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916.- KOSOVO: L’ex premier Haradinaj arrestato in Francia. La Serbia attende l’estradizione

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Ramush Haradinaj, generale dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uçk)

Leggo di Gianluca Samà su East journal: Ramush Haradinaj, ex generale dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uçk). L’avvocato Haradinaj  è nato a Glođane, vicino al meraviglioso monastero ortodosso di Dečani, nell’ovest del Kosovo. Ha trascorso diversi anni in Svizzera ed è tornato in Kosovo poco prima dello scoppio della guerra, partecipando al conflitto e divenendo uno dei più importanti comandanti dell’UCK. Dopo il conflitto viene eletto Primo Ministro del Kosovo sotto amministrazione ONU, ma dopo 100 giorni si dimette perché incriminato dal TPIJ di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi durante la guerra in Kosovo. Viene assolto con furmula piena con molte polemiche a causa della morte misteriosa di diversi testimoni e del rifiuto di altri a testimoniare. Prima del pezzo di Sama, però…

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Parlare di Kosovo, mi significa tornare indietro di diciassette anni, a Dakovica, a Peć, a Prizren e anche di più, a Tirana nel 1999, quando gli albanesi mi portavano al sabato sera a vedere i camion in partenza per il Nord, caricati di armi, sotto la direzione degli “esperti” americani. Esperti di agricoltura, per lo più, con cui cenavo spesso nei pochi locali di Tirana frequentati da noi stranieri. Esperti di agricoltura, che conoscevano a menadito, chi l’elicottero da combattimento Apache e chi le cisterne volanti KC-135, a me note. Nasceva l’euro e i padroni del dollaro temettero un crollo e fomentarono la guerra in Europa: nei Balcani e in Kosovo, esattamente, dove era più facile. Così, improvvisamente, gli indipendentisti presero il posto degli autonomisti di Ibrahim Rugova (nome di battesimo Pjetër Rugova) furono aperte le prigioni e nacque l’Uçk, Esercito di liberazione del Kosovo. Ormai, ero balcanico e, tornato in Italia, presi a trascorrere qualche weekend in kosovo, alla ricerca di un terreno solo pubblico, adatto al futuro aeroporto italiano. Da Roma a Tirana e, poi, in elicottero, in Kosovo. Qua e là case bruciate, colonne di auto bruciate con tutte le masserizie sopra e con le famiglie serbe fuggiasche dentro. Il lezzo della morte che ci raggiungeva a 2.000 piedi. Qualche raro idiota sparava da terra. Banchettavano i corvi. Erano così tanti che, al mattino, levandosi in volo, facevano aprire la finestra rotta del mio giaciglio. La guerra suscita e soddisfa gli istinti più barbari. La televisione italiana raccontava di massacri dell’esercito serbo, che, spesso erano rappresaglie. Come quando i guerriglieri entrarono nel bar di un liceo falciando i ragazzi. E vi mostrava colonne di profughi. Non erano profughi e non erano kosovari; ma erano gli albanesi più poveri che risalivano i tornanti del Nord dell’Albania a prendere le case, le terre, le aziende, le auto e la vita dei serbi. Cercavo un ricovero per gli automezzi e a una curva apparvero…sembravano due cavalli morti; ma erano marito e moglie serbi, ormai gonfi. Lei con i piedi mozzati e lui legato col filo spinato e, poi, dopo il poi, mitragliato. In albanese, perché non capissi, ma venivo da un anno e mezzo a Tirana, la mia guida chiese al nuovo padrone di casa: “Sei stato tu? Buttaci un po’ di terra ché li vedono gli italiani.”  I serbi erano rimasti lì in tanti: due nelle cisterne della cantina sociale (non bevvi mai vino), due nella piscina del Pastriku e peggio. I popoli senza terra usano la pulizia etnica, sempre. Si scelse di fare l’aeroporto a Dakovica e, insieme a un amico, rimasto, poi purtroppo, sul monte di Kabul, scegliemmo per base del futuro contingente l’hotel Pastriku e lo requisimmo. Ora i preparativi per la missione procedevano velocemente. Una settimana dopo, mi trovai a sbarcare dagli elicotteri a Peć, con una dozzina di colleghi specialisti di ogni branca. Strade deserte, qualche cane e il rumore della carta portata dal vento. Due figuri, vestiti di nero, apparvero e scomparvero. Ci sistemammo per la notte in una scuola. Una raffica di kalashnikov, sparata a bruciapelo, dietro la finestra, interruppe il dopo cena, ma il visore notturno fu d’aiuto. Al mattino bussavamo alla porta di quel vagabondo con l’AK 47, offrendogli un caffè. Non c’era segno di vita; solo un ristorante carino che bruciava. Sicuramente, una vendetta. Poi, finalmente, i primi due carri Leopard della brigata italiana. Il secondo teneva la torretta all’indietro, precedendo una colonna. Era il 14 giugno 1999. Il nostro contingente del genio partì da Verona in aereo, per Salonicco. Eravamo 202. Che gente! Qui, i greci non volevano vederci perché andavamo a combattere per i musulmani contro un paese ortodosso. Ci diedero un magazzino del porto con due-trecento letti a castello e i materassi lerci, che parlavano con tutti i loro insetti. Era agosto e salii a dormire sulla gru N. 10 del porto. Sognai pizza, rischiando di cadere. Due sottufficiali avevano incontrato il cuoco napoletano di un mercantile e il profumo di quella pizza riempì la notte. Il giorno dopo, una nave sbarcò il centinaio dei nostri mezzi, carichi di tutto. ultime raccomandazioni e alle tre di notte, per non essere visti,  partenza. Su e giù per il convoglio; miracolato a ogni curva: “Serrate sotto! restate uniti.” Grecia, Macedonia e, poi, il Kosovo. Ponti distrutti, fabbriche bombardate: eravamo in Europa? Un camion rimorchio stracolmo guada il fiume e risale la scarpata, con l’ultimo respiro, non so come. Paesi distrutti. Con D’Alema sganciammo di tutto, anche i residuati della guerra mondiale. Una caserma è un cimitero di veicoli militari mitragliati. Sono tutti Iveco e OTO Melara, uguali ai nostri. Infine, il 16 agosto, terzo giorno, giungiamo a Dakovica e al Pastriku. Siamo appena arrivati e la nostra assistenza si schiera al completo a rifornire due elicotteri dell’esercito: “Ma siete appena arrivati!” L’aeroporto iniziò da zero, vicino a una piccola pista di 300 metri e 9 metri più bassa. La polvere sollevata dagli apripista alzava una colonna visibile da alcuni chilometri nel cielo torrido. Cinque litri e mezzo d’acqua a testa, al giorno non bastavano. Conobbi il Präfekt Maslom Kumnova, il capo locale, col quale ebbi un buon rapporto, qualche comandante dell’Uçk come Ramush e gli ottimi dirigenti dell’Elektrokosova. Il 29 settembre, 52 giorni dopo, dove prima c’era l’erba e una linea elettrica a 35.000, un aeroplano con la coccarda italiana atterrava su una pista cementizia di 1.500 metri (oggi 1.800 m). Gli uomini, in piedi sulle benne delle ruspe alzate agitavano i berretti. La radio albanese trasmise “Comandante Donnini piange!”…e mi emoziono ancora. Col passare del tempo, finì la missione “eroica” e ripresero gli andazzi di casa, ma ricordo solo quei 52 giorni. Il 18 dicembre 2013, l’aeroporto A.MI.KO è stato consegnato ai kosovari e, con 26.000 movimenti all’anno, funziona alla grande.

YUGOSLAVIA KOSOVO

Gianluca Samà scrive su East journal: Ramush Haradinaj, ex generale dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uçk) ed ex primo ministro del Kosovo sotto amministrazione Onu tra il 2004 e il 2005, è stato arrestato il 4 gennaio 2017 in Francia nell’aeroporto Basilea-Mulhouse-Friburgo, subito dopo il suo arrivo su un volo proveniente da Pristina. L’arresto è stato effettuato su mandato di cattura spiccato dalla Serbia nel 2005, con l’accusa di aver torturato e assassinato circa 60 persone durante la guerra in Kosovo.

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Da generale a politico

A guerra conclusa Haradinaj è entrato in politica fondando il partito Alleanza per il futuro del Kosovo (AAK). Alle elezioni del 2004 ottenne lo scranno di primo ministro. L’esperienza politica durò circa cento giorni e l’8 marzo del 2005 il Tribunale internazionale per i crimini commessi in ex-Jugoslavia (ICTY) spiccò un mandato d’arresto nei suoi confronti. Il processo a Haradinaj, Idriz Balaj e Lahi Brahimaj iniziò il 5 marzo 2007; i tre erano accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. Il 3 aprile del 2008 fu assolto anche in virtù delle mancate testimonianze che inficiarono il corretto andamento del processo; dieci testimoni morirono uccisi in circostanze sospette e altri si dichiararono impossibilitati in quanto intimoriti dall’andamento del processo. La stessa accusa del Tribunale trovò poca collaborazione dei vertici kosovari, dell’Onu e della Nato. Fu arrestato una seconda volta il 21 giugno del 2010 per apparire in appello: i tre imputati furono successivamente assolti tra le polemiche il 29 novembre 2012.

L’arresto e le reazioni

Si dice spesso che una persona possa cambiare e affrontare nuove sfide durante la propria vita e che la gente ricorderà sempre gli errori fatti da giovane. Questo è particolarmente vero nel caso di Haradinaj, sulla cui responsabilità personale nei capi d’accusa dell’ICTY rimane più di un dubbio, anche se è stato assolto. Soprattutto le modalità del processo e le resistenze incontrate dal Tribunale da parte di istituzioni internazionali non rendono le sentenze univoche e scevre di interpretazioni discordanti. Sicuramente a Belgrado l’opinione pubblica ha pochi dubbi su Haradinaj, e le accuse su cui si basa il mandato di cattura vertono sulla responsabilità soggettiva nei campi di internamento in Metohija (la parte occidentale del paese) e nella strage di sessanta civili serbi e albanesi, i cui corpi vennero rinvenuti presso il lago Radonjic. Sia Kosovo che Albania hanno condannato l’arresto: il presidente del Kosovo Hashim Thaçi ha dichiarato inaccettabile un suo arresto, dichiarandosi inoltre fiero di persone come Haradinaj che hanno combattuto contro le leggi discriminatorie del regime di Milošević. Espressioni di solidarietà sono arrivate anche da esponenti dell’opposizione come Visar Ymeri, leader di Vetevendosje.

Il rilascio in attesa di estradizione

Il 12 gennaio le autorità francesi hanno rilasciato Haradinaj in via temporanea, con obbligo di firma e passaporto sospeso. Le istituzioni serbe hanno dichiarato di aver approntato nuove prove della colpevolezza di Haradinaj, ed è stata effettuata la richiesta di estradizione: l’Ufficio per il Kosovo e Metohija, organo governativo di Belgrado, si è dichiarato fiducioso che Parigi accolga la richiesta ma altresì pronto a contromisure qualora la richiesta venisse rigettata. Belgrado sta utilizzando l’arma della ferma diplomazia nelle dichiarazioni, soprattutto quelle che arrivano dalle sue istituzioni. L’impressione che si ha è che stiano premendo su una questione di principio reale, certamente molto sentita dall’opinione pubblica, e non solo per ragioni politiche, come la vicinanza con le elezioni lascerebbe supporre. Questo appare ancora più vero vista la storia di Haradinaj, sulle cui responsabilità nei crimini di guerra restano ancora molti dubbi.

902.- ALBANIA: L’impatto sociale della migrazione di ritorno. Di Stefania Morreale

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Negli ultimi cinque anni si è diffuso il fenomeno della migrazione di ritorno tra diverse comunità di immigrati in Italia. Nel caso albanese, più di 5000 immigrati hanno deciso di rientrare in patria nel 2014; il numero dei rientri è cresciuto nel 2015 e i dati statistici parlano di un trend in continua evoluzione. Sono cifre abbastanza elevate se messe in relazione a quelle degli anni precedenti.

Tale fenomeno ha preso forma intorno al 2008, anno d’inizio della crisi economica italiana, quando cominciarono a mancare i fattori di attrazione, fra tutti il fabbisogno di manodopera aggiuntiva dall’estero, e, parallelamente, si attenuarono quelli di espulsione, grazie a dei miglioramenti nell’economia albanese. Ridotto il dislivello economico tra Italia e Albania, la possibilità di cercare fortuna nel proprio paese non sembrava così astratta. Le cause di questa ondata migratoria dunque ruotano attorno a questi due importanti fattori: la crisi economica che sta investendo tutto il mondo occidentale e, di contro, la rinascita socio-economica albanese.

Il fenomeno è particolarmente interessante nel contesto albanese in quanto, secondo i dati dell’INSTAT, i migranti non sono circoscrivibili all’interno di una sola classe socio-economica: si tratta di un evento che coinvolge trasversalmente tutta la popolazione immigrata albanese. L’Albania così assiste anche al rientro di personale molto specializzato, di migranti che in Italia hanno preso un titolo di studio e hanno fatto carriera. Questo fenomeno influisce profondamente all’interno del percorso di costruzione identitaria in atto nella società albanese.

I migranti di ritorno propongono novità lavorative e sociali considerevoli e il loro contributo risulta essere fondamentale in questa fase di transizione per il paese. Lo stesso circuito migratorio è cambiato. Da una migrazione prettamente lavorativa e finalizzata all’inserimento duraturo nella comunità ospitante, si è passati a un tipo di migrazione mirata all’apprendimento e alla formazione scolastica che ha insita in sé l’idea del ritorno in Albania. Questa tendenza sembra essere quella dominante tra gli studenti albanesi presso gli atenei italiani che sperano di sfruttare la laurea italiana in Albania. Esiste, infatti, una sorta di “discriminazione positiva” nei confronti dei titoli di studio ottenuti all’estero: i giovani che hanno studiato fuori dall’Albania sembrano avere maggiori possibilità di trovare lavoro e di costruire un futuro roseo.

Per far fronte a questa ondata di ritorno, il governo sta lavorando a una serie di proposte finalizzate a una migliore accoglienza dei migranti che decidono di tornare nel paese. In quest’ottica va letto l’avvio di diversi progetti di finanziamento per coloro che rientrano in patria e l’investimento sulla costruzione di nuove strutture abitative, soprattutto vicino a Tirana. Ma gli interventi che gli immigrati di ritorno si aspettano abbracciano anche altri ambiti.

Le loro necessità comprendono fondamentalmente tre punti: l’orientamento lavorativo già in fase pre-partenza attraverso sistemi di mediazione transnazionale al lavoro e collaborazioni transnazionali tra strutture competenti, l’inserimento dei minori all’interno del sistema scolastico e l’organizzazione di un programma di cumulo dei contributi. Ad oggi, infatti, non esiste la possibilità di cumulare i contributi versati dai lavoratori nei paesi d’origine e d’arrivo. Anche l’assistenza degli anziani che intendono tornare in Albania è un punto dove si chiede di intervenire.

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Tirane

La migrazione di ritorno non implica necessariamente che il paese d’origine stia vivendo uno sviluppo omogeneo. La situazione dell’Albania è ancora molto eterogenea: se è vero che nelle grandi città si sta assistendo a un miglioramento delle condizioni di vita e lavorative, è anche vero che alcune zone più marginali del paese rimangono in condizioni di estrema povertà. In questo contesto vanno letti i dati che parlano di una nuova intensificazione del fenomeno migratorio albanese.