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1619.- La Polonia dice no all’entrata nell’Eurozona: “I nostri cittadini sono contrari all’euro”. Mica fessi

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Continua in Polonia lo scontro con Bruxelles. A fine anno, davanti a quelle che denuncia come crescenti, sistematiche violazioni dei principi e valori dello Stato di diritto e dei Trattati europei nella Polonia della maggioranza nazionalconservatrice ed euroscettica, la Ue ha preso una decisione senza precedenti nella sua storia. Ha scelto di avviare le procedure di attivazione dell´Articolo 7 dei Trattati, i quali prevedono sanzioni fino alla riduzione degli aiuti e alla sospensione dei diritti di voto.
E’ la prima volta che viene applicato l’art. 7, così come modificato nell’ultima Convenzione (2002-2003) e che hanno portato a una nuova versione del Trattato di Lisbona (inteso dalle oligarchie europee come una sorta di costituzione che, per il suo valore eversivo, chiamo decostituzione). In passato sanzioni diplomatiche furono imposte contro l’Austria diciassette anni fa quando l’allora cancelliere democristiano Wolfgang Schüssel formò un controverso governo con il Fpo il partito di destra guidato da Haiger. Lo scontro politico su questo tema si trascina da tempo in Polonia. Già nel 2016 il Tribunale Costituzionale polacco aveva decretato che la norma approvata dal Parlamento, che ridisegna le funzioni del Tribunale stesso, violava la Costituzione. L’Esecutivo dominato dalla destra, per contro, aveva affermato di non essere interessato a prendere in considerazione la sentenza stessa perché sarebbe illegale.
Il PiS (Prawo i Sprawiedlywosc, cioè Legge e giustizia, il partito di maggioranza guidato da Jaroslaw Kaczynski e vicinissimo al premier euroscettico nazionalista ungherese Viktor Orbán, ha dichiarato: “Deploriamo la decisione di Bruxelles, è una decisione politica adottata per punire la Polonia a causa del suo rifiuto di accogliere profughi o migranti musulmani”, ha detto la portavoce signora Beata Mazurek, aggiungendo: “Ma siamo sicuri che l´Ungheria ci salverà”.

Una certa differenza di tono, almeno un minimo più moderato, è stata colta dagli osservatori dalle parole di commento rilasciate a caldo dal nuovo premier polacco Morawiecki: “La Polonia si prende cura dello Stato di diritto come la Ue, non un minimo di meno”, egli ha detto. Non è chiaro se si apra un confronto tra cosiddetti falchi e colombe nel governo, ma comunque lo scontro con l´Unione europea, di cui la Polonia è il piú importante membro orientale, è a livelli di durezza mai raggiunti prima. Un paese dinamico, dall’economia in volo, ma non va dimenticato che un un terzo della crescita media del prodotto interno lordo viene dai fondi di coesione europei. Morawiecki ha incaricato l’ex premier Beata Szydlo, vicepremier del nuovo esecutivo con la delega degli affari sociali.

Morawiecki è un ex banchiere d’affari che ha lavorato per il Banco di Santander. E’ stato un consulente economico dell’attuale presidente del Consiglio europeo Donald Tusk , filo tedesco e ordoliberista convinto. La sua nomina è servita a rassicurare i padroni dell’Unione europea e gli investitori internazionali sulla stabilità della Polonia nonostante le tensioni con Bruxelles sulla controriforma della giustizia e rispetto delle quote di rifugiati da accogliere.

Le ultime leggi passate dalla maggioranza a Varsavia hanno dato alla Commissione l’occasione di reagire con severità all’indipendenza della politica polacca. In particolare, contro la riforma della Giustizia, che di fatto abroga l´indipendenza del potere giudiziario e lo sottomette al potere politico, al contrario che in ogni vera democrazia. Il ministro della Giustizia diventa automaticamente procuratore generale e ha mano libera nella nomina di giudici ordinari e di membri della Corte suprema e del Tribunale costituzionale. Discussa anche la riforma delle strutture elettorali, togliendo potere agli organi indipendenti di controllo e verifica del risultato di una qualsiasi elezione a vantaggio dei funzionari governativi. Terzo ma non ultimo, settimane fa il governo aveva tollerato e poi elogiato come “grande manifestazione patriottica” un enorme corteo di sessantamila estremisti di destra con simboli ultrà fascistoidi e slogan antisemiti, antimigranti e antieuropei.

La norma dei trattati europei prevede che “il Consiglio, deliberando alla maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro”. Il comma 2 dello stesso articolo stabilisce che successivamente, all’unanimità, i paesi membri possono decidere la sospensione di “alcuni dei diritti derivanti allo Stato membro in questione, compresi i diritti di voto, in seno al Consiglio”.

Nella sua proposta, la Commissione europea ha chiesto quindi ai governi della Ue di prendere posizione contro Varsavia, ma al tempo stesso ha deciso di dare al governo polacco tre mesi di tempo per modificare la riforma della magistratura,
soprattutto, per quanto riguarda la separazione dei poteri all’interno dello Stato polacco.

Lo scontro politico su questo tema si trascina da tempo in Polonia. Già nel 2016 il Tribunale Costituzionale polacco aveva decretato che la norma approvata dal Parlamento, che ridisegna le funzioni del Tribunale stesso, violava la Costituzione. L’Esecutivo dominato dalla destra, per contro, aveva affermato di non essere interessato a prendere in considerazione la sentenza stessa perché sarebbe illegale.
La Polonia governativa è stata forte e decisa a non piegarsi a quelle che da tempo definisce “pressioni e ingerenze di Bruxelles contro la nostra sovranità”. E soprattutto è apparsa decisa a puntare sull´intesa crescente con gli altri paesi del centroest riuniti nel Gruppo di Viségrad (Polonia Cechia Slovacchia Ungheria). In particolare il potere spera nell´aiuto del premier magiaro Viktor Orbán puntando su un voto all´unanimitá, cioè la procedura piú consueta nella Ue. Se, come è probabile, almeno 22 paesi membri dell´Unione su 28 approveranno la condanna delle asserite violazioni dei principi dello Stato di diritto, allora la Commissione potrà andare avanti nella procedura. E a quel punto la situazione potrebbe diventare piú scomoda e difficile. Anche con contestazioni o dubbi e riserve, da non escludere all´interno del partito di maggioranza al potere a Varsavia.
Ma è solo sull’immigrazione e sulla giustizia lo scontro o c’entra il rifiuto dell’Euro? La Polonia, per il momento, non ha alcuna intenzione di entrare nell’Eurozona. Tanto più nel momento di maggiore tensione con Bruxelles. A confermare la frenata di Varsavia sul cammino che dovrebbe portare all’adozione della moneta unica, secondo quanto previsto dagli accordi sottoscritti per l’adesione all’Ue avvenuta nel 2004, è stato Michal Dworczyk, capo di gabinetto del primo ministro polacco.
Secondo quanto riferito dal braccio destro del premier Mateusz Morawiecki all’agenzia “Pap”, Varsavia deve trovare “il momento adatto” per adottare l’Euro: “La data di adozione della moneta unica non ha nulla a che vedere con il processo di adesione all’Ue”, ha aggiunto, sostenendo al contempo che alcuni paesi che hanno affrettato l’ingresso nell’Eurozona “hanno subito delle conseguenze negative”

Lo scontro con Bruxelles

La Polonia, dunque, resta ancorata per il momento alla sua moneta, lo Zloty. Stando all’ultimo sondaggio Eurobarometro, del resto, la maggioranza dei cittadini polacchi è contraria all’Euro. E il governo di Varsavia, in vista delle elezioni del 2019, non ha nessuna intenzione di perdere consensi.

Non è solo la Polonia a essere scettica sull’Eurozona. Anche le opinioni pubbliche di Repubblica ceca e Svezia non mostrano entusiasmo verso la prospettiva di aderire alla moneta unica. E laddove finora c’è stato un maggiore consenso verso l’Euro, come in Ungheria e Romania, comincia a diffondersi una certa cautela. La Bulgaria, pur volendo, è ancora lontana dal soddisfare i criteri economici necessari per entrare nell’Eurozona. Solo la Croazia sembra aver accelerato verso l’adozione della moneta unica.
E’ singolare come, dopo quanto avvenuto in Ucraina, Ungheria e Spagna, in Polonia, Austria, Ungheria, in tutta l’Unione Europea, i portatori delle istanze di progresso e giustizia sociale siano etichettati come populisti o, in mancanza di argomenti, accomunati al nazismo e al fascismo di un secolo fa. Prima si rompe questa dittatura tecnocratica finanziaria meglio sarà per le istanze di progresso e giustizia sociale e per la restaurazione dei valori della cristianità in questo continente.

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1586.- Sgretolamenti irresistibili dell’Ordine Mondiale ed eurocratico.

Il 2018 si presenta foriero di difficoltà per l’Unione europea, che unione non è. Germania, Spagna,Italia in catalessi politica,senza un governo, saranno la conferma dell’utopia con cui il neoliberismo ha creduto di gestire i popoli, senza le loro formazioni sociale: dalla famiglia agli stati sovrani. Nascerà una nuova Europa? Ce lo auguro. Propongo questa interessante analisi di Maurizio Blondet con i suoi e i nostri auguri.

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Poche ore, e l’ordine globalista, unilateralista è cambiato, quello eurocratico-atlantico è sgretolato tutto d’un colpo.

In Catalogna, i separatisti vincono la maggioranza. E’ cominciata una frammentazione irreversibile non solo della Spagna (non si potrà formare un governo per mesi), ma dell’Europa che cova i suoi secessionismi e particolarismi: fremono già la Corsica, la Scozia, perché no il Sudtirolo o il Donbass —e se un voto ha legittimato una secessione, perché non vale anche per la Crimea?

La Polonia scavalca la UE e stringe accordi militari con la Gran Bretagna. Ciò, nonostante l’ordine eurocratico (dunquedi Merkel) che tutti i rapporti con Londra fossero negoziati direttamente da Bruxelles nel quadro del Brexit e non unilateralmente da stato a stato. Ma Varsavia vuole meno Europa e più NATO: la sua insubordinazione mette fine alla finzione che UE e NATO siano la stessa cosa.

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Il nuovo primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e il premier britannico Theresa May il 21.12.2017 a Varsavia. (Foto: dpa)
In Austria, il nuovo governo si propone un taglio massiccio dei benefici ai richiedenti asilo, particolarmente dando solo più benefici in natura (oggi ricevono prestazioni in denaro, 840 euro mese) e nessun alloggio individuale, identificazione accurata di coloro che non hanno dato una chiara identità, attraverso “la lettura o il ripristino dei dati del telefono cellulare e altri mezzi di comunicazione come i social media, per ricostruire l’itinerario” del sedicente richiedente asilo. E rimpatrio rigoroso per quelli che non vengono da paesi in guerra. Se l’Austria si unisce al Gruppo di Visegrad, darà al blocco dell’Est una forza reale e simbolica impossibile da contornare – e con ciò ai sovranisti del resto d’Europa, che l’eurocrazia aveva “sconfitto”.

Notevole che ciò avvenga mentre la Germania è in catalessi politica, assente, non ha nulla da dire perché non ha un governo – come non lo avrà la Spagna , e da marzo nemmeno l’Italia: è la frammentazione estrema delle opinioni pubbliche conseguente all’individualismo liberista come pensiero unico economicista e consumista: che “ha liberato l’uomo occidentale di ogni forma di identità collettiva: religione, valori tradizionali, la gerarchia, acoscienza nazionale, per cui ognuno scegliere la propria religione, la propria nazione, e oggi il proprio sesso”. Per quale motivo allora “stare insieme” se conviene “ognuno per sé”? I puri interessi non uniscono mai, dividono

All’Onu, gli Usa sono rimasti per la prima volta isolati sulla questione di Gerusalemme capitale ebraica. Hanno ricevuto uno schiaffo in piena faccia da 128 paesi, e sono rimasti a votare con Sion e alcune isole della Micronesia.

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Verdi i voti contro Usrael
Il voto all’Onu contro Washington e Tel Aviv è un fallimento politico senza precedenti: persino la Gran Bretagna non ha votato secondo i desideri di Trump, persino l’Italia e la Germania. Il Canada s’è astenuto. . E ciò, nonostante Nikki Haley, la sciagurata ambasciatrice all’ONU, sia scesa ai livelli più infimi della bassezza minacciando “mi segno i nomi” di quelli che non voteranno come voglio io , e il taglio degli aiuti americani ai paesi disobbedienti. “Voglio che sappiate che il presidente e gli Stati Uniti prendono questo voto personalmente”, ha annunciato: “Il presidente osserverà questo voto con molta attenzione …e ha richiesto che io gli riferisca su quei paesi che voteranno contro di noi”.

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Nikki Haley: “Mi segno i nomi!”
La sciagurata Niki è così riuscita a porre le basi per aggravare il fallimento diplomatico: mostrando ciò che sarebbe meglio dissimulare più a lungo, che la Superpotenza non fa più paura al resto del mondo, e i suoi ruggiti sono quelli della tigre di carta. Una Casa Bianca ragionevole dovrebbe sostituire al più presto la fanatica incapace dannosa per la nazione. Invece Trump ha sostenuto la Nikki rincarando la minaccia: “Questi ci prendono centinaia di milioni di dollari, anche miliardi, e poi ci votano contro. Che votino contro di noi, e noi risparmieremo un sacco. Che ci frega”.

E la Haley che, appena subìto il disastro, ha rincarato: “Noi ci ricorderemo quando ci si chiederà ancora una volta di versare il più importante contributo alle Nazioni Unite. E ce ne ricorderemo quando numerosi paesi verranno a chiederci, come fanno tanto spesso, di pagare di più e di impiegare la nostra influenza a loro vantaggio”.

Che dire? Sembra che la lobby israeliana abbia portato gli Usa allo scacco. Sembra la crisi del ”diritto talmudico” internazionale basato sul delirio di onnipotenza israelo-americano, che possiede l’America dall’11 Settembre e dal mega-false flag criminoso. Il diritto talmudico poggia sull’ideologia o teologia che il popolo eletto essendo l’unica umanità, e gli Usa la sola “nazione necessaria” (come ripetuto molto da Obama), essi dettano la legge ai goym e ai noachici che sono animali parlanti. Applicano le leggi americane (ebraiche) al pianeta.

Lo ha ben notato Dimitri Orlov, vedendo nelle decisioni di Trump “un insieme di tratti che non sono specificamente suoi ma più generalmente americani [ebraici] e vengono sempre più esibiti via via che gli Stati Uniti entrano nella fase terminale della degenerazione”.

Premessa: lo status di Gerusalemme come corpo separato perché sacro alle tre religioni è “riconosciuto in diritto internazionale e de jure”, nonostante la città sia illegalmente occupata “de facto” da Israele dal 1967. La decisione unilaterale di Sion di farne propria capitale è stata condannata dalla risoluzione 478 del Consiglio di Sicurezza (dunque anche dagli Usa) del 1980.

Il primo tratto generale della Superpotenza in degenerazione è “che il diritto internazionale è ignorato, come fanno generalmente gli Stati Uniti. In forza di quale autorità giuridica le truppe americane sono piazzate sul territorio siriano, che è il territorio di una nazione sovrana membro dell’ONU? Nessuna”.

Avevano giurato a Gorbachev: mai allargheremo la NATO
Ben più grave: come risulta da documenti recentemente scoperti, nel 1990-91, il presidente Bush padre promise a Gorbachev che la NATP non si sarebbe mai allargata ad Est inglobando i paesi dell’ex Patto di Varsavia . L’allora segretario della NATO, il tedesco ed ex ministro della Difesa Manfred Woerner, ripeteva nel 1990 che considerava questo impegno come una “garanzia di sicurezza” data all’URSS in cambio dell’assenso di Mosca alla riunificazione delle due Germanie.

Il segretario di stato James Baker, in una lettera ad Helmut Kohl, aveva scritto che la NATO “non si sarebbe mossa di un pollice” dalla posizione che aveva allora. Tutti i capi europei, da Mitterrand alla Thatcher al capo della CIA Robert Gates, si premurarono di rassicurare Gorbachev: garantiamo noi! Tranquillo! Il russo non si fece mettere per iscritto l’impegno: come dubitare di questi paladini e maestri del diritto? Così Bill Clinton nel ’94 ha cominciato a violare la parola allargando la NATO.

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Questo è specificamente diritto internazionale talmudico: doppiezza, inganno, malafede , disprezzo degli esseri inferiori, violazione della parola data – data a chi? Ad animali parlanti?

(dobbiamo la scoperta a due ricercatori del “Washington University National Security Archives”, Svetlana Savranskaja e Tom Blanton)

http://www.zerohedge.com/news/2017-12-17/sorry-chump-you-didnt-have-it-writing

Altro caso segnalato da Orlov:

“Per esempio, il segretario di Stato Rex Tillerson esorta la Russia ad adempiere ai suoi obblighi previsti dagli accordi di Minsk sull’Ucraina. Voi potete domandare: quali sono gli obblighi della Russia in base agli accordi di Minsk? Ebbene: non ci sono. Leggete i testi degli accordi: non ne troverete uno”. Qui, la totale indifferenza e ignoranza verso il diritto internazionale si unisce all’altro tratto caratteristico che Orlov segnala: “Negli Stati Uniti, la realtà non ha più importanza” . Tratto che è proprio della mentalità talmudica: essendo il Regno d’ISraele già realizzato ed avendo il potere sul mondo e sulla realtà, “i fatti sono cose imbarazzanti che possono contraddire la narrativa preferita forzandovi a cambiarla”. Ma un potere talmudico-imperiale non può riconoscere di essere soggetto alla realtà, perché equivarrebbe a riconoscersi non divino.

Tipicamente, la ostilità bellicista verso Mosca basata sulla narrativa che “Putin ha fatto eleggere Trump”, racconto senza alcun indizio ma ripetuto all’infinito. ha imposto al Comitato Olimpico di vietare “agli atleti russi di partecipare alle Olimpiadi invernali. Ciò, sulla base di false prove comprate dagli americani ad un criminale latitante russo di nome Rodchenkov.”

Ora, questo disprezzo del diritto internazionale, il calpestare il diritto di Westfalia, la persecuzione e distruzione bellica di Stati legittimi con false prove, l’imposizione delle proprie “leggi” al mondo, ha successo (limitato) solo finché gli Stati Uniti e il suo Suggeritore e Falso Agnello sono percepiti come ultra-potenti, e pronti a schiacciare i deboli (animali parlanti) in guerre e stragi senza fine

Ma ecco che di colpo “tutti sanno che gli USA non hanno assolutamente nessuna opzione per forzare la Corea del Nord al disarmo nucleare”. Avendo visto cosa è accaduto a Irak e Libia “che avevano volontariamente disarmato” credendo(come Gorbachev) alla parola di Washington ,i nord coreani hanno preferito elevarsi al rango di potenza atomica e l’hanno dimostrato. “La realtà è che non resta che una strada: negoziare”. Ma negoziare con animali parlanti? “Gli preferiscono vivere in un mondo immaginario in cui potrebbero distruggere totalmente la Corea el Nord con uno schiocco di dita”

Washington è sempre più chiaramente esclusa dai negoziati più essenziali nel Medio Oriente (ovvio: come credere alla sua parola?) tanto che alle discussioni per la pacificazione della Siria partecipano la Russia, l’Iran e la Turchia, ma gli Usa non sono presenti. Non sono presenti nemmeno ai colossali progetti della Cina, nuova via della Seta, One Belt One Road. E Pechino sta per lanciare un “future” per comprare petrolio in yuan [non in dollari!], per di più convertibile in oro; con ciò, minando la base stessa dell’egemonia mondiale ed economica american, basata sull’obbligo per i goym di comprare e vendere le materie prime (anzitutto il petrolio) in dollari, ciò che consente a Washington di stampare la sola moneta “di riserva” mondiale, esportando fra l’altro i suoi deficit e le sue svalutazioni agli altri paesi.

In mancanza di diritto internazionale, l’America (come Sion) e avendo perso la forza assoluta di minaccia, “non fanno che dappertutto esacerbare e favorire i conflitti, all’estero ma anche alll’interno”.- Istigate guerre civili in Libia, Siria, Irak, Somalia, Sudan, e in Ucraina nel cuore d’Europa, adesso il governo Trump ha firmato, il 13 dicembre, una vendita di specifiche armi al regime di Kiev – decidendo dunque di invelenire anziché acquietare la ferita aperta del Donbass, sperando di giungere a una guerra mondiale – che le consentirebbe di recuperare l’assoluta egemonia perduta, il prestigio che ha buttato nella fogna e la primazia economica che basata sulla moneta falsa, il capitalismo finanziario da rapina in sé distruttore di risorse, e le manipolazioni dei mercati monetari.

SE tra il 1948 e il 1991 gli Stati Uniti hanno compiuto 46 interventi militari, dal 1992 al 2017 ne hanno fatto il quadruplo, 188 interventi bellici.

IL bello è che gli Usa incendiano i conflitti anche in patria: donne contro uomini (con la isteria delle molestie sessuali), bianchi contro neri (Black Lives Matter), liberals contro conservatori. Per Orlov, questa guerra di tutti contro tutti “è attivamente promossa con un obbiettivo unico e semplice: generare una cortina fumogena abbastanza spessa da nasconder quello che è il conflitto principale, quello tra l’oligarchia kleptocratica e la popolazione americana. L’obiettivo è di portare la popolazione – il cui lavoro non è più necessario e il cui mantenimento è semplicemente un costo – a scomparire il più rapidamente possibile. I conflitti internazionali servono allo stesso titolo della epidemia di oppiacei (59 mila morti americani nel 2016), i i suicidi aumentati del 25% dall’11 Settembre ad oggi (43 mila morti l’anno), i pazzi solitari che fanno stragi in scuole e concerti (sicuramente in numero maggiore dei 103 americani uccisi all’interno del paese dal terrorismo “islamico” o etichettato come tale negli ultimi 16 anni dall’11 Settembre 2001 ad oggi.

Comincia il disordine mondiale.
Il perché la “Kleptocrazia” abbia bosogno di far questo, Orlov lo dice con un aforisma magistrale: “Una regola fondamentale della kleptokrazia è che meno resta da rubare, più bisogna rubare”. Aforisma che vediamo applicare dalla cleptocrazia italiana e dai parassiti politivi pubblici: da due settimana ci strillano nelle orecchie della Boschi ed e di Banca Etruria, e intano tacciono del mezzo miliardo che De Benedetti non restituisce al Montepaschi, né dei regali che i politicanti hanno fatto a se stessi e alle loro clientele di parassiti pubblici con la legge di bilancio finale di questa dittatura dei ladri.

Tutto ciò, per concludere: sicuramente adesso comincia un periodo di sgretolamento finale degli “ordini” precedenti, globalisti ed burocratici, dominati dall’unilateralismo planetario americano ; tali “ordini” dal governo mondiale dell’economia tramite Organizzazione mondiale del Commercio, dollaro, “lotta al riscaldamento climatico”, “lotta al terrorismo globale” (armandolo) “E’ colpa di Putin” sono caduti nella crisi terminale non solo di legittimità, ma anche di efficienza. Per tutti noi sarà un periodo di turbolenze incalcolabili, di perdite di certezze e di alleanze (falsamente) credute solide, di leadership mancanti e di particolarismi virulenti. L’egemone folle americano, farà una fine sicuramente “cattiva e brutale”. Con Orlov, possiamo solo pregare che sia anche”corta”.

1551.- L’antifascismo psichiatrico pre-elettorale del cane di Pavlov

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di Roberto PECCHIOLI

Chi trova un nemico trova un tesoro. Rovesciando il detto popolare, questo ci sembra il commento più adatto all’ondata di antifascismo di ritorno che sta pervadendo l’Italia ufficiale. Colti di sorpresa da qualche inatteso successo elettorale “nemico”, nudi di fronte al loro fallimento politico, lorcompagni e l’esercito ausiliario progressista hanno trovato la soluzione, la solita: antifascismo, ancora antifascismo, ogni giorno di più, a dosi omeopatiche. E’ diventata una dipendenza e, come per gli alcolisti irrecuperabili, basta un solo bicchiere per ubriacarsi. In qualche caso, è sufficiente l’odore del vino. Il neo- antifascismo è ormai giunto a questo stadio penoso.

Ricorda assai il povero cane di Pavlov. Per dimostrare le sue teorie sui riflessi condizionati, lo scienziato russo del primo Novecento Ivan Pavlov realizzò un esperimento in cui ad un cane era offerto un succulento boccone di carne mentre un campanello veniva fatto suonare. Dopo varie ripetizioni, Pavlov dimostrò che il cane iniziava a produrre saliva già al trillo del campanello, prima cioè della comparsa del cibo. Lo stimolo condizionava, producendola, la risposta del cane, ovvero la salivazione che anticipava il piacere del boccone di carne. Siamo esattamente allo stesso punto: opportunamente attivate le aree neuronali dell’antifascista tipo, la risposta è immediata e scontata. Si manifesta attraverso l’immediato corrugamento della fronte, il linguaggio non verbale dell’indignazione a comando, poi in lunghe intemerate sul tema della democrazia violata, per sfociare in manifestazioni di moralismo politico da operetta, interrogazioni parlamentari, “spontanee” adunate di piazza, richiesta di “pene esemplari”, intimazione di escludere i reprobi dal consorzio umano.

Potremmo cavarcela affermando che si tratta di convulsioni, rigurgiti uguali e contrari a quelli di coloro che davvero pensassero di resuscitare il fascismo attraverso bandiere, simboli trapassati, abbigliamento o parole d’ordine del tipo di quelle di Catenacci, la macchietta neofascista di Alto Gradimento o di Fascisti su Marte di Corrado Guzzanti. Potremmo anche liquidare tutto come un caso di ubriachezza molesta di gruppo (ricordate il “botellòn”, la riunione del sabato in piazza dei giovani spagnoli per bere e sballare in branco?).

Temiamo che le cose stiano diversamente e che non regga del tutto neppure la spiegazione psicanalitica secondo cui l’antifascismo rappresenta la coperta di Linus (l’unica, l’autentica) delle sinistre. Per il personaggio di Peanuts, la coperta è un oggetto transizionale, ovvero quella cosa prediletta ed insostituibile scelta come sostituto simbolico della mamma. Linus recupera la sua serenità soltanto accanto all’amata coperta. In parte è così’, poiché il popolo progressista (qualunque cosa significhi il termine) perplesso, disilluso e scoraggiato si rianima ed insorge come un sol uomo alla semplice parola fascismo, anzi, all’apparire o balenare di qualunque cosa, simbolo, persona, allusione che richiami l’odiato, ma sepolto regime. Non serve neppure il suono del campanello perché scatti il riflesso, ma la sua semplice vista o evocazione. Pavlov aveva ragione e i cuochi del ristorante di sinistra lo sanno bene, apparecchiando la solita rancida minestra e trovando ancora commensali.

Ecco dunque le giornate intere a deprecare, le paginate di giornali, le pensose tirate televisive contro un gruppetto di stupidi ragazzini tifosi della Lazio (uno ha solo tredici anni, un bambino) che hanno travestito da romanista l’immagine di Anna Frank. Cretini insensati, figli di questo tempo senza ritegno, poiché la morte ingiusta di una ragazza di 16 anni non può essere oggetto di sfottò, lazzi o insulti tra tifoserie. Ma da qui a farne oggetto di terribili revival ideologici ce ne corre. Specialmente se passano inosservate le blasfemie quotidiane, l’ostentazione sfrontata di qualunque porcheria spacciata per liberazione, la bestemmia, l’esibizione di ogni vizio in nome della libertà.

Poi abbiamo avuto lo sdegno telecomandato per “l’irruzione” di un gruppo di giovani in un centro di aiuto agli immigrati. Meglio se avessero fatto altro, ma sono entrati da una porta aperta, hanno letto un loro documento, non hanno torto un capello a nessuno, né hanno danneggiato o asportato beni o suppellettili, quindi se ne sono andati. Esattamente come i gentili esponenti dei centri sociali, anzi i “ragazzi”, quando svolgono le loro attività ludiche, consistenti in genere in devastazioni, imbrattatura di muri, intimidazioni, insulti e cariche alle forze dell’ordine. Loro non fanno irruzione, bensì usano spazi dialettici di libertà.

L’ultima prodezza del cane di Pavlov è la segnalazione (la delazione, il dito accusatore puntato restano marchi di fabbrica indelebili di lorcompagni) di una bandiera nazista in una caserma dei Carabinieri. Si è mosso persino il ministro della Difesa, disinteressato a difendere le frontiere dalle invasioni di clandestini che arrivano dal mare e non solo. Donna Roberta Pinotti, ex girl scout di Genova Sampierdarena, ha promesso pene esemplari per il ventenne carabiniere, i telegiornali hanno aperto le loro edizioni con il terribile episodio (in Italia non succede mai nulla, non c’è corruzione, delinquenza, disoccupazione, degrado), convocando alla bisogna persino un superstite partigiano fiorentino, che ha definito “infame” l’accaduto.

Il problema è che quella bandiera è solo l’insegna di guerra della marina dell’Impero tedesco, detto anche Secondo Reich, anno 1871. Non sapevamo che Bismarck e l’imperatore Guglielmo II fossero vietati, ma evidentemente i nervi sono scossi e la cultura (di cui pure sono depositari esclusivi) non li soccorre. Un ultimo episodio tra i tanti: la richiesta di un consigliere municipale della Spezia di vietare e rimuovere ciò che riguarda la Decima Mas dal Museo Navale della città. Peccato che la Decima flottiglia abbia fatto parte della marina nazionale, che il museo sia dedicato ad una medaglia d’oro al valore militare, Mario Arillo, un ufficiale che si rifiutò di consegnare ai tedeschi il sommergibile che comandava ed ebbe un ruolo centrale nel convincere gli stessi, nel 1945, a non far esplodere le mine che avrebbero distrutto il porto di Genova, come gli riconobbe pubblicamente un giovane monsignore che sarebbe diventato il grande cardinale Siri. Ma tant’è, l’odore, anzi il fumo del fascismo avvolge tutto in un’atmosfera da incubi notturni: lavoro per il dottor Freud.

Ecco perché occorre porsi qualche domanda in più rispetto ad un fenomeno anacronistico, alimentato ad arte e con aspetti tragicomici. A noi sembra che il sistema di potere abbia bisogno, come in tutti i momenti di crisi, di un capro espiatorio. Il fascismo ed i neofascisti, veri o presunti fa lo stesso, rispondono egregiamente alla bisogna. Sono il nemico assoluto, i malvagi per definizione ufficiale ed indottrinamento coatto, sono pochi, deboli e dispersi. Splendide condizioni per fungere da nemico pubblico e ricompattare la folla dei buoni e dei giusti, i membri del gruppo.

Ne parlò con grande acutezza René Girard, antropologo e filosofo francese scomparso nel 2015, autore de La violenza e il sacro. Il capro espiatorio ha la funzione di restituire la comunità a se stessa: la folla si raccoglie unanime attorno alla vittima designata e la distrugge. L’eliminazione fa sfogare la violenza e la frenesia che era stata indotta ed ha un enorme impatto emotivo sulla comunità, il gruppo lacerato. La vittima è insieme responsabile della crisi ed insieme causa del miracolo della concordia ritrovata. La coazione a ripetere evoca la speranza che ogni volta si riproducano i taumaturgici effetti di sutura delle ferite sociali, e comunque sotto lo strato sottile della lotta contro il Male serve a suscitare e sublimare i più bassi sentimenti di violenza o vendetta della massa congregata.

Questa sembra essere il ruolo assegnato al fascismo fantasmatico da alcune menti pensanti (oggi si dice influencer) che lottano per riconquistare l’egemonia perduta sul pensiero comune. Sono ingegni finissimi a cui tuttavia è sfuggito di mano il presente. Essi sanno di aver perduto l’esclusiva, di non essere più in sintonia con lo spirito del popolo, temono di essere sorpassati dalla realtà. Fascista è per loro qualunque idea, persona, attitudine, discorso, sentimento che non coincida con la loro visione del mondo. Il fondo totalitario e poliziesco dell’animo loro si manifesta nell’imposizione del linguaggio politicamente corretto come nell’esigere leggi e sanzioni penali per chi non sia d’accordo con la vulgata “sinistra” sui temi che contano, con particolare riguardo alle questioni morali, etiche, identitarie, politiche e, innanzitutto sui due temi tabù della nuova narrazione: la santificazione dell’immigrazione e la promozione dell’omosessualismo.

I loro argomenti sono screditati e la gente comune – non a caso tacciata di “populismo” nonché di ignoranza – non li segue, nonostante l’immenso spiegamento di risorse mediatiche ed economiche. Serve un nemico, uno spauracchio, come ci vuole pane per gli affamati: niente di meglio dell’Uomo Nero, il cattivo ideale, valido per tutte le stagioni.

Hanno potere, fanno leggi sempre più repressive ma hanno bisogno di testarne l’esito a partire da quelle destinate a colpire il Capro Espiatorio più facile ed immediato. Di qui il tentativo (vedi legge Fiano) di proibire persino i calendari del deprecato ventennio, le immagini, ogni iconografia anche detenuta in privato. Se funziona, andranno avanti, e la repressione colpirà tanti altri soggetti, giacché il neo antifascismo psicanalitico e pavloviano non è che una “false flag”, un’operazione sotto falsa bandiera dietro la quale si nascondono operazioni di normalizzazione e divieto del dissenso assai più serie.

Adesso tocca ai fascisti, nessuno si lamenterà, anzi molti applaudiranno. Domani andranno a cercare altri non conformi. Abbiamo capito, però, e “benché il parlar sia indarno” rispondiamo ai cani di Pavlov rammentando loro un brano che dovrebbero apprezzare, pronunciato da un pastore protestante al tempo della Repubblica di Weimar ed attribuito erroneamente ad uno dei loro venerati maestri, Bertolt Brecht.

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare. “

Meditate, democratici, progressisti e cani di Pavlov, meditate. Con un po’ di impegno, potete farcela, passata la sbornia, esaurita la salivazione, scesi dal lettino dello psicanalista e pagata la parcella.

ROBERTO PECCHIOLI   

1001.- POLONIA: Bruxelles sospenderà Varsavia dall’UE? Ma il governo tira dritto

La Polonia dice ancora “no” alle richieste di Bruxelles. Mentre la Commissione Europea decide se attivare l’”opzione nucleare”, per volere del governo il Tribunale Costituzionale cambia forma ancora una volta e si dice addio al costituzionalismo.

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La Polonia gira le spalle alla Commissione. Il contenzioso con l’UE è un caso chiuso, afferma il ministro degli Esteri Waszczykowski esprimendo così la posizione dell’intero governo: non cedere alle raccomandazioni della Commissione, nemmeno dopo gli ulteriori due mesi concessi una volta scaduto l’ultimo termine.

La Commissione messa alle strette

Il 13 gennaio 2016 la Commissione ha lanciato per la prima volta la procedura pre-articolo 7, volta ad accertare l’esistenza di minacce sistemiche allo stato di diritto. Oggetto del contendere: le leggi che dalla fine del 2015 hanno modificato composizione e funzionamento del tribunale costituzionale, intaccandone l’indipendenza. Ma, malgrado dialogo e raccomandazioni, Varsavia non ha risposto.

La Commissione, per bocca del suo Vice-Presidente Frans Timmermans, non si ritiene certo soddisfatta ma ormai non le rimarrebbe che proseguire il percorso intrapreso: invocare l’art. 7 del Trattato UE che contempla in ultima istanza la sospensione dei diritti di voto dello stato membro sanzionato.

Clausola di sospensione
L’articolo 7 del trattato sull’Unione europea prevede la possibilità di sospendere i diritti di adesione all’Unione europea (ad esempio il diritto di voto in sede di Consiglio) in caso di violazione grave e persistente da parte di un paese membro dei principi sui quali poggia l’Unione (libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto). Restano per contro impregiudicati gli obblighi che incombono al paese stesso.
In virtù dell’articolo 7, su proposta di un terzo dei paesi dell’Unione europea (UE) o della Commissione o del Parlamento europeo, il Consiglio, deliberando a maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri previo parere conforme del Parlamento europeo, può constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave dei principi fondamentali da parte di un paese dell’UE e rivolgergli le appropriate raccomandazioni.
L’articolo 354 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea prevede le modalità di voto in seno alle principali istituzioni europee allorquando un paese dell’UE vede applicarsi l’articolo 7 del TUE. Il paese in questione non partecipa alla votazione. Esso non figura nel calcolo del terzo dei paesi necessario per la proposta o dei quattro quinti necessari per la maggioranza. L’approvazione del Parlamento richiede una maggioranza di due terzi.

A dispetto di quanto affermato dal partito di governo di Diritto e Giustizia (PiS), sempre pronto ad accusare l’UE di ingerenza, la Commissione non ha abusato della sua posizione o mostrato accanimento nei confronti della Polonia dato che il ruolo di “guardiano” le è riconosciuto dai trattati stessi. Eppure, è tanto realistica la sua impotenza quanto scontato l’esito inconcludente di una tale azione, poiché è noto il disaccordo di Orbán, ragione per cui non sarebbe possibile raggiungere l’unanimità all’interno del Consiglio europeo.

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Donald Tusk ha annunciato la sua candidatura per un secondo mandato alla Presidenza del Consiglio Europeo, i leader degli stati membri sembrano favorevoli, tutti tranne uno: Jarosław Kaczyński. Sopra Tusk, Mogherini e in centro, Van Rompuy.

Lo stesso Donald Tusk, ex premier polacco ora Presidente del Consiglio europeo, ha mantenuto uno stretto riserbo sulla questione, forse anche per non inasprire i rapporti già tesi in madrepatria col governo non intenzionato ad appoggiarlo per un secondo mandato, rotto solo a dicembre in occasione delle tensioni dentro e fuori il Parlamento.

Tra la mancanza di supporto da parte degli altri organi europei e il silenzio di Tusk, è comprensibile la riluttanza della Commissione ad attivare “l’opzione nucleare”. La figura sarebbe comunque magra, ma nel primo caso almeno non peserebbe la responsabilità di non aver denunciato l’involuzione illiberale della Polonia.

Addio al Tribunale Costituzionale

Mentre in Europa si prendeva tempo, la squadra di Kaczynski è andata dritta per la strada delle “riforme”. Dopo i casi d’incostituzionalità trascurati dal governo che costituiscono il nodo del confronto con l’UE, tra novembre e dicembre sono state varate tre nuove leggi che modificano i tempi e la procedura di elezione del presidente della Corte, giusto poco prima del termine del mandato dell’ex presidente Rzepliński, simbolo della resistenza in difesa del costituzionalismo.

I passaggi legislativi, come spiegato in maniera dettagliata dal Prof. Koncewicz, hanno permesso di eleggere un nuovo presidente, Julia Przyłębska, vicino al governo, sospendendo solo per l’occasione il quorum obbligatorio per l’elezione. Il mancato raggiungimento del quorum era stato, appena il giorno prima, motivo di respingimento di una rosa di candidati da parte del Presidente Duda. Due pesi e due misure.

Il primo atto della Przyłębska è stato ovviamente quello di insediare i tre giudici contestati, ovvero quelli rigettati dal Tribunale ma riconosciuti dal Presidente. Con le dimissioni di un altro componente del consesso, il partito di governo è riuscito ad ottenere, nel giro di un anno, la maggioranza in Tribunale. Qualunque cosa si decida in Europa, forse è già troppo tardi. Il Tribunale, nella forma contemplata dalla Costituzione, è morto, e con esso anche il principio democratico dell’equilibrio dei poteri.

cultura-panorama-di-raclawiceNel 1794 le truppe polacche del generale Kościuszko sconfiggono gli invasori russi. Una vittoria improbabile, che, diventando subito leggendaria, viene celebrata da un dipinto eccezionale: il Panorama di Racławice. Il dipinto presenta una forma circolare ed è attualmente esposto in una struttura anch’essa rotonda, costruita appositamente per ospitarlo.

La nuova legge sui media scatena la protesta. Tensione davanti al Parlamento

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La grave crisi che attraversa il paese era già apparsa in dicembre, quando in una nottata tesissima che evidenziava l’insofferenza della gente, la polizia era intervenuta per disperdere i manifestanti raccolti sotto il Parlamento dove la maggioranza approvava il bilancio a porte chiuse. Lo scontro con il governo di Diritto e Giustizia (PiS) si era fatto feroce tra venerdì e sabato 19 dicembre 2016, dentro e fuori il Parlamento. Ricordiamolo.

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Dobbiamo dedicarci di più allo studio delle “democrazie illiberali” e delle tendenze neoconservatrici in Europa Orientale.

La crisi in aula

La crisi è iniziata quando Michał Szczerba, deputato del partito all’opposizione Piattaforma Civica, è stato escluso dal dibattito e privato del suo diritto di voto dopo aver discusso delle nuove regole per limitare l’accesso dei giornalisti all’edificio, e aver esibito un cartello con su scritto “Wolne Media w Sejmie”, stampa libera in Parlamento. In programma era la discussione e l’approvazione del bilancio 2017. Tuttavia, in un ambiente fattosi caotico dove la minoranza occupava il podio per protesta e solidarietà al collega, il Presidente della Camera, Marek Kuchciński, ha deciso di tenere il dibattito in una sala secondaria senza l’opposizione e vietando l’ingresso ai media. L’approvazione del bilancio, avvenuta per alzata di mano e in assenza del meccanismo di controllo elettronico, ha sollevato dubbi sulla legalità del voto.

Le proteste di fronte al Parlamento

Mentre la tensione saliva, il Comitato per la Difesa della Democrazia (KOD) ha invitato immediatamente i cittadini a protestare sotto la sede del Parlamento. I manifestanti hanno bloccato gli accessi all’edificio fino all’intervento della polizia che ha creato un corridoio per permettere l’uscita di Jarosław Kaczyński, presidente di PiS, e del premier Beata Szydło verso le 3 del mattino. Nell’operazione alcune persone sono state respinte con forza e gettate a terra mentre non parrebbe confermata la notizia sull’uso dei lacrimogeni da parte degli agenti.

I partiti di opposizione e KOD sono tornati a manifestare sabato e domenica mattina, e alcuni parlamentari hanno dichiarato di voler condurre il sit-in all’interno del Sejm fino a martedì. Il Presidente della Repubblica, Andrzej Duda, in una dichiarazione rilasciata sabato si è detto preoccupato per quanto avvenuto e, offrendosi quale mediatore per la crisi in corso, ha incontrato i leader dell’opposizione ieri sera.

Le nuove regole per i giornalisti

Secondo le nuove disposizioni che entreranno in vigore a partire dal 1 gennaio 2017, solo i giornalisti appartenenti a cinque selezionate emittenti potranno entrare in Parlamento e filmare i lavori. A tutti gli altri saranno concesse solo registrazioni audio e interviste in un edificio separato. Il Presidente del Senato, Stanisław Karczewski, durante un incontro con alcuni giornalisti sabato sera, ha dichiarato che PiS sarebbe disposto a rivedere il contestato piano.

Il nuovo regolamento è l’ultimo di una serie di provvedimenti che hanno limitato la libertà di stampa, i diritti civili, e imbrigliato la Corte Costituzionale in Polonia aprendo la strada a una crisi senza precedenti, e tutt’ora in corso, con l’Unione Europea.

Paola Di Marzo