Archivio mensile:agosto 2017

1385.- Isole cinesi, presidi nell’Oceano Pacifico.

by Enrico Malgarotto, Social net

Foreign military airplane this is Chinese Navy, you are approaching our military site, please go away quickly!”.

20 maggio 2015, un aereo della US Navy durante una ricognizione nel Pacifico riceve questo messaggio da un concitato operatore della Marina cinese. Scopo della missione è monitorare le attività della Marina di Pechino, intenta a costruire, nel Mar cinese meridionale, alcune installazioni militari.

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Per un pugno di isole

Fin dai primi mesi del 2014 il governo cinese ha approvato un piano che prevede la costruzione o l’allargamento di alcune isole con l’intento di costruirvi porti, basi aeree e sistemi di difesa. Le isole, le scogliere e gli atolli interessati sono le Spratly Islands, in tutto 750, a 500 miglia a sud dalla costa cinese e, per la loro vicinanza, sono contese dalle Filippine, dal Vietnam, dalla Malesia ma anche da Taiwan, tutte nazioni che hanno interesse strategico ed economico nei confronti di questo arcipelago, non solo a presidio delle proprie rotte marittime dell’area, ma anche per la ricchezza di riserve naturali (gas e olio) oltre che della pesca (10% dell’intera produzione mondiale).

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Foto satellitari hanno mostrato l’impressionante sviluppo, nel corso di circa un anno, da piccole isole a vere e proprie basi militari dotate di pista di atterraggio (a volte anche più di una), porti e tutto ciò che è necessario per garantire la difesa degli insediamenti.

 

A difesa degli interessi del dragone

I motivi che hanno spinto Pechino a mettere in atto questo progetto sono soprattutto due: la volontà di affermare il proprio diritto a tracciare la “Nine Dash Line”, una linea tratteggiata costituita da nove segni che delimita il confine dalle acque territoriali dei Paesi vicini da quelle delle isole contese dalla Cina e, contemporaneamente, di proteggere i propri interessi economici dal momento che in quel braccio di mare passa il  30% dei trasporti marittimi (merci e passeggeri). Il Paese asiatico ha rilanciato le proprie aspirazioni economiche globali aprendo nuove rotte commerciali verso lo Sri Lanka, il Pakistan e l’Europa. La costruzione di una propria base militare a Djibouti, a controllo dell’imboccatura meridionale dello stretto di Suez, deve essere considerata come parte di questo piano strategico. Il messaggio è chiaro. Pechino non ha nessuna intenzione di cedere ma, al contrario, di imporsi nella scena internazionale, anche se ciò potrebbe portare tensioni con i Paesi confinanti.

Obiettivo collaterale, ma non secondario, della strategia di Pechino è quello di arginare le aspirazioni globali degli Stati Uniti. Sotto l’amministrazione Obama si è assistito al rafforzamento graduale della propria presenza navale in tutto il mondo (Europa, Oceano indiano e, appunto, Oceano Pacifico). Secondo il piano firmato dal Presidente, entro il 2020 il numero di navi da guerra di Washington dovrebbe aumentare di circa 300 unità. Anche i lavori di ampliamento della già attiva base aerea sull’isola di Guam (costo previsto 8 miliardi di dollari) devono essere inseriti in questa strategia. Al momento attuale la crisi della Corea del Nord ha fatto in modo che la presenza statunitense nell’aria aumentasse in tempi rapidi.

Oceano sempre meno Pacifico?

Momenti di tensione tra Stati Uniti e Cina non sono mancati, sebbene l’amministrazione Obama avesse dichiarato la propria neutralità in relazione alla sovranità delle isole in oggetto. Oltre all’episodio dell’aereo citato all’inizio, il 27 ottobre 2015 una nave della Marina di Washington ha navigato ad una distanza di 12 miglia dalle coste di una delle isole interessate. La reazione cinese non si è fatta attendere e due unità marine hanno scortato la nave statunitense al di fuori della zona controllata da Pechino. Pochi giorni dopo il Ministro degli affari esteri cinese ha dichiarato che la manovra americana deve essere considerata come una “minaccia alla sovranità cinese” poiché “entrata illegalmente e senza chiedere il permesso dal governo cinese”. Questo fatto potrebbe concludersi come un ennesima dimostrazione di forza da parte dei due maggiori contendenti dell’area, tuttavia risulta interessante analizzare il fatto dal punto di vista del diritto internazionale, come spiegato bene in questo articolo.

1803132_1000Nel marzo del 2017 risultano operative le basi aeree costruite sulle isole maggiori delle Spratly Islands, Subi, Mischief e Fiery Cross Reef oltre che sulle isole di Woody, nelle Paracel, tra Filippine e Vietnam, ciò assicura a Pechino il controllo di tutta l’area meridionale del mar Cinese, in virtù del raggio d’azione dei propri aeroplani e della copertura radar degli apparati ivi installati.

Sebbene la Cina continui a negare l’evidente processo di militarizzazione delle isole, il primo ministro cinese Li Keqiang ha affermato che le attività di Pechino nell’area sono mirate a garantire “la libertà di navigazione”.

Il gioco delle alleanze

Le parole del Segretario di Stato statunitense, Rex Tillerson “Gli Stati uniti devono procedere per bloccare l’accesso della Cina a quelle isole” fanno pensare a un futuro di tensioni tra le due potenze mondiali.

In questo gioco di forza anche le alleanze fanno la loro parte. L’alleato di ferro della Cina, il Pakistan, in quanto acerrimo avversario dell’India, gioca un ruolo chiave in quanto potrebbe fungere da supporto operativo e logistico per eventuali interventi cinesi contro Nuova Delhi. I rapporti tesi tra lo Stato comunista e l’India sono la conseguenza del conflitto del 1962 sulla questione del confine tra i due Paesi.

A fianco dello Stato comunista si è schierata anche la Russia la quale ha partecipato, nel 2016, alle esercitazioni  congiunte decise dalla Cina, nella regione meridionale del Mar cinese, come risposta alla decisone presa dalla Corte Permanente d’Arbitrato dell’Aia, la quale si era pronunciata a favore delle Filippine nella sentenza riguardante la sovranità delle isole contese tra Manila e Pechino. Sebbene non in veste ufficiale, il supporto di Mosca alle mire cinesi appare stabile tenendo presente però che la Russia, allo stesso tempo, deve mantenere i rapporti diplomatici anche con il Vietnam, che si oppone alla militarizzazione delle isole. Un intervento del Ministro degli Esteri russo Lavrov, assieme al suo corrispettivo cinese, afferma che: “La Russia ritiene che la questione del Mar cinese meridionale debba risolversi attraverso le vie politiche e  diplomatiche come dialoghi e negoziati diretti tra le parti interessate” e aggiungeva:”Le forze che si trovano al di fuori dell’area non dovrebbero intervenire” con riferimento a quelle di Washington.

Vladimir Putin, Xi Jinping

A loro volta gli Stati Uniti hanno provveduto a costruire o rafforzare le relazioni con gli Stati che si oppongono alle mire di Pechino o che hanno interessi a limitare la presenza cinese nell’area. Filippine, Indonesia, Vietnam, Taiwan, Malesia, ma anche Australia (potenza militare del Pacifico che in questi ultimi anni ha dato vita ad un programma di ammodernamento dei propri assetti militari senza precedenti, pari – quasi – a quello di Nuova Delhi) e Nuova Zelanda hanno garantito la loro ferma posizione di intransigenza nei confronti delle mire espansionistiche della Cina. Una serie di esercitazioni annuali tra Forze Armate di queste nazioni hanno lo scopo di integrare strategie e procedure anche nell’ottica di eventuali escalation. A corollario è da notare che nell’edizione 2016 anche il Giappone ha partecipato alle manovre, ancorché in veste di osservatore.

Alla luce di tutti questi fattori, un riferimento alla guerra fredda viene spontaneo; è auspicabile che le parti interessate si limitino ad abbaiare e non a mordere.

 

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1384.- COME SFUGGIRE DAL GOVERNO ZOOTECNICO MONDIALE?

Mi scrivono: L’11 settembre alla manifestazione di… Come la vedi? Farà qualcosa o sarà la solita manifestazione elettorale? Beh, la risposta è semplice e ripeto il proverbio veneziano “Gnanca el can move a coa par niente”; ma che sia elettorale o non lo scopo, in questo finale tragico della mia Italia, qualunque iniziativa è la benvenuta. Dubito, però, che il popolo italiano sia capace di azioni di forza – e qui, mi rifaccio a una risposta di Michele Rossi su Veneto Unico-  “… la storia c’e lo insegna, se non ci sono infiltrati che fomentano organizzano e ammazzano per primi.. il problema e’ che costoro appartengono alla parte a noi ostile… Noi del resto, non siamo neppure in grado di attuare uno sciopero fiscale…” Del resto, anche la spedizione dei mille e l’Unità d’Italia non furono farina del nostro sacco. Andiamo in pace.

Scrive Maurizio Blondet il 28 agosto 2017:

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Ogni tanto ripenso ai 220 mila che ai primi di luglio sono  andati a Modena per ascoltare Vasco Rossi.  Non solo hanno pagato i biglietti  per riascoltare dal vivo un settantenne trasgressivo di paese, rendendolo ancora più  ricco; si sono mossi da tutta Italia  in gruppo  pagandosi il treno, la benzina, il pedaggio autostradale,per convergere a Modena; hanno mangiato panini,  hanno dormito sulle panchine o pernottato in qualche nelle stazioni, o all’addiaccio; hanno accettato di correre rischi   persino mortali, come   sapevano era avvenuto poco prima durante l’adunata di piazza Cavour a Torino.

Hanno sopportato insomma i disagi – eh sì –   da soldati  in marcia, e senza un lamento, anzi contenti, perfino spontaneamente disciplinati.

Dico: pensate se fossero capaci  di farlo per uno scopo politico. Se arrivassero in 220 mila a Roma, una volta, per protestare contro  la sottrazione di diritti come cittadini, lavoratori, elettori. Che so, contro le vaccinazioni come inaudita “pretesa dello stato,  giuridicamente obbligatoria, di metterci dentro sostanze di cui non sappiamo la composizione”  manco fossimo animali;  contro l’immigrazione senza limiti al costo di 4,5  miliardi l’anno mentre  “in Italia gli indigenti sono passati in 5 anni da 1,5 e 4 milioni”,per un insieme scelte politico economiche “assurde” ostinatamente imposte  dalle oligarchie  nonostante i “risultati rovinosi”, il che “non può essere accidentale ma il prodotto di un sistema progettato, implementato e difeso”.   Per gridare che le mitiche speranze dell’europeismo sono state tradite. Per urlare che”nel mondo reale, il liberismo di mercato non ha gli effetti promessi dal modello ideale, ossia che il mercato non è “libero” ma gestito da cartelli; non tende ad evitare o assorbire le crisi, ma le genera e amplifica; non tende a massimizzare la produzione di ricchezza reale ma quella di ricchezza finanziaria, non tende a distribuire le risorse ma a concentrarle in mano a pochi monopolisti”, insomma che il  sistema “dissolve la società invece di renderla più efficiente”, anzi “dissolve l’idea stessa dell’uomo”.

Se i giovani per una volta dormissero  all’addiaccio, pagassero i trasporti verso Roma, si comportassero per qualche giorno da soldati politici,  farebbero paura al governo  che ci è stato imposto  dalla Banca Centrale e da Bruxelles, ai parlamentari che dipendono dalle lobbies e comitati d’affari, e che hanno svenduto l’Italia, le sue industrie e la sua sovranità agli interessi stranieri.

Quelle  che cito fra virgolette sono  frasi dall’ultimo saggio di Marco Della Luna, Oltre l’agonia – Come fallirà il dominio tecnocratico dei potere finanziari, Arianna Editrice, 9,8 euro.

oltre-l-agonia-138549Della Luna è  stato il primo in Italia ad avvertirci che per  il capitalismo terminale globale, il  quale fa soldi non più producendo merci ma producendo bolle finanziarie  per poi farle scoppiare, non ha più bisogno di lavoratori, produttori, operai, eserciti di massa  – né quindi di mantenere sani, efficienti, istruiti , men che meno prosperi e soddisfatti i popoli, di cui non ha più bisogno (nemmeno come consumatori). Risale infatti  al 2010 il suo saggio “Oligarchie per popoli superflui”, il titolo dice già l’essenziale.

In questo nuovo saggio, Della Luna ci avverte che il sistema è entrato in una fase ulteriore  e più letalmente anti-umana.

Ormai  persino “il profitto finanziario  ha perso importanza sia come scopo che come  mezzo per l’elite finanziaria”;  e se  ciò sembra paradossale, essendo il profitto puro e a breve lo scopo radicale del capitalismo, basta ricordare le migliaia di miliardi che le banche centrali (appartenenti alla finanza privata) creano  dal nulla per  mantenere a galla il sistema, mettendoli a disposizione di chi comanda in misura illimitata; basti pensare alle banche che creano denaro dal nulla con  il che “genera un flusso di cassa positivo, ossia un redito, che la banca incassa, ma su cui non paga le tasse”, perché “gli Stati” sono “privatizzati “ e  sono orientati nelle loro politiche dai “mercati anziché dai o ai popoli”.

Per lorsignori, il profitto “ha perso importanza come movente” perché lo ha già,  garantito, esentasse; banche centrali e stati già gli forniscono tutti i fiumi di denaro necessari e superflui,  indebitando e tassando i contribuenti. Sicché l’autore giunge a preconizzare perfino “il tramonto della finanza”,  beninteso come “sistema di dominio della società”. Un tramonto che non coinciderà con la nostra liberazione, anzi al contrario: lo stanno  già sostituendo con il nuovo: “il dominio diretto e materiale sulla società”, attraverso la  “gestione coercitiva del demos, potente e unilaterale e insieme non responsabile delle scelte verso i suoi amministrati , non diversamente dalla zootecnia  non è responsabile verso gli animali di allevamento”.

Eco la nuova fase che ci hanno preparato: il governo zootecnico, “l’allevamento-condizionamento di masse umane per l’utilità degli allevatori”.  Già lo fanno   per via mediatica “restringendo e omogeneizzando le rappresentazioni che gli umani hanno della realtà” e “tabuizzando e psichiatrizzando il dissenso  e  la contro-informazione”, fino a renderla penalmente perseguibile. Lo fanno con “la Buona Scuola”, l’attuale sistema educativo congegnato in modo da non sviluppare facoltà cognitive, né l’attenzione sostenuta, né la capacità  di auto dominio  né di differire le gratificazioni e sopportare le frustrazioni”: il metodo perfetto per “produrre persone deboli, dipendenti, condizionabili, incapaci di opporsi”.

Non si tratta di risultati cattivi  divergenti  da intenzioni buone, e  da ideologie erronee  anche se benintenzionate: no, dice Della Luna: sono effetti perseguiti deliberatamente per “semplificare” l’uomo, standardizzarlo in vista dell’allevamento zootecnico.

Impressionante l’esempio che fa della scomparsa della borghesia  produttiva, culturalmente vivace, e reattiva, rovinata dalle crisi deflattive continue  e dal fisco rapacissimo. Non è un caso malaugurato. E’ che “la piramide sociale va interrotta lasciando uno spazio vuoto sotto il suo apice [il famigerato 1% che concentra  l’80% delle ricchezze] , così che l’apice sia al sicuro dalle scalate (mobilità verticale)   dagli attacchi delle classi intermedie erudite”.

Ciò a cui punta è  “realizzare tra l’oligarchia e i popoli la medesima distanza e differenziazione qualitativa che c’è tra l’allevatore e gli animali allevati”, secondo il modello zootecnico.

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Nella chiave del governo zootecnico diventano perfettamente spiegabili la plurivaccinazione  obbligatoria dei cuccioli, volevo dire dei bambini. Al di là di ogni polemica sulla pericolosità o innocuità dei vaccini, quel che esseri umani, cittadini e non dei  polli  da allevamento dovevano rigettare è che “il potere costituito ha la potestà giuridica di immettere nel corpo della gente sostanze attive”,   fra cui tante disponibili “in base alle nanotecnologie e biotecnologie, e molte di esse coperte da segreto militare o commerciale”,   nota Della Luna.

Nella prospettiva dell’allevamento zootecnico acquista senso anche  “il dogma dell’accoglienza e della mescolanza dei popoli”, imposto come “evidente, dimostrato, e tale che chi li contraddice è irragionevole, malintenzionato, pericoloso, immorale”.  La verità è che esso, oltre ad essere in Italia  un business “attraverso l’inclusione degli immigrati  nel circuito dell’affarismo parassitario”  che succhia denaro pubblico, ha perfettamente senso dal punto di vista dell’allevatore: “la trasformazione dall’alto del popolo” , il popolo-bestiame, “imponendo l’immigrazione sostitutiva delle  popolazioni nazionali”; allo stesso  modo l’allevatore inserisce nella stalla nuovi tori e nuove fattrici, per “migliorare la razza”.

Voi obietterete: ma oltretutto è anti-economico, crea disordine, diminuisce l’efficienza della società, costa moltissimo.  Infatti, conferma l’autore: ciò dimostra che “la comprensione economicista del divenire  attuale è palesemente scavalcata”.

Quando la casta politica-amministrativa “lascia senza tetto e  senza cibo i cittadini italiani  mentre  alloggia gli immigrati in alberghi a tre e quattro stelle”,  quel che  attua “è l’annullamento programmatico del concetto di cittadino come titolare di diritti specifici verso la sua polis. L’annullamento del demos”, ossia del “popolo” come entità politica, padrone collettivamente delle proprie scelte.

E’ la riduzione del cittadino a pollame.

Tale modello “non implica affatto pace, sicurezza, efficienza per le popolazioni, esattamente come non le implica il modello zootecnico”. Per gli allevatori, gli animali allevati “sono solo fonte di utilità; non hanno diritti né dignità riconosciuta”.

Né diritti né dignità riconosciuta, si prenda nota.  Ora che ogni nuovo robot  introdotto nella produzione elimina 6,2 posti di lavoro, i governi  mai eletti, con la copertura della “austerità “ tedesca  perché “dobbiamo rientrare dal debito”  (ignobile menzogna, se la BCE stampa tutti i miliardi che vuole, o meglio che vogliono le  banche che la possiedono), e il denaro è scarso e costoso (altra ignobile menzogna) e non ce n’è per voi  –  vi stanno riducendo  – deliberatamente, coscientemente –  a “un corpo sociale saldamente in mano all’oligarchia dominante” proprio perché sempre più “costituito da masse miste di indigenti, disoccupati, immigrati, clandestini, pensionati che sopravvivono grazie ad interventi emergenziali del governo e di agenzie pseudo-sociali e pseudo-religiose ampiamente finanziate dal governo”, ossia dai contribuenti ridotti a indigenti.

Pensate agli 80 euro di Renzi, elemosina  che poi un milione e mezzo ha dovuto pur e restituire, un “bonus” che non  si sa se durerà, se i poveri l’avranno anche l’anno prossimo (dunque non è un diritto, men che meno “acquisito”).  Questo è voluto:

“La mancanza di redditi e servizi sicuri, la dipendenza da interventi anno per anno, rende queste masse sempre più passive, remissive”, dunque “politicamente inattive”: questo è lo scopo.

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Perché è chiaro che  se il capitalismo finanziario terminale “tende a togliere alla gente tutto il reddito e tutti i risparmi disponibili”, finisce anche per “togliere il motivo di pagare i debiti anziché infischiarsene”.  Se non si è già diventati pollame, non si è tenuti ad obbedire  né a rispettare simili “autorità”,  “non ha senso pratico né morale pagare le tasse e versare i contributi ad un siffatto sistema sociale”. Lorsignori sanno  però come scongiurare la rivolta.

Contrariamente a quel che fa credere la narrativa holllywwodiana, le rivoluzioni non le fanno gli affamati – questi hanno da far  la fila alla Caritas e agli  uffici di collocamento, a fare le pratiche per il “bonus”, razzolare fra la spazzatura dei mercati  di  frutta e verdura –  ma le classi emergenti nella prosperità; a fare la  Rivoluzione fu la borghesia che, sicura dei suoi mezzi economici ed intellettuali, strappò i  diritti politici.

Quelli con  la pancia vuota sono passivi e remissivi, aspettano il bonus da 80 euro, i giovani passano da un precariato all’altro e non avranno mai una pensione sufficiente a farli sopravvivere: dunque piatiranno  dallo stato interventi, che saranno anno per anno,  incerti, caritativi. Su   questa strada, ci hanno trasformati da cittadino,  “prima a   mero prestatore d’opera sul mercato, poi a semplice consumatore privato, e infine a una vera e propria precarietà ontologica”.

Ecco: il “Precario ontologico” è quello a cui puntano a ridurvi. A cui  vi hanno già ridotto, voi giovani. “La precarietà assunta a paradigma normativo”, ormai è la vostra condizione, a cui siete invitati dai media e dai politici   pagati da lorsignori  a abituarvi gioiosamente, ottimisticamente,  come elemento essenziale della giovinezza, oggi qui domani là a 450 al mese, andate in  Europa, emigrate, è bello cambiare  lavoro….Ovviamente, “precario ontologico”, precario per essenza  è  l’animale di allevamento, che dipende giorno  per giorno dal mangime distribuito.  Ma almeno, non lo sa.

Per questo mi rivolgo a voi, giovani e quarantenni, avete dormito all’addiaccio e mangiato al sacco,   avete corso dei rischi,  avete sborsato quattrini, benché molti di voi siano sicuramente precari.  Siete già precari ontologici? Per Vasco l’avete fatta, la marcia su Modena. Ne rifarete mi un’altra per rifiutare il governo zootecnico?

 

Precari ontologici?

 

 

 

1383.- La disgregazione dell’impero USA: una lettura

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Washington ha ridotto di centinaia di milioni di dollari gli aiuti all’Egitto, ricorrendo alla scusa delle condizioni dei diritti umani a Cairo, ma in realtà per punire l’Egitto non solo per essersi rivolto all’aiuto economico-tecnologico e diplomatico di Russia e Cina, ma per aver sostanzialmente distrutto il piano del cosiddetto “Grande Medio Oriente”, concepito dai neocon e attuato dalla sinistra social-imperialista espressa da Obama e dall’europeismo occidentale. Infatti, quando nel 2013 i militari egiziani deposero il regime islamo-atlantista di Muhamad Mursi, i piani per attaccare direttamente l’Asse della Resistenza, ovvero Libano, Siria, Iraq e Iran, andarono in frantumi, essendo l’Egitto, Paese con una popolazione di 90 milioni di abitanti, visto come serbatoio inesauribile di carne da cannone taqfirita al servizio delle mire imperialiste e nocolonialiste della NATO e relative appendici petromonarchiche del Golfo Persico. Il piano d’aggressione all’Eurasia prevedeva la creazione di una piattaforma regionale islamista, in Medio Oriente, in cui radunare le varie forze taqfirite, oscurantiste, retrive e reazionarie, che in cambio dell’ascarismo geopolitico verso l’atlantismo, avrebbero ottenuto il totale dominio delle società mediorientali. Non a caso, l’apparato terroristico-mediatico atlantista (Hollywood, circo mediatico, università e professoroni, ONG e servizi segreti), preparò per anni il terreno ideologico-culturale per celebrare e far accettare in occidente l’ascesa dei regimi oscurantisti e sanguinari promessi dalla fratellanza mussulmana e dalle sue appendici terroristico-stragiste (Gladio-B): al-Qaida, salafismo armato, emirato islamico, sufismo turco-iracheno, ecc.
I militari nasseriani e la borghesia nazionalista egiziani (disprezzati dal ‘trotskismo accademico anglosassone’, null’altro che escrezione radicale del social-imperialismo londinese), compresero i piani malvagi e devastanti delle centrali imperialiste occidentali e dei loro manutengoli islamistico-idrofobici: la distruzione delle società arabe, devastazione della regione e guerra permanente con le potenze eurasiatiche che, esse sole, possono recuperare il Medio Oriente da una situazione di imminente disastro economico-politico che si preannunciava di durata indefinibile. Va ringraziato il governo di al-Sisi, e il ‘golpe’ popolare-patriottico del nasserismo egiziano, se l’immane disastro geopolitico-regionale, che pareva inevitabile con l’avanzata al potere dell’integralismo belluino e ottuso asservito all’imperialismo e affiancato dal sinistrismo occidentale, è stato sventato. Da qui la rabbia delle centrali terroristico-propagandistiche occidentale verso l’Egitto, che punta le sue carte sull’alleanza con la Russia, la Cina e l’Iran; utilizzando di tutto a tale scopo: dallo spionaggio pecoreccio e provocatorio di volenterosi sovversivi occidentali in Egitto, alla disinformazione e propaganda delle centrali mediatiche atlantiste, fino al terrorismo islamo-atlantista alimentato e finanziato dal complesso spionistico occidentale (che comprende i servizi segreti e le loro emanazioni pubbliche, le cosiddette ‘ONG’).
L’ultima fase del rancore occidentale verso Cairo si è avuta con Washington che taglia 96 milioni di dollari di aiuti e ritarda altri 195 milioni di dollari in fondi militari per l’Egitto. Il dipartimento di Stato degli USA dichiarava che la decisione è dovuta alla “mancanza di progressi nei diritti umani e al passaggio di una nuova legge che disciplina il lavoro delle organizzazioni non governative, considerata volta a limitarne le attività e che al-Sisi ratificò a maggio”. Ecco, l’impossibilità di sovvertire l’Egitto scatena le ire dell’imperialismo “democratico” e “filantropofago” di Washington, che ricorre all’unico mezzo di cui dispone, le sanzioni, che nel mondo globalizzato di oggi, dopo la Jugoslavia del 1999 e l’Iraq del 2003, non funzionano più, perché non convincono più nessuno. Sarà difficile, per Washington, che qualche altro Paese metta ai comandi un altro Gorbaciov. Gorbaciov è un personaggio passato alla Storia come simbolo dell’autodistruzione e del tradimento, sostituendo nell’immaginario dei popoli la figura di Vidkun Quisling. Checché ne dicano i suoi corifei, che appestano lo spettro della militanza antimperialista occidentale, Gorbaciov è oramai un mero cadavere ideologico; un killer e traditore non più utile ai suoi padroni, perché riconosciuto appunto tale a livello planetario. Perciò, il suo modus operandi, pur riproposto più volte, fa sempre cilecca, perché riconoscibilissimo negli scopi: l’autodistruzione delle nazioni e dei popoli che l’adottano. E’ bastata una volta per capirlo.

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Da qui, l’esigenza dell’occidente di ricorrere a metodi più rozzi e brutali, come il terrorismo settario, sanguinario e ottuso che tanto successo raccolse in Afghanistan (più nell’immaginario del pubblico occidentale, che nella realtà afghana). La filiazione del terrorismo strategico islamo-occidentale è stata prolifica e, in pratica, l’unica arma efficiente dell’imperialismo del XXI secolo. Dalla Jugoslavia nel 1992 a Siria-Iraq nel 2014-2015. Di fatti, ricollegandosi al discorso egiziano, non è un caso che, una volta saltato il regime islamista dell’agente della CIA Muhamad Mursi (cittadino statunitense, avendo lavorato presso la NASA, ente che assume solo cittadini degli USA), pochi mesi dopo comparisse a Mosul e in Iraq lo Stato islamico (emirato islamico). Chiaramente il piano di riserva, nel caso fallisse la trasformazione dell’Egitto in caserma del taqfirismo globale al servizio della NATO e d’Israele. L’appoggio saudita al golpe popolare-patriottico di al-Sisi era dovuto al legittimo timore di Riyadh di finire nel mirino dell’imperialismo statunitense, una volta eliminati l’ostacolo siriano-iraniano e messe in difficoltà Russia e Cina; in quella situazione, cosa avrebbe impedito a Londra e Washington di saltare al collo dei sauditi? E di accaparrarsi le ingenti riserve di petrolio della penisola araba? Il Ministero degli Esteri dell’Egitto, alla punizione inflitta da Washington a Cairo, risponde dichiarando, “L’Egitto considera questo passo un errore di valutazione della natura delle relazioni strategiche che legano i due Paesi da decenni, e ciò può avere ripercussioni negative”. E il 28 agosto, Cairo si dichiarava favorevole a risolvere la crisi siriana attraverso negoziati e a sostenere il processo di pace di Ginevra; il Ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqry dichiarava, “L’Egitto promuove l’idea che la soluzione militare sia impossibile per riportare la stabilità alla regione. Ciò può accadere solo attraverso dialogo, negoziati, processo politico… Per la Siria, la partecipazione dell’Egitto è legata al sostegno e al consolidamento dell’opposizione nazionale siriana, alla continuazione del dialogo attraverso tutti i canali, incoraggiando tutte le parti, incluso il governo siriano, a tenere colloqui sotto gli auspici delle Nazioni Unite e ad aderire al processo di Ginevra. La Siria va preservata, la sua integrità territoriale è importante, le sue istituzioni vanno mantenute nella responsabilità dei servizi alla popolazione, per ripristinare la Siria a beneficio del popolo, far rientrare i residenti fuoriusciti e combattere le organizzazioni terroristiche”. Il ministro concludeva affermando che gli stessi principi dovranno riguardare la soluzione della crisi in Libia.
Ma gli Stati Uniti non entrano in conflitto solo con l’Egitto; l’ambasciatrice del Pakistan alle Nazioni Unite, Maleeha Lodhi, dichiarava che gli Stati Uniti non sono equilibrati nell’approcciarsi verso l’Asia meridionale, “Negli ultimi anni, in Pakistan abbiamo capito che gli Stati Uniti non sono equilibrati nell’approccio verso l’Asia meridionale e, di conseguenza, abbiamo perso qualcosa nei rapporti”. Lodhi affermava anche che gli Stati Uniti devono perseguire la “pace negoziata in Afghanistan”, dopo 16 anni di guerra che hanno dimostrato che perpetuare il conflitto non è un’opzione futura, “Dobbiamo trovare una pace negoziata in Afghanistan, con il consenso delle Nazioni Unite e della comunità internazionale. So che gli Stati Uniti hanno dichiarato il proprio sostegno a questo obiettivo, in passato, ma questo non potrebbe bastare; essi devono agire per raggiungere e realizzare questo obiettivo”. Infine, il Pakistan decide di rivedere i rapporti con gli Stati Uniti dopo l’annuncio del presidente Trump di eliminare gli aiuti militari al Pakistan perché, “Washington è stufa di Islamabad”. Il dipartimento della Difesa degli USA aveva già bloccato ogni sostegno a Islamabad tramite il Fondo di sostegno della coalizione, che finanziava le operazioni antiterrorismo del Pakistan, mentre il segretario alla Difesa Mattis affermava di non poter provare che il Pakistan combatta a sufficienza il terrorismo. Infine, Trump accusava il Pakistan di custodire gli “agenti del caos” concedendo santuari ai taliban e ai gruppi islamisti, facendo prolungare la guerra in Afghanistan. “Il Pakistan ha anche dato riparo alle stesse organizzazioni che cercano ogni giorno di uccidere la nostra gente. Gli versiamo miliardi e miliardi di dollari, mentre ospitano i terroristi che combattiamo. Ma ciò dovrà cambiare e cambierà immediatamente. Nessun partenariato può sopravvivere a un Paese che ospita terroristi che attaccano membri e funzionari degli Stati Uniti”, dichiarava Trump. Il governo pakistano rispose dicendo che sono gli Stati Uniti a non voler eliminare i santuari del terrorismo in Afghanistan. L’amministrazione Trump in sostanza afferma che i taliban sono sostenuti dalle agenzie militari e d’intelligence del Pakistan, prospettando l’idea che gli Stati Uniti designino il Pakistan quale Stato sponsor del terrorismo; un modo per giustificare l’incapacità dell’US Army di sconfiggere i taliban e di por fine al conflitto in Afghanistan.

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Il Pakistan, davanti alle mosse di Washington, si prepara a vietare le visite del personale diplomatico statunitense senza una preventiva autorizzazione ed approvazione dal governo di Islambad. Infatti, il Pakistan rinviava la visita dell’assistente del segretario di Stato Tillerson, e decideva di rivedere la politica verso gli Stati Uniti. Rex Tillerson aveva minacciato i pakistani, “Abbiamo una certa leva in termini di aiuti e sul loro status di partner non-NATO; tutto questo può essere messo in discussione”. Sebbene ufficialmente il Pakistan beneficiasse di aiuti e tecnologie militari statunitensi, quest’anno gli Stati Uniti rifiutavano 350 milioni di dollari in finanziamenti militari, col pretesto che il Pakistan non farebbe abbastanza per combattere il terrorismo. Tillerson dichiarava che “Il presidente è stato chiaro nel dire che attaccheremo i terroristi ovunque siano. Abbiamo messo persone ad osservare chi offre rifugio ai terroristi, e gli avvertiamo che affronteremo chi fornisce un santuario e gli chiederemo di smetterla”. Per risposta, il Ministro degli Esteri del Pakistan, Khawaja Muhammad Asif, il 28 agosto si recava in Cina, dopo aver annunciato la cancellazione della prevista visita negli Stati Uniti.
In realtà, anche qui gli Stati Uniti sono allarmati dall’approccio del Pakistan verso Cina e Russia sulla questione della stabilizzazione dell’Afghanistan, “il Pakistan si è rivolto alla Russia negli ultimi mesi e le chiede di essere la principale forza stabilizzatrice per una possibile pacificazione dell’Afghanistan. Gli Stati Uniti ne sono allarmati, ed anche se i rapporti Pakistan-Russia erano storicamente tesi, si sono rilassati. I pakistani hanno ora deciso che la Russia, e non gli Stati Uniti, sono la migliore speranza di avere un attore internazionale che porti al tavolo delle trattative e possibilmente riunisca un governo di unità nazionale in Afghanistan, unico modo per far finire questa guerra. Il Pentagono non vuole por fine alla guerra. È soddisfatto dello stallo. È una vacca da mungere per il Pentagono e i contraenti degli USA. Washington non vuole che la Russia s’intrometta in Afghanistan”. Non va dimenticato, infine, che il Pakistan ha appena aderito all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, guidata da Cina e Russia, un colpo devastante per gli interessi statunitensi in Asia.
Infine, neanche i curdi danno soddisfazione a Washington; secondo il notiziario al-Hadath, un grande convoglio militare dell’Esercito arabo siriano e della Polizia Militare russa arrivava a Tal Rifat, città a nord di Aleppo, su richiesta delle Forze Democratiche siriane (SDF), per impedire che le forze turche avanzino nella regione, dato che Ankara aveva inviato rinforzi presso la vicina Azaz.

october-7-2012

Alessandro Lattanzio

1382.- LA TRAPPOLA DELL’ODIO DEGLI AGENTI D’INFLUENZA. LA MANOVRA DELL’ANTISOVRANO. ORIZZONTE 48

  1. C’è un concetto “base” che torna prepotentemente alla ribalta in questi giorni, di fronte

al dilagare della sovraesposizione mediatica di accadimenti come gli sgomberi di immobili occupati commettendo illeciti penali non “giustificabili” secondo alcuna interpretazione costituzionalmente (cioè democraticamente) orientata, ovvero come la violenza sessuale di gruppo posta in essere da stranieri, probabilmente a loro volta illecitamente presenti sul territorio nazionale (e, nel caso, oltretutto, in danno di altri stranieri che invece erano più che lecitamente entrati come turisti, categoria di cui si esalta l’oggettiva utilità in termini di saldo attivo delle partite correnti dei conti con l’estero, salvo poi contraddire questa auspicata propensione produttiva del territorio italiano attraverso destrutturazione e degrado permanenti perseguiti con l’austerità fiscale che incide su ogni livello di gestione del territorio. Fenomeno che è il naturale corollario degli obiettivi intermedi di pareggio strutturale di bilancio e della privazione della sovranità monetaria imposti dall’appartenenza alla moneta unica).

 

1.1. Il concetto base è il seguente: l’antisovrano ha paura della sovranità popolare perché non vuole la democrazia.

E non vuole la democrazia (a meno che non sia “liberale”, cioè ridotta a mero processo elettorale idraulico che azzera ogni reale possibilità di scelta popolare dell’indirizzo politico da seguire), perché (come dice Barroso, una volta per tutte, richiamando il ruolo imperituro de L€uropa nelle nostre vite quotidiane) la considera inefficiente dal punto di vista allocativo.

E ciò in quanto, appunto, le risorse (monetarie) sono limitate, corrispondono ad un dato ammontare di terra-oro come fattori primi di ogni possibile attività economica, e la titolarità, preesistente e prestabilita, della proprietà di questi fattori precede ogni calcolo economico: cioè legittima un equilibrio allocativo che riflette una Legge naturale a cui asservire ogni attività normativa e amministrativa dello Stato, e rende un diritto incomprimibile il ritrarre un profitto da questa titolarità incontestabile, anche a scapito dell’interesse di ogni soggetto umano che non sia (già) proprietario di questi fattori della produzione.

Il merito che si autoattribuisce il capitalismo è quello di attivare una capacità di trasformazione delle risorse (limitate) per moltiplicare i beni suscettibili di essere acquisiti in proprietà (questo sarebbe il dispiegarsi dell’ordine del mercato, fin dai tempi della teorizzazione ecclesiastica), essenzialmente oggetto di consumo, e di permettere, nel corso di tale processo, l’impiego lavorativo di moltitudini di esseri umani che, in tal modo, sarebbero in grado automaticamente di procurarsi i mezzi di sostentamento.

 

  1. Di conseguenza, come trapela anche da autori (neo)neo-classici (cioè neo-liberisti) del nostro tempo, (eloquente in tal senso è “La nascita dell’economia europea” di Barry Eichengreen, che ho avuto modo di rileggere questa estate, non senza un certo disagio sulla disumana dissonanza cognitiva che ne emerge), il profitto è l’unico motore possibile della società e della sopravvivenza della specie.

Pertanto, i governi debbono esclusivamente preoccuparsi di garantirne la continuità (e ce ne accorgeremo presto, ancora una volta, quando si dovranno “fare gli investimenti” per risolvere la “crisi” dell’acqua), assicurando, nell’unica dialettica considerata razionalmente ammissibile, l’esistenza istituzionale di un mercato del lavoro che vincoli, a qualsiasi prezzo sociale, la massa dei lavoratori non-proprietari a condizioni di mera sussistenza.

 

  1. La moneta gold standard, o qualsiasi soluzione similare, ed anche più rigida, come l’euro, che rendono le politiche di stabilità monetaria indipendenti da ogni altro obiettivo politico (qui, p.17.1.), sono perciò un totem irrinunciabile innalzato sull’altare dell’unico diritto possibile e legittimo, essendo tutti gli altri diritti degli odiosi privilegi clientelari frutto di clientelismo e corruzione, (come ci illustrano con alti lai indignati contro la “giustizia sociale”, intesa come “corruzione legalizzata”, Spinelli, Hayek e Einaudi).

E l’unico diritto legittimo è, naturalmente, quello al profitto derivante dalla “data” allocazione delle risorse limitate in capo ai pochi grandi proprietari; i quali, in termini di equilibrio allocativo ideale, dovrebbero anche essere gli unici proprietari.

Qualsiasi alterazione di questo equilibrio è considerata razionalmente intollerabile e pone in pericolo l’equilibrio allocativo efficiente che, dunque, è prima di tutto un assetto di potere politico.

Lo Stato che abbia deviato da questo assetto, ponendo in essere divergenti condizioni di redistribuzione di tali risorse, ex ante (o ex post: ma queste ultime sono dotate di un’ambiguità che le rende asservibili anche ad obiettivi del tutto opposti a quelli della tutela del lavoro, come ci insegnano Pikketty, qui, p.8, e l’Unione bancaria), deve “ricostruire”, anche con ampi e notevoli interventi, prolungati per tutto il tempo necessario, la razionalità indiscutibile di questa Legge sovrastatuale e perenne.

 

  1. Come si ricollega tutto questo agli episodi di reato (e di loro difficoltosa repressione) posti in essere da “immigrati” a vario titolo nel territorio nazionale?

In modo alquanto coerente con il funzionamento progressivo del sistema di ripristino, accelerato da L€uropa, dell’assetto allocativo efficiente.

L’euro costringe alla svalutazione del tasso di cambio reale e consente che ciò si realizzi unicamente attraverso la riforma incessante del mercato del lavoro-merce (come spiega benissimo Eichengreen parlando del gold standard), cioè al fine di porre in condizioni di progressiva “mera sussistenza”, l’insieme dei soggetti non proprietari estranei al controllo dell’oligopolio concentrato e finanziarizzato (una condizione di “classe” che eccede di gran lunga quella del solo lavoratore dipendente, qui, p.4).

 

  1. Il costo politico di tale continuo aggiustamento, in costanza di suffragio universale (condizione mantenuta obtorto collo e in vista di una sua definitiva e formale abolizione), può essere sopportato solo “sostituendo” le classi sociali impoverite, e in precedenza titolari delle aspettative di tutela sociale apprestate, (formalmente ancora oggi), dalla Costituzione, con un adeguato contingente di soggetti “importati”, se e in quanto siano sradicati, per inconciliabile vocazione culturale, da questo precedente assetto sociale democratico.

Questi nuovi “insediati” sono dunque preferibilmente (cioè intenzionalmente) prescelti in quanto inclini a considerare la comunità di insediamento come un’organizzazione aliena, i cui precetti normativi fondamentali debbano, al più presto, cedere di fronte alla pressione numerica dei nuovi arrivati e delle loro esigenze primarie (rivendicate esplicitamente come le uniche da considerare, a detrimento di ogni situazione di crescente povertà degli autoctoni, che si lasciano governati dalla condanna a un senso di colpa inemendabile).

L’intera operazione di reinsediamento demografico è pianificata e incentivata attraverso organizzazioni – private ed espressione del perseguimento degli interessi dei grandi gruppi economici che dominano il diritto internazionale privatizzato– che inoculano e rafforzano, nei gruppi etnici reinsediati, questa idea di ordinamento giuridico arrendevole e di aspettativa incondizionata alla redistribuzione ex post di risorse in danno delle classi più povere e deboli in precedenza viventi sul territorio da “trasformare”.

 

  1. “Agenti di influenza” (NB: la fonte linkata è ufficiale dell’AISI-governo.it), appositamente predisposti sia all’interno del sistema mediatico dello Stato nazionale di “accoglienza”, che operanti nell’organizzazione, reclutamento e agevolazione del reinsediamento, si preoccupano essenzialmente di rafforzare e rendere irreversibile l’idea che le leggi statali nazionali che vietano comportamenti incompatibili con l’ordine pubblico e l’interesse generale della comunità “ricevente”, e da trasformare a tappe forzate, siano sostanzialmente immorali o troppo difficili da applicare e perciò oggetto di urgenti riforme (ad es; il cosiddetto ius soli), o, ancor meglio, di desuetudine: cioè di accettazione diffusa della loro inapplicazione in nome di un prevalente “stato di necessità” che si fonda sull’inevitabile “scarsità di risorse”.

 

  1. Senso di colpa indotto in via propagandistica dagli “agenti di influenza” e scarsità di risorse, come parametro ormai metanormativo e supercostituzionale, costituiscono un combinato tale che si ottiene anche l’effetto più ambito, come evidenziava Rodrik, da parte delle elites timocratiche che guidano l’operazione: lo scatenarsi del conflitto sezionale tra poveri importati cittadini esteri, e cittadini impoveriti soggetti all’accoglienza in funzione di fissazione deflattiva dei livelli retributivi.

Il porre i vari pezzi di non-elite uno contro l’altro, scardina ogni senso di reazione alla manovra aggressiva di classe condotta dalle oligarchie cosmopolite, e alla sottrazione della sovranità democratica che, appunto, (così Luciani, p.7) si caratterizzava su una “concezione ascendente”, cioè per la sua titolarità “di popolo”, e sull’idea di Nazione; l’unica storicamente tale da individuare in senso coesivo e solidale una comunità sociale sufficientemente univoca per determinare gli interessi comuni che la sovranità persegue per sua natura (qui p.11.3 e, prima ancora, come rammentava Lord Beveridge, cfr; p.5 infine).

 

7.1. L’attitudine distraente del conflitto sezionale si manifesta, per la verità in tutto il mondo occidentale, in modo da amplificare il potere degli agenti di influenza delle elites che hanno buon gioco nello stigmatizzare quell’odio che hanno accuratamente infuso e alimentato nel corpo sociale delle non-elites: e questo fino al punto da delegittimare, nei fatti narrati in modo da forzare etichette di condanna ipocritamente “etica”, quelle che sono esattamente le reazioni naturali, quasi meccanicistiche, che avevano inteso deliberatamente suscitare.

Il senso di colpa, in precedenza diffuso a livello di preparazione mediatico-culturale dell’operazione, può quindi essere addebitato al corpo sociale aggredito in base a “fatti” che corrispondono anch’essi alla meccanica calcolata dell’intolleranza che si intendeva suscitare.

 

  1. Il cerchio si sta chiudendo, dunque.

L’unica risposta rimasta è la consapevolezza. E la consapevolezza ci riporta alla rivendicazione della effettiva legalità costituzionale. Oltre di essa c’è solo il territorio di nessuno dello stadio pre-giuridico dei puri rapporti di forza, come ci avvertiva Calamandrei, rapporti imposti dall’ordine internazionale dei mercati.

Il conflitto sezionale che questo ordine mira a portare alle sue conseguenze estreme non deve essere l’inganno finale con cui si autodistrugge la sovranità democratica, in una trappola innescata da odiatori dell’umanità, tanto apparentemente astuti quanto, in sostanza, rozzi e primordiali.

 

8.1. Basterebbe rammentare due semplici passaggi. Il primo, già citato, è di Rodrik (qui, p.4):

“…riportiamo un significativo brano di Dani Rodrik che, sebbene riferito alle dinamiche dei paesi in via di sviluppo, per le condizioni create dal liberoscambismo sanzionato dal vincolo esterno “valutario”, ci appare eloquente anche per la Grecia e, di riflesso (mutatis mutandis, in una sostanza però omogenea), per tutti i paesi coinvolti nell’area euro.

Da rilevare che questa spiegazione ci dà ben conto dei sub-conflitti “sezionali” (p.11.1.), in funzione destabilizzatrice della democrazia, che fanno capo ai “diritti cosmetici” e alle identità etnico-religiose-localistiche, conflitti che sono una vera manna per le elites:

 

 

 

“Le conseguenze politiche di una prematura deindustrializzazione sono più sottili, ma possono essere più significative.

 

I partiti politici di massa sono stati tradizionalmente un sotto-prodotto dell’industrializzazione. La politica risulta molto diversa quando la produzione urbana è organizzata in larga parte  intorno all’informalità, una serie diffusa di piccole imprese e servizi trascurabili.

 

Gli interessi condivisi all’interno della non-elite sono più ardui da definire, l’organizzazione politica fronteggia ostacoli maggiori, e le identità personalistiche ed etniche dominano a scapito della solidarietà di classe.

 

 

 

Le elites non hanno di fronte attori politici che possano reclamare di rappresentare le non-elites e perciò assumere impegni vincolanti per conto di esse.

 

Inoltre, le elites possono ben preferire – e ne hanno l’attitudine- di dividere e comandare, perseguendo populismo e politiche clientelari, giocando a porre un segmento di non elite contro l’altro.

 

Senza la disciplina e il coordinamento che fornisce una forza di lavoro organizzata, il negoziato tra l’elite e la non elite, necessario per la transizione e il consolidamento democratico, ha meno probabilità di verificarsi.

 

In tal modo la deindustrializzazione può rendere la democratizzazione meno probabile e più fragile.”

 

  1. Il secondo è di Chang (qui, pp.8- 8.1.):

“I salari nei paesi più ricchi sono determinati più dal controllo dell’immigrazione che da qualsiasi altro fattore, inclusa la determinazione legislativa del salario minimo.

Come si determina il massimo della immigrazione?

Non in base al mercato del lavoro ‘free’ (ndr; cioè globalizzato) che, se lasciato al suo sviluppo incontrastato, finirebbe per rimpiazzare l’80-90 per cento dei lavoratori nativi (ndr; oggi è trendy dire “autoctoni”), con i più “economici”, e spesso più produttivi, immigranti. L’immigrazione è ampiamente determinata da scelte politiche. Così, se si hanno ancora residui dubbi sul decisivo ruolo che svolge il governo rispetto all’economia di libero mercato, per poi fermarsi a riflettere sul fatto che tutte le nostre retribuzioni, sono, alla radice, politicamente determinate.”

I vari Paesi hanno il diritto di decidere quanti immigranti possano accettare e in quali settori del mercato del lavoro (ndr; aspetto quest’ultimo, che i tedeschi, ad es; tendono in grande considerazione).

Tutte le società hanno limitate capacità di assorbire l’immigrazione, che spesso proviene da retroterra culturali molto differenti, e sarebbe sbagliato che un Paese vada oltre questi limiti.

Un afflusso troppo rapido di immigrati condurrebbe non soltanto ad un’accresciuta competizione tra lavoratori per la conquista di un’occupazione limitata, ma porrebbe sotto stress anche le infrastrutture fisiche e sociali, come quelle relative agli alloggi, all’assistenza sanitaria, e creerebbe tensioni con la popolazione residente.

Altrettanto importante, se non agevolmente quantificabile, è la questione dell’identità nazionale.

Costituisce un mito – un mito necessario ma nondimeno un mito (ndr; rammentiamo che lo dice un emigrato)- che le nazioni abbiano delle identità nazionali immutabili che non possono, e non dovrebbero essere, cambiate. Comunque, se si fanno affluire troppi immigrati contemporaneamente, la società che li riceve avrà problemi nel creare una nuova identità nazionale, senza la quale sarà difficilissimo mantenere la coesione sociale. E ciò significa che la velocità e l’ampiezza dell’immigrazione hanno bisogno di essere controllate”.

Stupri e occupazioni di immobili sono qualcosa che, dunque, corrisponde ad un effetto ben prevedibile dell’operazione che si sta ponendo in essere: l’obiettivo è proprio quello di “porre sotto stress le instrastrutture fisiche e sociali” della comunità statale “attaccata”, per distruggerne ogni “identità nazionale” per mezzo di una ben preparata condanna mediatico-moralistica e, attraverso di essa, ogni “coesione sociale”.

E’ questo valore, infatti, il principale ostacolo al pieno ripristino dell’ordine internazionale dei mercati (cioè dell’assetto allocativo efficiente che predica il solo diritto al profitto di pochi proprietari).

 

  1. Riforme in stato di eccezione permanente, accoglienza illimitata, distruzione definitiva della legalità costituzionale sono tutt’uno, dunque, con la cinicamente calcolata diffusione dei reati commessi dagli immigrati. E con la loro enfatizzazione, intenzionalmente diffusiva dell’odio che intendono addebitarci, per poi reprimerlo anche con la forza delle armi. Armi di ogni tipo: il primo sono gli agenti di influenza che, secondo la teorizzazione che ne fa la stessa intelligence, sono destinati a influenzare e controllare l’azione dei governi presso cui tali agenti operano, rispondendo a interessi e direttive ostili alla Nazione infiltrata.

Non ci cascate.

Difendete la Costituzione democratica: con tutti i mezzi che essa offre. Il primo, però, e il più importante, è dentro di voi.

Perché i veri avversari, ci avvertivano i Costituenti, sono quelli che non credono nelle Costituzioni...

 

Professore, condivido con un distinguo e, cioè, che difendere la Costituzione significa difendere la trama dei suoi Principi, resi, oggi, inattuabili per difetto dei costituenti che non hanno saputo o voluto garantire la partecipazione del popolo alla politica dando ai partiti e a tutte le formazioni intermedie, attraverso le quali questa partecipazione si deve svolgere (quindi, anche i sindacati) un altrettanto definita trama di Principi, come, esemplificando, la trasparenza, anzi, le trasparenze amministrativa e ordinativa e l’alternanza). Restringere questi principi, come fa l’art. 49, all’espressione “con metodo democratico” e lasciare a una ipotetica legge ordinaria la disciplina dei partiti, significa aver affermato che “la sovranità appartiene al popolo”, senza avergliene fornito gli strumenti per esercitarla. Vediamo, infatti, che il Parlamento, preso nel significato lessicale della parola, non esprime e non legifera secondo la reale volontà del popolo, principalmente quello colto e più capace, che si allontana, perciò, dalla politica, come dimostrato dall’astensionismo e dal basso livello culturale degli eletti. Tralascio ogni considerazione sui motivi possibili di questa grave carenza. Non meno importante fu non aver meglio garantito l’applicabilità della Costituzione, particolarmente di quella sua parte economica e non aver esplicitato e reso praticamente applicabile la sanzione per il reato di alto tradimento. Ecco, allora, che condivido quanti chiedono che sia data attuazione alla Costituzione, ma solo per quanto attiene ai suoi principi.

 

1381.- ALTRO CHE RIFUGIATI! DENTRO IL PALAZZO SGOMBERATO DAGLI ERITREI: LA VERITÀ, SONO PIÙ RICCHI DI TANTI ITALIANI. LE IMMAGINI DELL’ATTACCO ALLA POLIZIA..A ROMA!

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Nemmeno dopo tutto quel che è accaduto il Fondo Omega di Idea Fimit ha potuto riprendere possesso del palazzo di sua proprietà occupato da più di 500 eritrei dal 2013. Le chiavi non sono ancora state restituite al legittimo proprietario perché lo sgombero non è ancora terminato: fino al tardo pomeriggio di ieri erano ancora asserragliate dentro alcune donne incinte, e la polizia non ha voluto ovviamente forzare la mano. Donne e bambini sono stati più volte utilizzati sia dagli occupanti che dalle associazioni per il diritto alla casa e da alcune onlus che non raramente li hanno manovrati, ed è probabile che siano esposti in prima fila oggi nel corteo di protesta ad altissimo rischio organizzato alle 16,30 a Roma, con partenza in piazza dell’Esquilino in una città blindata per l’occasione con paura di nuovi scontri.

Movimenti antagonisti e ong che sono spuntati come funghi durante lo sgombero per cavalcare anche politicamente la vicenda degli scontri con la polizia hanno arringato fin dai primi giorni gli occupanti perché rifiutassero le soluzioni abitative loro proposte sia dall’assessorato ai servizi sociali di Roma che dalla società Sea che quell’immobile dovrebbe prendere in affitto dal Fondo Omega appena liberato. Per altro quella soluzione provvisoria (alcune villette a Forano, in provincia di Rieti) è stata sbarrata dal sindaco Pd del paese, Marco Cortella, che ieri non ha voluto sentire ragioni. «Sono contrario», ha detto Cortella, «perché siamo il comune nella provincia di Rieti con il numero più alto di richiedenti asilo. Ne abbiamo già 40 su 3.168 cittadini, oltre la percentuale del 3 per mille per ogni Comune prevista dal Ministero dell’Interno. Invece di gratificarci, ci mortificano».

Al momento gli sfollati dall’immobile di via Curtatone si sono dispersi per la città, alcuni convogliati da alcune associazioni (Baobab in testa) in ricoveri di emergenza, altri andati in una sorta di rifugio provvisorio vicino alla stazione Tiburtina, altri ancora presi comunque in gestione dalle strutture comunali. E tutti pronti a tornare appena verrà allentata la tensione e la vigilanza in quel palazzo dove ormai si erano insediati da anni.

C’è un rarissimo video – girato nel novembre scorso da Rete Zero, una tv privata di Rieti – che in pochi minuti fa capire come si svolgeva la vita all’interno del palazzo occupato, e che tipo di sistemazione avevano trovato gli eritrei. Ormai non era un accampamento come ci si potrebbe immaginare, ma un ufficio trasformato in un vero e proprio palazzo residenziale. Nell’androne interno chi vi abitava lasciava in modo ordinato biciclette, passeggini e carrozzine. Poi lungo le scale si arrivava ai corridoi degli uffici che erano stati unificati e trasformati in veri e propri alloggi, con tutto l’arredamento che era necessario. L’unica cosa artigianale – mancando gli allacciamenti al gas – erano le cucine, con i forni alimentati da quelle bombole al Gpl che avevano tanto preoccupato i vigili del fuoco nell’unica parziale ispezione fatta. In casa non mancava nulla: parte giorno e parte notte, letti e divani, tavoli, poltrone, tende per difendere la propria privacy, quadri e immagini religiose (crocifissi e madonnine, perché erano quasi tutti cristiani gli abitanti). Poi frigoriferi, lavatrici, elettrodomestici vari (forni a micro onde, macchine per il caffè) e in non poche abitazioni anche televisori al plasma di grande dimensioni e decoder per ricevere la tv satellitare collegati alle parabole installate dagli stessi migranti sul tetto dell’ edificio.

Entrando in quel palazzo occupato si ha dunque l’impressione di un certo benessere di chi vi abitava, e che gli eritrei fossero ben al di sopra della soglia di povertà si capisce bene anche dalle immagini scattate sia nel giorno degli scontri che ieri quando sono tornati lì vicino a spiegare la loro protesta alla stampa: molti hanno in mano smartphone di ultima generazione del valore di centinaia di euro. Avevano uno stile di vita compatibile anche con una abitazione regolarizzata da un affitto a Roma, magari non in zone così centrali.

Che non fossero poveri in canna viene confermato informalmente dai rappresentanti della comunità eritrea in Italia che abbiamo sentito in queste ore, che confermano l’esistenza di lavori regolarmente retribuiti per buona parte degli occupanti. Altri elementi informativi invece fanno capire che non poche fossero le infiltrazioni in quel palazzo, anche di tipo criminale. Non tutti quelli che vi abitavano erano eritrei: molti etiopi, qualche somalo. Eritrei si sono tutti dichiarati al momento dello sbarco in Italia proprio per potere godere della protezione internazionale, e non avendo documenti per molti di loro l’ attesa delle verifiche è stata talmente lunga da potersi imboscare con facilità.

Dentro il palazzo – secondo le stesse fonti ufficiali della comunità eritrea in Italia – accanto a una vita normale ce ne era una parallela, con cui ci si arrangiava e si otteneva qualche guadagno extra. La più banale veniva dalla sistemazione di alcune stanze con il minimo necessario che venivano affittate a 15 euro a notteagli eritrei di passaggio a Roma. Una sorta di bed and breakfast. Esisteva anche un altro tipo di commercio: quello delle abitazioni permanenti ricavate in quegli uffici. Se qualcuno di loro trovava regolare sistemazione in città, vendeva i diritti di abitazione in via Curtatone per cifre di una certa importanza, “anche 12mila euro“. Le forze di polizia erano già intervenute all’interno in poche occasioni per stroncare altri tipi di commercio assai più irregolari: sette inquilini arrestati per traffico di migranti, e altri identificati e fermati per traffico di stupefacenti.

di Franco Bechis

E ora qualche immagine di questa brava gente che lancia sampietrini e bombole di gas ai nostri poliziotti. Nel mezzo, come sempre, c’è Medici senza frontiere, dalla parte di chi assale le Forze dell’Ordine. E’ un’associazione a delinquere di matrice politica, pagata da chi non vuole l’Ordine Pubblico. Genitori, dove è scritto che i poliziotti e i carabinieri devono essere assaliti a pietre, insulti e bombole di GPL?

1380.- LA LEGGE SECONDO IL PD

Piazza Indipendenza

Sgomberi e immigrati. Le polemiche e le mille fesserie pubblicate sullo sgombero dello stabile di Piazza Indipendenza a Roma e, insieme, i filmati del lancio di bombole di gas, aperte e pure accese, contro i “nostri” carabinieri, meritano un approfondimento e un punto a capo.

 Minniti non è fascista. I manganelli di Piazza Indipendenza obbedivano alla tessera N.1 del PD. Feltri brutale contro Franco Gabrielli: “Sei il capo della Polizia o dei boy scout?” Se occupano la casa di un’anziana mentre è ricoverata in ospedale, manche la mia, bisogna trovare casa agli abusivi e nessuno può intervenire. Pazzesco!

Questa cittadina eritrea sgomberata con mille buone maniere da casa De Benedetti è così povera che sarà alloggiata “a ufo” in unavilletta in provincia di Rieti (contro il volere del sindaco).
Dall’inciucio con le Ong di Soros, alla svendita della sovranità del popolo italiano e della cittadinanza, questo Governo, che ho definito un Vuoto Politico, sta abusando oltre ogni limite della civiltà degli italiani e della protezione delle Forze dell’Ordine: le stesse che oppone disarmate alle orde selvagge fatte sbarcare nella nostra terra. Dal 2006, da più di dieci anni, gli italiani non votano con una legge coerente e rispettosa della Costituzione repubblicana, cioè, siamo tornati sotto dittatura dal 2006 e questo Governo, come quelli che in questi anni lo hanno preceduto è legittimato dalla fiducia di un Parlamento illegittimo, almeno parzialmente dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 2014. Una consulta timorosa di andare fino in fondo, che ha dato la misura dell’invasione della politica del malaffare nelle istituzioni.
Gianni Fraschetti, in questi giorni, ha sentito dire tante cose sullo sgombero. Ha sentito dire che “ci vorrebbe un Minniti di destra”, ha sentito dire che “finalmente il governo ha deciso di fare sgomberi a tappeto” e tante altre ingenue amenità e dice: Io mi ero limitato a notare e a chiedermi “come mai sgomberano l’unica palazzina dove ci sono profughi veri e non clandestini occupanti?” e a concludere con “nessuno mi leverà dalla testa che la sgomberano solo perchè la palazzina è di una ben nota proprietà”. Mi hanno risposto che non capisco niente e che faccio propaganda contro il governo anche quando ha deciso di imboccare la strada giusta.
Eccovela la strada giusta: il governo e Minniti hanno deciso che non si sgombererà MAI PIU’ una palazzina occupata se prima non verrà trovata un’adeguata sistemazione per tutti gli occupanti. Cioè hanno abolito la proprietà privata, cioè hanno stabilito che se qualcuno ti occupa la casa non potrà più essere cacciato (a meno che non gli si trovi una casa popolare, e coi tempi che ci sono passano tanti anni). Il diritto romano ha portato la proprietà privata in tutta Europa. Il governo del PD ha abolito questo diritto.
Come avevo scritto DOVEVANO sgomberare quella palazzina, ma solo QUELLA e poi basta. E ci hanno pure aggiunto che tutti gli altri si attaccheranno al manico.
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Sull’argomento leggiamo da Libero uno sdegnatissimo Vittorio Feltri:

“Se non si capisce che occupare le case altrui è una forma intollerabile di violenza, si rischia di dire cazzate che confondono le idee. Non è solo questione dell’ edificio sgomberato a Roma che ha generato tante stupide polemiche. Il problema è molto più grave e diffuso. Anche a Milano succede spesso che una vecchia signora esca di casa per fare la spesa e immediatamente ci sia un figlio di buona donna che approfitta della assenza della proprietaria per entrare nei suoi locali onde impossessarsene. È una bella cosa da approvare o anche solo da sopportare? Eppure si dà il caso che nessuno provveda a intervenire allo scopo di restituire l’ alloggio a chi proditoriamente ne è stato privato. Di norma la poverina succube di prepotenti non ha mezzi propri per ribellarsi e finisce all’ ospizio. Si commette così una ingiustizia che grida vendetta.
Simili odiosi episodi si registrano ogni giorno. È possibile andare avanti così? Occorre aggiungere che gli usurpatori della proprietà altrui sono dei disperati a cui bisogna concedere delle attenuanti, ma non l’ impunità. Se passa il concetto che il meno debole frega con l’ inganno il debolissimo, va a farsi benedire la legalità. Inammissibile.
Serve il pugno di ferro per impedire simili soperchierie. La polizia deve agire e non farsi impietosire. La guerra fra poveri è disgustosa. Se poi viene danneggiata la persona meno robusta, come sempre accade, è obbligatorio difenderla. La miseria non giustifica l’ aggressione a gente senza la capacità di proteggersi. Ciò detto, ribadiamo: se le occupazioni abusive sono violenze, chi le effettua non si lagni se qualcuno lo prende a calci nel posteriore. Merita di essere punito. Ecco perché non ci scandalizziamo se lo stabile di piazza Indipendenza nella capitale è stato sgomberato dagli agenti con maniere brusche. Era l’ unico modo per ripristinare la legalità. O ce ne era un altro, tipo la persuasione, la gentilezza, la diplomazia, mazzi di fiori e baci in fronte?
Buttare fuori gli occupanti di alloggi richiede fermezza e decisione, altrimenti non se ne vanno. Una operazione del genere non è certamente elegante ma necessaria, uno spettacolo orribile però senza alternative. E allora l’ ex prefetto dell’ Urbe, attuale capo della polizia, Franco Gabrielli, ha sbagliato delle grosse a prendersela con i propri uomini che hanno eseguito gli ordini con professionalità ed efficacia. È stato chiesto loro di svuotare il palazzo dei pensionati? Ebbene lo hanno fatto nell’ unica maniera possibile, scacciando chiunque.
Gabrielli ha redarguito un poliziotto che, davanti al lancio da una finestra di una bombola di gas (non una piuma) destinata a colpire in testa un agente, ha gridato: spezzate un braccio al perfido lanciatore. Che altro avrebbe potuto dire? Gettateci in capo anche un tavolo o un armadio?
Egregio dottor Gabrielli una domanda: l’ edificio romano andava sgomberato ai tempi in cui lei era prefetto? Se è così perché non ha eseguito tale sgombero? E ora ci spieghi perché attacca i suoi collaboratori che, invece, si sono impegnati a realizzare le disposizioni piovute dall’ alto. I poliziotti non sono assistenti sociali né suore: non sono obbligati per decreto a prenderle ma è consentito loro di reagire.
Lei ha la vocazione del tutore della legge o del boy-scout?

L’Illegalità eretta a sistema di governo in nome della Resistenza o di chi? Dove sono i partigiani della democrazia?

 

1379.- L’IMPORTANZA DI UN ESERCITO COMUNE PER UNA MAGGIORE INTEGRAZIONE EUROPEA

L’argomento corre sulle ali delle ambizioni francesi e tedesche, ma, a costo di ripetermi, le Forze Armate sono l’ultima chance della Politica Estera, che, assolutamente, l’Unione europea non ha e, poi, c’è la NATO. A chi farebbero capo i centri di comando di queste forze armate europee? Costituirebbero un inutile doppione? Verrebbero a sostituire la NATO con la copertura della Force de Frappe francese invece che di quella USA? Allora, la domanda più seria da porsi è: “Cui prodest?” All’Italia non di certo, a meno che… Ricordo che il Libro Bianco della Difesa, da alcuni anni, prevede l’impiego dell’Esercito nell’Ordine Pubblico, cioè contro le manifestazioni di piazza dei cittadini. Ecco, allora, si comprendono i come e i perché della proposta e – non vorrei dirlo – anche del terrorismo dei “tutti morti con documenti in bella vista”.  Vive la France. 

Nonostante la gran parte delle operazioni militari dei paesi europei vengano oggi condotte nell’ambito di coalizioni multinazionali (europee o NATO), le Forze Armate rappresentano un elemento chiave della sovranità nazionale. Lo strumento militare è quindi pensato e strutturato in funzione degli obiettivi strategici che ogni Paese si pone e sebbene l’Alleanza Atlantica e l’UE forniscano un quadro di interessi condivisi, può accadere che questi obiettivi non convergano e che, quindi, un Paese debba prendere l’iniziativa di intervenire guidando una coalizione ad hoc (come ad esempio l’Italia con l’operazione Alba del 1997 in Albania). In un contesto non federale non è nell’interesse strategico di nessun Paese rinunciare ad una sua autonomia operativa. È invece più realistico pensare ad una maggiore integrazione a livello di pianificazione operativa e di acquisizione e sviluppo di capacità nell’ambito di una cooperazione rafforzata.

Qual è il ruolo dell’industria della difesa per il raggiungimento degli obiettivi europei nel campo della politica estera e di sicurezza comune?

L’industria della difesa e della sicurezza (i confini tra i due ambiti si vanno sempre più assottigliando) rappresenta un fattore essenziale di indipendenza ed autonomia strategica ma l’onerosità dello sviluppo dei sistemi per la difesa rende necessaria in Europa la cooperazione internazionale (pensiamo all’Eurofighter o alle fregate FREMM). Anche in un contesto di forte cooperazione internazionale l’Italia non può però prescindere da un certo livello di autonomia industriale e tecnologica per assicurare sia la sicurezza degli approvvigionamenti (security of supply) in aree tecnologiche particolarmente critiche, sia per consentire al Paese di negoziare la partecipazione ai programmi collaborativi da posizioni di parità. Senza contare che quello della sicurezza e difesa è uno dei pochi settori dell’alta tecnologia ancora presidiati dall’industria nazionale.
Lo sviluppo di un quadro europeo per l’industria della Difesa rappresenta oggi una priorità e l’Agenzia Europea della Difesa (EDA) rappresenta la struttura dell’Unione dedicata alla collaborazione in ambito industriale e tecnologico. Oggi il bilancio dell’Agenzia è di appena 30€ milioni, sarà quindi necessario rafforzare l’Agenzia dotandola di un budget in linea con le sfide che si prospettano. Un passo importante è stato compiuto dalla Commissione europea con la pubblicazione, alla fine del 2016 del “European Defence Action Plan” che ha lanciato la creazione di un Fondo Europeo per la Difesa che verrà strutturato su due “finestre”, una dedicata alla ricerca con finanziamenti di circa 500€M l’anno a partire dal 2020, ed una dedicata allo sviluppo di capacità che mira ad incoraggiare lo sviluppo di programmi collaborativi. Il Fondo è considerato uno strumento cruciale per sostenere la competitività dell’industria europea della difesa. Non dimentichiamo che tantissime innovazioni tecnologiche che migliorano la nostra vita ogni giorno derivano da programmi di ricerca tecnologica militare (le telecomunicazioni mobili, internet stesso, e così via)

I terroristi stanno colpendo ovunque in Europa, cosa fa l’Unione europea per la nostra sicurezza?

L’ottenimento di un alto livello di sicurezza per i cittadini europei è un obiettivo prioritario per l’Unione europea che ha individuato il terrorismo come una delle minacce principali unitamente al crimine organizzato ed al cyber-crime. La natura fluida e transnazionale della minaccia richiede un approccio complessivo al problema ed è per questo motivo che L’Unione europea si sta muovendo per implementare una “Unione della Sicurezza“. Lo scorso anno la Commissione ha creato uno specifico portafoglio (Security Union) per implementare questa Unione definendo anche un’Agenda per la Sicurezza europea.
L’obiettivo è affrontare le minacce a livello globale europeo superando l’approccio della semplice cooperazione tra gli Stati. L’Unione europea si è concentrata sulle misure di prevenzione e contrasto alla radicalizzazione, sulle misure che regolano il possesso di armi e sullo scambio di informazioni (PNR – Personal Name Record) sui passeggeri dei voli provenienti da paesi terzi. Nel marzo di quest’anno è stata approvata una Direttiva (che dovrà essere recepita dagli ordinamenti nazionali) che stabilisce delle norme minime relative alla definizione dei reati e delle sanzioni nell’ambito sia dei reati di terrorismo (inclusa la minaccia di commettere attentati) sia dei reati riconducibili ad un gruppo terroristico (come ad esempio il finanziamento di gruppi terroristici).
L’Unione europea ha anche costituito nell’ambito di Europol un centro anti terrorismo per migliorare il coordinamento tra le autorità nazionali. Una modifica legislativa è stata anche apportata al codice che regola lo spazio Schengen. Mentre in precedenza i cittadini europei erano soggetti a controlli minimali in ingresso e uscita dallo spazio Schengen, d’ora in avanti saranno oggetto di controlli sistematici volti a verificare l’autenticità dei documenti di viaggio ed a verificare che la persona non sia oggetto di segnalazione nei database nazionali ed internazionali. Come gli ultimi attacchi terroristici hanno dimostrato è, nella pratica, difficile controllare in tempo reale migliaia di soggetti identificati come pericolosi. Una strada da seguire per facilitare il compito delle forze di sicurezza può basarsi, oltre che su un rafforzamento della cooperazione tra i servizi di intelligence, anche su soluzioni tecnologiche come ad esempio l’uso di braccialetti elettronici (applicati alle caviglie) deciso dalla Germania per monitorare i possibili terroristi.

1378.- La lezione francese: L’esercito, un obiettivo prioritario per i terroristi

L’attacco effettuato ieri ai militari belgi da un musulmano e quello di qualche giorno fa a Levallois-Perret contro i soldati dell’operazione Sentinel da un cittadino algerino che vive in Francia conferma, se necessario, che l’Italia rimane, fino ad oggi, un Paese privilegiato. La Francia è attaccata da islamisti ispirati e sostenuti da organizzazioni non statali che hanno scatenato una reale forza urbana di guerriglia che obbliga le autorità a imporre e attuare misure di protezione sempre più vincolanti.

Dopo aver condotto azioni omicide di massa contro la popolazione civile francese (Bataclan), questi islamici ora svolgono spesso azioni mirate contro le forze armate, le forze di polizia e di gendarmeria, responsabili della difesa della nazione, della protezione della popolazione e dell’applicazione della legge.

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Quinta colonna?

La Francia è quindi in guerra, anche se la forma che prende oggi non è molto simile a quella delle due guerre mondiali. Ogni guerra ha le proprie caratteristiche, stabilisce obiettivi specifici, segue un corso e modalità di azione che si evolvono costantemente; La guerra del 1940 fu preceduta in Francia dalla “guerra divertente” e si concluse con l’uso dell’arma atomica!

 

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«Sommes-nous en guerre ?
Qui est cet ennemi qui a frappé notre pays à plusieurs reprises en 2015, et qui est malheureusement loin d’avoir disparu de nos vies ? Comment, surtout, le combattre et le vaincre, en restant dans le cadre politique, juridique et éthique qui est le nôtre ? Et en quoi faut-il nous préparer à des conflits d’un genre nouveau ? À ces questions cruciales, j’ai voulu répondre à la lumière de mon expérience. »
Jean-Yves Le Drian Ministre de la Défense

Affermare, inoltre, che in Francia non esiste e non c’è la quinta colonna, come ha scritto l’ex ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian nel suo libro “Qui est l’ennemi?” È falso e pericoloso.

Infatti, a livello storico, a una prima analisi, la Francia ha sempre avuto, ospitato e finanziato sul suo terreno francesi o stranieri che combattono insieme ai suoi nemici. Per parlare solo degli ultimi tre conflitti, ci sono stati durante la guerra in Algeria i “vettori valigia” che hanno assicurato il sostegno dei terroristi FLN; durante il conflitto in Indocina, sono stati i comunisti stalinisti, amici di Boudarel, francese e commissario politico universitaria al servizio dei torturatori dei campi Viet Minh; Durante la Seconda Guerra Mondiale c’erano i collaboratori del Gestapo che hanno seguito e torturato la Resistenza Francese.

Questo errore storico è pericoloso perché, rifiutando di guardare alla realtà degli eventi attuali, si rende difficile analizzare le cause dell’odio che alligna in questi terroristi e disturba l’attuazione di misure efficaci per neutralizzarle.

Bisogna riorientare l’azione degli eserciti sul territorio nazionale

Affermare che siamo in guerra ne implica tutte le conseguenze, specialmente quando coloro che la conducono in mezzo alla popolazione, agiscono in abiti borghesi e beneficiano di numerosi e potenti mezzi logistici e finanziari.

I nostri avversari non sono soldati – per non parlare dei comandanti – che potrebbero trarre beneficio dalle Convenzioni di Ginevra, ma assassini comportamentali volgari, codardi e suicidi che devono essere “neutralizzati” il più presto possibile.

A questo proposito non si può chiedere di ritirare i nostri soldati dal territorio nazionale con il pretesto che essi sono diventati gli obiettivi prioritari dei terroristi. Sarebbe un successo facile, almeno psicologico, per questi assassini, mentre questi obiettivi in uniforme contribuiscono effettivamente alla protezione della popolazione, sostituendo i civili disarmati senza vesti e proiettili. Se c’è una forza in grado di reagire efficacemente ad un attacco a sorpresa, non è la popolazione civile molto vulnerabile, né le forze di sicurezza “di prossimità”, generalmente meno addestrate, ma le unità militari del Sentinel.

I nostri soldati devono tuttavia essere schierati per compiere missioni complementari ma distinte da quelle delle forze di sicurezza interna e in conformità con le loro capacità. Devono agire altrimenti, in previsione di attacchi e sviluppare modalità preventive di azione che creino insicurezza nell’avversario. Queste modalità di azione devono essere pianificate, testate e adottate senza tabù.

Dobbiamo assolutamente emergere da una posizione esclusivamente difensiva se vogliamo vincere questa guerra.

Implementare una strategia globale nel tempo

In questo conflitto, la questione è innanzitutto  di attaccare il nemico di oggi, che si manifesta con immediatezza e pronto ad agire. Deve essere ricercato, si devono identificare le sue reti, neutralizzarle e esercitare una forte pressione dissuasiva sui suoi potenziali simpatizzanti. Allo stesso tempo, dobbiamo agire sulle popolazioni sensibili al loro richiamo, nelle scuole e nella vita quotidiana con i genitori, per evitare che i bambini e gli adolescenti diventino il nemico di domani.

Per sradicare questa minaccia mortale, non dobbiamo solo identificare e designare il nemico per poi mobilitare tutta la nazione, ma serve anche l’attuazione di una strategia globale, comprendente la polizia e strategia militare (looping, distretti minerari, costruzioni, di controllo Punti chiave, sorveglianza delle persone, ecc.). Serve una strategia per ciascuno dei vari ministeri coinvolti in questa guerra, in particolare quelli dell’istruzione e della giustizia.

Rafforzare le istituzioni di regalità e la coesione dei francesi

Infine, il messaggio è per i leader politici: evitare ogni segno che possa screditare la Francia e le sue istituzioni, in particolare gli eserciti e le forze della sicurezza interna.

Pertanto, la riduzione di 850 milioni di euro di risorse previste per le Forze Armate francesi nel 2017 è un segnale di debolezza data ai nostri avversari. È percepito come una goccia nello sforzo della Difesa nel mezzo della “guerra”.

FRANCIA: 'TROPPI TAGLI', SI DIMETTE IL CAPO DELL'ESERCITO

Il capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Pierre de Villiers,a pochi giorni dalla scadenza del suo mandato, ha presentato le sue dimissioni al presidente Macron. Lo scorso 12 luglio de Villiers aveva duramente criticato le proposte sul bilancio della Difesa annunciate dal governo.

Inoltre, le dimissioni del Capo di Stato delle Forze Armate sono giustamente considerate come una perdita di credibilità del Capo di Stato, Capo delle Forze Armate e un generale indebolimento del nostro esercito.

Nei prossimi mesi le azioni terroristiche sul territorio nazionale potrebbero essere moltiplicate con nuove forme. Lo Stato deve organizzare la Nazione per vincere questa guerra lunga e difficile. Per sconfiggere il nemico, i francesi non solo devono appellarsi ai “valori repubblicani”, ma soprattutto riacquistare la fiducia, mostrare coraggio nella vita quotidiana e dimostrare la fermezza in questa lotta continua per la libertà.

Fin qui, la Francia. Pensate, ora, ai ministeri italiani coinvolti in questa guerra, in particolare a quelli dell’istruzione e della giustizia e a chi li regge e pensate a come proporre agli italiani, espropriati della democrazia, questa lotta continua per la libertà.

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1377.- Immigrazione: Intervista a Silvio Berlusconi di Claudia Fusani

Immigrazione, un altro tema dove la sinistra sta sbagliando tutto. L’argomento è bollente per le ripercussioni sull’ordine pubblico, sulla sicurezza, sull’economia e su ciò che rimane del welfare. Ancora, la politica dell’accoglienza – voglio chiamarla ancora così -, unita a quella, dissennata, della difesa: portaerei, bombardieri nucleari F-35, soldati italiani ovunque nel mondo, si scontra con le esigenze insoddisfatte del popolo italiano e si incontra con la volontà pervicace dell’Unione europea di commissariare l’Italia, magari, attraverso l’Esm. Perché l’Esm è presto detto: Gli gnomi dell’alta dittatura finanziaria sono contrariati dalla resistenza del popolo italiano e hanno deciso che quella anomalia istituzionale chiamata Commissione europea, benché di loro nomina, sia tuttavia un organo troppo politico (!) e influenzabile dai governi. Qualcuno dirà: “Scopro che abbiamo un Governo!”. Ecco, allora, che spunta il fondo Esm che assumerà i poteri che ora spettano alla Commissione europea nella verifica dei conti pubblici e nelle sanzioni agli Stati, indovinate quali? Quelli come l’Italia, che non rispettano le regole di bilancio e, a non rispettarle, ci pensa questa serie di governi, sostenuti dalla fiducia di un parlamento illegittimo. Quindi, miliardi a gogò: alle banche, alla “difesa da chi”, agli afroasiatici, più afro che asiatici, che hanno vinto la lotteria del buonismo italiano e che ciucciano in compagnia di chi può. Oggi, un altro italiano disperato suicida; ma chi lo conosce! Insomma, hanno deciso che dobbiamo essere commissariati e che marceremo al passo dell’oca; infatti, l’Esm è finanziato dalla Germania per il 22%. Così pagheremo all’infinito un debito pubblico inventato – quasi, quasi – per noi. Tutto questo grazie agli eredi sinistri della Resistenza, che ci guarderanno dall’alto dei loro conti correnti esteri e con la benedizione del Vaticano. Con questo quadro, poco rassicurante, tiriamo le somme ai governi della sinistra e, poiché, la loro unica alternativa naturale è la destra, andiamo a leggere questa intervista rilasciata a Tiscali.it dal suo leader storico.

Claudia Fusani vive a Roma ma il cuore resta a Firenze dove è nata, cresciuta e si è laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Da quella tesi è nata, anni dopo, la biografia di Irene Brin. Fa la giornalista da sempre, prima a Repubblica, poi a L’Unità. 
Presidente Berlusconi, si nota molta agitazione al centro: Costa parla con Tosi per fare il ponte verso Forza Italia; Verdini parla con Lupi che sta ancora in Ap; Quagliariello parla nn da solo ma forse no; Alfano parla con Parisi che ultimamente ha parlato anche con Salvini. Che effetto le fa questa agitazione? Qualcuno potrà ambire a tornare in Forza Italia?
“Questo significa una sola cosa: che sono in molti ad aver capito quello che noi diciamo da sempre, e cioè che il centro moderato, cattolico e liberale non può che essere alternativo alla sinistra. I profili, le ragioni e le storie delle persone che lei ha citato sono molto diversi fra loro, non sono paragonabili. Però se nascerà, come mi pare ci siano le condizioni perché accada, un nuovo soggetto di centro in Parlamento, alleato con noi, credo che questo sia un fatto positivo, se non altro perché riporta alle Camere, in questa ultima fase della legislatura, un po’ di coerenza con le scelte degli elettori nel 2013, che non diedero alcuna maggioranza alla sinistra.
Per quanto riguarda Forza Italia ho in mente qualcosa di diverso. Voglio un profondo rinnovamento basato su nuovi protagonisti, non politici di professione, ma donne e uomini della società civile, che hanno dimostrato nel lavoro, nell’impresa, nelle professioni, nella cultura, nel volontariato quello che sanno fare concretamente. E poi ovviamente rispetteremo coloro che hanno lavorato con lealtà, con impegno, con credibilità in questi cinque anni”.
Nell’ultimo periodo, da quando i risultati delle destre in Europa non sono stati così esaltanti, Salvini e anche gli altri dirigenti leghisti sembrano aver abbassato i toni della loro comunicazione. È un modo per rispondere al suo progetto di centrodestra moderato ed europeo?
“Non giudico quello che accade in casa d’altri, non sarebbe rispettoso. Posso soltanto dire che un centro-destra vincente in tutt’Europa è quello che si rifà alla grande tradizione politica cristiana e liberale del Partito Popolare Europeo. Altre politiche, fortemente caratterizzate a destra – al di là del merito, che comunque non condivido – riescono a svolgere solo un ruolo di testimonianza, aiutando nei fatti la sinistra a vincere. L’esempio francese è sotto gli occhi di tutti. Sul premier le dirò una cosa sola: mi pare che siamo d’accordo sul fatto che il partito del centro-destra che prenderà più voti sarà quello che proporrà al Capo dello Stato il nome del premier. Se questo partito fosse la Lega Nord, indicherà chi ritiene più opportuno. Ho per regola di non intervenire nei fatti interni di altri partiti, a maggior ragione se amici ed alleati. Io naturalmente lavoro perché la forza politica più votata sia Forza Italia, e non ho dubbi di riuscirci, con ampio margine”.
I sondaggi dicono che il 58% degli italiani deciderà come votare alle politiche sulla base di come sarà gestito il dossier immigrazione. Quale è la proposta di Forza Italia sul dossier: sul doppio fronte, quello del soccorso in mare e quello dell’accoglienza una volta arrivati in Italia?
“Su questo tema negli ultimi giorni sono state dette cose molto gravi. Il PD e i governi da esso sostenuti hanno fortissime responsabilità, che ora cercano di nascondere, dando la colpa una volta all’Europa – che pure non è esente da responsabilità – una volta addirittura, e questo è davvero ridicolo, ai nostri governi. Allora è bene ricordare un dato: nel 2010 noi avevamo praticamente azzerato gli sbarchi, in Italia arrivavano poco più di 4.000 persone l’anno. Lo stesso numero che oggi arriva in un solo week-end. Basterebbe dunque ripetere quello che avevamo fatto, noi stringendo accordi con i paesi della sponda sud del Mediterraneo, in particolare la Libia di Gheddafi, che, in cambio di aiuti da parte nostra e dell’Unione Europea, si erano assunti l’impegno di bloccare i migranti in partenza disponendo lungo le coste un numero adeguato di militari. Sappiamo come sono andate le cose: Sarkozy e Obama hanno deciso di far fuori Gheddafi e la Libia è diventata un inferno con le sue 105 tribù scatenate una contro l’altra. Poi è arrivato da Obama il sostegno alle cosiddette primavere arabe, che hanno avuto anche il dissennato appoggio europeo, favorito in Italia dalla sinistra. Nel Nord Africa è scoppiato il caos e la Libia in particolare è diventata una porta spalancata per i trafficanti di esseri umani. I migranti si sono moltiplicati ed è evidente, che una volta in mare, non c’è altro da fare che soccorrerli: lo impone, prima ancora che il diritto internazionale, la civiltà alla quale apparteniamo”.
Come si fa a rimpatriare persone alle quali i paesi di origine non riconoscono la cittadinanza?
“Qui entra davvero in gioco l’Europa. Solo l’Europa, con il suo peso politico ed economico, sarebbe oggi in grado di stipulare nuove accordi con i paesi africani, sia per i rimpatri, sia anche per bloccare le partenze, proprio come avevamo fatto noi. Sono due facce della stessa medaglia: se noi riusciamo a bloccare i migranti prima che si imbarchino, si potrà trattenerli per un certo periodo in centri di raccolta sotto il controllo internazionale, ma poi occorrerà rimandarli a casa. E’ assolutamente necessario che l’Europa si faccia carico di nuovi trattati sia con i paesi rivieraschi, sia con i paesi d’origine. Chi non ha diritto allo status di rifugiato non deve partire, e se per caso riesce a partire, dev’essere rimandato subito a casa”.
L’Europa ci ha messo in un angolo costringendo noi al soccorso senza però procedere alla relocation. Bruxelles in cambio ci avrebbe concesso qualcosa sul deficit. L’Italia corre il rischio di diventare l’hub dell’Africa in Europa?
“L’Europa ha molte colpe, ma questa è davvero la minore. La relocation riguarda coloro che hanno diritto allo status di rifugiati, cioè che fuggono da luoghi in cui verrebbero perseguitati o uccisi. Fra coloro che sbarcano in Italia, si tratta di una percentuale piccolissima, il 3 o 4%. Quindi anche se l’Europa li dividesse tra tutti i suoi Paesi, l’effetto sarebbe minimo. Tutti gli altri, che sono la stragrande maggioranza, rimarrebbero comunque da noi. Questo è un altro alibi che la sinistra usa per coprire le proprie responsabilità. Fra esse una è gravissima: per libera scelta dell’Italia, decisa dal Governo Renzi, le navi dell’operazione Triton, che appartengono a diversi paesi europei, hanno il diritto di sbarcare tutti i migranti sulle coste italiane.
Qui cosa accade? Che i tempi per attribuire lo status di rifugiato sono lunghissimi, e nel frattempo queste persone vivono, in condizioni precarie, a spese dell’Italia. Poi chi non ha diritto all’asilo – cioè la quasi totalità dei migranti, che fuggono dalla povertà, non da guerre o oppressione politica – non viene rimpatriato ma rimane nella clandestinità, diventando così comoda manodopera per il lavoro nero, la criminalità, la prostituzione, lo spaccio. Un destino miserevole per loro, un allarme sociale molto grave per noi.
Tutto questo per responsabilità chiarissime dei governi di sinistra, aggravate da messaggi sbagliati come lo ius soli, che pure non riguarda direttamente i migranti. Ma se in Africa il messaggio diffuso dai trafficanti di esseri umani è che diventare italiani da oggi è più facile, questo che conseguenze comporterà? Un numero ancora maggiore di sventurati si riverseranno sulle nostre coste, una vera e propria invasione a cui nessun Paese potrebbe far fronte”.
Lei ha governato fino al 2012, avevamo già vissuto gli sbarchi dalla Libia, le primavere arabe… I suoi governi hanno firmato il primo accordo di Dublino sull’obbligo di svolgere le pratiche per lo status di rifugiato nel primo paese di arrivo. Per come è evoluta, o involuta, la situazione oggi, ci sono scelte che farebbe in modo diverso?
“Intanto, a seguito dell’ennesimo colpo di Stato noi abbiamo governato fino a novembre del 2011 e i fatti ci hanno dato ragione su tutta la linea. Gli accordi di Dublino in particolare – bisogna spiegarlo a Renzi che ne parla a sproposito – si limitavano ad attribuire al primo paese europeo in cui arriva un profugo la competenza a decidere se questa persona avesse diritto allo status di rifugiato. Un principio logico, per evitare richieste plurime in diversi paesi da parte dello stesso soggetto. Non era scritto da nessuna parte che questo paese dovesse essere l’Italia. I migranti soccorsi in mare da navi di diverse nazionalità non solo potrebbero, ma dovrebbero essere sbarcati nel paese del quale batte la bandiera la nave soccorritrice. Questa regola, che applicherebbe l’accordo di Dublino, è stata cambiata dal governo Renzi quando è nata l’operazione Triton. Se poi questo fosse avvenuto nel quadro di un inconfessato scambio con l’Europa, che ci ha concesso più deficit per finanziare le regalie elettorali del governo Renzi, in cambio dell’invasione di migranti sulle nostre coste, allora sarebbe davvero una vergogna senza precedenti. Un volgare calcolo di interesse di partito, sulla pelle dei migranti e degli italiani più deboli”.
C’è un retroscena inedito della crisi libica voluta da Sarkozy che ci può raccontare?
“Più che della crisi in sé, forse è giusto che gli italiani sappiano che il mio governo era contrarissimo all’intervento militare, e quindi a maggior ragione al coinvolgimento di basi e mezzi italiani. Mi resi subito conto degli effetti catastrofici che avrebbe provocato l’azione dei Paesi occidentali. Fu davvero una sofferenza, veder demolire in poche settimane il risultato di anni di paziente lavoro con la Libia e con Gheddafi per costruire un sistema di sicurezza e di stabilità nel Mediterraneo. Il presidente della Repubblica, che allora era Napolitano, era di diverso avviso, e fece valere la sua autorità costituzionale di comandante supremo delle Forze Armate. Pensai seriamente alle dimissioni, di fronte a una scelta che consegnava la Libia e il mediterraneo a una sanguinosa anarchia. Decisi con vera sofferenza di non farlo per non scatenare una crisi istituzionale senza precedenti in un momento così drammatico”.
Presidente Berlusconi, lei sovrappone o tiene distinti i dossier immigrazione e sicurezza?
“Purtroppo non si possono tenere distinti. Chi arriva in Italia da clandestino e non ha quindi modo di svolgere un lavoro regolare, che altro può fare se non delinquere? Si può andare da forme di illegalità come il lavoro nero o lo smercio di prodotti contraffatti, a tragedie umane e sociali come la prostituzione, fino a veri crimini come lo spaccio di droga, i reati di strada, i furti negli appartamenti. C’è un dato che mi ha molto colpito: ormai, quando viene svaligiato un appartamento la prima cosa che i ladri svuotano è il frigorifero. Devono sfamarsi prima di cercare soldi o preziosi da trafugare. Significa che sono persone che hanno fame. E d’altronde come escludere che fra le folle di disperati che quotidianamente si riversano sulle nostre coste si infiltrino terroristi o comunque fanatici religiosi, sostenitori della violenza? E’ un pericolo che nessuna persona di buon senso può escludere”.
Con quello economico, con la lotta alla burocrazia e alla corruzione, il tema immigrazione è il più difficile sul tavolo dei prossimi governi. Non crede che sarebbe più giusto creare su questa questione un tavolo di unità nazionale evitando così che venga strumentalizzata in campagna elettorale? I cittadini apprezzerebbero, non crede?
“Ovviamente sì. Abbiamo messo a disposizione del governo, come è giusto fare di fronte a una simile tragedia, la nostra esperienza e la nostra competenza. Ci sono stati degli incontri e delle manifestazioni di disponibilità, ma mi pare che non si sia andati oltre”.
Con quale legge elettorale andremo a votare?
“Sarebbe certamente assurdo andare a votare con la legge in vigore, con due sistemi elettorali contraddittori fra Camera e Senato. Avevamo raggiunto un accordo su una legge, ispirata al modello proporzionale tedesco, che garantiva alle forze politiche un numero di parlamentari uguale alla percentuale dei voti ottenuti, evitando altresì sistemi forieri di corruzione come le preferenze.
Sarebbe incredibile che le forze politiche responsabili non ripartissero da lì. Cos’è cambiato da allora? Perché un incidente parlamentare assolutamente rimediabile su una questione marginale dovrebbe mettere in discussione una buona legge che tutti avevano approvato e votato in commissione? Qualcuno deve spiegare agli italiani la ragione di tutto questo. Vorrei ricordare che noi siamo sempre stati coerenti. E’ chiaro che fra le tante ragioni che hanno portato al discredito della politica vi è anche questa abitudine dei partiti a cambiare continuamente idea e a non portare mai a termine nulla”.
Lei è stato l’uomo del maggioritario e della seconda repubblica. Non le spiace dover tornare indietro?
“Mi dispiace una sola cosa: non essere mai riuscito a convincere gli italiani a darmi fiducia con il 51% dei voti. Questa è l’unica colpa che mi attribuisco. Il maggioritario ha senso quando vi sono due soli poli forti che si confrontano, in modo tale che chi vince rappresenti davvero la maggioranza degli elettori, o almeno sia molto vicino a quella soglia. In uno scenario come quello italiano, nel quale si confrontano tre poli principali, un sistema maggioritario, con quasi il 50% di astenuti, significherebbe far vincere una estrema minoranza che governerebbe una grande maggioranza di cittadini. Quasi una “non” democrazia. Non si può governare un paese rappresentando meno di 1/3 dei votanti, e quindi – visto l’astensionismo – meno di 1/5 degli italiani. Voglio ripeterlo: saremo più una vera democrazia. Bisogna rispettare il voto dei cittadini: chi prende il 20% dei suffragi deve avere diritto al 20% degli eletti. E’ il sistema più semplice e più trasparente per restituire la sovranità al popolo. E sarebbe davvero l’ora, dopo quattro governi non scelti dagli italiani”.
Quali possibili maggioranze immagina per il futuro?
“Una maggioranza di centro-destra, unita e allargata a tutti coloro che si riconoscono nei nostri valori e nei nostri programmi. Un centro-destra plurale, che guardi avanti, senza personalismi, senza rancori verso il passato. L’Italia ha bisogno di una trasformazione profonda. Non di semplici riforme ma di una vera e propria rivoluzione. Solo noi possiamo realizzarla. Si tratta di un progetto che ho riassunto simbolicamente in un “albero della libertà”: è un’idea che mi è venuta pensando alla necessità di indicare poche soluzioni semplici per ogni problema. Ogni ramo dell’albero rappresenta un problema del paese ma dà tre frutti che rappresentano le nostre soluzioni: tre “chiodi”, tre cose fondamentali che dovremo realizzare per risolvere ogni singolo problema”.
Con Renzi ha interrotto ogni rapporto nel presente e anche per il futuro?
“I miei rapporti con Renzi erano funzionali a un obbiettivo preciso: scrivere delle regole nuove, concordate, per rendere più efficiente e più trasparente il funzionamento della democrazia. Su queste nuove regole, la legge elettorale e la riforma della Costituzione, Renzi ha via via cambiato gli accordi prima dell’episodio clamoroso dell’elezione del Capo dello Stato. Per il futuro, ovviamente, dovremo confrontarci in sede parlamentare a parlare della legge elettorale”.
Bankitalia certifica una ripresa dell’1,4%. Scarsi però gli effetti visibili su disoccupazione, povertà, salari. Quale dovrebbe essere il punto di forza della prossima manovra?
“A parte il fatto che l’1,4% mi sembra essere un dato probabilmente ottimistico, la crescita rimane troppo bassa, sia rispetto a quella degli altri paesi dell’eurozona, sia rispetto al livello necessario per generare effetti positivi sull’occupazione. D’altronde il numero di persone senza lavoro rimane altissimo, mentre la povertà è ancora cresciuta, a livelli drammatici. Negli ultimi mesi secondo l’ISTAT altre 150.000 persone sono precipitate sotto la soglia di povertà assoluta. Siamo arrivati a più di 15 milioni di poveri, dei quali 4.750.000 in condizioni di povertà assoluta, il che vuol dire non avere – letteralmente – di che mangiare e vestirsi e dover dipendere totalmente dall’assistenza pubblica e dalla carità privata. Si tratta del 25% degli italiani, 1 italiano su 4 e questo ha dell’incredibile in un Paese avanzato come l’Italia che non ha quindi bisogno di riforme, ha bisogno di una rivoluzione profonda e radicale. Partirei dal fisco, da una netta riduzione delle tasse per tutti, famiglie e imprese, introducendo la flat tax, l’aliquota fissa a un livello più basso possibile, e con una quota esente per i primi 12.000 euro di reddito, così da tutelare i più deboli e assicurare la progressività delle imposte. C’è di più: per chi non arriva ai 12.000 euro, sul modello dell’imposta negativa proposta da Milton Friedman, abbiamo programmato un “reddito di dignità” che prevede che sia lo Stato, nell’ambito di una profonda riforma del welfare, a corrispondere denaro a chi non raggiunge quel reddito (art. 38 Costituzione. Ndr).
Ridurre le tasse significa lasciare più soldi a cittadini e imprese, quindi rilanciare i consumi e gli investimenti, e con essi l’occupazione, che a sua volta significa più denaro circolante, maggiori consumi e minore bisogno di spesa sociale, innestando un circolo virtuoso che abbiamo chiamato equazione liberale per lo sviluppo. E’ il metodo che ha consentito all’America di Reagan una stagione di crescita fra le più lunghe e importanti del 20°secolo. Naturalmente nelle nostre condizioni tutto questo non può avvenire in deficit. Ma con una riorganizzazione scientifica della macchina dello Stato, che in Italia non è mai stata fatta, saranno possibili grandi risparmi sulle spese”.
Ha davvero messo gli occhi su una nuova squadra di calcio?
“Un’idea veramente fantasiosa. Ho ceduto il Milan, che era una parte del mio cuore, perché nel calcio attuale per avere una squadra competitiva occorrono delle cifre che solo grandi gruppi internazionali possono permettersi. E’ stata una scelta difficile, dolorosa, ma necessaria, che mi auguro consenta al Milan di ritornare al posto che gli compete. Comunque io non sono più il residente del Milan, Fininvest non è più proprietaria della squadra, ma rimarrò sempre il primo tifoso. Io peraltro, ogni domenica continuerò a fare il tifo per il Milan con la passione di sempre, ad esultare per i successi, a soffrire per le sconfitte, come quando da bambino mio padre mi portava per mano allo stadio a veder giocare il nostro Milan. Ci emozionavamo insieme per le vittorie, e quando perdevamo mi insegnava a non disperarmi, a credere nella possibilità di tornare a vincere, con l’impegno, lo spirito di sacrificio, il lavoro duro e tenace. Una lezione di vita. Una bandiera di vita non si può cambiare”.

1376.- Schaeuble, piano per poter commissariare l’Italia

Gli gnomi dell’alta dittatura finanziaria sono contrariati dalla resistenza del popolo italiano e hanno deciso che quella anomalia istituzionale chiamata Commissione europea, benché di koro nomina, sia tuttavia un organo troppo politico (!) e influenzabile dai governi. Qualcuno dirà: “Scopro che abbiamo un Governo!”. Ecco, allora, che spunta il fondo Esm che assumerà i poteri che ora spettano alla Commissione europea nella verifica dei conti pubblici e nelle sanzioni agli Stati, indovinate quali? Quelli come l’Italia, che non rispettano le regole di bilancio e, a non rispettarle, ci pensa questa serie di governi, sostenuti dalla fiducia di un parlamento illegittimo. Quindi, miliardi a gogò: alle banche, agli F-35, agli afroasiatici, più afro che asiatici, che hanno vinto la lotteria del buonismo italiano e ciucciano in compagnia di chi può. Oggi, un altro italiano disperato suicida. Insomma, hanno deciso che dobbiamo essere commissariati e che marceremo al passo dell’oca; infatti, l’Esm è finanziato dalla Germania per il 22%. Così pagheremo all’infinito un debito pubblico inventato – quasi, quasi – per noi. Tutto questo grazie agli eredi sinistri della Resistenza, che ci guarderanno dall’alto dei loro conti correnti esteri e con la benedizione del Vaticano.

 

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Il ministro delle Finanze tedesco vuole una troika tutta europea. Il meccanismo europeo di stabilità (Esm), detto anche fondo salva Stati, potrebbe essere usato dagli Stati anche per situazioni di crisi come catastrofi naturali e per migliorare le congiunture in periodi negativi e non solo in caso di fallimento. In cambio però i paesi che non rispettato le regole di Bilancio perderebbero la loro sovranità e sarebbero commissariati. Sarebbe questo il piano del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble secondo un articolo di Bild.

Il progetto di riforma delle istituzioni europee, che dovrebbe essere lanciato subito dopo le elezioni Federali in Germania, prevede la creazione di un Fondo monetario europeo e getterebbe le basi per poter commissariare i paesi in crisi non virtuosi. I soldi dei contribuenti tedeschi verrebbero messi a disposizione dei Paesi del Sud d’Europa (degli 80 miliardi del bilancio del Fondo, 22 sono versati da Berlino) ma la contropartita a cui pensa Schaeuble è molto grossa.

In cambio l’Esm avrebbe infatti una maggiore influenza nelle politiche di bilancio degli Stati. Stando alla prima bozza del piano, il fondo Esm andrebbe a prendere importanti poteri che ora spettano alla Commissione europea nella verifica dei conti pubblici e nelle sanzioni agli Stati che non rispettano le regole di bilancio.

La Commissione è considerata da alcuni come un organo troppo politico per prendere queste decisioni e troppo sensibile alle richieste dei Paesi membri. Le indiscrezioni sulla proposta di Schaeuble arrivano poco prima delle elezioni tedesche del 24 settembre e sembrano andare incontro alle richieste del presidente francese Emmanuel Macron in favore di un bilancio unico in Eurozona.

Nella visione della Germania, il rispetto della disciplina di bilancio è il presupposto per il rafforzamento della governance economica europea. Il Meccanismo europeo di stabilità è dotato di 80 miliardi di euro, di cui 22 miliardi sono messi dalla Germania. Nei calcoli di Schaeuble, il Paese avrebbe così maggiore potere di intervento sui bilanci degli Stati europei.

“Non sono previsti eurobond né ricette miliardarie”, ha precisato la portavoce di Schaeuble in conferenza stampa, “ma in gioco c’è lo sviluppo del Meccanismo di stabilità europeo e il progresso dell’Eurozona”.

D’altra parte, la Commissione è contraria ad attribuire all’Esm la funzione di guardiano dei conti pubblici perché il Fondo avrebbe soltanto il ruolo di gestione di potenziali crisi nell’area euro, anche se il fondo è visto come il futuro sostegno comune dell’Unione bancaria.

Oggi, 24 agosto 2017, di Livia Liberatore