M5S, Luigi Di Maio. “Il Rosatellum è una legge truffa contro il Movimento 5 Stelle e contro la volontà dei cittadini. E’ una legge fatta ad arte per favorire alla prossima legislatura un governo Renzi- Berlusconi, a prescindere da chi vincera’ davvero le elezioni”. Beppe Grillo rincara la dose: “Siamo in piena emergenza democratica”. Per Alessandro Di Battista quanto sta accadendo è “da vomito. Il popolo italiano reagisca”.

Vendola: “nasce il fascistellum”

Durissimo anche il segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni: “è l’ennesima vergogna di questa legislatura”. “Il Pd e le destre – prosegue Fratoianni – non faranno scegliere agli elettori, grazie a un sistema doppiamente bloccato e, con perversa coerenza, iniziano dai parlamentari, a cui non è consentito esprimere liberamente il proprio voto. Contro lo sciopero della democrazia, per difendere la nostra Costituzione e le istituzioni repubblicane – conclude Fratoianni – domani pomeriggio saremo in piazza”. Pierluigi Bersani invita i cittadini a manifestare “a difesa della democrazia”. “Hanno prodotto l’ennesimo strappo alla democrazia. La fiducia sulla legge elettorale è un atto grave”, afferma il capogruppo Mdp Francesco Laforgia. Per Nichi Vendola “nasce il fascistellum”.

Roberto Speranza racconta a Otto e mezzo com’è nata la decisione di votare contro la fiducia

Roberto Speranza racconta a Otto e mezzo: “Oggi ci siamo riuniti e all’unanimità abbiamo deciso di votare no alla fiducia. C’è stata una rottura ormai difficile da recuperare. E una rottura grave, perché è venuto meno un impegno: Gentiloni in aula ha detto che il Governo non sarebbe stato protagonista sulla legge elettorale ma avrebbe lasciato campo al parlamento. Il rapporto già complicato tra noi e Gentiloni diventa, con questo, difficilissimo”. Infatti, “nella storia d’Italia – ha ricordato Speranza – la fiducia per la legge elettorale è stata chiesta solo tre volte. La prima fu nel ventennio: ma guai a pensare che siamo nel fascismo: non c’è questo pericolo. Tuttavia è stata fatta una violenza terrificante e intollerabile al Parlamento, chiedendo la fiducia. Visto che è una legge condivisa dai due terzi del Parlamento, perché non lasciare al Parlamento di esprimersi? Che paura si ha? Magari il Parlamento l’avrebbe migliorata con alcuni emendamenti, come sul voto disgiunto”. Viceversa, secondo Speranza, “c’è un accordo Renzi-Berlusconi per impedire ai cittadini di votare direttamente i propri parlamentari” e “c’è stato un sequestro della possibilità di decidere i propri eletti, che nomineranno loro”.

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Il coordinamento per la democrazia costituzionale si appella a Mattarella: non firmi la legge; ma Renzi non vuole.

“Mettere la fiducia per costringere a il parlamento a votare la legge elettorale è un atto di eccezionale gravità”, sostiene il Coordinamento per la democrazia costituzionale, promotore dei comitati per il NO al referendum costituzionale, che in un comunicato attacca con durezza la decisione del governo Gentiloni che “ha chinato la testa di fronte al diktat di Matteo Renzi e del Pd e questo malgrado avesse più volte affermato che il governo non sarebbe entrato – tanto meno con questa autentica imposizione – sulla legge elettorale”. “La parola del governo e del Presidente del Consiglio – si insiste – non avranno più alcun valore da qui in avanti, questo è un atto grave che avrà ripercussioni pesanti. Tutte le dichiarazioni di garbo istituzionale fin qui fatte suonano come autentiche prese in giro delle elettrici e degli elettori. Il Presidente della Repubblica farebbe bene a fermare questo atteggiamento autoritario e a non firmare una legge elettorale approvata con voto di fiducia a pochi mesi dalle elezioni e in spregio ad un referendum che ha bocciato lo stravolgimento della CostituzIone il 4 dicembre 2016”.

Mal di pancia anche nel Pd. Cuperlo: “la fiducia si doveva e poteva evitare”. Ma lui la voterà?

Malumori anche tra le file del Pd: Gianni Cuperlo ritiene che la fiducia sia “un errore serio (errore un cavolo!) che si poteva e doveva evitare” e il suo voto resta in forse. Non dovrebbero votare la fiducia nemmeno gli esponenti di campo progressista, così come non dovrebbero dire sì nemmeno in occasione del voto finale. Anche il lettiano Marco Meloni annuncia che non voterà la fiducia e dubbi vengono sollevati dall’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

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… un centinaio, ma secondo i pennivendoli, cagoja dei giornali.

Altro scontro durissimo tra Pd e Mdp al Senato durante l’approvazione della legge europea (governo sotto tre volte). Quella, per capire, con cui l’Agcom ci spierà al telefono e su Internet, oscurandoci, se gli pare e archiviando i nostri post per 6 anni. Li guardi negli occhi e gridi: VAFFA…..!

Intanto al Senato, la legge europea passa solo grazie alle assenze di FI e Ala che hanno fatto scendere il quorum. I sì sono stati 118, contro 17 no e 69 astenuti. Gli assenti tra gli azzurri sono stati 24, quelli di Ala 12 (che invece avevano dichiarato l’intenzione di astenersi) e quelli di Gal 7 (che di solito in 2 o in 3 sono quelli che votano insieme alla maggioranza). Il governo al gran completo era stato precettato per questo voto considerato “a rischio” sin dall’inizio. “Venire tutti in Aula anche governo per voto finale su legge europea” era stato l’sms inviato a tutti, seguito poi da un’altra richiesta più perentoria che si concludeva con un: “Presenza obbligatoria senza eccezione alcuna”. Incredibile l’atteggiamento del sottosegretario Gozi, dopo che la maggioranza è stata battuta più volte su emendamenti della Lega: la colpa è di Mdp. Infatti, secondo Gozi, “Un atteggiamento irresponsabile che si è dimostrato del tutto irrilevante da parte di Mdp. Ha preso in ostaggio la posizione dell’Italia in Europa e ha rischiato di metterci in una gravissima situazione da un punto di vista politico e giuridico in Ue perché abbiamo rischiato infrazioni, Ha esposto il Paese a gravissime sanzioni”. Agli insulti, politici ovviamente, ha replicato duramente Maria Cecilia Guerra, presidente dei senatori Mdp: “Oggi è stata inferta una ferita grave alla democrazia. La fiducia posta dal Governo su una legge di competenza parlamentare (la legge elettorale – ndr) impedisce ai parlamentari di discutere la legge più importante per la democrazia del Paese. Tutto questo viene fatto contro una delle componenti della maggioranza. Si è scelto scientemente di estromettere Articolo 1 Mdp da questa maggioranza”. Se la legge europea “è un atto importante dell’azione di governo, la sua maggioranza ha il dovere di sostenerla. Lo faccia”, ha aggiunto Guerra.

Testo di Carli e Gagliardi.

1449.- Piantatela con le leggi per zittire noi elettori

 

 

Il Fatto Quotidiano

7 ott 2017 — Da anni siamo costretti a parlare di leggi elettorali: i vertici politici, che non si rassegnano all’idea di doversi misurare continuamente con le istanze del corpo sociale, cercano di soffocarle con ogni artificio, contro l’ art. 1 “La sovranità appartiene al popolo” dove il verbo “appartiene” non è scelto a caso. I Costituenti dopo attenta discussione, lo sostituirono a “emana”, proposto inizialmente, per evitare il rischio che venisse interpretato nel senso che il popolo, attraverso il voto, trasferisce la sua sovranità. Era loro fermissimo intento affermare, senza equivoci, che la sovranità è del popolo e nel popolo continua a rimanere. Non è legittimo recidere i canali di trasmissione delle domande sociali alle istituzioni: alla legge elettorale non è consentito.

La Costituzione del 1948 è frutto dell’impegno collettivo di persone animate da grandi speranze e profondi ideali, unite nell’intento di dar vita a un sistema nuovo fondato sui valori di libertà e democrazia appena ritrovati, che si volevano salvaguardare in futuro. In una straordinaria stagione ricca di fermenti vitali ogni scoria del cupo passato era allontanata, così come ogni artificio antidemocratico di cui si era avvalso il regime: maggioranze truccate, premi per dominare schiacciando gli avversari politici, liste bloccate imposte agli elettori . L’obiettivo era la partecipazione “la partecipazione di tutti” come dice l’art. 3; e lo conferma l’art. 49: i cittadini, “Tutti i cittadini” – precisa la norma – hanno il diritto associarsi in partiti “per concorrere con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale”. Nessuno escluso.

Nello spirito del 1948 non poteva esserci che un sistema proporzionale con una modalità di voto in grado di tener saldo il rapporto fra elettori ed eletti: “La sovranità spetta tutta al popolo che è l’organo essenziale della nuova costituzione… l’elemento decisivo, che dice sempre la prima e l’ultima parola”. E dunque, il fulcro dell’organizzazione costituzionale è nel Parlamento “che non è sovrano di per se stesso; ma è l’organo di più immediata derivazione dal popolo”, si legge nella Relazione di Meuccio Ruini all’Assemblea costituente.

E il popolo è costituito da tutti i cittadini, altrimenti si ha una democrazia dimezzata. Secondo “la definizione minima” di Norberto Bobbio, per “regime democratico s’intende primariamente un insieme di regole e di procedura per la formazione di decisioni collettive, in cui è prevista e facilitata la partecipazione più ampia possibile degli interessati”. Era questo il pensiero dei Costituenti.

Durante i lavori della Commissione dei 75 (Seconda Sottocommissione, 7 novembre 1946), il grande costituzionalista Costantino Mortati propose di inserire in Costituzione il principio della rappresentanza proporzionale “perché costituisce un freno allo strapotere della maggioranza e influisce anche, in senso positivo alla stabilità governativa”. Prevalse invece l’idea di lasciare la materia elettorale alla legge ordinaria anche più tardi, quando se ne discusse in aula; un emendamento presentato dall’on. Giolitti non fu approvato.

Ma il suo contenuto, è importante ricordarlo, trasformato in ordine del giorno, venne invece approvato: “L’Assemblea costituente ritiene che l’elezione alla Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale” (23 settembre 1947). È un impegno solenne. Non si può dunque affermare, come di recente Fusaro, che la Costituzione “nulla dice… su come trasformare i voti in seggi. Nulla. Ma proprio nulla di nulla”. Se la Costituzione non ne parla espressamente, il principio della rappresentanza proporzionale è implicito nel sistema complessivo oltre che in precise disposizioni: articolo 72 – le Commissioni in sede legislativa devono essere composte “in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari”; articolo 82 – ciascuna Camera, esercitando il potere parlamentare d’inchiesta, nomina “fra i propri componenti una Commissione formata in modo da rispecchiare la proporzione fra i vari gruppi”; art. 83 – all’elezione del presidente della Repubblica “partecipano tre delegati per ogni Regione, eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze”. Un sicuro “plurale” che non ha nulla di generico.

Il modello dei Costituenti, sottolineava Livio Paladin, è quello delle “democrazie di stampo liberale e dunque pluralistico che vuole temperare il principio maggioritario sia attraverso la rigidità della Costituzione e il controllo di costituzionalità sulle leggi, sia garantendo le libertà fondamentali, a cominciare dalla libertà di associazione e di manifestazione del pensiero”.

Le minoranze sono l’essenza del costituzionalismo liberale e sulla possibilità di far sentire la loro voce sono basati gli istituti giuridici posti a tutela dei diritti costituzionali , dai diritti di libertà ai diritti sociali. Per garantirli le Costituzioni esigono che la loro disciplina sia riservata alla legge, approvata dal Parlamento dove hanno voce anche le minoranze e non da fonti del governo dove la sola maggioranza è presente.

La distorsione della rappresentanza – dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale – alterando la composizione delle Camere si ripercuote pesantemente sulla vita dei cittadini: in assenza di voci in grado di difenderli i diritti sono gravemente incisi, il pensiero minoritario sacrificato. Ormai, che la norma sia fatta dal governo o dal Parlamento dove la maggioranza domina incontrastata, è la stessa cosa. Soffocate le minoranze, a nulla vale la rigidità della Costituzione; a tutelarla non bastano le garanzie giuridiche: se non sono accompagnate dalle garanzie politiche assicurate dal pluralismo risultano del tutto inefficaci. Una maggioranza artificialmente creata non trova più i limiti politici consueti in democrazia; le altre forze, ridotte all’irrilevanza, come possono svolgere un’opposizione efficace?

Lorenza Carlassare (parte dell’ intervento che ha tenuto a Roma al convegno dei Comitati del No lunedì 2 ottobre)

Gustavo Zagrebelsky – Vogliamo una legge elettorale costituzionale e di tipo proporzionale. Lunedì 2 ottobre 2017 – Aula dei Gruppi Parlamentari Camera

1447.- La Siria ha segnato la svolta geopolitica del secolo?

Cambiano rapidamente gli equilibri in Medio Oriente dopo la sconfitta dell’ISIS: la neo Compagnia delle Indie della finanza. E tanto più rapidamente, quanto più visibile appare il declino della potenza USA. Appare, ma non è ed è lungi da essere un tracollo ed è qui che apprezziamo la diplomazia consapevole di Putin. 

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La realtà geopolitica in Medio Oriente cambia drammaticamente. L’impatto della primavera araba, del ritrarsi delle forze armate e della diminuzione dell’influenza economica statunitensi sul mondo arabo, come visto con l’amministrazione Obama, sono fatti. L’emergere del triangolo russo-iraniano-turco è la nuova realtà. L’egemonia occidentale nella regione mediorientale è finita, e non in modo morbido, ma con una lunga lista di conflitti e destabilizzazioni. La prima visita di un re saudita in Russia mostra il crescente potere della Russia in Medio Oriente. Inoltre dimostra che non solo i Paesi arabi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ma anche Egitto e Libia, sempre più considerano Mosca alleata strategica. La visita di re Salman a Mosca potrebbe annunciare non solo alcune trattative multilaterali, ma sarebbe il primo passo reale verso una nuova alleanza geopolitica e militare regionale tra Arabia Saudita e Russia nell’OPEC. Questa cooperazione non solo avrà gravi conseguenze per gli interessi occidentali, ma potrebbe in parte compromettere o ridisegnare la posizione dell’OPEC. Il Presidente Vladimir Putin ospita attualmente una grande delegazione saudita, guidata da re Salman e sostenuta dal ministro dell’Energia Qalid al-Falih. L’atteggiamento di Mosca verso l’Arabia Saudita, alleata di Washington e avversaria decisa della crescente proiezione dell’Iran nel mondo arabo, dimostrano che Putin comprende l’attuale mutamento in Medio Oriente. Gli alleati degli statunitensi Arabia Saudita, Egitto, Turchia e persino Emirati Arabi Uniti, dimostrano crescente ansietà nel tessere relazioni militari ed economiche con Mosca, anche se ciò significa affrontare una potenza globale che supporta il loro arcinemico Iran. Gli analisti si chiedono dove guardi re Salman, ma tutti i segni indicano il sostegno saudita a un ruolo maggiore della Russia nella regione e a una più profonda cooperazione nei mercati del petrolio e del gas.
In netto contrasto con il difficile rapporto dell’occidente con il mondo arabo, Mosca sembra svolgervi il ruolo di potere regionale. Può diventare un alleato o amico di avversari regionali, come Iran, Turchia, Egitto e ora Arabia Saudita. I regimi arabi sono anche disposti a discutere di cooperazione con la Russia, anche se sostiene avversari nei conflitti in Siria e Yemen e continua a fornire armi all’Iran. Gli investitori possono aspettarsi Russia e Arabia Saudita firmare una moltitudine di accordi, alcuni già presentati. Mosca e Riyadh discuteranno anche di mercati ancora in via di sviluppo del petrolio e del gas, in quanto entrambi dipendono fortemente dai ricavi degli idrocarburi. Gli analisti arabi prevedono che entrambe le parti scelgano una strategia bilaterale per ridurre i prezzi del petrolio. Riyad e Mosca hanno lo stesso obiettivo: un mercato stabile del petrolio e gas, in cui la domanda e l’offerta si tengano reciprocamente sotto controllo aumentando i prezzi, ma senza lasciare spazio a nuovi operatori del mercato come lo shale degli USA. Putin e Salman discuteranno anche la situazione della sicurezza in Medio Oriente, in particolare la guerra in Siria, l’emergere dell’Iran e la situazione in Libia. Finora hanno sostenuto le parti opposte, ma Riyad ha capito che l’obiettivo di rimuovere il Presidente Assad è fuori portata. Per impedire l’asse sciita (Iran-Iraq-Siria-Libano), altre opzioni sono ora ricercate per sventare l’ascesa di Teheran. Mosca ne è la chiave. Il sostegno incondizionato di Putin alle operazioni militari iraniane in Iraq e Siria, combinato al sostegno ad Hezbollah e ad Ansarullah nello Yemen, sarà discusso e forse modificato per dare a Riyad spazio di manovra nella sfera d’influenza russa. Il verdetto non è ancora emesso, ma la mossa di Riyad va vista alla luce dei colloqui di Mosca con Egitto, Libia, Giordania ed Emirati Arabi Uniti. L’evidente ascesa di Putin nel mondo arabo è ormai chiara. La forte leadership del nuovo leader russo è diventata punto d’interesse per i regimi arabi (ex-filo-occidentali). Stati Uniti e loro alleati europei hanno mostrato solo un greve approccio politico-militare alle minacce nel Medio Oriente, destabilizzando i presidenti arabi storicamente pro-occidentali. L’amicizia di Putin, invece, viene presentata come incondizionata e duratura.

Sebbene le operazioni geopolitiche e militari in Medio Oriente occupino i titoli, il riavvicinamento saudita-russo avrà conseguenze economiche. La leadership di Riyad all’OPEC è ancora indiscussa, come mostrano gli ultimi anni. L’ansia dell’Arabia Saudita nel contrastare la caduta dei prezzi del petrolio ha avuto successo, ma è necessario uno sforzo maggiore per riportare i prezzi tra 60 e 75 dollari al barile. Il ruolo della Russia, la maggiore produttrice non OPEC, è sostanziale, supportando non solo alcuni produttori emergenti, ma anche facendo pressione sugli alleati Iran, Venezuela e Algeria. La cooperazione storicamente importante di Mosca-Riyadh su petrolio e gas è senza precedenti. Senza il sostegno della Russia, la conformità generale all’accordo sulla riduzione della produzione OPEC sarebbe stato esigua, abbassando i prezzi ancor più. Il riavvicinamento saudita-russo potrebbe però essere considerato una minaccia dall’occidente. L’influenza occidentale nella regione è diminuita dalla fine degli anni ’90, non solo per il dividendo della pace della NATO, ma soprattutto perché i Paesi OCSE si allontanano dal petrolio. L’Arabia Saudita ha dovuto trovare nuovi mercati, con Cina e India. Il futuro saudita non si basa sui clienti o sul sostegno occidentali, ma si trova in Asia e nelle altre regioni emergenti. Anche l’ex-URSS appare negli schermi sauditi. Le opportunità d’investimento, unitamente al sostegno geopolitico e agli interessi militari, sono facilmente disponibili in Russia e negli Stati vicini. Per l’OPEC, la relazione Mosca-Riyad potrebbe anche minacciare. Nella storia dell’OPEC, Riyadh è stato il principale detentore del potere nel cartello petrolifero, avanzando le strategie su prezzo e produzione; soprattutto in stretta collaborazione con gli altri membri, la maggior parte alleati arabi. Ciò è cambiato drammaticamente dopo che Arabia Saudita e Russia hanno accettato di cooperare sui mercati petroliferi globali. Con l’emergere di questa cooperazione OPEC/non OPEC, Mosca e Riyadh si sono avvicinate più del previsto. I due Paesi decidono ora il futuro dei mercati petroliferi globali prima di discuterne con altri attori come UAE, Iran, Algeria e Nigeria. La visita di re Salman è vista come un altro passo verso una cooperazione maggiore su petrolio e gas. Oltre alla cooperazione globale sul mercato petrolifero, l’Arabia Saudita è e sarà sempre più interessata ad investire nello sviluppo del gas naturale, non solo per avere interessi sul futuro del gas russo, ma anche per avere tecnologia, investimenti e LNG russi nel regno. Allo stesso tempo, i media dichiarano che l’Arabia Saudita non chiede alla Russia di partecipare alla tanto attesa OPA sull’Aramco nel 2018. Tuttavia, gli investitori e le istituzioni finanziarie russi ne sarebbero interessati.
Putin comprende non solo gli scacchi ma anche l’approccio arabo del “tawila”. Il principe saudita Muhamad bin Salman già preparerà la sua tawila, piazzando carte sufficienti sul tavolo per assicurarsi il successo. MBS, attualmente governante de facto del regno, punta a una piena cooperazione tra Russia e Arabia Saudita su energia, difesa e investimenti, per ammorbidire il sostegno totale di Mosca all’arcinemico Iran. Per entrambe, Mosca e Riyadh, il quadro attuale presenta una situazione vincente. Mosca può raggiungere il suo obiettivo in Medio Oriente: diventare il principale mediatore e scalzare gli Stati Uniti. Per Riyadh, la possibilità di contrastare la minaccia iraniana, pur rafforzando la propria economia e il futuro negli idrocarburi, è ora vicina. Il viaggio di re Salman potrebbe passare alla storia come punto di non ritorno per l’occidente. Le immagini del Presidente Vladimir Putin e di re Salman potrebbero sostituire quelle storiche di re Saud e del presidente Roosevelt (Lake Bitter, 1945). In pochi anni, il principe ereditario Muhamad bin Salman potrebbe dire ai figli che questo è uno dei pilastri del cambiamento del Medio Oriente e del suo progetto Vision 2030 per diventare un ponte tra il vecchio (ovest) e il nuovo (Russia-Asia). Cyril Widdershoven, Aurora,Traduzione di Alessandro Lattanzio

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1441.- PROFITTANO DELLA DEMOCRAZIA, DELLA COSTITUZIONE COLA BRODO, SI MIMETIZZANO E AVANZANO. E’ L’AG.COM LA NUOVA O.V.R.A., LA LORO POLIZIA SEGRETA ? EUREXIT! SÌ O NO?

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Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo
OVRA 
La COSTITUZIONE non può essere e NON deve essere ATTUATA. DEVE ESSERE RISCRITTA DA CAPO. La Sovranità APPARTIENE AL POPOLO significa che non viene trasmessa agli eletti. Quindi, se non sono legittime le leggi che non rispettano la reale volontà del popolo, figuratevi se lo sono quelle votate e promulgate in sordina dal presidente e garante di chi, lo sa lui. Questo Governo ci invade, ci indebita, ci espropria, ci svende, ci snatura i figli. Notate “l’ironia della vicinanza cronologica tra le legge Fiano sull’apologia del fascismo e quest’altra sulla sorveglianza dei cittadini.” Una minoranza di italiani si muove agli ordini del denaro mondiale, con tutte le caratteristiche di mimetizzazione tipiche di un organismo segreto. Patetici i tentativi del ministro Del Rio di fare cacciare percorrere le porcate in cantiere. Come al solito, le porcate “devono” attuare le direttive di Bruxelles. Questa Unione europea è il IV Reich, e mi spaura!
Ecco a cosa serve distrarci con lo sciopero della fame di Delrio: della fame per ridere perché fra poche ore inaugurerà l’87esima Fiera internazionale del Tartufo Bianco d’Alba.  “Oggi, in silenzio, la Camera doveva approvare un emendamento al D.L.2886, art. 2 e 24, presentato dal solito Gentiloni (“Disposizioni per l’adempimento degli obblighi dell’appartenenza dell’Italia all’Unione europea”: dir.ve 2001/29 e 2004/48) già passato alla Camera il 20 luglio, del deputato PD (guarda caso, PD! di Carpi, con liceo scientifico) Davide Baruffi (nella foto),
d305948
      Davide Baruffi
che deve permettere agli internet service provider, su mandato dell’AgCom, che non è un magistrato né Voi avete eletto e saltando la magistratura” … …. ripeto: su mandato dell’AgCom. “Autorità per le garanzie delle comunicazioni” e saltando la magistratura “(contravvenendo perfino alla UE) di controllare costantemente TUTTO il vostro traffico internet e telematico (e di conservarlo per 6 (sei) anni, al fine di impedire la condivisione di contenuti non autorizzati (“impedire” significa scansionare, ispezionare tutte le connessioni con falsi server e OSCURARE, archiviando per 6 anni le nostre critiche, sgradite e, quindi, NON AUTORIZZATE). L’Agcom è solo un’Autorità, ma dovrà impedire la reiterazione di violazioni accertate da essa medesima. Ed ecco perché parlo di OVRA.
Oggi, votati i primi due articoli, è mancato – ma per altra ragione – il numero legale e si è rinviato a martedì prossimo, altrimenti era legge. È sorveglianza di massa, di nome e di fatto. E dice bene Claudio Messora nel video che segue: “E’ l’ecatombe della privacy!” L’unico modo per tentare di impedirlo è invitare tutti i deputati a riflettere su quello che stanno facendo, presentando emendamenti al D.L.2886, art. 24, e in più, diffondere queste informazioni a più persone possibili, in modo da mobilitare l’opinione pubblica.” Per la democrazia degli italiani!

N. 2886

DISEGNO DI LEGGE
presentato dal Presidente del Consiglio dei ministri (GENTILONI SILVERI)
di concerto con il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale (ALFANO)
con il Ministro della giustizia (ORLANDO)
con il Ministro dell’economia e delle finanze (PADOAN)
con il Ministro dell’interno (MINNITI)
con il Ministro della salute (LORENZIN)
con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti (DELRIO)
con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare (GALLETTI)
e con il Ministro per gli affari regionali (COSTA)

(V. Stampato Camera n. 4505)

approvato dalla Camera dei deputati il 20 luglio 2017

Trasmesso dal Presidente della Camera dei deputati alla Presidenza
il 21 luglio 2017

Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea – Legge europea 2017

………OMISSIS

Art. 2.

(Disposizioni in materia di diritto d’autore. Completo adeguamento alle direttive 2001/29/CE e 2004/48/CE)

1. Ai fini dell’attuazione di quanto previsto dall’articolo 8 della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, e dagli articoli 3 e 9 della direttiva 2004/48/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, su istanza dei titolari dei diritti, può ordinare in via cautelare ai prestatori di servizi della società dell’informazione di porre fine immediatamente alle violazioni del diritto d’autore e dei diritti connessi, qualora le violazioni medesime risultino manifeste sulla base di un sommario apprezzamento dei fatti e sussista la minaccia di un pregiudizio imminente e irreparabile per i titolari dei diritti.

2. L’Autorità disciplina con proprio regolamento le modalità con le quali il provvedimento cautelare di cui al comma 1 è adottato e comunicato ai soggetti interessati, nonché i soggetti legittimati a proporre reclamo avverso il provvedimento medesimo, i termini entro i quali il reclamo deve essere proposto e la procedura attraverso la quale è adottata la decisione definitiva dell’Autorità.

3. Con il regolamento di cui al comma 2 l’Autorità individua misure idonee volte ad impedire la reiterazione di violazioni già accertate dall’Autorità medesima.

 

Art. 3.

(Disposizioni in materia di tracciabilità dei medicinali veterinari e dei mangimi medicati per il conseguimento degli obiettivi delle direttive 2001/82/CE e 90/167/CEE)

1. Al decreto legislativo 6 aprile 2006, n. 193, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all’articolo 89, dopo il comma 2 sono aggiunti i seguenti:

«2bis. I produttori, i depositari, i grossisti, le farmacie, le parafarmacie, i titolari delle autorizzazioni alla vendita diretta e al dettaglio di medicinali veterinari nonché i medici veterinari attraverso la prescrizione del medicinale veterinario inseriscono nella banca dati centrale finalizzata a monitorare le confezioni dei medicinali all’interno del sistema distributivo, istituita con decreto del Ministro della salute 15 luglio 2004, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 2 del 4 gennaio 2005, le seguenti informazioni, secondo le modalità definite con decreto del Ministro della salute:

a) l’inizio dell’attività di vendita, ogni sua variazione intervenuta successivamente e la sua cessazione, nonché l’acquirente;

b) i dati concernenti la produzione e la commercializzazione dei medicinali veterinari.

2-ter. La banca dati di cui al comma 2-bis è alimentata esclusivamente con i dati delle ricette elettroniche. È fatto obbligo al medico veterinario di inserire i dati identificativi del titolare dell’allevamento.

2-quater. L’attività di tenuta e di aggiornamento della banca dati di cui al comma 2-bis è svolta senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente»;

b) all’articolo 118, dopo il comma 1 sono aggiunti i seguenti:

«1-bis. In alternativa alla modalità di redazione in formato cartaceo secondo il modello di cui al comma 1, la prescrizione dei medicinali veterinari, ove obbligatoria, può essere redatta secondo il modello di ricetta elettronica disponibile nella banca dati di cui all’articolo 89, comma 2-bis. A decorrere dal 1º settembre 2018, la prescrizione dei medicinali veterinari è redatta esclusivamente secondo il predetto modello di ricetta elettronica.

1-ter. Salvo che il fatto costituisca reato, chiunque falsifichi o tenti di falsificare ricette elettroniche è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria di cui al comma 1 dell’articolo 108».

2. Dopo il comma 1 dell’articolo 8 del decreto legislativo 3 marzo 1993, n. 90, è inserito il seguente:

«1-bis. In alternativa alla modalità di redazione in formato cartaceo secondo il modello di cui al comma 1, lettera a), la prescrizione dei mangimi medicati, ove obbligatoria, può essere redatta secondo il modello di ricetta elettronica disponibile nella banca dati di cui all’articolo 89, comma 2-bis, del decreto legislativo 6 aprile 2006, n. 193. A decorrere dal 1º settembre 2018, la prescrizione dei mangimi medicati è redatta esclusivamente secondo il predetto modello di ricetta elettronica».

 

Art. 4.

(Modifiche all’articolo 98 del codice delle comunicazioni elettroniche, di cui al decreto legislativo 1º agosto 2003, n. 259 — Caso EU Pilot 8925/16/CNECT)

1. Dopo il comma 16 dell’articolo 98 del codice delle comunicazioni elettroniche, di cui al decreto legislativo 1º agosto 2003, n. 259, sono inseriti i seguenti:

«16-bis. In caso di violazione dell’articolo 3, paragrafi 1, 2, 5, 6 e 7, dell’articolo 4, paragrafi 1, 2 e 3, dell’articolo 5, paragrafo 1, dell’articolo 6-bis, dell’articolo 6-ter, paragrafo 1, dell’articolo 6-quater, paragrafi 1 e 2, dell’articolo 6-sexies, paragrafi 1, 3 e 4, dell’articolo 7, paragrafi 1, 2 e 3, dell’articolo 9, dell’articolo 11, dell’articolo 12, dell’articolo 14, dell’articolo 15, paragrafi 1, 2, 3, 5 e 6, o dell’articolo 16, paragrafo 4, del regolamento (UE) n. 531/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 giugno 2012, relativo al roaming sulle reti pubbliche di comunicazioni mobili all’interno dell’Unione, come modificato dal regolamento (UE) 2015/2120 e dal regolamento (UE) 2017/920, l’Autorità irroga una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 120.000 a euro 2.500.000 e ordina l’immediata cessazione della violazione. L’Autorità ordina inoltre all’operatore il rimborso delle somme ingiustificatamente addebitate agli utenti, indicando il termine entro cui adempiere, in ogni caso non inferiore a trenta giorni. Qualora l’Autorità riscontri, ad un sommario esame, la sussistenza di una violazione dell’articolo 3, paragrafi 1, 2, 5 e 6, dell’articolo 4, paragrafi 1, 2 e 3, dell’articolo 5, paragrafo 1, dell’articolo 6-bis, dell’articolo 6-ter, paragrafo 1, dell’articolo 6-quater, paragrafo 1, dell’articolo 6-sexies, paragrafi 1 e 3, dell’articolo 7, paragrafo 1, dell’articolo 9, paragrafi 1 e 4, dell’articolo 11, dell’articolo 12, paragrafo 1, dell’articolo 14 o dell’articolo 15, paragrafi 1, 2, 3, 5 e 6, del citato regolamento (UE) n. 531/2012, e successive modificazioni, e ritenga sussistere motivi di urgenza dovuta al rischio di un danno di notevole gravità per il funzionamento del mercato o per la tutela degli utenti, può adottare, sentiti gli operatori interessati e nelle more dell’adozione del provvedimento definitivo, provvedimenti temporanei per far sospendere la condotta con effetto immediato.

16-ter. In caso di violazione dell’articolo 3, dell’articolo 4, paragrafi 1 e 2, o dell’articolo 5, paragrafo 2, del regolamento (UE) 2015/2120 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2015, che stabilisce misure riguardanti l’accesso a un’Internet aperta e che modifica la direttiva 2002/22/CE relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica e il regolamento (UE) n. 531/2012 relativo al roaming sulle reti pubbliche di comunicazioni mobili all’interno dell’Unione, l’Autorità irroga una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 120.000 a euro 2.500.000 e ordina l’immediata cessazione della violazione. Qualora l’Autorità riscontri, ad un sommario esame, la sussistenza di una violazione dell’articolo 3, paragrafi 1, 2, 3 e 4, del citato regolamento (UE) 2015/2120 e ritenga sussistere motivi di urgenza dovuta al rischio di un danno di notevole gravità per il funzionamento del mercato o per la tutela degli utenti, può adottare, sentiti gli operatori interessati e nelle more dell’adozione del provvedimento definitivo, provvedimenti temporanei per far sospendere la condotta con effetto immediato.

16-quater. L’Autorità può disporre la pubblicazione dei provvedimenti adottati ai sensi dei commi 16-bis e 16-ter, a spese dell’operatore, sui mezzi di comunicazione ritenuti più idonei, anche con pubblicazione su uno o più quotidiani a diffusione nazionale».

2. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni interessate provvedono agli adempimenti previsti con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.

1426.- Per l’annullamento del Fiscal Compact

Dicevamo tre anni fa:

Da Stato sovrano a provincia di una dittatura finanziaria. Si parla tanto del fiscal compact e dei famosi parametri che stanno mettendo in ginocchio il nostro paese condannandolo all’austerity ed a uno stato di crisi permanente. Mi riferisco al vincolo del 3% su rapporto defici/pil, al pareggio di bilancio introdotto in costituzione e alla necessità per i paesi con un rapporto debito/pil superiore al 60% di ridurre entro un ventennio l’eccedenza. Nel caso dell’Italia con un debito pubblico al 130% è stato già calcolato che questo vincolo potrà essere raggiunto nei tempi imposti solo con una media di 40 miliardi di euro di tagli o tasse ogni anno per vent’anni.

Ma c’è un patto strettamente collegato al fiscal compact in quanto mirato proprio a contenere lo stock di debito e di spesa pubblica  per rientrare in quei parametri, che è una vera ghigliottina per i comuni ed è la causa principale della crisi delle aziende che lavorano con la pubblica amministrazione, della perdita di servizi erogati alla cittadinanza e del degrado di comuni, strade, scuole, nonché la causa di migliaia di licenziamenti, mancati pagamenti e chiusura di attività . Si chiama il patto di stabilità interno.

Sul sito della Camera leggiamo che: “ le regole del patto di stabilità interno sono funzionali al conseguimento degli obiettivi finanziari fissati per le regioni e gli enti locali quale concorso al raggiungimento dei più generali obiettivi di finanza pubblica assunti dal nostro paese in sede europea con l’adesione al patto europeo di stabilità e crescita (poi divenuto fiscal compact)”

http://leg16.camera.it/522?tema=104&Patto+di+stabilit%C3%A0+interno

Questi nuovi obiettivi finanziari hanno imposto alle autonomie territoriali a partire dal 2012 un ulteriore inasprimento dei vincoli per concorrere alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica dato che come riportato nel trattato “ a partire dal 2011 il risparmio richiesto alle regioni deve essere tale da coprire il taglio di risorse effettuato nell’ambito delle manovre finanziarie di risanamento dei conti pubblici.” Questo ha causato un calo di quasi il 40% di investimenti da parte degli enti locali dato che “ il mancato raggiungimento degli obiettivi posti dal patto di stabilità interno comporta l’applicazione di una serie di misure sanzionatorie come il divieto di ricorrere all’indebitamento per finanziare gli investimenti.”

Come si legge nella relazione dell’UPI (Unione Province Italiane) sul caso Marche dal titolo:Gli effetti depressivi del Patto di Stabilità sulle attività produttive: 600 milioni di euro di investimenti bloccati.

http://upimarche.it/rassegna_stampa/comunicato%20stampa%20Fabio%20Lo%20Savio.pdf

I meccanismi del patto di stabilità interno bloccano i pagamenti alle imprese e le manutenzioni dei beni pubblici e di fatto ci rende i peggiori committenti per le aziende.Sono 600 milioni di euro gli investimenti tenuti fermi nella sola Regione Marche. Non abbiamo potuto pagare lavori di emergenza che lo Stato ci ha chiesto di fare e diventiamo inattendibili. Solo modificando alcune regole vessatorie che riguardano il patto di stabilità probabilmente saremo in grado di pagare le imprese e commissionare qualche lavoro nuovo facendo fronte a qualche intervento di prevenzione per scongiurare danni ben più importanti”.

Ma dall’UPI fanno anche sapere che:

“La violazione del patto di stabilità come atto di forza per evitare il fallimento di alcune aziende del territorio è una via comunque non praticabile perché significherebbe avere penalizzazioni, non avere più trasferimenti per la quota eccedente e non poter effettuare nessuna nuova assunzione per quanto gli organici siano già ridotti all’osso. Il patto di stabilità interno pone alla spesa degli enti locali un sistema di vincoli che si aggiunge agli equilibri di bilancio definiti dal testo unico secondo cui le entrate accertate devono essere maggiori o uguali alle spese impegnate e le entrate correnti devono essere pari o uguali alle spese correnti più le quote capitale delle rate dei mutui.”

Ciò significa che se un’Amministrazione deve pagare una fattura relativa ad un lavoro finanziato con un mutuo  è obbligata a riscuotere, nello stesso esercizio un’entrata in conto capitale di pari importo. Ciò si traduce in un forte rallentamento dei pagamenti  alle imprese e in una pesante riduzione delle manutenzioni di competenza di Comuni e Province.

Si tratta di somme dovute alle imprese che in mancanza dei vincoli del patto si tradurrebbero in pagamenti nell’arco di pochi giorni.

L’impossibilità di effettuare i pagamenti determina di fatto un rallentamento nell’esecuzione dei lavori anche se regolarmente finanziati ed appaltati.  I meccanismi del patto rendono inutilizzabile l’avanzo di amministrazione per finanziare investimenti in quanto l’operazione non determina riscossioni.

Al momento attuale le priorità degli enti sarebbero date da manutenzioni straordinarie (riferite per esempio a strade e messa a norma di scuole) ma per effetto dei vincoli del patto gli avanzi di amministrazione sono destinati all’estinzione anticipata dei mutui.

Conclusioni:

I vincoli del patto di stabilità tengono ferma una massa di investimenti pari a:

per gli Enti Locali delle Marche 598.132.159

per gli Enti Locali della provincia di Ancona 180.847.835

Questo delle Marche è solo un esempio e  forse tra i meno tragici rispetto alla situazione riscontrata in diverse altre regioni a dimostrazione che nonostante i soldi ci siano, si lascia che le aziende falliscano, che i comuni dichiarino il dissesto e che gli imprenditori continuino a suicidarsi non vedendo soluzione.

Per rendere ancora più chiari i disagi provocati alle amministrazioni locali da quando è entrato in vigore questo patto europeo e per mettere in evidenza le assurdità e le anomalie del suo perverso funzionamento ho allegato un video intervista a diversi sindaci di alcuni piccoli comuni che raccontano concretamente gli effetti devastanti del patto di stabilità interno sulla vita delle amministrazioni pubbliche locali.

https://www.youtube.com/watch?v=b96A66X_4Uc

A questo punto, tenendo conto che tutto ciò avviene a causa dell’obbligo di mantenere con precisione maniacale il vincolo del  3% del rapporto deficit/pil. (Una misura straordinaria fu addirittura applicata l’anno scorso a danno degli enti locali quando l’Italia era al 3,1% e ci fu richiesto dall’Europa di rientrare subito di quel (0,1%) che consisteva in 1 miliardo e mezzo circa di tagli immediati)

Tenendo conto che:

Il vincolo che inchioda i paesi europei all’austerity, che blocca la spesa sociale, che non permette agli stati e ai comuni di poter spendere a deficit neanche nelle emergenze, il vincolo che ha causato l’aumento dell’iva, che ha impedito allo stato di pagare le aziende creditrici causando così la chiusura di centinaia di imprese colpevoli di aver generato crediti con la pubblica amministrazione e la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro e il dilagare dei sucidi tra gli imprenditori, è stato deciso quasi 35 anni fa in meno di un’ora senza basi teoriche da un funzionario ai tempi non ancora trentenne del governo francese di Francois Mitterand per dei loro interessi interni.

(http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2014-01-29/parla-inventore-formula-3percento-deficitpil-parametro-deciso-meno-un-ora-102114.shtml?uuid=ABJHQ0s )

Tenendo conto che:

La Commissione Europea (entità che non rappresenta i cittadini europei) ha raccomandato al Consiglio Europeo (altra entità non investita da legittimità popolare)di prorogare i termini per la correzione del disavanzo eccessivo per sei paesi (Spagna, Francia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Slovenia) escludendo senza motivo l’Italia da tale beneficio.

http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-13-463_it.htm

Tenendo conto che:

l’Italia è attualmente tra gli unici paesi europei a rispettare questo vincolo. La Francia nel 2012 era comodamente ferma al 4,7 – mentre l’Italia aveva già due punti di meno – ed è ancora ferma ben al di sopra del 4%. Il Portogallo nel 2012 era fermo al 5% per poi scendere di mezzo punto. Per non parlare della Spagna che nel 2012 era al 7% o dell’Irlanda al 8,3%.

http://www.soldionline.it/infografiche/infografica-il-fiscal-monitor-dell-fmi

Tenendo conto che:

Il famoso giurista di fama internazionale Giuseppe Guarino, professore emerito di Diritto amministrativo alla Sapienza di Roma e già Ministro delle Finanze e dell’Industria definisce il Fiscal compact e quindi il pareggio di bilancio incostituzionale ed illegittimo secondo gli stessi Trattati europei e lo fa documentando le motivazioni in un saggio di 76 pagine zeppe di riferimenti legislativi e rimandi giurisprudenziali evidenziando la necessità di farcadere con effetto immediato questo vincolo esigendo il rispetto del proprio diritto alla corretta ed integrale applicazione del Trattato, cioè dell’art. 104 C TUE, oggi 126 TFUE”.

Tenendo conto che:

Il fiscal compact è stato firmato da un presidente del Consiglio di un governo tecnico non eletto dai cittadini ma espressione dei vertici delle più spietate lobby finanziarie (Bilderberg, Trilaterale, Goldman Sachs, Brugel)

Tenendo conto che:

Nel primo decennio dell’euro (1999-2008) il debito pubblico tedesco è aumentato (dal 61% al 67% del Pil), al contrario di quello di molti Pigs, Italia compresa (il cui debito nello stesso periodo scendeva dal 113% al 106% del Pil) questo perché dal 2000 al 2005 (badate bene), prima dello scoppio della crisi del 2007 la spesa pubblica tedesca è aumentata di circa 120 miliardi di euro una cifra che fu allocata per circa 2/3 (90 miliardi di euro complessivi) in sussidi alle imprese e in politiche attive per il mercato del lavoro. Le spese per l’istruzione invece aumentarono di soli 8 miliardi e quelle per l’edilizia popolare di 3. In pratica la Germania che per 4 anni di seguito sforò la regola del 3% nel rapporto deficit/pil  aveva finanziato a deficit le proprie imprese in aperta violazione del Trattato di Maastricht spendendo soldi pubblici per rendersi competitiva con le scorrette riforme Hartz – che quindi vanno inquadrate come il classico aiuto di stato vietato dai trattati – che porteranno ad un abbattimento del costo del lavoro tedesco, a colpi di precarietà con la flexicurity e i mini job, che determinarono un declino dei salari nominali e reali tedeschi che scesero fra il 2003 e il 2009 di circa il 6%. Una svalutazione reale finanziata con sussidi diretti e indiretti al sistema produttivo tedesco. Queste azioni di vero e proprio dumping sociale avviate in Germania furono decise unilateralmente, senza consultare “i fratelli europei” violando palesemente l’articolo 119 del Trattato di Funzionamento dell’UE (TFUE).

Tenendo conto che:

Una banca pubblica tedesca creata nel dopoguerra dagli alleati per gestire i fondi del piano Marshall è diventata oggi il più importante strumento di politica industriale del paese ed una delle più grandi e potenti banche del mondo la Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, (KfW) cioè Istituto di credito per la ricostruzione.

La KfW ha da decenni il ruolo di motore e finanziatore dello sviluppo, ossia quel ruolo che i falchi di Berlino e di tutta l’Eurozona non vogliono attribuire alla Banca Centrale Europea. A trarne vantaggio è il solo sistema tedesco. Il rating di questa banca è ottimo, pari a quello dei Bund tedeschi, per cui alla KfW non è difficile approvvigionarsi a tassi bassissimi quasi esclusivamente sui mercati mondiali dove negli ultimi anni ha realizzato in media emissioni per circa 80 miliardi di euro come riportato in un articolo di Repubblica del 11 Febbraio 2013.

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2013/02/11/news/kfw_cos_funziona_il_motore_della_germania-52371618/

La KfW appartiene per l’80% alla Repubblica federale e al 20% ai Lander (ossia i 16 stati federati della Germania, sempre soggetti pubblici) e svolge molti compiti di finanziamento del settore pubblico non solo finanziando le piccole-medie imprese, ma rendendosi artefice di salvataggi di aziende e banche come nel caso della Ikb collassata a causa dei mutui subprime. Salvataggi che ad altri Paesi non sarebbero stati permessi ma che Berlino continua a far passare come interventi non pubblici, a dispetto della proprietà al 100% pubblica dell’istituto e sostenendo dei costi che restano al di fuori del perimetro del bilancio federale e che quindi non figurano nel debito pubblico tedesco.

Compiti e operazioni che, invece, in altri Paesi figurerebbero nei conti statali incidendo nel rapporto debito/pil in maniera considerevole infatti, conteggiando le spese di questa che può essere definita la Cassa depositi e prestiti tedesca, la Germania sfiorerebbe il 100% nel rapporto deficit/Pil come ha fatto notare l’economista Alberto Bagnai su “il Fatto” quotidiano dove ha spiegato che “questa operazione è consentita dai criteri contabili Esa95, che escludono dal computo del debito pubblico quello delle società pubbliche che coprono i propri costi per oltre il 50% con ricavi di mercato. La KfW rientra in questo criterio, ma ciò non toglie che se qualcosa le andasse storto, sarebbe il governo federale a garantire le sue obbligazioni, esattamente come gli altri Bund.”

(http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/23/germania-solo-berlino-puo-truccare-conti-eurozona-terra-di-disuguaglianza/718024/ )

Tenendo conto che:

dal secondo trimestre del 2007 ossia quando è ufficialmente scoppiata la crisi dei subprime e delle banche che negli anni successivi hanno chiesto aiuto agli Stati facendo quindi incrementare il debito pubblico che nell’Eurozona è passato dal 60 all’80% l’Italia è stato il paese che ha visto crescere meno di tutti, nell’area euro, il debito pubblico nominale (quello che comprende anche il tasso di inflazione).

Se a metà 2007 era a 1.628 miliardi, a metà  2013 era a quota 2.076 miliardi. Si tratta di un incremento del 27%. Nello stesso periodo il debito pubblico della Germania dove, come abbiamo visto, non viene conteggiata l’ingente quota della KfW è comunque passato da 1.597 miliardi a 2.146 miliardi (+34%). Questo nonostante negli stessi anni la Germania abbia generato un’inflazione inferiore di cinque punti rispetto all’Italia e abbia pagato tassi sul debito molto più bassi rispetto al nostro paese (da qui lo spread). E la Francia? Nel frattempo ha visto crescere lo stock di debito del 57%, anch’esso vicinissimo ai 2 mila miliardi di euro. Ha mantenuto un elevato e continuo sforamento del vincolo del 3% senza subire una procedura d’infrazione.

(http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2013-12-03/il-debito-pubblico-e-peccato-originale-italia-dati-dicono-che-cresce-meno-tutti-paesi-euro-mentre-pil–110537.shtml?uuid=ABDnIYh )

Tenendo conto che:

proprio la Germania che intima agli altri paesi di rispettare i parametri europei ha mantenuto un ampio surplus di conto corrente durante tutta la crisi finanziaria dell’area dell’euro, eccedendo la soglia [del 6%] ogni anno a partire dal 2007. Addirittura nel 2012 il surplus nominale di conto corrente della Germania era maggiore di quello della Cina ignorando ogni raccomandazione a ridurlo e a stimolare lo sviluppo della domanda interna per contribuire a portare gli altri paesi fuori dalla crisi. Inaccettabile è che la critica a tale operato sia arrivata dal governo degli Usa e da ambienti di ricerca e non dalla Commissione Europea sempre pronta a bacchettare il nostro paese dimostrando palesemente come queste procedure seguano una ingiustificata logica asimmetrica e totalmente arbitraria.

Tenendo conto che:

la Germania non ha fatto altro che sfruttare a danno di altri paesi gli enormi vantaggi avuti dalla moneta unica, una moneta troppo forte per i paesi come l’Italia che hanno quindi perso competitività nei confronti della Germania che invece ha giovato anche del regime di cambi fissi evitando che proprio il tasso di cambio  riflettesse il suo ampio surplus considerato un freno per la ripresa dei paesi dell’Eurozona che infatti fronteggiano un corrispondente deficit commerciale.

Tenendo conto che:

la Germania si è battuta per fare in modo che i paesi in crisi dell’area euro non potessero ricevere neanche gli aiuti dalla Banca Centrale provando a bloccare con un ricorso il piano degli Omt ossia l’acquisto straordinario da parte della BCE di titoli di stato dei paesi in difficoltà definendola un’operazione che va oltre il mandato di politica monetaria della Banca centrale europea.

Tenendo conto del

palese piano di dominio della Germania con la complicità della nostra classe politica che trova evidenza nel fato che i maggiori acquirenti di aziende italiane, indebolite dalla recessione e dal credit crunch sono proprio le imprese tedesche, che al contrario di quelle tricolori nuotano nella liquidità per le ragioni che abbiamo ampiamente spiegato.

Come ha riportato il Financial Times, “sono ben 23 le Pmi italiane passate in mani tedesche nel 2013, dopo le 20 acquisizioni registrate nel 2012. E quasi sempre si tratta di gioiellini con conseguente perdita di posti di lavoro in Italia e l’addio definitivo a pezzi strategici della struttura industriale italiana. Con pesanti conseguenze, nel lungo termine, per il nostro Paese”.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-02-02/ecco-perche-germania-sta-facendo-incetta-migliori-pmi-italiane-a-prezzi-saldo-161240.shtml?uuid=ABaILzt )

Tenendo conto che:

La Bundesbank elude il divieto di acquisto di titoli di Stato sul mercato primario.

http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/leccezione-tedesca-nel-collocamento-dei-titoli-di-stato/#.UzMMJPl5Oao

Chiediamo nell’immediato:

1)    di denunciare il Governo tedesco nella persona della cancelliera Angela Merkel per le violazioni sopra citate.

2)    sospendere da subito i vincoli del fiscal compact invitando il Governo italiano a spendere a deficit oltre il limite del 3% fino al raggiungimento della soglia media del rapporto deficit/pil dei paesi europei (oltre il 4%) in modo da avere liquidità immediatamente disponibile per uscire dall’emergenza in attesa di rendere possibile la rescissione di tali trattati e l’uscita dalla moneta unica.

3)    Sospendere il patto di stabilità interno agli enti locali invitandoli a spendere da subito per la popolazione i fondi bloccati a causa dei vincoli del patto stesso.

Promuoveremo a tale scopo una manifestazione di sindaci e cittadini fuori alle sedi diplomatiche tedesche.

Invitiamo giuristi ed esperti di diritto internazionale a formalizzare tale denuncia.

Invitiamo i cittadini ad aderire e a farsi carico attivamente di coinvolgere i propri rappresentanti locali.

 Francesco Amodeo

Per info: Comitato Italiano Popolo Sovrano

http://www.popolosovrano.eucipopolosovrano@libero.it; 320.095.27.62

Francesco Amodeo

Francesco Amodeo

1419.- Mario Donnini al vice-presidente emerito Paolo Maddalena.

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Egregi presidente e segretario di Attuare la Costituzione,
ho letto, non ricordo dove, ma non sulla mia posta personale, che farei coincidere le mie riflessioni sulla urgenza di riscrivere la Costituzione con le Vostre. Assolutamente No! Né, professore, mi permetterei di assurgere al Suo livello. Tuttavia, non posso condividere la Sua affermazione che “La nostra Carta è ottima e ha bisogno soltanto di piccoli ritocchi”. Se così fosse, non sarebbero stati violati i suoi Principi fondamentali e sarebbero stati giudicati i suoi garanti inadempienti e modificate le norme che lo hanno consentito. Mi trovo costretto a controbattere i messaggi di Vostri aderenti scritti sulle mie pagine, inneggianti a questo vostro impegno, che ho abbandonato da quando ho apprezzato la diversità dei nostri pensieri sotto il profilo prodromico e ho potuto ritenere esistente di fatto una formazione politica per l’oggetto, l’organizzazione e le modalità del lavoro encomiabile svolto sotto il nome di Attuare la Costituzione. Devo, però, ribadire ai miei amici la mia tesi, parzialmente opposta alla Vostra, che ebbi modo di confrontare con l’amatissimo professor Stefano Rodotà, poco prima della Sua scomparsa. Un conto è attuare la trama dei principi della Costituzione, un altro è attuarla sic et simpliciter senza aver preso atto di vulnus che in essa stessa si contengono e che hanno portato e porteranno sempre alla sua disapplicazione. Queste mie riflessioni, peraltro variamente condivise, sono state neglette dal suo partito – mi permetta di usare questo nome in senso astratto -, perciò, Vi ho salutato ad meliora, quando dovessero essere riscritte le parti della Costituzione che trattano delle formazioni politiche secondarie e delle garanzie, oltre le ben note aderenti ai trattati internazionali, massimamente europei. Confesso che mi è spiaciuto separarci in un momento dove la coesione è essenziale, nel quale il dialogo dovrebbe essere l’elemento catalizzatore. Voglia pregare i suoi aderenti di rispettare sulle mie pagine il mio pensiero modestissimo e sicuramente subordinato al Suo. Con l’ammirazione di sempre. Mario Donnini

1385.- Isole cinesi, presidi nell’Oceano Pacifico.

by Enrico Malgarotto, Social net

Foreign military airplane this is Chinese Navy, you are approaching our military site, please go away quickly!”.

20 maggio 2015, un aereo della US Navy durante una ricognizione nel Pacifico riceve questo messaggio da un concitato operatore della Marina cinese. Scopo della missione è monitorare le attività della Marina di Pechino, intenta a costruire, nel Mar cinese meridionale, alcune installazioni militari.

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Per un pugno di isole

Fin dai primi mesi del 2014 il governo cinese ha approvato un piano che prevede la costruzione o l’allargamento di alcune isole con l’intento di costruirvi porti, basi aeree e sistemi di difesa. Le isole, le scogliere e gli atolli interessati sono le Spratly Islands, in tutto 750, a 500 miglia a sud dalla costa cinese e, per la loro vicinanza, sono contese dalle Filippine, dal Vietnam, dalla Malesia ma anche da Taiwan, tutte nazioni che hanno interesse strategico ed economico nei confronti di questo arcipelago, non solo a presidio delle proprie rotte marittime dell’area, ma anche per la ricchezza di riserve naturali (gas e olio) oltre che della pesca (10% dell’intera produzione mondiale).

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Foto satellitari hanno mostrato l’impressionante sviluppo, nel corso di circa un anno, da piccole isole a vere e proprie basi militari dotate di pista di atterraggio (a volte anche più di una), porti e tutto ciò che è necessario per garantire la difesa degli insediamenti.

 

A difesa degli interessi del dragone

I motivi che hanno spinto Pechino a mettere in atto questo progetto sono soprattutto due: la volontà di affermare il proprio diritto a tracciare la “Nine Dash Line”, una linea tratteggiata costituita da nove segni che delimita il confine dalle acque territoriali dei Paesi vicini da quelle delle isole contese dalla Cina e, contemporaneamente, di proteggere i propri interessi economici dal momento che in quel braccio di mare passa il  30% dei trasporti marittimi (merci e passeggeri). Il Paese asiatico ha rilanciato le proprie aspirazioni economiche globali aprendo nuove rotte commerciali verso lo Sri Lanka, il Pakistan e l’Europa. La costruzione di una propria base militare a Djibouti, a controllo dell’imboccatura meridionale dello stretto di Suez, deve essere considerata come parte di questo piano strategico. Il messaggio è chiaro. Pechino non ha nessuna intenzione di cedere ma, al contrario, di imporsi nella scena internazionale, anche se ciò potrebbe portare tensioni con i Paesi confinanti.

Obiettivo collaterale, ma non secondario, della strategia di Pechino è quello di arginare le aspirazioni globali degli Stati Uniti. Sotto l’amministrazione Obama si è assistito al rafforzamento graduale della propria presenza navale in tutto il mondo (Europa, Oceano indiano e, appunto, Oceano Pacifico). Secondo il piano firmato dal Presidente, entro il 2020 il numero di navi da guerra di Washington dovrebbe aumentare di circa 300 unità. Anche i lavori di ampliamento della già attiva base aerea sull’isola di Guam (costo previsto 8 miliardi di dollari) devono essere inseriti in questa strategia. Al momento attuale la crisi della Corea del Nord ha fatto in modo che la presenza statunitense nell’aria aumentasse in tempi rapidi.

Oceano sempre meno Pacifico?

Momenti di tensione tra Stati Uniti e Cina non sono mancati, sebbene l’amministrazione Obama avesse dichiarato la propria neutralità in relazione alla sovranità delle isole in oggetto. Oltre all’episodio dell’aereo citato all’inizio, il 27 ottobre 2015 una nave della Marina di Washington ha navigato ad una distanza di 12 miglia dalle coste di una delle isole interessate. La reazione cinese non si è fatta attendere e due unità marine hanno scortato la nave statunitense al di fuori della zona controllata da Pechino. Pochi giorni dopo il Ministro degli affari esteri cinese ha dichiarato che la manovra americana deve essere considerata come una “minaccia alla sovranità cinese” poiché “entrata illegalmente e senza chiedere il permesso dal governo cinese”. Questo fatto potrebbe concludersi come un ennesima dimostrazione di forza da parte dei due maggiori contendenti dell’area, tuttavia risulta interessante analizzare il fatto dal punto di vista del diritto internazionale, come spiegato bene in questo articolo.

1803132_1000Nel marzo del 2017 risultano operative le basi aeree costruite sulle isole maggiori delle Spratly Islands, Subi, Mischief e Fiery Cross Reef oltre che sulle isole di Woody, nelle Paracel, tra Filippine e Vietnam, ciò assicura a Pechino il controllo di tutta l’area meridionale del mar Cinese, in virtù del raggio d’azione dei propri aeroplani e della copertura radar degli apparati ivi installati.

Sebbene la Cina continui a negare l’evidente processo di militarizzazione delle isole, il primo ministro cinese Li Keqiang ha affermato che le attività di Pechino nell’area sono mirate a garantire “la libertà di navigazione”.

Il gioco delle alleanze

Le parole del Segretario di Stato statunitense, Rex Tillerson “Gli Stati uniti devono procedere per bloccare l’accesso della Cina a quelle isole” fanno pensare a un futuro di tensioni tra le due potenze mondiali.

In questo gioco di forza anche le alleanze fanno la loro parte. L’alleato di ferro della Cina, il Pakistan, in quanto acerrimo avversario dell’India, gioca un ruolo chiave in quanto potrebbe fungere da supporto operativo e logistico per eventuali interventi cinesi contro Nuova Delhi. I rapporti tesi tra lo Stato comunista e l’India sono la conseguenza del conflitto del 1962 sulla questione del confine tra i due Paesi.

A fianco dello Stato comunista si è schierata anche la Russia la quale ha partecipato, nel 2016, alle esercitazioni  congiunte decise dalla Cina, nella regione meridionale del Mar cinese, come risposta alla decisone presa dalla Corte Permanente d’Arbitrato dell’Aia, la quale si era pronunciata a favore delle Filippine nella sentenza riguardante la sovranità delle isole contese tra Manila e Pechino. Sebbene non in veste ufficiale, il supporto di Mosca alle mire cinesi appare stabile tenendo presente però che la Russia, allo stesso tempo, deve mantenere i rapporti diplomatici anche con il Vietnam, che si oppone alla militarizzazione delle isole. Un intervento del Ministro degli Esteri russo Lavrov, assieme al suo corrispettivo cinese, afferma che: “La Russia ritiene che la questione del Mar cinese meridionale debba risolversi attraverso le vie politiche e  diplomatiche come dialoghi e negoziati diretti tra le parti interessate” e aggiungeva:”Le forze che si trovano al di fuori dell’area non dovrebbero intervenire” con riferimento a quelle di Washington.

Vladimir Putin, Xi Jinping

A loro volta gli Stati Uniti hanno provveduto a costruire o rafforzare le relazioni con gli Stati che si oppongono alle mire di Pechino o che hanno interessi a limitare la presenza cinese nell’area. Filippine, Indonesia, Vietnam, Taiwan, Malesia, ma anche Australia (potenza militare del Pacifico che in questi ultimi anni ha dato vita ad un programma di ammodernamento dei propri assetti militari senza precedenti, pari – quasi – a quello di Nuova Delhi) e Nuova Zelanda hanno garantito la loro ferma posizione di intransigenza nei confronti delle mire espansionistiche della Cina. Una serie di esercitazioni annuali tra Forze Armate di queste nazioni hanno lo scopo di integrare strategie e procedure anche nell’ottica di eventuali escalation. A corollario è da notare che nell’edizione 2016 anche il Giappone ha partecipato alle manovre, ancorché in veste di osservatore.

Alla luce di tutti questi fattori, un riferimento alla guerra fredda viene spontaneo; è auspicabile che le parti interessate si limitino ad abbaiare e non a mordere.

 

1347.- Al via missione in Libia, Haftar minaccia le nostre navi FI vota con maggioranza. Gentiloni: ok ampio, mi aspetto risultati (Se lo dice lui?)

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Missione inconsistente, come tutta la nostra politica in Libia. Ora, con Mattarella che cerca di salvare lo scranno a Minniti e a Gentiloni. Dice bene Di Battista: “A noi i barconi, ai francesi il petrolio”

Via libera del Parlamento alla missione di supporto navale in Libia, che parte però sotto le minacce dell’uomo forte del governo di Tobruk, gen. Kalifa Haftar, che in tarda serata ha ordinato alle sue forze di bombardare le navi italiane, secondo quanto riporta in serata l’emittente panaraba Al Arabiya. Questo mentre nelle acque territoriali libiche si trova già il pattugliatore “Comandante Borsini”.

Il messaggio sinistro di Haftar segue di poche ore una dichiarazione del parlamento di Tobruk, che fa capo alla sua fazione, che aveva espresso la sua opposizione all’operazione navale italiana, contestando al premier di Tripoli, Fayez Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale, di aver concluso l’accordo con l’Italia per le operazioni congiunte, in quanto la presenza di navi straniere rappresenterebbe una “violazione della sovranità nazionale” libica. Tutto questo si consuma al termine della giornata in cui il Parlamento ha dato prova di coesione, con una “maggioranza molto consistente” salutata con favore dal premier Paolo Gentiloni ieri in visita al Coi per un collegamento con i militari impegnati all’estero.

E il presidente del Consiglio ha sottolineato l’importanza della missione: “Sappiamo tutti – ha detto – quanto i cittadini italiani si attendano risultati nella lotta dei trafficanti di esseri umani e nel controllo sui flussi migratori irregolari. Il contributo delle forze armate in questa direzione è assolutamente strategico e determinante: questa non è certo una missione aggressiva – ha precisato – ma di sostegno alla fragile sovranità di quel Paese”. E il sì del Parlamento – con le dovute distinzioni – è sembrato confermare questa convinzione. Il via libera alla missione è infatti arrivato con i sì della maggioranza a cui si sono aggiunti i voti di Forza Italia che, come ha spiegato Renato Brunetta, ha deciso di sostenere la missione solo per “senso di responsabilità”.

Alla Camera l’ok è stato suggellato da 328 sì e 113 no, al Senato le risoluzioni sono state due: quella di maggioranza ha ottenuto 191 sì e 47 no; quella di Fi ha raccolto 170 sì, 33 no e 37 astensioni. Diverso invece l’atteggiamento del resto dei partiti di centrodestra che hanno deciso di andare in ordine sparso al momento del voto in Aula. Al sì degli azzurri infatti si è contrapposta, in un dualismo sempre più evidente, la bocciatura alla risoluzione della maggioranza da parte della Lega Nord: “L’unica cosa – ha affermato Giancarlo Giorgetti, vice segretario del Carroccio – era mettere in atto il blocco delle navi”.

Diverso invece l’atteggiamento di Fratelli d’Italia che ha scelto la via dell’astensione: “Siamo davanti ad un timido intervento – osserva Giorgia Meloni – l’Italia ormai è il campo profughi d’Europa”. Una sonora bocciatura al testo arriva anche dal Movimento Cinque Stelle. Ad annunciare il voto contrario è stato Alessandro Di Battista. Il deputato M5s, protagonista di un’ennesima gaffe citando Hollande come “vincitore del premio Nobel” (forse confondendolo con Obama) accusa l’esecutivo di essere “piegato a novanta gradi su una vicenda seria come l’interesse nazionale”. Per Di Battista il risultato della situazione in Libia è che “i francesi si beccano il petrolio mentre l’Italia i barconi”. La missione in Libia ha come effetto immediato quello di creare malumori e divisioni dentro Mdp. Inizialmente critico, il partito ha poi deciso di votare a favore della risoluzione di maggioranza che aveva recepito alcune richieste di Articolo 1. Le correzioni però non sono servite a ricompattare il gruppo.