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2006.- “Falcone oltre a combattere la mafia doveva lottare contro le invidie e le gelosie dei suoi compagni”: Uno spaccato dei due giudici in un viaggio attraverso le stanze del Tribunale di Palermo

COM’È POSSIBILE UNA SIMILE SENTENZA?

Scafisti per necessità. Così i giudici del Tribunale di Palermo hanno motivato la scarcerazione di 14 scafisti tunisini in galera da due anni. Chiederanno un risarcimento? Saranno liberati tutti i delinquenti per necessità o saranno reclusi i giudici? E secondo voi, sono giudici di parte? Di certo, non vedo più magistrati in loro, ma persone che si sono prestate a essere strumenti del potere finanziario internazionale con il compito di destabilizzare la società, agevolando l’immigrazione clandestina, creando insicurezza, confusione a livello della legge, quindi, nelle Forze dell’Ordine. Sono, perciò, persone socialmente pericolose e, come il cane non muove la coda in cambio di nulla, così anche loro devono avere un qualche tornaconto. Quello è il Tribunale di Giovanni Falcone. La sua scrivania è ancora lì con la sua penna stilografica. Com’è possibile una simile sentenza?
La riforma della magistratura è la numero uno. La Magistratura deve tornare a essere un ordine indipendente, senza frazioni politiche, meno che mai, di sinistra, troppo sbilanciate a favore della politica, nonché deve meritare la sua autonomia costituzionalmente riconosciuta. Altrimenti? Altrimenti meglio eleggerli noi i magistrati.

Andiamo a Palermo con Filodiretto.it.

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Palazzo di Giustizia 

Monreale, 10 dicembre 2017 – “In quelle stanze all’ammezzato del Palazzo, Borsellino e Falcone hanno trascorso molta parte della loro vita: Paolo dal 1980 fino al dicembre 1986, quando viene nominato procuratore a Marsala; Giovanni fino al novembre 1989”. Alle stanze del Palazzo di Giustizia di Palermo Alex Corlazzoli dedica il terzo capitolo del suo libro “1992 sulle strade di Falcone e Borsellino”, che proponiamo integralmente. Per continuare nel percorso di conoscenza dei due giudici che persero la vita nella lotta contro Cosa Nostra.

Se c’è un luogo a Palermo che prima o poi incroci è il Palazzo di Giustizia.

Ci si passa davanti entrando o uscendo dal centro storico per raggiungere il teatro Massimo in piazza Verdi o per fare una passiata tra via Maqueda e via Ruggero Settimo, fino al Politeama.

Ancor più probabile fermarsi a tarda notte al chioschetto che separa via Papireto da corso Amedeo per gustare un cornetto alla crema di pistacchio sotto lo “sguardo” di questo palazzo dallo stile razionalista progettato in epoca fascista.

“Notte e giorno cornetto e cappuccino”. La scritta pubblicitaria sul tetto del baracchino non lascia dubbi. Aggiungerei: ventiquattr’ore su ventiquattro, aperto dodici mesi l’anno.

Proprio come il Palazzo di Giustizia. Dietro quei finestroni rettangolari, una luce accesa c’è sempre. Sulla rampa che arriva fino all’ingresso del tribunale più famoso d’Italia non manca mai qualche auto blu blindata.

Ogni volta che passi lì davanti non puoi fare a meno di immaginare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino mentre lavorano dietro scrivanie colme di faldoni e carpette.

Il tribunale negli anni delle stragi era presidiato dall’esercito come a Beirut o a Tel Aviv. Oggi ci sono i carabinieri che sorvegliano. Sono sentinelle che nei giorni feriali, sul lato di via Giovan Battista Pagano, a ridosso dell’antico mercato del “Capo”, osservano anziane donne, mamme con i bambini che attendono fuori dal Palazzo i cellulari della polizia penitenziaria, per mandare un saluto ai mariti che transitano dal carcere dell’Ucciardone alle aule di giustizia.

È la loro Via Crucis.

“Lì dentro ci stanno gli sbirri che hanno arrestato a mio padre”, mi spiega Totò, uno dei più piccoli spettatori di questa tragica ma reale “messa in scena”. 

“Che ha fatto?”, chiedo cercando di mostrare interesse. La risposta non è quella che mi aspetto: “Sei sbirro pure tu?” Lui, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, non sa nemmeno chi siano. Non riesce neanche a capire perché oggi qui al tribunale ci siano dei ragazzi poco più grandi di lui che stanno per entrare in quel mastodontico palazzo bianco che gli ha sottratto papà.

“Professo’ che fa, si porta dintra ’sti picciotti? Li fa arrestare?” Proprio così: una “gita” in procura.
Entrare a Palazzo di Giustizia a Palermo è come mettere piede in “Casa Mandela” a Soweto, in Sudafrica, o nell’ex palazzo presidenziale all’Havana. È la stessa emozione. Hai la sensazione di toccare con mano la storia, di andare oltre quello che hai letto a pagina 122 del sussidiario di terza media.

Che tu abbia quarant’anni o diciannove, come questi ragazzi che sono qui per la prima volta, non cambia: quando appoggi le suole delle scarpe su quei gradini di pietra bianca che portano alla rampa d’accesso per le auto dei magistrati sotto scorta, rivedi Giovanni Falcone mentre scende dalla macchina attorniato da uomini armati che lo proteggono.

Ogni passo lo mediti, prima di entrare. Ti guardi attorno.

Vedi quell’immensa piazza davanti a te con di fronte il bar Sanremo e all’angolo sinistro l’edicola. Poi, prima di chiuderti nel Palazzo, l’occhio inevitabilmente fugge verso porta Carini all’ingresso del mercato del “Capo” e pensi a come sia strano che a Palermo quest’austero luogo deputato a far rispettare la legge sia sorto a poche centinaia di metri dai banchi di frutta, verdura, sarde e pinoli dove fino a pochi anni fa lo scontrino fiscale non esisteva.

Chissà se anche Falcone e Borsellino avranno avuto le stesse sensazioni.

Dentro l’atmosfera cambia; per orientarsi tra i lunghi corridoi, i diversi piani e le stanze di quello che è stato definito il “Palazzo dei veleni” per i segreti che conserva, bisogna avere un traghettatore. Il nostro “Caronte” si chiama Giovanni Paparcuri, l’autista sopravvissuto alla strage in cui fu ucciso il giudice Chinnici e che Falcone e Borsellino vollero accanto, nel 1985, per informatizzare il Maxiprocesso.

Per anni è rimasto rinchiuso nel bunker del pool per microfilmare i documenti cartacei del primo processo a Cosa Nostra. È l’unico a conoscere davvero cosa è accaduto in quelle stanze collocate nell’ammezzato diventato noto come il “bunker dei due giudici”.

Da qualche anno è in pensione ma si muove nel Palazzo ancora come fosse a casa sua.

“Ogni giorno Falcone e Borsellino entravano da qui”.

Paparcuri inserisce le chiavi nella toppa di una porta a vetri oscurati al piano terra, collocata accanto ai tornelli d’ingresso. Quando apre ci si trova in un lungo corridoio, tra armadi che contengono faldoni di processi, interrogatori, deposizioni.

Per arrivare all’ammezzato bisogna fare una rampa di scale. Eccoci.

Sul citofono all’ingresso del bunker ci sono ancora i nomi di chi lavorava lì dentro: Falcone, Borsellino, Paparcuri. In alto, a sinistra, una telecamera collegata con la stanza del primo, il quale, nonostante la scorta, aveva voluto dei monitor in ufficio per vedere chi entrava. Accanto al bunker una porta di legno chiusa: per anni quella stanza è stata un ufficio postale, poi è diventata quella della segretaria di Falcone e infine il magistrato volle proprio qui una squadra della Guardia di finanza.

Paparcuri ci conduce al bunker in religioso silenzio. Sembra per un attimo di tornare a quegli anni Ottanta. Era lui ogni mattina ad arrivare prima dei “suoi” giudici. L’ex autista di Chinnici ci apre le stanze con tutta la ritualità che si addice a un luogo ritenuto sacro.

Il primo ufficio è il suo: “Falcone mi affidò questo incarico sapendo della mia passione per l’informatica. Ho iniziato il 16 aprile del 1984 e ho finito nel dicembre 2009 di occuparmi della banca dati dell’antimafia”.

Un lavoro prezioso, indispensabile, svolto con la precisione e la passione di un monaco amanuense che passa la vita nello scriptorium: “Ho letto più di cinque milioni di pagine del Maxiprocesso. Qui si entrava alle sette del mattino, ma per uscire non c’erano orari: d’altro canto anche Cosa Nostra non ha orari per ammazzare”. 

Paparcuri ha conservato tutti i macchinari che sono serviti a registrare gli atti del più grande processo alla mafia, ma anche ricordi personali, fotografie.

“Lo Stato per la prima volta in quegli anni dotò l’ufficio di Palermo di apparecchiature informatiche all’avanguardia. Questo si chiamava planetario e veniva utilizzato per microfilmare i documenti. Con quest’altro, il ‘diazo’, duplicavamo le bobine. Quello era, invece, il visore utilizzato dai magistrati per vedere gli atti una volta che erano stati trasformati in microfilm”.

Su un tavolo spuntano anche due carpette gialle. Sulla prima c’è scritto in blu: “Varia corrispondenza. Consiglio superiore della magistratura e caso Palermo”; sull’altra “Riservatissimo”.

Sono lettere, carte che Paparcuri si augura restino nelle mani di pochi: “Falcone oltre a combattere la mafia doveva lottare contro le invidie e le gelosie dei suoi compagni. Si pensava che l’erede del capo del pool, Antonino Caponnetto, dovesse essere Falcone ma nominarono Antonino Meli, che si scontrò subito con tutto il pool, tanto che il 29 luglio del 1988 Falcone aveva chiesto di essere trasferito per poi decidere un mese più tardi di restare a Palermo con grande spirito di sacrificio”.

L’ex autista di Chinnici conserva ancora la lettera scritta il 21 settembre 1988 da Falcone al presidente del tribunale per comunicare la sua scelta: 

Il Consiglio Superiore della Magistratura ha riaffermato nella seduta del 14 settembre la necessità che le strutture giudiziarie compiano ogni sforzo per la repressione, ha espresso la certezza che “tutti i magistrati dell’Ufficio Istruzione di Palermo continueranno ad operare nell’adempimento del loro dovere”. Tale alto richiamo mi induce ad anteporre le riconosciute preminenti esigenze di servizio a qualsiasi altra considerazione, e, pertanto, le comunico di revocare la mia domanda di assegnazione ad altro incarico”. 

Non dev’essere stata facile per lui quella scelta ma il dovere per Falcone e Borsellino veniva prima di tutto.

Senso del dovere e umanità.
Lo si intuisce dalle fotografie archiviate da Paparcuri.
Una di queste è stata scattata a una cena nel 1986, quando Borsellino venne nominato procuratore a Marsala. Per salutarlo i suoi collaboratori organizzarono un momento conviviale e gli regalarono un motorino.

Borsellino seduto al centro del tavolo è sorridente, gioviale, con una polo bianca a maniche corte. Alle sue spalle Falcone in giacca e cravatta scherza e con la mano destra mima qualcosa al collega. Alla stessa tavola, composto, con un abito scuro e una cravatta grigia c’è il loro consigliere istruttore, Caponnetto. Più defilato c’è Paparcuri. E poi i volti di chi non viene mai nominato, le loro segretarie: Barbara Sanzo, Nunzia Russo, Duilia Muia.

“Il motorino venne usato da Manfredi fin quando Borsellino decise di donarlo a un ragazzo, figlio di un detenuto, che ne aveva bisogno per consegnare il pane a domicilio. Per evitare di farlo delinquere lo diede a quel giovane, togliendolo al figlio”. 

Gesti indimenticabili, come quella volta che Borsellino venuto a sapere che Paparcuri si era fidanzato, lo chiamò e gli chiese di andare a Marina Longa per conoscere la ragazza: “Mi diede il suo biglietto da visita. Un foglietto di carta con su scritto Borsellino e il suo numero 8693249”.

Nella stanza all’ammezzato del Palazzo sono conservati anche i ricordi più intimi che lasciano trasparire la tenerezza, la dolcezza che c’era tra Francesca Morvillo e suo marito Giovanni. Lo si capisce prendendo in mano un “pizzino” di carta che Paparcuri ha trovato quasi per caso in un libro che Falcone gli aveva donato insieme a un portapenne e a una papera in pietra di ametista, prima di trasferirsi al ministero a Roma: “Dopo la sua morte avevo il desiderio di toccare quegli oggetti. Sono tornato a sfogliare quel libro e ho trovato un biglietto della dottoressa Morvillo. Quel testo era un regalo che la moglie gli aveva fatto e tra le pagine aveva messo quel biglietto, nella speranza che lo trovasse”.

Falcone forse non ha mai avuto il tempo di prendere in mano quel libro ma una copia del messaggio d’amore oggi è custodita nel bunker. Dice: Giovanni, amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore. Francesca.

Mentre lo leggo a bassa voce, Paparcuri precisa: “L’originale è nella tomba del magistrato. Quando è stata traslata alla chiesa di San Domenico ho voluto che tornasse nelle sue mani”.

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Leggiamolo “1992 sulle strade di Falcone e Borsellino”

 

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1907.- Sergio Marchionne è stato un esempio per senso della disciplina e un grande italiano per la consapevolezza con cui ha vissuto la sua cultura.

Dalle pagine del Corriere della Sera, traggo questo saluto a un grande italiano. Marchionne ebbe il compito di salvare la Fiat e la salvò. Non ebbe il compito di salvare l’Italia come vorrebbero i corvi della carta stampata. “La lettera di Grande Stevens è il migliore saluto: «Per me Marchionne era come un figlio, è diventato un fratello»
Il legale di Gianni Agnelli aveva un ottimo rapporto con Sergio Marchionne, grazie all’interesse comune per il gruppo, ma anche per la condivisa passione per la filosofia

di Franzo Grande Stevens

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È molto difficile per me parlare di Sergio Marchionne che con Gianluigi Gabetti è stato il mio migliore amico di una vita. La sua scelta di amministratore delegato della Fiat (oggi Fca) è dovuta a Umberto Agnelli, che prima di morire raccomandò a Gabetti e a me di chiamarlo in azienda. Umberto aveva valutato Marchionne dai risultati eccezionali che aveva raggiunto lavorando per la Sgs, Société Générale de Surveillance, società di assicurazioni ginevrina. Umberto ci disse che quest’uomo aveva avuto un’idea geniale: quella di incaricare un suo uomo in ogni scalo marittimo o aereo del mondo. Questo incaricato doveva garantire all’acquirente i beni di qualsiasi genere (dal petrolio alle noci alle castagne e via di seguito) e che essi corrispondessero alla qualità dichiarata dal venditore. In questo modo i tempi dell’accertamento e le qualità promesse dalla società di assicurazioni erano praticamente annullati. E i clienti assicurati dalla Sgs ricevevano subito il pagamento. Non era infatti necessario un accertamento delle qualità dei beni venduti, in quanto ne rispondeva la società assicuratrice. La Sgs ebbe un enorme sviluppo. E questa fu la ragione principale per la quale Umberto Agnelli, sul punto di morire, consigliò a Gabetti e a me di assicurare alla Fiat quest’uomo. Così facemmo.
Quando conobbi Marchionne gli citai per caso, nel nostro colloquio, un filosofo e mi accorsi che egli conosceva benissimo la filosofia a cominciare da Voltaire e Machiavelli: e gli consigliava perciò il «senso della disciplina» e la consapevolezza dell’«importanza della cultura». La prima gli veniva dall’infanzia che fu difficile. Da ragazzino, dopo la scomparsa del padre maresciallo dei carabinieri, con la mamma emigrò da Chieti negli Abruzzi a Toronto in Canada, presso una zia che commerciava in dettaglio ortofrutticoli. Un trasferimento affatto facile per lui. Imparò così il rigore e capì il binomio disciplina-cultura. Sergio è un uomo che sarebbe piaciuto a Giovanni Agnelli, che da sabaudo illuminato aveva dimostrato sempre grande interesse per gli intellettuali e per i sofisticati meccanismi finanziari dedicando del tempo ad affrontare tematiche di cultura illuministica e storica. Giovanni Agnelli ne avrebbe apprezzato la «unicità». Marchionne in Canada completò i suoi studi dimostrando grande interesse per la filosofia. Gianluigi Gabetti ed io, memori di quanto ci aveva detto in punto di morte Umberto Agnelli, invitammo Sergio e riuscimmo a portarlo alla Fiat. Qui ci incontravamo e ci consultavamo molto spesso da veri e grandi amici su ogni questione importante del gruppo (a quest’ultimo egli, con l’aiuto di Obama, aveva potuto aggiungere la Chrysler donde il cambiamento di Fiat in Fca).
Gabetti ed io avremmo potuto considerarlo per la nostra età un figlio (il mio primo ha soltanto quattro anni di meno) e invece divenne un nostro fratello, che ci consultava e ci insegnava che cosa vuol dire occuparsi del successo di una grande azienda. Il dolore per la sua malattia è indicibile. Quando dalla tv di Londra appresi il giovedì sera che egli era stato ricoverato a Zurigo, pensai purtroppo che fosse in pericolo di vita. Perché conoscevo la sua incapacità di sottrarsi al fumo continuo delle sigarette. Tuttavia, quando seppi che era soltanto un «intervento alla spalla», sperai. Invece, come temevo, da Zurigo ebbi la conferma che i suoi polmoni erano stati aggrediti e capii che era vicino alla fine. Alla società, ad Elkann, che è esponente e leader della proprietà, la mia commossa partecipazione. Marchionne ha lasciato una società che ha raggiunto l’incredibile risultato dell’azzeramento del debito e l’avvio di una vita di successi. Mi auguro che sulla strada che egli ha tracciato, sul suo esempio, la Fca prosegua con gli stessi risultati. Soltanto così il grande dolore di tutti noi potrà alleviarsi.”

Buonanotte Sergio
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1898.- Raul Gardini, la vita e un suicidio improbabile.

Nel venticinquesimo anniversario dell’”assassinio” di Raul Gardini, Dal Resto del Carlino e dal Fatto Quotidiano traggo alcuni articoli correlati fra loro, su cui merita meditare.
Così, con Carlo Raggi, “Raul Gardini, il 23 luglio 1993 si tolse la vita. Ecco perché” e, poi, dal BLOG di Matteo Cavezzali: “Raul Gardini, chi si suicida con due colpi?”; di Gisella Ruccia c’è un video interessante: “Di Pietro: Sbagliai a non fidarmi di Casaleggio. Raul Gardini? Se lo avessi arrestato, forse oggi sarebbe vivo” e, infine, di Emiliano Liuzzi riportiamo, per completezza, un pezzo del 2013: “Raul Gardini, anatomia di un suicidio. E il mistero dei 450 miliardi scomparsi.” Li riporti tutti di seguito, ma leggiamoli uno alla volta.

Raul Gardini, il 23 luglio 1993 si tolse la vita. Ecco perché
Ravenna, 21 luglio 2013 – «QUELLA SERA Gardini voleva venire a parlare con noi, ma era disperato perché non poteva avere i rendiconti». E’ un passo, illuminante, della requisitoria di Antonio Di Pietro al processo a Sergio Cusani celebratosi a Milano fra l’ottobre 1993 e la primavera seguente. Cusani e successivamente altri imputati fra cui ex amministratori e collaboratori dell’impero Ferruzzi (Ferfin spa), vennero condannati oltre che per l’illecito finanziamento dei partiti e per i falsi in bilancio, anche per appropriazione indebita di una consistente fetta di quella ‘provvista’ nota come ‘madre di tutte le tangenti’, ma che in realtà fu soprattutto una colossale appropriazione. ECCO, in questa impotenza di Raul Gardini a dimostrare alla Procura milanese come in realtà si fosse dipanato il meccanismo dei ‘soldi ai partiti’, sta senza ombra di dubbio la genesi della tragica decisione adottata quella mattina del 23 luglio 1993 nella stanza da letto di palazzo Belgioioso. Un colpo alla testa con la sua Walter PPK 7.65: l’arma fu trovata sul comodino (ivi posta dai primi soccorritori) e questo aprì la strada a una ridda di ipotesi che ancora, a vent’anni di distanza, tengono banco su piste diverse da quella giudiziariamente accertata dalla prima immediata inchiesta, ovvero il suicidio. Ipotesi che addirittura portano sulla scena, oltre alla mafia, anche la Cia e Gladio attraverso racconti recenti di un ex militare.

GARDINI sapeva fin dal pomeriggio del 22 luglio che il gip Italo Ghitti stava per firmare (in effetti lo fece alle 9.15 del 23 luglio) un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti suoi (che con il Gruppo Ferruzzi non aveva più nulla a che fare), di Carlo Sama (a capo del Gruppo), di Sergio Cusani, di Giuseppe Berlini e di Vittorio Giuliani Ricci. L’accusa era, per tutti, di falso in bilancio e finanziamento illecito dei partiti a seguito della maxi provvista da 152 miliardi attraverso la cosiddetta ‘provvista Bonifaci’, ovvero fondi ottenuti mediante plusvalenze relative a compravendita di terreni.
Da quella provvista, presto sfuggita al controllo di Gardini, furono attinti fondi anche per pagare tangenti a molti partiti fino alle elezioni del 1992, dalla Dc al Psi, al Pli, al Psdi, e anche alla Lega, e pure al Pci. A gennaio, con l’accusa di aver pagato tangenti, già era finito in carcere Lorenzo Panzavolta, manager indiscusso di Calcestruzzi, gioiello della Ferfin.
A far scattare le misure cautelari del 23 luglio erano state le dichiarazioni di Giuseppe Garofano, amministratore di Montedison, che, inseguito da una antecedente ordinanza di custodia cautelare era apparso a Ginevra il 14 luglio e si era consegnato. Fu lui a svelare i primi passaggi della formazione della provvista e del pagamento delle tangenti e proprio quel 23 mattina, i quotidiani titolavano a nove colonne: «Le tangenti di Raul». Poi a fornire la propria versione provvide Carlo Sama nel carcere di Opera durante la detenzione di una settimana (cui, dal 29 luglio, seguirono gli arresti domiciliari nella villa di Marina Romea e infine nella residenza in centro a Ravenna).

La sua versione, Gardini non l’ha mai potuta dare: la ricostruzione delle sue attività si fonda sulle risultanze, concordanti, dei vari processi. Ma per quanto riguarda le decisioni assunte nel corso del tempo da Raul Gardini e che possono ritenersi dati storici, ci si deve fermare a metà del 1991: a giugno ‘il Corsaro’ divorziò dalla famiglia Ferruzzi e lasciò l’impero. Da quella data in poi, ogni decisione relativa al pagamento di tangenti ai partiti, alcune delle quali consegnate a Ravenna (500 milioni al segretario socialista Claudio Martelli in vista delle elezioni del 5 aprile 1992) furono adottate dagli amministratori del tempo, Carlo Sama in primo piano. Per comprendere la decisione di Raul Gardini di ricorrere al denaro si deve andare al 1988, quando ‘il Corsaro’, succeduto a Serafino Ferruzzi deceduto nell’incidente aereo del 10 dicembre 1979 a Forlì, aveva già in mano le redini della Ferfin, la holding che conteneva Montedison, Calcestruzzi e decine di altre grosse società. Raul era un imprenditore vulcanico con un’apertura mentale di grande caratura (basti pensare che aveva chiamato nel cda personaggi culturali del calibro di Rita Levi Montalcini) rivolta alle innovazioni tecnologiche, alle fonti energetiche alternative a cominciare dal bio-etanolo, assolutamente rivoluzionarie per quel periodo.

«La chimica sono io» divenne il suo motto e obiettivo, dopo peraltro aver conquistato British Sugar, costata 800 miliardi, e lo zucchero della francese Beghin-Say: Gardini prima avviò la scalata a Montedison e poi mise in cantiere il gigantesco progetto di Enimont, joint venture fra la privata Montedison e il pubblico Eni allora retto da Gabriele Cagliari. Enimont nacque il primo gennaio 1989, ma gli sgravi fiscali promessi dal governo di Ciriaco De Mita sulle plusvalenze dovute alla valutazione reale degli impianti non venivano sganciati. Fu così che Gardini mise mano per la prima volta al portafoglio grazie alle provviste generate dalle alchimie finanziarie del cervese Pino Berlini, custode in Svizzera del patrimonio di famiglia Ferruzzi e già artefice dell’occultamento dell’enorme buco (400 milioni di dollari) dovuto alla causa avviata nel 1989 nei confronti del Gruppo dalla Borsa cereali di Chicago (mercato della soia). E poi ai soldi Gardini fu costretto a ricorrervi di nuovo quando, di lì a 18 mesi, la strada di Enimont cominciò a mettersi in salita. Gardini voleva la maggioranza, l’Avvocatura dello Stato chiese e ottenne il blocco delle azioni, il ravennate decise di vendere a 2.805 miliardi di lire.

IL GOVERNO accettò, ma Gardini aveva già incaricato Cusani di rastrellare 150 miliardi, la cosiddetta ‘madre di tutte le tangenti’. Di quei 150 miliardi, si è detto, ne furono utilizzati una minima parte per le tangenti e ancor più minima da Gardini visto che di lì a un anno abbandonò le cariche del gruppo. Il resto, quasi 90 miliardi, nelle prime settimane del gennaio 1991, fu depositato, sotto forma di CCT, presso la Banca del Vaticano, lo Ior, grazie a Luigi Bisignani. Parcheggiata nel conto ‘San Serafino’ (a ricordo di Serafino Ferruzzi) l’ingente somma dal 10 giugno, tre giorni dopo il siluramento di Raul, prese le strade di alcuni conti cifrati in Lussemburgo e in Svizzera. Dopo di che se ne sono perse quasi tutte le tracce: evidentemente è rimasta nella disponibilità di qualcuno e poi ben utilizzata. Sergio Cusani restituì 35 miliardi. Questa era la verità che Raul avrebbe voluto raccontare a Di Pietro, ma non aveva i documenti e sbarrata era la strada per recuperarli.

AVEVA DUELLATO con Cefis, ancor più con Cuccia, con De Mita e ministri che non considerava, aveva combattuto al board di Chicago, aveva ospitato nella sua dimora veneziana Bill Clinton, che ancora non era presidente Usa e la moglie Hillary (il cui studio legale lo tutelava a Chicago), aveva solcato gli oceani nella Vuitton cup e nella Coppa America nel 1992: improvvisamente, quella mattina del 23 luglio di 20 anni fa, dopo una notte di telefonate vane, Raul per la prima volta sentì di essere travolto dagli eventi. In mano non aveva più alcuna carta.

Carlo Raggi

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Raul Gardini, chi si suicida con due colpi?

Venticinque anni fa moriva Raul Gardini. Archiviata come suicidio, la sua morte sancì la fine di un’epoca. Era il 23 luglio 1993, quella mattina avrebbe dovuto testimoniare a Di Pietro e al pool di Mani Pulite sul più grave scandalo di corruzione mai avvenuto in Italia: “la madre di tutte le tangenti”, al centro di Tangentopoli. Ma a quell’incontro Gardini non arrivò mai. Quando la polizia arrivò sul luogo della sua morte non c’era più niente. Il corpo era scomparso, anche le lenzuola del letto. Rimaneva solo un materasso intriso di sangue, e una pistola, posata sul comodino da cui mancavano due proiettili. Chi si suicida con due colpi? Pensarono in molti. Chi guadagnò qualcosa da quella morte? Da quel silenzio? Molte persone. Troppe.

Facciamo un passo indietro. Nel luglio 1993 da poco più di tre anni era caduto il muro di Berlino, il comunismo aveva cessato di esistere come orizzonte politico. L’Italia era stata il paese del blocco occidentale in cui il partito comunista era più forte, e aveva addirittura rischiato di finire al governo. Ma ormai il “pericolo rosso” non faceva più paura, nemmeno a Washington. I sistemi di “protezione dal comunismo” si allentarono, e questo favorì il nascere dell’inchiesta Mani Pulite, e gli permise di manifestarsi con tutta la sua forza devastante.

In pochi mesi Tangentopoli fece scomparire il sistema politico che aveva governato l’Italia dalla fine della Seconda guerra mondiale fino a quel momento. La Democrazia cristiana implose, il primo presidente socialista, Bettino Craxi, fu costretto a fuggire e nascondersi in Tunisia. I sistemi di potere economico e massonico, allarmati da quel sisma, si misero a lavorare nell’ombra per non perdere terreno. La mafia intanto metteva le bombe, uccideva e terrorizzava, perché aveva paura di rimanere senza più appoggi nello Stato. In mezzo a tutto questo c’era un uomo, uno dei più potenti e ricchi imprenditori del paese: Raul Gardini, che rimase stritolato in questo terribile gioco di potere. Morì improvvisamente, il “Re di Ravenna”, il cui impero andava dagli USA alla Russia passando per il Sud America, e con sé portò molti misteri che rimarranno per sempre senza nome e senza volto.

Partendo da questa vicenda ho scritto “Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini”, appena pubblicato da minimum fax. Credo che, dopo 25 anni, sia giunto il momento di raccontare questa storia da un altro punto di vista.

Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini

Eccone un piccolo estratto.

«Ci sono mille modi di raccontare una storia. Soprattutto una storia che ha contorni sfocati e molti punti poco chiari. Una storia torbida in cui colpevoli e vittime hanno la stessa faccia. Chi racconta una storia decide i ruoli e assegna le parti. Ho sentito parlare della vicenda di Gardini da decine di persone, e ognuno raccontava una storia completamente diversa. Colpevole o vittima? Inebriato dal potere o incastrato da un complotto? Visionario o pazzo? Sognatore o assetato di denaro? A Ravenna tutto è un mosaico, ma a differenza di quelli bizantini, che visti da lontano tratteggiano volti di imperatori e santi, questo mosaico è molto più ambiguo. Ci sono dentro sia imperatori che santi, ma è difficile, quasi impossibile, identificarli.

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Di Pietro: “Sbagliai a non fidarmi di Casaleggio. Raul Gardini? Se lo avessi arrestato, forse oggi sarebbe vivo”

“Gianroberto Casaleggio? Io e Beppe Grillo siamo stati aiutati da lui nelle nostre prime esperienze politiche di comunicazione di massa. Ma io commisi un errore”. Sono le parole pronunciate ai microfoni di Ecg Regione (Radio Cusano Campus) dall’ex leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, che spiega: “Casaleggio era una persona estremamente competente nel campo dell’informazione. Ha visto l’errore che ho fatto io e non l’ha fatto fare a Beppe Grillo. L’esperienza con l’Idv è stata fondamentale per Casaleggio e quindi anche per il M5S, perché io dalla sera alla mattina mi sono ritrovato ad avere un consenso incredibile, ero arrivato quasi al 10%. E quindi” – continua – “avevo la necessità di costruire una classe dirigente. Però feci la scelta di andare a trovare sul territorio soprattutto persone che avevano già fatto politica. Così ho trovato tante persone perbene, che ancora stimo, ammiro e rispetto, ma anche tanti faccendieri. Avendo visto la mia esperienza, Casaleggio ha consigliato Grillo l’idea secondo cui chi aveva già fatto politica in altri partiti non poteva candidarsi col M5s. In questo modo, sono arrivati più giovani e anche più inesperti, ma sicuramente meno inguaiati”. L’ex magistrato si sofferma poi sul suicidio di Raul Gardini, azionista di maggioranza della Montedison, coinvolto nelle indagini di Mani Pulite sulla tangente Enimont. L’imprenditore si tolse la vita il 23 luglio 1993, poco prima di parlare con lo stesso Di Pietro, che racconta: “Gardini era latitante. Nei suoi confronti c’era un provvedimento restrittivo per la tangente Enimont, da 150 miliardi di lire. Per me era un imputato importante, ma era latitante. Convenimmo che poteva venire in Procura a riferire a chi aveva dato questi soldi, ma non voleva arrivare con le manette e uscire con le manette. Io glielo promisi, ma lui all’ultimo probabilmente non si fidò di me. Un quarto d’ora” – prosegue – prima il suo avvocato mi aveva confidato che stava arrivando, ma dopo essersi vestito decise di suicidarsi. Io sapevo dove fosse, avrei potuto arrestarlo, ma non l’ho fatto perché gli ho dato la mia parola. Se l’avessi arrestato, rispettando strettamente la legge, forse oggi sarebbe ancora vivo”.
di Gisella Ruccia

Raul Gardini, anatomia di un suicidio. E il mistero dei 450 miliardi scomparsi

23 luglio, nel ventesimo anniversario della morte dell’imprenditore. Vanni Balestrazzi, ex inviato del Resto del Carlino e suo amico personale, racconta a Il Fatto Quotidiano le ultime ore: “Ci sentimmo verso le otto e capii che non andava. Lo sentii dalla voce”. E tra ricordi e ritagli di giornale, ripercorre le tappe fondamentali della storia dalla maxi tangente Enimont passando per la lista dei giornalisti pagati fino ai soldi trasferiti alle Cayman

Eppure tre anni prima la vita sembrava avergli dato tutto e gli svolazzava accanto decisa a non togliergli proprio un bel niente. Ci provavano i giornalisti, ogni tanto, a punzecchiarlo: lo chiamavano il condottiero, ma anche il contadino. Forse nemmeno era nessuna delle due cose. Era solo un uomo che faceva paura: ai politici, ai banchieri, ai finanzieri. Alla Milano da bere. Si era permesso di sfilare sotto il naso la Montedison a Enrico Cuccia, guardava Gianni Agnelli negli occhi e Carlo De Benedetti dall’alto in basso. Colpa dei miliardi a disposizione, della liquidità: quando fu il momento di comprare Montedison mise 1500 miliardi di vecchie lire come un giocatore piazza sul tavolo una fiche da dieci euro. Convinto, come fu, che l’avrebbe vinta.

Tre anni dopo in piazza Belgioioso, a Milano, la sera del 22 luglio, c’è un uomo dimagrito di dieci chili. Ha perso l’aria da playboy, non ha più l’aereo parcheggiato sulla pista di Forlì, non si mette più al timone delle barche. E rifiuta il pesce, cosa che entusiasmava le sue colazioni sul molo a Ravenna. Il cognato, Carlo Sama, gli ha soffiato la guida di tutto il gruppo ereditato dal suocero, Serafino Ferruzzi, lui si è rifugiato in Francia, in Italia nelle acque minerali e altre imprese dal basso. Nel guardaroba ha ancora la vestaglia di seta, ma Raul Gardini non la porta più come tre anni prima. Non ha più la voce perentoria. Di rado sorride, parla poco e con pochissimi. Non è più niente di quello che fu. Aspetta che la guardia di finanza bussi alla porta di casa sua e lo porti in carcere. Forse a San Vittore sarebbe rimasto dalla mattina alla sera, gli dissero gli avvocati, Giovanni Maria Flick e Marco De Luca. Non aveva da raccontare nulla di più, forse, che interessasse l’accusa: dell’affaire Enimont il giovane Di Pietro aveva saputo quello che voleva da Sama. Gardini però la mattina del 23 luglio del 1993 si alza, fa una doccia. Indossa un accappatoio bianco. Memorizza il film che è stato la sua vita. Riavvolge tutto e lo ripone come un calzino. Poi, alle 8, minuto più minuto meno, si spara un colpo alla tempia con una vecchia Walter Ppk, 65. E mette fine al contadino e al condottiero che di lì a breve sarebbe stato un carcerato.

La sera prima “Aveva una strana voce”
“Ci sentimmo che saranno state la otto di sera, capii che non andava. Lo sentii dalla voce. Lui non disse niente, neanche il solito sto bene, stai tranquillo”, racconta Vanni Ballestrazzi, ex inviato del Resto del Carlino, mai dipendente di Gardini, ma suo fratello, dall’inizio alla fine, dai giorni fasti a quelli bui, a quelli, prima ancora, dell’infanzia e poi di due vitelloni fatti di niente, gassose e risate sulla battigia. “Ho vissuto con lui in simbiosi, una vita intera, anche quando non ci vedevamo. E quella telefonata ce l’ho ancora nelle orecchie, quella voce che mi trapassa ogni giorno come una freccia. Perché io gli dissi che sarei andato a Milano, comunque glielo chiesi. Che l’avrei raggiunto. E Raul non mi rispose di no. Ma io non partii”. A Ballestrazzi si arrossano gli occhi. Ha i tratti severi, ma è un galantuomo, cammina a testa alta e avrebbe potuto molto, ma non cercò mai niente. E soprattutto di Gardini fu l’unico amico sincero. Lo svago di Ballestrazzi, dicono, erano e sono ancora le donne. Dei soldi non gli è mai importato un granché. Niente. Figuriamoci che quando nelle assemblee di redazione prendeva la parola il suo editore non lo chiamava per nome, si limitava a definirlo quel “giovane decerebrato”. Era il suo datore di lavoro. Capito l’uomo? “Vabbè, l’editore del giornale per me era rimasto Attilio Monti, che fu uomo intelligente e leale. Intavolare discussioni con suo nipote mi restava difficile”.

Resta una montagna d’uomo. “È il rimpianto della mia vita. Dovevo salire in auto e partire per Milano. A me interessava l’amico. Quella sera avevo un appuntamento con un’amica, da mesi le promettevo che l’avrei portata a vedere Pavarotti. E così andammo al concerto. Ma non fu per questo che non presi la macchina per Milano. Sapevo che a Milano c’era sua moglie, Idina, e io sarei arrivato non prima delle undici di sera. E lo avrei trovato che dormiva. Come era accaduto mille volte. Fu una serie di cose. Io quella telefonata me la porto addosso. Anche perché fu lui a chiamarmi. Non so se aveva già deciso di farla finita, forse no, ma non era più lui, e se ne rendeva conto. Però mi chiamò per tranquillizzare me di una piccola sciocchezza”. L’arringa postuma di Ballestrazzi è senza tregua alcuna. Lui sulla maxi tangente di Enimont ha delle idee ben precise. “Non potevano imputare a lui cose avvenute negli ultimi mesi quando lo avevano fatto fuori due anni prima. Comandavano Sama con il fido Bisignani, e Cusani, o Sergino, come lo chiamavano. Gardini non c’era più. La storia della tangente da dieci miliardi per gli sgravi fiscali?

Guardatevi i ritagli dei giornali di allora, capirete il disprezzo col quale Gardini guardava ai politici. Dai processi non abbiamo saputo se li pagasse davvero, perché la sua voce non c’era. Solo quella di Sama e Cusani, che sepolto il cadavere lo accusarono di tutto, ma lui era già fuori dal gruppo. Sappiamo che non gli piacevano i partiti. Li disprezzava. Votò per i Repubblicani, i Liberali e anche per il Pds. L’Enimont neanche la voleva se non alle sue condizioni, le cronache hanno raccontato un’altra storia. E comunque certi giornalisti economici battevano cassa spesso in Foro Bonaparte, sperare che allora scrivessero la verità sarebbe stato troppo. Eppoi della comunicazione si occupava Sama, questo è noto. Prima, durante e dopo. Come quando riuscì a portare il papa al Messaggero che presiedeva e amministrava e gli fece trovare un assegno da 500 milioni. Lo dicono le carte processuali, non Vanni Ballestrazzi da Ravenna”. La storia dei giornalisti pagati la sfiorò anche Di Pietro, poi finì nei cassetti. Se c’è uno che può conoscere nomi e cognomi è Ballestrazzi. Perché faceva il giornalista. E perché una volta, in barca, Gardini gli disse, la “venialità di alcuni tuoi colleghi è incredibile”. Ma nella vicenda Mani Pulite rimase una favola quella lista di penne sporche. Non sappiamo chi e come prendesse soldi. Sicuramente, una volta estromesso Gardini, c’erano cronisti ultrà del giovane Sama. Ma è normale andare nella direzione di chi comanda. O quasi. Erano le stesse penne che applaudivano il condottiero, talvolta il contadino. E prima ancora erano ammaliati dalla figura del vecchio Serafino che, ogni anno, a Natale, faceva recapitare piccoli lingotti d’oro ai giornalisti che lo seguivano. Non risulta che siano mai stati rispediti al mittente.

Vent’anni dopo i miliardi scomparsi
Il sasso che pesa come un macigno Ballestrazzi lo lancia ancora nello stagno. Così come fece, nell’ombra e sottovoce, allora. “Sarebbe interessante capire dove siano finiti, nelle tasche di chi, i 450 miliardi trasferiti alle Cayman. Quello è il punto dell’inchiesta. Io al processo non sono mai andato, ma sui giornali mi accorsi che si parlava d’altro”. Non chiedetegli a chi si riferisce, perché Ballestrazzi se la ride: “Così mi prendo una querela. Mica sono matto. Ho una mia idea. So che quei soldi sono partiti, è nel processo, ma nessuno li ha mai trovati. Non sono andati dispersi, non si perdono per strada 450 miliardi”. Sono passati 20 anni. Non era ieri. L’Italia sembrava sull’orlo di una rivoluzione. Di Pietro e il pool di Milano sconti non ne faceva. A volte buttavano via la chiave. Altre si facevano firmare i verbali. E Gardini, il Clark Gable che sembrava essere nato brizzolato perché le donne gli cadessero ai piedi con più facile consuetudine, era uno dei bocconi più ghiotti. Perché nel sistema ci stava dentro fino al collo. Ma non sappiamo la sua versione. Tutto qui. Sosteneva di non avere versioni da raccontare. Perché, diceva lui, Sama e Cusani gli chiusero a chiave i cassetti. E non aveva più accesso ai documenti che gli sarebbero serviti. La moglie, Idina, ogni tanto lo scuoteva: “Ma ti fai trattare così da due come Sama e Cusani?”. E lui: “Loro hanno le chiavi di quei cassetti, non io”. Così resta la memoria del condottiero e contadino. Ravenna gli ha dedicato una via da tempo, presto anche una sede distaccata dell’università. Ai suoi funerali c’erano ventimila persone. Cesare Romiti, che a Gardini non è che piacesse così tanto, continua a parlare “di una verità parziale e della grande figura di imprenditore che egli fu”. Nei libri si parla di suicidio imperfetto. Sama, dal suo ritiro di Formentera, evita di nominare il cognato. Lo stesso fanno i Ferruzzi. Non ne parla più la moglie né i figli. Preferiscono ricordarlo forte. Pronto a scalare l’Everest fosse stato necessario. Era romagnolo fino alla punta dei piedi. Fiero. Sapeva di portarsi dietro un profumo di fascino che non era solo il danaro. Preferì morire prima di vedersi continuare a dimagrire e in galera. Sicuramente, come racconta Ballestrazzi, fu un suicidio imperfetto. Perché chiuse un’epoca sulla quale solo lui avrebbe potuto parlare. La vita gli aveva dato tutto, no? Prima di togliergli la libertà si tolse lui dai piedi. Con un accappatoio bianco.

L’interrogatorio pubblico di Di Pietro a Bettino Craxi nel processo Cusani

1844.- MASSINI: “VI RACCONTO L’ITALIA DEL ’78 SENZA ALDO MORO”

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Il drammaturgo della trilogia dei Lehman sbarca in libreria con un libro sul caso Moro in cui, anziché continuare a scavare nel corpo del rapito come fanno tutti gli altri, disseziona l’Italia del 1978. «Sono un rabdomante di vene occulte più che un cantore di somme gesta»

Infine, l’irrompere della belva dona alla Storia, a una pagina di cronaca – pur sempre cronaca, per quanto agghiacciante, destinata alle corone d’alloro e all’allarme della corruzione – il nitore del Genesi. “Il 9 maggio 1978, nelle prime ore del mattino, un elicottero dei carabinieri si era levato in volo per perlustrare i dintorni di Latina alla ricerca di belve in fuga. Ma non si trattava di terroristi. Riferiscono le cronache che poco prima un camion del circo Orfei era uscito di strada schiantandosi contro un albero, e nell’incidente due gabbie si erano spalancate, quella del puma e quella della pantera”. Belve nella campagna romana. Uno splendore dai denti letali nel giardino di casa. “Vedere il puma o la pantera ridotti a gattini implica in qualche modo la rivincita dei figli di Adamo, il loro riscatto sul serpente che gli tolse l’Eden. Malati di orgoglio, cerchiamo la conferma di una definitiva appropriazione del pianeta, entusiasmandoci alla sottomissione di tutto ciò che sembra invincibile”. Quello stesso giorno, quarant’anni fa, l’evento bestiale: il bagagliaio della Renault 4 rossa aperto come un ruggito, il corpo, sghembo, di Aldo Moro. “Aldo Moro era un po’ come il puma degli Orfei: uno statista chiuso in gabbia per esibire la farsa di un potente ridotto all’ubbidienza, costretto a tendere la zampa e mostrarsi sottomesso”. Aldo Moro, il puma: l’immagine, ora, non ha l’enigma di una ‘pagina di Storia’, ha la magniloquenza di un simbolo.

Rewind. Mentre la telefonata sta atterrando verso i saluti, convenzionali, toglimi una curiosità, gli faccio. Dì, fa lui, dall’incipiente accento fiorentino. Quali sono le tue fonti, le tue letture, insomma, cosa leggi? “Tanta, grande letteratura straniera, anglosassone, di certo, americana, penso a Melville. Poi mi piacciono i russi. E gli slavi. Magda Szabó, ad esempio. Sono poco ‘italiano’, e questo, forse, è un limite; questa, in effetti, è una delle rare occasioni in cui ho parlato di Italia”. Pare un paradosso, gli dico. Perché 55 giorni. L’Italia senza Moro (Il Mulino 2018, pp.170, euro 14,00) ha l’acutezza e l’acribia narrativa del Grande Romanzo Italiano, quello che si continua a scrivere senza mai trovarne la cifra risolutiva. Lui nicchia. Io gli dico. Sei stato l’anatomopatologo del 1978. Ha avuto una idea potente, in effetti. Mentre tutti – troppi – quarant’anni dopo hanno continuato a scavare nel corpo di Moro, scassinando date, cronologie, secondi, secondini, ambiguità, collusioni, rapacità seriali. Lui ha fatto altro. Ha dissezionato l’Italia di quell’anno, l’Italia del ’78. D’altronde, dice lui, all’inizio, “non ho timore a confessarvi di ritenermi con orgoglio più un rabdomante di vene occulte che non un cantore di somme gesta”.

Lui è Stefano Massini. Lo conosco da anni, da quando, nel 2005, vinse il Premio ‘Tondelli’, appendice under 30 del Premio Riccione per il Teatro. L’odore assordante del bianco. Così si chiamava il testo premiato, che faceva pasto di Vincent Van Gogh. Piacque molto a Luca Ronconi e a Franco Quadri. Da allora ad ora: Massini è probabilmente il più riconosciuto drammaturgo italiano in giro, il suo Lehman Trilogy è un successo europeo, suoi testi sono messi in scena a Broadway. Nel frattempo, Massini dal 2015 è consulente artistico per il ‘Piccolo’ di Milano, è scrittore per Mondadori (Qualcosa sui Lehmanè uscito nel 2016; l’anno scorso è pubblico L’interpretatore dei sogni), è volto televisivo a Piazzapulita. Il testo su Moro, per altro, ha avuto una lettura televisiva, un mese fa, per voce e corpo di Luca Zingaretti, su RaiUno.

Nel racconto, lei allinea una serie di dettagli, spesso schizoidi, dal successo di Heidi a quello di Gilles Villeneuve, da “Suspiria” di Dario Argento alla “Febbre del sabato sera”, dai libri di Erich Fromm alle imprese di Ambrogio Fogar, da Corrado ai Ray Ban. Shakerando tutto, al netto di tutto: che Italia ‘intorno a Moro’ viene a galla?

Una Italia profondamente ‘in trincea’ per quanto riguarda i rapporti generazionali. Era un momento in cui i figli facevano la guerra ai padri, ma avevano un legame diretto con i nonni. Mi spiego. A dire delle le BR, la loro guerra continuava quella della Liberazione, che non era stata ancora conclusa, compiuta. I nipoti, in questo senso, continuavano la guerra dei nonni. Basti un esempio. Le BR firmarono alcuni agguati con la ‘Walther’, la pistola d’ordinanza nazista. Era un segnale chiaro che si perpetuava la guerra di Liberazione: riesumando le armi tedesche nascoste nei fienili dai partigiani, pronte ad essere imbracciate contro il nemico.

Stefano Massini

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Stefano Massini (Firenze, 22 settembre 1975) è uno scrittore, drammaturgo e saggista italiano, consulente artistico del Piccolo Teatro di Milano, firma del quotidiano La Repubblica e noto volto televisivo per i suoi racconti a Piazzapulita su La7.

1774.- IL TRAMONTO DEGLI EROI E I GIORNI DEGLI ASSASSINI

Cosa festeggiamo il 25 aprile, lo sa Iddio! e non si parli di liberazione!

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Adriano Visconti con l’uniforme dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana. Quando si celebra il 25 aprile, si deve anche ricordare che tale data segnò l’inzio di un periodo di vendette criminali. Oggi, 29 aprile, ricorre l’anniversario dell’uccisione di Adriani Visconti e Valerio Stefanini colpiti alle spalle dai partigiani cui si erano consegnati. Furono in tanti a scomparire in modo simile; … poi venne l’amnistia Togliatti del 22 giugno 1946 .

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Il sottotenente Valerio Stefanini che fu ucciso insieme a Visconti

La vita

Adriano Visconti di Lampugnano nacque a Tripoli, figlio di Galeazzo Visconti di Lampugnano e Cecilia Dall’Aglio, emigrati in Libia in seguito alla colonizzazione italiana del 1911. Si arruolò nella Regia Aeronautica come allievo del Corso REX dell’Accademia Aeronautica il 21 ottobre 1936 e conseguì il brevetto di pilota militare presso la scuola d’aviazione di Caserta. Proseguì il suo addestramento sul Breda Ba.25 e sull’IMAM Ro.41 e, nel 1939, fu assegnato alla 159ª Squadriglia del 50º Stormo d’Assalto (reparto specializzato nell’attacco al suolo).

Nel giugno del 1940, allo scoppio della guerra, Visconti fu trasferito con il suo reparto in Africa settentrionale, presso l’Aeroporto di Tobruch, dove combatté volando sui Breda Ba.65 e sui Caproni Ca.310. Nel periodo giugno-dicembre 1940 fu decorato con due Medaglie di Argento al Valor Militare ed una Medaglia di Bronzo.

Nel gennaio 1941 Visconti fu trasferito alla 76ª Squadriglia Caccia del 54º Stormo Caccia Terrestre dove venne addestrato al volo sul caccia Macchi M.C.200, svolgendo poi servizio operativo sull’isola di Malta e nei cieli africani con il Macchi M.C.202. Il 29 aprile 1943, nel corso dell’ultimo grande scontro aereo prima della caduta della Tunisia, l’allora tenente Visconti guidò dodici Macchi M.C.202 del 7º Gruppo Autonomo Caccia Terrestre all’attacco di sessanta tra Supermarine Spitfire e Curtiss P-40. Visconti abbatté un P-40, mentre altri quattro furono accreditati ad altri piloti del 54º Stormo.

Visconti fu proposto per la concessione di una Medaglia d’Argento al valor militare che venne concessa il 10 giugno 1948, tre anni dopo l’assassinio dell’asso italiano.[1]

In seguito, promosso al grado di capitano, divenne comandante della 310ª Squadriglia Caccia Aerofotografica, specializzata nell’aero-ricognizione ed equipaggiata con Macchi M.C.205 in una speciale versione modificata a Guidonia.

Ten.Sajeva,Ten.Cartosio,S.M.Lajolo,S.M.Marconesin,S.M.Magnaghi,Magg.Visconti,Ten.WeissDopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 Visconti aderì alla Repubblica Sociale Italiana e partecipò attivamente alla costituzione dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana al comando della 1ª Squadriglia e, dopo essere stato promosso al grado di maggiore nel maggio 1944, del 1º Gruppo caccia “Asso di bastoni”.[2]

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Adriano Visconti pilota, difese le città del nord Italia dalle bombe, fu assassinato con una raffica di mitra alle spalle

Fino alla fine della guerra Visconti combatté difendendo l’Italia settentrionale dagli attacchi dei bombardieri anglo-americani utilizzando diversi tipi di aerei: Macchi M.C.202, M.C.205 e Messerschmitt Bf 109G-10.

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Il primo combattimento su quest’ultimo tipo di velivolo ebbe luogo il 14 marzo. Visconti, comandante del 1º Gruppo, con altri 16 Messerschmitt, intercettò, sul lago di Garda, una formazione di B-25 Mitchell del 321th Bomber Group, che rientrava dopo il bombardamento del ponte ferroviario di Vipiteno. I P-47 Thunderbolt di scorta (del 350th Fighter Group) attaccarono a loro volta i Messerschmitt italiani. Nel corso del combattimento, Visconti attaccò frontalmente il Thunderbolt del 1/Lt. Charles C. Eddy, rivendicandone l’abbattimento, ma lo stesso comandante del 1º Gruppo fu colpito e ferito al volto dalle schegge del proprio parabrezza e costretto a lanciarsi. Il 15 marzo l’ANR attribuì a Visconti la vittoria e la segreteria inoltrò la pratica per richiedere il “Premio del Duce”, le 5.000 lire che spettavano all’abbattitore di un monomotore. In realtà il P-47 dell’americano Eddy rientrò alla base di Pisa con il velivolo danneggiato ed era di nuovo operativo il 2 aprile successivo in un’altra missione.[3]

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La resa del 1º gruppo

Il 23 aprile la base dove si trovavano gli aviatori, a Cascina Costa, a sud di Gallarate, fu circondata dai partigiani che intimarono la resa. La richiesta, tra l’altro, venne inoltrata a Mantelli proprio da Visconti. Il comandante Mantelli dapprima rifiutò, ma in seguito, il 28, poiché il Cln aveva promesso salva la vita a tutti gli aviatori, accettò. La prima preoccupazione di Visconti al precipitare degli eventi, onde evitare qualsiasi spargimento di sangue, fu di raccogliere tutti i componenti il Reparto a Gallarate nella sede del Comando del 1° Gruppo Caccia. La mattina del 27 aprile 1945 un plotone del Gruppo, regolarmente inquadrato e armato, raggiunse Malpensa completando la distruzione degli aerei per evitare che cadessero in mano agli Alleati, quindi rientrò alla base. Successivamente, Visconti ricevette i colonnelli Giannotti e Sacchi, inviati a Gallarate dal generale Sala, rappresentante della Regia Aeronautica, in vista dello scioglimento del 1° Gruppo Caccia, con tutte le guarentigie per i suoi componenti. Al colonnello Sacchi il maggiore Visconti affidò una proposta di accordo da consegnare al generale Saia. E qui si apre un mistero ancora oggi insoluto: il mancato ritorno di Sacchi con la risposta di Sala.

Giunse invece a Gallarate il capitano Serego, inviato del generale Cadorna sollecitato con insistenza dal clero ad intervenire. Considerata la situazione, Visconti sottoscrisse un accordo di base, secondo il quale il 1° Gruppo Caccia si sarebbe sciolto alle seguenti condizioni: l’onore delle armi e il passaggio di tutto il rimanente materiale ad un ufficiale superiore della Regia Aeronautica; un salvacondotto per tutti i sottufficiali e truppa; il diritto per gli ufficiali di conservare la pistola e il loro trasferimento a Milano con l’impegno di essere consegnati alle Autorità militari italiane o Alleate quali prigionieri di guerra. Così, il giorno dopo, il 29 aprile, proprio il maggiore Visconti firmò la resa del suo reparto, il 1º Gruppo caccia “Asso di bastoni”. Il documento venne sottoscritto in tre copie, e controfirmato dall’ingegnere Vismara del Comitato di Liberazione Nazionale (CNL), dal tenente colonnello pilota Giannotti della Regia Aeronautica, dal capitano Serego per il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) e da quattro capi partigiani “garibaldini” tra cui Aldo Aniasi, il “comandante “Iso”, successivamente deputato e ministro del Psi e sindaco di Milano per lo stesso partito, che a quel tempo comandava la brigata partigiana Redi. Stranamente, dell’originale del documento non sembra esservi traccia, ma è voce corrente che una copia sia custodita nell’archivio del PCI di Varese.

Fino a quel momento tutto si era svolto nella più perfetta calma, anche per il buonsenso dimostrato dall’ingegnere Vismara, esponente del locale CLN.

L’accordo garantiva libertà e incolumità per avieri e sottufficiali del Gruppo, l’incolumità personale di tutti gli ufficiali, nonché l’impegno di consegnarli alle autorità militari italiane o alleate, come prigionieri di guerra. Come accaduto in altre simili circostanze nella primavera di sangue, a prendere in mano la situazione, e il destino dei prigionieri, furono i capi partigiani, esautorando di fatto i militari e il CLN. Il mattino del 28 aprile, dopo la cerimonia di scioglimento del 1° Gruppo Caccia, venne delegato a Vismara ed ai tre capi partigiani l’incarico di scortare a Milano gii ufficiali prigionieri. Va riconosciuto all’ingegnere Vismara di avere garantito la loro incolumità almeno fino all’arrivo a Milano, alla Caserma del Savoia Cavalleria, in quei giorni occupata dalla Divisione partigiana Redi. Qui, contrariamente agli accordi sottoscritti, i tre capi partigiani disarmarono gli ufficiali una volta condotti al secondo piano dell’edificio. A quel punto i 60 ufficiali repubblicani e le due ausiliarie vennero condotti nella caserma del Savoia cavalleria, già sede dell’Intendenza della Guardia Nazionale Repubblicana, allora occupata dalle brigate garibaldine “Redi” e “Rocco”. I prigionieri erano stati sistemati in un primo stanzone quando, dopo l’avvenuto disarmo, nel primo pomeriggio, circa le 14, il maggiore Visconti venne chiamato per un ulteriore interrogatorio (così si disse) al piano terreno, mentre gli ufficiali venivano condotti in un altro stanzone dove erano state approntate brande. Lo volle seguire, ad ogni costo, l’Aiutante Stefanini. Giunti nel cortile, seguiti alle spalle dai tre capi partigiani, una prima raffica raggiungeva alla schiena Visconti che cadeva a terra, in ginocchio. Stefanini, al suo fianco, si gettava istintivamente alle spalle del suo comandante, ottenendo solo di farlo ferire gravemente ed era in quell’attimo che partiva la seconda raffica che lo raggiungeva alla schiena, fulminato.
Il maggiore fu poi finito con due colpi di pistola alla testa. A sparare fu il guardiaspalle di Aniasi, un partigiano russo. Da più parti è stato affermato che i colpi di grazia a Visconti, alla nuca, siano stati sparati da Iso, ma il ruolo del futuro sindaco di Milano non fu mai chiarito, perché il duplice assassinio fu considerato “legittimo atto di guerra”, in quanto accaduto prima dell’8 maggio 1945, fine ufficiale delle ostilità in Europa.
Ai restanti prigionieri venne successivamente comunicata la notizia dell’avvenuta esecuzione. Visconti e Stefanini furono dapprima sepolti frettolosamente nella stessa caserma, ma si deve al generoso impegno del capitano pilota Robetto, con l’aiuto di Ugo Diappi, ex appartenente al 1° Gruppo Caccia, del cappellano militare Don Luigi Botto e di Irma Rachelli se le due salme, sepolte frettolosamente nel cortile della Caserma del Savoia Cavalleria, vennero recuperate già l’8 maggio 1945 e sepolte al Monumentale di Milano,
a Musocco, dove ancora riposano, uno vicino all’altro nel campo 10 detto anche Campo dell’Onore insieme a centinaia di aderenti alla Repubblica Sociale Italiana caduti di quei giorni, molti rimasti anonimi. Da ricordare che come ebbe a dire il generale Di Lollo, prigioniero assieme a Visconti anche gli altri ufficiali dopo essere stati derubati vennero radunati in vista di un “trasferimento” il conseguente massacro non potè avere luogo per l’intervento della MP americana. Tutti ebbero salva la vita grazie alla prontezza di spirito del principe Colonna-allora sottufficiale- il quale,quando vide che il proprio fratello,ufficiale , veniva condotto nella caserma del savoia Cavalleria dalla quale proveniva l’eco di raffiche di mitra, capì al volo la situazione e si diresse in fretta alla caserma dei carabinieri in via Meravigli. La salma di Visconti presentava segni di torture post mortem. Quando il generale Di Lollo, divenuto nel frattempo comandante delle frecce tricolori,tenne una conferenza a Milano su F,Baracca, ebbe occasione di incontrare il sindaco Aldo Aniasi. Di Lollo rifiutò di stringergli la mano dicendo: non stringo la mano ad un assassino.L’Aniasi replicò:generale lei mi deve una spiegazione. Di Lollo: gliela do’ subito caserma del Savoia Cavalleria, 29 aprile 1945. Aniasi: ancora quella storia? indi girò i tacchi e se ne andò dopo essere stato gratificato IN PUBBLICO CON L’EPITETO DI ASSASSINO.

Riconoscimenti

Nel National Air and Space Museum di Washington (USA) è stata sistemata, su segnalazione dell’Ufficio Storico dell’USAF, una foto di Visconti come “asso” dell’Aeronautica italiana.

Presso il “Museo Storico Aeronautico Scientifico e Tecnologico Forze Armate” a Fiume Veneto è presente un monumento dedicato ad Adriano Visconti di Lampugnano e agli uomini che servirono sotto il suo comando nell’ANR.

All’interno del Museo Storico Aeronautico del FVG è conservata la divisa originale del Maggiore Adriano Visconti.

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Una fotografia di Visconti, definito asso della caccia italiana, è inoltre sistemata nel museo di Ellis Island (NY) Usa.

Compare come personaggio, assieme ad altri celebri aviatori Italiani quali Francesco Baracca e Arturo Ferrarin, nel film d’animazione giapponese Porco Rosso, del 1992, opera di Hayao Miyazaki.
Dai pulcini di Quarantotti alle comete di Visconti (2012) Gino Pizzati sergente Maggiore, che combatté con Visconti, narra molti fatti accaduti nel periodo in cui l’Aeronautica Nazionale Repubblicana fu attiva, in particolare quando il gruppo di Visconti andò in Germania per il corso di pilotaggio sui BF 109 e sui Me 163 Komet.
Primo Gruppo Caccia Asso di Bastoni (2017) Olimpio Agostinis specialista nella Regia Aeronautica l’8 settembre 1943 si arruolò nell’Aeronautica Nazionale Repubblicana. A Campoformido era nella seconda Squadriglia del primo Gruppo Caccia Asso di Bastoni. Là incontrò Adriano Visconti. Agostinis andò anche in Germania con il Gruppo ed è stato testimone delle trattative con i partigiani a Gallarate. Nel documentario sono presenti molti filmati in 8 mm realizzati dal Tenente Cesare Erminio della prima squadriglia del gruppo. I filmati di Erminio sono una preziosa cronistoria in video delle vicende del Gruppo Caccia comandato da Visconti.

Abbattimenti

Gli sono accreditate ufficialmente 10 vittorie aeree nella Regia Aeronautica (1940-1943),[9] numero riportato da Visconti stesso nel suo libretto di volo. Il 1º Gruppo caccia gliene riconobbe invece 14.[10] Secondo alcuni sarebbero invece 26 vittorie aeree:[11] 19 ottenute combattendo nella Regia Aeronautica e 7 nell’Aeronautica Nazionale Repubblicana della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945).

Onorificenze

Medaglia di bronzo al Valor Militare – nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al Valor Militare
«Ufficiale pilota di grande calma e sangue freddo, provato in numerose e rischiose ricognizioni e in audaci attacchi contro autoblinde nemiche, durante una missione bellica veniva attaccato da tre caccia nemici che danneggiavano gravemente il velivolo.
Con abile manovra atterrava su un campo di fortuna organizzando subito, con spirito combattivo, la strenua difesa dell’equipaggio.[12]»
— Cielo di Sidi Omar – Amseat – Sidi azeis, 11-14 giugno 1940

Medaglia d’argento al Valor Militare – nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d’argento al Valor Militare
«Pilota d’assalto, durante un’azione di spezzonamento e mitragliamento contro mezzi corazzati nemici, attaccato da numerosi velivoli, persisteva nell’azione sino al completo successo. Nonostante il rabbioso fuoco di un caccia che lo seguiva da presso, si addentrava in territorio avversario recando l’offesa contro altre autoblindo avvistate e riuscendo, con le ultime munizioni, a distruggerne una in fiamme. In successive operazioni contro mezzi meccanizzati nemici riconfermava le ottime doti di combattente audace ed aggressivo, infliggendo al nemico gravi perdite e rientrando spesso alla base con il velivolo gravemente colpito.[13]»
— Cielo della Marmarica, giugno – settembre 1940
Medaglia d’argento al Valor Militare – nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d’argento al Valor Militare
«Capo pattuglia di formazioni d’assalto lanciate, durante aspra battaglia, a mitragliare e spezzonare forti masse meccanizzate nemiche, partecipava con impetuoso eroico slancio a ripetute azioni a volo radente, contribuendo a distruggere ed a immobilizzare numerose autoblindo e carri armati avversari, più volte rientrando alla base con l’apparecchio colpito dalla violenta reazione contraerea. Alto esempio di coraggio, dedizione assoluta al dovere e superbo sprezzo del pericolo.[14]»
— Cielo di Sidi Barrani, Bug Bug, Fayres, 9 – 12 dicembre 1940
Medaglia di bronzo al Valor Militare – nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al Valor Militare
«Partecipava, quale pilota da caccia, alla luminosa vittoria dell’Ala d’Italia nei giorni 14 e 15 giugno nel Mediterraneo. Durante lo svolgimento di una battaglia navale si prodigava dall’alba al tramonto in voli d’allarme, di scorta e di ricognizione abbattendo un velivolo da combattimento avversario e recando preziose notizie sui movimenti delle unità navali nemiche.[15]»
— Cielo del Mediterraneo, 14 e 15 giugno 1942
Medaglia d’argento al Valor Militare – nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d’argento al Valor Militare
«Valoroso pilota da caccia, già distintosi in numerose azioni di guerra, durante un volo di scorta ad un apparecchio da ricognizione fotografica operante su unità navali nemiche, attaccava da solo quattro caccia avversari e, dopo vivacissimo combattimento, ne abbatteva due in fiamme e costringeva gli altri alla fuga, permettendo al ricognitore di svolgere regolarmente la sua missione[16]»
— Cielo del Mediterraneo centrale, 13 agosto 1942
Medaglia d’argento al Valor Militare – nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d’argento al Valor Militare
«Valoroso comandante di squadriglia, già distintosi in precedenti periodi operativi, partecipava nel breve volgere di tempo durante l’attuale ciclo, a quattro violenti combattimenti nello svolgersi dei quali confermava le sue doti di abile e valoroso combattente e durante i quali abbatteva sicuramente un velivolo, uno probabile e ne danneggiava altri sei.
Il 29 aprile, mentre coi propri gregari faceva parte di una nostra esigua formazione attaccante oltre sessanta velivoli nemici da caccia, di protezione a bombardieri che tentavano un’azione contro naviglio nazionale, con indomito spirito aggressivo si lanciava sugli avversari e con il fuoco delle proprie armi ne sconvolgeva la formazione collaborando all’abbattimento di numerosi velivoli nemici ed alla realizzazione di una fulgida vittoria dell’Ala Italiana che veniva citata all’ordine del giorno.[17]»
— Cielo della Tunisia, 29 aprile 1943

Adriano Visconti
11 novembre 1915 – 29 aprile 1945
Nato a Tripoli, Libia italiana
Morto a Milano
Cause della morte Omicidio premeditato
Dati militari
Paese servito Italia Italia
Repubblica Sociale Italiana Repubblica Sociale Italiana
Forza armata Lesser coat of arms of the Kingdom of Italy (1929-1943).svg Regia Aeronautica
Aviazione Nazionale Repubblicana Air Force roundel.svg Aeronautica Nazionale Repubblicana
Specialità caccia
Unità 76ª Squadriglia Caccia
Reparto 7º Gruppo Autonomo Caccia Terrestre
Anni di servizio 1936 – 1945
Grado Maggiore
Guerre Seconda guerra mondiale
Campagne Campagna d’Italia
Comandante di 310ª Squadriglia Caccia Aerofotografica
1º Gruppo caccia “Asso di bastoni”
voci di militari presenti su Wikipedia
Adriano Visconti di Lampugnano (Tripoli, 11 novembre 1915 – Milano, 29 aprile 1945) è stato un militare italiano, fu un asso dell’aviazione italiana e comandante del 1º Gruppo caccia “Asso di bastoni”.205v,6279

1771.- Quando arrivarono i marocchini

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da L’Undici N. 98 , di Paolo Agnoli

Con “marocchinate” (o “goumiers” nell’accezione francese), termine che ora ci appare davvero orrendo ma ampiamente utilizzato nella cultura del tempo, vengono ancora oggi indicate le vittime (donne, ma anche bambini, uomini e non raramente perfino animali) delle violenze delle truppe d’assalto marocchine, algerine, tunisine e senegalesi del Corps Expeditionnaire Francais (CEF) comandato dal discusso generale Alphonse Juin (nato a Bona in Algeria). O anche, talvolta, le azioni delittuose commesse da quei soldati (identificati genericamente dalle popolazioni locali tutti come marocchini) in Italia centrale, durante il secondo conflitto mondiale. Con barracani, “bourms” (mantelli di lana con cappuccio) e turbante, pugnali alla cintura, gli uomini del CEF venivano arruolati e addestrati soprattutto sulle montagne dell’Atlante, in Marocco.

Seconda-Soldati-del-CEF

La “furia francese”, ovvero gli episodi di brutale violenza che videro protagoniste queste truppe coloniali, sfociò anche, e spesso, in esecuzioni capitali degli abitanti delle zone depredate e raggiunse il massimo della ignominia (come vedremo con qualche dettaglio) durante i giorni successivi allo sfondamento da parte alleata della linea Gustav – una barriera militare di oltre 200 chilometri, voluta da Adolf Hitler, che partiva da Gaeta per arrivare alla foce del Sangro, vicino Pescara – in particolare nelle zone di Esperia e Ausonia, in provincia di Frosinone (sulla catena dei monti Aurunci che separa Montecassino dal mare). Non furono comunque solo gli abitanti degli Aurunci a subire quelle brutalità. Quel tipo di crimini iniziò già dal luglio del ’43 in Sicilia, arrivando poi nel Lazio e quindi in Toscana, e terminò solo con il rimpatrio del CEF in Francia. Di queste violenze furono vittime anche membri della Resistenza italiana, in particolare diversi partigiani toscani come per esempio alcuni giovani della brigata garibaldina Spartaco Lavagnini, raggruppamento molto attivo nella Toscana meridionale. Tra loro c’erano una giovane staffetta, Lidia, e un ragazzo, Paolo. Come testimoniò Pasquale Plantera, arruolato nella Lavagnini, Lidia e Paolo – quest’ultimo per difendere la ragazza – furono disarmati e crudelmente violentati. I primi di tale efferati atti si registrarono sulla statale Licata-Gela, come ricorda lo storico Fabrizio Carloni, per poi proseguire fino a Capizzi, tra Nicosia e Troina. Qui i soldati si abbandonarono a numerosi veri e propri stupri di massa: «Consideravano le donne bottino di guerra e le portavano via sghignazzando …». Le violenze (tra cui anche sadismi con i fucili e evirazioni) furono poi registrate nei paesi di Mastrogiovanni (dove madri e figlie venivano stuprate e poi subito passate per le armi), Lanuvio, Velletri ed Acquafondata, dove ci fu un vero e proprio rastrellamento di donne e bambine. A Siena si registrarono 24 bambine abusate, con gravi lacerazioni interne. All’isola d’Elba oltre 200 stupri e le violenze – con spesso il successivo omicidio – avvennero tra gli altri nei Comuni di Grosseto, Val d’Orcia, Arcidosso, Castel del Piano, Monticello Amiata, Sasso Ombrone. Va detto che nella cultura magrebina di quel tempo non solo la sodomia ma anche la pederastia e la zoofilia erano ampiamente accettate. Scriveva Malek Chebel, psicoanalista e psicopatologo clinico algerino a Parigi: «L’itinerario copulatorio del giovane maghrebino campagnolo comincia spesso nei lombi delle bestie che è incaricato di accompagnare regolarmente…… Per le truppe africane agli ordini di Juin, le donne italiane [come tutte le occidentali] erano … “gahba”, puttane, nel linguaggio franco-arabo».

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Il generale maiale Alphonse Juin.

LO SFONDAMENTO DELLA LINEA GUSTAV

Quando, nel gennaio del ‘44, gli eserciti alleati giunsero di fronte alla linea Gustav il generale britannico Harold Alexander, comandante in capo delle forze alleate in Italia, decise di attaccare direttamente e ripetutamente le difese tedesche nel settore di Cassino (la città ciociara era la congiuntura principale di tutto lo sbarramento difensivo), perdendo senza alcun successo circa 65.000 uomini. L’Abbazia fu rasa al suolo a metà febbraio, dai più massicci bombardamenti mai effettuati, almeno in quel conflitto, contro un singolo edificio. Un mese dopo questi bombardamenti fu rasa al suolo anche la sottostante città e le bombe caddero sino a Minturno: distruzioni imponenti, con oltre 10.000 vittime civili e circa 50.000 militari. Senza risultato: i combattimenti accaniti per snidare gli invasori trincerati tra le rovine risultarono inutili. Visti i gravi insuccessi, Alexander decise di cambiare strategia: passare attraverso i monti Aurunci, nella valle del Liri in Ciociaria. Tale manovra di “strangolamento” si doveva sviluppare partendo da Castelforte, la via Ausonia, il monte Petrella e “la penetrante” Esperia. Obiettivo finale: la via Casilina. A svolgere questo compito, definito da molti suicida, furono chiamate le truppe coloniali perché ci si rese conto che nella zona, considerata la natura impervia del terreno, era più opportuno inviare truppe di montagna anziché divisioni corazzate.

Disprezzati dagli americani, che li consideravano (su questo a torto) anche truppe di qualità scadente, e certo rimasti famosi soprattutto per aver sempre lasciato dietro di loro una scia di crudeltà e sofferenze, quei soldati in realtà si dimostrarono in combattimento uomini di grandi capacità e coraggio. Scrisse di loro lo storico Fred Majdalany: «Agiscono come una marea su una fila di castelli di sabbia. Sono capaci di spingersi ad ondate su un massiccio montano dove truppe regolari non riuscirebbero mai a passare. Attaccano in silenzio qualsiasi avversario si presenti, lo distruggono e tirano via senza occuparsi di quel che accade a destra o a sinistra. Hanno l’abitudine di riportarsi indietro la prova delle vittime uccise; perciò sono nemici con cui non è piacevole aver a che fare». La sera del 14 maggio del ‘44 partì l’attacco: centinaia e centinaia di cannoni diedero inizio ad un progressivo bombardamento e presto i reparti d’assalto “marocchini” cominciarono l’avanzata, denominata in codice “operazione Diadem“. Quei combattenti, attraversando un terreno nei monti Aurunci ritenuto virtualmente insuperabile, riuscirono ad aggirare la rocca di Cassino e le altre linee difensive situate nell’adiacente Valle del Liri, strenuamente difese dai paracadutisti e dai fanti tedeschi, sfondando infine la linea Gustav e aprendo così ai mezzi corazzati del XIII Corpo britannico la via per Frosinone e a tutto l’esercito alleato la strada per Roma. Come nota lo storico Giovanni De Luna, «Nei furibondi combattimenti che si accesero sulla “linea Gustav”, i francesi riuscirono a riconquistare la stima degli angloamericani, facendo dimenticare l’ignavia della capitolazione del giugno del 1940, il collaborazionismo di Vichy, le ambiguità di Giraud e delle truppe rimaste nell’Africa del Nord».

Quarta-Il-fronte-nel-1944
Il fronte nel 1944. La linea Gustav tenne in scacco per mesi gli alleati.

Gli elementi del CEF (quasi tutti analfabeti e ai quali per mesi, affinché non compissero violenze ai danni dei civili, era stato impedito perfino di uscire dai loro accampamenti che venivano sorvegliati a vista e recintati con filo spinato) erano denominati “goumiers”, in quanto organizzati in “goums”, ossia gruppi composti da uomini legati tra loro da qualche vincolo di parentela. Erano reparti dalle dimensioni assimilabili a quelle di una divisione convenzionale ma inquadrati in modo meno rigoroso e posti al comando di un ufficiale francese (“goum” deriva dalla trascrizione fonologica, in francese, del termine arabo “qum” che indica, appunto, un gruppo o una squadra). In prossimità dell’ora dell’attacco il generale Juin inoltrò a questi uomini un appello. Per quanto, va detto, non esista alcuna prova scritta di questo proclama (la Francia in ogni caso secretò subito gli archivi militari), ci sarebbero testimonianze sulla traduzione del manifestino, scritto in francese e in arabo, consegnato ai “goumiers”. La traduzione che qui presento, come riportato in Wikipedia, è quella dell’Associazione Nazionale Vittime Civili: «Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete».

Va detto che l’ex presidente algerino Ahmed Ben Bella, che fece parte di quei contingenti, in una intervista ad una recente trasmissione della Rai ha affermato che è improbabile che il generale Juin abbia mai rilasciato quel proclama, tantomeno per iscritto. Le eventuali (lui nega infatti di aver mai assistito ad alcuna violenza) brutalità sarebbero nel caso state favorite dagli ufficiali francesi di rango minore, desiderosi di raggiungere i loro specifici obiettivi sul campo e per questo pronti a fare qualsiasi promessa ai propri subordinati. In ogni caso il fatto che nel giugno del ‘44 quei crimini ebbero un carattere davvero “di massa” non può non far pensare a una condiscendenza anche degli ufficiali di rango superiore.

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Il generale britannico Harold Alexander.

VIOLENZE CONTINUATE DI MASSA

Le violenze comunque non durarono solamente 50 ore, e andarono ben oltre il lasso di tempo che sarebbe stato concesso da Juin, anche se quelle prime ore, secondo le testimonianze, furono quelle più atroci. Nei giorni che seguirono la battaglia, terminata il 17 maggio, i “goumiers” sopravvissuti (si consideri che durante la campagna d’Italia queste milizie videro più che dimezzato il loro numero) devastarono, violentarono, uccisero. Quei giorni cancellarono nel ricordo, in quei luoghi, la stessa brutalità delle truppe tedesche. Migliaia di donne, virtualmente di ogni età, vennero stuprate. Furono anche sodomizzati numerosi uomini – intervenuti per salvare mogli, figlie, sorelle e madri – molti dei quali successivamente assassinati tramite impalatura. Qualcuno fu crocefisso. Il parroco di Esperia (Don Alberto Terilli), che provò inutilmente a salvare tre donne da quelle crudeltà, fu sodomizzato tutta la notte, morendo due giorni dopo a causa delle sevizie. A seguito delle violenze sessuali molte persone furono contagiate da malattie veneree, soprattutto sifilide e blenorragia, e solo il miracoloso uso della penicillina statunitense, appena introdotta, evitò una epidemia su vasta scala. Durante le violenze furono distrutti fabbricati e sottratti bestiame, utensili, abiti e denaro. Neanche i conventi furono risparmiati. Lo scrittore inglese Norman Lewis, all’epoca giovane “Field Security Officer” dei servizi segreti alleati a Napoli, narrò gli eventi di cui fu testimone e tra l’altro scrisse: «Tutte le donne di Patrica, Pofi, Isoletta, Supino, e Morolo sono state violentate. A Lenola il 21 maggio hanno stuprato cinquanta donne, e siccome non ce n’erano abbastanza per tutti hanno violentato anche i bambini e i vecchi. I marocchini di solito aggrediscono le donne in due – uno ha un rapporto normale, mentre l’altro la sodomizza». Già nel marzo del ‘44 De Gaulle, durante la sua prima visita al fronte italiano, parlò di rimpatriare i reparti coloniali e impegnarli solo per compiti di ordine pubblico. In quello stesso mese molti ufficiali francesi chiesero insistentemente ai propri vertici di rafforzare il contingente di prostitute al seguito di quelle truppe. Le efferatezze compiute furono comunque sempre giustificate dagli alti comandi francesi, nel dopoguerra, con la necessità assoluta di sfondare il fronte di Cassino.

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Reparti di goumiers.

Come messo in luce dallo storico Tommaso Baris, una nota alla Presidenza del Consiglio del 25 giugno, da parte del comando generale dell’Arma dei Carabinieri dell’Italia liberata, segnalò nei comuni di Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, Morolo, e Sgurgola, in soli tre giorni (dal 2 al 5 giugno), 418 violenze sessuali, di cui 3 su uomini, con 29 omicidi e 517 furti compiuti dai soldati coloniali, i quali «infuriarono contro quelle popolazioni terrorizzandole. Numerosissime donne, ragazze e bambine (…) vennero violentate, spesso ripetutamente, da soldati in preda a sfrenata esaltazione sessuale e sadica, che molte volte costrinsero con la forza i genitori e i mariti ad assistere a tale scempio. Sempre ad opera dei soldati marocchini vennero rapinati innumerevoli cittadini di tutti i loro averi e del bestiame. Numerose abitazioni vennero saccheggiate e spesso devastate e incendiate». Molte violenze furono attestate proprio da lunghe relazioni dei carabinieri. Baris ricorda che in alcuni memorandum l’atteggiamento degli ufficiali francesi veniva duramente stigmatizzato. Per esempio, in un documento, si leggeva di loro: «Lungi dall’intervenire e dal reprimere tali crimini hanno invece infierito contro la popolazione civile che cercava di opporvisi … [le truppe marocchine] sono state reclutate mediante un patto che accorda loro il diritto di preda e di saccheggio … gli ufficiali lasciano ai marocchini una discreta libertà di azione … e nella generalità dei casi preferiscono ignorare».

DOLOROSE TESTIMONIANZE

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Goumiers a Cassino.

Sempre Baris, che a lungo ha studiato quelle vicende, presenta nelle sue ricerche diverse testimonianze, tra cui per esempio quella di una giovane afflitta: «Li portettero qua a migliaia. Se vedevano scegnere dalla montagna… da luntano erano come alle furmiche …Ma fuiette nu passaggio, in tre iuorni, facettero l’inferno. Erano na razzaccia brutta e spuorca. C’avevano gli ‘recchini agliu nase, certe vesti longhe (…). Pe tutta la muntagna se sentevano strilli e lamienti….». E lo studioso italiano riassume significativamente: «L’impossibilità di una qualsiasi difesa dinanzi al dispiegarsi di una ferocia animalesca (più volte richiamata dall’accostamento dei goumier alle bestie), così feroce da fuoriuscire dalla sfera umana (indemoniati e diavoli sono infatti definiti ripetutamente i marocchini), l’abbandono subìto dalle autorità alleate in cui avevano riposto tanta fiducia, segnarono in maniera indelebile la memoria dei giorni di guerra. L’immagine restituitaci, e dalla documentazione archivistica e dalle testimonianze orali, è quella di un paesaggio infernale». Diverse città laziali, come detto, furono investite da quelle violenze. Nella provincia di Frosinone: Esperia, Castro dei Volsci, Vallemaio, Sant’Apollinare, Ausonia, Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, San Giorgio a Liri, Coreno Ausonio, Morolo e Sgurgola per citare le maggiori. Nella provincia di Latina (allora Littoria): Lenola, Campodimele, Spigno, Saturnia, Formia, Terracina, San Felice Circeo, Roccagorga, Priverno, Maenza, Sezze e altre piccole località. Gli stupri continuarono ai Castelli romani, soprattutto a Grottaferrata e a Frascati, ed ebbero luogo anche alla periferia di Roma. Se alcuni fatti, e le nefandezze che ne scaturirono, sono stati ricostruiti in una dolorosa memoria comune è proprio grazie alle sconvolgenti testimonianze: del resto la ferocia degli avvenimenti fu tale da averli resi incancellabili nel ricordo di chi fu vittima o testimone di tanti strazi (alcune di queste attestazioni si trovano sul blog dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate). Qui una testimonianza particolarmente toccante raccolta da Stefania Catallo, fondatrice del Centro Antiviolenza “Marie Anne Erize”: «Il giorno prima che succedesse l’inferno, vennero due donne da un paese vicino a supplicarci di scappare, di cercare un rifugio … perché stavano arrivando i marocchini … Il giorno dopo mi alzai all’alba per preparare qualcosa da mangiare … Avevo preparato una cesta con pane e formaggio, e stavo mettendoci dentro qualche mela, quando all’improvviso sentii urlare e sparare. Ricordo ancora i passi di corsa sulla strada, le urla dei marocchini, le donne che piangevano e gridavano … Mia figlia aveva dieci anni. Le aprii la porta che dava sul cortile, dove avevamo il pollaio e la spinsi fuori, dandole la cesta. Non ci fu bisogno di parole. Rimasi davanti al tavolo della cucina, pensando che se mi fossi fatta trovare in casa, mia figlia avrebbe avuto il tempo di fuggire, e si sarebbe salvata. Vuoi sapere cosa pensavo? Niente. Pregavo …. Pregavo, tante Ave Maria mentre non potevo fare altro che piangere e aspettare. Pregavo la Madonna per mia figlia. Pregavo che la violenza … durasse il più a lungo possibile, affinché lei potesse scappare lontano …. La prima cosa che fecero, fu di darmi un calcio violentissimo alla fronte per stordirmi, per rendermi inerme. Poi mi violentarono e picchiarono selvaggiamente. Sembravano impazziti. Credevo che volessero uccidermi. Di loro mi ricordo solo le risate, i loro vestiti lunghi così strani, e le loro parole in una lingua sconosciuta. La loro puzza. Gli orecchini che uno di loro portava al naso e alle orecchie. Poi, il silenzio. Ero piena di sangue …. Il viso graffiato, i capelli strappati alle tempie, i lividi che mi facevano male ….. Quante donne straziate, quanti uomini uccisi! Vedevo le mie amiche con gli occhi sbarrati e vuoti, vedevo tante bambine buttate da una parte come bambole rotte. Mi faceva male tutto. Rientrai in casa e misi una pentola sul fuoco, poi mi lavai con acqua bollente e sapone, fino a diventare tutta rossa. Ma questo non servì a molto. Quando chiudevo gli occhi, vedevo quelle facce e sentivo quelle risate. E’ durato per anni, me li sognavo la notte …. Nessuno ci ha mai chiesto scusa, nessuna autorità è venuta da noi … Siamo state bottino di guerra. Né più né meno di un oggetto rubato».

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Il primo presidente algerino Ben Bella nel 1965.

Il 17 maggio i soldati americani che passarono da Spigno sentirono le urla di dolore di molte donne violentate. Questi soldati, pur impegnati in guerra ormai da tanto tempo, rimasero fortemente impressionati da ciò che videro e scrissero presto rapporti ufficiali in cui si parlava espressamente di donne, ragazze, adolescenti, bambine e fanciulli stuprati, come pure di prigionieri sodomizzati. Quelle denunce rimasero tutte inascoltate dai vertici militari alleati. 
A Pico, come scrive lo storico Michele Strazza, alcuni soldati statunitensi del 351º reggimento fanteria (88ª divisione, i cui appartenenti erano soprannominati “blue devils” per il coraggio mostrato in battaglia) giunsero mentre i “goumiers” stavano compiendo le loro atrocità. Per un po’ si fronteggiarono armati con questi ultimi, molto più numerosi, ma furono infine bloccati dal proprio comandante che, dopo aver colloquiato con gli ufficiali francesi, disse loro: «siete qui per combattere i tedeschi e non i francesi, e del resto quei soldati stanno solo restituendo le violenze perpetrate dai soldati italiani in Africa». Qualcuno ha attestato anche di un episodio in cui truppe americane e canadesi si sarebbero messe a difesa di un paesino proprio per evitare preventivamente l’accesso ai coloniali francesi, preceduti evidentemente dalla loro triste fama. Il cardinale francese Eugène Tisserant, ricorda sempre Strazza, inoltrò più rimostranze a Juin, il quale un po’ ammise, un po’ promise di intervenire, un po’ cercò di sminuire, e infine assicurò «che si era provveduto alla fucilazione di 15 militari, accusati di stupri, colti sul fatto, mentre altri 54, colpevoli di violenze varie e omicidi, erano stati condannati a diverse pene compresi i lavori forzati a vita». Il 18 giugno papa Pio XII chiese a Charles de Gaulle, ricevuto in udienza, di prendere accorgimenti. Ricevette subito una risposta amareggiata, quanto furiosa nei confronti del generale Juin. La zona di Castelgandolfo, per iniziare, venne subito interdetta ai reparti coloniali. Lo storico Pierluigi Guiducci nota come anche il capo del governo italiano, Ivanoe Bonomi, scrisse all’ammiraglio Ellery Wheeler Stone, presidente della Commissione Alleata di Controllo: «Già precedentemente questo governo ha segnalato… le malefatte commesse dalle truppe marocchine e ha avuto affidamento che sarebbe stato fatto il possibile, dando anche i dovuti esempi, per evitarle. Purtroppo le violenze però continuano. Dal 2 al 5 giugno nel territorio della provincia di Frosinone le truppe francesi marocchine hanno consumato 396 violenze carnali, 13 omicidi, 250 rapine, 303 furti».

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Reparti CEF ad Esperia.

Il ministro degli Esteri Alcide De Gasperi scrisse a Tisserant. Evidentemente tutto era reso difficile dal fatto che fino a poco tempo prima l’Italia era stata alleata della Germania. Del resto, come afferma De Luna, «per quasi due anni, dal luglio del 1943 al maggio 1945, subimmo una durissima legge del contrappasso: il fascismo che aveva inseguito i suoi deliri imperiali in terre lontane, portò la guerra sull’uscio delle nostre case, in un turbinio di stragi naziste (15 mila vittime civili), bombardamenti (65 mila vittime civili), rappresaglie, battaglie campali. Invasori, liberatori, occupanti, comunque si chiamassero, le truppe straniere guardarono all’Italia come a un paese vinto. E si comportarono di conseguenza». L’”Osservatore Romano” (es. 28, 30 luglio e 4, 7, 8 ottobre), ci ricorda Guiducci, denunciò nuovi episodi di violenza da parte dei soldati del CEF. Il 28 luglio per esempio riportò le tragiche violenze consumate dai “goumiers” su un treno a Ciampino. A seguito di quel dramma, fu rinvenuto il cadavere di una donna. Accanto, c’erano quattro donne e un bambino in gravissime condizioni. I sopravvissuti furono ricoverati d’urgenza presso l’ospedale San Giovanni. Ma una delle tre donne morì. Cessò di vivere anche il bambino. Il 4 ottobre il giornale vaticano informò anche che Mons. Mario Toccabelli, arcivescovo di Siena, volle incontrare il generale Juin dopo la liberazione della città toscana. Nel colloquio del 13 luglio il cardinale non fu certo prudente: disse a Juin che aveva autorizzato una difesa armata nei casolari a rischio di attacchi da parte dei marocchini, e fece anche vedere delle bombe a mano che teneva personalmente! I soldati coloniali vennero poi fatti tornare in Francia nell’agosto del ’44. Furono successivamente trasferiti sul fronte tedesco, nella Foresta Nera e a Freudenstadt, nell’aprile del ‘45, dove si resero di nuovo responsabili di molteplici episodi di stupro e violenze di diversa natura. La Francia pagò, alla fine della guerra, da un minimo di 30 mila a un massimo di 150 mila lire per ogni stupro, fino al primo agosto del ‘47 (anche se il risultato si concretizzò in pratica solo dopo un estenuante quanto sistematico ginepraio di capziosità burocratiche e gravi ritardi). Da quel momento in poi a pagare fu lo Stato italiano, sottraendo i fondi dai 30 miliardi dovuti alla Francia per i danni di guerra. Le autorità italiane presentarono richieste in verità molto più numerose di quelle infine riconosciute dai francesi che del resto, va detto, misero presto in dubbio le cifre relative alle violenze. Le ricerche in merito sono infatti discordi: molti studi parlano di decine di migliaia di donne stuprate, ma per esempio lo storico francese Jean Christophe Notin, nella trasmissione della Rai citata precedentemente, ha affermato che le violenze documentate in Ciociaria furono solo poche centinaia. In ogni caso in quella stessa trasmissione Rai si mostra una relazione della Direzione Generale della Sanità Pubblica al Ministero dell’Interno del 13 settembre del ‘44 dove si riportano 3100 casi di donne con malattie veneree nella provincia di Frosinone e di Latina, con sintomi apparsi tutti dopo le violenze dei “goumiers”. In verità i dati ufficiali si basano essenzialmente sul numero di richieste di indennizzo avanzate dalle donne italiane (più di 60000), e così la totalità degli stupri e degli omicidi commessi risultano ad oggi difficilmente riassumibili con precisione. L’entità del fenomeno rimane comunque impressionante, considerando anche il brevissimo arco di tempo in cui avvenne e l’estrema ristrettezza del territorio.

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Don Alberto Terilli, ucciso crudelmente dalla furia dei sodati del CEF.

L’INTERVENTO ALLA CAMERA DI MARIA MADDALENA ROSSI

Nella seduta della Camera dei Deputati del 7 aprile 1952 (relegata nella notte!) i tragici avvenimenti fin qui presentati furono con commozione ricordati e denunciati da Maria Maddalena Rossi, deputata del Partito Comunista Italiano. Nata nel 1906 (fu tra le prime laureate in chimica del nostro paese) era allora la presidente dell’Unione Donne Italiane, organizzazione che si attivò presto, dopo la fine del conflitto, per portare alla luce e denunciare quelle atrocità e cercare di ricompensare, almeno economicamente e per quanto possibile, le vittime. Voglio qui sottolineare, in ogni caso, che molta della storiografia di sinistra attuò pian piano un colpevole profilo di silenzio principalmente per non favorire, si ritenne, una presunta forma di pregiudizio razziale: l’argomento fu così, per molti anni almeno, considerato a sinistra politicamente scorretto, quasi un tabù. Va anche sottolineato che tutti i governi italiani per circa 60 anni hanno virtualmente ignorato quei fatti. In ogni caso, per quanto ho potuto appurare, questi ultimi non hanno trovato mai il giusto spazio neppure nei libri della storiografia ufficiale. Laddove invece sarebbe dovere di chi scrive la storia, a mio modesto avviso, anche ripagare chi la storia l’ha dovuta soffrire. Le stesse realtà locali non sono state quasi mai in grado di costruire un ragionamento pubblico su quelle vicende, rimaste presenti spesso soltanto nel ricordo delle vittime, dei testimoni e dei pochi accademici che le studiarono.

Riporto qui la parte iniziale del lungo ed accorato intervento della presidente dell’UDI: «La nostra interpellanza si riferisce dunque ad uno dei drammi più angosciosi, quello delle donne che subirono le violenze delle truppe marocchine … quando queste irruppero nella zona del cassinate. Non so se sia vero quello che si dice…, cioè che il contratto di ingaggio di questi mercenari non escluda o addirittura consenta il diritto al saccheggio e alla violenza …. Comunque, sia stato o meno tollerato, se non concesso, il fatto è che il saccheggio fu compiuto e le violenze ebbero luogo. Il primo paese del cassinate che le truppe marocchine incontrarono nell’aprile 1944 … fu, se non erro, Esperia. I soldati fecero irruzione nelle case, depredarono, saccheggiarono, e violenze innominabili furono compiute su donne e uomini. Perfino il parroco fu legato ad un albero e costretto ad assistere allo spettacolo. Poi anche di lui fu compiuto tale scempio che ne mori. Del resto, a Vallecorsa, non furono risparmiate neppure le suore dell’ordine del Preziosissimo Sangue. A Castro dei Volsci dai registri del comune risultano 42 gli uomini e le donne morti in quei mesi terribili. Come e perché morirono quei 42 cittadini? Ecco alcune informazioni. Molinari Veglia, una ragazza di 17 anni, è violentata sotto gli occhi della madre e poi uccisa con una fucilata; siamo in contrada Monte Lupino, il 27 maggio 1944. Rossi Elisabetta, di circa 50 anni, è sgozzata dai marocchini perché tenta di difendere le sue due figlie, rispettivamente di 17 e 18 anni: la madre muore e le figlie sono violentate; ciò accade in contrada Farneta. Anche Margherita Molinari, di 55 anni, tenta di salvare la figlia Maria, che ne ha 21: è uccisa con cinque fucilate al ventre! Il bambino Serapiglia Remo, di cinque anni, innocente testimone dei delitti che intorno a lui si compiono, dà fastidio: perciò viene lanciato in aria e lasciato ricadere, così che morrà entro le 24 ore successive per le lesioni riportate … Ed ecco alcuni esempi di ciò che accadde a Pastena … Antonini Giuseppe fu Francesco viene ucciso dai marocchini in contrada Santa Croce e nessuno sa dove sia stato sepolto, perché il cadavere è portato via immediatamente dai francesi. Giuseppe Faiola fu Marco è ucciso dai marocchini in contrada Cerviso. A Vallecorsa, Luigi Mauri fu Martino muore il 26 maggio 1944 in contrada Lisano nel tentativo di difendere l’onore della moglie Lauretti Assunta e delle sue quattro figliole. Ancora a Vallecorsa Antonbenedetto Augusto fu Cesare cade il 25 marzo 1944 in contrada Visano per difendere l’onore della moglie Nardoni Margherita. Cade anche Papa Vittorio di Alessandro il 25 maggio 1944, in contrada Santa Lucia, avendo osato difendere la moglie Di Girolamo Rosina di Augusto, ma prima di essere ucciso è egli stesso seviziato … Fatti analoghi a quelli che ho citato accadono a Pontecorvo, a Sant’ Angelo, a San Giorgio Liri, a Pignatari Intermagna, a Ceccano: almeno in una trentina di paesi delle province di Frosinone e di Latina, percorse dalle truppe marocchine. Quante donne abbiano subito violenza da parte delle truppe marocchine nessuno sa con esattezza né forse si saprà mai…». Quelle strazianti vicende furono costellate, come si può facilmente immaginare, anche da successivi e angosciosi interrogativi, come pure da problemi sia fisici che psicologici di diversa natura. Molte donne violentate morirono per le malattie contratte, alcune si suicidarono, altre furono rinchiuse nei “manicomi”, altrettante emigrarono per scappare da un contesto per loro insopportabile. La violenza sessuale è tra i crimini più odiosi e devastanti: denunciare di essere stata stuprata era un’esperienza di per sè terribile, anche se poteva evidentemente essere fonte di denaro.

IL CONTESTO CULTURALE

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L’Abbazia di Montecassino dopo i bombardamenti alleati.

Per le vittime ci fu anche il dolore di vedersi subito emarginate dalla società. Lo stesso Stato italiano non tributò mai, se non in un discorso pubblico del presidente Ciampi a Cassino il 15 marzo 2004, una decorosa e partecipe vicinanza alle vittime, rendendosi di fatto complice dei giudizi più disparati cui queste donne furono sottoposte, anche in seno alle comunità locali alle quali appartenevano. E’ un fatto che alle celebrazioni istituzionali del dopoguerra relative a quelle violenze sessuali fu sempre assegnato un basso profilo ed esse furono pian piano sempre più ignorate. L’angoscia evidentemente andava smaltita in silenzio, in un contesto fatto di umiliazione e condanna, a causa di una “vergogna alla rovescia”, ovvero un vero ribaltamento del sentimento di ignominia, dal persecutore alla vittima. Ricorda una testimone, come documentato negli studi di Baris: «In paese nisciuno ne parlava in faccia, ma tutti ne parlavano sotto sotto. E venivano indicate: è stata chella, è stata chell’ata. E roppo (dopo) cheste donne qui le schifavano un po’ tutti». Per quanto riguarda gli uomini (molti di loro tornati dalla guerra), essi manifestarono presto malessere e addirittura collera verso le mogli violentate. Questo contesto e questa mentalità furono tali da impedire alle nubili di sposarsi e anche di ottenere un’occupazione degna. Molte donne non riuscirono a convivere con questa realtà, arrivando, come ho già detto, perfino a togliersi la vita. Davvero commovente, ma anche istruttiva se così posso dire, una testimonianza riportata sempre nei lavori di Baris: «Mio padre tornò alla fine della guerra e cominciò l’inferno a casa nostra. Mamma piangeva spesso, anche quando lavorava o stava sola. Mio padre incominciette a bere e si arrabbiava pè niente e ce picchiava. La nonna ce voleva bene e cercava di difenderci. Ma se morì subito di crepacuore. Io non riuscivo a capire perché papà diceva tante brutte parole a mamma. Crescemmo, passavano gli anni, sempre a faticare. Quando divenni signurina mio padre, me lo ricordo ancora, me disse: “Vedi adesso di non fa pure tu la fine de tua madre”. La mamma allora dovette quasi spiegarmi, con la forza, tutto chello che gli erano fatto gli marocchini. Capii che gli surdati che m’avevano dato la cioccolata avevano ruvinato per sempre la pace della casa nostra. Mamma me raccontò che l’avevano violentata in cinque. Mi diceva che tutti gli omene sono sporchi ma che i marocchini sono più sporchi di tutti. E così quanno mio padre capì al suo ritorno quello che era successo a mia madre non stette chiù bene, pareva impazzito…..».

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Il cardinale Tisserant.

La psicologa Cinzia Venturoli sottolinea: «Lo stupro prima di essere considerato come una ferita al corpo e all’anima della donna vittima, era vissuto come un’offesa all’onore personale e familiare, un oltraggio rivolto all’onore e ai valori della comunità. A ciò si deve aggiungere il sospetto di collusione e di una responsabilità della donna che non era riuscita a difendersi e, quindi, a evitare la violenza sessuale. Sin dall’età moderna era andata infatti codificandosi, anche a livello giuridico, una tradizione che imponeva alla vittima dello stupro di dimostrare di avere opposto resistenza alla violenza, dando prova di onestà …. affinché su di lei non ricadesse il sospetto di un qualsiasi consenso». Come quindi commenta Baris, «incapaci di affrontare le mille contraddizioni aperte dagli stupri nel loro sistema culturale, gli abitanti dell’area non furono in grado di rapportarsi con la loro storia più recente, preferendo oscurare la vicenda e lasciando ai singoli l’elaborazione della memoria». Singoli che comunque difficilmente nominavano le violenze subite, quasi ne fossero appunto loro stessi i colpevoli. La presidente dell’UDI, sempre nel suo intervento notturno alla Camera, a proposito di molti di questi aspetti commentò: «Molte di queste vecchie donne sono malate: si consumano lentamente a causa dell’ignobile morbo che è stato loro trasmesso dai soldati marocchini. Entrando nei loro poveri tuguri si vedono queste povere donne sui loro giacigli di stracci, con i bambini intorno, con parenti che non sanno o non possono curarle; e queste vecchie parlano, raccontano quello che è loro accaduto. Le giovani no; le giovani, in generale, sono restie a parlarne, e se ne comprende bene il perché. Se per le vecchie l’insulto subito sa quasi di martirio, per le giovani significa qualche cosa di peggio della morte: significa avere di fronte a sé un lungo periodo di vita, una vita non ancora vissuta, ma buia e fredda, in cui non c’è più alcuno spiraglio, alcuna speranza, alcuna luce; perduta la possibilità di avere una famiglia; di avere dei figli; perfino il lavoro é precluso a queste giovani, e la povertà nel loro caso è ancora più tragica, perché il benessere economico, il lavoro potrebbero almeno aiutarle in parte ad uscire da questo terribile isolamento in cui le ha gettate la loro disgrazia …. ».

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Maria Maddalena Rossi, deputata del PCI.

E’ ancora la deputata del PCI a ricordarci poi indirettamente quale fosse l’atteggiamento del governo, ed a testimoniare altresì come i fatti spinsero quelle donne ad un inedito protagonismo, almeno per l’Italia del tempo: «A Pontecorvo il 14 ottobre scorso ebbe luogo un singolare convegno … Non so se sia vero che vi fu da parte del ministro degli Interni o di qualche suo zelante Prefetto il tentativo di impedirlo per ragioni di “carattere morale”, perché questo convegno avrebbe offeso la pubblica moralità. Ad ogni modo il convegno … ebbe luogo, e vi parteciparono le rappresentanti delle 60 mila donne che a suo tempo hanno presentato domande in qualità di vittime civili della guerra, motivate da violenze e danni di vario tipo. Erano 500 delegate. Io ho partecipato a questo Convegno e ho visto le 500 contadine venute dai villaggi e dai paesi della piana e delle montagne circostanti. Molte avevano camminato per ore ed ore a piedi per arrivare in tempo a Pontecorvo, e non avevano certo mai partecipato in vita loro ad una riunione né tanto meno parlato da una tribuna. Né, credo, queste contadine, queste montanare, che ricordano ancora coi loro costumi le ciociare di un tempo, cosi ritrose e fiere, avrebbero mai voluto parlare addirittura in un convegno di fronte a tutti della loro mostruosa disgrazia. Invece, sono state costrette a fare così. E con quale serietà esse hanno esposto i loro casi dolorosi!». Durante quella stessa seduta parlamentare, l’on. Luigi Preti del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani fa alcune considerazioni rivolte all’aula e al rappresentante del governo le quali, a mio avviso, suggeriscono ulteriori riflessioni sulle angosce delle vittime: «Voi pensate che la vita di queste donne sarebbe colpita nella stessa misura se esse avessero perduto uno dei loro cari in guerra? No, non è la stessa cosa. Noi conosciamo le madri che hanno perso i figli, le mogli che hanno perso i mariti: noi le amiamo, le onoriamo, manifestiamo loro la nostra intera solidarietà, sì che esse trovano qualche volta una sorta di conforto nel sapere che il loro lutto è condiviso, che la memoria dei loro cari scomparsi è sacra a milioni di cittadini. Ma queste donne no! Per queste non c’è conforto possibile. Si devono nascondere, come se si sentissero infette anche moralmente! A queste donne si vorrebbe vietare di parlare della loro sventura, di riunirsi, di reclamare, in nome della pubblica moralità! Inoltre, ella ha confrontato questa sventura a quella di una persona che perde un congiunto in una disgrazia automobilistica o non so che altre. Onorevole sottosegretario, se mi permette, questo non lo doveva dire. Non si deve confrontare questa sventura con altre, piccole o grandi che siano, né tanto meno collocarla nella categoria degli “incidenti”. Altrimenti non basta più parlare di insensibilità, perché si tratterebbe di cinismo».

E’ GIUSTO OGGI RICORDARE?

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La Ciociara.

Il Presidente dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate Emiliano Ciotti ha proposto, come riportato in Wikipedia, una stima recente di quegli stupri di massa, con alcune testimonianze relative agli avvenimenti in Sicilia: «Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono un minimo di 20.000 casi accertati di violenze, numero che comunque non rispecchia la verità; diversi referti medici dell’epoca riferirono che un terzo delle donne violentate, sia per vergogna o pudore, preferì non denunciare. Facendo una valutazione complessiva … possiamo affermare con certezza che ci fu un minimo di 60.000 donne stuprate … I soldati magrebini mediamente stupravano in gruppi da 2 (due) o 3 (tre), ma abbiamo raccolto testimonianze di donne violentate anche da 100, 200 e 300 magrebini. In Sicilia, i goumiers avrebbero avuto scontri molto accesi con la popolazione per questo motivo: si parla del ritrovamento di alcuni goumiers uccisi con i genitali tagliati (secondo alcuni un chiaro segnale). I siciliani, oltre a nascondere le donne in rifugi naturali o artificiali come grotte o pozzi, in diversi casi reagirono, come a Capizzi dove una quindicina di marocchini venne uccisa con l’acquiescenza delle autorità militari alleate; in altri casi gli autori degli stupri vennero uccisi a roncolate o evirati, sbudellati e dati in pasto ai maiali». Il film La ciociara (1962), diretto da Vittorio De Sica (nativo della provincia di Frosinone) e ispirato al romanzo omonimo di Alberto Moravia (1957), finisce proprio con la violenza da parte di alcuni marocchini nei confronti di una madre, Cesira, e di sua figlia Rosetta, ancora bambina. Nel film, uno dei grandi capolavori del cinema neorealista italiano, che non fa sconti ai fascisti ma neppure idolatra i liberatori, è facile ravvisare quindi la volontà di ricordare un passato che molti italiani vollero invece, per motivi diversi, gettarsi alle spalle (e neanche questo film straordinario, purtroppo, ha potuto evidentemente tradursi in consapevolezza storica). La madre (Sophia Loren, che per questo film vinse l’Oscar, la Palma d’oro a Cannes e il David di Donatello) chiama i violentatori “turchi” (antico retaggio dovuto alle storiche scorribande dei cosiddetti saraceni), in un disperato quanto vano appello verso gli ufficiali francesi. Rosetta da allora comincia a concedersi volontariamente a tutti gli uomini che incontra, come se questo comportamento fosse l’unica liberazione possibile. Moravia, nel romanzo, ci ricorda così un ulteriore drammatico esito di quelle storie angoscianti: «Uno dei peggiori effetti delle guerre è di rendere insensibili, di indurire il cuore, di ammazzare la pietà». Per le ragazze come Rosetta la violenza dello stupro, in un contesto sociale caratterizzato da un modo di pensare arretrato, si sommò alla violenza della guerra, cancellando nel modo più crudele l’uscita dalla loro fanciullezza e segnandone drammaticamente il resto dell’esistenza. «Basta soffrire», è una delle battute cult del film. L’interpretazione delle violenze dei combattenti coloniali francesi è ad oggi tutt’altro che chiara. Quei comportamenti sono stati da alcuni attribuiti principalmente alle responsabilità degli ufficiali francesi (che utilizzavano quelle truppe in azioni impossibili promettendo loro “carta bianca” se fossero poi riuscite nell’impresa); da altri sono stati spiegati con gli istinti primordiali e ferini di “quei selvaggi”, o con le condizioni miserevoli delle zone più povere del Maghreb in cui costoro erano cresciuti.

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Copertina del romanzo.

Nella trasmissione Rai precedentemente citata si riassume una intervista al “Mattino” del 1993 del famoso scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, dove i goumiers vengono così descritti: «Era soprattutto gente che viveva sulle montagne, i francesi li rastrellarono, li caricarono sui camion con un’azione violenta, di sopraffazione e li portarono a migliaia di chilometri da casa a compiere altre violenze. Le loro azioni brutali vanno inquadrate in questo contesto…in Marocco ovviamente sono gli eroi di Cassino. I goumiers andavano all’attacco salmodiando la Chahada. Catturavano i tedeschi per rivenderli (500-600 franchi per un soldato semplice, il triplo per un ufficiale superiore) ai militari americani desiderosi di costruirsi una reputazione guerriera senza rischiare». I comportamenti di quelle truppe furono, da altri ancora, ricondotti a ragioni prettamente religiose, citando presunte concezioni della donna e del suo ruolo nel mondo islamico. Non sono mancate ovviamente interpretazioni di carattere “etnico”, per così dire: queste ultime inevitabilmente confuse, fino a configurarsi talvolta come veri e propri pregiudizi razziali. In più va certamente ricordato che in ogni guerra, in ogni epoca, i fenomeni relativi alle violenze sessuali sulle donne (meno, di norma, su uomini e bambini) sono sempre stati numerosi: “Con la vittoria viene il bottino” è stato il grido di guerra più ripetuto per secoli, con le donne degradate a parte della preda. Ognuno di questi fenomeni, se ha avuto qualche causa comune (per esempio l’irrazionale “bestialità” del maschio quando vengono messe a tacere le uniche forze, oltre la sicura punizione, che davvero la limitano, ovvero l’autocontrollo e l’empatia), ha sempre in ogni caso evidenziato anche proprie, distinte e specifiche caratteristiche. Non è questa la sede in ogni caso, per motivi di spazio oltre che di competenza e di pertinenza al tema solo riassuntivo che mi sono inizialmente posto, di riflettere a lungo su questi difficili e controversi temi. Comunque, anche se ad oggi non abbiamo una spiegazione completa universalmente accettata delle azioni dei “goumiers”, è come dicevo mio profondo convincimento che esse debbano in ogni caso essere messe in luce e non nascoste. Sono una persona di sinistra e frequento spesso persone di sinistra. Alcune di loro, sempre pronte giustamente, sottolineo, a rendere noti e denunciare episodi riguardanti violenze a popoli o comunità ritenute “più indifese” di altre (e magari a considerare l’ex tecnico della CIA Edward Snowden un «benefattore dell’umanità» anche solo per aver «rivelato i fatti»), venute a conoscenza del mio impegno per questo contributo mi hanno, anche se cordialmente e amichevolmente, avvertito: «Non c’è il problema che tornando su questi avvenimenti, del resto dopo così tanti anni, rischi, pur non volendo, di alimentare sentimenti razzisti nei confronti di un certo tipo di immigrati?». Non giudico questa loro considerazione irricevibile, pur ritenendola incoerente con le altre ricordate. Contribuire ad accrescere pregiudizi razzisti, sempre odiosi, sarebbe di per sè un risultato disdicevole. Ciononostante non credo che sia nascondendo i fatti che falsi preconcetti xenofobi (il concetto di ‘razza’ non ha nessuna base scientifica, e del resto in passato la cultura araba è stata più avanzata di tante altre) possano essere, nel lungo termine, davvero contrastati. Sono invece assolutamente convinto che è con la conoscenza, l’informazione e la consapevolezza (magari appunto anche di vicende “scomode” e virtualmente oscurate per anni e anni) che si può provare a sperare in un mondo più civile e quindi più pacifico. E’ inoltre lecito avanzare, in campo etico, considerazioni di carattere non prettamente utilitaristico. L’insegnante di scuola media Bruno D’Epiro, figlio della terra esperiana, deportato a sedici anni dai tedeschi perché non volle aderire alla Repubblica Sociale Italiana e insignito da Pertini del “Diploma d’onore di combattente per la libertà 1943/45”, cominciò presto a raccogliere le attestazioni relative alle atrocità subite dalle vittime: «La spinta me l’hanno data le donne di Esperia. Nel 1950, quando si cominciarono a dare i primi miseri indennizzi alle donne violentate, io scrivevo le domande per loro e ne raccoglievo le testimonianze». E’ così, anche pensando alle tante Cesire e Rosette, e a tutti coloro che provarono a difenderle, che ho ritenuto quindi perfino doveroso, oltre che opportuno, dedicare un po’ del mio tempo a produrre questa pur elementare nota riassuntiva, avendo avuto modo in passato di leggere alcuni libri, articoli e documenti su quelle tristi storie, e di parlarne. Per provare a contribuire, con la cortese e fattiva disponibilità de “L’Undici”, a promuovere la conoscenza di eventi infausti avvenuti a pochissimi chilometri da dove sono nato e da dove vivo, in luoghi che conosco benissimo e frequento sin da bambino. E’ mia convinzione che si possano commemorare quelle vittime martoriate anche con l’impegno a far conoscere le violenze da loro subite (e tutto ciò che queste hanno poi causato) attraverso il corretto ricordo, restituendo a quelle nostre sfortunate connazionali, con la pubblicizzazione della verità (nascosta da moralismi di tipo diverso, tra cui anche quello sessuofobico imperante nei decenni passati in Italia), la dignità delle loro pur terribili esperienze. Ciò può anche ristabilire la giusta memoria di una parte rimossa della celebrata storia della Liberazione dall’oppressione nazifascista, ovvero di una parte taciuta della storia del nostro Paese. I soldati coloniali francesi hanno certamente contribuito a combattere i tedeschi che occupavano il nostro suolo e a sconfiggerli. Ma i loro efferati crimini, quali ne siano le interpretazioni, non possono essere cancellati. Soprattutto non devono essere dimenticati.

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Riferimenti

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T. Baris, Fra due fuochi, Esperienza e memoria della guerra lungo la linea Gustav

T. Baris, Montecassino 1944, scatenate i marocchini, in “Millenovecento”

F. Carloni, Il corpo di spedizione francese in Italia, 1943-1944

S. Catallo, Marocchinate

M. Chebel, La cultura dell’harem: erotismo e sessualita nel Maghreb

G. De Luna, Il caso delle donne italiane stuprate durante la seconda guerra mondiale al centro di nuove ricerche, La ciociara e le altre, in “La Stampa”

B. D’Epiro, Linea Dora: la battaglia di Esperia

L. Garibaldi, L’assalto alle ciociare, in periodico “Noi”

N. Lewis, Napoli ‘44

M. Lucioli, D. Sabatini, La ciociara e le altre: il corpo di spedizione francese in Italia, 1943-1944

F. Majdalany, La battaglia di Cassino

J. C. Notin, La campagne d’Italie – Les victoires oubliées de la France 1943-1945

A. Petacco, La nostra guerra

A. Riccio, Etnografia della memoria, storie e testimonianze del secondo conflitto mondiale nei Monti Aurunci

A. Riccio, Le violenze dei goumiers

G. Sangiuliano, Quelle marocchinate di cui nessuno parla, in “L’Indipendente”

M. Strazza, Senza via di scampo – Gli stupri nelle guerre mondiali

C. Venturoli, Sulla violenza sessuale in contesti di guerra e di pace, in “Voci dal verbo violare, I libri di Emil”

Atti parlamentari – 37011 – Camera dei Deputati, “Seduta notturna di lunedì 7 aprile 1952″

Le marocchinate, articolo sul sito dell’Istituto Tecnico C.G.P.A.C.L.E. “Luca Pacioli” di Crema (CR)

Rai, Bottino di Guerra – Le donne violentate in Ciociaria, in “La Storia siamo noi”

Sito ufficiale della causa di canonizzazione di Papa Pio XII, Intervista al prof. Guiducci, Pio XII Defensor Civitatis Sito Instoria, Marocchinate

1741.- RATIFICA DEL TRATTATO DI PACE BENEDETTO CROCE: DISCORSO

Le elezioni del 4 marzo hanno visto la vittoria schiacciante dei partiti proni alla dittatura dell’Unione europea e l’altrettanta sconfitta di quelli che, invece, vogliono il bene degli italiani, perciò, dico: Abbiamo perso tutti e non ha vinto nessuno e mi sovviene questa frase di Benedetto Croce: “Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l’abbiamo perduta tutti..”, in occasione della firma del trattato dell’infamia, a Parigi, il 10 febbraio 1947.

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DIKTAT Antonio Meli Lupi di Soragna firma Trattato pace Italia a Parigi 10.2.47 218-300

BENEDETTO CROCE: DISCORSO PRONUNCIATO ALL’ASSEMBLEA COSTITUENTE IN OCCASIONE DELLA RATIFICA DEL TRATTATO DI PACE , IL 24 LUGLIO 1947

(Il trattato fu poi ratificato, il 31 luglio 1947 con 262 voti a favore, 68 contrari e 80 astenuti)

Io non pensavo che la sorte mi avrebbe negli ultimi miei anni riserbato un così trafiggente dolore come questo che provo nel vedermi dinanzi il documento che siamo chiamati ad esaminare, e nell’essere stretto dal dovere di prendere la parola intorno ad esso. Ma il dolore affina e rende più penetrante l’intelletto che cerca nella verità la sola conciliazione dell’interno tumulto passionale.

Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l’abbiamo perduta tutti, anche coloro che l’hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono stati perseguitati dal regime che l’ha dichiarata, anche coloro che sono morti per l’opposizione a questo regime, consapevoli come eravamo tutti che la guerra sciagurata, impegnando la nostra patria, impegnava anche noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte. Ciò è pacifico quanto evidente.

Senonché il documento che ci viene presentato non è solo la notificazione di quanto il vincitore, nella sua discrezione o indiscrezione, chiede e pretende da noi, ma un giudizio morale e giuridico sull’Italia e la pronunzia di un castigo che essa deve espiare per redimersi e innalzarsi o tornare a quella sfera superiore in cui, a quanto sembra, si trovano coi vincitori gli altri popoli, anche quelli del continente nero. E qui mi duole di dovere rammentare cosa troppo ovvia, cioè che la guerra è una legge eterna del mondo, che si attua di qua e di là da ogni ordinamento giuridico, e che in essa la ragion giuridica si tira indietro lasciando libero il campo ai combattenti dall’una e dall’altra parte intesi unicamente alla vittoria, dall’una e dall’altra parte biasimati o considerati traditori se si astengono da cosa alcuna che sia comandata come necessaria o conducente alla vittoria.

Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai nostri giorni (bisogna pure avere il coraggio di confessarlo), i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituiti per giudicare, condannare e impiccare, sotto nome di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente d’ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni dei loro uomini e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra. Giulio Cesare non mandò innanzi a un tribunale ordinario o straordinario l’eroico Vercingetorige, ma, esercitando vendetta o reputando pericolosa alla potenza di Roma la vita e l’esempio di lui, poiché gli si fu nobilmente arreso, lo trascinò per le strade di Roma dietro il suo carro trionfale e indi lo fece strozzare nel carcere.

….Si è preso oggi il vezzo, che sarebbe disumano se non avesse del tristemente ironico, di tentare di calpestare i popoli che hanno perduto una guerra, con l’entrare nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe e pretendere che le riconoscano e promettano di emendarsi; che è tale pretesa che neppur Dio, il quale permette nei suoi ascosi consigli le guerre, rivendicherebbe a sé, perché egli non scruta le azioni dei popoli nell’ufficio che il destino o l’intreccio storico di volta in volta a loro assegna, ma unicamente i cuori e i reni, che non hanno segreti per lui, dei singoli individui. Un’infrazione della morale qui indubbiamente accade, ma non da parte dei vinti, sì piuttosto dei vincitori, non dei giudicati, ma degli illegittimi giudici.

L’Italia dunque, dovrebbe, compiuta l’espiazione con l’accettazione di questo dettato, e così purgata e purificata, rientrare nella parità di collaborazione con gli altri popoli. Ma come si può credere che ciò sia possibile se la prima condizione di ciò è che un popolo serbi la sua dignità e il suo legittimo orgoglio ?

Non continuo nel compendiare gli innumeri danni ed onte inflitte all’Italia e consegnati in questo documento, perché sono incisi e bruciano nell’anima di tutti gli italiani; e domando se, tornando in voi stessi, da vincitori smoderati a persone ragionevoli, stimate possibile di aver acquistato con ciò un collaboratore in piena efficienza per lo sperato nuovo assetto europeo.

Noi italiani, che non possiamo accettare questo documento perché contrario alla verità, e direi alla nostra più alta scienza non possiamo, sotto questo secondo aspetto, dei rapporti fra i popoli accettarlo, né come italiani curanti dell’onore della loro patria, né come europei, due sentimenti che confluiscono in uno, perché l’Italia è tra i popoli che più hanno contribuito a formare la civiltà europea.

Ma se noi non approveremo questo documento che cosa accadrà ? In quali strette ci cacceremo ? Ecco il dubbio e la perplessità che può travagliare alcuno o parecchi di voi, i quali nel giudizio di sopra esposto e ragionato del cosiddetto trattato so che siete tutti e del tutto concordi con me ed unanimi, ma pur considerate l’opportunità contingente di una formalistica ratifica. Ora non dirò ciò che voi ben conoscete: che vi sono questioni che si sottraggono alla spicciola opportunità e appartengono a quella inopportunità opportuna o a quella opportunità superiore che non è del contingente ma del necessario; e necessaria e sovrastante a tutto è la tutela della dignità nazionale, retaggio affidatoci dai nostri padri da difendere in ogni rischio e con ogni sacrificio. Ma qui posso stornare per un istante il pensiero da questa alta sfera che mi sta sempre presente, e, scendendo anch’io nel campo del contingente, alla domanda di quel che sarà per accadere rispondere, dopo avervi ben meditato, che non accadrà niente, perché in questo documento è scritto che i suoi dettami saranno messi in esecuzione anche senza l’approvazione dell’Italia; dichiarazione in cui, sotto lo stile di Brenno, affiora la consapevolezza della verità che l’Italia ha buona ragione di non approvarlo. Potrebbero bensì quei dettami, venire peggiorati per spirito di vendetta; ma non credo che si vorrà dare al mondo di oggi, che proprio non ne ha bisogno, anche questo spettacolo di nuova cattiveria, e, del resto, peggiorarli mi par difficile, perché non si riesce a immaginarli peggiori e più duri. Il governo italiano certamente non si opporrà all’esecuzione del dettato; se sarà necessario coi suoi decreti o con qualche suo singolo provvedimento legislativo la seconderà docilmente, il che non importa approvazione, considerato che anche i condannati a morte sogliono secondare docilmente nei suoi gesti il carnefice che li mette a morte.

Ma approvazione no !

Non si può costringere il popolo italiano a dichiarare che è bella una cosa che esso sente come brutta, e questo con l’intento di umiliarlo e di togliergli il rispetto di se stesso, che è indispensabile a un popolo come a un individuo e che solo lo preserva dall’abiezione e dalla corruzione.

Signori deputati, l’atto che oggi siamo chiamati a compiere non è una deliberazione su qualche oggetto secondario e particolare, dove l’errore può sempre essere riparato e compensato, ma ha carattere solenne e perciò non bisogna guardarlo unicamente nella difficoltà e nella opportunità del momento, ma portarvi sopra quell’occhio storico che abbraccia la grande distesa del passato e si volge riverente e trepido all’avvenire. E non vi dirò che coloro, che questi tempi chiameranno antichi, le generazioni future dell’Italia che non muore, i nostri nipoti e pronipoti ci terranno responsabili e rimprovereranno la generazione nostra di aver lasciato vituperare e avvilire e inginocchiare la nostra comune madre a ricevere un iniquo castigo; non vi dirò questo perché so che la rinunzia alla propria fama è in certi casi estremi richiesta all’uomo che vuole il bene o vuole evitare il peggio; ma vi dirò quel che è più grave, che le future generazioni potranno sentire in se stesse la durevole diminuzione che l’avvilimento, da noi consentito, ha prodotto nella tempra italiana, fiaccandola.

Questo pensiero mi atterrisce, e non debbo tacervelo nel chiudere il mio discorso angoscioso. Lamentele, rinfacci, proteste, che prorompono dai petti di tutti, qui non sono sufficienti. Occorre un atto di volontà, un esplicito no. Ricordate che, dopo che la nostra flotta, ubbidendo all’ordine del re ed al dovere di servire la patria, si fu portata a raggiungere la flotta degli alleati e a combattere al loro fianco, in qualche loro giornale si lesse che tal cosa le loro flotte non avrebbero mai fatto. Noi siamo stati vinti, ma noi siamo pari, nel sentire e nel volere, a qualsiasi più intransigente popolo della terra.

pennello nero

La nave da battaglia R.N. Vittorio Veneto e l’incrociatore R.N. Eugenio di Savoia si arrendono all’ammiraglia britannica H.M.S. Warspite sulla rotta di Malta.
tratto da : http://web.tiscali.it/RSI_ANALISI

Il trattato attribuisce all’Italia fascista, avendo partecipato al Patto tripartito con la Germania ed il Giappone, la responsabilità della guerra di aggressione con le potenze alleate e le altre Nazioni Unite ma ammette che, con l’aiuto degli elementi democratici del popolo italiano, il regime fascista venne rovesciato il 25 luglio 1943 e l’Italia, essendosi arresa senza condizioni, dichiarò guerra alla Germania alla data del 13 ottobre 1943, divenendo così cobelligerante nella guerra contro la Germania stessa. Dopo tali premesse, si riconosce la comune volontà delle parti firmatarie di concludere un trattato di pace che, conformandosi ai principi di giustizia, regoli le questioni pendenti a seguito degli avvenimenti bellici, per formare la base di amichevoli relazioni e permettere alle potenze alleate di appoggiare l’ingresso dell’Italia nelle Nazioni Unite.

Il contenuto del trattato di pace, tuttavia, non si limitò a regolare le questioni pendenti a seguito degli avvenimenti bellici ma impose anche la cessione di territori sui quali la sovranità dell’Italia era stata riconosciuta già in epoca antecedente all’avvento del regime fascista. Tale circostanza è riferibile, in particolare, al tracciato della frontiera orientale che era stato liberamente definito nel 1920 in accordo con lo stato jugoslavo, al quale la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia era subentrata ad ogni effetto.

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Il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, con tatto e con fermezza, fece presente tutto ciò nel suo discorso alla conferenza della pace del 10 agosto 1946, sottolineando che l’81% del territorio della Venezia Giulia sarebbe stato assegnato agli jugoslavi, rinnegando anche una linea etnica più interna che l’Italia si era dichiarata disponibile ad accettare e addirittura la Carta Atlantica che riconosceva alle popolazioni il diritto di consultazione sui cambiamenti territoriali. Lo statista italiano concludeva che, nonostante ciò, il sacrificio dell’Italia avrebbe avuto un compenso se almeno il trattato si fosse posto come uno strumento ricostruttivo di cooperazione internazionale e l’Italia fosse ammessa nell’ONU in base al principio della sovrana uguaglianza sotto il patrocinio dei vincitori, tutti d’accordo nel bandire l’uso della forza nelle relazioni internazionali e a garantirsi vicendevolmente l’integrità territoriale e l’indipendenza politica[1].

L’ingresso dell’Italia all’ONU, peraltro, fu accordato soltanto il 14 dicembre 1955.

1720.- Libia amara, la disfatta italiana nelle lettere del generale Tellera

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“La Libia amara del generale Giuseppe Tellera: Lettere e testimonianze inedite”
di Maria Simonetta Bondoni Pastorio.

Dalla Gazzetta di Mantova e dal mio natio Castiglione delle Stiviere, trovo lo spunto per ricordare un grande generale, forse dimenticato,vittima incolpevole di quella stolta guerra dell’Italia alle potenze mondiali. Consiglio vivamente di leggere il libro che Vi mostro in apertura per la carica di amore, umanità e l’esempio che vi traspare. Per chi nulla conosce di quelle battaglie degli italiani nel deserto, ho aggiunto alcune immagini e didascalie illustrative. Prossimamente, leggerete una relazione sui carri armati dell’Ansaldo del loro primo comandante e una sull’organizzazione della ritirata della Regia Aeronautica dagli aeroporti della Cirenaica, di Attilio Biseo. E’ giusto che si sappia in quanti modi gli italiani riescono a distruggere ogni volta il lavoro di generazioni.
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Italo Balbo e il generale Giuseppe Tellera

Il generale Giuseppe Tellera, comandante della X Armata, è stato il più alto ufficiale in grado a morire in combattimento durante la guerra di Libia contro gli inglesi. La nipote Simonetta ha pubblicato un libro con le lettere che l’alto ufficiale inviava alla madre Zeta, di Castiglione delle Stiviere. Le lettere fanno luce sulla guerra di Mussolini in Libia e sul suo aspetto propagandistico. Lo scriveva lo stesso Tellera.

Una pagina di storia importante torna alla luce a distanza di settant’anni dai fatti e proprio a pochi mesi dalla guerra di Libia, finita con la morte di Gheddafi. E’ la tragedia della campagna di Libia del 1940-41, nella quale Italo Balbo cadde con il suo aereo a Tobruch, colpito dal “fuoco amico”. Il generale che gli era vicino e fu testimone diretto della sua fine, fu anche il militare italiano di più alto grado morto in combattimento nella seconda guerra mondiale: ferito a morte all’inizio di febbraio del 1941 per opporsi all’avanzata degli inglesi in Cirenaica.
Quell’uomo, leale sino alla fine, ma assolutamente conscio del destino che lo aspettava, era Giuseppe Tellera, bolognese, sposato a Zeta Bondoni Pastorio di Castiglione delle Stiviere. I mantovani conoscono il suo nome per una via del quartiere di Valletta Paiolo.

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Generale Giuseppe Tellera

In questa pagina il generale della lapide stradale prende un volto. E una storia, tragica ed eroica, di quelle che fanno riflettere sul senso dei valori, forse anche dell’inutilità – o dello spreco – dell’eroismo. Una storia che si svela del tutto solo ora attraverso la decisione della famiglia di render pubbliche per la prima volta in un libro le lettere che il generale inviava alla moglie, Zeta, e nelle quali parlava anche della figlia Gianna, la mamma di Simonetta, l’ultima erede.
Dapprima ironiche, le lettere che coprono un arco dal 1937 al 4 febbraio 1941, celavano alla famiglia le preoccupazioni del militare sull’assurdità di una guerra impari contro gli inglesi nel deserto, senza adeguati mezzi, anzi senza il minimo di armamenti ed equipaggiamenti necessari. Nelle ultime lettere, invece, Giuseppe Tellera si sfoga e racconta tutto, anche i continui dissidi con Roma, quel governo Mussolini che aveva dato il via alla guerra per ragioni propagandistiche.

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I carri veloci L3 (il primo è un lanciafiamme), da 3 tonn., dovettero affrontare i carri pesanti Matilda da 27 tonn. e i Crusader urtandoli in velocità. Meglio si trovavano i carri medi M11 e gli M13, giunti da poco dall’Italia, ma anche i loro cannoni da 37/40 e da 47/32 non penetravano le corazze da 65mm dei Matilda I e II, mentre il cattivo acciaio delle loro (42mm) veniva frantumato dal cannone da 2 libbre/40mm inglese.

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Un M13/40 con la torretta cinta da elementi di cingolo per rafforzarla.

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Due carri Crusader della 7ª Divisione corazzata nel settembre 1941 nel deserto libico. Nell’autunno 1940, Winston Churchill inviò significativi rinforzi alle truppe britanniche schierate in Egitto; in particolare arrivarono (dopo un lungo viaggio per la rotta del Capo), tre nuovi reggimenti corazzati (2º e 6º Royal Tank Regiment, dotati di carri medi Cruiser; e 7º Royal tank Regiment, equipaggiato con i carri pesanti da fanteria Matilda) che permisero di raddoppiare la forza della 7ª Divisione corazzata, costituendo due brigate corazzate distinte (la 7ª leggera con i tre reggimenti Ussari, e la 4a pesante con tre reggimenti corazzati del Royal Tank Regiment).

Il libro è il secondo pubblicato dalla Fondazione Bondoni Pastorio (segue “Orientalista e Viaggiatore. Henry Dunant a Castiglione delle Stiviere” (a cura di Maria Simonetta Bondoni Pastorio e Giulio Busi) ed è intitolato “La Libia amara del generale Giuseppe Tellera. Lettere e testimonianze inedite”. E’ aperto da un saggio di Giulio Busi, marito di Simonetta e docente di ebraistica a Berlino, che riscontra i temi della lettera di Tellera del 31 dicembre 1940 (la più importante) su documenti degli archivi militari. Ne emerge, «l’onestà intellettuale di un uomo che vide con chiarezza, e in anticipo, la catastrofe verso cui si avviava l’esercito italiano in Libia, ma volle comunque, nonostante tutto, compiere fino in fondo il proprio dovere di soldato» (già durante la non belligeranza, Tellera, da poco nominato Comandante della X Armata, si era recato a Roma quattro volte a esporre lo stato di assoluta impreparazione delle truppe (appiedate) e l’inadeguatezza dei materiali (molti autocarri erano BL della Prima Guerra Mondiale sfiniti, incapaci di superare il Passo dell’Halfaya e, poi, mortai di bronzo, cannoni anticarro ben custoditi nei magazzini. L’ultima volta, a pochi giorni dall’apertura delle ostilità, Badoglio in persona lo rassicurò a nome di Mussolini (?) dichiarandogli, falsamente, che non avremmo dichiarato la guerra.ndr).

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L’M11/39, da 11 tonn., con il cannone da 37/40mm in casamatta, mostra l’insufficienza delle dottrine d’impiego dei corazzati. Qui, un esemplare fuori combattimento viene superato da una colonna inglese. Per tagliare la strada agli italiani, gli inglesi avanzarono con un gruppo di combattimento mobilissimo (la “Combe Force”) di autoblindo, artiglieria motorizzata e fanteria automontata a sud dello Jebel Akhdar, attraverso le piste del deserto, limitando al massimo le soste, il riposo e i rifornimenti: un solo bicchiere d’acqua al giorno. Raggiunsero Beda Fomm in sole 30 ore.

Il libro ripropone poi un saggio di Angelo Del Boca, una delle maggiori voci critiche sull’avventura coloniale italiana, in cui viene data una nuova valutazione della figura di Tellera. Armando Rati traccia la biografia militare di Tellera, dall’accademia alla prima guerra mondiale, quando già ottenne una medaglia, fino alla nomina a comandante della X Armata in Africa. Da una parte c’è la vita militare, il rapporto con i propri sottoposti, e con i superiori (tra i quali Graziani, che lasciò in tempo l’Africa per poi, purtroppo, dedicarsi alla Repubblica sociale di Salò). Ci sono le decisioni prese dagli stati maggiori e quelle dei politici.
Dall’altra parte ci sono gli affetti familiari, il mondo dove Tellera avrebbe potuto dare molto se fosse tornato dalla guerra. La moglie Zeta, detta Zete e da lui amorevolmente «mia adorata Cetty» e la famiglia. Nel libro troviamo testimonianze della figlia Gianna e di alcuni compagni di gioventù. La nipote Simonetta offre una breve saga della famiglia Tellera. Laureata in Museografia a Bologna, con specializzazione in Storia dell’arte, per 10 anni funzionaria dell’Istituto per i Beni culturali dell’Emilia Romagna, dove ha realizzato, tra l’altro, il censimento dei teatri storici e dei beni culturali ebraici. Dal 2008 è presidente della Fondazione Palazzo Bondoni Pastorio.

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Un carro pesante Matilda II catturato dagli italiani. Abbiamo combattuto la Seconda Guerra Mondiale con carri da 11, 13, 14 tonn., con i fucili modello 1891 e con le artiglierie prese agli austriaci. I soli cannoni e obici moderni furono i 200 voluti dal gen. Federico Baistrocchi e finirono quasi tutti in Russia. Nell’ottobre 1936 Baistrocchi fu sostituito improvvidamente da Mussolini con Badoglio, mettendo fine al suo “programma di ammodernamento delle Forze armate”.

Del Boca descrive la fase finale dell’accerchiamento inglese: «Mentre parte dei militari italiani si rifugiava nella casa cantoniera al km 39 da Agedabia e vi abbozzava una difesa, una trentina di carri armati M13/40 del VI battaglione cercava di aprirsi un varco nello schieramento nemico (difeso da 14 cannoni controcarro da 40mm. ndr), ma l’operazione non aveva alcun successo. Ad un ad uno i carri M13 venivano distrutti dal fuoco concentrico dei mezzi controcarro, dalle artiglierie e dei cannoni dei carri pesanti Matilda inglesi (L’ultimo M13 fu arrestato dall’ultimo cannone rimasto, che dovette far fuoco nel mezzo del comando inglese). A questo punto il generale Tellera abbandonava il riparo della casa cantoniera e, noncurante del fittissimo fuoco, saliva su uno dei carri superstiti e cercava di risalire la colonna per andare incontro alla brigata corazzata del generale Bergonzoli e con questa compiere l’ultimo tentativo per rompere l’accerchiamento. Ma mentre risaliva lo schieramento si scontrava con una formazione corazzata nemica e veniva ferito gravemente a un polmone».
Il Daily Telegraph scrisse: «Martedì mattina, al culmine della più grande battaglia fra carri armati della campagna, il generale Tellera veniva catturato mortalmente ferito» e Il Times precisava che il funerale si era svolto nella cattedrale di Bengasi “with full military honours».
Il genero di Tellera, Giacomo Bondoni (padre di Simonetta) fece poi notare che «un incidente del genere non sarebbe mai potuto accadere al maresciallo Graziani che aveva scelto come sede del proprio comando una tomba greca di Cirene, scavata in profondità (30 m.) nella roccia e lontana centinaia di chilometri dal fronte».

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Il grafico della rotta italiana tra il 7 dicembre 1940 ed il 7 febbraio 1941. A Roma, ieri come oggi, tutto bene.

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Il vincitore di Graziani, brig. gen. O’Connor, con i suoi comandanti, a fianco di due M13 della Brigata Babini fermati e catturati. La Brigata era ancora in addestramento.

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Gli inglesi riutilizzarono i carri italiani. Alcuni esemplari di M11/39 catturati dalle truppe australiane. All’alba del 9 dicembre il raggruppamento corazzato del Gen Maletti fu sorpreso nel sonno a Nibeiwa ( a 20 km da sidi el Barrani) e i carristi italiani furono annientati all’arma bianca dalla divisione indiana, prima di poter raggiungere gli M 11/39 “posteggiati” fuori del ridotto difensivo. Lo stesso Maletti, uscito fuori dalla tenda, in pigiama e pistola in mano, venne freddato dagli inglesi. Poco dopo, 15 carri vennero distrutti al tiro a segno e gli altri catturati. Questi carri furono usati dagli australiani contro Tobruk.

1710.- PERDERE UNA GUERRA E, POI, COME CALARE LE MUTANDE.

L’oro del Regno di Napoli fu predato dal Regno d’Italia. L’oro della Banca d’Italia costò la vita ai ministri della Repubblica Sociale Italiana e sparì, forse a Botteghe Oscure. Ora sono 2451,8 le tonnellate di oro che l’Italia continua ad affidare alle casseforti di Fort Knox e di Londra dei cari alleati, se già non ce le hanno vendute. Ma l’oro italiano è sfortunato? e la guerra l’abbia persa solo noi?

ORBAN RIMPATRIA L’ORO UNGHERESE. BUONSENSO NELLA GENERALE PAZZIA.
di Maurizio Blondet.

L’Ungheria ha annunciato che rimpatrierà 100 mila once delle sue riserve aure, limitatissime (5 tonnellate) che conserva presso la Banca d’Inghilterra. Budapest segue in ciò Germania, Austria, Olanda e persino il Venezuela: Chavez ha rimpatriato 180 tonnellate nel 2011. Russia, Cina ed anche Turchia continuano ad acquistare oro (Mosca, 20 tonnellate solo a gennaio 2018, quattro volte le riserve ungheresi).

L’Italia, che ha – o dovrebbe avere, se i cari alleati non ce le hanno vendute, 2451,8 tonnellate, continua ad affidarle alle casseforti dei cari alleati, essenzialmente Fort Knox e Londra.

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E questo, proprio nel momento in cui l’alleato americano moltiplica i segnali di ostilità verso la concorrenza europea, e minaccia una guerra commerciale. In più, l’asse Usa-Regno Unito dà sempre più segni di impazzimento, imprevedibilità e inaffidabilità per cui Lavrov ha coniato il termine “incapace di fare trattati”, ossia più precisamente, di restare fedele agli impegni dai loro governi presi sul piano internazionale.

Iнедоговороспособны (in inglese: Not Agreement Capable) è il termine – giuridicamente noto per esempio nella “circonvenzione di incapace” – che la diplomazia russa ha cominciato ad adottare sulla crisi siriana, quando il ministro degli esteri di Obama, John Kerry, stringeva accordi con Lavrov che poi “accidentalmente” il Pentagono infrangeva bombardando qua e là le truppe siriane, per aiutare l’ISIS. Ma in realtà tale comportamento incivile della Superpotenza è cominciata molto prima, almeno dal 2002 quando Washington s’è ritirata unilateralmente dai trattati ABM (Anti-Ballistic Missiles), senza consultare gli alleati né la Russia, la controparte . I trattati ABM hanno mantenuto la parità nucleare (e quindi la pace) per oltre mezzo secolo, anche attraverso visite reciproche delle due parti nei rispettivi siti nucleari. Come già abbiamo avuto modo di scrivere, nello stesso 2002 Bush jr. o meglio i suoi gestori neocon israelo-americani, (con la scusa dell’11 Settembre, false flag), emanarono la “Nuova dottrina di sicurezza nazionale che proclamava il diritto americano di lanciare guerre preventive contro qualsiasi nazionale, per “espandere la democrazia e libertà nelle nazioni del mondo”. Ciò significava non riconoscere alle altre nazioni lo status di soggetti di diritto; tutti gli stati erano aggredibili, ad arbitraria volontà americana. Con ciò i talmudici neocon hanno stracciato i principi del Trattato di Westfalia del 1648, ossia “il riconoscimento reciproco della sovranità degli stati, e amicizia basata sulla non-ingerenza negli affari interno, che garantì in Europa 150 anni di di pace”. LA distruzione dello Jus Publicum Aeropaeum ci ha fatti entrare nella nuova fase della barbarie americana, o israelo americana.

https://www.maurizioblondet.it/promemoria-el-papa-nazionalisti-fanno-la-pace-le-democrazie-le-guerre/

Di cui vediamo ogni giorno segnali più allarmanti ed accelerati: l’uscita unilaterale dagli accordi conclusi con gli europei e Mosca sul nucleare iraniano, la costruzione di bombe atomiche “per guerre limitate”, la creazione di eserciti irregolari di terroristi islamici, le aggressioni non giustificate di Irak, Siria, Afghanistan, Libia. La dichiarazione di fare di Gerusalemme la capitale ebraica indivisa. E da ultimo, gli eventi che segnalano un vero impazzimento: il presidente Usa che sconfessa e licenzia come un cameriere il suo ministro degli esteri, da lui stesso scelto; per sostituirlo col capo della CIA; e la messa a capo della CIA di una donna, Gina Haspel , che è perseguita in Germania come torturatrice, l’organizzatrice di interrogatori con torture in sedi estere clandestine – insomma una violatrice abituale del diritto e della pura e semplice civiltà.

La May invoca l’art.5 NATO
Questo aggravamento verso la barbarie è stato intensificato da poche ore dalla premier britannica May. Ha accusato senza prove Mosca dell’avvelenamento della sua ex spia, dichiarando che “tale azione configura l’uso illegittimo della forza dello stato russo contro il Regno Unito”. Come ha sottolineato gongolando Voice of America, con questa dizione la May ha invocato l’articolo 5 del trattato NATO, che obbliga i paesi alleati a scendere in guerra a fianco di uno di loro che ha subito un “illegittimo uso della forza”. Come dice Voice of America, la May “ha aperto la strada per la Gran Bretagna di seguire l’esempio dell’America al’indomani dell’11 Settembre 2001”. Il segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, ovviamente ha dichiarato: “L’uso di un agente nervino è orrendo e completamente inaccettabile”. Macron ha dichiarato lo stesso, affiancandosi alla May. Dunque la NATO è mobilitata. L’Italia non è stata nemmeno avvertita.

https://www.voanews.com/a/theresa-may-responds-to-russian-spy-poisoning/4296219.html

Frattanto, la UE ha pompato un altro miliardo al regime d Kiev. In questa foto, Poroshenko e signora sono stati invitati al gala dell’Opera di Stato a Vienna. Al centro, con la fascia, il presidente austriaco Van Der Bellen, di sinistra quindi europeista.

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(L’Italia non invitata)

Può darsi che tutta questa manfrina criminale miri (e si riduca) a trovare un pretesto per chiudere gli uffici londinesi e americani di Russia Today, l’emittente internazionale di Mosca che (giustamente) tanto fastidio dà ai liberi media occidentali, disturbandone la coralità. Così sembrano credere, o sperare, i russi.

Ma in questo clima di pazzia delinquenziale, Orban che rimpatria le sue poche riserve auree nazionali compie un atto di puro buon senso, di fronte ad un ordine occidentale sempre meno “capace di rispettare trattati” Iнедоговороспособны .

Non ve lo aspettate, ovviamente, da Gentiloni, o Padoan che è andato ad “avvelenare i pozzi” contro il voto italiano a Bruxelles: un governo delegittimato che continuerà a governare forse per tutto l’anno prossimo, e avrà tempo di fare tutti i giochi sporchi in odio agli italiani che si sono macchiati della colpa di volerli mandare a casa.

1644.- L’Italia ebbe le leggi razziali. Ma non fu mai antisemita.

Hannah Arendt e Gideon Hausner, procuratore generale al processo contro Eichmann, elogiarono il comportamento del nostro Paese. Che in pratica ignorò il diktat nazista, almeno fino all’armistizio, alla fuga del re e all’occupazione tedesca.

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Marcello Veneziani 27 gennaio. Oggi è il Giorno della Memoria anche se da dieci giorni se ne parla ampiamente sui giornali e in tv. Non ha torto Elena Loewenthal, studiosa di cultura ebraica, a scrivere un libretto “Contro il giorno della memoria” e a proporre un intenso silenzio più che una così retorica esibizione a settant’anni dalla Shoah. Per la ricorrenza sarà proiettato oggi e domani in alcune città il film di Margarethe von Trotta dedicato ad Hannah Arendt, la principale studiosa ebrea del nazismo e dei regimi totalitari, sfuggita alle persecuzioni naziste.
Il film trae spunto dal celebre testo della Arendt, La banalità del male (edito da Feltrinelli), nato dai suoi reportage per il processo al nazista Adolf Eichmann, cinquant’anni fa in Israele. La banalità del male è importante anche per le pagine dedicate agli italiani in relazione alle deportazioni. Scrive la Arendt: «L’Italia era uno dei pochi paesi d’Europa dove ogni misura antisemita era decisamente impopolare». Infatti, aggiunge, «l’assimilazione degli ebrei in Italia era una realtà». La condotta italiana «fu il prodotto della generale spontanea umanità di un popolo di antica civiltà». Un popolo che dai tempi dei Romani conviveva con gli ebrei, e continuò a conviverci, con alti e bassi, anche all’ombra della Chiesa cattolica e del Papa re pur nella considerazione degli ebrei come popolo deicida. «La grande maggioranza degli ebrei italiani – scrive la Arendt – furono esentati dalle leggi razziali», concepite da Mussolini «cedendo alle pressioni tedesche». Perché gran parte degli ebrei erano iscritti al Partito fascista o erano stati combattenti, nota la Arendt, e i pochi ebrei veramente antifascisti non erano più in Italia. Persino il più razzista dei gerarchi, Roberto Farinacci, «aveva un segretario ebreo». Si potrebbe ricordare il concordato del 1931 tra lo Stato fascista e la comunità israelitica italiana, accolto con soddisfazione dagli ebrei. A guerra intrapresa «gli italiani col pretesto di salvaguardare la propria sovranità si rifiutarono di abbandonare questo settore della loro popolazione ebraica; li internarono invece in campi, lasciandoli vivere tranquillamente finché i tedeschi non invasero il paese». E quando i tedeschi arrivarono a Roma per rastrellare gli ottomila ebrei presenti «non potevano fare affidamento sulla polizia italiana. Gli ebrei furono avvertiti in tempo, spesso da vecchi fascisti, e settemila riuscirono a fuggire». Alcuni con l’aiuto del Vaticano. Le stesse tesi aveva espresso al processo Eichmann il procuratore generale Gideon Hausner, il quale definì l’Italia «la nazione più cara a Israele».

I nazisti, aggiunge la Arendt, «sapevano bene che il loro movimento aveva più cose in comune con il comunismo di tipo staliniano che col fascismo italiano e Mussolini, dal canto suo, non aveva molta fiducia nella Germania né molta ammirazione per Hitler». L’Italia fascista, secondo la studiosa ebrea, adottò nei confronti dei rastrellamenti un sistematico «boicottaggio». Nota la Arendt: «il sabotaggio italiano della soluzione finale aveva assunto proporzioni serie, soprattutto perché Mussolini esercitava una certa influenza su altri governi fascisti, quello di Pétain in Francia, quello di Horthy in Ungheria, quello di Antonescu in Romania, quello di Franco in Spagna. Finché l’Italia seguitava a non massacrare i suoi ebrei, anche gli altri satelliti della Germania potevano cercare di fare altrettanto… Il sabotaggio era tanto più irritante in quanto era attuato pubblicamente, in maniera quasi beffarda». Insomma il caso di Giorgio Perlasca, il fascista che salvò cinquemila ebrei, non fu isolato. Quando il fascismo, allo stremo della sua sovranità, cedette alle pressioni tedesche, creò un commissariato per gli affari ebraici, che arrestò 22mila ebrei, ma in gran parte consentì loro di salvarsi dai nazisti, come scrive la studiosa ebrea. Nota la Arendt, perfino eccedendo, che «un migliaio di ebrei delle classi più povere vivevano ora nei migliori alberghi dell’Isère e della Savoia». Insomma «gli ebrei che scomparvero non furono nemmeno il dieci per cento di tutti quelli che vivevano allora in Italia». Si può dire che morirono più italiani nelle foibe comuniste che ebrei italiani nei campi di sterminio? Odiosa contabilità, ma per amore di verità va detto. Certo, la Shoah nel suo complesso è una catastrofe imparagonabile. Anche per gli storici israeliti Leon Poliakov e George Mosse l’Italia boicottò le deportazioni naziste e protesse gli ebrei. Le origini culturali dell’antisemitismo per la Arendt sono riconducibili a leader, movimenti e ideologi di sinistra. Ne Le origini del totalitarismo ricorda che fino all’affaire Dreyfus in Francia, «le sinistre avevano mostrato chiaramente la loro antipatia per gli ebrei. Esse avevano seguito la tradizione dell’Illuminismo, considerando l’atteggiamento antiebraico come una parte integrante dell’anticlericalismo». In Germania, ricorda, i primi partiti antisemiti furono i liberali di sinistra, guidati da Schönerer e i socialcristiani di Lueger. Non si tratta di assolvere regimi né di cancellare o relativizzare le leggi razziali del ’38 che infami erano e infami restano. Né si tratta di salvare il fascismo dal nazismo e dal razzismo, ma di riconoscere la pietà e la dignità del popolo italiano, che in quella tragedia si comportò con più umanità. Magari in altri casi no, si pensi alla guerra civile, al triangolo rosso, alle stragi d’innocenti o di vaghi sospettati; ma nel Giorno della Memoria della Shoah, ricordiamoci che gli italiani furono meno bestie di tanti altri. Per una volta non denigriamoci. Quanto alla Arendt, fu dura per lei la sorte di apolide, straniera nella sua terra natia, la Germania, poi vista con diffidenza per la sua relazione giovanile con Heidegger, quindi detestata dalla sinistra per la sua critica al totalitarismo e al comunismo, e pure in aperto conflitto col mondo ebraico. Dopo aver letto La banalità del male lo studioso di mistica ebraica Gershom Scholem la accusò (il carteggio è riportato in fondo a Ebraismo e modernità, edito da Feltrinelli) di avversare il sionismo e di non amare gli ebrei. «Io non amo gli ebrei – rispose lei – sono semplicemente una di loro». Una lezione di verità per tutti.