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1209.- Foreign Policy: la Germania sta silenziosamente costruendo un esercito europeo sotto il suo comando

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Hitler è risorto nel silenzio dei media…Germania pronta a reclutare volontari in tutti i Paesi UE.

 

 Dal crollo del Muro di Berlino, venuta meno la minaccia sovietica, le forze armate tedesche sono state costantemente ridimensionate in numero e investimenti, tanto che nel 2014 un’indagine parlamentare ne denunciava la scarsa operatività. Ma, diventata il nuovo egemone europeo grazie alla crisi dell’euro e spronata dagli alleati, USA inclusi, ad assumere un maggiore ruolo militare, negli ultimi anni la Germania ha aumentato gli investimenti nella difesa e, per accelerare il recupero delle capacità militari, grazie ad una propria iniziativa all’interno della NATO, ha iniziato a integrare nel proprio esercito alcune divisioni di paesi alleati satelliti, con rapporto di mutuo beneficio per i partecipanti. Così, mentre a Berlino si discute anche della possibilità di dotarsi dell’atomica, silenziosamente la Germania sta costruendo il potenziale nucleo di una futura forza armata dell’Unione Europea, ovviamente sotto il suo comando.

di Elisabeth Braw, 22 maggio 2017 –  Foreign Policy.

Ogni pochi anni, l’idea di un esercito dell’UE torna a farsi strada tra le notizie, facendo molto rumore. Per alcuni è un’idea fantastica, per altri un incubo: per ogni federalista di Bruxelles convinto che una forza di difesa comune sia ciò che serve all’Europa per rilanciare la sua posizione nel mondo, ci sono quelli, a Londra e altrove, che inorridiscono all’idea di un potenziale rivale della NATO.

Ma quest’anno, lontano dall’attenzione dei media, la Germania e due dei suoi alleati europei, la Repubblica Ceca e la Romania, hanno silenziosamente fatto un passo  avanti radicale verso un qualcosa che assomiglia ad un esercito UE, evitando le complicazioni politiche che questo passo comporta: hanno annunciato l’integrazione delle loro forze armate.

L’intero esercito della Romania non si unirà alla Bundeswehr, né le forze armate ceche diventeranno una semplice divisione tedesca. Ma nei prossimi mesi, ciascun paese integrerà una brigata nelle forze armate tedesche: l’81a Brigata Meccanizzata della Romania si unirà alla Divisione delle Forze di Risposta Rapida della Bundeswehr, mentre la 4a Brigata di Dispiegamento Rapido della Repubblica Ceca, che ha servito in Afghanistan e in Kosovo ed è considerata la punta di lancia dell’esercito ceco, diventerà parte della Decima Divisione Blindata tedesca. Così facendo, seguiranno le orme di due brigate olandesi, una delle quali è già entrata a far parte della Divisione delle Forze di Risposta Rapida mentre l’altra è stata integrata nella Prima Divisione Blindata della Bundeswehr. Secondo Carlo Masala, professore di politica internazionale presso l’Università della Bundeswehr a Monaco di Baviera, “il governo tedesco si sta dimostrando disposto a procedere verso l’integrazione militare europea” – anche se altri paesi del continente ancora non lo sono.

Il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha ripetutamente ventilato l’idea di un esercito dell’Unione europea, solo per ricevere in risposta derisione o un imbarazzato silenzio. È così anche adesso che l’UK, eterno nemico dell’idea, sta uscendo dall’unione. C’è poco accordo tra i rimanenti Stati membri su come dovrebbe essere organizzata esattamente una simile forza ed a quali  competenze le forze armate nazionali dovrebbero conseguentemente rinunciare. E così il progresso è stato lento.

A marzo di quest’anno, l’Unione europea ha creato un quartier generale militare congiunto – ma ha soltanto la responsabilità dell’addestramento delle missioni in Somalia, Mali e Repubblica Centrafricana e ha un magro personale di 30 unità. Sono state progettate anche altre forze multinazionali, come il Gruppo da Battaglia del Nord, una piccola forza di reazione rapida di 2.400 militari formata dagli Stati baltici, da diversi paesi nordici e dai Paesi Bassi, e la Forza Congiunta di Spedizione della Gran Bretagna, una “mini NATO” i cui membri includono gli Stati baltici, la Svezia e la Finlandia. Ma in assenza di adeguate opportunità di schieramento, questi gruppi operativi potrebbero anche non esistere.

Tuttavia sotto la blanda etichetta del Framework Nations Concept, la Germania ha lavorato a qualcosa di molto più ambizioso: la creazione di quella che sostanzialmente è una rete di mini-eserciti europei, guidata dalla Bundeswehr.

“L’iniziativa è scaturita dalla debolezza della Bundeswehr“, ha dichiarato Justyna Gotkowska, analista di sicurezza dell’Europa settentrionale presso il think tank polacco Centro per gli Studi Orientali. “I tedeschi hanno capito che la Bundeswehr doveva colmare le lacune delle sue forze terrestri … per guadagnare influenza politica e militare all’interno della NATO“.

Un aiuto da parte dei partner potrebbe essere la carta migliore a disposizione della Germania per rinforzare rapidamente il suo esercito – e i mini-eserciti a guida tedesca potrebbero essere l’opzione più realistica per l’Europa, se deve considerare seriamente la sicurezza comune. “È un tentativo per impedire che la sicurezza comune europea fallisca completamente“, ha detto Masala.

“Lacune” della Bundeswehr è un eufemismo. Nel 1989, il governo della Germania Occidentale spendeva il 2,7% del PIL per la difesa, ma nel 2000 questa spesa era scesa all’1,4%, dove è rimasta per anni. Infatti, tra il 2013 e il 2016, la spesa per la difesa è rimasta bloccata all’1,2% – lontano dal livello di riferimento del 2% della NATO. In un rapporto del 2014 al Bundestag, il Parlamento tedesco, gli ispettori generali della Bundeswehr hanno presentato un quadro imbarazzante: la maggior parte degli elicotteri della Marina non funzionava e dei 64 elicotteri dell’esercito solo 18 erano utilizzabili. E mentre la Bundeswehr della Guerra Fredda era composta da 370.000 soldati, la scorsa estate era forte soltanto di 176.015 tra uomini e donne.

Da allora la Bundeswehr è cresciuta a più di 178.000 soldati attivi; l’anno scorso il governo ha aumentato i finanziamenti del 4,2%, e quest’anno la spesa per la difesa crescerà dell’8%. Ma la Germania è ancora molto lontana dalla Francia e dall’UK come forza militare. E l’aumento della spesa per la difesa non è immune da polemiche in Germania, dato che il paese è consapevole della propria storia come potenza militare. Il ministro degli Esteri Sigmar Gabriel ha recentemente affermato che è “completamente irrealistico” pensare che la Germania raggiunga il riferimento di spesa per la difesa della NATO del 2% del PIL – anche se quasi tutti gli alleati della Germania, dai più piccoli paesi  europei agli Stati Uniti, la stanno sollecitando ad avere un ruolo militare più importante nel mondo.

La Germania può non avere ancora la volontà politica di espandere le sue forze militari alle dimensioni che molti sperano – ma ciò che ha avuto dal 2013 è il Framework Nations Concept. Per la Germania, l’idea è di condividere le sue risorse con i paesi più piccoli in cambio dell’uso delle loro truppe. Per questi paesi più piccoli, l’iniziativa è un modo per far sì che la Germania sia più coinvolta nella sicurezza europea, evitando la difficile politica dell’espansione militare tedesca.

“È un passo verso una maggiore indipendenza militare europea“, ha detto Masala. “L’UK e la Francia non sono disposte a prendere la guida della sicurezza europea” – l’ UK è in un via di collisione con i suoi alleati dell’UE, mentre la Francia, un peso massimo militare, ha spesso mostrato riluttanza verso le operazioni multinazionali della NATO. “Resta solo la Germania“, ha detto.

Operativamente, le risultanti unità bi-nazionali sono maggiormente dispiegabili perché sono permanenti (la maggior parte delle unità multinazionali fino ad ora sono state temporanee). Questo amplifica in modo determinante il potere militare dei paesi partner. E se la Germania decidesse di schierare un’unità integrata, potrebbe farlo solo con il consenso del partner minoritario.

Naturalmente, dal 1945 la Germania è stata straordinariamente riluttante a dispiegare il suo esercito all’estero, addirittura  fino al 1990 ha vietato alla Bundeswehr di schierarsi fuori dai confini. In effetti, i partner minoritari – e quelli potenziali – sperano che il Framework Nations Concept farà assumere alla Germania più responsabilità nella sicurezza europea. Finora, la Germania e i suoi mini-eserciti multinazionali non sono altro che delle iniziative su piccola scala, ben lontane da un vero esercito europeo. Ma è probabile che l’iniziativa cresca.

I partner della Germania hanno sfruttato i vantaggi pratici dell’integrazione: per la Romania e la Repubblica Ceca, significa portare le proprie truppe allo stesso livello di addestramento delle forze tedesche; per i Paesi Bassi, ha significato riconquistare competenze coi carri armati (gli olandesi avevano venduto l’ultimo dei loro carri armati nel 2011, ma le truppe della 43a Brigata Meccanizzata, che sono in parte acquartierate con la Prima Divisione Blindata nella città tedesca occidentale di Oldenburg, ora guidano i carri armati tedeschi e potrebbero utilizzarli se schierati con il resto dell’esercito olandese). Il colonnello Anthony Leuvering, comandante della 43a Meccanizzata di base a Oldenburg, mi ha detto che l’integrazione ha avuto veramente pochi intoppi: “La Bundeswehr ha circa 180.000 unità, ma i tedeschi non ci trattano come l’ultima ruota del carro“. Si aspetta che altri paesi si uniscano all’iniziativa: “Molti, molti paesi vogliono collaborare con la Bundeswehr“. La Bundeswehr, a sua volta, ha in mente un elenco di partner secondari,ha dichiarato Robin Allers, un professore tedesco, associato presso l’Istituto norvegese per gli Studi sulla Difesa, che ha visto l’elenco dell’esercito tedesco. Secondo Masala, i paesi scandinavi, che già utilizzano una grande quantità di apparecchiature tedesche, sarebbero i migliori candidati per il prossimo ciclo di integrazione nella Bundeswehr.

Finora, l’approccio empirico di basso profilo del Framework Nations Concept è andato a vantaggio delle Germania; poche persone in Europa hanno obiettato all’integrazione di unità olandesi o rumene con le divisioni tedesche, in parte perché potrebbero non averla notata. E’ meno chiaro se ci saranno ripercussioni politiche nel caso in cui  più nazioni dovessero unirsi all’iniziativa.

Al di fuori della politica, il vero test sul valore del Framework Nations Concept sarà il successo in combattimento delle unità integrate. Ma la parte più complessa dell’integrazione, sul campo di battaglia e fuori, potrebbe rivelarsi la ricerca di una  lingua franca. Le truppe dovrebbero imparare le lingue gli uni degli altri? O il partner minoritario dovrebbe parlare tedesco? Il Colonello Leuvering, olandese di lingua tedesca, riferisce che la divisione bi-nazionale di Oldenburg si sta orientando verso l’uso dell’inglese.

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Siamo alle porte di una NATO Bis, con chissà quali conflitti e di un balzo avanti rispetto all’Eurogendfor del Trattato di Velsen.

Germania pronta a reclutare volontari in tutti i Paesi UE. 

L’europarlamentare Borghezio, preannunciando un’interrogazione, ha denunciato che, fra gennaio e febbraio, vi sono state, ad opera di navi sospette, moltissime consegne di merce in Europa dopo che le stesse avevano fatto sosta, spegnendo accuratamente i radar, in zone controllate dall’Isis e da Al Queda e si domanda: “Se oggi l’UE non è in grado di contrastare questi traffici, che valore possiamo dare al vasto programma sulla sicurezza e la difesa europea?”

Borghezio osserva non esserci una politica estera dell’Europa degna di questo nome, che definisca chi sono gli amici e i nemici, laddove è invece chiaro che oggi la minaccia viene dal terrorismo islamico e, ultimamente, dalla Turchia che prossima nuovamente a farci invadere.

Per quanto riguarda il progetto di ‘esercito europeo’, Borghezio sottolinea che “c’è già un Paese – la Germania -, la cui Bunderswehr si appresta a reclutare volontari in tutti i Paesi europei come si legge nel nuovo Libro Bianco del Dipartimento della Difesa tedesco”. E conclude osservando: “La Germania, dunque, dopo 70 anni si appresta a guidare l’Europa anche sul piano militare…” Così, l’On. Mario Borghezio – Deputato Lega Nord al P.E.

Marine Le Pen, allora candidata del Front National francese alle presidenziali, aveva accusato l’Unione europea di “deriva autoritaria” perché sta lavorando a un “progetto oscuro” di un esercito europeo che ha l’obiettivo di “tenere a bada il popolo con le armi”.

“Oggi il ‘sistema’ cerca di venderci l’idea assurda, stupida di un esercito europeo – aveva dichiarato Le Pen parlando a 1.500 persone durante un comizio in una sala mezza vuota – “L’Europa dal punto di vista della realtà politica e umana sarà sempre una moltitudine di popoli, di stati e di interessi. Quindi mi chiedo ancora, a che serve un esercito europeo?”. E la risposta che diede la candidata del Fn fu: “Forse per mettere a tacere tutte le velleità di indipendenza degli stati e finalmente tenere a bada il popolo con le armi?”. E ancora: “Questo costituirebbe una minaccia intollerabile per le libertà fondamentali dei popoli europei”E, per l’A.N.P.I. di Smuraglia, Marine Le Pen incarnerebbe il neo-fascismo!

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1076.- A SAN PIETROBURGO SI MUORE, MA PERCHE’?

14 morti e almeno 45-50 feriti.

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Paolo Becchi‏ scrive poche ore fa: “L’ attacco terroristico a San Pietroburgo ha un unico obiettivo: indebolire Putin dopo tutti i successi che ha avuto, non solo in Siria.” E’ stato trovato un secondo ordigno inesploso e, secondo la procura, “e’ terrorismo”. Son state, sì, diffuse le immagini di un sospetto: “Akbarjon Djalilov, nato nel 1995”, ma l’uomo si è presentato alla polizia, scagionandosi. L’uomo compariva in alcuni fermi immagine, che i media descrivevano come provenienti dalle telecamere di sorveglianza, e appariva di mezza età, con la barba scura, vestito di nero e con un cappello dello stesso colore. Il portavoce dei servizi di sicurezza kirghisi, Rakhat Saulaimanov ha dichiarato: “Il kamikaze nella metro di San Pietroburgo era il cittadino kirghiso Akbarjon Djalilov (…), nato nel 1995”. Nelle scorse ore, i servizi di sicurezza avevano parlato di un cittadino kazako, membro di un’organizzazione terroristica islamista messa al bando nel Paese, “un 23enne nativo dell’Asia Centrale”, che avrebbe celato l’ordigno in uno zaino” e, per i media: c’era stato un solo kamikaze e del Kazakhstan. Con il che, il Terrorismo islamico sarebbe giunto nel cuore della Russia e, per giunta, facendo 14 morti e almeno 45-50 feriti, durante la visita di Putin alla sua città natale.
Qui, noto due cose: un solo attentatore, ma due ordigni in luoghi diversi e, poi, per non escludere nulla a priori, che i Paesi Baltici e la NATO sono a soli 100 km da San Pietroburgo. Infine, il Terrorismo islamico è nato, ufficialmente, negli USA con le Twin Towers e, con il conseguente ricorso all’art. 5 del Trattato Nord Atlantico, ha generato uno stato di minaccia e di guerra e, quindi, di difesa permanente, intorno alla potenza militare egemone, che ha ricostruito quell’atmosfera di pericolo incombente venuta meno con la caduta del muro di Berlino. Non mi stupirebbe che quel terrorismo diventasse, ora, lo strumento per giustificare un riavvicinamento fra Russia e Stati Uniti, in vista della espansione cinese, inarrestabile in ogni settore. In tale eventualità, per nulla nuova alle logiche della politica, sarebbe una vera disgrazia se l’Europa non riacquistasse rapidamente la sua coesione morale e non potesse, perciò, garantire la sua partecipazione a questo auspicabile Nuovo Occidente, svolgendovi una funzione equilibratrice fra le due massime potenze, assolutamente necessaria. Ciò, a mio sommesso avviso, potrebbe avvenire soltanto troncando alla radice dei trattati l’utopica Unione mercantile ordoliberista e rifondandola intorno ai principi degli Stati sociali, sovrani. Pace ai morti di San Pietroburgo.

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Le condoglianze di Donald Trump

Il presidente americano Donald Trump ha telefonato a Putin per offrire le condoglianze alle famiglie delle vittime. A comunicare la notizia è stato il Cremlino, mentre la Casa Bianca ha inizialmente mantenuto il riserbo sul colloquio. Secondo la versione russa Trump avrebbe chiesto a Putin di manifestare il suo sostegno al popolo russo. Il leader russo ha ringraziato per la solidarieta’. I due hanno condiviso la convinzione che “il terrorismo e’ un male che deve essere combattuto congiuntamente”.     In seguito anche la Casa Bianca ha reso noto la telefonata di condoglianze di Trump a Putin.    Nel colloquio il presidente usa ha offerto “il pieno sostegno degli stati uniti nel rispondere all’attacco e nel portare davanti alla giustizia i responsabili”.    I due leader, aggiunge la Casa Bianca, “hanno concordato che il terrorismo deve essere sconfitto in modo decisivo e rapido”.    Consiglio sicurezza Onu: “Vile terrorismo”     Il consiglio di sicurezza delle nazioni unite condanna “nei termini piu’ forti l’attacco terroristico barbaro e vile” di san pietroburgo.   I membri del consiglio “hanno espresso la loro profonda solidarieta’ e cordoglio alle vittime di questo atto atroce di terrorismo; alle loro famiglie, al popolo e al governo della federazione russa – si legge in un comunicato dell’onu.  I responsabili, gli organizzatori, i finanziatori e gli sponsorizzatori di questi atti riprovevoli” devono essere portati davanti alla giustizia.

Il segretario generale della Nato Stoltenberg: profondo cordoglio Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha espresso la sua vicinanza alle persone colpite dall’esplosione nella metropolitana di San Pietroburgo. “Profondo cordoglio per le persone colpite dall’esplosione della metropolitana di #SanPietroburgo, i loro cari e il popolo russo”.

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968.-Nel mirino di Putin … o di chi?

TIRA BRUTTA ARIA

Il Libro bianco della difesa di questo 2017 ha voluto por termine a molti equivoci. Il ministro  ha dichiarato: “È un documento pensato per rendere più moderne ed efficienti le nostre Forze Armate e che per tre anni ha visto la collaborazione di esperti, think tank, università, centri studi, Parlamento e anche ONG. Un metodo totalmente nuovo rispetto al passato, che ci ha permesso di immaginare un modello di difesa e sicurezza capace di rispondere ai sempre nuovi rischi nazionali e internazionali.” Abbiamo più volte deriso la dicitura “Missioni di Pace” ed era ora di fare chiarezza; ma nella chiarezza è venuto meno qualcosa del vincolo sia morale sia giuridico che l’art. 11 della  Costituzione, dicendo “ l’Italia ripudia” e non solo rinuncia alla guerra, poneva ai governi. Insomma, il vincolo resta ma è solo giuridico. 

La partecipazione dell’Italia alle azioni militari è consentita nell’ambito della solidarietà e della giustizia internazionale, come strumento di difesa della libertà e dei diritti degli altri popoli, nel rispetto dei vincoli stabiliti nella Carta delle Nazioni Unite.

Opportunamente, l’ Articolo 11 non ha subito modifiche volte a legittimare le azioni di forza, nei confronti di stati in cui siano emerse emergenze umanitarie, con palese violazione dei diritti umani. (deportazioni, genocidi, stupri etnici). Anche se tali azioni di forza dovrebbero essere sempre condotte sotto l’egida di un’organizzazione internazionale, le emergenze sono risultate, a volte, strumentali al conseguimento di finalità economiche, di potere, di conquista e di offesa alla libertà dei popoli. Così, almeno, nella ex Yugoslavia, in Iraq e in Libia.

La costituzionalizzazione della possibilità di consentire alle limitazioni della sovranità, a condizioni di reciprocità ed uguaglianza con gli altri Stati, per un verso, segna la preminenza dell’interesse per la pace e la giustizia tra i popoli rispetto alla sovranità stessa, per un altro verso, legittima le limitazioni così motivate, escludendo ogni ipotesi di cessione.

Tuttavia, l’adesione a istituzioni sovranazionali che hanno per scopo un’integrazione via vai maggiore tra i popoli, porta con se l’ampliamento progressivo di queste limitazioni.. Così, attraverso una lettura deviata dell’Art. 11, si è passati dall’ingresso dell’Italia nell’Organizzazione delle Nazioni Unite al processo di integrazione europea, dove la mancanza di vigilanza della giustizia costituzionale ha condotto alla cessione della sovranità.

Personalmente, vedo implicazioni, gravissime, anzi a prima vista, direi, lesive della procedura di revisione costituzionale, scaturire dal Libro Bianco della Difesa sottoscritto il 10 febbraio dal ministro Pinotti, nei riguardi del principio pacifista recato dalla Costituzione, art. 11 in particolare. Perciò, all’allargamento del concetto di difesa della Patria, fino alla difesa di generici interessi nazionali in tutto il mondo e alla concomitante dislocazione dei nostri soldati nei Paesi baltici, alla frontiera russa, può fare eco questo bell’articolo di Matteo Zola, direttore di East Journal, dal titolo “Nel mirino di Putin”; un po’ orientato verso le tesi sostenute in ambito NATO. Matteo Zola apre dicendo: “Per l’Europa orientale, l’idea di NATO finora proposta da Trump è la peggiore notizia possibile” . Sappiamo come i paesi baltici abbiano fatto un caposaldo, tutto loro, dell’acquiescenza alla politica USA; ma la verità su quanto accade alle frontiere Nord della NATO, e anche dell’Unione europea, sta, a mio parere, in questo sottotitolo del testo: “ La NATO potrebbe rinunciare a futuri allargamenti a est, lasciando Ucraina e Georgia sotto la tutela russa, come contropartita per gli interessi americani in Medio Oriente.” Come dire, abbiamo perso in Siria e cerchiamo di rifarci, soffiando venti di guerra in Europa. 

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ADAM BERRY/GETTY

Quando nel 1862 Friedrich Reinhold Kreutzwald – umile figlio di servi della gleba – scrisse il Kalevipoeg non pensava di inventare una nazione. Egli voleva, certo, seguire le orme di MacPherson e dei suoi Canti di Ossian, dotando di un’epica la sua piccola patria baltica, l’Estonia, allora dominata dalla lingua tedesca. Ma la saga, che usava la povera lingua delle campagne, visse presto di vita propria e, benché nata dalla sola fantasia di Kreutzwald, venne unanimemente ritenuta antica, medievale testimonianza della vetustà della cultura estone, e assurta al rango di epos nazionale. Finalmente, grazie al Kalevipoeg (Il figlio di Kaleva, in italiano) anche gli estoni potevano vantare radici culturali remote e unirsi alle altre nazioni che, sulla scorta di epiche anticate, ma assai moderne, rivendicavano un proprio destino nel mondo. Il destino degli estoni venne presto messo alla prova quando, tra il 1918 e 1920, il paese dovette difendersi dalla doppia invasione tedesca e sovietica.

Il 23 giugno del 1919 l’esercito baltico sconfisse i due nemici, guadagnandosi l’indipendenza: sul campo di battaglia echeggiavano i versi del Kalevipoeg unendo così il sangue della battaglia a quello dell’eroe mitico. Da allora il 23 giugno è il Võidupüha, il giorno della Vittoria, ricorrenza che gli estoni hanno potuto tornare a festeggiare solo dal 1992, al termine della cattività sovietica. La parata cerimoniale è organizzata, come da tradizione, dalle Giovani Aquile, il corpo che raccoglie i ragazzi e le ragazze della Eesti Kaitseliit, la Lega per la Difesa estone, organizzazione paramilitare che ha il compito di difendere l’indipendenza del paese. Ogni 23 giugno i figli della patria sfilano con le bandiere in mano, fieri e impettiti nella loro divisa: non si tratta, però, di un gioco. La Eesti Kaitseliit conta più di venticinquemila volontari ben addestrati e armati dallo stato. Nel corso del 2016 il loro numero ha raggiunto i massimi storici, segnando alcune novità nell’addestramento quali l’apprendimento di tecniche di guerriglia e la costruzione di bombe fatte in casa utili a difendersi in caso di invasione da parte di un esercito regolare.

Da mesi l’Estonia vive infatti nell’incubo, e nella paranoia, di un’aggressione militare da parte russa. Gli eventi in Ucraina e l’annessione della Crimea hanno generato il panico nelle società baltiche, risvegliando antiche paure. Paure che, tuttavia, sono alimentate anche dalle recentissime notizie legate al nuovo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, il quale ha dichiarato che la NATO, sotto la sua guida, valuterà caso per caso se soccorrere stati membri che abbiano subito un’aggressione militare. L’Estonia, anche alla luce della sintonia che sembra esserci tra Putin e Trump, teme per il proprio futuro e corre ai ripari come può. Così giovani studenti e studentesse, artigiani e maestre, impiegati e operai arruolatisi nella Eesti Kaitseliit si trovano a essere moderni “figli di Kaleva”, chiamati a salvare l’indipendenza della patria ma impegnati in una partita che, a guardarla bene, è molto più grande di loro.

Il Baltico alla prova del Trumpismo
Non solo in Estonia: in tutte le tre repubbliche baltiche si respira un clima di tensione e incertezza. La Lettonia ha più volte invocato un maggiore impegno da parte della NATO ottenendo, al summit dell’Alleanza Atlantica tenutosi a Varsavia lo scorso luglio, il dispiegamento di forze armate di diverse nazionalità a presidio dei suoi confini. A partire da quest’anno saranno dislocate nel paese forze militari canadesi, italiane, portoghesi e polacche. In Estonia saranno inviati militari britannici mentre in Lituania saranno presenti forze armate tedesche. In Polonia la presenza militare NATO sarà formata da militari statunitensi. La presenza italiana al confine russo sarà particolarmente rilevante e, dal 2018, l’Italia sarà nazione guida nel VJTF, una task force di azione ultrarapida, “punta di lancia” in grado di intervenire in cinque giorni in caso di emergenza. Saranno quindi i soldati italiani a rispondere a un’eventuale – quanto improbabile – invasione russa del Baltico. L’incremento di militari NATO nel Baltico, per quanto limitato nei numeri, rappresenta il maggiore rafforzamento militare nell’area da venticinque anni a questa parte. Non può, e non deve, essere visto solo come un fatto simbolico.

polonia-putin-1Immagine: la punta di lancia della NATO è formata da soldati provenienti da 23 paesi NATO: nella foto, soldati polacchi, estoni e slovacchi. Sean Gallup/Getty.

I timori baltici non sono infatti del tutto infondati. Secondo il capo delle forze armate lettoni, Raimonds Graube, dal 2014 le attività militari della Russia ai confini sono notevolmente aumentate. Le manovre navali russe nel mar Baltico e il passaggio – illegale e costante – di aerei militari di Mosca nei cieli lettoni, inquieta il governo di Riga che ha approvato a fine febbraio modifiche alla legge sulla sicurezza nazionale rafforzando e semplificando le procedure in caso di minaccia. Una di queste misure prevede che le istituzioni del paese non possano vietare all’esercito di combattere in caso di attacco militare in territorio nazionale. Insomma, il parlamento ha deciso di dare più poteri all’esercito, un chiaro segnale di irrequietezza.

Inoltre, la recente “legge sulla lealtà” rischia di dare il via a pericolose epurazioni di insegnanti, docenti universitari, dirigenti scolastici, che si dimostrino “sleali” verso lo stato. Approvata lo scorso 2 dicembre insieme alla legge sull’educazione, è il frutto delle psicosi della società lettone. Come scritto dalla slavista Laura Luciani: “In un paese tradizionalmente diviso su questioni di ordine storico, sul lascito dell’epoca sovietica e sul rapporto alla lingua e all’identità nazionale, una legge che prescrive la ‘lealtà’ allo stato è sintomo – più che della volontà di proteggere la sicurezza nazionale – di un approccio politico che ancora rifiuta di superare una certa diffidenza nei confronti di parte della popolazione”. Ovvero della minoranza russa del paese che rappresenta il 27% circa della demografia.

Secondo il capo delle forze armate lettoni, Raimonds Graube, dal 2014 le attività militari della Russia ai confini sono notevolmente aumentate (Vuol dire tutto e niente, ma da chi viene detto? ndr).

Una piccola parte di loro è senza cittadinanza, si tratta dei cosidetti nepilsoņi, persone che dopo l’indipendenza della Lettonia, nel 1991, non hanno superato il test linguistico necessario per diventare cittadini lettoni. Benché siano appena 400mila, i nepilsoņi sono diventati lo strumento principale della propaganda filorussa nel paese. Il partito Par Dzimto Valodu! (letteralmente, Per la lingua madre!) guidato dall’attivista russofilo Vladimirs Lindermans, si batte da anni per il riconoscimento dei diritti politici dei nepilsoņi e per l’indipendenza del Latgale, regione orientale del paese a maggioranza russa. Il partito ha goduto dell’appoggio del Cremlino per alcuni anni, fin quando la crisi ucraina e l’annessione della Crimea hanno ridotto al minimo la tolleranza nei confronti di potenziali “nemici” interni. La magistratura lettone è quindi intervenuta nel febbraio scorso dichiarando illegale il partito e imponendone lo scioglimento.

A seguito della sentenza, Vladimir Putin intervenne impegnandosi a “difendere la minoranza russa del Latgale” confermando implicitamente i timori di ingerenza russa nel paese. In particolare i sospetti che Mosca possa alimentare una sollevazione nella regione – o crearne una ad arte – al fine di intervenire militarmente, come già in Crimea, sono diventati sempre più concreti per gli osservatori locali. Le preoccupazioni sono decisamente aumentate dopo l’elezione di Donald Trump. Quel che si teme è che la NATO non reagisca a un’eventuale ingerenza russa. Intanto, l’arrivo di forze armate internazionali al confine lettone ha suscitato indignazione tra la popolazione russofona del Latgale che le percepisce come truppe di occupazione, mandate lì per controllare loro piuttosto che il confine. Il rischio maggiore, per la Lettonia e per il Baltico, è che la paura per l’invasione diventi una self-fulfilling prophecy, una profezia che si auto-avvera.

I missili a Kaliningrad
Quando Immanuel Kant diede alle stampe Per la pace perpetua, nel 1795, non poteva certo immaginare che la barbarie della Seconda guerra mondiale avrebbe trasformato la sua Königsberg in un cumulo di macerie dalle quali sarebbe sorta – in ottemperanza ai dettami del realismo sovietico – la nuova Kaliningrad, avamposto russo della guerra nucleare. L’enclave di Kaliningrad ospita infatti alcune batterie di missili nucleari Iskander-M, recentemente dislocate malgrado i trattati internazionali vietino espressamente lo spiegamento di missili nucleari entro i 500 chilometri dal confine dell’Unione Europea. I governi di Varsavia e Vilnius sono subito entrati in fibrillazione, accusando Mosca di voler aumentare la tensione sul confine orientale.

La NATO potrebbe rinunciare a futuri allargamenti a est, lasciando Ucraina e Georgia sotto la tutela russa, come contropartita per gli interessi americani in Medio Oriente.

Tuttavia quella dei missili è una partita che si gioca da anni, cominciata con lo “scudo spaziale” voluto da George W. Bush e portata avanti, seppur in tono minore, dall’amministrazione Obama. Una partita che ha visto anzitutto il dispiegamento di missili americani Patriot in Repubblica Ceca e Polonia – paesi tradizionalmente antirussi – e successivamente in Romania. Mosca rispose allora alla provocazione installando missili nucleari nel suo avamposto prussiano. La situazione si normalizzò solo nel 2010, con la firma del Trattato “New Start”, che prevedeva una riduzione delle testate nucleari e l’accantonamento del progetto di “scudo antimissile” americano. La distensione non è durata molto e la crisi ucraina ha riacceso la competizione tra Russia e Occidente. Una competizione che non giova alla pace e in molti sperano proprio nel nuovo presidente americano per trovare una soluzione alle tensioni tra Mosca e Washington.

La speranza è un fungo velenoso, diceva Bukowski, ma è sempre meglio di un fungo atomico, così non resta che fare affidamento proprio su Trump, il quale – qualora la sua amicizia con il Cremlino vada oltre le cortesie mediatiche e le premure degli hacker – potrebbe favorire il disarmo. Speranze forse mal risposte se diamo credito al recente tweet prenatalizio con cui Donald J. Trump ha gelato gli animi delle cancellerie internazionali: “Gli Stati Uniti devono espandere il proprio arsenale nucleare”. Così, in attesa che qualche ordigno ‘fine-di-mondo’ torni a scaldare il clima politico, non resta che attendere di vedere quali saranno le reali azioni del nuovo presidente il quale dovrà, giocoforza, affrontare il vero vulnus dell’Europa orientale, il conflitto ucraino.

L’Ucraina e i destini siriani
A fare le spese dell’amicizia tra Trump e Putin sarà probabilmente l’Ucraina. Il conflitto nel Donbass, regione orientale del paese, è uscito dalle pagine dei giornali ma non ha smesso di seminare morte. Gli scontri si riaccendono periodicamente, talvolta in modo circoscritto, talaltra attorno a obiettivi militari sensibili, come lo snodo ferroviario di Debaltsevo, con massicci dispiegamenti di forze. Si calcola che dall’agosto scorso la tregua sia stata interrotta ben 350 volte. A farne le spese è la popolazione civile. Gli accordi di Minsk, nella loro seconda edizione del febbraio 2015, prevedevano la cessazione delle ostilità in attesa di una riforma costituzionale che garantisse autonomia alle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, consentendo infine all’Ucraina di riprendere il controllo delle regioni contese. Tuttavia il governo di Kiev ha finora evitato qualsiasi riforma in tal senso ritenendola – non a torto – la premessa “legale” per una futura dichiarazione di indipendenza delle regioni orientali. Inoltre gli accordi di Minsk non stabilivano le sorti della Crimea, illegalmente occupata dai russi.

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Immagine: T72 filorussi in riposo a Torez, nella regione di Donetsk. Aleksey Filippov/AFP/Getty.

A fronte dell’immobilismo che regna sul fronte ucraino, la soluzione della crisi sembra passare necessariamente da Damasco. L’intervento russo a fianco di al-Assad ha fatto del conflitto in Donbass un evento secondario per le cancellerie internazionali, eppure legato ad esso. L’intreccio tra le crisi siriana e ucraina è soprattutto geopolitico: alla Russia interessa il possesso della Crimea, quale sbocco sul Mediterraneo, tanto quanto il controllo del porto di Tartus, in Siria, che al-Assad aveva messo nelle disponibilità di Mosca. A Tartus i russi progettano di costruire una base navale permanente ma già oggi i russi usano Tartus a scopi militari, benché la destinazione d’uso ufficiale sia quella di “punto di supporto tecnico”.

Tartus è un approdo fondamentale per Mosca poiché consente di aggirare lo storico ostacolo del Bosforo: dai capisaldi di Sebastopoli e Tartus dipende quella proiezione sul Mediterraneo che i russi cercano da almeno due secoli. Solo dopo che si sarà trovata una soluzione per la Siria, e alla luce dei rapporti di forza che tale soluzione produrrà, sarà possibile immaginare un esito per l’Ucraina. Ed è possibile che sul piatto della bilancia siriano ci finisca anche Kiev, quale contropartita per una pacificazione che veda l’uscita di scena di al-Assad o una federalizzazione della Siria. E di nuovo entra in scena la NATO che, sotto la guida di Donald Trump, potrebbe rinunciare a futuri allargamenti a est, lasciando Ucraina e Georgia sotto la tutela russa, avendo come contropartita una garanzia per gli interessi americani in Medio Oriente.

Nonostante le aperture nei confronti del paese, i vertici UE continuano a ripetere che “non è stata fatta alcuna promessa” in merito a una futura adesione della Moldavia all’Unione.

Tuttavia, se la situazione nel Donbass sembra destinata a trovare una soluzione, diversi sembrano essere i destini della Crimea. “Con l’annessione alla Russia, la questione della Crimea aumenta il proprio livello di intrattabilità – scrive Davide Denti, ricercatore dell’Università di Trento – passando dalla fase di stato a limitato riconoscimento (come i vicini post-sovietici di Transnistria, Abcasia, e Ossezia del Sud) alla fase di espansione territoriale di uno stato tramite uso o minaccia illegale della forza ed occupazione militare, come nel caso del Sahara Occidentale occupato dal Marocco, dei territori palestinesi occupati da Israele, o di Cipro Nord occupato dalla Turchia. Questo sviluppo è contrario ai più fondamentali principi del diritto internazionale (ius cogens, o norme perentorie/imperative), e pertanto tutti gli altri stati ONU sono legalmente obbligati a non riconoscerne gli effetti giuridici”. Nel migliore dei casi la Crimea resterà russa de facto ma rappresenterà sempre un oggetto di contesa, un casus belli per futuri conflitti, con il rischio di trasformarsi nel lungo periodo in una spina nel fianco di Mosca. L’avvento di Trump, che ha definito l’ONU un “club dove si fanno solo chiacchiere”, potrebbe aprire una fase di minore attenzione alla legalità internazionale, favorendo gli interessi russi sulla Crimea e congelando la situazione; tuttavia, Trump non sarà presidente a vita, né potrà comportarsi da padrone del mondo. La questione della Crimea è solo rimandata.

La Moldavia contesa
Nel 1987 un pasciuto signore, mentre sedeva assopito alla sua scrivania, con una bottiglia di vodka nel cassetto, si vide recapitare una missiva con il timbro della direzione centrale dell’Elektromaš, azienda energetica dell’Unione Sovietica. È una promozione, ma anche un trasferimento dalla centrale idroelettrica di Nova Kachovka, in Ucraina, dove ricopriva il ruolo di assistente direttore, a Tiraspol, in Moldavia, con il compito di dirigere la sezione locale del gruppo Elektromaš. Così, l’ingegnere Igor Nikolaevich Smirnov, fa di nuovo le valigie. Lui, che proveniva da Petropavlovsk-Kamčatskij, remota città all’estremo oriente della Russia, fondata da Bering due secoli prima, ne aveva fatta di strada: figlio di un “nemico del popolo”, trascorse un’infanzia difficile che solo la morte di Stalin rasserenò, reintegrando la famiglia nella collettività sovietica. Diplomatosi all’istituto meccanico, fece carriera all’Elektromaš guadagnandosi l’appellativo di “sceriffo” per il suo fare rude.

Giunto a Tiraspol entrò a far parte della nomenclatura locale, tutta di origine russa. La Moldavia è infatti un paese di lingua romena che, nel periodo sovietico, fu oggetto di una lenta e costante russificazione. I quadri locali del partito erano tutti russi, come russa era la classe dirigente. Tiraspol, città industriale, era una città quasi totalmente russa, con una massiccia presenza di ucraini. Il pasciuto e rude sceriffo Smirnov si trovò a essere presto un feudatario di provincia, e in soli due anni divenne presidente del soviet cittadino. Da quella posizione, nel 1991, proclamò l’indipendenza della regione al di là del Dniestr (Transnistria, appunto). Ne scaturì una guerra con la Moldavia, che nel frattempo si era dichiarata indipendente dall’URSS. Lo scontro fu impari: il 14° battaglione dell’Armata Rossa, che nella città di Tiraspol controllava il più grosso arsenale d’armi del continente, si schierò a difesa degli indipendentisti transnistriani ed ebbe vita facile contro l’inesperto esercito moldavo.

Le ragioni dello scontro furono principalmente etniche. Il processo di unificazione ed identificazione nazionale della Moldavia passa storicamente attraverso un’omologazione culturale e linguistica imposta dalle élites russe. L’idioma moldavo fu letteralmente inventato nel 1924, quando, in seguito all’occupazione dei territori della Bessarabia da parte dei sovietici, venne imposto l’uso dei caratteri cirillici in sostituzione di quelli latini, per sottolinearne le differenze con il romeno, ed enfatizzare l’influsso letterario e linguistico russo. In realtà non esiste differenza tra romeno e moldavo, se non un diverso segno grafico, una forte influenza della lingua russa maturata durante un periodo d’occupazione che si è protratto per quasi 70 anni, e un’ossessione ideologica imposta a rimarcare la superiorità sulla cultura romena.

Tuttavia la Moldavia è stata, insieme alla Valacchia, il nucleo originario della nazione romena e questo spiega da un lato la vicinanza (se non identità) culturale con la Romania e, dall’altro, il forte tentativo di russificare la regione durante il regime comunista. L’identità romena della Moldavia è sopravvissuta durante il regime sovietico e verso la fine degli anni Ottanta il governo della Repubblica Socialista Sovietica Moldava, sempre più libero dal giogo di Mosca, decise di dare un taglio al passato e ripristinare l’utilizzo dei caratteri latini. Fu il segno che qualcosa stava cambiando e che i russi, minoranza nel paese ma da sempre al potere, stavano perdendo la presa sul paese. Fu allora che un gruppo di industriali di origine russa, capeggiati proprio da Igor Smirnov, decise di scendere in piazza e proclamare lo sciopero generale e l’indipendenza della regione.

Da allora la Transnistria è lì, riconosciuta solo da Mosca, con le truppe russe a garantirne la sovranità e la falce e martello sulla bandiera. Lungo le rive del fiume Nistro corre oggi una frontiera che separa due mondi e due epoche. Da un lato la Moldavia, che guarda all’Unione Europea e cerca di avvicinarsi, persino di annettersi, alla Romania; dall’altro la Transnistria, con le sue kommunalki scalcinate, le vecchie automobili Dacia ammaccate dal tempo, le bandiere rosse alle fermate degli autobus. La frontiera è garantita da una buffer zone di 50 chilometri ma ogni tanto qualche sparatoria riaccende gli animi. Inevitabilmente, le politiche a stelle e strisce nei confronti dell’Ucraina avranno ricadute significative anche qui.

Interessata dalla nuova competizione tra Mosca e Washington è tutta la fascia che un tempo separava mondo sovietico ed Europa, dove i conflitti latenti e le questioni irrisolte (se qualcuno vuole.ndr) possono facilmente diventare strumenti di disordine e instabilità.

Oggi la Moldavia si trova stretta tra due poli di attrazione, Russia e UE, mostrando tuttavia una tiepida preferenza verso l’integrazione europea che l’ha portata a siglare, nel 2014, un Accordo di associazione con Bruxelles dal quale sperava di risanare almeno in parte la propria disastrata economia. L’avvicinamento moldavo all’Unione Europea ha subito allarmato Mosca, i cui malumori nei confronti dell’Accordo di associazione e di libero scambio non hanno tardato a farsi sentire. La stipula dell’accordo, infatti, è stata interpretata dal Cremlino come un tentativo dell’UE di aggiudicarsi l’esclusiva sulla Moldavia, rivelando ancora una volta il forte interesse russo nel mantenere il controllo dello spazio post-sovietico. La pessima gestione dei partiti liberali al governo, di marca filo-europea, unitamente alle ruberie e agli scandali giudiziari della classe politica, hanno spinto l’elettorato verso “uomini nuovi” strettamente legati al Cremlino, come Igor Dodon, fresco Presidente della Repubblica, la cui immagine mentre stringe la mano a Vladimir Putin ha campeggiato grandiosamente su tutti i manifesti elettorali mostrando chiaramente quali fossero i destini del paese in caso di una sua vittoria. Una volta eletto, Dodon ha promesso di stracciare l’Accordo di associazione con l’UE e risolvere l’annoso problema della Transnistria. Commentando la vittoria di Trump, il presidente Dodon ha dichiarato che “finalmente gli americani hanno messo fine all’imperialismo liberale” e che “una nuova stagione di rapporti con la Russia deve aprirsi”.

Preda di una grave crisi economica, la Moldavia è un paese conteso tra Occidente e Russia, in cui la società è divisa tra il progetto europeo e quello euroasiatico. I destini europei della Moldavia potrebbero essere messi fortemente in discussione qualora l’amministrazione americana targata Trump decidesse di ritirarsi dall’Europa orientale. L’Unione Europea, da sola, non sembra possedere adeguati strumenti di persuasione nei confronti dell’opinione pubblica moldava, e l’immagine appannata di Bruxelles non attrae più come un tempo. Anche da parte europea c’è freddezza e il cammino della Moldavia verso l’UE resta una prospettiva lontana. Nonostante le aperture nei confronti del paese, i vertici UE continuano a ripetere che “non è stata fatta alcuna promessa” in merito a una futura adesione della Moldavia all’Unione. La cautela europea è d’obbligo, visti i passi falsi compiuti in Ucraina, ma è anche il segno dell’incertezza che l’avvento di Trump ha diffuso nel vecchio continente.

Georgia, la tensione corre sul filo
Un enorme cartellone accoglie chi entra a Tbilisi dalla Kakheti Highway, arteria d’asfalto che collega il centro città all’aeroporto. Moderni soldati armati fino ai denti campeggiano sul manifesto, alle loro spalle sventolano la bandiera georgiana e quella della NATO. A pochi chilometri si trova infatti la base militare di Vaziani dove, dal 2008, truppe americane addestrano i malandati militari georgiani. La collaborazione militare tra Stati Uniti e Georgia si è intensificata a seguito della guerra osseto-georgiana del 2008, durante la quale l’esercito georgiano crollò sotto i poderosi colpi delle truppe russe che, in soli cinque giorni, arrivarono alla porte di Tbilisi. Dal 2014, a seguito degli accordi presi al vertice NATO tenutosi in Galles nello stesso anno, le truppe NATO hanno sostituito quelle americane allo scopo di compiere esercitazioni militari congiunte nell’area caucasica.

Durante lo stesso summit venne anche firmata un’intesa con l’Ucraina, dimostrando ancora una volta quanto lo scacchiere dell’Europa orientale sia importante per l’Alleanza Atlantica. Georgia e Ucraina hanno condiviso gran parte delle vicende politiche degli ultimi anni: entrambi i paesi sono stati teatro di una rivoluzione colorata, entrambi i paesi hanno cercato di uscire dalla sfera di Mosca ed entrambi i paesi sono stati invasi da truppe russe. Infine, sia Tbilisi che Kiev, hanno siglato un Accordo di associazione con l’UE, creando un’area di libero scambio con l’Europa. Come nel caso moldavo e ucraino, anche la Georgia si trova amputata di una parte del proprio territorio: l’Abcasia e l’Ossezia del Sud sono repubbliche indipendenti de facto, controllate dal Cremlino, che le usa come strumento per destabilizzare lo stato georgiano.

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I preparativi per l’arrivo del senatore John McCain al Centro di addestramento e valutazione NATO-Georgia a Krtsanisi, poco lontano da Tbilisi. Vano Shlamov/AFP/Getty.

In particolare il confine con l’Ossezia del Sud è oggetto di continue provocazioni da parte russa: spostando nottetempo la frontiera, le forze russo-ossete inglobano lentamente ma inesorabilmente case, pascoli, persino interi villaggi. Una provocazione cui l’esercito georgiano non può rispondere, consapevole che sarebbe la miccia per una nuova escalation militare. Durante la guerra del 2008, la Georgia ha capito di non poter contare sull’aiuto di Washington in caso di conflitto, ed è probabile che con l’avvento dell’amministrazione Trump si troverà a doversela cavare da sola. La politica di allargamento della NATO verso il Caucaso era stata infatti portata avanti da Hillary Clinton nel suo ruolo di Segretario di Stato, in un disegno politico e diplomatico che sembra essere all’opposto di quello prefigurato da Trump.

Lo scontro per la Casa Bianca tra Donald Trump e Hillary Clinton è stato vissuto, nell’Europa orientale, come un passaggio epocale, un appuntamento con il destino. Un destino cinico e baro che – con la vittoria di Trump – obbliga gran parte della regione a rivedere la propria politica estera e le proprie priorità. Tuttavia, l’eventuale ritiro degli Stati Uniti e della NATO dall’Europa orientale potrebbe dare la stura ai mai sopiti nazionalismi, favoriti dalle retoriche dell’accerchiamento e della difesa della patria, creando le premesse per nuove tensioni politiche e militari nella regione con l’effetto collaterale di complicare ulteriormente la vita all’Unione Europea, che già fatica a contenere i revanscismi polacco e ungherese.

Un ribollire di inquietudini
A essere interessata dalla nuova competizione tra Mosca e Washington è tutta la fascia che un tempo separava mondo sovietico ed Europa, dove i conflitti latenti e le questioni irrisolte possono facilmente diventare strumenti di disordine e instabilità.

Dal Baltico al mar Nero è un ribollire di inquietudini, uno sbuffare di pressioni, un vociare querulo e isterico che si agita sotto una calma del tutto apparente. Le vecchie fratture sociali, le irrisolte disuguaglianze economiche, le eredità del periodo sovietico, le memorie della russificazione, i separatismi latenti, i riscoperti epos nazionali, sono tutti elementi pirici – solitamente inerti – ma esplosivi se agitati da fattori esterni. La tensione crescente trova riscontro anche nell’acquisto di armi che, dal 2014 ad oggi, ha segnato nell’Europa orientale un incremento di spesa pari a 12 milioni di dollari, a fronte di una contenimento nell’Europa occidentale (SIPRI). Non abbastanza per parlare di corsa agli armamenti ma sufficiente a testimoniare il clima di inquietudine della regione.

Questo è lo scenario su cui si affaccia la nuova amministrazione americana made in Trump. L’augurio è che trionfino lucidità e realismo politico, e che gli allarmismi che si sono accompagnati all’elezione del nuovo presidente americano si dimostrino infondati. Gli Stati Uniti hanno dimostrato, specialmente dal dopoguerra in poi, una forte continuità in politica estera ed è lecito attendersi che, malgrado i proclami, l’amministrazione Trump prosegua sulla linea tracciata. Una linea che può anche passare da una distensione con Mosca ma che difficilmente accetterebbe arretramenti sui fronti aperti. L’avvento di Trump rappresenta forse la più grande incognita politica degli ultimi venticinque anni, ovvero dalla caduta del Muro, e non solo per l’Europa orientale. Prima di scandire il penitenziagite bisognerà dare il tempo al nuovo presidente di mostrare le sue vere intenzioni. Certo l’Europa orientale ha bisogno di stabilità, e una distensione con Mosca non potrà che giovare: l’importante è che la sovranità politica e l’indipendenza dei piccoli paesi di confine non venga sacrificata sull’altare di una spartizione del mondo mascherata da pacificazione.

Matteo Zola, direttore responsabile di East Journal

942.- MOGHERINI E TUSK TRACOTANTI CONTRO TRUMP. PERCHE’, SE LO POSSONO PERMETTERE?

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Soddisfatto per le decisioni prese nel vertice UE: Il primo ministro polacco Donald Tusk segue il belga Herman van Rompuy (al centro) già presidente del Consiglio dell’UE, detto mister Euro e il ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini. Mogherini è responsabile della politica estera dell’Unione europea.

C’è qualcosa di intollerabile, oltre che inquietante e comico, nelle dichiarazioni tracotanti “di guerra” a Trump da parte dei nostri burattini “europei” che nessuno ha eletto. Dichiarazioni di guerra vera e propria fatte a nostro nome. La Mogherini ha convocato il parlamento europeo per dichiarare: “L’Europa ha il dovere di essere chiara in caso di disaccordo soprattutto se questo riguarda i nostri valori fondamentali. E certamente siamo in disaccordo con l’ordine esecutivo emanato dal presidente degli Stati Uniti il 27 gennaio. Anche molti in America sembrano non essere d’accordo”.

Donald Tusk, il polacco presidente del Consiglio europeo che sta per lasciare il posto a un maltese, ha proclamato da Tallin che “gli Stati Uniti sotto la presidenza Trump” sono “una minaccia esterna all’Unione Europea come Cina, Russia, terrorismo islamico”.

 

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Donald Tusk attuale Presidente del Consiglio europeo. È stato primo ministro della Polonia dal 2007 .

Dopo un ventennio di complicità con tutti i delitti dell’amministrazione Bush jr. e Obama, gli eurocrati si ergono a nemici del terzo presidente appena insediato. Gente non eletta gli dà lezioni, sporgendo il petto, in nome “dei nostri valori”. E’ abbastanza chiaro che delirano per la paura di perdere il loro potere e l’ordine oligarchico in cui si sono accomodati: Tusk ha incolpato noi, i sudditi europei, “tanti stanno diventando apertamente anti-europei o euroscettici”, cosa che ha imputato ai dubbi crescenti, in questi sudditi ingrati, “sui valori fondamentali della democrazia liberale” (il non-eletto da nessuno chiama democrazia liberale l’oligarchia burocratica che ci opprime).

E poiché “la nuova amministrazione è sul punto di mettere in discussione 70 anni di politica estera americana” (ossia di volonterosa soggezione europea), Donald Tusk ci avverte, noi sudditi “egoisti”, che “la disintegrazione dell’Unione Europea non porterà alla restaurazione della mitica sovranità degli stati membri, ma alla loro dipendenza concreta da Stati Uniti, Russia, Cina. Solo insieme possiamo essere indipendenti”. Sì, è proprio paura folle, sragionano. Hanno paura che Trump diventi il liberatore di noi europei.

Ridicolo ma anche arrogante in modo insopportabile Francois Hollande – che nessuno voterà mai più – il quale ha voluto lasciare agli atti che “l’amministrazione Trump è una sfida per l’Europa” – naturalmente uscendo da un colloquio con la Merkel. Comico e tracotante il ministro degli esteri Steinmeier: “Con l’elezione di Donald Trump il mondo del ventesimo secolo è finito per sempre”. Il capo della CSU bavarese, Seehofer: “Non sono d’accordo con nessuna delle decisioni di Trump”. Nessuna. Un inedito coro ha interrotto l’atmosfera formale della riunione dei ministri degli Esteri Nato in Turchia, ad Antalya. Dopo la cena alla fine del meeting, in cui si è parlato di Ucraina e Isis, l’orchestra ha proposto ai ministri Nato di cantare una canzone per la pace. I ministri non si sono tirati indietro e sono saliti sul palco intonando “We are the world”, la canzone della pace per eccellenza, del gruppo “USA for Africa”, di cui facevano parte nomi come Michael Jackson, Bruce Springsteen e Tina Turner. Ad esibirsi sul palco, il ministro turco Mevlut Cavusoglu, quello greco Nikos Kotzias e il capo della diplomazia europea Federica Mogherini. È delirio, certo.

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Alla cena Nato i ministri degli Esteri cantano “We are the World”. 

Questa è gente che nel maggio 2015, al vertice della NATO in Turchia, cantava in coro, come ubriaca di potere”, “We are the World”, noi siamo il mondo. Questi ridicoli parlano a nome di un’Europa punteggiata di centinaia di basi Usa (contro cui non hanno mai obiettato), e d’improvviso minacciano, fanno la voce grossa, si ribellano in nome dei “valori”, dichiarano l’America “una minaccia”. Siccome sono dei vili, questa improbabile e improvvisa manifestazione di coraggio deve avere qualche motivo. Si vede che credono di potersi permettere l’insubordinazione. Puntano su un ritorno rapido allo status quo, per qualche motivo?

Herman van Rompuy,  detto mister Euro, chi è?
Il 19 novembre 2009 Van Rompuy fu scelto all’unanimità dal Consiglio europeo per essere il primo presidente permanente del Consiglio europeo. Entrò in carica il 1 ° dicembre 2009 (entrata in vigore del Trattato di Lisbona) per un mandato di 2 anni e mezzo. Nel marzo 2012 il Consiglio europeo ha scelto di confermare Van Rompuy per un secondo mandato di 2 anni e mezzo.
L’alternativa più quotata per la posizione era l’ex primo ministro britannico Tony Blair. Con la scelta di Van Rompuy, i capi di stato e di governo dell’Unione europea privilegiarono una personalità di minore profilo internazionale, ma nota per le sue capacità di mediazione. Van Rompuy è stato infatti elogiato per le sue qualità di negoziatore e definito l’orologiaio dei compromessi impossibili. Descrisse il suo ruolo di presidente di un organo composto da 27 capi di Stato e di governo (e il compito di trovare un consenso tra loro) come quello “né di uno spettatore, né di un dittatore, ma di un facilitatore”, e dichiarò:
« Ogni paese dovrebbe uscire vittorioso dai negoziati. Un negoziato, che si concludesse con la sconfitta di una delle parti non è mai una buona trattativa. Prenderò in considerazione gli interessi e le sensibilità di tutti. Se la nostra unità rimane la nostra forza, la nostra diversità rimane la nostra ricchezza »
La stampa turca criticò la nomina di Van Rompuy, poiché egli in passato aveva assunto una posizione contraria all’adesione della Turchia all’Unione europea.
Poco prima o durante i primi mesi della sua presidenza Van Rompuy ha visitato tutti gli Stati membri dell’UE. L’11 febbraio 2010 Van Rompuy organizzò una riunione informale dei capi di stato e di governo dell’UE alla Biblioteca Solvay di Bruxelles, per discutere la direzione futura della politica economica della UE, il risultato della conferenza di Copenaghen e l’allora recente sisma di Haiti.
Di fatto, l’incontro fu incentrato sulla crescente crisi del debito sovrano (a quel tempo, della Grecia), che sarebbe diventato il marchio saliente del primo anno di Van Rompuy come presidente. Con gli stati membri che hanno assunto posizioni divergenti su questo tema, Van Rompuy ha dovuto trovare compromessi, non ultimo tra la Francia e la Germania, in successive riunioni del Consiglio europeo e dei vertici dei capi di Stato e di governo della zona euro, che hanno portato alla definizione dell’European Financial Stability Mechanism triennale e del Fondo europeo per la stabilità finanziaria nel maggio 2010 al fine di fornire prestiti a Grecia (e più tardi Irlanda) per contribuire a stabilizzare i costi dei prestiti, ma soggetti a condizioni rigorose.
Il Consiglio europeo gli ha inoltre affidato il compito di presiedere una Task Force sulla governance economica, composto di rappresentanti personali (per lo più ministri delle finanze) dei capi di governo, che ha terminato i lavori a ottobre 2010. La sua relazione, che ha proposto un maggiore coordinamento macro-economico all’interno dell’UE in generale e della zona euro in particolare, oltre ad un irrigidimento del patto di stabilità e di crescita, è stata approvata dal Consiglio europeo. Quest’ultimo l’ha anche incaricato di preparare, entro dicembre 2010, una proposta di limitata modifica ai trattati necessaria per consentire la stabilità del meccanismo di stabilità finanziaria. Il suo primo anno è stato segnato anche dal ruolo di coordinamento delle posizioni europee sulla scena mondiale in occasione dei vertici del G8 e del G20 e vertici bilaterali, come il teso Vertice UE-Cina del 5 ottobre 2010.
Il suo progetto – per un’aggiunta all’articolo 136 del TFUE, che modifica l’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea relativamente a un meccanismo di stabilità per gli Stati membri dell’Eurozona – è stato approvato dal Consiglio europeo nella riunione di dicembre 2010. Per meglio comprendere l’antidemocraticità dell’Unione, leggiamo il testo della decisione.

DECISIONE DEL CONSIGLIO EUROPEO

del 25 marzo 2011

che modifica l’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea relativamente a un meccanismo di stabilità per gli Stati membri la cui moneta è l’euro

(2011/199/UE)

IL CONSIGLIO EUROPEO,
visto il trattato sull’Unione europea, in particolare l’articolo 48, paragrafo 6,
visto il progetto di modifica dell’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea sottoposto al Consiglio europeo dal governo belga il 16 dicembre 2010,
visto il parere del Parlamento europeo (1),
visto il parere della Commissione europea (2),
previo parere della Banca centrale europea (3),
considerando quanto segue:
(1)
L’articolo 48, paragrafo 6, del trattato sull’Unione europea (TUE) consente al Consiglio europeo, che delibera all’unanimità previa consultazione del Parlamento europeo, della Commissione e, in taluni casi, della Banca centrale europea, di adottare una decisione che modifica in tutto o in parte le disposizioni della parte terza del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Tale decisione non può estendere le competenze attribuite all’Unione nei trattati e la sua entrata in vigore è subordinata alla previa approvazione degli Stati membri, conformemente alle rispettive norme costituzionali.
(2)
Nella riunione del Consiglio europeo del 28 e 29 ottobre 2010, i capi di Stato o di governo hanno convenuto sulla necessità che gli Stati membri istituiscano un meccanismo permanente di gestione delle crisi per salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo insieme e hanno invitato il presidente del Consiglio europeo ad avviare consultazioni con i membri del Consiglio europeo su una modifica limitata del trattato necessaria a tal fine.
(3)
Il 16 dicembre 2010 il governo belga ha presentato, in conformità dell’articolo 48, paragrafo 6, primo comma, TUE, un progetto di modifica dell’articolo 136 TFUE consistente nell’aggiunta di un paragrafo ai sensi del quale gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme e che stabilisce che la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità. Al tempo stesso, il Consiglio europeo ha adottato conclusioni sul futuro meccanismo di stabilità (punti da 1 a 4).
(4)
Il meccanismo di stabilità costituirà lo strumento necessario per affrontare situazioni di rischio per la stabilità finanziaria dell’intera zona euro come quelle verificatesi nel 2010 e contribuirà dunque a preservare la stabilità economica e finanziaria dell’Unione stessa. Nella riunione del 16 e 17 dicembre 2010, il Consiglio europeo ha convenuto che, poiché detto meccanismo è destinato a salvaguardare la stabilità finanziaria dell’intera zona euro, l’articolo 122, paragrafo 2, TFUE ( riguardo all’aiuto garantito dal bilancio dell’Unione per un ammontare massimo di 60 miliardi di EUR. ndr) non sarà più necessario a tale scopo. I capi di Stato o di governo hanno pertanto convenuto che non debba essere usato per tali fini.
(5)
Il 16 dicembre 2010 il Consiglio europeo ha deciso di consultare il Parlamento europeo e la Commissione in merito al progetto, in conformità dell’articolo 48, paragrafo 6, secondo comma, TUE (vedi nota in calce. ndr). Ha altresì deciso di consultare la Banca centrale europea. Il Parlamento europeo (1), la Commissione (2) e la Banca centrale europea (3), rispettivamente, hanno adottato pareri sul progetto.
(6)
La modifica riguarda una disposizione contenuta nella parte terza del TFUE e non estende le competenze attribuite all’Unione nei trattati,
HA ADOTTATO LA PRESENTE DECISIONE:
Articolo 1

All’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea è aggiunto il paragrafo seguente:
«3. Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.»
Articolo 2

Gli Stati membri notificano senza indugio al segretario generale del Consiglio l’espletamento delle procedure richieste dalle rispettive norme costituzionali per l’approvazione della presente decisione.
La presente decisione entra in vigore il 1o gennaio 2013, a condizione che tutte le notifiche di cui al primo comma siano pervenute o, altrimenti, il primo giorno del mese successivo al ricevimento dell’ultima delle notifiche di cui al primo comma.
Articolo 3

La presente decisione è pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea.
Fatto a Bruxelles, il 25 marzo 2011.
Per il Consiglio europeo
Il presidente
H. VAN ROMPUY
(1) Parere del 23 marzo 2011 (non ancora pubblicato nella Gazzetta ufficiale).
(2) Parere del 15 febbraio 2011 (non ancora pubblicato nella Gazzetta ufficiale).
(3) Parere del 17 marzo 2011 (non ancora pubblicato nella Gazzetta ufficiale).

Critiche
Nel febbraio 2011 Van Rompuy venne criticato da quasi tutti i gruppi politici al Parlamento europeo per il suo atteggiamento nei confronti dei governi tedesco e francese, ritenuto troppo debole e accondiscendente e incapace di assicurare un approccio comunitario e trasparente alle questioni di interesse comune.

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Violazione dei trattati UE per l’istituzione del MES

Per istituire il meccanismo europeo di stabilità che poi oltre ad essere un meccanismo si è rivelato essere un Fondo, ergo, un istituto vero e proprio, le istituzioni europee hanno violato gli stessi trattati europei, modificando un articolo, l’articolo 136 del TFUE, con procedura di consultazione semplice, e non con la procedura richiesta per i casi di modifica dei trattati, ossia l’organizzazione di una conferenza intergovernativa.

Questo perché l’articolo 48, comma 6 del TUE prevede la possibilità di modificare le disposizioni della terza parte del Trattato sul funzionamento dell’UE con la procedura semplificata unicamente se ciò non estende le competenze attribuite all’Unione, e solo se la decisione di modifica delle disposizioni è approvata dagli Stati membri secondo le loro rispettive norme costituzionali.

La questione è a tal punto delicata che sono state sollevate delle questioni pregiudiziali nel merito, prima contro alla Corte europea di giustizia, nell’ambito di un appello di una deputata irlandese contro il governo irlandese per l’approvazione della modifica dell’articolo 136 del TFUE. La sentenza della Corte europea di giustizia del 27 novembre 2012 è naturalmente scontata (cfr. http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A62012CJ0370 ).

Ecco il testo della decisione del Consiglio europeo che modifica l’articolo 136 del TFUE.

6.4.2011  IT

Gazzetta ufficiale dell’Unione europea

L 91/1

DECISIONE DEL CONSIGLIO EUROPEO

del 25 marzo 2011

che modifica l’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea relativamente a un meccanismo di stabilità per gli Stati membri la cui moneta è l’euro

(2011/199/UE)

IL CONSIGLIO EUROPEO,

visto il trattato sull’Unione europea, in particolare l’articolo 48, paragrafo 6,

visto il progetto di modifica dell’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea sottoposto al Consiglio europeo dal governo belga il 16 dicembre 2010,

visto il parere del Parlamento europeo (1),

visto il parere della Commissione europea (2),

previo parere della Banca centrale europea (3),

considerando quanto segue:

(1)

L’articolo 48, paragrafo 6, del trattato sull’Unione europea (TUE) consente al Consiglio europeo, che delibera all’unanimità previa consultazione del Parlamento europeo, della Commissione e, in taluni casi, della Banca centrale europea, di adottare una decisione che modifica in tutto o in parte le disposizioni della parte terza del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Tale decisione non può estendere le competenze attribuite all’Unione nei trattati e la sua entrata in vigore è subordinata alla previa approvazione degli Stati membri, conformemente alle rispettive norme costituzionali.

(2)

Nella riunione del Consiglio europeo del 28 e 29 ottobre 2010, i capi di Stato o di governo hanno convenuto sulla necessità che gli Stati membri istituiscano un meccanismo permanente di gestione delle crisi per salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo insieme e hanno invitato il presidente del Consiglio europeo ad avviare consultazioni con i membri del Consiglio europeo su una modifica limitata del trattato necessaria a tal fine.

(3)

Il 16 dicembre 2010 il governo belga ha presentato, in conformità dell’articolo 48, paragrafo 6, primo comma, TUE, un progetto di modifica dell’articolo 136 TFUE consistente nell’aggiunta di un paragrafo ai sensi del quale gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme e che stabilisce che la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità. Al tempo stesso, il Consiglio europeo ha adottato conclusioni sul futuro meccanismo di stabilità (punti da 1 a 4).

(4)

Il meccanismo di stabilità costituirà lo strumento necessario per affrontare situazioni di rischio per la stabilità finanziaria dell’intera zona euro come quelle verificatesi nel 2010 e contribuirà dunque a preservare la stabilità economica e finanziaria dell’Unione stessa. Nella riunione del 16 e 17 dicembre 2010, il Consiglio europeo ha convenuto che, poiché detto meccanismo è destinato a salvaguardare la stabilità finanziaria dell’intera zona euro, l’articolo 122, paragrafo 2, TFUE non sarà più necessario a tale scopo. I capi di Stato o di governo hanno pertanto convenuto che non debba essere usato per tali fini.

(5)

Il 16 dicembre 2010 il Consiglio europeo ha deciso di consultare il Parlamento europeo e la Commissione in merito al progetto, in conformità dell’articolo 48, paragrafo 6, secondo comma, TUE. Ha altresì deciso di consultare la Banca centrale europea. Il Parlamento europeo (1), la Commissione (2) e la Banca centrale europea (3), rispettivamente, hanno adottato pareri sul progetto.

(6)

La modifica riguarda una disposizione contenuta nella parte terza del TFUE e non estende le competenze attribuite all’Unione nei trattati,

HA ADOTTATO LA PRESENTE DECISIONE:

Articolo 1

All’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea è aggiunto il paragrafo seguente:

«3. Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.»

Articolo 2

Gli Stati membri notificano senza indugio al segretario generale del Consiglio l’espletamento delle procedure richieste dalle rispettive norme costituzionali per l’approvazione della presente decisione.

La presente decisione entra in vigore il 1o gennaio 2013, a condizione che tutte le notifiche di cui al primo comma siano pervenute o, altrimenti, il primo giorno del mese successivo al ricevimento dell’ultima delle notifiche di cui al primo comma.

Articolo 3

La presente decisione è pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea.

Fatto a Bruxelles, il 25 marzo 2011.

Per il Consiglio europeo

Il presidente

H. VAN ROMPUY

(1) Parere del 23 marzo 2011 (non ancora pubblicato nella Gazzetta ufficiale).

(2) Parere del 15 febbraio 2011 (non ancora pubblicato nella Gazzetta ufficiale).

 

 

940.- La visita di Putin in Ungheria: ci sarà un fronte anti-Soros?

 

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Gli schieramenti internazionali cui l’opinione pubblica è stata abituata a fare riferimento sono una copertura dei centri di potere finanziari che gestiscono la vita dei popoli. Il fallimento della globalizzazione sta a dimostrare che la politica non è cosa che possa sottostare alla finanza. Questa è rimane uno strumento e tutte le volte che ha tentato di dettare le linee guide alla politica, ha fallito. La discesa in campo della Russia in Siria e l’elezione di Donald Trump hanno rappresentato il segnale che stiamo andando incontro a una nuova epoca, che vedrà ridisegnarsi gli equilibri dei poteri mondiali. Guardandoci, vediamo che sia l’Unione europea sia l’Italia e sia gli assetti finanziari imposti all’Africa francofona con il CFA e all’Europa con l’euro non sono politicamente adeguati a questi scenari. L’Europa sarà russocentrica e l’Italia, senza uno statista, potrà solo sperare di soggiacere al dollaro. La Russia di Putin e la politica di Trump dovranno prenderci a rimorchio; ma c’è un interrogativo che preme su di noi e per il quale, al momento, non trovo risposte: l’Africa e, segnatamente, la Libia e l’Africa sub-sahariana, con la sua emigrazione indotta e voluta dai finanzieri sconfitti, ma non abbastanza. Nell’Africa e nell’Artico è in corso la competizione per l’accaparramento delle materie prime fra l’Occidente e la Cina. Guardando a questi scenari, non possiamo non ripensare agli assassini di Lumumba, Gheddafi e di Saddam e alle politiche di sviluppo del continente africano di questi statisti, spazzati via dalla logica dei finanzieri e delle multinazionali. Saranno dei Soros le scelte vincenti? Dal Sito Aurora, leggiamo le note di  Ruslan Ostashko, nella traduzione di Alessandro Lattanzio.

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La visita di Vladimir Putin a Budapest smuove media europei e ucraini. Prima di tutto, ognuno è offeso dal fatto che il presidente russo sia tranquillamente sbarcato in un Paese appartenente a UE e NATO, trovando comprensione e supporto completi. In secondo luogo, la Russia potrebbe offrire ai Paesi dell’UE condizioni per una cooperazione molto vantaggiose che potrebbero superare tutti i discorsi sulla solidarietà europea contro la Russia. Come sempre, viene improvvisamente riscoperto che le ricchezze dovute alla collaborazione con la Russia trionfano sul male. Inoltre, il Primo ministro ungherese Viktor Orban sabota la “giovane democrazia ucraina” affermando che il transito del gas dall’Ucraina non è affidabile, e che l’Ungheria supporta la diversificazione delle fonti. Tradotto dal linguaggio diplomatico ungherese, semplicemente suona così: “Ucraina e Naftogaz sono fuori, sosteniamo Nord Stream 2 attraverso cui Putin ha promesso di fornirci il gas”. Ora l’Ucraina ha la sfortuna di perdere ancora un altro Paese europeo a sostegno di Nord stream 2. In questo contesto, la risoluzione presentata alla Verkhovna Rada per ridurre i diritti delle minoranze russa e ungherese in Ucraina sembra di grande attualità. Farà ulteriormente infuriare Budapest, che per tradizione protegge ferocemente i diritti delle minoranze ungheresi negli altri Paesi. Qui è necessario dire qualcosa sul premier ungherese il cui comportamento ha così sconvolto i media europei e ucraini, per non parlare di Angela Merkel. Viktor Orban è un “Poroshenko al contrario”. Per esempio, invece di servire Fondo monetario internazionale, Commissione europea, Hillary Clinton e George Soros, li ha sempre affrontati in modo aspro uscendone sempre vincitore. Il primo ministro ungherese non è Che Guevara, e conosce perfettamente i limiti, ma ha comunque semplicemente scacciato la delegazione del FMI da Budapest e chiuso le fondazioni di Soros, nonostante l’Ungheria sia sempre stata considerata fondamentalmente proprietà di tale miliardario statunitense. Fu anche sempre ai ferri corti con Hillary Clinton per divergenze ideologiche, e non esitò ad ignorare la Commissione europea quando avanzava pretese dall’Ungheria, che sempre l’ignorava al massimo quando si trattava di assegnare fondi europei per il Paese. Nonostante il comportamento chiassoso e i diversi tentativi di organizzare rivoluzioni colorate in Ungheria, Orban è da molti anni al potere, e l’Ungheria rimane nell’UE; esempio di come proteggere correttamente gli interessi nazionali. Forse il successo degli ungheresi è legato al fatto che l’Ungheria ha un’élite nazionalista e non un’oligarchia cleptocratica come l’Ucraina. Purtroppo, l’Ungheria difficilmente pone il veto sull’estensione delle sanzioni UE contro la Russia. Il prezzo sarebbe troppo costoso, e Orban è prima di tutto un pragmatico. I 6,5 miliardi di dollari che l’Ungheria perde ogni anno per le sanzioni sono meno di quanto l’Ungheria si priverebbe dall’Unione Europea. Tuttavia, in primo luogo l’Ungheria potrebbe sostenere alcuni pesi massimi europei sulla questione, ad esempio se dei nuovi governi francesi o italiani si opponessero al rinnovo delle sanzioni. Ma l’Ungheria ha uno scopo leggermente diverso.
Con l’esempio della cooperazione tra Ungheria e Russia, con la costruzione di una centrale nucleare ultramoderna, si distruggono i miti sulla Russia. In primo luogo, sarà chiaro che cooperarvi è vantaggioso. In secondo luogo, la Russia non è un distributore di benzina con un’economia “a pezzi”, ma un esportatore di alta tecnologia a prezzi accessibili. In terzo luogo, con la Russia si può collaborare anche in una sfera complessa come l’energia nucleare. Questo è veramente vantaggioso, ma ovviamente non interessa i clintoniani ottusi pagati da Soros nell’eurocommissione, ma funziona meravigliosamente presso le élite imprenditoriali europee e quei politici per cui gli interessi dei loro Paesi sono più importanti dell’ideologia di Victoria Nuland. E, infine, con l’ascesa di Donald Trump al potere vi è l’opportunità, per coloro che vogliono e devono urgentemente e radicalmente riformare l’Unione europea, d’iniziare finalmente a lavorare per i cittadini comunitari, non per il pugno di oligarchi sovranazionali di cui parlava Vladimir Putin a Valdaj. I politici europei coltivati nei laboratori della CIA e del dipartimento di Stato chiedono ora che l’Europa solidarizzi di fronte alla minaccia del “putinismo” e del “trumpismo”, che potrebbe distruggere l’Unione europea. Il caso dell’Ungheria dimostra che non ci sarà tale “solidarietà”. Putin e Trump mineranno la burocrazia europea dall’esterno, mentre gente come Orban, Beppe Grillo, Marine Le Pen e Geert Wilders dall’interno, fin quando sarà completamente distrutta. Ho detto spesso che ogni impero che comprenda l’Ucraina alla fine sparisce. Questa volta, l’Unione europea crollerà anche se all’Ucraina, che lo voleva sul serio, ma non è stato permesso entrare. La storia ha un buon senso dell’umorismo.

853.-QUANDO L’IPOCRISIA DOMINA I GOVERNI. LE MANI DELL’ITALIA NEL SANGUE DELLO YEMEN.

Torniamo a parlare della strage saudita del popolo yemenita. Sono migliaia, circa la metà delle vittime, i bambini ammazzati nelle scuole e all’orario di uscita delle scuole dalle bombe italiane. E’ un genocidio e i piloti sauditi sono i macellai; ma noi? Noi cosa siamo?

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Il 10 dicembre 2016, giungeva nel porto di Cagliari la nave portacontainer saudita Bahri Tabuk; doveva caricare 18 container con 3000 bombe prodotte dalla fabbrica RWM, di proprietà tedesca ma sita presso Domusnovas, in Sardegna. L’operazione di carico sulla Bahri Tabuk, avveniva sotto massima riservatezza, in presenza della Polizia. Le bombe erano destinate a ripianare gli esauriti depositi di munizioni aeree della Royal Saudi Air Force, l’aviazione dello Stato dei Saud che dalla primavera 2015 bombarda il confinante Stato dello Yemen.
Il deputato Mauro Pili, che ha indagato sul traffico di armi tra Sardegna e Arabia Saudita, afferma, “Il primo segnale che l’operazione fosse concreta è riscontrabile alle 5.48, quando l’alba è ancora alta sul porto canale di Cagliari. Nessuno deve sapere perché una nave battente bandiera dell’Arabia Saudita ha lanciato le cime sulla sponda principale del terminal sardo. Un blitz italo-saudita pianificato in ogni dettaglio. Pianificato e organizzato dallo Stato italiano con la copertura dei ministri della Difesa Pinotti e degli Esteri Gentiloni. Sono loro che hanno trattato con gli emiri e i reali dell’Arabia Saudita questo carico di morte, coprendo la Germania che produce in Italia ma condanna il regime saudita. Soldi in cambio di strumenti di morte. Quelle bombe hanno già provocato migliaia di morti, migliaia di bambini falciati da quel carico di morte. La ricca Germania sfrutta la povertà di un territorio, il Sulcis, per produrre armi micidiali e rivenderle ai ricchi dell’Arabia Saudita, che poi le scaricano sui poveri dello Yemen. Altre stragi, altre vittime innocenti. Con il via libera del governo italiano che avalla una strage in violazione a tutte le norme internazionali e alle stesse leggi italiane. Occorre un provvedimento per garantire la ricollocazione dei lavoratori impegnati in queste nefaste produzioni. Non bisogna perdere il lavoro, ma non bisogna nemmeno e soprattutto cancellare la vita di persone povere e inermi. Sarebbe facile fregarsene, in cambio di qualche voto! Ma la coscienza di ognuno deve prevalere sulla violenza di governi che producono armi e le spacciano in giro per il mondo. Poi non lamentiamoci quando l’immigrazione è un fenomeno incontrollabile”.

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Nel gennaio 2016, un altro carico di 1000 bombe Mk83, prodotte dalla RWM, a bordo di quattro TIR scortati da un’agenzia di sicurezza privata, raggiungeva il porto Isola Bianca di Olbia, per essere imbarcato su una nave cargo della Moby Lines, diretta a Piombino da dove il carico sarebbe stato inviato in un aeroporto e imbarcato su un aereo-cargo diretto in Arabia Saudita.

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Anche il 18 novembre 2015, il deputato denunciava che nella notte del 18, dall’aeroporto di Cagliari-Elmas partiva un carico di bombe, caricato di notte, tra l’1.00 e le 5.30, su un aereo-cargo Boeing 747 dell’Arabia Saudita. In effetti, il 16 novembre Washington approvava la vendita al governo saudita 1,29 miliardi di dollari in munizioni e altro materiale militare. Pochi giorni dopo avveniva l’operazione d’imbarco di 2000 bombe Mk83 dalla Sardegna per l’Arabia Saudita. Una parte del carico decollava di notte dall’aeroporto di Cagliari-Elmas, imbarcato su aereo-cargo della compagnia azera SilkWay. L’aereo-cargo Boeing 747 della SilkWay giungeva nella base aerea saudita di Taif. Velivoli della SilkWay erano già apparsi nell’aeroporto cagliaritano due mesi prima, mentre il resto del carico salpava dai porti della Sardegna.
imageIl deputato Mauro Pili osservava “Tutto questo può avvenire impunemente solo con il via libera diretto del governo italiano che del resto, dopo la vergognosa vicenda dei Rolex regalati alla delegazione italiana in Arabia Saudita, stende un tappetto rosse a tutte le esigenze di guerra del regime saudita. Di questo fatto deve renderne conto il governo e l’Ente nazionale dell’aviazione civile, che con una irresponsabilità senza precedenti ha autorizzato questo ennesimo carico e questo volo. E’ semplicemente scandaloso che dall’Italia siano partite nuove bombe destinate all’Arabia Saudita, il Paese che guida la coalizione la quale, senza alcun mandato internazionale, da 9 mesi bombarda lo Yemen causando migliaia di morti tra i civili. Secondo le organizzazioni umanitarie internazionali le tonnellate di bombe e munizionamento vengono utilizzate per sterminare ormai migliaia di bambini nello Yemen dove vengono distrutte scuole, ospedali e luoghi civili senza alcun rispetto…

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Gentiloni, tace. Pinotti tace.

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Le bombe Mk83 sono fabbricate in Sardegna da una ditta tedesca. E’ semplicemente scandaloso che il governo italiano (in cambio di qualche Rolex? mi sembra poco) avalli e copra questi crimini di guerra commessi in Yemen e, anzi, lo alimenta con trasferimenti irresponsabili di armi. Evidentemente valgono più quattro Rolex, rispetto al martirio di migliaia di civili. Dall’Italia partono bombe e munizionamenti impiegati per alimentare un conflitto promosso da un Paese come l’Arabia Saudita che palesemente viola i diritti umani. I principi alla base della legge n. 185/90 che regolamenta l’esportazione italiana di armamenti vanno in tutt’altra direzione: è vietato fornire armi per conflitti non autorizzati dalla nazioni unite. Per questo motivo il governo italiano è complice di tutto quello che sta avvenendo in quell’area geografica e dei rischi che ne possono drammaticamente seguire”.

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Fonti:
Facebook
Facebook
La Nuova Sardegna
Unidos

782.- “RESTANO DIECI PAESI DA DESTABILIZZARE”, PAROLA DI NEOCON Di Maurizio Blondet

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“Dieci paesi la cui stabilità non può essere date per garantita ( Ten countries whose stability can’t be taken for granted ), è il titolo dello studio, che il famoso think tank dedica al prossimo presidente degli Stati Uniti, segnalandoli alla sua attenzione, perché saranno questi, nei prossimi quattro anni “una sfida per la Casa Bianca”.

A far correre un brivido lungo la schiena è il nome del famoso think tank: American Enterprise Institute, AEI. Il vostro vecchio cronista si ricorda benissimo come, dall’11 Settembre 2001, da questa “fondazione culturale” uscissero tutte le politiche di aggressione che adottò il presidente W. Bush, il junior. Essi avevano decretato che a fare gli attentati era stata sì Al Qaeda, ma che bisognava attaccare l’Irak e rovesciare Saddam, perché aveva armi di distruzione di massa. Saddam soprattutto, che preoccupava Israele per la sua forza militare.

Da lì veniva una buona metà del personale dell’amministrazione Bush jr. E’ ancora dell’AEI, vedo, l’allora vicepresidente Dick Cheney, presidente del Think Tank. Di lì veniva Paul Wolfowitz, il primo dei tre ebrei viceministri della Difesa, allievo di Leo Strauss, che poi Bush mise a capo della Banca Mondiale. Di ,lì John Bolton, ex ambasciatore all’Onu. Di lì veniva Jeane Kirpatrick, ministra degli esteri. Membro influente dell’American Enterprise era Richard Perle, che in quei giorni aveva allestito un ufficio al Pentagono dove, da privato, senza alcuna carica ufficiale, stava preparando la guerra all’Irak, dando ordini ai militari al posto del ministro, Rumsfeld. Erano giorni di euforia, per costoro: mi ricordo Michael Ledeen che mi rilasciò interviste, mi ricordo di Irving Kristol, di Kagan, stelle dei neocon, mebri della fondazione; di Joshua Muravchik, di James Woolsey, di Michael Novak, cattolico, del tutto guadagnato alla impresa. Mi ricordo che era ricevuto lì spesso e volentieri un giovane politico polacco di Donald Tusk.

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Di ciascuno di questi nomi ci sarebbe da scrivere un libro. Basti dire che quasi tutti sono ebrei, e la loro American Enterprise mi è fitta nella memoria come la centrale intellettuale del vero e proprio colpo di Stato che fu l’11 Settembre. Quello è il gruppo che prese il potere, o i suoi apparati di forza e di strategia, e diresse la enorme potenza americana alle guerre per devastare i paesi musulmani, chiamandola “lunga guerra al terrorismo globale”.

Vedo che non ha placato la loro sete la devastazione dell’Irak, o dell’Afghanistan, che non gli è bastata la Libia, la Somalia, la Siria che stanno distruggendo da cinque anni. Adesso costoro additano al presidente Usa “dieci paesi la cui stabilità non può essere data per certa”, in cui “prevedono” malcontento e la nascita di “terrorismo islamico”.

Vediamo dunque il documento dell’American Enterprise. Metto i paesi secondo l’ordine di importanza e grandezza.

Algeria. E’ la preda più ambita, la più “matura”, e la più ricca (come dicono loro stessi) per il petrolio. Cos’è che non va in Algeria? C’è il terrorismo di Al Qaeda nel Maghreb Islamico, purtroppo. Attiva nel sud del paese, nella vastissima estensione senza precisi confini tra Libia del Sud, Mali e Mauritania. Il “potere” (le pouvoir) formato dai vecchi combattenti della “liberazione d’Algeria”, ormai decrepiti, è poco stabile. L’uomo forte, il presidente Bouteflika, tiene l’ordine con mano di ferro. Ma è vecchio e malato, e “sparirà probabilmente entro al fine dei quattro anni prossimi”. Gli islamisti aspettano il momento di prendere il potere, da cui sono stati espulsi un ventennio fa. Al Qaeda del Magreb Islamico non s’avventura ancora troppo dentro il paese; ma è potentemente armata dal saccheggio degli arsenali di Gheddafi, ed altre armi può ricevere da chissà dove. Certo, la presa del potere da parte dei terroristi islamisti, profetizza l’AEI, sarà un disastro per l’Europa; dopo la Libia,scomparirà uno stabile fornitore energetico. Gli Usa dovranno intervenire ancora una volta a salvare gli europei.

Nigeria. Il più popoloso paese africano, fra i più ricchi di petrolio, il più diviso etnicamente (250 tribù) e per religione, ha il suo terrorismo islamico di marca: Boko Haram: gruppo misterioso origine e finanziamento, con la curiosa caratteristica: la sua bandiera nera ha la professione di fede islamica scritta però in calligrafia ebraica…. Boko Haram è forte, dice AEI, per via della corruzione enorme della politica del paese: i caporioni nigeriani hanno intascato in tangenti, dal 1960 ad oggi, 400 miliardi di dollari, pari agli aiuti internazionali per tutta l’Africa: ogni dieci dollari, 1 va al Sud, gli altro 9 se li intascano al Nord. Guardate la Costa d’Avorio, dove la tensione fra cristiani e musulmani, che hanno già prodotto una guerra civile; la Nigeria è ancora più instabile, è spuntata persino la pirateria nel golfo di Guinea. “Se la sua fragile democrazia (sic) cade, l’Africa occidentale vedrà un conflitto peggiore di quanti ne abbiamo visti in decenni”: Da qui la necessità di un intervento Usa per sostenere la democrazia, così fragile.

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Scritta islamica, calligrafia ebraica. Vero è che essendo analfabeti per principio, i Boko Haram (“I libri scolastici – books – sono impuri”) si saranno fatti aiutare da qualcuno…
Etiopia. Corruzione, sistema dittatoriale repressivo, povertà; ma ecco soprattutto, i musulmani sono il 30 per cento della popolazione e crescono demograficamente più rapidamente dei cristiani. Poi sono cominciati disordini perché gli Oromo sono intolleranti del potere tigrino. (Soprattutto, ma l’AEI non lo dice, la Cina ha messo piede in Etiopia e la sta sviluppando troppo: per esempio è stato inaugurato il primo treno elettrico internazionale sulla linea Addis Abeba-Gibuti. Ragion per cui il capo dell’opposizione Oromo, l’astro nascente Merera Gudina, gode di una borsa di studio del National Endowment for Democracy e va e viene da Washington.

Turchia. Interessanti e inedite le informazioni fornite dall’AEI: “Il presidente Erdogan ha costruito un potere dittatoriale. Ha chiamato il fallito colpo di stato del 15 luglio “un dono di Dio”, e l’ha usato per operare la purga dei 100 mila fra militari e dipendenti pubblici. Ci possono essere altre violente a all’orizzonte. Dogu Perinçek, un ex maoista diventato ultra-nazionalista, un maneggione politico che guida un gruppo oscuro […]: si dice che Perincek è il vero ministro della Difesa,dietro le quinte. In agosto, Erdogan ha assunto Adnan Tanriveri,un ex membro delle forze speciali vicino a Perinçek . Tutto sta a vedere se questo Tanriverdi sarà più leale a Perinçk o a Erdogan quando verrà il prossimo colpo. In ogni caso Erdogan è un uomo segnato, ed anche se viene ucciso e rovesciato, egli ha tanto svuotato lo stato che alla sua morte seguirà necessariamente un caos politico”. Particolarmente grave dato che la Turchia è un paese NATO”.

Russia. “Come la Turchia, la Russia – nota AEI – è retta da un uomo forte che ha dato l’illusione di stabilità invece della sostanza. Quando il presidente Putin muore, il popolo russo dovrà pagare il prezzo per decenni di corruzione e mal amministrazione. L’eredità di Putin sarà il vuoto di potere sotto di lui. Ma, oltre al cattivo governo, la Russia subirà presto le conseguenze della sua crisi demografica. La sua popolazione musulmana sta crescendo mentre la etnia russa diminuisce. Nello stesso tempo, deve affrontare il radicalismo islamico non solo in Cecenia e Daghestan, ma sempre più fra i Tartari. Da qui la domanda: poiché i giovani coscritti sono in proporzione crescente musulmani, la Russia può contare sul proprio esercito in un conflitto settario?”.

Arabia Saudita. Può diventare un grave problema per gli Stati Uniti i quali, da Roosevelt in poi, hanno contato sull’Arabia Saudita per dare stabilità al Medio Oriente (sic) e ordine all’economia mondiale(!). Ma oggi, “la politica americana ha dato potere e risorse all’Iran” [l’ossessione ebraica neocon, ndr.]. Il petrolio in calo, l’Alzheimer del re, la guerra allo Yemen concentrano le possibilità di una crisi mai vista, una tempesta perfetta.

Giordania: ha ricevuto al terza ondata di rifugiati nella sua storia (ora siriani, prima palestinesi cacciati da Israele), e ciò ha messo la sua economia alle corde. Il re e la regina sono popolari sui rotocalchi in Occidente, ma non fra il loro popolo. Il terrorismo va e viene liberamente (per forza: gli Usa hanno fatto della Giordania una piattaforma per il terrorismo anti-siriano e IS). Si capisce che per AEI la Giordania potrebbe essere utilizzata come rifugio del resto dello Stato Islamico, se sconfitto.

Cina. Nonostante il boom economico, la Cina soffre di vari mali: lo sviluppo ineguale tra le coste e l’interno rurale, poverissimo. Decenni di politica del figlio unico stanno per produrre gli effetti: “La Cina è sull’orlo del precipizio demografico”. “Gli Usa, più che il sollevarsi della Cina, devono temere il suo declino. Per esempio, una Cina che declina reagirà con la forza militare, come fa la Russia?”.

732.- I libici che si opposero a Gheddafi, ora si rammaricano del cambio di regime pilotato dagli Stati Uniti.

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Chi effettivamente beneficia delle guerre degli americani in tutto il mondo? Le conseguenze dei conflitti fomentati dagli americani dimostrano che non è la gente comune a beneficiarne, anche se i militari e i politici affermano che si combatte per la loro libertà e sicurezza.

La Domenica Mail, dello Zimbabwe “, quotidiano della famiglia leader,” ha pubblicato i racconti di un certo numero di libici che hanno espresso il loro rammarico per il rovesciamento di Muammar Gheddafi nel 2011, nonostante il fatto che alcuni di loro abbiano, addirittura, preso le armi contro di lui. Così racconta un ex combattente rivoluzionario: Mohammed, 31 anni, dalla città meridionale di Murzuq.: ” Mi sono unito alla rivoluzione fin dai primi giorni e ho combattuto contro Gheddafi. Prima del 2011, ho odiato Gheddafi più di chiunque altro. Ma ora, la vita è molto, molto più difficile, e sono diventato il suo più grande fan. ”

Nel 2011, ci fu detto che Gheddafi stava per commettere gravi spargimenti di sangue contro il suo popolo e che, di conseguenza, la comunità internazionale aveva bisogno di intervenire per proteggere i civili libici. Secondo un’analisi di informazioni statistiche ricavate da Human Rights Watch, questo si è rivelato falso. Inoltre, da un’indagine condotta da Amnesty International, si è potuto stabilire un certo numero di punti a vantaggio di Gheddafi, come ha fatto notare l’Independent:

“I leader della Nato, i gruppi di opposizione e dei media hanno prodotto un flusso di storie fin dall’inizio dell’insurrezione, il 15 febbraio, sostenendo che il regime di Gheddafi aveva ordinato stupri di massa, impiegato mercenari stranieri ed elicotteri contro i manifestanti civili.

“Un’indagine condotta da Amnesty International non è riuscita a trovare le prove di queste violazioni dei diritti umani e, in molti casi, ne ha messo in dubbio la veridicità. Ha inoltre dato precise indicazioni che, in diverse occasioni, i ribelli di Bengasi sembrava avessero fatto consapevolmente false affermazioni o prodotto prove non veritiere”.

La cosiddetta “no-fly zone” scaturita dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza U.N. non ha portato a un cambio di regime. Ciò che i rappresentanti della NATO avevano promesso alle loro controparti orientali non si è verificato. La risoluzione ha autorizzato soltanto le forze della coalizione a prendere tutte le misure necessarie per proteggere i civili che si trovavano sotto minaccia di un attacco nel Paese, compresa Bengasi, escludendo che una forza di occupazione straniera, di qualsiasi genere, si installasse in una qualsiasi parte del territorio libico. La risoluzione aveva chiesto alla coalizione di tenere immediatamente informato di tali misure il segretario generale.

Ciò che la “no-fly zone” in realtà ha consentito è stato l’assalto su vasta scala contro le forze di Gheddafi, per assicurarsi che nessun aereo libico potesse volare nello spazio aereo del suo paese. Significava anche che qualsiasi cosa fosse in grado di contrastare un aereo da guerra della coalizione avrebbe doveva essere distrutto.

Tutte queste bombe della Nato erano presumibilmente destinati a proteggere i civili.

Inoltre, un comandante dei ribelli libici ha ammesso che i suoi combattenti includevano jihadisti di al-Qaeda-o a loro collegati, che avevano combattuto contro le truppe degli Stati Uniti in Iraq. Questi combattenti, noti al momento come al-Qaeda in Iraq, ora sono indicati come ISIS. Non dovrebbe sorprendere che l’ISIS ha una roccaforte in Libia dopo la caduta di Gheddafi.

Prima dell’attacco della NATO, la Libia ha avuto il più alto tenore di vita di qualsiasi paese in Africa. Ciò ha significato che la popolazione godeva dell’assistenza sanitaria fornita dallo stato, che aveva alti tassi di alfabetizzazione, e altri benefici che si hanno vivendo in una società relativamente prospera. Nel solo 2015, il paese è sceso di 27 punti su i feedback U.N. dell’Indice di sviluppo umano. Secondo l’UNICEF, ora ci sono due milioni di bambini libici che non frequentano la scuola.

I lettori di media aziendali potrebbero anche essere sorpresi nell’apprendere che la Libia aveva una democrazia inclusiva e progressiva in cui il processo decisionale avveniva a livello locale. Non era certo la dittatura Sacha Baron Cohen, ritratta in modo non corretto nel suo film, The Dictator.

Indipendentemente dalla vostra opinione su Gheddafi, l’ex leader libico è stato in grado di fornire stabilità e buon governo al popolo della Libia. Si può dire che è stato responsabile di aver torturato decine di dissidenti, ma si dovrebbe tenere a mente che il Regno Unito ha inviato quei dissidenti a Gheddafi, ben sapendo che sarebbero stati torturati.

A rendere questa ricostruzione ancora più succosa, l’ex leader francese Nicolas Sarkozy, l’uomo che in fin dei conti ha assassinato Gheddafi, è in realtà sotto inchiesta per aver ricevuto 50 milioni di euro da Gheddafi per la sua campagna elettorale.

Dovremmo fare affidamento su questi politici corrotti per proteggere gli interessi della popolazione civile?

Per i guerrafondai all’interno del sistema politico americano, la distruzione del tenore di vita dei libici non era altro che un (esilarante) gioco.

Come affermato dallo studente di medicina libico, Salem:

“Abbiamo pensato che le cose sarebbero andate meglio dopo la rivoluzione, ma diventano sempre peggio.

“Molte più persone sono state uccise dal 2011 che durante la rivoluzione e i 42 anni di governo di Gheddafi.

“Non abbiamo mai avuto questi problemi sotto Gheddafi.

“Non mancavano il denaro e l’energia elettrica e, anche se le persone non avevano grandi stipendi, tutto era a buon mercato, cosicché la vita era semplice.

“Alcuni dei miei amici hanno anche preso la barca per l’Europa insieme ai migranti perché sentono che qui non c’è futuro per loro.

“Vorrei sfuggire a questo caos e andare a studiare all’estero, ma ho aspettato già un anno per avere un nuovo passaporto e, anche quando lo avrò ottenuto, sarà difficile ottenere anche un visto, perché tutte le ambasciate sono state ritirate nel 2014.

“Così ora mi sento come un prigioniero nel mio paese e ho cominciato a odiarlo.”

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731.-Due italiani rapiti in Libia. “Fermati in strada nel deserto”. Rapitori ‘noti’ alle autorità

 

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Sono Bruno Cacace, 56enne residente a Borgo San Dalmazzo (Cuneo), e Danilo Calonego, 66enne della provincia di Belluno. Si tratta di due dipendenti della Con.I.Cos (Contratti Internazionali Costruzioni) di Mondovì, rapiti nel sud-ovest della Libia. La zona del sequestro dei due tecnici è la più lontana dalle coste del Mediterraneo e anche forse una delle più pericolose. Lì infatti l’intelligence sospetta che lo Stato islamico si stia riorganizzando per reagire alla sconfitta di Sirte, dove ormai sono rimasti pochissimi nuclei di resistenza. Invece il Fezzan è lo snodo dei percorsi verso l’Africa nera, dove il Daesh spera di trovare nuove reclute per rinforzare le sue brigate e dove è più facile mantenere i contatti con Boko Haram, la potente milizia islamista nigeriana che sta cercando legami non solo ideologici con l’Is. Un territorio sterminato, difficile da sorvegliare anche con l’uso di droni, lontano dalle portaerei statunitensi e quindi perfetto per costruire campi d’addestramento e prendere fiato dopo gli attacchi aerei condotti dall’aviazione americana negli ultimi mesi. Ma l’Is non è l’unica minaccia: il deserto sul confine algerino è stato attraversato spesso anche da altre milizie armate che non hanno mai rinnegato l’affiliazione con Al Qaeda nel Maghreb. Difficile ipotizzare la matrice del sequestro. I rapimenti a scopo di estorsione, per ottenere riscatti in denaro o addirittura in beni come fuoristrada e scorte di cibo, non sono infrequenti e fanno parte della tradizione di molte tribù locali, spesso nomadi che commerciano lungo le rotte carovaniere.

La coincidenza temporale con l’inizio dell’Operazione Ippocrate, lo schieramento di un ospedale da campo militare italiano a Misurata, per curare i feriti che combattono il Califfato a Sirte, potrebbe fare ipotizzare una motivazione “politica” del rapimento. Ma il caos che regna in gran parte della Libia e le dimensioni del Paese non permettono di formulare nessuna valutazione fondata. Infatti il potere del governo unitario di Tripoli su quel territorio è soltanto formale. Da tempo in quell’area si sfidano due gruppi etnici principali. Gli scontri tra tuareg e tebu hanno raggiunto la massima intensità nello scorso anno, poi una mediazione internazionale ha portato a una tregua, estremamente fragile e senza un controllo reale del territorio. Fondamentale l’influenza delle autorità francesi, che sono hanno creato basi operative in Niger e Ciad da cui possono monitorare la frontiera con il Fezzan, e il ruolo svolto da un ex generale di Gheddafi, Ali Kana, che avrebbe spinto le due tribù a formare una sorta di esercito comune.

Ma non bisogna pensare che il Fezzan sia solo un deserto insidiato da guerriglieri e predoni. Lì sono stati identificati almeno dieci grandi giacimenti di petrolio: una risorsa che lo rende una pedina importante nei giochi delle diplomazie internazionali per stabilire quale sarà il futuro della Libia. Ammesso che si riesca a debellare completamente le radici del Daesh

Secondo quanto scrive il portale Alwasat, il colonnello Ahmed al Mismari, portavoce delle Forze armate libiche legate a Khalifa Haftar, il generale di Tobruk, ha affermato: “I due italiani  sono stati sequestrati da una banda criminale e dietro c’è l’impronta di al Qaida”.  I due italiani si troverebbero ancora nella stessa zona .Secondo il vice di Sarraj, invece è “Presto per definire i contorni e la matrice della vicenda”. Il vicepresidente del Consiglio presidenziale del governo di unità libico, Moussa el Kouni, ha fatto cenno su twitter al rapimento di Bruno Cacace e Danilo Calonego e scrive che “il Consiglio presidenziale intensifica gli sforzi politici con i servizi di sicurezza e gli abitanti del sud di Ghat e le regioni di confine per trovare i sequestrati”. Parla invece all’Associated Press un portavoce della municipalità di Ghat: “I rapitori degli italiani in Libia sono noti alle autorità locali e in passato hanno effettuato imboscate contro auto e rapine” dichiara Hassan Osman Eissa, aggiungendo che “le autorità stanno indagando” ma senza spiegare di più. E da colleghi della Con.I.Cos trapela il fatto che i due tecnici avevano sempre avuto una scorta armata, ma negli ultimi giorni era stata tolta perchè la zona era ormai ritenuta sicura. Ancora nessuna rivendicazione.

Libia: media, rapiti lavorano per Con.I.Cos Mondovì
I due italiani rapiti “lavorano per conto di una società italiana di manutenzione dell’aeroporto di Ghat, la Con.I.Cos” di Mondovì (Cuneo). Secondo il sito, insieme agli italiani è stato rapito anche un canadese, anche lui dipendente della stessa società. ANSA

Caduti in mano a criminali locali – non a terroristi di matrice jihadista – noti nella zona. Sarebbero ancora nell’area di Ghat e si stanno attuando controlli e blocchi nelle possibili vie di fuga per evitare che vengano spostati. Il principale punto di contatto è per ora il sindaco della cittadina libica, Komani Mohamed Saleh, personaggio molto influente nella zona, che ha dato la notizia del sequestro e l’ha confermata alla Farnesina. Il giorno dopo il rapimento dei tre tecnici della Con.I.Cos non ci sono ancora stati contatti diretti con il gruppo dei rapitori, nè rivendicazioni o certezze.

Il premier Matteo Renzi sta seguendo da vicino il caso, insieme al sottosegretario all’Intelligence, Marco Minniti. “Su queste cose – ha detto Renzi – lavoro, silenzio e prudenza”. In ansia le famiglie, che attendono notizie.
Il lavoro è febbrile all’Aise ed alla Farnesina per scongiurare il ripetersi del lungo sequestro degli operai della Bonatti, spostati da una parte all’altra della Libia e conclusosi con l’uccisione di due ostaggi. Proprio in seguito all’esito di quella vicenda, il direttore dell’Aise Alberto Manenti – che il 4 ottobre sarà ascoltato dal Copasir in audizione – ha cambiato nei mesi scorsi gli uomini che seguono da vicino il Paese africano e si occupano di gestire i sequestri. Un team del servizio – guidato da un vicedirettore – è partito per Ghat. Il tempo stringe. Col passare dei giorni la situazione si complica in un Paese polveriera, dove proprio in questi giorni si sta dispiegando la missione Ippocrate con 300 militari italiani a Misurata per allestire un ospedale da campo.
IPOTESI RAPIMENTO-LAMPO NON CHIUSO – Quello che si sa, per ora, da fonti delle autorità locali, è che i tre ieri mattina viaggiavano su un auto con autista, senza scorta, lungo la strada che attraversa il deserto tra Ghat e Ubari. Non sono novellini, ma veterani della zona, che dunque consideravano sicura. Calonego è anche un musulmano convertito e sembra che proprio per questa ragione nel 2014 sia sfuggito ad un altro tentativo di sequestro nel deserto libico. La loro presenza non era stata comunicata alla Farnesina. “Quando una società italiana opera in Libia – ha spiegato il capo dell’Unità di crisi, Claudio Taffuri – la esortiamo a dotarsi di un sistema di sicurezza. Per noi è un paese a rischio, ma capisco le imprese che hanno interesse sul posto e dunque sono invitate a dotarsi di sistemi sicurezza”. Il mezzo sul quale viaggiavano è stato bloccato da auto con uomini armati a bordo che hanno legato l’autista e portato via i tre tecnici. C’è l’ipotesi che l’azione fosse stata ideata come un rapimento-lampo, per ottenere subito un riscatto dall’azienda – che da molti anni lavora in Libia, dove ha anche uffici – e rilasciare gli ostaggi prima ancora che il caso diventasse pubblico. Ma qualcosa è andato storto. Tutte ipotesi, appunto, in mancanza ancora di dati e testimonianze attendibili.
OSTAGGI ANCORA IN ZONA, TRIPOLI CONDANNA – E’ stato proprio il sindaco di Ghat, Komani Mohamed Saleh, a rendere pubblico ieri il rapimento. Ed è lui – per ora – il principale referente delle autorità italiane che stanno lavorando alla risoluzione del caso. Dalla municipalità della cittadina fanno sapere che i rapitori sono personaggi noti alle autorità locali per essersi resi responsabili, in passato, di rapine e imboscate contro auto. L’area è dominata dall’etnia tuareg e sembra che il sindaco goda di un certo prestigio sul territorio e si sia messo subito al lavoro, coordinando le varie milizie presenti, per trovare il covo dove sono stati condotti gli ostaggi. A quanto pare, non avrebbero lasciato l’area di Ghat e dunque sono stati attuati posti di blocco e controlli per evitare che vengano trasferiti altrove o passati di mano ad altri gruppi, di matrice jihadista, che potrebbero utilizzarli per rivendicazioni ‘politiche’ contro la presenza italiana e in Libia. C’è ora da vedere se dal gruppo criminale partiranno richieste e si potrà così intavolare una trattativa. Ed interviene anche Tripoli, cui Ghat è fedele nel complesso groviglio delle alleanze libiche. Il vicepresidente del Consiglio presidenziale del governo di unità, Moussa el Kouni, ha espresso “una forte condanna” per il rapimento ed ha assicurato che saranno intensificati “gli sforzi politici con i servizi di sicurezza e gli abitanti del sud di Ghat e le regioni di confine per trovare i sequestrati”.
LA PROCURA DI ROMA POTREBBE INTERROGARE L’AUTISTA – Intanto la procura di Roma ha delegato ai carabinieri del Ros una serie di attività. Tra queste, quella di apprendere dall’azienda cuneese notizie sugli ultimi contatti con i due tecnici, attraverso quale canale si è saputo del loro rapimento, chi era l’autista libico, scampato al rapimento e quali misure di sicurezza era state adottate. Per lo stesso autista potrebbe essere chiesto un interrogatorio.

 

195707619-895827d5-a293-4543-961b-3d0e5f774e67La città di Ghat – 18.000 abitanti – si trova all’estremo Sud-Ovest della Libia, al confine con l’Algeria. Durante l’antico regno dei Garamanti fu un importante incrocio carovaniero per le rotte trans-sahariane. Dopo la vittoria sulla Turchia, nel 1913, fu occupata dagli italiani, che completarono il forte turco (nella foto) del XIX secolo, che domina la città dalla collina di Koukemen. 

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725.- Le forze libiche fedeli al governo Orientale di Tobruck hanno attaccato i porti petroliferi chiave. Le forze di Khalifa Belqasim Haftar si dice che abbiano assunto il pieno controllo sui porti di Ras Lanuf e Sidra.

 

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Il destino della Libia si compie. Purtroppo, si è aperto il temuto nuovo fronte ad Est, con le milizie del generale Haftar. Ma questa sarà la pietra tombale sulla Libia del benessere e dell’ordine sociale di Muammar Gheddafi. E’ l’ultima battaglia. Se il Governo di Unità Nazionale la perderà, il paese sarà smembrato da Francia e Gran Bretagna; ma sarà, comunque, un paese distrutto, sul quale avrà poco senso sollevare la bandiera della vittoria. Anche noi italiani sapremo presto quali saranno i risultati delle nostre politiche: quelle possibili, s’intende; ma anche sarà evidente a ognuno di noi quanto falsi siano gli alleati dell’Italia. Dedichiamo un pensiero ai tecnici dell’ENI e ai ragazzi delle truppe speciali che li proteggono (vedi anche i n.ri 695 e 719).

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Da Hassan MORAJEA a Tunisi, TAMER EL-GHOBASHY al Cairo e BENOIT FAUCON a Londra
Aggiornato 11 Settembre 2016 17:25 ET
Traduzione libera di Mario Donnini.
Ieri, domenica, le forze che si oppongono al governo di Unità Nazionale della Libia hanno attaccato i terminali petroliferi, con una manovra su tre direttrici, prendendo il controllo sulle installazioni che era detenuto dalle truppe fedeli al governo e che avevano da poco ripreso a funzionare,   nel tentativo di rilanciare l’economia della nazione.

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Il generale Khalifa Belqasim Haftar

L’attacco da parte delle forze del generale Khalifa Belqasim Haftar sui terminali nella cosiddetta mezzaluna dell’oil è il primo scontro armato tra il governo orientale della Libia e il governo a livello internazionale-backed di Unità Nazionale, che ha sede nella capitale, ma che può attingere ad altre milizie in Libia per un nuovo ciclo di combattimenti. Conosciuti come i combattenti libici in Occidente e sostenuti dagli attacchi aerei degli Stati Uniti, hanno fatto passi da gigante per strappare via la città strategica di Sirte ai militanti dello stato islamico, facendo sperare che la Libia stia cominciando ad emergere dai cinque anni di lotte politiche e scontri armati scoppiati molto tempo dopo che il suo capo legittimo Muammar Gheddafi è stato deposto e ucciso nel 2011.

Ahmed al-Mismari, un portavoce del generale Haftar, ha detto che le forze del generale avevano messo contemporaneamente in atto un attacco su cinque direttrici agli impianti petroliferi chiave e ai terminali, assumendo il pieno controllo dei terminali di Ras Lanuf e Sidra , stabilendo posti di blocco sulle vie di accesso e nelle città di Zueitina e Ajdabia.

Il portavoce ha dichiarato che l’operazione era stata programmata da tempo e che era stata annunciata dal generale Haftar stesso. Un agente dell’intelligence occidentale ha definito l’attacco da parte delle forze del generale Haftar come “una grande offensiva.”
I Guardiani dei terminali, il gruppo armato che controlla i porti petroliferi sotto il comando dell’influente Ibrahim Jadran, ha minimizzato i successi di Haftar. Un portavoce del gruppo ha detto che sono ancora coinvolti in pesanti combattimenti e ha promesso di riprendere il controllo del territorio perduto entro 24 ore. E’ noto che Mr. Jadran sostiene il governo di unità nazionale.

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Ibrahim Jadran, il leader federalista che controlla i porti petroliferi 

Un funzionario della National Oil Corporation ha dichiarato che il piano di riprendere le esportazioni dopo un’interruzione di due anni dal terminale Ras Lanuf (che si trova nei pressi di Zueitina) potrebbe essere messa a repentaglio dai combattimenti. Non ci sono, al momento, piani per riavviare anche il terminale di Sidra, che è stato pesantemente danneggiato dagli attacchi precedenti.

La National Oil Corporation in sigla NOC è la compagnia petrolifera nazionale della Libia. … filiali è la Waha Oil Company (WOC) seguita dalla Arabian Gulf Oil Company (Agoco), Zueitina Oil Company (ZOC), e Sirte Oil Company (SOC).

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Il gen. Haftar è stata a lungo un avversario del Governo di Unità, che ha definito una inutile interferenza straniera. Ma aveva in comune con Al Sarraj l’obiettivo di sloggiare i militanti islamici dalla zona est della Libia, e per condurre le proprie campagne contro di loro ha ricevuto il sostegno di alcuni governi regionali e del governo che controlla la Tripolitania, la regione orientale della Libia, dal 2014.

Nel frattempo, i diplomatici occidentali e i francesi in particolare, hanno favorito il supporto del Gen. Haftar per il Governo di Unità Nazionale, ma anche hanno visto in lui un’aspirante governatore la Libia sullo stampo di un autocrate militare come Gheddafi.

L’attacco aai terminali del petrolio è l’indicazione più forte che il generale Haftar ha abbandonato ogni intento negoziale di sostenere e collaborare con il Governo di Unità Nazionale. Gli scontri minacciano anche di coinvolgere altre forze alleate del Governo di Unità, nonché, potenzialmente, di minare la lotta contro Stato islamico, facendo naufragare i progressi ottenuti dal governo di unità nazionale.

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La potente Misrata Brigate, che ha combattuto, in gran parte con successo, contro la presenza dello Stato islamico a Sirte, sotto gli auspici del governo di unità nazionale, potrebbe essere costretta a confrontarsi con le forze del generale Haftar sui terminali, in un combattimento, l’uno contro l’altro, fra le forze più potenti della Libia.

“Questo attacco è un tentativo da Haftar di interrompere i colloqui e le iniziative da parte del Governo di Tripoli di riaprire le porte della Libia e salvarne l’unità”, ha detto Mohamed Ginidi, un ufficiale dell’intelligence militare di Misurata. “Per ora, tuttavia, le nostre forze si stanno concentrando su Sirte e sulla eliminazione dello Stato Islamico. Se riceviamo l’ordine di attaccare Haftar, dopo la battaglia di Sirte, noi ovviamente lo faremo. ”

Un funzionario dell’ente statale National Oil Co. della Libia ha detto che i dipendenti della società sono rimasti illesi nei combattimenti e che il Consiglio di Amministrazione era stato convocato per discutere dello scoppio delle ostilità.

Proprio il mese scorso Zueitina aveva ricominciato a consegnare il greggio, per la prima volta dopo quasi un anno, dopo che un accordo per riaprire il terminale era stato raggiunto tra il governo di unità e Mr. Jadran. Dal 2014, Mr. Jadran ha perso un grande volume di spedizioni di petrolio della Libia, a causa di divergenze con un governo precedente, privando, così, la nazione del suo combustibile economico primario. L’industria petrolifera, infatti, fornisce circa il 95% delle entrate statali.

Con una riserva di circa 47 miliardi di barili di greggio, la più grande dell’Africa, il petrolio costituisce la fonte primaria della ricchezza della Libia. Ma la sua produzione giornaliera è scesa al di sotto di 300.000 barili nel mese di agosto, meno di un quarto, cioè, della sua produzione normale.

La ripresa delle spedizioni di petrolio, insieme con i recenti progressi contro Stato islamico a Sirte, sono stati visti come un segnale di speranza a ché il Governo di Unità della Libia, con la mediazione delle Nazioni Unite, cominciasse a guadagnare in sicurezza, ridando vigore all’economia della nazione, dopo lo spostamento nella capitale Tripoli all’inizio di quest’anno.

Tamer El-Ghobashy a tamer.el-ghobashy@wsj.com e Benoit Faucon a benoit.faucon@wsj.com