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1586.- Sgretolamenti irresistibili dell’Ordine Mondiale ed eurocratico.

Il 2018 si presenta foriero di difficoltà per l’Unione europea, che unione non è. Germania, Spagna,Italia in catalessi politica,senza un governo, saranno la conferma dell’utopia con cui il neoliberismo ha creduto di gestire i popoli, senza le loro formazioni sociale: dalla famiglia agli stati sovrani. Nascerà una nuova Europa? Ce lo auguro. Propongo questa interessante analisi di Maurizio Blondet con i suoi e i nostri auguri.

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Poche ore, e l’ordine globalista, unilateralista è cambiato, quello eurocratico-atlantico è sgretolato tutto d’un colpo.

In Catalogna, i separatisti vincono la maggioranza. E’ cominciata una frammentazione irreversibile non solo della Spagna (non si potrà formare un governo per mesi), ma dell’Europa che cova i suoi secessionismi e particolarismi: fremono già la Corsica, la Scozia, perché no il Sudtirolo o il Donbass —e se un voto ha legittimato una secessione, perché non vale anche per la Crimea?

La Polonia scavalca la UE e stringe accordi militari con la Gran Bretagna. Ciò, nonostante l’ordine eurocratico (dunquedi Merkel) che tutti i rapporti con Londra fossero negoziati direttamente da Bruxelles nel quadro del Brexit e non unilateralmente da stato a stato. Ma Varsavia vuole meno Europa e più NATO: la sua insubordinazione mette fine alla finzione che UE e NATO siano la stessa cosa.

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Il nuovo primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e il premier britannico Theresa May il 21.12.2017 a Varsavia. (Foto: dpa)
In Austria, il nuovo governo si propone un taglio massiccio dei benefici ai richiedenti asilo, particolarmente dando solo più benefici in natura (oggi ricevono prestazioni in denaro, 840 euro mese) e nessun alloggio individuale, identificazione accurata di coloro che non hanno dato una chiara identità, attraverso “la lettura o il ripristino dei dati del telefono cellulare e altri mezzi di comunicazione come i social media, per ricostruire l’itinerario” del sedicente richiedente asilo. E rimpatrio rigoroso per quelli che non vengono da paesi in guerra. Se l’Austria si unisce al Gruppo di Visegrad, darà al blocco dell’Est una forza reale e simbolica impossibile da contornare – e con ciò ai sovranisti del resto d’Europa, che l’eurocrazia aveva “sconfitto”.

Notevole che ciò avvenga mentre la Germania è in catalessi politica, assente, non ha nulla da dire perché non ha un governo – come non lo avrà la Spagna , e da marzo nemmeno l’Italia: è la frammentazione estrema delle opinioni pubbliche conseguente all’individualismo liberista come pensiero unico economicista e consumista: che “ha liberato l’uomo occidentale di ogni forma di identità collettiva: religione, valori tradizionali, la gerarchia, acoscienza nazionale, per cui ognuno scegliere la propria religione, la propria nazione, e oggi il proprio sesso”. Per quale motivo allora “stare insieme” se conviene “ognuno per sé”? I puri interessi non uniscono mai, dividono

All’Onu, gli Usa sono rimasti per la prima volta isolati sulla questione di Gerusalemme capitale ebraica. Hanno ricevuto uno schiaffo in piena faccia da 128 paesi, e sono rimasti a votare con Sion e alcune isole della Micronesia.

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Verdi i voti contro Usrael
Il voto all’Onu contro Washington e Tel Aviv è un fallimento politico senza precedenti: persino la Gran Bretagna non ha votato secondo i desideri di Trump, persino l’Italia e la Germania. Il Canada s’è astenuto. . E ciò, nonostante Nikki Haley, la sciagurata ambasciatrice all’ONU, sia scesa ai livelli più infimi della bassezza minacciando “mi segno i nomi” di quelli che non voteranno come voglio io , e il taglio degli aiuti americani ai paesi disobbedienti. “Voglio che sappiate che il presidente e gli Stati Uniti prendono questo voto personalmente”, ha annunciato: “Il presidente osserverà questo voto con molta attenzione …e ha richiesto che io gli riferisca su quei paesi che voteranno contro di noi”.

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Nikki Haley: “Mi segno i nomi!”
La sciagurata Niki è così riuscita a porre le basi per aggravare il fallimento diplomatico: mostrando ciò che sarebbe meglio dissimulare più a lungo, che la Superpotenza non fa più paura al resto del mondo, e i suoi ruggiti sono quelli della tigre di carta. Una Casa Bianca ragionevole dovrebbe sostituire al più presto la fanatica incapace dannosa per la nazione. Invece Trump ha sostenuto la Nikki rincarando la minaccia: “Questi ci prendono centinaia di milioni di dollari, anche miliardi, e poi ci votano contro. Che votino contro di noi, e noi risparmieremo un sacco. Che ci frega”.

E la Haley che, appena subìto il disastro, ha rincarato: “Noi ci ricorderemo quando ci si chiederà ancora una volta di versare il più importante contributo alle Nazioni Unite. E ce ne ricorderemo quando numerosi paesi verranno a chiederci, come fanno tanto spesso, di pagare di più e di impiegare la nostra influenza a loro vantaggio”.

Che dire? Sembra che la lobby israeliana abbia portato gli Usa allo scacco. Sembra la crisi del ”diritto talmudico” internazionale basato sul delirio di onnipotenza israelo-americano, che possiede l’America dall’11 Settembre e dal mega-false flag criminoso. Il diritto talmudico poggia sull’ideologia o teologia che il popolo eletto essendo l’unica umanità, e gli Usa la sola “nazione necessaria” (come ripetuto molto da Obama), essi dettano la legge ai goym e ai noachici che sono animali parlanti. Applicano le leggi americane (ebraiche) al pianeta.

Lo ha ben notato Dimitri Orlov, vedendo nelle decisioni di Trump “un insieme di tratti che non sono specificamente suoi ma più generalmente americani [ebraici] e vengono sempre più esibiti via via che gli Stati Uniti entrano nella fase terminale della degenerazione”.

Premessa: lo status di Gerusalemme come corpo separato perché sacro alle tre religioni è “riconosciuto in diritto internazionale e de jure”, nonostante la città sia illegalmente occupata “de facto” da Israele dal 1967. La decisione unilaterale di Sion di farne propria capitale è stata condannata dalla risoluzione 478 del Consiglio di Sicurezza (dunque anche dagli Usa) del 1980.

Il primo tratto generale della Superpotenza in degenerazione è “che il diritto internazionale è ignorato, come fanno generalmente gli Stati Uniti. In forza di quale autorità giuridica le truppe americane sono piazzate sul territorio siriano, che è il territorio di una nazione sovrana membro dell’ONU? Nessuna”.

Avevano giurato a Gorbachev: mai allargheremo la NATO
Ben più grave: come risulta da documenti recentemente scoperti, nel 1990-91, il presidente Bush padre promise a Gorbachev che la NATP non si sarebbe mai allargata ad Est inglobando i paesi dell’ex Patto di Varsavia . L’allora segretario della NATO, il tedesco ed ex ministro della Difesa Manfred Woerner, ripeteva nel 1990 che considerava questo impegno come una “garanzia di sicurezza” data all’URSS in cambio dell’assenso di Mosca alla riunificazione delle due Germanie.

Il segretario di stato James Baker, in una lettera ad Helmut Kohl, aveva scritto che la NATO “non si sarebbe mossa di un pollice” dalla posizione che aveva allora. Tutti i capi europei, da Mitterrand alla Thatcher al capo della CIA Robert Gates, si premurarono di rassicurare Gorbachev: garantiamo noi! Tranquillo! Il russo non si fece mettere per iscritto l’impegno: come dubitare di questi paladini e maestri del diritto? Così Bill Clinton nel ’94 ha cominciato a violare la parola allargando la NATO.

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Questo è specificamente diritto internazionale talmudico: doppiezza, inganno, malafede , disprezzo degli esseri inferiori, violazione della parola data – data a chi? Ad animali parlanti?

(dobbiamo la scoperta a due ricercatori del “Washington University National Security Archives”, Svetlana Savranskaja e Tom Blanton)

http://www.zerohedge.com/news/2017-12-17/sorry-chump-you-didnt-have-it-writing

Altro caso segnalato da Orlov:

“Per esempio, il segretario di Stato Rex Tillerson esorta la Russia ad adempiere ai suoi obblighi previsti dagli accordi di Minsk sull’Ucraina. Voi potete domandare: quali sono gli obblighi della Russia in base agli accordi di Minsk? Ebbene: non ci sono. Leggete i testi degli accordi: non ne troverete uno”. Qui, la totale indifferenza e ignoranza verso il diritto internazionale si unisce all’altro tratto caratteristico che Orlov segnala: “Negli Stati Uniti, la realtà non ha più importanza” . Tratto che è proprio della mentalità talmudica: essendo il Regno d’ISraele già realizzato ed avendo il potere sul mondo e sulla realtà, “i fatti sono cose imbarazzanti che possono contraddire la narrativa preferita forzandovi a cambiarla”. Ma un potere talmudico-imperiale non può riconoscere di essere soggetto alla realtà, perché equivarrebbe a riconoscersi non divino.

Tipicamente, la ostilità bellicista verso Mosca basata sulla narrativa che “Putin ha fatto eleggere Trump”, racconto senza alcun indizio ma ripetuto all’infinito. ha imposto al Comitato Olimpico di vietare “agli atleti russi di partecipare alle Olimpiadi invernali. Ciò, sulla base di false prove comprate dagli americani ad un criminale latitante russo di nome Rodchenkov.”

Ora, questo disprezzo del diritto internazionale, il calpestare il diritto di Westfalia, la persecuzione e distruzione bellica di Stati legittimi con false prove, l’imposizione delle proprie “leggi” al mondo, ha successo (limitato) solo finché gli Stati Uniti e il suo Suggeritore e Falso Agnello sono percepiti come ultra-potenti, e pronti a schiacciare i deboli (animali parlanti) in guerre e stragi senza fine

Ma ecco che di colpo “tutti sanno che gli USA non hanno assolutamente nessuna opzione per forzare la Corea del Nord al disarmo nucleare”. Avendo visto cosa è accaduto a Irak e Libia “che avevano volontariamente disarmato” credendo(come Gorbachev) alla parola di Washington ,i nord coreani hanno preferito elevarsi al rango di potenza atomica e l’hanno dimostrato. “La realtà è che non resta che una strada: negoziare”. Ma negoziare con animali parlanti? “Gli preferiscono vivere in un mondo immaginario in cui potrebbero distruggere totalmente la Corea el Nord con uno schiocco di dita”

Washington è sempre più chiaramente esclusa dai negoziati più essenziali nel Medio Oriente (ovvio: come credere alla sua parola?) tanto che alle discussioni per la pacificazione della Siria partecipano la Russia, l’Iran e la Turchia, ma gli Usa non sono presenti. Non sono presenti nemmeno ai colossali progetti della Cina, nuova via della Seta, One Belt One Road. E Pechino sta per lanciare un “future” per comprare petrolio in yuan [non in dollari!], per di più convertibile in oro; con ciò, minando la base stessa dell’egemonia mondiale ed economica american, basata sull’obbligo per i goym di comprare e vendere le materie prime (anzitutto il petrolio) in dollari, ciò che consente a Washington di stampare la sola moneta “di riserva” mondiale, esportando fra l’altro i suoi deficit e le sue svalutazioni agli altri paesi.

In mancanza di diritto internazionale, l’America (come Sion) e avendo perso la forza assoluta di minaccia, “non fanno che dappertutto esacerbare e favorire i conflitti, all’estero ma anche alll’interno”.- Istigate guerre civili in Libia, Siria, Irak, Somalia, Sudan, e in Ucraina nel cuore d’Europa, adesso il governo Trump ha firmato, il 13 dicembre, una vendita di specifiche armi al regime di Kiev – decidendo dunque di invelenire anziché acquietare la ferita aperta del Donbass, sperando di giungere a una guerra mondiale – che le consentirebbe di recuperare l’assoluta egemonia perduta, il prestigio che ha buttato nella fogna e la primazia economica che basata sulla moneta falsa, il capitalismo finanziario da rapina in sé distruttore di risorse, e le manipolazioni dei mercati monetari.

SE tra il 1948 e il 1991 gli Stati Uniti hanno compiuto 46 interventi militari, dal 1992 al 2017 ne hanno fatto il quadruplo, 188 interventi bellici.

IL bello è che gli Usa incendiano i conflitti anche in patria: donne contro uomini (con la isteria delle molestie sessuali), bianchi contro neri (Black Lives Matter), liberals contro conservatori. Per Orlov, questa guerra di tutti contro tutti “è attivamente promossa con un obbiettivo unico e semplice: generare una cortina fumogena abbastanza spessa da nasconder quello che è il conflitto principale, quello tra l’oligarchia kleptocratica e la popolazione americana. L’obiettivo è di portare la popolazione – il cui lavoro non è più necessario e il cui mantenimento è semplicemente un costo – a scomparire il più rapidamente possibile. I conflitti internazionali servono allo stesso titolo della epidemia di oppiacei (59 mila morti americani nel 2016), i i suicidi aumentati del 25% dall’11 Settembre ad oggi (43 mila morti l’anno), i pazzi solitari che fanno stragi in scuole e concerti (sicuramente in numero maggiore dei 103 americani uccisi all’interno del paese dal terrorismo “islamico” o etichettato come tale negli ultimi 16 anni dall’11 Settembre 2001 ad oggi.

Comincia il disordine mondiale.
Il perché la “Kleptocrazia” abbia bosogno di far questo, Orlov lo dice con un aforisma magistrale: “Una regola fondamentale della kleptokrazia è che meno resta da rubare, più bisogna rubare”. Aforisma che vediamo applicare dalla cleptocrazia italiana e dai parassiti politivi pubblici: da due settimana ci strillano nelle orecchie della Boschi ed e di Banca Etruria, e intano tacciono del mezzo miliardo che De Benedetti non restituisce al Montepaschi, né dei regali che i politicanti hanno fatto a se stessi e alle loro clientele di parassiti pubblici con la legge di bilancio finale di questa dittatura dei ladri.

Tutto ciò, per concludere: sicuramente adesso comincia un periodo di sgretolamento finale degli “ordini” precedenti, globalisti ed burocratici, dominati dall’unilateralismo planetario americano ; tali “ordini” dal governo mondiale dell’economia tramite Organizzazione mondiale del Commercio, dollaro, “lotta al riscaldamento climatico”, “lotta al terrorismo globale” (armandolo) “E’ colpa di Putin” sono caduti nella crisi terminale non solo di legittimità, ma anche di efficienza. Per tutti noi sarà un periodo di turbolenze incalcolabili, di perdite di certezze e di alleanze (falsamente) credute solide, di leadership mancanti e di particolarismi virulenti. L’egemone folle americano, farà una fine sicuramente “cattiva e brutale”. Con Orlov, possiamo solo pregare che sia anche”corta”.

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1461.- Che valore ha un referendum né legale né rappresentativo? La Catalogna può diventare davvero un paese dell’Ue?

La legge fondamentale spagnola disegna un modello di stato decentrato, in cui le regioni sono convertite in comunità autonome, con un proprio governo, un parlamento, tribunali regionali e uno statuto che ne garantisce le competenze.

L’articolo 2 della Costituzione riconosce infatti, oltre al principio di “indissolubile unità della Nazione spagnola”, anche il “diritto alla autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono”. 

Grazie a questo, Madrid riconobbe prima l’autonomia delle nazionalità storiche come la Catalogna, i Paesi Baschi, la Galizia e l’Andalusia e poi, in diverse fasi successive, permise a tutte le altre regioni di costituirsi come comunità autonome.

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L’opinione di Carlo Brenner sul referendum in Catalogna, privo dei requisiti minimi di legalità e rappresentatività, e pertanto discutibile nel suo esito

Il referendum catalano è illegale. Il Tribunale costituzionale lo ha comunicato al governo della regione che, pertanto, non aveva competenza per organizzarlo.

In Catalogna il governo presieduto da Carles Puigdemont si è molto lamentato delle brutalitàcompiute dallo stato spagnolo (foto), ma in realtà quest’ultimo è stato fin troppo blando: non ha applicato, ancora, l’articolo 155 della Costituzione, che gli permetterebbe di prendere immediatamente il controllo della regione, e nemmeno la legge di sicurezza nazionale, che gli consentirebbe di avocare a sé tutte le forze di polizia.

Considerata l’illegalità del referendum, bisogna anche ripesare la rappresentatività del suo risultato. Pare evidente che, il giorno del voto, la popolazione della Catalogna fosse divisa in due: chi era pro-referendum e chi era contro. I primi erano anche gli unici convinti della legittimità della consultazione.

Questa considerazione porta a pensare che gli “astenuti” possano in larga parte considerarsi come degli impliciti “no” all’indipendenza: perché una persona convinta dell’illegalità di una consultazione avrebbe dovuto presentarsi alle urne?

In ogni caso, proviamo a prendere il risultato per buono: considerando che l’affluenza alle urne dei 5.360.000 catalani aventi diritto è stata del 42,2 per cento per cento, ciò significa che a votare sono state 2.262.000 persone.

Tra queste il 90 per cento si è espresso per il Sì e il 7,8 per il No. Sottraendo i No e facendo il calcolo sul totale degli aventi diritto, risulta che il 38,9 per cento ha votato per l’indipendenza. E il restante 61,1 per cento? Se consideriamo che anche solo una parte di questi non sia andata a votare per rispetto delle indicazioni di Madrid, il risultato appare già viziato.

Il 1 ottobre molti cittadini catalani si saranno svegliati con questo dubbio: devo dar retta al governo centrale o a quello catalano? Oltre a questo aspetto, che già di per se inficia l’esito, bisogna considerare che la procedura di voto si è svolta, malgrado le migliori intenzioni degli organizzatori, in maniera non regolare.

Gli interventi della Guardia Civil hanno costretto alcuni seggi a spostarsi, a far votare la gente per strada, il voto telematico è proseguito oltre la chiusura dei seggi, l’identificazione del votante era fatta attraverso un’applicazione online che, nel pomeriggio, ha smesso di funzionare.

Potenzialmente, quindi, una persona potrebbe aver votato più volte, così come potrebbero aver espresso la loro preferenza anche persone non iscritte alle liste elettorali (ad esempio i turisti).

Tutto questo, ripeto, malgrado l’ottima organizzazione e le buone intenzioni degli organizzatori. In conclusione, il referendum per l’indipendenza della Catalogna non può essere considerato una reale espressione di voto del popolo catalano: non era legale e, comunque, il risultato non è rappresentativo.

Lo si potrebbe considerare una pittoresca e coreografica manifestazione pro indipendenza, questo sì, ma nulla di più. Quello che mi interessa capire è, quindi, cosa abbia portato molti catalani a una presa di posizione così forte.

I partiti e le associazioni pro indipendenza che hanno organizzato il referendum sono stati molto abili. Attraverso un lavoro intenso e ben organizzato durato anni sono riusciti a instillare il sentimento della secessione negli animi di diverse categorie di cittadini: la trasversalità e l’eterogeneità delle persone coinvolte ha colpito tutti gli osservatori.

Ma chi ha permesso che la visione di questi partiti e associazioni potesse prendere piede? Il buonismo e la mediocrità che caratterizzano la maggior parte della politica europea.

Questi sono gli elementi alla base del percorso che ha portato al referendum illegale per l’indipendenza della Catalogna. Non si può non notare che viviamo in un periodo contrassegnato da idee evanescenti, estemporanee e confuse.

Ci manca il coraggio di dedicarci completamente ad un progetto. Per questo siamo vulnerabili di fronte a chi, in questo caso i catalani, appare molto deciso nelle sue pretestuose prese di posizione sulle ragioni storiche della propria indipendenza.

Tutti gli stati moderni sono invenzioni arbitrarie. Comprese la Spagna e la Catalogna. La Spagna moderna è nata dal matrimonio tra Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia nel 1469 e la sua attuale monarchia, quella dei Borbone di Spagna, inizia con la guerra di successione spagnola all’inizio del 1700.

Si chiama “di successione” perché era una guerra per la successione al trono dopo la morte di Carlo II di Asburgo, che non avendo eredi aveva nominato suo successore Filippo V, un nipote di Luigi XIV di Francia.

Alla fine del ‘600 l’egemonia sull’Europa era contesa tra Inghilterra e Francia. Se la Spagnafosse finita sotto l’orbita di influenza francese, questo avrebbe alterato gli equilibri di potere sul continente: per questo ci fu una guerra che vide coinvolti gran parte dei regni europei.

In Catalogna, ancora oggi, l’11 settembre si festeggia la Diada, il giorno in cui, nel 1714, Filippo V ha conquistato la regione. I catalani però festeggiano l’eroismo della loro resistenza contro l’oppressore e non l’unione al resto del paese.

La festa è stata istituita a fine ‘800, arbitrariamente, come pretesto per richiedere l’indipendenza. Questo piccolo excursus sulle origini della Spagna mi serve per far notare che anche questo paese, come gli altri, è nato da lotte di potere delle famiglie regnanti e non da moti popolari, passioni, tradizioni, verità ancestrali.

Non esiste la “vera” origine di un popolo, il caso crea le opportunità e spesso le passioni vengono instillate a tavolino nel cuore delle persone.

Esattamente come è successo con i partiti e le associazioni che hanno organizzato il referendum. Nel momento in cui realizziamo che tutto è arbitrario ci rendiamo anche conto che l’unica cosa importante è prendere una posizione.

Oggi, adesso, per il futuro. A me non interessano le fantasmagoriche ragioni degli indipendentisti. La Catalogna mi preoccupa solo perché, se dovesse avere successo, accenderebbe una miccia che potrebbe facilmente propagarsi altrove.

In Italia dovremmo fare i conti con la lega Nord, che non manca di ricordarci che i padani hanno origini celtiche.

Oggi esiste un solo obiettivo per il vecchio continente: l’Europa. Non abbiamo bisogno di trovare una ragione storica, di ritrovare qualcuno che nel passato abbia detto per la prima volta “Europa”, o “una battaglia per l’Europa”. Non è questo che ci interessa.

L’Europa è un progetto per il futuro, è basato su un’idea comune di progresso, diritti, organizzazione statale, è il modo in cui la nostra parte del mondo può tornare a contare, ad avere un ruolo geopolitico, a non farsi schiacciare da est e da ovest.

È una decisione che prendiamo oggi per i giorni a venire. Ma qualunque decisione si prenda è sempre importante ricordare, per nostra chiarezza mentale, che è una decisione arbitraria, che non esiste una “verità”, e che quindi è inutile cercarla.

Esistono solo obiettivi per il futuro e la frammentazione non fa parti di questi. Tutti i vari indipendentismi muovono nella direzione opposta, allontanandoci quindi dai traguardi di lungo termine, quelli che dobbiamo perseguire con dedizione e costanza.

  • Da Madrid secondo ultimatum a Puigdemont: entro oggi doveva chiarire se ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna. 

La Catalogna può diventare davvero un paese dell’Ue?

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Rispetto della costituzione ed esercizio della democrazia non sono sempre sinonimi: in Catalogna, ieri, catalani hanno giocato l’espressione della democrazia per eccellenza, il voto, contro il dettato della costituzione; mentre gli spagnoli si sono trincerati dietro la lettera della costituzione negando lo spirito della democrazia. C’era probabilmente, anzi c’era sicuramente modo di non esasperare fino a questo punto le tensioni tra Madrid e Barcellona. Ma, dall’una e dall’altra parte, c’è stata incapacità, o indisponibilità, alla mediazione; e gli scambi di accuse e gli scarichi di responsabilità dopo l’attentato sulla Rambla di metà agosto hanno ulteriormente inasprito la situazione.

Così, il referendum c’è stato. Ma è stato un simulacro di consultazione: la libertà e il diritto di voto sono stati conculcati; e le condizioni di voto (senza garanzia di segretezza e senza la certezza che una persona non votasse più volte) erano approssimative. I dati ufficiali parlano di oltre due milioni di catalani alle urne, più o meno i due quinti degli aventi diritto, con un 90 per cento di sì all’indipendenza (la stragrande maggioranza dei contrari non sono semplicemente andati ai seggi). Un risultato largo, ma non probante: non un plebiscito di popolo, ma un plebiscito del popolo di parte.

Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha definito la consultazione elettorale una messinscena. Durante la giornata, gli scontri con la polizia hanno causato oltre 800 feriti

Adesso, siamo al punto che i catalani, che non hanno tanta voglia di essere ‘spagnoli’, ma che non hanno nessuna voglia di non essere ‘europei’, devono scegliere tra la Spagna e l’Unione: se ci sarà la dichiarazione d’indipendenza – e resta da vedere -, essa significherà l’uscita dall’Unione, senza avere in tasca il biglietto di ritorno, perché ogni paese ha diritto di veto su una nuova adesione (e, dunque, Madrid potrebbe tenere Barcellona fuori dall’Ue).

Siamo in una situazione speculare rispetto a quella scozzese: il no all’indipendenza nel referendum del 2014 fu anche favorito dal timore di ritrovarsi fuori dall’Unione; mentre un sì all’indipendenza in un referendum prossimo venturo potrebbe essere incoraggiato dalla decisione britannica d’uscire dall’Ue.

Lo si sapeva pure prima, è chiaro ora. Chi, prima e ora, invocava e invoca l’Europa, deprecandone il silenzio, e l’imbarazzo, di fronte a questa vicenda, non ne conosce la struttura e i meccanismi: un’Unione di stati che rispettano l’un altro i propri ordinamenti, cioè le proprie costituzioni. E che quindi paventano, a vicenda, scissioni non concordate nei paesi membri.

E non c’è dubbio che la vicenda catalana incoraggerà autonomismi, secessionismi, indipendentismi, in un continente che nel dopoguerra contava una trentina di stati e che oggi ne ha oltre 40, causa lo sgretolamento di Urss e Jugoslavia e la separazione tra cechi e slovacchi.

I referendum, specie quelli per l’indipendenza, sono strumenti strani, difficili da maneggiare e che suscitano reazioni contraddittorie. Chi, nel segno del diritto dei popoli all’autodeterminazione, provava ieri simpatia per la causa scozzese e oggi per quella catalana, che cosa dirà, o scriverà, se e quando a votare per l’indipendenza pretendessero di essere, ad esempio, i veneti? Chi, oggi, mette la sordina alla costituzione (spagnola) per il rispetto della democrazia (catalana), che cosa dirà, o scriverà, se e quando forze politiche italiane dovessero promuovere, contro la costituzione, referendum sul mantenimento dell’euro, o sulla permanenza nell’Unione?

Non sempre c’è coerenza negli atteggiamenti. Ricordiamoci che cosa accadeva negli anni bui – e molto più drammatici di quanto non lo sia finora stata la vicenda catalana – dello smembramento della Jugoslavia: il diritto all’autodeterminazione dei popoli, regolarmente invocato per la Slovenia e la Croazia e pure per paesi mai esistiti e dalla improbabile composizione etnica come la Bosnia, veniva regolarmente negato quando a invocarlo erano i serbi di Croazia o di Bosnia, che volevano essere serbi. Senza tenere in conto che le frontiere degli stati della Federazione jugoslava era state disegnate in funzione della Federazione, mescolando le etnie.

Fino al caso del Kosovo, la cui autoproclamata indipendenza è così giuridicamente controversa che tuttora, quasi vent’anni dopo, molti paesi di tutto il mondo e diversi paesi dell’Unione europea, fra cui, non a caso, la Spagna, non la riconoscono.

Che cosa accadrà, adesso, nell’Unione europea? Prima di rispondere, bisogna vedere che cosa accadrà in Spagna: se la spaccatura si rivelerà irreparabile o se le circostanze stesse in cui s’è prodotta indurranno tutti i protagonisti a cercare una via d’uscita nel dialogo, rinunciando gli uni e gli altri ai massimalismi.

Personalmente, io non so se la Spagna e la Catalogna non siano più compatibili l’un l’altra; ma sono certo che sono entrambe compatibili con l’Europa e indispensabili all’Europa.

1457.- In Catalogna, Puigdemont sta perdendo consensi, anziché riacquistarli e Rajoy non è l’uomo giusto. Questa crisi ci riguarda tutti.

La crisi catalana è anche spagnola, europea e, per molti aspetti, è figlia della crisi irreversibile degli Stati nazionali. Condividiamo l’approccio degli analisti di Formiche e guardiamo alla Catalogna e anche al nostro futuro. Avremmo voluto vedere una maggiore ricerca del dialogo e meno interessi partitici, ma non è anche questo un sintomo della crisi dello Stato nazione? Intanto, non si è ancora capito se Puigdemont farà un passo indietro (ma ha fatto un passo avanti?), mentre Rajoy, da una parte, minimizza il referendum e lo definisce una farsa per minimizzare i suoi errori e, dall’altra, minaccia di applicare l’articolo 155 (ma lo minaccia e basta?). 

 

Spanish Prime Minister Mariano Rajoy gives a statement after an extraordinary Cabinet meeting

L’articolo 155:

1. Si una Comunidad Autónoma no cumpliere las obligaciones que la Constitución u otras leyes le impongan, o actuare de forma que atente gravemente al interés general de España, el Gobierno, previo requerimiento al Presidente de la Comunidad Autónoma y, en el caso de no ser atendido, con la aprobación por mayoría absoluta del Senado, podrá adoptar las medidas necesarias para obligar a aquella al cumplimiento forzoso de dichas obligaciones o para la protección del mencionado interés general.

  1. Para la ejecución de las medidas previstas en el apartado anterior, el Gobierno podrá dar instrucciones a todas las autoridades de las Comunidades Autónomas”.

Tradotto: 

Art. 155. 1) Qualora una Comunità autonoma non adempia agli obblighi impostile dalla Costituzione o da altre leggi, o agisca in modo da attentare gravemente all’interesse della Spagna, il Governo, previa intimazione al Presidente della Comunità e, nel caso in cui non sia ascoltato, con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà adottare le opportune misure per costringere la Comunità ad adempiere ai suddetti obblighi o per proteggere l’interesse generale in pericolo.
2) Per l’attuazione delle misure di cui al comma precedente, il Governo potrà dare istruzioni a tutte le autorità delle Comunità autonome.

Art. 115. – 1) Il Presidente del Governo, previa deliberazione del Consiglio dei ministri e sotto la sua esclusiva responsabilità, potrà proporre lo scioglimento del Congresso, del Senato o delle Cortes, che verrà decretato dal Re. Il decreto di scioglimento fisserà la data delle elezioni.
2) La proposta di scioglimento non potrà, essere presentata quando sia stata avviata una mozione di censura.
3) Non potrà esservi un nuovo scioglimento prima che sia passato un anno da quello precedente, fatto salvo il disposto dell’art. 99, comma 5.

Art. 116. – 1) Una legge organica regolerà gli ” stati d’allarme “, ” di eccezione ” e “d’assedio”, nonché le competenze e restrizioni corrispondenti.
2) Lo ” stato d’allarme ” sarà dichiarato dal Governo, con decreto deciso dal Consiglio dei ministri, per un termine massimo di quindici giorni, informandone il Congresso dei deputati riunito immediatamente allo scopo; senza l’autorizzazione di quest’ultimo detto termine non potrà essere prorogato. Il decreto stabilirà l’ambito territoriale a cui si estendono gli effetti della dichiarazione.
3) Lo ” stato di eccezione ” sarà dichiarato dal Governo con decreto deciso dal Consiglio dei ministri, previa autorizzazione del Congresso dei deputati. L’autorizzazione e la proclamazione dello ” stato di eccezione ” dovrà indicare espressamente gli effetti di quest’ultimo, l’ambito territoriale a cui si estende e la sua durata, che non potrà superare, è trenta giorni, prorogabili per altri trenta alle stesse condizioni.
4) Lo ” stato d’assedio ” sarà dichiarato dal Congresso dei deputati a maggioranza assoluta, su esclusiva proposta del Governo. Il Congresso ne determinerà l’ambito territoriale, la, durata e le condizioni.
5) Non si potrà procedere allo scioglimento del Congresso mentre sia in atto qualcuno degli ” stati ” contemplati nel presente articolo, restando automaticamente convocate le Camere qualora non siano in sessione. Il loro funzionamento, come quello degli altri Poteri costituzionali dello Stato, non potrà essere interrotto mentre siano in atto i suddetti ” stati “.
Sciolto il Congresso o spirato il suo mandato, qualora si verifichi una situazione che possa dar luogo ad uno qualunque degli stati suddetti, le funzioni del Congresso saranno assunte dalla sua Commissione permanente.
6) La dichiarazione dello ” stato d’allarme ” e ” di eccezione ” o ” di assedio ” non modificherà il principio della responsabilità del Governo e dei suoi rappresentanti, riconosciuto dalla Costituzione e dalle leggi.

Mariano Rajoy è un uomo moderato e un politico modesto. Ha visto logorarsi il suo consenso e resta al governo come pegno della debolezza di un sistema politico indebolito e sotto stress, anche come conseguenza di una crisi durissima, apparentemente superata sul piano economico grazie all’aiuto e al benevolo occhio della Unione europea, ma ancora lacerante dal punto di vista sociale (basti guardare alla disoccupazione ancora superiore al 20%). Adesso, ha deciso di attivare il meccanismo previsto dall’articolo 155 della Costituzione (in fondo il testo dell’articolo), al quale è stato fatto appello solo una volta nel 1989 da parte di Felipe Gonzalez nei confronti delle isole Canarie che non volevano pagare le tasse per l’Europa. La mossa, che richiede la maggioranza assoluta del Senato, non provoca la sospensione dell’autonomia, almeno non subito. Ma intima alla comunità autonoma di esercitare le proprie prerogative in accordo con la Costituzione e le leggi, affidando al governo centrale i poteri affinché ciò avvenga. Si applica in caso di un attentato grave all’interesse generale della Spagna. Una norma simile esiste anche in Italia, Portogallo, Austria e Germania. In Italia, va sotto il titolo dei DIRITTI CONTRO LA PERSONALITà DELLO STATO (Vedi il saggio dell’avv. Antonio Giuffrida al N. 1458). L’articolo 155 non implica automaticamente l’uso delle forze armate. In tal caso, bisogna ricorrere all’articolo 116 comma 4 che regola la proclamazione dello stato d’assedio e richiede l’autorizzazione del congresso dei deputati, cioè la camera bassa.

L’applicazione dell’articolo 155 può avvenire in modo progressivo, sostengono gli esperti. Il primo passo sarebbe prendere il comando dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana. Poi il governo centrale potrebbe sospendere i trasferimenti in denaro e servizi o la nazionalizzazione delle imprese locali. La dottrina, non il testo della legge, prevede anche la possibilità di imporre delegati con poteri speciali e diritto di veto all’interno della amministraziione, sostituendosi temporalmente ai titolati. Tutto ciò prescinde, in ogni caso, dalle possibili reazioni delle autorità locali e della popolazione. E per questo non ci sarà molto da attendere.

Che cosa dirà adesso l’Unione europea? La Commissione ha taciuto, poi ha difeso a parole il legittimo governo di Madrid. A tutela dello Stato nazione perché la Ue è una unione di Stati sovrani, ha annunciato di non riconoscere la futura Catalogna indipendente per poi corregge in parte il tiro sostenendo che non riconosce una dichiarazione unilaterale di indipendenza all’interno dei suoi confini. A parlare sono i singoli governi e lo fanno in ordine sparso. Angela Merkel invita al dialogo. Emmanuel Macron sta con Madrid. Tutti gli altri si adeguano. Nessuno ha una chiara visione del prossimo futuro.

Formiche ha seguito lo schema dei tre errori convergenti (Puidgemont, Rajoy e Bruxelles) e sembra che gli eventi successivi lo abbiano confermato. Ma più tempo passa più la crisi mette in discussione alcune questioni di fondo che continueranno a lacerare la Spagna e l’intera Europa anche se si raggiungerà, come le persone di buon senso sperano, un qualche provvisorio accordo. E la questione riguarda la crisi storica e forse irreversibile dello Stato nazionale così come lo abbiamo conosciuto.

Il sovranismo di ritorno in contrasto con la globalizzazione e con l’affermarsi di mega-Stati a vocazione imperiale (gli Stati Uniti, la Cina, la Russia) è degenerato in microsovranismo, sempre più piccolo: dove si fermerà, al villaggio, alla tribù, alla famiglia, o forse all’individuo quando la propria libertà entra in conflitto con la libertà degli altri ed è lo stato di natura di Hobbes, l’homo homini lupus.

Grazie al populismo destrorso (ma ha fatto strada anche in quello sinistrorso) si è diffusa l’idea che la democrazia sia nata e sia possibile solo dentro lo stato (grande o piccolo che sia) nazionale. In realtà, la democrazia moderna, quella che si basa sull’autogoverno attraverso le leggi e le istituzioni, è nata nei comuni italiani e in quello olandesi, nelle repubbliche marinare così come nelle città libere tedesche. Esattamente là dove è nata la borghesia.

Il fiorire politico, economico e sociale dei borghi e della borghesia, è avvenuto all’interno di un grande contemitore, il Sacro Romano Impero, tutt’altro che rigido e autocratico (lo stesso imperatore venica scelto dai grandi elettori). Lo stato nazionale è una creazione dell’assolutismo monarchico in Francia, in Inghilterra, in Spagna. Nell’Europa centro-orientale assume le vesti di una reazione all’imperialismo sovietico tutt’altro che flessibile e benevolente perché basato sulla dittatura comunista, riscoprendo identità improbabili se non proprio artificiose.

Lo Stato nazionale oggi attaccato dall’alto e dal basso difficilmente potrà resistere se chi lo dirige insiste nella sua difesa rigida come fa il governo spagnolo. Lo stesso Macron che pure vuol proporsi come leader di un salto in avanti verso una “Europa sovrana”, resta vittima del riflesso condizionato post-gollista se non proprio da erede di Colbert e del Re Sole.

Comunque vada a finire, la crisi catalana segna uno spartiacque. Classi dirigenti ottuse possono trasformarlo in un’alluvione, classi dirigenti illuminate possono cogliere l’occasione per guidare un processo lungo e accidentato, davvero epocale.

 

Federico Guiglia ci spiega il vicolo cieco degli indipendentisti.

“Cercasi buonsenso per la grave crisi catalana. Chiunque possa offrirlo, anche in Europa, è benvenuto. Perché quando il gioco si fa duro -e tra Barcellona e Madrid è ormai durissimo-, non si può più giocare neanche con le parole.

È quello che, invece, è successo con la tanto attesa dichiarazione che Puigdemont (in foto), il presidente della Catalogna, ha fatto nel Parlamento della sua regione: non ha sortito l’effetto dell’incantesimo che molti auspicavano. “Dichiarazione inammissibile”, l’ha subito bollata e bocciata il governo della capitale.

Parlando in un’aula spaccata a metà tra secessionisti e unionisti, e in mondovisione (a conferma dell’attenzione universale su una questione solo all’apparenza locale), Puigdemont ha proclamato l’indipendenza. Ma, un minuto dopo, ne ha sospeso l’efficacia “per negoziare”, ha spiegato. Barcellona se ne va, anzi, ancora no.

E’ una mossa, più che di un Machiavelli in salsa catalana, da prestigiatore della politica in difficoltà. Intanto, con quella parte del suo stesso elettorato che, dopo il controverso referendum del 1° ottobre, preme per l’addio ora e subito dalla Spagna. E poi con la maggioranza silenziosa dei catalani contrari alla disgregazione, come lo è, ovviamente, gran parte degli spagnoli nel resto del Paese. Come lo sono tutte le istituzioni politiche ed economiche in Europa, cioè proprio i potenziali interlocutori di una Catalogna-Stato.

“E’ un’implicita dichiarazione di secessione, non cederemo al ricatto”, la risposta di Madrid a Puigdemont. Che pure aveva condito il suo strappo proclamato, ma sospeso con disponibilità al confronto. “Non siamo golpisti”, ha detto, alludendo al premio Nobel, Vargas Llosa, che ha paragonato la secessione perseguita a un colpo di Stato senza armi.

Dunque, il dialogo da tutti invocato, è ancora un dialogo tra sordi. Puigdemont non può rimangiarsi le promesse separatiste in cui crede, e fa una mezza marcia indietro per accontentare i suoi e per negoziare con gli altri. La Spagna non può cedere sul principio: finché c’è di mezzo la parola costituzionalmente impronunciabile, ossia indipendenza, nessuna trattativa è possibile.

Ma la Catalogna deve uscire dal vicolo cieco e Madrid deve darle una mano per farlo nel quadro della legge. Sembra tutto elementare, eppure tutto è così difficile.”

La Catalogna e tutta la Spagna stanno vivendo uno psicodramma. Stefano Cingolani, su Formiche, mette il dito sulla incapacità di dialogare dei due cosiddetti leader. Evidente che non sanno uscire dai rispettivi vicoli ciechi, dell’autoritarismo costituzionale, l’uno e del populismo demagogico l’altro: 

“Nonostante da qualche giorno si parli insistentemente della necessità di iniziare un dialogo politico per superare la crisi, in Catalogna la situazione continua a essere molto incerta e lontana dall’essere risolta. Ieri il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha annunciato di essere pronto ad applicare l’articolo 155 della Costituzione – quello pensato per obbligare il governo di una comunità autonoma spagnola a rispettare la legge e la Costituzione. Puigdemont ha scritto su Twitter: «Chiedi il dialogo e ti rispondono mettendo sul tavolo il 155. Capito.»

Dopo un Consiglio dei ministri del governo spagnolo convocato ieri mattina, Mariano Rajoy, primo ministro spagnolo e leader del Partito Popolare (PP), ha fatto un discorso che in un certo senso ha messo Puigdemont con le spalle al muro: ha chiesto formalmente a Puigdemont di chiarire se quella pronunciata due giorni fa al Parlamento catalano fosse una vera dichiarazione d’indipendenza della Catalogna oppure no. La domanda di Rajoy è stata ritenuta legittima da molti. Puigdemont, infatti, aveva sospeso gli effetti di una dichiarazione d’indipendenza mai veramente proclamata, rimanendo in una zona grigia per lui vantaggiosa perché più difficilmente perseguibile dalla legge spagnola (la questione è piuttosto complicata ed è spiegata meglio qui).

 

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La richiesta formale di Mariano Rajoy a Puigdemont di tornare a rispettare i suoi obblighi costituzionali e legali»

Nella sua richiesta di quattro giorni fa, Rajoy ha dato tempo a Puigdemont di chiarire questo punto fino alle 10 di lunedì 16 ottobre. Se il governo catalano risponderà che il discorso di Puigdemont di martedì è stato effettivamente una dichiarazione di indipendenza, avrà tempo fino alle 10 di giovedì 19 per ritrattare la dichiarazione. Se non succederà, il governo spagnolo chiederà al Senato l’attivazione dell’articolo 155 della Costituzione, una misura che finora non era stata ancora presa perché considerata troppo dura e perché non aveva un appoggio politico ampio. Nessuno comunque ha ancora chiaro cosa il governo potrà fare tramite l’articolo 155, che ha una formulazione piuttosto vaga e che finora non è mai stato attivato. L’articolo 155 parla infatti dell’adozione «di misure necessarie per obbligare [la comunità autonoma] all’adempimento forzato» dei suoi obblighi derivanti dal rispetto della legge e della Costituzione della Spagna: come si riuscirà a obbligare il governo catalano a rispettare i suoi obblighi, ancora non si sa.

Se invece Puigdemont dovesse dire che la sua non era una vera dichiarazione di indipendenza, sarebbe una vittoria politica di Rajoy: di fatto il referendum – che per lui non è mai avvenuto, in quanto illegale – non avrebbe avuto conseguenze per ammissione dello stesso Puigdemont.

Art. 155. – 1) Qualora una Comunità autonoma non adempia agli obblighi impostile dalla Costituzione o da altre leggi, o agisca in modo da attentare gravemente all’interesse della Spagna, il Governo, previa intimazione al Presidente della Comunità e, nel caso in cui non sia ascoltato, con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà adottare le opportune misure per costringere la Comunità ad adempiere ai suddetti obblighi o per proteggere l’interesse generale in pericolo.
2) Per l’attuazione delle misure di cui al comma precedente, il Governo potrà dare istruzioni a tutte le autorità delle Comunità autonome.

L’articolo 155 della Costituzione conferisce ampi poteri al governo centrale, compreso quello di esautorare o destituire il presidente Carles Puigdemont e i suoi ministri. Il governo spagnolo, recita il testo dell’articolo, “potrà adottare le misure necessarie per costringere al rispetto forzoso dei propri obblighi” una regione se “non compie gli obblighi imposti dalla Costituzione e le leggi o agisce in modo che danneggia gravemente gli interessi generali della Spagna”. Può così “dare istruzioni a tutte le autorità” della regione in causa. Rajoy potrà procedere a una sorta di commissariamento della Catalogna ‘à la carte’, a seconda delle necessità. Può destituire e sostituire il presidente Puigdemont, i suoi ministri, prendere il controllo di fette dell’amministrazione catalana, imporre un suo uomo al posto del ‘president’, forse il prefetto Enric Millò, convocare elezioni regionali anticipate. Una misura, quest’ultima, invocata in particolare dal leader di Ciudadanos Albert Rivera, il cui partito guida l’opposizione catalana e spera di arrivare primo in nuove elezioni. Per caricare il cannone del 155, prima Rajoy deve inviare una sorta di diffida formale a Puigdemont, ordinandogli di fare marcia indietro. Se la risposta sarà negativa, dovrà ottenere il via libera del Senato, il cui ‘sì’ è scontato dato che il Pp ha la maggioranza assoluta. Se invece decidesse di usare l’articolo 116 della Costituzione per imporre in Catalogna lo stato di emergenza – un’ipotesi che per ora sembra scartata – dovrebbe chiedere luce verde al Congresso, dove il suo governo è minoritario, anche se il Psoe oggi gli ha confermato il suo appoggio. La probabile prima mossa di Rajoy non appena avrà in pugno il 155 dovrebbe essere prendere il controllo dei 17mila uomini della polizia regionale dei Mossos d’Equadra. Così avrebbe campo libero per intervenire sulle altre leve del potere catalano. Una destituzione di Puigdemont e del suo vice Oriol Junqueras, che rimarrebbero senza immunità, potrebbe accelerare un loro possibile arresto. Certo, il rischio di una messa in campo del 155 potrebbe essere una ‘rivolta’ catalana e una fuga in avanti del Govern verso la proclamazione immediata della Repubblica. Con conseguenze che nessuno sottovaluta alla Moncloa.

La richiesta di Rajoy è stata appoggiata non solo dal suo partito, il PP, ma anche dai Socialisti (PSOE) e da Ciudadanos. È stata invece osteggiata da Podemos, il terzo partito per seggi nel Parlamento spagnolo, il cui leader, Pablo Iglesias, si è opposto all’applicazione dell’articolo 155 e ha ribadito che Rajoy dovrebbe avviare dei negoziati seri con Puigdemont per risolvere la crisi. PP e PSOE si sono anche accordati per iniziare una riforma della Costituzione spagnola, una «decisione storica», l’ha definita il PSOE: non è chiaro però a quale tipo di modifiche costituzionali si potrebbe arrivare, e se tra le vie considerate ci sarà quella di permettere un referendum legale sull’indipendenza alla Catalogna, un’ipotesi finora considerata molto improbabile.

1431.- Referendum in Catalogna

 

Da dove arriva l’indipendentismo catalano. Le ragioni di favorevoli e contrari all’indipendenza, come le ha viste il prof. Francesc-Marc Álvaro.

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La sudditanza degli Stati sociali alla finanza sta rafforzando le spinte autonomistiche,ma la frammentazione consente di tutelare i popoli? 

Non è la prima volta che in Catalogna si prova a tenere un referendum sull’indipendenza catalana: c’era già stato un tentativo tre anni fa, che dopo essere stato bloccato dal Tribunale costituzionale spagnolo era stato trasformato in una consultazione informale. L’indipendentismo è un tema al centro del dibattito politico catalano da molti anni, ma che di recente ha acquistato nuova forza, oltre che essere fonte di tensione costante tra governo spagnolo di Madrid e governo catalano.

Già oggi, comunque, la Catalogna ha una certa autonomia dalla Spagna: ha un suo inno, una sua bandiera e una sua lingua, il catalano, che viene parlata da tutti i dipendenti pubblici e usata negli atti ufficiali.

Per capire ciò che sta succedendo oggi in Catalogna bisogna ricordare che nel 2010 il Tribunale Costituzionale (Tc) della Spagna ha deciso di svuotare lo Statuto di autonomia approvato nel 2006 dal Parlamento catalano, le Corti spagnole e i cittadini catalani con un referendum. Quello Statuto doveva aggiornare il testo approvato nel 1979, durante la transizione democratica, così come rinforzare le competenze, il riconoscimento e i finanziamenti del governo regionale.

Il Partito popolare (Pp) si è opposto dal primo momento alla miglioria dell’autonomia catalana e ha usato la vicenda per logorare il governo socialista di Zapatero. I conservatori hanno fatto una campagna molto aggressiva in tutta la Spagna, chiedendo firme contro il nuovo Statuto e fomentando i luoghi comuni più negativi sui catalani. La fobia verso i catalani si è scatenata nei mezzi di comunicazione vicini alla destra. I socialisti hanno alla fine avallato il discorso centralista e intransigente del Pp. Nella società catalana è cresciuto un sentimento di disagio.

Dal quel momento è successo qualcosa di insolito: molti catalani moderati si sono sentiti espulsi dalla Spagna e ingannati dai grandi partiti spagnoli. Hanno quindi abbracciato l’idea dell’indipendenza per garantire i diritti e gli interessi della Catalogna. Ha avuto anche influenza il rifiuto assoluto di Rajoy ad accordare un miglior finanziamento dell’autogoverno. Ed è curioso che l’indipendentismo è sempre stato, finora, una corrente minoritaria. I politici del catalanismo (sia di destra che di sinistra) hanno cercato dalla fine dell’Ottocento formule di tipo autonomista e federale per riformare la Spagna in un senso plurinazionale.

La sentenza del Tc sullo Statuto è stata interpretata a Barcellona come la rottura arbitraria del patto tra la Catalogna e lo Stato che si era forgiato dopo la morte di Francisco Franco. Bisogna ricordare che la dittatura aveva soppresso l’autonomia, aveva proibito l’uso del catalano e aveva cercato di ridurre l’identità catalana a un semplice «patois». Da sette anni è cresciuto uno scollegamento mentale da parte di tanti catalani nei confronti dello Stato spagnolo. Questo scollegamento, che è alla base della grande mobilitazione indipendentista, non è un sentimento contro i singoli spagnoli, ma una profonda sfiducia verso il potere di Madrid e una necessità di collegare la Catalogna direttamente con l’Europa e il mondo globale. E proprio alla finanza globale conviene la frammentazione degli Stati in entità più facili da dominare. Vediamo come si presenterebbe l’Europa se si realizzassero tutte le spinte indipendentistiche:

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L’indipendentismo governa la «Generalitat», ha la maggioranza nel Parlamento regionale, possiede la centralità della società e dà forma ad ampi settori della classi medie dinamiche. Il suo successo si basa sulla costruzione di una narrazione sul «diritto a decidere». Il carattere civico, non etnico, del catalanismo radica il suo discorso nell’esercizio della democrazia e non nei messaggi identitari. Lo scopo principale dell’indipendentismo era organizzare un referendum d’accordo con il governo centrale, come quello che avevano celebrato gli scozzesi nel 2014. Mariano Rajoy non ha mai voluto parlarne, così come i socialisti. Perché il Pp e il Partito socialista operaio spagnolo (Psoe) si rifiutano? Perché dovrebbero prima riconoscere la Catalogna come una nazione (così avevano fatto il Regno Unito con la Scozia e il Canada con il Québec), cosa impensabile secondo la mentalità centralista che domina oggi le élite spagnole. E quindi l’indipendentismo catalano prova a fare qualcosa di insolito: un referendum contro il divieto espresso dello Stato. A Madrid si sono resi conto troppo tardi che questa vicenda non è uno scherzo.

Perché si dice che il referendum contro il divieto espresso dello Stato è illegale?

Il governo centrale di Madrid guidato dal primo ministro conservatore Mariano Rajoy, molte forze di opposizione e il Tribunale costituzionale, tra gli altri – considera il referendum illegale, contrario alla Costituzione, e negli ultimi giorni ha agito di conseguenza. Su richiesta della procura, mercoledì la Guardia civile spagnola è entrata in diversi edifici governativi catalani a Barcellona: ha sequestrato del materiale pronto per essere usato al referendum e ha arrestato 14 persone legate al governo locale, tra cui un consigliere molto vicino a Oriol Junqueras, vicepresidente della Catalogna e uno dei politici più in vista dell’indipendentismo catalano. La reazione del governo della Catalogna – appoggiato da una maggioranza di partiti indipendentisti – è stata durissima. L’account Twitter del governo ha pubblicato frasi come:

«I cittadini sono convocati l’1 ottobre per difendere la democrazia da un regime repressivo e intimidatorio»; oppure: «Pensiamo che il governo spagnolo abbia oltrepassato la linea rossa che lo separava dai regimi autoritari e repressivi».

Al centro della contesa legale tra governo catalano e governo spagnolo c’è una legge approvata dal Parlamento catalano il 6 settembre, la “Ley del referéndum de autodeterminación vinculante sobre la independencia de Cataluña”, che come suggerisce il nome è stata pensata per essere vincolante: in caso di vittoria del SÌ, le autorità catalane dovrebbero dichiarare unilateralmente l’indipendenza della Catalogna; in caso di vittoria del NO dovrebbero indire nuove elezioni.

La legge è stata approvata con il voto favorevole delle forze che sostengono il governo, cioè Junts pel Sí (JxSí), una coalizione formata in occasione delle ultime elezioni il cui obiettivo è l’indipendenza della Catalogna, e Candidatura d’Unitat Popular-Crida Constituent (CUP-CC), altra coalizione elettorale che rappresenta la sinistra indipendentista catalana. Catalunya Sí que es Pot (CSQP), coalizione elettorale di sinistra che include anche Podemos, si è astenuta, mentre hanno votato contro le forze catalane legate ai grandi partiti nazionali, Partito Popolare, Partito Socialista e Ciudadanos, che hanno definito la legge e le modalità della sua approvazione “illegali”. In generale alle elezioni catalane del 2015 il 47,8 per cento del voto popolare era andato a partiti indipendentisti: l’approvazione della legge sul referendum, per quanto contestata, non era arrivata certamente come una sorpresa.

Cosa potrebbe succedere domani: le cose da sapere

Il popolo catalano e il governo di Madrid sono stati trascinati in una ridicola avventura che minaccia  l’Europa,che crea altre fratture in Spagna. Si parla di 460 feriti, di cui uno è grave. Alcuni collegi sono aperti, alcune urne saranno riempite ed evidentemente non si prevede l’abbondanza di voti negativi, quindi gli indipendentisti potranno dire, se lo vorranno, che avrà vinto il «Sí» a prescindere dalla partecipazione e nonostante l’assoluta mancanza di trasparenza e la violenza brutale della Guardia Civil.

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Non abbiamo visto scontri. Solo la Guardia Civil è stata violenta, non la gente. Domani non ci sarà una Catalogna indipendente, ma un governo che s’è mostrato incapace,una Spagna più debole e un’immagine di una Guardia Civil stoltamente violenta

È impossibile non riconoscere che le proteste per le strade hanno superato di gran lunga qualsiasi previsione del governo di Madrid, anche se, in realtà, sembrerebbe non aver previsto quasi nulla in questo caso. La goffaggine del pubblico ministero, l’assenza della politica, l’incapacità statica del presidente hanno anche molte colpe in questo monumentale sbaglio, nel quale si mischiano l’indipendentismo con il diritto a decidere, e nel quale la gente si alza e riempie gli spazi pubblici, ma è anche indignata, e con un obiettivo diverso dall’indipendenza: far fuori il governo Rajoy e le politiche del Partito popolare.

Domani alcuni diranno che, nonostante gli ostacoli dei tribunali e la repressione di Madrid, sono riusciti a far sì che una massa considerevole di cittadini si avvicinasse alle urne o almeno cercasse di farlo: cioè, che la consultazione si è celebrata, salvo nei casi in cui è stato impedito dalle forze pubbliche. Altri, che non c’è stato il referendum perché, appunto, non poteva esserci. La sproporzionata repressione giudiziaria e della polizia in questi giorni ha avuto un effetto boomerang per Rajoy, perché accresce la mobilitazione indipendentista e genera molta più sfiducia verso lo Stato spagnolo. Da questo punto di vista, qualsiasi sia il risultato, la Catalogna è già da oggi un altro Paese.

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Il pompiere paura non ha … e la Polizia colpisce con i manganelli i vigili del fuoco che cercano di proteggere gli elettori. La Catalogna è già da oggi un altro Paese. 

Da ricordare che i due principali partiti politici spagnoli, il Partito Popolare (PP) e il Partito Socialista (PSOE), entrambi contrari all’indipendenza della Catalogna, avevano proposto agli indipendentisti catalani di avviare un processo di “dialogo dentro la legge”, ma solo dopo la rinuncia al referendum. Sarà da qui che si dovrà ripartire – credo, dopo nuove elezioni – , per ricucire l’unità degli spagnoli, anche con il peso delle violenze di oggi. Non ci sarà l’indipendenza in Catalogna come conseguenza della consultazione, ma i danni creati, abbastanza visibili, saranno profondi: divisione e confronti tra i catalani; diffidenza mutua tra Catalogna e resto d’Europa; crescita dell’ispanofobia nella Comunità autonoma e logoramento della democrazia spagnola. Saremo di fronte, come se non bastasse, al rigermogliare del nazionalismo spagnolo, fomentato dalla destra al potere; alla frammentazione della sinistra, già accusata dopo il disordine interno che hanno prodotto gli attuali leader del Psoe; e a un rinvigorimento delle pulsioni conservatrici e del centralismo, considerevolmente dannosi per il futuro di tutto il Paese. Ma la sfida indipendentista non attenta più di tanto all’unità spagnola, che non verrà rotta e non produrrà gli effetti desiderati da coloro che l’hanno ideata e promossa; ma attenta alla stabilità del processo politico ed economico e anche alla sopravvivenza stessa dello Stato. Quindi, dopo la Grecia e l’Italia, cattive notizie per gli spagnoli. Certo, anche per gli europei in generale, ma soprattutto per noi del Sud Europa.

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1418.- I separatismi buoni e quelli cattivi. Dal Kosovo alla Catalogna

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Madrid “commissaria” la Catalogna.  Le rivendicazioni indipendentiste in Catalogna hanno motivazioni che risalgono al primo medioevo: dalla sconfitta dei mori nell’801 d.C. all’indipendenza finita con la conquista di Barcellona da parte dei Borboni nel 1714.

l ministero dell’Interno spagnolo ha deciso di assumere il coordinamento delle forze di sicurezza in Catalogna per impedire la celebrazione del referendum del 1 ottobre, dichiarato illegale da una sentenza della Corte costituzionale. Il governo della Generalitat guidato da Carles Puigdemont fa appello ai Paesi democratici: “Eʼ una lotta tra libertà e autoritarismo”. L’Ue, per bocca di Tajani: “io sto con Madrid”. Il corpo dei Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana, dipendente dalle autorità regionali, è finito sotto la tutela del Ministero dell’Interno spagnolo. Il governo Rajoy lo ha annunciato dopo aver comunicato al consigliere per gli affari interni della Generalitat, Joaquim Forn, l’invio in Catalogna di unità della Policia Nacional e della Guardia Civil “in appoggio” ai Mossos d’Esquadra. Attesi fino a 4mila agenti.

Il comandante operativo dei Mossos, il maggiore Josep Lluis Trapero, criticato per un “atteggiamento blando” verso gli indipendentisti, teme a questo punto di essere esautorato e avrebbe già informato gli agenti alle sue dipendenze che non accetterà la disposizione comunicata dalla procura. Anche le autorità catalane, l’amministrazione regionale di Barcellona, non si sono fatte attendere: il consigliere per gli affari interni, Joaquim Forn, ha respinto l’imposizione di Madrid sostenendo che è “intollerabile che lo Stato diriga le operazioni di polizia in Catalogna attraverso un alto dirigente del Ministero”. I servizi giuridici regionali stanno studiando la misura per stabilire se possa essere contestata per vie legali.

In realtà, dopo l’offensiva lanciata negli ultimi giorni dallo Stato centrale, con il sequestro di milioni di schede, il blocco dell’invio per posta delle lettere destinate ai componenti dei seggi elettorali, l’ondata di arresti di funzionari dell’amministrazione e la minaccia di una multa di 12mila euro al giorno per i membri della giunta elettorale, neppure il governo della Generalitat guidato da Carles Puigdemont è più in grado di garantire che i catalani possano davvero andare alle urne. Però, almeno questo è certo, il 1 ottobre si trasformerà in una grande giornata di mobilitazione del fronte secessionista, con non pochi problemi per il mantenimento dell’ordine pubblico. Da qui la decisione, presa su richiesta della procura, di affidare il coordinamento delle forze dell’ordine alla Segreteria di Stato per la Sicurezza, dipendente dal Ministero dell’Interno.

Ma dal governo centrale si assicura che non verranno sottratte competenze ai Mossos, ai quali già erano state affidate le delicate indagini e le operazioni di polizia seguite agli attentati jihadisti di Barcellona e Cambrils dell’agosto scorso. Madrid sostiene che la legge del 1986 che regola le forze di sicurezza dello Stato è molto chiara: all’articolo 38 prevede l’intervento di polizia e Guardia civile per il mantenimento dell’ordine pubblico in Catalogna in appoggio ai Mossos d’Esquadra. Ai quali spetta questo compito con “carattere prioritario”, ma senza pregiudizio per la partecipazione delle altre forze di sicurezza quando “lo ritengano opportuno le autorità statali competenti”. Ed è ovvio che, mai come in questo momento, il governo Rajoy lo ritiene opportuno.

L’argomento è di attualità in Veneto, dopo le giornate per l’indipendentismo celebrate a Venezia con i catalani e alle soglie del referendum da 14milioni pompato dalla Lega. Ennio Remondino, dal suo blog, si chiede perché esistano separatismi buoni e separatismo cattivi. Leggiamolo:

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“Le nuove statualità in Europa, dopo la seconda guerra mondiale

 
La caduta del Muro di Berlino sgretola antichi confini di schieramento che coinvolgono e stravolgono l’ex mondo comunista. Poi la caduta della Jugoslavia coronata da tre mesi di bombardamenti Nato sulla Serbia per il Kosovo. Prima guerra in casa dopo quella mondiale per un Kosovo Stato indipendente per due terzi dei Paesi Onu. Non riconoscono ancora oggi l’indipendenza del Kosovo 5 dei 27 Stati dell’Ue, Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro.
Elenco rivelatore: Paesi che hanno in casa grandi problemi di unità nazionale e di spinte separatiste.

Domanda scontata ma priva di risposta credibile in casa occidentale: perché una guerra vera per il Kosovo e repressioni e guerre minacciate contro altre spinte separatiste? Qual’è la differenza tra separatismi leciti e quelli da reprimere?

Per oggi parliamo soltanto di storia.

Dal 1945 al 1989 i confini interni in Europa non sono cambiati, ma varie e antiche questioni non per questo si sono risolte da sole e alla fine sono ricomparse con prepotenza tra le rovine del muro di Berlino. Dal 1989 in poi si può dire quindi che ci sia stata un’accelerazione nei cambiamenti di frontiere che spesso ha portato a dolorosi conflitti, soprattutto dove queste antiche questioni si ritenevano dimenticate. La dissoluzione jugoslava degli anni Novanta è stata la prima a riportarle in luce e indubbiamente, per drammaticità e complessità delle vicende, sarà ricordata ancora a lungo come una delle crisi peggiori. A seconda dei punti di vista la nascita di un nuovo stato era ritenuta una secessione (o anche un tradimento bello e buono), oppure il compimento di un sogno nazionale atteso e auspicato da tempo.

Tra i primi in ordine di tempo a proclamare la propria indipendenza in Europa nordorientale furono i paesi baltici. L’Estonia, approfittando del progressivo indebolimento dell’Unione Sovietica, iniziò già prima del novembre 1989 a promulgare proprie leggi sulla lingua ufficiale, sull’indipendenza economica e sul sistema elettorale per ammettere al voto solo i residenti estoni. L’11 marzo 1990 fu la Lituania a proclamarsi indipendente, seguita il 4 maggio 1990 dalla Lettonia. Tuttavia, per ottenere la piena sovranità, fu necessario attendere la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’autunno del 1991, ma le ultime truppe russe si ritirarono definitivamente nel 1993. Questi avvenimenti non si limitarono all’area del mar Baltico, perché altri ne seguirono a sud nell’area del mar Nero: nello stesso periodo della crisi del 1991 infatti anche la Moldavia si staccò dall’Unione Sovietica, ma l’anno successivo subì la secessione della Transnistria filorussa che ancora oggi resta irrisolta.

L’indipendenza del Kosovo

Cosa accadde nel decennio balcanico è noto, essendo tra l’altro più vicino a noi. Nel gennaio 1990 la Slovenia e la Croazia, che fino a quel momento erano parte dello stato federale jugoslavo, ritirarono le proprie delegazioni dal congresso della Lega dei comunisti. A giugno, nel corso delle prime elezioni, il successo andò a quei partiti che non intendevano più conservare la vecchia Jugoslavia. Il 23 dicembre in Slovenia si tenne un referendum per l’indipendenza a favore della quale si espresse quasi il 90% dei votanti. In mezzo a forti tensioni e difficili trattative si arrivò al 25 giugno 1991, quando il parlamento sloveno proclamò l’indipendenza. Nel corso della seduta inoltre era giunto anche un telegramma da Zagabria che annunciava che la stessa decisione era stata presa anche in Croazia, visti i risultati del referendum che si era tenuto il 19 marzo 1991. Anche qui però, già nel mese di aprile, la Krajina -una parte del nuovo stato- aveva dichiarato di non accettare le decisioni prese, e ad essa si era unita la Slavonia.

Nel cuore della Mitteleuropa asburgica si svolse invece l’unica vicenda che forse ebbe un andamento normale e senza strappi, frutto cioè di trattative politiche e dibattiti parlamentari. La separazione tra Slovacchia e Repubblica ceca, che già nel 1990 avevano creato con lungimiranza uno stato federale, si svolse in maniera consensuale e la proclamazione dell’indipendenza slovacca avvenne il 1° gennaio 1993. Anche in Slovacchia però, con il passare del tempo, si formò una corrente politica nazionalista che vedeva nella minoranza ungherese un elemento di disturbo alla vita del nuovo stato. Di fatto, poiché essa si trova suddivisa tra quattro diverse province della Slovacchia, non sembra possibile immaginare una secessione territoriale, ma sono tuttora frequenti i contrasti sull’applicazione di una legge ungherese che considera tali anche propri cittadini residenti all’estero come nel caso della Slovacchia.

Giovanni Punzo