Archivi categoria: Politica estera – Francia

1980.- AGGRESSIONE MISSILISTICA IN SIRIA. 15 RUSSI MORTI.

DnUkBrDXgAAH5J6

È STATA GUERRA! Risposta disperata di Washington, Parigi e Tel Aviv all’accordo di pace fra Russia, Iran, Turchia. Il bombardamento terroristico e l’abbattimento del quadrimotore russo in procedura per l’atterraggio sono arrivati a poche ore dall’”accordo fra Russia e Turchia per evitare l’attacco a Idlib e una probabile strage di civili. Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan hanno raggiunto nel vertice di ieri a Sochi, nella Russia meridionale, un accordo per scongiurare una sanguinosa battaglia urbana, «una catastrofe» e «una crisi umanitaria» da evitare a tutti i costi, nelle parole del presidente turco. Erdogan e Putin hanno concordato di istituire invece una «fascia demilitarizzata» lungo i bordi della provincia, a partire dal 15 ottobre. La zona cuscinetto sarà profonda «15-20 chilometri», ha precisato Putin, e sarà pattugliata da militari turchi e russi. Nella aeree limitrofe sia i ribelli che l’esercito di Bashar al-Assad ritireranno le armi pesanti. Il ministro russo della Difesa Sergei Shoigu ha confermato che «non ci sarà alcuna offensiva» russo-siriana. ”

L’attacco terroristico missilistico è stato sferrato dai nostri alleati, senza preavviso e senza perché, dal mare contro le basi siriane di Latakia, Homs e contro il porto militare di Tartous, base logistica della Marina russa in Siria. Impressionante il cielo sulla costa siriana raccontata durante l’attacco missilistico con la riposta da terra della contraerea. I sistemi antiaerei siriani S-200 e Pantsir S2 sono entrati in azione, intercettando un numero di missili da crociera provenienti dal mare. Anche i russi sono intervenuti a difesa delle loro basi con il sistema anti missili S-400, che è entrato in azione, abbattendo alcuni missili.

I feriti siriani sono stati trasportati negli ospedali, la corrente elettrica è mancata e, poi, è ritornata in alcune zone costiere. Sulle prime, l’intensità dell’attacco è stata tale da far pensare che avrebbe coinvolto aerei e navi. A terra, detriti tutti da identificare, alcuni sembrano di anti-missili russi.

0868826

SSN d’attacco, veloce, classe Los Angeles. Sono unità potenti, ma datate.

Da giorni si sapeva di un concentramento davanti alla Siria di navi della NATO. L’US Navy aveva fatto entrare da Gibilterra un’altro SSN d’attacco classe Los Angeles. Da parte russa, è seguito il rischieramento di un ulteriore quadrimotore pattugliatore antisommergibile Tupolev Tu-142. Subito, la stampa russa ha parlato apertamente di una partecipazione francese all’attacco con il lancio di missili dalla fregata FS Auvergne. Perché anche da una nave francese? Rotschild, per i suoi scopi, poteva permettersi di scegliere soltanto un’idiota. Macron persegue ancora la grandeur, ma la Francia è finita. Non è più dei francesi, è già per metà Islam. E noi dovremmo avere l’esercito europeo e le guardie di frontiera in comune con questi pusillanimi, malfidi? Macron insiste molto sull’esercito europeo, ma come lo impiegherebbe? Perché dobbiamo rischiare una guerra nucleare? Per gli interessi israeliani, americani e francesi. Certo non della NATO né dell’Ue!

2623203

La fregata tipo FREMM antisommergibile FS Auvergne, unità lanciamissili da crociera MdCN de la marine nationale, ha partecipato all’attacco terroristico israeliano sotto lo schermo della flotta USA. Aveva già partecipato ai bombardamenti di Barzeh e Him Shinshar in Siria in rappresaglia per il “supposto” uso di armi chimiche da parte del governo siriano e per colpire siti “ presunti” di produzione e stoccaggio di armi chimiche in Siria. Il sistema MdCN offre una capacità di attacco rapido, massiccia e coordinata con i missili da crociera in volo. La rappresaglia questa volta a chi tocca?

Ci sono 15 morti russi.

DnYXC25WsAExB2w

L’aereo Ilyushin Il-20M colpito mentre dirigeva per l’atterraggio, è in fiamme. È precipitato, poco dopo, con i suoi 14 aviatori.

Sembrava la bravata di 4 F-16 israeliani o della fregata FS Auvergne.
Un aereo di sorveglianza militare russo con 14 membri dell’equipaggio è scomparso dai radar sul Mar Mediterraneo orientale, dice il ministero della Difesa russo.
Il ministero ha detto in una dichiarazione del 18 settembre che l’aereo Ilyushin Il-20 è scomparso dal radar a 35 chilometri dalla costa siriana verso le 11 di sera. ora locale del giorno precedente.

Il ministero ha detto che l’aereo stava rientrando alla base aerea di Hmeimim nella provincia nord-occidentale della Siria di Latakia, dove si trova la maggior parte delle forze armate della Russia nel paese.

Le forze militari russe hanno lanciato un’operazione di ricerca. Non è stato immediatamente chiaro se l’aereo è stato abbattuto.

La Russia ha dato al presidente siriano Bashar al-Assad un sostegno cruciale in tutto il conflitto siriano, iniziato con una repressione governativa contro i manifestanti nel marzo 2011. Hmeimim è la principale base della Russia per i raid aerei sui gruppi ribelli in Siria.

L’Ilyushin è scomparso dai radar nello stesso periodo in cui gli F-16 israeliani hanno attaccato le strutture siriane nella provincia di Latakia, ha detto il ministero della Difesa russo.

Ha anche detto che i lanci di razzi sono stati rilevati provenire dalla fregata francese Fs Auvergne, più o meno nello stesso momento.

“L’esercito francese nega qualsiasi coinvolgimento in questo attacco”,  ha detto un portavoce militare francese. I francesi non hanno attaccato ma avrebbero “disturbato” l’antiaerea siriana, tanto viene riportato oggi da Mosca. Ci siamo chiesti se i missili lanciati  abbiano rilasciato flares per confondere i missili siriani. In serata i due ministri della difesa si sono parlati.

L’esercito israeliano ha rifiutato di commentare i rapporti sui suoi aerei che hanno preso di mira le infrastrutture industriali di Latakia, particolarmente colpite, dove l’Intelligence occidentale “sospetta” (ogni volta solo sospetti) che l’Iran sia costruendo una base per il lancio di missili terra-terra.

Un portavoce del Pentagono ha detto che gli Stati Uniti non sono stati coinvolti.

 

Il presidente russo Vladimir Putin, confermando che ci saranno conseguenze, ha però smorzato i toni dei suoi ministri.

Putin ha attribuito l’abbattimento dell’aereo russo IL-20 in Siria a una serie di tragiche coincidenze. Putin dopo l’incontro con il primo ministro ungherese Viktor Orban, ha detto “è una situazione diversa” rispetto all’abbattimento precedente del jet russo da parte dei turchi. “L’allora combattente turco ha deliberatamente abbattuto il nostro aereo, mentre questo sembra più simile a una serie di tragiche coincidenze, perché l’aereo israeliano non ha abbattuto deliberatamente il nostro”.

Putin inoltre, ha detto che dopo l’incidente, la Russia rafforzerà le misure di sicurezza per i suoi militari in Siria. Tradotto, Israele e i suoi padrini, in una nuova mascalzonata, devono mettere in conto una possibile reazione russa. Intanto il Cremlino aveva preannunciato che Putin oggi avrebbe tenuto una conversazione telefonica con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Lo aveva dichiarato il segretario stampa del presidente russo Dmitry Peskov.

Oggi, nella conversazione telefonica con Putin, Netanyahu ha espresso «dolore a nome dello Stato di Israele per la morte dei militari russi» ma ha anche sottolineato che la responsabilità dell’abbattimento del loro aereo ricade sulla Siria. Israele è determinato «ad impedire che l’Iran approfondisca la propria presenza in Siria e ad ostacolare i tentativi di Teheran, che invoca la distruzione di Israele, di trasferire agli Hezbollah armi micidiali» da utilizzare contro lo Stato ebraico, ha spiegato Netanyahu ribadendo di essere disposto a inoltrare a Mosca tutte le informazioni relative all’incidente e ha proposto che a farlo sia il comandante dell’aviazione militare israeliana.

 

02B0EF8C-94C9-49C9-BE4E-8B644D67C875_cx0_cy9_cw0_w1023_r1_s

L’agenzia di stato siriana ha dichiarato che un F-16 israeliano di una formazione attaccante di 4,  si é nascosto alle spalle di un Ilyushin  Il20 russo, che è stato colpito dalla difesa aerea siriana. L’agenzia di stato dichiara che il regime israeliano è considerato direttamente responsabile. Il Ministero della Difesa russo: “Regime israeliano si assuma tutta la responsabilità per l’uccisione dell’equipaggio del IL20 abbattuto in Siria Consideriamo le azioni israeliane una aggressione e ci riserviamo il diritto di rispondere adeguatamente”. A sua volta, il Ministero degli Esteri russo ha convocato  l’ambasciatore d’Israele in Russia. Shoigu (Ministro Difesa): “Abbiamo notificato al ministro della difesa di Israele Avigdor Lieberman che la Russia non lascerà senza risposta l’azione della forza aerea israeliana sulla Siria.” E ce lo auguriamo perché cessino queste azioni di guerra di Israele e dei suoi cani da guardia a sostegno dell’Isis e si torni a parlare di pace in Medio Oriente. C’ è un problema numero uno in Medio Oriente e se non ci si pone l’obiettivo di risolverlo, prima o poi, qualcuno…

IAF-Strike-May

LA CORRISPONDENZA DALLE AGENZIE DEL LIBANO: Ag. ANM, SOUT FRONT, SANA.

MENTRE TRA PUTIN ED ERDOGAN SI ERA APPENA STABILITO OGGI UN ACCORDO DI TREGUA E DI SMILITARIZZAZIONE  PER IDLIB, SONO STATI APPENA  SEGNALATI ATTACCHI MISSILISTICI NELLE PROVINCE DI LATAKIA, TARTUS, HOMS. LA RUSSIA UTILIZZA PRESUMIBILMENTE LE PROPRIE DIFESE AEREE.

tartous-20161010

La base navale logistica della flotta russa in Siria è Tartous ed è stata attaccata improvvisamente da Stati Uniti, Israele e Francia. L’attacco si è rivolto anche a Latakia e a Homs, che i russi hanno liberata dall’Isis, da poco.

 


Il grande attacco missilistico contro la Siria occidentale sta proveniendo  dal mare. 

Verso la fine della giornata del 17 settembre, sono stati segnalati attacchi aerei contro le istallazioni governative nelle province siriane di Latakia, Tartus e Homs. In particolare, i bombardamenti avrebbero colpito un’area industriale nella città di Latakia.

BEIRUT, LIBANO (22.40) – L’attacco missilistico su larga scala nelle province occidentali della Siria proviene dal Mar Mediterraneo, l’agenzia di stampa araba siriana di proprietà statale(SANA).

Diversi attivisti dei social media siriani hanno postato su Facebook per accusare la Coalizione USA o l’esercito israeliano per l’attacco; tuttavia, non è ancora chiaro.

Domenica è stato riferito che diverse navi da guerra della NATO si stavano dirigendo verso la costa siriana, ma lo scopo di questa mossa è ancora sconosciuto.

A partire da ora, la Difesa Aerea Siriana sta ancora intercettando i missili sopra Latakia, mentre tentano di difendere le loro installazioni nella Siria occidentale.

Le forze di difesa aerea siriane (SADF) stanno rispondendo all’attacco. Alcune fonti riportano che anche i sistemi di difesa aerea schierati presso la base aerea russa di Khmeimim che sono stati impiegati.

Secondo fonti siriane, i raid aerei sarebbero stati eseguiti dall’esercito israeliano.

La situazione è in fase di sviluppo .

AGGIORNAMENTO 1: Secondo i media statali siriani, la SADF ha intercettato un certo numero di missili provenienti dal mare.

Nota: La coalizione USA ed Israele evidentemente non vogliono permettere la pacificazione in Siria e non si sono rassegnati al fallimento del loro piano.  Questa sembra essere l’ultima mossa disperata di Washington e Tel Aviv per non essere esclusi dal processo di stabilizzazione in Siria concluso dagli accordi fra Russia, Iran e Turchia.

Traduzione e nota: Luciano Lago

 

DnXerioWwAAVVgn

BEIRUT, LIBANO (10:40 P.M.) – L’attacco missilistico su larga scala nelle province occidentali della Siria proviene dal Mar Mediterraneo, l’agenzia di stampa araba siriana di proprietà statale (SANA).

Diversi attivisti dei social media siriani hanno portato su Facebook per accusare la Coalizione degli Stati Uniti o l’esercito israeliano per l’attacco; tuttavia, non è ancora chiaro.Domenica è stato riferito che diverse navi da guerra della NATO si stavano dirigendo verso la costa siriana, ma lo scopo di questa mossa è ancora sconosciuto.

A partire da ora, la Difesa Aerea Siriana sta ancora bersagliando missili sopra Latakia, mentre tentano di difendere le loro installazioni nella Siria occidentale.

41990506_1945208968833572_2073258555766472704_o.jpg
USS Abraham Lincoln (CVN -72 ) e USS Harry S. Truman (CVN-75)
Annunci

1973.- PERCHÈ SOLTANTO L’ONU POTREBBE DICHIARARE UN BLOCCO NAVALE DELLA LIBIA. SALTA IL PIANO DI MACRON.

140787-md
Protesta di donne libiche a Parigi.

L’ONU è una danzatrice di Valzer, che interviene quando lo chiedono i suoi padrini, oppure tace, non vede e non sente. Ricordate le armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein e, oggi, il genocidio nello Yemen da parte dell’Arabia Saudita, eletta, niente di meno, nella Commissione per i diritti delle donne. Anche le accuse di razzismo rivolte, senza fondamento, agli italiani e al Governo Conte sono una manifestazione di obbedienza ai noti poteri finanziari. Riguardo alla Libia, mercoledì 11 Aprile 2018 l’ONU ha dichiarato: “La Libia è un Paese senza diritti anche per i libici.” L’allora Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad Al Hussein tornava a contestare la politica italiana sui migranti, dicendo: «Uomini, donne e bambini in Libia sono detenuti in modo arbitrario, privati della libertà a seconda dell’appartenenza tribale, delle relazioni familiari e delle presunte affiliazioni politiche», si legge nel Rapporto. «Le vittime non hanno nessuna possibilità di ricorrere a strumenti legali, mentre i gruppi armati godono di un’impunità totale». E lo scorso novembre aveva dichiarato in un comunicato durissimo che «la sofferenza dei migranti detenuti nel Paese è un oltraggio alla coscienza dell’umanità», commentando le politiche dell’Unione Europea e dell’Italia a sostegno dei Centri di detenzione in Libia e della Guardia Costiera libica nell’intercettazione e nel respingimento dei migranti nel Mediterraneo. Perfettamente in sintonia con il suo successore Michelle Bachelet. Mi viene da chiedere: Alto Commissario di che? delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, e di chi? I migranti sono un prodotto e uno strumento del neocolonialismo dell’Occidente.

Veniamo al blocco navale. Ho partecipato alle missioni ONU e alle spalle c’è necessariamente una trattativa e un accordo diplomatico con ogni soggetto interessato. La capitolazione del governo serbo sotto la pressione dei bombardamenti NATO, nel 1998, portò al dispiegamento della missione ONU KFOR, disposta dal Consiglio di sicurezza a seguito di un accordo “a posteriori” includente Russia e Cina, a guida NATO e con una significativa presenza di truppe russe, a garanzia della Serbia. Sarebbe possibile oggi una missione ONU per garantire la pace e l’avvio verso libere elezioni in Libia? In Libia si sommano rifugiati e migranti, che si trovano nel mezzo di un conflitto fra i gruppi armati nel Paese e che ha costretto centinaia di migliaia di cittadini libici ad abbandonare le proprie case. Per incidens, a questi gruppi armati, le autorità libiche hanno delegato compiti di polizia e di giustizia. L’ultimo “Rapporto” dell’Alto Commissariato Zeid Ra’ad Al Hussein, parlava di migliaia di persone detenute nelle carceri del Paese in modo arbitrario e in condizioni disumane, senza accesso all’assistenza legale. Vi si confermava, con forte preoccupazione il ruolo chiave attribuito dal governo ai gruppi armati nel Paese.
Impossibile non chiedersi dove era l’Alto Commissariato UNHCR, quando venerdì 17 marzo 2011, con 10 voti a favore, 5 astenuti (Russia, Cina, Brasile, India e Germania) e nessun voto contrario, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu votò sì all’uso della forza contro Gheddafi, approvando l’uso di tutti i mezzi necessari per proteggere gli insorti, sostenuti da Sarkozy e praticamente, già sconfitti? L’unico limite imposto fu «nessuna forza occupante» in Libia. Piace ricordare che il viceministro degli Esteri libico Khalid Kaim, dopo il voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, si augurò che l’Italia restasse fuori dall’azione. Così non fu.

”Pace all’anima di Muhammad Gheddafi. Il 28 aprile, vi fu la prima missione di una coppia di Tornado contro obbiettivi militari libici, nella zona della città di Misurata. I decolli avvenivano dalla base aerea di Trapani-Birgi. Altre missioni furono effettuate il 29 aprile, e per tutta la durata dell’operazione militare. Vi presero parte anche gli AV8 Harrier II Plus della portaerei Giuseppe Garibaldi, e i cacciabombardieri AMX Ghibli. Ieri come oggi, l’Italia non poteva essere estromessa dal futuro della Libia.”

14310311_1104113909670914_6170158732697287270_o

La risoluzione ONU 1973 fu resa possibile perché venne meno il «no» di Russia e Cina. Gli USA, fino a pochi giorni prima titubanti, con diplomatica ipocrisia, mutarono posizione, temendo – dissero – il terrorismo e l’estremismo violento.

Da questa breve ricostruzione di quegli eventi, appare chiaro che gli interessi configgenti delle potenze in gioco e la frammentarietà della situazione politica in Libia, non consentono di ipotizzare né una invasione né il blocco navale della Libia. Appare altrettanto chiaro l’interesse della Francia, di Macron e di quelli cui fa capo, a ché, al più presto, si tengano elezioni in Libia, dalle quali si generi un governo con autorità su tutto il paese e da cui poter ottenere la stipula dei trattati necessari per la spartizione delle risorse energetiche della Libia, beffando l’ENI, l’Italia e il popolo libico.
Il governo fantoccio di Fayez Al-Sarraj voluto dall’ONU e appoggiato dall’Italia, non ha il controllo della Libia e, a malapena, per interposta persona, con patti e accordi di vario genere, controlla Tripoli, come abbiamo potuto vedere, appena nei giorni scorsi, con l’attacco della 7/a brigata di Al Kali. Ma è da Tripoli che transitano i nostri rifornimenti.
È di due ore fa la notizia, dataci dal Giornale.it che il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione del Regno Unito che estende di un anno la missione militare, ma non ha approvato la data del 10 dicembre per le elezioni, evitando, opportunamente, di fissare una data. Di più non si poteva chiedere, dopo la battaglia di Tripoli, scaturita dalle attività sobillatrici del governo Macron. Un Macron che si danneggia da solo, per nostra fortuna. Se, da un lato, la Francia fomenta i disordini, tenta di rovesciare Al-Sarraj e, dall’altra, preme perché si tengano elezioni libera fra le cannonate..Bene. Con questi “se” abbiamo la certezza che Macron non è affatto sicuro della sua politica e di sé.

LAPRESSE_20180830175201_27165733

La risoluzione, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, è stata redatta dal Regno Unito e chiede elezioni presidenziali e legislative da tenere La Francia aveva insistito per “il prima possibile, a condizione che siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche”. Per l’ambasciatore francese all’Onu, François Delattre, era “più che mai essenziale avanzare nella transizione democratica in Libia”. Delattre aveva denunciato coloro che “ritarderebbero le scadenze con il pretesto che la situazione non lo permetterebbe”. “Una frase che, di fatto, era un j’accuse nei confronti dell’Italia che invece ha da sempre ritenuto fondamentale evitare elezioni prima della pacificazione reale del Paese.
La risoluzione, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, è stata redatta dal Regno Unito e chiede elezioni presidenziali e legislative da tenere “il prima possibile, a condizione che siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche”. La strategia degli Stati Uniti, molto simile a quella espressa dal governo Conte, è stata definita dal vice ambasciatore Jonathan Cohen. Il funzionario Usa aveva avvertito che “l’imposizione di scadenze false si ritorcerà” contro gli stessi ideatori e che porterebbe soltanto a nuove divisioni all’interno di un Paese già profondamente spaccato non solo sul presente ma anche sul futuro. Un segnale importante dell’asse fra Roma e Washington sul fronte libico.” Diciamo che, considerate anche le divisioni esistenti fra i partiti del Governo e malgrado i troppi attori sul palcoscenico, Giuseppe Conte sta portandoci dei risultati che non si vedevano da diversi anni.

Vladimir-Putin-009-1024x614

L’alternativa per l’Italia, per non essere esclusa dalla partita in Libia e per governare il problema dei migranti, sarebbe stata di venire a patti con Vladimir Putin che, dopo Tartus, mira ad avere un’altra base in Mediterraneo, che lo avvicini a Gibilterra. È soprattutto per questo che Putin ha sostenuto, dopo una fase di prudenza, il generale Khalifa Haftar. Haftar non è mai stato del tutto un uomo di Mosca; per 20 anni, al tempo dell’esilio impostogli da Muhammar Gheddafi, ha risieduto negli Stati Uniti. Questo lo escluderebbe dal potersi candidare alla presidenza, qualora le elezioni si tenessero dopo il referendum approvativo della costituzione libica, che lo vieta per chi è stato lontano dal paese per 20 anni. Sono noti anche i rapporti che il generale ha con i francesi.

Moavero vola da Haftar a Bengasi, 'ampia convergenza'

Finalmente, abbiamo assistito al disgelo nei rapporti fra l’Italia e il generale Haftar.
Nel recente incontro di Bengasi, con il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, abbiamo visto aprirsi una pagina nuova, di speranza per la Libia e per l’Italia. Il maresciallo Khalifa Haftar, l’uomo di Tobruk, l’alleato di Macron si dimostra un’alternativa capace di dare un futuro a tutti i libici. Le urne lo diranno, ma quando saranno cessate le ingerenze di quanti hanno di mira soltanto i loro interessi. Con gli incontri di Washington, del Cairo e di Bengasi, abbiamo aperto a un orizzonte di speranze.
Haftar, voltando pagina, ha offerto all’Italia di cooperare alla realizzazione di “un suo piano per la gestione dei flussi migratori, “che prevede un meccanismo di controllo della frontiera, in particolare del fianco sud, del deserto”. Diamo atto anche al ministro Moavero e alla Farnesina di questo risultato. Moavero ha illustrato, a sua volta, il piano davanti alle commissioni Esteri di Camera e Senato. Vi si prevedono:”posti di frontiera, pattugliamenti, collegamenti, naturalmente per via aerea, data l’ampiezza della zona e la carenza di infrastrutture”, con i relativi costi”. Una riflessione sui costi direbbe che i milioni necessari alla realizzazione del piano sarebbero meglio spesi di quelli per la finta accoglienza. Sottrarre allo sfruttamento dei trafficanti la gioventù africana che attraversa la Libia è un dovere e significa anche tutelare le frontiere esterne, italiane e dell’Unione europea.

haftar-vivo-670x274

Il ministro si è riservato di sottoporre il piano alla competenza del Parlamento, anche “perché riteniamo che su questo genere di questione occorra una presa di responsabilità da parte dell’Europa”. È giunta l’ora che l’Unione europea faccia chiarezza anche nella politica estera dei suoi membri. Strasburgo dica se la Francia può essere una grande potenza, ostile ai nostri interessi; se il suo franco africano può continuare a essere fra le cause della migrazione; se Italia e Francia sono alleati o rivali. Da parte italiana, sicuramente, la Farnesina sta tessendo la sua azione nell’interesse degli italiani e dei libici e, se l’Unione europea non soddisfa le nostre aspettative, c’è Donald Trump che non dimentica il nostro peso strategico e la nostra fedeltà all’Alleanza Atlantica.
Da tutto quanto si è detto finora, si dimostra l’insuccesso e l’inutilità di continuare nell’operazione Sophia, ufficialmente denominata EunavForMed (European Union Naval Force Mediterranean) Sophia. Il ministro della Difesa Trenta ha dichiarato: «Chi ci ha preceduto aveva fatto in modo che tutti i migranti soccorsi dalle navi europee nel Mediterraneo venissero portati in Italia. Un principio inaccettabile che vogliamo rivedere» Ecco, ancora una volta, che si aggirano le cause del problema migrazione e non si va in Africa, alla sua radice. Ma di questo abbiamo parlato ampiamente. La debolezza di ogni accordo trae origine dalla situazione dei paesi africani, dalla nostra debolezza e dalla alterna utilità dell’ONU. Non possiamo sbarcare in Libia senza un mandato condiviso da un governo libico e, senza una risoluzione dell’ONU, nemmeno possiamo percorrere l’opzione del blocco navale. Per la Libia, la Farnesina sta lavorando a una soluzione politica. La nostra migliore possibilità, in linea con ciò che i libici rappresentano per noi, sta nell’offrirci al loro fianco, per tentare di ricostruire quanto è stato distrutto. È anche quanto scaturisce dalla offerta di Khalifa Haftar al ministro Moavero. Finalmente!

LP_6147401-1620x1080

Fin qui, il nostro punto di vista e i nostri commenti. Come d’uso, propongo il punta di vista di un’altra fonte. Lorenzo Vita, dagli Occhi della Guerra, titola:

UN BLOCCO NAVALE PER LA LIBIA?

Nonostante l’attenzione del mondo sulle operazioni russe sia naturalmente concentrato sulla Siria, la Libia rappresenta un punto fondamentale nell’agenda mediterranea del Cremlino. Per Mosca, il Mediterraneo rappresenta il naturale sbocco verso l’Atlantico. Controllare o comunque garantire la presenza nel Mediterraneo si traduce quindi nella capacità di uscire dal guscio del Mar Nero e ottenere posizioni nel mare intermedio fra i porti russi e l’oceano.

Il Mediterraneo serve. E dunque serve la Libia, visto che il conflitto che sta sconvolgendo da anni il Paese nordafricano riguarda principalmente le coste, dove sono presenti porti, arsenali, possibili basi militari e, inevitabilmente, i terminali dei giacimenti di gas e petrolio.
A tre anni dall’inizio dell’ operazione Sophia, ufficialmente European Union Naval Force Mediterranean, il tema migranti continua a essere centrale nel dibattito politico italiano ed europeo. Il caso della nave Diciotti della Guardia Costiera e l’incapacità dell’Unione europea di rispondere alle richieste di aiuto del governo italiano, continuano a provocare frizioni in Italia ne in Europa. E si torna a parlare con insistenza di un blocco navale davanti alle coste della Libia.

L’idea del blocco navale circola ormai con insistenza in larga parte della politica e dell’elettorato italiano. Molti esponenti politici chiedono che esso venga effettuato il prima possibile. Per molti, è l’unica soluzione per risolvere definitivamente il problema dell’arrivo dei barconi che partono dalla Libia e che si dirigono verso l’Italia.

Ma è davvero possibile effettuare un blocco navale di fronte alla Libia? Innanzitutto bisogna capire cosa sia effettivamente un “blocco navale”. Come spiegato dall’ammiraglio Fabio Caffio nel suo Glossario di Diritto del mare, “Il blocco navale (naval blockade) è una classica misura di guerra volta a impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di un belligerante”. E già da questa definizione è facile capire che il blocco navale sia un concetto quantomeno rischioso nel caso di Italia e Libia.

Tripoli è un nostro partner, non un Paese belligerante. E questo incide profondamente sulle capacità di manovra del nostro governo, che rischia di mettere in atto un vero e proprio atto di guerra nei confronti di uno Stato con cui sta dialogando da anni.Senza l’assenso di Tripoli, quindi di Fayez al Sarraj, e delle Nazioni Unite, il blocco navale non potrebbe più essere considerato un’operazione di tutela dei propri confini, ma una sorta di dichiarazione di guerra.

E veniamo quindi al secondo punto: Sarraj può realmente accettare un accordo con l’Italia su un blocco navale? È evidente che un gesto simile sarebbe controproducente per un governo che è costantemente sotto pressioni interne e e che rischia di cadere da un momento all’altro. Possiamo credere che un governo che controlla a malapena Tripoli e che sta faticosamente mettendo in atto una politica di pacificazione interna, possa accettare che l’Italia (l’ex potenza coloniale) si imponga con le sue navi di fronte alle coste libiche?

Difficile. Si può provare a chiedere un accordo, ma il rischio di rompere i fragili equilibri dei rapporti fra Roma e Tripoli è molto alto. Ed è rischioso, soprattutto se vogliamo strappare definitivamente la Libia alle mani della Francia.

In questo delicato gioco di leadership sulla Libia, imporre adesso un blocco navale rischia di interrompere la strategia del governo di Giuseppe Conte, che sta rosicchiando terreno a Emmanuel Macron proprio sfruttando l’erosione del consenso libico verso i francesi. E lo sta facendo anche grazie ai rapporti che si stanno instaurando (faticosamente) non solo con Sarraj ma anche con Khalifa Haftar.

L’alternativa al blocco navale, che sembra invocato molto spesso senza avere ben chiaro cosa possa comportare, sarebbe passare alla fase Tre dell’operazione Sophia. La campagna navale promossa dall’Unione europea è infatti definita su quattro fasi ben distinti. E il passaggio dall’una all’altra deve essere definita da una risoluzione delle Nazioni unite e dal consenso dello Stato costiero interessato.

Come spiega il sito del ministero della Difesa, la fase Tre dell’operazione è quella “volta a neutralizzare le imbarcazioni e le strutture logistiche usate dai contrabbandieri e trafficanti sia in mare che a terra e quindi contribuire agli sforzi internazionali per scoraggiare gli stessi contrabbandieri nell’impegnarsi in ulteriori attività criminali”.

BDSL-474.png

Questa terza fase sarebbe effettivamente l’unica in grado di cambiare radicalmente il quadro operativo della missione, perché consentirebbe ai Paesi coinvolti, e in particolare all’Italia – che detiene il Comando in mare della Task Force con la Nave San Marco, quale flagship dell’operazione – di entrare direttamente in acque territoriali libiche e a terra per colpire il traffico di migranti irregolari.

Ma è possibile credere che l’Onu e la Libia concordino con il passaggio a questa terza fase dell’operazione Eunavfor Med? Come visto sopra, è complicato. Soprattutto perché gli ultimi blocchi navali noti nell’area del Mediterraneo allargato sono quello di Israele su Gaza e quello della coalizione a guida saudita in Yemen. Non certo esempi utili per farlo accettare alle milizie libiche legate o alla Francia o al terrorismo islamico. Ma non è impossibile.

L’Italia dovrà puntare assolutamente su questo. Non parlare di blocco navale, ma di fase tre dell’operazione Sophia. In questo modo non solo non saremmo percepiti come potenza che interferisce nella sovranità della Libia, ma daremmo un quadro di legittimità giuridica e politica a un’operazione molto incisiva senza poterla tacciare di atto di guerra. Bisogna andare in punta di fioretto: solo così fermeremo il traffico di irregolari trattenendo comunque la Libia sotto la nostra leadership.

1971.- “Viaggi disperati” – Nuovo rapporto di UNHCR su rifugiati emigranti in Europa. Memorie italiane.

DmvjeYwWsAEs2U2

Il neo Alto commissario per i Diritti Umani dell’ONU, Veronica Michelle Bachelet, cilena con una storia alle spalle finita non proprio bene, aprendo ieri la 39° sessione del Consiglio per i Diritti Umani, a Ginevra, ha annunciato: “Abbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom”. Torneremo su questa Bachelet e su quel “riferito”, tuttavia merita leggere cosa scrivono dall’UNHCR perché è evidente il tentativo d’intromissione suo e dell’ONU nella politica interna dell’Italia, che ha raggiunto il limite della possibile e dignitosa accoglienza, dando lezioni di civiltà sia oggi sia ieri, quando creammo le condizioni per lo sviluppo economico e sociale delle nostre colonie. Gli italiani mantennero la loro identità, senza privare della loro i somali, gli eritrei, i libici e gli etiopi. Erano in massima parte eritrei gli ultimi migranti della nave Diciotti. Facciamo un salto indietro nel tempo a caccia di razzisti:

Ricordo, prima di tutto, due Medaglie d’ oro al valor militare: Il Muntaz Unatù Endisciau (Etiopia, 1941) e il Buluc-basci di coperta Mohammed Ibrahim Farag (Eritrea, 1941). La migliore testimonianza della gratitudine africana fu per gli italiani di quell’impero effimero, la carica pazzesca del Reggimento di cavalleria eritrea “Penne di Falco” contro i cannoni ad alzo zero e contro una brigata corazzata inglese alla battaglia di Cheren, 31 gennaio – 27 marzo 1941. Gli inglesi la ricordano come la battaglia più sanguinosa e violenta della storia. Nella carica, caddero 448 cavalieri eritrei e gli inglesi furono fermati. Ventotto di quegli eroi e il loro vicecomandante Renato Togni si schiantarono, cavallo e cavaliere sui carri inglesi.
Non mancano i ricordi di famiglia.
Un mio zio, Eugenio, partecipò alla parata per la proclamazione dell’Impero (9 Maggio 1936) con una compagnia di ascari del VI° Arabo Somali. Piccoli ricordi: a pranzo, furono tutti ospiti di nonna Matilde nel giardino di via San Quintino, inscenando, poi, una loro fantasia. L’anno dopo, nel Goggiam (Alta Etiopia) lasciato di retroguardia con il suo VI° Arabo Somali, distrutto, sopravvisse ferito gravemente. La mia famiglia ricorda Mariem, una piccola donna etiope, che aveva assistito zio, prigioniero in catene, per quattro anni, del Ras Mangascià e che, a piedi per un anno, lo raggiunse nel campo di prigionia in Kenia, dove l’avevano condotto i “liberatori” inglesi, apparendogli un giorno abbracciata al reticolato. Sembrano tutte favole. Chi dà dei razzisti agli italiani è in mala fede.

trombettiere_penne_di_falco
Tromba del Reggimento Penne di Falco. Gli italiani amavano l’Africa. La sconfitta ci ha allontanato, lasciandovi sudore, speranze e tanti nati italiani, per amore o per incidente: due generazioni che hanno vissuto senza essere né carne né pesce. La ruota gira.

La preoccupazione principale dell’UNHCR nel problema migranti è esortare le autorità europee a privilegiare un approccio basato sui diritti umani nel trattamento dei migranti irregolari e a garantire che le esigenze in materia di sicurezza non mettano in secondo piano il rispetto dei diritti. Secondo Pascale Moreau, capo di UNHCR Europa, “A fronte di una diminuzione degli arrivi sulle coste europee, non si tratta più di verificare se l’Europa è in grado di reggere il numero di migranti e rifugiati, quanto piuttosto di accertare se i Paesi europei siano in grado di dimostrare quell’umanità che occorre per salvare vite umane.”
Già qui, in queste raccomandazioni, si nota l’ipocrisia con cui, da parte dell’ONU, si vorrebbe inquadrare il problema dei migranti economici, sia per quanto riguarda loro: i migranti ingannati su un futuro radioso sia per quanto riguarda l’identità dei Paesi europei, invasi compromettendo il loro futuro.
La prima nota che corre l’obbligo di fare è che stiamo ricevendo la parte più abbiente di questi popoli, che, proprio in quanto tale, può permettersi di fuggire e fugge dalla mancanza di prospettive delle proprie società che l’Occidente – e non noi cittadini occidentali – ha creato con l’asservimento delle loro economie e delle loro risorse a quello che viene concordemente etichettato come neocolonialismo e che viene attuato attraverso le politiche di sviluppo, cioè, di indebitamento perenne del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale e attraverso la corruzione sistematica, a pena di colpo di Stato e di morte, di quei governi da parte delle multinazionali. L’ONU è tutt’altro che estraneo a questi soggetti e non meravigliano le sue posizioni espresse attraverso il Consiglio per i Diritti Umani e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (in inglese United Nations High Commissioner for Human Rights, UNHCHR o OHCHR in francese).
Una seconda nota riguarda Pascale Moreau, cittadino francese, capo di UNHCR Europa, perché proprio la Francia, attraverso la zona del CAF o franco africano, (CAF significava all’origine, nel 1945, Franco delle Colonie Francesi d’Africa, poi, si è sostituita la parola Colonie con Comunità. Parigi fa parte di due zone monetarie) drena il 65% e oltre delle posizioni finanziarie in riserva depositate da quegli stati presso il Tesoro francese, assicurando la piena convertibilità della loro moneta CFA (ieri al franco, oggi) all’euro, attraverso la Banca di Francia e non la Banca Centrale Europea. In sostanza, come per l’euro, a Parigi si è creato un rapporto di cambio, normalmente sfavorevole per gli africani, garantito dalla Francia, spremendo il sangue dell’Africa. E questo signor Moreau ha la faccia tosta di scrivere ciò che ora leggeremo.

Migrants-1

IL RAPPORTO MOREAU

Mentre diminuisce il numero di rifugiati e migranti che raggiungono l’Europa, cresce in modo drammatico il numero di vittime, secondo il nuovo rapporto di UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati.

Secondo “Viaggi disperati” è diminuito del 40 per cento il flusso di quanti sono arrivati in Europa quest’anno rispetto al 2017: l’aumento complessivo di ingressi in Grecia e Spagna non ha infatti compensato la drastica riduzione degli ingressi in Italia.

Questo calo è imputabile all’accresciuto supporto fornito all’azione preventiva della Guardia costiera libica e alle ulteriori restrizioni sulle ONG coinvolte nelle operazioni di ricerca e soccorso.

Dei tre Paesi di accesso nel Mediterraneo citati, la Spagna è diventata dalla fine di luglio il principale, con rifugiati da Guinea, Tunisia e Siria in testa agli ingressi rispettivamente in Spagna, Italia e Grecia (nello stesso periodo del 2017, i Paesi che avevano espresso il più alto numero di rifugiati nei tre Paesi mediterranei erano stati Nigeria, Guinea e Cote d’Ivoire.)

Ormai non è più questione di numeri: per l’Europa si tratta piuttosto di testare se il continente può esprimere l’umanità necessaria per salvare vite, secondo Pascale Moreau, capo di UNHCR Europa.

La Libia, principale Paese di partenza, ha ricevuto supporto per costituire il proprio apparato di ricerca e soccorso, causando così un aumento di persone intercettate o salvate in mare dalla Guardia costiera libica.

Dg3Xo23VQAAtI0x

Le ONG e altre organizzazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale fronteggiano crescenti difficoltà nel trovare porti Europei di sbarco: dall’inizio di giugno l’Italia ha respinto lo sbarco di diverse imbarcazioni di ONG che trasportavano migranti e rifugiati.

A tali misure si è accompagnato un brusco aumento del tasso di mortalità. Nel Mediterraneo centrale, tra gennaio e giugno 2018 un migrante su diciotto è morto nel tentativo di raggiungere l’Europa, a fronte di un tasso di uno su 42 lo scorso anno.

Quest’anno si sono finora avuti dieci incidenti che hanno causato un numero non inferiore a cinquanta vittime ogni volta. 300 persone sono morte tentando di raggiungere la Spagna dal Nord Africa, un terzo più che nel 2017.

Su terra, si sono registrati 78 decessi di rifugiati e migranti in Europa o comunque in prossimità delle frontiere continentali rispetto ai 45 nello stesso periodo dello stesso anno. Presunti respingimenti verso territori vicini, talvolta con uso di violenza, spesso negando l’accesso alle procedure di asilo, sono stati imputati a forze di polizia e autorità di frontiera.

“Il rapporto conferma ancora una volta che il Mediterraneo è uno dei luoghi più pericolosi da attraversare,” ha affermato Moreau, che ha aggiunto: “A fronte di una diminuzione degli arrivi sulle coste europee, non si tratta più di verificare se l’Europa è in grado di reggere il numero di migranti e rifugiati, quanto piuttosto di accertare se i Paesi europei siano in grado di dimostrare quell’umanità che occorre per salvare vite umane.”

UNHCR e IOM (l’agenzia ONU sulle migrazioni) chiedono un approccio regionale su soccorso e sbarco di persone in difficoltà nel Mediterraneo. UNHCR sollecita gli Stati europei a concedere a quanti cerchino tutela internazionale un agevole accesso alle procedure di richiesta di asilo oltre ad accrescere il ricorso a vie sicure e legali per l’ingresso dei rifugiati nel continente. Agli Stati europei viene anche chiesto di fare di più per proteggere persone con necessità specifiche, in particolare i bambini che viaggiano da soli.



1961.- Guerra e verità. 14 paesi africani costretti a pagare tassa coloniale francese

Gli europei sono masochisti? sono loro che alimentano la diaspora africana o si sono fatti mettere il cappuccio sugli occhi, come i falchi, da qualcun altro? Sapevate che molti paesi africani continuano a pagare una tassa coloniale alla Francia dalla loro indipendenza fino ad oggi?
di Mawuna Remarque Koutonin.

0004A573-africa

Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le elite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese. Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare.Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese. Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto della neo indipendente Africa. Olympio fu ucciso da un ex sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbeche si suppone ricevette un compenso di $612 dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino. Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea. Il 30 giugno 1962, Modiba Keita , il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta a 12 neo indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese. Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa Traoré. Infatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:

– Il 1 gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.

– Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.

– il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.

Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona.

Coups d’Etat en Afrique : Le rôle toxique de la France

JUIN 10, 2010 UN COMMENTAIRE
On voudrait montrer ici, à travers une rapide analyse quantitative, que le coup d’Etat constitue un mode de régulation politique en Afrique, dont les véritables instigateurs sont les Etats impérialistes occidentaux. En tête de liste de ces parrains étrangers des coups d’Etat africains, il y a indéniablement la France qui a abusé de ce moyen criminogène dans son « Pré Carré », en vue de maintenir sous son « influence » de fait des pays prétendument indépendants de droit.
Deux décennies de grands tumultes
Dans le document joint en annexe, on a répertorié les coups d’Etat survenus en Afrique depuis 1952 jusqu’à mars 2010. Sur les 67 que nous avons dénombrés, 18 sont intervenus dans la décennie 1970, qui en a connu le plus ; tandis qu’il y en a eu 17 dans la décennie 1980. Ainsi, de 1970 à 1989, ce sont au moins 35 coups d’Etat qui ont meurtri l’Afrique ; soit plus de la moitié (52.2%) de ceux qu’elle a soufferts en soixante ans (1950-2010).

Décennie Coup d’Etat Pourcentage
Nbre Cumul Val Cumul
1950 2 2 3 % 3
1960 12 14 17.9 % 20.9
1970 18 32 26.9 % 47.8
1980 17 49 25.4 % 73.2
1990 12 61 17.9 % 91.1
2000 06 67 08.9 % 100

Une Spécialité françafricaine
Sur les 26 pays africains concernés par les 67 coups d’Etat, il y a en 16 qui ont été des colonies françaises ; soit 61.5% du total. Dans ces ex-colonies françaises sont survenus 45 coups d’Etat ; ce qui représente 67.2% de l’ensemble. Ainsi, plus de 6 coups d’Etat sur 10 survenus en Afrique depuis soixante ans impliquent des pays sous obédience française, particulièrement les pays subsahariens du « Pré Carré », de la « Françafrique ». Or, presque tous ces pays ont signé des accords militaires avec la France ; plusieurs parmi eux accueillant des bases militaires françaises sensées les protéger des agressions armées : ce dispositif révèle ainsi sa fonction véritable de fauteur de violences politiques en Afrique, sous couvert d’« accords secrets de défense » des usurpateurs locaux que la France coopte et protège au pouvoir.

Ex colonies françaises Autres
Pays Score Pays Score
Togo 1 Egypte 1
Tunisie 1 Libye 1
Côte d’Ivoire 1 Guinée Equatoriale 1
Madagascar 1 Guinée Bissau 2
Rwanda 1 Libéria 2
Algérie 2 Nigéria 3
Zaïre (1) 2 Ethiopie 3
Mali 2 Ouganda 4
Guinée Conakry 2 Soudan 5
SOUS-TOTAL 1 13
Congo 3
Tchad 3
Burundi 4
Centrafrique 4
Niger 4
Mauritanie 4
Burkina Faso 5
RFI Comores 5
SOUS-TOTAL 2 32
TOTAL (1 + 2) 45 TOTAL 22

Des Etats fidèles protagonistes
Dès les premiers coups d’Etat de la décennie 1960, on voit se former un groupe de sept (7) pays qui se signalera au fil des décennies comme un foyer prépondérant de la prise de pouvoir par les armes en Afrique. Ce sont : Soudan, Congo Brazzaville, Burkina Faso, Burundi, Centrafrique, Nigéria, Ouganda. Les cinq derniers cités ont la particularité d’avoir connu un coup d’Etat au cours de la même année 1966, qui est la plus prolifique de toutes. Ensemble, ces sept pays totalisent 28 coups d’Etat, soit 41.8%, alors qu’ils ne représentent que 26.9% (7/26) des pays considérés. Quatre (4) de ces pays relèvent du « Pré Carré » français (2), soit 57.2% du groupe que nous avons baptisé « fidèles protagonistes » des coups d’Etat en Afrique.
Par ailleurs, ce groupe représente 58.33% des douze (12) pays africains où sont intervenus au moins trois coups d’Etat. Parmi ceux-ci, le Soudan, le Burkina Faso et les Comores culminent à cinq (5) unités chacun. Ces douze pays totalisent 47 coups d’Etat, soit 70.2% de l’ensemble, et compte huit (8) ex-colonies françaises, c’est-à-dire 66.7%. Ces huit « fidèles protagonistes » françafricains ont été le théâtre de 32 coups d’Etat sur les 45 survenus dans les ex-colonies françaises ; soit 71.1%.
Ainsi, parmi les pays les plus précoces ou les plus prolifiques en matière de coups d’Etat, plus de 6 sur 10 sont dans le « Pré Carré » de la France ; un pays qui clame pourtant dans le monde entier son engagement philanthropique en Afrique. En réalité l’implication géostratégique de la France en Afrique est étroitement corrélée avec l’évolution des violences politiques sur le continent, dont par conséquent la présence (hégémonique) française est l’un des plus prépondérants facteurs explicatifs. Tant que ce facteur n’aura pas été fermement stigmatisé pour sa nocivité, le risque de coup d’Etat en Afrique dite francophone restera le plus élevé du Continent-Mère.
***
A la faveur de l’effondrement du Mur de Berlin, le coup d’Etat, comme outil prépondérant de mise au pas des pays africains, a laissé place aux mécanismes d’asservissement économique, notamment de « l’aide » et surtout de « l’ajustement structurel », à partir de la décennie 1990. On peut craindre qu’avec, d’une part l’entrée en force de la Chine (mais aussi de l’Inde, l’Iran, etc.) dans l’arène économique du « Pré Carré » de la France, d’autre part la mort de tous ses vieux affidés locaux (Senghor, Houphouët, Mobutu, Eyadéma, Bongo) ; la décennie 2010 ouvre en Afrique françafricaine une nouvelle ère de régulation politique par la violence.
Les signes avant-coureurs de cette recrudescence des coups d’Etat peuvent se lire dans le putsch manqué en Côte d’Ivoire de septembre 2002, les putschs réussis en Mauritanie en 2008 et à Madagascar en mars 2009 ; de même que la tentative d’assassinat – en Guinée Conakry – de Moussa Dadis Camara en décembre 2009.
Il n’en reste pas moins une différence considérable dans le contexte politique international, où les cartes géostratégiques se redistribuent au détriment de l’Europe, a fortiori de la France ; cette dernière ayant de moins en moins les coudées franches pour instrumentaliser la « communauté internationale » à des fins de délinquance politique en Afrique. A cet égard, le camouflet que lui a infligé la diplomatie ivoirienne à l’ONU, ainsi que celui infligé dans la même enceinte onusienne à son poulain malgache Andy TGV par la SADC, semblent signifier la fin prochaine de la main mise de la France sur l’Afrique fallacieusement dite « francophone ».
Une dénonciation franche et massive du rôle toxique de la France, par de nouveaux leaders politiques africains, précipiterait cette fin, dont on veut croire qu’elle est désormais inéluctable.
(1) Certes, le Zaïre n’a pas été une colonie française, mais il n’en demeure pas moins un pays francophone au destin très étroitement lié à celui des autres ; Mobutu Sese Seko ayant été protégé par la France jusqu’à sa mort.
(2)Congo, Burkina Faso (ex Haute Volta), Burundi, Centrafrique.
KLAH Popo

1959.- Il bilancio delle vittime in Tripoli in Libia sale mentre infuria il combattimento

merlin_138810660_c762ce88-bda0-42f0-ae1e-f72337fce622-jumbo
E’ lui!

Restiamo a Tripoli, anche perché ci è cara e seguiamo i comunicati Al Jazeera. Lo scontro in atto è stato definito così: “Tutti in corsa per un pezzo di torta”. Quello che è certo è che parlare di elezioni a dicembre o, comunque,breve termine, come insiste Macron e con le rivalità fra i vari gruppi al calore bianco, non è soltanto incauto: è impossibile. A meno che non si voglia il fallimento del processo di pacificazione e riunificazione per cui l’Italia si adopera e la Francia no. Meglio sarà rimandare queste elezioni alla primavera, magari dopo il referendum approvativo della Costituzione. So bene che la Costituzione vieta di candidarsi a chi sia risieduto venti anni all’estero e che il generale Khalifa Belqasim Haftar ha vissuto, appunto, venti anni negli Stati Uniti, ma non per questo dovrà venir meno la sua partecipazione al governo del Paese. Sembra che i combattimenti si stiano esaurendo e i drone USA sorvolano il cielo di Tripoli. La settima brigata di Al Kali è contrastata da un’altra milizia: La “Forza Anti Terrorismo di Misurata”, guidata dal generale Mohammed Al Zain, chiamata a Tripoli da Sarraj. Misurata” era dichiaratamente una città fortemente anti-Gheddafi. Forse questo non è estraneo alla fuga dal carcere di Tripoli di 400 detenuti, in gran parte fedeli del compianto Muhammar. Per il nostro Governo è un altro problema, perché già ci sono 8.000 migranti bloccati intorno a Tripoli.

a23f1df62bf443feaf53a3a425a6b5b2_18

Gruppi armati rivali si sono scontrati per più di una settimana sul controllo della capitale. Il bilancio delle vittime dei combattimenti in corso nella capitale della Libia, Tripoli, è salito ad almeno 50, hanno detto funzionari della sanità, mentre infuria la violenza tra le milizie rivali.

Il ministero della salute ha detto che gli scontri tra gruppi armati hanno causato anche oltre 138 feriti.

Il precedente bilancio delle vittime era di 39 persone, di cui 18 civili.

Il 27 agosto, feroci battaglie scoppiarono nei distretti di Tripoli dopo che la settima brigata, un gruppo armato con sede a Tarhouna, 65 km a sud-est della capitale, lanciò un’offensiva a sorpresa contro le milizie rivali.

LEGGI DI PIÙ
Il caos della Libia è stato definito così: “Tutti in corsa per un pezzo di torta”
Una tregua è stata raggiunta il giorno successivo, ma gli scontri sono ripresi poco dopo, costringendo le autorità a chiudere l’unico aeroporto funzionante di Tripoli.

Domenica il governo di Accordo Nazionale (GNA) appoggiato dall’ONU a Tripoli, ha dichiarato lo stato di emergenza.

Mahmoud Abdelwahed di Al Jazeera, riferendosi a Tripoli, ha detto che la situazione è rimasta tesa con sporadici combattimenti e con il lancio indiscriminato di razzi che continuano a cadere in aree residenziali.

“Diversi tentativi non sono riusciti a mettere in atto un cessate il fuoco in vigore da quando gli scontri sono iniziati il ​​26 agosto”, ha detto Abdelwahed.

“La settima brigata, i cui comandanti dicono che opera sotto la Guardia presidenziale della GNA era già stata sconfessata dal governo in aprile”.

Blackout di Facebook
Lunedì, il sito di social media Facebook è stato bloccato a Tripoli e nelle città circostanti.

OPINIONE
Come può la Libia essere stabilizzata?
di Guma El-Gamaty
L’utility libica LPTIC, proprietaria delle due aziende di telecomunicazioni statali, ha dichiarato in una nota che la mancanza di sicurezza ha portato a interruzioni dei servizi. I tecnici della manutenzione non sono stati in grado di raggiungere alcune stazioni che avevano smesso di funzionare a causa della mancanza di energia.
Non ha rilasciato commenti al blocco di Facebook.

L’accesso al web è controllato da aziende statali e monitorato da organismi di sicurezza che sono controllati efficacemente da gruppi armati che lavorano con il debole GNA di Fayez Al Sarray.
I media nazionali indipendenti con sede in Libia non esistono quasi perché i giornalisti spesso subiscono minacce da gruppi armati o da funzionari contrari a ogni forma di critica.

La Libia scivolò nel caos dopo la rivolta del 2011 che rovesciò e governò Muammar Gheddafi e portò alla sua morte.
Il paese è governato dalle autorità rivali di Tripoli e dall’est del paese, entrambi supportati da una schiera di milizie.

FONTE: AL JAZEERA E AGENZIE NEWS, 4 settembre 2018

1958 .-La Libia va verso il voto a dicembre, ma l’Eliseo può aggravare la crisi

LAPRESSE_20170721114725_23835955

Era il mese di maggio quando lessi queste note chiarissime. Bisogna rileggerle ora che la guerra scatenata dagli emissari di Macron rischia di metterci fuori dal paese africano. L’Italia sta svolgendo un’opera di pacificazione e, insieme, di difesa sia dei nostri interessi sia di quelli libici. La destabilizzazione è, invece, strumentale alla Francia e al suo piano di costruire un governo fantoccio prono ai suoi interessi neocoloniali. Un altro servo del suo franco africano e anche lo scalino da salire per sentirsi pari alla Germania nel direttorio franco-tedesco europeo. È, però, una politica destinata all’insuccesso, più che un piano ardito, perché la Libia non è matura per un passo così ambizioso, addirittura innaturale per molti libici libertari e contrario alla logica della nuova Costituzione che attende l’approvazione referendaria. Né dobbiamo dimenticare i legami intessuti dal generale Haftar con Putin. A soli tre mesi da queste note, ci troviamo a valutare le conseguenze politiche di un nostro intervento militare a sostegno di Fayez Al-Sarray e della libertà dei popoli libici. Lo si faccia o no, il risultato più sicuro di questa macronata sarà una ulteriore destabilizzazione del nostro confine meridionale. Vista da italiano e da europeista, Macron è soltanto un mascalzone; ma noi riusciamo a contenerlo? Lo vediamo il come, in calce a questo articolo di maggio, ma con gli occhi sulla guerra in corso oggi a Tripoli. Intanto che scrivo, Angelo Gambella ci fa notare che la cosiddetta milizia “Forza Anti Terrorismo di Misurata” (città fortemente anti-Gheddafi), guidata dal generale Mohammed Al Zain, chiamata a Tripoli da Sarraj, a contrastare la 7a brigata Al Kani e per organizzare un nuovo cessate il fuoco nella periferia sud, non ha ancora ricevuto il supporto aereo in grado di favorire il successo della missione. Questa è una missione per i drone di Sigonella. Chi uscirà prima dal barile? un pesce italiano, uno americano o tutti e due?

logo_occhi_della_guerra4
LAPRESSE_20180529112632_26510728

Si terranno il prossimo 10 dicembre le nuove elezioni presidenziali e legislative in Libia. Per ora si tratta solo di un accordo informale, ma il presidente francese ha già definito “un passo storico” e “una tappa chiave per la riconciliazione del Paese” l’intesa raggiunta stamattina all’Eliseo.

Non solo quella sulla data delle nuove consultazioni elettorali, ma anche quella per l’unificazione delle istituzioni libiche e il trasferimento della Camera dei Rappresentanti a Tripoli, sebbene, per ora, l’impegno delle parti resti soltanto verbale. “Abbiamo tutto l’interesse, per la nostra sicurezza, a lavorare per la stabilità della Libia”, aveva detto il presidente francese stamattina, mentre il ministro degli Esteri di Parigi, Jean-Yves le Drian apriva le porte del palazzo presidenziale alle personalità chiave del Paese: il premier del governo di unità nazionale, Fayez al-Sarraj, l’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Salah e quello del Consiglio di Stato, Khaled Mishri.“Ci impegniamo a lavorare in modo costruttivo con l’Onu per organizzare elezioni credibili e pacifiche” e a “rispettare i risultati delle elezioni”, hanno dichiarato i quattro leader riuniti all’Eliseo. La firma della dichiarazione politica davanti alle telecamere è saltata, ma restano le buone intenzioni. Quanto basta a Rue du Faubourg Saint-Honoré per brindare all’uscita “dalla paralisi”.

Approfittando dell’impasse istituzionale italiana, il presidente francese Emmanuel Macron ha preso le redini del dossier libico ed ha radunato all’Eliseo i principali attori della crisi per stabilire l’agenda politica dei prossimi mesi. Tutti, o quasi, visto che le potenti milizie della Tripolitania, tra cui quelle di Misurata, Zintan Msallata, Janzour e la brigata dei rivoluzionari di Sabrata, hanno annunciato di non sentirsi “rappresentate dall’iniziativa francese”. “Un’ingerenza straniera”, così il raggruppamento di tredici eserciti che controlla la Libia occidentale ha definito la conferenza organizzata da Macron.

Tra gli obiettivi di Parigi, oltre al voto entro fine 2018, c’è anche quello di unificare i diversi gruppi armati sotto le insegne di un nuovoesercito nazionale libico e di rafforzare le istituzioni economiche con la creazione di un’unica banca centrale. Ma secondo gli esperti, come Lorenzo Marinone, del Centro Studi Internazionali (CeSI), più che a “normalizzare” i rapporti fra le parti in campo, Macron punta a consolidare la posizione francese nel futuro assetto del Paese nordafricano. Il summit di Parigi, infatti, sembra essere stato tarato appositamente per conferire “legittimità” e “garantire un ruolo centrale” al principale referente dell’Eliseo in Libia, il generale Haftar.

In questo senso può leggersi l’insistenza francese sulla chiamata alle urne entro il 2018, o comunque prima del referendum che ratifichi la Costituzione adottata nel luglio del 2017, visto che il dettato costituzionale libico impedirebbe all’uomo forte della Cirenaica di candidarsi alla presidenza, per via del suo esilio ventennale negli Stati Uniti. Al summit, organizzato in fretta e furia dallo staff del presidente francese, ha partecipato anche l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamés e i rappresentanti di 19 Paesi, tra cui l’Italia, che – forse per inviare un segnale di scetticismo rispetto all’iniziativa transalpina – ha mandato l’ambasciatrice in Francia, Teresa Castaldo, a seguire i lavori al posto del segretario generale della Farnesina, Elisabetta Belloni.

Sulla vittoria della diplomazia francese, però, ci sono parecchie ombre. Dal boicottaggio delle potenti milizie della Tripolitania, che non ne vogliono sapere di essere messe in secondo piano da un’eventuale ascesa del generale alleato di Parigi, alle tensioni che potrebbero emergere all’interno dello stesso Esercito di liberazione nazionale di Haftar e tra leadership militare e politica della Cirenaica a fronte di una scalata dell’uomo forte di Tobruk ai vertici del Paese.

Senza contare, sottolinea la stessa analisi del CeSI a proposito del “nuovo panorama di attori legittimi di fronte alla comunità internazionale” che potrebbe scaturire dalle prossime elezioni di dicembre, che “è proprio la ricerca di una forma di legittimazione (e il tentativo di impedire che i rivali la ottengano) la causa principale di conflittualità in un Paese ancora a sovranità multipla come la Libia”.

Per questo l’accelerata di Macron rischia paradossalmente di acuire le tensioni tra i numerosi attori del mosaico libico. Il pericolo è quello di un effetto boomerang che potrebbe aprire ad una nuova fase di instabilità. E a pagarne le spese, sottolineano gli esperti, sarebbe soprattutto il nostro Paese. “La prospettiva di una divisione di fatto darebbe nuova linfa e spazi di manovra alle realtà jihadiste ancora radicate sul territorio – scrive Lorenzo Marinone – in quella terra di nessuno rappresentata dall’entroterra del Golfo di Sirte, lungo la linea di contatto tra Tripolitania e Cirenaica”.

Nuove tensioni interne alle principali fazioni, si tradurrebbero, inoltre, in un’ulteriore “frammentazione del tessuto sociale e tribale”, terreno fertile per traffici illeciti ed “economia illegale”, che, secondo gli analisti, porrebbero le condizioni per una ripresa su larga scala dei flussi migratori verso le coste italiane.

GUERRA DIPLOMATICA FRA ITALIA E FRANCIA. ECCO COME SFIDIAMO MACRON IN LIBIA

L’articolo di Lorenzo Vita è dello scorso 25 luglio. Va tutto bene; ma se Fayez Al Sarraj resterà a Tripoli.

libia-ok-1024x682
3 settembre 2018. Consiglio dei Ministri convocato alle ore 15 per l’esame di leggi regionali. Ma è chiaro che a Palazzo Chigi dovranno discutere della situazione in Libia, di primaria importanza per gli interessi nazionali italiani, per quanto non ne troveremo traccia nel verbale. Onu convoca vertice per il cessate il fuoco.

C’è una nuova guerra in Libia e a combatterla sono Italia e Francia che si sfidano senza esclusioni di colpi. Il governo di Giuseppe Conte sa che Emmanuel Macron ci sta soffiando la tradizionale influenza che Roma ha su Tripoli. Un piano iniziato dalla guerra voluta da Nicolas Sarkozy contro Muhammar Gheddafi. E che continua oggi, con la strategia di Macron di diventare il dominus incontrastato della Libia post-rivoluzione.

Le mosse italiane

L’Italia sta correndo ai ripari. La questione migranti, con i continui sbarchi che avvengono sulle coste siciliane e l’Unione europea che non sa decidersi su come contrastare la crisi, ha reso necessario un intervento deciso del governo. I tre viaggi di Matteo Salvini, Enzo Moavero Milanesi ed Elisabetta Trenta ne sono la dimostrazione. Un via vai continuo fra Roma e Tripoli che conferma i legami sempre più stretti fra i due governi. Rapporti necessari per vicinanza geografica, interessi convergenti, ma anche e soprattutto per mantenere i nostri interessi in Nordafrica, a partire dai nostri terminali Eni.

Questi viaggi hanno confermato che i nostri nemici sono più in Europa che in Africa. Inutile negarlo. E l’offensiva francese adesso è totale. Macron è l’unico leader europeo che, senza alcun problema, discute sia con Fayez Al-Sarraj sia con Khalifa Haftar. Li ha ricevuti entrambi a Parigi e vuole regolare la loro disputa sul futuro libico per ottenere la leadership della transizione. E la volontà francese di giungere il prima possibile alle elezioni in Libia – ipotesi che l’Italia ha più volte respinto senza una stabilità del Paese – conferma la volontà di Parigi di scalzare Roma dall’influenza sul territorio.

Ma a questo assedio diplomatico, se ne aggiunge anche uno militare che preoccupa, e molto, la Difesa italiana. Come riportato dall’Huffington Post, fonti informate del quotidiano hanno rivelato che la Francia è pronta a costruire una base sul suolo libico. E ci sarebbe già l’assenso di Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Questa notizia avrebbe scatenato la controffensiva del governo Conte che, in queste settimane, ha inviato a Tripoli i tre ministri che detengono il dossier libico. Il tutto con l’ausilio fondamentale di una figura come l’ambasciatore Giuseppe Perrone.

L’Italia preme su Sarraj così come la Francia. Ma Roma ha con Tripoli rapporti solidi e interessi fondamentale da difendere, a partire dal petrolio per finire alla sicurezza e al tema migranti. Il governo intende rafforzare i legami con la Guardia costiera libica e punta a dirottare sulla Libia una fetta consistente dei fondi europei per l’Africa Fund.

Lo scontro sulle elezioni

Lo scontro sulle elezioni in Libia è diventato centrale. Jean-Yves Le Drian, ministro degli Esteri francese, nel suo tour nordafricano contemporaneo a quello del ministro Trenta, ha posto come obiettivo quelle del voto a metà dicembre. Un’ipotesi che molti libici apprezzano e con cui la Francia vuole giocarsi la carta di potenza benefattrice che garantisce la struttura democratica della Libia post-Gheddafi. Ma è un’ipotesi che l’Italia non considera auspicabile.

Le rimostranze italiane al voto libico sono assolutamente comprensibili. Non si può portare un Paese al voto senza che vi siano certezze sulla stabilità della nazione. Il ministro Trenta lo ha confermato a Tripoli parlando con il presidente del governo riconosciuto. Discutendo del processo di riconciliazione fra le diverse fazioni, la titolare della Difesa ha detto che “parlare di nuove elezioni prima di aver completato questo processo sia un errore. Dopo ci ritroveremmo ad avere gli stessi problemi, noi come Italia voi come Libia”.

Parole che sono state la risposta di Roma alle dichiarazioni di Le Drian, il quale, nell’ultimo viaggio in Libia, non solo ha promesso un contributo francese di un milione di dollari per le votazioni, ma ha anche incontrato il sindaco di Misurata, Mustafa Kerouad, per fare in modo che tutte le fazioni libiche fossero sotto il controllo francese.

L’Italia fra Trump e Putin

Una scelta a cui l’Italia ha risposto in maniera del tutto differente, puntando per molto tempo esclusivamente sul governo di Tripoli. Mossa rischiosa ma che ha un senso economico e politico. I terminali Eni sono in larga parte nel territorio controllato da Sarraj, che deve pertanto essere considerato l’interlocutore privilegiato del nostro esecutivo. E da un punto di vista politico, significa in ogni caso puntare sull’unico governo riconosciuto a livello internazionale.

Tuttavia, l’Italia sa che deve discutere anche con il generale Haftar se vuole ottenere il consenso di una larga fetta della politica e dei militari libici. Proprio per questo motivo, il ministro della Difesa ha detto che cercherà di incontrare il leader della Cirenaica.

In questo non va dimenticato il ruolo che l’Italia si è ritagliata con Russia e Stati Uniti. L’equilibrio mantenuto dal nostro governo fra Donald Trump e Vladimir Putin si traduce in Libia nella capacità di ritagliarsi una posizione di vantaggio. Haftar ha ottimi contatti con Washington ma è fortemente legato a Mosca. Serraj è un uomo tutto sommato legato all’Occidente. John Bolton, in viaggio a Roma, ha confermato il supporto americano all’Italia sul fronte del Mediterraneo. E Putin può giocare la carta libica per fare in modo che l’Italia faccia un passo in avanti nella contrapposizione alle sanzioni europee alla Russia.

1956.- L’Italia è sotto l’attacco della Francia in Libia. A Tripoli è il caos.

A Tripoli dichiarato lo stato di emergenza. La situazione di crisi, come non succedeva da tempo, è gravissima. Era prevedibile! Stiamo in Europa, diamo basi e soldi alla NATO, diamo soldi e navi ai libici per farci prendere a calci in culo da quel mezzo uomo di Macron. Trump esca dal barile e Conte dica chiaro a Bruxelles che non ci stiamo. A Carte scoperte, Presidente Conte!

640x220x3947176_1138_new.jpg.pagespeed.ic.8r8XDVzZ7h

Il Consiglio presidenziale libico ha dichiarato lo stato d’emergenza a Tripoli e nelle periferie della capitale, a causa dei violenti scontri tra milizie, i peggiori dal 2014. La misura è diretta a “fermare lo spargimento di sangue, ridurre le perdite materiali e di vite umane, tutelare la sicurezza dei civili, le strutture pubbliche e private. Sarraj, asserragliato nella base navale, ha dato mandato alla milizia Forza Anti Terrrorismo di Misurata, guidata dal generale Mohammed Al Zain, di entrare nella capitale per organizzare un nuovo cessate il fuoco e far terminare le violenze nella periferia sud.

Sabato, un razzo Grad, diretto alla nostra ambasciata, si é abbattuto, poco prima delle 6, a poco più di cento metri, sul quarto piano dell’hotel al-Waddan, nella capitale libica, a quanto riferisce il quotidiano Libya Times, dopo il fallimento del terzo accordo per il cessate il fuoco in quattro giorni, facendo tre feriti fra i civili. Lo ha annunciato sabato il portavoce del Servizio di soccorso e urgenze, Osama Ali» e sul web sono subito circolate le immagini delle stanze, con il pavimento bagnato di sangue. Un secondo lancio attacco non ha invece avuto conseguenze perché il razzo ha mancato l’ufficio del premier sulla al-Sikkah Road ed è atterrato in una casa dall’altra parte della strada. Il sito del media libico «ha aggiunto che un bombardamento di razzi indiscriminato e sporadico contro diverse aree prosegue da sabato mattina», aggiungendo che «un obice si é abbattuto su un’abitazione nella zona di Ashour senza causare perdite di vite umane». Ancora ignota l’identità degli autori: secondo il quotidiano, “mentre molti incolpano le milizie Kani di Tarhouna (anche note come la “Settima Brigata”) di stanza nel distretto meridionale di Tripoli di Qasr bin Ghashir, altri chiamano in causa le milizie con sede nella caserma di Hamzah che si trova in una zona nella parte occidentale di Tripoli conosciuta come “la strada dell’aeroporto”.

3946264_1257_ambasciata_tripoli_mortaio.jpg.pagespeed.ce.EvPhFIygWT

L’ambasciata d’Italia in Libia rimane aperta: “Continuiamo a stare al fianco dell’amato popolo libico in questa difficile congiuntura”, si legge nel messaggio. Resta operativa, ma con una presenza più flessibile, che si sta valutando sulla base delle esigenze e della situazione di sicurezza”. Per non dire che diversi diplomatici che lavorano all’ambasciata sono stati evacuati. Fonti del ministero della Difesa, intanto, fanno sapere che i militari italiani in Libia stanno bene e in sicurezza e nessun problema è stato riscontrato all’ospedale da campo a Misurata. Il ministro Salvini è in contatto con il personale dell’ENI. La situazione di crisi, come non succedeva da tempo, è gravissima. Era prevedibile!

La settima Brigata di Tarhuna, detta anche «Kany», è la formazione ribelle protagonista degli scontri degli ultimi giorni a Tripoli. È legata a Salah Badi, legato nel 2011 alla Francia di Sarkozy. Quindi è chiaro l’intento chi ci sia dietro alla escalation di questi giorni. Infatti, il colonnello Abdel Rahim Al-Kani, un fedele di Macron, è il capo della Settima Brigata, milizia della cittadina di Tarhuna, a 60 chilometri a sud della capitale. Respingendo questo terzo cessate il fuoco, annunciato appena venerdì, ha promesso di continuare i combattimenti «fino a che non ripulirà Tripoli dalle milizie», accusate di corruzione. Lo riferisce il sito Libyàs Observer.
Scriveva ieri il sito Alwasat riferendosi a questo terzo cessate il fuoco violato e agli scontri in corso da lunedì: “i bombardamenti sporadici di razzi non hanno mai cessato visto che sono ripresi stamattina dopo che già 15 obici» erano caduti ieri sul quartiere «Suk El Giuma» (nella parte est della capitale). Un «razzo» ha colpito anche la sede del Consiglio dei ministri del Governo di accordo nazionale nel pieno centro di Tripoli senza causare vittime, riferisce il sito Alwasat citando il portavoce del «Servizio di soccorso e urgenze», Osama Ali. Il portavoce «ha fatto sapere di non aver ricevuto alcuna notifica sulla presenza di vittime a causa del razzo che si é abbattuto sulla sede del Consiglio dei ministri sulla via (Tariq) Al Seka», scrive il sito riferendosi a un edificio governativo noto come il «Diwan».

Il colonnello Al-Kani ha annunciato che le sue forze sono posizionate lungo la strada per l’aeroporto e che stanno per sferrare un attacco al quartiere di Abu Salim, porta di accesso al centro storico. La brigata, scrivono i media locali, ha dichiarato Abu Salim zona militare e ha chiesto agli abitanti di lasciare le abitazioni, in preparazione di una “importante offensiva contro le milizie presenti nell’area”. A fronteggiare la brigata di Al-Kani sono una serie di milizie che formano unità speciali dei ministeri dell’Interno e della Difesa del governo di Sarraj: le Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, la Forza speciale di Dissuasione (Rada), la Brigata Abu Selim e la Brigata Nawassi, che ricevono finanziamenti dall’Ue.

Scontri tra milizie e stato d’emergenza. Cosa sta succedendo in Libia
LIBIA TRIPOLI
Il Consiglio presidenziale libico ha dichiarato lo stato d’emergenza a Tripoli e nelle periferie della capitale, a causa dei violenti scontri tra milizie, i peggiori dal 2014. La misura è diretta a “fermare lo spargimento di sangue, ridurre le perdite materiali e di vite umane, tutelare la sicurezza dei civili, le strutture pubbliche e private. Il governo di Fayez al-Sarraj ha annunciato la formazione di un comitato di crisi per gestire il nuovo stato di emergenza e ha avvertito le parti in conflitto che dovranno affrontare le conseguenze se cercano di cogliere l’opportunità per perseguire loro propri obiettivi. Ma il colonnello Abdel Rahim Al-Kani, leader della Settima Brigata, milizia della cittadina di Tarhuna, a 60 chilometri a sud della capitale, ha annunciato che le sue forze sono posizionate lungo la strada per l’aeroporto e stanno per sferrare un attacco al quartiere di Abu Salim, porta di accesso al centro storico. La brigata, scrivono i media locali, ha dichiarato Abu Salim zona militare e ha chiesto agli abitanti di lasciare le abitazioni, in preparazione di una “importante offensiva contro le milizie presenti nell’area”.

È scattata una corsa contro il tempo per arrivare a una mediazione che eviti una ulteriore escalation dopo la ripresa dei combattimenti che finora hanno causato una cinquantina di morti, tra cui una ventina di civili, e circa 200 feriti. Il capo del Consiglio libico degli anziani per la riconciliazione, Mohamed al-Mubshir, ha detto che è stato formato un comitato d’emergenza per negoziare con le parti in lotta. Il Consiglio ha indicato la necessità di raggiungere una soluzione radicale alla questione di tutte le formazioni armate nel Paese.

La Settima Brigata di Tarhuna, milizia legata al signore della guerra Salah Badi, si è resa autonoma dal Governo di accordo nazionale di Sarraj e combatte per liberare Tripoli dalle altre milizie armate, accusate di corruzione. A fronteggiarla sono una serie di milizie che formano unità speciali dei ministeri dell’Interno e della Difesa del governo di Sarraj: le Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, la Forza speciale di Dissuasione (Rada), la Brigata Abu Selim e la Brigata Nawassi, che ricevono finanziamenti dall’Ue.

Rivolta in carcere. Evasi 400 detenuti

Circa 400 detenuti sono evasi dopo una rivolta in un carcere in un sobborgo meridionale di Tripoli. Lo ha riferito la polizia. “I detenuti sono riusciti a forzare le porte e andarsene”, mentre i combattimenti tra le milizie rivali imperversavano vicino alla prigione di Ain Zara, si legge in un comunicato. Molti dei detenuti di Ain Zara sono stati condannati per reati comuni o sono sostenitori di Muammar Gheddafi, ucciso nel 2011.

L’Italia nel mirino?

In un tweet, l’ambasciata italiana a Tripoli ha smentito il sito “Al Mutawasset”, che ha dato la notizia, da fonti anonime, della chiusura della rappresentanza diplomatica. “L’ambasciata d’Italia in Libia rimane aperta. Continuiamo a stare al fianco dell’amato popolo libico in questa difficile congiuntura”, si legge nel messaggio. Fonti del ministero della Difesa, intanto, fanno sapere che i militari italiani in Libia stanno bene e in sicurezza e nessun problema è stato riscontrato all’ospedale da campo a Misurata.

E proprio contro l’ambasciata italiana era diretto il razzo Grad che ieri, all’alba, aveva colpito il quarto piano dell’hotel al-Waddan, nella capitale libica, a quanto riferisce il quotidiano Libya Times, dopo il fallimento del terzo accordo per il cessate il fuoco in quattro giorni. Tre persone erano rimaste ferite e sul web sono subito circolate le immagini delle stanze, con il pavimento bagnato di sangue. Un secondo lancio attacco non ha invece avuto conseguenze perché il razzo ha mancato l’ufficio del premier sulla al-Sikkah Road ed è atterrato in una casa dall’altra parte della strada.

Ancora ignota l’identità degli autori: secondo il quotidiano, “mentre molti incolpano le milizie Kani di Tarhouna (anche note come la “Settima Brigata”) di stanza nel distretto meridionale di Tripoli di Qasr bin Ghashir, altri chiamano in causa le milizie con sede nella caserma di Hamzah che si trova in una zona nella parte occidentale di Tripoli conosciuta come “la strada dell’aeroporto”.

I combattimenti di questa settimana sono stati i più intensi dallo scoppio della seconda guerra civile libica nel 2014 e hanno causato almeno 40 morti, tra cui una quindicina di civili, e 200 feriti. La Settima Brigata controlla la zona del vecchio aeroporto di Tripoli, a sud della capitale, distrutto dalla guerra civile. Nella giornata di ieri si è sparato anche nella zona nord, il che ha imposto la chiusura della base aerea di Mitigada, unico aeroporto funzionante nella capitale, con i voli che sono stati dirottati per 48 ore a Misurata, a 200 chilometri.

Scrive Agi ESTERO: Evacuati centinaia di migranti

Centinaia di migranti sono stati evacuati dall’area degli scontri, dopo essere stati abbandonati senza cibo e acqua nei centri di detenzione della capitale libica quando le guardie sono fuggite a causa degli scontri. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), i migranti sono stati trasferiti da due centri di detenzione situati nell’area di Ain Zara, nel sud-est di Tripoli, in un “luogo più sicuro”. L’Unhcr ha fatto sapere che il trasferimento eèavvenuto “in coordinamento con altre agenzie e con il Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (DCIM)”. Tra i migranti presenti, tutti cittadini eritrei, si contavano 200 uomini, 200 donne e 20 almeno bambini sotto i cinque anni di età, lasciati per tre giorni senza cibo. Secondo Medici Senza Frontiere, i migranti intrappolati nell’area dei combattimenti sono in totale 8.000

Ma a preoccupare le autorità di Roma ci sono anche gli attacchi mediatici contro l’Italia e contro l’ambasciatore in Libia, Giuseppe Perrone. Mentre Tripoli brucia per i violenti conflitti scoppiati tra le varie milizie della città, i siti web e le tv locali continuano a diffondere fake news, incluso un fantasioso sostegno aereo italiano ai raid del governo di Serraj contro le milizie ribelli a Tarhuna. Dietro queste mosse per destabilizzare le relazioni tra il governo di Roma e quello di Tripoli, in molti intravedono un ruolo della Francia, ormai decisa a scalzare il dossier libico dalle mani italiane.
L’ultimo eloquente episodio è stato un articolo pubblicato su un portale molto seguito in Libia, «Africa Intelligence». Venerdì scorso il sito web aveva scritto un articolo in cui annunciava che l’Italia era pronta a sostituire l’ambasciatore Perrone per compiacere il generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica sempre più in rotta di collisione con il governo di Tripoli guidato da Fayez al-Serraj. Fake news a cui hanno dovuto replicare direttamente fonti della Farnesina, spiegando che queste notizie erano «infondate e strumentali». A Roma non si esclude che dietro questa sequenza di notizie false diffuse in Libia che mettono nel mirino l’Italia ci siano, ancora una volta, le agenzie di intelligence francesi. Se infatti l’Italia ha stretto un asse solido con il governo di Tripoli presieduto da Serraj, la Francia ha coltivato un rapporto stabile con il generale Haftar. Una divisione sempre più netta tra Italia e Francia nei rapporti di forza attualmente esistenti in Libia, nonostante l’unico governo attualmente riconosciuto dagli organismi internazionali sia proprio quello tripolino. Manovre francesi che hanno probabilmente inciso nel destabilizzare sempre di più la situazione nel Paese.

1904.- Il governo fa bene a puntare sulla Libia. Il generale di Squadra Aerea Mario Arpino spiega perché

arpino
Quella del ministro Trenta è una politica “giusta nei modi e nei tempi”, utile soprattutto a contrastare le iniziative della Francia, da sempre ostile alla nostra presenza in Nord Africa. Conversazione con il generale Mario Arpino, già capo di Stato Maggiore della Difesa (dal 15 febbraio 1999, fino al marzo 2001).

timthumb-1.php

“Una politica organica, corretta nei modi e nei tempi, anche in risposta ad analoghe iniziative francesi”. Così Mario Arpino, generale dell’Aeronautica militare e già capo di Stato Maggiore della Difesa, descrive la due-giorni del ministro Elisabetta Trenta in Tunisia e Libia. Tra “la storica competizione” con la Francia e l’esigenza di stabilizzare l’area del nord Africa, abbiamo chiesto al generale di commentare il viaggio “a sorpresa” della titolare del dicastero di via XX settembre, che fa seguito alle recenti visite dei ministri di Interno ed Esteri, Matteo Salvini ed Enzo Moavero Milanesi. In sintesi, il governo sta dimostrando di muoversi in modo “organico e sistematico”.

Generale, come interpreta la strategia del ministro Trenta, che ieri era in Tunisia e oggi in Libia?

Ritengo che queste visite siano molto importanti, anche perché stanno riprendendo la politica del precedente ministro dell’Interno, Marco Minniti. Al di là di grida e sussurri, la politica resta tutto sommano la stessa, e anzi sembra essere stata ripresa in modo anche più organico. Quella del ministro Trenta non è l’unica visita in Libia, e spero che lei stessa vada anche in Egitto (come ha fatto di recente Salvini e farà prossimamente Moavero Milanesi, ndr). Mi sembra la giusta risposta, con tempi immediati, ad analoghe azioni portate avanti dai francesi, i quali stanno perseverando nel tentativo di furto delle iniziative dell’Italia in nord Africa, ma d’altronde non si tratta di politiche nuove. Ad ogni modo, tornando alla sua domanda e a prescindere dalla Francia, mi sembra un’iniziativa corretta nei tempi e nei modi.

Dunque, secondo lei si può parlare di una vera e propria competizione tra Italia e Francia per acquisire influenza sulla Libia?

Purtroppo sì. E questo, come sta già succedendo, finirà per precludere o rallentare tutto il processo di distensione nell’area del Mediterraneo tra Roma e Parigi. Dietro c’è la lotta tra Eni e Total, insieme a molte altre cose che non conosciamo, anche se è così da sempre. La Francia non ha mai visto di buon grado la presenza italiana nel nord Africa, sin da quando abbiamo preso la Libia nel 1911-1912. Prima della Seconda guerra mondiale, Italo Balbo, che dal 1934 era governatore della Libia, non sapeva se tamponare il confine orientale od occidentale. Quando nel 1938 si iniziò a pensare alla difesa della colonia, si ritenne molto più pericoloso il settore ovest, cioè il confine con la Tunisia francese, piuttosto che il settore est, dove c’erano gli inglesi. Non a caso, Balbo creò un battaglione di paracadutisti libici, guidati dal generale dell’Aeronautica italiana, Goffredo Tonini, con i quali mise in atto un esercitazione di massa nella zona della Gefara, antistante il confine con la Tunisia. Fino alla sua neutralizzazione durante la guerra, la Francia è stata ritenuta molto più pericolosa, considerando tra l’altro che i suoi tentativi di penetrazione in Libia, da sud e da est, proseguirono anche dopo. Insomma, la Francia ci ha sempre un po’ tarpato le ali in nord Africa.

Considerando i recenti viaggi nel Paese di Salvini e Moavero Milanesi, pare che il governo abbia affrontato con decisione il dossier. È così?

Sì. Si tratta, come detto, di un approccio organico, ovvero selettivo e qualitativo per materia e per competenza. È l’intero governo che si sta muovendo. Prima, si muoveva solo il povero Minniti che faceva la parte degli altri e che non era nemmeno ben visto da tutti all’interno del suo stesso partito, da cui sono arrivate anche critiche aperte. Ora, non ci sono critiche ed è tutta la politica nazionale che si sta svolgendo in modo organico e sistematico.

Lo scopo della visita odierna, fanno sapere da Palazzo Baracchini, è procedere verso gli obiettivi di “stabilizzazione dell’aerea e contenimento dei flussi migratori”. Quanto sono connessi questi due elementi?

Sono estremamente legati. Il contenimento non si può fare senza accordi precisi e stabili con il governo libico e con i vari governi dell’area. Per farlo, serve stabilità, ma questa è impossibile fino a quando ci sarà l’anarchia di organizzazioni criminali (e non tribale, visto che a mio avviso le tribù c’entrano ben poco) e fino a quando l’area sarà campo fertile per le organizzazioni criminali che, a catena, con una spinta dal sub-Sahel spostano i migranti. Il contrasto ai consorzi criminali e la stabilizzazione sono premesse indispensabili affinché i governi possano stringere accordi sostenibili.

Questo si lega evidentemente alla missione in Niger. La ritiene un impegno rilevante per questa strategia di stabilizzazione e contenimento?

Certo, ed è importante proseguirla per i motivi e per le finalità con cui è nata fin dall’inizio. È importante che non si deformi. Dopo alcuni problemi, sembra che con l’incontro a Roma tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il presidente del Niger Mahamadou Issoufou, i termini siano tornati quelli iniziali. Ora, la missione va proseguita.

E poi?

E poi, tornando alla Libia, bisognerebbe andare oltre, fino nelle zone del Fezzan che hanno bisogno di stabilizzazione, poiché anche da lì si origina il mercato degli schiavi, di poveri popoli prima incitati e poi trasportati, a ondate, dal Sudan e dal Niger, con almeno tra passaggi di mano che avvengono anche in Libia. Certo, l’Italia non può affrontare il problema da sola. Con amici che non sono amici ma infidi, ci troviamo a doverci arrangiare fin dove possiamo arrivare con le forze a nostra disposizione, e intendo non le forze militari, ma la capacità di stipulare accordi diplomatici che a sua volta prevede, almeno in fieri, una robustezza militare da poter manifestare e dispiegare.

Stefano Pioppi, formichen

1873.- ECCO COME THOMAS SANKARA VOLEVA RISOLVERE LE MIGRAZIONI

5369-696x391

Sankara sapeva come evitare le migrazioni. Thomas Sankara aveva idee ben precise per far prosperare i popoli africani nelle loro terre, senza chiedere nulla a nessuno.

Siamo stati noi occidentali ad impedirgli di realizzarle, nello specifico qualcuno tra i nostri alleati, qualcuno che oggi, del problema dell’immigrazione, se ne lava le mani.

Schermata 2017-07-25 alle 17.36.51

“Il nostro paese produce cibo sufficiente per nutrire tutti i burkinabè. Ma, a causa della nostra disorganizzazione, siamo obbligati a tendere la mano per ricevere aiuti alimentari, che sono un ostacolo e che introducono nelle nostre menti le abitudini del mendicante.

Molta gente chiede dove sia l’imperialismo: guardate nei piatti in cui mangiate. I chicchi di riso importato, il mais, ecco l’imperialismo. Non c’è bisogno di guardare oltre.”

“Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.

niger-francia

Continua Thomas Sankara: “Noi pensiamo che il debito si analizza prima di tutto dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo.

Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie.

Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito.

Quindi non possiamo pagarlo. Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici anzi dovremmo invece dire «assassini tecnici»”.

Emmanuel-Macron-uno-psicopatico-in-crisi-di-nervi-300x296

“Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee.

In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso.

Ci dicono di rimborsare il debito. Non è un problema morale. Rimborsare o non rimborsare non è un problema di onore. Signor presidente, abbiamo prima ascoltato e applaudito il primo ministro della Norvegia intervenuta qui.

Ha detto, lei che è un’europea, che il debito non può essere rimborsato tutto. Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri.

Invece se paghiamo, saremo noi a morire, ne siamo ugualmente sicuri”. “Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare.

Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare : il debito del sangue. E’ il nostro sangue che è stato versato”.
Thomas Sankara.

1866.- LIBIA, TRUPPE FRANCESI DIRIGONO CLANDESTINI VERSO L’ITALIA

Il nemico europeo degli italiani, oggi, è Emmanuel Macron che si è permesso di confrontare le nostre preoccupazioni sull’incredibile immigrazione di persone in atto con un’epidemia di “lebbra”. E, ieri,ha ottenuto,per la sua politica migratoria,la benedizione di un altro nemico: il Papa.I Patti Lateranensi non esistono più, non c’è alcun rispetto della nostra sovranità nella politica dello Stato della Chiesa, quindi, perché averlo della loro?
Anche il trattato di Dublino NON VALE PIU’ e che con i flussi di questi anni va rivisto col metodo Lifeline redistribuzione immediata.
Redistribuzione perché? Perché l’economia di 14 paesi africani è sottomessa e non riesce a sviluppare sotto il peso del franco CFA coloniale, infatti, la Banca di Francia riscuote ogni anno 500 miliardi dai 14 Stati africani come garanzia per il rapporto di cambio euro – CFA. Parigi è il male assoluto, più di Berlino. . Domani GiuseppeConte usi il DIRITTO DI VETO per proposte che ci penalizzano.

libia-clandestini-672x372
I francesi vogliono indebolire l’Italia e ci aiutano con la invasione.

Le truppe francesi stanziate tra il Niger e la Libia lasciano passare indisturbati migranti e trafficanti di uomini. Lo sostengono Jamal Adel, giornalista libico che vive nella zona sud-est dell’oasi di Kufra, e il Fezzan Libya Group, l’organizzazione che monitora il traffico di persone nella capitale libica del sud di Sebha.

Dopo la proposta del ministro dell’Interno Matteo Salvini di creare dei centri di accoglienza nei Paesi confinanti con la Libia, i libici che si trovano vicini al confine mettono ora in guardia Roma: “I francesi non stanno facendo nulla per fermare il traffico di persone perché non ne soffrono le conseguenze. Quelli che soffrono davvero sono i libici e gli italiani”, dice Adel a Gli Occhi della Guerra.

Le truppe francesi, infatti, starebbero fornendo sostegno medico ai migranti, senza però farli tornare nei loro Paesi d’origine. Anzi: i francesi permetterebbero ai migranti di passare il confine libico dove trovano alcuni trafficanti che li conducono sulle coste per poi iniziare il loro viaggio della speranza verso l’Italia.

Sia la Francia che il Niger ignorano il traffico di persone che avviene sul territorio sotto il loro controllo. “I trafficanti passano liberamente sotto il naso delle truppe francesi”, aggiunge l’organizzazione di Fezzan. “Se il Niger e la Francia pensano che il traffico di persone sia secondario, l’Italia e la Libia pensano sia un problema primario perché sono direttamente colpiti da questo fenomeno”.

Queste le dichiarazioni raccolte dal team di Fausto Biloslavo nella zona da cui passa il 99% dei clandestini che poi prendono i barconi verso l’Italia.

Se poi teniamo presente che la più grande Ong impegnata nel traffico umanitario – la famigerata Méditeranée/Msf, quella dell’Aquarius – è francese, e che appena Malta, pressata dalla chiusura dei porti italiani, ha deciso di cessare il suo appoggio logistico ha fatto rotta verso Marsiglia per rifornirsi, è facile capire chi gestisce il traffico di clandestini verso l’Europa.

Non dimentichiamo, poi, che fu proprio la Francia di Sarkozy a ‘stappare’ il blocco libico con la guerra e l’assassinio di Gheddafi.

Evidentemente, l’élite al potere che gestisce lo Stato francese è impegnata in un’opera di sovversione demografica ai danni degli altri Paesi europei, soprattutto l’Italia. I motivi, al momento, ci sfuggono.

militari_italia_ansa_750.jpg_997313609

Correva il mese di aprile…e Alberto Negri editorialista dell’”Analisi” titolava: ” i calci negli stinchi della Francia all’Italia, i nostri soldati cacciati dal Niger e dalla Tunisia”.
Per la Francia non si tratta soltanto della lotta al terrorismo jihadista o ai flussi migratori clandestini ma del mantenimento dei rapporti di dipendenza delle ex colonie e del controllo su un’area in cui Parigi ha profondi interessi economici

La Francia ci assesta, dopo l’incursione dei suoi doganieri armati a Bardonecchia, un altro calcio negli stinchi. Lo fa attraverso le autorità del Niger che costringono l’Italia ad annullare la missione militare nel Paese africano dopo che era stata approvata in gennaio dal Parlamento sulla scorta degli accordi intercorsi tra Roma e Niamey. E come se non bastasse è cancellato anche l’invio di soldati in italiani per il contingente Nato in Tunisia: i nostri dirimpettai della Sponda Sud reclamano la collaborazione italiana in campo economico ma non hanno nessuna intenzione che ficchiamo il naso in casa loro per arginare l’immigrazione clandestina e il terrorismo jihadista.

Non è una situazione così nuova. Ogni volta che l’Italia è coinvolta in una missione militare ricordiamoci dell’Iraq, della Somalia e dell’Afghanistan. Non siamo autonomi. In Somalia nel’92 gli americani non ci davano neppure il permesso di atterrare a Mogadiscio. Come ex potenza coloniale non eravamo graditi. Francesi, americani e britannici nel 2011 hanno bombardato Gheddafi senza farci neppure una telefonata. I nostri alleati, che sono anche dei concorrenti, ci ricordano sempre che abbiamo perso la guerra. Se è vero che sulla marcia indietro del Niger hanno influito le critiche interne alla crescente presenza militare straniera (americana e francese), hanno pesato ancora di più le resistenze della Francia all’arrivo degli italiani _ che non avrebbero svolto missioni di combattimento _ non solo perché Roma “sconfina” nell’area africana sotto influenza di Parigi ma anche perché i nostri militari avevano pianificato di realizzare la loro base a Niamey accanto a quella statunitense, non a quella francese o a quella tedesca.

In poche parole i francesi volevano che gli italiani rispondessero ai loro comandi per combattere i jihadisti alle loro dipendenze nell’Operazione Barkhane insieme ai Paesi del G-5 (Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania).
Con un sistema militare e di sicurezza che ha preso le mosse dall’intervento francese in Mali del 2013 contro Al Qaeda, Parigi ha organizzato un ritorno in forze di “Francafrique”, nel continente dove nell’ultimo mezzo secolo ha compiuto una cinquantina di missioni militari senza contare le operazioni segrete e clandestine. La Francia oggi ha settemila militari in Africa e oltre a Gibuti ha una presenza importante in Senegal, Gabon, Costa d’Avorio e un ruolo decisivo tra il Mali, il Niger il Ciad e il Centrafrica. Insomma i nostri 470 militari in Niger erano un discreto contingente ma in posizione del tutto ancillare rispetto alla Francia: questo avremmo dovuto capirlo subito, come si era già detto e scritto.
Per la Francia non si tratta soltanto della lotta al terrorismo jihadista o ai flussi migratori clandestini ma soprattutto del mantenimento dei rapporti di dipendenza delle ex colonie e del controllo su un’area in cui Parigi ha profondi interessi economici, legati alle materie prime e alle commesse delle aziende francesi. La Total, per esempio, mette a bilancio in Africa un terzo della sua produzione mondiale di petrolio.

Soltanto in Niger la società francese Areva estrae il 30% del fabbisogno di uranio per le centrali nucleari. Il controllo dell’uranio e del petrolio del Sahel sono pilastri della geopolitica francese in Africa. Poi ci sono le armi e la finanza. La Francia nel 2016 è il secondo esportatore di armi nel mondo dopo gli Usa e il Sahel, insieme all’Africa occidentale e centrale, è uno dei suoi clienti di riguardo, anche se meno redditizio delle monarchie del Golfo. Si impongono adesso alcune serie considerazioni sul rapporto tra la Francia e l’Italia e una valutazione sul ruolo di Parigi ostile all’Italia in Africa e nel Mediterraneo, a cominciare dalla Libia fin dalla guerra del 2011. I finanziamenti di Gheddafi per la campagna elettorale 2008 all’ex presidente Nicolas Sarkozy hanno riacceso i riflettori sui veri motivi che spinsero Parigi ad attaccare Gheddafi trascinando Gran Bretagna e Stati Uniti nella disgregazione del maggiore alleato dell’Italia nel Mediterraneo.
E’ stata questa la peggiore sconfitta italiana dal secondo dopoguerra che è costata miliardi, centinaia di migliaia di profughi e rivoluzionato con l’argomento immigrazione e sicurezza, dominante in campagna elettorale, il quadro politico interno.

Si dovrebbe riflettere anche sulle intese bilaterali in ballo, dal cosiddetto “Trattato del Quirinale” _ che in gennaio doveva sancire la cooperazione Francia-Italia _ all’accordo sulla cantieristica e l’industria della difesa fino alla cessione di aree marittime del Tirreno alla sovranità francese. Non è un caso che le tensioni con la Francia si siano riaccese in contemporanea con la decisione del governo italiano di far acquistare alla Cassa depositi e prestiti il 5% della Tim in alleanza con il Fondo Elliot nella partita finanziaria contro la Vivendi francese. In una ventina d’anni francesi hanno fatto acquisizioni in Italia per oltre 100 miliardi di euro contro la metà delle aziende italiane in quelle transalpine: da Bnl, Cariparma, Edison, Parmalat, alla fusione Luxottica Essilor. La Francia è insomma un nostro partner ma anche un concorrente che approfitta della nostra storica vulnerabilità in politica estera e, ovviamente, anche di quella economica.