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2127.- Siria, Damasco accusa: “attacco con gas ad Aleppo”. E la Russia bombarda i ribelli.

People suffering suffocation symptoms in Aleppo

Perché nessuno parla dell’attacco chimico al cloro ad Aleppo? «Perché sono stati i ribelli ?»

Un attacco chimico al cloro ha colpito la città di Aleppo:

Sabato 24 novembre sono stati sparati dalla provincia di Idlib, nel nord della Siria controllato dai terroristi islamici, diversi mortai da 120 mm verso la città di Aleppo, che è in pace da due anni. I missili contenevano cloro e 107 civili, tra cui donne e bambini, sono rimasti intossicati, 41 invece i contaminati, di cui due gravi. La notizia, diffusa dall’agenzia di Stato siriana e confermata dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, vicino ai ribelli, è stata pressoché ignorata da media e governi occidentali.

PERCHÉ NON FA NOTIZIA?

Micalessin: «Questa volta però nessuno si indigna e difende i civili, perché questi non sono quelli “giusti”». Perché l’attacco non ha fatto notizia come quello a Ghouta del 2013 o quello a Khan Shaykun del 2017 o quello di Douma dell’aprile 2018? Non solo perché non ci sono state vittime. Perché in questo caso nessuno si indigna né si scandalizza per l’utilizzo di armi chimiche? «Perché l’attacco è provenuto da un territorio controllato esclusivamente dai ribelli», spiega a tempi.it l’inviato di guerra Gian Micalessin. «E i ribelli sono stati alleati dell’Occidente, armati dall’Occidente e infine dimenticati. Non interessa nulla a nessuno se dei civili cadono sotto i loro colpi. Perché l’obiettivo politico dell’Occidente è sempre stato far cadere il regime di Bashar al-Assad e loro sono funzionali a questo scopo».

Europa e Stati Uniti hanno sempre tuonato contro le armi chimiche dal punto di vista dei diritti umani e della difesa dei civili. Ma quando i civili non sono quelli “giusti”, improvvisamente cala il silenzio. «Il silenzio su questo attacco è la perfetta dimostrazione che dei diritti umani e dei civili non è mai importato niente a nessuno», continua la firma del Giornale. «Sono morte in questa guerra già 400 mila persone. Se avessimo voluto portare la democrazia in Siria, avremmo trattato con Assad, non appoggiato bande estremiste e jihadisti, che poi hanno portato il terrore anche in Europa».

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Siria, ancora bombe su Aleppo. L’esplosione in diretta. La fiammata all’interno di un ospedale della zona est ripresa dalle telecamere di sicurezza di una struttura ospedaliera di Aleppo, dove i bombardamenti russo-governativi hanno messo in ginocchio i servizi sanitari dell’area ancora controllata dai ribelli anti-Assad. Le registrazione indica che la bomba ha colpito alle 10.41 del 18 novembrescorso. Oms e direzione sanitaria cittadina riferiscono di “interruzione totale dei servizi”.

 

GUERRA SIRIANA IN STALLO

La guerra siriana si trova ora in un momento di «stallo»: «Diecimila jihadisti e ribelli si trovano a Idlib. Turchia e Russia hanno raggiunto un accordo il 17 settembre per evitare una strage, ma l’accordo non funziona perché alla Turchia non interessa davvero convincere i militanti estremisti a deporre le armi. La Russia, del resto, non vuole rompere i rapporti con Recep Erdogan perché gli serve in chiave anti-Trump», spiega Micalessin. «I giornali siriani però cominciano a rilanciare l’idea di un’offensiva militare e io temo che sia inevitabile prima o poi l’uso della forza».

Tornando all’attacco ignorato di Aleppo, l’inviato di guerra punta il dito anche contro l’informazione: «I giornali si sono disinteressati della notizia perché sono sempre stati allineati politicamente con le cancellerie occidentali», conclude. «Dopo il presunto attacco chimico di Douma si è parlato di prove certe, ma nessuno le ha ancora viste e i giornali ne hanno parlato senza verificare e senza porsi il problema. Il fallimento della guerra in Siria non è solo il fallimento dell’Occidente, che ha finito per appoggiare i propri nemici, ma anche quello dell’informazione, che ha scelto di combattere a fianco dei jihadisti».

Sappiamo chi ha armato e sostiene i ribelli. La risposta di Putin.

 

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Mosca ha confermato di aver compiuto dei raid sulla periferia della città, che si trova nel nord-ovest della Siria.

Il governo di Damasco ha denunciato che lo scorso 24 novembre, “gruppi terroristici” hanno attaccato con “il gas tossico” alcune zone residenziali di Aleppo e ha inviato una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, e al Consiglio di Sicurezza per chiedere una condanna dell’attacco.

Il ministero degli Esteri siriano ha esortato le Nazioni Unite a prendere “misure deterrenti, immediate e punitive” contro gli Stati e regimi che finanziano il terrorismo, come si legge in una nota.

Secondo il governo siriano, ci sarebbero stati 107 casi di persone con difficoltà di respirazione ad Aleppo. Secondo l’ong Osservatorio Siriano per i Diritti umani, i casi di persone che hanno fatto ricorso a cure mediche sono stati 94.

Gran parte di queste sono state dimesse, ma 31 rimangono ancora in gravi condizioni.

 

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Alcune ore dopo la denuncia dell’attacco, l’aviazione russa ha confermato di aver compiuto dei raid sulla periferia della città, che si trova nella zona demilitarizzata negoziata tra Russia e Turchia nel nord-ovest della Siria.

 

L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha riferito che il bombardamento ha colpito il quartiere di Al Rashidin, alla periferia di Aleppo, e la località di Khan Tuman, a sud-ovest della città.

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Si tratta dei primi bombardamenti sul settore da oltre due mesi. Non è ancora chiaro se ci siano vittime civili. Lo scorso 2 novembre 2018, almeno otto persone erano morte a seguito di un nuovo bombardamento che aveva colpito la provincia di Idlib, l’ultima roccaforte ancora in mano ai ribelli. Il raid, condotto dalle forze siriane appoggiate dalla Russia, ha messo fine alla tregua che era stata raggiunta il 17 settembre per fermare un nuovo attacco armato contro la regione ed evitare così un bagno di sangue.

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2024.- PARLIAMO DI F-35.

Primo raid bellico e primo “crash” per gli F-35B dei Marines

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Il 28 settembre un F-35B Lightning II del Ciorpo dei Marines ha effettuato per la prima volta missioni di attacco al suolo i nell’area di competenza del Comando Centrale (CENTICOM) degli Stati Uniti a sostegno dell’Operazione Freedom’s Sentinel in Afghanistan.

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Il raid aereo a supporto delle operazioni al suolo (CAS), effettuato da un F-35B decollato dalla portaelicotteri da assalto anfibio IUSS Essex (Classe Wasp), è stato giudicato efficace dal comandante della forza di terra.

“L’F-35B rappresenta un significativo miglioramento delle capacità anfibie e di combattimento aereo a livello di teatro, flessibilità operativa e supremazia tattica”, ha dichiarato il contrammiraglio Scott A. Stearney, comandante della componente navale del CENTCOM che non ha però ffornito dettagli né sull’obiettivo colpito né sulle armi impiegate.

Gli F-35B del Marine Fighter Attack Squadron 211 hanno rimpiazzatio vgli AV-8B Harrier sulla USS Essex come componente aerea dell’Essex Amphibious Ready Group.

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“L’opportunità per noi di essere il primo reparto del Marine-Corps ad utilizzare l’F-35B a sostegno delle forze di manovra sul terreno dimostra un aspetto delle capacità che questa piattaforma è in gradi di esprimere nella regione, ai nostri alleati e ai nostri partner”, ha dichiarato il colonnello. Chandler S. Nelms, comandante del 13° Marine Expeditionary Unit, a bordo della Essex.

Finora., per quanto se ne sa, solo un F-35I israeliano ha avuto il battesimo del fuoco prendendo parte a un’operazione di attacco sulla Siria pur mantenendosi in volo sul Mediterraneo.

Il giorno successivo il raid di un F-35B in Afghanistan, in South Carolina sui registrava il primo grave incidente a un F-35 con lo schianto al suolo di un velivolo in versione B dei Marines caduto non lontano dalla Marine Air Station di Beaufort.

L’incidente non ha provocato vittime e il pilota è riuscito a eiettarsi- E’ stata aperta un’inchiesta per esaminare le cause dell’incidente.

Sono stati consegnati finora 320 F-35 nelle tre diverse versioni alle forze Usa e dei paesi partner del programma e alleati che hanno volato complessivamente oltre 155 mila ore.

Foto US Navy e US Marine Corps

Presto la sfida tra S-300 ed F-35 nei cieli siriani?

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Il 3 ottobre, la Russia ha completato la consegna alla Siria dei sistemi missilistici di difesa aerea S-300 rendendo noto un video in cui il ministero della Difesa ha mostrato lo sbarco delle batterie da un velivolo da trasporto strategico An-124-100 Ruslan nella base aerea di Hmeimim, non lontano dalla città siriana di Latakya.

“Il sistema S-300 migliorerà la sicurezza dei militari russi in Siria”, ha detto il ministro della Difesa Serghei Shoigu in un incontro con il presidente Vladimir Putin, trasmesso dal canale federale Rossiya 24.

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Secondo il ministero della Difesa sono state consegnate alla Siria 49 unità (componenti) del sistema S-300, inclusi 4 veicoli lanciatori che verranno integrate nel sistema di difesa aerea siriano ma anche in quello russo in Siria che già schiera sistemi a lungo raggio S-400 a Hmeimin e S-300 nella versione più avanzata V-4 presso la base navale russa di a Tartus dotata di missili 9M82MD con oltre 300 chilometri di raggio d’azione.

La versione fornita ai siriani sembrerebbe essere la ruotata S-300PMU2 Favorit, risalente alla fine degli amni ’90 ormai sostituita da quelle più recenti nelle forze armate russe. Impiega missili 48N6E2 (SA-20B) in grado di intercettare bersagli aerei fino a 200 chilometri di distanza e 30 chilometri di altitudine e di ingaggiare missili balistici a corto e medio raggio.

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Il trasferimento dei mezzi e dei missili in Siria ha richiesto almeno tre voli degli Antonov An-124 e 7 voli di Iliyushin Il-76 e forse anche l’impiego di alcune navi anche se, con gli S-300, Mosca ha fornito a Damasco anche sistemi moderni di difesa aerea a corto e medio raggio Buk e Pantsyr oltre a contromisure e sistemi elettronici in grado di migliorare le prestazioni della difesa aerea in termini di contrasto alle incursioni e di riconoscimento e ingaggio dei bersagli per evitare casi come quello che portò all’abbattimento dell’aereo ISR (intelligence, sorveglianza e ricognizione)russo Il-20.

La decisione di Mosca – che aveva bloccato dal 2013 la fornitura degli S-300 a Damasco – è arrivata dopo l’abbattimento dell’aereo russo IL-20 da parte di un missile siriana per il quale il Cremlino ha accusato Israele.

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Secondo gli osservatori israeliani le operazioni militari nei cieli siriani subiranno ora un salto di qualità. Un commentatore della radio militare israeliana ritiene prevedibile che in futuro Israele ricorrerà più spesso ai cacciabombardieri F-35I a bassa osservabilità e dotati di una potenziata capacità dei sensori di bordo.

Gli F-35I sono già stati impiegati in almeno una occasione nelle operazioni sulla Siria pur mantenendo il velivolo stealth lontano dallo spazio aereo da Damasco.

La consegna degli S-300 alla Siria rappresenta una “escalation seria” ha detto in una conferenza stampa il segretario di Stato Usa Mike Pompeo alimentando il duello con Mosca cui non si è sottratto il Cremlino.

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Parlando della presenza illegale del contingente americano di 2mila militari schierati in Siria, Putin ha detto ieri che “ci sono due modi per correggere la situazione: la prima è che gli Stati Uniti ottengano un mandato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la presenza del loro personale militare nel territorio di un paese terzo, in questo caso la Siria, oppure un invito dal governo legittimo della Repubblica Araba Siriana a schierare il contingenti lì”.

Putin ha ricordato che la legge internazionale non prevede altri strumenti per consentire ai paesi di schierare le loro forze militari nel territorio di altre nazioni, precisando che “dobbiamo perseguire l’obiettivo di non avere forze straniere in Siria, compresa la Russia, se questo fosse richiesto dal governo della Repubblica araba siriana”.

da Analisi Difesa. Foto: RT, Rafael e Ministero Difesa Russo

2010.- LA GUERRA ALLE PORTE DI CASA.

 

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La furia di Trump (e di Pompeo) contro l’Iran. Così sale la tensione

La vittoria russa sull’Isis e sui ribelli in Siria non ha intaccato il potenziale bellico dei veri contendenti. Né quello USA né quello israeliano, ma l’attacco terroristico del 17 ottobre ha costretto Putin ad alzare il livello di guardia. In realtà, la vittoria ha solo allontanato il pericolo per la Russia di vedersi giocare uno scacco matto alle porte di casa, in danno dell’alleato Iran. Lo schieramento delle 5 batterie di S-300 e il NOTAM sul divieto di sorvolo della Siria al di sotto di 5.486 metri, hanno impedito agli israeliani di continuare a bombardare la Siria, costringendoli a ipotizzare missioni di attacco degli F-35I. Siamo così giunti al Top. Non molto tempo, fa l’Iran aveva bombardato massicciamente alcuni siti israeliani collocati sulle alture del Golan.

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La risposta di Israele era stata fulminea. Quella volta, ventotto aerei dell’aviazione israeliana colpirono 50 siti iraniani in Siria: la difesa antimissilistica siriana che agisce negli interessi dell’Iran, le basi, i quartier generali e i servizi di ricognizione delle Squadre speciali “Kods” del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica iraniano. I danni furono enormi. Inizialmente Israele riconobbe di aver colpito i bersagli iraniani, ma nell’ultimo periodo l’esercito israeliano ha attaccato più di 100 volte siti in Siria senza che ci siano stati commenti da Tel Aviv. È chiaro che Israele non permetterà in alcun modo la presenza dell’Iran e dei suoi stati satellite in Siria. Il governo israeliano ha più volte fatto capire a Bashar al-Assad che espellere l’Iran dal territorio siriano sarà il punto di partenza per buone relazione tra Tel Aviv e Damasco. Il Golan non è compreso in questa offerta di buon vicinato. Di quali relazioni parlano gli israeliani?  Fatti tutti i conti, ci sono poche probabilità che Assad decida volontariamente di privarsi dell’importante sostegno militare che l’Iran fornisce al suo regime.

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Non è affatto semplice per Netanyahu portare avanti la chiusura dei dossier aperti nella regione. Gaza è allo stremo, l’Iran è una minaccia e in Siria la guerra continua.

È chiaro che il conflitto tra Iran e Israele non è più ideologico o propagandistico, ma è anche militare. Gli osservatori si chiedono: si riuscirà a fare in modo che questi scontri rimangano in territorio siriano oppure le operazioni militari potrebbero spostarsi in territorio israeliano e iraniano scatenando così un conflitto a livello regionale?

La posizione di Israele è supportata dai monarchi sunniti e, anzitutto, dall’Arabia Saudita, ma anche dagli USA che considerano la pressione sull’Iran un punto fondamentale della loro politica in Medio Oriente.

Proprio questo fattore è la ragione per cui il presidente Trump ha deciso di uscire dall’Accordo sul nucleare iraniano. E questo è un giro di vite molto serio sulla situazione iraniana, non più solo in Siria. Infatti, sfumato l’Accordo sul nucleare iraniano (a meno che gli sforzi del Gruppo 5+1 riescano a salvaguardare formalmente l’accordo) l’Iran ripristinerà il suo programma nucleare e, in particolare, la sua componente militare, radicalizzando la sua politica estera. Allo stesso modo Israele otterrà sostegno morale dalla comunità internazionale, pronta a prendere misure estreme contro l’Iran. La domanda che ci poniamo è: Quale politica sta perseguendo l’amministrazione Trump? Mira, per caso e soltanto, a  un regime change in Iran o guarda oltre l’Iran, alla frontiera russa?

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Secondo gli esperti l’aviazione israeliana è fra le cinque più forti al mondo (USA, Russia, Cina, Israele e UK). Il missile balistico israeliano Jericho-2B è in grado di portare un attacco nucleare contro obiettivi anche in territorio iraniano. Stando a diverse stime Israele sarebbe in possesso al momento attuale di un numero compreso tra 100 e 500 armi nucleari

Anche se le possibili azioni militari israeliane contro l’Iran si limiterebbero a colpire con missili e aerei l’aviazione e la marina avversarie, nessuno potrà garantire che la contrapposizione militare tra Israele e Iran non si estenda anche al territorio iraniano.

Secondo il sito israeliano Debka, il sistema russo giunto nella base di Khmeimim sarebbe il Krasukha-4, “che può neutralizzare satelliti spia e radar terrestri e aerei e danneggiare l’Early Warning nemico”.  A detta degli esperti, il Krasukha-4 è molto avanzato, anche se non è considerato il sistema di electronic warfare più sofisticato a disposizione dell’arsenale russo. “Il sistema può bloccare i sistemi di comunicazione, disabilitare i missili e gli aerei guidati e neutralizzare i satelliti e i radar di orbita della Low-Earth Orbit (Awacs) a distanze di 150-300 km, che coprono il nord e il centro di Israele”.

La corsa agli armamenti ci dice che la guerra preventiva (e imperialista, come tutte) voluta da Israele si avvicina e, ancorché dichiaratamente contro l’Iran, sarà un disastro per tutti. Ai microfoni di Radio Kan, il titolare della Difesa israeliana ha detto: “Abbiamo operato con prudenza e responsabilità e solo nei casi in cui non abbiamo avuto altra scelta. Quindi nulla è cambiato o cambierà. Questa è la nostra politica”. Quindi? Dalla parte dell’alleanza israelo-americana, il rafforzamento della difesa aerea siriana, seguito all’abbattimento dell’Il-20M russo, ha avuto sopratutto due effetti: Il primo, per gli americani, che i piloti hanno avuto problemi sulla Siria e che si sono dovuti schierare gli aerei stealth F-22 Raptor; il secondo, che, per Israele, è ora molto più difficile operare nei cieli siriani e, quindi, colpire gli obiettivi iraniani e di Hezbollah. L’Israel defense forces (Idf) è stata costretta a ampliare il campo delle missioni degli F-35I e a chiedere nuovi armamenti e assistenza dagli USA, in risposta agli S-300 PMU-2, che coprono centinaia di chilometri e non più per piccole porzioni di territorio. Se guardiamo ai possibili obbiettivi degli F-35I, i primi necessariamente, dovrebbero essere i radar, i Centri di Riporto e Controllo e i lanciatori degli S-300. E il personale russo? Siamo ai ferri corti. La guerra elettronica si fa estremamente più complessa e le due potenze, scoprendo i loro arsenali, perdono molta della loro libertà d’azione.

Come ha detto in un’intervista a radio Baltkom il primo e unico presidente sovietico Mikhail Gorbaciov: “L’attacco missilistico USA e degli alleati in Siria è molto simile a un allenamento prima di iniziare il vero e proprio attacco”.

“Penso che un attacco come questo, con questi risultati, non serve a nessuno, è molto simile all’allenamento, prima di iniziare a sparare per davvero… Questo è inaccettabile. Questo non fa bene a nessuno”, ha detto Gorbaciov.

International Army Games 2017 a Astrakhan in Russia

La scelta della Russia di inviare il nuovo sistema S-300 in Siria non è solo un segnale rivolto a Israele e a tutti i Paesi coinvolti nei raid nel Paese. È soprattutto un messaggio che indica come la guerra in Siria si stia trasformando in una guerra elettronica.  L’annuncio sugli S-300 è infatti importante non tanto per il sistema missilistico in sé, ma per quanto dichiarato dalla Difesa russa: cioè la decisione di Mosca di rendere possibile bloccare i radar e i sistemi di comunicazione satellitare nemici ponendo fine alla libertà di navigazione . Ed è su questo punto che si concentrano gli obiettivi russi e le attenzioni di Israele e Stati Uniti. Il primo per mantenere la superiorità aerea sulla Siria, il secondo per capire fino a che punto si possa spingere la Russia nella guerra elettronica.

Dietro i 4 lanciatori e i 144 S-300 PMU-2 siriani, ultimissima versione, ci sono gli S-400 russi di Khmeimim, Tartus, Jable e, così, via. Israele ha perso la possibilità di azione autonoma, ma intende continuare la sua guerra, anche cyber. Per farlo, sta coinvolgendo gli Stati Uniti nelle sue operazioni. La questione è capire se le operazioni degli israeliani avverranno con il placet russo, come avvenuto in questi anni, o se questo porterà israeliani e americani a sfidare Mosca in un duello elettronico dai risvolti molto complessi (sembra che un Su-35 russo abbia intercettato un F-22 americano mentre volava all’interno dello spazio aereo siriano).

Mentre il mondo fa mostra di non guardare, la temperatura sale. L’unico che vuole la pace è Putin, il vincitore che non ha assolutamente interesse a rimettere la posta in gioco. Perciò, la Russia si offre come mediatore tra Israele e Iran. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha definito ingenua la volontà di isolare l’Iran e ha dichiarato che la Russia è pronta a fornire una “piattaforma conveniente” per i negoziati tra Iran e Israele.

“Da molti anni portiamo avanti l’idea per la creazione di un sistema di sicurezza nella zona del Golfo Persico. Siamo favorevoli affinchè venga instaurata questa cooperazione. Anche senza collaborazione, prima di tutto si dovrebbe almeno iniziare a parlare. Se saremo percepiti da entrambe le parti (Iran e Israele — ndr) come una piattaforma conveniente dove potersi incontrare, saremo solo felici”, ha detto il capo della diplomazia russa in una conferenza stampa a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York.

 

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L’Iran è sempre più in crisi e spera in una coalizione anti Trump

Allo stesso tempo, l’esperto egiziano su Israele, lo studioso Muhammed Ali aveva subito detto a Sputnik che le recenti consegne di S-300 russi in Siria, avrebbero portato gli israeliani a fare pressioni sugli USA affinché inviino nuove armi. A detta anche sua la recente dichiarazione su Facebook del Premier Israeliano Benjamin Netanyahu sul diritto di autodifesa del paese lo conferma.

“Israele comprende che dopo la consegna degli S-300 in Siria, non sarà in grado di fornire assistenza di emergenza ai militanti come prima  attaccando le strutture militari siriane dall’aria”, ha detto l’esperto. Si scopre che Tel Aviv sta perdendo il suo strumento di influenza sulla situazione in Siria, quindi ora tutte le forze saranno concentrate per ricevere delle nuove armi.

Secondo Muhammad Ali, “Donald Trump non è interessato a costruire uno scontro con la Russia in Siria. Il presidente americano è ora impegnato in numerosi problemi e crisi nel suo stesso paese. Inoltre, i disordini non si sono placati dopo il trasferimento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme “. Agli israeliani è stata fatta una grande riverenza, ha detto l’esperto egiziano di affari israeliani Mohammed Ali.

Il Premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ringraziato ieri gli Stati Uniti per il loro sostegno incondizionato al diritto allo stato di autodifesa dello stato ebraico e per il pacchetto di aiuti militari per 10 anni. “Ringrazio l’amministrazione e il Congresso degli Stati Uniti per il loro impegno nei confronti di Israele e per il pacchetto di assistenza americana per il prossimo decennio”, ha aggiunto il capo del gabinetto israeliano.

Il memorandum d’intesa tra gli Stati Uniti e Israele sulla cooperazione di sicurezza è stato firmato nel 2016 e prevede un’assistenza di Washington allo stato ebraico pari a $38 miliardi dal 2019 al 2028; ma è la qualità che conta. Siamo passati dai cosiddetti ribelli siriani e dai terroristi delle nuove Compagnie delle Indie, agli assetti operativi delle due potenze mondiali e alla guerra elettronica. In fondo, anche l’Il-20M russo abbattuto in Siria era un aereo da spionaggio elettronico (Elint reconnaissance aircraft).

In realtà, chi tiene le redini della situazione è Putin. Se guardiamo ai numeri, ha consegnato una singola batteria di S-300 con quattro lanciatori, mentre per una copertura totale ne occorrerebbero tre, un intero reggimento. Benché abbia un tempo di reazione abbastanza rapido (5 minuti) e benché sia in grado di lanciare un missile ogni tre secondi, non è sufficiente a ottenere una copertura che possa garantire un certo margine di sicurezza. È evidente che questa copertura esiste impiegando anche gli S-400 schierati a difesa delle basi russe e che Putin si riserva di autorizzare.

Intanto, su internet, è comparso un video in cui si può vedere l’affidabilità dei carri armati russi. In Siria un carro T-72M – non un T-90 – è stato colpito da un missile guidato americano BGM71 TOW, senza subire danni per l’equipaggio ed è stato in grado di continuare a combattere. Nel nuovissimo sistema di difesa passiva e attiva Afganit , montato sui carri russi T-14 armata è previsto anche un lanciatore che lancia esplosivi ad una velocità di circa 1,7 chilometri al secondo per intercettare i proiettili anticarro nel caso in cui le protezioni più “morbide” non siano efficaci. Semplicemente fantastico.

Per gli USA, che non vincono una guerra da tempo, l’importante non è vincere, ma fabbricare e vendere armamenti. Il regalo piu` grande che Israele puo` fare alla Russia, quando avrà ricevuto le nuove armi dagli USA e le avrà impiegate, sarà vedersele neutralizzare (magari solo in parte) dalle difese russe e siriane.

All’industria bellica degli USA resterebbe un unico grande cliente: la NATO.

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Concludendo questa sintesi dei contributi offerti da Sputnik e da altri osservatori, è chiaro che, nonostante le tensioni sempre maggiori fra Iran e Israele, a Teheran e Gerusalemme vi sono persone intelligenti, pragmatiche e realiste. E chiaramente non cercheranno di risolvere questi difficili e talvolta antagonistici contrasti ricorrendo alle armi. Ma un altro scambio di colpi in Siria è possibile: Israele colpisce i siti militari dell’Iran e dei suoi satelliti sciiti, l’Iran fa lo stesso lanciando missili contro le basi israeliane sulle alture del Golan, proprio su quelle alture che, secondo loro e anche l’ONU, sono territorio siriano. Così Teheran dimostra di attaccare solamente Israele. È interessante che entrambe le parti agiscano molto cautamente perché non desiderano complicare la già difficile situazione. Quindi probabilmente si giungerà a un accordo con Rachel Brandenburg, a capo del Middle East Security Initiative — Atlantic Council.

“Sia Israele sia l’Iran riconoscono che il prezzo della guerra sarà alto per entrambi. Nel caso dell’Iran anche per le forze sotto il suo controllo in Siria e in Libano. Mi aspetto che entrambi preferiscano evitare un simile sviluppo degli eventi: questo è una sorta di freno reciproco. Ma non significa che gli scontri degli ultimi mesi cesseranno o saranno meno rischiosi. Israele continuerà a combattere le forze armate iraniane in Siria. L’Iran può trovare metodi alternativi per vendicarsi di Israele: o passando per Gaza o da altri territori. La tensione continuerà a crescere. E tutto ciò nella più completa indeterminatezza. La possibilità che entrambi commettano un errore rimane incredibilmente alta”. 

Per ora, gli out-out di Putin a Israele e il NOTAM che vieta il sorvolo del territorio siriano sotto i 18.000 piedi di quota tendono a prevenirlo e si scontrano con le contro dichiarazioni di Trump e Netanyahu. E se il conflitto portasse a un confronto russi contro americani? Israele vedrebbe realizzati i suoi obbiettivi, ma sfocierebbe in una guerra regionale e contro la Russia. Coprirebbe diverse direzioni strategiche, la nostra fra le prime e durerebbe diversi anni. Potrebbe raggiungere obiettivi politici estremamente determinati, ad esempio, l’annessione di interi paesi (distrutti), il cambiamento del sistema o l’élite del potere nei grandi stati, l’imposizione del controllo su importanti regioni del mondo. A questo mira? Tale guerra e la necessaria ricostruzione possono essere la soluzione alla crisi annunciata della finanza mondiale e decretare il successo dell’ordoliberismo. Abbiamo una chance: Vladimir Putin.

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1991.- CI SONO ANCORA MOLTE OMBRE SULLA BATTAGLIA CHE SI È SVOLTA NEI CIELI DEL MEDITERRANEO ORIENTALE.

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Nuova ipotesi sull’abbattimento dell’aereo russo Ilyushin in Siria

L’ Ilyushin-20 M , identificativo Nato “Coot-A” non è un qualsiasi quadrimotore turboelica ad ala bassa, ma è un velivolo delle Forza aerospaziale russa per ricognizione, sorveglianza, spionaggio e guerra elettronica.  Adibito essenzialmente a missioni Elint ed Ea,Electronic support measures eElectronic attack.  Insomma, un centro di controllo e di spionaggio elettronico volante.

Proprio per via della sua sofisticata strumentazione “elettronica”, come quella montata dagli omologhi aerei della Nato – gli Awacs (Airborne Warning and Control System), ad esempio l’E-3 “Sentry” – l’Il-20M prevede un equipaggio molto numeroso, composto da oltre 14 uomini tra equipaggio di volo e operatori/analisti, crittografi e addetti ai sistemi d’arma.

Secondo quanto riportato dai media russi come Tass e Rt, il velivolo da ricognizione era in volo al largo della costa siriana e stava rientrando alla base di Khmeimim, nel momento in cui una formazione di F-16 israeliani lanciava un raid nella provincia di Latakia. Almeno uno degli F-16 si è mascherato dietro il velivolo russo, la cui superficie riflettente era molto più grande di quella del caccia. L’ Ilyushin-20 M (a meno che non sia stato abbattuto proditoriamente, ndr) sarebbe, quindi, diventato un bersaglio per il sistema antiaereo S-200 (Sa-5 “Gammon” in codice Nato), che lo avrebbe centrato con uno dei suoi missili. Non è chiaro se uno dei piloti israeliani si sia “volontariamente fatto scudo” dell’aereo russo per scampare al missile – come ha dichiarato il portavoce del ministero della Difesa russo Igor Konashenkov – o se si sia trattato soltanto di una tragica fatalità. Tuttavia e probabilmente, come vedremo, potrebbe essere intervenuto un altro sistema missilistico perché c’erano anche una nave israeliana e una nave francese, precisamente la fregata Auvergne citata.

L’attacco, il primo effettuato da Israele ad installazioni civili e militari nella zona di Latakia, porta con sè dei risvolti non del tutto chiari: oltre al presunto coinvolgimento della fregata tipo Fremm francese “Auvergne”, la modalità dell’abbattimento del velivolo spia russo ha sollevato non poche ombre sulla dinamica e sugli attori protagonisti del raid.

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Il quadro strategico

La regione di Latakia, oggi, risulta essere strategica per la Siria, insieme a quella di Damasco e a quella della base T4 (Tiyas) e pertanto è una delle zone meglio difese da quello che resta dell’imponente complesso di difesa aerea siriano, smantellato da anni di guerra civile.

Sette anni di guerra intestina hanno, infatti, fortemente compromesso la capacità della rete difensiva siriana che prima del conflitto poteva contare su 60mila uomini e su un sistema di radar da ricerca e scoperta vasto e complesso che ne faceva uno dei più imponenti di tutto il Medio Oriente.

A disposizione di Damasco c’erano sistemi come S-200, S-125 (Sa-3 “Goa”) ed i vetusti S-75 (Sa-2 “Guideline”) disposti in postazioni fisse in tre aree di interesse strategico: le alture del Golan, Damasco, e la fascia costiera. A queste postazioni fisse erano associate altre mobili costituite da batterie di missili 2K12 Kub (Sa-6 “Gainful”) e da 9K33 Osa (Sa-8 “Gecko”), integrati nella catena di radar di fabbricazione russa che annoverava i P-40, P-18, P-14 e P-15.

Di questo complesso sistema oggigiorno resta ben poco, raccolto intorno a tre aree strategiche diverse, e per questo la Russia, anche e soprattutto in considerazione del suo intervento diretto nel conflitto, ha avviato un importante processo di aggiornamento e modernizzazione delle difese aree siriane contestualmente al dispiegamento del proprio contingente nella zona di Latakia, presso la base aerea di Khmeimim, e a sud, nel porto di Tartus.

Ovvero in quella fascia costiera che è considerata vitale – essendo sede di centri logistici come porti e aeroporti – per il Governo di Damasco e per le milizie sciite filo iraniane che sono intervenute nel conflitto a sostegno dell’Esercito Siriano e a fianco delle Forze Armate russe.

L’aiuto russo alla difesa aerea siriana

La Russia si è quindi fatta carico di rimodernare parte del sistema missilistico della difesa aerea siriana fornendo, a partire dal 2013, almeno 12 sistemi S-125 2M Pechora  (ovvero Sa-3 “Goa” aggiornati). Questi sistemi sono mobili rispetto agli S-125 originali e dispongono di missili con guida terminale elettro-ottica in grado di ingaggiare armi stand-off come missili da crociera.

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Le batterie di Pechora sono state disposte intorno a Latakia e Damasco proprio per intercettare i missili da crociera israeliani Popeye (60/80 chilometri di portata) e Delilah (250 chilometri di portata) spesso utilizzati durante i raid di Tel Aviv.

Contestualmente agli S-125 2M sono stati forniti anche i sistemi Buk M2E (Sa-17 “Grizzly) e PantsirS1 per cercare di organizzare una difesa aerea “a strati” integrando i sistemi di difesa di punto con quelli a medio e lungo raggio. Il Buk è altamente mobile e resistente alle contromisure elettroniche e per la sua capacità di ingaggiare fino a 24 bersagli contemporaneamente tutti gli esemplari (si pensa ne siano stati consegnati tra i 12 ed i 18) sono stati dislocati intorno all’aeroporto militare di Mezzeh e a quello internazionale di Damasco.

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La Russia ha fornito upgrade anche per le poche batterie sopravvissute di S-200, ormai diventate obsolete, che originariamente erano dislocate in cinque siti fissi (as-Suwayda, al-Dumayr, Homs, Hayluneh e Kuwereis) per un totale di 50 lanciatori. Il conflitto intestino, ed i raid israeliani, ne hanno fortemente ridimensionato il numero e si ritiene che le batterie superstiti – che hanno una portata di 250 chilometri – siano raggruppate principalmente intorno a Damasco.

La batteria di al-Dumayr, località a 30 chilometri dalla capitale, dopo l’intervento russo di modernizzazione effettuato a partire dal 2017, ha dimostrato di essere molto attiva pur senza riuscire ad intercettare i velivoli israeliani impegnati in azioni di ricognizione e bombardamento di obiettivi siriani.

Cosa potrebbe essere successo?

Ora che abbiamo a grandi linee un quadro generale della situazione dei sistemi da difesa aerea presenti in Siria, e considerando che quelli facenti capo direttamente a Mosca, ovvero della bolla A2/AD (Anti Access / Area Denial), non sono intervenuti e nemmeno hanno fornito dati alla difesa di Damasco, proviamo a fare qualche ipotesi in merito all’abbattimento dell’Ilyushin anche considerando alcuni aspetti diplomatici che si sono susseguiti nelle ore immediatamente successive all’incidente.

Contrariamente alla versione fornita dai russi, è probabile che il velivolo da spionaggio elettronico Il-20M era in volo proprio perché Mosca era a conoscenza dell’attacco israeliano, in cui potrebbero esser stati usati gli F-35 Adir, come già avvenuto e ammesso, in qualità di aerei da contromisura elettronica e come una sorta di piccolo Awacs volante: sono note infatti le capacità di raccolta e condivisione dati del velivolo.

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Durante un raid aereo, soprattutto se effettuato con nuovi sistemi d’arma, è logico pensare che una terza parte come la Russia cerchi di carpire quanti più dati possibile su tutti gli asset utilizzati.

Oltre al sostegno russo la Siria può contare anche su quello iraniano che ha fornito – e fornisce – personale specializzato per migliorare le capacità di comando e controllo della rete difensiva siriana.

Mosca, dopo il recente attacco dell’aprile di quest’anno, ha implementato ulteriormente le capacità della difesa aerea siriana fornendo ulteriori aggiornamenti ai sistemi radar e missilistici.

Questo comporta che, per un certo periodo di tempo che può anche superare i sei mesi in caso di sistemi particolarmente complessi e nuovi, personale russo si trovi ad affiancare personale siriano ed iraniano dietro alle consolle dei sistemi d’arma aggiornati, ed è ragionevole pensare che fossero presenti anche durante l’attacco della sera del 17.

La risposta massiccia della difesa aerea in occasione dell’attacco israeliano alla base T4, con il lancio di complessivamente 27 missili di batterie diverse (S-125, S-200, Buk e Kub) fornisce un precedente per capire come potrebbe essere stata la reazione in occasione dell’attacco che ha portato all’abbattimento dell’Il-20M: un intenso fuoco di sbarramento fatto di missili di vario tipo.

È ragionevole quindi pensare che l’Ilyushin Il-20M sia stato abbattuto per errore da un missile tipo S-125 Pechora di una delle tante batterie presenti nella fascia costiera tra Tartus e Latakia con alla consolle personale siriano ma affiancato da russi e/o iraniani.

la registrazione elettronica dell’evento.

La potente azione di disturbo elettronico israeliano (jamming) (e/o delle navi francese o israeliana, ndr) e il tiro missilistico a “sbarramento” hanno così determinato il fatale errore della difesa aerea, (se di questo si è trattato e non di altro, ndr).

A riprova della possibilità che vi fosse personale russo e/o iraniano in servizio nella difesa aerea siriana quella sera, ci sono le parole del presidente Putin, che a 24 ore dalla tragedia ha smorzato i toni dicendo che si è trattato di “una catena di tragiche circostanze accidentali”.

Parole che vanno controtendenza rispetto ai toni alquanto bellicosi tenuti dal Cremlino nelle ore immediatamente successive, quando puntava il dito contro Tel Aviv accusandola apertamente di essere responsabile dell’abbattimento.

Mosca infatti, per voce del Ministero della Difesa, in prima istanza ha sostenuto che la responsabilità dell’abbattimento dell’Il-20M fosse da attribuire ai caccia F-16 israeliani che hanno usato il velivolo spia russo “come scudo” e addirittura si riservava il diritto di prendere tutte le misure di ritorsione necessarie.

Un’analisi postuma che avesse indicato la presenza di personale russo e/o iraniano nella “stanza dei bottoni” potrebbe quindi aver provocato l’immediata smorzatura dei toni da parte del Cremlino, più di altre considerazioni geostrategiche che riguardano le relazioni che intercorrono tra Mosca e Tel Aviv.

La riprova è la differenza di comportamento di Mosca rispetto all’incidente che ha portato alla morte dei piloti del Su-24 “Fencer” abbattuto dai caccia turchi a novembre del 2015. In quella circostanza la linea tenuta dal Cremlino verso il suo partner commerciale (e nuovo partner militare) fu molto più dura.

International Army Games 2017 a Astrakhan in Russia

Qualcosa di strano è accaduto nei cieli siriani

Ma che qualcosa fosse nell’aria, nella notte di lunedì, è stato reso evidente anche da altri elementi. Come scrive Haaretz, i cieli di quell’area della Siria, in quelle ore erano particolarmente densi di aerei. Sicuramente c’erano anche aerei israeliani e probabilmente anche francesi. L’Il-20 è un aereo che vola costantemente in quella zona così come gli aerei-spai americani.

Inoltre, ore prima dell’attacco, “i radar civili hanno anche monitorato i velivoli della Royal Air Force britannica, che, insolitamente, avevano acceso i loro transponder”. Probabilmente, gli aerei della Raf volevano indicare la loro presenza anche per evitare qualsiasi coinvolgimento nello scambio di missili su Latakia. E questo confermerebbe che Israele aveva comunicato l’attacco.

Possiamo quindi essere certi degli elementi base dell’attacco: raid israeliano, reazione dell’antiaerea di Damasco, abbattimento dell’aereo russo. Ma per il resto, esistono questioni ancora oscure che non sono sembrano destinate a essere chiarite nell’immediato. La sicurezza delle accuse russe così come le smentite rapide e molto secche di Francia e Stati Uniti lasciano perplessi. Insomma, lunedì notte qualcosa sembra essere andato storto. E continua a persistere qualcosa di non detto che sembra essere particolarmente importante.

Così, Lorenzo Vita. Ma ci sono dei se: E se l’Il-20M fosse stato uno spione scomodo per i segreti militari messi in campo dagli israeliani? Se fosse stato proditoriamente e volutamente abbattuto, oppure, se il suo abbattimento abbia scoperto un nervo della difesa russa che si vuole mascherare?

La Russia e i sistemi di difesa

Quanto avvenuto lunedì notte è un problema che riguarda la Russia anche per un secondo motivo, oltre alla morte dei suoi 15 uomini. E il problema vero è che il sistema di difesa dato alla Siria non ha funzionato. O meglio, ha funzionato male.

All’inizio, i vertici militari russi, in primis il ministro Sergei Shoigu, hanno accusato gli F-16 di Israele di aver utilizzato l’Ilyushin russo come “copertura”. Una tattica subdola, ma efficacissima, che avrebbe confuso i sistemi di difesa anti-aerea forniti dagli stessi russi a Damasco proteggendo i caccia dello Stato ebraico.

Ma anche in questo caso, i dubbi ci sono. Le forze aeree siriane e russe lavorano ovviamente a strettissimo contatti con le batterie per la difesa aerea vendute dagli stessi russi. I centri di comando e controllo sono congiunti e i missili sono di fabbricazione russa.

L’Ilyushin che è stato colpito dal missile della contraerea era sicuramente dotato di transponder con sistema IFF (“Identification, Friend or Foe”, in italiano “Identificazione, amico o nemico”). E in anni di coinvolgimento dell’aviazione di Mosca sui cieli siriani, è naturale che i due alleati abbiano creato un sistema di procedure per evitare incidenti causati da fuoco amico.

Inoltre, almeno da quanto dichiarato da Israele e non smentito da nessuno, la contraerea siriana si sarebbe attivata quando i caccia erano già rientrati nello spazio aereo israeliano. Ed è plausibile, visto che aerei scarichi di bombe rientrano alla base molto rapidamente.

L’attacco come test

Si tratta di un un errore fatale? L’ipotesi sarebbe stata confermata anche dallo stesso Vladimir Putin, il quale, a differenza dei suoi militari, ha utilizzato toni concilianti quasi ad assolvere Israele da una tragedia che, in ogni caso, senza attacco da parte dell’aviazione dello Stato ebraico, non sarebbe mai accaduta.

Ma a questo punto la questione potrebbe essere un’altra: se qualcosa è andato storto, è possibile che qualcuno abbia cercato che ciò avvenisse. Ossia che qualcuno abbia voluto che il sistema S-200 siriano di fabbricazione russa intervenisse e che, una volta testato, cadesse nel tranello.

Non è un mistero che gli attacchi in Siria servano come test. L’attacco di aprile servì ad esempio alla Francia per testare, con un flop che ancora imbarazza Parigi, i suoi missili da crociera MdCN (e forse questo nuovo raid poteva avere lo stesso scopo). La guerra, purtroppo, ha anche questa utilità. Le esercitazioni non bastano: è l’utilizzo sul campo che fa comprendere quanto il nemico o un altro esercito sia forte. E mostrare che i sistemi nemici non sono ottimali, serve anche a manifestare la propria supremazia tecnologica rispetto al nemico.

Naturalmente, questo ha vari scopi. Nella guerra fra Israele e Iran, altro utilizzatore del sistema di difesa di fabbricazione russa, l’aviazione israeliana ha lanciato un segnale chiaro nei confronti di Teheran. Quel sistema può essere eluso dall’aeronautica dello Stato ebraico. E lo scontro fra i due Paesi, realizzato soprattutto in Siria, adesso ha anche questo “aggiornamento”. E questo potrebbe essere il primo scopo raggiunto direttamente da Israele.

Un secondo scopo, è quello di dimostrare, nel mercato delle armi, che il sistema di difesa russo non funziona in maniera perfetta. E questo può essere utile non tanto agli israeliani, quanto al suo più fedele alleato, gli Stati Uniti e rappresentare un monito per India e Turchia che hanno acquistato gli S-400 russi. La Turchia ha acquistato quattro unità di fuoco S400 per un valore di 2,5 miliardi di dollari.

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Infatti, la disputa sul mercato dei sistemi d’arma fra Mosca e Washington è all’ordine del giorno in ogni parte del globo. La Russia vuole strappare agli americani quote di mercato che, fino ad ora, erano state tenute sotto stretto controllo dall’industria bellica statunitense. Manifestare le debolezze del nemico aiuta anche a far decidere in maniera diversa chi è pronto a siglare un contratto per la fornitura del sistema, per esempio i turchi con gli S-400.

C’è poi un terzo scopo: costringere la Russia ad usare gli S-400. Fino a questo momento, Putin non ha voluto utilizzare gli S-400 per evitare di creare una pericolosa escalation militare in Siria nei confronti delle potenze occidentali coinvolte. È stata una scelta di natura politica: il Cremlino non vuole alzare il livello dello scontro con l’Occidente né con Israele, che non vuole avere il nuovo sistema russo in Siria.

Ma questo attacco cambia i parametri del conflitto. E forse, nella scelta di Putin di aumentare la protezione delle forze russe in Siria, è inserito anche il dispiegamento del sistema. Questo sì nato con lo scopo di colpire la tecnologia stealth delle forze occidentali.

Ci sono ancora molte ombre sulla battaglia che si è svolta nei cieli del Mediterraneo orientale. Ed esistono perplessità sul ruolo di alcune nazioni, in particolare la Francia, ma anche su quella “tragica concatenazione di eventi”, come definita da Vladimir Putin, che ha portato all’abbattimento dell’aereo russo.

 

1989.- L’ACCORDO TRA PUTIN ED ERDOGAN RIVELA IL DESTINO DI IDLIB E DELLA SIRIA

Abbiamo atteso con ansia gli sviluppi dell’attacco missilistico terroristico occidentale alla Siria e ai russi, di pochi giorni fa. Ci siamo chiesti a chi avremmo inferto le sanzioni questa volta; invece, da parte di Putin, tutto è finito in un mirabile NOTAM, tecnicamente, un AVVISO AI NAVIGANTI con cui si annunciano le restrizioni degli spazi aerei:

mercoledì 19 settembre. Difesa.
NOTAM della Marina della Federazione Russa: AVVISO AI NAVIGANTI. Pubblicata la “Zona di non-volo” intorno Israele e sul Mediterraneo: se gli F-16 IAF vogliono proprio volare sulla Siria, lo facciano al di sopra di 19.000 piedi (sopra 5.790 metri). In caso contrario, missili S-300 e S-400 entreranno in azione.
Il NOTAM si rivolge a tutti, anche alla US NAVY e all’ U.S. AIR FORCE. 15 morti a tradimento hanno un prezzo. I russi, invece, hanno avuto un solo minuto da Israele per spostare il loro aeroplano.

Leggiamo una sintesi commentata dei molti contributi di “Occhi della Guerra” alla conoscenza della guerra siriana, tassello di una ben più grande competizione nel Medio Oriente. Leggiamo un capitolo alla volta.

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Idlib è soprannominata, la madre di tutte le battaglie. Qui, si doveva o, chissà, si dovrà decidere il conflitto in Siria. È qui che i ribelli si sono rifugiati dopo le avanzate dei governativi ad Aleppo, a Deir Ezzor, nella Ghouta orientale e, infine, nella provincia di Daraa. È qui, nel nord del Paese, che si fronteggiano per la battaglia finale i governativi e i ribelli; ma è anche qui il punto critico dell’asse tra Vladimir Putin Recep Tayyip Erdogan.

L’esercito siriano vuole ritornare a controllare la provincia dopo quasi cinque anni di assenza. Le forze di Assad vengono da una serie di successi militari e politici che hanno determinato la possibilità di poter disporre, attorno la provincia di Idlib, molti uomini e mezzi. Tra febbraio e luglio il governo di Damasco ha recuperato il territorio della regione della Ghouta, così come per intero la provincia di Daraa. Questo ha fatto sì che quasi l’intero potenziale dell’esercito siriano adesso è disponibile per essere schierato e per riprendere Idlib.

Dall’altra parte, c’è una variegata galassia islamista divisa ed in lotta da anni. Oltre a Tahrir Al Sham, che indubbiamente appare il gruppo più pericoloso anche se gli analisti smentiscono la presenza di 10.000 uomini della milizia ad Idlib, vi sono sigle quali Nour al-Din al-Zinkie l’islamista nazionalista Ahrar al-Sham. Questi gruppi sono accreditato molto vicini ad Ankara: definiti più “moderati” rispetto ad Al Nusra, tuttavia le loro posizioni appaiono islamiste ed orientate verso la guerriglia. La Turchia sembra aver mantenuto “a bada” questi gruppi in questi anni, in cambio del via libera alla guerra voluta da Erdogan contro i curdi a nord di Aleppo. Ed ecco per l’appunto che qui entrano in gioco le forze internazionali. La Siria conta ovviamente sull’alleato russo, così come su quello iraniano: sia Mosca che Teheran hanno punti di osservazione militari ed umanitari attorno i confini della provincia di Idlib. La Turchia, dal canto suo, ha soldati e mezzi schierati in altri punti di osservazione, ma all’interno della provincia di Idlib.

L’importanza di Idlib per la Russia

Dal punto di vista russo, la riconquista della sacca di Idlib è fondamentale. Idlib è il capoluogo di una provincia che confina con quelle di Aleppo, Latakia, Hama, ma soprattutto con la Turchia. Il suo territorio è incastonato tra la costa, la metropoli più importante della Siria e la frontiera turca. Un territorio strategico, quindi, dove, non a caso, ha attecchito nel 2012 la guerriglia dei ribelli siriani, poi trasformatasi in una guerra vera e propria. Le prime rivolte interne alla Siria si hanno nel profondo sud della provincia di Daraa, ma i primi episodi di aggressione alle istituzioni dello Stato siriano si hanno proprio nella provincia di Idlib. E prendere questa provincia ha significato, per le sigle anti Assad, assicurarsi il passaggio di uomini, armi e munizioni dalla Turchia. Ricordate i sette campi di addestramento dell’Isis intorno a Istanbul? Adesso sembra arrivata la definitiva resa dei conti. Sarà una battaglia combattuta dalla diplomazia o dalle armi? Sarà ancora l’arte del compromesso di Vladimir Putin a prevalere? Gli attori in gioco sono, da una parte, Israele e tutto l’imperialismo occidentale, con i suoi alleati, dall’altra, Russia, Siria, Iran, Hezbollah e non dimentichiamo i turchi e i curdi. La Turchia ha da sempre Idlib sotto la sua protezione. Recep Tayyip Erdogan la considera la chiave della sua strategia in Siria. E dopo Afrin e Manbij, è la città nordoccidentale siriana a essere il vero avamposto delle truppe turche e delle milizie islamiche legate ad Ankara, che, da molto tempo, ha istituito una serie di postazioni a Idlib come parte dell’accordo raggiunto l’anno scorso con Russia e Iran. L’obiettivo era evitare che quella parte di Siria fosse oggetti dell’assedio da parte dell’esercito governativo. Ed è un accordo che è servito in qualche modo ad Assad per permettergli di liberare Damasco, le regioni intorno la capitale e infine, concentrarsi sul sud. Erdogan, minaccia di far saltare quell’accordo, perché deve evitare un esodo di massa verso i propri confini e salvaguardare l’incolumità dei propri soldati presenti a Idlib. Poi, ci sono i curdi, il principale problema di Erdogan cha, a fasi alterne, fa da ago della bilancia. Di fatto, il Sultano è un partner di cui nessuno può fare a meno. Se Putin lo molla, i turchi si spostano con gli Stati Uniti. Se gli Usa lo provocano con i curdi, lui si sposta verso Mosca. Erdogan, che era stato definito una mina vagante, entrato nella sfera d’influenza di Mosca, è diventato un soggetto chiave per il futuro e la stabilità politica della Siria e, con lui, i curdi. Il popolo curdo non ha nessuno su cui fare affidamento per combattere con le armi le forze turche.  Assad potrà sfruttare questa curiosa carta curda per avere un asso in più nella manica quando si dovrà discutere del processo di pace, garantendo ai curdi una maggiore autonomia. Quindi, potremmo concludere: garanzie a Erdogan e garanzie ai curdi. C’è, però, un’altro soggetto a complicare “la battaglia” ed è la popolazione di Idlib.

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Il popolo curdo ha sbagliato politica e non ha nessuno su cui poter fare affidamento, tranne, paradossalmente, il suo vecchio nemico turco.

 

Le conseguenze per la popolazione civile

La provincia di Idlib è tra le più densamente popolate della Siria. Un milione e mezzo di abitanti, a cui bisogna aggiungerne altrettanti arrivati da altre zone del paese. Di questi, almeno un milione si è già spostato più volte durante i sette anni in cui la Siria è stata coinvolta nel conflitto.

Stefanie Dekker di Al Jazeera riferisce che, ora, alcuni di loro stanno nuovamente facendo armi e bagagli, cercando sicurezza per se stessi e per le loro famiglie mentre le forze del regime, sostenute dal loro alleato russo, sono alle porte di Idlib.

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M.60 e M.113  turchi. L’esrcito turco schiera i mezzi assegnati alla NATO.

Questi tre milioni fra abitanti e sfollati, sono racchiusi in un fazzoletto di terra stretto tra la Turchia, Latakia, Hama ed Aleppo. In caso di battaglia prolungata, tra bombardamenti e combattimenti di terra, i civili avrebbero rischiato di trovarsi nel mezzo del conflitto e non si sarebbero contate le vittime. Quella di Idlib non è una battaglia per le armi, è l’inizio di una conferenza per la pace e sarà necessario addivenire a una seri di compromessi. Perciò, ci auguriamo, sarà combattuta o si sta già combattendo con la diplomazia.

Cosa prevede l’accordo

Tutto dipenderà anche dall’evoluzione della guerra perché la battaglia di Idlib non ci sarà, almeno nelle prossime settimane, ma l’offensiva dell’esercito governativo è solo sospesa senza particolari indicazioni sul futuro.

“Abbiamo deciso – ha detto il presidente Putin – di creare una zona cuscinetto di 15-20 chilometri, entro il 15 ottobre, lungo la linea di contatto tra le forze governative siriane e i gruppi ribelli. La fascia sarà pattugliata da militari turchi e russi. L’accordo prevede anche l’espulsione dalla provincia di Idlib delle formazioni jihadiste, mentre i turchi, con l’assenso di russi e iraniani potranno continuare a far guerra alle forze curdo-siriane, che sono state determinanti nella sconfitta dell’Isis nelle province settentrionali.“ 

Alcuni gruppi deporranno le armi, come accaduto in alcune zone della provincia di Daraa, la battaglia non ci sarà e molte vite saranno risparmiate. Un proposito difficile , visto che in meno di tre settimane si dovrebbe raggiungere una pacificazione fra parti che non sembrano intenzionate a trovare una via di dialogo. Ed è difficile credere che i terroristi cedano le armi.

Più in dettaglio, L’accordo di Sochi prevede per prima cosa la creazione di una zona demilitarizzata di circa 20 chilometri che divide le forze ribelli da quelle di terra dell’esercito russo. Al confine di quest’area, soprattutto nelle principali arterie autostradali che collegano Hama, Aleppo e Latakia, ci saranno pattugliamenti congiunti di militari russi e turchi. Un’opzione particolarmente importante visto che si tratta di eserciti appartenenti a due blocchi contrapposti: quello russo e quello Nato, di cui la Turchia fa parte. All’interno di quest’area, “tutti i carri armati, i lanciarazzi Mlrs (Multiple Rocket Launch Systems), l’artiglieria pesante e i mortai appartenenti alle parti in conflitto verranno ritirati” entro il 10 ottobre.

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La provincia di Idlib è per la Russia il crocevia degli obiettivi nella guerra in Siria. Il primo, chiaramente, è che a Idlib si concluderà la riconquista dell’Occidente siriano da parte dell’esercito, che significa la vittoria di Bashar Al Assad.

La posta in palio ad Idlib è molto alta: potrebbe di fatto rappresentare l’ultimo atto della guerra in Siria. Liberare Idlib dal terrorismo consente la stabilizzazione di tutta la regione prossima alle basi russe in Siria: Latakia, Tartous e Khmeimim sarebbero libere da nemici che da tempo minacciano e tentano di colpire le basi, in particolare attraverso l’utilizzo di droni: Una minaccia costante. Ricorderete che nella notte tra il 27 e il 28 luglio, la Russia comunicò di aver neutralizzato un drone partito da un avamposto ribelle. I  droni diretti verso la base delle forze russe di Khmeimim partivano dalla provincia siriana, non lontana dal confine con la Turchia.  Da un punto di vista logistico, il governatorato di Idlib è posizionata tra le basi russe e Aleppo, altra città fondamentale nello scacchiere siriano.

Quindi, per i russi, la partita non può essere soltanto a livello territoriale.  Idlib rappresenta il nucleo dell’impegno militare russo nel Paese, che ha avuto tre obiettivi:

  • mantenere Assad al potere,
  • mantenere le basi russe nel Mediterraneo orientale,
  • rendere la guerra la tomba per migliaia di terroristi che, come foreign fighter, hanno raggiunto il Paese per unirsi allo Stato islamico.

La strategia russa poggia sull’arte del compromesso di Vladimir Putin e può essere l’unica percorribile ora che la vittoria è alla sua portata di mano.

L’attacco terroristico di Israele, Stati Uniti e Francia alle basi di Latakia, Tartous e Homs del 17 settembre  culminato nell’abbattimento dell’Ilyushin-20  ha rischiato di compromettere, ma non ha segnato, la strategia russa nella guerra in Siria.

Putin ha combattuto una doppia guerra. Da un lato quella sul campo, in cui ha sostenuto e continua sostenere l’esercito di Damasco. Ma dal’altro lato, c’è un’altra partita, anche più complessa, che è quella diplomatica. In cui Putin deve riuscire a dirimersi fra interessi del tutto contrapposti e tutto per salvare la sua strategia siriana.

Tra Iran e Israele

I rapporti con Israele sono sotto questo profilo emblematici. Tra Benjamin Netanyahu e Putin si è costruito nel tempo un rapporti consolidato ed estremamente valido che ha permesso, per anni, di evitare incidenti come quello avvenuto lunedì scorso. La posizione di Putin non è affatto semplice: deve mediare fra istanze del tutto contrapposte.

Da una parte ha l’Iran, suo alleato sul campo, che non ha alcun interesse a ritirarsi dalla Siria visto che è la potenza che per prima si è impegnata nel conflitto al fianco di Assad. Dall’altra parte ha Israele, storico partner russo, che pur mettendo in difficoltà Mosca con i raid che hanno colpito incessantemente la Siria dall’inizio della guerra, è riuscito a creare un canale diretto diplomatico e militare proprio con il Cremlino.

Tali e tanti sono gli interessi in gioco in Medio Oriente, che Putin è riuscito a celebrare l’assassinio dei suoi 15 aviatori con un’altra vittoria: non si è fatto trascinare in una escalation militare, lui, che da vincitore avrebbe tutto da perdere.

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L’F-16 che si è fatto ombreggiare dall’Ilyushin, attirandogli il fuoco dell’antiaerea siriana è costato a Tel Aviv la fine dei raid con cui ha colpito incessantemente la Siria dall’inizio della guerra. Un altro passo verso la pace per Putin e Assad e un’altra garanzia da dare questa volta a Israele contro l’Iran e contro gli Hezbollah.

Il risultato di questo compromesso è stato, finora, l’allontanamento delle milizie legate a Teheran fino a 80 chilometri dal confine siriano con lo stato ebraico. Dall’altro lato, Israele ha interrotto il sostegno ai ribelli del Sud e smesso di bombardare per fare in modo che Assad riconquistasse Daraa e Quneitra. Un compromesso che però non sembra valere per il resto della Siria, dove i raid israeliani, proprio per questo motivo, sono continuati fino a lunedì scorso.

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Da un punto di vista logistico, il governatorato di Idlib è posizionata tra le basi russe e Aleppo, altra città fondamentale nello scacchiere siriano.

Come con Israele, anche con la Turchia quando, nel novembre 2015, l’F-16 della Türk Hava Kuvvetleri, sotto controllo NATO, abbattè il Sukhoi Su-24M russo sul confine.  Anche quella volta, molti temettero che la guerra avrebbe coinvolto su fronti contrapposti i due Stati. Ma anche in quel caso, la realpolitik prevalse sui venti di guerra. Perché è chiaro che Mosca avrebbe potuto reagire: ma come con Israele, le conseguenze di uno scontro militare sarebbero state del tutto imponderabili e controproducenti.

E il Golan? 

Resta aperta la questione del Golan, formalmente siriano e dal 1967, occupato dagli israeliani. Il presidente Bashar al Assad ha dichiarato che vuole ricostituire l’unità del territorio siriano e l’esercito siriano sembra intenzionato a completare l’opera visto che da tempo considera la riconquista del Golan come uno degli obiettivi dell’offensiva per liberare il Paese dalle ultime sacche jihadiste. Forse, proprio per questo decisionismo di Damasco e dopo l’occupazione siriana di un avamposto abbandonato dall’Undof, questa ha deciso di riprendere il controllo del Golan con il ritorno delle truppe irlandesi nella zona: unico modo per evitare l’intervento di Israele e, al contempo, fermare l’esercito siriano.  L’agenzia siriana Sana ha riferito, comunque, che due missili israeliani hanno colpito un obiettivo vicino all’aeroporto internazionale di Damasco. Secondo l’agenzia di stampa, non sono stati segnalati feriti o danni. L’Osservatorio siriano per i diritti umani (da Londra) ha affermato che l’obiettivo fosse un deposito di armi appartenente a Hezbollah. Israele, dopo la guerra dei sei giorni, prese possesso delle alture del Golan e ne pretende il controllo nonostante le risoluzioni Onu contrarie, ha motivi molto pragmatici. Quell’area a est del lago di Tiberiade rappresenta un tassello fondamentale per chiunque voglia avere il controllo della regione. Una prima ragione è di natura strategica. Incastonato fra Israele, Siria e Libano, il Golan ha una posizione invidiabile. Avere il controllo dei suoi rilievi, permette di avere il controllo a ovest su Tiberiade e parte della Galilea, e a est sulla pianura che scende fino a Damasco. Inoltre, riuscire a posizionare un avamposto militare sul monte Hermon (in arabo Jabal al-Shaykh) significa ottenere una torre da cui controllare i movimenti del nemico. Militarizzare le alture serve a monitorare tutto.

Ma controllare le alture del Golan si traduce soprattutto nel controllare uno dei più grandi serbatoi idrici del Medio Oriente. E controllare l’acqua di una regione significa avere un potere contrattuale immenso su tutti gli Stati limitrofi (chiedere alla Cina e alle gigantesche dighe che sta costruendo).

Per l’agricoltura israeliana, avere accesso diretto alle acque del monte Hermon è fondamentale. Basandosi su un modello intensivo, ogni goccia d’acqua è essenziale. Secondo alcune stime, le acque del Golan forniscono a Israele un terzo del fabbisogno idrico del Paese. Già solo questo motivo rende chiaro perché Israele teme qualsiasi tentativo di riconquista da parte della Siria.

L’acqua è un bene primario (tanto più per un Paese devastato dalla guerra) e l’economia siriana necessita di un approvvigionamento idrico costante . Inoltre, i cambiamenti della produzione agricola, specialmente nelle regioni meridionali, con la scelta del cotone al posto di altre piantagioni, hanno modificato radicalmente l’esigenza idrica del Paese, che è aumentata a dismisura. E ora la Siria vorrebbe quell’acqua di cui è stata privata.

Oro blu che, fra l’altro, è diminuito anche per via delle recenti dighe costruite dalla Turchia sull’Eufrate. La militarizzazione delle dighe e il controllo su uno dei fiumi fondamentali per il Medio Oriente ha di fatto consegnato a Recep Tayyp Erdogan un interruttore sull’economia della Siria e dell’Iraq. E vale lo stesso discorso fatto per il Golan. Chi ha in mano l’acqua, controlla la vita dei suoi vicini.

Non manca il petrolio e nel 2014 è stata incaricata dal Comitato israeliano per la pianificazione e la costruzione delle regioni settentrionali l’israeliana Afek Oil and Gas, parte della società statunitense Genie Energy, che vanta un comitato di consulenti costellato da ex funzionari di governo degli Stati Uniti (due fra tutti Dick Cheney, ex vicepresidente Usa, e R. James Woolsey Jr., ex direttore della Cia).

Finora i problemi delle trivellazioni sono stati due: la presenza dell’acqua del Golan, fonte imprescindibile per la popolazione israeliana e, evidentemente, ma soprattutto la sovranità della regione. Le alture del Golan sono state annesse unilateralmente da Israele ma nessuno le riconosce come territorio israeliano. L’Onu ha più volte intimato di abbandonare il territorio e gli stessi americani sono stati sempre molto cauti nel dare l’ok a questa situazione. Ma Israele non si è mai interessato a questo “particolare”. E tra milioni di metri cubi di acqua e potenziali milioni di barili di petrolio, si capisce il motivo per cui quelle alture saranno sempre difese dalle forze armate israeliane. E perché la Siria se ne senta legittimamente defraudata.

Meno male che abbiamo Vladimir Putin.

1980.- AGGRESSIONE MISSILISTICA IN SIRIA. 15 RUSSI MORTI.

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È STATA GUERRA! Risposta disperata di Washington, Parigi e Tel Aviv all’accordo di pace fra Russia, Iran, Turchia. Il bombardamento terroristico e l’abbattimento del quadrimotore russo in procedura per l’atterraggio sono arrivati a poche ore dall’”accordo fra Russia e Turchia per evitare l’attacco a Idlib e una probabile strage di civili. Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan hanno raggiunto nel vertice di ieri a Sochi, nella Russia meridionale, un accordo per scongiurare una sanguinosa battaglia urbana, «una catastrofe» e «una crisi umanitaria» da evitare a tutti i costi, nelle parole del presidente turco. Erdogan e Putin hanno concordato di istituire invece una «fascia demilitarizzata» lungo i bordi della provincia, a partire dal 15 ottobre. La zona cuscinetto sarà profonda «15-20 chilometri», ha precisato Putin, e sarà pattugliata da militari turchi e russi. Nella aeree limitrofe sia i ribelli che l’esercito di Bashar al-Assad ritireranno le armi pesanti. Il ministro russo della Difesa Sergei Shoigu ha confermato che «non ci sarà alcuna offensiva» russo-siriana. ”

L’attacco terroristico missilistico è stato sferrato dai nostri alleati, senza preavviso e senza perché, dal mare contro le basi siriane di Latakia, Homs e contro il porto militare di Tartous, base logistica della Marina russa in Siria. Impressionante il cielo sulla costa siriana raccontata durante l’attacco missilistico con la riposta da terra della contraerea. I sistemi antiaerei siriani S-200 e Pantsir S2 sono entrati in azione, intercettando un numero di missili da crociera provenienti dal mare. Anche i russi sono intervenuti a difesa delle loro basi con il sistema anti missili S-400, che è entrato in azione, abbattendo alcuni missili.

I feriti siriani sono stati trasportati negli ospedali, la corrente elettrica è mancata e, poi, è ritornata in alcune zone costiere. Sulle prime, l’intensità dell’attacco è stata tale da far pensare che avrebbe coinvolto aerei e navi. A terra, detriti tutti da identificare, alcuni sembrano di anti-missili russi.

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SSN d’attacco, veloce, classe Los Angeles. Sono unità potenti, ma datate.

Da giorni si sapeva di un concentramento davanti alla Siria di navi della NATO. L’US Navy aveva fatto entrare da Gibilterra un’altro SSN d’attacco classe Los Angeles. Da parte russa, è seguito il rischieramento di un ulteriore quadrimotore pattugliatore antisommergibile Tupolev Tu-142. Subito, la stampa russa ha parlato apertamente di una partecipazione francese all’attacco con il lancio di missili dalla fregata FS Auvergne. Perché anche da una nave francese? Rotschild, per i suoi scopi, poteva permettersi di scegliere soltanto un’idiota. Macron persegue ancora la grandeur, ma la Francia è finita. Non è più dei francesi, è già per metà Islam. E noi dovremmo avere l’esercito europeo e le guardie di frontiera in comune con questi pusillanimi, malfidi? Macron insiste molto sull’esercito europeo, ma come lo impiegherebbe? Perché dobbiamo rischiare una guerra nucleare? Per gli interessi israeliani, americani e francesi. Certo non della NATO né dell’Ue!

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La fregata tipo FREMM antisommergibile FS Auvergne, unità lanciamissili da crociera MdCN de la marine nationale, ha partecipato all’attacco terroristico israeliano sotto lo schermo della flotta USA. Aveva già partecipato ai bombardamenti di Barzeh e Him Shinshar in Siria in rappresaglia per il “supposto” uso di armi chimiche da parte del governo siriano e per colpire siti “ presunti” di produzione e stoccaggio di armi chimiche in Siria. Il sistema MdCN offre una capacità di attacco rapido, massiccia e coordinata con i missili da crociera in volo. La rappresaglia questa volta a chi tocca?

Ci sono 15 morti russi.

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L’aereo Ilyushin Il-20M colpito mentre dirigeva per l’atterraggio, è in fiamme. È precipitato, poco dopo, con i suoi 14 aviatori.

Sembrava la bravata di 4 F-16 israeliani o della fregata FS Auvergne.
Un aereo di sorveglianza militare russo con 14 membri dell’equipaggio è scomparso dai radar sul Mar Mediterraneo orientale, dice il ministero della Difesa russo.
Il ministero ha detto in una dichiarazione del 18 settembre che l’aereo Ilyushin Il-20 è scomparso dal radar a 35 chilometri dalla costa siriana verso le 11 di sera. ora locale del giorno precedente.

Il ministero ha detto che l’aereo stava rientrando alla base aerea di Hmeimim nella provincia nord-occidentale della Siria di Latakia, dove si trova la maggior parte delle forze armate della Russia nel paese.

Le forze militari russe hanno lanciato un’operazione di ricerca. Non è stato immediatamente chiaro se l’aereo è stato abbattuto.

La Russia ha dato al presidente siriano Bashar al-Assad un sostegno cruciale in tutto il conflitto siriano, iniziato con una repressione governativa contro i manifestanti nel marzo 2011. Hmeimim è la principale base della Russia per i raid aerei sui gruppi ribelli in Siria.

L’Ilyushin è scomparso dai radar nello stesso periodo in cui gli F-16 israeliani hanno attaccato le strutture siriane nella provincia di Latakia, ha detto il ministero della Difesa russo.

Ha anche detto che i lanci di razzi sono stati rilevati provenire dalla fregata francese Fs Auvergne, più o meno nello stesso momento.

“L’esercito francese nega qualsiasi coinvolgimento in questo attacco”,  ha detto un portavoce militare francese. I francesi non hanno attaccato ma avrebbero “disturbato” l’antiaerea siriana, tanto viene riportato oggi da Mosca. Ci siamo chiesti se i missili lanciati  abbiano rilasciato flares per confondere i missili siriani. In serata i due ministri della difesa si sono parlati.

L’esercito israeliano ha rifiutato di commentare i rapporti sui suoi aerei che hanno preso di mira le infrastrutture industriali di Latakia, particolarmente colpite, dove l’Intelligence occidentale “sospetta” (ogni volta solo sospetti) che l’Iran sia costruendo una base per il lancio di missili terra-terra.

Un portavoce del Pentagono ha detto che gli Stati Uniti non sono stati coinvolti.

 

Il presidente russo Vladimir Putin, confermando che ci saranno conseguenze, ha però smorzato i toni dei suoi ministri.

Putin ha attribuito l’abbattimento dell’aereo russo IL-20 in Siria a una serie di tragiche coincidenze. Putin dopo l’incontro con il primo ministro ungherese Viktor Orban, ha detto “è una situazione diversa” rispetto all’abbattimento precedente del jet russo da parte dei turchi. “L’allora combattente turco ha deliberatamente abbattuto il nostro aereo, mentre questo sembra più simile a una serie di tragiche coincidenze, perché l’aereo israeliano non ha abbattuto deliberatamente il nostro”.

Putin inoltre, ha detto che dopo l’incidente, la Russia rafforzerà le misure di sicurezza per i suoi militari in Siria. Tradotto, Israele e i suoi padrini, in una nuova mascalzonata, devono mettere in conto una possibile reazione russa. Intanto il Cremlino aveva preannunciato che Putin oggi avrebbe tenuto una conversazione telefonica con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Lo aveva dichiarato il segretario stampa del presidente russo Dmitry Peskov.

Oggi, nella conversazione telefonica con Putin, Netanyahu ha espresso «dolore a nome dello Stato di Israele per la morte dei militari russi» ma ha anche sottolineato che la responsabilità dell’abbattimento del loro aereo ricade sulla Siria. Israele è determinato «ad impedire che l’Iran approfondisca la propria presenza in Siria e ad ostacolare i tentativi di Teheran, che invoca la distruzione di Israele, di trasferire agli Hezbollah armi micidiali» da utilizzare contro lo Stato ebraico, ha spiegato Netanyahu ribadendo di essere disposto a inoltrare a Mosca tutte le informazioni relative all’incidente e ha proposto che a farlo sia il comandante dell’aviazione militare israeliana.

 

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L’agenzia di stato siriana ha dichiarato che un F-16 israeliano di una formazione attaccante di 4,  si é nascosto alle spalle di un Ilyushin  Il20 russo, che è stato colpito dalla difesa aerea siriana. L’agenzia di stato dichiara che il regime israeliano è considerato direttamente responsabile. Il Ministero della Difesa russo: “Regime israeliano si assuma tutta la responsabilità per l’uccisione dell’equipaggio del IL20 abbattuto in Siria Consideriamo le azioni israeliane una aggressione e ci riserviamo il diritto di rispondere adeguatamente”. A sua volta, il Ministero degli Esteri russo ha convocato  l’ambasciatore d’Israele in Russia. Shoigu (Ministro Difesa): “Abbiamo notificato al ministro della difesa di Israele Avigdor Lieberman che la Russia non lascerà senza risposta l’azione della forza aerea israeliana sulla Siria.” E ce lo auguriamo perché cessino queste azioni di guerra di Israele e dei suoi cani da guardia a sostegno dell’Isis e si torni a parlare di pace in Medio Oriente. C’ è un problema numero uno in Medio Oriente e se non ci si pone l’obiettivo di risolverlo, prima o poi, qualcuno…

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LA CORRISPONDENZA DALLE AGENZIE DEL LIBANO: Ag. ANM, SOUT FRONT, SANA.

MENTRE TRA PUTIN ED ERDOGAN SI ERA APPENA STABILITO OGGI UN ACCORDO DI TREGUA E DI SMILITARIZZAZIONE  PER IDLIB, SONO STATI APPENA  SEGNALATI ATTACCHI MISSILISTICI NELLE PROVINCE DI LATAKIA, TARTUS, HOMS. LA RUSSIA UTILIZZA PRESUMIBILMENTE LE PROPRIE DIFESE AEREE.

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La base navale logistica della flotta russa in Siria è Tartous ed è stata attaccata improvvisamente da Stati Uniti, Israele e Francia. L’attacco si è rivolto anche a Latakia e a Homs, che i russi hanno liberata dall’Isis, da poco.

 


Il grande attacco missilistico contro la Siria occidentale sta proveniendo  dal mare. 

Verso la fine della giornata del 17 settembre, sono stati segnalati attacchi aerei contro le istallazioni governative nelle province siriane di Latakia, Tartus e Homs. In particolare, i bombardamenti avrebbero colpito un’area industriale nella città di Latakia.

BEIRUT, LIBANO (22.40) – L’attacco missilistico su larga scala nelle province occidentali della Siria proviene dal Mar Mediterraneo, l’agenzia di stampa araba siriana di proprietà statale(SANA).

Diversi attivisti dei social media siriani hanno postato su Facebook per accusare la Coalizione USA o l’esercito israeliano per l’attacco; tuttavia, non è ancora chiaro.

Domenica è stato riferito che diverse navi da guerra della NATO si stavano dirigendo verso la costa siriana, ma lo scopo di questa mossa è ancora sconosciuto.

A partire da ora, la Difesa Aerea Siriana sta ancora intercettando i missili sopra Latakia, mentre tentano di difendere le loro installazioni nella Siria occidentale.

Le forze di difesa aerea siriane (SADF) stanno rispondendo all’attacco. Alcune fonti riportano che anche i sistemi di difesa aerea schierati presso la base aerea russa di Khmeimim che sono stati impiegati.

Secondo fonti siriane, i raid aerei sarebbero stati eseguiti dall’esercito israeliano.

La situazione è in fase di sviluppo .

AGGIORNAMENTO 1: Secondo i media statali siriani, la SADF ha intercettato un certo numero di missili provenienti dal mare.

Nota: La coalizione USA ed Israele evidentemente non vogliono permettere la pacificazione in Siria e non si sono rassegnati al fallimento del loro piano.  Questa sembra essere l’ultima mossa disperata di Washington e Tel Aviv per non essere esclusi dal processo di stabilizzazione in Siria concluso dagli accordi fra Russia, Iran e Turchia.

Traduzione e nota: Luciano Lago

 

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BEIRUT, LIBANO (10:40 P.M.) – L’attacco missilistico su larga scala nelle province occidentali della Siria proviene dal Mar Mediterraneo, l’agenzia di stampa araba siriana di proprietà statale (SANA).

Diversi attivisti dei social media siriani hanno portato su Facebook per accusare la Coalizione degli Stati Uniti o l’esercito israeliano per l’attacco; tuttavia, non è ancora chiaro.Domenica è stato riferito che diverse navi da guerra della NATO si stavano dirigendo verso la costa siriana, ma lo scopo di questa mossa è ancora sconosciuto.

A partire da ora, la Difesa Aerea Siriana sta ancora bersagliando missili sopra Latakia, mentre tentano di difendere le loro installazioni nella Siria occidentale.

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USS Abraham Lincoln (CVN -72 ) e USS Harry S. Truman (CVN-75)

1806.- L’arresto dei soldati francesi potrebbe danneggiare statunitensi e loro alleati… ma anche noi.

American Special Forces soldiers keep a lookout from a front line outpost outside the northern city of Manbij, Syria.

Già il 3 aprile, Rezan Gilo, uno dei capi della difesa del Kurdistan siriano (Rojava), aveva rivelato la presenza di truppe francesi e statunitensi a Manbij, Raqqa e in tutta la Siria settentrionale.

IL DIAVOLO FA LE PENTOLE, MA NON FA I COPERCHI.

Ormai non c’è più nulla da nascondere. Anche i muri sanno che terroristi, ISIS, Al Qaeda, SDF siriane sono tutte truppe irregolari messe in campo dai neocon e dai loro alleati. Truppe irregolari, più o meno come lo era la Compagnia delle Indie con il suo esercito parallelo, che consentiva di far guerra senza dichiararla.
Quello che facciamo finta di non sapere è che la NATO, o, se vi piace, alcuni Paesi NATO, Israele, Stati Uniti, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Turchia hanno affiancato e sostituito queste bande irregolari con le loro truppe. Tanta è la potenza delle lobbies dell’energia e dei neocon? Una potenza che si è tramutata in parte in impotenza: Prima, quando la Russia scese in campo e le portaerei del Gruppo d’Attacco dell’Us Navy in Mediterraneo e gli F-22 inforcarono in tutta fretta il Canale di Suez lasciandovi entrare il Liaoning cinese e l’Admiral Kuznetsov russo. Secondo, quando la bordata di 105 missili Tomahawk di Trump su Damasco dovette essere negoziata con Putin, per vederne, comunque, abbattuti 71 e 2(due) catturati dai sistemi di difesa russi in mano siriana.
Gli israeliani, americani, francesi e quanti hanno in mente di essere partecipi delle decisioni in campo energetico sul territorio siriano sono stati “pizzicati” più volte con le mani nel sacco. Aggiungo i turchi, ma come mi diceva uno spagnolo, Erdogan fa la parte del gorilla, ma la sua mente sono gli USA. Vero fino a un certo punto perché la strategia di Erdogan può anche accettare di passare per il gorilla, ma sa bene dove vuole arrivare: sotto gli americani, con i russi e contro i curdi. Meno bene va per gli italiani che difendono Ankara con le loro batterie di missili, riforniscono i bombardieri che attaccano la Siria. fanno la guardia alle sabbie del Niger, ma non all’uranio e si vedono coinvolti in questa guerra imperialista senza un ritorno e un perché, come docet il caso dell’ENI a Cipro. Silenzio dall’Unione Europea e dal suo avvocato sotto spirito, presidente della Commissione europea e silenzio dei media sul ruolo aggressivo assunto dalla NATO, senza più scrupoli. L’ONU? Chi era costei? Leggiamo da Aurora:

L’arresto dei soldati francesi potrebbe danneggiare statunitensi e loro alleati.

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Il 17 maggio un gruppo di soldati francesi diretti nella provincia di Hasaqah veniva arrestato dall’Esercito arabo siriano. La domanda ora è: in che modo l’arresto dei soldati francesi cambierà gli equilibri di potere in Siria?
Secondo il sito Mail.ru, 60 soldati francesi sarebbero stati arrestati a un checkpoint nel nord-est della Siria. Secondo Fars, il sito russo affermava che l’Esercito arabo siriano aveva catturato questo gruppo di soldati francesi, tra cui dei cecchini. “C’erano 60 cecchini francesi a bordo di un convoglio di 20 veicoli Toyota Cruiser 200 che attraversava il confine siriano dall’Iraq”. Il convoglio era diretto verso la provincia di Hasaqah. Si ritiene che l’incidente risalga al 1° maggio, e secondo il sito, “il convoglio si era diretto erroneamente verso un checkpoint dell’Esercito arabo siriano”. “Le forze siriane effettuarono un controllo dei veicoli scoprendo una grande quantità di armi collocate in scatole, oltre a dispositivi di localizzazione termica e a fucili”. Il comandante del gruppo, un francese, interrogato confessava di essere stato incaricato di recarsi ad Hasaqah coi suoi soldati per “sostenere le SDF (le forze democratiche siriane) nella guerra allo SIIL”. Secondo il sito, era la prima volta che l’Esercito arabo siriano trovava un gruppo di soldati francesi incaricati dalla NATO d’intervenire illegalmente sul suolo siriano. Informazioni concomitanti avevano precedentemente segnalato la presenza di forze francesi a Dayr al-Zur, dove scontri violenti si erano verificati tra le forze dell’Esercito arabo siriano e loro alleati da un lato e le SDF sostenute dagli Stati Uniti dall’altro. Muhamad Abu Adil, presidente del Consiglio militare di Manbij aveva precedentemente negato qualsiasi presenza francese, ma non aveva escluso un possibile dispiegamento della Francia nella città.
Aqram al-Shali del Centro siriano per la gestione delle crisi e la prevenzione delle guerre, dichiarava all’agenzia Sputnik che l’Esercito arabo siriano aveva già arrestato molti agenti dei servizi segreti di Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi arabi e Israele, senza contare i 300 soldati francesi recentemente arrestati. Secondo al-Shali, Damasco era sotto forte pressione per il rilascio dei militari stranieri detenuti, ma il governo siriano non cederà perché l’arresto di soldati stranieri gli darà un duplice vantaggio: gli occidentali non possono completare le loro missioni in Siria (l’ultimo attacco missilistico non causava danni significativi); in secondo luogo, è un vantaggio aggiuntivo nei negoziati con le forze straniere. Lo specialista siriano ritiene che la soluzione pacifica della crisi siriana sia inestricabilmente legata alla situazione sul campo di battaglia. “Al momento, gli aggressori continuano a cedere e a ritirarsi senza poter assaltare le postazioni dell’Esercito arabo siriano. Ecco perché il governo siriano avrà l’ultima parola e potrà imporsi ai negoziati”.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio

1801.- Le ultime notizie dalla Siria rigorosamente censurate dal mainstream

di Francesco Santoianni – L’Antidiplomatico.

In attesa della prossima bufala su bombardamenti con armi chimiche, silenzio assoluto dei media main stream su quello che sta accadendo in Siria. Eppure, di notizie interessanti ce ne sarebbero tante. Ad esempio: la sbalorditiva tregua che, da cinque mesi, sta regnando tra le ingenti forze statunitensi-francesi e i miliziani dell’ISIS; o la scoperta di innumerevoli arsenali dell’ISIS tutti riforniti dagli USA; o la fornitura di armi ai “ribelli siriani” che sarebbe dietro al “suicidio” del manager di Monte dei Paschi di Siena, David Rossi…

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E silenzio assoluto anche sulle iniziative che l’Unione Europea sta attuando per continuare ad alimentare la guerra alla Siria.

Per quanto riguarda le sanzioni (che avrebbero dovuto scadere il 18 maggio) si prospetta, addirittura, un loro inasprimento: nessuna pietà per i milioni di siriani ridotti alla fame da queste sanzioni o per i bambini malati di cancro che, a seguito delle sanzioni, non possono ricevere cure adeguate (vedi qui, qui, qui,

Ancora peggio per le iniziative (documentate in questo articolo) decise nella recente Conferenza dell’Unione Europea “Sostegno al futuro della Siria e della regione“: intanto, neanche un centesimo per la ricostruzione dei sistemi idrici, elettrici, stradali… distrutti dalla guerra che, certamente, avrebbe incoraggiato il ritorno dei milioni di profughi siriani ma che, invece, secondo l’Unione Europea, determinerebbe il “rafforzamento del regime di Assad”. Quindi, neanche un centesimo per la ricostruzione ma, in compenso, 6,2 miliardi di euro elargiti dall’Unione Europea a ONG per la gestione dei campi profughi in Giordania, Libano e Turchia. In più – ciliegina sulla torta – altri finanziamenti ad ONG per creare innumerevoli “corridoi umanitari” che – così come evidenziato in un documento di vescovi cristiani siriani – rischiano di svuotare la Siria di risorse, spesso altamente qualificate, arricchendo, invece, “caritatevoli” nazioni occidentali e altrettanto caritatevoli ONG.
Nessuna speranza, quindi, per la rinascita della Siria? Forse qualche speranza c’è, considerando che il “Movimento Cinque Stelle” e la Lista “Noi con Salvini”, che dovrebbero costituire il prossimo governo, sono state le UNICHE forze parlamentari in Italia ad opporsi alle sanzioni alla Siria.

Staremo a vedere come andrà a finire.

Francesco Santoianni

1800.- “Venti di Cambiamento”

ALLIANCE FOR PEACE AND FREEDOM

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Partecipazione affollata sabato, a Milano, di ben dieci Nazioni europee al Congresso annuale di Alleanza per la Pace e la Libertà, intitolato “Venti di Cambiamento”. Alliance for Peace and Freedom, A.P.F. è un’associazione di nazionalisti, europeisti sinceri, che non ignorano il destino dei loro Stati e di tutti gli europei, cui li sta portando l’Unione europea dei mercanti: un mercato aperto, senza più confini, né diritti per i lavoratori e senza più i valori della civiltà cristiana, ridotto in servitù dai mercanti del denaro e dalle lobbies americane, con milioni di poveri, sempre più poveri, fino all’estinzione biologica dei popoli di Grecia e Roma che hanno fatto la civiltà e di Spagna e Portogallo, che l’hanno portata nel mondo. Ma le conquiste dei lavoratori europei e i valori della rivoluzione cristiana non sono dipendenti dal denaro. Questi novelli farisei sono i padri delle guerre mondiali e, negli ultimi venti anni, ci hanno sprofondato nel caos, nella violenza e nel terrorismo; ma quello vero deve ancora venire. L’Europa, concepita a Ventotene come un progetto in cui i popoli non devono sapere quello che era il disegno delle oligarchie, illuministe e profondamente anti umane, fino alle ideologie come il gender, quell’Europa deve rinascere libera, dall’Atlantico agli Urali e oltre. Il presidente Roberto Fiore ha chiuso il congresso con un ampia rivisitazione della storia europea: dallo smantellamento del colonialismo e dell’Impero Britannico, voluta fortemente dagli Stati Uniti, al termine del massacro della Seconda Guerra Mondiale, ma strumentale allo sfruttamento del continente africano da parte delle loro lobbies, fino all’attuale tentativo di distruzione della civiltà europea: la civiltà che pone al primo posto la difesa della vita e che è di ostacolo al servaggio dell’umanità. Ha concluso definendo la guerra siriana miracolosa per il cambiamento nella politica estera e l’ultima guerra per la libertà, sottolineando i segnali di pericolo che emergono dal cedimento della dittatura finanziaria e la coesione emersa fra i pensieri dei conferenzieri di questo congresso: di Gran Bretagna, Croazia, Romania, Repubblica Ceca, Spagna, Slovacchia. Associazione Europa Libera ha partecipato e vi riporta l’analisi superba della situazione geopolitica di Nick Griffin.
*Speakers / relatori:
Nick Griffin – Great Britain
Ivan Bilokapić – Europa Terra Nostra – Croatia
Tudor Ionescu – Noua Dreaptă – Romania
Tomáš Vandas – Dělnická strana sociální spravedlnosti (DSSS) – Czech Republic
Gonzalo Martin Garcia – Democracia Nacional – Spain
Milan Mazurek – Ľudová strana Naše Slovensko (ĽSNS) – Slovakia
Roberto Fiore – Forza Nuova – Italy

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BNP leader Nick Griffin holds a press conference in the Ace of Diamonds pub, Manchester

Nick Griffin è un politico britannico, noto per essere stato presidente del British National Party, il Partito Nazionale Britannico, con il quale è stato eletto membro del Parlamento europeo nel Giugno 2009, quale rappresentate dell’Inghilterra Nord-Occidentale. La militanza di Griffin negli ambienti dell’estrema destra inglese comincia molto presto, poiché già a 15 anni frequenta abitualmente le riunioni del Fronte Nazionale Britannico.
Qualche anno più tardi, mentre frequenta l’Università di Cambridge, Griffin fonda il “Young National Front Students” (“Fronte Nazionale Studentesco”). Continua poi la sua carriera politica sempre nelle file del Fronte Nazionale. Il suo impegno politico non conosce soste. Viene eletto presidente del BNP nel 1999.
Durante gli anni ottanta matura l’amicizia con Roberto Fiore, dalla quale nascerà il partito “Terza Posizione Internazionale” e attualmente collabora con l’Alleanza per la Pace e la Libertà (Alliance for Peace and Freedom), di cui è vicepresidente.

Winds of Change – Nick Griffin

Questa conferenza è intitolata: Venti di Cambiamento. L’espressione non è nuova. Fu utilizzata dal primo ministro britannico Harold McMillan a Cape Town nel 1960. Il suo commento “Il vento del Cambiamento sta attraversando questo continente” fu l’innesco per il governo conservatore di impegnarsi per il rapido smantellamento dell’Impero britannico.

Questo era, in parte, un progetto anti-coloniale socialista, ma McMillan fu anche pesantemente influenzato dagli Stati Uniti, che, negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, spinsero le potenze europee ad abbandonare i loro impegni – in modo che gli Stati Uniti potessero trasferirsi in quegli spazi politici ed economici.

Il continente a cui si riferiva McMillan era naturalmente l’Africa, ma oggi possiamo sentire un altro vento di cambiamento che soffia attraverso un altro continente: l’Europa, il nostro continente. E, ancora una volta, è un vento che sta spazzando via un dominio coloniale: il dominio coloniale americano.

Se fossi stato qui solo due o tre anni fa e avessi detto che la dominazione americana dell’Europa sarebbe stata spazzata via come sabbia in una tempesta di polvere, avreste pensato che fossi matto. Dopotutto, tutti i segnali erano che i coloni stavano vincendo.

Quando il muro è crollato nel 1989, il regime di Washington ha prontamente rotto la sua promessa di mantenere il confine orientale della NATO in Germania. Ma la NATO e la dominazione americana hanno invece marciato verso Est.

Solo l’anno scorso gli americani hanno installato basi missilistiche proprio sul confine russo. Un numero crescente di di truppe NATO sono ora dislocate nella Polonia orientale e negli Stati baltici.

Allo stesso tempo, i regimi fantoccio nell’Europa occidentale e nell’Unione europea hanno mostrato una spiacevole disponibilità ad essere soci di minoranza nella politica davvero malvagia degli USA, cioè dell’uso di bande terroristiche jihadista per distruggere le nazioni arabe laiche, al fine di permettere ai giganti dell’energia degli Stati Uniti, a Israele e all’Arabia Saudita di prosperare sulle conseguenti rovine.

Quando, poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, la NATO fu fondata, il suo primo segretario generale, Lord Ismay, descrisse la missione dell’alleanza: “tenere lontani i russi, gli americani dentro e i tedeschi sottomessi”. L’alleanza ha così, giocato lo stesso ruolo nella politica internazionale della mafia in Italia, dopo che questa fu riabilitata dalle baionette americane.

La conseguente dominazione americana sul nostro continente è durata esattamente 70 anni. Per tutto questo tempo è apparsa irresistibile, incrollabile. E, questo, è sembrato vero all’inizio di quest’anno, così come è stato lungo tutto il corso delle nostre vite.

Ma quello che sembrava essere concreto dal punto di vista geopolitico solo pochi mesi fa, si sta trasformando in sabbia spazzata dal vento davanti ai nostri occhi.

Certo, proprio il mese scorso abbiamo visto le forze americane colpire la Siria per conto di Al Qaeda, Israele, Arabia Saudita e del complesso militare industriale degli Stati Uniti. Abbiamo visto Donald Trump copiare Bush, Bill Clinton e Obama nel ruolo di poliziotto globale. Abbiamo visto i regimi fantoccio di Francia e Gran Bretagna fornire supporto militare e diplomatico. A prima vista, sembra tutto come al solito. I nostri omaggi al capo e a quello che la razzista criminale di guerra Madeleine Albright ha definito la “nazione indispensabile”.
Ma guardate meglio. Trump ha sparato due raffiche di missili in Siria. Ma entrambi questi fuochi d’artificio, molto costosi, sono stati lanciati solo dopo aver informato i russi, con un preavviso sufficiente, a loro volta, a mettere in guardia i siriani affinché potessero mettere i sistemi militari in salvo. Sebbene le forze americane abbiano sparato 105 missili Cruise il mese scorso, l’attacco ha colpito tre obiettivi puramente simbolici. 71 missili sono stati deliberatamente lanciati a sproposito, oppure sono stati abbattuti dai siriani con l’utilizzo di di sistemi russi di difesa missilistica di ultima generazione.

Quindi, nonostante l’orrore che abbiamo provato tutti quando abbiamo visto la risposta della NATO alla false flag di Douma, la realtà è che gli USA hanno così tanta paura della Russia in Siria che o si sono tirati indietro, oppure c’è stato un vero attacco, ma che è stato bloccato in un modo che avrebbe profondamente preoccupato i pianificatori del Pentagono. Personalmente, credo che quest’ultima opzione sia più probabile, ma non fa molta differenza. Entrambe le ragioni rendono gli Stati Uniti una tigre di carta.

Aggiunto allo sviluppo dei missili ipersonici russi, che hanno reso la flotta statunitense una vecchia anatra appollaiata, il risultato del lancio missilistico del mese scorso è che l’America e i suoi alleati hanno perso il controllo militare del Mediterraneo Orientale e la credibilità militare in tutto il mondo.

Dopo quell’attacco, l’esercito siriano e i suoi alleati hanno liberato le ultime aree dall’ISIS a Sud di Damasco, la grande area jihadista appena a Nord di Homs e hanno riconquistato metà dell’ultima zona di deserto dell’ISIS vicino al confine iracheno. Le uniche aree ancora da ripulire dal parassita jihadista sono la provincia di Idlib e il tratto vicino alle alture del Golan, dove l’ISIS e altri gruppi ribelli sono riforniti di equipaggiamento militare, assistenza sanitaria e copertura aerea da parte di Israele.

Assad e i suoi alleati hanno vinto la guerra. L’elité americana e le sue marionette hanno perso.

Ma il vento del cambiamento, che sta spazzando via il dominio imperiale americano, non sta solo soffiando attraverso il Medio Oriente. C’è anche una tempesta di cambiamento politico che si sta preparando in Europa. Non solo nell’Est e nel Centro, dove le forze di Victor Orban e Visegrad hanno già ridisegnato la politica e infranto la morsa suicida della vecchia elité liberale filoamericana.

No! Il cambiamento davvero importante ora sta avvenendo qui, in Occidente. E la velocità di questo cambiamento è sbalorditiva.

Ovviamente, da veri nazionalisti radicali, sappiamo tutto su compromessi e le debolezze della nuova coalizione che si sta formando qui in Italia. Ma ciò non cambia il fatto che il nuovo governo sarà il più filo russo in tutta l’Europa Occidentale. L’Italia, la cui politica estera è stata efficacemente dettata dalla CIA per 70 anni, è, improvvisamente, in grado di pensare e agire autonomamente.

E la tempesta infuria. Nell’ultima settimana circa, anche i più patetici cagnolini di Washington e Wall Street si sono, alla fine, ammalati per i calci che hanno preso dallo zio Sam. La decisione di Donald Trump di trasferire l’ambasciata americana nella Gerusalemme occupata è stata accolta calorosamente dallo psicopatico delirante Netanyahu. Ma anche gli inglesi, i francesi e gli europei sono sconvolti dalla provocatoria stupidità.

Poi, è arrivata un’altra esplosione della tempesta del cambiamento, quando
Trump ha rottamato l’accordo con l’Iran. Perché non ha fatto nulla del genere. Ha, sì. ritirato l’America dall’accordo, ma l’accordo è ancora molto vivo. Persino gli alleati più vicini all’America hanno rifiutato di seguire l’esempio. Da un lato, totalmente isolata, abbiamo l’America; dall’altro, non abbiamo solo l’Iran, Russia e Cina, ma anche Gran Bretagna, Francia e Germania.

Questo livello di disobbedienza sarebbe stato del tutto impensabile solo due anni fa.

La decisione di Trump e il rifiuto europeo dello stesso hanno inferto un colpo di martello alla solidarietà transatlantica che è rimasta inalterata per 70 anni. E la crisi è appena agli inizi. Washington ha fissato una scadenza di sei mesi alle società europee che fanno affari in Iran per lasciare il paese. Dovranno o interrompere le loro operazioni o affrontare pesanti sanzioni.

Insieme al continuo impatto delle sanzioni contro la Russia, ciò significa che gli Stati Uniti sono diventati la principale minaccia per l’economia europea. L’Ue, a sua volta, sta pianificando contromisure per bloccare le sanzioni statunitensi all’Iran.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha criticato il presidente Trump per la sua decisione di ritirarsi. Il ministro delle finanze francese Bruno Le Maire ha dichiarato che le potenze europee non dovrebbero essere i “vassalli” di Washington. Anche usare la parola significa rompere l’incantesimo e, finalmente, muoversi verso la libertà.

L’11 maggio il cancelliere tedesco ha discusso della situazione con il presidente Putin in una conversazione telefonica. Oggi Angela Merkel è a Sochi, pochi giorni dopo che la Germania ha iniziato a costruire il progetto del gas Nord Stream 2, nonostante gli Stati Uniti abbiano mostrato i denti. Ma tale ostilità è stata totalmente inefficace.

Le relazioni USA-Europa vengono, inoltre, violate dai piani di Washington di introdurre dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio dall’Ue. Una guerra commerciale è dietro l’angolo. Per quanto tempo un fronte di sicurezza comune può sopravvivere a tali tensioni?

Forse, il cambiamento più sorprendente è in Germania, un paese che è, ovviamente, ancora occupato dalle truppe americane. La rivista arci-liberale Der Spiegel ha appena evidenziato la nuova posizione anti-americana con un editoriale intitolato “E’ tempo per l’Europa di unirsi alla Resistenza”.
L’articolo dice che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è “solo abile nella distruzione”, riferendosi alla sua fuoriuscita dall’accordo nucleare iraniano e dall’accordo sul clima di Parigi. E’uscito proprio il giorno dopo che la Merkel ha affermato che l’Europa non può più contare sugli Stati Uniti e deve prendere la situazione nelle proprie mani.

C’è persino un abisso che si apre su Israele. L’intero partito repubblicano è unito a Trump nel sostenere il diritto di Israele a massacrare i dimostranti adolescenti a Gaza, e la maggior parte dei democratici è d’accordo – anche se diventerebbero isterici s una guardia di frontiera americana picchiasse un messicano mentre tenta di attraversare il confine.

L’elité europea, al contrario, sembra sinceramente scioccata dalla brutalità israeliana. Inoltre, sono disperatamente preoccupati per l’impatto sulla crescente minoranza musulmana in Europa. E se Trump e Netanyahu hanno dato fuoco a tutto il Medio Oriente, l’eleggibilità dei liberali europei sarà cancellata da una nuova ondata di profughi.

Il potere delle lobbies e dei media sionisti è ancora immenso, ovviamente, ma andare d’accordo con gli Stati Uniti e Israele sta diventando molto costoso. Persino il Financial Times, totalmente globalità, ha osservato che la “subordinazione a Washington implicherà un prezzo, in termini di politica interna, molto serio”

Inoltre, è anche superfluo, e c’è una scelta proprio dietro un altro angolo: combattere guerre senza fine per Washington e Israele – o commerciare con la Russia e con la Cina facendo parte del super blocco economico della Nuova Via della Seta?

Per giunta,i crescenti poteri nel blocco internazionale stanno lavorando costantemente per rompere la morsa del dollaro USA come unico mezzo per commerciare il petrolio e come valuta di riserva mondiale. Questo è il meccanismo finanziario che ha permesso agli Stati Uniti di giocare al poliziotto globale distruggendo la propria base manifatturiera. La FED stampa dollari, il resto mondo li compra, così gli americani ottengono tutti i beni di consumo di cui hanno bisogno. Nel momento in cui questo si fermerà, Washington non sarà in grado di permettersi di far saltare il resto del mondo sulle spese militari e il suo impero globale collasserà.

I preparativi sono in corso. La Cina sta persino corteggiando l’Arabia Saudita. E, ora, anche l’Unione europea sta valutando la possibilità di trasferire i pagamenti in euro per i suoi acquisti di petrolio dall’Iran. Ciò consentirebbe a entrambe le parti di continuare a negoziare nonostante le sanzioni statunitensi. Ancora più importante, significherebbe la fine del petrol dollaro.

L’aver minacciato il dominio della FED, per la creazione di credito, e quello di Wall Street sul commercio globale, è stata naturalmente una delle ragioni principali per gli omicidi dia di Gheddafi che di di Saddam Hussein.

Normalmente, una tale mossa da parte dei leader dell’Europa porterebbe a drastiche contromisure da parte del Deep State americano. Il principio tra questi potrebbe essere l’innesco del grande potenziale di conflitto etnico e religioso che la CIA ha così laboriosamente impiantato nell’Europa occidentale attraverso l’immigrazione di massa e l’ondata di rifugiati.

Così come la CIA ha potuto innescare la distruzione della Yugoslavia lungo la strada verso l’Europa occidentale, così come ha scatenato i suoi addomesticati jihadisti in Libia e in Siria, potrebbe fare lo stesso contro l’Europa. Ciò punirebbe la recalcitrante élite politica europea e, al contempo, la spingerebbe nuovamente verso il Grande Fratello USA, il cui aiuto militare sarebbe necessario per risolvere il caos scaturito.

Potrebbero. Questo è chiaramente ciò che hanno programmato da molto tempo. Ma se possono farlo ora è un’altra questione.

Per prima cosa gli europei non sono privi delle capacità intellettive e ora già considerano l’America come qualcosa di diverso da un alleato divino – dimostrazione che una così cinica distruzione dell’Utopia liberale potrebbe andare davvero molto male. Lungi dall’impegnare l’Europa a gestirsi da sola, lo shock e la rabbia potrebbero completare la spaccatura.

E, poi, c’è il fattore Trump. Anche se il Presidente anticonformista è, per una volta, in scia con l’<élite di Washington su Iran e Israele, c’è ancora una guerra civile politica che infuria, all’interno e intorno alla Casa Bianca, su tutti gli altri fronti. Un regime che è così lacerato dal conflitto e dall’odio può prendere o prenderà davvero le decisioni e le azioni necessarie per demolire i suoi presunti alleati più stretti?

Forse. Ma forse no. Come per tutto il resto, in questa tempesta di cambiamenti, i venti possono cambiare a momenti e nessuno può prevedere con certezza cosa succederà dopo.

Ma ci sono tre cose che possiamo dire con un certo grado di certezza:

Uno. I venti del cambiamento continuano a soffiare.
Due. Se il Deep State americano decide di giocare sporco in Europa, allora, tutto ciò su cui noi nazionalisti abbiamo lanciato moniti avverrà, e verrà il nostro tempo.
Tre. Se Washington è troppo paralizzata per agire, l’impero del dollaro cadrà. E il nostro momento verrà.

Quindi, in un modo o nell’altro, verrà il nostro momento!

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We wish you all the best for Jean-Marie Le Pen.

1792.- Perché la Turchia ha sostenuto l’attacco missilistico statunitense in Siria?

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Il ruolo della Turchia nella guerra in Siria è controverso sin dall’inizio. Dall’iniziale sostegno a Stati Uniti e NATO allo scontro con la Russia, il “malato d’Europa” recentemente compiva una svolta drammatica verso Russia e Iran, ritirando la richiesta di uscita di Assad dal potere. Fin dalla svolta politica, la Turchia ha cooperato con Russia ed Iran nei processi di pace di Sochi e Astana per porre fine alla guerra. E proprio quando questi piani iniziavano a dare frutti, la Turchia compiva un’altra svolta “salutando” l’attacco missilistico USA in Siria per il presunto attacco chimico del governo siriano, in sostanza smentito. Poi si vide Ankara respingere la richiesta di Mosca di consegnare Ifrin, che la Turchia controlla, al governo siriano, arrogandosi invece autorità e tempistica per consegnarla non al governo siriano, ma al popolo d’Ifrin, come recentemente affermato da Erdogan. Tale svolta aveva luogo nonostante Mosca abbia recentemente avviato una centrale nucleare in Turchia; la Russia è stata accomodante sin dal riavvicinamento cogli interessi di Ankara in Siria, permettendole le operazioni militari contro i gruppi curdi sostenuti dagli Stati Uniti, con la Turchia profondamente interessata ad acquistare piattaforme antiaeree S-400 russe. Ciò che spiega svolta e scopi turchi in Siria va decifrato nella complessa geopolitica della guerra in Siria.

La Turchia vuole rimanere nella NATO
Abbastanza importante, tale svolta turca è avvenuta mentre il presidente degli Stati Uniti annunciava l’intenzione di ritirarsi dalla Siria. Mentre il controverso attacco missilistico si rivelava una strategia per salvare la faccia degli Stati Uniti in Siria, l’annuncio in sé aveva il significato, per la Turchia, che gli Stati Uniti potevano infine soccombere alla domanda di Ankara di disarmare i curdi. Con gran piacere della Turchia, il presidente degli Stati Uniti già decise di por fine a finanziamento e sostegno alle milizie curde in Siria. Secondo i media degli Stati Uniti, la Casa Bianca ordinava di congelare 200 milioni di dollari destinati ai “fondi infrastrutturali” nelle aree controllate dai curdi in Siria. Tale congelamento, oltre al fatto che gli Stati Uniti seriamente pensano di ritirare le truppe, significa che alla Turchia non sarà impedito sopprimere le milizie curde lontano dai propri confini. Ciò significa potenzialmente che gli Stati Uniti sono disposti ad assecondare la vecchia domanda della Turchia di staccarsi dalla crescente confluenza con Russia e Iran. Gli Stati Uniti, in altre parole, dopo aver perso i mezzi per influenzare la Siria, ora si rivolgono alla Turchia per influenzare la conclusione del conflitto in Siria attraverso essa. Il segretario di Stato Mike Pompeo aveva già accennato a una simile possibilità. Nell’udienza di conferma, rispose alla domanda sul dialogo trilaterale tra Russia, Iran e Turchia, affermando che “il popolo statunitense dev’essere rappresentato in quel tavolo” e che “può far parte dei colloqui”. E mentre la principale preoccupazione turca era il concentramento curdo ai confini, comportando instabilità fino ad Ankara, anche la NATO sembrava seria nel correggere tale fattore. Ciò fu confermato dal segretario generale della NATO Jens Stoltenberg durante la visita in Turchia, dove affermava che alcun membro della NATO ha subito più attentati (leggi: attacchi del PKK) della Turchia, “l’alleato più esposto all’instabilità in questa regione”. La Turchia, quindi, non ha alcuna esitazione nel rispondere positivamente all’occidente volendo tenere conto dei propri interessi principali. La Turchia, sempre membro della NATO, vorrebbe quindi certamente rimanervi guidando gli interessi occidentali ad Astana e Sochi, agendo per limitare l’influenza iraniana e russa in Siria e Medio Oriente.

La Turchia cambia le regole d’ingaggio in Siria
Ma cosa succede esattamente? Le differenze tra Turchia e Russia ed Iran su Ifrin sono già note. Con la Turchia che si rifiuta di consegnarla alla Siria collegando il proprio ritiro al ritiro di altre forze straniere (leggi: russi e iraniani) dalla Siria, inviava un messaggio chiaro a Mosca e Teheran: l’alleanza con loro rimane di convenienza e tende a separare le relazioni economiche con la Russia dagli interessi in Siria, convergenti nella misura in cui la Russia permette alla Turchia di operare contro i curdi, ma che ora si discostano nel restituire il territorio al governo siriano. Tali disaccordi sottolineano con forza che, malgrado la cooperazione, la Turchia è ben lungi dall’abbandonare la NATO per la Russia o l’Iran. Ma riprogettandosi da attore chiave, la Turchia indicava di sospettare dei processi di Astana e Sochi e di voler tracciare la sua via fino Ifrin e Idlib, quest’ultima già oggetto di feroci negoziati e indubbiamente prossimo obiettivo della guerra in Siria. Per la Turchia, Idlib rimane cruciale, e già aveva invitato Russia ed Iran a impedirvi l’offensiva siriana, che potrebbe iniziare in qualsiasi momento; l’importanza d’Ifrin aumentava per la Turchia, poiché intende utilizzarla come mezzo per continuare a controllare Idlib e mantenervi i suoi jihadisti trincerati, per influenzare l’esito finale della partita siriana ed estorcere le massime concessioni da Russia e Iran nella prossima conferenza di Sochi.

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Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali ed affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio