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1025.- L’ITALIA DI DOMANI, COME LA TRANSILVANIA OGGI?

ROMANIA: Chi sono i secleri, “siculi” di Transilvania. Nè romeni né ungheresi. Sarà questo il destino degli italiani, prima impoveriti e, poi, inglobati nel nuovo stato eurotedesco?

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“Ma come, esistono siculi in Transilvania?” E’ un interrogativo che forse alcuni di voi si sono posti, almeno chi non ha avuto il piacere di visitare la Terra Siculorum, regione storica della Transilvania orientale. In queste terre montagnose, difficilmente raggiungibili dalle scarse infrastrutture romene, abitano i siculi, generalmente chiamati székely in ungherese e noti anche col nome di secleri. No, non si tratta di “siculi siciliani”, anche se in passato alcuni umanisti abbozzarono una parentela fra i due popoli, ma di una peculiare comunità etnica di lingua ungherese, da sempre attraversata dal contrasto fra l’essere ungheresi e il difendere una propria identità locale.

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«Noi székely abbiamo il diritto di essere orgogliosi perché discendiamo da Attila e dagli unni». Queste parole sono state pronunciate da uno dei più famosi personaggi transilvani, il conte Dracula, nel romanzo di Stoker. Personaggio immaginario certo, ma che ci aiuta a comprendere come gli occidentali consideravano questi siculi. Popolazione rude e forte, dalla spiccata propensione all’arte della guerra. I székely erano abili militari del Regno d’Ungheria che durante i periodi di pace venivano utilizzati come guardie di confine nei territori più vulnerabili, come appunto i Carpazi orientali, dove vennero trasferiti alla fine del XII° secolo.

La loro origine rimane sconosciuta; c’è chi li considera discendenti dagli unni, chi da popolazioni centro-asiatiche, quello che rimane certo è che per lunga parte della loro storia sono stati alleati indissolubili dei Re magiari, di cui erano la truppa d’assalto. Proprio il rapporto con il Re e con la guerra sono stati fondamentali per definire questa comunità, le cui terre autonome, non soggette a tassazione e coltivate in comune, resero difficile l’instaurazione di un sistema feudale.

I székely sono indissolubilmente legati alla storia della Transilvania. Nel 1437 sono citati fra le tre natio costitutive del Principato, mentre nei secoli a venire sono protagonisti di numerose rivolte contro i Principi ungheresi prima, e asburgici poi. Durante la rivoluzione del 1848 non solo si alleano con gli ungheresi, contro l’impero Asburgico, ma si dissolvono nella nazione magiara. Anche quando dopo la prima guerra mondiale la Transilvania diventa parte della Romania, ed i székely, come molti altri ungheresi, diventano minoranza all’interno di uno stato che non solo non ha la volontà di integrarli, ma anzi avvia pratiche discriminatorie e assimilatrici .

Oggi, nella Transilvania del XXI° secolo, i székely rappresentano la più grande comunità allogena, contando più di 600.000 persone. Nell’ultimo secolo infatti, questa regione multiculturale è andata incontro ad una feroce semplificazione nazionale, vedendo numerose minoranze scomparire sotto il peso di guerra ed ideologie. Gli ungheresi di Transilvania invece resistono; anche se “divisi” fra székely e non-székely, non solo da caratteristiche culturali o storiche, ma sempre più spesso da dati sociali. La comunità ungherese negli ultimi decenni ha subito un forte calo demografico ed oggi si trova a vivere principalmente in minoranza, i székely invece vivono compattamente nella regione che chiamano “Terra dei Siculi” [Székelyföld], ed hanno dimostrato una sostanziale tenuta numerica.

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La Terra dei Siculi è una regione storica che oggi non gode né di unità amministrativa, né di alcuna forma di autonomia. L’autonomia è stata persa prima nel 1876, con le riforme di Maria Teresa, e poi nel 1968, con l’avvento di Ceauşescu che eliminò la Regione Autonoma Ungherese . Da allora questa comunità è divisa in tre contee: Hargita dove rappresenta l’85,2% della popolazione, Covasna con il 73,7% e Mures con il 38,1%. In realtà questi dati, ricavati dal censimento del 2011, indicano la percentuale di ungheresi, infatti solo poche centinaia di persone si dichiarano székely. Nel censimento romeno la voce székely è stata inserita nel 1977, quando Ceauşescu volle usare questa possibilità per dividere gli ungheresi; obiettivo non raggiunto, né allora né oggi.

La comunità sicula visse un periodo difficile, fra gli anni ’80 e ’90, quando fu schiacciata tra il conflitto con lo stato romeno (dal carattere fortemente nazionalista e repressivo) e la necessità dell’unità con la comunità ungherese (alleata di sempre), il cui rapporto era considerato vitale per la sopravvivenza. Simbolo di questi anni sono gli scontri etnici di Târgu Mureş del 1990, quando gruppi di nazionalisti romeni attaccarono gli ungheresi e abbatterono le insegne bilingui della città. Sono questi i mesi in cui le speranze nel cambiamento sancito dal 1989 vengono meno, lasciando spazio alla paura del “nuovo” montante nazionalismo. Il senso di accerchiamento e di minaccia che vive la comunità ungherese favorisce così la marginalizzazione dell’identità seclera, vista dai più come possibile fonte di debolezza.

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Era una széklery di diciannove anni la mamma orsa Daniza, che non sopravvisse alla doppia narcosi effettuata per ordine del presidente della provincia autonoma di Trento Ugo Rossi.

La propensione a valutare l’identità sicula in maniera “negativa” si è smarrita negli ultimi anni, in particolare dopo il 2004, quando il 7 gennaio nasce il Consiglio Nazionale Siculo; mentre a dicembre, in Ungheria, un referendum sulla possibilità di concedere la cittadinanza ungherese alle minoranze all’estero viene bocciato. Da questo momento, fra i székely, si fa largo la convinzione di non poter aspettare aiuto dalla “madrepatria”, ma di dover contare esclusivamente sulle proprie forze.

A questi eventi se ne aggiungono due, non meno importanti, ma più dilatati nel tempo: l’integrazione nell’UE e la richiesta di autonomia. Richiesta, fino ad ora, sempre scontratasi con il rifiuto dei governi romeni. Dalla fine degli anni ’90 però il processo di adesione all’UE ha creato nuove prospettive. La decentralizzazione ha dato maggiori opportunità agli amministratori locali, mentre in ottica europea hanno acquistato vigore le richieste di una modifica amministrativa in grado di riproporre le regioni storiche, fra cui la Terra dei Siculi. L’UE inoltre, tramite un vigoroso apparato legislativo e “ideologico”, incentiva la proliferazione e il rafforzamento di identità locali e regionali. Questo apre nuove possibilità e spazi per i Székely che non perdono occasione di proporre la loro questione a livello europeo. Un esempio è l’apertura nel 2011 a Bruxelles dell’Ufficio di Rappresentanza della Terra dei Siculi, accolto con numerose critiche a Bucareşt.

I rapporti tra i székely e i governi romeni sono stati contrassegnati da non rari momenti di tensione, per lo più causati e utilizzati dai partiti politici che grazie a tematiche nazionaliste riescono, o almeno sperano, di dirottare l’attenzione pubblica dalla crisi economica e sociale che attanaglia il paese. L’ultimo conflitto, in ordine di tempo, ha riguardato l’utilizzo della bandiera seclera. Il prefetto romeno di Covasna ha infatti vietato nel 2012 l’utilizzo dello stemma sugli istituti pubblici. Questa presa di posizione ha provocato manifestazioni e proteste che non hanno fatto altro che diffondere questo simbolo fra una comunità ancora “fredda” nel suo utilizzo. Così, oggi, in ogni villaggio o città székely che si rispetti si trovano bandiere sicule che sventolano su case private o nelle piazze pubbliche.

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La “guerra” fra la multinazionale Heineken, proprietaria della birra Ciuc, e un nuovo birrificio indipendente seclero, produttore della Igazi Csíki Sör, ha appassionato i bevitori di birra.

La questione dei simboli, seppur sentita con forza da una parte importante della popolazione, non può però nascondere quelle che sono le priorità principali di queste terre. Queste contee, esterne ai progetti di sviluppo di infrastrutture del governo romeno, hanno una costante difficoltà economica che si ripercuote in salari molto bassi (fra i più bassi della Romania) ed in un’elevata emigrazione verso gli altri paesi dell’UE. Lo sviluppo economico e sociale sono i grandi problemi che la società székely è chiamata ad affrontare nell’immediato futuro, problemi che per la classe politica locale possono essere risolti solamente grazie all’autonomia, strumento che può portare ad un rinnovato attivismo in campo economico.

Negli ultimi anni si è assistito ad una ridefinizione dell’ “essere székely” che ha acceso dibattiti interni e conflitti con il potere statale romeno. Tre sono stati i fattori, a mio modo di vedere, determinanti in questa “rinascita identitaria“: l’isolamento di queste contee, vere e proprie “terre di indigeni”; la tensione dei rapporti con Bucareşt e la perdita di fiducia nei rapporti con l’Ungheria; le relazioni con l’UE. Il rafforzamento dell’identità dei Siculi di Transilvania rende evidente come la globalizzazione e il XXI° secolo non si apprestano, come ipotizzato da molti, a cancellare il particolarismo delle diverse comunità nazionali, ma anzi, in alcuni casi, facilitano il rafforzamento di identità territoriali locali, che non disdegnano di considerarsi vere e proprie “nazioni”.

Aron Coceancig

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935.- IN ROMANIA È ESPLOSA LA PIÙ GRANDE PROTESTA DI SEMPRE, 300MILA IN PIAZZA CONTRO IL GOVERNO

La Romania agita i Balcani Orientali. All’orizzonte si profila un nuovo ricorso alle urne, extrema ratio dopo che le ultime elezioni si sono tenute solo l’11 dicembre scorso.

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Sono le più grandi proteste di piazza dalla caduta di Ceausescu, ben 300mila persone hanno manifestato in strada a Bucarest contro la nuova legge introdotta dal governo per depenalizzare corruzione e abuso di potere. Una legge che fa comodo anzitutto a Liviu Dragnea, leader del partito socialista al governo, attualmente a processo per corruzione. Il governo ha infatti deciso corruzione e abuso di potere saranno punibili solo se è dimostrabile un danno per lo stato superiore a 44.000 euro. Guarda caso, la vicenda che riguarda Liviu Dragnea è sotto quella cifra. A scampare alla giustizia saranno anche quei politici finiti in manette negli ultimi anni di altalenante lotta alla corruzione. Un liberi tutti che non piace ai romeni. Proteste si sono registrate anche in altre città della Romania, a dimostrazione della dimensione nazionale del malcontento. Un malcontento radicato nel tempo che trova, in questa legge, la classica goccia in un vaso già traboccante.

L’attuale quadro politico

L’attuale primo ministro, Sorin Grindeanu, è stato nominato appena un mese fa. Ci sono voluti due mesi per arrivare alla sua nomina poiché il partito socialista, uscito vincitore dalle elezioni parlamentari dello scorso dicembre, non riusciva a indicare un nome adatto a ricoprire la carica di primo ministro. Carica che sarebbe dovuta andare al leader del partito socialista, Liviu Dragnea, fautore del successo elettorale. Ma Liviu Dragnea non poteva in quanto precedentemente condannato per frode elettorale e per questo interdetto da ogni incarico pubblico. Egli indicò allora il nome di Sevil Shhaideh, donna di origine tartara e religione musulmana, ritenuta da molti un “pupazzo” nelle mani dello stesso Dragnea. Anche per questo il presidente della repubblica, Klaus Iohannis, rifiutò di conferirle l’incarico. Così, a inizio gennaio, si è giunti alla nomina di Sorin Grindeanu, uomo di cui la piazza oggi chiede le dimissioni.

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Sevil Shhaideh. A fine anno, il presidente della Romania, Klaus Iohannis, ha bocciato la sua candidatura a primo ministro, senza aver motivato la sua decisione che, tuttavia, sorprende: non c’erano motivi politici nel rifiutare la candidatura della Shhaideh, che aveva fin qui ricoperto limitati incarichi politici ed era rimasta lontana dalla ruberie della capitale. Sarà stato per via di suo marito, ricco uomo d’affari siriano che si vocifera essere stato un sodale di al-Assad? E’ quanto ha sostenuto Catalin Predoiu, già ministro della Giustizia, affermando che se la Shhaideh “arrivasse a formare un governo, avrebbe accesso a informazioni altamente riservate e a segreti militari dell’intera Nato, non solo romeni”.

Il suo profilo tecnico e la formazione da economista deponevano a favore della nomina ma, contro ogni aspettativa, Iohannis ha detto “no“. Può avere pesato, sulla decisione del presidente, il passato del marito, ricco uomo d’affari siriano che si vocifera essere stato un sodale di al-Assad. Alcuni esponenti politici liberali avevano già espresso, nei giorni scorsi, la propria contrarietà alla nomina della Shhaideh colpevole – ancor prima di aver commesso qualsiasi colpa – di “tradimento” in quanto il suo matrimonio esporrebbe il paese a pericoli ignoti ma provenienti dal mondo musulmano. E’ quanto ha sostenuto Catalin Predoiu, già ministro della Giustizia, affermando che se la Shhaideh “arrivasse a formare un governo, avrebbe accesso a informazioni altamente riservate e a segreti militari dell’intera Nato, non solo romeni”.

Il quadro politico è complicato dal fatto che Klaus Iohannis, presidente della repubblica, è anche l’uomo di punta del partito nazional-liberale, ed è in questa veste (piuttosto che in quella di “arbitro”) che egli partecipa all’agone politico. Iohannis ha infatti preso l’abitudine a partecipare alle proteste di piazza: un modo, lui dice, per dare sostegno ai cittadini. Ci si chiede se sarebbe stato altrettanto solerte nel caso in cui al governo ci fosse stato il suo partito.

Quali conseguenze?

Difficile immaginare gli esiti di una protesta tanto massiccia. Il governo non intende dimettersi, anche se Florin Jianu, ministro per gli Affari e il Commercio, ha lasciato il suo incarico in polemica con la nuova legge voluta dal governo. Tuttavia, qualora il governo dovesse rassegnare le dimissioni, difficilmente si andrebbe a nuove elezioni: si è votato a dicembre e il governo si è insediato da appena un mese. Il primo dovere del presidente Iohannis sarebbe quello di cercare una nuova maggioranza in parlamento, evitando il ritorno alle urne.

Qualora la protesta dovesse assumere caratteri violenti, le conseguenze sarebbero difficili da valutare. Tuttavia la protesta è pacifica, come anche nel 2012 e nel 2014, anni in cui grandi manifestazioni di piazza portarono alla caduta dei governi in carica. Quelle proteste fecero capire quanto distante fosse il “palazzo” dalle esigenze dei cittadini, ma anche quanto la classe dirigente fosse in grado di mantenere il potere malgrado tutto.

Per arginare la protesta, il governo potrebbe anche tentare di delegittimarla. Alcuni manifestanti hanno già lamentato la presenza di “uligani”, ovvero di provocatori filo-governativi il cui scopo sarebbe quello di arrivare allo scontro con la polizia, legittimando così la repressione da parte delle forze dell’ordine. Un gioco vecchio come il mondo che si spera nessuno voglia davvero giocare. Al momento gli scontri sono stati contenuti, portando al ferimento di quattro persone.

Matteo Zola, giornalista professionista, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal.
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La Romania è uno stato membro dell’Unione Europea. E’ una repubblica semipresidenziale il cui presidente è eletto per un mandato di 5 anni. Ha un punteggio di 6.54 su 10 nel Democracy Index, qualificandosi come “democrazia imperfetta”.
Popolazione:
19.942.642 abitanti
romeni 88,9% ungheresi 6,5% rom 3,3% ucraini 0,3% tedeschi 0,2%
Lingua:
romeno (lingue romanze / indoeuropea)
Religione:
Chiesa ortodossa romena (86,5%); Chiesa cattolica (4,6%) Protestantesimo (5.2%)
Moneta:
Leu romeno