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1252.- Israele-Assad: bombe sul Golan e trattativa via Mosca

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Artiglieria semovente israeliana sul Golan occupato… da 50 anni.

Israele bombarda i carri armati di Bashar al-Assad e poi tresca segretamente con lui e con i russi. Haaretz rivela gli accordi anti-Isis dietro le quinte.

Di 25 giugno 2017

Pesante intervento di Israele ieri nella guerra siriana. Caccia di Gerusalemme hanno bombardato posizioni governative nei dintorni di Quneitra, a ridosso delle alture del Golan. È stata distrutta una postazione fortificata dell’esercito di Bashar al-Assad e, inoltre, sarebbero stati “liquidati” due carri armati. Secondo fonti del Ministero della Difesa israeliano, il blitz aereo è una risposta immediata a quello che si pensa possa essere stato un “incidente di percorso” dell’artiglieria di Assad, che avrebbe sparato colpi di mortaio, erroneamente, in direzione del territorio occupato fin dal 1967 dai soldati di Tel Aviv.

In effetti, a detta di diversi analisti, la risposta appare sproporzionata rispetto alla causa scatenante. Sembra più un segnale rivolto al governo siriano, che così verrebbe “invitato” a non dare troppa corda ai suoi scomodi alleati, le milizie sciite di Hezbollah, di cui gli israeliani temono possibili colpi di coda. A questo punto appare chiaro che se Assad non dovesse riuscire a tenere a freno le agguerrite brigate del “Partito di Dio” con base in Libano, le truppe di Netanyahu potrebbero reagire pesantemente, fino ad arrivare ad una possibile escalation armata dalle conseguenze imprevedibili.

In un comunicato l’IDF (Israeli Defence Force) sottolinea che riterrà il regime di Damasco “responsabile di qualsiasi violazione della pace nel Golan” e agirà di conseguenza. Inoltre, il Ministero della Difesa di Gerusalemme ha anche fatto sapere di considerare “inconsistente” il ruolo svolto dal contingente delle Nazioni Unite incaricato del “peeacekeeping” nell’area. IDF ha inoltre imposto ad agricoltori e civili israeliani abitanti nella zona di chiudersi in casa e di stare attenti all’evoluzione dei combattimenti, che potrebbero avere ricadute pericolose nella zona della Valle delle Lacrime, a ridosso del saliente di Quneitra.

Grande preoccupazione è stata espressa dal “Golan Regional Council”, che dipende direttamente dall’Amministrazione centrale di Gerusalemme. Anche visitatori e turisti sono stati “avvisati” di non avventurarsi nelle zone a rischio del Golan. L’incidente segue quanto si è già verificato nello scorso aprile, quando l’esercito israeliano intervenne pesantemente dopo che colpi di mortaio erano caduti nel territorio controllato dalle sue truppe. Certo, tutto questo non significa che Netanyahu abbia gettato le braccia al collo ai ribelli anti-Assad. Anzi. Il quotidiano israeliano Haaretz rivela notizie di intese segrete tra Gerusalemme e Putin per quanto riguarda il teatro di guerra siriano.

Il Ministro della Difesa russo, Sergej Shoygu, ha rivelato che il suo Paese “lavora produttivamente assieme a Israele e alla Giordania per risolvere la crisi siriana” e ha inoltre aggiunto di avere colloqui costruttivi su basi regolari con il Ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman.

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Non solo. Ma l’aviazione di Mosca collabora strettamente con gli alti comandi delle Forze aeree di Gerusalemme, per coordinare i movimenti sui cieli della regione ed evitare possibili catastrofici incidenti. E la cosa non finisce qui. Spifferi di corridoio sempre più insistenti annunciano un’altra intesa di ferro, dietro le quinte. Durante intensi colloqui avvenuti in Giordania, è stato stabilito che gli israeliani, gli americani e le altre forze della coalizione “chiudano un occhio” (ma sarebbe meglio dire che li stanno chiudendo tutti e due) per consentire i rifornimenti alle truppe di Assad e, udite udite, alle milizie sciite che combattono nei dintorni di Darraa contro i fondamentalisti islamici.

Schermata 2017-06-27 alle 07.02.53.pngL’informazione, ritenuta da più fonti “assolutamente affidabile”, sovverte completamente le notizie che ogni giorno arrivano dalla stampa internazionale e fa capire come sia all’opera una diplomazia parallela, lontano da occhi e orecchi indiscreti. Insomma, i presunti avversari sono in effetti molto più vicini di quanto si pensi e, come i ladri di Pisa, fanno finta di litigare di giorno, per poi andare a rubare assieme la notte.

1242.- L’AGGRESSIONE STATUNITENSE NON IMPEDISCE L’AVANZATA SU DAYR AL-ZUR

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Moon of Alabama 19 giugno 2017. Nell’ultimo riassunto affermavo che la fine della guerra in Siria è ora in vista: “a meno che gli Stati Uniti non cambino e avviino un grande attacco alla Siria con le proprie forze armate, la guerra alla Siria è finita”. Ci sono pochi militari e civili nella Casa Bianca che spingono per ampliare la guerra alla Siria in guerra totale USA-Iran. La dirigenza militare retrocede, temendo per le sue forze in Iraq e altrove nella regione. Ma vi sono anche elementi nelle forze armate statunitensi e nella CIA che assumono una posizione più aggressiva per la guerra. Un aviogetto F-18 statunitense abbatteva un cacciabombardiere siriano presso Raqqa. Il Comando Centrale statunitense scherzava scioccamente affermando che si trattasse di “autodifesa” delle proprie forze d’invasione e dei fantocci curdi (Forze Democratiche Siriane – SDF) nella “zona di deconflitto” dopo che le SDF furono attaccate a Jadin. Bugie. Non c’è alcun accordo sulla “zona di deconflitto” presso Jadin, occupata dalle SDF al momento dell’attacco, in modo chiaramente illegale: “Gli Stati Uniti… non hanno alcun diritto legale di proteggere le forze partner non statali che perseguono cambi di regime ed altri obiettivi politici. Non c’è diritto all’autodifesa collettiva di agenti non statali…” Il governo siriano e testimoni sul terreno smentiscono le affermazioni statunitensi. L’Osservatorio siriano in Gran Bretagna, spesso citato come autorevole, afferma che non ci fu alcun attacco siriano alle SDF. Gli aviogetti degli Stati Uniti attaccarono i siriani per sostenere le forze islamiste: “Un aereo da guerra del regime è stato colpito cadendo nell’area di al-Rasafah… l’aereo è stato abbattuto sull’area di al-Rasafah, di cui le forze del regime hanno raggiunto i confini oggi, e fonti hanno suggerito all’Osservatorio siriano per i diritti umani che la coalizione internazionale lo prese di mira durante il volo in prossimità dello spazio aereo dei velivoli della coalizione, causando la caduta dei relitti su Rasafa, assieme al destino ignoto del pilota. Fonti confermavano che l’aereo non mirava alle aree controllate dalle forze democratiche siriane sulla linea di contatto con le aree controllate dalle forze del regime ad ovest di al-Tabaqa, sull’autostrada Raqqah-Rasafah”. Ecco una panoramica della situazione in Siria sudorientale:

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In basso a sinistra c’è l’area di Tadmur, a destra Dayr al-Zur, sopra Raqqa. Le aree scure sono occupate dallo Stato islamico. Centomila civili e una piccola guarnigione siriana a Dayr al-Zur sono assediati dallo Stato islamico. L’Esercito arabo siriano avanza a est su due direttrici per liberare la città. Una dalla zona di Tadmur lungo la strada a nord-est per Dayr al-Zur. La distanza ancora da percorrere è di circa 130 chilometri e va liberata una grande città, al-Suqanah, prima di procedere. L’altra da sud di Raqqa. Il guerriero della domenica, stilava questa ottima mappa di ciò che gli ricorda il “salto della rana” della Seconda guerra mondiale. Il deserto orientale siriano ha pochi centri abitati collegati da strade di altissimo valore per controllare enormi aree. Mostra il potenziale degli assi dell’avanzata e l’importanza di Rasafah, al centro dell’incidente dell’aereo.

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Raqqa è attualmente assediata dalle forze curde delle SDF (giallo) che occupano la sponda meridionale dell’Eufrate presso Tabaqa. L’Esercito arabo siriano avanza a sud di tali forze, verso est. L’obiettivo attuale è Rasafah, snodo tra strada 6 e strada 42. Se libera l’incrocio avanzerà a sud-est lungo la strada principale per Dayr al-Zur. Inoltre taglierà la via di ritirata delle forze islamiste che sfuggono a sud dall’attacco curdo su Raqqa. La distanza per Dayr al-Zur è circa 100 chilometri e non vi sono grandi ostacoli.

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Liberare l’incrocio è estremamente importante per alleviare l’assedio alla città orientale.Raqqa è oltre il limite superiore destro della mappa della zona di Tabqa. Le forze curde sono segnate in giallo, l’Esercito arabo siriano in rosso. L’Esercito arabo siriano avanza molto velocemente verso est per liberare il crocevia di Rasafah. Poche ore prima che l’aereo siriano fosse abbattuto, aveva liberato Jadin:

“Yusha Yuseef@MIG29_
Breaking, EA e Queat al-Nimr liberano Jadin, villaggio a nord di al-Asui, a sud di Raqqa
15:36 – 18 giugno 2017”
L’abbattimento dell’aereo siriano si ebbe alcune ore dopo: “Dr Abdulqarim Umar – abdulkarimomar1
La coalizione internazionale abbatte un aereo militare del regime siriano a Raqqa dopo aver bombardato i siti delle SDF nella zona di Tabaqa
18:18 – 18 giu 2017”
Posso confermare che abbiamo perso un aereo su Rasafah, lontano dalle posizioni delle SDF
Non ci sono ulteriori informazioni sul ruolo degli Stati Uniti
18:14 – 18 giugno 2017”

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Il Mig-29 siriano abbattuto è il fallimento siriano degli USA.

Ora gli Stati Uniti affermano che l’aereo siriano aveva attaccato le forze curde a Jadin. Ma non ce n’erano quando l’incidente avvenne. La città era già nelle mani dell’Esercito arabo siriano. L’aereo siriano aveva attaccato forze islamiste presso Rasafah. L’Esercito arabo siriano liberava Rasafah dallo Stato islamico, raggiungendo l’incrocio che gli permetterà di togliere l’assedio dello SIIL su Dayr al-Zur. Il cacciabombardiere siriano aveva bombardato le forze islamiste a Rasafah. Gli Stati Uniti l’avevano abbattuto affermando falsamente che attaccava le proprie forze di ascari curdi. Ciò può essere interpretato solo come tentativo degli Stati Uniti di impedire o ostacolare le forze siriane nel liberare Dayr al-Zur al più presto possibile.

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Il pilota del Mig-29 siriano abbattuto, il Ten. Col. Ali Fahd, si è lanciato con successo.

Gli Stati Uniti, volentieri o meno, aiutano le forze islamiste impegnate in attacchi pesanti alla guarnigione assediata di Dayr al-Zur. Il governo russo ha definito l’attacco degli Stati Uniti “atto di aggressione in violazione del diritto internazionale, aiutando i terroristi” dello Stato islamico. Sospendeva il coordinamento sullo spazio aereo in Siria con il comando delle operazioni statunitensi. Inoltre: “Nelle aree operative della flotta aerea russa nei cieli siriani, tutti gli oggetti aerei, compresi aeromobili e velivoli senza equipaggio della coalizione internazionale (statunitense) situati a ovest del fiume Eufrate, saranno inseguiti dalle forze di difesa di terra e aeree russe come bersagli aerei”, dichiarava il Ministero della Difesa russo”. Se fossi un pilota statunitense, eviterei la zona… Qualunque fosse l’intento statunitense, non fermavano l’Esercito arabo siriano. Rasafa veniva liberata dalle Forze Armate siriane. Il pilota abbattuto, Ali Fahd, veniva recuperato da dietro le linee nemiche da un gruppo della Quwat al-Nimr.

T90 siriano

Carro da battaglia T-90 siriano. Putin non guarda a spese.
Indipendente agli avvenimenti di Raqqa, la Guardia Rivoluzionaria iraniana lanciava missili balistici a media portata dall’Iran alle forze dello Stato islamico nei pressi di Dayr al-Zur in Siria. La distanza è di circa 600 chilometri. Il lancio sarebbe la rappresaglia per gli attentati del 7 giugno al parlamento di Teheran, in Iran. I missili colpivano i bersagli. Il messaggio inviato con essi va oltre la semplice rappresaglia. L’Iran dimostra di poter colpire obiettivi lontani. Stati wahhabiti del Golfo Persico e forze statunitensi nella regione dovranno prenderne atto. Non sono al sicuro dalla rappresaglia iraniana, anche in assenza di forze iraniane nelle vicinanze. L’Iran osserva di poter ripetere tali attacchi quando necessario: “Sauditi e statunitensi sono in particolare i destinatari di questo messaggio”. Secondo il Generale dell’IRGC Ramazan Sharif. “Ovviamente e chiaramente, alcuni Paesi reazionari della regione, in particolare l’Arabia Saudita, avevano annunciato di aver cercato di creare insicurezza in Iran”.
Come descritto l’ultima volta, le forze statunitensi occupano il valico di confine di al-Tanaf tra Siria e Iraq, nel sud-est della Siria.

Terroristi pro USA

US “ribelli” di AL QAEDA addestrati dalla CIA e armati dall’US ARMY

I “ribelli” addestrati dagli Stati Uniti furono fermati a nord dall’avanzata dell’Esercito arabo siriano fino al confine con l’Iraq. La milizia irachena sotto il comando del Primo ministro vi si univa e al-Tanaf è ora isolata. Diversi rapporti affermavano che gli Stati Uniti inviavano forze di agenti curdi dal nordest della Siria per difendere al-Tanaf. Ovviamente non si fidano delle forze “ribelli” arabe che avevano addestrato per occupare la Siria sudorientale. Poche centinaia di forze curde non cambiano la situazione tattica. Non c’è alcuna utilità ragionevole per esse e il contingente statunitense, che alla fine dovranno ritirarsi in Giordania. Israele da tempo sostiene i “ribelli” di al-Qaida nel sud-ovest della Siria nei pressi e sulle alture del Golan. Ciò è noto almeno dal 2014 e il sostegno israeliano è stato documentato anche dagli osservatori delle Nazioni Unite nella zona. Ma in qualche modo i media statunitensi si “dimenticavano” di riferirlo e gli israeliani erano riluttanti nel commentarla. Ciò è cambiato. Adesso c’è un diluvio di relazioni sul sostegno e finanziamento israeliano dei “ribelli” sul Golan, vicino alle parti occupate da Israele in Siria. Poche menzioni tuttavia sul fatto che le forze che Israele sostiene sono terroristi di al-Qaida. Ci sono anche gruppi dello Stato islamico che si sono “scusati” con Israele dopo uno scontro con forze israeliane. È chiaro che Israele sostiene apertamente i terroristi. Qualcuno diffonde intenzionalmente questi articoli. Presumo che Israele lo faccia preparando il quadro politico per l’ulteriore occupazione di terre siriane. Articoli confrontano le manovre israeliane con l’occupazione del Libano meridionale negli anni ’80 e ’90, trascurando di raccontare tutta la storia. L’occupazione israeliana del sud del Libano portò all’avanzata di Hezbollah e alla sconfitta delle forze israeliane, che nel 2000 si ritirarono dalle terre occupate, ed Hezbollah ora è il nemico più temuto da Israele. Sembra che Israele voglia ripetere questa esperienza.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

da sitoaurora

1213.- Mosul, sempre vigilia di liberazione

La liberazione di Mosul che va e viene. Doveva essere per l’inizio del Ramadan, ma forse sarà alla fine, o forse chi sa quando.
“I nostri reparti continuano ad avanzare e sono entrati nei quartieri di al-Saha al-Oula, al Zinjili e di al-Shifaa, oltre che nell’Ospedale repubblicano” ha annunciato il 29 maggio il portavoce del Comando congiunto delle operazioni delle forze irachene a cui nessuno ormai crede più.
Poi, gli equivoci politici internazionali.

Dal blog di Ennio Remondino.

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Mosul come la caduta di Bassora nella vergogna militare e giornalistica della guerra dei Bush a Saddam, o la sconfitta di Isis a Sirte, Libia dell’altro ieri. Gli annunci di vittorie che non arrivano. “I nostri reparti continuano ad avanzare e sono entrati nei quartieri di al-Saha al-Oula, al Zinjili e di al-Shifaa, oltre che nell’Ospedale repubblicano” annuncia il portavoce del Comando congiunto delle operazioni delle forze irachene. E non vuol dire nulla.
Non significa che la battaglia sia ormai conclusa perché sappiamo come, poche centinaia di miliziani isolati e senza più una catena di comando e controllo, hanno opposto una lunga e tenace resistenza.
L’Isis utilizza autobomba, cecchini e kamikaze contro le forze irachene nei quartieri a nord della Città Vecchia, ancora in gran parte controllata dall’Isis.

Disperata resistenza jihadista
I miliziani dello Stato islamico sono stati accusati dal governo iracheno e dalle Nazioni Unite di utilizzare i civili come scudi umani nella battaglia di Mosul, iniziata ad ottobre. Secondo l’Onu ci sarebbero ancora decine di migliaia di civili intrappolati nella Città Vecchia, dove scarseggiano cibo e medicine.
Da ‘Analisi Difesa’ sappiamo che nelle ultime 48 ore i miliziani dell’Isis avrebbero incendiato gli archivi dei principali “ministeri” del Califfato che si trovano nella vecchia cittadella che, assieme ad altri due quartieri di Mosul, non è stata ancora liberata dalle forze irachene.
Lo riferisce la tv satellitare al Arabiya che cita una fonte dell’antiterrorismo iracheno. In diverse immagini pubblicate da France Presse, si vede il cielo di Mosul completamente coperto da enormi colonne di fumo.

Daesh ultimo bunker
”Da questa mattina l’organizzazione terroristica ha cominciato a bruciare gran parte degli archivi dei suoi principali ‘Diwan’ (‘Ministeri’); tra cui al Husba (Polizia religiosa), la Sicurezza; il ministero dei Jund (Difesa), al-Zakat (Finanze) ed altri ancora che si trovano tra le abitazioni civili nella città vecchia” ha detto all’emittente la fonte irachena per il quale “dare fuoco agli archivi è un evidente segno di un grande crollo dell’organizzazione. Il rogo degli archivi e dei documenti da parte dell’Isis ha lo scopo di impedire di scoprire i responsabili dei grandi crimini perpetrati a danno di civili”, ha aggiunto la stessa fonte.
Intento le milizie sciite irachene filo-iraniane, che hanno aggirato Mosul puntando a nord, hanno raggiunto ieri il confine siriano che minacciano di oltrepassare per liberare dall’assedio Deyr az Zor e puntare su Raqqah, capitale dell’Isis, al fianco delle truppe di Damasco.

Dall’Iraq alla Siria
Hadi al Amiri, uno dei leader delle Forze di Mobilitazione Popolare, l’organizzazione irachena che riunisce le varie milizie, per lo più sciite ma anche sunnite e cristiane, ha affermato che i suoi uomini hanno raggiunto il valico frontaliero di Umm Jaris.
L’avanzata delle milizie sciite rischia di provocare la reazione militare degli Stati Uniti che con britannici e giordani sostengono milizie arabe nel sud della Siria nemiche di Assad e dell’Iran
Ieri velivoli americani hanno lanciato nel sud-est della Siria volantini di avvertimento alle milizie filo-iraniane che tentano di avanzare verso i posti di blocco di miliziani arabi filo-Usa.
“Lasciate questo posto di blocco e tornate a quello di Zaza”, si legge nei volantini di cui copie sono state raccolte da gente del posto. Nei giorni scorsi, gli Usa avevano annunciato di aver bombardato milizie filo-governative decine di chilometri dal valico frontaliero di Tanf, tra Siria e Iraq, controllato da milizie filo-Usa.

e89d35ed16719e258219c8133570971eEcco come le forze speciali degli Stati Uniti addestrano in Giordania i sedicenti “ribelli”
Forze-speciali-USA-in-SiriaAi confini della Giordania, truppe speciali degli Stati Uniti, britanniche e giordane sostengono le milizie arabe nel sud della Siria nemiche di Assad e dell’Iran. 

La corsa al dopoguerra
In territorio siriano a ridosso del confine giordano sono segnalate da tempo forze speciali britanniche, statunitensi e giordane al fianco dei miliziani arabi sunniti. Ed è un segnale, anche se tenuto semi segreto. Le forse armate occidentali che hanno evitato la prima linea sono pronte a gestire la vittoria.
Il 29 maggio il Consiglio Ue ha esteso per un altro anno fino al primo giugno 2018 le sanzioni contro Bashar al Assad ed il regime siriano.
A conferma di come lo Stato Islamico non sembri rappresentare il vero nemico per l’Occidente, commenta ‘Analisi Difesa’.
Le sanzioni includono anche l’embargo sul commercio di petrolio, le restrizioni su alcuni tipi di investimenti, il congelamento del patrimonio della banca centrale siriana detenuto nella Ue, il blocco delle esportazioni di materiali e tecnologie.

180517 tv siria 2 (1)-1Al confine tra Siria e Iraq, a Deir Ezzor si decidono i destini di un’intera regione

1195.- La Grande Armée sunnita nel Medio Oriente

Da Ennio Remondino: Come si sviluppano gli scenari diplomatici in Siria e in Irak dopo il cambio della guardia alla Casa Bianca. Si cerca di costituire un esercito di mezzo milione di uomini col sostegno dell’Arabia Saudita

Di , responsabile di Osservatorio Internazionale.
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Da un pezzo gli analisti battono sulla svolta decisiva che Trump ha dato alla politica estera americana in Medio Oriente. Obiettivamente, rispetto alle strategie della Casa Bianca al tempo di Obama, c’è stata una netta inversione di tendenza: il dato di fatto più eclatante è che Dipartimento di Stato e Pentagono adesso pensano che sia fondamentale restare ancorati alla sponda sunnita.
In sostanza, viene completamente messa da parte la tattica che puntava al sostegno della componente sciita nel conflitto, e contemporaneamente si cerca di riguadagnare le passate alleanze che avevano garantito un equilibrio instabile, ma durevole nel medio-lungo periodo.

A suggellare questa rivoluzione diplomatica sarà il viaggio di Trump tra una decina di giorni, quando sbarcherà in Arabia Saudita per chiarire agli sceicchi i termini della sua proposta. Certo, al centro dell’azione diplomatica di Pennsylvania Avenue resta la lotta mortale contro l’Isis. Soltanto che, adesso sono stati rivoluzionati i termini della questione. Gli Stati Uniti puntano alla costituzione di una solida armata arabo-musulmana in grado di garantire la pace nella regione e, contemporaneamente, di arginare la spinta propulsiva dell’Isis, che si va esaurendo. Dal giorno 22 ne sapremo di più.
Terrorizzati dall’incombente presenza dell’Iran come potenza nucleare regionale, i sauditi sembrerebbero pronti a sottoscrivere un accordo che consenta agli Stati Uniti di contare su una riserva operativa di almeno mezzo milione di uomini.

Gli sherpa dei due schieramenti stanno lavorando duramente per raggiungere uno straccio di accordo che lasci tutti soddisfatti. In particolare, bisognerà vedere quali garanzie Donald Trump sarà pronto a gettare sul tavolo per fare in modo che i sauditi accettino la sua nuova strategia di emarginazione della componente sciita, dell’Iran, soprattutto, e di Hezbollah.
In questo senso, sono chiarissime le pressioni che arrivano da Gerusalemme per fare in modo che gli Stati Uniti si preoccupino dell’evoluzione che potrebbero avere le tensioni in tutto il Libano meridionale e nella fascia del Golan.

La Casa Bianca sta organizzando il prossimo summit in grande: al vertice saranno presenti la famiglia reale Saudita al gran completo, il re di Giordania Abdullah e il primo ministro pakistano Navaf Sharif. Significativa l’assenza del presidente egiziano El-Sissi, il quale anche in questa occasione ha tenuto a marcare una differenza di strategia con i suoi amici-nemici americani. Dall’incontro in Arabia Saudita dovrebbero saltare fuori le ultime direttive per liquidare la pratica di Mosul nell’area irakena, e di Raqqa, ritenuta la capitale del Califfato. I piani segreti di intervento, elaborati minuziosamente dal segretario Usa alla Difesa James Mattis e dal National security adviser McMaster puntano proprio alla riconquista diretta di Raqqa come simbolo del rinnovato slancio dimostrato dalla coalizione nella lotta all’Isis.

E proprio il nuovo esercito arabo-sunnita dovrebbe costituire il nerbo della forza d’attacco da utilizzare su tutto lo scacchiere mediorientale, non solo in Siria. Si tratterebbe di una sorta di garanzia o di assicurazione sulla vita in grado di tacitare in primis Netanyahu e tutto il governo israeliano. Intanto, sul terreno la situazione resta confusa. In questa fase l’onere dell’offensiva è sostenuto dai curdi delle milizie YPG. Uno dei successi che viene rivendicato dalle forze della coalizione negli ultimi giorni è la conquista della diga di Tabqa, la più grande della Siria, che era caduta da tempo nelle mani dell’Isis.

Comunque sia, la verità è che al Pentagono non ritengono i curdi in grado di abbattere le resistenze del Califfato. Lo stesso generale Joseph Dunford, Capo di Stato maggiore dell’Us Army, ha dichiarato che per raggiungere gli obiettivi prefissati c’è bisogno di uno sforzo ulteriore. Probabilmente, la svolta voluta da Trump va in questa direzione: ai sunniti viene offerta la possibilità di un contrasto politico-diplomatico verso la componente sciita. Ma, contemporaneamente, gli alleati esigono uno sforzo complessivo, sostanziale e senza tentennamenti proprio da parte di tutte le componenti sunnite della regione, per risolvere definitivamente la pratica del Califfato.

1155.- La suddivisione dell’Iraq: gli Usa ci riprovano

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La mappa di cui sopra – fornita direttamente dall’intelligence statunitense – mostra schematicamente la divisione dell’Iraq in tre distinte etnie. Sciiti al sud, molto simili agli iraniani come religione e lingua, sunniti al centro nord e curdi al nord est. Il grande movimento che si sviluppa attorno a Mosul sarà determinante per decidere come e chi si spartirà l’Iraq a fine guerra. Gli Usa non hanno mai smesso di sognare di spartire l’Iraq in tre piccole nazioni, utilizzando la suddivisione etnico-religiosa sunnita-sciita-curda.

Tre stati fantoccio che verranno manipolati nel peggiore dei modi, una soluzione che vedrà effettivamente:

  • un primo stato controllato direttamente dagli sciiti
  • un secondo stato controllato dai sunniti
  • un terzo stato controllato dai curdi

In Iraq, dal punto di vista statunitense, le forze di cui tenere conto sono:

  1. il governo di Baghdad, solo nominalmente filoamericano, e teatro di accesissimi scontri per l’assegnazione delle forniture petrolifere, appalti multimiliardari (che, guarda caso sono finiti praticamente tutti in mano ai russi e ai cinesi), un alleato scomodo
  2. i curdi, divisi tra curdi iracheni, iraniani, siriani e turchi. Un alleato prezioso in Siria e in Iraq da tenere buono, da finanziare e da illudere con l’eterna promessa dello stato curdo
  3. i fanatici islamisti, finanziati ed armati dagli americani stessi e protetti dagli emirati del golfo, un super-nemico da battere ma che è allo stesso tempo un alleato
  4. le spinte indipendentiste del sud sunnita, che contendono al governo centrale ricchi giacimenti di petrolio ed il terminal petrolifero di Bassora. Se tutto finisse in mani iraniane – ovvero se si creasse una nazione sciita del sud alleata con Teheran – questo potrebbe essere un altro problema (Molto contente Russia e Iran, ma Israele suderebbe freddo perché i missili sarebbero ancora più vicini)
  5. la Turchia, il 1° convitato di pietra della questione, che alterna con l’occidente relazioni alquanto difficili, ma si sa la geopolitica crea “strani compagni di letto” (come disse Dickens)
  6. Israele, il 2° convitato di pietra, alla costante ricerca di contenere la minaccia iraniana e alla continua ricerca di impedire l’espansione degli sciiti in Iraq e in Siria
  7. La Russia dopo essere entrata a gamba tesa in Siria, ha continui abboccamenti con il governo iracheno e l’Iran è diventato un suo alleato

Gli interessi, ovviamente sono molteplici, soprattutto economici. I giacimenti nel nord dell’Iraq sono da sviluppare, e i curdi in cambio della loro bella nuova nazione concederebbero sicuramente alle compagnie petrolifere amiche – ovvero occidentali – i giacimenti. Il giacimento qatariota potrebbe trovare il modo di passare attraverso il nuovo stato curdo e la Turchia. Quest’ultima potrebbe diventare una nuova via di trasporto per fare uscire il petrolio dal nuovo stato sunnita iracheno, ma gli Usa per mantenere l’appoggio logistico dovranno tenersi amico Erdogan.

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Una simpatica mappa viene fornita da “un interessante Comitato”, i confini tracciati seguono accuratamente le zone di pertinenza delle varie etnie e religioni, tenendo conto delle varie tensioni presenti in zona, e cerca di accontentare tutti. La Turchia si vedrà davanti uno stato curdo e avrà la possibilità di tenerlo sotto controllo “a cannonate”. Alla fine lo scopo di questa divisione, che non è mai stato quello di distruggere l’ISIS, è quella di creare uno stato cuscinetto gestito dagli americani, finanziato dai sauditi e dai proventi petroliferi, in modo da permettere di lasciare una presenza americana in zona. Rimane strategico l’appoggio turco, che permetterebbe di far affluire mezzi militari in zona, anche in caso di guerre. La capitale Baghdad, vero covo di insurrezionalisti baathisti (residui del vecchio governo di Saddam), verrà lasciata agli iraniani e saranno loro ad occuparsene con grande piacere.

Nell’ultimo periodo emerge che già durante l’amministrazione Bush era stata creata un’alleanza con un ex appaltatore privato del Pentagono in Iraq, membro di una ricca dinastia irachena. Un piano che per anni ha mirato alla disgregazione dell’Iraq. Trapela ora che questa rete sarebbe strettamente connessa alla Cambridge Analytica (la società di tecnologia che aiutò Trump nella campagna elettorale).

Il giornalista che ha rotto il vaso di Pandora, rendendo note passo a passo tutti i collegamenti che portano alla luce le trame oscure nascoste per oltre un decennio è stato Nafeez Ahmed il 21 marzo 2017 https://medium.com/insurge-intelligence/exclusive-inside-the-trump-lobby-that-wants-to-break-up-iraq-3ecf122f0ead (giornalista investigativo che lavora per Insurge Intelligence). Ovviamente Vi consigliamo di leggerlo, sono 24 minuti di lettura molto coinvolgenti.

Nafeez Ahmed è riuscito a scoprire la rete iracheno-statunitense che operava su tale progetto, rendendo pubblico che dietro al progettato “spezzatino” statunitense c’è:

  • Sam Patten, che servì durante l’amministrazione di George W. Bush come anziano consigliere del Dipartimento di Stato 2008-2009 e che in precedenza fu coordinatore della campagna presidenziale di Bush nel 2000.
  • il sostegno finanziario al Hudson Institute, un think-tank con i legami diretti con la squadra di transizione di Trump, che ha poi prodotto un rapporto che prevede la disgregazione dell’Iraq secondo linee settarie. L’autore del rapporto è Michael Pregent, assistito da Kevin Truitte. Pregent è un ex consigliere del generale David Petraeus che ha servito in Iraq e afferma che per distruggere l’ISIS bisogna smembrare l’Iraq.
  • i nessi tra i fratelli Koch-Bush-Trump
  • tutti i personaggi di spicco coinvolti in Cambridge Analytica, i finanziatori e i ruoli chiave
  • i flirt con i ribelli e le lobby coinvolte (una di esse è rimasta coinvolta nello scandalo Panama Papers), le ondate violente di rapimenti e di decapitazioni in Iraq
  • il coinvolgimento di ExxonMobil e l’accordo petrolifero con il Kurdistan iracheno.

Dunque “il Comitato” che si propone di distruggere l’ISIS (1) – attraverso lo smembramento dell’Iraq – nel frattempo ha ovviamente allungato le lunghe mani sulle immense riserve energetiche. Con ogni probabilità Trump capirà che è giusto inchinarsi agli ex lobbisti di Bush, alle élite irachene legate alla Cambridge Analytica, ai rivoltosi islamici, a ExxonMobil e ai fratelli Koch. In fondo se tutto ti torna a favore, perché scontrarsi se tutto ti viene servito su un piatto d’argento?

Saleh Muhammed al-Mutlaq (2), politico iracheno ed ex primo ministro è senz’altro della partita, ed è pronto a svolgere l’ingrato compito di presidente della nuova nazione. Sempre che le sue guardie del corpo riescano a proteggerlo, ovvio. Già parecchi tentativi di ucciderlo sono stati effettuati da diverse delle forze sul campo. La politica è una roba seria da quelle parti.

Signori avere fatto il Vostro Gioco? Avete puntato sul Vostro Obiettivo?

Sinceramente questi sono i soliti giochetti interni da impero in decadenza, ma alla resa dei conti vi troverete davanti Cina, Russia e Iran. Questo trio vi presenterà il Conto: o Vi ostacoleranno o in cambio Vi chiederanno molto, moltissimo.

di Maurizio Blondet

Così, Maurizio Blondet, ma l’Egitto, che è lo stato guida del mondo arabo ed islamico, che ne pensa di una guerra settaria tra sunnismo e sciismo?

La Redazione di Liberticida http://liberticida.altervista.org/

(1) http://destroyisis.org/en/
(2) https://en.wikipedia.org/wiki/Saleh_al-Mutlaq
P.S. diversamente dal solito i nostri amici di DestroyIsis.org si sono attrezzati, il nome dell’intestatario del dominio è schermato dalla compagnia Digital Private Corporation, e il dominio è hostato in Islanda presso il Thor Data Center Ehf. Bravi, nessuno sospetterebbe che ci sia dietro  il Dipartimento di Stato Usa…

1121.- IMMAGINI DELLA BATTAGLIA DELL’ESERCITO IRACHENO PER MOSUL

Direttamente dal fronte della battaglia.

Schermata 2017-04-20 alle 08.51.49.png“Non ci sono nessun truppe straniere sul terreno e non abbiamo bisogno di loro. Abbiamo abbastanza combattenti iracheni. “Un’importante e storica dichiarazione del comandante Abdul Ghani Asadi per i giornalisti stranieri.

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determinazione, perseveranza e volontà dei nostri eroi

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tre autobombe hanno tentato di colpire le nostre linee, mentre ripulivamo i tunnel dell’Isis

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liberando l’intero quartiere di Mills e avanzando verso i quartieri in

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I mercenari dell’ISIS hanno eseguito decine di esecuzioni di civili, mutilando i loro corpi e hanno anche usato gas cloro contro di loro, nel silenzio del mondo dell’informazione per i loro orrendi crimini.

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Quel che resta dei terroristi

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L’obiettivo principale del nostro esercito è quello di preservare la vita dei civili che sono tenuti in ostaggio dai mercenari, come scudi umani e questa è l’unica ragione per il ritardo delle operazioni.

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L’aviazione fornisce un supporto costante alle truppe.

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Il nostro esercito ha conquistato gran parte dei quartieri e i mulini di Marocco e Yarmuk

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Vi assicuriamo che la situazione è  completamente sotto controllo e che ci sono pattuglie e grande spiegamento di valorosi soldati ed eroi in tutte le strade della città.

ULTIMISSIME DA MOSUL, VIA PARIGI:

Oggi, giovedì 20 aprile, le forze irachene hanno completato la liberazione del quartiere Al-Thawra, situato ad ovest della città vecchia a Mosul occidentale, mentre il Comando Operazione Congiunta, che coordina l’ offensiva, ha annunciato da parte sua, la riconquista del quartiere Nasr.

Le Nazioni Unite stimano in 500.000 il numero di civili ancora presenti nelle zone controllate dall’Isis a Mosul, e hanno espresso preoccupazione per loro. Circa 400.000 di questi si trovano nella città vecchia, un labirinto di vicoli stretti popolati densamente, in cui l’avanzare si rivela arduo e lento.

La perdita di Mosul sarà un duro colpo per l’Isis, che l’aveva occupata nel giugno 2014, con un attacco lampo che gli permise di controllare vasti territori in Siria e in Iraq. Da allora, Isis ha perso gran parte di queste aree e controlla solo il 7% dell’Iraq, secondo un portavoce militare.

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Le due altre grandi città che rimangono sotto il controllo dell’Isis sono Hawija, 180 km a sud est di Mosul e Tal Afar, ad ovest di Mosul. I Jihadisti occupano anche aree remote della provincia occidentale di Anbar, vicino al confine con la Siria.

Giovedì scorso, i soldati iracheni hanno appoggiato i combattenti tribali locali e i loro consiglieri della coalizione internazionale, che avevano lanciato un nuovo attacco per riprendere i villaggi controllati dall’Isis in Anbar.

1120.- Qualcuno ha notizie della battaglia di Mosul?

La battaglia di Mosul non è ancora finita, ci informava Internazionale il 6 aprile scorso, la notizia più recente che abbiamo trovato. I grandi quotidiani internazionale assieme alle voraci agenzie di stampa, tutti quasi silenti. Che stia accadendo qualcosa di sgradevole da nascondere? O è tutto troppo ripetitivo, morto dopo morto, massacro dopo massacro? E gli inviati che ci hanno annunciato tante volte Mosul ‘quasi liberata’?

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Nella città di Mosul, a maggioranza sunnita, vivono tuttavia diverse etnie e gruppi confessionali diversi, tra cui armeni, yazidi, assiri, turkmeni e Shabak. La conquista della roccaforte dell’Isis e la fine delle operazione militari non segnerà la fine dei problemi che affliggono l’Iraq, ma piuttosto l’inizio di un aspro confronto politico. Stati Uniti e Governo iracheno devono trovare una strategia volta a risolvere le sfide politiche e umanitarie prima che finisca la battaglia, o potrebbe essere troppo tardi.

‘La battaglia di Mosul non è ancora finita’, titolo onestamente Internazionale la settimana prima di Pasqua. Dopo di che, vacanza giornalistica su tutti i fronti.
I grandi quotidiani internazionale assieme alle voraci agenzie di stampa, tutti quasi silenti. Che stia accadendo qualcosa di sgradevole da nascondere?
E gli inviati che ci hanno dato Mosul per ‘quasi liberata’?
Sembra la comica di Bassora, guerra Usa a Saddam, caduta almeno 100 volte negli annunci della guerra in diretta tv, e le 99 balle raccontate.

Un po’ di conti per scoprire cosa sta accadendo
Dal giugno del 2014 Mosul è stata la roccaforte del gruppo Stato islamico in Iraq. Noto a tutti. Lo scorso 17 ottobre le truppe irachene, sostenute dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti, hanno lanciato un’offensiva per riconquistare la città. Dopo alcuni mesi la parte est di Mosul è stata sottratta al controllo dei jihadisti.
Il 19 febbraio l’esercito di Baghdad ha ripreso l’offensiva per riconquistare la parte ovest. Sappiamo che centinaia di civili sono morti sotto i bombardamenti della coalizione. Il 17 marzo un raid aereo statunitense ha distrutto un isolato del quartiere di Al Jadida causando, secondo alcune stime, fino a duecento morti. Il 5 aprile, dopo un breve periodo di pausa, sono ricominciati i raid dell’aviazione irachena. Secondo le Nazioni Unite dallo scorso ottobre più di 300mila civili hanno lasciato Mosul.

Assad non ha l’esclusiva dei gas
Agenzia Ansa del 16 aprile, Pasqua. ‘Il portavoce del Comando unificato che in Iraq coordina le operazioni contro lo Stato islamico, ha reso noto oggi che i miliziani dell’Isis hanno nuovamente usato il gas durante i combattimenti a Mosul Ovest.
Il generale Yahya Rasool ha sottolineato che si tratta del secondo attacco compiuto negli ultimi giorni con armi chimiche dai jihadisti contro i soldati dell’esercito iracheno.
Oggi, ha aggiunto il generale, sono almeno sei i soldati ricoverati in ospedali da campo perché non riuscivano a respirare.
Si sta cercando di capire, ha precisato, quale tipo di gas sia stato usato. Nel frattempo ai soldati sono state distribuite maschere antigas.

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La battaglia contro ISIS è ancora lunga
Reportage su LookOut di Sara Manisera e Arianna Pagani, sempre più donne coraggiose al fronte.
Grazie e loro scopriamo che le cose in Iraq, a Mosul dei troppo ‘stand up’ tv con casco e giubbetto anti proiettile e raccontarci della battaglia ‘risolutiva’ che per ora non risolve un cavolo.
La quasi normalità della guerra quotidiana davanti la base dell’Emergency Response Division , nucleo della polizia federale irachena, a pochi chilometri da Mosul ovest, dove -raccontano e fotografano le reporter-un gruppo di bambini sudici e scalzi, passa il loro tempo rincorrendo i mezzi blindati che rientrano alla base.

La guerra infinita.
Lo scorso 19 febbraio, il primo ministro iracheno Haider al-Abadi aveva annunciato l’inizio delle operazioni per la riconquista di Mosul Ovest. Da allora, molto rumore di artiglieria e spari, poca strada fatta tra i vicoli del centro storico fatto trincea e trappola dai miliziani Isis.
‘Fronte liquido’, dicono i militari subito copiati del giornalismo ad effetto. Fronte fluido, in continuo movimento. La Golden Division e la polizia federale irachena avanzano di qualche strada ma spesso retrocedono. Il conflitto a Mosul è una guerriglia urbana che si sta combattendo a piedi, casa per casa, strada per strada, all’interno delle abitazioni dei civili o sui tetti dei palazzi dove sono posizionati i cecchini.

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Le forze irachene stanno rallentando le azioni militari
Di fronte alla resistenza dell’ISIS e all’aumento delle vittime, le forze irachene stanno rallentando le azioni militari. Mosul, oggi, si trova completamente circondata, ma l’esercito deve affrontare le linee difensive dell’Isis, attraversando i vicoli e le stradine del centro storico, senza la copertura dei bombardamenti della coalizione internazionale e senza i mezzi blindati che non riescono a passare nei vicoli stretti della città vecchia. E ieri, dominio Isis, era peggio. Secondo una ricerca pubblicata dall’International Centre sull’anti terrorismo, 186 miliziani Isis stranieri, i foreign fighters, sarebbero morti compiendo attentati suicidi nel corso dell’ultimo anno.
La maggior parte proveniva dal Tagikistan, seguito da Arabia Saudita, Marocco, Tunisia e Russia. Lo studio sostiene che Isis abbia cominciato a ricorrere agli attacchi suicidi per mitigare la perdita territoriale e resistere alla pressione militare.

Ma anche le vittime dei ‘buoni’
Secondo Amnesty International, centinaia di civili sono stati uccisi da attacchi aerei nelle loro case o in luoghi dove hanno cercato rifugio. Solo il 17 marzo, un bombardamento della coalizione internazionale avrebbe ucciso più di duecento civili all’interno di un palazzo.
Nell’ospedale di Erbil, nel Kurdistan iracheno, gestito da Emergency, la maggior parte delle vittime sono civili, che hanno subito amputazioni agli arti a causa degli ordigni, esplosivi, delle schegge dei mortai e dei droni. Più del 50% sono donne e bambini, raccontano Sara Manisera e Arianna Pagani.
ll chirurgo di Emergency, Marco Pegoraro, le chiama ferite sporche: «Tutte le ferite di guerra sono per definizione sporche, perché tutte le schegge, vengono proiettate all’interno del corpo ma anche perché sono i civili a pagare il prezzo più alto dei conflitti». In questa guerra urbana, fluida e irregolare, i civili sono usati per rallentare le operazioni militari.

avatar2   Ennio Remondino

1003 .-L’occidente privilegia il radicalismo sunnita e mente su chi fomenta il terrorismo

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La menzogna sembra essere ciò che guida le relazioni internazionali. La menzogna ha conseguenze, deteriora la vita, svilisce l’umano, fa essere rinunciatari, fa perdere l’interesse per la politica, tende ad essere cinici. Ha anche conseguenze pratiche. Uno dei più grandi problemi ‘nascosti’ dai governi occidentali è la loro propensione a stringere accordi economici con i paesi del Golfo, quei paesi che esportano la forma più radicale e violenta dell’Islam.

L’occidente ha assecondato questa forma di islam per due ragioni: la prima è il petrolio e i soldi, la seconda è per polverizzare il medioriente. Ne ha parlato padre Cervellera direttore di Asia News intervenuto il 12 febbraio a Roseto in un incontro che ha portato a tema gli attuali scenari politici nel medio oriente. L’incontro è stato organizzato dalla locale ‘Associazione Culturale Goccia nell’oceano’.

Il sacerdote si è soffermato soprattutto nel racconto della grande testimonianza di fede dei cristiani e del loro desiderio di non lasciare la terra di Gesù. Tuttavia, ha denunciato le difficoltà che essi devono affrontare a causa per la politica di sbriciolamento del medio oriente che le potenze occidentali hanno iniziato dall’ Ottocento. Quest’opera di permanente destabilizzazione è portata avanti a vantaggio di Israele tramite i principali alleati regionali, i regnanti sauditi.

Chi cerca di contrastare questo progetto rompendo le uova nel paniere, è l’Iran. E’ per questo che Teheran è considerato il più grande nemico dagli USA e dai suoi alleati. Per mascherare le vere ragioni di tale ostilità, gli Usa lo considerano “il più grande stato che sostiene il terrorismo al mondo”(legge Export Administration): lo ha detto il capo del Pentagono James Mattis nella sua recente visita a Tokyo, lo ha detto Trump, lo ha detto Obama così come lo hanno detto tutti i suoi predecessori (dall’epoca dello Scia di Persia in poi).

E’ evidente che proseguendo con questo atteggiamento basato su colonialismo e petrolio, i conflitti non finiranno mai. Inoltre, proseguendo per questa china, il terrorismo prenderà sempre più piede perché l’interpretazione religiosa che i nostri alleati sauditi diffondono a suon di dollari in tutto il mondo, “è esattamente la stessa applicata sul terreno da tutti i terroristi armati” (Asia News).
Che dire? Bisogna essere ciechi per non vedere che tutti gli attentatori in Europa ed in medioriente sono sunniti ispirati dalla lettura wahabita dell’islam diffusa dai sauditi.

Questa è un’interpretazione religiosa lontana mille miglia da quella che Padre Cervellera ha raccontato aver visto insegnata nelle università islamiche iraniane. Infatti, in quegli atenei “gli studenti leggono tutta la filosofia occidentale, e cercano di capire il cristianesimo leggendo direttamente il Vangelo e il Catechismo della Chiesa Cattolica e non i commenti musulmani sul Vangelo “.

Quindi, come ha detto il direttore di Asia News: “l’islam sciita dell’Iraq e soprattutto dell’Iran è un islam di cultura molto elevata, un islam aperto che vuole dialogare con l’occidente, è un islam che segue le fonti religiose del Corano”, mentre l’interpretazione che “è stata data dagli Imam degli Abith del Profeta (gli Adith sono detti, fatti attribuiti a Maometto ma scritti 300/400 anni dopo la morte del Profeta), costituiscono l’interpretazione araba dell’Islam, quella diffusa dall’Arabia Saudita nel mondo”.

In definitiva, quella di padre Cervellera è un’ulteriore conferma di una evidenza che è sotto gli occhi di tutti: la fonte del terrorismo dell’ISIS, di al Qaeda e del radicalismo dei Fratelli Musulmani, ha a che fare con l’Arabia Saudita e non con l’Iran.

Ma Washington da quell’orecchio non ci sente, tant’è che il direttore della Cia Mike Pompeo ha consegnato ai principi sauditi, una medaglia al Merito per la lotta contro il terrorismo conferita dalla Casa Bianca.

E’ chiaro che ogni soluzione operativa contro il terrorismo che non tenga conto di queste evidenze, pecca di un vizio all’origine: paradossalmente il piano che Trump ha ordinato di presentare entro questa settimana per sconfiggere ISIS non fa menzione degli altri gruppi terroristici. La ragione di questa ‘dimenticanza’ è che questi ultimi serviranno ancora per indebolire il governo siriano e tenere ‘occupati’ i russi.

Patrizio Ricci

976.-L’Isis ha i giorni contati. Ma forse no, grazie anche all’Europa

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Murale dell’ISIS mural, Mosul est. Osie Greenway/SIPA USA/PA Images. Tutti i diritti riservati.

L’offensiva militare irachena per liberare Mosul, seconda città del Paese per grandezza, inizia a metà ottobre 2016; secondo le previsioni la missione avrebbe dovuto concludersi entro l’anno. Alle due prime settimane di rapida avanzata nella parte orientale della città segue una fase di stallo, che vede la “Divisione d’oro” – il contingente delle forze speciali irachene di circa 10.000 unità – sopraffatta da un nemico solido e determinato e subire perdite ingenti in scontri urbani.

La seconda settimana di gennaio 2017 vede una ripresa dell’esercito iracheno che, grazie alla consulenza strategica delle forze speciali statunitensi, a un’intensificazione degli interventi via aria e a un maggior supporto da parte delle artiglierie francesi e USA, rientra a Mosul spingendosi fino alle rive del Tigri, nel cuore della città. Tuttavia, se da un lato fonti ufficiali affermano che l’intera parte est di Mosul fino al fiume è stata liberata, alcuni osservatori indipendenti riferiscono di unità dello Stato islamico “dimenticate sul campo”, che avrebbero già preso di mira le truppe arrivate a supporto della Divisione d’oro, nel tentativo di riconsolidare le proprie posizioni.

Sebbene l’esercito iracheno si dica pronto a riconquistare le roccaforti nemiche nella parte occidentale di Mosul, le risorse militari a disposizione dell’avversario sono comunque tali da far temere ostacoli ben più impegnativi rispetto a quelli fino ad ora affrontati, in una guerra che si è rivelata molto laboriosa.

Non tutti conoscono la reale entità della campagna aerea condotta dalle forze di coalizione per ben due anni e mezzo. I dati parlano di 30.000 obiettivi colpiti da 60.000 tra missili e bombe, e di 50.000 vittime tra le file dell’Isis; con tale presupposto, che non va sottovalutato, sorprende il fatto che lo Stato islamico – che pur rimane sulle difensive vista una tale concentrazione di attacchi – sia ancora in grado di opporre una tale resistenza. Detto questo, considerata l’importanza del fattore geografico nella visione del califfato, non si può certo dire che l’Isis stia attraversando un buon momento.

Un avversario paziente

Se osservata da un altro punto di vista, la situazione non appare tuttavia tanto drammatica per lo Stato Islamico, anzi. A questo proposito vanno considerati quattro fattori fondamentali.

Il primo è la tempistica. L’Isis, come Jabhat Fateh al-Sham (JFS) e altri gruppi islamici paramilitari non è vincolato da calcoli rivoluzionari sui tempi entro cui va raggiunta la vittoria; al contrario, opera in una dimensione escatologica che va oltre i limiti temporali della vita terrena, e che si estende per svariati decenni, se non all’eternità. In quest’ottica, eventuali contraccolpi della sorte sono considerati come momenti di una guerra infinita. E questo è un concetto che gli analisti occidentali non riescono ancora a capire.

Il secondo è il fatto, ormai comprovato, che il califfato venga visto dalla propria leadership più come un simbolo di quello che potrebbe essere, piuttosto che come una realtà definita, destinata a evolversi e a espandersi. Potrebbe essere proprio questo il motivo per cui il movimento sta programmando un’insurrezione che duri nel tempo, nel momento in cui Mosul ritornasse sotto il controllo governativo. La costante emarginazione della minoranza sunnita e la parziale disfatta della divisione di forze speciali durante l’attacco a Mosul creano le basi favorevoli per la realizzazione di un tale progetto.

Il terzo fattore è costituito dall’attuale situazione sociale e politica in Europa, che per l’Isis è motivo di fondato ottimismo. In Gran Bretagna la Brexit, la presenza costante dell’UKIP (il partito per l’indipendenza del Regno Unito), la paura dei migranti; in Francia Marine Le Pen e il Fronte nazionale; nei Paesi Bassi Geert Wilders e i suoi seguaci; l’ascesa dei partiti di estrema destra in Danimarca, Austria, Ungheria; la demonizzazione dei rifugiati nei Balcani; la costante ascesa di sentimenti anti-islamici ovunque in Europa- tutte manifestazioni che gli strateghi dello Stato Islamico considerano come elementi favorevoli.

Il quarto fattore – il neoeletto Presidente Donald Trump – è la ciliegina sulla torta per l’Isis, tanto più dal momento che le retoriche di campagna elettorale si stanno rapidamente tramutando in ordini esecutivi. Dal via libera agli oleodotti Keystone XL e Dakota Access, all’abrogazione dell’Obamacare, dall’uscita dal Partenariato Trans-Pacifico (TPP), al muro di confine con il Messico, le disposizioni della nuova amministrazione palesano una linea di condotta che punta sulla divisione e sull’esclusione, fino ad arrivare alle ultime restrizioni riguardanti Paesi del Medio Oriente e dell’Africa. Per non parlare poi della decisione di non chiudere il carcere di Guantanamo, della possibile ripristino delle “prigioni segrete” della CIA nell’Europa dell’Est, e della riscoperta delle “tecniche di interrogatorio forzato”.

Dai prossimi giorni non c’è da aspettarsi nulla di nuovo, se non provvedimenti sulla stessa linea di quelli elencati sopra, che risulteranno certo molto utili e graditi all’Isis.

L’approccio di Trump e visioni europee affini possono sembrare efficaci a breve termine, rispondendo in parte a un senso di incertezza e timore che ha favorito l’instaurarsi del clima politico attuale. La prospettiva a lungo termine invece cambia di molto, specialmente se alle misure in atto si affianca un rafforzamento delle azioni militari in Medio Oriente e in Afghanistan, e alla costruzione da parte di Israele di migliaia di nuove case nei territori occupati.

L’insieme di tali fattori non farà altro che confermare l’idea islamica di un’imminente crociata dall’Occidente, e quindi attirare nuove reclute che giureranno fede alla causa dello Stato Islamico. Ci vorranno dieci anni, forse di più per arrivare a un tale risultato. Ma per un movimento come l’Isis, che guarda a quanto accadrà tra cent’anni, un decennio non è nulla. L’Isis non sta forse attraversando un momento favorevole ma tempi migliori, come si legge nelle lettere da Raqqa, sono senza dubbio all’orizzonte.