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2097.- A PALERMO: OTTIMO IL MENÙ

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Il summit di Palermo, preceduto dal “fuggi, fuggi” dei grandi, è finito fra i gesti di stizza eclatanti o pensati di Haftar e dei Turchi. Dopo aver invocato improbabili salvatori come l’incazzatura di Trump, l’amicizia di Putin e la Merkel, abbiamo lasciato l’ENI in balia di Macron e Haftar a combattere i reduci dell’ISIS trasferiti dalla Siria (da chi?).
Encomiabile l’iniziativa. Meno encomiabile la tessitura, se, fino a un’ora prima dell’inizio della Conferenza sulla Libia di Palermo, non era stato possibile redigere una lista dei soggetti partecipanti. Era stato un successo abbastanza importante riunire trenta paesi, ma il nocciolo del summit era convincere a incontrarsi i leader delle fazioni libiche, in lotta, da anni, per discutere, fra loro, di un progetto di pacificazione. Ma quale progetto? Il Quai d’Orsay ha battuto la Farnesina? L’errore di base, se così posso chiamarlo, è stato nell’aver diretto il tiro su Macron e di aver voluto ricercare una leadership italiana per la Libia a Bruxelles, quando, invece, il problema è, prima di tutto, Mediterraneo, aggravato proprio da quelle nazioni, Francia e non solo, che finanziano la costellazione di bande armate libiche, che noi italiani dovremmo ben ricordare. Sono quelle bande che solo un leader forte potrà ridurre “in silenzio”, che gestiscono il traffico dei migranti e sulla fedeltà della cui parola, mi sovviene il detto “Avuta la grazia, gabbato lu santo”. Conte non ha la forza per dare alla politica italiana sulla Libia quel colpo di timone che ci libererebbe dalla tutela su Al-Sarraj, sostenuta dall’ONU e – ardisco – da Washington: un caposaldo a Tripoli e neanche per tutta Tripoli e nulla di più. La fotografia fra Al-Sarraj, Conte e Haftar, lungi dal sugellare il summit, quasi a sostituire un documento finale, squalifica, invece, la politica di Conte. A sostegno di quanto dico, ci sono sia la mediazione essenziale di Al Sisi e, alle sue spalle, di Putin, per la partecipazione fisica e gentile del generale Haftar e sia la porta sbattuta dalla delegazione turca, che ha significato: Non fateci perder tempo. Il vero progetto per la Libia voglio sperare che sia stato discusso a Parigi, nell’anniversario della vittoria: la “nostra” vittoria di Vittorio Veneto. Faccio il turco anch’io e dico: “Ragazzi, a casa. È tardi!” L’Italia, piaccia o no, lo ripeto sempre, ha abdicato alla sua politica estera con le dimissioni dell’ultimo governo Berlusconi.

 

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Ora, uno sguardo a come presentava l’evento il politichese che mostra di conoscere molto della situazione libica, ma che dice e non dice sull’opportunità di questo summit, per esempio, sostenuto e, poi, disertato, prima, da Trump e, poi, dal suo segretario di Stato.

Sabato 10 Novembre 2018 di Romano Prodi: Il summit di domani/ Che cosa serve a Palermo per portare la pace in Libia”.

Siamo ormai all’immediata vigilia della conferenza di Palermo sulla Libia. Una conferenza opportunamente voluta dall’Italia per il ruolo, i rapporti di amicizia e gli interessi che il nostro Paese ha da tempo nei confronti della Libia. A cui si aggiunge l’incoraggiamento di Trump al presidente del Consiglio Conte perché organizzasse la Conferenza.

E ancora più il comprensibile desiderio del governo italiano di contenere le ripetute iniziative francesi: dalla conferenza di Parigi all’incontro con i rappresentanti di Misurata, proprio alla vigilia della Conferenza di Palermo, ai continui interventi dei cugini d’oltralpe sui diversi fronti nei quali si è materializzata la lunga guerra di Libia.
Il primo ostacolo che questa Conferenza di Palermo dovrà superare sta proprio nella tensione che si è creata fra la Francia e l’Italia sul problema libico: tensione resa più acuta dagli interessi di politica interna, che hanno spinto Macron a usare come un’arma per il proprio consenso il respingimento degli emigranti dall’Italia e, simmetricamente, hanno spinto i partiti che sostengono il governo italiano a proporre Macron come simbolo della mancanza di solidarietà europea nei confronti del nostro Paese. Queste posizioni contrapposte, che sembrano all’origine dell’assenza di Macron a Palermo, rendono certamente più difficile il buon esito della Conferenza.

Per questo motivo occorre fare di tutto per superarle. Una strategia coordinata fra Francia e Italia è infatti condizione necessaria per arrivare a una politica europea comune e, ancora più, per rendere possibile la messa in atto delle eventuali decisioni di Palermo.

Nè l’Italia né la Francia hanno comunque la forza di imporre la propria strategia, ma entrambi i Paesi sono in grado di boicottare la strategia altrui, mentre un accordo fra Francia e Italia è, in questo caso, sufficiente per definire una politica europea comune alla quale, per diversi motivi, non avrebbero interesse ad opporsi né gli Stati Uniti né la Russia.

Il secondo ostacolo al successo della Conferenza riguarda la numerosità e la rappresentatività delle delegazioni libiche. Sappiamo infatti quale sia la complessità delle componenti della società libica e come sia frammentato il potere fra i diversi partiti, le diverse tribù e le diverse milizie. E siamo ben coscienti che gli esclusi o gli oppositori delle decisioni prese a Palermo renderebbero del tutto impossibile la loro applicazione nel territorio libico. Nessun documento conclusivo potrà infatti essere accettato tanto dagli oppositori quanto dai non partecipanti.

I tragici avvenimenti degli scorsi anni, lo scarso successo dei tentativi di accordo fra i governi di Tripoli e di Tobruk e il fallimento delle numerose e fragili conferenze di pace dimostrano che solo una posizione condivisa da tutto il popolo libico sarà in grado di gestire con successo il futuro del paese.

Sembra che in questa direzione, ribadita tante volte, si stia finalmente orientando il nuovo piano del rappresentante dell’Onu in Libia Ghassan Salamè, piano che prevederebbe la convocazione di una grande assemblea di tutte le tribù e le milizie da svolgersi in Libia, per preparare un governo provvisorio in grado di organizzare, nello spazio di qualche mese, una condivisa competizione elettorale.

Un processo complicato e reso difficile dai tanti anni di turbolenze,  un processo nel quale le presenze esterne debbono limitarsi a operare perché i necessari passaggi avvengano in modo trasparente e pacifico, sotto il controllo delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana che ne garantiscano anche la sicurezza per i partecipanti.
Da Palermo si deve dare il via a questo lunga e delicata fase, al centro della quale debbono essere posti gli interessi dei protetti e non dei protettori. L’Italia, nella sua recente storia, ha accumulato una grande esperienza nel costruire processi di pace anche nelle condizioni più difficili, come in Libano o in Albania.

Quest’esperienza può essere messa a frutto con successo purché ci si renda conto che si tratta dell’inizio di un cammino che deve coinvolgere progressivamente tutto il popolo libico.

Il grande compito di Palermo non è quindi quello di dettare ma di promuovere la pace. Non è un compito facile, perché troppi sono stati gli appetiti e gli interessi che hanno dato inizio e che hanno poi alimentato un conflitto che, già ad oggi, è durato più della seconda guerra mondiale. Il successo di questa Conferenza non si misurerà quindi dal suo comunicato finale ma dalle  conseguenze che potrà produrre in futuro.

Un successo difficile ma reso possibile dal crescente desiderio del popolo libico di porre fine alle sofferenze che sono durate troppo a lungo e che risultano ancora più incomprensibili in un paese che dispone di enormi risorse naturali. Risorse che sono state causa della guerra ma che debbono invece promuovere la ricostruzione di tutto il paese e la promozione del benessere dei suoi cittadini.
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2089.-Difesa europea: Macron ha colpito ancora. E, ora, a Palermo.

da Boulevard Voltaire. Mia traduzione.

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Il signor Macron ha colpito di nuovo!

Il giovanotto immaturo, capo dell’esercito, ha pensato bene, due giorni prima della commemorazione dell’11 novembre 1918, di rilasciare una dichiarazione aggressiva nei confronti dei tre paesi stranieri, nessuno dei quali rappresenta una minaccia a breve termine. “Non proteggeremo gli europei se non decidiamo di avere un vero esercito europeo […] Dobbiamo proteggerci contro la Cina, la Russia e persino contro gli Stati Uniti. “

La Cina è così lontana; La Russia, da cui la viziata NATO ci protegge, sembrerebbe meno ostile se noi stessi avessimo mostrato meno ostilità nei suoi confronti; e poi – soprattutto – riguardo agli Stati Uniti: i nostri alleati per 250 anni, che ci hanno salvato tre volte * nel secolo scorso, comprenderli fra le fila dei potenziali nemici, è veramente un insulto, come ha detto il Presidente americano, scendendo dall’Air Force One. Fargli un torto simile, quando sta per sbarcare in Francia, su suo invito, per partecipare alle cerimonie dell’11 novembre, è davvero un segno allucinante di stupidità, d’ingratitudine; è un ingiustizia, e anche la manifestazione di una totale mancanza di “lucidità “diplomatica. Al posto del signor Trump sarei tornato immediatamente nel mio paese.

President Macron of France has just suggested that Europe build its own military in order to protect itself from the U.S., China and Russia. Very insulting, but perhaps Europe should first pay its fair share of NATO, which the U.S. subsidizes greatly!

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La mano che cerca disperatamente di stringere è quella di Macron. Quella che invece si rifiuta di stringere è quella di Trump. La perfetta sintesi dell’incontro tra Trump e Macron in aeroporto. Il presidente degli Stati Uniti, mentre atterrava a Parigi, si è reso conto della ultime dichiarazioni del presidente francese sull’esercito europeo. Un esercito che, a detta di Macron ,avrebbe difeso l’Europa da Cina, Russia e Stati Uniti. “Un insulto”, come dichiarato con rabbia da Trump attraverso il suo profilo Twitter. E in effetti, non poteva essere altrimenti. Impossibile attendersi dal capo della Casa Bianca una reazione meno dura nei confronti di una dichiarazione che rischia di creare una spaccatura profonda nella già non facile relazione che intercorre fra l’amministrazione americana e gli alleati del Vecchio Continente.

La stampa servile, spaventata dall’errore, ha cercato di minimizzarne la portata della sua affermazione e di trasformarla, tale che diventasse un semplice desiderio di vedere materializzata una difesa non asservita negli Stati Uniti.

Che l’Europa abbia bisogno di una difesa assoluta, è ovvio. Anche se non si può indicare al momento una probabile minaccia esogena, se non altro perché la creazione di un efficace strumento militare richiederebbe almeno vent’anni. La definizione della minaccia sarà quindi più vaga e terrà maggiormente conto della sua forma piuttosto che dell’oggetto preciso. E i problemi da risolvere per arrivarci sono numerosi. Anche se non vediamo, a parte le alleanze, come creare una difesa europea quando non c’è un’Europa politica.

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Il “presidente” francese ha criticato il nazionalismo e Trump non è riuscito a contenere la sua reazione.

M. Macron, che fu accolto con benevolenza e comprensione per alcune iniziative economiche, mi sembra sempre più inadatto ad esercitare le sue funzioni sovrane.

Prendiamo ad esempio il felice esito della guerra fredda: Come si sarebbe potuto immaginare che l’Europa sarebbe potuta sfuggire all’orso sovietico senza il sostegno schiacciante degli Stati Uniti?

Il colloquio tra i due presidenti all’Eliseo potrebbe aver rasserenato gli animi.

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Fonte: Gli occhi della Guerra

Nella conferenza congiunta seduti nel salotto presidenziale, i due presidente hanno mostrato di aver stemperato i toni. Ma le differenze tra i due erano evidenti. Macron ha parlato dell’importanza della sua iniziativa, “l’esercito europeo”, proprio come sostegno alla Nato negli sforzi per la sicurezza globale, per “suddividersi meglio il peso”economico e strategico dell’Alleanza atlantica. La questione è stata confermata da Trump con un cenno del capo, ma la tensione era latente. Macron ha tentato in tutti i modi di rassicurare il suo interlocutore d’Oltreoceano. Ma non è stato semplice e non è detto abbia ottenuto i risultati sperati.

Da parte americana, l’esercito “europeo” è visto con estremo sospetto. La Nato per Trump rappresenta una struttura obsoleta e che toglie agli Stati Uniti miliardi di dollari di cui il presidente Usa farebbe volentieri a meno. Ma la Nato rappresenta anche un sistema di sicurezza congiunto che permette a Washington di controllare l’Europa. Mentre le dichiarazioni di Macron andavano tutte nella direzione di una forza autonoma dal principale alleato, gli Stati Uniti, messo sullo stesso piano di Cina e Russia come potenza rivale. Una scelta poco fortunata da parte di Macron che ha capito di aver commesso un tragico errore nel momento in cui a Parigi poteva avere colloqui proficui sia con Trump che con Vladimir Putin.

Sul motivo per cui Macron abbia scelto di fare questa dichiarazione sull’esercito europeo proprio in concomitanza con l’incontro con i due leader, si possono fare alcune ipotesi. Sicuramente c’è una non mai celata voglia di dimostrare di essere un leader al pari degli altri. Macron non è un leader che brilla per modestia. E la Francia ha sempre avuto l’idea di essere la potenza militare del continente europeo. Un’idea confermata anche dalla realtà dei fatti, essendo l’unica potenza nucleare dell’Unione europea ad avere un arsenale atomico indipendente da quello della Nato.

Nel momento in cui Angela Merkel appare indebolita, l’Italia isolata dal resto dell’Europa e con un’Unione europea incapace di dettare una linea comune e condivisa, Macron vuole ergersi a guida militare e politica del continente. E l’esercito europeo servirebbe a mostrare l’immagine di una Francia attiva e dinamica. L’idea ovviamente non piace agli Stati Uniti. E non piace nemmeno all’Italia, che infatti ha subito risposto con un “no” all’invito a partecipare alla forza d’intervento progettata dalla Difesa francese. Il pensiero del governo italiano è che ci siano già la Pesco in Europa e la Nato a livello di Occidente. Un’altra alleanza, per di più su idea (e a guida) francese, non piace a Roma come non piace ad altri governi (sull’argomento, vedi nostro n. 1876.- A chi serve la Forza militare d’intervento europea. ndr).

In ogni caso, lo scontro tra Macron e Trump c’è stato e non sembra destinato a finire presto. E questo può essere molto utile all’Italia per districarsi nella difficile partita libica Gli Stati Uniti potrebbero scegliere di mandare un segnale a Parigi proprio su uno dei dossier che più interessa a Macron: il Paese nordafricano

Alla due giorni di Palermo, la presenza degli Stati più influenti sarà, purtroppo, limitata al livello ministeriale. Non saranno presenti né Trump né il Segretario di Stato Mike Pompeo, per gli Stati Uniti e né Vladimir Putin né il ministro degli Esteri Serghiei Lavrov, per la Russia. A questo punto, sarebbe interessante conoscere cosa si è detto sulla Libia fra  Berlusconi e Putin al compleanno di questi, a Sochi, ma sicuramente, chi deve sapere già sa.

Dagli Stati Uniti è atteso il consigliere speciale del dipartimento di Stato per il Medio Oriente, David Satterfield. La Commissione Ue ha confermato la partecipazione dell’Alto rappresentante per le politiche estere, Federica Mogherini. La Russia, che alla riunione del Consiglio di sicurezza ha assicurato “una partecipazione attiva” alla Conferenza, sarà presente con una delegazione guidata dal premier Dmitri Medvedev e il vice ministro degli Esteri, Mikhail Bogdanov. Il vice ministro è anche rappresentante speciale del Cremlino per il Medioriente e l’Africa ed è ritenuto il massimo esperto della regione e il diplomatico russo più accreditato nel mondo arabo. La Francia ha approfittato del Consiglio di sicurezza per annunciare la presenza del ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, ritenuto profondo conoscitore dell’area. Invece Berlino invierà a Palermo il sottosegretario agli Esteri, Niels Annen. (Fonte AGI estero)

Ma tra Francia e Stati Uniti ballano numerosi affari in giro per il mondo. E dal Sahel al Medio Oriente al Consiglio di Sicurezza, non è detto che Washington viri verso uno scontro totale con Parigi. Trump fa gli interessi degli Stati Uniti: la speranza, almeno fino alla fine del vertice di Palermo, è che almeno sulla Libia, questi coincidano con quelli italiani. E forse Macron ci ha dato un insperato (e sicuramente non voluto) aiuto. Forse.

2083.- Libia, sgambetto di Merkel e Macron

Ci ricordiamo del colpo di stato con cui Gheddafi è stato assassinato con la partecipazione indiretta dei nostri “alleati”, la Francia e il Regno Unito e la benedizione di Hussein Obama, mentre noi stessi italiani abbiamo, prima, girato gli occhi dall’altra parte, mentre compivamo un atto disonorevole e vigliacco, contrario ai nostri interessi e, poi, abbiamo bombardato? Cosa volevano il Regno Unito e soprattutto la Francia ? Volevano questo:

1) Far fuori l’Italia dalla Libia dove il lavoro italiano aveva grandissime prospettive e non solo nel campo del ‘crudo’ ma anche nell’edilizia e nell’ammodernamento del Paese

2) la Francia,impedire che Gheddafi impiantasse una banca africana che emettesse moneta garantita in oro che sostituisse quel loro Franco CAF con cui depredano in uno scandalo neocolonialista il Centro Africa francofono. 

Silenzio anche sulle vergogne assassine della Francia (le truppe francesi , in Costa d’Avorio, hanno sparato sulla folla!) ) L’europeista Mattarella e tutta la UE tacciono. Dobbiamo ricordare l’intervento attivo di Napolitano affinchè intervenissimo in Libia, accanto alla Francia e all’Inghilterra, contro i nostri interessi e contro il nostro onore che, per poco che valga, derivava sempre da un Trattato di Amicizia da poco firmato con Gheddafi? Ci ricordiamo di Berlusconi che affermò di essere stato personalmente minacciato sia lui che la sua famiglia, ché era contrario all’operazione ma che fu voluta sia dal Colle sia dalla Farnesina?

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L’Unione europea, tanto servita dal Presidente Mattarella, non è al nostro fianco nella pacificazione della Libia. Dopo l’ostilità di Macron, è giunto lo sgambetto di Angela Merkel e dobbiamo pregare per l’appoggio di Trump e di Putin.  Quest’ultimo sembra avere le chiavi del problema e con lui si sono confrontati Silvio Berlusconi e Giuseppe Conte. Per ora, è stato un successo avere a Roma tutti i quattro leader libici. A Palermo, dunque. 

Mentre a Palermo si ripuliscono le strade dopo il maltempo e la città inizia a prepararsi per diventare, per due giorni, epicentro della politica mediterranea, a Roma proseguono i preparativi di natura prettamente politica. E non mancano certamente le tensioni. A Palazzo Chigi tutto è in fermento, molto più che a Villa Igiea, lo splendido scorcio sul mar Tirreno dove si terrà la conferenza in Sicilia. Il presidente del consiglio ha il suo bel da fare al momento, questo perché non è certo semplice poter unire al meglio tutti i pezzi dell’intricato mosaico inerente la conferenza sulla Libia. Ed il tutto poi, tra le altre cose, mentre il governo affronta alcuni punti ed alcune tematiche interne in grado di creare tensione nella maggioranza. Fonti di palazzo Chigi affermano che al momento ogni occasione è utile per parlare con i principali protagonisti dell’esecutivo della conferenza in Libia. Anche in riunioni fissate per discutere sulla prescrizione o sulla manovra, diventano possibilità per trattare i dettagli del summit siciliano.

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Mercoledì sera, si legge su La Stampa, si è svolto poi un vertice ad hoc sulla conferenza di Palermo. E qui sono arrivate alcune notizie che di certo non permettono sonni tranquilli a quattro giorni dall’apertura dei lavori. Tra tutte, l’annunciato forfait di Emmanuel Macron e quello, molto più clamoroso, di Angela Merkel.

La Francia prova ad isolare l’Italia e trascina la Germania

Che il rappresentante dell’Eliseo difficilmente potesse accettare l’idea di prendere un aereo per Palermo per assistere ad una passerella tra attori libici voluta dall’Italia, è chiaro da diverso tempo. Per Macron, che da quando si è insediato prova in tutti i modi a ritagliarsi sempre più spazio in Libia a scapito di Roma, vedere il fedele generale Haftar stringere la mano ad Al Serraj con sullo sfondo una bandiera italiana non deve essere certo un qualcosa di facilmente digeribile. E questo sia sotto il profilo politico che, probabilmente, anche personale. Dunque è già da quando il governo ha annunciato date e sede della conferenza che, da Roma, si prende in considerazione l’idea dell’assenza del presidente francese. Mal si digerisce però, specialmente dalle parti della Farnesina, l’azione che lo stesso Macron sta compiendo in questi giorni sul dossier libico. All’Eliseo giovedì pomeriggio arriveranno alcuni rappresentanti di Misurata, mentre è proprio di mercoledì la notizia che la presidenza francese ha invitato a Parigi il presidente tunisino per un bilaterale. La data scelta per questo incontro, manco a dirlo, è quella di lunedì 12 novembre e quindi giorno dell’inizio della conferenza di Palermo.

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Italia e Francia continuano a sfidarsi a colpi di diplomazia per avere il sopravvento sulla transizione in Libia. Il premier Giuseppe Conte sta facendo di tutto per avere il controllo della situazione. A Roma sono sfilate una dopo l’altra le personalità libiche più importanti. Fayez al Sarraj, Khalifa Haftar, ma anche il presidente dell’Alto consiglio di Stato, Khaled al Meshri, e il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh. Tutti nella capitale italiana per incontrare il presidente del Consiglio in vista della conferenza di Palermo: l’evento che dovrebbe rappresentare, nei piani del governo giallo-verde, la nascita formale della leadership italiana in territorio libico.

 

Tentativi palesi dunque non solo di portare dalla propria parte attori libici e dei Paesi vicini in vista del summit siciliano, ma anche di creare le condizioni per un ridimensionamento delle presenze a Palermo. Mosse che mirano, in poche parole, ad isolare l’Italia. La conferenza si farà a prescindere e, secondo quanto trapelato da Roma, per il premier Conte è già un successo portare Haftar ed Al Serraj a Palermo. Ma la Francia, proprio per questo, prova a giocare le ultime carte a sua disposizione per evitare che da villa Igiea possa uscir fuori una forte linea filo italiana a discapito di quella filo francese. E Macron, in tal senso, sembra aver trovato una sponda in Europa. Infatti, nonostante l’annuncio della sua presenza è stato tra i primi ad arrivare a Roma, a dare forfait è anche Angela Merkel. La cancelliera tedesca era data, fino a pochi giorni fa, sicura partecipante alla conferenza di Palermo. Dal vertice di mercoledì di Palazzo Chigi emerge invece il contrario. Da Berlino arriverà qualche rappresentante, ma non il capo dell’esecutivo. Francia e Germania, due Paesi europei di un certo peso, “bucheranno” l’appuntamento siciliano lasciando l’Italia isolata nel contesto del vecchio continente.

Usa e Russia “salvano” la diplomazia italiana

Isolata dunque in Europa, l’Italia certamente ha di che consolarsi. Gli Stati Uniti, sfumato il “sogno” di aver Trump, manderanno comunque un importante interlocutore che dovrebbe rispondere al nome del segretario di Stato Mike Pompeo. La Russia, dal canto suo, conferma l’appoggio all’Italia per l’organizzazione della conferenza. La situazione dal 24 ottobre scorso, da quando cioè Putin ha dato ampie rassicurazioni a Conte durante un incontro al Cremlino, non appare mutata. Da Mosca dovrebbe arrivare il primo ministro, Dmitri Medvedev. L’appoggio di Stati Uniti e Russia appare fondamentale e decisivo per dare un senso all’appuntamento di Palermo. Come già affermato in questi giorni, Washington e Mosca convergono su Roma per i propri reciproci interessi: gli Usa per quanto riguarda la sicurezza e la lotta al terrorismo, la Russia per motivi di natura geostrategica. Proprio il disco verde dato dal Cremlino a fine ottobre, ha anche convinto Haftar ad atterrare in Sicilia lunedì mattina. Dopo alcune incertezze, anche se non c’è ancora ufficialità, il generale avrebbe sciolto definitivamente la riserva dopo un viaggio lampo proprio a Mosca, avvenuto nelle scorse ore.

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La Libia è fondamentale per la sicurezza dell’Italia. A Palermo, Russia e Stati Uniti saranno rappresentati, rispettivamente, da Dmitri Medvedev e Mike Pompeo, mentre, a Parigi, Trump e Putin incontreranno Macron. è lui il nemico dell’Europa, come noi la intendiamo e non comprendo il tradimento di chi non lo denuncia, pur professandosi europeista.

Rimasta senza appoggio europeo, l’Italia dunque si affida ad Usa e Russia. Da palazzo Chigi e dalla Farnesina sperano anche in un appoggio pubblico di Trump alla conferenza in risposta alle azioni francesi. Da Roma si fa affidamento anche all’Onu, visto che di fatto le Nazioni Unite hanno rigettato il progetto di Parigi di indire elezioni il prossimo 10 dicembre. In Libia, secondo i piani dell’inviato speciale Salamè, si voterà se tutto va bene nel 2019. E questa linea è anche quella dell’Italia, che punta dunque a sancire tale principio al termine della due giorni palermitana. Difficile dire se l’assenza di Francia e Germania peserà sugli esiti del vertice, di certo però appare palese quello che è l’obiettivo minimo al momento dell’Italia: chiuse le porte di Villa Igiea, dovrà essere essenziale puntare sulle strette di mano tra i principali protagonisti dello scacchiere libico, in modo da uscire con un piano preciso vicino a quello ipotizzato dal palazzo di vetro. E quindi, nell’ordine, assemblea con tutte le tribù libiche, creazione di una vera forza militare riconosciuta da tutti, unione delle varie istituzioni per adesso divise tra est ed ovest, soltanto dopo puntare alle elezioni. Obiettivi che forse non saranno messi nero su bianco a Palermo, ma che dalla Sicilia dovranno apparire, se l’Italia vuol fare bella figura, meno utopistici di adesso.

da “gliocchidellaguerra”, con il contributo di Adriano Verani.

2079.- FRANCO AFRICANO ED EURO LA CRISI MONETARIA CHE FRENA L’AFRICA

 

Decreto Sicurezza e immigrazione sono legati a doppia mandata ed è d’obbligo tornare a parlare del CFA francese, che qualcuno chiama l’euro africano e che abbiamo già indicato come una delle cause alla base dell’immigrazione; ma anche come un motivo d’impossibilità di pensare ad una unione effettiva fra gli stati europei, avendo come partner una Francia che fa parte di due zone monetarie e ne sfrutta una in modo neocolonialista. Una impossibilità, evidentemente, non condivisa da quelle figure istituzionali che vi sacrificano il loro onore, dopo aver giurato sulla Costituzione. Sta di fatto che il 50% delle riserve operative delle banche africane Cfa deve essere versato al Tesoro francese, nominalmente, in cambio della garanzia sulla convertibilità dei franchi Cfa in euro, in pratica in cambio di un nulla. Parigi governa il rapporto di cambio del cal e lo svaluta quando le occorre. Ed è proprio la colossale inflazione che ha destabilizzato i regimi africani del Ciad, del Congo, dello stesso Senegal. E, senza una stabilità politica e senza prospettive economiche, non resta che emigrare. Sull’argomento, citiamo i lavori di Ilaria Bifarini, totalmente condivisi e proponiamo questo articolo di Giancarlo Elia Valori, scritto per Formiche.

 

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La questione del franco coloniale dovrebbe essere posta in primo piano all’interno degli Accordi di Partenariato tra l’Ue e l’Acp, Africa, Caraibi, Pacifico. L’analisi di Giancarlo Elia Valori

Il Franco Cfa, (Colonies Françaises d’Afrique oppure, oggi, Franc Communautè Financière Africaine) è stato costituito il 25 dicembre del 1945 dalla sola Francia.

Pleven, allora ministro delle finanze di de Gaulle, disse che la creazione di un’area monetaria africana legata al franco era per “evitare ai fratelli africani gli errori che noi stessi abbiamo compiuto”.

In effetti, l’organizzazione, che vedremo tra poco, della rete Cfa somiglia molto ai rapporti finanziari che si erano stabiliti tra la Francia di Vichy e le forze di occupazione tedesche.

Tutti gli occupanti si fanno mantenere dagli occupati. Anche gli alleati, in Italia, tolsero dalla circolazione le famigerate Am-Lire quando il totale dell’inflazione generata da questa moneta finta ebbe eguagliato i costi materiali dell’occupazione in Italia.

Il decreto, firmato la notte di Natale del 1945 da Charles de Gaulle, impone sempre una quota, variabile, di dirigenti francesi nelle banche di emissione dei 14 Paesi africani e delle Comore che, nell’ultimo caso dell’arcipelago del Pacifico, accettano solo in parte ma in tutto, in Africa, il Franco Cfa, (Colonies Françaises d’Afrique oppure, oggi, Franc Communautè Financière Africaine) ma si tratta di un piano di cooperazione monetaria che riposa su quattro principi: a) la fissità del cambio tra il franco, oggi euro, delle vecchie colonie di Parigi e quello metropolitano, b) la centralizzazione delle riserve di cambio dei Paesi africani all’interno di un conto presente presso il Tesoro francese, c) la garanzia della convertibilità illimitata del Cfa in Franco francese (e oggi euro, ovviamente) poi d) la libera circolazione dei capitali all’interno dell’area, che è formata precisamente da Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo.

Ma è bene chiarire subito che esistono due tipi di valuta Cfa: il primo è quello gestito dalla Beac, Banque de l’Afrique Centrale, che è noto anche come Iso Xaf, il secondo è il Franco Cfa che è controllato dalla Bceao, Banque Centrale de l’Afrique de l’Est) che appartiene anche all’Ecowas, Economic Community of West African States, quella unione economica africana che, Dio non voglia, ha in programma di creare una valuta nuova, l’eco, che dovrebbe essere anch’essa a cambio fisso con l’euro.

La dimensione dello scambio non cambia il significato politico di una valuta che, se agganciata ad una moneta più forte, diviene uno strumento di sfruttamento dell’Africa da parte di chi detiene la valuta più forte e stabile, non più diffusa.

I due franchi Cfa non sono intercambiabili e hanno valore legale solo nella loro area di circolazione.

Tutta l’area Cfa, dei due franchi, copre 150 milioni di abitanti per un totale di 170 miliardi di Usd di Pil, che però è solo il 5% di tutto il Prodotto interno lordo africano.

La Banca di riferimento è oggi, per entrambi i due Franchi Cfa, la Bce, mentre prima era, ovviamente, la Banque de France.

La Banca Centrale Europea coordina quindi sia la BEAC che la Bceao, con l’aggiunta ulteriore della Bancecom, che è l’istituto di emissione delle Comore, il quale però, lo dicevamo prima, non è oggi parte integrante del Cfa ma opera nell’area definita attualmente Cfp, Colonies Françaises du Pacifique, ovvero Polinesia Francese, Wallis e Futuna, Nuova Caledonia.

Il Cfp era adottato anche dalle Nuove Ebridi, ma nel 1982 la moneta coordinata da Parigi è stata sostituita dal Vatu delle Vanuatu.

Londra, pur con il suo immenso e antico impero che oggi si riflette tenuemente nel Commonwealth, non ha mai obbligato i suoi ex-possedimenti all’uso di un cambio fisso con la sterlina, né alla creazione obbligata di una moneta ad hoc.

Tutti e i 54 vecchi Paesi coloniali della Corona di Londra hanno a tutt’oggi la loro sovranità monetaria che, spesso, sostiene, anche involontariamente, la divisa degli antichi colonizzatori.

Ogni tanto, però, i paesi del Franco Cfa chiedono a Parigi il ritorno alla loro sovranità monetaria. Che, in questo caso, è anche politica, sociale ed economica.

Infatti, nel marzo 2015 il ministro delle Comunicazioni del Ciad, Sylla Ben Bakari, ha affermato che il 40% delle armi che erano state sequestrate dai loro apparati a Boko Haram erano di fabbricazione francese, mentre è ormai noto che furono proprio i Servizi di Parigi, nel 2011, a organizzare i jihadisti della Cirenaica contro Gheddafi, che voleva la ridefinizione dei vecchi contratti petroliferi, troppo “bassi” per i produttori, oltre a proporre, con un roboante discorso da rais di tutta l’Africa il Dinaro d’Oro, come tramite di pagamento per i petroli di tutta l’Africa verso i paesi occidentali.

Due sonori pugni in faccia per l’egemonia a distanza, di tipo monetario e politico, che la Francia intende continuare a gestire nella Françafrique e anche altrove, nel continente nero.

Se meglio leggessimo quindi il cui prodest di tanto jihad della spada, avremmo le idee più chiare su come debellarlo.

Poi, nell’agosto del 2015 il leader ciadiano Idriss Deby ha chiesto ufficialmente l’uscita del suo Paese, entro il 2018, dal Franco Cfa, per poter successivamente emettere una valuta legata, senza ovviamente tassi fissi, all’euro, al dollaro e allo yuan cinese.

Parigi contro Pechino, Parigi contro Washington, la Francia ancora legata ad una egemonia locale in Africa, ultimo retaggio di potenza coloniale contro quelli che Ennio di Nolfo chiamava “gli imperi tecnologici”.

Anche il Niger ha, peraltro, riaffermato le notizie sulle forniture d’armi francesi a Boko Haram e non ha mai ritrattato, malgrado le esplicite richieste provenienti da Parigi.

Armi francesi, spesso evolute, proprio come quelle in mano al jihad di Bengasi, furono ritrovate in mano al gruppo jihadista di origine nigeriana, il solito Boko Haram, armi che furono intercettate, in quei giorni, dai servizi del Camerun. E ancora tante altre operazioni di destabilizzazione, con o senza il supporto del jihad, sono avvenute in Costa d’Avorio, Mali, Repubblica Centrafricana.

Nell’Africa francofona e legata al Cfa, i monopoli delle telecomunicazioni, bancari, portuali e delle materie prime sono detenuti da società francesi. Le privatizzazioni sono state, anche nell’Africa della Francophonie, il grimaldello per far entrare il capitale francese all’interno delle ex-colonie africane.

I nomi sono sempre quelli dei finanzieri d’oltralpe descritti in tutti i media attuali. Gli africani perdono, comunque, ipso facto, molto denaro nelle transazioni denominate in Euro Ue. Tanto più si apprezza la moneta comune europea, tanto meno, ovviamente, viene valutato il costo delle loro esportazioni.

Qualcuno ha poi calcolato che la perdita di valore dell’export africano prodotto in ambito Cfa valga, dal momento dell’introduzione dell’euro in poi, almeno 250 miliardi di franchi Cfa; con un ovvio rapporto inverso. Rapporto in cui, se l’euro si apprezza verso il dollaro Usa, nella stessa proporzione i proventi dell’export dell’area Cfa verso gli Stati Uniti vengono decurtati.

Qualora poi l’euro sia temporaneamente più debole del dollaro, allora i debiti africani denominati in valuta nordamericana aumentano automaticamente. E sono i debiti maggiori, oggi. Siamo a 270 milioni di Usd per tutta l’Africa, e la cifra è in costante ascesa. I Paesi a rischio immediato sono Tanzania, Kenya e Uganda.

In Kenya il peso del debito con l’estero vale un terzo del Pil attuale, mentre nello Zimbabwe siamo a un costo del debito contratto all’estero che arriva ad un incredibile 88% del Pil, mentre nel Mozambico siamo ad un incredibile 299%.

In Nigeria si teme che gli interessi sul debito possano superare, il prossimo anno, gli introiti petroliferi. Ecco, la luna che i diti dei cretini indicano quando si parla di emigrazione in massa dall’Africa: il debito, la demografia, la scarsezza di capitali che, quando ci sono, vanno a ripagare i crediti o a proteggersi, se criminali, all’estero.

È stato quindi proprio il regime Cfa a mettere quelle economie in mano ai prestiti, pericolosissimi, delle banche di affari nordamericane e britanniche.

I voti parlamentari belgi e spagnoli contro i “fondi avvoltoio”, certamente in buonissima fede, rimangono però delle grida manzoniane. Occorre casomai pensare ad una Banca per l’Africa, tra Eu, Israele, Russia, Cina, Stati Uniti, che finanzi a bassissimo costo e a tempi lunghissimi le infrastrutture.

Ripetiamo ancora, per chiarezza, il meccanismo-base del Cfa: quando, fino al 1973, l’area francofona dell’Africa esportava x in materie prime, essa depositava tutta la valuta pregiata ottenuta nel conto riservato presso il Tesoro di Parigi.

Dal 1973 al 2005, gli africani francofoni erano invece obbligati a versare “solo” il 65% del totale delle operazioni in valuta, spesso in anticipo, ma sempre presso il “conto per le operazioni” aperto presso il Tesoro francese.

Dal 20 settembre 2005, infine, si è passati a una quota di depositi del 50%. Depositi che vanno versati in tutte le valute utilizzate, quindi anche in quelle della Cina o del mondo arabo, che investono spesso oggi nella Françafrique.

Se poi qualcuno vuole comprare materie prime africane, lo fa comunque in dollari Usa. Il 60% di questi dollari finisce comunque presso il Tesoro francese, che si rifornisce quindi di valuta gratis.

Allora, la Francia tiene nel “conto di operazioni” il 60% di credito in Franco Cfa in più, che dovrebbe essere formalmente a disposizione del mantenimento del tasso fisso tra euro e la valuta Cfa.

Ma la Francia non mette in circolo alcuna quantità monetaria reale per favorire le transazioni in Cfa, si limita unicamente a scrivere un segno più sul registro del conto di operazioni centrale. In sostanza, la Francia si serve di questa tecnica finanziaria, pagata dai popoli francofoni dell’Africa, per ridurre il suo deficit o per pagare il costo del suo debito pubblico.

Il Tesoro di Parigi, oggi, ha comunque a disposizione 12 miliardi di euro, le quote dell’export dell’area Cfa sia verso la Ue che verso la Cina e gli Usa.

Le riserve conferite da Bceao e Beac al “conto” parigino valgono comunque oggi, in totale, oltre 6900 miliardi di franchi Cfa, definiti con un interesse minimo, lo 0,70%, mentre le banche centrali dell’area francofona africana prestano al Tesoro francese ad un tasso negativo del -0,25%.

Il sistema del Franco “africano” permette quindi, lo ripetiamo, la libera circolazione dei capitali nella e dell’area, il cambio fisso con l’euro, la piena convertibilità garantita dal Tesoro francese, un fondo comune di riserva di valuta estera, lo abbiamo già visto, con il 50% dei depositi tenuti dal Tesoro di Parigi, oltre alla obbligatorietà del consenso francese alle politiche di gestione, anche da parte degli africani, dell’area Cfa.

La libera circolazione dei capitali africani in area francofona ha permesso peraltro la fuga dall’Africa Cfa di 850 miliardi, in valuta statunitense, dal 1970 al 2008, mentre oggi, dopo la grande crisi del debito africano, dovremmo essere arrivati, secondo le fonti di Parigi, ad almeno 1230 miliardi di usd.

E qui siamo propriamente nel regime del Franco CFA di tipo Cemac (Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale) che è sottoposto alle regole dell’Iso 4217, insieme a molte altre monete dei Paesi “terzi”; mentre il Cfa Uemoa, (Unione Economica Monetaria Ovest-Africana) è sempre interno, ma con altri criteri di scambio, tra le monete dei “terzi”, al sistema ISO 4217.

Gli Uemoa sono i seguenti Stati: Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, ma solo dal maggio 1997, infine Mali, Niger, Senegal e Togo. Un euro è oggi scambiato contro 665, 956 franchi Cfa il che, ovviamente, permette di stabilizzare le anticipazioni economiche senza rischio di cambio per chi opera in Euro “europei”.

È però impossibile svilupparsi, grazie a un cambio fisso come questo, per i Paesi africani che aderiscono al sistema Cfa.

Nessuno, come è facile immaginare, presente nell’area Cfa, ha finora mostrato una credibile crescita del Pil, con l’eccezione della Guinea Equatoriale, che ha un prodotto interno lordo maggiore del 2% annuo e per un lungo periodo.

È anche questo un dato del tutto ovvio: se il Franco Cfa è legato all’euro con una parità fissa, e l’Euro è una moneta incomparabilmente forte rispetto all’area Cfa, è ovvio che gli Stati aderenti al trattato del 1945 non possano manovrare i tassi di cambio e organizzare una propria politica monetaria.

Casomai, sono proprio i ritmi dell’euro che si scaricano sulla Françafrique, rendendo ulteriormente difficile la crescita delle economie Cfa.

Se dovessero esportare stabilmente in Europa e in Usa, i Paesi Cfa dovrebbero rifornirsi di una moneta bassa ma competitiva, come quelle asiatiche; mentre l’euro è, quasi sempre, più forte del dollaro.

E quindi le attività produttive dell’Africa francofona, che sono tutte in settori a basso valore aggiunto, come il tessile o alcune materie prime non-ferrose, sono penalizzate in partenza.

Vendere in franco Cfa piuttosto che in dollari, dove non c’è parità fissa, è quindi molto costoso per il compratore, con un costo tale da eliminare in partenza qualsiasi vantaggio competitivo per i produttori.

Quindi, dato che i prodotti importati sono relativamente a buon mercato e a bassissimo costo di produzione, con il Franco della Françafrique, i Paesi del Cfa tendono a importare troppi beni dall’estero, e soprattutto da Europa e Usa.

Il che blocca evidentemente qualsiasi tentativo di creare delle imprese di sostituzione locali, anche in mercati che sarebbero ottimali per i singoli membri africani della rete Cfa. Tutto il “socialismo” nazionale africano di radice nasseriana si è incentrato sulle industrie di sostituzione e la chiusura selettiva ai mercati dei Paesi “sviluppati”.

Inoltre, il sistema del Franco africano tende a bloccare, come è facilmente immaginabile, il finanziamento interno delle imprese nell’area Cfa. Nell’area Uemoa, peraltro, i finanziamenti alle imprese sono poco meno del 25% del Pil.

Nella zona Cemac va ancora peggio, con una quota di prestiti alle aziende che vale attualmente il 13% sul Pil. Nell’Africa subsahariana non aderente alla rete Cfa i crediti alle imprese sono almeno il 60% del Prodotto Interno Lordo; e ci sono Paesi africani più sviluppati il prestito delle banche ai privati arriva perfino al 100% del Pil.

L’agricoltura, che dovrebbe essere l’asso nella manica naturale di tutta l’Africa, vale comunque solo il 5% di tutti gli impieghi bancari dell’area subsahariana. Nessuna banca, quindi, sostiene e finanzia in Africa, Cfa o meno, l’economia, con i risultati industriali che si possono facilmente immaginare.

È facile immaginare il motivo di questi comportamenti delle aziende di credito locali: le banche di emissione (sarebbe più esatto definirle solo “centrali”) vogliono soprattutto difendere la parità del Cfa con l’Euro vero e proprio o, per essere più esatti, con il valore esterno dell’Euro emesso in Francia.

Si sostengono quindi solo le importazioni, e il Cfa è una vera e propria costrizione all’import elevato proveniente dal “primo mondo”, dato che tutto ciò che serve a produrre, nelle aree della Françafrique, viene da fuori. Ovvio che questo circolo vizioso crei forti tensioni sui rapporti di cambio reali e, soprattutto, sulle riserve centrali.

Ciò favorisce dunque l’inflazione, che fa ritornare l’Euro ancora più concorrenziale rispetto al Franco Cfa. E, come sempre accade in questi casi, le banche sono piene di depositi che però non arrivano mai alla clientela imprenditoriale. Poi, fino al 2010, le banche di emissione unite alla rete della Banque Centrale des États de l’Afrique de l’Ouest (Bceao) che hanno l’unico obiettivo, monetarista, di controllare l’inflazione e difendere la parità del Franco Cfa con l’euro, finanziavano il debito pubblico fino al 20% delle entrate fiscali accettate e totali, raccolte nell’anno precedente.

Da qui, la necessità degli Stati africani aderenti alla rete del Cfa di finanziarsi sui mercati internazionali dei capitali, con un meccanismo che, in Italia, abbiamo conosciuto fino a qualche anno fa: le banche centrali prestano alle banche commerciali che, infine prestano allo Stato, con un ovvio e progressivo aumento dei tassi di interesse.

Dal 2% fino al 9%, ecco lo spread che fa guadagnare le banche africane (spesso di proprietà francese, in area Cfa) e quindi distrugge ogni possibilità di welfare state, anche tribale, con gli immaginabili risultati politici, strategici, demografici.

Aumenta quindi anche il mercato delle obbligazioni internazionali emesse dagli Stati africani Cfa.

Tutta la finanza africana pubblica è oggi del tutto insostenibile e medio e lungo termine. Invece di vedere solo il dito che la indica, la crisi migratoria, occorrerebbe studiare anche la luna delle cause economiche e finanziarie che fanno da sfondo al trasferimento di masse ingenti di popolazione sia all’interno del continente africano che verso l’Ue.

Ne accennavamo anche all’inizio: al momento della firma dell’accordo sul Cfa, nel 1945, tutti i Paesi africani aderenti hanno dovuto versare il 100% delle loro riserve di valute “forti” in un conto speciale acceso presso il ministero del Tesoro di Parigi.

Il “conto di operazioni” è poi passato al 65% delle riserve operative delle banche africane Cfa nel 1976 e al 50% nel 2005. Tutte le divise non-Franco Cfa e non-euro di diretta origine francese che transitano nell’area devono quindi essere versate, oggi al 50%, nel conto suaccennato del Tesoro francese.

Parigi controlla soprattutto un dato: il tasso di copertura, con le riserve fisse, dell’emissione di moneta Cfa. Ma, per ogni Franco “africano”, la Francia garantisce pienamente la convertibilità, ma Parigi non garantisce di fatto proprio nulla, il Tesoro “sorveglia” solamente, come dicono i trattati.

Quando non ci sono più riserve operative, come accadde nel 1993, la Francia svaluta, come di fatto avvenne, del 50% il solo Franco Cfa. Metà del valore, quindi doppi, almeno, i prezzi.

Le immani classi popolari della francofonia africana sono quindi ritornate ad essere i “dannati della terra” che descriveva Franz Fanon. Ed è proprio la colossale inflazione che ha destabilizzato i regimi africani del Ciad, del Congo, dello stesso Senegal. E, senza una qualche stabilità politica, l’alternativa è oggi solo il jihad “della spada”.

La cecità economica e politica dell’Occidente, in Africa come altrove, lo porterà alla definitiva fine. L’Occidente, dico, che pensa ogni tre mesi sulla base dei tassi di interesse.

Insomma, il Franco Cfa è una moneta fortemente “estrattiva”, che serve per trasferire il surplus prodotto nelle periferie del mondo per farlo arrivare direttamente alla metropoli francese.

L’alternativa? Potrebbe trattarsi di una moneta comune di tutta l’attuale area coperta oggi dal franco Cfa, sul modello dell’euro ma, naturalmente, libera di fluttuare con le maggiori divise occidentali e non. E la crisi del modello Cfa si fa sentire: nel gennaio 2017 vi sono state, in molti paesi africani aderenti, dure manifestazioni di piazza contro il franco “africano”.

Dovrebbe, la questione del franco africano, essere posta ancor oggi in primo piano all’interno degli Accordi di Partenariato tra l’Ue e l’Acp, Africa, Caraibi, Pacifico. Ma nessuno ci pensa, i politicanti sono tutti informati dalle rassegne-stampa, non studiano niente e sanno di meno.

Non si vede poi perché il tasso fisso e ingiusto del Cfa debba essere pagato da tutti coloro che usano come mezzo primario di pagamento l’euro.

Quale diritto accampa quindi la Francia per caricare su tutti coloro che usano la moneta unica europea un sovrapprezzo occulto che serve a pagare la fissità del Cfa, che viene utilizzata cinicamente solo a Parigi?

 

 

2059.- Libia dalla guerra infinita alla concreta chance di pace di Palermo

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Palermo epicentro del Maghreb. Ma più che nei riferimenti storici alla antica Capitale araba del Mediterraneo il travaglio per la predisposizione dei punti in discussione e la stessa partecipazione dei protagonisti, le prospettive dei due giorni della conferenza di pace per la Libia in programma dal 12 al 13 novembre, sembrano riecheggiare nella definizione di Leonardo Sciascia: “La contraddizione definisce Palermo. Pena antica e dolore nuovo, le pietre dei falansteri impastate di sangue ma anche di sudore onesto”.

Pur fra le tensioni di bilancio tra Italia ed Europa, al braccio di ferro fra Usa, Russia e Cina, al vulcano medio orientale, nonostante le molteplici incrinature dei rapporti internazionali la conferenza di Palermo sta comunque lievitando e già prevede un livello di interventi di primo piano.

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Assieme al leader Libico Fayez al-Serraj e al Generale Haftar hanno assicurato la loro presenza il Premier Russo Medeved, il Dipartimento di Stato Usa, la Cancelliera tedesca  Merkel, il appresentante speciale Onu per il paese del Nord Africa Ghassan  Salamé, delegazioni di alto livello di Gran Bretagna, Francia e Spagna, i vertici dell’Unione Africana e probabilmente anche il Presidente egiziano al-Sīsī.

“La conferenza di  Palermo sulla Libia rappresenta  la prima efficace iniziativa del nostro paese – dopo molto tempo- nel nord Africa” sottolinea l’analista di strategie internazionali  Arduino Paniccia, Presidente della Scuola di Competizione Economica Internazionale e Docente all’ Università di Trieste.

LLibia dalla guerra infinita alla concreta chance di pace di Palermo

  • Direttrici di intervento dell’Italia?

E’ stata di tracciata una strategia a tre cerchi concentrici  che attraverso il perseguimento di un prioritario  obiettivo, prevede di raggiungere non solo una soluzione duratura per il devastato e frantumato paese africano, ma di promuovere  uno sforzo europeo realmente comune, nell’ambito del quale l’Italia sarà capofila e responsabile dell’area libica.

  • In che modo e con quali alleanze ?

Con l’appoggio e il coinvolgimento di Stati Uniti e Russia che nonostante i venti di una nuova guerra fredda concordano con la mediazione italiana in Libia per scongiurare il latente conflitto che sta destabilizzando da tempo il Mediterraneo. E che non riguarda soltanto il destino di una Libia ormai allo stremo, ma soprattutto la punta dell’iceberg del terrorismo islamico in Africa.Libia dalla guerra infinita alla concreta chance di pace di Palermo

  • Italia first nel Maghreb?

Si. E’ un progetto molto ambizioso e audace che tuttavia è finalmente all’altezza dei compiti che aspettano il nostro Paese, l’unico realmente in grado, nonostante gli atteggiamenti sprezzanti della Francia,  di poter portare a compimento con la Conferenza di Palermo tutti  questi obiettivi che non sono solo una vetrina diplomatica, una passerella di grandi leader, ma una svolta essenziale per la stabilizzazione della Libia e del nord Africa

  • Ruolo dell’Italia ?

Stretta tra il vuoto conflittuale venutosi a creare nel mare nostrum e la coalizione dei paesi europei tesa soprattutto a mantenere i privilegi e il benessere acquisiti  che non vuole comprendere che lungo la riva sud del Mediterraneo c è una prima linea di gravissime problematiche che se esplodono rischiano di provocare conseguenze incontrollabili

  • E l’Europa ?

Il disinteresse delle capitali  nord europee, che attualmente dominano l’Unione,  sta provocando inevitabilmente spaccature in seno alla Ue stessa. Ma in definitiva l’Europa non potrà ignorare a lungo che il futuro della sponda africana e di quel continente è il futuro economico anche nostro e della stessa Europa. A partire dal drammatico problema dell’ immigrazione che senza la rinascita  della Libia non sarà risolto.

  • Conseguenze ?

Se l’Europa non interviene in Libia accanto all’Italia si ritroverà un’Africa neo colonizzata da cinesi e russi, come per altro sta indistintamente accadendo nell’altra area strategica, adriatico mediterranea, ovvero i Balcani, dimenticata da Bruxelles.

  • Che valenza ha la partecipazione di Angela Merkel alla Conferenza di Palermo ?

Segna una presa di distanza, l’avvio di una posizione autonoma rispetto la linea oltranzista e personalistica di Macron in Libia che non ha portato nessun reale risultato per la Francia. La presenta della Cancelliera Merkel ha una rilevanza internazionale: catalizza l’attenzione di diversi altri paesi europei e isola di fatto la politica francese in Libia, permettendo al generale Haftar- la cui presenza a Palermo è essenziale – e quindi al suo stretto alleato egiziano al-Sīsī di partecipare a pieno titolo senza veti, minacce e pressioni da parte di Parigi.

Libia dalla guerra infinita alla concreta chance di pace di Palermo

2028.- Leonardo-Finmeccanica, che cosa succederà davvero con Fincantieri

L’analisi del generale Mario Arpino, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa su Leonardo-Finmeccanica e Fincantieri tra Italia e Francia

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La notizia dell’accordo tra Fincantieri e Leonardo, al di là del breve comunicato congiunto dei due colossi nazionali, sta ancora rimbalzando tra le pagine web e la carta stampata. Non ci dilunghiamo sui contenuti, ormai noti. Si tratta di un rafforzamento – tale da configurarsi quale nuovo impegno – dell’accordo (faticoso) per la realizzazione delle fregate Fremm nell’ambito della joint venture Orizzonte Sistemi Navali (OSN). Fincantieri continuerà a svolgere il ruolo di prime contractor per l’intero complesso-nave, mentre Leonardo si rafforzerà come preferred partner nella gestione dei sistemi di combattimento ed i relativi apparati.

Pace fatta, quindi, dopo lo screzio per la mossa tardiva di Leonardo su Vitrociset? Pare proprio di si. Tutti sembrerebbero contenti: il presidente Conte aveva appena auspicato una maggiore sinergia tra le aziende controllate dallo Stato e, subito dopo la sigla, anche le organizzazioni sindacali della cantieristica hanno espresso piena soddisfazione. Teoricamente, quando governo, aziende e sindacati vanno d’accordo tutto dovrebbe filar liscio. Dovrebbe. Lo vedremo nei prossimi contratti, che auguriamo numerosi e proficui, visto il risultato delle gare più recenti non è stato del tutto rose e fiori.

In effetti, sia Fincantieri che Leonardo stanno ancora leccandosi le ferite per due recenti batoste. Occorre porre presto rimedio con altrettanti successi e uniti nuove vie del business potrebbero dimostrarsi percorribili. Per Fincantieri, nello scorso giugno è sfumata la gara – la cui vittoria sembrava certa anche per uno scambio nel settore dei servizi per le navi da crociera – per la fornitura alla Marina Australiana di nove fregate antisommergibile. A vincere è stato il gruppo inglese Bae Systems, specializzato nella costruzione di aerei, piuttosto che di navi da guerra. Il Commonwealth c’è, e ha battuto un colpo.

Resta in piedi la speranza di rifarsi negli Stati Uniti, dove nel 2020 si chiuderà la gara per l’assegnazione di 20 fregate multiruolo. E, visto che siamo negli Usa, parliamo subito di Leonardo, che ha appena perso una gara per la fornitura di 351 velivoli da addestramento (l’ottimo M-346), alla quale si era presentata assieme alla controllata locale Drs. Ha vinto il gigante americano Boeing, che ha presentato un velivolo ancora prototipo della svedese Saab. In effetti Boeing – qui da noi (specie in Aeronautica) lo avevano previsto – sarebbe stato l’alleato forte per Leonardo, che invece ha tergiversato ed è stata costretta a presentasi nuda. Ora dovrà consolarsi con la fornitura all’Usaf di alcuni elicotteri Aw-139, contratto non paragonabile rispetto a quello appena sfumato.

Le alleanze contano e devono essere quelle giuste, perché si è ormai dimostrato che valgono più del prodotto e, come nel caso Bae System, dell’esperienza industriale di settore. A questo proposito, si ricorderà che l’Italia, nel settembre dell’anno scorso, dopo lo strappo di Macron aveva raggiunto un accordo di massima sul dossier Stx-Fincantieri, cui sarebbe andato il 50% come controllo diretto, più una quota dell’!% in “prestito” dal governo francese. Spada di Damocle, perché se la Francia revoca il prestito l’Italia perde la maggioranza. Non ci sono dubbi, e lo dimostra il comportamento a dir poco spregiudicato che i cugini tengono nei nostri confronti in politica estera, che al primo screzio la Francia utilizzerà questa facoltà, gelosamente custodita.

Di avvisi velati ne abbiamo già avuti, e più d’uno, sebbene subito ufficialmente smentiti. C’è da fidarsi? Sull’affaire Leonardo-Fincantieri, che sembrerebbe una questione puramente nazionale, la Francia resta il convitato di pietra. Se, come abbiamo detto, l’accordo tra i nostri due campioni nazionali piace a tutti, può darsi benissimo – anzi, possiamo darlo per scontato – che ai francesi di Naval Group (navi militari) il potenziamento del ruolo di Leonardo all’interno di OSN piaccia assai poco, o non piaccia affatto. Dentro Naval Group (per un terzo del capitale) infatti c’è Thales, che in altre imprese è anche partner di Leonardo, ma che sui sistemi di bordo è in forte concorrenza.

Può diventare un casus belli? Ufficialmente lo si nega, ma l’accordo è lento, procede faticosamente e l’1% in prestito ci mette assai poco a saltare. A prescindere dal fatto che i nostri due campioni si fondano in Cassa depositi e prestiti, evento per alcuni aspetti auspicabile, o permanga l’attuale stato di separazione, mitigata dal rinnovato accordo Orizzonte.

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1991.- CI SONO ANCORA MOLTE OMBRE SULLA BATTAGLIA CHE SI È SVOLTA NEI CIELI DEL MEDITERRANEO ORIENTALE.

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Nuova ipotesi sull’abbattimento dell’aereo russo Ilyushin in Siria

L’ Ilyushin-20 M , identificativo Nato “Coot-A” non è un qualsiasi quadrimotore turboelica ad ala bassa, ma è un velivolo delle Forza aerospaziale russa per ricognizione, sorveglianza, spionaggio e guerra elettronica.  Adibito essenzialmente a missioni Elint ed Ea,Electronic support measures eElectronic attack.  Insomma, un centro di controllo e di spionaggio elettronico volante.

Proprio per via della sua sofisticata strumentazione “elettronica”, come quella montata dagli omologhi aerei della Nato – gli Awacs (Airborne Warning and Control System), ad esempio l’E-3 “Sentry” – l’Il-20M prevede un equipaggio molto numeroso, composto da oltre 14 uomini tra equipaggio di volo e operatori/analisti, crittografi e addetti ai sistemi d’arma.

Secondo quanto riportato dai media russi come Tass e Rt, il velivolo da ricognizione era in volo al largo della costa siriana e stava rientrando alla base di Khmeimim, nel momento in cui una formazione di F-16 israeliani lanciava un raid nella provincia di Latakia. Almeno uno degli F-16 si è mascherato dietro il velivolo russo, la cui superficie riflettente era molto più grande di quella del caccia. L’ Ilyushin-20 M (a meno che non sia stato abbattuto proditoriamente, ndr) sarebbe, quindi, diventato un bersaglio per il sistema antiaereo S-200 (Sa-5 “Gammon” in codice Nato), che lo avrebbe centrato con uno dei suoi missili. Non è chiaro se uno dei piloti israeliani si sia “volontariamente fatto scudo” dell’aereo russo per scampare al missile – come ha dichiarato il portavoce del ministero della Difesa russo Igor Konashenkov – o se si sia trattato soltanto di una tragica fatalità. Tuttavia e probabilmente, come vedremo, potrebbe essere intervenuto un altro sistema missilistico perché c’erano anche una nave israeliana e una nave francese, precisamente la fregata Auvergne citata.

L’attacco, il primo effettuato da Israele ad installazioni civili e militari nella zona di Latakia, porta con sè dei risvolti non del tutto chiari: oltre al presunto coinvolgimento della fregata tipo Fremm francese “Auvergne”, la modalità dell’abbattimento del velivolo spia russo ha sollevato non poche ombre sulla dinamica e sugli attori protagonisti del raid.

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Il quadro strategico

La regione di Latakia, oggi, risulta essere strategica per la Siria, insieme a quella di Damasco e a quella della base T4 (Tiyas) e pertanto è una delle zone meglio difese da quello che resta dell’imponente complesso di difesa aerea siriano, smantellato da anni di guerra civile.

Sette anni di guerra intestina hanno, infatti, fortemente compromesso la capacità della rete difensiva siriana che prima del conflitto poteva contare su 60mila uomini e su un sistema di radar da ricerca e scoperta vasto e complesso che ne faceva uno dei più imponenti di tutto il Medio Oriente.

A disposizione di Damasco c’erano sistemi come S-200, S-125 (Sa-3 “Goa”) ed i vetusti S-75 (Sa-2 “Guideline”) disposti in postazioni fisse in tre aree di interesse strategico: le alture del Golan, Damasco, e la fascia costiera. A queste postazioni fisse erano associate altre mobili costituite da batterie di missili 2K12 Kub (Sa-6 “Gainful”) e da 9K33 Osa (Sa-8 “Gecko”), integrati nella catena di radar di fabbricazione russa che annoverava i P-40, P-18, P-14 e P-15.

Di questo complesso sistema oggigiorno resta ben poco, raccolto intorno a tre aree strategiche diverse, e per questo la Russia, anche e soprattutto in considerazione del suo intervento diretto nel conflitto, ha avviato un importante processo di aggiornamento e modernizzazione delle difese aree siriane contestualmente al dispiegamento del proprio contingente nella zona di Latakia, presso la base aerea di Khmeimim, e a sud, nel porto di Tartus.

Ovvero in quella fascia costiera che è considerata vitale – essendo sede di centri logistici come porti e aeroporti – per il Governo di Damasco e per le milizie sciite filo iraniane che sono intervenute nel conflitto a sostegno dell’Esercito Siriano e a fianco delle Forze Armate russe.

L’aiuto russo alla difesa aerea siriana

La Russia si è quindi fatta carico di rimodernare parte del sistema missilistico della difesa aerea siriana fornendo, a partire dal 2013, almeno 12 sistemi S-125 2M Pechora  (ovvero Sa-3 “Goa” aggiornati). Questi sistemi sono mobili rispetto agli S-125 originali e dispongono di missili con guida terminale elettro-ottica in grado di ingaggiare armi stand-off come missili da crociera.

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Le batterie di Pechora sono state disposte intorno a Latakia e Damasco proprio per intercettare i missili da crociera israeliani Popeye (60/80 chilometri di portata) e Delilah (250 chilometri di portata) spesso utilizzati durante i raid di Tel Aviv.

Contestualmente agli S-125 2M sono stati forniti anche i sistemi Buk M2E (Sa-17 “Grizzly) e PantsirS1 per cercare di organizzare una difesa aerea “a strati” integrando i sistemi di difesa di punto con quelli a medio e lungo raggio. Il Buk è altamente mobile e resistente alle contromisure elettroniche e per la sua capacità di ingaggiare fino a 24 bersagli contemporaneamente tutti gli esemplari (si pensa ne siano stati consegnati tra i 12 ed i 18) sono stati dislocati intorno all’aeroporto militare di Mezzeh e a quello internazionale di Damasco.

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La Russia ha fornito upgrade anche per le poche batterie sopravvissute di S-200, ormai diventate obsolete, che originariamente erano dislocate in cinque siti fissi (as-Suwayda, al-Dumayr, Homs, Hayluneh e Kuwereis) per un totale di 50 lanciatori. Il conflitto intestino, ed i raid israeliani, ne hanno fortemente ridimensionato il numero e si ritiene che le batterie superstiti – che hanno una portata di 250 chilometri – siano raggruppate principalmente intorno a Damasco.

La batteria di al-Dumayr, località a 30 chilometri dalla capitale, dopo l’intervento russo di modernizzazione effettuato a partire dal 2017, ha dimostrato di essere molto attiva pur senza riuscire ad intercettare i velivoli israeliani impegnati in azioni di ricognizione e bombardamento di obiettivi siriani.

Cosa potrebbe essere successo?

Ora che abbiamo a grandi linee un quadro generale della situazione dei sistemi da difesa aerea presenti in Siria, e considerando che quelli facenti capo direttamente a Mosca, ovvero della bolla A2/AD (Anti Access / Area Denial), non sono intervenuti e nemmeno hanno fornito dati alla difesa di Damasco, proviamo a fare qualche ipotesi in merito all’abbattimento dell’Ilyushin anche considerando alcuni aspetti diplomatici che si sono susseguiti nelle ore immediatamente successive all’incidente.

Contrariamente alla versione fornita dai russi, è probabile che il velivolo da spionaggio elettronico Il-20M era in volo proprio perché Mosca era a conoscenza dell’attacco israeliano, in cui potrebbero esser stati usati gli F-35 Adir, come già avvenuto e ammesso, in qualità di aerei da contromisura elettronica e come una sorta di piccolo Awacs volante: sono note infatti le capacità di raccolta e condivisione dati del velivolo.

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Durante un raid aereo, soprattutto se effettuato con nuovi sistemi d’arma, è logico pensare che una terza parte come la Russia cerchi di carpire quanti più dati possibile su tutti gli asset utilizzati.

Oltre al sostegno russo la Siria può contare anche su quello iraniano che ha fornito – e fornisce – personale specializzato per migliorare le capacità di comando e controllo della rete difensiva siriana.

Mosca, dopo il recente attacco dell’aprile di quest’anno, ha implementato ulteriormente le capacità della difesa aerea siriana fornendo ulteriori aggiornamenti ai sistemi radar e missilistici.

Questo comporta che, per un certo periodo di tempo che può anche superare i sei mesi in caso di sistemi particolarmente complessi e nuovi, personale russo si trovi ad affiancare personale siriano ed iraniano dietro alle consolle dei sistemi d’arma aggiornati, ed è ragionevole pensare che fossero presenti anche durante l’attacco della sera del 17.

La risposta massiccia della difesa aerea in occasione dell’attacco israeliano alla base T4, con il lancio di complessivamente 27 missili di batterie diverse (S-125, S-200, Buk e Kub) fornisce un precedente per capire come potrebbe essere stata la reazione in occasione dell’attacco che ha portato all’abbattimento dell’Il-20M: un intenso fuoco di sbarramento fatto di missili di vario tipo.

È ragionevole quindi pensare che l’Ilyushin Il-20M sia stato abbattuto per errore da un missile tipo S-125 Pechora di una delle tante batterie presenti nella fascia costiera tra Tartus e Latakia con alla consolle personale siriano ma affiancato da russi e/o iraniani.

la registrazione elettronica dell’evento.

La potente azione di disturbo elettronico israeliano (jamming) (e/o delle navi francese o israeliana, ndr) e il tiro missilistico a “sbarramento” hanno così determinato il fatale errore della difesa aerea, (se di questo si è trattato e non di altro, ndr).

A riprova della possibilità che vi fosse personale russo e/o iraniano in servizio nella difesa aerea siriana quella sera, ci sono le parole del presidente Putin, che a 24 ore dalla tragedia ha smorzato i toni dicendo che si è trattato di “una catena di tragiche circostanze accidentali”.

Parole che vanno controtendenza rispetto ai toni alquanto bellicosi tenuti dal Cremlino nelle ore immediatamente successive, quando puntava il dito contro Tel Aviv accusandola apertamente di essere responsabile dell’abbattimento.

Mosca infatti, per voce del Ministero della Difesa, in prima istanza ha sostenuto che la responsabilità dell’abbattimento dell’Il-20M fosse da attribuire ai caccia F-16 israeliani che hanno usato il velivolo spia russo “come scudo” e addirittura si riservava il diritto di prendere tutte le misure di ritorsione necessarie.

Un’analisi postuma che avesse indicato la presenza di personale russo e/o iraniano nella “stanza dei bottoni” potrebbe quindi aver provocato l’immediata smorzatura dei toni da parte del Cremlino, più di altre considerazioni geostrategiche che riguardano le relazioni che intercorrono tra Mosca e Tel Aviv.

La riprova è la differenza di comportamento di Mosca rispetto all’incidente che ha portato alla morte dei piloti del Su-24 “Fencer” abbattuto dai caccia turchi a novembre del 2015. In quella circostanza la linea tenuta dal Cremlino verso il suo partner commerciale (e nuovo partner militare) fu molto più dura.

International Army Games 2017 a Astrakhan in Russia

Qualcosa di strano è accaduto nei cieli siriani

Ma che qualcosa fosse nell’aria, nella notte di lunedì, è stato reso evidente anche da altri elementi. Come scrive Haaretz, i cieli di quell’area della Siria, in quelle ore erano particolarmente densi di aerei. Sicuramente c’erano anche aerei israeliani e probabilmente anche francesi. L’Il-20 è un aereo che vola costantemente in quella zona così come gli aerei-spai americani.

Inoltre, ore prima dell’attacco, “i radar civili hanno anche monitorato i velivoli della Royal Air Force britannica, che, insolitamente, avevano acceso i loro transponder”. Probabilmente, gli aerei della Raf volevano indicare la loro presenza anche per evitare qualsiasi coinvolgimento nello scambio di missili su Latakia. E questo confermerebbe che Israele aveva comunicato l’attacco.

Possiamo quindi essere certi degli elementi base dell’attacco: raid israeliano, reazione dell’antiaerea di Damasco, abbattimento dell’aereo russo. Ma per il resto, esistono questioni ancora oscure che non sono sembrano destinate a essere chiarite nell’immediato. La sicurezza delle accuse russe così come le smentite rapide e molto secche di Francia e Stati Uniti lasciano perplessi. Insomma, lunedì notte qualcosa sembra essere andato storto. E continua a persistere qualcosa di non detto che sembra essere particolarmente importante.

Così, Lorenzo Vita. Ma ci sono dei se: E se l’Il-20M fosse stato uno spione scomodo per i segreti militari messi in campo dagli israeliani? Se fosse stato proditoriamente e volutamente abbattuto, oppure, se il suo abbattimento abbia scoperto un nervo della difesa russa che si vuole mascherare?

La Russia e i sistemi di difesa

Quanto avvenuto lunedì notte è un problema che riguarda la Russia anche per un secondo motivo, oltre alla morte dei suoi 15 uomini. E il problema vero è che il sistema di difesa dato alla Siria non ha funzionato. O meglio, ha funzionato male.

All’inizio, i vertici militari russi, in primis il ministro Sergei Shoigu, hanno accusato gli F-16 di Israele di aver utilizzato l’Ilyushin russo come “copertura”. Una tattica subdola, ma efficacissima, che avrebbe confuso i sistemi di difesa anti-aerea forniti dagli stessi russi a Damasco proteggendo i caccia dello Stato ebraico.

Ma anche in questo caso, i dubbi ci sono. Le forze aeree siriane e russe lavorano ovviamente a strettissimo contatti con le batterie per la difesa aerea vendute dagli stessi russi. I centri di comando e controllo sono congiunti e i missili sono di fabbricazione russa.

L’Ilyushin che è stato colpito dal missile della contraerea era sicuramente dotato di transponder con sistema IFF (“Identification, Friend or Foe”, in italiano “Identificazione, amico o nemico”). E in anni di coinvolgimento dell’aviazione di Mosca sui cieli siriani, è naturale che i due alleati abbiano creato un sistema di procedure per evitare incidenti causati da fuoco amico.

Inoltre, almeno da quanto dichiarato da Israele e non smentito da nessuno, la contraerea siriana si sarebbe attivata quando i caccia erano già rientrati nello spazio aereo israeliano. Ed è plausibile, visto che aerei scarichi di bombe rientrano alla base molto rapidamente.

L’attacco come test

Si tratta di un un errore fatale? L’ipotesi sarebbe stata confermata anche dallo stesso Vladimir Putin, il quale, a differenza dei suoi militari, ha utilizzato toni concilianti quasi ad assolvere Israele da una tragedia che, in ogni caso, senza attacco da parte dell’aviazione dello Stato ebraico, non sarebbe mai accaduta.

Ma a questo punto la questione potrebbe essere un’altra: se qualcosa è andato storto, è possibile che qualcuno abbia cercato che ciò avvenisse. Ossia che qualcuno abbia voluto che il sistema S-200 siriano di fabbricazione russa intervenisse e che, una volta testato, cadesse nel tranello.

Non è un mistero che gli attacchi in Siria servano come test. L’attacco di aprile servì ad esempio alla Francia per testare, con un flop che ancora imbarazza Parigi, i suoi missili da crociera MdCN (e forse questo nuovo raid poteva avere lo stesso scopo). La guerra, purtroppo, ha anche questa utilità. Le esercitazioni non bastano: è l’utilizzo sul campo che fa comprendere quanto il nemico o un altro esercito sia forte. E mostrare che i sistemi nemici non sono ottimali, serve anche a manifestare la propria supremazia tecnologica rispetto al nemico.

Naturalmente, questo ha vari scopi. Nella guerra fra Israele e Iran, altro utilizzatore del sistema di difesa di fabbricazione russa, l’aviazione israeliana ha lanciato un segnale chiaro nei confronti di Teheran. Quel sistema può essere eluso dall’aeronautica dello Stato ebraico. E lo scontro fra i due Paesi, realizzato soprattutto in Siria, adesso ha anche questo “aggiornamento”. E questo potrebbe essere il primo scopo raggiunto direttamente da Israele.

Un secondo scopo, è quello di dimostrare, nel mercato delle armi, che il sistema di difesa russo non funziona in maniera perfetta. E questo può essere utile non tanto agli israeliani, quanto al suo più fedele alleato, gli Stati Uniti e rappresentare un monito per India e Turchia che hanno acquistato gli S-400 russi. La Turchia ha acquistato quattro unità di fuoco S400 per un valore di 2,5 miliardi di dollari.

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Infatti, la disputa sul mercato dei sistemi d’arma fra Mosca e Washington è all’ordine del giorno in ogni parte del globo. La Russia vuole strappare agli americani quote di mercato che, fino ad ora, erano state tenute sotto stretto controllo dall’industria bellica statunitense. Manifestare le debolezze del nemico aiuta anche a far decidere in maniera diversa chi è pronto a siglare un contratto per la fornitura del sistema, per esempio i turchi con gli S-400.

C’è poi un terzo scopo: costringere la Russia ad usare gli S-400. Fino a questo momento, Putin non ha voluto utilizzare gli S-400 per evitare di creare una pericolosa escalation militare in Siria nei confronti delle potenze occidentali coinvolte. È stata una scelta di natura politica: il Cremlino non vuole alzare il livello dello scontro con l’Occidente né con Israele, che non vuole avere il nuovo sistema russo in Siria.

Ma questo attacco cambia i parametri del conflitto. E forse, nella scelta di Putin di aumentare la protezione delle forze russe in Siria, è inserito anche il dispiegamento del sistema. Questo sì nato con lo scopo di colpire la tecnologia stealth delle forze occidentali.

Ci sono ancora molte ombre sulla battaglia che si è svolta nei cieli del Mediterraneo orientale. Ed esistono perplessità sul ruolo di alcune nazioni, in particolare la Francia, ma anche su quella “tragica concatenazione di eventi”, come definita da Vladimir Putin, che ha portato all’abbattimento dell’aereo russo.

 

1980.- AGGRESSIONE MISSILISTICA IN SIRIA. 15 RUSSI MORTI.

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È STATA GUERRA! Risposta disperata di Washington, Parigi e Tel Aviv all’accordo di pace fra Russia, Iran, Turchia. Il bombardamento terroristico e l’abbattimento del quadrimotore russo in procedura per l’atterraggio sono arrivati a poche ore dall’”accordo fra Russia e Turchia per evitare l’attacco a Idlib e una probabile strage di civili. Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan hanno raggiunto nel vertice di ieri a Sochi, nella Russia meridionale, un accordo per scongiurare una sanguinosa battaglia urbana, «una catastrofe» e «una crisi umanitaria» da evitare a tutti i costi, nelle parole del presidente turco. Erdogan e Putin hanno concordato di istituire invece una «fascia demilitarizzata» lungo i bordi della provincia, a partire dal 15 ottobre. La zona cuscinetto sarà profonda «15-20 chilometri», ha precisato Putin, e sarà pattugliata da militari turchi e russi. Nella aeree limitrofe sia i ribelli che l’esercito di Bashar al-Assad ritireranno le armi pesanti. Il ministro russo della Difesa Sergei Shoigu ha confermato che «non ci sarà alcuna offensiva» russo-siriana. ”

L’attacco terroristico missilistico è stato sferrato dai nostri alleati, senza preavviso e senza perché, dal mare contro le basi siriane di Latakia, Homs e contro il porto militare di Tartous, base logistica della Marina russa in Siria. Impressionante il cielo sulla costa siriana raccontata durante l’attacco missilistico con la riposta da terra della contraerea. I sistemi antiaerei siriani S-200 e Pantsir S2 sono entrati in azione, intercettando un numero di missili da crociera provenienti dal mare. Anche i russi sono intervenuti a difesa delle loro basi con il sistema anti missili S-400, che è entrato in azione, abbattendo alcuni missili.

I feriti siriani sono stati trasportati negli ospedali, la corrente elettrica è mancata e, poi, è ritornata in alcune zone costiere. Sulle prime, l’intensità dell’attacco è stata tale da far pensare che avrebbe coinvolto aerei e navi. A terra, detriti tutti da identificare, alcuni sembrano di anti-missili russi.

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SSN d’attacco, veloce, classe Los Angeles. Sono unità potenti, ma datate.

Da giorni si sapeva di un concentramento davanti alla Siria di navi della NATO. L’US Navy aveva fatto entrare da Gibilterra un’altro SSN d’attacco classe Los Angeles. Da parte russa, è seguito il rischieramento di un ulteriore quadrimotore pattugliatore antisommergibile Tupolev Tu-142. Subito, la stampa russa ha parlato apertamente di una partecipazione francese all’attacco con il lancio di missili dalla fregata FS Auvergne. Perché anche da una nave francese? Rotschild, per i suoi scopi, poteva permettersi di scegliere soltanto un’idiota. Macron persegue ancora la grandeur, ma la Francia è finita. Non è più dei francesi, è già per metà Islam. E noi dovremmo avere l’esercito europeo e le guardie di frontiera in comune con questi pusillanimi, malfidi? Macron insiste molto sull’esercito europeo, ma come lo impiegherebbe? Perché dobbiamo rischiare una guerra nucleare? Per gli interessi israeliani, americani e francesi. Certo non della NATO né dell’Ue!

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La fregata tipo FREMM antisommergibile FS Auvergne, unità lanciamissili da crociera MdCN de la marine nationale, ha partecipato all’attacco terroristico israeliano sotto lo schermo della flotta USA. Aveva già partecipato ai bombardamenti di Barzeh e Him Shinshar in Siria in rappresaglia per il “supposto” uso di armi chimiche da parte del governo siriano e per colpire siti “ presunti” di produzione e stoccaggio di armi chimiche in Siria. Il sistema MdCN offre una capacità di attacco rapido, massiccia e coordinata con i missili da crociera in volo. La rappresaglia questa volta a chi tocca?

Ci sono 15 morti russi.

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L’aereo Ilyushin Il-20M colpito mentre dirigeva per l’atterraggio, è in fiamme. È precipitato, poco dopo, con i suoi 14 aviatori.

Sembrava la bravata di 4 F-16 israeliani o della fregata FS Auvergne.
Un aereo di sorveglianza militare russo con 14 membri dell’equipaggio è scomparso dai radar sul Mar Mediterraneo orientale, dice il ministero della Difesa russo.
Il ministero ha detto in una dichiarazione del 18 settembre che l’aereo Ilyushin Il-20 è scomparso dal radar a 35 chilometri dalla costa siriana verso le 11 di sera. ora locale del giorno precedente.

Il ministero ha detto che l’aereo stava rientrando alla base aerea di Hmeimim nella provincia nord-occidentale della Siria di Latakia, dove si trova la maggior parte delle forze armate della Russia nel paese.

Le forze militari russe hanno lanciato un’operazione di ricerca. Non è stato immediatamente chiaro se l’aereo è stato abbattuto.

La Russia ha dato al presidente siriano Bashar al-Assad un sostegno cruciale in tutto il conflitto siriano, iniziato con una repressione governativa contro i manifestanti nel marzo 2011. Hmeimim è la principale base della Russia per i raid aerei sui gruppi ribelli in Siria.

L’Ilyushin è scomparso dai radar nello stesso periodo in cui gli F-16 israeliani hanno attaccato le strutture siriane nella provincia di Latakia, ha detto il ministero della Difesa russo.

Ha anche detto che i lanci di razzi sono stati rilevati provenire dalla fregata francese Fs Auvergne, più o meno nello stesso momento.

“L’esercito francese nega qualsiasi coinvolgimento in questo attacco”,  ha detto un portavoce militare francese. I francesi non hanno attaccato ma avrebbero “disturbato” l’antiaerea siriana, tanto viene riportato oggi da Mosca. Ci siamo chiesti se i missili lanciati  abbiano rilasciato flares per confondere i missili siriani. In serata i due ministri della difesa si sono parlati.

L’esercito israeliano ha rifiutato di commentare i rapporti sui suoi aerei che hanno preso di mira le infrastrutture industriali di Latakia, particolarmente colpite, dove l’Intelligence occidentale “sospetta” (ogni volta solo sospetti) che l’Iran sia costruendo una base per il lancio di missili terra-terra.

Un portavoce del Pentagono ha detto che gli Stati Uniti non sono stati coinvolti.

 

Il presidente russo Vladimir Putin, confermando che ci saranno conseguenze, ha però smorzato i toni dei suoi ministri.

Putin ha attribuito l’abbattimento dell’aereo russo IL-20 in Siria a una serie di tragiche coincidenze. Putin dopo l’incontro con il primo ministro ungherese Viktor Orban, ha detto “è una situazione diversa” rispetto all’abbattimento precedente del jet russo da parte dei turchi. “L’allora combattente turco ha deliberatamente abbattuto il nostro aereo, mentre questo sembra più simile a una serie di tragiche coincidenze, perché l’aereo israeliano non ha abbattuto deliberatamente il nostro”.

Putin inoltre, ha detto che dopo l’incidente, la Russia rafforzerà le misure di sicurezza per i suoi militari in Siria. Tradotto, Israele e i suoi padrini, in una nuova mascalzonata, devono mettere in conto una possibile reazione russa. Intanto il Cremlino aveva preannunciato che Putin oggi avrebbe tenuto una conversazione telefonica con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Lo aveva dichiarato il segretario stampa del presidente russo Dmitry Peskov.

Oggi, nella conversazione telefonica con Putin, Netanyahu ha espresso «dolore a nome dello Stato di Israele per la morte dei militari russi» ma ha anche sottolineato che la responsabilità dell’abbattimento del loro aereo ricade sulla Siria. Israele è determinato «ad impedire che l’Iran approfondisca la propria presenza in Siria e ad ostacolare i tentativi di Teheran, che invoca la distruzione di Israele, di trasferire agli Hezbollah armi micidiali» da utilizzare contro lo Stato ebraico, ha spiegato Netanyahu ribadendo di essere disposto a inoltrare a Mosca tutte le informazioni relative all’incidente e ha proposto che a farlo sia il comandante dell’aviazione militare israeliana.

 

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L’agenzia di stato siriana ha dichiarato che un F-16 israeliano di una formazione attaccante di 4,  si é nascosto alle spalle di un Ilyushin  Il20 russo, che è stato colpito dalla difesa aerea siriana. L’agenzia di stato dichiara che il regime israeliano è considerato direttamente responsabile. Il Ministero della Difesa russo: “Regime israeliano si assuma tutta la responsabilità per l’uccisione dell’equipaggio del IL20 abbattuto in Siria Consideriamo le azioni israeliane una aggressione e ci riserviamo il diritto di rispondere adeguatamente”. A sua volta, il Ministero degli Esteri russo ha convocato  l’ambasciatore d’Israele in Russia. Shoigu (Ministro Difesa): “Abbiamo notificato al ministro della difesa di Israele Avigdor Lieberman che la Russia non lascerà senza risposta l’azione della forza aerea israeliana sulla Siria.” E ce lo auguriamo perché cessino queste azioni di guerra di Israele e dei suoi cani da guardia a sostegno dell’Isis e si torni a parlare di pace in Medio Oriente. C’ è un problema numero uno in Medio Oriente e se non ci si pone l’obiettivo di risolverlo, prima o poi, qualcuno…

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LA CORRISPONDENZA DALLE AGENZIE DEL LIBANO: Ag. ANM, SOUT FRONT, SANA.

MENTRE TRA PUTIN ED ERDOGAN SI ERA APPENA STABILITO OGGI UN ACCORDO DI TREGUA E DI SMILITARIZZAZIONE  PER IDLIB, SONO STATI APPENA  SEGNALATI ATTACCHI MISSILISTICI NELLE PROVINCE DI LATAKIA, TARTUS, HOMS. LA RUSSIA UTILIZZA PRESUMIBILMENTE LE PROPRIE DIFESE AEREE.

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La base navale logistica della flotta russa in Siria è Tartous ed è stata attaccata improvvisamente da Stati Uniti, Israele e Francia. L’attacco si è rivolto anche a Latakia e a Homs, che i russi hanno liberata dall’Isis, da poco.

 


Il grande attacco missilistico contro la Siria occidentale sta proveniendo  dal mare. 

Verso la fine della giornata del 17 settembre, sono stati segnalati attacchi aerei contro le istallazioni governative nelle province siriane di Latakia, Tartus e Homs. In particolare, i bombardamenti avrebbero colpito un’area industriale nella città di Latakia.

BEIRUT, LIBANO (22.40) – L’attacco missilistico su larga scala nelle province occidentali della Siria proviene dal Mar Mediterraneo, l’agenzia di stampa araba siriana di proprietà statale(SANA).

Diversi attivisti dei social media siriani hanno postato su Facebook per accusare la Coalizione USA o l’esercito israeliano per l’attacco; tuttavia, non è ancora chiaro.

Domenica è stato riferito che diverse navi da guerra della NATO si stavano dirigendo verso la costa siriana, ma lo scopo di questa mossa è ancora sconosciuto.

A partire da ora, la Difesa Aerea Siriana sta ancora intercettando i missili sopra Latakia, mentre tentano di difendere le loro installazioni nella Siria occidentale.

Le forze di difesa aerea siriane (SADF) stanno rispondendo all’attacco. Alcune fonti riportano che anche i sistemi di difesa aerea schierati presso la base aerea russa di Khmeimim che sono stati impiegati.

Secondo fonti siriane, i raid aerei sarebbero stati eseguiti dall’esercito israeliano.

La situazione è in fase di sviluppo .

AGGIORNAMENTO 1: Secondo i media statali siriani, la SADF ha intercettato un certo numero di missili provenienti dal mare.

Nota: La coalizione USA ed Israele evidentemente non vogliono permettere la pacificazione in Siria e non si sono rassegnati al fallimento del loro piano.  Questa sembra essere l’ultima mossa disperata di Washington e Tel Aviv per non essere esclusi dal processo di stabilizzazione in Siria concluso dagli accordi fra Russia, Iran e Turchia.

Traduzione e nota: Luciano Lago

 

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BEIRUT, LIBANO (10:40 P.M.) – L’attacco missilistico su larga scala nelle province occidentali della Siria proviene dal Mar Mediterraneo, l’agenzia di stampa araba siriana di proprietà statale (SANA).

Diversi attivisti dei social media siriani hanno portato su Facebook per accusare la Coalizione degli Stati Uniti o l’esercito israeliano per l’attacco; tuttavia, non è ancora chiaro.Domenica è stato riferito che diverse navi da guerra della NATO si stavano dirigendo verso la costa siriana, ma lo scopo di questa mossa è ancora sconosciuto.

A partire da ora, la Difesa Aerea Siriana sta ancora bersagliando missili sopra Latakia, mentre tentano di difendere le loro installazioni nella Siria occidentale.

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USS Abraham Lincoln (CVN -72 ) e USS Harry S. Truman (CVN-75)

1973.- PERCHÈ SOLTANTO L’ONU POTREBBE DICHIARARE UN BLOCCO NAVALE DELLA LIBIA. SALTA IL PIANO DI MACRON.

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Protesta di donne libiche a Parigi.

L’ONU è una danzatrice di Valzer, che interviene quando lo chiedono i suoi padrini, oppure tace, non vede e non sente. Ricordate le armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein e, oggi, il genocidio nello Yemen da parte dell’Arabia Saudita, eletta, niente di meno, nella Commissione per i diritti delle donne. Anche le accuse di razzismo rivolte, senza fondamento, agli italiani e al Governo Conte sono una manifestazione di obbedienza ai noti poteri finanziari. Riguardo alla Libia, mercoledì 11 Aprile 2018 l’ONU ha dichiarato: “La Libia è un Paese senza diritti anche per i libici.” L’allora Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad Al Hussein tornava a contestare la politica italiana sui migranti, dicendo: «Uomini, donne e bambini in Libia sono detenuti in modo arbitrario, privati della libertà a seconda dell’appartenenza tribale, delle relazioni familiari e delle presunte affiliazioni politiche», si legge nel Rapporto. «Le vittime non hanno nessuna possibilità di ricorrere a strumenti legali, mentre i gruppi armati godono di un’impunità totale». E lo scorso novembre aveva dichiarato in un comunicato durissimo che «la sofferenza dei migranti detenuti nel Paese è un oltraggio alla coscienza dell’umanità», commentando le politiche dell’Unione Europea e dell’Italia a sostegno dei Centri di detenzione in Libia e della Guardia Costiera libica nell’intercettazione e nel respingimento dei migranti nel Mediterraneo. Perfettamente in sintonia con il suo successore Michelle Bachelet. Mi viene da chiedere: Alto Commissario di che? delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, e di chi? I migranti sono un prodotto e uno strumento del neocolonialismo dell’Occidente.

Veniamo al blocco navale. Ho partecipato alle missioni ONU e alle spalle c’è necessariamente una trattativa e un accordo diplomatico con ogni soggetto interessato. La capitolazione del governo serbo sotto la pressione dei bombardamenti NATO, nel 1998, portò al dispiegamento della missione ONU KFOR, disposta dal Consiglio di sicurezza a seguito di un accordo “a posteriori” includente Russia e Cina, a guida NATO e con una significativa presenza di truppe russe, a garanzia della Serbia. Sarebbe possibile oggi una missione ONU per garantire la pace e l’avvio verso libere elezioni in Libia? In Libia si sommano rifugiati e migranti, che si trovano nel mezzo di un conflitto fra i gruppi armati nel Paese e che ha costretto centinaia di migliaia di cittadini libici ad abbandonare le proprie case. Per incidens, a questi gruppi armati, le autorità libiche hanno delegato compiti di polizia e di giustizia. L’ultimo “Rapporto” dell’Alto Commissariato Zeid Ra’ad Al Hussein, parlava di migliaia di persone detenute nelle carceri del Paese in modo arbitrario e in condizioni disumane, senza accesso all’assistenza legale. Vi si confermava, con forte preoccupazione il ruolo chiave attribuito dal governo ai gruppi armati nel Paese.
Impossibile non chiedersi dove era l’Alto Commissariato UNHCR, quando venerdì 17 marzo 2011, con 10 voti a favore, 5 astenuti (Russia, Cina, Brasile, India e Germania) e nessun voto contrario, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu votò sì all’uso della forza contro Gheddafi, approvando l’uso di tutti i mezzi necessari per proteggere gli insorti, sostenuti da Sarkozy e praticamente, già sconfitti? L’unico limite imposto fu «nessuna forza occupante» in Libia. Piace ricordare che il viceministro degli Esteri libico Khalid Kaim, dopo il voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, si augurò che l’Italia restasse fuori dall’azione. Così non fu.

”Pace all’anima di Muhammad Gheddafi. Il 28 aprile, vi fu la prima missione di una coppia di Tornado contro obbiettivi militari libici, nella zona della città di Misurata. I decolli avvenivano dalla base aerea di Trapani-Birgi. Altre missioni furono effettuate il 29 aprile, e per tutta la durata dell’operazione militare. Vi presero parte anche gli AV8 Harrier II Plus della portaerei Giuseppe Garibaldi, e i cacciabombardieri AMX Ghibli. Ieri come oggi, l’Italia non poteva essere estromessa dal futuro della Libia.”

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La risoluzione ONU 1973 fu resa possibile perché venne meno il «no» di Russia e Cina. Gli USA, fino a pochi giorni prima titubanti, con diplomatica ipocrisia, mutarono posizione, temendo – dissero – il terrorismo e l’estremismo violento.

Da questa breve ricostruzione di quegli eventi, appare chiaro che gli interessi configgenti delle potenze in gioco e la frammentarietà della situazione politica in Libia, non consentono di ipotizzare né una invasione né il blocco navale della Libia. Appare altrettanto chiaro l’interesse della Francia, di Macron e di quelli cui fa capo, a ché, al più presto, si tengano elezioni in Libia, dalle quali si generi un governo con autorità su tutto il paese e da cui poter ottenere la stipula dei trattati necessari per la spartizione delle risorse energetiche della Libia, beffando l’ENI, l’Italia e il popolo libico.
Il governo fantoccio di Fayez Al-Sarraj voluto dall’ONU e appoggiato dall’Italia, non ha il controllo della Libia e, a malapena, per interposta persona, con patti e accordi di vario genere, controlla Tripoli, come abbiamo potuto vedere, appena nei giorni scorsi, con l’attacco della 7/a brigata di Al Kali. Ma è da Tripoli che transitano i nostri rifornimenti.
È di due ore fa la notizia, dataci dal Giornale.it che il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione del Regno Unito che estende di un anno la missione militare, ma non ha approvato la data del 10 dicembre per le elezioni, evitando, opportunamente, di fissare una data. Di più non si poteva chiedere, dopo la battaglia di Tripoli, scaturita dalle attività sobillatrici del governo Macron. Un Macron che si danneggia da solo, per nostra fortuna. Se, da un lato, la Francia fomenta i disordini, tenta di rovesciare Al-Sarraj e, dall’altra, preme perché si tengano elezioni libera fra le cannonate..Bene. Con questi “se” abbiamo la certezza che Macron non è affatto sicuro della sua politica e di sé.

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La risoluzione, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, è stata redatta dal Regno Unito e chiede elezioni presidenziali e legislative da tenere La Francia aveva insistito per “il prima possibile, a condizione che siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche”. Per l’ambasciatore francese all’Onu, François Delattre, era “più che mai essenziale avanzare nella transizione democratica in Libia”. Delattre aveva denunciato coloro che “ritarderebbero le scadenze con il pretesto che la situazione non lo permetterebbe”. “Una frase che, di fatto, era un j’accuse nei confronti dell’Italia che invece ha da sempre ritenuto fondamentale evitare elezioni prima della pacificazione reale del Paese.
La risoluzione, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, è stata redatta dal Regno Unito e chiede elezioni presidenziali e legislative da tenere “il prima possibile, a condizione che siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche”. La strategia degli Stati Uniti, molto simile a quella espressa dal governo Conte, è stata definita dal vice ambasciatore Jonathan Cohen. Il funzionario Usa aveva avvertito che “l’imposizione di scadenze false si ritorcerà” contro gli stessi ideatori e che porterebbe soltanto a nuove divisioni all’interno di un Paese già profondamente spaccato non solo sul presente ma anche sul futuro. Un segnale importante dell’asse fra Roma e Washington sul fronte libico.” Diciamo che, considerate anche le divisioni esistenti fra i partiti del Governo e malgrado i troppi attori sul palcoscenico, Giuseppe Conte sta portandoci dei risultati che non si vedevano da diversi anni.

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L’alternativa per l’Italia, per non essere esclusa dalla partita in Libia e per governare il problema dei migranti, sarebbe stata di venire a patti con Vladimir Putin che, dopo Tartus, mira ad avere un’altra base in Mediterraneo, che lo avvicini a Gibilterra. È soprattutto per questo che Putin ha sostenuto, dopo una fase di prudenza, il generale Khalifa Haftar. Haftar non è mai stato del tutto un uomo di Mosca; per 20 anni, al tempo dell’esilio impostogli da Muhammar Gheddafi, ha risieduto negli Stati Uniti. Questo lo escluderebbe dal potersi candidare alla presidenza, qualora le elezioni si tenessero dopo il referendum approvativo della costituzione libica, che lo vieta per chi è stato lontano dal paese per 20 anni. Sono noti anche i rapporti che il generale ha con i francesi.

Moavero vola da Haftar a Bengasi, 'ampia convergenza'

Finalmente, abbiamo assistito al disgelo nei rapporti fra l’Italia e il generale Haftar.
Nel recente incontro di Bengasi, con il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, abbiamo visto aprirsi una pagina nuova, di speranza per la Libia e per l’Italia. Il maresciallo Khalifa Haftar, l’uomo di Tobruk, l’alleato di Macron si dimostra un’alternativa capace di dare un futuro a tutti i libici. Le urne lo diranno, ma quando saranno cessate le ingerenze di quanti hanno di mira soltanto i loro interessi. Con gli incontri di Washington, del Cairo e di Bengasi, abbiamo aperto a un orizzonte di speranze.
Haftar, voltando pagina, ha offerto all’Italia di cooperare alla realizzazione di “un suo piano per la gestione dei flussi migratori, “che prevede un meccanismo di controllo della frontiera, in particolare del fianco sud, del deserto”. Diamo atto anche al ministro Moavero e alla Farnesina di questo risultato. Moavero ha illustrato, a sua volta, il piano davanti alle commissioni Esteri di Camera e Senato. Vi si prevedono:”posti di frontiera, pattugliamenti, collegamenti, naturalmente per via aerea, data l’ampiezza della zona e la carenza di infrastrutture”, con i relativi costi”. Una riflessione sui costi direbbe che i milioni necessari alla realizzazione del piano sarebbero meglio spesi di quelli per la finta accoglienza. Sottrarre allo sfruttamento dei trafficanti la gioventù africana che attraversa la Libia è un dovere e significa anche tutelare le frontiere esterne, italiane e dell’Unione europea.

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Il ministro si è riservato di sottoporre il piano alla competenza del Parlamento, anche “perché riteniamo che su questo genere di questione occorra una presa di responsabilità da parte dell’Europa”. È giunta l’ora che l’Unione europea faccia chiarezza anche nella politica estera dei suoi membri. Strasburgo dica se la Francia può essere una grande potenza, ostile ai nostri interessi; se il suo franco africano può continuare a essere fra le cause della migrazione; se Italia e Francia sono alleati o rivali. Da parte italiana, sicuramente, la Farnesina sta tessendo la sua azione nell’interesse degli italiani e dei libici e, se l’Unione europea non soddisfa le nostre aspettative, c’è Donald Trump che non dimentica il nostro peso strategico e la nostra fedeltà all’Alleanza Atlantica.
Da tutto quanto si è detto finora, si dimostra l’insuccesso e l’inutilità di continuare nell’operazione Sophia, ufficialmente denominata EunavForMed (European Union Naval Force Mediterranean) Sophia. Il ministro della Difesa Trenta ha dichiarato: «Chi ci ha preceduto aveva fatto in modo che tutti i migranti soccorsi dalle navi europee nel Mediterraneo venissero portati in Italia. Un principio inaccettabile che vogliamo rivedere» Ecco, ancora una volta, che si aggirano le cause del problema migrazione e non si va in Africa, alla sua radice. Ma di questo abbiamo parlato ampiamente. La debolezza di ogni accordo trae origine dalla situazione dei paesi africani, dalla nostra debolezza e dalla alterna utilità dell’ONU. Non possiamo sbarcare in Libia senza un mandato condiviso da un governo libico e, senza una risoluzione dell’ONU, nemmeno possiamo percorrere l’opzione del blocco navale. Per la Libia, la Farnesina sta lavorando a una soluzione politica. La nostra migliore possibilità, in linea con ciò che i libici rappresentano per noi, sta nell’offrirci al loro fianco, per tentare di ricostruire quanto è stato distrutto. È anche quanto scaturisce dalla offerta di Khalifa Haftar al ministro Moavero. Finalmente!

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Fin qui, il nostro punto di vista e i nostri commenti. Come d’uso, propongo il punta di vista di un’altra fonte. Lorenzo Vita, dagli Occhi della Guerra, titola:

UN BLOCCO NAVALE PER LA LIBIA?

Nonostante l’attenzione del mondo sulle operazioni russe sia naturalmente concentrato sulla Siria, la Libia rappresenta un punto fondamentale nell’agenda mediterranea del Cremlino. Per Mosca, il Mediterraneo rappresenta il naturale sbocco verso l’Atlantico. Controllare o comunque garantire la presenza nel Mediterraneo si traduce quindi nella capacità di uscire dal guscio del Mar Nero e ottenere posizioni nel mare intermedio fra i porti russi e l’oceano.

Il Mediterraneo serve. E dunque serve la Libia, visto che il conflitto che sta sconvolgendo da anni il Paese nordafricano riguarda principalmente le coste, dove sono presenti porti, arsenali, possibili basi militari e, inevitabilmente, i terminali dei giacimenti di gas e petrolio.
A tre anni dall’inizio dell’ operazione Sophia, ufficialmente European Union Naval Force Mediterranean, il tema migranti continua a essere centrale nel dibattito politico italiano ed europeo. Il caso della nave Diciotti della Guardia Costiera e l’incapacità dell’Unione europea di rispondere alle richieste di aiuto del governo italiano, continuano a provocare frizioni in Italia ne in Europa. E si torna a parlare con insistenza di un blocco navale davanti alle coste della Libia.

L’idea del blocco navale circola ormai con insistenza in larga parte della politica e dell’elettorato italiano. Molti esponenti politici chiedono che esso venga effettuato il prima possibile. Per molti, è l’unica soluzione per risolvere definitivamente il problema dell’arrivo dei barconi che partono dalla Libia e che si dirigono verso l’Italia.

Ma è davvero possibile effettuare un blocco navale di fronte alla Libia? Innanzitutto bisogna capire cosa sia effettivamente un “blocco navale”. Come spiegato dall’ammiraglio Fabio Caffio nel suo Glossario di Diritto del mare, “Il blocco navale (naval blockade) è una classica misura di guerra volta a impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di un belligerante”. E già da questa definizione è facile capire che il blocco navale sia un concetto quantomeno rischioso nel caso di Italia e Libia.

Tripoli è un nostro partner, non un Paese belligerante. E questo incide profondamente sulle capacità di manovra del nostro governo, che rischia di mettere in atto un vero e proprio atto di guerra nei confronti di uno Stato con cui sta dialogando da anni.Senza l’assenso di Tripoli, quindi di Fayez al Sarraj, e delle Nazioni Unite, il blocco navale non potrebbe più essere considerato un’operazione di tutela dei propri confini, ma una sorta di dichiarazione di guerra.

E veniamo quindi al secondo punto: Sarraj può realmente accettare un accordo con l’Italia su un blocco navale? È evidente che un gesto simile sarebbe controproducente per un governo che è costantemente sotto pressioni interne e e che rischia di cadere da un momento all’altro. Possiamo credere che un governo che controlla a malapena Tripoli e che sta faticosamente mettendo in atto una politica di pacificazione interna, possa accettare che l’Italia (l’ex potenza coloniale) si imponga con le sue navi di fronte alle coste libiche?

Difficile. Si può provare a chiedere un accordo, ma il rischio di rompere i fragili equilibri dei rapporti fra Roma e Tripoli è molto alto. Ed è rischioso, soprattutto se vogliamo strappare definitivamente la Libia alle mani della Francia.

In questo delicato gioco di leadership sulla Libia, imporre adesso un blocco navale rischia di interrompere la strategia del governo di Giuseppe Conte, che sta rosicchiando terreno a Emmanuel Macron proprio sfruttando l’erosione del consenso libico verso i francesi. E lo sta facendo anche grazie ai rapporti che si stanno instaurando (faticosamente) non solo con Sarraj ma anche con Khalifa Haftar.

L’alternativa al blocco navale, che sembra invocato molto spesso senza avere ben chiaro cosa possa comportare, sarebbe passare alla fase Tre dell’operazione Sophia. La campagna navale promossa dall’Unione europea è infatti definita su quattro fasi ben distinti. E il passaggio dall’una all’altra deve essere definita da una risoluzione delle Nazioni unite e dal consenso dello Stato costiero interessato.

Come spiega il sito del ministero della Difesa, la fase Tre dell’operazione è quella “volta a neutralizzare le imbarcazioni e le strutture logistiche usate dai contrabbandieri e trafficanti sia in mare che a terra e quindi contribuire agli sforzi internazionali per scoraggiare gli stessi contrabbandieri nell’impegnarsi in ulteriori attività criminali”.

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Questa terza fase sarebbe effettivamente l’unica in grado di cambiare radicalmente il quadro operativo della missione, perché consentirebbe ai Paesi coinvolti, e in particolare all’Italia – che detiene il Comando in mare della Task Force con la Nave San Marco, quale flagship dell’operazione – di entrare direttamente in acque territoriali libiche e a terra per colpire il traffico di migranti irregolari.

Ma è possibile credere che l’Onu e la Libia concordino con il passaggio a questa terza fase dell’operazione Eunavfor Med? Come visto sopra, è complicato. Soprattutto perché gli ultimi blocchi navali noti nell’area del Mediterraneo allargato sono quello di Israele su Gaza e quello della coalizione a guida saudita in Yemen. Non certo esempi utili per farlo accettare alle milizie libiche legate o alla Francia o al terrorismo islamico. Ma non è impossibile.

L’Italia dovrà puntare assolutamente su questo. Non parlare di blocco navale, ma di fase tre dell’operazione Sophia. In questo modo non solo non saremmo percepiti come potenza che interferisce nella sovranità della Libia, ma daremmo un quadro di legittimità giuridica e politica a un’operazione molto incisiva senza poterla tacciare di atto di guerra. Bisogna andare in punta di fioretto: solo così fermeremo il traffico di irregolari trattenendo comunque la Libia sotto la nostra leadership.

1971.- “Viaggi disperati” – Nuovo rapporto di UNHCR su rifugiati emigranti in Europa. Memorie italiane.

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Il neo Alto commissario per i Diritti Umani dell’ONU, Veronica Michelle Bachelet, cilena con una storia alle spalle finita non proprio bene, aprendo ieri la 39° sessione del Consiglio per i Diritti Umani, a Ginevra, ha annunciato: “Abbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom”. Torneremo su questa Bachelet e su quel “riferito”, tuttavia merita leggere cosa scrivono dall’UNHCR perché è evidente il tentativo d’intromissione suo e dell’ONU nella politica interna dell’Italia, che ha raggiunto il limite della possibile e dignitosa accoglienza, dando lezioni di civiltà sia oggi sia ieri, quando creammo le condizioni per lo sviluppo economico e sociale delle nostre colonie. Gli italiani mantennero la loro identità, senza privare della loro i somali, gli eritrei, i libici e gli etiopi. Erano in massima parte eritrei gli ultimi migranti della nave Diciotti. Facciamo un salto indietro nel tempo a caccia di razzisti:

Ricordo, prima di tutto, due Medaglie d’ oro al valor militare: Il Muntaz Unatù Endisciau (Etiopia, 1941) e il Buluc-basci di coperta Mohammed Ibrahim Farag (Eritrea, 1941). La migliore testimonianza della gratitudine africana fu per gli italiani di quell’impero effimero, la carica pazzesca del Reggimento di cavalleria eritrea “Penne di Falco” contro i cannoni ad alzo zero e contro una brigata corazzata inglese alla battaglia di Cheren, 31 gennaio – 27 marzo 1941. Gli inglesi la ricordano come la battaglia più sanguinosa e violenta della storia. Nella carica, caddero 448 cavalieri eritrei e gli inglesi furono fermati. Ventotto di quegli eroi e il loro vicecomandante Renato Togni si schiantarono, cavallo e cavaliere sui carri inglesi.
Non mancano i ricordi di famiglia.
Un mio zio, Eugenio, partecipò alla parata per la proclamazione dell’Impero (9 Maggio 1936) con una compagnia di ascari del VI° Arabo Somali. Piccoli ricordi: a pranzo, furono tutti ospiti di nonna Matilde nel giardino di via San Quintino, inscenando, poi, una loro fantasia. L’anno dopo, nel Goggiam (Alta Etiopia) lasciato di retroguardia con il suo VI° Arabo Somali, distrutto, sopravvisse ferito gravemente. La mia famiglia ricorda Mariem, una piccola donna etiope, che aveva assistito zio, prigioniero in catene, per quattro anni, del Ras Mangascià e che, a piedi per un anno, lo raggiunse nel campo di prigionia in Kenia, dove l’avevano condotto i “liberatori” inglesi, apparendogli un giorno abbracciata al reticolato. Sembrano tutte favole. Chi dà dei razzisti agli italiani è in mala fede.

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Tromba del Reggimento Penne di Falco. Gli italiani amavano l’Africa. La sconfitta ci ha allontanato, lasciandovi sudore, speranze e tanti nati italiani, per amore o per incidente: due generazioni che hanno vissuto senza essere né carne né pesce. La ruota gira.

La preoccupazione principale dell’UNHCR nel problema migranti è esortare le autorità europee a privilegiare un approccio basato sui diritti umani nel trattamento dei migranti irregolari e a garantire che le esigenze in materia di sicurezza non mettano in secondo piano il rispetto dei diritti. Secondo Pascale Moreau, capo di UNHCR Europa, “A fronte di una diminuzione degli arrivi sulle coste europee, non si tratta più di verificare se l’Europa è in grado di reggere il numero di migranti e rifugiati, quanto piuttosto di accertare se i Paesi europei siano in grado di dimostrare quell’umanità che occorre per salvare vite umane.”
Già qui, in queste raccomandazioni, si nota l’ipocrisia con cui, da parte dell’ONU, si vorrebbe inquadrare il problema dei migranti economici, sia per quanto riguarda loro: i migranti ingannati su un futuro radioso sia per quanto riguarda l’identità dei Paesi europei, invasi compromettendo il loro futuro.
La prima nota che corre l’obbligo di fare è che stiamo ricevendo la parte più abbiente di questi popoli, che, proprio in quanto tale, può permettersi di fuggire e fugge dalla mancanza di prospettive delle proprie società che l’Occidente – e non noi cittadini occidentali – ha creato con l’asservimento delle loro economie e delle loro risorse a quello che viene concordemente etichettato come neocolonialismo e che viene attuato attraverso le politiche di sviluppo, cioè, di indebitamento perenne del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale e attraverso la corruzione sistematica, a pena di colpo di Stato e di morte, di quei governi da parte delle multinazionali. L’ONU è tutt’altro che estraneo a questi soggetti e non meravigliano le sue posizioni espresse attraverso il Consiglio per i Diritti Umani e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (in inglese United Nations High Commissioner for Human Rights, UNHCHR o OHCHR in francese).
Una seconda nota riguarda Pascale Moreau, cittadino francese, capo di UNHCR Europa, perché proprio la Francia, attraverso la zona del CAF o franco africano, (CAF significava all’origine, nel 1945, Franco delle Colonie Francesi d’Africa, poi, si è sostituita la parola Colonie con Comunità. Parigi fa parte di due zone monetarie) drena il 65% e oltre delle posizioni finanziarie in riserva depositate da quegli stati presso il Tesoro francese, assicurando la piena convertibilità della loro moneta CFA (ieri al franco, oggi) all’euro, attraverso la Banca di Francia e non la Banca Centrale Europea. In sostanza, come per l’euro, a Parigi si è creato un rapporto di cambio, normalmente sfavorevole per gli africani, garantito dalla Francia, spremendo il sangue dell’Africa. E questo signor Moreau ha la faccia tosta di scrivere ciò che ora leggeremo.

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IL RAPPORTO MOREAU

Mentre diminuisce il numero di rifugiati e migranti che raggiungono l’Europa, cresce in modo drammatico il numero di vittime, secondo il nuovo rapporto di UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati.

Secondo “Viaggi disperati” è diminuito del 40 per cento il flusso di quanti sono arrivati in Europa quest’anno rispetto al 2017: l’aumento complessivo di ingressi in Grecia e Spagna non ha infatti compensato la drastica riduzione degli ingressi in Italia.

Questo calo è imputabile all’accresciuto supporto fornito all’azione preventiva della Guardia costiera libica e alle ulteriori restrizioni sulle ONG coinvolte nelle operazioni di ricerca e soccorso.

Dei tre Paesi di accesso nel Mediterraneo citati, la Spagna è diventata dalla fine di luglio il principale, con rifugiati da Guinea, Tunisia e Siria in testa agli ingressi rispettivamente in Spagna, Italia e Grecia (nello stesso periodo del 2017, i Paesi che avevano espresso il più alto numero di rifugiati nei tre Paesi mediterranei erano stati Nigeria, Guinea e Cote d’Ivoire.)

Ormai non è più questione di numeri: per l’Europa si tratta piuttosto di testare se il continente può esprimere l’umanità necessaria per salvare vite, secondo Pascale Moreau, capo di UNHCR Europa.

La Libia, principale Paese di partenza, ha ricevuto supporto per costituire il proprio apparato di ricerca e soccorso, causando così un aumento di persone intercettate o salvate in mare dalla Guardia costiera libica.

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Le ONG e altre organizzazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale fronteggiano crescenti difficoltà nel trovare porti Europei di sbarco: dall’inizio di giugno l’Italia ha respinto lo sbarco di diverse imbarcazioni di ONG che trasportavano migranti e rifugiati.

A tali misure si è accompagnato un brusco aumento del tasso di mortalità. Nel Mediterraneo centrale, tra gennaio e giugno 2018 un migrante su diciotto è morto nel tentativo di raggiungere l’Europa, a fronte di un tasso di uno su 42 lo scorso anno.

Quest’anno si sono finora avuti dieci incidenti che hanno causato un numero non inferiore a cinquanta vittime ogni volta. 300 persone sono morte tentando di raggiungere la Spagna dal Nord Africa, un terzo più che nel 2017.

Su terra, si sono registrati 78 decessi di rifugiati e migranti in Europa o comunque in prossimità delle frontiere continentali rispetto ai 45 nello stesso periodo dello stesso anno. Presunti respingimenti verso territori vicini, talvolta con uso di violenza, spesso negando l’accesso alle procedure di asilo, sono stati imputati a forze di polizia e autorità di frontiera.

“Il rapporto conferma ancora una volta che il Mediterraneo è uno dei luoghi più pericolosi da attraversare,” ha affermato Moreau, che ha aggiunto: “A fronte di una diminuzione degli arrivi sulle coste europee, non si tratta più di verificare se l’Europa è in grado di reggere il numero di migranti e rifugiati, quanto piuttosto di accertare se i Paesi europei siano in grado di dimostrare quell’umanità che occorre per salvare vite umane.”

UNHCR e IOM (l’agenzia ONU sulle migrazioni) chiedono un approccio regionale su soccorso e sbarco di persone in difficoltà nel Mediterraneo. UNHCR sollecita gli Stati europei a concedere a quanti cerchino tutela internazionale un agevole accesso alle procedure di richiesta di asilo oltre ad accrescere il ricorso a vie sicure e legali per l’ingresso dei rifugiati nel continente. Agli Stati europei viene anche chiesto di fare di più per proteggere persone con necessità specifiche, in particolare i bambini che viaggiano da soli.