Archivio mensile:ottobre 2015

LA STORIA VERA DI COME È FINITA L’ITALIA E CHI SONO I SUOI TRADITORI.

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Tra tanti …i nostri capi di stato……Bilderberg…..la Gran Bretagna…le brigate rosse e la CIA.
l’Italia e’ stata sempre temuta nel mondo sia dai poteri europei che da quelli atlantici…vuoi per le nostre tradizioni, vuoi per la nostra collocazione geografica nel Mediterraneo. E’ giusto riflettere sui come e i perché della fine del millenario Regno delle due Sicilie, il primo Stato pre-unitario che intraprese la via del potere marittimo con una flotta di navi a vapore e una autonomia cantieristica completa. Non fa meraviglia, che i Borboni, dal bel mezzo del Canale di Sicilia, costituissero una spina nel fianco della marina britannica e fu la Squadra britannica del Mediterraneo a impedire che a Marsala le fregate borboniche facessero a pezzi i garibaldini. Sorvolando sulla vittoria mutilata della Prima Guerra Mondiale, militarmente vinta dall’Italia a Vittorio Veneto, scoprendo il fianco Sud dell’esercito imperiale tedesco, riandrei a Churchill e ai suoi ingannevoli inviti alla guerra rivolti al Mussolini neutrale, scomparsi, ma non del tutto, nel famoso carteggio Churchill-Mussolini, che ne decretò la morte senza processo. Ma, saltando a piè pari ai giorni nostri e a questa agonia della Repubblica, così poco cara ai suoi cittadini, il primo attacco mortale Le fu portato con l’assassinio di Enrico Mattei, fautore del nostro boom industriale e illuso di poter collaborare, senza assoggettarsi, con le multinazionali USA del petrolio. Mattei fu assassinato in un incidente aereo (più o meno come ieri il CEO di Total De Mergerié) nel 1962, insieme al suo pilota, valentissimo collega di mio padre, una settimana prima dell’incontro che avrebbe suggellato la nostra ascesa fra i grandi. Un incidente ancora avvolto dal mistero, ma svelato da Pasolini e, per questo, anche lui fu, inspiegabilmente, assassinato. Giungiamo al marzo 1978, con il rapimento e l’assassinio del padre costituente e padre del compromesso storico. Aldo Moro fu deliberatamente assassinato, dalle BR ,non di prima formazione (Renato Curcio ), ma da quelle di Mario Moretti che, erano assoggettate ai servizi segreti, a quelli deviati e a quelli (guarda, guarda!!!) israeliani. D’altra parte la fine di Moro era segnata, Kissinger (NWO, Nuovo Ordine Mondiale!) gliela aveva promessa. Poi andiamo al vero tradimento che, pilotato dall’Unione Europea, sta portando alla fine la storia della Repubblica, con la sua trama di principi costituzionali costati morti e sacrifici. Il tradimento fu ordito, nel 1981, da Carlo Azeglio Ciampi, un piccolo uomo e grande studioso, laureato in Lettere e con esami integrativi, anche in Giurisprudenza, che dalla cattedra di Lettere Italiane e Latine al Liceo Classico “Niccolini e Guerrazzi” di Livorno, dove sono ancora conservati i documenti che attestano il suo passaggio dalla Scuola alla Banca d’Italia, divenne, damblè, economista. Fu proprio Ciampi che per le pressioni di Beniamino Andreatta, allora ministro, cultore della privatizzazione selvaggia, fece sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, eliminando così la possibilità che una banca centrale intervenisse a tutela dello Stato. Con questo atto vile e traditore si pose la condizione per sviluppare il principio del profitto a scopo di profitto, in opposizione al principio costituzionale della tutela e del sostegno al Lavoro, come ascensore sociale.
Il secondo KO venne con la caduta del muro di Berlino, quando la Germania, su pressioni francese decise di abbandonare il marco per l’euro a condizione che l’Italia non dovesse essere un suo competitor sui mercati internazionali, cosa avallata dai nostri politici corrotti di turno: Dio li maledica! ma, tutto cio’ Andreotti lo aveva capito benissimo e cerco’ di combatterlo fin dove gli fu possibile farlo. Andreatta, Ciampi, De Mita con la scissione dal Tesoro della Banca d’Italia, cedettero la sovranità nazionale dell’Italia la quale, non avendo più una portatrice di ultima istanza, e modificando le politiche economiche, spostando l’asse dal favoreggiamento dalla classe operaia agli investimenti. ….decreto’ l’innalzamento del PIL e il debito pubblico comincio’ a sforare.
Anche la Fiat con Agnelli contribui’ a questo sporco gioco. infatti l’avvocato fermo’ la produzione industriale a favore dell’investimento su titoli di stato.
Si stava passando dalla ricerca del guadagno fondato sul lavoro a quello sulle scommesse. Si vollero colpire l’energia e i trasporti, dove l’Italia primeggiava nel mondo (è di oggi la svendita alla giapponese Hitachi, pattuita da Renzi, dell’Ansaldo-Breda voluta nel 1853 da Cavour, poi avvelenato), in questo modo le imprese, con l’incertezza dei profitti, cominciarono a perdere di valore. Nonostante questo con l’ingresso nel G7 eravamo ancora i leader mondiali nel manifatturiero, ma anche li siamo stati boicottati.
Poi c’e’ la privatizzazione selvaggia (Bersani, il “ doppio”, che non ritenne opportuno varare nuove politiche industriali, il solito Andreatta, Ciampi, Amato e Prodi, i traditori della Costituzione che hanno sottoscritto il Trattato di Lisbona, che sancisce il predomino del profitto sul lavoro e, poi, quello di Velsen, istitutivo della Poliziaeuropea con potere di morte. Poliziotti stranieri sono già in Italia e la base è a Vicenza) diedero inizio alla deindustrializzazione smembrando e svendendo ….l’Ilva ..Fincantieri…..Telecom…..Alitalia….Finmeccanica ………Alfa Romeo…..Alenia….OTO Mekara….e, oggi, appunto, Ansaldo Breda…e, poi, Banca Commerciale italiana…. Banca di Roma…Credito Italiano…ecc…..
Il disegno e’ sempre lo stesso…perpretato da tempo e immane…. il NWO dei nuovi illuminati. un’oligarchia che tende a dominare il mondo, rendendoci schiavi. Per fare questo bisogna ridurre la popolazione mondiale, abolire la famiglia, favorire la procreazione di soggetti geneticamente modificati attraverso forme di surrogazione di maternità e controllarli con opportuni microchip. “Entro due anni tutti avranno il microchip sottocutaneo”, queste sono le parole, non di un folle, ma di Matteo Renzi, pronunciate il 12 giugno di quest’anno.
I mezzi a loro disposizione prevedono una popolazione inerme, impoverita e politicamente passiva, praticamente, senza diritto di voto. Fra gli artefici di questi reati costituzionali, non possiamo non citare Giorgio Napolitano e i suoi tre governi. Fra gli strumenti di cui necessitano, citiamo: il Fiscal Compact…il pareggio di bilancio…l’euro…. Se vorremo liberarci da questa morsa….da questo cappio al collo …bisogna liberarsi dei servi del potere ..dai sicari ….primi fra tutti….Monti e Merkel …e ridare sovranita’ nazionale e monetaria agli Stati. Il recinto nel quale saremo schiavizzati si chiama Unione Europea, che europea non è, visto che la BCE dipende dalle banche USA.
E…ricordate.. in periodi di recessione come quello che stiamo vivendo da quasi un decennio, dove il lavoro e’ diventato una chimera…..perseguire il pareggio di bilancio è un crimine contro l’umanità.

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LA LEGGE E I LADRI; GLI SCHIAVI.

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Siamo circondati dai ladri: ladri, a modo loro, ma per sempre, fino a multipensionati per diritto istituzionale, ladri nel Governo, nel Parlamento, nella Pubblica Amministrazione. Anche le banche appena possono, rubano, per legge o contro la legge, non importa più come. E, poi, i ladri che delinquono nelle case, nelle strade, sui mezzi pubblici. I magistrati “ incontinenti !”che li rimettono in libertà, rubando la dignità al lavoro delle Forze dell’Ordine. Una cosa è sicura: non c’è più sicurezza, rispetto della persona, della proprietà, della cosa comune, della propria e dell’altrui dignità. Le leggi per i ladri? Anche quelle abbiamo, ma a loro favore. L’istituto del Patteggiamento, introdotto, com’è d’uso, ormai, con un falso: Diminuire i tempi d’attesa dei processi, consente di ricomprare, con pochi spiccioli, l’innocenza a chi ha rubato miliardi, devastato il territorio a proprio uso e consumo, calpestato i diritti. Addirittura, un partito ha fatto dell’onestà uno slogan, una bandiera. Una femmina, ma chiamiamola troia, come si merita, sbandiera ai quattro venti il furto della nostra terra, della Nazione, della nostra cittadinanza che non è una parola, ma un “fascio” di valori, di principi fondanti, custoditi nella Costituzione della Repubblica. E, pure quella: la Repubblica ci vogliono rubare, imprigionandoci in un fantasma impossibile come gli Stati Uniti d’Europa; impossibile perché non potrà mai esserci una casa comune con leggi tradotte in 25 lingue; che non potrà fondare soltanto su una moneta e sulla sua polizia anti-insurrezione.
Abbiamo toccato il fondo. Dicono i napoletani: “O pisce puzza dalla capa”, ed è vero se è stato scritto che sette “onorevoli predatori”, dalla faccia come il culo: Giancarlo Cito, Giancarlo Galan, per primi, ardiscono rivolere il vitalizio perduto. Non solo loro. Riporto lo scritto, perché fa tremare i visceri: “Anche De Lorenzo rivuole il suo vitalizio da 4.013 euro mensili. Ha fatto ricorso contro la legge che glielo toglie il vitalizio perché condannato a 5 anni per associazione a delinquere. Francesco di Lorenzo, ex ministro quel vitalizio lo prende da 21 anni e il suo ricorso l’avvocato ex deputato di Forza Italia Maurizio Paniz lo motiva tra l’altro con l’argomento che vuoi togliere a un signore di 80 anni una abitudine/consuetudine, insomma un diritto acquisito, acquisito perché così è da un sacco di tempo? Giancarlo Galan e Amedeo Matacena il ricorso contro l’esclusione dal vitalizio l’hanno fatto addirittura preventivo. Galan ha patteggiato 2 anni e otto mesi, è ai domiciliari, continua a percepire lo stipendio da deputato, è uno dei protagonisti del pantano-laguna della corruzione intorno al Mose di Venezia. Matacena è a Dubai, 5 anni da scontare per concorso esterno in associazione mafiosa, in Parlamento c’è stato fino al 2001. Giulio Di Donato, 4.035 euro mensili di vitalizio, motiva il suo ricorso, lo sostiene con “obblighi di assistenza familiare”, così come Raffaele Mastrantuono (3.884 euro mensili). Insomma si sono separati e se togli il vitalizio a loro, alle ex mogli poi il vitalizio chi lo paga? Giancarlo Cito, 2.390 euro mensili, sostiene che questo è il suo unico reddito, per se stesso e la moglie. Gianmario Pellizzari adotta la stessa linea di difesa, anche se non lo stesso è il suo vitalizio: 5.481 euro mensili. Tutti “vittime” della legge che toglie il vitalizio agli ex parlamentari condannati a pene superiori ai due anni. Tra loro anche Silvio Berlusconi, Marcello dell’Utri, Cesare Previti che però hanno avuto il pudore di non fare ricorso. Note a margine della storia di queste sette predatori del vitalizio perduto. L’avvocato Paniz perora non solo la loro causa, fa lo stesso con i consiglieri regionali del Veneto e del Friuli che del vitalizio non hanno accettato neanche i tagli. Due dei sette vengono dal Psi che fu, uno dal Psdi che fu, uno fu sindaco di Taranto indipendentissimo di destrissima, uno fu ministro del Pli, uno era nella Dc, gli altri due sono ed erano nell’orbita Forza Italia, avvocato compreso.”


La Carta Sacra dei Principi in mano a una feccia che si fa chiamare politica. Popoli con millenni di civiltà scaraventati in una pentola di letame, il cui coperchio si chiama Unione Europea, ma non è Europa. Vogliamoci bene, fratelli, leviamoci dal fondo. Sopra di noi c’è il Lavoro, il Rispetto, la Dignità!

Bersani su pareggio di bilancio in Costituzione

FELTRI SHOW SULLA LEGITTIMA DIFESA: “MEGLIO UN LADRO STESO CHE UN CITTADINO ONESTO AL CIMITERO”

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La legge non c’è più! Basterà una pistola?

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Sbaglia il magistrato che applica i Codici per gli italiani a una società promiscua dove prevale la gentaglia senza morale. Lo stesso istituto che punisce l’eccesso in legittima difesa è divenuto inapplicabile e grazie alla invasione voluta da un governo e da un parlamento illegittimi.

Leggiamo cosa scrive Feltri:

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Meglio un bandito al cimitero
Il problema non è «farsi giustizia da sé» ma impedire sia commessa un’ingiustizia. Se ciò impone l’uso di un’arma, pazienza. Meglio un ladro steso che un cittadino onesto al cimitero
Chi ha scritto la legge sulla legittima difesa, e coloro che l’hanno approvata, non hanno tutte le rotelle a posto.
Quantomeno, al momento di elaborare la norma, erano parzialmente incapaci di intendere se non, anche, di volere. Infatti, hanno licenziato una boiata pazzesca in base alla quale se il derubato viene ucciso dal ladro, il caso non suscita grande scalpore; se, viceversa, la vittima del furto reagisce, per difendere se stesso, la famiglia e i propri averi, e stecchisce il delinquente, apriti cielo: succede il finimondo. La prima cosa che fanno i media è quella di deprecare la cosiddetta «giustizia fai da te», giudicata inammissibile, incivile e chi più ne ha più ne metta.
I magistrati poi, applicando il codice alla lettera, perseguono l’uomo (o la donna) che non ha ceduto alla prevaricazione, accusandolo di eccesso di legittima difesa o, peggio, di omicidio volontario. Grane giudiziarie a non finire, spese legali mostruose e il rischio non remoto di essere sbattuto in galera quale assassino. La legge in questione recita alcune assurdità. La più grossa: se l’aggredito è in una situazione di pericolo attuale, è legittimato a ribellarsi. Attenzione, però. Può contrattaccare esclusivamente con mezzi proporzionati a quelli di cui dispone l’aggressore. Un concetto più surreale non esiste.
In sostanza il disgraziato che si trova a tu per tu col farabutto che ha osato entrare in casa sua non per rendergli omaggio, bensì per depredarlo, non ha facoltà di por mano alla pistola, se non dopo essersi accertato che il farabutto stesso sia a propria volta armato di una rivoltella. In questo modo l’aggredito e l’aggressore sono pari, quindi autorizzati a duellare. Ma coma fa l’aggredito a verificare che l’aggressore abbia in tasca un’arma da fuoco o un temperino? Logica vorrebbe che il primo perquisisse il secondo, magari aprendo un estemporaneo dibattito: scusi signor ladro, lei porta un coltello a serramanico o una P38, sia pure fuori moda? Se la risposta è affermativa, la sparatoria inizi pure, altrimenti non se ne fa niente. Se il furfante, nelle more, sferra un cazzottone al proprietario dell’alloggio, questi se ne faccia una ragione. Se non è un buon pugile, anche solo dilettante, sono affari suoi. Al legislatore non gliene importa nulla. Gli preme solo che tra il grassatore e il suo «avversario» si stabilisca un rapporto cavalleresco.
Siamo alla quintessenza della stupidità. Va da sé, un tizio che entra nel tuo appartamento di notte non è un visitatore cortese. Ovvio che tu tremi di paura, non sei lucidissimo e non gli chiedi spiegazioni, ma allontani la minaccia come puoi, anche sparando, giacché sai che in certe circostanze o crepa lui o crepi tu. Lo stato d’animo di chi è in procinto di essere sopraffatto non è sereno quanto quello di un pm che valuta i fatti a freddo, seduto alla scrivania. Le nostre non sono elucubrazioni da esaltati amanti dei film western, ma di persone che si immedesimano in chi subisce un sopruso.
È evidente che una legge così sconsiderata sia da modificare in senso realistico. D’accordo che l’Italia ha ereditato dal cattocomunismo l’idea che la proprietà sia equiparata al furto e, pertanto, indifendibile. Ma sarebbe ora di cambiare mentalità. Proteggere i propri beni non è un delitto. Il problema non è «farsi giustizia da sé» ma impedire sia commessa un’ingiustizia. Se ciò impone l’uso di un’arma, pazienza. Meglio un ladro steso che un cittadino onesto al cimitero.

Ecco, allora, che appare in tutta la sua mostruosità l’invasione con cui i governi di quel presidente di due mandati, anche perciò illegittimo, hanno sovvertito le fondamenta morali della nostra società, certamente più evoluta civilmente di quelle dei popolI dell’est e africani.

DA UNA FRASE DI GIUSEPPE PALMA: I “FIGLI DESTITUENTI” NON HANNO LETTO I “PADRI COSTITUENTI”…NEL RICORDO DI UN PADRE DEGLI ITALIANI.

225px-Piero_Calamandrei_2 200px-Piero_Calamandrei Piero Calamandrei

Piero Calamandrei prese parte alla prima guerra mondiale come ufficiale volontario nel 218º reggimento di fanteria; ne uscì col grado di capitano e fu successivamente promosso tenente colonnello, ma preferì lasciare l’esercito per proseguire la propria carriera accademica. Nel 1925 sottoscrisse il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Durante il ventennio fascista fu uno dei pochissimi professori e avvocati a non chiedere la tessera del Partito Nazionale Fascista e collaborò con la testata Non Mollare, ma nel 1931 giurò fedeltà al regime fascista. Partecipò alla stesura dei Codici Penale e Civile e di procedura Civile. Nel corso del 1940 Dino Grandi, Presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni e, giià ministro di Grazia e Giustizia fine politico, decise di privilegiare il rapporto con lo stesso Calamandrei incaricandolo di svolgere l’ultima revisione del codice di procedura civile e, infatti, lo convocò il 26 aprile 1940.  In questa occasione, come lo stesso Calamandrei annotò sul proprio diario, Grandi gli riferì di un colloquio avuto con Mussolini in cui gli aveva detto che dei tre giuristi coinvolti nel progetto “il più fascista è il non fascista Calamandrei”, Calamandrei perplesso domandò “Tutto sta a vedere che significato Lei dà alla parola fascista”, ma Grandi lo tranquillizzò replicando “In senso buono” allora Calamandrei rispose “Allora me ne compiaccio”. Se questa era dittatura, quella degli oligarchi di oggi è la morte civile.

All’inizio della seconda guerra mondiale Calamandrei fu richiamato al fronte ma ottenne una dispensa per intervento dello stesso Grandi. Contrario all’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale a fianco della Germania, nel 1941 aderì al movimento Giustizia e Libertà ed un anno dopo fu tra i fondatori del Partito d’Azione insieme a Ferruccio Parri, Ugo La Malfa ed altri.Il nuovo codice di procedura civile fu promulgato il 28 ottobre 1940 ed entrò definitivamente in vigore il 21 aprile 1942. Per il proprio lavoro subito dopo la promulgazione del codice Calamandrei fu decorato dallo stesso ministro Grandi con le insegne di cavaliere di Gran Croce. Il codice di procedura civile del 1942 è in parte ancora in vigore in Italia. Nella relazione preparata per il Re Calamandrei espose come nel nuovo codice di procedura civile quali fossero presenti i principi legislativi cui si fossero ispirati e come le più importanti innovazioni di quei principi avessero trovato attuazione. Calamandrei partecipò anche ai lavori preparatori per il nuovo codice civile di cui partecipò attivamente alla stesura del VI° libro, “Della tutela dei diritti”. Si dimise da professore universitario per non sottoscrivere una lettera di sottomissione al duce che gli venne chiesta dal rettore del tempo.

Nel 1945 fu nominato membro della Consulta Nazionale e dell’Assemblea Costituente in rappresentanza del Partito d’Azione. Partecipò attivamente ai lavori parlamentari come componente della Giunta delle elezioni della commissione d’inchiesta e della Commissione per la Costituzione italiana. I suoi interventi nei dibattiti dell’assemblea ebbero larga risonanza: specialmente i suoi discorsi sul piano generale della Costituzione, sui Patti lateranensi, sulla indissolubilità del matrimonio, sul potere giudiziario. Calamandrei propose una repubblica presidenziale con “pesi e contrappesi”, come negli Stati Uniti, o un sistema di premierato sul modello Westminster britannico, per evitare la debolezza dei governi, come si verificò poi puntualmente durante la storia della repubblica, e, allo stesso tempo, impedire la deriva autoritaria insita sia nel troppo potere, sia nel disordine delle istituzioni, come era avvenuto col fascismo. Nonostante ciò, difese sempre la repubblica parlamentare e la Costituzione, così come erano uscite dal dibattito democratico nella Costituente.

Quando il Partito d’Azione si sciolse, entrò a far parte del Partito Socialista Democratico Italiano, con cui fu eletto deputato nel 1948.

Fu uno dei più richiamati Padri Costituenti.
Ha scritto Giuseppe Palma, ricordando le parole di Calamandrei: I “FIGLI DESTITUENTI” NON HANNO LETTO I “PADRI COSTITUENTI”…

Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa Costituzione. Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, oh giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta. Questo è un testamento, un testamento di centomila morti.

Giuseppe PALMA, riportando le parole di Piero Calamandrei, ha detto: “Non ho altro da aggiungere, ma una cosa sola voglio dirvela: mi sono commosso! Cari “figli destituenti” della XVIIesima Legislatura, tornate a studiare!”

Sono commosso anch’io e addolorato al pensiero di quale pochezza umana stia, oggi, nella nostra indifferenza, mettendo, non le mani, ma i piedi sulla Costituzione della Repubblica. L’aver ricordato Calamandrei, ci può far comprendere quanto male faccia alla Nazione l’avere eletto a rappresentarci troppi cittadini inconsapevoli della trama dei principi costituzionali, quale grave tradimento sia stato perpretato da Giorgio Napolitano e quanto sia urgente per tutti i cittadini di ogni partito tornare a insegnarli.

Il Feldmaresciallo Albert Kesselring, che durante il secondo conflitto mondiale fu il comandante delle forze armate germaniche in Italia, a fine conflitto (1947) fu processato e condannato a morte per i numerosi eccidi che l’esercito nazista aveva commesso ai suoi ordini (Fosse Ardeatine, Strage di Marzabotto e molte altre). Successivamente la condanna fu commutata in ergastolo, ma egli venne rilasciato nel 1952 per le sue presunte gravi condizioni di salute. Kesselring sostenne di non essere affatto pentito di ciò che aveva fatto durante i 18 mesi nei quali tenne il comando in Italia ed anzi dichiarò che gli italiani, per il bene che secondo lui aveva loro fatto, avrebbero dovuto erigergli un monumento. In risposta a queste affermazioni Piero Calamandrei scrisse la celebre epigrafe, dedicata a Duccio Galimberti, “Lo avrai, camerata Kesselring…”, il cui testo voglio riproporvi insieme a questa sommaria biografia per meglio comprendere chi eravamo e più non siamo:

Lo avrai, camerata Kesselring…
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

FINE DELL’EURO O CRISI ECONOMICHE NAZIONALI: L’EUROPA AL BIVIO. (Antonio M. Rinaldi)

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Recentemente il Team del Blog Scenari Economici ha presentato “UN PIANO B PER L’ITALIA” per dimostrare che per l’Italia, e per qualsiasi altro paese dell’area euro, è possibile ritornare alla propria sovranità monetaria. Realizzando questo studio si è voluto formulare un piano tecnico credibile e sostenibile a supporto del ritorno alla propria sovranità monetaria.

Si è fatto riferimento prevalentemente sugli ottimi e puntuali studi compiuti dalla Nomura e dal prof. Roger Boolte, fra l’altro vincitore del premio Wolfson Economics Prize con “Leaving the euro: A pratical guide” come il miglior piano per l’uscita dall’euro, apportando naturalmente modifiche per adattarli alla realtà economica italiana.

Infatti essendo ormai palese che l’architettura e i fondamenti su cui si fonda tutta la costruzione monetaria europea non consentono correzioni idonee per condividere in modo proficuo le esigenze delle economie dei paesi partecipanti, con l’inevitabile conseguenza di amplificare i vantaggi per alcuni e gli svantaggi per altri, è quanto mai necessario predisporre in prospettiva soluzioni che prevedano anche l’abbandono dalla partecipazione alla moneta comune europea.

L’esigenza di prospettare una alternativa alla moneta unica scaturisce dagli effetti negativi che ha prodotto il modello economico di riferimento su cui si basa la costruzione monetaria europea che non consente la sostenibilità nel tempo dello stesso euro. Sin dall’inizio infatti si è adottato il modello economico che prevede essenzialmente la stabilità dei prezzi, cioè il contenimento dell’inflazione, e il rigore dei conti pubblici fino al perseguimento del principio del pareggio di bilancio, principi ulteriormente enfatizzati dal Fiscal Compact, come unico presupposto per la crescita, invece di considerare modelli che privilegiassero, ad esempio, il raggiungimento della massima occupazione.

E’ notorio che i due modelli sono in contrasto, in quanto quello che prevede la stabilità dei prezzi e l’azzeramento dei disavanzi pubblici fino al raggiungimento del pareggio, ha costretto i governi a compiere negli anni degli avanzi primari estremamente penalizzanti, rivelandosi perciò non idoneo a sviluppare politiche economiche tese al raggiungimento della massima occupazione. Ne discende, dall’analisi dei fondamenti costitutivi e da quella empirica a posteriori, che l’euro è una moneta geneticamente a propensione altamente deflattiva.

Non è possibile rettificare o correggere i fondamenti su cui è stato concepito e su cui gravita l’euro al punto di poter adottare un altro modello economico alternativo. L’attuale modello ha inevitabilmente determinato che il Vecchio Continente sprofondasse in deflazione conclamata con evidenti ripercussioni negative sugli stessi saggi di occupazione e di domanda interna facendo regredire i tassi di crescita del PIL dei paesi eurodotati a livelli inferiori a quelli registrati nel periodo pre-unione monetaria.

I dogmi su cui si fonda l’euro hanno sempre più fatto trasparire che l’Europa si è dotata di una moneta talmente rigida e ingabbiata nella sue regole che l’economia reale è costretta ad adattarsi ad essa e non, come insegna e suggerisce l’economia classica e il buon senso, dove è la moneta invece che deve sempre plasmarsi verso le esigenze della propria economia e dei propri cittadini.

Inoltre le politiche intraprese dalle istituzioni europee, nel tentativo di rendere sostenibile l’aggregazione monetaria comune, stanno sempre più minando il concetto stesso di democrazia, violando quelli che universalmente sono considerati dei diritti e conquiste inalienabili dei cittadini sanciti a chiare lettere nelle rispettive carte Costituzionali. A riguardo dobbiamo ringraziare l’azione divulgativa di Luciano Barra Caracciolo per aver da tempo fra i primi denunciato l’incompatibilità di quanto disposto dai Trattati europei e ciò che è previsto dai dettami Costituzionali nazionali.

In questo modo i rispettivi Governi e Parlamenti nazionali sono stati esautorati sempre più dalla possibilità di poter determinare in modo autonomo, o almeno di poter intervenire a correzione, a supporto della propria politica economica, non solo per l’osservanza dei vincoli esterni previsti dai Trattati internazionali su cui si fonda l’Unione Europea, ma anche a causa dell’attivazione di strumenti sempre più coercitivi che agiscono come dei “piloti automatici” finalizzati al rispetto delle regole. Questo in palese contrasto con i più elementari principi di democrazia che prevedono nel suffragio universale la massima espressione di civiltà e di cui i Parlamenti nazionali sono espressione. I paesi dell’Unione monetaria sono prima di tutto Stati di diritto e non società per azioni!

Troppe nubi si addensano sempre più in Europa e nel mondo e concause imprevedibili potrebbero creare le condizioni per quella che potremo definire come una vera e propria “tempesta perfetta” che avrà come conseguenza certa la radicale rivisitazione dell’aggregazione monetaria europea se non addirittura ad una sua implosione. L’euro si è dimostrato essere assimilabile a una costruzione in terreno sismico senza tuttavia aver adottato criteri antisismici e la sua fine è pertanto solo una questione di tempo.

Perciò è da considerarsi quanto mai opportuno, nello scenario in cui saranno determinanti e condizionanti cause e concause esogene, che ogni nazione predisponga un serio e credibile Piano B, meglio ancora se concordato e coordinato con gli altri partners, da contrapporre alla mancanza della realizzazione di uno speculare altrettanto serio, credibile, accettabile e soprattutto sostenibile Piano A per poter rimanere nella moneta unica. Un Piano B che potrebbe in qualsiasi momento diventare il Piano A.

Il problema fondamentale su cui si è focalizzato lo studio di Scenari Economici per una ottimale realizzazione di un Piano B, risiede nel fatto che dovrà essere realizzato con il concorso determinante della politica a cui è demandato in ogni caso il primato nell’individuazione degli indirizzi di politica economica e dei piani industriali a supporto e fondamento di una ritrovata Sovranità monetaria in quanto, la gestione di quest’ultima, non rientra nei compiti e mansioni delle preposte istituzioni monetarie nazionali.

Si può essere comunque ragionevolmente certi infatti che le rispettive banche centrali nazionali abbiano già da tempo definito nei dettagli dei Piani B per il ritorno alla rispettive valute nel caso le circostanze lo richiedano, ad iniziare proprio da quelle della Germania e della Francia e l’invito pertanto si rivolge invece alle forze politiche nazionali nel dettarne attivamente la realizzazione.

Non è compito delle banche centrali nazionali predisporre piani per il ritorno alla sovranità monetaria nazionale, poiché sono da considerarsi in ogni caso istituzioni meramente tecniche e non politiche e a cui spetta esclusivamente, pur nella loro indipendenza, la messa in pratica degli indirizzi e compiti assegnati dalla stessa politica.

Si ricorda che per Piano B non s’intende tanto il passaggio tecnico alla moneta nazionale, ma soprattutto la determinazione di una nuova politica economica che consenta la sostenibilità e la credibilità nel tempo nella ritrovata sovranità monetaria.

Una esortazione perciò alle classi politiche e a tutte le forze attive dei Paesi dell’area euro affinché tengano in seria considerazione il ritorno alla sovranità nazionale alla stregua di piani strategici per la salvaguardia degli interessi nazionali e di non lasciarlo all’improvvisazione o al caso, fornendo invece preventivamente tutto il contributo possibile per realizzarlo nell’esclusivo interesse dei rispettivi paesi e dei propri cittadini. Gli effetti negativi che sta producendo l’aggregazione monetaria sta seriamente e irreversibilmente minando il concetto stesso d’Europa.

Paradossalmente, alla luce di queste constatazioni, i veri c.d. “antieuropeisti” saranno considerati dal severo giudizio della Storia proprio quelli che avranno difeso questa configurazione dell’euro, disponibili sempre a trovare ogni giustificazione possibile alle palesi contraddizioni provocate dal suo impianto errato, e se presto assisteremo ad una sua implosione, sarà proprio per la cecità di chi non ha compreso l’incapacità della governance europea nel gestire la sua conduzione.

L’ultima chance a disposizione per la sopravvivenza dell’euro è nel proporre una accelerazione al processo di aggregazione, come l’unione fiscale e politica, per giungere speditamente alla creazione degli Stati Uniti d’Europa. Ma siamo certi che i paesi membri siano d’accordo nel cedere ogni residuo di sovranità dopo l’esperienza fallimentare di quella monetaria? Più che fondati dubbi sorgono dal comportamento di molti paesi, sempre più restii nel gestire in comune le problematiche nazionali, oltre alla considerazione che non vi è mai stata una reale volontà di procedere ad una ottimizzazione del mercato unico decretato a Maastricht il 7 febbraio del 1992.

I due fattori determinanti di qualsiasi mercato che voglia definirsi unico, capitale e lavoro, non sono riusciti finora a coniugarsi in modo da creare una vera e propria area valutaria comune e l’euro appare essere sempre più solamente un accordo di cambi fissi. Vale la pena di ricordare che a distanza di 23 anni e mezzo non si sono volute ancora neanche uniformare le aliquote IVA per stessi settori merceologici e servizi che notoriamente sono alla base di una corretta ed effettiva circolazione di beni e servizi; come si può ragionevolmente pensare che in brevissimo tempo si proceda a una completa e totale unione federale con la cessione di ogni residuo di sovranità? Le stesse Costituzioni non lo consentono, perché gli articoli che riguardano la mutazione dello stato nazionale in altre forme, non sono né abrogabili né modificabili. Chi sostiene il contrario o non conosce le Costituzioni o è in palese malafede. La Costituzione italiana inoltre sostiene e garantisce un modello economico ben chiaro e definito, non compatibile con il modello previsto per il sostentamento dell’euro.

Venendo nello specifico del Piano B predisposto da Scenari Economici, la cui consultazione per intero è possibile nelle pagine del Blog, sono stati evidenziati alcuni punti essenziali specifici per l’Italia al fine di massimizzare ed ottimizzare il ritorno alla sovranità monetaria.

Sono state considerate le implicazioni legali e giuridiche a supporto del ritorno alla sovranità monetaria unitamente alla possibilità di poter invocare la lex monetae per la ridenominazione dei titoli pubblici nella valuta nazionale. Inoltre sono stati individuati dei provvedimenti per massimizzare la riconversione monetaria e procedere alla determinazione di una politica economica coerente e sostenibile finalizzata alle esigenze dell’economia italiana e svincolata da quella prevista dai Trattati e Regolamenti europei.

A corollario si è anche considerato di procedere a:

-Contestuale nazionalizzazione della Banca d’Italia con il conferimento di tutti i poter di cui una banca centrale può disporre ad iniziare dalla funzione di prestatrice di ultima istanza a supporto del fabbisogno finanziario della Stato, influendo sulla determinazione dei tassi d’interesse e sui livelli dei rapporti di cambio con le altre divise internazionali. Nello specifico deve essere revocata la disposizione del febbraio 1981, il c.d. “divorzio” fra il Tesoro e la Banca d’Italia, che non obbligava più la banca centrale ad intervenire sul mercato primario dei titoli di Stato e ad adottare il penalizzante metodo d’asta con il sistema “marginale”. Inoltre sarebbe opportuno con l’occasione che il capitale stesso della Banca d’Italia sia detenuto direttamente dai cittadini italiani maggiorenni con il vincolo dell’inalienabilità delle quote e della perdita del possesso solo in caso di morte o di rinuncia alla cittadinanza italiana. In questo modo si risolverebbe una volta per tutte le querelle sulla proprietà della moneta e sui diritti di signoraggio, devolvendo gli utili, detratte spese e riserve, nelle casse del Tesoro.

-Decreto urgente per la divisione netta fra banche d’affari e quelle propriamente commerciali con nuove regole per l’effettuazione di operazioni in derivati se non supportate da comprovate ed effettive esigenze commerciali.

-Puntuale verifica se leggi e regolamenti promulgati in ottemperanza ai vincoli dei trattati e su recepimento delle direttive europee siano effettivamente producenti per il paese.

-Possibilità da parte del Ministero dell’Economia di poter intervenire, dove e per il tempo che riterrà necessario alla stabilizzazione, con partecipazioni ai capitali degli istituti bancari e società di assicurazione al fine di rafforzarne i livelli di patrimonializzazione. Nel caso ritenesse opportuno, dotarsi anche di uno o più Istituti bancari commerciali con capitale a maggioranza pubblica.

-Modifica dell’art.81 della Costituzione, stralciando il principio del pareggio di bilancio e rafforzando invece quello del perseguimento della massima occupazione come primario obiettivo dello Stato, così come sancito dallo stesso art.1 che ribadisce inequivocabilmente che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e non sul pareggio di bilancio.

-Intraprendere politiche di bilancio credibili e funzionali ad un’effettiva crescita economica del paese, come ad esempio limiti all’erogazione di pensioni con il sistema figurativo per ridistribuire le risorse liberate sul contributivo, nuove politiche d’investimento nel settore pubblico e nelle infrastrutture, piani industriali che ricreino le filiere produttive interrotte dalle delocalizzazioni, razionalizzazione della spesa pubblica non adottando il criterio fino ad ora perseguito dei tagli lineari, ma con riferimento al più razionale “best case” regionale.-Reintroduzione dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) con le originarie funzioni di assistenza finanziaria e tecnica alle aziende italiane in difficoltà al fine di fornire il supporto dello Stato e garantire l’occupazione. Eventuale nazionalizzazione delle società erogatrici di servizi ritenuti essenziali per il benessere e sicurezza dei cittadini.

-Sostituzione della dirigenza statale che ha mostrato una stretta dipendenza dalle influenze europee e scarso rispetto per la sovranità nazionale in oltraggio alla Costituzione.

Concludo facendo proprie le considerazioni del prof. Paolo Savona intervenuto alla presentazione del Piano B per l’Italia di Scenari Economici: “L’Italia dichiara ufficialmente di non volersi preparare all’eventualità che l’euro entri in crisi, accettando che sia l’Italia stessa a seguire questa sorte. Perché questa è la “soluzione” della crisi dell’euro: essere trasferita sull’economia e sulle società “esposte”, come quella italiana. Finché il mercato internazionale accetta l’euro perché la BCE crea moneta per evitare un to-big-to-fail default non vi sarà spazio per soluzione diverse e la crisi si trasferirà sui paesi deboli, ai quali verrà offerta assistenza in cambio della perdita di sovranità, ad iniziare da quella fiscale. Il Piano B serve per sventare questa possibilità. La sua attuazione non è compito né facile né indolore, ma è nelle possibilità del Paese.”

Antonio M. Rinaldi

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VI PRESENTO L’€URO: COME FUNZIONA LA MONETA UNICA E I SUOI GRAVI ASPETTI DI CRITICITA’ (di Giuseppe PALMA)

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Questa moneta unica rappresenta una delle questioni di maggiore divisione nel Paese. Il motivo non è tanto la difficoltà dell’argomento, di per sé abbastanza semplice seppur policromatico, ma la persistente mala fede di certa politica (nostrana e sovranazionale) e di certi gruppi di potere che dominano il pianeta (quei gruppi oligarchici che decidono il destino di centinaia di milioni di persone senza alcuna legittimazione democratica). Con questo mio articolo cercherò di rendere l’argomento “Euro” semplice e comprensibile a tutti, evitando – volutamente – eccessivi tecnicismi.
In soli 8 punti, e con un linguaggio molto semplice, cercherò di spiegare il perché questa moneta unica rappresenti un vile attentato al benessere diffuso dei popoli europei e all’essenza stessa della democrazia costituzionale, e lo farò come se dovessi spiegarlo a mia figlia di due anni.

Oltre alla lettura del testo, consiglio vivamente anche la lettura delle note.

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A) Uno Stato a moneta sovrana è il legittimo ed unico titolare della propria moneta, quindi crea e dispone liberamente della stessa sia per far fronte alle problematiche economico-sociali dei cittadini, sia per far fronte al debito pubblico, il quale non costituisce mai un problema in quanto è lo Stato stesso che genera quella medesima moneta occorrente a “pagare” il debito, quindi non deve chiederla in prestito a nessuno: uno Stato a moneta sovrana crea moneta dal nulla! [2] Ciò detto, la domanda nasce spontanea: come fa uno Stato a sovranità monetaria a creare moneta dal nulla? Semplice: pigiando il tasto di un computer del Ministero del Tesoro o della Banca Centrale;

B) In uno Stato a moneta sovrana, la Banca Centrale (o il Ministero del Tesoro) funge da prestatrice di ultima istanza. Cosa significa “prestatrice di ultima istanza”? Significa che quando lo Stato deve onorare il proprio debito pubblico (rappresentato dal capitale investito dai cittadini nei Titoli di Stato, più gli interessi), non va a chiedere i soldi alla collettività (lo potrebbe fare, anzi lo fa, ma si ferma quando comprende che le tasse sono troppo alte e i cittadini/imprese potrebbero risentirne), ma “stampa moneta” (cioè crea moneta dal nulla), quindi si rende fattivamente e concretamente garante di quel debito senza “massacrare” cittadini e imprese; in altre parole è lo Stato che “acquista” il proprio debito facendosi carico dello stesso. A tal proposito, tanto per essere chiari, il capitale relativo ai Titoli di Stato non viene mai realmente restituito dallo Stato all’investitore, e questo per due motivi molto semplici. Esempio: il cittadino X, nell’anno 0, acquista un Titolo di Stato a scadenza decennale di valore C, con un tasso di interesse allo T% (in pratica si tratta semplicemente di un pezzo di carta con su scritto “Titolo di Stato”) Bene. Trascorsi i dieci anni, X ha due possibilità: a) rinnovare il suo Titolo di Stato per altri dieci anni, quindi zero costi per lo Stato; b) decidere di richiedere allo Stato la restituzione del capitale investito dieci anni prima nel Titolo, più gli interessi maturati. In quest’ultimo caso, lo Stato cosa fa? Vende il Titolo di Stato di X ad un altro investitore, Y, e con il denaro con il quale Y paga quel Titolo (cioè investe i suoi soldi in quel Titolo), lo Stato restituisce il capitale all’investitore X. Costi per lo Stato? Zero! E gli interessi? Nessun problema: lo Stato a moneta sovrana li paga pigiando quello stesso tasto del computer che si trova al Ministero del Tesoro o alla Banca Centrale. In tal modo lo Stato crea, sì, debito, che però rappresenta ricchezza concreta per i cittadini e non costituisce alcun problema perché – e lo ribadisco – è lo Stato stesso che genera quella medesima moneta con la quale garantisce e “paga” quel debito (moneta alla quale lo Stato ha attribuito valore intrinseco, cioè ha imposto la tassazione in quella medesima valuta che esso stesso crea dal nulla e che accetta quale unica moneta per il pagamento delle tasse che ha imposto, quindi cittadini e imprese corrono per procurarsela);

C) Negli Stati a moneta sovrana le tasse NON servono a pagare gli ospedali, le scuole, gli stipendi dei dipendenti pubblici, le pensioni etc… negli Stati a moneta sovrana le tasse servono solo a non creare altro debito pubblico [3]. Punto! Negli Stati che invece non godono di sovranità monetaria (i 19 Stati dell’Eurozona), le tasse servono (anche) per far fronte alla spesa pubblica, quindi per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, gli ospedali, le scuole, le pensioni, i servizi pubblici essenziali etc… Dicendola con parole più semplici: gli Stati a moneta sovrana prima spendono e poi tassano, invece gli Stati privi di sovranità monetaria prima devono tassare (cioè procurarsi la moneta) e poi possono spendere (attenendosi e rispettando i limiti capestro fissati dai Trattati). Se non si comprendono questi concetti, non è possibile comprendere l’intera questione “Euro” [4];

D) Tutti gli Stati dell’Eurozona, quando devono pagare gli stipendi degli insegnanti, le pensioni, gli ospedali, i servizi pubblici, assumere nuovo personale etc (in pratica quando devono far fronte alla spesa pubblica), non disponendo di sovranità monetaria vanno a cercarsi la moneta. Come? In due modi: a) tassando i cittadini fino al loro collasso, quindi introducendo nuove imposte e tasse o aumentando quelle già esistenti, introducendo sistemi giacobini di accertamento fiscale e di lotta all’evasione, quindi limitando l’uso del denaro contante, spiando i conti correnti dei cittadini e le loro spesucole quotidiane, tagliando le voci di spesa pubblica più sensibili come sanità, istruzione, giustizia, pensioni; e così via… b) chiedendola in prestito ai mercati dei capitali privati (cioè ad esempio alle banche private), i quali, prima di prestarla allo Stato che ne fa richiesta, valutano con la lente di ingrandimento l’affidabilità finanziaria dello Stato stesso a poterla restituire (con gli interessi), quindi fissano i tassi di interesse mettendo gli Stati in competizione tra loro (e qui si collocano le famigerate valutazioni delle Agenzie di rating che fanno tremare i Governi). Bene, anzi male! Ciò fatto, una volta che lo Stato ha preso in prestito la moneta dalle banche private, dovrà successivamente a queste restituirla maggiorata dagli interessi. Ma se lo Stato non gode di sovranità monetaria, da dove la va a prendere la moneta per poterla restituire alle banche private? La risposta è semplice: dai cittadini, quindi attraverso gli strumenti e i meccanismi sopra già evidenziati;

E) In passato, durante i periodi di crisi, gli Stati a moneta sovrana potevano “aggiustare” il cambio tra la propria moneta e le monete degli altri Stati, cioè facevano leva sulla svalutazione monetaria. In questo modo, con una propria moneta svalutata, si verificava la conseguenza che i prezzi delle merci da esportare si abbassavano rispetto alle stesse merci prodotte all’estero, con il conseguente aumento delle esportazioni. Ciò detto, se le aziende esportavano più prodotti perché più competitivi rispetto ai prodotti esteri, necessitavano di maggiore forza lavoro (più personale), quindi maggiore occupazione = maggiore numero di cittadini che percepivano un reddito, quindi + consumi e + investimenti privati (vedesi Keynes). Oggi, con questa moneta unica, essendo stati fissati i tassi di cambio irrevocabili tra l’Euro e le monete nazionali dei Paesi aderenti (i c.d. cambi fissi), gli Stati dell’Eurozona – per essere competitivi – non possono più far leva sulla svalutazione della moneta. Ciò premesso, come fanno gli Stati della zona euro ad essere competitivi, non potendo far leva sulla svalutazione monetaria? La risposta è semplice: attraverso la svalutazione del lavoro, cioè tramite la riduzione dei salari e la contrazione delle tutele contrattuali (e di legge) a beneficio dell’abbassamento dei prezzi delle merci da esportare!

F) Se negli Stati a moneta sovrana la Banca Centrale funge da prestatrice di ultima istanza, negli Stati della zona euro la BCE non svolge questa funzione, lasciando che siano i cittadini a “vestire i panni” di prestatori di ultima istanza. Ciò detto, che ruolo ha la BCE? E’ semplice: funge unicamente da guardiana della stabilità dei prezzi! Mentre uno Stato a moneta sovrana (attraverso la Banca Centrale o il Tesoro) garantisce integralmente il proprio debito pubblico senza alcun problema di default (e non potrebbe essere altrimenti come si è già visto), la BCE non garantisce nulla, infatti ciascuno Stato dell’Eurozona deve esso stesso garantire il proprio debito pubblico, senza disporre di sovranità monetaria! Come fa uno Stato che non dispone di sovranità monetaria a garantire (e pagare) il proprio debito pubblico? Semplice: tassando i cittadini fino al loro collasso, inasprendo oltremisura gli strumenti di accertamento fiscale nei confronti delle imprese, degli artigiani, dei piccoli commercianti e dei giovani professionisti, innalzando l’età pensionabile e riducendo la spesa pensionistica, riducendo le assunzioni nel pubblico impiego, tagliando le voci di spesa pubblica più sensibili quali la sanità, la giustizia, la scuola e così via… Una vera e propria pazzia, ma è così! In pratica, negli Stati dell’Eurozona, la funzione di prestatrice di ultima istanza non è esercitata da una Banca Centrale bensì dai cittadini. La BCE, sia nella forma che nella sostanza, non è una vera e propria Banca Centrale: per espressa previsione del suo Statuto, infatti, la BCE non può finanziare i debiti pubblici degli Stati dell’Eurozona. Appare evidente, quindi, che chi ha costruito l’intera struttura dell’Euro aveva ben in mente i gravissimi danni sociali, economici e finanziari cui conduceva questa moneta unica;

G) Con l’avvento dell’Euro la moneta è creata dalla BCE, anzi, più precisamente dalle Banche Centrali di ciascuno Stato d’accordo con la BCE. A chi è destinata questa moneta? A ciascuno Stato (Governo) dell’Eurozona? Assolutamente no! Gli Stati della zona euro sono costretti a chiederla in prestito ai mercati dei capitali privati [5] (che stabiliscono i tassi di interesse a seconda dell’affidabilità finanziaria dello Stato richiedente, mettendolo in competizione con gli altri Stati) e a questi debbono successivamente restituirla con gli interessi (vedesi i meccanismi di cui sopra);

H) Che cos’è il QE (Quantitative Easing) [6] che la BCE – quindi Mario Draghi – ha annunciato nel gennaio del 2015? Tradotto significa “alleggerimento quantitativo” del debito pubblico, cioè la BCE ha annunciato che provvederà ad “acquistare” (quindi a garantire) fette di debito pubblico di ciascuno Stato dell’Eurozona, liberandolo (solo in teoria) di parte dello stesso, quindi (sempre in teoria) ciascuno Stato avrà a disposizione maggiore liquidità per far fronte ai problemi socio-economici dei propri cittadini. Questo solo in teoria, infatti nella pratica le cose stanno diversamente: al fine di poter porre in essere la misura non convenzionale del QE, Draghi è dovuto scendere a compromessi accettando alcuni limiti imposti dalla Germania. In pratica, per dirla con parole semplici, di quelle fette di debito pubblico di cui ciascuno Stato sarà “alleggerito” grazie al QE, solo il 20% sarà garantito dalla BCE, mentre il restante 80% dovrà essere garantito dalle Banche Centrali (che Centrali non sono) di ciascuno Stato dell’Eurozona. A questo punto la domanda è d’obbligo: come farà ogni Banca Centrale di ciascuno Stato a garantire l’80% di quella fetta di debito pubblico (che come abbiamo visto è solo virtualmente alleggerita) se non dispone di sovranità monetaria? La risposta è talmente semplice che mi rifiuto di fornirla. Bisogna tuttavia ammettere che il QE, anche dopo essere stato semplicemente annunciato, ha iniziato a produrre l’effetto positivo di una svalutazione competitiva dell’Euro nei confronti del dollaro, ma è un effetto che non risolverà affatto i problemi degli Stati della zona euro, i quali, soffocati in ogni caso dai vincoli forcaioli e dai parametri capestro imposti dai Trattati dell’UE (vedesi ad esempio i Trattati di Maastricht e di Lisbona) e dal Fiscal Compact (che supererà illegittimamente sia Maastricht che Lisbona), oltre che da una moneta “straniera” che devono continuare a chiedere in prestito alle banche private e restituirla gravata dagli interessi, saranno destinati al default, oppure, nella migliore delle ipotesi, alla distruzione dello stato sociale, del benessere collettivo e – soprattutto – della democrazia costituzionale e del lavoro. Il QE ha avuto inizio a marzo e finora ha prodotto una svalutazione dell’euro sul dollaro di circa il 25%. Tuttavia, pur non essendovi stata alcuna invasione di cavallette (scenario che gli euristi prevedono invece in caso di un’uscita dell’Italia dall’Euro con una svalutazione della Nuova Lira nei confronti dell’€ pressappoco nella medesima percentuale della svalutazione €/$ causata dal QE), gli obiettivi sperati non sono stati ancora raggiunti! Del resto, la svalutazione dell’euro sul dollaro ha riguardato tutti i Paesi dell’Eurozona, quindi l’Italia come la Germania, pertanto il QE non può – in ogni caso – produrre per noi quegli ampi benefici scaturenti dalle svalutazioni competitive del passato!

***

Ciò detto, nonostante l’eccessiva semplicità con cui ho affrontato l’argomento, nutro il fondato timore che possa esserci qualcuno che faccia finta di non aver capito. A tal proposito, riporto qui di seguito il frammento di un discorso di centocinquanta anni fa dell’ex Presidente degli Stati Uniti d’America Abraham Lincoln: “Il Governo non ha necessità né deve prendere a prestito capitale pagando interessi come mezzo per finanziare lavori governativi ed imprese pubbliche. Il Governo deve creare, emettere e far circolare tutta la valuta ed il credito necessari per soddisfare il potere di spesa del Governo ed il potere d’acquisto dei consumatori. Il privilegio di creare ed emettere moneta non è solamente una prerogativa suprema del Governo, ma rappresenta anche la maggiore opportunità creativa del Governo stesso. La moneta cesserà di essere la padrona e diventerà la serva dell’umanità. La democrazia diventerà superiore al potere dei soldi”. Queste parole furono pronunciate da Lincoln nel 1865. Quello stesso anno fu assassinato.

Tutto ciò premesso, voglio proprio vedere se c’è ancora qualcuno che mi scrive dicendomi che questo Euro è irreversibile! [7] Sono altresì curioso di vedere se qualche ostinato difensore della moneta unica continua a dire che l’Euro è stata una conquista per l’Europa, per la democrazia e per il benessere dei popoli! [8]
Chiedo scusa al lettore perché mi rendo conto – in merito all’argomento sinora trattato – sia di aver sensibilmente sacrificato gli aspetti tecnici sia di aver utilizzato un linguaggio molto semplice e diretto, ma quanto scritto fin qui è frutto delle mie ricerche e delle mie pubblicazioni degli ultimi due anni.

E’ dunque giunta l’ora che il popolo si svegli e comprenda, quantomeno in linea generale, ciò che questa Unione Europea ha volutamente creato a danno dei popoli, del lavoro e della democrazia costituzionale di ciascuno degli Stati membri [9].

L’Euro è una moneta perfettamente idonea alla tutela e al perseguimento degli scopi del capitale internazionale, quindi del tutto INCOMPATIBILE con la democrazia costituzionale e i “principi supremi” (tra cui il lavoro) sui quali trova fondamento la nostra Costituzione!

Giuseppe PALMA

NOTE:

[1] Articolo che ho già scritto e pubblicato per Scenari Economici in data 18 febbraio 2015 (con il titolo “I gravissimi aspetti di criticità dell’Euro spiegati a mia figlia di un anno”), successivamente integrato e corretto (anche con note a piè di pagina) per una nuova pubblicazione ad agosto, odiernamente riproposto con qualche piccola integrazione.
[2] Allo scopo di fornire al lettore una più ampia base critica in merito al concetto espresso nel testo, riporto qui di seguito quanto scritto da Daniele Basciu, economista della ME-MMT: “Nel 1971, nel corso della guerra del Vietnam, il presidente degli USA, Nixon, dichiara che gli stessi USA avrebbero sospeso con decorrenza immediata la convertibilità del dollaro in oro. Viene meno anche il legame di cambio fisso tra le valute emesse dagli altri Stati aderenti a Bretton Woods e il dollaro. Da quel momento la moneta fiat (dal latino: creata dal nulla) creata dallo Stato ha esclusivo valore di “credito d’imposta su tassazione futura”: l’unico impegno che assume lo Stato, nell’emetterla, è quello di accettarla in pagamento per tasse che esso stesso imporrà in futuro. Diventa monopolista senza più vincoli derivanti dalla promessa di convertibilità. La valuta emessa dallo Stato sarà scambiata con le altre valute emesse dagli altri Stati determinando il rapporto di cambio sulla base dell’equilibrio domanda-offerta” – Daniele Basciu: “Uccidere il dio dell’Austerità. Introduzione alla teoria della moneta moderna (ME-MMT)”, Edizioni Sì, Cesena 2013.
[3] Uno Stato a moneta sovrana impone che le tasse siano pagate nella medesima valuta che esso stesso genera (cioè nella moneta di cui esso ha il monopolio di creare dal nulla). In tal modo tutti i soggetti economici (cittadini, imprese, professionisti, artigiani etc…), al fine di poter pagare le tasse, correranno a cercarsi quella medesima moneta che lo Stato crea dal nulla (fiat) e alla quale ha conferito valore legale. Nel linguaggio economico si dice che lo Stato, imponendo il pagamento delle tasse in moneta da esso stesso creata, conferisce alla moneta medesima “valore intrinseco”. Si precisa, inoltre, che anche l’Euro è una moneta fiat (creata dal nulla), ma – come già specificato nel testo – ciascuno Stato dell’eurozona è costretto a prenderla in prestito dai mercati dei capitali privati oppure ad estorcerla ai cittadini.
[4] In merito alla tassazione negli Stati a moneta sovrana, Daniele Basciu scrive: “[…] neanche le tasse hanno la funzione di finanziare la spesa, sia perché vengono raccolte in un momento successivo all’effettuazione della spesa, sia, soprattutto, perché lo Stato non ha bisogno dei “soldi dei cittadini”, visto che può creare i propri” – Daniele Basciu, opera citata.
[5] Questo aspetto, a mio modesto parere, rappresenta il motivo principale che rende la moneta unica un crimine contro la democrazia, il lavoro ed il benessere dei popoli. Attraverso la privazione della sovranità monetaria, e quindi costringendo ciascuno Stato dell’Eurozona ad andarsi a prendere in prestito la moneta dai mercati dei capitali privati (es. banche private), non si è fatto altro che sottomettere il diritto e la democrazia all’economia e alla finanza. Tutto ciò, nell’ottica degli insegnamenti del diritto moderno e contemporaneo, rappresenta un gravissimo attentato nei confronti della sovranità e della libertà di ciascuno Stato.
[6] Una delle più efficaci e comprensibili chiavi di lettura del Quantitative Easing di Draghi – e dei suoi effetti concreti – ce la fornisce Antonio Maria Rinaldi, il quale afferma che: “La “svalutazione” dell’euro a cui noi abbiamo assistito specialmente contro il dollaro nei confronti del quale ha raggiunto negli ultimi 6 mesi un buon 25%, a giudizio del governo può rappresentare uno stimolo determinante al PIL grazie alle esportazioni ritornate competitive, avrà nella pratica però effetti limitati al comparto delle aziende esportatrici in quanto lo stesso euro è la valuta adottata anche dagli altri paesi europei che si avvantaggiano della stessa percentuale di svalutazione (Germania compresa!) di cui ci avvaliamo anche noi e pertanto non modificando di una virgola la convenienza o meno agli scambi intra-UE pari al 54% del totale. Premesso che non si riesce a capire come la svalutazione dell’euro del 25% sia ora vista da politici, economisti e giornalisti come una manna dal cielo, mentre quando si ipotizza lo stesso scenario riferendosi alla ritrovata lira, invece la si dipinga sempre dagli stessi come una disgrazia: il vero vantaggio pieno ci sarebbe se fossimo solo noi rispetto a tutto il resto del mondo (Germania compresa!) ad avvalerci dello strumento della svalutazione. Su questi concetti bisognerebbe chiedere all’on.le Paola De Micheli, neo sottosegretario all’Economia, avendo più volte affermato pubblicamente che con la svalutazione della nuova lira si avrebbe avuto una pari diminuzione percentuale del PIL, se questa eventualità si ripeterà anche ora con l’euro! […]” (http://frontediliberazionedaibanchieri.it/2015/03/ripresa-gli-8-bazooka-spuntati-per-il-pil-di-antonio-maria-rinaldi.html).
[7] In merito all’eventuale uscita dell’Italia dall’Euro (ovvero nell’ipotesi di una deflagrazione dell’intera Eurozona e quindi della moneta unica), si legga – sempre su Scenari Economici – il mio articolo sulla Lex Monetae (http://scenarieconomici.it/la-lex-monetae-come-uscire-dalleuro-senza-farsi-alcun-male-di-giuseppe-palma/)
[8] Su cosa sia questo Euro una risposta esaustiva ce la fornisce Daniele Basciu: “Quella europea è, semplicemente, una valuta costruita per tutelare dall’inflazione gli asset denominati in euro presenti nei portafogli dei gruppi d’investimento del “big money”. Come tale, gestita come una materia prima che dovrebbe diventare più scarsa dell’oro. Gli strumenti con cui la moneta euro viene resa scarsa sono due, il primo colpisce il canale di creazione della moneta “verticale”, il secondo colpisce il canale di creazione della moneta “orizzontale”: 1) Privazione degli Stati della capacità di spesa in deficit; 2) Credit crunch indotto dalle politiche imposte dalla Bce agli Stati. Il credit crunch è il gradino finale della spirale deflazionistica. Le politiche di tagli di spesa pubblica, riduzione debito pubblico, tagli salariali, privatizzazioni degli asset pubblici imposte dalla BCE agli Stati in incredibile spregio della loro sovranità creano riduzione del volume d’affari e dei livelli occupazionali del sistema economico a cui consegue una riduzione del credito erogato dalle banche alle imprese, il che innesca una riduzione/azzeramento degli investimenti da parte delle stesse imprese e un’ulteriore conseguente riduzione della produzione aggregata. La prima fase della crisi è costituita da imprese che non riescono a ripagare i debiti che hanno verso le banche; la seconda fase è costituita da imprese che non riescono più ad indebitarsi perché le banche si rifiutano di concedere loro il credito (l’“infrastruttura immateriale del capitalismo”) di cui avrebbero necessità. Questa è la pro-ciclicità del sistema bancario […]. L’annullamento della capacità statale di creazione della moneta fiat e la paralisi pro-ciclica del sistema bancario, in un’economia capitalistica significa lenta paralisi del sistema bancario. Il sistema Euro che continui a fondarsi su questi pilastri è necessariamente destinato ad avvitarsi su sé stesso, distruggendo il sistema economico e sociale europeo come lo abbiamo conosciuto nella seconda metà del XX secolo. Questo è evidente.” – Daniele Basciu, opera citata. Lo stesso economista sardo della ME-MMT, riassumendo la nuova Era della moneta fiat creata dagli Stati a moneta sovrana, scrive: “Riepilogando, quindi: 1) i Titoli di Stato non finanziano la spesa pubblica, lo Stato si finanzia da solo; 2) lo Stato non può “finire i soldi” e non ha bisogno di “risparmiare”; 3) lo Stato fissa i propri tassi di interesse; 4) il debito pubblico è ricchezza del settore privato, è una registrazione contabile per lo Stato; 5) lo Stato può investire senza aver prima risparmiato; 6) lo Stato può pagare tutto il lavoro di cui abbia bisogno, fino a che esiste chi accetta in pagamento la valuta emessa e spesa dello Stato stesso (e fino a che lo Stato impone le tasse nella propria valuta esisterà sempre chi di quella valuta ha bisogno e pertanto la accetterà in pagamento del proprio lavoro” – Daniele Basciu, opera citata.
[9] Una parte delle argomentazioni proposte in questo articolo sono state elaborate sulla base delle analisi svolte da Paolo Barnard, giornalista economico, che nel 2012 scriveva: “I 17 Paesi dell’Eurozona sono incredibilmente costretti a cercarsi i denari per la spesa pubblica in due modi: o tassando i cittadini, oppure chiedendo finanziamenti ai mercati privati dei capitali che detteranno i tassi d’interesse mettendoci in gara gli uni con gli altri, e ciò PRIMA di spendere. A questo punto purtroppo i nostri debiti come Nazioni sono divenuti veramente un problema, perché li dobbiamo ripagare ai privati da cui abbiamo preso in prestito gli euro, mentre uno Stato a moneta sovrana è indebitato unicamente con se stesso (e NON deve tassare i cittadini per poter spendere). E soprattutto è evidente che non potendo più noi emettere moneta a piacimento con cui tranquillamente onorare quei debiti […], veniamo considerati a rischio di insolvenza dai grandi mercati di capitali, che perdono la fiducia in noi, ci declassano e ci spediscono dritti in un tunnel soffocante da cui noi nazioni dell’euro non usciremo più […]” – Paolo Barnard, “Il più grande crimine (Ecco cos’è accaduto veramente alla democrazia e alla ricchezza comune. E a vantaggio di chi)”, Edizioni Andromeda, Roma 2012.

COSÌ SI COMBATTE LA CORRUZIONE

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La corruzione è un cappio che stringe alla gola l’Italia e le toglie l’ossigeno delle risorse economiche (60 mld sottratti alle finanze pubbliche, secondo la Corte dei conti) e della coesione sociale. È un mostro. Ma non è invincibile. Con Italia Unica ci siamo sforzati di mettere nero su bianco proposte concrete e immediatamente realizzabili che già sintetizzammo, per primi, dopo “Mafia Capitale”. Fa da sfondo a questo decalogo una visione della politica diversa da quella attuale: molte delle cose che proponiamo non sono difficili ma non sono state mai fatte perché l’attuale politica vuole continuare a intermediare tutti i fondi pubblici possibili invece di utilizzarli per ridurre le tasse o per grandi progetti che tagliano fuori i clientelismi locali; mantenendo il controllo delle 10.000 partecipate pubbliche per fare i suoi interessi, non vuole rompere la complicità tra corrotti e corruttori. Ecco le dieci proposte anti-corruzione di Italia Unica. Le abbiamo individuate insieme ad altre da alcuni mesi, confrontandole in innumerevoli colloqui e dibattiti prima di selezionare proprio queste.

Ridurre drasticamente, cioè dividere almeno per 100, il numero delle stazioni appaltanti per garantire un adeguato livello di professionalità e di controllo. Il numero di questi “rubinetti aperti” va portato dai 35.000 di oggi a 350 (ma si potrebbe arrivare anche a numeri molto inferiori ), incrementandone gli obblighi di trasparenza e le possibilità di controllo diffuso.
Rendere più difficile l’infiltrazione della criminalità negli appalti pubblici. È urgente rivedere i criteri di valutazione economica e soprattutto quello di massimo ribasso delle offerte. Esso, infatti, è spesso sintomo della incapacità della PA di offrire il prezzo corretto a fronte della qualità richiesta. È causa di infiniti contenziosi e, infine, agevola le organizzazioni criminali che possono avvantaggiarsi di risorse umane, materiali e finanziarie non a prezzi di mercato.
Semplificare la mostruosa normativa oggi vigente superando del tutto l’intricata normativa nazionale vigente sui contratti pubblici – anche per i contratti sotto-soglia – uniformando l’Italia al recepimento delle Direttive Europee, per essere finalmente allineati con i mercati di forniture pubbliche di tutti gli altri Paesi UE. Si può provocare una formidabile iniezione di trasparenza attraverso un’anagrafe pubblica degli incarichi, delle nomine e delle forniture – dirette o in subfornitura – tra la Pubblica amministrazione e ogni singolo cittadino o persona giuridica. Vogliamo un database alimentato obbligatoriamente da tutti gli enti pubblici e un sito internet snello, simile alla homepage di un motore di ricerca, in cui basti digitare il nome di un qualsiasi cittadino o società per verificare quali rapporti abbia e/o abbia avuto con lo Stato, sia a livello centrale che locale. Va inoltre introdotto il divieto assoluto di poter lavorare con la PA – né direttamente né in subappalto – per le società delle quali non sia chiaramente conosciuto il beneficiario finale in Italia o all’estero. Spingiamo perché a livello mondiale vengano rese illegali le transazioni con i Paesi che non danno trasparenza dei beneficiari ultimi.
Introdurre regole che assicurino la effettiva selezione meritocratica per gli incarichi pubblici apicali (concorsi veri basati su criteri trasparenti e pubblicazione dei nomi dei nominati e dei requisiti soddisfatti), e l’avvicendamento dei responsabili in tutte le posizioni di responsabilità entro un numero di anni massimo ben definito e non superiore a dieci.
Rendere completi, veritieri e comprensibili i bilanci di tutte le entità pubbliche: dai comuni alle ASL, dalle città metropolitane alle Regioni. Garantire ai cittadini la possibilità di valutare e confrontare i risultati dei loro amministratori. Perché ciò succeda i bilanci devono essere standardizzati (oggi sono compilati nei formati più diversi ), consolidati (oggi molto spesso costi impropri e debiti sono “nascosti” nelle società partecipate che non vengono consolidate nei bilanci ), certificati e disponibili on line in Open Data per poter essere elaborati da chiunque sia interessato.
Ridurre l’enorme mondo delle partecipate pubbliche dove spesso le Amministrazioni Centrali e Locali collocano attività che non possono svolgere come PA e dove si annidano molti rischi di corruzione. Il compito della politica e dell’Amministrazione è quello di fare buone regole e buoni controlli non di gestire attività che possono essere affidate al mercato o alle comunità ( principio di sussidiarietà ). Chiudere pertanto o reinserire nella PA o privatizzare – a entità profit o non profit secondo i casi – tutte le partecipazioni attualmente detenute dalle Amministrazioni Centrali e Locali con la possibilità di mantenere quote rilevanti solo nelle reti essenziali (modello Terna e Snam) e impedire la creazione di nuove società controllate. Controllori e controllati non possono coincidere e vanno perciò impediti gli affidamenti in house.
Ridurre drasticamente l’enorme quantità di fondi gestiti in maniera discrezionale dalle Amministrazioni Locali con rischio di spreco e di corruzione. Ridisegnare completamente la destinazione dei Fondi Strutturali Europei riducendo drasticamente la miriade di piccoli e piccolissimi progetti a livello di singola amministrazione locale a vantaggio di pochi progetti strutturali strategici (es. ferrovie moderne per il Sud). Inoltre sostituire tutte le forme discrezionali di contributi a fondo perduto e altri incentivi alle attività economiche in meccanismi automatici come le riduzioni delle aliquote fiscali o i crediti di imposta.
Facilitare il compito della magistratura nel combattere la corruzione. Al di là degli interventi generali per rendere la giustizia penale più efficace ed efficiente, è necessario recidere il cordone che unisce corrotti e corruttori in un perverso rapporto di complicità e convenienza, anche accogliendo le indicazioni del dottor Pignatone, Procuratore della Repubblica di Roma, e dunque estendendo ai reati di corruzione alcune delle norme premiali della legislazione sui pentiti e sui collaboratori di giustizia.
Adattare al sistema giudiziario italiano il modello statunitense del False Claims Act. Il fulcro di questa legge del 2009 è quello di dare più potere e spazio ai così detti “whistleblowers” (“spifferatori”), ossia a persone che denunciano malfunzionamenti e illeciti che si verificano all’interno di un organismo pubblico o privato in cui lavorano o con cui comunque collaborano. I campi di azione sono stati svariati in USA con recuperi di decine di miliardi di dollari da parte dell’Amministrazione. La chiave del successo di questa normativa sta nel permettere al cittadino o lavoratore pubblico e privato di segnalare più facilmente alla magistratura le irregolarità di cui è stato testimone non solo ricevendo protezione, ma godendo anche di un incentivo economico significativo calcolato sui recuperi effettivamente realizzati.
Regolare l’attività di lobby con una opportuna normativa che dia, da un lato, assoluta trasparenza e visibilità ai cittadini su tutto quanto viene fatto e, dall’altro, garantisca certezza del diritto a chi fa questo mestiere e alla politica che dialoga, senza perdere autonomia, con i rappresentanti di interessi. L’area grigia in cui si muove adesso il settore del lobbying è intollerabile e foriera di malaffare, contro l’interesse dei professionisti del lobbying onesti per primi.

Corrado Passera

ANKARA “RICONOSCE” LO STATO ISLAMICO. E MERKEL LA FA ENTRARE NELLA UE

 

E’ necessario che Daesh “possa aprire un consolato ad Istanbul”, per poter rispondere ai tanti jihadisti che entrano in Turchia per prendere parte alla rivoluzione in Siria: a dirlo è il capo dei servizi segreti turchi, Hakan Fidan, braccio destro di Erdogan. “L’Emirato islamico è una realtà, e non possiamo eradicare una istituzione ben organizzata e popolare come questa”, ha aggiunto Fidan: “di conseguenza, chiedo con decisione ai miei colleghi occidentali di rivedere il loro atteggiamento verso le correnti politiche islamiche, mettere da parte la loro cinica mentalità, e contrastare i piani di Vladimir Putin di schiacciare i rivoluzionari siriani”. Questa dichiarazione di Fidan, uomo che di solito non ne rilascia, la Turchia fa’ sapere ufficialmente che è schierata con il Califfato. Fidan ha detto anche che il suo paese presta cure mediche ai feriti dagli “spietati” bombardamenti russi.

A questa Turchia Angela Merkel è andata due giorni prima ad implorarla che non le mandi più profughi “siriani”, anzi se ne riprenda la metà (degli 800 mila arrivati in Germania, 400 mila non hanno diritto all’asilo) offrendo in cambio di accelerare l’ammissione di Ankara nella UE. Anche a nome nostro, di tutti altri noi europei, ovviamente senza consultarci. La Turchia che abbiamo lasciato sulla porta per decenni esigendo che adeguasse le sue leggi ai “nostri valori”, adesso l’accettiamo nel momento in cui massacra curdi, sua minoranza etnica, ed arma tagliagole wahabiti di altissima criminalità. Sembra evidente che i nostri valori siano elastici.

Erdogan ha fatto il difficile, minacciato di mandarcene altri 3 milioni; poi però, sembra dalle ultime, ha accettato un accordo con la Commissione Europea (siete stati informati, a Roma?) per allestire sei campi profughi da due milioni di posti – coi soldi tedeschi, ovviamente. Anzi no, preciso: europei. Erdogan avrà un incontro decisivo con il capo della commissione, Jean Claude Junker.

Così, la Cancelliera è riuscita un altra volta a mettere a nostro carico, come europei, il mostruoso fallimento della sua accoglienza senza limiti.

Aiutata dalla volontaria omertà mediatica pan-europea.

 

A malapena i media ufficiosi hanno riportato che il capo del sindacato della polizia tedesca Rainer Wendt, in un’intervista, ha proposto un muro confinario attorno al suo paese per fermare gli immigrati. Con vaga disapprovazione hanno riferito le sue parole: “Se chiudiamo i confini nostri così, l’Austria chiuderà il confine con la Slovenia, e ciò è esattamente quel di cui abbiamo bisogno”.

Ciò che i media non riportano – è la più grande operazione di autocensura mai vista in Europa – è il perché Wendt ha detto questo. Ha confessato che le forze dell’ordine tedesche sono completamente sopraffatte, non riescono più a trattenere dal delinquere in massa questi immigrati, quasi tutti giovani maschi sempre più tracotanti e minacciosi, perché non temono una legge che non ha alcun rigore, per loro.

In perfetto accordo, la censura dei media tace l’aumento, quasi l’epidemia, delle violenze carnali di ragazze tedesche da parte di questi ultimi arrivati, pretesi “siriani”, molti venuti da un qualunque paese musulmano. Anche nei campi di raccolta le donne – le profughe, che qualche volta hanno già subito stupri nel paese d’origine o nel transito – e i bambini vengono spesso violentati; le costrette alla prostituzione dai maschi, in numero preponderante, loro pretesi compagni di sventura. Una denuncia redatta in questo senso da quattro organizzazioni tedesche di volontariato che curano (si fa’ per dire) il centro di accoglienza di Giessen, nel Land dello Hesse, chiedeva al governo regionale la disponibilità “immediata di appartamenti o case  di cui sia possibile sorvegliare le entrate e chiudere a chiave” per le donne che sono arrivate sole o coi loro bambini, senza un maschio che le protegga. L’effetto: le organizzazioni hanno rimosso la loro denuncia dai loro siti web, evidentemente su pressione di qualche autorità.

Altro fenomeno, nei centri d’accoglienza i musulmani aggrediscono i profughi cristiani, o i sunniti gli sciiti; le risse, che coinvolgono centinaia di persone, e i molti feriti, hanno fatto concludere a un vice-capo di Wendt, Joerg Radek, che bisogna mettere i due gruppi religiosi in sedi separate. Quel che è stata sorvolata è l’ammissione di Radek: “la polizia ha raggiunto il punto di rottura”, non riesce – con i metodi civili – a controllare campi dove quattromila maschi si scatenano in risse ferocissime, e 800 mila “profughi” sono già lì, 300 mila solo in Baviera, e sconvolgono l’ordine pubblico, sempre più coscienti della loro forza.

Wendt ha parlato addirittura di questi scontri come di “una guerra di sostituzione” sferrata sul territorio nazionale fra gruppi di opposte fedi”; con gli islamisti non solo agguerriti, ma “armati fino ai denti di armi bianche, mazze da baseball, altri oggetti pericolosi. I nostri agenti hanno dovuto subire una violenza cruda che mette in pericolo le loro vite”. Addio grasso benessere tedesco, per proteggere il quale hanno devastato i greci e imposto regole agli altri europei. Adesso per contrappasso, le loro adolescenti non escono più con gonne corte. Di sera nelle cittadine tedesche nessuno ha il coraggio di farsi vedere in giro. Una Germania passiva e imbelle si sottomette all’islamismo degli invasori.

Solo una tv ungherese ha ripreso il racconto di Aida Bolevar, una giovane giornalista ucraina bionda – che capisce l’arabo avendo vissuto in Medio Oriente per anni – a cui è capitata l’orribile ventura, ad agosto, di prendere un treno da Budapest a Vienna.

Alla stazione di Budapest “masse di maschi d’aspetto arabo, sporchi, non volevano lasciarmi passare dall’entrata”. Mi insultavano in arabo e cercavano di portarmi via il bagaglio”. Si è difesa. Ha avuto il tempo di vedere che nella stazione, incredibilmente sporca, “adulti semplicemente defecavano là dove si trovavano. Le donne si facevano picchiare dai loro figli maschi…I bambini urlavano. C’erano maschi che afferravano un bambino non loro e, sollevandolo, si guadagnavano un passaggio nella calca per salire in treno. Avevano tutti lasciato montagne di spazzatura. Nessuno parlava una parola di una lingua europea”.

Erano al 90 per cento, secondo lei maschi dai 19 ai 45 anni, in età militare. Lei li ascoltava: “urlavano oscenità ai passeggeri” occidentali, “parlavano tra loro di come portargli via i bagagli”. Nello scompartimento, insieme ai pochi passeggeri europei, quando il treno si avvia, Aida può sentire quel che i profughi si dicono fra loro, ormai tranquilli perché sono riusciti a salire. “Conversavano tra loro se dovessero rapinarci, visto che questo sarebbe stato grato ad Allah, essendo noi degli infedeli. Guardando me, si dicevano che meritavo di essere violentata, perché non indosso la hijab, sono una puttana”. Aida sottolinea una capacità di  questi profughi: “Ti sorridono, e nello stesso tempo profferiscono contro di te orrendi insulti”, sapendo che non capisci la loro lingua. Durante il viaggio, hanno ricevuto del cibo: “Hanno buttato mele, pane e biscotti sui binari, li hanno calpestati.. Volevano denaro, denaro. Alcuni afferravano dei passeggeri e cercavano di sottrar loro gli oggetti di valore; prendevano le loro valige, non li lasciavano passare, li spingevano e insultavano”.

Che vogliano lavorare? Entrare nelle fabbriche germaniche a sostituire gli operai germanici sulla via della pensione, e senza figli? L’Express di Londra ha intervistato varii di questi profughi: li ha trovati informatissimi nello studio comparato delle provvidenze sociali dei vari paesi europei. Vogliono essere mandati in Svezia e in Finlandia, dove le domande d’asilo sono più facili da ottenere; in Danimarca no; non più, perché, come ha spiegato uno di questi richiedenti asilo che ha dato il nome di Marwin el Mohammed, “là il sussidio mensile per i rifugiati è stato dimezzato, da 10 mila kroner lo hanno ridotto a circa 5 mila (da 1500 a 700 euro).

Altro che lavoratori. La Merkel insiste. Meno male che Cipro, da sola, si è opposta all’entrata del turco in Europa.

 Maurizio Blondet 20 ottobre 2015

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Soldi per la casa non li hanno ma per lo Smart Phone con cui filmare sì però

CHI È MAURIZIO BLONDET

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Minolta DSC

La stampa europea tace, omertosa, su chi e perché sostiene l’invasione dell’Europa e la destabilizzazione del Medio Oriente, sui clandestini, la Turchia, l’Unione Europea, e, soprattutto, su Israele e Usa, etc.Maurizio Blondet è il solo giornalista a dir la verità. Vediamo chi è.

Maurizio Blondet nasce a Milano il 22 febbraio del 1944. Giornalista dal 1970 per 37 anni, ora in pensione.

La sua vita professionale è legata a testate come Gente ed altri periodici di Rusconi editore, il Giornale, l’Avvenire e La Padania, sia come autore ma anche come inviato. Ha collaborato a Italia Settimanale, diretto da Marcello Veneziani (una testata ora defunta)

E’ stato inviato speciale de Il Giornale (di Montanelli) , in seguito di Avvenire – dove è stato inviato a coprire le guerre balcaniche ed altri teatri di conflitto.

Fin dagli anni ’90 ha cominciato ad indagare sui poteri oligarchici, finanziari e sovrannazionali, che agendo dietro le quinte della democrazia guidano la storia – e la politica presente, sia sul piano internazionale che interno. Per esempio, per la editrice ARES (collegata all’Opus Dei) ha contribuito al volume “Gli antenati insospettati della rivoluzione”, sulla “fabbricazione” artificiale del movimento della rivoluzione culturale (che ha mirato non tanto alla presa del potere, quanto alla sovversione dei costumi e della morale), e su come questa “fabbrica” (che ebbe sede nella facoltà di Sociologia dell’Università di Trento) ha dato nascita all’ideologia delle Brigate Rosse. Forse come effetto collaterale, forse no.

Altre indagini sulle trame dei poteri forti internazionali, allora intenti a sviluppare gli organi di un “governo mondiale” prossimo venturo (dal Fondo Monetario all’Organizzazione Mondiale del Commercio, alla stessa Unione Europea) le ha raccolte nei tre volumetti dal titolo “Complotti”.

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L’11 settembre 2001, inviato da Avvenire a Manhattan a coprire il mega-attentato delle Twin Towers, non ha tardato a scoprire e denunciare gli indizi che smentivano la “versione ufficiale”. In Italia, è stato il primo ad uscire con un volumetto che smentiva tale versione: “11 Settembre, colpo di stato in Usa”. Dove appunto ha sostenuto, portando gli indizi raccolti a New York, che non si trattava di un attentato “islamico” (del resto Bin Laden era un agente americano contro i sovietici in Afghanistan), ma di un di colpo di stato di tipo nuovo, una presa del potere dellle istituzioni del governo americano: dove un nuovo centro di potere (i neoconservatori, estremisti filo-israeliani della lobby ebraica in Usa) avevano detronizzato l’oligarchia storica “ (il Council on Foreign Relations, Rockefeller eccetera) per lanciare la super-potenza americana nelle guerre e destabilizzazioni dei paesi del Medio Oriente troppo potenti per Israele. A cominciare dall’Irak, paese modernizzato e media potenza regionale, per poi proseguire con la destabilizzazione-frammentazione di Libia, Siria, Libano, Iran…

Il volume “Chi comanda in America” (Effedieffe) stila appunto la mappa di questo nuovo establishment, di cui lumeggia il carattere messianico, fanatico e irrazionalista. Un altro testo essenziale che illumina l’azione di questi poteri in Europa, fin dal ‘700, è “Cronache dell’Anticristo”.

Con l’11 Settembre il potere americano ha inaugurato un nuovo metodo di conquista mondiale: non più il Nuovo Ordine Mondiale ottenuto con l’interdipendenza economica e sostanzialmente quasi pacifico e consensuale, ma un “Impero del Caos” scatenato. Mentre lo scopo finale del primo progetto globalista era espandere “la democrazia di mercato”, questo nuovo potere ha la destabilizzazione come fine ultimo e sufficiente.

Quando ha spaccato un paese (come ad esempio la Libia) e l’ha ridotto a gruppi armati che si combattono l’un l’altro in nome di qualche Islamismo, ha raggiunto il suo scopo – come del resto ha affermato a chiare lettere George Friedman, il gestore del sito Stratfor. L’America non mira più a pacificare questi paesi per farne i suoi vassalli e suoi mercati, come ha fatto agli europei nel dopoguerra. Il fine nuovo, di stampo ebraico, è quello descritto nella Bibbi quando sarà instaurato il Regno d’Israele: “spargerò il terrore di te” sulle nazioni, abiterai “case che non tu hai costruito”, raccoglierai da “campi che non ha coltivato tu”. La sola concezione possibile di impero, per Israele, è il saccheggio e il terrore.

L’altra essenziale novità è ch la guerra dell’Impero del Caos è “totale” ed orwelliana (con riferimento al romanzo 1984 di Orwell): in pratica,la superpotenza usa come mezzo di guerra tutti i mezzi di illusione di cui dispone – i media, le tv, Hollywood, i video dello Stato Islamico eccetera – allo scopo di trascinare le opinioni pubbliche europee nelle sue guerre, terrorizzando le masse con “immagini”, diffondendo stati d’animo voluti e progettati a tavolino. L’illusionismo ipnotico si è intravisto l’11 Settembre, ma anche nell’eccidio di Charlie Hebdo….Bisogna essere consapevoli che questa parte della guerra totale è diretta contro di noi. Siamo noi il nemico da soggiogare e terrorizzare con minacce immaginarie, o immaginariamente ingigantite, lo spettro colossale di un “nemico” misterioso, inafferrabile e imprecisabile, sterminatore, enigmatico.

Attualmente Maurizio Blondet svolge prevalentemente l’attività di conferenziere.

E’ IN ARRIVO L’APOCALISSE FINANZIARIA. CHI RESTA NELL’UE HA POCHE SPERANZE. PREPARIAMO LA GHIGLIOTTINA PER I BANCHIERI?

egon-von-greyerz-e-fondatore-e-managing-partner-della-societa-svizzera-matterhorn-asset-managment-prevede-il-grande-disastro-finanziario.aspx Egon von Greyerz

Egon von Greyerz, fondatore e managing partner della società svizzera Matterhorn Asset Managment, noto soprattutto per aver previsto il QE e le forti perdite sofferte dalla Swiss National Bank, fa un’altra previsione, da vera e propria apocalisse finanziaria. Riferendosi alla bomba di derivati mondiale, che avrebbe un valore di ben $1,5 quadrilioni di dollari, parla del Grande Disastro Finanziario che si abbatterà sul pianeta. Von Greyerz inizia facendo riferimento all’ultima ‘gaffe’ tedesca, quella del colosso bancario Deutsche Bank, che nelle ultime ore ha ammesso di aver trasferito per errore una somma di $6 miliardi a un cliente.

“Come è possibile che un dipendente junior di una banca talmente importante paghi la somma incredibile di $6 miliardi senza che vi sia nessun tipo di controllo? Questo è un mondo che è impazzito. I governi stampano trilioni, le banche emettono derivati che valgono quadrilioni ed effettuano transazioni del valore di centinaia di miliardi ogni settimana. Gli zero non significano più nulla e non hanno valore. Tutto ciò è diventato routine per le persone che gestiscono tali somme e nessuno ha idea riguardo al rischio o all’esposizione reale”.

“Andate indietro con la memoria al 1995, quando Barings Bank collassò a Londra dopo una perdita di 827 milioni di sterline (l’equivalente attuale di $1,3 miliardi). La caduta di Baring fece crollare quasi tutte le banche di Londra. Venti anni più tardi, la stampa di moneta e la creazione del credito hanno dato vita a un sistema finanziario al di fuori di ogni controllo, che ha fatto ricorso in modo pesante a un leverage eccessivo e che è disperatamente sottocapitalizzato”.

“Prendete come esempio Deutsche Bank. L’esposizione verso i derivati, ufficialmente, è di $75 trilioni. Ma la vera cifra è probabilmente superiore ai $100 trilioni. Noi facciamo finta che sia di $75 trilioni. Ora, il capitale di DB è di $83 miliardi. Ciò significa che basta una perdita dello 0,1% sull’esposizione lorda verso i derivati a far crollare la banca (…) DB è anche troppo grande per la Germania. I suoi derivati sono 24 volte il Pil tedesco e hanno lo stesso valore del Pil globale. Chiaramante si tratta di una banca troppo grande da salvare, troppo grande per il paese e il mondo intero! Ma la Bundesbank e la BCE tenteranno di salvarla e dunque creeranno una nuova iperinflazionistica Repubblica di Weimar, per la Germania”.

“E’ molto probabile che l’esposizione totale verso i derivati di almeno $1,5 quadrilioni non si tradurrà in un’altra crisi finanziaria ma in un Grande Disastro Finanziario. Le bolle in tutti i mercati degli asset, che governi e banche centrali hanno creato negli ultimi 25 anni, devono implodere prima che si possa tornare a una crescita reale del mondo. Ma le banche centrali non molleranno. Stamperanno più moneta al di là di quanto ritenuto possibile. Tuttavia, risolvere un problema con lo stesso metodo che lo ha creato scatenerà ovviamente una bolla più grande e un collasso più importante, dando vita a una iperinflazione temporanea, prima che si presenti una deflazione depressionaria. Tristemente, considero la probabilità di questo scenario molto elevata. Dunque, preservare la propria ricchezza è cruciale. L’oro fisico (e un po’ di argento) sono la migliore protezione sia contro l’iperinflazione che la deflazione. Ricordate che con l’implosione deflazionistica, nessun prestito verrà ripagato e il sistema bancario non sopravviverà. E allora, l’oro sarà la moneta che è da 5.000 anni”.

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Agli europei bastavano già i 59 miliardi di € di derivati della Deutsch Bank a far tremare le ginocchia. Chi resta nell’U.E. ha poche speranze. Crollerà insieme all’€ e noi italiani non avremo una politica preparata a riaffrontare la sovranità monetaria. Altro che Popolare di Vicenza! Altro che Padoan!  Via i coglioni e fuori le palle.