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1197.- La BCE, con la Grecia, ci guadagna.

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Cominciamo a ricordare – perché è la  dimenticanza che ci rende più servi – cosa fu quello che la Banca Centrale Europea (e i politici  UE) chiamarono “il salvataggio concesso” ad Atene. La BCE lanciò il SMP (Securities Market Programme) che consiste  nel  comprare il debito greco sul mercato secondario.

Cosa è il mercato secondario? E’ quello dove la banche vendono e  comprano  i titoli degli stati.  Trattandosi di titoli greci, soprattutto le banche – tedesche e francesi –  avevano fretta di vendere. Se non ci fosse stata la BCE a  comprarli,  avrebbero dovuto non vendere, ma svendere quei titoli che allora nessuno voleva.

Quindi, l’azione di salvataggio ha salvato le  banche tedesche e francesi, che avevano prestato in modo spropositato e come minimo incauto, ad una economia così piccola e debole. Draghi le ha  sottratte  alla sanzione che  i “mercati”  liberi riservano a chi investe   male, prestando a debitori insolventi:  il  meritato fallimento. E le ha pagate più di quel che i titoli valevano.

Non basta: le  banche centrali nazionali, certo su stringente consiglio della BCE, ne seguono le orme, lanciando un loro “programma di salvataggio”, ANFA (Agreement on Net Financial Assets), insomma anch’esse acquistato  titoli greci, salvando le banche loro (noi italiani abbiamo salvato le banche altrui; non avevamo grandi esposizioni con Atene).

Comunque, direte, le banche hanno venduto alla BCE a meno di quel che potevano pretendere dal debitore, hanno fatto un sacrificio. L’Europa ha teso una  mano  al governo greco, la BCE si è accollata titoli che sono carta straccia.

Prego, guardiamo meglio: la BCE ha raccattato i titoli a prezzi da  liquidazione, ma dalla Grecia pretende il rimborso del montante iniziale.

Ha dunque ricavato una plusvalenza dalla differenza tra il prezzo a cui ha acquistato, e quello a cui esige il rimborso. Draghi ha   speso 40 miliardi per comprare titoli greci dal valore facciale di 55,  stimava il Financial Times.

Non solo: la BCE nel frattempo ha lucrato gli interessi su quei titoli. Intereessi alti, perché sui  titoli acquistati di seconda mano, lo  sono. La Grecia paga interessi a tasso del 5,9 per cento. L’aprile scorso così  la Grecia ha   pagato 1,34 miliardi di euro a quel tasso.

La stessa BCE valuta  che i profitti realizzati in questa operazione in 10,4 miliardi di euro.  Un’altra organizzazione, Campagna per il Giubileo, che ha dei docenti universitari nel suo seno, stima i profitti di Francoforte “fra 10 e 22 miliardi”.

Fatto è che nel 2012 la cosa si è risaputa, ed i profitti della BCE  estratti al popolo greco avendo cominciato a fare scandalo, allora – e solo allora – gli Stati membri della UE hanno preso l’impegno di “retrocedere”, ossia di restituire alla Grecia, su base annuale, i profitti intascati.  Ohibò? Ma era un diritto della Grecia, oppure no? Non saprei.  Certo  è l’indizio di una coda di paglia chilometrica.

Però attenzione, c’è il trucco: la retrocessione dei profitti lucrati con  SMP e ANFA, è una cosa che spetta fare agli stati membri. Non poteva restituirli la BCE direttamente, cosa più semplice? Ma no,  perché la BCE vi spiegherà che lei, i profitti che realizza, li versa per quota alle banche centrali nazionali, le quali essendo banche private costituite da consorzi di banche private, e  dove lo Stato è  solo uno degli azionisti, distribuiscono i profitti agli azionisti. E’ il mercato, ragazzi. Ha le sue regole.

Di fatto, gli stati europei, nel 2013, hanno versato “alla Grecia” una prima tranche di 2,7 miliardi. Ho scritto “alla Grecia” tra virgolette, perché in realtà l’hanno versato su un conto speciale dedicato. Dedicato al  rimborso del debito.  Insomma i creditori hanno versato  i 2,7 miliardi in realtà a  loro stessi, in un conto di deposito per la propria garanzia.  In Grecia, di quegli interessi che i greci hanno pagato, non è entrato un euro.   Nel 2014, gli stati europei hanno versato un’altra tranche – ma cambiando ancora: su un conto intermedio del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) che è situato, guarda le coincidenze, in Lussemburgo. Cioè quel paradiso fiscale di cui il capo della commissione europea Juncker è stato primo ministro per quasi vent’anni (1995-2013), facendo  quegli accordi fiscali con 550 multinazionali per attrarne le sedi nel piccolo centro; le multinazionali che si sono messe d’accordo  con Juncker hanno pagato l’1%  sui profitti trasferiti nel Granducato  (a proposito: la scoperta  fu fatta da un consorzio di giornalisti nel 2014. “Non bloccherò l’indagine”, promise Juncker a testa alta. Qualcosa però dev’esser successo, perché son passati 3 anni e tutto tace. Forse perché le indagini  su Juncker  sono affidate a Margrethe Vestager,   commissaria alla concorrenza, sua collega e sottoposta  in oligarchia ? ).

Lasciamo perdere, non dobbiamo distrarci  da questi interessi che gli stati UE  si sono impegnati di restituire ai greci. Abbiamo visto che i creditori hanno versato qualcosa  nel 2013; qualcosa in un conto dormiente alle Cayman d’Europa (Granducato) l’anno dopo.  E poi? Poi più niente. Perché   a giugno 2015, gli stati europei si sono rimangiati l’accordo … pardon, mi correggo: l’ hanno bloccato  con la motivazione che finché Atene non si piegava alle austerità e ai tagli ferocissimi richiesti dai creditori, nemmeno più un euro.

La sospensione, l’ha chiamata l’Eurogruppo,  è dovuta “al ritiro della Grecia dal tavolo negoziale sul prolungamento della durata del secondo programma”;  naturalmente “nell’ipotesi di un nuovo accordo, questi [profitti] saranno utilizzati”  – per darli ai greco, direte voi. No: “saranno utilizzati per alleggerire il debito greco in caso di non- sostenibilità di esso e della messa in opera di  misure di  riforma”.    In pratica, sembra che con ciò  si voglia dire: se le “riforme”   che noi euro-usurai imponiamo ai greci rendono insostenibile il debito greco, noi ci serviremo  lautamente di quel monte di interessi ch non vi restituiamo.

Ma c’è anche un’altra spiegazione:  che i farabutti   banchieri e governi  creditori abbiano usato  la negazione di questi interessi –  che sono dovuti alla Grecia, per loro stessa ammissione – come arma di ricatto. Avevano vinto Tsipras e a trattare c’era Varoufakis, bisognava punirli   i greci, far vedere che delle banali votazioni non possono essere opposte a trattati europei, come disse Juncker allora.

Del resto già nel 2012, quando  la faccenda degli  interessi indebiti divenne nota, subito  i creditori  europei condizionarono la retrocessione alla continuazione dei programmi di austerità:  condizione illegittima – diremmo illegale, se nella UE vigessero i principi della  legalità. Ma l’esempio l’ha  dato la stessa  BCE, condizionando la retrocessione del dovuto a delle specifiche riforme: qui sì illegalmente, in violazione patente dei propri statuti di istituzione  tecnica.  politicamente indipendente.  Per coincidenza, le riforme imposte dalla BCE  sono quelle che vuole la Merkel con Schauble.  Persino il Fondo Monetario, ed è tutto dire,  ha espresso disagio per questa  brutalizzazione del popolo ellenico,   e ammette che queste “riforme”  aggravano la situazione debitoria della Grecia; bisogna essere nell’Europa Unita  per vedere simile spietatezza disumana e inflessibile.

I successi  tecnici di questa cura sono lì da vedere: nel 2010 il debito della Grecia era il 146,25 per cento del Pil; nel  2016 è salito a 183,44,  e nel 2017 salirà ancora a 184, 74.  Il debito diventa  sempre più impagabile. Però  i creditori hanno imposto al governo di Atene  altri tagli delle pensioni e annullamento di tutti gli alleviamenti tributari,  e  ciò per “darle” 3,8 miliardi,   che deve rimborsare alla BCE: insomma prestiti ad interesse, altri prestiti. Eppure   ci sono 4,5 miliardi degli interessi dovuti, e bloccati dai criminali creditori. Nel frattempo la Grecia ha un avanzo primario – che deve dedicare ai creditori, e si è impegnata a mantenere l’avanzo primario per 10 anni: ogni anno, un avanzo di bilancio di 3,5. Il Fondo Monetario ha minacciato di ritirarsi dal “salvataggio”,  ritenendolo  impossibile e inumano.  Sembra che Schauble abbia accettato una riduzione dell’avanzo primario; ha paura, per una volta, l’usuraio ministro delle finanze: paura che il FMI  si ritiri, e allora si veda che il problema della Grecia è l’insolvenza, non  la mancanza di liquidità che i creditori graziosamente le coprono prestando  ad interesse.

Questa è l’Europa a cui ci dicono che bisogna restare aggrappati, perché sarebbe la nostra salvezza. Fosse un nemico, avrebbe trattato i greci  un po’ meglio.  L’Europa calpesta l’umanità. Non riconosce pietà. “Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al tramonto del sole, perché è la sua sola coperta”   prescriveva Esodo 22, 24-26).

Draghi non restituisce il  mantello al debitore; glielo presta ad interesse.

 

photo  Maurizio Blondet

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1175.- Il Congresso degli USA indaga su Soros.

 

Il Washington Times titolava tre mesi fa, “il dipartimento di Stato infetto da Soros gioca in Albania
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Hoyt Brian Yee

Il presidente del comitato sulla giustizia del Congresso, il repubblicano Bob Goodlatte (R-VA), guida una delegazione di 15 membri in una missione urgente in Grecia, Bosnia, Albania, Macedonia, Kosovo e Italia, per testimonianze sul favoritismo dell’era Obama che continua a danno di cittadini, istituzioni e stabilità regionali. La delegazione del Congresso (noto come codel) è partita il 6 maggio per un’indagine congressuale di dieci giorni. Un addetto dell’ufficio giustizia del Congresso rifiutava di commentare citando preoccupazioni sulla sicurezza. Anche se sei dei nove membri sono repubblicani, come i conservatori Steve King (IA) e Tom Marino (PA), la natura della missione estera del Congresso, Codel, dipende dal dipartimento di Stato; dove gli ambasciatori in ogni Paese sono nominati dall’amministrazione Obama che continuano ad attuarne le politiche. È difficile immaginare che la delegazione riceva informazioni imparziali dalle ambasciate assai invadenti nella politica locale, secondo le comunità dirigenti di ogni Paese.

Procuratore Generale dell’Albania contro ambasciata USA a Tirana
Quest’anno si verificò una brutta emergenza tra il Procuratore Capo dell’Albania, un’entità nazionale politicamente neutrale, e l’ambasciatore cino-statunitense Donald Lu. “Il primo ministro Edi Rama, sostenuto dall’ambasciatore statunitense, ha distrutto l’indipendenza della nostra giustizia”, dichiarava un procuratore di Tirana all’American Spectator. “Sotto la bandiera della riforma giudiziaria, c’è la politicizzazione”. Edi Rama, vecchio capo del Partito Socialista, è un amico fidato di George Soros, la cui rete è profondamente presente in Albania e collabora con l’ambasciata degli Stati Uniti su numerosi progetti, tra cui uno dell’USAID da 8,8 milioni di dollari su… s’indovini, la riforma giudiziaria. “Quando abbiamo espresso opinioni professionali diverse dall’ambasciata statunitense, opinioni professionali su diversi approcci, Lu si arrabbiò”, affermava il procuratore, non disposto ad essere nominato. Spiegò che la Commissione di Venezia dell’Unione Europea, concepita per adeguare le proposte di riforma rispettando la legislazione europea, ha spesso affiancato i procuratori albanesi in queste controversie tecniche. Il procuratore aggiunse che il suo ufficio ha cercato di dare priorità al traffico di droga e criminalità, questioni importanti in Albania, mentre l’ambasciata statunitense ha rigettato la massiccia coltivazione ed esportazione di cannabis come “non un problema statunitense”. Le priorità divergenti tra autorità giuridiche albanesi e ambasciata degli Stati Uniti sono confermate dal sito indipendente Exit.al. Donald Lu ha punito i procuratori e i giudici che non sono d’accordo con lui revocando i visti per gli USA, già concessi, a circa 70 giudici e procuratori, secondo il procuratore capo Adriatik Llalla. In risposta, Llalla avvertì l’ambasciatore Lu accusandolo di manipolazione e ricatto in una lettera pubblicata sul sito dell’ufficio e in una conferenza stampa, a febbraio. Llalla ha anche accusato Lu di cercare d’impedire al suo ufficio d’indagare sulla corruzione di una grande società cinese, Bankers Petroleum. Come titolava Washington Times su questo conflitto, riassunto tre mesi fa, “il dipartimento di Stato infetto da Soros gioca in Albania”.

Crisi politica in Macedonia
Non soddisfatto dal danneggiare il proprio Paese, Edi Rama ha colpito la vicina Macedonia provocando profonde instabilità nel tentativo aggressivo di aiutare socialisti ed albanesi musulmani. L’ambasciata statunitense è ampiamente considerata una base del partito socialista in Macedonia come in Albania. Rama convocava una riunione dei tre partiti politici macedone-albanesi (il 15-20% della Macedonia è albanese) e ha elaborato la cosiddetta “Piattaforma di Tirana”, un documento pericolosamente separatista che mina l’identità della Macedonia. Questi partiti albanesi quindi si sono coalizzati con i socialisti macedoni e chiedono il diritto di formare un nuovo governo, contro il partito conservatore VMRO-DPMNE, che fino all’attuale crisi ha gestito l’economia di libero mercato più riuscita nei Balcani. In tutto il Paese, i macedoni protestano contro la piattaforma di Tirana e contro l’ambasciatore Jess Baily, ritenuto pregiudizievole verso il VMRO. Ultimamente, il conflitto è esploso nel parlamento. Ancora una volta, la maggior parte dei funzionari locali ha priorità diverse rispetto all’ambasciata: i macedoni hanno subito secoli di incursioni dai vicini. Sono preoccupati soprattutto per la sicurezza, mentre gli statunitensi finanziano le ONG su “mobilitazione” e “attivismo”. Come il leader macedone-statunitense Bill Nicholov scrisse a fine aprile: “Il dipartimento di Stato e l’ambasciata statunitensi in Macedonia sono… s’ingannano sugli affari interni della Macedonia, provocando sconvolgimenti e attacchi all’origine etnica e alla sovranità dei macedoni”. Nicholov invita il presidente Trump a cambiare strada sul piccolo Paese a nord della Grecia.

Crisi nella crisi in Grecia
Proprio come in Albania e Macedonia, il governo degli Stati Uniti appoggia apertamente il giovane leader di sinistra in Grecia che implementa politiche polarizzanti come il primo ministro e capo del partito Syriza (coalizione dei partiti radicali di sinistra). Durante il suo ultimo tour europeo, il presidente Barack Obama visitava Atene per vedere il primo ministro greco Alex Tsipras, coerente marxista cui gli Stati Uniti si concedono: istituti multilaterali di prestito sarebbero gentili con il suo governo. Obama è stato solidale e protettivo con Tsipras quanto Bill Clinton quando il primo ministro visitò New York per partecipare a un’iniziativa della Clinton Global Initiative nel settembre 2015. Eppure, l’immediata liberalizzazione della politica d’immigrazione quando prese il potere nel 2015 è il fattore più importante della crisi dei rifugiati che travolge e mette in pericolo l’Europa. A pochi mesi dalla presa del potere, un ministro di Syriza annunciò che il governo avrebbe trasformato le strutture di detenzione dei rifugiati in centri di accoglienza ed interrotto la politica aggressiva di identificazione e deportazione dei migranti clandestini. Nei quattro mesi successivi alla dichiarazione del governo, nell’aprile 2015, secondo cui i profughi siriani avrebbero ricevuto documenti di viaggio per l’Europa, gli arrivi aumentarono del 721%. Ancora oggi i migranti continuano ad arrivare dalla Turchia, Paese che non ha ancora la situazione finanziaria in ordine. Può l’ambasciatore statunitense ricevere fiducia dal rapporto del congressista Goodlatte del Codel sulla disastrosa crisi che colpisce la Grecia? Probabilmente no. L’ambasciatore Geoffrey Pyatt fu inviato ad Atene lo scorso anno, dopo tre anni a Kiev, dove fu ampiamente considerato agente di coloro che promossero il colpo di Stato, tra cui George Soros. Pyatt è meglio noto, forse, per essere l’interlocutore sulla telefonata “si fotta l’Europa!” dell’assistente segretaria Victoria Nuland. Anche se Nuland si è dimessa dopo l’elezione del presidente Donald Trump, il suo vicesegretario aggiunto per gli affari europei e eurasiatici Hoyt Brian Yee rimane responsabile della politica del dipartimento di Stato nei Balcani. Continua a viaggiare spesso nei Balcani, anche se solo poche settimane prima il presidente macedone si rifiutasse d’incontrarlo, sconvolto dalla manipolazione statunitense del proprio Paese.

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Geoffrey Pyatt

Kosovo
Yee è stato accolto con entusiasmo dai funzionari in Kosovo, dove la pressione statunitense e i bombardamenti crearono la piccola nazione di 1,8 milioni di persone. (La giornalista balcanica Masha Gessen indica come il bombardamento NATO della Serbia nel 1999, senza consultare la Russia, creò il precedente per l’intervento della Russia in Crimea secondo il governo russo). Tuttavia, anche in Kosovo, i funzionari locali reagiscono alle direttive statunitensi, regolarmente svolte in pubblico piuttosto che discrete o per via diplomatica. Per esempio, Yee s’è recato a Pristina a fine marzo per ordinare ai capi nazionali, che contemplavano la decisione di trasformare la forza di sicurezza della nazione in un esercito formale, di “escludere la legge”. Se gli Stati Uniti non vogliono che Pristina crei un esercito, perché diavolo li abbiamo addestrati e incoraggiati per anni? È facile per l’ambasciatore statunitense Greg Delawie pubblicare video sconvolgenti su YouTube in cui appare come un clown mentre discute dei piani anticorruzione, ma la sicurezza non è uno scherzo per chi vive nei Balcani.

Scommettere in Bosnia
Un altro ambasciatore statunitense che sembra preferire la diplomazia amatoriale degli #hashtag sui media sociali e gli scontri pubblici con funzionari nazionali, è l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Bosnia Erzegovina Maureen Cormack, altro Paese che gli Stati Uniti hanno contribuito a creare e a cui i contribuenti statunitensi versano 1,6 miliardi di dollari di aiuti. A una settimana dall’arrivo nel Paese nel 2015 postò un blog sull’istruzione della Bosnia, accusandola di essere discriminatoria ed etnicamente divisiva. Mi scusi, ambasciatrice Cormack, ma il governo degli Stati Uniti ha creato una nazione sulla divisione etnica secondo gli accordi di Dayton, così … benvenuta al suo posto. Quest’anno, la sconvolgente incuria verso il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, presidente della regione autonoma serba, la Repubblica Srpska, problema nel problema nell’accordo sul Paese, ha raggiunto nuove altezze: fece imporre al Tesoro degli Stati Uniti le sanzioni al presidente per aver celebrato una festa serba ortodossa il 9 gennaio, giorno di Santo Stefano. In risposta, la dichiarò “nemica dei serbi, sgradita nella Repubblica serba”. Bel lavoro.
Nel complesso, gli ambasciatori dell’era Obama sono riusciti a favorire la tensione etnica (in particolare in Macedonia e Bosnia), promuovendo favoriti politici recuperati, soprattutto socialisti e membri della rete di George Soros (Albania, Grecia, Macedonia), che reputano di sapere cosa sia meglio per il proprio Paese (Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia). Il segretario di Stato Rex Tillerson annunciava la scorsa settimana che gli Stati Uniti non imporrano più agli altri Paesi l’adozione dei valori statunitensi. Le nostre ambasciate nei Balcani chiaramente non hanno ricevuto il memo.

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Maureen Cormack
“Kurir – The American Spectator 10 maggio 2017 (Aurora). Traduzione di Alessandro Lattanzio