Archivi categoria: Politica estera – Siria

1429.- Siria, Putin ed Erdogan discuteranno di coordinamento azioni in zone cuscinetto

Erdogan è pronto a un altro tradimento? Quanto vale la politica dei neocon? L’importante per loro non è vincere, ma vendere.

 

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I motivi principali del riavvicinamento tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan vertono sulla situazione in Siria, sul coordinamento delle azioni nel Paese in guerra nelle zone cuscinetto e, sopratutto, sui risultati del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno.

È quanto già si evinceva dalle note preparatorie della riunione fra i due leader.

Come tra energia, missili e guerra in Siria, Putin ed Erdogan tornano “amici”

Sono gli effetti della sconfitta USA in Siria, ennesima dimostrazione che la finanza sionista sa come guadagnare dalle guerre, ma non può fare politica estera. Nel Summit di Ankara, c’è l’intesa sulle truppe turche a Idlib.

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La Turchia ha dato uno schiaffo alla Nato e ha comprato il più sofisticato sistema anti-aereo dalla Russia, la grande rivale dell’Alleanza atlantica. Ma la crepa fra Ankara e Bruxelles, e Washington, riguarda soprattutto i curdi. È una sequenza di partite che si accavallano, come spesso in Medio Oriente: il referendum sull’indipendenza nel Kurdistan iracheno, l’avanzata dei guerriglieri dello Ypg nell’Est della Siria, il dialogo sempre più fitto fra Recep Tayyip Erdogan, Vladimir Putin, il presidente iraniano Hassan Rohani, e ora una scelta strategica che allontana i turchi dai loro alleati occidentali.

La decisione a favore del sistema S-400, quello che difende i cieli di Mosca, arriva dopo un lungo braccio di ferro con la Nato. Già nel 2015 Erdogan aveva annunciato un accordo con i cinesi, poi ripudiato sotto le pressioni occidentali. Ma questa volta il leader turco sembra inamovibile. Ieri, sull’aereo che lo portava ad Astana, in Kazakhstan, Erdogan ha detto che l’intesa «è fatta» e che la Turchia «ha già versato il primo acconto» per il pagamento, che in totale ammonterà a circa 2,5 miliardi di dollari.

Le prime componenti sarebbero «già arrivate in Turchia». Quanto alle obiezioni degli alleati, Erdogan è stato netto: «Ci occupiamo noi della nostra sicurezza, è affare nostro». Ma è anche un affare dell’Alleanza. I sistemi anti-aerei, assieme all’aviazione, sono un pilastro fondamentale delle forze armate occidentali. Scegliere un prodotto russo, molto difficile da integrare con quelli europei e americani, significa essere orientati a difendersi da soli.

Il sistema S-400 è certo fra i migliori al mondo, ritenuto persino superiore al Patriot americano. Può individuare e «ingaggiare» 80 obiettivi allo stesso tempo, sia aerei che missili balistici, fino a 400 chilometri di distanza, e li può abbattere a un’altezza di 30 chilometri. Un osso duro per i cacciabombardieri occidentali, che soltanto quelli «invisibili» di ultima generazione sono in grado di bucare. Ma la scelta di Erdogan più che tecnica sembra politica.

Il fallito golpe del 15 luglio 2016 ha accelerato il cambio di campo della Turchia. Il regime ha eroso le garanzie democratiche e civili, e in questi giorni si sta svolgendo un processo di massa a giornalisti del quotidiano Cumhuriyet accusati di appoggiare «il terrorismo». Le trattative per l’ingresso nell’Unione Europea si sono arenate. Il Parlamento Ue ha votato il 23 novembre scorso a favore della sospensione dei negoziati e vorrebbe mettere fine alla pantomima, anche se gli Stati membri sono divisi, con Austria e Germania che spingono più di tutti per un taglio netto, ufficiale.

Erdogan non vuol essere lui a rompere, l’Europa è ancora popolare fra i giovani delle grandi città, fra gli imprenditori, è il più importante sbocco per le esportazioni. Ma il leader turco sta spingendo la Germania in quella direzione. Gli scontri si susseguono. Prima il divieto ai parlamentari tedeschi di visitare la base Nato di Incirlik, poi il braccio di ferro sui comizi dei politici turchi in Germania, l’invito del raiss alla minoranza turca perché non voti i partiti della Merkel e di Schulz, gli arresti di reporter con cittadinanza tedesca per i loro reportage sui curdi, compreso quello del corrispondente della «Welt» Deniz Yucel.

Un’escalation che ha avuto come conseguenza, fra le altre, il blocco delle esportazioni di armi dalla Germania alla Turchia: nell’ultimo anno sono state bloccate dal governo di Berlino ben 11 richieste, per timore che vengano indirizzate «alla repressione interna o il conflitto curdo». Anche per questo Erdogan guarda alla Russia. Ma soprattutto si vuole «vendicare» dell’appoggio occidentale ai curdi. Fra 12 giorni nascerà un Kurdistan iracheno indipendente e quel che è peggio ne sta nascendo uno siriano sotto le bandiere dei guerriglieri dello Ypg, «cugini» del Pkk e fedeli al leader in carcere Abdullah Ocalan.

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1427.-La Siria per Hezbollah: chiusa una guerra se ne aprirà un altra

La Siria per Hezbollah: chiusa una guerra se ne aprirà un altra
Intervista. Parla Abu Mahdi al Shaabi, comandante militare del movimento sciita: assieme all’esercito governativo siriano abbiamo conseguito una vittoria, ora ci aspetta la guerra con le cellule jihadiste dormienti. Il ruolo della Russia mentre all’orizzonte si affaccia un nuovo conflitto con Israele.

BEIRUT Abu Mahdi al Shabi è uno dei comandanti della sicurezza militare del movimento sciita Hezbollah a Beirut. Nelle scorse settimane ha combattuto nel Qalamoun, dove, informalmente, Hezbollah e l’esercito siriano hanno partecipato all’offensiva “Alba di Juroud” lanciata dall’esercito libanese per liberare la frontiera tra i due Paesi dalla presenza dello Stato islamico. L’abbiamo intervistato nel suo ufficio a Bashura, un quartiere di Beirut a maggioranza sciita, sui nodi, anche politici, della guerra in Siria e sulla possibilità di un nuovo conflitto con Israele.
Lei è un comandante di unità combattenti. A suo giudizio il quadro bellico siriano è irreversibile come appare oggi
Le forze governative siriane e Hezbollah e gli altri combattenti della resistenza hanno ottenuto di una importante vittoria militare ma in Siria non c’è stabilità e ci sarà ancora guerra. Si è solo chiuso un capitolo e se ne aprirà un altro. Il nuovo conflitto sarà con le cellule jihadiste dormienti. Sappiamo che ci sono 4mila uomini pronti a colpire che non devono prendere ordini da nessuno e possono agire da soli. E regna l’incertezza politica e diplomatica. Trump e gli Stati uniti potrebbero tornare sui loro passi, sconfessare gli accordi con la Russia per la tregua in Siria e innescare una escalation. Senza dimenticare che il conflitto tra sunniti e sciiti, alimentato da forze esterne, ha avuto conseguenze sociali devastanti e ci vorranno anni per riparare i danni.
Alla luce di questa incertezza Hezbollah pensa di mantenere i suoi combattenti in Siria.
Hezbollah manterrà i suoi combattenti in Siria, per continuare la lotta contro il terrorismo. Si ritirerà solo se a chiederlo sarà la Russia.
E la Russia potrebbe farlo?
Mosca potrebbe decidere, nel quadro di una soluzione politica in Siria, che una milizia (Hezbollah) non può restare affiancata all’esercito siriano.
E come Damasco prenderebbe questa eventuale richiesta russa per il rientro in Libano dei combattenti di Hezbollah. Il vostro ruolo sui campi di battaglia in Siria è stato decisivo
La Russia oggi è il pilastro della Siria. Di fronte alla scelta tra la Russia e Hezbollah cosa potrebbero fare i vertici politici siriani? Sceglierebbero la Russia, è normale, ne siamo consapevoli.
Hezbollah come guarda alle zone di de-escalation in Siria frutto degli accordi tra Russia, Usa e altri attori regionali. Non crede che in qualche modo abbiano legittimato il controllo dei gruppi jihadisti su porzioni di territorio siriano. Come nella provincia di Idlib, nelle mani di an Nusra, il ramo siriano di al Qaeda
Le consideriamo per quelle che sono, ossia accordi di tregua temporanei. I gruppi armati insediati in varie aree presto o tardi riprenderanno i loro attacchi, possono contare su migliaia di uomini e non tarderanno ad usarli. Quindi non c’è nulla di definitivo. E questo vale anche per Idlib.
È vero che Israele ha chiesto alla Russia di imporre ai vostri combattenti e alle unità iraniane in Siria di arretrare a 40 km dal Golan, anche allo scopo di creare una zona cuscinetto. Mosca avrebbe rifiutato proponendo una distanza di 5 km
In una questione del genere non decide Hezbollah. La decisione prima di tutto è dell’Iran, uno Stato che si confronta con altri Stati, la Russia e naturalmente la Siria. Occorre guardare in faccia alla realtà. L’Iran a cinque chilomentri dalle postazioni israeliane sarebbe una svolta di eccezionale importanza che Israele però non accetterebbe. Tehran è un Paese che tiene conto degli equilibri regionali e manterrà su certe posizioni piuttosto di altre le sue unità che combattono nella Siria meridionale assieme all’esercito.
Israele ha alzato la voce più volte negli ultimi mesi e prosegue i suoi raid aerei contro le vostre postazioni. Il governo Netanyahu ha respinto a inizio luglio gli accordi di de-escalation in Siria sostenendo che favoriscono i piani dell’Iran e di Hezbollah e fa capire di essere pronto alla guerra per difendere la sua sicurezza. Qualche giorno l’esercito israeliano ha concluso imponenti esercitazioni militari al confine con il Libano che, secondo la stampa locale, hanno avuto lo scopo di preparare un nuovo ampio scontro armato proprio con voi di Hezbollah
Hezbollah non sottovaluta le minacce di Israele. Sappiamo che (Israele) è uno Stato militarmente molto potente, con una grande forza distruttiva, possiede missili a medio e lungo raggio di grande precisione e ha una importante forza aerea. Sappiamo di avere di fronte un nemico che se minaccia la guerra vuol dire che potrebbe scatenarla sul serio. E il fatto che parli delle capacità belliche dei suoi avversari, esagerandole, significa che sta già preparando la sua popolazione alla nuova guerra.
Anche Hezbollah però ha una grande forza militare, ormai paragonabile, si dice, a quella di un esercito. E possiede un imponente arsenale missilistico
Hezbollah non solo è cambiato, è cambiato radicalmente. È mille volte più forte di quanto non fosse già nel 2006. I nostri combattenti, dopo anni di guerra durissima in Siria, possiedono oggi un addestramento ampiamente superiore a quello di 11 anni fa quando si scontrarono con gli israeliani (nel Libano del sud). E sono molto meglio armati. Perciò anche Israele deve stare molto attento, perché Hezbollah ha grandi capacità militari e, se necessario, non esiterà ad metterle tutte in campo. Tuttavia la nuova guerra potrebbe innescarsi più facilmente nel sud della Siria (che nel Libano del sud, ndr). Israele vuole ottenere in quella parte di territorio siriano la realizzazione concreta sul terreno del suo piano, con l’appoggio pieno degli americani. E ciò tiene alta la tensione.
Oggi chi controlla le linee con Israele lungo il versante siriano del Golan occupato
Un tempo il controllo era nelle mani di al Qaeda (an Nusra) e questo faceva gli interessi di Israele. Ora ci sono un po’ tutti. In qualche parte ancora i qaedisti, poi l’esercito siriano, quindi i nostri combattenti e unità iraniane. Il futuro di questa striscia di terra e quello della Siria meridionale saranno il motivo principale della possibile nuova guerra.

di Michele Giorgio. Fonte: Il Manifesto. Via Arianna editrice

1416.- ALLE MULTINAZIONALI DELLA GUERRA, ALLE BANCHE DEL NEOLIBERISMO, AGLI USA SERVE LA STRATEGIA DELLA TENSIONE. NON IMPORTA SE VINCONO O PERDONO.

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Les dernières déclarations sur la capacité de l’armée israélienne à vaincre le Hezbollah dans la prochaine guerre, ont reçu une claque sévère, après que le Comité des Affaires étrangères et de la Défense de la Knesset a divulgué un rapport «top secret», décrit comme «très dangereux», révélant des «lacunes» dans la préparation et les manœuvres de l’armée israélienne.

 

SEVERO MONITO DI MOSCA ALLO STATO CANAGLIA – USA – CHE CONTINUA LA GUERRA.
di Maurizio Blondet
Un fatto gravissimo è accaduto in Siria il 19: i “terroristi buoni” sostenuti dagli USA (Al Nusra) hanno lanciato un’offensiva a sorpresa nel nord della città di Hama. Hanno attaccato una zona di de-escalation (implicitamente accettate anche dagli americani), e il loro scopo era, con una manovra a tenaglia, di accerchiare e catturare il plotone (29 membri) della polizia militare russa che è lì proprio per controllare e far rispettare la de- escalation. Quasi sopraffatti dalla enorme superiorità numerica degli avversari, e armati alla leggera, i poliziotti hanno chiamato i loro comandi. Si pensi solo a quello che avrebbero fatto i “terroristi buoni” amati dagli americani ai ragazzi, se li avessero catturati, con tanto di riprese video sanguinarie di torture e decapitazioni.

 

La reazione russa ha dovuto essere durissima. Sono stati fatti intervenire gli Spetsnaz – per la prima volta, almeno ufficialmente – per estrarre i camerati: i corpi speciali hanno avuto tre feriti, segno della durezza dei combattimenti. Subito dopo l’aviazione e l’artiglieria russa hanno reagito con intensissimi bombardamenti, coi quali dicono di aver eliminato “850 terroristi, 185 oggetti, 11 carri armati, 4 portatruppe corazzati, 46 pickup, 5 mortai, 38 magazzini di munizioni”.

Ebbene: per la prima volta ufficialmente, i russi hanno accusato direttamente “le agenzie speciali americane” di aver iniziato ed anzi guidato questa puntata offensiva.

Il generale Sergei Rudskoi, capo del dipartimento operativo principale al quartier generale russo, infatti, ha comunicato:

“Nonostante gli accordi firmati ad Astana il 15 settembre, miliziani di Jabhat al-Nusra ed unità a che si sono unite […] hanno sferrato una offensiva di grande scala contro le posizioni del governo […] ad Hama nella zona di de-escalation di Idlib a cominciare dalle del mattino del 19 settembre […] Secondo i dati in nostro possesso, l’offensiva è stata iniziata dai servizi di spionaggio americani per bloccare l’avanzata delle truppe del governo ad est di Deir Ezzor”.

Qualche ora dopo, la cosa è stata ribadita ad un livello più alto, con una esplicita minaccia. Il generale Igor Konashenkov , portavoce del ministero della Difesa di Mosca: “La Russia ha detto in modo in equivoco alle forze USA nella base di Al Udeid (Qatar) che non tollererà nessun colpo d’artiglieria dalle aree dove sono stazionate le “forze democratiche siriane” […]. Spari provenienti da quelle posizioni saranno soppressi con tutti i mezzi necessari”.

 

Cadaveri di terroristi dopo l’intervento degli Spetsnaz e dell’aviazione russa.

Come dice The Saker, “un attacco organizzato dagli Usa in una zona che si supponeva di de-escalation, con in più un tentativo di catturare soldati russi, eleva la doppiezza americana ad un livello totalmente nuovo”, ed anche l’esibizione del suo gansterismo – di cui del resto non si vergogna, come dimostra il discorso da gangster che Donald Trump ha fatto, o gli hanno fatto fare, all’ONU: “L’Iran è uno stato canaglia economicamente vuoto, il cui export principale è la violenza…il mondo si unisca a noi a chiedere che il governo iraniano cessi il suo cammino di guerra e distruzione”, per poi promettere di “totally destroy North Korea”..

Le meschine operazioni americane in Siria hanno lo scopo (secondo osservatori ben informati) “di mantenere le forze del governo siriano lontane dai campi petroliferi da nord dell’Eufrate, perché gli Usa ha il piano di costruire e controllare un proto-stato curdo nella Siria del Nord Est, e il controllo sul greggio darebbe a questo stato la necessaria base economica”.

Lo stato curdo che sta per nascere in Irak ha la protezione di Israele. Ed Israele ha colpito venerdì l’aeroporto di Damasco con due razzi,lanciati probabilmente da un drone israeliano; drone che l’aviazione siriana dice di aver abbattuto. Poco prima, Tsahal aveva segnalato di aver lanciato un attacco aereo ad un sito militare – sempre nella provincia di Hama. Il coordinamento coi terroristi e i servizi Usa pare evidente, così come la volontà di provocare una escalation – altro che una de-escalation – da parte delle forze armate russe.

“I 200 primi camion di armi e munizioni offerte dal Pentagono allo YPG (l’esercito curdo in Siria, ex PKK) sono stati consegnati in due convogli separati, l’11 e il 19 settembre. Provenienti dalla regione curda dell’Irak i camion sono passati dal posto di frontiera di Semalka”:; Sono armi di fabbricazione ex sovietica, salvo alcuni veicoli L-ATV dell’esercito Usa.

“Queste armi non sono destinate a combattere Daesh, che sta per essere eradicato, ma saranno usate per la prossima guerra contro la Siria”, dice Meyssan.

(http://www.voltairenet.org/article198000.html )

La Suddetsche Zeitung conferma: ha scoperto casualmente una spedizione di armamenti dal quartier generale delle forze aeree Usa in Europa, a Ramstein, verso i “ribelli” siriani. Il giornale germanico ha scoperto che i comandi Usa hanno chiesto a quattro appaltatori del trasporto di non dichiarare la natura del carico, perché il governo tedesco avrebbe l’obbligo di bloccare un tal traffico di armi sul suo territorio verso un paese in guerra. Il procuratore generale tedesco ha aperto un’inchiesta per appurare se il Pentagono e la Merkel hanno rispettato il diritto, nazionale.

Il generale israeliano Gadi Eizenkot, capo dello stato maggiore interarmi, ha dichiarato che Israele farà tutto il possibile per assassinare lo shaik Hassan Nasrallah, il capo di Hezbollah. Confermando la mentalità di gangster a cui oggi si riducono i generali americani e giudaici.

Frattanto Hezbollh si vanta di fatto volare un drone che ha superato le difese e sorveglianze sioniste: “L’apparecchio ha sorvolato la città israeliane per 35 minuti prima di giungere a Safed senza che in nessun momento i radar dell’armata israeliana lo abbiano rintracciato. Lo hanno rintracciato quando l’apparecchio era sulla via del ritorno. Allora sono entrate in funzione le batterie dello Iron Dome [la “cupola di ferro”, la presunta bolla irta di missili e radar che dovrebbe fare da scudo impenetrabile per Sion contro gli attacchi missilistici] e un missile Patriot, che non ha tuttavia potuto intercettare il drone. Sono stati fatti quindi decollare i caccia israeliani che sono riusciti ad abbattere il velivolo”.

Ciò è avvenuto subito dopo che Israele ha terminato le grandi esercitazioni militari sul confine – i più grossi giochi di guerra degli ultimi vent’anni – che simulavano lo scenario di un attacco Hezbollah, ossia in realtà intendevano valutare la preparazione delle forze armate giudaiche in vista di un attacco ad Hezbollah. I risultati non sembrano essere quelli sperati: la commissione Esteri e Difesa della Knesset ha fatto trapelare da un rapporto segreto, che le manovre hanno rivelato pericolose lacune nell’armata israeliana: allo stato attuale, Tsahal non è in grado di distruggere Hezbollah.

1396.- Cade Deir ez-Zor roccaforte Isis che parlava russo

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Finalmente. Dopo tre anni di assedio la Compagnia delle Indie di Sua Maestà la Casa Bianca lascia Deir-ez-Zor all’esercito siriano. Dove condurranno i loro terroristi gli americani? Le operazioni di “fuga” sono in corso. Leggiamo Ennio Remondino.

Deir-ez-Zor liberata dopo 3 anni d’assedio. Le postazioni jihadiste tenute in gran parte da foreign fighters che venivano dalla Russia e dai paesi della CSI. Festeggia il fronte governativo siriano a alleati, cerca di salvare il salvabile la coalizione a guida Usa, con operazioni coperte a salvare spie e infiltrati che aveva su tutti i fronti anche jihadisti in chiave anti Assad

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Successo militare ma non soltanto. Importante per le forze governative che ancora devono riconquistare molta parte di territorio urbano in mani jihadiste, ma anche per un conto tutto russo rispetto alla partita strategica mediorientale. Deir-ez-Zor e i suoi 100 mila cittadini ridotti alla fame erano tenuti sotto tiro da foreign figters in gran parte provenienti dalla Russia e dai paesi della CSI.
La conferma direttamente dal ministero della Difesa russa, che rivendica parte dei meriti, ma non solo (“le squadre d’attacco siriane hanno conquistato la zona fortificata dei miliziani dell’ISIS, dove l’aviazione russa ieri ha colpito con missili Kalibr lanciati dalla fregata Admiral Essen”).
«Dopo la liberazione di un quartiere, l’esercito ha trovato prove che confermano ciò di cui si era venuti a conoscenza in precedenza attraverso vari canali di informazioni di intelligence. Nella zona fortificata i terroristi erano giunti dalla Russia e dai paesi della CSI».

Vanto russo diffuso via agenzia stampa Sputnik, poi la partita militare e strategica complessiva che resta ancora aperta. Le truppe di Damasco si sono ricongiunte con la guarnigione assediata all’interno della base della 137esima Brigata, nella parte occidentale della città, dove si trovano cinquemila soldati di Assad. Un successo ancora parziale poiché i quartieri meridionali della città e l’aeroporto militare rimangono ancora circondati dalle milizie Isis.
Secondo l’Osservatorio per i diritti umani vicino ai ribelli ‘moderati’, all’interno delle zone controllate dal governo vi sono 100mila civili, mentre altri 10mila si trovano in quelle ancora nelle mani dell’Isis.
Per Damasco rompere l’assedio e riprendere il pieno controllo di Deir Ezzor significa mettere in sicurezza il confine con l’Iraq e rientrare in possesso degli oleodotti e dei pozzi di gas e petrolio che avevano garantito in questi anni al Califfato un’importante fonte di denaro.

Dopo la perdita di Mosul e di Tal Afar in Iraq, l’Isis ha subìto quindi un nuovo duro colpo in Siria.
Il comando delle forze armate di Damasco ha definito la rottura dell’assedio di Dayr az Zor “una svolta strategica nella guerra al terrorismo”, sottolineando che la città sarà usata come “un trampolino di lancio per espandere le operazioni militari nella regione”. Soprattutto per riprendere il controllo di tutto il territorio lungo il confine con l’Iraq.
Forse proprio come conseguenza della rapida avanzata delle truppe lealiste siriane nella regione, la Coalizione anti-Isis a guida statunitense aveva condotto nelle ultime due settimane una serie di missioni lampo in quest’area per recuperare spie e collaboratori infiltrati precedentemente nello Stato islamico.
L’Ondus e fonti locali citate dal quotidiano panarabo al Hayat affermano che, dal 20 agosto, elicotteri della Coalizione con forze speciali hanno fatto salire a bordo presunti miliziani jihadisti, molti di nazionalità europea.

Scenari da ultimi giorni di Saighon. ‘Operazioni coperte’ a salvare infiltrati e spie, a coprire rapporti inconfessabili, a conferma -se mai ve ne fosse ancora bisogno- che l’Islamic State, nemico giurato degli Usa in Iraq, non lo è stato poi così tanto in Siria dove combatte il regime di Assad assieme a russi e iraniani che lo affiancano, gli avversari di Washington e d i suoi alleati arabi ed europei che hanno sempre puntato sulla caduta di Assad.
La freddezza delle cancellerie occidentali e il silenzio di molti media -rileva Analisi Difesa– sembra confermare che vittoria russo-siriana-iraniana a Deir Ezzor non viene considerata una buona notizia per la Coalizione che da ieri ha un nuovo comandante, il tenente generale Paul Funk, che ha assunto il comando della Combined Joint Task Force.
Applaudono invece il presidente siriano Bashar Assad, l’Iran, e il presidente russo Vladimir Putin, che ne hanno ampia ragione.

 

1345.- Mosca “avverte” severamente Israele. Che morde il freno.

 

 

“Se violasse la tregua, la Russia saprebbe come regolarsi”:  un  severo avvertimento è stato lanciato dal generale Aleksei Kozin, numero due del Centro di Comando delle forze russe nella Siria  meridionale al governo israeliano, contro ogni “tentativo di violazione del  cessate il fuoco nel Sud della Siria”. Evidentemente sanno che Sion preparava qualche colpo.

Notoriamente, ciò che ha messo lo stato ebraico in quelle condizioni di ansia esistenziale e di stress pre-traumatico, così etnicamente tipico,  che lo costringono talvolta a bombardare   col fosforo  la gente a Gaza o abbattere aerei, è il cessate il fuoco concluso fra Putin e  Trump a margine del G20 di Amburgo, per fare del Sud siriano (a ridosso del confine israeliano) una zona di de-escalation garantita della presenza della polizia militare di Mosca e di truppe Usa.

Tel Aviv,  che in quella zona ha stipendiato ed armato i suoi terroristi islamici di sostegno,  protesta continuamente con Mosca e soprattutto con Washington;   pretenderebbe che sue  truppe giudaiche partecipassero alla sorveglianza nel territorio siriano; non si sente garantita dai russi, perché “La Russia è alleata dell’Iran e di Hezbollah nella guerra contro il terrorismo”.  “Israele si oppone ormai radicalmente alla tregua russo-americana” entrata in vigore una settimana fa,  riporta il giornale AlAkhbar;  ha avanzato una lista di sue esigenze per essere tranquillizzata:  il ritiro non solo delle forze iraniane ed Hezbollah dal sud siriano, ma anche l’armata di Damasco dal Golan, il dispiegamento di osservatori non russi su mandato israeliano, e   che all’esercito di Assad sia rifiutato ogni mezzo per ristrutturarsi. Ed ha anche minacciato di passare all’atto se Washington e Mosca non le obbediscono.

“Le minacce sono state prese molto male a Mosca”, scrive Al Akhbar, “La Russia ha affermato con non esiterà a ripagare con la stessa moneta Israele, se questa metterà a rischio latregua”.

Channel 2, una tv sionista, ha citato queste parole del  generale Kozin : “La  Russia ha posto le sue condizioni a Israele nel quadro di questa tregua.  Se Tel Aviv ha fino ad oggi goduto di una totale libertà d’azione in Siria, Mosca  oggi si aspetta da lei che rispetti alla lettera il cessate il fuoco. Se decidesse di violare la tregua, allora noi russi sappiamo come regolarci, dal  momento che siamo noi  i garanti di questa tregua”. Secondo la tv israeliana “Iran e Hezbollah restano sulle loro posizioni nel sud della Siria”.  Ha aggiunto, rivolto ai terroristi locali mantenuti da Sion, che “la  regione di Quneitra (il Sud siriano) sarà presto messa in sicurezza e i terroristi hanno poco tempo per deporre le armi e consegnarsi all’armata siriana”.

Ciascuno potrà valutare il  rischio in corso, conoscendo Israele, il suo potere sugli Usa e il fatto che gli altri “osservatori”, quelli americani, hanno – per ordine del Pentagono – comportamenti piuttosto inquietanti a proposito della loro parola e lealtà. Nel  Nord-Est,sul confine tra Siria e Irak, aerei americani hanno attaccato una formazione delle Unità di Mobilitazione Popolare (Al-Hashad al-Shabi), ossia i miliziani volontari che affiancano l’esercito iracheno e quello di Damasco, che combattono l’ISIS, uccidendo quaranta  militanti e ferendone una decina.  USAF   o il Pentagono non si rassegnano a vedere disfatti i loro terroristi? O applicano la strategia del dissanguamento delle forze sciite vittoriose?  Una  risposta   russa ad un’azione bellica di Israele rende troppo probabile un confronto diretto  con  Washington.

Tanto più che potenti forze dietro le quinte  stanno già facendo di tutto per indurre Washington a  fare la guerra vera e propria all’Iran.  Donald Trump  sarebbe favorevole.  Anzi peggio. Secondo il New York Times, il presidente ha messo insieme un “gabinetto nero” il cui compito sarebbe di fabbricare prove per dimostrare che Teheran viola gli accordi sulla moratoria del proprio programma nucleare del 2015, stracciare questo accordo firmato da Obama, e quindi “un pretesto per fare la guerra all’Iran”, come ha detto un anonimo ex caso di un servizio di spionaggio europeo. Il fatto è che proprio poche settimane fa gli ispettori internazionali hanno riaffermato che Teheran rispetta la tregua; “Ma ne viola lo spirito”, ha ribattuto Trump –  in attesa di trovare un pretesto? O di crearlo?

Mogherini mandata a Teheran

Il rischio deve essere molto sentito negli ambienti europei che contano. E’  questo il vero motivo per cui, ostentatamente, alla cerimonia  d’insediamento del nuovo capo di governo Rouhani è stata mandata Federica Mogherini l’alta rappresentante esteri UE: non certo per sua iniziativa privata.  Siccome la UE è  uno dei firmatari di quell’accordo sul nucleare (JPACG, firmato a Vienna il 14 luglio 2015),  Bruxelles – o diciamo Berlino – hanno voluto mandare un segnale alla Casa  Bianca: “noi” europei  non vi appoggeremo stavolta  nella fabbricazione di  prove false, per noi l’Iran rispetta scrupolosamente i patti, anzi è  un regime rispettabile e amico.

 

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Per la UE, l’Iran è in regola. Lo sappia Trump. 

 

Tutto sta a vedere se alla Casa Bianca e più in generale a Washington  si abbia la capacità e la voglia di tener conto dei delicati e finemente allusivi messaggi europei.  Voci molto più potenti ed assordanti si fanno sentire  a Trump e compari.  A Washington  esiste un circolo chiamato “United Against a Nuclear Iran”, il  quale fa incessante propaganda  asserendo   falsamente che Tehran si sta facendo la Bomba di   nascosto; che quindi bisogna  che l’Occidente  lo seppellisca sotto le bombe; per intanto,  aggravi le sanzioni contro questo regime oscurantista di sterminatori del loro stesso popolo eccetera eccetera.

In Europa, qualunque impresa che stringa una qualsiasi relazione d’affari con l’Iran, riceve un insieme di avvertimenti da questo think tank che lo avverte dei rischi, multe e sanzioni da parte degli Usa  cui si  esporrà, se continua.

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La lobby scatenata coontro l’Iran.

 

United Against a Nuclear Iran” è  una accolta di vecchi nomi dell’ebraismo neocon,  già visto all’opera  – purtroppo eficace –    quando si trattò di lanciare l’America contro Saddam Hussein:  l’ex senatore Joel Lieberman  (j), John Bolton  (j) , gli ex ambasciatori Richard Hooolbroke  (j)  e Dennis Ross (j), e   per far buon  peso un paio di ex direttori del Mossad, Tamir Pardo e Meir Dagan.  Nell’eletto mucchio troviamo anche il “nostro” (loro ) Terzi di Sant’Agata,  che fu sciaguratamente ministro degli esteri per poco, certo per il tipico spirito di servizievolezza italico.  Questo think tank è riccamente finanziato dalla famiglia di miliardari Kaplan (j) e da quella del  tycoon Sheldon Adelson (j);  ha condotto campagne  diffamatorie  che hanno intimidito e dissuaso dal fare affari con l’Iran giganti come Caterpillar, General  Electric, INgersoll Rand, KPGM ; ha allestito campagne  televisive costosissime per dimostrare quanto satanico e pericoloso sia l’Iran per il mondo occidentale  e quanto male abbia fatto Obama a firmare l’accordo sul nucleare iraniano;  nel settembre 2009, quando Ahmadinejad  parlò all’Assemblea Generale dell’Onu,   il think tank ebraico chiamò tutti i grandi alberghi di New York ed intimò loro di negare l’ospitalità all’Iraniano; ottenendone obbedienza.

Insomma questo United Against a Nuclear Iran non si darà e non darà pace alla Casa Bianca e  al Congresso  fino a che non  riuscirà a scatenare la superpotenza  in un conflitto grandioso con l’Iran, per il bene di Israele.

Secondo Foreign Policy, il segretario di stato Rex Tillerson, richiesto espressamente da Trump di  fabbricare il caso per denunciare l’accordo dell’Iran, si è rifiutato;  a capo del “gabinetto nero” sarebbe invece Steve Bannon. Strana e indecifrata la posizione  del generale McMaster,  ritenuto il “controllore”  messo dal  Deep State a fianco del Presidente inaffidabile. Il 3 agosto scorso, Trump  ha convocato McMaster ad un colloqui (presente anche Jared…) e alla fine ha dettato la seguente dichiarazione pubblica: “Il generale McMaster ed io lavoriamo molto bene insieme.  E’ una brava persona e molto  pro-Israele”.

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Trump: “McMaster is very pro-Israel”.

 

Una uscita, nel contesto  che abbiamo illustrato,  altamente inquietante.  Che diventa anche più allarmante se unita ad una intervista televisiva di Channel 10 (israeliana) al generale sionista Giora Eland, ex capo del consiglio di sicurezza nazionale israeliano. “ Israele non è pronta a impegnarsi in una nuova guerra con Hezbollah, e non sarà nemmeno capace d subirne le conseguenze […]. Bisogna impedire che una nuova guerra si scateni fra le due parti; ma se dovesse avvenire, bisogna farla finire in tre giorni, non durare 33  giorni come nel 2006” – Il 2006 in cui Sion, per la  prima volta, prese una batosta spaventosa.  Un’idea fissa, voglia di guerra e paura allo stesso tempo, molto freudiano.

Corea, niente guerra.

Non temete invece che gli Usa scatenino davvero un attacco bellico preventivo contro la Corea del Nord. Sono minacce vuote (che mirano a tenere separate le due Coree, d’accordo con Pechino.ndr). Non interessa Israele.

1301.- A Raqqa, tra i volontari occidentali

A Raqqa combattono contro le bandiere nere volontari occidentali che muoiono in battaglia. E cristiani in armi, che vogliono vendicarsi delle vessazioni subite dallo Stato islamico. Nell’assedio della prima e storica capitale del Califfo, non ci sono solo i curdi siriani a voler spazzare via la minaccia jihadista.

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RAQQA – Prima i boati paurosi e poi le alte colonne di fumo biancastro, che si alzano verso il cielo, sono il benvenuto all’inferno di Raqqa. L’aria rarefatta dalla calura rende questa distesa polverosa di case sulla sponda dell’Eufrate un girone dantesco. I caccia bombardieri americani martellano le postazioni delle bandiere nere nella prima e storica capitale dello Stato islamico in Siria. L’ultima roccaforte del Califfato, che si sta sgretolando. La città jihadista è sotto assedio da giugno, dopo la caduta lo scorso anno di Sirte, in Libia e la liberazione di Mosul, in Iraq, negli ultimi giorni.

 

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“Giornalista gira delle belle immagini su di me, così resta un ricordo. Nei prossimi giorni potrei morire per liberare Raqqa” è l’epitaffio senza appello di un giovane combattente curdo al volante del blindato artigianale che fa la spola con la prima linea. Il fronte orientale di Raqqa è il più infame. La parte della città liberata sembra uno spettro in cemento armato con le case ridotte a cumuli di macerie o sforacchiate dai proiettili come un groviera. La brigata “martire Gabar” è composta in gran parte da ventenni, comprese molte ragazze. Tutti annidati nelle case diroccate di Raqqa a ridosso dell’antico muro di cinta, linea del Piave jihadista nelle strenua difesa della città vecchia. Gli uomini delle Forze democratiche siriane, che stringono l’assedio, hanno già aperto due brecce grazie ai bombardamenti mirati americani.

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Volontaria curda di un posto di primo soccorso

Un fuoristrada arriva al punto di soccorso avanzato a tutta velocità. Nel cassone dietro sono distesi tre combattenti impolverati, laceri e con lo sguardo tirato. Due sono feriti. Kara, 21 anni, ha una spalla fracassata: “Siamo riusciti a penetrare nella città vecchia, ma è stato un incubo. Sulla strada 23 febbraio sono rimasto intrappolato con la mia unità in un edificio di quattro piani. Noi nei primi due ed i terroristi nel terzo e quarto”. Il combattente si lamenta dal dolore mentre cercano di sistemargli la spalla: “Era quasi un corpo a corpo ed oltre il muro ci sono centinaia di civili, tutti di Daesh (Stato islamico) che fanno da scudi umani”. Alla fine l’avanguardia ha dovuto ripiegare.

Le Forze democratiche siriane sono capeggiate dai curdi del Ypg (Unità di difesa popolare), che nel nord est del Paese hanno cacciato anche il regime di Damasco creando, di fatto, una regione autonoma chiamata Rojava, che i turchi vedono come fumo negli occhi. Trentamila uomini armati dagli Usa, comprese unità cristiane ed arabe sono impegnati nell’offensiva per liberare Raqqa.

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Il comandante Lawand Khabat, barbetta, mimetica e fucile di precisione è annidato con il suo pugno di uomini in un’abitazione diroccata del fronte orientale. Ogni tanto arriva qualche granata di mortaio delle bandiere nere. Il frastuono stridente dell’esplosione ti provoca sempre un sottile brivido lungo la schiena. Il sibilo mortale dei proiettili dei cecchini che cercano la preda e le trappole esplosive nascoste ai lati delle strade sono l’incubo peggiore. Khabat schiera le truppe ventenni sul tetto per contrastare i tiratori scelti delle bandiere nere. Il comandante fissa l’obiettivo nel mirino telescopico e tira con calma il grilletto.Franco-tiratore-curdo-delle-Forze-democratiche-siriane-DSC_0108-e1499755416788-1413x636-1

Giovane combattente curda fra le rovine di Raqqa IMG_6541

Takuschin, 22 anni, faccia da brava ragazza, ha i capelli raccolti e spara con il kalashnikov come gli uomini. “Non combatto solo per difendere il mio popolo e cacciare dalla mia terra Daesh (lo Stato islamico) – spiega Takushin – ma anche per voi europei minacciati dal terrorismo”. Nella casa occupata le donne hanno una stanza separata dagli uomini, ma combattono come loro. L’altra ragazza si chiama Azadi. Il suo nome significa “libertà” ed è un’araba nata a Raqqa. Pelle ambrata e sguardo da bambina ha solo 19 anni ed un obiettivo fisso: “Voglio liberare la nostra città per la mia famiglia” costretta all’esilio dalle bandiere nere.

A Raqqa sono decisi a combattere fino alla morte almeno 3500 jihadisti compresi i volontari della guerra santa internazionale giunti dall’Europa. Un centinaio dall’Italia, anche se molti occidentali sarebbero scappati oltre l’Eufrate verso il confine con la Giordania. Del gruppo in fuga farebbero parte anche alcuni seguaci del Califfo giunti dall’Italia.

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Bruce, barbetta rossiccia, occhi azzurri e mitra in pugno ha sull’uniforme mimetica la stella rossa del Ypg, le Unità curde di protezione popolare che hanno preso d’assalto Raqqa con l’appoggio Usa. Qualche passo più indietro avanza guardingo fra le macerie della prima linea un altro volontario occidentale. Mefisto calato sul volto per non farsi riconoscere è un inglese, che si presenta come Rony. “Faccio parte di un movimento antifascista nel Regno Unito e sono venuto a combattere a Raqqa perché lo Stato islamico rappresenta una minaccia per l’umanità” spiega il volontario ben armato passando sotto il minareto di una moschea scalfito dai colpi. I curdi nel nord della Siria, fino dalla feroce battaglia contro le bandiere nere nella città martire di Kobane, hanno attirato fra i 1000 e 2000 volontari stranieri.

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Molti sono “internazionalisti” legati all’anarchia e agli ideali socialisti del Ypg, ma non mancano ex militari americani ed europei, che vogliono combattere contro lo Stato islamico dopo gli attentati a casa nostra. Tutti devono passare un mese di addestramento e preparazione ideologica, all’ “accademia”, base di partenza della brigata internazionale. Alla fine ad ogni volontario viene chiesto come se fosse un giuramento: “Sei pronto a combattere?”. E la risposta è “sì sono pronto a farlo contro l’organizzazione fascista dello Stato islamico” (ma cosa significa fascista? va a finire che faccio confusione anch’io).

Dall’inizio di luglio due americani ed un britannico sono stati uccisi nella battaglia di Raqqa. L’ultimo, il 6 luglio, è Robert Grodt, attivista anti capitalista di Occupy Wall Street. Il giorno prima erano finiti in un’imboscata mortale il suo connazionale Nicholas Warden e il britannico Luke Rutter.

Warden ha lasciato un video testamento che spiega la decisione di arruolarsi dopo gli attentati ispirati dalle bandiere nere ad Orlando, San Bernadino, Nizza e Parigi.

A Raqqa combattono anche 4 italiani compreso Karim Franceschi, veterano di Kobane, che ha scritto un libro sulle sue avventure intitolato “Il combattente”. Uno è stato ferito ad un braccio da un proiettile di kalashnikov, ma non demorde.

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“Sono partito per Kobane. Adesso mi aspetta un breve periodo di addestramento, dopo il quale farò quello che mio padre insieme a milioni di partigiani in Italia e nel mondo hanno fatto per difendere la libertà e la democrazia: combatterò in armi i fascisti del califfato nero.”
Così scrive in una lettera Karim Franceschi, l’unico italiano andato in Siria a combattere l’Isis: ventisei anni, figlio di padre ex partigiano e madre marocchina, Karim ha combattuto a Kobane, contribuendo alla prima grande sconfitta dell’esercito del califfato. Arrivato al fronte come soldato semplice, è poi diventato un abile cecchino… Questo libro, scritto insieme al giornalista Fabio Tonacci, è la ricostruzione momento per momento dei mesi trascorsi in battaglia, tra scontri durissimi, rappresaglie, stragi di civili e villaggi in macerie: un resoconto di cosa significhi lottare e uccidere per la democrazia, una lettura per capire dall’interno la ferocia di una guerra che ci riguarda tutti.

“Non andiamo in giro per farci ammazzare, ma una delle realtà in posti come questi è che puoi morire” ammette senza battere ciglio Bruce, originario di Saint Louis, all’ultimo piano di un palazzo in costruzione, che segna il fronte nella parte occidentale di Raqqa. Ottocento metri più in là si vedono bene i piloni delle luci dello stadio, dove i seguaci del Califfo organizzavano le decapitazioni pubbliche.

 

“Tutti assieme siamo invincibili fino alla vittoria” è lo slogan della “Forze militari siriane”, una milizia cristiana schierata a Raqqa al fianco dei curdi. Ragazzini ventenni, che ci accompagnano in prima linea su un fuoristrada scoperto sparando in aria. “Abbiamo sofferto tanto quando i terroristi dello Stato islamico bruciavano le nostre chiese, ci obbligavano alla conversione e rapivano in massa i cristiani, come 12 miei familiari. Sei sono stati uccisi” racconta Abud, comandante sbarbatello, che dopo tre anni di guerra è già un veterano. I suoi 30 uomini lo chiamano “il cristiano” e tengono una postazione vicino a piazza Almizar. Al polso ha un braccialetto di stoffa con un piccolo crocefisso. “A Raqqa c’erano anche delle chiese distrutte o trasformate in deposti di munizioni – spiega il comandante ragazzino – Alcune famiglie cristiane sono rimaste in città e sono state costrette a convertirsi con la forza. Vogliamo liberarle come tutta la città”.

Il manipolo cristiano sfida ogni giorno il fuoco nemico per dare il cambio al fronte. Il fuoristrada con il cassone aperto che utilizzano per gli spostamenti sfreccia  fra strade desolate e distrutte. Ad un incrocio i miliziani fanno segno con la mano di stare giù e gridano: “Cecchino, cecchino”.

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Sul tetto della casa trasformata in postazione da prima linea hanno ricavato una specie di bunker con una feritoia dove un omaccione piazza la mitragliatrice pesante con il lungo nastro di proiettili pronto all’utilizzo. Sulle pareti oltre agli slogan è disegnato un teschio perché questi ragazzi cristiani vanno ogni giorno a braccetto con la morte. Uno di loro si tira su la manica della mimetica e mostra orgoglioso la croce tatuata sul braccio.

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1263.- Gli Stati Uniti si ritirano da al-Tanaf e dall’occupazione della Siria sudorientale

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Inizia la corsa finale per la Siria e per i Curdi. Ma è in ballo tutto l’Occidente, se, come penso, non c’è futuro nella contrapposizione USA-Russia. Il Pentagono, costretto a inseguire le altalenanti politiche dei neocon, subisce le tattiche dei siriani e dei russi, spendendo il suo buon nome e le sue risorse. Il bombardamento degli F-18 sugli avamposti dell’ISIS, sarà anche riuscito a frizzare la riserva di Spazio Aereo dichiarata dai russi, ma ha dato una immagine senza valore della strategia USA. La politica estera deve avere un filone da seguire e non può altalenare da un business all’altro.

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Aurora: Moon of Alabama 29 giugno 2017. Gli Stati Uniti rinunciano alla posizione, senza speranza, al confine tra Siria e Iraq, vicino al-Tanaf, nella Siria sudorientale. I militari statunitensi avevano già bombardato le forze siriane quando si avvicinavano alla posizione, ma si trovarono esclusi dai combattimenti, isolati a nord e chiusi in una zona inutile. Al-Tanaf è nell’area blu con le due frecce blu nella parte inferiore della mappa. Sarà presto rossa, venendo liberata e posta sotto il controllo del governo siriano.

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Ricapitolando: “Il piano statunitense era di avanzare da al-Tanaf a nord, verso l’Eufrate, per prendere e controllare tutto il sud-est della Siria. Ma Siriani ed alleati compivano una mossa inattesa impedendo il piano. Gli invasori sono ora sono isolati dall’Eufrate da una linea ovest-est che termina al confine siriano-iracheno. Elementi delle Unità Militari Popolari iracheni sotto il comando del governo iracheno, avanzano per incontrare le forze siriane al confine. Gli invasori statunitensi sono ora nel mezzo del deserto, in una posizione piuttosto inutile, attorno al-Tanaf, dove la sola opzione è morire di noia o rientrare nella Giordania da dove sono venuti”. Le forze armate statunitensi avevano anche trasferito un lanciarazzi HIMARS per 300 km dalla Giordania ad al-Tanaf. Una mossa ridicola. Non ne migliorava le capacità passando dalla posizione iniziale in Giordania a poche miglia ad ovest. Ma qualcuno nell’esercito statunitense credeva che mostrare tale arma in una zona condannata avrebbe impressionato le forze siriane e russe e cambiato la realtà. Non l’ha fatto. Era chiaro che gli Stati Uniti avrebbero dovuto andarsene. Ora sembra stia accadendo. Una fonte informata afferma: “TØM CAT @TomtheBasedCat – 3:38 PM – 29 giugno 2017. LOL.
Evidentemente l’FSA di al-Tanaf sta davvero volando verso Shaddadi. Il piano “C” è in corso”.
C’erano diverse voci (https://twitter.com/lrozen/status/880256235211247616) a questo proposito sin da ieri e le notizie ora le confermano. LOL davvero. Circa 150 miliziani addestrati dagli Stati Uniti passeranno da al-Tanaf alla Siria nordorientale, dove si uniranno alle (odiate) forze curde. Possono, poi, cercare di raggiungere Dayr al-Zur assediata dall’ISIS a Nord, o eseguire una missione suicida contro un’altra posizione dell’ISIS.

L’Esercito arabo siriano si avvicina per liberare Dayr al-Zur probabilmente da Sud e da Est. È improbabile che lascerà che “i fantocci” (immagino l’umore dei ranger.ndr) degli USA vi partecipino. Il contingente statunitense si sposterà ad Ovest da al-Tanaf, tornando in Giordania. Le forze siriane e irachene prenderanno il controllo del confine da al-Walid ad al-Tanaf e riprenderà il regolare traffico commerciale sull’autostrada Damasco-Baghdad.
I propagandisti che hanno sostenuto la grande missione statunitense (molto tardiva.ndr) di occupare l’intero confine iracheno-siriano e la Siria orientale hanno perso. La “mezzaluna sciita” dall’Iran al Libano che avrebbero voluto impedire con tale mossa non è mai stato un collegamento stradale fisico e certamente nulla che gli Stati Uniti potessero combattere con qualsiasi mezzo fisico. La spinta all’occupazione statunitense della Siria orientale e l’incitamento a un grande conflitto sono ormai falliti.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

1261.- NEI CIELI SIRIANI, LA GRANDE SFIDA!

Gli Stati Uniti forniscono un supporto aereo all’Esercito Siriano – ma solo per sconfiggere la Russia

Gli Stati Uniti hanno bombardato le posizioni dell’ ISIS vicino a Palmyra – agevolando l’avanzata siriana e inviando un messaggio alla Russia

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24 giugno.

La coalizione guidata dagli Stati Uniti ha condotto una missione strike a Palmyra, Siria, il 23 sera. Cioè, ben ad Ovest dell’Eufrate. By passando, così, l’avvertimento della Russia. Giovedì, gli aeroplani di coalizione guidati dagli Stati Uniti hanno attaccato le posizioni dell’ISIS vicino a Palmyra, e proprio di fronte all’Esercito Siriano che avanzava.

Gli Stati Uniti hanno voluto segnare un punto e inviare un messaggio alla Russia.

Ricordiamo: Mosca aveva annunciato lunedì che avrebbe “inseguito” tutti gli aeroplani della coalizione che volano a ovest dell’Eufrate.

Ma cosa può realmente fare la Russia se i piani della coalizione (senza invito) forniscono, tuttavia, il supporto aereo per l’Esercito Siriano?

 

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Qui leggete il rapporto trasmesso dal CENTCOM:

SOUTHWEST ASIA – Il 22 giugno le forze militari della coalizione hanno condotto 32 strike costituiti da 103 ingaggi contro i terroristi ISIS in Siria e in Iraq.

In Siria, le forze militari della coalizione hanno condotto 28 attacchi, costituiti da 49 ingaggi contro gli obiettivi ISIS.
* Vicino a Abu Kamal, sette strike hanno impegnato due unità tattiche ISIS e hanno distrutto nove cisterne di petrolio dell’ISIS, quattro autocarri, tre miscelatori di cemento, tre veicoli, tre veicoli tattici, due gru, un deposito di armi, una presa a pompa e un manifold.
* Vicino a Dayr Az Zawr, uno strike distrusse sei serbatoi di petrolio dell’ISIS.
* Vicino a Palmyra, uno strike distrusse quattro ingressi del tunnel dell’ISIS.
* Nei pressi di Raqqah, 19 strike hanno ingaggiato 14 unità tattiche ISIS; Distrutto 12 postazioni di combattimento, due veicoli e un deposito di IED; e ha danneggiato un canale di rifornimento dell’ISIS.

Ma, sopratutto, lo strike di Palmyra ha rotto il cerchio. esso non è stato condotto bene a Ovest dell’Euphrates—ma è avvenuto proprio sul cielo delle truppe del SAA mentre attaccavano le posizioni dell’ISIS:

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Qui vedete la mappa ingrandita, per meglio contestualizzare:

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Il punto che gli americani stanno tentando di fare è abbastanza chiaro: la Russia dovrà proteggere gli aeroplani della coalizione che volano a ovest dell’Eufrate che operano contro l’ISIS?

Cinico? Ovviamente.

L’obbiettivo finale: la Russia avrà non poche difficoltà a cercare di scoraggiare gli aerei degli Stati Uniti dal volare dove vogliono.

US Air Force General: “ISIS Is a Sideshow”, the Real Fight Comes After

The US general says a “state-on-state” fight is coming

Inherent Resolve

Brig. Gen. Charles S. Corcoran is the Commander, 380th Air Expeditionary Wing, Southwest Asia. The 380th is comprised of four groups and 15 squadrons. He is responsible for the wing’s air refueling, intelligence, surveillance and reconnaissance, air battle management, control and reporting center, ground attack, air support, theatre security cooperation and airlift missions in support of overseas contingency operations in Southwest Asia.

Il Brigadiere generale Charles Corcoran della US Air Force sta combattendo contro l’ISIS, ma crede anche che la lotta sia un “anteprima” della vera lotta “Stato-contro-Stato” che inizierà una volta che la minaccia dell’ISIS “sarà stata allontanata”.

La testata Military.com ha intervistato Corcoran nel suo quartier generale negli Emirati Arabi Uniti; La parte più interessante della relazione dice:

Durante un’intervista nel suo ufficio, Corcoran ha sottolineato: “Siamo qui per combattere l’ISIS”, ma ha anche indicato una mappa della Siria e dell’Iraq per definire alcune aree come “rosse” o controllate dallo stato islamico.

 

“È abbastanza chiaro che ad un certo punto il” rosso “andrà via,” ha detto “, e avremo forze dello stato sullo stato”. “L’ISIS è anteprima … ma cosa succederà quando gli altri due si incontreranno? Strategicamente, cosa succederà quando non ci sarà più l’ISIS, questo è il vero problema”.

Speriamo che Corcoran stia andando in questa direzione, piuttosto che a parlare dei piani reali USA. Quella dell’US Air Force, insieme con quella delle forze speciali – tradizionalmente, è la più feroce guerra che possa essere condotta da tutti i rami del Pentagono.

 

Ci sono veramente poche guerre che l’US Air Force ha mai visto e non gli sono piaciute. I generali dell’USAF, soprattutto il capo di Corcoran, il generale Jeffrey L. Harrigan, molto probabilmente sabotarono deliberatamente l’accordo di cessate il fuoco Kerry-Lavrov nel settembre 2016, organizzando un attacco alle truppe siriane nella città assediata di Deir ez-Zoor e uccidendone circa 100.

Corcoran racconta a Military.com che, quando i combattenti americani hanno sparato al Su-22 siriano e ai due drone forniti dagli iraniani, in ciascuno dei tre incidenti la decisione di fare fuoco è stata presa da piloti in volo:

In ciascuno degli abbattimenti, che hanno coinvolto gli aeromobili provenienti da altre località, i piloti americani hanno fatto la prevista chiamata per far scattare le regole di ingaggio, ha detto Corcoran. In tutti e tre i casi, “aerei indifesi” come gli aerei cisterna e gli altri aerei hanno lasciato lo spazio aereo a causa dell’incertezza di ciò che i siriani oi russi avrebbero potuto fare dopo, ha detto.

Questo, però, significa che le forze aeree americane e la Marina hanno prescritto regole di ingaggio molto permissive per la Siria.

Corcoran è il comandante del 380th Air Expeditionary Wing che gestisce la ricognizione,, il controllo del Traffico Aereo e le operazioni di rifornimento in volo per le forze aeree dell’USAF impiegate nelle operazioni USA in Syria e in Iraq.

1250.- Senza Putin, la Siria avrebbe cessato di esistere

La lunga ed esaustiva intervista all’ottuagenario padre fiammingo Daniel Maes, che vive in Siria nel Monastery of Saint James the Persian (Mar Yakub in arabo) a Qara, fornisce indubbiamente molte informazioni mai trasmesse dai media mainstream, spunti di riflessione ed opportunità per capire quanto è realmente accaduto in Siria e quali siano le reali motivazioni della guerra civile, argomenti peraltro già affrontati e chiariti in molteplici newsletter precedenti, ma mai in maniera così esauriente. Claudio

 

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Fonte: oraprosiria

Secondo il padre fiammingo Daniel Maes, che vive in Siria dal 2010, la copertura della guerra in Siria si basa su menzogne. Il Presidente Bashar al-Assad non è il problema, ma lo sono invece i nostri politici, che sostengono l’ISIS e Al Nusra, solo per rovesciare il governo siriano. “I veri capi terroristi si trovano nell’Occidente e nell’ Arabia Saudita”.

Padre Daniel Maes,79 anni, è tornato nel suo paese natale, il Belgio, per trascorrere un periodo nell’Abbazia Norbertine al villaggio fiammingo Postel. Nel 2010 ha lasciato il Belgio per la Siria, quando il Paese non era ancora in guerra. A Qara ha vissuto momenti critici, soprattutto quando il villaggio di 25.000 persone è stato invaso da un esercito ribelle di circa 60.000 uomini.

Adesso Padre Daniel Maes è in Belgio per recuperare le forze dopo essersi ammalato in Siria (‘ ho pensato: è la fine ‘) e non tollerava più la cucina locale. Ma è venuto in Belgio anche per raccontare alla gente in Occidente la “vera storia” della Siria, poiché i media mainstream non scrivono la verità.Verso metà giugno ritornerà con le valigie pieno di aiuti umanitari per la popolazione siriana bisognosa.

 

Intervista di Eric van de Beek 

 

Lei vive in un monastero risalente al sesto secolo D.C., in un paese lontano da casa. Perchè?

Sono arrivato a Qara su invito della madre superiora, Suor Agnes-Mariam. È un bel personaggio. Per anni, lei ha girovagato il mondo come un’ hippie. E lei ha il dono di modernizzare la vita del monaco, mantenendone comunque l’autenticità. Nel monastero Mar Yakub io ho trovato quello che avevo cercato per tutta la mia vita: entusiasmo carismatico, apertura ecumenica, opera missionaria e la cura per i poveri. Il monastero era un rudere quando madre Agnes-Mariam l’ha scoperto nell’anno 2000 e dopo sotto la sua guida è stato restaurato in modo splendido. Sono venuto come un turista e l’avrei lasciato come un turista, ma madre Agnes-Mariam mi ha chiesto se volevo organizzare un anno propedeutico in questo monastero, cioè una preparazione per la formazione al sacerdozio, il primo seminario cattolico di tutta la Siria, e così ci sono rimasto.

 

Qual era la sua impressione della Siria prima della guerra? 
Era un bellissimo paese. Come mi aspettavo, mancava la libertà politica. Ma sono soprattutto rimasto sorpreso in modo piacevole. Ho apprezzato molto l’ospitalità orientale, e ho sperimentato una società pacifica e ordinata che non avevo mai sperimentato prima nel mio paese o altrove. Rubare e insolenza erano praticamente inesistenti. Molti gruppi religiosi ed etnici vivevano in armonia tra loro.
Il paese non aveva debiti e non c’erano i senzatetto. Al contrario, oltre 2 milioni di rifugiati dai paesi vicini, come l’Iraq, erano curati e trattati nello stesso modo dei nativi siriani. Inoltre, la vita quotidiana era molto economica, come il cibo. Scuole, Università e ospedali erano gratuiti anche per noi stranieri. Ho parlato con un chirurgo francese che mi ha detto che gli ospedali in Siria erano meglio di quelli in Francia.

Come è cominciato il conflitto in Siria? L’opinione prevalente in Occidente è che le prime proteste a Homs sono iniziate pacificamente, e che le cose sono precipitate (escalation) perché il governo ha reagito in modo violento.

Questo è una sciocchezza totale. Ho visto con i miei occhi come questa cosiddetta sollevazione popolare si è presentata a Qara. Un venerdì sera, nel novembre 2011, sulla strada verso il Vicariato dove ero invitato, ho visto un gruppo di circa quindici giovani presso la Moschea centrale. Gridavano che Assad era un dittatore, e che doveva lasciare il paese. Poi ho visto altri ragazzi che hanno fotografato queste scene. Hanno fatto tantissimo chiasso che mi ha dato i brividi. L’ho riferito al Vicario, ma lo sapeva già. Ha detto che già da tempo erano venuti qui alcuni uomini da fuori della Siria, per fare rumore, e invitando i giovani locali a scattare foto e video. Se consegnavano questi materiali ad Al Jazeera, avrebbero ricevuto denaro. ”

 

Questo succedeva nello stesso tempo in cui è iniziata la violenza a Homs? 
Doveva essere intorno a quel tempo. Il padre olandese Frans van der Lugt, che viveva a Homs e fu poi ucciso lì, aveva anche visto e segnalato tutto questo nelle sue lettere dove scriveva anche che non era la polizia che ha iniziato a sparare, ma invece i terroristi nascosti tra i manifestanti.

Il ministro olandese degli affari esteri Bert Koenders ha dichiarato che Assad dovrebbe essere processato dalla Corte penale internazionale dell’Aia per i crimini di guerra.

Koenders è proprio come gli altri cosiddetti leader europei. E’ un ragazzino che fa il gioco di imperatore, pur non accorgendosi di non aver vestiti addosso. Chiunque, anche con mezzo cervello può vedere che lui è un burattino degli americani, dicendo esattamente le cose che è costretto a dire. Colui che serve gli interessi di potenze straniere e distrugge la vita delle persone di altre nazioni è un leader terrorista, indegno del nome di un uomo di stato.

Assad non ha sbagliato niente?

Guarda l’attacco con il gas velenoso in Goutha, vicino a Damasco, nel 2013, per cui Assad è stato accusato immediatamente. È così difficile capire che i terroristi erano dietro tutto questo?
Un anno prima dell’attacco con il gas velenoso, Obama ha detto che , “l’uso di armi chimiche implica una linea rossa”. In quel momento ogni giornalista dovrebbe aver pensato: “questo suona come il Presidente Bush, il quale ha detto che ” entro 48 ore, le armi di distruzione di massa dell’Iraq devono venire alla superficie”.
Ma i giornalisti si lasciano di nuovo ingannare.

Una Commissione internazionale d’inchiesta è stata inviata a Damasco, accompagnata dai media di tutto il mondo, e subito dopo il loro arrivo, c’è stato questo attacco enorme di gas velenoso, praticamente sotto il loro naso. Che tempismo, no? E questo precisamente a Ghouta, che è un’area disabitata, dove il popolo era già fuggito molto tempo fa. Entro due ore sono saltate fuori immagini con bambini morenti nelle stanze. Immagini di una qualità da Hollywood. Hanno scoperto che alcune foto sono stato scattate molto tempo prima e altre foto solo due ore dopo l’attacco. E da nessuna parte c’erano in vista le madri in lutto.

Tuttavia i padri e le madri erano assolutamente in lutto, ma essi non vivevano a Ghouta. I padri e le madri si trovavano a 200 chilometri di distanza, nei loro villaggi nei dintorni di Latakia. Loro hanno riconosciuto i loro figli nelle foto. Due settimane prima dell’attacco di gas velenoso infatti, i loro villaggi erano stati attaccati dai terroristi, che avevano rapito i loro figli. Così, questi bambini nelle immagini erano infatti bambini rapiti da Latakia, che sono stati uccisi per fare un colpo mediatico. Com’è possibile che ci siano tanti stupidi giornalisti che non hanno capito questo? Tutto questo è ben documentato nella relazione della madre Agnes-Mariam.

Pensa che non siano stati commessi affatto crimini di guerra da parte delle autorità siriane? Nel mese di febbraio, Amnesty International ha pubblicato un rapporto su esecuzioni di massa in un prigione vicino a Damasco.

Se, come giornalista, vuoi sapere cosa sta davvero succedendo in Siria, devi venire personalmente in Siria per scoprire la verità invece di leggere solo i rapporti di Amnesty. E io vi chiedo: come è possibile che un presidente che ha commesso tanti crimini di guerra contro il suo popolo sia ancora vivo e non ancora assassinato in un paese affollato di terroristi assassini? E perchè si vedono allora così tante persone in Siria con una foto di Assad sui finestrini delle loro auto?

Cristiani, sciiti, drusi e alawiti forse. Ma anche sunniti? 
Assolutamente. La stragrande maggioranza dei sunniti è pro Assad. Se tu vieni a Tartous, dove vivono molti sunniti, vedrai non solo immagini di Assad, ma anche di Putin.

 

Per il rapporto di Amnesty sulla prigione di Saydnaya, decine di testimoni sono stati intervistati. 
Questo è falso. L’ultima storia è che Assad ha cremato migliaia di persone in quella prigione. Questo non può essere vero. Questa prigione è così piccola, che non avrebbero mai potuto fare questo in un breve periodo di tempo.
Amnesty ha anche detto che non può confermare la storia degli US di cremazioni.
Ma Amnesty non lo ha neanche negato. E nel frattempo, i media hanno ripetuto questa ridicola denuncia così spesso che il pubblico ha iniziato a credere che sia la verità.

Come vede il ruolo del giornalismo? Come è possibile che il loro punto di vista sulla Siria sia così diverso dal suo?

Per questo devi leggere quel libro del giornalista tedesco Udo Ulfkotte: “Bought Journalists” (giornalisti comprati), che scrive della sua propria esperienza. Quando si va contro l’opinione dominante e non si segue lo ‘script’ (la versione corretta), arriva inevitabilmente lo scontro con i Poteri di fatto. E come conseguenza ti mettono fuori dal mercato.
In un certo senso posso capire questi giornalisti. Hanno spesso una famiglia di cui prendersi cura.
Ma io non sono assolutamente in grado di capire come un’organizzazione come ‘Pax Christi’ supporta l’assassinio dei cristiani siriani. Agendo nel nome delle comunità ecclesiali, essi promuovono e sostengono questi cosiddetti “ribelli moderati”. In questo modo essi si sono messi completamente contro i cristiani, i vescovi e i Patriarchi in Siria.
Ho visto una presentazione di un cosiddetto esperto di Medio Oriente di Pax Christi. Alla fine del suo intervento, ha mostrato le sue fonti. Erano: Al Jazeera, Al Jazeera e Al Jazeera.

 

Perche tanti paesi vogliono sbarazzarsi di Assad?

Nel 2009 il Qatar domandava a Bachar-al-Assad il permesso di far passare un ‘pipeline’ attraverso la Siria verso il Mediterraneo. Assad ha detto di no perché aveva già concesso a Iran e la Russia tale progetto. Poi è cominciata la guerra, e non nel 2011. Non dobbiamo dimenticare che Homs è un luogo importante per il passaggio del ‘pipeline’. Perciò non è una coincidenza che la violenza è iniziata proprio in Homs e che la stazione televisiva del Qatar, cioè ‘Al Jazeera’ lo trasmetteva nel dettaglio.

E gli altri paesi? Perché trattano Assad con tanta ostilità? 
Per l’Occidente, è inaccettabile che la Siria sia ancora uno dei pochi paesi con una banca centrale che è veramente indipendente e che il paese non avesse nessun debito di stato e così non avesse bisogno di essere ‘salvato’.
E i turchi vogliono solo far rivivere l’Impero ottomano. È scandaloso quello che hanno fatto in Aleppo. La città di Aleppo era il cuore industriale della Siria. I turchi hanno smantellato tutte le fabbriche in pochi giorni e hanno trasportato il tutto in Turchia.

Israele è anche un motore molto importante dietro il conflitto. I sionisti vogliono uno stato ebraicopuro dal Nilo all’Eufrate. Vogliono tagliare la Siria in Stati piccoli, deboli, che lottano l’uno contro l’altro. Come il vecchio motto romano: ‘divide et impera’: dividi e domina. Gli israeliani stannobombardando la Siria, mentre curano i terroristi feriti e forniscono armi.

Penso che il sionismo è così male per l’ebraismo come ISIS lo è per l’Islam. Ma non lo diciamo ad alta voce, perché molti potrebbero prendersela.

Gli israeliani dicono che hanno preso parte al conflitto a causa della presenza delle milizie di Hezbollah. 
Questo è vero. Ma Hezbollah è uno dei più grandi movimenti di resistenza. Ho parlato con giovani uomini di Hezbollah, e dicono: “Abbiamo iniziato la nostra organizzazione, quando i sionisti sono venuti a cacciarci e uccidere le nostre famiglie. E quindi aiutiamo coloro che vengono eliminati nello stesso modo.”

Israele considera Hezbollah come un’organizzazione terroristica. 
È anche grazie a Hezbollah che tanti cristiani e altri siriani sono ancora vivi. Sono venuti in nostro soccorso nelle nostre ore più buie. E lo stesso vale per l’esercito siriano e i russi. Se Putin non fosse venuto in nostro aiuto nel 2015, la Siria avrebbe certamente cessato di esistere.

Si dice che i russi sono venuti in Siria per tenerla nella loro sfera di influenza.
Certamente ci saranno alcuni interessi in gioco. Ma Putin è un vero cristiano, che vuole difendere il cristianesimo. E vuole anche un ordine mondiale multipolare, in cui nessun paese domini gli altri. Infastidisce Putin che gli americani non rispettano le regole internazionali. Gli americani hanno rovesciato il governo ucraino e poi hanno avuto la faccia tosta di dire che i russi hanno risposto così aggressivamente. La Siria è un paese sovrano. Ecco quello che Putin sottolinea. Egli dice anche: «Non siamo in Siria per la protezione di Assad, ma per la protezione dello stato siriano». La Russia non vuole un altro stato fallito, come l’Iraq e la Libia. E non dimentichiamo: quello militare russo è l’unico l’esercito straniero in Siria con il consenso del governo siriano. Che cosa stanno facendo gli altri paesi in Siria? Gli americani? I francesi? I sauditi? Non hanno diritto di essere lì. Stanno solo lavorando alla distruzione della Siria.

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I governi occidentali dicono che stanno combattendo ISIS. Ha dei dubbi? 
Vi ricordate quelle immagini stile Hollywood su come l’ISIS ha fatto la sua entrata in Siria? Unacolonna infinita di Toyota nuove. Si muovevano attraverso il deserto come bersagli. Non sarebbe stato facile per l’Occidente di spazzarli via dalla faccia della terra ? Ma non è accaduto niente. E perché no? E come hanno fatto ad avere tante Toyota nuove? Chi gli ha fornito questi nuovi costosi fuori strada?
Ripetutamente sentiamo che l’ISIS ottiene ‘accidentalmente’ armi che erano destinate agli inesistenti ribelli moderati, e sentiamo anche che ‘per errore’  hanno bombardato le truppe del governo siriano. Gli Stati Uniti e i suoi alleati uccidono qua e là alcuni guerrieri di ISIS, ma queste sono piuttosto delle eccezioni.

I cristiani sono una minoranza in Siria. Come considerano la violenza dell’ISIS, al Nusra e altri gruppi? Come un problema dell’Islam? 
Prima di tutto, essi considerano questi gruppi terroristici come strumento politico dell’Occidente per distruggere la Siria e per cambiare il regime. E non solo i cristiani, ma anche i musulmani in Siria sono dello stesso parere. Si vergognano dell’ISIS e Al Nusra. Dicono: “Questo non è l’Islam.”

Come vedete la violenza nell’Islam?

L’Islam è ambiguo. Il Corano contiene versi molto belli sulla pace. Ma nel Corano si dice anche che i miscredenti, i non-musulmani, devono essere uccisi.

Neanche la Bibbia e la Torah non sono esenti da violenza.
E’ così. Ma le imperfezioni dell’Antico Testamento sono superate nel Nuovo Testamento. E del Corano, si potrebbe dire: è l’Antico Testamento senza lo spirito del Nuovo Testamento.

Ma Gesù disse: “Non sono venuto a portare la pace ma la spada.” 
Se uno uccide o ferisce qualcuno con la spada, poi in tutta la cristianità nessuno dirà, “quell’uomo sta seguendo il Vangelo”. Ma se un musulmano si fa esplodere in mezzo a un grande gruppo di persone, poi ci sono  musulmani che diranno, “in realtà dovrei farlo anch’io, ma non ho il coraggio.”

Ma le vostre esperienze con i musulmani in Siria sono principalmente positive?
Sono sempre stato trattato con la stessa ospitalità dai musulmani come dai cristiani. La Siria è uno stato laico. I siriani si considerano in primo luogo come siriani e in secondo luogo come cristiani, sunniti, grapi, alawiti o sciiti. È chiaramente visibile nel governo siriano: vi si vedono ministri di varie religioni. Ognuno può essere se stesso. La cooperazione armoniosa delle popolazioni è sempre stata una caratteristica della Siria. Si consideravano come una sola famiglia. Ho anche incontrato un colonnello dell’esercito siriano, un sunnita, che mi ha chiesto la benedizione prima di partire per Aleppo.

Che pensano i cristiani in Siria del sostegno dei governi occidentali ai gruppi jihadisti? 
Soffrono per il fatto che i loro fratelli cristiani in Occidente li hanno abbandonati. Semplicemente non lo capiscono.

Forse ci sono cristiani in Siria che approvano il fatto che l’Occidente sostiene gruppi armati? 
Non conosco queste persone, ma se li state cercando, forse li troverete. Ci sono sempre eccezioni alla regola, ma il siriano medio si oppone a qualsiasi supporto dell’Occidente verso qualsiasi gruppo armato.

E’ in contatto con qualche politico nell’Unione Europea? 
Ho parlato con Herman van Rompuy, nel 2012, quando era presidente del Consiglio Europeo. Ho avuto l’impressione che sapeva a malapena dove era la Siria. Tutto quello che sapeva della Siria era fondato sui rapporti che descrivono il paese come la dittatura più terribile del mondo. Quell’incontro mi ha veramente deluso. Quando gli ho detto che nella mia esperienza il presidente Assad è sostenuto da una vasta maggioranza della popolazione, anche da quella sunnita, lui mi ha guardato come se avessi commesso un sacrilegio. Mi è sembrato che egli fosse principalmente preoccupato di non calpestare nessun piede dei membri del Consiglio Europeo. Ho letto che, nei Paesi Bassi, i partiti cristiani hanno votato a favore di una proposta di smettere di sostenere l’Esercito Siriano Libero, ma il partito di Geert Wilders “Partito della Libertà” ha votato contro. Riesci a capirlo? È perché sono sionisti? Se sei contro l’Islam radicale, come puoi votare per il sostegno ai terroristi islamici in Siria?

Molti siriani sono fuggiti in Libano e nelle zone in Siria sotto il controllo dello stato siriano. Che cosa distingue questi rifugiati da coloro che fuggono verso l’Occidente?
Tutti coloro che hanno avuto l’opportunità di fuggire nelle zone controllate dall’esercito governativo lo hanno fatto, ad eccezione di quelli che non hanno più speranza per un futuro in Siria.

Giovani uomini che lasciano la Siria per l’Europa sono oggetto di critiche. Gli europei si chiedono: perché non lottare per il loro paese e proteggere le loro madri, sorelle e altri membri della famiglia? 
È una disgregazione organizzata. Quei giovani sono stati attratti verso l’Europa, perché l’Europa deve essere islamizzata.

 

Qualsiasi giovane può arruolarsi nell’esercito siriano? C’è un obbligo di servizio militare? 
Sì, l’unico modo per sfuggire all’obbligo di servizio militare è nascondersi o fuggire all’estero. D’altra parte, molti uomini anziani si sono offerti come volontari nell’esercito.

L’Occidente impone sanzioni contro la Siria. Come i siriani riescono a sopravvivere? 

Tanti aiuti sono portati nel paese attraverso la carità. Ma, con mia grande sorpresa – prima della mia partenza dalla Siria – ho visto farmaci provenienti da Aleppo. Così, nonostante tutta la devastazione, sono riusciti a ri-iniziare la produzione.

In una precedente intervista, lei ha espresso la speranza che il presidente Donald Trump avrebbe apportato modifiche alla politica degli Stati Uniti. E’ ancora così fiducioso su di lui? 
Trump ha detto durante la sua campagna elettorale quello che qualsiasi persona sana di mente avrebbe detto al suo posto: “dobbiamo smettere di fornire armi ai gruppi di combattenti in Siria, perché non sappiamo chi sono. Smettiamola di intervenire in nazioni sovrane. E combattiamo il terrorismo insieme con la Russia. ”
Che era un messaggio pieno di speranza. Ma nel frattempo è venuto sotto attacco dello ‘deep state’, i veri dominatori del paese. Trump ha sparato quei missili verso quell’ aeroporto militare in Siria, probabilmente sotto la pressione dello ‘deep state’. Tuttavia, ha informato i siriani, così è stato fatto poco danno. La maggior parte dei velivoli erano stati già portati via e metà dei missili non sono neanche arrivati. Il giorno successivo l’aeroporto era di nuovo operativo.

E in vacanza in Belgio. Tornerà con un cuore riposato in Siria? Ne ha passato di tempi turbolenti…
Nel 2013, Qara è stata presa da un enorme esercito di decine di migliaia i terroristi. Hanno camminato per le strade sparando. Noi ci siamo nascosti nei sotterranei del monastero. Dopo una settimana, l’area è stata liberata dall’esercito siriano. Questi erano solo 200 uomini! Hanno spinto indietro i terroristi verso il Libano, un gruppo dopo l’altro. Infatti i terroristi non formavano un’unità. Hanno anche combattuto tra di loro. Eppure, non c’è spiegazione umana del perché i terroristi appena arrivati non hanno preso il monastero.

 

Non aveva paura in quel tempo?

La maggior parte di noi non aveva paura anche nei momenti in cui abbiamo pensato: ‘E la fine’. Inoltre non abbiamo avuto tempo di preoccuparci, perché c’erano bambini, donne e disabili di cui abbiamo dovuto prenderci cura. C’era anche un bambino nato mentre eravamo nel nascondiglio. Tutti erano molto preoccupati per gli altri. Abbiamo dovuto distrarre i bambini con giochi, preghiere e canti . Dopo pochi giorni, eravamo senza acqua, solo con latte e alla fine della settimana ha cominciato a nevicare. Quello fu l’inizio della fine dell’assedio.

di Maurizio Blondet ( traduzione di A. Wilking)