Archivi categoria: Politica estera – Francia

2222.- PUTIN RESPINGE LE MIRE DI ERDOGAN SULLA SIRIA

“La Turchia non entrerà mai nell’Unione europea”. Nel settembre 2017, Parigi e Berlino vollero sospendere e, poi, chiudere, i rapporti con la Turchia che, dapprima, reagì con forza. Il ministro massacratore dei Gilet Jaunes, allora, portavoce del governo francese, Christophe Castaner, dichiarò all’emittente France Inter: “La situazione politica della Turchia non permette di vedere un proseguimento delle discussioni. Si può continuare il dialogo, ma i negoziati, sotto tutti gli aspetti, sono sospesi, oggi non ci sono più. Questa è la realtà”. Fecero eco Angela Merkel e Martin Schulz: Ankara non ha mai avuto e mai avrà una chance di far parte dell’Ue. Infine, durante l’assemblea plenaria a Strasburgo, gli eurodeputati votarono a maggioranza qualificata di due terzi per il congelamento della procedura di adesione della Turchia. La Turchia aveva presentato la domanda di adesione il 14 aprile 1987, quindi, era da 54 anni che sperava in qualcosa che non accadde e che non sarebbe accaduto mai. All’epoca, gli italiani erano anch’essi contrari all’ingresso in Europa di 80 milioni di musulmani, ma l’Italia insistette affinché venisse lasciata alla Turchia la responsabilità della rottura. Dire no alla Turchia in Europa significò rifiutare il primo Paese islamico a essere ufficialmente candidato nell’Unione, con importanti conseguenze nel resto del mondo musulmano. Oggi, che milioni di musulmani sono immigrati in Europa, ci chiediamo quale sarebbe stata l’evoluzione della Turchia e della politica di Recep Tayyip Erdogan dopo l’ingresso in Europa? Al momento, Erdogan chiese chiarezza all’Europa, in seguito, sposò il progetto di un rinato impero ottomano. Dobbiamo partire da lì.

Putin respinge le mire di Erdogan sulla Siria

di Maurizio Blondet


“Lo ha fatto  giovedì  a Sochi durante un incontro bilaterale con il turco: la Turchia non ha il diritto di stabilire una zona-tampone in Siria senza il consenso di Damasco e l’invito del presidente siriano Assad.

Da notare: prima di entrare nella riunione e a due, Erdogan aveva espresso davanti a giornalisti   che contava di ottenere da Mosca (e  dall’altro alleato, l’Iran) il coordinamento per ritagliarsi una zona di sicurezza in una fetta del territorio siriano  a Nord.

Il bilaterale  è avvenuto  nel quadro della riunione dei tre stati “garanti”  del processo di pace deciso ad Astana, in cui ha partecipato l’iraniano Hassan Rouhani.  Putin ha invitato  farla finita con l’ultima enclave di terroristi  . Rouhani  si è detto d’accordo, mentre Erdogan non ha risposto. Come poi ha confermato  il portavoce presidenziale Peskov,  nessuna operazione militare   contro Idlib è stata decisa dai tre, evidentemente a causa della diserzione turca.

La Reuters vede giustamente in questo un intensificarsi delle tensioni fra Mosca ed Erdogan. Costui di fatto continua a non riconoscere Assad come legittimo governante.  E  di fatto  i caccia americani che  coprono  dal cielo le milizie curde anti-Daesh, continuano a decollare dalle base (NATO) della Turchia. Commandos e comandi americani restano  operative nella zona nord della Siria, a fianco delle  milizie curde;  Putin ha   commentato che  l’annuncio di Trump di ritirare le sue truppe è “un passo molto positivo”; ma  ha subito aggiunto che il presidente Usa potrà non adempiere a queste promesse 2per ragioni di politica interna”.  Erdogan: “Se il ritiro dlele truppe USA si realizza, questa decisione avrà numerose conseguenze   nella regione”.  Evidentemente vuole sostituire le sue truppe a quelle che usciranno, invece che restituire il territorio al governo legittimo di Damasco.  Nella conferenza stampa finale, Putin ha nonostante tutto definito   molto positivo il clima del trilaterale, e s’è detto fiducioso che la crisi “sarà risolta dal processo politico e dai negoziati”.

Noi ricordiamo padre  Paisios dell’Atos:  “Ci sarà una guerra tra Russia e Turchia. All’inizio i Turchi crederanno di vincere, ma ciò sarà la loro rovina. I Russi alla fine vinceranno e la Città (Costantinopoli)  cadrà in mano loro. Poi la prenderemo noi… Saranno costretti a darcela…».
«Gli Inglesi e gli Americani ci concederanno Costantinopoli.
Non perché ci amino, ma perché ciò concorderà con i loro interessi.»

I Turchi saranno distrutti. Saranno cancellati dalle mappe, poiché sono una nazione non scaturita dalla benedizione di Dio.”

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2196.- ISRAELE VUOLE LA PALESTINA, VUOLE IL GOLAN, NON VUOLE IRANIANI E HEZBOLLAH IN SIRIA; VUOLE TUTTO, MENO LA PACE E LANCIA MISSILI.

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Siria, nuovo raid su Damasco dei caccia israeliani. Un messaggio a Russia e Iran

Tutto è iniziato nella notte fra il 20 e il 21, quando è stata avvertita una forte esplosione nell’area di Moutahlq, a sud di Damasco. “Un atto terroristico”, hanno fatto sapere le prime fonti, “realizzato con un’autobomba” posizionata vicino ad una postazione militare. Dopo un anno di relativa pace, la capitale siriana veniva così colpita da un sanguinoso attentato che ha provocato morti e feriti. Ma è nel pomeriggio di domenica  che la situazione è sembrata precipitare. I caccia israeliani si sono alzati in volo e hanno attaccato 10 obiettivi – alcuni appartenenti alle Quds Force, forza di elité delle Guardie della Rivoluzione iraniane, comandate dal Magg. gen. Qasem Soleimani – in Siria, rispondendo, sembra, a un missile lanciato dalla Siria. Israele dice che si sarebbe trattato di un missile terra – terra costruito  in Iran, mai impiegato in Siria e, perciò, fatto arrivare per colpire Israele. Il razzo è stato lanciato domenica dalle forze iraniane in Siria e intercettato sul Golan dall’Iron Dome Aerial Defense System israeliano.  Da parte siriana: “La nostra difesa anti-aerea ha risposto molto efficacemente ai raid aerei israeliani che hanno preso di mira la regione del sud e hanno impedito loro di raggiungere gli obiettivi”, hanno fatto sapere fonti di Damasco.

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Israele aveva avvertito la Siria in vista dello strike: Israele ha confermato che “dozzine” di missili terra-aria sono stati sparati contro i suoi aerei, notando che aveva avvertito la Siria prima dello strike, raccomandando a Damasco di non rispondere all’attacco israeliano. “Abbiamo avvertito i siriani di non lanciare missili anti-aerei sui nostri aerei durante lo strike; ma loro hanno scelto di sparare comunque”. Così ha detto ai giornalisti il Brig. Il generale Ronen Manelis, portavoce delle forze di difesa israeliane. Inutile commentare. Diciamo che Israele, da una parte e Turchia, dall’altra, si stanno muovendo sul filo del rasoio in Siria e senza alcuna legittimità.

Le Forze di difesa israeliane hanno dichiarato:

Questi sono i siti militari di Quds iraniani in Siria che abbiamo preso di mira come risposta:
🎯 Siti di stoccaggio delle munizioni
🎯 Sito militare situato nell’aeroporto internazionale di Damasco
🎯 Sito di intelligence iraniana
🎯 Campo di addestramento militare iraniano.

 

Riteniamo che il regime siriano sia responsabile di tutto ciò che avviene in Siria e lo mettiamo in guardia dal prendere di mira Israele o dal consentire che altri lo facciano dal suolo siriano. Siamo preparati per tutti gli scenari e continueremo ad operare come necessario per difendere i civili israeliani.

Non è fuor di luogo ricordare che Trump ha appena firmato a Nethaniahu un programma di aiuti militari a Israele, per ben 38 miliardi di dollari e che non sembrava essere molto soddisfatto.

LA RIVENDICAZIONE: AVVERTIMENTO ALL’IRAN

L’aviazione israeliana ha condotto nelle prime ore di domenica un esteso attacco, come confermato dal portavoce militare che ha precisato che esso è avvenuto in risposta al lancio di domenica di un razzo terra-terra iraniano verso una affollata località sciistica israeliana sul Monte Hermon (alture del Golan), che è stato peraltro intercettato in volo. Le forze armate israeliane, ha avvertito il portavoce, «restano determinate ad agire per impedire il rafforzamento iraniano in Siria». Dopo le bombe, questa insolita ufficializzazione dell’attacco. Finora Israele non aveva mai ammesso operazioni militari nella vicina Siria. Nel mirino israeliano c’è soltanto la “Forza Qods” iraniana in territorio siriano?

Fine dell’ambiguità:

La politica israeliana di ambiguità che circonda gli strike sulla Siria è giunta al termine, commenta Yaniv Kubovich, Corrispondente di Haaretz. La scorsa settimana, il Capo di Stato maggiore Generale israeliano Lt. Gen. Gadi Eisenkot, aveva dichiarato in un’intervista di addio, rilasciata prima di passare le consegne al Lt. Gen. Kohavi, che Israele aveva compiuto attacchi contro migliaia di obiettivi in Siria negli ultimi anni. Successivamente, il primo ministro Benjamin Netanyahu si era assunto la responsabilità di aver attaccato i depositi di armi iraniani, qualche giorno prima.

L’Osservatorio siriano per i diritti umani, una fonte legata all’opposizione, ha spiegato che “la zona presa di mira domenica si trova nell’area sud di Damasco, vicino al settore della Kesswa, in cui si trovano depositi di armi di Hezbollah come pure combattenti iraniani, ma che non è ancora del tutto chiaro se e quanto questi sono stati colpiti”.

Secondo quanto riportato da Sana, sarebbero almeno nove i missili intercettati dai siriani.

Un cambio di passo, quello di Israele, non di poco conto. Come nota l’Agi, infatti, i caccia con la stella di David hanno sempre colpito la Siria sfruttando il buio della notte. Questa volta non è stato così.

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Migliaia di sciatori israeliani hanno visto dal Monte Hermon i missili sul confine con la Siria. Come ha ben spiegato Amos Harel su Haaretz: “Con questo attacco, lo Stato ebraico ha voluto far sapere agli iraniani che non sono totalmente coperti dalla Russia e che i caccia israeliani possono colpirli in qualsiasi momento”.

La Russia ha rilasciato una dichiarazione in cui si dice che quattro soldati siriani sono stati uccisi in questo attacco israeliano; mentre l’Osservatorio per i diritti umani in Siria, con sede in Gran Bretagna, ha dichiarato che 11 persone sono state uccise nello strike, ma che solo due erano siriani. La Russia ha detto che le difese aeree siriane hanno abbattuto più di 30 missili israeliani. Quindi, in questi strike possiamo vederci anche una prova di forza, un test della capacità dei sistemi antimissili schierati dai russi e dell’autocontrollo di Putin.

È, dunque, sempre più guerra tra Iran e Israele. Direttamente e indirettamente coinvolge il Medio Oriente, la Russia e gli Stati Uniti. Lo stesso Trump, dopo avere annunciato, appena un mese fa, di voler ritirare i suoi soldati dalla Siria, ha dovuto subordinare l’intenzione alla eliminazione dell’ISIS in Siria. Come dire mai? La dichiarazione, intanto, aveva già alterato gli equilibri, coinvolgendo la Turchia, i curdi e riaccelerando le dinamiche del conflitto. Il botta e risposta di queste ore tra Israele e l’Iran è un segno di questa accelerazione e per certi aspetti rappresenta una novità. Attendiamo le mosse di Putin, perché lo scontro tra il paese ebreo e la repubblica islamica rimetterebbe in discussione la vittoria di Putin e di Assad. A questo proposito, é la seconda volta in pochi giorni, dopo quattro anni, che le truppe americane nel Nord e nell’Est della Siria vengono colpite da attentati suicidi. Nell’attacco nell’Est si contano cinque miliziani curdi morti e due feriti tra gli americani.

Russia e Stati Uniti restano gli attori principali

La guerra coinvolge la Russia e gli Stati Uniti più direttamente che indirettamente se, il 12 gennaio, l’agenzia di stampa siriana Sana ha riferito che Damasco ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di condannare i bombardamenti missilistici israeliani nei pressi di Damasco, che “mirano a prolungare la crisi ed incoraggiare i gruppi terroristici superstiti”. Facile collegare questa affermazione alle difficoltà incontrate da Trump con i democratici.

L’agenzia Sana, aveva pubblicato alcuni passaggi della lettera del ministero degli Esteri siriano inviata al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Un rappresentante del comando delle forze armate siriane in precedenza aveva riferito che l’aviazione israeliana aveva condotto un raid alla periferia di Damasco dalla zona di confine con il Libano. Secondo quanto dichiarò il militare siriano, “la maggior parte dei bersagli aerei nemici sono stati abbattuti, solo uno dei missili ha colpito un hangar nell’area dell’aeroporto internazionale di Damasco”.

Ciò che più conta è che, nel messaggio del dicastero diplomatico siriano, si evidenziava che “l’aggressivo raid israeliano sarebbe stato impossibile senza la copertura politica e militare dell’amministrazione statunitense”.

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2194.- Turchia dice no alle forze governative siriane nelle zone controllate dai curdi

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Il trattato Sykes-Picot: l’intesa segreta, ufficialmente Accordo sull’Asia Minore, fu un accordo segreto tra i governi del Regno Unito e della Francia, che definiva le rispettive sfere di influenza nel Medio Oriente in seguito alla sconfitta dell’impero ottomano nella prima guerra mondiale.

Da Washington a Teheran, ad  Ankara, a Tel Aviv, allo Yemen, il confronto USA – Iran i tentativi di rivalsa dei neocon tengono alta la tensione in Medio Oriente; impediscono alla vittoria di Putin di concludersi in una conferenza della pace; lasciano campo alle ambizioni imperialiste turche e israeliane e alle contraddizioni che vedono arabi e ebrei allearsi e il popolo dell’altopiano del Kurdistan chiedere al nemico di ieri, Bashar al-Assad, di difenderlo dalle mire turche. La Siria è un paese antico, civile e sovrano, ma, a dimostrazione della strumentalità dell’ONU, tutti i paesi interessati a una ridefinizione dei confini stabiliti dagli anglo-francesi con il trattato Sykes-Picot: l’intesa segreta, hanno messo piede in Siria: la Turchia nel Nord, Israele nel Golan, Gli USA con 22 basi, la Francia e, naturalmente, gli alleati di Damasco: l’Iran, gli Hezbollah libanesi e la Russia. 

 

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Combattenti curdi. © Sputnik . Andrey Stenin

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a metà dicembre aveva proclamato la vittoria sui terroristi dello Stato Islamico in Siria, osservando che la lotta contro l’ISIS era l’unica ragione per la permanenza dell’esercito americano nel Paese mediorientale. In seguito la portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders aveva riferito che gli Stati Uniti hanno iniziato a ritirare le truppe dalla Siria, ma la vittoria sull’ISIS non implica la fine della coalizione.

Il ministero degli Esteri turco ha osservato che il ritiro delle truppe americane dalla regione non dovrebbe far prendere l’iniziativa delle forze curde.

La Turchia si oppone alla presenza militare di Damasco a Manbij.

“Le forze governative siriane non dovrebbero avere accesso nella provincia di Manbij nel nord del Paese.”

Questa dichiarazione è stata fatta oggi dal portavoce del ministero degli Esteri turco Hami Aksoy.

“Non possiamo permettere alle forze nazionali di autodifesa curde di lasciare Manbij alle forze di Assad”.

Così riferisce l’agenzia Sputnik, ma non è senza significato ribadire che Manbij è una città siriana e che, invece, la politica della Turchia di Erdogan non è nemmeno molto turca.

Il ministro degli Esteri turco Mevlüt Cavusoglu (le sue parole erano citate dall’Associated Press) aveva sottolineato che Ankara avrebbe adottato le misure necessarie per sradicare la minaccia, ciò, a prescindere delle azioni dell’esercito americano,“se si ritireranno o non se non si ritireranno”, aveva aggiunto.

La Turchia, in colloqui con il consulente per la sicurezza nazionale di Ankara, John Bolton, aveva chiesto a Washington il controllo delle basi militari americane in Siria o la loro distruzione, secondo quanto riportato allora dal quotidiano Hurriyet.

Secondo fonti anonime del giornale, la Turchia si sarebbe opposta fermamente al trasferimento di 22 basi statunitensi in Siria alle formazioni curde dopo il ritiro delle truppe americane da questo paese.

Per contro, il 6 gennaio, in Israele, il consigliere della sicurezza nazionale alla Casa Bianca John Bolton aveva affermato che le forze armate statunitensi non avrebbero lasciato la Siria nord-orientale finché la Turchia non avesse assicurato di non perseguitare i curdi, alleati degli Stati Uniti, nel nord-est della Siria e fino a quando i restanti terroristi dello Stato islamico non siano stati sconfitti.

Immediatamente, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha definito inappropriate le dichiarazioni del consigliere alla Sicurezza John Bolton sulla necessità di garantire la sicurezza per le forze curde siriane.

Le bandiere degli USA e della Turchia

 

“Bolton sta commettendo un grosso errore, la sua affermazione è intollerabile. Le organizzazioni terroristiche non rappresentano i curdi. Quelli che diffondono bugie sulla Turchia che uccide i curdi in Siria stanno cercando di giocare sull’umore della comunità mondiale”, ha detto Erdogan durante la sua presentazione al partito di giustizia e sviluppo della Turchia (AKP).

Erdogan ha anche aggiunto che la Turchia presto intraprenderà un’azione decisiva per neutralizzare i terroristi in Siria. Naturalmente, ma per Erdogan, i terroristi sono il popolo curdo.

 

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Da parte USA, il presidente Trump prosegue nella sua politica, sempre ostacolato dai neocon e l’influente senatore e presidente della commissione Giustizia al Congresso Lindsey Graham è sceso in campo contro il suo presidente e a dare man forte al presidente turco, affermando che le forze di autodifesa dei curdi siriani (YPG) hanno legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), considerato clandestino in Turchia, e minacciano Ankara: il problema è stato creato dagli Stati Uniti e deve essere risolto.

Erdogan aveva ricevuto ieri ad Ankara il senatore repubblicano: l’incontro è durato circa 2 ore e mezza. Il senatore è stato ricevuto anche dal ministro degli Esteri turco Mevlüt Cavusoglu. Negli incontri sono stati discussi gli ultimi eventi in Siria e le relazioni tra Turchia e Stati Uniti. Inoltre Graham incontrerà il ministro della Difesa turco Hulusi Akar e il direttore dei servizi segreti Hakan Fidan.

“C’è una forte evidenza che il braccio politico dell’YPG, il Partito dell’Unione Democratica, abbia legami con il PKK. La Turchia deve essere difesa dalle minacce e il problema YPG/PPK creato dagli Stati Uniti in Siria deve essere risolto”, l’agenzia turca Anadolu riporta così la dichiarazione di Graham.

Graham avrebbe motivo di ritenere che Joseph Dunford, capo dello Stato Maggiore delle forze armate statunitensi, stia lavorando con Ankara per trasferire le unità armate curde YPG lontano dal confine con la Turchia. Inoltre il senatore auspica che il ritiro delle truppe americane dalla Siria sia rinviato fino all’eliminazione completa dei terroristi dell’ISIS. E sappiamo che l’ISIS è una creatura dei neocon.

 

In ogni caso, da un lato, Ankara si aspetta che gli Stati Uniti si riprendano le armi fornite alle forze curde in Siria, come aveva dichiarato il portavoce del presidente turco Ibrahim Kalin, da un altro lato, Trump ha dichiarato che la vittoria sull’ISIS non significa la fine della coalizione.
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Il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu
Da Ankara, il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha chiesto anche che il ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria sia monitorato congiuntamente ad essa da Iran e Russia. è necessario in modo che le organizzazioni terroristiche non riempiano il vuoto lasciato dagli Stati Uniti”, ha detto.

Da parte dei  curdi siriani, è stato chiesto agli Stati Uniti di fare chiarezza sulla decisione della Casa Bianca di ritirare le truppe americane dal territorio della Siria. Questo, secondo quanto è stato segnalato da Associated Press.

 

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Infatti, i rappresentanti curdi non sono stati informati del cambiamento della posizione americana.

 

A sua volta il portavoce del presidente della Turchia Ibrahim Kalin ha dichiarato che gli obiettivi della Turchia in Siria non sono i curdi come comunità etnica, ma i terroristi dello Stato Islamico, così come i combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), le forze di Autodifesa curde (YPG) e l’Unione Democratica (PYD), tutti considerati una minaccia alla sicurezza nazionale.

Vladimir Putin, durante la conferenza stampa di fine anno, ha commentato così l’annuncio del ritiro degli americani: Gli Stati Uniti “Farebbero la cosa giusta se decidessero di ritirare il proprio contingente”.

“Non capiscono che cosa significa ritirarsi. In Afghanistan i soldati USA ci sono da 18 anni ed ogni anno annunciano il ritiro, ma rimangono sempre li. Per il momento non abbiamo visto nessuna traccia del loro ritiro. Al momento la priorità è la regolarizzazione politica della situazione in Siria. Se gli USA hanno preso la decisione di ritirarsi dalla Siria, si tratta di una decisione giusta. La presenza di militari statunitensi in Siria è irregolare, perchè non c’è stato nessun mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e nessuna richiesta del governo legittimamente eletto”.

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Siamo dinanzi a un conflitto vinto, finora, da chi non doveva vincere. Ciò malgrado, la posta in gioco resta la nuova spartizione del Medio Oriente fra le oligarchie finanziarie del mondo. Se nel Nord della Siria, il confine deve tenere conto dell’indipendenza ‘de facto’ del Kurdistan iracheno, esiste la concreta possibilità di ‘annettervi’ le zone abitate dai curdi in Siria (da qui deriva l’ira di Ankara che teme una nuova ribellione dei curdi in Turchia, che possa spingere i separatisti del Pkk a cercare di creare un Kurdistan allargato anche nelle zone turche dell’altopiano); a centro-sud il confine tra Siria e Iraq non esiste più da tempo.

L’auspicata conferenza della pace dovrà rivedere i vecchi confini anglo-francesi stabiliti dal trattato Sykes-Picot.

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Intanto, come era stato annunciato e a dimostrazione di questa situazione di stallo, l’US NAVY ha fatto passare il Bosforo al cacciatorpediniere lanciamissili USS Donald Cook (DDG-75).
Ricordiamo che il Dipartimento di Stato riconobbe che l’equipaggio dell’ USS Donald Cook fu seriamente demoralizzato quando, il 10 aprile 2014, venne sorvolato nel Mar Nero da un cacciabombardiere russo Sukhoj Su-24, privo di bombe e missili ma dotato di un dispositivo da guerra elettronica che mandò in tilt tutte le apparecchiature di bordo.

Il cacciatorpediniere Donald Cook è entrato in Mar Nero anche lo scorso Aprile.

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Il pattugliatore della flotta del Mar Nero Pytliv sta seguendo l’USS Cook

Ieri, il cacciatorpediniere Donald Cook è entrato nel Mar Nero alle 20.50 dell’ora di Mosca e le forze della flotta russa del Mar Nero hanno iniziato a seguirlo da subito. Sarà monitorato utilizzando mezzi elettronici e tecnici della flotta, durante tutta la sua permanenza nell’area di competenza della flotta del Mar Nero. “In conformità con le disposizioni della Convenzione internazionale di Montreux che regola il passaggio dello stretto turco per le navi da guerra di nazioni che non affacciano sul Mar Nero, la permanenza del cacciatorpediniere americano nel Mar Nero non dovrebbe superare 21 giorni”, ha detto il Centro di comando della difesa nazionale della Federazione Russa.

Ora, a districare la matassa, è sopravvenuto l’attentato di Mambij, tra Aleppo e l’Eufrate, in cui hanno perso la vita soldati americani, come non accadeva da quattro anni. L’attentato è stato rivendicato dall’ISIS, ma gli indiziati possono essere diversi.

 

2177.- Siria: esercito turco e jihadisti attaccano Manbij, esercito di Assad e kurdi la difendono insieme

Trump finge di ritirarsi. Israele lancia missili sulla Siria. La Siria risponde. I kurdi chiedono a russi e regime di Assad di difendere l’integrità territoriale della Siria da Erdogan. L’impero globalista cerca la guerra come rimedio al suo fallimento…. Erdogan ne approfitta e tenta il bluff, ma ha motivo di temere e l’annuncio di Capodanno di Trump è: Il ritiro slitta di 4 mesi.

 Kurdi e arabi: «Non lasceremo che Erdogan ristabilisca l’occupazione ottomana sulle nostre terre»

[28 Dicembre 2018]

 

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Secondo un comunicato dell’Esercito libero siriano – nato per combattere contro il regime di Assad ma ormai diventato un’armata jihadista di mercenari al servizio della Turchia – è iniziata l’offensiva militare appoggiata dalla Turchia per conquistare la città siriana di Manbij, ad ovest dell’Eufrate, in mano ai combattenti kurdi e arabi della Forze democratiche siriane.

Evidentemente Erdogan sta accelerando la promessa invasione del nord della Siria per liberarsi dei kurdi progressisti del Rojava, ma il gioco rischia di essere davvero pericoloso perché qualche ora prima dell’annuncio dei mercenari dell’Esercito libero siriano l’esercito siriano di Assad aveva a sua volta annunciato di essere entrato a Manbij  per «proteggere la sovranità nazionale e far fronte non solo al terrorismo ma anche a tutti gli invasori e occupanti del suo territorio nazionale». Fonti russe sottolineano che la decisione è stata presa dopo che le milizie kurde delle Yekîneyên Parastina Gel (Ypg – Unità  di protezione popolare del Rojava) hanno chiesto al governo siriano di proteggere Manbij e altre zone del nord del Paese dall’invasione turca.

Sono le prime tragiche conseguenze del tradimento dei kurdi del Rojava e dei loro alleati arabi da parte del presidente Usa Donald Trump ma Quella che sta emergendo è un’inedita coalizione federalista  kurdo-araba siriana disposta ad allearsi con il regime e i russi per respingere l’invasione turca nel nord-est della Siria.  E se Mosca dovrà scegliere tra Assad e Erdogan, dopo 6 anni di sanguinosa e costosissima guerra contro il Daesh e l’opposizione islamista, l’appoggio ad Assad è quasi scontato.

Un’alleanza tra kurdi progressisti e regime  (che il Rojava non ha mai attaccato militarmente, ma criticato politicamente) è nelle cose dopo il tradimento usa, tanto che è stato il tema centrale della riunione che si è tenuta la settimana scorsa a Raqqa, l’ex “capitale” dello Stato Islamico/Daesh liberata dalle milizie kurdo-arabe delle Forze democratiche siriane (Sdf)  che doveva decidere come affrontare le minacce di invasione del nord della Siria da parte della Turchia. Al meeting, organizzato dal Consiglio democratico siriano e dal Partito del Futuro (opposizione di sinistra al regime di Bashir al Assad) hanno partecipato centinaia di rappresentanti di tribù kurde e arabe della regione.

Ibrahim al-Qeftan, presidente del Partito del Futuro siriano, ha ricordato che «Gli Stati Uniti sono venuti qui per i loro propri interessi. In realtà nessuno Stato difende gli interessi del popolo siriano. Le Forze democratiche siriane si sono battute e hanno liberato il nostro Paese dal terrorismo. Gli abitanti della regione non vogliono né il Daesh né l’Impero ottomano».

La copresidente del Consiglio democratico siriano (Msd), Ilham Ehmed, ha sottolineato: «Abbiamo fatto molto contro il terrorismo e per la ricostruzione. La ritirata americana non significa la ritirata della coalizione  internazionale dal nord-est e dall’est della Siria. I mercenari del Daesh costituiscono un pericolo per numerosi Paesi. D’altronde noi ne deteniamo un gran numero. Stiamo per affrontare una nuova fase, continueremo questo processo e e insisteremo perché il regime (di Assad, ndr) protegga la dignità della Siria. Tutto il mondo si chiede chi rimpiazzerà gli Usa dopo la loro ritirata. Noi rispondiamo che le Sdf sono sempre in prima linea nella guerra e che ci opporremo a ogni minaccia contro la sicurezza del nostro popolo».

La leader kurda dell’Msd ha avvertito l’Unione europea che «Se in Siria proseguiranno gli attacchi della Turchia e la guerra, proseguiranno anche le migrazioni verso l’estero. La presenza del Daesh in Siria costituisce un pericolo per l’Europa».  La Ehmed  ha poi puntato il dito contro le grandi responsabilità della Turchia per la guerra in Siria, evidenziando che «Ankara era alla testa del sostegno al Daesh e cerca di attizzare più conflitti nella regione. Noi non vogliamo la guerra sulla nostra terra. Abbiamo assicurato la sicurezza e la stabilità con il sangue dei nostri martiri. Abbiamo sofferto per le distruzioni, per l’esodo e per la morte. Non accetteremo nessun intervento che causi la distruzione delle nostre città. Le nostre forze hanno vinto il terrore che sciamava in tutto il mondo e si sono levate contro i mercenari. Noi abbiamo protetto gli altri Paesi dal Daesh e garantito la loro sicurezza. Discutiamo dell’avvenire della Siria con tutti i popoli della Siria».

Rispondendo a una domanda sulla visita di esponenti dell’Msd in Francia, Ilham Ehmed ha detto che «Abbiamo chiesto l’attuazione di una no-fly zone. Speriamo di averli guadagnati alla nostra causa. La Francia ha detto che si rifiuta di abbandonare i suoi partner della regione e di opporsi alla decisione Usa di ritirarsi. Pensiamo che i Paesi membri della coalizione si oppongano a questa decisione perché costituisce una minaccia e apre la via alla resurrezione del Daesh».

Cheikh Hamid El Ferec, rappresentante di una tribù araba, ha dichiarato: «Dobbiamo sostenere le Sdf che ci hanno liberato dal terrore e qui noi dichiariamo che ci batteremo contro Erdogan e i suoi alleati e difenderemo le nostre terre, Non lasceremo che Erdogan ristabilisca l’occupazione ottomana sulle nostre terre». Poi anche lui si è rivolto al regime siriano e a tutti i siriani perché «si oppongano alle minacce di occupazione proferite dalla Turchia. Dobbiamo liberare le regioni come Bab, Jarablus e Afrin. Sono dei territori siriani».

E aggiungo: Siriani come il Golan occupato da Israele. Erdogan gioca a fare il califfo e mi ricorda mia sorella quando ticchettava per casa con le scarpe della madre.

2176.- Chi sono (davvero) gli elmetti bianchi.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha recentemente provato come gli elmetti bianchi siriani siano coinvolti nel traffico di organi. Questo è il “gruppo umanitario” che i media italiani ed europei hanno difeso. Terroristi e trafficanti di organi.

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James Le Mesurier, ex ufficiale dell’esercito inglese

Chi sono (davvero) gli elmetti bianchi secondo “Occhi della Guerra”.

In questi mesi si fa un gran parlare degli elmetti bianchi. Sono stati loro, lo scorso agosto, a salvare il piccolo Omran Daqneesh dalle macerie di Aleppo. Un’azione senza dubbio nobile che ha giustamente fatto il giro del mondo. Anche perché gli elmetti bianchi si trovano ogni giorno in prima linea per cercare di salvare vite mettendo a repentaglio  la propria. Questo è il loro compito. Un compito rischioso e nobile per il quale sono stati candidati al Nobel per la pace. Fin qui tanto di cappello, quindi.

Ma, approfondendo un po’ di più la storia degli elmetti bianchi e del loro fondatore, si scopre ben altro. L’ideatore di questa Ong è infatti James Le Mesurier, ex ufficiale dell’esercito inglese, consulente del ministero degli Esteri e del Commonwealth. Ha iniziato a lavorare in Siria nel 2011, proprio in concomitanza con le primavere arabe, come ha raccontato lo scorso 5 ottobre a Il Foglio: “Ho lavorato in zone di conflitto in tutto il Medio Oriente, e l’approccio standard dei governi che vogliono stabilizzare degli Stati falliti o fragili di solito segue due linee guida; la democratizzazione e il buon governo e il rafforzamento del settore della sicurezza. (…)  Ho speso tutta la mia carriera a lavorare sull’una o sull’altra”. Le vicende di Le Mesurier ricordano quelle di un altro ufficiale, questa volta americano, Robert L. Helvey. Anche lui attivo in aree di crisi, “specialista nell’azione clandestina”, ha dedicato parte della sua vita a “democraticizzare” Stati e a “renderli più sicuri”. Helvey, infatti, “compare più volte in giro per il mondo, in luoghi dove si preparano rivolte e rivoluzioni, dalla Birmania alla Cina, dalla Serbia alla Thailandia” (Alfredo Macchi, Rivoluzioni S.p.a, p. 47). Entrambi ex ufficiali ed entrambi sostenuti dall’America per operare in aree di crisi.

Finanziati dagli Usa (ma con riserva)

A partire dal 2013, l’Usaid (United States Agency for International Development) ha finanziato gli elmetti bianchi con aiuti pari a 23 milioni di dollari. Il braccio destro del responsabile siriano dei “white helmets” è Zouheir Albounni, un impiegato dell’Usaid, come scrive Business Insider. L’organizzazione è sostenuta anche da Regno Unito, Giappone, Danimarca e Germania. Ma come è possibile che gli elmetti bianchi possano essere super partes se vengono foraggiati da governi attivi – chi in un modo e chi nell’altro – nel conflitto siriano? È semplicemente impossibile. Gli elmetti bianchi, inoltre, agiscono solamente nelle zone controllate dai ribelli ed è per questo scorretto chiamarli “protezione civile siriana”. Ma non solo. Nella sezione “Broken promises” del loro sito, i “white helmets” ricordano che l’Onu ha giurato più volte di intervenire in Siria contro Assad, senza però mantenere mai la promessa. Promessa che deve essere rispettata “usando la forza per proteggere i civili”. Facendo guerra al governo siriano, insomma.

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Ciò che colpisce, nella storia degli elmetti bianchi, è il ruolo ambiguo degli Stati Uniti, loro grandi finanziatori. Lo scorso aprile gli Usa hanno vietato l’ingresso a Raed Saleh, responsabile dei “white helmets” in Siria. Non appena Saleh è arrivato all’aeroporto di Washington, le autorità americane gli hanno comunicato che il “suo visto era stato annullato”. Il motivo? Sconosciuto. Pochi giorni dopo, il portavoce della Casa Bianca, Mark Toner, è stato incalzato dai giornalisti: “Comandate questi gruppi, continuerete a supportarli, eppure avete revocato il visto al loro leader. Non ha alcun senso”, ha detto un giornalista. Il portavoce non è riuscito a dare una risposta convincente. Ha balbettato: “Non possiamo parlare di ogni singolo caso di visto”. E poi, cambiando totalmente registro, dopo aver elogiato gli elmetti bianchi, ha detto: “Abbiamo dato loro 23 milioni di dollari”.

La risposta di John Kirby, del Dipartimento di Stato, è stata invece più sibillina: “Il sistema del governo Usa prevede il continuo vaglio ed implica che i registri dei viaggiatori vengano controllati ogni volta sulla base delle informazioni disponibili. Anche se non possiamo confermare eventuali azioni specifiche in questo caso, abbiamo la capacità, non appena arrivano nuove informazioni, di coordinarci immediatamente con i nostri partner”. Una domanda sorge quindi spontanea: quali sono le informazioni che hanno portato alla cancellazione del visto a Saleh?

Graditi alla Clinton

Visti negati a parte, gli elmetti bianchi piacciono a certi ambienti americani. Lo staff di Hillary Clinton, per esempio, impazzisce per loro. Laura RosembergForeign Policy Advisor di Hillary Clinton, il 19 agosto scorso twittava: “Quando le bombe cadono come pioggia, loro gli corrono incontro. Ispirata dai ‘White Helmets’ e dagli altri che aiutano color che hanno bisogno nel mondo”.

La frase della Rosemberg è stata subito ritwittata dalla candidata alla presidenza Usa, come scrive esultante su Twitter “The Syria campaign”.

Gli obiettivi della Clinton in Siria sono purtroppo noti: “Cacciare Assad da lì“. E il modo in cui intende farlo è solo uno: la guerra. Esattamente l’obiettivo degli elmetti bianchi.

Come nasce un brand

Come abbiamo già scritto altrove, il governo di Sua Maestà è attivo nel curare la propaganda deiribelli siriani. L’immagine degli elmetti bianchi è invece strettamente legata ad una società inglese di nome “Purpose”, il cui motto è “We create brands”. Tim Dixon, responsabile europeo di “Purpose”, è infatti il cofondatore di “The Syria campaign“, volano mediatico degli elmetti bianchi. Tra i fondatori di “The Syria campaign” ci sono la Fondazione Rockefeller e la Fondazione Asfari. Come è noto, Ayman Asfari ha più volte detto che Assad se ne deve andare dalla Siria. Come è possibile avere donatori simili quando, in bella mostra del sito “The Syria campaign”, campeggia la scritta “siamo fieramente indipendenti e non accettiamo fondi da governi o da parti coinvolte nel conflitto siriano”?

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Ma non c’è solamente “The Syria Campaign”. Esiste anche un altro sito, legato a doppio filo a “Purpose”, che si occupa degli elmetti bianchi: “Avaaz”. Uno dei suoi cofondatori è infatti Jeremy Heimans, cofondatore anche di “Purpose”. Secondo il Guardian, Avaaz è il  network di attivisti più influente al mondo. Tra i suoi fondatori c’è anche  Eli Parisier, “Advisory Board Member” di Open Society, fondazione di George Soros. Ma non solo: con “Avaaz” ha collaborato anche Pedro Abramovay, direttore generale per l’America Latina di Open Society. In passato, Avaaz è stata considerata un’emanazione diretta di Soros. Falso o vero che sia, quel che è certo è che ci sono forti legami tra le due iniziative.

Armati?

Come ricorda Le Mesurier, all’inizio delle attività in Siria, “distribuivamo un sacco di equipaggiamento… e mi ricordo che loro ci ringraziavano per i computer portatili e per gli strumenti di comunicazione che li aiutavano a connettersi a internet”. Già, perché gli elmetti bianchi hanno solamente compiti difensivi e mai offensivi. Eppure basta cercare “white helmets” su YouTube per rendersi conto che, troppo spesso, i soccorritori impugnano armi e si trovano in compagnia di gruppi radicali, come per esempio Al Nusra.

Non solo. Sul web è disponibile anche un filmato in cui si vede l’esecuzione di un uomo siriano da parte di un gruppo ribelle molto probabilmente legato ad Al Qaida. Sembra un filmato dell’Isis, anche se realizzato con tecniche di bassissima qualità. Il boia proclama la condanna poi spara alla vittima. Pochi secondi dopo arrivano gli elmetti bianchi per raccogliere il corpo del defunto. E vanno via così, come se niente fosse.

Ossannati dai media

Tutti i media, in parte anche giustamente, non fanno che parlar bene degli elmetti bianchi. Il Guardian, per esempio, ha lanciato una campagna per sostenere la loro volata al Nobel; il Foglio dello scorso 5 ottobre ha invece dedicato una pagina intera al fondatore dei “white helmets” mentre il Time ha riservato loro una copertina. Netflix si è spinto più in là, realizzando  una serie tv.

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La didascalia sotto il titolo è epica: “Mentre raid aerei bersagliano quotidianamente obiettivi civili in Siria, un gruppo di indomabili soccorritori rischia la vita per salvare le vittime dalle macerie”. L’immagine scelta da Netflix è hollywoodiana. Un elmetto bianco guarda verso il cielo dove vola un elicottero. Attorno a lui solo macerie e colonne di fumo. Come non commuoversi?

Il peso mediatico degli elmetti bianchi è elevatissimo. A marzo 2015, per esempio, il Washington Post ha pubblicato un appello scritto dal leader siriano dei white helmets in cui si chiedeva la fine dei bombardamenti con le micidiali barrel bombs. Come? Imponendo una no-fly zone. Esattamente quello che chiedono da anni gli Stati Uniti e i loro alleati. Una via che, se venisse seguita, aiuterebbe solamente i ribelli.

La cosa che colpisce di più delle vicende degli elmetti bianchi è la totale sintonia con coloro che – politici, governi o fondazioni – hanno fatto il possibile per destabilizzare e smembrare la Siria. Ma è davvero questo ciò di cui il popolo siriano ha bisogno?

2165.- “L’AFRICA PUÒ RISORGERE” e “COME LA FRANCIA PIEGA L’AFRICA CON IL FRANCO CFA”, Mohamed Konarè.

La verità sul colonialismo francese in Africa come non l’avete mai sentita. Come Parigi controlla gli africani con il Franco CFA, con le banche centrali, con il commissariamento dei governi e con l’eliminazione fisica dei dissidenti. Un video che dovreste affrettarvi a vedere, prima che sia troppo tardi. Trasmesso il 6 novembre 2018, alle 21.15, in’esclusiva da Byoblu. Prima intervista a Mohamed Konaré, leader del movimento Panafricanista “L’AFRICA PUÒ RISORGERE”:

 

In Africa conflitti e saccheggi non hanno mai visto la fine. Mohamed Konare, Leader del nascente Movimento Panafricanista, sta guidando gli africani verso una mobilitazione mondiale che potrebbe stravolgere gli equilibri di un sistema che ci coninvolge tutti, come inconsapevoli carnefici. In questa intervista, concessa in esclusiva a Byoblu, Konare racconta della sua terra, da troppo tempo martoriata, e di popoli e tradizioni che si perdono nella notte dei tempi. Come e perchè i giovani africani si mettono in viaggio verso l’Europa? Quale è il complicato scenario politico e quali i meccanismi economici che incatenano il continente nero? Per Byoblu, l’intervista di Alpha Oumar Konaré, a cura di Eugenio Miccoli.

Alpha Oumar Konaré, scenziato e storico, è stato presidente del Mali dal 1992 al 2002. Nella seconda metà del Novecento, cessato il dominio francese, il Mali cadde vittima di una dittatura prosovietica e di tremende carestie. Nel 1991 l´allora luogotenente colonnello Touré capitanò la rivolta che abbatté la dittatura. Ma il colpo militare finì lì. Touré organizzò per l´anno dopo libere e pacifiche elezioni, senza concorrervi. E fu eletto presidente uno studioso di storia, Alpha Oumar Konaré, che rivinse le elezioni nel 1997, per poi ritirarsi dopo il secondo quinquennio, in obbiedienza al limite fissato dalla costituzione.

Uno degli ultimi gesti del presidente uscente Konaré, il 5 giugno 2002, fu d´andare a pregare, lui musulmano, nella cattedrale cattolica della capitale del Mali, Bamako, sulla tomba del venerato arcivescovo Luc Sangaré, da poco scomparso. All´atto del suo primo insediamento, nel 1992, Konaré si era recato dall´arcivescovo a chiedere “parole di saggezza per il gravoso compito che l´attendeva”, e ne aveva ricevuta la benedizione. Ora ritornava per ringraziare e per “chiedere perdono per tutto quanto non era stato capace di realizzare”. A rendere noti il gesto e le parole fu il nuovo arcivescovo Jean Zerbo, in una testimonianza resa pubblica dall´agenzia vaticana “Fides”.

 

 

2155.- Gli Stati Uniti pronti a inviare navi da guerra nel Mar Nero, prendendo a pretesto la schermaglia dello Stretto di Kerch.

La guerra arriva sulla scia delle unità della US Navy che si spingono già fino alla principale base della flotta del Pacifico della Russia.
di Tyler Durden

Il pericolo potenziale di un’escalation nel Mar Nero tra gli Stati Uniti e la Russia è cresciuto in modo significativo quando le forze armate statunitensi hanno formalmente comunicato alla Turchia che intendono dislocare una nave da guerra nel Mar Nero per la prima volta in un mese.
Funzionari della difesa degli Stati Uniti hanno dichiarato alla CNN che la richiesta del passaggio attraverso il Bosforo e i Dardanelli vuole essere specificamente una risposta alle azioni intraprese dalla Russia contro l’Ucraina, durante l’incidente dello Stretto di Kerch del 25 novembre.

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Il Mar Nero e il Mar d’Azov, in particolare, fanno parte dello spazio vitale della sicurezza della Russia, che non può tollerare la presenza di una nave lanciamissili ostile sui suoi confini.Mi chiedo se l’iniziativa dell’US NAVY sia da porre in relazione con l’inasprimento del confronto militare fra Israele e la Siria.

Secondo quanto raccontato in un servizio esclusivo della CNN di mercoledì 5 dicembre:
Gli Stati Uniti hanno iniziato a fare i preparativi necessari per dislocare una nave da guerra nel Mar Nero, una mossa che arriva tra le crescenti tensioni nella regione in seguito al sequestro di navi ucraine da parte della Russia e alla detenzione di marinai ucraini.
Le forze armate statunitensi hanno chiesto al Dipartimento di Stato di comunicare alla Turchia i possibili piani per far operare una nave da guerra nel Mar Nero. Tre funzionari statunitensi, dicono alla CNN, hanno definito la mossa come una risposta alle azioni della Russia contro l’Ucraina nello stretto di Kerch, che collega il Mar Nero e il mare di Azov.

L’esercito ha presentato la richiesta come richiesto dalla Convenzione di Montreux – l’accordo del 1936 che ha dato alla Turchia il controllo dello Stretto del Bosforo e dei Dardanelli, inclusa l’autorità per regolare il transito delle navi da guerra.

Un portavoce del Dipartimento di Stato ha detto alla CNN: “Gli Stati Uniti svolgono le proprie attività in conformità con i termini della Convenzione di Montreux, ma non rilasceremo commenti sulla natura della nostra corrispondenza diplomatica con il governo della Turchia”. Per il momento, non c’è stata nessuna indicazione se la Turchia ha concesso il passaggio, il che potrebbe essere interessante viste le recenti relazioni più strette tra Ankara e Mosca.
Ma due tra le fonti della CNN hanno ammonito che, dare notifica alla Turchia, avrebbe semplicemente fornito alla Marina “l’opzione” di spostare una nave da guerra nell’area, suggerendo che non si rende ancora necessario schierare navi da battaglia.

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Un ufficiale di marina del Pentagono ha cercato di minimizzare il significato della potenziale manovra, affermando in una dichiarazione: “La nostra VIª Flotta statunitense è sempre pronta a rispondere dove viene chiamata” (Pronti sempre per Dovunque. Ndr).
“Conduciamo regolarmente operazioni per innalzare il livello della sicurezza e la stabilità in tutta l’area di operazioni della VIª Flotta degli Stati Uniti, includendovi le acque internazionali e lo spazio aereo del Mar Nero,” Cdr. Kyle Raines, un portavoce della flotta, ha detto alla CNN. “Ci riserviamo il diritto di operare liberamente in conformità con le leggi e le norme internazionali”, ha aggiunto.

Tuttavia, i funzionari del Pentagono hanno anche osservato che “Mosca rivendica aree che superano di gran lunga le 12 miglia dalla costa russa entro le quali la sovranità è garantita dal diritto internazionale”, secondo la CNN (Senz’altro, una scusa puerile, valida al massimo per i giornalisti disinformati. ndr).

Sempre mercoledì 5 il ministero della Difesa russo (MoD) ha annunciato di aver condotto un’esercitazione militare nella Crimea orientale, coinvolgendo le truppe russe e i sistemi missilistici antiaerei di Pantsir.
E anche altrove le tensioni sono cresciute: nel Mar del Giappone, poiché mercoledì una nave da guerra della Marina statunitense ha navigato attraverso le acque reclamate dalla Russia, fonte FOX.
Un portavoce della flotta del Pacifico degli Stati Uniti ha confermato la notizia, affermando che il cacciatorpediniere missilistico USS McCampbell (DDG 85) ha navigato “nei pressi di” Peter the Great Bay, un bacino idrico al largo della città portuale russa di Vladivostok, “per contestare le eccessive rivendicazioni marittime della Russia e sostenere i diritti , le libertà e gli usi leciti del mare di cui godono gli Stati Uniti e le altre nazioni “.

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Il cacciatorpediniere lanciamissili USS McCampbell DDG 85

Tutto questo mentre le tensioni aumentano in conseguenza della decisione dell’amministrazione Trump di ritirarsi da un trattato di controllo degli armamenti decennale.

Certamente, la Russia vedrà ognuna di queste azioni provocatorie nel Mar Nero come una minaccia ancora più grande nel suo spazio di sicurezza in un momento in cui le tensioni stanno aumentando vertiginosamente.

La Russia ha segnalato di aver provveduto, nell’ultima settimana, a un aumento delle forze in Crimea, incluso il trasferimento di più sistemi di difesa anti-aerea S-400. Se le navi da guerra americane entrassero nella zona, unendosi alla nave di sorveglianza britannica già dispiegata, il fatto potrebbe costituire una “ricetta” per la terza guerra mondiale.

La nave britannica ha il compito di proteggere i soldati britannici presenti in Ucraina per fini addestrativi, in generale, come parte del più grande rafforzamento militare della Nato ai confini della Russia dai tempi della guerra fredda e, in particolare, come parte dell’operazione della Nato Atlantic Resolve, “per rassicurare gli alleati di fronte ad una Russia definita assertiva”. Il battaglione inglese, circa 800 soldati, è operativo dalla scorsa primavera in Estonia. Londra ha inviato anche quattro carri armati Challenger 2 ed un numero imprecisato di IFV Warrior, probabilmente nella versione pesante da trenta tonnellate. Il supporto logistico è fornito dai danesi. Il battaglione è stato schierato nella base di Tapa, nell’Estonia nordorientale, ex struttura sovietica di proiezione ed acquisita dall’ Estonian Defence Forces negli anni novanta. In Estonia la Francia ha inviato 300 soldati e cinque carri armati di terza generazione Leclerc oltre ad un numero imprecisato di VBCI. Francia ed Estonia, è stato stipulato anche un accordo bilaterale per la cooperazione informatica. 200 soldati inglesi sono presenti in Polonia, mentre caccia Typhoon della RAF sono schierati in Romania. Come si vede, ci troviamo in vero pericolo, a nostra insaputa.

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L’HMS Diamond (D34) della Royal Navy 

2151.-FRANCIA E GERMANIA VOGLIONO FREGARE L’ITALIA

ANGELA MERKEL DIFENDE IL “GLOBAL COMPACT”: “LE MIGRAZIONI PORTANO PROSPERITÀ”. NEL FRATTEMPO SI ALLEA CON MACRON PER RIFORMARE IL REGOLAMENTO DI DUBLINO – GUARDA CASO LA PROPOSTA FRANCO-TEDESCA PENALIZZEREBBE L’ITALIA, CHE POTREBBE ESSERE COSTRETTA A TENERSI I PROFUGHI CHE ARRIVANO PER OTTO ANNI: ECCO CHE LIBERO CI DICE COME FUNZIONA…

Secondo Angela Merkel, testuali parole, “le migrazioni portano prosperità”. La cancelliera cavalca l’accordo di Marrakech sulle migrazioni (una sua opera), ma, soprattutto, tira in ballo l’Italia, il suo governo e in particolare Matteo Salvini. Il punto è che per riaffermare una certa centralità tedesca in Europa, Merkel non poteva che sfruttare il Global Compact di cui è sempre stata grande sponsor.

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“Le migrazioni – ha sottolineato di fronte ai 163 delegati dell’Onu – quando sono legali sono anche una cosa positiva”. Parole pronunciate proprio nel giorno in cui le Nazioni Unite hanno adottato il patto sul “diritto a migrare”, ma soprattutto proprio nel giorno in cui Berlino e Parigi hanno presentato un nuovo, l’ennesimo, piano comune per il regolamento di Dublino. Una proposta che – toh che caso – finirebbe per penalizzare, e non poco, l’Italia.

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“Il meccanismo di solidarietà – si legge nel documento fatto trapelare in questi giorni a Bruxelles – dovrebbe essere basato sui ricollocamenti come regola (al fine di creare prevedibilità e certezza per gli Stati membri in prima linea) con la possibilità per uno Stato membro, su base giustificata, di derogare non ricollocando e mettendo in opera misure alternative di solidarietà”.

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Cosa significa tutto ciò? Presto detto, si tratta di un compromesso che finirebbe col penalizzare l’Italia, che da tempo chiede che venga messo nero su bianco l’obbligo di ridistribuzione dei migranti. La proposta franco-tedesca, nei fatti, renderebbe obbligatori i ricollocamenti, ma con una scappatoia per chi non intende farsi carico dei profughi. Già, basterebbe infatti “motivare” la richiesta di deroga e assicurare alternative “significative”. Ed è ovvio come simile proposta per un Paese di primo ingresso come l’Italia è indigeribile. Soprattutto perché la stessa proposta prevede che il Paese di primo ingresso si assuma la responsabilità degli stranieri per un periodo di otto anni. Un’eternità.

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2137.-LIBIA E EGITTO SONO LO SPECCHIO DELLA POLITICA ESTERA DEBOLE DEL GOVERNO CONTE.

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Le vicende dei patrioti Gilets Jaunes riguardano il futuro dell’Europa e fanno passare in secondo piano la competizione Italia-Francia sulla Libia. Ma la Francia è la Francia, nelle piazze, come nell’agone internazionale. In entrambe le situazioni, il popolo italiano non ha una sua voce da far sentire e l’Italia non è riuscita a compensare l’ostilità della Francia con un aiuto da parte dell’America di Trump e della Russia di Putin. Le contraddizioni della politica italiana in Libia sono palesate dai tentativi altalenanti di ottenere condivisione e sostegni, quando da Washington, quando da Mosca, fino all’ambizione, un po’ puerile e di mussoliniana memoria, di poter rappresentare l’ago della bilancia degli interessi in gioco nel Mediterraneo. Il summit di Palermo ha rappresentato, invece, il modesto palcoscenico di questa ingiustificata ambizione ed è stato definito, prima, un azzardo diplomatico e, poi, un flop del Governo Conte. Il giudizio è pesante, ma è stato dimostrato dall’assenza di Donald Trump, eletto dai giallo-verdi a nostro padrino, di Vladimir Putin, contro-padrino e di Angela Merkel, assurta, improvvisamente, ad amica dell’Italia. Tutti assenti al “compleanno dei bambini, ma che hanno avuto modo d’incontrarsi il giorno prima a Paris, all’anniversario della vittoria della 1ª Guerra Mondiale (anche la data scelta per il summit dimostra grande acutezza). Al forfait dei “più grandi” è seguito il giudizio del rappresentante turco, che ci ha lasciati quattro a zero- ha detto -, per non perdere tempo. Anche il generale Haftar ha fatto una presenza simbolica, con tanto di foto ricordo e ha lasciato Palermo, letteralmente, a metà. Il summit è servito a dare sia la conferma della nostra modestia in politica estera sia un’ulteriore dimostrazione dell’instabilità politica della Libia e ha dato il pretesto ad Haftar per confermare le rivalità mai sopite tra la regione di Bengasi e la Tripolitania ele divisioni tribali di quel popolo. Moavero non si è dimesso, Conte nemmeno. Si poteva, buona mente, plaudire all’aver raccolto in Italia tanti leader africani, in particolare, l’Egitto, ma ci ha pensato il somaro di turno che, pagato o poco sobrio che sia stato, ha interrotto i rapporti tra i parlamenti italiano e egiziano, seguendo la procura di Roma (riecco la magistratura politica), che, dopo anni, ha pensato di indagare cinque ufficiali dei servizi segreti civili e della polizia investigativa egiziani. Il reato contestato è concorso in sequestro di persona e la persona è il povero Regeni. Povero soltanto per la fine che ha fatto in Egitto, dove, però, era andato, da semplice turista qualunque, a sobillare i sindacati, fornito allo scopo di, sembra, 9.000 sterline dagli inglesi, che nessuno ha indagato né indagherà mai. Una parola su questo episodio è d’obbligo: O era un agente inglese che sapeva quel che faceva, o era uno sprovveduto che non sapeva quello che stava facendo e cui andava incontro. L’Egitto non potrà far finta di nulla, ma una cosa è certa e, cioè, che il lavoro dell’ENI in Libia e in Egitto merita più rispetto. Non ho voluto offendere nessuno; ma avete mai visto i somari vincere un concorso ippico? Sulle illusioni di Conte e Moavero, diciamo che Trump è interessato, certamente, all’Italia; ma alla sua posizione geostrategica, alle 113 basi che ospitiamo e come partner europeo in funzione anti-tedesca; invece, sul perché, sulla Libia, la Russia non sarà un alleato dell’Italia suggerisco, per chi ha tempo, un’interessante analisi di Micol Flammini.

Perché, sulla Libia, la Russia non sarà un alleato dell’Italia. Gli interessi del Cremlino in Libia divergono da quelli italiani. Anche in questo Putin non aiuterà i gialloverdi.

Roma. La Russia in Libia ha interessi importanti, legati più al mantenimento del caos che a un impegno per la stabilizzazione del paese. Quando il 7 novembre Haftar è andato a Mosca per parlare con il ministro della Difesa Sergei Shoigu e con il capo dello stato maggiore Valeri Gerasimov non si poteva non notare che la visita del generale libico fosse molto vicina alle giornate organizzate a Palermo per la conferenza sulla Libia. Qualche giorno dopo, il quotidiano russo Novaya Gazeta ha pubblicato uno scoop, uno dei giornalisti aveva notato che tra i presenti all’arrivo di Haftar c’era anche Evgeni Prigozhin, il finanziatore delle truppe mercenarie di Mosca, che combattono ovunque: in Ucraina, in Siria, nella Repubblica Centrafricana e anche in Libia. I giornalisti russi insistono da tempo sulla presenza di truppe, regolari e non, a Tobruk e Bengasi, e la presenza di Prigozhin all’incontro sembrerebbe confermare le inchieste condotte finora. “Era lì soltanto in qualità di responsabile del catering”, si è affrettato a rispondere il Cremlino – prima di diventare il coordinatore delle truppe mercenarie, prima di gestire la fabbrica dei troll, Prigozhin era conosciuto come il “cuoco di Putin” –, risposta un po’ goffa alla quale la stampa non ha creduto. La Russia in Libia sta cercando di riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti e, nel conflitto disordinato che va avanti dal 2011, ha degli interessi importanti che, a ben guardare, collidono con quelli del governo italiano. E’ stato il tabloid britannico Sun a parlare per primo della volontà di Vladimir Putin di fare della Libia “la sua nuova Siria”. Secondo fonti dell’intelligence britannica, Mosca avrebbe già inviato a Tobruk e a Bengasi degli agenti del Gru, i servizi segreti militari. Ma nelle due città costiere ci sarebbero anche gli uomini della Wagner, truppe mercenarie. Anche la rivista economica russa Rbc ha verificato la presenza di soldati russi in Libia e, benché il Cremlino continui a smentire – nega ancora la sua presenza in Ucraina, perché dovrebbe ammettere di essere in Libia? – secondo l’inchiesta ci sarebbero anche dei missili russi e dei sistemi di difesa antiaerei dispiegati sul territorio libico. I frequenti incontri tra Haftar e i russi lasciano capire da quale parte stia il Cremlino, ma soprattutto fanno intendere che i rapporti e gli affari tra Mosca e Tobruk potrebbero avere un peso importante anche alla conferenza internazionale iniziata ieri a Palermo.

Khalifa Belqasim Haftar in plancia della portaerei russa Admiral Kuznetzov

 

Come accaduto in Siria, la Russia starebbe cercando di ottenere il controllo sulle riserve petrolifere in Libia. Nel febbraio dello scorso anno, Rosneft e la Noc, la National oil corporation libica, hanno firmato un accordo di cooperazione. La Noc ha la sua sede a Tripoli, ma la maggior parte dei suoi giacimenti petroliferi sono nella parte orientale del paese, nelle zone di Haftar. Questo, secondo il giornalista Kirill Semenov, basterebbe per spiegare perché Mosca sta rafforzando i suoi scambi con il generale. Il Cremlino, sotto il regime di Gheddafi, aveva firmato un accordo per costruire in Libia, tra Tripoli e Bengasi, una ferrovia per l’alta velocità. Il progetto che valeva 2,5 miliardi di dollari è stato sospeso e secondo il New York Times la Russia starebbe trattando anche per questo.

Costruire un futuro di sviluppo per la Libia significa investire in nuove infrastrutture da costruire al più presto. I lavori per la nuova rete ferroviaria nel Paese sono in stand-by dall’inizio della rivoluzione che ha portato alla caduta di Gheddafi. Tripoli progetta di passare dalle reti a scartamento ridotto costruite dagli italiani a una rete di 3170 chilometri, ma costruita da russi e cinesi.

A differenza della Siria, dove Europa e Stati Uniti si oppongono al regime di Assad, in Libia non c’è unità. Quando Gheddafi fu deposto, le nazioni occidentali hanno perso un nemico comune, ma ora non esiste una strategia uniforme, una tattica politica unica. Le forze americane hanno avuto un ruolo importante nel rovesciamento di Gheddafi, ma sia Obama sia Trump si sono opposti a un intervento in Libia, fatta eccezione per le operazioni antiterrorismo contro lo Stato islamico. Agli europei la Libia interessa soprattutto per ridurre l’immigrazione, ma la conferenza è stata boicottata da Macron e Merkel, due attori fondamentali. E se il governo aveva sperato in un intervento di Trump, si è dovuto accontentare di un sottosegretario. In Russia, dove, al termine del vertice con Giuseppe Conte il mese scorso, Putin aveva detto che avrebbe inviato a Palermo “un rappresentante di alto livello”, Mosca ha tenuto tutti sulle spine, confermando soltanto durante la giornata di ieri l’arrivo di Medvedev, che rappresenterà la sua nazione assieme a Mikhail Bogdanov, viceministro degli Esteri. Alla Russia il caos libico interessa e più è caotico, più c’è possibilità di conflitto, più ha la possibilità di fare affari e di far valere le sue ragioni: petrolio, ferrovie, armi. Non ha interesse, per il momento, a pacificare la regione. Per capirlo, basta pensare a quel fotogramma, che i giornalisti di Novaya Gazeta avranno riguardato infinite volte, pensare che quando Haftar era a Mosca, non soltanto si è incontrato con il ministro della Difesa e con il capo di stato maggiore, ma era anche con Prigozhin, un uomo il cui ruolo non è mai stato quello di concludere accordi di pace.

 

 

2108.- Italia, potenza scomoda: dovevamo morire, ecco come

Battono i cuori degli italiani. Nino Galloni, ti abbiamo ascoltato e riascoltato, letto e riletto e, ora, ti ritrovo su ByoBlu di Claudio Messora e ti rileggiamo insieme.

“Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè” …

di Nino Galloni, 2 maggio 2013

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Guardateli bene.

Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia.

E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anno dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.

E’ la drammatica ricostruzione che Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato, fornisce a Claudio Messora per il

Nino Galloni

blog “Byoblu”. All’epoca, nel fatidico 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca. Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”. 

Andreotti

Eccome: «Lui mi fece di sì con la testa».

Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave.

Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”.

E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima».

Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo. Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista “francese”: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia, “Gladio”) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa. Poi, su tutto, a congelare la democrazia italiana

Ciampi

avrebbe provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze. Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa.

Unknown

Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale».

Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato. L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni ’80 – racconta Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più

Agnelli

facendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».

Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio della finanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro paese – “promosso” nel club del G7 – era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale. Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi.

Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era ministro dell’industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato.

Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la Banca

Andreatta

Commerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.

Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economia reale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie peculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita.

E’ il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi: «Grandezze stratosferiche», pari a 6 volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose». La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new-economy digitale e la fuga della finanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».

Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta, spiega Galloni, la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l’economia reale – famiglie e imprese, più la stessa mafia – riusciva ad immettere nel sistema bancario. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti».

Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che, dal 2008 al 2011, ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di dollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».

Draghi

Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite». Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità.

A monte: a soffrire è l’intero sistema-Italia, da quando – nel lontano 1981 – la finanzia pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.

Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa». E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro – da Angela Merkel a Mario Monti – ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria, dice Galloni, e cancellare il debito pubblico come problema. Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: «L’importante è ridurre i tassi di interesse», che devono essere «più bassi dei tassi di crescita». A quel punto, il debito non è più un problema: «Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico». A meno che, ovviamente, non si proceda come in

Merkel e Monti

Grecia, dove «per 300 miseri miliardi di euro» se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco.

Domanda: «Questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e paesi europei? Chi comanda effettivamente in questa Europa se ne rende conto?». Oppure, conclude Galloni, vogliono davvero «raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati» per obiettivi inconfessabili, come avvenuto in Italia: privatizzazioni a prezzi stracciati, depredazione del patrimonio nazionale, conquista di guadagni senza lavoro. Un piano criminale: il grande complotto dell’élite mondiale. «Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli “Illuminati di Baviera”: sono tutte cose vere», ammette l’ex consulente di Andreotti. «Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose». Ma il problema vero è che «non trovano resistenza da parte degli Stati». L’obiettivo è sempre lo stesso: «Togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale». Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli “Illuminati”. «Negli Usa c’era la “Confraternita dei Teschi”, di cui facevano parte i Bush, padre e figlio, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti: è chiaro che, dopo, questa gente risponde a questi gruppi che li hanno agevolati nella loro ascesa» (nonno Prescott Bush fu tra i finanziatori del riarmo di Hitler. ndr).

Non abbiamo amici. L’America avrebbe inutilmente cercato nell’Italia una sponda forte dopo la caduta del Muro, prima di dare via libera (con Clinton) allo strapotere di Wall Street. Dall’omicidio di Kennedy, secondo Galloni, gli Usa «sono sempre più risultati preda dei britannici», che hanno interesse «ad aumentare i conflitti, il disordine», mentre la componente “ambientalista”, più vicina alla Corona, punta «a una riduzione drastica della popolazione del pianeta» e quindi ostacola lo sviluppo, di cui l’Italia è stata una straordinaria protagonista. L’odiata Germania? Non diventerà mai leader, aggiunge Galloni, se non accetterà di importare più di quanto esporta. Unico futuro possibile: la Cina, ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell’export. L’Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando ad affermare il made in Italy d’eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande.

Xi Jinping, nuovo leader cinese

Armi strategiche potenziali: il settore della green economy e quello della trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas. Prima, però, bisogna mandare casa i sicari dell’Italia – da Monti alla Merkel – e rivoluzionare l’Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali. Meno moneta circolante e salari più bassi per contenere l’inflazione? Falso: gli Usa hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflattive. Eppure, anche i sindacati sono stati attratti «in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981». Passo fondamentale, da attuare subito: una riforma della finanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l’economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate. Attenzione: la scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l’inizio della fine della globalizzazione, che è «il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente né la salute». E naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il paese muore. «A me interessa che ci siano spese in disavanzo – insiste Galloni – perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine».

Nino Galloni

http://www.libreidee.org/2013

Nino Galloni: “Come ci hanno deindustrializzato”, un viaggio che passa da Enrico Mattei e Aldo Moro

Claudio Messora intervista Nino Galloni, economista ed ex direttore del Ministero del Lavoro. Un’altra imperdibile intervista in crowdfunding. Un viaggio nella storia d’Italia che passa per Enrico Mattei e Aldo Moro, lungo un progetto di deindustrializzazione che ha portato il nostro Paese da settima potenza mondiale a membro dei Pigs.

Infine, su Papandreou e Berlusconi, aggiungiamo: Hans Werner Sinn, economista anche lui

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Hans Werner Sinn, economista ‘falco’, molto seguito in Germania, conferma che sia Berlusconi che Papandreou tentarono di trattare segretamente l’uscita dall’Euro. Furono spinti alle dimissioni nella stessa settimana. Detto questo: su Papandreou c’è la spiegazione di Financial Times, che leggete qui sopra, in pratica, silurato internamente su suggerimento di Barroso (tramite il ministro delle finanze Venizoloz (che ambiva al suo posto); Berlusconi, invece, fu oggetto di un vero e proprio colpo di stato finanziario in cui il braccio armato fu la stessa BCE e il sicario Giorgio Napolitano. Quindi, per Papandreou, a tradirlo, fu il governo greco, che, poi, si sottomise; per Berlusconi, furono il presidente della Repubblica Napolitano e il suo partito. A tutt’oggi, l’ultimo Governo Berlusconi fu anche l’ultimo governo italiano democraticamente scaturito dal voto degli elettori. Tale, infatti, non può dirsi il papocchio voluto da Sergio Mattarella, Presidente nel solco tracciatogli da Napolitano.

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