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1554.- Siria: questa occupazione statunitense – o “presenza” – è insostenibile

“Tutta la storia sembra sancire che, sedatosi il conflitto civile in Siria, le potenze in gioco stiano riaprendo la partita della destabilizzazione mediterranea, puntando questa volta sul Libano, Paese diviso e fragile, strategicamente affacciato sul Mediterraneo orientale, i cui porti, molto vicini ad Israele, non devono cadere, come quelli siriani, in mano ai russi e quindi agli iraniani”…

 

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Gli Stati Uniti stanno ora occupando la Siria nord-orientale. Con quest’arma di ricatto vogliono costringere il governo siriano a un “cambio di regime”. L’occupazione è, tuttavia, insostenibile e il suo obiettivo è irraggiungibile. I generali che hanno ideato questi piani mancano di intuizioni strategiche. Ascoltano le lobby o le persone sbagliate.

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Lo Stato islamico non occupa più alcuna area significativa sia in Siria e sia in Iraq. Ciò che ne è rimasto in alcune città della valle dell’Eufrate sparirà presto. I suoi resti saranno alcune delle varie bande terroristiche nella regione. Le forze locali possono e vogliono tenerle sotto un adeguato controllo. Lo stato islamico è finito. Questo è il motivo per cui il libanese Hezbollah ha annunciato di ritirare tutti i suoi consiglieri e le sue unità dall’Iraq. È la ragione per cui la Russia ha iniziato a rimpatriare alcune delle sue unità dalla Siria. Le forze straniere non sono più necessarie per eliminare i resti dell’ISIS.

Nella sua risoluzione 2249 (2015), Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la lotta contro ISIS, la posizione del Consiglio era:

“A riaffermare il suo rispetto per la sovranità, integrità territoriale, indipendenza e unità di tutti gli Stati in conformità con gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite,

Invitare gli Stati membri che hanno la capacità di farlo ad adottare tutte le misure necessarie, nel rispetto del diritto internazionale, in particolare della Carta delle Nazioni Unite, … sul territorio sotto il controllo dell’ISIL noto anche come Daesh, in Siria e in Iraq, per raddoppiare e coordinare i loro sforzi per prevenire e reprimere gli atti terroristici commessi specificamente dall’ISIL … e le entità associate ad Al-Qaida … e per sradicare il porto sicuro che hanno stabilito su parti significative dell’Iraq e della Siria;
Non esiste, ora, più alcun “territorio sotto il controllo dell’ISIL”. I suoi “rifugi sicuri” sono stati “sradicati”. Il compito assegnato e legittimato nella risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU è terminato. È finita. Non c’è più alcuna giustificazione, sotto la Risoluzione 2252 dell’UNSC, per le truppe americane in Siria o in Iraq.

Altre giustificazioni legali, come un invito dei legittimi governi di Siria e Iraq, potrebbero essere applicate. Ma mentre la Siria ha invitato le forze russe, iraniane e libanesi a rimanere nel suo paese, non ha invitato le forze degli Stati Uniti. Ora occupano illegalmente la terra siriana nel nord-est del paese. Il governo siriano lo ha esplicitamente chiamato così.

(C’è da chiedersi quanto tempo impiegherà la santificata Unione Europea a sanzionare gli Stati Uniti per la sua grave violazione del diritto internazionale e per aver violato la sovranità della Siria).

 

 

Secondo i documenti ufficiali più di 1.700 soldati statunitensi sono attualmente in Siria. Il numero annunciato pubblicamente è solo 500. Le forze “temporanee” fanno la differenza. (Nel complesso, i numeri delle truppe statunitensi in Medio Oriente sono aumentati del 33% negli ultimi quattro mesi: i numeri sono raddoppiati in Turchia, Kuwait, Qatar e Emirati Arabi Uniti.Non sono state fornite spiegazioni per questi aumenti).

Le truppe americane in Siria sono alleate con l’YPG curdo. L’YPG è il ramo siriano dell’organizzazione terroristica curda designata internazionalmente PKK. Solo circa il 2-5% della popolazione siriana è di origine curda-siriana. Sotto il comando degli Stati Uniti ora controllano oltre il 20% del territorio dello stato siriano e circa il 40% delle riserve di idrocarburi. Questo è furto su larga scala.

Per mascherare la loro cooperazione con i terroristi curdi, gli Stati Uniti ribattezzarono il gruppo nelle “Forze Democratiche Siriane” (SDF). Furono aggiunti alcuni combattenti arabi delle tribù della Siria orientale. Questi sono per lo più ex soldati a piedi dell’ISIS che hanno cambiato posizione quando gli Stati Uniti hanno offerto una paga migliore. Altri combattenti furono immessi in servizio. Il popolo della città arabo-siriana Manbij, che è occupato dalle forze YPG e statunitensi, ha protestato quando l’YPG ha iniziato a coscrivere violentemente la sua gioventù.

Nuove truppe furono aggiunte alla SDF durante gli ultimi giorni in cui i combattenti dell’ISIS fuggirono dall’assalto delle forze siriane e irachene ad Abu Kamal (alias Albu Kamal aka Bukamal). Sono fuggiti verso nord verso YPG / U.S. aree detenute. Come altri combattenti dell’ISIS, gli Stati Uniti hanno contribuito affinché sfuggissero alla loro meritata punizione. Queste forze saranno ribattezzate e reimpiegate.

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Il ministero della Difesa russo ha accusato gli Stati Uniti di aver  bloccato lo spazio aereo inferiore su Abu Kamal, mentre i suoi alleati siriani stavano cercando di liberarlo. Per otto giorni i bombardieri russi a lunga gittata ad alta quota dovettero venire dalla Russia per fornire supporto alle sue truppe sul terreno. In un recente discorso televisivo, il leader del libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha accusato le truppe statunitensi in Siria di fornire servizi segreti all’ISIS ad Abu Kamal. L’ISIS lo ha usato per sganciare le forze siriane e alleate. Diversi alti ufficiali del Corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane sono stati uccisi in tali attacchi. Nasrallah ha anche detto che gli Stati Uniti hanno usato misure di guerra elettronica per disabilitare le radio della forza attaccante. Ha detto che hanno salvato le truppe in fuga dell’ISIS. Le accuse di Nasrallah sono coerenti con le notizie raccolte sul terreno. (Anche gli Stati Uniti e i loro alleati continuano a rifornire altri gruppi terroristici nel nord-ovest e nel sud-ovest della Siria).

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Né Nasrallah né l’IRGC dimenticheranno quei misfatti. Il comandante dell’operazione dell’IRGC, il generale Quasem Soleimani, ha recentemente riferito al leader supremo dell’Iran Khamenei:

Tutti questi crimini sono stati progettati e implementati dalla leadership e dalle organizzazioni statunitensi, secondo il riconoscimento del più alto ufficiale degli Stati Uniti che è attualmente presidente degli Stati Uniti; inoltre, questo schema viene ancora modificato e implementato dagli attuali leader americani.

Gli Stati Uniti hanno cambiato la loro regola di ingaggio e hanno dichiarato ufficiosamente una no-fly zone per gli aerei russi e siriani sul lato est dell’Eufrate. Dicono che attaccherà qualsiasi forza che attraversa il fiume per inseguire l’ISIS. Sta apertamente proteggendo i suoi terroristi.

Dieci giorni fa il Segretario della Difesa degli Stati Uniti (rtd) Mattis ha annunciato le intenzioni degli Stati Uniti di occupare illegalmente la Siria:

 

The U.S. military will fight Islamic State in Syria “as long as they want to fight,” Defense Secretary Jim Mattis said on Monday, describing a longer-term role for U.S. troops long after the insurgents lose all of the territory they control.

“We’re not just going to walk away right now before the Geneva process has traction,” he added.

Turkey said on Monday the United States had 13 bases in Syria and Russia had five. The U.S-backed Syrian YPG Kurdish militia has said Washington has established seven military bases in areas of northern Syria.

Traduco: Le forze armate statunitensi combatteranno lo Stato islamico in Siria “finché vogliono combattere”, ha detto il segretario alla Difesa Jim Mattis, descrivendo un ruolo a lungo termine per le truppe americane molto tempo dopo che gli insorti perdono tutto il territorio che controllano.

“Non ce ne andremo subito prima che il processo di Ginevra abbia trazione”, ha aggiunto.

La Turchia ha detto oggi che gli Stati Uniti hanno 13 basi in Siria e la Russia ne ha cinque. La milizia curda YPG siriana sostenuta dagli USA ha detto che Washington ha stabilito sette basi militari nelle aree della Siria settentrionale.

Un rapporto nel Washington Post di oggi è più specifico. Il titolo adatto: gli Stati Uniti si muovono verso una presenza aperta in Siria dopo “l’imbarco” dello Stato islamico:

I Kurdi vengono usati.

L’amministrazione Trump sta ampliando i suoi obiettivi in ​​Siria oltre il routing dello Stato islamico per includere una soluzione politica della guerra “civile” del paese.

Con le forze fedeli al presidente Bashar al-Assad e ai suoi alleati russi e iraniani che ora stanno facendo pressione sulle ultime città controllate dai militanti, la sconfitta dello Stato islamico in Siria potrebbe essere imminente – insieme alla fine della giustificazione americana per esserci. NOI i funzionari dicono che sperano di utilizzare la presenza in corso di truppe americane nel nord della Siria, a sostegno delle forze democratiche siriane dominate dai kurdi (SDF), per fare pressione su Assad per fare concessioni ai colloqui di pace con le Nazioni Unite a Ginevra.

Un brusco ritiro degli Stati Uniti potrebbe completare la spazzata del territorio siriano di Assad e contribuire a garantire la sua sopravvivenza politica – un risultato che costituirebbe una vittoria per l’Iran, suo stretto alleato.

Per evitare questo risultato, i funzionari degli Stati Uniti affermano che intendono mantenere una presenza di truppe statunitensi nel nord della Siria – dove gli americani hanno addestrato e aiutato l’SDF contro lo Stato islamico – e stabilire una nuova governance locale, a parte il governo di Assad, in quelle aree.

“Non ponendo alcuna scadenza alla fine della missione degli Stati Uniti. . . il Pentagono sta creando un quadro per mantenere gli Stati Uniti impegnati in Siria per gli anni a venire “[ha detto Nicholas Heras del Centro per una nuova sicurezza americana di Washington.]

Persino gli scrittori addetti alla propaganda del Washington Post ammettono che non esiste più alcuna giustificazione per la presenza degli Stati Uniti in Siria. L’intento degli Stati Uniti è di commettere un ricatto: “fare pressione su Assad per ricevere concessioni”. Il metodo per farlo è la “presenza” militare. Non c’è verso che il governo siriano e il suo popolo si arrenderanno a tale ricatto. Non hanno combattuto per oltre sei anni per rinunciare alla loro sovranità agli intrighi degli Stati Uniti. Chiameranno questo il bluff degli Stati Uniti.

 

Fonte: Southfront

Nessun manuale militare include la “presenza” come missione militare. Non ci sono regole per un compito così indefinito. L’ultima volta che gli Stati Uniti hanno usato il termine è stato nei primi anni ’80 durante la guerra civile in Libano. Il compito delle truppe statunitensi di stanza a Beirut era definito come “presenza” militare. Dopo che tali unità e forze navali degli Stati Uniti hanno interferito su un lato della guerra civile, una parte offesa si è vendicata contro gli Stati Uniti e l’esercito francese di stanza a Beirut. Le loro caserme sono state fatte saltare in aria, 241 americani e 58 soldati francesi sono morti. La “presenza” militare statunitense a Beirut è terminata.

Anche la “presenza” militare statunitense in Siria è condannata.

L’alleanza degli Stati Uniti con l’YPG / PKK spinge la Turchia verso un’alleanza con la Russia, l’Iran e la Siria. Diverse migliaia di soldati e civili turchi sono morti a causa degli attacchi del PKK. La scorsa settimana aerei da trasporto russi hanno attraversato lo spazio aereo turco sui loro voli dalla Russia alla Siria. Questo è stato il primo Gli Stati Uniti avevano sollecitato i propri alleati della NATO, compresa la Turchia, a prevenire tali voli e gli aerei russi dovevano percorrere la strada più lunga attraverso lo spazio aereo iraniano e iracheno. A causa dell’alleanza degli Stati Uniti con l’YPG e per molti altri motivi, la Turchia si sente alienata dagli Stati Uniti e dalla NATO. Si sta spostando nel campo della “resistenza”.

Il confine settentrionale tra Turchia e Siria è quindi chiuso per i rifornimenti degli Stati Uniti alle loro forze nel nord-est della Siria. Verso l’ovest e il sud le forze siriane e i loro alleati proibiscono qualsiasi rifornimento degli Stati Uniti. Il territorio curdo iracheno ad est è per ora l’unico modo per una rotta di rifornimento di terra. Ma il governo di Baghdad è alleato con l’Iran e la Siria e sta spingendo per riprendere il controllo su tutti i posti di frontiera dell’Iraq, compresi quelli ancora detenuti dai curdi e usati dalle forze degli Stati Uniti. Diverse milizie irachene che hanno combattuto l’ISIS sotto il comando del governo iracheno hanno annunciato la loro ostilità alle forze degli Stati Uniti. Il governo iracheno potrebbe tentare di regnare, ma difficilmente svaniranno. La rotta di rifornimento di terra degli Stati Uniti attraverso le aree iracheno-curde può quindi essere chiusa in qualsiasi momento. Lo stesso vale per qualsiasi spazio aereo intorno al nord-est della Siria.

Il nord-est della Siria è circondato da forze ostili verso gli Stati Uniti. Oltre a questo, molti siriani nella Siria nord-orientale ora occupata continuano ad essere fedeli allo stato siriano. L’intelligence siriana, turca, iraniana e di Hezbollah sta lavorando sul terreno. Ci sono molti arabi locali ostili alla prepotenza dei kurdi. Le basi degli Stati Uniti, gli avamposti e tutti i suoi trasporti nell’area potrebbero presto subire un fuoco prolungato. Mentre la Russia ha detto che non interverrà contro le forze alleate della SDF, molte altre entità hanno motivi e mezzi per farlo.

La missione delle oltre 1.700 truppe statunitensi nel nord-est della Siria non è definita. Le loro rotte di rifornimento non sono sicure e possono essere bloccate dai suoi nemici in qualsiasi momento. La popolazione locale è in gran parte ostile a loro. Tutti i paesi e le entità circostanti hanno motivi per raggiungere la fine di qualsiasi presenza degli Stati Uniti nell’area il più presto possibile. Richiederebbe una forza di terra che sia almeno dieci venti volte più grande per assicurare la presenza degli Stati Uniti e le sue vie di comunicazione e approvvigionamento.

La presenza è inutile e insostenibile come la presenza degli Stati Uniti meridionali ad al-Tanaf.

Trump aveva parlato contro tale occupazione e le interferenze in Medio Oriente:

Il presidente degli Stati Uniti [..] ha promosso un impegno per evitare di essere risucchiato in conflitti irrisolti.
La giunta militare che controlla Trump e la Casa Bianca, i (ex) generali McMaster, Kelly e Mattis, non agiscono nell’interesse degli Stati Uniti, dei suoi cittadini e delle truppe.

Stanno seguendo la chiamata dell’Istituto ebraico sionista per la sicurezza nazionale dell’America, che sta spingendo per una guerra contro tutte le entità e gli interessi relativi all’Iran in Medio Oriente. JINSA pubblicizza la sua enorme influenza sul più alto corpo degli ufficiali degli Stati Uniti. Non è un caso che un recente discorso presso l’Jewish Policy Center di Washington abbia descritto l’esercito degli Stati Uniti come organizzazione sionista. Ma come altri simili desideri, non riesce a spiegare perché il sostegno indiscusso a una colonia di razzisti dell’Europa orientale nell’Asia occidentale sia di “interesse americano”.

La missione militare della forza di occupazione statunitense nel nord-est della Siria non è definita. Le posizioni non sono sostenibili. Lo scopo per cui questa “presenza” si dice sia irraggiungibile. Non esiste un concetto più ampio in cui si adatta.

I generali che governano la Casa Bianca possono essere dei geni tattici nei loro campi. Sono neofiti quando si tratta di strategia. Seguono ciecamente il richiamo della sirena della Lobby solo per spingere nuovamente la nave dello stato degli Stati Uniti sulle scogliere delle realtà mediorientali.

La fonte originale di questo articolo è Moon of Alabama.

Annunci

1553.- USA: “Abbiamo vinto NOI Daesh quindi restiamo in Siria”.

Non basta contestare la governance americana, né giustifico le stragi dei popoli del Medio Oriente con il bisogno di energia, né gli europei vedono un nemico nel popolo russo. Bisogna, invece, mettere i punti sulle “i” e chiedersi come ci si potrebbe battere per un falso e insieme e al fianco dei falsi.

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Il Pentagono ha annunciato: “Le truppe Usa resteranno in Siria fino a quando ne   avremo bisogno, per sostenere i nostri partners e prevenire il ritorni di terroristi”: così il portavoce del Pentagono Eric Pahon.

Poche ore prima di questa dichiarazione, Putin aveva dichiarato che l’operazione per sconfiggere Daesh  in Siria stava arrivando a conclusione, essendo stati i terroristi islamici cacciati anche dalle  zone storicamente popolate dai cristiani.   Lo scorso ottobre, il ministro della Difesa Sergei Shoigu aveva riferito che le forze di terra siriane  sostenute dall’aviazione russa avevano liberato il 90% del territorio siriano, e che non più del 5% del territorio  restava in mano a Daesh.

Il portavoce del Pentagono Pahon, a domanda ha risposto:  “Il governo siriano e la Russia non  sono stati determinanti nella sconfitta di Daesh. Non hanno fatto che realizzare  qualche operazione contro i terroristi di Daesh, mentre la maggior parte del territorio in Irak e Siria  sono stati liberati grazie agli sforzi della coalizione americana e dei suoi alleati”.

La “coalizione” di cui parla il Pentagono, composta da 15 paesi fra cui  quelli che pagano i terroristi islamici,  ha cominciato le operazioni in Siria con il dichiarato scopo di sconfiggere lo Stato Islamico.  Appena entrata in opera la coalizione, la situazione s’è aggravata: i terroristi hanno preso il controllo del 70% e respinto l’esercito siriano “su assi plurimi”.-

Inutile ricordare che gli aerei americani hanno colpito  ed ucciso oltre 70 soldati siriani assediati a Der Ez Zor dall’IS, bombardamento subito dopo il quale i terroristi hanno attaccato gli assediati (forse c’è stata una coordinazione) hanno mandato elicotteri per esfiltrare gli ultimi capo terroristi, sorvolato senza bombardarli i lunghi convogli dei terroristi che si ritiravano da Rakka con armi pesanti e munizioni al seguito, eccetera.

Qui, in calce, leggi l’articolo “The Raqqa Exodus” di questo link

https://www.globalresearch.ca/the-raqqa-exodus-the-us-coalitions-secret-deal-to-allow-isis-daesh-terrorists-to-escape/5620328

Le forze aeree russe nel frattempo hanno effettuato 28 mila decolli e colpito 90 mila bersagli.

La vittoria è senza dubbio americana. Hollywood insegna.

Le forze USA (almeno 4 mila  commandos in varie basi nel Nord Siriano, a protezione di “forze democratiche” –  oppositori  di Assad,  terroristi e curdi  restano, dice Pahon, resteranno  indefinitamente (“in base alle condizioni”) “per assicurare la disfatta durevole di ISIS ; la coalizione deve assicurare che non possa rigenerarsi, reclamare terreno perduto, o congegnare attentati esterni”.

Ovviamente tutti capiscono ch sono lì per ficcare un cuneo  dentro l’asse di resistenza, che ormai si stende in un corridoio continuo  da Teheran a Rakka (Iran), Siria ed Hezbollah (Libano Sud).  Nello stesso tempo, mantengono accesa la speranza nei loro protetti curdi di poter riaccendere la miccia del conflitto in Siria.  E formano la testa di ponte forza di primo intervento (nelle loro basi hanno campi d’aviazione) per la coalizione israelo-saudita  anti-Iran  quando Israele deciderà  di colpire militarmente – ha già cominciato a farlo – presunte basi “iraniane” presso i confini dei Territori occupati.

Il presidente Trump ha telefonato al  capo della Autorità Palestinese Mahmoud Abbas  “per informarlo della sua intenzione di spostare  l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme”.  Simile telefonata ha fatto al re di Giordania: “per informarlo”.    Non è follia e demenza. Il quadro della menzogna  (e dei fiumi di sangue umano) in cui la Superpotenza soggetta al Falso Agnello  inserisce l’intronizzazione di   Sion   annuncia,   temo, qualcosa di infinitamente peggiore.  (Marco 13, 14):

“Quando  vedrete l’abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge capisca, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai monti;chi si trova sulla terrazza non scenda per entrare a prender qualcosa nella sua casa; 16 chi è nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. ….perché quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall’inizio della creazione, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà. 20 Se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessun uomo si salverebbe. Ma a motivo degli eletti che si è scelto ha abbreviato quei giorni.

L’amico Gianluca Marletta scrive: “Biblicamente, l’abominio della desolazione è la sostituzione di un culto santo con un culto empio. A Gerusalemme  si prepara la ricostruzione del Terzo Tempio ebraico;  e a Roma, l’annichilimento dell’Eucaristia nella pseudo messa protestantica”.

Spero che  non abbia ragione,  almeno   per Roma. Ma  il  Cristo che annuncia l’abominio della desolazione, aggiunge: “Allora, dunque, se qualcuno vi dirà: “Ecco, il Cristo è qui, ecco è là”, non ci credete; 22 perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e portenti per ingannare, se fosse possibile, anche gli eletti. 23 Voi però state attenti! Io vi ho predetto tutto. 24 In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore 25 e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”.

Defense Secretary James “Mad Dog” Mattis confirmed in May Washington’s resolve to annihilate the ISIS-Daesh terrorists:

“Our intention is that the foreign fighters do not survive the fight to return home to north Africa, to Europe, to America, to Asia, to Africa. We are not going to allow them to do so… (emphasis added, quoted in the BBC report entitled Raqqa’s Dirty Secret)

That was the “political narrative” of the Pentagon. The unspoken truth is that Uncle Sam had come to the rescue of the Islamic State. That decision was in all likelihood taken and carried on the orders of the Pentagon rather than the US State Department.

Confirmed by a BBC report entitled “Raqqa’s Dirty Secret, the US-led coalition facilitated the exodus of ISIS terrorists and their family members  out of their stronghold in Raqqa, Northern Syria.

Screen Shot of BBC Report

While the BBC report focussed on the details of the smuggling operation, it nonetheless acknowledges the existence of a “Secret Deal” involving the US and its indefectible British ally to let the terrorists escape from Raqqa.

Screenshot BBC Report

The deal to let IS fighters escape from Raqqa – de facto capital of their self-declared caliphate – had been arranged by local officials. It came after four months of fighting that left the city obliterated and almost devoid of people. It would spare lives and bring fighting to an end. The lives of the Arab, Kurdish and other fighters opposing IS would be spared.

But it also enabled many hundreds of IS fighters to escape from the city. At the time, neither the US and British-led coalition, nor the SDF, which it backs, wanted to admit their part.

Has the pact, which stood as Raqqa’s dirty secret, unleashed a threat to the outside world – one that has enabled militants to spread far and wide across Syria and beyond?

Great pains were taken to hide it from the world. But the BBC has spoken to dozens of people who were either on the convoy, or observed it, and to the men who negotiated the deal. …

This wasn’t so much an evacuation – it was the exodus of [the] so-called Islamic State.

(Quentin Sommerville and Riam Dalati, Raqqa’s Dirty Secret, BBC, November 2017, emphasis added)

US-led coalition warplanes had been monitoring the evacuation of the ISIS terrorists, but visibly the convoys of buses and trucks were not the object of coalition bombings.

“The coalition now confirms that while it did not have its personnel on the ground, it monitored the convoy from the air. [but no actual aerial bombardment of the convoys took place] …

In light of the BBC investigation, the coalition now admits the part it played in the deal….” (Ibid)

If they had wanted to undermine the ISIS convoy of buses and trucks, this would have been a simple operation for the US Air Force. On the other hand, they could have chosen to block rather than destroy the convoys of trucks and buses (to minimize the loss of life) and detain and incarcerate the foreign fighters.

US officials casually claimed they did not take part in the negotiations and were therefore unable to prevent the exodus of the terrorists:

“We didn’t want anyone to leave,” says Col Ryan Dillon, spokesman for Operation Inherent Resolve, the Western coalition against IS.

“It comes down to Syrians – they are the ones fighting and dying, they get to make the decisions regarding operations,” he says.

While a Western officer was present for the negotiations, they didn’t take an “active part” in the discussions. Col Dillon maintains, … (Ibid)

What is revealing is that most of the ISIS fighters were foreign from a large number of countries pointing to a carefully organized recruitment and training program:

“… There was a huge number of foreigners. France, Turkey, Azerbaijan, Pakistan, Yemen, Saudi, China, Tunisia, Egypt…”

“Most were foreign but there were Syrians as well.” …

He now charges $600 (£460) per person and a minimum of $1,500 for a family.

In this business, clients don’t take kindly to inquiries. But Imad says he’s had “French, Europeans, Chechens, Uzbek”.

“Some were talking in French, others in English, others in some foreign language,” he says. (Ibid)

Screenshot of BBC article

The BBC report suggests a carefully formulated plan to ensure the safe evacuation of the terrorists. The official explanation was that the deal has been brokered by the US supported Syrian Democratic Forces (SDF). The US-led coalition “let it happen”, they did not intervene militarily to prevent the exodus and smuggling of the foreign fighters out of Raqqa.

This should come as no surprise. From the very outset in 2014, ISIS-Daesh was supported by the US-led coalition, with the active support of Saudi Arabia. The US and its allies are the State sponsors of the Islamic State (ISIS-Daesh).

Weapons, training, logistics: the ISIS is a US intelligence construct. The ISIS-Daesh terrorists are the foot-soldiers of US-NATO.

The US-led bombings of Iraq and Syria–under the guise of a phony “war on terrorism”– were not directed at ISIS-Daesh. The terrorists were protected by the US led Coalition. The unspoken objective was to kill civilians and destroy the civilian infrastructure of both Syria and Iraq.

Déjà Vu:  

Exodus of ISIS from Raqqa, Syria (2017) vs. Exodus of Al Qaeda “Enemy Combatants” out of  Kundus, Afghanistan (2001)

Is there a pattern in the evacuation of U.S. sponsored terrorists?

Flashback to another US led war. Afghanistan 2001. The objective for the U.S. is ultimately to protect their “intelligence assets”.

The October 2017 ‘Raqqa exodus” bears a canny resemblance to the November 2001 “Getaway” out of Kunduz, ordered by Donald Rumsfeld. In both cases the objective was for the Pentagon and the CIA to organize the escape (and relocation) of US sponsored foreign jihahist fighters.

In late November 2001, according to Seymour M. Hersh, the Northern Alliance supported by US bombing raids took control of the hill town of Kunduz in Northern Afghanistan:

‘[Eight thousand or more men] had been trapped inside the city in the last days of the siege, roughly half of whom were Pakistanis.  Afghans, Uzbeks, Chechens, and various Arab mercenaries accounted for the rest.” (Seymour M. Hersh, The Getaway, The New Yorker, 28 January 2002.

Also among these fighters were several senior Pakistani military and intelligence officers, who had been sent to the war theater by the Pakistani military. The presence of high-ranking Pakistani military and intelligence advisers in the ranks of Taliban/ Al Qaeda forces was known and approved by Washington.

President Bush had intimated: “We’re smoking them out. They’re running, and now we’re going to bring them to justice.” (see CNN, November 26, 2001). They were never smoked out. They were airlifted to safety.

On the orders of Defense Secretary Donald Rumsfeld, the exodus (airlifting) of Al Qaeda fighters had been facilitated by US forces in liaison with the Pakistan military:

“The Administration ordered the US Central Command to set up a special air corridor to help insure the safety of the Pakistani rescue flights from Kunduz to the northwest corner of Pakistan”

… According to a former high-level American defense official, the airlift was approved because of representations by the Pakistanis that “there were guys- intelligence agents and underground guys-who needed to get out.” (Seymour Hersh, op cit)

In other words, the official story was: it was not our decision:  “we were tricked into it” by the Pakistani ISI.

Out of some 8000 or more men, 3300 surrendered to the Northern Alliance, leaving between 4000 and 5000 men “unaccounted for”. According to Hersh’s investigation, based on Indian intelligence sources, at least 4000 men including two Pakistani Army generals were evacuated. (Ibid)

The same sense of denial prevailed. US officials admitted, however, that

“what was supposed to be a limited evacuation apparently slipped out of control, and, as an unintended consequence, an unknown number of Taliban and Al Qaeda fighters managed to join in the exodus.”  (quoted in Hersh op cit)

“Unintended evacuation” of Al Qaeda fighters?

 “Terrorists”  and “Intelligence Assets” 

Compare Seymour Hersh’s account in the “Getaway” out of Kunduz pertaining to the US sponsored evacuation of  hard core Al Qaeda and Taliban fighters to the “Escape” of ISIS-Daesh fighters out of the besieged city of Raqqa in Northern Syria.

The foreign and Pakistani Al Qaeda fighters were flown to North Pakistan, to the areas which were subsequently the object of US drone attacks. Many of these fighters were also incorporated into the two main Kashmiri terrorist rebel groups, Lashkar-e-Taiba (“Army of the Pure”) and Jaish-e-Muhammad (“Army of Mohammed”).

What is the next destination of the foreign fighters who have been evacuated out of Raqqa, with the support of the US Military?

To read the complete BBC report entitled Raqqa’s Dirty Secret,by Quentin Sommerville and Riam Dalati click here 

1495.- Zero Hedge – Il Qatar confessa i segreti della guerra siriana in un’esplosiva intervista virale

Per molti le rivelazioni fatte dall’ex-primo ministro del Qatar in una recente intervista non costituiranno una sorpresa, ma le implicazioni di lungo periodo restano significative. Lette insieme ai recenti sviluppi all’interno dei governi saudita e giordano, queste rivelazioni sembrerebbero l’inizio di una stagione di resa dei conti, che presagisce un periodo di cambiamenti negli equilibri e nelle alleanze tra l’Occidente ed il Medio Oriente. Una situazione al momento alquanto delicata ed instabile, che potrebbe aprire scenari senz’altro sorprendenti.

di Tyler Durden, 29 ottobre 2017

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Un’intervista televisiva in cui un alto funzionario del Qatar svela i retroscena della guerra in Siria è presto divenuta virale nei social network arabi, in concomitanza con il disvelamento di undocumento top secret dell’NSA che conferma come l’opposizione armata in Siria fosse sotto il diretto comando dei governi esteri fin dai primi anni del conflitto.

 

Secondo un noto analista e consulente economico di affari siriani con stretti legami con il governo di Assad, questa esplosiva intervista costituisce un’”ammissione pubblica ad alto livello delle collusioni e del coordinamento tra i quattro paesi per destabilizzare uno stato indipendente, [che potrebbe implicare] un sostegno a Nusra /Al Qaeda.”  In particolare, “quest’ammissione contribuirà ad aprire un caso per quello che viene ritenuto da Damasco come un attacco alla propria sicurezza e sovranità, e che contribuirà a fornire la base per richieste di riparazioni”.

 

Conferenza stampa di Londra del 2013: lo sceicco Hamad bin Jassim bin Jabr Al Thani, primo ministro del Qatar, con il segretario di Stato americano John Kerry. Una mail di Hillary Clinton del 2014 conferma che il Qatar sponsorizzava l’ISIS in quel periodo.

 

Mentre la guerra in Siria si avvia gradualmente alla conclusione, nuove rivelazioni emergono a scadenza quasi settimanale sotto forma di testimonianze di alti funzionari coinvolti nella destabilizzazione della Siria e talvolta persino di messaggi e-mail con ulteriori dettagli su manovre segrete volte a rovesciare il governo di Assad. Sebbene gran parte di queste informazioni non faccia che confermare quanto noto già da tempo a coloro che non hanno mai accettato la propaganda semplicistica che ha dominato i media mainstream, i pezzi del puzzle continuano ad incastrarsi, fornendo agli storici del futuro un quadro più completo delle vere motivazioni dietro questa guerra.

Questo processo di chiarezza è stato facilitato, come previsto, dal continuo conflitto tra gli ex-alleati del Gulf Cooperation Council (GCC), Arabia Saudita e Qatar, i quali si lanciano entrambi accuse reciproche di aver finanziato i terroristi dello stato islamico e di al-Qaeda (il che, ironicamente, è vero in entrambi i casi). E così, davanti agli occhi di tutto il mondo vengono fuori tutti gli scheletri nell’armadio di un GCC ormai in fase di implosione, poiché per anni quasi tutte le monarchie del Golfo hanno finanziato movimenti jihadisti in paesi come Siria, Iraq e Libia.

L’alto funzionario del Qatar è l’ex-primo ministro Hamad bin Jassim bin Jaber al-Thani in persona, colui che ha supervisionato le operazioni in Siria per conto del Qatar fino al 2013 (anche in qualità di ministro degli esteri) che qui vediamo con l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton in questa foto del gennaio 2010 (per inciso, il comitato della Coppa del Mondo del Qatar 2022 fece una donazione di 500.000 dollari alla Clinton Foundation nel 2014).

 

In un’intervista alla TV del Qatar, bin Jaber al-Thani rivela che il suo paese, al fianco dell’Arabia Saudita, della Turchia e degli Stati Uniti, ha rifornito di armi i jihadisti fin dall’inizio di questi eventi (nel 2011).

Al-Thani ha anche paragonato l’operazione segreta a “una battuta di caccia” – in cui la preda era il Presidente Assad insieme ai suoi sostenitori – una “preda” che per sua ammissione è riuscita a sfuggire (poiché Assad è ancora saldo al potere: il termine usato è “al-sayda “, che nel dialetto del Golfo Arabo generalmente serve a designare la caccia di animali o prede per sport). Per quanto Thani abbia negato ogni credibile accusa di aver personalmente appoggiato l’ISIS, le parole dell’ex-primo ministro suggeriscono che vi sia stato un sostegno diretto del Golfo e degli Stati Uniti ad Al-Qaeda in Siria (al-Nusra) fin dai primi anni della guerra, e insinuano persino che il Qatar sia in possesso di “documenti” e prove a dimostrazione che la guerra sia stata provocata per causare un cambio di regime.

In base alla traduzione di Zero Hedge, pur riconoscendo che Stati del Golfo hanno armato i jihadisti in Siria con l’approvazione e il sostegno degli Stati Uniti e della Turchia, al-Thani afferma: “Non voglio entrare nei dettagli, ma disponiamo della documentazione completa sul nostro intervento [in Siria].” Sostiene che sia il re Abdullah dell’Arabia Saudita (che ha regnato fino alla morte nel 2015) sia gli Stati Uniti hanno riservato al Qatar un ruolo di primo piano nelle operazioni segrete per condurre una guerra per procura.

I commenti dell’ex-primo ministro, per quanto molto rivelatori, sono volti a difendere e giustificare il sostegno dato dal Qatar al terrorismo, e ad accusare Stati Uniti ed Arabia Saudita di aver scaricato sul Qatar tutta la responsabilità della guerra contro Assad. Al-Thani spiega che il Qatar ha continuato a finanziare le truppe ribelli in Siria, mentre altri paesi riducevano man mano il loro sostegno su larga scala, e per questo motivo si scaglia contro gli Stati Uniti e i Sauditi, che inizialmente “erano con noi nella stessa trincea”.

In una precedente intervista alla TV statunitense cui è stata data pochissima visibilità, al-Thani ha risposto al giornalista Charlie Rose che gli chiedeva delle accuse di sostegno del terrorismo da parte di Qatar che “in Siria, tutti hanno commesso errori, incluso il vostro paese”. Ha inoltre detto che all’inizio della guerra in Siria, “tutto ciò che contava passava attraverso due centrali operative: una in Giordania e una in Turchia”.

Qui sotto la parte principale dell’intervista, tradotta e sottotitolata da @ Walid970721. Zero Hedge ha revisionato e confermato la traduzione, ma, come confermato dal primo traduttore informale, al-Thani non dice “signora”, ma “preda” [“al-sayda”] – a significare che sia Assad che i siriani erano considerati come cacciagione da questi paesi esteri.

La trascrizione parziale dell’intervista è la seguente:

“All’inizio degli eventi in Siria, mi sono recato in Arabia Saudita e ho incontrato il re Abdullah, L’ho fatto su precise istruzioni di sua altezza il principe, mio ​​padre. [Abdullah] mi ha assicurato che ci avrebbero spalleggiato, e che ci saremmo coordinati, ma che noi saremmo stati a capo dell’operazione. Non entro in dettagli, tuttavia siamo in possesso di documenti completi: tutto ciò che è stato fornito [alla Siria] passava dalla Turchia in coordinamento con le forze americane, e tutto è stato distribuito tramite i turchi e le forze statunitensi … E sia noi che tutti gli altri siamo stati coinvolti, i militari… Forse ci sono stati errori e il sostegno è stato dato alla fazione sbagliata … Forse c’era un rapporto con Nusra, è possibile, ma io stesso non ne sono a conoscenza… stavamo combattendo per la preda [“al-Sayda”] e adesso la preda ci è sfuggita e continuiamo a combattere… mentre Bashar è ancora lì. Voi [Stati Uniti e Arabia Saudita] eravate con noi nella stessa trincea … Capisco che si possa cambiare posizione se ci si accorge di essersi sbagliati, ma ritengo si debba almeno informarne i propri alleati… Si può ad esempio lasciare in pace Bashar [al-Assad] o fare questo o quello, ma la situazione che si è creata a questo punto non può più permettere alcun progresso nel GCC [Consiglio di cooperazione del Golfo] né qualsiasi progresso su qualsiasi cosa se continuiamo a combattere apertamente “.

 

Come è ormai noto, la CIA è stata direttamente coinvolta nei principali sforzi di cambio di regime in Siria con i partner del Golfo suoi alleati, come confermano informative americane trapelate e declassificate. Il governo americano ha compreso ben presto che i sofisticati armamenti forniti dai paesi del golfo e dall’Occidente stavano andando ad al-Qaeda e all’ISIS, nonostante secondo le dichiarazioni ufficiali dovessero servire ad armare i cosiddetti ribelli “moderati”. Ad esempio, in un’informativa d’intelligence fatta trapelare datata 2014 e diretta a Hillary Clinton si conferma il supporto dato da Qatar e sauditi all’ISIS.

L’email afferma in termini diretti e inequivocabili che:

“i governi del Qatar e dell’Arabia Saudita forniscono clandestinamente sostegno finanziario e logistico all’ISIL e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione”.

Inoltre, un giorno prima dell’intervista al Primo Ministro Thani, l‘Intercept pubblicava un nuovo documento top-secret dell’NSA, emerso tra file d’intelligence divulgati da Edward Snowden, che dimostra senza ombra di dubbio che l’opposizione armata in Siria era sotto il diretto comando di governi esteri fin dai primi anni della guerra, che ha ormai causato mezzo milione di vittime.

 

 

Il documento NSA pubblicato di recente conferma che un attacco insurrezionale del 2013 con sofisticati razzi da superficie, sferrato nei quartieri civili di Damasco tra cui l’aeroporto internazionale, è stato direttamente finanziato e supervisionato dall’Arabia Saudita con la piena conoscenza dell’intelligence americana. Come adesso confermato anche dall’ex-primo ministro del Qatar, sia il governo saudita che il governo degli Stati Uniti disponevano di “sale operative” per sovrintendere a tali feroci attacchi nello stesso periodo in cui avveniva l’attentato all’aeroporto di Damasco del 2013.

Si tratta senza dubbio di un’enorme raccolta di prove documentali incriminanti che continueranno a emergere per i prossimi mesi e anni. Come minimo, la continua guerra diplomatica tra Qatar e Arabia Saudita continuerà a riservare sorprese, mentre ciascuna parte accuserà l’altra di sostenere il terrorismo. E come si può vedere da questa ultima intervista di Qatari TV, gli Stati Uniti non saranno risparmiati in questa nuova stagione che si è appena aperta in cui vecchi alleati rendono pubblici i reciproci affari sporchi.

Di Margherita Russo

1479.- Washington e Mosca devono tenere alta la tensione, ma non devono scontrarsi. La cooperazione militare segreta russo-curda-siriana nel deserto orientale della Siria

 

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Robert Fisk in The Independent del 24 luglio 2017 afferma che nuovi legami, per quanto deboli, dimostrano che tutte le parti sono decise ad evitare il confronto militare tra Mosca e Washington.

Dopo che i militari siriani arrivarono alla periferia della “capitale” dello SIIL “assediata” di Raqqa, russi, Esercito arabo siriano e milizie curde YPG, teoricamente alleate degli Stati Uniti, istituivano un centro di coordinamento segreto nel deserto della Siria orientale per impedire “errori” tra le forze russe e statunitensi che si fronteggiano sulle rive dell’Eufrate. La prova sarebbe un villaggio desertico di capanne di fango e dal caldo soffocante, 48 gradi, sedendomi sul pavimento di una villetta con un colonnello russo in mimetica, un giovane ufficiale della milizia curda, con il distintivo delle YPG (milizia popolare curda) sulla manica, e un gruppo di ufficiali siriani e delle milizie tribali locali. La loro presenza mostrò chiaramente che, nonostante la belligeranza occidentale, soprattutto statunitense, affermi che le forze siriane interferiscono sulla campagna “alleata” contro lo SIIL, entrambe le parti in realtà da tempo evitano il confronto.

Il Colonnello Evgenij, smilzo dai baffetti scuri, sorrise educatamente ma rifiutò di parlarmi, The Independent è il primo media occidentale a visitare il piccolo villaggio presso Rasafah, ma la giovane controparte curda, che mi ha chiesto di non rivelarne il nome, insisteva a dire che “tutti combattiamo una sola campagna contro lo SIIL e perciò vi è questo centro, per evitare errori”. Il Colonnello Evgenij annuì approvando la descrizione ma restava in silenzio, un uomo saggio, pensai, perché dev’essere l’ufficiale russo più ad oriente in Siria, a poche miglia dall’Eufrate. Il 24enne rappresentante delle YPG, veterano dell’assedio dello SIIL di Kobani al confine turco, disse che un paio di settimane prima, dopo l’ultima offensiva siriana che colse di sorpresa lo SIIL ad ovest di Raqqa, un attacco aereo russo aveva erroneamente colpito posizioni curde. “Ecco perché abbiamo creato il nostro centro qui 10 giorni fa”, diceva. “Parliamo ogni giorno e abbiamo già un altro centro a Ifrin per coordinare la campagna. Dobbiamo sforzarci di combattere insieme”. La presenza di questi uomini in questo remoto deserto, dimostra quanto seriamente Mosca ritenga la strategia nella guerra in Siria e la necessità di monitorare le “forze democratiche siriane”, in gran parte curde, già a Raqqa con il sostegno aereo statunitense. Le SDF, che non hanno niente di democratico, se non forse la scala dei salari, sono considerate con profondo sospetto dai turchi, che saranno infuriati dal sapere della cooperazione siriano-curda, anche se Ankara e Damasco sono entrambe ferocemente contrarie alla creazione di un Stato curdo. Ma per quanto tenue, le nuove relazioni YPG-Russia-Siria possono dimostrare che tutte le parti sono decise ad evitare qualsiasi scontro militare tra Mosca e Washington.
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I turchi, saranno infuriati dal sapere della cooperazione siriano-curda, anche se Ankara e Damasco restano entrambe ferocemente contrarie alla creazione di un Stato curdo.

C’era più del sorriso di TE Lawrence nella fiducia in sé stessi di questi pochi uomini tra la polvere e la sabbia, che ci ricoprirono quando uscimmo dall’ufficio. Intorno a noi, nella piana desertica, c’erano centinaia di pozzi di petrolio bruciati e abbandonati dallo SIIL, barili malamente costruiti e piattaforme di calcestruzzo da cui lo SIIL estraeva petrolio per finanziare il califfato che si estendeva fino a Mosul. L’ufficiale delle YPG insisteva sul fatto che la posizione del centro russo-siriano-curdo non avesse alcuna relazione con i vasti giacimenti di petrolio siriani intorno, ma la testimonianza dei recenti attacchi russi e statunitensi alle costruzioni dello SIIL era ovunque. Autocisterne, camion e anche alcuni carri armati siriani esplosi, forse vittime dello SIIL, si trovano nel deserto. Una scia di autocisterne, simili a quelle che Vladimir Putin descrisse con rabbia due anni fa esportare petrolio in Turchia, fiancheggiava la strada. Anche un autocarro che trasportava patate era stato colpito. Non c’erano corpi, ma l’Esercito arabo siriano fece dell’ironia lasciando l’originale cartellone dello SIIL nero e bianco sull’autostrada da Homs, “accogliendo” i visitatori del “Califfato, Provincia di Raqqa”.
Le avanguardie di carri armati e blindati siriani non erano lontane dalle città Ruman e Umayad, a Rasafah, le cui massicce mura e torri di pietra sono ancora in piedi, non toccate nei due anni di culturicidio dello SIIL, forse perché le loro sculture non mostrano esseri umani o animali. Migliaia di cammelli furono trascinati oltre la grande e sconvolgente città dell’antico califfato di Umaya bin Hisham Abdulmaliq, in una nube di polvere che copre mezzi e soldati. Rasafah era la città romana di Sergiopolis, chiamata da un centurione cristiano romano che fu torturato e messo a morte per la sua religione, non diversamente dalle vittime cristiane dello SIIL in questi tre anni. L’autostrada ad est di Homs doveva essere la via per l’attacco siriano di questo mese. Da qui la vastissima terra “piatta” e i muri di sabbia eretti dallo SIIL lungo tutta la strada. Ma contro lo SIIL, la tattica dell’Esercito arabo siriano, ormai famigerata, di aggredire i nemici al tergo e ai fianchi, respinse il califfato da centinaia di chilometri quadrati di territori ad ovest dell’Eufrate. Il Generale Salah, il comandante con una gamba della Divisione siriana dell’Eufrate, che ha più volte adottato questa politica insieme al compagno e amico Colonnello “Tigre” Suhayl, dice che le sue forze potrebbero, se l’avessero voluto, entrare a Raqqa in cinque ore, “se avessimo deciso di farlo”. Descrisse come i suoi uomini avevano cacciato al-Qaida e SIIL dalla città industriale di Najar, presso Aleppo, fino al lago Assad, proteggendo l’approvvigionamento idrico della città, con gravi perdite mentre avanzavano ad est della base di Quwayris liberando Dayr Hafar, Masqanah e altre città della provincia di Aleppo, per poi improvvisamente puntare a sud-est, a sud dell’Eufrate, verso Raqqa. “Le nostre forze sono ora a sette miglia dall’Eufrate tra Raqqa e Dayr al-Zur, a 14 miglia dal centro di Raqqa e a 10 miglia dalla vecchia base aerea di Tabaqa”, quasi gridava il generale. “Quanti islamisti abbiamo eliminato? Non m’importa. Non m’interessa. SIIL, Nusra, al-Qaida, sono tutti terroristi. La loro morte non importa. È la guerra”. Ma suggerii al Generale Salah, perché avevo studiato le mappe del deserto e ascoltato tante lezioni militari a Damasco, che sicuramente il suo prossimo bersaglio non sarà Raqqa (già in parte investita dalle forze statunitensi), ma la pesantemente assediata guarnigione della città di Dayr al-Zur con migliaia di civili intrappolati. “Il nostro presidente ha detto che riprenderemo ogni pollice quadrato della Siria”, rispose il generale, ripetendo il mantra di tutti gli ufficiali siriani. “Perché dici Dayr al-Zur?” Perché, dissi, avrebbe liberato i 10000 soldati siriani nella città per combattere sul fronte. Ci fu solo un accenno di sorriso sul volto dell’ufficiale, ma poi svanì. Infatti non penso che i siriani sosterranno le forze militari statunitensi che combattono a Raqqa, per cui dopo tutto era nato il piccolo centro di coordinamento visto nel deserto, ma credo che l’Esercito arabo siriano punti su Dayr al-Zur. Quanto al generale, naturalmente, non disse nulla di ciò. Né, ovviamente, credeva al conteggio dei nemici eliminati.
In realtà, c’è un’altra tattica intrigante dispiegata dall’amministrazione siriana. Il governatore locale del Rif al-Raqqa, “rif” indica la campagna attorno a una città da non confondere con la città, costituiva la propria sede presso il caravan di Salah. Un vero caravan, con rocce su cui salire a bordo, l’ufficio e la camera da letto in una piccola stanza, il bastone da passeggio al fianco del letto. Il governatore locale, però, è a poco più di un chilometro a pianificare il riavvio delle forniture di acqua e luce, il finanziamento delle opere pubbliche e gli aiuti ai profughi. Quando lasciai l’area, 29 famiglie, carrellate di bambini e donne in nero su divani, erano appena arrivate a Rasafah da Dayr al-Zur per cercare aiuto dal governatore di Raqqa. Altre 50 erano arrivate il giorno prima. Sembra perfettamente ovvio che se l’Esercito arabo siriano lascia Raqqa agli amici curdi degli USA, ciò aiuterà l’amministrazione civile del governo siriano a prendere la città con la forza della burocrazia. Come sarebbe stata una vittoria senza sangue?
Ma la fiducia in sé è spesso serva di disavventure. L’autostrada che costituisce la punta del triangolo Homs-Aleppo ora si estende fino a Rasafah per 60 miglia, e il Generale Salah non fa alcun mistero che SIIL e camerati cultisti sbuchino dal deserto nell’oscurità per attaccare i suoi soldati. Questi uomini, molti dei quali adolescenti, sono riuniti in accampamenti di tende accanto la strada, protetti da carri armati e cannoni antiaerei. E le loro battaglie sono continue con lo SIIL che piazza ancora bombe sul ciglio dell’autostrada. Quando viaggiai nel deserto per Homs, seguì per un po’ di tempo un camion con un pezzo d’artiglieria da 152mm così usurato che la canna si era staccata. Mentre i genieri siriani ripristinano le stazioni elettriche nel deserto, fino a poco prima nascondigli dei capi dello SIIL, il sistema elettrico intimamente connesso ai campi petroliferi siriani, lentamente ripresi al nemico SIIL e modesti rispetto ai grandi giacimenti del Golfo, iracheni e iraniani, resta la “perla nel deserto” della Siria. Chi controllerà queste fonti di ricchezza, e come il loro prodotto sarà condiviso adesso che sono state liberate dalla mafia dello SIIL, deciderà parte della futura storia politica della Siria.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio Aurora

1478.-GLI STATI UNITI “D’ISRAELE” NON DARANNO RAKKA ALLA SIRIA. E ALTRE SOVVERSIONI.

 

 

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Flags of the SDF, YPG, and YPJ in the centre of Raqqa city after its complete capture by the SDF.

La città siriana di Rakka è stata “liberata/abbandonata” dall’occupazione di Daesh dalle cosiddette Forze Democratiche Siriane (FDS), che  sono i curdi sostenuti dagli Stati Uniti, ostili (solo in teoria) a Daesh come a Damasco. Curdi e non solo:  nelle loro file sono stati notati mercenari europei ed americani della (ex) Blackwater, secondo le fonti iraniane  circa 2 mila.

La “liberazione”  non è avvenuta a seguito di feroci combattimenti:  le forze “democratiche”  si sono accordate coi jihadisti, ai quali è stato permesso di uscire da Rakka  con armi, famiglie e bagagli senza colpo ferire. Gli americani, che guidano le Forze “Democratiche” Siriane, hanno diramato la dichiarazione: “La Coalizione non ha partecipato alle discussioni” coi terroristi perché lasciassero Rakka.  Una menzogna subito  scoperta: la BBC ha mostrato  il generale Usa Jim Glynn mentre, il 12 ottobre, s’incontrava con  i capi jihadisti per negoziare l’accordo. Qui il video:

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SDF fighters with a Humvee in central Raqqa

Nella realtà, si vede chiaro adesso che lo “Stato Islamico” aveva conquistato Rakka per conto degli Stati Uniti, ed ha consegnato le chiavi al vero padrone. Infatti pochi giorni dopo la pretesa “Liberazione” concordata, a Rakka è comparso, a fianco del generale Brett  McGurk,  che sarebbe  lo “special envoy” di Washington a dirigere la suddetta “coalizione internazionale” (ossia il sostegno e  la durata del terrorismo takifiro  e proseguire la guerra  d’usura per procura) , il ministro saudita Thamer Al –Saban.

Recuperati i loro terroristi. Per usarli dove?

Uno dei motivi  della visita è, “in tutta impudenza, il recupero dei dirigenti e quadri di Daesh caduti nelle mani delle unità kurde di protezione del popolo,  YPG e restituiti da queste ai  paesi che li hanno inviati – scrive Ghaleb Kandil, direttore del Center Middle  East News –  Per i sauditi, si tratterebbe di migliaia di combattenti, quadri e predicatori, gestiti a suo tempo dal principe Bandar Bin Sultan e del generale David Petraeus   all’inizio della guerra in Siria”.

 

Il generale Brett McGurk con il principe Al Sabba a Rakka, in una foto rubata.

 

Bandar Bin Sultan,  detto “Bandar-Bush”, 22 anni ambasciatore  del Regno in Usa, amicissimo della dinastia presidenziale USA, capo dei servizi e grande manovratore delle trame anti-siriane, è stato rimandato a vita privata nel 2014; è quello che aveva minacciato  Putin di attentati terroristici durante i giochi di Sochi, perché  “il terrorismo lo gestiamo noi”.

Kandil racconta che pochi giorni prima,  “delegati britannici e francesi sono giunti per una simile missione”, recuperare i loro jihadisti,  “nel momento in cui una ri-orientazione di terroristi è in corso sotto la supervisione degli Stati Uniti con la partecipazione dell’Arabia Saudita, del Qatar e della Turchia”.  Questi recuperati sono stati “trasportai verso la Turchia con l’aiuto del governo del Kurdistan iracheno, data la difficoltà da  un trasferimento diretto dal territorio siriano”.  I terroristi saranno  ovviamente  ridispiegati in altre missioni per proseguire la guerra di logoramento Usa-Israele per interposti jihadisti: sul dove, ci sono solo ipotesi: “Libia, Mali Egitto, Somalia, Algeria, Cina, Russia, Myanmar” ad “aiutare” i Rohynga…

Effettivamente, l’indecifrabile  mega-attentato con i camion esplosivi in Somalia di metà ottobre, 270 morti per lo più venditori ambulanti, ha una dimensione  di strategia della tensione di tale inutile spietatezza  da poter apparire una “firma” di questi esperti recuperati a Rakka.  Una firma forse confermata dallo strano silenzio  su questa immane tragedia della “comunità internazionale”, sempre pronta a piangere sui bambini di Goutha o di Aleppo.

Coincidenza,  ‘Algeria ha scoperto basi di Daesh.

Per coincidenza, anche l’Algeria ha scoperto “numerose basi sotterranee con quantità di munizioni appartenenti a Daesh”, insieme a razioni alimentari.  Il giornale algerino Al-Shuruq ha  riferito   di aver smantellato, nella zona di Tizi Uzu, 150 chilometri ad Est di Algeri, “una cellula di Daech che progettava  attacchi terroristi”.  Sono quattro giovani locali che però “tenevano scambi regolari con terroristi di Daesh presenti all’estero” (all’estero dove?) attraverso social media. L’Algeria è l’unico paese dove – data la sorveglianza del regime – non sia stata realizzata ancora nessuna destabilizzazione americana (dello Stato Islamico, voglio dire).

La visita di Thamer al-Sabhan, il ministro saudita per gli affari del Golfo, ha però un altro e più grave peso.  E’ un personaggio settario al limite, e forse oltre il limite, della paranoia. Messo a fare l’ambasciatore a Baghdad, quel governo ha pregato Ryad di ritirarlo, perché il cosiddetto diplomatico si abbandonava ad insopportabili insulti contro la guida religiosa locale Al Sistani (sciita),  tirate pubbliche contro le Unità di Mobilitazione Popolare, ossia  le milizie combattenti che affiancano l’armata regolare irachena e che (come del resto gli americani) accusa di essere forate non d iracheni ma da iraniani.   Nominato ministro nell’ottobre 2016, per prima cosa fa lanciato un appello a “distruggere lo stato criminale Iran”.

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Much of Raqqa has suffered extensive damage during the battle, while an activist in the ISIL-held neighborhoods said that the situation for the besieged populace was “beyond catastrophic, I can’t describe the situation as anything besides hellish. People are just waiting for their turn to die.”

La visita di un tal personaggio significa che gli americani stanno per affidare ai sauditi la “ricostruzione” di Rakka. Ossia che la città non sarà mai restituita al governo siriano, e diverrà invece un isolotto autonomo e protetto,  una base perenne per i sunniti curdi e terroristici vari, in funzione ovviamente anti-sciita, un bstone fra le ruote dell’asse sciita Irak-Iran-Siria-Libano (Hezbollah).  Nell’intesse, ultimamente, di Israele.

 

Thamer Sabhan. Si terrà Rakka.

La città di RAkka ètanto distrutta dai bombardamenti americani, che le autorità russe l’hanno paragonata alla Dresda  calcinata dai britannici   nella seconda guerra mondiale. Il Dipartimento  di Stato  ha notificato in una conferenza stampa: “Noi [americani] daremo assistenza nel riportare l’acqua, la luce – ma in definitiva la  gestione della Siria  è qualcosa a cui tutte le nazioni sono molto interessate”.  Frase che viene interpretata come: noi Usa non abbiamo né i  capitali né la voglia di  ricostruire, la cosa interessa i sauditi.

In Irak, manovre contro la milizia di Al Sistani

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Truppe irachene in vedetta

Manovre sospette sono segnalate anche in Irak .  Il 22 ottobre, il primo ministro iracheno Abadi  (sciita)  s’è recato in visita ufficiale in Arabia Saudita, accolto con  tutti gli onori.  Come per caso, a fianco del re Salman ha trovato Rex Tillerson, il segretario di Stato americano.Il giorno dopo Tillerson è andato a Baghdad. Secondo fonti vicine alle milizie, sono in corso manovre per assicurare – con i milioni sauditi – la rielezione di Abadi, considerato lo Eltsin  iracheno; “libanizzare” l’Irak corrompendo la classe poltiia irachena; ma soprattutto, indurre il governo legale a disciogliere la Hashd Shaabi, ossia la stessa milizia volontaria sciita: che non è più solo sciita, perché, benché formatasi per una fatwa (un ordine) dell’Iman Al Sistani, adesso ha al suo interno  cristiani, yezidi, ed anche sunniti, scampati alle atrocità dei jihadisti di DAesh e desiderosi di vendicarsi. Questa milizia fortemente motivata costituisce un nucleo “nazionale” che ovviamente è un ostacolo allo smembramento del paese per linee etnico-religiose, che rimane lo scopo finale della sovversione occidentale; hanno combattuto Daesh “troppo” efficacemente. Il 7 agosto scorso, forze  aeree  americane avevano bombardato un nucleo di questa milizia che stava combattendo Daesh sulla frontiera Irak-Siria  –  nello sforzo non solo di  aiutare lo Stato Islamico, ma di impedire l’apertura  di quella comunicazione fra i due paesi, che tanto preoccupa Netanyahu perché rende geograficamente unitario l’asse sciita.  E’ noto che Netanyahu ha preteso da Putin  che mandasse via gli Iraniani dalla Siria. Putin lo ha assicurato che poteva garantirgli di non lasciar avvicinare gli iraniani a  meno di 8 chilometri dal confine israeliano,  non di più.  Il seguito alla prossima puntata.

E se  invece Trump e Bannon fossero due geni politici?

Per completezza d’informazione, ci corre l’obbligo di riferire la posizione di Thierry Meyssan: persona generalmente assai bene informata, Meyssan  insiste che le esagerazioni verbali di Trump contro Iran,  Corea del Nord eccetera sarebbero finzioni, per disorientare i suoi avversari. Lo deve fare perché è paralizzato nella sua azione dal Congresso, dove la maggioranza, benché repubblicana,  è coalizzata coi democratici contro di lui. Mentre inveisce  e minaccia guerre mondiali, Trump avrebbe in realtà incaricato il suo uomo ed ideologo, Steve Bannon,  che finge di aver scaricato, di  organizzare da fuori la presa in  ano del partito repubblicano.

Trump e Bannon. O Cesare e Marco Antonio?

 

Effettivamente è quel che Bannon sta facendo in queste settimane. Il 13-15 ottobre ha agitato alla rivolta le delegazioni dei “Value Voters”, gruppi  di associazioni familiari cristiane che si battono contro i diritti LGBT e quindi sono catalogate come razziste e omofobe, riunite all’Omni Shoreham Hotel di Washington.  Bannon ha attaccato i miliardari, l’establishment globalista che han portato in Cina i  lavori degli americani; ha attacato Hillary Clinton; ma soprattutto, ha sparato a palle incatenate contro il senatore Bob Corker (che aveva definito laCasa Bianca sotto Trump “un asilo per adulti”, che “ci portarà alla Terza guerra mondiale”), il senatore Mitch McConnel, che come capo della maggioranza repubblicana ha accusato di essere il sabotatore della presidenza, il senatore McCain, ed ha concluso: il partito repubblicano ha dichiarato guerra al popolo americano, dunque noi gli dichiariamo guerra.

Soros McCain

Sempre loro!

Detto fatto, “gli amici di Bannon si sono iscritti contro i caporioni del partito repubblicano, per ottenere l’investitura del partito al loro posto in tutte le elezioni locali”.  E’ una strada lunga e rischiosa,  se non una fantasia  – degna tuttavia di Shakespeare, di uno dei quei drammi  dove Amleto o un principe Edgar  si finge pazzo per rovesciare l’usurpatore.  Qualcosa di vero può esserci,   viste le reazioni di alcuni senatori repubblicani: come il senatoprer Jeff Flake, Arizona,  che l’altro ieri ha attaccato Trump in un discorso violentissimo, alla fine del quale ha annunciato che non si ricandiderà nelle elezioni di metà mandato del 2018. Il punto è che Flake, senatore dal 2013, non ha alcuna prospettiva di essere rieletto: il suo anti-Trumpismo  lo ha fatto scendere nei sondaggi fra i suoi elettori al 18%. .  Dopo   l’annuncio, il blog Politico ha commentato: “Un altro scalpo alla collezione di Bannon”. Commento significativo.

Se Meyssan ha visto giusto, Trump non è un mattoide incoerente, ma un   genio politico  da essere ricordato al pari di Giulio Cesare   per coragio, o di Ottaviano Augustoper astuzia, e Bannon il suo Marco Antonio, e Rex Tillerson, Cinna, il fedele amico di Caesar.  Caratteri  davvero a quel livello di grandiosità  “romana”. Stiamo a vedere, sperando che Thierry abbia ragione.

Maurizio Blondet

1429.- Siria, Putin ed Erdogan discuteranno di coordinamento azioni in zone cuscinetto

Erdogan è pronto a un altro tradimento? Quanto vale la politica dei neocon? L’importante per loro non è vincere, ma vendere.

 

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I motivi principali del riavvicinamento tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan vertono sulla situazione in Siria, sul coordinamento delle azioni nel Paese in guerra nelle zone cuscinetto e, sopratutto, sui risultati del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno.

È quanto già si evinceva dalle note preparatorie della riunione fra i due leader.

Come tra energia, missili e guerra in Siria, Putin ed Erdogan tornano “amici”

Sono gli effetti della sconfitta USA in Siria, ennesima dimostrazione che la finanza sionista sa come guadagnare dalle guerre, ma non può fare politica estera. Nel Summit di Ankara, c’è l’intesa sulle truppe turche a Idlib.

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La Turchia ha dato uno schiaffo alla Nato e ha comprato il più sofisticato sistema anti-aereo dalla Russia, la grande rivale dell’Alleanza atlantica. Ma la crepa fra Ankara e Bruxelles, e Washington, riguarda soprattutto i curdi. È una sequenza di partite che si accavallano, come spesso in Medio Oriente: il referendum sull’indipendenza nel Kurdistan iracheno, l’avanzata dei guerriglieri dello Ypg nell’Est della Siria, il dialogo sempre più fitto fra Recep Tayyip Erdogan, Vladimir Putin, il presidente iraniano Hassan Rohani, e ora una scelta strategica che allontana i turchi dai loro alleati occidentali.

La decisione a favore del sistema S-400, quello che difende i cieli di Mosca, arriva dopo un lungo braccio di ferro con la Nato. Già nel 2015 Erdogan aveva annunciato un accordo con i cinesi, poi ripudiato sotto le pressioni occidentali. Ma questa volta il leader turco sembra inamovibile. Ieri, sull’aereo che lo portava ad Astana, in Kazakhstan, Erdogan ha detto che l’intesa «è fatta» e che la Turchia «ha già versato il primo acconto» per il pagamento, che in totale ammonterà a circa 2,5 miliardi di dollari.

Le prime componenti sarebbero «già arrivate in Turchia». Quanto alle obiezioni degli alleati, Erdogan è stato netto: «Ci occupiamo noi della nostra sicurezza, è affare nostro». Ma è anche un affare dell’Alleanza. I sistemi anti-aerei, assieme all’aviazione, sono un pilastro fondamentale delle forze armate occidentali. Scegliere un prodotto russo, molto difficile da integrare con quelli europei e americani, significa essere orientati a difendersi da soli.

Il sistema S-400 è certo fra i migliori al mondo, ritenuto persino superiore al Patriot americano. Può individuare e «ingaggiare» 80 obiettivi allo stesso tempo, sia aerei che missili balistici, fino a 400 chilometri di distanza, e li può abbattere a un’altezza di 30 chilometri. Un osso duro per i cacciabombardieri occidentali, che soltanto quelli «invisibili» di ultima generazione sono in grado di bucare. Ma la scelta di Erdogan più che tecnica sembra politica.

Il fallito golpe del 15 luglio 2016 ha accelerato il cambio di campo della Turchia. Il regime ha eroso le garanzie democratiche e civili, e in questi giorni si sta svolgendo un processo di massa a giornalisti del quotidiano Cumhuriyet accusati di appoggiare «il terrorismo». Le trattative per l’ingresso nell’Unione Europea si sono arenate. Il Parlamento Ue ha votato il 23 novembre scorso a favore della sospensione dei negoziati e vorrebbe mettere fine alla pantomima, anche se gli Stati membri sono divisi, con Austria e Germania che spingono più di tutti per un taglio netto, ufficiale.

Erdogan non vuol essere lui a rompere, l’Europa è ancora popolare fra i giovani delle grandi città, fra gli imprenditori, è il più importante sbocco per le esportazioni. Ma il leader turco sta spingendo la Germania in quella direzione. Gli scontri si susseguono. Prima il divieto ai parlamentari tedeschi di visitare la base Nato di Incirlik, poi il braccio di ferro sui comizi dei politici turchi in Germania, l’invito del raiss alla minoranza turca perché non voti i partiti della Merkel e di Schulz, gli arresti di reporter con cittadinanza tedesca per i loro reportage sui curdi, compreso quello del corrispondente della «Welt» Deniz Yucel.

Un’escalation che ha avuto come conseguenza, fra le altre, il blocco delle esportazioni di armi dalla Germania alla Turchia: nell’ultimo anno sono state bloccate dal governo di Berlino ben 11 richieste, per timore che vengano indirizzate «alla repressione interna o il conflitto curdo». Anche per questo Erdogan guarda alla Russia. Ma soprattutto si vuole «vendicare» dell’appoggio occidentale ai curdi. Fra 12 giorni nascerà un Kurdistan iracheno indipendente e quel che è peggio ne sta nascendo uno siriano sotto le bandiere dei guerriglieri dello Ypg, «cugini» del Pkk e fedeli al leader in carcere Abdullah Ocalan.

1427.-La Siria per Hezbollah: chiusa una guerra se ne aprirà un altra

La Siria per Hezbollah: chiusa una guerra se ne aprirà un altra
Intervista. Parla Abu Mahdi al Shaabi, comandante militare del movimento sciita: assieme all’esercito governativo siriano abbiamo conseguito una vittoria, ora ci aspetta la guerra con le cellule jihadiste dormienti. Il ruolo della Russia mentre all’orizzonte si affaccia un nuovo conflitto con Israele.

BEIRUT Abu Mahdi al Shabi è uno dei comandanti della sicurezza militare del movimento sciita Hezbollah a Beirut. Nelle scorse settimane ha combattuto nel Qalamoun, dove, informalmente, Hezbollah e l’esercito siriano hanno partecipato all’offensiva “Alba di Juroud” lanciata dall’esercito libanese per liberare la frontiera tra i due Paesi dalla presenza dello Stato islamico. L’abbiamo intervistato nel suo ufficio a Bashura, un quartiere di Beirut a maggioranza sciita, sui nodi, anche politici, della guerra in Siria e sulla possibilità di un nuovo conflitto con Israele.
Lei è un comandante di unità combattenti. A suo giudizio il quadro bellico siriano è irreversibile come appare oggi
Le forze governative siriane e Hezbollah e gli altri combattenti della resistenza hanno ottenuto di una importante vittoria militare ma in Siria non c’è stabilità e ci sarà ancora guerra. Si è solo chiuso un capitolo e se ne aprirà un altro. Il nuovo conflitto sarà con le cellule jihadiste dormienti. Sappiamo che ci sono 4mila uomini pronti a colpire che non devono prendere ordini da nessuno e possono agire da soli. E regna l’incertezza politica e diplomatica. Trump e gli Stati uniti potrebbero tornare sui loro passi, sconfessare gli accordi con la Russia per la tregua in Siria e innescare una escalation. Senza dimenticare che il conflitto tra sunniti e sciiti, alimentato da forze esterne, ha avuto conseguenze sociali devastanti e ci vorranno anni per riparare i danni.
Alla luce di questa incertezza Hezbollah pensa di mantenere i suoi combattenti in Siria.
Hezbollah manterrà i suoi combattenti in Siria, per continuare la lotta contro il terrorismo. Si ritirerà solo se a chiederlo sarà la Russia.
E la Russia potrebbe farlo?
Mosca potrebbe decidere, nel quadro di una soluzione politica in Siria, che una milizia (Hezbollah) non può restare affiancata all’esercito siriano.
E come Damasco prenderebbe questa eventuale richiesta russa per il rientro in Libano dei combattenti di Hezbollah. Il vostro ruolo sui campi di battaglia in Siria è stato decisivo
La Russia oggi è il pilastro della Siria. Di fronte alla scelta tra la Russia e Hezbollah cosa potrebbero fare i vertici politici siriani? Sceglierebbero la Russia, è normale, ne siamo consapevoli.
Hezbollah come guarda alle zone di de-escalation in Siria frutto degli accordi tra Russia, Usa e altri attori regionali. Non crede che in qualche modo abbiano legittimato il controllo dei gruppi jihadisti su porzioni di territorio siriano. Come nella provincia di Idlib, nelle mani di an Nusra, il ramo siriano di al Qaeda
Le consideriamo per quelle che sono, ossia accordi di tregua temporanei. I gruppi armati insediati in varie aree presto o tardi riprenderanno i loro attacchi, possono contare su migliaia di uomini e non tarderanno ad usarli. Quindi non c’è nulla di definitivo. E questo vale anche per Idlib.
È vero che Israele ha chiesto alla Russia di imporre ai vostri combattenti e alle unità iraniane in Siria di arretrare a 40 km dal Golan, anche allo scopo di creare una zona cuscinetto. Mosca avrebbe rifiutato proponendo una distanza di 5 km
In una questione del genere non decide Hezbollah. La decisione prima di tutto è dell’Iran, uno Stato che si confronta con altri Stati, la Russia e naturalmente la Siria. Occorre guardare in faccia alla realtà. L’Iran a cinque chilomentri dalle postazioni israeliane sarebbe una svolta di eccezionale importanza che Israele però non accetterebbe. Tehran è un Paese che tiene conto degli equilibri regionali e manterrà su certe posizioni piuttosto di altre le sue unità che combattono nella Siria meridionale assieme all’esercito.
Israele ha alzato la voce più volte negli ultimi mesi e prosegue i suoi raid aerei contro le vostre postazioni. Il governo Netanyahu ha respinto a inizio luglio gli accordi di de-escalation in Siria sostenendo che favoriscono i piani dell’Iran e di Hezbollah e fa capire di essere pronto alla guerra per difendere la sua sicurezza. Qualche giorno l’esercito israeliano ha concluso imponenti esercitazioni militari al confine con il Libano che, secondo la stampa locale, hanno avuto lo scopo di preparare un nuovo ampio scontro armato proprio con voi di Hezbollah
Hezbollah non sottovaluta le minacce di Israele. Sappiamo che (Israele) è uno Stato militarmente molto potente, con una grande forza distruttiva, possiede missili a medio e lungo raggio di grande precisione e ha una importante forza aerea. Sappiamo di avere di fronte un nemico che se minaccia la guerra vuol dire che potrebbe scatenarla sul serio. E il fatto che parli delle capacità belliche dei suoi avversari, esagerandole, significa che sta già preparando la sua popolazione alla nuova guerra.
Anche Hezbollah però ha una grande forza militare, ormai paragonabile, si dice, a quella di un esercito. E possiede un imponente arsenale missilistico
Hezbollah non solo è cambiato, è cambiato radicalmente. È mille volte più forte di quanto non fosse già nel 2006. I nostri combattenti, dopo anni di guerra durissima in Siria, possiedono oggi un addestramento ampiamente superiore a quello di 11 anni fa quando si scontrarono con gli israeliani (nel Libano del sud). E sono molto meglio armati. Perciò anche Israele deve stare molto attento, perché Hezbollah ha grandi capacità militari e, se necessario, non esiterà ad metterle tutte in campo. Tuttavia la nuova guerra potrebbe innescarsi più facilmente nel sud della Siria (che nel Libano del sud, ndr). Israele vuole ottenere in quella parte di territorio siriano la realizzazione concreta sul terreno del suo piano, con l’appoggio pieno degli americani. E ciò tiene alta la tensione.
Oggi chi controlla le linee con Israele lungo il versante siriano del Golan occupato
Un tempo il controllo era nelle mani di al Qaeda (an Nusra) e questo faceva gli interessi di Israele. Ora ci sono un po’ tutti. In qualche parte ancora i qaedisti, poi l’esercito siriano, quindi i nostri combattenti e unità iraniane. Il futuro di questa striscia di terra e quello della Siria meridionale saranno il motivo principale della possibile nuova guerra.

di Michele Giorgio. Fonte: Il Manifesto. Via Arianna editrice

1416.- ALLE MULTINAZIONALI DELLA GUERRA, ALLE BANCHE DEL NEOLIBERISMO, AGLI USA SERVE LA STRATEGIA DELLA TENSIONE. NON IMPORTA SE VINCONO O PERDONO.

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Les dernières déclarations sur la capacité de l’armée israélienne à vaincre le Hezbollah dans la prochaine guerre, ont reçu une claque sévère, après que le Comité des Affaires étrangères et de la Défense de la Knesset a divulgué un rapport «top secret», décrit comme «très dangereux», révélant des «lacunes» dans la préparation et les manœuvres de l’armée israélienne.

 

SEVERO MONITO DI MOSCA ALLO STATO CANAGLIA – USA – CHE CONTINUA LA GUERRA.
di Maurizio Blondet
Un fatto gravissimo è accaduto in Siria il 19: i “terroristi buoni” sostenuti dagli USA (Al Nusra) hanno lanciato un’offensiva a sorpresa nel nord della città di Hama. Hanno attaccato una zona di de-escalation (implicitamente accettate anche dagli americani), e il loro scopo era, con una manovra a tenaglia, di accerchiare e catturare il plotone (29 membri) della polizia militare russa che è lì proprio per controllare e far rispettare la de- escalation. Quasi sopraffatti dalla enorme superiorità numerica degli avversari, e armati alla leggera, i poliziotti hanno chiamato i loro comandi. Si pensi solo a quello che avrebbero fatto i “terroristi buoni” amati dagli americani ai ragazzi, se li avessero catturati, con tanto di riprese video sanguinarie di torture e decapitazioni.

 

La reazione russa ha dovuto essere durissima. Sono stati fatti intervenire gli Spetsnaz – per la prima volta, almeno ufficialmente – per estrarre i camerati: i corpi speciali hanno avuto tre feriti, segno della durezza dei combattimenti. Subito dopo l’aviazione e l’artiglieria russa hanno reagito con intensissimi bombardamenti, coi quali dicono di aver eliminato “850 terroristi, 185 oggetti, 11 carri armati, 4 portatruppe corazzati, 46 pickup, 5 mortai, 38 magazzini di munizioni”.

Ebbene: per la prima volta ufficialmente, i russi hanno accusato direttamente “le agenzie speciali americane” di aver iniziato ed anzi guidato questa puntata offensiva.

Il generale Sergei Rudskoi, capo del dipartimento operativo principale al quartier generale russo, infatti, ha comunicato:

“Nonostante gli accordi firmati ad Astana il 15 settembre, miliziani di Jabhat al-Nusra ed unità a che si sono unite […] hanno sferrato una offensiva di grande scala contro le posizioni del governo […] ad Hama nella zona di de-escalation di Idlib a cominciare dalle del mattino del 19 settembre […] Secondo i dati in nostro possesso, l’offensiva è stata iniziata dai servizi di spionaggio americani per bloccare l’avanzata delle truppe del governo ad est di Deir Ezzor”.

Qualche ora dopo, la cosa è stata ribadita ad un livello più alto, con una esplicita minaccia. Il generale Igor Konashenkov , portavoce del ministero della Difesa di Mosca: “La Russia ha detto in modo in equivoco alle forze USA nella base di Al Udeid (Qatar) che non tollererà nessun colpo d’artiglieria dalle aree dove sono stazionate le “forze democratiche siriane” […]. Spari provenienti da quelle posizioni saranno soppressi con tutti i mezzi necessari”.

 

Cadaveri di terroristi dopo l’intervento degli Spetsnaz e dell’aviazione russa.

Come dice The Saker, “un attacco organizzato dagli Usa in una zona che si supponeva di de-escalation, con in più un tentativo di catturare soldati russi, eleva la doppiezza americana ad un livello totalmente nuovo”, ed anche l’esibizione del suo gansterismo – di cui del resto non si vergogna, come dimostra il discorso da gangster che Donald Trump ha fatto, o gli hanno fatto fare, all’ONU: “L’Iran è uno stato canaglia economicamente vuoto, il cui export principale è la violenza…il mondo si unisca a noi a chiedere che il governo iraniano cessi il suo cammino di guerra e distruzione”, per poi promettere di “totally destroy North Korea”..

Le meschine operazioni americane in Siria hanno lo scopo (secondo osservatori ben informati) “di mantenere le forze del governo siriano lontane dai campi petroliferi da nord dell’Eufrate, perché gli Usa ha il piano di costruire e controllare un proto-stato curdo nella Siria del Nord Est, e il controllo sul greggio darebbe a questo stato la necessaria base economica”.

Lo stato curdo che sta per nascere in Irak ha la protezione di Israele. Ed Israele ha colpito venerdì l’aeroporto di Damasco con due razzi,lanciati probabilmente da un drone israeliano; drone che l’aviazione siriana dice di aver abbattuto. Poco prima, Tsahal aveva segnalato di aver lanciato un attacco aereo ad un sito militare – sempre nella provincia di Hama. Il coordinamento coi terroristi e i servizi Usa pare evidente, così come la volontà di provocare una escalation – altro che una de-escalation – da parte delle forze armate russe.

“I 200 primi camion di armi e munizioni offerte dal Pentagono allo YPG (l’esercito curdo in Siria, ex PKK) sono stati consegnati in due convogli separati, l’11 e il 19 settembre. Provenienti dalla regione curda dell’Irak i camion sono passati dal posto di frontiera di Semalka”:; Sono armi di fabbricazione ex sovietica, salvo alcuni veicoli L-ATV dell’esercito Usa.

“Queste armi non sono destinate a combattere Daesh, che sta per essere eradicato, ma saranno usate per la prossima guerra contro la Siria”, dice Meyssan.

(http://www.voltairenet.org/article198000.html )

La Suddetsche Zeitung conferma: ha scoperto casualmente una spedizione di armamenti dal quartier generale delle forze aeree Usa in Europa, a Ramstein, verso i “ribelli” siriani. Il giornale germanico ha scoperto che i comandi Usa hanno chiesto a quattro appaltatori del trasporto di non dichiarare la natura del carico, perché il governo tedesco avrebbe l’obbligo di bloccare un tal traffico di armi sul suo territorio verso un paese in guerra. Il procuratore generale tedesco ha aperto un’inchiesta per appurare se il Pentagono e la Merkel hanno rispettato il diritto, nazionale.

Il generale israeliano Gadi Eizenkot, capo dello stato maggiore interarmi, ha dichiarato che Israele farà tutto il possibile per assassinare lo shaik Hassan Nasrallah, il capo di Hezbollah. Confermando la mentalità di gangster a cui oggi si riducono i generali americani e giudaici.

Frattanto Hezbollh si vanta di fatto volare un drone che ha superato le difese e sorveglianze sioniste: “L’apparecchio ha sorvolato la città israeliane per 35 minuti prima di giungere a Safed senza che in nessun momento i radar dell’armata israeliana lo abbiano rintracciato. Lo hanno rintracciato quando l’apparecchio era sulla via del ritorno. Allora sono entrate in funzione le batterie dello Iron Dome [la “cupola di ferro”, la presunta bolla irta di missili e radar che dovrebbe fare da scudo impenetrabile per Sion contro gli attacchi missilistici] e un missile Patriot, che non ha tuttavia potuto intercettare il drone. Sono stati fatti quindi decollare i caccia israeliani che sono riusciti ad abbattere il velivolo”.

Ciò è avvenuto subito dopo che Israele ha terminato le grandi esercitazioni militari sul confine – i più grossi giochi di guerra degli ultimi vent’anni – che simulavano lo scenario di un attacco Hezbollah, ossia in realtà intendevano valutare la preparazione delle forze armate giudaiche in vista di un attacco ad Hezbollah. I risultati non sembrano essere quelli sperati: la commissione Esteri e Difesa della Knesset ha fatto trapelare da un rapporto segreto, che le manovre hanno rivelato pericolose lacune nell’armata israeliana: allo stato attuale, Tsahal non è in grado di distruggere Hezbollah.

1396.- Cade Deir ez-Zor roccaforte Isis che parlava russo

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Finalmente. Dopo tre anni di assedio la Compagnia delle Indie di Sua Maestà la Casa Bianca lascia Deir-ez-Zor all’esercito siriano. Dove condurranno i loro terroristi gli americani? Le operazioni di “fuga” sono in corso. Leggiamo Ennio Remondino.

Deir-ez-Zor liberata dopo 3 anni d’assedio. Le postazioni jihadiste tenute in gran parte da foreign fighters che venivano dalla Russia e dai paesi della CSI. Festeggia il fronte governativo siriano a alleati, cerca di salvare il salvabile la coalizione a guida Usa, con operazioni coperte a salvare spie e infiltrati che aveva su tutti i fronti anche jihadisti in chiave anti Assad

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Successo militare ma non soltanto. Importante per le forze governative che ancora devono riconquistare molta parte di territorio urbano in mani jihadiste, ma anche per un conto tutto russo rispetto alla partita strategica mediorientale. Deir-ez-Zor e i suoi 100 mila cittadini ridotti alla fame erano tenuti sotto tiro da foreign figters in gran parte provenienti dalla Russia e dai paesi della CSI.
La conferma direttamente dal ministero della Difesa russa, che rivendica parte dei meriti, ma non solo (“le squadre d’attacco siriane hanno conquistato la zona fortificata dei miliziani dell’ISIS, dove l’aviazione russa ieri ha colpito con missili Kalibr lanciati dalla fregata Admiral Essen”).
«Dopo la liberazione di un quartiere, l’esercito ha trovato prove che confermano ciò di cui si era venuti a conoscenza in precedenza attraverso vari canali di informazioni di intelligence. Nella zona fortificata i terroristi erano giunti dalla Russia e dai paesi della CSI».

Vanto russo diffuso via agenzia stampa Sputnik, poi la partita militare e strategica complessiva che resta ancora aperta. Le truppe di Damasco si sono ricongiunte con la guarnigione assediata all’interno della base della 137esima Brigata, nella parte occidentale della città, dove si trovano cinquemila soldati di Assad. Un successo ancora parziale poiché i quartieri meridionali della città e l’aeroporto militare rimangono ancora circondati dalle milizie Isis.
Secondo l’Osservatorio per i diritti umani vicino ai ribelli ‘moderati’, all’interno delle zone controllate dal governo vi sono 100mila civili, mentre altri 10mila si trovano in quelle ancora nelle mani dell’Isis.
Per Damasco rompere l’assedio e riprendere il pieno controllo di Deir Ezzor significa mettere in sicurezza il confine con l’Iraq e rientrare in possesso degli oleodotti e dei pozzi di gas e petrolio che avevano garantito in questi anni al Califfato un’importante fonte di denaro.

Dopo la perdita di Mosul e di Tal Afar in Iraq, l’Isis ha subìto quindi un nuovo duro colpo in Siria.
Il comando delle forze armate di Damasco ha definito la rottura dell’assedio di Dayr az Zor “una svolta strategica nella guerra al terrorismo”, sottolineando che la città sarà usata come “un trampolino di lancio per espandere le operazioni militari nella regione”. Soprattutto per riprendere il controllo di tutto il territorio lungo il confine con l’Iraq.
Forse proprio come conseguenza della rapida avanzata delle truppe lealiste siriane nella regione, la Coalizione anti-Isis a guida statunitense aveva condotto nelle ultime due settimane una serie di missioni lampo in quest’area per recuperare spie e collaboratori infiltrati precedentemente nello Stato islamico.
L’Ondus e fonti locali citate dal quotidiano panarabo al Hayat affermano che, dal 20 agosto, elicotteri della Coalizione con forze speciali hanno fatto salire a bordo presunti miliziani jihadisti, molti di nazionalità europea.

Scenari da ultimi giorni di Saighon. ‘Operazioni coperte’ a salvare infiltrati e spie, a coprire rapporti inconfessabili, a conferma -se mai ve ne fosse ancora bisogno- che l’Islamic State, nemico giurato degli Usa in Iraq, non lo è stato poi così tanto in Siria dove combatte il regime di Assad assieme a russi e iraniani che lo affiancano, gli avversari di Washington e d i suoi alleati arabi ed europei che hanno sempre puntato sulla caduta di Assad.
La freddezza delle cancellerie occidentali e il silenzio di molti media -rileva Analisi Difesa– sembra confermare che vittoria russo-siriana-iraniana a Deir Ezzor non viene considerata una buona notizia per la Coalizione che da ieri ha un nuovo comandante, il tenente generale Paul Funk, che ha assunto il comando della Combined Joint Task Force.
Applaudono invece il presidente siriano Bashar Assad, l’Iran, e il presidente russo Vladimir Putin, che ne hanno ampia ragione.